Intervento di Bastianini1
Esordisce esprimendo tutta la sua commozione per essere stato invitato a prendere parte a questa riunione del Gran Consiglio dopo 17 anni. Egli parlerà chiaro e franco, come del resto ha sempre fatto, assumendo piena responsabilità, ogni volta che gliene fu offerta occasione. Il Duce sa bene del resto, perché durante questi mesi da quando lo ha chiamato al Sottosegretariato agli Esteri forse non è passato un giorno senza che egli abbia espresso al Capo i timori e le preoccupazioni che egli, come tutti gli Italiani, sentono in quest’ora per le sorti della Patria.
Quel che egli dirà ai membri del Gran Consiglio sarà dunque un riassunto di quello che egli ha detto in questi mesi al Duce, pur evitando per non prendere troppo tempo, di soffermarsi sugli argomenti che sono stati ampiamente [2] trattati dai Camerati Grandi, Bottai, Federzoni e De Marsico, con i quali si dichiara perfettamente d’accordo. Continuare a chiudere gli occhi dinanzi alla realtà in quest’ora suprema della Patria sarebbe estremamente pericoloso per l’avvenire della Nazione Italiana.
È mia ferma convinzione – dice Bastianini – che fra la Nazione ed il Partito esiste, e non da ora soltanto, una frattura. È urgente che questa frattura sia colmata. È indispensabile per fare ciò ricorrere ai mezzi appropriati che non possono essere di ordinaria amministrazione né palliativi cartacei. L’Italia aspetta qualcosa di storico, anzi di concretamente storico, ed è per questo che egli crede essere indispensabile l’intervento del Sovrano che rappresenta la continuità storica della Nazione. D’altra parte chi non voglia chiudere gli occhi dinanzi alla realtà deve riconoscere che nel momento attuale non tutti gli elementi per risolvere la situazione sono nelle mani nostre, anzi la maggior parte di essi sono nelle mani del nemico che armato più potentemente di noi preme fortemente occupando una parte del sacro suolo della Patria dalla quale, mi pare [3] di comprendere, nel momento attuale sembra tecnicamente impossibile ricacciarlo. Resistere dinanzi al nemico è necessario e deve essere fatto. Nessuno ha pronunciato qui stasera parole di resa e tutti hanno invece proclamato alta la suprema necessità di far fronte all’invasione con ogni mezzo. Ma il primo di questi mezzi mi pare sia lo spirito che invece fa difetto nel Paese il quale si mostra rassegnato dinanzi ad un destino spaventoso. Il Paese fa da tempo lo sciopero bianco e non so perché, come vado dicendo da tre anni, non si debba far comprendere al Paese che questa non è una guerra che si combatte per mantenere ai Gerarchi del Partito le loro posizioni, ma per dare al popolo Italiano la libertà del suo pane, del suo lavoro, del suo commercio e cioè del suo avvenire.
Bisogna dunque scuotere gli Italiani con qualcosa di più di un Ordine del Giorno qualunque, bisogna ridare loro il senso dell’ora attraverso atti e parole che non siano di pura retorica. Bisogna riunire tutti gli Italiani agitando una sola bandiera che è quella della Patria, quella che noi risollevammo dal fango [4] nel 1919, quella che può e deve riunire il meglio del Paese ad impedire che i bassifondi rigurgitino profittando di una situazione come questa, confusa ed angosciosa. L’unione degli Italiani può solo salvare il Paese, non la rivoluzione che il nemico auspica, non l’intransigenza per le forme che troppo spesso sono state confuse con i principi.
Le forme stupide e meschine hanno allontanato gli Italiani dal Fascismo e da voi. È stato questo un errore che è durato troppi anni e del quale anche stando all’estero, come me, ci si accorgeva benissimo. Il conte Ciano si ricorderà come la sera del 31 Dicembre 1937 io andai da lui per fargli una specie di riepilogo dell’anno solare che spirava e gli dissi, poiché in quel momento aveva in corso dei negoziati con la Francia, che egli perdeva il suo tempo perché se io fossi stato l’ambasciatore di Francia avrei spinto il mio paese a resistere ad ogni richiesta italiana perché l’Italia mai avrebbe potuto impugnare le armi contro la Francia dato lo svolgimento della politica interna italiana volta non ad unire tutti gli Italiani in vista di uno sforzo comune per ottenere ragione ma piuttosto a dividere l’Italia [5] a pacchetti, come si faceva senza ragione colpendo a dritta ed a manca le varie categorie che compongono il popolo italiano. Ed io mi chiedo ancora oggi perché questo si doveva fare contro la Nazione che un anno prima aveva dato lo spettacolo più commovente della sua capacità d’unione durante le sanzioni e la guerra d’Etiopia. Cosa si volesse con quella polemica astiosa stabilita, ribadita, e resa sempre più aspra fra il Regime ed il popolo Italiano, nessuno lo ha mai compreso. In tutto questo, nell’obbligo del voi, nell’abolizione delle strette di mano, nelle affermazioni stolte di certi dirigenti nazionali e provinciali del Fascismo, i principi del Fascismo non erano mai in causa. Non era per questioni di principio che si divideva l’Italia a pacchetti ma per la stoltezza di confondere certe esosità formali con le grandi idee che ci avevano condotto a Roma. Così essi uccidevano forse senza saperlo quello che di meglio aveva ognuno nell’anima ed in gran parte vi sono riusciti.
I principi però, Duce, sono più vivi che mai e già essi non ci appartengono più da quando sono entrati perfino ad informare il pensiero e [6] l’azione di quel nemico che dice di voler distruggere il Fascismo ed il Regime. Era naturale che così fosse perché le idee non sono come i canarini che si chiudono in gabbia e quel che vi è di buono in esse rimane eternamente vivo qualunque sia l’etichetta che gli uomini vi attaccano sopra.
Anche l’idea del Fascismo, Duce, non vi è balzata in mente all’improvviso un giorno od una notte, anch’essa è l’elaborazione che si è fatta nel vostro pensiero di idee e di principi che altri uomini un secolo e due secoli prima avevano dato in pasto alle intelligenze.
La vostra genialità ha saputo comporre in nuove forme quei principi, adattarli riformandoli nelle loro parti caduche al tempo che viviamo e poi li ha ridati al mondo. È sempre avvenuto questo fenomeno di osmosi ed è per esso che l’umanità ha progredito nel suo cammino. Questi venti anni, Duce, non possono essere passati invano, non lo sarebbero neanche se al vostro posto invece del Capo e del riformatore che voi siete vi fosse stato un Giolitti qualunque ed i principi del Fascismo sono entrati nel sangue vivo della Nazione e di lì nel sangue [7] di tutti gli uomini pensanti dell’epoca che viviamo. Ed è per questo che possiamo dire di aver fatto veramente una rivoluzione che dà il suo nome ad un’epoca. Non imprigioniamo questa rivoluzione in forme abusate o peggio ancora detestate. Quello che importa è l’idea dalla quale siamo partiti che è viva ed il sogno che volevamo realizzare che si è infranto, cioè la nazione e il suo divenire. È per questo che ho firmato l’Ordine del Giorno e che esorto il Gran Consiglio ad accoglierlo. Guardiamo alla Patria e mettiamo da parte ogni altra cosa. E la Patria ha bisogno di unione!2
Circa la situazione dell’Italia in guerra il Duce – prosegue Bastianini – sa da tempo il mio pensiero. Quando mi sono reso conto che la vittoria solare e totale dell’Asse non appariva più possibile e che l’Italia costituiva il punto di minor resistenza dove il nemico avrebbe con tutta certezza concentrato [8] il massimo del suo sforzo, io ritenni che sarebbe stato nell’interesse dell’alleato e nostro, cercare di mettere a punto in qualche maniera le idee nostre e quelle del nemico. Per questa ragione l’aprile scorso mentre ci recavamo a Salisburgo io dissi al Duce che risultato del suo incontro col Führer avrebbe dovuto essere un accordo per il quale la Germania prendesse dei contatti con l’U.R.S.S. e che l’Italia ne prendesse con gli Anglo-Americani. Come si vede non vi era, come non vi è, nella mia mente nessun proposito di tradimento verso l’Alleato anche se dopo quanto il conte Ciano ha detto in questa assemblea poco fa, un nostro ritiro dall’Alleanza potrebbe apparire giustificato. Naturalmente anche se si devono iniziare contatti discreti col nemico nel senso da me indicato e dalle due parti, la resistenza dell’Esercito e del Paese ne è il presupposto. La Germania occupa il territorio del Paese suo nemico mentre noi abbiamo il nemico sul suolo Italiano, ma se la guerra è unica, le due situazioni militari si compensano. Resistere dunque è necessario prima d’ogni altra cosa se si vuole ottenere di discutere col nemico e non di farsi imporre condizioni disonoranti.
Perciò ho dato il mio nome a quell’Ordine del Giorno e ho fede che venga accolto.