[Verbale B]
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[Verbale B]

Verbale manoscritto della riunione del Gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 19431

[foglio manoscritto non numerato] Sono presenti tutti i componenti del Gran Consiglio: Mussolini, De Bono, De Vecchi, Suardo, Grandi, Scorza, De Marsico, Acerbo, Biggini, Pareschi, Federzoni, Bottai, De Stefani, Ciano, Alfieri, Farinacci, Buffarini, Bastianini, Albini, Rossoni, Galbiati, Polverelli, Tringali, Balella, Frattari, Cianetti, Marinelli.

Il Duce apre l’adunanza dichiarando che essa è stata determinata da una richiesta del gruppo di oratori, designati dal Segretario del Partito per i rapporti alle gerarchie del fascismo da tenere nei capoluoghi di Regione e che il Segretario del Partito stesso gli conduceva il 16 del c.m., onde potessero manifestare a lui direttamente considerazioni ed apprezzamenti sulla situazione in corso.

Poi inizia un’esposizione documentata dei precedenti dell’attuale situazione. Legge una lettera indirizzatagli nel maggio del 1940 dal Maresciallo Badoglio, con la quale lo stesso Badoglio gli proponeva che lo stesso Duce si facesse delegare dal Sovrano il Comando Supremo delle Forze Armate in caso di guerra, e adduceva, in appoggio alla proposta, il fatto che S.M. non aveva mai esercitato se non nominalmente il Comando stesso. Dichiara che d’altra parte [2] egli medesimo esplicò soltanto un’azione direttiva nel campo logistico.

Circa le varie fasi degli avvenimenti dalla ritirata di El Alamein allo sgombro di gran parte della Sicilia comunica dati parziali, senza offrire una visione d’assieme. Dichiara che la situazione dell’Africa Settentrionale sarebbe stata ben diversa qualora l’occupazione della Tunisia fosse stata permessa quando fu stipulato l’armistizio con la Francia.

Accenna agli errori strategici di Rommel, tattico ammirevole, ma incapace di considerare il problema strategico.

Si dilunga sulla capitolazione di Pantelleria riferendo le circostanze per le quali può dirsi che essa fu arbitrariamente proposta dall’Ammiraglio Pavesi, che prospettò una condizione di cose infinitamente più grave, per gli assaliti, di quanto non fosse in realtà. L’esperienza ha dimostrato, per un divario inevitabile fra la mentalità marinara e quella dei combattenti terrestri, che gli ammiragli non possono tenere il comando a terra. Ciò che è accaduto poi ad Augusta ne è la conferma. La difesa della Sicilia era affidata in prima linea a divisioni costiere composte di elementi locali, come era parimenti formata di essi la [3] Divisione Aosta. Dietro questa unità costituita da siciliani era il caos sociale determinato dalla sospensione di tutti i servizi pubblici, dalla distruzione di infinite abitazioni, dalla mancanza di viveri e dal conseguente errare di forse un milione e mezzo di persone datesi alla campagna per mancanza di ogni risorsa. Nella Sicilia sud-orientale il primo cedimento fu determinato dagli elementi della Marina. La speranza che nella difesa del suolo della Patria potesse determinarsi una resistenza finalmente efficace fu delusa. E’ importante notare che la stessa propaganda inglese, la quale valuta molto gli avversari perché ciò le giova tanto in caso di vittoria quanto in caso di sconfitta, e che già aveva riconosciuto lo strenuo valore di molte unità italiane nella campagna tunisina, manifestava la sua sorpresa per la mancanza di un’efficace resistenza da parte di nostri reparti nel suolo siciliano. Del resto soltanto il Maresciallo Stalin e il Mikado sono obbediti se ordinano di morire sul posto. Intanto migliaia di ufficiali in borghese si sono affollati ai traghetti dello Stretto di Messina. Dei tanti che hanno abbandonato il posto, uno solo è stato fucilato, un capo manipolo della Milmart, per ordine suo. Le accoglienze [4] delle popolazioni siciliane agli inglesi sono state abbastanza favorevoli, ma esse si accorgeranno presto del peso dell’occupazione, anche per la requisizione di tutte le riserve di derrate.

Quanto alle cause dello stato d’animo degli italiani bisogna notare che mai una guerra fu popolare. Nella guerra 1915-18 vi furono 530.000 disertori, ciò che potrebbe fino ad un certo punto dare ragione dell’amnistia nittiana. Nella campagna etiopica ci furono pochi, troppo pochi morti: ad ogni modo è da ricordare il momento di depressione causato dall’episodio di Debenguinà. La guerra attuale, poi, ha ragioni e caratteri che non possono essere facilmente compresi dal popolo. Per giudicare la situazione attuale bisogna tener presente che l’Inghilterra fa la guerra all’Italia, non al fascismo.

Quanto ai coefficienti del riuscito sbarco in Sicilia taluno potrà domandare perché la Marina non intervenne. In quel momento una sola nave da 35.000 tonnellate era disponibile alla Spezia e le due corazzate “risuolate” non saranno pronte a Taranto che verso la fine del mese. Se avverrà l’attacco alla Sardegna avremo tre grandi navi di battaglia [5] da impegnare nel combattimento.

Ora bisogna che il Gran Consiglio del fascismo si pronunci sul quesito: - Guerra o pace? Resa a discrezione o resistenza ad oltranza?

Aperta la discussione De Bono rivolge alcune domande sull’efficienza delle forze attualmente disponibili, particolarmente aeree.

Mussolini sono stati ordinati 4000 nuovi apparecchi. Dalla Germania ne verranno 2000, dei quali 500 dovrebbero essere in Italia entro il mese, 100 di questi sono distrutti a terra. In conclusione, ora, fra apparecchi da combattimento e apparecchi scuola abbiamo un totale di 2100 unità: in realtà efficienti, 400-500.

Farinacci domanda che sia invitato ad intervenire all’adunanza, per fornire dati tecnici precisi il Capo di S.M. Generale Ambrosio. Osserva che i soldati tedeschi in Italia non sono bene accolti e cita un episodio in prova.

De Vecchi ribatte di aver assistito ad un episodio che dimostra l’opposto: alcuni soldati tedeschi in treno dicevano “macaroni” agli italiani2. Parla poi della [6] deficiente educazione patriottica della gioventù che si presenta alle armi, come una delle cause dell’attuale crisi. Pone alcuni quesiti di ordine militare.

Bottai dichiara che, date le sue esperienze militari di comandi di reparti di carattere subalterno, non entrerà in disquisizioni di carattere tecnico. Egli, politico, si atterrà nel sommo contesto politico a tali considerazioni di carattere, appunto, politico. E queste sono: 1° che egli non crede alla ipotesi prospettata dal Duce, secondo considerazioni da questi riferite allo Stato Maggiore, che il nemico, nella prosecuzione della lotta contro l’Italia, non attaccherà direttamente il Continente, preferendo seguire orientamenti di più vasto raggio strategico, quali in particolar modo la marcia in direzione dei Balcani; perché, se è vero che questa sarebbe militarmente più redditizia, è innegabile che il nemico non saprà resistere alla tentazione politica di una occupazione totale dell’Italia, ivi compresa Roma; 2° data questa sua convinzione, egli ne detrae che la risposta al quesito dal Duce posta3 l’abbia egli stesso data, poiché le cifre prospettate sull’entità e la dislocazione delle forze necessarie a parare l’attacco, [7] dimostrano l’impossibilità di una resistenza tecnica efficiente; le speranze, di lui Bottai, come è da ritenere degli altri, hanno ricevuto, proprio dall’esposizione del Duce, la mazzata definitiva; 3° che i documenti dal Duce letti a riprova della inesecuzione di suoi ordini circa l’apprestamento di questa o quella arma, di questo o quell’apparecchio difensivo, dimostrano la inefficienza della organizzazione del nostro Comando Supremo, dove l’elemento politico non ha avuto e non ha, a quel che il Duce stesso ha detto, il necessario prestigio, per imporre le sue decisioni; dunque, c’è nel nostro organismo di comando militare un tarlo, che ne impedisce il pieno rendimento e funzionamento.

Grandi legge il seguente ordine del giorno:4

Quest’ordine del giorno è sottoscritto dai seguenti membri del Gran Consiglio: De Bono, De Vecchi ecc.ecc.

[8]5 [9] Polverelli parla per fatto personale

De Marsico6

Ciano con citazioni precise di circostanze e di documenti prova che la Germania, dalla dichiarazione di guerra in poi, ha agito sempre con totale noncuranza dei suoi doveri di lealtà verso l’Italia alleata. E’ stata la Germania che ha voluto e provocato, nell’agosto 1939, lo scoppio di questa guerra che Mussolini aveva cercato di evitare. Particolarmente grave è stato il comportamento del Governo nazista nella duplice occasione dell’attacco alla Francia e al Belgio (maggio 1940) e della dichiarazione di guerra alla Russia (giugno 1941). Nell’una e nell’altra circostanza il Governo italiano ricevette soltanto un preavviso di qualche ora.

Farinacci presenta e legge un altro ordine del giorno. Espone varie considerazioni sulle cause politiche e militari della situazione attuale criticando anche l’azione svolta negli ultimi anni dal Partito.

[9bis] L’ordine del giorno Farinacci concorda sostanzialmente con i concetti dell’altro ordine del giorno letto dal camerata Grandi, con queste due varianti principali: 1° riferimento preciso all’alleanza tedesca e alla necessità del suo rispetto, fino all’eventuale creazione del comando unico nelle mani dei tedeschi; 2° attribuzione al Re, non dell’intera iniziativa di decisione, anche politica, secondo la formula dell’ordine del giorno Grandi, ma dei soli poteri militari.

[10] Mussolini interviene per dichiarare che questa serie di critiche al Partito non è da lui approvata. Non bisogna dimenticare tutto ciò che il fascismo ha fatto in ventun anni. Ormai ci si vergogna di indossare la camicia nera. Se si vuole, si può dichiarare questa sera stessa che la Rivoluzione è finita. Il ritorno allo Statuto Albertino, oltre ad essere un anacronismo, darebbe luogo al rinascere dei vecchi partiti7.

[foglio manoscritto non numerato, incollato al foglio 10] Federzoni afferma che con l’ordine del giorno Grandi si vuol far finire l’ormai intollerabile equivoco delle masse travestite in camicia nera. Si è insistito talmente per tre anni nel dire che questa è una guerra fascista, che il partito è andato pubblicando le statistiche dei suoi caduti e feriti, come se anche i morti per interessare dovessero avere la tessera. Ora il falso mito della guerra fascista ha accelerato il distacco fra il paese e il fascismo, e molti Italiani hanno pensato che soltanto coloro che si suppone abbiano voluto questa guerra abbiano il dovere di farla. Mussolini ha dichiarato che nessuna guerra è mai stata popolare. Ciò non è affatto vero. Popolare fu la stessa prima guerra d’Africa, nonostante “la sobillazione demagogica che culminò nelle calunnie lanciate contro il nostro Esercito da quell’Enrico Ferri che tu, duce, volesti fare senatore”. Popolarissima fu la guerra di Libia, primo slancio della volontà d’Italia di là dal suo mare; “di tale guerra tu serbi forse un ricordo impreciso perché allora eri dall’altra parte della barricata, provocando le dimostrazioni di piazza e incitasti le donne [secondo foglio manoscritto non numerato] a impedire le partenze dei treni militari sdraiandosi sui binari”. E’ strano, poi, che proprio Mussolini voglia contestare l’imponenza del movimento interventista degli anni 1914-15, nel quale ebbe – viceversa – tanta parte. La verità è che, quando si parla della popolarità d’una guerra, bisogna sempre riferirsi al sentimento di un’”élite”, ossia all’influenza degli elementi direttivi, che possono illuminare e guidare le masse. Ora stavolta tale influenza è mancata, anche perché si è fatto tutto il possibile per impedire che l’Italia avesse ancora un’”élite”, vale a dire un gruppo socialmente, moralmente e intellettualmente dotato dell’autorità necessaria per influire sul paese.

Il regime in ventun anni ha raggiunto molti obiettivi singoli, ma è fallito in uno dei punti essenziali: mentre con la propaganda spingeva continuamente alla guerra, a qualsiasi guerra, esso non ha provveduto alla preparazione spirituale e materiale della nazione, e non poteva provvedervi, perché tale preparazione presupponeva [terzo foglio manoscritto non numerato] come prima necessaria condizione l’unità degli animi. Per contro, la politica del partito, principalmente negli ultimi otto o dieci anni, ha mirato sopra tutto a dividere gli Italiani. Esempio tipico, la stolta campagna antiborghese, scatenata alla vigilia di una guerra che, per poter essere accettata dalla nazione, avrebbe dovuto anzi tutto affratellare i ceti sociali. Ci si illudeva forse di guadagnare al fascismo, con quelle insensate denigrazioni, il favore delle correnti operaie? Risolvere la formula storica della “nazione proletaria” in un pericoloso sofisma, che equivaleva a un programma di proletarizzazione di tutto il popolo italiano, servì soltanto a mettere in apprensione e in diffidenza questo modesto, laborioso, patriottico ceto medio, che non è una classe chiusa o privilegiata, ma il complesso di valori tecnici e morali che praticamente regge la vita del paese. Dalla borghesia si traggono infatti i quadri delle forze armate e di ogni altro settore dell’attività nazionale: sopra tutto dalla media e anche piccola borghesia.

Si pensi allo stato d’animo dei giovani ufficiali di com- [quarto foglio manoscritto non numerato] plemento, i quali col loro entusiasmo erano stati uno dei maggiori coefficienti della nostra vittoria nella prima guerra mondiale. Stavolta sono partiti per i vari fronti portando un’inquietudine nel cuore, prodotta dal vilipendio e dalle sia pur vuote minaccie contro il gruppo sociale donde essi uscivano, e sentendo anche, come è umano, l’angosciosa incertezza del domani, se Dio concederà loro di ritornare. Ora bisogna tener presente che quei giovani stanno a diretto contatto con la massa dei combattenti. Il così detto “morale” dei soldati è il morale dei loro comandanti di compagnia e di plotone. Quale entusiasmo, stavolta, hanno potuto essi trasfondere? Si sono battuti valorosamente, moltissimi sono caduti da prodi, per sentimento dell’onore e del dovere; ma la fede che arde e che trascina, quella che fa affrontare con serenità l’olocausto, stavolta, non ci poteva essere.

Quando si impegna un paese in una guerra, non bisogna costringere i combattenti a distinguere fra il regime politico che l’ha dichiarata, e che si può non amare, e [quinto foglio manoscritto non numerato] la patria che si deve amare e per cui ogni sacrificio è necessario e santo. Su un paese in guerra deve alzarsi un’unica bandiera: quella della patria. Stavolta si è preteso condurre il popolo al cimento parlandogli di rivoluzione anziché di patria, di partito anziché di Stato, di fascismo anziché d’Italia.

Anche i fini concreti di una guerra, per essere compresi e sentiti, non avrebbero dovuto essere quelli di un partito, ma nazionali, come avvenne nel 1915. Giacché si trattava di chiamare l’intero popolo alla lotta e al sacrificio, il partito totalitario avrebbe dovuto cedere il posto alla concordia operante di tutte le energie migliori del popolo stesso. Sopra tutto occorrevano anime, non tessere. Così come si è fatto, si è ottenuto l’unico risultato di mettere in evidenza l’effettivo isolamento del fascismo nel paese. Invano si è cercato di mascherare questo fenomeno con le grandiose manifestazioni obbligatorie. Al contrario esse, come tutto il rituale affaticante del partito, hanno aumentato l’impressione irrimedia- [sesto foglio manoscritto non numerato] bile di sazietà e di stanchezza.

Adesso, dinanzi alle più gravi prove che ci aspettano, è urgente creare finalmente l’unione di tutti gli Italiani. Ciò non può farsi che su le basi istituzionali, richiamando alle loro funzioni e alle loro responsabilità tutti gli organi dello Stato. E’ inutile svalutare il ritorno allo Statuto come un’ipotesi anacronistica. Sì, noi invochiamo il ritorno allo Statuto, in ciò che questo ha di più vitale e attuale: il principio dello Stato di tutti gli Italiani senza distinzioni di partito. Del resto anche le leggi fasciste che hanno modificato la Carta albertina sono cadute in rapida desuetudine. Perfino questo Gran Consiglio non fu più riconvocato dal 7 dicembre 1939, ossia dalla solenne riconferma della non-belligeranza dell’Italia. Ma principalmente, per ridare fiducia e unità alla nazione, è indispensabile fare appello alle forze vive e sane senza pregiudiziali esclusioni. Solo formando un tale blocco spirituale potremo resistere o almeno cadere con onore.

[settimo foglio manoscritto non numerato] Con la nostra iniziativa noi non abbiamo agito a cuor leggero. Ne intendiamo tutta la responsabilità e non ci nascondiamo la gravità delle possibili conseguenze per il regime e anche per noi stessi. Ma ciò ha poca importanza quando si sente di avere un alto dovere da compiere verso la Patria8.

Scorza propone un rinvio a domani sera.

Grandi si oppone: “Per la Carta del Lavoro, Duce, ci tenesti qui fino all’alba. Data l’importanza straordinaria del problema di cui noi si discute, propongo che la riunione sia proseguita fino alla sua conclusione”.

Proposta di rinvio9

Grandi si oppone [ottavo foglio manoscritto non numerato] L’adunanza è sospesa alle ore 22 e ripresa alle 22,30.

Bastianini [pagine 11 e 12 mancanti; la numerazione riprende con la p.] 1310 Bastianini11 di questa epoca della storia: oggi esiste un’innegabile frattura fra la Nazione ed il Partito: di essa esamina le cause principalmente di ordine spirituale. Dichiara che data la gravità della situazione il dovere assoluto della resistenza non toglie che si debba con tutte le necessarie cautele e garanzie ricusare la possibilità di qualche [parola illeggibile] contatto con gli avversari.

Bignardi illustra lo stato d’animo delle masse lavoratrici, parlando in favore dell’ordine del giorno Grandi.

Galbiati afferma che le Camicie nere della milizia, pronte alla battaglia, aspettano provvedimenti concreti e non ordini del giorno. Ammette che la situazione attuale è gravissima per le deficienze di un armamento “puerile”. A superare questa deficienza può bastare la volontà.

Tringali Casanova fa dichiarazioni di voto contrarie all’ordine del giorno Grandi.

Biggini si oppone allo stesso ordine del giorno con considerazioni incerte e slegate intorno allo Statuto. Osserva poi che il Duce in quell’ordine del giorno non è nemmeno nominato.

[14] Mussolini dichiara che se quell’ordine del giorno fosse approvato egli restituirebbe12 domattina al Re la delega dei poteri militari. Il Re, che gli ha dato tante prove di benevolenza, in ventun’anni, potrà invitarlo a mantenere la delega stessa; ma qualora S.M. – di cui egli ripete di essere un fedele servitore – riprendesse quella delega egli si porrebbe il problema della sua persona. Bisogna avere una dignità: in quel caso egli considererebbe finito il suo compito.

Scorza dichiarando di parlare in nome del Partito ne prende la difesa. Attacca lo Stato Maggiore e specialmente il criterio di selezione degli alti gradi. Legge e presenta un ordine del giorno, incitante ad una resistenza imperniata soprattutto sul Partito13.

[14bis: Incastro]14 Poiché esso contiene, fra l’altro, un saluto reverente al Pontefice, Farinacci interrompe osservando che non sarebbe politicamente opportuna, dal punto di vista dell’efficacia dell’azione del Papa, una manifestazione del genere.

Scorza prosegue leggendo anche

[riprende p. 14]

un altro ordine del giorno, con cui si auspicano pronte riforme degli organi costituzionali e, soprattutto, del Comando Supremo.

Dati questi suoi ordini del giorno si dichiara nettamente contrario all’ordine del giorno Grandi, specie per quanto riguarda la restituzione al Re dei poteri militari e politici.

[15] De Bono fa un’energica difesa, contro le affermazioni di Scorza, dei gerarchi; e afferma il profondo turbamento ingenerato nei quadri dell’Esercito dalla continua intromissione controllatrice del Partito, anche sotto forma di spie politiche nei reparti dell’Esercito.

Mussolini interviene per precisare, che il Regime fascista è l’unico, non solo nei confronti dei regimi totalitari, ma anche degli altri, che mantenga una Commissione Centrale di Avanzamento, ispirata a principii e metodi nettamente democratici. Le scelte si sono regolate in base all’annuario ed alla votazione e non secondo quei criteri di eccezionalità che lo stato di guerra impone. D’altra parte ricorda che detta Commissione è presieduta dal Principe Ereditario e di essa fanno parte anche due altri Principi Reali15. Gli altri componenti potrebbero difficilmente far valere la loro volontà. De Stefani spiega le ragioni della sua adesione all’ordine del giorno Grandi e prospetta il problema strategico e politico singolarmente delicato di Roma. Con quest’ordine del giorno si offre al Duce la possibilità di un elastico indirizzo politico di risoluzione della crisi.

[16] Farinacci illustra il suo ordine del giorno.

Frattari si associa alle considerazioni di Scorza e ai suoi ordini del giorno.

Alfieri afferma che solo adesso la Germania comincia ad intendere l’importanza del fattore mediterraneo; e con vari argomenti prova l’impossibilità per essa di fornirci prontamente mezzi adeguati.

Suardo dà ragione dell’adesione data all’ordine del giorno Grandi; ma, scosso dalle dichiarazioni di Mussolini circa il dilemma che quell’ordine del giorno gli pone, la ritira per associarsi all’ordine del giorno Scorza, invitando gli altri firmatari a concentrare i loro voti su di esso.

Polverelli non considera utile e tempestiva la critica al Partito. Date le considerazioni del Duce intorno all’o.d.g. Grandi, egli, mussoliniano (vivaci proteste di Bastianini e di parecchi dell’assemblea) non lo voterà.

Ciano afferma che l’o.d.g. cui ha aderito non mira a indebolire né il Regime, né, meno che mai, il Duce. Ricorda che il Gran Consiglio [17] altre volte ebbe a fare riferimento alla persona del Re quando ebbe ad offrirgli la Corona d’Etiopia e quella d’Albania. Questi precedenti che testimoniano la prontezza del fascismo a chiamare in causa il Sovrano per una compartecipazione, per così dire attiva, ai successi del Regime, legittimano il riferimento a lui in questa crisi16.

[17bis] De Marsico combatte l’ordine del giorno Scorza, del quale cita i discorsi, rivolti non ai fascisti soltanto ma a tutti gli italiani. Essi, all’Adriano, a Ferrara, alla Radio, hanno appassionatamente invocato l’unione nazionale.

Così il discorso di Gentile, che fu interamente divulgato da tutta la stampa italiana. Con l’o.d.g. presentato da Grandi si domanda che la Nazione abbia un interprete, al di là e al di sopra del Partito, anche contro il Partito: il Re.

[riprende p. 17]

Scorza insiste ancora sui suoi argomenti.

Albini dice che le sconfitte continue hanno creato un clima di sfiducia nel Paese. La situazione interna è dal punto di vista della polizia buona, ma delicata moralmente e politicamente. Accenna alle difficoltà dell’alimentazione, e si pone anche lui il quesito dei mezzi necessari ad organizzare una resistenza efficace.

Cianetti dichiara di aver firmato l’o.d.g. Grandi soprattutto per l’accenno al ripristino delle funzioni degli organi costituzionali, particolarmente di quelli corporativi. L’accenno al Re voleva dire soltanto riaccostamento della Corona alla condotta della guerra, tanto più necessario in un momen- [18] to in cui molti generali dicono che c’è più niente da fare. Concludendo egli tenderebbe associarsi a Suardo per l’o.d.g. Scorza.

Bottai dichiara di avere firmato consapevolmente l’o.d.g. Grandi; e di mantenere, quindi, consapevolmente la sua firma. Egli vuol dissipare l’equivoco, da alcuni ingenerato, che detto o. di. g. non si dichiari esplicitamente per la resistenza, poiché i suoi primi quattro capoversi vi fanno esplicito richiamo con un appello a tutti gli italiani. La discussione in merito può vertere soltanto sui mezzi necessari alla resistenza. Contro l’invocazione di Scorza di “riforme” di organi costituzionali, dichiara più saggia la richiesta dell’o.d.g. Grandi di “ripristino” del funzionamento di detti organi. In questo momento qualsiasi accenno a riforme sarebbe male accolto dal popolo italiano. Basta, appunto, il ripristino della costituzione fascista in riferimento alle parti ancora vive dello Statuto del Regno per sanare il divario tra lo stato di fatto e lo stato di diritto. L’appello al Monarca non vuole che dare [19] visibile e plastica evidenza alla solidarietà tra re e Duce in questa congiuntura. E’ necessario che il popolo ne abbia cognizione piena. Se ritirassi la mia firma, mostrerei di averla data senza il necessario discernimento.

Acerbo parla in favore dell’o.d.g. presentato da Grandi, facendo minute osservazioni circa la paralisi degli organi costituzionali ed amministrativi dello Stato. Accenna particolarmente alle interferenze del Partito e alla mancata funzione delle Corporazioni provocando qualche interruzione di Cianetti.

Grandi si associa alle dichiarazioni di Bottai. E’ stata la documentazione portata dal Duce al Gran Consiglio che ha dato purtroppo ragione agli angosciosi dubbi sulla possibilità della resistenza. Polemizzando con coloro che hanno criticato il suo o.d.g., vuole chiarirne pienamente le intenzioni col leggere il primo testo che era stato preparato: testo che parecchi dei presenti già conoscono17. [20] Esso era pienamente esplicativo del significato del richiamo alle disposizioni fondamentali dello Statuto e delle leggi costituzionali fasciste mai seriamente applicate dal regime. Contesto che Scorza possa asserire di parlare a nome del Partito. Il Partito è il Duce, il Gran Consiglio, i federali, ecc. ecc., non soltanto il segretario. D’altra parte nessuno ha pensato18 alla possibilità che si dia una pericolosa pubblicità all’o.d.g. se sarà approvato, data la segretezza della convocazione di questa adunanza. Insiste nell’appello al Re e nella restituzione di tutte le prerogative sovrane. Ricorda ed in parte rilegge il proclama reale datato dal Quartier Generale il 10 novembre 1917. S’invoca che il Re parli in quest’ora tragica e sia ancora in linea come allora tra i suoi soldati. Il Duce ha voluto propriamente coartare le coscienze dei firmatari dell’o.d.g., ma questo è ispirato soltanto dal senso di responsabilità che deve guidare l’opera di tutti in questo grave momento.

[21] Scorza risponde brevemente ad un’osservazione di Bottai e rivendica di fronte a Grandi il diritto di parlare a nome del Partito.

Mussolini mette in votazione l’o.d.g. che porta il maggior numero di firme ossia quello presentato da Grandi. Su di esso Grandi aveva chiesto l’appello nominale.

Rispondono si:

De Bono, De Vecchi, Grandi, De Marsico, Acerbo, Pareschi, Federzoni, Cianetti, Balella, Bignardi, Gottardi, De Stefani, Rossoni, Bottai, Marinelli, Alfieri, Ciano, Bastianini, Albini.

Rispondono no:

Scorza, Biggini, Polverelli, Tringali, Galbiati, Frattari, Farinacci (accompagnando il tutto con la dichiarazione che intende votare il proprio ordine del giorno), Buffarini.

Astenuto: Suardo [22] L’ordine del giorno presentato da Grandi è approvato. L’adunanza è sciolta alle ore 2.20.

Note


  1. Testo manoscritto di fogli 31 di cui 22 numerati e 8 non numerati, il primo dei quali è incollato al foglio 10. ↩

  2. In questo punto nel testo è inserito un segno di richiamo a forma di croce e tra la p. 5 e la p. 6 è collocato l’intervento di De Vecchi scritto di mano da Federzoni, che si pubblica in calce al Verbale B. ↩

  3. Così nel manoscritto. ↩

  4. Seguono queste parole cancellate: «sottoscritto da venti…» l’ultima parola è illeggibile. Segue il termine «incastro» ad indicare il punto di inserimento dell’ordine del giorno Grandi. ↩

  5. Il foglio, numerato, è bianco. ↩

  6. Il nome è inserito tra due righe entro un riquadro e barrato con un tratto leggero di matita blu. ↩

  7. Seguono otto fogli manoscritti di altra mano e su carta di diverso colore, non numerati, il primo dei quali è incollato al foglio 10. ↩

  8. La frase è seguita da un lungo tratto di penna orizzontale che chiude questa parte. Al di sotto sono stati scritti e cancellati: “Bignardi” e “Bastianini”. ↩

  9. Questa notazione e la successiva sono appuntate in basso a sinistra del foglio. ↩

  10. Questa pagina e le successive fino all’ultima sono scritte sul verso di una carta intestata «Fondazione “Guglielmo Marconi” – sede in Bologna». ↩

  11. Il nome è inserito di lato come un titolo. ↩

  12. La parola è scritta sopra a “riporterebbe”, cancellato nel testo. ↩

  13. In questo punto del testo è stato inserito un richiamo che rinvia alla pagina 14bis, sopra a tre parole cancellate: ”M (?) legge anche” ↩

  14. Il termine “Incastro” è inserito in alto come titolo. ↩

  15. Nel testo compaiono, cancellate, le parole: “e che difficilmente potrebbero gli altri (termine illeggibile) componenti opporsi alla volontà dei”. ↩

  16. In questo punto del testo compare, entro un riquadro, la dicitura «Incastro De Marsico» che rinvia all’intervento di De Marsico riportato a p. 17bis. ↩

  17. Nel testo compare nuovamente il termine «incastro» senza un riferimento. ↩

  18. Parole cancellate: “data la segretezza di questa convocazione al fatto” ↩