Capitolo primo: «Forse sarebbe stato preferibile che il mio destino si compisse il 25 luglio»: un «defunto» torna sulla scena politica
Come abbiamo anticipato nelle pagine conclusive del precedente volume, l'internamento di Mussolini a Ponza fu deciso ed attuato in modo estremamente precipitoso, per la necessità di allontanare il piú presto possibile il prigioniero dalla capitale, senza che la cosa fosse stata studiata e preparata in anticipo, senza alcuna idea precisa circa il futuro da riservare all'ingombrante personaggio e senza che qualcuno se la sentisse di assumersi la responsabilità di una vera decisione. E ciò tanto piú che nessuno, salvo forse Acquarone, doveva avere idea di cosa pensassero in proposito il sovrano e Badoglio (che non è affatto da escludere che nell'intimo accarezzasse l'idea di una morte «accidentale» di Mussolini) si guardava bene dal prendere iniziative. Né, infine, è da sottovalutare il peso negativo (e qui il discorso vale per l'intero periodo della detenzione di Mussolini) che su tutta l'operazione ebbero la quasi impossibilità di servirsi per essa dei consueti mezzi di comunicazione telefonici, telegrafici e radio per timore che i tedeschi potessero intercettarli, la diffidenza delle autorità militari verso le forze di polizia (e forse verso lo stesso Senise) alle quali ufficialmente l'operazione era affidata e il loro conseguente preferire di fatto ad esse i carabinieri: da qui un dualismo e una sorta di sotterranea sorveglianza e concorrenza tra carabinieri e polizia che non giovarono certo a rendere piú facile e conforme ai risultati, che bene o male si volevano conseguire, l'operazione stessa.
A suggerire il trasferimento e l'internamento in un luogo piú adatto e sicuro di Roma furono alcuni esponenti militari e in primis il ministro della Guerra Sorice che sollecitarono all'uopo un intervento di Senise presso Badoglio. Il maresciallo, a cui il capo della polizia propose l'isola di Ponza, accettò il suggerimento, ma mostrò di preferire Ventotene a Ponza. Una scelta, questa, che a Senise apparve subito infelice, dato che la custodia di Mussolini a Ventotene avrebbe presentato grosse difficoltà essendo l'isola la sede di una colonia di massa di confinati antifascisti la cui imminente liberazione avrebbe oltre tutto reso impossibile mantenere segreto il luogo dove era internato l'ex «duce», sicché Senise, incaricando l'ispettore generale Pòlito di occuparsi dell'operazione, gli dette però istruzione di rendersi conto de visu della situazione nell'isola prima di sbarcare il prigioniero e, al caso, di proseguire per Ponza1. Il che fu ciò che appunto fecero Pòlito e il tenente colonnello dei carabinieri Pelaghi, che gli era stato affiancato dal comandante generale dell'arma, generale Cerica, non appena si resero conto dell'assoluta inidoneità dell'isola anche per un terzo motivo che Senise non aveva previsto: la presenza in essa di alcune centinaia di militari tedeschi.
Anche Ponza si rivelò però quasi subito inadatta2. La sistemazione del prigioniero, in una casa in abbandono in località Santa Maria dove era stato confinato ras Immerú e che era comunemente definita «la casa del ras», era troppo precaria per un uomo che, secondo le istruzioni di Roma, doveva essere tenuto sotto strettissima sorveglianza, ma trattato con tutti i riguardi. Ma ciò che piú conta l'isola non assicurava né la possibilità di tenere segreta la presenza di Mussolini né una sua adeguata tutela.
Pur meno numerosi che a Ventotene, anche a Ponza vi erano dei confinati antifascisti (tra i quali Nenni e Zaniboni ormai prossimi ad essere liberati) che subito vennero a conoscenza della presenza di Mussolini3 e questa suscitò molta curiosità e piú di una manifestazione di simpatia nella popolazione locale4 e, pare, persino in qualche confinato5. Come se ciò non bastasse a Ponza avevano base e attraccavano vari pescherecci che rifornivano le località costiere e campane, sicché non era possibile che la notizia della presenza nell'isola di Mussolini non si diffondesse. Come ciò non bastasse, tra gli addetti alla custodia dell'ex «duce» vi erano alcuni di sentimenti fascisti (uno di essi, un carabiniere, procurò a Mussolini, a cui erano vietati la lettura dei giornali e l'ascolto della radio, la trascrizione dei bollettini di guerra) e altri che non nascondevano la loro comprensione umana e, forse, simpatia per lui (sino ad arrivare a chiedergli un autografo): da qui una sorta di disposizione a concedergli piú di quanto le norme di sicurezza avrebbero consigliato, qualche passeggiata nei dintorni della «casa del ras», qualche bagno nella caletta di Frontone e il permesso di recarsi la mattina del 7 agosto alla messa in memoria del figlio Bruno (di cui sarebbe ricorso quel giorno l'anniversario della morte) che fu celebrata, su sua richiesta, ma senza che egli potesse intervenirvi poiché nella notte tra il 6 e il 7 fu imbarcato sul Pantera e trasferito alla Maddalena, dal parroco di Ponza don Luigi Maria Dies nella chiesa di Santa Maria6. E ad avere questo atteggiamento verso il prigioniero non erano solo gli agenti di polizia; anche tra i militi e gli stessi ufficiali dei carabinieri, ai quali di fatto era stata affidata la custodia di Mussolini, non pochi erano infatti quelli disposti ad alleviare la sua condizione passando sopra le norme di sicurezza alle quali avrebbero dovuto attenersi, tanto è vero che il 10 agosto, appena effettuato il trasferimento di Mussolini a La Maddalena, sia il comandante del distaccamento, tenente colonnello Meoli, sia il suo vice sarebbero stati sostituiti7 con il tenente Alberto Faiola che Badoglio conosceva personalmente e stimava avendolo avuto alle sue dipendenze in Etiopia8:
Il trasferimento a La Maddalena fu giustificato con Mussolini dall'ammiraglio Maugeri, che anche questa volta presiedette all'operazione per conto della Marina, con l'opportunità di scongiurare eventuali colpi di mano anglo-americani e tedeschi per impadronirsi di lui. Una giustificazione che era però solo una mezza verità.
Che gli Alleati pensassero ad un colpo di mano non risulta da nessuna fonte e tutto lascia ritenere che essi non sapessero dove Mussolini si trovava. Diversa era invece la situazione per quel che riguardava i tedeschi. Sin dai primi giorni dopo il 25 luglio, essi, infatti, andavano freneticamente cercando notizie su Mussolini in tutti gli ambienti, vagliando le innumerevoli voci che circolavano sulla sua sorte9. I loro sforzi, spesso caratterizzati da rivalità e mancanza di coordinamento fra i vari servizi interessati a quella che fu chiamata l'operazione «Eiche»10 e da sotterranei contrasti sia personalistici sia politici e da assurde interferenze di gerarchi nazisti (Himmler arrivò al punto di incaricare della «ricerca» un gruppo di astrologi), non sortirono però tangibili risultati11. Sicché al momento del trasferimento a La Maddalena essi brancolavano ancora nel buio e seguivano una falsa pista secondo la quale Mussolini si sarebbe trovato a Santo Stefano, un isolotto roccioso ad est di Ventotene.
Contemporaneamente all'arrivo di Mussolini a Ponza, il 28 luglio, lungo la costa antistante l'isola erano cominciate subito a circolare voci che asserivano che l'ex «duce» era a Ventotene o a Ponza. Già il 29 Herbert Kappler, capo dei servizi di polizia nazisti a Roma, era stato informato da un marinaio tedesco in licenza a Gaeta del suo imbarco sul Persefone; l'informazione, confermata due giorni dopo da un tecnico aeronautico, non gli aveva però fatto fare nessun progresso. Risultando che la Persefone aveva fatto rotta per Ventotene, Kappler si era rivolto per ulteriori notizie al comandante del presidio tedesco in quest'isola che gli aveva assicurato che in essa non vi era traccia alcuna di Mussolini, sicché si era visto costretto ad avviare una non facile e lunga ricerca sistematica in tutte le isole Pontine, con il risultato, per un verso, di convincersi che Mussolini dovesse essere a Santo Stefano (probabilmente tratto in inganno da una voce, raccolta anche dai servizi dell'ammiraglio Canaris, che lo voleva all'Elba o nelle vicinanze, e da una sua confusione tra Porto Santo Stefano e l'isolotto della Pontina) e di privilegiare al massimo questa ipotesi (sino a preparare un colpo di mano su di esso) e, per un altro verso, di mettere in allarme i servizi italiani, che, per depistarlo, riuscirono a fargli giungere la notizia che Mussolini era stato portato da Ponza a La Spezia dove era custodito a bordo della Littorio12.
Col senno del poi si potrebbe dire che, se non c'era da stare tanto tranquilli, la situazione non era neppure cosí drammatica da rendere urgentissimo il trasferimento di Mussolini e per di piú in una località come La Maddalena che Senise – quando, a cose fatte, ne fu informato – considerò una scelta «anche meno opportuna di quella a Ponza», dato il gran numero di marinai che erano nell'isola e i continui contatti diretti ed indiretti che essi avevano con il continente, il rischio che tra essi vi fossero dei fascisti pronti a liberare Mussolini13 o a informare i tedeschi e la presenza, per di piú, di un certo numero di marinai tedeschi14. Il fatto è che l'attivismo dei servizi segreti tedeschi aveva fatto crescere a dismisura a Roma il timore che questi stessero per individuare, se già non lo avevano fatto, il luogo in cui si trovava Mussolini. Se a ciò si aggiunge che nei primi giorni di agosto era stato scoperto che alcuni fascisti di Littoria stavano progettando un colpo di mano con barche da pesca per liberare Mussolini15 e che il 6 agosto il maresciallo maggiore dei carabinieri Osvaldo Antichi, responsabile della custodia diretta di Mussolini a Ponza (cosí poi a La Maddalena e sul Gran Sasso) e successivamente membro del Fronte militare clandestino, aveva informato il generale Cerica della «rilassatezza» della sorveglianza attorno al prigioniero, non è difficile capire perché Roma decise improvvisamente di trasferire su due piedi Mussolini e, non avendo alcuna idea sul dove, finí per scegliere La Maddalena, pensando che, essendo una delle principali basi della Marina, costituisse il luogo piú sicuro e atto a impedire eventuali colpi di mano. Né è da escludere che alla scelta contribuissero la diffidenza e lo scetticismo di buona parte dei vertici militari verso la polizia e la sopravvalutazione dell'efficienza e della fedeltà dei propri uomini e di quelli della Marina. Significativo in questo senso è che, per quel che se ne sa, la decisione fu presa da Badoglio, dal ministro della Marina De Courten, da Cerica e da Acquarone senza interpellare Senise.
Un rapporto redatto anni dopo dall'Antichi, su richiesta del generale dei carabinieri Filippo Caruso, offre gli elementi temporali e di fatto piú precisi tra quelli disponibili. In esso16 si legge:
Il 5 agosto m'imbarcai a Ponza su una corvetta che mi portò a Gaeta donde proseguii in treno per Roma. Riferii personalmente al Comandante generale dell'Arma sulla situazione e sul morale di Mussolini. Il generale Cerica mi fece ripetere quanto gli avevo detto ad un'alta personalità della Real Casa – seppi poi trattarsi del Ministro conte Acquarone –, il quale, dopo avermi ascoltato, si assentò per una buona mezz'ora e, ritornato, disse di tenermi pronto perché si sarebbe provveduto a trasferirlo altrove. Ritornai a Ponza il 6 successivo ed in serata un telegramma cifrato avvertiva che verso le ore 3 del giorno 7 un cacciatorpediniere avrebbe attraccato al largo per imbarcare Mussolini e la scorta. Mussolini venne preavvisato del viaggio soltanto un'ora prima. Si vestí, sorbí una tazza di latte ed insieme, a mezzo d'una imbarcazione preventivamente disposta, raggiungemmo il Pantera, cacciatorpediniere rilevato ai francesi dal porto di Tolone, come mi dissero i marinai che ci attendevano al largo. Era comandato dall'ammiraglio Maugeri, dal quale Mussolini apprese che eravamo diretti a La Maddalena. Attraversammo il Tirreno, in burrasca, e verso le ore 13 dello stesso giorno il cacciatorpediniere attraccò a La Maddalena.
Come Senise aveva subito previsto, la soluzione La Maddalena non si dimostrò affatto migliore di quella Ponza17. L'arrivo di Mussolini non passò inosservato e nonostante la piú severa sorveglianza esercitata attorno alla sua persona (a villa Weber, dove fu alloggiato, vi erano dodici uomini di guardia e negli immediati dintorni della villa era dislocato un centinaio tra carabinieri e agenti di polizia, mentre la Marina, secondo gli ordini di De Courten trasmessi personalmente da Maugeri all'ammiraglio Brivonesi, teneva sotto «massima sorveglianza» l'estuario «per evitare qualche colpo di mano tedesco»18) egli continuò ad avere contatti con l'esterno, alcuni autorizzati, quelli con il parroco don Salvatore Capula, alcuni clandestini, come quelli con il proprietario di villa Weber che viveva in una villa vicina, il dottor Aldo Chirico, parente del colonnello Ettore Chirico che Mussolini aveva conosciuto durante la sua breve detenzione romana, che appena seppe della sua presenza si adoperò per entrare in contatto con lui tramite la figlia del guardiano di villa Weber, Maria Pedoli, che si occupava di lavargli la biancheria. Fu proprio dal Chirico che Mussolini ebbe una breve relazione scritta (sembra due fogli protocollo) su quanto era accaduto dopo il 25 luglio. Secondo quanto affermato nel 1958 dall'Antichi, a metà agosto due ufficiali della Milmart, il cui reparto era di stanza in località Sasso Rosso, appena conosciuta la presenza di Mussolini alla Maddalena, avrebbero addirittura elaborato un piano per liberarlo, portarlo con un motoscafo al largo dove sarebbe stato in attesa un idrovolante tedesco. L'operazione avrebbe dovuto essere messa in atto nella notte del 15 agosto, ma sarebbe andata a monte perché due notti prima le forze addette alla sorveglianza avrebbero sorpreso un uomo che si aggirava con aria sospetta nei pressi di villa Weber: da qui un aumento della sorveglianza e il desistere dal loro piano da parte dei due ufficiali. La notizia, frutto di confidenze posteriori di vari anni e della quale non vi è traccia alcuna nel rapporto che l'Antichi stese per il generale Caruso, non è però credibile19.
L'11 agosto i tedeschi non avevano ancora alcuna idea che Mussolini fosse alla Maddalena, né da parte italiana si sospettava che potessero saperlo, eppure il generale Basso, comandante le forze italiane in Sardegna, sentí il dovere di sollecitare Sorice a trasferire altrove il prigioniero.
Faccio presente – gli scriveva20 – che in quelle acque [prospicienti villa Weber] esistono numerosi mezzi navali alleati (e pochissimi nostri) adibiti al traffico marittimo con la Corsica ed alla difesa della base logistica alleata di Palau. Questa situazione può non far escludere la possibilità di inconvenienti. Reputerei piú conveniente che il personaggio fosse trasferito altrove e, ove forzatamente debba permanere nelle isole, in uno dei paesi montani interni della Sardegna, dove la sorveglianza potrebbe essere piú assoluta e rigorosa.
Fu quasi certamente in seguito a questo passo del generale Basso che Senise ripropose tutta la questione a Badoglio, facendogli presente «la necessità assoluta che alla custodia dell'ex duce presiedesse non, come era in atto, un semplice ufficiale subalterno dei carabinieri, ma un prefetto funzionario di polizia» e proponendogli il nome di Pòlito. Badoglio accettò la proposta, ma volle impartire personalmente le relative istruzioni.
Gli disse cosí che la forza avrebbe dovuto opporsi a qualsiasi tentativo per liberare Mussolini e, ad ogni modo, non avrebbe dovuto mai consegnarlo a coloro che avessero tentato l'impresa di liberarlo.
Con questo viatico il 14 agosto Pòlito si recò a La Maddalena per rendersi conto de visu della situazione, ma, per dirla con Senise21 – «ne tornò subito assai sconcertato»:
la località era ancor meno sicura di Ventotene, formicolava anche di marinai tedeschi e, malgrado ogni cautela, vi serpeggiava già la notizia della presenza di Mussolini. In conclusione, si imponeva un nuovo trasferimento in luogo piú adatto.
Di fronte ad una presa di posizione cosí netta, Badoglio, il 16 agosto, informò Cerica che la responsabilità della custodia di Mussolini era trasferita a Pòlito e incaricò Senise e lo stesso Pòlito di studiare la soluzione da adottare.
In precedenza il capo della polizia aveva pensato a Castel dell'Uovo o a Sant'Elmo, a Napoli; la sua proposta non era stata però accolta perché ritenuta inattuabile. Ora Senise e Pòlito si orientarono verso qualche villa di campagna lontana dai centri abitati, ma facilmente raggiungibile da Roma.
Anche Pòlito – secondo quanto scritto da Senise22 – vi si sarebbe trasferito con la sua famiglia e avrebbe fatto passare il prigioniero per un parente malato e bisognoso di solitudine. Fedelissimi agenti avrebbero provveduto ai servizi e si sarebbe cosí potuto fare a meno di quei vistosi apparati che danno all'occhio e presto o tardi mettono in sospetto.
Detto fatto, il 16 agosto stesso Pòlito, accompagnato dal tenente colonnello Pelaghi, partí per l'Umbria per cercare la villa adatta. La scelta cadde su quella della marchesa Gonzaga, a quattordici chilometri da Perugia che venne subito requisita. Sulla via del ritorno, la sera successiva la vettura sulla quale i due viaggiavano andò però fuori strada in prossimità di Sangemini. Nell'incidente Pelaghi trovò la morte, Pòlito rimase gravemente ferito e dovette essere ricoverato in clinica tra la vita e la morte23.
L'uscita di scena di Pòlito provocò una battuta d'arresto nell'operazione e Senise dovette trovare un altro funzionario a cui affidarne l'esecuzione. La sua scelta cadde sul questore di Trieste, l'ispettore generale Giuseppe Gueli, un funzionario abile, ma che si sarebbe dimostrato di una tempra diversa da quella di Pòlito e che era all'oscuro di tutto, sicché dovette essere convocato a Roma e poi inviato alla Maddalena perché potesse rendersi conto della situazione e prendere gli opportuni contatti. Rientrato nella capitale il Gueli fu ricevuto da Badoglio che gli ripeté le istruzioni che aveva già dato a Pòlito e che – secondo quanto il Gueli avrebbe scritto in una memoria indirizzata a Mussolini da Vienna dopo che questi era stato liberato24 – gli erano state anticipate piú crudamente da Senise allorché l'aveva convocato a Roma per affidargli la successione di Pòlito. In questa occasione o già prima, tramite Senise – la cosa non è chiara, cosí come non sono chiare le ragioni del ripensamento25 – il maresciallo lo informò di aver scelto per Mussolini Campo Imperatore sul Gran Sasso26. Per quanto tutto fosse fatto con la massima celerità, ciò comportò un ritardo di circa una settimana rispetto a quando il trasferimento dalla Maddalena avrebbe avuto luogo se Pòlito non fosse uscito di scena. Detto questo, va per altro detto anche che, contrariamente a quanto ritenuto da alcuni, il trasferimento da La Maddalena, nella notte tra il 27 e il 28 agosto, non fu provocato dal sorvolo a bassissima quota di villa Weber da parte di un aereo tedesco proveniente dalla Corsica né da concrete informazioni su un prossimo colpo di mano tedesco che era in preparazione, ma di cui nulla da parte italiana si sapeva. E che se non aveva avuto già luogo era stato solo perché Hitler all'ultimo momento aveva preferito soprassedere, non ritenendo sufficientemente sicure le notizie raccolte sulla presenza di Mussolini a La Maddalena e temendo che un'azione militare per liberarlo offrisse agli italiani il pretesto per staccarsi dall'Asse.
Le prime tracce della presenza di Mussolini alla Maddalena erano state casualmente trovate verso la metà di agosto dal capitano della Kriegsmarine von Kamptz che non era però riuscito a controllarle, sicché l'incarico di verificarne l'attendibilità era stato affidato al capitano di fregata Hunaeus, che, data la sua posizione di ufficiale di collegamento presso il comando della Marina in Sardegna, aveva maggiori possibilità di movimento. A lui era stato affiancato, sotto le mentite vesti di interprete, il tenente Warger delle SS, in forza presso il gruppo speciale del capitano Otto Skorzeny a cui Hitler aveva affidato subito dopo il 25 luglio il compito di collaborare con il generale Student per liberare Mussolini27. I due non avevano avuto difficoltà a raccogliere notizie piú precise28, sicché il 16 agosto il generale Student si era sentito in dovere di recarsi al quartier generale di Hitler per informarlo personalmente di quanto appurato, sottoporgli il piano d'azione da lui elaborato per liberare Mussolini e chiedergli l'autorizzazione a procedere alla sua esecuzione. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, Hitler, pur approvando il piano e accettando la richiesta di assegnare alle forze di Student anche una squadriglia di idrovolanti, non aveva autorizzato per il momento l'azione. A questa decisione contribuí assai probabilmente il fatto che proprio in quei giorni Rommel lo aveva informato di aver saputo «da fonte attendibile» che Mussolini era tenuto prigioniero su una corazzata a La Spezia e che erano in corso indagini per aver conferma della notizia. Il motivo decisivo dovette essere però, come già abbiamo detto, di natura politica: non far precipitare i già tesi rapporti con Roma e non offrire al governo Badoglio l'alibi per sganciarsi dall'alleanza. Come giustamente ha scritto lo Schröder29,
Hitler non esitò a dare a Student l'incarico di fare i preparativi necessari nel quadro dell'operazione «Eiche» per un colpo di mano contro villa Weber. Questo piano doveva essere relativamente facile a realizzarsi: dato che navi tedesche approdavano continuamente al porto dell'isola, vi era la possibilità di trasferire delle truppe appartenenti alla Sturmbrigade ‘Reichsführer SS’ dalla Corsica a La Maddalena senza dare nell'occhio e di tentare un colpo di mano a sorpresa per la liberazione di Mussolini. Ma per quanto l'occasione per l'esecuzione dell'operazione «Eiche» fosse favorevole, Hitler ritenne opportuno subordinare l'ordine definitivo per l'inizio di un'azione militare cosí chiaramente diretta contro il governo italiano in carica, allo sviluppo della situazione politica.
In conclusione, se Mussolini poté essere portato via dalla Maddalena e sottratto per il momento ai tedeschi ciò fu dovuto a Hitler.
Preavvertito la sera precedente della prossima partenza dal tenente Faiola, nelle primissime ore del mattino del 28 Mussolini fu imbarcato su un idrovolante con i contrassegni della Croce Rossa che, dopo un'ora e mezzo di volo ammarò a Vigna di Valle, sul lago di Bracciano30. Da qui il prigioniero, con un'autoambulanza scortata da tre vetture sulle quali, tra gli altri, erano l'ispettore Gueli, il tenente Faiola e il maresciallo Antichi fu condotto in provincia dell'Aquila, ad Assergi, dove era la stazione inferiore della funivia del Gran Sasso e in prossimità della quale era stata requisita per lui una casa nota come «La villetta» che, per qualche giorno, divenne la terza residenza di Mussolini prigioniero31.
Dalla relazione sulla «liberazione di Mussolini» inviata il 31 gennaio 1945 all'Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo dal Comando generale dei Carabinieri32 risulta che sin dalla sera del 26 agosto era in attesa del prigioniero un distaccamento di 43 carabinieri e 30 guardie di pubblica sicurezza con due mitragliatrici e due fucili mitragliatori ai quali si sarebbe aggiunto di lí a poco un gruppo cinofilo con sei cani lupo. Un dispiegamento di forze per un verso eccessivo, in quanto non poteva non dare nell'occhio e suscitare curiosità, tanto piú che, «per circa quattro giorni dall'arrivo di Mussolini, il servizio della funivia continuò a funzionare, poiché ancora all'albergo Campo Imperatore alloggiavano una ventina di militari feriti e dei villeggianti» (che furono sgomberati solo quando fu deciso di trasferire Mussolini dalla troppo esposta «La villetta» all'albergo sulla montagna), sicché bastarono un paio di giorni perché la notizia della presenza dell'ex «duce» prendesse a circolare nella zona e anche all'Aquila33; per un altro verso insufficiente se si fosse trattato di sostenere un attacco tedesco, assai meglio fronteggiabile invece a Campo Imperatore, accessibile solo o servendosi della funivia o attraverso un vastissimo pianoro sul quale dominava l'albergo (sito a 2112 metri, «la piú alta prigione del mondo» come Mussolini avrebbe detto ai suoi guardiani) ovvero dall'aria, anche se nessuno prese in considerazione l'«impossibile» eventualità di un attacco dal cielo. Il che spiega perché il 3 settembre (lo stesso giorno della firma dell'armistizio che prevedeva esplicitamente la consegna di Mussolini agli Alleati) arrivò da Roma l'ordine di trasferire il prigioniero da «La villetta» all'albergo sulla montagna34.
I dieci giorni trascorsi da Mussolini a Campo Imperatore sono certamente i piú importanti storicamente di tutto il periodo della sua detenzione e costituiscono un momento essenziale per la comprensione del suo comportamento dopo la liberazione ad opera dei tedeschi.
Nel primo periodo della detenzione, a Ponza, ma in buona misura anche dopo, lo stato d'animo di Mussolini – lo abbiamo già detto35 – era stato di totale prostrazione e di abbattimento che erano giunti al punto di non fargli sentire neppure il peso della pressoché totale mancanza di notizie nella quale era tenuto (sino al 19 agosto persino sulla sorte del figlio Vittorio). Il suo unico o, almeno, piú vivo sentimento era stato – lo abbiamo pure già detto – uno struggente e nostalgico desiderio della «sua» Romagna.
Anche l'interesse da lui messo nel completare la lettura della Vita di Gesú Cristo di padre Ricciotti, «un libro esaltante che si legge veramente tutto di un fiato», come scrisse il 5 agosto a don Dies inviandoglielo in dono insieme a mille lire («di cui disporrete nel modo piú conveniente») e la richiesta di celebrare una messa in suffragio dell'«anima» del figlio Bruno36, non ci pare autorizzi a parlare né di un «ritorno a Dio», come ha fatto il Dies37, né a porre il fatto religioso al centro dei suoi pensieri in quelle settimane.
Per quel che riguarda il libro del Ricciotti, non bisogna sottovalutare il fatto che era uno dei pochissimi libri che in quel momento aveva a disposizione38 e che, per quel che se ne sa dallo stesso don Dies, le sottolineature, i segni da lui fattivi a Ponza non riguardavano passi o concetti significativi sotto il profilo religioso, ma episodi, quali il tradimento di Giuda, la fuga degli apostoli, la solitudine nella quale Gesú si era trovato nel momento supremo, che nella sua particolare condizione psicologica di quei giorni doveva aver letto in una chiave quasi autobiografica39. Quanto poi al desiderio che fosse celebrata una messa in suffragio del figlio, a spiegarlo bastano il suo particolare affetto per Bruno («Bruno è stato ed è con me in questi giorni nei quali il secondo triste anniversario cade» scrisse il 30 luglio alla moglie40) e quel tanto della sua personalità che affondava le radici nella sana tradizione contadina. Né a convalidare l'affermazione di don Dies ci pare si possa addurre questo passo della lettera che il 31 agosto scrisse da «La villetta» alla sorella Edvige41:
in una isola avevo cominciato, dopo quarant'anni, il mio avvicinamento alla religione. Se ne occupava un parroco di fama ottima. Poi sono partito e la di lui fatica rimase interrotta. Ad ogni modo in una delle cartelle che tenevo vicino al lume sul mio tavolo di lavoro a palazzo Venezia e che ho invano chiesto, c'è di mio pugno un testamento (maggio 1943), che dice: «Nato cattolico, apostolico romano, tale intendo morire. Non voglio funerali e onori funebri di nessuna specie». Porto a tua conoscenza questa mia volontà.
Una prima considerazione suscitata da queste righe è che l'«avvicinamento alla religione» (cosa diversa da un vero e proprio «ritorno a Dio») non si sarebbe verificato a Ponza, dove Mussolini non ebbe contatti diretti con don Dies, ma alla Maddalena, dove invece ebbe alcuni colloqui (sembra quattro) con don Salvatore Capula (che si è sempre rifiutato di rivelarne gli argomenti)42, ma che, lasciata la Maddalena, sarebbe comunque rimasto allo stato iniziale. Niente offre infatti appiglio per pensare che nell'ultimo periodo della detenzione Mussolini mostrasse il desiderio di riprendere il filo del discorso iniziato con don Capula. Una seconda osservazione concerne il contesto in cui era inserito il passo citato; nella parte conclusiva cioè di una lunga lettera43 il cui tema centrale era costituito dalle sue condizioni fisiche, l'isolamento in cui viveva e soprattutto il suo stato d'animo. Da questo contesto emergono due aspetti di uno stesso atteggiamento psicologico. Un profondo disinteresse e distacco dalle vicende politiche e militari delle quali Maugeri, Pòlito, Gueli, i carabinieri e gli agenti addetti alla sua sorveglianza gli avevano dato e gli davano qualche sommaria notizia:
per quanto mi riguarda io mi considero un uomo per tre quarti defunto. Il resto è un mucchio di ossa e muscoli in fase di deperimento organico da dieci mesi a questa parte. Del passato non una parola. Anch'esso è morto. Non rimpiango niente, non desidero niente...
Per alcune settimane il mio isolamento morale è stato assoluto: dal mondo ho ricevuto un telegramma da Goering e un dono dal Führer. Ho poi avuto i bollettini di guerra. Altre notizie sporadiche e rare. Io stesso non desidero che di conoscere l'indispensabile. Nemmeno desidero giornali. Come sai, il nostro nome è bandito, esecrato, cancellato...
E, insieme, un altrettanto profondo desiderio che gli fosse presto concesso di «andare alla Rocca e ivi aspettare tranquillamente la fine, che mi auguro sollecita, dei miei giorni». Era a questo punto che Mussolini inseriva il riferimento all'«avvicinamento alla religione». In modo però tutto particolare, en passant, introducendolo addirittura con un «a proposito» che lascia intendere quanta poca importanza dovesse dare alla cosa e che se ne parlava era per far sapere alla sorella che era sua volontà che, quando la morte fosse finalmente sopravvenuta, non vi fossero funerali «di nessuna specie».
Se con la sorella si disse «per tre quarti defunto», espressioni consimili erano ricorse piú volte nelle settimane precedenti sulla bocca e negli scritti di Mussolini. In una lettera, scritta al Faiola il 24 agosto, si era definito «questo morto di cui non si annuncia ancora il decesso»44. E a detta dell'Artieri, che ebbe la possibilità di vederli, tutti i bigliettini che la Pedoli portò fuori da villa Weber nascosti nella biancheria sporca erano firmati «Mussolini, defunto»45. Che lo facesse per farsi compatire e trarre qualche piccolo vantaggio pratico non è molto credibile. Il tono generale dei Pensieri e quanto sappiamo dei suoi discorsi in quelle settimane concordano nel delineare uno stato d'animo dominato dall'abbattimento e da una sorta di disinteresse per tutto e dal desiderio di rifugiarsi e «scomparire» in Romagna, alla Rocca delle Caminate: uno stato d'animo in cui non vi è spazio né per i rimpianti né tanto meno per qualsiasi velleità di rivincita, di ritorno sulla scena politica. Se, tracciando un quadro complessivo della sua condizione, con la sorella si diceva «per tre quarti defunto», con l'ammiraglio Maugeri, con l'Antichi e con altri ancora, ripercorrendo le tappe della sua avventura politica, la definiva «finita» e affermava senza mezzi termini «io sono praticamente defunto» e dello stesso tenore erano le sue annotazioni46.
In questa condizione psicologica una sola cosa lo interessava e una sola idea lo turbavano veramente. Quale sorte gli riservasse Badoglio e la possibilità che gli Alleati potessero impadronirsi di lui con un colpo di mano.
Da Badoglio ormai si attendeva qualsiasi cosa, anche che avesse dato ordine di ucciderlo. Tanto è vero che anche dopo la liberazione avrebbe cercato di mettere in chiaro la questione e di sapere da Gueli e Faiola, che si trovavano entrambi al nord, quali istruzioni avessero effettivamente avuto, senza però riuscire a scoprire qualcosa47. Cosí come non escludeva affatto che il maresciallo potesse pensare di consegnarlo agli Alleati. E la cosa aggravava di molto il suo turbamento e i suoi timori. Numerose ed inequivoche sono le testimonianze in questo senso. Piú difficile è stabilire con certezza il suo atteggiamento circa l'eventualità di un colpo di mano tedesco.
Abbiamo già parlato della sua indignazione allorché Maugeri gli motivò il trasferimento da Ponza alla Maddalena con il timore nutrito a Roma di un colpo di mano tedesco e di un suo conseguente ritorno sulla scena politica a fianco della Germania e della sua secca risposta (che all'ammiraglio parve sincera): mai avrebbe tentato di tornare al potere con l'appoggio tedesco48. Se la pensava cosí, è facile capire che la prospettiva di essere «liberato» dai tedeschi doveva essergli tutt'altro che gradita. Non prive di significato, specie se viste in relazione l'una con l'altra, sono a questo proposito due testimonianze connesse al sorvolo a bassissima quota, il 17 o il 18 agosto, di villa Weber da parte di un aereo tedesco. Riferendo l'episodio, l'Antichi ha scritto nei suoi ricordi per «La Settimana Incom» che Mussolini, con il quale si trovava in quel momento sulla terrazza della villa, gli avrebbe detto «con accento di sfida»: «vedete, i tedeschi ci hanno individuati». Nel rapporto per il generale Caruso egli riferisce però la frase in modo leggermente diverso (ma, forse, non privo di qualche significato: «vedete, i tedeschi ci hanno già individuati») e – quel che piú conta – non dice nulla circa il tono con cui essa fu pronunciata. Quasi che per un settimanale popolare abbia voluto adeguarsi all'idea prevalente che voleva Mussolini ansioso di essere liberato dai tedeschi e di tornare in campo e, quindi, abbia calcato la mano, cosa che invece non si permise in un rapporto ufficiale. Se si accetta questa ipotesi, acquista allora un preciso significato quanto affermato nel Mussolini in prigionia di M. Agricola e M. Da Limbara (costruito in buona parte su notizie filtrate dal Comando generale dei Carabinieri e su confidenze e indiscrezioni di alcuni addetti alla sorveglianza di Mussolini) e cioè che fu dopo il sorvolo dell'aereo tedesco che Mussolini – quasi cercasse di farsi trasferire altrove – prese a lamentarsi del clima de La Maddalena, dicendo che esso avrebbe finito per rovinare del tutto la sua salute49. Il che proverebbe che temesse un colpo di mano tedesco non meno di uno alleato.
I giorni del Gran Sasso, oltre che i piú importanti di tutto il periodo della sua detenzione, sono anche i piú difficili da ricostruire con sicurezza. Di una cosa sola, forse, si può infatti essere certi: tutti coloro che, in loco o a distanza, li vissero in prima persona o hanno avuto buone ragioni personali per prospettare la parte che vi ebbero nella luce – a seconda del momento e degli interlocutori – per essi piú vantaggiosa o lo hanno fatto ad una certa distanza di tempo sotto il condizionamento di situazioni, notizie e stati d'animo successivi.
Apparentemente i primi giorni del soggiorno a Campo Imperatore trascorsero in una relativa calma e tranquillità. Il servizio di vigilanza (compreso il posto di blocco tra Assergi e la stazione base della funivia) dava l'impressione di essere efficiente. Tedeschi con fare sospetto in zona non ne erano segnalati né vi erano elementi che potessero far pensare che la prigione di Mussolini fosse stata localizzata. Questi infine conduceva una vita assai regolata.
Era alloggiato in un appartamento al secondo piano dell'albergo, composto di un ingresso, una stanza da letto, un salottino (dove prendeva i pasti: riso in bianco, uova, cipolla cotta, poca carne, latte e frutta abbondantissima), un bagno; in una stanza intercomunicante stava il carabiniere che lo sorvegliava e gli faceva da attendente. Secondo alcuni appunti della segretaria dell'albergo facenti parte dei documenti che il Comando generale dei Carabinieri trasmise nel gennaio 1945 all'Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, soleva alzarsi al mattino verso le ore 9 e dopo la piccola colazione scendeva nella sala da pranzo dell'albergo a conversare con l'Ispettore Gueli ed anche con il tenente Faiola, che si spacciava per amico fidato di Badoglio.
Gli piaceva ammirare, anche con l'aiuto di un cannocchiale, il panorama meraviglioso della catena montuosa del Gran Sasso che, in quelle giornate di limpido azzurro e di sole, spiccava maestosa e superba.
Alle 12 ½ Mussolini saliva nel suo appartamento per la seconda colazione, composta di quanto sopra e verso le due scendeva abitualmente a fare la sua passeggiata fuori dell'albergo accompagnato dal maresciallo Antichi...
Preferiva a volte passeggiare, a volte sedersi sui muriccioli di fronte al piazzale dell'albergo. Rientrava abitualmente verso le 4 ½ e qualche volta, prima di salire in stanza, si soffermava a fare qualche domanda a qualcuno degli agenti che era in portineria.
Piú tardi faceva chiamare l'ispettore Gueli perché salisse nel suo appartamento a conversare con lui; Gueli diceva aver trascorso con Mussolini le sue piú belle ore, data la profonda intelligenza di questi. Le loro conversazioni si basavano, credo, piú che altro sulla politica, ed il momento attuale...
Dopo il pranzo che egli faceva regolarmente alle 19, scendeva di nuovo nella sala da pranzo dell'albergo a giocare la sua abituale partita a scopone (abitudine presa durante la prigionia) con l'Ispettore Gueli, con il tenente Faiola, il maresciallo Antichi ed un altro maresciallo. Egli ascoltava la radio che era in albergo sia tedesca che italiana, che americana o inglese. Alle insolenze rivolte a lui restava impassibile.
La realtà che si celava dietro quest'apparenza era però ben diversa. Il servizio di vigilanza aveva una serie di difetti e di smagliature. Data la posizione dell'albergo, il distaccamento addetto alla sorveglianza e alla protezione di Mussolini era considerato piú che sufficiente per respingere un eventuale attacco via terra; nulla era stato previsto però per fronteggiare un attacco dal cielo, considerato – lo abbiamo detto – impossibile. I contatti con Roma erano scarsi e con l'8 settembre si sarebbero fatti sempre piú difficili. Gueli e Faiola si guardavano l'un l'altro con sospetto. Non avendo idea degli sbocchi che avrebbe avuto la situazione politico-militare, ognuno dei due, per un verso, voleva apparire il piú ligio alle istruzioni loro impartite, per un altro, cercava – senza però compromettersi in alcun modo – di far capire a Mussolini di essere suo amico50. Quanto all'effettiva efficienza della sorveglianza, basti dire che dalla relazione del vice brigadiere Giuseppe Accetta, inclusa tra gli atti trasmessi nel 1945 all'Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, risulta che la segretaria dell'albergo, Flavia Magnanelli, non solo si recava talvolta all'Aquila, ma che nessuno faceva obiezioni al fatto che telefonasse dall'albergo parlando in tedesco51. Se essa era in contatto con i servizi tedeschi è impossibile dire; quel che è certo è però che questi erano sulla pista del Gran Sasso sin da quando l'idrovolante della Croce Rossa proveniente dalla Maddalena era ammarato a Vigna di Valle.
Il velivolo era stato infatti notato dal comandante di una squadriglia tedesca che aveva base sul lago di Bracciano: pur non avendo visto Mussolini, l'ufficiale aveva informato il generale Student dell'ammaraggio e del fatto che subito dopo dalla base era uscita un'autoambulanza scortata. Su questo primo vago indizio la macchina tedesca si era messa subito in moto, incoraggiata da una serie di altri indizi via via raccolti (l'afflusso nella zona di un contingente militare italiano, l'istituzione del posto di blocco tra Assergi e la stazione inferiore della funivia, il rifiuto frapposto da parte italiana ad una loro richiesta – fatta ad hoc – di adibire a convalescenziario per militari tedeschi l'albergo di Campo Imperatore, ecc.) e soprattutto dall'intercettazione di un cifrato con cui Gueli informava Senise che le misure di sicurezza attorno e sul Gran Sasso erano state ultimate. Stando cosí le cose, se Student (che aveva anche provveduto a far scattare da un aereo una serie di fotografie della zona attorno l'albergo cosí da studiare il tipo di azione piú conveniente) non si mosse prima fu dovuto a un duplice fatto: la mancanza del benestare di Hitler e il sopravvenire della notizia dell'armistizio e la necessità di predisporre le prime e piú urgenti contromisure che imposero una breve battuta d'arresto degli ultimi preparativi52.
Né le cose stavano diversamente per quanto concerneva Mussolini. Anche per lui l'apparenza non corrispondeva alla realtà. Rispetto a quella dei primissimi giorni trascorsi a Ponza, alla Maddalena e ancora a «La villetta» la sua condizione psicologica se non era realmente migliorata non era però neppure peggiorata; a Campo Imperatore essa subí invece un progressivo peggioramento che non sfuggí a coloro che avevano con lui i maggiori contatti e che si manifestò in vari modi53 e assunse il carattere di un vero e proprio tracollo con l'8 settembre.
Secondo l'Antichi54, quando il Gueli lo informò dell'armistizio era scattato in piedi gesticolando; aveva scaraventato via, lontano da sé, il libro che stava leggendo, poi si era messo ad accusare Badoglio di tradimento. Subito aveva preannunciato rappresaglie tedesche. «Questo è un gran brutto giorno per l'Italia – urlò; – vedrete ora i tedeschi cosa faranno!» poi scuotendo la testa aveva aggiunto: «non tollereranno mai questo tradimento!»
Il giorno dopo accusò un forte malessere sicché fu fatto venire dall'Aquila un tenente medico «il quale constatò... un leggero rincrudimento del suo male (ulcera allo stomaco)»55, segno evidente dello stato di tensione in cui si trovava. Il clou del tracollo si verificò però nella notte tra l'11 e il 12 settembre, quando, appreso da una trasmissione tedesca che Radio Algeri aveva dato la notizia che l'armistizio prevedeva la sua consegna agli Alleati, Mussolini tentò di tagliarsi le vene dei polsi.
Sul fatto in sé non vi sono dubbi, qualche incertezza concerne alcuni particolari e la sua valutazione.
La lettera che, alle tre del mattino del 12 settembre, Mussolini scrisse al tenente Faiola56 immediatamente prima di tentare di tagliarsi le vene dei polsi con una lametta gillette, è importante per mettere a fuoco il suo stato d'animo, ma lascia tutto il resto nell'oscurità.
Caro Faiola, scusa il disturbo e lascia che – dopo un mese di vita in comune – ti dia del tu in quest'ora decisiva.
Il caso ha voluto che proprio io prendessi la comunicazione ufficiale della radio tedesca, che ha detto letteralmente quanto segue:
«Il Quartier Generale Alleato dell'Africa del Nord comunica: Il Maresciallo Badoglio ha promesso la consegna di Mussolini agli Alleati». Ritengo la notizia vera per i seguenti motivi:
1º La radio tedesca non può inventare una comunicazione ufficiale nemica.
2º Tale comunicazione avvenne dopo il colloquio Badoglio-Eisenhower.
3º Il piano è in relazione con l'invasione tedesca e colla costituzione – non si sa dove, né come – del Governo nazional-fascista.
Il fatto che tu non abbia ricevuto ordini in tal senso, fino ad oggi, non esclude che tu li possa ricevere stanotte o domani.
Tu sai, per dura esperienza, che cosa significhi cadere in mani nemiche. Ti prego di risparmiarmi tale onta e tale rovina. Mandami la tua pistola. Grazie e addio. Mussolini.
P.S. Perché una sentinella alla porta del mio alloggio? Ho, forse, l'intenzione di fuggire? M.
La Storia di un anno offre ancor meno elementi; in essa Mussolini si sarebbe tenuto infatti ancor piú sul vago, limitandosi praticamente a dire di aver scritto al Faiola che «gli inglesi non lo avrebbero mai preso vivo», senza far cenno alcuno al tentativo di tagliarsi le vene57:
Il sabato sera, 11 settembre, una strana atmosfera di incertezza e di attesa regnava al Gran Sasso. Oramai era noto che il Governo era fuggito, insieme col re, del quale veniva annunciata l'abdicazione. I capi che avevano la sorveglianza di Mussolini sembravano imbarazzati, come davanti all'obbligo di dare esecuzione a un compito particolarmente ingrato. Nella notte dall'11 al 12, verso le due, Mussolini si alzò e scrisse una lettera al tenente, nella quale lo avvertiva che gli inglesi non lo avrebbero mai preso vivo. Il tenente Faiola, dopo avere portato via dalla stanza del Duce tutto ciò che rimaneva di metallico e di tagliente e in particolar modo le lame dei rasoi, gli ripeté: «Fatto prigioniero a Tobruk, dove fui gravemente ferito, testimone delle crudeltà britanniche sugli italiani, io non consegnerò mai un italiano agli inglesi». E tornò a piangere.
Il resto della notte trascorse tranquillamente.
L'autografo della Storia di un anno rivela però che questo passo fu il frutto di un ripensamento intervenuto prima della pubblicazione, allorché Mussolini dovette pensare che era piú opportuno non entrare in troppi particolari. La stesura autografa prova infatti che inizialmente, dopo essersi dilungato su come aveva appreso la notizia che il governo Badoglio si era impegnato a consegnarlo agli Alleati e sulle reazioni che essa aveva suscitato in lui e in alcuni dei suoi sorveglianti, aveva fatto esplicito riferimento al suo tentato suicidio, dandone una ricostruzione che – a meno di non voler pensare a una messa in scena volta a spingere coloro che avevano la responsabilità della vigilanza su di lui ad adoperarsi per la sua salvezza58, cosa che però appare assai improbabile, se non altro per la diffidenza che nutriva nei confronti del Gueli e del Faiola – è a nostro avviso quella che, tutto sommato, aiuta maggiormente a mettere a fuoco l'episodio59:
Mussolini era... convinto che la notizia corrispondesse a verità. Egli era deciso a non consegnarsi vivo agli inglesi e soprattutto agli americani. Nella notte Mussolini provò e constatò che le lame di un rasoio gillette erano sufficienti per aprirsi le vene. Ci fu allarme e immediato sequestro di ogni oggetto metallico. Il Comandante dei C.C., che era stato prigioniero degli inglesi in Egitto che ci odiano sinceramente, disse al Duce: «Un'ora prima che vi accada, sareste avvertito e potrete fuggire: ve lo giuro sulla testa del mio unico figliuolo».
Sempre per quel che riguarda Mussolini, vi è infine una terza testimonianza riferita nel proprio diario dal suo segretario particolare nei primi tempi della Rsi, Giovanni Dolfin, sotto la data del 5 febbraio 194460:
Apprendo per la prima volta e con sorpresa, dallo stesso Mussolini, di un suo tentativo di suicidio con una lametta di rasoio, stroncato dall'intervento dei carabinieri, che con la loro continua sorveglianza lo avevano posto poi nelle condizioni di non poterlo ripetere. Il Duce mi aggiunge che era nettamente persuaso di essere consegnato agli inglesi e che la sua persona era stata frutto di contrattazioni nel famoso armistizio.
Facendo leva sull'odio che il tenente Faiola manifestava contro gli inglesi, dei quali era stato prigioniero, aveva tentato inutilmente di persuaderlo d'imprestargli, al momento opportuno, una pistola, per potersi sparare prima della consegna. «Non avrei potuto – afferma Mussolini – sopportare una tale umiliazione». Il Faiola gli avrebbe soltanto promesso di avvertirlo almeno un'ora prima.
Il Gueli nella sua memoria viennese non fa cenno alcuno all'episodio. Lo stesso vale anche per il Faiola che, però, nel già ricordato promemoria del 29 febbraio 1944 offre di esso una versione edulcorata, ma non priva di interesse, dettata a nostro avviso dalla situazione particolare nella quale (cosí come il Gueli) si trovava in quel momento e dalla volontà, da un lato, di valorizzare il proprio comportamento «filo mussoliniano» a Campo Imperatore (né è da escludere la preoccupazione di presentare nella luce «migliore» l'oscura vicenda, di cui parleremo tra breve, dei preparativi fatti in quei giorni per trasferire Mussolini in un'altra località) e, da un altro lato, di non compiere passi falsi rivelando un episodio che non sapeva se Mussolini gradisse o no che fosse conosciuto.
La sera dell'11 il Duce – si legge nel promemoria – ascoltando la radio, apprese che fra le clausole dell'armistizio era compresa la consegna della sua persona al nemico. Ne rimase impressionatissimo, e, chiamatomi nella notte, esternò a me, che sapeva reduce dalla prigionia inglese, tutta l'apprensione che gli causava tale notizia, dicendomi anche che avrebbe preferito darsi la morte piuttosto che subire simile onta.
Ritenni mio dovere non solo di rassicurarlo che nessun ordine al riguardo era a noi pervenuto, ma di promettergli, anzi di giurargli, che, di fronte a simile eventualità, io lo avrei guidato e protetto in una fuga attraverso le montagne.
Soltanto dopo questo mio cosí solenne impegno egli consentí a coricarsi e potei lasciarlo veramente tranquillizzato.
Un accenno, rapido e frutto quasi certamente di notizie di seconda mano che lo rendono quanto ai particolari poco attendibile, è invece nella relazione del vice brigadiere Accetta:
pochi giorni prima della scesa dei tedeschi Mussolini cadde in un abbattimento fisico-morale e qualche giorno prima tentò di suicidarsi, prima con la pistola del carabiniere addetto al suo piantonamento e poi – non riuscitoci poiché il carabiniere, accortosene, glielo aveva impedito – tentò di tagliarsi le vene dei polsi, facendo uso di una lametta da barba, tentativo che venne impedito dallo stesso carabiniere.
Pure di seconda mano è certamente la testimonianza della segretaria dell'albergo, che però non è priva di un certo interesse, sia perché rispecchia evidentemente quanto detto alla Magnanelli dal Faiola, sia soprattutto per l'ultimo capoverso in cui è attribuita al Faiola una posizione opposta a quella da lui vantata al nord e che indirettamente avvalora l'idea che Mussolini al fondo diffidasse di lui e delle sue affermazioni di essere pronto ad aiutarlo a fuggire se gli fosse pervenuto l'ordine di consegnarlo agli Alleati e di non aver avuto istruzioni per una sua soppressione nel caso di un tentativo di liberarlo61:
Il giorno 11 passò senza incidenti, Mussolini la sera ascoltò regolarmente la radio e fra l'altro sentí le clausole dell'armistizio fatto da Badoglio.
Risulta che la notte stessa, alle ore 3 del mattino, Mussolini mandò una lettera al tenente Faiola cosí concepita:
«In questi pochi giorni ho potuto capire che mi sei veramente amico, sei un soldato e sai meglio di me cosa significa cadere nelle mani del nemico. Ascoltando la radio Berlino ho sentito che in una clausola d'armistizio c'è la mia consegna vivo agli inglesi. Prima di subire tale umiliazione, ti prego di mandarmi la tua pistola».
Era questa una intenzione di uccidersi o di avere un'arma per una eventuale difesa?
Il tenente ebbe questa lettera alle 3 del mattino dal piantone che montava la guardia fuori dell'appartamento del Duce. Faiola si alzò ed andò a confortare Mussolini, il quale sembra, a seconda di quanto disse poi il tenente, abbia tentato di tagliarsi anche le vene del polso con una lametta, che egli avrebbe fatto in tempo a togliergli.
La mattina del giorno 12 trascorse normalmente; a colazione, che facevo sempre insieme all'Ispettore Gueli e Faiola, quest'ultimo, avendo saputo dell'occupazione di Roma da parte dei tedeschi, si meravigliava come mai le truppe che erano a Roma non reagissero contro i tedeschi e disse anche: «se qui verranno i tedeschi li faremo tutti cadaveri e il Duce l'avranno morto; La consegna che ha dato Badoglio è questa: “Ai tedeschi morto non vivo”».
Rispetto a queste testimonianze la piú attendibile (nonostante un lapsus calami nella versione, diciamo cosí, ufficiale, quella cioè al generale Caruso62, per cui il tentato suicidio è retrodatato alla notte tra il 6 e il 7 settembre) è, ancora una volta, quella del maresciallo Antichi, che, oltre tutto, fu il primo a vedere Mussolini dopo il fatto, essendo stato quello al quale era ricorso immediatamente il carabiniere di guardia al prigioniero. In essa l'episodio è riferito in questi termini:
nelle prime ore del mattino, il carabiniere di sentinella alla porta di Mussolini, mi fece chiamare urgentemente. Mi recai in fretta da Lui perché Mussolini aveva tentato di tagliarsi i polsi con una lametta gillette dopo avergli consegnato una lettera. Mi recai immediatamente presso Mussolini, non senza far avvertire della cosa il Ten. Faiola. Trovai Mussolini con le mani insanguinate e con una ferita ad ambo i polsi. Provvidi immediatamente a stringergli i polsi con una benda onde fermare l'emorragia. Le lesioni non erano gravi (scalfitture), e si poté evitare il peggio. Successivamente Mussolini si pentí dell'atto, e pregò di non dar peso alla cosa. La lettera rimase in possesso del Ten. Faiola.
A determinare questo crollo psicologico dovettero contribuire, oltre alle notizie apprese dalla radio, la «strana atmosfera di incertezza e di attesa» che – come lo stesso Mussolini avrebbe ricordato nella Storia di un anno – regnava da qualche giorno a Campo Imperatore e alcuni fatti dei quali il prigioniero non poteva non essere in qualche misura a conoscenza.
Secondo l'Antichi, ripreso e fatto proprio dal generale Caruso nel suo rapporto, l'8 settembre, appresa la notizia della conclusione dell'armistizio, dal Gran Sasso fu tentato invano di mettersi in comunicazione via radio con il ministero dell'Interno, con quello della Guerra e persino con quello della Real Casa:
Nessuno rispondeva piú e le notizie erano confuse. Rimanemmo isolati ed in estenuante attesa.
Stà di fatto che, dopo uno o due giorni dalla proclamazione dell'armistizio, s'incominciarono a notare aerei tedeschi sorvolare a bassa quota la località di Campo Imperatore ed ufficiali nazisti andare e venire all'albergo dell'Aquila.
Tali movimenti finirono per attirare l'attenzione del comandante il gruppo Carabinieri dell'Aquila, maggiore Giulio Cesare Curcio, che ne riferí al prefetto Biancorosso; perché potesse renderne edotto l'ispettore Gueli.
La versione del Gueli, nella memoria indirizzata a Mussolini da Vienna, è molto piú ricca, ma tutt'altro che convincente, e non solo per quel che concerne l'atteggiamento dello stesso Gueli che essa vuol accreditare, comprensibile date le circostanze nella quale fu scritta:
Come Vi avevo detto, solo in parte, la mattina del giorno 8 mi ha telefonato l'Ecc. Senise per richiedermi le novità e mi ha confermato che – al caso – bisognava agire con molta prudenza. Mi ha poi domandato se questo era anche sempre il mio parere. Ho risposto di sí ed ho chiesto di poter andare a Roma per conferire. Da notare a questo punto che non mi si era fatto obbligo di permanere al Gran Sasso: dovevo solo organizzare i servizi; lasciare le consegne al Tenente Faiola e andare qualche volta ad ispezionar l'esecuzione. L'Ecc. Senise mi disse che sarebbe stato ben contento di vedermi, aggiungendo, però: «Venendo non dite niente a nessuno di quanto abbiamo detto prima».
Tale frase mi lasciò perplesso: se nella mia assenza fossero venuti i tedeschi a prelevarVi, come si sarebbe comportato il Faiola che aveva avuti ordini precisi dai suoi superiori e che aveva già destinati gli uomini per la bisogna? Sino a che stavo io sul posto lui non avrebbe mai agito di iniziativa, sapendo che la responsabilità gravava esclusivamente su di me.
Dissi allora all'Eccellenza Senise che prima di allontanarmi ci avrei pensato sopra.
La sera poi mi giunse notizia che i tedeschi avevano circondato Roma e che già si sparava nelle vie, con l'aggiunta che venivano da loro requisite tutte le automobili che circolavano.
Non avendo la sicurezza del ritorno, come Voi rammenterete, decisi di non partire...
La sera stessa sono stato chiamato ad intervenire ad una riunione presso il Comando del Presidio Militare dell'Aquila. Trovai tutti (Colonnello, Prefetto, Questore, Comandante Gruppo RR.CC.) preoccupati per la Vostra presenza al Gran Sasso. Li rassicurai e rifiutai l'ausilio di 50 soldati con un pezzo d'artiglieria leggera, che volevano inviare alla stazione base della funivia.
Nei giorni seguenti sono pervenute notizie sempre piú gravi: i Tedeschi occupano Roma; il Re ed il Governo sono fuggiti; i Tedeschi si asserragliano in Roma e piazzano armi anche sulle terrazze dei palazzi.
La mia attesa cominciava a diventare spasmodica, specialmente perché, pensando e ripensando al corso degli avvenimenti, mi sono formata la seguente convinzione: «in questo momento solo Mussolini può salvare la Città Eterna. Se, libero, riesce ad ottenere da Hitler di impedire i saccheggi e di evitare “la battaglia di Roma salva l'Urbe e s'innalza di mille cubiti su Re, Badoglio... ecc...”».
Ho anche pensato alla convenienza di portarVi addirittura io dai Tedeschi; ma sono stato dissuaso da tale proposito dal pensiero che ciò avrebbe anticipato solo di poche ore ciò che doveva avvenire e avrebbe potuto far nascere un conflitto fra me ed i Carabinieri, esponendo Voi a grave pericolo...
L'attuazione di tale proposito l'ho sempre prevista per il solo caso, in cui fosse arrivato l'ordine di consegnarVi agli inglesi. E spuntò l'alba dell'ultimo giorno.
Aeroplani passati a piú riprese in tutte le direzioni; tedeschi con autocarri, fermatisi durante la notte alle porte dell'Aquila, avevano richiesto ad un fornaio quale era la strada che portava alla funivia del Gran Sasso (segnalazione della Questura); formazioni tedesche continuavano a passare per l'Aquila ed una macchina con dentro due Ufficiali aveva richiesto dove si trovava il Gran Sasso, perché avevano dei feriti da portare colà (segnalazione della Prefettura).
Alle 10 mi telefona il Prefetto dell'Aquila, dicendo che voleva vedermi alla base della funivia.
Scendo e mi dice che prevede un attacco all'albergo superiore. Mi parla poi con termini tutt'altro che riguardosi del Governo Badoglio.
Mi mostro sicuro del fatto mio e dico che non è il caso di cambiare sede.
Risalgo e trovo il personale dell'albergo e della funivia in allarme. Uno, il maestro di sci, mi parla della preoccupazione di tutti e mi aggiunge che diversi vogliono andar via. Lo rassicuro e non dico nulla a Faiola per evitare che rinforzi il servizio esterno.
Alle 13,30' mi chiama telefonicamente il Questore dell'Aquila e mi legge il seguente telegramma da Roma: «Raccomandare Ispettore Generale Gueli massima prudenza punto Capo Polizia Senise». Fingo di non aver sentito bene e lo faccio ripetere dal Capo di Gabinetto di quella Questura all'Agente telefonista, il quale lo scrive. Poteva anche trattarsi di telegramma falso, ma, in tal caso, è stato falsificato molto bene, perché tutte le volte che si è parlato con l'Ecc. Senise di assicurare la Vostra integrità personale, si è sempre usata la parola «prudenza».
Solo allora chiamo Faiola e gliene dò comunicazione. Viene anche Antichi. Mi domandano la mia interpretazione: dico chiaro che non può significare altro se non che, al caso, bisogna evitare spargimento di sangue.
Devo ritenere che ciò corrisponde alla loro aspirazione, perché ho notato nelle espressioni di entrambi, specie del Faiola, un senso di sollievo. Dopo di che pranzo e vado a riposare.
Delle telefonate di Senise è possibile che l'Antichi non fosse al corrente; è però un fatto che anche il Faiola nel suo promemoria del febbraio 1944 non fa cenno a quella dell'8 settembre mattina e, parlando dei giorni successivi all'armistizio, scrive che da quel giorno rimanemmo tutti sempre piú disorientati, ad eccezione dell'ispettore Gueli che, solo fra tutti, aveva possibilità di saltuarie comunicazioni con Roma attraverso una piccola ed imperfetta radio trasmittente e ricevente, e asserisce a tutte lettere che sino al 10, quando Gueli «fu invitato in Prefettura a l'Aquila», «nessun ordine particolare ci pervenne» e aggiunge che, al ritorno dall'Aquila, l'ispettore si limitò ad accennargli «che si nutriva qualche preoccupazione nei nostri riguardi, ma null'altro mi disse». Dopo di che passa poi a parlare di ciò che sarebbe avvenuto il 12 mattina, prima dell'attacco tedesco:
La mattina del 12 settembre verso le 10 l'ispettore Gueli fu chiamato al telefono dal capo di gabinetto del Questore dell'Aquila. Potei, per suo invito, seguire la conversazione e ascoltare la lettura di un telegramma a firma Senise che ricostruisco a memoria come segue: ‘Avvertite ispettore generale Gueli di agire con molta prudenza’.
Verso le 11,30 lo stesso ispettore fu chiamato alla stazione inferiore della funivia dall'Eccellenza il Prefetto dell'Aquila. Ignoro cosa si siano detto. A mia richiesta se vi fosse qualche novità l'ispettore mi rispose evasivamente: ‘Sono sempre preoccupati per noi’.
A tavola parlammo dell'eventualità di un intervento liberatore da parte germanica. Decidemmo, di pieno accordo, che avremmo ceduto senza contrastare in alcun modo.
Anche Senise non fa cenno alcuno alla telefonata dell'8. Nella ricostruzione da lui fatta degli avvenimenti di quella drammatica giornata e della notte che seguí l'annuncio dell'armistizio i nomi di Gueli e di Mussolini neppure appaiono. Solo parlando di quelli del 9 e dell'ultimo incontro avuto con il ministro dell'Interno Ricci – al quale Badoglio, ormai sulla via di Pescara, aveva affidato l'interim della Presidenza del consiglio – egli fa loro cenno63:
Prima che il ministro Ricci lasciasse il Viminale, non mancai di metterlo al corrente delle disposizioni che erano state impartite all'ispettore Gueli per la custodia dell'ex capo del governo e di chiedergli se esse dovessero ritenersi tutt'ora vigenti dopo la situazione verificatasi nel Paese, cosí diversa da quella che esisteva quando tali disposizioni furono date. In altri termini: se le forze tedesche, come era da presumere, fossero venute a liberare Mussolini dalla prigionia, dovevano i nostri uomini eliminarlo perché non cadesse vivo nelle mani dei suoi liberatori?
Il problema era squisitamente politico e non io, organo esecutivo, ma il ministro, che rappresentava il governo, doveva risolverlo.
Esposi dunque i miei dubbi al ministro Ricci ed egli non solo li divise pienamente, ma preoccupandosi del grave pericolo al quale la soppressione di Mussolini avrebbe esposto il Paese, convenne con me nella necessità di telefonare subito a Gueli affinché, nella ipotesi di un colpo di mano dei tedeschi, si regolasse con prudenza.
Il pensiero mio, dunque, coincideva perfettamente con quello del ministro, e perciò chiamai subito al telefono l'ispettore Gueli e gli comunicai quanto con Ricci si era convenuto.
La mattina del giorno dopo, sempre secondo Senise64 la situazione militare attorno a Roma «parve migliorare», sí da far pensare per un momento di poter impedire l'occupazione della capitale da parte tedesca.
Per tale motivo telefonai a Gueli di non tenere alcun conto delle disposizioni che gli avevo dato il giorno precedente, e che perciò in qualsiasi ipotesi si fosse regolato secondo la consegna prima ricevuta.
Nel pomeriggio dell'11 ogni speranza si era però dissolta, sicché il capo della polizia – stando sempre alle sue memorie65 – si trovò nuovamente di fronte al «tremendo dilemma: Mussolini doveva cadere vivo o morto nelle mani dei suoi liberatori?»:
Se Mussolini fosse stato soppresso, era prevedibile lo scatenarsi della terribile ira teutonica... Camuffando, come al solito, la vendetta per giustizia, i tedeschi avrebbero prima massacrato guardie e carabinieri sul posto del dovere e si sarebbero poi abbandonati a distruzioni e saccheggi, propri della loro istintiva ferocia.
E forse la morte di Mussolini avrebbe impedito la resurrezione di un governo fascista?... Del resto, quando anche i tedeschi avessero rinunciato ad imporre un fittizio governo italiano, la sorte del nostro popolo non sarebbe stata migliore sotto il [loro] dominio... Né infine va dimenticato che erano assai vive in quel momento le ostilità contro il governo pel modo come aveva condotto l'armistizio e per le circostanze che prima e dopo l'avevano accompagnato, sicché di Mussolini ucciso i malcontenti avrebbero fatto una vittima del governo e della polizia. E poiché vi sono sempre nelle folle quelli che non ragionano, costoro nella difficoltà dell'ora avrebbero potuto rimpiangere Mussolini come l'unico uomo atto ad alleviarle.
Se invece Mussolini fosse stato consegnato vivo, i tedeschi lo avrebbero indubbiamente rimesso al potere con la forza delle armi. Ma quale distruzione morale per lui! Quale castigo pel suo folle orgoglio diventare schiavo di un alleato contro cui aveva covato sempre odio e rancore e al quale avrebbe dovuto fare olocausto della sua ultima dignità! Che ne sarebbe rimasto di quel duce che aveva fatto tremare l'Italia, e per complessi motivi, anche indipendenti dai suoi meriti, si era persino imposto alla considerazione, se non proprio alla stima, delle potenze straniere!
L'esito della guerra era ormai deciso; il severo giudizio delle nazioni vincitrici sarebbe giunto, sia pure dopo qualche tempo, ma immancabile; la popolarità di una volta sarebbe stata intanto minata anche nel cuore di coloro che potevano essergli ancora fedeli; e, se gli fosse rimasta ombra di patriottismo o anche di pudore, avrebbe dovuto dirigere ogni suo sforzo ad evitare o almeno attenuare i danni che già si profilavano enormi per la nostra terra.
Da qui la conclusione alla quale Senise si sentiva portato: «l'Italia avrebbe ricevuto danno minore se Mussolini non fosse stato soppresso». Certo, Badoglio in agosto «aveva disposto che l'ex duce non fosse, a qualsiasi costo, lasciato nelle mani dei suoi eventuali liberatori» e il maresciallo, «prima di partire, non aveva lasciato nuove istruzioni», «ma da allora la situazione era radicalmente cambiata» e quanto al ministro Ricci, il 9, nel momento «in cui parve che le sorti italiane potessero rialzarsi», si era già «dichiarato fermamente avverso all'eliminazione di Mussolini». Ciò nonostante, Senise afferma di aver ancora sentito il bisogno «di raccogliere qualche altra opinione» e di aver parlato della questione con il conte Calvi di Bergolo, genero del re e comandante della «città aperta» di Roma e col ministro Sorice, «non per chiedere loro nuovi pareri, ma come di decisione già da me adottata».
Né l'uno né l'altro potevano essere teneri con Mussolini: il loro interesse era anzi che egli fosse eliminato... Eppure entrambi approvarono senza riserve la decisione.
Fu dopo l'incontro con i due che Senise – stando sempre al suo racconto – provvide a comunicare le sue istruzioni a Gueli:
Tornato al ministero dell'Interno volli parlare per telefono con Gueli.
Non fu possibile: i tedeschi avevano già tagliato le comunicazioni con Aquila. Allora feci a Gueli un radiogramma consigliandolo di regolarsi con la massima prudenza.
Il radiogramma giunse a destinazione qualche ora prima che i tedeschi, con rilevanti forze militari motorizzate, con alianti, aeroplani da bombardamento e tutto l'arsenale dei mezzi bellici, occupassero Campo Imperatore e liberassero l'ex duce.
Giunti a questo punto, prima di parlare degli avvenimenti del Gran Sasso e della liberazione di Mussolini, è necessario soffermarci su due questioni. La prima riguarda Badoglio. La memorialistica e la storiografia filobadogliane hanno affermato che il maresciallo ignorava che l'armistizio con gli anglo-americani prevedesse la consegna di Mussolini e che nel turbinio di avvenimenti succedutisi tra il tardo pomeriggio dell'8 settembre e il suo imbarco, il giorno dopo, per raggiungere il sud egli si sarebbe dimenticato di dare disposizioni sulla sorte di Mussolini.
Che Badoglio non conoscesse il punto di vista degli Alleati non è assolutamente credibile. Della consegna di Mussolini essi avevano fatto cenno sia con Castellano sia con Zanussi. Ciò che piú conta è però che il testo del long armistice, quello che Badoglio avrebbe firmato a Malta il 29 settembre, era noto a Roma, dove era stato portato il 1° settembre da Zanussi e il 5 dal colonnello Marchesi, presente a Cassibile quando due giorni prima Castellano aveva firmato lo short armistice e il generale Bedell Smith aveva consegnato a Castellano «il fascicolo delle clausole aggiuntive dell'armistizio, il “lungo armistizio”» con un biglietto per Badoglio dello stesso generale Smith66. E nel long armistice, all'articolo 29, era detto:
Benito MUSSOLINI, i suoi principali associati fascisti e tutte le persone sospette di aver commesso delitti di guerra e delitti analoghi... saranno immediatamente arrestati e consegnati alle forze delle Nazioni Unite. Tutti gli ordini impartiti dalle Nazioni Unite in questo riguardo verranno osservati.
E se non è assolutamente credibile che Badoglio ignorasse una richiesta cosí esplicita e ufficiale, per quanto precipitosa fosse la sua partenza, nelle prime ore del 9 settembre, per Pescara con il sovrano, altrettanto incredibile è che egli si dimenticasse di dare disposizioni su cosa fare di Mussolini e – ammesso per assurdo – che se ne fosse veramente dimenticato che non si ponesse il problema lungo la strada, passando non lontano dal Gran Sasso e potendo ancora mandare qualcuno a prelevarlo per condurlo al sud con sé e potere cosí adempiere a quanto imposto dall'armistizio. E ciò tanto piú che durante la sosta per la colazione al castello di Crecchio quando la padrona di casa, la duchessa di Bovino, gli chiese cosa poteva essere successo a Mussolini in quel momento egli rispose che probabilmente i tedeschi lo avevano già liberato67. Assai piú credibile è che Badoglio non dette alcuna disposizione perché contava che Gueli e Faiola si attenessero alle istruzioni loro impartite di non consegnare vivo il prigioniero ai tedeschi68 e che soprattutto non voleva che Mussolini finisse in mano agli Alleati e fosse processato. Chi in questo senso ha intuito meglio l'atteggiamento di Badoglio ci pare sia stato anni orsono il Trionfera quando ha scritto69:
un suo processo avrebbe consentito di mettere a fuoco tante complicità nella guerra e nella rovina d'Italia. La guerra l'aveva voluta lui, ma c'erano dei corresponsabili. Neanche Badoglio ne sarebbe uscito bene. Per questo, il maresciallo lasciò cinicamente che il duce se lo prendessero i tedeschi: qualunque cosa avesse potuto dire dopo – come infatti accadde – sarebbe stata priva di valore storico, perché viziata dal desiderio di vendetta e, soprattutto, dalla soggezione verso Hitler.
La seconda questione riguarda invece Senise. Quanto da lui scritto nelle sue memorie trova in alcuni casi riscontri piú o meno espliciti nelle testimonianze di Gueli, di Faiola e in altre. In particolare queste confermano che egli revocò (il 10 settembre) le istruzioni impartite a suo tempo perché Mussolini non fosse assolutamente consegnato vivo ai tedeschi70 e che, successivamente, raccomandò a Gueli di «regolarsi con la massima cautela». Una frase, questa, che però si presta a due interpretazioni. Che Gueli dovesse evitare uno scontro con i tedeschi che poteva provocare vittime tra gli uomini del distaccamento del Gran Sasso e mettere in pericolo la vita di Mussolini, ma anche che con essa Senise si riferisse ad altre istruzioni da lui impartite all'ispettore e che noi non conosciamo71.
A suscitarci questo sospetto ci inducono soprattutto due cose. Innanzi tutto il silenzio di Senise nelle sue memorie (nelle quali oltre tutto non c'è alcun cenno a Cerica e ai Carabinieri, quasi essi fossero stati tenuti da lui volutamente fuori della questione) sulla consegna di Mussolini agli Alleati: ancora una volta ci pare infatti difficile, per non dire impossibile credere che Senise non sapesse nulla dell'articolo 29 dell'armistizio. Se è infatti credibile che il capo della polizia – sino all'ultimo tenuto all'oscuro della conclusione dell'armistizio – apprendesse la cosa in ritardo rispetto ai vertici militari, non lo è affatto che continuasse ad ignorarlo per quattro giorni e che quando parlò con Sorice della questione Mussolini questi non gliene facesse neppure cenno. E ciò tanto piú che il 10 diede istruzioni ai prefetti di mettere in libertà, secondo quanto stabilito dall'armistizio, tutti gli internati italiani e stranieri72. A ciò si deve aggiungere che alcuni fatti avvenuti in quegli stessi giorni a Campo Imperatore fanno pensare all'esistenza di altre istruzioni passate sotto silenzio sia da Senise nelle sue memorie sia da Gueli e Faiola nei loro memoriali difensivi. Ci riferiamo al fatto che dagli appunti della Magnanelli si apprende che il 10, quando cioè, secondo Senise, egli aveva revocato l'ordine impartito il giorno prima a Gueli di non attenersi piú alle istruzioni avute a suo tempo di non far cadere Mussolini vivo in mani tedesche, a Campo Imperatore furono fatti apprestamenti difensivi («gli agenti facevano preparativi di armi e bombe a mano, come se ci si dovesse preparare ad un attacco; furono perfino messe sentinelle vicino al rifugio Duca degli Abruzzi»), il che fa pensare che Gueli e Faiola, pur essendo informati della minaccia che si addensava su loro (dall'Aquila veniva segnalato l'afflusso di truppe tedesche – quelle che avrebbero appoggiato a fondovalle l'attacco dei paracadutisti – e il Gran Sasso era sorvolato da aerei tedeschi che avevano tutta l'aria di essere in missione ricognitiva) non intendessero disattendere gli ordini di Senise. Come ciò non bastasse, dai rapporti dei vicebrigadieri Giuseppe Accetta e Salvatore Bellino risulta che «pochi giorni prima» del 12 settembre erano giunti all'albergo «dei borghesi», tra cui un maestro di sci, Domenico Antonelli, che avrebbero dovuto collaborare al trasferimento di Mussolini in un'altra località.
Dietro domanda ai superiori – si legge nel rapporto dell'Accetta – io venni a sapere che erano degli sciatori, scalatori e conoscitori del Gran Sasso, venuti a prendere accordi col comandante del distaccamento per prossime istruzioni sciistiche ai militari e per eventuale trasferimento di Mussolini per le montagne. La mattina del 12 e cioè il giorno della cattura sentii vagamente che nel pomeriggio il tenente e il maresciallo magg. avrebbero dovuto portare Mussolini in una capanna di pastori a molta distanza dall'albergo. Non seppi il perché.
E ancor piú preciso è quanto riferito dal Bellino:
Il giorno in cui fu liberato Mussolini era già stato stabilito dal tenente dei Carabinieri e dal generale di P.S. di portarlo via e di stabilirlo in una casa di contadini a pochi chilometri dal Gran Sasso, ciò doveva avvenire alla sera della sua liberazione, difatti quando atterrarono gli alianti i contadini si avvicinavano all'albergo con quattro muli per trasportarlo alla sua nuova residenza.
Varie sono le spiegazioni di questi fatti che si possono tentare. La piú logica, a nostro avviso, è che Gueli e Faiola non si muovevano autonomamente, ma secondo istruzioni che poteva aver loro impartito solo Senise, o, almeno, che si adoperavano per tradurre in atto sue indicazioni di massima. In buona sostanza, che, in previsione di un'azione tedesca per liberare Mussolini, ma, insieme, pensando che le truppe alleate sarebbero rapidamente giunte nella zona del Gran Sasso, essi volevano mettere al sicuro il prigioniero, allontanandolo da Campo Imperatore e nascondendolo ai tedeschi, in modo da poterlo poi consegnare agli anglo-americani e che se non poterono farlo fu perché non si attendevano un attacco dal cielo, ma da fondovalle e soprattutto attraverso l'altopiano e credevano quindi di aver piú tempo a disposizione per portare Mussolini in un luogo al sicuro dai tedeschi. Se si accetta questa spiegazione è pressoché obbligatorio concludere che Senise ebbe in tutta la vicenda una posizione diversa da quella illustrata nelle sue memorie. Consapevole della gravità di disattendere sin dall'inizio una condizione cosí importante dell'armistizio, il capo della polizia avrebbe tentato di giuocare sia i tedeschi sia Badoglio. Se il giuoco non riuscí fu per la tempestività e le eccezionali qualità tecniche di Student e dei suoi paracadutisti, il cui attacco colse di sorpresa il distaccamento italiano («la sorpresa – avrebbe scritto il vicebrigadiere Accetta nella sua relazione – determinata dal fatto che mai si supponeva che un attacco fosse venuto dall'aria, provocò una grande confusione»), suscitando nei piú un vero e proprio panico e impedendo il minimo tentativo di difesa.
L'attacco ebbe luogo attorno alle quattordici e trenta del 12 settembre. Una decina di minuti prima una colonna tedesca composta da una cinquantina di motocarrozzette blindate e armate di mitragliatrice, di autoblinde, dieci carri armati, una quarantina di camions e camionette carichi di soldati, tre camions croce rossa e un'autoambulanza piombò per la rotabile Paganica-Camarda-Assergi sulla stazione base della funivia travolgendo il posto di blocco dei carabinieri a sua protezione e impadronendosene senza incontrare resistenza. Altre forze si schierarono a protezione degli attaccanti sulla rotabile che collegava Bazzano con Assergi. Quasi contemporaneamente aveva inizio l'azione dal cielo su Campo Imperatore.
Tutta l'operazione – in codice «Operazione Eiche» – era stata ideata dal generale Student, forse il piú abile e valoroso comandante di truppe paracadutiste tedesche, che ne aveva affidato la realizzazione al maggiore Harald Mors che diresse personalmente l'azione a fondo valle, conclusa la quale salí subito a Campo Imperatore, mentre quella dal cielo venne guidata dal suo piú stretto collaboratore, il tenente von Berlepsch. La propaganda tedesca – che attorno alla liberazione di Mussolini orchestrò subito un grande battage – avrebbe attribuito tutto il successo dell'operazione a Skorzeny, tanto che questi per anni è passato per il «liberatore di Mussolini»73. In realtà il capitano delle SS non ebbe in essa pressoché alcun ruolo organizzativo e tanto meno direttivo. Con grande abilità e spregiudicatezza egli riuscí a farsene attribuire tutti i meriti giuocando sul fatto che, nella sua qualità di consigliere politico di Student per la liberazione di Mussolini, aveva da lui ottenuto di partecipare all'impresa come osservatore-ospite e, conclusasi la parte militare di essa, era stato da Mors incaricato di accompagnare Mussolini a Pratica di Mare (sulla «cicogna» del capitano Gerlach, uno degli assi della Luftwaffe) e poi in Germania e aveva potuto dare alla stampa le prime notizie sulla clamorosa azione. Di fronte a questa indebita appropriazione di tutto il merito di essa Student avrebbe fermamente protestato con Göring (che vide in essa una manovra di Himmler volta a valorizzare le SS a danno della Luftwaffe) che però non poté fare nulla per ristabilire la verità dato che Hitler aveva nel frattempo fatto propria la «versione Skorzeny» e aveva scritto di suo pugno il relativo comunicato74.
Mentre il maggiore Mors si impadroniva della base della funivia, sul cielo di Campo Imperatore apparve un gruppo di aerei da trasporto dai quali si sganciarono i nove alianti che essi avevano trainato sin lassú. Tra le narrazioni di parte italiana dell'azione disponibili la piú completa e, sotto il profilo della biografia di Mussolini, piú importante è quella del maresciallo Antichi75.
Li vedemmo volteggiare contro sole ondeggiando e scendere, sfruttando la corrente; il primo aliante girò, scese ancora piú in basso, di pochi metri, dalla nostra quota, poi ricomparve, quasi fermo, per cominciare l'atterraggio.
Altri sette alianti compirono lo stesso giro, sfruttando la stessa corrente e presero terra. Non fu un atterraggio ma quasi un urto, a minima velocità. Pochi metri di corsa sul prato irto di rocce, in salita. Il primo aliante era sceso ad un centinaio di metri dall'albergo, vidi un braccio aprire lo sportello, poi per un attimo nessuno comparve in quel vano. Fu allora che uno degli alianti si sfasciò sulle rocce; un silenzio agghiacciante seguí quel tonfo sinistro. Perché non scendono? ricordo di essermi chiesto. Mussolini era con me, assorto, pensieroso, guardavamo la scena dalla piccola finestra della sua camera. Fissava quella scena senza interesse, preoccupato. «Questo non ci voleva» aveva detto all'apparire degli alianti tedeschi. Lo lascio, scendo nella sala accanto al ten. Faiola che può avere bisogno di me. È arrivata l'ora X.
Attimi eterni; ricordo un mio carabiniere di sentinella che si è visto quasi venire addosso un aliante, correre verso l'apparecchio che, a pochi metri da lui, si è sfracellato contro uno sperone di granito. Di colpo la scena muta. Dal vano dello sportello del primo degli alianti scorgo, rapidissimo un paracadutista scendere, fare pochi passi carponi, poi gettarsi a terra. Scompare, quasi invisibile con la sua tuta mimetica. Poi altri uomini: un balzo e subito pancia a terra. Dagli altri alianti scendono intanto, prudenti, con la stessa tecnica, altri paracadutisti. Infine, dal primo degli alianti scende un ufficiale italiano. Non si getta a terra come gli altri ma viene avanti verso l'albergo, sul piccolo sentiero appena riconoscibile tra l'erba. Dietro di lui è sceso un tedesco, alto, grosso, imponente. Gli cammina dietro con un mitra in mano, pronto a fare fuoco. E in fila indiana altri uomini vengono avanti. Apre la marcia l'ufficiale nostro, sono in dodici almeno dietro di lui, curvi, le armi in pugno. Si fanno scudo dell'ufficiale, vedo anzi che il primo dei tedeschi fa fatica a star chino, al riparo delle spalle dell'ufficiale che è nettamente piú basso di lui... Riconosco i gradi dell'ufficiale in divisa grigio verde; è un generale. Ha il cinturone, gli stivali lucidi, la bustina con la losanga, d'argento. Dietro, i tedeschi hanno i nastri delle mitragliere a tracolla, gli elmetti caratteristici dei paracadutisti, la tuta mimetica. Giro gli occhi e vedo altri paracadutisti avanzare e appiattarsi dietro le rocce, uscire allo scoperto, correre, tornare a ripararsi dietro un altro sperone. Sono un centinaio. Anche questi aspettano il primo colpo di fucile, la prima raffica, il segnale di battaglia. Si sentono le loro grida gutturali, gli ordini dei caporali, dei sergenti. Ora sento anche la voce del generale gridare qualcosa: «Non sparate!» È a non piú di trenta metri dall'albergo. Ancora una sosta del gruppo. Nel silenzio sento il rombo leggero di un aereo che si avvicina, è una «cicogna». Arriva risalendo un canalone, oscilla sotto i comandi, atterra a stento, rimbalzando tra le pietre del pianoro. Il generale italiano deve aver visto solo adesso qualcuno di noi. Lo sento urlare ad un carabiniere che si è affacciato ad una finestra, sbigottito, sorpreso: «Dov'è il commissario Gueli? Dov'è Gueli?» L'altro non gli risponde nemmeno. Dal gruppo dei tedeschi vedo intanto staccarsi due uomini che si dirigono verso la sola porta della facciata posteriore e la stanzetta del centralino telefonico. Camminano col mitra sotto il braccio, lentamente, passo, passo, squadrando la facciata dell'albergo che loro credono ancora un fortilizio, pronti a far partire una raffica verso la prima finestra sospetta. Vengono avanti come se si addentrassero nelle vie di una città appena conquistata. Arrivano, strappando i fili, corrono a riprendere il loro posto in fila indiana nel gruppo che ha appena svoltato l'angolo ed è ora sotto la facciata principale, proprio sotto la finestra di Mussolini. Sento di nuovo, vicinissima ora, la voce del generale urlare: «Non sparate», e un'altra voce subito rispondergli, fargli eco. È la voce di Mussolini che si è affacciato alla finestra: «Non spargete sangue, non sparate!» grida Mussolini.
Ormai i tedeschi sono dentro l'atrio; l'ufficiale nazista, alto, gigantesco è un capitano, ha la bustina gettata di traverso sulla nuca, gli occhi accesi, le guance rosse. Adesso urla: ha superato il generale nostro che non gli serve ormai piú. È di fronte a me ed al tenente Faiola. Come un ossesso, ancora urlando chissà che in tedesco, lo vedo fare ora le scale a tre gradini per volta; ha visto Mussolini da fuori, sa dove andare. Ha la pistola in pugno, crede ancora di dover liberare Mussolini strappandolo a qualcuno. Arriva nella stanza del prigioniero col fiatone.
Di Otto Skorzeny – poiché era lui l'ufficiale gigantesco, dal fisico da lottatore che per primo varcò la soglia dell'albergo – ho ancora oggi quel ricordo. Lo rivedo come in quei minuti, con lo sguardo allucinato, rosso in volto; con la bustina di traverso e il fare prepotente. Salii subito dietro di lui e mi accorgo che altri ci seguono. Non c'è stato sino a questo momento un solo colpo di arma da fuoco, non un incidente, nulla... Nella stanzetta mi trovo accanto un ufficiale tedesco che non avevo visto sino a quel momento; è un maggiore, un biondino basso, esile, l'opposto di Skorzeny che vedo massiccio, trafelato, sull'attenti e salutare con il braccio alzato Mussolini. La piccola stanza, che ospitava Mussolini si è intanto riempita di gente. Skorzeny è lí impalato dinanzi a Mussolini; lo sento tenere quasi un discorso, agitarsi, nominare Hitler varie volte. Mussolini si guarda intorno, gira gli occhi, sembra volersi rendere conto del reale significato di quella liberazione.
E mentre Skorzeny come un invasato continua a parlare, lui, stanco, avvilito, tutt'altro che entusiasta, si siede sulla sponda del letto... Stancamente Mussolini senza alzarsi dal letto gli risponde in tedesco poche parole e sento che anche lui nomina Hitler.
Sono passati sí e no otto minuti dal momento in cui i tedeschi hanno preso terra. Un carabiniere intanto mi avverte che con la funivia sono arrivati altri tedeschi e che altri ne stanno sopraggiungendo. È il secondo viaggio, mi dice. Il primo gruppo è venuto su proprio negli stessi minuti in cui gli altri atterrarono con gli alianti. Poi aggiunge: «C'era un maggiore con loro, quello che è lí accanto a lei». Mi volto e vedo il maggiore biondino, esile, dall'aspetto delicato che avevo notato pochi attimi prima...
Dopo lo sproloquio di Skorzeny e le parole di ringraziamento di Mussolini ci fu un attimo di silenzio. Il capitano delle SS si guardò intorno poi tornò ad avere fretta; la «cerimonia» era finita. Conosco la ragione della sua fretta in quel giorno, temeva da un momento all'altro, un attacco aereo alleato.
Si irrigidí di nuovo sull'attenti ed in tedesco capí che chiese a Mussolini dove volesse essere condotto. Il prigioniero non si attendeva forse quella domanda; sollevò lo sguardo, ebbe un attimo di incertezza, poi disse «Alla Rocca delle Caminate». E ricordo che lo disse in italiano questa volta.
Skorzeny non batté ciglio. «C'è una macchina giú?» chiese. C'era quella dell'ispettore Gueli, il cui autista, che era anche lui nella stanzetta di Mussolini, si fece avanti. «Lei prenderà la roba del duce e la porterà alla Rocca delle Caminate», gli disse Skorzeny. Poi rivolto a Mussolini disse: «Vuole seguirmi Duce?»
Un carabiniere radunò le poche cose di Mussolini, la scarsa biancheria, i libri, il ritratto del figlio Bruno che era stato accanto al suo letto nei giorni di Ponza e della Maddalena e ne fece un unico pacco, legandolo alla meglio con dello spago. Intanto Mussolini si è infilato il cappotto nero e un cappello floscio: è pronto. Mi passa accanto, mi guarda per un attimo, gli sorrido, ma gli leggo l'inquietudine, la preoccupazione negli occhi. Sul pianoro è a pochi centimetri da me con i tedeschi al fianco, con Skorzeny alle spalle che gesticola ancora, eppure riesce a dirmi qualcosa. «Avrei preferito essere liberato dagli italiani» dice e mi supera. Adesso comprendo l'altra sua frase, quelle parole, «Questo non ci voleva», che aveva detto alla finestra della sua camera vedendo calare gli alianti tedeschi.
Sulla porta vedo un paracadutista con una macchina da presa cinematografica che «gira» le scene. Mussolini sorride di malavoglia mentre Skorzeny lo invita a posare per una foto ricordo...
Alcuni carabinieri sono attorno alla «cicogna». Il capitano che lo pilotava è un giovane, lo vedo ancora ai comandi del suo aereo, ma quando vede Skorzeny avvicinarsi con Mussolini, scende e lo abbraccia. Li vedo parlare, poi discutere: Skorzeny vuole che la «cicogna» porti, oltre il pilota, sia lui che Mussolini. Tre persone, un carico enorme per un apparecchio piccolo come quello. Il pilota discute, tenta di dissuadere Skorzeny, ma questi insiste e la spunta. Il pilota vuole però che il terreno sia sgombrato dai sassi e allora Skorzeny ordina ai suoi uomini ed invita i carabinieri che sono lí intorno di dare una mano. Mentre quelli lavorano, il capitano delle SS torna verso Mussolini e gli domanda: «Quale è il vostro seguito?» Mussolini si guarda intorno poi indica: «L'ispettore Gueli, il tenente Faiola ed il maresciallo Antichi», dice; «va bene», risponde Skorzeny e si allontana.
Noi tre ci guardiamo negli occhi: cosa significa quella domanda e, soprattutto, cosa significa quel va bene del tedesco.
Il tenente Faiola ha il mio stesso pensiero: lo vedo mormorare qualcosa all'orecchio di Gueli, poi si allontana, torna nell'albergo. Eviterà cosí di finire chissà dove in Germania. «Io invece mi avvicino a Mussolini, lo chiamo da una parte, trovo modo di parlargli a quattrocchi da uomo a uomo. So che non può portarmi rancore, so che mi stima». Io sono di Pavullo nel Frignano (Modena), – gli dico. – Questa gente i miei antenati mi hanno sempre insegnato ad odiarla, se mi portate con voi, portate un nemico, vi prego lasciarmi al mio destino». «Va bene caro Antichi, va bene. Mi ricorderò di te». Saranno quelle le ultime parole che mi rivolgerà.
Sono passati venti minuti dal momento dell'atterraggio del primo aliante sul pianoro e Mussolini stà per lasciare Campo Imperatore libero ormai. Ricordo però di non averlo visto tranquillo e confesso di aver provato in quegli ultimi momenti della simpatia ed anche della compassione per quell'uomo ormai anziano, stanco, dominato dagli eventi. L'ho visto parlare con Skorzeny, fare il mio nome e, senza dubbio, è stata una sua frase ad evitarmi la deportazione in Germania.
Ad avere l'impressione che Mussolini non accogliesse con esultanza ma con inquietudine e preoccupazione la propria liberazione non fu solo l'Antichi. Un uomo semplice come il vicebrigadiere Accetta, rievocando il momento del suo imbarco sulla «cicogna» del capitano Gerlach, ha ricordato di aver notato sul suo volto «un mesto sorriso» e ha osservato: «era il sorriso di un uomo liberato da mano straniera e consapevole di aver trascinato nel baratro la patria». E impressioni simili ebbero tutti coloro che quel giorno e in quelli immediatamente successivi ebbero occasione di vederlo e di parlargli. A parte lo stato fisico, da tutti giudicato assai precario, a nessuno sembrò veramente contento di essere stato liberato e tanto meno che pensasse a riprendere la lotta. Skorzeny ha scritto di essersi trovato di fronte un uomo «dall'aspetto gravemente malato, forse, per sempre finito»76; Rudolf Rahn, che lo vide a Monaco, ha scritto di aver avuto «l'impressione di un uomo abbattuto e stanco, pienamente conscio della situazione disperata in cui si trovava; parlava con tono amichevole, rassegnato e moderato; ed era evidente che avrebbe preferito andarsi a seppellire in una tranquilla biblioteca»77; Dollmann, che lo conosceva bene e aveva avuto informazioni di prima mano, in un'intervista di molti anni dopo avrebbe detto78:
Io credo che Mussolini avrebbe preferito restare sul Gran Sasso ad ammirare il volo delle aquile! Tutti quelli che lo videro, dopo il suo arrivo in Germania, mi dissero che era ormai un uomo stanco, invecchiato. Questo mi hanno ripetuto tutti. E anch'io, quando andai a fargli visita, un mese dopo, alla Rocca delle Caminate, mi resi conto che ormai la sua vicenda politica era conclusa.
Né si può non ricordare quanto scritto da Pierre Drieu la Rochelle, da quel fine psicologo che era, ma assai probabilmente anche grazie a notizie raccolte negli ambienti tedeschi, nel suo diario il 4 ottobre, dopo il ritorno alla ribalta del «duce»79.
Pauvre Mussolini, il est bien malheureux d'avoir été ramassé par les Allemands: il était temps pour lui de finir, et il voulait finir.
Mussolini, lo si è visto, avrebbe voluto recarsi subito alla Rocca delle Caminate ed espresse questo desiderio non appena Skorzeny gli chiese dove voleva essere condotto. Quando seppe che Hitler lo attendeva in Germania ebbe un gesto di stizza e ribadí di avere «impellente bisogno» di raggiungere la famiglia80. Tutto fu però inutile: gli ordini del Führer erano precisi. A Pratica di Mare, dove atterrò la «cicogna» di Gerlach, lo attendeva un Heinkel per condurlo subito in Germania. A sera era a Vienna, da dove, il giorno dopo, fu trasferito a Monaco. Qui, intanto, un aereo tedesco aveva portato da Forlí la moglie Rachele e i figli Romano e Anna Maria che lo attendevano all'aeroporto.
Immaginavo di trovarlo molto sciupato – ha scritto la moglie81 – ma quando Benito viene verso di noi, pur col solito passo svelto, il suo viso assai pallido mi stringe il cuore. Calza gli scarponi da sci e indossa l'abito nero assai sciupato, che gli avevo mandato dalla Rocca, dove tenevo solo abiti fuori uso accantonati per donarli ai poveri. Le sue prime parole sono: «Credevo di non rivederti piú». Per qualche istante, dopo esserci abbracciati, restiamo senza parole. Poi, sapendo che deve ripartire subito, ci ritiriamo in una stanza del comando dell'aeroporto e lí possiamo confidarci liberamente. Ci siamo interrogati a vicenda su tutti questi terribili giorni di separazione. Sembra incredibile, ma egli è ancora quasi all'oscuro della situazione che si è creata in Italia dopo il 25 luglio.
Il giorno successivo, il 14 settembre, da Monaco Mussolini fu portato, sempre in aereo, a Rastenburg.
Del primo incontro tra Hitler e Mussolini Göbbels scrisse che fu «straordinariamente cordiale e amichevole»; Mussolini, nell'unico brevissimo accenno ai colloqui di Rastenburg da lui fatto nella Storia di un anno parlò solo di un'accoglienza «semplicemente fraterna»82.
Nonostante il rancore che covava da tempo nei confronti di Hitler, l'irritazione per essere stato condotto da lui quasi di peso, ignorando la sua richiesta (a Skorzeny, ma anche allo stesso Hitler, quando gli aveva parlato per telefono da Vienna) di recarsi innanzi tutto in famiglia alla Rocca delle Caminate e di riposarsi dal trauma degli ultimi due mesi e, crediamo, mosso dal timore per il futuro che gli si preparava, Mussolini non poteva in quel momento non rendersi conto di dovere a Hitler la libertà e probabilmente la vita. Il Führer, a sua volta, pur facendo carico a Mussolini di non aver preso in tempo – come lui gli aveva suggerito piú volte – le contromisure necessarie a prevenire e stroncare sul nascere le perfide manovre dei suoi avversari e di essersi lasciato sorprendere da essi e, probabilmente, sospettandolo addirittura di aver pensato anche lui ad uno sganciamento dalla Germania (un accenno in questo senso è nel diario di Göbbels alla data del 23 settembre83), sapeva che, tornato ormai Mussolini libero, egli non poteva – lo volesse o non lo volesse – non fare di tutto perché riassumesse la guida del fascismo e si mettesse a capo di un nuovo governo italiano. A parte una serie di considerazioni «minori», legate cioè alla situazione italiana, due erano i motivi che glielo imponevano. Il fascismo era creatura di Mussolini e agli occhi del mondo i due movimenti e i due regimi si identificavano; se il «maestro» non avesse ripreso il suo posto di lotta tutti avrebbero pensato che non aveva piú fiducia nell'«allievo» e che considerava ormai perduta la partita. E questo Hitler non poteva consentirlo né propagandisticamente, né rispetto agli alleati europei, che sarebbero stati incoraggiati a seguire l'esempio italiano, né alla propria opinione pubblica interna84. A questo motivo se ne aggiungeva poi un altro non meno importante: il timore che i giapponesi – assai critici verso la sua conduzione strategico-politica della guerra – potessero prendere a pretesto il «ritiro» di Mussolini per sciogliere il Tripartito85. Ciò aiuta a spiegare perché, se il primo incontro, all'aeroporto, presenti giornalisti, cinereporters e autorità varie, fu «straordinariamente cordiale e amichevole», molto meno lo furono i successivi colloqui tra i due, quasi tutti svoltisi in forma privata, senza occhi e orecchie indiscreti.
Per capire veramente il clima di questi colloqui – il 14 e 15 settembre – e i problemi umani e politici che essi suscitarono in Mussolini è necessario rifarsi a ciò che per i tedeschi e per Hitler in particolare aveva significato il 25 luglio. E in questo senso le considerazioni generali che abbiamo appena abbozzato non ne costituiscono che lo scenario di fondo. Per un quadro di riferimento piú completo bisogna, per un verso, rifarsi ai timori tedeschi, risalenti almeno ai primi di giugno, per una possibile fuoriuscita dell'Italia dalla guerra e alle contromisure ad hoc messe allo studio già prima del 25 luglio (i piani «Alarich» e «Konstantin»), e a quelle studiate o adottate subito dopo (l'operazione «Schwarz», che prevedeva l'occupazione di Roma e della Città del Vaticano, l'arresto del re, della famiglia reale e degli esponenti politici e militari ostili alla Germania, la liberazione di Mussolini e la restaurazione del fascismo, poi ridimensionata in quelle «Achse» e «Eiche» appena annunciato l'armistizio) e, per un altro verso, a quanto era avvenuto tra l'8 e il 14 settembre86.
L'annuncio della sostituzione di Mussolini con Badoglio aveva colto di sorpresa la Germania e seminato la confusione tra i suoi capi. A parte la convinzione che Mussolini non si fosse dimesso, ma fosse stato vittima di un complotto (da cui, per alcuni giorni, piú di uno aveva pensato non sarebbe uscito vivo87), sulle prime nessuno, salvo Hitler, aveva avuto idee chiare su come affrontare la situazione.
Per il Führer la liquidazione di Mussolini non era, per dirla con Göbbels, che l'antefatto di un «gigantesco» caso di «abiezione». Le affermazioni di fedeltà all'alleanza di Badoglio erano puramente strumentali. La verità era che il nuovo governo italiano stava preparando il tradimento («dichiarano di voler continuare a combattere, ma è un tradimento! Dobbiamo essere bene in chiaro: si tratta di un vero tradimento!») e che esso era del resto già nell'aria. A far precipitare la crisi era stato il Gran Consiglio, nel corso del quale – stando alle primissime notizie giunte da Roma – Farinacci si era comportato «da sciocco maldestro e, forse con la migliore volontà e le migliori intenzioni», aveva avuto «una parte fatale», permettendo al sovrano di entrare in azione.
In ultima analisi – Hitler aveva detto a Göbbels il 27 luglio – questa crisi è diretta contro la Germania. L'obiettivo consiste nel far ritirare l'Italia dalla guerra per creare al Reich una situazione eccezionalmente pericolosa. Senza dubbio gli inglesi e gli americani hanno fomentato la crisi. [Sicuramente] Badoglio aveva iniziato trattative col nemico prima di fare questi passi decisivi. L'asserzione del suo proclama, secondo cui la guerra continua, non significa nulla. Badoglio non avrebbe potuto esprimersi altrimenti, poiché, in tal caso, avrebbe provocato l'immediato intervento della Wehrmacht e l'Italia sarebbe diventata teatro di guerra, cosa che oggi colà si cerca di evitare.
Sotto il profilo militare, Hitler pensava che gli Alleati avrebbero tentato uno sbarco, forse all'altezza di Genova, per tagliare in due l'Italia e isolare le forze tedesche impegnate nel sud. Da qui la sua convinzione che fosse necessario un pronto intervento per prevenire questa mossa, assicurarsi il controllo dell'Italia, impedire al nemico di impadronirsi delle sue basi aeree e bombardare da esse la Germania meridionale e, infine, per punire esemplarmente gli autori del «tradimento» e ricostituire un governo fascista. Agli inizi, infatti, Hitler, pur essendo consapevole che Mussolini e il fascismo avevano ormai perso buona parte del loro ascendente sul popolo italiano, non aveva previsto che anche il partito non avrebbe retto e si sarebbe dissolto come neve al sole e, quindi, aveva pensato che, se si fosse agito tempestivamente, prima che la nuova situazione si fosse consolidata, questa poteva essere ancora capovolta. Assai significativo, a questo proposito, è quanto aveva detto il 26 luglio al feldmaresciallo von Kluge:
tutta questa storia è per me un tipico putsch, come lo fu quello di Belgrado, e il regime che ne è sorto si sfascerà e il giorno dopo, al Quartier generale, presenti anche i capi della Marina, in polemica con quei capi militari e in primis con Jodl e Dönitz che non nascondevano il loro scetticismo circa la possibilità di una rinascita del fascismo («dubito che il fascismo abbia piú alcun significato, sia per coloro che favoriscono la continuazione della guerra al nostro fianco, sia per lo stesso popolo italiano» aveva detto senza mezzi termini Dönitz) e – pur essendo convinti della necessità di non evacuare «in nessun caso» l'Italia – si preoccupavano di non distogliere truppe dal fronte orientale per un'operazione precipitosa e propendevano per un rinvio dell'operazione «Schwarz» in modo da avere piú tempo per valutare le effettive intenzioni del governo Badoglio (che Kesselring riteneva «degno di fiducia») e apprestare meglio e col minor dispendio di forze possibile tutte le opportune contromisure aveva replicato:
dobbiamo agire all'improvviso. Altrimenti gli anglosassoni marceranno contro di noi occupando gli aeroporti. Il partito fascista è attualmente solo stordito e risorgerà nuovamente dietro le nostre linee. Il partito fascista è l'unico disposto a combattere al nostro fianco. Dobbiamo perciò instaurarlo di nuovo. Ogni ragionamento che proponga ulteriori ritardi è errato: con esso corriamo il pericolo di perdere l'Italia e darla agli anglosassoni. Questi sono argomenti che un militare non può comprendere. Solo un uomo di senso politico può vedere chiaramente la sua via.
Da qui la sua convinzione – espressa sin dal 27 luglio a Göbbels e a Göring – che si dovesse procedere a un colpo di mano su Roma: «una volta catturati il re, Badoglio e gli altri che armeggiano dietro le quinte, la situazione sarebbe capovolta» e si sarebbe potuto ricostituire un governo fascista che, sino a quando Mussolini non fosse stato liberato o nel caso che fosse stato ucciso, egli pensava potesse essere affidato a Farinacci, che si era rifugiato all'ambasciata tedesca a Roma e che subito aveva fatto convocare al suo Quartier generale.
Nel giro di una decina di giorni Hitler aveva dovuto però rassegnarsi a ridimensionare radicalmente i suoi piani. Pur senza contrastarlo esplicitamente, sia l'OKW sia il comando supremo della Kriegsmarine, confortati anche dal giudizio di Kesselring e – cosa piú importante, data la scarsa fiducia che ormai Hitler nutriva di lui (von Rintelen, caduto completamente in disgrazia, fu addirittura sostituito con il generale Toussaint) – del vice ammiraglio Ruge, inviato subito in Italia per rendersi conto de visu della situazione, erano riusciti infatti a tenere a freno la sua impazienza adducendo una serie di argomenti tecnici e di considerazioni politiche. Un colpo di mano su Roma sarebbe stato certamente possibile, ma avrebbe determinato una situazione militarmente difficile e politicamente negativa. Militarmente avrebbe reso piú difficile se non impossibile l'afflusso di nuove forze in Italia e avrebbe messo in gravi difficoltà quelle dislocate in Sicilia e nel Mezzogiorno, per non dire quelle che si trovano in Sardegna, tanto che, realisticamente, si doveva mettere in conto la perdita di buona parte delle truppe dislocate in quel momento in Italia. Politicamente avrebbero alienato alla Germania le ultime simpatie che essa vi aveva e provocato certamente una forte reazione dell'Esercito e della Marina italiani. In due rapporti, uno del 27 luglio e l'altro del 1° agosto, Ruge era stato a questo proposito esplicito:
secondo il mio parere, le misure progettate porterebbero, nel momento attuale, la maggior parte delle forze italiane ancora esistenti contro di noi e costituirebbero per la Germania una colpa di fronte alla storia senza essere in grado di provocare un mutamento adeguato della situazione... La destituzione del Duce è stata una misura molto infelice in questo momento. Il suo ritorno viene tuttavia rifiutato da tutti e ciò per il modo in cui egli si è lasciato costringere alle dimissioni dai suoi stessi uomini. In ciò si vede il segno della sua malattia e della diminuzione delle sue energie e la prova della sua incapacità di guidare lo stato in questa difficile situazione. Gli ufficiali piú giovani, come Grossi e Sestini, riconoscono pienamente i suoi meriti, ma per loro egli è un uomo malato che non può salvare l'Italia e per il quale essi non possono impegnarsi... Se invece ora aspettassimo, potremmo ancora ottenere qualcosa dall'Italia sul piano militare e rafforzare notevolmente la nostra posizione. Perfino se il governo Badoglio dovesse capitolare (anche un contatto con il nemico non costituisce una prova di ciò), la nostra situazione militare sarebbe migliore che se agissimo adesso. In tal caso rimarrebbero al nostro fianco piú italiani di quanti ne rimarrebbero se venisse loro offerto un sicuro motivo di defezione, che allo stato attuale non esiste, ma che sarebbe offerto subito da un simile intervento nei loro affari interni. Sono convinto che, nella presente situazione, l'operazione progettata ci danneggia militarmente molto piú di quanto ci possa essere utile.
Il 2 agosto Kesselring aveva a sua volta comunicato che dal giorno 6 l'operazione «Schwarz» poteva essere eseguita, ma che ormai sarebbe mancata la possibilità di contare sul fattore sorpresa: gli italiani, di fronte all'accresciuta presenza tedesca in Italia, attorno a Roma e nella stessa capitale, avevano rafforzato le loro misure di difesa ed erano ormai sul chi vive. A questo punto, il 5 agosto Hitler aveva dovuto convenire che l'operazione non aveva piú senso e che fosse meglio indirizzare tutti gli sforzi alla preparazione delle contromisure da adottare al momento del «tradimento» italiano, di cui era sempre sicuro, e all'operazione «Eiche», alla quale – come abbiamo visto –, una volta individuato il luogo in cui era tenuto prigioniero Mussolini, non avrebbe dato però sino all'ultimo il via libera per non far precipitare la situazione e avere il tempo per trasferire in Italia altre forze88.
Sotto il profilo piú propriamente politico, la prima idea di Hitler era stata, l'abbiamo già detto, quella di affidare, almeno per il momento, la guida di un «controgoverno» italiano a Roberto Farinacci89. La stella del piú «fedele amico» che la Germania contasse in Italia era però subito tramontata, ancor prima che il Führer si convincesse che era piú opportuno non precipitare i rapporti con Roma. A farla tramontare erano stati gli incontri che Farinacci aveva avuto, appena arrivato in Germania, prima con von Ribbentrop e poi con lo stesso Hitler. Questi infatti ne aveva avuto una impressione disastrosa. Invece di un fascista lucido e combattivo, capace di prendere in mano la situazione, si era trovato di fronte un uomo annientato e meschino, incapace di rendersi conto di cosa fosse effettivamente avvenuto e pieno di rancore verso Mussolini.
Il Führer – aveva annotato Göbbels nel suo diario90 – si aspettava che egli esprimesse il suo profondo rincrescimento per gli sviluppi della situazione e che, per lo meno, si mostrasse senza riserve solidale col Duce. Viceversa non ha fatto nulla di tutto ciò. Il suo rapporto al Führer consiste soprattutto in una severa critica alla personalità e ai provvedimenti del Duce... A me pare che quell'imbecille maldestro di Farinacci possa essere stato abbindolato e abbia preso parte al complotto losco dell'aristocrazia e massoneria d'Italia; ora, naturalmente, non vuole confessare la propria colpa anche se questa è stata involontaria.
Dal colloquio del Führer con Farinacci risulta evidente che quest'uomo non può essere utilizzato da noi per grandi compiti. In ogni modo facciamo di tutto per tenerlo sotto il nostro controllo. Il Führer, per ora, lo ha affidato alle cure di Himmler.
Né il precipitare, l'8 settembre, della situazione aveva fatto risalire le azioni di Farinacci: in mancanza di notizie precise sulla sorte di Mussolini (a Roma il 10 settembre circolava la voce, riferita da Giuseppe Caradonna e riportata da De Bono nel suo diario91, che Mussolini fosse morto in una clinica di L'Aquila in seguito ad una operazione), in un primissimo momento da parte tedesca si era pensato infatti a lui solo come ad uno dei componenti, con Alessandro Pavolini, Renato Ricci e Vittorio Mussolini, di una sorta di quadrunvirato provvisorio che avrebbe dovuto agire in nome del «duce». Una soluzione, questa, che Hitler non doveva però aver visto di buon occhio se – nonostante il quadrunvirato si fosse già messo al lavoro92 – aveva accettato il suggerimento di incontrare Giuseppe Tassinari che godeva in Germania di una notevole stima come tecnico e organizzatore ed era considerato da Himmler e ancor piú da Dollmann l'uomo piú adatto a guidare il nuovo governo fascista e ad imprimergli un carattere essenzialmente tecnico93.
Solo dopo l'insuccesso dell'incontro (l'ex ministro dell'Agricoltura commise, secondo il generale Wolff, tre «errori» che indisposero Hitler e non fecero andare il colloquio «come speravamo») ed essendo nel frattempo giunto a Rastenburg Mussolini94, il Führer aveva deciso di puntare su quest'ultimo, lasciando cadere le obiezioni che a un suo ritorno al potere venivano mosse piú o meno esplicitamente non solo da Himmler (che, secondo quanto il generale Wolff lasciò capire a Tassinari, considerava Mussolini e lo stesso fascismo «superati» e avrebbe voluto che la Germania si appoggiasse su «nuovi elementi» o, se proprio Hitler voleva Mussolini, che questi avesse un potere solo di facciata e non effettivo), ma anche da vari altri esponenti sia del suo entourage politico sia dell'OKW.
Von Keitel e Rommel avrebbero preferito che la Wehrmacht assumesse il controllo diretto del territorio italiano, senza intermediari di sorta e che non si procedesse alla costituzione di un nuovo esercito italiano, ma che gli italiani fossero inquadrati in quello tedesco. Questa soluzione estrema non era condivisa da altri esponenti militari che consideravano troppo gravoso, se non addirittura impossibile, amministrare direttamente l'Italia senza un paravento italiano. E ciò tanto piú che Himmler dichiarava di non aver forze di polizia sufficienti per «potervi governare con la forza». Su posizioni simili, ma non eguali, erano Speer, a cui, in definitiva, importava solo di poter decidere tutte le questioni inerenti la produzione e gli armamenti scavalcando, se necessario, gli organi italiani, e Sauckel, che considerava l'assetto dell'Italia nell'ottica particolare della forza lavoro che essa poteva assicurare alla Germania, sia per disimpegnare dalle industrie belliche un certo numero di lavoratori specializzati tedeschi da trasferire alle forze armate, sia per fornire mano d'opera per la costruzione del «vallo orientale»95.
A livello piú propriamente politico le opinioni erano divise tra coloro che ritenevano indispensabile che Mussolini riprendesse in mano il potere, chi, invece, avrebbe preferito un mero governo quisling che avrebbe creato alla Germania meno problemi e le avrebbe assicurato una maggiore mano libera in Italia e chi, in fine, nutriva dubbi sulla disponibilità di Mussolini. E questo per non dire di Rosenberg, che accusava (e avrebbe continuato ad accusare) Mussolini di aver protetto gli ebrei96, e dei pangermanisti piú accesi – tipici i casi dei gauleiter del Tirolo e della Carinzia, Hofer e Rainer – che già vedevano la frontiera meridionale della Germania spostarsi sino ad inglobare non solo l'Alto Adige, ma anche il Trentino, il Veneto e la Venezia Giulia e a questo scopo si erano subito mossi presso Hitler. Significativo è quanto si legge nel diario di Göbbels.
Per il ministro della Propaganda, col loro tradimento gli italiani avevano scelto «il piú ignominioso destino politico che la storia possa ricordare».
Hanno perso l'onore. Non si può mancare di parola due volte nel corso di un quarto di secolo senza macchiare per sempre il proprio onore politico... L'unica cosa sicura di questa guerra è che l'Italia la perderà. Il vigliacco tradimento al suo capo è stato il preludio di un tradimento contro il suo alleato. Il Duce entrerà nella storia come l'ultimo romano, ma dietro la sua potente figura un popolo di zingari terminerà d'imputridire... Gli italiani, per la loro infedeltà e il loro tradimento, hanno perduto qualsiasi diritto a uno stato nazionale di tipo moderno. Debbono essere puniti severissimamente, come impongono le leggi della storia.
Per il momento era però indispensabile «fare il possibile per pacificare le regioni italiane delle quali prenderemo possesso», sicché bisognava non solo «differire» ogni mutamento territoriale, ma agire con la massima prudenza e il massimo senso politico, evitando iniziative che avrebbero avuto effetti controproducenti, avrebbero indignato il popolo italiano, creato difficoltà alle forze armate tedesche e «condannato all'inattività politica qualsiasi governo neofascista».
Per il momento non diremo nulla contro il popolo italiano perché possiamo averne bisogno, specialmente per le nostre linee di rifornimento e per le comunicazioni. Nemmeno l'esercito deve essere diffamato, per quanto ci possa prudere di farlo, perché dobbiamo almeno persuaderlo a non offrire resistenza e a consegnare le armi alle nostre truppe.
I conti sarebbero stati fatti al momento opportuno, «perché in ultima analisi dobbiamo ricevere qualcosa in compenso dell'orribile tradimento che l'Italia ha commesso contro l'Asse»97.
Subito dopo il 25 luglio Göbbels aveva nutrito dubbi sulla disponibilità di Mussolini a riassumere il potere98. Con l'8 settembre questi dubbi si erano però dissolti, facendo posto a quello sull'effettiva capacità psicofisica del «duce» a far fronte ad un compito tanto pesante99 e soprattutto alla preoccupazione che un suo ritorno sulla scena politica potesse rendere piú difficile, quando fosse giunto il momento opportuno, fare i conti con l'Italia e meno consistente il compenso dovuto alla Germania per il tradimento subito. Basta scorrere il suo diario per rendersene conto. Alla vigilia della liberazione di Mussolini, l'11 settembre, Göbbels annotava100:
Per quanto riguarda il Duce, credo che, da un punto di vista sentimentale, sarebbe naturalmente molto increscioso se non potessimo liberarlo. Da un punto di vista politico, tuttavia, la cosa non mi spiacerebbe molto. Dobbiamo considerare tutte queste cose con un freddo opportunismo. Se il Duce si mettesse a capo di una nuova Italia fascista, dovremmo indubbiamente tener conto anche di lui in molte cose nelle quali possiamo ora agire senza restrizioni di fronte all'Italia. Anche se lo negasse, non credo che il Führer avrebbe il coraggio di togliere, ad esempio, il Tirolo meridionale a un'Italia fascista governata dal Duce e che si comporti bene per tutto il resto della guerra. Dobbiamo tuttavia non solo riavere il Tirolo meridionale, ma, come io ritengo, portare la linea di confine a sud delle Venezie. Tutto ciò che era un tempo possesso austriaco deve ritornare nelle nostre mani.
E due giorno dopo, commentando la liberazione di Mussolini101:
Per quanto io sia commosso dal lato umano della liberazione del Duce, sono tuttavia scettico per quanto riguarda i vantaggi politici. Finché il Duce era fuori di scena, potevamo avere le mani libere in Italia. Senza alcuna restrizione e basando la nostra azione sull'enorme tradimento del regime di Badoglio, potevamo imporre una soluzione di tutti i nostri problemi concernenti l'Italia.
A me sembrava che, oltre al Tirolo meridionale, il nostro confine avrebbe dovuto includere le Venezie. Ciò sarebbe difficilissimo nel caso che il Duce rientri nella vita politica. Andremo incontro alle piú grandi difficoltà anche per quanto riguarda le nostre pretese sul Tirolo meridionale. Sotto la guida del Duce, sempre che egli riprenda la sua attività, l'Italia tenterà di riorganizzare un troncone di Stato verso il quale avremo, sotto molti aspetti, degli obblighi... Un regime sotto la guida del Duce diverrebbe presumibilmente erede di tutti i diritti e doveri contemplati dal Patto Tripartito. Una prospettiva piuttosto preoccupante!
Né da questo atteggiamento Göbbels si sarebbe sostanzialmente discostato dopo l'incontro di Rastenburg, nonostante che – contrariamente ai suoi timori – Hitler avesse mostrato, come vedremo, di non essere disposto a recedere dai suoi primitivi propositi, non molto diversi da quelli del suo ministro. Caratteristica fu la reazione di quest'ultimo al primo cenno di Mussolini di voler riprendere in mano la propaganda radiofonica fascista sin lí ispirata e controllata dai tedeschi: «sentiremo presto – annotò con tono stizzito – gli effetti del ritorno del Duce nella vita politica italiana»102.
La decisione spettava però a Hitler. Sin dal 25 luglio questi era stato certo che, abbattuto Mussolini, l'Italia avrebbe defezionato; per quanto previsto e atteso, l'annuncio dell'armistizio l'aveva però colto tutto sommato di sorpresa. E quando diciamo colto di sorpresa non ci riferiamo al momento (l'8 settembre l'OKW aveva ormai sostanzialmente completato le previste contromisure, tanto che il giorno prima Jodl aveva preparato l'ultimatum per imporre al governo Badoglio l'assunzione del controllo militare dell'Italia da parte della Wehrmacht), ma al modo con cui l'Italia era uscita dal conflitto. Un modo non certo brillante ma che a un uomo come Hitler, che non vedeva altro che la propria «missione» e in quest'ottica fanatica assegnava al «senso dell'onore» un significato e un valore decisivi, diventava una colpa indelebile e senza possibilità di attenuanti per chi, secondo lui, era venuto meno ad essi e aveva «congiurato» contro la sua «missione». Significativo è in questo senso il discorso da lui pronunciato alla radio il 10 settembre103.
Che il Governo italiano si sia deciso a rompere l'alleanza, e uscire dalla guerra o a rendere in tal modo l'Italia stessa teatro della guerra, può essere da esso motivato con tutte le ragioni che crede. Ma non potrà mai scusare il fatto di non essersi messo neanche preventivamente d'accordo con i suoi alleati.
Non basta: lo stesso giorno in cui il maresciallo Badoglio aveva sottoscritto l'armistizio, egli ricevette l'incaricato d'affari germanico e l'assicurò che lui, maresciallo Badoglio, non avrebbe mai tradito la Germania, che noi dovevamo aver fiducia in lui, e che lui avrebbe dato prova colle sue azioni di essere degno di tale fiducia, e che, soprattutto, l'Italia non pensava affatto a capitolare.
Il giorno stesso della capitolazione, il Re chiamò l'incaricato d'affari tedesco e gli diede ampie assicurazioni che l'Italia non avrebbe mai capitolato, e che sarebbe rimasta fedele alla Germania nella buona e cattiva sorte. Un'ora dopo che era stato reso noto il tradimento, il Capo dello Stato Maggiore italiano Roatta, dichiarò, di fronte al nostro plenipotenziario militare, essere quella una volgare menzogna e una invenzione della propaganda inglese.
Nello stesso momento, il delegato del Ministero degli Esteri italiano assicurava che quella notizia non era che un tipico raggiro britannico, che egli avrebbe smentito, mentre un quarto d'ora dopo doveva ammettere che la cosa era esatta e che l'Italia era effettivamente uscita dalla guerra.
Agli occhi degli aizzatori democratici della guerra mondiale, nonché a quelli degli attuali uomini di governo italiani, questo procedimento potrà sembrare un brillante esempio dell'abilità tattica della loro politica.
La storia giudicherà un giorno altrimenti e generazioni e generazioni d'italiani si vergogneranno che questa tattica sia stata applicata verso un alleato che aveva adempito con sangue e con sacrifici di ogni genere, attenendosi piú di quanto bastava alla lettera dei patti.
E queste parole non erano che una pallida eco di ciò che egli pensava, ché scrivendo il discorso era stato attento a usare un tono, un linguaggio «moderati» per non suscitare negli italiani reazioni troppo negative e indurli, come in certe località già stava avvenendo, a resistere agli attacchi tedeschi. Il diario di Göbbels offre la miglior testimonianza di quale era stata la sua vera reazione appena informato dell'armistizio. Era infuriato e sconvolto. «Prevedeva il tradimento italiano come qualcosa di assolutamente sicuro», ma «non credeva possibile che questo tradimento si verificasse in modo cosí disonorevole» e considerava «tutto il problema italiano come un gigantesco esempio di abiezione». Da qui la sua decisione di «fare tabula rasa in Italia»104.
E che non fossero solo parole lo dimostra una serie di decisioni da lui subito adottate che non lascia dubbi sulla sua volontà di «punire» l'Italia, sottoporla ad un ferreo controllo e sfruttarne al massimo le potenzialità economiche e umane. Aveva approvato la piena indipendenza proclamata dall'Albania e dalla Croazia e autorizzato questa ad annettersi tutta la Dalmazia; aveva stabilito che l'Alto Adige e il Trentino sino quasi a Verona passassero sotto la giurisdizione del gauleiter del Tirolo e la Venezia Giulia e parte del Veneto sotto quella del gauleiter della Carinzia e che il resto dell'Italia fosse suddiviso in due zone, una «operativa», l'altra «occupata», dipendenti rispettivamente dai comandi di Rommel e di Kesselring; e, ancora, che nella zona «occupata» il controllo «su tutte le questioni di armamento e di produzione» spettasse a Speer. Né si può pensare che a spingerlo ad usare una mano tanto pesante fosse il fatto che prese queste decisioni prima di avere notizie sulla sorte di Mussolini e quando temeva ancora che Badoglio lo consegnasse agli Alleati. Basta un episodio a dimostrarlo: il 13 settembre, giunta la notizia della liberazione di Mussolini, Speer ritenne che il decreto riguardante i suoi poteri (firmato il giorno prima) sarebbe stato revocato e ne parlò subito con lui; Hitler non solo gliene confermò la validità, ma, perché non vi fossero dubbi sulle sue reali intenzioni, fece riscrivere il decreto con la data di quel giorno e lo firmò subito105.
Se sul clima politico generale in cui si inserí l'incontro di Rastenburg non mancano, come abbiamo visto, notizie e punti di riferimento precisi, diversa è la situazione per quel che concerne i colloqui che si svolsero nei due giorni che durò l'incontro tra Hitler e Mussolini. La documentazione su di essi è infatti scarsa e non è facile stabilire in che misura certe affermazioni in esse riferite siano sostanzialmente attendibili.
Il diario di Göbbels non offre molti elementi, lascia tuttavia capire che nei colloqui tra i due non mancarono momenti di tensione e che sostanzialmente Hitler non fu indotto a recedere dalle sue iniziali posizioni, tant'è che il 17 settembre il ministro della propaganda avrebbe potuto annotare compiaciuto: «Sono lietissimo che il Führer abbia conservato immutate le sue originarie intenzioni; evidentemente non si lascia piú influenzare da considerazioni sentimentali; il problema italiano deve essere considerato e risolto ex novo»106.
Alcuni giorni dopo Hitler riferí a Göbbels l'andamento dei colloqui. Il resoconto conservatoci dal diario di Göbbels costituisce, in mancanza di verbali e di altre testimonianze, pressoché tutto ciò che sul versante tedesco trapelò di essi e hanno un notevole interesse, soprattutto per capire il loro clima generale e il loro effetto su Hitler.
La personalità del Duce – annotò Göbbels il 23 settembre107 – non l'ha colpito cosí fortemente come nei loro precedenti incontri... Il Duce non ha tratto dalla catastrofe italiana le conclusioni morali che il Führer si aspettava da lui... Il Führer si aspettava che, per prima cosa, il Duce si preoccupasse di vendicarsi ampiamente su chi l'aveva tradito. Ma Mussolini non ha dato a vedere di voler far nulla di simile, e con ciò ha dimostrato quali sono i suoi limiti oltre i quali non saprà mai andare. Non è un rivoluzionario come il Führer e Stalin. È cosí legato alla sua italianità che gli mancano le qualità del rivoluzionario e del sovvertitore mondiale... Temevo che l'incontro tra il Führer e il Duce potesse portare di nuovo a una stretta amicizia la quale avrebbe creato difficoltà politiche imbarazzanti per noi. Ma ciò non si è verificato; al contrario, non ho mai visto il Führer tanto deluso dal Duce come questa volta... Naturalmente non c'è stato un vero e proprio contrasto tra il Führer e il Duce. Ma il fatto stesso che, secondo il Führer, il Duce non ha un grande avvenire politico significa molto, se si pensa all'ammirazione che aveva per lui... Possiamo ritenere che il Führer sia profondamente deluso riguardo alla personalità del Duce. Dobbiamo rallegrarcene per la nostra futura condotta della guerra. Il Führer non vuol piú fare della personalità del Duce la pietra angolare dei nostri rapporti con l'Italia. Egli ora chiede garanzie territoriali per impedire un'altra crisi...
Per il contenuto piú propriamente politico dei colloqui non c'è che da rifarsi a quanto Mussolini disse in quei giorni al figlio Vittorio108 e soprattutto, vari mesi dopo, a Carlo Silvestri109 e, specialmente nell'ultimissimo periodo della Rsi, ad alcuni suoi fedeli110.
Nei due giorni dei colloqui Hitler si impegnò a fondo per indurre Mussolini a mettersi a capo del nuovo governo fascista. A questo scopo si serví di tutti i mezzi; mai però venne meno ai suoi propositi di fondo, né modificò praticamente in nulla le decisioni che aveva già adottato nei giorni precedenti, limitandosi o a non farne cenno (per quel che se ne sa, non parlò affatto della contribuzione finanziaria che voleva imporre e avrebbe imposto alla Rsi) o a presentarle in modo ambiguo, sfumato, come necessità contingenti, dettate dalle esigenze belliche, come nel caso della istituzione delle «zone di operazioni» delle Prealpi e del Litorale adriatico. A questo proposito anzi, secondo quanto Mussolini avrebbe detto ad Anfuso111, Hitler, parlando in generale del Mediterraneo e dell'Adriatico, cercò indirettamente di rassicurarlo: nulla era cambiato e nulla sarebbe cambiato a guerra finita. L'unico fatto nuovo era che, in conseguenza dell'8 settembre, i «compiti strategici» della Germania erano solo «naturalmente» diventati tali «che si era dovuto risolvere alcune situazioni, come quella albanese, senza tener conto contemporaneamente degli interessi italiani». Il vero problema era un altro: «dobbiamo vincere la guerra».
Vinta la guerra l'Italia sarà ristabilita nei suoi diritti. La condizione fondamentale è che il fascismo rinasca e faccia giustizia di chi ha tradito!
Solo a questo proposito Hitler fu esplicito ed intransigente: i «traditori» del 25 luglio e in primis Ciano (quattro volte traditore: della patria, del fascismo, dell'alleanza, della famiglia) dovevano essere puniti con la morte; Mussolini doveva riassumere il potere; il nuovo governo fascista doveva imperniarsi sul binomio Mussolini-Graziani, l'unico generale che godesse del prestigio necessario a ricostituire un esercito italiano.
Quanto sul resto fu ambiguo e sfumato, tanto su questi tre punti Hitler fu intransigente:
Non bisogna perdere una sola giornata di tempo. È indispensabile che, già entro la giornata di domani, voi annunciate alla radio che la monarchia è deposta e che sorge lo stato fascista italiano in cui i poteri dovranno essere accentrati nella vostra persona, che cosí si renderà garante (e non è possibile né accettabile altro garante) della piena validità dell'alleanza tra la Germania e l'Italia.
Se Mussolini non avesse accettato, egli avrebbe fatto dell'Italia terra bruciata, come, del resto, dopo il suo tradimento essa meritava. Secondo quanto Mussolini avrebbe riferito a Carlo Silvestri (ma in termini piú succinti anche ad altri), già nel primo colloquio Hitler fu a questo proposito chiarissimo:
Devo essere molto chiaro. Il tradimento italiano, se gli Alleati avessero saputo sfruttarlo, avrebbe potuto provocare il subitaneo crollo della Germania. Dovevo dare subito un terribile esempio di punizione per tutti quelli, tra gli altri nostri alleati, che potessero essere tentati di imitare l'Italia. Ho sospeso l'esecuzione di un piano già predisposto in tutti i suoi particolari solo perché ero sicuro di potervi liberare e di impedire cosí che foste consegnato agli anglo-americani secondo il progetto di Badoglio. Ma se voi mi deludete, io devo dare ordine che il piano punitivo sia eseguito.
E il giorno dopo, avendo capito che Mussolini era sfiduciato, non credeva piú nella vittoria e avrebbe preferito non tornare sulla scena politica, prima cercò di rincuorarlo, parlandogli delle «armi segrete» di «tremenda potenza distruttiva» («abbiamo delle armi diaboliche») che presto sarebbero entrate in azione contro l'Inghilterra e dicendosi disposto a trattare un accordo con l'Unione Sovietica112, poi ribadí con ancor maggior violenza le minacce già formulate il giorno prima:
L'Italia settentrionale dovrà invidiare la sorte della Polonia se voi non accettate di ridare valore all'alleanza fra la Germania e l'Italia mettendovi a capo dello Stato e del nuovo governo. In tal caso il conte Ciano non vi sarà naturalmente consegnato: egli sarà impiccato qui in Germania... O il nuovo governo della repubblica fascista si impernia sul binomio Mussolini-Graziani o l'Italia sarà trattata peggio della Polonia. Peggio, dico, perché la Polonia fu considerata un paese di conquista; l'Italia sarà considerata il paese dei traditori senza discriminazioni.
Questa, nelle sue linee essenziali, la posizione assunta da Hitler. Non ci resta ora che da vedere quella di Mussolini.
Come disse a Silvestri, Mussolini affrontò l'incontro con Hitler «stanco, sfiduciato, depresso».
Temevo persino di essere ammalato di cancro. Durante la prigionia, il mio vecchio male di stomaco si era notevolmente aggravato ed avevo avuto delle crisi tremende. Non avevo voglia di parlare, di discutere, ma soltanto di riposare.
Quando, dopo i convenevoli, Hitler cominciò a parlare della situazione italiana, si «sentí morire». Dopo le prime battute, avuta la conferma di ciò che temeva, e cioè che Hitler voleva che riprendesse il potere, cercò di guadagnar tempo, di non impegnarsi:
Scongiurai il Führer di lasciarmi qualche giorno per riflettere. Ma egli soffocò la mia voce, elevando il tono della sua: «Ho già riflettuto abbastanza. Voi dovete ridare valore all'alleanza fra i nostri due paesi, non denunciata ma soltanto tradita, annunciando la costituzione dello stato fascista italiano; e ve ne proclamate Duce. Sarete cosí, come lo sono io, contemporaneamente capo dello stato e capo del nuovo governo, alla cui costituzione occorre provvedere entro una settimana... Feci appello a tutte le mie risorse dialettiche per persuadere il Führer a non insistere sulla pretesa di volermi capo dello stato e del nuovo governo. Ormai avevo rinunciato a qualsiasi ambizione personale; inoltre non credevo ad una possibile resurrezione del fascismo. Se Badoglio e la monarchia si erano assunti la responsabilità di scatenare la guerra civile, io non volevo condividere tale responsabilità.
Tutto fu però inutile: per tutta risposta, dai discorsi piú o meno politici, il suo interlocutore passò alla minaccia di «polonizzare» l'Italia (arrivando a farneticare la «distruzione totale» di Milano, Genova e Torino, usando su di esse le sue nuove «armi diaboliche») e di considerare tutti gli italiani «dei traditori da punire». Né le cose andarono diversamente nel corso dei colloqui del giorno dopo, quando i discorsi tra i due si spostarono di fatto dalla questione dell'accettazione o meno da parte di Mussolini della «richiesta» di Hitler di riassumere il potere – data dal Führer per scontata – ad alcuni aspetti particolari, quali il nome da dare al nuovo stato e gli uomini che ne avrebbero costituito il governo.
Uscendo da questa seconda serie di colloqui, Mussolini disse al figlio:
«l'unica soluzione è tornare al combattimento»; «non c'è altra scelta: bisogna salvare l'Italia da maggiori disastri» e aggiunse: «la guerra non si può ancora dichiarare perduta per l'Asse»113.
A quanto si legge nel «Rapport sur Madame Edda Ciano» trasmesso in via confidenziale nel giugno 1945 al Ministero Pubblico della Confederazione dal dottor A. Repond direttore della Maison de Santé de Malévoz di Monthey, nel Valais, dove Edda Ciano era stata ricoverata a lungo dopo che, nel gennaio 1944, si era rifugiata in Svizzera, a Monaco, prima di recarsi da Hitler, Mussolini aveva promesso alla figlia, che insisteva con lui perché si ritirasse dalla vita politica, che non si sarebbe lasciato ébranler114. Stando poi a Carlo Silvestri115, l'intenzione di Mussolini, tornato in libertà, sarebbe stata addirittura quella di ritirarsi in Svizzera. Se la testimonianza è attendibile, e molto probabilmente lo è, nel giro di quattro giorni, da esule potenziale Mussolini si venne invece a trovare ancora «duce». Un «duce» dimezzato e praticamente prigioniero dei tedeschi, ma formalmente pur sempre «duce». A questo punto, a meno di negare ogni valore a quanto da lui detto e ripetuto piú volte nelle settimane della prigionia di considerarsi e di essere politicamente «defunto», ovvero di accontentarsi di una spiegazione in chiave tutta ideologico-politica del tipo Mussolini e il fascismo non potevano finire che come finirono, gli interrogativi si affollano.
Biograficamente, il primo problema da affrontare ci pare debba essere quello, di ordine generale e di cui gli altri non sono che aspetti particolari, di stabilire in che misura l'8 settembre e la sua liberazione ad opera dei tedeschi abbiano modificato il precedente stato d'animo di Mussolini.
Secondo la testimonianza della moglie116 che poté parlare con lui sia prima che si recasse a Rastenburg sia appena ne tornò e che, prima dell'incontro con Hitler, gli aveva chiesto le sue intenzioni, Mussolini avrebbe risposto di essere deciso «a fare quello che sarà possibile per la salvezza del popolo italiano»: «se non resto al loro fianco, per attutire il colpo, la vendetta dei tedeschi sarà terribile». Ma avrebbe anche aggiunto: «ma ogni decisione è rimessa a dopo aver parlato con Hitler». E ciò autorizza a pensare che in realtà, pur prevedendo l'atteggiamento di Hitler e la sua richiesta di riassumere il potere, non avesse ancora preso nessuna vera decisione e, nell'intimo, sperasse di potersi sottrarre ad essa. Non si spiegherebbe altrimenti come – tornato da Rastenburg – la moglie potesse consigliarlo di non accettare di assumere la guida del nuovo governo repubblicano.
Non è certo un caso che, nell'introduzione scritta nel 1981, quando decise di pubblicare il suo diario del 1943-44, Luigi Bolla (al tempo della Rsi stretto collaboratore del sottosegretario agli Esteri Mazzolini, ma non fascista e dopo la fine della guerra sincero democratico) abbia sentito il bisogno di tornare e di soffermarsi sullo stato d'animo di Mussolini e sul perché avesse accettato di porsi a capo della Rsi, scrivendo tra l'altro117:
Quando Mussolini fece ritorno dalla Germania, con il viso scavato, lo sguardo spento e la voce monotona e triste, quasi irriconoscibile, fu chiaro a moltissimi ch'egli non aveva certo sollecitato da Hitler l'incarico di mettere in piedi una tragica finzione, ma l'aveva accettato sapendo di essere il solo in grado di evitare all'Italia centro-settentrionale una sorte simile a quella jugoslava.
A questo problema se ne lega strettamente un altro: Mussolini credeva ancora nella possibilità di una vittoria tedesca?
Alla sorella Edvige, che, verso la fine di settembre, alla Rocca delle Caminate, gli pose questo interrogativo rispose118:
guai a me se non lo pensassi, guai a me se sapessi con certezza che la Repubblica sociale... è destinata a restare una larva, una cosa da limbo. Cosí come stanno le cose, i tedeschi vinceranno se faranno in tempo ad usare prima degli Alleati i nuovi mezzi distruttivi che gli uni e gli altri studiano...
Né in termini molto diversi dovette esprimersi con alcuni dei suoi piú stretti collaboratori, se, per fare un solo esempio, il vice segretario del Pfr, Pino Romualdi, affrontando nelle sue memorie questo problema, ha finito per concludere che Mussolini non credeva che i tedeschi avessero ormai perso tutte le possibilità di vincere119. Una convinzione, come si vede, che aveva il suo punto di forza e di debolezza al tempo stesso in quel tutto che ne fa qualcosa di ben lontano da una certezza e di molto simile a quanto detto da Mussolini alla sorella riferendosi alle «armi segrete». E ciò spiega come un uomo con i piedi saldamente a terra e che visse i primi mesi dell'esperienza repubblicana a stretto contatto con lui, avendo, come forse nessun altro, la possibilità di scrutarlo nel profondo e di cogliere le minime oscillazioni e sfumature del suo animo e del suo comportamento, Giovanni Dolfin, abbia ritenuto invece che non nutriva piú alcuna illusione nella vittoria della Germania120 e che, tutto sommato, quando pensava ad una tale eventualità, non doveva considerarla per l'Italia molto piú positiva di quella di una vittoria alleata, tanto da dirgli121:
se le cose andassero bene per loro, i tedeschi ci farebbero pagare ben caro il nostro ‘tradimento’ e per averci difeso.
E con questo arriviamo al nodo della questione: perché Mussolini accettò di porsi a capo del nuovo governo repubblicano?
Per paura? Non lo si può escludere in assoluto, ma non lo crediamo. Sia perché, checché abbiano affermato vari suoi avversari e storici, non era un pauroso; sia perché non poteva non rendersi conto che – una volta tornato libero – Hitler non avrebbe potuto prendere «provvedimenti» contro di lui: gli stessi motivi che lo inducevano a volerlo ad ogni costo al suo fianco, a maggior ragione glielo avrebbero impedito. Per vendicarsi di chi lo aveva «tradito»? Qualcuno lo ha sostenuto, ma anche questa spiegazione non è credibile. Sia perché non era un vendicativo sanguinario alla Hitler o alla Stalin, sia perché, anche se lo fosse stato, nella sua rete di pesci grossi sui quali vendicarsi ne erano rimasti ben pochi, sia, in fine, perché, come vedremo, i fatti dimostrano che di vendette personali non ne fece e che lo stesso processo di Verona gli fu imposto dai tedeschi (che volevano soprattutto la testa di Ciano) e dal Partito fascista repubblicano.
Né si può pensare ad un improvviso ritorno di fiamma alla cui origine sarebbero stati, per un verso, l'ambizione o, se si preferisce, l'orgoglio e, per un altro verso, il desiderio di «finire in bellezza» con un clamoroso ritorno alle sue origini rivoluzionarie e socialiste. Che a un «ritorno» del genere Mussolini abbia pensato appena capí di non potersi sottrarre alla stretta di Hitler è indubbio. Lo lasciano intravvedere la sua immediata opposizione alla denominazione «Stato» (o «Repubblica») «fascista italiano» voluta da Hitler e il suo arroccarsi su quella di «Repubblica sociale italiana», che Hitler non gradiva e avrebbe voluto ridiscutere, ma che Mussolini praticamente gli fece accettare e rese nota prima che il Führer potesse ripensarci122. Anche se ad una sterzata a sinistra Mussolini pensava piú o meno confusamente da tempo, questa non fu però la molla della sua accettazione; fu solo uno dei due modi (l'altro fu l'appello all'«onore nazionale») per cercare di giustificare la sua accettazione e per cercare di allargare l'area dei consensi attorno a sé. Ché, conoscendo bene i tedeschi e la loro indefettibile decisione nel perseguire i propri propositi, non poteva non rendersi conto di quanto essi sarebbero stati ostili ad una vera, radicale svolta sociale del fascismo italiano, che, nell'immediato, avrebbe creato loro una serie di ulteriori difficoltà nella gestione delle cose (e in primis dell'economia) italiane e, in prospettiva, avrebbe rischiato di rimettere in discussione la leadership ideologica e morale del nazionalsocialismo sul composito mondo del «fascismo» che il 25 luglio aveva inequivocabilmente attribuito finalmente loro. Significativo è a questo secondo proposito quanto, a metà novembre, Göbbels avrebbe scritto a commento dei punti programmatici del Pfr: «se un tale programma sociale fosse attuato avremmo motivo di vergognarci di noi di fronte al radicalismo dei fascisti»123.
Quanto infine a parlare di ambizione, di orgoglio, bisogna ricordare che ormai è pacifico che Mussolini sin dall'inizio fu consapevole che i suoi margini di autonomia e di manovra sarebbero stati minimi, mal tollerati e la sua reale posizione solo formalmente diversa da quella di un satellite di terza classe, ipocritamente ingannato ogni giorno dai tedeschi, al punto, quando non ne poteva proprio piú, di lasciarsi andare a delle vere e proprie filippiche contro di loro e di abbandonarsi a sfoghi come questo124:
È perfettamente inutile che questa gente si ostini a chiamarci alleati! È preferibile che gettino, una buona volta, la maschera e ci dicano che siamo un popolo ed un territorio occupati come tutti gli altri! Ciò ci darà il modo di porre termine alla commedia e di semplificare il nostro problema personale.
Tanto consapevole da arrivare a riconoscere di essere125:
prigioniero dal giorno che mi arrestarono in casa del re... Il vero capo della Repubblica sociale non è Mussolini, ma Rahn. Se Hitler e la Germania vincessero la guerra, Mussolini e l'Italia l'avrebbero ugualmente perduta. Per noi non c'è piú via di scampo. Di là siamo nemici che si sono arresi senza condizioni, di qua siamo dei traditori.
Che poi, nei mesi successivi, in qualche momento di esaltazione, potesse perdere il senso della sua effettiva condizione e sopravvalutare le sue possibilità sino ad arrivare a dire di aver l'impressione che i tedeschi si fossero pentiti «di averci permesso di formare un governo, soprattutto presieduto da me»126, è un'altra questione, che nulla ha a che fare con quella della sua decisione di riassumere il potere e che va vista in un'altra ottica. In quella del sempre piú frequente alternarsi dei suoi stati d'animo, del suo passare da momenti di abulia a momenti, in verità via via meno numerosi, di autoillusione e di esaltazione o di lucido realismo e di abbattimento (arrivando persino a dire che «forse sarebbe stato preferibile che il mio destino [politico] si compisse il 25 luglio»127).
Talvolta – osservò un giorno Dolfin a questo proposito128 – mi pare un sognatore, fuori della realtà e della vita; tal'altra, soltanto un uomo, come noi tutti, con la somma delle sofferenze e dei disinganni.
Scartate tutte queste spiegazioni, l'unica rimasta è quella alla quale hanno fatto cenno tanto lo stesso Mussolini quanto alcuni suoi piú stretti collaboratori di quei mesi (direttamente o indirettamente poco importa) e che, con toni e sfumature diverse, è stata accettata anche da pressoché tutti i suoi biografi stranieri129: Mussolini riassunse il potere perché solo a questa condizione Hitler non avrebbe fatto dell'Italia da lui occupata una sorta di Polonia e perché sperava di potere con la sua presenza rendere meno pesante il regime d'occupazione, in particolare di impedire che i tedeschi avessero carta bianca nelle «zone d'operazione» delle Prealpi e del Litorale adriatico e se le annettessero. Se sotto la sua guida-schermo la Rsi avesse contribuito «lealmente» alla lotta a fianco dell'alleato, «riscattando» cosí l'«onore nazionale», il trattamento riservato da Hitler all'Italia sarebbe stato – pensava – meno duro e, in caso di vittoria, la Germania non avrebbe potuto non tenerne conto. Da qui la decisione mussoliniana di assumere la guida della Rsi e di adoperarsi per un ritorno dell'Italia sul campo di battaglia a fianco della Germania («una unica possibilità di salvezza» ci resta, disse a Dolfin: «ritornare subito a combattere... è necessario riacquistare nei... confronti [dei tedeschi] prestigio e forza se vogliamo conservare il bene supremo della nostra indipendenza»130), nella speranza di rendere cosí meno pesante lo stato di drammatica inferiorità di fronte alla Germania in cui si trovava l'Italia. Né piú né meno, a ben vedere, di quello che, solo con un giro di parole un po' meno immediato ed esplicito avrebbe detto ai primi di novembre a Piero Pisenti offrendogli il ministero della Giustizia131. Pensare a una continuazione del fascismo come regime era impossibile; l'unica cosa era cercare «di mettersi al servizio della patria, per risollevarla dalla crisi in cui era caduta».
Dopo i suoi incontri con Hitler, la convinzione che soltanto lui potesse fare argine ai pericoli della situazione, era diventata incrollabile, nonostante tutte le difficoltà che gli si schieravano innanzi.
In questa ottica, il primo obiettivo, per Mussolini come per vari suoi collaboratori, era quello di «difendere» le due «zone di operazione» impedendo che i tedeschi estromettessero da esse qualsiasi presenza politica, amministrativa e militare italiana e si determinasse una situazione di accettazione del fatto compiuto che ne avrebbe sancita l'annessione alla Germania nel caso che questa uscisse vittoriosa dal conflitto, ma che, anche in quello, molto piú probabile, di una sua sconfitta, avrebbe favorito le pretese austriache e soprattutto jugoslave su di esse132. Per quel che riguarda alcuni dei piú stretti collaboratori di Mussolini, indicativo è quanto avrebbero scritto allo stesso Mussolini, Pavolini, il 10 ottobre 1943, e Anfuso, a Mazzolini, il 27 settembre dell'anno successivo. Il primo riferendosi esplicitamente alle «zone di operazioni» affermò che salvarle sarebbe stata «già una prima giustificazione storica» dell'esistenza della Rsi «comunque si svolgano i fatti in futuro»133; il secondo, allargando il discorso a tutto il rapporto con la Germania e alla sua politica in Italia134 scrisse:
l'unico nostro conforto è che gli italiani non sanno cosa si sarebbe abbattuto sul loro capo se non ci fosse stato Mussolini tra loro e la Germania. Se, dico, avesse trionfato il concetto della Wehrmacht di considerare l'Italia come paese occupato senza governo nazionale, gli italiani avrebbero conosciuto al cento per cento i piaceri dell'occupazione tedesca mentre adesso ne conoscono soltanto la metà.
Con questa spiegazione, alla quale è difficile non attribuire il maggior rilievo, anche se non si può escludere in toto che qualcuna delle altre possa aver contribuito marginalmente a determinare la decisione di Mussolini (quale quella di non voler lasciare campo libero a quei fascisti, come Farinacci, per un verso piú estremisti e vendicativi, per un altro piú proni a qualsiasi richiesta tedesca), ci pare che la questione potrebbe dirsi risolta.
Il significato e il valore (pratico e morale) che alla decisione mussoliniana sono stati attribuiti da vari uomini che avevano militato nella Rsi, sino a farli parlare – per dirla col titolo dei ricordi di Piero Pisenti – di «repubblica necessaria» e di un vero e proprio «sacrificio» di Mussolini sull'altare della difesa dell'Italia e degli italiani, ci inducono però a due ultime brevi considerazioni. E ciò anche se sulle questioni che esse sottendono avremo occasione di tornare piú ampiamente. Le loro implicazioni, sia sotto il profilo biografico sia sotto quello storico tout court, sono infatti di tale portata che è opportuno farvi sin d'ora almeno cenno.
La prima considerazione riguarda la «necessità» della Rsi. Come vedremo nel prossimo capitolo, le adesioni alla Rsi (cosí come quelle alla Resistenza) non possono essere viste in modo unitario, in un'ottica univoca. Le motivazioni, a volte «nobili», a volte «ignobili», a volte razionali, a volte istintive, a volte persino dettate da circostanze particolari se non addirittura dal caso, furono infatti innumerevoli e di ogni tipo e tali da poter essere comprese solo scavando nella realtà italiana del ventennio precedente (e talvolta anche piú indietro) e nella drammatica situazione determinatasi dopo l'8 settembre e ricostruendo il diverso impatto che essa ebbe sui singoli individui. Dire questo non deve però portare ad un appiattimento di tutte le posizioni, ad un giudizio che non tenga conto del significato assunto da certe scelte primarie, da certe adesioni che, direttamente o indirettamente, influenzarono le altre, le cui motivazioni vanno, certo, comprese cosí come tutte le altre, ma non possono, appunto, essere messe, in sede di giudizio storico, sullo stesso piano di quelle da esse influenzate. È qui che inevitabilmente sfocia il discorso sulla decisione di Mussolini di accettare di dar vita, nel proprio nome e attorno alla propria persona, alla Rsi. E con esso quello, storicamente piú importante, del significato che la Rsi ebbe nelle vicende del 1943-45 e ancora dopo, in quelle del dopoguerra. E non ci riferiamo solo (e tanto) all'immediato dopoguerra, ma a tutto il periodo successivo, sino ad oggi o quasi.
Che la costituzione della Rsi abbia conseguito alcuni dei risultati che Mussolini si era proposto non è possibile negare in toto. La questione sostanziale è però quella dei costi e delle conseguenze che essa comportò nell'immediato e nel dopoguerra. Ovviamente, in questa sede il secondo aspetto – quello relativo al dopoguerra – può essere posto solo nei suoi termini piú generali; non può però essere né ignorato, né sottaciuto, né eluso. Ne va infatti della possibilità di capire ciò che è avvenuto in Italia dalla Liberazione in poi e di superare finalmente una interpretazione tutta politica e strumentale della nostra storia piú recente che vede questa come una rottura col passato – riuscita solo parzialmente e, dunque, ancora tutto sommato, da realizzare – e come la manifestazione di un «nuovo» radicalmente diverso dal «vecchio», intendendo per vecchio non solo (e spesso non tanto) il fascismo, ma tutto lo sviluppo politico e civile nazionale dal Risorgimento in poi.
Posta la questione sul piano dei costi e delle conseguenze, è fuor di dubbio che storicamente la bilancia si squilibri irrimediabilmente a tutto svantaggio della decisione mussoliniana. La costituzione della Rsi fu infatti all'origine della guerra civile (ché di ciò si trattò, nonostante si sia cercato a lungo di negarlo, e che, a parte la Jugoslavia, nessun altro paese dell'Europa centro-occidentale conobbe135) che, nel 1943-45, insanguinò le regioni occupate dai tedeschi, divise profondamente gli italiani e scavò solchi d'odio tra loro e condizionò poi massicciamente per decenni la vita italiana, dandole un carattere diverso da quello di altri paesi occidentali, quali la Francia, il Belgio e, in qualche misura, la stessa Germania. Un carattere, detto per incidens che, a nostro avviso, costituisce una delle peculiarità, se non addirittura la piú significativa, del cosiddetto «caso italiano». Senza la Rsi la resistenza avrebbe avuto un carattere essenzialmente nazional-patriottico, di lotta di liberazione contro l'occupante tedesco; i suoi aspetti sociali, mancando in gran parte la possibilità di identificare ideologicamente il nemico politico con il nemico di classe, avrebbero avuto meno peso e, quindi, i comunisti meno possibilità di incidenza, di egemonia e di strumentalizzazione del movimento partigiano e, dopo la Liberazione, di trasferire tale incidenza ed egemonia in settori sempre piú larghi della vita politica, civile e culturale e di usarle per condizionare le altre forze politiche e culturali con l'immagine di una resistenza unitaria da perpetuare con la costruzione, nello spirito e con gli obiettivi per i quali era stata combattuta, della nuova società democratica. Laddove, in realtà, il movimento partigiano combattente era stato assai meno unitario di quanto da essi asserito, cosí come i valori e gli obiettivi in nome dei quali aveva lottato erano – a parte l'antifascismo – assai diversi e si fondavano su una concezione e una pratica della democrazia antitetiche rispetto a quelle del comunismo.
La seconda considerazione riguarda invece il «sacrificio» di Mussolini. Dire che Mussolini fu indotto a tornare sulla scena politica soprattutto dalla minaccia di Hitler di trattare l'Italia come la Polonia non basta. Che i suoi margini di manovra e le sue possibilità di contrastare i tedeschi fossero assai scarsi è certamente vero, come è vero che anche rispetto ai fascisti il suo prestigio e la sua autorità erano molto minori di un tempo. Nell'uno come nell'altro caso è però un fatto che – a parte episodi particolari, che, proprio per la loro episodicità, appaiono determinati, piú che da una precisa volontà e da un effettivo impegno politico, da un momentaneo stato d'animo, da uno scatto essenzialmente umorale – l'impegno messo da Mussolini nella gestione politica della Rsi risulta inferiore a quello che ci si potrebbe attendere e in particolare a quello di cui hanno parlato molti dei suoi postumi esaltatori, in primis quelli che hanno voluto vestirlo dei panni di colui che si sarebbe tutto dedicato e sacrificato all'Italia e per gli italiani. In realtà è molto piú vicino al vero dire che, fatto il primo e decisivo passo, quello di accettare di tornare al potere, Mussolini come capo politico della Rsi non esistette quasi. Un po' perché consapevole di poter fare ben poco, in sostanza di aver fatto tutto quello che poteva fare dando il suo nome alla Rsi; un po' perché voleva evitare di collezionare nuovi scacchi e nuove umiliazioni o di ricorrere a mezzi che gli ripugnavano; e soprattutto perché, pur avendo riassunto il ruolo di «duce», continua a sentirsi sostanzialmente un «defunto» politicamente e spiritualmente e, dunque, lontano da tutto e per il quale il futuro non presentava piú alcun interesse.
Da qui il suo rinchiudersi in se stesso, nel suo personale dramma, attendendo – ci si passi il giuoco di parole – assai piú la propria fine che a quegli «affari di stato» ai quali non credeva piú e comunque considerava ormai col distacco dovuto alle cose irrilevanti. Bene ci pare abbia colto questa condizione psicologica Luigi Bolla nelle pagine da lui premesse al suo diario del 1943-44136:
Si è detto che Mussolini a Gardone era prigioniero ed è vero, ma prigioniero di se stesso prima che dei tedeschi, prigioniero dei miti da lui creati a sua misura, del suo passato e – forse soprattutto – della consapevolezza di aver rinnegato punto per punto le sue origini e i suoi postulati di proletario, socialista, repubblicano e laico, di aver distrutto e non creato, di non aver formulato nessun messaggio che potesse sopravvivergli. Egli sapeva che la partita era perduta e che non esistevano quegli «esami di riparazione» cui l'ho sentito accennare in un discorso: si lasciava quindi andare, si abbandonava a un tormento intimo che forse in un certo modo lo confortava come una prima espiazione ma che gli toglieva la forza necessaria per affrontare un compito arduo però non impossibile, l'unico che avrebbe potuto redimerlo almeno in parte di fronte al «suo» popolo.
Questo compito – era lí davanti agli occhi – egli certamente lo intravvide, ma come un sogno irrealizzabile, tanto che non cercò neppure di adombrarlo quale base di un programma. Lasciò fare agli altri, anche in circostanze drammatiche come il processo di Verona, anche per enunciazioni ideologiche come il manifesto programmatico o la legge sulla socializzazione: di questa tuttavia rivendicò poi la paternità per l'eco delle voci antiche ch'essa aveva risvegliato in lui, fino ad affermare compiaciuto di avere, con tale legge, «disseminato la valle del Po con bombe sociali a scoppio ritardato». Certo, intervenne innumerevoli volte presso le autorità germaniche e presso lo stesso Hitler, adottò provvedimenti per dirimere fra i suoi collaboratori rivalità giunte a temperatura di scoppio, firmò molti atti di governo; ma sempre o quasi sempre perché costretto o spinto dalle circostanze e dagli uomini, senza un disegno articolato, senza convinzione e senza mordente.
Nella squallida cornice della villa Feltrinelli, quasi allucinante nelle giornate senza sole come uno scenario kafkiano, egli seguiva al rallentatore la falsariga dei vecchi tempi, una routine da funzionario in attesa di pratiche da smaltire e larghe ore morte, quasi la parodia di se stesso: era l'unica via per esimersi dal «volere», per non intaccare quell'atmosfera di vuoto che lo isolava e gli consentiva di sopravvivere in anticipazione della fine-castigo.
Gli sprazzi che ogni tanto lo riaccendevano come giornalista o come tribuno appartengono a settori dove egli era ed è rimasto imbattuto e quindi non contrastano, a mio parere, con l'impressione che ho serbato di lui come capo della Rsi: un uomo che continuo a ricordare annientato dalla constatazione di un devastante fallimento e irretito da un'abulia razionalmente mascherata dalla convinzione di «non potere». Solo in questo modo mi sembra possibile spiegare l'assenteismo da lui mantenuto in alcuni casi-limite, come quello della fucilazione di Ciano, e a maggiore ragione in tutto il corso della repubblica.
Note
-
Cfr. J. DI BENIGNO, Occasioni mancate. Roma in un diario segreto 1943-1944, Roma 1945, pp. 90 sg.; C. SENISE, Quando ero Capo della Polizia, Roma 1944, pp. 221 sg. ↩
-
Sul soggiorno di Mussolini a Ponza cfr. M. AGRICOLA - M. DA LIMBARA, Mussolini in prigionia. Vita intima dell'ex dittatore dal 25 luglio al 12 settembre 1943, Roma 1944, pp. 12 sgg.; F. MAUGERI, Mussolini mi ha detto, Roma 1944, pp. 29 sgg.; G. MURATORE - C. PERSIA, I dodici giorni di Mussolini a Ponza, Bologna 1945; L. M. DIES, Istantanea mussoliniana a Ponza, Roma 1949; A. TAMARO, Due anni di storia 1943-45, Roma 1948, I, pp. 162 sgg. (memoriale del maresciallo dei carabinieri Sebastiano Marini); O. ANTICHI, Sono stato il carceriere di Mussolini, in «La Settimana Incom», 22 febbraio 1958; A. PETACCO - S. ZAVOLI, Dal Gran Consiglio al Gran Sasso. Una storia da rifare, Milano 1973, pp. 64 sgg. e 77 sgg. ↩
-
Nenni, che fu liberato dal confino il 4 agosto e lasciò Ponza il giorno successivo, annotò sotto la data del 28 luglio:
«Sul significato del 25 luglio noi siamo rimasti fino a stamani al capitolo delle ipotesi, le nostre, quelle della radio inglese, qualche si dice dei marinai del faro.
Ma stamane l'arrivo di Mussolini fra i reali carabinieri (benché senza manette) e il suo confinamento nella prossima frazione di Santa Maria, ha schiarito almeno un lembo del mistero, quello delle pretese dimissioni.
Verso le dieci la corvetta G.40 ha fatto il suo ingresso nel porto e ha gettato l'ancora a cento metri dal molo. Un generale e alcuni ufficiali sono scesi a terra. Grande curiosità nel paese e al campo. Andirivieni di ufficiali attorno alla capitaneria. L'unica automobile dell'isola è stata mobilitata dal direttore del campo per una corsa all'interno in direzione di Santa Maria.
La voce prevalente è che cento tedeschi sono imbarcati sulla corvetta e che sbarcheranno in serata per presidiare l'isola.
Sono le undici quando una barca si stacca dai fianchi della corvetta e prende la direzione di Santa Maria, una frazione a un tiro di schioppo da Ponza. Sono a bordo un civile (che poi apprendo essere Mussolini e che sul momento non riconosco) e sei carabinieri.
La prima notizia sull'ospite che ci “onora” della sua inaspettata presenza mi è data qualche minuto piú tardi da Zaniboni e mi è confermata dal maresciallo Lambiase. Dopo poco essa corre sulle labbra di tutti i confinati e degli isolani sollevando piú stupore delle “dimissioni” del 25.
Mussolini è confinato a Santa Maria nella ‘villa del ras’, cosí chiamata perché ha ospitato per alcuni mesi il prigioniero di guerra ras Imerú. Quattordici carabinieri montano la guardia attorno alla sua dimora al comando di un tenente-colonnello. Due sono addetti al suo servizio personale. Gli ufficiali della corvetta lo dicono stordito piú che rassegnato, come di uno che ancora non realizza appieno ciò che gli capita.
Dalla finestra della mia stanza, col cannocchiale, ora vedo distintamente Mussolini: è anch'egli alla finestra, in maniche di camicia e si passa nervosamente il fazzoletto sulla fronte» (P. NENNI, Diari 1943-1956, a cura di G. Nenni e D. Zucaro, Milano 1981, pp. 23 sg.).
Per quanto concerne Zaniboni, secondo don L. M. DIES (Istantanea mussoliniana cit., p. 8), la sua reazione di vecchio soldato si sarebbe concretizzata in queste parole: «Non andrò piú a passeggio a Santa Maria, perché quando un nemico è caduto io non ho piú l'animo di combattere. Mi limito a rispettarlo». ↩ -
Cfr. L. M. DIES, Istantanea mussoliniana cit., p. 18. ↩
-
Ibid., pp. 8 sg. ↩
-
Ibid., p. 18. ↩
-
J. DI BENIGNO (Occasioni mancate cit., pp. 91 sg.), che, per i suoi rapporti con i vertici militari romani, può essere considerata una fonte tutt'altro che inattendibile, ha scritto che il tenente colonnello Meoli era stato scelto per comandare il distaccamento dei carabinieri incaricato di sorvegliare Mussolini perché «aveva fama di “a me non la mi fa”» ed era noto per il suo «temperamento duro e di poche parole». «Dopo non molti giorni giunse però [a Roma] notizia che anche il Meoli non aveva resistito allo strano fascino imbonitore del gigante crollato». Non era venuto a meno al suo dovere, «ma da qualche concessione fatta al prigioniero si arguí che egli covava una sensibilità in contrasto con la sua fama di carabiniere implacabile». ↩
-
In un promemoria in data 29 febbraio 1944 redatto a Brescia il tenente Alberto Faiola (nel frattempo promosso capitano) scrisse che, convocato a Roma il 9 agosto dal generale Cerica, fu da questi informato della sua designazione a comandante di distaccamento di carabinieri e di agenti di polizia preposti alla vigilanza di villa Weber. Il comandante generale dei carabinieri gli avrebbe sintetizzato i suoi compiti in cinque punti:
«a) impedire assolutamente ad estranei di avere contatti di sorta col Duce rispondendo io personalmente della sua incolumità.
b) ottemperare agli ordini di servizio eventualmente impartitimi sul posto dall'ammiraglio Brivonesi, al quale avrei dovuto far capo per ogni occorrenza.
c) aver scrupolosa, riguardosa cura della persona del Duce, provvedere a tutte le sue occorrenze di vitto, di comodità e di cure.
d) lasciare al Duce piena libertà nell'ambito della villa e del parco annesso, limitando tutta la vigilanza del personale all'esterno del parco stesso e riservando a me personalmente la sorveglianza interna.
e) nella eventualità di attacco da parte di malintenzionati o di agenti nemici, difesa ad oltranza chiedendo rinforzi al comando marina».
Successivamente, invitato a precisare meglio le istruzioni ricevute e le modifiche delle quali eventualmente esse fossero state oggetto, il 22 marzo 1944 il Faiola verbalizzò nella sede della Prefettura di Brescia una dichiarazione aggiuntiva (in calce alla quale appare, oltre alla sua, la firma dell'ispettore generale Giuseppe Gueli) che cosí suonava:
«A pieno chiarimento del mio pro-memoria in data 29 febbraio u.s. e delle mie dichiarazioni in data 1° Marzo, preciso che quando ebbi dall'Eccellenza Cerica Comandante Generale dell'Arma l'incarico di prendere in custodia alla Maddalena prima e al Gran Sasso dopo la persona della Eccellenza Mussolini, mi vennero da Lui date le precise consegne di impedire con i mezzi a mia disposizione ogni tentativo di fuga e ogni tentativo di ratto del Duce.
In tali consegne era forse nell'animo del Cerica la conseguente consegna di fare uso delle armi in caso di estrema necessità sia contro la Persona del Duce che contro chiunque avesse comunque tentato di agevolarne la fuga o di effettuarne il rapimento, – ma a me non venne data.
Ripensando a tutto il trascorso mi sono formato preciso convincimento che gli ordini espliciti che il Cerica mi dava, dovevano essere stati effettivamente dati prima – e che in proseguo di tempo però era dovuto intervenire qualche fatto nuovo, che io ignoro, che aveva dovuto creare uno stato d'animo nel mio comandante dal quale derivavano le consegne a me date.
Tutti i miei atti peraltro nei riguardi del Duce sono stati dettati, tengo a dichiarare, dalla precisa volontà di agevolarlo in tutto e mai, per nessuna ragione, avrei fatto uso delle armi» (B. SPAMPANATO, Contromemoriale, Roma 1952, II, pp. 427 sgg.). Gli originali dei due documenti sono in ACS, B. SPAMPANATO, b. 2, fasc. RSI, sottof. «Faiola Alberto e Gueli Giuseppe». ↩ -
Secondo alcune di queste voci Mussolini si sarebbe trovato in uno dei forti alla periferia di Roma, forte Braschi, forte Bravetta, forte Boccea. Altre parlavano di una clinica nei pressi di Madonna del Riposo. Le piú numerose lo localizzavano però in un'isola del Tirreno. E né mancava quella che lo voleva ospite del re (che pensava di richiamarlo prima o poi al potere) in una villa romana o rifugiato in Spagna. Subito dopo l'8 settembre corse anche la voce che fosse morto. Cfr. ACS, Min. Interno, Polizia politica, categ. Q, fasc. 178, sottof. 71; nonché G. ARTIERI, Prima durante e dopo Mussolini. Memorie del Novecento, Milano 1990, pp. 430 sg. ↩
-
Sulla operazione «Eiche» cfr. J. SCHRÖDER, Italiens Kriegsaustritt 1943. Die deutschen Gegenmassnahmen im italienischen Raum: Fall «Alarich» und «Achse», Göttingen 1969, pp. 252 sgg. ↩
-
Sulle rivalità e la mancanza di coordinamento tra i servizi tedeschi che si occuparono delle ricerche di Mussolini cfr. anche il giudizio di F. W. DEAKIN, Storia della repubblica di Salò, Torino 1968, p. 536. ↩
-
Cfr. A. PETACCO - S. ZAVOLI, Dal Gran Consiglio al Gran Sasso cit., pp. 70 sgg. e specialmente 73 sgg.; Fuehrer Conferences on matters dealing with the German Navy, 1943, London 1947, pp. 115 sg. Sulla base di un accenno fatto da Ciano durante il processo di Verona, è stato ipotizzato che i tedeschi (e cioè Dollmann) abbiano avuto notizie sugli spostamenti di Mussolini dall'ex ministro degli Esteri che le avrebbe avute a sua volta da alcuni ufficiali di marina. Cfr. G. BOCCA, La repubblica di Mussolini, Bari 1977, pp. 11 sgg. Né la documentazione né la memorialistica tedesche confermano però l'ipotesi. ↩
-
La presenza anche tra i marinai di elementi fascisti risulta da varie fonti. Per l'equipaggio della Persefone cfr. la testimonianza del tenente di vascello Giorgio Vianello, in A. PETACCO - S. ZAVOLI, Dal Gran Consiglio al Gran Sasso cit., pp. 68 sg.; per quello del Pantera cfr. F. TRAXINO, Ho viaggiato col Duce da Ponza alla Maddalena, in «Il Popolo di Alessandria», 20 gennaio 1944, e A. MAGNANI, Dal diario di un ufficiale di Marina. Mussolini a bordo del «Pantera», in «Sveglia!», 16 agosto 1944. ↩
-
Cfr. C. SENISE, Quando ero Capo della Polizia cit., p. 222. ↩
-
Cfr. A. PETACCO - S. ZAVOLI, Dal Gran Consiglio al Gran Sasso cit., p. 62; S. CORVISIERI, All'isola di Ponza. Regno borbonico e Italia nella storia di un'isola (1734-1984), Roma 1985, p. 329. ↩
-
ASCAC, «Arresto – Detenzione – Liberazione di Mussolini», relazione redatta dal generale Filippo Caruso, ff. 10 sg. ↩
-
Sul soggiorno di Mussolini a La Maddalena cfr. M. AGRICOLA - M. DA LIMBARA, Mussolini in prigionia cit., pp. 21 sgg.; C. BRUNI, Mussolini alla Maddalena, confinato a Villa Weber, in «Giorni», 12 febbraio 1950; A. CHIRICO, Testimonianze di un vicino di casa. Prigioniero alla Maddalena Mussolini si definí «defunto», in «Il Tempo», 20 febbraio 1955; ID., Dai ricordi di un medico condotto. Mussolini alla Maddalena ignorava perfino la sorte del figlio, ivi, 24 febbraio 1955; G. ARTIERI, Mussolini alla Maddalena, in ID., La pulce nello Stivale. Viaggi nell'Italia malata, Milano 1956, pp. 311 sgg.; O. ANTICHI, Sono stato il carceriere di Mussolini. Skorzeny stava per piombare su di noi, in «La Settimana Incom», 1° marzo 1958; R. LARCO, Mussolini prigioniero a Villa Weber, in «Tempo illustrato», 2 giugno 1962; A. PETACCO - S. ZAVOLI, Dal Gran Consiglio al Gran Sasso cit., pp. 95 sgg. ↩
-
F. MAUGERI, Mussolini mi ha detto cit., p. 46. ↩
-
Cfr. O. ANTICHI, Sono stato il carceriere di Mussolini. Skorzeny stava per piombare su di noi cit. Va comunque rilevato che nei Pensieri pontini e sardi il 12 agosto Mussolini annotò: «stanotte le sentinelle hanno fatto fuoco per dei rumori sospetti» (MUSSOLINI, XXXIV, p. 280).
Ad un altro presunto progetto per liberare Mussolini fallito «solo per un pelo» accenna G. ARTIERI, Mussolini alla Maddalena cit., p. 317. Anch'esso è però tutt'altro che credibile. Ciò che ci induce a considerare i due progetti frutto di fantasia o di esibizionismo è il fatto che in entrambi sarebbero stati coinvolti i tedeschi; cosa che non trova conferma alcuna da parte tedesca ed è in contrasto con quanto si conosce sul momento in cui i tedeschi vennero a conoscenza della presenza di Mussolini a La Maddalena e su come pensarono di organizzare l'operazione per liberarlo. ↩ -
La lettera fu pubblicata da Mussolini nella Storia di un anno (MUSSOLINI, XXXIV, p. 363). L'originale in ACS, Manoscritti autografi delle memorie del duce, b. 1. ↩
-
Cfr. C. SENISE, Quando ero Capo della Polizia cit., pp. 222 sg. ↩
-
Ibid., pp. 223 sg. ↩
-
Ibid., p. 224; nonché la richiesta di pensione di guerra presentata da Pòlito il 15 luglio 1945 al ministero del Tesoro con allegata una dichiarazione di Badoglio confermante la «causa di servizio» (ringraziamo per aver potuto consultare i due documenti il dr. Terzo Maffei). ↩
-
Secondo quanto il Gueli scrisse a Mussolini, Senise, sin dal primo incontro «mi chiarí che si trattava di salvaguardare la Vostra persona e di impedire in tutti i modi che i Tedeschi Vi rapissero. In tal caso bisognava far fuoco su di Voi e far trovare un cadavere. Risposi che ero un uomo di battaglia e non un assassino e allora lui mi disse che della bisogna erano stati incaricati i Carabinieri.
Alle mie ulteriori obbiezioni, mi aggiunse che, contrariamente al parere di tutti, lui non riteneva giusto arrivare a simili eccessi e che la cosa avrebbe potuto sempre trovare una soluzione possibile: bisognava far di tutto perché non veniste rapito, evitando, però, al caso di arrivare al sangue» (ACS, Manoscritti autografi delle memorie del duce, b. 1).
Sulla «memoria» del Gueli, il suo invio a Mussolini e il giudizio espresso in tale occasione da questi sul Gueli e il Faiola cfr. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia, Milano 1949, pp. 246 sgg., nonché pp. 233 sgg. ↩ -
Se una ipotesi si può fare è che Badoglio (e dietro di lui Acquarone), se per un verso aveva lasciato cadere la richiesta fattagli dal generale Carboni, appena era stato nominato alla direzione del SIM (il 18 agosto), di avere in consegna Mussolini «per poterne effettuare la consegna agli Alleati» (cfr. G. CARBONI, L'armistizio e la difesa di Roma. Verità e menzogne, Roma 1945, p. 93 n.), per un altro verso ritenne opportuno sistemare Mussolini in una località meno esposta ad un colpo di mano da parte di chi (tedeschi o italiani) l'avesse individuata, ma sotto il suo controllo, cosí da poter essere lui a decidere se, quando e come consegnarlo agli Alleati e non lasciare tutta la delicata questione nelle mani di Carboni. L'ipotesi potrebbe, forse, trovare una conferma nel fatto che a fine mese (cfr. J. DI BENIGNO, Occasioni mancate cit., p. 104, alla data del 31 agosto) al ministero della Guerra che insisteva perché Mussolini fosse trasferito altrove, Badoglio, pur non prendendo al solito alcuna posizione, avrebbe detto: «caso mai lo manderemo in Sicilia». Una frase che, dato il momento, può essere interpretata in un modo solo: lo consegneremo agli Alleati. Tanto piú che a quell'epoca è difficile pensare che il maresciallo non sapesse che la consegna di Mussolini figurava nelle clausole di armistizio sottoposte al generale Castellano. ↩
-
Secondo Gueli, al suo ritorno dalla Maddalena, Senise lo avrebbe incaricato di trovare «verso l'Aquila» il posto dove trasferire Mussolini; secondo invece Senise (che ha scritto nelle sue memorie che non lo condivise e che avrebbe detto subito al Gueli «di fare altre ricerche») la scelta sarebbe stata fatta da Badoglio già prima che egli chiamasse Gueli a sostituire Pòlito (cfr. C. SENISE, Quando ero Capo della Polizia cit., p. 224). ↩
-
Cfr. Fuehrer Conferences, 1943 cit., pp. 118 sgg. e 123; O. SKORZENY, Vivere pericolosamente, Milano 1970, I, pp. 227 sgg. ↩
-
Cfr. O. SKORZENY, Vivere pericolosamente cit., I, pp. 251 sgg. (dove non mancano però imprecisioni e una costante amplificazione della parte avuta dall'autore); A. PETACCO - S. ZAVOLI, Dal Gran Consiglio al Gran Sasso cit., pp. 106 sgg. (che dipende però troppo dalla ricostruzione di Skorzeny); e soprattutto J. SCHRÖDER, La caduta di Mussolini e le contromisure tedesche nell'Italia centrale fino alla formazione della Repubblica Sociale Italiana, in «Storia contemporanea», dicembre 1972, pp. 823 sgg. ↩
-
J. SCHRÖDER, Italiens Kriegsaustritt 1943 cit., p. 256. ↩
-
All'idroscalo di Vigna di Valle Mussolini fu riconosciuto da alcuni militari; un capitano della divisione Ariete, Gian Carlo Zuccaro, risaputa la notizia, radunò un gruppo di militari e si precipitò all'idroscalo per liberarlo, arrivando però quando il piccolo convoglio di macchine era già partito. Cfr. A. PETACCO - S. ZAVOLI, Dal Gran Consiglio al Gran Sasso cit., pp. 128 sg. ↩
-
Del suo trasferimento Mussolini dette conto sia nella Storia di un anno (MUSSOLINI, XXXIV, pp. 364 sg.) sia, piú dettagliatamente, nei Pensieri del Gran Sasso d'Italia. In questi si legge:
«Ho lasciato la villa Weber alla Maddalena poco dopo le quattro del mattino in automobile. Mi accompagnavano il tenente Faiola, il maresciallo Antichi e un carabiniere. Dalla banchina deserta del Comando di Marina siamo stati condotti in motoscafo a bordo dell'idrovolante della Croce Rossa. Ho chiesto a Faiola dove mi si conducesse. Ma mi ha risposto: “Non posso dirvelo”.
Sovraccarico, l'apparecchio ha stentato a decollare. Dopo un'ora, durante la quale abbiamo sorvolato il Tirreno, a quota quasi sempre costante, mi sono appisolato. Sono stato risvegliato quando stavamo per ammarare sul lago di Bracciano, all'idroscalo di Vigna di Valle.
Messo piede a terra sempre scortato dai miei custodi, ho trovato ad attendermi l'ispettore superiore di Pubblica Sicurezza Giuseppe Gueli, un tenente colonnello dei carabinieri ed alcuni agenti. Gueli mi ha comunicato che, essendo il generale Pòlito rimasto ferito in un incidente automobilistico, egli lo aveva sostituito nella direzione del servizio concernente la mia persona. Mi ha invitato quindi a salire su un'autoambulanza militare, al cui volante era un graduato dei carabinieri. Vi ho preso posto, assieme al tenente colonnello, a Faiola, Antichi e al carabiniere, mentre Gueli e gli agenti sono saliti su una 1100 berlina, pure militare.
Ero fiducioso che saremmo finalmente andati alla Rocca delle Caminate, e in tal senso mi sono espresso con il tenente colonnello. Ma l'ufficiale ha scosso la testa in segno di diniego. Gli ho chiesto allora quale fosse la diversa meta. Mi ha risposto che non era autorizzato a rivelarmela.
Per la Cassia, a velocità sostenuta e preceduta dalla 1100, che fungeva da battistrada, l'autoambulanza è arrivata alle porte di Roma. Ha imboccato quindi la via Salaria, diretta verso la Sabina. Il traffico era scarso, ma la strada era pattugliata da carabinieri. Superate Rieti, Cittaducale, Canetra, Antrodoco, abbiamo lasciato la Salaria per la strada numero diciassette dell'Appennino abruzzese e siamo saliti verso Sella di Corno.
Dopo la discesa di Sella di Corno, ormai nell'Abruzzo aquilano, ci siamo fermati causa un allarme aereo. Siamo scesi dalla vettura e abbiamo scorto, altissimi nel cielo, un gruppo di apparecchi nemici. Volavano compatti verso nord. Sul luogo la confusione era al colmo: civili e militari fuggivano non si sa dove. Alcuni imprecando. Coi miei occhi ho visto un soldato abbandonare il fucile; con le mie orecchie ho udito un altro gridare parole offensive ad un sottotenente prima di darsela a gambe levate. La nostra presenza è stata appena notata: comunque non sono stato riconosciuto.
Ciò è avvenuto invece a Bazzano, paese qualche chilometri dopo l'Aquila, che abbiamo appena rasentato, dove l'autoambulanza si è fermata di nuovo, questa volta causa una avaria al motore. Passando davanti ad un finestrino abbassato della vettura, un uomo anziano, malvestito e mingherlino, mi ha scorto nell'interno. Il suo stupore è stato evidente, ma si è ripreso subito. Sottovoce e in fretta, è riuscito a dirmi: “Duce, sono un vecchio fascista bolognese. Ho qui un frantoio. Hanno dato un colpo di spugna al fascismo. Ma non dura, non può durare. La gente è stufa di Badoglio e dei suoi; la gente vuole un governo che sappia dare la pace”.
Riparato il guasto in una decina di minuti, abbiamo continuato sino alla vicina frazione di Paganica, ove abbiamo imboccato la strada numero diciassette bis della Funivia e del Gran Sasso. Salendo e attraversando i paesi di Camarda e Assergi, siamo arrivati alla Villetta del Gran Sasso alle tredici e trenta».
Il quaderno dei Pensieri del Gran Sasso d'Italia fu affidato, con quello dei Pensieri pontini e sardi, all'ispettore Gueli la sera del 10 settembre da Mussolini allorché questi pensò, come vedremo piú avanti, al suicidio per non essere consegnato agli anglo-americani. Nella confusione dei giorni che seguirono i quaderni rimasero nelle mani del Gueli al quale furono successivamente sequestrati dai tedeschi che li inviarono a Berlino al ministero degli Esteri, che li passò a sua volta a Himmler. Questi li fece tradurre in tedesco e fotografare. Gli originali furono restituiti nel gennaio 1945 dal generale Wolff a Mussolini che da tempo gli aveva chiesto di fare ricerche per ritrovarli. Già prima Mussolini doveva però essere entrato in possesso (non è chiaro come) delle copie fotografiche; lo si evince chiaramente da alcune citazioni nella Storia di un anno. Nell'aprile 1945 sia gli originali sia le copie fotografiche sia le traduzioni in tedesco andarono dispersi. I Pensieri pontini e sardi furono pubblicati (in tedesco) nel 1950 dalla «Salzburger Nachrichten» che li aveva acquistati da un ex ufficiale delle SS che era entrato in possesso di una copia della loro traduzione in tedesco; anni dopo, una copia della traduzione dei Pensieri del Gran Sasso d'Italia fu rintracciata in Germania da D. Susmel che ne dette notizia e ne pubblicò ampi stralci su «Il Tempo illustrato», 22 e 29 febbraio, 7 e 14 marzo 1964. ↩ -
ACS, Presidenza Consiglio Ministri, Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, fasc. I-65. La «relazione» consiste in una serie di promemoria, relazioni e dichiarazioni verba- lizzate di carabinieri e di civili che tra il 28 agosto e il 14 settembre 1943 erano a «La villetta» o all'albergo di Campo Imperatore, salvo una, quella del brigadiere comandante la stazione di Assergi, P. Carusi, tutte redatte nel luglio-agosto 1944, in cui non mancano imprecisioni, specie nelle date dei fatti riferiti. ↩
-
Cfr. C. FIORI, La confinata, Milano 1979, pp. 108 sgg. ↩
-
Per il soggiorno di Mussolini a «La villetta» e a Campo Imperatore cfr. Con Mussolini a Campo Imperatore, s.l. né d. (fondata sulle testimonianze di Domenico Antonelli e di Flavia Jurato, del personale dell'albergo di Campo Imperatore); O. ANTICHI, Sono stato il carceriere di Mussolini, in «La Settimana Incom», 8, 15 e 22 marzo 1958; A. PETACCO - S. ZAVOLI, Dal Gran Consiglio al Gran Sasso cit., pp. 130 sgg.; ma soprattutto le relazioni del Comando generale dei Carabinieri e del generale Filippo Caruso, la memoria per Mussolini dell'ispettore generale Giuseppe Gueli e il pro-memoria del capitano Alberto Faiola. ↩
-
Mussolini l'alleato, I, pp. 1407 sgg. ↩
-
MUSSOLINI, XXXI, p. 265. ↩
-
Cfr. L. M. DIES, Istantanea mussoliniana cit., pp. 12 sgg. Secondo la testimonianza del maresciallo Sebastiano Marini (cfr. A. TAMARO, Due anni di storia cit., I, p. 165) fu don Dies a sollecitare («scongiurare») la possibilità di parlare con Mussolini. «Nel fargli tale comunicazione mi mostravo favorevole a venire incontro al desiderio del parroco. Il Duce con cordiale affabilità, semplicemente mi disse: no no, Marini, fate il vostro dovere. Dopo qualche minuto mi chiese informazioni morali e politiche del reverendo, nonché sulla sua età. Gliele detti ottime, perché tali erano e circa l'età dissi che poteva avere poco piú di trenta anni. In uno dei giorni seguenti il Duce mi comunicò di aver scritto una lettera al parroco invitandolo a voler dire, per il prossimo sabato, una Messa per il defunto suo figlio Bruno, aggiungendo che gli aveva mandato 1000 lire da distribuire ai piú poveri di Ponza, in piú gli aveva fatto donazione di un opuscolo sulla vita di Gesú Cristo, che aveva letto in quei giorni». ↩
-
Il 30 luglio con il motoveliero Maria Pace di Totonno l'aragostaro (Antonio Feola) che faceva la spola tra l'isola e il continente arrivarono a Ponza due bauletti per Mussolini contenenti abiti, biancheria e una busta con due lettere, una della moglie Rachele, l'altra di Edda, alcune fotografie di Bruno e di altri famigliari e diecimila lire. I due bauletti erano stati affidati dalla moglie all'ispettore Pòlito che gli aveva portato a villa Torlonia (da dove qualche giorno dopo la «scortò» alla Rocca delle Caminate) un biglietto del marito che l'assicurava di star bene e le diceva di mandargli attraverso il latore («non posso dirti dove mi trovo») «un po' di indumenti, di cui sono sprovvisto, e dei libri» (MUSSOLINI, XXXI, p. 264). Tra i libri inviatigli era la Vita di Gesú Cristo che secondo la moglie Rachele Mussolini aveva lasciato aperto sul suo tavolino da notte (R. MUSSOLINI, Benito il mio uomo, Milano 1958, p. 202). A La Maddalena Mussolini avrebbe poi ricevuto il dono di Hitler per il suo sessantunesimo compleanno, una edizione in ventidue volumi magnificamente rilegati delle opere di Nietzsche, ricevuta la quale – avendo ormai da leggere – il 19 agosto, scrisse alla moglie «quanto ai libri non occupartene piú» (MUSSOLINI, XLIII, p. 79). ↩
-
Significativa è a questo proposito un'annotazione dei Pensieri pontini e sardi: «Due libri mi hanno molto interessato in questi ultimi tempi: La vita di Gesú di G. Ricciotti e Giacomo Leopardi di Saponaro. Anche Leopardi è stato un po' crocifisso!» (MUSSOLINI, XXXIV, p. 277). ↩
-
MUSSOLINI, XXXI, p. 264. ↩
-
Ivi, p. 268. ↩
-
Cfr. G. ARTIERI, Mussolini alla Maddalena cit., pp. 316 sg.; R. LARCO, Mussolini prigioniero a Villa Weber cit.; nonché quanto annotato dallo stesso Mussolini nei Pensieri pontini e sardi alla data del 17 agosto, dove si legge tra l'altro: «L'ho intrattenuto brevemente sulle mie faccende e gli ho detto che le sue visite mi avrebbero aiutato a vincere la grave crisi morale provocata dall'isolamento piú che da tutto il resto» (MUSSOLINI, XXXIV, p. 290). Un'affermazione priva di qualsiasi implicazione religiosa e che fa pensare ad un desiderio di combattere la solitudine e di parlare con qualcuno che non fosse uno dei suoi custodi, in genere «pieni di premure e di riguardo» («Mi danno dell'“Eccellenza” non so bene a quale titolo e cercano anche di preservare la mia salute») e con i quali poteva, per passare il tempo, giocare a scopa, ma che non riuscivano a soddisfare il suo desiderio di rapporti umani e a distrarlo dai suoi pensieri. Significativa a quest'ultimo proposito un'altra annotazione, del 13 agosto, dei Pensieri pontini e sardi: «Non mi sono mai interessato di parole incrociate, sciarade ed altri indovinelli. Oggi, data la mancanza di libri, ho avuto grazie ad essi la possibilità di ammazzare il tempo, come si dice, prima che il tempo mi ammazzasse» (cfr. MUSSOLINI, XXXI, p. 267 e XXXIV, p. 283). ↩
-
La si veda nel suo testo integrale in MUSSOLINI, XXXI, pp. 267 sg. ↩
-
La lettera, andata all'asta insieme ad altre pure ad A. Faiola, nel novembre 1985 presso Sotheby's di Londra, è stata da noi fotocopiata grazie alla gentilezza del dottor Sergio Faiola, figlio del tenente Faiola. Il passo da noi citato è riportato anche nel catalogo dell'asta in questione. ↩
-
Cfr. G. ARTIERI, Mussolini alla Maddalena cit., p. 316. ↩
-
Cfr. Mussolini l'alleato, I, pp. 1407 sgg. ↩
-
Cfr. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., p. 234:
«La circostanza non è pacifica. Il tenente dei carabinieri Faiola, che comandava il reparto dell'arma distaccato a Campo Imperatore, continua a negare che l'ordine sia mai esistito. Il Gueli afferma invece decisamente il contrario, specificando che la disposizione c'era, e che il Faiola l'aveva avuta direttamente e segretamente dal Comando Generale dell'Arma... Il premier britannico Churchill ha dichiarato infatti che Badoglio aveva impartito l'ordine, ma che questo non aveva potuto essere eseguito dai carabinieri “perché sorpresi dalla fulmineità dell'azione delle SS e dei paracadutisti del capitano Skorzeny”». ↩ -
Cfr. Mussolini l'alleato, I, pp. 1409 sg. ↩
-
Cfr. M. AGRICOLA - M. DA LIMBARA, Mussolini in prigionia cit., pp. 26 sg. ↩
-
Nella già citata memoria indirizzata a Mussolini dal Gueli il 14 settembre 1943 da Vienna si legge:
«La prima volta che parlammo da soli, Voi mi diceste che ormai Vi ritenevate un caduto, un morto! Risposi che non dovevate ritenerVi tale e che potevate ritornare ancora a rendere ser- vizi alla Patria! Altra volta Vi dissi che sino a che Vi stavo vicino, non avevate nulla da temere in Vostro danno.
Altra volta Vi baciai la mano (segnale caratteristico per i siciliani opposto a quello del morso all'orecchio).
Altra volta ancora – alla Vostra richiesta di andare a Rocca delle Caminate – Vi dissi che ne avrei parlato a Roma e Vi aggiunsi che la Eccellenza Senise era favorevole a tale progetto...
Per ultimo Vi dissi che, essendosi già istituito il Governo Nazionale Fascista in opposizione a quello di Badoglio, nessun italiano poteva fare a meno di desiderare che Voi ne foste in Capo». ↩ -
«Questa [la Magnanelli] a quanto ebbi modo di constatare, era in cordiali rapporti con l'Ispettore, col Tenente e coi due marescialli, coi quali tutti si intratteneva spesso a colloquio ed a giuocare a carte. Non frequenti erano i suoi incontri con Mussolini. Approfittando della sua amicizia coi dirigenti, aveva, negli ultimi giorni, assunto un atteggiamento da padrona coi militari. Conosceva bene la lingua tedesca e qualche volta la vidi al telefono a parlare in tedesco con l'Aquila. Dietro mia domanda rispose che parlava con degli amici, pure conoscitori della lingua tedesca.
Il giorno prima dell'arrivo della spedizione tedesca per la liberazione di Mussolini la Magnanelli partí con due valigie per l'Aquila e quel giorno era assente». ↩ -
Cfr. J. SCHRÖDER, Italiens Kriegsaustritt 1943 cit., pp. 320 sg.; A. PETACCO - S. ZAVOLI, Dal Gran Consiglio al Gran Sasso cit., pp. 136 sgg.; O. SKORZENY, Vivere pericolosamente cit., I, pp. 264 sgg. ↩
-
Oltre alle testimonianze piú note cfr. quella dell'allevatore Alfonso Nisi raccolta da V. NOVI, Un pecoraio del Gran Sasso fu il confidente di Mussolini, in «Tempo illustrato», 22 aprile 1954. Secondo il Nisi, che si trovava nella zona di Campo Imperatore per il pascolo estivo delle sue greggi e che, ben conosciuto dal Faiola sin da quando questi aveva comandato la tenenza di Bracciano, e che l'aveva pregato di fermarsi qualche giorno in prossimità dell'albergo, sia per rifornire di abbacchi la mensa militare, sia per intrattenere un po' il prigioniero che alternava momenti di grande sconforto e di vivo nervosismo e sembrava trovare momenti di calma e di serenità dalla compagnia dell'allevatore, Mussolini era estremamente depresso e una sera arrivò a farsi «fare le carte» da lui per conoscere la sorte che lo attendeva. ↩
-
O. ANTICHI, Sono stato il carceriere di Mussolini. «Vedrete cosa faranno ora i tedeschi», in «La Settimana Incom», 15 marzo 1958. ↩
-
Cfr. gli «appunti» di Flavia Magnanelli inclusi nella documentazione trasmessa dal Comando generale dei Carabinieri all'Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo. ↩
-
La lettera, come l'altra già citata, andò all'asta nel novembre 1985 a Londra. Di essa conserviamo copia fotografica fornitaci anch'essa dal figlio del tenente Faiola. ↩
-
MUSSOLINI, XXXIII, p. 393. ↩
-
Il primo a sostenere la tesi della messa in scena è stato il Faiola nella «Relazione sulla liberazione di Mussolini da Campo Imperatore» stesa in data 4 giugno 1945 per il Comando generale dei Carabinieri. Nel rapporto, estremamente vago e reticente, il Faiola tendeva a scaricare ogni responsabilità sul Gueli e presentare se stesso nella luce migliore. Fu pubblicata col titolo Campo Imperatore: l'ordine fu di «cedere senz'altro», in «Rinascita», 20 luglio 1963, pp. 19 sgg. ↩
-
ACS, Manoscritti autografi delle memorie del duce, b. 1. ↩
-
G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., pp. 234 sg. ↩
-
La testimonianza della Magnanelli è indirettamente confermata dall'Antichi che su «La Settimana Incom» ha scritto di essere convinto che, in caso di un attacco tedesco, «con la nostra posizione e con le nostre armi avremmo potuto resistere a lungo» e che «o io o il tenente Faiola» piuttosto che consegnare Mussolini «lo avremmo soppresso». «Perché questi erano gli ordini che avevamo e che nessuno, per tutto il 9 settembre e la notte successiva, ci disdisse». ↩
-
Sostanzialmente non diversa, solo un po' piú lunga, è la narrazione di O. ANTICHI, Sono stato il carceriere di Mussolini. In quella triste stanza d'albergo del Gran Sasso, tentò, un giorno, di tagliarsi le vene; arrivammo in tempo a salvarlo e lui ci pregò di dimenticare quel suo gesto disperato, in «La Settimana Incom», 8 marzo 1958. ↩
-
C. SENISE, Quando ero Capo della Polizia cit., pp. 251 sg. ↩
-
Cfr. ibid., p. 252. ↩
-
Cfr. ibid., pp. 254 sgg. ↩
-
Cfr. G. ZANUSSI, Guerra e catastrofe d'Italia, II, Giugno 1943 - Maggio 1945, Roma 1946, p. 121, nonché pp. 108 sg.; L. MARCHESI, Come siamo arrivati a Brindisi, Milano 1962, pp. 73 e 78. ↩
-
Cfr. R. ZANGRANDI, 1943: l'8 settembre, Milano 1967, p. 235. ↩
-
Che Badoglio in effetti volesse la morte di Mussolini, forse dovette sospettarlo anche Churchill. Ci pare lo si possa arguire da quanto il 21 settembre 1943 disse ai Comuni. Dopo aver ricordato che la «resa incondizionata» prevedeva esplicitamente la consegna di Mussolini, egli infatti prima «assolse» Badoglio dicendo che «non era tuttavia possibile prendere disposizioni perché egli fosse consegnato separatamente prima dell'annunzio dell'armistizio e del nostro sbarco principale, perché ciò avrebbe senz'altro rivelato le intenzioni del Governo italiano al nemico», e non mettendo in dubbio «l'interesse del governo Badoglio di non farselo scappare» e di consegnarlo agli Alleati. Se ciò non era avvenuto, aveva detto, era stato perché erano «intervenute circostanze del tutto indipendenti da noi» e cioè l'attacco tedesco, «molto audace ed ese- guito con forze numerose». Detto questo Churchill aggiunse però una frase assai meno assolutoria che, appunto, ci fa pensare che al fondo non fosse pienamente convinto della buona fede del maresciallo: «Non credo ci fosse trascuratezza o malafede da parte del Governo Badoglio, il quale però si era tenuto un'altra carta da giocare: i carabinieri di guardia avevano avuto l'ordine di sparare su Mussolini nel caso si tentasse di liberarlo, ma vennero meno al loro dovere in vista delle considerevoli forze tedesche piombate giú dal cielo, le quali li avrebbero indubbiamente tenuti responsabili della vita di lui e della sua sicurezza». Cfr. W. CHURCHILL, In guerra. Discorsi pubblici e segreti, II, 1943-1945, Milano 1948, pp. 86 sg. ↩
-
R. TRIONFERA, Valzer di marescialli – 8 settembre 1943, Milano 1976, p. 127. ↩
-
Cfr. un accenno in questo senso anche in M. AGRICOLA - M. DA LIMBARA, Mussolini in prigionia cit., p. 30. ↩
-
Secondo quanto il Faiola scrisse il 4 giugno 1945 al Comando generale dei Carabinieri, il 12 settembre Gueli gli avrebbe detto che «agire con molta prudenza» significava «per convenzione concordata precedentemente con il capo della Polizia, che gli ordini erano stati cambiati e che Mussolini doveva essere consegnato». Cfr. R. ZANGRANDI, 1943: l'8 settembre cit., pp. 239 sg. ↩
-
ACS, Min. Interno, Direz. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., Mobilitazione civile, b. 13, fasc. 57, «Campi di concentramento, Affari generali, Armistizio». ↩
-
Anche la stampa della Rsi avrebbe nelle settimane successive ripreso e fatto propria la versione della propaganda tedesca (che si avvalse anche di una serie di fotografie scattate a Campo Imperatore nelle quali Skorzeny appariva in primo piano a fianco di Mussolini). Cfr., per fare un solo esempio, La liberazione di Mussolini, in «Orizzonte», numero unico, 1944, pp. 13 sgg. ↩
-
Per le versioni e precisazioni di Skorzeny, Mors, Gerlach e Dollmann cfr. A. PETACCO - S. ZAVOLI, Dal Gran Consiglio al Gran Sasso cit., pp. 158 sgg.; nonché M. PATRICELLI, Operazione quercia. «Liberate Mussolini!» Genesi, dinamica e conseguenze del blitz sul Gran Sasso, Chieti 1993, pp. 43 sgg., fondato essenzialmente sulla ricostruzione del ruolo del maggiore Mors. Di O. SKORZENY cfr. anche Vivere pericolosamente cit., I, pp. 273 sgg. Per una ricostruzione storico-documentaria cfr. infine, J. SCHRÖDER, Italiens Kriegsaustritt 1943 cit., pp. 320 sgg.
Il contributo di Skorzeny all'ideazione e organizzazione dell'impresa si limitò alla proposta (accettata da Student) che i paracadutisti portassero con sé un alto ufficiale della polizia italiana per disorientare con la sua presenza gli italiani e disporre per ogni evenienza di un ostaggio. A questo scopo fu «fermato» il generale Fernando Soleti, comandante del corpo degli agenti di P.S. ↩ -
Minime sono le varianti tra il testo per il generale Caruso e quello pubblicato da «La Settimana Incom» del 22 marzo 1958. Rispetto al primo, questo contiene in piú una vivace de- scrizione del decollo dal piccolo pianoro antistante l'albergo della «cicogna» che portò via da Campo Imperatore Mussolini:
«Ricordo il decollo: il motore gira al massimo e un gruppo di paracadutisti trattiene l'aereo, poi ad un gesto del pilota lasciano la presa. La “cicogna” rulla, sobbalza, non si alza, urta contro una roccia, s'impenna, rulla ancora mentre sta per raggiungere l'orlo del baratro, poi finalmente si stacca. Scompare in basso nel vuoto. Un attimo di ansia: è precipitato? Ricompare invece: il pilota è riuscito a riprenderne il controllo. Un giro proprio sopra di noi mentre i paracadutisti urlano il loro “evviva”, poi l'aereo si allontana... » ↩ -
Cfr. O. SKORZENY, Vivere pericolosamente cit., I, p. 291. Secondo A. PETACCO - S. ZAVOLI, Dal Gran Consiglio al Gran Sasso cit., p. 155, che non dicono da chi hanno avuto la testimonianza, quando l'operatore dell'Ufa presente tra gli uomini del comando tedesco gli chiese di posare per una ripresa cinematografica, Mussolini, con un sospiro, avrebbe detto «fate di me ciò che volete». Il maggiore Mors ha a sua volta detto che «di fronte a quell'uomo deluso, dallo sguardo spento, fui colto da un dubbio e pensai: “Sarà una buona azione restituirlo al mondo?”» (ibid., p. 173). ↩
-
R. RAHN, Ambasciatore di Hitler a Vichy e a Salò, Milano 1950, p. 273. ↩
-
Cfr. A. PETACCO - S. ZAVOLI, Dal Gran Consiglio al Gran Sasso cit., p. 163. ↩
-
P. DRIEU LA ROCHELLE, Journal 1939-1945, a cura di J. Hervier, Paris 1992, p. 344. ↩
-
Cfr. A. PETACCO - S. ZAVOLI, Dal Gran Consiglio al Gran Sasso cit., p. 156. ↩
-
R. MUSSOLINI, La mia vita con Benito, Milano 1948, p. 209. ↩
-
Cfr. J. GOEBBELS, Diario intimo, Milano 1948, p. 601; MUSSOLINI, XXXIV, p. 395. ↩
-
Cfr. J. GOEBBELS, Diario intimo cit., p. 641: «mi ha detto che, per quanto non ne abbia le prove, non esclude che il Duce, in un certo momento, possa aver meditato di abbandonarci». ↩
-
Già in occasione del 25 luglio Hitler si era preoccupato che la liquidazione di Mussolini e del fascismo potesse spingere «qualche gruppo sovversivo tedesco» a «tentare il medesimo colpo operato a Roma da Badoglio e dai suoi seguaci» e aveva ordinato a Himmler di «disporre le piú severe misure di polizia nel caso che si delineasse un pericolo del genere» (ibid., p. 544). ↩
-
Nella deposizione resa nella primavera del 1947 al giudice istruttore del tribunale militare jugoslavo, F. Rainer, facendo riferimento ad una riunione tenutasi il 12 settembre 1943 al Quartier generale del Führer per discutere la situazione italiana e i provvedimenti da adottare, affermò che la maggiore preoccupazione di Hitler era che, se non fosse stato ricostituito un governo italiano aderente al Tripartito, il Giappone avrebbe potuto prendere la cosa a pretesto per dichiarare che questo non esisteva piú e «prendere una via propria». Cfr. E. APIH, Tre documenti sulla politica nazista nel «Litorale Adriatico», in «Il movimento di liberazione in Italia», gennaio-marzo 1972, p. 70. Nello stesso senso, anche se in termini meno espliciti, cfr. J. GOEBBELS, Diario intimo cit., p. 598 (13 settembre 1943). La preoccupazione di Hitler si spiega facilmente con i non buoni rapporti che ormai vi erano tra Tokyo e Berlino a cui i giapponesi contestavano sia la strategia politica complessiva di guerra, sia il non volersi seriamente impegnare in una trattativa con l'Urss. ↩
-
Per tutte queste vicende cfr. J. SCHRÖDER, Italiens Kriegsaustritt 1943 cit.; per i propositi di Hitler di irrompere in Vaticano e catturare Pio XII, cfr. R. A. GRAHAM, Il Vaticano e il nazismo, Roma 1975, passim e specialmente pp. 89 sgg. ↩
-
Notizie della sorte di Mussolini erano state chieste subito dopo il 25 luglio da Kesselring e da von Mackensen sia a Badoglio che a Vittorio Emanuele III ottenendo però solo generiche e maldestre assicurazioni sul fatto che stava bene. A Kesselring – il 26 luglio – Badoglio disse di non potergli dire dove l'ex «duce» si trovasse, poiché lo sapeva solo il sovrano; questi, nei giorni immediatamente successivi parlando con lo stesso Kesselring e con von Mackensen (che chiedeva anche lui notizie di Mussolini dovendogli portare «personalmente» gli auguri del Führer per il suo sessantesimo compleanno) affermò però anche di non saperlo, ma che avrebbe subito parlato della cosa con Badoglio. Hitler, a sua volta, chiese personalmente notizie di Mussolini al generale Marras allorché il 30 luglio lo ricevette in udienza al suo Quartier generale, ottenendo solo la generica risposta che era in «buone condizioni» e un altrettanto generico riferimento alla lettera che Mussolini aveva scritto a Badoglio nelle prime ore del 26 luglio e che già era stata portata a conoscenza dell'ambasciata tedesca a Roma. Cfr. A. KESSELRING, Memorie di guerra, Milano 1954, pp. 179 sg.; P. PUNTONI, Parla Vittorio Emanuele III, Milano 1958, p. 148; DDI, s. IX, X, p. 743 nonché, per altre simili richieste tedesche, pp. 727 e 789 sg. Come è facile capire e come tutte le fonti tedesche disponibili confermano, di fronte a questo atteggiamento italiano Hitler per vari giorni aveva pensato che Mussolini fosse stato ucciso e, anche quando non vi furono piú dubbi sulla sua sorte, era rimasto col timore che potesse essere soppresso. ↩
-
Per tutta questa parte cfr. in Hitler stratega, a cura di H. Heiber, Milano 1966, pp. 212 sgg. e 270 sgg., i verbali delle riunioni sulla situazione militare tenute al Quartier generale del Führer nel pomeriggio e nella notte del 25 e nella tarda mattinata del 26 luglio e quello del colloquio Hitler - von Kluge del 26 luglio; in Fuehrer Conferences, 1943 cit., pp. 102 sgg., il verbale della riunione del 27 luglio; J. GOEBBELS, Diario intimo cit., pp. 532 sgg. (25-29 luglio); nonché J. SCHRÖDER, Italiens Kriegsaustritt 1943 cit., cap. IV.
Nel rapporto inviato a Roma subito dopo il suo incontro del 30 luglio con Hitler (durante il quale gli aveva fatto presente l'opportunità di «un esame in comune della situazione» e di un incontro a questo scopo tra i massimi vertici politici e militari dei due paesi) il generale Marras osservò di aver avuto l'impressione che il Führer (che, in un primo momento, aveva osservato che «la situazione interna in Italia appare ancora molto incerta; che la posizione del governo non sembra solida e che pertanto un siffatto incontro potrebbe essere nel momento attuale rapidamente superato dagli avvenimenti» e solo successivamente aveva accettato l'idea di un incontro al livello dei ministri degli Esteri e dei capi di Stato maggiore generale) «sia in attesa degli ul- teriori sviluppi della situazione in Italia per orientarsi circa l'atteggiamento definitivo italiano e i provvedimenti da prendere; che abbia dei sospetti e intenda guadagnare qualche tempo per predisporre le eventuali contromisure; che i risultati del prossimo incontro potrebbero determinare una immediata presa di posizione e un intervento della Germania».
Il 9 agosto, tre giorni dopo l'incontro con i tedeschi a Tarvisio, il ministro degli Esteri R. Guariglia sottopose al Consiglio dei ministri una relazione su di esso nella quale era contenuta, sulla base dei dati fornitigli dal Comando supremo, una sintesi dell'«intenso afflusso di truppe tedesche» dopo il 25 luglio. Stando a tale sintesi, i primi «movimenti» erano cominciati il 29 luglio. Il 1° e il 2 agosto truppe tedesche, «con la minaccia di far uso delle armi» avevano varcato senza preavviso la frontiera del Brennero. «Piú tardi la situazione fu regolarizzata, avendo il Comando Supremo italiano dato il suo permesso al passaggio delle truppe tedesche. E cominciò cosí un costante ed intenso afflusso di truppe con abbondante materiale. Alla data odierna sono entrate in Italia quattro divisioni dal Brennero, tre divisioni da Mentone, una divisione da Tarvisio ed una divisione di paracadutisti avio-trasportata che, destinata in Sicilia, è stata invece fermata a Pratica di Mare.
Circa gli scopi di tali concentramenti di truppe germaniche in Italia è da notare che, secondo concordi segnalazioni, i soldati tedeschi, specie quelli della divisione SS entrata dal Brennero, non nascondevano lo scopo della loro discesa in Italia affermando di essere venuti per “mettere l'ordine e ristabilire il regime di Mussolini”. Numerosi soldati delle SS portavano anche sui loro caschi la scritta “Viva il Duce”.
La divisione “Leibstandarte Adolf Hitler” partí da Orel il 26 luglio e lo stesso giorno partí dal Belgio la divisione “Hoch und Deutsch Meister”, con l'ordine di raggiungere l'Italia a tappe forzate.
Si tratta di truppe corazzate d'assalto fra le migliori che la Germania possiede. Il fatto di averle tolte dai punti importantissimi da cui provenivano dimostra tutta l'importanza che i tedeschi annettevano alla situazione italiana.
Occorreva poi tener presente la già esistente dislocazione delle truppe tedesche in Italia, fra cui le truppe corazzate esistenti a Bolsena a pochi chilometri da Roma, le forze delle SS armate di fucili mitragliatori, che consta vi sono a Roma ed il cui numero non è possibile sapere con esattezza, ma che alcuni fanno ammontare a 6 ed altri a 15 mila.
E tutto ciò senza voler parlare dell'aviazione tedesca che è già nei campi italiani e di quella che sarebbe facilissimo trasportarvi in poche ore, e senza neanche parlare del controllo indiretto che i tedeschi esercitano sulla nostra rete ferroviaria» (cfr. DDI, s. IX, X, pp. 798 sgg.). ↩ -
Seguendo un suggerimento di Himmler, Hitler aveva pensato che uno dei primi atti del «controgoverno» di Farinacci sarebbe dovuto essere quello di rivolgere un appello ai militari italiani per autorizzarli a tornarsene a casa. «Con l'esercito attuale non c'è niente da fare, perché i soldati fuggono». Meglio puntare su un nuovo esercito costituito da volontari e da quei fascisti che si sarebbero visti costretti ad arruolarsi «per il timore della sorte che li attende». Quanto agli altri, in un secondo tempo sarebbero potuti essere utilizzati «facendoli lavorare» in Germania. Cfr. Hitler stratega cit., pp. 257 e 277 (26 luglio 1943); nonché in A. TAMARO, Due anni di storia cit., I, pp. 447 sg., il primo proclama «agli italiani» diffuso il 9 settembre dal Governo Nazionale Fascista subito dopo l'annuncio dell'armistizio in cui era rivolto il seguente invito ai militari: «Rifiutate di consegnarvi al nemico. Rifiutate di rivolgervi contro i vostri commilitoni germanici. Tutti coloro che lo possano fare continuino le operazioni al loro fianco. Gli altri raggiungano le loro case nei paesi e nelle città, in attesa degli ordini che verranno prontamente impartiti». ↩
-
J. GOEBBELS, Diario intimo cit., pp. 547 sg. (27 luglio 1943). Il giorno dopo, tornando sulle «illusioni» che Hitler si era fatto su Farinacci e sulla delusione provocatagli dall'incontro con lui, Göbbels avrebbe annotato ancora: «si aspettava di vedere un ardente seguace del Duce e, in realtà, si è trovato di fronte un uomo finito che tenta di vituperare il Duce con voce piagnucolosa» (ibid., p. 553). ↩
-
In ACS, E. DE BONO, Diario, quaderno n. 47. ↩
-
Cfr. J. GOEBBELS, Diario intimo cit., pp. 570 e soprattutto 584 sg., nelle quali si leggono parole che rivelano bene l'atteggiamento psicologico che già presiedeva da parte tedesca alla «nuova» collaborazione con i fascisti italiani. «Il cosí detto governo fascista provvisorio sta diligentemente lavorando al Quartier Generale del Fürer, anche se l'uno o l'altro dei suoi membri si impazientisce qualche volta perché non è d'accordo con le tendenze politiche generali che sono da noi perseguite... Ma che altro possono fare questi signori, se non lavorano per noi?... È molto meglio per loro, in ogni caso, lavorare nel Quartier Generale del Führer per una nuova, sia pur ridotta, Italia fascista, che essere imprigionati o magari fucilati, in Italia» (10 settembre 1943). ↩
-
A sua volta, il 10 settembre, la Wilhelmstrasse convocò d'urgenza a Berlino dalle varie sedi europee nelle quali essi si trovavano in quel momento alcuni diplomatici e giornalisti italiani per sentire le loro opinioni sulla situazione italiana e sulle ripercussioni che la defezione italiana avrebbe avuto nei territori occupati dalle forze armate italiane e nei paesi neutrali. Tra i convocati fu anche Massimo Rocca (che da tempo si era riavvicinato al regime e che collaborava al «Nouveau Journal» e ad altri giornali di Bruxelles e il 27 luglio aveva inviato a Mussolini un calorosissimo telegramma di solidarietà) che nel suo La sconfitta dell'Europa. La politica internazionale del ventennio vista dall'estero (Milano 1960, pp. 332 sg.) ha affermato di aver detto in tale occasione ai tedeschi di considerare «un gravissimo errore tentare di restaurare il regime fascista». Appena giunta la notizia della liberazione di Mussolini, il 14 settembre, Rocca avrebbe poi scritto a questi: «Chiamato a Berlino dal Governo tedesco, ero pronto ad assumere tutte le responsabilità, anche quella di formare un governo in Italia, per continuare la guerra a fianco della Germania e del Giappone. Oggi, sapendoti liberato, mi pongo a tua disposizione, per salvare l'avvenire e l'onore dell'Italia. E perché oggi non hai piú bisogno di difenderti contro l'insidia della monarchia, sono certo che tu sentirai il bisogno, il dovere e l'utilità di far appello non solo ai fascisti, ma a tutti gli italiani che serbano il sentimento della patria e dell'onore» (ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 20, fasc. 112/R, «Massimo Rocca»). ↩
-
Cfr. E. DOLLMANN, Un libero schiavo, Bologna 1968, pp. 285 sgg. e 296 sgg., ma soprattutto le note di diario dello stesso Tassinari (in Archivio G. Tassinari). Da esse risulta che già in agosto l'ex ministro dell'Agricoltura era stato esortato a recarsi in Germania per «salvaguardare la sua incolumità». Ad un primo passo, non risulta da chi fatto, ne erano seguiti altri da parte di Dollmann e del generale delle SS Dietrich, che gli aveva detto che in Germania si era lungamente parlato di lui. Tassinari aveva però lasciato cadere le avances, chiarendo che, pur non condividendo affatto la «stolta» politica di Badoglio, era dell'idea che fosse necessario «unire tutte le forze per il bene della patria», sicché un eventuale nuovo governo doveva essere nominato dal re o dal principe ereditario e non «erigersi sulle baionette tedesche» e che, se da parte italiana era «questione d'onore tener fede all'alleanza», da parte tedesca non si doveva mettere in discussione l'intangibilità della frontiera del Brennero e dovevano essere assicurati i rifornimenti occorrenti per l'alimentazione degli italiani e gli aerei da caccia necessari per la difesa delle loro città. Sopravvenuto l'8 settembre, Wolff era tornato ciò nonostante alla carica e nel pomeriggio dell'11 aveva chiesto a Tassinari di recarsi al Quartier generale del Führer «per conferire con lui, con Ribbentropp e con Himmler». Questa volta Tassinari aveva accettato l'invito. La partenza, fissata per il 13 mattina, aveva però subito un ritardo, dato che l'aereo personale di Hitler, che avrebbe dovuto portare Tassinari a Rastenburg, dovette prima provvedere a trasportare Mussolini a Monaco e Wolff dovette chiedere a Himmler se nella nuova situazione determinata dalla liberazione del «duce» era ancora il caso di dar corso all'«operazione Tassinari». L'incontro (presenti anche Ribbentrop, con cui Tassinari aveva già avuto un breve ma cordiale colloquio appena arrivato, e Wolff) ebbe cosí luogo nel primo pomeriggio del 14 settembre, mentre Hitler «piuttosto nervoso» era in attesa dell'arrivo di Mussolini. «Abbiamo parlato – annotò Tassinari – del tradimento ed egli ha detto che l'errore era stato quello di aver mantenuto al potere Casa Savoia. Ha detto che bisognava ricostituire subito il Partito ed alle mie obiezioni ha risposto che anche la Chiesa ha avuto crisi profonde e che poi è risorta. Mi ha chiesto di uomini del Partito che il vaglio di questo ventennio ha selezionato, ma la risposta non poteva essere quale lui attendeva. Molti intelligenti fuorviati ormai dall'ambizione (vedi il voto del Gran Consiglio) o corrotti dalla sete di arricchimenti; troppi incapaci ai posti di comando. Il Fascismo, dissi, è in profonda crisi, per colpa delle persone, non dell'idea. Ha perduto la luce di quei valori ideali e morali con i quali è partito, e che sono la giustizia, la moralità, il senso politico, cioè onestà, lealtà, verità. Il Führer mi ha fatto alcuni nomi e per quanto un giudizio fosse imbarazzante, dato alla presenza di sei o sette persone (erano sempre presenti Ribbentrop e Wolff, oltre l'interprete ed altri) ho detto onestamente e schiettamente quello che pensavo ribadendo che con questa sincerità credo si possa contribuire all'amicizia fra i due Paesi.
Sollecitato il Führer due volte per l'arrivo di Mussolini, il colloquio è stato interrotto dopo una ventina di minuti. Ho avuto la sensazione che qualche cosa non si era ingranata. Occorreva una preparazione: io sono andato – chiamatovi – per discorrere di ben altre cose. E soprattutto la liberazione di Mussolini spostava il piano ed era bene dirlo francamente, omettendo lo stesso viaggio mio, perché la mia presenza non poteva che imbarazzare... Ho pensato che sia bene avvertire subito subito Mussolini...» Che la «sensazione» da lui avuta corrispondesse al vero fu confermata due giorni dopo da Wolff che gli disse che aveva commesso tre errori: non essersi recato in Germania a fine agosto, quando Dollmann, a nome di Himmler, lo aveva esortato a farlo; aver, poi, tardato quasi due giorni a partire, quando l'11 settembre egli si era recato da lui a Desenzano per chiedergli esplicitamente di andare a Rastenburg; e «avere espresso parere negativo sopra diversi uomini» di cui Hitler gli aveva parlato. Ciò nonostante per Wolff (e cioè per Himmler) un margine di possibilità doveva ancora esservi; non si spiegherebbe altrimenti che lo esortasse a rimanere a Rastenburg, «perché, dice lui, avrò qualche altro colloquio col Führer, e a ogni buon conto gli raccomandò di non rifiutare un'eventuale offerta di entrare nel nuovo governo. Tassinari non volle però trattenersi oltre e il giorno dopo si mise in viaggio per tornare in Italia, dove lo raggiunse la notizia di non essere stato neppure incluso nel nuovo governo (di cui secondo alcune indiscrezioni dei giorni precedenti dicevano avrebbe dovuto fare invece parte come ministro dell'Agricoltura)». «Compresi – scrisse nel suo diario – a chi si doveva questo siluramento, che mi riempiva di serena gioia». A chi volesse riferirsi non è chiaro; probabilmente a Buffarini Guidi, Ricci e Pavolini, ma non è da escludere che, invece, pensasse a Mussolini, con cui aveva avuto un incontro nel pomeriggio del 15 settembre «in un'atmosfera di ghiaccio» e dal quale era uscito fortemente dubbioso che Mussolini fosse spiritualmente e fisicamente in grado di «riprendere l'immane lavoro della ricostruzione, con la forza di correggere i difetti e superare le debolezze che avevano messo tutto in crisi». ↩ -
Cfr. J. GOEBBELS, Diario intimo cit., passim; A. SPEER, Memorie del Terzo Reich, Milano 1969, p. 404; R. RAHN, Ambasciatore di Hitler a Vichy e a Salò cit., pp. 272 sg.; F. W. DEAKIN, Storia della repubblica di Salò cit., p. 525. ↩
-
F. ANFUSO, Da Palazzo Venezia al lago di Garda (1936-1945), Bologna 1957, p. 321. ↩
-
Cfr. J. GOEBBELS, Diario intimo cit., pp. 565, 570, 573, 579 sg. Su questa linea si mosse anche l'OKW in un «promemoria per i soldati tedeschi circa il comportamento verso la popolazione italiana “diffuso” riservatamente tra gli ufficiali». Nell'inizio di esso si legge infatti:
«Il 25 di luglio è stato cacciato Mussolini, il provato conduttore dell'Italia per tanti anni. Questo tradimento si è ora completato con l'armistizio che ha concluso il Maresciallo Badoglio col nemico. Con questo gli affari loschi di una cricca rivoluzionaria che ha adoperato il proprio potere a danno del popolo, sono a conoscenza di tutto il mondo.
A partire da questo fatto, si danno per il comportamento personale di ogni soldato tedesco, verso gli italiani, le seguenti disposizioni:
1º) Al popolo italiano non si deve fare alcun rimprovero per quello che ha commesso un gruppo di schifosi politicanti plutocratici a Roma.
Il popolo italiano nel suo complesso non deve essere né offeso né toccato nel suo onore. (Questo vale anche per il comportamento verso la chiesa cattolica).
2º) Piú grave biasimo meritano invece i traditori intorno a Badoglio; essi hanno fatto un triplice tradimento:
– Hanno tradito il popolo italiano nei confronti del suo nemico e cioè per una capitolazione incondizionata;
– Essi hanno tradito gli obblighi dell'alleanza verso la Germania la quale è stata sempre per tre anni un fattivo alleato;
– ed essi hanno tradito infine la battaglia d'Europa per la sua libertà.
3º) Tutti gli elementi positivi ed attivi devono essere aiutati e favoriti e tra questi soprattutto i fascisti.
Essi sono da indurre affettuosamente a militare al nostro fianco.
Reparti italiani e soldati singoli, che vogliano combattere con noi, sono da accettare cameratescamente e da trattare bene.
4º) Ogni resistenza attiva e ogni tentativo di sabotaggio, dovranno essere colpiti fortemente.
5º) Gli elementi che non possono essere convinti ad essere con noi, sono da lasciare in pace; bisogna consigliarli ad andare a casa dove la moglie e i bambini li attendono e di trattenersi presso di loro calmi.
Con questo, essi evitano il pericolo di essere frantumati fra le due parti combattenti.
– In complesso, bisogna chiarire alla popolazione, che l'Italia sarebbe andata incontro al sicuro caos e alla disfatta, se la plutocrazia ed il comunismo (al quale il tradimento di Badoglio ha aperto le porte), avessero definitivamente assunto il potere» (copia del promemoria in ACS, F. DIAMANTI, b. unica). ↩ -
Cfr. in particolare J. GOEBBELS, Diario intimo cit., pp. 541, 549, 551 (27 luglio 1943): «Non so se il Duce sarebbe disposto a formare un controgoverno in contrasto col re d'Italia. Ho i miei dubbi. Ma se il re fosse nelle nostre mani, la cosa si potrebbe prendere in considerazione... Mackensen ha mandato una lettera in cui il Duce esprime i propri ringraziamenti a Badoglio per il cortese trattamento che gli è stato accordato. Egli si dichiara ancora fedele alla casa reale... È difficile stabilire se questa lettera sia autentica o apocrifa. Se fosse autentica significherebbe che il Duce non ha piú intenzione di interessarsi degli avvenimenti... Non so se il Duce possa essere disposto a collaborare alla nostra politica...» ↩
-
Ibid., p. 597 (13 settembre 1943). ↩
-
Ibid., pp. 590 sg. ↩
-
Ibid., pp. 597 sg. ↩
-
Ibid., pp. 607 sg. (18 settembre 1943). ↩
-
Cfr. M. DOMARUS, Hitler Reden und Proklamationen 1932-1945. Kommentiert von einem deutschen Zeitgenossen, II (1939-1945), Wurzburg 1963, pp. 2035 sgg. ↩
-
Cfr. J. GOEBBELS, Diario intimo cit., pp. 565 sgg. (8-10 settembre 1943). ↩
-
Cfr. A. SPEER, Memorie del Terzo Reich cit., pp. 404 e 705. ↩
-
J. GOEBBELS, Diario intimo cit., p. 606. ↩
-
Ibid., pp. 624 sgg. ↩
-
Cfr. V. MUSSOLINI, Mussolini e gli uomini nel suo tempo, Roma 1977, pp. 149 sgg. ↩
-
Cfr. C. SILVESTRI, Mussolini, Graziani e l'antifascismo (1943-45), Milano 1949, pp. 30 sgg.; nonché in ACS, Collezione D. Susmel, b. 8, fasc. «Carlo Silvestri», le trascrizioni dei colloqui (in particolare il quarto) tra Mussolini e Silvestri e da questi poi utilizzati in forma ridotta nel suo libro. ↩
-
Cfr., per esempio, in MUSSOLINI, XXXII, pp. 198 (colloquio con G. G. Cabella – 20 aprile 1945) e 189 (colloquio con G. Nicoletti – 18 aprile 1945). ↩
-
Cfr. F. ANFUSO, Da Palazzo Venezia al lago di Garda (1936-1945) cit., pp. 327 sg. ↩
-
La notizia trova conferma in J. RIBBENTROP, Fra Londra e Mosca. Ricordi e ultime annotazioni, Milano 1954, p. 32, dove si legge: «Allorché Mussolini, dopo la sua liberazione, venne al Quartier Generale del Führer, Hitler disse con mia grande sorpresa in sua presenza di voler intendersi con la Russia. Alla mia preghiera di darmi istruzioni non diede una risposta, e già il giorno seguente respinse di nuovo ogni presa di contatto».
In realtà sondaggi tedeschi presso i sovietici erano in corso dall'agosto. Hitler li aveva in un primo momento autorizzati, poi – pochi giorni prima di incontrare Mussolini – parzialmente bloccati, dicendo a von Ribbentrop che preferiva fosse, prima di arrivare ad un accordo con Mosca, sondata la possibilità di una pace con Londra. Sulla consistenza di questi sondaggi (che von Ribbentrop continuò a tenere in piedi anche dopo che Hitler cambiò parzialmente idea) mancano notizie precise. Ciò che è certo è che di essi ne fu al corrente l'OSS e si sussurrava in vari ambienti, soprattutto svedesi, al punto di provocare, per un verso, tre smentite sovietiche (due per via diplomatica agli americani e una sotto forma di una intervista rilasciata ad un giornalista inglese dall'ambasciatore a Stoccolma A. Kollontaj) e, per un altro verso, le preoccupazioni giapponesi che Berlino potesse allearsi con Mosca senza neppure consultarsi prima con Tokyo. Cfr. I. FLEISCHHAUER, Die Chance des Sonderfriedens. Deutsch-sowjetische Geheimgespräche 1941-1945, Berlin 1986, pp. 185 sgg.; P. E. SCHRAMM, Hitler capo militare, Firenze 1965, pp. 84 sgg. ↩ -
Cfr. V. MUSSOLINI, Vita con mio padre, Milano 1957, p. 201; ID., Mussolini e gli uomini nel suo tempo cit., p. 150. ↩
-
BA, Schweizerische Bundesanwaltschaft, Polizeidienst, C.13.1499, «Edda Ciano Mussolini». ↩
-
Cfr. C. SILVESTRI, Mussolini, Graziani e l'antifascismo cit., p. 33. ↩
-
Cfr. R. MUSSOLINI, Mussolini privato, Milano 1980, p. 257; nonché ID., La mia vita con Benito cit., pp. 209 sg.; B. D'AGOSTINI, Colloqui con Rachele Mussolini, Roma 1946, p. 62. ↩
-
L. BOLLA, Perché a Salò. Diario della Repubblica Sociale Italiana, Milano 1982, pp. 41 sg. ↩
-
Cfr. E. MUSSOLINI, Mio fratello Benito, Firenze 1957, p. 208. ↩
-
Cfr. P. ROMUALDI, Fascismo repubblicano, Milano 1992, p. 38. ↩
-
Della stessa opinione era anche Camillo Giuriati. «Il Duce – disse il 3 ottobre 1943 a Bolla – è perfettamente convinto che la partita è perduta ed è ritornato al suo posto unicamente per cercare di salvare il salvabile di fronte ai tedeschi» (cfr. L. BOLLA, Perché a Salò cit., p. 108). ↩
-
Cfr. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., p. 198. ↩
-
Cfr. C. SILVESTRI, Mussolini, Graziani e l'antifascismo cit., pp. 34 sg. ↩
-
J. GOEBBELS, Diario intimo cit., p. 680. ↩
-
Cfr. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., p. 89. ↩
-
MUSSOLINI, XXXII, p. 180. ↩
-
Cfr. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., p. 86. ↩
-
Ibid., p. 24. ↩
-
Ibid., p. 84. ↩
-
Dei biografi stranieri di Mussolini solo D. MACK SMITH, Mussolini, Milano 1981, p. 380, ha affermato che egli «voleva» tornare alla ribalta. G. ROUX, Mussolini, Paris 1960, p. 436, ha posto essenzialmente l'accento sul fatto che, incontrando Hitler, Mussolini non sarebbe stato nello stato d'animo e nelle condizioni fisiche di opporre un rifiuto. C. HIBBERT, Benito Mussolini, London 1962, ha appena sfiorato la questione, ma, tutto sommato, non ha escluso che Mussolini abbia sperato di evitare con la sua accettazione un trattamento troppo duro all'Italia. Per A. BRISSAUD, Mussolini, III, L'agonie au bord des lacs, Paris 1983, Mussolini non si faceva illusioni per il futuro, ma sperava di placare in qualche misura l'ira di Hitler. Piú deciso nel suo giudizio è stato I. KIRKPATRICK, Portrait d'un démagogue, Paris 1967, p. 621: Mussolini, ha scritto, non era un vile ed era animato da un certo sincero patriottismo; conoscendo abbastanza Hitler per saperlo capace di vendicarsi in modo terribile di chi gli faceva opposizione, si vide «come un cuscinetto tra il suo popolo e i barbari tedeschi». ↩
-
G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., p. 27. ↩
-
Cfr. P. PISENTI, Una Repubblica necessaria (R.S.I.), Roma 1977, p. 63. ↩
-
Cfr. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., pp. 198 sg. ↩
-
Cfr. G. BOCCA, La repubblica di Mussolini cit., pp. 53 sg. ↩
-
ASMAE, RSI, Gabinetto, b. 31, Germania, fasc. 1, Affari politici, sottof. «Situazione politico-militare e relazioni italo-tedesche. Rapporti dell'Ambasciatore Anfuso». ↩
-
Nel 1943-45 e ancora successivamente di guerra civile parlarono soprattutto i fascisti. In campo antifascista assai pochi furono coloro – soprattutto azionisti – che riconobbero che si trattava di una guerra civile. Fermissimi nel negarlo (le eccezioni alla regola furono rare e non autorevoli) furono soprattutto i comunisti. Per essi la resistenza era una guerra di liberazione nazionale contro il tedesco invasore e i suoi «manutengoli» fascisti combattuta da tutto il popolo. Ai fascisti, in questo schema, veniva negata ogni autonomia, ogni ideale ed ogni rappresentatività ed essi venivano ridotti a meri «traditori» prezzolati e senza principî. Questo schema (integrato da una pressoché totale sottovalutazione, se non addirittura negazione, del ruolo decisivo che nel sostenere la resistenza armata e nel determinarne la «vittoria» ebbero gli eserciti alleati) è stato a lungo egemone anche in sede storiografica. Solo col 1985-86 si è ripreso a parlare di guerra civile. A proporre la questione è stato soprattutto C. PAVONE, La guerra civile, in «Annali della Fondazione Luigi Micheletti», 1986, n. 2, pp. 395 sgg., che è successivamente tornato piú volte su di essa precisando e in parte annacquando le sue prime prese di posizione (inizialmente accolte dalla pubblicistica e dalla storiografia resistenziale e di sinistra con scarso favore; cfr. la bibliografia in Guerra, resistenza e dopoguerra. Storiografia e polemiche recenti, Bologna 1991, pp. 85 sgg.). Di lui si veda soprattutto Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Torino 1991, da leggere tenendo presente quanto scritto da G. E. RUSCONI, Se cessiamo di essere una nazione, Bologna 1993, in particolare il cap. III. ↩
-
L. BOLLA, Perché a Salò cit., pp. 42 sg. ↩