Capitolo II
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Capitolo secondo: La catastrofe nazionale dell'8 settembre

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Il 15 settembre, dopo l'ultimo colloquio di Mussolini con Hitler, la radio tedesca trasmise cinque «ordini del giorno del governo» da lui firmati1. Il primo, «ai fedeli camerati di tutta Italia» rendeva noto che «a partire da oggi, 15 settembre», egli aveva riassunto «la suprema direzione del fascismo in Italia». Il secondo rendeva a sua volta nota la nomina di Alessandro Pavolini a segretario provvisorio del Pnf, «il quale assume d'ora innanzi la dizione di Partito repubblicano fascista». Veniva cosí indirettamente anticipata la costituzione della Rsi, che sarebbe stata annunciata personalmente da Mussolini la sera del 18 dai microfoni di radio Monaco nel corso del suo primo discorso postliberazione2. Una decina di giorni dopo infine veniva comunicato che il 27 aveva avuto luogo alla Rocca delle Caminate la prima riunione del governo repubblicano.

Le reazioni suscitate da questi annunci costituiscono un primo punto di riferimento per cercare di capire – al di là dai miti e dai luoghi comuni contrapposti – cosa realmente avvenne in Italia in quei giorni, cosa significò l'8 settembre e quanto esso incise sugli italiani, sul loro atteggiamento rispetto alla situazione e alle reazioni suscitate dall'armistizio.

A parte gruppi, limitati ma fortemente motivati, di fascisti e di antifascisti che, del resto, non avevano atteso il 15 settembre per mettersi in movimento, si può ben dire che per la maggioranza degli italiani questi annunci ebbero un valore secondario rispetto al dramma materiale e morale apertosi per essa con l'armistizio, la fulminea reazione tedesca al suo annuncio, la precipitosa partenza (subito dai piú definita senza mezzi termini fuga) da Roma del sovrano e della sua famiglia, di Badoglio, di Ambrosio e di gran parte dei vertici militari, l'abbandono al loro destino delle truppe dislocate nei territori d'occupazione e la dissoluzione di quelle in Italia, lasciate senza ordini precisi in balia dei tedeschi. In questo contesto il ritorno alla ribalta di Mussolini apparve sulle prime alla maggioranza degli italiani un fatto quasi secondario. E ciò tanto piú che per vari giorni molti non vi credettero (spesso non ritenendo possibile che il «duce» accettasse di tornare al potere sulle punte delle baionette tedesche), pensarono che egli fosse morto e che i tedeschi utilizzassero il suo nome per seminare confusione e cercare di guadagnarsi dei sostenitori. Una idea, questa, che non fu completamente dissipata neppure dal discorso del «duce» da radio Monaco, cosí diverso nel tono dai suoi soliti, qua e là addirittura dimesso, per un verso troppo personalizzato (nella parte dedicata alla sua vicenda dall'arresto alla liberazione), per un altro troppo debole politicamente (nell'attribuzione cioè di tutte le responsabilità della sconfitta al «tradimento» del re, dei militari e dei «pesi morti») e pronunciato con una voce che, specie all'inizio, non sembrava neppure la sua e che, comunque, faceva pensare ad un uomo irrimediabilmente prostrato e malato3. Al punto che persino da alcuni giornali, ormai sotto controllo tedesco, sembra trasparire qualche dubbio sulla sua autenticità4. Molto meno numerosi furono coloro che valutarono subito la gravità delle conseguenze che avrebbero avuto il ritorno di Mussolini sulla scena politica e la costituzione della Rsi. Certo meno numerosi di coloro che, invece, da lí a un mese, sarebbero rimasti sbigottiti ed atterriti alla notizia che il governo del sud aveva dichiarato guerra alla Germania. Né la cosa può meravigliare. Di fronte al completo sfascio dell'esercito e alla tempestività della reazione tedesca ciò che caratterizzava lo stato d'animo del paese erano lo sbigottimento e la paura; di fronte ad essi tutto il resto sembrava secondario, irrilevante. E non solo agli occhi delle masse, ma anche di una parte dell'antifascismo. Da un rapporto che il responsabile politico del Pci a Bologna, Giuseppe Alberganti, inviò nel dicembre alla direzione del partito si legge infatti non solo che «il tradimento dei capi militari» aveva demoralizzato le masse, «le quali non reagirono che passivamente all'occupazione», ma che «neppure il partito seppe reagire con prontezza e decisione alla situazione; si può dire invece che il partito subí questa depressione»5.

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Le manifestazioni popolari che avevano salutato il 25 luglio solo per una minoranza avevano avuto un carattere politico: patriottico e antifascista; per la maggioranza erano state soprattutto un fatto liberatorio: l'espressione dello stato d'animo di chi da mesi viveva ormai la guerra come un incubo e percepiva la caduta di Mussolini essenzialmente come la fine della guerra. In questo clima psicologico l'affermazione di Badoglio «la guerra continua» non aveva costituito che un'ombra di sconcerto: pochi, anche a livello delle élites dirigenti, si erano resi conto veramente delle enormi difficoltà e dei pericoli gravissimi che la conclusione dell'armistizio avrebbe comportato per un paese al centro dei sospetti di un alleato che, già prima dell'estromissione di Mussolini, aveva guardato ad esso con diffidenza e che ora ne dava per scontato il tradimento, e di un nemico sul quale l'animosità maturata in tre anni di guerra si sommava al peso di vecchi, tradizionali pregiudizi e rancori e che voleva trarre dalla resa italiana tutti i vantaggi possibili. Sul momento l'entusiasmo aveva però avuto per i piú il sopravvento sullo sconcerto, sulla perplessità e fatto credere che la pace fosse questione di giorni. Significativa è a questo proposito l'imponente manifestazione di giubilo dei fiorentini, il 28 luglio, allorché si era improvvisamente diffusa la voce che era stato concluso l'armistizio. Né, a ben vedere, carattere sostanzialmente diverso aveva avuto – nonostante gli sforzi dei partiti di sinistra e specie dei comunisti di inserirvicisi e di politicizzarli – gran parte degli scioperi che si erano verificati nell'industria; questi infatti piú che politici in senso proprio erano stati ancora una volta provocati soprattutto dalle sempre piú precarie condizioni di vita delle maestranze e delle loro famiglie e l'unica differenza reale rispetto a quelli di alcuni mesi prima era stata costituita dal fatto che – caduto il fascismo – incrociare le braccia per ottenere miglioramenti salariali diventava anche un modo per chiedere la pace.

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A far evolvere questo stato d'animo in una sorta soprattutto di frustrazione e di demoralizzazione e in un senso di attesa sempre piú preoccupata degli eventi avevano però provveduto, insieme al trascorrere delle settimane senza che la pace arrivasse, la ripresa, dopo l'interruzione nei giorni immediatamente successivi al 25 luglio, dei bombardamenti alleati, particolarmente massicci su Genova, Torino, Milano e Roma, l'aggravarsi in molte zone delle difficoltà alimentari, la durezza con la quale l'esercito, ai primi segni di malumore popolare e per prevenire infiltrazioni comuniste, prese ad intervenire, facendo spesso uso delle armi, per assicurare l'ordine pubblico e, infine, la preoccupazione per il continuo afflusso di nuove forze tedesche6.

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Il 27 luglio un documento inglese dedicato all'analisi della situazione italiana all'indomani della caduta del fascismo e alla sua prevedibile evoluzione7 aveva definito l'opinione pubblica «cosí demoralizzata che si può escludere che gli spiriti si risollevino». Pochissimi giudizi dei servizi alleati competenti per l'Italia appaiono improntati ad una conoscenza e comprensione della realtà italiana cosí realistica. Pur tenendo infatti in tutto il dovuto conto le varie motivazioni particolari che concorrevano a costituire questa realtà, se si esamina con attenzione e senza priorismi lo stato d'animo predominante nel corso dei quarantacinque giorni del governo Badoglio (durante i quali, piú tempo passava, piú, per dirla con un attento osservatore quale era il direttore dell'Agenzia Stefani Roberto Suster, l'unica vera aspirazione era quella alla pace e «nessuno vede piú alcuna possibilità di riscossa e neppure di resistenza e tutti si rifiutano di sottostare ad un massacro inutile»8) ci si rende conto che il precipitare della situazione, appena fu resa nota la conclusione dell'armistizio, non poteva che aggravare negli italiani e in particolare nelle masse popolari la passività di fondo nella quale si traduceva questo stato d'animo. Gli scoppi di entusiasmo che in alcune località (non in tutte, ché a Torino, per esempio, il 9 settembre, mentre «i giornali portavano in grossi titoli la resa», «la gente aveva l'aria di pensare ai fatti suoi» e se usciva dal torpore era per prendersela con qualche fascista che parlava di tradimento ed esortava a riprendere la lotta9) accolsero la notizia dell'armistizio non devono trarre in inganno. A parte coloro nei quali prevaleva un senso di smarrimento e di vergogna («rimango sorpreso di sentire come è potente anche nella gente umile la vergogna dell'armistizio» annotava il 10 settembre Piero Calamandrei10), nella stragrande maggioranza dei casi lo stato d'animo degli italiani era caratterizzato da due sentimenti che ben poco avevano di politico. Ché, se certamente si deve parlare di un pressoché generale distacco dal fascismo e di un'altrettanto radicata ostilità verso i tedeschi, ha indubbiamente ragione Sergio Cotta quando afferma che però l'«unanimità antifascista e antitedesca... restava piú che altro passiva nelle masse e sfociava in un desiderio di pace, capillarmente diffuso e gravido di potenzialità future, ma sul momento ancora inerte»11.

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Se, in quale misura, in quali forme queste potenzialità si sarebbero tradotte successivamente in effettivi comportamenti e in prese di posizione attive vedremo piú avanti; per il momento, quello che ci pare importante per capire la condizione psicologica, morale (e politica) del paese all'indomani dell'8 settembre e le conseguenze di questo stato d'animo sul comportamento delle masse (e dell'esercito, ché la sua liquefazione come neve al sole non può essere spiegata solo con il comportamento dei comandi superiori e degli ufficiali) è mettere in chiaro il peso decisivo che su tale stato d'animo ebbe il desiderio – ingenuo e irrazionale quanto si vuole, ma, come tutti i grandi stati d'animo collettivi, non per questo meno potente – di uscire finalmente dall'incubo della guerra. Un desiderio – e arriviamo cosí al secondo dei due sentimenti che avevano maggiormente contraddistinto lo stato d'animo della stragrande maggioranza degli italiani alla notizia dell'armistizio – che si accompagnava però a un sentimento diffuso di paura e di incertezza12, che non poteva non accrescere la tendenza alla passività, ad estraniarsi dalle vicende politiche e a preoccuparsi solo di se stessi. Mitigato, all'inizio, da un misto di convinzione, di speranza e di autoillusione che gli anglo-americani stessero per sbarcare un po' dappertutto e che i tedeschi, come i loro primissimi movimenti lasciavano pensare, si accingessero a ritirarsi, se non da tutto, almeno da gran parte del paese, in pochissimo tempo questo sentimento aveva preso a rafforzarsi e ad estendersi. Meno di una decina di giorni era bastata infatti a rendere evidente che le cose si muovevano in tutt'altro senso: l'armistizio, se aveva posto fine ad una fase della guerra (combattuta, salvo che in Sicilia, fuori dal territorio nazionale), ne aveva aperta un'altra, probabilmente anche piú drammatica. Una nuova fase nella quale pochi sentivano di dover fare una scelta di campo e pochissimi intendevano impegnarsi in modo attivo, ché la gran maggioranza si preoccupava solo della propria sopravvivenza e di defilarsi rispetto a tutti, in attesa che con gli eserciti alleati (considerati assai piú forti e dinamici di quanto realmente fossero13) giungessero l'agognata fine dei sacrifici e dei pericoli e la pace14. Tre notazioni di quei giorni, la prima tratta dal diario di Pietro Nenni e riferentesi alla situazione a Roma, le altre, a carattere piú generale, tratte, una dal diario di Suster, l'altra dal diario di Bonaventura Tecchi, uno dei rarissimi intellettuali che già il 25 luglio, pur gioendo per la fine del fascismo, era stato preso da un senso d'angoscia per «la tremenda tragica posizione politica, militare» – «forse la piú difficile da secoli e secoli» – nella quale l'Italia si veniva a trovare e che dopo l'8 settembre mostri di comprendere – pur traendone conclusioni diverse da quelle che traevano i fascisti – il dramma morale dell'onore che con il loro comportamento il re e Badoglio avevano fatto perdere all'Italia; l'altra ancora da una lettera di Antonietta Nogara, una tipica rappresentante di quel cattolicesimo liberale che tanta parte aveva avuto nel risorgimento, rendono bene – specie se si pensa alla profonda diversità di formazione e di cultura dei loro autori – questo stato d'animo.

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Roma – scriveva il 13 settembre Nenni15 – va adattandosi al nuovo stato delle cose. Anche lo sdegno sollevato dalla capitolazione [della città ai tedeschi] si dilegua. È sempre viva l'attesa di uno sbarco inglese di cui si parla come di cosa imminente. Ed è sullo sbarco che si conta e sull'avanzata degli anglo-americani dal sud, non in noi stessi.

Quale spettacolo dànno i granatieri di stanza al nostro paese! – annotava tra il 10 e il 14 settembre Tecchi al «Vignolo», la sua proprietà di campagna nell'Alto Lazio16 – Non potrò mai dimenticarlo. E vorrei strapparmi gli occhi per non vedere. Lo spettacolo di un esercito in rovina, senza capi, senza armi, senza disciplina, con una sola volontà ormai: non combattere piú per nessuno, per nessuna ragione – questo è uno dei piú miserandi spettacoli che occhio umano possa vedere...
Non faccio che parlare con militari, venuti da vicino e da lontano. Tutti la stessa storia: armi abbandonate, accampamenti e caserme abbandonate, spesso con centinaia di uomini dentro, davanti all'ingiunzione di un numero esiguo di tedeschi. Ho incontrato stasera una frotta di granatieri per il paese: sbandati, senza armi, con sacchi e valigie «borghesi» sulle spalle, schiamazzanti. Mi son voltato dall'altra parte, per non vedere. Il nostro esercito si è dissolto come nebbia al sole. E questo – benché anch'io cerchi di rendermene ragione e qualche volta ne intuisca l'opportunità: meglio dissolversi che cooperare con i tedeschi – mi riempie di dolore... Da ogni parte si ode lamentare la mancanza di armi efficienti. È vero? È «tutto» vero? Ed è un motivo sufficiente per spiegare lo spaventoso collasso morale dell'esercito?... Quello che mi fa impazzire di dolore è che non solo si sia perduto tutto ma, prima di tutto, l'onore, la stima: la stima di tutti. Ora è aperta la corsa a chi piú ci disprezza.

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Lo stato d'animo della popolazione, della grande massa degli italiani – annotava a sua volta il 4 ottobre Suster17 – viene sottoposto alla piú dura e sfibrante prova. L'Italia ha praticamente cessato di esistere e bisogna essere o per i tedeschi o per gli anglo-americani, mentre la stragrande maggioranza non sente di essere né per gli uni né per gli altri. Si ha ogni giorno la sensazione piú precisa di essere precipitati dentro un baratro senza fondo, dal quale ormai non esiste alcuna forza umana che possa trarci. E gli italiani scappano disperati, scappano sui monti, si nascondono nelle cantine, si coprono gli occhi con le mani, non vogliono piú sapere niente, vedere niente. È un popolo che, al colmo della stanchezza e dell'esaurimento, si getta a terra e attende unito che il destino, anche il piú terribile, si compia.

Siamo avviliti per l'assenteismo della popolazione – scriveva il 5 novembre dal lago di Como, dove si trovava, alla madre a Roma la Nogara18 – che troppo si adatta a tutto e dimentica ogni sentimento d'amor patrio: non ha piú la forza di reagire ed è indifferente a tutto. E questo demoralizza quei pochi (che prima sembravano tanti ma che a poco a poco si sono squagliati) che hanno fatto tanto per tener viva la fiamma: alle prime difficoltà si è sgretolato tutto e a quei pochi non è rimasta che un'amara delusione.

Né il quadro cambia sostanzialmente se ci si rifà all'immagine che dello stato d'animo predominante davano gli osservatori, i giornalisti neutrali in Italia. Valga per tutti la descrizione del popolo italiano «comme ne sachant plus à quel saint se vouer, découragé, apathique, profondément malheureux» che, sulla base delle notizie portate in Svizzera da coloro che venivano dall'Italia, la «Gazette de Lausanne» (Edm. R., L'anne 1943 au dehors) dette il 30 dicembre 1943 in sede di bilancio dell'anno che finiva.

L'unica consistente operazione militare messa in atto dagli Alleati in concomitanza con la proclamazione dell'armistizio – ma decisa subito dopo la caduta di Mussolini e prima che Eisenhower venisse a conoscenza dell'inizio dei sondaggi per esso – era stato lo sbarco nel golfo di Salerno, che si era però dimostrato subito, sotto il profilo strategico, un fallimento. La zona prescelta per lo sbarco aveva infatti consentito alle truppe tedesche, che dalla Calabria risalivano verso nord, di non correre il rischio di vedersi tagliare la strada della ritirata e una loro parte aveva potuto addirittura essere destinata a rafforzare quelle impegnate a contenere la testa di ponte. A Salerno poi, nonostante il massiccio appoggio aeronavale di cui disponevano (e solo grazie al quale non furono ributtati a mare), gli americani si erano mossi con tale inettitudine e cautela che Kesselring – che, temendo che a quello nel golfo di Salerno si accompagnassero altri sbarchi, dal mare e dal cielo, nelle zone vicine e immediatamente a nord di Roma, era stato all'inizio sul punto di attuare le disposizioni dell'OKW e di ritirarsi sugli Appennini se non addirittura sulla linea del Po – aveva potuto non solo bloccare la penetrazione nemica, ma prendere l'iniziativa strategica, gettare le basi di quello che sarebbe stato per mesi il fronte meridionale (gli Alleati avrebbero raggiunto Napoli solo all'inizio del mese successivo e, superato il Volturno il 18 ottobre, si sarebbero dovuti fermare a ridosso della «linea Gustav» sino al maggio dell'anno dopo) e, insieme, occupare Roma, garantendosi cosí le comunicazioni con il nord19.

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Attorno alla capitale il rapporto di forze tra italiani e tedeschi era apparentemente a tutto vantaggio dei primi: sei divisioni italiane contro due tedesche. In meno di tre giorni Kesselring era comunque venuto a capo anche di questa situazione. In alcune località vicine a Roma e nella stessa città (soprattutto a porta San Paolo) si erano avuti scontri armati; il grosso delle forze italiane non era stato però impiegato e si era dissolto e Kesselring aveva potuto facilmente ottenere (anche con la minaccia di distruggere gli acquedotti e di bombardare la città) la loro resa e il loro disarmo, con la sola eccezione di una divisione alla quale era stato demandato il servizio d'ordine pubblico alle dipendenze del comando della «Città aperta», assunto dal generale Calvi di Bergolo che dell'«accordo» (pomposamente denominato «patto di Roma») sarebbe dovuto essere formalmente il garante20.

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Il precipitoso abbandono di Roma, nelle prime ore del mattino del 9 settembre, da parte del re, di Badoglio e dei principali esponenti militari, i suoi «retroscena» (non è mancato chi ha voluto vedervi una specie di baratto tra i fuggiaschi e Kesselring, di cui non esiste però prova alcuna, sicché è assai piú probabile che Kesselring, contravvenendo agli ordini di Hitler, ma giudicando in base agli svantaggi che avrebbe potuto per lui avere la cattura di Vittorio Emanuele III, abbia volutamente ignorato l'autocolonna reale in marcia verso la costa adriatica, cosí da scongiurare il pericolo di provocare tra gli italiani e soprattutto nell'esercito un sollevamento degli animi e una resistenza che gli avrebbero procurato ulteriori difficoltà in un momento in cui già ne aveva tante) e la mancata difesa di Roma sono stati oggetto, come è ben noto, di accese polemiche che – soprattutto nel clima infuocato dell'immediato dopoguerra, ma anche successivamente – hanno avuto un valore tutto politico: pro e contro la monarchia, pro e contro un'intera classe politica. Questioni importanti, sia sotto il profilo storico sia per l'immagine e l'autoimmagine dell'Italia e degli italiani, sono state invece pressoché ignorate e liquidate con sufficienza, se non addirittura con la squalifica politica e morale di chi le ha prospettate. Si pensi a quanto peso abbia avuto sulla «fuga di Pescara» l'interesse degli Alleati di avere nelle proprie mani il sovrano, che per essi costituiva l'unico vero garante della firma apposta dal generale Castellano a Cassibile sotto l'armistizio «breve» e di quella che Badoglio doveva apporre a Malta sotto l'armistizio «lungo», e al problema se con la sua «fuga» Vittorio Emanuele III non abbia assicurato all'Italia – consapevolmente o no è un'altra questione ancora – una continuità di governo che la Germania non avrebbe avuto e che, sul momento, sarebbe stata altrimenti rivendicata dalla Rsi. Di tali questioni una sola attiene direttamente al nostro discorso; solo su essa dunque, anche per ovvi motivi di spazio, ci soffermiamo: quella della mancata difesa di Roma.

Nel 1944, dopo la liberazione di Roma, fu istituita una commissione d'inchiesta per far luce su tutta la vicenda, i suoi precedenti e i suoi retroscena, le responsabilità dei politici e dei militari che, direttamente o indirettamente, vi avevano avuto parte21. Senza entrare in particolari e premettendo che quanto allora e successivamente emerse non ha sciolto tutti i suoi nodi è bene sottolineare che una sola cosa è veramente chiara e incontestabile: la vicenda fu torbida e il comportamento della maggioranza di coloro che ne furono i protagonisti fu riprovevole, sia pure in misure diverse. In sede storica non è però possibile fare – come quasi sempre si è finito, consapevolmente o inconsapevolmente, per fare – della mancata difesa di Roma un caso sostanzialmente diverso e assai piú grave (per le sue asserite conseguenze) degli altri piú o meno simili che in quegli stessi giorni si verificarono in tutta Italia. E tanto meno si può affermare che se Roma fosse stata difesa l'andamento delle operazioni militari sarebbe stato diverso e gli anglo-americani avrebbero sostenuto l'esercito italiano contro i tedeschi, con tutte le conseguenze politiche, morali e civili che ne sarebbero potute derivare per l'Italia.

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Sulla inconsistenza di questa affermazione, dopo la pubblicazione della documentazione americana e inglese, gli studi di Mario Toscano, l'analisi del Mazzetti delle relazioni ufficiali alleate sulle operazioni militari e i nuovi documenti portati alla luce dall'Aga Rossi22, non è neppure il caso di dilungarsi troppo. L'ostilità, subito dopo la notizia della caduta di Mussolini, di Eisenhower a imporre all'Italia la resa incondizionata era dipesa dal fatto che, disponendo di mezzi limitati e sapendo che una parte di essi sarebbe stata trasferita alla costituenda forza d'invasione della Francia, egli era in realtà interessato solo ad eliminare al piú presto l'Italia dalla guerra e a poter occupare rapidamente e senza eccessivo impegno di forze e pesanti perdite alcuni punti chiave del territorio italiano. A questo scopo egli aveva escluso una collaborazione attiva delle forze italiane contro i tedeschi temendo che una richiesta cosí «disonorevole» (come quella di consegnare la flotta, oltre tutto inutile, convinto com'era che questa, secondo l'etica e la tradizione marinare, si sarebbe comunque autoaffondata) potesse creare intralci alla conclusione dell'agognato armistizio. La sua idea iniziale era stata che gli italiani dovessero sostanzialmente limitarsi a trovare un accordo con i tedeschi in modo che questi evacuassero nel giro di un mese al massimo il territorio italiano. La lentezza con la quale il governo Badoglio si era messo in contatto con quelli alleati e si erano svolti i negoziati, permettendo ai tedeschi di far affluire nuove forze in Italia, aveva però costretto Eisenhower a rinunciare a questa idea. Se a ciò si aggiungono l'assurdo e, diciamolo pure, spesso miserabile comportamento dei vertici politici e militari di Roma e dei loro emissari (che, per dirla con Rosario Romeo23, «dopo aver corso l'avventura a fianco della Germania fino a quando il successo parve a portata di mano, si scoprirono antifascisti e antitedeschi alla venticinquesima ora, mostrarono in questa occasione di essere non solo tecnicamente ma anche moralmente e intellettualmente troppo inferiori alle esigenze di un conflitto che coinvolgeva il destino di interi popoli e non poteva essere chiuso con manovre ispirate allo stile della settecentesca politica di gabinetto») e il fatto che nel frattempo Washington e soprattutto Londra avevano preso nelle loro mani la gestione dei negoziati, è facile capire come la questione della «collaborazione» italiana (caldeggiata soprattutto dal generale Castellano che mirava ad un capovolgimento concordato di fronte e, in pratica, ad un cambio d'alleanza, senza rendersi conto che una simile operazione, difficilissima in sé e per sé, avrebbe dovuto in ogni caso essere tentata, come aveva pensato Grandi, autonomamente e contestualmente alla liquidazione di Mussolini) avesse per gli Alleati perso interesse sotto il profilo militare e avessero invece acquistato importanza, sia gli aspetti politici dell'armistizio, e in particolare le preoccupazioni relative ai rapporti con le resistenze dei paesi che avevano subito l'aggressione italiana e con l'Urss e, in prospettiva, il futuro nuovo assetto postbellico, sia la scarsa considerazione e fiducia e i tradizionali pregiudizi che – propaganda a parte – inglesi e americani nutrivano nei confronti degli italiani. Il tutto in un contesto – specie per quel che riguardava i militari – in cui due cose erano ormai chiare: che i tedeschi erano in procinto di occupare l'Italia e che l'esercito italiano non sarebbe stato in grado né materialmente né moralmente di far fronte al loro attacco (perfino Castellano, credendo di spingere in tal modo gli Alleati ad impegnarsi a sostenere subito le truppe attorno a Roma, non faceva mistero che queste non avrebbero potuto resistere piú di trentasei ore) sicché per il comando alleato quello che importava era arrivare all'armistizio prima che ciò avvenisse e, pur di riuscirvi, era disposto a tutto, anche a giocare al bluff (l'espressione è di Eisenhower in una lettera del 13 settembre al generale Marshall) con gli italiani.

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Né, per giungere al nocciolo del problema, va trascurato che a rafforzare la diffidenza e la disistima alleate avevano assai contribuito nei giorni e nelle ore immediatamente precedenti la proclamazione dell'armistizio l'atteggiamento italiano in occasione della missione del generale Taylor a Roma e l'arrivo, la mattina dell'8 settembre, al quartier generale di Algeri della richiesta di Badoglio di non procedere all'annuncio dell'armistizio e di annullare l'invio della divisione aviotrasportata che avrebbe dovuto contribuire a proteggere Roma dai tedeschi. E ciò anche se va detto, per la verità, che tutta la vicenda dell'«operazione Giant two» (l'invio cioè, appena reso noto l'armistizio, della divisione aviotrasportata, richiesto dagli italiani, ma visto negativamente dal generale Ridgway, comandante la divisione e dal suo vice, quello stesso generale Taylor inviato a Roma alla vigilia dell'8 settembre) è tutt'ora avvolta in molte ombre, tant'è che non si può escludere del tutto che facesse parte anch'essa del bluff24.

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Nella situazione che abbiamo tratteggiato, entrato in vigore l'armistizio, ad Eisenhower non restava che cercare di spingere gli italiani ad impegnare il maggior numero di forze tedesche e, poi, a dar vita ad operazioni di guerriglia alle loro spalle. È però difficile credere che potesse essere disposto ad impegnare una parte delle proprie forze per difendere Roma, dato che si trovava in difficoltà a Salerno, era interessato a impadronirsi degli aeroporti pugliesi, vedeva quanto gli italiani erano «deboli e supini» di fronte ai tedeschi e non poteva certo non rendersi conto che, non disponendo delle forze necessarie per un'azione su vasta scala, aiutare gli italiani a tenere Roma non avrebbe avuto militarmente senso e avrebbe comportato quasi certamente il sacrificio delle forze alleate impegnate nell'operazione, dato che, se Kesselring fosse stato costretto a ritirarsi verso nord, le sue truppe al sud avrebbero dovuto necessariamente transitare per Roma, sicché sulla capitale si sarebbe inevitabilmente abbattuto l'urto della 10ª armata tedesca, forte sul versante tirrenico di tre divisioni corazzate e due motocorazzate25.

In conclusione, su una cosa è necessario essere ben chiari: la mancata difesa di Roma non costituí (e non fu allora sentita come tale) un episodio granché diverso dagli altri attraverso i quali in Italia si consumò nei giorni immediatamente successivi all'8 settembre la dissoluzione dell'esercito italiano. Rispetto a questi altri episodi, se la vicenda romana si differenziò in qualche modo non fu per la «sproporzione» delle forze contrapposte, ché se quelle italiane erano assai piú numerose, lo stato d'animo, il grado di addestramento e la capacità dei rispettivi capi erano diversissimi e, inoltre, quelle italiane scarseggiavano di combustibile e i corazzati tedeschi erano qualitativamente molto superiori; anche in altre località numerosi furono i casi di reparti, anche importanti, che di fronte a contingenti tedeschi assai inferiori si fecero sopraffare e si arresero senza neppure accennare un tentativo di difesa. Se in qualcosa la vicenda di Roma si differenziò, fu, se mai, per il fatto che in essa, e in quella successiva della «Città aperta», ebbero parte non solo militari sfiduciati, politicanti senza principî, preoccupati solo della propria sorte, ma anche figure di tutto rispetto e fedeli monarchici, quali il generale Calvi di Bergolo, il maresciallo Caviglia, il grande ammiraglio Thaon di Revel e, tutto sommato, anche il generale Sorice, che, invece di sfuggire ogni responsabilità e di eclissarsi come tanti altri, cercarono di gestire la situazione nel modo, giusto o sbagliato che fosse, che sembrò loro piú adeguato a salvaguardare il piú possibile la popolazione civile e, per quel che era possibile, quella che a loro sembrava dover essere l'immagine di un esercito che tra i suoi valori annoverava ancora in qualche misura anche quello dell'onore26.

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Tirando le somme, è giusto prendere coscienza di un fatto: cosí come si era giunti all'armistizio, la dissoluzione dell'esercito era inevitabile. Un confronto tra quanto avvenne in Italia e ciò che si verificò nelle zone di occupazione, in Grecia e in Jugoslavia, dove l'alternativa era tra la resa ai tedeschi e, dunque, la prigionia, e la resistenza (realizzabile solo collegandosi con i locali movimenti partigiani) e dove lo spirito combattivo delle truppe era, in genere, piú elevato di quelle di stanza in Italia, è impossibile27.

Stanca, sfiduciata, frustrata da tre anni di guerra, profondamente partecipe dello stato d'animo predominante nel paese, la massa dei soldati di stanza in Italia e in particolare quelli dell'Esercito, ché nelle altre armi le cose si svolsero in genere in modo diverso28, vide nell'armistizio la realizzazione di ciò che si era atteso subito dal 25 luglio: la fine della guerra e in ogni caso – ché la cocente delusione dei quarantacinque giorni all'insegna della «guerra continua» le faceva temere piú di ogni altra cosa di essere quella che avrebbe fatto le spese di tutto29 – dei propri «doveri» e ancor piú della propria condizione militare e pensò solo a evitare il rischio di dover ancora combattere o di essere fatta prigioniera. Gettate le armi, l'unico pensiero fu di procurarsi un abito civile che permettesse di passare inosservati e di raggiungere con qualsiasi mezzo i propri paesi di origine, le proprie case. Né, se si vuol capire realmente come nel giro di pochissimi giorni, spesso di poche ore, la gran maggioranza dell'Esercito si trasformò in una massa di sbandati, desiderosi solo di tornare a casa o – quelli originari delle isole e del mezzogiorno – di trovare un rifugio e di attendere che l'arrivo degli anglo-americani permettesse anche a loro di ricongiungersi con i propri familiari, si deve sottovalutare la suggestione che in quei frangenti giocarono su molti la consapevolezza della propria inferiorità rispetto alla decisione e alla forza dei tedeschi e la fama di spietatezza che li accompagnava e l'esempio di quanto contemporaneamente avveniva – specie nei centri maggiori – in molte amministrazioni civili, piombate anch'esse nel caos e in certi casi abbandonate da dirigenti, funzionari e impiegati30.

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Ma è bene altresí aggiungere che sarebbe non solo sbagliato, ma tutto sommato ingiusto spiegare questa catastrofe nazionale – non paragonabile neppure con il crollo francese del 1940 e che ancora condiziona largamente l'immagine dell'Italia presso gli stranieri – solo con il comportamento della truppa. Ché, se in Francia il crollo del giugno 1940, per un verso, gettò per un certo tempo (grosso modo sino a quando nel tardo 1942 la vittoria della Germania cessò di apparire come qualcosa di scontato) larghissimi settori del paese in uno stato di passività e, per un altro verso, risvegliò e scatenò in taluni altri tutta una serie di inconsulti stati d'animo e di vecchi rancori mai veramente sopiti, in Italia gli avvenimenti degli anni della guerra e in primis l'8 settembre significarono per la gran maggioranza degli italiani qualcosa di molto peggio. Per dirla con l'immagine che apre il De profundis di Salvatore Satta, significarono «la morte della patria» e con essa della nazione come vincolo di appartenenza ad una realtà etico-politica consapevole della propria «ragione storica».

Laddove vi erano ufficiali non a priori rassegnati all'idea che non si potesse far nulla e anch'essi desiderosi di mettersi in salvo e che, invece, sentivano – per senso dell'onore nazionale o del dovere, per fedeltà al re e alla monarchia, per avversione ai tedeschi poco importa – il dovere di non abbandonare i loro uomini –, di far loro coraggio con il proprio esempio e di cercare di attenersi, per vaga e insufficiente che fosse, all'indicazione contenuta nel proclama di Badoglio di resistere ad «eventuali» attacchi provenienti «da qualsiasi parte», il processo di dissoluzione fu meno immediato e totale e non mancarono casi, anche significativi, di resistenza. Tipico è in questo senso quello dei granatieri alla periferia di Roma31. Il fatto è che nella stragrande maggioranza dei casi gli ufficiali (e forse piú quelli di carriera che quelli di complemento) vennero meno ai loro doveri piú elementari e con il loro comportamento dettero il cattivo esempio ai loro sottoposti, dai quali, oltre tutto, erano già da prima spesso disistimati. In primis quelli che prestavano servizio presso il comando supremo e lo stato maggiore, che lasciarono i comandi dipendenti privi di ordini chiari e precisi e in gran parte si eclissarono. Poi, discendendo per la scala gerarchica, quelli ai quali competeva la responsabilità dei comandi locali e delle varie unità, che, salvo rarissimi casi, non fecero nulla per impedire la dissoluzione delle forze da loro dipendenti (e spesso addirittura la incoraggiarono) e tanto meno per organizzare qualche forma di resistenza, sicché non si può dire che Nenni esagerasse allorché, sulla base delle notizie provenienti a Roma dalle regioni settentrionali, il 13 settembre annotava tra sconsolato e indignato «non c'è un solo episodio... che mostri una ferma volontà dei comandi di resistere»32. Fatte salve poche eccezioni, solo se si discende ai gradini ancora inferiori della scala gerarchica è possibile trovare un maggior numero (si fa per dire, ché, proporzionalmente al numero degli ufficiali in questione, tali casi furono comunque modesti) di ufficiali che vissero il dramma dell'8 settembre senza mettersi sotto i piedi dignità nazionale, patriottismo, etica militare e che – spesso grazie anche al rapporto fiduciario che avevano saputo stabilire con i loro uomini – si sforzarono di compiere il proprio dovere e di far fronte alla situazione.

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Un comportamento tanto generalizzato non può essere compreso ricorrendo a spiegazioni di ordine ideologico-politico in senso stretto. Che tra gli ufficiali (ma anche nella truppa, specie nei reparti della Milizia inquadrati nell'Esercito) vi fossero dei fascisti – cosí come vi erano degli antifascisti, sia fedeli sia ostili alla monarchia – è fuori discussione. Ugualmente fuori discussione è che vi fossero ufficiali che, senza essere né fascisti né antifascisti, sentirono come un fatto lesivo dell'onore nazionale il «tradimento dell'alleato» e/o giudicarono il modo con cui il re, Badoglio e i massimi esponenti della gerarchia militare, annunciato l'armistizio, avevano abbandonato Roma e con la capitale l'Esercito e il popolo italiano in balia dei tedeschi e consegnato la flotta agli Alleati, invece di ordinarle di autoaffondarsi, come un tradimento, altrettanto e, per molti, anche piú grave. Relativamente ai giorni immediatamente successivi all'8 settembre queste spiegazioni sono però del tutto insufficienti. Se questi motivi ebbero un peso – e, come vedremo, lo ebbero – esso, salvo casi eccezionali e come tali non significativi ai fini di ciò che cerchiamo di capire, cominciò a farsi sentire piú tardi. La vera spiegazione va trovata altrove: nella condizione culturale e morale dell'Italia. Cosí come il comportamento dei soldati va visto soprattutto nel contesto dello stato d'animo complessivo del paese e, insieme, in quello particolare dei ceti sociali ai quali essi appartenevano (con tutte le implicazioni che ciò comportava a livello materiale), anche il comportamento degli ufficiali – anche di quelli di grado piú elevato – non può essere visto fuori sia da quello stesso contesto complessivo sia da quello particolare della borghesia alla quale apparteneva la loro grandissima maggioranza. Il tutto per altro senza farsi tentare da schematizzazioni piú o meno classiste, che risulterebbero o troppo ovvie e banali o distorcenti e farebbero perdere il senso profondo di un comportamento che fu determinato essenzialmente da motivazioni di tipo culturale e da reazioni di tipo psicologico e senza trascurare che sul comportamento degli ufficiali incidevano non poco anche altre motivazioni, tipiche del loro essere, appunto, inseriti nelle strutture dell'Esercito e partecipi – sia pure in misure e forme diverse – della mentalità in esso dominante. Tant'è che, per fare un solo esempio, il comportamento in quelle medesime circostanze (e ancora nei mesi successivi, quando il trasferimento al nord divenne un rischio al quale era difficile sottrarsi senza «passare dall'altra parte», e cioè abbandonando il posto ed eclissandosi) della burocrazia statale – anch'essa in grandissima maggioranza di estrazione borghese – fu parzialmente diverso. In molti casi meramente opportunistico o dettato dalla speranza di miglioramenti economici (lasciata balenare, ma poi dimostratasi infondata) o di rapidi progressi di carriera (poiché la quasi totalità del personale direttivo preferí il collocamento a riposo al trasferimento); in molti altri – specie tra i funzionari «locali», «in sede», ché, in genere, diverso fu l'atteggiamento di quelli, specie romani, che non si sottrassero al trasferimento al nord33 – meno dimentico invece delle proprie «funzioni» e, nei limiti del possibile, piú sensibile sia al richiamo del «senso dello Stato», alla fedeltà, per dirla con il Bolla34, «non ad un governo, ma all'amministrazione», sia alla consapevolezza di dovere e in qualche misura potere adoperarsi per frenare il degrado della situazione e, con esso, assicurare le possibilità di sopravvivenza dei cittadini. Una consapevolezza che i piú tra gli ufficiali dell'Esercito (ché per quelli della Marina e dell'Aeronautica, piú sensibili al richiamo di valori che nell'Esercito erano meno vivi e, in genere, piú uniti tra loro e ai loro dipendenti da un diverso rapporto, il discorso va fatto in termini parzialmente diversi) non avevano o, se l'avevano, era spesso resa inoperante, per dirla con il capo di Stato maggiore della 4ª armata, generale Alessandro Trabucchi35, «dal non sapere dove fosse il giusto e dove l'ingiusto, dalla sensazione dell'abbandono, dall'impressione della frode» e dalla incapacità di farsi una propria ragione di ciò che stava accadendo. Da qui due diversi comportamenti sui quali – cosí come del resto su quelli che, invece, sfociavano in una precisa scelta di campo – lo storico deve, piuttosto che esprimere semplicistici giudizi morali che non spiegano nulla o quasi, sforzarsi di capire nelle loro molteplici sfaccettature, cause e conseguenze: nella maggioranza dei casi, quello di sottrarsi ad ogni responsabilità e di pensare solo alla propria salvezza, giustificandosi nel migliore dei casi con i piú diversi e spesso contraddittori «tradimenti» subiti; in altri, quello di arroccarsi dietro ad un'astratta fedeltà ad un ancor piú astratto «bene» futuro dell'Italia da salvaguardare comunque. Tipica in questo senso ci pare la risposta che, appena costituitasi la Rsi, il grande ammiraglio Thaon di Revel diede all'ammiraglio Antonio Legnani che gli chiedeva se dovesse accettare o no la carica di sottosegretario alla Difesa nazionale da questa offertagli: «si ricordi che in ogni epoca vi sono stati da ogni parte grandi patrioti; l'essenziale è che le loro azioni siano state ispirate al supremo bene e all'interesse della patria»36.

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L'atteggiamento di fondo della borghesia di fronte alla guerra, la sua evoluzione e i motivi (vecchi e nuovi) delle carenze etico-politiche di gran parte di essa messe in luce dalla guerra sono stati da noi esaminati nel precedente tomo37; piuttosto che ripetere quanto già detto, ci pare pertanto piú opportuno cercare di precisare come questo atteggiamento e queste carenze influirono sul comportamento degli ufficiali nei giorni della crisi dell'8 settembre.

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Sia pure con una certa reticenza, le fonti coeve disponibili sono concordi nel testimoniare che alla vigilia dell'armistizio lo stato d'animo della gran maggioranza degli ufficiali (specie di quelli originari delle regioni meno industrializzate) non era granché diverso da quello dei soldati. Se però non ci si ferma a questo dato di massima e si cerca di approfondire l'analisi, si deve constatare che, salvo casi marginali e quantitativamente ben poco significativi, lo stato d'animo degli ufficiali, se da un lato si manifestava attraverso una molteplicità di motivazioni e di reazioni che mancava a quello, piú immediato ed elementare, dei soldati, da un altro era anche piú depresso. Né la cosa può meravigliare se si pensa agli effetti devastanti che tre anni di guerra avevano avuto su una borghesia che aveva creduto in larga misura nel fascismo e nell'immagine di un'Italia da esso trasformata e forte e che, oltre tutto, già da prima era contrassegnata da non poche carenze ideali e culturali, da una sorta di diffusa tendenza a sottovalutare – se non addirittura ad ignorare – le difficoltà e a far ricorso per superarle – e persino per prenderne atto – non ad un serio e coerente impegno personale, ma alla retorica e alla furbizia e, dunque, da una fragilità etico-politica che, col moltiplicarsi e l'aggravarsi delle prove e delle frustrazioni, si era vieppiú accentuata, sino a giungere in moltissimi casi al crollo pressoché completo. Da qui una crisi profonda di sfiducia in sé, nelle istituzioni, nel paese, in tutte le possibili vie d'uscita che non fosse quella piú semplice (ma anche piú semplicisticamente utopica) di por fine alla guerra. Come se anche questa soluzione non comportasse tutta una serie di difficoltà e di gravissimi pericoli e la necessità di un forte impegno, di una forte tensione etico-politica che la rendesse possibile e riducesse in qualche misura gli inevitabili costi morali e materiali che il paese avrebbe dovuto pagare. Di fronte a questa realtà non può certo meravigliare che la gran maggioranza degli ufficiali non solo non rispondesse piú ai richiami del fascismo, ma, quel che è ben piú grave, nemmeno a quelli del tradizionale patriottismo (che tanta parte aveva avuto nel 1917-18 nel far risalire al paese e all'esercito la china di Caporetto), fosse psicologicamente e moralmente disponibile ad abbandonare la lotta (e con essa anche qualsiasi forma di impegno, compreso quello verso i propri uomini) e non pensasse menomamente – come provò ad abundantiam la vicenda dell'8 settembre che, tutto sommato, fu vissuta da essa come qualche cosa di molto simile ad un inconscio «sciopero morale») – ad intraprenderne un'altra, anche solo per difendersi dai tedeschi e, spesso, neppure a schierarsi nel proprio intimo per i valori democratici impersonificati dagli Alleati.

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Quanto abbiamo detto spiega perché l'8 settembre l'esercito si dissolse come neve al sole e il numero dei militari che non si rassegnarono all'idea che non si potesse e dovesse far nulla e che presero posizione pro o contro i tedeschi38 fu tanto esiguo. Esso non è però certo sufficiente a dare una compiuta idea della realtà psicologica e morale di tale vicenda – la piú drammatica dell'Italia contemporanea, tant'è che sino ad oggi nessuno ha osato affrontarla ex professo (ché anche gli studi del Pavone non affrontano la sostanza del problema) e gli unici squarci di luce su di essa è possibile trovarli negli scritti di alcuni contemporanei (in genere letterati) che vissero la successiva guerra civile non partecipandovi in prima persona o partecipandovi solo marginalmente – e ancor meno basta a spiegare gli sviluppi successivi della vicenda, essenziali invece per capire il contesto in cui si sarebbero di lí a poco mossi sia la Rsi sia il movimento partigiano.

Vari anni or sono, parlando della crisi della Francia nel 1940 e del fatto che l'opinione pubblica francese, «fulminata da una disfatta cosí totale come quella del giugno», rimase di fronte ad essa passiva, François Furet ha osservato che «il fatto che i popoli non si comportino eroicamente nella sventura non è una novità e non è neanche un fatto circoscritto alla Francia del 1940»39. Un'osservazione giustissima, che non basta però a spiegare compiutamente le dimensioni e varie delle manifestazioni piú caratteristiche della crisi che si produsse con l'8 settembre in Italia e ciò tanto piú che nel giugno del 1940 la sconfitta colse i francesi come un fulmine a ciel sereno, mentre nel settembre del 1943 la stragrande maggioranza degli italiani la dava ormai per scontata ed era preparata ad essa. Da qui la necessità di non rifarsi piú o meno pedissequamente alle conclusioni alle quali sono pervenuti negli ultimi anni alcuni studiosi, e in particolare Pierre Laborie40, che si sono occupati dell'atteggiamento dei francesi di fronte alla disfatta del 1940, a Vichy e all'occupazione tedesca, ma di mettere il piú possibile a fuoco la peculiarità della realtà italiana e, dunque, le ragioni per le quali il caso italiano costituisse un unicum anche rispetto a quello francese, solo apparentemente analogo.

In realtà le differenze tra i due casi sono tali da non permettere neppure generici confronti che non reggono ad un esame approfondito e rendono possibile rendersi conto delle peculiarità di quello italiano e delle conseguenze che l'8 settembre ha avuto nella coscienza nazionale italiana.

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Una prima importante differenza è costituita dalle radici profonde, ante factum, di essi. Basti pensare al ralliement francese al «nuovo ordine» che si alimentò in Francia con il rifiuto del vecchio ordine soprattutto grazie al maresciallo Pétain, simbolo sí della Francia, ma non del vecchio ordine e non compromesso personalmente nella disfatta. Una posizione «morale» che né Vittorio Emanuele né Mussolini avevano. Tant'è che per i piú entrambi costituivano i responsabili della sconfitta e, insieme, parte essenziale del vecchio ordine, di un «vecchio ordine» che non aveva però alle proprie spalle nulla che potesse essere recuperato (come invece aveva Pétain) o che, se era recuperabile per alcuni non lo era certamente per altri. Sicché il futuro per chi – superando la paura, l'interesse personale, la disperazione (le molle anche della crisi francese individuate da De Gaulle nelle Mémoires de guerre), la delusione e la stanchezza – riusciva a concepirlo, si configurava come qualcosa che non aveva radici accettate, riconosciute nella storia nazionale e che si traduceva in una crisi di identità nazionale. Un'altra importante differenza, alla quale sino ad oggi ha prestato attenzione solo il Klinkhammer41 sta nel fatto che formalmente, ma, tutto sommato, anche effettivamente, la Rsi, diversamente dalla Francia e da tutti i paesi sottomessi all'amministrazione o al controllo tedeschi, a rigore non fu un regime collaborazionista, ma alleato della Germania e, data l'esistenza di un governo e di un'amministrazione propria, ebbe «una parziale possibilità di azione autonoma». Un fatto questo che per molti e specie sino a quando a decidere delle opinioni fu assai spesso la paura, un peso non insignificante.

Il primo storico e a lungo l'unico che, sia pur solo en passant, ha abbozzato un profilo d'insieme, rapido, ma veritiero come nessun altro, della realtà posta in essere dall'8 settembre è stato, quasi trent'anni orsono, Vittorio De Caprariis42:
tra il 1943 ed il 1944 non v'era certo la nostalgia del regime defunto, ma qualcosa di piú grave: attonito sbigottimento e percosso stupore per la sconfitta, stanchezza di un conflitto immane e resa psicologica innanzi all'estrema rovina, come di chi, dopo aver combattuto invano contro forze soverchianti, si disanima al fine e si ritira dalla lotta per lasciarsi morire. I gravissimi disagi materiali e l'incertezza angosciosa del domani si aggiungevano al crollo di tutto ciò che aveva presieduto fino allora alla vita nazionale, di tutti quei sentimenti ed idee che, distorti quanto si vuole, avevano pur sempre tenuto raccolto il popolo in una comunità, ed accrescevano l'estrema prostrazione del paese e della coscienza pubblica.

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Il quadro d'insieme abbozzato da De Caprariis ha trovato recentemente significative conferme in alcuni studi a carattere locale e in particolare in quelli dedicati alla realtà veneta del 1943-45 da Ernesto Brunetta43. Anche questo studioso ha infatti posto l'accento sul diffondersi, dopo «la febbre dei primi momenti» immediatamente successivi alla conclusione dell'armistizio (quando, a suo dire, «le forze popolari sarebbero state disposte a seguire una classe dirigente che si fosse dimostrata disponibile a condurle al fuoco» contro i tedeschi), di «un senso di impotenza, di apatia, di rassegnazione, di convinzione che le cose comunque le avrebbero risolte gli altri, cioè gli Alleati», uno stato d'animo che per parecchio tempo – grosso modo sino al marzo 1944 – rese scarsa la partecipazione popolare alla resistenza. In particolare, ricostruendo la situazione nel Vicentino44, il Brunetta ha affermato che se si vuole andare concretamente alle origini della resistenza nel Vicentino, credo sia necessario preliminarmente... sottolineare un'atmosfera, un'anima collettiva impastata di idee, di sensazioni, di stati d'animo, di convincimenti, situata comunque ancora ad un livello pre-politico e che come tale quindi va colta ed interpretata. Vi entravano un senso di avversione generalizzata al fascismo sul quale l'immaginario collettivo scaricava colpe vere e presunte designandolo come terminale di quanto di negativo era accaduto dal dopoguerra in poi e al quale comunque, anche nel piú benevolo dei casi, imputava quanto meno di voler continuare la guerra nel momento in cui l'aspirazione alla pace, al ritorno alla normalità, era invece la nota dominante.
Questo senso forte di avversione non era peraltro circoscritto al fascismo; anzi, il modo stesso in cui era stato dichiarato l'armistizio e certa diffusa propaganda millenaristica facevano sí che esso si allargasse a dismisura coinvolgendovi l'intera struttura dello Stato, le Forze armate, la Monarchia, tutto ciò che avesse attinenza con il potere e finanche l'idea stessa di Patria, almeno nell'accezione nella quale essa era stata presentata da una lunga e consolidata tradizione retorica. Le popolazioni civili, dunque, si sentirono come in balia del caos per uscire dal quale avevano smarrito le coordinate, i consueti punti di riferimento, sicché la generalizzata attitudine antifascista, se pur non prometteva complicità al nemico, piú che in un desiderio di lotta si tradusse in un primo momento in un desiderio di conservazione e di difesa, sembrando ancora necessario traghettare, sopravvivendo, il poco o il molto che le separava dal ritorno alla normalità. Donde il restringersi alla propria comunità – «il dialetto vicentino fu la lingua di quella nostra guerra» – con forti valenze e connotazioni localistiche intese soprattutto alla difesa del proprio paese, quando non addirittura ad ancor piú microscopiche identità quali la parrocchia intesa nella sua funzione di difesa e di protezione: «Pareva di essere ritornati ai tempi delle invasioni barbariche; ancora una volta la Chiesa diventava il rifugio e la protezione dei cittadini». In buona sostanza, piú e prima degli storici, mi sembra sia questa l'atmosfera intuita e descritta da uno scrittore quale Meneghello, anche nella scansione dei tempi tra l'autunno e l'inverno: «La gente si radunava, si contava, nascondeva armi; reduci e sbandati fraternizzavano coi nuovi renitenti; le famiglie incoraggiavano, i preti con qualche cautela davano il benestare». In un secondo momento, passati i primi entusiasmi collegati anche alla comune convinzione di un rapido irrompere degli alleati, come scrive Meneghello, «restammo ciò che eravamo abituati ad essere: quattro gatti».

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Solo verso il marzo 1944, quando, a suo dire, la resistenza sarebbe riuscita a farsi «portatrice delle istanze della società civile», il «diffuso disagio» e il «generico antifascismo» che avevano caratterizzati i mesi dopo l'8 settembre si sarebbero trasformati, secondo il Brunetta, in un atteggiamento di contrapposizione e di lotta. A ciò avrebbero concorso sia elementi «oggettivi», quali le leve militari e di lavoro, gli ammassi, il razionamento, il peggioramento delle condizioni di vita, ecc., sia elementi «soggettivi», quali «l'irrobustirsi dell'organizzazione comunista e forse piú in generale l'emergere di una spontanea sinistra sommersa nelle grandi fabbriche, il collocarsi della Chiesa a sostegno della resistenza sia pur entro le coordinate di una autonoma visione di essa... di tipo centrista, fondata sulla restaurazione di valori morali piú che politici in senso stretto».

Che in questo quadro vi sia del vero (specie considerato il carattere per piú di un aspetto particolare della realtà e del cattolicesimo veneti) è indubbio. Su due punti non concordiamo però con il Brunetta. Sull'eccessivo peso da lui attribuito agli elementi «soggettivi» rispetto a quelli «oggettivi»: meglio a questo proposito ci pare abbia visto il Cotta quando ha affermato di ritenere che a spingere le popolazioni ad un impegno nella resistenza i motivi «d'ordine concreto» furono quelli prevalenti45. E sulle motivazioni morali e politiche che egli tende ad attribuire alla «svolta» del marzo 1944, facendo di essa una scelta consapevole, definitiva e irreversibile: troppi elementi inducono infatti a ritenere che in moltissimi casi si trattò invece di una scelta dettata in larga misura da ragioni di necessità e di opportunità (e, al caso, quindi, revocabile), in particolare dall'allargarsi e radicalizzarsi della guerra civile, dal moltiplicarsi delle violenze fasciste e tedesche e, dunque, dal non sentirsi piú protetti dal piccolo mondo nel quale sino allora i piú si erano rinchiusi ritenendolo il rifugio migliore in attesa che passasse la bufera.

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Pur nella sua sommarietà, il quadro abbozzato da De Caprariis costituisce per molti versi la miglior premessa per recuperare una realtà che le passioni scatenate dalla guerra civile e una serie di interessi politici e di potere del dopoguerra hanno sfigurato e artatamente trasformato, ma della quale sono pur sempre rimaste numerose testimonianze, soprattutto nelle corrispondenze e nella memorialistica coeve e, come abbiamo già accennato, in alcune opere letterarie immediatamente successive. Da esse appare chiaro che lo stato d'animo prevalente continuò, anche dopo il momento traumatico dell'8 settembre, ad essere dominato dalla stanchezza morale («nel popolo italiano – scriveva nel febbraio 1944 Roberto Suster ad un'amica46 – il sentimento che prevale oggi di gran lunga su qualsiasi altro è quello della stanchezza, dell'esaurimento morale e materiale, perché dopo tante delusioni, tanti dolori, tante amarezze e tante umiliazioni esso si sente completamente svuotato di fiducia, di speranza e di energia»), dalla sfiducia verso tutto e tutti («la maggior parte degli italiani – annotava Papini il 20 novembre47 – hanno perduto ogni fede nei principî, nei partiti, nei capi. Non possono piú credere alla monarchia che ha tradito, al fascismo che ha errato, all'esercito che ha ceduto, alla Chiesa che si è dimostrata mediocre e impotente, agli stranieri che non ci amano né possono amarci, al liberalismo ormai morto, al comunismo ch'è ancora un enigma e, per molti, pauroso enigma»), da una sorta di cupio dissolvi e soprattutto da una diffusissima tendenza a isolarsi, ad estraniarsi il piú possibile da ciò che avveniva, a considerare qualsiasi scelta di campo fonte solo di nuove delusioni e di nuovi danni (tipica è a questo proposito una scritta che verso la fine dell'ottobre 1943 qualcuno tracciò a Roma su una spalletta del lungotevere: «Abbasso tutti»)48, a rifugiarsi nel proprio piccolo mondo particolare (La casa in collina di Pavese), a soffocare qualsiasi passione; o, coloro che avevano fatto la guerra '15-18, a ostentare un cinismo che era solo un modo per nascondere il dolore che li svuotava e li rendeva incapaci di qualsiasi reazione (tipico il caso di Malaparte che definiva «un magnifico giorno» quell'8 settembre, quando «tutti noi, ufficiali e soldati facevamo a gara a chi buttava piú “eroicamente” le armi e le bandiere nel fango» e «finita la festa, ci ordinammo in colonna e cosí senz'armi, senza bandiere, ci avviammo verso i nuovi campi di battaglia, per andare a vincere con gli Alleati questa guerra che avevamo già persa con i tedeschi»), ma poi non riusciva a nascondere il suo vero stato d'animo e scriveva: «È certo assai piú difficile perdere una guerra che vincerla. A vincere una guerra tutti sono buoni, non tutti sono capaci di perderla». Sottintendendo con dignità49, se non, addirittura, una «smagata» disponibilità – pur di sopravvivere e di tirare in qualsiasi modo avanti – a tutto, anche ai comportamenti meno nobili e piú indegni. Per non dire di coloro che, invece di estraniarsi a tutto per poter occuparsi solo di sé, sopravvivere e tirare in qualche modo avanti, si buttarono a far soldi con qualsiasi mezzo, senza alcuno scrupolo o pietà per gli altri e per il loro stesso buon nome.

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Nonostante le conseguenze palesi a cui la nazione è stata portata dall'intrigo e dalla menzogna – scriveva il 25 novembre 1943 al figlio Ilda Finzi Bonasera, una professoressa del liceo di Pesaro50 – continua a dominare quella bassa mentalità che mira solo al tornaconto individuale, che favorisce i disonesti, i profittatori, gli imbroglioni, gli sfacciati... Ma quanti sono! Pullulano dovunque tra il putridume che essi stessi provocano, pronti ad agitare la bandiera che piú loro conviene, a professare indifferentemente una fede o un'altra, ad offrire i loro servigi al piú potente, senza luce di un ideale, senza il calore di un sentimento.

Nessuna immagine come quella di un popolo che – una volta distrutta l'impalcatura morale dal trauma dell'8 settembre – «si ritira dalla lotta per lasciarsi morire» offertaci dal sicuro intuito storico di De Caprariis costituisce una chiave di lettura piú valida della realtà italiana del 1943-45; di quella del nord ma anche di quella del sud51. Una chiave di lettura dalla quale non si può prescindere per capire veramente l'atteggiamento psicologico e morale e, dunque, il comportamento di coloro – di qualsiasi ceto e condizione sociale e culturale – che tale realtà ebbero in sorte di vivere al nord: della grande maggioranza, per la quale «lasciarsi morire» equivaleva a lasciarsi vivere estraniandosi da tutto e non credendo in nulla salvo nell'arte – per dirla con Alfredo Pizzoni52 – «di tornare a casa la sera con la borsa piena di viveri per la famiglia» ma anche delle minoranze attive che nella morte vedevano la ragione della loro vita e della loro lotta. Nella propria i fascisti, in quella dell'avversario i partigiani. Gli uni pensando ad una realtà, ad un mondo ideale e materiale, ad una civiltà che, a seconda di come essi intendevano il proprio fascismo, stava crollando e sarebbe scomparsa o non si sarebbe realizzata; gli altri ad una nuova che sarebbe nata dalla morte della precedente. Il che aiuta a capire molte cose. La violenza, la spietatezza, l'efferatezza assunte dalla guerra civile. Il senso della morte (e, insieme, il mito della «morte bella») cosí presente nei fascisti di Salò, ma che si annidava anche nel fondo dell'animo di non pochi combattenti della sinistra antifascista, soprattutto intellettuali di estrazione «risorgimentale». E, su un altro piano, aiuta altresí a capire quanto storicamente inconsistenti siano gli sforzi fatti per anni dalla pubblicistica politica direttamente o indirettamente espressa dai partiti antifascisti per presentare la lotta di liberazione degli anni 1943-45 come un «secondo Risorgimento», mentre gli ideali civili (in particolare la strettissima sintesi di «nazione», «patria», e «libertà» che era alla loro radice) e le forze che sono state le protagoniste del Risorgimento furono in gran parte diversi da quelli che caratterizzarono il cosiddetto «secondo Risorgimento» e che con la loro affermazione hanno determinato soluzioni, prospettive e realtà morali che con quelle risorgimentali non hanno nulla in comune53 e che, se per un certo numero di anni sono state considerate in un'ottica politico-pedagogica (che è cosa ben diversa dell'ottica storica54) il suo proseguimento e il suo completamento, col passare del tempo, di fronte al sempre piú evidente spezzettarsi della consapevolezza e dell'autoimmagine nazionali in quelle di diversi «popoli» (cattolico, comunista e infine leghista) ognuno con propri valori, con proprie prospettive e persino con proprie storie, si sono rivelate incapaci di assolvere anche a questa funzione politico-pedagogica e di costruire l'elemento fondante dell'unità morale e materiale nazionale.

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Detto questo, prima di affrontare piú in dettaglio la situazione determinata dall'8 settembre, due cose ci pare ancora necessario, a scanso di equivoci, mettere in chiaro. Prima: la realtà di quella parte d'Italia che l'8 settembre «assegnò» ai tedeschi e, dunque, alla Rsi, non fu certo la realtà dell'Italia occupata dagli Alleati e dove funzionarono, via via sempre meno nominalmente, i governi di Badoglio prima e di Bonomi poi. Credere però che, sotto il profilo psicologico e morale di vasti settori della popolazione, tra le due realtà non vi fosse nulla in comune è un errore. Al fondo, lo stato d'animo non era molto diverso, anche se le situazioni erano oggettivamente molto diverse, sicché al sud i «controveleni» erano piú attivi e avevano margini d'azione maggiori. Si pensi, per fare un solo esempio, che ci pare però significativo per valutare quanto profonda fosse anche al sud l'incidenza della crisi determinata dalla guerra e dall'8 settembre, al comportamento al nord e al sud di fronte ai richiami alle armi. In entrambi i casi la renitenza e le diserzioni furono molto numerose (e non per motivi politico-ideologici che valevano solo per delle minoranze), con la differenza che coloro che venivano chiamati o richiamati alle armi dalla Rsi avevano la certezza o di essere inviati in Germania per addestramento o di essere subito impiegati in operazioni belliche e di «controguerriglia», mentre per quelli richiamati dal regio governo i rischi erano molto minori. Cosa questa che non impedí che il «recupero degli sbandati» e i successivi richiami alle armi, nel 1944, finissero per dar luogo al sud ad un vero e proprio «rifiuto d'obbedienza» di massa «con tumulti, scontri a fuoco, incendi di distretti e di municipi» che ebbero il loro epicentro in Sicilia (e soprattutto nel catanese ove si sviluppò il cosiddetto Movimento dei non si parte) con varie decine di morti e decine di migliaia di denunce, ma che si estese anche a molte altre regioni meridionali, alla Sardegna e al Lazio e all'Umbria55.

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Seconda: la realtà del nord fu estremamente complessa, composita, articolata in una vasta gamma di realtà e di comportamenti particolari che vanno colti nelle loro sfumature, contraddizioni e talvolta casualità («per molti dei miei coetanei – ha scritto Calvino56 – era stato solo il caso a decidere da che parte dovessero combattere; per molti le parti tutt'a un tratto si invertivano, da repubblicani diventavano partigiani e viceversa; da una parte e dall'altra sparavano e si facevano sparare; solo la morte dava alle loro scelte un segno irrevocabile»); fu ricca di ideali e di comportamenti nobili, meno nobili e abietti, sinceri, opportunistici, strumentali, di prove di coerenza e di incoerenza, di atti di eroismo e di viltà, di errori e di orrori, di vicende particolari impensabili57. Si venne trasformando nel tempo, assumendo caratteri diversi e coinvolgendo una parte di coloro che all'inizio non si erano impegnati in nessun senso e che «sbigottiti» e «percossi» da quanto era avvenuto e avveniva, assillati dai propri problemi quotidiani avevano cercato solo di sopravvivere, rinchiudendosi nel proprio piccolo mondo, non andando, nel migliore dei casi, oltre qualche gesto di solidarietà umana nei confronti di chi appariva piú disgraziato di loro. Tipico in questo senso è il comportamento di una parte del mondo contadino verso i soldati sbandati dopo l'8 settembre. Nonostante ciò tra l'8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 la realtà psicologica e morale del nord non subí una radicale trasformazione. L'atteggiamento di fondo della maggioranza della gente, anche se questa dovette subire i crescenti contraccolpi della guerra civile e una parte di essa vi fu, volente o nolente, coinvolta o addirittura vi partecipò volontariamente, mutò meno e meno sostanzialmente di quanto si potrebbe credere e di quanto è stato asserito. E ciò aiuta a capire perché, arrivata finalmente la pace e ripristinasi una situazione in qualche misura «normale», molti di coloro che si erano estraniati da tutto e tenuti ai margini del mondo partigiano la rifiutarono considerando che «normalità» e fascismo (e anche prefascismo, ché spesso lo stato liberale, avendo «partorito» il fascismo, finiva ai loro occhi per apparire non molto diverso da quello fascista) fossero sostanzialmente sinonimi, e si rivolsero emotivamente verso altre soluzioni che la contestavano e apparivano loro per un verso «incontaminate», per un altro «vincenti» e, soprattutto, sembravano in grado di farli uscire dalla crisi di identità nella quale ancora si trovavano e di dar loro un nuovo e piú reale punto di ancoraggio: per alcuni il comunismo, per altri la Chiesa58. E, tutto sommato, specie se si pensa alla modesta presenza organizzata dei cattolici nella resistenza, meno verso il comunismo che verso la Chiesa e il «suo» partito, la Dc. Che su questa scelta abbia influito non poco la situazione internazionale (la paura dei comunisti, spesso visti già direttamente all'opera nella resistenza e subito dopo la liberazione) è indubbio; altrettanto indubbio è però che a suo favore dovette giuocare il fatto che in genere il clero, come gli aveva raccomandato la Santa Sede59, si era tenuto durante la resistenza «fuori di ogni politica di partito», si era mosso nel senso di «far opera di persuasione sui fedeli affinché si plac[assero] i rancori e gli odi» e fossero evitati atti che potessero alimentare il clima di violenza in cui vivevano intere regioni e aveva concentrato le sue energie nell'opera di apostolato «per riportare gli spiriti alla pratica della religione e all'amore dei fratelli in Cristo», di assistenza materiale dei piú bisognosi e di stimolo, piuttosto che alla resistenza armata, a forme di resistenza passiva, che non a caso erano quelle piú congeniali e alla maggioranza dei credenti in senso proprio e di una parte almeno anche di coloro che, pur essendo ostili (come la gran maggioranza del clero) alla Rsi e ai tedeschi, non erano disposti a prendere le armi contro di essi60.


Note


  1. MUSSOLINI, XXXII, p. 231. 

  2. Ivi, pp. 1 sgg. 

  3. Cfr., per esempio, I. BONOMI, Diario di un anno (2 giugno 1943 - 10 giugno 1944), Milano 1947, p. 109 (19 settembre); P. CALAMANDREI, Diario 1939-1945, Firenze 1982, II, p. 199 (20 settembre); E. CASTELLI, Pensieri e giornate. Diario intimo, Roma 1945, p. 150 (20 settembre); L. GASPAROTTO, Diario di un deputato. Cinquant'anni di vita politica italiana, Milano 1945, p. 345 (19 settembre); G. GORLA, L'Italia nella seconda guerra mondiale. Diario di un milanese, ministro del re nel governo Mussolini, Milano 1959, pp. 446 sg. (18 settembre); L. C. PIERACCINI, Agenda di guerra (1939-1944), Milano 1964, pp. 247 (16 settembre), 251 (18 settembre) e 255 (26 settembre). 

  4. Cfr. G. BOCCA, La repubblica di Mussolini cit., pp. 25 sg. 

  5. Cfr. L. BERGONZINI, Bologna 1943-1945. Politica ed economia in un centro urbano nei venti mesi dell'occupazione nazista, Bologna 1980, p. 38. 

  6. Sull'atteggiamento popolare tra il 25 luglio e l'8 settembre manca uno studio complessivo condotto con criteri storici. Molto materiale documentario è in L'Italia dei quarantacinque giorni. Studi e documenti, Milano 1969.
    Tra le molte testimonianze che si potrebbero addurre a conferma di questa evoluzione della pubblica opinione nel corso dei quarantacinque giorni, scegliamo a mo' di esempio questa, tratta da un rapporto inviato a Senise il 6 settembre dal prefetto di Piacenza (ibid., pp. 222 sgg.). In esso si legge:
    «L'improvvisa caduta del fascismo fu accolta dalla popolazione di questa provincia con non equivoche manifestazioni di entusiasmo determinate oltre che dalla rinata fiducia nel rientro della vita nazionale nell'ambito delle leggi costituzionali, anche e precipuamente dal miraggio che l'insperato avvenimento avesse potuto costituire la svolta decisiva verso la pace.
    La popolazione infatti, come in precedenza si è avuto occasione di segnalare, ha dato, specie nell'ultimo periodo, segni di stanchezza per i gravi sacrifici fin qui affrontati, ed ora maggiormente aggravatisi per il fondato timore che il paese possa da un momento all'altro divenire teatro di una guerra non sentita a fianco di alleati mal tollerati.
    Tale stato d'animo viene ora acuito dalla intensificata affluenza in questa regione, ed anche in provincia, di forze tedesche, la cui presenza è da tutti ritenuta il piú serio ostacolo per il raggiungimento della pace.
    L'avvento al potere del maresciallo Badoglio, figura di soldato simpaticamente nota in ogni classe sociale, era stata generalmente accolta con favore anche perché, malgrado la dichiarazione della continuazione della guerra, aveva tuttavia aperto gli animi alla speranza per una pronta ed onorevole risoluzione del conflitto.
    Senonché, di fronte alle crescenti stragi che investono direttamente le popolazioni, l'invariato andamento delle vicende belliche ha determinato un certo senso di disorientamento, anche perché da parte del governo non è stata data finora la possibilità ai cittadini di intravedere la nuova linea di condotta della guerra. La necessità di un orientamento in tal senso è tanto piú sentita in quanto, al di fuori ed al di sopra di ogni passione politica, la generalità dei cittadini auspica oggi la pace». 

  7. Cfr. E. AGA ROSSI, L'inganno reciproco: l'armistizio tra l'Italia e gli angloamericani del settembre 1943, Roma 1993, p. 133. 

  8. R. SUSTER, Diario 1943-44, 14 agosto 1943, in ACS, R. SUSTER, b. 2, fasc. 9. 

  9. Cfr. C. PAVESE, Romanzi, Torino 1961, p. 65 (La casa in collina). 

  10. Cfr. P. CALAMANDREI, Diario cit., II, p. 189. 

  11. Cfr. S. COTTA, Quale Resistenza? Aspetti e problemi della guerra di liberazione in Italia, Milano 1977, pp. 116 sg. 

  12. Cfr. per una tipica e significativa testimonianza di questo stato d'animo il diario di A. DAMIANO, Rosso e grigio, Milano 1947, pp. 87 sg., in cui è riferito come fu vissuta la notizia dell'armistizio a Montalto Pavese, dove l'autore era sfollato da Milano:
    «Oggi verso le sei due ragazzotti che passavano per la strada dissero alla mezzadra, uscita ad attingere acqua: "Hanno fatto la pace". Mia cognata, che era fuori anche lei, mi guardò con due occhi tramortiti. "Hai sentito?" Corremmo alla radio. Un disco inciso ripeteva le parole con le quali Badoglio comunicava la notizia dell'armistizio.
    Mia moglie era giú nella vigna con mio suocero e i figli. Corsi giú a dar loro la nuova. Trovai mio suocero che saliva su per l'erta, appoggiato a una lunga canna, seguito dagli altri. Gli grido da lontano: "Armistizio, la guerra è finita!" Egli sostò appoggiato alla canna, facendo gli occhi piccoli e aggrottando la fronte per intendere le parole che gli gridavo. Poi capí, e riprese a salire a capo chino. Mi dissi: "Guarda come è apatico". Poi mi avvidi che ero apatico come lui. Mia moglie accolse la nuova con una faccia grave. Risalimmo tutti e tre il pendio fino alla costa, in silenzio.
    Badoglio ha concluso il suo messaggio con parole oscure, o fin troppo chiare: "Qualunque tentativo di aggressione, da qualunque parte venga, sarà respinto con le armi". Da chi può venire questa aggressione, se non dalla Germania?
    Chi giubila è l'uomo dei campi. Mentre scrivo giungono dal paese echi di canti: sono tutti all'osteria. Il popolino è felice, noi no. Perché? Non volevamo la pace anche noi? Ma stasera la plebe non ha coscienza dell'abisso nel quale siamo precipitati. O forse ce l'ha fin troppo, ma non gliene importa. Pace, tutti a casa, ciucche alla domenica, e regni chi vuole. "A Nadal se spusam-ma!" mi gridò uno, sfrecciando in bicicletta, giubilante. In questo giubilo c'è la rivoluzione di domani. Brucia piú scorie questa gioia, pronta a tramutarsi in furore rivoluzionario, che le nostre benpensanti doglie.
    Notte calma. Poc'anzi sono uscito sull'aia e ho guardato il cielo, vuoto sotto le stelle. Non piú rombi di apparecchi incursori. Attorno al cadavere della patria è un gran silenzio».
    Né sostanzialmente diversa è la testimonianza offertaci da una relazione su quegli avvenimenti redatta dal priore di San Giusto a Montalbini, in Toscana (cfr. PRETI FIORENTINI, Giorni di guerra 1943-1945. Lettere al vescovo, a cura di G. Villani, Firenze 1992, p. 300):
    «La sera dell'8 settembre 1943 si vedono in lontananza tanti fochi come per la vigilia di S. Giovanni. E poi comincia da tutte le chiese uno scampanio a festa che riempie l'aria di un'insolita allegria. Cosa c'è? Dopo poco "la galena" ci annunzia l'armistizio. Io non suono le campane. Sulle sciagure della patria non si gioisce, ma si piange. Io non suono le campane. Comprendo che la guerra non è finita, comprendo che i tedeschi sono "diavoli"; sono ostinatamente tenaci e quindi, avendoli in casa, la guerra non è finita». 

  13. A sopravvalutare le possibilità e le capacità belliche degli Alleati non erano solo le masse, ma anche persone culturalmente preparate e con una certa esperienza militare. Tipico è il caso di Piero Calamandrei che, il 23 settembre, criticando l'eccessivo ottimismo dei romani che pensavano che la capitale sarebbe stata liberata in una quindicina di giorni, scriveva: «Poesie; per liberare l'Italia fino all'Appennino occorreranno almeno due mesi. Firenze sarà libera alla fine di novembre. E altri quattro o piú per liberare la pianura padana» (Diario cit., II, p. 202). 

  14. Secondo C. DELLAVALLE, Dall'8 settembre alla Resistenza, in 8 settembre 1943. Storia e memoria, a cura di C. Dellavalle, Milano 1989, p. 130 (che però si riferisce essenzialmente a qualche tempo dopo l'8 settembre, quando cominciò a porsi il problema della resistenza e, in certe situazioni, anche le settimane, persino i giorni hanno una loro importanza) la gran parte della popolazione si sarebbe trovata per un certo periodo nella posizione di «scegliere... di non scegliere, di aspettare, di vedere gli sviluppi della situazione». Sempre secondo il Dellavalle, «molti segnali» starebbero ad indicare però che questo non era solo una posizione di estraneità, un pensare solo a se stessi, ma che era «dettata in gran parte dall'incertezza, dal non avere, ad esempio, le informazioni necessarie per elaborare una scelta definitiva, per sapersi orientare nella confusione che si era determinata». L'unico «segnale» da lui citato è però l'aiuto prestato ai militari sbandati, che, con la sua ampiezza, esprimeva «un rifiuto della guerra»: il che per un verso è troppo poco (ché bisognerebbe, per lo meno, stabilire quanto in tale aiuto giuocavano, oltre alla solidarietà umana, altri motivi) e per un altro troppo ovvio. 

  15. P. NENNI, Diari cit., I, p. 42. 

  16. B. TECCHI, Un'estate in campagna (Diario 1943), Firenze 1945, pp. 65 sgg., nonché, per il 25 luglio, p. 24. 

  17. R. SUSTER, Diario cit. 

  18. A. OSIO NOGARA, Diari e pagine sparse 1904-1987, Verona 1989, pp. 102 sg. 

  19. Per le vicende militari delle settimane successive l'8 settembre e in particolare per le contromisure tedesche cfr. MIN. DIFESA - S. M. ESERCITO - UFF. STORICO, Le operazioni delle unità italiane nel settembre-ottobre 1943, Roma 1975, pp. 48 sgg.; J. SCHRÖDER, Italiens Kriegsaustritt 1943 cit., pp. 281 sgg.; nonché History of United States Naval Operations in World War II, IX, Sicily - Salerno - Anzio. January 1943 - june 1944, a cura di S. E. Morison, Boston 1975, pp. 227 sgg. 

  20. Sulla «Città aperta» cfr. MIN. DIFESA - S. M. ESERCITO - UFF. STORICO, Le operazioni delle unità italiane nel settembre-ottobre 1943 cit., pp. 79 sgg. e 134 sgg; V. TEDESCO, Il contributo di Roma e della provincia nella lotta di liberazione, Roma s.d., pp. 184 sgg.; nonché, per l'attività ufficiale del gen. Calvi di Bergolo, I bandi tedeschi e fascisti, a cura di E. Piscitelli, in «Quaderni della resistenza laziale», n. 4, 1977, pp. 83 sgg. 

  21. Per un quadro d'insieme delle risultanze della commissione d'inchiesta istituita dal governo Bonomi nell'ottobre 1944, cfr. I. PALERMO, Storia di un armistizio, Milano 1967. 

  22. Cfr. History of the Second World War, United Kingdom Military series, Grand Strategy, IV, August 1942 - September 1943, a cura di M. Howard, London 1972, e V, The campaign in Sicily 1943 and the campaign in Italy 3rd September 1943 to 31 st. March 1944, a cura di C. J. C. Molony, F. C. Flynn, H. L. Davies, T. P. Gleave, London 1973; United States Army in world war, II, The Mediterranean theatre of operations, Sicily and the Surrender of Italy, a cura di A. M. Garland e H. McGaw Smyth, Washington 1965; M. TOSCANO, Dal 25 luglio all'8 settembre. Nuove rivelazioni sugli armistizi fra l'Italia e le Nazioni Unite, Firenze 1966; M. MAZZETTI, L'armistizio con l'Italia in base alle relazioni ufficiali anglo-americane, in «Memorie storiche militari», 1978, pp. 61 sgg.; E. AGA ROSSI, L'inganno reciproco cit.; non porta invece elementi nuovi F. STEFANI, 8 settembre 1943. Gli armistizi dell'Italia, Milano 1991. 

  23. R. ROMEO, Il bilancio della catastrofe, in ID., Scritti storici (1951-1987), Milano 1990, p. 438. 

  24. Cfr. M. MAZZETTI, L'armistizio con l'Italia cit., pp. 155 sgg. 

  25. Allargando il discorso dalla questione della mancata difesa di Roma a quella piú generale del comportamento dell'esercito italiano, a suffragare l'affermazione che, se le divisioni attorno Roma si fossero battute con decisione, gli Alleati avrebbero sostenuto l'esercito italiano, non basta certo il fatto che il 9 settembre Churchill si fece parte attiva presso Roosevelt e il Joint Chief of Staff per indurli a sfruttare le nuove possibilità aperte dall'armistizio. Sotto la penna di un realista come il premier britannico, che si sforzava di prevedere e di precostituire le situazioni piuttosto che farsene rimorchiare, l'invito – specie se visto contestualmente al suo interesse per un'azione volta ad occupare il Dodecanneso e all'attenzione con la quale seguiva quanto avveniva a Corfú e a Cefalonia – fa infatti pensare che le nuove possibilità da sfruttare Churchill non le vedesse tanto in Italia quanto nei Balcani. A parte il fatto che, proclamato l'armistizio, il fattore sorpresa non avrebbe piú potuto giuocare e che qualsiasi azione di un certo impegno non avrebbe potuto essere tecnicamente varata con tempestività, se non correndo gravissimi rischi, a farlo pensare inducono tra l'altro il posto che i Balcani avevano nella strategia politica di Churchill e il successivo atteggiamento degli inglesi (ma sostanzialmente anche degli americani) rispetto ai tentativi italiani di ricostruzione dell'esercito e alla resistenza. 

  26. A puro titolo di esempio, scegliamo tra le molte che si potrebbero citare due testimonianze-giudizio, una del maresciallo Caviglia, l'altra di Dollmann.
    Sotto la data del 18 ottobre 1943 E. CAVIGLIA, Diario (aprile 1925 - marzo 1945), Roma 1952, p. 459, scriveva:
    «Ieri è ritornato l'avvocato Isetta dopo piú di un mese di assenza. Ha dovuto mettersi al sicuro in varii luoghi. Mi ha detto che Pertini e i suoi amici avrebbero voluto che io difendessi Roma. Lo sapevo: me l'aveva detto l'onorevole Lussu, venuto con qualche suo amico a visitarmi a Roma.
    Bisognerebbe sorridere, se non fossimo immersi nella tristezza fin sopra la testa. Basti conoscere la consistenza dei viveri di Roma e la minaccia contenuta nell'ultimatum di Kesselring: se per le ore sedici del 10 settembre non avessimo accettato l'ultimatum, avrebbe fatto saltare gli acquedotti, già minati, e mandato settecento aeroplani a bombardare Roma. Io avevo pensato che gli aeroplani da bombardamento disponibili potevano essere solo duecento, ma bastavano lo stesso. Con quali armi e armati, con quali viveri avremmo potuto difendere Roma?
    Possibile che si creda ancora che in quel momento si potesse resistere, davanti all'esercito tedesco, con le barricate e i petti degli eroici cittadini romani? Romanticismi: Balilla! Le cinque giornate! Può darsi che venga il momento di agire. Per ora bisogna avere pazienza».
    Quanto a E. Dollmann, nell'aprile 1946, in uno dei manoscritti da lui redatti per i servizi segreti inglesi sulle vicende politico-militari da lui vissute in Italia, scriveva a sua volta:
    «Le sei divisioni italiane a disposizione del generale Carboni rappresentavano una entità di gran lunga superiore alle forze su cui poteva contare nei primi giorni Kesselring. La divisione paracadutisti – dislocata a Pratica di mare – non aveva piú di 8000 uomini, senza carri armati e senza artiglieria pesante. La divisione granatieri del gen. Graeser (pressi di Lago di Bracciano) disponeva di circa 8000 uomini; alcuni reparti erano ancora in via di trasferimento. Non era una divisione corazzata, ma disponeva semplicemente di un distaccamento corazzato di esplorazione (una trentina di mezzi circa). A tali forze si potevano aggiungere: piccoli distaccamenti (presidi di varie località), il presidio del Quartier generale e gli uomini a disposizione di Kappler e di Skorzeny (non oltre 200 uomini).
    Ma mentre le truppe germaniche potevano vantare una disciplina ed inquadramento perfetti, ed ogni uomo era animato dal desiderio di tutto osare contro i "traditori italiani", le truppe italiane (eccezion fatta di talune unità il cui comportamento fu brillante: granatieri, carabinieri) rappresentavano una massa disordinata, alla quale mancava una fede e che, soprattutto, non disponeva di un capo. Ad un Kesselring (popolarissima figura di soldato, che tutti ammiravano) gli italiani non potevano opporre che un generale Carboni» (ASMAE, D. GRANDI, b. 148, fasc. 197, sottof. 1). 

  27. Mentre la letteratura sui militari italiani fatti prigionieri e deportati dai tedeschi è assai ricca, molto pochi sono gli studi sulle vicende militari dei reparti in conseguenza dell'8 settembre. Per un quadro relativo alle forze dislocate in Jugoslavia, in Albania, in Grecia, nelle isole del Dodecanneso, in Corsica e in Francia cfr. MIN. DIFESA - S. M. ESERCITO - UFF. STORICO, Le operazioni delle unità italiane nel settembre-ottobre 1943 cit.; nonché G. LOMBARDI, L'8 settembre fuori d'Italia, Milano 1966. 

  28. Il comportamento della Marina e dell'Aeronautica fu in genere diverso e può spiegarsi soprattutto con la loro maggiore disciplina e motivazione, con l'esistenza di piú forti rapporti personali, specie nell'Aeronautica, tra ufficiali, sottufficiali e semplici marinai e avieri e con la possibilità, che l'Esercito non aveva, di sottrarsi alla cattura da parte dei tedeschi facendo rotta, come del resto imponeva loro l'armistizio, verso basi alleate o (come pure avvenne) neutrali. 

  29. Sul «morale delle truppe» ad un mese dalla caduta di Mussolini si vedano in Appendice, Documento n. 1 la relazione in data 25 agosto 1943 del gen. Roatta, capo di stato maggiore dell'Esercito ad Ambrosio e Sorice (ACS, Presidenza Consiglio Ministri, Gabinetto, Fascicoli riservati (1943-45), b. 2, fasc. 105) e il quadro complessivo ricostruito da G. CONTI, La crisi morale del '43: le forze armate e la difesa del territorio nazionale, in «Storia contemporanea», novembre-dicembre 1993, pp. 1115 sgg. 

  30. «Il disorientamento, il panico, la confusione è al colmo. Nei Ministeri – scriveva per esempio il 9 settembre R. SUSTER nel suo Diario cit., a proposito della situazione a Roma – i funzionari e gli impiegati sono invitati a sgomberare e rientrare nelle loro case». 

  31. Oltre che per il senso del dovere dimostrato, il caso dei granatieri merita di essere ricordato perché essi erano agli ordini del gen. Solinas di cui erano noti i sentimenti fascisti e che, ciò nonostante, fu tra i generali uno di quelli che nei giorni immediatamente successivi all'armistizio si comportarono meglio. Anche senza voler attribuire al comportamento del gen. Solinas un valore che non può avere, il fatto va segnalato, poiché, nel tentativo di spiegare le dimensioni e la rapidità della dissoluzione dell'esercito da parte antifascista si fece allora leva su alcuni episodi di segno contrario per attribuirli alla nefasta influenza sui soldati e alla consapevole opera degli ufficiali fascisti e in particolare quelli di origine squadrista. Tipica in questo senso è un'annotazione di P. CALAMANDREI (Diario cit., II, p. 204): «Gran parte in questo crollo hanno avuto gli squadristi richiamati come ufficiali: i quali hanno consapevolmente spezzato, come fascisti, questa resistenza che qua e là avrebbe potuto affiorare e consolidarsi. Il fenomeno è stato uguale in cento luoghi: quello che è successo alla batteria Tosca al Poveromo dove il comandante (certo capitano Giorgetti, squadrista) ha abbandonato uomini e pezzi "perché la sua fede fascista gli faceva considerare i tedeschi come amici" si è ripetuto tal quale in cento altre occasioni». 

  32. P. NENNI, Diario cit., p. 43. 

  33. Cfr. a questo proposito c. FUMIAN, «Venezia “città ministeriale” (1943-1945)», in La Resistenza nel Veneziano. La società veneziana tra fascismo, resistenza, repubblica, Venezia 1985, I, pp. 365 sgg. e in particolare, pp. 370 sgg.; che valuta il numero del personale ministeriale realmente trasferito al nord nel 20 per cento circa del totale.
    Per un caso particolare, non privo di significato peraltro, cfr. V. RONCHI, Guerra e crisi alimentare in Italia (1940-1950). Ricordi ed esperienze, Roma 1977, pp. 162 sgg. 

  34. L. BOLLA, Perché a Salò cit., pp. 38 sgg. 

  35. A. TRABUCCHI, I vinti hanno sempre torto, Torino 1947, p. 28. 

  36. Cfr. A. TAMARO, Due anni di storia cit., II, p. 284. 

  37. Mussolini l'alleato, II, pp. 819 sgg. 

  38. Tra l'8 settembre e la fine del 1943 circa 86 mila militari si mostrarono disposti a collaborare, in Italia e fuori, con la Wehrmacht (cfr. G. SCHREIBER, I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943-1945, Roma 1992, p. 443). Il dato è però scarsamente significativo; molti infatti compirono tale passo per opportunismo, per evitare la deportazione, tanto è vero che una buona parte di essi alla prima occasione cercò di disertare. 

  39. F. FURET, Il laboratorio della storia, Milano 1985, p. 273. 

  40. P. LABORIE, L'opinion française sous Vichy, Paris 1990; ID., Solidarité et ambivalence de la France moyenne, in La France des années noires, Paris 1993, II, pp. 295 sgg. 

  41. L. KLINKHAMMER, L'occupazione tedesca in Italia (1943-1945), Torino 1993, pp. 15 sgg. 

  42. V. DE CAPRARIIS, L'Italia contemporanea (1946-1953), in ID., Scritti, III, a cura di T. Amato e M. Griffo, Messina 1986, p. 119. 

  43. Cfr. soprattutto E. BRUNETTA, Correnti politiche e classi sociali alle origini della Resistenza nel Veneto, Vicenza 1974 e ID., La Resistenza, in Storia di Vicenza, IV, 1, L'età contemporanea, Vicenza 1991, pp. 155 sgg. 

  44. Ibid., pp. 161 sg. 

  45. Cfr. S. COTTA, Quale Resistenza? cit., p. 57. 

  46. ACS, R. SUSTER, b. 3, fasc. 16, «Corrispondenza». 

  47. G. PAPINI, Diario, Firenze 1962, p. 116. 

  48. In un'ottica diversa, ma tutto sommato simile, significativo, pur nella sua apparente paradossalità, è il caso di un giovane ufficiale, Giorgio Chiesura, che, dopo aver combattuto in Sicilia, fu sorpreso dall'armistizio sul continente, poté raggiungere la famiglia a Venezia, vi stette tre giorni e poi si consegnò prigioniero ai tedeschi, che lo inviarono in un campo in Germania. «Non volevo vedere, né pensare, né decidere una qualsiasi cosa; la sola idea che ci fosse un "da farsi" intorno al quale bisognasse pensare... mi provocava una nausea profonda. Sapevo solo che per me era finita; gli altri facessero quello che volevano... Non voglio né ricominciare a fare quello che la cosidetta Patria ci ordina (questa patria che, l'ho visto coi miei occhi, è l'opposto di tutti gli italiani); né dovere, per evitare questo, vivere in mezzo a fughe, a sotterfugi, a ripieghi, compromessi, aggiustamenti... Per questo mi consegno prigioniero, deciso a rimanere prigioniero fino alla fine, qualsiasi cosa accada e qualunque possa essere il fine» (G. CHIESURA, Sicilia 1943, Palermo 1993, pp. 141 sgg.). 

  49. Cfr. C. MALAPARTE, La pelle, Roma-Milano 1940¹⁰, pp. 70 sg. e 12. 

  50. M. G. CAMILLETTI, Lettere al figlio in guerra, in «Storia e problemi contemporanei», 1992, n. 10, p. 102. 

  51. Significativo è il fondo La déclaration de guerre, dedicato il 15 ottobre 1943 dalla «Gazette de Lausanne» alla dichiarazione di guerra alla Germania da parte del governo Badoglio. A parte l'interrogativo se Badoglio avesse fatto bene o no a compiere un simile atto nei confronti di uno stato del quale l'Italia era stata sino a poco tempo prima alleata e dopo che, caduto Mussolini, aveva affermato che per l'Italia la guerra continuava, l'anonimo autore osservava che il regio governo, seguendo la stessa strada imboccata da Mussolini ostinandosi a riportare alle armi «una nazione stanca», rischiava di andare incontro al medesimo insuccesso e cioè di urtare nella stessa «lassitude» e «subir le même désaveau». 

  52. A. PIZZONI, Alla guida del CLNAI. Memorie per i figli, Torino 1993, pp. 278 sgg. 

  53. Cfr. R. ROMEO, L'Italia liberale: sviluppo e contraddizioni, Milano 1987, pp. 38 sgg. 

  54. «Perché se nel linguaggio della pedagogia politica si può ammettere che i processi storici siano assunti a significare anche cose diverse da quelle che realmente hanno significato, nel rigoroso linguaggio della storiografia tutto ciò fa smarrire il senso delle distinzioni e delle caratteristiche proprie di ogni processo storico» e rende difficile evitare equivoci e fraintendimenti e il sorgere di miti e di passionalità che impediscono una effettiva comprensione della storia e, dunque, una corretta e realistica autoimmagine nazionale. Cfr. V. DE CAPRARIIS, L'Italia contemporanea cit., p. 162. 

  55. Nonostante la vastità del fenomeno, sulla renitenza alla leva, le diserzioni, la mancata presentazione ai corpi o ai distretti dei militari che si erano sbandati dopo lo sbarco alleato in Sicilia e l'8 settembre, manca qualsiasi studio d'insieme e scarsi e reticenti sono gli accenni dedicati ad esso nella pubblicistica e nella storiografia militari. Da vedere è comunque E. FORCELLA, Un altro dopoguerra, Milano 1976; nonché ID., «Lo Stato nascente e la società esistente», introduzione a L'altro dopoguerra. Roma e il Sud 1943-45, a cura di N. Gallerano, Milano 1985, pp. 27 sgg. Notizie significative sono reperibili nella relazione di R. Cadorna sull'attività dello Stato maggiore dell'Esercito dal settembre 1943 al gennaio 1947 (G. N. AMORETTI, La relazione Cadorna sull'opera dello Stato Maggiore dell'Esercito [18 settembre 1943 - 31 gennaio 1947], Rapallo 1983, pp. xv sg. e 26 sg.) e nei rapporti dei prefetti. Nel «Riassunto generale dei rapporti delle Regie Prefetture relativo al mese di novembre» del 1944, per esempio, dopo aver riferito della persistente apatia politica della grande maggioranza della popolazione e soprattutto dei giovani, si parla esplicitamente di disappunto e di resistenza passiva della massa giovanile di fronte alla chiamata di leva e della «situazione abbastanza preoccupante» causata dalla evidente contrarietà della gioventú a partecipare alla guerra (cfr. E. AGA ROSSI, L'Italia nella sconfitta: politica interna e situazione internazionale durante la seconda guerra mondiale, Napoli 1985, pp. 329 sg. Cfr. anche P. BERARDI, Memorie di un Capo di Stato maggiore dell'Esercito (1943-1945), Bologna 1954, pp. 161 sg., che parla esplicitamente oltre che di renitenza alla leva, di «piaga delle diserzioni», e di «diritto alla diserzione, favorito dalle famiglie, dai paesani, dall'esempio dei partiti che incitavano i soldati alle loro case, perché tanto tutto era finito»; nonché S. LOI, I rapporti fra Alleati e Italiani nella cobelligeranza, Roma 1986, p. 102, che (parlando delle difficoltà che l'Esercito dovette affrontare per approntare i gruppi di combattimento da impiegare contro i tedeschi) accenna (in buona parte sulla base da quanto scritto da Berardi) a «malattie, assenze arbitrarie, scarso gettito delle nuove leve». Secondo quanto il maresciallo Messe, che ricopriva l'incarico di Capo di stato maggiore generale, riferí a Bonomi il 12 gennaio 1945, a fine dell'anno precedente i casi di renitenza alla leva e di diserzione ammontavano a oltre 200 mila. ACS, Presidenza Consiglio Ministri, 1944-1947, fasc. 1.2.26/13530, sottof. 1, «Amnistia per i reati militari».
    All'ampiezza del fenomeno è probabile contribuí in qualche misura anche il rapido deterioramento dello stato d'animo di larghi settori della popolazione meridionale verso gli Alleati. Secondo un rapporto in data 27 marzo 1944 inviato a Berna dal console svizzero ad Algeri dopo un sopraluogo nelle regioni liberate, nel giro di pochi mesi la simpatia della popolazione (che inizialmente li aveva accolti «a braccia aperte») verso gli Alleati si era molto attenuata (e nelle classi superiori si era talvolta trasformata addirittura in antipatia) dopo che le condizioni di vita avevano ripreso a peggiorare, i militari alleati si erano dimostrati assai spesso arroganti e indisciplinati e incapaci di procedere rapidamente verso nord (BA, 2001 D, 3, fasc. 65). 

  56. Cfr. I. CALVINO, Il sentiero dei nidi di ragno, Torino 1964, p. 16. 

  57. Valga da esempio il caso della figlia di Edvige Mussolini, Rosetta Ricci Grisolini, che per i suoi sentimenti antifascisti e per aver prestato aiuto ad alcuni ricercati fu arrestata per un certo tempo. Cfr. Intervista al sen. Salvatore Marco De Simone già membro del Clnt e responsabile politico del Pci in provincia di Ravenna durante la Resistenza, in «Bollettino dell'Istituto calabrese per la storia dell'antifascismo e dell'Italia contemporanea», 1991, n. 1, p. 52. 

  58. Cfr. P. SCOPPOLA, La «nuova cristianità» perduta, Roma 1985, p. 39; ID., La repubblica dei partiti. Profilo storico della democrazia in Italia (1945-1990), Bologna 1991, cap. I. 

  59. Cfr. ADSS, XI, pp. 359 sgg. 

  60. Cfr. a questo proposito le considerazioni di S. COTTA in Aspetti religiosi della Resistenza, Torino 1972, pp. 142 sgg.