Capitolo terzo: Il dramma del popolo italiano tra fascisti e partigiani
Il fascismo repubblicano e il movimento partigiano nacquero autonomamente l'uno dall'altro ad opera di piccoli gruppi spontanei, in genere o fortemente motivati, ma spesso disomogenei tra loro quanto alle prospettive, o costituiti da elementi che non di rado fecero le proprie scelte di campo in modo che non è esagerato definire casuale: in forza di circostanze, di rapporti personali, di influenze ambientali (anche solo occasionali), di stati d'animo che oggi possono apparire incomprensibili, ma che si capiscono bene appena si pensi allo sfascio morale e materiale, alle frustrazioni, alla confusione di idee, di sentimenti e di suggestioni culturali provocati dal dramma dell'8 settembre e al desiderio di reagirvi, avvertito, sia pure altrettanto confusamente, da un certo numero di italiani. Per non dire di coloro per i quali una scelta di campo, qualsiasi essa fosse, costituiva un modo per sentirsi «qualcuno» e per risolvere in questi drammatici frangenti i propri problemi di vita1.
La riapparizione sulla scena di Mussolini per un verso, gli appelli del governo Badoglio e quelli dei partiti antifascisti e del Cln centrale per un altro ebbero sul loro sviluppo un peso notevole e influenzarono se non determinarono addirittura molte scelte, diciamo cosí, piú meditate. Non ne determinarono però la nascita che fu spesso precedente e in larga misura indipendente da essi.
Né, in fine, se si vuol capire la realtà nella quale si trovarono a dover agire, si può trascurare il fatto che entrambi – lo abbiamo già accennato, ma è bene ribadirlo – nacquero in un ambiente che in larga misura era caratterizzato nei loro confronti da uno stato d'animo in cui ciò che prevaleva era l'estraneità, il timore, talvolta l'ostilità e che faceva poca differenza tra di loro e non di rado anche tra gli anglo-americani e i tedeschi2, poiché i piú non riuscivano a capire come, in quei frangenti, fosse possibile voler ancora continuare a combattere e avevano paura di dover pagare le spese di una lotta alla quale si sentivano estranei3. Una lotta – anche a questo proposito è necessario essere chiari – che larghi settori della popolazione (usiamo questo termine perché le diversità di condizione sociale, pur avendo una loro influenza, non ebbero un valore effettivamente discriminante, anche se, con l'andar del tempo furono la borghesia e i ceti benestanti a dimostrarsi i piú passivi, un po' per formazione culturale4, un po' per timore di dover «pagare» per i loro passati rapporti col regime, un po' per non correre il rischio di perdere i loro beni5) avrebbero continuato a lungo a non sentire come propria, ché per molti, come ha giustamente notato Gian Enrico Rusconi6, «il mancato consenso al fascismo repubblichino non era ancora consenso all'azione partigiana, tantomeno alla sua progettualità radical-democratica o socialista»; non di rado persino quando, un po' per necessità un po' per opportunità (tipico è il caso di non pochi di coloro che si sarebbero trovati a vivere nelle cosiddette «repubbliche partigiane»), avrebbero finito per prendere posizione per una parte o per l'altra. Ciò aiuta a capire (ché le spinte a questo «prender posizione» furono molteplici e la «scelta» non fu solo a favore della resistenza, anche se fu questa che indubbiamente piú ne beneficiò) perché sino ai primi mesi del 1945 – quando fu chiaro che il crollo tedesco e della Rsi e la fine della guerra erano imminenti – continuarono a verificarsi oscillazioni e persino casi di passaggi da un campo all'altro. E aiuta a capire anche tante «metamorfosi» degli ultimi giorni, il gonfiarsi a dismisura delle file partigiane e il trasformarsi in «rossi» di tanti sino a pochi giorni prima «neri»7; conversioni in parte certamente opportunistiche, in parte però a modo loro «sincere» e conseguenza un po' della confusione di idee che per tanti aveva caratterizzato quel tragico biennio8, molto piú del desiderio di sopravvivere, sino a vestire, quando non era possibile o troppo rischioso defilarsi, i panni di chi di volta in volta era il piú forte e, dunque, il piú pericoloso.
In numerose località, soprattutto del nord, dove il fascismo aveva la sua base piú dura, e in particolare nella Venezia Giulia e nel Veneto, dove agiva anche il timore che i partigiani di Tito potessero cogliere l'occasione per penetrare in profondità, la ricostituzione del partito fascista avvenne quasi immediatamente dopo la notizia della conclusione dell'armistizio9; in genere, senza bisogno di pressioni tedesche e ad opera di piccoli gruppi di fascisti, soprattutto vecchi squadristi e un certo numero di giovanissimi, che si riunirono, riaprirono le vecchie sedi del Pnf e dettero vita a comitati d'azione e a organi direttivi provvisori (di solito triunvirati o quadrunvirati) che in qualche caso procedettero, di propria iniziativa o d'accordo con i comandi militari tedeschi in loco, alla nomina delle autorità civili locali, prefetti, podestà, ecc. e alla pubblicazione di propri organi di stampa. Nelle regioni occidentali e centrali, a Milano e a Roma la particolare situazione locale e – specialmente nella capitale – una serie di condizionamenti «esterni» fecero sí che la ricostituzione fosse invece piú lenta e contrastata. Come già ha osservato Bocca10 una cosa si può comunque affermare: in tutte le località la riapparizione fascista nelle province è spontanea e certamente non opportunista: sono giorni in cui tutti attendono altri e decisivi sbarchi alleati a Ravenna e in Liguria, le previsioni generali sono che entro qualche settimana o mese la guerra sarà finita in Italia, eppure i disperati del fascismo, i vecchi squadristi si muovono anche senza Mussolini.
Limitarsi a questa constatazione non è però sufficiente. Basta infatti approfondire un po' la vicenda dei primi mesi della Rsi per rendersi conto che se l'apporto del vecchio squadrismo, e in particolare di quella sua parte piú estremista e violenta che negli anni del regime era stata largamente emarginata dal partito (talvolta addirittura espulsa per le sue intemperanze, la sua indisciplina, le sue violenze), allontanata dagli incarichi ricoperti nei primi tempi, ridotta in piccoli posti «di sopravvivenza», fu decisivo nella primissima fase della ricostituzione del partito, nei mesi successivi il nerbo del Pfr (a metà novembre, secondo i dati, forse un po' arrotondati, ma assai vicini al vero, forniti da Pavolini al congresso di Verona, gli iscritti sarebbero stati circa 250 mila, per salire a fine febbraio del 1944, secondo i dati forniti sempre da Pavolini in occasione della prima riunione del direttorio del Pfr tenutasi a Brescia all'inizio del marzo, a circa 487 mila) sarebbe stato però costituito da giovani e da giovanissimi, che non avevano fatto l'esperienza squadrista e che nulla avevano in comune con i «fascisti insipidi del ventennio» (la definizione è di Giorgio Pini) che, come Gaetano Bagalà scrisse a Mussolini appena saputo della sua liberazione, si erano iscritti al Pnf «per avere la tessera a fini utilitari» e che adesso, «psicologicamente smarriti e impauriti» sfuggivano ogni impegno politico e, salvo pochissime eccezioni, si guardavano bene dall'aderire al Pfr11. Tanto che non è esagerato dire che è proprio a questi giovani e giovanissimi (tra i quali vi erano anche non poche donne), che del regime liberale non sapevano spesso nulla e, se ne sapevano qualcosa, erano gli aspetti meno positivi e meno esaltanti e consideravano quello socialcomunista come l'avvento di un egualitarismo opprimente e deprimente, che bisogna rifarsi per cogliere, nel bene come nel male, il profilo umano di larga parte del fascismo repubblicano e ancor piú della Repubblica sociale.
Ma su ciò torneremo ampiamente piú avanti. Per il momento ci basta notare come non sia privo di significato che nei suoi ricordi di militanza comunista negli anni 1939-45 Giorgio Amendola, trattando delle «molteplici e anche contrastanti motivazioni» che determinarono le adesioni e gli appoggi dei quali godette la Rsi, accenni rapidamente ai «larghi appoggi tra le forze capitalistiche, che videro la possibilità di praticare un fruttuoso doppio giuoco», a «una parte degli alti strati della burocrazia», sospinti non solo dalla paura, «ma per tentare di mantenere una continuità dell'apparato statale», a coloro che erano convinti che le armi segrete avrebbero dato la vittoria alla Germania e ai «disperati che non credevano piú a nulla e che volevano vendicarsi dei fallimenti della loro vita», ma si soffermi due volte – pur cercando di ridurre l'ampiezza del fenomeno – proprio sui giovani12:
Ma vi era, certamente ristretta, ma piú impegnata, anche l'adesione di gruppi di giovani, che avevano assistito con disgusto al crollo delle loro speranze, alla caduta di un regime avvenuta senza alcuna difesa e luce di sacrificio, e che avevano subito come un oltraggio il cinico doppio giuoco praticato dalla monarchia e da Badoglio, e quello che appariva il tradimento degli impegni ancora rinnovati con l'alleato tedesco... Al di là delle paure, delle furbizie, del doppio giuoco, che erano certamente i motivi prevalenti, era tuttavia percepibile tra alcuni seppure ristretti strati di giovani, fin dai primi giorni, una motivazione di carattere ideale, la volontà di rivincita su tutte le capitolazioni, un disperato bisogno di finire in modo da riscattare le viltà e i tradimenti. Perciò era necessario rinnovare sempre, senza stancarsi, l'appello ai giovani, come facemmo con insistenza noi comunisti, anche a quelli che avevano aderito al fascio repubblichino, per fare loro comprendere quale fosse la via della dignità e della riscossa nazionale.
Fatta questa precisazione, prima di riprendere il discorso sul microcosmo squadrista, è opportuno un accenno ad altri due tipi di adesioni della primissima ora, in sé e per sé non numerosissime, ma non insignificanti se appena si pensa che tra esse ci furono quelle di Junio Valerio Borghese, il comandante della X Mas, una delle figure di maggior spicco della Rsi, ma che qui ci interessa soprattutto per un aspetto particolare che mostra bene la gariegatezza delle motivazioni che concorsero a darle vita, e di un uomo della statura intellettuale di Giovanni Gentile.
Contrariamente a quel che si potrebbe credere, è ben difficile considerare Borghese un fascista in senso proprio. Sino all'8 settembre egli era stato essenzialmente un militare che non aveva mai fatto politica attiva e non si era, da buon militare, neppure iscritto al partito (la tessera del Pnf gli era stata concessa ad honorem quando era stato insignito della medaglia d'oro al valore per le sue imprese belliche contro la flotta britannica) e che considerava la guerra come una lotta di civiltà tra Italia e Germania, che rappresentavano la tradizione e la storia dell'Europa, e gli Stati Uniti e l'Urss, che rappresentavano invece «il dominio del denaro» e «della forza bruta». Ciò nonostante, da buon militare, se Badoglio ci avesse fatto uscire dalla guerra in modo decoroso ed onorevole, avrei obbedito. Se Umberto di Savoia o il duca d'Aosta si fossero messi a capo delle Forze Armate abbandonate a loro stesse, avrei obbedito. Ma con il loro comportamento i capi responsabili del paese avevano abdicato alle loro prerogative, perdendo cosí, secondo la mia etica, ogni autorità e diritto ad impartire ordini. Era per me inammissibile che, dovendosi sottrarre alla guerra e all'alleanza, lo si facesse in modo cosí ipocrita e indecoroso. Una guerra si può vincere o perdere, ma si deve saper perdere con dignità. Per un popolo la sconfitta militare incide solo materialmente; ma perdere con il disprezzo dell'alleato tradito e con quello del vincitore a cui si supplica di accordarsi, incide moralmente e le tracce restano per secoli.
In questa logica Borghese e non pochi di coloro che si raccolsero attorno a lui, della X Mas e no, considerarono la loro adesione alla Rsi non solo «necessaria», ma «apolitica». «Era mia opinione – si legge nel secondo volume ancora inedito delle sue memorie13 – che la Repubblica Sociale Italiana rispondesse ad una esigenza morale e politica ben precisa». E che, addirittura «sarebbe nata anche senza Mussolini».
La sorte volle che colui il quale aveva visto naufragare un sogno coltivato per vent'anni, venisse a trovarsi a capo di questa esigenza che si concretizzò poi in Stato. Era quindi logico che sia io, sia tutti indistintamente gli uomini della Decima, riconoscessimo in lui il supremo rappresentante di quell'Italia risorta dalle ceneri dell'armistizio, un'Italia per la quale, da soldati, eravamo pronti ancora una volta ad impugnare le armi.
Una posizione in apparenza diversissima, ma nella sostanza simile a quella di quei militari (ovviamente ci riferiamo a quelli in buona fede, che non cercavano cioè una scappatoia per non compromettersi con nessuno e sfuggire ogni rischio) che, pur rifiutandosi di aderire alla Rsi, perché fascista («senza fascismo, sí, con il fascismo, no»14), non si schierarono neppure per il governo regio o con i partigiani.
Piú complesso si presenta il problema rispetto al mondo intellettuale. Per un verso esso partecipava infatti della fragilità etico-politica che tradizionalmente e per gli effetti devastanti della guerra caratterizzava gran parte della borghesia, per un altro si articolava però in varie realtà particolari che vissero il proprio rapporto con la Rsi in modi diversi. Da qui la necessità di non considerarlo come qualcosa di sostanzialmente unitario (e tanto meno di attribuire al comportamento di pochi intellettuali piú in vista un valore emblematico), ma, al contrario, di ricostruirne l'atteggiamento tenendo conto delle molteplici suddivisioni interne (culturali, psicologiche, comportamentali, storiche, ecc.) tra intellettuali di formazione umanistica e di formazione scientifico-tecnica, operatori e burocrati dell'economia, della finanza, del diritto, ecc. e giornalisti e all'interno di queste suddivisioni, di quelle determinate dall'età e da come, a seconda di essa, molti intellettuali avevano vissuto gli anni del regime. Ché se le adesioni degli intellettuali alla Rsi furono nel complesso scarse, tanto da suscitare in molti ambienti fascisti violente accuse e accese polemiche (tipica fu quella accesasi allorquando Concetto Pettinato ripubblicò, verso la fine del 1943, il suo famoso pamphlet Gli intellettuali e la guerra e ribadí le accuse in esso contenute contro gli intellettuali italiani), contrariamente a quanto si potrebbe credere, furono tutto sommato piú numerose (anche se non di rado a mezza bocca e senza che si traducessero in coerenti comportamenti) tra gli «anziani», che, per la loro formazione e partecipazione alle vicende nazionali dei decenni precedenti, sentivano maggiormente il dramma della sconfitta e dell'8 settembre e, almeno all'inizio, piú credettero alla necessità di una «concordia» che evitasse l'ulteriore precipitare delle «sorti della patria» e lo scatenarsi di una guerra civile15, che tra i «giovani», che, invece, mancando di un'effettiva base morale e culturale, lo vissero in genere in modo tutto diverso, disinteressandosi del futuro del paese e preoccupandosi solo del proprio16.
Commentando la notizia che il capo della provincia di Arezzo, Bruno Rao Torres, «furibondo contro gli intellettuali», aveva chiesto l'arresto di tutti quelli che non si erano iscritti al Pfr, il 27 dicembre 1943 Giovanni Papini annotò nel proprio diario17:
Credo che dovrebbero arrestare almeno un milione di persone. Agli intellettuali non fu concesso parlare quando potevano denunziare errori e colpe, per il bene del paese. E ora vorrebbero che facessero la parte d'imbonitori e tamburini senza conceder loro quella libertà di parola ch'è necessaria agli uomini d'ingegno perché l'opera loro sia veramente efficace.
Nonostante il suo tono moraleggiante trovi il conforto di altri simili atteggiamenti e di un diffuso stato d'animo che andava ben oltre il mondo intellettuale, questa spiegazione di Papini (che assunse rispetto alla Rsi un atteggiamento non certo ostile, ma sostanzialmente defilato, rifiutando ogni incarico a cominciare da quello di presidente dell'Accademia d'Italia insistentemente offertogli dopo l'assassinio di Gentile), non solo è reticente, perché, se per anni agli intellettuali era stata assegnata «la parte di imbonitori e tamburini» e negata la libertà di parola, per anni essi – anche e soprattutto i piú prestigiosi – nulla avevano fatto per opporsi a questa situazione e vi si erano acconciati traendo da essa tutti i benefici possibili (compreso quello di credere di «salvarsi l'anima» con qualche «mugugno» e qualche lazzo), ma è inaccettabile sia in una logica – diciamo cosí – fascista, sia – ciò che piú conta – perché, di fatto, riduce arbitrariamente il discorso sugli intellettuali a una parte solo di essi, ai letterati, agli artisti, alla parte cioè piú tradizionale e, salvo eccezioni, piú egocentrica e intimamente esangue di essi.
In una logica fascista piú onesto e coerente appare per esempio quanto scritto da Soffici su Italia e civiltà polemizzando con quei fascisti che accusavano gli intellettuali di sottrarsi ai loro «doveri», ma, indirettamente, anche con chi la pensava come Papini18:
Quando si chiede agli «intellettuali», cioè ai pensatori, agli scrittori, ai poeti, agli artisti, di collaborare all'azione dei politici propriamente detti, in momenti decisivi per la vita della nazione, come per esempio quello che ora stiamo attraversando, e in generale, si chiede loro molto. Gli si chiede infatti di distogliersi dai loro dolci e cari studi, dalle tranquille meditazioni... per immergersi nel pratico, nel contingente, nel transitorio..., un sacrificio solo in parte comparabile a quello richiesto ad ogni altro cittadino non combattente, il quale può compiere il suo con molto maggiore facilità perché non altro che questo è in grado di offrire alla patria.
Per Soffici i politici, potevano e dovevano esigere che i «veri intellettuali» dessero allo sforzo comune «il contributo del loro pensiero, del loro sapere, della loro esperienza storica»; una volta chiestolo ne dovevano tener però conto e non dovevano, ancora una volta, servirsene come «una vana lustra o pompa decorativa» da utilizzare nella bassa «cucina quotidiana» (che, oltre tutto, essi non avrebbero saputo fare) della propaganda spicciola alla quale dovevano provvedere i giornalisti; ma anche i «veri intellettuali» non dovevano piú tergiversare e ridurre il loro impegno ad un giuoco di parole.
Anche Soffici tuttavia riduceva il problema degli intellettuali sostanzialmente a quello dei «pensatori», «artisti» e «letterati» con in piú la «sottospecie» dei giornalisti. Una tale «riduzione» era indubbiamente conseguenza di una concezione della figura dell'intellettuale ormai largamente superata in altri paesi, ma ancor viva in Italia. In questa sede, ciò che interessa è però che è stata questa concezione che ha permesso in sede politica e storica di circoscrivere per anni il discorso sull'adesione degli intellettuali alla Rsi ad un numero di casi piú scarso del reale e di attribuire la responsabilità di essa alla «vecchia» cultura idealistica e cattolica della quale gli intellettuali «tradizionali» sarebbero stati l'espressione. E questo tacendo quasi completamente sugli altri, quelli di formazione scientifica e tecnica, ai quali, certo, era piú difficile sottrarsi a forme di collaborazione con la Rsi e che non di rado avevano una concezione «neutrale» della propria attività, ma che, in genere, sentivano anche molto piú degli «umanisti» un forte senso di responsabilità verso coloro che direttamente o indirettamente dipendevano dal loro lavoro e verso i beni dello Stato che in quella tragica situazione era pur sempre necessario cercare di salvaguardare in qualche misura per il futuro. Caratteristico è in questo senso il comportamento di buona parte del gruppo dirigente dell'Iri (in maggioranza nel 1943 afascista o addirittura antifascista) che nel dopoguerra sarebbe stato messo sotto accusa per aver accettato di trasferire al nord il portafoglio dell'Istituto (circa quattro miliardi) e non aver lasciato che l'organizzazione patrimoniale di esso, rimasta senza mezzi, andasse distrutta. Laddove, come è stato giustamente osservato19, lasciare che l'Iri andasse in rovina avrebbe costituito l'annullamento di gran parte di quelle risorse delle quali, finita la guerra, il paese avrebbe avuto estremo bisogno. E lo stesso può dirsi per tutta una serie di commis d'état, di tecnici, di scienziati che, di fronte all'alternativa che i frutti di anni di lavoro andassero perduti e che le istituzioni delle quali avevano la responsabilità cadessero nelle mani dei tedeschi o fossero distrutte, preferirono accettare di collaborare con la Rsi e di giuocare su quel tanto di copertura che essa poteva assicurare ai loro sforzi per salvare il salvabile.
Quanto sin qui detto può costituire una indicazione per una serie di studi che ancora mancano. Nulla o quasi infatti si sa, per esempio, sull'effettivo atteggiamento di importanti categorie quali i magistrati e gli insegnanti. E non diciamo di altre sulle quali si ignora praticamente tutto. Persino a proposito dei professori universitari non si va oltre alcuni casi di personalità piú note e impegnate nel movimento antifascista e con la resistenza. Stante questa situazione degli studi, un discorso sull'impatto dell'8 settembre sul mondo intellettuale finisce inevitabilmente per ridursi quasi solo o ad un elenco di coloro che aderirono piú o meno esplicitamente alla Rsi20 e di coloro che si schierarono – anch'essi piú o meno esplicitamente – contro di essa o si defilarono rispetto ad entrambe le parti o a una serie di considerazioni sull'atteggiamento che pare aver caratterizzato quelli che Soffici definiva i «veri intellettuali». Considerazioni che, pur tenendo conto della diversità dei singoli casi e pur facendo tutte le debite distinzioni, portarono grosso modo a concludere che l'8 settembre determinò nella maggioranza degli intellettuali «umanisti», di quelli almeno per i quali la cultura, il lavoro intellettuale erano cosa diversa della mera ideologia e dell'attivismo politico, un atteggiamento che ci pare vada visto all'insegna – molto prosaica, squallida se si vuole, ma piú realistica di quelle sotto le quali lo si è voluto collocare – dell'ambiguità e dei suoi precedenti negli anni del regime e in particolare della guerra21.
Se, per fare un esempio a caso tra i molti che si potrebbero fare, un Vincenzo Errante fu «affranto» e «schiantato» dall'8 settembre (non al punto però da rendersi veramente conto delle ragioni di fondo della tragedia che stava vivendo l'Italia e da prendere posizione con una consapevole scelta di campo, tant'è che si chiuse, come tanti altri, in una sorta di «raccoglimento studioso» che era molto simile ad una fuga dalla realtà)22, molti altri – i piú e in specie i meno anziani, i «giovani» cresciuti nel clima del regime e che spesso dovevano la loro fortuna ad un'accorta navigazione nelle sue acque – vissero l'8 settembre essenzialmente nell'incertezza di come e con quali tempi si sarebbero sviluppate le operazioni militari e di cosa convenisse loro fare e, soprattutto, mossi dalla preoccupazione di non compromettersi, di defilarsi, di scomparire (non facendosi scrupolo in certi casi di sfruttare ancora vecchi rapporti e sodalizi fascisti per continuare a trarre da essi benefici e coperture), cosí da presentarsi al momento opportuno come chi non aveva mai avuto a che fare con il fascismo e poter apparire mondi da qualsiasi responsabilità e colpa, se non addirittura nei panni di vittime e di antifascisti da sempre, che se non si erano concretamente rivelati era stato... per colpa del fascismo23.
Solo in quest'ottica è possibile comporre in un convincente quadro complessivo le varie tessere relative all'adesione degli intellettuali alla Rsi e sottrarsi alla suggestione delle vulgate accreditate nel dopoguerra dai fascisti e dagli antifascisti. Grazie ad essa, si possono capire infatti per un verso certe iniziali «incertezze» e certi «tentennamenti»24 (che, del resto, si verificarono anche tra coloro che simpatizzarono o si impegnarono poi con la resistenza25, certe presenze-assenze26 e il relativamente scarso numero di intellettuali che entrarono nelle sue fila); per un altro verso il carattere di tali adesioni, specie dei piú anziani, che in numerosi casi piú che un fatto di fascismo ne fecero un fatto di coerenza personale e di patriottismo, una prova di amicizia nei confronti di Mussolini; per un altro verso ancora la politica verso gli intellettuali della Rsi e di Mezzasoma e Biggini in particolare e l'ostilità che i «duri» del fascismo manifestarono sempre nei confronti, per usare una famosa immagine mussoliniana27, dei «canguri giganti», di quegli intellettuali cioè che sino al 25 luglio avevano manifestato una pura fede fascista e non si erano fatto scrupolo di avallare anche nelle forme piú bolse e servili le tematiche e le parole d'ordine della propaganda del regime e poi si erano trasformati in intransigenti e boriosi giudici di esso, ma anche nei confronti di quelli – in primis Gentile28 – che, pur avendo aderito alla Rsi, mostravano, a loro dire, di non essere veri fascisti rivoluzionari consapevoli della posta in giuoco, ma dei «liberali borghesi», dei «pietisti», disposti a qualsiasi compromesso e concessione pur di spingere Mussolini e la repubblica sulla via scivolosa della «concordia nazionale» e della «tolleranza» verso i loro «mortali nemici»29.
Ma torniamo al microcosmo squadrista, che ad un esame appena un po' ravvicinato appare anch'esso tutt'altro che omogeneo e tale pertanto da non poter essere considerato in blocco.
Coloro che subito dopo l'8 settembre presero l'iniziativa di ricostruire il partito furono essenzialmente squadristi di secondo e terzo piano che – come abbiamo detto – negli anni del regime avevano in genere ricoperto incarichi minori o che erano stati allontanati o si erano spontaneamente allontanati dal partito. Diverso e piú variegato fu l'atteggiamento di quegli squadristi che avevano avuto incarichi di rilievo o che avevano partecipato alla vita del partito e del regime su posizioni critiche, in genere farinacciane. Tra i primi pochi sarebbero stati coloro che avrebbero aderito alla Rsi; piú numerose invece sarebbero state le adesioni tra i secondi. Rari furono però i casi di coloro che si attivizzarono subito. Né sarebbero mancati coloro che, costituitasi la Rsi, si sarebbero mantenuti ai suoi margini, non vi si sarebbero impegnati a fondo, avrebbero distinto tra il loro particolare «rapporto» (spesso piú umano che politico) con Mussolini e quello con il Pfr e, addirittura, non vi avrebbero aderito, ritenendo che, checché andasse proclamando, la Rsi non fosse realmente capace di rompere con il passato, con certi metodi e uomini che erano stati la rovina del fascismo. Documento caratteristico di questo atteggiamento è una lettera scritta il 7 ottobre a Farinacci da uno dei suoi fedelissimi e sino al 25 luglio il suo maggior punto di riferimento a Firenze (da dove nei quarantacinque giorni aveva dovuto allontanarsi per sfuggire all'accusa di voler ricostituire il fascio locale), Bruno Puccioni. In essa si legge infatti30:
Ed ora, caro Roberto, devo dirti con tutta franchezza che pur rimanendo l'intransigente squadrista e il fedele camerata dei tedeschi, mi sento oggi completamente disorientato. Il tradimento sovrano non mi consente certo di continuare ad avere quei sentimenti monarchici nei quali ero stato educato e perciò al partito fascista repubblicano potrei liberamente e coscientemente iscrivermi. Ma quale è il programma di questo nuovo partito? Quali sono gli uomini nuovi che non da ora, ma da anni, abbiamo sempre desiderato vedere a capo del movimento? Perché si continua a perpetuare gli errori che hanno portato la Patria e il Partito alla rovina? Perché la retorica è ancora quella che ha preceduto il governo Badoglio? Perché si continua ad imporre uomini il cui passato, a torto o a ragione, è stato discusso anche da noi fedelissimi? Perché non si cerca di portare a noi coloro che pur non essendo fascisti, furono, durante il periodo della vergogna, piú vicini a noi di tanti tesserati?
Insomma, caro Roberto, noi non vediamo ancora chiaro e mentre siamo disposti a dar tutti noi stessi alla Patria, non sentiamo la necessità di una iscrizione ad un partito che riunisce, per lo piú, gente che vuol vendicarsi, che vuol crearsi delle facili verginità o che non ha piú niente da perdere. Il tuo ordine del giorno al G. C. è la nostra guida e a quell'ordine del giorno noi intendiamo rimanere fedeli fino alla morte.
A Firenze, la parte migliore dei fascisti, sia per passato, per onestà e combattentismo, non si sono iscritti: ma tutti questi, e sono numerosissimi, desiderano collaborare con le truppe tedesche, con Mussolini e con uomini nuovi che devono riscuotere la nostra incondizionata fiducia.
E veniamo a quegli squadristi che in molti casi, come già abbiamo detto, all'indomani dell'8 settembre, presero per primi l'iniziativa di ricostituire i fasci. Colti di sorpresa dal 25 luglio, molti non si erano rassegnati alla fine del fascismo e l'avevano attribuita al tradimento dei «falsi fascisti», alla massoneria, alle cricche burocratico-affaristiche, che si erano servite del fascismo per i loro fini personali e avevano aiutato la cricca monarchico-badogliana ad abbattere Mussolini per poter continuare ad esercitare il loro potere e fare i loro affari, e soprattutto ai fascisti che avevano ingannato il «duce» e disarmato il partito, facendone, invece della «guardia armata della rivoluzione», la causa prima del discredito e della crisi che avevano permesso ai «traditori» di liquidare il fascismo. In qualche località minore il 26-27 luglio alcuni di loro si erano abbandonati a sporadici episodi di intolleranza e di violenza contro chi mostrava il proprio giubilo per l'abbattimento del regime; anche se molti covavano nell'intimo propositi di rivincita e di vendetta e speravano nei tedeschi, i piú si erano però sbandati e talvolta nascosti per sottrarsi al rischio (in alcune località, specie a Milano, in Emilia-Romagna, Toscana, Piemonte, non del tutto infondato31 di vendette da parte delle loro vittime di un tempo), sicché in pratica sino all'8 settembre non avevano costituito per il governo Badoglio un vero problema. Tipico è il caso di Firenze – una delle città dove essi erano piú numerosi e tradizionalmente violenti –, quale risulta da una relazione riservata inviata a Senise in data 28 luglio dalle locali autorità di polizia32:
L'elemento fascista, e mi riferisco piú specialmente agli squadristi, sorpreso dalla fulmineità degli avvenimenti ed anche perché rimasto privo di capi e di istruzioni, si è sbandato e nessun cenno fa presumere propositi di rappresaglia e tanto meno propositi di azioni di violenza; sta, però, di fatto che essi da vario tempo, forse in previsione di cambiamenti o per seguire precisi ordini, si erano armati dato che ne avevano ampia possibilità e non è escluso che in questa atmosfera di odio che li circonda ed in relazione ai propositi di vendetta che sono stati apertamente e violentemente formulati, essi non rinuncino per lo meno a difendere la loro integrità fisica e quella delle loro famiglie che ritengono, fondatamente, oggetto di rappresaglia.
D'altra parte non è escluso che essi tentino anche qualche azione di forza riorganizzandosi a gruppi decisi a difendersi da atti di violenza.
Sopravvenuto l'8 settembre, un buon numero di questi squadristi, in città come in campagna33, ritenne fosse finalmente giunto il proprio momento. Per una parte si trattò solo di una questione di rivalsa morale e di potere, per un'altra il discorso è piú complesso, perché a queste motivazioni se ne aggiungevano altre che vanno capite, pena l'impossibilità di comprendere veramente uno degli aspetti piú caratteristici del fascismo repubblicano e con esso la riapparizione sulla scena anche di numerosi fascisti della vigilia, che nei primi anni dopo la conquista del potere si erano silenziosamente allontanati dal partito delusi dalla piega che aveva preso il fascismo.
Per quel che riguarda i primi, tra i quali vanno annoverati, per fare solo alcuni nomi tra i piú tristemente noti, i vari Bardi, Pollastrini, Carità, Colombo (Koch costituisce in una certa misura un caso diverso, dato che, come si è detto, sulle prime egli era stato incerto su cosa fare e si era proclamato digiuno di politica), emblematico è il caso di Mario Carità.
A metà del dicembre 1943, quando i tedeschi, preoccupati per le crescenti ostilità che l'operato della sua banda (una sessantina di uomini) suscitava contro di loro e contro la Rsi a Firenze34, fecero, tramite Rahn, un esplicito passo su Mussolini affinché essa, invece di terrorizzare il capoluogo toscano, fosse impiegata nella lotta antipartigiana, Carità fece pervenire al «duce» un memoriale per ribattere le accuse che gli erano mosse, rivendicare la giustezza del proprio operato e minimizzare i delitti di cui si era macchiato35. Da esso risulta chiaramente come per un violento e un frustrato quale era Carità (e come fu il caso di altri piú brutali e sanguinari squadristi tornati alla ribalta dopo l'8 settembre) schierarsi prima con i tedeschi e poi con la Rsi era stato un fatto essenzialmente caratteriale, di autoaffermazione e di potere, un modo per rivalersi e fare proprie vendette su coloro (ufficiali dell'esercito, burocrati, dirigenti del Pnf, ecc.) che per anni avevano goduto i benefici del potere e condannato tanti squadristi come lui ad una vita oscura e magra («I federali avevano bisogno di disfarsi di questa gente perché asserviti ai gruppi industriali e commerciali... [e] dovevano sistemare la parentela e immediatamente dopo i fratelli, i mariti e gli amici dell'amica») e li avevano altezzosamente guardati dall'alto in basso. I pochi passi «ideologici», i tentativi di stabilire un rapporto minimamente plausibile tra violenza repubblicana e «giustizia sociale» (ché se in Carità allignava un sentimento sincero, questo era costituito dall'ostilità per i «ricchi» e i «potenti»; quale che fosse il loro atteggiamento verso il fascismo) sono cosí rozzi che rivelano immediatamente la loro insincerità e strumentalità e la molla psicologica che era alla loro origine. «I parassiti, gli imbelli, forti solo della loro sapienza, della loro conoscenza, dei regolamenti», passate le prime giornate di paura, «nelle quali portare la camicia nera significava correre il rischio di morire», stavano uscendo dalle «tane» nelle quali si erano nascosti, «pronti a continuare l'opera incosciente o no di disgregazione». Nei loro confronti non poteva esserci nessuna tolleranza.
Duce, è necessario dare al popolo la dimostrazione di forza, forza che deve essere giustizia.
Le fucilazioni non debbono essere fatte solo tra le classi proletarie, le fucilazioni debbono essere fatte soprattutto nelle categorie dei dirigenti militari, politici ed aristocratici. Solo con questo gesto di forza che Voi deprecate «perché non Vi è mai piaciuto il sangue» ricondurrete la parte sana della Nazione che tende, ancora una volta, verso di Voi.
Nelle montagne, nei boschi, nei villaggi, nelle case diroccate si annidano i dissidenti, sono dissidenti che un'azione di giustizia può ricondurre a combattere sotto la bandiera della Patria.
Date loro la prova della piú ferrea giustizia ed essi non serviranno piú il nemico ma torneranno a noi per combatterlo.
Gli uomini politici debbono essere sostituiti, ripeto, non importa se gli uomini nuovi sbaglieranno quando lo sbaglio sia fatto nel nome della Patria.
Con queste affermazioni Carità si dimostrava piú rozzo e politicamente inesistente persino del fondatore della «Muti». Franco Colombo, anche lui vecchio squadrista rotto a tutte le violenze (ma che, dopo essere stato coinvolto nel 1925 nella uccisione di un ispettore incaricato di rivedere l'amministrazione del gruppo rionale di cui era fiduciario, espulso dal Pnf e aver perso il posto che aveva all'Ente enologico italiano, si era però dedicato ad una piccola attività commerciale e non aveva dato adito a rilievi di sorta), il quale non negava infatti di essere un «balordo» e non pretendeva di dare una giustificazione in qualche modo politico-sociale del proprio operato. Per lui ciò che contava e che l'aveva spinto a rivestire subito dopo l'8 settembre i panni dello squadrista senza attendere che qualcuno lo richiamasse, per cosí dire, in servizio era far piazza pulita dei traditori e rispondere con le armi al sorgere del movimento partigiano. Significativo nella sua essenziale sincerità è il modo con cui ribatté al commissario federale milanese Aldo Resega, allorquando, presentatosi al suo cospetto, si rese conto che questi, tutto sommato, avrebbe preferito che il partito non lo annoverasse tra i suoi membri.
Quando Garibaldi partí da Quarto per andare a liberare l'Italia – rispose alle contestazioni di Resega36 – non chiese ai suoi garibaldini di presentare all'imbarco sul Rubattino il certificato penale... Eppure fece l'Italia! Io, che tu dici che sono un balordo, con i miei balordi, faremo piazza pulita dai traditori, dai gerarchi vigliacchi, dall'antifascismo... Li hai visti i gerarconi di allora a dare adesione al nuovo fascismo repubblicano? No!... Quelli non ci sono piú: hanno tradito! Ma ci siamo noi ora: stai tranquillo, Resega, che ce la faremo! Tutti i giorni ci ammazzano e vuoi che si faccia la fine del topo? Quali forze abbiamo che facciano rispettare le nostre vite e le nostre famiglie e le nostre case? Ora provvederà lo squadrismo milanese!!
E piú rozzo anche di Gino Bardi e di Guglielmo Pollastrini, i suoi omologhi romani, per i quali la violenza non fu solo il modo per rivalersi delle passate frustrazioni (Bardi oltre tutto era stato sino al 25 luglio uno dei vice federali di Roma), ma si sposò in qualche misura ad un progetto che, bene o male, era di natura politica e che spiega perché la ricostituzione del fascio romano fu una delle piú travagliate.
La ricostruzione del fascio nella capitale se rispetto alle altre località ebbe un iter piú travagliato fu infatti non solo per gli avvenimenti particolari di cui Roma fu teatro, in particolare la costituzione della «Città aperta», la massiccia presenza dei tedeschi e l'importanza strategica e politica che essi attribuivano alla città; ma anche per il fatto che a Roma si trovava un certo numero di esponenti del regime (parte dei quali negli ultimi giorni del governo Badoglio erano stati tradotti a Regina Coeli o al Forte Boccea, cosa che permetteva loro di presentarsi nelle vesti di vittime dell'antifascismo) o ostili ad una politicizzazione in senso estremista della vita cittadina o che, pensando di poter tornare alla ribalta, ma volendo prima vedere la piega che avrebbero preso le cose, cercavano per il momento di ostacolare qualsiasi iniziativa che potesse, a seconda degli sviluppi della situazione, o comprometterli o scavalcarli; e, infine, perché in questo clima particolare la ricostituzione del fascio si legò a una serie di questioni tutt'altro che insignificanti, in primis a quella della costituzione del nuovo governo.
In questa situazione particolare a prendere l'iniziativa di ricostituire il fascio romano furono due gruppi, autonomamente l'uno dall'altro; alcuni giovani fascisti di un battaglione acquartierato appena fuori città, il cui primo obiettivo era però quello di scovare e arrestare il «traditore» Scorza, che invitato sin dal 9 settembre da alcuni vecchi fascisti a prendere la situazione nelle sue mani si era rifiutato, sicché in pratica l'iniziativa fu presa in mano e portata avanti dall'altro gruppo, formato da alcuni vecchi squadristi (quasi tutti da tempo emarginati o confinati in incarichi senza importanza) che gravitava attorno a quattro uomini destinati a diventare altrettanto tristemente famosi di Carità a Firenze: Gino Bardi, Guglielmo Pollastrini, Carlo Franquinet De Saint-Rémy e Mario Caruso. A ricostituire il fascio (con Bardi nelle vesti di commissario ordinatore), in pratica a riaprire la sede di palazzo Wedekind, ché la stragrande maggioranza dei fascisti romani si limitò per il momento a rimanere «alla finestra», fu cosí, il 12 settembre, appena avuto notizia della liberazione di Mussolini, questo secondo gruppo nel quale erano confluiti anche vari elementi del primo. L'iniziativa fu però subito vista con sospetto e malcelata ostilità sia dal generale Calvi di Bergolo, comandante la «Città aperta», sia – quel che piú conta – dal generale Stahel, comandante tedesco della piazza, e da Rahn, che, personalmente erano contrari ad una rinascita del fascismo (significativo è a questo proposito che anche ad un gruppo di autorevoli fascisti di cui era anima Domenico Pellegrini Giampietro non fu concesso di parlare alla radio e che la stessa liberazione dei fascisti detenuti al Forte Boccea e a Regina Coeli fu effettuata solo quando fu nota quella di Mussolini), ritenendo che non avrebbe potuto far nulla di utile e, a Roma, avrebbe creato loro solo difficoltà. E ciò, a maggior ragione, dopo che, nell'imminenza dell'arrivo dalla Germania di Pavolini, il gruppo Bardi e alcuni elementi tedeschi piú estremisti o desiderosi di mettersi in luce a Berlino con il loro zelo, organizzarono in tutta fretta nella sede dell'ambasciata una riunione per gettare le basi di un governo provvisorio, senza attendere di conoscere le decisioni di Mussolini e con l'evidente proposito di far trovare Pavolini di fronte al fatto compiuto.
Su questa vicenda l'unico elemento documentario è rappresentato da un foglio di carta (recante l'intestazione della Camera dei fasci e delle corporazioni) in cui sono elencati, senz'altra indicazione, nomi di coloro che avrebbero dovuto comporre il «primo governo provvisorio costituitosi presso l'Ambasciata germanica il 16 settembre 1943». Nel foglio sono trascritti ventidue nomi. Il primo è quello di Alessandro Pavolini, il secondo quello di Renzo Montagna, il sesto quello di Fernando Mezzasoma; il settimo, ottavo, nono e quattordicesimo sono quelli di Bardi, Pollastrini, Caruso e Franquinet; l'ultimo è quello... del «capitano Skorzeny». Quanto agli altri, uno è quello dell'ex consigliere nazionale Olo Nunzi (che sarebbe diventato capo della segreteria politica del Pfr e poi commissario straordinario dell'Inps), quattro sono di vecchi squadristi che negli anni del regime non avevano ricoperto cariche di rilievo: Renato Aletto Linares (che avrebbe assunto la direzione de «Il lavoro fascista»), Giuseppe Dongo (che sarebbe diventato federale di Novara37), Coriolano Pagnozzi (ex capo della segreteria particolare di Senise, che sarebbe stato di lí a poco promosso prefetto) e Giovanni Battista Riggio (ex capo dell'Ufficio personale e disciplina della Milizia contraerea e futuro capo della segreteria militare del Pfr), otto infine sono quelli di veri e propri sconosciuti: Alberto Alesi, Enrico Bianchi, Nello Carducci, Vittorio La Canna, Alessandro Palladino, Bruno Palmaria, Gaetano Plastina e Riccardo Voltarelli38. Una simile accozzaglia di nomi si può spiegare solo, come già abbiamo detto, con un maldestro tentativo messo in atto in tutta fretta per precostituire un gruppo di «uomini nuovi», scelti per altro solo tra i vecchi squadristi piú o meno «bistrattati» negli anni del regime, da inserire nel futuro governo. Il tutto giuocando sull'appoggio di qualche esponente tedesco che non condivideva le preoccupazioni di Stahel, di Rahn e di Kesselring e cercando di dare credibilità all'operazione con l'inserimento tra i membri del governo di alcuni nomi «d'obbligo», in primis quello di Pavolini che Mussolini aveva nominato il giorno prima segretario provvisorio del partito e, dunque, già designato come ministro.
Al tentativo, a nostro avviso si ricollega certamente un comunicato diramato (e subito distribuito a tutti gli ufficiali di polizia) nella stessa giornata del 16 settembre dal generale Calvi di Bergolo, nella sua veste di comandante della «Città aperta», «in seguito ad accordi presi con le autorità militari germaniche» e cioè con il generale Stahel. In esso si annunciava che non sarebbe stato ammesso «alcun cambio di autorità di qualsiasi natura» se non quelli eventualmente disposti per il funzionamento tecnico delle «amministrazioni», e cioè dei ministeri, dai commissari preposti ad esse in base agli accordi con Kesselring e Rahn e che «pertanto chiunque si presenti presso i Ministeri e altri enti pretendendo di insediarsi in qualche carica, dovrà essere avviato al generale Stahel, presso l'Ambasciata germanica per definire il caso»39. Con ciò il neonato governo provvisorio veniva subito sconfessato e sepolto. Ma la cosa non finí qui perché anche Pavolini, resosi conto de visu della situazione, cercò di liquidare Bardi nominando federale, il 22 settembre, Ferruccio Cappi. Questi però (forse perché ancora incerto se aderire o no alla Rsi, forse su «consiglio» di qualche protettore di Bardi) non si presentò ad assumere la carica e si rese irreperibile, sicché Bardi riprese il suo posto di commissario del fascio romano.
Diventati ancor piú sicuri di sé e favoriti dal fatto che il successore di Stahel, Maeltzer, era loro meno ostile, per due mesi ancora Bardi e la sua banda avrebbero terrorizzato la città con delitti, violenze, ruberie inenarrabili e che nulla avevano da invidiare a quelli che stavano commettendo la «banda Koch»40 e, a Firenze, la «banda Carità», al punto da indurre Kappler e Dollmann a far sí che Berlino premesse sul capo della polizia della Rsi Tamburini e su Pavolini affinché si decidessero a superare le resistenze frapposte dai protettori di Bardi e ponessero finalmente fine allo scandalo. Fu solo in conseguenza di questo passo tedesco che a fine novembre il «regno» di Bardi si concluse: Bardi, Pollastrini e una quarantina dei loro accoliti furono arrestati e tradotti in carcere in Emilia e la federazione romana fu affidata, prima a un nuovo commissario, l'ispettore del Pfr Giuseppe Pizzirani, che Pavolini aveva inviato a Roma per liquidare la partita con Bardi e, di lí a poco, plenu titulo, a Luigi Pasqualucci che l'avrebbe retta sino alla liberazione della capitale41.
Leo Valiani nel suo Tutte le strade conducono a Roma42 ha colto bene uno degli aspetti principali della differenza tra il Pfr e il Pnf, quello costituito dalla profonda trasformazione dei militanti:
Il fascismo repubblicano produsse una ben visibile selezione in seno al gran complesso dei tesserati. Quelli che si erano iscritti al 'partito' solo perché non potevano farne a meno o perché ingannati dall'esaltazione del patriottismo, del lavoro, della disciplina, passarono generalmente all'antifascismo e ne alimentarono l'ala moderata. Gli opportunisti piú intelligenti e gli irrequieti discepoli della filosofia irrazionalistica, si ritirarono in disparte.
È stato però troppo sbrigativo quando, a conclusione del suo discorso (che, non a caso, al contrario di quello di Amendola, non prende neppure in considerazione il problema dell'adesione dei giovani al Pfr), ha affermato che «a portare la camicia nera» rimasero «pochi idealisti e molti tra i peggiori sfruttatori del paese, identificabili in maggioranza dal torvo volto pieno di odio». Le «gesta» dei vari Bardi maggiori e minori – «minori» spesso solo perché meno universalmente conosciuti dato che operavano non in grandi città ma in piccoli centri – non bastano infatti per far concludere che il Pfr, cosí come venne prendendo corpo tra il settembre e il novembre 1943, fosse essenzialmente composto da sadici, violenti, torturatori, criminali, né tanto meno autorizzano a stabilire un rapporto di causa-effetto tra queste «qualità» e l'adesione al Pfr. Ché, come giustamente annotava nel suo diario Ranuccio Bianchi Bandinelli43, i bassi sicari e torturatori appartengono alla feccia umana che esiste in ogni tempo e in ogni popolo e che può uscire alla ribalta, sol che le circostanze lo permettano, sotto qualunque latitudine e sotto qualunque camicia.
E infatti ciò che per capire veramente le innumeri violenze che insanguinarono nel 1943-45 l'Italia occorre tener presente soprattutto la situazione particolare, il clima di guerra civile che caratterizzò quegli anni e che fu il vero elemento scatenante e il moltiplicatore di queste «qualità» e non solo in campo fascista, ma anche tra i partigiani.
Nelle file del Pfr affluirono infatti uomini e donne44 diversi tra loro per origini culturali e sociali, precedenti, carattere, personalità, stati d'animo, ecc. e, ciò che piú conta, per le motivazioni che essi davano in buona o cattiva fede della loro adesione al partito in quella particolare situazione. Uomini e donne spesso ben consapevoli che la partita era ormai persa, sicché l'adesione al Pfr e piú in genere alla Rsi, se per una parte di essi – e non ci riferiamo ai casi limite dei Bardi e C., ma alla massa – fu una sorta di bravata, un vender cara la pelle, un'«ultima sigaretta» del condannato a morte, per un'altra voleva essere un atto di coerenza morale e ideale, di rifiuto di una condizione di passiva accettazione dell'inevitabile, una sorta di testimonianza, che poteva assumere anche il carattere di una sfida, di uno schiaffo alle «centinaia di migliaia di fascisti, [al]le decine di migliaia di squadristi, piccoli untorelli dell'ultime ore camuffati malamente da lioncelli delle prime» che, salvo pochi «santi pazzi», si erano eclissati45 e di un rifiuto ad un «troppo facile e troppo vile» annullarsi, ché, come un giovane militare saloino avrebbe scritto alla madre46,
il nulla è una chimera cosí irraggiungibile e inverosimile che appunto per questo non è vera. Si sopravviverà al di là e forse col rimpianto di essere stati vigliacchi e non saper camminare come gli altri magari nel fango. Si può decidere di non combattere piú ma si resterebbe col rimpianto di non aver tentato.
E ciò spiega, come vedremo, alcune contraddizioni, a volte sostanziali, altre volte solo apparenti o meramente formali, ma non per questo prive di valore per comprendere una realtà tanto complessa e ribollente di stati d'animo e di motivazioni pressoché tutte emotive47. E spiega anche tanti piccoli fatti altrimenti incomprensibili o facili a fraintendere. Valga da esempio il caso delle «divise», a volte addirittura goyesche, indossate da molti fascisti di Salò (ma casi simili si riscontrano anche tra i partigiani48) che è forse possibile spiegare solo se ci si rifà ad una certa condizione psicologica (e talvolta ad una certa tradizione) picaresco-dannunziana e alla polemica contro il vecchio esercito regio delle quali volevano essere la manifestazione. Ché se per i piú degli italiani la guerra e ancor piú l'8 settembre ebbero come conseguenza prima la frantumazione della loro identità collettiva e persino individuale, per i piú di coloro che sentirono l'empito, la necessità morale di abbracciare la causa della Rsi o della resistenza fu come un prender conoscenza di sé, un avere finalmente, per ricorrere ad un'espressione usata da Ungaretti per spiegare il significato che aveva avuto per lui la partecipazione alla guerra 1915-1849, «una carta d'identità», valida non solo e non tanto per uscire dall'anonimato, ma per riconoscersi per prender appunto conoscenza e coscienza al tempo stesso di sé.
Per quel che riguarda coloro che abbracciarono la causa della Rsi, di particolare aiuto per capire sia le ragioni di coloro che presero posizione nelle file saloine, sia la «realtà umana» del fascismo repubblicano sono le memorie (non a caso non scritte per essere pubblicate) di Fulvio Balisti e di Vincenzo Costa.
Ripercorrendo nelle sue il periodo della Rsi, Vincenzo Costa, un invalido di guerra, ex legionario fiumano e «marcia su Roma», che negli anni del regime aveva ricoperto solo incarichi di scarso rilievo e l'8 settembre comandava un reparto di Alpini presso Udine e che durante la Rsi resse la federazione milanese del Pfr, prima come vice di Resega e poi di Bottini, sino a quando il 26 aprile 1944 Mussolini lo nominò commissario federale per la Provincia di Milano, ha individuato due categorie di fascisti, quella degli «idealisti» e quella degli «sciacalli». La distinzione risente chiaramente, oltre che della personale esperienza dell'autore e dell'essere stata pensata ancora «a caldo», di una visione troppo semplificatrice, comprensiva e, al fondo, scaricando gran parte delle colpe sugli «sciacalli», giustificatoria. Ciò nonostante, essa ci pare avere un suo valore e possa servire, diciamo cosí, ad allargare (quantitativamente) e al tempo stesso a restringere (qualitativamente) la categoria dei Bardi e C. quale è stata vista da molti studiosi; ché se essa raccolse indubbiamente dei casi limite sotto il profilo dell'efferatezza, non per questo fu costituita solo da elementi marginali dato che gli «sciacalli» costituirono assai spesso la manovalanza che permise agli intransigenti di vivere e di avere politicamente la meglio sui «moderati» e gli «idealisti». Ha scritto Costa50:
In tutti i capovolgimenti politici conseguenti alle disfatte militari, la storia ci insegna che i piú bassi istinti riaffiorano in manifestazioni di delinquenza. I soprusi, le violenze, le furfanterie sembra che abbiano il sopravvento al rispetto della legge, al rispetto della personalità umana, delle proprietà.
Quando si sovvertono i valori morali di un popolo, quando si armano le mani per uccidere nell'ombra altri cittadini, altri fratelli dello stesso sangue, allora subentra la tragedia che porta al disfacimento della nazione e la sola legge che impera sarà quella della foresta.
Gli idealisti avevano solo presente, in ogni loro atto, in ogni loro offerta la visione della patria, della bandiera, dell'onore ed era giusto che gli sciacalli non si confondessero con chi combatteva e moriva. In una simile situazione in cui noi si viveva era giusto, era di esempio non essere deboli, ma punire inesorabilmente chi osava usurpare la purezza degli ideali con la profanità del materialismo egoista e ladro. Erano migliaia i camerati che militavano nel Partito Fascista Repubblicano milanese: erano migliaia gli uomini che si erano arruolati nella Brigata Nera «Resega» sia di I che di II impiego. Moltissimi di questi fascisti erano dei profughi, erano giunti dalle provincie invase e per poter contribuire a fermare il nemico, si erano arruolati nelle nostre Forze Armate, ma una aliquota di costoro pensarono che vestendo una divisa potevano camuffare i propri bassi istinti, le loro furfanterie.
Questi «sciacalli» giungevano da lontano e di loro non si poteva sapere il passato, chi fossero, quali erano le loro vere intenzioni; per noi erano degli uomini che chiedevano una divisa ed un fucile, ma su di loro dovevamo esercitare una particolare attenzione e qualora si rilevasse la loro indegnità dovevano essere inesorabilmente colpiti, perché la disciplina aveva bisogno di essere rispettata, perché gli esempi servissero di monito.
E veniamo a quelli che Costa definisce gli «idealisti»: una definizione che può avere un certo valore indicativo se usata in contrapposizione a quella di «sciacalli», ma che è talmente generica da risultare in sede storica inutilizzabile per penetrare la realtà del fascismo repubblicano, poiché, per un verso, non tiene conto né della diversità delle posizioni degli «idealisti» (che andavano da quella dei «moderati» a quelle degli «intransigenti», divisi a loro volta tra «vecchi» e «nuovi» «intransigenti») né di quel tanto di personalistico che spesso caratterizzava certe posizioni e, per un altro verso, rende difficile capire sino in fondo l'estremismo che accomunava spesso posizioni assai diverse. Tipico a questo proposito è il ricorso alla violenza che a seconda dei casi gli «idealisti» in certi casi rifiutavano e in altri consideravano moralmente e politicamente necessario, quasi una sorta di intervento chirurgico volto ad estirpare il male da un corpo ancora largamente sano.
Anche se non mancarono casi di chi, piú che nel partito, scelse di militare – non a caso – nei reparti armati e nell'esercito51, molti di coloro che aderirono al Pfr e alla Rsi lo fecero mossi dal patriottismo, dal «senso dell'onore», dal desiderio di riscattare l'Italia dal «tradimento» consumato dal re e da Badoglio, dal «rispetto» verso se stessi. Tipiche a quest'ultimo proposito sono le parole con le quali Ardengo Soffici (che pure era consapevole dell'«enormità degli errori e dell'incoscienza» che avevano portato il «tralignato fascismo» e con esso l'Italia alla tragedia52) spiegò la sua posizione a Primo Conti: «Vedi, la donna che c'innamorò quando era adolescente, ora è vecchia, brutta e ammalata. Scappare da lei sarebbe una ignobile viltà: bisogna stare vicini al suo letto e sopportarla, anche maleodorante»53. E, pur consapevoli dei rischi che questo poteva far loro correre, aiutare, sostenere Mussolini, non lasciarlo in balia degli estremisti. «Ha bisogno – scriveva il 16 dicembre 1943 Gentile ad una vecchia amica, Antonia Marotti, moglie di Rolandi Ricci – di sentirsi intorno italiani di senno, di coraggio e di sicuro patriottismo. Bisogna aiutarlo; e che Dio l'aiuti per la nostra salvezza»54. Sentimenti che oggi possono apparire incomprensibili, assurdi, sbagliati, ma che allora furono condivisi da molti italiani. Da giovani cresciuti nel clima fascista e della guerra (e persino in famiglie non fasciste o antifasciste55), ma anche da piú anziani, formatisi in tutt'altro clima e non di rado tutt'altro che banali moralmente e culturalmente. Persino da monarchici e da individui che, pur consapevoli che la responsabilità prima della tragica situazione nella quale si trovava l'Italia ricadeva sul fascismo, non perdonavano al sovrano il suo comportamento, sicché, pur non aderendo alla Rsi, non se la sentivano di condannare chi voleva riscattare in qualche misura l'onore nazionale. Caratteristico è a questo proposito il caso di un generale che, quando Pavolini arrivò la prima volta a Roma e si insediò a palazzo Wedekind, chiese di parlargli e – premesso di essere monarchico – gli augurò buona fortuna e gli consegnò un cospicuo assegno come suo personale contributo al partito56. E – fatto forse ancor piú difficile da comprendersi oggi – da individui che, pur essendo stati fascisti, avevano continuato a vedere i tedeschi come li avevano visti nel 1914-18, come i boches, i crucchi, e ora, pur biasimando il «tradimento» loro fatto, non perdonavano loro la «caccia... senza pietà, senza misericordia» da essi intrapresa contro i soldati italiani. Tipico è in questo senso il caso di Costa il cui unico pensiero subito dopo l'8 settembre fu di adoperarsi per mettere in salvo dai tedeschi i suoi alpini, e non solo essi, poiché arrivò al punto di guidare un colpo di mano per far fuggire i soldati rinchiusi in due vagoni di una tradotta in sosta diretta verso la Germania. Solo dopo aver fatto ciò, avviati verso le loro case i suoi alpini e i fuggitivi dal treno, contento di aver fatto il proprio dovere di ufficiale e di italiano, si era avviato a sua volta verso Milano per raggiungere la casa della madre. E qui il colpo di scena che aveva cambiato la sua vita; l'incontro del tutto casuale col suo vecchio amico e suo compagno d'armi a Fiume nel 1919-20 Aldo Resega.
Doveva essere cosí – avrebbe rievocato l'incontro e l'effetto da esso prodotto in lui nelle sue Memorie57 –. Se invece di passare per piazza San Sepolcro avessi percorso un'altra strada non avrei incontrato Aldo Resega e, rientrato in famiglia, avrei avuto forse un destino diverso. Non lo so, ma certamente non sarei rimasto a guardare; il mio spirito, la mia fede non erano mutati, anzi erano maggiormente maturati, perché l'Italia chiamava i suoi figli che la salvassero dalla rovina.
Inoltrandomi nella storica piazza San Sepolcro pensavo di trovare la federazione con i cancelli chiusi, le finestre buie e invece dal balcone dell'arengo sventolava il vecchio gagliardetto del Fascio primogenito e una grande bandiera tricolore con il fascio littorio. Una lunga colonna di cittadini si assiepava lungo il marciapiede in attesa del loro turno per presentare la domanda d'iscrizione ai fasci repubblicani. Le finestre dell'arengo erano aperte e la figura segalina di Aldo Resega comparve all'improvviso: mi vide e mi chiamò. Come sospinti da una voce interiore, imperiosa, muovemmo l'uno verso l'altro: mi venne incontro sotto il portico della federazione e ci abbracciammo. Risalimmo per l'ampio scalone, entrammo nella sala del federale parlando di tante cose. La nostra amicizia risaliva agli anni trascorsi in trincea nella guerra del 1918, si era consolidata nella passione per Fiume d'Italia. Durante il ventennio avevamo trascorso ore indimenticabili di fede e insieme avevamo fatto parte della corte federale di disciplina dei fasci milanesi.
Al suo cospetto ogni mio proposito naufragò: ci ritrovammo circondati dalla rovina di ogni cosa, ma anche attorniati dai vecchi camerati plaudenti, fervidi di speranze...
A questa motivazione principale se ne affiancarono anche altre che, quantitativamente, furono alla radice di un minor numero di adesioni (ma va tenuto presente ché spesso le varie motivazioni si sovrapponevano), ma che non possono essere né sottovalutate né trascurate, specie se si vuol cercare di far chiarezza nel gran parlare che nel dopoguerra è stato fatto da parte fascista a proposito dell'«anima sociale» della Rsi. Un gran parlare che ha finito per dare alla motivazione sociale (che fu viva e forte, ma che si articolava in una gamma di posizioni e di stati d'animo che andavano da quelli per i quali il fascismo doveva finalmente realizzare il suo originario programma sociale e costruire una società socialmente piú giusta e avanzata a quelli che traevano alimento soprattutto dal desiderio di punire i capitalisti, i ricchi che avevano tradito il fascismo e ne avevano provocato il fallimento) una importanza maggiore di quella che in realtà essa ebbe, specie per la grande maggioranza dei molti giovanissimi che si schierarono con la Rsi, per i quali – come ha scritto nelle sue memorie V. Costa58 – quello che solamente contava era di poter cancellare con le armi le accuse di tradimento rivolte dai tedeschi e non solo da essi agli italiani:
l'onore della bandiera era stato oltraggiato, il nemico avanzava su Roma... Bisognava affrontarlo, combatterlo, ricacciarlo. I «Punti di Verona» non li conobbero o non ci capivano nulla; per loro, per il loro spirito giovanile e generoso era vivo e solo il dovere di andare a combattere e morire.
Tra le varie motivazioni «idealistiche» c'era anche quella di coloro che erano mossi dalla convinzione e/o dalla paura che la vittoria della coalizione anglo-americano-sovietica avrebbe comportato la fine della civiltà europea e la bolscevizzazione del vecchio continente e in primis dell'Italia.
Un'altra era quella di chi pensava (o, piú realisticamente, riteneva costituisse, in quei frangenti, l'unica speranza) che il Pfr sarebbe stato qualcosa di effettivamente nuovo rispetto al Pnf e che, grazie ad esso, il fascismo avrebbe finalmente compiuto quella rivoluzione sociale che non aveva saputo e potuto, o voluto realizzare negli anni del regime e grazie alla quale si sarebbe assicurato il consenso e l'appoggio delle masse, che altrimenti sarebbero irrimediabilmente andati al comunismo, e avrebbe sanato le lacerazioni morali e politiche che avevano diviso e dividevano la comunità nazionale. È all'interno di questo tipo di ragionamenti e di stati d'animo che si collocava il discorso sulla socializzazione e piú direttamente quello sul programma di Verona. Sinceramente per alcuni, del tutto strumentalmente per altri59. E nella stessa logica vanno sostanzialmente visti sia alcune prese di posizione del 1943 della stampa locale fascista60 nelle quali si ammetteva piú o meno esplicitamente – come, per esempio, il 21 ottobre scriveva Nino Scorzon (La crisi del sistema e nel sistema) su «Il gazzettino» di Venezia – che «nelle coscienze di molti italiani il regime era già crollato prima del 25 luglio» e si faceva appello alla pacificazione degli animi, nel nome dell'Italia, tra «nuovi» fascisti e antifascisti, sia alcuni tentativi messi in atto nello stesso periodo (altra cosa saranno i successivi tentativi di Edmondo Cione e di altri gruppi minori) in varie località del Piemonte, Liguria, Veneto, Toscana, Marche e a Roma per raggiungere una intesa o almeno un modus vivendi tra le due parti ed evitare una lotta fratricida. Tentativi caduti però nel nulla per le sempre piú numerose e clamorose smentite che a questi propositi venivano dall'estendersi dell'intransigenza e della violenza fasciste61 e per la sorda lotta subito messa in atto contro di loro dai comunisti62.
Un'altra motivazione ancora fu quella che spinse (soprattutto in Emilia-Romagna, in Toscana e nelle Marche) ad aderire alla Rsi e al Pfr un certo numero di vecchi (in senso proprio, ma anche in riferimento ad una certa tradizione culturale e politica di ascendenza marcatamente risorgimentale) repubblicani mazziniani che, nonostante in numerosi casi non si fossero mischiati con il fascismo-regime e avessero talvolta assunto nei suoi confronti un atteggiamento di sdegnoso rifiuto, proclamata da Mussolini la tanto agognata «repubblica», ne sentirono cosí fortemente la suggestione e il richiamo da accantonare nel suo nome e in quello della loro fanatica avversione alla monarchia (ora accresciuta per di piú dalla «fellonia» del re) le precedenti diffidenze e i rifiuti opposti al «regio» fascismo.
A queste motivazioni se ne aggiungeva in fine un'altra: quella di coloro per i quali l'adesione al Pfr e alla Rsi era conseguenza diretta dell'ascendente che su essi aveva ancora la figura di Mussolini. Un ascendente, come vedremo, che risentiva tuttavia anch'esso della confusione e del ribollimento delle menti e degli animi del post 8 settembre; dai contorni difficili a stabilire con precisione e che non era eguale per tutti: ancor vivo in alcuni, pressoché esaurito e venato da dubbi e critiche, talvolta assai forti in altri, e in altri ancora come filtrato attraverso un sentimento, un modo di guardare a Mussolini un po' nostalgico e un po' patetico, come un padre che aveva fallito, ma che non si poteva abbandonare nel momento supremo e di cui bisognava condividere sino in fondo la sorte.
A questo punto, a scanso di fraintendimenti, è bene mettere in chiaro che, ancor piú dell'«anima» vetero squadrista, quella rappresentata dagli «idealisti» piú giovani e giovanissimi63, che sentivano la loro scelta come un atto di coerenza morale e la consideravano necessaria al «bene della patria» e, spesso, corrispondente alla loro particolare idea del fascismo, pur essendo quantitativamente la piú numerosa non riuscí mai ad avere un ruolo corrispondente alla sua forza potenziale e tale da incidere effettivamente (salvo in pochissime e non significative circostanze particolari) sulla gestione politica e sull'attività del partito. E questo non solo all'inizio, quando i vecchi squadristi che avevano preso l'iniziativa di ricostruire in molte località il partito non furono contrastati nella maggioranza dei casi dai vertici di esso perché piú attivi e decisi degli altri64, ma anche successivamente. Quando cioè la dirigenza del Pfr, vedendo che le sistematiche violenze degli estremisti tenevano lontani dalla Rsi un certo numero di individui che per le loro competenze e capacità tecnico-amministrative le sarebbero stati preziosi, facevano apparire il «nuovo» fascismo peggiore del «vecchio» agli occhi di coloro che sulle prime erano stati in dubbio sull'atteggiamento da assumere verso la Rsi e alimentavano anche in costoro la tendenza a chiudersi nel proprio guscio, alcuni ne rimosse dai posti nei quali si erano insediati65 altri li emarginò66 e, in genere, cercò di evitare che giungessero a posizioni di rilievo. Ma la stessa cosa, piú o meno consapevolmente, la dirigenza pavoliniana fece però anche con i moderati e in specie con quegli «idealisti» che pensavano ad un «nuovo fascismo» che nulla o quasi avrebbe dovuto avere in comune con quello degli anni del regime, a cominciare dalla sua leadership.
Schematizzando, si può dire che a determinare l'insuccesso degli «idealisti» che puntavano ad un «nuovo fascismo» concorsero vari motivi, tra i quali i piú importanti furono forse quattro. Innanzi tutto la compresenza tra essi di posizioni moderate e intransigenti che rendeva difficile il prender corpo di una comune strategia. In secondo luogo le resistenze e le manovre per tenerli lontani dal potere messe in atto anche nei loro confronti dai vertici del partito, preoccupati dalle diffidenze e dalle ostilità che il loro modo di intendere il fascismo (e talvolta i rapporti con i tedeschi) suscitava in quegli che – a volte sinceramente, ma piú spesso opportunisticamente – erano disposti ad accettare la Rsi come «il minore dei mali» e, in particolare, come il piú sicuro espediente per «congelare» il piú possibile la situazione rispetto tanto al movimento partigiano quanto ai tedeschi in attesa che la vittoria alleata ristabilisse l'ordine pubblico e sociale e, in questa logica, non volevano che nel frattempo ciò che di tale ordine sopravviveva venisse vieppiú ferito o anche solo messo in discussione da chi avrebbe dovuto invece salvaguardarlo. Un altro motivo fu costituito dalla notevole consistenza che spesso avevano ancora a livello locale i vecchi centri di potere e di interesse economico degli anni del regime che – decisi a non farsi estromettere – trovavano in genere piú vantaggioso sostenere i vecchi fascisti «intransigenti» con i quali erano in genere legati da vecchi e solidi rapporti che non i nuovi, moderati o intransigenti che fossero. Se a questi motivi si aggiunge il fatto che rispetto al «vecchio» fascismo il giudizio, l'atteggiamento morale e i propositi dei giovani e dei giovanissimi poco o nulla avevano in comune con quelli dei fascisti piú anziani (squadristi o «di regime» fa poca differenza), sicché un'effettiva partecipazione degli «idealisti» alla guida del Pfr avrebbe portato ad una rapida emarginazione di gran parte di coloro che l'avevano preso nelle proprie mani all'indomani dell'8 settembre, si capisce bene come in questi scattasse subito una forte reazione di autodifesa. E ciò tanto piú che contro l'«assenza di realismo» e l'«ingenuità romantica» degli «idealisti» essi potevano invocare la «ragion politica» di non alienarsi ambienti e forze sociali del cui consenso la Rsi non poteva fare a meno e ancor piú i tedeschi, per i quali gli «idealisti» costituivano un pericoloso elemento di confusione e di turbamento dell'«ordine» piú confacente ai loro interessi. Se addirittura non si rendevano conto della scarsa simpatia che – fatto salvo il dovere morale di «onorare l'alleanza» – molti «idealisti» avevano per loro.
Detto questo, ci pare opportuno anticipare alcuni punti che svilupperemo piú avanti, ma che – a scanso di equivoci – è bene però fissare sin d'ora. Primo: l'8 settembre portò alla ribalta in maggioranza uomini che volevano prendersi una rivincita sul «fascismo regime» e sulle forze sociali che lo avevano sostenuto e condizionato e gettare le basi di un fascismo diverso dal vecchio. Questo in teoria; in pratica essi si articolavano però in una serie di posizioni e gruppi di potere (alcuni che risalivano agli anni del regime, altri costituitisi successivamente) differenti (e talvolta contrapposti) sia quanto agli obiettivi che si ponevano e ai mezzi per conseguirli, sia per il tipo di rapporti con le forze sociali che comportavano e avevano. Secondo: solo una minima parte di essi si rifaceva al «patrimonio ideale» nazista; nella gran maggioranza dei casi si rifacevano o pensavano di rifarsi ad una tradizione tutta italiana (nella quale le suggestioni e le integrazioni al patrimonio fascista classico piú forti erano quelle mazziniane, pisacaniane e corridoriane), diversa e per molti superiore a quella nazista67. Terzo: giungere alla ribalta fu loro possibile solo per la presenza tedesca, che permise loro di prendere il potere (al centro e in periferia, anche se le motivazioni del sostegno tedesco furono in periferia spesso diverse rispetto a quelle relative al centro), ma non di governare e soprattutto di non governare conformemente all'idea (o, meglio, alle varie idee) del fascismo che avevano. Quarto: da qui una tensione latente e una serie di contrasti piú o meno sotterranei che caratterizzarono la vita della Rsi tra i «nuovi fascisti» da una parte e dall'altra i tedeschi e i vari tipi di «vecchi fascisti», «di regime» e no, che dei tedeschi furono, consapevolmente o inconsapevolmente a seconda dei casi, i «cavalli di Troia» ai vertici della repubblica e i veri uomini piú che i vecchi squadristi delusi.
Nel prossimo capitolo, analizzando i rapporti tra il Pfr e Mussolini, avremo occasione di parlare del suo gruppo dirigente e del suo atteggiamento rispetto alla realtà politica della Rsi; per concludere questa prima sommaria presa di contatto con la realtà del Pfr è però opportuno soffermarci su un punto che ci pare non possa essere assolutamente trascurato se la si vuol veramente capire. A prendere in mano il partito, soprattutto ai livelli alti e medio alti, e a dare ad esso l'impronta, lo «stile» fu una serie di elementi che erano sí pressoché tutti espressione delle varie anime ostili al vecchio fascismo «di regime», ma che erano pur sempre troppo fascisti – nel senso che questo termine era venuto assumendo in venti e piú anni – e soprattutto troppo partecipi di una mentalità, di un modo di concepire il potere, di esercitarlo e di farlo rispettare68 per potere – anche se lo avessero voluto – essere diversi da quello che erano o che dicevano, anche in buona fede, di non essere. Da qui la diffidenza e talvolta l'ostilità da essi nutrite non solo verso coloro che auspicavano un fascismo del tutto diverso, ma anche nei confronti di quei vecchi fascisti che negli anni del regime si erano defilati o erano stati tenuti ai margini del potere perché non volevano sentirsi responsabili di un andazzo che non rispondeva alla loro idea del fascismo69. E ciò, per di piú, in una situazione che in parte oggettivamente, in parte per l'atteggiamento dei tedeschi, in parte per la riapparizione sulla scena di alcuni tra i piú torbidi esponenti del regime, ben decisi a riacquistare il perduto potere e pronti a tutto per riuscirvi, in parte, in fine, per loro stessa colpa, andava facendosi sempre piú difficile, sicché essi si sarebbero venuti, via via che il tempo passava, a trovarsi in una sorta di spirale dalla quale era impossibile uscire per i loro timori di perdere il controllo della situazione.
Per penetrarne alcuni significativi risvolti psicologico-culturali, morali e politici di questa realtà un documento assai illuminante sono, a nostro avviso, le memorie di Fulvio Balisti70, forse la figura moralmente piú limpida di tutto il gruppo dirigente repubblicano. Un fascista di formazione dannunziana che, dopo le delusioni degli anni trenta e l'esperienza fatta in Africa settentrionale (dove aveva perso una gamba al comando del 1° battaglione «Giovani fascisti»), al momento dell'armistizio non era praticamente piú tale; si sentiva «un esule in patria»; faceva carico a Mussolini di non aver reagito – nonostante ritenesse la guerra questione «di vita o di morte per la nazione» – «all'evidente decadenza di un potere politico da lui stesso voluto e dispoticamente guidato», ma che, di fronte al comportamento di «un re che manda alla guerra i cittadini e poi... li abbandona fuggendo» e alla notizia della liberazione di Mussolini (che, pure aveva suscitato in lui contrastanti reazioni), aveva finito – «non sentendomi di battere i sentieri della montagna» e rifiutando ogni doppio giuoco – per aderire alla Rsi auspicando una «guerra rivoluzionaria» non solo e non tanto contro le «nazioni privilegiate», ma soprattutto contro le «caste», lo scadimento del sistema e l'immortalità degli uomini del fascismo.
Della partecipazione di Balisti alle vicende della Rsi parleremo nei prossimi capitoli. Le motivazioni di fondo della sua adesione meritano però di essere qui anticipate, perché alla loro luce si comprende meglio anche quella di un buon numero di «idealisti».
Come molti di costoro Balisti era consapevole che nel paese ciò che dominava erano incertezza, smarrimento, e sbigottimento, «una diffusa reazione antifascista» e un'altrettanto diffusa attesa della fine della guerra e che in una situazione simile le possibilità di affermazione della Rsi erano estremamente precarie, per non dire nulle. Altrettanto chiari gli erano gli errori e le colpe del fascismo e il rischio che esso finisse per esaurirsi nella critica e nella condanna degli uomini del regime maggiormente responsabili di essi e non si interrogasse sulle responsabilità del sistema. Piú che «infierire sui ruderi», l'importante era per lui «buttare delle pietre nelle nuove fondamenta», operare innanzi tutto e con decisione per un rinnovamento del costume. Solo se fosse riuscita a «fare i repubblicani» e a liberarsi dello «spirito di parte» che attribuiva agli altrui tradimenti l'andamento rovinoso della guerra la Rsi avrebbe avuto un senso. Avrebbe potuto costituire «una prova suprema che acquistasse il valore di un'affermazione ideale, il contrassegno di un olocausto, l'efficacia di una riparazione». Su questa strada l'ostacolo maggiore era costituito però da «quella mentalità che aveva trovato, specialmente nell'Urbe, i suoi motivi coreografici, i suoi facili profitti, i suoi compiacenti meandri» e che aveva portato anche nella Rsi «i suoi costumi ed i suoi maggiori esemplari». Anche di questo Balisti fu sin dall'inizio pienamente consapevole. Contrariamente ad altri che non se la sentirono di aderire alla Rsi «perché erano gli stessi uomini e gli stessi sistemi» di prima, non solo aderí, ma, nonostante non si sentisse sostanzialmente piú «fascista», si impegnò nella sua vita politica («quando i ladri sono in casa, bisogna entrare in casa per buttar fuori i ladri») diventandone un esponente di primo piano, in cui si riconobbe la parte migliore degli «idealisti») e, sia pure per un breve momento, l'«uomo nuovo» in alternativa a Pavolini, di cui in campo «idealista» fu – ben lo si può dire – l'esatto contrario da ogni punto di vista.
Nonostante il tono generalmente ovattato e talvolta apertamente reticente, i rapporti dei prefetti e dei questori al ministero dell'Interno e quelli, assai piú espliciti, del capo della polizia a Mussolini degli ultimi mesi del 1943 e dei primi del 1944 mettono in luce una realtà nella quale il partito appare molto spesso caratterizzato da personalismi e contrasti interni che rendevano difficile, se non impossibile, il coordinamento e il controllo delle sue varie attività e dei suoi rapporti con gli organismi, sia ad esso subordinati, sia dello Stato, che dovevano occuparsi o di fatto si occupavano di tutta una serie di questioni, da quelle piú propriamente tecniche a quelle dell'ordine pubblico e della lotta contro i partigiani, sicché in molte località, e specialmente in quelle piú «calde», le une e le altre erano in buona parte appannaggio di gruppi di estremisti, di violenti e di teppisti. E ciò nonostante che il 23 dicembre Mussolini fosse intervenuto personalmente per cercare di porre freno a questo stato di fatto inviando a tutti i capi delle province (cioè ai prefetti) e per conoscenza a Graziani, Pisenti, Pavolini e Ricci (rispettivamente ministri della Difesa nazionale e della Giustizia, segretario del Pfr e comandante della Gnr) il seguente telegramma71:
Da troppo tempo è ormai invalso il costume degli arresti o fermi o prelevamenti di persone senza flagranza o evidente motivo e spesso non si sà chi abbia impartito tali ordini. Tutto ciò non è repubblica, né fascismo ma confusione, arbitrio e anarchia. Tutto ciò determina uno stato d'animo di incertezza e di panico che finisce per alimentare il cosiddetto ribellismo ed è comunque deleterio ai fini di quella ripresa nazionale che dev'essere il supremo degli obiettivi per quanti sono italiani degni ancora di questo nome. Episodi del genere devono assolutamente finire. Della esecuzione di quest'ordine terrò personalmente responsabili i Capi delle Provincie.
Quattro mesi dopo questo intervento di Mussolini la situazione non sarebbe stata però migliore, tanto che il capo della polizia, a cui pervenivano da un numero crescente di prefetti e di questori rapporti sempre piú allarmati sulla situazione nelle varie zone (tipico questo, in data 31 marzo, da Firenze: «la situazione politica è quella che è: gli uomini che reggono il partito non godono fiducia; ai primitivi entusiasmi è succeduto un periodo di abbattimento e di non curanza»72) sentí il dovere di mettere senza troppe perifrasi le carte in tavola con Mussolini73:
Le persecuzioni per semplici risentimenti personali, specialmente nei piccoli centri di provincia – gli scrisse – continuano vergognosamente e non sempre i capi provincia riescono ad imporsi a gerarchetti di molto dubbia onestà. Tutto ciò non fa che indebolire l'autorità centrale. In molti è invalsa l'opinione che i capi provincia trovano al centro un netto contrasto fra Ministero dell'Interno e Direzione del Partito che si fa prendere piú la mano dai commissari federali e da elementi irragionevoli i quali sono fomite di disordine nel paese. A questo si attribuisce la indecisione di alcuni prefetti.
Da qui una nuova decisione adottata da Mussolini il 30 giugno 1944 su suggerimento di Pavolini e sotto lo choc della caduta di Roma e della crisi da essa provocata nella Gnr e nel tessuto amministrativo di molte zone, a cominciare dall'Emilia e dalla Romagna che estese a tutte le trentaquattro federazioni del Pfr una iniziativa presa a Milano da V. Costa con l'istituzione del reggimento federale «Il Carroccio»: ogni federazione provinciale doveva inquadrare (alle dirette dipendenze del commissario federale) tutte le squadre, gruppi e formazioni di partito in una propria Brigata nera74.
| Sede | Brigata | Comandante | Forza |
|---|---|---|---|
| Alessandria | Prato | Monero | 770 |
| Aosta | Picot | Berio | 400 |
| Asti | Viale | Ricci | 550 |
| Bergamo | Cortesi | Berizzi | 650 |
| Bologna | Facchini | Cerchiari | 1 280 |
| Brescia | Tognú | Becherini | 830 |
| Como | Rodini | Porta | 1 100 |
| Cremona | Felisari | Milillo | 950 |
| Cuneo | Lidonnici | Ronza | 610 |
| Ferrara | Ghisellini | Randi | 700 |
| Genova | Parodi | Faloppa | 800 |
| Imperia | Padoan | Massina | 400 |
| La Spezia | Bertoni | Barone | 440 |
| Mantova | Turchetti | Motta | 900 |
| Mergozzo (Va), già Ravenna | Muti | Montanari | 770 |
| Milano | Resega | Costa | 3 535 |
| Modena | Pistoni | Tarabini | 530 |
| Novara | Cristina | Pozzi | 440 |
| Padova | Begon | Vivarelli | 840 |
| Parma | Gavazzoli | Rognoni | 600 |
| Pavia | Alfieri | Cattaneo | 518 |
| Piacenza | Astorri | Graziani | 500 |
| Reggio Emilia | Ferrari | Rossi | 650 |
| Rovigo | Gori | Zamboni | 415 |
| Savona | Briatore | Aicardi | 400 |
| Sondrio | Gatti | Parmeggiani | 600 |
| Thiene (Vi), già Forlí | Capanni | Bedeschi | 790 |
| Torino | Capelli | Solaro | 1 800 |
| Treviso | Cavallin | Galante | 500 |
| Varese | Gervasini | Gagliardi | 800 |
| Venezia | Azara | Carducci | 910 |
| Vercelli | Ponzecchi | Bertozzi | 560 |
| Verona | Rizzardi | Valeri | 900 |
| Vicenza | Faggion | Radicioni | 600 |
A queste Brigate nere territoriali se ne affiancavano altre 6 mobili
| Numero / Sede | Brigata | Comandante | Forza |
|---|---|---|---|
| I Milano | Ricciarelli | Biagioni | 600 |
| II Padova | Mercuri | Matteotti | 400 |
| III Bologna | Pappalardo | Torri | 600 |
| IV Dronero (Cn) | Resega | Mussini | 750 |
| V Brescia | Quagliata | Pellegrini | 900 |
| VI Milano | Dalmazia | Canzia | 230 |
Anche questa decisione, volta a disciplinare il partito e a fargli recuperare credibilità, non avrebbe sortito però alcun effetto. Tranne che per poche Brigate nere di federazioni rette da uomini piú energici e politicamente consapevoli della necessità di non disperdere le forze in azioni piú o meno estemporanee e scoordinate e di evitare eccessi e violenze controproducenti, il provvedimento finí anzi per aggravare la situazione, acuendo il latente dualismo operativo tra la Gnr (che in numerose federazioni si vide di fatto sottrarre buona parte delle sue competenze) e il partito, aumentare il discredito di questo, facendone sempre piú non già l'animatore della vita politica della repubblica, ma l'esecutore diretto della lotta antipartigiana; con tutte le conseguenze che ciò comportava, di provocare prima un attrito e un dualismo tra Pfr e Brigate nere da una parte e Gnr dall'altra, poi un progressivo sgretolamento morale e organizzativo di questa e un peggioramento dei già spesso non facili rapporti tra la polizia e il partito a quella di spingere i piú dei commissari federali a dedicarsi pressoché completamente all'organizzazione e all'impiego delle Brigate nere e di trascurare le altre attività «d'istituto» (assistenziali, sindacali, ecc.).
Poiché delle Brigate nere avremo occasione di tornare a parlare ampiamente nei prossimi capitoli, a questo punto del nostro discorso, piuttosto che dilungarci su di esse, ci pare piú utile cercare di trarre da quanto sin qui detto una prima sommaria conclusione sull'evoluzione dell'atteggiamento di quella parte – complessivamente piú consistente di quanto comunemente affermato – della popolazione che – a vario titolo e misura – non si era all'inizio schierata contro la Rsi e sul peso negativo che su tale evoluzione giuocò il partito.
Riassumendo al massimo (e, quindi, schematizzando inevitabilmente un po'), le testimonianze coeve disponibili e in specie i rapporti della polizia mettono in luce almeno sei costanti piú significative che evidenziano bene sia altrettante peculiarità della realtà saloina sia il rapporto, il nesso che intercorreva tra esse.
Prima: dopo l'iniziale afflusso, le iscrizioni al Pfr subirono ovunque un ristagno che solo in parte può essere attribuito ai risultati indubbiamente positivi conseguiti nelle prime settimane.
Seconda: parallelamente, da parte di coloro che nell'ottica fascista erano definiti «in buona fede» si venne manifestando una crescente delusione (che spiega in parte il rapido ristagno delle iscrizioni al Pfr) per il «ritorno ad abitudini e metodi anti 25 luglio (lettere di raccomandazione, ordini perentori non giustificati, ingerenze non consentite, retorica demagogica, ecc.»75.
Terza: in seno all'estremismo fascista venne invece montando un doppio stato d'animo, di delusione, per la «colpevole debolezza» verso il «nemico» del governo e dello stesso partito, e di vittimismo, per le critiche e i provvedimenti adottati talvolta nei confronti di alcuni suoi esponenti o in occasione di iniziative unilaterali troppo spinte; uno stato d'animo che nell'estate del 1944 sarebbe giunto sino ad esprimere gruppi quali a Torino il «Movimento rivoluzionario dei repubblicani integralisti» e a Milano le «Squadre della vendetta» e i «Fascisti indipendenti»76 che con le loro violenze aumentarono il discredito e l'ostilità popolari già di per sé assai vasti nei confronti della Rsi e seminarono il disorientamento anche nelle fila fasciste.
Quarta: a livello di coloro che si potrebbero grosso modo definire gli «agnostici benpensanti», di coloro cioè – in genere (ma non solo) di condizione sociale medio-alta – che non erano né fascisti né antifascisti, ma, deprecando ogni violenza da qualsiasi parte venisse, avevano inizialmente creduto che lo «Stato» repubblicano fosse in grado, se non proprio di impedirle, almeno di ridurne di molto l'entità, le speranze nella Rsi diminuirono velocemente, sino a cadere pressoché a zero nelle località nelle quali il partito si dimostrava piú «inefficiente» e protagonista esso stesso di abusi e di violenze. Delusi nelle loro speranze, il loro biasimo, la loro ostilità in certi casi, si riversarono innanzi tutto sul partito da essi considerato, in periferia, o la causa prima o altrettanto responsabile degli antifascisti delle violenze e, al centro, incapace di imporsi sulla periferia e dunque – come si legge in un rapporto relativo al Vicentino, ma che trova riscontri pressoché unanimi in altri relativi ad altre zone77 – «riguardato ovunque con sfiducia perché della corrente irragionevole ed estremista, la cui direzione è composta di deboli e tarati elementi che si fanno dominare da quanto c'è di spurio nella periferia». In un secondo tempo si riversarono però spesso anche sul governo, sullo «Stato repubblicano» e su Mussolini. E, quel che piú conta, fecero profondamente breccia, sino a spingerla spesso a superare le iniziali diffidenze e ostilità verso il movimento partigiano in un'altra categoria, costituita in larga parte dai ceti burocratici, che all'inizio (quando era sembrato che nel giro di poche settimane, al massimo di pochi mesi, tutto sarebbe finito) aveva aderito alla Rsi (ma, in genere, non al Pfr, sin d'allora giudicato negativamente) non perché credesse in essa, si facesse illusioni sull'esito finale della guerra o fosse in qualche misura ancora succube del mito di Mussolini, ma perché – come bene ha spiegato Luigi Bolla78 – pensava che nella situazione nella quale versava il paese piú che alla forma si dovesse guardare alla sostanza e, dunque, «rimboccarsi le maniche» e, «per evitare che i tedeschi facessero terra bruciata prima di ritirarsi o arrendersi», operare «al servizio dello Stato», che in quel momento era quello repubblicano, ma che era anche e soprattutto quello che, risorto dalle rovine della guerra, avrebbe dovuto provvedere alla ricostruzione del paese e che, pertanto, andava salvaguardato nelle sue strutture portanti cosí che non arrivasse alla fine di essa completamente disintegrato e non in grado sia di far fronte agli enormi compiti che avrebbe dovuto assolvere, sia di impedire che del suo crollo approfittassero i partiti «antinazionali».
Quinta: se questo era lo stato d'animo degli «agnostici» e di coloro sui quali inizialmente aveva prevalso un «senso dello stato», che, al solito, possiamo oggi non capire o addirittura non considerare tale, ma che ebbe comunque un peso che non può essere ignorato, non è difficile immaginare quale fosse quello della gran maggioranza della gente comune che giudicava la situazione soprattutto in base a come essa incideva sulla sua vita quotidiana e per la quale l'operato del Pfr assumeva pertanto un valore decisivo. Invece di dilungarci in una serie di citazioni meramente ripetitive, anche se riferentisi a zone diverse, crediamo che piú utile a comprendere tale stato d'animo e certe sue nuances sia un lungo pro-memoria a carattere riassuntivo stilato il 29 aprile 1944 per Mussolini dal capo della polizia79. A fianco di una serie di considerazioni su questioni e aspetti particolari connesse ai «sentimenti popolari» e alla loro evoluzione nei sei-sette mesi precedenti in esso si legge:
È veramente doloroso constatare la generale impopolarità di cui è circondato il partito nelle provincie. Non è a dire che il fenomeno sia limitato a zone o, comunque, legato a situazioni ambientali o al comportamento di determinati dirigenti – No. Si tratta di uno stato d'animo collettivo, comune al grande ed al piccolo centro – identico in tutte le località. Esso ha quindi la sua origine nell'impostazione generale dell'attività del partito, ricalcata sui vecchi ed abusati cliché, basata sugli stessi errori di psicologia, sulla stessa avventata scelta degli uomini, sull'inopportunità dei sistemi, ispirata alla solita politica di personalismi, di puntigli, di intempestive trovate, che ha dato – specialmente negli ultimi anni – tanto ai nervi agli italiani di tutte le categorie.
Nulla a ridire se tutto ciò mirasse almeno a qualche cosa, se si riferisse ad un programma preciso, se denunciasse uno scopo da raggiungere. Ma non si ha questa impressione mentre invece gli scopi del partito potrebbero essere molti e sostanziali, qualora si spaziasse in un campo piú aperto e piú alto – soprattutto piú consono alle molteplici, serie esigenze del momento.
Comincia ad essere invece apprezzata e sentita, dalla generalità della popolazione e degli stessi elementi che nutrono scarsa simpatia per il fascismo, l'azione del governo repubblicano che, pur presentando in alcuni settori delle deficienze, si rivela ispirata a quei criteri di giustizia e di legalità che sul nostro popolo hanno sempre fatto presa.
Sesta: la conseguenza piú evidente fu il diffondersi e il radicarsi sempre piú di uno stato d'animo (che i rapporti di polizia definiscono unanimemente «depresso») di scoraggiamento, di stanchezza, di sfiducia nel quale le uniche cose che avevano vera consistenza, che facevano breccia nel profondo degli animi e lo caratterizzavano nei comportamenti erano le preoccupazioni d'ordine quotidiano provocate dalle crescenti difficoltà economiche e di vita in genere e il desiderio che tutto finisse il piú presto possibile, che arrivasse finalmente la pace. Del resto la grande maggioranza della gente si disinteressava completamente, evitando il piú possibile di compromettersi con qualsiasi presa di posizione, non solo a favore o contro i fascisti, ma anche nei confronti della resistenza. «La popolazione continua a mantenersi estranea ad ogni attività politica»: questo (o qualcosa di molto simile) è il leitmotiv piú ricorrente in tutti i rapporti di polizia, anche piú della denuncia delle critiche e dell'avversione al partito, pure tutt'altro che infrequente e della quale i rapporti della polizia – soprattutto quelli redatti dai suoi vertici – non facevano mistero. Né il quadro può considerarsi con ciò completo, ché anche coloro che non arrivavano al completo disinteresse o, addirittura, propendevano nell'intimo in qualche misura per la Rsi preferivano attendere prima di assumere qualsiasi atteggiamento come si mettessero le cose, se non addirittura che fossero queste a costringerli a scegliere uno piuttosto che un altro atteggiamento, un campo piuttosto che un altro. Significativo è a questo proposito l'ultimo articolo scritto da Gentile prima della sua uccisione per stigmatizzare «il sofisma dei prudenti»80.
Abbiamo già detto quanto il desiderio di pace e, in attesa di essa, il disinteresse per tutto ciò che non era immediatamente attinente alla propria sopravvivenza e la tendenza a chiudersi nel proprio guscio fossero diffusissimi e profondi e temporalmente precedenti al manifestarsi su vasta scala della violenza fascista e della guerra civile. Ciò nonostante viene naturale chiedersi perché, stante la situazione che abbiamo ora delineato a grandissime linee, la resistenza tardò tanto ad allargare il consenso, soprattutto attivo, attorno a sé e perché esso si presenta a chi lo studi senza farsi condizionare da preconcetti ideologico-politici non sotto forma di un'adesione convinta, piena, ma come qualcosa di «coatto» e persino di fluttuante, frutto cioè di circostanze particolari che inducevano a credere che aderire alla resistenza fosse meno pericoloso che conservare quell'atteggiamento di estraneità a tutto e di passività che nell'intimo piú corrispondeva al proprio stato d'animo. Per rispondere a questo interrogativo è necessario, cosí come abbiamo delineato le vicende essenzialissime del fascismo dopo l'8 settembre e indicato alcuni dei caratteri piú importanti da esso assunti, fare lo stesso per il movimento partigiano. Per avere tutti gli elementi per rispondere nel modo piú articolato possibile è però bene soffermarci prima su un aspetto della realtà saloina dal quale solo recentemente l'attenzione degli studiosi è stata richiamata da Lutz Klinkhammer nel suo L'occupazione tedesca in Italia.
Per incredibile che possa a prima vista sembrare, nella situazione che abbiamo tratteggiato per la Rsi qualcosa di «positivo» vi era. Un qualcosa che spiega perché la repubblica sarebbe giunta alla vigilia della propria fine in una condizione che, pur essendo estremamente grave, non è paragonabile per quel che riguardava le condizioni di vita della popolazione con quella di altri paesi occupati dai tedeschi e che si traduceva in un atteggiamento, nonostante tutto, di diffusa, perdurante passività politica. Sicché la resistenza – pur estendendo via via il suo contropotere e la sua influenza – non fu in grado di assicurarsi una vera, stabile e accettata egemonia politica sulla maggioranza della popolazione che, se per un verso era ostile ai tedeschi e ai fascisti, per un altro trovava nella situazione esistente margini di sopravvivenza (maggiori o minori a seconda delle zone e dei ceti sociali) che non voleva mettere a rischio prendendo apertamente posizione per la resistenza e che trovava in ciò aiuto sia nei micropoteri della burocrazia statale civile e dei funzionari amministrativi locali (ché, come vedremo, il regime repubblicano venne rapidamente assumendo un duplice carattere, per un verso di una policrazia tanto diffusa quanto «anarchica», per un altro di un sistema di micropoteri che, soprattutto localmente, si esplicavano sfruttando le tensioni e i contrasti interni alla prima e gli spazi vuoti da essi determinati) e nel prestigio che, in quei frangenti, il clero godeva presso un po' tutte le autorità, sia nella strategia politica tedesca e dell'ambasciatore Rahn in specie.
Consapevole dell'onere e dei danni che un'azione repressiva indiscriminata contro i civili avrebbe costituito per la politica d'occupazione tedesca, Rahn infatti cercò e in parte riuscí a contenerla, giuocando sul fatto che – al contrario di altri esponenti della leadership nazista – Hitler era deciso a considerare almeno formalmente la Rsi non un paese occupato ma alleato e Mussolini il suo partenaire privilegiato. Sicché – e con questo veniamo al nocciolo del problema che qui ci interessa per completare il quadro della situazione – come, ponendosi di fronte alla realtà della Rsi senza farsi condizionare da tesi precostituite ha bene dimostrato di capire bene Klinkhammer, allorché ha scritto81:
Quantunque la potenza occupante non sia riuscita a controllare con efficacia il settore dell'alimentazione e a garantire dirigisticamente l'approvvigionamento della popolazione, quantunque non sia riuscita a servirsi nel modo migliore della massa operaia in favore dell'economia tedesca di guerra, quantunque non sia riuscita a contenere il movimento partigiano in costante crescita, proprio questo «fallimento» consentí alla popolazione di esercitarsi nell'arte di arrangiarsi. D'altra parte, lo sforzo di sfuggire alla presa della potenza occupante portò in molti settori a una cooperazione parziale, che probabilmente per i tedeschi fu piú efficace di un piú forte controllo del paese che sarebbe stato possibile imporre soltanto con il terrore. In tal caso, infatti, alla popolazione non sarebbe rimasta che la scelta tra resistenza armata e collaborazione, e la «passività» politica (simulata o reale) sarebbe divenuta impossibile. Ma proprio questa forma di «attendismo» (in cui le simpatie della popolazione potevano tranquillamente essere rivolte al movimento di resistenza) non fu dannosa al funzionamento del sistema di occupazione. Consapevole di questo meccanismo, Rahn dopo lo sbarco degli Alleati nella Francia meridionale nell'agosto 1944 osservò non a torto che in fondo un successo non indifferente della sua «tattica elastica» era stato che nel momento in cui gli anglo-americani combattevano nelle vicinanze del confine italo-francese, a Torino e a Milano si era continuato a lavorare senza eccezione. E in effetti la potenza occupante riuscí a tenere sotto un fragile controllo l'Italia settentrionale (le città, non le regioni montane) fino alla fine della guerra. La strategia di Rahn, di rinunziare per quanto possibile alla repressione in favore dei vari gradi di collaborazione, cooperazione o almeno non opposizione, offrí alla maggioranza della popolazione certi vantaggi, anche se in diversi settori del dominio tedesco questa strategia venne sabotata da altri organi di occupazione.
Ciò si verificò soprattutto nella lotta contro i partigiani, ma anche nella deportazione terroristica di settori della popolazione e nella deportazione razzista degli ebrei italiani, il cui ordine di grandezza tuttavia non fu tale da inficiare nel suo complesso il sistema dell'occupazione e da provocare una rivolta generale.
In una «estemporanea e agitata» riunione tenutasi il 9 settembre a Roma i rappresentanti dei partiti (democristiano, liberale, socialista, comunista, d'azione e demolaburista) che avevano dato vita al Comitato nazionale delle correnti antifasciste (nato dal superamento delle divisioni tra il comitato «romano» e quello «milanese») approvarono un appello in cui era affermato82:
Nel momento in cui il nazismo tenta di restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di liberazione nazionale per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza e per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni.
Compito precipuo del Cln centrale sarebbe dovuto essere quello di animare e coordinare la resistenza civile e militare. In effetti il suo contributo in tal senso sarebbe stato però, persino a Roma, scarso ed episodico. Nonostante desse vita a questo scopo ad una propria giunta militare, la sua influenza non sarebbe andata infatti oltre Roma e alcune zone circonvicine e, quel che piú conta, l'iniziativa militare si sarebbe concentrata nelle mani dei singoli partiti e in particolare di quelli di sinistra, meglio organizzati e piú forti e che si sarebbero mossi in sostanziale autonomia rispetto ad esso83, ovvero di formazioni che non facevano capo ai sei partiti del Cln, ne criticavano la chiusura «oligarchica» non ne condividevano gli indirizzi politici e, in certi casi, gli si opponevano; per non dire delle formazioni «badogliane» in collegamento con i comandi e i servizi militari riorganizzatisi al sud. Sin dai primi giorni il Cln centrale si impegnò invece soprattutto in una serie di questioni politiche e in particolare in quelle relative all'atteggiamento nei confronti di Vittorio Emanuele III, del governo Badoglio e dell'istituto monarchico. Questioni certo importanti, ma rispetto alle quali il suo peso effettivo era in quel momento assai ridotto, essendo gli Alleati interessati molto piú che ad esse al rapporto con il re e con Badoglio, con la controparte cioè con la quale avevano concluso l'armistizio e che dava loro maggiori garanzie, e che, oltre ad assorbire gran parte delle sue energie, suscitavano tensioni e contrasti sia al suo interno, sia con gli stessi partiti che lo formavano e che agivano al sud, sia con gli altri gruppi che non ne facevano parte. Il tutto, per di piú, dovendo operare in una difficile condizione di clandestinità (che in certi momenti rendeva laboriosi e talvolta impossibili gli stessi contatti tra i suoi membri), con ridotte fonti di informazione e inadeguati canali di comunicazione con il resto del paese ed essendo spesso sopravvanzate da avvenimenti – quali, in ottobre, la dichiarazione di guerra alla Germania da parte del governo Badoglio e, poi, l'arrivo di Togliatti dall'Urss – che accrescevano, almeno momentaneamente, il peso politico di Badoglio, aumentavano i motivi di tensione al suo interno e facevano del sud (dove oltre tutto erano uomini come Croce, Sforza, Togliatti piú rappresentativi e piú conosciuti internazionalmente, salvo qualche eccezione come quella di Bonomi, dei componenti il Cln centrale) il vero centro guida della politica antifascista e, per quel che era possibile dato che i rapporti con il centro-nord erano in gran parte controllati dai servizi segreti alleati e dal Sim, il centro motore dei collegamenti e degli aiuti al movimento partigiano84.
Scarso ed episodico a Roma e nelle zone circonvicine, il contributo del Cln centrale al primo organizzarsi della resistenza e al suo successivo sviluppo fu sino alla liberazione della capitale, nove mesi dopo l'8 settembre, quanto al nord anche minore. Sotto questo profilo, maggiore fu (non riguardo alla primissima fase organizzativa, ma al successivo sviluppo) quello del Cln meridionale, che si poté giovare in qualche misura dell'aiuto degli Alleati e del governo Badoglio. Né, per la verità, molto piú cospicuo fu sulle prime il contributo dei partiti antifascisti singolarmente presi. All'8 settembre non solo la loro riorganizzazione era infatti ancora ad uno stadio pressoché embrionale, ma nessuno di essi – neppure il Pci, il solo «teoricamente» preparato ad una lotta armata e che disponeva dei quadri per organizzarla (e tra essi alcuni che avevano alle spalle l'esperienza della guerra civile in Spagna), in maggioranza ex detenuti nelle carceri e nei luoghi di confino fascisti tornati in libertà durante i quarantacinque giorni del governo Badoglio e all'annuncio dell'armistizio – aveva previsto con chiarezza «l'evento inevitabile, anzi necessario, della guerra contro i nazifascisti in Italia» e «non si era perciò posto il problema di affrontarla e di organizzarla»85.
In pratica – come in campo fascista avvenne in quegli stessi giorni per la ricostituzione del partito – i primi nuclei della resistenza si costituirono spontaneamente, sia ad iniziativa di piccoli gruppi di antifascisti (in genere comunisti e azionisti) fortemente motivati, ma che con i partiti avevano rapporti spesso piú ideali o di tipo interpersonale che non organici, sui quali l'appello del Cln del 9 settembre (se lo conobbero) non ebbe praticamente influenza86 (cosí come, del resto, non ne ebbero quelli del governo Badoglio sui militari che negli stessi giorni dettero vita a propri nuclei di resistenza) sia superando perplessità e incertezze su cosa, in quei frangenti, fosse meglio fare87. E pressoché contestualmente ad opera di un certo numero di militari sbandati mossi dai sentimenti piú diversi. Alfredo Pizzoni è stato in proposito esplicito88:
Nei ranghi delle forze di Liberazione accorsero, nei primi tempi, pochissimi intellettuali, alcuni gruppi di agitatori politici, un certo numero di umili operai, mossi da idealità di partito; ma il maggior contingente fu apportato da militari che provenivano dalle unità dell'esercito regolare, miseramente sbandatesi nei giorni dell'armistizio. Erano questi uomini, ammirevoli per i sentimenti di onor militare e di amor di patria che li spingevano verso una resistenza che appariva disperata e piena di incognite, ma nella maggioranza senza idee chiare né propositi fermi, disposti a battersi, ma spinti alla macchia anche dalla mancanza di un qualsiasi punto di appoggio o centro di raccolta, e anche talvolta pronti a desistere dall'impresa, qualora si presentasse loro la possibilità di un rifugio sicuro o di un rientro alle loro case.
Si capisce cosí perché, nell'uno come nell'altro caso, il movimento di resistenza si manifestasse e si sviluppasse prima e maggiormente rispetto alle altre regioni nella Venezia Giulia e in Piemonte e, sia qui che altrove, soprattutto nelle zone montane. Nella Venezia Giulia per la vicinanza di preesistenti formazioni slovene; in Piemonte perché azionisti e comunisti, ma anche socialisti e liberali vi avevano radici profonde e una serie di elementi non solo fortemente motivati, ma spesso forniti di una buona esperienza militare. A ciò si deve aggiungere che se ovunque l'8 settembre provocò la dissoluzione dei reparti militari in loco, questi erano piú consistenti nella Venezia Giulia (data la vicinanza del fronte) e in Piemonte, dove l'armistizio colse buona parte della 4ª Armata in trasferimento dalla Francia in Italia, sicché esso si trovò ad essere il luogo in cui soprattutto si consumò la sua dissoluzione89. Con tutto quello che da ciò derivò (e che si verificò anche altrove, ma in Piemonte in misure molto piú ampie): un gran numero di sbandati alla ricerca di salvezza e di rifugio per sottrarsi ai tedeschi e che potevano essere trovati molto piú in montagna che nelle campagne o nelle città; armi, attrezzature e rifornimenti in quantità abbandonati e, almeno nei primi giorni, facilmente recuperabili e occultabili; e – fatto senza riscontro altrove – la «disponibilità» della ricca cassa della 4ª Armata, messa in gran parte in salvo dall'intendente dell'armata, il generale Raffaello Operti, che per alcuni, ma decisivi mesi (sino a quando durarono i suoi rapporti con il Cln piemontese) l'avrebbe utilizzata per mettere il Cln e singole formazioni partigiane del Piemonte in grado di disporre di una base finanziaria90.
Senza voler sminuire il ruolo che nel prender corpo della resistenza ebbero i partiti antifascisti e spesso gli antifascisti tout court, dato che in molti casi le due realtà, specie agli inizi, non coincisero91, ma non volendo neppure scadere nella retorica resistenziale, una cosa deve essere ben chiara: alla origine della resistenza fu il repentino e totale sbandamento dell'esercito seguito all'annuncio dell'armistizio e consumatosi nel giro di pochissimi giorni in forme e misure tali che solo il termine dissoluzione vale a darne una pallida idea, e che spiega come già il 10 settembre l'alto comando tedesco potesse senza eccessiva esagerazione affermare «le forze armate italiane non esistono piú». Al loro posto vi era ormai una massa di sbandati che, gettate le armi, pensava solo a procurarsi abiti borghesi, a sfuggire ai tedeschi e a mettersi in salvo. Se possibile, a raggiungere le proprie case, i propri paesi di origine o, almeno, a trovare un rifugio. Un rifugio che, nonostante l'aiuto loro largamente prestato dalla popolazione, soprattutto contadina e in particolare dalle donne (che vedevano in essi dei «poveri figli di mamma» e li aiutavano pensando ai propri figli e familiari che forse si trovano nelle stesse condizioni92), non poteva che essere lontano dai centri urbani (dove era piú difficile arrivare e soprattutto trovare da nascondersi e da vivere) e dalle strade di maggior comunicazione, e cioè in montagna. E sui monti infatti, nelle vallate e negli altipiani appenninici e alpini, si rifugiò parte di questi sbandati, in gran maggioranza semplici soldati, ché gli ufficiali, specie dei gradi piú elevati, avevano maggiori e diverse possibilità di mettersi in salvo.
Nella grande maggioranza dei casi questi sbandati non volevano assolutamente piú sentir parlare di combattere, erano convinti che la guerra stesse per finire e vivevano in attesa di questo evento. Trovato un rifugio, davano talvolta addirittura l'impressione di «campeggiatori, dopolavoristi, un gruppo di amici in un rifugio alpino»93 in attesa di tornare a casa; disposti in caso di necessità a procurarsi di che vivere anche ricorrendo al furto e alla rapina, ovvero – quando si sarebbero dovuti convincere che la fine della guerra era ancora lontana, sicché per loro la prospettiva era quella di trascorrere l'inverno in montagna – di scegliere il male minore, fosse quello di unirsi a qualche banda partigiana, ma abbandonarla se le cose si mettevano al brutto («Quando c'è da nascondersi, da ricevere un pasto caldo tutti i giorni, arrivano in duecento...», disse un giorno sconsolato Filippo Maria Beltrami, il comandante della brigata «Patrioti Valstrona»94, «quando c'è da combattere, rimangono in cinquanta...») o quello di aderire alla Rsi o addirittura di passare alla Wehrmacht o di andare a lavorare per la Todt95, pronti per altro a disertare anche lí se si fosse trattato di andare in Germania o di combattere. Ché, lo ripetiamo, il sentimento predominante era costituito per i piú – anche per coloro i cui rifugi erano in prossimità di formazioni partigiane – dal rifiuto di tornare a combattere, a favore di chiunque.
Si arrivava persino a questo estremo – ha scritto Dante Livio Bianco96 –: che c'erano dei gruppi di sbandati in perfetta efficienza militare, armati ed equipaggiati di tutto punto, i quali però non volevano assolutamente saperne di diventare partigiani, e stavano lí colle mani in mano, ad aspettare non si sa bene cosa... Non ci fu mai verso di convincerli ad entrare in banda; dicevano che tenevano le armi solo per difendersi se attaccati, e basta.
Nel 1948, prima che la retorica sfigurasse completamente l'immagine effettiva della resistenza, uno dei suoi massimi dirigenti comunisti, Luigi Longo, tracciò nel suo Un popolo alla macchia97 un realistico quadro di questa situazione:
In generale, le grandi masse di soldati e di civili che dopo l'8 settembre avevano abbandonato le caserme e le abitazioni per raggiungere la macchia erano e restavano nella loro grande maggioranza, durante le prime settimane, delle masse di «sbandati», senza precisa coscienza del presente e dell'avvenire, senza chiara visione della strada che dovevano battere per uscire dalle difficoltà e dai pericoli personali e nazionali che incombevano. Nei rifugi e nelle baite ospitali alcuni erano paghi di essere riusciti a sfuggire ai tedeschi e di starsene lontani dalle zone dove infuriava la caccia all'uomo; non chiedevano altro, speravano solo che la solidarietà popolare e nazionale permettesse loro di durare cosí, fino all'arrivo degli Alleati. Erano dell'opinione che non si doveva fare altro che aspettare il giorno della liberazione.
Detto questo e detto anche che con l'inizio dei rastrellamenti tedeschi e il sopravvenire dell'inverno una parte notevole degli sbandati – specie quelli i cui luoghi d'origine erano in qualche modo raggiungibili – abbandonò i rifugi sui monti, va altresí detto chiaramente che all'indomani dell'8 settembre il contributo maggiore al prender corpo delle prime formazioni partigiane venne proprio dai militari sbandati.
Ricordando le primissime vicende attraverso le quali nei giorni e nelle settimane immediatamente successivi all'8 settembre (i primi scontri armati con i tedeschi cominciarono in genere con la fine della seconda decade del mese), Dante Livio Bianco ha definito le prime formazioni di montagna «una “protesta vivente” ed insieme una adunata di “pionieri”, decisi a fare una parte d'avanguardia nell'opera di rinnovamento del paese»; il tutto, per i vecchi antifascisti, «su uno sfondo psicologico che Rosselli, pochi giorni dopo il suo arrivo in Spagna, e in una situazione per certi aspetti analoga, aveva saputo esprimere con parole di nuda e grandiosa semplicità: “... la gioia grande per aver potuto finalmente passare da una posizione teorica ad una posizione pratica” »98. Sebbene scritte in riferimento al Cuneese e nell'ottica di un'esperienza tipicamente giellista quale era quella di Bianco, queste parole possono sostanzialmente valere per tutto il movimento partigiano, anche per quella sua parte che si organizzò attorno a uomini che piú che guardare e far capo al Partito d'azione si rifacevano alle direttive del Pci e tendevano alla realizzazione di una società comunista. Ché queste, anche se non va sottovalutato il ruolo che nelle prime bande partigiane non esclusivamente militari (ma non mancano indicazioni per pensare che qualcosa di simile si verificasse anche tra queste99) ebbe il fattore della «solidarietà paesana»100, erano le due maggiori suggestioni – di natura un po' politica, un po' emotiva e ancor piú organizzativa (tant'è che Pietro Secchia anni dopo sarebbe arrivato, esagerando e semplificando troppo le cose, addirittura a scrivere che «dovunque vi furono una resistenza di rilievo e delle iniziative immediate, là... esisteva un'organizzazione almeno di qualcuno dei partiti antifascisti», in genere quello comunista o quello d'azione101 – aggreganti.
Il fatto è che se, col passare del tempo, i «politici» e con essi i Cln (sorti anche loro spontaneamente in molte località e solo successivamente collegatisi su scala regionale e provinciale) avrebbero acquistato sempre piú peso e avuto un ruolo decisivo nell'organizzazione e nella centralizzazione della lotta di liberazione estendendo la loro influenza su molte delle formazioni militari, all'inizio essa fu essenzialmente appannaggio di queste ultime e le formazioni politiche furono poche, in larga misura composte anch'esse da militari sbandati e senza precise idee politiche e, salvo eccezioni, non tali da creare vere difficoltà ai tedeschi e alla Rsi. Tanto che Mussolini, scrivendo il 1° novembre a Hitler, non fece neppure cenno alle formazioni politiche e, riferendosi a quelle militari, affermò di non considerare grave il fenomeno dei gruppi armati: «si tratta in gran parte di soldati sbandati (spesso originari dell'Italia meridionale) e non rappresentano un pericolo»102. E, come vedremo, tutto fa credere che non minimizzasse volutamente il problema. Né del resto il ruolo e la stessa sostanziale primogenitura dei «militari» sono state negate da chi visse la realtà della resistenza ed ebbe in essa un posto direttivo. Tipico è il caso di Ferruccio Parri, che pure ha nel tempo via via valorizzato sempre piú il ruolo dei «politici». Nel maggio 1945, nel suo primo discorso pubblico tenuto a Roma dopo la fine della guerra, in una circostanza, dunque, molto particolare e nella quale ciò che doveva piú importargli era rivendicare al massimo la funzione del Clnai e la carica rinnovatrice del movimento partigiano rispetto alla «vecchia Italia» e non dare quindi troppi riconoscimenti ai militari, egli si espresse in questi termini103:
il nostro movimento partigiano nacque per germinazione spontanea nei giorni del collasso, dello sfacelo. Molti furono i soldati che allora si diedero alla macchia e ad essi si aggiunsero pochi ufficiali che avevano lo stesso spirito di indipendenza. A questi primi nuclei si sono aggiunti poi professionisti, studenti, operai spinti tutti dallo stesso moto psicologico, dalla stessa sensazione che occorresse lottare con le armi per lavare una vergogna, una vergogna nazionale. Si sono formate in questo modo le prime bande nelle valli alpine e si formarono i primi Comitati di liberazione nazionale che ebbero il loro punto di unione nel CLN di Milano.
E in anni successivi, tornando agli inizi della resistenza e soffermandosi in particolare sul caso del Piemonte (con il Friuli la regione leader della resistenza), è stato anche piú esplicito.
I militari... – disse nel dicembre 1954104 – non solo hanno validamente collaborato alla lotta, ma anche... a formare la prima problematica politica ed organizzativa della nostra insurrezione... Gli sbandati... concorrono a fissare nella nostra memoria l'immagine tragica di quei giorni. Ma parte di questi sbandati, raccolti da un ufficiale, maresciallo o sergente degli alpini, contribuiscono largamente, in quell'ambiente amico ed in parte ad essi familiare, a formare le prime bande di montagna piemontesi. Poche di esse resistono dopo le prime settimane, ma una storia sincera ed obiettiva della Resistenza e delle sue origini e forze operanti deve considerare attentamente anche il filone militare ed i valori ideali, semplici ma effettivi, che esso porta nella lotta e che si possono riassumere nel senso dell'onore militare, che il sacrificio di non pochi di questi valorosi compagni dimostrò di non essere un luogo comune convenzionale.
Nel discorso del maggio 1945 Parri fu a proposito delle forze messe in campo dalla resistenza assai generico. Dopo aver accennato alle incertezze, al disorientamento e alle difficoltà che si erano dovute affrontare nei primi mesi, si limitò ad affermare che, nonostante la lentezza imposta da tali ostacoli e dall'inverno, il processo organizzativo ottenne nel corso del tempo un risultato «veramente notevole»: «nel febbraio '44 potemmo annoverare circa novemila uomini raccolti in formazioni, per modo di dire, regolari»105. Quindici anni dopo, tornando sulla questione, avrebbe anticipato nel tempo e ingrandito questo risultato106:
verso la fine di dicembre del 1943 facemmo a Milano una specie di censimento, dal quale risultavano arruolati in formazioni regolari circa novemila uomini nell'Italia settentrionale sola, esclusa la Toscana, escluse le Marche.
Il punto qui da approfondire non è però questo, né ci pare sia il caso di soffermarci sulle cifre fornite da Parri per il periodo successivo: ottantamila partigiani raggruppati in bande di montagna (alle quali si affiancavano «formazioni territoriali di partigiani costituite nella pianura e sempre in aumento, tanto che nel colmo dell'estate raggiungemmo i duecentomila mobilitati cui si univano anche le formazioni cittadine») nell'estate del 1944, «che poi si accrebbero fino a centomila uomini» per calare notevolmente nell'inverno, dopo i grandi rastrellamenti tedeschi dell'autunno, che portarono tra l'altro allo smantellamento di quasi tutte le «zone libere» a cominciare dalla cosiddetta «repubblica dell'Ossola», e l'interruzione dell'offensiva Alexander107, e poi risalire di nuovo nel marzo-aprile 1945, prima dell'insurrezione, a circa duecentomila108 e raddoppiarsi addirittura dopo il 25 aprile109. E ciò tanto piú che rispetto a queste cifre e a quelle fornite da altri protagonisti di primo piano della resistenza e della stessa documentazione del Cvl110, quelle offeredici dalle relazioni ad uso strettamente interno dall'Ufficio operazioni e servizi dello Stato maggiore dell'Esercito della Rsi sono piú articolate e – per quel che può esserlo questo genere di rivelazioni nelle quali ciascuna parte tende a gonfiare le cifre, quelle proprie per valorizzare se stessa, quelle dell'avversario per giustificare i propri insuccessi – piú precise (per le maggiori possibilità che l'Ufficio operazioni della Rsi aveva di tenersi in contatto con i propri servizi periferici e di attingere alle informazioni in loro possesso) e soprattutto piú utili essendo corredate da una serie di notizie, elaborazioni e osservazioni che ne fanno una fonte di grande interesse e valore111.
A questo punto della trattazione – che, sia ben chiaro, non vuole menomamente costituire una mini storia della resistenza (che in questa sede non avrebbe oltretutto alcun senso), ma solo fornire una serie di elementi per comprendere meglio l'atteggiamento e il comportamento degli italiani di fronte alla guerra civile e la loro evoluzione nel tempo – pensiamo che sia piú utile cercare di stabilire quale fu l'effettivo ruolo dei militari nella prima fase (quella della costituzione delle prime bande) della resistenza, come si sviluppò successivamente il rapporto «militari»-«politici» e quale fu la sua incidenza sulla resistenza in generale. Ché questo ci pare uno dei punti piú importanti da chiarire non solo per disporre di una immagine piú realistica della resistenza, meno corale, unitaria e politicamente protesa, pur nelle sue interne diversificazioni, verso un'unica direzione, di quella che negli anni si è venuta affermando, ma anche per cominciare a mettere a fuoco questioni quali, da un lato, l'effettivo atteggiamento (e le sue oscillazioni) della popolazione verso di essa e verso la Rsi e, da un altro lato, certe illusioni e iniziative maturate in ambito saloino.
Il problema del ruolo dei militari non può essere liquidato né limitandosi ad affermare, come spesso è stato fatto, che nel giro di poche settimane la maggioranza delle loro formazioni o furono in parte distrutte e in parte disperse dai tedeschi o si dissolsero da sole, né appellandosi al fatto che, salvo poche che mantennero per tutto il corso della resistenza le caratteristiche iniziali, le altre prima o poi confluirono in quelle «politiche» e si adeguarono allo spirito e alle direttive «unitarie» del Clnai. La confluenza e l'adeguamento avvennero infatti in molti casi in modo tutt'altro che spontaneo, quasi mai completo e riguardarono solo una parte delle formazioni militari, che, oltre tutto, spesso preferirono definirsi «autonome» o ricorrere, per sottrarsi ad eccessive inframmettenze o alla piú o meno esplicita ostilità dei partiti di sinistra e in primis del Pci, all'escamotage112 di mettersi sotto il «padrinato» del Pli o della Dc113.
È indubbiamente vero, e lo abbiamo già detto, che nelle prime settimane dopo l'8 settembre una parte tutt'altro che insignificante dei militari sbandati abbandonò le montagne nelle quali aveva inizialmente trovato rifugio. Altrettanto vero è che un'altra parte non resse ai primi rastrellamenti tedeschi, sicché le formazioni nelle quali si erano raccolti si dissolsero e solo una parte degli scampati, quelli piú motivati, volendo continuare la lotta, si aggregò ad altre formazioni; non di rado anche a quelle «politiche», sia perché la politicizzazione di queste era spesso ancora relativa114, sia perché erano le sole presenti in zona, sia in fine per il richiamo esercitato dal prestigio che godeva questo o quel comandante.
Contrariamente a quanto piú volte affermato, non è vero invece che la maggioranza degli ufficiali che avevano dato vita alle prime formazioni militari non desse garanzie politiche e militari perché si erano «squagliati o hanno lasciato squagliare le proprie unità, al momento dell'armistizio e alle prime minacce tedesche»115 e non fosse in grado, per mentalità e formazione, di comprendere e di adeguarsi alle caratteristiche della guerra partigiana116. Di norma, le formazioni militari non erano infatti costituite da ufficiali di carriera (sui quali, se mai, potevano gravare le maggiori responsabilità per lo sfascio dell'esercito dopo l'8 settembre e che erano, per educazione e tradizione, in genere piú restii ad accettare una realtà nella quale la disciplina formale non aveva alcun peso e l'obbedienza «era data alla persona e non al grado»), ma da ufficiali di complemento, raramente di grado elevato, e addirittura da sottufficiali che, datisi alla montagna, erano stati seguiti dai loro subordinati117. Né, ancora, va trascurato il fatto che parecchi di questi ufficiali e sottufficiali sapevano bene cosa fosse una guerra partigiana per averla sperimentata nei paesi d'occupazione e in particolare in Jugoslavia e si sarebbero dimostrati ottimi comandanti partigiani. E meno vero ancora è che – come pure è stato affermato, soprattutto da parte comunista – gli ufficiali in molti casi fossero manovrati «dagli industriali», che – non volendo correr rischi con nessuno e volendo continuare a fare affari, erano interessati ad avere buoni rapporti sia con i tedeschi e i fascisti sia col movimento partigiano ed erano quindi disposti ad aiutarlo, ma non volevano che esso creasse loro problemi sui luoghi di lavoro e provocasse reazioni tedesche e fasciste tali da rendere difficile o addirittura impossibile il loro doppio giuoco – si sarebbero serviti a questo scopo delle formazioni militari, fornendo loro aiuti e non dandoli o fornendoli col contagocce a quelle «politiche»118. Ché infatti, salvo casi particolari e non significativi, banchieri, finanzieri, industriali (tra i quali soprattutto quelli che piú avevano avuto a che fare con il regime, come, per esempio la Fiat, Vittorio Cini, Giuseppe Volpi di Misurata, Achille Gaggia) e il mondo economico in generale, in taluni casi per convinzione, in altri per precostituirsi benemerenze da far valere a guerra finita, aiutarono economicamente tutto il movimento partigiano, «militari» e «politici» e, se privilegiarono qualcuno, non furono tanto le formazioni militari quanto piuttosto quelle che facevano capo ai partiti moderati, e soprattutto i Cln, proprio perché interpartitici.
Il vero nodo del problema è in realtà un altro. A Roma, nel 1960, in occasione del primo ciclo di «lezioni sull'antifascismo» organizzato dal Partito radicale, Ferruccio Parri, giunto alla conclusione «politica» della sua esposizione dedicata a «Il Cln e la guerra partigiana», avrebbe detto una frase estremamente significativa che fa luce su tutto un modo di intendere la resistenza e acquista un particolare valore se appena si pensa all'accusa (e alla conseguente esplicita minaccia di far subire loro «la stessa sorte del loro campione jugoslavo») che i comunisti e nella fattispecie Longo avevano nel pieno della resistenza lanciato contro le «manovre reazionarie, disgregatrici, antiunitarie e antipatriottiche» di quegli ufficiali, e anche di «alcuni comandanti [di formazioni partigiane] che se ne fregano delle direttive politiche e militari del Cln, anche se qualche volta affermano di riconoscerne l'autorità», e che – sempre a dire dei comunisti – aspiravano «ad essere i Mihajlovic italiani»119.
Io ricordo sempre... – avrebbe detto Parri120 – che quando De Lattre de Tassigny entrò in Parigi liberata trovò affissi ai cantoni delle strade quattro manifesti delle quattro formazioni principali della Resistenza. Quando il generale Crittenberger entrò in Milano... di manifesti ne trovò uno solo, firmato dal Comitato nazionale della Resistenza, da tutti i suoi partiti, con l'impegno di tutti i partiti.
Diversissimi nel tono, nella sostanza i due passi esprimono un concetto al fondo analogo, indispensabile per capire una serie di aspetti chiave della resistenza (e tra essi le polemiche, i contrasti al centro dei quali fu la presenza nelle sue fila dei militari) e il valore che, al di là del motivo, diciamo cosí, «contingente» – la lotta contro i tedeschi e i fascisti –, essa ebbe per i partiti di sinistra e per l'ottica nella quale essi si prospettavano il post-liberazione. Un'ottica, per quel che riguarda i comunisti e gli azionisti – ché i socialisti un po' avevano un peso reale minore, un po' erano o strettamente legati ai comunisti o divisi tra di loro e succubi (a parte forse il solo R. Morandi) della tradizionale dicotomia riformisti-massimalisti –, che era radicalmente diversa, ma aveva un punto fondamentale comune: la resistenza era per entrambi un fatto «rivoluzionario», il fatto rivoluzionario della storia dell'Italia unita.
Per Parri121 e per gran parte degli azionisti prima della resistenza l'Italia non era mai stata una democrazia (si pensi alle parole che Parri avrebbe pronunciato dalla Consulta il 26 settembre 1945 e alla ferma e puntuale replica di Croce122 e sostanzialmente non aveva avuto neppure un vero stato liberale, ma solo uno stato paternalista e accentratore a cui era seguito il fascismo. All'Italia occorreva dunque una profonda rivoluzione politica, sociale e morale. Una rivoluzione democratica che solo l'unità del nerbo piú attivo e intransigente della resistenza (e cioè il Pd'A e il Pci) con gli strumenti politici da esso creati per combattere i tedeschi e i fascisti, i Cln, poteva realizzare123. Solo grazie a questa unità infatti le forze conservatrici e piú o meno consapevolmente fasciste, che avevano subito condizionato, con l'appoggio alleato e inglese in specie, la vita politica del sud e, dopo la liberazione di Roma, gli stessi governi ciellenisti di Bonomi, potevano essere battute124.
Sulle origini e limiti culturali, l'astrattezza e le conseguenze negative per la democrazia italiana di questa posizione molto ci sarebbe da dire. In questa sede un discorso del genere, che, oltre tutto, avrebbe bisogno per essere adeguatamente svolto di un intero volume, non è però possibile. Ciò che qui soprattutto importa mettere in luce è l'influenza da essa esercitata sull'atteggiamento di Parri e degli altri esponenti della resistenza (quasi tutti azionisti) che la condividevano nei confronti dei comunisti e, piú in generale, della strategia politica della resistenza.
Carlo Ludovico Ragghianti nel suo Disegno della liberazione italiana125 ha rivendicato un po' troppo drasticamente126, ma nel complesso giustamente, specie se si tiene conto dell'intero periodo della resistenza, a merito degli azionisti di non essersi posti l'obiettivo «di guadagnare alla propria iniziativa e ridurre sotto il proprio controllo altre forze... ma quello di assicurare la coesistenza e la solidarietà nei fini comuni di tutte le formazioni armate del Comitato di liberazione nazionale, intese come esercito nazionale volontario per la liberazione del paese dal nazismo e dal fascismo». Un'osservazione complessivamente giusta, che, per non rimanere una sorta di rivendicazione meramente moralistica del ruolo del Partito d'azione nella resistenza, deve però essere riportata al piú generale quadro di riferimento ideologico-politico in cui si muoveva l'azionismo e soprattutto quello del nord, per molti aspetti assai piú radicali di quello del campo-sud, e in particolare al decisivo valore che il Pd'a, come il Pci – anche se ben diverso era ciò a cui in prospettiva i due partiti si riferivano quando parlavano di democrazia –, attribuiva, ai fini della successiva «rivoluzione democratica», all'«unità della resistenza» e soprattutto all'«unità delle sinistre». Solo in quest'ottica infatti si può spiegare: a) perché la resistenza, pur costituendo in effetti – come ha scritto Max Salvadori127 –, «raramente un movimento unitario», riuscí nel caso italiano a mantenere formalmente la sua unità al contrario di quello che avvenne in altri paesi come la Francia, la Grecia e la Jugoslavia; b) perché Parri e coloro che guardavano al futuro nella sua stessa ottica si adoperarono sempre (e in particolare con la primavera-estate del 1944) per scongiurare il pericolo che i malumori, le diffidenze, i contrasti e le preoccupazioni suscitati – soprattutto a livello dei Cln periferici – negli altri partiti e nello stesso Partito d'azione128 (nelle cui file non mancava chi, come Altiero Spinelli, conoscendo bene i comunisti, era convinto che questi si trovassero in quel momento «nel campo della libertà» solo «casualmente» e che non potesse fidarsi di essi dato che per loro «l'unico peccato è il tradimento verso il partito e la Russia»129) dalla linea di condotta dei comunisti potessero sfociare in una crisi dell'unità antifascista, sino a prestare via via sempre piú orecchio ai loro argomenti (tipico il caso, di cui parleremo piú avanti, del loro progressivo spostamento su posizioni sempre piú critiche e, talvolta, ostili agli Alleati) e a farsi piú recettivi rispetto alle loro proposte e iniziative, anche a costo di scontentare i socialisti e di lasciare che i comunisti acquistassero un peso crescente sul Clnai e si servissero a questo scopo degli azionisti; significativa è a questo proposito l'accusa che nel dicembre 1944 Pertini mosse ad Amendola: «avete sempre preferito gli azionisti, dimenticando che l'alleanza con i socialisti deve stare sopra ad ogni altro calcolo politico»130; c) perché, infine, molti di essi continuarono in tale atteggiamento anche dopo la conclusione della lotta di liberazione e ancora dopo la crisi del governo Parri e la fine del Partito d'azione, cercando di tener vivo il fuoco dell'unità della resistenza e soprattutto delle sinistre anche a prezzo di riconoscimenti (e ancor piú di silenzi) ai comunisti che è probabile dovessero, almeno all'inizio, costare non poco a piú di uno di loro.
Altre spiegazioni, come quella che vuole che l'unità della resistenza sia stata la conseguenza degli accordi sulle sfere di influenza tra gli Alleati e l'Urss e, dunque, dell'assegnazione dell'Italia a quella occidentale, che avrebbe indotto i sovietici a non coltivare propositi eversivi rispetto ad essa e a imporre al Pci la politica dell'«unità nazionale» e della collaborazione con tutte le forze democratiche e persino col governo Badoglio e con la monarchia, sono infatti troppo ingenue e inadeguate per poter essere accettate. A parte che il caso della resistenza greca, lascia chiaramente capire quanto ridotta fosse l'effettiva incidenza della politica delle sfere d'influenza, chi riduce, come ha scritto il Ragghianti131, il problema dell'unità della resistenza italiana ad una mera conseguenza di tale politica
dimentica, per esempio, le ragioni politiche internazionali dell'allarme degli anglosassoni alla vigilia dell'insurrezione dell'Italia del Nord, in concomitanza con l'avanzata della Jugoslavia comunista. Certo, quei patti esistevano. Ma quali mai patti, in una storia politica dove siano presenti le esigenze e le giustificazioni della ragion di stato, son tali da non subire modifiche a causa di fatti compiuti? Entro il regime dei patti stipulati, v'era pure un margine ampio di iniziativa... Non si vuole sottovalutare naturalmente l'influenza dei fattori internazionali sulla situazione italiana. Ma i patti erano evidentemente abbastanza fluidi, e l'Italia poteva bene percorrere la strada della Jugoslavia (non mancarono aperti tentativi in tal senso), e se la liberazione si fosse compiuta sotto un tal segno, non sarebbero mancate nemmeno le conseguenze politiche: verosimilmente, si vorrà riconoscere.
Né ci si dica che questa valutazione sarebbe frutto di un preconcetto anticomunismo ovvero del clima della guerra fredda durante il quale Ragghianti scriveva, ché tutta una serie di fatti incontrovertibili dimostra che da parte comunista si era subito guardato all'esperienza del movimento partigiano di Tito e alla «nuova Jugoslavia» come al modello a cui attenersi per conquistare la leadership in Italia e farsela riconoscere anche dagli Alleati132 e, quel che piú conta, come gli stessi timori espressi da Ragghianti fossero già vivi sin dalla seconda metà del 1944, tanto da indurre due membri della delegazione svizzera del Cln che aveva sede a Lugano a scrivere, l'11 settembre di quell'anno, a Bonomi, De Gasperi, Carandini e Casati133 per metterli in guardia sui propositi che, secondo una serie di segnalazioni da essi raccolte su quanto stava accadendo in Val d'Ossola, comunisti, socialisti e azionisti sembravano nutrire per il momento dell'insurrezione generale.
Queste segnalazioni, particolari per questa zona – essi scrivevano a conclusione della loro lettera – confermano l'impressione generale che i tre partiti di sinistra tenteranno, prima dell'arrivo degl'Alleati di far sorgere nel Nord Italia uno stato > di fatto rivoluzionario: l'occupazione alleata calmerà la situazione, ma il fatto verrà sfruttato dalle sinistre e dalla Russia come pronunciamento della volontà italiana, cosí da confondere l'esame della situazione effettiva, e rendere inevitabile e naturale l'intervento russo nella questione italiana.
A rendere cosí drastica la denuncia doveva probabilmente influire il clima di tensione, di sospetti, di rancori vecchi e nuovi, di gelosie e di ambizioni che prevaleva nella delegazione svizzera del Cln, i cui membri non a caso erano definiti, come ricorda Pizzoni nelle sue memorie, «i cinque nani», e ancor piú nella composita comunità antifascista che si agitava attorno ad essa134; un fondo di verità però doveva esserci se anche Cadorna in un promemoria fatto avere tre mesi dopo al ministro della Guerra Casati, pur premettendo che le posizioni dei socialisti e degli azionisti erano «molto differenti» tra loro e rispetto a quelle dei comunisti, avrebbe scritto senza mezzi termini135:
Il P. C., che conduce il giuoco, non nasconde affatto che suo scopo è di prendere il potere per instaurare un regime russo che chiama popolare progressivo. I suoi capi in Alta Italia sono stati addestrati in Russia, sono passati attraverso la trafila delle brigate internazionali in Spagna e del comunismo in Francia. Dichiarano apertamente di volersi appoggiare alla Russia e a Tito e recalcitrano al pensiero di doversi sottomettere agli ordini degli Alleati occidentali.
Anche a questo proposito, si può pensare ad una sopravvalutazione del pericolo comunista; liquidare, come pure è stato tentato, il valore di questa testimonianza definendo Cadorna un anticomunista non è però possibile: che il generale non avesse simpatie per i comunisti è un fatto, ma è anche un fatto che, essendo al nord in missione come inviato non solo del governo di Roma, ma, di fatto, anche degli Alleati, la sua formazione e il suo senso del dovere non lo avrebbero mai indotto ad inventarsi dal nulla un quadro cosí impegnativo e che avrebbe potuto avere gravi conseguenze per tutta la resistenza. E ciò senza dire che, come vedremo, anche ai servizi segreti alleati giungevano e ancor piú sarebbero giunte nei mesi successivi notizie non molto diverse e che, a resistenza conclusa, Cadorna, quando diventò capo di stato maggiore dell'Esercito, avrebbe continuato – in un clima che non era ancora quello della «guerra fredda» – a guardare con sospetto ai comunisti e si sarebbe adoperato per impedire che essi potessero avere una cospicua presenza nell'Esercito e per immettervi, ad ogni buon conto, uomini «sicuri», sui quali poter fare affidamento nel caso fosse stato necessario fronteggiare sommovimenti comunisti.
Quale che sia il grado di attendibilità delle notizie riferite nella lettera dei due «luganesi», nel promemoria di Cadorna e nei rapporti dei servizi segreti alleati, la documentazione disponibile e la memorialistica comuniste136 ci pare inducano ad almeno quattro considerazioni.
Prima: da parte comunista e dallo stesso gruppo che dirigeva il partito nell'Italia occupata (ma non solo in esso, ché casi significativi di «doppiezza» si riscontrano anche al sud137) non fu mai accettata l'idea che la lotta partigiana dovesse portare a un ritorno alla democrazia «parlamentare borghese» e che la «svolta di Salerno», realizzata appena rientrato Togliatti in Italia, potesse non essere un espediente tattico. Per Secchia, per Longo, per la gran maggioranza dei dirigenti del nord (per non dire dei militanti di base per i quali la lotta contro i fascisti e i tedeschi era assai spesso lotta al capitalismo e alla borghesia e per fare di Togliatti «il capo del governo italiano»138) l'obiettivo finale del Pci era e rimase sino alla fine (sintomatiche sono certe affermazioni conservateci dai resoconti relativi a riunioni del novembre 1944139) la realizzazione di una democrazia «popolare» o, come presto si preferí chiamarla, «progressiva» (concepita in modo parzialmente diverso anche da come l'intendeva Curiel140 e da come fu poi prospettata) fondata sull'«unità della resistenza» prima e sul governo dei Cln poi e concepita come momento tattico e di transizione – come giustamente ha scritto il Bertelli141 – verso il «raggiungimento dell'irrinunciabile mito della dittatura del proletariato». E questo anche se va detto che i tempi e i caratteri di tale momento di transizione non erano gli stessi per tutti i comunisti, tanto che, come diremo piú avanti, Togliatti, oltre a vederlo in un contesto europeo di cui l'Italia non sarebbe stata che un aspetto, pare lo concepisse in termini che sostanzialmente finivano per escludere che l'uscita da esso comportasse il ricorso su vasta scala a metodi violenti.
Seconda: sia l'obiettivo finale che la tattica per realizzarlo usata dal Pci non furono peculiari di esso, ma corrisposero ad una visione e ad una strategia comune a tutti i partiti comunisti europei. Un rapido raffronto tra la politica resistenziale del Pci e del Pcf mostra come la strategia e la tattica comuniste non ebbero vere peculiarità nazionali, se non nel senso che il Pcf dovette misurarsi con difficoltà che il Pci non aveva o aveva in misura assai minore; in particolare con la necessità di recuperare quella «legittimità popolare» che aveva perso al tempo del patto nazi-sovietico e senza recuperare la quale gli era impossibile cercare di contrastare quella gaullista (assai piú forte e diffusa di quella della quale godevano i governi di Salerno e anche di Roma) e farsi portatore di una «nuova legalità» sulla quale costruire la propria egemonia sulle altre componenti della resistenza e, in prospettiva, una sorta di regime di union sacrée di sinistra che preparasse la liquidazione del potere della borghesia. Il tutto, come per il Pci, senza mai giungere però ad una rottura delle alleanze resistenziali (piú precarie di quelle stabilite in Italia) che l'avrebbe rigettato in una condizione di isolamento. La tattica, i mezzi, le parole d'ordine, i tempi prescelti per cercare di realizzare questa strategia furono però gli stessi e denotano inequivocabilmente una strategia e un coordinamento generale che trascendevano i due partiti (e gli altri, sui quali per brevità non ci soffermiamo) e che, piú che alle loro visioni particolari, corrispondevano a quelle di Mosca142.
Terza: la disponibilità degli archivi russi non lascia ormai piú dubbi sul fatto che la politica del Pci – cosí come quella del Pcf e degli altri partiti comunisti europei – fu concepita e diretta da Mosca in funzione della realizzazione dei propri obiettivi di espansione diretta e indiretta e che i dirigenti comunisti italiani aderirono totalmente ad essa143. In particolare, contrariamente a quanto Togliatti subito si preoccupò di accreditare e la vulgata, politica e storiografica, comunista si è adoperata a rendere una sorta di dogma (da cui ha fatto discendere quello del «partito nuovo»), la documentazione oggi disponibile rivela che alla «svolta di Salerno» non può essere attribuito alcun carattere di autonomia politica rispetto all'Urss. Inizialmente nettamente contrario alla monarchia e al governo Badoglio, la politica che Togliatti mise in atto in Italia fu dettata (come quella di Thorez in Francia) poco prima del suo rientro in Italia da Stalin in un colloquio che questi ebbe con il leader comunista italiano il 4 marzo 1944.
Il colloquio di Stalin con Togliatti – come hanno scritto Elena Aga Rossi e Victor Zaslavsky in un documentato saggio fondato sulle ricerche di prima mano negli archivi russi e sulla piú recente letteratura storica russa144 – ebbe come punto centrale il problema dell'atteggiamento nei confronti della monarchia e chiarisce in modo definitivo che la «svolta di Salerno» fu decisa a Mosca. Stalin infatti raccomandò a Togliatti di mettere da parte lo slogan dell'immediata abdicazione del re, se quest'ultimo voleva combattere contro i tedeschi, e di puntare invece ad entrare nel governo di Badoglio. Stalin osservò che «per i marxisti non la forma, bensí il contenuto ha sempre avuto il ruolo determinante». Egli consigliò a Togliatti di non far capire che la linea dell'unità nazionale era stata suggerita dall'Unione Sovietica, ma di limitarsi a riferire che l'Urss non era contraria... Il programma di azione del Pci che Stalin e Togliatti avevano concordato prima della partenza di Togliatti per l'Italia aveva come obiettivo finale la conquista comunista del potere utilizzando metodi pacifici, parlamentari. Esso in pratica doveva essere realizzato attraverso una triplice politica: costruire un blocco di sinistra guidato dal Pci; evitare le azioni di massa premature, cioè l'insurrezione popolare o la guerra civile, e evitare le azioni rivoluzionarie che avrebbero potuto aumentare la tensione tra l'Urss e gli alleati occidentali e impedire ai sovietici di guadagnare il tempo necessario per la stabilizzazione dell'Europa orientale; proporre un programma di riforme radicali dell'economia italiana che avrebbe avuto l'appoggio di vasti strati della popolazione e vincere le elezioni sull'adesione popolare a questo programma.
Mesi dopo Stalin fece a Thorez, in procinto di rientrare a sua volta in Francia, un discorso che non solo ricalcava sostanzialmente quello fatto a Togliatti (che, del resto, Dimitrov, subito dopo il 4 marzo, gli aveva anticipato in una direttiva per il Pcf145), ma conteneva una raccomandazione per noi di grande importanza poiché è difficile pensare non l'avesse fatta a Togliatti, dato che a novembre, quando vide Thorez, il ritiro delle forze alleate dalla Francia era previsto su tempi brevi, mentre per quelle in Italia ci sarebbero voluti certamente tempi piú lunghi: avendo gli Alleati riconosciuto il governo francese e disponendo questo di un proprio esercito regolare, tenere in armi le sue formazioni partigiane avrebbe indebolito il prestigio del Pcf e le sue possibilità di costituire attorno a sé un blocco politico democratico-popolare e, insieme, messo in allarme gli Alleati; meglio dunque scioglierle, assorbendone i componenti nel partito e nel blocco, mettendo però in salvo per il futuro le armi delle quali disponevano.
Quarta: anche ammettendo (in assenza di una documentazione effettivamente probatoria che potrà emergere eventualmente solo dagli archivi russi e soprattutto jugoslavi) che la presenza degli Alleati e gli avvenimenti greci avessero reso consapevoli i quadri medio alti della resistenza comunista della impossibilità di fare dell'insurrezione finale il primo concreto passo sulla via della presa del potere (ma è molto piú probabile che prima di rassegnarsi a ciò piú di uno volesse attendere di vedere quale in quel momento sarebbe stata l'effettiva situazione italiana e internazionale e se non vi fossero alternative alle direttive politiche del partito), essi si guardarono bene dal «demoralizzare» la propria base e di fatto la indussero a confermarsi nell'idea che quanto il partito proclamava esplicitamente fosse mero tatticismo, un espediente per evitare divisioni interne alla resistenza e di spaventare i «benpensanti». Significativo è a questo proposito quanto un autore in genere assai disponibile a dar credito alla buonafede dei comunisti come il Bocca ha scritto nella sua Storia dell'Italia partigiana appoggiandosi ad una già di per sé eloquente testimonianza di Pajetta146:
I comunisti che nel Cln e nelle formazioni predicano e praticano la politica unitaria non sono certo dei convertiti alla democrazia pluripartitica, non hanno certo rinunciato alla futura conquista del potere; però credono che l'accordo resistenziale sia necessario... La politica unitaria c'è, è seguita; ma non esclude l'interesse del partito a conservare dentro le formazioni garibaldine una riserva rivoluzionaria, a coltivare fra i giovani proletari accorsi in armi nelle brigate dei fazzoletti rossi la speranza della rivoluzione.
Doppio gioco comunista? «Non doppio gioco – risponde Pajetta – ma doppio animo. Le direttive sono unitarie, ma il compagno che le porta alla periferia non manca mai di consigliare vigilanza, negli interessi del partito. E capita spesso che il dirigente di periferia, devoto al partito, all'operaismo, abbondi in vigilanza»...
In quest'ottica molti pezzi del mosaico vanno a posto. Si capisce come per buona parte dei comunisti – e non solo di base – la democrazia «progressiva» rappresentasse «una specie di cavallo di Troia» e la «svolta di Salerno» una mossa tattica che a guerra finita «si sarebbe visto» se mettere in soffitta o no. Si capisce come certe formazioni garibaldine, che pure scarseggiavano di armi, non usassero e nascondessero quelle che erano aviolanciate dagli Alleati per conservarle per l'«ora x» della rivoluzione e come alcuni comandi (tipico il caso di quello delle brigate Garibaldi operanti nel Modenese147) arrivassero addirittura a sostenere la necessità di «mantenere intatte le formazioni» in vista dei «grandi compiti che devono prossimamente assolvere, compiti dalla cui soluzione dipendono i destini del nostro paese ed in particolare le sorti delle masse lavoratrici». Ma soprattutto si capisce l'importanza di un giudizio di Secchia del 1965 dal quale sia i propositi comunisti sia le ragioni per le quali essi dovettero essere accantonati appaiono chiari148:
La Resistenza ha avuto i limiti che ha avuto non perché non si sono date delle prospettive o delle parole d'ordine socialiste, non si è elaborato meglio il programma delle riforme di struttura da attuare dopo la liberazione, perché si è realizzata un'unità piuttosto di un'altra o si è messo sulle canne del mitra il tricolore invece che il fazzoletto rosso. Il motivo fondamentale sta invece nel non essere riusciti, nelle condizioni in cui si operava, a fare della Resistenza un movimento piú ampio, piú robusto, con delle formazioni partigiane piú numerose, piú agguerrite e potentemente armate in grado di liberare stabilmente intere regioni e di fare trovare gli angloamericani, al loro arrivo, davanti a un esercito organico e a un potere popolare saldamente conquistato.
A quanto scritto da Ragghianti va altresí aggiunto che ridurre il problema dell'unità della resistenza italiana ad una mera conseguenza degli accordi sulle sfere internazionali d'influenza vuol dire non rendersi conto che per i comunisti presentarsi nei panni di convinti assertori dell'unità «patriottica» (anche se, specie al nord larga parte di essi era profondamente antinazionale) di tutte le forze antitedesche e antifasciste era in quel momento una inderogabile necessità. Proclamandosene il piú deciso sostenitore, il Pci infatti poteva a) accusare chi lo rifiutava o cercava di muoversi autonomamente di collaborare con il nemico; b) vincere le resistenze, che si erano manifestate in vari di quei comitati delle opposizioni antifasciste dai quali erano nati i Cln, ad una sua partecipazione ad essi; c) legittimare la sua politica di «unità nazionale» dalla quale solo potevano in prospettiva scaturire, a seconda delle circostanze e delle occasioni, un suo inserimento in un governo di larga concentrazione antifascista (e fu quello che avvenne nell'aprile 1944 a seguito della «svolta di Salerno») ovvero la possibilità di porsi dopo la conclusione della guerra di liberazione alla testa delle sinistre e gettare da una posizione di forza le basi di un governo di «democrazia progressiva».
Particolarmente importante, come indice del nostro orientamento – avrebbe scritto successivamente Secchia149 –, mi sembra il fatto che già nel settembre 1943 noi sottolineassimo come il nostro obiettivo fosse la lotta per una democrazia popolare; in seguito si parlerà di democrazia progressiva, ma sin dall'inizio il nostro obiettivo era chiaro ed esplicito: non ci si batteva per ritornare alla democrazia prefascista.
Questo sul piano piú propriamente politico150. Non va però neppure dimenticato un altro fatto che rendeva per i comunisti necessaria l'unità della resistenza e che ci riporta al discorso sulla lotta da essi subito intrapresa contro le formazioni militari, coinvolgendovi talvolta, volenti o nolenti, anche gli azionisti (un po' per la tendenza presente anche tra essi a considerare gli ufficiali, anche quelli che erano andati in montagna non per trovarvi solo rifugio, ma per combattere i tedeschi e i fascisti, uno dei punti di forza della conservazione, molto per non intralciare e mettere in crisi l'«unità delle sinistre»151), e che allargarono poi a quelle autonome.
Contrariamente a quanto spesso si asserisce, non è possibile definire la resistenza un movimento popolare di massa. Tale essa – salvo in zone assai limitate – divenne infatti solo nelle settimane immediatamente precedenti la capitolazione tedesca, quando la definitiva vittoria degli Alleati era ormai sicura. Fu allora, come ha scritto Cadorna riferendosi alla Lombardia, ma il fenomeno riguardò in misura maggiore o minore tutta l'Italia settentrionale152,
che il numero dei partigiani all'atto della liberazione crebbe a dismisura; un semplice fazzoletto rosso al collo bastava a tramutare un pacifico operaio o un contadino in partigiano persuaso di avere acquistato larghe benemerenze nella liberazione della patria.
Nei primi mesi dopo l'8 settembre «non ci fu affatto la corsa ad arruolarsi nelle formazioni partigiane»153, sicché il numero dei partigiani fu assai piú limitato di quanto in genere si asserisce. Secondo una ricerca curata da A. Ardigò, per esempio, in provincia di Bologna, dove il numero dei partigiani combattenti passò dagli iniziali 231 del settembre 1943 (concentrati soprattutto a Bologna città) a tremila nel gennaio-aprile 1945, il primo consistente reclutamento (dopo una certa flessione nei mesi invernali) si registrò nel marzo-giugno 1944, a cui ne seguí un secondo, piú modesto, in luglio-settembre; il primo maggiore in montagna, il secondo in pianura154.
E va anche notato che pochissimi di questi primi partigiani avevano una qualunque preparazione politico-partitica. Ancora ai primi di aprile del 1944 da parte azionista non ci si sarebbe fatta «nessuna illusione sulla maturità politica dei partigiani». «Bada – avrebbe scritto Agosti a Bianco155 – che anche presso i comunisti la situazione non è molto diversa: molte delle cosiddette bande comuniste non hanno di comunista che il comandante o il commissario e pochi militanti». E le fonti comuniste non offrono a loro volta testimonianze sostanzialmente diverse: in un rapporto della fine del marzo 1944 relativo a una formazione garibaldina della val d'Ossola si legge che essa era composta per il novanta per cento «di sedicenti comunisti che però non sanno cos'è il comunismo»156. Né la cosa può meravigliare se si pensa a quali erano – e sostanzialmente sarebbero rimaste sino alla fine, dato che gli elementi in qualche misura politicizzati entrarono nella resistenza al suo inizio – le ragioni che spingevano i piú a farsi partigiani e che Roberto Battaglia ha bene messo in luce nei suoi ricordi di guerra partigiana. Per conoscerle, egli ha scritto157:
non c'è strada piú semplice che quella d'interrogare qualche partigiano e domandare a lui stesso perché abbia scelto questa nuova e rischiosa condizione di vita. Le risposte, non troppo varie, si possono riassumere intorno ai seguenti motivi: «L'ho fatto per fuggire alla cattura dell'esercito repubblicano e del servizio del lavoro», o «Sono divenuto partigiano perché i tedeschi m'hanno bruciato la casa – oppure – perché uno della mia famiglia è stato ucciso in una rappresaglia – o an- > che – perché sono comunista o anarchico o di Giustizia e Libertà». Qualcuno delegherà a un altro la responsabilità della sua decisione, dichiarando d'essere entrato in banda perché già c'era un suo parente o un suo amico; qualcuno spingerà la sua onestà fino a confessarvi che non aveva altra soluzione, essendo privo di ogni mezzo economico; qualche altro, piú colto, vi dirà che quella vita l'ha attratto per il suo sapore insolito d'avventura. Nessuno o quasi nessuno affermerà, e ciò può interpretarsi come un naturale senso di riserbo o di spirito di misura posseduto dagli italiani, specie negli strati sociali piú umili, che l'ha fatto «per amor di patria».
Qualunque peso si voglia dare a queste dichiarazioni, è interessante osservare che esse hanno quasi tutte un carattere, diciamo cosí, negativo, eccetto quelle di chi dice d'aver già professato, prima dell'8 settembre, una fede avversa al fascismo, d'avere appartenuto ossia ad una minoranza quanto mai ristretta. Quegli operai, quei contadini, o quegli studenti dichiarano d'aver prese le armi, perché sollecitati da circostanze esterne, per spirito di difesa o di necessità economica o di vendetta, di non essere, insomma, stati i primi a decidere liberamente per proprio conto, ma d'esservi stati spinti dagli stessi avvenimenti.
I comunisti, gli unici che erano riusciti a tenere in piedi negli anni della guerra un minimo di organizzazione (alla vigilia del 25 luglio essa contava, a seconda delle fonti, da un minimo di quattro a un massimo di seimila elementi, spesso però in gruppi e gruppetti non collegati) e che piú di tutti avevano beneficiato del ritorno in libertà dei confinati e detenuti politici, avevano rispetto agli azionisti e ai socialisti un maggior numero di «quadri», anche se non mancava chi, come Anton Vratusa (un fiduciario del Partito comunista jugoslavo «in missione» in Italia nel 1944 per tenere sotto controllo la situazione nel nord per conto del suo partito e dei sovietici che avevano delegato a Tito questo compito158), li considerava in maggioranza dei «sorpassati», che si perdevano in discussioni teoriche e diffidavano dei giovani che costituivano il nucleo piú consistente (il novantacinque per cento) dei nuovi elementi affluiti dopo il 25 luglio159, e dunque piú di danno che di utilità per l'attività del partito. Nonostante questa condizione di partenza piú favorevole e sebbene fossero in forte espansione (a fine ottobre del 1944 gli iscritti sarebbero stati al nord circa settantamila160) le forze dei comunisti erano anch'esse insufficienti a dar vita ad un'efficiente organizzazione clandestina e, insieme, a formazioni combattenti proprie. Basti pensare che, secondo un rapporto di Vratusa del marzo 1944 alla direzione del suo partito, a sei mesi dall'inizio della resistenza il Pci poteva annoverare nell'Italia occupata solo trenta-quarantamila membri, proporzionalmente molto piú numerosi in provincia che nelle grandi città industriali (sia a Torino che a Milano sarebbero stati circa tremila), dove i comunisti dovevano provvedere anche all'attività nelle fabbriche. Un'attività che, oltre tutto, molto li impegnava, essendo arrivati ad essa in ritardo e avendo una scarsa conoscenza della reale condizione e dell'effettivo stato d'animo degli operai161.
Nonostante queste difficoltà, i comunisti si trovavano però in una situazione apparentemente molto migliore degli altri partiti antifascisti. Non diciamo dei demolaburisti, che a nord di Roma praticamente non esistevano, ma anche dei democristiani (che pure potevano spesso giovarsi del supporto dell'Azione cattolica) e dei liberali, entrambi ancora lontani dal poter scendere sul terreno della lotta in prima persona, e degli stessi socialisti, che, se potevano vantare un'antica tradizione e un buon numero di potenziali militanti e simpatizzanti, versavano però in una situazione organizzativa men che embrionale, non avevano ancora effettivamente sanato le conseguenze negative delle divisioni che avevano caratterizzato gli ultimi trent'anni della loro storia e dal rapporto con i comunisti nell'emigrazione e nella clandestinità (e in alcuni casi dalla militanza nel Pci) avevano non di rado acquisito (al contrario di alcuni ex comunisti passati al Pd'a, come Leo Valiani e Altiero Spinelli) una sorta di propensione per gli aspetti piú «spregiudicati» della prassi comunista. Rispetto a quella di questi partiti, la situazione degli azionisti era certo molto migliore. Essi erano però numericamente meno forti e geograficamente presenti in modo meno omogeneo dei comunisti e, pur essendo anch'essi fortemente motivati e dotati di altrettanto spirito di sacrificio, erano meno spregiudicati e cinici, meno disposti ad uniformarsi a qualsiasi ordine venisse loro impartito dall'alto e piú condizionati dalla molteplicità di esperienze politiche, culturali e talvolta ambientali dalle quali era nato il loro partito162. Sicché si potrebbe concludere che per il Pci all'indomani dell'8 settembre l'impegno nella resistenza si presentasse tutto sommato in una prospettiva molto migliore di quella degli altri partiti. Non sempre l'apparenza ha però riscontro nella realtà. Se infatti, da un lato, ci si rifà alla situazione di quelle settimane, in primis alla mancanza di idee precise sulle effettive possibilità militari e intenzioni degli Alleati, alle incertezze, alle speranze, ai timori da ciò provocati e alla molteplicità di sbocchi della situazione che tutto questo sembrava poter determinare, e, da un altro lato, si tiene presente che l'obiettivo prioritario dei comunisti era quello di attrarre nella propria orbita o di egemonizzare il piú possibile il nascente movimento di resistenza impedendo che si suddividesse in vari «eserciti partigiani», quello comunista, quello azionista, quello autonomo, ecc., come la situazione determinatasi subito dopo l'8 settembre mostrava essere la sua tendenza di fondo163, di assumerne la guida politica e militare e di farne lo strumento per arrivare successivamente al potere, in realtà la situazione nella quale si trovavano i comunisti appare in una luce meno positiva: condizionata dalla necessità di bruciare i tempi, cosí da porre il piú saldamente possibile le premesse indispensabili per conseguire il loro obiettivo di fondo, ma anche di evitare che una conclusione delle operazioni in Italia (di imminenti sbarchi alleati nell'alto Adriatico e soprattutto in Liguria per tagliare fuori le forze tedesche attestate nel centro-sud e respingere sotto o addirittura sulle Alpi quelle che erano al nord si continuò a parlare sino a novembre) giungesse prima che la resistenza potesse dare i suoi frutti.
In questa ottica si capisce bene perché nel loro realismo e nella loro spregiudicatezza politica i comunisti, pur essendo consapevoli delle proprie difficoltà, ma potendo fare affidamento sull'attivismo, lo spirito di sacrificio e la disciplina che contraddistinguevano i loro militanti, sin da settembre fecero di tutto per portare le prime formazioni partigiane (e i Gap) sul terreno della lotta armata; ancor prima che esse si fossero potute dare quel minimo di organizzazione e di supporti logistici ed economici necessari per non esporsi al rischio di essere spazzate via dai tedeschi e di deludere con iniziative intempestive e controproducenti le simpatie che il nascente movimento partigiano andava raccogliendo attorno a sé; arrivando al punto, pur di ottenere ciò, di mandare in montagna il dieci per cento di quei quadri e il quindici per cento di quegli iscritti di cui pure avevano tanto bisogno per organizzare il partito nelle campagne, in città e nelle fabbriche164. Significativo è quanto a questo proposito nel novembre 1943 Giorgio Agosti, commissario per il Piemonte delle formazioni GL, scriveva a Livio Bianco in montagna165:
I comunisti mirano a precipitare le cose con l'evidente proposito: o di trascinare anche noi all'azione come la vogliono loro e di determinare quindi un'atmo- > sfera di guerriglia tipo croato-spagnolo oppure di metterci in crisi e di isolarci, nel caso che noi non li seguiamo su questo piano. Essi dicono che la guerriglia rifornisce se stessa e che non occorrono finanziamenti regolari; che la guerriglia seleziona e produce i capi e che non occorrono ufficiali di carriera e tecnici. Non possiamo seguirli sul primo punto perché tale forma di finanziamento si chiama saccheggio e equivale ad alienarci le popolazioni contadine, le quali invece ci aiutano largamente; tanto meno sul secondo per l'infelice esperienza di troppi colpi di testa falliti appunto per incapacità e mancanza di capi. In Piemonte, ultimo e grave quello di Prarostino sopra Pinerolo; in Lombardia, gravissimo quello del Pian dei Resinelli dove le bande, lassú numerose, si sono praticamente dissolte (notate che questo disastro è costato molto prestigio ai comunisti in Lombardia). Non siamo ancora abbastanza forti per misurarci coi tedeschi: la nostra organizzazione è una pianta appena nata e assai gracile, dobbiamo tenerla un poco in una atmosfera di serra. Scusa il paradosso; ma nel caso nostro è meglio vivere cent'anni da pecora che un giorno da leone: cioè, se ci facciamo schiacciare adesso, le conseguenze politiche sarebbero incalcolabili. Noi abbiamo bisogno che si sappia della nostra esistenza, che si creda alla nostra potenza: è un po' di bluff che ci vale piú di 1000 tedeschi accoppati e di qualche regione devastata. Tutto questo non significa inazione, significa solo azione commisurata ai nostri mezzi e indirizzata al nostro scopo politico. Dobbiamo tener presente che in un combattimento contro i tedeschi noi non possiamo sostituire né gli uomini caduti, né i proiettili sparati; non otterremmo neppure l'aureola del martirio, ché ahimè la troppa propaganda radiofonica ha svalutato anche il martirio. Cosa abbiamo noi? Poche armi e pochi uomini; ma in compenso uomini intelligenti e decisi. Dunque: l'azione deve tener conto di questi dati. Noi la vediamo cosí: 1) prima ed essenziale l'uccisione di quante spie vengono individuate; 2) l'uccisione dei gerarchi PFR; 3) atti di sabotaggio. Queste azioni, studiate bene, presentano molte probabilità di riuscire, non attirano rappresaglie (ché i tedeschi se ne fregano delle uccisioni dei fascisti), ci creano maggior sicurezza (le spie sono la nostra rovina) e soprattutto ci fanno una fama di misteriosa santa Weheme utilissima presso gli apatici o i collaborazionisti per fiacchezza morale o per terrore.
Sin dalle prime settimane dopo l'8 settembre la chiave di volta dell'azione dei comunisti fu costituita dalla lotta contro l'«attendismo» militare e civile da essi condotta con estrema decisione e violenza a tutti i livelli e con tutti i mezzi, non escluso il terrorismo urbano166.
Secondo Leo Valiani l'«antifascismo militante», pur rendendosi conto che il terrorismo «avrebbe anche potuto generare il rischio di un'alienazione delle simpatie della gente media, spaurita dalle esecuzioni di massa di ostaggi cui i nazisti e i mussoliniani sarebbero ricorsi, come rappresaglia», aveva deciso di correre questo rischio, ritenendo si trattasse «di un dovere da compiere verso gli interessi superiori dell'Italia»167. Bocca è andato però oltre168. Il ricorso al terrorismo fu per lui una scelta comunista, contrastata per di piú sulle prime dagli altri partiti. Una scelta presentata come un atto di «moralità rivoluzionaria» (evitare alle «enclaves della borghesia cittadina» una condizione di privilegio rispetto ai villaggi di montagna e ai quartieri operai) e volto a prevenire il terrorismo dei tedeschi, ma, in realtà, teso consapevolmente a provocarlo e ad inasprirlo.
Esso è autolesionismo premeditato: cerca le ferite, le punizioni, le rappresaglie, per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell'odio. È una pedagogia impietosa, una lezione feroce. I comunisti la ritengono giustamente necessaria e sono gli unici in grado di impartirla, subito.
Sotto il profilo militare il terrorismo era privo di utilità. Nella strategia comunista aveva però una duplice funzione: 1) provocando la reazione dei fascisti e dei tedeschi e, quindi, l'indignazione e l'odio popolare verso di essi, scoraggiava i tentativi di pacificazione che, specie subito dopo l'8 settembre, trovavano sostegno tra coloro che paventavano le conseguenze che una lotta fratricida senza esclusione di colpi avrebbe avuto sul futuro del tessuto nazionale e tra chi, molto piú semplicemente, non voleva essere coinvolto in una lotta che non sentiva o si preoccupava solo di passare attraverso di essa con il minor danno possibile; 2) creava attorno ai Gappisti comunisti che ne erano i maggiori protagonisti e l'applicavano soprattutto contro obiettivi molto noti e simbolici (tipico il caso dell'assassinio di Gentile) che ne moltiplicavano gli echi un alone di forza e di onnipresenza alla quale nessuno poteva sottrarsi che, oltre a funzionare da deterrente, esaltava agli occhi della gente l'attivismo, l'efficienza e lo sprezzo del pericolo dei comunisti rispetto alla «passività» degli altri partiti impegnati nella resistenza.
Molti anni dopo Pietro Secchia, che durante la resistenza era stato il commissario politico delle formazioni comuniste (le brigate Garibaldi), avrebbe affermato169:
l'attendismo era forte e largamente diffuso; si può dire che la linea di demarcazione tra l'attesismo, la collaborazione attiva o passiva col nemico e la resistenza passava attraverso ad ogni città, ad ogni fabbrica, ad ogni ufficio e villaggio e persino, in non pochi casi, all'interno di una stessa famiglia.
Come fotografia di una condizione psicologica e morale assai diffusa e che caratterizzò l'atteggiamento di larghissimi settori della popolazione rispetto all'occupazione tedesca, alla Rsi e alla resistenza, l'affermazione di Secchia è ineccepibile. A questo punto della nostra trattazione la questione da chiarire non è però questa, ma quella degli obiettivi che i comunisti volevano conseguire con la loro lotta contro l'attendismo. Se per un verso è infatti fuori dubbio che con essa il Pci si proponeva di combattere l'attendismo civile facendo il vuoto attorno alla Rsi, screditandone le istituzioni periferiche e scoraggiando sia le tendenze collaborazioniste sia i tentativi volti a trovare localmente forme di pacificazione tra gli opposti schieramenti, per un altro verso è meno credibile che, mettendo sotto accusa l'attendismo militare, esso mirasse solo a combattere le tendenze di quei gruppi di militari che erano orientati a far parte a sé e a non confondersi con le formazioni piú propriamente politiche e di quegli ufficiali che invece si erano collegati con i Cln ed erano entrati in formazioni composte non da soli militari, ma ritenevano indispensabile definire innanzi tutto i compiti, i limiti d'azione, l'organizzazione del movimento partigiano e i suoi supporti logistici ed economici e, in alcuni casi limite, lo pensavano come una sorta di «esercito territoriale ombra», libero da condizionamenti politici e impegnato essenzialmente in azioni di sabotaggio, che avrebbe dovuto venire allo scoperto solo allorquando avrebbe potuto unirsi in campo aperto agli Alleati nell'ultima e decisiva fase delle operazioni contro i tedeschi.
A parte che dopo le esperienze delle prime settimane queste tendenze trovavano ormai meno sostenitori (sicché di rado i contrasti da esse suscitati sarebbero sfociati in vere e proprie rotture170) e, laddove restavano vive, erano quasi sempre prospettate in termini assai meno drastici e tutt'altro che privi di valore (tant'è che alcune diversità di opinioni tra militari e politici allora manifestatesi continuarono a costituire materia di discussioni per molti mesi e se alla fine trovarono, almeno formalmente, una sorta di conciliazione fu piú sul terreno tecnico dei militari che su quello dei politici, al punto che non poche formazioni politiche affidarono posti di responsabilità a militari apolitici), la instrumentalità di gran parte della lotta contro l'attendismo militare è dimostrata dagli stessi argomenti usati dai comunisti per motivarla. Illuminante è in questo senso171 un articolo di Secchia (Perché dobbiamo agire) apparso in novembre su «La nostra lotta». In esso la necessità di «agire subito e il piú ampiamente possibile» era sostenuta con tutta una serie di argomenti quali quelli che «l'azione dei partigiani» doveva «diventare l'azione di tutto il popolo italiano» perché solo cosí si sarebbe potuto «abbreviare la durata della guerra e liberare al piú presto il popolo italiano dall'oppressione tedesca e fascista»; che la lotta contro i fascisti sarebbe costata «sacrifici, vittime e sangue», ma abbreviando l'occupazione tedesca, avrebbe risparmiato «decine di migliaia di vite umane e la distruzione di tutte le nostre città e villaggi»; che se il movimento partigiano non fosse subito passato all'azione, il terrore e la reazione tedesca e fascista si sarebbero potuti dispiegare indisturbati; che attendere che l'organizzazione partigiana si consolidasse e sviluppasse avrebbe portato alla sua disgregazione e al suo scioglimento.
Non è vero – scriveva a questo proposito Secchia – che prima bisogna organizzarci e poi agire, che se agiamo prima saremo stroncati... Invece l'azione addestrerà queste organizzazioni militari, le temprerà nella lotta, l'esperienza le rafforzerà e svilupperà. È dalla lotta e dall'esperienza che sorgeranno i migliori quadri di combattenti contro i tedeschi, contro i fascisti.
Alcune di queste motivazioni si riscontrano anche nelle prese di posizione piú o meno simili socialiste e azioniste. Comune a tutto l'antifascismo era in particolare quella che > solo nella misura in cui il popolo italiano concorrerà attivamente alla cacciata dei tedeschi dall'Italia, alla sconfitta del fascismo e del nazismo, [esso] potrà veramente conquistarsi l'indipendenza e la libertà. Noi non possiamo e non dobbiamo attenderci passivamente la libertà dagli anglo-americani.
Ma i comunisti andavano oltre. E Secchia infatti a questa affermazione ne faceva seguire immediatamente un'altra che, se appena si tiene conto del momento politico in cui l'articolo vedeva la luce e del significato che certi riferimenti e certi termini avevano nel linguaggio dei comunisti172, mostra chiaramente quali fossero la lettura politica che per parte sua il Pci faceva della precedente e l'obiettivo al quale in prospettiva tendeva:
Il popolo italiano potrà avere un suo governo, il governo al quale da tanto tempo aspira, un governo che faccia veramente i suoi interessi, un governo non legato alle cricche imperialiste reazionarie, solo se avrà lottato per la conquista della indipendenza e della libertà, solo se avrà dimostrato di avere la forza per imporre un suo governo.
In vista di questo obiettivo, l'accusa di attendismo assumeva nella strategia dei comunisti un posto, una funzione centrali. Mettendo sotto accusa i militari «attendisti» essi si proponevano certamente di fare il vuoto attorno ad alcune formazioni militari e ad alcuni ufficiali che con i loro «sedicenti argomenti tecnici» cercavano di opporsi alla «politicizzazione» (in realtà alla partiticizzazione, ché tutti, anche quelli – e non erano certo i piú – per i quali la fedeltà al giuramento prestato al re173 costituiva la norma di comportamento alla quale attenersi, sentivano la resistenza, oltre che come un dovere, come una scelta politica e morale) delle formazioni partigiane, temendo che essa avrebbe reso difficile, se non impossibile, il loro coordinamento operativo e un'effettiva unità di comando174, e a un loro impiego troppo affrettato, che, a sua volta, sarebbe andato a scapito della loro organizzazione ed efficienza, non avrebbe permesso un minimo di selezione degli uomini e avrebbe fatto gravare sulle popolazioni oneri e rischi tali da poter correre il pericolo di perderne la simpatia e l'aiuto. Per sentite che fossero, queste preoccupazioni passavano però in seconda linea rispetto alla volontà di realizzare al piú presto e il piú completamente possibile una serie di precisi obiettivi essenziali per la loro strategia politica.
Nel linguaggio politico, a seconda delle circostanze e di chi le usa, le parole assumono spesso significati piú o meno ampi e financo diversi, sino a diventare in certi casi dei passe-partout atti ad aprire qualsiasi porta, in altri dei contenitori di ciò che di volta in volta appare utile metterci, e persino ad assurgere alla funzione di sintetizzare il momento positivo o, piú spesso, negativo (il nemico, il «male» da combattere) di un mito su cui costruire una politica. Uno di questi casi è quello di attendismo e dell'uso che di questa parola fu fatto dai comunisti nella resistenza. Un uso a «geometria variabile», adatto a tutti i livelli e a tutte le esigenze della loro politica e che veniva usato non solo contro i falsi resistenti, gli opportunisti consapevoli, ma anche contro le forze attive nella resistenza e persino contro i civili che non prendevano posizione per essi. Rivelatore è a quest'ultimo proposito uno degli argomenti – «in fin dei conti la popolazione avrebbe dovuto seguire l'esempio dei partigiani e rifugiarsi sui monti» – addotti ai primi del 1945 da un capo partigiano ligure a mons. Siri che, dopo aver ottenuto dai fascisti e dai tedeschi l'autorizzazione ad acquistare e trasportare a Genova rifornimenti alimentari per la popolazione civile, aveva bisogno che i partigiani (che pure sapevano quanto il futuro cardinale aveva fatto in varie occasioni per salvare alcuni di loro) ne consentissero il passaggio per la val Scrivia e le altre da loro controllate175.
Se a livello strategico la lotta all'attendismo era per i comunisti il modo per legittimare la loro politica di «unità nazionale» e indirizzarla verso quello che era per loro l'obiettivo finale, agli altri livelli essa dava loro la possibilità di conseguire una serie di risultati che altrimenti non avrebbero potuto conseguire o, comunque, sarebbero stati meno vistosi e di piú lento conseguimento.
Un primo obiettivo largamente conseguito facendo leva sulla lotta all'attendismo fu quello di isolare e mettere in crisi le formazioni militari (i «badogliani» come sprezzantemente i comunisti le definivano) che nei primi mesi dopo l'8 settembre costituivano il nucleo piú consistente del nascente movimento partigiano (secondo il Bocca176, in novembre la metà dei tremilaottocento partigiani in campo sarebbe stata composta di autonomi, in massima parte inquadrati nelle formazioni militari) e che, per la loro consistenza (nella seconda metà del 1944 gli autonomi, le Fiamme Verdi, ecc. avrebbero assunto in alcune zone della Lombardia e del Veneto soprattutto, ma anche del Piemonte un peso notevole e, in certi casi, costituito il nerbo delle forze in loco) e il loro carattere apolitico, potevano rappresentare un robusto punto di riferimento e di aggregazione e dare al movimento partigiano una impronta non già genericamente popolar-patriottica, come essi volevano, ma prevalentemente nazional-patriottica. Proprio quella impronta alla quale non solo i comunisti, ma, chi piú chi meno, tutti i partiti antifascisti e in primis quelli di sinistra non volevano e alla quale contrapponevano quella di «un esercito di popolo, nato dallo sforzo comune di tutti i partiti»177 e saldamente diretto da essi attraverso i Cln regionali e provinciali e il Clnai. Il che aiuta a spiegare la facilità con la quale i comunisti riuscirono nel loro intento: un po' perché animati da una ostilità politico-ideologica nei confronti di ciò che le formazioni militari avrebbero potuto significare nel futuro della resistenza al fondo non molto diversa da quella che muoveva i comunisti, un po' per non essere accusati a loro volta di attesismo politico o, addirittura, di anticomunismo, nessun partito contrastò veramente infatti i comunisti nella loro azione contro di esse. A ciò si deve aggiungere che molte formazioni militari, come già abbiamo accennato, stavano attraversando un difficile momento di assestamento e insieme di crisi; sicché, i comunisti, sfruttando, per un verso, la circostanza propizia e in particolare i gravi insuccessi ai quali alcune formazioni militari erano andate incontro in occasione dei primi rastrellamenti tedeschi e, per un altro verso, la copertura che, bon gré o mal gré, veniva offerta loro dagli altri partiti, riuscirono a far leva sulla polemica contro l'attendismo per inserire un duplice cuneo, tra le formazioni militari da un lato e i Cln e quelle politiche dall'altro, e, all'interno delle prime, tra gli elementi piú attivistici e gli ufficiali che le comandavano; con il risultato di infiltrare in alcune propri elementi che in breve riuscirono a modificarne il carattere (e in primo luogo a smussarne l'iniziale anticomunismo) e in qualche misura a politicizzarle e a portarle nella sfera d'influenza dei Cln178, in altre ad assumerne di fatto il controllo e in altre ancora ad accentuare le tensioni e i contrasti piú o meno latenti che le travagliavano, sino a provocarne la dissoluzione e il passaggio nelle proprie formazioni o in quelle da essi controllate degli elementi piú attivistici, tra i quali un certo numero di ufficiali, indispensabili per la loro direzione militare.
Un altro risultato fu quello di raccogliere attorno a sé molti di coloro che si potrebbero definire i «puri impazienti», coloro che non avevano nessun preciso credo politico (e nessuna nozione di cosa fosse il comunismo realizzato in Urss), ma sentivano fortemente l'esigenza, morale innanzi tutto, di combattere i tedeschi e i fascisti e, sotto il suo stimolo, piú che agli anglo-americani guardavano ai sovietici e vedevano in Stalin e nell'Armata rossa i veri artefici della distruzione del nazi-fascismo e volevano adoperarsi per realizzare una «nuova Italia», che poteva sorgere solo dal popolo e non doveva avere nulla in comune con quella impersonificata dal re e da Badoglio ed erano quindi pronti ad andare con chiunque mostrasse di condividere la loro impazienza e il loro attivismo.
È ormai cosa fuori discussione che l'effettivo decollo quantitativo di tutto il movimento partigiano sarebbe stato determinato dall'afflusso nelle sue fila di coloro – soprattutto giovani – che volevano sottrarsi al servizio militare nell'esercito della Rsi e all'invio in Germania per il servizio del lavoro179. Altrettanto fuori discussione è però anche che gran parte di costoro era scarsamente o per nulla motivata (il che non vuol dire che un certo numero di essi non finirono per dimostrarsi buoni partigiani), agí in stato di necessità e, se avesse potuto, non si sarebbe indotta a un tale passo. Lo lascia capire il fatto che quando a metà aprile 1944 la Rsi concesse l'amnistia ai partigiani, renitenti e disertori che si fossero presentati entro maggio coloro che ne approfittarono furono piú di 44 mila, tra cui molti giovani che si erano uniti ai partigiani per sfuggire alla leva. E, del resto, del loro scarso impegno come combattenti parlano tra gli altri sia il generale Operti che ha scritto che
in molte zone ad ogni rastrellamento essi si disperdevano... e molti rimanevano vittime del nemico. Pochi caddero in combattimento, con le armi in pugno da prodi soldati; molti invece caddero in mano al nemico dopo aver abbandonato le armi o con le armi non efficacemente impiegate e finirono al muro
sia un documento giellista del febbraio 1945 nel quale si afferma che tra essi ve ne erano ancora di permeati di «spirito opportunistico»180.
Se si vedono le cose in quest'ottica si capisce l'importanza che, nonostante le sue ridotte dimensioni e la scarsa preparazione militare di coloro che ne furono i protagonisti, ebbe la «leva spontanea» per tutto il movimento partigiano ma soprattutto per i comunisti. Furono infatti questi che piú ne beneficiarono e grazie alla loro capacità di attrarne una larga parte, poterono gettare le basi delle brigate Garibaldi e della loro influenza sull'insieme del movimento. Un successo, questo, in un momento particolarmente delicato e per certi aspetti decisivo com'era quello in cui fu conseguito, che spiega i costi che per esso il Pci fu pronto a pagare, cosí come sarebbe stato pronto a pagare per tutta la durata della resistenza. In particolare quello dell'«affollamento» delle formazioni181, con le relative difficoltà e problemi che ne derivavano: difficoltà di armamento182, di approvvigionamento e di finanziamento, problemi di sicurezza rispetto a possibili infiltrazioni fasciste183, di immagine rispetto a una serie di elementi criminali che vestivano i panni partigiani solo per compiere ruberie e violenze, e, ancora, con le formazioni di altro colore politico, con le stesse nuove reclute (che in genere finivano per dichiararsi comuniste, ma spesso lo erano in un modo tutto particolare che col comunismo poco aveva a che vedere e che imponeva ai comunisti un grosso dispendio di energie per «educarle» politicamente) e, soprattutto, come vedremo piú avanti, con la popolazione civile.
Né, infine, si possono passare sotto silenzio altri due risultati. Quello di spingere gli altri partiti, in particolare socialisti e azionisti, a procedere a loro volta a una politicizzazione di tipo partitico delle formazioni partigiane, che – a parole184 – i comunisti dicevano di non auspicare, ma che era loro indispensabile almeno per quattro motivi: a) spingere a fondo l'acceleratore della lotta contro quelle militari e autonome, impedendo cosí che queste potessero imprimere alla resistenza quell'impronta nazional-patriottica che essi – lo abbiamo già detto – non volevano assolutamente assumesse; b) fare della loro politica di «unità nazionale» l'unica politica in grado di comporre le diverse posizioni e, insieme, farne il punto di aggregazione dell'«unità delle sinistre»; c) presentarsi nelle vesti piú rassicuranti agli Alleati e, specie dopo la «svolta di Salerno», non creare difficoltà alla politica unitaria della quale si era fatto alfiere il Pci nell'Italia liberata; d) evitare che il movimento partigiano si coagulasse di fatto attorno a due poli, quello comunista e quello non comunista, ché, come ha scritto V. Foa185, dato il modo con cui esso stava prendendo corpo,
se non si fosse dato un forte contenuto politico all'attività partigiana le formazioni di Giustizia e Libertà e i loro comandanti (a partire da Ferruccio Parri) avrebbero finito per rappresentare tutto il movimento militare non comunista, e quindi potenzialmente anticomunista.
A questo risultato si aggiungeva (e, in parte discendeva da esso) quello di costringere le formazioni che si muovevano nell'orbita degli altri partiti a bruciare i tempi del passaggio all'azione per evitare di esporsi all'accusa (e alla concorrenza comunista) di ricorrere come i «badogliani» a pseudo considerazioni tecnico-organizzative per «nascondere» il loro attendismo politico, se non addirittura la loro ostilità a collaborare con il Pci. E questo nonostante che le varie considerazioni tacciate d'attendismo e in particolare quelle di tipo organizzativo, prospettate dagli altri partiti, fossero pienamente giustificate e tendessero solo ad un miglior coordinamento e a una maggiore efficacia della lotta; tanto che – vinta la partita politica – gli stessi comunisti, dopo averle tacciate d'attendismo, in parte le avrebbero fatte proprie. Né a ben vedere il discorso può essere circoscritto solo alle formazioni da essi controllate. Ché sotto tiro erano anche il Clnai e lo stesso Parri186, che, pur essendo convinto «dell'importanza immediata dell'azione» (sia per il suo significato politico, sia per «mantenere in tutti coloro che combattono per la buona causa intatta quella fede che sostanzialmente determina e sorregge la lotta attivistica»), si rendeva però bene conto che «le bande armate... per ora si devono limitare a fare azioni di disturbo, in attesa che si completi l'organizzazione e che si completino i rifornimenti di scorta, rifornimenti che ancora oggi si possono effettuare senza gravi difficoltà per la tattica da noi seguita di non provocare le autorità tedesche»187.
Detto questo, per avere una idea della molteplicità dei modi e dei livelli ai quali la lotta all'attendismo fu utilizzata dai comunisti, è opportuno prendere in considerazione anche una serie di altri obiettivi solo apparentemente minori che, se trascurati, non consentono di rendersi conto di come ogni obiettivo – maggiore o minore che possa a noi apparire – avesse un suo preciso posto a fianco degli altri, e costituisse, insieme ad essi, un tutto unico e come senza il conseguimento di ciascuno diventasse piú difficile realizzare quello finale. Il che spiega l'importanza decisiva che durante tutta la resistenza, e non solo nella sua prima fase, il Pci attribuí alla lotta contro l'attendismo e la fermezza che mise nel sostenerla. Facciamo, per essere piú chiari, qualche esempio tra i vari che si potrebbero fare.
Poiché – come la stragrande maggioranza degli antifascisti – i comunisti mancavano, specie all'inizio, di un'effettiva conoscenza dello stato d'animo delle masse popolari e se lo prospettavano in termini sostanzialmente mitico-teorici e, quindi, molto piú «avanzato» e «rivoluzionario» di quanto fosse realmente, la lotta all'attendismo serviva loro per scongiurare il «rischio» di essere scavalcati a sinistra dai «luridi provocatori trotzkisti»188, dagli anarchici e da altre simili «canaglie» (tra le quali, pur non dicendolo, spesso annoveravano anche frangie di sinistra del Psiup) che o sostenevano la necessità di imprimere alla lotta di liberazione un carattere nettamente classista, che il Pci non poteva né accettare né lasciare che fosse impresso da altri (sapendo oltre tutto che questa immagine della resistenza aveva sostenitori anche al suo interno), o negavano che il proletariato potesse prender posizione in un conflitto intercapitalista, come per essi era quello in atto. Ugualmente essa serviva a impedire o, almeno, a ridurre il piú possibile il numero delle iniziative di «pacificazione» (tregue, zone di rispetto, accordi locali di non aggressione, scambi generalizzati di prigionieri, ecc.) che venivano periodicamente tentate e talvolta realizzate tra partigiani, fascisti e tedeschi. Anche a queste iniziative (piú numerose nei primi mesi, ma mai cessate e riaffioranti soprattutto nei momenti di maggior difficoltà per il movimento partigiano, di maggior repressione nei confronti delle popolazioni delle zone nelle quali esso riscuoteva piú simpatie e nel periodo del raccolto)189, come alle tendenze ad evitare il terrorismo e la violenza spicciola, a commisurare l'azione armata al costo da essa richiesto e in particolare all'esigenza di non esporre oltre un certo limite la popolazione alle rappresaglie nemiche, e ad orientarla verso forme di resistenza civile passiva che facessero il vuoto attorno ai fascisti e ai tedeschi e rendessero meno feroci la lotta e il ricorso alla politica del terrore190, i comunisti non potevano infatti lasciare spazio alcuno191. Per essi chi si «macchiava» delle prime e si «gingillava» con le seconde doveva essere considerato un nemico e combattuto «senza remissione», cosí come, per fare un altro esempio ancora, coloro che nella Venezia Giulia e nel Friuli non ritenevano possibile collaborare con i partigiani sloveni perché convinti che questi volessero servirsi del loro aiuto per assicurare piú facilmente il possesso di quelle terre alla Jugoslavia di Tito192.
Secondo i dati e le stime della «sezione di organizzazione» del Pci, al 7 febbraio 1945 i militanti comunisti nelle formazioni partigiane erano un po' piú di ventimila193. Un numero, se si considera la consistenza complessiva del movimento partigiano e la struttura organizzativa del partito e la molteplicità delle attività nelle quali esso era impegnato, superiore a quello sul quale potevano far conto gli altri partiti, insufficiente però a dare da solo alla presenza comunista un effettivo carattere egemonico. Persino in molte formazioni Garibaldi (varie delle quali erano tali, senza che spesso i piú dei loro appartenenti ne sapessero il motivo, poiché i comunisti che militavano in esso avevano preso l'iniziativa di dar loro questo nome) i comunisti non erano maggioranza, nelle altre spesso avevano o il comandante o, piú spesso, il commissario politico194 (raramente entrambi) e un limitato numero di militanti. E se questa sarebbe stata la situazione agli inizi del 1945, molto piú precaria era quella immediatamente dopo l'8 settembre, quando il grosso dei partigiani era costituito da militari sbandati e le formazioni non avevano in genere, a detta degli stessi comunisti195, una fisionomia politica precisa, si proclamavano autonome rispetto ai partiti (in Piemonte, a novembre, su milleseicento partigiani mille appartenevano a formazioni autonome196) e non di rado guardavano ai comunisti con diffidenza e in certi casi con una sorta di ostilità, che, col passare del tempo, in talune zone si sarebbero attenuate, senza però mai scomparire completamente, ma in altre si sarebbero accresciute. Ché mentre ai vertici era piú forte la volontà politica di andare in ogni modo d'accordo, a livello periferico di base alla stima e all'ammirazione per il coraggio dei comunisti come combattenti in molte formazioni faceva da contrappeso l'esperienza diretta del loro settarismo, della loro doppiezza, del loro presentarsi come i piú tenaci sostenitori della collaborazione tra tutte le componenti della resistenza, ma al tempo stesso mettere avanti a tutto l'interesse del proprio partito («malgrado l'insistenza generale sull'esistenza di una stretta collaborazione tra le formazioni partigiane», «sul fatto che sui monti non si fa politica e che la causa è comune per tutti», riferiva all'Oss «Boia», cioè Vero Del Carpio il comandante della colonna di Giustizia e Libertà operante tra La Spezia e la Garfagnana, il 6 novembre 1944197, «questa situazione ideale esiste solo a parole e non nei fatti»), sino al punto di sottrarre alle formazioni di altro colore i rifornimenti di armi e di denaro aviolanciati dagli Alleati e persino di sopprimere altri partigiani198.
Anche a prescindere dall'eventualità – allora da molti ritenuta, lo abbiamo già detto, tutt'altro che irrealistica – di una rapida conclusione della guerra in Italia e, dunque, dalla necessità per il Pci di passare al piú presto all'azione armata su vasta scala per non lasciare campo libero a Badoglio e alle forze politiche tradizionali, è facile capire come, stando cosí le cose, l'arma piú efficace a disposizione dei comunisti (sia per evitare di essere politicamente emarginato e che le masse popolari rimanessero escluse dalla lotta di liberazione, sia per affermare la propria egemonia politica sulla resistenza e indurre azionisti e socialisti a far fronte comune con loro199) fosse costituita dalla lotta senza quartiere contro qualsiasi forma di attendismo. E non solo contro quello vero, scientemente perseguito dalle forze piú conservatrici che non volevano essere coinvolte nella lotta e, pensando al dopo, riponevano le loro speranze solo negli Alleati e soprattutto negli inglesi; ma anche contro quello che essi etichettavano ad arte come tale, mentre in effetti, all'inizio, non era – come abbiamo detto – che il rifiuto di improvvisazioni che le vicende di alcune delle prime formazioni militari avevano mostrato a quali tragedie potevano portare200, mentre successivamente (specie dopo l'esperienza dell'estate-autunno 1944 e il «proclama Alexander») non sarebbe stato altro che la presa di coscienza della realtà con la quale la resistenza doveva fare i conti. E innanzi tutto la consapevolezza che non la resistenza, per forte e attiva che fosse, ma gli eserciti alleati avrebbero posto fine all'occupazione tedesca e alla Rsi; sicché se partecipare in prima persona alla lotta contro i tedeschi e i fascisti era moralmente e politicamente l'unico modo per ridare all'Italia una dignità e una credibilità e la speranza di avere dagli Alleati un trattamento meno duro al tavolo della pace e riconquistare un posto tra le nazioni libere e, ancora, di mettere definitivamente fuori giuoco le forze piú retrive e piú compromesse con il regime fascista, questo però non poteva voler dire sacrificare a cuor leggero un gran numero di partigiani e di civili per inseguire, costasse quel che costasse, una vittoria che da sola la resistenza non poteva ottenere e per di piú entrando in rotta di collisione con gli Alleati. Con coloro cioè dai quali in definitiva sarebbe dipeso il destino dell'Italia e dai quali in quel momento dipendeva in larga misura la esistenza stessa della resistenza.
La politica anglo-americana in Italia tra l'8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 è stata oggetto di una serie di studi che, pur diversi per taglio, documentazione utilizzata e conclusioni, permettono una conoscenza sufficientemente precisa delle sue linee portanti e dei suoi momenti e aspetti principali201. Pur se meno approfondito di altri a causa della scarsezza e frammentarietà della documentazione relativa al ruolo dei servizi segreti alleati (e, ancor piú, di quelli italiani202), anche l'aspetto di questa politica riguardante piú direttamente l'atteggiamento verso la resistenza e i rapporti con essa è ormai sufficientemente noto e «stabilizzato» da esimerci dal dilungarci in discorsi sia d'ordine generale, sia troppo particolare per il carattere di questo lavoro. Su alcuni punti essenziali è però necessario soffermarci un momento onde evitare equivoci e fraintendimenti che hanno a lungo sfigurato i termini reali di questo aspetto e che tendono di tanto in tanto a riaffiorare negli scritti di piccoli «protagonisti» piú o meno esibizionisti e di studiosi dilettanti «controcorrente».
Un punto da mettere bene in chiaro è che l'atteggiamento alleato verso l'Italia non fu determinato, come spesso asserito, solo dai responsabili politici di Londra e di Washington e non può dunque essere ridotto a quanto pensavano e avrebbero voluto Churchill e Roosevelt e i loro piú stretti collaboratori, sicché per renderlo intelligibile non basta affermare che in un primo momento esso fu determinato soprattutto dagli inglesi (conservatori), mentre l'influenza americana (democratica) acquistò peso solo in un secondo tempo. A parte il fatto che anche su questa periodizzazione troppo semplicistica e largamente influenzata dalle vicende successive alla liberazione molto ci sarebbe da dire e soprattutto da precisare meglio, è un fatto che sull'atteggiamento alleato influí massicciamente una serie di motivazioni, influenze, circostanze che di politico in senso stretto avevano ben poco e che fecero sí che esso fosse essenzialmente la risultante di molteplici considerazioni e di iniziative di gruppi che si muovevano secondo logiche diverse e talora contrastanti e persino di personalismi, in parte frutto di tradizioni, culture, mentalità, simpatie politiche diverse, in parte di stimoli quali l'emulazione e addirittura la gelosia. Bene ha visto a questo proposito l'Aga Rossi quando, trattando proprio della politica alleata verso la resistenza, ha scritto203 che
«non si deve sopravvalutare il livello di coerenza e di monoliticità. All'interno del campo occidentale vi erano divergenze non soltanto tra il governo americano e quello inglese, ma anche tra i militari e i politici e tra coloro che erano a Washington e a Londra e coloro che si trovavano in diretto contatto con la realtà del paese occupato... La politica alleata effettivamente attuata fu la risultante di scontri e compromessi tra varie tendenze e diversi centri decisionali.
Per un'effettiva comprensione dell'atteggiamento alleato, dei suoi «momenti», le sue ambiguità, le preoccupazioni che influirono su di esso, è necessario dunque avere ben chiaro che a determinarlo contribuirono molteplici spinte e controspinte diverse, in genere oggettive e razionali, ma anche soggettive e «irrazionali» e ciò sia a livello di «competenze», di «uffici», di «servizi», sia a livello personale.
Su due altri punti avremo occasione di soffermarci piú avanti in modo piú articolato; a scanso di equivoci e di fraintendimenti è però opportuno puntualizzarne sin da adesso i termini generali.
Primo: per importanti che fossero le motivazioni e le strategie politiche di Londra e di Washington, sull'atteggiamento alleato il peso maggiore in ultima analisi lo ebbero le considerazioni di ordine militare e, quasi sempre, quelle dei comandi in loco. Se non si tiene conto di questo è impossibile cogliere quello che fu il vero filo conduttore che sottendeva e unificava i vari momenti e aspetti della politica italiana anglo-americana. Sino al 25 luglio e, ancora, sino all'8 settembre (quando sfumarono le ultime speranze di poter contare su un effettivo apporto dell'esercito italiano alle operazioni contro la Germania) l'Italia, in quanto «ventre molle» dell'Asse, aveva avuto un posto preminente nella strategia alleata. Dissoltosi l'esercito e stabilizzatosi il fronte a Cassino, lo scacchiere italiano perse per gli Alleati buona parte dell'importanza che sino allora aveva avuto e sempre piú ne perse via via che la loro attenzione si concentrò sulla preparazione e, poi, sulla realizzazione del «secondo fronte» in Francia e persino rispetto allo scacchiere balcanico. Da qui – soprattutto dopo che l'offensiva estiva del 1944 con la quale Alexander aveva sperato di dare il colpo di grazia ai tedeschi e di aprirsi la strada verso Trieste, Vienna e Budapest fu bloccata sulla «linea gotica» – il trasformarsi della campagna d'Italia in un'operazione di logoramento (condotta con forze ridotte per il trasferimento di parte di quelle inizialmente assegnatele alle forze da sbarco in Normandia e nella Francia meridionale) volta piú che altro ad impegnare nella penisola il maggior numero possibile di forze nemiche cosí da impedire che fossero trasferite su altri fronti.
Secondo: stante questa situazione, nella quale le esigenze militari prevalevano nettamente su quelle strategico-politiche, da parte degli inglesi – sui quali oltre tutto, come Churchill sottolineò piú volte204, gravava il peso maggiore delle operazioni in Italia – sulle iniziali «disponibilità» churchilliane verso l'Italia, presero il sopravvento le mai sopite ostilità degli anni precedenti (delle quali Eden e il Foreign Office erano stati e rimanevano in larga misura il vessillifero e il principale punto di aggregazione), i tradizionali pregiudizi antitaliani (moltiplicati dai sotterfugi e dalle tergiversazioni italiane nella vicenda armistiziale e dalla dissoluzione dell'esercito) e, insieme, nuove diffidenze e preoccupazioni che il precipitare della situazione in Grecia accrebbe notevolmente, anche in chi, come H. Macmillan (il principale responsabile in loco della politica britannica nel Mediterraneo) era meno contrario ad una linea di condotta elastica e meno punitiva. In linea di principio, questo atteggiamento non era spesso condiviso dagli americani; ma questi, un po' per non moltiplicare i punti di attrito con Londra, un po' perché l'Italia rientrava per la conduzione delle operazioni militari (e non solo per esse) nella sfera di prevalente influenza britannica205, un po' perché assai meno a conoscenza della reale situazione italiana206, un po' perché mancavano di una chiara prospettiva politica verso l'Italia ed erano, per un verso, divisi ancor piú dei loro alleati su cosa fare e, per un altro verso, anch'essi condizionati in buona misura da pregiudizi non molto diversi da quelli che agivano sugli inglesi (e, nel loro caso, spesso frutto di una meccanica sovrapposizione sulla realtà italiana di quella della comunità italo-americana che avevano sotto i loro occhi, del cui peso interno dovevano per altro tenere conto), non furono sostanzialmente in grado né di contrastarlo efficacemente né di trovare un punto di equilibrio tra una loro posizione e quella britannica cosí da giungere a una coerente comune linea politica; sicché, per usare una caratteristica immagine di Churchill, a tenere in mano «il manico del bricco del caffè» furono sostanzialmente gli inglesi. Da qui il tornare in primo piano, dopo le iniziali – quanto sincere e quanto strumentali è difficile dire – «disponibilità» di Churchill, della convinzione che l'Italia, avendo insidiato e messo in pericolo l'egemonia britannica nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente, essendo scesa in campo contro l'Inghilterra nel momento in cui questa oltre tutto era nelle maggiori difficoltà e avendo perso la guerra, dovesse essere adeguatamente punita e dovesse pagare fino in fondo il prezzo delle sue colpe e «guadagnarsi il suo passaggio» fuori dalla condizione di paese nemico vinto, perché – come Churchill scrisse nell'agosto 1944207 – «quando una nazione si permette di sottomettersi ad un regime tirannico, essa non può essere assolta dalle colpe di cui questo regime si è reso colpevole». Per il momento, dunque, l'Inghilterra non aveva nessuna intenzione di rinunciare ai diritti acquistati con l'armistizio. Lo status di cobelligerante concessole dagli Alleati dopo la dichiarazione di guerra alla Germania da parte del governo Badoglio era tutto ciò che l'Italia poteva avere. Avviare trattative per sostituire l'armistizio con un preliminare trattato di pace, come qualcuno pensava si potesse fare una volta raggiunta Roma, era impossibile: non lo consentivano né le esigenze militari, né il fatto che due terzi del territorio italiano erano ancora in mani nemiche e il governo italiano non era pertanto sufficientemente rappresentativo per parlare a nome di tutto il popolo italiano208. E ciò tanto piú che gli Alleati – come Churchill, con quella sua tipica franchezza che finiva spesso per diventare brutalità, ripeté sino alla fine209 – non avevano nessun bisogno di «associarsi» l'Italia per concludere vittoriosamente la guerra contro la Germania.
A ciò si deve infine aggiungere: a) che, conformemente alla piú diffusa e autorevole cultura militare del tempo, i comandi alleati (e quelli americani ancor piú di quelli inglesi) attribuirono – checché affermassero i loro servizi di propaganda – durante tutto il corso del conflitto scarsa importanza ai movimenti partigiani (salvo gli inglesi a quello jugoslavo) e in particolare a quelli dei paesi già dell'Asse, concepivano il loro apporto in termini assai circoscritti e, quanto a quello italiano, non riuscivano talvolta neppure a capirne lo spirito, le motivazioni (tipico il caso del generale Neame a cui era incomprensibile come degli uomini, se non erano degli avventurieri, potessero rischiare la vita «per una causa che implicava come conseguenza logica la sconfitta del proprio paese in guerra»210) e quando li capivano non li approvavano e li rifiutavano, vedendo in essi la molla che poteva mettere in moto una serie di iniziative che avrebbero creato loro intralci e difficoltà e finivano pertanto per guardarlo con sospetto e scarsa simpatia; b) che le autorità politiche erano fermissime nel considerare loro controparte legittima e affidabile, in quanto sotto il loro diretto controllo, la monarchia e i governi di Badoglio prima e di Bonomi poi che avevano sottoscritto o accettato esplicitamente il trattato d'armistizio e non avevano quindi alcuna intenzione di contrarre impegni politici con il Clnai che si contrapponeva alla monarchia e, sia pure in modi diversi, ai governi di Badoglio e di Bonomi e nel quale vi erano uomini come Pertini che ritenevano che gli antifascisti non potessero né dovessero assumersi la responsabilità dell'armistizio poiché non avevano quella della guerra; e c) che esse temevano che dopo la vittoria sui tedeschi e i fascisti i comunisti tentassero nell'Italia settentrionale qualcosa di simile a quello che stava avvenendo in Grecia, ovvero – senza arrivare a tanto – determinassero una situazione tale da costringere l'Inghilterra e gli Usa a una prolungata presenza in forze sul territorio italiano e a un impegno economico, che esse non potevano o volevano assumersi, per scongiurare pericolosi torbidi sociali211. Sicché non è difficile capire perché i rapporti tra gli Alleati da una parte e il movimento partigiano e il Clnai in particolare da un'altra non furono mai limpidi e veramente buoni e col passare del tempo si fecero via via piú complessi e difficili. E questo anche se l'apporto del movimento partigiano alla guerra contro i tedeschi212 si veniva rivelando superiore alle attese, tanto da indurre i comandi alleati e lo stesso Alexander (che pure considerava i partigiani «un grosso disturbo») ad esprimere su di esso lusinghieri giudizi, non solo pubblici, ma anche in sedi tecniche riservate213.
Per gli Alleati – politici e militari in ciò erano tutti d'accordo – la resistenza non doveva essere fonte di difficoltà, ma di aiuto. Non doveva «far politica» né porsi ambiziosi obiettivi, quali quelli di farsi «esercito», di condurre operazioni in grande stile, di «liberare» intere zone del paese, di «mobilitare» le masse; tutte cose che, anche se le avessero ritenute possibili (e non le ritenevano tali), essi consideravano ai fini della guerra in Italia di nessuna utilità pratica, temevano anzi che avrebbero creato loro difficoltà (se non altro sul piano dei rifornimenti) e ne diffidavano per gli sviluppi e per le conseguenze politiche che avrebbero potuto avere, per l'autonomia che avrebbero dato al movimento partigiano rispetto ai loro comandi. Nell'ottica degli Alleati la resistenza doveva essere infatti qualcosa che fosse presente e agisse solo nella sfera militare e che doveva operare il piú possibile in collegamento con i loro comandi e come loro supporto oltre la linea del fronte. Raccolta di informazioni214, azioni di sabotaggio, attentati e colpi di mano volti a logorare e impegnare le forze nemiche, interventi a sostegno di particolari azioni alleate immediatamente dietro le linee tedesche, controinformazione: questi sarebbero dovuti essere sostanzialmente i suoi compiti; tutti compiti per i quali erano sufficienti piccoli gruppi di uomini decisi e ai quali bastava il supporto di pochi mezzi e di qualche missione alleata. Un'ottica, insomma, molto diversa da quella nella quale si collocarono subito tanto la gran maggioranza del movimento partigiano, e in particolare le sue componenti politiche di sinistra, quanto lo stesso governo Badoglio, che, se era ostile ad una politicizzazione della resistenza e aspirava a tenerla sotto il proprio controllo e a militarizzarla, considerava però il suo sviluppo e il suo contributo alla lotta contro i tedeschi e la Rsi di grande importanza per ottenere da Londra e da Washington (e da Mosca) un miglior trattamento dell'Italia al tavolo della pace e per rafforzare le periclitanti fortune della monarchia.
Chi forse ha meglio sintetizzato questa radicale differenza di ottica è stato Edgardo Sogno allorché, per spiegare lo spirito e l'attività della sua organizzazione, la «Franchi», ha cosí tratteggiato i punti essenziali della questione sin dal suo primo manifestarsi subito dopo l'8 settembre:
Il piano alleato – ha scritto215 – consisteva nel coprire con una rete di missioni informative e organizzative tutta la zona di dislocazione delle bande per costruire e aggiornare in permanenza il quadro completo della situazione e in un secondo tempo per controllare, dirigere e rifornire il movimento ai propri fini militari e politici. Questo piano venne progressivamente attuato fra il novembre '43 e il giugno del '44...
Per quanto concerne il governo e i comandi italiani non fu possibile in questo periodo iniziare una sistematica presa di contatto con la Resistenza del Nord. Gli Alleati per le ragioni che vedremo in seguito non consentivano alle autorità italiane di essere comunque presenti nelle zone ancora occupate. Soltanto attraverso sotterfugi e stratagemmi fu possibile infiltrare qualche elemento isolato fra i membri delle missioni alleate. Attraverso questo primo collegamento si andava chiarendo intanto la divergenza esistente fra i punti di vista del movimento di Resistenza, degli Alleati e del governo del Sud in merito alle finalità e ai metodi di lotta. Esaminiamoli singolarmente.
Per quanto concerne il movimento partigiano tre concetti fondamentali risultano comuni a tutti indistintamente i «volontari della libertà» a qualsiasi gruppo e tendenza politica appartengano. Questi concetti sono: 1) la guerra come necessità suprema e la vittoria come condizione essenziale per qualsiasi ulteriore attività politica; 2) la sostanziale unità e autonomia del movimento e la necessità della sua unificazione sul terreno dell'azione pratica anche se permangono speranze e tentativi di realizzare questa unificazione sotto insegne diverse; 3) il significato e il valore politico della lotta come elemento essenziale tale da escludere l'appartenenza stessa al movimento per coloro che non lo riconoscono, anche se tale elemento politico è variamente inteso nei vari gruppi (rivoluzione sociale per le Garibaldi, totale rinnovamento nazionale per le GL, lotta per la democrazia politica e contro ogni forma di dittatura per le autonome). Dagli Alleati invece il movimento partigiano viene preso in considerazione esclusivamente agli effetti del suo sfruttamento sul piano militare ai fini dello sforzo bellico. Qualsiasi altra considerazione non interessa. Le forze partigiane non costituiscono che un elemento da inserire nel modo piú opportuno nel quadro generale dell'impiego contro i tedeschi.
Nell'Italia liberata gli ambienti politici e diplomatici guardano al movimento partigiano come a una parte integrante dello sforzo di guerra italiano a fianco degli Alleati e si preoccupano essenzialmente del suo inserimento nel quadro della cobelligeranza nazionale da sfruttarsi ai fini della auspicata revisione delle clausole del trattato di pace. Negli ambienti militari si tende a considerare le bande come elementi distaccati dall'Esercito sottoposti sia pure indirettamente alla gerarchia militare o dipendenti dagli Alti Comandi militari italiani di Brindisi con una accentuata diffidenza per gli elementi politici di sinistra.
Per quanto concerne gli Alleati non vi è alcun dubbio che la funzione di comando e il compito di impartire direttive alle forze partigiane ausiliarie spetti al comandante delle Forze Alleate del Mediterraneo, il generale Alexander. Alexander parla dei «suoi» partigiani. Radio Londra prende ordini, istruzioni dal comando alleato ignorando totalmente i comandi locali, CLN e governo italiano. Le missioni che giungono dal Sud, istruite dagli inglesi e dagli americani non riconoscono altra autorità che quella della propria base. Questa concezione degli Alleati ha una base politica e giuridica, anche se con la loro mentalità pratica non sempre ne sono chiaramente consapevoli. Il territorio italiano del Nord è sottoposto al governo italiano, che è un governo nemico. Per di piú ci sono i tedeschi, quindi nessuna autorità, né di fatto né di diritto, si può riconoscere su quel territorio al governo italiano del Sud ancora sottoposto al regime di tutela armistiziale. Solo dopo la liberazione, dopo il periodo dell'AMGOT, quando il fronte si sarà allontanato, le autorità italiane riavranno l'esercizio dei loro poteri. Per ora qualsiasi forza militare o politica che in quei territori si disponga ad aiutare la causa non può considerarsi rappresentata e dipendente dal governo italiano ma dagli Alleati. Questo concetto spiega non solo la costante diffidenza e piú o meno velata opposizione dei servizi alleati nei confronti dei comandi partigiani locali tendenti a unificare le forze di Resistenza, ma anche la barriera insormontabile, l'ermetico diaframma costituito e mantenuto in questo periodo tra governo e comandi italiani del Sud da una parte e il movimento partigiano dall'altra.
Il governo italiano di Brindisi e i comandi militari italiani da parte loro erano naturalmente portati ad attribuirsi la direzione del movimento partigiano, anche se per i motivi che abbiamo esaminato non riuscivano ad esercitare che una limitata influenza attraverso gli elementi specialmente militari, infiltrati con le missioni.
Sulla questione dei metodi e dei limiti della lotta il contrasto è altrettanto grave e profondo. La concezione della guerra partigiana come lotta a sfondo e a contenuto politico comporta la tendenza a favorire la formazione di bande sempre piú numerose, a «liberare» e a controllare delle zone, a unificare il comando nelle mani degli organi e dei dirigenti politici, a condurre una guerra propria indipendente, anche se combattuta al fianco delle truppe alleate. Nel Nord si mira a fare delle bande un corpo unico, un'«Armata di liberazione» che, sia di fronte alle popolazioni dei territori occupati, sia di fronte agli stessi Alleati, alzi la bandiera della riscossa politica nazionale. Si mira all'insurrezione di massa, attribuendo alle formazioni un valore e un significato che va molto al di là della loro funzione militare immediata...
La concezione alleata invece è molto diversa.
L'azione militare delle bande non deve essere che una integrazione dello sforzo di guerra delle truppe alleate. Ogni attività che esorbiti da questa linea costituisce uno spreco di energie e di mezzi a danno della condotta della guerra. I servizi alleati vogliono bande poco numerose composte di elementi solidi. Sono contrari alla creazione di zone franche, alla difesa rigida di linee determinate, ad azioni di massa contro i tedeschi. Vogliono soltanto colpi di mano, atti isolati di sabotaggio, attacchi di sorpresa contro piccoli presidi e linee di traffico del nemico, il piú possibile concordati e sincronizzati con i movimenti delle loro truppe. Di fronte alle bande politiche rimangono freddi e diffidenti. Dicono che quello che conta è fare la guerra e basta. Gli organizzatori e i capi di bande politiche appaiono ai loro occhi dei mestatori che intralciano con problemi e attività, senza un vero interesse immediato, il lavoro serio dei militari...
Queste divergenze non si limitano al campo teorico, ma si ripercuotono sul campo della lotta, in quanto gli organi centrali politici, i CLN, vi rappresentano l'indirizzo della Resistenza, le missioni provenienti dal Sud vi rappresentano la concezione degli Alleati, ufficiali dell'esercito ed elementi monarchici vi rappresentano l'impostazione badogliana e militare. Ed è questo il terreno su cui si svolge l'azione di collegamento e di mediazione dell'organizzazione Franchi...
Per conciliare in qualche modo ottiche tanto diverse ci sarebbe voluta, oltre a molta pazienza, buona volontà e attenzione a non fare passi falsi, una comprensione e una disponibilità a reciproche concessioni che però nessuna delle due parti ebbe e – bisogna pur dirlo – mancarono piú da parte italiana che da parte alleata. Si spiega cosí perché sin dall'inizio i rapporti furono tutt'altro che facili e tali, pur tra alti e bassi, rimasero sempre, anche se su alcune questioni gli Alleati finirono per accedere al punto di vista del Clnai o per rassegnarsi a subirlo.
Nel clima di accesa contrapposizione ideologica e politica che contraddistinse sia sul piano internazionale sia su quello interno il dopoguerra e piú ancora gli anni sessanta-settanta, per spiegare le difficoltà che avevano caratterizzato i rapporti tra la resistenza e gli Alleati e, soprattutto, per attribuire a questi la responsabilità del mancato «rinnovamento» dell'Italia, è stato fatto invece spesso ricorso ad argomentazioni piú o meno esplicitamente fondate su una presunta ostilità «conservatrice» anglo-americana, e degli inglesi in particolare, nei confronti della resistenza e dell'Italia alla quale questa si sarebbe proposta di dar vita con la sua lotta. Caratteristico della cultura di sinistra e di quella comunista in particolare questo tipo di spiegazione ha tratto il piú delle volte alimento e «autorevolezza» da settori non trascurabili – soprattutto laici – dell'élite resistenziale non comunista.
Arroccati negli anni del fascismo in un'opposizione tanto nobilmente intransigente quanto astrattamente moralistica, questi settori non si erano mai resi veramente conto né del radicale sconvolgimento dei tradizionali punti di riferimento provocato dalla seconda guerra mondiale, né dell'effettiva condizione nella quale si era venuta a trovare l'Italia in conseguenza della sconfitta e dell'armistizio, né del fatto che ciò che realmente contava per gli Alleati e determinava le loro scelte politiche era poter condurre le operazioni militari nella penisola senza intralci di sorta e valutando l'apporto italiano in funzione esclusivamente degli obiettivi che di volta in volta si ponevano. Sicché, avendo vissuto la resistenza un po' in un'ottica risorgimentale, un po' come il fatto rivoluzionario della storia italiana, grazie al quale – lo abbiamo già detto – si sarebbe realizzata una rivoluzione politica, sociale e morale cosí profonda e radicale da fare finalmente dell'Italia una società civile e politica del tutto nuova, essi – messi dopo la liberazione di fronte al fallimento di gran parte delle loro attese – invece di cercarne le ragioni nei propri errori di valutazione e di comportamento rispetto agli anglo-americani (e allo stato d'animo profondo del paese) ne avevano scaricato la responsabilità sull'atteggiamento «equivoco» e «ostile» degli Alleati verso la resistenza e sulla «miopia politica», sull'«egoismo» che, secondo loro, l'avevano determinato.
In alcuni casi è probabile che a questo rovesciamento di tutte le responsabilità sugli Alleati abbia contribuito la frustrazione provocata dal dover constatare che i «responsabili» primi del fallimento delle loro attese fossero stati proprio quegli inglesi e americani da essi per anni considerati modelli di democrazia e, dunque, i veri amici del popolo italiano conculcato dal fascismo e dai suoi complici. Per la maggioranza crediamo però che sia piú giusto parlare soprattutto di incapacità a tenere il passo con i tempi e a liberarsi da condizionamenti culturali che la frattura storica determinata dalla seconda guerra mondiale aveva in gran parte confinato nel passato. Nell'uno come nell'altro caso ciò aiuta a spiegare anche il progressivo affievolimento delle critiche che da questi settori si erano levate nei confronti dei comunisti durante la resistenza e il loro insistere invece sempre piú sui momenti e sui motivi di «unità della resistenza» e in particolare delle sue componenti di sinistra, sino a farne un mito e al tempo stesso un modello dello ancora valido.
All'operato degli anglo-americani possono essere mosse numerose critiche; ciò che in sede storica è inammissibile è metterli sotto accusa, attribuendo loro tutta la responsabilità delle incomprensioni, delle tensioni, dei contrasti che caratterizzarono i rapporti tra essi e la resistenza, sino a farne dei nemici o quasi di essa, e, piú in generale, della causa della democrazia italiana e dei sostenitori delle forze e degli interessi piú conservatori. Accuse del genere, quando non sono strumentalmente politiche – e prima o poi inevitabilmente lo diventano – denotano una totale incapacità di rendersi conto di cosa la seconda guerra mondiale ha significato e di quanto ha innovato rispetto alla «condizione umana» precedente e in primis dell'incidenza sulle coscienze e sui comportamenti che – sia pure in misure diverse – ha avuto in tutti i paesi una lotta per la sopravvivenza, tanto drammatica quanto senza precedenti, quale essa fu. Una incidenza che, di massima, si è manifestata, sotto il profilo morale, con un imbarbarimento collettivo e, sotto quello politico e militare, nel trionfo delle logiche piú spregiudicate e spietate, ma piú produttive (o presunte tali) sul terreno del successo da conseguire ad ogni costo. Non rendersene conto riduce ogni discorso nel quadro di un moralismo che può essere sincero o interessato, ma che in entrambi i casi, impedisce una effettiva comprensione storica degli avvenimenti in questione e, quasi sempre, li deforma agli occhi degli stessi loro protagonisti.
Un significativo esempio di come questo tipo di spiegazione abbia potuto annoverare tra i suoi sostenitori anche uomini che conoscevano bene le cose per averle vissute in prima persona e in posizioni che ne facevano dei protagonisti di rilievo è offerto dal tono via via sempre piú critico con il quale Parri ha prospettato dopo la liberazione i rapporti tra Alleati e resistenza.
Nel maggio 1945216 fece accenno solo a contrasti e a momenti «in una prima fase» difficili, ma senza insistervi su troppo e affermando che, comunque, «man mano si procedeva», i rapporti erano andati migliorando. Un anno e poco piú dopo, in una conferenza su «La Svizzera e la resistenza italiana»217, le sue critiche si fecero però molto piú dure. La cobelligeranza era stato un inganno ai danni dell'Italia; gli Alleati avevano preso ciò che giovava loro e non avevano fatto alcuno sforzo (il riferimento, sia pure indiretto, era alla stabilizzazione del fronte sulla «linea gotica») per risparmiare «lutti e distruzioni» all'Italia. «Non potevano limitare il nostro sforzo partigiano, ma i rapporti nostri con gli Alleati e l'aiuto che essi ci fornirono furono necessariamente influenzati dalla diffidenza verso un movimento di carattere e pretese nazionali... Donde difficoltà, che incidevano anche sulla impostazione tecnica e militare dell'azione insurrezionale e furono evidenti sin dall'inizio e si manifestarono ancora nella primavera del 1945». Nel dicembre 1948, in occasione del processo contro J. V. Borghese, rese una testimonianza218 che è difficile dire se piú parziale o piú ingenua. All'accusa alle missioni inviate dagli inglesi al nord di non essere in genere favorevoli al movimento partigiano fece infatti seguire un elogio di quelle inviate dagli americani e composte, a suo dire, da elementi «non comunisti», ma «amici», quando è nato; ed egli non poteva ignorarlo, che i comunisti infiltrati nei servizi segreti americani erano numerosi, al punto che un intero gruppo Oss dovette essere sciolto219. Nel 1949220 parlò invece genericamente di «una storia di fastidi senza fine», ma, pur dicendo di non credere alla fondatezza delle accuse mosse dai garibaldini e da «alcuni comandi Gl» agli Alleati di aver operato una selezione «di partito» negli aviolanci, il quadro da lui tracciato cominciò ad entrare nel vivo delle singole questioni. In pratica attribuí agli anglo-americani la responsabilità per come si era conclusa la vicenda dell'Ossola («gli aerei alleati, reiteratamente e disperatamente invocati, non vennero...») e se, per un verso, definí gli accordi di Roma del dicembre 1944 una «prima vittoria», per un altro affermò o lasciò capire che essi erano stati per il Clnai non molto soddisfacenti nella sostanza e umilianti nella forma221 tant'è che egli si era piegato ad essi solo perché costretto dalla necessità di ottenere gli aiuti indispensabili a far fronte alla crisi nella quale il movimento partigiano si era venuto a trovare con l'ottobre, allorché Alexander, dopo aver «assicurato l'avanzata a fondo», si era invece fermato sulla «linea gotica». Un'affermazione, questa, che lascia intravvedere come gli accordi di Roma costituissero per lui una «prima vittoria» solo perché avevano messo la resistenza in grado di superare la gravissima crisi nella quale si trovava e giungere in forze al 25 aprile, ma per il resto li considerasse una sconfitta del movimento di liberazione. Una sconfitta che in quel momento non voleva però ammettere esplicitamente – probabilmente temendo che ammetterla avrebbe potuto aprire una falla dalle conseguenze imprevedibili nella vulgata resistenziale che si veniva costruendo, ma che non aveva ancora basi tanto solide da non poter essere messa in crisi – ma che col passare degli anni avrebbe finito per riconoscere. Se per impossibilità di celarla ancora o per «dimostrare» che la responsabilità di quanto era accaduto in Italia dopo la liberazione era degli anglo-americani che non avevano voluto la piena vittoria della resistenza è impossibile dire. Nel 1950222 la sua ammissione fu pertanto ancora solo molto indiretta. Cogliendo l'occasione offertagli dalla pubblicazione della relazione ufficiale britannica sulla campagna d'Italia accusò infatti ancora genericamente gli Alleati e in particolare gli inglesi di aver fatto di tutto per impedire e limitare la partecipazione italiana alla guerra contro la Germania, di essersi opposti ad ogni sforzo di «resurrezione» (al nord come al sud) e di avere, per quel che riguardava in particolare la resistenza, frenato, frazionato e limitato l'azione dei partigiani pur di «non trovarsi al tavolo della pace degli italiani covincitori». Ma non si spinse oltre. Perché vi si inducesse, e ancora in forma indiretta, allusiva, dovettero passare altri dieci anni. Nel 1960223 infatti, ripercorrendo i momenti decisivi della resistenza, se da un lato rivendicò ad essa il merito di aver combattuto non la «guerra speciale» che gli Alleati avrebbero voluto, una guerra di «piccoli gruppi mobilissimi di sabotatori, di intercettatori, che non impegnano mai battaglia e logorano al massimo il nemico», ma una guerra «nostra», «una insurrezione nazionale, popolare e nazionale», che si proponeva di mettere in campo, «costasse quel che costasse», «un esercito nazionale», da un altro lato tracciò un quadro delle difficoltà che la resistenza aveva dovuto superare nell'inverno 1944-45 cosí drammatico da lasciare pochi dubbi sull'importanza che esse avevano avuto nel fargli accettare gli accordi di Roma. Perché si spingesse oltre ci volle però ancora piú di un decennio. Solo nel 1972, quando ormai la vulgata resistenziale dominava pressoché incontrastata e l'antiamericanismo dilagava a tutti i livelli, Parri si indusse infatti ad affermare a tutte lettere di aver sottoscritto gli accordi di Roma in una «condizione di necessità» e, cosa ancor piú importante, di averli, cosí come Pajetta, sottoscritti strumentalmente e con la riserva mentale di rispettarli o no a seconda delle circostanze.
Nella spartizione di Yalta – scrisse su «L'Astrolabio»224 – il settore del Mediterraneo era stato riservato, come è noto alla preminente influenza britannica, che spostava a destra l'asse della tutela, ed anche l'asse del fronte nazionale italiano, ed in definitiva, oltre a controbattere le spinte di sinistra, rendeva piú difficile l'affermarsi di una linea mediana, e perciò unitaria, della Resistenza.
Piú importanti e piú incisivi in questo senso furono i documenti conclusivi della missione al Sud. Il primo fu firmato a Roma dai componenti della missione a conclusione delle lunghe e faticose trattative con il Quartier Generale alleato, condizionato peraltro per le decisioni politiche dalla Commissione alleata di controllo. Era spiacevole la formalizzazione e l'irrigidimento della nostra dipendenza militare dal comando supremo alleato ed il riconoscimento di non precisate obbligazioni militari imposte dall'armistizio. Non era dubbio che sarebbe stato imposto il disarmo del Cvl, ed era stato formulato l'invito a limitarne l'attività a compiti di difesa civile.
Nelle conversazioni con me, il Comando alleato (gen. Alexander) era stato meno restrittivo, e non sulla linea del famigerato appello invernale ai partigiani intervenuto pressapoco in quei giorni, e del quale lo stesso Alexander ci dette l'interpretazione piú anodina. Ma era chiaro che, salvo imprevedibili sorprese, restava un sogno il sogno mio di arrivare ad ottenere, ai fini della pace futura, il riconoscimento di un nostro stato di cobelligeranza mediante un contributo militare decisivo del Cvl nell'ultima fase della guerra. Devo dire che la nostra guerra finí troppo presto? Lo so che direi una eresia.
Di positivo, ed a mio giudizio decisivo, vi era il riconoscimento interalleato del Cvl, ed un contributo finanziario senza il quale avremmo dovuto pressapoco chiuder bottega. I patti di dipendenza militare sanzionavano uno stato di fatto già esistente, al quale l'assegnazione del comando al gen. Cadorna aveva già dato una prima consacrazione. Ed a guardare le firme in controluce, almeno la mia e quella di Pajetta, si poteva leggere la reticenza di chi sin quando ha le carte in mano si riserva di fare quello che può e quello che deve.
Il giudizio finale era comunque quello di una condizione di necessità. Rifiutare avrebbe per lo meno significato la fine di un Cvl organizzato. La responsabilità personale maggiore era la mia. Il Cln milanese ratificò all'unanimità.
Agli Alleati – lo abbiamo già detto – possono essere mosse molte critiche. Nel formularle non è possibile però né fare, per cosí dire, di ogni erba un fascio, generalizzare cioè singoli casi e ignorare gli altri e il loro contesto (tipica in questo senso è l'accusa tante volte fatta loro di avere «graduato» gli aviolanci alle varie formazioni in base al loro colore politico225), né tanto meno prescindere da quelli che erano i criteri informatori politici e soprattutto militari della loro strategia di guerra, in generale e in particolare in Italia, e a vedere invece tutto in un'ottica solo italiana, con la conseguenza di attribuire nella fattispecie tutta la responsabilità delle incomprensioni, delle tensioni, dei contrasti che caratterizzarono i rapporti tra la resistenza e gli Alleati solo a questi ultimi e, dunque, di precludersi la possibilità di capire come effettivamente si svolsero le cose.
Gli accordi di Roma del dicembre 1944 costituirono indubbiamente, checché Parri e Pajetta sperassero opponendo sotto di essi le loro firme, la stazione d'arrivo di questi rapporti. Per valutarne appieno il significato è però necessario risalire alla stazione di partenza. Tanto piú che esso non è circoscrivibile alla sola storia della resistenza in senso stretto, ma costituisce un elemento importante per una piú corretta e approfondita comprensione anche di talune vicende dell'ultima fase della Rsi e del reale rapporto di larghi settori della popolazione del nord con il movimento partigiano e, quindi, con i tedeschi e la Rsi. E questo, dato il carattere del nostro lavoro, è certo uno dei nodi storicamente piú significativi da sciogliere.
Subito dopo l'8 settembre una delle prime mosse di Parri fu di inviare in Svizzera da Allen Dulles e John McCaffery, dai quali dipendevano i servizi dell'Oss e del Soe per l'Italia, Alberto Damiani, un azionista che godeva della sua piena fiducia e che era già in rapporto col Soe. Il contatto però non aveva portato ai risultati sperati, nonostante fosse appoggiato da alcuni autorevoli antifascisti esuli nella confederazione e Damiani pare prospettasse il rapporto con le «forze progressiste liberali socialiste», cioè col Pd'a, come una garanzia rispetto alle «forze comuniste che volgono le loro speranze verso l'Urss». Né la cosa può meravigliare, dato che mentre facevano questo discorso Damiani e i suoi accompagnatori rovesciavano su Dulles e McCaffery un profluvio di critiche alla politica anglo-americana e specie al suo atteggiamento verso la monarchia e il governo Badoglio, il tutto, per di piú, col tono di chi impartiva loro una lezione sul significato e i valori della Carta atlantica e, visto l'esito deludente dei primi due incontri, avevano cercato persino di scavalcare i due interlocutori inviando a Eden e all'ambasciatore americano a Berna e al partito laburista due note interamente dedicate alla questione monarchica che a Londra fecero una pessima impressione e in un primo momento non furono addirittura considerate autentiche, ma un tentativo dei servizi segreti fascisti di screditare la resistenza agli occhi degli Alleati226. A questo primo infelice contatto ne seguí ai primi di novembre un altro ad opera di Parri personalmente e di Valiani, che si era recato al nord proprio per accompagnarlo in Svizzera e facilitare il contatto con la propria presenza e il proprio credito presso il Soe. L'incontro, il 3 novembre, tra i due esponenti azionisti, McCaffery e Dulles ebbe formalmente un esito molto migliore, probabilmente anche grazie all'effetto positivo che stavano avendo le prime notizie sull'impegno messo dai partigiani nel favorire il passaggio in Svizzera degli ex prigionieri alleati e nel procurare loro aiuto e rifugio227. In concreto i risultati furono però scarsi. Sul terreno piú propriamente politico (atteggiamento verso la monarchia e il governo Badoglio e concezione strategico-politica della resistenza) ognuno rimase di fatto sulle proprie posizioni e i due rappresentanti alleati si dichiararono incompetenti in materia. Sul piano tecnico Parri e Valiani videro accogliere le loro richieste di finanziamenti, di armi, di vestiario invernale, di strutture di collegamento stabili, ecc., ma – come Valiani avrebbe scritto nel suo Tutte le strade conducono a Roma – con la riserva che quanto concordato doveva essere approvato dal comandante in capo del Mediterraneo228. Sicché si può ben dire che, piú che a un vero e proprio accordo, l'incontro del 3 novembre portò all'inizio di un rapporto che, se assicurò al Clnai alcuni importanti vantaggi (soprattutto in materia di finanziamenti e di rifornimenti229 e perché gli aprí la possibilità di stabilire forme di concreta collaborazione con i servizi segreti elvetici che si sarebbero dimostrate preziose230) sui tempi brevi – ma piú lunghi di quanto esso si era atteso, e che provocarono, per dirla con McCaffery, una serie di «brontolii» che non contribuirono certo a rendere i rapporti migliori –, si sarebbe però sviluppato col tempo attraverso alti e bassi, crisi, sospetti e accuse reciproci231 e di cui i due momenti piú emblematici furono, a fine dell'aprile 1944, la perentoria richiesta di McCaffery al presidente del Clnai Alfredo Pizzoni (tra i suoi capi quello che piú capiva il punto di vista degli Alleati e godeva maggiormente della loro considerazione) di sostituire (formalmente per inefficienza, sostanzialmente per il suo atteggiamento polemico verso gli Alleati) Damiani con il socialista Stucchi nell'incarico di rappresentante del comitato militare del Clnai presso gli Alleati in Svizzera232 e soprattutto la durissima lettera che lo stesso McCaffery scrisse tre mesi dopo a Parri appena saputo che il Clnai si accingeva a inviargli un documento ufficiale in cui gli Alleati erano accusati di «cattiva volontà» in materia di aviolanci233.
Non ricevete abbastanza armi? – gli scrisse, facendo il punto su una serie di questioni a monte di quella degli aviolanci. – Lo so. Anche nella Francia, nel Belgio, nella Polonia, nella Grecia, nella Jugoslavia, nell'Olanda, nella Danimarca, nella Norvegia, nella Cecoslovacchia non hanno mai avuto abbastanza armi. Ma da nessuna parte in un periodo di quattro anni ho avuto piú lamentele che da Voi. E nessun altro ha mai sognato di parlare di mire macchiavelliche da parte nostra.
Io nei riguardi dell'Italia, come Le ho detto altre volte, ho sempre agito da amico. Adesso parlo anche da amico; ma non per questo, anzi precisamente per questo, devo parlare chiaro.
L'Italia ha subíto il fascismo. Va bene. L'Italia è entrata in guerra contro di noi. Va bene. Malgrado tutta la buona volontà di Lei dei Suoi amici sappiamo benissimo quanto ci è costato in uomini, in materiale ed in sforzi quella entrata dell'Italia.
A causa delle nostre operazioni difficilissime ma riuscite siete stati in grado di avere un colpo di stato. Che non è andato bene è dovuto in gran parte alla mancanza di preparazione ed alla mancanza di reciproca fiducia che c'era fra gli elementi favorevoli laggiú. Chi scrive ne sa qualcosa.
Adesso avete avuto la possibilità di ritrovarVi e di finire accanto a quelli a cui l'Italia ha causato cosí gravi danni. Nessuno piú lieto di noi di questa possibilità; nessuno piú pronto ad aiutarVi. Ma, diamine, non pretenderete Voi adesso di dirigere le operazioni militari invece di Eisenhower o di Alexander.
Molto tempo fa ho detto che il piú grande contributo militare che potevate portare alla causa alleata era il sabotaggio continuo, diffuso, su vasta scala. Avete voluto delle bande. Ho appoggiato questo Vostro desiderio perché riconoscevo il valore morale di esse per l'Italia. Le bande hanno lavorato bene. Lo sappiamo. Ma avete voluto fare degli eserciti. Chi Vi ha chiesto di fare cosí? Non noi. L'avete fatto per ragioni politiche, e precisamente per ri-integrare l'Italia. Nessuno Vi darà colpa per questa Vostra idea. Ma non date nessun torto ai nostri generali se lavorano almeno essenzialmente con criteri militari. E soprattutto non tentate di addossare a noi degli scopi politici perché questi criteri militari non si conformano in pieno agli scopi politici Vostri.
Non voglio dire di piú. Un'ultima parola di consiglio. Avete degli amici. Non cercate proprio di perderli.
Alla luce di queste parole di McCaffery le tessere del mosaico dei rapporti e delle ragioni d'attrito tra Alleati e resistenza si compongono in un quadro organico. Si capiscono le accuse piú o meno esplicite mosse da vasti settori della resistenza agli Alleati di aver avuto un atteggiamento passivo di fronte alle vicende delle «repubbliche» di Montefiorino e dell'Ossola e per il «famigerato» «proclama Alexander» e il montare all'interno di essa di un diffuso stato d'animo contro di loro234. E, ciò che qui piú interessa, si comprendono le ragioni di fondo dello scontro tra la maggioranza di sinistra del Clnai da una parte e il comando alleato e il governo Bonomi dall'altra attorno all'opportunità o meno di nominare un comandante militare effettivo del Cvl e soprattutto attorno ai poteri e ai compiti che egli avrebbe dovuto avere. Ché questo fu infatti – insieme all'effettiva situazione nella quale nel 1944 si venne a trovare il movimento partigiano – il sottofondo di tutte le vicende piú importanti del rapporto resistenza-Alleati (e in primis degli accordi di Roma del dicembre) sino all'aprile del 1945. Un sottofondo che non fu peculiare della resistenza italiana, ma caratterizzò in maggiore o minore misura tutte le resistenze europee (si pensi allo scontro in Francia tra le Forces françaises de l'intérieur e il Front de libération) ed ebbe la sua ragion d'essere nel diverso modo con cui la resistenza era intesa dai partiti moderati, che vedevano in essa il modo per restituire al paese le istituzioni democratiche, e da quelli della sinistra, per i quali l'obiettivo principale era un radicale mutamento delle strutture politiche ed economiche della società, e nelle preoccupazioni che ciò – a torto o a ragione poco importa – suscitava negli Alleati.
Superati con un depauperamento di forze e perdite relativamente modesto l'inverno 1943-44 e i rastrellamenti tedeschi alla fine di esso, la resistenza si era presentata, nonostante i problemi e le difficoltà che doveva affrontare, all'appuntamento primaverile piú forte, agguerrita e in espansione di quanto sia i tedeschi e i fascisti che gli Alleati avevano previsto. Sulla spinta dell'entusiasmo suscitato dalla ripresa dell'avanzata anglo-americana verso nord, dalla liberazione di Roma e di Firenze e dallo sbarco alleato in Francia e dall'idea – autorevolmente avallata dalla fine di agosto dai radiomessaggi alle missioni alleate al nord con cui Alexander chiedeva, «in quest'ora storica», «uno sforzo supremo» e impartiva istruzioni sui «nuovi compiti» che il movimento partigiano doveva attuare235 – che si fosse ormai alla vigilia dello scontro definitivo, il numero dei partigiani era notevolmente aumentato e la loro azione si era estesa dalla montagna, dove aveva trovato inizialmente rifugio, alla pianura, puntando a portare le campagne all'insurrezione (come sostenevano soprattutto i comunisti), aveva toccato zone, nelle quali la sua presenza era stata prima assai scarsa, aveva puntato a stabilire il potere dei Cln su territori sempre piú vasti (i casi delle «repubbliche» di Montefiorino, della Carnia, dell'Ossola non furono gli unici, ma solo i piú importanti) e – cosí come la reazione fascista – si era radicalizzata, sfociando nella vera e propria guerra civile. «Nasce allora – dirà Parri nel 1960236 – una delle nostre canzoni di guerra, piemontese, cuneese, il cui ritornello era "pietà l'è morta". È dalla primavera del 1944 che comincia la guerra inespiabile». Agosto e settembre furono i mesi nei quali l'azione partigiana toccò lo zenith e la vittoria sembrò questione di settimane. In ottobre tutto cambiò però radicalmente e lo stato d'animo dei partigiani e delle popolazioni subí un colpo fierissimo: da un lato la spinta dell'8ª Armata britannica e della 5ª americana si esaurí sino a bloccarsi completamente, da un altro Kesselring decise di lanciare ovunque (a cominciare dalla Carnia e dall'Ossola) una controffensiva su vasta scala, impiegando contro i partigiani sei divisioni tedesche, quattro della Rsi e altri reparti saloini. In questo contesto il 13 novembre arrivò il «proclama Alexander» a cui, meno di un mese dopo, fece seguito la notizia che i tedeschi avevano sferrato la controffensiva nelle Ardenne. E – come ha scritto Bocca237 –
ci si mette anche il tempo, un autunno orribile, un principio di inverno durissimo. Pioggia a diluvio e neve. E molte formazioni vengono colte dalle intemperie sprovviste di abiti invernali.
I contraccolpi psicologici, militari, organizzativi e politici di questa inattesa situazione furono immediati e gravissimi. Non solo gran parte dei territori conquistati o controllati dai partigiani andò perduta, e con essa buona parte degli equipaggiamenti, delle munizioni e dei viveri, ma, di fronte alla prospettiva di un secondo inverno di guerra, si verificò un diffuso sbandamento che toccò, sia pure in misure diverse, pressoché tutte le formazioni, quale che fosse il loro colore politico (secondo Bocca238 tra ottobre e dicembre gli effettivi della resistenza persero, caduti a parte, oltre trentamila uomini su circa ottantamila), e per impedire il quale – dato soprattutto le grandi difficoltà finanziarie nelle quali versava la resistenza – ben poco vi era da fare, essendo impossibile: a) provvedere a un numero di partigiani che appariva ormai chiaramente eccessivo rispetto, appunto, alle possibilità di mantenerli; b) farli salire in gran numero in montagna, dove sarebbero dovuti essere mantenuti dalle popolazioni valligiane che, per un verso, non erano in grado di mantenerli e, per un altro, come si legge in una memoria sul problema della «pianurizzazione» redatta a metà dicembre quasi certamente da Giorgio Agosti239, cominciavano «ad averne le scatole piene della guerra partigiana»; c) tenere in pianura consistenti nuclei armati che avrebbero creato, anche in questo caso, complicazioni con le popolazioni240 e pagato un prezzo assai alto alla controguerriglia tedesca e fascista. Alcune formazioni si sfasciarono completamente; in altre molti partigiani «estivi» (l'espressione è di Bocca) o chi si era dato alla macchia solo per sottrarsi alla leva della Rsi «presero licenza» e se ne tornarono alle loro case o preferirono presentarsi ai fascisti, usufruendo dei nuovi provvedimenti di clemenza emanati dalla Rsi; altri (tra i quali, specialmente in Friuli e in Carnia241, anche molti comunisti) andarono a lavorare per l'Organizzazione Todt. E non mancarono neppure casi di passaggi tout court nei reparti della Rsi, ovvero di partigiani che decisero di mettersi, per cosí dire, «in proprio», darsi cioè puramente e semplicemente al banditismo242. Né, in fine, si può sottovalutare il fatto che in questo scorcio del 1944 e all'inizio del 1945 si registrò una vera ecatombe di comandi provinciali e regionali e i fascisti ripresero piú saldamente nelle proprie mani il controllo delle città. Tutti fatti che se colpirono profondamente i gregari, incisero però anche sui quadri – significativo è a questo proposito un accenno di Livio Bianco parlando di Carlo Galante Garrone in una lettera a Giorgio Agosti del 23 gennaio: «fra qualche anno (quanti ne durerà certamente il partigianato) sarà un vecchio lupo»243 –, accrebbero la sfiducia negli Alleati e, per contrasto, fecero aumentare le simpatie per i sovietici.
Il quadro del 1945... – avrebbe ricordato nel 1960 Parri244 – si apre con un panorama ben triste. La vita nelle città italiane per l'organizzazione della resistenza è divenuta praticamente impossibile; il funzionamento degli organi centrali politici e militari diventa estremamente problematico; scarsissime per ciascuno le probabilità di sfuggire alla cattura. Metà dei compagni addetti ai servizi che facevano capo a me nell'organizzazione centrale... fu tolta dal combattimento. Furono soppressi completamente o parzialmente, e piú di una volta, i comandi regionali di Torino, Bologna, Padova, Genova.
E ancor piú drastico era stato nel febbraio 1945 Cadorna che, in un messaggio inviato a Roma al ministro Casati245, aveva parlato senza mezzi termini di «piena crisi»: «nelle campagne perché i recenti rastrellamenti hanno spazzato via molte solide posizioni, nelle città perché l'organizzazione, nella discordia dei partiti, è deficiente».
Questo a livello psicologico, militare e organizzativo. Non meno importanti furono però i contraccolpi di tipo politico. E tra essi tre in particolare: il riaccendersi, soprattutto a livello dei Cln provinciali e regionali, dei sospetti, degli attriti e dei contrasti tra i partiti (e non solo tra quelli «moderati» e quelli di sinistra, ma anche tra questi ultimi, in particolare tra socialisti e comunisti); il rifiorire, in contrapposizione a quelle politiche, delle formazioni autonome; e il moltiplicarsi dei casi di attrito e di non collaborazione (e talvolta di vera e propria conflittualità246) tra le formazioni di diverso colore politico. Tutte cose che si erano verificate anche prima, ma che ora assunsero una vastità, un peso tali da poter essere sempre meno affrontate e risolte tanto, come in passato, a livello essenzialmente locale, quanto al centro – cioè dal Clnai e dal comando generale del Cvl – non piú in grado (se mai lo era stato veramente) di fungere da effettiva direzione politica della resistenza.
Illuminanti sono a questo proposito il quadro e le osservazioni su di esso conservatici da una relazione inviata in ottobre-novembre dal Piemonte al comando generale delle formazioni GL. In essa247 l'autore (quasi certamente G. Agosti) affermava non solo che la guerra partigiana in Piemonte era giunta a «una svolta critica», ma che la situazione presentava sintomi preoccupanti, «se non proprio di un conflitto dichiarato e cosciente», di una «disgregazione del fronte partigiano» tale «da paralizzarne l'influenza sulle decisioni politiche di domani». In particolare,
la felice impostazione politica che si è saputa dare fin da principio alla guerra partigiana (e che ha permesso la ripresa immediata della lotta contro il nazifascismo e la sostituzione di nuovi capi ai fradici quadri dell'esercito regolare) è venuta a poco a poco degenerando in quanto all'idealità politica che inizialmente accomunava gli uomini di una data formazione, si è troppo spesso sostituito un astioso spirito di corpo, un attaccamento alla propria brigata che è avversione per quella vicina, una smania espansionistica non tanto mossa da legittimo impulso missionario, quanto da volontà di accaparramento di zone di influenza in funzione di futuri vantaggi elettorali a pro' di questo o di quel partito. Le responsabilità vanno cercate sia alla periferia, sia soprattutto al centro. Che fra bande finitime sorgano attriti per ragioni di rifornimento, per malinteso spirito di emulazione, per ottusità di comandanti non è cosa da preoccupare, specie ove si consideri la suscettibilità naturalmente piú acuta di uomini costretti da mesi a vivere in stato di continua tensione. Tali attriti sono sempre appianabili con un intervento dal centro, ma oggi è proprio al centro che manca il necessario spirito di comprensione, che manca addirittura la volontà di porvi rimedio.
Manca a mio avviso – e questa è la critica piú grave, che spiega in gran parte l'attuale crisi del fronte partigiano – manca una direzione politica della guerra partigiana. Manca in Piemonte e, per quanto possiamo constatare di qui, manca in tutta l'Alta Italia. Il Comando militare a quattro, a cui si è giunti alcuni mesi fa, ha cercato di risolvere – con impegno e con risultati veramente notevoli – i problemi tecnici della guerra; ma non poteva risolverne i problemi politici, che, specie in una guerra come la nostra, sono vitali. Non serve che funzioni bene il Comando supremo, se non funziona poi il governo. Ora, qual era il problema essenziale che il Cln piemontese (e cioè l'organo politico della guerra di liberazione in Piemonte) doveva risolvere? Quello di una reale collaborazione fra le varie formazioni di partito, collaborazione che il Comando non potrà mai ottenere sul piano puramente tecnico se non c'è al riguardo una direttiva politica ben chiara e precisa. Una tale collaborazione non solo non è stata cercata in sede di Cln, ma è stata se mai sabotata. Non appena si è passati dalla situazione fluida delle bande piú o meno promosse da un partito... alla costituzione di vere formazioni organiche (Garibaldi e Gl), subito si è cercato dagli altri partiti di correre ai ripari. Piú abili, i liberali non hanno varato formazioni «liberali», ma si sono assunti una specie di indiretto patronato sulle formazioni «autonome». I socialisti, dominati da quella specie di complesso di inferiorità che ispira tanta parte della loro politica di fronte ai comunisti e soprattutto di fronte a noi, hanno voluto dar vita alle Matteotti. E le hanno create artificialmente, puntando su clientele locali e soprattutto sulla posizione di previlegio che dà loro il detenere la cassa del Cln... Oggi si sta arrivando all'estremo di veri capitani di ventura che si vendono al migliore offerente: tipico il caso di Piero, che dopo esser stato la colonna delle Matteotti nel Canavese, ha cercato di passare a noi e sta ora contrattando il suo passaggio nientemeno che ai democristiani... Al sistema... che lascia aperte tutte le zone a tutte le formazioni e liberi gli uomini di passare alla formazione che preferiscono, si è sostituito una specie di feroce protezionismo, per cui si levano fiere proteste contro la violazione di pretese zone di influenza di un partito e si impedisce agli uomini, con mezzi piú o meno leali, di aderire al gruppo piú affine. Non posso negare che anche noi nel campo Gl... ci si è molto spesso lasciati prendere a questo gioco pericoloso. C'è una scusante nel fatto che le prime bande Gl han dovuto sostenere un'ostilità quasi aperta e sovente decisamente scorretta da parte dei garibaldini... Ma simili questioni non possono esser rimesse caso per caso al buon senso dei comandanti centrali o al capriccio di quelli locali; ci vorrebbe una sicura impostazione da parte del Cln che desse norma per i casi del genere e soprattutto che creasse uno spirito di intesa. Privo di un efficace appoggio politico il Comando militare non riesce ad imporre la sua autorità e deve certo piú limitarsi a prender atto della crescente ostilità tra le bande; mentre i singoli comandanti si sentono incoraggiati alla indisciplina dall'«appoggio» piú o meno larvato del loro «patrono» politico.
La carenza di direzione politica non si fa sentire soltanto nel campo dei rapporti fra le diverse formazioni, ma si rivela in tutte le questioni che interessano la guerra partigiana. Cosí nella questione finanziaria, che non è mai stata affrontata nella sua gravità, e che oggi, esaurito il fondo Operti, e imminente l'inverno, appare urgentissima. Tutte le energie dei vari partiti si sono esaurite nel dar l'assalto alla cassa del Cln o nel difenderla a proprio profitto dagli assalti degli altri; ogni formazione è portata a far figurare effettivi superiori al vero per ottenere assegnazioni maggiori, viceversa i preventivi restano lettera morta e alcune formazioni riescono ad aver tutto, mentre altre (segnatamente i garibaldini, ma in misura sensibile anche noi) sono scoperte ancora delle assegnazioni di agosto. Si è finora vissuti sul fondo Operti e non ci si è preoccupati di garantirsi un finanziamento regolare: in tal modo i singoli partiti vanno accattando da questo o da quell'industriale e si assiste al fenomeno del Biellese, dove gli industriali finanziano largamente le bande locali e ignorano il centro (con conseguente disparità di trattamento e malcontento dei partigiani delle zone meno ricche) e allo scandalo della Fiat, la quale si lascia strappare qualche centinaio di migliaia di lire come un'elemosina, mentre dovrebbe essere tassata regolarmente per parecchi milioni al mese. Il nostro rappresentante nel Cln ha cercato piú volte di far togliere ai socialisti la gestione della cassa; ma l'ostilità o la passività degli altri partiti (liberali e democristiani sono in fondo indifferenti, non avendo bande proprie da finanziare) ha reso sempre vano il tentativo. Non si è trovata finora altra soluzione che di lasciare che le bande si «arrangino» il che significa incoraggiare i sistemi di requisizione o di prelevamento e favorire il diffondersi della mentalità «garibaldina» a tutte le formazioni. Non che non si debba far ricorso ai quattrini degli industriali o dei ricchi agricoltori; ma l'assurdo è proprio questo, che il Cln non ha il coraggio di farlo in forme legali, con un regolare sistema di tassazione, ed è poi costretto ad abbandonare le esazioni agli arbitri dei capibanda, salvo a sconfessarli in forma del tutto platonica.
Stante questa situazione, un secondo inverno di lotta costituiva una prospettiva né facile né esaltante, anche se le condizioni nelle quali si trovava ormai la Germania e il radicamento che il movimento partigiano era riuscito a darsi non lasciavano dubbi sulla sua capacità di affrontarlo e di giungere nonostante tutto in forze all'appuntamento della primavera del 1945. Storicamente il punto è un altro e – volendo ridurre la questione all'osso – lo si può sintetizzare con un interrogativo: in questa situazione, a primavera, al momento della vittoria finale, quale sarebbe stato l'effettivo rapporto della resistenza con le popolazioni coinvolte per un altro e ancor piú duro inverno nella lotta contro i tedeschi e nella guerra civile? E quando diciamo effettivo è chiaro che non ci riferiamo ovviamente al senso di liberazione, all'entusiasmo che avrebbero suscitato la fine della lotta e il ritorno dopo anni di guerra – e di che guerra – ad una condizione di pace, ma all'atteggiamento profondo (quello che in simili circostanze è all'origine di tutta una serie di giudizi e di comportamenti morali e politici) della gran maggioranza della popolazione che sostanzialmente, piú che partecipato agli avvenimenti, li aveva, volente o nolente, vissuti e soprattutto subiti248.
Per affrontare la situazione nelle condizioni meno difficili e per non rischiare di pregiudicare il già non facile rapporto con la popolazione una strada c'era. Si trattava di reimpostare radicalmente e sinceramente il rapporto con gli Alleati e con il governo Bonomi cosí da ottenere quegli aiuti, soprattutto economici – ché questo era il primo, essenziale problema da risolvere –, dei quali la resistenza aveva bisogno, per sé e per non gravare economicamente su una popolazione che, munta e taglieggiata da tutte le parti, era giunta ormai allo stremo e faceva sempre meno differenza tra i vari mungitori. Per imboccare e percorrere questa strada sarebbe occorso però qualcosa che a molti uomini della resistenza mancava e che essi consideravano contrario agli interessi della democrazia e del progresso in Italia e rifiutavano in nome dell'«unità della resistenza», ma, i non comunisti, anche della dignità e dell'onore nazionali. Tanto che paradossalmente si potrebbe dire che, pur combattendo il nazismo e il fascismo, molti di essi concepivano la resistenza come una sorta di «guerra parallela» rispetto a quella combattuta dagli anglo-americani e che la loro posizione affondava (e non poteva non affondare e per la comune cultura di base e per aver vissuto gli uni e gli altri il trauma dell'8 settembre) le sue radici in una frustrazione dello spirito nazionale cosí da risultare in ultima analisi, e fatte tutte le debite distinzioni, non molto diversa da quella di una parte dei loro avversari, da quella cioè di quei fascisti che, pur combattendo a fianco dei tedeschi, li consideravano dei nemici della causa nazionale italiana.
Ciò che essenzialmente mancava loro era il realismo necessario, per un verso, a rendersi conto della marginalità ormai dell'«aspetto Italia» (apporto militare della resistenza compreso) nel contesto generale della strategia politico-militare alleata e, per un altro verso, ad avere la consapevolezza dell'oggettiva condizione nella quale l'Italia si era venuta a trovare con la sconfitta. Una sconfitta la cui responsabilità ricadeva indubbiamente sul fascismo, ma che era assurdo pensare che solo per questo non fosse una sconfitta e, ancor piú, che i vincitori dovessero non considerarsi tali e sentirsi dei doveri verso un popolo che pur sempre aveva impugnato le armi contro di loro. A questo primo ostacolo si aggiungeva poi quello rappresentato dal fatto che, pur polemizzando spesso tra loro, sino a giungere talvolta a momenti di tensione e di contrasto aperto tra formazioni, e diffidando in genere gli uni degli altri, comunisti, azionisti e, salvo poche eccezioni, socialisti guardavano in effetti, piú che al presente, al futuro, a quello che sarebbe avvenuto in conseguenza della liberazione. E in tale ottica, pur pensando per questo futuro a soluzioni diverse, il punto sul quale tutta la sinistra era concorde era che la resistenza dovesse arrivare alla liberazione il piú forte possibile e che dovesse realizzarla prima dell'arrivo degli Alleati grazie ad una grande insurrezione popolare. E questo non solo per una comprensibile questione di orgoglio, ma anche e soprattutto perché, convinta com'era che gli Alleati non avrebbero accettato che in Italia fosse messo in atto un regime di «avanzata democrazia sociale» («alla fine di tutto ci saranno gli anglo-americani... e tutti i nostri bei progetti di ricostruzione e di risanamento dovranno probabilmente fare i conti con gli interessi di Wall Street e simili» scriveva il 15 agosto 1944 Agosti a Bianco249), la sinistra voleva almeno dare nell'«interregno» tra la presa di potere popolare e l'insediamento del Governo militare alleato una prima spallata al vecchio assetto amministrativo e sociale; voleva eliminare quanti piú fascisti avesse potuto (Agosti nell'appena citata lettera a Bianco scriveva «occorre... prima dell'arrivo alleato, una San Bartolomeo di repubblichini che gli tolga la voglia di ricominciare per un bel numero di anni»250) e mettere gli Alleati e Roma di fronte al triplice fatto compiuto di una capillare assunzione del potere da parte del popolo attraverso i Cln, di una drastica epurazione e di un sistematico insediamento a tutti i livelli della pubblica amministrazione e, sub specie commissariale, delle grandi imprese industriali di elementi designati dai Cln e dalle organizzazioni di base e di massa che la resistenza (soprattutto per iniziativa dei comunisti) stava creando ed estendendo il piú possibile251. I Cln dovevano, come ha scritto Valiani252, governare, durante l'interregno, le città e i paesi insorti, ma non in base alle vecchie leggi fasciste anche se depurate dai loro tratti piú odiosi, come gli alleati vollero fare nel Sud, sibbene in base ad una nuova legislazione democratica, che va studiata in tempo utile, ancora sotto il regime tedesco. L'interregno deve dare il modo ai Cln di attuare l'epurazione del paese dalla parte peggiore del fascismo. Tale epurazione deve colpire da un lato i delinquenti, gli squadristi fascisti veri e propri, dall'altro i loro principali finanziatori, nonché tutti quelli che oggi fanno grossi affari con i tedeschi. Perciò, l'epurazione deve estendersi alle fabbriche. Gli operai occuperanno queste, in ogni modo, né sarebbe giusto impedirlo. Ma tale «occupazione» non può avere il carattere di una definitiva socializzazione, deve valere solo come una garanzia per la restituzione allo Stato dei sovraprofitti di guerra. Una volta effettuata questa, e deve essere fatta rapidamente, si ritorna alla normalità, in tema di regime delle fabbriche, come in ogni altro campo. A meno che la situazione generale non consenta la socializzazione dei grandi complessi monopolistici, che è nel programma di ogni partito di sinistra...
All'«interregno» e alla prima spallata nessuno dei tre partiti di sinistra era disposto a rinunciare. Persino i loro esponenti piú politici e che si rendevano piú conto che dopo dieci-quindici giorni al massimo di «interregno» gli Alleati avrebbero legato loro le mani erano dell'idea che la resistenza non potesse rinunciarvi. La «rivoluzione antifascista» non poteva rinunciare a «gettare le fondamenta di una nuova democrazia sociale»: «anche dopo l'arrivo degli Alleati», essa sarebbe infatti restata «come una affermazione morale, come la prova di quel che aspira a realizzare, quando l'Italia era stata definitivamente restituita a libertà»253. Tutti vedevano infatti in essa un momento di grande importanza agli effetti della democratizzazione nel paese tanto sotto il profilo dello sviluppo e del radicamento della sinistra, quanto come ostacolo ad un equiparamento puro e semplice del nord alla realtà «moderata» del sud, che, volente o nolente, essi erano convinti non avrebbe potuto non tenere in qualche misura conto di ciò che era stato fatto al nord. Né, infine, si può trascurare (soprattutto per quel che riguarda gli azionisti e in parte i socialisti) un'altra convinzione: l'«interregno» avrebbe costretto ciascun partito a uscire allo scoperto, rivelare il proprio vero essere, i propri propositi, darsi una collocazione chiara254.
In questo clima è evidente che la sinistra non poteva prendere neppure in considerazione l'idea di reimpostare in termini veramente nuovi i rapporti con gli Alleati. Al massimo, avendo pressante bisogno del loro aiuto, poteva far mostra di farlo, smussare qualche angolo, giuocare sulle parole, prendere anche degli impegni, con la riserva mentale però di attuarli soprattutto per l'avere e il meno possibile, e trascinando le cose il piú a lungo possibile, per il dare, e sperando che lo sviluppo degli avvenimenti la esimesse alla fine dal rispettarli tout court. Emblematica, specie se la si vede sia nei suoi precedenti (il «caso Cadorna») sia nei suoi sviluppi successivi (sino praticamente all'aprile 1945), è a questo proposito la vicenda degli accordi di Roma del dicembre 1944.
Già in primavera – quando la convinzione di un'imminente fine della guerra non esercitava ancora un peso decisivo sulla strategia dei vertici della resistenza – nel Clnai si era fatta strada l'idea di affidare il comando delle forze partigiane a un militare di carriera, autorevole e di sicura fede antifascista. Chi l'aveva considerata con minor favore – ancora piú di Longo (su cui giuocava l'«influenza» di Togliatti che, nel suo realismo e nella sua duplice veste di «uomo di Mosca» e di ministro prima di Badoglio poi di Bonomi, voleva evitare contrasti con gli Alleati e coi partiti antifascisti del sud e in primis con i democristiani255) – era stato Parri che non sentiva «davvero il bisogno... di un tecnico, debitamente autorizzato a fare la guerra dai diplomi e dai galloni sul berretto», riteneva che la resistenza avesse bisogno di «capi prima politici che militari» e considerava che il suo «accordo con Longo funzionava bene» e che ciò bastasse. Le ragioni tecniche e politiche sulle quali l'idea si fondava erano però tante e tali che, dopo la liberazione di Roma e la costituzione del governo Bonomi ed essendogli venuto a mancare l'esplicito sostegno di Longo («quando si venne al dunque non negò il suo assenso: Roma locuta erat»), Parri aveva dovuto alla fine far buon viso a cattivo giuoco256.
Sulla persona proposta non potevano essere fatte obiezioni: Cadorna «pareva il piú indicato»257. Al nord il suo nome circolava da tempo, ma soprattutto godeva il favore degli Alleati, del governo Bonomi e del Cln centrale258, sicché nessuno degli altri che pure erano stati fatti, al sud quelli del generale Bencivenga e di Randolfo Pacciardi, al nord quello del generale Luigi Masini, aveva un consenso tanto vasto259. La necessità del passo, poi, non solo aveva in periferia (e perfino in Piemonte) un crescente numero di sostenitori che vedevano in esso l'unico modo per cercare, da un lato, di frenare l'attivismo spontaneistico delle varie formazioni e dare alla loro azione quel minimo di coordinamento che il moltiplicarsi del loro numero, dei loro effettivi e dei casi di concorrenza tra loro ormai imponeva e, da un altro lato, di portare nell'orbita del Comitato militare del Clnai le formazioni autonome, ma era anche esplicitamente sostenuta dalla componente liberale del Clnai (preoccupata dall'eccessivo potere che Parri e Longo avevano concentrato nelle loro mani) e, a suo rimorchio, da quella democristiana. A queste ragioni se ne aggiungeva poi un'altra. Accantonati Badoglio e Vittorio Emanuele III260, costituitosi il governo Bonomi e con le armate alleate che sembrava dovessero raggiungere in poche settimane o in qualche mese al massimo, certo prima dell'inverno, la pianura padana e porre fine all'occupazione tedesca, ciò che ai partiti di sinistra piú interessava era – in vista del momento dell'insurrezione finale – di ottenere dal governo di Roma, ma in effetti dagli Alleati, ché senza il loro disco verde Bonomi non avrebbe potuto fare niente, il riconoscimento ufficiale del Clnai e la «delega» ad assumere ed esercitare i poteri di governo di fatto nei territori occupati. I passi compiuti a questo scopo in Svizzera e presso il governo Bonomi (cosí come le richieste di pronti invii di danaro e di armi) non avevano però avuto praticamente risposta, nonostante i rapporti tra il Clnai e McCaffery fossero dopo la sostituzione di Damiani con Stucchi notevolmente migliorati. Troppi elementi fanno anzi ritenere che il peso decisivo nell'indurre i rappresentanti di sinistra nel Clnai a rassegnarsi a chiedere l'invio di Cadorna – stando però ben attenti a predisporre le cose e a formulare la richiesta in modo da garantirsi che i margini di effettivo comando a lui riservati fossero pressoché nulli – avesse avuto l'idea che la richiesta servisse a rassicurare Roma e gli Alleati (che, sia pure per motivi diversi, non erano favorevoli alla «delega») e a sbloccare la situazione. Tra questi elementi i piú importanti sono a nostro avviso tre: Primo: non è credibile che non esistesse alcun nesso tra il «sollecito» fatto il 24 giugno dal Clnai al governo Bonomi (nel quale non vi era nessun accenno alla questione del comando) perché questo concedesse la «delega» e l'invio, via Svizzera, a Roma, tramite un agente del Soe, il giorno stesso o il successivo (la data non è precisabile con certezza) del radiogramma in cui si comunicava che il Clnai chiedeva «l'assegnazione, in veste di consigliere militare, del generale Raffaele Cadorna, il quale gode della sua piena fiducia». Secondo: la formula «in veste di consigliere militare» denota la volontà di dare una prova di buona volontà solo formale, ma di non fare alcuna «concessione» sostanziale. Terzo: nelle settimane immediatamente precedenti il Clnai aveva provveduto a cautelarsi in vista dell'arrivo di Cadorna, trasformando il proprio comitato militare in comando militare e, cosa ben piú importante, stabilendo che questo fosse composto di sei membri – uno per ciascuno dei cinque partiti del Clnai, piú un «elemento tecnico quale consigliere militare», il quale era escluso «dal controllo politico del movimento militare» riservato ai soli rappresentanti dei partiti –, dovesse deliberare collegialmente e deferire al Clnai le questioni sulle quali non fosse stata raggiunta una maggioranza. A questi elementi e ad altri che pure potrebbero essere addotti, vi è da aggiungere ciò che hanno scritto Parri nel 1949 e soprattutto Secchia e Frassati nel 1962, che, con piú spregiudicatezza, non hanno cercato di attribuire alle pressioni alleate la decisione di chiedere l'invio di Cadorna. Secondo Parri261,
l'elemento determinante era stato il desiderio alleato, e le loro cortesi indirette ma chiare pressioni. La garanzia di un capo militare, tecnico, non politico era diventata la condizione di un nostro formale aperto riconoscimento, e degli accordi di massima che ne conseguivano.
Nel loro libro su La Resistenza e gli alleati Secchia e Frassati hanno scritto262 che la decisione «di aggregare al comando» Cadorna fu presa
perché la presenza d'un militare di grado elevato avrebbe potuto influire positivamente sullo stato delle relazioni con il Quartier generale alleato e con il governo italiano.
Se da quanto detto si vuol trarre una conclusione, questa ci pare in sostanza una sola. La maggioranza del Clnai, e in particolare Parri e Longo avrebbero volentieri fatto a meno di una presenza «scomoda» come quella di Cadorna. Se si indussero a richiederla era stato perché essa era sollecitata da troppe parti e ancor piú perché in quel momento erano convinti di una imminente sconfitta tedesca e dunque dell'insurrezione. In questa prospettiva la sinistra del Clnai non aveva voluto tendere troppo i rapporti con Bonomi, con i partiti antifascisti dell'Italia liberata e soprattutto con gli anglo-americani263 dai quali voleva ottenere la «delega», che le avrebbe permesso di compiere, al momento della liberazione, una serie di atti di governo e di predisporre una serie di organi di autogoverno in grado di costituire il punto di aggregazione, il seme di quella «nuova democrazia sociale» alla quale, come abbiamo visto, essa tendeva. Né è da escludere che essa pensasse che la questione del carattere del comando attribuito a Cadorna sarebbe stata praticamente risolta dal precipitare degli eventi militari. Di una cosa si può essere però certi: Parri piú esplicitamente, Longo con la tipica doppiezza comunista tutto volevano salvo un comandante effettivo, espresso da fuori dello stretto loro giro resistenziale e tanto meno «dipendente» dagli Alleati e da Roma.
L'«insanabile contrasto» (l'espressione è di Parri, cosí come la duplice precisazione che ad esso «pose termine solo la fine della guerra» e che, «pur con le buone intenzioni... di non turbare legami e rapporti politici, il generale voleva comandare da generale, non rendendosi sufficientemente conto che il comando di una guerra insurrezionale poteva esser solo collegiale»264) che contrappose sin dal suo arrivo al nord (il 12 agosto) il Clnai a Cadorna è sufficientemente noto perché ci si debba dilungare qui su esso. E ciò tanto piú che il «caso Cadorna»265, per importante che sia stato, non fu che la punta dell'iceberg dei rapporti tra Alleati e resistenza nell'ultima fase della guerra. Una fase della quale è difficile negare l'incidenza sulle vicende italiane successive all'aprile 1945 quale che sia il giudizio su esse e che è altrettanto difficile negare quanto sia stata decisiva. Sicché ridurre il contrasto alla questione degli effettivi poteri di Cadorna (indubbiamente importante, ma non decisiva, tanto è vero che in un primo momento McCaffery non dovette essere indisponibile ad accettare la soluzione del «consulente»266 e Cadorna non si mostrò pregiudizialmente contrario a ricercare una soluzione che tenesse conto tanto dell'esigenza di rendere effettivo il suo comando militare, quanto di quelle politiche dei partiti di sinistra), sarebbe per un verso uno sminuire la portata della missione svolta da Cadorna e renderebbe difficile per un altro verso farsi una idea del valore attribuito ad essa dagli Alleati e da una parte almeno del governo italiano, in particolare da Bonomi e soprattutto da Casati.
Ad agosto, quando Cadorna fu paracadutato in val Cavallina, l'offensiva alleata era in pieno sviluppo e sembrava dover conseguire gli obiettivi propostisi da Alexander: nella terza decade di settembre Kesselring, che disponeva di circa la metà delle forze alleate ed era nettamente inferiore quanto a cannoni, carri armati e aerei, il cui apporto raddoppiava praticamente la forza offensiva del nemico, per due volte avrebbe chiesto invano a Hitler di potersi ritirare dietro il Po e concentrarsi nella difesa delle valli alpine che davano accesso alla Germania. Alla fine l'offensiva si sarebbe però bloccata sulla «linea gotica». Un po' perché le truppe tedesche erano piú motivate e avevano ufficiali molto migliori di quelle alleate (in particolare di quelle inglesi e americane tra le quali non mancarono persino casi di diserzione e di scarso spirito combattivo frutto, gli uni e gli altri, della convinzione che ormai la guerra era vinta e l'importante era, dunque, «riportare a casa la pelle»), un po' perché Kesselring era come comandante di varie spanne superiore a Leese e soprattutto a Clark, molto per la costante preoccupazione dei comandi anglo-americani di ridurre al massimo le proprie perdite (preoccupazione che talvolta rimase però una mera petizione di principio a causa dei criteri tattici antiquati degli americani e di Clark in specie) e di procedere oltre le posizioni raggiunte solo dopo aver portato su di esse forze e mezzi tali da far fronte a qualsiasi eventualità, precludendosi cosí la possibilità di approfittare del momento favorevole per far rendere effettivamente i risultati ottenuti penetrando in profondità senza dare al nemico il tempo di riorganizzare il proprio sistema difensivo. Il che spiega perché, nonostante la grande superiorità della quale godeva, a novembre Alexander sarebbe stato ancora lontano dagli obiettivi propostisi e nella impossibilità di conseguirli prima che sopraggiungesse l'inverno267.
Soprattutto in Emilia e in Romagna, il contributo dei partigiani all'offensiva fu in alcuni momenti notevole e certo maggiore di quanto i comandi alleati si erano attesi. Pur non mancando, specie in Romagna, casi di partecipazione diretta alle operazioni, esso si manifestò essenzialmente mediante azioni dietro le linee e contro le vie di comunicazione dei tedeschi che procurarono a questi notevoli difficoltà e numerose perdite e incisero anche sul loro morale: Forlí, per esempio, fu sgombrata agli inizi di novembre essendosi diffusa la notizia che stesse per essere attaccata dai partigiani. Contemporaneamente – come abbiamo già detto – il movimento partigiano (contrariamente alle indicazioni di massima degli Alleati) si impegnava in forze anche in altre zone con azioni che, in un primo momento, conseguirono risultati anche notevoli, ma che esso non era in grado di rendere stabili. Si spiega cosí perché Kesselring, appena si sentí sicuro di poter fronteggiare la situazione sulla «linea gotica», invece di dare un po' di riposo alle sue truppe, decidesse di impegnare quelle che non gli erano piú necessarie sulla linea del fronte in una serie di grandi rastrellamenti e di azioni contro i principali concentramenti partigiani (in primis le cosiddette «repubbliche»), cosí da togliersi almeno le piú grosse di queste spine nel fianco. E si spiega anche (o in parte almeno, ché, come vedremo, sull'atteggiamento alleato prese in questo periodo a influire anche un'altra preoccupazione) perché, dopo il miglioramento seguito alla sostituzione di Damiani con Stucchi come attaché presso McCaffery e Dulles, i rapporti tra il Clnai e gli Alleati tornarono – nonostante i riconoscimenti di Alexander per il contributo della resistenza alle operazioni contro i tedeschi – a intorbidarsi, sino a sfiorare la crisi con la lettera a Parri di McCaffery di metà agosto. E quando ripresero a migliorare si trattò di un miglioramento piú apparente che sostanziale, venato da entrambe le parti di diffidenze, delusioni, riserve, cautele. Ché, per evitare impegni politici non voluti e prese di posizione dirette che avrebbero potuto legare loro le mani, gli Alleati e gli inglesi in particolare preferirono in piú di un'occasione – «caso Cadorna» compreso268 – defilarsi e lasciare che a puntualizzare certe questioni fosse, se mai, il governo Bonomi269.
In questo contesto il contrasto tra il Clnai (la cui maggioranza voleva confinare il generale nel ruolo di consigliere militare) e Cadorna (che, con gli Alleati, voleva gli fossero riconosciuti le funzioni e i poteri di comandante militare) si trascinò da metà agosto a fine ottobre senza giungere ad una rottura che nessuno voleva, ma senza fosse trovata una soluzione accettabile da tutti. E infatti, se i tre partiti di sinistra erano solidali nel non volersi spogliare del potere che avevano accentrato nelle loro mani e nel voler «assicurarsi in ogni caso un controllo continuo e diretto sull'operato» di Cadorna270, l'accordo tra di essi veniva meno allorché si trovavano di fronte a una possibile soluzione di compromesso, nessuno essendo disposto a perdere potere rispetto agli altri. Ad una soluzione accettabile da comunisti, azionisti e socialisti il Clnai riuscí cosí faticosamente ad arrivare solo all'inizio di novembre. Fu allora che Cadorna fu informato che sarebbe stato il comandante, Longo e Parri lo avrebbero però affiancato in qualità di vice comandanti, il Partito socialista avrebbe designato il capo di stato maggiore, liberali e democristiani avrebbero fatto parte del comando – che avrebbe preso collegialmente le sue decisioni – ciascuno con un proprio rappresentante.
Si faccia attenzione al momento in cui questa «soluzione» venne comunicata a Cadorna: il 3 novembre, quando era ormai evidente che l'offensiva alleata non aveva conseguito i decisivi risultati che si era proposta e che il movimento di liberazione si era atteso; quando Kesselring aveva già dato inizio ai grandi rastrellamenti e aveva spazzato via varie «repubbliche», tra le quali quella dell'Ossola; quando, cioè, non potevano esservi piú dubbi sul fatto che il movimento partigiano avrebbe dovuto affrontare un nuovo inverno di lotta e, per di piú, nelle condizioni peggiori. E, ancora, quando, per un verso, era altrettanto chiaro che gli Alleati non avevano nessuna intenzione, almeno per il momento, di riconoscere ufficialmente il Clnai e di prendere impegni formali con esso e che, quanto alla bramata «delega», Roma non era disposta o non era libera di andare oltre la formula – cosí generica da essere praticamente priva di valore – degli «ampi poteri» usata dal ministro Casati a «chiarimento», ma in realtà a rettifica di quanto Bonomi, il 25 agosto, aveva scritto in un messaggio al Clnai in cui questo era stato definito «autorità coordinatrice di tutte le attività politiche e militari dell'Italia occupata» ed era stato autorizzato a promulgare e applicare leggi relative alla resistenza; e, per un altro verso, subito dopo che aveva avuto luogo a Lugano il 25 ottobre una deludente riunione tra Pizzoni e Valiani e McCaffery e il capo della sezione italiana del Soe, maggiore Rosebery, nel corso della quale si era parlato dei problemi che piú stavano a cuore alle due parti ed era stato concordato di tenere entro breve termine un incontro a Roma tra una delegazione del Clnai, i responsabili politici e militari alleati in Italia e il governo Bonomi271.
Era stato al ritorno dalla Svizzera che, pensando che «sarebbe stato un errore lasciare che la situazione di incertezza si prolungasse», Pizzoni (il piú moderato dei membri del Clnai) e Valiani (il piú politico e, tra quelli espressi dalla sinistra, il meno succube dei comunisti) avevano deciso di «iniziare un'azione "diplomatica" concertata, che doveva portare ad un onorevole compromesso»272 e cioè alla soluzione che il 3 novembre venne prospettata a Cadorna (ma che il Clnai avrebbe ratificato solo il 4 dicembre, tre giorni prima della firma degli «accordi di Roma») e che questi nelle sue memorie avrebbe collegato alla decisione presa a Lugano («era evidente che la decisione del comitato era stata ispirata dal desiderio di compiacere in qualche modo gli Alleati») e sul momento tenne anche lui a «bagnomaria». Un po' perché questa soluzione, per essere veramente tale, era necessario che contestualmente fosse chiarita una serie di questioni dalla cui sistemazione dipendeva l'effettivo esercizio delle sue funzioni di comandante e un po' per rendersi conto di come stesse evolvendo il contesto politico generale dei rapporti tra il Clnai e gli Alleati273. E bisogna dire che fece bene, perché dopo la firma degli «accordi di Roma» non solo la posizione di fondo dei tre partiti di sinistra nei suoi confronti non sarebbe mutata e nessuna delle questioni che egli aveva chiesto fossero chiarite sarebbe stata risolta, e in piú di un caso neppure affrontata, ma il loro atteggiamento rispetto ad altri problemi (in primo luogo quello dell'unificazione delle formazioni partigiane e della loro trasformazione in reparti dell'esercito regolare) gli sarebbe apparso teso «a raggiungere uno scopo esattamente opposto a quello auspicato dagli Alleati e dal governo italiano» e a politicizzare completamente la resistenza (e, in prospettiva l'esercito tout court), assorbendo anche quelle formazioni che sino allora «si erano mantenute estranee alle ideologie di parte»274. Tanto che, dopo molte discussioni e scontri (che avrebbero fatto piú volte pensare ai comunisti di sostituire Cadorna con il piú malleabile generale Trabucchi) sui quali non è qui il caso di dilungarci, il 22 febbraio 1945 per cercare di sbloccare la situazione Cadorna avrebbe finito per dare le dimissioni dalla carica di comandante del Cvl che sino a quel momento aveva accettato ed esercitato «con riserva». Probabilmente contando di sbloccare in questo modo la situazione. Cosa che in parte gli riuscí, grazie alla mediazione dei liberali e dei democristiani e il decisivo apporto di Valiani che approvò il documento da essi preparato e in base al quale il 10 marzo, ritirate le dimissioni, assunse de iure il comando275.
La delegazione del Clnai rimase al sud per circa un mese, da metà novembre a metà dicembre, ed ebbe colà una fitta serie di incontri con gli Alleati, in particolare con gli inglesi, a Monopoli, Caserta, Siena e a Roma, con il governo Bonomi (che era però in crisi e si sarebbe ricostituito solo il 12 dicembre) e con numerosi esponenti dei partiti del Cln. Di essa facevano parte a vario titolo, e dopo accese discussioni sia all'interno del Clnai sia con il Soe, Pizzoni, Parri, Pajetta e Sogno. La conclusione formale delle trattative, sancita del «memorandum d'accordo» sottoscritto dal generale Wilson, comandante supremo alleato per il Mediterraneo e dai quattro delegati del Clnai, ebbe luogo a Roma il 7 dicembre, dopo di che Pizzoni, Parri e Sogno tornarono al nord, Pajetta si fermò invece a Roma per tentare di risolvere alcuni problemi rimasti in «sospeso» e di portare gli Alleati su posizioni piú «aperte» e comprensive, senza ovviamente riuscirvi, tanto piú che il Foreign Office considerò subito quanto stabilito nel «memorandum» (sulla cui formulazione il peso maggiore l'avevano avuto il Soe in Italia e il Quartier generale di Alexander che si erano mossi in base a considerazioni essenzialmente d'ordine militare) intempestivo e troppo impegnativo, al punto che Londra lo avrebbe voluto dichiarare decaduto approfittando della firma – allorché fu costituito il secondo gabinetto Bonomi – di un protocollo di reciproco riconoscimento tra il governo italiano e il Clnai, che cosí come fu presentato da Bonomi – a cui, non a caso, il Foreign Office impose subito una dichiarazione «chiarificatrice» – poteva far pensare ad un vero e proprio riconoscimento alleato del Clnai276.
Secchia e Frassati nel loro La Resistenza e gli alleati277 hanno cosí sintetizzato gli obiettivi che la delegazione del Clnai intendeva conseguire con la sua missione:
Oggetto delle trattative con gli alleati dovevano essere tutti i problemi politici e militari concernenti l'ulteriore condotta della guerra di liberazione, ed ovviamente da parte italiana si sperava di giungere alla stipulazione di accordi ispirati a quel tanto di reciproca fiducia che bastasse a prevenire il ripetersi delle dure esperienze dei mesi precedenti. Due questioni soprattutto importava risolvere: il riconoscimento ufficiale del Clnai, sia da parte degli alleati che del governo italiano, come agente del governo stesso nell'Italia occupata; e il riconoscimento del Cvl come forza armata regolare da integrarsi nell'Esercito italiano, evitando cosí la smobilitazione delle unità partigiane.
Su questa indicazione si è fondata per anni la totalità degli studiosi, aggiungendo al massimo agli obiettivi «principali» indicati da Secchia e da Frassati qualche obiettivo «minore»: per i piú, un impegno alleato ad assicurare alla resistenza maggiori e piú sistematici invii di armi, per qualche altro un analogo impegno in campo anche economico. Che gli obiettivi indicati dai due autori comunisti fossero reali e che, salvo l'ultimo che rispecchiava pressoché solo il punto di vista dei tre partiti di sinistra, stessero molto a cuore al Clnai è incontestabile. Lo confermano a iosa tutta una serie di iniziative che comunisti, azionisti e socialisti avevano cominciato a prendere già prima che fosse concordata la missione del Clnai al sud e che essi continuarono a portare avanti dopo la sua conclusione278, quando fu chiaro che, in previsione di una rapida conclusione della guerra in primavera, da parte alleata non solo non si era disposti a riconoscere ufficialmente il Clnai e non si voleva che il governo Bonomi gli desse una effettiva delega di governo per il nord, ma si era altresí nettamente contrari tanto ad una unificazione e «integrazione» delle formazioni partigiane nell'esercito italiano quanto ad una assunzione di poteri da parte della resistenza che non fossero quelli per il mantenimento dell'ordine pubblico nel periodo di interregno tra la fine dell'occupazione tedesca e l'arrivo delle forze anglo-americane. Ciò detto, va però anche aggiunto che per comprendere l'andamento delle «trattative» che la delegazione del Clnai ebbe con gli Alleati, l'intransigenza con la quale questi (americani compresi) si opposero alle richieste «principali» loro fatte e la inaspettata «cedevolezza» da essi manifestata rispetto ad altre e quella dei delegati del Clnai rispetto ai secchi rifiuti loro opposti a proposito di quelle definite da Secchia e Frassati le principali e, dunque, per cogliere in tutta la sua complessità il significato concreto della vicenda, quanto scritto da Sogno nel suo Fuga da Brindisi279 ci dà un maggiore aiuto:
Il testo dell'accordo ci fu presentato dagli Alleati britannici della Special Force già redatto in quella che sarebbe stata la sua forma definitiva. Esso accoglieva, quasi inaspettatamente, alcune delle principali richieste della delegazione e cioè il riconoscimento (di fatto) del Clnai come organo superiore di controllo e di unificazione di tutti gli elementi operanti nella resistenza, il finanziamento nella stessa misura massima da noi indicata come necessaria (160 milioni mensili), il rifornimento con la promessa della «massima assistenza alle forze combattenti». Non si poneva alcun limite alla lotta e ciò in contrasto con le direttive di Alexander e di Clark. Si esigeva però l'impegno allo scioglimento e al disarmo e la totale obbedienza alle autorità del governo militare alleato (Amgot).
E lo stesso dicasi per quanto scritto da Macmillan nelle sue memorie280:
C'erano state molte complicazioni a proposito di un patto tra il Clnai (Comitato di Liberazione Nazionale), in rappresentanza dei movimenti partigiani dell'Italia settentrionale, e il Cma [Comando alleato per il Mediterraneo] e il governo italiano. Alexander usò fermezza, e secondo me a ragione. La Grecia ci aveva dato una lezione: questi movimenti si dovevano controllare fin dalle primissime battute. Posto che la campagna potesse finire all'inizio dell'estate, era ormai il momento di fare patti chiari e di distribuire tra i partigiani ufficiali britannici e italiani fidati. Fu in questa occasione che mi misi in contatto per la prima volta con Parri, il numero uno del comando militare del movimento di resistenza, e il banchiere Pizzoni, due patrioti stimati e coraggiosi. Tra Alexander e il Clnai venne finalmente stipulato un accordo bipartito che prevedeva la collaborazione dei partigiani e il sostegno finanziario degli Alleati. Questo accordo fu corredato da un patto col governo italiano. Le trattative vere e proprie furono piuttosto complesse, perché ci si trovò a dover adottare una formulazione delicata, specie in rapporto alle condizioni dell'armistizio e ai poteri del governo militare alleato, allo scopo di soddisfare l'atteggiamento un po' pedante del Foreign Office e del dipartimento di Stato. Molte delle difficoltà giuridiche mi diedero l'impressione di essere in gran parte illusorie: la cosa principale era assumere il controllo dei gruppi della resistenza prima che diventassero, come in Grecia, semplici strumenti del comunismo.
Preso alla lettera, questo passo delle memorie di Macmillan potrebbe indurre a pensare che l'atteggiamento della dirigenza politica alleata e in particolare del Foreign Office e della Commissione alleata di controllo rispetto al Clnai e alla resistenza in generale sia stato essenzialmente determinato dal precipitare della situazione in Grecia e dal timore che anche in Italia potesse a liberazione avvenuta verificarsi qualcosa di simile. Che la vicenda greca abbia influito notevolmente sulla posizione degli Alleati rispetto al Clnai e alla resistenza è fuori dubbio, parlare di «sindrome greca» è però eccessivo e rischia di rendere in buona parte incomprensibile sia il vero significato degli «accordi di Roma» sia una serie di vicende degli ultimi mesi della Rsi sulle quali dovremo soffermarci piú avanti.
Per quel che riguarda gli «accordi di Roma», una cosa deve essere ben chiara: quando sopravvenne il «caso Grecia» l'atteggiamento degli Alleati rispetto al «pericolo comunista» in Italia non era piú da vari mesi quello del periodo iniziale. Dopo il 25 luglio e l'8 settembre l'unica voce, oltre quella del Vaticano, che aveva messo in guardia contro di esso era stata quella dell'ambasciatore britannico presso la Santa Sede Osborne. Il Foreign Office non le aveva però dato ascolto e l'aveva considerata, per un verso, frutto del condizionamento della sede presso la quale Osborne era accreditato e, per un altro, di un anticomunismo preconcetto. Le cose erano però cominciate a cambiare col marzo-aprile, allorché il ristabilimento dei rapporti diplomatici tra l'Urss e il governo Badoglio allarmò Eden e a mettere in guardia contro il pericolo comunista non fu solo Osborne, ma anche l'alto commissario (e poi ambasciatore) Noel Charles, molto piú ascoltato a Londra. Bruno Arcidiacono281 ha messo bene a fuoco i tempi, le principali manifestazioni e le ripercussioni sul modo di giudicare da parte inglese la situazione italiana, sia al sud che al nord, di questa nuova fase nella quale il pericolo comunista prese a costituire il piú importante parametro di giudizio di Londra (e di autorevoli suoi rappresentanti in Italia) per orientare la sua politica sia nei confronti delle «inframmettenze» sovietiche in Italia e ai «maneggi» del governo del sud per essere riconosciuto come alleato da Mosca e premere cosí sugli Alleati per ottenere anche da loro analogo status, sia della forza crescente e del «cinismo» del Pci che, per dirla con le parole di Charles, facevano temere che esso fosse «disposto ad appoggiare ogni tipo di governo unitario suscettibile di affrettare l'avanzata alleata verso le roccaforti comuniste del nord», per cercare poi, in accordo con i piani dei sovietici, di «rovesciare la monarchia e di eliminare tutti i partiti che rifiuteranno di piegarsi ai suoi voleri». Nonostante il «sapore di ricatto» che aveva la politica di Badoglio, verso la metà di maggio, pur di sottrarre ai sovietici la possibilità di presentarsi come gli «unici veri amici dell'Italia» e di «arginare la diffusione del comunismo», il Foreign Office non si era mostrato alieno a riconsiderare la politica alleata verso l'Italia e a fare qualche tangibile passo nel senso auspicato dal governo del maresciallo e aveva fatto fare un cauto passo per sondare l'atteggiamento in proposito di Washington. L'accantonamento di Badoglio dopo la liberazione di Roma aveva però bloccato tutto e ridato fiato a coloro che auspicavano una politica punitiva verso l'Italia e non volevano le fossero fatti «sconti». La costituzione del governo Bonomi (per Churchill «una banda sommamente indegna di fiducia» presieduta da «un misero vecchio») era stata vista infatti a Londra come qualcosa di molto simile ad un colpo di stato e parte di una vasta manovra, della quale i comunisti sarebbero stati i principali artefici e i maggiori beneficiari, volta a «mettere le mani sull'Italia distruggendo ogni struttura alternativa». Charles aveva subito cercato di far capire a Londra che un atteggiamento intransigente rischiava di far cadere l'Italia dalla padella fascista nella brace comunista (l'immagine è sua) e che l'unica cosa da fare in quella situazione era non indebolire ma sostenere al massimo il governo Bonomi, onde evitare che anche i moderati cedessero alle lusinghe sovietiche. «Se non si adottano rapidamente misure di sostegno in favore del governo Bonomi – avrebbe scritto a metà agosto a Churchill – è possibile che l'Italia cada dall'attuale interregno democratico nell'estremismo non appena gli eserciti alleati raggiungeranno il nord». Pur essendo condiviso da alcuni autorevoli esponenti della politica britannica sia a Londra che in Italia, il punto di vista di Charles aveva però stentato a farsi strada al Foreign Office e soprattutto presso Eden e in un primo momento anche presso Churchill. Sicché ad un riprender quota dell'incidenza del pericolo comunista sulla politica inglese si era arrivati relativamente tardi, dopo il criminale tradimento di Varsavia compiuto dai sovietici (che tanta ira aveva suscitato nel premier) e, praticamente quando a fine agosto Churchill era stato in Italia per incontrarsi con Alexander e Macmillan e visitare le truppe al fronte. E, contrariamente alle speranze di Charles, in un modo operativamente assai limitato: al governo Bonomi poteva essere accordato un «certo» appoggio, non tale però da comportare la rinuncia dei diritti acquisiti con l'armistizio e la limitazione dei poteri del comando alleato. E senza, per di piú, che alla decisione presa seguissero subito, come invano Charles aveva continuato a raccomandare senza posa, atti concreti. Da che una prima conclusione che spiega, almeno in parte, quanto scritto da Macmillan nel passo delle sue memorie citato all'inizio di questo breve excursus sull'atteggiamento dei vertici politici londinesi allorché ebbero inizio le «trattative» tra la delegazione del Clnai e gli Alleati. Ché, infatti, è difficile considerare atti concreti (nel senso almeno auspicato da Charles) la dichiarazione di Hyde Park dell'ultima decade di settembre (che, come bene ha dichiarato l'Arcidiacono, non ebbe affatto, come sostenuto dalla storiografia radical americana, un valore innovativo rispetto alla precedente fase «inglese» della politica alleata verso l'Italia, ma si limitò a recepire quasi completamente il punto di vista britannico e quanto stabilito in occasione della visita di Churchill in Italia il mese prima) e la generica richiesta (frutto probabilmente del sospetto che i sovietici sovvenzionassero il Pci con i fondi che la loro delegazione presso la Commissione alleata di controllo riceveva dall'Allied Financial Agency, in pratica dagli anglo-americani cioè) che Churchill aveva fatto il 9 ottobre a Stalin di «tenere a freno i comunisti in Italia e di non aizzarli», sentendosi rispondere che non era facile influenzare Togliatti perché questi non era a Mosca ma in Italia e perché avrebbe potuto... mandarlo al diavolo e invitarlo ad occuparsi «dei fatti suoi».
Negli uomini del Soe, soprattutto in quelli che operavano in Italia e in Svizzera (per non dire della maggioranza di quelli dell'Oss, per i quali i comunisti erano dei veri democratici) i timori di una presa di potere comunista inizialmente erano meno vivi e meno certi rispetto a quelli dei politici, specie di quelli che guardavano all'Italia da lontano. Né la cosa può destare meraviglia. I politici, e, per di piú dal loro osservatorio londinese, erano portati a guardare la situazione italiana (che per essi a lungo fu piú quella «presente» del sud che quella «futura» del nord) in un'ottica che doveva tener conto di una molteplicità di problemi generali e particolari rispetto ai quali essa era solo un aspetto e, tutto sommato, neppure il piú importante e che talvolta li portava a giudicarla in base a situazioni diverse, come quella francese per un verso e quella greca per un altro. Per la maggioranza degli uomini dei servizi segreti la realtà che contava era invece essenzialmente quella del nord, che costituiva il loro campo d'azione e dove il contatto diretto con la resistenza, l'ammirazione spesso per essa, i rapporti stabiliti nella comune lotta contro i tedeschi e i fascisti portavano i piú di loro a privilegiare gli aspetti attivisitici militari e a sottovalutare in qualche misura quelli politici ovvero a ridurli ad una critica generica e generalizzata: troppa politica, troppe divisioni partitiche, troppe chiacchiere che finivano per andare a danno dell'azione, troppo rivoluzionarismo, che però non andavano eccessivamente sopravvalutati, ma spiegati col carattere degli italiani. Se a ciò si aggiunge la mancanza di elementi sicuri che potessero autorizzare a ritenere che i vertici comunisti si proponevano l'instaurazione di un governo comunista o comunque da essi controllato, è facile capire come spesso anche gli uomini del Soe non facessero molta distinzione tra i comunisti e gli altri e, se la facevano, era non di rado a favore dei primi, perché sembravano loro i piú «unitari» e concreti nella lotta ed erano combattenti tenaci, disciplinati e animati da un forte spirito di sacrificio. E neppure questo può meravigliare se appena si pensa a quanto Edgardo Sogno, un uomo, dunque, che era ed è stato sempre un deciso anticomunista, ha scritto anni orsono ricordando come «la collaborazione quotidiana con loro aveva creato una nebbia attorno alla mia testa» e gli aveva fatto pensare che i comunisti «avrebbero rinunciato a prendere il potere con la violenza anche nel caso in cui il rapporto di forze fosse loro favorevole e ciò per rispetto delle regole democratiche»282.
Nell'estate, quando l'offensiva Alexander sembrava doversi concludere vittoriosamente nel giro di poche settimane il vero problema per i servizi segreti non era stato quello di un possibile colpo di forza al momento del crollo nemico da parte del Pci (da essi, in genere, considerato «leale»), ma piuttosto quello di una guerra civile scatenata dalla parte piú rivoluzionaria e politicamente meno controllata dai partiti del movimento partigiano. In questa prospettiva, pur registrando un crescendo di notizie e di voci sui propositi comunisti, essi non avevano dato loro soverchia importanza e nella maggioranza dei casi le avevano attribuite all'eccitazione e alle paure del momento e al fatto che la concorrenza e le polemiche tra le varie forze della resistenza si stavano facendo piú vivaci. Da qui il farsi strada in essi della convinzione che la politica piú idonea a fronteggiare la situazione che si sarebbe potuta determinare al momento della liberazione fosse quella di dare piú autorità al Clnai sostenendolo maggiormente, cosí da «responsabilizzare» i partiti che lo costituivano e portare sotto il suo controllo effettivo tutte le formazioni, rifornire e aiutare il movimento partigiano piú ampiamente e senza discriminazione alcuna e inviare presso di esso nuove e piú numerose missioni che avrebbero potuto organizzarlo meglio e, insieme, controllarlo il piú direttamente possibile. Caratteristico è a questo proposito quanto, in agosto, Max Salvadori aveva suggerito ai suoi superiori283:
La cosa migliore da fare immediatamente è probabilmente affrettare l'invio di un numero crescente di ufficiali di collegamento britannici o anche meglio di gruppi di ufficiali. Dovrebbe essere loro dovere non solo controllare che le bande ricevano rifornimenti ma anche che i rifornimenti vengano usati e controllare le bande all'arrivo delle truppe alleate. In mancanza di ciò le autorità alleate si troveranno probabilmente faccia a faccia con una vasta e bene armata organizzazione non del tutto ben disposta verso di loro. Non penso che agli ufficiali di collegamento britannici basterebbe avere un buon spirito combattivo. Essi dovrebbero anche conoscere le condizioni locali, la intricata struttura della politica italiana e avere l'abilità di trattare con gente astuta che dice parole che possono non corrispondere ai loro fini ultimi. Finché il governo britannico non decida di adottare la mano pesante, sarebbe consigliabile creare un tale equilibrio di forze nel paese che nessuna forza particolare ostile o sfavorevole alla Gran Bretagna possa ottenere il sopravvento. Dovrebbe essere nostro compito adottare questa linea in relazione al movimento patriottico.
Una maggiore attenzione al pericolo comunista i servizi segreti e soprattutto il Soe avevano cominciato a prestare solo dopo che l'esaurirsi dell'offensiva Alexander, per un verso, aveva rinviato la conclusione della guerra in Italia alla primavera-estate successiva e, quindi, portato in primo piano il problema del rapporto con la resistenza e, per un altro verso, aveva moltiplicato e reso meno vaghe le voci e le esplicite denuncie circa i propositi dei comunisti. E ciò tanto piú dato che queste trovavano ormai conferma in un numero crescente di segnalazioni e di rapporti di agenti, loro e del Sim, in loco (alcuni dei quali molto autorevoli, come il maggiore Oliver Churchill, che era stato paracadutato al nord con Cadorna e fungeva da suo ufficiale di collegamento), da quanto filtrava dai servizi segreti svizzeri e persino da uomini e gruppi di sicura fede antifascista che vivevano dall'interno e in posizioni di rilievo la realtà della resistenza. In primis Cadorna, che – come già abbiamo detto – nei suoi rapporti e nelle sue comunicazioni al ministro Casati, da cui dipendeva gerarchicamente e col quale aveva vecchi rapporti di amicizia, non mostrava di nutrire dubbi sulle reali intenzioni dei comunisti: se gli Alleati non fossero ricorsi alla «minaccia di argomenti persuasivi» tali da sconsigliarli di attuare i loro propositi, i comunisti non avrebbero rinunciato a tentare di prendere, al momento opportuno, il potere appoggiandosi alla Russia e a Tito. Il fatto che parlassero di democrazia e sbandierassero il nome di Garibaldi («per addormentare le coscienze della massa apolitica») non doveva trarre in inganno.
Nel fatto fanno una propaganda spietata ricorrendo a qualunque mezzo per sbarazzarsi degli avversari, dall'accusa di reazionario e di attesista se l'avversario è forte, al colpo di forza se l'avversario è debole.
Pur avendo già «conquistato quasi tutte le maggiori posizioni» e, insieme al Pd'A, la leadership del movimento partigiano, il Pci tendeva ad accrescerla ancora (mentre il Pd'A si trovava in difficoltà a mantenere la sua), cosí da assumere su di esso una incontrastata egemonia che gli avrebbe permesso di compiere l'ultimo passo sulla strada della presa di potere portandosi dietro le altre forze politiche: proclamare al momento voluto l'insurrezione generale. Insurrezione generale che per altro – ammoniva Cadorna, suggerendo indirettamente l'opportunità che gli Alleati per impedirla facessero ricorso ad una «persuasiva» minaccia – avrebbe proclamato anche «da solo, se gli altri non vorranno marciare con lui»284.
Da qui il progressivo avvicinamento nell'autunno-inverno della posizione dei servizi segreti alleati a quella dei politici, del Foreign Office, di Charles, di Macmillan, dell'ammiraglio Stone e, quel che piú conta, l'avvio di un processo di ripensamento di tutta la politica nei confronti della resistenza che sarebbe sfociato in quella che giustamente il De Leonardis ha definito la «nuova politica» alleata rispetto al movimento partigiano285 e che, varata il 4 febbraio 1945, sarebbe rimasta per molti aspetti invariata sino alla fine delle ostilità.
Allo stato degli studi è difficile stabilire con precisione in che misura il Soe – sul quale, come abbiamo già detto, gravava gran parte del peso dell'attività nell'Italia occupata – condividesse le preoccupazioni per il pericolo comunista che caratterizzarono con l'autunno-inverno settori sempre piú vasti e importanti della dirigenza politica alleata. Quello che è certo è che, pur essendo probabilmente meno pessimista di questi, il Soe non escluse affatto l'eventualità di un'azione di forza comunista286 e fu per molti aspetti l'anima della «nuova politica» nei confronti del movimento partigiano287, e in occasione della sua elaborazione della quale non solo forní un prezioso contributo (tanto sotto il profilo della conoscenza della situazione al nord quanto sotto quello della sua messa a punto), ma ebbe anche un ruolo decisivo come trait d'union e insieme mediatore tra le posizioni dei politici e quelle dei militari, cosí come negli ultimi mesi del 1944 era stato l'anima degli «accordi di Roma».
Come abbiamo già detto, per i militari la resistenza costituiva un fattore secondario che era opportuno tener presente solo sotto il profilo dei vantaggi e degli svantaggi che poteva loro procurare. E ciò a maggior ragione nell'inverno 1944-45 allorché furono in discussione prima gli «accordi di Roma» e poi la «nuova politica» verso la resistenza e questa, in piena crisi, «sembrava presentare sempre maggiori rischi politici... mentre la sua utilità dal punto di vista militare diminuiva»288.
Quello che agli alti comandi alleati essenzialmente importava erano, in questa situazione ancor piú che nei mesi precedenti, a) l'entità e il tipo di contributi che il movimento partigiano poteva ancora dare alle operazioni contro i tedeschi e, in prospettiva, b) i problemi che esso o una parte cospicua di esso avrebbe potuto creare immobilizzando rilevanti contingenti delle loro forze per fronteggiare un moto comunista o, se si fosse determinata anche solo una situazione di grave instabilità politico-sociale, per assicurare l'ordine pubblico nel quadro di un'amministrazione che, in questo caso, non sarebbe potuta essere altro che diretta, impedendone quindi il rapido trasferimento su altri fronti di tali forze o il rimpatrio. Da qui la loro netta propensione per una politica verso la resistenza che rafforzasse organizzativamente e militarmente (con invii di missioni e di rifornimenti), ma non quantitativamente (secondo il comando del XV Gruppo d'armate, per «rendere piú facile la nostra occupazione dell'Italia settentrionale e piú leggero il compito per il periodo seguente» sessantacinquemila partigiani erano piú che sufficienti289) il movimento partigiano, ma al tempo stesso lo ponesse il piú possibile alle loro dipendenze e lo inducesse a unificare effettivamente il comando delle formazioni nella persona di Cadorna (con cui però non volevano istituire un rapporto diretto, ufficiale perché, temendo che neppure lui fosse in grado di tenere in pugno la situazione, non volevano legarsi le mani290) cosí da rendere piú sicura l'attuazione delle loro direttive e ridurre il rischio di doversi assumere l'onere di una lunga e contrastata amministrazione diretta dopo la conclusione delle operazioni contro i tedeschi291. Una linea di condotta, come si vede, tutt'altro che facile da realizzare anche se ufficialmente i politici erano concordi nell'affermare che in materia di rapporti con la resistenza l'ultima parola spettava comunque ad Alexander292 e se l'assillo per certi problemi era comune a politici e a militari. In primis, ovviamente, quello di un possibile tentativo comunista di tipo greco; poi quelli:a) di indurre il movimento partigiano a impegnarsi a fondo in una capillare azione «antisabotaggio» per impedire che i tedeschi distruggessero (o trasferissero in Germania) stabilimenti industriali, riserve di materie prime e di generi alimentari, centrali e linee elettriche, porti, vie di grande comunicazione, ecc., senza i quali le condizioni di vita delle popolazioni sarebbero state dopo la liberazione cosí precarie da rendere, per un verso, inevitabili gravi torbidi sociali (dei quali i comunisti avrebbero certamente in qualche modo approfittato) e, per un altro verso, necessario un impegno economico e organizzativo degli Alleati per far fronte alla situazione che essi in parte non potevano, in parte non volevano addossarsi293; b) di evitare una «intempestiva» insurrezione generale che avrebbe avuto per loro due conseguenze ugualmente negative: quella di distrarre le forze partigiane dai compiti che i comandi alleati volevano assolvessero a sostegno delle loro operazioni294 e quella di spingerle invece a riversarsi sulle grandi città per «liberarle» e assumervi i poteri di governo prima dell'arrivo delle truppe alleate; c) di adoperarsi invece per dar vita ad amministrazioni dei Cln locali in grado di assicurare l'«ordinato» trapasso dei poteri e la ripresa di una vita «normale», cosí da non rendere necessario il ricorso ad un'amministrazione diretta alleata e da poter procedere su tempi brevi al passaggio delle regioni settentrionali all'amministrazione centrale italiana; d) di disarmare e smobilitare il piú rapidamente possibile i partigiani295.
Tutti d'accordo sulla necessità di risolvere al meglio questi problemi, i punti di vista su come farlo erano però in buona misura diversi, cosí come, piú l'occhio cercava di guardare al dopo, piú erano i modi di intendere da parte dei politici l'effettivo valore dell'«ultima parola» attribuita ad Alexander e ancor piú al suo scialbo e discusso successore, Clark.
Si spiega cosí come nell'inverno 1944-45, quando tutti questi problemi vennero sul tappeto in tutta la loro concretezza e urgenza, poiché l'atteggiamento della resistenza durante l'offensiva Alexander tutto era stato salvo quello che gli Alleati avrebbero voluto e avevano cercato di far accettare al Clnai e le notizie che pervenivano dal nord non facevano prevedere nulla di buono per il futuro, i servizi segreti e soprattutto il Soe si vennero a loro volta a trovare – grazie alla conoscenza della situazione che avevano e al fatto che potevano contare su uomini di prim'ordine come il maggiore Rosebery, la vera mente degli «accordi di Roma» e pars magna della «nuova politica» – nella condizione di esercitare una decisiva funzione di raccordo e di mediazione tra politici e militari e di determinare in larga misura le principali decisioni riguardanti la politica verso la resistenza.
Quale che fosse l'effettiva dimensione delle loro preoccupazioni riguardo al pericolo comunista, sapendo meglio di qualsiasi altro quali erano i rapporti di forza all'interno del movimento partigiano e del Clnai e conoscendo i propositi e l'intransigenza che animavano la sua maggioranza, Rosebery e i suoi collaboratori erano ben consapevoli dell'estrema difficoltà di indurre il nucleo duro del Clnai e del Cvl ad accettare il punto di vista alleato. Un punto di vista che, in pratica, era la negazione di tutti i propositi ai quali la sinistra piú teneva e considerava parte essenziale della funzione storica della resistenza e premessa necessaria per la propria ulteriore azione politica. Di altre due cose Rosebery e i suoi erano però altrettanto consapevoli, che agli Alleati non conveniva rompere con la resistenza, ma, al contrario, cercare un punto d'accordo con essa che permettesse loro di servirsi il piú possibile delle sue potenzialità e che per parte sua la resistenza non poteva fare a meno degli Alleati.
Sin dall'inizio e soprattutto da quando si era messa sulla strada di diventare un grande esercito, presente dappertutto e forte di decine, di centinaia di migliaia di uomini, la resistenza aveva avuto sempre piú bisogno dell'aiuto degli Alleati. E ora, dopo il grande sforzo della primavera-estate e la successiva crisi e con l'inverno incombente non ne poteva assolutamente fare a meno. Senza di esso la crisi nella quale si dibatteva si sarebbe trasformata in catastrofe. E non per le defezioni che indubbiamente si sarebbero moltiplicate e neppure per i colpi che contro di essa avrebbero certamente portato i tedeschi e i fascisti. Ché attraverso una esperienza del genere essa era già passata nell'inverno precedente, mostrandosi capace di tornare in campo e di dilatare all'inizio della primavera e le sue forze e le zone di intervento. Militarmente parlando, i problemi da affrontare non erano ora molto diversi d'allora e, in un certo senso, erano addirittura minori, grazie all'esperienza allora fatta, alla maggior preparazione militare acquisita e all'esistenza di una rete di collegamenti piú efficienti. Dove la situazione era estremamente peggiore era invece sul piano economico. Un «esercito» delle dimensioni raggiunte dalla resistenza non poteva, specie in inverno, mantenersi da solo né autofinanziarsi; doveva essere approvvigionato, sfamato, mantenuto. E per fare ciò occorrevano soldi, una gran quantità di soldi, molto superiore a quella che era occorsa in passato e a quella che il movimento di liberazione era in grado di procurarsi in vario modo centralmente e in periferia o che riceveva dai servizi segreti alleati296. Né il problema, come vedremo, era solo economico, ma anche e ancor piú politico, poiché, piú tempo passava, piú il ricorso sempre piú vasto all'«autofinanziamento» e, in mancanza di soldi, alle «requisizioni» incideva sull'atteggiamento della popolazione verso la resistenza.
Nei mesi immediatamente dopo l'8 settembre, quando i partigiani erano ancora pochi, a far fronte alle necessità economiche della resistenza aveva in larga misura provveduto – l'abbiamo già detto – il generale Operti con la cassa della 4ª Armata. Il maggiore beneficiario dei suoi versamenti era stato il Cln piemontese che con essi aveva potuto provvedere a finanziare le formazioni dipendenti, a trasmettere a Milano cinquanta milioni per quelle operanti nelle altre regioni e a costituirsi un fondo di riserva che si sarebbe rivelato prezioso allorché nel gennaio 1944 la crisi nei rapporti tra il Cln piemontese e Operti avrebbe posto fine a questa fonte di finanziamento. Da qui il determinarsi di una situazione che sino ad oggi non è stata mai studiata, ma che può essere comunque grosso modo ricostruita abbastanza precisamente almeno per quel che riguarda due suoi livelli, quello dei Cln regionali e quello del Clnai, ché di un terzo, quello dei finanziamenti diretti ai singoli partiti non si sa praticamente nulla, salvo che vi furono.
Ai fini del nostro discorso, pochi accenni sono sufficienti a delineare la situazione al livello dei Cln regionali. Nonostante la diversità della realtà socio-economica delle varie regioni e la diversa presenza in esse del movimento partigiano, i caratteri fondamentali di questa situazione subirono infatti durante il corso della resistenza mutamenti solo di tipo quantitativo, qualitativamente rimasero invece sostanzialmente invariati. Le fonti di finanziamento, piú o meno cospicue a seconda delle regioni e condizionate nel loro «gettito» dall'andamento della situazione economica e militare (in particolare dal prolungarsi della guerra oltre le iniziali previsioni) rimasero cioè le stesse quattro ovunque: i fondi che il Clnai versava, a seconda delle possibilità del momento, ai Cln periodicamente; quelli (sempre piú scarsi via via che il Clnai organizzò meglio la sua attività in questo campo e l'accentrò nelle sue mani) che alcuni di essi, in pratica soprattutto quello piemontese, meglio organizzato, e, con quello lombardo (che però per questo come per altri aspetti fu essenzialmente un'appendice del Clnai), avvantaggiato dalla contiguità territoriale, erano in grado di procurarsi direttamente in Svizzera; quelli provenienti da piccole e medie sovvenzioni sia spontanee sia piú o meno coatte; quelli infine versati da industrie e da grossi esponenti della finanza, talvolta perché condividevano le motivazioni della resistenza, nella maggioranza dei casi sperando che essa non procurasse loro troppe difficoltà sui luoghi di lavoro e per precostituirsi delle benemerenze da far valere a guerra finita.
Sulle prime due fonti di finanziamento non è il caso di dilungarci, poiché di esse parleremo tra poco trattando la questione sotto il profilo del Clnai. Per la quarta (a proposito della quale ricordiamo quanto già detto trattando dell'accusa mossa dai comunisti alle formazioni militari e agli ufficiali in particolare di essere «manovrati dagli industriali») vale lo stesso discorso, dato che tutto il problema dei rapporti del mondo economico con i tedeschi e la Rsi sarà trattato in uno dei prossimi capitoli e solo nel suo ambito è possibile cercare di comprendere e di valutare la sincerità e l'opportunismo che stavano dietro ai finanziamenti alla resistenza di imprese come la Fiat e di finanzieri e industriali quali Vittorio Cini, Giuseppe Volpi di Misurata, Achille Gaggia297. Ai fini del nostro discorso è qui sufficiente richiamare l'attenzione su due soli aspetti di questi finanziamenti: la loro relativa modestia (specie per quel che riguarda la Fiat) e la loro localizzazione: soprattutto in Piemonte e nel Veneto e, molto meno, in Lombardia, ma qui per una ragione particolare: la presenza a Milano del Clnai che drenava il grosso delle sovvenzioni per poi ridistribuirle, mentre, in genere, i Cln regionali trattenevano per sé tutto ciò che riuscivano a raccogliere. Per quel che riguarda infine la terza fonte di finanziamento, quella costituita dalle piccole e medie sovvenzioni ai Cln (ché di quelle alle singole formazioni parleremo piú avanti) va invece notato che, passato il primo momento caratterizzato dalla convinzione che gli Alleati avrebbero avuto rapidamente ragione dei tedeschi e della Rsi e da una sorta di euforia attivistica, pur non cessando mai, le sovvenzioni cominciarono a diminuire. Mentre quelle dei veri e propri sostenitori segnarono un costante progresso o si mantennero entro livelli, diciamo cosí, standard, tanto da assumere un valore non solo politico, come era stato all'inizio, ma concretamente economico, quelle dei simpatizzanti generici e ancor piú di quelli «coatti» si contrassero notevolmente. In particolare i finanziamenti dei medi e piccoli industriali e imprenditori agricoli. E questo un po' dappertutto, anche nella «culla» della resistenza, il Piemonte, dove nei primi mesi persino i comunisti (nel Biellese) erano stati sovvenzionati. Sicché già nella seconda metà del marzo 1944, Agosti, scrivendo a Bianco, sconsolatamente doveva ammettere che «assegnazioni da industriali o altri non c'è da illudersi di averne: hanno tutti una paura bleu e sono ripiombati nel prudente attendismo del passato» e quindici giorni dopo, tornando sull'argomento, aggiungeva: «siamo soli: finanziamenti gli industriali non ne fanno piú»298. Quanto poi al «contributo degli amici della causa», sintomatica è una circolare del 15 ottobre 1944 del comando giellista a tutti i comandanti delle formazioni dipendenti da esso299 nella quale questi erano esortati a
intensificare la propaganda presso amici e simpatizzanti, superando comprensibili ritegni dettati il piú delle volte da timori di rappresaglie da parte dei nazifascisti. A tale scopo – continuava la circolare – sarà quanto mai opportuno, e riuscirà certamente proficuo, dare le piú ampie garanzie che il finanziamento avrà carattere assolutamente riservato, assicurando però al contempo il finanziatore che del suo valido appoggio sarà tenuto il debito conto in sede opportuna.
Abbiamo esemplificato sul Piemonte perché, oltre ad essere la «culla» della resistenza e la regione nella quale essa era piú presente e forte, cosa che in teoria avrebbe dovuto incoraggiare – per convinzione o per paura fa poca differenza – una maggiore collaborazione con essa e, dunque, un sostanzioso aiuto economico, tra tutte le regioni essa era quella che maggiormente poté beneficiare di regolari aiuti da parte industriale, sicché è assai significativo che anche la resistenza piemontese si venisse a trovare nel giro di pochi mesi in gravi difficoltà economiche (nella lettera a Bianco della metà del marzo 1944 citata poco sopra Agosti già metteva il dito nella piaga: «e poi c'è una precisa e durissima realtà di fatto; e cioè che, con questo ritmo di spesa, fra quattro o cinque mesi al massimo siamo all'ablativo»300) e finisse, per un verso, per dover contare per vivere essenzialmente su quanto il Clnai poteva darle (e cioè soprattutto sui finanziamenti degli Alleati) e, per un altro verso, per ricorrere a forme di «autofinanziamento» – o, fuor d'ogni eufemismo, di requisizione forzosa e di vero e proprio banditismo – che la sua parte migliore si rendeva bene conto quanto fossero politicamente controproducenti e pericolose anche economicamente, dato che potevano determinare attorno ad essa una crisi dei consensi e, dunque, una contrazione ulteriore dei piccoli e dei medi finanziamenti.
Alle soglie dell'inverno 1944-45, proprio mentre la guerra volgeva ormai decisamente alla fine, la resistenza si venne a trovare paradossalmente in una situazione talmente critica da mettere addirittura in forse le sue possibilità di continuare a costituire una forza reale301. Su alcune delle sue cause ci siamo soffermati nelle pagine precedenti. La piú importante fu però certo la crisi finanziaria che ormai attanagliava la resistenza sia al centro che in periferia e alla quale due soli erano i possibili rimedi: ottenere che gli Alleati la finanziassero «sul serio» o ricorrere in misura sempre piú vasta all'«autofinanziamento» e affrontare i rischi che esso comportava. Lo dimostra implicitamente il fatto che se a fine anno Agosti (riferendosi alle formazioni di GL, ma il suo giudizio può essere sostanzialmente esteso anche alle altre) poteva affermare che la crisi (che poco piú di due mesi prima lo aveva indotto a scrivere che «la guerra partigiana» in Piemonte era giunta «ad una svolta critica»302), pur essendo «ancora ben lontana dall'essere risolta», poteva in prospettiva essere considerata sotto il profilo militare, logistico e psicologico con un certo ottimismo, doveva però riconoscere che la situazione finanziaria rimaneva tuttavia «tesa»303. Una definizione che è però difficile non considerare per lo meno eufemistica, specie se appena si presta attenzione ai dati che lo stesso Agosti adduceva per spiegarne le ragioni e alla drastica affermazione che si legge in una sua lettera di un mese e mezzo dopo a Raimondo Craveri (che, a sua volta, aveva a metà novembre definito in un rapporto all'Oss «tragica» la situazione finanziaria in tutto il nord e scritto che il Clnai non poteva far nulla per fronteggiarla poiché era anch'esso «senza fondi»304): «le nostre formazioni non hanno soldi»305.
Nei primi mesi, grosso modo sino alla primavera del 1944, quando l'inflazione al nord era ancora abbastanza contenuta e le formazioni, essendo in genere composte di non molti elementi, avevano la possibilità di rifornirsi senza troppe difficoltà presso le popolazioni del luogo, il costo di un partigiano combattente si era aggirato sulle mille lire mensili. Una cifra che permetteva talvolta ai comandanti piú accorti persino qualche risparmio in vista di tempi piú duri oppure di dare piccoli premi ai piú valorosi. Alle famiglie dei caduti e ad alcune di quelli piú poveri e meritevoli venivano anche dati, con maggiore o minore regolarità a seconda dei casi e delle disponibilità, sussidi che per quelle dei caduti potevano arrivare sino a cinquemila lire mensili. Sia i Cln regionali che il Clnai, un po' per la scarsezza dei mezzi a loro disposizione (in febbraio il Clnai poté distribuire per le «spese militari» di tutto il nord dodici milioni), un po' per «riequilibrare» le richieste delle formazioni che, per avere di piú, dichiaravano spesso un numero di effettivi superiore al vero, avevano considerato questa cifra pro capite una sorta di parametro per il finanziamento anche quando il costo effettivo di un partigiano aveva preso ad aumentare. In Piemonte alla fine dell'estate esso si era infatti già praticamente raddoppiato e marciava velocemente sulla via della triplicazione. Né il fenomeno era limitato al solo Piemonte. In una relazione per il comitato militare del Clnai redatta ai primi di ottobre da G. B. Stucchi il costo di un uomo era valutato per tutto il nord in ottanta lire al giorno, duemila quattrocento - duemila cinquecento mensili cioè. In questa situazione, come Agosti avrebbe osservato a fine anno (quando esso aveva, in Piemonte, superato anche le tremila lire e continuava a salire), le rimesse alle formazioni avevano «perso ogni carattere proporzionale» e si erano ridotte «ad erogazioni saltuarie», «quando arriva qualche cosa in cassa»306. Sicché si capisce come dopo il «proclama Alexander» piú di uno cominciasse a prospettare l'idea di ridurre gli organici e puntare su un limitato numero di uomini in grado di affrontare i rigori dell'inverno senza disperdersi o doversi dare a forme piú o meno camuffate di banditismo contro le popolazioni.
Il numero imponente dei partigiani – si legge nelle direttive politico-militari per l'inverno del comando delle formazioni GL del Piemonte307 – rende assolutamente impossibile un largo regolare finanziamento ad opera del centro... Nell'attesa che il Cln regionale possa disporre di circa 100 milioni al mese, la mancanza delle regolari rimesse produce tutte quelle conseguenze di autofinanziamento e di minor correttezza dei reparti su cui è penoso ritornare.
Solo in vista dell'esistenza di pochi reparti, scelti, ordinati, già riforniti in modo di non avere necessità di agire contro la proprietà altrui, sarà possibile attuare quel sistema di tassazione e di contribuzione forzosa ma regolare, della popolazione civile, come si trova ora allo studio e che non sarebbe mai attuato qualora gli 'esattori' venissero costantemente preceduti e seguiti dagli autofinanziamenti delle singole bande.
Nonostante il tono cauto per non demoralizzare gli animi e non peggiorare i già non facili rapporti con i comunisti, pochi documenti sono altrettanto significativi ed espliciti di questo. Da esso risultano infatti chiaramente tanto la causa prima della drammatica crisi finanziaria di fronte alla quale, mese dopo mese, si era venuta ormai a trovare e a dover fare i conti la resistenza, quanto la maggiore conseguenza di essa. Una conseguenza, per di piú, insanabile. Perché – a quel punto – ridurre gli organici avrebbe inevitabilmente comportato una crisi anche politica, dato che i comunisti, ai quali risaliva la maggior responsabilità sia della crisi finanziaria – per via della loro politica di dilatare al massimo le file partigiane – sia della sua conseguenza maggiore – per la spregiudicatezza con la quale avevano praticato o tollerato l'«autofinanziamento» delle formazioni –, non avrebbero certo rinunciato alla forza che avevano acquistato rispetto alle formazioni di altro colore, nel Clnai e nel Cvl e non si sarebbero altrettanto certamente fatti mettere sotto accusa dagli altri partiti, per di piú alla vigilia o quasi della definitiva vittoria alleata. E perché – arrivate le cose a quel punto – neppure la dirigenza comunista era in grado di indicare il modo per uscire dalla spirale perversa della crisi finanziaria.
E veniamo al Clnai, agli sforzi, ai tentativi che sin dall'inizio esso aveva fatto per sostenere finanziariamente la resistenza.
Immediatamente dopo l'8 settembre, ancor prima della sua costituzione ufficiale, a Milano era stata istituita una commissione composta da Roberto Veratti, Enrico Falck e, sino a quando non passò in Svizzera, da Luigi Casagrande il cui compito era di raccogliere fondi presso i numerosi simpatizzanti e sostenitori che la resistenza contava nell'ambiente industriale e soprattutto finanziario e anche in alcuni enti milanesi e lombardi308. Secondo la testimonianza di Alfredo Pizzoni, che della resistenza fu una sorta di vero e proprio «ministro delle finanze» e che probabilmente fu posto a capo del Clnai, oltre che per essere stato uno dei primissimi organizzatori del Cln di Milano, proprio per la stima e le relazioni che godeva nel mondo economico, del quale faceva egli stesso parte come dirigente del Credito Italiano, e per rassicurarlo sui propositi di essa (era l'unico dei suoi massimi capi che non militava in nessun partito309 e tendenzialmente era un liberale), in settembre e ottobre la commissione aveva raccolto otto milioni310.
Una cifra, date le circostanze, notevole, ma non certo sufficiente ad assicurare la vita alla resistenza – anche nelle limitate dimensioni che allora aveva – se a sanare la situazione non vi fossero stati in quel momento i cinquanta milioni del generale Operti, fatti pervenire a Milano dal Cln piemontese, a fronte dei quali ben poca cosa era il «gettito» del lavoro che la commissione aveva parallelamente organizzato per raccogliere denaro in Svizzera e farlo affluire a Milano311. In questa situazione, venuta meno anche la possibilità di attingere ai fondi del generale Operti, sin dalla fine dell'inverno i finanziamenti americani e soprattutto inglesi, pur esigui, irregolari e versati in Svizzera, sicché spesso potevano essere utilizzati solo con parecchio ritardo e talvolta dopo aver subito strada facendo anche delle dispersioni, avevano acquistato una importanza sempre maggiore.
Secondo una relazione della delegazione in Svizzera del Clnai del novembre 1944312, in tutto il periodo settembre 1943 - novembre 1944 essi sarebbero stati pari a trecento-trecentocinquanta milioni complessivi. Dal verbale dell'incontro che Pizzoni, Parri e Pajetta ebbero a Siena il 27 novembre 1944 con i responsabili dell'Oss in Italia313 risulta che in marzo, aprile e maggio ammontarono a circa venti milioni. Una cifra, questa, che spiega da sola come Pizzoni, pressato dalle necessità «che diventavano sempre piú forti» e «per impedire che le formazioni armate compissero "atti illegali" oltre il minimo inevitabile» e non riuscendo ad avere dai Cln regionali «piú ricchi» neppure una minima parte di ciò che riuscivano a raccogliere cosí da passarla ai piú poveri né ad ottenere da loro che utilizzassero i fondi che da Milano venivano loro inviati esclusivamente per il mantenimento e l'incremento delle formazioni e non per altri scopi e in particolare per finanziare i partiti314, avesse cercato già prima delle grandi operazioni estive di correre ai ripari e tamponare la falle piú grosse.
Allora – avrebbe ricordato in una conferenza tenuta nel 1948315 – mi rivolsi a una grande banca e, trovato terreno favorevole, ottenni da questo istituto in collaborazione con alcune delle piú grosse aziende di Milano un finanziamento di 35 milioni, cifra, come vedete, non indifferente. La formula fu molto semplice. La banca apriva alle ditte dei crediti e le ditte firmavano delle ricevute per danaro che non vedevano e che veniva versato direttamente a me, sempre per il tramite di fidati intermediari.
Date le circostanze, l'accordo con la Banca d'Italia – che di essa si trattava, il che la dice lunga sulla situazione esistente al nord e aiuta a capire la diffidenza e, talvolta, l'ostilità nei confronti degli ambienti bancari serpeggianti tra molti fascisti, anche non estremisti316 – era stato prezioso, tanto piú che, fatto il primo passo, in autunno la Banca d'Italia avrebbe preso in considerazione la possibilità di fare una nuova operazione, forse per altri quindici milioni, e la Banca Commerciale si sarebbe mostrata disposta a metterne in piedi anch'essa una simile (non sappiamo per quale cifra)317. Entrambe queste operazioni aggiuntive non erano comunque ancora andate in porto quando la delegazione del Clnai al sud sottoscrisse gli «accordi di Roma».
In pratica l'accordo con la Banca d'Italia non aveva però costituito che una boccata d'ossigeno. Lo conferma il fatto che, appena costituito il primo governo Bonomi, da Milano (e persino da singoli Cln e formazioni) erano cominciate ad arrivare ad esso pressanti richieste di invio di fondi, che, pur essendo state prese in considerazione a metà agosto, quando a fine novembre Parri, Pizzoni, Pajetta e Sogno partirono per il sud non erano state ancora oggetto di alcuna deliberazione318, probabilmente per volontà degli Alleati.
Si venne cosí all'estate. Avevamo bisogno urgente di danaro e non ne avevamo. Allora dalla Svizzera gli inglesi fecero un'operazione brillante e interessante. Esiste a Ginevra una filiale di una banca inglese, la Lloyd & National Provincial Foreign Bank. Questa banca emise una garanzia a favore del nostro consocio ing. Valerio, che viveva in Svizzera. Questa garanzia fece sí che l'ing. Ferrerio, informato, sborsasse a noi alcune decine di milioni che a fine guerra gli furono regolarmente restituite. Inoltre anche gli americani della Svizzera ci aiutarono: non avendo filiali di banche non poterono escogitare operazioni del genere inglese, ma ci dettero denaro in biglietti di banca svizzeri, che furono cambiati a Milano. Questa operazione a me piaceva meno: avevo già abbastanza da fare; non volevo ingolfarmi in operazioni di cambio e il mio lavoro era già troppo delicato per complicarlo con transazioni che comportavano lucro. Comunque con questi fondi si arrivò al mese di ottobre319.
La boccata d'ossigeno era stata questa volta un po' piú consistente: durante l'estate Pizzoni era riuscito infatti a raccogliere complessivamente oltre cento milioni. Grazie ad essa, sia pure col contagocce, il Clnai e il comando generale del Cvl avevano potuto provvedere a rendere piú regolari e un po' meno miseri i versamenti ai Cln e ai comitati militari periferici320 e persino a fare un «prestito» di tre milioni al Fronte di liberazione jugoslavo. Per mettere, non diciamo in equilibrio, ma in una situazione meno precaria il bilancio della resistenza sarebbe però occorso ben altro. E ad ottobre invece gli Alleati avevano chiuso i cordoni della borsa. Con le conseguenze che è facile intuire321.
Fu a questo punto che era entrato, diciamo cosí, in scena il Soe nella persona del capo della sua sezione italiana, il colonnello Rosebery.
Nel già ricordato incontro di Lugano del 25 ottobre Pizzoni non aveva nascosto la gravità della crisi economica che travagliava la resistenza e le drammatiche conseguenze che essa avrebbe potuto avere. Per farle in qualche modo fronte occorreva che gli Alleati provvedessero a versare al Clnai un minimo di centosettanta milioni mensili322. Rosebery riteneva, come molti dei suoi uomini operanti in Italia, che la resistenza potesse, nonostante la difficilissima situazione nella quale si trovava, dare ancora un utile contributo alle operazioni militari e soprattutto alla politica alleate e che un'eventuale minaccia comunista sarebbe stata bloccata piú facilmente se gli Alleati avessero apertamente sostenuto il governo Bonomi e il Clnai323. L'andamento generale dell'incontro lo rafforzò in questa sua convinzione e gli confermò il giudizio che i membri del Clnai fossero «persone serie e oneste» e gli fece capire, da un lato, che, «qualora non si fossero accolte le richieste di immediato finanziamento e appoggio al Clnai, l'inverno incipiente avrebbe portato al crollo delle forze di resistenza organizzate» e, da un altro lato, che la concessione dell'aiuto economico richiesto da Pizzoni e da Valiani avrebbe potuto costituire l'elemento decisivo per indurre anche i piú restii ad accettare la posizione e le richieste alleate. Bastava – come scrisse il 31 ottobre in una relazione ai suoi superiori – subordinare la concessione di esso alla loro accettazione324.
Accettata in linea di massima dal Foreign Office, da Macmillan, che con brutale franchezza avrebbe, ad accordi conclusi, commentato «chi paga il suonatore stabilisce la musica»325, da Stone e da Alexander, la proposta di Rosebery costituí meno di un mese dopo l'asse portante delle «trattative» che Parri, Pizzoni, Pajetta e Sogno ebbero con gli Alleati e degli «accordi di Roma» che ne scaturirono.
Appena a Roma Pizzoni si rivolse a Soleri e a Casati, ministri rispettivamente del Tesoro e della Guerra e a Bonomi per avere da loro i finanziamenti necessari. Il governo, ha scritto lo stesso Pizzoni326
mise subito a mia disposizione quello che chiedevo. Fui però fermato dagli Alleati che vollero loro finanziare il movimento di liberazione, salvo poi rivalersi sul governo italiano e questo perché ogni attività che avesse finalità militari volevano fosse di loro esclusiva competenza...
A questo punto non vi era che accettare le condizioni degli Alleati che, oltre tutto, in un primo tempo dichiararono di non poter dare piú di cento milioni al mese, pur avendo Pizzoni ridotto la sua richiesta a centosessanta milioni e avendo essi deciso di farsi rimborsare dall'Italia. Da qui una serie di lunghe e umilianti «trattative» con il Soe, l'Oss, il Quartier generale alleato che alla fine si conclusero ovviamente con la «concessione» dei centosessanta milioni richiesti e che, altrettanto ovviamente, non potevano avere che uno scopo: costringere la delegazione ad accettare tutte le richieste alleate pur di ottenere quel denaro senza il quale la resistenza avrebbe cessato di costituire una realtà politica e militare327.
A stretto rigore si potrebbe dire che, anche gli «accordi di Roma» non costituirono altro che una boccata d'ossigeno anche se piú consistente delle precedenti, tanto è vero che in marzo e ancora il 12 aprile il Clnai avrebbe chiesto agli Alleati un aumento del finanziamento, prima a trecentocinquanta milioni, poi, di fronte al loro silenzio, almeno a trecento328. In realtà il finanziamento ottenuto, anche se non adeguato a far fronte a tutte le necessità della resistenza, fu però sufficiente a permetterle di superare l'inverno329 e a farla giungere in forze alla primavera e all'insurrezione.
Una meta che sino agli «accordi di Roma» era sembrata a chi conosceva la reale situazione tutt'altro che sicura. E ciò spiega non solo la «viva soddisfazione» di Pizzoni al suo ritorno a Milano, mentre alcuni piú estremisti o dissennati sentirono solo sdegno e irritazione330, ma il fatto che chi era consapevole della situazione, come era il caso di Parri, si rassegnò – sia pure a denti stretti e riservandosi mentalmente di rispettarli o meno – a sottoscrivere gli «accordi di Roma» e il fatto che essi furono approvati in sede di Clnai anche dai comunisti. Non approvarli sarebbe stato infatti per essi impossibile. Avrebbe voluto dire rompere loro l'«unità della resistenza», isolarsi. Probabilmente, grazie al fortissimo spirito di partito che li animava e alla loro spregiudicatezza nel ricorrere su vasta scala all'«autofinanziamento», le loro formazioni avrebbero fronteggiato meglio delle altre la crisi. Certamente anch'essi ne avrebbero però risentito e non poco. E – ciò che piú conta – per un verso avrebbero pregiudicato il loro radicamento nelle masse e, per un altro verso, avrebbero messo in crisi la politica che Togliatti cercava di realizzare al sud e verso la Jugoslavia di Tito, della quale appoggiava, secondo le direttive sovietiche, le mire espansionistiche sulla Venezia Giulia. E questo per non dire dell'effetto che il rigetto degli «accordi di Roma» avrebbe avuto sugli Alleati. Al punto al quale erano arrivate le cose, meglio dunque approvarli anche loro, trarne tutti i benefici possibili, cercando di contenerne i danni e stare a vedere come la situazione si sarebbe evoluta e concretamente presentata al momento della definitiva offensiva alleata. L'importante era accettarli solo a parole, adducendo però tutte le scuse possibili per non predisporne l'attuazione, cosí – per dirla con Pizzoni331 – da «arrivare alla Liberazione con poco di predisposto in ogni campo e lasciare che nella confusione e nello smarrimento dei primi giorni della riconquistata libertà, in assoluta carenza di governo, ogni libito fosse lecito» e – aggiungiamo noi – ogni porta fosse loro aperta innanzi. E ciò tanto piú che, per un verso, avvicinandosi quel momento, l'«affiatamento» tra i partiti, anche tra quelli della sinistra, diventava sempre piú solo di facciata e ognuno ormai pensava soprattutto al dopo, sicché non era certo il caso di approfondire le crepe che lo percorrevano, e, per un altro verso, molti comunisti ritenevano (e continuarono a ritenerlo per un paio d'anni) che, come Gullo avrebbe detto parecchio tempo dopo ad A. Gambino, che il vento spirasse nella loro direzione e che «quello che non si faceva oggi si sarebbe potuto fare domani»332, quando cioè gli Alleati avessero ritirato le loro truppe dall'Italia.
Detto questo, prima di spostare la nostra attenzione sul terzo «protagonista» della realtà dell'Italia occupata dai tedeschi, su quella gran parte di italiani cioè che all'apparizione sulla scena della Rsi e della resistenza non fu nettamente né con l'una né con l'altra, è naturale porsi un interrogativo. Nell'aprile 1945 da parte comunista non fu tentato nulla che possa far pensare ad una sia pur riposta intenzione di forzare la situazione per una presa di potere. A determinare quest'atteggiamento fu solo una scelta strategica decisa già da tempo (e che, se mai, fu rafforzata dalle incertezze sulle ripercussioni che avrebbe potuto avere sulla politica americana la morte di Roosevelt avvenuta pochi giorni prima la conclusione della guerra in Italia) che non prevedeva una presa di potere sino a quando cioè gli anglo-americani fossero stati presenti in armi in Europa, o su di esso influí anche la crisi che la resistenza aveva attraversato nell'inverno precedente?
Una risposta è, a nostro avviso, difficile a darsi. Che la resistenza non sia arrivata alla scadenza del 25 aprile nelle migliori condizioni è un fatto che, per quel che riguarda i comunisti, trova conferma anche in una pagina delle Lettere a Milano di Giorgio Amendola333 in cui si legge:
Quando i giovani ci chiedono perché non abbiamo fatto di piú [nella resistenza], io rispondo ricordando i dati politici, economici, internazionali che impedirono altri sviluppi della situazione italiana, ma potrei anche limitarmi a ricordare che giungemmo all'ultima prova stanchi, esauriti. Troppi morti, troppi sacrifici, troppe responsabilità.
Togliatti per parte sua, parlando nel gennaio 1946 della crisi del governo Parri, mosse ai Cln la critica di non essere «riusciti a mobilitare lo spirito democratico del paese»334. Una critica che, se si tiene conto sia della freddezza tutta politica con la quale il leader comunista affrontò sempre i problemi relativi alla resistenza335, sia del fatto che, giunto il momento della liberazione, le masse non inserite organicamente nel movimento resistenziale, pur manifestando tutto il loro giubilo per essa, si erano mostrate piú propense a non correre nuovi rischi e a non affrontare nuovi sacrifici che ad insorgere, è difficile pensare si riferisse solo ai Cln postliberazione sui quali Parri aveva creduto di poter fondare il suo governo e non si estendesse anche a quelli attivi nella resistenza e, quindi, alla incapacità dei comunisti di fare di essi degli effettivi strumenti di mobilitazione e di potere in grado di esercitare la loro «azione democratica» anche dopo la conclusione della guerra di liberazione. Ciò premesso, è comunque un fatto che la documentazione disponibile concorda nel far ritenere che, anche se la resistenza giunse al 25 aprile risentendo ancora della crisi e delle lacerazioni dell'inverno, queste non dovettero sostanzialmente incidere sulla strategia del vertice comunista (salvo, forse, nel senso di fornire ad esso un argomento in piú per tenere a freno quei settori del movimento partigiano e dello stesso Pci (in cui, non va dimenticato, convivevano posizioni diverse per maturità politica e spirito di disciplina di partito) che, nell'euforia per i successi dell'Armata rossa, avrebbero voluto, invece di deporre per il momento le armi, cambiare subito spalla al fucile e passare dalla lotta contro i fascisti e i tedeschi a quella per il potere) i cui termini e tempi erano già stati fissati da tempo tenendo conto non solo delle preoccupazioni sovietiche e delle difficoltà e dei rischi ai quali sarebbe andata incontro un'azione con gli Alleati presenti in armi, ma anche di quella che Togliatti e i sovietici dovevano ritenere sarebbe stata l'evoluzione della situazione in Europa e in Italia dopo la conclusione del conflitto. Un'evoluzione che, specie per l'Italia, non comportava, come si è visto, azioni precipitose e tanto meno di forza. Secondo la testimonianza della sua segretaria moscovita336, pare che Togliatti partendo da Mosca per rientrare in Italia pensasse che la «liberazione dell'Europa» dal nazismo sarebbe stata seguita «da due o tre anni di "guerre civili e rivoluzionarie" su tutto il territorio europeo», che si sarebbero concluse «con una vittoriosa insurrezione della classe operaia europea e dei suoi eserciti rivoluzionari, schierati a fianco dell'Armata rossa»; quanto in particolare all'Italia, alla fine della guerra sarebbe seguito «un periodo di transizione», durante il quale avrebbero operato «piú partiti, compreso quello cristiano» e si sarebbe costituito «una sorte di fronte nazionale comune come in Francia», con la differenza che in Italia i comunisti sarebbero stati «l'unica vera forza socialista e classista» (in senso bolscevico) e avrebbe avuto «un potere decisionale nettamente maggiore rispetto a quello dei compagni francesi» che avrebbe permesso loro di assumere alla fine il potere in prima persona.
Se questa era l'evoluzione dello scenario del dopoguerra a cui Togliatti aveva inizialmente pensato – se autonomamente o sulla falsa riga della posizione sovietica è impossibile dire –, a maggior ragione si spiega perché, resisi conto che gli Alleati non avrebbero tollerato alcuna iniziativa insurrezionale, i vertici del Pci non solo presero posizione contro ogni intempestiva prospettiva insurrezionale, ma – sopravvenuta la liberazione – si adoperarono per evitare che iniziative e violenze di coloro che non sapevano rassegnarsi all'idea di non passare sic et simpliciter dalla lotta contro i fascisti e i tedeschi a quella per il potere pregiudicassero una futura azione di forza da realizzare allorché, lasciata gli Alleati l'Italia, fossero state realizzate le premesse per un effettivo mutamento del sistema politico, che – contrariamente a quanto inizialmente Togliatti aveva pensato – l'evoluzione della situazione internazionale nel 1944-45 faceva ritenere potesse essere realizzato solo per la via insurrezionale. Assai significativa è a questo proposito una testimonianza rilasciata da Guido Fanti dopo che la caduta del «muro di Berlino» e il riaprirsi delle polemiche sulle violenze rosse dopo la conclusione della lotta di liberazione e, in particolare, sul cosiddetto «triangolo della morte». Nel corso di essa, infatti, l'ex sindaco comunista di Bologna ha affermato senza mezzi termini che le direttive di Togliatti perché, conclusa la lotta di liberazione, il movimento partigiano deponesse le armi e contribuisse alla ricostruzione del paese non significavano affatto che il Pci avesse rinunciato ai suoi propositi insurrezionali, ma solo che la loro attuazione era rinviata ad «un secondo momento», allorché la crisi del capitalismo e la situazione internazionale avrebbero reso possibile la presa del potere e fatto scattare «la famosa ora x». Una posizione alla quale, sempre secondo Fanti, il Pci avrebbe cominciato a rinunciare solo dopo i fatti di Ungheria e l'8° congresso: solo allora «fu accettato il principio della democrazia come valore in sé» e che il socialismo «poteva realizzarsi solo attraverso la democrazia»337.
All'inizio di questo capitolo ci siamo soffermati sullo stato d'animo dominante all'indomani dell'8 settembre tra la maggioranza degli italiani e in particolare tra quelli delle regioni occupate dai tedeschi e sull'atteggiamento psicologico e morale da esso determinato. Un atteggiamento – lo ripetiamo – che, ridotto all'essenziale, può definirsi di sostanziale estraneità e di rifiuto rispetto sia alla Rsi che alla resistenza. E questo nonostante che il distacco dal fascismo e l'avversione, in molti casi l'odio, nei suoi confronti e l'ostilità verso i tedeschi fossero assai netti e diffusissimi e la resistenza costituisse una chiara alternativa ad essi. Per i piú l'unica cosa che a quel punto contava era sopravvivere, passare con meno danni e sacrifici possibili attraverso il dramma che si trovavano a vivere e, in questa prospettiva, rinchiudersi al massimo nel proprio guscio, sino quasi – se fosse stato possibile – a «sparire», e non compromettersi con nessuna delle parti in lotta e l'unica speranza era riposta in una rapida fine della guerra e con essa dei pericoli e delle difficoltà materiali che rendevano ogni giorno piú precaria e incerta la loro vita. Tutto il resto, per il momento (ché, ovviamente, per il dopo non tutti la pensavano allo stesso modo), non aveva valore e costituiva una fonte di ulteriori difficoltà e di rischi da sfuggire in ogni modo. Anche facendo tacere quei sentimenti piú elementari di umana solidarietà che in particolari circostanze talora riemergevano dal profondo dei loro animi.
Significativo è a questo proposito l'atteggiamento verso i militari sbandati e i prigionieri alleati evasi dai campi di concentramento338: subito dopo l'armistizio moltissimi – l'abbiamo già detto – trovarono aiuto, soprattutto presso i contadini, e poterono cosí sottrarsi ai tedeschi; passato il primo momento, sfumata la speranza in un rapido arrivo degli Alleati e fattosi l'aiuto agli sbandati e agli ex prigionieri piú pericoloso, l'umana solidarietà verso di essi prese ad inaridirsi; l'aiuto si fece meno spontaneo e generoso, quantitativamente meno vasto, i rifiuti piú o meno espliciti divennero piú frequenti.
E non si creda che questo atteggiamento fosse limitato al mondo contadino che (salvo in una parte dell'Emilia-Romagna, dove la tradizione del socialismo leghista, sommandosi al ricordo ancor vivo delle violenze squadriste del 1920-21 e al desiderio di vendetta da esso alimentato ne spinse settori non trascurabili – soprattutto braccianti – verso la resistenza, da essi intesa come lotta di «liberazione dai padroni» e fase di trapasso ad un'economia agricola di tipo «sovietico»339) nella sua ostilità verso la borghesia cittadina e, soprattutto, nella sua sostanziale autonomia socio-culturale si mosse durante tutto il 1943-45 in base a coordinate culturali sue proprie che avevano radici secolari, che molto spesso non le facevano prendere veramente posizione né per i fascisti, né per i tedeschi, né per i partigiani, tre realtà da esso sentite ugualmente estranee e nemiche340, e che gli permisero di mettere in atto una forma tutta particolare di «resistenza attesista» molto piú passiva che attiva o, meglio, per dirla con l'Absalom, una propria «strategia della sopravvivenza», grazie alla quale attraversò quei drammatici anni meglio di chiunque altro, «sfruttando» tutti con l'essere «amico» di tutti (al punto che, quando non poteva assolutamente non prendere posizione, una famiglia non di rado mandava, per controassicurarsi meglio, un figlio con i fascisti e un altro con i partigiani) e a tutti necessario341.
Ché, nell'insieme, il mondo contadino, passato il primo momento – quello della solidarietà e dell'aiuto convinto agli sbandati e agli ex prigionieri alleati – fece sostanzialmente razza a sé, preoccupandosi soprattutto di sfruttare la situazione grazie alla borsa nera, arrivando in non pochi casi a forme di vero e proprio sciacallaggio. E se, specialmente in pianura e in collina, una parte di esso (molto meno numerosa di quanto comunemente affermato) finí per aderire al movimento partigiano lo fece per assicurare rifugio ai propri giovani e, con la tarda primavera e l'inizio dell'estate del 1944, allorché si diffuse la convinzione che il conflitto stesse per terminare e, nelle vallate alpine e nel Veneto, grazie spesso all'influenza del basso clero.
Pur in forme diverse, questo atteggiamento era infatti presente anche nel mondo cittadino, grandi città comprese, piú evoluto, meno «gretto», «pavido» e «politicamente amorfo» di quello contadino e che si penserebbe dovesse sentire maggiormente alcuni almeno dei piú elementari valori civili e politici che erano alla base della resistenza.
Rivelatrice, per fare un esempio, è a questo proposito una testimonianza sulle prime reazioni nei confronti del sorgente movimento di resistenza a Torino subito dopo l'8 settembre, quando le «contromisure» tedesche e fasciste non si erano oltre tutto ancora pienamente dispiegate, conservataci dai ricordi del generale Trabucchi342:
A Torino presi contatto con i carabinieri, la guardia di finanza, i metropolitani, l'Unpa. Era facile trovare adesioni fino a che ci si accontentava di raccogliere informazioni e di ricevere modeste attestazioni di simpatia. Quando, per contro, si chiedevano posti e documenti di copertura, locali nei quali accantonare armi ed esplosivi, staffette per collegamento, personale per la lotta armata, le simpatie si facevano tiepide.
Non pochi anzi – o per interesse o per convinzione – andavano schierandosi a lato dei tedeschi, giudicati, se non altro per il momento, i piú forti.
Né meno indicativo è un rapporto della Gnr di Milano (che trova conferme in documenti alleati e svizzeri) secondo il quale all'inizio del settembre 1944, quando, dunque, l'offensiva Alexander era ancora in corso, nel capoluogo lombardo anche tra coloro che nutrivano sentimenti contrari alla Rsi si manifestava la tendenza a desistere dall'«aperta posizione antifascista assunta in precedenza» purché fosse trovata «una soluzione qualunque della guerra» e fossero evitati nuovi rischi343.
Un utile spiraglio per penetrare il sottofondo psicologico e morale e lo stato d'animo di coloro per i quali tutto si riduceva a cercare di sopravvivere è offerto, un po' per il carattere personale tipico della corrispondenza privata un po' per il criterio adottato dai servizi di censura della Rsi, nella esposizione di quanto ricavato dal materiale esaminato (non piú, come ai tempi del regime, quello di farne oggetto di relazioni complessive nelle quali era difficile distinguere e valutare l'apporto «interpretativo» dei loro estensori, ma quello di indicare i temi piú ricorrenti e farli seguire da una serie di citazioni testuali, talvolta anche piuttosto lunghe), dai «notiziari», prima mensili, poi quindicinali, sull'Esame [della] corrispondenza [tra i militari e le loro famiglie] censurata redatti dal Sid, il servizio informazioni militari saloino. Gli stralci in essi riprodotti permettono di stabilire uno stretto rapporto tra l'andamento dello stato d'animo popolare, e in particolare proprio dei settori della popolazione che qui piú ci interessano, e quelli delle operazioni militari e della situazione economica e alimentare e di individuare all'interno di esso quattro periodi principali. Un primo, grosso modo sino alla primavera inoltrata del 1944, durante il quale lo stato d'animo complessivo potrebbe definirsi estremamente depresso, ma, tutto sommato, rassegnato (non «allarmistico» per usare la terminologia del Sid). Un secondo, corrispondente, sempre grosso modo, all'estate-autunno successivi, fortemente influenzato dal peggioramento della situazione economica e dell'approvvigionamento alimentare delle città maggiori e soprattutto psicologicamente condizionato dalla prospettiva «liberatoria» di una imminente fine della guerra alimentata dall'offensiva Alexander e dallo sviluppo del movimento partigiano. Un terzo, corrispondente all'inverno 1944-45, caratterizzato da una profonda delusione e da una sorta di forte ripiegamento su se stesso dello stato d'animo popolare e da un prevalere su tutto dell'urgere dell'esigenza di far fronte alle necessità primarie di vita. Un quarto, in fine, corrispondente alla primavera del 1945, vissuto in una crescente attesa della fine della guerra e dell'ormai insostenibile assillo delle sempre piú drammatiche condizioni di vita.
In tutti i quattro periodi l'elemento portante attorno al quale tutto ruotava fu senza ombra di dubbio la speranza, l'invocazione, l'attesa della pace.
La corrispondenza sottoposta a censura mette in luce come questo stato d'animo, di depressione e di eccitazione al tempo stesso, si traducesse spesso in tutta una serie di voci, vuoi ottimistiche, vuoi allarmistiche, piú o meno fantastiche (scoppio della rivoluzione in Germania, congiure e attentati contro Hitler, prossima svalutazione della lira, chiusura delle banche, preparativi tedeschi per usare i gas, ecc.) e persino nel nascere e nel diffondersi di vere e proprie profezie (come quella, alla quale arrise per alcune settimane molta fortuna, fatta da una ragazza di Bonate che la guerra sarebbe finita il 13 luglio 1944). Sentimenti molto spesso presenti erano altresí la netta e crescente ostilità verso i fascisti e i tedeschi, la paura per il carattere sempre piú sanguinoso che via via assumevano la lotta armata in genere e la guerra civile in particolare e – sia pure in misura minore, almeno nei primi mesi, ché poi a prevalere fu uno stato d'animo che si potrebbe riassumere cosí: sia quel che sia, purché la guerra finisca – per ciò che sarebbe avvenuto al momento e a seguito della liberazione. Una paura, quest'ultima, che – insieme al bisogno di denaro per sopravvivere – indusse non pochi a svendere i loro beni immobili, per evitare che fossero loro confiscati dai «comunisti», e a trasferirsi dalle città in campagna, ritenendo che in essa avrebbero corso meno pericoli durante i «disordini» che sarebbero seguiti alla fine delle ostilità. Su tutte le preoccupazioni dominante era però – soprattutto con l'estate-autunno del 1944 – quella per l'inarrestabile e sempre piú rapido deterioramento della situazione economica, la penuria e la pressoché totale scomparsa di moltissimi generi alimentari e farmaceutici e la crescita a dismisura dello squilibrio tra salari e redditi fissi e costo della vita344. Tutto il resto, pur essendo drammaticamente sentito, passava in sott'ordine rispetto a questa preoccupazione e agli assilli quotidiani che ne erano causa e conseguenza al tempo stesso. Con il risultato di alimentare una contraddizione di fondo della quale è necessario rendersi conto, poiché costituiva la ragione principale per la quale tutto si paralizzava: tutti volevano la fine della guerra piú di ogn'altra cosa, tutti, salvo limitate eccezioni, erano ostili ai fascisti e ai tedeschi che si «ostinavano» a continuarla e, cosí facendo, rendevano la loro vita sempre piú invivibile, nessuno o comunque ben pochi – e non solo tra coloro che oltre al presente paventavano il domani – se la sentiva però di correre personalmente rischi e di provocare un ulteriore peggioramento della situazione (propria e in generale) mettendosi apertamente contro di essi.
Sull'evoluzione nel 1943-45 della situazione economica nei territori controllati dalla Rsi e in particolare nelle regioni settentrionali, sulle quali piú a lungo e piú in profondità essa esercitò il suo potere, manca a tutt'oggi uno studio organico che ne approfondisca i tempi e i caratteri principali e l'incidenza che su di essa ebbero le vicende militari e la politica di occupazione tedesca345. I due fattori cioè che contribuirono piú di tutti ad accrescere:a) la paura e il senso di precarietà in cui vivevano le popolazioni, combattute tra il desiderio e l'attesa della fine dei pericoli e delle difficoltà ai quali erano esposte quotidianamente e la preoccupazione per le devastazioni che il «passaggio del fronte» e gli sviluppi della guerra partigiana avrebbero comportato; b) la spinta a disattendere – soprattutto da parte dei contadini – le disposizioni emanate dalle autorità repubblicane per cercare di assicurare i rifornimenti (in primis quelli alimentari), controllare i prezzi e impedirne un'eccessiva lievitazione, sia in generale sia specialmente rispetto ai salari e agli stipendi. Oltre a questa condizione psicologica (che, sia detto per incidens, non contribuiva certo a stimolare nuove iniziative e attività) sulla situazione economica influivano anche altri fattori che ne accrescevano il disordine e la precarietà. Tra essi i piú importanti erano: a) la progressiva disorganizzazione del sistema dei trasporti a seguito soprattutto dei bombardamenti aerei alleati; b) l'ampliarsi e il restringersi delle zone investite dalla guerra partigiana, con gli esodi, le distruzioni, gli arresti produttivi da essi provocati; e, dunque, c) l'irregolarità del ciclo produttivo, le difficoltà e le lentezze che ciò determinava, oltre che nella produzione, nel decentramento di molte attività e il progressivo assottigliarsi delle scorte e dei rifornimenti di materie prime per l'industria provenienti dalla Germania346; d) la crescente irrequietezza delle masse operaie a causa soprattutto del degrado e della precarietà delle loro condizioni di vita; irrequietezza alla quale corrispondeva un crescente rifiuto a consegnare agli ammassi la produzione e a riversarla invece sul mercato nero (nel 1944, sui 24-25 milioni di quintali di grano previsti, i conferimenti agli ammassi furono meno di 16 milioni di quintali) dei contadini; e) le incertezze delle autorità repubblicane che, incalzate dalla necessità di fronteggiare una situazione via via piú grave, finivano spesso per ricorrere ad un accavallarsi di misure affrettate e inadeguate che, per un verso, non trovavano il consenso dei tedeschi, moltiplicavano i motivi di contrasto con essi e, anche se giuste, finivano per arrivare in ritardo, dato che la loro accettazione da parte tedesca comportava lunghe e defatiganti trattative347 e, per un altro verso, aggravavano sovente la situazione stessa, poiché erano spesso influenzate dall'ansia di cominciare a tradurre in pratica i principî della socializzazione e i suoi postulati anticapitalisti e antiborghesi. Da qui, nonostante gli sforzi per contenerla, un aumento dell'inflazione, inizialmente tenuto abbastanza sotto controllo, ma poi via via piú veloce e incontrollabile. In parte, date le circostanze, fisiologico; in parte dovuto agli aumenti dei prezzi agricoli stabiliti dal Commissariato nazionale dei prezzi e caldeggiato anche da Mussolini che, essendo convinto della impossibilità di vincere la resistenza passiva dei contadini, sperava di poterli invogliare a consegnare agli ammassi quote molto maggiori di produzione, grazie alle quali aumentare le razioni alimentari e stroncare il mercato nero348; in parte a causa della politica dei tedeschi. Pur condividendo l'idea che fosse indispensabile evitare lo svilupparsi di un forte processo inflazionistico, questi, come vedremo meglio nel prossimo capitolo, erano infatti anche interessati a trarre dall'organizzazione produttiva italiana il maggior contributo possibile al loro sforzo bellico. Da qui la loro ostilità ad un aumento dei prezzi agricoli a cui avrebbe corrisposto quello dei salari operai e dei costi industriali e, quindi, dei prezzi dei prodotti che essi acquistavano a vario titolo dall'industria italiana, non avrebbe sollecitato gli imprenditori ad aumentare – come Rahn scrisse a Mussolini il 19 maggio 1944349 – «il rendimento della produttività» e, aggravando gli oneri degli industriali, avrebbe reso meno facili i loro rapporti con essi.
Ciò premesso, per comprendere meglio la situazione economica e il suo interagire con quella politica e militare è anche opportuno aver chiare altre due cose: che, pur risentendo ovunque degli stessi condizionamenti e fattori di degrado, essa assumeva però caratteri e intensità diversi e fu, e rimase sino alla fine, costituita da tante singole situazioni (regionali, locali, per settori di attività, ecc.) diverse a seconda dell'impatto su di esse dei vari condizionamenti e fattori di degrado e dell'intensità e dei tempi nei quali questi si manifestavano, e che l'ancor tutto sommato solido tessuto produttivo settentrionale faceva nonostante tutto da freno e da barriera a molti fattori di deterioramento. Tanto che gli autori della Sintesi curata dall'Ufficio informazioni dello Stato maggiore del regio esercito (tra i quali furono certamente tecnici e studiosi di notevole valore) potevano ancora alla fine del 1944 affermare che
nonostante tutti gli elementi disgregatori e tutti i fattori di turbamento, la struttura produttiva e distributiva, pur avendo subito una formidabile usura..., rimane nella sua solida intelaiatura, denotando una vitalità che va al di là degli avvenimenti
e considerare improprio parlare di un vero e proprio deterioramento della situazione economica del nord e «piú esatto invece di un "impoverimento"», manifestatosi oltre tutto essenzialmente nei mesi precedenti «con un piú marcato aumento dei prezzi» a seguito dell'appesantirsi della situazione complessiva e l'affiorare di fattori «fino ad ieri compressi»350. Una valutazione che trova conferma in una serie di aspetti peculiari e in particolare nell'andamento della borsa le cui oscillazioni nel 1943-45 furono dovute assai piú a fattori politici e militari che alla situazione economica351.
A questo si deve aggiungere che sino verso la fine del 1944 la robustezza della struttura produttiva delle regioni settentrionali e la politica dei prezzi e dei salari attuata dalla Rsi facendo ricorso sia al sistema dei controlli diretti e indiretti che si era venuto formando negli anni della guerra e che, pur con tutte le sue deficienze, aveva funzionato assai meglio al nord che al centro-sud, sia a provvedimenti di emergenza, quali un notevole sviluppo delle mense e degli spacci cooperativi aziendali, un maggior controllo dei ristoranti a prezzo fisso, l'istituzione di numerose mense comunali e l'inasprimento delle pene per gli evasori, avevano consentito di preservare in parte (e meglio che nell'Italia liberata) il costo della vita da eccessivi aumenti e di contenere l'inflazione. A squilibrare e mettere in crisi la situazione furono con gli ultimi mesi del 1944, per un verso l'aumento, soprattutto nelle città maggiori, dei prezzi dei generi alimentari reperibili sul mercato libero e alla borsa nera (piú contenuto fu quello dei generi acquistabili sul mercato ufficiale che, comunque, registrarono anch'essi a fine anno aumenti in certi casi, riso, carne, zucchero, marmellata, conserva, di oltre il cento per cento rispetto ai prezzi della fine del 1943) che indusse le autorità, strette tra la crescente evasione agli ammassi dei contadini e il parallelo crescere del malcontento degli operai dell'industria e dei ferrovieri ai quali era impossibile vivere con i soli generi tesserati e non potevano permettersi di ricorrere che in misura modesta al mercato libero e alla borsa nera352, a concessioni e aumenti salariali; per un altro verso la politica salariale dell'Organizzazione Todt che, pur di assicurarsi la mano d'opera che le serviva, aumentò notevolmente le sue paghe, contribuendo non poco al deterioramento della situazione in senso inflazionistico353.
Un raffronto tra gli indici dei valori reali dei redditi agricoli, dei salari e degli stipendi fatto da «Repubblica Sociale» agli inizi del 1945354 mette bene in evidenza come nel 1943-44 i primi continuarono la crescita già in atto dai primi anni della guerra e registrarono anzi una vera impennata da quota 165 a quota 271, mentre gli altri continuarono a discendere, passando, i salari, da 93 a 48, gli stipendi, da 45 a 29. Contemporaneamente l'indice del costo della vita passava da 334 a 762. Se a ciò si aggiunge che il vaPrezzi di alcuni generi alimentari a Milano.
(Dati della «Rassegna della congiuntura», gennaio 1945, dell'Ufficio studi del Commissariato nazionale prezzi).
ACQUISTATI CON TESSERA
[Parte 1: 1942-1944 trim. III]
Genere | Unità | VII 1942 | VII 1943 | I 1944 | II 1944 | III 1944
--- | --- | --- | --- | --- | --- | --- Pane | kg | | 2,60 | 2,60 | 2,60 | 2,60
Farina bianca | kg | | 2,60 | 2,60 | 2,60 | 2,60
Farina gialla | kg | | 2,00 | 1,80 | 1,80 | 1,80
Pasta | kg | | 3,35 | 3,35 | 3,35 | 3,80
Riso | kg | | 2,60 | 2,60 | 2,60 | 3,80
Legumi | kg | | 5,55 | 5,55 | 5,55 | 5,55
Carne | kg | | 25,00 | 30,00 | 35,00 | 35,00
Frattaglie | kg | | 17,00 | 18,00 | 18,00 | 18,00
Salumi | kg | | 25,50 | 32,00 | 32,00 | 32,00
Lardo | kg | | 17,50 | 26,50 | 26,50 | 26,50
Burro | kg | | 26,55 | 26,55 | 26,55 | 31,00
Olio | kg | | 27,00 | 27,00 | 36,00 | 36,00
Latte | l | | 2,60 | 2,60 | 2,60 | 3,65
Formaggio molle | kg | | 17,10 | 20,00 | 20,00 | 20,00
Formaggio duro | kg | | 21,90 | 22,00 | 22,00 | 26,70
Zucchero | kg | | 7,80 | 12,50 | 12,50 | 12,50
Conserva | kg | | 9,50 | 10,00 | 10,00 | 13,50
Marmellata | kg | | 16,80 | 19,00 | 19,00 | 19,00
Sale | kg | | 2,00 | 2,00 | 2,00 | 2,00
ACQUISTATI A BORSA NERA
[Parte 1: 1942-1944 trim. III]
Genere | Unità | VII 1942 | VII 1943 | I 1944 | II 1944 | III 1944
--- | --- | --- | --- | --- | --- | --- Pane | kg | 15,00 | 18,10 | 20,00 | 20,00 | 20,00
Farina bianca | kg | 15,00 | 22,00 | 23,00 | 23,00 | 23,00
Farina gialla | kg | 10,00 | 12,00 | 12,00 | 13,00 | 13,00
Pasta | kg | 14,00 | 20,00 | 25,00 | 25,00 | 25,00
Riso | kg | 13,00 | 20,00 | 20,00 | 20,00 | 20,00
Legumi secchi | kg | 12,00 | 18,00 | 30,00 | 30,00 | 30,00
Carne bovina | kg | 70,00 | 80,00 | 80,00 | 100,00 | 120,00
Carne equina | kg | 40,00 | 30,00 | 60,00 | 70,00 | 80,00
Frattaglie | kg | 50,00 | 70,00 | 70,00 | 70,00 | 70,00
Salumi | kg | 100,00 | 150,00 | 300,00 | 300,00 | 300,00
Lardo | kg | 90,00 | 200,00 | 280,00 | 320,00 | 320,00
Burro | kg | 100,00 | 160,00 | 180,00 | 220,00 | 330,00
Olio | kg | 100,00 | 200,00 | 400,00 | 460,00 | 500,00
Latte | l | 6,00 | 7,00 | 8,00 | 8,00 | 8,00
Formaggio duro | kg | 100,00 | 150,00 | 240,00 | 240,00 | 240,00
Formaggio molle | kg | 40,00 | 60,00 | 90,00 | 90,00 | 90,00
Zucchero | kg | 15,00 | 50,00 | 80,00 | 80,00 | 90,00
Conserva | kg | 9,50 | 40,00 | 40,00 | 40,00 | 40,00
Marmellata | kg | 30,00 | 65,00 | 65,00 | 65,00 | 65,00
Sale | kg | 1,50 | 25,00 | 25,00 | 25,00 | 30,00 Prezzi di alcuni generi alimentari a Milano (continuazione).
ACQUISTATI CON TESSERA
[Parte 2: 1944 mesi IV - XII]
IV 1944 | V 1944 | VI 1944 | VII 1944 | VIII 1944 | IX 1944 | X 1944 | XI 1944 | XII 1944
--- | --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- 2,60 | 2,60 | 2,60 | 2,60 | 2,60 | 2,60 | 2,60 | 2,60 | 3,00 2,60 | 2,60 | 2,60 | 2,60 | 2,60 | 2,60 | 2,60 | 2,80 | 3,00 1,80 | 1,80 | 1,80 | 2,20 | 2,20 | 2,20 | 2,20 | 3,40 | 3,50 3,80 | 3,80 | 3,80 | 3,80 | 3,80 | 3,80 | 3,80 | 3,80 | 4,00 3,80 | 3,80 | 3,80 | 3,80 | 3,80 | 3,80 | 6,00 | 7,80 | 7,80 5,55 | 5,55 | 6,15 | 6,15 | 6,15 | 6,15 | 6,15 | 6,15 | 6,15 35,00 | 35,00 | 35,00 | 40,00 | 40,00 | 40,00 | 45,00 | 65,00 | 80,00 18,00 | 18,00 | 18,00 | 18,00 | 18,00 | 18,00 | 20,00 | 25,00 | 27,00 32,00 | 32,00 | 32,00 | 32,00 | 32,00 | 32,00 | 32,00 | 32,00 | 32,00 26,50 | 26,50 | 31,00 | 31,00 | 31,00 | 31,00 | 31,00 | 35,00 | 35,00 31,00 | 31,00 | 31,00 | 31,00 | 33,00 | 33,00 | 33,00 | 35,00 | 35,00 36,00 | 36,00 | 36,00 | 44,00 | 41,50 | 41,50 | 41,50 | 41,50 | 41,50 3,65 | 3,65 | 3,65 | 4,00 | 4,00 | 4,00 | 5,00 | 5,00 | 9,00 20,50 | 20,50 | 20,50 | 20,50 | 21,15 | 25,00 | 27,50 | 27,50 | 27,50 26,70 | 26,70 | 26,70 | 26,70 | 28,00 | 29,00 | 29,00 | 31,00 | 31,00 12,50 | 12,50 | 12,50 | 12,50 | 12,50 | 12,50 | 27,00 | 27,00 | 27,00 13,50 | 13,50 | 13,50 | 30,00 | 30,00 | 30,00 | 30,00 | 30,00 | 35,00 19,00 | 19,00 | 19,00 | 24,00 | 25,00 | 25,00 | 25,00 | 37,00 | 37,00 2,00 | 2,00 | 2,00 | 2,00 | 2,00 | 2,00 | 2,00 | 2,50 | 2,50
ACQUISTATI A BORSA NERA
[Parte 2: 1944 mesi IV - XII]
IV 1944 | V 1944 | VI 1944 | VII 1944 | VIII 1944 | IX 1944 | X 1944 | XI 1944 | XII 1944
--- | --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- 20,00 | 20,00 | 20,00 | 20,00 | 20,00 | 20,00 | 20,00 | 25,00 | 25,00 25,00 | 25,00 | 25,00 | 25,00 | 25,00 | 25,00 | 25,00 | 25,00 | 25,00 13,00 | 13,00 | 15,00 | 15,00 | 15,00 | 15,00 | 15,00 | 15,00 | 15,00 25,00 | 25,00 | 25,00 | 25,00 | 25,00 | 25,00 | 25,00 | 35,00 | 40,00 20,00 | 20,00 | 20,00 | 22,00 | 22,00 | 22,00 | 22,00 | 22,00 | 22,00 30,00 | 35,00 | 35,00 | 35,00 | 35,00 | 35,00 | 35,00 | 45,00 | 50,00 140,00 | 160,00 | 180,00 | 180,00 | 180,00 | 200,00 | 220,00 | 220,00 | 230,00 90,00 | 90,00 | 100,00 | 120,00 | 120,00 | 120,00 | 120,00 | 140,00 | 150,00 70,00 | 70,00 | 80,00 | 120,00 | 120,00 | 130,00 | 140,00 | 140,00 | 140,00 300,00 | 340,00 | 340,00 | 340,00 | 340,00 | 380,00 | 400,00 | 400,00 | 420,00 320,00 | 390,00 | 390,00 | 390,00 | 390,00 | 400,00 | 420,00 | 420,00 | 460,00 350,00 | 360,00 | 370,00 | 370,00 | 370,00 | 370,00 | 500,00 | 550,00 | 600,00 500,00 | 600,00 | 600,00 | 600,00 | 700,00 | 700,00 | 700,00 | 800,00 | 800,00 8,00 | 9,00 | 9,00 | 9,00 | 9,00 | 10,00 | 10,00 | 12,00 | 12,00 260,00 | 280,00 | 280,00 | 300,00 | 300,00 | 350,00 | 350,00 | 350,00 | 350,00 100,00 | 110,00 | 120,00 | 120,00 | 120,00 | 140,00 | 140,00 | 140,00 | 140,00 90,00 | 110,00 | 110,00 | 130,00 | 130,00 | 130,00 | 180,00 | 250,00 | 400,00 40,00 | 50,00 | 50,00 | 70,00 | 70,00 | 70,00 | 80,00 | 80,00 | 80,00 70,00 | 70,00 | 75,00 | 80,00 | 80,00 | 80,00 | 100,00 | 110,00 | 110,00 40,00 | 60,00 | 80,00 | 80,00 | 80,00 | 80,00 | 80,00 | 100,00 | 150,00 lore effettivo di questi dati era diverso a seconda lo si rapportasse alle reali condizioni di vita dei ceti agricoli, degli operai e degli impiegati, dato che solo per questi ultimi esso corrispondeva alla realtà, poiché l'indice dei salari non teneva conto di una serie di corresponsioni e di benefici indiretti e quanto alle categorie agricole è necessario tener presente che su di esse voci importanti di spesa (alimentazione, affitto, abbigliamento, trasporti) gravavano meno che sugli operai e gli impiegati, è facile rendersi conto che i piú colpiti erano questi ultimi, che venivano a costituire il ceto piú svantaggiato e frustrato. Svantaggiato economicamente, perché il frutto del suo lavoro e i suoi risparmi era completamente falciato dall'inflazione e dalla borsa nera e in genere da quella – se cosí si può dire – piú selvaggia355 che imperversava soprattutto nelle città piú grandi, dove risiedeva la maggior parte degli impiegati (mentre molti operai, un po' per diminuire i rischi connessi ai bombardamenti aerei, un po' per il minor costo della vita, vivevano nelle località circostanti e si recavano in città solo per le ore di lavoro). Frustrato moralmente nella sua autoconsiderazione, nella cultura, nella «dignità» del proprio status rispetto agli altri ceti ma anche rispetto allo Stato, dal quale si sentiva sacrificato a favore dei ceti sociali «inferiori» e insieme lasciato senza difesa né materiale né morale nei confronti del torbido mondo degli speculatori. E insistiamo sul frustrato poiché sotto il
segue Prezzi di alcuni generi alimentari a Milano.
ACQUISTATI SUL MERCATO LIBERO
[Parte 1: 1942-1944 trim. III]
Genere | Unità | VII 1942 | VII 1943 | I 1944 | II 1944 | III 1944
--- | --- | --- | --- | --- | --- | --- Uova | cad. | 3,50 | 7,00 | 8,00 | 7,00 | 7,00
Pesce | kg | 40,00 | 50,00 | 50,00 | 60,00 | 60,00
Pollame | kg | 40,00 | 70,00 | 100,00 | 120,00 | 130,00
Coniglio | kg | 30,00 | 40,00 | 65,00 | 70,00 | 80,00
Verdura | kg | 5,00 | 7,00 | 7,00 | 6,00 | 6,00
Frutta fresca e secca | kg | 5,50 | 7,50 | 16,00 | 12,00 | 13,00
Aceto | l | 10,00 | 10,04 | 10,04 | 10,00 | 10,00
Vino | l | 12,00 | 13,00 | 17,00 | 17,00 | 18,00
Surrogati | kg | 10,00 | 27,50 | 30,00 | 30,00 | 30,00 profilo interno il sintomo piú eloquente, ma anche la causa principale della dissoluzione del tessuto connettivo della Rsi fu costituito tra le ultime settimane del 1944 e le prime del 1945 dalla progressiva e rapida presa di distanza da essa di quella parte dei ceti medi – della quale gli impiegati (in senso lato) e quelli pubblici in particolare erano la componente principale – che sino allora o l'avevano accettata per «patriottismo» o perché erano rimasti al fondo in qualche misura fascisti o in virtú della logica che «i nemici dei miei nemici sono miei amici» o non l'avevano contrastata perché bene o male vedevano in essa lo Stato, la legalità.
Chiusa la parentesi sulla situazione economica, necessaria per altro per avere un realistico quadro di quella politico-emotiva, possiamo riprendere il filo del nostro discorso sul come la maggioranza della gente visse l'occupazione tedesca, la Rsi e la guerra civile.
Rispetto ad altre, la posizione di coloro che erano ostili ai fascisti e ai tedeschi perché si «ostinavano» a continuare la guerra, ma non se la sentivano di correre personalmente rischi e di provocare un ulteriore peggioramento della propria situazione contribuendo ad accelerare la fine della guerra, costituisse la piú estrema è indubbio, cosí come è indubbio che anche al suo interno vi furono modi di viverla e sviluppi diversi. Ignorarla o sottovalutarla rende però impossibile – se non altro per la sua consistenza numerica – cercare di trarre la comprensione della vicenda del 1943-45 fuori dagli schemi – diversissimi, ma egualmente di maniera – entro i quali essa è stata rinserrata dalle contrapposte vulgate resistenziale e neofascista e, quindi, di mettere il piú possibile a fuoco le linee di fondo dell'evoluzio-
ACQUISTATI SUL MERCATO LIBERO (continuazione)
[Parte 2: 1944 mesi IV - XII]
IV 1944 | V 1944 | VI 1944 | VII 1944 | VIII 1944 | IX 1944 | X 1944 | XI 1944 | XII 1944
--- | --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- 7,90 | 8,50 | 9,00 | 9,00 | 9,50 | 12,00 | 14,00 | 16,00 | 16,00 60,00 | 60,00 | 60,00 | 60,00 | 60,00 | 70,00 | 70,00 | 110,00 | 120,00 130,00 | 130,00 | 135,00 | 140,00 | 150,00 | 160,00 | 200,00 | 220,00 | 240,00 90,00 | 90,00 | 90,00 | 90,00 | 90,00 | 100,00 | 115,00 | 115,00 | 120,00 6,00 | 6,00 | 8,00 | 8,00 | 7,50 | 10,00 | 12,00 | 12,00 | 15,00 13,60 | 25,00 | 20,00 | 14,00 | 15,00 | 21,00 | 21,00 | 25,00 | 25,00 12,00 | 12,00 | 12,00 | 20,00 | 20,00 | 20,00 | 20,00 | 20,00 | 42,00 18,00 | 18,00 | 18,00 | 18,00 | 25,00 | 30,00 | 40,00 | 50,00 | 60,00 10,00 | 10,00 | 30,00 | 32,00 | 32,00 | 32,00 | 40,00 | 40,00 | 39,00 Prezzi medi di alcuni generi alimentari nelle città con oltre cento mila abitanti
(A con tessera, B senza tessera).
(Dati desunti dall'Annuario statistico italiano 1944-48, pp. 368-71).
Torino: Genere | Unità | 1943 A | 1943 B | 1944 A | 1944 B | 1945 A | 1945 B --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- Pane | kg | 2,50 | - | 2,50 | 25 | 9,67 | 46 Pasta alimentare | kg | 3,20 | - | 3,77 | 35 | 14,07 | 75 Riso | kg | 2,44 | - | 3,71 | 20 | 10,92 | 35 Zucchero | kg | 8,66 | - | 14,30 | 135 | 68 | 9,30 Olio d'oliva | kg | 16,47 | - | 30 | 750 | 100 | 8,60 Burro | kg | 30,87 | - | 43,09 | 340 | 179 | 600 Carne bovina | kg | 22,46 | | 210 | | 350 | Latte | l | 2,42 | | 8 | | 25 | Patate | kg | 2,15 | | 11 | | 27 | Uova | cad. | 3,20 | | 10 | | 20 | Formaggio da cond. (parmigiano) | kg | 24,36 | | 350 | | 824 | Vino | l | 11 | | 31 | | 60 |
Brescia: Genere | Unità | 1943 A | 1943 B | 1944 A | 1944 B | 1945 A | 1945 B --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- Pane | kg | 2,25 | - | 2,25 | 14 | 9,68 | 90 Pasta alimentare | kg | 3,30 | - | 5,20 | 23 | 12,42 | 100 Riso | kg | 2,50 | - | 4,39 | 22 | 12,18 | 42 Zucchero | kg | 8,85 | - | 14,64 | 170 | 52 | 590 Olio d'oliva | kg | 14,24 | - | 26,49 | 650 | 110 | 800 Burro | kg | 26,66 | - | 30,03 | 340 | 153 | 694 Carne bovina | kg | 13,40 | | 145 | | 348 | Latte | l | 2,01 | | 8 | | 22 | Patate | kg | 2,04 | | 8 | | 32 | Uova | cad. | 2,72 | | 7 | | 20 | Formaggio da cond. (parmigiano) | kg | 24,90 | | 320 | | 607 | Vino | l | 9,02 | | 32 | | 90 |
Venezia: Genere | Unità | 1943 A | 1943 B | 1944 A | 1944 B | 1945 A | 1945 B --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- Pane | kg | 2,86 | - | 2,86 | 20 | 9,42 | 47 Pasta alimentare | kg | 3,16 | - | 4,05 | 22 | 11,74 | 50 Riso | kg | 2,38 | - | 4,67 | 27 | 21,08 | 70 Zucchero | kg | 8,90 | - | 11,92 | 183 | 48 | 534 Olio d'oliva | kg | 14,87 | - | 26,75 | 650 | 115 | 774 Burro | kg | 28,44 | - | 33,25 | 375 | 206 | 700 Carne bovina | kg | 19 | | 123 | | 328 | Latte | l | 2,58 | | 8 | | 36 | Patate | kg | 1,80 | | 13 | | 22 | Uova | cad. | 1,90 | | 10 | | 21 | Formaggio da cond. (parmigiano) | kg | 25,25 | | 508 | | 693 | Vino | l | 7,96 | | 30 | | 82 |
Verona: Genere | Unità | 1943 A | 1943 B | 1944 A | 1944 B | 1945 A | 1945 B --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- Pane | kg | 2,45 | - | 2,50 | 20 | 8,91 | 38 Pasta alimentare | kg | 3,18 | - | 3,97 | 20 | 12,36 | 47 Riso | kg | 2,51 | - | 3,67 | 24 | 16,40 | 53 Zucchero | kg | 8,89 | - | 13,79 | 120 | 60 | 635 Olio d'oliva | kg | 14,79 | - | 34,60 | 673 | 115 | 750 Burro | kg | 26,30 | - | 33,50 | 375 | 151 | 661 Carne bovina | kg | 19 | | 110 | | 278 | Latte | l | 2,17 | | 8 | | 20 | Patate | kg | 1,54 | | 9 | | 16 | Uova | cad. | 2 | | 10 | | 19 | Formaggio da cond. (parmigiano) | kg | 26,41 | | 416 | | 652 | Vino | l | 7,80 | | 46 | | 82 |
Milano: Genere | 1943 A | 1943 B | 1944 A | 1944 B | 1945 A | 1945 B --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- Pane | 2,60 | - | 2,72 | 26 | 10 | 41 Pasta alimentare | 3,30 | - | 3,82 | 21 | 12,30 | 68 Riso | 2,35 | - | 3,87 | 23 | 11,75 | 43 Zucchero | 8,92 | - | 12,85 | 193 | 55 | 797 Olio d'oliva | 15,10 | - | 17,40 | 700 | 111 | 732 Burro | 27,17 | - | 32,17 | 360 | 153 | 743 Carne bovina | 24,14 | | 180 | | 287 | Latte | 2,45 | | 9 | | 26 | Patate | 2,28 | | 10 | | 29 | Uova | 1,89 | | 11 | | 21 | Formaggio da cond. (parmigiano) | 24,60 | | 320 | | 761 | Vino | 12,71 | | 32 | | 78 |
Padova: Genere | 1943 A | 1943 B | 1944 A | 1944 B | 1945 A | 1945 B --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- Pane | 2,40 | - | 2,50 | 20 | 10,24 | 35 Pasta alimentare | 3,17 | - | 3,70 | 20 | 13,60 | 36 Riso | 2,60 | - | 5,20 | 30 | 17,80 | 67 Zucchero | 11,05 | - | 11,15 | 120 | 46 | 600 Olio d'oliva | 18,85 | - | 32 | 673 | 90 | 700 Burro | 28 | - | 29 | 350 | 206 | 693 Carne bovina | 19,45 | | 100 | | 278 | Latte | 2,50 | | 5 | | 20 | Patate | 2 | | 5 | | 19 | Uova | 1,80 | | 7 | | 19 | Formaggio da cond. (parmigiano) | 24,40 | | 416 | | 636 | Vino | 8,10 | | 25 | | 95 |
Trieste: Genere | 1943 A | 1943 B | 1944 A | 1944 B | 1945 A | 1945 B --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- Pane | 2,50 | - | 2,50 | 30 | 8,10 | 66 Pasta alimentare | 3,30 | - | 3,56 | 88 | 13,50 | 110 Riso | 2,48 | - | 4,21 | 75 | 23,36 | 134 Zucchero | 9,14 | - | 15 | 180 | 30 | 746 Olio d'oliva | 14,83 | - | 23,87 | 919 | 73 | 971 Burro | 28,70 | - | 32 | 700 | 290 | 946 Carne bovina | 19,76 | | 168 | | 375 | Latte | 2,77 | | 20 | | 32 | Patate | 2,16 | | 10 | | 24 | Uova | 1,94 | | 25 | | 22 | Formaggio da cond. (parmigiano) | 24,32 | | 500 | | 815 | Vino | 12,14 | | 50 | | 123 |
Genova: Genere | 1943 A | 1943 B | 1944 A | 1944 B | 1945 A | 1945 B --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- Pane | 2,50 | - | 2,75 | 15 | 10,35 | 70 Pasta alimentare | 3,11 | - | 4,20 | 30 | 13,15 | 95 Riso | 2,41 | - | 4,92 | 28 | 16,50 | 52 Zucchero | 8,87 | - | 13,50 | 170 | 62 | 730 Olio d'oliva | 14,90 | - | 28 | 650 | 100 | 700 Burro | 28,07 | - | 41 | 400 | 280 | 770 Carne bovina | 22,86 | | 175 | | 332 | Latte | 2,72 | | 12 | | 36 | Patate | 2,37 | | 12 | | 29 | Uova | 2 | | 11 | | 20 | Formaggio da cond. (parmigiano) | 26,36 | | 338 | | 800 | Vino | 10,06 | | 21 | | 65 |
segue Prezzi medi di alcuni generi alimentari.
La Spezia: Genere | Unità | 1943 A | 1943 B | 1944 A | 1944 B | 1945 A | 1945 B --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- Pane | kg | 2,59 | - | 2,84 | 14 | 9,52 | 65 Pasta alimentare | kg | 3,05 | - | 4,10 | 30 | 13,50 | 90 Riso | kg | 2,25 | - | 3,97 | 30 | 31 | 60 Zucchero | kg | 8,40 | - | 14,20 | 135 | 56 | 720 Olio d'oliva | kg | 14,85 | - | 28 | 600 | 110 | 630 Burro | kg | 27,30 | - | 32 | 490 | 280 | 750 Carne bovina | kg | 20 | | 135 | | 400 | Latte | l | 2,30 | | 12 | | 34 | Patate | kg | 1,70 | | 11 | | 27 | Uova | cad. | 1,93 | | 13 | | 20 | Formaggio da cond. (parmigiano) | kg | 23,50 | | 520 | | 713 | Vino | l | 7,71 | | 40 | | 70 |
Bologna: Genere | 1943 A | 1943 B | 1944 A | 1944 B | 1945 A | 1945 B --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- Pane | 2,50 | - | 2,85 | 23 | 10,71 | 40 Pasta alimentare | 3,12 | - | 3,35 | 30 | 12,15 | 50 Riso | 2,57 | - | 4,85 | 30 | 12,50 | 34 Zucchero | 9 | - | 12,25 | 120 | 48 | 669 Olio d'oliva | 15 | - | 35 | 600 | 105 | 680 Burro | 27,67 | - | 33 | 300 | 145 | 617 Carne bovina | 21 | | 110 | | 353 | Latte | 2,74 | | 7 | | 24 | Patate | 1,80 | | 10 | | 25 | Uova | 2,60 | | 10 | | 21 | Formaggio da cond. (parmigiano) | 24,10 | | 320 | | 656 | Vino | 9,27 | | 35 | | 70 |
Reggio nell'Emilia: Genere | Unità | 1943 A | 1943 B | 1944 A | 1944 B | 1945 A | 1945 B --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- Pane | kg | 2,60 | - | 2,60 | 18 | 8,70 | 40 Pasta alimentare | kg | 3,13 | - | 3,80 | 28 | 10,92 | 50 Riso | kg | 2,45 | - | 3,60 | 32 | 28 | 82 Zucchero | kg | 8,80 | - | 12 | 120 | 41 | 627 Olio d'oliva | kg | 14,98 | - | 31 | 560 | 110 | 650 Burro | kg | 26,50 | - | 31 | 300 | 201 | 623 Carne bovina | kg | 21 | | 92 | | 256 | Latte | l | 2,40 | | 6 | | 18 | Patate | kg | 1,56 | | 10 | | 30 | Uova | cad. | 1,70 | | 10 | | 22 | Formaggio da cond. (parmigiano) | kg | 24,99 | | 107 | | 529 | Vino | l | 7,20 | | 24 | | 52 |
Ferrara: Genere | 1943 A | 1943 B | 1944 A | 1944 B | 1945 A | 1945 B --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- Pane | 1,44 | - | 2,50 | 20 | 9,88 | 40 Pasta alimentare | 3,15 | - | 3,73 | 20 | 10,36 | 49 Riso | 1,42 | - | 3,71 | 26 | 11,83 | 48 Zucchero | 8,85 | - | 13,04 | 74 | 38 | 575 Olio d'oliva | 14,85 | - | 27,19 | 600 | 109 | 639 Burro | 16,86 | - | 31,95 | 280 | 225 | 640 Carne bovina | 18,55 | | 90 | | 262 | Latte | 2,92 | | 8 | | 17 | Patate | 1,51 | | 6 | | 24 | Uova | 1,86 | | 10 | | 21 | Formaggio da cond. (parmigiano) | 26,30 | | 185 | | 689 | Vino | 10,26 | | 30 | | 85 |
Modena: Genere | 1943 A | 1943 B | 1944 A | 1944 B | 1945 A | 1945 B --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- Pane | 2,40 | - | 2,40 | 23 | 8,70 | 39 Pasta alimentare | 3,16 | - | 3,47 | 30 | 10,92 | 50 Riso | 2,25 | - | 3,35 | 22 | 9,21 | 51 Zucchero | 8,80 | - | 13,31 | 190 | 37 | 706 Olio d'oliva | 14,86 | - | 27,19 | 650 | 105 | 728 Burro | 26,67 | - | 28,60 | 300 | 115 | 587 Carne bovina | 18,85 | | 110 | | 284 | Latte | 2,16 | | 6 | | 21 | Patate | 1,66 | | 5 | | 19 | Uova | 1,82 | | 10 | | 21 | Formaggio da cond. (parmigiano) | 23,40 | | 190 | | 568 | Vino | 5,22 | | 25 | | 58 |
ne dell'atteggiamento (che costituí sino alla vigilia dell'occupazione alleata delle varie regioni e della conclusione del conflitto il maggiore elemento caratterizzante e unificante la maggioranza della popolazione) di quella massa di italiani che l'8 settembre non spinse a prendere posizione per la resistenza, ma neppure per la Rsi, ma che ciò nonostante procurò al tempo stesso alla resistenza un buon numero di combattenti e soprattutto il contesto, l'ambiente necessario a vivere e muoversi.
Limitarsi a dire questo non sarebbe però sufficiente, darebbe una idea sostanzialmente squilibrata della realtà del 1943-45 e sbagliata di quella dell'Italia nei successivi decenni. Un discorso esaustivo comporterebbe però – dati la quasi totale assenza di studi specifici e il carattere ideologico-politico dei pochi disponibili – una trattazione che affrontasse tutta una serie di aspetti e di questioni di quella realtà, in primis quelli del suo porsi e trasformarsi nel tempo, delle diverse tradizioni culturali, religiose e politiche delle varie zone e dei centri urbani che incisero su di essa e dei caratteri socio-economici dei vari ceti, considerati non schematicamente, ma anch'essi nella complessità della loro realtà particolare e cioè della loro localizzazione, cultura, tradizione e condizione di vita, e che in questa sede non è ovviamente possibile affrontare. Nelle pagine che seguono ci soffermeremo quindi solo su alcuni aspetti generali a nostro avviso piú utili per una effettiva maggiore comprensione della realtà delle regioni occupate dai tedeschi e delle particolari realtà della Rsi e della resistenza.
Se si considera l'intero periodo dell'occupazione e della guerra civile da essa innescata, coloro che col passare del tempo riuscirono realmente a non prendere assolutamente posizione furono solo una minoranza, piú o meno consistente a seconda delle situazioni locali. Quali che fossero i loro veri propositi, nella maggioranza dei casi decisivi finirono infatti per essere il protrarsi oltre tutte le previsioni e le speranze del conflitto e la logica della guerra civile che costrinsero anche molti tra i piú sordi ad ogni richiamo che non fosse quello della propria sopravvivenza e del proprio particulare a modificare via via atteggiamento e nella maggioranza dei casi, ad avvicinarsi alla resistenza. Talvolta grazie ad un processo di revisione dell'iniziale atteggiamento di estraneità rispetto ad entrambe le parti in lotta, spesso tutt'altro che facile poiché, come abbiamo già detto, il ripudio e la condanna del fascismo e il mancato consenso alla Rsi non costituivano sovente un motivo sufficiente per consentire con l'azione dei partigiani e con i loro programmi per il dopoguerra e perché, specie a livello borghese, ma non solo a questo, pesante era il condizionamento della paura di fare passi
Costo dei generi alimentari e relativi indici.
Spese sostenute (lire): generi acquistati con tessera | generi acquistati al mercato libero | generi acquistati alla borsa nera | totale || Numero indici: generi acquistati con tessera | generi acquistati al mercato libero | generi acquistati alla borsa nera --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- 1943 Luglio | 48,60 | 264,85 | 375,95 | 689,40 || 107 | 163 | 195 1944 Gennaio | 50,75 | 337,00 | 462,75 | 850,50 || 112 | 183 | 179 Febbraio | 31,05 | 399,00 | 301,75 | 882,40 || 114 | 178 | 198 Marzo | 97,40 | 353,90 | 355,00 | 806,30 || 139 | 191 | 245 Aprile | 58,45 | 365,90 | 591,50 | 1015,85 || 100 | 198 | 250 Maggio | 98,45 | 184,90 | 850,50 | 1133,85 || 140 | 250 | 252 Giugno | 68,55 | 338,40 | 685,00 | 1081,95 || 140 | 185 | 265 Luglio | 61,35 | 395,50 | 718,00 | 1174,85 || 146 | 216 | 278 Agosto | 62,25 | 424,00 | 723,00 | 1209,25 || 148 | 239 | 280 Settembre | 62,95 | 542,00 | 776,50 | 1381,45 || 149 | 308 | 320 Ottobre | 72,95 | 610,50 | 850,50 | 1533,95 || 172 | 358 | 327 Novembre | 80,10 | 688,50 | 896,00 | 1664,60 || 173 | 373 | 347 Dicembre | 88,80 | 803,30 | 949,50 | 1841,60 || 197 | 435 | 368 Media mensile | 63,70 | 467,35 | 697,05 | 1228,10 || 141 | 253 | 270 falsi356; in altri e piú numerosi casi per mera opportunità. Per mera opportunità, non per opportunismo, ché – nonostante certi mutamenti di atteggiamento fossero talvolta oggetto, col mutare delle circostanze, di ulteriori ripensamenti – parlare tout court di opportunismo ci pare nella maggioranza dei casi eccessivo e soprattutto troppo semplicistico, un non tenere sufficientemente conto della particolarità del momento e della crisi morale provocata dall'8 settembre e, dunque, non comprendere che – data la condizione psicologica di partenza – le «scelte» di questo tipo furono vissute generalmente come mere necessità, come dettate cioè dal desiderio non di conseguire consapevolmente determinati vantaggi e benefici, ma piuttosto di sottrarsi ad una situazione troppo pesante e rischiosa (se non addirittura di allontanarla solo nel tempo), di renderla piú vivibile, avvicinandosi a chi, rispetto alla particolare situazione del momento, sembrava costituire il minore dei mali. Salvo, ad un certo punto, ricredersi e sentirsi come presi in una tagliola dalla quale non era possibile liberarsi veramente neppure schierandosi con una delle parti in lotta, ché il prezzo da pagare era troppo
Andamento dei prezzi al consumo dei generi alimentari nel 1944.
[Grafico a linee che illustra l'andamento dei numeri indici dei prezzi mensili nel 1944: Generi acquistati con tessera (da 107 a 197), Generi acquistati al mercato libero (da 163 a 435), Generi acquistati alla borsa nera (da 179 a 368)]. alto e la protezione che si era sperato di trovare troppo aleatoria. Sicché, in definitiva, se coloro che finirono per schierarsi con la Rsi furono pochi, quelli che effettivamente si schierarono in un modo o in un altro con la resistenza, pur essendo piú numerosi, furono meno di quanti la retorica resistenziale ha voluto far apparire, mentre a costituire la maggioranza fu sino alla fine – e cosí dicendo non usiamo un termine di riferimento generico, ma ben preciso357 – una grande zona grigia composta da coloro che si
L'andamento generale della guerra in Europa e la ripresa organizzativa e attivistica del movimento partigiano (Verona, 13 aprile: «Con l'inoltrarsi della primavera e l'aggravarsi della situazione militare, l'attività politico-antinazionale, concomitante con gli sforzi riorganizzativi delle bande dei fuori legge, va perdendo il carattere velato e saltuario, mantenuto durante l'inverno, e assume invece atteggiamenti decisi che possono sfociare, in un non lontano avvenire, in atti di aperta aggressività») spingevano ad avvicinarsi alla resistenza non solo coloro che già erano ostili alla Rsi, ma che sino allora non si erano apertamente schierati con essa (Savona, 19 aprile: «La maggior parte del popolo, vedendo nel Regime la causa unica della continuazione del conflitto, seguita nel suo atteggiamento ostile al governo, mentre si orienta sempre piú verso il movimento dei fuori legge, aiutandolo con tutti i mezzi»), ma anche molti di coloro che si erano mantenuti in una posizione di disimpegno e di attesa e che, addirittura, avevano sospetti e ostilità nei confronti della resistenza. Un certo peso – probabilmente non decisivo però, salvo forse nel Veneto – nel determinare questo avvicinamento avevano l'atteggiamento «subdolo» e «deleterio» del clero verso la Rsi e una certa diminuzione (non dovunque però, ché, per esempio, da Sondrio l'8 aprile veniva riferito: «Di fronte al dilagare del brigantaggio la popolazione di alcune località dell'alta Valtellina sembra avere avuto qualche resipiscenza e appare fortemente preoccupata di fronte al fatto che la proprietà non viene piú minimamente rispettata. Risulta infatti che dei privati, sin qui schivi dal riconoscere autorità alla G.N.R., si siano rivolti ai presidi chiedendo aiuti») degli «autofinanziamenti» e delle requisizioni forzose da parte dei partigiani.
Molti altri continuavano però in un atteggiamento di passività e di attesa, non disgiunta, questa, da un diffuso timore che la «liberazione» (Cremona, 8 aprile: «non è piú palese quello stato di gioiosa attesa per i "liberatori", che era manifesto in tempi non lontani») portasse con sé torbidi e violenze sociali (Como, 9 aprile: «Anche coloro che attendevano gli inglesi sono preoccupati. Temono il "momento del passaggio", per loro e per i loro beni») o, peggio, una invasione titina e persino russa dalla quale i comunisti avrebbero tratto sostegno (Venezia, 17 aprile: «Ciò che piú preoccupa è l'avanzata russa in Austria e quindi, eventualmente, verso i nostri confini, particolarmente per la minaccia dell'invadenza bolscevica»; Como, 21 aprile: «Tutti, fascisti e non fascisti, paventano una eventuale invasione delle bande comuniste di Tito. Sta di fatto che la situazione presenta in tutto una forma di snervante attesa per sapere che sorte sarà riservata agli italiani in caso d'invasione»).
A parte Torino, dove l'atmosfera era piú tesa, in quasi tutte le città maggiori la vita si svolgeva apparentemente «tranquilla e serena» (Venezia, 17 aprile), i caffè, i cinema, le sale da ballo erano affollati (Padova, 18 aprile: «Lo svago è sempre ricercato, specie dai giovani; la massa è portata a voler ignorare i lutti e le perdite inflitti giornalmente dalle incursioni aeree nemiche e della guerra in genere»). E questo sebbene nessuno, neppure tra i fascisti, che sempre piú numerosi temevano «un crollo improvviso» (Varese, 18 aprile), avesse piú dubbi sull'imminente fine del conflitto e del regime repubblicano. «I successi delle armate russe e anglo-americane, il mancato impiego di armi nuove, atte a ristabilire l'equilibrio delle forze belligeranti, orientano l'opinione pubblica verso la convinzione della imminente disfatta germanica» veniva riferito da La Spezia il 19 aprile e in termini pressoché analoghi si esprimevano tutti gli altri comandi della Gnr. Anche i «benpensanti», che avevano creduto nelle «armi segrete» tedesche e riposto fiduciosi in esse le loro speranze, non si facevano piú illusioni (Vicenza, 11 aprile: «Le voci di una imminente grande offensiva da parte del nemico nella Valle Padana, l'avanzata degli anglo-americani sul fronte occidentale e la pressione russa verso Vienna hanno portato un crollo a tante speranze e fatto tacere le ultime voci ottimiste»; Padova, 18 aprile: «La massa, e con essa numerosi elementi filofascisti, è convinta ormai dell'imminente caduta della Germania. Con ironia vengono ricordate le assicurazioni circa le "nuove armi" ed i famosi aerei a reazione, destinati a sconvolgere, secondo la propaganda di alcuni mesi fa, l'andamento della guerra»). In questo clima di crescente sfiducia, ogni richiamo di tipo «patriottico» cadeva nel nulla, se, addirittura, non era squalificato e «criminosamente equivocato» per il solo fatto di provenire dai fascisti (Treviso, 7 aprile).
In questa situazione, mentre il movimento partigiano di giorno in giorno si rafforzava (Alessandria, 10 aprile: «le bande si sono ricostituite numerose, bene armate, protette dall'omertà delle popolazioni, bene inquadrate, disciplinate, con compiti precisi, che eseguono con matematica regolarità, dimostrando la perfezione raggiunta dalla loro organizzazione»), moltiplicava le azioni ed estendeva il suo controllo del territorio (Modena, 9 aprile: «Il banditismo, in alcune zone, domina incontrastato... La popolazione, o perché la pensa come loro, o perché teme per la propria incolumità fisica, nonché dei propri averi, esegue gli ordini dei fuori legge»), le forze repubblicane, sempre piú isolate nel paese (Modena, 9 aprile: «La reazione dei nostri reparti di fronte all'attività dei fuori legge viene considerata "atrocità". L'antifascismo va sempre piú dilagando sí che si può dire, senza tema di esagerare, che quasi tutto il popolo... è contro di noi che rappresentiamo un regime dal quale esso si considera oppresso»), mostravano chiari segni di cominciare a sfaldarsi (Alessandria, 10 aprile: «Nei reparti dell'Esercito manca lo spirito di aggressività; permane in tutti i componenti troppo evidente l'istinto della conservazione, cosicché, quando capita, i militari si lasciano catturare dai banditi senza reagire»; Vercelli, 21 aprile: «L'Esercito, in genere, vive sempre passivamente ed in attesa del delinearsi degli avvenimenti... La previsione che la guerra debba terminare presto e con la vittoria degli alleati, è positivo per tutti vivere passivamente, senza mettersi in vista e senza compromettersi. Il volontarismo ed il desiderio di combattere è nullo»; Como, 21 aprile: «Il morale delle truppe si mantiene abbastanza buono, però si teme che se in un domani la situazione generale militare dovesse vieppiú peggiorare, con l'invio di soldati al combattimento, si verificherebbero molti casi di defezione») e i casi di diserzione e di passaggio nelle formazioni partigiane si facevano sempre piú frequenti (Sondrio, 8 aprile; Savona e La Spezia, 19 aprile).
Detto questo, va però anche detto che ciò che prevaleva su tutto e caratterizzava l'atteggiamento di larga parte della popolazione erano lo «sgomento» e la «stanchezza», il desiderio sempre piú vivo che la guerra finisse al piú presto, e con essa i bombardamenti e la precarietà dei trasporti, e un «nero pessimismo» a proposito di ciò che sarebbe potuto avvenire al momento della «liberazione» e dopo; ma soprattutto il peso ormai insostenibile del sempre crescente costo dei generi di prima necessità (spesso reperibili solo al mercato nero) e, dunque, del sempre piú forte squilibrio tra stipendi e costo della vita che rendeva ogni giorno di piú difficile la vita dei ceti medi e bassi, in particolare degli impiegati pubblici (Alessandria, 10 aprile: «La situazione economica è sempre favorevole per gli agricoltori e per i grandi produttori che hanno realizzato lauti guadagni non conferendo i prodotti [agli ammassi], ma per il lavoratore in genere, per gli impiegati in ispecie, la situazione è critica perché, se pure qualche volta i prodotti arrivano sul mercato, i prezzi sono proibitivi per queste categorie»). Questo era il problema che piú assillava la gran maggioranza della gente e ne determinava essenzialmente l'atteggiamento. Di fronte ad esso tutto diventava secondario (Como, 9 aprile: «La popolazione è troppo presa dal fattore guerra e dai disagi dell'alimentazione; tutto il resto passa in seconda linea...») e senza valore (Milano, 13 aprile: «La maggior preoccupazione è oggi quella di portare la pelle al di là della barricata...»). sforzavano di sopravvivere tra gli uni e gli altri, per dirla con Mussolini, con «rassegnato fatalismo»358 e che è impossibile qualificare socialmente poiché era espressa da tutti indistintamente i ceti, compresi, checché sia stato spesso sostenuto, quelli operai359, e se appare piú consistente rispetto ad alcuni di essi è solo a causa dell'incidenza di particolari circostanze, locali e talvolta persino contingenti, e soprattutto delle caratteristiche dell'organizzazione del lavoro, della vita sociale e dei rapporti interpersonali dei vari ceti. Tipico è in questo senso il caso degli operai e in particolare di quelli di fabbrica, certo i piú esposti rispetto a tutti gli altri alle pressioni politiche esterne.
Poco piú di due mesi prima del 25 aprile Pizzoni, volendo mettere in guardia gli Alleati dal sopravvalutare l'importanza politica del movimento partigiano e dal nutrire eccessive preoccupazioni per ciò che sarebbe accaduto dopo il crollo tedesco, avrebbe scritto ai responsabili del Soe in Svizzera che «soltanto una minoranza di una determinata classe» – quella operaia – era «interessata» politicamente alla resistenza, mentre la massa era «apatica, ineducata e sospettosa»360. Nella sua drasticità questa affermazione fotografa perfettamente una realtà troppe volte nascosta dietro giri di parole o negata tout court: neppure gli operai fecero eccezione a quello che fu l'atteggiamento della gran maggioranza della gente.
Anche gli operai misero in campo – per dirla con Secchia, tra i protagonisti della resistenza forse il meno reticente in proposito – una loro «avanguardia» che si batté senza risparmio, ma espressero però anche «una parte» (che Secchia non quantifica, ma che numerosi indizi fanno capire fosse maggioritaria anche nei grandi centri industriali) «piú arretrata, meno progredita, che non s'interessava di politica, ma voleva difendere il proprio diritto alla vita»361. Una «parte» che, se durante i quarantacinque giorni del governo Badoglio, allorché la grande speranza era la fine della guerra, si era agitata ed era scesa in piazza, di fronte alla reazione tedesca all'armistizio non si dispose affatto a combattere i tedeschi e i fascisti, rimase pressoché inerte (in un documento comunista sulla situazione in Piemonte e a Torino in particolare della fine di settembre si legge: «queste masse sono però passive, manca l'atmosfera di "guerra", di lotta contro i tedeschi e i fascisti»362) e se, per esempio, partecipò ai saccheggi dei depositi militari abbandonati fu per impossessarsi non delle armi ma dei viveri e del vestiario immagazzinativi. E successivamente, se si mosse, fu essenzialmente non per suggestioni politiche o delle organizzazioni clandestine antifasciste (che in genere conoscevano ben poco le condizioni di vita e lo stato d'animo degli operai di fabbrica363) ma autonomamente per rivendicare miglioramenti salariali e difendere le proprie possibilità di lavoro contro la minaccia di licenziamenti, di chiusura dei reparti danneggiati dai bombardamenti alleati e del loro trasferimento in Germania; pronta a trattare anche con i tedeschi e i fascisti e a servirsi delle commissioni interne, piú o meno controllate da questi ultimi e accanitamente combattute dai comunisti364. E questo non solo nei primi mesi, quando l'attività sindacale clandestina era ancora scarsa e impreparata a cogliere l'effettivo stato d'animo della massa operaia (significativa è la vicenda degli scioperi del novembre-dicembre 1943 a Torino, Genova e Milano365), ma anche dopo, quando le organizzazioni clandestine e in primis quella comunista – per la quale, come giustamente ha osservato Bocca366, «guidare la grande battaglia del lavoro» era indispensabile per affermare il «primato resistenziale» del Pci – avevano ormai rafforzato la propria presenza e comprese la necessità, per far breccia nella massa operaia «piú arretrata» e superare al tempo stesso le resistenze degli altri partiti ad un'aperta politicizzazione degli scioperi367, di saldare insieme rivendicazioni economiche e agitazione politica. Su questa strada i comunisti – certo i piú presenti ed attivi tra gli operai – non mancarono di cogliere, specie con lo sciopero generale del marzo 1944368, notevoli successi politici (soprattutto per quel che concerneva i rapporti di forza con gli altri partiti del Clnai e il prestigio che guadagnarono in ambienti che prima non avevano guardato ad essi o non avevano fatto distinzione tra i partiti della sinistra) e allargarono la loro area di simpatia e di consenso tra i lavoratori. Non riuscirono però né ad incidere in profondità sull'atteggiamento di fondo della massa operaia369, né, tanto meno, non diciamo a stabilire un effettivo collegamento tra lotte operaie e lotte contadine, ma neppure a dilatare l'area di queste fuori dalle zone (soprattutto in Emilia) ove già in precedenza piú o meno consistenti settori del mondo contadino si erano schierati con la resistenza. Né, infine, riuscirono a fare dello sciopero generale il volano dello sviluppo del movimento partigiano e delle sue lotte.
Riferendosi al Veneto e alle ripercussioni e conseguenze che vi ebbe lo sciopero generale, Ernesto Brunetta370 ha osservato che in effetti esso incise poco sul successivo sviluppo del movimento partigiano in quella regione e che
la fioritura partigiana di primavera va ascritta ad altri motivi, non ultima la nuova chiamata alle armi e la convinzione che l'avanzata alleata sarebbe ripresa e con l'estate si sarebbero decise le sorti della guerra in Italia.
Senza nessuna forzatura dei fatti, l'osservazione del Brunetta può essere estesa a tutto il nord e conferma la necessità di mettere finalmente a fuoco i tempi e i meccanismi dell'evoluzione dal settembre 1943 all'aprile 1945 dell'atteggiamento di quella massa di italiani che – non essendo dichiaratamente fascisti o antifascisti e disposti quindi a prendere subito le armi –, si unirono con maggiore o minore convinzione alla resistenza solo in un secondo tempo e sotto la spinta di motivazioni il piú delle volte esterne o rimasero estranei ad essa pur non nutrendo alcuna simpatia per la Rsi.
Immediatamente dopo l'8 settembre la ricostituzione del Partito fascista, la nascita della Rsi e le prime avvisaglie della resistenza, pur incrinando l'attesa, preoccupata, ma, tutto sommato, fiduciosa (o, piú raramente, rassegnata), di una rapida e piena vittoria alleata, per un verso non la dissiparono del tutto, per un altro non furono in genere valutate dai piú in tutta la loro gravità. Tanto è vero che – sempre in genere – tutto sommato i non numerosi e raramente gravi casi di vendette personali a sfondo politico verificatisi in questo primissimo periodo furono quasi sempre oggetto di biasimo sia che a compierli fossero i fascisti o gli antifascisti, mentre i vari tentativi di «riappacificazione», ai quali abbiamo già fatto cenno, furono visti con un favore un po' scettico ma sincero. A fare intendere quale futuro andava preparandosi sopraggiunsero però quasi subito le efferate violenze delle prime bande fasciste costituitesi soprattutto nelle città maggiori e le sanguinose scorribande delle prime formazioni armate repubblicane nelle campagne e nei centri minori contro antifascisti notori, «badogliani» e primi nuclei di «banditi» e di «ribelli» (come da parte tedesca e fascista venivano definiti i partigiani) e le rappresaglie con le quali i fascisti presero a rispondere alle prime azioni terroristiche dei partigiani. A fare pesantemente le spese di questa rapida degenerazione della contrapposizione tra fascisti e antifascisti furono le iniziali speranze che questa non coinvolgesse chi ad essa si sentiva estraneo e non voleva parteciparvi. Da qui un immediato moltiplicarsi e rafforzarsi dei timori per i pericoli ai quali ognuno veniva a trovarsi esposto e, insieme, della ostilità di fondo nei confronti dei fascisti.
Limitarsi a questa constatazione vorrebbe dire però guardare ad un solo aspetto, importante, ma non sufficiente a mettere a fuoco l'atteggiamento della gran maggioranza degli italiani di fronte all'inizio della guerra civile. Il dramma che queste prime vicende mettono infatti in luce in tutta la sua profondità ed estensione è costituito dal fatto che, nonostante esse delineassero chiaramente un futuro di guerra civile su vasta scala e senza esclusione di colpi e non dovessero a rigore esservi dubbi che la responsabilità del suo scatenamento ricadeva sui fascisti per non essersi resi conto dell'abisso che si era frapposto tra loro e la gran maggioranza degli italiani e per essersi schierati con i tedeschi, la risposta a queste vicende non fu quella di unirsi a chi combatteva i fascisti e i tedeschi o, almeno, di identificarsi con essi e con la loro causa, ma quella, come già abbiamo detto piú e piú volte, di estraniarsi non solo materialmente ma anche moralmente dalla lotta, di non compromettersi né con i fascisti né con i partigiani e di pensare solo a se stessi, tutto riportando nell'ottica della propria sopravvivenza. E non solo questa, ché un'altra risposta fu quella – per forti che fossero l'ostilità nei confronti dei fascisti e la riprovazione per le loro violenze e per l'essersi messi con i tedeschi – di porli talvolta sullo stesso piano degli antifascisti e persino di attribuire le maggiori responsabilità ai partigiani per avere con la loro presenza innescato un conflitto di cui pagavano le spese coloro che venivano a trovarvisi in mezzo, senza avere nulla a che fare con esso e sentendosi per di piú estranei agli ideali, alle motivazioni di entrambe le parti.
Tralasciando, per indicativi che siano, questi casi limite, la manifestazione forse piú rivelatrice di questo atteggiamento è costituita da come reagirono alla leva e ai richiami alle armi decretati dalla Rsi gli appartenenti alle classi 1923-25 e a parte di quella del 1926 e a quelle dal 1916-17 al 1922.
La scarsezza, la frammentarietà e il carattere spesso particolare dei dati disponibili hanno a lungo reso difficile stabilire con una certa attendibilità il numero di quanti non si presentarono alle armi o disertarono dopo essere affluiti ai distretti o successivamente dai reparti. E ciò tanto piú che: a) mancano cifre precise relative tanto al gettito potenziale delle varie classi (una stima coeva, non sappiamo quanto attendibile, parla mediamente di centocinquantamila a classe) e dei singoli scaglioni quanto a proposito di coloro che a vario titolo furono esonerati o scartati; b) le incorporazioni avvennero non solo nell'Esercito, nell'Aeronautica e nella Marina, ma anche nella Gnr e in altre formazioni sia repubblicane che facenti parte della Werhmacht e nei servizi del lavoro italiano (dipendente dal ministero delle Forze armate) e tedesco e i dati disponibili a questo proposito sono piú lacunosi di quelli relativi alle forze armate regolari; c) un certo numero di giovani delle classi di leva o richiamate si era già arruolato volontariamente. In questa carenza di dati, le valutazioni della consistenza della renitenza e delle diserzioni sono state sino ad oggi tutte piú o meno approssimative e improntate ad un forte spirito di parte371. Solo su due punti fascisti e antifascisti372 si sono trovati sostanzialmente d'accordo: 1) nonostante l'introduzione della pena di morte per coloro che si sottraevano al servizio militare (il famoso «bando Graziani» del 19 febbraio 1944) e l'adozione da parte di varie autorità fasciste locali di provvedimenti nei confronti delle famiglie dei renitenti e talvolta persino dei podestà dei loro paesi, il tasso di renitenza e di diserzione fu assai elevato, arrivando, secondo alcune valutazioni, a lambire il quarantuno per cento il primo e il dodici per cento il secondo; 2) questo costituí per la Rsi un bruciante scacco e per la resistenza (che tra il novembre 1943 e il marzo-aprile 1944, i mesi cioè nei quali la renitenza fu piú vasta, era in via di organizzazione e poteva contare su un numero di combattenti e di consensi ancora limitato) un grosso successo tanto sotto il profilo politico-propagandistico quanto sotto quello dell'incremento delle sue fila.
Per tutto il resto le spiegazioni addotte dagli uni e dagli altri sono state radicalmente diverse. Gli antifascisti, la storiografia resistenziale ne hanno dato una tutta e immediatamente politica, vedendo in essi la controprova tout court dell'ostilità popolare nei confronti della Rsi, anche se vari aspetti del fenomeno e significative testimonianze coeve rendono difficile o, almeno, ridimensionano fortemente una visione di esso tanto drasticamente esclusiva. I fascisti a loro volta si sono arroccati dietro le conseguenze psicologiche e morali di una serie di deficienze tecnico organizzative. Secondo questa spiegazione, a causare le diserzioni – ché sulla renitenza da parte fascista ci si è in genere soffermati poco, limitandosi ad attribuirla soprattutto ai «deleteri» effetti della propaganda alleata e ancor piú all'azione «disgregatrice» dell'antifascismo – sarebbero stati, per un verso, i tedeschi che, avendo svuotato all'indomani dell'8 settembre i magazzini militari italiani, non avrebbero tempestivamente provveduto a fornire, contrariamente agli impegni presi con Graziani, il vestiario, i generi di casermaggio e le attrezzature indispensabili ad alloggiare decentemente e ad inquadrare immediatamente le reclute e a dar loro la sensazione di far parte di un vero esercito, e, essendosi fatti cedere gran parte delle reclute per le loro esigenze, avrebbero suscitato la delusione e il malcontento di coloro che si erano presentati solo perché in qualche misura ancora sensibili alla tradizione che il richiamo dello «Stato» a «servire la patria» non doveva essere disatteso; per un altro verso, la pessima organizzazione e la mancanza di strutture e di mezzi di gran parte dei distretti e dei centri di raccolta e di smistamento, non di rado in mano addirittura a veri e propri «disfattisti» o a fascisti fanatici che volevano politicizzare al massimo l'esercito, che avrebbero indotto non poche reclute ad allontanarsi, demoralizzate, alla chetichella da essi373.
Entrambe queste spiegazioni, quella di parte antifascista come quella di parte fascista, contengono indubbiamente un fondo di verità, insufficiente però a spiegare da solo un fenomeno tanto importante per la comprensione della realtà post 8 settembre. E ciò specialmente se non ci si limita, come è avvenuto sino ad oggi, a vederlo solo nelle sue grandi linee, come qualcosa di unitario, ma ci si sforzi di precisarne l'entità, di esaminarlo nelle sue varie fasi temporali e tenendo conto delle diverse situazioni regionali e locali e, soprattutto, si distingue nettamente l'aspetto della renitenza da quello della diserzione. Esemplari sono a questo proposito i casi degli Abruzzi, del Lazio e delle Marche, le regioni piú meridionali della Rsi, dove la vicinanza del fronte faceva pensare ad una piú rapida liberazione da parte degli eserciti alleati e dove piú basso fu pertanto il numero di coloro che si presentarono alle armi e, passato l'inverno, proporzionalmente crebbe ciò nonostante notevolmente anche quello dei disertori, e quello di Roma, ove la renitenza fu maggiore che in qualsiasi altra grande città. Un po' per la sua particolare configurazione sociologica, un po' perché era stata l'unica città nella quale era stata tentata una resistenza armata contro i tedeschi alla quale avevano partecipato militari e borghesi, ma soprattutto per la presenza del Vaticano e di un gran numero di edifici religiosi in cui i renitenti potevano trovare rifugio e di vari centri clandestini militari e di partito che, per un verso, li aiutavano a nascondersi e passare le linee e, per un altro, avevano subito dato inizio a un'azione di chiarificazione politica.
Per comprendere l'atteggiamento di tanti giovani non è possibile spiegare il loro sottrarsi ai provvedimenti di leva e di richiamo generalizzando una consapevole scelta di campo in senso antifascista, che, indubbiamente, ci fu, ma che riguardò solo una minoranza. E ciò tanto piú che, quando ci fu, essa si manifestò solo di fronte alla concreta prospettiva di dover prestare servizio militare, mentre in precedenza anche coloro che nel loro intimo l'avevano fatta non l'avevano tradotta in pratica, non si erano cioè uniti al movimento partigiano. Né del resto, specie in un primo tempo, la fecero i piú dei renitenti e dei disertori. Se non si ha ben chiaro questo ogni discorso sulla renitenza e la diserzione è una costruzione nel vuoto che con la realtà dei fatti poco ha da vedere.
Riferendosi all'Alessandrino G. Pansa374 ha scritto:
Nel novembre-dicembre 1943... un certo numero di giovani si aggregò alle formazioni partigiane... La maggior parte dei renitenti, pur rifiutandosi di collaborare con i nazi-fascisti, rimase su una posizione di attesa, limitandosi ad abbandonare le città per sfuggire alle quotidiane retate della polizia fascista e della Gnr.
Né quello dell'Alessandrino era certo un caso atipico. Lo stesso comportamento è infatti attestato un po' dappertutto dalle fonti sia partigiane sia fasciste e dagli studi meno corrivi ad una visione tutta ideologica della resistenza sino ad ora dedicati alle varie realtà locali di essa. Un sondaggio volto a quantificare la partecipazione contadina alla resistenza nel Pavese375 è giunto alla conclusione, per fare un altro esempio, che la maggioranza dei renitenti delle classi dal 1923 al 1926 preferí rimanere in casa, lavorando di giorno la terra, recandosi a dormire nei boschi e rifugiandovisi in caso di pericolo e che quelli tra loro che entrarono nella resistenza (soprattutto in concomitanza con i successi partigiani dell'estate 1944) variarono a seconda delle zone altimetriche tra il diciannove e il trentatre per cento circa. Quanto alla già citata relazione del dicembre 1944 dell'Ufficio operazioni e servizi dello stato maggiore repubblicano sulla guerra partigiana376, in essa si legge:
Non tutti i renitenti alle chiamate si diedero al banditismo, ma solo una piccola aliquota; la massa dei renitenti si fermò nelle proprie abitazioni o se ne allontanò di poco approfittando del fatto che l'avvenuta disgregazione dell'organizzazione di polizia territoriale dopo l'8 settembre rendeva impossibile o quasi la persecuzione della renitenza.
La stessa relazione valuta l'afflusso nelle file partigiane dei renitenti e dei disertori alla chiamata alle armi, il 9 novembre, delle classi 1923-25 in seimila in novembre, altrettanti in dicembre, settemila in gennaio. Poiché non ci sono validi argomenti per considerare queste cifre inferiori al vero, se si tiene presente che – come abbiamo detto – nel dopoguerra Parri avrebbe stimato in circa novemila i partigiani facenti parte delle formazioni «regolari» operanti a fine dicembre 1943 nell'Italia settentrionale (e tra le sue due stime scegliamo la piú ottimistica), c'è se mai da chiedersi se esse non siano superiori al vero o, piú probabilmente, se l'Ufficio operazioni e servizi dello Stato maggiore della Rsi non considerasse «banditi» non solo quei renitenti e disertori che si erano uniti ai partigiani, ma anche quelli che si erano solo nascosti, dati alla macchia e che vivevano un po' sull'aiuto dei familiari e delle popolazioni locali, un po' facendo del piccolo banditismo di sopravvivenza. Un comportamento questo che, del resto, fu anche di una parte di coloro che vennero richiamati successivamente e che disertarono per timore di essere inviati ad addestrarsi in Germania e di là su qualche lontano fronte, e che gli ulteriori sviluppi della situazione modificarono solo in parte. Ché se – sotto il suo urgere – una parte dei renitenti e dei disertori finí per entrare nella resistenza, un'altra preferí non farlo o farlo solo quando non ebbe altra alternativa, un'altra ancora finí per approfittare dei provvedimenti di clemenza emanati dalla Rsi per chi si fosse presentato, salvo disertare di nuovo via via che le sorti di questa si fecero piú precarie. Per non dire di quelli, infine, che sin dall'inizio riuscirono, per evitare il servizio militare, ad andare a lavorare con la Todt.
Purtroppo, manca tra i giovani la volontà del combattimento. Se oggi si sottopongono alla vita militare lo fanno senza fede, quasi con dolore. Il motivo della patria che chiama, della patria dilaniata dal nemico, della terra invasa non scuote piú i loro animi.
Sfrondato di quanto in esso vi è di retorico e di fascista, questo giudizio, contenuto in una relazione sullo stato dell'opinione pubblica nella provincia di Milano del marzo 1944377, coglie bene il sottofondo morale di quei giovani che, non essendo mossi da una forte motivazione eticopolitica, tale da portarli subito a schierarsi pro e contro il fascismo, rifiutarono di fatto di prendere posizione anche successivamente e, se finirono per prenderla, fu il piú delle volte solo perché pressati dalla necessità. E indirettamente aiuta a capire la delusione, la diffidenza che settori non insignificanti del mondo partigiano nutrirono talvolta verso quei giovani che aderirono alla resistenza per non prestare servizio nell'esercito repubblicano.
Se la «leva» dei renitenti e dei disertori permise alla resistenza di allargare insperatamente la propria base in un momento per essa particolarmente difficile e se molti renitenti e disertori si dimostrarono valorosi partigiani, per molti altri il «vizio d'origine» della loro militanza partigiana – «la difesa di se stessi», per dirla con il generale Operti – si tradusse in uno «spirito opportunistico», in una scarsa coscienza politica che spiegano e tutto sommato giustificano le delusioni e le diffidenze dei partigiani piú motivati moralmente e politicamente378.
Questo in termini generali e facendo riferimento a quanto scritto fino ad oggi. Il fenomeno della renitenza e della diserzione ha assunto però nella letteratura storica un tale significato che è bene cercare di approfondirlo nei suoi vari aspetti, cosí da ricondurre il discorso su di esso su un effettivo terreno storico. E ciò tanto piú che la documentazione tedesca e soprattutto quella dello Stato maggiore dell'Esercito repubblicano oggi finalmente disponibile ne permettono una ricostruzione piú puntuale che in passato.
Da questo complesso documentario risulta confermato che inizialmente Mussolini, sia perché si rendeva conto dello stato d'animo dominante e dunque dell'impopolarità e dei problemi che il ricorso alla coscrizione gli avrebbe procurato, sia perché tutto proiettato sull'idea di ottenere il rimpatrio dei militari internati in Germania dopo l'8 settembre, aveva pensato ad un esercito essenzialmente volontario (volontari sarebbero dovuti essere in particolare tutti i quadri), il cui nucleo piú importante sarebbe dovuto essere fornito dal gettito delle classi di leva, le piú giovani dunque, e dai militari prigionieri in Germania disposti ad arruolarsi in esso. A farlo rapidamente recedere da questa idea aveva però concorso una serie di ostacoli piú o meno imprevisti. In primis l'atteggiamento sostanzialmente negativo assunto, come vedremo meglio nel prossimo capitolo, dai tedeschi nei confronti sia della prospettiva che la Rsi desse vita ad un proprio esercito sia di quella di rinunciare a disporre della mano d'opera costituita dai prigionieri italiani. A ciò si devono aggiungere la spregiudicatezza con la quale i comandi militari tedeschi in Italia si procuravano altra mano d'opera per le loro necessità in loco e per trasferirla in Germania, impartendo i relativi ordini direttamente alle autorità locali repubblicane senza preoccuparsi menomamente del prestigio di quelle centrali, e le loro pressioni affinché queste «razionalizzassero» la situazione reintroducendo la coscrizione e curandone il rispetto, non avendo essi sufficiente personale per farlo in prima persona e, comunque, preferendo scaricarne il piú possibile l'impopolarità sul governo repubblicano. Né, ancora, va sottovalutata la «concorrenza» della Milizia (poi Gnr) che, riducendo notevolmente la possibilità dell'Esercito di attingere al magro «parco uomini» a sua disposizione, contribuí anch'essa a convincere gran parte dei vertici di questo che in quella situazione per contrastare i propositi egemonici di Renato Ricci e dei sostenitori di un esercito «politico» e «guardia armata» del fascismo e soprattutto per cercare di tenere a freno i tedeschi e indurli ad assumere un atteggiamento meno rigido sulla questione dei prigionieri, l'unica cosa da fare era ricorrere ad una «moderata» coscrizione (sia per il numero delle classi che avrebbe dovuto riguardare che per il modo con cui sarebbe dovuta essere realizzata379 che i piú, del resto, a cominciare da Graziani, erano consapevoli che non avrebbe conseguito grandi risultati. Tanto è vero che il maresciallo sperava che dei 186 mila coscritti chiamati alle armi agli inizi di novembre se ne presentassero almeno la metà e quando constatò che erano stati 87 mila non nascose il proprio compiacimento380.
Una volta imboccata, questa strada si rivelò però una china sulla quale diventava impossibile arrestarsi. I tedeschi infatti non mutarono menomamente il loro atteggiamento di fondo e, anzi, aumentarono le loro richieste, assorbendo nella Wehrmacht e nelle loro molteplici organizzazioni ausiliarie larga parte delle reclute381. Un po' perché ne avevano effettivamente bisogno, un po' perché, non fidandosi degli italiani, volevano rendere praticamente impossibile «la creazione di un esercito indipendente italiano». E, nonostante i primi richiami, pur essendo «nell'insieme» – come riconosceva l'addetto ai collegamenti tra i loro comandi e le autorità politiche italiane, colonnello Jandl – «effettuati senza pressioni delle autorità statali, ma unicamente a mezzo di bandi di richiamo e teoriche minacce di sanzioni» dessero «relativamente buoni risultati»382, appena i casi di diserzione si fecero piú numerosi, non rendendosi conto delle vere ragioni di esse, presero ad insistere perché fossero adottati drastici provvedimenti contro la renitenza e la diserzione e in primis perché fosse emanato il cosiddetto «bando Graziani»383, i cui effetti si rivelarono deleteri non solo sotto il profilo politico, ma anche sotto quello pratico, peggiorando, invece di migliorare, la situazione, al punto di indurre Mussolini ad intervenire emanando due successivi «bandi di clemenza» (in primavera e in autunno) nei confronti dei renitenti e dei disertori (anche di quelli che si erano uniti ai partigiani) che si fossero presentati. Tant'è che non si esagera dicendo che se l'esercito di Salò non decollò veramente fu in misura non trascurabile dovuto al fatto che i tedeschi, oltre a sottoporlo ad un costante salasso di uomini384, non fecero praticamente nulla per metterlo in condizione di conservare quel tanto di consenso o di non ostilità di cui la Rsi in un primissimo momento godette.
Se si considerano, per un verso, i dati relativi all'andamento della leva," reporting:
(AUSSME, I-1, RSI, Diario storico dello SME, b. 2) dalla quale risultano anche le variazioni mensili e la dislocazione in Italia e fuori d'Italia:
In Italia: Mese | totale | all'organizzazione territoriale | nei reparti --- | --- | --- | --- 1943 Ottobre | 20 035 | 5 000 | - Dicembre | 96 225 | 24 000 | 48 190 1944 Marzo | 154 297 | 42 262 | 85 000 Giugno | 102 130 | 40 000 | 41 430 Settembre | 96 426 | 30 000 | 49 826 Dicembre | 17 966 | 28 000 | 73 365
Fuori del territorio nazionale: Mese | totale | in addestramento in Germania --- | --- | --- 1943 Ottobre | 130 200 | - Dicembre | 142 966 | - 1944 Marzo | 160 183 | 19 168 Giugno | 191 944 | 51 000 Settembre | 176 620 | 35 000 Dicembre | 131 418 | 12 100
Dalla stessa fonte sono tratti lo «Specchio della differenza fra la forza incorporata e la forza esistente in ogni mese» e il «Grafico relativo alle variazioni della forza incorporata nell'Esercito con indicate le cause delle variazioni dall'ottobre 1943 al 31 dicembre 1944», entrambi qui riprodotti (pp. 312 e 314). La situazione numerica complessiva dell'Esercito repubblicano e le cessioni di uomini ai tedeschi alla fine del marzo 1944 e, piú in generale, la condizione nella quale Graziani doveva operare risultano bene dal seguente fonogramma urgentissimo che questi inviò il 2 aprile successivo a Keitel (AUSSME, I-1, RSI, Diario storico dello SME, b. 1):
«Signor Maresciallo, a sei mesi dall'assunzione del mio incarico di Ministro delle Forze Armate, desidero riportarvi sul lavoro compiuto e chiedervi norma per quanto ci viene ancora domandato. In realtà questi sei mesi possono ridursi a tre di effettivo proficuo lavoro dato il completo caos nel quale l'Italia era caduta dopo l'8 settembre. Eccovi il consuntivo fino ad oggi in cifre approssimative:
1°) 68 000 uomini per il Maresciallo Kesselring
2°) 51 000 uomini per il Maresciallo von Richthofen
3°) 22 000 uomini fino ad oggi per le divisioni in Germania
4°) 40 000 uomini per Ispettorato militare del lavoro messo a disposizione del Maresciallo Kesselring
5°) 10 000 uomini per le formazioni antiribelli in via di costituzione
6°) 29 000 uomini per tutte le necessità territoriali dello Esercito
7°) 20 000 uomini per quelle della marina et dell'aeronautica
8°) 140 000 uomini per la costituzione della Guardia Nazionale Repubblicana.
In totale 380 000 uomini che in una situazione interna tuttora assai difficile et nei primi mesi addirittura caotica abbiamo tratto per le comuni necessità. Ci rimangono ora a disposizione nei centri di reclutamento circa 34 000 uomini pronti per completare le 4 divisioni et i 10 gruppi di artiglieria per l'invio in Germania entro il mese di aprile. Ma in questi giorni ci sono state fatte le seguenti altre richieste:
1°) 150 000 uomini per il Maresciallo Goering a blocchi di 20 000 per volta a partire dal 15 aprile
2°) 27 000 uomini per la Marina germanica richiesti all'Ammiraglio Sparzani nelle conversazioni di Monaco
3°) 8000 uomini per i reparti nebbiogeni in Germania ed infine 16 000 uomini che proprio oggi ci sono stati richiesti con la massima urgenza dal Maresciallo Kesselring.
Il programma da me fissato il giorno 30 marzo in una riunione plenaria con tutti gli organi dei richiami e della diserzione, per un altro, la condizione psicologica del paese, il fatto che in alcune regioni i partigiani presero subito a minacciare rappresaglie contro le famiglie e i beni di coloro che avessero risposto alla leva e a promettere protezione a chi non l'avesse fatto385 e, per un altro ancora, le previsioni che, stante questa situazione, faceva lo stesso Graziani, non è difficile rendersi conto del perché quando nel novembre-dicembre 1943 ad essere chiamate furono le classi di leva del 1924 e del 1925 il vero problema per la Rsi non fu tanto quello della renitenza, quanto quello delle diserzioni.
Salvo che nelle regioni meridionali a ridosso della linea del fronte, nei primissimi mesi, pur vasta che fosse, la renitenza – grazie essenzialmente al gettito delle classi di leva del 1924-25 – fu minore rispetto a quella che si sarebbe manifestata nei mesi successivi, quando furono richiamate quelle del 1922-23 e il primo quadrimestre del 1924 e, piú in generale, a quanto la tendenza a far d'ogni erba un fascio, a non fare distinzione tra renitenza e diserzione, tra classi chiamate alle armi e tra periodi nei quali le varie chiamate ebbero luogo, ha indotto sovente a ritenere. Notevole fu infatti la diversità di comportamento dei giovani di leva, che non avevano – a parte quella dei bombardamenti che per altro avevano riguardato soprattutto solo alcune città – nessuna esperienza personale della guerra ed erano il prodotto «piú maturo» dell'educazione fascista e sentivano quindi maggiormente l'«imperativo morale» che l'Italia riscattasse il proprio «onore» dall'«onta del tradimento» e riprendesse il proprio posto di combattimento a fianco dell'alleato, rispetto a quello dei richiamati delle classi piú anziane che, invece, avevano vissuto in prima persona la guerra, si erano potuti fare una propria idea molto meno ideologica e piú realistica dell'alleato tedesco e consideravano quindi la prospettiva di tornare a combattere con spirito generalmente diverso da quello che animava i piú giovani e in particolare quelli delle zone nelle quali il fascismo era piú radicato per avervi avuto storicamente le sue origini e i suoi maggiori centri di forza. In primis la Lombardia e l'Emilia (dove oltre tutto il movimento partigiano stentava maggiormente ad organizzarsi per il prevalere della pianura sulla collina e la quasi totale assenza di zone montuose), che, non a caso, furono le regioni che, insieme al Veneto, registrano la percentuale piú alta di reclute386. Cosí come notevole fu l'incidenza del momento in cui si verificarono le chiamate. Alla fine del 1943, allorché vennero chiamate le classi di leva del 1924 e 1925, gli anglo-americani erano ancora bloccati a sud di Roma, il movimento partigiano muoveva i primi passi e, salvo in Piemonte, non costituiva una vera realtà alternativa; il «secondo fronte» era di là da venire e i rapporti tra Alleati e sovietici non mancavano di ombre e di ambiguità sulle quali (cosí come sul prossimo impiego da parte tedesca delle «armi segrete» destinate a capovolgere le sorti del conflitto) insisteva senza tregua la propaganda dell'Asse. L'anno dopo, quando furono richiamate le classi del 1920-23 e il primo quadrimestre del 1924, la situazione era profondamente mutata. Il movimento partigiano era diventato una forza attiva ed operante, in grado di controllare vaste zone; il fronte italiano si era rimesso in moto, Roma era stata liberata e gli eserciti alleati si stavano aprendo la strada verso nord; il «secondo fronte» in Francia era una realtà e dei conGrafico relativo alle variazioni della forza incorporata nell'Esercito con indicate le cause delle variazioni dall'ottobre 1943 al 31 dicembre 1944.
Legenda:
A Reclutamento volontario
B Richiamo classi 1925-1924 (2° e 3° quadrimestre), 1923-1924 (congedo provvisorio)
C Richiamo leva aeronautica 1923-1924-1925
D Richiamo classi 1922-1923-1924 (1° quadrimestre)
E Bando del Duce concernente i procedimenti di rigore
F Richiamo classi 1919-1920-1921-1922 (sottufficiali), 1916-1917 (sottufficiali e truppa)
G Richiamo classi 1914 e 1917 (1° Bando di clemenza del Duce)
H Richiamo esercito e aeronautica 1920-1921 e 1° semestre 1926
I 2° Bando di clemenza del Duce
Contingenti di personale ceduti:
1 8 600, 2 14 600, 3 23 600, 4 51 600, 5 51 600, 6 51 600, 7 52 000, 8 52 200, 9 52 200, 10 52 200, 11 52 200, 12 52 200, 13 52 200
[Grafico a coordinate cartesiane che mostra l'evoluzione temporale dal 31.10.43 al 31.12.44 della «Forza totale incorporata» e della «Forza rimasta incorporata nell'esercito dopo la cessione di personale all'aeronautica»]. trasti tra anglo-americani e sovietici si parlava molto meno; sicché la guerra, specie in Italia, sembrava avviarsi verso una rapida conclusione.
Contrariamente alla renitenza, che agli inizi non ebbe dimensioni traumatiche e che, comunque affondava le sue radici tra coloro che osteggiavano la repubblica fascista o rifiutavano di continuare a battersi (per la Rsi o per la resistenza poco importa), il vero problema per la Rsi fu sin dall'inizio quello delle diserzioni che – come attesta una ricca documentazione ad uso interno dello Stato maggiore repubblicano – i responsabili militari fascisti attribuirono subito solo in minima parte ad una scelta ideologica, ma al sommarsi: a) della delusione delle reclute per l'inefficienza e non di rado l'inesistenza dell'organizzazione militare saloina e per l'atteggiamento dei tedeschi, tutto teso a sottrarre il piú di esse all'esercito repubblicano e ad impedire che questo prendesse corpo, sino ad arrivare a questo scopo a non fornirgli o fornirgli col contagocce l'equipaggiamento e le armi di cui aveva bisogno; b) della paura di larga parte di esse di essere inviate ad addestrarsi in Germania e di là sul fronte orientale; c) delle possibilità che questa condizione psicologica schiudeva alla propaganda disfattista e al proselitismo antifascista387.
Se a questi motivi si aggiunge che larga parte di coloro che non si erano sottratti alla leva e ai richiami lo avevano fatto senza convinzione, per generico «rispetto dell'autorità» o per non incorrere nei rigori della legge o esporre i familiari a punizioni o rappresaglie, si capisce perché, mentre la renitenza andò crescendo ad ogni nuova chiamata, le diserzioni ebbero un andamento diverso, piú vario. Si travasarono in misura minore nella resistenza, furono maggiormente legate alle vicende belliche e risentirono notevolmente dei provvedimenti di clemenza delle autorità repubblicane e in particolare del secondo, quello del 28 ottobre 1944, che, sfumata la speranza in una imminente conclusione della guerra, indusse oltre 70 mila disertori e «sbandati» ad approfittare dell'occasione per non affrontare nelle peggiori condizioni un inverno che si annunciava sotto ogni profilo terribile. I dati riportati nelle due tabelle (pp. 314-15 e 316) e nel grafico a p. 320 sono a questo proposito eloquenti.
Specchio della differenza fra la forza incorporata e la forza esistente in ogni mese* (nucleo esercito costituito dallo Stato Maggiore).
Data | Forza incorporata nell'esercito | Forza esistente nell'esercito (forza) | Forza esistente nell'esercito (%) | Differenza (forza) | Differenza (%) --- | --- | --- | --- | --- | --- 1943 30 settembre | - | - | - | - | - 31 ottobre | 5 000 | 5 000 | 100 | - | - 30 novembre | 49 000 | 45 580 | 93 | 3 420 | 7 31 dicembre | 78 330 | 72 190 | 92 | 6 140 | 8 1944 31 gennaio | 99 330 | 89 170 | 90 | 10 160 | 10 29 febbraio | 112 060 | 96 240 | 86 | 15 820 | 14 31 marzo | 167 500 | 146 430 | 87 | 21 070 | 13 30 aprile | 171 600 | 139 900 | 87 | 31 700 | 13 31 maggio | 189 300 | 152 860 | 84 | 36 440 | 16 30 giugno | 194 900 | 132 430 | 67 | 62 470 | 33 31 luglio | 196 000 | 118 480 | 64 | 77 520 | 36 31 agosto | 196 000 | 111 210 | 56 | 84 790 | 44 30 settembre | 196 000 | 108 860 | 55 | 87 140 | 45 31 ottobre | 196 000 | 106 600 | 54 | 89 400 | 46 30 novembre | 199 600 | 105 700 | 52 | 93 900 | 48 31 dicembre | 199 600 | 103 650 | 51 | 95 950 | 49 Avviandoci a concludere questo capitolo, una cosa sentiamo il dovere di ribadire. Sin dalle prime vicende immediatamente successive all'8 settembre gli italiani vissero un dramma – ché è di questo che si deve parlare – che troppo spesso, allora e dopo la fine della guerra, è stato spiegato dai suoi protagonisti e dalla loro storiografia in due modi che hanno sfigurato la realtà del 1943-45 e ridotto la resistenza molto piú simile ad un oggetto di culto che a una pagina della storia d'Italia fondamentale per comprendere l'incidenza delle vicende di quegli anni su quelle successive e sulla mancata ricostituzione (se non addirittura sull'ulteriore logoramento) di quel tanto del tessuto morale nazionale che si era preservato. Un modo è stato quello di negare sostanzialmente o di ridurre grandemente la portata della tendenza dei piú ad estraniarsi dalla lotta e di amplificare invece la dimensione dell'appoggio che la resistenza ebbe nella po-
Dimostrazione della differenza (continuazione tabella p. 314).
| Diserzioni (numero) | Diserzioni (%) | Dispersi in seguito offensiva anglo-americana (numero) | Dispersi (%) | Perdite per cause belliche (numero) | Perdite per cause belliche (%) | Perdite normali (malattie, riforme, eccetera) (numero) | Perdite normali (%) |
|---|---|---|---|---|---|---|---|
| - | - | - | - | - | - | - | - |
| - | - | - | - | - | - | - | - 3 240 |
- Tutti i percento sono rispetto alla forza incorporata. lazione, sino a farne un grande «movimento popolare», marginalizzando le manifestazioni che contraddicevano questo appoggio e dando di esse spiegazioni parziali e reticenti. Se, tra i protagonisti della resistenza, qualcuno non si è lasciato andare a questa mitizzazione, si è trattato in genere di comunisti «di sinistra», piú o meno in polemica con la linea «unitaria» e «nazionale» togliattiana. Tipico è il caso di Osvaldo Poppi che, rievocando la sua esperienza partigiana nella montagna emiliana (ma il suo discorso vale per molte altre zone, montane e no), ha ammesso che «la popolazione ha dovuto essere coinvolta anche suo malgrado nella resistenza, perché la maggior parte avrebbe preferito stare in una posizione di attesa, inerte»388. Un altro modo (frutto, per un verso, dell'incapacità marxista e cattolica di cogliere sedimenti profondi del sentimento nazionale e, per un altro verso, della convinzione che l'8 settembre dovesse costituire il punto di svolta verso una realtà nuova per realizzare la quale era inconcepibile che tutti coloro che non erano fascisti non si impegnassero a fondo) è stato quello di porsi di fronte ad un atteggiamento di cosí grande estensione e importanza senza tener conto alcuno del trauma morale dell'8 settembre, che delle motivazioni materiali costituí l'humus, il terreno di coltura, e di prendere in considerazione solo tali motivazioni di ordine materiale, che, indubbiamente, ebbero su di esso una influenza molto forte e che, altrettanto indubbiamente, ne fanno comprendere taluni meccanismi e il suo variare di intensità a seconda dei momenti e delle realtà locali, ma che da sole non bastano a renderlo veramente intelligibile, e, peggio, di spiegarle con
Militari e sbandati presentatisi in seguito al bando di clemenza del 28 ottobre 1944.
Provincia | Numero || Provincia | Numero || Provincia | Numero --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- | --- Alessandria | 1 181 || Imperia | 89 || Savona | 4 196 Aosta | 4 470 || Mantova | 559 || Sondrio | 763 Apuania | 8 || Milano | 4 494 || Spezia | 333 Asti | 149 || Modena | 3 140 || Torino | 1 622 Bergamo | 2 000 || Novara | 700 || Treviso | 13 982 Bologna | 41 || Padova | 564 || Varese | 733 Brescia | 2 809 || Parma | 1 249 || Venezia | 3 000 Como | 3 556 || Pavia | 917 || Vercelli | 622 Cremona | 1 882 || Piacenza | 867 || Verona | 1 223 Cuneo | 5 664 || Ravenna | - || Vicenza | 3 899 Ferrara | 247 || Reggio Emilia | 246 || Totale | 71 436 Genova | 1 893 || Rovigo | 4 338 || |
i sentimenti piú bassi dell'animo umano, sino ad arrivare al punto di apprezzare chi aveva aderito alla Rsi piú di chi era «stato alla finestra». Tipico in questo senso è il caso di Ermanno Gorrieri, a cui, pure, si deve una delle piú oneste e sofferte opere storico-memorialistiche sulla resistenza, che ha scritto389:
L'egoismo e la paura, ammantati sotto le vesti del «buon senso», suggerivano di non compromettersi, di pensare a salvare la pelle e ad uscire da questa situazione alla meno peggio: di attendere, in sostanza, la liberazione degli Alleati, e nel frattempo, di accettare il fatto compiuto del dominio tedesco e fascista; senza peraltro compromettersi troppo neppure con questo, che non era destinato a durare.
Naturalmente è impossibile descrivere tutte le varie sfumature dei diversi atteggiamenti psicologici... è certo tuttavia che la tendenza allo stare alla finestra, al non compromettersi si era andata diffondendo largamente fra le masse, in conseguenza del rinvio della liberazione e del consolidarsi del regime nazifascista. Era insomma la teoria del 'chi te lo fa fare?' che prevaleva nella condotta di molti...
In fondo la minoranza fascista una posizione l'aveva presa, anche se era quella storicamente sbagliata e anche se, a infirmarne il valore morale, stava il fatto che ciò era avvenuto all'ombra delle baionette tedesche, mentre nessun fascista aveva mosso un dito nei quarantacinque giorni badogliani. Da un punto di vista oggettivo, la rinascita del fascismo era stata una grossa jattura per l'Italia, perché rappresentava un tentativo violento di sopravvivenza di un regime già condannato dalla storia, e soprattutto perché apriva la strada alla guerra civile: senza i neofascisti infatti la resistenza sarebbe stata soltanto una rivolta contro lo straniero invasore. Ma da un punto di vista soggettivo, la decisione personale di coloro che aderirono al fascismo repubblicano non perché ciò significava schierarsi col piú forte del momento, ma per coerenza con la propria convinzione ideale, merita in fondo rispetto piú dell'inerzia, del disimpegno e dell'egoismo di tanti: almeno fino a quando non furono evidenti i delitti e le aberrazioni del regime nazifascista.
Per comprendere la realtà del 1943-45, i problemi con i quali dovette misurarsi la resistenza e perché il suo impatto reale fu per molti aspetti diverso da quello prospettato dalla vulgata resistenziale, non si può prescindere - lo ripetiamo ancora una volta - dal sottofondo morale che in quegli anni determinò l'atteggiamento della grande maggioranza degli italiani. In esso infatti è l'elemento primo, da cui dipende in qualche misura tutto il resto. Che, oltre a questo sottofondo morale, un peso notevole abbiano avuto anche motivi di ordine materiale e pratico e anche fattori psicologici di tipo elementare, quali l'egoismo e la paura richiamati da Gorrieri, non saremo certo noi a negarlo.
Perché è un fatto incontestabile e perché, se essi non vengono tenuti in tutto il dovuto conto, diventa praticamente impossibile capire le oscillazioni che l'atteggiamento verso la resistenza ebbe nel tempo e il loro valore rispetto alla lotta in corso. E dicendo questo non ci riferiamo tanto a coloro che via via si discostarono in maggiore o minore misura dal loro iniziale atteggiamento di totale estraneità ad essa, ché, via via che passava il tempo, non prendere assolutamente posizione era in quelle circostanze difficile e talvolta addirittura impossibile, ma al fatto che, nel corso del 1944-45 anche tra coloro che inizialmente avevano guardato con maggiore simpatia alla resistenza, le avevano fornito aiuti e talvolta si erano uniti alle bande partigiane, venne prendendo piede un atteggiamento piú cauto: critico, sospettoso e in taluni casi al limite dell'ostilità, preoccupato soprattutto di tenersi lontano e tener lontani da sé sia i fascisti che i partigiani. Un atteggiamento il cui punto d'arrivo Giorgio Agosti, nella già citata relazione del 31 dicembre 1944 sulla situazione in Piemonte (ma la sua valutazione può essere estesa senza forzature a pressoché tutte le altre zone), sintetizzò, per quel che riguardava le campagne, ove esso era piú marcato e percepibile, con parole il cui valore ci pare vada oltre la questione particolare del rapporto popolazione/resistenza, dato che spiega, meglio di tanti pseudo discorsi storici fatti per anni, perché i partiti che avevano fatto della resistenza la chiave di volta della loro affermazione politica non raccolsero dopo la sua conclusione i risultati che avevano ritenuto essa avrebbe loro assicurato; e, probabilmente, spiega anche perché il Pci o quella parte
Numero dei disertori per mese e per regione dal 30 novembre 1943 al 31 dicembre 1944 (escluse le grandi unità ed i reparti alle dirette dipendenze dei germanici).
| Regione | 30 novembre 1943 | 31 dicembre 1943 | 31 gennaio 1944 | 29 febbraio 1944 | 31 marzo 1944 | 30 aprile 1944 |
|---|---|---|---|---|---|---|
| Abruzzi | 90 | 90 | 135 | 180 | 225 | 225 |
| Lazio | 360 | 540 | 720 | 900 | 1 125 | 1 552 |
| Umbria | 90 | 90 | 135 | 180 | 225 | 442 |
| Marche | 90 | 135 | 135 | 180 | 225 | 225 |
| Toscana | 360 | 540 | 720 | 900 | 1 530 | 3 365 |
| Emilia | 180 | 315 | 630 | 900 | 1 440 | 3 215 |
| Veneto | 630 | 900 | 1 800 | 2 700 | 3 480 | 5 396 |
| Lombardia | 900 | 1 800 | 2 700 | 3 600 | 4 500 | 5 846 |
| Piemonte | 180 | 360 | 428 | 1 017 | 1 125 | 1 516 |
| Reparti alle dirette dipendenze degli Enti centraliᵃ | - | - | 720 | 900 | 1 669 | 2 279 |
| Totali | 3 240 | 5 670 | 9 406 | 14 508 | 18 919 | 28 608 |
di esso che considerava la fine della lotta armata contro i fascisti e i tedeschi solo un momento di passaggio ad una fase «piú avanzata» di lotta per il potere dovette rinunciarvi: avventurarsi su una tale strada, con gli Alleati in Italia e senza neppure poter fare sicuro affidamento sulle masse popolari del nord, sarebbe stata una follia.
Conviene premettere - scriveva Agosti390 - che in genere l'atteggiamento della popolazione nei confronti delle formazioni partigiane è andato peggiorando... Fra i due mali la popolazione delle campagne si chiude in una sospettosa difesa; odia il fascista, ma non esita a denunciare il partigiano e in generale - come al tempo delle guerre di ventura - si preoccupa soltanto di tener lontano e l'uno e l'altro. È uno stato d'animo pericoloso che pone le premesse per la creazione di squadre bianche. Le campagne, che in un primo momento il moto partigiano aveva tratto dal torpore, oggi sono allarmate, domani potranno diventare decisamente ostili. Il contadino che qualche mese fa si arruolava nella banda partigiana, oggi preferisce restare a custodire il suo campo armato del fucile da caccia e costituisce con altri compagni piccole squadre di difesa; è un grave passo indietro!
Né, si badi, il «passo indietro» riguardò solo i contadini e gli strati, gli ambienti, i gruppi meno politicizzati e periferici. Ad un certo momento,
| 31 maggio 1944 | 30 giugno 1944 | 31 luglio 1944 | 31 agosto 1944 | 30 settembre 1944 | 31 ottobre 1944 | 30 novembre 1944 | 31 dicembre 1944 |
|---|---|---|---|---|---|---|---|
| 450 | 675 | - | - | - | - | - | - |
| 1 642 | 1 642 | - | - | - | - | - | - |
| 652 | 695 | - | - | - | - | - | - |
| 450 | 630 | 675 | - | - | - | - | - |
| 3 428 | 3 909 | 4 899 | 5 799 | - | - | - | - |
| 3 341 | 5 275 | 5 962 | 6 580 | 6 653 | 6 743 | 6 833 | 6 923 |
| 5 601 | 6 157 | 6 889 | 7 352 | 7 471 | 7 609 | 8 586 | 8 834 |
| 6 580 | 7 175 | 7 942 | 8 551 | 9 247 | 9 599 | 10 578 | 11 093 |
| 1 674 | 1 764 | 2 455 | 2 689 | 2 983 | 3 013 | 4 090 | 4 223 |
| 5 472 | 5 742 | 7 510 | 8 387 | 8 969 | 10 131 | 10 590 | 11 048 |
| 3 176 | 3 660 | 4 092 | 4 363 | 4 363 | 4 363 | 4 363 | 4 464 |
| 32 466 | 37 324 | 40 424 | 43 721 | 39 686 | 41 458 | 45 040 | 46 585 |
ᵃ Centro costituzione Grandi Unità, Centro addestramento reparti speciali e Reparti anti ribelli (R.A.P.).
Grafico delle variazioni del numero mensile delle diserzioni con indicate le cause principali degli aumenti e delle diminuzioni dal novembre 1943 al 31 dicembre 1944.

A Diserzioni iniziali (Novembre-Dicembre 1943) dovute in gran parte alla deficienza degli apprestamenti atti ad assicurare vitto ed alloggio ai richiamati
B Aumento del numero mensile delle diserzioni dovuto all'iniziato avviamento in Germania del personale delle G.U.
C Diminuzione dovuta al Bando dei provvedimenti di rigore
D Aumento dovuto alla mancata applicazione dei provvedimenti di rigore
E Diminuzione dovuta al 1° Bando di clemenza del Duce
F Aumento dovuto all'offensiva anglo-americana del Giugno e Luglio 1944
G Diminuzione dovuta all'arresto dell'offensiva anglo-americana ed all'intensificazione dei rastrellamenti
H Aumento dovuto al 2° Bando di clemenza del Duce che dava possibilità ai disertori di arruolarsi come lavoratori già prima del «proclama Alexander», lo scoramento per il prolungarsi della lotta e le crescenti difficoltà nei rapporti con quella parte delle masse che sino a qualche tempo prima era stata disposta ad aiutare la resistenza lambí infatti anche elementi piú politicizzati, membri dei partiti antifascisti, non escluso quello comunista. Significativo è a questo proposito quanto Amendola scrisse in un rapporto sulla situazione nel Veneto all'inizio della seconda metà del settembre 1944 indirizzato alla direzione milanese del suo partito. Riferendosi alla «risposta popolare» alla mobilitazione obbligatoria di tutti gli uomini dai sedici ai sessant'anni delle provincie di Rovigo e di Padova decretata dai tedeschi per costruire una linea di fortificazioni dietro l'Adige Amendola scrisse infatti391:
Ho parlato con alcuni di questi mobilitati, ed ho preso con loro un treno operaio che mi ha portato a Padova. Uno doveva fare ogni giorno cinquanta chilometri in bicicletta ed in treno, due volte al giorno per andare a lavorare. Sono pagati circa 70 lire al giorno ed a mezzogiorno ricevono una brodaglia ed un pezzo di pane... Quelli con cui ho parlato affermavano che si lavora poco, e che in ogni modo si evitava cosí di essere deportati in Germania... Arrivato a Padova, chiesi subito ai primi compagni cosa era stato fatto per impedire la mobilitazione. Questi mi dissero che non era stato fatto nulla, che era stato impossibile impedirla e che tutti erano andati a lavorare. Poi seppi da Anselmo, segretario federale di Padova, che era stato lanciato un manifestino, tirato a 3000 copie, ma distribuito tardivamente. Mi confermò che anche i compagni erano quasi tutti andati a lavorare, che anzi in molte zone della provincia i compagni stessi avevano detto ai lavoratori di andare per evitare danni peggiori. Un Cl locale aveva deciso al completo, compreso il nostro compagno, di presentarsi. Ed adesso, chiesi, cosa fate, avete organizzato un lavoro tra questa massa sulla base di rivendicazioni immediate (vitto, salario, copertoni), per il sabotaggio e per la diserzione, per spingere i mobilitati ad abbandonare il lavoro?... In realtà di fronte al fatto compiuto della totalitaria presentazione al lavoro, i compagni sfiduciati non avevano preso altre iniziative...
Le cause del mutamento dell'atteggiamento popolare furono varie e concorrenti. Prime in ordine di tempo furono le rappresaglie e le controrappresaglie scatenate dalle prime azioni partigiane392. All'inizio le rappresaglie furono tedesche393, poi, dopo l'uccisione a metà novembre del 1943 del federale Ghisellini alla quale i fascisti risposero con la strage di Ferrara («la parola d'ordine è stata occhio per occhio, dente per dente» fu il commento dedicatole da Farinacci394), anche fasciste; ma anche partigiane, meno frequenti, ma che se fecero meno vittime, non furono meno crudeli, essendo compiute spesso su prigionieri catturati da tempo395. Le rappresaglie e le controrappresaglie si fecero cosí ben presto sempre piú numerose e atroci, sino a diventare una sorta di spirale che si autoalimentava all'infinito e che seminava morte, distruzione e terrore un po' dappertutto e della quale anche le fonti saloine non fanno mistero. Tipico, per fare un esempio, è quanto si legge nel «Notiziario» del Comando generale della Gnr del 14 aprile 1945. Riferendosi alla situazione nel Cuneese (ma il discorso valeva anche per le altre zone) l'estensore del rapporto scriveva: «I comuni e le loro popolazioni vivono in questo alternarsi di lotte, di rappresaglie, di martirio e di sangue»396 una tragica situazione che, se per un verso acuiva l'ostilità nei confronti dei tedeschi e dei fascisti e seminava sbigottimento e indignazione anche tra coloro che non erano pregiudizialmente ostili alla Rsi e che, attribuendo la responsabilità di aver innescato la spirale delle rappresaglie ai partigiani, le avrebbero persino accettate come un inevitabile portato delle circostanze se appena fossero state fatte con «piú legalità» e con minore ostentazione di crudeltà397, per un altro verso provocava in coloro che direttamente o indirettamente ne erano vittime reazioni diverse e contrastanti. Una parte della popolazione di fronte a questa escalation di violenze reagí cercando di sottrarsi sempre piú ad ogni forma di coinvolgimento in una lotta per essa sempre piú assurda, ma alla quale era giocoforza assuefarsi. Per un'altra invece la reazione morale e i prezzi da pagare a questa escalation costituirono la molla che la fece guardare con occhio diverso, piú favorevole o comunque meno sfavorevole al movimento partigiano, ad approvarne o almeno giustificarne iniziative e forme di lotta che in un primo momento aveva condannato e talvolta la spinse ad aiutarlo e persino ad unirsi ad esso. In certi casi con convinzione e compiendo una scelta definitiva; in altri pensando che esso potesse assicurarle quella protezione che la Rsi non poteva darle nei confronti sia dei partigiani sia delle proprie forze antipartigiane; in altri ancora sperando di sottrarsi al pericolo che in quello specifico momento le appariva piú incombente. E ciò spiega perché, quando, in una ulteriore fase e a seguito del prendere sempre piú corpo, come vedremo, di una serie di fatti per essa piú drammaticamente pesanti si rese conto di quanto elevato fosse il costo dell'aiuto dato alla resistenza, di quanto poco questa potesse assicurarle quella protezione in cui aveva sperato e, anzi, la esponesse, talvolta scientemente (per indurla cioè ad impegnarsi maggiormente a suo favore398), a maggiori difficoltà e pericoli, fu proprio in questa parte della popolazione che si era avvicinata alla resistenza che si verificò maggiormente quel peggioramento di atteggiamento di cui parla la relazione di Agosti della fine del 1944. Un peggioramento che non sottrasse certo alla resistenza tutti i «consensi» raccolti, ma che li ridusse notevolmente e intaccò anche una parte di quelli della prima ora e che - pur non trasferendoli assolutamente alla Rsi - non è detto che non avrebbe potuto superare il «limite di guardia» se la guerra fosse continuata ancora a lungo e se gli «accordi di Roma» non avessero consentito al movimento partigiano di porre parzialmente freno al ricorso su vasta scala all'«autofinanziamento», potenzialmente una delle cause piú importanti (per non dire tout court quella decisiva) del fatto che la popolazione - per usare un'espressione che abbiamo già trovato sotto la penna di Agosti - cominciò «ad averne le scatole piene della guerra partigiana». Di una guerra cioè che in gran maggioranza non aveva voluto e il cui costo «piú grave in sangue e perdita di beni» ricadeva proprio su di essa399.
In ordine di tempo, il primo banco di prova del rapporto popolazione civile / resistenza furono quasi ovunque le zone montane dove subito dopo l'8 settembre si era rifugiata parte dei militari sbandati e dove si costituirono le prime e piú importanti bande partigiane. L'atteggiamento delle popolazioni di tali zone e in particolare di quelle delle valli del Piemonte, della Lombardia e del Veneto che avevano pagato il prezzo maggiore della guerra in Grecia, Jugoslavia e Russia è stato direttamente o indirettamente oggetto di numerosi studi. Troppe semplificazioni e una buona dose di retorica hanno però svisato o reso difficile cogliere una realtà piú complessa di come in genere prospettata e, soprattutto, intessuta di motivazioni ambientali e culturali che non possono essere ignorate400 poiché rendono i rapporti tra la popolazione e i partigiani meno politici in senso proprio di quanto spesso asserito e piú difficile dare semplicisticamente al rifiuto e all'ostilità dei valligiani nei confronti dei fascisti e dei tedeschi, il valore di un'adesione politica vera e propria alla resistenza. Solo prendendo le mosse da queste motivazioni e dal fatto che fu nelle valli alpine e prealpine che nacque e visse per mesi essenzialmente la resistenza si possono infatti comprendere lo stato d'animo, l'atteggiamento di quelle popolazioni, i loro rapporti reali con i partigiani (che per esse erano essenzialmente solo quelli con i quali erano a contatto) nel corso del 1943-45, il loro passare da un'iniziale miscuglio di incomprensione e di fiducia ad un aiuto via via piú convinto, ad una partecipazione di una parte (non cospicua, ma neppure insignificante) di esse alla lotta armata e, poi, a un affievolire, a un lasciar cadere talvolta, le proprie simpatie per i partigiani. E, sia ben chiaro, dicendo «partigiani» non usiamo un sinonimo, non vogliamo dire «resistenza». Ché, se si vuol fare chiarezza nell'atteggiamento di quei settori della popolazione che non vollero o non poterono estraniarsi da tutto, è necessario rendersi conto che il mutamento del loro atteggiamento non riguardò, salvo casi particolari e poco significativi, la resistenza in quanto tale - che altrimenti sarebbe sfociato in un'adesione alla Rsi - ma (la distinzione può apparire sofistica, ma è invece essenziale) i rapporti coi partigiani e il giudizio su di essi. E non in quanto membri della resistenza, ma a causa del loro comportamento (diverso, ma spesso in fondo non molto dissimile sul piano dei costi imposti ai civili da quello dei fascisti) nei confronti della popolazione401.
Tra i vari autori che si sono occupati della questione chi, forse, l'ha messa, per quel che riguarda almeno la fase «ascendente», meglio a fuoco (pur con qualche concessione alla retorica ufficiale) è stato Giorgio Bocca.
Spettatori di prima fila, spesso coinvolti nel dramma - ha scritto nella sua Storia dell'Italia partigiana402 -, i montanari sanno poco dei motivi politici della ribellione e ne ascoltano senza convinzione le facili promesse: «Avrete una bella casa, avrete la luce, la strada». Guardano e tacciono: conoscono la storia, nella montagna niente è mai cambiato. Non è il calcolo che decide il favore dei montanari, ma l'istinto: nei ribelli si riconoscono, sono quasi tutti ragazzi della provincia, sanno il dialetto, le canzoni, le usanze; gli ricordano i figli morti in Russia, non tornati dalla Grecia, dall'Africa: «Faccio per voi quello che farei per lui». «Se non ci diamo una mano fra noi...» La coscienza politica dei montanari è embrionale, eppure il loro appoggio è anche politico: la ribellione che aiutano è ostile a quel potere che sta laggiú nella città della pianura, che arriva nelle valli solo per riscuotere le tasse, per imporre le leve militari; ora per uccidere. Contro questo potere si stabilisce la difesa comune dell'omertà, i montanari coprono i ribelli con il loro silenzio, se salgono i tedeschi e chiedono di una località fingono di non capire, indicano la via sbagliata. I fascisti e i tedeschi sono degli sconosciuti, degli stranieri; quando vengono è solo per bruciare, per rubare, per uccidere, per minacciare.
Nei primi mesi i rapporti con la ribellione non corrono sempre lisci: il montanaro e il cittadino devono capirsi. Il montanaro è fatto a suo modo, per lui il pensiero della sussistenza ha quel valore preciso, concreto, che la gente di città ha quasi dimenticato. Di fronte alla roba la sua reazione è primitiva: se può la prende e la nasconde. Nei giorni dell'armistizio i montanari hanno fatto sparire tutto ciò che l'esercito ha abbandonato nelle valli: muli, coperte, camion, bidoni di benzina. Chi ha preso di piú è invidiato dagli altri i quali ne parlano con i ribelli, alla maniera montanara, dell'allusione. Si va nella casa indicata: «Amico, tira fuori la benzina, te la paghiamo. Sveglia, dicci dove hai sepolto i bidoni». Non parla, si lascia mettere contro il muro, si lascerebbe fucilare senza parlare. Ma se il nascondiglio viene scoperto non prova rancore, sorride: «È andata cosí». La montagna lo ha educato ai grandi egoismi, ma anche alle grandi generosità, a essere solidale senza limite nei momenti del pericolo. Lo stesso montanaro che mette in pericolo la vita per negare al ribelle la benzina nascosta, se la gioca per aiutarlo se è ferito... La montagna arriva alla ribellione lentamente: si passa dai piccoli incarichi ausiliari - «tienici questo grano, facci macinare questo grano; imprestaci il mulo» - alle prime squadre che collaborano nei servizi di guardia e di corvée. Il terrore: ecco ciò che stringe i tempi nelle città come nelle montagne; il terrore lega dovunque...
Importante per mettere a fuoco l'atteggiamento dei valligiani (e, in certa misura, anche di altri settori della popolazione) nella prima fase, quella «ascendente», questa pagina di Bocca non aiuta però a capire perché, nonostante il legame creato dal terrore, ad essa seguí assai spesso (in montagna come in pianura) un'altra nella quale il terrore non fu piú sufficiente a cementare i rapporti tra la popolazione civile e i partigiani e la roba assunse un peso sempre maggiore su di essi, sino a costituire la causa principale del loro deterioramento. Che la strategia del terrore messa in atto per combattere la resistenza e farle il vuoto attorno non potesse che accrescere nella stragrande maggioranza dei casi l'ostilità popolare verso i fascisti e i tedeschi e determinare un legame di solidarietà col movimento partigiano è un fatto facile da comprendere. Il nodo della questione, valido per le zone di montagna come per quelle di collina e di pianura è però un altro.
Inizialmente, quando le speranze in una rapida conclusione della guerra erano ancora vive e l'inverno obbligava i fascisti e i tedeschi a limitare l'attività antipartigiana, era piú facile adattarsi all'idea di una breve convivenza con il terrore e questo perciò costituí un decisivo collante. Con il ritorno della buona stagione, il dispiegarsi su vasta scala delle operazioni «antiribelli» e il tramontare delle speranze nella capacità degli Alleati di portare rapidamente a termine la liberazione del nord, il peso dei rastrellamenti, delle distruzioni, delle violenze, delle rappresaglie e delle stragi cominciò però inevitabilmente a farsi sentire sempre di piú e ad incidere sullo stato d'animo, sull'atteggiamento della popolazione verso i partigiani. Che questi difendessero le valli dagli attacchi dei fascisti e dei tedeschi e facessero loro pagare a caro prezzo le uccisioni, le distruzioni, i «furti» (sia quelli veri e propri, sia quelli - tipico il caso costituito dai prodotti soggetti ad ammasso - che i contadini consideravano tali) commessi era una cosa; un'altra era però che le esponessero ad essi senza un reale motivo e, peggio, che prima le coinvolgessero in operazioni militarmente «senza senso» e poi non si facessero scrupolo di abbandonarle alle violenze e alle rappresaglie avversarie.
Tra le numerose testimonianze che a questo proposito si potrebbero ricordare tre ci paiono tra le piú significative. Innanzi tutto, anche se un po' «diplomatica» e post factum, quella del generale Cadorna. Rispetto alle altre, essa ha infatti il pregio di non riferirsi ad una situazione particolare, ma di prospettare il problema in termini generali.
Che le popolazioni - egli ha scritto nelle sue memorie403 - siano state, nel loro complesso, favorevoli alla lotta partigiana, non v'ha dubbio. Né poteva essere altrimenti, dato l'odio suscitato dai crudeli sistemi adottati dai tedeschi e dal disprezzo verso la reincarnazione del fascismo nella Repubblica Sociale, ma soprattutto il fatto che, la maggioranza dei partigiani essendo reclutati nella zona, non poteva mancare la solidarietà delle famiglie verso i loro figlioli. Si aggiunga una certa simpatia tutta italiana verso chi si ribella all'autorità costituita. Ma il favore delle popolazioni aveva limiti nel tormento cui erano esposte. Le fucilazioni, gli incendi di abitati, le violenze, l'asportazione di ogni bene che normalmente seguiva l'azione dei reparti tedeschi o fascisti incaricati di eseguire rastrellamenti come rappresaglia per le azioni offensive dei partigiani, deprimevano ed eccitavano al tempo stesso profondamente le popolazioni. Se da un lato verso l'oppressore l'odio cresceva a dismisura, dall'altro le vittime erano indotte a inveire anche contro il partigiano, che seguendo la tattica della guerriglia, abbandonava alla feroce rappresaglia nemica il paese che lo aveva ospitato e vettovagliato.
La seconda è tratta invece da un documento interno comunista della fine del luglio 1944 nel quale, in riferimento alla situazione determinata dalle rappresaglie tedesche nell'Emilia settentrionale, si legge404:
In seguito a tali spietate misure di rappresaglia sono intuibili le conseguenze e i riflessi sullo spirito combattivo e di simpatia nella massa contadina e della montagna. Da notizie indirette risulta che i montanari cacciano via i partigiani minacciandoli (per ora solo minacce) di denunciarli ai tedeschi. Nella mentalità dei contadini è subentrata la convinzione che tali eccidi avvengono perché si uccidono i tedeschi e che sarebbe bene non ucciderli. Anche qui in città si ragiona in tal modo.
Quanto alla terza, essa è per noi anche piú significativa poiché costituisce il primo argomento addotto da Agosti nella sua relazione del 31 dicembre 1944 per spiegare le ragioni per le quali in Piemonte «in genere l'atteggiamento della popolazione nei confronti delle formazioni partigiane [era] andato peggiorando»405:
Un grave errore è stato l'ostinarsi nell'impossibile occupazione di intere zone; simili occupazioni non sono sostenibili che con l'appoggio di armi pesanti e con una conveniente dotazione di munizioni. Ora a Domodossola come ad Alba, a Giaveno come in Val d'Aosta, si sono visti regolarmente i partigiani cedere dopo qualche ora di combattimento e lasciare nelle peste i civili, che volontariamente o no, li avevano aiutati. Non è tanto il fatto della rappresaglia che aliena ai partigiani l'animo del contadino (esso accentua se mai l'odio contro il fascista e il tedesco), quanto la convinzione che la rappresaglia poteva essere evitata se il partigiano fosse stato meno imprudente, quanto la delusione che succede all'euforia della temporanea liberazione. E il rancore si dirige in ugual misura contro il fascista che incendia e contro il partigiano che si è fatto mantenere, che ha magari dimenticato nella stalla un caricatore e che al momento buono non è stato capace di difendere il paese e ha soltanto pensato a mettersi in salvo. La tattica del «tanto peggio tanto meglio», che consiste nel compromettere con la causa partigiana anche i tepidi e gl'indifferenti e nel suscitare nelle zone piú addormentate l'atmosfera della guerra civile, è utile nell'imminenza dell'insurrezione; ma diventa pericolosa quando si è costretti alla difensiva.
Per importante che sia stato, l'effetto del terrore non basta però da solo a spiegare compiutamente il peggioramento dell'atteggiamento della popolazione verso i partigiani. Il rifiuto del fascismo e l'ostilità verso la Rsi e i tedeschi (e talvolta piú verso la prima che verso i secondi) erano infatti tali che da solo il terrore non sarebbe stato sufficiente a determinare uno stato d'animo che col tempo mostrò molto spesso la tendenza a passare dalla critica e dalla condanna di una conduzione della lotta che non teneva conto dei rischi ai quali esponeva i civili ad una sorta di equiparazione in negativo delle due parti in lotta. Per comprendere veramente perché larghi settori della popolazione, soprattutto contadina, mutarono atteggiamento bisogna infatti far riferimento oltre che all'effetto del terrore anche a una serie di stati d'animo, che, non a caso, cominciarono a manifestarsi già prima che il terrore arrivasse al suo culmine406, e che avevano alla loro origine l'«autofinanziamento» - la roba della quale parla Bocca - al quale, chi piú chi meno, tutte le formazioni ricorsero massicciamente sin dall'inizio, ma soprattutto via via che crebbero di numero e di effettivi e diminuí la disponibilità dei generi di vettovagliamento, abbigliamento e locomozione e, insieme, del danaro per acquistarli. E quando diciamo «autofinanziamento» ci riferiamo a piú aspetti della realtà partigiana, diversi, ma convergenti quanto ai loro effetti sullo stato d'animo e sull'atteggiamento di quei settori della popolazione, soprattutto contadina, dei quali stiamo parlando.
Imboccata la via del «grande esercito partigiano», le requisizioni, le tassazioni forzose, le «operazioni di recupero», e i «colpi di rifornimento», come nel linguaggio partigiano venivano definite le rapine alle banche, alle casse delle aziende e ai danni di ricchi proprietari e imprenditori piú o meno «collaborazionisti», divennero pressoché una necessità alla quale tutte o quasi le formazioni finirono per far ricorso, abbandonandosi (soprattutto quelle garibaldine) assai spesso a soprusi, imposizioni, grassazioni e violenze indiscriminate contro coloro che non volevano o non potevano sottostare ad esse, fossero anche poveri contadini per i quali i frutti della loro laboriosità e parsimonia erano sacri e la «requisizione» di una vacca o di parte del raccolto costituiva un dramma e voleva dire la fame o giú di lí407. Tipico è quanto si legge in un documento inviato in data 4 settembre 1944 dal comandante della II divisione GL408, operante nell'Oltrepò pavese, al comando militare della Lombardia per denunciare «l'azione assai sindacabile» e pericolosamente controproducente di varie bande «e specie delle brigate Garibaldi» nella zona409:
- Dette bande procedono a sequestri indiscriminati di bestiame con la scusa che le stesse devono provvedere all'alimentazione delle bande. Risulta che molto bestiame cosí requisito viene venduto a macellai privati, trattenendo le bande solo la poca carne bastante ai montanari bisognosi. L'incasso viene trattenuto dai patrioti. Risulta pure che detti sequestri vengono effettuati senza alcun discernimento fra agricoltori partigiani e fascisti benestanti, latifondisti e piccoli proprietari, senza badare ai bisogni dell'agricoltura specie in questo momento di punta per il lavoro della campagna. In molti casi vengono requisiti buoi di proprietà di piccoli agricoltori che conducono in proprio 40-50 pertiche di terreno, rovinandoli completamente perché cosí non sono piú in grado di comprare altri buoi dati i prezzi correnti.
- Inoltre a mano armata penetrano nelle case private abitate da innocui civili e si fanno consegnare quanto loro piace.
- Danno ordini arbitrari agli agricoltori in merito alla consegna o meno di derrate alimentari: per esempio è stato proibito agli agricoltori di raccogliere e consegnare la frutta ai municipi rovinando cosí molti raccolti, quando questa frutta sarebbe stata venduta alla popolazione del luogo. In nessun caso i sequestri vengono pagati né tanto meno vengono rilasciati buoni di sequestro in modo che nessuna traccia resta del malfatto e nessuna possibilità di risarcimento da parte dei danneggiati...
La popolazione civile in esito ai fatti sopra descritti vive ormai in condizione d'animo esasperato nei confronti dei patrioti i quali vengono descritti come rapinatori peggiori dei repubblichini. Questo è un fattore che incide sommamente sulla situazione di tutte le bande e specie sulla loro sicurezza, perché perduto l'appoggio della popolazione la vita per le bande si renderebbe impossibile. Si è perfino giunti al punto che ormai molti agricoltori parlano un linguaggio del tutto opposto a quello che parlavano prima d'essere a diretto contatto con le bande e questo perché non hanno piú fiducia nell'onestà e serietà nostra.
E che, specie con la seconda metà del 1944, non si trattasse di casi piú o meno sporadici o localizzati in alcune zone, ma di un fenomeno pressoché generale, è dimostrato dal fatto che il Clnai, il comando generale del Cvl e pressoché tutti gli elementi politicamente piú maturi e responsabili dei vari partiti cercarono di limitare, controllare, disciplinare e «moralizzare», anche con il ricorso alle maniere forti, queste azioni410, cosí da arginare il diffondersi nella popolazione, anche in quella parte di essa che si era dimostrata inizialmente piú vicina ai partigiani, di uno stato d'animo sempre meno favorevole ad essi411. Ma in realtà con poco successo, se un po' tutte le fonti attestano o lasciano trasparire quanto alla fine del 1944 e all'inizio del 1945 i risultati ottenuti fossero ancora in genere scarsi412, sicché nella popolazione (specie tra i contadini e soprattutto tra quelli della pianura, che spesso avevano tratto dai successi partigiani dell'estate i maggiori vantaggi, in primis quello di sottrarre in molti casi in tutto o in parte la produzione agli ammassi, ma che ora sentivano addensarsi la minaccia di nuovi duri sacrifici, di nuove «predazioni» e di nuove spietate rappresaglie per l'aiuto dato alla resistenza) si andava sempre piú diffondendo uno stato d'animo di stanchezza, delusione, preoccupazione e allarme, che in talune zone si traduceva in «un'atmosfera da grande peur», del quale - come Agosti scriveva a Bianco413 - non si avvantaggiavano tanto i fascisti («ugualmente e peggio spogliatori»), ma i moderati, i conservatori, i proprietari che si atteggiavano a tutori dell'ordine e proponevano la costituzione di squadre «di “gente onesta” per la “tutela dell'ordine” coi fucili da caccia».
Questo «imbarazzante» aspetto della realtà della resistenza per anni è stato avvolto da un silenzio «pudico», se, addirittura, non ne è stata data una immagine tra l'idilliaca e l'eroica414 che poco o nulla ha a che fare con la realtà e la rende non di rado incomprensibile. E questo anche da parte di uomini che per esperienza diretta sapevano bene quanto esso avesse inciso sulle vicende del 1943-45 e soprattutto del 1944-45 e su alcune delle piú importanti scelte politiche che la resistenza nel suo complesso o una parte di essa si vide costretta a fare.
I pochi autori che ne hanno parlato l'hanno fatto soprattutto per accenni piú o meno rapidi e nell'ambito di studi a carattere locale, senza dare ad esso il rilievo che merita e con sintomatiche omissioni o autocensure, ovvero - come già era avvenuto nel corso della resistenza - attribuendo buona parte della responsabilità delle formazioni regolari al banditismo comune (che, specie nell'inverno 1944-45, costituí una gravissima piaga, ma sul quale, ciononostante, non è possibile scaricare tutta la responsabilità del deterioramento del rapporto popolazione civile / partigiani) e, addirittura, di «bande fasciste camuffate da partigiani». E ciò anche se col passare del tempo la documentazione disponibile si è fatta piú abbondante e sarebbe dovuto diventare sempre piú chiaro che era proprio quel «silenzio pudico» ad impedire un'effettiva comprensione di alcuni fatti e stati d'animo di decisiva importanza per una corretta valutazione sia della resistenza e della Rsi, sia del periodo successivo, quando i nodi delle vicende del 1943-45 vennero, per cosí dire, al pettine della politica dell'Italia postliberazione e repubblicana e dell'atteggiamento popolare rispetto ad essa e ai partiti che ne erano i principali protagonisti.
Tre esempi ci paiono caratteristici. Il primo è quello offerto da La Repubblica di Montefiorino di Ermanno Gorrieri in cui si legge415:
Lo sfruttamento intensivo delle risorse alimentari dell'Appennino aprí la strada al deterioramento dei rapporti fra i partigiani ed una popolazione avvezza a vincere la miseria con la parsimonia. Tanto piú che, a parte le obiettive necessità di approvvigionamento, si cominciarono a notare spoliazioni e requisizioni non sempre necessarie, abusi e violenze, e soprattutto lo sperpero e lo sciupio delle risorse locali.
A parte gli sperperi, la popolazione aveva anche l'impressione che si fosse verificato un rilassamento generale della disciplina: non si assisteva quasi mai ad attività di addestramento, unica manifestazione erano le inutili sparatorie e l'imprudenza imperante nell'uso delle armi tanto che si ebbero numerosi feriti ed anche qualche morto per incidenti nell'uso delle armi. In molte formazioni si era diffuso un senso godereccio della vita: feste, balli, gozzoviglie non erano rare...
Indisciplina dei partigiani e sfruttamento delle risorse locali influirono sfavorevolmente sull'atteggiamento della popolazione, che passò dall'attesa impaziente della vigilia, dalla gioia e dall'entusiasmo sinceri dei primi giorni, ad un senso di delusione sempre crescente fino ad una malcelata stanchezza.
Il secondo è costituito dallo studio dello Zandano sulla resistenza nel Vercellese416 che, nonostante qualche concessione alla visione dominante, si è spinto certamente piú in là, senza però cercare né di allargare il discorso alle cause di fondo del fenomeno messo in luce né di porsi l'interrogativo se esso fosse peculiare del Vercellese o avesse una portata piú generale:
Nonostante la volontà di mantenere un certo ordine e una certa disciplina nella delicata materia, l'autofinanziamento specie in inverno, era impolitico, poiché si accrescevano fatalmente i gravami sulla popolazione in un momento in cui il rallentarsi dell'attività operativa sembrava renderli meno giustificati. E la popolazione rurale, in massima parte gli agricoltori, che dalla disorganizzazione della macchina burocratica nazifascista avevano tratto non pochi vantaggi, sottraendosi per quanto possibile alla disciplina degli ammassi, era meno disposta dei valligiani ad accedere alle richieste dei partigiani e cominciava a nutrire un certo desiderio di «legalità», un malcelato rimpianto dei vecchi carabinieri regi. Ed anche senza parlare degli agricoltori, i contadini o i braccianti che vedevano talora il partigiano ubriaco, che assistevano al banchetto organizzato all'osteria e che restavano senza carne perché le bestie destinate al consumo di un intero villaggio erano state malamente macellate per l'uso di un piccolo reparto, formulavano un giudizio negativo che i nazi-fascisti, benché responsabili di crimini ben piú gravi, non si inibivano di sfruttare.
In breve, se i partigiani scesi in pianura risolvevano la maggior parte dei problemi invernali, rischiavano però l'impopolarità: e va ancora ascritto a merito di tutta la popolazione di campagna aver serbato abbastanza intatti, dopo sacrifici non lievi, l'entusiasmo e la simpatia iniziale per «quelli della montagna».
Il terzo esempio, infine, è offerto dallo studio del Pansa sull'Alessandrino417, dei tre sicuramente il piú attento e sensibile al problema e il piú approfondito, ma che non si pone neppure esso l'interrogativo di quanto il caso dell'Alessandrino fosse o meno un caso isolato:
Un partigiano di pianura o di collina - scrive il Pansa - costava in media ai comandi tre mila lire al mese, ma spesso anche di piú per la situazione estremamente critica in cui si trovavano molte unità (costrette ad acquistare viveri e vestiario dovunque era possibile, anche quando il prezzo non era conveniente) e per la tendenza allo «spreco» propria del combattente. In questa situazione, una brigata di 100-150 uomini richiedeva una spesa di circa mezzo milione ogni mese, soltanto per il mantenimento.
Anche il comando della X Divisione Alessandria si vide costretto a ricorrere sempre piú di frequente al sistema dell'autofinanziamento, con tassazioni e contributi forzati a carico di collaborazionisti e di civili facoltosi. Come abbiamo già visto a proposito delle unità di montagna, si trattava di operazioni autorizzate dai comandi superiori, ma di natura cosí delicata da rendere indispensabile un controllo continuo per evitare abusi dei comandi subalterni o, caso non infrequente, di singoli elementi delle bande. Per le ragioni piú sopra esposte e per la sommaria organizzazione della divisione - che mancava ancora di un efficiente servizio di polizia a cui affidare il reperimento dei fondi - la X Alessandria, come quasi tutte le formazioni limitrofe, non sempre fu in grado di esercitare questa indispensabile sorveglianza. Qualche volta le tassazioni assunsero l'aspetto di estorsioni ingiustificate e non di rado i patrioti, pressati in modo drammatico dalla necessità di «arrangiarsi» in qualunque modo e costretti a procurarsi giorno per giorno il necessario per sopravvivere, calcarono la mano anche sui meno abbienti, snaturando il significato politico dell'autofinanziamento e provocando proteste e risentimenti accesi.
Il disordine con il quale talvolta venivano richiesti questi contributi al movimento di resistenza, è uno dei fattori che occorre aver presenti per spiegare un fenomeno che nell'inverno fra il '44 e il '45 si riscontrò in quasi tutta la provincia, soprattutto in pianura e in collina: il progressivo peggioramento dei rapporti fra patrioti e popolazione delle campagne. A differenza degli abitanti delle città, i contadini avevano offerto un contributo determinante alla lotta partigiana, non soltanto aiutando i «fuorilegge» ma sopportando con coraggio e rassegnazione le rappresaglie dei nazi-fascisti. L'atmosfera di simpatia e di collaborazione fra combattenti e civili nella quale erano maturate durante l'estate le piú belle vittorie politiche e militari del partigianato, era cominciata a svanire all'inizio dell'inverno. Le violenze dei rastrellamenti autunnali; il comportamento qualche volta avventato di alcune formazioni; il tramontare della speranza di una rapida fine del conflitto, e infine la prospettiva di un altro inverno di guerra, avevano provocato delusione e risentimento nelle campagne. I contadini erano stanchi di vivere in un'atmosfera di disordine e di terrore, e in loro, accanto all'odio per i tedeschi e i repubblichini, stavano nascendo la diffidenza, il fastidio e talvolta il rancore verso il partigiano, accusato di farsi mantenere dai civili e di non preoccuparsi per le conseguenze della guerriglia sulla popolazione.
In alcune zone, come nel Monferrato casalese, i rapporti fra contadini e «ribelli», già tesi per queste ragioni, peggiorarono ulteriormente nelle settimane di pieno inverno quando i partigiani si videro costretti a risolvere con misure drastiche il problema del vettovagliamento. Il comando della X Divisione aveva piú volte raccomandato di evitare le requisizioni indifferenziate ma le necessità delle bande erano troppo impellenti perché l'ordine venisse sempre rispettato. Per quanto riguarda i viveri, lo stesso intendente dell'Alessandria ammette che «nella maggior parte dei casi non si pagava, rilasciando solo il regolare buono di requisizione». Gli attriti fra civili e combattenti si fecero anche piú gravi, tanto da spingere qualche contadino a denunciare ai nazi-fascisti il patriota sbandato, quando alla requisizione senza corrispettivo subentrò il prelievo indiscriminato dal quale non si salvavano i modesti averi del cittadino sfollato o le scorte essenziali del piccolo agricoltore. Ma si trattò sempre di casi sporadici, dovuti a gruppi sfuggiti ad ogni controllo dei comandi, e subito repressi con spietata energia.
Un altro fatto contribuí ad accentuare la tensione esistente fra i partigiani e i contadini: la presenza anche nelle zone centro-settentrionali dell'Alessandrino di numerosi gruppi di banditi, spesso dotati di un'organizzazione paramilitare, e di divise e simboli che li rendevano simili ai combattenti della Resistenza. Alcuni di questi gruppi rivaleggiarono con i repubblichini per crudeltà e ferocia.
Né la situazione è sostanzialmente migliorata con il trascorrere degli anni e l'infittirsi delle discussioni, delle interpretazioni, degli interrogativi sui caratteri del sistema politico italiano, la sua crisi, i rimedi per impedire il naufragio della barca Italia e rimetterla in grado di riprendere il mare. E, in questo ambito, sul significato «attuale» della resistenza e sull'esaurimento o meno dei suoi valori morali e delle sue proposte politiche. Lo dimostra il fatto che anche coloro che hanno respinto tesi come quella della «resistenza tradita» o «esaurita» o hanno confutato la supervalutazione dell'«eredità della resistenza» e della funzione che essa avrebbe avuto nella successiva storia d'Italia e che ancora avrebbe potuto avere non solo non hanno affrontato il rapporto popolazione civile / resistenza, ma, a ben vedere, neppure il problema dell'ulteriore rottura provocata dall'8 settembre all'interno di quello che era stato il consenso al fascismo. E, per venire ai tempi piú recenti, lo dimostra il fatto che a questi aspetti non è stata prestata attenzione neppure dai lavori (diversissimi tra loro sotto ogni profilo, ma che ambiscono a puntualizzare quelli che per i loro autori costituirebbero gli aspetti piú significativi della resistenza) di Claudio Pavone e di Romolo Gobbi e da coloro che li hanno discussi. E, tutto sommato, neppure da Gian Enrico Rusconi, un politologo che, volendo approfondire le cause delle tensioni disintegrative che percorrono la società italiana e ne minacciano la sopravvivenza come nazione in senso etico-politico e, in quest'ottica, le ragioni del successo elettorale e dell'egemonia politica della Dc e del compromesso costituzionale che ha dominato per quasi mezzo secolo la vita politica italiana, ha compreso la necessità di affrontare il problema di quale influenza la resistenza in particolare e le vicende del 1943-45 in generale hanno avuto su di esse e, quindi, sia di approfondire lo studio dei comportamenti collettivi che caratterizzarono quel periodo e le molteplici scelte e «conversioni» che concretamente li contraddistinsero e che furono poi alla base delle scelte politiche ed elettorali del postliberazione, sia di risalire alla «crisi collettiva» dalla quale essi trassero origine. Grazie alla sua particolare sensibilità storica e alla sua capacità di non lasciarsi condizionare dall'«autorevolezza» di teorie palesemente inadeguate a spiegare un fenomeno di tanta complessità e importanza, Rusconi si è infatti reso conto bene della necessità di accantonare schematizzazioni, quali quella (comune a tutta la sinistra politico-culturale e non solo ad essa) secondo la quale l'antifascismo costituirebbe l'unico criterio per capire la resistenza o quella (di marca piú propriamente comunista) secondo la quale, se la resistenza non ha dato i suoi «frutti», sarebbe dipeso solo dalla «presenza dello straniero», e di ricondurre invece il complesso fenomeno resistenziale nel piú vasto alveo della «crisi collettiva» e delle sue molteplici manifestazioni che caratterizzò e condizionò le vicende non solo del 1943-45, ma anche degli anni immediatamente successivi. Sotto questo profilo il contributo di Rusconi al ripensamento del fenomeno resistenziale e del suo significato storico ed etico-politico è superiore a quello di qualsiasi altro studioso418. Detto questo, va però anche detto che il tipo di interesse che ha spinto Rusconi ad approfondire il problema della resistenza e il fatto che, non essendo uno storico, una serie di circostanze e di sue manifestazioni che gli sarebbero potute essere assai utili per allargare lo spettro delle sue considerazioni sono sottaciute o minimizzate dalla letteratura storica resistenziale, hanno fatto sí che neppure lui abbia colto l'importanza che si deve attribuire al rapporto popolazione civile / partigiani per evitare di fraintendere l'atteggiamento popolare nel 1943-45, capirne le motivazioni profonde, le concrete articolazioni, le trasformazioni e l'influenza decisiva da esse avuta sia sulla realtà della resistenza, sia su quella della Rsi, sia, ancora, su quella successiva alla conclusione del conflitto (troppo spesso spiegata facendo ricorso solo a quella sorta di passe-partout che è diventata ormai la «guerra fredda»).
A questo punto, per concludere questo excursus sulla resistenza e puntualizzare meglio - se ve ne fosse ancora bisogno - la ragion d'essere e il taglio di questo capitolo, ben poco ci pare resti da dire.
Allo stato degli studi molto si sa (o è documentato) sulla resistenza e, seppure in misura minore, sulla Rsi. La vera lacuna - non ci stancheremo di ripeterlo - è costituita dall'assenza di un quadro di riferimento generale storicamente approfondito e non riduttivamente limitato in sostanza alla sola resistenza (o alla sola Rsi) della vicenda del 1943-45 nel quale si collochino la resistenza e la Rsi (che, in sé e per sé, coinvolsero una minoranza della popolazione delle regioni nelle quali furono presenti), ma nel quale trovi il suo posto anche la condizione umana di quegli anni, con i suoi molteplici stati d'animo, problemi morali e di vita materiale, speranze, delusioni, ecc. Una condizione umana a determinare la quale concorsero profondamente: a) l'andamento generale delle operazioni belliche e specialmente della guerra civile (ché, per comprendere veramente la resistenza, la Rsi e il complesso della vicenda italiana del 1943-45 e l'influenza che questa ebbe sugli avvenimenti successivi non si può assolutamente sottovalutare, come troppo spesso è stato fatto e si fa, che l'Italia conobbe allora una guerra civile di dimensioni e drammaticità vastissime che non conobbe nessun altro paese, salvo, forse, la Jugoslavia); b) il tipo e il grado del consenso di cui il regime fascista aveva goduto, dato che il suo crollo non si tradusse in genere in un piú o meno mero ritorno ai comportamenti e ai valori prefascisti, ma in un atteggiamento psicologico-culturale in cui i vecchi comportamenti e valori trovavano posto solo in parte, mentre altri, acquisiti negli anni del regime, continuavano inconsapevolmente ad essere in qualche misura presenti; e soprattutto c), la crisi morale causata dal trauma dell'8 settembre che gravò sulla gran maggioranza della gente, su tutti coloro cioè che al momento dell'armistizio non fecero una consapevole scelta per o contro la Rsi.
Ridurre gli avvenimenti dal 1943-45 alla contrapposizione antifascismo-fascismo e alla lotta armata tra la resistenza e la Rsi non è in sede storica sufficiente. Non basta a spiegare compiutamente né i rapporti interni alla resistenza e di questa con gli Alleati né quelli della Rsi con la Germania. Rende difficile spiegare alcune iniziative e taluni progetti maturati nei due campi e, in particolare, in quello fascista. E tanto meno aiuta a comprendere come essi furono vissuti dalla maggioranza della popolazione coinvolta in vario modo e misura nella lotta e le reazioni che questa suscitò in essa. Allora, ma anche dopo la sua conclusione. Ché - anche questo non ci stancheremo mai di ripeterlo - è fuori di dubbio che l'orientamento politico ed elettorale di vasti settori della popolazione nel 1945-46, già prima del prender corpo della contrapposizione est-ovest, e ancora successivamente, fu in buona parte determinato - soprattutto al nord - dall'esperienza diretta nelle vicende del 1943-45.
Piú di quarant'anni orsono, Federico Chabod sottolineò la grande importanza di due fatti: che nel 1943-45 vi furono sostanzialmente «tre Italie», ognuna con proprie esperienze politiche diverse da quelle delle altre, corrispondenti alle tre fasi nelle quali avvenne l'avanzata alleata dopo l'armistizio; e che, nello stesso periodo, la Chiesa - grazie soprattutto a Pio XII - acquistò, prima a Roma durante l'occupazione tedesca, poi in tutto il paese, una grande autorità morale che, inevitabilmente, assunse assai spesso anche una valenza politica419. Piú recentemente, altri studiosi, per spiegare l'affermazione nel dopoguerra della Dc e del Pci, hanno messo l'accento sul fatto che entrambi questi partiti sarebbero stati avvantaggiati dalla loro «novità»: nel senso di non avere o di avere meno degli altri responsabilità nell'andata al potere del fascismo (e nella gestione del potere che, secondo tali studiosi, ne avrebbe creato le premesse); dal non fondarsi su vecchie élites e su limitati ceti «parassitari», ma su nuovi «soggetti popolari». Ovvero, secondo altri studiosi ancora, di offrire a questi «soggetti popolari» una fede, una «religione politica» che gli altri partiti non sapevano loro dare o contrastavano in nome di valori e di una «modernità» ai quali le masse erano estranee o ostili. Né, infine, si possono dimenticare coloro che tra le varie spiegazioni dell'affermazione della Dc e del Pci hanno sostenuto che, sia pure per motivi antitetici, entrambi questi partiti sarebbero stati i maggiori beneficiari della resistenza: i comunisti, presso coloro che vedevano nel loro partito quello che piú vi si era impegnato e si era proposto il conseguimento grazie ad essa degli obiettivi politico-sociali piú «avanzati»; i democristiani, presso coloro che l'avevano vista con sospetto e ostilità, poiché temevano che li facesse cadere dalla padella fascista nella brace comunista o, rifiutando il ricorso alla violenza fratricida, avrebbero preferito invece forme di resistenza passiva e avevano attribuito ai comunisti le maggiori responsabilità per aver imposto, per interesse di parte, la scelta della lotta armata e della guerra civile.
Entrare nel merito di queste spiegazioni ci porterebbe ad allargare ancora di piú l'orizzonte di questo lavoro. Su qualcuna avremo comunque occasione di soffermarci en passant nel prosieguo di esso. Prima di concludere, vogliamo però aggiungere che il deterioramento del rapporto popolazione civile / partigiani che si verificò in molte zone nel 1944-45, se, per un verso, costituisce un importante punto di riferimento per comprendere una serie di aspetti e di vicende della resistenza e della Rsi altrimenti difficilmente spiegabili - e in quest'ottica ci siamo soffermati su di esso -, per un altro verso costituisce un punto di riferimento non meno importante di altri sino ad ora prospettati per capire perché in varie zone (non in tutte, ché in alcune il peso di tradizioni e di culture particolari costituí un elemento di riequilibrio) nelle quali il movimento partigiano e in particolare i garibaldini furono assai forti e i democristiani assai deboli o pressoché assenti, nell'immediato dopoguerra la Dc raccolse consensi piú vasti e il Pci piú modesti del prevedibile.
Note
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Pur costituendo indubbiamente un caso limite, significativa è la vicenda dell'adesione alla Rsi del famigerato Pietro Koch. Le sue lettere alla sorella (cfr. L. CANALI, Autobiografia di un baro, Milano 1990, pp. 26 sgg.) mostrano bene come fosse possibile che individui privi di qualsiasi punto di riferimento ideale e psicologicamente instabili potessero nel giro di pochi giorni passare da uno stato di incertezza e di frustrazione ad uno di esaltazione e di violenza bestiale. Subito dopo l'8 settembre Koch, come tanti altri militari, non aveva alcuna idea di cosa fare e si guardava attorno smarrito: «si sta sfasciando tutto. Dopo l'armistizio il reggimento si è sciolto. I capi sono fuggiti, e anche il re e il generale Badoglio e gli altri generali. Tutti cerchiamo abiti civili e buttiamo via quelli militari. Tutti fuggono e vogliono tornare a casa. Io sono stordito, non capisco piú niente. C'è chi va in montagna con i partigiani, e chi dice che bisogna difendere in ogni caso la Patria. Ma come? Dove sta la Patria? Non so davvero come andrà a finire tutta questa storia. Un mio collega è già partito per raggiungere le formazioni partigiane in fase di organizzazione: ci sono anche i comunisti e di altri partiti. Ma noi non sappiamo niente di politica oltre a quello che ci hanno insegnato alla pre-militare o al GUF. Cara sorella non so proprio cosa fare. Per ora di tornare a casa non se ne parla, non ho voglia neanche di questo».
Bastarono però pochi giorni e l'opportunità di sentirsi qualcuno e di avere una «bella vita» perché trovasse la sua strada, «dritta e logica», «quella che ci hanno insegnato per tanti anni e di cui fino a poco fa non mi rendevo ben conto»: «la strada a fianco dei camerati germanici contro il bolscevismo internazionale e contro quello di casa nostra». E la imboccò non solo con entusiasmo, ma con una spietatezza gioiosa, con la convinzione del crociato che trovava nella lotta l'appagamento tanto dei suoi principî piú «nobili» quanto dei suoi istinti piú bestiali: «Adesso vedo chiaro che sotto tutto questo imbroglio c'è lo zampino dei comunisti nemici della Patria, della Famiglia, di Dio. Dargli la caccia è il compito del gruppo che abbiamo formato con altri ragazzi in gamba... Credimi, dar loro la caccia è diventato un vero piacere, una specie di sport, una caccia grossa perché questi cercano in tutti i modi di resistere. Ma noi abbiamo dei "metodi" patentati e riusciremo a sterminare questo flagello dell'umanità. Siamo armati di tutto punto, forniti di materiale ultramoderno. Abbiamo automobili a volontà, una vera gang all'americana, e tutto quello che desideriamo, liquori, burro, prosciutto, cioccolata, sigarette a volontà, e... donnine che con noi non fanno tanti complimenti. È una vera pacchia, fare il proprio dovere di Italiani contro quei maiali servi di Mosca, e intanto vivere bene e divertirsi». ↩ -
Il fatto che molti mettessero sullo stesso piano alleati e tedeschi fu determinato da vari fattori, alcuni di tipo culturale, altri piú particolari che ebbero una influenza tutt'altro che secondaria.
Il primo e piú importante fu l'odio che gli indiscriminati bombardamenti aerei sulle città e i mitragliamenti a sangue freddo di contadini sui campi e di gente comune sulle strade procurarono agli Alleati. Secondo una indagine del ministero dei Lavori pubblici, nel periodo 1° dicembre 1943 - 30 luglio 1944 (per quelli precedenti e successivo non si hanno dati riassuntivi) i morti (compresi quelli provocati dai bombardamenti navali) furono 7047 e i feriti 8320, le case private distrutte 9577, quelle gravemente danneggiate e quelle lesionate rispettivamente 12 530 e 21 939. A questi danni si aggiungevano poi quelli a edifici pubblici (221, 360, 264) e adibiti ad attività industriali (537), ad acquedotti e fognature (97) a ponti e strade (97) e a attrezzature portuali (34), il tutto per un valore presunto di oltre 8 miliardi e 888 milioni. ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 8, fasc. 36/R, «Incursioni aeree nemiche».
Un altro fattore che pare ebbe una sua influenza fu costituito dalle notizie su ciò che avveniva nelle regioni liberate.
Su entrambi questi fattori molto giuocò la propaganda fascista; sarebbe però sbagliato attribuirne il «successo» solo ad essa. Basti pensare, per fare un esempio, a quello che un uomo di cultura, non certo di sentimenti fascisti, che aveva vissuto l'occupazione tedesca e stava vivendo il post liberazione di Firenze, Antonio Delfini, annotava il 18 dicembre 1944 nel suo diario:
«Mussolini aveva forse dunque ragione quando ci ordinava, con la faccia feroce, di odiare gli inglesi?
È certo che noi, poveri italiani, stiamo soffrendo il soffribile. Abbasso dunque l'Inghilterra!
Spero, anzi Credo nella Provvidenza.
Viva Libertà, Indipendenza, Dignità. Abbasso la Germania e, soprattutto, l'Inghilterra!
C'è qualcosa che io detesto piú della brutalità: l'ipocrisia...
Mi ripugna (e sommamente mi ha ripugnato finché li ho avuti come aguzzini – e spie dei tedeschi –) il Partito fascista repubblicano, benché in un senso di dignità umana, di coraggio, e di diritto, mi ripugni meno di quel che ora – in Firenze – non mi ripugni il complesso dittatoriale anglo-russofilo dei Comitati di liberazione e tutta la loro cricca di rancorosi, di complicati, di traditori e infine di sciacalli. Sono questi che mangiano sul cadavere della Patria. Il Regime fascista mangiò fino a far morire la Patria. Costoro – gli antifascisti – si nutrono di quanto ha ripugnato agli stessi saziati fascisti.
Che il Signore aiuti l'Italia!» (A. DELFINI, Diari 1927-1961, a cura di G. Delfini e N. Ginzburg, Torino 1982, pp. 280 sg.).
Né, a ben vedere, al fondo è molto diverso ciò che annotava il 16 marzo 1944 Andrea Damiano:
«Il numero dei morti aumenta, la guerra distrugge monumenti illustri. Il soffrire arroventa pensieri, incenerisce e disperde scorie; e cosí stiamo, macri, in questa dogliosa Italia lorda di sangue sudore e fango.
Il raziocinio ci dice: è logico, è la guerra moderna. Ma è il raziocinio di uno che, sottoposto a tortura, volesse applicarlo a se medesimo. Costui avrà sempre cedimenti, urla nella strozza. Dirsi: sta buono, ragiona, non vale. Noi odiamo anche gli inglesi. Non siamo cosí spogliati della nostra umanità da non avere piú di queste reazioni tutte fisiche e non provare odio per i nostri tormentatori, chiunque siano.
Chi crede che gli inglesi saranno longanimi con noi, stima possibile questa cosa assurda: che il vincitore possa dimenticarsi di esserlo. Nel sentimento del vincitore verso il vinto potrà farsi strada la pietà, non la remissione, non mai quella comunione di sensi col vinto che implicherebbe l'oblío della vittoria. Del resto, agli occhi degli inglesi noi siamo degli ex nemici pentiti. E che sanno essi dell'orrore del nostro destino? Ci chiedono di batterci per loro, dopo il pentimento: e poco gli cale che noi lo si faccia col senso amaro di chi spia. Qualcuno dice: Ma noi abbiamo fatto la rivoluzione; intendendo superato con quel termine il groviglio di sentimenti, quell'intoppo, che ci assilla. Ebbene, non è vero. La rivoluzione non l'abbiamo ancora fatta. Noi siamo ancora lordi degli errori che ci hanno portato a questo. Tutto in noi è contraddizione, riserva mentale, impulso che vorrebbe essere pieno e libero, e non lo è. Io evoco tedeschi e inglesi, e li vedo stranieri entrambi, cioè estranei al dolore e al lutto della mia patria. La nostra salute non potrà aver principio se non nella piena coscienza e accettazione del destino che ci vuole soli» (A. DAMIANO, Rosso e grigio cit., pp. 123 sg., ma anche p. 121, 13 marzo 1944). ↩ -
«Accade che la guerra continua, ma che gli uomini non la sentono piú (e da un pezzo) come tale, bensí come pura meccanica, pura astrazione: flagello astruso e disumano, cui non si accompagna piú alcun sentimento, fosse pure l'odio e il furore» (A. DAMIANO, Rosso e grigio cit., p. 133, 1° settembre 1944). ↩
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«La nostra angoscia nasce appunto dalla pura negazione; dal sapere di dover distruggere, e dall'ignorare di poter ricostruire; dall'essere tutto commiato, e nulla speranza... Le nostre stanchezze sono mature per tutti i distacchi. Ma quante sopravvivenze... Colmi, ne siamo, e alteri e pietosi. Anime in lutto, e conoscessimo scioglimenti piú risolutivi che questa immane nostalgia, che questo anelare. Nausea del nostro io. Oh, liberarsene! My blood is all meridian» (A. DAMIANO, Rosso e grigio cit., pp. 128 e 135, 13 maggio e 19 agosto 1944). ↩
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Caratteristico è quanto nell'ottobre 1944 un ufficiale britannico del Soe riferiva ai suoi superiori sulla situazione del nord dove era stato sino a pochi giorni prima in missione di col- legamento con le forze partigiane: «I sentimenti e il sostegno della popolazione civile variano molto. Nelle città la maggior parte degli abitanti pensa soltanto alla propria pelle. Molti inveiscono contro i tedeschi, alcuni contro i partigiani, ma è cosí solo perché tedeschi e partigiani costituiscono un pericolo per il loro benessere o per le loro vite. Nelle città industriali, ovviamente, vi è una forte componente comunista, come a Torino e a Milano, e sono tutti filopartigiani. Poi ci sono anche i fascisti. Le aree di campagna non partigiane sono una via di mezzo fra due posizioni estreme: un egoismo miope e stupido e un appoggio aperto. Le aree controllate dai partigiani sono quasi interamente filopartigiane, esclusi pochi elementi; e costoro stanno molto attenti a nascondere ciò che pensano. In generale, piú la gente è povera e piú forte è il suo sostegno. La scala classica vale per l'intero paese. Gli uomini piú ricchi della mia area – molto povera – erano quelli che meno aiutavano la causa partigiana: in effetti facevano il meno che potevano fare senza mettersi nei guai. Innanzitutto perché, essendo i piú ricchi, avevano avuto legami con l'amministrazione fascista e in secondo luogo perché volevano essere sicuri che né i tedeschi né i partigiani facessero perdere loro le ricchezze» (cfr. E. MORRIS, La guerra inutile. La campagna d'Italia 1943-45, Milano 1993, pp. 467 sg.). ↩
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Cfr. G. E. RUSCONI, Per una revisione storica della Resistenza, in «Micromega», 1991, n. 5, p. 33. ↩
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Cfr. per esempio A. DAMIANO, Rosso e grigio cit., p. 175 (2 maggio 1945). ↩
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Un piccolo, ma sintomatico caso di questa confusione di idee, che può aiutare a capire certe «metamorfosi», è ricordato da C. MARCHESI, Il cane di terracotta, Verona 1989, p. 29. Il famoso latinista riferisce una conversazione tra due passeggeri da lui udita in treno. Uno diceva: «Io sono comunista fascista». L'altro: «Ma come! Da vent'anni abbiamo detto che il comunismo è la peste, e ora ci diciamo comunisti!» «Sí, appunto, – ribatteva il primo. – Che vuol dire questo? Vuol dire che se il comunismo vuole levare la proprietà ai ricchi, ai pescicani, per darla ai lavoratori, io sono comunista; ma se il comunismo vuole abolire la religione, la famiglia: se vuole un solo pastore e tutto il resto pecore, sono anticomunista. Ha capito ora?» ↩
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Il 10 settembre Idreno Utimperghe, un sindacalista toscano che era stato sino al 25 luglio segretario della locale unione provinciale dei lavoratori fascisti, prese l'iniziativa di ricostituire il fascio di Trieste. Il giorno dopo una trentina di fascisti partirono in camion dal capoluogo giuliano per collegarsi con i camerati delle altre località giuliane e venete. La sera dello stesso giorno fu ricostituito il fascio di Verona, il 12 quello di Padova, il 13 quello di Treviso, il 16 quelli di Venezia e di Rovigo, il 18 quello di Belluno. Cfr. E. BRUNETTA, Correnti politiche e classi sociali alle origini della Resistenza nel Veneto cit., pp. 48 sg. Negli stessi giorni si ricostituivano tra gli altri anche i fasci di Brescia, Bergamo e Bologna. ↩
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G. BOCCA, La repubblica di Mussolini cit., p. 16. ↩
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G. PINI, Ragazzo del '99, VI, Bufera (1942-1945), in ACS, G. PINI, b. 50. ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 1, fasc. 8/R, «Gaetano Bagalà», lettera a Mussolini 19 settembre 1943. Nella sua lettera Bagalà affermava senza mezzi termini che il comportamento di questi fascisti prima e dopo il 25 luglio dimostrava chiaramente quanto essi fossero irrecuperabili e come il recupero delle masse al fascismo, già di per sé assai dubbio e comunque molto difficile, sarebbe diventato del tutto impossibile se – contrariamente a ciò che egli pensava – essi avessero ripreso il loro posto nel partito. ↩
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G. AMENDOLA, Lettere a Milano. Ricordi e documenti 1939-1945, Roma 1973, pp. 176 sg. ↩
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J. V. BORGHESE, Memorie, ff. 13 sg. e 38, in Archivio J. V. Borghese. ↩
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AUSSME, I-1, RSI, Diario storico SME, b. 1, Allegati, «Riunione del 18 aprile 1944 a Parma». ↩
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La preoccupazione per le «sorti della patria» e la convinzione che fosse indispensabile «che tutti gli italiani sentissero che c'è estrema necessità di concordia» erano presenti anche ad un certo numero di intellettuali che fascisti non erano e non lo sarebbero mai diventati. Significativo è il caso di Fortunato Pintor. Cfr. G. GENTILE - F. PINTOR, Carteggio (1895-1944), Firenze 1993, pp. 423 e 427. ↩
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A proposito dei giovani dei Guf, poco prima del 25 luglio G. GUARESCHI, Diario clandestino 1943-1945, Milano 1982, pp. 100 sg., aveva acutamente osservato: «Hanno il dente avvelenato. Sfogavano la loro bile dalle colonne dei giornaletti dei Guf ed ora – con gli stessi argomenti – fanno il processo al fascismo in termini ambigui perché sono furbi e non s'impegnano a fondo, e si preparano a sfruttare questa triste avventura per annidarsi nei nuovi giornali e di lí sfogare il loro risentimento di uomini mancati». ↩
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G. PAPINI, Diario cit., p. 131. ↩
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Cfr. ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 1, fasc. 4 «T. Interlandi» (la lettera reca il visto e l'assenso di Mussolini); A. SOFFICI, Collaborazione degli intellettuali, in «Italia e civiltà», 20 gennaio 1944, riprodotto in Italia e civiltà, a cura di B. Occhini, Roma 1971, pp. 35 sgg. ↩
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Cfr. G. LA BELLA, L'IRI nel dopoguerra, Roma 1983, pp. 14 sgg. ↩
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Tra i piú noti ricordiamo, oltre a Giovanni Gentile, Carlo Anti, Guelfo Civinini, Giovanni Comisso, Goffredo Coppola, Giotto Dainelli (che succedette a Gentile nella presidenza dell'Accademia d'Italia), Pericle Ducati, Francesco Ercole, Telesio Interlandi, Guido Manacorda, Filippo Tommaso Marinetti, Barna Occhini, Ugo Ojetti, Cipriano Efisio Oppo, Biagio Pace, Luigi Pareti, Roberto Paribeni, Marco Ramperti, Enrico Sacchetti, Arrigo Serpieri, Mario Sironi, Ardengo Soffici, Vittorio Vettori, Luigi Villari, Giuseppe Villaroel, Gioacchino Volpe. Sugli intellettuali saloini manca uno studio complessivo di buon livello. Le pagine migliori dedicate ad essi sono quelle di E. G. LAURA, in L'immagine bugiarda, Mass-Media e spettacolo nella Repubblica di Salò (1943-1945), Roma 1986, passim e specialmente, pp. 99 sgg. ↩
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Cfr. Mussolini l'alleato, II, pp. 829 sgg. ↩
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Cfr. E. MARIANO, Vincenzo Errante: l'uomo e il traduttore di poesia, in Vincenzo Errante. La traduzione di poesia ieri e oggi, a cura di F. Cercignani e E. Mariano, Milano 1993, pp. 13 sg. e 17. ↩
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Cfr. a questo proposito le osservazioni di E. GALLI DELLA LOGGIA, L'8 settembre degli intellettuali, in «L'informazione bibliografica», aprile-giugno 1993, pp. 207 sgg. ↩
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Fra coloro che inizialmente collaborarono con la Rsi o guardarono ad essa con simpatia furono, per esempio, Vittorio Gorresio che nel settembre-ottobre 1943 scrisse su «Il popolo di Roma» (cfr. in particolare Lettere sull'Italia e Pensieri sull'Italia, rispettivamente del 22 settembre e del 4 ottobre, dai quali traspare un notevole disorientamento, di cui non si fa cenno nelle successive memorie La vita ingenua, Milano 1980, pp. 227 sgg.) e, come rivela il suo «taccuino segreto» pubblicato da L. Mondo ne «La Stampa», 8 agosto 1990, Cesare Pavese, un po' per il disgusto che gli provocavano la monarchia e gli antifascisti, un po' nella speranza che il fascismo repubblicano risvegliasse l'«animo nazionale» degli italiani. Cfr. c. MAFFEI, I vedovi di Pavese, in «Il Borghese», 9 settembre 1990, pp. 35 sgg.; C. DIONISOTTI, Per un taccuino di Pavese, in «Belfagor», 31 gennaio 1991, pp. 1 sgg.; nonché Mussolini l'alleato, II, pp. 1367 sg. ↩
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Valga da esempio il caso di Elio Vittorini, a proposito del quale cfr. gli accenni di G. AMENDOLA, Lettere a Milano cit., pp. 91 e 496. ↩
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Per un sommario quadro, relativo in particolare ai membri dell'Accademia d'Italia, cfr. E. AMICUCCI, I 600 giorni di Mussolini (Dal Gran Sasso a Dongo), Roma 1948, pp. 196 sgg. ↩
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Cfr. MUSSOLINI, XXXII, pp. 264 sgg. (11 novembre 1943). ↩
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I primi attacchi, violentissimi, a Gentile furono mossi subito dopo l'8 settembre da Radio Monaco, auspice quasi certamente Giovanni Preziosi. Ad essi seguirono altri su alcuni giornali; l'apice degli attacchi fu però raggiunto dopo che si sparse la notizia che Gentile era stato ricevuto da Mussolini (17 novembre), questi, pochi giorni dopo, lo nominò presidente dell'Accademia d'Italia e il filosofo aveva rilasciato una intervista a «La Nazione» (10 dicembre) nella quale aveva affermato la necessità di «cercare e valorizzare tutto ciò che faciliti e affretti la conciliazione e l'unione degli animi» (un concetto che con toni diversi avrebbe ribadito sul «Corriere della sera» il 28 dicembre in un articolo significativamente intitolato Ricostruire e nell'editoriale del primo numero della nuova serie de la «Nuova Antologia», il 1° gennaio 1944). Violentissimi furono in particolare quelli apparsi su «Il Fascio» di Milano il 27 novembre e nelle settimane successive (nei quali fu accusato tra l'altro di essere stato disposto a collaborare col governo Badoglio e di aver fatto dell'Enciclopedia, una «casa di ebrei»), su «Il Regime fascista» e su «La Sera». Una lettera di protesta inviata da Gentile al «Corriere della sera» fu pubblicata dal quotidiano milanese (16 gennaio 1944), che però da quel momento gli sospese di fatto la collaborazione precedentemente concordata. Contemporaneamente veniva in pratica affossata quella che era stata per quasi un ventennio la sua intrapresa culturale piú importante: l'Enciclopedia Italiana (alla cui testa era stato posto come commissario straordinario Guido Mancini), che, con la scusa di trasferirla al nord, fu interrotta e privata di tutti i suoi mezzi finanziari ed editoriali. Cfr. B. GENTILE, Dal discorso agli italiani alla morte, in Giovanni Gentile. La vita e il pensiero, Firenze 1951, IV, pp. 36 sgg.; L. CANFORA, La sentenza Concetto Marchesi e Giovanni Gentile, Palermo 1985, pp. 96 sgg.; E. G. LAURA, L'immagine bugiarda cit., pp. 113 sgg., G. GENTILE - F. PINTOR, Carteggio cit., pp. 424 sgg. ↩
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L'ostilità nei confronti degli intellettuali era cosí diffusa che se ne trovano tracce anche nel «taccuino segreto» di Pavese, in cui si legge: «Gli intellettuali hanno contato troppo nella vita italiana. Essi sono vili, litigiosi, vanitosi. Bisogna tornare allo Stato, alle personalità politiche, superiori a quelle della cultura. Dicono che sarebbe barbarie, ma non è vero. Sarebbe ordine». ↩
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ACS, R. FARINACCI, b. 17, fasc. 82. ↩
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Secondo i dati raccolti dalla federazione milanese del Pfr, dal 25 luglio all'8 settembre in provincia di Milano i fascisti o ritenuti tali uccisi furono 7, i feriti 91, i cacciati dal lavoro 7190. I danni ad abitazioni ammontarono a 12 milioni, le abitazioni dalle quali i fascisti furono cacciati furono 345; cfr. V. COSTA, Memorie, 1943-44, f. 267, in Archivio V. Costa. ↩
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Cfr. L'Italia dei quarantacinque giorni cit., pp. 262 sg. ↩
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Per un caso non urbano, quello di Armando Paoli, autoproclamatosi il 20 settembre segretario del ricostituito fascio di Greve in Chianti; cfr. C. BALDINI, La seconda guerra mondiale da Greve in Chianti a Firenze, I, Firenze 1994, pp. 28 sg. Va comunque notato che i casi di maggior efferatezza si ebbero, piú che nei centri agricoli e minori, nei maggiori e soprattutto nelle grandi città. ↩
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Con termini molto piú cauti di quelli usati da Rahn e senza far riferimento esplicito alla «banda Carità», il 27 dicembre 1943 il questore di Firenze riferiva in forma riservatissima al capo della polizia:
«La ripresa fascista, sotto la forma repubblicana sociale, non è stata e non è facile. Nei pri- missimi tempi, l'affrettata mobilitazione e organizzazione delle forze fasciste, per fronteggiare l'opera deleteria e pericolosa dei dilaganti movimenti filo-inglesi e, soprattutto, comunisti, ha dato luogo a qualche illegalità od eccesso, specie ad iniziativa di gregari piú fanatici, il che è stato sfruttato dalla propaganda avversaria a danno del Regime» (ACS, Min. Interno, Direz. gen. PS, Div. affari gen. e ris., 1944-45, b. 4, fasc. C2, sottof. «Firenze»).
Sulla banda Carità cfr. C. FRANCOVICH, La Resistenza a Firenze, Firenze 1961, passim. ↩ -
«Le pressioni esercitate dai soliti ex massoni, dalle solite contesse nei salotti, le esagerazioni portate dalla fantasia italiana, molto ricca in proposito, dalla bastonatura che diventa omicidio, agli schiaffi che diventano tortura, sono argomenti all'ordine del giorno che portano i capi delle provincie alla repressione di tutte quelle che possono essere le energie nazionali, quelle energie, Duce, che Voi non potete aver dimenticato che nel 1919, 1920, 1921, 1922 Vi hanno messo in condizione di diventare il Capo della Patria, quelle stesse energie che furono stroncate da un'opera intelligente della massoneria e dell'aristocrazia italiana, sono oggi nuovamente incatenate» (ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 26, fasc. 185/R, «Gildo Simuni - Mario Carità», rapporto a Mussolini, Firenze, 14 dicembre 1943). ↩
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V. COSTA, Memorie cit., f. 268. ↩
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Su Giuseppe Dongo squadrista di Casale Monferrato, fondatore, sembra, del fascio di Novara nel 1920, corrispondente negli anni immediatamente successivi de «Il popolo d'Italia»; passato all'Ufficio stampa del Pnf e quindi funzionario nel Veneto della Confederazione dei lavoratori dell'agricoltura (che lasciò per ragioni di salute, nel 1937-38), sino al 25 luglio piccolo funzionario della federazione di Roma, cfr. E. AMICUCCI, I 600 giorni di Mussolini cit., p. 38. ↩
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Per il Palladino, si potrebbe pensare ad un errore di trascrizione del suo nome e identificarlo con Alessandro Palladini, squadrista aquilano, console medico della Mvsn, dal dicembre 1940 consigliere nazionale, nel 1942-43 capo della Direzione centrale di sanità al comando generale della Milizia e, durante la Rsi, membro del direttorio del Pfr e direttore generale della Sanità. ↩
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ACS, Presidenza Consiglio dei Ministri, Gabinetto, 1940-43, fasc. 1.1.2/24641. Sempre per quel che riguarda Calvi di Bergolo, è da ricordare che, appellandosi all'accordo con i tedeschi in forza del quale era stata istituita la «Città aperta», egli cercò (senza però riuscirvi, dato che Stahel gli fece sapere di aver ricevuto un ordine in proposito da Berlino) di impedire che Pavolini prendesse la parola in pubblico e, dopo il discorso, fece sapere di volersi dimettere perché il segretario del Pfr aveva attaccato nel corso di esso «le istituzioni». Essendosi verificato subito dopo un grave incidente all'interno di un ospedale militare tedesco tra militari italiani e tedeschi in cui sei di questi ultimi erano stati uccisi e avendo Kesselring per rappresaglia chiesto la consegna di seimila italiani atti alle armi da tradurre in prigionia, il generale tornò sulla sua decisione per non inasprire vieppiú la situazione offrendosi però personalmente come ostaggio e ricorrendo a Rahn dal quale, alla fine, ottenne la revoca della richiesta di Kesselring. AUSSME, N-1-11, Diari storici 2ª G.M., b. 3012, «Documenti Commissione d'inchiesta sulla difesa di Roma», fasc. «Generale di divisione Carlo Calvi di Bergolo». ↩
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Il Reparto speciale della polizia repubblicana, comunemente nato come «banda Koch», operò soprattutto a Roma e poi a Milano. Le sue vicende non sono state mai effettivamente ricostruite, nonostante la «banda Koch», oltre ad essersi macchiata di orribili crimini e violenze, sia stata piú volte al centro di un complesso giuoco sia tra ambienti italiani e tedeschi, sia di gruppi di potere all'interno di tali ambienti. Per quel che riguarda il versante fascista, la «banda Kock» pare si muovesse soprattutto nella sfera di Buffarini Guidi (cosí come per quello tedesco nella sfera di Kappler), ma non è escluso che in qualche circostanza anche Mussolini si sia servito di essa per attività informativo-spionistiche sul conto di elementi dei quali diffidava. Duri furono i contrasti con Borghese e la X Mas, che accusò Koch di ordire un complotto (che Koch si vantò di aver fatto fallire riuscendo a creare uno stato di disorientamento e di disaccordo all'interno della X) per portare al potere lo stesso Borghese (sostenuto, sempre secondo Koch da elementi del controspionaggio tedesco). Altrettanto duri quelli con la «Muti», dalla quale alla fine, il 24 settembre 1944, Koch e un certo numero di suoi uomini vennero arrestati. Cfr., in mancanza di altro, A. LUALDI, La Banda Koch. Un aguzzino al servizio del Regime, Milano 1972. ↩
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Per la vicenda del fascio romano cfr. E. AMICUCCI, I 600 giorni di Mussolini cit., pp. 30 sgg.; A. NORELLI, Il ministro Domenico Pellegrini-Giampietro nel tramonto del fascismo, Napoli 1992, pp. 98 sg.; E. F. MOELLHAUSEN, La carta perdente. Memorie diplomatiche 25 luglio 1943 - 3 maggio 1945, Roma 1948, pp. 166 sgg. e 128; C. TRABUCCO, La prigionia di Roma. Diario dei 268 giorni dell'occupazione tedesca, Torino 1954, pp. 118 sg., 123 sgg. e 135; S. BERTOLDI, Salò. Vita e morte della Repubblica Sociale Italiana, Milano 1976, pp. 390 sg. e 393 sgg. dove è pubblicato un memoriale scritto da Bardi dopo l'arresto in cui questi vantava la sua «poliedrica» attività e difendeva la sua «azione bonificatrice»), che lascia capire che tra i protettori di Bardi ci sarebbe stato anche Buffarini Guidi, ricattato da Bardi; N. COSPITO - H. W. NEULEN, Salò-Berlino: l'alleanza difficile. La Repubblica Sociale Italiana nei documenti segreti del Terzo Reich, Milano 1992, pp. 253 sg.; ACD, Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Segreteria generale 1943-1945, fasc. «Biblioteca» (per il progettato «governo provvisorio»); ACS, B. SPAMPANATO, b. 2, lettera «riservata» di B. Spampanato, U. Guglielmotti, Vittorio Curti, Enrico Santamaria e Francesco Scardaoni a Mussolini, 29 gennaio 1944 («L'assenza ufficiale del governo aveva già depresso da qualche mese il tono della vita romana. Tale assenza fu ancora piú rilevata per i fatti di Palazzo Braschi, che sconvolsero letteralmente i promettenti inizi di ripresa del fascismo repubblicano di Roma, e di cui ancora oggi si risentono le tristi conseguenze per il diaframma creatosi tra Fasci e popolazione...»); BM, RH 2, b. 1663, bl. 3-18, rapporto in data 16 dicembre 1943 del col. Jandl («Il 26.11.43 si effettuò un'azione di polizia a Roma a mezzo della PAI (Polizia Africa Italiana) arrestando il prefetto di Roma Bardi e un altro pezzo grosso di nome Pollastrini (generale della Milizia a R.) insieme con 40 analoghi ceffi. Questi individui avevano installato a Roma, in qualità di nuovi dirigenti politici, un regime di terrore della peggior specie, ed arrestavano indiscriminatamente persone che ricattavano e talvolta seviziavano. A questo scopo si erano attrezzati una “lubjanka” personale, da dove dirigevano le loro imprese e dove esercitavano la loro “giustizia”. È stata però necessaria una forte e decisa pressione tedesca perché le autorità italiane si decidessero finalmente ad intervenire. Questa decisione fece ottima impressione sull'opinione pubblica, ma purtroppo si perdette l'occasione di sfruttare propagandisticamente l'effetto tonificante dell'azione. Ho riferito su questo argomento al Duce al mio ritorno da un breve viaggio informativo a Roma, dopo di ché alla fine venne diramato un comunicato stampa sugli avvenimenti che erano già di dominio pubblico. In questo modo però si realizzava solo il principio di fare piazza pulita senza riguardi anche nei propri ranghi (almeno teoricamente, perché finora non si può [infatti] assolutamente parlare di un'applicazione generale di questo principio, anche a causa che le forze dell'esecutivo di sicurezza non sono ancora sufficientemente rafforzate e nemmeno tanto numerose. È stata inoltre sciolta il 7.12 la Polizia Federale (una specie di polizia del partito fascista). Essa era una organizzazione di rivoluzionari che non contribuiva, ma unicamente minacciava, al mantenimento dell'ordine pubblico».
La vicenda della «banda Bardi» fece rumore anche all'estero, tanto che la «Gazette de Lausanne» dette notizia sia della nomina di Pizzirani che dell'arresto dei «quaranta». ↩ -
L. VALIANI, Tutte le strade conducono a Roma, Firenze 1947, p. 203. ↩
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R. BIANCHI BANDINELLI, Dal diario di un borghese e altri scritti, Milano 1962, p. 123. ↩
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Sulla partecipazione delle donne alla vita politica e militare della Rsi manca uno studio d'insieme. Cfr. per l'aspetto soprattutto militare M. FRADDOSIO, Donne nell'esercito di Salò, in «Memoria», giugno 1982, pp. 59 sgg.; ID., La mobilitazione femminile: i Gruppi fascisti repubblicani femminili e il SAF, in «Annali della Fondazione Luigi Micheletti», n. 2, 1986 (La Repubblica sociale italiana 1943-1945), pp. 257 sgg.; ID., La donna e la guerra. Aspetti della militanza femminile nel fascismo: dalla mobilitazione civile alle origini del Saf nella Repubblica Sociale Italiana, in «Storia contemporanea», novembre-dicembre 1989, pp. 1105 sgg. ↩
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Cfr. Squadrismo, in «Brigata Nera “5. Rizzardi”», 2 ottobre 1944. ↩
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Cfr. E. A. ALBERTONI, Quelli dell'altra parte, in «Il paradosso», gennaio-marzo 1960, p. 36. ↩
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Nell'impossibilità di tracciare un profilo sociologico dei fascisti in armi nelle varie formazioni non inquadrate nell'Esercito, utili elementi per un discorso il piú possibile storico sono offerti da M. SORESINA, Gli arditi della Legione autonoma mobile Ettore Muti. Materiali per uno studio sociologico, in «Annali», 1993, n. 2, dell'Istituto milanese per la storia della resistenza e del movimento operaio, pp. 325 sgg. Sulla base dei dati disponibili esaminati dal Soresina risulta che il 12 per cento degli arruolati (in larga misura milanesi e lombardi di nascita o di residenza) era di età inferiore ai diciotto anni e il 37,6 per cento tra i diciotto e i ventiquattro anni. ↩
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Cfr. A. DAMIANO, Rosso e grigio cit., pp. 119 sgg., 143 sg. e 158 sgg., e soprattutto, per i partigiani, B. FENOGLIO, I ventitre giorni della città di Alba, Torino 1992, pp. 8 sg.: «di divise ce n'era per cento carnevali...» ↩
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G. UNGARETTI, Vita di un uomo. Saggi e interventi, Milano 1974, p. 821. ↩
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V. COSTA, Memorie cit., f. 418. ↩
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Caratteristico è il caso di Aristide Sarti. Studente universitario, fu il primo segretario reggente del fascio repubblicano di Bologna, carica che, deluso dalla piega politica delle cose, lasciò però pochi mesi dopo motivando la sua decisione con la volontà di «rientrare nei reparti dell'aviazione militare». Paolo Fortunati (allora professore presso l'Istituto di statistica dell'Università di Bologna e responsabile del gruppo clandestino comunista «Antonio Labriola»), con cui Sarti, che doveva aver capito le sue idee e la sua attività clandestina, nel marzo 1944 si laureò con una tesi sull'origine, gli sviluppi e l'insufficienza della borghesia italiana, ha narrato i suoi rapporti con lui soffermandosi in particolare sul loro ultimo incontro verso gli inizi della seconda metà del 1944: «non molto tempo dopo Sarti comparve di nuovo improvvisamente all'Istituto, e ancora in divisa. Lo guardai interrogativamente. Egli disse subito: “Sono venuto a salutarla, a ringraziarla della prova di fiducia riposta nella mia lealtà e a confidare a lei che ho capito di avere sbagliato. Ma non so ancora se anche voi non sbagliate o non sbaglierete”.
Iniziò allora un drammatico colloquio, che è impossibile ricostruire. Il giovane martellava: “Chi ha sbagliato deve pagare di persona”. Io insistevo “Ma tu hai già pagato facendo la guerra...” Nulla da fare. “Vieni con me, via da Bologna, penserai con calma alla nuova strada da battere...” “No”. E poi, tutto d'un fiato: “Ecco la lista delle persone da cui lei e gli uomini come lei devono guardarsi. Ecco la lista degli ostaggi che hanno progettato di prelevare e di fucilare alla prima occasione ritenuta opportuna. Lei è il... preferito nella lista!” Feci per trattenerlo: si strappò di colpo dal mio braccio, mise sul tavolo le due liste e uscí quasi di corsa. Non lo rividi piú.
Poco prima della liberazione di Bologna, con un aereo da caccia si buttò a corpo morto su una grossa formazione anglo-americana di bombardieri...» (cfr. la testimonianza dello stesso Fortunati, in La Resistenza a Bologna. Testimonianze e documenti, a cura di L. Bergonzini, I, Bologna 1967, p. 320).
Un caso tutto diverso, ma altrettanto significativo, è quello del successore, dal 10 dicembre 1943, di Sarti al vertice del fascio di Bologna, Eugenio Facchini (che sarebbe stato ucciso dai Gap un mese e mezzo dopo): prima aveva fatto parte della «fronda» dell'«Architrave», poi, durante i quarantacinque giorni, aveva aderito, in quanto «soreliano», alla locale organizzazione del Psiup; costituitasi la Rsi, fu però con essa, attratto, per quel che se ne sa, dai suoi propositi di rinnovamento sociale. Cfr. N. S. ONOFRI, I socialisti bolognesi nella Resistenza, Bologna 1964, pp. 187 sg. ↩ -
Cfr. A. SOFFICI, Sull'orlo dell'abisso, in A. SOFFICI - G. PREZZOLINI, Diari 1939-1945, Milano 1962, p. 190. ↩
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Cfr. P. CONTI, La gola del merlo, Firenze 1983, p. 454. ↩
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Cfr. «La Stampa» del 15 aprile 1994. ↩
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Sui giovani e il clima nel quale vivevano molte famiglie borghesi anche non fasciste o addirittura antifasciste cfr. i ricordi e le finissime osservazioni, autobiografiche e no, di G. SASSO, La fedeltà e l'esperimento, Bologna 1993, pp. 195 sgg., 203 sgg. e 94 sg. ↩
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Testimonianza di Antonio Melega. ↩
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V. COSTA, Memorie cit., f. 257. ↩
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Ibid., f. 277. La stessa valutazione è stata data da E. CANEVARI, Graziani mi ha detto, Roma 1947, p. 173: «la gioventú che difese la Repubblica sino all'ultimo agí sul piano nazionale e cioè contro la resa badogliana, non già sul piano sociale e tanto meno sul piano politico, cosa che Mussolini non comprese o non volle comprendere». Allargando il discorso, Canevari (ibid., pp. 169 sgg.) ha sostenuto che la «borghesia patriottica» (da lui identificata nella media borghesia) aveva accolto inizialmente con entusiasmo la formazione del governo mussoliniano «della riscossa» e che essa sarebbe passata all'opposizione solo allorché tra il novembre 1943 e la primavera del 1944 si rese conto che Mussolini stava accentuando il «carattere socialista» del fascismo e della Rsi a scapito di quello nazionale e degli elementi che sentivano l'idea nazionale come superiore a tutto e non volevano un ritorno dell'«antico fascismo, peggiorato» per di piú. ↩
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Tipico è a questo proposito un appunto che Buffarini Guidi stese per Mussolini il 13 settembre, non appena avuto notizia della sua liberazione. In esso, fra l'altro, affermava:
«L'improvviso ritorno del Duce ha riaperto alla speranza e alla fiducia il cuore di tanti fedeli e devoti fascisti, finora avviliti, demoralizzati e dispersi, e ha determinato vivissima attesa anche in quella parte dell'opinione pubblica perplessa e disorientata, attesa giustificata dalla naturale se pur inconfessata fiducia nella capacità creativa e nelle possibilità risolutive del genio del Duce.
Mi permetto di farVi presente, Duce, che in questo momento piombando immediatamente, con provvedimenti decisi, nuovi, sovvertitori, rivoluzionari si potrebbe realizzare un capovolgimento nella situazione politica generale con ovvie ripercussioni sulla situazione militare.
A mio subordinato avviso i provvedimenti potrebbero essere i seguenti: Dichiarazione della decadenza della Monarchia, macchiata per ormai generalizzato convincimento, dall'onta del du- plice tradimento perpetrato verso il Regime con l'inqualificabile arresto del Primo Ministro e verso il popolo con l'ignominiosa fuga del Re e del governo in un momento tragico per il Paese.
Dichiarazione della nuova forma di governo: Repubblica socialfascista, con a capo il Duce, il quale avrebbe a sua disposizione un governo composto con criteri di perfetta aderenza politica e funzionale alle eccezionali e straordinarie circostanze» (ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 7, fasc. 32/R, «G. Buffarini-Guidi»).
Anche Gaetano Bagalà, nella già ricordata lettera del 19 settembre, si pronunciò in termini sostanzialmente non diversi, tant'è che si può affermare che la differenza fosse solo di tono: piú vago quello usato dal primo, piú esplicito ed argomentato quello del secondo. «Oggi – scriveva Bagalà a Mussolini – per poter sperare con qualche probabilità di successo in una ripresa del Fascismo occorrerebbero, come presupposto tre condizioni:
– che il popolo riuscisse finalmente a comprendere che le malefatte dei traditori e dei profittatori non hanno nulla a che vedere con l'Idea; per cui l'essere stata tradita non è una ragione per abbandonarla ma per propugnarla ancora in modo migliore;
– che gli esponenti della tentata ricostruzione fossero uomini nuovi, capaci e di largo seguito;
– che il ricostituito Fascismo potesse offrire il regno di Bengodi invece di dover richiedere lotta e sacrificio.
Ora non è chi non veda la difficoltà del concorso di tutte e tre queste condizioni: specie per quanto riguarda l'ultima.
Solo una idea nuova agitata da uomini nuovi potrebbe forse compiere il miracolo di svegliare in questi rottami umani, divenuti tutti attendisti, quel minimo di dignità umana necessaria per ritrovare la via del dovere verso la Patria, verso i nostri fedeli alleati e verso le generazioni che verranno, in obbedienza al comandamento dei nostri morti, dei nostri mutilati e dei nostri stessi prigionieri.
Questa Idea nuova dovrebbe essere quella del vero Fascismo adattato alle nuove esigenze, ma forse non dovrebbe avere piú questo nome per non fuorviare le masse ostili, con i suoi ricordi non tutti belli.
Ugualmente questa nuova idea, come non dovrebbe aver paura di chiamarsi – se del caso – socialismo o addirittura comunismo, non dovrebbe nemmeno aver paura di pacificarsi con l'Idea staliniana, che sempre piú abbandona il folle estremismo bolscevico originario, marca Lenin.
Solo a questa condizione si potrebbe disporre di una grande forza attinta alle masse proletarie.
Oggi, per colpa della ricchezza troppo sfacciatamente egoista e indisciplinata, sempre sorda ai doveri dell'ora verso le classi povere e verso i combattenti, pronta a vendere all'asta la Patria a quel nemico che le avesse garantito la maggior quantità di agi, ha suscitato nelle masse un odio tale che anche chi sa o suppone cosa sia bolscevismo lo invoca come la piú giusta e la piú adatta punizione di questa ricchezza solo avida di affari, di denaro e di piaceri, qualunque ne sia la loro fonte, sia pure quella del disonore e del tradimento» (ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 1, fasc. 8/R, «G. Bagalà»). ↩ -
Sulla stampa fascista di periferia, la piú importante per ricostruire lo stato d'animo dei giovani e dei giovanissimi che aderirono al Pfr, le sue manifestazioni piú significative e la sua evoluzione, mancano studi approfonditi. Utili elementi sono offerti da alcuni sondaggi. Cfr. S. CARLI BALLOLA - L. CASALI, Alla ricerca del consenso. La stampa fascista e antifascista nel 1943-44, in Linea gotica 1944. Eserciti, popolazioni, partigiani, a cura di G. Rochat, E. Santarelli e P. Sorcinelli, Milano 1986, pp. 537 sgg., e soprattutto M. ISNENGHI, Verso una stampa post-fascista. Episodi di giornalismo marchigiano (1943-1944), ibid., p. 565, nonché ID., Stampa del fascismo estremo in area veneta. Tracce e reperti, in Tedeschi partigiani e popolazioni nell'Alpenvorland (1943-1945), Venezia 1983, pp. 117 sgg. ↩
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In una relazione a Mussolini del 23 marzo 1944 il capo della polizia scrisse a questo proposito:
«Ai primi di ottobre 1943, subito dopo le prime annunciazioni programmatiche del P.F.R., si manifestò tra elementi giovani del Fascismo ed alcuni elementi democratici la tendenza a ricercare i punti di una possibile intesa sul piano del regime repubblicano. Dei sondaggi furono fatti, qualche prudente contatto fu preso, ma nessun passo avanti fu compiuto, avendo quelli di parte democratica constatato che tutto tornava a svolgersi come prima: spedizioni punitive come a Ferrara, rimessa in auge dello squadrismo, fermi ed arresti di vecchi antifascisti, posti preminenti affidati ai soli tesserati senza nessuna pregiudiziale di competenza» (ACS, Min. Interno, Direz. gen. PS, Segreteria part. del Capo della Polizia, RSI, b. 56). ↩ -
Cfr. per esempio G. BOCCA, La repubblica di Mussolini cit., pp. 17 e 75 sgg.; G. PANSA, Guerra partigiana tra Genova e il Po. La Resistenza in provincia di Alessandria, Bari 1967, pp. 57 sgg.; E. BRUNETTA, Correnti politiche e classi sociali alle origini della Resistenza nel Veneto cit., pp. 75 sgg., nonché Le formazioni GL nella Resistenza. Documenti settembre 1943 - aprile 1945, a cura di G. De Luna, P. Camilla, D. Cappelli e S. Vitali, Milano 1985, pp. 42 sgg. ↩
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Sulla composizione del Pfr i dati disponibili sono assai scarsi. Un valore solo largamente indicativo, trattandosi di una provincia diffusamente urbanizzata e dove erano affluiti elementi da molte altre provincie, possono comunque avere quelli relativi alla federazione di Milano:
Uomini dai 17 ai 40 anni 8 967 dai 41 ai 55 anni 3 387 oltre i 55 anni 3 150 totale 15 504 Donne dai 17 ai 40 anni 3 133 oltre i 41 anni 815 totale 3 948 ====== Totale uomini e donne 18 452Secondo V. COSTA, Memorie cit., f. 289, oltre a costoro vi sarebbero stati altri 1274 fascisti «milanesi» non iscritti al partito, «non avendo tempo di farlo», arruolatisi nelle Compagnie della morte, nel 3° Bersaglieri e nelle SS tedesche. La «Muti» avrebbe contato a sua volta 1100 uomini, ai quali se ne sarebbero aggiunti altri 380 nell'aprile 1945. ↩
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A tutto il 25 aprile 1945 la federazione di Milano procedette a 496 espulsioni, 24 denuncie ai tribunali civili e militari, 103 punizioni con detenzione (o nel campo di concentramen- to di Lumezzana, nel bresciano o nella «Casa di punizione» sita nella ex Casa del Fascio del Rione Baggio), 6 espulsioni con invio ai lavori obbligati in Germania e a 4 fucilazioni. Cfr. V. COSTA, Memorie cit., ff. 413 sgg., nonché le notizie apparse su «Repubblica fascista», soprattutto nel maggio-luglio 1944, ché poi Mussolini non volle fosse piú data pubblicità a questo genere di provvedimenti ritenendo potesse risultare controproducente. ↩
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Riferendosi alla situazione di Milano, V. COSTA, Memorie cit., f. 265, ha scritto a proposito del primo commissario federale ambrosiano: «Forse se Aldo Resega avesse inizialmente estromesso dai nuovi aderenti certi elementi dal passato molto discusso, indubbiamente avremmo potuto avere la collaborazione di fascisti capaci nella organizzazione». ↩
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Indicativo è a questo proposito un rapporto del 31 dicembre 1943 del questore di Torino al capo della polizia. In esso si legge: «Sorta la Federazione Repubblicana venne costituito un nucleo di polizia federale con pieni poteri sotto la guida di comandanti improvvisati e gregari raccogliticci gli uni e gli altri spesso con un passato sotto ogni riguardo pessimo e qualcuno giudiziariamente dichiarato delinquente abituale e fresco reduce da casa di lavoro. Di fronte agli evidenti abusi che non potevano mancare da parte di elementi che per forza di circostanze erasi dovuto in un primo tempo reclutare senza possibilità di scelta, fu opportunamente disposto lo scioglimento mentre andava costituendosi la Guardia Repubblicana. Tale costituzione appare tuttavia troppo lenta di fronte alla impellenza dei complessi bisogni sentiti dalla popolazione e soprattutto di tutela della persona e dei beni contro facinorosi d'ogni genere camuffati da patrioti e da gente al servizio di questo o quel comando nazionale o germanico» (ACS, Min. Interno, Direz. gen. PS, Div. affari gen. e ris., 1944-45, b. 7, fasc. C2, sottof. «Torino»). ↩
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Sulla cultura saloina, in senso proprio e in senso antropologico, mancano studi scientifici ai quali fare riferimento. Quel pochissimo che è stato fatto tende a collocarne tutte le manifestazioni sotto il denominatore della propaganda (cfr. per es. M. ISNENGHI, Parole e immagini dell'ultimo fascismo, in 1943-45. L'immagine della Rsi nella propaganda, Milano 1985, pp. 11 sgg.) o riguarda in generale gli intellettuali e singole strutture o istituzioni culturali (cfr. E. G. LAURA, L'immagine bugiarda cit. e in particolare pp. 97 sgg.); T. M. MAZZATOSTA, Educazione e scuola nella Rsi, in «Storia contemporanea», febbraio 1978, pp. 63 sgg.). Della produzione libraria e della pubblicistica (piccoli libri e opuscoli), sia di quella patrocinata dal ministero della Cultura popolare e da singole organizzazioni del Pfr o ad esso collegate (le iniziative piú importanti in quest'area furono le Edizioni erre e le Edizioni popolari) sia di quella edita da case editrici commerciali, manca persino un censimento preliminare. Allo stato della documentazione si può comunque affermare che se non videro la luce opere di un certo respiro ed impegno (l'unica eccezione ne fu quasi certamente costituita dal grosso saggio storico-politico di Luigi Pareti Passato e presente d'Italia, gli ultimi capitoli del quale costituiscono il primo tentativo di tracciare una storia «critica» della sconfitta militare e un profilo della «resurrezione» saloina) i temi maggiormente trattati, oltre a quelli del tradimento del re e di Badoglio e della socializzazione, furono la vita dell'Italia «occupata», i bombardamenti aerei anglo-americani, l'atteggiamento del clero, il bolscevismo (le Edizioni erre pubblicarono tra l'altro nel 1944 il Ritratto di Stalin di Victor Serge) e le condizioni politiche, sociali ed economiche nelle quali si sarebbe venuta a trovare l'Italia se gli Alleati avessero vinto la guerra. Numerosi furono altresí i libri e gli opuscoli su Mazzini, Pisacane e Corridoni (questi ultimi ad iniziativa essenzialmente di gruppi sindacalisti fascisti di sinistra). Su Mazzini furono ripubblicate vecchie opere come quelle di A. GHISLERI, Giuseppe Mazzini e gli operai (Milano 1945), di R. MIRABELLI, Mazzini (Varese 1944) e quella, piú recente, di G. NICOLETTI, Modernità di Mazzini (Brescia 1944), nonché numerosi saggi, tra i quali quelli che riscossero il maggior successo furono probabilmente il Mazzini (Venezia 1944) e l'Introduzione a Mazzini (Milano 1945) di Gaetano La Terza. Quanto a Pisacane, merita di essere ricordata per la prefazione di Alberto Giovannini la riedizione del terzo Saggio sulla rivoluzione (Milano 1945).
Ancor meno studiata la cultura saloina è stata sotto il profilo antropologico. I pochi approcci in questo senso non sono andati oltre una serie di generalizzazioni (fortemente caratterizzate ideologicamente e politicamente) costruite assai spesso non su un'analisi delle fonti repubblicane, ma sull'immagine che dei fascisti avevano gli antifascisti. Da qui una immagine indifferenziata che non di rado è stata costruita sulla base di elementi marginali, quali, per esempio, le canzoni, gli inni dei reparti armati repubblicani, o che attengono talvolta, piú che al periodo della Rsi, a quello successivo del «reducismo» fascista. Caratteristica è in questo senso l'eccessiva importanza che – sulla base di un accenno, che oltre tutto si riferisce al post repubblica, di Carlo Mazzantini nel suo romanzo autobiografico A cercar la bella morte – negli ultimi anni è stata data a I proscritti di Ernst von Salomon, sino a vedere una sorta di «comunanza culturale» tra i combattenti di Salò e gli uomini dei corpi franchi tedeschi del primo dopoguerra. Una «comunanza» che, a nostro avviso, presenta molti punti deboli, in particolare, per la pretesa che ne discende di estendere ai piú dei combattenti repubblicani uno stato d'animo, una «cultura» che erano patrimonio solo di una parte di essi (e neppure di quella piú numerosa), come dimostrano la memorialistica saloina e soprattutto la diaristica (meno inquinata in genere dalla mitizzazione a posteriori di quel tempo «eroico»). ↩ -
Cfr. S. RUINAS, Pioggia sulla Repubblica, Roma 1946, p. 26: «Evidentemente la lezione del 25 luglio non era servita a nulla se riaffiorava la mentalità staraciana, ottusa e letale. Si ostentava il distintivo all'occhiello e si sentivano discorsi di questo genere: “Io mi sono iscritto il 12 settembre, io il 13, io il 14...” e cosí via. Si era tornati alla politica delle date. Come prima e peggio di prima si faceva questione di tessera e non già di sostanza e di meriti. I posti di comando e di responsabilità venivano distribuiti secondo questi assurdi e urtanti criteri». ↩
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A livello di governo caratteristiche furono le diffidenze e le ostilità che circondarono sia da parte tedesca che dell'intransigentismo il ministro della Giustizia Piero Pisenti, un vecchio fascista friulano che nei primi anni del fascismo aveva ricoperto vari importanti incarichi ed era stato per la sua indipendenza di giudizio e il suo legalitarismo ben presto emarginato (e, sia pur per brevi periodi, sospeso ed espulso dal Pnf) e che aveva portato nell'assolvimento del suo nuovo incarico lo stesso spirito scontrandosi per questo piú volte con il partito. Per maggiori elementi cfr. P. PISENTI, Una Repubblica necessaria cit., in cui sono utilizzate e rifuse varie sue memorie difensive redatte in occasione del processo per collaborazionismo a cui fu sottoposto nel dopoguerra e dal quale uscí assolto, tra le quali: Memoriale in difesa dell'avv. Piero Pisenti; I miei rapporti con la Magistratura; La mia battaglia in nome della Giustizia contro Pietro Koch, la sua banda e la polizia tedesca. ↩
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Cfr. F. BALISTI, Da Bir el Gobi alla Repubblica Sociale Italiana, Abano Terme 1986, specialmente pp. 109 sgg. Parte del testo delle memorie era già apparso in Dalle «Memorie» di Fulvio Balisti: un dannunziano di fronte alla crisi del 1943 e alla Repubblica Sociale Italiana, a cura di R. De Felice, in «Storia contemporanea», giugno 1986, pp. 474 sgg. e in particolare la presentazione a pp. 469 sgg. ↩
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ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 26, fasc. 188/R, «C. Scorza». ↩
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ACS, Min. Interno, Direz. gen. PS, Div. affari gen. e ris., 1944-45, b. 4, fasc. C2, sottof. «Firenze». ↩
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ACS, Min. Interno, Direz. gen. PS, Segreteria part. del Capo della Polizia, RSI, b. 56, relazione al «duce», 1° maggio 1944. ↩
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Alla vigilia dell'ordine di mobilitazione generale degli iscritti al Pfr (4 aprile 1945) esistevano Brigate nere nelle sedi di cui alla tabella di p. 142. [La tabella è ripresa dalle Memorie cit. di V. COSTA, f. 605, integrata e corretta, per la denominazione delle Brigate ed i nomi dei comandanti, nonché per le sedi delle Brigate mobili, con i dati riportati da R. LAZZERO, Le Brigate nere, Milano 1983, quando questi sono risultati piú attendibili. N. d. R.].
Gli effettivi delle Brigate nere si accrebbero dopo l'ordine di mobilitazione generale mediamente del 18-20 per cento.
Altre Brigate nere, su cui mancano notizie attendibili, esistevano a Morbegno (la Garibal- di), a Sancino (la Gentile), a Trieste (la Cividino e la Cossetto, quest'ultima tutta femminile) e a Udine. Ad esse si deve aggiungere infine, la Marche, in via di costituzione.
La forza complessiva delle Brigate nere (di cui era comandante generale nella sua qualità di segretario del Pfr Pavolini) prima della mobilitazione generale ammontava a circa 37 000 uomini.
Brigate nere erano state costituite anche a Apuania, Arezzo, Firenze, Lucca, Pisa e Pistoia. Con l'avanzata alleata esse si ritirarono verso nord dove, in genere, furono sciolte, e i loro effettivi assorbiti da altre Brigate nere. Per ulteriori notizie, non sempre però precise, cfr. R. LAZZERO, Le Brigate Nere cit. Sulla Carroccio, poi Resega (il cambiamento di nome fu determinato dalle proteste tedesche) molte notizie in V. COSTA, Memorie cit., ff. 352 sgg. Alla Brigata affluirono dopo l'ordine di mobilitazione generale 1957 nuovi elementi, i suoi caduti furono complessivamente 1420. ↩ -
In un rapporto segreto sull'atteggiamento della popolazione italiana inviato a Berlino il 28 dicembre 1943 dagli uffici di Rahn «l'inesistente fiducia nel sistema fascista» è sintomaticamente attribuita non solo allo «sfascio interno» dell'Italia, ma anche alla «corruzione dei dirigenti» fascisti: «il nuovo partito fascista repubblicano e il governo sono dovunque respinti perché in essi non c'è alcun uomo e perché frequentemente si verificano arbitri e atti di terrorismo... e l'attuazione delle leggi emanate non ha luogo». Né questo giudizio mutò nei mesi successivi, quando la situazione interna del partito si venne consolidando. «L'atteggiamento negativo verso il fascismo e il partito sostanzialmente non è cambiato» riferiva il 9 febbraio 1944 l'estensore del precedente rapporto. E a lui faceva eco il 23 agosto il comandante della polizia di sicurezza e del SD in Italia: «Non si attenua... l'insoddisfazione del popolo italiano nei confronti del governo e delle autorità. I dirigenti vengono accusati di praticare ancora i vecchi metodi che hanno condotto al 25 luglio e di non adottare i provvedimenti che la gravità del momento richiede» (cfr. N. COSPITO - H. W. NEULEN, Salò-Berlino: l'alleanza difficile cit., pp. 256, 259 e 263). ↩
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Il Movimento prese corpo alla metà di giugno ad opera soprattutto di un vecchio squadrista e commerciante in legnami, Bordin, che era stato tra coloro che subito dopo l'8 settembre avevano dato vita al fascio repubblicano torinese diventandone membro del primo triunvirato. Il primo comunicato pubblicato dal Movimento il 23 giugno mostra chiaramente la piattaforma sulla quale questo si muoveva:
«Camerati rivoluzionari,
i nemici dell'Italia proletaria hanno occupato Roma; le orde multicolori di quattro continenti, prezzolate dai plutocrati di tutto il mondo, stanno ora marciando verso il cuore stesso di questa nostra terra santificata dalla eterna fatica dell'Umile lavoro e dal sacrificio generoso dei suoi eroi; distruggono le nostre case, calpestano le nostre conquiste, danno l'assalto al nostro glorioso continente, sommergono la nostra millenaria civiltà alla quale debbono le piú alte manifestazioni dello spirito e dell'umana intelligenza.
La Repubblica Sociale, che la Provvidenza Divina offre solo ai popoli degni, è in pericolo e sarà travolta e sommersa se noi italiani, assecondando scaltri nemici, anziché porvi rimedio, continueremo la guerra fratricida ed insulsa, che divampa a tergo dei combattenti, tra scoppi di odi feroci e incomprensioni fatali.
UOMINI INETTI
sempre intempestivi, gravemente corresponsabili delle sventure delle quali il popolo tremenda-
mente soffre ed il combattente di tutte le guerre atrocemente si vergogna, si arrogano caparbia-
mente il diritto di governarci con quella incapacità, ormai dimostrata, che può soltanto condurci verso mete tenebrose, incapacità che consciamente o inconsciamente divide gli italiani fomentando la discordia civile.
ITALIANI, LAVORATORI, COMBATTENTI
In questa rovente atmosfera di tragici avvenimenti, se avete ancora sangue nelle vene e dignità di uomini nel cuore, balzate in piedi e frementi di sdegno gridate
BASTA - BASTA
con gli incapaci, con i propugnatori di una fede che è stata sempre tradita, basta con coloro che in 9 mesi di governo, dopo le esperienze dolorose del passato, non hanno saputo costituire una sola delle premesse necessarie ad un'intima coesione spirituale del popolo.
BASTA CON QUESTO P.F.R. E CON LE SUE FEDERAZIONI - BASTA
con gli uomini che nei lustri patteggiarono con la monarchia e patteggiano ancora col capitalismo e coi preti, in aperto contrasto con la rivoluzione e gli interessi dei lavoratori.
BASTA!
E dite a costoro che per riscattare l'onore e la vergogna di tutti i tradimenti e di tutte le umiliazioni, per combattere e difendere la nostra civiltà al fianco dei valorosi camerati germanici, per versare il sangue e potenziare la nostra fede nei destini di questa martoriata Italia, è necessario che
SE NE VADANO
Noi oggi vogliamo combattere e lavorare al servizio di una sola fede: l'Italia!
VOGLIAMO COMBATTERE E LAVORARE
sotto la guida degli uomini migliori e non dei favoriti, di uomini capaci, di polso sicuro e cuore saldo, tenaci, inflessibili e pugnaci.
BASTA
con coloro che dicendo di servire il Fascismo, servono assai male l'Italia. Il Fascismo è stato e rimarrà una tappa grandiosa nella storia della nostra rivoluzione, ma non una meta statistica. Il pensiero di MAZZINI e di MUSSOLINI, mai degnamente servito dagli uomini del Partito di ieri e di oggi, rappresenta un faro luminoso della nostra stirpe che polarizza l'intera umanità sofferente e diseredata; ad essi noi vogliamo apportare nuovi alimenti di luce, piú ardente calore, piú pura passione.
VOGLIAMO
perciò la collaborazione di tutti gli italiani, di qualsiasi tendenza politica e a qualunque colore appartengano, purché sappiano identificarsi e riconoscersi nel comune sacrificio e nella ansiosa comune speranza di un'Italia Repubblicana, unita ed indipendente, ed intendano
LAVORARE E COMBATTERE
per difendere la nostra civiltà dalla stretta mortale di razze a noi nettamente inferiori, per preservarci dall'imposizione intollerabile di ordinamenti esotici per cui noi italiani sentiamo una rabbiosa e istintiva ripugnanza.
ALLE ARMI ITALIANI - AL LAVORO!
per liberarci dai nemici di dentro e di fuori; per essere degni di renderci indipendenti anche dagli amici: per la Repubblica Sociale Italiana, contro la corruzione e la dilagante disonestà di uomini e sistemi, contro situazioni illecite ed anacronistiche, contro il capitalismo internazionale e le dinastie plutocratiche, contro i selvaggi che si valgono delle travagliate realizzazioni della nostra civiltà per dimostrarci la loro gratitudine distruggendone le vestigia gloriose.
Viva la Repubblica Sociale Italiana!
Viva l'Italia Proletaria Indipendente! » ↩ -
ACS, Min. Interno, Direz. gen. PS, Segreteria part. del Capo della Polizia, RSI, b. 56, appunto del 1° maggio 1944. ↩
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Cfr. L. BOLLA, Perché a Salò cit., pp. 39 sgg. ↩
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ACS, Min. Interno, Direz. gen. PS, Segreteria part. del Capo della Polizia, RSI, b. 56. ↩
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G. GENTILE, Il sofisma dei prudenti, in «Civiltà fascista», aprile 1944, pp. 35 sgg., riprodotto in Giovanni Gentile. La vita e il pensiero, IV cit., pp. 123 sgg. ↩
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L. KLINKHAMMER, L'occupazione tedesca in Italia cit., pp. 428 sg. ↩
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I. BONOMI, Diario di un anno cit., p. 100. ↩
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Tipico in questo senso è il caso dell'attentato attuato dai Gap comunisti il 23 marzo 1944 a Roma in via Rasella. Nonostante la sua importanza e le polemiche che ha suscitato, su di esso manca un vero studio a carattere storico. Le storie della resistenza romana di R. PERRONE CAPANO, La Resistenza a Roma, Napoli 1963, II, pp. 229 sgg.; E. PISCITELLI, Storia della resistenza romana, Bari 1965, pp. 295 sgg.; V. TEDESCO, Il contributo di Roma cit., pp. 437 sgg. sono tutte generiche e ripetitive. Qualche elemento in piú offrono Una inutile strage? Da via Rasella alle Fosse Ardeatine, Roma 1982, e le memorie dei principali protagonisti dell'attentato, in particolare quelle di R. BENTIVEGNA, Achtung Banditen! Roma 1944, Milano 1983, pp. 152 sgg.; F. CALAMANDREI, La vita indivisibile. Diario 1941-1947, Roma 1984, pp. 152 sgg.; G. AMENDOLA, Lettere a Milano cit., pp. 280 sgg. La narrazione di Amendola può essere utilmente integrata con quella che lo stesso Amendola aveva fatto dieci anni prima in una lettera inviata il 12 ottobre 1964 a Leone Cattani (in Archivio L. Cattani, b. 1, fasc. 4/1) in Appendice, Documento n. 2. ↩
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Sulla ricostituzione dei partiti antifascisti cfr. Mussolini l'alleato, L'Italia in guerra 1940-1943, II, pp. 797 sgg. Il Comitato nazionale delle correnti antifasciste, che il 9 settembre si tra- sformò in Comitato di liberazione nazionale (spesso definito già allora «centrale» per distinguerlo dai Cln regionali e locali sorti dopo l'armistizio sia al sud che al nord), tenne la prima riunione ufficiale il 27-28 luglio 1943.
Presieduto da I. Bonomi, nel Cln centrale i sei partiti erano rappresentati da A. De Gasperi e G. Gronchi, A. Casati e L. Cattani, P. Nenni e G. Romita, M. Scoccimarro e G. Amendola, R. Bauer e U. La Malfa, M. Ruini e G. Persico (effettivi), G. Spataro, A. Calvi, M. Zagari, G. Roveda, M. Cevolotto (supplenti). La Giunta militare fu composta da E. Chiri, M. Brosio, S. Pertini, G. Amendola, R. Bauer, M. Cevolotto; quando Pertini e Amendola si trasferirono al nord i loro posti furono presi da E. Colorni e C. Negarville. A fine gennaio del 1944, quando lo sbarco alleato ad Anzio fece pensare ad una imminente liberazione di Roma che avrebbe reso piú difficili i rapporti con il nord, il Cln delegò per l'attività politica e militare nelle regioni occupate dai tedeschi il Clnai. Dopo la liberazione di Roma l'attività del Cln si confuse di fatto con quella dei due successivi governi Bonomi.
Sul Cln centrale manca uno studio a carattere scientifico. Cfr. comunque I. BONOMI, Diario di un anno cit., pp. 43 sgg.; G. SPATARO, I democratici cristiani dalla dittatura alla repubblica, Milano 1968, pp. 223 sgg.; C. L. RAGGHIANTI, Disegno della liberazione italiana, Pisa 1975³, pp. 30 sgg.; nonché S. FENOALTEA, Una riunione clandestina del Comitato di liberazione, in «Nuova Antologia», marzo 1971, pp. 323 sgg.; L. CATTANI, Su alcune vicende del Comitato di liberazione nazionale, ivi, dicembre 1971, pp. 490 sgg.; ID., Dalla caduta del fascismo al primo Governo De Gasperi, in «Storia contemporanea», dicembre 1974, pp. 737 sgg. Notizie sulla sua attività politica e in riferimento alla lotta armata si possono trovare nelle varie storie dei singoli partiti che lo componevano e in E. PISCITELLI, Storia della resistenza romana cit.; V. TEDESCO, Il contributo di Roma cit.; nonché in G. GENZIUS [R. GUZZO], Tormento e gloria. «Verità alla ribalta», Firenze 1964, che ricostruisce le vicende dei gruppi clandestini romani e laziali non collegati e spesso in contrasto con il Cln («Bandiera rossa», Carboneria italiana, «Cola di Rienzo», anarchici, socialisti rivoluzionari, repubblicani rivoluzionari, ecc.), che avevano in vari casi preso posizione contro il governo Badoglio già durante i quarantacinque giorni e che sostenevano la necessità di opporsi sia ai tedeschi e ai fascisti, sia agli Alleati e ai loro sostenitori italiani; nonché, infine, in F. CATALANO, Storia del CLNAI, Bari 1956. ↩ -
Cfr. C. L. RAGGHIANTI, Disegno della liberazione italiana cit., pp. 56 e 261 sg. ↩
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«Il ribellismo partigiano in Italia ha avuto la sua primigenia espressione nell'immediato rigetto della realtà da parte di uomini isolati o riuniti in gruppi esigui, che spinti da irresistibile forza interiore presero le armi e salirono le montagne quando nelle città non si erano ancora approntati centri organizzativi di appoggio, di rifornimento, di direzione della lotta.
Attorno ai pochi ardimentosi, giorno per giorno altri si raccolsero fino a dar vita in embrione alle prime bande. Contavano queste, sul cominciare e nel loro assieme, non piú di alcune centinaia, forse un migliaio, di volontari accorsi da ogni parte e distribuiti lungo l'arco alpino, piú numerosi e agguerriti in Piemonte che altrove.
A capo delle stesse nella maggior parte dei casi furono consacrati dal tacito generale consenso i loro originari promotori, in quanto proprio essi davano prova di possedere capacità di organizzazione, spirito di iniziativa, prontezza nell'azione, prestigioso passato, e apparivano perciò i piú idonei ad assumere le responsabilità del comando. In effetti gli uomini spontaneamente gli ubbidivano; questo spiega il perché le bande nascevano e si autoidentificavano allora nel nome di chi ne era il capo» (G. B. STUCCHI, Tornim a baita. Dalla campagna di Russia alla Repubblica dell'Ossola, Milano 1983, p. 204). ↩ -
Cfr. G. QUAZZA, La Resistenza italiana. Appunti e documenti, Torino 1966, p. 136, in cui è riportata la seguente annotazione dello stesso Quazza in data 16 settembre: «discussioni sul contegno da seguire... la situazione si fa sempre piú grave... consegnarsi, fuggire in Svizzera, rifugiarsi sui monti?...» ↩
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A. PIZZONI, Alla guida del CLNAI cit., pp. 276 sg. ↩
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«All'improvviso, come una diga se si sfascia e libera le sue acque, la IV Armata in fuga dalla Francia invade il Cuneese. Su Cuneo rotolano forse cinquantamila uomini. Colonne di muli, cavalli, automezzi: colonne che transitano, sostano, si frammischiano. E soldati, soldati. Non un colonnello, non un generale: soltanto la folla immensa dei senza gradi. Le armi scottano, i soldati le buttano. Le divise scottano: la ricerca di abiti borghesi diventa frenetica, ossessionante. La parola d'ordine è una sola, “tutti a casa”.
A Vernante sosta un treno blindato: i marinai lo abbandonano, scappano verso Cuneo a piedi, in bicicletta, a cavallo. Nei campi di Caraglio venti carri armati efficienti, abbandonati. A Valgrana i carri-ospedale aperti al saccheggio. Nelle campagne cavalli e muli che sgroppano, liberi, di nessuno. E soldati, soldati vestiti nelle fogge piú strane, la giacca grigioverde e il pantalone borghese, scamiciati, mezzi nudi» (N. REVELLI, Introduzione a D. L. BIANCO, Guerra partigiana, Torino 1975, p. xv). ↩ -
La cassa della 4ª Armata ammontava a 840 640 000 franchi francesi e 66 141 000 lire; il generale Operti riuscí a mettere in salvo 794 600 000 franchi e 21 886 000 lire (2 milioni delle quali in monete d'argento). Di questa somma, tra l'ottobre e il dicembre 1943, versò al Cln piemontese (che ne versò a sua volta 50 milioni al Cln di Milano) 190 114 700 franchi e 11 830 000 lire; altri 45 340 000 franchi e 3 137 968 utilizzò finanziando singole formazioni partigiane.
L'Operti («di cui – come ha scritto Parri – si è detto piú male di quanto forse non meritasse») fu nel periodo resistenziale e ancora successivamente oggetto di accuse e polemiche, in buona parte ingiustificate e per valutare le quali ci si deve rifare alle vicende del tempo e in particolare ai contrasti tra coloro che, come lui, volevano dare al movimento partigiano una struttura organizzativa di tipo militare, inquadrata da militari e non da politici, e coloro e in primis i comunisti che erano nettamente contrari a ciò e volevano salvaguardare al massimo l'autonomia delle formazioni da essi completamente o in buona parte controllate. Nominato il 9 novembre 1943, dopo laboriose trattative, comandante militare delle formazioni facenti capo al Cln piemontese, l'Operti, vista l'impossibilità di esercitare la sua funzione secondo i suoi criteri militari, si dimise dall'incarico nei primi giorni del gennaio 1944 e sospese i finanziamenti al Cln; «lo conservai gelosamente sperando che qualche altra fiamma di patriottismo sorgesse ed avesse bisogno del mio aiuto». Cfr. AUSSME, N-1-11, Diari storici 2ª G.M., b. 2121/A, «Relazione Gen. Raffaello Operti intendente 4ª Armata (all'8 settembre 1943)»; R. OPERTI, Il tesoro della 4ª Armata, Torino 1948; A. TRABUCCHI, I vinti hanno sempre torto cit., pp. 60 sgg.; P. SPRIANO, Storia del Partito comunista italiano, V, La Resistenza, Togliatti e il partito nuovo, Torino 1975, pp. 197 sgg.; G. DE LUNA, Storia del Partito d'Azione (1942-1947), Milano 1982, pp. 107 sg.; F. PARRI, Scritti 1915-1975, Milano 1976, pp. 537 sg.; P. GRECO, Cronaca del comitato piemontese di liberazione nazionale (8 settembre 1943 - 9 maggio 1945), in Aspetti della Resistenza in Piemonte, Torino 1977, pp. 185 sgg. e 211 sgg.; G. AGOSTI - L. BIANCO, Un'amicizia partigiana. Lettere 1943-1945, a cura di G. De Luna, Torino 1990, passim. ↩ -
Tipico è il caso di Nuto Revelli, che solo in un secondo tempo avrebbe aderito al Partito d'azione, difficile a dire quanto per personale maturazione e quanto per l'ammirazione la stima che nutriva per Dante Livio Bianco e, in modo un po' diverso, per Duccio Galimberti. «Avevamo battezzato la nostra banda “1ª compagnia Rivendicazione caduti” – ha scritto – proprio nel ricordo delle vittime della guerra fascista. L'impostazione della banda di Boves non ci convinceva, e tanto meno ci convincevano le formazioni politiche. Per noi la Banda “Italia Libera” era soltanto la “Banda Galimberti”, per noi e per moltissimi partigiani e non partigiani del Cuneese.
Che cosa eravamo e che cosa volevamo non è facile dirlo. Guardavamo con diffidenza tutto e tutti. Io forse ero un “badogliano”, un “militare puro”: due anni di Accademia Militare, fatti sul serio, sono come due anni di seminario, lasciano il segno. Non ero piú monarchico, non credevo piú nei gradi. Ero stato fascista, avevo dovuto capire tutto da solo quando ormai era troppo tardi. Adesso vivevo nella paura di sbagliare. Il mio retroterra culturale era modesto, e non mi bastavano piú i discorsi, le belle parole. Diffidavo di chi diceva di avere previsto tutto, di capire tutto. L'apolicità era il mio rifugio» (D. L. BIANCO, Guerra partigiana cit., p. xlv). ↩ -
Cfr. L. LONGO, Un popolo alla macchia, Roma 1964, p. 57: «Le donne fanno a gara nel rifocillare gli sbandati, nel rifornirli di abiti borghesi, nell'aiutarli a trovare un rifugio... In ogni soldato le madri rivedono il figlio portato lontano dalla tempesta della guerra... I soldati che fuggono, distanti da casa, disperati e braccati, sono “poveri figli di mamma”. A differenza dei paesi balcanici, dove la parola d'ordine nei villaggi e nelle fattorie è da tempo “tutto per la Resistenza”, non può ancora giungere che debolmente dall'ambiente italiano lo stimolo della lotta...» ↩
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Cfr. D. L. BIANCO, Guerra partigiana cit., pp. xviii sg. ↩
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Cfr. M. BEGOZZI, Il signore dei ribelli. Filippo Maria Beltrami. La Resistenza nel Cusio-Ossola dal settembre 1943 al febbraio 1944, p. 209. ↩
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Secondo V. ILARI, Storia del servizio militare in Italia, IV, Soldati e partigiani (1943-1945), Roma 1991, pp. 43 sgg., gli sbandati in territorio italiano controllato dai tedeschi furono tra un milione e un milione e trecentomila circa. La Rsi ne avrebbe recuperati non piú di 100 mila. Molto inferiore sarebbe stato il numero di coloro che entrarono nelle formazioni partigiane militari, autonome e politiche e ancora inferiore quello di coloro che vi rimasero. Alla Wehrmacht sarebbero passati, secondo G. PISANÒ (Storia delle forze armate della Repubblica Sociale italiana, Milano 1967, I, p. 25) circa 180 000 sbandati; l'Ilari parla invece di circa 144 mila di cui 69 mila dell'Esercito il resto provenienti dalle 250 mila camicie nere e militi della contraerea che facevano parte all'8 settembre dell'Esercito. ↩
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Cfr. D. L. BIANCO, Guerra partigiana cit., p. 15. ↩
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L. LONGO, Un popolo alla macchia cit., p. 75. ↩
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Cfr. D. L. BIANCO, Guerra partigiana cit., p. 12. ↩
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Cfr. Intervista a Federico Tallarico comandante della brigata partigiana autonoma «Frico», a cura di I. Sangineto, in «Bollettino dell'Istituto calabrese per la storia dell'antifascismo e dell'Italia contemporanea», dicembre 1990, pp. 39 sg.: «L'8 settembre ci fu lo sbandamento generale dell'esercito e quindi io [il Tallarico era calabrese e prestava servizio col grado di sottotenente a Collegno, presso Torino], e parte dei miei soldati, non potendo tornare a casa, andammo prima a rifugiarci nella pineta di Piossasco e piú tardi nelle prealpi torinesi. Dopo 15-20 giorni dall'armistizio, già si cominciava a parlare di organizzare la resistenza... In seguito venni a sapere che a Giaveno, in Val Sangone, un calabrese aveva organizzato un nucleo di resistenza armata. Mi recai in quella località e incontrai i fratelli Guido e Franco Nicoletta [di Crotone]... Ci accordammo di prendere contatto con i militari sbandati che si trovavano nella zona per cercare di riunirli e di organizzarli in reparti di resistenza armata... Dal primo nucleo operante in Val Sangone si formarono cinque brigate...» ↩
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Tipico è il caso, ricordato da E. GORRIERI, La Repubblica di Montefiorino. Per una storia della Resistenza in Emilia, Bologna 1966, p. 67, della banda costituitasi a Sassuolo, nel Modenese (ma si potrebbero citare anche vari altri casi), composta da elementi di diverse fedi politiche che però, «almeno nella prima fase, sentivano prima la solidarietà paesana che quella di partito». ↩
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Cfr. P. SECCHIA, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione 1943-1945. Ricordi e testimonianze, in «Annali della Fondazione G. Feltrinelli», XIII (1971), Milano 1973, p. 110. ↩
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Cfr. MUSSOLINI, XXXII, p. 208. ↩
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F. PARRI, Scritti 1915-1975 cit., p. 133. ↩
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Ibid., pp. 536 sg. ↩
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Cfr. ibid., p. 134. La stessa stima in A. PIZZONI, Alla guida del CLNAI cit., p. 43. ↩
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F. PARRI, Scritti 1915-1975 cit., p. 554. ↩
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La crisi dell'inverno 1944-45 fu attribuita dai comunisti in larga misura ai negativi effetti psicologici del «proclama Alexander» con cui a metà novembre fu annunciata la fine della campagna estiva alleata e i partigiani furono invitati a cessare per il momento le operazioni su vasta scala, limitarsi essenzialmente ad attività di sabotaggio e di informazione e a prepararsi ad affrontare la stasi invernale:
«Sarà un inverno duro per i patrioti. La campagna estiva è finita. Essi si troveranno a mal partito per vettovagliamento e rifornimento, giacché l'inverno ha effetto non solo sulle risorse locali ma ostacola fortemente anche il lancio dei rifornimenti dall'aria. Le notti, in cui sarà possibile volare, saranno poche nei prossimi mesi, sebbene gli alleati faranno del loro meglio per far giungere rifornimenti. I gruppi piú grandi non saranno in grado di operare cosí come hanno fatto nei mesi passati. La loro parola d'ordine per l'inverno è di stare in guardia, di stare in attesa e queste sono le istruzioni emanate dal Quartier Generale del Gen. Alexander. I patrioti terranno asciutte le munizioni e pronte le armi e saranno saggi se non affronteranno rischi non necessari. È ovvio che coglieranno la opportunità di ogni bersaglio vantaggioso».
Secondo alcuni studiosi gli Alleati, preoccupati per la situazione che – sull'esempio di quanto stava avvenendo in Grecia – temevano si potesse determinare in Italia a guerra finita, si sarebbero proposti con esso di indebolire il movimento partigiano. Per il suo tono e il modo con cui fu diffuso (via radio), il «proclama» (cfr. per il suo testo integrale MIN. DIFESA - SME - UFF. STORICO, L'azione dello Stato Maggiore Generale per lo sviluppo del movimento di liberazione, Roma 1975, pp. 156 sgg.) costituí indubbiamente sotto il profilo psicologico un grave errore; non ebbe però la rilevanza che gli si è voluta spesso attribuire e, soprattutto, rispose – come è ormai pacifico (cfr. E. AGA ROSSI, L'Italia nella sconfitta cit., pp. 209 sgg.; ID., La politica angloamericana verso la resistenza italiana, in L'Italia nella seconda guerra mondiale e nella resistenza, a cura di F. Ferratini Tosi, G. Grassi e M. Legnani, Milano 1988, pp. 150 sgg.; M. DE LEONARDIS, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia (1943-1945), Napoli 1988, pp. 265 sgg.) – a una logica null'affatto politica, ma esclusivamente militare.
Quanto alla crisi è un fatto che essa era già in atto prima che il proclama fosse diffuso e Alexander interrompesse le operazioni militari. Ed era una crisi diffusa, grave in Piemonte e nel Veneto, gravissima nell'Emilia settentrionale. Valga come esempio il caso della cosiddetta «repubblica di Montefiorino» dove il numero dei partigiani si aggirava attorno le cinquecento unità contro le circa cinquemila di meno di quattro mesi prima, i piú avendo passato la linea del fronte per sottrarsi ai tedeschi e ai fascisti e rifugiarsi nel territorio già liberato dagli Alleati (cfr. E. GORRIERI, La Repubblica di Montefiorino cit., pp. 499 sgg.). Quanto alla situazione nel suo complesso alla vigilia del «proclama Alexander», Raffaele Cadorna l'ha cosí riassunta: «Alle soglie dell'inverno, un inverno particolarmente rigido, le formazioni partigiane erano state ovunque duramente provate. Le vallate piemontesi erano state ripetutamente rastrellate: quelle confinanti con la frontiera francese erano state permanentemente occupate da truppe tedesche e repubblichine obbligando i partigiani a divallare in Francia o a disperdersi. Il problema del rifornimento nelle zone di montagna, largamente sfruttate dalle requisizioni e dalle distruzioni, si faceva sempre piú serio; altrettanto complesso era il problema dell'equipaggiamento perché, a parte gli indumenti aviolanciati dagli Alleati, solo poche formazioni favorevolmente ubicate avevano potuto procurarsi vestiario invernale.
Altrettanto grave era la situazione nel Veneto e gravissima quella del Nord-Emilia.
In complesso poche formazioni si erano potute mantenere nei loro organici estivi e vivere compatte; erano queste le formazioni meglio comandate e piú largamente rifornite che, abbandonate tempestivamente le montagne, avevano trovato ai margini della pianura zone ancora logisticamente intatte, ove si difendevano dalle insidie nemiche piú con la mobilità che con il combattimento. In una parola quelle che applicavano piú intelligentemente la tattica della guerriglia. Ci giungevano notizie sempre peggiori: ricordo che avevamo progettato con Longo una visita alle formazioni del Piacentino; ebbene, Longo stesso un giorno mi disse che il nostro viaggio era inutile perché la maggior parte delle formazioni si era dispersa» (R. CADORNA, La riscossa, nuova edizione con documenti inediti, a cura di M. Brignoli, Torino 1975, pp. 222 sg.). ↩ -
Secondo F. SOLARI, L'armonia discutibile della Resistenza, Milano 1979, p. 186, questa cifra risentiva già dell'«inflazione» del 25 aprile: «a quella data il computo delle forze effettive dei partigiani organizzati in formazioni combattenti non era già piú valido». ↩
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F. PARRI, Scritti 1915-1975 cit., pp. 134 e 563 sg. Per il grande afflusso di nuovi elementi nelle file partigiane già immediatamente prima dell'insurrezione, significativa è una comunicazione in data 12 aprile 1945 del Comando della VII divisione GL, operante nel Biellese, ai comandi dipendenti. In essa si legge tra l'altro: «L'attuale situazione bellica generale, la favorevole stagione e l'ormai prossima soluzione del conflitto porta grande numero di elementi alle formazioni partigiane». Un afflusso cosí grande suscitava tutta una serie di problemi di difficile e spesso impossibile soluzione, alimentari, logistici, di armamento ecc., sicché – continuava il documento – era necessario frenarlo e graduarlo; in particolare questi elementi se «non devono essere respinti con ingiurie, o con apprezzamenti poco simpatici, riguardanti la tardività della loro adesione», non dovevano neppure essere però incorporati, almeno per il momento, nelle formazioni. Cfr. Le formazioni GL nella Resistenza. Documenti settembre 1943 - aprile 1945 cit., pp. 365 sg. ↩
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L. LONGO, Un popolo alla macchia cit., p. 337, pubblica una tabella riassuntiva elaborata sulla base dei dati risultanti alle commissioni istituite dopo la conclusione della guerra per il riconoscimento delle qualifiche di partigiano (combattente) e di patriota. Da essa risulta che per quel che riguarda il territorio italiano (esclusi cioè coloro che avevano operato all'estero), compresi la Campania e gli Abruzzi, i partigiani combattenti sarebbero stati complessivamente circa 235 mila e i patrioti civili circa 117 000.
Un computo realistico dei «partigiani» è estremamente difficile, sia per l'imprecisione e la contraddittorietà dei dati disponibili, spesso accresciuta dalla distinzione tra patrioti (in teoria chi avesse militato in formazioni partigiane per meno di tre mesi o prestato «costante e notevole» aiuto al movimento partigiano) e partigiani veri e propri (sempre in teoria chi avesse appartenuto a formazioni partigiane per almeno tre mesi o alle Sap per almeno sei mesi o ai Gap partecipando ad almeno tre azioni di sabotaggio o di combattimento), sia per i numerosi passaggi da una formazione all'altra e per le fusioni e filiazioni che caratterizzarono molte di queste. Secondo A. CLOCCHIATTI, Dall'antifascismo al de profundis per il Pci (Testimonianze d'un militante), Verona 1991, p. 54, i partigiani combattenti sarebbero stati «forse 50 000»; il resto sarebbe stato frutto di un «gonfiamento» operato dai partiti.
Lavorando sulle stesse fonti utilizzate da Longo nelle sue memorie, ma aggiornate per il continuo accrescersi dei brevetti di riconoscimento, V. ILARI, Storia del servizio militare in Italia cit., IV, p. 85, ha calcolato che i partigiani combattenti siano stati 174 685 (di cui 24 970 caduti) nelle regioni settentrionali e 60 750 (di cui 4100 caduti) nel resto del paese e i patrioti rispettivamente 83 368 (di cui 7750 caduti) e 52 830 (di cui 6400 caduti). Sempre secondo l'Ilari (p. 86) alla vigilia dell'insurrezione i partigiani sarebbero stati circa 130 mila e i patrioti circa 72 000. Anche questi dati sono però assai probabilmente – specialmente per i patrioti – da considerare approssimati per eccesso. ↩ -
Si veda in Appendice, Documento n. 3, la Relazione complessiva sulla forza dei banditi. Attività banditi ed antibanditi dal settembre 1943 al novembre 1944 (in AUSSME, RSI, b. 54 [Il documento non è presente nella collocazione indicata dall'A. Nell'Appendice sono stati riprodotti solo gli allegati. N. d. R.]), certo la piú importante ai fini di una valutazione storico quantitativa del movimento partigiano e delle azioni di controguerriglia.
Secondo le informazioni in possesso dell'Ufficio Patrioti dello Stato maggiore generale del sud, nell'ottobre 1944 la forza presunta dei patrioti attivi nell'Italia occupata si sarebbe aggirata attorno ai 100 - 120 000 uomini, di cui 40-50 mila in Piemonte, 30-40 mila nel Veneto, circa 20 mila in Lombardia e circa 10 mila in Emilia. In Appendice, Documento n. 4, è riprodotta la situazione per regioni e zone al 22 agosto 1944 quale risultava all'Ufficio Patrioti (in AUSSME, I-3, Carteggio versato dallo S.M.D. (C.S. e S.M.G. - 2ª G.M.), b. 147, fasc. 2). ↩ -
«Qualsiasi formazione, per non venir dichiarata fuori legge, doveva operare in collegamento con un partito politico» (U. RICCA, Tromba in fa, Milano 1969, p. 329; l'affermazione si riferisce al Milanese, ma è estendibile a moltissime zone). ↩
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In una relazione in data 5 dicembre 1944 «Bande armate nell'Italia occupata (Gruppi – Forza e presunto colore politico – Nominativo dei Comandanti)» la Sezione Calderini del Sim tentò una classificazione per colore politico delle formazioni armate (esclusi i Gap e le Sap, che per i loro caratteri particolari sfuggivano ad una «valutazione concreta») attive oltre la linea gotica. Nella relazione, redatta sulla base delle informazioni trasmesse dalle missioni che il Sim aveva inviato al nord e di altre notizie raccolte, si legge tra l'altro:
«Classificare le bande per colore politico è compito assai difficile per il carattere particolare di esse che scaturisce, del resto, dalla loro stessa genesi. Esse, infatti, costituite prevalentemente da elementi del posto o al piú della stessa regione, raggruppatisi in tempi successivi in relazione alla necessità e al desiderio di lotta e per fronteggiare le crescenti misure vessatorie e repressive dell'occupante, sono sorte spontanee per l'adesione di uomini di condizioni e di idee diverse, senza un distinto colore politico. È soltanto successivamente, quando i partiti hanno potuto intervenire nella organizzazione della lotta di liberazione, che sono emerse le prime differenziazioni nelle formazioni. Non è detto, infatti, che le bande che hanno assunto oggi una tendenza politica contino fra i componenti soltanto, o prevalentemente, elementi di quella certa fede: l'esperienza dice, invece, che molti patrioti per circostanze fortuite fanno parte di formazioni di partito senza per questo professarne le idee. Né d'altra parte è condizione sufficiente che l'ap- partenenza dei capi ad un partito, o che questi sovvenzioni la formazione, perché questa automaticamente debba assumere in blocco il colore del partito stesso.
Certo è che per le necessità stesse della lotta (finanziamento, mezzi, informazioni), tutte le bande confluiscono verso le organizzazioni clandestine che promuovono il movimento di liberazione: assumendo preminenza, fra esse, i C.L.N. con i relativi partiti che li costituiscono, ne conseguono contatti con questi e per conseguenza presunte emanazioni, non sempre rispondenti alla realtà concreta.
È opportuno mettere in evidenza che per primi sono intervenuti quei partiti politici che piú saldamente erano costituiti e che potevano già vantare una buona esperienza in fatto di organizzazione e lotta clandestina: il “Partito Comunista”, cioè, ed il “Partito d'Azione”. È evidente inoltre che esercitando i partiti questa opera di padrinato sulle formazioni, essenzialmente imponendo comandanti e, soprattutto, commissari politici di sicura fiducia, la tendenza politica dei patrioti delle singole formazioni potrà man mano determinarsi sino a presentare un fronte politico unico ed omogeneo, ciò che è evidentemente nelle aspirazioni dei partiti».
Ciò premesso e precisato: a) che la classificazione tentata poteva avere quindi un valore solo indicativo, b) che col termine «apolitiche» erano indicate le formazioni costituite «da elementi prevalentemente militari», mentre quelle costituite «da elementi vari a carattere non ben definito», ma comunque da ritenersi al di fuori delle formazioni di partito erano indicate sotto la voce «imprecisate», gli estensori della relazione riassumevano gli elementi in loro possesso nella seguente tabella:Forza e presunta tendenza
Regione apolitici imprecisati comunisti socialisti P. d'azione democristiani Piemonte 6 700 10 350 7 250 1250 3 900 1000 Lombardia 3 750 3 570 3 400 – 1 800 150 Trentino – 1 600 500 – – – Veneto 1 800 23 050 2 200 1000 – – Liguria – – 2 700 – – – Emilia e Toscana settentrionale 1 300 5 300 2 770 – 4 360 900 Totale 13 550 43 870 18 820 2250 10 060 2050 (Totale complessivo: 90 600)
AUSSME, I-3, Carteggio versato dallo S.M.D. (C.S. e S.M.G. - 2ª G.M.), b. 147, fasc. 2.
Secondo P. SECCHIA, Aldo dice: 26×1. Cronistoria del 25 aprile 1945, Milano 1963, p. 153, i garibaldini avrebbero costituito piú del 50 per cento di tutto il microcosmo resistenziale; M. SALVADORI, Storia della Resistenza italiana, Vicenza 1955, p. 162, valuta invece la presenza comunista tra il 35 e il 40 per cento, quella azionista al 25 per cento, quella degli autonomi tra il 15-20 per cento, assegnando la rimanenza alle formazioni di altro colore. Per i socialisti G. B. STUCCHI, Tornim a baita cit., pp. 345 sgg., stima la loro presenza a fine luglio 1944 a poco meno di quattromila unità (in aumento però). Secondo il Soe, infine, al 1° aprile 1945 i partigiani sarebbero stati poco meno di novantamila, dei quali il 35,25 per cento comunisti, il 27,75 per cento apolitici, l'11 per cento azionisti, il 10,5 per cento democristiani, l'1,5 per cento socialisti, il 14 per cento di affiliazione non identificata. Cfr. M. DE LEONARDIS, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., pp. 375 sg. ↩ -
Per i piú a prevalere era la volontà di combattere i tedeschi e i fascisti e di restituire all'Italia, insieme alla libertà, l'«onore nazionale» che il fascismo le aveva fatto perdere. Di fronte a ciò le diversità di credo politico dovevano passare in secondo piano, essere accantonate per il momento. Né questa posizione era presente solo tra i militari e gli apolitici; una certa breccia essa la faceva infatti anche tra gli elementi politicizzati e in misura piú ampia di quanto si è voluto successivamente sostenere. Significativo è a questo proposito un passo di una memoria sul Pd'A in Friuli scritta da un esponente azionista locale, Salvatore Lo Curto: «in montagna si doveva fondamentalmente combattere il nemico comune e non smarrirsi in premature e incostruttive posizioni politiche che non potevano essere sufficientemente comprese dalla gente semplice e, semplicemente, sotto il pungolo del costante pericolo» (cit. in T. SGUAZZERO, Il contributo azionista alla lotta di liberazione in Friuli, in «Storia contemporanea in Friuli», n. 8, 1977, p. 134, ma anche le sgg. nelle quali l'autore polemizza con il punto di vista di Lo Curto). ↩
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Cfr. Colpire audacemente e duramente tedeschi e fascisti, in «La nostra lotta», ottobre 1943, riprodotto in L. LONGO, Sulla via dell'insurrezione nazionale, Roma 1954, p. 20. ↩
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Caratteristico è quanto scritto in riferimento al Biellese da P. SECCHIA - C. MOSCATELLI, Il Monte Rosa è sceso a Milano. La Resistenza nel Biellese, nella Valsesia e nella Valdossola, Torino 1958, pp. 72 sgg.:
«Gli ufficiali, ad eccezione del tenente Bruno Salza (Mastrilli) e di pochi altri che resteranno sino all'ultimo nelle formazioni partigiane e diventeranno i loro migliori comandanti, pensavano di instaurare nelle unità una disciplina ed un modo di vita da caserma con trattamento speciale per i graduati, tutti i diritti per gli ufficiali e tutti i doveri per la “truppa”.
Non avevano questi ufficiali la piú lontana idea di che cosa fosse una formazione partigiana e neppure avevano coscienza della profonda diversità tra la guerra condotta da un esercito regolare e quella combattuta da volontari per la causa della libertà.
Quanto all'azione da svolgere essi pensavano dovesse limitarsi a mantenere uniti gli uomini, alle falde dei monti, in attesa dello sviluppo degli eventi. Obiettivo: non lasciarsi prendere dai tedeschi e dai fascisti, attendere che la guerra finisse». ↩ -
Cfr. le considerazioni in questo senso di A. TRABUCCHI, I vinti hanno sempre torto cit., pp. 41 sgg., che, per altro, osserva che «non mancarono neppure ufficiali di carriera, anche superiori, che tentarono in un quadro piú vasto di quello del gruppo di armati di realizzare il coordinamento e di promuovere la cooperazione fra tali gruppi, istituendo nelle vallate centri col compito di fornire notizie, raccogliere aiuti, dare assistenza tecnica. Ma... l'ostilità verso quanto rammentava l'esercito regolare e la diffidenza verso quanto sembrava volersi ammantare di autorità costituita, fece fallire il piú dei tentativi. Cosí quelli sperimentati in val Casotto dal tenente colonnello Rossi, in val Sangone dal maggiore Milani, nelle valli di Lanzo dal tenente colonnello Fino non ebbero esito». ↩
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Cfr. P. SECCHIA - C. MOSCATELLI, Il Monte Rosa è sceso a Milano cit., p. 75; L. LONGO, Un popolo alla macchia cit., p. 77; e, in termini assai piú espliciti, la dichiarazione del Pci «Contro le manovre scissionistiche per l'azione e l'unità di tutte le forze patriottiche sotto la guida dei Comitati di liberazione nazionale» del 10 gennaio 1944, in P. SECCHIA, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione cit., pp. 242 sg. Piú cauto è, in un certo senso, C. DELLAVALLE, Dall'8 settembre alla Resistenza cit., pp. 135 sgg., che, parlando del Biellese, limita l'aiuto finanziario degli industriali tessili della zona alle prime settimane dopo l'8 settembre, sino quando questi non si sarebbero convinti «che gli alleati non arrivano e che con i tedeschi si può trattare per ottenere commesse». ↩
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Cfr. Dopo un anno di lotte e di vittorie, in «La Nostra lotta», novembre 1944, riprodotta in L. LONGO, Sulla via dell'insurrezione nazionale cit., p. 325. Per l'attribuzione a Longo cfr. P. SECCHIA, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione cit., p. 666. ↩
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Cfr. F. PARRI, Scritti 1915-1975 cit., p. 565. ↩
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Tra i molti giudizi sulla personalità di Parri il piú acuto è probabilmente quello dato da R. CADORNA (La riscossa cit., p. 274) rievocando il loro viaggio al Sud nel marzo-aprile 1945: «Avevo apprezzato Parri nella compagine del Comando per le sue spiccate qualità di intelligenza, di cultura, di coraggio e di capacità di lavoro. Non sempre concordavo nelle sue opinioni che mi apparivano sovente come l'espressione di una contraddizione interna, di un bisogno di conciliare l'inconciliabile e talvolta frutto di una certa faziosità. Ora, nell'intimità di quel viaggio, potei apprezzare anche la delicatezza d'animo, la bontà del collega, ma non riuscii pure nelle lunghe discussioni a fissare chiaramente il suo pensiero politico». ↩
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Cfr. F. PARRI, Discorsi parlamentari, Roma 1990, p. 64; B. CROCE, Scritti e discorsi politici (1943-1947), Bari 1963, II, pp. 199 sgg. ↩
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Le vicende dei Cln operanti nell'Italia occupata, i compiti e le prospettive loro attribuiti da vari partiti costituiscono un elemento essenziale per comprendere i diversi significati che furono dati alla resistenza nel suo corso e, anche, certe prese di posizione (cfr. per es. V. FOA, La crisi della resistenza prima della liberazione, in «Il ponte», novembre-dicembre 1947, pp. 982 sgg.) successive.
Per la Dc e ancor piú per il Pli i Cln erano solo strumenti organizzativi – necessari, ma provvisori – della lotta di liberazione che avrebbero esaurito la loro funzione con la conclusione di essa e il ripristino della democrazia rappresentativa classica. Sia pure con sfumature e prospettive finali diverse, i tre partiti di sinistra vedevano invece i Cln come strutture permanenti di un sistema politico radicalmente nuovo. Da qui, per essi, la necessità non solo di politicizzare al massimo il movimento partigiano – sentita come irrinunciabile dai comunisti, ma condivisa anche da gran parte degli azionisti (cfr. D. L. BIANCO, Guerra partigiana cit., pp. 62 sgg.) e dei socialisti – ma di fare dei Cln lo strumento dell'autogoverno delle masse e, specie per quel che riguarda i comunisti moltiplicandoli e «specializzandoli» secondo i vari settori della società e allargandone le basi oltre i sei partiti antifascisti (aprendoli ai Comitati di fabbrica e di agitazione, al Fronte della gioventú, ai Gruppi di difesa della donna, ecc.) cosí di farne, appunto, i cardini di un nuovo sistema politico di «democrazia schietta ed effettiva» e non «zoppa», in modo che «nel governo di domani», da essi prefigurato, «operai, contadini, artigiani, tutte le classi popolari avranno un peso determinante» («Liberazione», 25 gennaio 1945). Cfr., a questo proposito, B. SOGGIA, Sistema politico e Comitati di liberazione nazionale, in «Sociologia», gennaio 1973, pp. 109 sgg.; nonché G. QUAZZA - L. VALIANI - R. VOLTERRA, Il governo dei CLN, Torino 1966; E. SERENI, Il CLN della Lombardia al lavoro nella cospirazione, nella insurrezione, nella ricostruzione, Milano 1945. ↩ -
Oltre agli scritti dello stesso Parri raccolti nel già piú volte citato volume, in cui ne mancano però vari significativi, apparsi soprattutto ne «L'Astrolabio», sono a questo proposito da vedere in particolare Una lotta nel suo corso, a cura di S. Contini Bonacossi e L. Ragghianti Collobi, Venezia 1954; L. VALIANI, Il partito d'azione, in L. VALIANI - G. BIANCHI - E. RAGIONIERI, Azionisti cattolici e comunisti nella Resistenza, Milano 1971, pp. 11 sgg.; L. VALIANI, Tutte le strade conducono a Roma cit.; E. LUSSU, Sul partito d'azione e gli altri, Milano 1968; G. DE LUNA, Storia del Partito d'Azione cit.; A. REPACI, Duccio Galimberti e la Resistenza italiana, Torino 1971 e C. L. RAGGHIANTI, Disegno della liberazione italiana cit.
Significativo per capire il peso che su tanti azionisti aveva la convinzione che la resistenza dovesse portare ad un assetto democratico molto piú avanzato di quello prefascista è un passo di una lettera del 12 giugno 1944 a D. L. Bianco nella quale G. Agosti criticava «l'inguaribile sopravvivenza di mentalità ante '22» di Duccio Galimberti, arrivando ad affermare che, data la sua mentalità, «con Duccio non ci possono essere altri rapporti che di interesse di partito, ma non vera cordialità, franchezza, abbandono, discussione senza sottintesi – come tra tutti gli altri – no» (G. AGOSTI - L. BIANCO, Un'amicizia partigiana cit., pp. 146 sg.). ↩ -
Cfr. C. L. RAGGHIANTI, Disegno della liberazione italiana cit., p. 70. ↩
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Cfr., per esempio, la diversa posizione che emerge dal carteggio Agosti-Bianco, in cui non mancano gli inviti, soprattutto da parte dell'Agosti, a «curare l'orientamento Pd'A del maggior numero di bande possibile» (G. AGOSTI - L. BIANCO, Un'amicizia partigiana cit., passim e specialmente p. 70). ↩
-
Cfr. M. SALVADORI, Glosse sulla resistenza e i servizi segreti alleati, in «Nuova Antologia», luglio-settembre 1985, p. 351. ↩
-
Cfr., per quel che riguarda ad esempio gli azionisti piemontesi, G. AGOSTI - L. BIANCO, Un'amicizia partigiana cit., pp. 70 sg., 196 e 201, nonché G. AMENDOLA, Lettere a Milano cit., p. 675, da cui risulta come nel marzo 1945 (dopo che la morte di D. Galimberti aveva lasciato via libera alla sinistra del partito) il Pd'A avesse mutato, almeno a livello di Cln, radicalmente posizione: «vuole stare a fianco dei comunisti e assume posizioni piú estremiste di quelle di questo partito».
Contrasti si verificarono però anche a livello di Clnai. Il piú grave fu alla fine del marzo 1944, quando i comunisti accusarono Parri di esercitare «una incontrollata dittatura» sul comitato militare del Clnai e di non distinguere spesso la sua attività di partito «dalle funzioni collegiali del Cln». Parri replicò a queste accuse (alla cui origine erano soprattutto le preoccupazioni del Pci per i rapporti con gli Alleati che erano tenuti personalmente da Parri o da uomini a lui strettamente legati e per il fatto che, secondo i comunisti, egli cercava di frenare l'unificazione delle varie formazioni da essi sollecitata) con fermezza e al «tono villano, ingiurioso e intimidatorio» con cui erano state formulate. Di fatto però dopo questo episodio i comunisti acquistarono un peso crescente nel Clnai. Cfr. P. SECCHIA, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione cit., pp. 246 sgg.; nonché G. B. STUCCHI, Tornim a baita cit., pp. 215 sgg. ↩ -
Cfr. A. SPINELLI, Machiavelli nel secolo XX. Scritti del confino e della clandestinità 1941-1944, a cura di P. Graglia, Bologna 1993, pp. 293 sgg. ↩
-
Cfr. G. AMENDOLA, Lettere a Milano cit., p. 484. ↩
-
C. L. RAGGHIANTI, Disegno della liberazione italiana cit., pp. 70 sgg. ↩
-
Cfr. P. SECCHIA, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione cit., p. 198. ↩
-
In Archivio L. Cattani, b. 1, fasc. 2. ↩
-
Sull'emigrazione italiana in Svizzera cfr. E. SIGNORI, La Svizzera e i fuorusciti italiani. Aspetti e problemi dell'emigrazione politica 1943-1945, Milano 1983; C. MUSSO, Diplomazia partigiana. Gli Alleati, i rifugiati italiani e la Delegazione del Clnai in Svizzera (1943-1945), Milano 1983; nonché F. SACCHI, Diario 1943-1944. Un fuoruscito a Locarno, a cura di R. Broggini, Lugano 1987; e A. PIZZONI, Alla guida del CLNAI cit., pp. 179 sgg. ↩
-
R. CADORNA, La riscossa cit., p. 189; nonché H. L. C. COLES - A. K. WEINBERG, Civil affairs. Soldiers became governors. United States Army in World War, II, Washington 1964, pp. 544 sg. Il promemoria di Cadorna fu trasmesso nel gennaio 1945 al Quartier generale alleato dalla Commissione di controllo alleata in Italia. ↩
-
Si vedano soprattutto P. SECCHIA, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione cit., e L. LONGO, I centri dirigenti del Pci nella Resistenza, Roma 1974. ↩
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Si veda il caso di M. Scoccimarro per il quale la «svolta di Salerno» aveva «la sua giustificazione e spiegazione nello sviluppo della situazione e un “valore tattico”, non di principio» (cfr. P. SECCHIA, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione cit., p. 406). ↩
-
Cfr. G. BERTACCHI, Partito Comunista e Resistenza bergamasca nel fondo Roberto Petrolini, in «Studi e ricerche di storia contemporanea», dicembre 1993, p. 65. ↩
-
Cfr. ibid., pp. 690 sg. e 702 sg. ↩
-
Perché i comunisti lottano per una democrazia progressiva, in «La nostra lotta», gennaio 1945, riprodotto in E. CURIEL, Scritti 1935-1945, a cura di F. Frassati, Roma 1973, pp. 173 sgg. ↩
-
Cfr. S. BERTELLI, Il gruppo. La formazione del gruppo dirigente del PCI 1936-1948, Milano 1980, p. 191. ↩
-
Ibid., p. 193. ↩
-
Cfr. E. AGA ROSSI - V. ZASLAVSKY, L'Urss il Pci e l'Italia: 1944-48, in «Storia contemporanea», dicembre 1994, pp. 929 sgg. Come bene mettono in luce i due autori, «La dipendenza dei partiti comunisti europei dallo “stato-guida” sovietico non era soltanto assicurata dalle stesse strutture organizzative di questi partiti leninisti, dai loro leaders educati a Mosca, dall'appoggio finanziario sovietico e dal controllo costante e continuo delle loro attività da parte dei vari rappresentanti sovietici, ma era anche determinata dalla comune ideologia e dalla identica adesione agli obiettivi del movimento comunista internazionale. Quindi il PCI non fu né un partito riformista né un partito rivoluzionario, ma un partito stalinista, un partito della terza internazionale, che identificava gli interessi del partito con quelli dello stato sovietico». ↩
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Ibid., pp. 939 sgg. ↩
-
Cfr. soprattutto S. COURTOIS, Le PCF dans la guerre. De Gaulle, la Résistence, Staline, Paris 1980, in particolare pp. 381 sgg. e 460 sgg. ↩
-
G. BOCCA, Storia dell'Italia partigiana. Settembre 1943 - maggio 1945, Bari 1966, pp. 315 sg. ↩
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E. GORRIERI, La Repubblica di Montefiorino cit., pp. 277 sgg. ↩
-
P. SECCHIA, Perché la Resistenza non ha dato di piú, in «La città futura», aprile 1965. ↩
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ID., Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione cit., p. 171. ↩
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Per un quadro piú articolato cfr. L. LONGO, Sulla via dell'insurrezione nazionale cit., passim; P. SECCHIA, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione cit., passim; E. RAGIONIERI, Il Partito comunista, in L. VALIANI - G. BIANCHI - E. RAGIONIERI, Azionisti cattolici e comunisti nella Resistenza cit., pp. 301 sgg.; P. SPRIANO, Storia del Partito comunista italiano cit., V, passim. ↩
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Nel loro intimo, spesso gli azionisti si sentivano tra militari e comunisti come «fra due vicini ugualmente antipatici». Come G. Agosti avrebbe scritto ancora alla fine del luglio 1944 a D. L. Bianco, appoggiarsi sugli uni contro gli altri non se la sentivano: «l'alleanza coi militari ha un sapore disgustoso di fronte bianco; l'alleanza coi garibaldini vuol dire mettersi insieme con lavativi di prima forza, i quali non pensano ad altro che a fregare l'alleato». Da qui lo sconsolato interrogativo quid agendum? che alcuni di essi si sarebbero posti sino alla fine della lotta di liberazione, ma che avrebbero risolto di fatto optando per la «massima spregiudicatezza, proprio come fanno i garibaldini che in materia politica – a scrivere è sempre Agosti – ci stanno dando dappertutto varie lezioni» (G. AGOSTI - L. BIANCO, Un'amicizia partigiana cit., p. 201). ↩
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R. CADORNA, La riscossa cit., p. 160. Tracce e spunti per un approfondimento della posizione comunista possono essere tratti da L. CASALI, La «doppia linea». Appunti e proposte di ricerca sui comunisti reggiani nella resistenza, in «Ricerche storiche», dicembre 1984, pp. 5 sgg., e da S. CARLI BALLOLA - L. CASALI, Alla ricerca del consenso cit., pp. 537 e 542 (che mettono a confronto i temi, i toni e le parole d'ordine della propaganda attraverso manifestini e fogli volanti e attraverso la stampa «ufficiale» dei comunisti). ↩
-
Cfr. P. SECCHIA, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione cit., p. 111. ↩
-
Società civile e insorgenza partigiana. Indagine sociologica sulla diffusione dell'insorgenza partigiana nella provincia di Bologna, a cura di A. Ardigò, Bologna 1979, pp. 96 sgg. (S. PORCU, Il processo di diffusione territoriale. Un'analisi morfologico-sociale e socio-demografica). L'analisi del Porcu offre interessanti elementi anche sulla condizione professionale, il grado di istruzione, l'età dei partigiani combattenti (pp. 107, 110 e 137). ↩
-
G. AGOSTI - L. BIANCO, Un'amicizia partigiana cit., p. 87. ↩
-
Le Brigate Garibaldi nella Resistenza. Documenti, a cura di G. Carocci, G. Grassi, G. Nisticò e C. Pavone, Milano 1979, I, p. 337. ↩
-
R. BATTAGLIA, Un uomo un partigiano, Roma-Firenze-Milano 1945, pp. 177 sg. Alle ragioni elencate Battaglia ne aggiunge, sulla base della propria personale esperienza e di quanto gli pare poter desumere dai rapporti avuti nella resistenza, un'altra: «l'impulso di mettersi fuori legge, per farla finita con un vecchio mondo, che era crollato o stava crollando attorno a noi, e il desiderio, nel tempo stesso di ricostruirne uno nuovo». E spiega che questa «idea di ricostruzione era piú o meno definita», «secondo le singole possibilità»: «per me assunse quasi subito alcuni precisi lineamenti politici, per altri, per la massa dei partigiani, si condensò invece in alcune vaghe aspirazioni a una nuova libertà o giustizia sociale» (p. 179). ↩
-
Cfr. F. PARRI, Memoriale sull'unità della Resistenza, in «L'Astrolabio», 30 aprile 1973, p. 59. ↩
-
Cfr. P. SECCHIA, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione cit., p. 329, nonché p. 680. ↩
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Ibid., pp. 675 sg. ↩
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Ibid., pp. 326 sgg.; nonché, per l'attività nelle fabbriche di Torino, p. 212 (nota informativa in data 27 novembre 1943); secondo Vratusa, nel marzo 1944 l'organizzazione comunista funzionava «bene» nel cinquanta per cento degli stabilimenti: «su 100 operai effettivi qualche volta non vi è che un compagno, in maggioranza però, in media, 3-5». «Molto debole» era invece l'organizzazione negli stabilimenti e reparti femminili. Sempre secondo il fiduciario del Partito comunista jugoslavo, pressoché assente era invece l'attività di organizzazione tra le masse contadine, mentre era sottovalutata quella tra gli intellettuali. ↩
-
Cfr. a questo proposito Le formazioni GL nella Resistenza cit., p. 48. ↩
-
Cfr. G. B. STUCCHI, Tornim a baita cit., pp. 217 sg. ↩
-
Cfr. G. BOCCA, Storia dell'Italia partigiana cit., pp. 100 sg. ↩
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G. AGOSTI - L. BIANCO, Un'amicizia partigiana cit., pp. 71 sg. ↩
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Cfr. L. LONGO, Un popolo alla macchia cit., pp. 75 sgg.; ID., Sulla via dell'insurrezione nazionale cit., pp. XIII sgg.; P. SECCHIA, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione cit., pp. 109 sgg.
Oltre che per i comunisti, la lotta contro l'attendismo avrebbe avuto un ruolo centrale durante tutta la resistenza anche per molti azionisti. Per V. FOA, La crisi della resistenza prima della liberazione cit., pp. 989 sgg., per esempio, sin verso l'autunno del 1944 essa avrebbe rispecchiato «la polemica fra l'elemento politico (rappresentato nei comitati di liberazione) e l'elemento militare» tendenzialmente badogliano (favorito dagli Alleati attraverso le loro missioni paracadutate al nord) e i ceti conservatori. Sebbene sconfitto in questa versione, l'attendismo non sarebbe però morto e sarebbe, anzi, entrato «in forza» nel Comitato di liberazione, sfruttando la stanchezza della popolazione e giovandosi sempre dell'appoggio degli industriali e della classe padronale e, in piú, dell'azione dell'alto clero. Sicché «fino all'insurrezione i partiti, ed i co- mandi partigiani piú attivi, che erano quelli del Partito d'azione e del Partito comunista, dovettero lottare contro la tendenza a condurre la guerra fiaccamente, ad aspettare gli alleati, ad evitare rappresaglie, ad evitare la mobilitazione profonda del popolo. Gli aspetti politici dell'attendismo erano significativi e pericolosi. Contro l'evidente verità che la miglior politica nei confronti delle Nazioni Unite era quella di condurre la guerra con disperata energia, perché questo avrebbe ridato un volto dignitoso al nostro paese e gli avrebbe dato forza nei futuri eventi, stava l'idea di acquisire la benevolenza degli alleati mettendosi subordinatamente ai loro ordini, cosa che poteva avere giustificazione dal punto di vista militare tattico, ma che in sede politica significava una pregiudiziale rinuncia alla nostra indipendenza, una lusinga alle correnti piú reazionarie della diplomazia e dei comandi alleati, un rafforzamento delle screditate egemonie economiche nostrane in funzione di vassallaggio al capitalismo estero». ↩ -
Cfr. L. VALIANI, Tutte le strade conducono a Roma cit., pp. 170 sg. ↩
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Cfr. G. BOCCA, Storia dell'Italia partigiana cit., pp. 165 sg., e, piú in particolare per il G. GALLO, La Resistenza in Friuli 1943-1945, Udine 1989, p. 50; E. GORRIERI, La Repubblica di Montefiorino cit., p. 707; nonché C. PAVONE, Una guerra civile cit., pp. 493 sgg. ↩
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P. SECCHIA, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione cit., p. 111. ↩
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Tra i casi di rottura il piú grave per le conseguenze negative che ebbe per il movimento partigiano (che perse la possibilità di attingere al «tesoro» della 4ª Armata) e la violenza delle accuse comuniste che gli fecero cornice (cfr. L. LONGO, Sulla via dell'insurrezione nazionale cit., pp. 48 sgg. e 54 sgg.), fu quello, nel gennaio 1944, tra il gen. Operti e il Cln piemontese. Dopo la rottura il gen. Operti (in cui desiderio d'azione, senso del dovere, buona fede e mancanza di senso politico facevano tutt'uno) tentò invano di dar vita a un movimento a sfondo militare e apolitico e aiutò alcune formazioni e iniziative moderate e monarchiche, quali la brigata «Amendola» del col. R. Gancia (collegata al gruppo divisioni autonome del maggiore Enrico Martini «Mauri»), il gruppo d'azione «Camillo Cavour» e il movimento «Nuovo risorgimento italiano» (cfr. per essi D. DE NAPOLI - S. BOLOGNINI - A. RATTI, La resistenza monarchica in Italia 1943-1945, Napoli 1985, pp. 89 sgg.; M. GRANDI, La relazione sull'attività del gruppo divisioni autonome «Mauri» (settembre 1943 - aprile 1945), Rapallo 1979, passim; R. OPERTI, Il tesoro della 4ª Armata cit., pp. 239 sgg., nonché la Relazione già citata dello stesso Operti in AUSSME, ff. 84 sgg.). ↩
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Oltre all'articolo di Secchia cfr. L. LONGO, Sulla via dell'insurrezione nazionale cit., pp. 5 sgg. ↩
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Relativamente al termine «popolo» cfr., ad esempio, ciò che quasi contemporaneamente scriveva E. CURIEL, Fronte Nazionale, Società Nazionale, Blocco Nazionale, in «La nostra lotta», dicembre 1943 (riprodotto in ID., Scritti 1935-1945 cit., II, pp. 11 sgg.).
Attaccando le formazioni apolitiche e chi sosteneva che «c'è un partito unico che è la patria, una sola parola d'ordine: la cacciata dei tedeschi», Curiel scriveva: «oggi... la nazione non è nazione di popolo... ma è nazione dei partiti...; l'insurrezione nazionale che... andiamo preparando, non è vaga ed indefinita esplosione di aspirazioni elementari da parte di strati sociali non ben differenziati; ... essa è coordinata volontà di indipendenza, di unità e di libertà da parte di classi socialmente distinte e coscienti di tale distinzione...; nella preparazione di codesta insurrezione nazionale... non possiamo quindi rinunciare o semplicemente dimenticare le nostre convinzioni di classe in nome di un superiore interesse nazionale». ↩ -
All'influenza avuta dal giuramento di fedeltà al re sul comportamento dei militari e in particolare degli ufficiali in occasione delle vicende, in Italia e all'estero, connesse all'8 settembre è stata attribuita – e non solo da parte monarchica – un'eccessiva importanza. A questa ha contribuito in misura determinante una immagine troppo semplicistica del comportamento della Marina che, uniformandosi agli ordini impartitegli, si recò a Malta o in altri porti sotto controllo alleato e, contro tutte le previsioni e tradizioni marinare, si consegnò a quello che sino a pochissimi giorni prima era stato il nemico. In realtà questo argomento, date le circostanze nelle quali ciò avvenne, è in gran parte privo di valore.
Il grosso della flotta da combattimento, alla fonda a La Spezia, prese il largo la sera dell'8 settembre non per Malta, ma per La Maddalena, dove l'ammiraglio De Courten, nella sua qualità di ministro e di capo di stato maggiore della Marina, aveva assicurato avrebbe trovato ulteriori ordini. E prese il largo in uno stato d'animo che è chiaramente indicato da due fatti. Pri- mo: la mattina del 7 il suo comandante, l'ammiraglio Bergamini, che nulla sapeva dell'imminente armistizio e tanto meno delle sue condizioni, aveva informato De Courten che la flotta era «pronta ad uscire per combattere nelle acque del Tirreno meridionale la sua ultima battaglia». Secondo: la sera dell'8 lo stesso Bergamini faceva presente a De Courten che «lo stato di spirito degli ammiragli e comandanti sottordini» era «unanimemente orientato verso l'autoaffondamento». Secondo poi notizie raccolte tra gli equipaggi delle sette unità leggere che, dopo aver salvato i superstiti della corazzata Roma, si recarono a Port Mahon per esservi internati o si autoaffondarono sotto le coste delle Baleari, la manifesta intenzione di Bergamini sarebbe stata quella di sfuggire alla cattura da parte sia tedesca che alleata e, al caso, di autoaffondarsi; tant'è che, perso il contatto col resto della flotta, le sette navi in questione si erano dirette sulle Baleari ritenendo in tal modo di interpretare la sua intenzione. L'ordine di dirigere per Bona, dato che i tedeschi avevano occupato La Maddalena, fu trasmesso da Supermarina alla flotta in navigazione tra le tredici e le quattordici del 9 settembre, poco prima dell'affondamento della Roma ad opera dei tedeschi e della morte dell'amm. Bergamini. Solo dopo l'assunzione del comando da parte dell'amm. Oliva, nelle prime ore del mattino del 10, le navi esposero i segnali neri richiesti dagli Alleati per indicare che erano in rotta per consegnarsi. Tutto questo avvenne nella totale ignoranza da parte degli equipaggi e, molto probabilmente, degli stessi ufficiali di quello che stava intanto avvenendo in terraferma. È pertanto difficile attribuire sic et simpliciter l'andata a Malta della flotta alla fedeltà al giuramento. E ciò tanto piú che risulta che a bordo della Giulio Cesare, quando fu conosciuta la sorte che attendeva la flotta, si ebbe un accenno di rivolta da parte di un gruppo di ufficiali e di sottufficiali e – cosa piú significativa – che nel corso di una riunione tenutasi a Roma il 12 settembre tra i piú alti gradi della Marina ancora nella capitale (De Courten era partito la mattina del 9 per Pescara al seguito del re) il grande ammiraglio Thaon di Revel, interpellato su cosa fare in quei frangenti, si rifiutò di dare consigli: personalmente intendeva tener fede al giuramento di fedeltà al re; ma «in momenti cosí delicati è doveroso lasciare massima libertà alle coscienze, purché esse siano sinceramente rivolte al bene del paese». Un simile atteggiamento rende difficile pensare che persino il vecchio Duca del mare non nutrisse qualche dubbio, che, per quel che lo riguardava, risolse appellandosi al giuramento «liberamente prestato» in gioventú, ma che non se la sentiva di condannare negli altri. E ciò tanto piú indirettamente che nelle settimane successive la sua fedeltà al giuramento non gli avrebbe impedito di avere rapporti con Pavolini per sollecitare un intervento di Mussolini («che il benessere dell'Italia e del suo popolo ha sempre dimostrato di avere a cuore») su Hitler affinché fosse scongiurata la «iattura» di una distruzione (che «significherebbe per molti anni la miseria piú nera delle maestranze operaie e in definitiva di tutto il popolo italiano») da parte dei tedeschi delle industrie italiane. Cfr. AUSSME, N-1-11, Diari storici 2ª G.M., b. 2997, «Relazione dell'amm. De Courten al Capo di Stato maggiore generale», 12 febbraio 1944; G. GIORGERINI, Da Matapan al Golfo Persico. La Marina militare italiana dal fascismo alla Repubblica, Milano 1989, pp. 550 sgg. e in particolare pp. 558, 559 e 560; ACS, Min. Marina, Gabinetto, 1934-50, b. 641, fasc. 15; Archivio P. Thaon di Revel, Thaon di Revel a Pavolini, Roma, 22 settembre 1943 e la risposta del segretario del Pfr in data 5 ottobre 1943.
In conclusione, la tanto sbandierata fedeltà della Marina al giuramento ci pare si basi in larga misura su un equivoco, quanto sincero e quanto interessato non siamo in grado di valutare. Se la Marina si attenne agli ordini impartiti dal governo Badoglio piú delle altre armi, nella maggioranza dei casi non fu, a nostro avviso, perché sentisse piú fortemente il dovere morale di attenersi al giuramento di fedeltà al re, ma, in parte, per il tipo di cultura che contraddistingueva i suoi ufficiali e per i maggiori legami che questi avevano con i loro uomini e, soprattutto, perché nel momento cruciale essa si venne a trovare o dislocata al sud o in condizione di non sapere cosa stava avvenendo in terraferma. E in questa convinzione ci conferma il fatto che, invece di cer- care di raggiungere il sud, alcuni comandanti preferirono autoaffondare le proprie navi, altri aderirono alla Rsi, mentre rari furono i casi di marinai che entrarono nel movimento partigiano.
Questo per la Marina. Per le altre armi e soprattutto per l'Esercito (dei Carabinieri e della Guardia di finanza diremo piú avanti) la documentazione disponibile e quanto si evince dalla memorialistica dimostra che se la fedeltà al giuramento ebbe certo un suo peso nelle scelte di numerosi ufficiali e talvolta anche sottufficiali (per brevità non ci dilunghiamo sul diverso peso che ebbe su quelli di carriera e di complemento, ai vari livelli di grado e a seconda dei corpi), questo fu assai minore di quanto si è spesso asserito, non incise che in misura minima sul comportamento della truppa e per gli ufficiali spesso non costituí l'unica molla delle loro scelte, ma si sommò ad altre, in particolare a quella patriottica e antitedesca. Per la gran maggioranza di coloro che si impegnarono nella lotta armata la scelta fu etico-politica e ad indurli ad essa non fu in genere il giuramento a suo tempo prestato al re quanto la volontà di adoperarsi per la liberazione dell'Italia dai tedeschi e per l'instaurazione di un regime di libertà e di democrazia. Il tutto accompagnato non di rado da un forte giudizio negativo (che giungeva talvolta sino all'esplicita accusa di tradimento) sulle responsabilità politiche di Vittorio Emanuele III e sul suo comportamento (e su quello dei vertici militari a lui legati) nella vicenda armistiziale e dell'8 settembre. Tant'è che, se si guarda alla realtà della resistenza con mente scevra da pregiudizi, è spesso difficile distinguere nettamente sotto il profilo piú propriamente politico (che è cosa diversa da quello tecnico-militare) tra resistenti provenienti dalle file dell'esercito e resistenti di formazione e di origine diverse. Il che non vuol per altro dire che tra questi ultimi, e in particolare tra i piú politicizzati (e non solo tra i comunisti e i socialisti), non fosse presente, specie all'inizio, una certa dose di sospetto, di diffidenza e persino di ostilità verso i primi, spesso considerati per il solo fatto di essere ufficiali dei badogliani e dei monarchici (cfr. C. PAVONE, Una guerra civile cit., pp. 94 sgg.), cosí come, del resto, lo stesso stato d'animo si riscontrava piú frequentemente tra questi nei confronti dei comunisti. ↩ -
Tipica è in questo senso la posizione del gen. Operti. Per lui «soltanto con una organizzazione veramente militare delle bande sarà possibile dare impulso organico ed unitario alla guerra al tedesco; l'autonomia che ogni partito intende conservare alle proprie bande impedisce una loro organizzazione unitaria, né l'attività dei comitati può giungere a portare la guerriglia su di un efficace piano militare». In quest'ottica per lui il Cln «avrebbe dovuto comprendere che la partigianeria, e cioè il complesso delle formazioni palesemente armate per condurre la lotta contro il nemico armato, non aveva nulla a che vedere con il movimento politico clandestino e non poteva quindi essere condotto con gli stessi criteri, con gli stessi procedimenti, con gli stessi uomini.
I due movimenti avrebbero dovuto marciare in parallelo, con frequenti contatti, ma senza interferenze che ne vincolassero le rispettive libertà d'azione» (R. OPERTI, Il tesoro della 4ª Armata cit., pp. 219 e 239 sg.). ↩ -
Cfr. G. SIRI, Memorie sulle vicende genovesi del 1944-45, in «Rivista diocesana genovese», maggio-giugno 1975, p. 179. ↩
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Cfr. G. BOCCA, Storia dell'Italia partigiana cit., p. 93. ↩
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Cfr. F. PARRI, Scritti 1915-1975 cit., p. 136. ↩
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Col passare del tempo e soprattutto con la primavera-estate del 1944 quasi nessuna formazione si mantenne completamente indipendente dai Cln. Le poche eccezioni furono costituite da formazioni assai piccole, operanti in zone periferiche e marginali rispetto al teatro delle operazioni e a carattere spesso indefinibile, talvolta persino piú o meno criminale. Questo non vuol per altro dire che per varie formazioni, anche importanti, la «dipendenza» dai rispettivi Cln non fosse piú formale che sostanziale, dettata da motivi militari e pratici (non molto dissimili da quelli che indussero varie formazioni militari o autonome ad accettare il «padrinato» democristiano o liberale) e spesso caratterizzata piú da riserve che da effettive convergenze. Tipico può essere considerato il caso delle formazioni del maggiore Mauri, tra le piú valide della resistenza e che nell'autunno del 1944 contavano circa seimila uomini operanti soprattutto nelle Langhe, ma con propaggini anche nel Monferrato, nell'Alessandrino e in Liguria: pur continuando a dichiararsi sempre autonome, si collegarono con il Cln piemontese. Ciò nonostante i loro rapporti, e in particolare quelli del maggiore Mauri, rimasero sempre difficili sia con il Cln piemontese, sia soprattutto con gli azionisti (cfr. per il perdurare a distanza di tanti anni di questa ostilità, l'astioso ritratto di Mauri tracciato da G. BOCCA, Il provinciale. Settant'anni di vita italiana, Milano 1991, pp. 66 sg.) e ancor piú con i comunisti, che consideravano Mauri un reazionario e poco meno che un fascista, poiché questi non faceva mistero del suo dissenso politico e della sua ostilità nei loro confronti, arrivando al punto di inserire in un accordo ufficiale, poi disdetto dal Cln piemontese, un'affermazione come questa: «siamo contro la dittatura della reazione (grosso capitale, alta finanza, agrari, militaristi, ecc.) non meno che contro quella del proletariato o di qualsiasi altra classe o gruppo» e di definire le proprie formazioni non come aderenti al Corpo volontari della libertà, ma parte dell'Esercito italiano di liberazione nazionale. Cfr. MAURI, Con la libertà e per la libertà, Torino 1947; E. MARTINI MAURI, Partigiani penne nere, Milano 1968; M. GRANDI, La relazione sull'attività del gruppo divisioni autonome «Mauri» cit.; R. CADORNA, La riscossa cit., pp. 157, 169 sgg. e 399 sg.; D. DE NAPOLI - S. BOLOGNINI - A. RATTI, La resistenza monarchica in Italia cit., pp. 89 sgg.
Assai piú complesso, travagliato, articolato in fasi successive e profondamente condizionato (sino a sfociare nell'eccidio di Porzus) dalla particolare situazione locale e in specie dalle manovre titoiste per assicurarsi il controllo sul movimento partigiano italiano in loco e dall'atteggiamento dei comunisti di fronte ad esse, fu invece il caso, in Friuli, del raggruppamento divisioni Osoppo. Come ha notato il Gallo (p. 17), infatti, «il dualismo fra reparti diretti dai comunisti (Garibaldi) e quelli patrocinati dagli altri partiti (Osoppo) non è un connotato tipico friulano ma qui assume una rilevanza particolare». Pur tenendo in tutto il dovuto conto questa particolare rilevanza, il caso della Osoppo conferma quanto l'unità politica che in sede di Cln locali e di Clnai era in genere abbastanza facile a realizzare non trovasse assai spesso corrispondenza sul terreno dell'unificazione militare delle varie formazioni, sicché molte di queste mantennero una sostanziale autonomia organizzativa e, talvolta, anche operativa la cui radice va quasi sempre cercata nel diverso orientamento politico delle varie formazioni, nelle reciproche diffidenze e nei contrasti piú o meno espliciti che ne derivavano e che in circostanze particolari, ma non solo in esse, potevano avere sbocchi drammatici, anche se nessuno paragonabile all'eccidio di Porzus in cui, ai primi di febbraio del 1945, trovò la morte per mano di un gruppo gappista il comando della 1ª brigata Osoppo (una ventina di uomini tra i quali il comandante Bolla) e fu corso il rischio di spezzare l'unità della resistenza friulana e di metter questa in crisi. Cfr. Le formazioni GL nella Resistenza cit., pp. 317 sgg., e anche N. NALDINI, Pasolini, una vita, Torino 1989, pp. 73 sgg.; G. GALLO, La Resistenza in Friuli cit.; A. SAVORGNAN DI BRAZZÀ (OBERTO), Fazzoletti verdi, Venezia 1946, pp. 76 sgg.; M. CASSELLI, Porzus. Due volti della Resistenza, Milano 1975; nonché P. L. PALLANTE, Il Partito comunista italiano e la questione nazionale. Friuli - Venezia Giulia 1941-1945, Udine 1980, pp. 235 sgg.; R. CADORNA, La riscossa cit., pp. 225 sgg.; A. MORETTI, La Slavia friulana fra Italia e Jugoslavia 1943-45, in «Storia contemporanea in Friuli», 1977, n. 8, pp. 13 sgg. ↩ -
Nel suo discorso romano del 1945 Parri fu a questo proposito esplicito. Dopo aver ricordato le difficoltà che il movimento partigiano aveva dovuto inizialmente affrontare, disse infatti: «Il governo fascista pensò allora di darci esso stesso un largo aiuto col richiamo delle classi: era tutta gente che accorreva a noi...» (F. PARRI, Scritti 1915-1975 cit., p. 133). Analogo giudizio emerge dalla documentazione fascista, sia locale sia centrale. Tipici sono tre «appunti» per Mussolini del Capo della polizia in data 26 maggio («la chiamata delle classi anziane è stata una delle cose piú gravi compiute in questi ultimi mesi. Risulta presentata una trascurabile aliquota mentre il grosso è andato a rinfoltire le bande degli sbandati»), 11 luglio («viene segnalato... [a Genova] il continuo aumento delle diserzioni che fanno conseguentemente aumentare le file dei ribelli e tale fenomeno viene spiegato col fatto che circola la voce della partenza per la Germania anche dei militari») e 3 agosto 1944 (in Emilia «il movimento partigiano è diventato l'asilo di tutti coloro che vogliono sfuggire al pericolo di andare in Germania o chi voglia sfuggire alle leggi [di leva] del governo della Repubblica Sociale Italiana»). ACS, Min. Interno, Direz. gen. PS, Segreteria part. del Capo della Polizia, RSI, bb. 56 e 57. Per maggiori elementi cfr. la Relazione complessiva sulla forza dei banditi ecc., in Appendice, Documento n. 3 [Cfr. nota 1, p. 162. N. d. R.]. ↩
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Cfr. R. OPERTI, Il tesoro della 4ª Armata cit., p. 225; Le formazioni GL nella Resistenza cit., p. 335. ↩
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All'inizio anche gli azionisti accolsero favorevolmente chi voleva arruolarsi nelle loro formazioni. In un secondo momento, resisi conto dei problemi e dei rischi di un eccessivo affollamento di esse, si attennero ad una linea selettiva e che teneva conto delle possibilità di armare e di mantenere le reclute, arrivando sino a respingerne un certo numero e ad allontanare una parte di quelle già affluite. «Sempre in vista della situazione e delle prospettive attuali – scriveva Bianco ad Agosti il 16 aprile 1944 – si è deciso, in via di massima, di epurare, mandando in congedo chi proprio non se la sente, ed anzi in un certo senso incoraggiando le dimissioni. È inutile tenere della zavorra, delle bocche inutili... Per resistere a un rastrellamento in stile, per fare veramente i partigiani, ci vuole gente in gamba; e la gente in gamba non è molta... La IV banda, su 93 uomini, coll'epurazione ne ha persi 15». In un momento ancora successivo, resisi conto che i comunisti «sono pronti a prendere qualsiasi roba», persino i disertori fascisti, e che la «condizione essenziale per andare d'accordo» con loro era «di essere forti» e che, infine, perseverando in un atteggiamento troppo rigido e selettivo, avrebbero fatto il loro giuoco, anch'essi finirono per adottare criteri di arruolamento piú larghi (cfr., per il Piemonte, G. AGOSTI - D. BIANCO, Un'amicizia partigiana cit., pp. 70, 94, 153). E lo stesso fecero i socialisti. ↩
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Dopo l'arruolamento dei «puri impazienti», nei quali lo spirito combattivo era assai vivo, la scelta politica di arruolare tutti coloro che si dicevano pronti a combattere non subí, almeno come indicazione di massima, modifiche, anche se le nuove reclute vennero via via ad essere costituite in larga misura da renitenti alla leva saloina e al servizio del lavoro in Germania e, successivamente, da gente mossa dalla convinzione che la guerra stesse per finire e desiderosa di precostituire benemerenze e, dunque, spesso con scarso spirito combattivo e pronta anche, se le cose si mettevano al brutto, a disertare e persino a passare dall'altra parte. Da qui tutta una serie di problemi e in primo luogo quello di non essere spesso in grado di armare tutta questa gente. Ai primi di maggio del 1944, per esempio, l'8ª brigata Garibaldi, in Romagna, teoricamente forte di ottocentocinquanta uomini, ne contava quattrocentocinquanta completamente disarmati; nell'ottobre dello stesso anno in tre brigate del Biellese il rapporto tra armati e disarmati era di uno a tre. Cfr. Le Brigate Garibaldi nella Resistenza cit., I, p. 412; II, pp. 7, 86, 447 e 533. ↩
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Cfr. le significative annotazioni sotto la data del 20 ottobre 1944 di B. CEVA, Tempo dei vivi 1943-1945, Milano 1952, pp. 123 sgg. ↩
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Subito dopo l'8 settembre le direttive comuniste furono formalmente improntate ad un atteggiamento di apertura verso tutte le formazioni che si mostravano pronte a scendere subito in campo contro i tedeschi e i fascisti e misero l'accento soprattutto sulla necessità di farle aderire ai Cln e di «educarle» politicamente sulla base del loro programma unitario. Sopravvenuta la stasi delle operazioni militari alleate e avendo l'organizzazione comunista messo piú salde radici, il Pci rettificò però questa sua iniziale posizione. Per un verso avviò la costituzione su vasta scala di proprie formazioni, le brigate Garibaldi, aperte a tutti, ma saldamente in mani comuniste («il mio amico Longo – avrebbe detto Parri nel 1960 – seminava le brigate con una facilità invidiabile») e impartí, quanto alle altre, disposizioni di adoperarsi per prenderle «nelle nostre mani, compreso il comandante»; per un altro verso, pur continuando a sostenere la necessità di una intesa unitaria tra tutte le forze antifasciste, spinse l'acceleratore della politicizzazione delle formazioni e impartí disposizioni ai propri militanti di dare «un piú marcato carattere di partito» alla loro attività, «in modo che appaia sempre piú netta alle masse la sua fisionomia di partito della classe operaia, la sola veramente decisa e capace di portare a fondo la lotta per la liberazione del nostro paese e a dare al problema nazionale una soluzione radicalmente conforme agli interessi e alle aspirazioni delle masse lavoratrici e del popolo italiano». Né da questa linea di condotta il Pci si sarebbe sostanzialmente discostato dopo la «svolta di Salerno» e, nel giugno 1944, la costituzione del governo Bonomi e l'assunzione nei territori occupati da parte del Clnai dei poteri già attribuitisi dal Cln centrale. Eloquenti sono a questo proposito le «direttive per lo sviluppo della lotta insurrezionale» «fissate in base ai consigli e alle indicazioni pervenuteci dal capo del nostro partito, compagno Ercoli» trasmesse dopo questi avvenimenti ai responsabili «insurrezionali» delle regioni occupate nelle quali veniva ribadito che in tutte le unità partigiane, garibaldine e no, aderenti al Cln o no, doveva essere organizzato «il nucleo di partito», che nei territori liberati dovevano essere creati subito, e senza «perdersi in discussioni sui [loro] rapporti formali con il governo nazionale e con i Cln», «organismi di potere popolare che siano emanazione diretta delle masse in lotta e delle loro organizzazioni», comitati contadini, comitati di agitazione di fabbrica, Fronte della gioventú, gruppi di difesa della donna, ecc., organizzazioni tutte in mano ai comunisti e da loro create proprio per penetrare piú a fondo degli altri partiti nel tessuto sociale delle varie zone e per moltiplicare il proprio peso all'interno dei Cln. E non meno eloquente è quanto il 12 luglio 1944 la delegazione del Pci per il Piemonte scrisse ai «compagni responsabili» delle brigate Garibaldi in Val Susa a proposito del lavoro politico da svolgere per rendere sempre piú comuniste le loro formazioni: «Per evitare che i nostri amici liberali, cattolici e del PdA ci accusino che le brigate Garibaldi sono delle formazioni comuniste, curare che nelle forme esteriori non si dia pretesto a questa speculazione: niente falci e martello, convincere gli uomini a togliersi la camicia rossa, adottare come simbolo la stella tricolore a cinque punte e la bandiera tricolore, evitare canto come Bandiera rossa – Internazionale, pur facendo con intelligenza tutto il lavoro politico di partito che non dobbiamo mai trascurare». Cfr. Le Brigate Garibaldi nella Resistenza cit., I, pp. 102, 133 sgg., II, pp. 93 sgg. e 117; F. PARRI, Scritti 1915-1975 cit., p. 555. ↩
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V. FOA, Il Cavallo e la Torre. Riflessioni su una vita, Torino 1991, p. 140. L'osservazione rende bene la posizione di tanti di quegli azionisti che su singole questioni potevano pensarla diversamente dai comunisti e anche scontrarsi con essi, ma consideravano l'accordo strategico «di sinistra» un dato di fatto imprescindibile. ↩
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Cfr. G. B. STUCCHI, Tornim a baita cit., pp. 243-44, importante perché esclude che quanto Parri scriveva a McCaffery non rispondesse al suo vero pensiero, ma mirasse solo ad ottenere aiuti dagli Alleati. ↩
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«Nota sul lavoro attivistico»: Memorandum di F. Parri a J. McCaffery, 31 ottobre 1943, in P. SECCHIA - F. FRASSATI, La Resistenza e gli alleati, Milano 1962, pp. 28 e 30. ↩
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Cfr. P. SECCHIA, Sinistrismo, maschera della Gestapo, in «La nostra lotta», dicembre 1943; Le Brigate Garibaldi nella Resistenza cit., I, p. 122; nonché G. AMENDOLA, Lettere a Milano cit., pp. 149 sgg. ↩
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A questi tentativi si accenna in vari studi a carattere locale e si trovano riferimenti nella documentazione sia partigiana sia fascista. Il tono reticente e sbrigativo degli accenni e il giudizio sostanzialmente negativo che li accompagna o è implicito in essi aiutano a spiegare come a tutt'oggi manchi su tali tentativi uno studio ad hoc di cui si sente invece sempre piú la necessità per superare una visione meramente retorica o politico-ideologica della resistenza e comprendere l'effettiva realtà della guerra civile e, nella fattispecie, valutare correttamente il fenomeno in relazione ai diversi momenti nei quali esso si manifestò, ai suoi protagonisti e ai motivi che li mossero (desiderio di rendere meno gravoso il peso della guerra civile, opportunismo, provocazione, ingenuità, ecc.). E ciò tanto piú che in alcuni di questi tentativi ebbero parte uomini sul cui antifascismo non sussistono dubbi, come, per fare due soli esempi, F. M. Beltrami (cfr. M. BEGOZZI, Il signore dei ribelli cit., pp. 26 sgg., 245 sgg.) e il gen. Operti (cfr. la sua cit. Relazione, in AUSSME, ff. 58 sgg.). ↩
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Anche su questo aspetto manca pressoché qualsiasi ricerca specifica né esso è affrontato in studi anche recenti in cui pure si parla di come nella resistenza è stato vissuto il problema della violenza. Per un quadro d'insieme, riferito soprattutto all'Europa occidentale, cfr. J. SEMELIN, Sans armes face à Hitler. La résistance civile en Europe 1939-1943, Paris 1989, in cui quanto è ricco lo sforzo di ricostruire una tipologia delle molteplici forme della resistenza civile, tanto è rapido e superficiale quello di comprenderne le motivazioni oggettive e soggettive (morali). ↩
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Dell'atteggiamento del clero nel 1943-45 parleremo piú avanti (per una prima informazione cfr. A. FAPPANI - F. MOLINARI, Chiesa e Repubblica di Salò, Torino 1981). Un cenno almeno meritano però qui le accuse di attendismo che da parte comunista furono, allora e dopo, rivolte ad esso e in particolare a quello piú alto. Che esse avessero piú motivazioni è fuori di dubbio; la piú importante fu però quella di ribattere le prese di posizione di vari vescovi a favore di una distensione degli animi e di una condotta, da ambo le parti in lotta, meno feroce e spietata della lotta stessa e della quale facevano le spese anche le popolazioni civili e, soprattutto, i loro inviti a queste a tenersi fuori da tutto per evitare o almeno limitare i rischi di farne appunto le spese. Tipica è a questo proposito la lettera pastorale «per la distensione degli animi» che il vescovo di Reggio Emilia, mons. Eduardo Brettani fece leggere in tutte le chiese della sua diocesi nei primi mesi del 1945 durante la messa dei giorni festivi. In essa si legge tra l'altro (per il testo completo cfr. «Ricerche storiche», aprile 1992, pp. 49 sgg.):
«Assistiamo da tempo nella nostra diocesi a una continua serie di fatti tragici che riempiono gli animi di orrore e di angoscia. È una catena di vendette e di rappresaglie che non si spezza, ma si accresce sempre di maggiore ferocia.
La guerra è già tanto grave d'insidie e di pene tremende, per il presente e per l'avvenire che si prepara: perché aggravarla ancora con le nostre lotte feroci? Che non sia proprio possibile addivenire ad una distensione degli animi? Giungere, tra cittadini di una stessa patria, tra fedeli di una stessa diocesi, ad una convivenza tollerabile?...
Non si pretende di sopprimere le divisioni di parte: purtroppo esse dureranno ancora molto con gravissimo danno della nostra Patria; ma può e deve impedirsi che raggiungano la ferocia, com'è al presente presso di noi. In altre Provincie, vicine e lontane, le divisioni di parte sono pure vivissime e ben sentite; ma non si avverano le uccisioni continue e i fatti spietati come avvengono qui.
Occorre anzitutto, al di sopra di ogni altro espediente, ritornare alle supreme leggi della giustizia e della morale cristiana...
Si addivenga allo scambio piú largo di prigionieri e di ostaggi... Si abbia rispetto alla vita di donne e di fanciulli... Si usi anche, se si vuol ottenere una reale distensione verso i prigionieri e gli ostaggi... Vengano evitate, o almeno mitigate, le tremende rappresaglie di guerra. Ma è pure necessario [richiamare] al senso di responsabilità coloro che con atti inconsulti (inconcludenti ai fini guerreschi) li provocano con danni e lutti di famiglie che non hanno responsabilità alcuna... Le persone inesperte si astengano dall'immischiarsi in faccende politiche, e faranno bene anche a evitare di discuterne. La politica è un terreno scabroso e malfido, sempre; tanto piú oggi. Un passo inconsiderato, anche senza rendersene conto, può procurare conseguenze e sanzioni molto gravi a danno proprio e altrui.
Infine adoperiamoci tutti, come dobbiamo e possiamo, perché non vi siano piú uccisioni per livore di parte. Da tutti s'invoca la giustizia; ma non basta averne la parola sul labbro, occorre perseguirla con rettitudine di criteri e di opere, anche sacrificando le proprie vedute e il proprio tornaconto. La giustizia non si compie con le vendette individuali e di parte...»
Complessivamente, pur non essendo favorevole ai comunisti, l'atteggiamento del clero e in particolare di quello piú immediatamente a contatto con la popolazione non fu, salvo casi sporadici (ma che hanno fatto molto rumore per l'esaltazione o la denigrazione fatta attorno ad essi allora e dopo dai fascisti e dagli antifascisti), tutt'altro che favorevole alla Rsi. Significativi sono a questo proposito i violenti sfoghi e le reazioni che esso suscitò tra i sostenitori della Rsi un po' a tutti i livelli. Valgano ad esempio i seguenti passi di lettere scritte da alcuni di questi ai loro familiari:
- (da Onè di Fonte – Treviso) «... Domenica scorsa non ho voluto andare alla Messa. Oggi per accompagnare la mamma vi sono andata, ma a momenti soffocavo di collera nel sentire la predica insulsa e tendenziosa come al solito. Che si aspetta a chiudere il becco ai preti? Vi immaginate la sconcia gioia del clerume vaticano in Roma "liberata"? Non per nulla l'"Osservatore Romano" pubblica regolarmente il bollettino di guerra degli alleati. Ma a Roma facciano pure il comodaccio loro, ma non è tollerabile che i preti facciano qui da noi il loro lurido gioco, sotto il nostro naso...» (luglio 1944);
- (da Como) «... Purtroppo i nostri preti sono decisamente ostili alla Repubblica Sociale Italiana. Questi nostri preti fanno semplicemente schifo e sono certo che se il nostro Sergio fosse al corrente di quanto succede monterebbe su tutte le furie e si metterebbe a predicare la separazione della Chiesa dallo Stato. Ma stai tranquilla che Cristo saprà castigarli a dovere e che la guerra la vincerà il Tripartito...» (luglio 1944);
- (da Pontechiasso – Como) «... Riceviamo la tua lettera mentre leggiamo lo scempio di Roma, l'oltraggio alla nostra povera fede di italianità onesta e leale e cristiana che ci giunge da chi mai non avremo potuto crederlo. Che il clero nostro abbia sempre tramato contro di noi lo intuivamo, ma che si potesse macchiare cosí non volevamo crederlo. Per un'idea d'amore e di giustizia, piccola idea di luce che ispirata dalla grande luce di Cristo è sorta nel mondo, le forze del male insorgono e la lotta si fa asprissima. Lotta che non prende armi, ma le coscienze; la solita arma nascosta lotta ormai a viso aperto... Contro un uomo e un partito e non indietreggia come non indietreggiò il re spergiuro al pensiero che non l'uomo si colpisce, ma tutto il Paese, tutta la popolazione, tutto il suo onore, tutto il suo tesoro...» (luglio 1944);
- (da Mantova) «... Il Signore, cioè l'Altissimo, vede e provvede, come vede e provvede de quel manigoldo di Vicario di Cristo che risiede in Vaticano. Gli andrà sempre bene? No, per Dio, dovrà essere spazzato via. Faccio punto altrimenti vado fuori dai gangheri...» (settembre 1944);
- (da Pola) «... Uno dei piú, anzi il piú temibile, il piú pericoloso dei nostri nemici interni, è il nostro clero, quel clero che dal primo giorno della guerra non ha fatto altro che predicare l'amore per i nemici, avvelenare le coscienze delle nostre madri, insinuare la diffidenza, la sfiducia. L'8 settembre si deve oltre che al tradimento di Badoglio anche e soprattutto alla nefasta opera disgregatrice e sabotatrice del Clero. Ma se c'è un Dio, se c'è una giustizia divina, il nostro clero dovrà scontare la sua nefasta opera ai danni del popolo nostro...» (settembre 1944).
(Cfr. SID, Esame corrispondenza censurata, notiziari n. 8 e n. 10, in AUSSME, I-1, RSI, Min. Forze Armate - SID, b. 59). ↩ -
La documentazione disponibile (cfr. soprattutto P. L. PALLANTE, Il Partito comunista italiano e la questione nazionale cit., pp. 83 sgg.; ID., Trieste 1944-45, la politica dei comunisti italiani dopo la «svolta» jugoslava, in «Storia contemporanea», dicembre 1987, pp. 1491 sgg.; P. SPRIANO, Storia del Partito comunista italiano cit., pp. 437 sg.; P. SECCHIA, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione cit., pp. 154 sgg., 183 sg. e 348 sgg.; L. LONGO, I centri dirigenti del Pci nella Resistenza cit., pp. 401 sgg.; Le Brigate Garibaldi nella Resistenza cit., I, pp. 244 sgg., II, pp. 296 sgg., 311, III, p. 611; R. TERZUOLO, Relations between the Communist parties of Italy and Yugoslavia, Stanford 1980; M. GALEAZZI, Togliatti e la questione giuliana, Trieste 1991; nonché SMG - UFF. INFORMAZIONI, Il movimento italiano di liberazione dall'oppressione nazifascista (Maggio 1945), appendice alla IV parte, ff. 19 sgg., in AUSSME, N-1-11, Diari storici 2ª G.M., b. 3020) dimostra come durante la resistenza il Pci fu pronto ad accettare che le brigate Garibaldi operassero «in coordinamento» prima e alle dipendenze poi del IX corpus sloveno e, quel che piú conta, non intese mai rimettere in qualche modo in discussione il «diritto di unione alla Slovenia dell'Istria e della Venezia Giulia» da lui riconosciuto nel 1936 e che le sue riserve a questo proposito (creazione a guerra finita, nella Venezia Giulia di uno stato indipendente che avrebbe poi potuto «spontaneamente» aderire alla federazione jugoslava) furono meramente strumentali, volte cioè ad evitare che una sua pubblica accettazione del punto di vista jugoslavo lo mettesse politicamente in difficoltà con gli altri partiti antifascisti, frustrasse il sorgere di un movimento partigiano nel Veneto e facesse crescere le preoccupazioni per il futuro delle provincie orientali che dopo l'8 settembre si erano diffuse a Trieste e nelle località circonvicine tra la popolazione italiana (anche tra buona parte di quella operaia) suscitando ostilità e diffidenze verso il movimento partigiano. ↩
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Cfr. Le Brigate Garibaldi nella Resistenza cit., III, p. 625. ↩
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Per l'importanza subito attribuita dai comunisti alla figura del commissario politico, che doveva sempre affiancare il comandante e svolgere «un'intensa opera di educazione politica», cfr. le direttive per i distaccamenti partigiani da essi impartite sin dall'ultima decade del settembre 1943, in Le Brigate Garibaldi nella Resistenza cit., I, p. 102; nonché S. FOLLONI, Commissariato e commissari nella guerra di liberazione a Reggio Emilia, in «Ricerche storiche», aprile 1992, pp. 5 sgg.; e, a livello memorialistico, O. POPPI, Il commissario, Modena 1979. ↩
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Cfr. Colpire audacemente e duramente tedeschi e fascisti cit., riprodotto in L. LONGO, Sulla via dell'insurrezione nazionale cit., p. 19. ↩
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Cfr. G. BOCCA, Storia dell'Italia partigiana cit., p. 93. ↩
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Cfr. G. PETRACCHI, «Intelligence» americana e partigiani sulla linea gotica, Foggia 1992, pp. 60 sg. Dopo questa affermazione Del Carpio proseguiva:
«Dall'ottobre 1943, quando iniziai l'organizzazione militare della Val di Vara per conto del mio Partito, ogni mio movimento è stato seguito. Quando costituii la formazione partigiana una persona è stata infiltrata tra le mie file per osservare a fare rapporto ai superiori. Altri elementi sono stati inseriti nella mia organizzazione con l'ordine di portare avanti una propaganda disfattista; ogni possibile tentativo è stato fatto per indurre i miei uomini ad andarsene e ad unirsi alle formazioni comuniste. Sono stati fatti tentativi per apprendere il testo dei messaggi per i lanci come pure dei segnali coi fuochi, col proposito di entrare in possesso di tali lanci.
Per quanto riguarda i lanci deve essere messo in evidenza il fatto che parecchi di essi sono stati intercettati da altri senza autorizzazione e nonostante fossero destinati alla mia brigata; i colpevoli in questo affare furono "Faccio" ed il maggiore Gordon Lett ed il maggiore Corvo e la Missione Libertas sono pronti a confermarlo. Del lancio di cui "Faccio" (ora deceduto) era entrato arbitrariamente in possesso, sono state recuperate solo 200 000 lire da uno dei miei agenti: questi fondi sono stati consegnati a Corvo, che era in zona, al quale erano destinati.
Durante le massicce operazioni di rastrellamento del 3 agosto le formazioni comuniste che si trovano sul fianco destro e sinistro non hanno attaccato battaglia, permettendo alle formazioni tedesche di dirigersi direttamente verso le postazioni occupate dalla mia brigata e costringendomi a cambiare il sistema difensivo.
Nei giorni seguenti questo rastrellamento, che fu sostenuto con perfetto spirito di collaborazione e fraternità d'armi da parte di taluni elementi delle formazioni comuniste, questi ultimi hanno parlato con esultanza della completa distruzione della "Colonna Giustizia e Libertà" ed i loro capi, invece di smentire questa pura invenzione hanno fatto oggetto delle loro piú vili calunnie il col. Turchi, comandante della Prima Divisione Ligure, e "Boia"» (p. 61). ↩ -
Cfr. G. BOCCA, Storia dell'Italia partigiana cit., pp. 98 sgg., le cui osservazioni sono condivisibili però soprattutto per quel che riguarda i livelli piú bassi del movimento partigiano, meno, invece, per i suoi vertici. Se infatti è vero che questi, e in particolare gli azionisti che ne facevano parte, sui quali, data la posizione di Parri, ricadeva in larga misura la direzione centrale della resistenza, ebbero un atteggiamento piú «aperto» e «conciliante», nei confronti dei comunisti, è però un fatto che – almeno sino alla metà del 1944 (ché l'arrivo di Cadorna al nord tra le varie conseguenze ebbe anche quella di provocare un ulteriore avvicinamento di Parri a Longo, preoccupati che i loro partiti perdessero anche solo parte del loro peso e le formazioni il loro carattere politico) – essi cercarono piú volte e anche a costo di contrasti «duri e talvolta aspri» (al punto di essere tacciati di attendismo) di frenare e contrastare le iniziative dei comunisti e le loro manovre per prendere in mano o, almeno, condizionare pesantemente la direzione militare della resistenza (premendo anche affinché fossero attuate azioni su vasta scala volte a liberare ampie zone nelle quali instaurare amministrazioni popolari che si conclusero con successi effimeri e dispendiosi ed ebbero conseguenze psicologicamente negative: tipico il caso della «repubblica dell'Ossola»), mantenendo al tempo stesso il piú possibile autonome da essa le brigate Garibaldi e i Gap. Da qui la necessità, per Parri e per i piú responsabili dei suoi collaboratori azionisti, di cercare di indurre i comunisti ad attenersi a una maggiore disciplina gerarchica. E questo senza dire dei contrasti, ai quali abbiamo già accennato, per l'atteggiamento assunto dai comunisti in materia di rapporti con le loro formazioni e quelle jugoslave nella Venezia Giulia e nel Friuli. Cfr. a questo proposito «Verso il governo del popolo». Atti e documenti del CLNAI 1943-1946, a cura di G. Grassi, Milano 1977; Atti del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà (giugno 1944 - aprile 1945), a cura di G. Rochat, Milano 1972, pp. 511 sgg.; F. PARRI, Scritti 1915-1975 cit., pp. 556 sg.; ID., Memoriale sull'unità della Resistenza cit., p. 59; L. LONGO, Sulla via dell'insurrezione nazionale cit., pp. xxv sgg.; R. CADORNA, La riscossa cit., pp. 153 sgg. (soprattutto per la seconda metà del 1944); per il caso della Val d'Ossola H. BERGWITZ, Die Partisanen-republik Ossola 10 September bis zum 23 Oktober 1944, Bienfield 1974; per quello di Montefiorino E. GORRIERI, La Repubblica di Montefiorino cit.; per quello del Friuli G. ANGELI - N. CANDOTTI, Carnia libera. La repubblica partigiana del Friuli (estate-autunno 1941), Udine 1971.
Quanto al comportamento dei comunisti a livello di formazioni, molti sono gli accenni nella letteratura e nella pubblicistica storica che documentano il loro settarismo e la loro doppiezza; manca però qualsiasi studio in merito. Significativa per capire lo stato d'animo che questi atteggiamenti talvolta suscitavano nelle altre formazioni è, per esempio, una relazione sulla situazione nel Biellese pubblicata da G. ZANDANO, La lotta di liberazione nella provincia di Vercelli 1943-1945, Vercelli 1957, pp. 169 sgg. In essa si legge tra l'altro:
«La massa dei partigiani non ha chiaro indirizzo politico. Si presume siano in maggioranza di tendenza socialista, ma numerosi sono gli apolitici. Di questa massa amorfa approfittano i comunisti sfruttando l'organizzazione di partito per educarli a loro vantaggio. Non appena un elemento giunge in una formazione viene inviato tra compagni comunisti e quivi, prima ancora dell'istruzione militare, gli vengono propinate teorie sulla dittatura del proletariato e sulla nuova giustizia sociale.
Tutti i capi delle formazioni garibaldine sono comunisti o obbligati ad esserlo: il comando effettivo è tenuto piú dal commissario politico che non dal comandante ufficiale. Non appena un capo cessa di dare pieno affidamento al partito viene rimosso o gli si mette a lato un vice comandante o un commissario di tutta fede, onde controllarne l'attività.
Tutti ostentano di fronte ai membri del C.L.N. ed ai patrioti di altre formazioni, che le loro bande non hanno assolutamente carattere politico, ma di schietta e leale collaborazione con tut- ti, al solo scopo di cacciare tedeschi e fascisti. E questa loro affermazione è continuamente ripetuta quasi a coprire con parole l'evidenza dei fatti.
Ufficialmente si dicono aderenti al C.L.N. e se ne giovano, in effetti lo considerano un impedimento alla loro propaganda ed un organo di controllo non desiderato. Nelle formazioni questo è continuamente denigrato; in diverse circostanze (ritardo nel dare corso ad esose richieste, richiami per causa di grassazioni e soprusi) il comitato in blocco e membri singoli furono minacciati di soppressione.
Dal contegno di tutti i comunisti, e cioè dei membri comunisti dei comitati, dei capi formazioni dei commissari politici ecc. come pure dal comportamento loro sul campo in occasione di attacchi nazi-fascisti o di rastrellamenti, appare chiaro che il loro scopo è di costituire con ogni mezzo squadre armate prettamente comuniste per tentare al momento favorevole una sollevazione generale del proletariato.
La loro propaganda tra operai e salariati è in genere molto attiva; cercano di accattivarsi l'animo della popolazione mostrandosi quali paladini della classe operaia, estorcendo agli industriali colla minaccia delle armi contratti di lavoro sproporzionatamente favorevoli con condizioni tali da impedire il normale andamento dell'industria. Con tutto questo forzano la mano dei C.L.N. i quali sono costretti a ratificare il fatto compiuto.
Ed in questo si giovano anche della forza sopprimendo elementi che li contrastano...
L'atteggiamento dei comunisti è ostentatamente democratico, ma appena la maggioranza è loro contraria, ove le bande armate sono in loro mani, si dimostrano chiaramente totalitari; è evidente che appena si riterranno in grado, essi tenteranno un colpo di forza per impadronirsi del potere...» ↩ -
Cfr. a questo proposito la «direttiva politica» n. 11 diramata il 25 ottobre 1944 a tutte le istanze dirigenti del partito dalla direzione del Pci per l'Italia occupata in Le Brigate Garibaldi nella Resistenza cit., II, pp. 484 sgg. ↩
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Tipico è il caso della formazione della quale faceva parte Nuto Revelli (agli inizi della resistenza tutt'altro che azionista) a proposito della quale questi annotava nel suo diario sotto la data del 6 novembre 1943: «Verso la banda Galimberti abbiamo una spiccata diffidenza, per- ché opera piú sul piano politico, che sul piano militare. Anche Faustino, su questo punto, la pensa come noi.
Non vogliamo saperne dei "politici", non vogliamo saperne dei "militari".
Con la banda di Boves, impostata su basi da regio esercito, i primi collegamenti andarono a vuoto e non ne cercheremo altri. L'incendio di Boves, i sanguinosi combattimenti della Bisalta, con i civili allo sbaraglio, hanno confermato che l'impostazione dei "bovesani" è sbagliata, che l'improvvisazione, in questa guerra, si paga a caro prezzo.
Il nostro programma è preciso. Niente improvvisazioni, ma lavoro in profondità, con la visione chiara che dovremo combattere in una guerra lunga e difficile» (N. REVELLI, La guerra dei poveri, Torino 1962, p. 146). ↩ -
Cfr. in particolare E. AGA ROSSI, L'Italia nella sconfitta cit.; M. DE LEONARDIS, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit.; L. MERCURI, 1943-1945. Gli Alleati e l'Italia, Napoli 1975; L. ROSSI, Gli Stati Uniti e la «provincia» italiana. 1943-1945. Politica ed economia secondo gli analisti del servizio segreto americano, Napoli 1990. ↩
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Il ruolo dei servizi segreti italiani (sui quali manca qualsiasi studio a carattere scientifico) è stato sino ad oggi se non ignorato, certo troppo sottovalutato.
In realtà i primi a porsi il problema di stabilire contatti con la resistenza furono, appena insediatisi a Brindisi, il governo Badoglio e il Comando supremo; sia per acquistarsi un merito presso gli Alleati, sia sperando di prendere sotto la loro tutela il movimento partigiano e dargli un carattere militare e non politico. Ottenuta l'autorizzazione dagli Alleati (che ne designarono i principali elementi direttivi), nell'ottobre 1943 venne ricostituito il Sim, alla cui I sezione, diretta dal colonnello Agrifoglio, fu assegnato il compito di occuparsi del movimento partigiano e in particolare – come Messe avrebbe scritto il 28 ottobre 1944 a Bonomi – di «costituire», secondo il volere degli Alleati, «cellule informative nell'Italia occupata e collaborare all'attività controinformativa». I primi positivi risultati ottenuti (le prime missioni furono inviate già in ottobre) spinsero gli Alleati (in pratica gli inglesi) ad autorizzare un ampliamento delle iniziali strutture del Sim e a stabilire con esso una sorta di collaborazione, limitata però essenzialmente ad alcuni ben precisi settori. In particolare a quelli della raccolta di informazioni oltre la linea del fronte e del trattamento dei partigiani delle zone via via liberate (disarmo, «smobilitazione», assorbimento civile, recupero delle armi occultate, ecc.). Quanto invece all'attività di collegamento e di rifornimento delle formazioni partigiane, «dopo le prime pressioni fatte sugli Alleati... questi fecero sapere (dicembre 1943)... che essi [non solo] non disponevano di un'organizzazione adatta che potesse far fronte alle necessità derivanti dai bisogni di una presunta futura guerriglia, ... ma che non avevano intenzione, né interesse di armare in Italia un esercito segreto. Tutt'al piú, in aderenza alle stesse attribuzioni della Special Force n. 1, si dissero propensi ad effettuare qualche operazione di aviorifornimento di materiale, soprattutto di sabotaggio, per qualcuno dei nuclei piú decisi ed operanti nei settori che maggiormente potevano interessare la loro specifica attività» (relazione del Sim al Comando supremo in data 25 luglio 1944 sull'attività svolta dal 1° ottobre 1943 al 30 giugno 1944 «per organizzare il movimento di resistenza nell'Italia occupata»). Entro questi limiti il Sim (in collaborazione soprattutto col Soe) tra l'ottobre 1943 e l'aprile 1945 poté inviare oltre le linee (via terra, via mare, con aviolanci) 140 missioni, inoltre, specie nei primi mesi, molte italiane, le altre miste, e dal gennaio 1944 all'aprile 1945, 1 958 650 tonnellate di rifornimenti.
Cfr. MIN. DIFESA - SME - UFF. STORICO, L'azione dello Stato Maggiore Generale per lo sviluppo del movimento di liberazione cit.; AUSSME, I-3, Carteggio versato dallo S.M.D. (C.S. e S.M.G. - 2ª G.M.), b. 149, fasc. 3 e 150, fasc. 5; ID., H-5, S.M.R.E. - Classificato «RR», b. 40, fasc. 6; SMG - UFF. INFORMAZIONI, Il movimento italiano di liberazione dall'oppressione nazifascista. Maggio 1945 cit., da cui risulta bene anche l'atteggiamento dei governi Badoglio e Bonomi verso la resistenza. ↩ -
E. AGA ROSSI, La politica angloamericana verso la resistenza italiana cit., pp. 49 sg. A conferma di quanto asserito dall'Aga Rossi, cfr. ciò che scrive a proposito dei servizi segreti inglesi E. SOGNO, Fuga da Brindisi e altri saggi. Un'interpretazione del secolo xx, Cuneo 1990, pp. 113 sg.: «In seno ai comandi e ai servizi britannici che si occupavano dei contatti con la resistenza italiana, pur nei limiti invalicabili delle grandi linee della politica di guerra, ricordo di aver notato almeno tre atteggiamenti: l'atteggiamento dei servizi direttamente responsabili del controllo e degli aiuti ai movimenti di resistenza europea e italiana, che si distingueva per solidarietà e comprensione delle motivazioni politiche e delle esigenze psicologiche dei resistenti. Questi servizi consideravano le forze della resistenza come aspetti di una realtà nazionale che doveva essere favorita o contrastata, ma comunque compresa per il suo utilizzo ai fini della lotta comune (uffici della Special Force a Berna e a Lugano, a Brindisi e a Roma); diverso l'atteggiamento del Servizio segreto britannico, burocratico e impersonale, alieno dal prendere in considerazione elementi estranei alla pura efficienza in rapporto agli obiettivi e perciò lontano da ogni solidarietà morale o politica (colonnello Rosebery); diverso ancora l'atteggiamento britannico nei comandi militari del Quartier Generale di Alexander, nel comando interalleato di Caserta e nella Commissione Alleata di Controllo, decisamente allergico agli aspetti politici del movimento e tendente a vedere le attività dei volontari italiani esclusivamente dal punto di vista del contributo, singolo e immediato, alla condotta delle operazioni militari (generali Alexander e Wilson, maggiore Peters)». ↩
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Cfr. per esempio W. CHURCHILL, In guerra. Discorsi pubblici e segreti, II cit., pp. 172 sg. (28 settembre 1944) e 217 (18 gennaio 1945). ↩
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Con questo argomento, per esempio, Allen Dulles, da cui dipendeva l'Oss in Italia, lasciò cadere le avances di R. Craveri quando questi, nella fase organizzativa della missione al sud del Clnai, si recò da lui a Berna per sollecitare il suo appoggio all'iniziativa. «La mia visita – Craveri riferí a Scamporino il 18 novembre successivo – fu infruttuosa. Già a proposito di alcune questioni militari, il sig. Dulles mi disse di avere funzioni essenzialmente politiche e di non voler occuparsi in nessun modo di questioni militari relative all'Italia invasa. Circa il viaggio in maniera indiretta mi fece chiaramente capire come spettasse agli inglesi e non agli americani combinare il viaggio stesso, facendomi presente che nel teatro italiano i due comandanti generale Wilson e generale Alexander fossero inglesi» (R. CRAVERI, La Campagna d'Italia e i servizi segreti. La storia dell'ORI (1943-1945), Milano 1980, pp. 252 sg.). ↩
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Sul diverso atteggiamento del Foreign Office e del Dipartimento di Stato rispetto ai rapporti loro trasmessi dal Soe e dall'Oss cfr. E. AGA ROSSI, L'Italia nella sconfitta cit., p. 199. Il Foreign Office riservava loro molta attenzione e se ne serviva per orientare Churchill e influire su di lui; il Dipartimento di Stato non prestava invece loro quasi attenzione, preferendo, se mai, dar credito a studi elaborati negli Usa da intellettuali che poco o nulla sapevano della realtà italiana e si basavano nel migliore dei casi, su materiali raccolti per la sezione Research and analyse dell'Oss da professori universitari e intellettuali italiani di media tacca. Cfr. M. CORVO, The O.S.S. in Italy 1942-1945. A personal memoir, New York 1990, passim; nonché, piú in generale, B. M. KATZ, Foreign Intelligence Research and Analysis in the Office of Strategic Services 1942-1945, Cambridge Mass. 1989.
A ciò va aggiunto che il personale dell'Oss Italia era (al contrario di quello del Soe) in buona parte raccogliticcio e di scarsa professionalità, spesso reclutato tra gli italo-americani (anche e non di rado in odore di mafia), in ambienti radical's e della sinistra americana (persino ex militanti della brigata Lincoln), ovvero tra elementi in cerca d'avventura. Il che spiega non solo i contrasti che spesso si determinavano tra Soe e Oss, ma, quel che piú importa, i numerosi abbagli che l'Oss prese nel giudicare la situazione italiana e la facilità con la quale i suoi membri sposarono iniziative e cause alle quali si sentivano piú vicine politicamente o emotivamente. Con la conseguenza, da un lato, di accreditare sia presso i loro superiori sia presso la resistenza una immagine il piú delle volte deformata dei fatti e, da un altro lato, di illudere coloro con i quali erano in contatto e di prendere impegni che raramente erano in grado di onorare. Cfr., a questo proposito, le osservazioni di Max Salvadori, che del mondo dei servizi segreti in Italia aveva una conoscenza diretta, a proposito del libro di R. CRAVERI, La Campagna d'Italia e i servizi segreti cit., in «Storia contemporanea», febbraio 1981, pp. 180 sgg.
Il Soe era piú oculato e selettivo nella scelta del proprio personale e questo era, rispetto a quello dell'Oss, caratterizzato in genere da una maggiore professionalità. Gli italiani o di «origine» italiana erano nelle sue fila relativamente pochi, ma di notevole capacità (tipico il caso di M. Salvadori); numerosi dei suoi membri conoscevano però bene l'Italia e vi avevano conoscenze e amicizie che talvolta risultarono assai utili alla loro attività. Né, infine, va trascurato il fatto che vari esponenti dell'antifascismo non comunista, dei Cln e dello stesso Clnai (tipico il caso di L. Valiani) avevano con essi (e in qualche caso col Soe come tale) solidi rapporti personali.
Sull'attività sia dell'Oss sia del Soe in Italia manca qualsiasi studio a carattere scientifico. Sulle missioni al nord cfr. Intelligence, propaganda, missioni e operazioni speciali degli Alleati in Italia, a cura di L. Mercuri, Roma s.d. [ma 1979]; Le missioni alleate e le formazioni dei partigiani autonomi nella resistenza piemontese, a cura di R. Amedeo, Cuneo 1980; Tra resistenza e servizi segreti. Documenti. Archivio Migliari-SIMNI, a cura di A. Migliari «Giorgio», Torino 1985; N° 1 Special Force and Italian resistence, Bologna 1990. Utili notizie e valutazioni di prima mano sono altresí reperibili nelle varie opere, edite e inedite, di E. Sogno già citate. Suo è questo in- teressante giudizio comparativo tra i due servizi: «Da parte loro gli americani erano in genere molto meno sofisticati degli Inglesi nei loro rapporti con la resistenza italiana. I loro rappresentanti nell'Over Sea Service (oss) erano in maggioranza italo-americani, impetuosi e faciloni quanto gli inglesi erano riservati e cauti, pronti a scoprire apertamente la loro rivalità col servizio britannico cercando di stabilire con noi "special relations" personali sulla base delle comuni origini latine, disposti a concedere ai comunisti la piú completa fiducia non per una ragionata valutazione dei fattori determinanti la loro politica, ma per una virtuiistica presunzione di buone intenzioni» (E. SOGNO, Fuga da Brindisi cit., p. 114).
Collegata all'Oss fu l'Ori (Organizzazione per la resistenza italiana) costituitasi al sud nel novembre 1943 in area azionista e che stabilí contatti al nord soprattutto con ambienti e gruppi della resistenza della stessa tendenza politica. Al Soe invece fu collegata l'Organizzazione ad opera soprattutto di Edgardo Sogno (che era stato paracadutato al nord nel dicembre precedente con una delle prime missioni Soe e aveva assunto come nome di battaglia quello, appunto, di Franchi) e che ebbe il carattere di una formazione militare autonoma, avente per scopo, oltre alla lotta attivistica, il coordinamento in un sistema centralizzato del personale e delle radio trasmittenti delle varie missioni e degli aviolanci alle varie formazioni. Sull'Ori cfr. R. CRAVERI, La Campagna d'Italia e i servizi segreti cit.; per la Franchi E. SOGNO, Guerra senza bandiera, Milano 1970²; e soprattutto ID., L'Organizzazione «Franchi» (inedito) [Il libro è stato pubblicato con il titolo La Franchi. Storia di un'organizzazione partigiana, Bologna 1996. N. d. R.]. Una lettura parallela di queste opere è assai utile per comprendere la diversità non solo delle due iniziative (essenzialmente politica la prima, essenzialmente attivistica la seconda), ma delle visioni politico-ideologiche che le animavano e, ancora, il diverso grado di realismo che queste visioni esprimevano. Su E. Sogno cfr. L. GARIBALDI, L'altro italiano. Edgardo Sogno: Sessant'anni di antifascismo e di anticomunismo, Milano 1992. ↩ -
Cfr. W. CHURCHILL, In guerra cit., II, p. 166. ↩
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Cfr. H. MACMILLAN, Diario di guerra. Il Mediterraneo dal 1943 al 1945, Bologna 1987, p. 627 (7 giugno 1944); W. CHURCHILL, In guerra cit., II, p. 191 (28 settembre 1944). ↩
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Cfr. W. CHURCHILL, In guerra cit., II, p. 218 (18 gennaio 1945). ↩
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Cfr. C. PAVONE, Una guerra civile cit., p. 171. ↩
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Cfr. W. CHURCHILL, In guerra cit., II, pp. 16 sg. (28 agosto 1944); H. MACMILLAN, Diario di guerra cit., pp. 801 sg. ↩
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Come giustamente ha scritto R. CRAVERI (La Campagna d'Italia e i servizi segreti cit., p. 12), «l'esperienza insegna che la resistenza non può battere un serio esercito regolare. Può però tenere il nemico in perpetuo allarme e sotto improvvise minacce e pericoli su centinaia di migliaia di chilometri quadrati, che devono cosí venire presidiati da grandi unità combattenti spesso sparpagliate, distolte dal fronte o da turni di riposo, nonché da robusti e costosi servizi separati e corpi speciali. Anche il logorio di mezzi e materiali in ogni guerriglia ha un peso notevolissimo per l'esercito d'occupazione». Al di là di questo, una valutazione realistica dell'apporto della resistenza allo sforzo militare alleato non è facile. Per un primo approccio alla questione cfr. C. WINTERHALTER, L'efficienza della resistenza armata nell'Italia del 1943-45 secondo la valutazione nazista, in «Il Risorgimento», n. 1, 1991, pp. 55 sgg. ↩
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Cfr. F. W. DEAKIN, La Special Operations Executive e la lotta partigiana, in L'Italia nella seconda guerra mondiale e nella resistenza cit., pp. 115 sg.; M. DE LEONARDIS, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., pp. 260 sgg. ↩
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I marconigrammi cifrati tra la centrale del Soe in Italia e le varie missioni operanti al nord offrono un panorama significativo della vastissima gamma di informazioni che interessavano i comandi alleati. Si andava da quelle connesse alle operazioni in corso o in preparazione, a quelle sugli ex prigionieri alla macchia e sugli equipaggi di aerei abbattuti a quelle piú sofisticate, per esempio sul «doppio siluro in costruzione al nord» (2 giugno 1944 alla missione Saud), e «sui dati tecnici degli aerei tedeschi e italiani prodotti, con i relativi luoghi di produzione e di riparazione» (26 ottobre 1944 a missione Decolage/Sim 4); AUSSME, H-2, Formazioni partigiane, b. 25. ↩
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E. SOGNO, Guerra senza bandiera cit., pp. 393 sgg. ↩
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Cfr. F. PARRI, Scritti 1915-1975 cit., pp. 137 sg. ↩
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Cfr. ID., La Svizzera e la resistenza italiana, in «Svizzera italiana», novembre-dicembre 1947, p. 404. ↩
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«Mi limito ai fatti che non potrebbero essere piú lontani e piú antitetici da quelli indicati dal teste ora indicato. Dunque vi sono state molte missioni e posso dire che le missioni inviate dal sud sono state parecchie centinaia e furono mandate dal Capo di stato Maggiore di allora Gen. Messe. E posso dire che erano composte di italiani che erano per il 100 per 100 monarchici. Ricordo alcuni con simpatia perché erano ottimi compagni di lotta e quindi sebbene in quel momento si era uniti, potenzialmente erano anticomunisti. Le missioni inglesi invece si ispiravano alle direttive britanniche date da Churchill di mentalità conservatrice e quindi parecchie di queste purtroppo non erano favorevoli al movimento partigiano e le diffidenze le avemmo perché Churchill favoriva la soluzione monarchica mentre i partigiani pensavano ad altra soluzione... Le missioni americane erano piú larghe di idee e in un certo senso piú indifferenti e solo per questo fra le americane si possono trovare elementi non comunisti, per carità, ma di sinistra e queste missioni erano composte da molti compagni che si trovavano al sud e che desideravano combattere per la libertà d'Italia e allora si facevano paracadutare. Ma tutti questi furono nostri amici e da essi avemmo un grande contributo ed erano composti in prevalenza da nostri amici, nessun comunista ma gente che andava dal liberale al socialista» (Corte d'Assise Speciale di Roma, Processo contro J. V. Borghese, verbale dell'udienza del 6 dicembre 1948). ↩
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Cfr. G. PETRACCHI, «Intelligence» americana e partigiani sulla linea gotica cit., pp. 6 sgg.; nonché, molto piú in generale, H. B. PEAKE, Soviet espionage and the Office of Strategic Services, in American unbound. World War II and the making of a super power, a cura di W. F. Kimball, New York 1992, pp. 107 sgg. e in particolare pp. 120 sgg. ↩
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Cfr. F. PARRI, Scritti 1915-1975 cit., pp. 512 sgg. ↩
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Il senso di umiliazione traspare chiaro dalle descrizioni della cerimonia della firma che Parri fece, prima sommariamente nel 1947 (cfr. La Svizzera e la resistenza italiana cit., p. 412), poi piú ampiamente nel 1949: «Nella sala del Grand Hotel, da un canto, imponente, maestoso come un proconsole, sir W. [sic!] Maitland Wilson, dall'altro noi quattro. Un bicchiere di qualche cosa, qualche parola, una stretta di mano; poi la firma. Mi domando se quando i proconsoli britannici firmano protocolli con qualche sultano del Belucistan o dell'Hadramunt non sia un po' la stessa cosa; un po' di odore c'è» (F. PARRI, Scritti 1915-1975 cit., p. 527). Né è certo privo di significato che alla stessa immagine («Ci hanno trattato come usano con il sultano dell'Heggiaz e ci hanno fatto gli onori a lui dovuti») Parri avesse fatto ricorso riferendo sulle trattative romane al Clnai dopo il suo rientro a Milano. Cfr. L. VALIANI, Tutte le strade conducono a Roma cit., p. 313. ↩
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Cfr. F. PARRI, Scritti 1915-1975 cit., pp. 528 sgg. ↩
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Cfr. ibid., pp. 547 sgg. e specialmente pp. 557, 561 e 563. ↩
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F. PARRI, Memoriale sull'unità della Resistenza cit., pp. 61 sg. Per la discussione in sede di Clnai sugli accordi di Roma e in particolare su quella parte di essi che concerneva il riconoscimento da parte del governo italiano del Clnai e la «delega di poteri» per il nord ad esso e il suo esplicito impegno a osservare le clausole dell'armistizio lungo cfr., oltre all'accenno ad essa fatto da Parri (ibid., pp. 61 sg.) e al verbale della seduta dello stesso Clnai del 12 gennaio 1945 (in «Verso il governo del popolo» cit., pp. 222 sgg.) L. VALIANI, Tutte le strade conducono a Roma cit., pp. 313 sg., che rende bene lo stato d'animo di fronte agli accordi di buona parte del Clnai: «Pertini vorrebbe rifiutare l'accordo, per via dell'allusione all'armistizio del 3 settembre 1943, la cui responsabilità giustamente ritiene non possa essere assunta da nessun antifascista [secondo Parri, Pertini avrebbe detto iroso, "che obbligo abbiamo noi di firmare una resa pattuita dal governo del re fuggitivo?"]. Ma il rifiuto significherebbe la fine della cooperazione bellica con gli Alleati e quindi un danno incalcolabile alle nostre operazioni militari. Stretto da queste considerazioni, anche Pertini accetta il compromesso, sia pure facendovi riserve formali». ↩
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L'accusa di discriminare nei lanci, privilegiando le formazioni autonome e poi, nell'ordine, quelle socialiste, democristiane, azioniste rispetto a quelle comuniste e, addirittura, di non fare deliberatamente aviolanci a quelle «politiche» cominciò a circolare già nel corso della resistenza, soprattutto in ambito comunista, ma in qualche misura anche tra gli azionisti. Nel dopoguerra è stata largamente ripresa sia a livello memorialistico (cfr., per esempio, G. B. STUCCHI, Tornim a baita cit., p. 395) sia dalla storiografia di sinistra. Anche Parri, che in un primo momento aveva affermato, come abbiamo detto, di non crederla fondata, nel 1960 la fece in qualche misura propria; «ai garibaldini generalmente niente lanci o pochi; agli altri un po' secondo gli umori delle missioni radio paracadutate, eccetto che verso la fine in cui la guerra e i lanci prendono un altro ritmo» (cfr. F. PARRI, Scritti 1915-1975 cit., pp. 519 e 568). L'esistenza di una direttiva in questo senso è stata fermamente negata sia da Sogno che da Salvadori. Entrambi e soprattutto il secondo hanno attribuito i casi di discriminazione che si verificarono al fatto che alcuni ufficiali del Soe e dell'Oss in missione al nord, invece di tentare di tenere i contatti con le varie «fazioni» e indurle a svolgere un'azione comune, si schierarono, a seconda dei loro personali orientamenti politici, «con una fazione o un'altra» e si adoperarono per favorire a danno delle altre le formazioni che consideravano piú congeniali ad essi. Cfr. M. SALVADORI, Glosse sulla resistenza e i servizi segreti alleati cit., p. 351. Nel suo inedito libro su L'Organizzazione «Franchi» [ora E. SOGNO, La Franchi cit., p. 110. N. d. R.] Sogno è stato anche piú drastico: «Il criterio per le richieste e l'effettuazione di lanci in questo periodo, sia da parte nostra, sia da parte della Special Force, non fu mai politico. Le formazioni comuniste e del Partito d'Azione vengono prese in considerazione su un piano di assoluta parità con quelle militari autonome e l'eventuale priorità è stabilita in base all'efficienza e combattività, alla possibilità di impiego in operazioni che interessano il Comando alleato, all'ubicazione piú o meno favorevole dei campi, all'effettiva presenza delle segnalazioni di ricezione, alla disponibilità di aerei per il settore italiano». R. CADORNA, La riscossa cit., p. 181, infine si è limitato a scrivere che gli Alleati, «per misura precauzionale, di preferenza rifornivano le formazioni apolitiche». ↩
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Cfr. P. SECCHIA - F. FRASSATI, La Resistenza e gli alleati cit., pp. 19 sgg.; C. MUSSO, Diplomazia partigiana cit., pp. 25 sgg.; M. DE LEONARDIS, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., pp. 132 sgg. ↩
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Cfr. ibid., pp. 139 sgg. ↩
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Cfr. P. SECCHIA - F. FRASSATI, La Resistenza e gli alleati cit., pp. 30 sgg.; C. MUSSO, Diplomazia partigiana cit., pp. 30 sgg.; M. DE LEONARDIS, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., pp. 134 sgg.; L. VALIANI, Tutte le strade conducono a Roma cit., pp. 93 sg. e 113 sgg.; F. PARRI, Scritti 1915-1975 cit., pp. 514 sg.; A. PIZZONI, Alla guida del CLNAI cit., pp. 67 sgg. ↩
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Gli aviolanci ebbero inizio nel gennaio 1944; gli Alleati non avevano infatti un'organizzazione ad hoc e disponevano di pochi mezzi (a metà maggio gli aerei da adibire a «compiti speciali» sarebbero stati nel Mediterraneo solo 134 e dovevano provvedere, oltre che allo scacchiere italiano, anche a quelli della Francia meridionale, dei Balcani e dell'Europa orientale), sicché il Soe, su cui gravò nel 1944 il peso maggiore dei rifornimenti ai partigiani, dovette provvedere innanzi tutto (servendosi anche del contributo del Sim) a realizzarla quasi dal nulla. Le punte piú alte furono raggiunte nel giugno-luglio (100-200 tonnellate). Dopo questi mesi i rifornimenti ebbero un calo (nell'agosto-ottobre alla scacchiera italiana furono assegnate 500 tonnellate, contro le mille riservate a quelle jugoslave), per risalire, con contributo americano, praticamente solo col 1945. In parte notevole il calo fu dovuto prima allo sbarco nella Francia meridionale, poi all'insurrezione di Varsavia che dirottarono su questi fronti buona parte dei rifornimenti previsti e degli aerei (per rifornire Varsavia andarono perduti 22 aerei della forza «compiti speciali») per trasportarli. Ciò premesso e pur tenendo in tutto il dovuto conto il fatto che sull'esito degli aviolanci influirono negativamente, oltre a difficoltà d'ordine tecnico e meteorologico, lo stretto controllo del territorio operato dai tedeschi e la deficienza delle segnalazioni da terra, per cui molti lanci non poterono essere effettuati o dovettero essere piú volte rinviati (con grande delusione e irritazioni delle formazioni che li attendevano) e delle missioni effettuate solo il 61 per cento ebbe esito positivo, va anche detto che un esame dei momenti e delle località nei quali la consistenza degli aviolanci fu maggiore mostra che, in genere, questi risposero a un duplice criterio: contenere i rifornimenti (con l'eccezione degli esplosivi per azioni di sabotaggio) a un livello di «sopravvivenza», di «mantenimento» delle formazioni, cosí da non incoraggiare nuovi arruolamenti, e largheggiare invece in occasione di operazioni (come l'offensiva dell'estate 1944) per le quali il comando alleato riteneva utile l'aiuto diretto della resistenza. Né con questo la questione può dirsi chiusa, perché il flusso dei rifornimenti (e ancora piú le promesse di essi e ciò spiega perché il mancato arrivo o la limitatezza dei rifornimenti venisse spesso attribuita dai partigiani a un preciso calcolo politico degli alleati, di lasciarli eliminare dai tedeschi) dipese in buona parte dalle missioni alleate che spesso tesero a privilegiare le formazioni presso le quali operavano e, specie quelle americane, erano portate a fare grandi promesse che dovevano poi essere ridotte e armonizzate dai comandi dai quali esse dipendevano. Cfr., in generale, E. AGA ROSSI, L'Italia nella sconfitta cit., pp. 213 sgg. e 432 sgg.; M. DE LEONARDIS, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., pp. 199 sgg. e 247 sgg.; C. M. WOODS, La n. 1 Special Force, in N° 1 Special Force and italian resistence cit., II, pp. 45 sgg. ↩
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Grazie ai buoni uffici alleati, i rapporti sino allora non particolarmente buoni tra il movimento partigiano e le autorità elvetiche, sempre attente a non venir meno ad una posizione formalmente di rigida neutralità e a evitare di offrire ai tedeschi motivi polemici (a causa soprattutto degli atteggiamenti estremisti che assumevano pubblicamente vari esponenti antifascisti rifugiati nel Ticino), divennero rapidamente ottimi e si concretizzarono in una cordiale e fattiva collaborazione, soprattutto col Servizio informazioni svizzero, e con il capitano Guido Bustelli che nell'ambito del Sis si occupava del «versante italiano».
A parte vicende particolari e soprattutto in occasione di quelle della «Repubblica dell'Ossola», nella quale fu di grande aiuto, questa collaborazione garantí in particolare al Clnai e alle formazioni partigiane del nord la possibilità di disporre sistematicamente di un servizio di corrieri con la Svizzera, di grande importanza sia per tenere i rapporti con il Soe e l'Oss, sia per ricevere i finanziamenti da questi accordati, sia per mettere in salvo gli elementi piú esposti al rischio di essere catturati. Sicché – almeno per il 1943-45 – si può dire con il Bustelli che «la Svizzera era neutrale, ma in un certo senso ha partecipato alla guerra, pur senza sparare un colpo».
Sull'attività dei servizi segreti svizzeri a favore della resistenza manca uno studio scientifico; cfr. comunque G. BUSTELLI, Ricordi della Resistenza italiana 1943-45, Cenobio 1966; ID., Memorie di un ufficiale informatore (IV), in «Rivista militare della Svizzera italiana», settembre-ottobre 1984, pp. 339 sgg.; nonché F. PARRI, La Svizzera e la resistenza italiana cit., pp. 403 sgg.; A. PIZZONI, Alla guida del CLNAI cit., p. 191 (per il giudizio estremamente positivo sul ruolo di Bustelli, «il grande benemerito svizzero della resistenza italiana»). ↩ -
Cfr. P. SECCHIA - F. FRASSATI, La Resistenza e gli alleati cit., pp. 35 sgg.; M. DE LEONARDIS, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., pp. 153 sgg. e specialmente pp. 181 sgg. ↩
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Cfr. P. SECCHIA - F. FRASSATI, La Resistenza e gli alleati cit., pp. 83 sgg. ↩
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Ibid., pp. 99 sg. ↩
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Cfr., per esempio, G. AGOSTI - L. BIANCO, Un'amicizia partigiana cit., pp. 208 e 234 sg.; nonché C. PAVONE, Una guerra civile cit., pp. 194 sg. ↩
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«La disfatta totale tedesca alla quale avete aiutato con tanto successo è adesso in vista. Perciò il generale Alexander comunica adesso nuove direttive. Continuate ad attaccare tutti obbiettivi militari vie di comunicazione e gruppi isolati di tedeschi in ritirata. Non, dico non, distruggete impianti elettrici installazioni acque potabili in modo irreparabile perché popolazione civile ne soffrirebbe molto di piú che i tedeschi. Alla fine della guerra le riparazioni sarebbero impossibili per lunghi mesi causa mancanza materiale. Al contrario fate tutto il possibile per proteggere tali installazioni contro la rabbia distruttrice del tedesco ormai vinto. Date istruzioni a bande di mettere al sicuro pezzi di macchinario essenziali, pezzi di ricambio e impedire trasporto in Germania di tecnici e specialisti. Grazie per tutto il vostro aiuto, generale Alexander» (AUSSME [Lacuna nel testo. N. d. R.]).
Degli stessi giorni sono le istruzioni di tenersi pronti all'insurrezione al momento del crollo tedesco impartite dai comunisti (cfr. Le Brigate Garibaldi nella Resistenza cit., II, pp. 74 sgg.) e dagli azionisti circa l'organizzazione della vita civile dopo la liberazione (cfr. Le formazioni GL nella Resistenza cit., pp. 149 sgg.). ↩ -
Cfr. F. PARRI, Scritti 1915-1975 cit., p. 558. ↩
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G. BOCCA, Storia dell'Italia partigiana cit., p. 515. ↩
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Cfr. ibid., p. 516. ↩
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In una relazione giellista sulla situazione politico-militare in Piemonte dell'ottobre-novembre 1944 si legge a questo proposito:
«Premesso che in pianura non possono operare in condizioni di relativa sicurezza che gruppi isolati di dieci o quindici uomini, le brigate devono frazionarsi e le squadre si trovano a viver staccate dal Comando per giorni e settimane. Si indebolisce quindi quello spirito "politico" di corpo che è stato finora un fortissimo elemento di coesione, specie per le GL, e viene incoraggiata una mentalità che vorrei dire sportiva, per non giungere a qualificarla squadristica: una mentalità di avventura, di pochi scrupoli, di un fenomeno che non è ancora generale; vi sono piccole squadre di arditi e di sabotatori che funzionano veramente bene, che sono accompagnate da commissari politici, che anzi svolgono anche opera di propaganda politica nelle campagne rimaste finora allo scarto. Però i fatti di puro banditismo aumentano con ritmo preoccupante» (Le formazioni GL nella Resistenza cit., p. 203). ↩ -
Cfr. ibid., p. 246. ↩
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Cfr. Le Brigate Garibaldi nella Resistenza cit., III, pp. 166 sg. ↩
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«Il dubbio entrò nell'animo di molti e scavò, corrose, disgregò. Vi furono defezioni e diserzioni. Qualcuno ritenne che invece di combattere disinteressatamente convenisse adottare il procedimento del nemico che consentiva il saccheggio per costituirsi il gruzzolo per il futuro» (A. TRABUCCHI, I vinti hanno sempre torto cit., pp. 117 sg.). ↩
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Cfr. G. AGOSTI - L. BIANCO, Un'amicizia partigiana cit., p. 423. ↩
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Cfr. F. PARRI, Scritti 1915-1975 cit., p. 563. ↩
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Cfr. R. CADORNA, La riscossa cit., p. 222. ↩
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Contrasti e veri e propri scontri ve ne erano sempre stati. Il loro numero si era però notevolmente accresciuto nei mesi estivi «proporzionalmente al rigido incremento della partigianeria e alla saturazione dell'ambiente». «Generalmente erano i garibaldini a muovere all'attacco delle altre formazioni, anzitutto delle autonome che, per non essere spalleggiate da un partito politico, apparivano piú facili da sopraffare, poi anche delle G.L. Il procedimento era semplice: creare in seno a una formazione concorrente un gruppo di dissidenti, formarne un distaccamento prima, e successivamente, dopo averlo alimentato con nuovo personale, promuoverlo al rango di unità superiore. Avveniva cosí che formazioni di differente colore si incrociavano sullo stesso territorio aumentando il pericolo di conflitti e rendendo piú arduo da parte dei Comandi superiori il coordinamento in fase di operazioni. Difficilissima era poi la costituzione dei Comandi superiori (zona, vallata, ecc.), ove le formazioni dovevano essere rappresentate proporzionalmente alla loro efficienza numerica. Difficoltà tanto maggiore in quanto l'efficienza delle singole formazioni variava continuamente in seguito ai violenti rastrellamenti nemici» (R. CADORNA, La riscossa cit., pp. 154 sg.). Nei mesi invernali, fattisi i problemi di sostentamento ancora piú gravi e depauperatesi numerose formazioni di parte dei loro effettivi il loro numero si accrebbe notevolmente. ↩
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Lo si veda in Le formazioni GL nella Resistenza cit., pp. 201 sgg., e in particolare pp. 204 sgg. ↩
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Significativo è il giudizio a cui pervenne una delegazione (A. C. Jemolo, A. Galamini, E. Campbell) inviata dalla presidenza del Consiglio al nord nel luglio 1946 per rendersi de visu conto della situazione sotto il profilo legislativo e fiscale e discuterle con il Clnai: «non abbiamo affatto avvertito un desiderio – scrissero i suoi membri nella relazione conclusiva – che sia riconosciuto valore legislativo ai provvedimenti del Clnai o dei vari comitati di liberazione». Per i piú tali provvedimenti erano ormai «superati». ACS, Presidenza Consiglio Ministri, Gabinetto, 1948-50, fasc. 1.1.26/13504, sottof. 9. ↩
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Cfr. G. AGOSTI - L. BIANCO, Un'amicizia partigiana cit., p. 220. ↩
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Ibid. ↩
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Un primo quadro dei propositi del Clnai relativamente alle cinque maggiori città del nord è offerto dalla seguente tabella nella quale sono riassunti i risultati di un accordo di massima raggiunto il 20 febbraio 1945 tra i cinque partiti che ne facevano parte sull'assegnazione delle principali cariche politico amministrative al momento della presa di potere (cfr. «Verso il governo del popolo» cit., pp. 270 sg.):
Carica Milano Torino Genova Bologna Venezia Prefetto Pd'A Pli o Psiup Psiup o Pli Psiup Pd'A Vice prefetto Pli Psiup o Pli Pd'A Pli Dc Questore Pli Pd'A Pci Pd'A Psiup Sindaco Psiup Pci Pli o Psiup Pci Dc Vice sindaco Pci o Pli o Dc Psiup o Pd'A o Dc Pci o Pd'A o Dc Psiup o Pd'A o Dc Psiup o Pd'A o Pci Presidente Cln Pci Pd'A Pli o Psiup Dc Pd'A Presidente deputazione provinciale Dc Dc Dc Dc Pli Presidente commissione economica Pli Dc Psiup Pli Pci Mancano purtroppo dati per le località minori. Gli unici disponibili riguardano i Cln comunali del Piemonte. Essi sono comunque di un notevole interesse indicativo, sia perché fu attraverso questi Cln che subito dopo la liberazione si esercitò la maggiore presenza dei partiti nella vita politico-amministrativa locale, sia per una prima valutazione dei rapporti di forza tra i partiti che risulta meno evidente dall'assegnazione delle varie cariche nei grandi centri urbani, sia perché per questi giuocò piú che nei minori il principio della «paritetiticità» tra i cinque partiti, sia perché, per non suscitare reazioni troppo dure da parte alleata, i comunisti rinunciarono alle cariche di prefetto, di vice prefetto e, con la sola eccezione di Genova, di questore. Cfr. B. SOGGIA, Sistema politico e Comitati di liberazione nazionale cit., pp. 130 sgg. ↩
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L. VALIANI, Tutte le strade conducono a Roma cit., pp. 201 sg. ↩
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Ibid., p. 298. ↩
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«Ciascuna delle forze politiche italiane si rivelerebbe allora nei fatti, per quel che è nel fondo. Si sa che di tale eventualità discutono i socialisti, divisi tra minimalisti, inclini a limitarsi al mantenimento dell'ordine, e massimalisti, che vorrebbero cogliere l'occasione per proclamare la Repubblica socialista proletaria. Che cosa pensino i comunisti di una tale evenienza è un mistero per tutti. I liberali e i demo-cristiani saranno del parere dei socialisti minimalisti. Noi abbiamo il compito dell'arbitro tra i due estremi. L'interregno favorirebbe l'autogoverno popolare; bisogna perciò augurarsi che esso ci sia e anzi fare in modo che ci possa essere» (ibid., p. 201). ↩
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Su Togliatti e la resistenza cfr. G. BOCCA, Palmiro Togliatti, Bari 1973, pp. 361 sgg. e in particolare pp. 376 sgg. ↩
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Cfr. F. PARRI, Memoriale sull'unità della Resistenza cit., p. 60. ↩
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Sulla personalità e la posizione ideologico-politica di Cadorna cfr. M. BRIGNOLI, Prefazione a R. CADORNA, La riscossa cit.; M. BRIGNOLI, Raffaele Cadorna (1889-1973), Roma 1981. ↩
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Tra i membri del Cln centrale chi propose il nome di Cadorna pare sia stato Riccardo Bauer. Cfr. R. BAUER, Quel che ho fatto. Trent'anni di lotta e di ricordi, Bari 1986, p. 197. ↩
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Sino a quando Badoglio fu al potere il Clnai aveva sempre rifiutato ogni rapporto con le autorità italiane, civili e militari. Alla fine del 1943 era stata cosí lasciata cadere la proposta del colonnello Montezemolo, capo del fronte militare clandestino di Roma, di nominare comandante delle forze partigiane il generale Carlo Drago (cfr. F. CATALANO, Storia del CLNAI cit., p. 81). A fine marzo del 1944 al Sim fu trasmessa da Milano una richiesta del professor Balladore Pallieri, cattolico, di inviare un «rappresentante alleato» presso il Clnai, in modo da por fine alla confusione creata «da persone che si dicono agenti alleati e chiedono informazioni al Comitato e anche da paracadutisti che si mettono in contatto con individui isolati piuttosto che con i rappresentanti accreditati del Comitato». La richiesta era stata però lasciata cadere. Dal Sim, perché esso ben sapeva che i Cln non volevano avere assolutamente rapporti con il Comando supremo e le altre autorità «badogliane», e dal Soe, probabilmente per evitare che l'invio di un agente alleato potesse essere inteso dal Clnai come una sorta di suo riconoscimento (cfr. AUSSME [Lacuna nel testo. N. d. R.]). ↩
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Per tutta la questione cfr. «Verso il governo del popolo» cit., pp. 127 sgg., 131, 137, 138, 140 sgg.; F. CATALANO, Storia del CLNAI cit., pp. 205 sgg.; M. DE LEONARDIS, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., pp. 219 sgg. ↩
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Cfr. F. PARRI, Scritti 1915-1975 cit., p. 522. ↩
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Cfr. P. SECCHIA - F. FRASSATI, La Resistenza e gli alleati cit., p. 115. ↩
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«La nomina del generale Cadorna – scriveva R. Craveri a Scamporino – deve essere interpretata non quale una rinuncia al carattere altamente politico nei suoi motivi ispiratori della resistenza italiana. La resistenza italiana rappresenta un movimento popolare di aspetto grandioso di carattere politico, ossia antifascista ed antinazista. È questo un fatto incancellabile. Il generale Cadorna è stato scelto quale comandante essenzialmente perché il CLN voleva dare agli alleati la garanzia che nessun secondo fine stava dietro al movimento partigiano. In secondo luogo la figura del generale Cadorna quale comandante, e con tutte le conseguenze sul piano militare che da questa nomina derivano, non può non portare di rimbalzo sul piano politico una valorizzazione e un potenziamento del CLN di fronte agli alleati» (R. CRAVERI, La Campagna d'Italia e i servizi segreti cit., pp. 248 sg.). ↩
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Cfr. F. PARRI, Memoriale sull'unità della Resistenza cit., p. 60. Per E. SOGNO, Guerra senza bandiera cit., pp. 397 sg., l'esercizio effettivo del comando dipendeva in larga misura da un buon collegamento con i comandi regionali e le formazioni. Su questo punto sorsero contrasti e difficoltà all'interno del comando generale del Cvl, che, al contrario di quanto avveniva in periferia, conservò sempre la sua preminenza sul Clnai, sicché l'unificazione delle varie formazioni «non significò la riunione del comando nelle mani di un comandante, ma soltanto la costituzione di un unico organo, il cosidetto comando generale del Cvl» su base politica. «La posizione di Cadorna si rivelò subito difficile appunto per questo motivo. Infatti, se il generale poté facilmente ottenere la subordinazione delle formazioni militari o autonome, in forza del suo prestigio per- sonale e della sua posizione nella gerarchia militare, incontrò una forte opposizione da parte degli altri due gruppi principali di formazioni a base politica, le Garibaldi e le GL, rappresentate appunto nel comando generale da Longo e da Parri». In questa citazione, fu la «Franchi» ad adoperarsi per rendere effettivi i collegamenti tra il centro e la periferia.
Sogno era stato un deciso assertore dell'invio al nord di Cadorna. Nel luglio, recandosi al sud per riferire al Soe e al Sim sulla situazione al nord aveva recato al governo Bonomi un messaggio di Dante Coda, Giustino Arpesani (liberali) e Achille Marazza (democristiano) nel quale era chiesto che Cadorna fosse fornito dell'«esplicita» investitura del comando alleato e del governo Bonomi a «comandante militare del Cvl» (cfr. E. SOGNO, L'Organizzazione «Franchi» cit., cap. VII [ora E. SOGNO, La Franchi cit., pp. 233 sgg. N. d. R.]). Tornato al nord sostenne tale tesi anche in sede di Clnai. In un «rapporto sull'attività svolta nel periodo 20 agosto - 25 ottobre '44» da lui successivamente inviato dalla Svizzera al Sim si legge: «Il giorno 23 agosto trasferitomi a Milano feci al CLNAI una relazione completa sul mio viaggio nel sud e venni pure invitato a fare alcune dichiarazioni sul pensiero del Governo Italiano e degli Alleati in merito alla questione del comando militare unificato nelle mani del Generale Cadorna. Feci rilevare che con l'invio del Generale Cadorna si era inteso dare ai partigiani italiani un comandante che nella sua duplice figura di militare e di uomo politico potesse avere autorità ed influenza tanto sulle formazioni a carattere militare quanto su quelle organizzate dai partiti politici. Diedi pure comunicazione di una lettera a me indirizzata a S. E. Casati Ministro della guerra onde chiarire maggiormente le posizioni reciproche del CLNAI, del governo italiano e degli alleati sulla dibattuta questione. Tuttavia a causa dell'opposizione dei Partiti Comunista, Socialista e d'Azione non era possibile raggiungere l'accordo in seno al CLNAI per conferire al generale il comando unico delle formazioni partigiane. Egli veniva intanto immesso nel Comando Generale in qualità di consulente tecnico militare con voto paritario ai cinque rappresentanti dei partiti.
Essendo profondamente convinto della necessità di giungere ad una maggiore unità del movimento partigiano come pure dell'opportunità di dare al movimento stesso un capo che tale unità sanzionasse anche formalmente dichiarai in modo inequivocabile che la soluzione adottata non corrispondeva alle intenzioni e ai desideri del Governo italiano e degli Alleati, e mi riservai di svolgere un'azione diretta a modificarla» (AUSSME, H-2, Formazioni partigiane, b. 26). ↩ -
Cfr. P. SECCHIA - F. FRASSATI, La Resistenza e gli alleati cit., pp. 123 sgg.; MIN. DIFESA - SME - UFF. STORICO, L'azione dello Stato Maggiore Generale per lo sviluppo del movimento di liberazione cit., pp. 32 sg.; R. CADORNA, La riscossa cit., pp. 93 sgg. e passim; P. SECCHIA, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione cit., passim; F. CATALANO, Storia del CLNAI cit., pp. 207 sgg. e passim; E. AGA ROSSI, L'Italia nella sconfitta cit., pp. 218 sgg. e 418 sgg.; M. DE LEONARDIS, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., pp. 234 sgg. e 348 sgg. ↩
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Cfr. McCaffery a Pizzoni, prima metà dell'agosto 1944, in P. SECCHIA - F. FRASSATI, La Resistenza e gli alleati cit., p. 95; e, piú in generale, M. DE LEONARDIS, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., pp. 229 sgg. ↩
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Cfr. A. MONTEMAGGI, L'offensiva della linea gotica: autunno 1944, Imola 1984; ID., Rimini San Marino '44. La battaglia della linea gialla, Rimini 1983; ID., Savignano 1944. Dal Rubicone a Bologna, Rimini 1985; Linea Gotica 1944 cit. ↩
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Chi ha colto meglio la posizione inglese è stato M. DE LEONARDIS, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., pp. 237 sg.: «In realtà – ha scritto – il desiderio degli inglesi non era semplicemente di arrivare alla nomina di Cadorna. Ad essi non serviva una decisione imposta, puramente formale e alla quale non corrispondesse un esercizio effettivo del comando. Inoltre la nomina di Cadorna non doveva sancire l'autonomia della resistenza dalle direttive alleate o peggio ancora affermare l'autorità del governo italiano nel dirigere la guerra partigiana. La nomina di Cadorna a comandante, per rispondere pienamente alle esigenze britanniche, doveva essere il frutto del consenso il piú possibile sincero di tutti i partiti del CLNAI, dare quindi al generale poteri non solo puramente formali e avvenire nel quadro di un accordo che sancisse sia la non-contrapposizione del CLNAI al legittimo governo italiano che la subordinazione del movimento partigiano alle direttive del Comandante supremo alleato. In attesa che maturassero tutte queste situazioni, gli inglesi furono ben attenti a non far precipitare gli eventi verso una soluzione affrettata, incompleta e mal definita; quindi non riconobbero formalmente le funzioni del Comando generale costituito il 19 giugno e rifiutarono di appoggiare ufficialmente Cadorna». ↩
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Ciò che da parte alleata non si cessò mai di ribadire furono: a) i compiti che il movimento partigiano doveva assolvere: intralciare le linee di comunicazione tedesche con azioni di sabotaggio e di guerriglia, attaccare i comandi e le istallazioni militari tedesche e, al momento dello sfondamento delle linee nemiche, ritardare la ritirata delle forze tedesche cosí da farle raggiungere e distruggere da quelle alleate; b) che per questi compiti occorrevano piccoli gruppi di uomini ben addestrati e armati e non grandi «eserciti»; c) che le richieste di materiali dovevano essere fatte in base a questi compiti. A quest'ultimo proposito nelle istruzioni che la N. 1 Special Force diede a Cadorna al momento della sua partenza per il nord si diceva: «Abbiamo già dato aiuto – e lo daremo ancora – a tutte le organizzazioni di resistenza considerate capaci di contribuire per distruggere le armate tedesche in Italia.
Si dichiara qui con insistenza che, purché ogni organizzazione in Alta Italia si dimostri capace e pronta ad effettuare operazioni offensive contro i tedeschi, il colore politico di tale organizzazione non ci interessa.
Viceversa si dichiara con eguale insistenza che, dove le tendenze politiche interferiscono con l'organizzazione e coi piani di operazione che formano una parte integrale dell'avanzata alleata in Italia, l'aiuto non verrà fornito da questo QG» (P. SECCHIA - F. FRASSATI, La Resistenza e gli alleati cit., pp. 125 sgg.). ↩ -
Cfr. AUSSME, H-2, Formazioni partigiane, b. 25, promemoria del Sim al Capo di Stato maggiore generale sulla questione delle attribuzioni del generale Cadorna, Brindisi, 6 novembre 1944. ↩
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Cfr. P. SECCHIA - F. FRASSATI, La Resistenza e gli alleati cit., pp. 102 sgg. e 169 sg.; L. VALIANI, Tutte le strade conducono a Roma cit., pp. 298 sgg.; C. R. S. HARRIS, Allied Military Administration in Italy (1943-1945), London 1957, pp. 265 sgg.; M. DE LEONARDIS, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., pp. 240 sgg. ↩
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Cfr. L. VALIANI, Tutte le strade conducono a Roma cit., p. 257. ↩
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Cfr. R. CADORNA, La riscossa cit., pp. 133 sgg. ↩
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Cfr. ibid., p. 210. ↩
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Per tutta questa seconda fase del «caso Cadorna» cfr. «Verso il governo del popolo» cit., pp. 237 sgg. e 274 sgg.; P. SECCHIA - F. FRASSATI, La Resistenza e gli alleati cit., pp. 285 sgg.; R. CADORNA, La riscossa cit., pp. 187 sgg. e 235 sgg.; M. DE LEONARDIS, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., pp. 339 sgg. ↩
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Sulla missione cfr. soprattutto E. SOGNO, Fuga da Brindisi cit., pp. 110 sgg.; nonché F. CATALANO, La missione del Clnai al Sud, in «Il movimento di liberazione in Italia», maggio 1955, pp. 3 sgg.; ID., Storia del CLNAI cit., pp. 326 sgg.; M. DE LEONARDIS, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., pp. 275 sgg.; P. SECCHIA - F. FRASSATI, La Resistenza e gli alleati cit., pp. 167 sgg; P. SECCHIA, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione cit., pp. 788 sgg.; R. CADORNA, La riscossa cit., pp. 181 sgg. e 370 sgg. Per alcuni suoi echi nelle relazioni tra gli Alleati e il governo Bonomi cfr. DDI, s. X, II, pp. 28, 35 sg., 71 e 74.
La sostanza degli «accordi di Roma» è nel memorandum del 7 dicembre:
«1. Il comandante supremo alleato auspica che venga raggiunta e mantenuta la massima cooperazione militare tra gli elementi operanti nel movimento di Resistenza. Il CLNAI stabilirà e manterrà tale cooperazione e parimenti raggrupperà tutti gli elementi operanti nel movimento di Resistenza, siano essi membri dei partiti antifascisti del CLN o di altre organizzazioni antifasciste.
2. Durante il periodo d'occupazione nemica il comando generale dei Volontari della Libertà (l'attuale Comando militare del CLNAI) eseguirà, per conto del CLNAI, tutte le istruzioni del comandante in capo, AAI., sotto l'autorità del Comandante supremo alleato. È in generale desiderio del Comandante supremo alleato che particolare attenzione venga rivolta a ogni misura in grado di salvaguardare le risorse economiche del territorio contro incendi, distruzioni e simili atti repressivi da parte del nemico.
3. Il capo militare del Comando generale dei Volontari della Libertà (l'attuale Comando militare del CLNAI) dovrà essere un ufficiale bene accetto al comandante in capo, AAI., sotto l'autorità del Comandante supremo alleato.
4. Allorché il nemico si sarà ritirato dal territorio fino allora occupato, il CLNAI si prodigherà nel modo migliore per mantenere la legge e l'ordine e per continuare la salvaguardia delle risorse economiche del paese fino al momento in cui si insedierà il Governo militare alleato.
All'atto dell'insediamento del Governo militare alleato, il CLNAI riconoscerà il Governo militare alleato e rimetterà a questo Governo tutte le cariche e i poteri relativi al Governo locale e all'amministrazione in precedenza assunti. Allorché il nemico si sarà ritirato, ogni membro del Comando generale dei Volontari della Libertà nel territorio liberato sarà soggetto al comando diretto del comandante in capo, AAI., sotto l'autorità del Comandante supremo alleato, e ubbidirà a qualsiasi ordine emesso da questo o per suo conto dal Governo militare alleato, includendo tale ordine la smobilitazione e la consegna delle proprie armi, ove venga richiesto di agire in tal senso.
5. Durante il periodo d'occupazione nemica in Alta Italia la massima assistenza possibile dovrà essere prodigata al CLNAI congiuntamente a tutte le altre organizzazioni antifasciste, per far fronte alle necessità di quei loro membri impegnati a combattere il nemico nel territorio occupato; un versamento contributivo mensile non superiore a 160 milioni di lire verrà fatto per ordine del Comandante supremo alleato per far fronte alle spese del CLNAI e di tutte le altre organizzazioni antifasciste.
Posta sotto il generale controllo del comandante in capo, AAI., sotto l'autorità del coman- dante supremo alleato, tale somma verrà ripartita tra le seguenti zone, secondo il qui indicato criterio, quale aiuto a tutte le organizzazioni antifasciste di tali zone:Liguria 20
Piemonte 60
Lombardia 25
Emilia 20
Veneto 35La somma e lo stanziamento suddetti saranno suscettibili di variazioni conformemente alle necessità della situazione militare: la somma massima verrà ridotta proporzionalmente all'atto della liberazione delle province.
6. Le missioni alleate addette al CLNAI, al Comando generale dei volontari della libertà, o a qualsiasi dei loro membri, verranno da questi consultate per ogni questione relativa alla resistenza armata, l'azione anti-incendi e il mantenimento dell'ordine. Gli ordini emessi dal comandante in capo, AAI., sotto l'autorità del comandante supremo alleato, e trasmessi attraverso le missioni, verranno eseguiti dal CLNAI, Comando generale dei volontari della libertà e suoi membri». ↩ -
P. SECCHIA - F. FRASSATI, La Resistenza e gli alleati cit., p. 171. ↩
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Per una prima, sommaria panoramica di queste iniziative dall'agosto-settembre 1944 in poi cfr. «Verso il governo del popolo» cit.; Atti del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà cit.; Le Brigate Garibaldi nella Resistenza cit. ↩
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E. SOGNO, Fuga da Brindisi cit., p. 131. ↩
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H. MACMILLAN, Vent'anni di pace e di guerra. Memorie 1923-1945, Milano 1969, pp. 662 sg. ↩
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Cfr. B. ARCIDIACONO, La Gran Bretagna e il «pericolo comunista» in Italia: gestazione, nascita e primo sviluppo di una percezione (1943-1945), in «Storia delle relazioni internazionali», nn. 1 e 2, 1985, pp. 29 sgg. e 239 sgg. La nostra ricostruzione di questo aspetto della politica inglese sino agli «accordi di Roma» si basa su questo studio, dal quale sono tratte anche le citazioni documentarie. ↩
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Cfr. E. SOGNO, Fuga da Brindisi cit., p. 121. ↩
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Cfr. M. DE LEONARDIS, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., pp. 276 sg. ↩
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Cfr. R. CADORNA, La riscossa cit., p. 189 (promemoria della metà di novembre del 1944); E. AGA ROSSI, L'Italia nella sconfitta cit., pp. 418 sgg. (lettera in data 15 gennaio 1945). ↩
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«Questa direttiva, formalizzata il 4 febbraio 1945, fu il risultato di un ampio riesame della politica verso la resistenza italiana compiuto nel corso del mese di gennaio, originato anche dalla richiesta del generale Harding, Capo di Stato Maggiore di Alexander, di valutare l'opportunità di designare due ufficiali superiori per coordinare le attività partigiane nell'Italia nord-occidentale e nord-orientale e di considerare il modo migliore di realizzare una politica di rifornimenti ai patrioti rispondente alle necessità strategiche. Varii studi furono elaborati sui risultati fino ad allora raggiunti dalla resistenza italiana, sui suoi possibili sviluppi futuri, sulle scelte da compiere da parte alleata anche alla luce del problema comunista. Su quest'ultima questione la N° 1 - Special Force raccolse un dossier basato sui rapporti dei suoi ufficiali di collegamento e su un promemoria del generale Cadorna: essi non lasciavano dubbi sul fatto che "coloro che controlla[vano] le bande comuniste si [stavano] preparando ad impadronirsi del potere con la forza quando i tedeschi [sarebbero stati] cacciati dagli alleati"; ove non vi erano sintomi cosí allarmanti, risultava comunque evidente che i comunisti stavano conducendo un intenso lavoro politico, anche con mezzi brutali che talora li ponevano in conflitto con le altre formazioni, a detrimento dello sforzo comune antitedesco. Non era chiaro fino a che punto tali comportamenti delle formazioni comuniste fossero dovuti a direttive centrali del partito o all'iniziativa di singoli comandanti. Di fronte a questo quadro, quattro alternative si prospettavano agli alleati: ignorare le implicazioni politiche e continuare nella politica esistente di inviare rifornimenti a chiunque fosse preparato a riceverli; rifornire esclusivamente le bande non comuniste, collocando solo presso di esse gli operatori radio (purché "non fossero essi stessi comunisti o apolitici e suscettibili di cadere sotto l'influenza comunista"); limitare ogni tipo di rifornimento ai partigiani; "concentrarsi sulla consegna di esplosivi, incendiarii, stivali, abiti e vettovaglie e armi difensive soltanto e dare istruzioni ai partigiani di limitare le loro attività al sabotaggio e all'anti-sabotaggio". Il rapporto raccomandò quest'ultima linea di condotta, che aveva l'unico svantaggio di rendere im- possibile l'uso delle formazioni partigiane in appoggio tattico alle armate alleate; peraltro nelle pagine precedenti del documento era già stato escluso che la resistenza italiana, per la sua frammentazione e per i colpi ricevuti nell'inverno, potesse comunque svolgere tale ruolo. Alla stessa conclusione giunse anche l'altro rapporto della N° 1 Special Force, che confermò anche il giudizio negativo sulla possibilità di un impiego militare su vasta scala della resistenza, pur sottolineando l'interesse a "far sí che il movimento continui ad aumentare di numero in modo da tener impegnate forze nemiche per la sola esistenza di questo numero". Ribadita l'impossibilità tecnica e l'inopportunità politica di una linea discriminatoria a danno dei comunisti, la scelta migliore appariva anche qui la diversificazione dei rifornimenti ed il porre l'accento sul sabotaggio e l'antisabotaggio.
Il G-3 dal canto suo fece un bilancio dei risultati conseguiti dalla resistenza italiana, dando di essa un giudizio sostanzialmente positivo, ma con alcune importanti riserve. Si osservava infatti che "In generale il partigiano italiano non [era] cosí coraggioso come il suo fratello jugoslavo o francese e c'erano stati esempi di panico di fronte al fuoco" (per di piú "egli [era] spesso impegnato in dispute politiche") e che per la repressione anti-partigiana venivano prevalentemente impiegati reparti "di qualità inferiore e inadatti per l'impiego al fronte". Senza ombra di falsa modestia, "di gran lunga la maggior parte" dei risultati ottenuti dai partigiani era considerata "direttamente attribuibile all'assistenza alleata nelle sue varie forme".
Lo statunitense maggior generale Noce, assistente capo di Stato maggiore di Alexander per il settore delle operazioni speciali, fece proprie le argomentazioni e le conclusioni dei rapporti della N° 1 Special Force, raccomandando di permettere solo una modesta espansione del numero di partigiani, di lanciare materiali di sabotaggio e non militari e di controllare e selezionare l'invio di armi: si indicava come obiettivo l'invio di 550 tonnellate mensili di materiale, con un minimo accettabile, per un periodo limitato, di 250 tonnellate. Ma oltre ad una piú attenta selezione nell'invio dei materiali, si impose anche la necessità di una diversificazione in base alle aree geografiche. Esaminando infatti i piani per l'occupazione dell'Italia settentrionale, apparve evidente che per quanto riguardava il Friuli - Venezia Giulia il disarmo dei partigiani e l'instaurazione del governo militare alleato sarebbero stati resi assai piú difficili dalla presenza delle forze di Tito, alle cui dipendenze erano passati i partigiani comunisti italiani. Il problema globale di quell'area doveva essere risolto in accordo con il "maresciallo" jugoslavo, con il quale Alexander si recò a conferire a Belgrado a fine febbraio; si poteva però almeno nel frattempo negare armi a chi si era posto agli ordini di Tito.
Queste le premesse e le motivazioni della nuova politica dei rifornimenti alla resistenza italiana comunicata con telegramma cifrato dal Comando Supremo Alleato del Mediterraneo al XV Gruppo di armate per "l'applicazione immediata" il 31 gennaio 1945, ma piú nota sotto la data del 4 febbraio, in quanto a tale giorno risalgono le istruzioni piú dettagliate del generale Harding. Premesso che vi erano conferme che "bande dotate di autonomia organizzativa particolarmente nel Nord Est [stavano] già sfuggendo di mano e venendo meno allo spirito dei due accordi recentemente firmati", la politica da seguire in futuro verso la resistenza era cosí riassunta: "a. Scoraggiare una espansione indiscriminata degli armati. b. incoraggiare azioni organizzate di sabotaggio, demolizioni complementari alle operazioni della Mataf (Mediterranean Allied Tactical Air Force) e operazioni anti - terra bruciata sia ora che quando si verificheranno le condizioni Freebom [il crollo nel nemico]; c. mantenere il morale delle formazioni partigiane esistenti fornendo una percentuale massima di materiale non bellico, vale a dire oggetti come stivali, abiti, cibo e denaro. d. prepararsi in accordo con l'AC [Allied Commission] per il periodo susseguente la liberazione". Tali direttive generali erano da applicare in maniera diversificata a seconda delle regioni. Piemonte, Lombardia, Liguria e Toscana avrebbero dovuto ricevere "a. la massima percentuale di... materiali non bellici. b. esplosivi da demolizione richiesti per compiti di sabotaggio assegnati. c. solo le munizioni necessarie per armi già in possesso delle bande partigiane per consentire ad esse di portare a termine le missioni loro affidate. d. un minimo assoluto di armi sufficiente per rimpiazzare le perdite o quando tali incrementi siano considerati essenziali per compiere le missioni loro assegnate... tutto il materiale bellico destinato a queste regioni dovrà essere fornito soltanto con criteri selettivi e controllati, una volta sicuri che esso verrà impiegato unicamente in azioni contro il nemico". Non diversi i criteri per l'Emilia, il Trentino - Alto Adige ed il Veneto, tenendo però presente "che qualsiasi ripiegamento dei tedeschi pone[va] le bande partigiane di queste regioni sulle linee di comunicazione nemiche". Per quanto riguardava la Venezia Giulia ed il Friuli, nessun tipo di materiale doveva essere fornito "ai partigiani italiani operanti nella regione in formazioni sotto comando Janl [Jugoslav Army of National Liberation]". Il principale criterio da tener presente in questa area era "che le operazioni speciali [dovevano] essere condotte in modo tale da non aggravare i problemi di frontiera italo-jugoslavi già esistenti, anche a detrimento di vantaggi militari". Concludevano le direttive alcune disposizioni volte ad ottenere un piú attento controllo da parte delle missioni di collegamento alleate sull'attività delle formazioni e un quadro piú preciso delle situazioni prima di qualunque decisione operativa. Si raccomandava inoltre, nei rapporti con i partigiani e gli ufficiali delle forze regolari italiane, di evitare qualunque divergenza di vedute tra missioni Soe e Oss; a tale scopo era istituito un ufficio piani congiunto, con rappresentanti di entrambe le organizzazioni, per prendere le decisioni di maggior rilievo» (M. DE LEONARDIS, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., pp. 317 sgg.). ↩ -
In una nota sulla situazione del movimento partigiano e sulle iniziative politiche da prendere nei suoi confronti inviata il 15 gennaio 1945 dalla N° 1 Special Force al G3 del 15° Gruppo di armate, riprodotta integralmente su G. PETRACCHI, «Intelligence» americana e partigiani sulla linea gotica cit., pp. 185 sgg., si leggono, per esempio, affermazioni come le seguenti:
«Il partito comunista, che dà la direzione, non cerca affatto di nascondere la sua intenzione di prenderne il comando e di costituire un regime simile a quello russo. I suoi capi nell'Italia del nord (Italo, Mare, Monti), ecc. sono stati addestrati in Russia e hanno prestato servizio nelle Brigate internazionali in Spagna e nel bolscevismo in Francia. Essi dichiarano apertamente che vogliono fare affidamento sulla Russia e Tito e che si ribelleranno piuttosto che sottomettersi agli ordini degli Alleati Occidentali...
In molte aree le bande comuniste sono ben organizzate e hanno combattuto bene. Sono guidate da comandanti fanatici e da commissari politici e sono numericamente forti. Esse costituiscono perciò una forza potente sia contro i tedeschi e i fascisti sia contro gli Alleati.
Nel decidere se le potenziali offensive partigiane contro i tedeschi e i fascisti in appoggio degli Alleati siano un beneficio maggiore della potenziale minaccia comunista agli Alleati dopo la cacciata del nemico, si dovrebbero ricordare le recenti iniziative contro i partigiani sugli Appennini che hanno in gran parte distrutto la loro potenza di attacco. Sembra che vi sia insufficiente unità e controllo centrale all'interno del movimento partigiano in vista di qualcosa che somigli a un esercito segreto da radunare e da sostenere».
La diffidenza nei confronti dei comunisti sarebbe arrivata negli ultimi mesi a tal punto che quando ai primi di marzo del 1945 Cadorna e Valiani si incontrarono a Lione con i responsabili del Soe il maggiore Rosebery chiese loro se ritenevano possibile che i comunisti stessero trattando sottomano con i tedeschi, «dato che sono scarsamente catturati». Cfr. R. CADORNA, La riscossa cit., p. 268. ↩ -
Già nell'ottobre il Pwb aveva deciso di «minimizzare» gradualmente il ruolo che la propaganda alleata aveva sino allora attribuito al movimento partigiano, mettendo in rilievo che esso era in buona parte composto non da patrioti e da sostenitori della causa della libertà, ma da gente che si era data alla macchia per sottrarsi alla leva e al servizio del lavoro e che dipendeva totalmente dai rifornimenti alleati, e di valorizzare invece quello dell'esercito regolare. Tra le ragioni addotte era quella che vi erano prove che al sud «certi elementi» traevano «vantaggio politico» dall'attività dei patrioti, «usando come loro base la propaganda alleata». Cfr. M. DE LEONARDIS, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., pp. 281 sg. ↩
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Cfr. E. AGA ROSSI, L'Italia nella sconfitta cit., pp. 220 sg. ↩
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M. DE LEONARDIS, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., p. 325. ↩
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Persino quando nel gennaio il Foreign Office avanzò la proposta di inviare un ufficiale del comando alleato presso il Clnai per rendersi conto de visu della situazione e impedire una sua presa di posizione ostile al governo Bonomi che avrebbe indubbiamente resa piú difficile la situazione stessa al momento della fine delle operazioni militari, da parte militare furono sollevate subito varie obiezioni ad un rapporto diretto con il Clnai, obiezioni che non erano state prospettate a dicembre allorché era venuta a Roma la delegazione guidata da Parri e da Pizzoni. Da ciò nacque sostanzialmente la molto meno impegnativa missione in marzo al nord del sottosegretario per le Terre liberate del governo Bonomi A. Medici Tornaquinci. Cfr. E. AGA ROSSI, L'Italia nella sconfitta cit., pp. 218 sg.; nonché F. CATALANO, Storia del CLNAI cit., pp. 388 sgg. ↩
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Cfr. in generale M. DE LEONARDIS, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., pp. 308 sgg., 315 sgg. ↩
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Cfr. H. MACMILLAN, Diario di guerra cit., pp. 794 sg. (17 novembre 1944). ↩
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Illuminante è a questo proposito quanto, all'unisono con Churchill, il 23 novembre, Macmillan (ibid., pp. 803 sg.) annota nel suo diario:
«I problemi che l'Italia si trova ora ad affrontare sono gravi abbastanza. Allorché raggiungeremo l'Italia Settentrionale, troveremo centri, come Torino o Milano, con un altissimo numero di abitanti. E ci vorrà allora tutta la nostra abilità se vogliamo dare loro da vivere. Si tratterà dei primi centri urbani con altissima densità di abitanti, situati all'interno del paese e non affacciati sul mare. Anche solo per recare loro cibo, senza che ci siano ferrovie funzionanti o autocarri, costituirà un problema formidabile per il governo militare alleato. Adesso, per quanto quelle popolazioni possano essere in stato di schiavitú a causa dell'occupazione tedesca, le fabbriche funzionano e sono molti quelli che vi lavorano. Allorché ci sarà stata la "liberazione", ci troveremo con le centrali elettriche saltate, con le fabbriche in larga misura smantellate, con i macchinari rovinati o portati via in Germania e... senza disponibilità di materie prime. Ci vorrà tutta la pazienza, tutto il coraggio e tutta la dedizione che possono dare inglesi ed americani, incaricati di amministrare il paese, se vogliamo preservare l'Italia dal precipitare totalmente nel- l'anarchia, nella rivoluzione e nella disperazione. Il non volere compiere lo sforzo indicato traendo pretesto dalle nostre doléances nei riguardi dell'Italia – per quanto siano giustificate – equivarrebbe a propter vitam, vivendi perdere causas ossia, per dirlo altrimenti, avremmo vinto la guerra e perduto la pace». ↩ -
Le istruzioni che gli Alleati trasmisero prima a Cadorna e Valiani a Lione nella prima metà del marzo 1945, poi a Cadorna e Parri a Siena ai primi di aprile (cfr. R. CADORNA, La riscossa cit., pp. 265 e 277) stabilivano che il compito primario della resistenza doveva essere (oltre quelli di salvare dalla distruzione gli impianti pubblici e le industrie e di mantenere l'ordine pubblico) quello di cooperare alla cacciata dei tedeschi e all'annientamento dei fascisti. In particolare, essa doveva collaborare con le loro armate attaccando linee di comunicazione, convogli, ecc. nella fascia compresa tra Arquata Scrivia, Piacenza, Genova, Modena e Pisa e, quindi, in Val Camonica, nel Bresciano e nel Veneto. ↩
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Per maggiori particolari cfr. M. DE LEONARDIS, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., pp. 361 sgg. ↩
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Secondo una stima, non sappiamo quanto attendibile, di F. SOLARI, L'armonia discutibile della Resistenza cit., p. 125, i «finanziamenti regolari», degli Alleati avrebbero rappresentato circa un terzo del totale di quelli affluiti al Clnai e ai Cln durante l'intero corso della resistenza. ↩
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Cfr. per la Fiat, P. BAIRATI, Vittorio Valletta, Torino 1983, pp. 119 sgg. e V. FOA, Il Cavallo e la Torre cit., pp. 144 sg.; per V. Cini, G. Volpi e A. Gaggia, E. BRUNETTA, Introduzione a Il governo dei Cln nel Veneto. Verbali del Comitato di Liberazione Nazionale Regionale Veneto 6 gennaio 1945 - 4 dicembre 1946, a cura di E. Brunetta, Vicenza 1984, I, pp. 12 sg. ↩
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Cfr. G. AGOSTI - L. BIANCO, Un'amicizia partigiana cit., pp. 75 e 89. ↩
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Cfr. Le formazioni GL nella Resistenza cit., p. 180. ↩
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Cfr. G. AGOSTI - L. BIANCO, Un'amicizia partigiana cit., p. 74. ↩
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In un documento elaborato nell'ambito del Comando militare regionale piemontese, datato 5 dicembre 1944, il problema principale era definito senza mezzi termini quello di «durare» e di superare il periodo invernale. Cfr. A. TRABUCCHI, I vinti hanno sempre torto cit., p. 129. ↩
-
Cfr. Le formazioni GL nella Resistenza cit., p. 201. ↩
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Cfr. ibid., pp. 267 sgg. e in particolare pp. 272 e 275. ↩
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Cfr. R. CRAVERI, La campagna d'Italia e i servizi segreti cit., p. 250. ↩
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Cfr. G. AGOSTI - L. BIANCO, Un'amicizia partigiana cit., p. 29 n. ↩
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Cfr. per i primi mesi D. L. BIANCO, Guerra partigiana cit., pp. 102 sg.; per i successivi sviluppi della situazione Le formazioni GL nella Resistenza cit., pp. 218, 247 e 274; G. AGOSTI - L. BIANCO, Un'amicizia partigiana cit., p. 74; G. B. STUCCHI, Tornim a baita cit., p. 425. ↩
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Cfr. Le formazioni GL nella Resistenza cit., pp. 218 sg. ↩
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I compiti della commissione furono nell'agosto successivo trasferiti alla commissione economica del Clnai presieduta da Cesare Merzagora, che era anche uno dei direttori della Pirelli. ↩
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A conferma della nostra ipotesi, vale la pena di ricordare che il 25 aprile 1945, appena iniziata l'insurrezione, sia Pizzoni sia Merzagora furono – come ci ha testimoniato Max Salvadori, presente alla riunione nella quale fu adottato il provvedimento – estromessi dai loro incarichi... per aver avuto la tessera del Pnf. La decisione ufficiale, presa il 27 aprile, fu motivata con la necessità che a presiedere il Clnai non fosse un indipendente ma un militante di partito (R. Morandi). Cfr. A. PIZZONI, Alla guida del CLNAI cit., p. 168. ↩
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Cfr. Il finanziamento della Resistenza in una nota di A. Pizzoni, in «Il movimento di liberazione in Italia», maggio 1953, p. 50 nonché A. PIZZONI, Il finanziamento, in «Mercurio», dicembre 1945, pp. 83 sgg. Per un quadro piú ampio cfr. però A. PIZZONI, Alla guida del CLNAI cit., pp. 197 sgg. («La gestione finanziaria del CLNAI»). ↩
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Per la raccolta di fondi in Svizzera tra le famiglie di origine italiana e i simpatizzanti per la resistenza dall'estate 1944 in poi cfr. S. MINERBI, Un ebreo fra D'Annunzio e il sionismo: Raffaele Cantoni, Roma 1992, pp. 136 sgg., da cui risulta anche che nel dicembre 1944 le comunità israelitiche versarono 25 mila franchi svizzeri e il Congresso mondiale ebraico 10 mila dollari. ↩
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In Archivio L. Cattani, b. 1, fasc. 2. ↩
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NA, RG 226 E 190, b. 121, fasc. 485, «Meeting of Clnai and Oss at Siena - 27 november 1944». ↩
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Cfr. Atti del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà cit., pp. 575 sg. ↩
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Il finanziamento della Resistenza in una nota di A. Pizzoni cit., p. 52. ↩
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Significativo è a questo proposito quanto si legge nella relazione riservata sull'opinione pubblica in provincia di Milano dal 1° al 21 giugno 1944 redatta dal capo dell'Ufficio stampa della prefettura di Milano, professor Franco Fuscà (in Archivio F. Fuscà):
«Restano assenti dalla vita pubblica, ma certamente in attesa degli angloamericani, taluni settori, come quello delle banche, sorde ormai ad ogni richiamo fatto in nome della Patria. È particolarmente indicativa la minima partecipazione da parte delle Banche di Milano alle sottoscrizioni per nuove armi all'esercito e per i profughi.
Si rileva la stranezza dell'atteggiamento tenuto dalla borsa di Milano che, all'indomani della caduta di Roma, ha visto elevarsi notevolmente le quotazioni». ↩ -
Il nome della Banca d'Italia e le notizie sulla disponibilità ad accrescere l'accordo «forse sino a 50 milioni» e sulla Banca commerciale italiana risultano dal verbale dell'incontro di Siena nonché da A. PIZZONI, Alla guida del CLNAI cit., pp. 204 sgg., ove è fatto anche il nome di chi favorí l'operazione, presso la Banca d'Italia, il direttore generale del Tesoro Luigi D'Alessandro che, successivamente sviò anche un'inchiesta sul ruolo del Credito italiano nel finanziamento della resistenza provocata da Pavolini dopo una segnalazione fattagli nel febbraio 1945 dalla federazione del Pfr di Bologna sulla base di alcune voci da essa raccolte (ibid., pp. 225 sg.). ↩
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Cfr. MIN. DIFESA - SME - UFF. STORICO, L'azione dello Stato Maggiore Generale per lo sviluppo del movimento di liberazione cit., pp. 36 sg. ↩
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Il finanziamento della Resistenza in una nota di A. Pizzoni cit., p. 52. Il verbale della riunione di Siena offre qualche ulteriore elemento:
«In agosto, grazie ad accordi con gli inglesi e gli americani, il Clnai ha ricevuto da ciascuno 50 milioni. Gli americani hanno offerto al Clnai banconote svizzere, il cui pagamento secondo un accordo con una banca svizzera doveva essere effettuato al Clnai in lire. Questa transazione non fu soddisfacente per le equivoche operazioni di cambio dei franchi svizzeri in lire italiane. Dopo di che furono dati 250 [sic] franchi svizzeri al sig. Longhi [cioè a Pizzoni] che fu costretto a ricorrere al mercato per cambiarli in Italia. Anche questo accordo è stato ben lontano dall'essere soddisfacente. Gli inglesi si rivolsero alla Banca britannica a Ginevra e ottennero una garanzia di 50 milioni. Trovarono poi un banchiere italiano che trovò il modo di servirsi del denaro per pagare in natura il Clnai in Italia. Il sistema britannico all'inizio sembrò il peggiore ma si dimostrò di gran lunga il migliore. Il sistema americano sembrava il piú semplice, ma per vari motivi fu in realtà il meno facile per il Clnai».
Per l'accenno alle «equivoche operazioni di cambio» cfr. F. LANFRANCHI, La resa degli ottocentomila, Milano 1948, pp. 29 sgg. ↩ -
In novembre risulta che il Clnai versò sull'ultimo invio alleato al Comando generale del Cvl 35 milioni che questo, detratti i fondi per il proprio funzionamento e per l'assistenza alle famiglie e ai carcerati, ripartí nel modo seguente: Lombardia 4 milioni, Val d'Ossola 1 milione e mezzo; Val Sesia 750 mila lire, Veneto 10 milioni, Nord Emilia 6 milioni, Sud Emilia 2 milioni. Tali cifre rappresentavano grosso modo la metà delle assegnazioni previste (e non sappiamo se completate successivamente alla data del documento da cui sono tratte). Rispetto a queste assegnazioni la ripartizione escludeva Milano (4 milioni) e la Liguria (10 milioni). Cfr. Atti del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà cit., p. 240; nonché, per il comitato militare milanese in genere, A. SCALPELLI, Il generale e il politico. La disarmonia del potere nel Comando piazza di Milano (1943-1945), Milano 1985, pp. 29 sgg. ↩
-
La preoccupazione suscitata dalla notizia dell'interruzione dei finanziamenti alleati traspare chiaramente da una comunicazione a tutti i comandi generali (e per conseguenza anche a tutti quelli di zona) inviata il 22 ottobre dal comando generale del Cvl per metterli in guardia dal fare affidamento solo su quanto poteva esser loro fatto avere da Milano o su «eventuali» lanci alleati e per stimolarli a darsi da fare invece per procurarsi proprie nuove fonti di finanziamento:
«Per quello che riguarda i fondi è necessario che con il concorso del Comitato di liberazione regionale voi mobilitiate le risorse finanziarie locali, sia a mezzo sottoscrizioni di massa, sia a mezzo di contribuzioni o prestiti forniti dalle imprese industriali, commerciali, bancarie che non mancano certo nella vostra regione. Deve essere chiaro che i volontari, che sono a volte costretti a requisire le estreme riserve delle popolazioni montane, sono in diritto di ricorrere a chi ha ben altre possibilità... Sottolineiamo l'importanza politica del fatto che il movimento liberatore trovi nel paese non solo le braccia dei combattenti, ma anche i mezzi per approvvigionarli e per metterli in grado di combattere. Che ognuno che può dare sia posto di fronte al suo dovere patriottico e di fronte al suo dovere di cittadino» (Atti del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà cit., pp. 218 sg.). ↩ -
Cfr. P. SECCHIA - F. FRASSATI, La Resistenza e gli alleati cit., pp. 102 sg. ↩
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Cfr. M. DE LEONARDIS, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., pp. 282 sgg. ↩
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Cfr. F. W. DEAKIN, La Special Operations Executive e la lotta partigiana cit., pp. 114 sg. ↩
-
Cfr. M. DE LEONARDIS, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., p. 304. ↩
-
Cfr. Il finanziamento della Resistenza in una nota di A. Pizzoni cit., p. 53.
A fine dicembre l'onere del finanziamento fu accollato infatti all'Italia stabilendo che a guerra finita essa avrebbe restituito agli inglesi e agli americani quanto essi avrebbero «anticipato» al Clnai. ↩ -
Cfr. ibid., pp. 53 sg. Nel corso delle varie riunioni fu discusso anche il modo per far pervenire a Milano il danaro. Ha scritto in proposito Pizzoni: «Vi erano dei precedenti di altri movimenti di liberazione, specie francese e jugoslavo, di danaro lanciato da aerei e largamente disperso, di danaro fatto passare attraverso le linee e largamente sottratto, mentre noi fino allora eravamo riusciti a non aver perdite e cosí felicemente siamo arrivati fino alla fine. Passai notti insonni, pensando a come risolvere il problema, finché venne fuori un brillantissimo uovo di Colombo. Ottenuto facilmente che, senza limitazioni e senza riserve, al primo di ogni mese i 160 milioni fossero versati a Roma, al Credito Italiano e alla Banca Commerciale Italiana, al mio nome di clandestinità e cioè Pietro Longhi». Tornato a Milano, continua Pizzoni, «trovai modo di vedere i signori Brughera e Stringher del Credito Italiano e poi il Dr. Rossi della Banca Commerciale Italiana e tenni loro press'a poco questo discorso: "Loro mi conoscono bene?" "Sí, naturalmente". "Hanno fiducia in me?" "Sí". "Allora, io ho questi soldi a Roma. Siete voi disposti a darmeli a Milano, con rimborso a guerra finita?" La risposta fu affermativa e cosí il problema dell'avere i soldi a Milano fu risolto nel modo piú semplice, piú clandestino e che nessuno avrebbe mai potuto indovinare.
La parte materiale non fu semplice, ma si riuscí a far versare il denaro a persone di mia fiducia che lo trasportarono poi alla periferia, intendendo con questa espressione i Comitati di Liberazione Regionale, che avevano sede a Torino, Genova, Bologna e Venezia. Anche questa fu impresa difficilissima, specie negli ultimi mesi».
Dal verbale della riunione del 27 novembre a Siena risulta un particolare che fa comprendere bene l'estrema urgenza di disporre dei finanziamenti alleati che assillava il Clnai. Pizzoni chiese di poter, ripartendo per il nord, portare con sé cinquanta milioni in banconote. ↩ -
Per maggiori particolari cfr. A. PIZZONI, Alla guida del CLNAI cit., pp. 121 sgg. («La seconda missione al Sud (6-26 aprile 1945)»). ↩
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Secondo quanto il comando generale del Cvl scrisse il 27 febbraio 1945 a Dulles e McCaffery, il contributo finanziario accordato dagli Alleati con gli «accordi di Roma» costituiva «solo una parte – sia pure cospicua – delle spese sostenute» dalla resistenza. Nonostante i contributi che questa raccoglieva sia al centro che in periferia le disponibilità erano ancora inferiori alle necessità delle formazioni, «le quali, di conseguenza, sono spesso costrette ad "autofinan- ziarsi", in maggior o minor misura, valendosi nei casi migliori degli aiuti spontanei della popolazione locale, ricorrendo altre volte ad un sistema di requisizioni incontrollabile e quindi inviso alle popolazioni, o determinato, nei casi peggiori, quegli inevitabili fenomeni di banditismo partigiano – per fortuna non frequenti – di cui si vale la propaganda fascista» (cfr. Atti del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà cit., p. 389).
Per valutare il peso che ebbero i finanziamenti alleati, può essere utile il confronto tra i fondi erogati con la loro prima tranche dal comando generale del Cvl nel gennaio 1945 e quelli erogati nel novembre 1944:Zone e servizi Novembre 1944 Gennaio 1945 (milioni di lire) Piemonte - 60 Liguria - 15 Val d'Ossola 1,500 2,5 Val Sesia 0,750 1,5 Lombardia 4 13 Milano - 7 Emilia 8 15 Veneto 10 30 Organizzazione Franchi - 3,5 Servizio informazioni - 2 Assistenza famiglie, prigionieri e carcerati 0,770 2,5 Spese generali 0,735 2 Riserva - 1,5 -
Cfr., per esempio, F. SOLARI, L'armonia discutibile della Resistenza cit., p. 124. ↩
-
A. PIZZONI, Alla guida del CLNAI cit., p. 119. ↩
-
Cfr. A. GAMBINO, Storia del dopoguerra dalla Liberazione al potere D.C., Bari 1978, p. 123 nota. ↩
-
G. AMENDOLA, Lettere a Milano cit., p. 538. ↩
-
Cfr. I. DE FEO, Diario politico 1943-1948, Milano 1973, p. 250 (9 gennaio 1946). ↩
-
Erroneamente G. BOCCA, Palmiro Togliatti cit., p. 389, scambia questa «freddezza politica» per «scarsa sensibilità» verso i problemi della resistenza. ↩
-
Cfr. La segretaria di Togliatti. Memorie di Nina Bocenina, con un saggio di S. Bertelli, Firenze 1993, pp. 47 sg. e 43 sg. ↩
-
A. PADELLARO, Nei ricordi del migliorista Fanti i giorni tormentati che seguirono la svolta di Salerno: distinguere la Resistenza dalla lotta di classe, in «Corriere della Sera», 13 settembre 1990. ↩
-
Per quanto riguarda gli ex prigionieri (soprattutto nell'Italia centrale) cfr. R. ABSALOM, A strange alliance aspects of escape and survival in Italy 1943-1945, Firenze 1991. ↩
-
Cfr. L. CASALI, La «doppia linea» cit. e in particolare pp. 15 sg., nonché G. CRAINZ, Padania. Il mondo dei braccianti dall'Ottocento alla fuga dalle campagne, Roma 1994, pp. 217 sgg., che mette in luce come a livello contadino la lotta contro i fascisti e i tedeschi ebbe il suo centro piú «duro» in Emilia-Romagna e nelle zone risicole dove maggiore era l'afflusso delle mondine emiliane, mentre «anche nei mesi cruciali del 1944-45» la bassa lombarda e piemontese ebbe un atteggiamento piú «chiuso in se stesso» che spesso non andava molto oltre l'aiuto ai renitenti e agli sbandati. ↩
-
Cfr. M. ISNENGHI, Intellettuali militanti e intellettuali funzionari, Torino 1979, p. 289. ↩
-
Cfr. R. ABSALOM, Per una storia di sopravvivenze. Contadini italiani e prigionieri evasi britannici, in «Italia contemporanea», 1980, pp. 105 sgg.; ID., Ex prigionieri alleati e assistenza popolare nella zona della linea gotica 1943-44, in Linea gotica 1944 cit., pp. 453; ID., Commento alla relazione di Luigi Arbizzani, in Contadini e partigiani, Alessandria 1986, pp. 34 sgg. ↩
-
A. TRABUCCHI, I vinti hanno sempre torto cit., p. 39. ↩
-
Cfr. G. SCIOLA, Avanzata alleata e popolazione civile nelle fonti della Repubblica Sociale Italiana, in Linea gotica 1944 cit., p. 512. ↩
-
In Appendice, Documento n. 5, sono riportati alcuni stralci di lettere riprodotti nei «notiziari» Esame della corrispondenza censurata, in AUSSME, I-1, RSI, Min. Forze Armate - SID, b. 59. ↩
-
Numerose sono le fonti coeve, nelle quali non mancano elaborazioni che già per sé abbozzano un quadro generale della situazione economica o di suoi singoli aspetti largamente attendibile. Per brevità ricordiamo solo la «Rassegna della congiuntura» redatta dal Commissariato nazionale dei prezzi saloino nel gennaio 1945 e la Sintesi della situazione economica italiana, stampata a Roma nel 1944, in pochissime copie numerate e riservate dal Servizio informazioni militari dello Stato maggiore generale dopo la liberazione di Roma e che abbraccia il periodo dall'8 settembre 1943 al novembre 1944, tracciando un ampio panorama-confronto della situazione economica al sud e al nord.
Per l'aspetto agricolo, fondamentale per una corretta comprensione economica della Rsi e della sua incidenza sui prezzi sono da vedere soprattutto P. ALBERTARIO, La situazione economica dell'agricoltura. Primo contributo, Roma s.d. e i vari indici dei prezzi ufficiali e di fatto d'acquisto dei mezzi di produzione, dei salari e dei prezzi di vendita e di mercato nel 1943-45, pp. 152 sgg., 172 sgg. e 184 sgg. ↩ -
Si veda per esempio l'andamento delle forniture di carbone dall'ottobre 1943 all'ottobre 1944:
Programma | Importazioni | % (tonnellate)
1943Ottobre 1 500 000 1 400 000 93 Novembre 400 000 385 000 97 Dicembre 410 000 306 000 74 1944 Gennaio 465 000 424 000 92 Febbraio 513 000 457 000 89 Marzo 552 000 548 000 98 Aprile 554 000 460 000 85 Maggio 585 000 499 000 85 Giugno 574 000 452 000 78 Luglio 540 000 310 000 57 Agosto 540 000 273 000 47 Settembre 350 000 147 000 42 Ottobre 250 000 100 000 40 Fonte: M. ILARDI, Nuovi documenti sugli interventi tedeschi nell'industria italiana tra il 1943 e il 1945, in «Il movimento di liberazione in Italia», gennaio-marzo 1972, p. 77. ↩
-
Per una prima informazione cfr. C. FABRIZI, Tecnica e politica dei prezzi nell'Italia settentrionale nell'ultimo anno di guerra, in «Rivista di politica economica», novembre 1949, pp. 1058 sgg. ↩
-
Cfr. ivi, p. 1078. ↩
-
Ivi, p. 1075. ↩
-
Sintesi della situazione economica italiana cit., pp. 185 e 130 sg. ↩
-
Dopo un momento di crisi e di attesa tra il luglio e il novembre 1943, la stabilizzazione del fronte e gli accordi finanziari Rahn - Pellegrini Giampietro determinarono una notevole ripresa della borsa. L'indice medio delle quotazioni passò da 476 nel novembre (agosto: 558) a 701 e 740 nei due mesi successivi. Dopo una battuta d'arresto e una flessione in febbraio (l'indice scese a 657) allorché fu annunciata come prossima l'emanazione dei provvedimenti relativi la socializzazione, quando gli imprenditori si resero conto che i tedeschi erano ostili ad essa, l'indice riprese però a salire sino a toccare in giugno quota 1410. A questo periodo favorevole ne seguí un altro di un paio di mesi che fece registrare un calo sia del numero delle operazioni che delle quotazioni di circa il 30 per cento e che fu determinato dall'occupazione di Roma da parte degli Alleati e dallo sbarco in Normandia, a cui seguí però un nuovo rialzo che si protrasse sino a dicembre e si trasformò in un definitivo crollo il mese dopo, allorché la situazione interna della Rsi prese a scricchiolare da tutte le parti e a risentire pesantemente dell'andamento generale della guerra. Facendo 100 quello di dicembre, a gennaio l'indice dei titoli segnava 77,62 a febbraio 76,14 a marzo 74,64. Cfr. in particolare R.E. Borsa e L.M. Anno borsistico 1943-1944, in «Repubblica Sociale», settembre-ottobre 1944, pp. 40 sgg. e 62 sgg.; G.L. Note di borsa, ivi, marzo 1945, pp. 51 sgg. ↩
-
Secondo le rilevazioni fasciste (ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 22, fasc. 161-63) i generi tesserati assicuravano solo il 46 per cento delle calorie necessarie, il 38 per cento delle proteine e dei grassi e il 54 per cento dei carboidrati, sicché per il resto era necessario ricorrere al mercato libero (20, 38, 11 e 17 per cento) e alla borsa nera (34, 23, 51, 29 per cento). Ciò voleva dire – come riconoscevano esplicitamente i piú onesti degli osservatori (cfr., per esempio, Dei prezzi e della borsa nera, in «Repubblica Sociale», novembre-dicembre 1944, pp. 28 sgg.) – che con i soli generi tesserati, anche quando essi erano distribuiti regolarmente e integralmente (il che spesso non avveniva), nessuno poteva vivere e doveva necessariamente far ricorso al mercato libero e soprattutto alla borsa nera. ↩
-
Cfr. la «Rassegna della congiuntura»; gli articoli dedicati al problema dei prezzi da «Repubblica Sociale»; Sintesi della situazione economica italiana cit., pp. 158 sgg., nonché C. FABRIZI, Tecnica e politica dei prezzi cit. e ID., La disciplina legale dei prezzi nella Repubblica sociale italiana, in «Il Foro italiano», LXXII (1949), pp. IV-15, cc. 185 sgg. ↩
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OECONOMICUS, L'evoluzione economica delle classi medie, in «Repubblica Sociale», febbraio 1945, pp. 35 sgg. ↩
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È interessante notare che anche autorevoli riviste fasciste verso la fine del 1944 (cfr. Dei prezzi e della borsa nera cit., p. 28) facevano ormai esplicitamente riferimento a «due» borse nere una «inevitabile» da ringraziare, un'altra invece da disprezzare: «una cioè che fornisce generi di prima necessità a prezzi che, seppure elevati, considerato il livello degli altri generi, il rischio, le spese di trasporto, ecc. ecc., possano considerarsi onesti, e l'altra che dimostra nel modo piú chiaro la speculazione». ↩
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Secondo un rapporto del 23 marzo 1945 della Gnr di Milano, ancora a quest'epoca la borghesia attendeva «dalle decisioni della guerra il la che orienti la propria coscienza politica» (cfr. G. SCIOLA, Avanzata alleata e popolazione civile nelle fonti della Repubblica Sociale Italiana cit., p. 512). ↩
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I «Notiziari» quotidiani del Servizio politico del Comando generale della Gnr (una fonte di primaria importanza e sotto questo profilo largamente attendibile) dell'aprile 1945 (ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 5, fasc. 28/R, «G.N.R.», sottof. 23, ins. C; Min. Cultura popolare, Gabinetto, b. 185 bis., fasc. 33, sottof. 5) offrono utili elementi per farsi una idea di massima dell'atteggiamento della popolazione (soprattutto di quella urbana) alla vigilia dell'insurrezione. Pur essendo consapevoli della difficoltà e talvolta della impossibilità di estendere sic et simpliciter ad altre località notizie e valutazioni relative a singole località, quali sono appunto quelle offerte da questa documentazione, il quadro che si trae da essa ci pare possa, in attesa di studi specifici, costituire un punto di riferimento che rispecchia complessivamente abbastanza bene la situazione; almeno per quel che concerne ad alcuni suoi aspetti di fondo. ↩
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Cfr. MUSSOLINI, XXXII, pp. 205 sg. (Mussolini a Hitler, 4 ottobre 1943). ↩
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Cfr., a questo proposito, quanto osservato da R. GOBBI, Il mito della resistenza, Milano 1992, pp. 43 sgg. Per tutto il rapporto operai-resistenza è da tenere presente – anche se fortissimamente ideologizzato – il lavoro dello stesso autore Operai e Resistenza, Torino 1973. ↩
-
PRO, F.O. 989/173: «Soe Italian Region 1944/45». ↩
-
Cfr. P. SECCHIA, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione cit., p. 202. ↩
-
Ibid., p. 120. ↩
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Cfr. ibid., p. 212, una nota informativa dell'organizzazione comunista torinese sulla situazione operaia datata 27 novembre 1943 nella quale si legge: «Fino a pochi giorni prima dell'inizio delle agitazioni noi conoscevamo poco della situazione concreta nelle fabbriche dal punto di vista delle retribuzioni ed anche dello stato d'animo degli operai nei confronti del problema salariale ed alimentare (si capisce che non viviamo nella luna e conoscevamo queste cose, ma in senso generico e generale). Sapevamo del fermento a proposito dei progettati licenziamenti, ma poi, siccome questi non si effettuarono, la cosa si era sopita. Sapevamo di agitazioni con invio di commissioni operaie per rivendicare il pagamento sollecito delle liquidazioni e degli anticipi, agitazioni che erano promosse e dirette dalle nostre organizzazioni, ma è tutto.
La nostra attività nelle fabbriche consisteva quasi esclusivamente nel lavoro di riorganizzazione delle cellule e nell'attività politica volta alla diffusione della nostra stampa e alla raccolta di fondi per il partito e per i partigiani». ↩ -
Cfr. R. LURAGHI, Il movimento operaio torinese durante la resistenza, Torino 1958, pp. 311 sgg. (direttive dell'organizzazione comunista torinese per il lavoro sindacale del novembre 1943). ↩
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Sugli scioperi del novembre-dicembre 1943 cfr. P. SECCHIA, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione cit., pp. 201 sgg.; nonché Operai e contadini nella crisi italiana del 1943-1944, Milano 1947, pp. 111 sgg., 163 sgg. e 210 sgg. ↩
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G. BOCCA, Storia dell'Italia partigiana cit., p. 232. ↩
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Cfr. E. SOGNO, Fuga da Brindisi cit., pp. 74 sg. ↩
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Sugli scioperi del marzo 1944, cfr. P. SECCHIA, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione cit., pp. 295 sgg.; G. PANSA, Marzo 1944: situazione industriale e grandi scioperi nei rapporti della Guardia nazionale repubblicana, in «Il movimento di liberazione in Italia», gennaio-marzo e aprile-giugno 1968, pp. 3-28 e 40-61; Operai e contadini nella crisi italiana del 1943-1944 cit., pp. 121 sgg., 180 sgg. e 242 sgg.; nonché R. LURAGHI, Il movimento operaio torinese durante la resistenza cit., pp. 175 sgg. e A. SCALPELLI, Scioperi e guerriglia in Val Padana (1943-1945), Urbino 1972, pp. 7 sgg.; C. DELLAVALLE, Gli scioperi del marzo 1944, in Gli scioperi dal marzo 1944, Milano 1986, pp. 21 sgg. ↩
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Valga ad esempio il caso dello sciopero generale del marzo 1944, l'episodio indubbiamente piú importante e «alto» della partecipazione operaia alla resistenza e, altrettanto indubbiamente, quello dal quale il Pci trasse i maggiori vantaggi politici e sul quale visse piú che su qualsiasi altro sino all'aprile del 1945 e ancora dopo anche sotto il profilo propagandistico. Come ammise lo stesso comitato federale comunista milanese, una parte di coloro che scesero in sciopero non aveva chiaro «per quali motivi si scendeva in lotta» (cfr. A. SCALPELLI, Scioperi e guerriglia in Val Padana cit., p. 43); per alcuni infatti lo sciopero era essenzialmente economico, per altri politico, per altri addirittura preinsurrezionale. E questo perché i promotori, volendo riuscisse il piú ampio possibile, avevano puntato, per cosí dire, su tutti i tavoli, con il risultato però: a) che dopo il primo giorno (durante il quale a Milano lo sciopero riuscí meglio che altrove e ottenne, secondo i fascisti, l'adesione di un po' piú del sessanta per cento della massa lavoratrice) il numero degli scioperanti decrebbe notevolmente e in particolare quello di coloro che, avendo aderito allo sciopero solo prevalentemente per ottenere miglioramenti economici, si resero conto che, cosí come stava svolgendosi, esso si ritorceva contro di loro; e b) che lo sciopero, piú che accrescere lo «spirito di lotta» della massa operaia, rafforzò in buona parte di essa la tendenza a trattare «sindacalmente» i propri problemi economici con le aziende, evitando il piú possibile di dare nette caratterizzazioni politiche alle loro rivendicazioni. Significativa per capire lo stato d'animo della massa operaia è la valutazione della situazione nel Genovese fatta da un componente del locale triunvirato insurrezionale comunista nel corso di una riunione tenutasi all'inizio della seconda metà del giugno 1944 (cfr. P. SECCHIA, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione cit., p. 463), in un momento cioè in cui gli animi avrebbero dovuto essere se mai predisposti all'azione, essendo gli Alleati all'offensiva e attendendosi da parte dei piú una loro definitiva vittoria: «Qual è la situazione politica? Aggravamento delle condizioni alimentari, ripresa delle agitazioni economiche, però esse si sono limitate al terreno rivendicativo e non hanno assunto un carattere politico e d'azione. Siamo riusciti a legare alle rivendicazioni economiche quelle politiche, ma non siamo riusciti a dare a queste manifestazioni un piú forte carattere di lotta. Vi è nelle masse un certo «attesismo» del giorno decisivo che è visto con l'arrivo degli anglo-americani. La liberazione è prevista sí a breve scadenza, si sente che viviamo momenti decisivi, ma sempre nel senso che gli alleati sono vicini ed arriveranno presto. Prova che il fermento delle masse non è ancora tale da farci pensare che sono decise alla lotta insurrezionale sono i fatti di questi giorni: la razzia nelle fabbriche di diecimila operai operata da relativamente scarse forze tedesche e fasciste.
Nel corso di tre ore diecimila operai sono stati presi, messi nei vagoni e spediti in Germania, senza che nelle officine avvenissero episodi di resistenza, senza che vi siano state manifestazioni di donne all'infuori di alcune grida in alcuni quartieri». ↩ -
E. BRUNETTA, Correnti politiche e classi sociali alle origini della Resistenza nel Veneto cit., p. 127. ↩
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Cfr. soprattutto V. ILARI, Storia del servizio militare in Italia cit., IV, pp. 47 sgg., tra i vari studi disponibili il piú equilibrato e attendibile. ↩
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Cfr. A. TAMARO, Due anni di storia cit., II, pp. 277 sgg.; E. CANEVARI, Graziani mi ha detto cit., pp. 79 sgg.; R. GRAZIANI, Ho difeso la patria, Milano 1947, pp. 440 sgg.; G. PISANÒ, Storia delle forze armate della Repubblica sociale italiana cit., I, pp. 73 sgg.; F. W. DEAKIN, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 592 e 646 sgg.; G. PANSA, Il gladio e l'alloro. L'esercito di Salò, Milano 1991, pp. 20 sgg. e 65 sgg.; G. BOCCA, La repubblica di Mussolini cit., pp. 151 sgg.; A. SCALPELLI, La formazione delle forze armate di Salò attraverso i documenti dello Stato Maggiore della RSI, in «Il movimento di liberazione in Italia», luglio-dicembre 1963, pp. 19 sgg. e 38 sgg.; L. KLINKHAMMER, L'occupazione tedesca in Italia cit., pp. 131 sgg., 278. ↩
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Questa spiegazione si rifà chiaramente a quella che veniva già prospettata in periodo repubblicano. Si veda, per esempio, la «Nota informativa sulla chiamata degli iscritti di leva», in data 12 dicembre 1943 in ACS, RSI, Carte Barracu, b. 1, fasc. 2, «N. 10 Ris. Roma, mancata presentazione dei militari iscritti di leva delle classi 1924-25-26», nella quale si legge:
«L'afflusso ai distretti militari degli iscritti di leva delle classi 1924-25 e 26 in Roma è minima malgrado i numerosi proclami, allettamenti e sanzioni. Le cause di tali evasioni sono varie e complesse, ma piú che altro psicologiche dovute alla crisi in cui si dibatte quasi la totalità del popolo italiano deluso, abulico e sfiduciato.
Ciò dipende dalla mancanza di una bene intesa propaganda che dovrebbe completarsi in una pratica e realizzatrice organizzazione.
I rari iscritti di leva che si presentano ai distretti trovano un ambiente freddo, ostile, mancante di quel minimo di conforto da rendere meno sensibile il trapasso dalla vita civile a quella militare. Per quanto riguarda poi il distretto di Roma secondo, la quasi totalità degli ufficiali e sottufficiali addetti sono nettamente contrari al Governo Repubblicano. Tanto è vero che un giovane ufficiale, pieno di fede che ha il coraggio delle sue azioni è segnalato per essere incluso nelle liste nere. Le poche reclute presentatesi sono beffeggiate, considerate pavide e sciocche per non aver saputo seguire l'esempio dei "furbi" che non risposero al manifesto di chiamata.
Si sono capovolti i valori morali di guisa che i renitenti sono considerati, nella pubblica estimazione, come ragazzi coraggiosi e di fede, che hanno approvazione e appoggio della popolazione ed in certi casi delle stesse autorità». ↩ -
G. PANSA, Guerra partigiana tra Genova e il Po cit., p. 57. ↩
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Cfr. L. DELLEGASIE, Le campagne pavesi durante la Resistenza, in «Annali dell'Istituto Alcide Cervi», 1982, n. 4, pp. 241 sgg. ↩
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Cfr. Appendice, Documento n. 3 [Cfr. nota 1, p. 162. N. d. R.]. ↩
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In Archivio F. Fuscà. ↩
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Cfr. Le formazioni GL nella Resistenza cit., p. 335; Le Brigate Garibaldi nella Resistenza cit., II, p. 562; R. OPERTI, Il tesoro della 4ª Armata cit., pp. 225 sgg.; E. SOGNO, Fuga da Brindisi cit., p. 80; S. CARLI BALLOLA - L. CANALI, Alla ricerca del consenso. La stampa fascista e antifascista nel 1943-44 cit., p. 544. ↩
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A Kesselring, che il 10 febbraio 1944 gli aveva rimproverato che «da parte dei Comandi superiori italiani, dei comandi regionali e delle prefetture» e dei comandanti di reparto «non c'è sufficiente forza ed energia» per contrastare i progressi della «disgregazione» delle «nuove formazioni» repubblicane ad opera delle diserzioni, otto giorni dopo Graziani replicava attribuendo la responsabilità di esse alla propaganda avversaria che traeva «facile alimento nelle molteplici difficoltà» che rendevano difficile la ricostruzione dei servizi militari italiani, aggravata dal «ritardo» con cui da parte tedesca venivano forniti «i materiali di vestiario e di accasermamento» e concludeva: «per tutte queste ragioni non si è ritenuto opportuno, né sarebbe stato giusto, applicare severe sanzioni contro i trasgressori o contro i famigliari, anche perché, e Voi ben lo sapete, non disponiamo ancora di forze di polizia adeguate alla bisogna. Ci siamo, perciò, dovuti limitare essenzialmente a svolgere azione persuasiva e di elevazione spirituale, intesa soprattutto ad annullare la propaganda nemica, intensificando gradualmente l'opera di repressione a mano a mano che l'organizzazione logistica e quella delle forze di polizia progredivano».
Due mesi dopo, parlando ai capi militari regionali riuniti a Parma, il capo di Stato maggiore dell'Esercito, gen. Mischi, sostenne che i Tribunali militari dovevano svolgere un'azione «intransigente» e si soffermò sulle necessità di una sistematica attività di «contropropaganda» nei confronti sia delle reclute che della popolazione, cosí da contrastare gli effetti su di loro della propaganda «sovversiva» e «antinazionale» ma, venuto a parlare dei richiami alle armi, prospettò ciò che andava fatto per combattere la diserzione in questi termini:
«Alla gente appena arriva al distretto bisogna far presente:
- il Paese vuole questo
- voi siete chiamati a compiere un dovere
- cosa volete: combattere o lavorare?
Chi vuol combattere viene messo da parte e destinato ai reparti. Chi non vuol combattere, poiché qualche cosa deve pur fare dato che la casa brucia ecc., si deve mettere nelle condizioni di lavorare.
Chi vuol combattere deve avere i numeri necessari (spiritualità, requisiti fisici, capacità tecnico professionale) intesa essenzialmente come capacità nel tiro.
Siccome anche il lavoro è un esponente di vittoria, costituisce pure un contributo di pieno rispetto che va tutelato» (AUSSME, I-1, RSI, Diario storico SME, b. 1, Allegati: «Scambio lettere Kesselring-Graziani febbraio 1944 per diserzioni» e «Riunione del 18 aprile 1944 a Parma»).
Il testo della lettera di Graziani pubblicato in R. GRAZIANI, Una vita per l'Italia. «Ho difeso la patria», Milano 1986, pp. 206 sg. è leggermente diverso da quello in AUSSME. ↩ -
Cfr. L. KLINKHAMMER, L'occupazione tedesca in Italia cit., p. 279. ↩
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Ibid., pp. 280 sg., 286 sgg. ↩
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Ibid., pp. 278 e 279 sg. In realtà già prima del «bando Graziani» in varie zone le autorità prefettizie e il Pfr non si erano limitati a pubblicare gli avvisi di leva, ma avevano fatto ri- corso a pressioni, minacce e violenze per indurre i giovani a presentarsi e le famiglie a non scoraggiarli. ↩
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Il «bando» fu sostanzialmente imposto a Graziani dal generale Toussaint e dall'OKW e redatto in gran parte da Mussolini. Cfr. R. GRAZIANI, Una vita per l'Italia cit., pp. 204 sgg.; V. ILARI, Storia del servizio militare in Italia cit., IV, pp. 62 sgg. e 210; L. KLINKHAMMER, L'occupazione tedesca in Italia cit., pp. 283 sg., ha notato che le misure da esso previste «non vennero attuate con lo stesso rigore con cui erano state ordinate». In molti casi i condannati, se presentavano domanda di grazia, «avevano buone possibilità di sfuggire alla pena di morte». Tra i vari casi particolare eco ebbe quello di 35 renitenti condannati dal Tribunale militare di Parma a morte, condanna che Mussolini commutò in dieci anni di reclusione. «L'atto di clemenza – riferiva il capo della polizia in un "promemoria per il Duce" – ha sortito una profonda ripercussione nello spirito pubblico suscitando in tutti indistintamente gli strati della popolazione, e soprattutto in quelli popolari, i piú favorevoli ed entusiastici commenti. Attendibilissime fonti fiduciarie, nel confermare questo stato di animo i cui sintomi appaiono peraltro evidenti anche ad un superficiale osservatore, riferiscono altresí che gli irriducibili elementi antinazionali ed antifascisti sono rimasti profondamente delusi e disorientati in quanto per essi la esecuzione della sentenza – da tutti ritenuta irrevocabile – doveva fornir occasione particolarmente propizia per conseguire gli scopi che essi si propongono e da sfruttare, sia per una violenta azione di propaganda che per eventuali turbamenti nell'ordine pubblico» (ACS, Min. Interno, Direz. gen. PS, Segreteria part. del Capo della Polizia, RSI, b. 56). ↩
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I dati utilizzati a tutt'oggi della storiografia italiana e tedesca (quelli forniti da Deakin sono troppo sommari per permettere qualsiasi discorso) non consentono di stabilire con precisione la consistenza delle forze militari e civili italiane.
Secondo un prospetto per Mussolini dell'OKW del settembre 1944 si sarebbero aggirate attorno a 780 mila uomini, 520 mila militari e 260 mila lavoratori militarizzati. Dei militari il prospetto ne attribuiva 143 mila all'Esercito, 26 mila alla Marina (X Mas compresa) e 79 mila all'Aeronautica; gli effettivi della Gnr sarebbero stati 150 mila; altri 122 mila erano indicati genericamente come «italiani volontari in ausilio a truppe tedesche» (cfr. A. TAMARO, Due anni di storia cit., III, pp. 274 sg. e 315). V. ILARI, Storia del servizio militare in Italia cit., IV, pp. 71 sgg. 75 sgg. e 229, ha tentato una stima degli effettivi incorporati nelle forze armate repubblicane secondo la quale questi sarebbero stati 573 mila (di cui 157 mila di leva e 239 mila volontari, donne comprese): 254 mila nell'Esercito, 20 mila nella Marina, 28 mila nell'Aeronautica, 50 mila nella Contraerei, 140 mila nella Gnr, 49 300 alle dipendenze dell'Ispettorato del lavoro e 25 mila nella Wehrmacht.
Allo stato della documentazione i dati piú attendibili sono quelli della «Relazione complessiva sulla forza e composizione dell'Esercito nazionale repubblicano dall'8 settembre 1943 al 31 dicembre 1944» redatta nel gennaio 1945 dallo Stato maggiore dell'Esercito repubblicano italo-germanici interessati era il seguente 1°) completare nel mese di aprile l'invio dei 34 000 uomini per le divisioni in Germania 2°) chiamare tre classi per iniziare l'invio dei 150 000 uomini al Maresciallo Goering a datare dal 30 Aprile non potendo per materiale impossibilità impegnarmi per il 15 aprile come richiestomi dall'ambasciata 3°) successivamente continuare il richiamo delle classi a blocchi per esaudire la richiesta di un milione di uomini per la organizzazione del lavoro Sauckel. Data la sopravvenuta urgente richiesta del Maresciallo Kesselring debbo domandarvi signor Maresciallo quale sia l'ordine delle precedenze ch'io debbo dare mentre per andare incontro al desiderio dell'ambasciata cercherò di anticipare piú che possibile il termine della chiamata delle nuove classi.
Debbo rappresentarvi come la ragione che ha in massima parte ostacolato e diminuito il rendimento delle leve è stata quella della deficenza del vestiario e dell'equipaggiamento. Essa esiste tuttora sebbene abbiamo avuto assicurazione dal Generale Leyers sull'immediato invio in Italia di 40 000 uniformi le quali però sono appena sufficienti per vestire gli uomini attualmente nei centri di reclutamento. Altro importantissimo problema è quello di dare il massimo incremento alle formazioni per la lotta contro i ribelli che costituisce il presupposto necessario anzi indispensabile per poter ristabilire l'autorità ed il prestigio dello Stato sulle popolazioni e quindi ottenere la presentazione degli uomini. Richiamo signor Maresciallo la Vostra speciale attenzione su queste basilari necessità poiché tutto il nostro sforzo e tutta la nostra buona volontà di collaborazione non vadano frustrate da cause che sono indipendenti dalla nostra volontà». ↩ -
Cfr. L. KLINKHAMMER, L'occupazione tedesca in Italia cit., p. 284. ↩
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Secondo una «Relazione sintetica sull'organizzazione dell'Esercito a tutto il 29 marzo 1944-XXII» (AUSSME, I-1, RSI, Diario storico dello SME, b. 1) le reclute e i richiamati delle leve di terra e aeronautica (con esclusione di quelli della Venezia Giulia e Tridentina e della provincia di Belluno) delle classi 1922-25 chiamati con i provvedimenti del 4 novembre e 6 dicembre 1943 e 6 febbraio 1944 risultano sotto il profilo regionale cosí suddivisi:
Regione Leva e richiamati Renitenti presentatisi Volontari Piemonte e Liguria 17 409 8 695 768 Lombardia 46 752 16 408 3267 Veneto 23 366 6 952 33 Emilia 36 309 5 565 2251 Toscana 18 007 4 190 130 Umbria 2 317 1 605 965 Lazio 2 551 1 664 78 Abruzzo 370 - - Marche 3 084 - 143 Totale 150 165 45 079 9440 -
Nella già citata riunione a Parma dei comandanti regionali dell'Esercito repubblicano del 18 aprile 1944 Graziani si soffermò a lungo sullo stato d'animo «che oggi si è generalizzato», da lui definito «un senso d'abbandono, di inutilità dello sforzo che compiamo», e sulla necessità di combatterlo con un'azione per convincere i soldati a reagire «al senso di annullamento» e di fatalismo che pervadeva molti di loro facendo loro capire che erano in giuoco non gli interessi personali, ma l'Italia e che era in atto una «lotta sociale» destinata a far prevalere o il fascismo o il bolscevismo o la democrazia. Sull'importanza di tale azione si soffermò a sua volta a lungo il gen. Mischi. Nel verbale della riunione si legge infatti:
«Premesso che abbiamo in atto uno sbandamento molto vasto di ordine spirituale, cui consegue uno sbandamento materiale, cioè quello della renitenza e delle diserzioni, il Capo di S.M. afferma che molto può fare di buono la propaganda.
Una delle battute veramente scaltre che la propaganda nemica ha svolto è stata quella di creare l'ossessione nei nostri uomini di essere portati in Germania, per andare a combattere chissà dove. Nell'azione di stretta aderenza che dobbiamo avere con i problemi disciplinari e penali non v'à dubbio che la propaganda va considerata in primo piano.
Occorre svolgere una azione di contro propaganda.
Dato che il numero degli apparecchi radio in Italia non è molto forte come in altri paesi, gli uomini chiamati alle armi arrivano pressoché inconsci degli influssi della propaganda nemica.
Se si verificano sbandamenti grossi presso i reparti, vuol dire che c'è qualche cellula nemica che lavora. Quando arrivano alle armi i contingenti bisogna inserire degli elementi fiduciari, ed inserirli fin dal primo momento per non destar sospetti.
Questi fiduciari debbono svolgere azione di controllo. Un altro pilastro che si affianca a quello dell'azione di controllo, è quello della propaganda. Ma la propaganda non bisogna intenderla come in passato (discorsi, frasi rettoriche, ecc.).
Un'idea concreta come vada fatta la propaganda, si può avere prendendo le mosse da quanto fanno i partigiani in questo campo (l'ora politica). Senza arrivare a mettere i commissari politici, bisogna scegliere soldati o sottufficiali particolarmente idonei che parlino ai camerati con ragionamenti semplici, spiccioli e che diffondano giornali, pubblicazioni.
Questi possono sostituire i propagandisti ufficiali ed ad essi converrà affiancare l'opera dei fiduciari, che, agendo talvolta come agenti provocatori, spingano gli elementi contrari a rivelarsi permettendo cosí di individuare gli individui e le cellule ostili». ↩ -
Cfr. O. POPPI, Il commissario cit., p. 113, ma anche pp. 79 sg., dove, a proposito dell'ingresso dei partigiani a Montefiorino, è detto: «tutta la popolazione era sulle porte delle case ed in realtà forse si sentiva liberata dallo stato di incertezza fra fascisti e partigiani». ↩
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E. GORRIERI, La Repubblica di Montefiorino cit., pp. 59 sg. ↩
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Le formazioni GL nella Resistenza cit., pp. 274 sg. ↩
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G. AMENDOLA, Lettere a Milano cit., pp. 422 sgg. ↩
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Sul problema delle rappresaglie molto è stato detto e scritto con vario spirito e intento. Nella maggioranza dei casi per spiegare e giustificare perché il movimento partigiano e i comunisti in particolare non commisurarono maggiormente l'obiettivo valore militare delle azioni intraprese ai rischi di rappresaglie ai quali esse esponevano i civili; inoltre per mettere in luce i dissensi che una condotta cosí spregiudicata della lotta suscitò all'interno della resistenza e tra i partiti del Clnai (per un quadro d'insieme cfr. C. PAVONE, Una guerra civile cit., pp. 475 sgg.); in altri ancora sotto il profilo della posizione verso di esse del clero. Molto meno ci si è soffermati invece sulle reazioni di coloro che vi furono coinvolti e ne furono le principali vittime.
Sulla posizione del clero avremo occasione di tornare. Per quello delle autorità ecclesiastiche, basti qui dire che essa fu improntata quasi sempre ad una condanna delle violenze in genere e delle rappresaglie in particolare, senza distinzione tra chi ne fosse l'autore cfr. I.-D. DURAND, L'Église catholique dans la crise de l'Italie (1943-1948), Rome 1991, pp. 142 sgg. Diverso fu solo il tono, da quello piú sfumato dell'episcopato triveneto (cfr. S. TRAMONTIN, La notificazione dell'episcopato triveneto dell'aprile 1944, in «Humanitas», 1975, pp. 889 sgg.) a quello piú esplicito dell'episcopato piemontese, che nella Lettera degli arcivescovi e vescovi della regione piemontese al clero e al popolo nella Pasqua 1944 si espresse in questi termini: «Le armi sono a tutela dell'ordine, a difesa della Patria, cioè dei cittadini che compongono la Patria. Non devono mai essere strumento di feroci vendette, tanto piú quando fossero usate contro popolazioni inermi, contro famiglie piú disgraziate che colpevoli.
E se la nostra voce può arrivare a tanti sconsigliati che ricorrono alla violenza e all'insidia contro le Autorità locali e le truppe di occupazione, vogliamo ricordare ad essi che tali attentati terroristici, contrari a ogni diritto divino ed umano, ottengono un'unica conseguenza sicura: pene inenarrabili contro gli innocenti indifesi.
E finalmente ai Comandi delle truppe di occupazione ricordiamo le stesse parole dette dal Divin Maestro al rappresentante di Roma che occupava la Palestina: “Non avresti alcun potere su di me se non ti fosse dato dall'Alto”. Per questo, noi, unicamente armati della forza del diritto, ricordiamo ad essi che tutte le Nazioni devono seguire lo stesso Codice eterno della Legge naturale e divina; e che è troppo necessario rispettare con tutti queste leggi di umanità, se non si vuole che i lamenti delle vittime innocenti pesino terribilmente sulla bilancia del Giudice nel giorno del rendiconto finale.
In conclusione, non ci stancheremo mai di condannare risolutamente ogni forma di odio, di vendetta, di rappresaglia e di violenza, da qualunque parte venga e qualunque giustificazione ostenti; né ci stancheremo mai di levare la voce a nome di Dio contro ogni infrazione dei principii di umanità e di diritto naturale, che non possono mai essere calpestati, pena la morte di ogni onestà e giustizia.
I grandi principii del rispetto alla persona umana - a ogni persona - e alla famiglia - a ogni famiglia -, proclamati solennemente da Pio XII nel Messaggio Natalizio del 1942 costituiscono il Codice fisso di ogni vivere civile e di ogni speranza in un domani migliore». ↩ -
Per i criteri basilari tecnici e giuridico-politici delle operazioni anti partigiane tedesche cfr. A. POLITI, Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, Roma 1991; per l'aderenza di tali criteri alle norme internazionali sul diritto di guerra cfr. L. OPPENHEIM, International law, I, London - New York - Toronto 1962². ↩
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Sulla uccisione di Igino Ghisellini non è mai stata fatta completamente luce. I fascisti l'attribuirono ai partigiani, secondo altri fu invece opera di fascisti estremisti che non condividevano la linea politica conciliante di Ghisellini. Per la questione che qui interessa la cosa non ha gran valore, dato che i protagonisti della strage, venuti in gran parte da fuori Ferrara, erano convinti che Ghisellini era stato ucciso dai partigiani e questi non disconobbero la paternità dell'uccisione loro attribuita. Cfr. in particolare A. BALBONI - E. BONETTI - G. MENARINI, Repubblica Sociale Italiana e Resistenza a Ferrara 1943-1945, Ferrara 1990, pp. 31 sgg.; C. ZAGHI, Terrore a Ferrara durante i 18 mesi della repubblica di Salò, Bologna 1992, pp. 33; A. GUARNIERI, Dal 25 luglio a Salò. Ferrara 1943. Interpretazione della «lunga notte», Casalecchio di Reno 1993, pp. 53 sgg.; G. GANDINI, La notte del terrore, Castel Maggiore 1994. Piú importante ai fini del nostro discorso è G. PINI, Ragazzo del '99 cit., VI. Bufera (1942-45), p. 63, che oltre a fornire interessanti elementi sulla strage di Ferrara, fa risalire ad essa l'avvio vero e proprio della guerra civile:
«Per immediata, tragica rappresaglia all'assassinio di Ghisellini, uomo onesto ch'era stato prode combattente, a Ferrara furono prelevati dal carcere alcuni detenuti politici, e fucilati a ridosso di un muro presso il castello Estense. Ma della morte del federale i fucilati non erano stati responsabili, perché già arrestati al momento del delitto, sicché la drastica vendetta mi impres- sionò negativamente, contrario come sono alla soppressione violenta della vita umana, qualunque ne sia la motivazione. Per me si tratta sempre di delitto, tanto piú grave se commesso in nome dello Stato. Con ciò non dimenticavo affatto che prime vittime della ferina lotta civile non erano stati i ribelli ma fascisti colpiti in agguati.
Presto appresi particolari di quella cupa giornata ferrarese, il cui svolgimento era stato dominato dalle volontà di uomini accorsi in luogo da Verona per mandato dell'assemblea adunata in Castelvecchio. Quegli uomini avevano agito con dura freddezza contro il parere del capo provinciale Vincenzo Berti, il quale, in seguito al fatto compiuto, si era dimesso. Piú tardi egli mi confidò che una sua proposta di nominare me a succedergli era stata lasciata cadere dai capintesta della giornata, fra i quali era Pagliani. Fu invece nominato Enrico Vezzalini.
Il funesto evento aggravò la tensione politico-psicologica, e intensificò il succedersi di azioni e reazioni, lo stillicidio di attentati e rappresaglie, il costituirsi di nuclei di fuori legge composti di uomini rifugiati alla macchia per svariati motivi: sfuggire la deportazione in Germania o l'arruolamento militare, la disciplina bellica, insidiare i reparti militari tedeschi, sabotare il traffico e i servizi, l'amministrazione civile, perfino favorire gli eserciti stranieri avanzanti dal sud. Senza dubbio gli impulsi a tali comportamenti erano diversi e molto confusi, e solo una minoranza fra i partigiani agiva consapevolmente per servire cause ideali». ↩ -
Cfr. C. PAVONE, Una guerra civile cit., pp. 463 sgg. e 489 sgg. ↩
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ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 5, fasc. 28/R, «G.N.R.», sottof. 23, ins. C. ↩
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Per la gente l'effetto negativo delle rappresaglie e contro rappresaglie era fortissimo sia nelle campagne che nei centri minori e nelle città e si sommava a quello delle rapine e violenze che venivano un po' ovunque commesse da gruppi o singoli individui, partigiani, fascisti, banditi puri e semplici che fossero e alle quali in certe zone e località le forze di polizia e le autorità locali della Rsi non erano in grado di porre freno. Valgano ad esempio due rapporti dell'8 febbraio e del 9 settembre 1944 del questore di Torino al capo della polizia sulla situazione a Torino e nella provincia (ACS, Min. Interno, Direz. gen. PS, Div. affari gen. e ris., 1944-45, b. 7, fasc. C2, sottof. «Torino». Nel primo dei due rapporti si legge:
«La situazione politico-economica del capoluogo e della provincia anche nella decorsa settimana non ha avuto accenni di miglioramento. L'attività degli elementi del disordine si è manifestata in numerosi episodi. Rapine, attentati, assassinî, repressioni e rappresaglie, requisizioni illegittime e sequestro di persone hanno funestato la popolazione... Lo scoramento avvilisce gli animi anche della parte piú saggia della cittadinanza, disorientata fra autorità legittime - spesso operanti indipendentemente l'una dall'altra nello stesso campo - e quelle costituitesi illegalmente che si impongono con la violenza, e vive con l'impressione di non aver garanzia alcuna di sicurezza dei beni e della vita stessa, sempre a repentaglio ed alla mercé dell'arbitrio e della prepotenza anche di lestofanti che si avvantaggiano dell'equivoco.
L'attività caotica dei diversi organismi di polizia è tale da non riuscir facile di stabilire se la scomparsa improvvisa di persone sia dovuta a causa legittima o delittuosa».
Nel secondo la situazione nella provincia è prospettata in questi termini:
«Mancano, da tempo, possibilità di controlli e fonti continue di informazioni. Nell'assenza di presidi e, dove questi esistono, italiani e tedeschi, nell'indipendenza in cui essi si mantengono, da ogni e qualsiasi contatto con le autorità costituite italiane, risiede la causa prima della irrilevante azione di governo e di comando che si può esercitare. I podestà e commissari prefettizi locali, esautorati perché non appoggiati da un potere esecutivo onnipresente, esposti tra l'incudine del ribellismo e il martello delle improvvise azioni di rappresaglia che piombano sui varî comuni ogni volta che incidenti si verificano, non hanno modo di collaborare attivamente con il centro; spesso essi vengono rastrellati ed occorre lunga opera di persuasione per ottenere il rilascio e garantire la continuazione della loro opera, sia pure formale. Conseguentemente tutte le amministrazioni comunali risentono di uno stato di marasma e vanno come possono... Le azioni di rappresaglia, ad opera di reparti italo-germanici, vengono compiute in maniera spesso indiscriminata: incendi di abitazioni, fucilazioni, impiccagioni, rastrellamenti per l'invio al lavoro in Germania, si accompagnano frequentemente a rapine consumate da elementi senza controllo che profittano del momento per fare man bassa su quanto trovano. Da parte della polizia germanica, mi risulta, alcuni di questi rapinatori, appartenenti a forze armate italiane, sono stati fucilati senza pietà.
Tutto ciò, aggiunto alla grave situazione alimentare, crea e fomenta la psicosi della insurrezione e l'odio accumulato dalla repressione che, quasi sempre, colpisce gli innocenti è tale che la vendetta sarebbe tremenda se il Piemonte dovesse essere abbandonato dalle truppe operanti».
A proposito di quest'ultima osservazione, cfr., per quel che riguarda i propositi di vendetta che circolavano negli ambienti della resistenza, G. AGOSTI - L. BIANCO, Un'amicizia partigiana cit., pp. 229 e 235 (agosto-settembre 1944).
Quanto alla situazione nel capoluogo il rapporto del questore di Torino del 9 settembre 1944 riferiva:
«La borsa nera è prospera come non mai, nonostante l'opera della polizia economica coadiuvata dalle altre. I prezzi sono in continuo, vertiginoso aumento. Tutto è oggetto di borsa nera. La Questura di Torino ha messo le mani su di una banda di minorenni rapinatori a mano armata di tabaccherie: essi si servivano di un falso timbro di “brigata garibaldi” per prelevare i generi di monopolio e rivenderli a prezzi di mercato nero... Gli attentati contro gli appartenenti alle forze armate italo-germaniche, operati a mezzo ciclisti, sono aumentati... Gli attentati dinamitardi aumentano anch'essi. Oltre al panico e alle vittime che provocano, sono causa di rappresaglie che raddoppiano l'odio contro le autorità locali e le truppe d'occupazione. Cosí, piú profondo si scava il solco del sangue e la catena delle azioni e reazioni si allunga ogni giorno di piú, con prospettive quanto mai sfavorevoli e nefaste per la concordia civica e le leggi dell'umanità. Oltre alla Questura, alla G.N.R., alle varie polizie tedesche, alle SS. italiane, innumerevoli altre polizie operano perquisizioni, rastrellamenti, fermi. Un tentativo di coordinamento è stato tentato ed ha portato a disciplinare, in parte, questo delicato settore; ma oggi operano la X Mas, l'Aviazione, l'Esercito Repubblicano, la Brigata Nera, tutti i comandi che hanno truppa ai loro ordini. Ne consegue che, a parte l'illegale procedere di detti Enti, a parte i furti che spesso si ac- compagnano a tali arbitrarie operazioni, si perde di vista il fine ultimo da perseguire e l'ordine, anziché essere ristabilito, viene perturbato con deleterie conseguenze per il prestigio della Repubblica Sociale Italiana e delle Sue istituzioni».
Quanto alla pubblicità delle esecuzioni per rappresaglia, valga ad esempio quanto sempre il questore di Torino riferí telegraficamente al capo della polizia il 25 luglio 1944:
«Spirito pubblico depresso e disorientato da rappresaglie attuate organi responsabili. Impiccagioni decise da Comando tedesco ed eseguite da elementi della “Leonessa” nelle vie centrali di Torino hanno prodotto penosissima impressione nella massa che ha assistito ad esse allibita e raccapricciata per quanto eseguite in ritorsione di gravi attentati perpetrati da elementi irresponsabili in danno di due ufficiali delle Forze Armate dell'Asse».
Poche settimane dopo a Bologna furono trovati sette cadaveri sui quali era posto un cartello con la scritta «Assassini e sabotatori». Riferendo sul ritrovamento al capo della polizia (che ne fece oggetto di un appunto a Mussolini), il questore del capoluogo emiliano il 19 agosto scrisse che dalle prime notizie raccolte che si trattava di abitanti di Molinella uccisi a Bologna da «elementi della Gnr» per rappresaglia al tentato duplice omicidio di due loro commilitoni, aggiungendo a mo' di commento:
«Il criterio, del tutto arbitrario, per nulla confortato da elementi di responsabilità diretta o indiretta, con cui si è proceduto all'arresto e alla fucilazione dei predetti individui, ha determinato oltre a un senso di allarme fra la popolazione di questo Capoluogo anche un certo panico, non scevro da vivo risentimento per il sistema del tutto illegale e di puro arbitrio.
Anche presso il Comando locale Germanico delle SS il fatto sovra esposto ha prodotto una sfavorevole impressione.
Peraltro elementi sani cittadini benpensanti non mancano di far rilevare che il persistere in tale sistema errato di rappresaglia, determinerebbe, a protrarsi piú a lungo, piú aspra reazione da parte del pubblico» (ACS, Min. Interno, Direz. gen. PS, Segreteria part. del Capo della polizia, RSI, b. 48).
E ciò tanto piú che un precedente eccidio commesso un mese prima aveva già profondamente scosso la popolazione bolognese, tanto è vero che il capo della polizia in un appunto a Mussolini in data 3 agosto dedicato alla situazione emiliana (ivi, b. 57) si era trattenuto ampiamente su di esso:
«È fuori dubbio che ha suscitato un'enorme indignazione l'uccisione dei cinque detenuti sovversivi uccisi all'alba del 14 corrente mese davanti al Municipio di Bologna, mentre la popolazione è rimasta quasi indifferente di fronte all'uccisione di altri nove detenuti per ordine del comando germanico.
Il fatto che sui cadaveri dei primi cinque fu posto un cartello con su scritto: “traditori presi in possesso di armi” e poi si seppe dal comunicato apparso sul «Resto del Carlino» che i suddetti fucilati erano stati presi dal carcere, contribuí ancora di piú ad aumentare l'indignazione. È evidente che l'avversione contro il P.F.R. scusa molta gente, ma è altresí evidente che il ceto medio giustificherebbe l'azione difensiva dei fascisti se «le cose fossero fatte con piú legalità».
Un gruppo di professionisti ex fascisti diceva che «certe azioni dei partigiani giustificavano una reazione da parte del P.F.R., ma che la procedura usata all'alba del 14 corr. mese era dell'ottima propaganda a favore dei sovversivi».
Poco tempo dopo, un effetto negativo anche maggiore, tanto da essere definito nella «Relazione al Duce» per il mese di agosto 1944 sull'opinione pubblica nella provincia di Milano, redatta dal capo dell'Ufficio stampa della Prefettura F. Fuscà, «assolutamente deprimente per la popolazione» e da indurre le autorità fasciste a non procedere all'esecuzione (come rappresaglia d'un attentato terroristico che aveva avuto luogo al posto di ristoro della stazione) di altri venti ostaggi, ebbe a livello di opinione pubblica la fucilazione di quindici presunti gappisti eseguita a piazzale Loreto a Milano. (In Archivio F. Fuscà). ↩ -
Tipica è a questo proposito la risposta che il commissario politico e il comandante della I divisione Garibaldi Osoppo diedero il 3 settembre 1944 al vescovo di Udine Giuseppe Nogara che aveva chiesto loro il rilascio di tre prigionieri onde evitare rappresaglie tedesche. «Il fatto che le rappresaglie minaccino delle popolazioni servirà a convincere sempre maggiori masse che inermi in questo momento non si rimane» (cfr. T. VENUTI, Corrispondenza clandestina col Vaticano. Carteggio Nogara-Montini 1943-1945 con appendice, Udine 1980, p. 110). ↩
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Cfr. O. POPPI, Il commissario cit., p. 109. ↩
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Tra queste motivazioni una delle piú importanti per capire perché i rapporti tra le popolazioni e i partigiani ebbero caratteri diversi a seconda delle zone è costituita dal fatto che alcune formazioni erano composte essenzialmente da elementi del luogo in cui operavano, mentre altre erano formate da elementi di altre località o erano provenienti da altre zone. Nel primo caso i rapporti furono sempre buoni; negli altri subirono spesso un progressivo deterioramento, poiché, non dovendo preoccuparsi delle proprie famiglie e del proprio ambiente tradizionale, non di rado i partigiani non tenevano conto delle conseguenze che le loro operazioni potevano avere per la popolazione e non si ponevano il problema della precarietà delle sue condizioni di vita ed esigevano (anche manu militari) rifornimenti e aiuti che eccedevano le sue possibilità. ↩
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In quest'ottica, crediamo che sia opportuno andar cauti anche nel giudicare i crescenti casi di delazione che, soprattutto nella seconda metà del 1944, si verificarono un po' dappertutto. to. Probabilmente una parte notevole di essi fu infatti frutto solo dell'esasperazione per il comportamento di alcune bande e di singoli partigiani e non di filo fascismo o di sete di danaro. Sulla piaga delle delazioni cfr. A. TRABUCCHI, I vinti hanno sempre torto cit., pp. 133 sgg.: «Fino a che... una unità restava nella valle di costituzione dove gli stessi valligiani avevano contribuito alla sua creazione, l'intera popolazione civile dava assistenza ed aiuto, ma quando gruppi di armati affluirono in una zona e cominciarono a requisire abitazioni, a imporre tributi, a pretendere prestazioni, la popolazione diede segni di insofferenza, avanzò reclami, criticò gregari e comandi. Venne cosí a mancare quella solidarietà che è condizione indispensabile perché forze di guerriglia possano resistere contro forze regolari. Di qui il circolo chiuso di rastrellamenti che generarono, col timore, defezioni e delazioni, e rastrellamenti sempre piú duri perché condotti su indicazioni e precisazioni di personale esperto». ↩
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G. BOCCA, Storia dell'Italia partigiana cit., pp. 179 sgg. ↩
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R. CADORNA, La riscossa cit., p. 146. ↩
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Le Brigate Garibaldi nella Resistenza cit., II, p. 168. Riguardo sempre all'Emilia-Romagna cfr. anche E. GORRIERI, La Repubblica di Montefiorino cit., pp. 370 e 501, nonché S. FOLLONI, Commissariato e commissari nella guerra di liberazione a Reggio Emilia cit., p. 23, che ha scritto:
«Ma dopo la prima decade di agosto, quando la rappresaglia nemica aveva invaso i paesi ritenuti sicuri, bruciate le borgate, distrutte le poche ricchezze e riserve alimentari delle famiglie, deportati alcuni loro uomini in Germania ed altri lasciati morti sul terreno; quando le formazioni partigiane - che li avevano assicurati della loro forza di contrastare un eventuale tentativo di ritorno dei tedeschi - se le videro invece in pochi giorni scomparire nel nulla, lasciandoli soli davanti alla ferocia dell'invasore, cosa potevano pensare le popolazioni della montagna?»
Accenni a rapporti «un po' acri» e ad un «certo distacco» (tale da far «dilagare» in certe zone la delazione «per opera della popolazione ai danni dei partigiani») si trovano anche in rapporti e relazioni comunisti. In una relazione del luglio 1944 sulla situazione nell'Appennino parmense, per esempio, è affermato che, un po' per deficienze ed errori dei garibaldini, un po' per la «scarsa sensibilità politica dei montanari della zona» e per la loro paura dei rastrellamenti, la liberazione di alcune zone si era praticamente trasformata «in vera occupazione» il che aveva reso «scarsissima la partecipazione dei civili alla lotta e alla difesa» (cfr. Le Brigate Garibaldi nella Resistenza cit., II, pp. 121 sg., ma cfr. anche III, p. 626). ↩ -
Le formazioni GL nella Resistenza cit., p. 273. L. VALIANI, Tutte le strade conducono a Roma cit., pp. 375 sg., riproducendo la relazione di Agosti ne dà un testo lievemente attenuato. ↩
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Cfr. per esempio E. GORRIERI, La Repubblica di Montefiorino cit., p. 501:
«Un terzo fattore di crisi del movimento partigiano fu la crescente ostilità della popolazione della montagna. I primi sintomi si erano manifestati fin dai quarantacinque giorni di Montefiorino: il disordine, gli episodi di violenza e soprattutto lo sfruttamento delle risorse locali ne erano stati la causa principale. A questa si erano aggiunte, in seguito, le rappresaglie perpetrate dai tedeschi nel grande rastrellamento estivo, ripetute in piú occasioni anche in settembre e ottobre». ↩ -
Cfr. a questo proposito la bella descrizione di una di queste requisizioni fatta da B. FENOGLIO ne Il partigiano Johnny, Torino 1992, pp. 56 sg. ↩
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Le formazioni GL nella Resistenza cit., pp. 152 sg. ↩
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Cfr. P. TOGLIATTI, Opere, V, 1944-1955, a cura di L. Gruppi, Roma 1984, pp. 106 sg., discorso «sui compiti del Pci nella situazione attuale» (Firenze, 3 ottobre 1944). Cercando di dare un colpo alla botte e un altro al cerchio, Togliatti disse: «Nell'ultimo periodo dell'illegalità, quando si è sviluppato il movimento dei partigiani, si sono compiuti da parte dei compagni, da parte di gruppi partigiani, degli atti completamente legittimi e giustificati diretti contro le proprietà dei fascisti, dei loro protettori, ecc. Questi atti noi li approviamo, perché è stato il nostro partito che li ha organizzati. Ma state attenti che il movimento partigiano decadrebbe nella stima, non dico del paese in generale, ma dei lavoratori, degli operai stessi, se oggi si continuasse sulla stessa strada, se cioè nel movimento dei partigiani si introducessero elementi che facessero diventare i partigiani una specie di banditi in licenza, i quali compiono atti di violenza per conto proprio». ↩
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Cfr. Atti del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà cit., pp. 157 sg. e 229; Le Brigate Garibaldi nella Resistenza cit., II, pp. 475 sg. e 569 sg.; Le formazioni GL nella Resistenza cit., pp. 181 e 274 sgg.; G. AGOSTI - L. BIANCO, Un'amicizia partigiana cit., pp. 85 sgg. e 370. ↩
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Secondo il generale R. OPERTI, Il tesoro della 4ª Armata cit., pp. 241 sg., «in vaste zone la popolazione - che aveva accolto inizialmente con la piú viva simpatia e con tangibili forme di assistenza il sorgere della partigianeria - fu sconcertata al punto da desiderare la liberazione perché avessero termine non soltanto le soperchierie del nemico ma anche le soperchierie del sedicente amico il quale considerò, con troppa frequenza, il campo di lotta come territorio da preda». Utili elementi per valutare quanto limitato fosse lo scarto tra l'operato dei «ribelli» e quello «dei banditi» in L. CAVAZZOLI, La gente e la guerra. La vita quotidiana del «fronte interno». Mantova 1940-1945, Milano 1989, pp. 185 sgg. ↩
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Significativo è a questo proposito quanto l'Agosti affermava nella sua relazione del 31 dicembre 1944 subito dopo il passo da noi citato poco sopra: «Si aggiunga il dilagare del banditismo, la cui linea di demarcazione dal movimento partigiano è spesso assai incerta. La mancanza di un regolare finanziamento in questi ultimi mesi, il disgregarsi di molte formazioni maggiori in seguito ai rastrellamenti, e in genere il crescente disprezzo per la vita umana, per la proprietà e per le leggi della convivenza civile che è un inevitabile portato della guerra civile, hanno creato in molte zone una situazione intollerabile. Alla requisizione piú o meno ordinata è subentrato troppo spesso il saccheggio indifferenziato, che non rispetta neppure i modesti averi del cittadino sfollato o le scorte essenziali del piccolo proprietario agricolo, e che si fa piú ingiustificato e intollerabile quando s'innesta su operazioni di borsa nera. Fenomeni come quelli di autocarri rubati e poi venduti, tramite loschi intermediari, ai tedeschi; o di partite di stoffa o di vino rimessi in circolazione sul mercato nero sono purtroppo frequenti e forniscono facile argomento alla propaganda nazifascista. Altro fatto che indispone è lo spreco: il combattente per sua natura è portato a sprecare, e il partigiano ha in questo campo i peggiori difetti del combattente: ma il contadino o l'operaio sfollato, che assiste al banchetto organizzato dal capopartigiano nella locanda del paese, che vede il partigiano ubriaco, che manca della razione di carne, perché le bestie destinate al consumo di un mese sono state malamente macellate per l'uso di un piccolo reparto, formula un giudizio severo sul fenomeno partigiano ed è portato a considerarlo come un fenomeno di parassitismo non dissimile da quello delle brigate nere. Per fortuna nostra, i fascisti e i tedeschi - con la bestialità delle distruzioni e dei massacri e con la ferocia delle loro rapine - si inibiscono di sfruttare il facile tema propagandistico della difesa dell'ordine e della proprietà» (Le formazioni GL nella Resistenza cit., pp. 273 sg.). ↩
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Cfr. G. AGOSTI - L. BIANCO, Un'amicizia partigiana cit., p. 372. A proposito dello stato d'animo che si andava diffondendo tra la popolazione contadina, sintomatica è la raccomandazione, contenuta in un ordine inviato dal Comando militare regionale piemontese ai primi di dicembre al comando delle formazioni autonome, di evitare di imporre «coattivamente» (cioè «pena altrimenti la distruzione dei beni»), come spesso avveniva, alle famiglie contadine l'«ospitalità» di gruppi di partigiani. «Infatti, la violenza, in uno con il timore delle rappresaglie nazifasciste - spiegava l'ordine - potrebbero provocare delazioni e ribellioni, con gravissimi pregiudizi di ordine morale e materiale» (cfr. A. TRABUCCHI, I vinti hanno sempre torto cit., p. 131).
Sempre allo stesso proposito si veda anche in B. FENOGLIO, Il partigiano Johnny cit., p. 295, la descrizione di come i contadini, ormai stanchi dei partigiani, si comportavano spesso di fronte alle loro «richieste di ospitalità»: «I contadini li ricevevano solo con un cenno ed un sospiro, indicavano il posto e la paglia - non prestavano piú coperte - poi salivano al piano soprano per rincuorare le loro donne prese da attacchi di cuore. Ed uno di orecchio buono poteva cogliere fra le fessure del piancito i loro gemiti e frasi di fuoco e morte e poi il soffocato zittio degli uomini, ché i partigiani non sentissero e non s'offendessero. Li svegliavano alle quattro ed anche prima, senza piú offerta di pane e nemmeno d'acqua calda per sgelare d'uno scroscio lo stomaco, li mettevano fuori e li lasciavano in quell'impossibile mondo di tenebra e gelo». ↩ -
Cfr. L. LONGO, Un popolo alla macchia cit., pp. 201 sgg.; ID., Sulla via dell'insurrezione nazionale cit., pp. 362 sgg.; D. L. BIANCO, Guerra partigiana cit., p. 109 (per il quale le requisizioni avrebbero costituito una testimonianza del carattere «popolare» della resistenza e confermato la «profonda solidarietà» tra partigiani e popolazione civile). ↩
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E. GORRIERI, La Repubblica di Montefiorino cit., pp. 370 sgg. ↩
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G. ZANDANO, La lotta di liberazione nella provincia di Vercelli cit., p. 125. ↩
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G. PANSA, Guerra partigiana tra Genova e il Po cit., pp. 353 sgg. ↩
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Nei suoi interventi Rusconi, pur non occupandosi dei singoli aspetti della vicenda resistenziale né dell'evoluzione dell'atteggiamento popolare verso di essa e nonostante qualche residuo soggiacimento alla vulgata (caratteristico è a questo proposito il suo uso, dopo aver posto l'accento sulla «crisi complessiva» che fu alla base di tanta parte dei comportamenti post 8 settembre, del termine «attesismo», caricato per di piú di un valore al tempo stesso moralistico e negativo che lo rende in sostanza sinonimo di «opportunismo»), ha colto bene, da un lato, il decisivo valore che per la comprensione della realtà italiana hanno le vicende del 1943-45 e il rapporto tra esse e quelle degli anni successivi, nel corso dei quali presero corpo il successo elettorale democristiano tanto nelle regioni che non avevano vissuto o avevano vissuto marginalmente la resistenza quanto in quelle che erano state teatro di essa e nelle quali i democristiani avevano avuto una presenza e un ruolo assai inferiori rispetto a quelli delle sinistre; da un altro lato, come la storia della resistenza per essere convincente, valorizzare veramente la scelta partigiana e spiegare sia le sue idealità sia le sue immaturità e i suoi errori debba essere oggetto di una lettura «autentica» (che tenga cioè conto della «crudezza e contraddittorietà dei suoi motivi etici e politici») e non «in chiave di “moralità e cultura” (rigorosamente laica la prima, rigidamente di sinistra la seconda)» come avvenuto sino ad oggi. Debba cioè prendere le mosse da un effettivo e non preconcetto approfondimento dell'«intero quadro motivazionale della crisi del consenso al regime» che abbracci tutto il periodo dal 1943, e in particolare dall'8 settembre (ché sotto questo profilo il 25 luglio fu solo la sua «espressione “di palazzo”»), al 1948 e tenga presente - la sottolineatura di Rusconi dell'8 settembre come decisivo termine a quo è eloquente - che, per importante che sia stata, la crisi del consenso al regime finí dopo l'armistizio per costituire solo un aspetto di una ben piú vasta e multiforme «crisi collettiva», «ad un tempo ambigua e irreversibile». Cfr. G. E. RUSCONI, Per una revisione storica della Resistenza cit.; ID., L'ultimo azionismo, in «il Mulino», luglio-agosto 1992, pp. 575 sgg.; ID., Non ci furono «abusivi», in «La Stampa», 14 ottobre 1992 (in risposta a N. BOBBIO, La Resistenza appartiene a chi ha combattuto, ivi, 11 ottobre 1992). ↩
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Cfr. F. CHABOD, L'Italia contemporanea (1918-1948), Torino 1961, pp. 118 sg. e 124 sg. ↩