Intervento di De Stefani1
Io intendo ricondurre la discussione nei suoi termini concreti. Lascio da parte ogni considerazione politica e retrospettiva. Noi ci troviamo di fronte a una situazione che può precipitare di ora in ora o almeno di giorno in giorno. Due crisi, l’una spirituale, l’altra di mezzi, e soprattutto quest’ultima, ci impediscono di poter ragionevolmente credere in una possibilità di efficace e feconda resistenza. Non si tratta solo della perdita pressoché totale della Sicilia, ma anche di una situazione logistica grandemente compromessa a mezzogiorno di Roma. Non si comunica più o in misura molto ridotta con Napoli e con Bari. I nodi ferroviari sono devastati. Anche le comunicazioni col settentrione sono sempre più ingorgate, precarie e meno facili. Qualcuno ha espresso l’opportunità che il Gran Consiglio udisse il Capo di Stato Maggiore Generale e i suoi collaboratori per essere informati intorno alle prospettive della nostra resistenza militare. Essi sarebbero venuti a dirvi e a confermarvi quello che già sapete e cioè che una nostra difesa costiera non è destinata a prevalere sulle preponderanti forze nemiche. Quindi per essi la nostra guerra si prevede perduta. La brevità del tempo concessoci non ci offre la speranza di poter modificare la presente realtà, neanche con l’aiuto della Germania tanto impegnata da non potercelo offrire nella misura necessaria. Il Duce ci ha fatto una relazione particolareggiata delle forze e dei mezzi disponibili. Abbiamo riportato la persuasione della loro assoluta insufficienza. Perciò non mi pare che sia il caso di sentire il Capo di Stato Maggiore Generale. Esso non potrebbe concludere diversamente. Ciò non vuol dire che la resistenza non debba essere fatta. Ma lo stato di fatto ci pone davanti a prospettive che dobbiamo seriamente considerare. Un tentativo di sbarco a nord di Roma, seriamente condotto, pone il problema nazionale e politico di [2] Roma e il dilemma se ai riguardi dei futuri sviluppi sia preferibile la permanenza in Roma in qualunque caso della Maestà del Re, o il suo abbandono per trasferirsi nel settentrione d’Italia con le conseguenze che voi tutti potete immaginare. È il problema di Roma che peserà sulle decisioni da prendere ed è un problema che riguarda insieme inscindibilmente l’Italia e il suo Re. Non è il momento di indugiarsi ad analizzare i moventi lontani e complessi della nostra doppia crisi la quale non è assoluta ma relativa ai mezzi posti in atto dai nostri nemici. La prontezza delle decisioni e l’elasticità dei criteri politici hanno in questo momento una grande importanza. Questo criterio mi ha indotto a sottoscrivere l’ordine del giorno Grandi.
Duce2, voi mi conoscete abbastanza bene e da abbastanza tempo per rendervi conto che io non l’avrei sottoscritto se quell’ordine del giorno significasse anche lievemente una vostra menomazione. Voi conoscete la mia lealtà. Noi con quell’ordine del giorno abbiamo voluto offrirvi delle possibilità di manovra che possono dimostrarsi utili nelle presenti circostanze. Anche il Regime è fuori questione. L’Italia non può essere sacrificata alla forma. Potrei dire che in una eventuale antitesi tra l’Italia e il Regime, io mi schiererei dalla parte dell’Italia. Soltanto lo sviluppo degli avvenimenti può consigliare criteri procedurali diversi da quelli fino ad oggi adottati. Occorrerà adoperare più agilmente tutti i mezzi della nostra tattica politica e la nostra costituzione. L’elasticità in questa tecnica della mobilitazione costituzionale può rendere dei grandi servigi in momenti estremamente gravi3.
L’accettazione di questi criteri rientra, Duce, nel vostro provato patriottismo. Ho udito parlare di onore nazionale. Io non credo che se ne debba parlare. Non abbiamo davanti a noi la Grecia, ma i due più potenti imperi [3] del mondo che adoperano contro di noi la quasi totalità delle ricchezze della terra che essi possiedono. La lotta è dell’Italia piccola e povera, dell’Italia proletaria contro una preponderanza di mezzi dai quali non è disonorevole essere soverchiati. I concreti interessi del popolo italiano, attuali e prospettici devono guidare le nostre decisioni e la scelta della nostra azione. Il resto non conta se non subordinatamente ai fini da raggiungere4.
Note
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Testo dattiloscritto di pp. 3 numerate; sulla prima pagina notazione manoscritta: «Discorso di Alberto de’ Stefani al G. C. D. F.». ↩
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La parola «Duce» è scritta a mano all’inizio della riga; nel testo originale dattiloscritto appare in maiuscolo al centro della pagina e cancellata. ↩
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Al centro della riga successiva compare nuovamente la parola «DUCE», tutta in lettere maiuscole. ↩
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Nella riga successiva: «G C d: F. 25 luglio 1943», cancellato. ↩