Capitolo IV
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Capitolo quarto: La Rsi dall'autunno 1943 alla primavera 1944: un crepuscolo senza alba

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Lo stato delle conoscenze sui propositi e sulle mosse di Mussolini al momento di gettare le prime basi della Rsi e sul suo atteggiamento di fronte agli esordi di essa fa pensare ad un bosco nel quale la luce, filtrando tra gli alberi, ne illumina alcuni, altri lascia in ombra, di altri ancora deforma l'immagine e non riesce quasi mai a penetrare nel folto del sottobosco. A determinare questa situazione hanno contribuito non poco la scarsezza della documentazione coeva a lungo disponibile e la frammentarietà, l'imprecisione, la soggettività (per non dire della reticenza o del desiderio di accreditare una propria immagine non necessariamente non corrispondente al vero, ma inevitabilmente condizionata dal senno del poi) delle testimonianze di molti di coloro, protagonisti, comprimari, semplici comparse, che ebbero parte in quegli avvenimenti. È però difficile credere che se anche gli studiosi piú agguerriti hanno concentrato la loro attenzione e i loro sforzi soprattutto sulla ricostruzione della cronaca di quelle vicende, trascurando di approfondire il ruolo che in esse ebbe Mussolini, ciò si debba attribuire solo a queste difficoltà. A indurli a privilegiare la meccanica degli avvenimenti ha contribuito a nostro avviso anche, e notevolmente, una duplice convinzione. Una di natura piú oggettiva: al punto al quale erano arrivate le cose, l'autorità e i margini di manovra di Mussolini sarebbero stati cosí scarsi che egli non poteva (e non voleva) contrastare le decisioni, le scelte altrui. Quelle dei tedeschi, ma anche quelle dei suoi «fedeli» piú attivi e dinamici. L'altra piú soggettiva, ma che va nello stesso senso della prima e la rafforza: pur avendo accettato di riassumere il potere, sapendo di essere il solo che poteva in qualche misura evitare all'Italia occupata dai tedeschi una sorte simile a quella della Polonia, Mussolini era convinto che la partita era ormai perduta e che non esistevano per lui «esami di riparazione». Da qui il rinchiudersi nel suo intimo tormento, la sua rinuncia a cercare di esercitare il suo ruolo di «capo» e «lasciar fare» invece agli altri anche nelle circostanze piú drammatiche e che lo toccavano personalmente, come in occasione del processo di Verona.

Ad accreditare questa duplice convinzione ha certamente contribuito notevolmente il famoso articolo di Concetto Pettinato Se ci sei, batti un colpo. Il grande scalpore suscitato da esso ha fatto dimenticare a molti che tra il settembre '43 e il 21 giugno '44, quando Pettinato pubblicò l'articolo, erano passati circa nove mesi durante i quali si era verificata una serie di vicende, da quella della Costituente a quella dei tentativi di dar vita ad un esercito nazionale repubblicano, dal varo della legge relativa alla socializzazione a quella dei tentativi di «mettere al passo» il Pfr, che mostra come Mussolini avesse cercato in questo periodo di esercitare i suoi poteri e di realizzare una sua strategia politica (giusta o sbagliata non importa qui stabilire) e che solo nella primavera del '44 gettò, come si suol dire, la spugna, rinunciando a cercare di dare alla Rsi una ragion d'essere, un volto diverso da quelli che stavano dandole Pavolini e gli intransigenti.

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Che Mussolini, accettando di tornare al potere, si rendesse conto di disporre di margini di iniziative e di manovra assai ridotti non saremo certo noi a metterlo in dubbio. E tutto fa credere che si rendesse altresí conto che il suo prestigio, la sua autorità non erano piú quelli di prima anche presso chi era pronto a stringersi ancora una volta attorno a lui e gettarsi con lui nell'avventura della Rsi. Altrettanto indubbio è però, a nostro avviso, che, pur essendo profondamente provato moralmente e fisicamente e consapevole che ormai la «partita grande» era per lui persa, e molto probabilmente anche per la Germania, questo non gli impedí di adoperarsi per dare alla nascente repubblica, se non un preciso assetto – come pure gli suggerivano alcuni dei suoi vecchi e soprattutto nuovi collaboratori (tipo il caso di Carlo Silvestri1 – almeno un carattere che assai probabilmente non doveva neppure avere chiaro o che comunque capiva di poterle dare solo parzialmente e facendo ricorso a tutta la sua abilità politica e capacità manovriera, poiché – questo è il punto – sentiva che il carattere a cui pensava non era, o era solo in parte, quello che stava a cuore a coloro ai quali, in quel momento e in mancanza di altri punti di riferimento, doveva far ricorso. Da qui la necessità in sede storica di penetrare il piú possibile i suoi propositi, i suoi progetti. Il fatto che essi rimasero in buona parte lettera morta non basta infatti a farli considerare privi di interesse. Per un verso, perché altrimenti piú di una vicenda dei mesi successivi risulta poco chiara, se addirittura non finisce per trovare spiegazioni che con la realtà dei fatti poco o nulla hanno a che vedere; per un altro verso, perché essi lasciano intravvedere quale fosse la propria immagine che, giunto ormai alla fine della sua avventura, Mussolini avrebbe voluto consegnare alla storia. Una questione, questa, che in sede di biografia di qualsiasi uomo politico e in particolare di uno come Mussolini, che, a suo modo, era sempre vissuto «nella» storia e «per» la storia, assume una importanza decisiva.

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Gli esordi della Rsi sono, per quel che riguarda i propositi di Mussolini, in buona parte avvolti nel buio. L'unico lume è costituito da un'annotazione di Göbbels sotto la data del 17 settembre2:

Il Duce intende dapprima ricostruire il partito fascista. Poi, con l'aiuto di questo, vuole iniziare la ricostruzione dello Stato, a cominciare dal piú basso gradino amministrativo. A coronare la sua opera, si propone infine di indire una Costituente. Il suo scopo sarebbe quello di deporre la Casa Savoia. Il Duce è ancora un poco esitante su questo passo perché è naturalmente a conoscenza dei forti legami che uniscono gli italiani alla casa reale, e sa che questi legami non possono essere troncati con leggerezza. D'altra parte, le sue misure dipenderanno moltissimo dagli sviluppi militari.

I primi «atti di governo» compiuti da Mussolini, e cioè i cinque ordini del giorno diramati via radio la sera del 15 settembre, subito dopo la conclusione dell'incontro a Rastenburg con Hitler, e i due che ad essi seguirono il giorno successivo3, costituiscono a ben vedere la migliore conferma di quanto affermato da Göbbels: 1. Ai fedeli camerati di tutta Italia! A partire da oggi 15 settembre riassumo la suprema direzione del fascismo in Italia. 2. Nomino Alessandro Pavolini segretario provvisorio del Partito Nazionale Fascista, il quale assume d'ora innanzi la dizione di Partito Repubblicano Fascista. 3. Ordino che tutte le autorità militari, politiche, amministrative e scolastiche, come tutte le altre che sono state destituite dal loro ufficio dal governo della capitolazione, riassumano immediatamente i loro posti ed uffici. 4. Ordino l'immediata ricostituzione degli uffici del partito con le seguenti disposizioni: a) di appoggiare efficacemente e cameratescamente l'Esercito tedesco che si batte sul suolo italiano contro il comune nemico;
b) di fornire immediatamente al popolo assistenza morale e materiale; c) di esaminare la situazione dei membri del Partito in relazione alla loro condotta di fronte al colpo di Stato, alla capitolazione e al disonore e di segnalare i vili e di punire esemplarmente i traditori. 5. Ordino la ricostituzione di tutte le formazioni e di tutti i reparti speciali della MVSN. 6. Completando gli ordini del giorno precedenti ho incaricato il luogotenente generale Renato Ricci del comando in capo della MVSN. 7. Il Partito Fascista Repubblicano libera gli ufficiali delle Forze Armate dal giuramento prestato al re, il quale, capitolando alle condizioni ben note e abbandonando il suo posto, ha consegnato la nazione al nemico e l'ha trascinata nella vergogna e nella miseria.

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Come si vede, salvo il terzo, essi riguardavano tutti il fascismo, il partito e il suo braccio armato, la Milizia. Persino lo scioglimento dal giuramento di fedeltà al re degli ufficiali era adottato, nel settimo, a nome del partito e strictu sensu non costituiva una dichiarazione neppure indiretta di decadenza della monarchia, ma solo una condanna per tradimento e indegnità di Vittorio Emanuele III. E lo stesso si può dire per il discorso pronunciato da Mussolini la sera del 18 da Radio Monaco4. Anche se lo concluse facendo seguire al grido «Viva l'Italia!» un «Viva il Partito fascista repubblicano!», in esso Mussolini ribadí la condanna del re («che, essendosi scoperto e non avendo abdicato, come la maggioranza degli italiani si attendeva, può e deve essere chiamato direttamente in causa») e la estese al principe Umberto («mai comparso sui campi di battaglia») e alla dinastia «che durante tutto il periodo della guerra, pur avendola il re dichiarata, [era] stata l'agente principale del disfattismo e della propaganda antitedesca» e aveva preparato e organizzato, «complice ed esecutore Badoglio, complici taluni generali imbelli e imboscati e taluni invigliacchiti elementi del fascismo», il colpo di stato. Pur affermando che «quando una monarchia manca a quelli che sono i suoi compiti, essa perde ogni ragione di vita» e che «quanto alle tradizioni» l'Italia ne annoverava «piú di repubblicane che di monarchiche» e la sua libertà e indipendenza piú che dai monarchici erano state volute dalla «corrente repubblicana e dal suo piú puro e grande apostolo, Giuseppe Mazzini», non si spinse però sino ad una esplicita proclamazione della repubblica o ad un suo annuncio. Ché tale non può considerarsi il fatto che il partito fascista assumesse sin nel nome la qualifica di repubblicano. La storia era ricca di partiti piú o meno esplicitamente repubblicani che erano convissuti con delle monarchie e – cosa piú importante – Mussolini, come disse a Buffarini Guidi e a Spampanato nel primo colloquio che ebbe con loro dopo l'incontro con Hitler, avrebbe voluto che nel nuovo stato che sarebbe dovuto nascere dalle macerie del 25 luglio e dell'8 settembre dovessero avere «cittadinanza» non solo il Pfr ma anche quei partiti che, nati o ricostituitisi durante i quarantacinque giorni, ne accettassero «gli istituti e le leggi» «di avanzato progresso sociale» e di «assoluta unità nazionale»5. Il che avrebbe potuto, almeno formalmente, fare sotto il profilo politico-istituzionale del repubblicanesimo del partito fascista qualcosa che impegnava i suoi iscritti, ma che per gli altri cittadini non era che una indicazione di massima, non piú impegnativa della «tendenzialità repubblicana» dell'inizio degli anni venti.

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Essere piú esplicito, proclamare la repubblica con una iniziativa che, privi com'erano sia lui sia il partito di attribuzioni costituzionali, non poteva essere che rivoluzionaria, era un passo che in quel momento Mussolini non voleva ancora compiere. In altre circostanze, sicuro del consenso popolare e di controllare il partito, è probabile che lo avrebbe compiuto senza por tempo in mezzo; in una situazione che – nonostante fosse ancora solo superficialmente informato di quanto era avvenuto durante la sua prigionia – capiva quanto fosse caratterizzata soprattutto da una grande confusione degli animi, senza però riuscire a valutare quanto incidessero su di essa i contrapposti giudizi sulla monarchia e l'ostilità nei confronti del fascismo, meglio dovette sembrargli non compiere un simile passo e limitarsi, per il momento, a far risuonare la corda dell'onore nazionale trascinato nel fango dal tradimento e da riscattare col combattimento e col sangue e ad indicare alcune linee di massima lungo le quali si sarebbe voluto muovere.

Lo stato che noi vogliamo instaurare – disse infatti genericamente dai microfoni di Radio Monaco6 – sarà nazionale e sociale nel senso piú alto della parola, sarà cioè fascista risalendo cosí alle nostre origini. Nell'attesa che il movimento si sviluppi sino a diventare irresistibile, i nostri postulati sono i seguenti: 1. Riprendere le armi a fianco della Germania, del Giappone e degli altri alleati. Solo il sangue può cancellare una pagina cosí obbrobriosa nella storia della patria. 2. Preparare senza indugio la riorganizzazione delle nostre forze armate attorno alle formazioni della Milizia. Solo chi è animato da una fede e combatte per un'idea non misura l'entità dei sacrifici. 3. Eliminare i traditori; in particolar modo quelli che sino alle ore ventuno e trenta del 25 luglio militavano, talora da parecchi anni, nel partito. 4. Annientare la plutocrazia parassitaria e fare del lavoro finalmente il soggetto dell'economia e la base infrangibile dello Stato.

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Con ciò – sia ben chiaro – non vogliamo dire che Mussolini non avesse intenzione di proclamare la repubblica o che avesse incertezze al riguardo. E non solo per il suo personale repubblicanesimo di fondo e l'ostilità accumulata nel corso degli anni venti verso Vittorio Emanuele (e ancor piú verso gli ambienti di corte) e che col 25 luglio e l'8 settembre si era ormai trasformata in rancore, odio e disprezzo: non farlo sarebbe infatti equivalso a mostrarsi agli occhi sospettosi dei tedeschi connivente con i «traditori dell'alleanza» e gli avrebbe fatto perdere ogni ascendente su quei fascisti per i quali tener fede all'alleanza e riprendere a combattere a fianco dei tedeschi (anche se molti non li amavano affatto, muovevano loro critiche anche pesanti e li consideravano tutt'altro che privi di responsabilità per ciò che era avvenuto) costituiva l'unico modo per «riscattare» l'Italia e il fascismo dell'«ignominia» del tradimento perpetrato dalla monarchia con il conforto e l'aiuto di coloro che per anni avevano tratto dal fascismo tutti i vantaggi possibili, ma lo avevano al tempo stesso subdolamente combattuto, consapevoli – come Pavolini disse in un discorso trasmesso da Radio Monaco la sera precedente quella del discorso di Mussolini7 – che, se fosse rimasto al potere, «gradualmente la sua rivoluzione avrebbe eliminato i loro privilegi», e per punire, «fare giustizia» dei traditori.

Una volta accettato di tornare alla ribalta, Mussolini, pur essendo consapevole che tutto ciò che avrebbe potuto fare sarebbe stato condizionato dall'esito che avrebbe avuto il conflitto, non poteva che imboccare la strada della repubblica. Cosí come, del resto, non poteva che puntare tutto su un «ritorno alle origini» che scaricasse gli errori e il fallimento del regime sulle spalle di chi aveva «tarpato le ali» al fascismo e lo riqualificasse almeno socialmente. E ciò tanto piú che era questo che, sinceramente o strumentalmente, gli veniva chiesto da piú parti, anche dalle meno prevedibili8. Da quei fascisti, vecchi e giovani, che avevano sempre concepito il fascismo come una rivoluzione sociale e credevano di poterla ora finalmente realizzare e che a seconda dei casi, o pensavano (o, almeno, speravano) che con una decisa svolta a sinistra il fascismo avrebbe riguadagnato il consenso dei delusi e si sarebbe assicurato addirittura nuovi consensi o – non facendosi piú illusioni sulle sorti della guerra – credevano che cosí facendo il fascismo, pur condannato ad uscire di scena, avrebbe potuto lasciare una indicazione positiva, un seme per il futuro; ma anche da quelli che, mossi dalle loro frustrazioni politiche e sociali e dalla paura di ciò che avrebbe potuto riservare loro il futuro, volevano solo disporre del maggior numero di tavoli possibile sui quali giuocare per coltivare e stabilire vecchi e nuovi rapporti che potessero assicurare loro «benemerenze» e complicità grazie alle quali uscire alla fine indenni dalla tempesta.

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Anche se ancora frastornato dal tumultuoso succedersi delle vicende italiane e sue personali, il senso politico diceva a Mussolini che in entrambi i casi e soprattutto per quel che riguardava la proclamazione della repubblica, la cosa migliore era non bruciare i tempi. Di veramente indifferibile – sia nei confronti dei tedeschi che sul piano interno – l'unica cosa da fare era ricostruire le forze armate e portarle al combattimento. Per il resto, prima di tutto era necessario riorganizzare e ridare autorità allo Stato. Rispetto a questa priorità assoluta, anche la riorganizzazione del partito doveva apparirgli meno urgente, tanto è vero che persino nella scelta del suo segretario non volle andare oltre una designazione a titolo «provvisorio» e se essa cadde su Alessandro Pavolini fu assai probabilmente perché in quel momento non aveva altri sotto mano, perché voleva sbarrare la strada a Farinacci, perché non scegliere Pavolini gli avrebbe coalizzato contro la maggioranza dei «fedelissimi» che si erano rifugiati in Germania o stavano affluendovi e perché in quel momento Pavolini costituiva, per cosí dire, la meno peggio delle soluzioni possibili, ed era, anche a detta degli avversari, «uno dei pochi fascisti che poteva apparire non un volgare arrivista»9.

Nella serie dei segretari che si succedettero dal 1919 in poi alla testa del partito fascista Pavolini occupa un posto tutto particolare. La sua personalità è infatti la piú ricca di contraddizioni e la piú difficile a mettere a fuoco10. Nato a Firenze nel 1903, di famiglia intellettuale (il padre era un glottologo di valore che nel 1930 era stato fatto accademico d'Italia) bene inserita nella buona società e nel mondo culturale toscano (anche ebraici: il fratello Corrado aveva sposato un'ebrea, cosa che induceva certi ambienti nazisti o accesamente antisemiti a guardare con sospetto ad entrambi), si era laureato in giurisprudenza e in scienze sociali. Intellettualmente vivace e di buona cultura, era stato, oltre che giornalista, buono scrittore (una almeno delle sue opere, Scomparsa di Angela, aveva avuto un meritato successo). All'impegno culturale aveva affiancato sin da giovane quello politico. Entrato nei Fasci nell'ottobre del 1920, nei due anni successivi e in occasione della crisi Matteotti era stato squadrista deciso e violento. Dal 1928 al 1934 era stato prima vice segretario e poi segretario federale di Firenze, portando nella sua funzione politica una forte carica culturale (i progetti di P. L. Nervi e di G. Michelucci per lo stadio comunale di Campo di Marte e per la contestatissima stazione di Firenze avevano avuto in lui un deciso sostenitore) e uno spirito – per dirla con Romano Bilenchi, che, pur essendosi trovato nel periodo della Rsi sull'altro lato della barricata, nel suo Amici lo ha ricordato con notevole simpatia umana – «molto liberale». Spirito che conservò anche allorché divenne prima presidente della Confederazione fascista dei professionisti e artisti (quando riesumò la vecchia e famosa Galleria d'arte di Roma e la fece dirigere da Dario Sabatello incurante dell'accusa di «proteggere i sionisti» mossagli dal «Tevere») e poi ministro della Cultura popolare (quando si adoperò per rendere possibile la pubblicazione di Americana, l'antologia curata da Vittorini per Bompiani, osteggiata da piú parti e autorizzò la circolazione di Ossessione di Visconti che numerosi fascisti consideravano immorale e deprimente). Nel 1929 aveva fondato il settimanale politico-letterario «Il Bargello» e sua era stata l'idea dalla quale erano nati i Littoriali, la cui prima edizione non a caso si era tenuta a Firenze nel 1934. Buon amico di Galeazzo Ciano (di cui non aveva però condiviso la passione per il «bel mondo» dell'aristocrazia, preferendo ad esso quello degli artisti e del cinema), aveva partecipato con lui alla guerra d'Etiopia e all'amicizia con lui aveva almeno in parte dovuto l'ingresso nella «grande politica», senza però che ciò gli facesse dimenticare i vecchi amici.

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La sua andata in Germania si spiega facilmente piú che con i suoi pessimi rapporti con Badoglio, con cui aveva avuto al tempo della campagna di Grecia un duro scontro e che, secondo alcune testimonianze, lo considerava, dopo Muti, il fascista piú pericoloso per il suo governo, con il suo convinto fascismo di stampo populistico e con la sua ricerca di una coerenza di vita. «Tu non hai mai chiesto nulla al regime... e puoi aver cambiato idea; io sono salito sulla tigre e non posso scenderne» aveva detto a Bilenchi quando questi, tra la fine del 1942 e gli inizi del 1943, gli aveva rivelato di non essere piú fascista, anticipando una convinzione che piú volte avrebbe manifestato nel periodo della Rsi: «dal regime ho avuto tutto e intendo restituirgli tutto». E altrettanto facilmente si spiega perché la scelta di Mussolini cadesse su di lui: era un «vecchio» del fascismo, uno squadrista, ma era al tempo stesso relativamente giovane d'età, era stato un gerarca, ma, tutto sommato, non dei peggiori, dei piú chiacchierati o peggio malvisti, di quelli considerati maggiormente responsabili del discredito accumulatosi sul fascismo e, in fine, i suoi rapporti con i tedeschi erano buoni, ma non cosí stretti e personalizzati come quelli di altri aspiranti alla segreteria. Un fatto, questo, assai importante per Mussolini e che dovette contribuire non poco alla sua scelta e, successivamente, al suo difenderlo (almeno in un primo tempo e dopo che non riuscí, come vedremo, a rimuoverlo dalla segreteria) dalle critiche e dalle accuse che la sua gestione avrebbe suscitato in larghi settori fascisti. Ché per Pavolini il comportamento dei tedeschi non era stato e non era certo senza colpe; né, diventato segretario, avrebbe cambiato idea: non avrebbe negato che in vari episodi le loro responsabilità fossero «molto gravi» e che in generale la loro politica presentasse «inconvenienti» che colpivano sfavorevolmente gli italiani11. Ma, convinto di ciò, era anche convinto – e in questo il suo moralismo doveva giuocare un ruolo fortissimo – che «il patto d'acciaio è ormai per l'Italia repubblicana il patto d'onore» e che «questa equazione storica» doveva permeare «tutta l'azione del nostro governo»12.

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Anche se la fama di essere il piú fanatico e invasato degli esponenti della Rsi, che già allora accompagnò Pavolini persino in taluni ambienti fascisti, va considerata in parte esagerata, meno facile è spiegare come dalla giovanile «capacità di aprirsi e di amare» (P. Conti) e da un fascismo convinto, ma sicuramente non rozzo e fazioso come quello di altri ex squadristi e gerarchi, nominato segretario del Pfr egli potesse giungere a manifestare un carattere tanto aggressivo e violento da fargli sovente privilegiare il momento attivistico rispetto a quello politico, a farsi sostenitore di un intransigentismo cosí radicale da suscitare le critiche anche da parte di non pochi fascisti e tale da farlo via via allontanare da quella visione «rinnovatrice» e «sociale» del fascismo repubblicano, alla quale aveva inizialmente aderito toto corde e alla definizione della quale nel «manifesto» di Verona aveva contribuito personalmente, e da farlo scivolare in una collaborazione praticamente senza riserve con i tedeschi. Tanto poco facile da spiegare che non sono mancati coloro che, allora e successivamente, hanno finito per attribuire la sua trasformazione ad una sorta di manifestazione «moderna» dell'animo profondo, dell'«umore» dei fiorentini e dei toscani in genere e della loro tradizionale tendenza caratteriale a dividersi e contrapporsi spietatamente tra loro in fazioni. Una «spiegazione» che personalmente riteniamo però del tutto insoddisfacente e tale da non far capire nulla sia dell'«uomo» sia del «segretario».

Piuttosto che appellarsi ad essa, per capire Pavolini ci pare si debba concentrare l'attenzione sulla sua grande ammirazione e fedeltà per Mussolini, una fedeltà nella quale nulla vi era di strumentale e di interessato, sulla concezione etica che egli aveva del fascismo e che il duplice «tradimento» del 25 luglio e dell'8 settembre aveva in lui radicalizzato ed esaltato al massimo13 e soprattutto sul suo «moralismo» o, se si preferisce, il suo «culto della coerenza». Un «culto» di cui non erano mancate manifestazioni già in precedenza, ma che nel periodo della Rsi assunse in lui i toni di una norma di vita. E, si potrebbe dire, di preparazione alla morte, ché tutto – a cominciare dalla frequenza nei suoi discorsi pubblici e privati di affermazioni come «a noi interessa finir bene» o «dobbiamo morire da fascisti e non da vigliacchi» – induce a escludere che egli nutrisse illusioni sull'esito finale della guerra e non fosse consapevole che la vicenda repubblicana si sarebbe per lui conclusa con la morte.

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Per Pavolini la repubblica era nata «sul disperato impeto vitale di una gente tradita» ed era stata possibile per la presenza alla sua testa di Mussolini («soltanto intorno al Duce e col Duce un simile esperimento poteva tentarsi»). Nata «nella tragedia», essa era nata però anche «nella purezza» che aveva contraddistinto «l'animo del settembre», «l'animo di chi si getta nella mischia e prende partito senza calcolo alcuno delle probabilità» di vincere e di uscire vivo dalla lotta, preoccupato solo di riscattare l'onore nazionale e l'immagine del fascismo, realizzandone i genuini postulati sociali14 che i compromessi, i condizionamenti e i tradimenti degli anni del regime gli avevano impedito di realizzare, e di punire i traditori di qualsiasi specie. Compito del partito doveva essere quello di farsi interprete e portavoce di questo stato d'animo, sostenerlo, inquadrarlo, evitare che sboccasse in «un'eccessiva anticipazione dei tempi» che avrebbe reso piú difficile la «rinascita». Frutto di un atto di volontà e di fede, la Rsi non voleva e non doveva essere un «sistema chiuso» dove solo i fascisti repubblicani potessero avere spazio e lo stesso doveva valere per il Pfr, che non doveva essere un partito in cui tutto procedesse dall'alto verso il basso, non vi fossero circolazione di idee ed elezioni dei quadri dirigenti e che detenesse attraverso i suoi iscritti tutto il potere. Ciò non voleva per altro dire che esso dovesse annacquare i propri connotati fascisti e rinunciare a vigilare e colpire gli avversari e a punire senza pietà coloro che erano stati i «traditori» del fascismo e di Mussolini15 e, dunque, a testimoniare la propria coerenza e la propria fede.

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Una cosa – avrebbe affermato il 30 aprile 1944 alla radio16 – è la cooperazione fra tutti i cittadini di buona volontà e le autorità e gli istituti di un fascismo repubblicano fiero del proprio nome e dei propri netti connotati, altra cosa, e che noi nettissimamente respingiamo, è l'abusato e multiforme tentativo di dissolvere i rispettivi contorni e profili nella nebbia di un patriottismo troppo generico ... Amiamo i dibattiti e ne riconosciamo nei loro limiti la utilità, ma ciò non toglie che, in un periodo quale quello che attraversiamo, governo e partito debbano essere concepiti soprattutto come un comitato di pubblica salute il quale decide, comanda, taglia i nodi di Gordio, mette al muro i disfattisti, i disertori, i sabotatori. Mai come oggi – in tema di libertà – è stata attuale la definizione di Giuseppe Mazzini: essere la libertà «il diritto di compiere il proprio dovere».

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Solo in quest'ottica la figura e l'intransigentismo di Pavolini diventano comprensibili e si possono valutare sia la sua azione come segretario del Pfr sia le resistenze che essa incontrò in vari ambienti fascisti la cui adesione alla Rsi fu assai spesso dettata da uno stato d'animo simile al suo, ma che non portarono in essa l'esasperato moralismo di Pavolini, che, piú che far veramente politica e proporsi di consegnare alla storia un lascito che configurasse il fascismo repubblicano come una «strada nuova» (e, per alcuni, addirittura come l'unica strada sulla quale la società futura, se voleva sopravvivere e progredire, avrebbe dovuto procedere), finí per rimanere prigioniero del suo moralismo «giacobino», della sua «coerenza» e della sua mistica del sacrificio supremo che doveva costituire insieme al suo coraggio personale17 la migliore testimonianza della «purezza» del vero fascismo, che, «anche nella tragedia», doveva «morire in bellezza» facendo quadrato attorno a Mussolini18.

Ma torniamo a Mussolini e a come egli vedeva la situazione all'indomani del suo ritorno sulla scena.

Secondo l'ex «duce»19, il regime era fallito perché era stato un sistema piramidale in cui tutto procedeva gerarchicamente dall'alto verso il basso. «Falliti gli uomini» che dovevano innervarlo e farlo funzionare, il tradimento aveva trovato la strada libera e tutto era crollato. La via da battere era dunque quella di una riorganizzazione generale dal basso e di una eliminazione delle sovrapposizioni e dei dualismi di potere che tanto avevano contribuito a screditare e ad indebolire il fascismo e ad aprire in esso una serie di brecce attraverso le quali il «vecchio» stato liberale aveva avuto spesso il sopravvento sul «nuovo» stato fascista. Significativo è a questo proposito quanto Rahn il 26 settembre avrebbe riferito a Berlino20:

Nel campo dell'amministrazione interna il Duce vuole eliminare il dualismo ora esistente, prefetto, federale, ecc. e nominare un solo capo del partito e dell'amministrazione in ogni provincia.

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Una via lunga, perché gli «uomini nuovi» sui quali fare affidamento andavano in gran parte scoperti e quel poco del vecchio personale politico che rimaneva era screditato e lacerato al suo interno – come Mussolini si era potuto rendere conto sin dai primi giorni trascorsi a Monaco e a Rastenburg – da contrapposizioni, gelosie, sospetti, rancori talvolta insanabili sui quali, per di piú, giuocavano i vari centri di potere tedeschi per rendere piú capillare il proprio controllo e assicurarsi le posizioni piú favorevoli alla realizzazione dei propri propositi. E una via, oltre che lunga, incerta.

Qualche tempo dopo, in piú occasioni, Mussolini avrebbe affermato di essere «l'uomo piú odiato in Italia». In settembre non se ne rendeva però ancora conto. Capiva che l'atteggiamento delle masse nei suoi confronti e rispetto al fascismo era cambiato, e non certo in meglio, ma non riusciva a farsi un'idea precisa della natura di questo cambiamento e a capire cosa egli dovesse fare in una situazione dalla quale, come confessò a Rahn21, ricavava l'impressione che l'Italia si trovasse in uno stato di caos, «come un ubriaco che ha perso completamente l'orientamento». Sicché, mentre da un lato si chiedeva se la «prova» alla quale era stato sottoposto il paese avesse determinato oltre al crollo del regime anche il cedimento delle masse o ne avesse «indurito lo spirito», suscitando in esse un salutare sussulto d'orgoglio e una «volontà di riscatto» sui quali – facendo leva sul patriottismo e sul senso dell'onore nazionale e sul progressivo prender corpo di un nuovo indirizzo sociale – il regime repubblicano avrebbe potuto far affidamento, da un altro lato non escludeva di poter chiedere su tempi relativamente brevi «che la nazione mi confermi la sua fiducia»22.

Il solo fatto che potesse porsi un interrogativo del genere (e altri consimili sui quali non ci dilunghiamo, come quello se il distacco delle masse fosse piú accentuato rispetto al fascismo o alla monarchia) mostra chiaramente come a Mussolini sfuggissero i termini reali della situazione. Né si può pensare, come qualcuno pure ha pensato, che ciò dipendesse dal fatto che, essendo appena tornato in libertà, mancasse di sufficienti informazioni su di essa, ché, per scarse e frammentarie che fossero, a un uomo della sua esperienza politica e della sua eccezionale capacità di cogliere gli stati d'animo delle masse, gli elementi dei quali disponeva sarebbero dovuti essere piú che sufficienti a fargliela vedere in tutt'altri e ben piú realistici termini. Né maggior valore può essere attribuito ad altre spiegazioni, quali quelle che simulasse per non ammettere di non avere piú alcuna chance o che, invece, si sentisse sicuro di poter riprendere ancora una volta in mano la situazione e dominarla.

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Il punctum dolens (e al tempo stesso la vera spiegazione) va ricercato, a nostro avviso, altrove. In quello strano miscuglio di idealismo volontaristico e di marxismo economicistico che, nonostante le numerose sovrastrutture accumulatesi su di esso negli anni, costituiva il fondo della sua cultura e della sua politica e che in questa occasione, per un verso, gli impediva di rendersi conto del carattere della portata della crisi che stava vivendo la gran maggioranza degli italiani e di capire quindi come il ripiegamento su se stessi da essa provocato non lasciasse spazio alcuno non solo al fascismo, irrimediabilmente condannato, ma a qualsiasi interesse per la politica e che, per un altro verso, gli fece pensare che, per grave che fosse, essa potesse essere fronteggiata grosso modo con i soliti strumenti di una certa demagogia sociale. Significativo è a questo proposito quanto piú di un mese dopo la sua liberazione, il 25 ottobre, avrebbe detto a Dolfin23:

Le masse hanno bisogno di un ideale che le soddisfi: come gli uomini singoli. Al vecchio mondo dei privilegiati e delle caste noi sostituiremo lo stato del lavoro, con la L maiuscola.

Tra il settembre 1943 e l'aprile 1945 Mussolini commise, come vedremo, molti e gravi errori di calcolo. Tra essi uno dei piú gravi fu certamente quello di fare affidamento ancora sulle masse, di credere di poterle coinvolgere in qualcosa che potesse essere per esse piú importante della loro immediata sopravvivenza. Sorde ormai persino ad ogni appello «patriottico» e «nazionale», le masse non potevano non esserlo alla prospettiva (e ai rischi connessi) di un nuovo indirizzo sociale promosso dal fascismo e al quale in ogni caso si contrapponeva quello, ben piú credibile e suggestivo, prospettato dai comunisti. Né a far loro mutare atteggiamento potevano servire il tempo (e Mussolini, pur cercando di non precipitare le cose, doveva essere consapevole di non averne molto) e l'attivismo dei fascisti, che se un effetto potevano avere era solo quello di accrescere vieppiú il distacco, l'ostilità delle masse dal fascismo.

Anche se totalmente errata sul piano della comprensione dell'atteggiamento psicologico e politico di fondo della gran maggioranza del paese e, dunque, della sua radicale differenza rispetto a quello precedente, è da questa posizione di Mussolini che si devono prendere le mosse per capire il suo modus operandi e in particolare quelle che furono le sue priorità e alcune delle sue principali scelte nelle settimane immediatamente successive al suo ritorno sulla scena politica.

Accantonato per il momento il problema del partito affidandolo a Pavolini, ma cautelandosi teoricamente nominandolo non segretario a pieno titolo, ma solo provvisorio in attesa della convocazione a congresso delle forze «nuove» del Pfr, il primo problema che Mussolini doveva necessariamente affrontare era quello di costituire un governo, anch'esso, nelle sue prime intenzioni, sostanzialmente provvisorio. Doveva, perché solo dopo avrebbe potuto avviare la ricostituzione sia delle forze armate sia dello Stato, le due cose delle quali piú sentiva l'urgenza e che potevano permettergli – pensava – di poter trattare con i tedeschi – che oltre tutto premevano perché egli procedesse il piú rapidamente possibile alla costituzione di un governo – da una posizione morale e materiale non di completa inferiorità e subordinazione. Ma al tempo stesso voleva, perché dando ad essa la priorità sperava di poter non precipitare la proclamazione della repubblica e di potervi giungere con un atto non meramente rivoluzionario che, da un lato, avrebbe diviso ancor piú gli animi e non gli avrebbe portato che pochissimi consensi oltre quelli sui quali già poteva fare affidamento e, da un altro, avrebbe reso piú difficile il riconoscimento della Rsi da parte dei paesi non inseriti nel sistema del Tripartito24.

358–359

Da qui la sua idea (alla quale, come si è visto, fa cenno anche Göbbels nel proprio diario e della quale parlano vari tra coloro che gli furono vicini in questo periodo e che, in qualche caso, ne parlarono con lui) di convocare una Costituente e, addirittura – non sappiamo se definirla idea o sogno ad occhi aperti –, che a togliergli le castagne dal fuoco, proclamando la decadenza della monarchia e legittimando cosí formalmente il suo governo, fosse... il Parlamento. E, si badi bene, non solo la Camera dei fasci e delle corporazioni, che dopo il 25 luglio il governo Badoglio aveva non sciolto ma soppresso, sicché – come alcuni sostenevano – si sarebbe potuta autoriconvocare negando la costituzionalità della propria soppressione a seguito di un colpo di stato (in forza del quale alcuni suoi membri erano stati addirittura arrestati ancor prima che fosse soppressa, quando cioè godevano ancora dell'immunità parlamentare), ma anche il Senato25. Un'idea, quest'ultima, di cui non varrebbe neppure la pena di parlare tanta è la sua assurdità giuridico-costituzionale e politica (e che, comunque, avrebbe incontrato le piú fiere opposizioni di tutti quei fascisti che consideravano il Parlamento una delle maggiori sentine del tradimento) se non mostrasse bene quanto Mussolini ambisse a trovare un qualsiasi escamotage che desse una parvenza giuridico-costituzionale all'atto che stava compiendo e non includesse formalmente la continuità tra il vecchio regime e il nuovo Stato nazionale repubblicano – come sino a tutto novembre si chiamò quella che col 1° dicembre divenne ufficialmente la Rsi26 – nella speranza di rendere cosí piú facile assicurare alla repubblica la collaborazione – per essa indispensabile – dell'apparato amministrativo statale e piú difficile una eventuale messa in discussione (soprattutto da parte tedesca) degli accordi internazionali conclusi dal primo.

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Ma lasciamo stare le speranze e veniamo ai fatti. E in primis alla costituzione del governo e alle mosse che contemporaneamente Mussolini fece per gettare le premesse per la convocazione della Costituente. Ché, a ben vedere, fu attorno al nodo della Costituente che sino a metà dicembre, quando tutta la situazione precipitò lungo la china della guerra civile e soprattutto si definirono i rapporti di forza all'interno del Pfr, ruotò direttamente e indirettamente l'intera vicenda politica della Rsi e si consumò lo scontro decisivo tra le due anime del fascismo repubblicano, quella «estremista» e quella «moderata», che alla fine uscí soccombente. Sicché si potrebbe addirittura dire che coll'accantonamento dell'idea di convocare la Costituente e, un mese dopo, con il fallimento dell'unico vero tentativo fatto durante tutta la vicenda della Rsi di allontanare Pavolini dalla guida del Pfr e sostituirlo con un «moderato», che di quello scontro fu l'ultima vera manifestazione, la vita politica della Rsi passò direttamente dall'alba al crepuscolo e a trionfare fu la logica spietata della guerra civile e il ruolo di Mussolini si ridusse (in parte volontariamente) entro confini ben piú ristretti di quelli ai quali inizialmente egli aveva pensato.

È probabile che Mussolini pur sconfitto ambisse di passare alla storia almeno come un grande «legislatore», come una sorta di maggior D'Annunzio che, pur essendo uscito battuto da Fiume, aveva «donato» al mondo la sua costituzione27. La convinzione con la quale coltivò e cercò di realizzare l'idea della Costituente e la rivendicò anche dopo avervi dovuto rinunciare, lascia però capire – checché abbia scritto Anfuso28 – che oltre a soddisfare questa ambizione, la convocazione della Costituente e la costituzione che questa avrebbe dovuto approvare dovessero avere per lui anche un valore politico immediato: sancire il ruolo della propria figura e con esso l'idea che egli si era fatto di quella che sarebbe dovuta essere la politica e in sostanza la funzione in quel momento della Rsi. Solo cosí ci pare si possa spiegare come ad un anno dal suo seppellimento e mentre la guerra volgeva sempre piú al peggio per la Germania egli tornasse a parlarne, non in privato, ma pubblicamente, nel discorso che il 16 dicembre 1944 pronunciò al 'Lirico'. E a parlarne non «a futura memoria», ma con una sottile vena polemica che fa capire che la spiegazione da lui addotta per giustificare la mancata convocazione della Costituente non era del tutto veritiera e che in realtà egli stabiliva un rapporto – se realistico o no qui non interessa approfondire – tra essa e il fallimento degli sforzi per dar vita ad un forte esercito repubblicano e, dunque, tra la mancata costituzione di uno «Stato di diritto nella pienezza di tutti i suoi istituti», quale egli avrebbe voluto realizzare, e la miopia politica di coloro (fascisti e tedeschi) che, consapevolmente o inconsapevolmente, avevano reso irrealizzabile la sua idea.

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La Costituente – disse al 'Lirico'29 – non è stata convocata. Questo postulato [della 'Carta di Verona', che egli non disconobbe mai, ma sintomaticamente definiva solo 'manifesto' programmatico del Pfr] non è stato sin qui realizzato e si può dire che sarà realizzato soltanto a guerra conclusa. Vi dico con la massima schiettezza che ho trovato superfluo convocare una Costituente quando il territorio della Repubblica, dato lo sviluppo delle operazioni militari, non poteva in alcun modo considerarsi definitivo. Mi sembrava prematuro creare un vero e proprio Stato di diritto nella pienezza di tutti i suoi istituti, quando non c'erano Forze Armate che lo sostenessero. Uno Stato che non dispone di Forze Armate è tutto, fuorché uno Stato.

Malgrado ne sentisse tutta l'urgenza, Mussolini non poteva costituire il governo in Germania. A parte il fatto morale di una sua costituzione all'estero, ciò avrebbe voluto dire dover attingere pressoché esclusivamente al gruppetto di «fedelissimi» che si erano rifugiati in Germania dopo il 25 luglio o che, liberati dopo l'8 settembre, stavano affluendovi grazie ai loro personali rapporti con i tedeschi. Una strana fauna di uomini (che già a Rastenburg, la sera dopo il primo colloquio con Hitler, avevano cercato di strappargli il consenso ad annunciare i nomi dei ministri che essi avrebbero voluto veder nominati e tra i quali figuravano molti di loro stessi30; alcuni ben noti alla massa degli italiani (Farinacci, Buffarini Guidi, Ricci, Pavolini), altri meno noti (Anfuso, Preziosi, Spampanato, Riccardi), altri praticamente sconosciuti; pochissimi quelli che Mussolini stimava (e alcuni detestava) e che sapeva quanto fossero invisi non solo agli italiani, ma alla gran parte degli stessi fascisti. E attingervi nelle condizioni peggiori, esposto alle pressioni dirette dei massimi gerarchi del Reich, ognuno dei quali aveva il suo candidato e il suo protetto, sicché non si sarebbe trattato per lui di dover cedere su uno o due nomi, ma di subire che i tedeschi scegliessero loro tutti o quasi i ministri del «suo» governo, e dovendo sostanzialmente rinunciare all'idea – lo abbiamo già detto – che questo dovesse essere solo provvisorio, per far fronte all'urgere della situazione, ma destinato, dopo l'approvazione della nuova costituzione, ad essere profondamente rimaneggiato.

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Sul momento, nonostante le rinnovate pressioni esercitate dai «fedelissimi» su di lui appena rientrato a Monaco da Rastenburg, Mussolini non andò oltre due designazioni in pectore. Quella di Pavolini, poiché da anni ormai il segretario del partito era ministro a pieno titolo, sicché, puntando tutto sulla ricostituzione del partito, era impensabile escluderne il segretario dal governo. E sostanzialmente quella di Buffarini Guidi all'Interno, anche se essa gli pesava e avrebbe preferito evitarla, ma capiva di non poterlo fare perché a caldeggiarla erano Himmler e Dollmann31. Per gli altri ministeri avrebbe voluto ricorrere a nomi diversi da quelli che avevano tenuto banco per anni e non godevano piú né della sua fiducia né di quella degli italiani e soprattutto ad uomini completamente nuovi. Due specie di uomini che però era difficile trovare lí per lí e stando in Germania. Ché, per quel che riguardava i primi, se poteva pensare a qualcuno, non sapeva né dove fosse, né che atteggiamento avesse assunto nel frattempo («su dieci nomi, almeno la metà era sepolta nel cimitero delle abiure» avrebbe scritto Anfuso32), né se avrebbe accettato. Per non dire dei secondi che andavano innanzi tutto individuati, scoperti.

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Stante questa situazione e dopo alcune umilianti esperienze fatte mettendosi personalmente in contatto telefonico con vari ambasciatori e capi missione all'estero, i quali – salvo Anfuso che, appena saputo della sua liberazione, gli aveva telegrafato da Budapest «Duce, con voi sino alla morte» – gli avevano tutti risposto dicendo di sentirsi legati dal giuramento prestato alla monarchia o si erano addirittura rifiutati di parlargli33, per Mussolini, che non se la sentiva di tornare da sconfitto a Roma e sapeva oltre tutto che, se anche avesse fatto tacere il suo orgoglio ferito, i tedeschi non avevano nessuna intenzione di farcelo tornare, l'unica soluzione era inviare nella capitale Pavolini perché si rendesse conto direttamente della situazione, prendesse i necessari contatti e gli facesse avere una lista di nomi tra i quali egli avrebbe potuto scegliere i ministri del governo provvisorio.

Il 16 sera Pavolini era a Roma, dove il 18 lo raggiunse Buffarini Guidi, che si insediò subito al Viminale esercitando di fatto, con la scusa che da lí poteva mettersi facilmente in contatto con le prefetture e le questure e ristabilire cosí i rapporti con la periferia, le funzioni di ministro dell'Interno; e a Roma arrivarono Francesco Maria Barracu (un vecchio fascista sardo, medaglia d'oro al valor militare, che non era mai andato nel Pnf oltre la carica di segretario di piccole federazioni, ignoto o quasi a tutti e considerato da chi lo conosceva, come Farinacci, «un sergente maggiore senza sale in zucca», ovvero, come Bolla, «una bestia, energica e coraggiosa», ma che si era subito precipitato in Germania per continuare la lotta con o senza Mussolini e, per la sua intransigenza, godeva la fiducia di Pavolini e sarebbe stato nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) e, quel che piú conta, arrivò anche Rahn per seguire da presso l'operazione e favorirla in una duplice ottica, politica e personale. Come uomo della Wilhelmstrasse, non volendo che la Wehrmacht monopolizzasse il controllo della situazione in Italia, riteneva «assai importante poter opporre ai nostri comandi militari nell'Italia settentrionale un governo italiano, coperto dal nome di Mussolini e riconosciuto da parte tedesca»34; da un punto di vista personale poi, considerava utile un governo presieduto da Mussolini, perché gli avrebbe consentito di rafforzare, come ambasciatore presso di esso, la propria posizione nei confronti degli altri servizi tedeschi in Italia35.

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Ufficialmente l'incarico di stabilire i contatti e preparare la lista dei ministri per Mussolini, al quale riferiva ogni sera telefonicamente i suoi sviluppi, spettava a Pavolini. In effetti l'operazione, per un verso venne in buona parte gestita da Buffarini Guidi (e nell'ombra da Rahn e dal suo braccio destro, il console Moellhausen, che non è affatto da escludere avesse preso a muoversi in questo senso già prima dell'arrivo di Pavolini), piú esperto di lui nel maneggio degli uomini e assai meno condizionato da pregiudiziali politiche e che, per di piú, si dedicava a tempo pieno ad essa, mentre Pavolini si occupava anche della ricostituzione del partito e delle sue gerarchie, e, per un altro verso, procedette in modo affannoso e confuso, un po' per le «interferenze» di Mussolini, un po' per la difficoltà di entrare in contatto con alcune delle persone sulle quali si pensava di poter fare affidamento (in qualche caso senza saper neppure bene quali fossero in quel momento le loro posizioni), un po' per le incertezze, i rifiuti e persino l'eclissarsi di alcune di esse36. Alla fine furono designati per la Giustizia Tringali Casanuova, per l'Educazione nazionale Biggini, voluti soprattutto da Pavolini per il loro lealismo nella notte del Gran Consiglio (esclusi furono però Scorza, sulla cui effettiva lealtà piú di uno faceva riserve, e Polverelli, particolarmente inviso a Pavolini37), per l'Economia corporativa Silvio Gai, il cui nome fu fatto personalmente da Mussolini, anche se circolò per un momento pure quello di Alberto Asquini, per le Finanze Domenico Pellegrini Giampietro, uno dei pochi, come Fernando Mezzasoma (che accolse la designazione a ministro della Cultura popolare dicendo «so che è un'avventura e che ci rimetterò la pelle»38), veramente convinto di ciò che stava facendo, per l'Agricoltura Edoardo Moroni e per le Comunicazioni Giuseppe Peverelli, che però quando apprese la notizia della sua nomina si rese uccel di bosco. Le difficoltà da superare per arrivare a queste designazioni furono però niente a confronto di quelle che sorsero riguardo ai titolari degli Esteri e della Difesa nazionale.

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Per gli Esteri pare che Mussolini avesse pensato all'ex ambasciatore a Mosca Augusto Rosso: una scelta che la dice lunga sulle sue speranze per la possibilità che l'Asse e l'Urss potessero trovare un terreno d'accordo. Contattato, su incarico di Rahn, da Moellhausen, Rosso declinò però l'offerta non nascondendo che la sua fiducia in Mussolini era ormai molto scossa e chiedendo altresí a Moellhausen di farlo esonerare dall'incarico di commissario che ricopriva nell'ambito del comando della «Città aperta». Pavolini pensò allora a Camillo Giuriati. A mettersi in contatto telefonico con lui fu Anfuso che nel frattempo aveva raggiunto Mussolini in Baviera, a Hirschberg, dove questi era stato trasferito da Monaco e dove, in attesa che fosse costituita la sua segreteria, gli faceva da factotum («finii per assumere le funzioni di usciere, segretario e telefonista»39). Il risultato non fu però migliore. Giuriati disse ad Anfuso che sarebbe stato disposto a servire Mussolini, ma che era monarchico. Anfuso propose allora altri quattro nomi: Raffaele Casertano, Attilio De Cicco, Serafino Mazzolini, Attilio Tamaro. Con nessuno di costoro né Pavolini né Buffarini Guidi furono però in grado di mettersi in contatto. Tornata la palla ad Anfuso, questi riuscí finalmente a parlare con Mussolini. Nel frattempo, sotto l'urgere dei tempi e delle insistenze di Buffarini Guidi, Mussolini si era però rassegnato ad assumere lui stesso il dicastero degli Esteri. Mazzolini (che, secondo Bolla40, avrebbe accettato «con profonda tristezza, dato il suo vivo attaccamento alla monarchia», pensando alla «salvezza» dell'amministrazione degli Esteri e al «bene» della nazione) fu cosí nominato segretario generale del ministero, incarico dal quale sarebbe stato successivamente promosso a quello di sottosegretario, con funzioni che di fatto sarebbero state quelle di un vero e proprio ministro41.

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Ancor piú laboriosa fu la ricerca del titolare della Difesa nazionale, nel quale era stato deciso di unificare i tre tradizionali ministeri militari. Come abbiamo detto, sulle prime Hitler, a cui ciò che importava era contrapporre al nome di Badoglio quello di un altro capo militare altrettanto noto, aveva pensato che il governo si sarebbe dovuto imperniare sul binomio Mussolini-Graziani. Nei giorni successivi l'incontro con Mussolini egli aveva mutato però opinione, se a seguito di pressioni da parte di Himmler o di qualche altro esponente della Führung collegato con Ricci o con Preziosi o dei militari, che avevano tutt'altre idee, è impossibile dire. Ciò che è certo è che quando la notizia dell'inclusione nel governo di Graziani giunse al quartier generale di Hitler, Ribbentrop chiese a Rahn «immediate spiegazioni» delle ragioni che avevano potuto indurre Mussolini «a riprendersi Graziani» e, fatto ben piú significativo, che Hitler, che, come avrebbe testimoniato al processo Graziani il colonnello Heggenreiner, aveva accolto l'inclusione come un fatto compiuto, ma non l'aveva approvata, rimproverò vivamente Rahn di esserne stato il promotore42.

Quanto a Mussolini la prospettiva di avere con sé Graziani gli ripugnava non poco, dato che sul suo conto continuava ad avere lo stesso giudizio e lo stesso rancore che due anni prima l'avevano indotto ad aprire una inchiesta sul suo conto quale responsabile non solo della sconfitta subita dalle armi italiane in Cirenaica alla fine del 1940 (responsabilità che la commissione d'inchiesta presieduta dal grande ammiraglio Thaon di Revel aveva giudicato pesanti, tanto che a Roma si era persino parlato di un possibile deferimento ad una corte marziale), ma anche delle ripercussioni negative che la sconfitta aveva avuto sul prestigio del regime e dell'Italia all'interno e all'estero e sulle operazioni in Africa orientale e, soprattutto, per aver dato ai tedeschi la possibilità di mettere piede in Africa.

A questa prima difficoltà se ne aggiungevano poi altre due: la mancanza di stima e di fiducia che Mussolini nutriva per quasi tutti i capi militari43 e la difficoltà anche per essi come per i diplomatici di sapere quali posizioni avessero assunto di fronte alla vicenda dell'8 settembre. Dalle poche e incerte notizie disponibili pare comunque che tre nomi furono da lui suggeriti, non è chiaro se a Pavolini solo o anche a Buffarini Guidi prima della loro partenza per Roma. Nell'ordine quello del generale Grazioli, quello del maresciallo Caviglia e, piú vagamente, quello del generale Ottavio Zoppi44.

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Kesselring, Stahel, Rahn, Moellhausen avevano avuto nei giorni immediatamente successivi all'annuncio dell'armistizio frequenti contatti con Caviglia, specialmente a proposito della questione della «Città aperta», e non è affatto da escludere che soprattutto i militari prima dell'incontro di Rastenburg avessero pensato a lui per un qualche importante incarico «cuscinetto», forse addirittura come capo di un governo non fascista. Ne sono indiretta conferma le parole con le quali, il 14 settembre, avendo deciso ormai di tornare a Finale Ligure, Caviglia si era accomiatato dai suoi piú stretti collaboratori45:

Io prevedo – disse loro – che Hitler rimetterà Mussolini a capo dell'Italia occupata dai tedeschi. Se io restassi a Roma al governo, sarei messo da parte con disdoro. Comunque non potrei far nulla per l'Italia. Se pure le autorità militari tedesche ottenessero che io avessi il governo, dovrei essere un loro servitore. Il mio governo sarebbe screditato ed impotente e non mi resterebbe che dare le dimissioni.

Ed esse trovano ulteriore indiretta conferma nell'offerta di prendere il posto di Calvi di Bergolo come comandante della «Città aperta» fattagli pervenire a Finale il 19 dal generale Stahel, quando cioè Pavolini e Buffarini Guidi erano ormai a Roma e stavano cercando di mettere in piedi il governo. Un'offerta che ci pare si possa interpretare senza troppe forzature come un cauto sondaggio volto a capire la disponibilità di Caviglia a prenderne in considerazione un'altra e ben piú impegnativa, che a questo punto poteva essere solo quella di far parte del governo Mussolini.

Siccome Lei, signor Maresciallo – gli scrisse Stahel46 – gode nel popolo e nell'esercito italiano di grande prestigio, Le chiedo se è disposto ad assumere la carica di comandante di Roma. Il comandante di Roma ha anche la sorveglianza sui ministeri. Nel caso che Ella accetti l'incarico, è probabile che il Feldmaresciallo Kesselring la investa di altri compiti e prerogative, che si estenderanno oltre la città di Roma, qualora Ella acconsenta.

Se si vedono le cose in quest'ottica e si tiene presente: a) che, sebbene Graziani cercasse a due riprese, il 16 e il 17 settembre, di parlargli (per sottoporgli una questione che, date le circostanze, è ben difficile non considerare un pretesto: il sequestro nella sua tenuta di Filettino di un autotreno da parte di alcuni militari tedeschi), Kesselring (che non è da escludere che, come altri esponenti della Wehrmacht, avrebbe preferito a lui il generale Pirzio Biroli che però, quando fu interpellato, rifiutò47) gli fece rispondere di non aver nulla da dirgli48; b) che il nome di Graziani fu proposto da Rahn e Pavolini, prima di prenderlo in considerazione, volle parlare con Mussolini49; c) che almeno sino al 20-21 settembre Pavolini insistette ciò nonostante per parlare (e non è detto non ci riuscisse) con il generale Francesco Campanari, che di Caviglia era l'uomo di fiducia nella capitale50, e, prima che a Graziani, si rivolse, come vedremo subito, al generale Francesco Saverio Grazioli; se si tiene presente tutto ciò, quanto riferito da Moellhausen nelle sue memorie51 ci pare vada letto soprattutto come un tentativo per scaricare sulla «testarda faciloneria» di Pavolini le difficoltà e il ritardo con i quali si era giunti alla soluzione Graziani, valorizzare il ruolo che in essa aveva avuto Rahn e passare sotto silenzio la sotterranea diversità di vedute (per non dire il contrasto) che si era determinata tra i vertici politici e militari tedeschi in loco. Una diversità di vedute che aveva visto i politici uniformarsi, dopo Rastenburg, ai propositi di Hitler e sostenere quindi la soluzione Graziani, mentre i militari continuavano invece a pensare ancora a Caviglia, da essi considerato piú accetto all'ambiente militare italiano e meno prono ai fascisti (dai quali ritenevano sarebbero venute loro solo difficoltà), cosí da sperare di trovare in lui un interlocutore-esecutore meno «politico» di quanto temevano sarebbe stato Graziani.

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Resosi conto di questa diversità di vedute, è naturale ritenere che Pavolini pensasse di poterla sfruttare per evitare di dover ricorrere a Graziani, che sapeva sgradito a Mussolini e squalificato agli occhi anche di parte dell'intransigentismo fascista, e che, quindi, sino a quando non dovette arrendersi all'evidenza e all'urgenza di varare il governo, insistesse nel tentativo di agganciare Caviglia, ostentando una sicurezza che probabilmente non aveva e dicendo a Rahn anche cose non vere pur di non dargli modo di prendere lui in mano la questione e di guadagnar tempo per trovare un'altra soluzione. Per rendersene conto basta rifarsi alla cronologia della vicenda.

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La sera del 19 Buffarini Guidi si recò dal generale Grazioli e gli offrí a nome di Mussolini il ministero della Difesa, una sorta di vice presidenza del governo e la promozione a maresciallo d'Italia. Stando alle memorie del generale, Buffarini Guidi gli avrebbe chiesto una risposta immediata e gli avrebbe detto che Mussolini lo riteneva «l'unica persona idonea a ricoprire la carica sia per il suo alto prestigio militare, sia perché ben conosciuto ed amato da tutti i combattenti, sia perché la sua adesione al fascismo era sempre stata contenuta su una linea di dignità e non di servile adulazione, il che in quel momento rappresentava un fattore di grande importanza agli occhi dell'opinione pubblica». Grazioli aveva però declinato l'offerta adducendo, oltre al suo stato di salute e all'età avanzata tre motivi: il giuramento prestato da oltre mezzo secolo al re e che, «pur deprecando la condotta del sovrano», non riteneva potesse essere sciolto da un partito, l'impossibilità, nel clima di sbandamento generale che si era determinato, di costituire un esercito di qualche consistenza e, infine, la sua certezza che si andasse verso una guerra civile, nella quale si rifiutava di capeggiare una delle parti contro l'altra52.

Dopo il rifiuto di Grazioli, il 20 e il 21, Pavolini – lo abbiamo già detto – tentò nuovamente di prendere contatto con il generale Campanari, cioè con l'uomo di Caviglia a Roma. Solo il 22, quando tutte le strade alternative si erano dimostrate impraticabili e Rahn aveva fatto sapere a Pavolini e Buffarini Guidi che la composizione del governo doveva essere resa pubblica entro il giorno successivo, Barracu si recò nella tarda mattinata da Graziani (che nei giorni precedenti era stato piú volte a Roma, ma che nessuno dei tre aveva avvicinato) a Casal Biancaneve, ai Piani di Arcinazzo, per offrirgli il ministero della Difesa e il comando supremo delle forze armate repubblicane.

Questa cronologia, per essere completa, va però integrata con un altro importante elemento di fatto. Il 20 Grazioli, che nel corso del colloquio avuto la sera prima con Buffarini Guidi aveva suggerito di rivolgersi a Graziani, ritenne suo dovere mettere al corrente il maresciallo di quanto aveva detto a Buffarini Guidi. Nell'agenda-diario di Graziani, sotto la data di quel giorno, si legge53:

A Roma. L'Ecc. Grazioli il quale mi comunica che ieri sera è stato officiato da Buffarini ad assumere i Ministeri Mil e il C. Supremo del Gov. Rep. Fascista. Ha risposto negativamente.

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Mi ha aggiunto che avendo egli detto a Buffarini come mai non avessero pensato a me, ne ha avuto per risposta che Mussolini non l'ha voluto per la questione dell'Africa (!!...) D'altra parte avrebbero anche dovuto tener conto di quello che, al caso, io avrei risposto mandandoli all'inferno.

Questa versione di Graziani è però parzialmente contraddetta dalla documentazione privata (memorie e altri documenti) di Grazioli esaminata qualche anno fa dal Longo per la sua biografia del generale. Da essa risulta infatti che Grazioli, per non ferirlo, non riferí subito a Graziani la motivazione addotta da Buffarini Guidi per spiegargli perché non ci si fosse rivolti al maresciallo, ma che gliela disse solo dopo che questi gli chiese le reazioni di Buffarini Guidi quando aveva fatto il suo nome, ricavandone l'impressione che Graziani fosse spiaciuto di non essere stato preso in considerazione. Ha scritto infatti il Longo54:

Grazioli, nei suoi ricordi, afferma che Graziani, riferendosi al rifiuto da lui opposto a Buffarini, lo abbracciava dicendogli: «Bravo, hai fatto benone! E di' un po', sul mio nome che hanno detto?» Secondo la valutazione di Grazioli, sarebbe rimasto un po' male allorché questi gli riferiva francamente le obiezioni sollevate da Buffarini su di lui, ed avrebbe esclamato con amarezza: «Ah, ce l'hanno ancora con me per l'Africa!» Grazioli aveva l'impressione che, in fondo, Graziani fosse dispiaciuto che Mussolini non avesse pensato a lui come prima soluzione, ma comunque continuava a ritenere che anch'egli avrebbe rifiutato, vista la sua totale e calorosa approvazione al suo diniego.

Non è certo con le impressioni di Grazioli che si può far luce sull'accettazione, tre giorni dopo, della carica di ministro da parte di Graziani. In mancanza di elementi sicuri (le deposizioni, le due edizioni delle memorie, le affermazioni pubbliche e private e le stesse carte del maresciallo non offrono a questo proposito alcun vero aiuto) esse permettono però di prospettare una ipotesi che, forse, può aiutare a renderla meno oscura.

Come abbiamo già detto, Barracu si recò ai Piani di Arcinazzo il 22 settembre. Sotto questa data e sotto quella del giorno successivo l'agenda-diario di Graziani reca55:

22 settembre
A Casalbiancaneve. Verso le 12 arriva il capitano Barracu ex Segr. Fed. di Bengasi. Egli mi dice che «Mussolini ha telefonato da Monaco designandomi come Cte Supremo delle Forze Armate del Nuovo Governo Repubblicano Fascista». Alla richiesta di una immediata risposta di accettazione dichiaro di non voler accettare, preciso che domani dovendo trovarmi per miei affari alle 11 sarò a Roma dove desidero parlare con Mezzasoma. Vado a Filettino per mettere al corrente Ines. Quindi parto per Roma dove arrivo alle 19,30. Telefono subito a Bocca [il suo segretario particolare].
23 settembre
A Roma. Al mattino, ricevo C. che mi informa sugli sforzi che il Partito sta facendo per creare un Ministero e le difficoltà che incontra per deficienza di uomini.
Bocca telefona a Barracu e fissa l'incontro con lui e Mezzasoma per le 10.
Incontro a casa con i suddetti Mia recisa resistenza. Interviene Pellegrini. All'Ambasciata Tedesca. Mia inclusione nella lista del Nuovo Governo. Colazione alla Ambasciata.
Il mio sacrificio totale è compiuto.

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Come si vede anche nella riproduzione fotografica dell'autografo di queste due pagine pubblicata dal Cova56, le parole da noi rese corsive hanno tutta l'aria di essere state aggiunte in un secondo momento. Morti senza aver lasciato alcuna testimonianza in merito Barracu, Mezzasoma, Pavolini e Buffarini Guidi, coloro cioè che vissero in prima persona le due giornate nelle quali si consumò il «caso Graziani», l'unica testimonianza di parte italiana disponibile è – oltre ovviamente quella dello stesso Graziani – quella di Pellegrini Giampietro57. Secondo quanto in essa riferito nell'incontro con Barracu, Mezzasoma e poi Pellegrini Giampietro, Graziani, nervoso e agitato e con in braccio la sua amata cagnetta, si sarebbe mostrato tentennante, avrebbe motivato le sue incertezze con il giuramento prestato al sovrano e lo sfacelo dello Stato maggiore, «per lui necessario all'eventuale ricostruzione delle forze armate», e riottoso a recarsi con loro all'ambasciata. Questo, almeno, sino a quando proprio Pellegrini Giampietro gli disse che dava l'impressione di aver paura di prendere contatto con i tedeschi58. Profondamente irritato da queste parole, Graziani si sarebbe allora deciso a seguirli a villa Wolkonski, dove era atteso da Rahn, dal comandante delle SS in Italia Wolff, da Pavolini e da Buffarini Guidi, al colloquio con i quali però Pellegrini Giampietro non fu presente.

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Su questo colloquio le uniche testimonianze, oltre a quella al solito dello stesso Graziani, sono quelle di Rahn e di Moellhausen, che, però, non fu presente ad esso e ne ha scritto sulla base di quanto gli avrebbe riferito subito dopo l'ambasciatore. Nelle sue memorie Rahn è stato laconicissimo59:

Alle 11,30 giunse il maresciallo Graziani, il quale si era riservato di decidere in merito all'assunzione dell'incarico di ministro della Guerra. Questo fatto provocò un drammatico inasprimento della situazione, poiché egli non si decise ad accettare definitivamente la nomina se non due minuti prima della diffusione del comunicato alla radio.

Oltre a ciò nulla di piú, salvo l'autoattribuzione del merito di aver portato felicemente a termine «secondo i programmi» l'operazione governo, che si ricava dal telegramma che nel pomeriggio Rahn inviò ai suoi superiori60. Piú dettagliato è il resoconto di Moellhausen61, secondo il quale a far superare le incertezze del maresciallo sarebbe stato il fatto che Rahn gli avrebbe ricordato l'«ira» di Hitler per il tradimento italiano e la sua decisione di «trattare l'Italia come terra di conquista, alla pari della Polonia, se non veniva data la dimostrazione che la capitolazione italiana era da attribuirsi ad una ristretta camarilla» e che i piú «eminenti italiani» erano con Mussolini. In sostanza lo stesso che Graziani ha detto e ripetuto nelle sue memorie per spiegare la sua accettazione62:

In quel momento [quando Rahn gli chiese per l'ultima volta quale fosse la sua decisione] io intesi che il destino m'imponeva il supremo sacrificio di me stesso ed alzatomi in piedi: «Signori – dissi – poiché incombe tanta minaccia, eccomi pronto a servire ancora la patria e a dedicare ogni mio ultimo atto alla sua salvezza».

Che questa sia stata una delle motivazioni che spinsero non pochi ad aderire alla Rsi è indubbio, cosí come è piú che comprensibile che per alcuni, specie militari, una siffatta scelta, che andava contro valori nei quali essi avevano vissuto e creduto fino allora, non dovette essere facile. Nel caso di Graziani però, se non c'è ragione di pensare che la sua versione non corrisponda al vero, resta pur tuttavia il dubbio che post factum egli abbia enfatizzato i propri dubbi e la propria resistenza e passato invece sotto silenzio altre motivazioni. Sulla sua vecchia ostilità verso Badoglio e il suo entourage militare molto è stato scritto e anche allora numerosi furono coloro, in Italia e all'estero, che le attribuirono un forte peso sulla scelta di campo da lui fatta; peso che, secondo alcuni, trasparirebbe chiaramente dalla violenza con la quale subito dopo l'assunzione del ministero della Difesa attaccò Badoglio nei discorsi pronunciati la sera del 25 settembre alla radio e il 1° ottobre a Roma al teatro Adriano. Nessuno invece ha preso in considerazione l'astio e il desiderio di rivincita che il maresciallo nutriva nei confronti di Mussolini. Ché infatti, se si tiene conto: a) dell'impressione avuta da Grazioli che egli fosse dispiaciuto di non essere stato subito preso in considerazione da Mussolini; b) della sua irritazione per dover constatare che ciò era dovuto alla «questione dell'Africa» (e a questo proposito a quanto già detto va aggiunto che il suo ufficiale d'ordinanza gli sentí gridare la mattina del 23 a Barracu e a Mezzasoma «proprio a me vi rivolgete dopo anni di denigrazioni?»63; e c) di quelle che – già l'abbiamo detto – sono a nostro avviso delle aggiunte inserite in un secondo tempo nelle sue annotazioni «a caldo» nell'agenda-diario; ci pare difficile non avanzare l'ipotesi che Graziani, una volta officiato, avesse subito deciso di accettare, ma che – ben sapendo quanto, venute meno tutte le altre alternative di alto livello, la sua presenza nel governo fosse a quel punto necessaria a Mussolini – abbia voluto prendersi una «rivincita» su di lui, tenendolo sino a che poté sulla corda e rinfacciando ai suoi inviati le «ingiustizie» delle quali si sentiva vittima, cosí da poter fare alla fine il «gran gesto» di dimostrarsene superiore «per la salvezza della patria» e, al tempo stesso, da poter dire a se stesso che con lui Mussolini era dovuto «andare a Canossa». E ciò tanto piú che questa ipotesi, se confermata, spiegherebbe bene il modo tra lo scherzoso e il sarcastico con cui Rahn riassunse a Moellhausen il «decisivo» colloquio avuto col maresciallo e la sua accettazione: Graziani, gli disse, «per metà fu spinto e per metà scivolò» nel governo64. In un governo nel quale, come ha ipotizzato l'Ilari65, nei giorni immediatamente successivi l'armistizio, si era forse addirittura illuso di poter essere il numero uno e non il due.

372–373

Avuta l'adesione di Graziani e dopo averne informato Berlino e Mussolini, nello stesso pomeriggio del 23 la costituzione e la composizione del governo furono subito annunciate per radio66, tant'è che Mussolini non poté che prendere atto dei nomi comunicatigli e non provò neppure a proporne qualcuno per i Lavori pubblici, cosí da evitare almeno che fosse resa nota una lista incompleta67. Nello stesso giorno il neonato governo si riuní presso l'ambasciata tedesca a Roma sotto la presidenza di Pavolini68. Nel corso della riunione non furono prese decisioni formali. Il suo andamento è però indicativo dello spirito che animava Pavolini e i piú dei neoministri. La prima riunione «ufficiale» fu tenuta invece il 27 alla Rocca delle Caminate sotto la presidenza di Mussolini che nel frattempo era rientrato in Italia e si era recato appunto alla Rocca per stare un po' con i famigliari e riposarsi69.

373–374

La scelta della Rocca fu giustificata, oltre che col fatto che vi si trovava Mussolini, con l'argomento che essendo Roma «città aperta» il governo doveva fissare la sua sede in un'altra località, non ancora scelta, ma che sarebbe stata «presso il Quartier generale delle Forze armate». In realtà a non volere che il governo si insediasse nella capitale erano, per motivi militari ma soprattutto politici, i tedeschi e quanto alla scelta della nuova sede, le loro intenzioni divergevano nettamente da quelle di Mussolini. Questi infatti l'avrebbe voluta porre nel Trentino o, meglio ancora, a Merano o a Bolzano70, cosí da riaffermare l'appartenenza all'Italia di quello che i tedeschi e Hofer in particolare definivano ormai senza troppe perifrasi il Süd Tirol. Una soluzione, questa, della quale da parte tedesca non si voleva neppure sentir parlare e che indusse Rommel, Wolff e Rahn ad affrettare al massimo i tempi e a trovare la sistemazione «adatta» per il governo, sparpagliando, con la scusa di metterli al sicuro da bombardamenti alleati, i vari ministeri tra Lombardia e Veneto, in località facilmente raggiungibili dalle loro sedi (Rommel era a Belluno, Wolff a Verona, Rahn avrebbe stabilito quella dell'ambasciata a Fasano), e collocando Mussolini a Gargnano, sulla riva occidentale del lago di Garda71.

374

La riunione del 27 fu tutta incentrata, per quel che è dato saperne, attorno alle dichiarazioni fatte in apertura da Mussolini. Dopo una premessa «d'obbligo» volta a ribadire l'estrema gravità della situazione determinata dalla «catastrofe» dell'armistizio, ma anche la possibilità di cancellare le conseguenze di esso con uno sforzo militare adeguato alla posta in giuoco («la integrità territoriale della nazione, la sua indipendenza politica, il suo posto nel mondo») Mussolini circoscrisse praticamente l'orizzonte delle sue dichiarazioni a due sole questioni che lasciano capire quanto egli puntasse sulla sua idea di convocare una Costituente, ma come si rendesse anche conto degli ostacoli che alla sua realizzazione potevano venire dall'estremismo fascista e dell'opportunità pertanto di cercare di incanalare il partito e renderlo piú malleabile dandogli quelle «soddisfazioni» e quegli «sfoghi» che egli riteneva piú rispondenti allo stato d'animo popolare e di quei fascisti che, pur volendo una riconciliazione degli animi a livello popolare, non volevano rinunciare all'estromissione e alla punizione di quei «falsi fascisti» che per anni avevano screditato e corrotto il partito e il regime e portato direttamente o indirettamente il paese alla catastrofe. Caratteristico ci pare in questo senso il passo centrale delle sue dichiarazioni72:

Il nuovo sforzo militare, che l'onore e gli interessi della nazione ci impongono di compiere, sarebbe impossibile se la vita nelle provincie non riprendesse il suo ritmo normale e se i cittadini con la loro consapevole disciplina non si rendessero conto delle necessità attuali. La prossima nomina dei Capi delle Provincie, concentrando autorità e responsabilità in una sola persona, ridarà al complesso delle nostre istituzioni locali la possibilità di un funzionamento, per quanto possibile, regolare.

375

Non sono in progetto, salvo i casi accertati di violenza, repressioni generiche contro tutti coloro che in un momento di incosciente aberrazione infantile credettero che un governo «militare» fosse il piú adatto a realizzare il regime della sconfinata libertà né saranno oggetto di particolari misure coloro i quali avendo fatto costante professione di antifascismo piú o meno attivo, tali si dichiararono nelle giornate del 26 luglio e seguenti.

Ma vi è un'altra categoria di individui che non dovranno sfuggire a severe sanzioni e sono tutti quelli iscritti al Partito, i quali nascosero sotto un'adesione formale la loro falsità, ricoprirono talora per anni e anni alte cariche, ricevettero onori e ricompense, e al momento della prova, nelle giornate del colpo di Stato, passarono al nemico. Essi sono corresponsabili dell'abisso nel quale la Patria è caduta.

Tribunali straordinari provinciali giudicheranno questi casi di tradimento e di fellonia. Ciò servirà di monito per il presente e per il futuro. L'attuale Governo ha fra i suoi compiti quello fondamentale di preparare la Costituente, che dovrà consacrare il programma del Partito con la creazione dello Stato fascista repubblicano. Non è ancora il momento delle precisazioni in una cosí grave e delicata materia. Ma due elementi essenziali io credo necessario di fissare fin da questa prima riunione: e cioè che la Repubblica sarà unitaria nel campo politico decentrata in quello amministrativo; e che avrà un pronunciatissimo contenuto sociale, tale da risolvere la «questione sociale» almeno nei suoi aspetti piú stridenti, tale cioè da stabilire il posto, la funzione, la responsabilità del lavoro in una società nazionale veramente moderna.

Nella stessa ottica ci pare si collocassero le pochissime deliberazioni adottate o piú spesso annunciate73, ché in qualche caso esse furono perfezionate solo nei successivi consigli dei ministri74 o lasciate cadere, essendo sopravvenute difficoltà che, come vedremo, sconsigliarono Mussolini a insistere su di esse.

376–377

Varato alla male e peggio il governo (e non senza critiche, ché alcuni degli uomini chiamati a farne parte furono, personalmente o per quel che significavano, considerati inidonei o segno di una logica sbagliata, in particolare Gai al cui posto l'ala sociale del fascismo repubblicano aveva sperato di vedere «una decisa e notoria personalità sindacale»), l'attenzione di Mussolini si concentrò soprattutto sui rapporti con i tedeschi, sulla preparazione della Costituente e sul completamento e la revisione della neonata compagine governativa. E ciò sia perché in essa pochissimi (in quel momento forse solo Pellegrini Giampietro e Biggini) erano coloro che egli veramente stimava e sentiva in piena sintonia con lui, sia perché – come aveva detto senza mezzi termini ai ministri riuniti alla Rocca – il governo avrebbe dovuto avere tra i suoi compiti fondamentali quello di preparare la Costituente, sia, ancora, perché da varie parti gli veniva insistentemente ripetuto che per cercare di porre freno all'ostilità della maggioranza del paese verso il suo regime e di evitare che essa crescesse vieppiú occorreva dare una prova incontrovertibile di volontà rivoluzionaria. E darla subito, ancor prima che si aprisse la Costituente75. Da qui la sua preoccupazione di rendere piu efficiente il governo e di non lasciare che gli estremisti facessero del partito uno Stato nello Stato e prendessero il sopravvento entro e fuori il governo, con il risultato non di avvicinare ma di allontanare ancor piu le masse dalla repubblica, di dividere gli animi degli stessi fascisti e di mettere in moto una sorta di gara al piu duro e al piu intransigente che avrebbe finito per screditare completamente e fare il vuoto attorno alla Rsi.

377–378

In questa ottica si collocano le nomine di Ruggero Romano ai Lavori pubblici, il 3 ottobre, di Augusto Liverani prima a sottosegretario, il 7 ottobre, e poi a ministro delle Comunicazioni, il 5 novembre, in sostituzione dell'indisponibile Peverelli e - scelta ben piu importante e significativa data la sua statura morale, il suo passato politico e la sua posizione di fascista moderato - di Piero Pisenti, il 3 novembre, a successore di Tringali Casanuova, morto due giorni prima, alla Giustizia, nonche, molto probabilmente, il tentativo (che e difficile non pensare da lui suggerito) fatto il 1* novembre da Graziani di acquisire al governo un tecnico di grandi capacita e di notevole sensibilita politica quale Agostino Rocca in qualita di ministro della Produzione bellica76. E, ancora, il suo guardarsi intorno per trovare altri ministri e collaboratori fuori dal giro che già in Germania e poi in Italia si era costituito (e tendeva ad imporre il proprio potere, le proprie idee e i propri uomini) attorno a Buffarini Guidi, Pavolini e Ricci (il «granducato di Toscana» come polemicamente venivano definiti da chi li avversava) e anche fuori da quello degli esponenti dell'ultimo decennio del regime. Arrivando sino a sondare la disponibilità a collaborare con lui di uomini che del fascismo erano stati decisi oppositori o che si erano appartati da anni non condividendo il carattere assunto dal regime e la sua politica e che egli considerava potessero essere disposti a farlo per motivi patriottici o ideologico-sociali.

378

Sui suoi rapporti con Carlo Silvestri e Nicola Bombacci, ci soffermeremo, dato il loro carattere particolare, piú avanti. Di altri rapporti - tipico il caso di quelli con Leandro Arpinati - si hanno meno notizie e non sempre concordanti, ma comunque tali da permettere di coglierne la sostanza. Su altri ancora, quali per esempio quelli con Mario e Guido Bergamo, le notizie sono piú vaghe, specie se gli interessati sopravvissero alla Rsi, ma tuttavia sufficienti ad attestare che vi furono.

Dello stato d'animo con cui Mussolini visse nel suo intimo la vicenda della Rsi parleremo piú avanti, una cosa è però opportuno anticipare subito. Dal momento del suo rientro in Italia e durante tutto il periodo repubblicano l'attenzione di Mussolini per l'atteggiamento, le idee, i programmi dell'antifascismo di sinistra fu vivissimo e, per quel che poteva essere in quei frangenti, anche genuino77 ed egli ricercò sostegni ed adesioni alla sua politica essenzialmente in due direzioni: tra i vecchi fascisti della primissima ora (quasi sempre provenienti come lui dal sovversivismo prebellico) che erano stati o si erano spontaneamente allontanati dal Pnf, e ancor piú tra i suoi vecchi compagni ed amici di quando militava nel partito socialista e del periodo interventista - anche tra quelli che si erano poi schierati contro di lui - le cui vicende personali e politiche negli anni del regime non aveva mai cessato di seguire, spesso - lo abbiamo già detto78 - piú per il ricordo, forse anche un po' nostalgico, dell'antica amicizia e dei vecchi rapporti che perché li temesse politicamente, sino a mostrarsi disposto, se appena facevano un piccolo atto di sottomissione o di «ravvedimento», a «perdonarli» e talvolta persino ad aiutarli discretamente.

379

In entrambe le direzioni i risultati sortiti dalle sue avances e da quelle parallelamente fatte compiere, o piú o meno tacitamente autorizzate, da uomini di sua fiducia nei confronti di antifascisti piú giovani che non aveva conosciuto personalmente e pensava fossero piú disposti a farsi avvicinare da uomini della loro stessa generazione, furono assai modesti. E questo sia che esse avessero per obiettivo la realizzazione di modus vivendi volti ad evitare o circoscrivere la guerra civile e renderla meno disumana79, sia nei rari casi (avvolti ancora pressoché nel mistero piú assoluto e, comunque, per quel pochissimo che se ne sa, tutti nella primissima fase della Rsi) nei quali il loro obiettivo fu molto piú ambizioso: convincere i militanti di base e i quadri intermedi dell'antifascismo rivoluzionario che nel nuovo clima repubblicano vi era per essi la possibilità di condurre insieme ai fascisti una lotta contro la reazione capitalistico-borghese. Il che per altro non vuol dire che, tutto sommato, i risultati forse maggiori fossero piú nella seconda direzione che nella prima. Ché i fascisti della prima ora, specie quelli che lo avevano conosciuto non solo nelle vesti di capo del partito, ma anche in quelle di capo del governo, vedevano in lui essenzialmente il «duce» che li aveva delusi e traditi e si era servito di loro solo per realizzare i propri obiettivi, mentre per alcuni dei secondi egli rimaneva nonostante tutto ancora il «Benito» degli anni giovanili, con le sue contraddizioni, il suo smodato desiderio di autoaffermazione e di potere, ma anche con la sua umanità, il suo amore per il popolo, la sua ostilità nei confronti dei ricchi e il suo sovversivismo di fondo.

La modestia dei risultati ottenuti da queste avances potrebbe far considerare inutile e, per quelle nei confronti di personalità antifasciste, quasi scandalistico insistere su di esse. Il fatto è che queste avances aiutano a capire meglio la complessità della realtà di quel periodo e in particolare una serie di episodi, di stati d'animo, di preoccupazioni altrimenti incomprensibili e che, in qualche caso, non rimasero circoscritti alle sole parti direttamente in causa, ma riguardarono anche gli Alleati, i tedeschi e persino gli svizzeri. Né la cosa, a ben vedere, può meravigliare troppo.

380–381

Pur se condotte con riservatezza, di alcune di queste avances si ebbe infatti presto in qualche misura notizia; di altre si sussurrava sulla base di voci, talvolta non vere o assai imprecise, in altri casi nate da indiscrezioni o prese di posizione di gruppi fascisti favorevoli o contrari ad ipotesi o a casi concreti di contatti (in chiave di «pacificazione» o di «rivoluzione sociale» a seconda di quali gruppi si trattava) con l'antifascismo. Se a ciò si aggiunge che coloro che si sapeva avevano lasciato cadere le avances loro fatte non erano andati incontro a difficoltà di sorta e tanto meno a persecuzioni e che lo stesso capitava a noti antifascisti non collegati con la resistenza armata80, alcuni dei quali scrivevano addirittura sotto pseudonimo o senza firmare su importanti quotidiani81, è facile capire come queste notizie e queste voci per il solo fatto di circolare finissero per acquistare una credibilità e, dunque, un significato e soprattutto un valore che non avevano, ma che non potevano lasciare indifferenti coloro che, in qualsiasi campo, vivevano o anche solo seguivano da presso la vicenda politica della Rsi e in particolare coloro che piú di tutto temevano uno scivolamento del fascismo repubblicano sulla china di una sua caratterizzazione in senso nettamente sociale. Scivolamento che le primissime dichiarazioni di Mussolini e di Pavolini avevano in qualche misura già fatto temere, le «intemperanze» di alcuni organi locali fascisti avevano confermato e che il «manifesto» di Verona avrebbe dato l'impressione di sancire.

381

Significativi sono a questo proposito gli allarmati rapporti che dal consolato generale elvetico a Milano, sempre attento a segnalare al proprio governo qualsiasi notizia e voce sulla situazione al nord, specie se esse potevano direttamente o indirettamente riguardare gli interessi svizzeri, già in ottobre e novembre presero ad essere inviati a Berna82. Il 14 ottobre il console generale riferiva:

È unanimamente ammesso e anche accertato che il Governo Repubblicano fascista tende e tenderà sempre maggiormente a sinistra fino a identificarsi con il comunismo.

Il Duce anzi ha incaricato una sua persona di fiducia di mettersi in relazione con tutti gli estremisti in Italia a capo dei quali si troverebbe il figlio dell'On. Amendola. Affidandogli quest'incarico lo ha però avvertito di far bene attenzione di fronte ai tedeschi...

L'Italia si avvia, sicuramente, verso la sorte ed il destino piú tragico che si possa immaginare.

Una cosa appare molto probabile se non addirittura certa: il nuovo Regime Repubblicano, liberatosi dai vecchi programmi, tenderà a riaffermarsi con un deciso colpo di sbarra a sinistra fino ad identificarsi ed a fare alleanza coi comunisti.

382

In altre parole: tende ad assicurarsi l'appoggio della massa operaia. Non è anzi da escludere che la Germania favorisca quest'esperimento per vederne la riuscita e, a seconda del risultato, effettuarlo anche in Germania. Di ciò già se ne parla in certi ambienti bene informati.

La stampa fascista odierna, e specie il «Regime Fascista» di Farinacci lascia intravvedere chiaramente questo scivolamento a sinistra. Resta solo a vedere se la massa operaia, avversa al Regime Fascista di prima, vorrà lasciarsi adescare ora. La fame e la miseria potrebbero essere dei cattivi consiglieri. E resta infine a vedere quale sarà l'esito e quali le conseguenze degli sviluppi bellici.

Comunque l'avvenire promette poco di buono.

E un mese dopo, il 18 novembre83, tornava alla carica, facendosi forte per corroborare il suo allarme non solo dei 18 punti programmatici di Verona resi noti nel frattempo, ma anche e ancor piú del fatto che la loro pericolosità era, a suo dire, eloquentemente confermata da alcuni articoli apparsi sulla «Gazzetta dell'Emilia». In particolare da uno del 30 ottobre84 in cui egli vedeva una chiara apertura fascista verso i comunisti (motivata con l'affermazione che i due movimenti erano sorti in Italia «con affini affermazioni programmatiche di ostilità nei confronti del quietismo socialista») e l'offerta di un accordo in quel particolare momento tra fascisti repubblicani e «massa dei comunisti italiani» sulla base di un programma minimo comune allo scopo di salvare il popolo lavoratore dal rischio di essere ancora una volta vittima della «traballante reazione» dei borghesi, dei preti, dei massoni e dei capitalisti. Rivolgendosi direttamente al ministro federale il console scriveva:

383

Ho avuto occasione, nei miei precedenti rapporti, di attirare la vostra attenzione sulla tendenza del nuovo regime repubblicano fascista ad accaparrarsi la simpatia delle masse operaie sino a identificarsi persino con il partito comunista.

Se un dubbio poteva ancora esistere al riguardo, esso non ha piú ragion d'essere dopo la pubblicazione dei 18 punti del programma che dovrà costituire la base della nuova Costituente.

Io sarei tentato di commentare quest'affare, ma purtroppo mi manca il tempo. D'altra parte, frattanto, allorché si legge ciò che si viene pubblicando, qualsiasi commento appare inopportuno.

A questo proposito, è ancora ben piú interessante prendere conoscenza dell'articolo apparso nel giornale «Gazzetta dell'Emilia» del 30 ottobre 1943 (XXII-I della Repubblica!), di cui troverete qui accluse 3 copie fatte a macchina poiché non mi è stato possibile procurarmi degli esemplari del giornale in questione.

Alla lettura dei 18 punti, cosí come dell'articolo apparso sulla «Gazzetta dell'Emilia», la tendenza comunista del nuovo governo repubblicano fascista appare in tutta la sua estensione.

Il modo di procedere dei nuovi dirigenti repubblicani fascisti non è del resto granché differente da quello adottato ovunque i partiti estremisti di sinistra hanno tentato di assumere il potere. L'opinione generale in Italia è d'accordo nell'ammettere che al punto in cui sono le cose attualmente vi è da temere piú gli eccessi dei repubblicani fascisti che quelli delle truppe tedesche occupanti.

Fatta questa precisazione, vale la pena di vedere un po' da vicino le principali avances tentate personalmente da Mussolini.

Tra gli ex fascisti la piú significativa fu quella verso Leandro Arpinati che, oltre ad essere stato una delle figure piú rappresentative del primo fascismo e, con Dino Grandi, ormai considerato il traditore per antonomasia, il maggiore esponente fascista dell'Emilia, era stato anche, prima di diventare fascista - è bene ricordarlo - un anarchico acceso.

Come abbiamo visto a suo luogo85, nel 1933-34 Arpinati, che nel decennio successivo alla «marcia su Roma», era diventato uno dei massimi esponenti nazionali del fascismo, era stato costretto a dimettersi dal governo, espulso dal Pnf e confinato prima a Lipari e poi nella sua proprietà agricola alla Malacappa. Contemporaneamente Starace aveva condotto una lotta senza quartiere contro i suoi amici e sostenitori. Ciò nonostante Arpinati aveva continuato a godere a Bologna e in Emilia di solidali simpatie che si estendevano un po' in tutti i ceti sociali e che lambivano anche ambienti dell'antifascismo piú o meno dormiente. Una «riconciliazione» tra Mussolini e lui e una sua adesione alla Rsi avrebbero avuto quindi una vasta eco, rassicurato e avvicinato ad essa non pochi incerti. Nel clima ribollente di idee, propositi, tentativi i piú strani e, visti col senno del poi, piú incredibili delle settimane immediatamente successive all'8 settembre e al ritorno alla ribalta politica di Mussolini, i progetti piú o meno strampalati imperniati sulla «riconciliazione» tra i due uomini (sino ad ipotizzare Arpinati primo ministro e Mussolini presidente della Rsi) furono vari. Uno solo, per quel che se ne sa, riuscí però a muovere qualche passo e coinvolse in prima persona Mussolini. L'idea di un incontro tra i due partí da un gruppo di fascisti bolognesi (il di lí a pochi giorni capo della provincia Guglielmo Montani, il commissario federale del Pfr Aristide Sarti, l'ex podestà Giovan Battista Berardi, il rettore dell'università Goffredo Coppola) che si rivolsero al direttore del «Resto del Carlino» ed ex redattore capo de «Il Popolo d'Italia» Giorgio Pini affinché si adoperasse presso Mussolini per convincerlo a parlare con Arpinati. Nonostante fosse scettico circa l'utilità di tale incontro, malgrado temesse addirittura che esso potesse influire negativamente su Mussolini («nulla avevo contro Arpinati, che anzi stimavo per la dirittura personale..., ma sentivo che il suo orientamento politico divergeva da quello sociale repubblicano, perché Arpinati era ridotto a un liberal-conservatorismo autoritario, e il suo individualismo era ostile all'orientamento sociale che, a nostro avviso, doveva andare oltre le stesse direttive corporative del ventennio»), Pini - a cui Arpinati aveva fatto sapere tramite il suo amico e uomo di fiducia Mario Lolli la propria disponibilità -, convocato il 3 ottobre alla Rocca, trasmise il messaggio a Mussolini. Sulle prime questi sembrò non mostrare grande interesse per la richiesta d'incontro e lasciò cadere il discorso. Sollecitato nei giorni immediatamente successivi anche dal Sarti, finí però per accettarla, sicché - per parlare della situazione, come Mussolini scrisse ad Arpinati - l'incontro tra i due ebbe luogo alla Rocca il 7 ottobre, alla vigilia del trasferimento di Mussolini sul Garda. Personalmente cordiale («i due si erano abbracciati come vecchi amici ed erano rimasti lungamente a colloquio dopo oltre dieci anni di separazione»), l'incontro non sortí alcun risultato, nonostante Mussolini non nascondesse ad Arpinati la sua «irriducibile» ostilità verso Hitler e si dicesse sicuro di riuscire a giungere ad un armistizio a buone condizioni: pur condividendo i suoi sentimenti e i suoi propositi, Arpinati non gli nascose né il suo scetticismo né le sue preoccupazioni per le conseguenze che la costituzione del regime repubblicano avrebbe avuto per gli italiani e, adducendo anche l'impossibilità per lui di abbandonare la gestione della sua azienda agricola, rifiutò di assumere qualsiasi incarico di governo (secondo alcune fonti Mussolini gli avrebbe offerto l'Interno)86.

385

Piú scarse, come abbiamo detto, sono le notizie relative alle avances sul versante antifascista. In pratica, per quel che concerne personalmente Mussolini, le piú sicure e precise riguardano i fratelli Mario e Guido Bergamo. Il primo, ex segretario del Pri e già autorevole dirigente della Concentrazione antifascista, con la quale aveva però rotto i rapporti accusandola di inconsistenza politica, viveva a Parigi. In un suo pamphlet del dopoguerra si legge: «la Repubblica Sociale - venivano a dirmi i suoi [di Mussolini] messi - è la repubblica invocata dai Bergamo»87. Piú precisa è una pagina del suo diario88 dalla quale si apprende che il 22 ottobre 1943 il segretario del fascio di Parigi, Prati, chiese urgentemente a Bergamo di incontrare Ernesto Marchiandi, che di lí a poco sarebbe stato nominato commissario del Lavoro della Rsi e che si trovava in quel momento a Parigi. L'incontro, di oltre due ore, ebbe luogo il 25 e ad esso ne seguí un altro il 27 dicembre. Nel corso di essi Marchiandi gli disse che la Repubblica sociale era «piú che socialista» e che se egli vi avesse aderito molti giovani, soprattutto repubblicani, «vi seguirebbero», ottenendo, sempre secondo Bergamo, questa risposta:

io non sto alla finestra: ... se non faccio è che purtroppo non c'è niente da fare ... L'Italia - già malmenata ed ora impazzita - ha due odii: il tedesco e il fascismo. Questa la radiografia del male. E non riesce a rinnovare genti e modi, perché i giochi sono fatti. Questa la radiografia crudele. I pochi che sono o sembrano sulla breccia sono, in molta parte, come erano quelli di prima. Quindi, peggio di prima.

Con Guido Bergamo, anch'egli repubblicano intransigente e antifascista deciso, tanto da avere avuto dopo l'attentato a Mussolini dell'ottobre 1926 distrutta la casa e devastata la clinica che possedeva nel Veneto, e che viveva a Mestre, i contatti, per quel che se ne sa, furono di parecchio successivi, della seconda metà del 1944 e degli inizi del 1945. Di essi abbiamo due versioni. Una di Ottavio Dinale, secondo il quale «nei primi mesi del '45 Guido Bergamo fu uno dei pochi sui quali Mussolini, faccia a faccia contro l'irreparabile, contava ancora», sicché - pur avendo avuto in precedenza un «elegante» rifiuto - «lo chiamò a sé per consiglio e affinché collaborasse con lui», ottenendone come tutta risposta che «ormai era troppo tardi»89; un'altra, piú ricca di particolari, ma, probabilmente, piú reticente, di Rino Ronfini in un volume edito nel dopoguerra dal comitato per le onoranze a Bergamo nel primo anniversario della sua morte. Da essa90 risulta che gli approcci furono, appunto due, un primo del prefetto di Treviso Luigi Gatti nella seconda metà del 1944 e un secondo, in data non precisata, di Bombacci a Salò, dove Bergamo sarebbe stato portato in automobile da Mestre sempre da Gatti (definito erroneamente «ministro», mentre dal marzo 1945 fu segretario particolare di Mussolini). In realtà per questo secondo approccio su una cosa siamo propensi a dar piú credito a Dinale: il colloquio, presente Bombacci, dovette essere, contrariamente a quanto affermato dal Ronfini, personalmente con Mussolini.

386

La prima volta, ha scritto il Ronfini,

Gatti espose a Bergamo la necessità di una intesa al disopra ed al di fuori della sanguinosa contesa per arrivare ad un armistizio ed allo studio della situazione nazionale con la proposta di creazione di un Ministero Repubblicano che facesse capo ad alcuni autorevoli Socialisti, con le forze armate comandate da Bergamo e una politica immediata di lavoro e di pacificazione interna.

Guido Bergamo ne parlò, in una notte a Venezia, con alcuni di noi, e chiese cosa si doveva fare. La sua posizione di principio era questa: che il tentativo meritava di essere studiato purché ci fossero state da parte del fascismo queste immediate disposizioni interne: mettere Mussolini da parte, sciogliere le formazioni repubblichine, rendere inefficaci e inoperosi gli elementi di ferocia miliziana, cessare immediatamente la guerra civile e tutte le obbrobriose rappresaglie, creare un Comitato Repubblicano di Salute Pubblica che si rivolgesse al Paese, previo accordo con le forze della Resistenza.

Quanto al secondo tentativo, la sua ricostruzione (un po' melodrammatica) è la seguente:

Il Gatti..., vedendo le cose precipitare, venne un giorno a Mestre e sia pure cortesemente e con molte assicurazioni circa la natura della visita e la incolumità personale, montò Bergamo in macchina e lo condusse a Salò; raccomandandogli di non farsi intervistare da Pavolini e di limitarsi ai contatti con gli altri del suo gruppo: Buffarini e Bombacci.

387

Bergamo si armò di una pistola deciso a togliersi la vita se lo avessero segregato di sorpresa, deciso assolutamente a non parlare in questo caso.

Nel colloquio con Bombacci, avvenuto in un paesino della opposta sponda Veronese [secondo Dinale, Gardone, al Vittoriale], Guido Bergamo espose le sue vedute, che furono certamente comunicate a Mussolini: e quando a Bergamo fu nota la risposta che egli, il duce, era propenso a sopprimere il partito fascista, ma non a levarsi di mezzo (condizione sine qua non) pur offrendo assicurazioni per la formazione di un ministero repubblicano socialista, egli disse: in questo modo, e col tempo ormai a ridosso, non si arriva a nulla; le decisioni devono essere drastiche e immediate, pur restando pauroso il domani per quelli che le adotteranno, col pericolo di essere impiccati! Dite a Mussolini che corra pure il suo destino, ma se veramente vuol bene all'Italia che arresti subito il fratricidio e lo stillicidio di sangue tra italiani. È la invocazione di uno che fece la guerra del '18 e difese la Patria sul Grappa.

Pur essendo finite nel nulla, queste avances non sono prive di interesse per chi voglia veramente affrontare la realtà della Rsi e comprendere il peso che essa ebbe sull'azione (e sull'inazione) politica e sullo stato d'animo di Mussolini. In particolare perché - pur essendo consapevole del danno che alla credibilità della Rsi arrecava il fatto che le posizioni chiave e i quadri politici di essa continuavano (nonostante il gran parlare di spirito e di uomini «nuovi») ad essere in gran parte monopolio di uomini del vecchio regime, quasi sempre disistimati e invisi ai piú (e spesso anche a lui stesso) e che, laddove si era avuto un ricambio, erano balzati alla ribalta uomini mediocri e spesso peggiori dei precedenti o praticamente sconosciuti, sicché non di rado il giudizio negativo sui piú coinvolgeva di fatto anche coloro che cercavano di fare del loro meglio per porre un freno all'andazzo generale - Mussolini, fatti, tra la fine del '43 e i primi mesi del '44, un paio di tentativi per porre rimedio alla situazione prendendo l'iniziativa di un effettivo ricambio politico e avendoli visti fallire, non fece praticamente nulla per ritentare l'operazione e si rassegnò di fatto alla sconfitta (lasciando talvolta addirittura senza copertura politica coloro che si adoperavano per contrastare il degrado della situazione), considerando ogni ulteriore tentativo irrealizzabile sia per la mancanza di «uomini nuovi» sui quali puntare sia per l'indisponibilità degli antifascisti a fargli credito.

Assai significativo è a questo proposito ciò che Mussolini a metà febbraio 1944 rispose a Carlo Silvestri che lo sollecitava a procedere ad un effettivo ricambio politico. Prima addusse l'indisponibilità di «uomini nuovi» sui quali poter puntare, poi, allargando il discorso, fece un riferimento alle avances verso gli antifascisti che lascia intravvedere la logica politica alla quale per lui esse erano state improntate e, al tempo stesso, fa capire perché a farle tenacemente avversare da tanti fascisti e in particolare dalla dirigenza del Pfr non fossero solo vecchi rancori e radicate pregiudiziali ideologiche, ma anche concreti interessi di potere91:

388

Gli uomini nuovi? Dove sono? Ce ne saranno, ma per il momento sono ancora nascosti. Non posso portare alla ribalta degli uomini che finora nella vita hanno avuto solo l'esperienza della guerra, grande esperienza, ma insufficiente per governare un paese. Si è visto quali delusioni abbiano procurato i tentativi fatti finora. Malgrado ogni affermazione in contrario, gli uomini nuovi non sono disponibili. Ve ne saranno, ma allora sono degli attendisti. Non c'erano il 20 settembre quando a Monaco abbiamo costituito il nuovo governo e non ci sono neppure oggi. Se fossero venuti avanti dei socialisti e dei comunisti i quali mi avessero detto «Bisogna salvare l'Italia. Se voi siete disposto a salvarla sulla via del socialismo noi siamo disposti a lavorare con voi», li avrei accolti a braccia aperte e li avrei portati al governo con me. Dappertutto nelle organizzazioni periferiche, in quelle sindacali, i quadri avrebbero potuto essere rinnovati. Ma nessuno ebbe questo coraggio. Nessuno seppe elevarsi cosí in alto da dimenticare le risse di parte per ricordarsi solo dell'Italia. La realtà è che tutti credevano nell'arrivo degli inglesi e che nessuno voleva compromettersi. Dove trovare uomini disposti a collaborare con un cadavere che ammorbava l'aria? Il 90, forse il 95 per cento degli italiani in quei giorni mi credeva defunto. Ora con i morti non si collabora che per portarli al cimitero o per bruciarli sul rogo. La mia navicella riprese a navigare tra gli avanzi di un naufragio. Io non avevo facoltà di scelta. Per tenere il mare nella procella io non potevo formare l'equipaggio che con gli avanzi di questo naufragio, con gli uomini che erano rimasti a galla che ancora nuotavano. Riconosco che non tutti erano fior di farina, ma per fare procedere la barca dovevo darle un equipaggio di ventura che comunque si mettesse alla vela.

Il primo segno che Mussolini, dopo gli accenni fatti il 27 e il 28 settembre in occasione della prima riunione del nuovo governo alla Rocca delle Caminate e nella prima nota (Parliamoci chiaro) diramata dalla Corrispondenza repubblicana92, volesse concretamente muoversi sulla strada della Costituente, è probabilmente costituito dal suo decreto dell'8 ottobre 1943 sulla «sfera di competenza e funzionamento degli organi di governo» nel quale veniva stabilito che i ministri avessero facoltà di provvedere, «sino a quando non sarà provveduto alla nuova costituzione», con propri decreti alle piú urgenti esigenze derivanti dalla particolare situazione del momento93. Cinque giorni dopo vide la luce sul «Corriere della sera» un articolo (La Costituente) che costituisce a sua volta una primissima indicazione dello spirito con cui pensava di realizzarla. Scritto quasi certamente dal direttore del quotidiano milanese, Ermanno Amicucci (nel complesso panorama del fascismo repubblicano una sorta di moderato di centro, via via destinato a spostarsi su posizioni piú radicali), l'articolo si muoveva attorno a tre concetti principali: «l'esigenza fondamentale», perché l'azione del governo repubblicano potesse svilupparsi efficacemente, che esso godesse del «consenso popolare»; la convocazione «tra breve» della Costituente (composta da mille «rappresentanti del popolo» provenienti da tutte le categorie sociali e scelti senza pregiudiziali politiche) che di tale consenso sarebbe stata il banco di prova e la sanzione solenne; e, in fine, il ruolo del Pfr che, nella sua nuova veste (non partito di massa, ma partito che «si limiterà ad accogliere nelle sue file soltanto gli elementi di fede provata, per cui la non appartenenza al partito non menomerà in alcun modo le possibilità dei cittadini in ogni campo della privata e pubblica attività»), avrebbe completato il rinnovamento che sarebbe stato sancito dalla Costituente.

389–390

Alcune fonti memorialistiche94 affermano o lasciano capire che dalle prime settimane d'ottobre Mussolini cominciò a interpellare sia singole persone sia alcuni organi tecnici, chiedendo loro suggerimenti e pareri circa i requisiti che avrebbe dovuto avere la Costituente e soprattutto sul testo della costituzione che essa avrebbe dovuto approvare. Il primo a cui si rivolse fu probabilmente Spampanato. Poiché questi era rientrato a Roma, suppergiú negli stessi giorni nei quali il «Corriere della sera» pubblicò l'articolo or ora ricordato, Buffarini Guidi fu incaricato di trasmettergli la richiesta di preparare sollecitamente un progetto per la Costituente. Dal diario della moglie95 sappiamo che Spampanato si mise subito al lavoro e, appena conclusolo, tornò al Nord e, il 28 ottobre, lo consegnò a Buffarini Guidi che se ne dichiarò «entusiasta», anche se, a suo dire, c'era «qualche piccola cosa da modificare» («evidentemente quello che non conviene a lui» annotò sarcasticamente la signora Spampanato).

390–391

Nell'«Appunto per la Costituente» Spampanato sintetizzò il proprio punto di vista96 in una serie di paragrafi i piú importanti dei quali ai fini del nostro discorso erano il primo, dedicato all'«urgenza della convocazione della Costituente»:

391

Si rende urgente la convocazione della Costituente per i seguenti principali motivi:

1°) - Sanzionare in stato di diritto uno stato che finora è solamente stato di fatto;

2°) - Proclamare solennemente il nuovo Regime istituzionale della Nazione;

3°) - Gettare le basi del nuovo ordinamento, e quindi chiarificare anche l'attuale confusa situazione costituzionale, di cui scapita la necessaria ripresa civile, politica, sociale e anche militare del Paese;

4°) - Dare al Popolo l'immediata sensazione di essere esso a determinare direttamente ed elettivamente il nuovo indirizzo rivoluzionario della Nazione, poiché finora qualsiasi atto rivoluzionario, anche estremo, risulta sempre delegato o ispirato dall'alto e non proiettato dal basso: e quindi, piuttosto che rappresentare la volontà o le tendenze del Popolo, gli si sovrappone, e ne è piú o meno volenterosamente subíto;

5°) - Ricostituire sulle nuove basi politico-sociali istituzioni ed istituti già esistenti dello Stato, che altrimenti nei confronti del nuovo Regime finirebbero con l'adattarsi ad un empirico e occasionale riformismo repubblicano e slitterebbero cosí verso formule di compromesso già malamente sperimentate dalla Nazione nella prima fase fascista (compromesso tra diciannovismo mussoliniano e conservatorismo monarchico);

6°) - Liquidare sul piano della piú integrale costituzionalità la monarchia, la quale rappresenta, sí, un istituto decaduto storicamente, ma non risulta decadibile per iniziativa privata del Duce o di un movimento politico (P.F.R.) sfornito dei necessari attributi costituzionali;

392

7°) - Creare le condizioni generali per mantenere e sviluppare l'iniziativa rivoluzionaria non come un espediente politico o una nuova tattica di Mussolini (come molti italiani pensano!), ma come risultante di una nuova situazione e di un nuovo clima del Paese;

8°) - Disporre della sede appropriata, anzi dell'unica sede legittima, per aprire il processo oltre che al Re alla vecchia casta politica fascista e non fascista e ai traditori militari;

9°) - Impegnare direttamente la passione, la responsabilità, la partecipazione del Popolo nell'attuale decisivo corso degli avvenimenti.

Il secondo paragrafo era dedicato ai «requisiti della Costituente»:

Per poter valutare in pieno l'importanza storica della Costituente, e soprattutto per accreditarla presso il Popolo, è utile tener presenti le seguenti considerazioni:

1°) - La Costituente non deve assolutamente ripetere sistemi di investitura o di finzioni rappresentative che già inficiarono esizialmente il vecchio Regime fascista, e, specialmente, deve derivare la propria ragione d'essere dalle masse intese quali totalità operante e non come oggetto passivo di un potere empirico, a cui l'opinione pubblica si sente estranea, e per cui - dopo il suo crollo del 25 luglio 1943 - non espresse il minimo segno di nostalgia, anche se sembrava che 21 anni di quel sistema ve l'avessero abituata;

2°) - La Costituente deve essere abbastanza numerosa per esprimere l'imponenza di un'assemblea generale del Popolo italiano, ma non deve essere pletorica, nel qual caso sarebbe confusa con una parata organizzata a fini demagogici;

3°) - La Costituente deve formarsi con la piú stretta aderenza all'attuale fisionomia del Popolo, accentuata negli elementi del lavoro, e marcata dall'odierno e supremo fatto storico - guerra;

4°) - La Costituente non deve essere scambiata con un grosso e sia pure straordinario doppione di Camera dei Fasci e delle Corporazioni, plebiscito, rapporto generale, ecc., il cui solo ricordo - sia pure analogico - provocherebbe il fallimento anticipato anche della piú seria assemblea convenzionale;

5°) - La Costituente deve riprodurre il piú fedelmente possibile le aspirazioni sociali che Mussolini vuole risvegliare nel Popolo e su cui solamente il nuovo movimento può rigiocare una carta coraggiosa e di esito sicuro: quella della Rivoluzione compressa, deviata ed infine tradita nel vecchio Regime fascista, e nemmeno riaperta il 25 luglio dai nuovi rivoluzionari del Re;

6°) - La Costituente deve poter corrispondere a quegli elementari criteri che ne rendano possibili: l'effettivo significato rappresentativo, le concrete funzioni rivoluzionarie, l'accertata e specializzata competenza dei componenti, la facilità di convocazione, l'organicità e la continuità dei lavori, l'immediatezza dell'apporto risolutivo ai gravissimi problemi posti oggi sul tappeto;

7°) - La Costituente è convocata all'indomani di una disfatta e del tradimento perpetrato da un Governo usurpatore verso gli alleati e verso lo stesso Popolo italiano. Circa metà del territorio nazionale, dopo di aver subíto la strage e la rovina delle incursioni, subisce ora l'onta dell'invasione; nell'altra metà del territorio libero non ancora purtroppo la figura dell'alleato germanico ha perduto la caratteristica dell'occupante, che deprime dolorosamente i buoni italiani e incoraggia alla contropropaganda quelli in malafede; le conseguenze della carenza di Governo - intervenuta dopo l'8 settembre - provocarono il collasso della vita dello Stato, e tale collasso si fa ancora sentire, mentre, d'altra parte, perdurano e si accrescono le difficoltà del trasferimento in corso della capitale e il disorientamento, se non addirittura l'ostruzionismo, di settori burocratici non ancora sostituiti o difficilmente sostituibili: sono questi i coefficienti del decadimento dell'autorità dello Stato e del conseguente smarrimento del pubblico. Pertanto, l'opera della Costituente si rende indispensabile non solo ai fini costituzionali, ma per ristabilire un minimo di normalità nel Paese, onde ottenere le condizioni necessarie alla resistenza ed alla guerra e riprendere gradualmente posizioni di prestigio con la Germania;

393

8°) - La Costituente deve legare il Popolo alla guerra e alla Rivoluzione, inserendolo effettivamente nel nuovo Stato e conferendogli la responsabilità delle sue sorti;

9°) - La Costituente deve portare alla ribalta uomini, correnti, forze, e anzitutto stabilire il vivo e autentico contatto tra il Popolo, convocato in prima persona attraverso una genuina rappresentanza, e Mussolini, considerato a solo come il promotore del secondo ciclo della Rivoluzione. Mussolini solo da una simile assemblea può avere restituito il supremo mandato in realtà decaduto col crollo stesso del Regime. Anzi la Costituente glielo può offrire con una pienezza di investimento rivoluzionario non consentita prima dal compromesso del Regime con la monarchia.

Il quarto paragrafo era dedicato ai lavori della Costituente. In esso Spampanato proponeva, tra l'altro, che la prima sessione della Costituente si aprisse con una relazione di Mussolini, per procedere poi, «nel giro di poche sedute plenarie» alla discussione e all'approvazione di una serie di nuove risoluzioni le piú significative delle quali dovevano concernere:

1°) - Proclamazione della Rivoluzione sociale con a capo Benito Mussolini;
2°) - Decadenza della monarchia;
3°) - Proclamazione della Repubblica sociale, libera, indipendente e sovrana nell'ambito territoriale esistente al 25 luglio 1943 ivi compresi i territori metropolitani, coloniali e imperiali occupati dal nemico;
...
8°) - Attribuzione dei supremi poteri dello Stato alla grande assemblea costituente, che li esercita attraverso il Capo dello Stato da essa nominato, e direttamente per quanto concerne la riforma dello Stato stesso;
9°) - Elezione dei membri che formeranno le sezioni, riunite in Convenzione, nonché nomina dei componenti di tre Corti supreme di giustizia chiamate a giudicare il Re, i militari e gli altri traditori (non sarà consentita per le sentenze delle Corti supreme esercizio di grazia).

Nei successivi paragrafi erano esposti i criteri con i quali si sarebbe dovuto formare la Costituente e si indicavano le quote da assegnare alle varie categorie. Su un totale di millecinquecento-duemila membri, che avrebbero rappresentato «in tutti i suoi aspetti e nelle sue forze vive la nazione italiana», la quota piú alta era assegnata ai lavoratori dell'industria, dell'agricoltura, del commercio, agli insegnanti e agli impiegati pubblici: complessivamente piú di cinquecento. All'economia privata erano assegnati trentaquattro rappresentanti (ai quali Spampanato ne aggiungeva altri dieci dei risparmiatori) che, però, dovevano essere designati dal ministero dell'Economia corporativa perché «l'indirizzo rivoluzionario già decisamente preso dal fascismo repubblicano, l'accertata partecipazione del capitalismo al colpo di stato e alla politica di reazione nei 45 giorni, la conclamata responsabilità dei capitalisti nel sabotaggio della guerra, il significativo arresto dei loro maggiori esponenti e specialmente il superamento della concezione paritetica già adottata sindacalmente e corporativamente dal vecchio regime fascista97, nonché gli ineluttabili sviluppi del nuovo ordinamento sociale ed economico» sconsigliavano una partecipazione diretta delle confederazioni padronali alla Costituente. Proprie rappresentanze erano poi previste per la Magistratura, la Cultura (nella quale erano inclusi i Guf, che avrebbero dovuto avere ognuno un proprio rappresentante), le Forze Armate (con quote decrescenti per soldati, sottufficiali, ufficiali subalterni e superiori), l'Associazione nazionale combattenti, l'Associazione nazionale mutilati e l'Istituto del Nastro azzurro, il Clero (un rappresentante per ogni comunità religiosa presente nello Stato, nell'Impero, nelle colonie e nei possedimenti, e sette cappellani militari). A queste rappresentanze per «categorie» si aggiungevano poi quelle per «territorio» (che avrebbero dovuto portare la voce delle provincie «invase» e delle comunità all'estero, irredente, libiche, albanesi, ecc.) e quelle «familiari» (cinquantadue in grandissima parte donne).

394

Gli ultimi due paragrafi, infine, erano dedicati al Pfr e ai «partiti diversi». Particolarmente significativi per comprendere gli umori che circolavano nei settori «moderati» del fascismo repubblicano, è bene citarli integralmente:

Il Partito Fascista Repubblicano non ha ancora definito la sua posizione e le sue eventuali attribuzioni nello Stato, né è opportuno affrettare una tale definizione che deve essere susseguente e non precedente alla prassi rivoluzionaria che coinciderà con gli avvenimenti prossimi, e che non bisogna comprimere o irrigidire se non si vuole che il P.F.R., invece di una fresca e potente forza politica dello Stato, sia un suo istituto sul tipo del P.N.F.

Pertanto il P.F.R. deve essere ammesso alla Costituente come una delle forze ideali della Nazione, ma senza particolare preminenza, e l'unico suo privilegio deve essere quello di diventare il portatore dell'Idea rivoluzionaria. Solo cosí potrà riscuotere la fiducia e il rispetto degli italiani e costituire un fattore positivo nella Grande Assemblea Costituente.

395

È membro della Costituente il Segretario del P.F.R.

Per ogni capoluogo di provincia le assemblee dei Fasci repubblicani designeranno tre fascisti, anche non precedentemente iscritti al P.N.F., e possibilmente di località differenti.

Il Segretario del P.F.R. designerà direttamente per ogni provincia invasa, ivi comprese le provincie libiche, un rappresentante che attualmente si trovi in territorio nazionale.

Ogni gruppo politico, compresi quelli costituitisi nei 45 giorni del Governo Badoglio, può rivolgere domanda al Ministero dell'Interno per essere ammesso a designare i propri rappresentanti fino ad un massimo di 50, secondo la consistenza numerica e il seguito notoriamente vantato nel paese dal gruppo in questione. Ai detti rappresentanti lo Stato repubblicano garantisce ogni libertà e immunità, nell'ambito delle leggi.

Inoltre possono partecipare come membri alla Grande Assemblea Costituente tutti i Presidenti del Consiglio e i Ministri dell'ex Regno nonché i Presidenti di assemblee parlamentari fino al 28 ottobre del 1922.

Il 28 ottobre (lo stesso giorno della consegna da parte di Spampanato a Buffarini Guidi dell'«Appunto» per Mussolini) Pavolini, che non è escluso conoscesse le tesi caldeggiate da Spampanato, ma che, comunque, voleva che la Costituente si aprisse dopo che il partito avesse tenuto il proprio congresso (o, come si preferí chiamarlo, «assemblea nazionale»), cosí da evitare di trovarsi di fronte a prese di posizione se non addirittura a vere e proprie decisioni, in contrasto con l'indirizzo intransigente da lui sostenuto e, al contrario, arrivare ad essa avendo già posto, come avrebbe detto nel suo discorso d'apertura a Verona98, «il binario» sul quale, volenti o nolenti, si sarebbero dovuti muovere i costituenti; il 28 ottobre dicevamo, Pavolini, celebrando alla radio la ricorrenza della «marcia su Roma», annunciava che la Costituente (che nel comunicato relativo alla riunione del Consiglio dei ministri del giorno prima era stata data come in preparazione) si sarebbe riunita entro la fine dell'anno. A questo annuncio il 7 novembre ne seguí un altro della Presidenza del Consiglio: il congresso del Pfr si sarebbe aperto il 15 novembre (la data fu poi anticipata di un giorno), la Costituente il 15 dicembre, in una località che non veniva precisata, ma che, come presto si seppe, sarebbe dovuta essere Guastalla. «Il progetto sulla nuova costituzione - precisava altresí il comunicato - viene elaborato dal segretario del partito, Pavolini»99.

396

La prima sezione delle «direttive programmatiche per l'azione del partito» (comunemente note come il «manifesto di Verona») e in particolare le prime tre direttive (o «punti»), approvate una settimana dopo dalla prima (e unica) Assemblea nazionale del Pfr100, sarebbe stata completamente dedicata (nonostante tali problemi non fossero stati praticamente affrontati dai partecipanti all'Assemblea e avessero trovato poco spazio nella relazione introduttiva di Pavolini) alla Costituente e alla costituzione alla quale essa avrebbe dovuto dar vita. E, del resto, a ben vedere, tutto il «manifesto» non era che una sorta di «preambolo» (dietro il quale è facile scorgere la suggestione delle «dichiarazioni dei diritti» dell'età della rivoluzione francese) volto a puntualizzare la posizione della quale il Pfr diceva di volersi far portatore alla Costituente. Diceva, ma se si guarda meglio, piú in profondità, si capisce che non voleva o, almeno, non lo voleva il grosso del suo gruppo dirigente stretto attorno a Pavolini, per il quale il discorso sulla costituzione non doveva andare oltre quanto affermato nel «manifesto» e soprattutto non doveva essere influenzato dallo spirito «unitario», «aperto», «garantista» e «antipartito» che animava i «moderati» e che Pavolini sapeva condiviso in larga misura da Mussolini. Uno spirito che, se si fosse giunti alla Costituente, il segretario del partito temeva avrebbe avuto la meglio sull'intransigenza e sulla «purezza» ad ogni costo. Il che spiega perché non si sbaglia dicendo che nel momento stesso in cui l'Assemblea di Verona stabilí solennemente «sia convocata la Costituente», tale convocazione in realtà cominciò a perdere concretezza e a sfumare in un futuro via via piú vago e insidiato da piú parti. E con essa - e storicamente è la cosa piú importante per capire fatti, posizioni, alleanze e contrapposizioni che si produssero nei mesi successivi al congresso di Verona, segnando in modo decisivo tutta la vicenda della Rsi, e che altrimenti non avrebbero un punto di aggregazione e una spiegazione - cominciarono ad entrare in crisi sia i propositi, le speranze, le illusioni dei «moderati» di imprimere, e non solo a parole, alla Rsi e al fascismo un volto, una prospettiva nuovi, sia quel tanto di politica vera che Mussolini aveva creduto di poter ancora fare.

Le tappe del tramonto della Costituente si possono sintetizzare facilmente attorno a pochi fatti essenziali.

Il primo è costituito dal congresso di Verona o, meglio, dalla già tante volte citata «Relazione sulla ripresa fascista e la preparazione della Costituente» preparata in vista di esso da Pavolini e da lui sottoposta pochi giorni prima a Mussolini. Nella relazione introduttiva letta a Castelvecchio - lo abbiamo già accennato - Pavolini avrebbe dato relativamente poco spazio alla questione, mantenendosi per di piú sulle generali. Non cosí invece aveva fatto nella relazione destinata a Mussolini. Letta in un'ottica restrittiva, questa101 può sembrare incentrata, per quel che riguarda la Costituente, su due questioni sole; quella dell'opportunità o meno di convocarla in tempi assai brevi essendo buona parte del territorio nazionale «sottratto alla possibilità di azione del governo fascista», risolta da Pavolini adducendo il «diritto rivoluzionario», l'effetto di «galvanizzare al massimo le popolazioni verso scopi e idee che sono connesse col perdurare e coi fini della guerra», che, a suo dire, la convocazione della Costituente avrebbe avuto, e il significato politico di opporre «alla promessa badogliana delle elezioni a quattro mesi dopo la guerra» «una data molto prossima di apertura della Costituente»; e quella della sua migliore formazione onde essa potesse «rispecchiare al massimo possibile il parere di tutte le popolazioni della nazione» e «garantire che la rivoluzione fascista possa affermare i principî per i quali tanta lotta essa ha combattuto e tanto sangue dei suoi seguaci è stato versato»102. A proposito di questa seconda questione Pavolini prendeva in considerazione tre soluzioni, tutte radicalmente diverse da quella prevista dall'«Appunto» di Spampanato e da quanto auspicava la maggior parte dei «moderati». La prima prevedeva di

397–398

formare la Costituzione con i dirigenti già in carica delle Organizzazioni Provinciali del Partito, con i Ministri e dirigenti centrali, con i segretari politici e i Podestà di tutti i Comuni dello Stato. Opportunamente si inserirebbe, per designazione dall'alto, una limitata percentuale di esponenti di quelle correnti che, pur non essendosi ancora inserite nel Partito, concordano tuttavia sui tre principî fondamentali che si sostanziano nella formula: Patria, Repubblica, Sviluppo sociale.

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La seconda di

presentare il programma massimo rivoluzionario del Fascismo Repubblicano e sottoporre sulla sua base, all'approvazione plebiscitaria degli elettori della Nazione, una lista bloccata di componenti della Costituente, formata sempre col criterio di lasciare una limitata percentuale di posti a esponenti delle correnti suddette.

Scartate entrambe le soluzioni, e, si badi, senza motivazione alcuna, la scelta di Pavolini cadeva sulla terza, basata sul «puro criterio elettoralistico, opportunamente congegnato in maniera di garantire l'affermazione dei principî rivoluzionari fascisti»:

Chiamare alla elezione, indistintamente e con voto segreto, tutti i cittadini di età superiore ai 18 anni.

Fissare il criterio che dovrà essere eletto un rappresentante per ogni cinquemila votanti.

Fissare il criterio del collegio territoriale non ritenendosi possibile riferirsi, in questo momento, al criterio della categoria, né per ragioni se non altro di tempo, a quello del collegio unico nazionale. Chiamare pertanto ogni località ad eleggere tanti rappresentanti per quante volte il numero di cinquemila entra nel numero complessivo dei suoi votanti...

I lavoratori residenti in Germania, i militari e le altre collettività residenti all'estero, possono essere invece chiamati a votare a cura dei dirigenti sindacali, o dei consoli, o dei comandanti di reparto, per i candidati dei rispettivi paesi d'origine...

I cittadini ora residenti in territorio libero ma appartenenti a territori occupati possono rappresentare, raggruppati per provincie, le rispettive provincie... Sarebbero in tal modo eletti, tenendo conto della indisponibilità dei territori occupati, circa 1500 rappresentanti. Aggiungendo a tale cifra un egual numero di elementi eletti separatamente dagli iscritti al Partito si raggiungerebbe complessivamente la cifra di 3000 membri che sarebbe poi integrata dai ministri in carica, dai dirigenti centrali del Partito, dal segretario federale.

La designazione dei candidati, resa necessaria dalla necessità di evitare dispersioni di voti, potrà avvenire da parte di qualunque raggruppamento di cittadini che dimostri, mediante atto di pubblico ufficiale, di essere composto di non meno di cento elettori, e che faccia pervenire la lettera di designazione, unita a tale atto, rispettivamente al prefetto o al segretario federale, non oltre ventiquattro ore prima dell'apertura della votazione. Opportunamente si potrà provvedere a far annunciare per radio i nomi dei candidati, mentre all'approntamento a stampa di schede uniformi provvederanno rispettivamente i prefetti e i segretari federali. Le schede potranno essere distribuite in appositi locali, e la votazione avverrebbe con la presentazione alle urne della scheda contenente a fianco del nominativo il segno indicativo fatto con qualunque mezzo dall'elettore e chiusa in busta opportunamente approntata.

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Le elezioni dovrebbero essere annunciate tre giorni prima della votazione: un tempo sufficientemente lungo perché si possa far luogo al calcolo dei rappresentanti da eleggere e alla designazione dei candidati e abbastanza breve perché siano evitate campagne elettorali rumorose e inopportune. Per legittimare gli elettori non sarebbe necessario alcun documento speciale, potendosi profittare della tessera annonaria per generi alimentari varî, sulla quale, a votazione avvenuta, si apporrebbe un apposito contrassegno103.

Anche considerando la sua smania attivistica, è difficile credere che Pavolini pensasse veramente che la Costituente potesse «galvanizzare» le masse e, tanto meno, che le elezioni per essa potessero aver luogo entro brevissimo tempo, in inverno e in un paese che, come aveva scritto poche pagine prima, pullulava di militari e di civili «sbandati», era afflitto dalla difficoltà dei trasporti, dalla rarefazione crescente dei rifornimenti, dalle requisizioni tedesche, sicché ciò che monopolizzava l'interesse della gente era soprattutto come procurarsi l'alimentazione quotidiana e il combustibile per l'inverno ormai alle porte. Molto piú probabile è che con il suo «ottimismo» egli mirasse a non mettersi in contrasto con Mussolini e a non dare ulteriore materia di critica ai suoi oppositori prima di aver tenuto il congresso del partito e ottenuto da esso l'approvazione della sua linea intransigente; e intanto a mettere avanti, pur negandone la validità, la questione della limitatezza del territorio controllato dalla Rsi per potersi in un secondo momento rifare ad essa per giustificare il rinvio sine die della Costituente e l'assunzione delle direttive programmatiche del partito che sarebbero state approvate a Verona al ruolo di unico documento ufficiale programmatico della repubblica. Ci conferma in questa idea il carattere di compromesso che - se non ci si limita ad una lettura meramente esterna - traspare dai punti «in materia sociale» del «manifesto» di Verona.

Pavolini, lo abbiamo detto, era un corporativista convinto e rifiutava ogni «degenerazione» di tipo socialista. Significativi sono a questo riguardo i suoi frequenti richiami a Mazzini, il cui associazionismo portava ad un ordinamento economico opposto a quello capitalistico, ma nulla aveva a che fare col socialismo e con il comunismo, e, invece, il suo silenzio a proposito di Pisacane, per il quale la rivoluzione per aver successo sarebbe dovuta essere anche economica, ma in senso socialista libertario e non nel senso di Mazzini, il cui associazionismo avrebbe finito inevitabilmente con l'assumere un carattere autoritario. Non può dunque meravigliare che nella «Relazione» sottoposta a Mussolini egli sostenesse senza mezzi termini che la Costituente avrebbe dovuto varare un programma sociale che fosse «l'evoluzione del principio corporativo»104. Assertori piú tiepidi e addirittura critici del corporativismo erano però piú di uno di coloro ai quali, a vario titolo, Mussolini (che, per parte sua, dell'esperienza sociale del ventennio considerava punti fermi solo la «Carta del lavoro» e la legislazione sociale) si rivolse al momento di stendere la prima bozza del «manifesto» e che in qualche misura o su singoli aspetti collaborarono con lui a redigerlo, tra i quali vari sindacalisti, Tarchi, Pellegrini Giampietro, Biggini, Interlandi e un gruppo di socialisti che faceva capo a Bombacci. Questa prima bozza fu rivista da Pavolini e dai suoi collaboratori (in particolare Olo Nunzi e Francesco Galanti). La redazione finale fu comunque di Mussolini che, il 12 novembre, rivide e corresse definitivamente il testo approntatogli da Pavolini105. A parte Mussolini (che ne avrebbe rivendicato la paternità nel discorso al 'Lirico'), coloro che ebbero piú parte nella redazione del «manifesto» furono, per quel che se ne sa, Pavolini e Bombacci. E ciò spiega il compromesso che traspare, come abbiamo già detto, da una sua lettura non meramente esterna e che ci pare si possa cosí riassumere: l'ex leader comunista trasfuse nel «manifesto» uno spirito accentuatamente statalistico piú socialistico che corporativistico che non corrispondeva all'idea del fascismo che Pavolini aveva e voleva riaffermare, ma che il segretario del Pfr dovette accettare senza troppo sforzo perché conosceva bene gli umori serpeggianti in materia sociale nel partito, perché non voleva che in sede di congresso la sua linea rigidamente intransigente potesse trovare difficoltà ad affermarsi e perché nel «manifesto» non vi era alcuna esplicita presa di posizione contro il «principio corporativo» e doveva saper bene che, se a Verona se ne fosse parlato, per la stragrande maggioranza dei congressisti non si sarebbe trattato di una discussione di principî, ma di un bilancio storico da cui, dati gli umori estremistici e l'avversione per i santoni del corporativismo del ventennio, Bottai in testa, il corporativismo sarebbe uscito con le ossa rotte.

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Piú difficile è dire quale fosse la reale posizione di Mussolini; se e in che misura cioè quanto affermato nel «manifesto» corrispondesse ad essa, e questo riguardo non solo alla parte sociale, ma anche al resto. Una cosa però è fuori discussione: per la Costituente Mussolini respinse la proposta di una sua elezione popolare avanzata da Pavolini e, di fatto, optò per quella di Spampanato di una sua composizione per «categorie». Se per ostilità nei confronti del «feticcio dell'elettoralismo» o perché consapevole che la proposta del segretario del partito affossava di fatto la Costituente è impossibile dire. Quello che è certo è che Pavolini nella relazione svolta in apertura del congresso di Verona, invece di caldeggiare la sua primitiva proposta, disse106:

Quanto alla formazione della Costituente, sembra che essa non possa non venire costituita se non dai rappresentanti del popolo che lavora, attraverso le organizzazioni sindacali, dai rappresentanti di tutte le provincie invase, attraverso l'organizzazione degli sfollati. Deve comprendere inoltre, e vorrei dire soprattutto, le rappresentanze dei combattenti, compresa quella dei prigionieri di guerra, attraverso coloro che sono rimpatriati per minorazione, rappresentanze dell'esercito e della magistratura, la rappresentanza degli italiani all'estero e di tutti quanti possono contribuire a rappresentare anche la nazione in quanto spazio e sintesi di valore.

La Costituente dovrà nelle leggi fondamentali assicurare ai cittadini una serie di diritti, precisando anche i doveri, in quanto il cittadino è soldato, lavoratore e contribuente. Una serie di diritti che, senza arrivare alla formula equivoca della cosidetta libertà di stampa, accordi ai cittadini il diritto di controllo e di critica responsabile sulla pubblica amministrazione.

Altrettanto certo è che l'andamento del congresso di Verona (a cui inviò un messaggio, ma non intervenne, ufficialmente per non condizionare con la sua presenza la discussione, in realtà un po' per poter prendere piú facilmente in un secondo momento le distanze da posizioni che non avesse condiviso, un po' perché irritato nei confronti dei tedeschi che avevano preteso la soppressione di un passo del «manifesto» in cui si rivendicava la «preservazione dell'integrità territoriale» della Rsi107 deluse e urtò notevolmente Mussolini.

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Parlandomi del congresso del partito - annotò il 16 novembre Dolfin nel suo diario108 - il Duce mi dice: «È stata una bolgia vera e propria! Molte chiacchiere confuse, poche idee chiare e precise. Si sono manifestate le tendenze piú strane, comprese quelle comunistoidi. Qualcuno, infatti, ha chiesto l'abolizione, nuda e cruda, del diritto di proprietà! Ci potremmo chiedere, con ciò, perché abbiamo, per vent'anni, lottato coi comunisti! Secondo questi "sinistroidi" potremmo oggi addivenire all'abbracciamento generale anche con loro. Da tutte queste manifestazioni verbose si può facilmente arguire quanti pochi siano i fascisti che abbiano idee chiare in materia di fascismo. Ditemi voi, se possiamo avere delle speranze di ricostruire il paese! E nessuno, dico nessuno di questi che hanno un bagaglio di idee da agitare, viene da me per chiedermi di combattere. È al fronte che si decidono le sorti della repubblica e della patria, non certo nei congressi! Ognuno dimentica che tutto quello che diciamo e facciamo non ha senso duraturo senza la vittoria delle armi, di là da venire».

Tutti concordano sul fatto che il congresso, ancor prima che giungesse la notizia dell'uccisione del federale di Ferrara Ghisellini, che ne arroventò l'atmosfera già surriscaldata, fosse stato una bolgia che in taluni momenti neppure Pavolini riuscí a controllare e nella quale i congressisti piú che al sacco delle idee avevano dato fondo a quello degli stati d'animo, delle frustrazioni, degli odi, prospettando o, meglio, urlando («ognuno di quelli che sono venuti a fare delle proposte o a discutere gli ordini del giorno - disse ad un certo punto stizzito un delegato ternano - è stato urlato, applaudito o zittito, senza che coloro i quali urlavano dal fondo della sala avessero detto un'idea e dicevano morte o evviva...») le proposte piú estremistiche e tra loro contrastanti109. E soprattutto prendendosela con tutti, con Vittorio Emanuele III («uno straccetto di pelle vizza, dalle ossa anchilosate che ancora pretenderebbe con la sua voce querula gridare dagli spalti nemici»), con la monarchia, i capitalisti, gli arricchiti alle spalle del fascismo, la burocrazia statale (e in specie quella del ministero dell'Interno), il clero, e in primis Schuster («quello che ha rotto le corna a tutti i federali e si è messo contro il governo»), che, specie nei piccoli paesi, insinuava «nell'animo delle madri che i loro figlioli devono andare in Svizzera e non combattere», i carabinieri, la Guardia di finanza, la Pai («protezione antifascismo italiano»), i giovani e in particolare i gufini, che avevano costituito una «tragica delusione» per non aver fatto il loro dovere in guerra. E, ovviamente, i «traditori» del Gran Consiglio, Ciano in testa, dei quali piú volte fu chiesto l'arresto e la condanna a morte. Ma non solo loro, perché dagli attacchi non si salvò pressoché nessuno, tanto che Pavolini, capito lo stato d'animo dei congressisti, già nella sua relazione introduttiva, ad un accenno entusiasta a Muti, aveva sentito il bisogno di ribattere sarcastico che, se non fosse stato ucciso, anche contro di lui si sarebbe tentato di «spargere fango» «o si sarebbe detto che era un vecchio nome». Non si salvò Starace, non si salvò Buffarini Guidi, che pure faceva parte del nuovo governo, non si salvò praticamente nessuno dei vecchi ministri; di Tassinari fu addirittura detto che nel proprio campo aveva fatto piú male di... Starace nel suo. L'unica fiducia era riposta nell'instaurazione di una sorta di regime d'eccezione che colpisse senza pietà tutti gli indegni. I vecchi squadristi che non avevano «sentito vibrare in se stessi l'animo rivoluzionario» e, non essendosi iscritti al Pfr, avevano dimostrato di avere «l'arteriosclerosi», i renitenti alla leva e i sobillatori dei disertori, da punire con la confisca dei beni e con rappresaglie anche contro le famiglie, e piú in genere tutti coloro che non volevano combattere.

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Io credo che nessuno di noi - affermò un giovane delegato di Belluno - voglia essere un sanguinario, ma per evitare di trovarsi costretti ad essere realmente dei sanguinari, dopo i fatti di Ferrara, credo che dobbiamo proporre di fare in ogni città un campo di concentramento... In questi campi di concentramento faremo dell'opera politica per risanare e recuperare i recuperabili e per gli altri penseranno i tribunali.

E nel partito che di questo regime d'eccezione sarebbe dovuto essere il garante e il gestore, al punto che, secondo alcuni, avrebbe dovuto avocare a sé tutti i poteri, anche quelli del governo, o, almeno, cumulare nella persona del suo segretario anche le funzioni del ministro dell'Interno. Di un partito, per altro, sul conto del quale regnavano le idee piú confuse e diverse, ché c'era chi lo voleva totalitario, mentre altri lo volevano fondato sull'elezione di tutte le cariche, chi milizia armata (e qui per molti il discorso sul partito si saldava con quello sulla Milizia, considerata l'unica forza armata nella quale riporre fiducia, essendo l'unica che non aveva tradito), chi addirittura una sorta di «ordine minore» dei veri italiani.

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In questa bolgia, nella quale non mancavano brusche esortazioni allo stesso Pavolini del tipo «dateci le armi... non fateci piú discutere», il problema della Costituente passava inevitabilmente in secondo piano ed era visto nell'ottica rivoluzionaria piú semplicistica («la Costituente è la rivoluzione in atto e pertanto non ammette né maggioranze né minoranze: ammette soltanto rivoluzionari di fede, decisi alla morte se occorre e pronti a tutto senza discutere», proclamò tra gli applausi generali un delegato di Vicenza) e persino quello sociale, che pure era, insieme a quello della guerra, piú sinceramente sentito, finiva per essere quasi sempre affrontato solo in termini apodittici ed estremistici110.

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In questa atmosfera da club rivoluzionario francese111 l'unica voce «politica», oltre quella di Pavolini (che però piú di una volta si venne a trovare nella condizione di dover dare un colpo ora alla botte ora al cerchio per non rischiare di perdere il controllo dell'assemblea) fu quella - un po' sognatrice e ricca di reminiscenze dannunziano-fiumane - di Fulvio Balisti.

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Ché anche Renato Ricci nel suo intervento non andò oltre quello che per lui era praticamente il tema d'obbligo, la ricostituzione-trasformazione della Milizia e il suo rapporto con l'Esercito112 e per il resto si mosse su una linea di eccitata retorica, sino a riprendere la parola d'ordine enunciata dal famigerato Bardi: «fare di Roma un Alcazar».

Tutt'altra cosa fu l'intervento di Balisti, un fuor d'opera in un'assemblea come quella di Verona, che l'ascoltò in silenzio, applaudendone vari passaggi, ma che nella sua grande maggioranza non lo capí, ma che, fuori di essa, fece di Balisti l'«uomo nuovo» del fascismo repubblicano, quello a cui nelle settimane successive maggiormente avrebbero guardato i «moderati» e, per un momento, lo stesso Mussolini.

Intransigente sul terreno della necessità di riprendere le armi e combattere con tutto il vigore possibile contro gli anglo-americani («solo sul piano militare si salva l'onore della patria, solo combattendo si vendicano i morti e si innalza l'onore della bandiera»), ma anche lucidamente realista - senza vittoria tutto sarebbe stato inutile, come meramente simbolica sarebbe stata una Rsi che si fosse arroccata in Lombardia e nel Veneto - e con l'animo e la mente rivolti non ai grandi problemi sociali, che pure Balisti sentiva profondamente, e tanto meno ai sentimenti di odio e di violenza che muovevano gli altri, ma ad una sorta di imperativo morale: quello di educare con l'esempio della pulizia, l'amore e il sacrificio personale le masse, dando loro quella fiducia nella patria e nella guerra che avevano animato i giovani di Bir el Gobi, ma che il fascismo non era stato capace di dare ad esse. I giovani di Bir el Gobi, disse113, non amavano soltanto la patria, ma sapevano che la patria era fascista, sapevano che la guerra era proletaria, socialistica. Sapevano che perdere la guerra voleva dire la soggezione del lavoro e delle generazioni future; sapevano che contro di noi erano alleate in un torbido equivoco le forze del comunismo e le forze della plutocrazia, per cui bene disse il Duce: «la repubblica sociale, o camerati, è la risultante di quelle due forze».

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Ancora oggi tutte le nostre questioni sono legate, oltre alla necessità di pulizia, oltre ai bisogni chirurgici, alle necessità di violenza, ad una necessità di educazione. L'odio è una cosa gelida, turgida e cupa, l'amore è una cosa luminosa e alta; per l'odio si cade serrando i denti e bestemmiando; per l'amore si cade benedicendo e cantando. Se la questione dei quadri è stata quella che ha dato le conseguenze micidiali che abbiamo constatato oggi, la questione dei quadri è essenziale, perché l'uomo rappresentativo è oggi fra il vecchio che non è piú e il nuovo che ancora non esiste. Egli rappresenta un tipo ed uno stile verso il quale la massa guarda.

La massa ha scarse possibilità di indagine, ma ha quella saggezza profonda che è la sensibilità delle moltitudini, per cui vede l'idea attraverso l'esempio e le opere degli uomini che la rappresentano.

Noi, in quanto siamo qui dobbiamo ritenerci degni e pensiamo alla questione dei quadri per quelli che sono i nostri collaboratori vicini e lontani. Anche il vecchio fascista, anche lo squadrista che ha arrischiato, che è stato carcerato, che ha pagato la moneta del sangue - faccia un bilancio complessivo della sua vita e veda cosa è tutto il suo passato - poiché il Partito non ha il suo programma dietro di sé, ma davanti a sé.

Ora se il Partito non riesce a modificare lo stagno entro il quale viviamo, se non riesce a fermentare il terreno che è ridotto quasi sterile, nulla avverrà neppure sul piano militare e neppure la Milizia potrà moltiplicare i suoi pugnali.

Tutta l'opera nostra è opera essenziale di oggi e di domani, è opera fertilizzatrice del campo nazionale, per cui se noi non affondiamo, se non dissodiamo, se non fertilizziamo, tutto si impoverirà intorno a noi, perché se la Patria è caduta nel disonore per la vigliaccheria ed il tradimento, non può risorgere se non nella virtú del sacrificio e del valore.

Problema sociale, problema della libertà: io ritengo, camerata Pavolini, che noi ci troviamo qui entro una specie di pastoia o di morsa, vorrei dire di equivoco; ma piuttosto di dramma perché noi sappiamo che mentre il problema della Repubblica sociale è un problema di libertà, noi sentiamo che le necessità della guerra impongono delle restrizioni. Quindi noi oggi non possiamo in coscienza esprimere i voti profondi del nostro animo sereno perché siamo auguratori e contemporanei del domani.

Oggi le nostre necessità sono di ordine militare, solo sul piano militare si salva l'onore della Patria, solo combattendo si vendicano i morti e si innalza l'onore della bandiera.

Elezioni, elettività: sembrano cose quasi trascurabili attraverso questo prisma della guerra che ci abbaglia e quasi ci offusca la vista tanto è intensa e cocente; elettività che per me è una cosa santa, perché non esiste Repubblica dove non esista la libera espressione della volontà del popolo perché le masse si educano in virtú della Repubblica e Mazzini disse che non i repubblicani facevano la repubblica, ma la repubblica con l'educazione faceva i repubblicani.

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Lasciamo dunque che questi nostri auspici, che questi nostri auguri si concretino e maturino. Diciamo e riconosciamo che l'investitura dall'alto ha dimostrato i suoi pericoli, perché se noi siamo caduti per risollevarci siamo caduti in conseguenza di questo. L'investitura dall'alto ha dimostrato che l'autocritica l'uomo difficilmente la esercita. Il ladro anziché criticarsi dopo il furto si criticherebbe prima di compierlo e non lo compirebbe. Bisogna dunque che gli uomini rappresentativi si buttino allo sbaraglio, si lascino giudicare dalla critica, siano forzati dal contraddittorio perché cosí soltanto l'uomo che sarà ad un posto rappresentativo dovrà essere un uomo integro e per la repubblica solo i migliori solo i piú degni per senno e virtú, dimostrando che i migliori in tempo di guerra si trovano nella fucina del combattimento.

Politica interna: siamo al punto che ho accennato prima; lo Stato repubblicano è lo sforzo del popolo verso il suo perfezionamento e verso la sua espansione. Ma, camerati, siamo in guerra. Lo Stato repubblicano è una necessità della guerra, della resistenza, del sacrificio, della vittoria. Si è parlato di proprietà, si è parlato di compartecipazione. Io sono un vecchio repubblicano e immaginate come la pensi. La proprietà, e richiamo un elemento della Carta del Carnaro, non è il dominio della persona sopra la cosa, ma dalla Reggenza è considerata un'utile funzione sociale. Solo il lavoro reso massimamente profittevole all'economia generale deve essere il dominatore della ricchezza economica.

Il Fascismo repubblicano sta costruendo durante la bufera; mette un palo che dovrebbe essere un pilastro perché sotto soffia il vento e imperversa l'uragano e il palo viene divelto o regge l'impalcatura. Se il nemico avanzasse ancora, se cadesse Roma, se l'Italia centrale dovesse soccombere e se noi ci riducessimo a combattere entro questo ambiente angusto del Lombardo Veneto, la Repubblica stessa sarebbe una costituzione simbolica.

Bisogna, per difendere la repubblica, battere il nemico per costringerlo alla ritirata e per scacciarlo oltre il mare. E vi ripeto, per finire, una frase che ieri dissi, mi permetta Pavolini, al Duce che mi ha fatto l'onore di ricevermi. Io gli dissi: Duce, l'albero del Fascismo è stato reciso dalla scure della tragedia; da quel tronco bisogna che sorgano virgulti che il sacrificio abbia germogliato, che il pensiero e l'onestà facciano fiorire e fogliare se no la vecchia linfa spumeggerà invano nel vecchio tronco superstite. Io dissi al Duce: Mi perdonerete se questa ortodossia può sembrare un'eresia. Al che lui mi rispose: «Di questa tua ortodossia che io condivido me ne compiaccio molto e ti stringo le mani».

Sebbene nella bolgia di Castelvecchio il problema della Costituente fosse stato solo sfiorato, subito dopo Verona l'annuncio della sua prossima convocazione dette l'impressione di trovare tutti concordi. Nessuno si pronunciò contro o sollevò obiezioni. Neppure un critico acido, sistematico e un intransigente per vocazione come Farinacci, che, il 17 novembre (Premessa indispensabile) su «Il Regime fascista», collegò con un filo diretto il programma fascista del 1919 (e in primis la richiesta di una Costituente in esso contenuta) a quello testé approvato a Verona, negando che in esso potessero intravvedersi «tendenze demagogiche», si limitò ad affermare che ai passi «che noi faremo verso il popolo» ne sarebbero dovuti seguire altrettanti «di esso verso di noi» e a ricordare che nulla avrebbe avuto senso se non si fosse «liberata l'Italia dal nemico». Un'affermazione che è impossibile dire se «ingenua» o mirante a preparare il terreno agli attacchi che, come vedremo, sarebbero stati mossi una ventina di giorni dopo contro l'«eccesso» degli entusiasmi e delle discussioni accesesi sul tema della Costituente e sui contenuti della nuova costituzione. Neppure l'ipotesi che i non iscritti al partito potessero nominare i propri rappresentanti ed esercitare «una loro funzione di collaborazione e di controllo» nei confronti dei rappresentanti del «partito unico»114 incontrò manifeste opposizioni.

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Ciò non vuol dire che malumori e dissensi non vi fossero; solo non si manifestavano o, al massimo, si manifestavano col silenzio, col parlare e sottolineare altri aspetti del «manifesto» di Verona, quelli che agli occhi degli intransigenti, ma non solo di essi, apparivano come i piú importanti e attuali. Caratteristico in questo senso è l'articolo di Giuseppe Solaro Impeto della volontà rivoluzionaria, su «La Riscossa» di Torino del 18 novembre (che titolava a tutta pagina La nascita del nuovo stato popolare) nel quale i risultati «piú cospicui» di Verona erano individuati nella consapevolezza dei congressisti che tutte le energie dovevano essere dedicate alla guerra e nella «condanna irrevocabile» dei diciannove «traditori» del Gran Consiglio e se qualche perplessità affiorava era a proposito dell'insufficientemente netta definizione della posizione del partito di fronte allo Stato e al popolo, mentre nulla era detto riguardo alla Costituente, neppure nominata. Per non dire di altre prese di posizione, come quella del settimanale dei lavoratori dell'industria di Padova, «Rivoluzione sociale», per il quale il «ritorno alle origini» consisteva sostanzialmente nella «rivoluzione vendicatrice e giustiziera» che avrebbe fatto «piazza pulita di tutti gli immondi traditori, di tutti gli inetti, di tutta la borghesia conservatrice» e avrebbe permesso di conquistare «tutte le vittorie» e di giungere a «tutti i traguardi».

Né a far cadere questi malumori e dissensi valse certo la pubblicazione il 22 novembre di un articolo del «Corriere della sera», I diritti del cittadino nello Stato repubblicano, che non poteva non apparire una sorta di disco verde non solo alla convocazione della Costituente, ma ad una esplicita traduzione in termini «liberali» della prima sezione del «manifesto» di Verona e di quanto detto al congresso da Pavolini. Articolo che, invece, suscitò l'entusiasmo dei sostenitori di una pronta convocazione della Costituente, specie allorché si seppe che in occasione del Consiglio dei ministri tenutosi il 24 novembre Biggini aveva avuto l'incarico di preparare un progetto di costituzione da sottoporre prima al Consiglio stesso, poi alla Costituente115.

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Da qui, mentre in genere la stampa intransigente o, comunque, non favorevole alla convocazione in quel momento della Costituente - ché le due posizioni non coincidevano e non possono essere confuse - taceva, un moltiplicarsi sugli altri giornali, specie sulla stampa minore fascista, di articoli, prese di posizione, proposte, discussioni aventi al centro i «punti» di Verona e i contenuti della futura costituzione e che da questo nucleo centrale si allargavano un po' a tutte le tematiche connesse e in tutte le direzioni, polarizzando in gran parte l'attenzione del microcosmo fascista e di quello «moderato» e «rivoluzionario» in particolare e lambendo anche taluni settori di agnostici e di incerti. Tanto da dare l'impressione di una sorta di massiccia fuga in avanti rispetto ai concreti problemi del momento e in particolare a quelli connessi alla guerra in atto e al prendere corpo in varie zone della resistenza e da spingere un uomo che non era un intransigente e un avversario della Costituente come Giorgio Pini116 a cercare di riportare entusiasmi e discorsi in un alveo piú realista, sforzandosi di «storicizzare» il 25 luglio e l'8 settembre, mettendo in luce il peso decisivo avuto dalla guerra su di essi, cosí da ammonire indirettamente che il «movimento di ripresa nazionale» aveva un doppio binario, sociale l'uno, militare l'altro e in quel momento soprattutto militare, poiché «il tempo stringe perché il nemico non è alle porte, ma già dentro il paese» e dentro il paese, dietro la linea del fronte, vi erano dei nemici interni, contro i quali «l'azione deve essere risoluta, dura, definitiva». Le condizioni d'emergenza del momento autorizzavano provvedimenti radicali.

Perciò si controlli la grossa borghesia, si obblighino i suoi figli a marciare soldati come marciano i figli del popolo, si sorveglino i quadri del nuovo esercito, si impediscano le riprese burocratiche, la formazione di cerchi chiusi, sordi ed estranei alla vita popolare, si eliminino dai posti di responsabilità i vecchi ronzini senza vigore né credito, si favorisca l'aperta manifestazione di idee, la collaborazione e lo slancio dei volenterosi, si convochino le assemblee dei Fasci perché le idee, i sentimenti, i propositi circolino, fermentino, trabocchino in ondate d'azione entusiastica. Soprattutto si convochino le assemblee dei Fasci, e senza formalismi né cerimoniali. Si prevenga cosí l'accumulo dei compromessi che ci condussero al 25 luglio.

Nell'articolo la Costituente non era neppure nominata; il monito di Pini - è evidente - si riferiva però essenzialmente agli entusiasmi, alle attese da essa suscitati: il momento era favorevole a riforme radicali e andava messo a frutto, non bisognava però mai dimenticare che, qualsiasi cosa da essa fosse nata, il suo destino era inscindibilmente legato alle sorti della guerra e che questa doveva avere quindi la precedenza su tutto.

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E se Pini era un fautore della Costituente, altri lo erano meno o non lo erano per niente; alcuni temendo che le discussioni sulla nuova costituzione dividessero gli animi e facessero passare in seconda linea l'esigenza di concentrare tutte le energie nello sforzo bellico, altri che dalla Costituente il fascismo potesse uscire sfigurato e, in certi casi, che i suoi quadri dirigenti insediatisi al potere dopo l'8 settembre (e attorno ai quali sia centralmente sia spesso anche in periferia già si erano costituiti veri e propri gruppi di potere) finissero per esserne estromessi.

Tipico delle preoccupazioni dei primi, che ovviamente gli altri si guardavano bene dal mettere in piazza le loro - che possono quindi essere colte indirettamente solo attraverso le prese di posizione dei fautori piú accesi della Costituente - è l'articolo Meno Costituente e piú combattenti che Giuseppe Morelli, un anziano fascista toscano che era stato sottosegretario alla Giustizia nel 1929-32 e che di lí a poco sarebbe stato nominato presidente della Corte dei conti, pubblicò sul «Corriere della sera» il 7 dicembre e che suscitò violentissime reazioni tra coloro per i quali la Costituente era il problema fondamentale del governo, sia perché credevano nella vittoria finale della Germania, sia perché, anche se non si facevano illusioni su di essa, volevano realizzare il «vero» fascismo e farne un legato alle successive generazioni117.

Con una franchezza che sfiorava la brutalità il Morelli affermava di non aver dubbi: in quel momento l'unica cosa importante era «bruciare le tappe e avvicinare sempre piú il momento nel quale sul sacro suolo della patria, contro l'invasore, combattano soldati italiani». Da qui la sua preoccupazione

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che l'attesa della Costituente, le dissertazioni sulla medesima che da tempo si fanno sulla stampa e fuori - soprattutto nelle riunioni giovanili - la sua organizzazione e composizione, che daranno luogo ad altre discussioni e forse a malcontenti per le eventuali esclusioni, e infine quel periodo di discussioni dell'assemblea le quali, se essa deve essere una cosa seria, non potranno essere tanto brevi, i commenti alle medesime, sui giornali e al di fuori, la coreografia relativa prima durante e dopo, tutto questo insomma, per tacere d'altro, abbiano a distrarre il popolo italiano e anche gli organi responsabili dal problema per me unico, fondamentale e inderogabile che in questo momento si impone, di fronte al quale ogni discussione di assetto politico è vana ed effimera, di apprestare, nel piú breve tempo, un esercito che possa al piú presto essere in linea e combattere a fianco dei valorosi camerati germanici.

Una preoccupazione resa ancora piú viva dal timore che la Costituente si esaurisse in una «mera accademia» e dalla convinzione che di essa non vi era «impellente necessità» perché all'atto pratico, date le circostanze, non avrebbe potuto che ratificare le decisioni già prese dal governo e, quanto alle deliberazioni che avrebbe potuto adottare, solo la vittoria avrebbe potuto farle diventare effettivamente operative.

Oggi che Annibale non è alle porte, ma è già penetrato profondamente in casa, vi è una sola cosa da ricostruire, l'onore perduto, e affrettare il giorno nel quale gli italiani tornino a difendere la loro terra e non la lascino difendere soltanto dagli alleati. Questo si otterrà soltanto col combattimento, e l'onore potrà risorgere con la vittoria, se a questa noi contribuiremo con tutte le nostre forze. Poiché se la vittoria non fosse conquistata sarebbe stato perfettamente inutile riunire qualche centinaio di persone - di poco piú della metà d'Italia, si noti, giacché la quasi altra metà è in mano dei nemici - per statuire sulla forma di governo e sul nome e sulla bandiera; in mancanza della vittoria la forma di governo ci sarebbe imposta dai vincitori, e la nostra cara vecchia e santa bandiera dovrebbe essere ammainata per sempre. Se mai, a vittoria raggiunta, con l'onore riconquistato, col ritorno alla madrepatria delle terre ora occupate, placati gli animi, si potrà parlare piú proficuamente e opportunamente di una Costituente.

Tre giorni dopo il «Corriere della sera» usciva con un altro articolo che già nel titolo, In vista della Costituente, sembrava smentire quello del Morelli e nel quale erano messi a fuoco alcuni dei piú importanti caratteri che avrebbe dovuto avere il nuovo assetto costituzionale e si prendeva posizione a favore di un indirizzo in campo economico di tipo socialista.

Che siamo adesso in cammino per andare molto lontano - vi si leggeva - io lo penso e, postoché ci siamo messi in cammino, opino sia necessario andare proprio «molto lontano», raggiungendo una mèta, ove la rivoluzione non sia soltanto formale e politica, ma sostanziale ed economica. Ritengo cioè che si debba giungere ad un regime socialistoidé, ove sieno realizzati i postulati economici del socialismo coordinatamente con le finalità nazionali, e mediante una regolata opera di Governo.

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Ne era autore il vecchio senatore Vittorio Rolandi Ricci, un uomo universalmente stimato, un convinto monarchico che con meraviglia di molti si era schierato con la repubblica e ne aveva spiegato le ragioni in un sofferto articolo, sintomaticamente intitolato Scelta, apparso il 3 novembre pure sul «Corriere della sera» di cui sarebbe stato da allora in poi un abituale collaboratore. E ciò dava all'articolo un'autorità particolare che rincuorò i sostenitori della Costituente e fece loro pensare che quello del Morelli fosse stato solo un «colpo di coda» conservatore, subito però sconfessato118.

Una settimana bastò però a mostrare quanto questa convinzione fosse infondata. Il 18 dicembre, allorché la stampa rese note le deliberazioni adottate due giorni prima dal Consiglio dei ministri, si apprese infatti che questo aveva sí approvato «i criteri secondo i quali si dovrà procedere alla composizione dell'Assemblea Costituente», ma che Mussolini aveva al contempo dichiarato che essa «sarà convocata quando l'Italia repubblicana fascista avrà ripreso il suo posto di combattimento»119. Per la Costituente non era ancora la dichiarazione ufficiale di morte; certo però essa entrava in un limbo dal quale tutti potevano - se appena volevano - capire non sarebbe per il momento - e quasi sicuramente mai piú - uscita.

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A detta di molti, allora e anche successivamente, il rinvio della Costituente avrebbe costituito un gravissimo errore, forse il maggiore, compiuto da Mussolini al tempo della Rsi. Secondo costoro, con esso Mussolini, per un verso, avrebbe deluso la parte migliore del fascismo repubblicano e di chi non era aprioristicamente contro di esso e avrebbe aggravato i contrasti interni ad esso e, per un altro verso, avrebbe fatto apparire i deliberati di Verona e le sue stesse affermazioni sul ritorno del fascismo alle proprie origini rivoluzionarie e sociali diciannoviste puri espedienti demagogici e, dunque, privi di ogni possibilità di reale applicazione. Al punto che non mancarono allora coloro che, per spiegarlo e giustificare in qualche misura Mussolini, ne attribuirono la responsabilità ai tedeschi, preoccupati, si disse, per le difficoltà nei rapporti con i «benpensanti» e soprattutto con i ceti imprenditoriali che ad essi sarebbero potute venirne e perché incapaci (se non addirittura timorosi) di pensare ad un regime fascista diverso da quello che avevano conosciuto in passato. E non mancarono neppure coloro che lo attribuirono ai maneggi di Pavolini, deciso - dopo l'esperienza di Verona - ad impedire tutto ciò che non era ben sicuro di poter tenere sotto controllo. In effetti, come sempre accade, la realtà fu anche in questa occasione molto piú complessa di quanto apparisse.

I tedeschi, lo si vedrà, non erano certo favorevoli ad una politica sociale che allarmasse gli imprenditori; nella questione del rinvio della Costituente non risulta però vi siano entrati. Cosí come non vi entrò, almeno come parte attiva, Pavolini, che Mussolini tenne anzi a «scagionare» esplicitamente con Spampanato120. A volerlo fu Mussolini e se altri vi entrarono non fu certo nel ruolo di ispiratori o di sollecitatori.

Per capire la decisione di Mussolini è necessario rifarsi alla delusione e all'irritazione procurategli dal congresso di Verona e alle sue già ricordate considerazioni su di esso con Dolfin all'indomani della sua conclusione, sul suo svolgimento caotico, il suo estremismo e l'assenza di idee chiare e precise che aveva rivelato, ma anche a quelle a proposito della uccisione di Ghisellini e della sanguinosa rappresaglia seguita ad essa e, ancora, a quanto la stessa sera del 16 Dolfin, riferendosi evidentemente a Mussolini e al suo piccolo gruppo di stretti collaboratori a villa Feltrinelli, disse a Spampanato121:

c'è molto disorientamento perché non ci si è ancora decisi se usare o no la maniera forte. Intanto della Costituente si parla sempre meno.

415

Il fatto che la «bolgia» di Verona lo avesse deluso e irritato non è sufficiente a spiegare la sua decisione. A questa concorse pesantemente ciò che era avvenuto a Ferrara. Significativo è quanto, sempre il 16 novembre, Dolfin annotò a questo proposito nel suo diario122:

Il Duce stigmatizza l'episodio come «un atto stupido e bestiale» e, a quanto afferma, intende far perseguire i responsabili, senza riguardi di sorta. Anche Graziani, Buffarini e Ricci ne sono indignatissimi. A rapporto Mussolini, che è furibondo, mi dice: «È un atto che tocca il Governo! Le responsabilità verranno individuate e colpite. Gli avversari, che hanno da tempo inaugurato l'assassinio politico come sistema di lotta, fanno evidentemente il possibile per portarci sul loro stesso terreno. Sarebbe da parte nostra un grave errore il seguirli, facendo il loro gioco. Questo episodio, però, ci dice il punto estremo della situazione nella quale siamo giunti. Quando parlo di "jungla", intendo dire che oggi, in Italia, vige la legge delle foreste, cioè delle belve! Questa legge risponde in fondo alla natura degli italiani, adusati da secoli alle vendette delle fazioni. Attualmente è in atto una vera "faida" nazionale. Dobbiamo ringraziare Badoglio che l'ha voluta».

Pavolini, aggredito dal Duce, gli ha portato un lungo elenco dei fascisti trucidati nelle varie provincie, talvolta sotto gli occhi atterriti dei familiari e dei figlioli, per dimostrargli che, secondo il partito, è ora di finirla con la politica «all'acqua di rose». Occhio per occhio, dente per dente! Molti giornali affermano la stessa cosa: gli estremisti non mancano, e riescono spesso a prevalere. Se non ci sarà un «basta» da una parte e dall'altra, la guerra civile diverrà terribile.

Mussolini, che lo comprende, cerca per quanto possibile di contenere impeti ed impulsi; ma il controllo delle provincie sfugge in gran parte all'azione del Governo.

Nella Costituente Mussolini riponeva tutte le speranze di dare alla Rsi e alla propria presenza a capo di essa un significato «storico» che - comunque si fosse conclusa l'avventura repubblicana - non fosse solo quello di aver costituito lo «scudo» nei confronti delle ire tedesche (una funzione che, passato il primo momento, andava assumendo il carattere di una defatigante e, nella improbabile eventualità di una vittoria di Hitler, inutile azione per difendere l'integrale appartenenza alla Rsi delle regioni settentrionali e orientali di essa), ma anche quello di aver servito a realizzare un minimo di distensione degli animi e a evitare quindi che tutto precipitasse lungo la china della guerra civile ad oltranza. Rispetto a questa prospettiva, l'andamento del congresso di Verona, per quanto potesse averlo deluso e irritato, non era certo sufficiente a fargli rinunciare a riunire la Costituente. Ne è prova il fatto che anche quando decise di rinviarla non rinunciò all'idea che essa potesse tenersi in un secondo momento. Di rinvio sine die, «a guerra conclusa» cioè, avrebbe parlato - lo abbiamo visto - solo a metà dicembre del 1944; un anno prima, nel dicembre 1943, si limitò a rinviarla a quando «l'Italia repubblicana fascista» avesse «ripreso il suo posto di combattimento». E che non si trattasse di una diluizione nel tempo di una decisione già presa per evitare che coloro che della Costituente erano i piú accesi fautori lo accusassero di aver capitolato di fronte a chi l'avversava è dimostrato dal fatto che il rinvio non mise fine al suo adoperarsi per la preparazione della nuova costituzione da sottoporre alla Costituente allorché questa sarebbe potuta essere convocata.

416

Al Consiglio dei ministri del 16 dicembre - quello durante il quale annunciò il rinvio - a Biggini che, sulla base del mandato assegnatogli nella precedente riunione, si era presentato con una bozza di costituzione123, gli aveva chiesto se la Costituente fosse effettivamente solo rinviata o accantonata definitivamente, Mussolini rispose che la Costituente si sarebbe fatta. E alla domanda del ministro dell'Educazione nazionale se riteneva opportuno che, essendoci piú tempo a disposizione, rivedesse la bozza, disse che prima voleva leggerla e poi ne avrebbero discusso insieme124. Per quel che è dato saperne, ciò però non avvenne. Il 4 maggio dell'anno dopo Biggini avrebbe cercato di conoscere il giudizio di Mussolini sulla sua bozza; il discorso tra i due si sarebbe però mantenuto molto sulle generali. Fu però certamente in conseguenza di questa «sollecitazione» che una ventina di giorni dopo Mussolini rinviò a Biggini la bozza con un breve biglietto di accompagnamento in cui era espresso un giudizio complessivamente favorevole; ma anche un indiretto suggerimento a rimetterci le mani e in che senso:

nelle sue linee essenziali, nulla da osservare, meno nei punti controlineati, sui quali mi riservo di parlare con Voi. Vi accludo anche la Costituzione della Repubblica Romana del 1849.

Dal diario di Biggini risulta che il 2 giugno, incontratolo per questioni inerenti il suo ministero, questi assicurò Mussolini che avrebbe perfezionato il progetto, apportandovi «le necessarie modificazioni»125.

Il solo fatto che Mussolini suggerisse a Biggini di tener conto della costituzione romana del 1849 e gli scrivesse di voler parlare con lui dei punti della bozza sui quali era d'accordo non basta certo a dimostrare che nel maggio 1944 egli non avesse rinunciato all'idea di legare il proprio nome ad una sua costituzione e, tanto meno, che non avesse abbandonato quella di riunire la Costituente. Ché quanto scrittogli sarebbe benissimo potuto essere un modo per non ammetterlo. Il fatto è che dal diario dello stesso Biggini si evince che ai primi di maggio dell'elaborazione della costituzione si stavano in qualche misura occupando anche Pavolini e Buffarini Guidi126; e, cosa ben piú importante, sappiamo con certezza che da vari mesi se ne stavano occupando anche sia Araldo Crollalanza e una commissione di giuristi ai quali Mussolini aveva dato il 23 marzo l'incarico di stendere anch'essi un progetto (che sarebbe stato, per quel che se ne sa, presentato a Mussolini il 23 agosto)127, sia Rolandi Ricci che aveva «assunto presso Mussolini una specie di compito di consigliere privato»128 e le cui idee in materia apparivano a questi migliori di quelle di Biggini, eccessivamente scolastiche e che ai suoi occhi spesso non riuscivano ad equilibrare adeguatamente il «vecchio» e il «nuovo» che la sua costituzione avrebbe dovuto esprimere. Questa fu la vera ragione del suo lasciar cadere il progetto di Biggini, senza per altro dirglielo e «incoraggiandolo» anzi a continuare a lavorarci attorno. Forse, pensando che il «buon» Biggini sarebbe potuto in un secondo momento venirgli utile per «articolare» il progetto di Rolandi Ricci, poco adatto alla sua età per un lavoro minuto di tal genere.

417–418

Sul ruolo di Rolandi Ricci fondamentale è la testimonianza di Ermanno Amicucci, che con il vecchio senatore fu in stretti rapporti durante e dopo la Rsi ed era bene informato anche di ciò che pensava Mussolini. Da essa129 sappiamo che Mussolini prima incaricò Rolandi Ricci di studiare anche lui un progetto di costituzione, poi, rinviata la Costituente130, di rifare, sulla base di ventidue punti nei quali aveva, dopo averne discusso a lungo con lui, sintetizzato le proprie idee in materia131, quello preparato da Biggini.

418

Stabilire che nel momento in cui decise di rinviare la convocazione della Costituente Mussolini non pensava ad un rinvio definitivo (tanto è vero che continuò ad occuparsi della preparazione della costituzione da sottoporre alla sua approvazione) elimina un problema, ma ne lascia aperto un altro a cui non è possibile non cercare di dare una risposta: è credibile che un politico abile come lui, rotto a tutti gli espedienti e tatticismi, sia stato indotto a rinviare la Costituente solo dalla delusione e dall'irritazione per come si erano svolti i lavori di Verona?

Nel suo Contromemoriale Spampanato riferisce un colloquio con Mussolini che, mentre conferma sia quanto annotato da Dolfin nel suo diario a proposito delle critiche che Mussolini muoveva al congresso, sia che questi non pensava affatto a rinunciare alla Costituente, ci sembra però per quel che riguarda Mussolini poco credibile e volto essenzialmente a tagliar corto, a non andare al fondo della propria decisione, a prospettarla col «senno del poi» e di un «poi» di molti mesi dopo Verona, quando - come vedremo piú avanti - Mussolini aveva ormai rinunciato a una vera battaglia politica e andava alla deriva dei suoi ricordi, sforzi di autogiustificazione, stati d'animo.

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Avrebbe voluto - ha scritto Spampanato132 - una piú ampia discussione, una prova di maggiore maturità nei delegati del partito... Le osservazioni e le critiche dei delegati erano restate in superficie. «Bisognava entrare in profondità. Ognuno di quei punti implica un rinnovamento di strutture, una precisazione di mete... Io avrei voluto che i camerati che rappresentavano il partito a Castelvecchio si rendessero conto della portata delle riforme che annunziamo. Avrei preferito dieci giorni di riunioni, e non che si liquidasse tutto dalla mattina alla sera. Voi mi dite che il partito ha fretta di realizzare. Ci credo. Questi camerati sono generosamente impazienti d'azione. Ma esigo convinzione, prima dell'azione. Una sola azione è possibile oggi sul semplice piano della fede. La guerra! Metto all'ordine del giorno la guerra... La Costituente è differita. Non si rinunzia alla Costituente. Ma la Costituente non può essere un rapporto come il congresso di Castelvecchio... Evitiamo il rischio di varare la repubblica per acclamazione. Ci arriveremo alle sue tavole, ma attraverso una preparazione necessaria...»

Se il nodo di tutto fosse stata solo l'immaturità e la superficialità di coloro che avevano partecipato al congresso di Verona e tenuto conto che i delegati alla Costituente sarebbero stati di gran lunga piú numerosi e si sarebbero potuti in buona misura preventivamente selezionare, è mai possibile pensare che Mussolini non tentasse, prima di rinviarla, di scioglierlo almeno in parte? La realtà è che non di un nodo si trattava, ma di una complessa serie di nodi che interagivano tra loro.

L'immaturità e la superficialità dei congressisti riuniti a Castelvecchio era un nodo e, tutto sommato, non certo il piú difficile, se fosse stato il solo, a sciogliere.

420

Un altro nodo, piú difficile a sciogliere e di cui Mussolini non aveva previsto l'ampiezza e la portata, ma che da solo non sarebbe stato comunque neppure esso sufficiente a fargli rinviare la convocazione della Costituente, era costituito dal fatto che con l'approvazione del «manifesto» di Verona e l'annuncio della prossima convocazione della Costituente si era cominciata a manifestare una serie di reazioni tanto impreviste quanto cariche di pericoli per l'unità interna del fascismo repubblicano e per le ripercussioni che esse potevano avere sulla vita politica della Rsi e sulla sua immagine sia interna sia presso i tedeschi.

Sintomatiche manifestazioni del malessere che serpeggiava tra i fascisti non erano mancate già prima di Verona. Alla vigilia del congresso, nel corso di una riunione di direttori di giornali e giornalisti piú in vista indetta da Mezzasoma, per esempio, si erano levate voci per reclamare un piú radicale rinnovamento di uomini, di metodi e di indirizzi e per deplorare la ricomparsa sulla scena di personaggi come Buffarini Guidi che avevano «inquinato l'atmosfera del regime»133. Dopo Verona le polemiche (che a Castelvecchio si erano manifestate soprattutto a livello di stati d'animo e di invettive) raggiunsero subito un grado e toni che esasperarono al massimo il latente, ma tutto sommato ancora abbastanza contenuto, contrasto tra le varie anime del fascismo. In particolare tra coloro che, nonostante l'esperienza del passato, «miravano ciecamente alla difesa del [proprio] potere, anzi all'impossibile recupero della sua totalità attraverso l'applicazione dei vecchi e scaduti metodi»; coloro che - anche se talvolta animati dalle «migliori intenzioni» - erano talmente condizionati dalla loro mentalità ortodossa e conformista da non riuscire né a condividere né a capire l'ansia riformatrice e sociale di chi considerava il Pfr e la Rsi il banco di prova di un nuovo fascismo profondamente rinnovato (a cominciare dagli uomini134) e diverso dal precedente; e coloro che, invece, a questo piú o meno chiaramente, ma con convinzione, decisione e talvolta fanatismo, miravano135, arrivando sino ad auspicare che il fascismo dovesse tornare ad essere, come negli anni della «vigilia», un movimento in grado di dare all'idea fascista una prospettiva europea e una ragion d'essere nuova, capaci di risuscitarlo e di farne il punto di riferimento della «nuova società» sia nel caso di vittoria che di sconfitta; non piú strumento di lotta contro il nemico nazionale, ma contro quello sociale136.

421

La decisione del 16 dicembre di rinviare la Costituente - venendo oltre tutto a meno di dieci giorni dall'articolo del Morelli - fu intesa dalla gran maggioranza dei fascisti, favorevoli o contrari che fossero alla Costituente e all'oscuro dei suoi retroscena, come conseguenza dei toni via via piú accesi e polemici assunti dalla stampa. L'atteggiamento di Mussolini rispetto alla stampa costituisce pertanto un primo spiraglio per farsi un'idea sia delle reazioni suscitate in lui dalla svolta determinata nella stampa da Verona, sia dell'influenza che ebbero su di lui le preoccupazioni del gruppo dirigente fascista per le conseguenze che il nuovo clima avrebbe potuto avere (in primis per il proprio potere) e lo spregiudicato giuoco di pressioni (Dolfin nel suo diario parla di «una vera e propria 'guerra dei nervi'»137) messo in atto da esso nei suoi confronti utilizzando la questione della stampa per chiedergli ora di sottoporla ad un giro di vite, ora, come nel caso del processo ai «traditori» del Gran Consiglio, di rompere gli indugi e di far ciò che esso reclamava.

Inizialmente, pare proprio che Mussolini, pur colto di sorpresa dal grado di esasperazione polemica raggiunto dai giornali fascisti e non condividendo affatto la «corsa alla purità» innescata dal congresso del Pfr («Si sa da dove si parte, difficilmente dove si arriva. La famosa corsa alla cosiddetta 'purità' è pericolosa quanto una polveriera vicina al fuoco»138), non pensasse ad usare la mano pesante contro la stampa. E quando, il 6 dicembre, si indusse ad usarla, il ricorso ad essa, se per un verso gli fu dettato dal suo disgusto per questa nuova «bolgia», per un altro fu dovuto alle insistenze di Buffarini Guidi e di Pavolini, aiutati in questa come in altre circostanze dal grigio e ortodossamente burocratico Mezzasoma, e dalla sua preoccupazione di non drammatizzare vieppiú i contrasti che travagliavano il governo e i vertici fascisti e di non rafforzare la posizione di questi tra gli estremisti del partito. Illuminanti per capire la sua posizione a proposito della stampa sono la ricostruzione di essa e il commento di Dolfin139:

422

Dopo il congresso del partito, che ha proclamato e sancito in uno dei punti del manifesto, l'assoluta libertà di stampa, di critica e di discussione, in molti giornali si è andata accentuando una palese aggressività polemica contro direttive e uomini del Governo e del partito.

Anche lo stesso Mussolini è stato direttamente o indirettamente attaccato. Egli che, «more solito», legge tutti i giornali, va ripetendo da giorni, seccato, che «uno dei fenomeni piú deleteri, conseguenti alla devastazione prodotta dal periodo Badoglio, e dalla resa, è il confusionismo mentale degli italiani». La stampa, a suo avviso, sta facendo il possibile per rendere piú vasto e completo tale confusionismo. I ministri toccati dalle polemiche, particolarmente Buffarini e Pavolini, puntando in accordo col buon Mezzasoma su questo stato d'animo del Duce, hanno oggi provocato l'invio di un telegramma ai capi delle provincie per una maggiore disciplina della stampa.

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A distanza di venti giorni o poco piú dal congresso di Verona, molti dei punti programmatici del manifesto vengono cosí gradualmente sepolti. Lo spirito delle direttive del Duce è chiaro: dare ai giornalisti un maggiore senso di responsabilità, in rapporto alla guerra. Ma lo zelo col quale verranno senza dubbio applicate porterà praticamente alla limitazione, se non alla fine, della proclamata e desiderata libertà di stampa. Già si parla infatti dell'esistenza di troppi giornali e della necessità, anche per risparmiare carta, di ridurne il numero. Il prevalere di pochi s'incontra cosí con la naturale tendenza di Mussolini a non tollerare volentieri idee non sue.

Egli giustifica l'atteggiamento preso ripetendo «che oggi siamo in guerra. Bisogna quindi parlare di meno e combattere di piú, procrastinando le discussioni e le chiacchiere, anche piacevoli, a vittoria ottenuta!»

Aggiungere alla delusione e all'irritazione per come si era svolto il congresso di Verona quelle per l'oltranzismo della stampa e le difficoltà che esso rischiava di creargli anche con i tedeschi (che avrebbero voluto una linea di condotta di maggior fermezza e, forse, non erano addirittura alieni dal prendere in considerazione l'idea di un rimpasto del governo che inserisse in esso uomini in grado di dare loro maggiori garanzie in tal senso) non basta però a spiegare veramente la decisione di Mussolini di rinviare la convocazione della Costituente. Su questa, come su quella di porre un freno alle «storture», «deviazioni» e «intemperanze» della stampa, un peso assai forte, decisivo addirittura, ebbero infatti - lo abbiamo appena accennato - i contrasti interni ai vertici della Rsi e in particolare quelli tra l'esercito e il partito.

Tra i primi «atti di governo» compiuti in Germania da Mussolini vi erano stati - lo abbiamo visto - la ricostituzione della Milizia e la nomina a suo comandante di Renato Ricci.

Ricci140 era un fascista «di fede», intransigente, sordo ad ogni specie di «utopia» sociale. Per lui tutti i fascisti dovevano «indossare la camicia nera», «prendere le armi» e combattere. Ed era altresí in ottimi rapporti con i tedeschi (nel maggio 1943 Dollmann l'aveva definito l'amico «piú incondizionato» della Germania) e in specie di von Schirach, con cui era in contatto da quando erano stati a capo delle rispettive organizzazioni giovanili, e con Himmler, col quale aveva stretto un saldo rapporto allorché questi nell'ottobre 1942 era stato a Roma. Cosí saldo che, sentendo avvicinarsi la crisi del regime, Himmler aveva guardato a lui come a uno dei pochi leader fascisti su cui Berlino poteva fare pieno affidamento e che, quando Ricci riparò in Germania dopo il 25 luglio, dovette spingere il Reichsführer-SS a farne il nome a Hitler come un possibile capo di un governo italiano. Il che spiega sia come fosse stato proprio Ricci a trasmettere in copia, il 10 settembre, a Himmler l'«esposto» che Pavolini, Preziosi, Vittorio Mussolini e lui stesso si proponevano di inviare al ministero degli Esteri tedesco per chiedere la formazione di un governo fascista composto di «personalità che posseggano il prestigio necessario e le capacità connesse», «moralmente ineccepibili» e fedeli a Mussolini e che essi potessero recarsi subito in Italia per riunire gli elementi fedeli e dare loro «una preparazione politica e organizzativa opportuna», «prevenire ogni tentativo di scivolare a sinistra» e «organizzare di nuovo la Milizia fascista»141, sia come quando - riassunto Mussolini il potere - Ricci rientrando in Italia vi tornò con l'investitura delle SS a «diventare un Reichsführer italiano»142.

424–425

L'accenno alla Milizia e il silenzio a proposito dell'esercito nell'«esposto» fatto avere a Himmler sono rivelatori di un atteggiamento largamente diffuso tra i fascisti rifugiati in Germania e che spiega come sulle prime Mussolini, un po' per le pressioni di costoro, un po' per la sua disistima per i militari di carriera, avesse parlato di una riorganizzazione delle forze armate (e cioè dell'Esercito ché la Marina e l'Aeronautica erano in quel momento praticamente inesistenti) «attorno alle formazioni della Milizia». In questo senso si era pronunciato nel discorso radio diffuso da Monaco e la sua decisione era stata ribadita dal comunicato relativo alla prima riunione del Consiglio dei ministri, il 27 settembre, tenutasi all'indomani di un incontro a quattr'occhi con Rahn nel corso del quale Mussolini aveva essenzialmente cercato di convincere il suo interlocutore di tre cose: a) che era interesse comune che il suo governo fosse in grado di governare effettivamente e cioè di avere il controllo dell'amministrazione, dell'economia e della finanza; b) che fosse rapidamente concordata una sistemazione dei rapporti economici italo-tedeschi cosí da evitare una pericolosa inflazione; c) che gli ufficiali della riserva internati in Germania fossero rimpatriati, poiché, come disse a Rahn, essendo piú che altro di estrazione impiegatizia e professionale, non erano «pericolosi» come erano invece quelli di stato maggiore, e che anche i soldati fossero rimpatriati o, almeno, «tirati fuori dai lager» e impiegati come lavoratori in Germania e si potessero avere informazioni precise su di essi. In quest'ottica Mussolini si era detto dell'opinione che «dal momento che la Germania aveva la condotta assoluta della continuazione della guerra in Italia», «la nuova Milizia in pratica fosse riorganizzata sotto la guida tedesca»143.

425

Pochi giorni erano però bastati perché, per dirla col colonnello Jandl che aveva la responsabilità dei collegamenti tra Mussolini e i massimi rappresentanti politici e militari tedeschi in Italia, Rahn, Wolff, Rommel, Kesselring, Toussaint, la posizione di Mussolini rispetto al problema della Milizia e dell'Esercito subisse un «radicale cambiamento di orientamento», in pratica un «completo capovolgimento»144. Jandl, per il quale esso era stato determinato dall'entrata nel governo di Graziani, aveva riferito a Berlino di aver sentito già il 4 ottobre Mussolini accennare di voler subordinare la Milizia «al nuovo esercito in formazione»145.

Che Graziani abbia avuto una parte importante nel «radicale cambiamento» della posizione di Mussolini è fuori dubbio. Per capire completamente questo cambiamento, l'azione dispiegata dal ministro della Difesa nazionale per ricostruire l'esercito e mettere freno alle ambizioni e ai programmi, politici e personali, di Ricci di fare della Milizia l'unica forza armata della Rsi (sul modello e praticamente alle dipendenze delle SS) non può però essere vista che avendo ben presente sia quanto contemporaneamente avveniva nel Pfr, e in specie ai suoi vertici, sia i rapporti con i tedeschi.

Delle vicende della Rsi questi ultimi, grazie al Deakin e al Klinkhammer sono la pagina meglio conosciuta e comunque di essi dovremo trattare sia in questo che nei prossimi capitoli dato il peso decisivo avuto da essi su tali vicende e sul modo con cui Mussolini le visse. A questo punto della nostra ricostruzione ci limitiamo quindi ad accennare solo agli aspetti di essi necessari a comprendere il comportamento di Mussolini nella particolare vicenda della Costituente. Molta minore attenzione sino ad oggi è stata prestata invece ai rapporti all'interno dei vertici del Pfr e a come la situazione che da essi traeva origine fu affrontata da Mussolini o, meglio, egli pensò di affrontarla, ché, all'atto pratico, come vedremo, avrebbe finito per dover rinunciare ad affrontarla, lasciando sostanzialmente mano libera all'intransigentismo di Pavolini. Da qui la necessità di soffermarci piú ampiamente su di essi.

426–428

Per quel che concerne i rapporti con i tedeschi, due precisazioni preliminari possono aiutare ad evitare equivoci e fraintendimenti e, comunque, a comprenderne meglio i singoli aspetti. Prima: contrariamente a quanto spesso si crede, il Terzo Reich - e la precisazione vale anche per le manifestazioni particolari della sua politica nei paesi occupati o sotto controllo - piú che un sistema di potere granitico e accentrato, dalla vita simile a quella di un perfetto meccanismo nel quale tutto era pianificato, tutti avevano una direttiva, un compito e vi si attenevano scrupolosamente attraverso una trasmissione di autorità che procedeva unitaria dall'alto in basso e impegnava tutti ad una unica disciplina, fu, almeno sino al 20 luglio 1944, una sorta di «anarchia istituzionalizzata», retta dal Führerprinzip e dal terrorismo politico, ma che affondava le radici in una complessa giustapposizione e contrapposizione al tempo stesso dei vari «corpi» e gruppi di potere, che, quindi, potevano trovarsi non solo su posizioni di volta in volta non collimanti e persino diverse, ma in condizione di muoversi, se non proprio in modo autonomo, conformemente a proprie direttive di fondo, piú o meno perseguibili a seconda del proprio peso all'interno del sistema, dell'importanza della propria funzione in esso e, fatto assai importante negli anni della guerra, della distanza operativa dal centro del potere146. Seconda: buona parte di quanto detto nel precedente capitolo a proposito dell'atteggiamento anglo-americano verso la resistenza e in genere l'Italia vale anche per quello dei tedeschi. Come quello non fu determinato solo dai massimi responsabili politici di Londra e di Washington e non può essere ridotto a quanto pensavano Churchill e Roosevelt, questo non fu determinato solo da Berlino né può essere attribuito tutto e solo a Hitler. Anche ad esso, al suo prendere corpo e, ancor piú, al suo concreto manifestarsi concorsero infatti motivazioni, suggestioni, stati d'animo determinati dalle vicende che avevano portato al «tradimento badogliano» e che trovavano «conferma» in una serie di luoghi comuni tradizionali sulla natura degli italiani147, nonché circostanze di vario genere che influivano non poco sia su di esso sia sulla controparte italiana che doveva tener conto - e il piú delle volte subire impotente o quasi - dell'accavallarsi e dell'alternarsi delle sue varie manifestazioni, diverse per di piú a seconda del peso degli organi competenti e del suo variare a seconda delle circostanze di tempo e di luogo e degli uomini che, di diritto ma anche di fatto, ne avevano la direzione. Schematizzando, si potrebbe insomma dire che nei fatti ciò che contraddistingueva di piú l'atteggiamento tedesco e non di rado dava ad esso una maggiore coerenza rispetto a quello alleato era soprattutto conseguenza di essere frutto, pur con tutti i limiti ai quali si è accennato, di una sola logica politico-militare, quella tedesca appunto, e di avere un'ottica circoscritta alla Rsi e all'Italia occupata dalle forze armate tedesche, mentre quello alleato era pur sempre frutto di due punti di vista, l'inglese e l'americano, e doveva tener conto di fattori che non pesavano su quello tedesco, quali, per limitarci ai piú importanti, i rapporti con l'Urss e, da una parte, con la Resistenza, e, da un'altra, con i governi dell'Italia liberata.

428–429

Il 6 novembre, quando Anfuso presentò le credenziali di ambasciatore presso il governo del Reich, prima von Ribbentrop poi Hitler tennero a rifargli innanzi tutto la storia dei rapporti italo-tedeschi dal 25 luglio all'8 settembre, cosí da poter sottolineare «al meglio», dal loro punto di vista, la perfidia con la quale era stato consumato da parte italiana il «tradimento» nei confronti della Germania, ma, insieme, la loro meraviglia - un eufemismo per non dire riprovazione - «per l'incredibile costruzione antifascista che si era potuta stabilire nel corpo stesso dello stato fascista» e, per un verso, attribuire agli italiani tutti, agli antifascisti, ma anche a Mussolini e a chi gli era fedele, la responsabilità della situazione nella quale si trovavano essi ma anche la Germania («bisogna che gli italiani - disse Hitler ad Anfuso - si convincano come il tradimento di Badoglio e la grave situazione militare che si è determinata da un giorno all'altro nei Balcani e in Italia mi abbia messo in una difficile positura, dalla quale sono stato salvato dalla forza di decisione dell'esercito tedesco. Non posso nascondere che uno dei motivi, se non il principale, del raccorciamento che si sta operando sul fronte orientale è dovuto al tradimento di Badoglio, poiché io sono stato costretto non solo a ritirare e ad avvicendare delle truppe ma a cambiare una parte dei piani strategici già adottati per poter essere sicuro delle mie linee mediterranee») e delle «molte difficoltà» che si frapponevano all'accettazione delle richieste che Mussolini faceva loro, e, per un altro verso, fargli capire che, tutto sommato, la Germania poco si fidava della Rsi e si attendeva a breve scadenza prove tangibili della «volontà dell'Italia repubblicana di evitare futuri compromessi che sbocchino in altri tradimenti»148. A fronte di queste affermazioni, gli attestati di stima di Hitler per Mussolini («Credetemi, Anfuso, Mussolini è il piú grande uomo che voi abbiate avuto dalla caduta del mondo antico ad oggi») e le assicurazioni di von Ribbentrop che il Führer credeva nell'Italia repubblicana ed era sua intenzione garantire «la sua libertà territoriale, amministrativa ed economica, restituendo all'Asse le sue piene funzioni» perdevano ovviamente molta della loro credibilità e ciò che di esse rimaneva era l'invito di Hitler agli italiani ad aver «pazienza», a rendersi conto della tragica situazione nella quale «li ha gettati Badoglio» e che il «disagio» in cui vivevano per le esigenze belliche delle forze tedesche e certe incomprensioni tra tedeschi e italiani non potevano essere fatte risalire altro che al «tradimento di Badoglio»149.

429–430

Lo storico non può essere unilaterale, non può negare aprioristicamente le «ragioni» di una parte e far proprie quelle di un'altra. Può contestarle, non prima però di averle capite e valutate. Nella fattispecie, per spiegare l'atteggiamento tedesco verso l'Italia e verso la stessa Rsi non è sufficiente appellarsi all'ira di Hitler e alla disistima degli italiani largamente presente in quasi tutti i ceti e ambienti tedeschi e in primis tra i militari. Cose vere e che ebbero un peso notevole e alle quali si potrebbero ancora aggiungere i sospetti che - l'abbiamo già detto - Hitler doveva forse nutrire sulla lealtà dello stesso Mussolini, ma che non bastano a spiegarlo. Da almeno altre due cose non si può prescindere. Che il 25 luglio prima e il «tradimento» dell'8 settembre poi avevano creato alla Germania grossissimi problemi. Militari innanzi tutto, ma anche politici. E a proposito di questi ultimi non si deve pensare solo a quelli relativi ai rapporti con i neutri, ché, tutto sommato, le maggiori preoccupazioni suscitate dall'8 settembre riguardarono gli alleati minori, quali la Romania e l'Ungheria, e cioè che la defezione dell'Italia potesse spingerli a seguirne l'esempio; cosí come sul piano della politica interna tedesca non si può sottovalutare (significativo è quanto il 17 gennaio 1944 Anfuso avrebbe scritto a Mussolini a proposito del processo di Verona: «la punizione dei membri del Gran Consiglio doveva servire» per la leadership nazista «di esempio, oltre che alle collettività italiane, anche a quella tedesca»150) il timore che l'opposizione interna tedesca, incoraggiata da quanto avvenuto in Italia, potesse indursi a tentare anch'essa un proprio 25 luglio. A fronte di tutto ciò nell'atteggiamento tedesco rispetto all'Italia vi era un solo elemento che giuocava a favore della Rsi e di Mussolini, quello che Anfuso definiva il «Begriff Fascismo-Mussolini». E cioè l'impossibilità per il mondo ideale e per l'immagine politica di Hitler che lo «storico incontro e l'attesa» con Mussolini avessero fine e con essi quelli tra le uniche «forze rivoluzionarie» dalle quali dipendeva il «destino futuro del mondo». Sull'altare dell'intesa, anche se ormai quasi solo di facciata, con Mussolini e il fascismo Hitler era disposto a concedere, per dirla ancora una volta con Anfuso, «la vita di una nazione italiana» che altri sarebbero stati invece lieti di non concedere: «una parte dello Stato maggiore che trova[va] inutile perdere tempo cogli italiani, nulli militarmente e per giunta fascisti» e gli austriaci «diventati tedeschi... felici di aver trovato la buona occasione per vendicarsi della guerra del 1915 e dell'Anschluss»151.

430

Da qui, pur avendo poche o punte speranze che la Rsi potesse diventare una realtà sociale organizzata nazionalmente in grado di contribuire allo sforzo bellico tedesco partecipando alla difesa del proprio territorio e nutrendo dubbi sulla sua effettiva lealtà e, forse, anche su quella di Mussolini, la scelta della Führung: «tenere il fronte italiano e con esso l'idea fascista e Mussolini» e trattare, almeno formalmente, l'Italia «da paese alleato e non occupato»152, il che comportava che si potessero eventualmente fare al suo governo concessioni limitate e spesso solo di facciata per rafforzarne il prestigio e l'autorità153, ma senza venir assolutamente meno a due principî base:

a) l'Italia doveva dare «il piú vasto contributo possibile per la continuazione della guerra», ovvero, detto piú semplicemente, che, cosí come era stato deciso ed era stato cominciato a fare immediatamente dopo l'8 settembre, prima che Mussolini, incontrandosi con Hitler avesse accettato di tornare al potere, la Germania doveva sfruttare al massimo le risorse umane e materiali italiane;

431

b) l'«autorità» e l'«indipendenza» del governo fascista non dovevano interferire nella condotta delle operazioni belliche e non dovevano estendersi sulle «zone di operazioni» che la Germania per ragioni politiche e militari si riservava o avrebbe potuto riservarsi in un secondo momento154.

Sul piano operativo questa scelta di fondo poteva avere però applicazioni piú o meno radicali. La piú «moderata» era in un certo senso quella della Wilhelmstrasse e in particolare di Rahn, a cui spettava tradurla in atto. Al contrario di altri centri di potere, che, nella loro ottica particolare non li consideravano rilevanti o, comunque, non di propria diretta pertinenza, la Wilhelmstrasse doveva infatti tener conto degli aspetti politici della situazione determinata dalla costituzione della Rsi (a cominciare da quello delle ripercussioni che un'eventuale crisi con Mussolini avrebbe potuto avere sulle relazioni con il Giappone) e, quindi, far sí che i rapporti con essa e in specie con Mussolini apparissero all'esterno non come quelli tra un paese occupante e uno occupato, ma come quelli tra due paesi alleati. Quanto a Rahn, questi, mirando, come abbiamo già detto, ad accentrare il piú possibile nelle proprie mani la gestione della politica in Italia, per un verso tendeva a contenere le inframmettenze politiche, da un lato, di Wolff e, da un altro, dei militari e a non farsi marginalizzare da essi e, per un altro, conoscendo bene gli umori di Mussolini e di alcuni dei suoi ministri con i quali era in continuo contatto e non escludendo del tutto il rischio, tendendo troppo la corda, di una crisi che portasse alle dimissioni del governo repubblicano155, era in qualche misura piú disponibile di altri a prendere in considerazione almeno le richieste italiane riguardanti l'esercizio dei poteri in materia amministrativa, economica e finanziaria. Nella sua ottica la scelta di Berlino doveva tradursi in un contenimento dell'autonomia e del potere di Wolff e in una sorta di «mezzadria italo-tedesca dei poteri in Italia» che portasse ad un sistema in cui ad ogni «potere unificato» tedesco corrispondesse in ogni settore un «potere unificato» italiano, il tutto coordinato e diretto al vertice per la parte tedesca da lui stesso, nella sua veste di ambasciatore presso la Rsi, per quella italiana da Pavolini156, sia perché ritenuto il piú affidabile tra i dirigenti fascisti, sia perché Rahn sapeva bene che Berlino piú che il governo privilegiava il partito.

432–433

A questa applicazione «moderata» si contrapponeva - quasi mai apertamente, ma adducendo «irrinunciabili» esigenze che dovevano avere la priorità su tutto - quella «radicale», portata avanti nei fatti soprattutto da Keitel e dell'okw, dagli alti comandi in Italia, dal ministro degli Armamenti e della produzione bellica Speer e da Sauckel, il cui compito era quello di procurare nei vari paesi occupati mano d'opera per l'economia tedesca, e dagli «austriaci» (specialmente quelli dell'Alto Adige) «diventati tedeschi». Lasciando stare questi ultimi, essenzialmente animati da rancori e propositi di tipo storico e territoriale, che, al contrario degli altri, si muovevano avendo presente sia l'eventualità di una vittoria che quella di una sconfitta della Germania157, per tutti costoro e altri ancora (Himmler e le SS, Göring, sia come responsabile del piano quadriennale sia come Luftwaffe, l'Organizzazione Todt) che sin dall'inizio o in tempi successivi ebbero parte nella politica tedesca in Italia, l'unica cosa veramente importante era trarre dall'Italia tutto ciò che poteva servire a sostenere lo sforzo bellico della Germania: uomini158, produzione, materie prime, ecc. E ognuno senza preoccuparsi sia delle esigenze e delle proposte degli altri (ponendosi obiettivi talvolta assurdi per non dire megalomani, tipico è il caso di Sauckel che si proponeva di trasferire in Germania un milione e mezzo di civili e ne trasferí invece, tra coatti e arruolati, circa centomila159) e mettendosi il piú delle volte - specie nei primi mesi - in concorrenza tra loro160, sia di quelle di Rahn, al quale pure spettava la gestione della linea politica decisa da Berlino e dei rapporti con Mussolini e il governo della Rsi. Sicché, almeno sino al febbraio 1944, quando riuscí ad ottenere che la sua posizione e la sua autorità fossero finalmente definite in termini abbastanza precisi, Rahn si venne a trovare piú volte in difficoltà e nella impossibilità pratica non solo di coordinare tra loro le sfere di competenza e le esigenze dei vari centri di potere tedeschi, ma anche di attivare nei vari settori quel sistema di poteri unificati attraverso il quale avrebbe voluto dare unità all'amministrazione tedesca in Italia e coordinare ad esso quello repubblicano e poter cosí sovraintendere senza troppi scossoni all'uno e all'altro. E questo per non dire della condizione nella quale si venne a trovare la Rsi, sottoposta all'iniziativa di un'amministrazione nella quale ogni centro di potere tendeva a portare acqua al proprio mulino, ignorandone i problemi, intervenendo, prevaricando sui suoi organi periferici e non di rado anche su quelli centrali, smentendoli apertamente e passando sulla loro testa per prendere contatto e trattare direttamente con chi consideravano piú utile al conseguimento dei propri obiettivi. Il tutto senza menomamente preoccuparsi della condizione di discredito in cui ciò metteva la repubblica161.

433–434

Una condizione nella quale anche le piú timide resistenze tentate da alcuni suoi ministri e da quei settori della burocrazia che, come si è detto, avevano aderito ad essa per salvare il salvabile venivano intese dai tedeschi e dallo stesso Rahn (il cui «moderatismo» non arrivava certo al punto di accettare che da parte italiana si prendessero «iniziative unilaterali» anche solo parzialmente contrastanti quelle tedesche e, nel migliore dei casi, le considerava manifestazioni della scarsa funzionalità dell'apparato governativo italiano e dello scarso coordinamento dei suoi vari organi fra loro e con le autorità tedesche e, come tali, da «correggere») come espedienti per contrastare e ridurre il loro controllo sulla vita interna della Rsi e provocavano quindi l'insorgere di ulteriori frizioni e contrasti che - grazie anche a Pavolini, che, per un verso, era sempre pronto e mediare, ma, per un altro, non concepiva ci si potesse mettere in contrasto con i tedeschi162 - finivano sempre per risolversi nel senso voluto dai tedeschi.

434

Come Rahn ha scritto nelle sue memorie163, allorché il governo repubblicano aveva cominciato a muovere i primi passi

le truppe tedesche si ritenevano in terra nemica, requisivano, si facevano fornire fondi, sequestravano perfino il denaro destinato ai pagamenti dei salari nelle fabbriche. Il 'Rukstab' (rappresentante del ministero tedesco degli armamenti e della produzione bellica) stava trattando, in forma piuttosto dura, con la Banca italiana di emissione per ottenere da essa la concessione di forti crediti. Berlino esigeva che fossero messe a disposizione notevoli somme per finanziare la guerra; contemporaneamente venivano gettati sul mercato quintali e quintali di moneta tedesca d'occupazione. Ben presto, come già in Grecia, un panino e un pacchetto di sigarette sarebbero venuti a costare un miliardo di lire.

Le conseguenze di un'incontrollabile crescita dell'inflazione (con tutte le ovvie ripercussioni a catena) avevano assai preoccupato sia Mussolini che Rahn e li avevano indotti a correre ai ripari. Chi avesse preso l'iniziativa è controverso. Quello che conta è che, come abbiamo detto, Mussolini aveva già accennato la questione a Rahn sin dal 26 settembre e che il 25 ottobre, dopo tre giorni di trattative, Rahn e il ministro delle Finanze Pellegrini Giampietro avevano stipulato un accordo, assai gravoso per la Rsi, che con esso si era impegnata a pagare mensilmente ai tedeschi un «contributo di guerra» (formalmente giustificato da essi con l'argomento che, venuto meno l'apporto militare italiano alla guerra dell'Asse, valutato, sulla base delle dichiarazioni del governo Badoglio, in otto miliardi al mese, ed essendosi la parte tedesca assunti tutti gli oneri della guerra e della stessa difesa dell'Italia, questa doveva contribuire ad essi almeno economicamente) di sette miliardi di lire (aumentati a dieci l'anno dopo) destinato a coprire tutte le spese militari e civili tedesche (comprese le commesse belliche alle industrie italiane), ma aveva, come contropartita, ottenuto il ritiro della moneta d'occupazione messa in circolazione dai tedeschi subito dopo l'8 settembre164. Per Mussolini il successo era stato notevole. A parte il suo valore politico (la riaffermazione cioè della sovranità della Rsi) e psicologico (soprattutto per i risparmiatori), l'accordo metteva infatti il governo repubblicano in grado di evitare un eccessivo e irrefrenabile deprezzamento della lira e, quindi, di sostenerla attraverso una politica, oltre che di rigido controllo delle spese165, di limitazione delle emissioni166 e di ricorso ad una serie di provvedimenti volti ad assicurarsi, nonostante la difficile situazione nella quale versava la macchina fiscale, altre fonti di entrata. Il che aiuta a spiegare come a guerra finita, sia da parte italiana e alleata, sia successivamente da parte di vari studiosi167, sarebbe stato affermato che le condizioni economiche, finanziarie e monetarie del nord si presentavano migliori di quelle di altri paesi occupati dai tedeschi, quali il Belgio, l'Olanda, la Norvegia, di certe zone della Francia e anche delle regioni italiane del sud e del centro liberate prima del nord. E ciò in buona parte perché, rispetto a quelle del nord, queste avevano subito un processo inflazionistico notevolmente maggiore, dovuto alla massiccia immissione sul mercato da parte alleata di una propria moneta d'occupazione.

435–437

L'accordo Rahn - Pellegrini Giampietro aveva riguardato l'aspetto finanziario dei rapporti tra la Rsi e la Germania. Altri, dietro i quali erano centri di potere potentissimi quali il ministero degli Armamenti e della produzione bellica e la Wehrmacht e che costituivano per il governo repubblicano e per Mussolini questioni essenziali continuavano però a condizionarli pesantemente. Nei mesi successivi alcuni di essi avrebbero trovato un «assestamento». Molto piú però nella logica di una razionalizzazione delle competenze e dell'operato delle varie centrali tedesche e della loro consapevolezza che, per evitare il caos economico e un eccessivo deterioramento dell'ordine pubblico, che avrebbero reso impossibile lo sfruttamento del paese168, occorresse mantenere in vita l'amministrazione italiana169, e ad opera dei tedeschi stessi, che non nella logica della Rsi, che ne fu praticamente quasi solo spettatrice ed oggetto al tempo stesso. Valga per tutti il caso della definizione dei compiti dei rappresentanti di Speer che all'indomani dell'8 settembre avevano impiantato in Italia tre centrali, a Milano, Firenze e Roma, col compito di smantellare nelle regioni «a rischio» e trasferire in Germania il maggior numero possibile di attrezzature e di materie prime e di sovraintendere nelle altre (soprattutto quelle settentrionali) alla produzione industriale cosí da metterla in grado (fornendo loro anche le materie prime da lavorare) di contribuire al meglio allo sforzo bellico tedesco. A questa definizione si sarebbe praticamente giunti solo alla metà di marzo del 1944, dopo una serie di duri contrasti tra Speer e il suo piú autorevole rappresentante in Italia, il generale Leyers, la Wehrmacht e Rahn che si concluse di fatto con la vittoria di Speer e di Leyers e la conferma a quest'ultimo e alla sua organizzazione (il Ruk) del controllo, che in pratica già esercitavano, sull'industria italiana e in particolare su quella parte di essa, la piú importante definita «protetta» e nei confronti della quale i margini di intervento della Rsi (che in tutta l'operazione non ebbe sostanzialmente voce in capitolo) si fecero sempre piú ridotti170. Al punto che, allorché si sarebbero cominciati a muovere i primi passi sulla via della socializzazione, Leyers, che era ostilissimo ad essa (anche piú, come vedremo, di Hitler) un po' per motivi culturali e ideologici (da borghese era stato un dirigente industriale e sentiva in essa «risonanze di idee bolsceviche» e, come vari suoi collaboratori che avevano la sua stessa formazione, aveva paura potesse «fare scuola anche in Germania») un po' perché la sua politica mirava ad avere i migliori rapporti possibili con gli industriali (che sapeva contrari alla socializzazione) e a presentarsi agli operai con una propria linea di politica sociale fondata su limitati aumenti salariali compensati da un drastico contenimento dei prezzi e temeva che la «demagogia» fascista potesse mettergliela in crisi, un po' infine perché paventava che la socializzazione potesse suscitare reazioni tali da compromettere le capacità produttive dell'economia italiana, prima avrebbe cercato di impedirne il varo, poi avrebbe sancito che essa non dovesse essere applicata alle «industrie protette»171.

437

In questo e in altri aspetti della politica tedesca sui quali per brevità sorvoliamo Mussolini ufficialmente non mise praticamente bocca. Conoscendo i tedeschi ed essendo consapevole che consideravano il suo governo nulla piú che un governo fantoccio, insediato al potere «per puri motivi di interesse politico» e per il resto piú di intralcio che di utilità per la loro politica di occupazione, egli si rendeva infatti conto della impossibilità di indurli a mutare atteggiamento su questioni da essi considerate prioritarie per il loro sforzo bellico; sicché, piuttosto che irritarli con continue, inutili proteste per il loro venir meno ai «doveri» di un'alleanza che consideravano finita, meglio era concentrare gli sforzi su quelle questioni che, in quel momento, gli apparivano in grado di assicurargli un minimo di autonomia politica da essi e, in prospettiva, di dare una giustificazione storica alla Rsi e al suo personale ritorno sulla scena politica; e questo facendo leva sull'interesse di Berlino di evitare una esplicita e clamorosa rottura e sulla convinzione (e qui è evidente quanto il modus operandi di Mussolini fosse ancora fermo a quei moduli machiavellici che lo avevano tante volte ispirato in passato) che in questa logica gli argomenti tecnici dei vari centri di potere interessati alla politica di occupazione non potessero non perdere di peso rispetto a quelli piú propriamente politici.

I due promemoria concordati con Graziani alla vigilia della partenza, il 9 ottobre, del maresciallo per il quartier generale di Hitler per discutere con lui il «contributo militare» della Rsi alla guerra e che dovevano servire da traccia dell'argomentazione del punto di vista italiano, sono a questo proposito eloquenti. Essi172 lasciano capire infatti come l'intenzione di Mussolini non fosse di appellarsi a considerazioni di carattere tecnico, ma di porre la questione in termini politici, facendo del «contributo militare» italiano il banco di prova di una chiarificazione politica dei rapporti con la Germania («Il governo tedesco intende trattare l'Italia come territorio occupato o ristabilire al piú presto l'indipendenza politica, con relativi rapporti di alleanza?... Nel primo caso vi sarà netto contrasto da parte di ogni italiano, ed il governo fascista, impossibilitato a governare, dovrà dimettersi; nessun soldato italiano potrà continuare a combattere a fianco dei tedeschi; nel secondo caso, fatte le dovute epurazioni, saremo sinceri amici e collaboratori...») che era sicuro che, almeno formalmente, Hitler non sarebbe stato in condizione di rifiutargli; sicché pensava di poter cercare di ottenere qualche concessione sulle questioni che considerava le piú importanti e in cambio delle quali era disposto a farne a sua volta altre, e non di poco conto (l'accenno alle «dovute epurazioni» non lascia dubbi a questo proposito) e che pure dovevano pesargli non poco: quella delle «zone di operazioni», quella dei militari prigionieri in Germania e quella della costituzione delle forze armate repubblicane.

438

L'importanza attribuita da Mussolini a queste questioni - e con ciò torniamo al punto dal quale ha preso le mosse questa digressione - spiega come il suo «radicale cambiamento di orientamento» a proposito della Milizia non fu dovuto solo alle pressioni di Graziani e lascia intendere come sul rinvio, il 18 dicembre, della convocazione della Costituente influirono sia l'opposizione tedesca alla costituzione di un vero esercito repubblicano, sia i contrasti suscitati all'interno del gruppo dirigente fascista dalla «questione militare» latu sensu, sia la impossibilità per Mussolini di sottoporre ai costituenti e agli italiani in genere un progetto costituzionale nel quale non fosse esplicitamente fatto riferimento all'appartenenza alla Rsi di tutto il territorio nazionale dell'ex regno d'Italia.

Non potendo pensare ad una rottura con i tedeschi e, ovviamente, neppure ad appellarsi per giustificare la propria «remissività» alla minaccia di Hitler di «polonizzare» l'Italia, se non avesse ricostruito le forze armate Mussolini non avrebbe potuto addurre alcuna giustificazione per aver dato vita alla Rsi. Se questa non avesse messo in campo un proprio esercito in grado di battersi per la difesa del «sacro suolo della patria» e contribuire alla «vittoria finale» dell'«alleata Germania», il suo appello alla riscossa dell'«onore nazionale» tradito dalla monarchia e da Badoglio non avrebbe avuto infatti alcun senso e sarebbe suonato per coloro che in esso avevano trovato la conferma di un proprio intimo sentimento come un secondo e, tutto sommato, ancor piú grave tradimento. Per non dire dell'effetto negativo che - egli pensava - avrebbe avuto sui tedeschi questa ennesima manifestazione di mancanza di dignità nazionale e di spirito combattivo degli italiani e di capacità rivoluzionaria del fascismo. Né si può sottovalutare l'influenza che su di lui dovevano avere gli argomenti di quei fascisti che nella «vittoria finale» non credevano o non la consideravano la vera ragion d'essere morale della Rsi. Per essi (tipico è il caso di Anfuso che rivolgendosi a Mussolini affermava: «Che la Germania oggi vinca o perda la guerra è per noi secondario. Quello che ci deve interessare è che la Nazione italiana viva»173) questa «ragione d'essere morale» era costituita dalla necessità che la sconfitta, sommandosi all'«indegnità morale» dell'8 settembre, non sancisse la «morte» della nazione italiana come aggregato sociale. Sicché il vero e grande compito storico della Rsi era per essi essenzialmente quello di far sí che la nazione italiana si «ritrovasse» e potesse vivere oltre la sconfitta. Cosa questa che sarebbe stata però possibile solo se essa, per un verso, non avesse ceduto in nulla sul punto della propria integrità nazionale e, per un altro, avesse potuto disporre di un proprio esercito - anche piccolo, ma di volontari - che, battendosi per la difesa del territorio e della dignità dell'Italia, dimostrasse innanzi tutto agli italiani che la nazione italiana era ancora viva e poteva vivere nel futuro.

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Quanto poi alla questione dei prigionieri, ottenere il loro rilascio e il loro rimpatrio o, almeno, lo status di «liberi» lavoratori era per Mussolini, oltre che un punto d'onore, una necessità politica. Lo dimostra tra l'altro il fatto che ne avesse parlato a Rahn sin dal 26 settembre, appena rientrato in Italia. Trovarle una soluzione, per un verso avrebbe costituito un importante riconoscimento della sovranità della Rsi e della sua partecipazione su un piano di eguaglianza morale all'Asse e marcato la differenza tra il suo rapporto con i tedeschi e quello del governo Badoglio con gli anglo-americani che, anche dopo aver dichiarato guerra alla Germania, aveva visto non rilasciati i prigionieri italiani in mano alleata. Per un altro verso, essendo i prigionieri nei lager piú di 800 mila174 e potendosi calcolare in circa otto milioni i familiari, parenti e amici interessati alla loro sorte, il loro rilascio avrebbe avuto una vasta eco e una notevole «ricaduta» sul piano del consenso al regime repubblicano.

Il fatto è che su entrambe le questioni l'atteggiamento tedesco era tutt'altro che disponibile. In particolare, i militari, che consideravano l'Italia un territorio «occupato» e il ritorno di Mussolini sulla scena un «intralcio» alla loro libertà d'azione, mentre non erano contrari e spesso favorivano la costituzione di formazioni autonome da essi dipendenti da impiegare dietro la linea del fronte in servizio di «ordine pubblico»175 l'incorporazione di italiani nelle loro fila e l'arruolamento di volontari nei reparti SS, erano invece nettamente ostili all'idea che la Rsi potesse costituire un proprio esercito regolare e persino al suo recupero dei contingenti in Germania e in Francia o incorporati dopo l'8 settembre nella Wehrmacht176. E ancor piú lo divennero dopo l'accordo Rahn-Pellegrini Giampietro, poiché, se la Rsi avesse messo in linea un proprio esercito, in teoria il «contributo di guerra» sarebbe dovuto essere rivisto a suo vantaggio.

440–441

Subito dopo il 25 luglio, quando si era preparato a intervenire in Italia e a far piazza pulita della monarchia «traditrice» e del governo Badoglio, l'okw aveva pensato ad un esercito «fascista» di una dozzina di divisioni. La dissoluzione dell'esercito l'8 settembre e la constatazione che - nonostante il ritorno di Mussolini sulla scena - i militari italiani disposti a continuare a combattere al loro fianco erano una infima minoranza, sulla quale, per di piú, era spesso difficile fare veramente affidamento177, avevano però convinto il comando supremo tedesco che l'Italia poteva costituire solo una fonte di mano d'opera (preziosa per «liberare» dal lavoro in fabbrica e inviare al fronte un buon numero di operai tedeschi), di bottino bellico178, di prodotti necessari all'economia di guerra tedesca. Anche con un Mussolini ormai libero dai condizionamenti impostigli in passato dalla convivenza con la monarchia, dar vita ad un esercito italiano sarebbe stata per l'okw una manifestazione di fiducia che la situazione morale e politica esistente nelle regioni occupate non consentiva e che gli italiani, fascisti compresi, non meritavano assolutamente: gli italiani erano un popolo privo di spirito guerriero e di dignità nazionale e non nutrivano piú nessuna stima per il fascismo, e come soldati erano inaffidabili. Secondo Amicucci, Keitel era convinto che «il solo esercito italiano che non ci potrà tradire, è un esercito che non esiste»179. Abbia o non abbia veramente il capo dell'okw pronunciato questa frase, essa rende comunque bene la diffidenza e l'ostilità dei vertici militari tedeschi verso l'idea di una ricostituzione sotto qualsiasi forma di un esercito italiano. E questo stato d'animo dei militari aveva il suo pendant in quello dei politici. Di Göbbels, per esempio, che sin dal 23 settembre aveva annotato nel suo diario180:

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Il Duce intende creare un nuovo esercito italiano coi residui del fascismo. Ho i miei dubbi sulle sue possibilità di riuscita. Il popolo italiano non è all'altezza di una politica rivoluzionaria concepita con ampiezza di vedute. Gli italiani non vogliono essere una grande potenza. Questa volontà è stata loro inculcata artificialmente dal Duce e dal partito fascista. Il Duce avrà quindi scarsa fortuna nel reclutare un nuovo esercito nazionale italiano. Il vecchio Hindenburg aveva indubbiamente ragione quando disse che nemmeno Mussolini sarebbe mai riuscito a fare degli italiani altro che degli italiani.

E, quel che piú conta, anche di Hitler che, di fronte alle richieste di Mussolini poteva far mostra di una certa comprensione e disponibilità, ma era convinto che politicamente «in seguito agli avvenimenti del[l'8] settembre, le nostre relazioni con l'Italia sono molto difficili e devono rimanere tali»181 e per il resto condivideva l'opinione dei suoi generali: se gli italiani fossero stati impiegati al fronte contro gli anglo-americani, per i tedeschi ne sarebbero venuti solo danni. Eloquente è a questo proposito una nota segretissima trasmessa da Berlino a Fasano il 14 febbraio 1944182 per ribadire a Rahn il divieto del Führer all'impiego di reparti italiani sul fronte di Anzio e ammonirlo «di non lasciarsi catturare, per amor del cielo, dal sentimento italiano»:

Era stabilito ormai che le truppe italiane non erano piú abili all'impiego... Una formazione veramente fidata, pronta alla battaglia, non potevamo schierarla né noi né gli Alleati. L'ambasciatore Rahn sotto l'impressione dell'ambiente che lo circondava non doveva perdere il senso di questa verità positiva. Un impiego simbolico... non si poteva concedere perché su un fronte cosí duro non rimarrebbe senza ripercussioni sugli eventi militari.

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Un atteggiamento cosí drastico era però difficile politicamente e non solo politicamente a mantenere. E infatti, soprattutto nel periodo successivo a quello che in questo momento ci interessa, sia sulla questione dell'esercito che su quella dei prigionieri da parte dei tedeschi si sarebbe finito per dover introdurre degli ammorbidimenti, fare delle concessioni che all'inizio essi non avrebbero mai pensato di dover fare e che - se avessero potuto - avrebbero continuato a rifiutare, ma che una serie di «considerazioni utilitaristiche»183 imposero loro. Alcune dettate da necessità economiche e militari proprie, altre dalla impossibilità politica di lasciare completamente cadere nel nulla le insistenti richieste di Mussolini.

Questo per quel che riguarda i tedeschi. Che però - è bene chiarirlo subito -, anche quando con l'aprile-maggio e soprattutto con l'estate del 1944, di fronte alla nuova situazione determinata dallo sviluppo del movimento partigiano prima e dalla perdita delle regioni centrali poi, avrebbero finito per consentire l'effettiva costituzione dell'esercito repubblicano e - soprattutto dopo gli incontri tra Hitler e Mussolini dell'aprile e del luglio - per fare degli «internati militari» dei «lavoratori civili», avrebbero sempre teso a portare per le lunghe e a ridimensionare nei fatti l'attuazione di quanto concordato con Salò e ancor piú a mantenere distinte le due questioni. Proprio il contrario cioè di quello che, invece, era ed era stato sin dal primo momento l'obiettivo, la pietra angolare, della politica che Mussolini si era proposto di attuare.

Per Mussolini la questione dell'esercito e quella dei prigionieri erano cosí strettamente collegate da costituire praticamente un tutto unico. Dal momento in cui aveva riassunto il potere il suo obiettivo era infatti quello di costituire l'esercito soprattutto (se non esclusivamente, fatta eccezione cioè per chi si fosse arruolato volontariamente, ché ben si rendeva conto dei rischi che il «prestigio» e la «popolarità» della repubblica avrebbero corso se essa avesse fatto ricorso alla leva e a richiami su vasta scala) con i prigionieri, richiedendone il rilascio dai lager per utilizzarli nell'esercito. Il che spiega fra l'altro la grandiosità del progetto di organizzazione dell'esercito repubblicano preparato a tambur battente ai primi di ottobre e subito inviato al Comando supremo della Wehrmacht: 300 mila uomini per venticinque divisioni, dieci di fanteria, dieci di granatieri corazzati, cinque corazzate, 100 mila per i supporti logistici e altri 100 mila per i complementi184. Un progetto che rivela chiaramente l'intento (ma anche tutta l'ingenuità) di prospettare una cifra complessiva di uomini che, tenuto conto degli inabili e dei malati, si avvicinasse il piú possibile a quella dei prigionieri in mano tedesca.

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Anche a prescindere dalla sfiducia e dalla diffidenza di fondo nei confronti degli italiani, il fatto che a metà del 1944 i tedeschi tendessero ancora a mantenere distinte le due questioni fa capire quanto radicata dovesse essere stata la loro ostilità ad ogni sollecitazione in tal senso dieci mesi prima, quando: 1) di un esercito italiano non sentivano ancora la necessità sotto il profilo della lotta al movimento partigiano che, ancora debole, non costituiva un problema per loro assillante; 2) l'apatia e la resistenza passiva di larga parte dei prigionieri facevano loro escludere di poterli rimpatriare e farne dei combattenti che avrebbero potuto disertare alla prima occasione o passare addirittura al nemico; 3) affamati com'erano di mano d'opera, non avevano alcuna intenzione di depauperare quello che, in un rapporto a Mussolini da Berlino, Anfuso definiva «l'immenso esercito di prigionieri e di operai che forma l'armata del lavoro tedesca»185. E ciò tanto piú proprio mentre alle «normali» utilizzazioni di questa «armata» nell'industria e nell'agricoltura se ne stava aggiungendo una nuova, non meno importante, quella nello sgombero delle macerie provocate dai grandi bombardamenti aerei alleati su Berlino e su altre località della Germania186.

È in questo contesto complessivo che il «radicale cambiamento di orientamento» di Mussolini a proposito della Milizia, la posizione di Graziani e la sua influenza su quella di Mussolini, quella che abbiamo definito latu sensu la «questione militare» (problema dei prigionieri in Germania e formazione dell'Esercito della Rsi), l'atteggiamento della dirigenza del Pfr facente capo a Pavolini verso di essi e la vicenda della Costituente si compongono in un quadro organico come altrettante tessere di un mosaico.

Dei motivi, tutto sommato piú psicologici che veramente politici, che dovevano aver spinto Mussolini a pronunciarsi in Germania per la ricostituzione della Milizia e per l'assorbimento in essa dell'Esercito abbiamo già detto. Su questa linea - l'abbiamo pure già detto - egli si era mosso nella prima riunione del Consiglio dei ministri alla Rocca il 27 settembre, nonostante Graziani si fosse subito opposto alla ricostituzione dell'esercito nella Milizia e avesse sostenuto che esso non avrebbe dovuto avere un carattere di partito, ma al contrario, essere «nazionale» e «apolitico», «con quadri esclusivamente volontari e truppe in gran parte volontarie»187. Tesi, questa, che non era solo del maresciallo (che implicitamente l'aveva ribadita nel discorso a Roma all'‘Adriano’, parlando di «onore da riacquistare» e di «patria» che «sola conta» e non nominando mai il fascismo), ma era condivisa da gran parte del piccolo gruppo di ufficiali che si era raccolto attorno a lui dopo la sua nomina a ministro e in particolare dal colonnello Emilio Canevari (una strana e controversa figura di militare che, dopo essere stato farinacciano, aveva rotto col ras di Cremona e sarebbe stato, come vedremo, il braccio destro di Graziani per un paio di mesi), ma che in Consiglio dei ministri non aveva trovato alcun sostegno. Questo non aveva però impedito a Graziani di riproporre nei giorni immediatamente successivi il suo punto di vista, sottoponendo a Mussolini un promemoria preparatogli da Canevari nel quale si sosteneva anche lo scioglimento della Milizia188 e che sia Canevari sia, meno drasticamente, Graziani hanno asserito nel dopoguerra che egli sostanzialmente approvò189.

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Che le cose siano andate formalmente in questo modo non c'è ragione di dubitare, anche se parlare di una convinta adesione di Mussolini alle posizioni di Graziani è probabilmente eccessivo. Sia perché è difficile non cogliere in un passo («oggi questo spirito nuovo si riassume nel binomio "fascismo-repubblica" ed è sotto questa rivoluzionaria bandiera che i soldati italiani riprenderanno il loro posto nella battaglia») della lettera che egli inviò al maresciallo il 2 ottobre per congratularsi per il «fermissimo» discorso pronunciato il giorno prima all'‘Adriano’190 una presa di distanza rispetto alla premessa politica di fondo della posizione di Graziani. Sia perché una serie di elementi, sui quali per brevità non ci soffermiamo, lascia a sua volta intendere che, se condivideva l'opposizione di Graziani all'assorbimento dell'esercito da parte della Milizia, non altrettanto convinto doveva essere della bontà della tesi che questa dovesse essere soppressa tout court. E questo un po' per ragioni sentimentali, un po' per non smentirsi completamente e non ferire quei fascisti - ed erano i piú - per i quali Milizia e partito erano storicamente un'unità inscindibile, un po', in fine, perché, non disponendo di altre forze armate, la Milizia, grazie al sostegno delle SS (che, del resto, egli stesso aveva richiesto o solo approvato, non è chiaro, quando era in Germania191), poteva pur sempre costituire e soprattutto essere presentata come la «prova tangibile» che l'Italia fascista si accingeva a tornare in campo. Il vero punto della questione è però un altro.

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A piú di due settimane dall'incontro di Rastenburg, costituito il governo, l'atteggiamento tedesco non era mutato e laddove era mutato era stato in peggio. E questo nonostante le ripetute richieste di Mussolini affinché «i provvedimenti militari tedeschi negli affari politici e amministrativi» non distruggessero, come «stanno distruggendo, ogni possibilità di uno sforzo comune coordinato» e «ogni traccia di autorità del nuovo governo italiano» e non determinassero una situazione nella quale «sarebbe impossibile evitare disordini interni»192. Per non dire poi di come i tedeschi procedevano nelle «zone di operazioni», in particolare in Alto Adige, nel Trentino e nel Bellunese, delle notizie sui prigionieri in Germania e del delinearsi di una sistematica azione sia della Wehrmacht sia delle SS per costituire nel proprio ambito reparti italiani di supporto o da utilizzare nei servizi. In questa situazione, che Rahn non escludeva potesse portare, se non si fosse venuti in qualche modo (anche solo formalmente o temporaneamente) incontro alle richieste di Mussolini, a «dimissioni simultanee del governo Mussolini»193, non desta meraviglia che Mussolini avesse accettato il punto di vista di Graziani e capovolto la sua precedente posizione a proposito della Milizia. Volendo giungere ad una chiarificazione con i tedeschi - e i due promemoria concordati con il maresciallo dei quali abbiamo già parlato lasciano pochi dubbi sulla sincerità dei suoi propositi - a chi se non a Graziani avrebbe potuto affidare il compito di recarsi in Germania e di discutere da «italiano» e non da «fascista» con Hitler e con l'OKW lo stato della situazione e le loro effettive intenzioni e, insieme, di porre loro indirettamente - ché posta in modo diretto non c'era speranza di una risposta positiva e si sarebbe addirittura rischiato di renderli vieppiú sospettosi e ostili - la questione dei militari prigionieri in Germania puntando tutto sulla necessità, se si voleva veramente e non solo a parole che l'Italia riprendesse il suo posto di combattimento e contribuisse allo sforzo bellico tedesco, di fare di essi la base di reclutamento del nuovo esercito repubblicano, tanto piú che, in quella situazione, era impensabile poter mettere in campo un esercito ricorrendo a provvedimenti di leva e a richiami alle armi. L'unico ostacolo ad affidare questo compito a Graziani sarebbe potuto venire dal dover ricorrere a un uomo che non stimava e che sino a pochi giorni prima non avrebbe voluto tra i suoi ministri. A rimuoverlo provvedevano però, per un verso il realismo, l'umoralità e il cinismo suoi tipici, per un altro la mancanza di un'alternativa valida e soprattutto, scegliendo proprio il sostenitore dell'«unità per la patria» e dell'apolicità dell'esercito, la possibilità di mandare anche «un segnale» a Pavolini e ai vertici del partito che facesse loro capire che non condivideva l'estremismo del loro fascismo.

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Graziani partí per la Germania il 9 ottobre194, accompagnato da Dollmann che, essendo Canevari arrivato in ritardo all'aeroporto e non avendo potuto quindi imbarcarsi, avrebbe funto da interprete.

Il 5 il maresciallo aveva annunciato la costituzione delle forze armate dello Stato nazionale repubblicano (la denominazione Repubblica sociale italiana sarebbe stata ufficialmente adottata, come abbiamo detto, solo a decorrere dal 1° dicembre) «secondo un concetto e un principio unitario». Aveva poi incontrato almeno due volte Mussolini e, poco prima di partire per la Germania, Rommel al quale aveva anticipato la sua intenzione di costituire entro marzo un esercito di mezzo milione di uomini, chiamando alle armi le classi del 1923 e 1924 e attingendo per il resto ai prigionieri in Germania, mentre la «Milizia dell'esercito» sarebbe stata tutta volontaria e agli ordini dei tedeschi che ne avrebbero curato l'addestramento. L'8 Mussolini aveva fatto a sua volta conoscere ai tedeschi, tramite il colonnello Jandl, che ne aveva subito informato l'OKW, i termini essenziali dei suoi propositi per l'esercito. Quando Graziani giunse al quartier generale del Führer sia Hitler che Keitel erano dunque già al corrente della nuova posizione italiana.

Oltre ai due promemoria concordati con Mussolini Graziani aveva portato con sé una lunga lettera, a cui era acclusa una «nota militare», di Mussolini per Hitler195; la «nota» era dedicata alla necessità di impedire che gli Alleati occupassero Roma:

La perdita di Roma, dopo quella di Napoli, avrebbe una ripercussione enorme nell'Italia e nel mondo. Questo dal punto di vista politico-militare.
Dal punto di vista militare, metterebbe in possesso del nemico tutti gli aeroporti dell'Italia centrale, che sono trenta, e quindi piú grandi possibilità e facilità per il nemico di attaccare la Germania meridionale e sud-orientale, nonché il bacino danubiano-balcanico.

Nella lettera, dopo aver affermato che la situazione materiale e morale italiana era assai «grave e potrei dire tragica», Mussolini ribadiva ancora una volta la necessità di «riordinare la vita civile del paese in modo che il retrofronte sia tranquillo e offra ogni possibile collaborazione ai comandi tedeschi» e di «preparare il nuovo esercito repubblicano». Della seconda questione gli avrebbe parlato Graziani. Quanto alla prima, premesso che

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se si vuole riordinare la vita civile del Paese, occorre che il nuovo Governo da me formato abbia l'autonomia necessaria per governare, cioè per dare gli ordini alle autorità civili che da lui dipendono. Senza questa possibilità, il Governo non ha prestigio, è screditato e quindi destinato a finire ingloriosamente,

passava a indicare quelli che per lui erano i due piú gravi impedimenti ad una sollecita riorganizzazione della vita italiana:

a) i comandi militari tedeschi emanano ordinanze a getto continuo, in materie che interessano la vita civile. Spesso queste ordinanze sono in contrasto dall'una all'altra provincia. Le autorità civili italiane vengono ignorate e la popolazione ha l'impressione che il Governo fascista repubblicano non ha alcuna autorità, nemmeno in materie assolutamente estranee all'attività militare. Spesso le ordinanze del Comando nord sono in contraddizione col Comando sud. Potrei citarvi un'ampia documentazione, ma non è necessario. In tre provincie dell'Emilia, Piacenza, Parma, Reggio, le autorità tedesche si sono sostituite alle civili amministrative ed hanno emanato un ordine per cui ogni domanda dei cittadini italiani dev'essere accompagnata dalla traduzione tedesca, il che, in provincie di contadini come quelle, è praticamente impossibile. Lasciatemi dire, Führer, che un Comando unico eliminerebbe questi inconvenienti.
b) ho poi il dovere di dirvi che la nomina di un commissario supremo di Innsbruck per le provincie di Bolzano, Trento, Belluno ha suscitato una penosa impressione in ogni parte d'Italia...

Dopo di che, avviandosi alla conclusione, per un verso tornava sul problema politico generale, per un altro accennava, sia pur di sfuggita, a quello militare, cosí da far intendere che se a prospettarlo sarebbe stato Graziani, ciò che il maresciallo avrebbe detto corrispondeva però completamente al suo pensiero:

Il Governo repubblicano che ho l'onore di dirigere ha un solo desiderio, una sola volontà: far sí che l'Italia riprenda il suo posto di combattimento il piú presto possibile, ma per raggiungere questo scopo supremo, è necessario che le autorità militari germaniche limitino la loro attività al solo campo militare e per tutto il resto lascino funzionare le autorità civili italiane, le quali, naturalmente, presteranno la loro collaborazione alle autorità germaniche sempre e ovunque tale collaborazione sia richiesta.
Se questo non dovesse realizzarsi, l'opinione italiana e quella mondiale giudicherebbe[ro] il Governo come un Governo incapace di funzionare e il governo stesso cadrebbe nel discredito e, peggio ancora, nel ridicolo.
Io sono sicuro, Führer, che voi vi renderete conto dell'importanza delle considerazioni che vi ho esposto, della gravità dei problemi che io debbo affrontare e la cui soluzione rappresenta non soltanto un interesse italiano, ma anche tedesco.
Ed ora, Führer, vi prego di ascoltare quanto vi esporrà il maresciallo Graziani. Le sue idee sono chiare e soprattutto realizzabili. Anche in questo campo bisogna lasciare al maresciallo Graziani e ai suoi collaboratori, ammiraglio Legnani e colonnello Botto dell'Aviazione, la facoltà di raccogliere e inquadrare le forze che desiderano di tornare a combattere sotto le bandiere dell'Asse e bisogna soprattutto dare credito a questi uomini che hanno bruciato i vascelli dietro di sé e sono soldati convinti del nuovo Stato repubblicano e amici sinceri della Germania nazionalsocialista.

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Sui colloqui di Graziani con Hitler, Keitel e Jodl la documentazione disponibile è scarsa196. Poiché le decisioni adottate nel corso di essi sarebbero state prospettate in termini notevolmente diversi dalle due parti, alcuni hanno ritenuto o che Graziani, non conoscendo il tedesco, non avesse capito bene quanto gli veniva detto o che, rientrato in Italia, ne avesse dato una versione non corrispondente al vero per non dover ammettere di aver fallito la sua missione.

Nella deposizione resa in occasione del processo intentatogli nel 1948 in Corte d'assise speciale, riferendo sulla «brevissima» riunione con Hitler e i massimi capi militari tedeschi, affermò:

io detti la lettera [di Mussolini] a Hitler, che la lesse; e si discusse. Sulla questione di Roma non fu aperta neppure la discussione, perché Hitler era già d'accordo. Si trattava di decidere sulla questione delle divisioni. I tedeschi si mostrarono propensi allora a lasciare costituire un esercito discreto... Fu stabilito in un primo tempo di creare quattro divisioni, in un secondo tempo otto, in un terzo tempo dodici... La richiesta fatta da me... fu di scegliere gli uomini tra i volontari nei campi di concentramento. Chiesi immediatamente di andare sul posto; e certamente quattro divisioni, cioè cinquanta o sessantamila uomini, li avrei indubbiamente tirati fuori; anche di piú. In quel momento l'animo di quella gente era esasperato verso chi li aveva messi in quelle condizioni, quindi un'azione su quegli uomini fatta da me personalmente avrebbe avuto il suo risultato positivo. Hitler si oppose nel modo piú assoluto. Non volle per due ragioni. Disse: prima di tutto non si può sperare che questi uomini possano riacquistare immediatamente il morale, perché sono stati sconvolti dagli avvenimenti ed hanno certamente perduto il mordente... E allora dissi a Hitler... «Mi dispiace, Führer, non posso accettare quello che mi dite e riferirò al mio capo domani stesso in Italia, e poi con lui prendere le decisioni relative».

Il telegramma con cui Berlino informò Rahn delle decisioni operative adottate a seguito dell'incontro non aggiunge molto. Prova che Hitler, oltre a concordare con quella relativa alla necessità di difendere Roma («con la perdita di Roma l'Italia in pratica cesserebbe di essere un paese che combatte dalla nostra parte»), accettò in qualche misura anche alcune delle altre richieste di Mussolini per il «riordino» della vita civile del paese; poco o nulla lascia capire invece riguardo alle conclusioni in merito all'esercito. In esso si parla infatti di reparti volontari italiani sotto comando tedesco che avrebbero dovuto sostituire e rendere disponibili per il fronte un certo numero di reparti tedeschi e i cui effettivi dovevano essere procurati dal Comando supremo italiano o arruolati dai reparti stessi ma non costituiti da «internati militari»; ma per il resto non si va oltre una rapida affermazione - «si prevede la creazione di formazioni italiane piú vaste in luoghi d'addestramento fuori d'Italia» - che, data la sua genericità, non si capisce se si riferiva alle decisioni adottate nell'incontro con Graziani o a un piano che la Wehrmacht aveva preparato in precedenza e che prevedeva tra l'altro l'immediata costituzione di venticinque battaglioni della Milizia e in tempi piú lunghi di quattro divisioni di bersaglieri composte di militari di leva e di volontari da addestrare in Germania o in Francia197.

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Nuovi documenti portati alla luce dallo Schreiber nel suo studio sugli internati militari italiani hanno però fortunatamente permesso di chiarire i termini essenziali della questione e in particolare di stabilire: a) che la missione di Graziani indusse Hitler a modificare strumentalmente - per non crearsi cioè ulteriori difficoltà in Italia - la sua precedente posizione contraria all'utilizzazione degli internati militari per costituire l'esercito repubblicano198; b) che, pur costretto a modificare la propria posizione e ad accettare la richiesta di Mussolini di dotare la Rsi di un esercito, Hitler in realtà non mutò il proprio giudizio riguardo alla situazione italiana presente e futura, e tanto meno mutò quello dei militari che, contrariamente al Führer, non erano condizionati da considerazioni d'ordine politico; per Hitler le quattro divisioni concordate con Graziani rappresentavano il massimo che poteva essere concesso agli italiani, perché «a lungo termine la Germania non vi aveva interesse», e verso di esse, come verso i reparti incorporati in unità tedesche, occorreva la «massima prudenza e vigilanza»199; c) che Graziani, contrariamente a quanto avrebbe sostenuto nel dopoguerra, accettò le linee di fondo degli accordi nei quali i vertici della Wehrmacht trasfusero obtorto collo (tant'è che nei giorni successivi cercarono in sede di stesura definitiva di ridurne la portata) le decisioni di Hitler, sicché le successive missioni in Germania di Canevari del 16-25 ottobre e del 13-27 novembre per definirne gli aspetti tecnico-giuridici e per trattare la costituzione dell'Aeronautica e della Marina repubblicane200 ebbero molto meno importanza di quella che è stata loro in genere attribuita e se costituirono una sorta di piccolo «giallo» (conclusosi con la liquidazione di Canevari) non fu per il comportamento dei tedeschi, ma in conseguenza e in funzione dei contrasti politici suscitati nel fascismo dalla «questione militare» e dall'atteggiamento, tutt'altro che limpido, assunto a proposito di essa da Canevari.

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Dal verbale tedesco, l'unico disponibile, risulta bene che nel corso dei colloqui del 9 ottobre furono concordati due tipi di provvedimenti: «immediati» e «il cui avvio poteva essere solo graduale».

Per quanto riguardava le azioni immediate - ha scritto lo Schreiber201 - veniva stabilito che una commissione mista doveva essere inviata nei campi dove erano internati gli ufficiali. «Applicando criteri rigorosi», si dovevano selezionare coloro che si volevano «impiegare presso le Forze Armate italiane oppure, come ufficiali della riserva, a favore dell'industria degli armamenti e dell'economia italiana». Già durante il colloquio del 9 ottobre fu pertanto aperta la via a quegli ufficiali che tornarono in un secondo tempo in Italia per impieghi particolari.

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Per quanto concerneva invece i provvedimenti da prendere man mano, il suddetto verbale precisava che una commissione tedesca avrebbe dovuto accertare quali internati militari delle classi piú giovani sarebbero stati disposti a farsi addestrare in Germania per essere poi impiegati in reparti italiani.

Dalle truppe italiane che si trovavano già presso le unità della Wehrmacht si voleva inoltre ricuperare il personale di inquadramento ritenuto necessario per la costituzione delle prime quattro divisioni repubblicane, personale che sarebbe stato completato mediante un reclutamento nella madrepatria.

Si trattava comunque di progetti che non si potevano realizzare senza un'accurata organizzazione preventiva. Per concordare i particolari relativi il Capo Ufficio ordinamento del maresciallo Graziani [e cioè Canevari] si sarebbe recato quanto prima al Quartier generale del Führer.

Sintetizzando, si può dire che gli accordi pattuiti da Graziani se stabilivano il principio che sarebbero state costituite quattro divisioni italiane e che per formarle si sarebbe potuto attingere agli internati militari, in pratica riducevano però l'apporto di questi quasi solo a quello di ufficiali attentamente selezionati e prevedevano esplicitamente che il «completamento» degli organici sarebbe avvenuto attraverso reclutamenti in Italia (ricorrendo cioè a provvedimenti di leva e a richiami) e che l'addestramento avrebbe avuto luogo in Germania.

Rispetto agli obiettivi che Mussolini si era proposto non era certo un gran successo, tanto piú che il mezzo fallimento della missione di Graziani ebbe immediate ripercussioni un po' in tutti i campi e in primis sulla situazione interna del fascismo.

Dopo la riunione del Consiglio dei ministri del 27 settembre lo scontro sul carattere che avrebbero dovuto avere le forze armate repubblicane si era sviluppato senza esclusione di colpi. Il 1° ottobre, mentre Graziani parlava all'‘Adriano’ e attorno a lui cominciavano a raccogliersi quei militari che - consapevoli del discredito e dell'ostilità che il fascismo raccoglieva presso la grandissima maggioranza degli italiani, anche tra molti di coloro che pure consideravano il re e Badoglio responsabili di aver portato nel fango l'onore dell'Italia e ritenevano quindi, come loro, necessario riscattarlo continuando a combattere a fianco della Germania e, cosí facendo, placarne anche l'ira per il tradimento subito202 - concepivano il futuro esercito repubblicano e la sua funzione in un'ottica esclusivamente nazional-patriottica e lo volevano quindi non legato al partito, apolitico e unitario, unico strumento cioè del «riscatto» nazionale, Ricci aveva diramato un comunicato203 nel quale, ribadito il principio che la Milizia dovesse «riunire tutte le forze di terra cui spetterà il compito di disciplinare la vita del paese» (e dunque non solo l'Esercito, ma anche le Forze di Polizia, i Carabinieri, la Pai, ecc.), si annunciava che essa sarebbe stata riorganizzata su due grandi branche, la Milizia legionaria giovanile, costituita da reparti di volontari che sarebbero stati successivamente riuniti in grandi unità, e la Milizia legionaria, che avrebbe inquadrato tutti i giovani di leva. A questa iniziativa di Ricci (che al contempo molto si adoperava sia in Italia che in Germania, facendo leva su un certo numero di elementi dei Fasci in Germania o che aveva ottenuto fossero dimessi dai lager, per costituire con l'aiuto delle SS il maggior numero possibile di reparti della Milizia), mentre Canevari preparava quello che sarebbe dovuto essere il nuovo ordinamento dell'Esercito, il generale Gambara (che il 19 sarebbe stato nominato capo di stato maggiore dell'Esercito) induceva il comandante della IX zona della Mvsn (quella di Roma), generale Grillo, a presentare un progetto che prevedeva lo scioglimento della Milizia e il suo travaso «ideale» nell'Esercito attraverso la costituzione di un Corpo delle Camicie nere, della forza di una divisione, formato con elementi dell'ex divisione M e posto al comando del generale Diamanti, e la fusione delle Milizie speciali con i carabinieri e la Pai204.

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In questo clima, l'11 ottobre la Corrispondenza repubblicana diramava una nota (Risalire l'abisso)205, che Mussolini doveva aver scritto immediatamente dopo il rientro dalla Germania di Graziani, nella quale era ribadita ancora una volta l'importanza di costituire al piú presto «una nuova forza militare italiana»:

Soltanto la proclamazione di un rinnovato Stato fascista e la conferma da parte di questo delle ragioni e dei doveri dell'alleanza, costituiscono verso la Germania tale garanzia da spegnere il risentimento dei militari tedeschi contro l'Italia e indurre il Comando a riprendere atteggiamento di alleato disposto a collaborare col Governo in modo sempre piú soddisfacente, giorno per giorno, a mano a mano che si costituisce una nuova forza militare italiana, capace di assicurare l'ordine e di riprendere la guerra a fianco dell'alleato per scacciare l'invasore.

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Non sappiamo se, scrivendola, Mussolini avesse creduto di poter con essa placare gli animi. Certo, se l'aveva creduto si era però sbagliato in pieno. Lo scontro che stava delineandosi non era infatti tale da poter essere bloccato con appelli che nessuno aveva intenzione di prendere veramente in considerazione, tanto piú che la posta in giuoco andava oltre la questione dell'esercito: era quella di come si dovesse configurare il nuovo regime repubblicano e sotto questo profilo la questione dell'esercito non costituiva che il primo terreno di uno scontro che sarebbe continuato e si sarebbe deciso in sede di congresso del Pfr e di Costituente. Significative sono a questo proposito due annotazioni che si leggono nel diario di Dolfin e che lasciano intravvedere anche quale in questi frangenti doveva essere l'atteggiamento di Mussolini, con le sue certezze, le sue illusioni, le sue contraddizioni. La prima è del 20 ottobre206:

Nel tumulto di tante vicende non mancano le prime aspre diatribe tra i vari ministri che il Duce non ama placare con la necessaria fermezza. Sotto l'apparente contrasto di caratteri diversi o di ambizioni meschine, è il contrasto piú profondo dei principî e delle idee. Le correnti che si agitano sono molte, sia sul piano dei nostri rapporti coi tedeschi, sia su quello della nostra politica interna. Si passa dall'estremismo piú acceso del partito, alla tesi «dell'abbracciamento generale» che Mussolini rigetta con orrore. Il problema ventennale dei rapporti tra federali e prefetti non è stato risolto, e nonostante le iniziali precisazioni di Monaco, si ripetono nelle diverse provincie le stesse situazioni di un tempo. Pavolini e Buffarini si chiamano per nome, si usano una serie di gentilezze reciproche, ma difficilmente si capiscono, anche quando affermano di essere perfettamente d'accordo. Giocano in permanenza presso il Duce le loro complicate schermaglie. È assai difficile che due segnalazioni del Ministero degli Interni e del partito non siano diverse e non si contraddicano.
Ricci si preoccupa di salvare a tutti i costi la Milizia, che è battuta in breccia da parecchie parti e in modo particolare da Graziani, Canevari e Gambara, che intendono conservare al costituendo esercito la proclamata, necessaria apoliticità.
I tedeschi, infine, sembra non si accorgano di tutte queste cose: le conoscono, le seguono attentamente e non dicono nulla.

La seconda di cinque giorni dopo207:

Una lettera non altrettanto gradita [da Mussolini] è stata quella che gli è pervenuta da parte di un certo generale Luna, della Milizia. Il Luna, dopo di aver premesso nel suo scritto che nessuno potrà mettere in dubbio la «sua vecchia fede fascista», afferma che il termine «fascismo» è divenuto ostico alla stragrande maggioranza degli italiani. Propone un governo di coalizione - «il famoso comitato di salute pubblica» - col fine comune agli italiani di tutte le fedi politiche di salvare la patria. Il Luna non è il solo di questo parere, e nella sua lettera ripete al Duce quello che molti altri gli hanno espresso, magari in forma diversa. Giungono tuttora in tal senso delle lettere di persone note ed ignote; qualcuna anonima.
Mussolini, che pure manifesta spesso tendenze nettamente concilianti, rispondenti al suo orrore per il sangue e alla sua natura, commenta la lettera del generale Luna con dura asprezza: «Abbiamo combattuto vent'anni - dice - per essere fascisti. Rinunciare oggi all'idea solo perché gli avvenimenti non ci sono attualmente favorevoli, è un atto di suprema viltà! La guerra che si combatte sui vari continenti è ideologica per tutti coloro che la fanno. Domandiamo un po' ai russi se sono disposti a rinunciare all'ideale politico per il quale si battono. Stalin ha saputo fare del comunismo un ideale patriottico. I bolscevichi combattono come diavoli!»
Dopo una pausa di alcuni istanti, durante i quali sembra attentamente riflettere, aggiunge: «Il non rinunciare a se stessi non significa escludere gli italiani degni di questo nome dal compito disperato che ci siamo oggi assunti, per difendere il paese e ricostruire la nazione. No, non chiediamo a nessuno di essere fascista; chiediamo a tutti di essere italiani. D'altronde non possiamo essere che noi ad agitare ancora una bandiera: non certo la monarchia naufragata miseramente nel tradimento e nella fuga!»

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Nell'ultima decade di ottobre lo scontro sulla questione militare si era fatto incandescente. «Non si parla, ora, di altro» annotava Dolfin. Mussolini ne aveva discusso a piú riprese con tutti i maggiori interessati, con Ricci, con Pavolini, con Graziani, a cui - sempre secondo Dolfin - aveva chiesto insistentemente di «giungere alla fase concreta della riforma strutturale dell'esercito». Rientrato Canevari dalla Germania e giunta in porto la trattativa finanziaria tra Rahn e Pellegrini Giampietro, aveva convocato per il 27 mattina il Consiglio dei ministri, convinto che i maggiori ostacoli fossero ormai superati e che si sarebbe arrivati senza eccessive difficoltà a sancire sia l'apoliticità delle forze armate sia lo scioglimento della Milizia. Il giorno prima della riunione si era ancora visto a lungo con Graziani, nella mattinata per tre ore e un quarto, prima da soli, poi presente anche Canevari, che aveva riferito sulla sua missione in Germania (e, insieme, gli aveva dato i testi degli accordi con i tedeschi) e gli aveva consegnato il tanto atteso progetto della nuova «legge fondamentale sulle forze armate», che aveva subito letto e approvato in toto («giunto all'art. 19 - ha scritto Canevari - disse: "ho sempre detto che l'esercito deve essere al disopra della politica!"»); poi, di nuovo, con entrambi, nel tardo pomeriggio per un'altra ora e mezza208.

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Contrariamente alle sue attese, la riunione, il 27, era stata però accesissima209. Ad aprirla era stata una sua dichiarazione della quale si sa solo quanto si legge nel comunicato, scritto da lui e diramato alla stampa210:

Il popolo italiano sta lentamente risollevandosi dal profondo baratro di umiliazione e di rovina morale e materiale nel quale fu gettato dai traditori del luglio e del settembre. Le linee di un assestamento si precisano già abbastanza chiare nei diversi campi della vita nazionale.
Anzitutto nel campo militare. La nuova organizzazione delle Forze Armate italiane sta enucleandosi. La fase della dispersione, del saccheggio, della autosmobilitazione può dirsi in via di superamento.
Il maresciallo Graziani, affiancato ora dal generale Gambara, tradurrà in atto l'aspirazione di quanti italiani sono degni di questo nome: riprendere il piú presto possibile il nostro posto di combattimento a lato dei camerati dell'Asse e del Tripartito. Gli accordi con lo Stato Maggiore germanico, già stipulati e perfezionati anche nei dettagli, ci permettono di preparare nuove unità, i cui contingenti ci saranno forniti, oltre che dai volontari, dalle classi d'imminente chiamata.
La legge fondamentale sulle Forze Armate che il Consiglio dei ministri è chiamato ad esaminare, costituisce la base sicura e razionale per la creazione di una organizzazione militare forte, moderna, rispondente alle nostre necessità e adeguata a quelle che sono state le esperienze di questi quattro anni di guerra.
In base a questa legge fondamentale verrà fissato, sollecitamente, il nuovo ordinamento dell'Esercito nazionale repubblicano, l'ordinamento della Marina e dell'Aviazione. Sin da questo momento è previsto che la difesa contraerea passerà integralmente al ministero dell'Aria. I reparti sono già in via di costituzione.
Come fu già annunciato, la Milizia farà parte integrante dell'Esercito e vi formerà, analogamente al Corpo degli alpini e dei bersaglieri, il Corpo delle camicie nere.

Come si noterà, la dichiarazione diramata alla stampa parlava della Milizia, ma taceva a proposito dell'apolicità. Politicamente le due questioni costituivano un tutto unico e su entrambe infatti si era acceso lo scontro, formalmente esse erano state però risolte in modo diverso. La prima con un successo pieno di Mussolini e di Graziani, la seconda con un mezzo compromesso. Quel poco che sappiamo sull'andamento dello scontro ci è conservato dal diario di Dolfin:

La discussione è stata d'una notevole vivacità, con punte addirittura drammatiche. Lo stesso Mussolini è dovuto intervenire piú volte per calmare, con la sua parola, gli accesi contendenti. Oggetto profondo di divergenza sono stati gli articoli 18 e 19 della legge che, stabilendo la assoluta «apoliticità» delle Forze Armate, comporta il virtuale scioglimento della Milizia, in quanto tale, poiché è destinata a divenire una qualsiasi specialità dell'Esercito. La questione era stata discussa e ridiscussa in questi giorni e sembrava definitivamente superata dallo stesso tenore del comunicato dettatomi dal Duce. L'accordo tra lui e Graziani era in proposito perfetto.
Ma Pavolini e Ricci hanno dato battaglia improvvisa, e a fondo, con tutti gli argomenti politici, vecchi e nuovi, a loro favore. Graziani non ha ceduto, facendone una questione di principio dalla quale, ha dichiarato, non intende deflettere, ritenendo che la sua proposta coincida con gli interessi superiori del Paese. Di fronte all'atteggiamento del segretario del partito e di Ricci, ha aggiunto di essere pronto, nel caso contrario, a lasciare ad altri il peso delle responsabilità assunte. Quest'ultimo argomento, dato il prestigio di cui gode il maresciallo, è stato decisivo e gli articoli sono stati inseriti integralmente nella legge.
Pavolini e Ricci, non soddisfatti, continuano a ripetere che cosí si distrugge il fascismo. Buffarini ha seguito la vicenda con mediocre interesse: egli attende a sua volta di dare battaglia in sede di riforma della polizia.

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Convocata per le 10 e 55, la riunione si era protratta per tutta la tarda mattinata. Il compromesso finale era stato quello di cancellare dalla «legge fondamentale» gli articoli 19 e 20 con i quali era fatto divieto agli ufficiali, sottufficiali e soldati in servizio attivo di esplicare qualsiasi attività politica e di appartenere a società segrete e di inserirli invece nel regolamento di disciplina. Uscito dalla riunione Graziani era però stato investito da Canevari che lo attendeva nell'anticamera. Minacciando di non rimanere un giorno di piú in «un esercito di partito», Canevari aveva sostenuto che, «date le circostanze», i due articoli e soprattutto il 19 dovevano assolutamente figurare nella «legge fondamentale» che costituiva lo status morale e materiale delle forze armate repubblicane e, quindi, non poteva non essere esplicita sulla loro apoliticità. Su richiesta di Graziani, nel pomeriggio il Consiglio dei ministri aveva allora avuto una coda che aveva sancito il ripristino dei due articoli. Di questa coda non era stata però fatta menzione nel comunicato alla stampa, nel quale, tanto meno - ecco perché abbiamo parlato di mezzo compromesso -, figurava alcun accenno all'apoliticità e al contenuto della «legge fondamentale».

Nelle settimane successive i fatti avevano dimostrato che quello raggiunto in Consiglio dei ministri non era stato neppure un mezzo compromesso, ma, per quel che riguardava soprattutto Pavolini e Ricci, solo una tregua per non rischiare uno scontro aperto con Mussolini. Una tregua, oltre tutto, che aveva una scadenza ben precisa: il congresso del Pfr di Verona, a cui Ricci e ancor piú Pavolini non volevano e non potevano presentarsi nelle vesti di coloro che avevano, sia pure nel nome della patria, ammainato il gagliardetto del fascismo davanti a Graziani e agli «infidi» militari. E che, ancora, era loro necessaria per: a) assicurarsi il pieno appoggio dei tedeschi giuocando essenzialmente la carta di rafforzare le loro già forti diffidenze e critiche alla scarsa funzionalità e alla mancanza di coordinamento, tra loro e con essi, dei vari organi dell'apparato governativo saloino e delle forze armate in particolare, frutto, dicevano, dell'assenza di «spirito fascista»; b) far tornare Mussolini sulle sue decisioni, ricorrendo, per un verso, ad ogni possibile mezzo di pressione su di lui, non escluso quello di metterlo di fronte a una serie di fatti compiuti che portavano acqua al loro mulino, e, per un altro verso, offrendogli la possibilità di farlo salvandosi la faccia; c) indebolire la posizione degli «apolitici» favorendo una campagna di stampa contro Graziani e il suo Stato maggiore211.

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Un promemoria «strettamente riservato» fatto pervenire nei giorni successivi a Mussolini, non sappiamo se da Ricci solo o anche da Pavolini, è a questo proposito eloquente e, soprattutto, mostra bene come gli «intransigenti» - scontato che, per il momento almeno, Mussolini non si sarebbe rimangiato quanto aveva dato a Graziani - puntassero essenzialmente a ottenere non solo il completo sganciamento dall'Esercito della Milizia, e dunque la sua sopravvivenza, ma anche il riconoscimento di essa come «polizia armata» che avrebbe dovuto sostituire e assorbire i carabinieri e la stessa Ps212.

E se questo vale per Pavolini e Ricci, va anche detto che dal loro punto di vista neppure Graziani e gli «apolitici» avevano considerato quanto ottenuto il 27 ottobre altro che un successo da mettere al riparo dai ritorni offensivi di coloro che non volevano sentire parlare di apoliticità delle forze armate. Né, infine, va sottovalutato un altro fatto che rendeva vieppiú precaria la situazione e poteva aprire la strada alle piú strane alleanze: la posizione e i propositi di Buffarini Guidi che, se in Consiglio dei ministri aveva fatto mostra di disinteressarsi allo scontro tra Graziani e Pavolini e Ricci, non per questo aveva intenzione di rinunciare alla sua fetta di potere e, anzi, voleva accrescerla attraverso una riorganizzazione generale delle forze di polizia, grazie alla quale il ministero dell'Interno avrebbe dovuto assumere il controllo, oltre che della Ps, anche dei carabinieri e delle Milizie speciali e aver facoltà di formare reparti di «polizia ausiliaria» composti di elementi «idonei» del Pfr e di utilizzare allo stesso scopo elementi della Milizia che, nell'uno come nell'altro caso, avrebbero dovuto dipendere per l'impiego esclusivamente dagli organi di polizia facenti capo al ministero dell'Interno213.

Deciso com'era a non accettare la scomparsa della sua Milizia e potendo contare anche piú di Pavolini sul sostegno tedesco, il primo a muoversi era stato Ricci. E l'aveva fatto subito e a viso aperto: da un lato non facendo mistero di essere deciso a far annullare quanto deliberato il 27 ottobre e di puntare, se non proprio ad un ritorno allo statu quo ante, almeno ad una nuova sistemazione di tutta la questione che (come scritto nel promemoria «strettamente riservato» or ora citato) affiancasse all'Esercito e in piena autonomia da esso la Milizia, espressione armata e «scolta vigile» del partito; da un altro lato continuando imperterrito i reclutamenti, sino a sfiorare i quarantamila uomini (molto piú di quanti in quel momento disponeva Graziani) e anzi intensificandoli. Ché la chiamata alle armi entro il 15 novembre di gran parte dei giovani della «leva di terra» del 1924-25 resa nota dalla stampa il 16 ottobre, se suscitava preoccupazioni in Mussolini e in Graziani (che l'avevano decisa sperando di rendere cosí i tedeschi meno diffidenti e piú disponibili a rispettare quanto per essi previsto dagli accordi conclusi a Berlino) per le ripercussioni negative che essa avrebbe avuto nel paese, specie allorché si fosse saputo che l'addestramento delle reclute avrebbe avuto luogo in Germania, non meno ne suscitava in Ricci, che temeva che essa prosciugasse le fonti di reclutamento della Milizia.

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Politicamente piú accorto e dovendo tener conto degli umori di un partito in cui, se molti erano gli «intransigenti», non pochi erano anche i «moderati» per i quali «la salvezza della patria» veniva prima di tutto e l'obiettivo primario per i fascisti doveva essere la pacificazione degli animi, sicché non erano ostili agli sforzi di Graziani per dar vita ad un vero esercito, Pavolini si era mosso con maggiore cautela e lungo una linea che aveva il suo punto di forza nello sviluppo e nella valorizzazione delle «polizie federali», che rafforzavano a livello locale la presenza «intransigente» e con la loro azione, preventiva contro i «mandanti morali», e repressiva, e le reazioni che essa provocava portavano indirettamente acqua tanto alla causa della sopravvivenza della Milizia come braccio armato del partito e unica forza effettiva sulla quale far affidamento contro il nascente movimento partigiano, quanto alla prova di forza che il partito aveva ingaggiato con i prefetti (in accordo con i quali i commissari federali, secondo una precisa disposizione di Mussolini, avrebbero dovuto procedere), in genere tutt'altro che favorevoli alle iniziative e ai sanguinosi exploits delle «polizie federali».

Il diario di Dolfin (non sempre preciso nella sua versione a stampa quanto alle date) fa riferimento sotto quella del 7 novembre al permanere dopo le decisioni del 27 ottobre di «sostanziali» divergenze e parla esplicitamente di un «conflitto» tra lo Stato maggiore da una parte e il partito (che in questa fase dello scontro Pavolini aveva però cercato di tenere su una posizione defilata) e Ricci dall'altra214. Sulla base dei ruolini delle udienze della Segreteria particolare del Duce215, l'annotazione va retrodatata al 4 o al 5, allorché Canevari si era recato alla Rocca delle Caminate (dove Mussolini si era ritirato per qualche giorno di riposo) per la firma di alcuni documenti e dove era stato raggiunto da una telefonata di Graziani che lo aveva informato che «Ricci aveva avuto un violento diverbio con Gambara perché rifiutava di sciogliere la Milizia» e gli ordinava di metterne al corrente Mussolini. Cosa che Canevari aveva subito fatto suscitando - secondo quanto avrebbe scritto nel dopoguerra216 - le sue ire:

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Si tratta di cosa già decisa: è ora di finirla con Ricci; in sostanza è una questione di ambizione personale! Dite al maresciallo che tutto resta come era stato deciso.

Un secondo e piú duro scontro Gambara-Ricci, col quale la «questione militare» era praticamente entrata nella fase culminante, si era avuto il 7 a Gargnano alla presenza di Mussolini che aveva convocato i due per risolvere la controversia; il comandante della Milizia aveva dato al capo di Stato maggiore dell'Esercito dell'antifascista e questi aveva «reagito con violenza, rispondendogli per le rime», sicché la riunione si era conclusa con un nulla di fatto e Mussolini, che, secondo Dolfin, non voleva «per carattere scontentare né gli uni né gli altri», aveva rinviato ogni decisione in merito217.

A questo punto si erano inseriti nella vicenda Dolfin e Canevari che a tambur battente avevano cercato di trovare una formula di compromesso che potesse sbloccare la situazione. Entrambi ci hanno lasciato le loro testimonianze, piú stringata quella di Canevari, piú ampia quella di Dolfin, ambedue però interessanti, sia per quel che riguarda Mussolini che per quanto trapela fra le righe218. Dolfin, dando come avvenuti in uno stesso giorno avvenimenti del 7 sera, dell'8 e probabilmente anche dell'11219, ha scritto:

Per cercare di superare il «punto morto», compiliamo con Canevari un appunto per il Duce, il cui contenuto trova il pieno consenso di Graziani e di Gambara. La nostra proposta non è certo l'ideale. Ha un carattere transattivo, ma data la situazione creatasi la riteniamo ancora la piú ragionevole:

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a) assorbimento della Milizia, in blocco, da parte della costituenda Guardia repubblicana, che secondo il progetto originario avrebbe dovuto enuclearsi attorno agli elementi dell'arma dei carabinieri che avessero dichiarato di continuare, volontariamente, a prestare servizio e alla P.A.I. (Polizia Africa Italiana), battuta in breccia dal partito per la sua pretesa infedeltà.
b) istituzione contemporanea della polizia repubblicana, secondo le norme già previste dai decreti approntati.
c) ambedue questi corpi, Guardia e polizia, avrebbero dovuto far capo ad un unico comando generale, da costituirsi presso il ministero dell'Interno e alle sue dirette dipendenze.

Con questa nostra proposta intendevamo raggiungere due ben nette finalità: salvaguardare il principio della assoluta apoliticità dell'Esercito; stabilire una completa unità di comando nei corpi destinati a presiedere l'ordine all'interno, con la conseguente sparizione delle diverse polizie.
Ho portato subito l'appunto al Duce, che dopo di averlo letto attentamente lo ha senz'altro approvato, apponendovi la sua sigla. Parlando della Milizia, egli ha detto: «Le camicie nere dovrebbero per prime sentire l'orgoglio di difendere il nuovo regime repubblicano unitamente alle altre forze dell'ordine!»
La questione, che si trascina ormai da settimane, ci parve finalmente risolta, se non in modo perfetto, almeno risolta. Dico «ci parve», perché nella serata eravamo ancora in alto mare. Ricci ha dichiarato esplicitamente a Mussolini che, per quanto lo riguardava, non avrebbe mai potuto accettare una qualsiasi dipendenza dal ministro dell'Interno. Ha aggiunto che il provvedimento, se mantenuto, non avrebbe mancato di provocare la piú penosa impressione nelle camicie nere. Il problema fondamentale della ricostituzione dell'Esercito e della riorganizzazione delle forze di polizia si è venuto cosí a ridurre ad una questione di rapporti personali tra Ricci e Buffarini.
Il Duce, seccato e nervoso, ha rinviato ogni soluzione di quello che egli stesso chiama «il caso Ricci» a dopo il Congresso del Partito.

Canevari è molto piú succinto, ma aggiunge due particolari di rilievo. Primo: che la proposta di inserire la Milizia nella costituenda Gnr era stata già «ideata» a Roma dallo Stato maggiore «dopo colloqui col gen. Mischi, comandante dei carabinieri». E, aggiungiamo noi, probabilmente d'accordo anche con Buffarini Guidi220 che, non volendo rompere con Pavolini e, forse, pensando ad una propria eventuale funzione mediatrice, era meno estremista dei militari, ma - come abbiamo già detto - non voleva assolutamente che la Polizia fosse declassata rispetto alla Milizia (e poi alla Gnr) e alle polizie federali (come stava avvenendo per i prefetti rispetto ai commissari federali del partito) e mirava anzi a rafforzarla e ad accrescerne le competenze a loro scapito. Secondo: che quando, l'8 egli sottopose a Mussolini un promemoria definitivo in base al quale preparare il provvedimento per la costituzione della Gnr, questi, che la sera prima aveva accettato la soluzione propostagli da Dolfin e da lui, aveva detto che «ci avrebbe pensato». Il che, secondo Canevari, provava che «aveva altre idee». Una conclusione, questa di Canevari, che potrebbe far ritenere che avesse ragione Dolfin scrivendo che Mussolini non voleva in realtà scontentare «né gli uni né gli altri».

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Che caratterialmente Mussolini preferisse evitare scelte irreversibili e lasciarsi invece aperta una qualche via d'uscita alla quale far ricorso in caso di necessità è indubbio; ciò nonostante la spiegazione di Dolfin ci pare poco convincente, troppo semplice. E non tanto perché un modus agendi del genere era ormai per Mussolini sempre piú difficile da mettere in pratica, ed egli lo sapeva, ma per il particolare momento. Piú probabile ci pare che a pochi giorni dal congresso del Pfr Mussolini volesse evitare che sul futuro della Milizia e sull'apolicità delle forze armate si accendesse un aperto conflitto che inevitabilmente avrebbe avuto ripercussioni dirompenti sul partito, e quindi sul congresso, e sui rapporti con i tedeschi, che dei militari diffidavano ogni giorno di piú e se di qualcuno si fidavano era di Pavolini e ancor piú di Ricci. E ciò tanto piú che Mussolini - pensando ad un congresso ben diverso da quella «bolgia» nella quale ad avere il sopravvento sarebbero stati gli estremisti e Ricci, condannando l'apolicità e difendendo a spada tratta la Milizia, avrebbe avuto con sé pressoché tutta l'assemblea - doveva ritenere che, stando come stavano le cose, un rinvio di pochi giorni (e il suo accenno con Dolfin al rinvio del «caso Ricci» a dopo il congresso lo conferma221) non poteva aggravare la situazione, ma piuttosto renderne piú facile la soluzione. Fermarsi a questa spiegazione di tipo solo «interno» sarebbe però sbagliato, ché durante l'intero arco della Rsi tutte le vicende «interne» non furono mai solo tali, ma aspetti di quelle «esterne», dei rapporti cioè con i tedeschi, e dei condizionamenti esercitati da essi sulla vita politica della repubblica. E questo Mussolini lo sapeva bene e, pur soffrendone, attribuendo alla «cecità» dei tedeschi la responsabilità di non poter gestire come avrebbe voluto le varie situazioni che di volta in volta doveva affrontare e sfogando ad ogni piè sospinto il suo rancore con i propri collaboratori, con questo doveva fare i conti giorno dopo giorno, impegnandosi in una umiliante e defatigante partita che finiva regolarmente per perdere, contento se in qualche momento riusciva a segnare qualche punto a proprio favore, ché, in quella situazione, essi assumevano per lui il valore di una boccata d'ossigeno per continuare a giuocare l'altra, e non meno defatigante, partita con l'estremismo fascista, sempre pronto ad appoggiarsi ai tedeschi.

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I punti essenziali degli accordi conclusi da Graziani e perfezionati da Canevari in Germania prevedevano - lo si è visto - che la Rsi «contribuisse» alla formazione delle quattro divisioni concessele «per il momento» dai tedeschi con il gettito della leva e dei richiami delle classi piú giovani e che le reclute venissero addestrate in Germania insieme agli «internati» militari «selezionati» ad hoc dai tedeschi. Ad essi si erano subito rifatti Pavolini, Ricci e quanti nel gruppo dirigente fascista erano ostili ad un esercito non volontario e tanto piú apolitico e allo scioglimento della Milizia (alla quale, bandita ormai la leva, volevano, al contrario, affluisse il maggior numero di reclute) per mettere in cattiva luce Graziani, Canevari e lo Stato maggiore e per indurre Mussolini (che sapevano già di per sé preoccupato per le conseguenze negative che la loro attuazione avrebbe avuto sulla popolazione e sui giovani in particolare) a dissociarsi dai militari e allinearsi con loro. Anche sotto questo profilo, un breve rinvio che gli permettesse di fronteggiare meglio la situazione e spuntare nelle mani dei suoi critici qualcuna almeno delle armi delle quali si servivano doveva dunque apparire a Mussolini opportuno. Da qui la sua decisione, subito dopo gli avvenimenti del 7 e dell'8 novembre, di inviare nuovamente Canevari in Germania e di attenderne il rientro prima di riprendere in mano le questioni militari. Nelle sue intenzioni la missione di Canevari doveva infatti cercare: a) di chiarire alcune questioni (quale quella della formula del giuramento da far prestare ai militari «selezionati» dai tedeschi) sulle quali giuocavano gli avversari di Graziani; b) di placare le crescenti diffidenze che i contrasti in campo repubblicano (drammatizzati spesso ad arte dai vari Pavolini e Ricci e dai loro adepti e protettori di qua e di là delle Alpi) alimentavano nelle sfere dirigenti politiche e militari tedesche; e, soprattutto, c) di ottenere la modifica degli accordi del mese prima circa la composizione «mista» (internati militari e soldati di leva) delle divisioni «in allestimento» o, almeno, il loro effettivo rispetto da parte dei tedeschi (che, un po' per diffidenza e perché ostili alla ricostituzione di un esercito italiano, un po' per non depauperare il loro «parco lavoro», sabotavano gli arruolamenti), in modo da evitare l'invio nei campi di addestramento in Germania delle nuove reclute o, almeno, limitarne il piú possibile il numero.

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Contrariamente alle speranze di Mussolini, la missione di Canevari222 non solo non sortí però alcun risultato positivo, ma aggravò le diffidenze tedesche. Già in occasione della prima missione Canevari non si era fatto scrupolo di manifestare ad alcuni diplomatici e militari italiani in Germania l'opinione che il fascismo ¾ra morto» e la sua memoria «odiata dal popolo», sicché sarebbe stato meglio non resuscitarlo e scegliere un altro nome per il nuovo movimento patriottico sorto sulle sue ceneri; che, nonostante tutto quello che era avvenuto, le cose avrebbero «seguitato ad andare come in passato» e «non si sarebbe fucilato nessun traditore»; e, dulcis in fundo, che della Milizia «non si sarebbe piú neanche dovuto parlare» e, quanto all'Esercito, l'importante non doveva essere «la fede politica professata in passato», ma il patriottismo e le capacità professionali223. È molto probabile che già allora queste «opinioni» fossero state riferite ai tedeschi; se non lo erano state, a provvedere era stato però ora lo stesso Canevari che, parlando con uno dei massimi esponenti della Wehrmacht, il generale Buhle, gli aveva detto: «noi non facciamo un esercito fascista ma uno nazionale, in Italia il fascismo non esiste piú; noi ci battiamo per l'Italia e non per il fascismo»224.

Rientrato in Italia il 26, il pomeriggio del giorno dopo Canevari era a Gargnano per riferire sulla sua missione. I giuochi in gran parte erano però già stati fatti. Sebbene informato telefonicamente da Canevari dell'andamento sfavorevole che i colloqui con i tedeschi avevano subito assunto e nonostante la conferma avutane personalmente allorché si era indotto ad un umiliante estremo passo su Keitel per convincerlo a rendere possibile un maggior numero di arruolamenti tra gli internati («mi sentirei disonorato - gli aveva detto per telefono225 - se fra tanti internati non si trovassero cinquantamila volontari per costituire queste quattro divisioni. Non posso mandare le reclute per ragioni politiche»), sino a quando aveva sperato di trovare in Germania quel po' di comprensione che gli avrebbe permesso di resistere alle pressioni di Ricci e di Pavolini, Mussolini aveva cercato di tenere ferme le cose al punto in cui erano il 7-8 novembre. Poi però, di fronte all'intransigenza tedesca e al riprendere dopo il congresso di Verona delle pressioni di Ricci e di Pavolini, aveva dovuto cominciare a cedere.

Forti del successo conseguito al congresso di Verona e del ridimensionamento politico di Buffarini Guidi da esso invece operato e dell'aiuto che veniva loro dalla diffidenza dei tedeschi nei confronti dei vertici militari (in primis di Gambara e di Canevari) e dalle loro preoccupazioni per la mancanza da parte italiana di adeguati strumenti per mantenere l'ordine pubblico e la sicurezza interna226, ma consapevoli al tempo stesso di non poter tirare la corda oltre un certo limite, superato il quale la crisi con Graziani sarebbe arrivata al punto di rottura e Mussolini, che alla soluzione della Gnr si era acconciato malvolentieri capendo i pericoli annidati in essa, si sarebbe trovato, volente o nolente, nella condizione di dover prendere posizione a favore del maresciallo, Ricci e Pavolini erano infatti subito scesi in campo non contro l'Esercito e neppure contro la sua «apoliticità», ma contro l'unità di comando delle forze incaricate di assicurare l'«ordine interno» e la loro dipendenza dal ministero dell'Interno. Sicché formalmente a pagare per il momento il prezzo maggiore finiva per non essere Graziani ma Buffarini Guidi, l'elemento piú debole del giuoco, ma anche quello piú facile a recuperare alla prima occasione all'alleanza con Pavolini. Un'operazione, questa, che sarebbe stata invece infattibile con Graziani. Il che spiega come la linea adottata nei suoi confronti sarebbe stata piuttosto quella di sfruttare tutte le occasioni per privarlo del sostegno dei «militari patrioti», degli apolitici piú decisi a metterlo gradualmente da parte, sino - con l'aiuto dei tedeschi - a confinarlo praticamente nel comando dell'armata della Liguria227.

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Il decreto istitutivo della Gnr porta la data dell'8 dicembre 1943. Altri due decreti in pari data avevano sancito la nomina di Renato Ricci a suo comandante generale e, in quanto tale, a ministro di Stato228. Un quarto decreto avrebbe dettato il 18 dicembre le regole del suo ordinamento e funzionamento. Quanto ai suoi compiti, «di polizia interna e militare», e alla sua composizione (Mvsn, Milizie speciali, Carabinieri e Pai) a precisarli avrebbe provveduto un altro decreto in data 24 dicembre, annunciato nelle sue grandi linee dal comunicato diramato a conclusione della riunione del Consiglio dei ministri del 16. Questo lungo e strano iter legislativo lascia capire quanto il parto della Gnr dovette essere travagliato. Usiamo il condizionale perché la documentazione e le testimonianze disponibili in proposito sono assai scarse.

Sulla loro base si può comunque affermare che i giorni decisivi erano stati quelli tra il 16 e il 20 novembre (anche se la questione si trascinò sino al 29 e oltre) e che nella vicenda un ruolo importante aveva avuto Buffarini Guidi. Che il ministro dell'Interno, presentando il 16 il testo del decreto istitutivo dei nuovi corpi di polizia che chiedeva fossero istituiti, abbia acceso la miccia è indubbio; oscuro resta invece se lo fece sperando di avere l'appoggio di Graziani e la meglio su Ricci e Pavolini sfruttando la riprovazione e lo sconcerto provocati non solo nel paese ma anche in non trascurabili ambienti fascisti dalla strage di Ferrara, se non addirittura di potersene servire per mettere un cuneo tra i due (la prima reazione di Ricci alla strage, come quella di Buffarini Guidi, era stata negativa), salvo - visto che il giuoco non gli riusciva - allinearsi subito sulle posizioni di Pavolini e affermare che il partito aveva «le sue buone ragioni per agire col pugno di ferro» perché troppi erano ormai i fascisti assassinati229, o se invece si mosse sin dall'inizio in accordo col segretario del Pfr, illudendosi che questo inducesse Ricci ad un atteggiamento piú moderato rispetto alle sue richieste. Una cosa comunque è fuori discussione: è impossibile pensare che una vecchia volpe della politica, intelligente ed spregiudicato com'era Buffarini Guidi e che sapeva meglio di qualsiasi altro quello che bolliva in pentola e a cosa miravano i vari gruppi ed esponenti fascisti, avesse dato fuoco alle polveri senza aver valutato le conseguenze, per sé e per la situazione interna della Rsi, della propria iniziativa.

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Dai pochi elementi disponibili (in pratica il rapporto che il colonnello Jandl inviò il 19 novembre ai suoi superiori, un paio di annotazioni di Dolfin e i ruolini delle udienze di Mussolini) si deduce che la proposta di Buffarini Guidi aveva incontrato la netta opposizione di Pavolini e di Ricci, che aveva subito prospettato un proprio progetto alternativo (sul quale manchiamo purtroppo di particolari), che Mussolini aveva però prontamente bocciato. Analoga sorte aveva avuto una richiesta di Graziani di mettere la Gnr alle dipendenze del suo ministero. Questo tra il 16 e il 20 novembre, ché nei giorni successivi, cadute le proposte di Buffarini Guidi e di Graziani (che riuscí però a far approvare la formula del giuramento che avrebbero prestato le Forze armate repubblicane, una formula nella quale non vi era alcun richiamo al fascismo e neppure a Mussolini230), Ricci, piuttosto che insistere nella propria, correndo il rischio che Mussolini (che, come vedremo, era tutt'altro che favorevole alla soluzione che si delineava) rimettesse tutto in discussione, aveva preferito vestire i panni di quello che «nell'interesse di ognuno» accondiscendeva ad un accordo per evitare - come si era affrettato a dire al colonnello Jandl, che però non gli aveva creduto - una crisi e soprattutto che Graziani desse le dimissioni, e adoperarsi, con l'appoggio di Pavolini, per arricchire il carniere della Gnr a spese della polizia.

Sotto la data del 29 novembre il diario di Dolfin reca un'annotazione che merita di essere riprodotta integralmente. Essa sintetizza infatti bene quella che fu la conseguenza politicamente piú importante della costituzione della Gnr e ci consente finalmente di capire le effettive ragioni che indussero Mussolini ad annunciare al Consiglio dei ministri del 16 dicembre - nella stessa riunione cioè nella quale venne approvato lo schema del decreto che stabiliva i compiti e la composizione della Gnr - che la convocazione della Costituente era rinviata a quando «l'Italia repubblicana fascista» avesse ripreso «il suo posto di combattimento».

La vessata questione della Milizia - annotava Dolfin231 - dopo una serie di nuove discussioni è stata risolta come ormai si prevedeva, cioè col pieno trionfo della tesi autonomista di Ricci, appoggiato dal partito. La Milizia passa in blocco alla Guardia repubblicana, che avrà ordinamento e bilancio proprio ed il cui comandante sarà alle dipendenze dirette del Duce.
Ciò significa la costituzione di un altro esercito. Si parla infatti di già con ironia dell'esercito «apolitico» di Graziani, e di quello «politico» di Ricci. Ma siccome questa formazione avrà anche i compiti dell'arma dei carabinieri, ci saranno nuovi motivi di conflitto, anche con la polizia. Si ritiene che sommersi tra consoli e generali della Milizia, ben pochi ufficiali superiori dell'Arma continueranno a prestare servizio. Verranno cosí perduti elementi preziosi e di vasta competenza.
Buffarini, che ha incassato il colpo, si dà anima e corpo ad ingrossare le file della polizia ausiliaria; il partito fa lo stesso per le sue squadre. La Decima, coi suoi reparti; le varie formazioni autonome, a carattere piú o meno poliziesco, accrescono la propria consistenza.
Graziani, che insieme con Gambara ha lottato sino all'ultimo per evitare tutto questo, mi dice con profondo scoramento come l'unico esercito che per costituirsi ha un parto quanto mai travagliato è quello «nazionale». Cioè, il solo che dovrebbe veramente esistere per combattere in campo aperto il nemico. Ed ha perfettamente ragione.

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Piú volte, nelle pagine precedenti, abbiamo, sia pure en passant, affermato che il fallimento del tentativo mussoliniano di attribuire un valore «storicamente positivo» alla propria presenza alla testa della Rsi e al fascismo repubblicano, se, per un verso, segnò inequivocabilmente la fine politica di Mussolini, per un altro, determinò, assai prima che essa venisse formalmente sancita dalla vittoria alleata sui tedeschi, la morte politica della Rsi, la sua esistenza cioè come soggetto politico capace di avere in qualche misura una propria prospettiva e soprattutto una funzione tale da attribuirle agli occhi di quegli italiani che non le erano nettamente ostili una sia pur minima e contingente ragion d'essere e assicurarle, se non l'appoggio, almeno un atteggiamento piú benevolo da parte loro.

Sull'importanza che in questa prospettiva Mussolini aveva attribuito alla costituzione di un consistente esercito (arruolato, come abbiamo già detto, in parte su base volontaria e, per il resto, tra i militari internati in Germania) in grado di partecipare attivamente alle operazioni contro gli Alleati non sussistono dubbi. Mettere sollecitamente in campo un consistente esercito era per lui una imprescindibile necessità politica e morale rispetto ai tedeschi, agli italiani e allo stesso fascismo repubblicano, presso i quali doveva servirgli ad avvalorare la tesi che gli insuccessi militari e la catastrofe dell'estate 1943 fossero stati solo frutto del «tradimento» di un'esigua minoranza di antifascisti e di opportunisti che avevano tramato all'ombra della monarchia e dei capitalisti e, quindi, a mettere a tacere le accuse nei confronti del fascismo e, piú o meno esplicitamente, anche suoi.

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Ugualmente fuori di dubbio è che in questa prospettiva l'atteggiamento tedesco e lo sbocco che all'interno del fascismo aveva avuto la «questione militare» fossero da lui sentiti come scacchi gravissimi (e che si ripercuotevano negativamente sui suoi progetti di fare della costituzione della Rsi una sorta di magna carta fascista da consegnare alle future generazioni), impossibili a «riequilibrare» strappando ai tedeschi qualche concessione in altri campi. Bastava a dimostrarlo la loro intransigenza a proposito delle «zone di operazioni» e persino di un impiego, che, comunque, in quella situazione non sarebbe potuto essere che poco piú che simbolico, di reparti italiani contro gli Alleati. Una intransigenza che sostanzialmente non sarebbe mai venuta meno; neppure allorché il 22 gennaio 1944 gli Alleati sbarcarono presso Anzio e costituirono una testa di ponte contro la quale, volenti o nolenti, i tedeschi avrebbero finito per impiegare anche piccoli reparti italiani, che dettero in genere buona prova. Un fatto, questo dello sbarco ad Anzio, che militarmente non ebbe sul momento grandi conseguenze, ché i tedeschi poterono circoscrivere la testa di ponte e parare la minaccia sulle vie di comunicazione verso il fronte sud e su Roma, che sarebbe stata raggiunta dagli Alleati solo quattro mesi e mezzo dopo, quando le loro armate, sfondata finalmente la «linea Gustav», ripresero l'avanzata in forze su tutto il fronte. Ma che politicamente rappresentò per Mussolini un altro duro colpo, poiché, anche se momentaneamente bloccato, lo sbarco contribuí potentemente a fugare anche nei piú ottimisti l'idea che, non essendo l'Italia il teatro in cui si sarebbero decise le sorti del conflitto, i tedeschi fossero in grado di stabilizzare il fronte a sud di Roma e ciò permettesse alla Rsi di arrivare alla fine del conflitto con un minimo di «carte in regola» quale che fosse il vincitore e indusse chi si era ancora illuso in una vittoria a sperare solo nelle «armi segrete», in una vittoria cioè che sarebbe stata conseguita per merito esclusivo della Germania e avrebbe pertanto sancito senza mezzi termini la satellizzazione dell'Italia e il trionfo delle mire tedesche (e forse anche croate) su una serie di sue provincie.

In questa situazione, nella quale ogni giorno doveva mandar giú un boccone sempre piú amaro del precedente («ogni giorno è un'amarezza nuova, piú vasta di quella del giorno prima»232) e si moltiplicavano le prove che i tedeschi volevano solo asservire sempre piú la Rsi, non può certo meravigliare che lo stato d'animo di Mussolini oscillasse continuamente tra l'amarezza, l'esasperazione, la ribellione e l'angoscia, si accentuassero in lui il fatalismo e la rassegnazione ed egli, mentre ostentava con i piú una sicurezza in sé e una certezza nella vittoria finale che non aveva affatto233, si abbandonasse alle considerazioni piú diverse e a veri e propri sfoghi con le pochissime persone nelle quali aveva fiducia o con le quali sentiva di potersi aprire non facendo esse (o pensando lui che non lo facessero) parte di nessuno degli innumerevoli gruppi e gruppetti di potere che lo attorniavano. Un giorno affermava di voler rompere clamorosamente con i tedeschi, un altro di pensare alla morte «quale naturale soluzione di molti problemi della vita»234, un altro ancora di non potersi sottrarre «alla responsabilità del mio destino» e a fare comunque quel poco che poteva fare per il popolo italiano, anche se esso non avrebbe capito «il mio tormento per lui» e lo odiava ogni giorno di piú235.

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Di lí a qualche mese, grosso modo tra marzo e giugno (decisivo fu l'effetto che su di lui ebbero il processo di Verona, la caduta di Roma e lo sbarco alleato in Francia), questo stato d'animo sarebbe andato sempre piú traducendosi in un atteggiamento morale e pratico che ben si può definire di crescente consapevolezza della propria impotenza e di intimo distacco dalla routine quotidiana (che non gli impediva di «accendersi» e di attivizzarsi improvvisamente per singole questioni, salvo abbandonarle di lí a poco al loro destino e ricadere nel suo pessimistico fatalismo) per rifugiarsi, per un verso in una sorta di personale «filosofia» del mondo, della storia e della natura degli uomini e, per un altro verso, in una «riconsiderazione critica» della propria vita.

Nonostante gli scacchi subiti, tra dicembre e marzo Mussolini, che, al fondo, continuava a pensare ancora che qualche «successo» potesse influire positivamente sull'atteggiamento di larghi settori della popolazione verso la Rsi, non rinunciò però alla speranza di puntellare in qualche misura la situazione cercando di riguadagnare un po' del credito perso presso i tedeschi e soprattutto tra gli italiani, ché alla possibilità di influire sui primi ormai non credeva piú, sicché il massimo che poteva sperare era di non dar loro ulteriori «argomenti» per stringere vieppiú il laccio al collo della Rsi.

È in questo contesto che si colloca l'ultimo suo vero momento di attivismo politico, quello, appunto, tra il dicembre '43 e l'aprile '44. Ché se un altro ne avrebbe avuto nell'ultimissimo periodo della Rsi, lo spirito che l'avrebbe animato sarebbe stato diverso: per un verso avrebbe costituito per lui una sorta di «atto dovuto», per un altro sarebbe stato essenzialmente conseguenza di iniziative e di suggestioni (talvolta contrastanti) nelle quali è assai probabile non riponesse fiducia, ma non rigettasse e in qualche misura facesse proprie, un po' per fatalismo, un po' per non deludere coloro che ancora gli rimanevano fedeli e si mostravano pronti a restargli a fianco sino alla fine.

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Stando alla visione corrente delle vicende della Rsi, gli avvenimenti piú importanti che avrebbero contraddistinto i mesi successivi al dicembre '43 sarebbero stati il processo di Verona, il lancio della socializzazione e l'inasprimento della lotta e del ricorso al terrore nei confronti non solo del movimento partigiano e di coloro che lo aiutavano, ma anche dei suoi «complici» e «mandanti». Due termini, questi, la cui terribile genericità lascia intendere come la repressione venisse in tale periodo allargandosi a categorie di «oppositori» che con la lotta armata non avevano spesso nulla a che fare e assumendo un carattere che non poteva non alienare alla Rsi e al suo capo (ché il partito era stato visto, come abbiamo già detto, sin dall'inizio come uno degli elementi piú negativi, se non il piú negativo tout court, della realtà repubblicana anche dalla stragrande maggioranza di coloro che rifiutavano tanto la scelta badogliana quanto quella partigiana) una parte non trascurabile delle non numerose e incerte simpatie delle quali avevano inizialmente beneficiato.

Sulla centralità di questi tre avvenimenti rispetto alla realtà di quei mesi non sussistono dubbi. Quello che però è sfuggito pressoché a tutti è che per Mussolini essi costituivano un tutt'uno su cui si fondavano pressoché completamente le sue speranze di riprendere in qualche misura il controllo della situazione interna della Rsi e che, in quest'ottica, erano altrettanti momenti di un'unica operazione politica che in definitiva aveva come oggetto il Pfr e in primis la sua leadership.

Checché venisse affermato dalla propaganda repubblicana, sempre incapace di attivare i toni ottimistici che tanto avevano nuociuto al regime, tre mesi erano bastati a far fallire i tentativi di Mussolini per stabilire con i tedeschi rapporti che assicurassero alla Rsi un sia pur ridotto margine di autonomia e di sovranità entro il quale sviluppare la propria iniziativa politica e la partecipazione alla guerra contro gli anglo-americani di un esercito nazionale italiano. Il fatto che Mussolini insistesse nei suoi tentativi e ricorresse a questo scopo ancora una volta ai buoni uffici dei giapponesi e in particolare dell'ambasciatore Hidaka che, secondo Dolfin236, si «batteva a fondo» per sostenere la sua causa, non modificava sostanzialmente la questione. E con i tentativi presso i tedeschi si erano mostrati inattuabili anche i propositi - ai quali pure attribuiva tanta importanza - di convocare la Costituente. Stando come stavano le cose, insistere su di essi avrebbe infatti voluto dire andare sicuramente incontro ad un altro scacco, certo non meno grave, poiché a farne le spese sarebbe stata la sua stessa immagine di «capo» del fascismo, già tanto appannata e indebolita.

471

Degli scacchi sino allora subiti Mussolini poteva tentare di addossare la responsabilità alla «miopia» e all'«ottusa» intransigenza dei tedeschi e al duplice «tradimento» del 25 luglio e dell'8 settembre che ne era stato la causa scatenante. Anche se la situazione militare glielo avesse permesso e fosse riuscito a superare l'ostilità e lo scetticismo della leadership del Pfr e di quanti ritenevano che non fosse quello momento di «accademie», ma di «azione» e di «sacrificio», riunire la Costituente gli avrebbe invece alienato, oltre agli estremisti, anche una parte di quella variegata gamma di fascisti moderati e di coloro che potremmo definire «fiancheggiatori patriottici» che andava da uomini di grande onestà morale, per i quali ciò che veramente contava era «la patria», l'Italia e la sua «unità e sopravvivenza morale», ad uomini che - specie dopo quanto era successo a Verona - temevano soprattutto che, se Mussolini avesse insistito nella sua idea, ciò avrebbe portato ad un'ancor piú netta contrapposizione degli intransigentismi fascista e antifascista. E questo avrebbe inferto un colpo mortale a quella détente degli animi che la paura della guerra civile e delle sue conseguenze, morali, ma anche sociali e personali, faceva loro sembrare ancora realizzabile; se addirittura non speravano nella possibilità di giungere alla costituzione di quel governo «di patrioti di provata onestà e capacità, fascisti e no e che godesse delle simpatie popolari», che, al fondo, costituiva la loro grande illusione e che alcuni dei contatti avviati localmente nelle prime settimane dopo l'8 settembre con esponenti antifascisti237 facevano loro ancora nutrire contro ogni evidenza e ogni logica. Né si può trascurare un'altra cosa: riunire la Costituente avrebbe messo in luce, per un verso, quanto il «nuovo» fascismo repubblicano - pur avendo indubbiamente al suo interno un'«anima» genuinamente nuova - fosse in larga parte simile al vecchio e ne riproducesse, spesso moltiplicati, pressoché tutti gli aspetti peggiori e in particolare quanto, al di là di alcuni stati d'animo piú elementari, fosse diviso in tendenze e gruppi, ideologici e di potere, gli uni contro gli altri armati e che non erano in grado di esprimere una minima prospettiva politica unitaria e una leadership effettiva e responsabile, capace di valutare realisticamente il dramma del paese e di affrontarne concretamente i problemi; per un altro verso quanto poca autorità Mussolini avesse sul fascismo repubblicano e in specie sul suo gruppo dirigente.

E ciò in un contesto generale che si degradava e imbarbariva giorno dopo giorno e in cui, quel che piú conta, coloro che subito dopo l'8 settembre in mancanza di altre carte sulle quali puntare, si erano illusi che il ritorno al potere di Mussolini potesse avere una qualche funzione positiva e avevano assunto una posizione di attesa, sperando «di vedere dei fatti e non di sentire solo delle parole»238, e, soprattutto, erano stati partecipi della speranza in una qualche forma di pacificazione nazionale che allontanasse o rendesse meno drammatico il precipitare nella guerra civile, tendevano ormai sfiduciati a prendere anch'essi le distanze dalla Rsi e a criticare duramente il Pfr, attribuendogli spesso le maggiori responsabilità per il precipitare della situazione.

472

In questa ottica un valore esemplare acquistano alcune considerazioni sulla situazione che, il 25 dicembre 1943, Umberto Bianchi (un vecchio sansepolcrista che nel 1941-42 era stato federale di Treviso e dopo l'8 settembre commissario federale nella stessa città per alcune settimane) inviò a Mussolini. E specialmente se si tiene conto della confusione e delle contraddizioni che in genere caratterizzavano le valutazioni della situazione di vecchi fascisti, come, appunto, il Bianchi, che negli anni del regime avevano mantenuto un certo equilibrio di giudizio e di comportamento, ma che ora non riuscivano a liberarsi completamente del feticcio e della retorica del partito, pur rendendosi conto dei danni che esso arrecava non solo all'immagine della repubblica e alla sua pretesa di rappresentare una realtà nuova rispetto a quella del regime, ma anche alle sue possibilità di esercitare un'azione di governo il piú possibile unitaria e in grado di far fronte ad alcune almeno delle attese e speranze in essa riposte da una parte della popolazione.

Che «la coscienza nazionale» continuasse sotto la repubblica ad essere «assente, passiva, senza reazioni di amor patrio» come in passato per il Bianchi239 non poteva essere spiegato unicamente con i «momenti drammatici e di difficile orientamento» che caratterizzavano la situazione. Una parte notevole l'avevano anche come era nata e come cercava di affermarsi la repubblica:

non una sola impostazione del Governo è valsa, praticamente, a ingenerare fiducia, come ha sfiduciato immediatamente e profondamente la compagine del governo per taluni suoi uomini piú in vista, i meno indicati, i quali avevano già una storia recente di reggitori inadatti perché potessero essere accolti con fiducia dal popolo in un movimento di nuova vita nazionale, di ricreazione degli spiriti piombati nel nulla dalla piú triste vicenda che la storia ricordi.
La ignominiosa fuga dei traditori del fascismo e della patria dopo soli 45 giorni di vita malvissuta aveva gettato i germi della rinascita resa piú certa dalla vostra liberazione.

473

Ma siamo partiti male, Duce; la partenza non ha convinto nessuno, e da questi errori sono nate tutte le vicissitudini e le tristezze della vita individuale e collettiva della nazione...
Il governo della nazione, bisogna dirlo con coraggio, non si sente. Gli istituti dello stato sono mal diretti e slegati; la vita nei piccoli e grandi alberghi delle piccole e grandi città dissolve lo spirito dei cosiddetti ministeriali legati piú ad uno stipendio lauto e ad una piú larga alimentazione che al sacrificio comune...
Gli uomini del 25 luglio, solo in piccola parte mutati nel reggimento della nazione, nei suoi gangli vitali burocratici, militari e di polizia, hanno determinato gli invigliaccamenti, le diserzioni e gli scioperi bianchi...
Il partito egualmente soffre perché non ha armato la mano e neppure lo spirito mentre i suoi uomini migliori cadono a centinaia, indifesi, martiri di una causa e di una idea i cui simboli nella strozza dell'ultimo respiro sono tuttavia invocati.
L'organizzazione del partito dopo il recente giustissimo, se pur tardivo, provvedimento dell'unità di comando nella persona del prefetto che dovrà essere uomo ben preparato e idoneo per fede ed esperienza, si rende pleonastica e superata essendo già l'organizzazione nelle prefetture, nei comuni, negli istituti statali, nella polizia, insomma nello stato. Ciò che si rende non semplicemente necessario ma assolutamente indispensabile è il provvedimento che i migliori uomini della organizzazione del partito siano immediatamente immessi nell'organico dello stato, nei quadri della nazione. Non importa se si dovrà rivedere il regolamento del partito nella sua attuale costituzione e forma di eleggibilità e col mantenimento o meno di un triumvirato provinciale; ciò che interessa è che rimanga partito quale pietra miliare della rivoluzione e non sia esso piú a lungo mortificato in una inane funzione soltanto superficiale, caotica e pericolosa.
Del resto lo stesso provvedimento periferico dell'unità di comando politico-amministrativo al prefetto implica eguale provvedimento al centro e quindi ci troviamo di fronte evidentemente ad un problema imminente di vasta revisione e portata.
Problema indilazionabile, Duce, quello di un nuovo governo con uomini di fede, di temperamento, forti di cervello e di preparazione. Se non si deciderà in tal senso e subito verremo travolti e saremo perduti, inesorabilmente perduti.

Persino un vecchio squadrista come il Bianchi, che venti e piú anni di milizia fascista portavano a definire il partito «una pietra miliare della rivoluzione» ancora necessaria, giudicava dunque la funzione del Pfr «superficiale», «caotica» e «pericolosa», e arrivava a caldeggiare la soluzione - che di fatto riduceva il Pfr a poco piú di un riferimento ideale - che «i migliori uomini del partito» venissero al piú presto «immessi nell'organico dello stato» e che l'«unità di comando politico-amministrativo» nella persona del prefetto fosse estesa dalla periferia al centro. Da cui la conclusione: bisogna costituire un nuovo governo che - anche se il Bianchi non lo diceva esplicitamente - sarebbe dovuto essere molto piú tecnico che politico. Precisamente il contrario cioè di quello che chiedevano gli estremisti e buona parte della dirigenza del partito.

Una posizione come questa aiuta a capire come, nel giro di tre mesi o giú di lí, pressoché in tutti gli ambienti il Pfr si fosse venuto a trovare circondato da una impopolarità che sovente assumeva il carattere di vera e propria ostilità e determinava crescenti defezioni nelle file degli incerti e dei fiancheggiatori, che sempre piú erano portati a vedere in esso, nei suoi dirigenti e nei suoi metodi - condannati dall'esperienza del regime, ma di fatto ancora presenti e operanti - la causa prima di tutti i mali della Rsi. Al punto che persino tra i meglio disposti verso di essa, molti e sempre piú numerosi erano coloro che ormai pensavano che fosse stato un errore ricostituire il partito e non favorire piuttosto il sorgere di un movimento nazional patriottico, se non proprio apolitico, che almeno non si richiamasse esplicitamente al fascismo, ormai troppo screditato e inviso agli italiani240 sia nella sua versione «storica», degli anni del regime, che in quella repubblicana. Uno stato d'animo, questo, che era ormai condiviso anche da un certo numero di membri del partito che - sull'onda delle speranze, dei dibattiti e delle frustrazioni che avevano preceduto e seguito il congresso di Verona - erano dell'opinione che, fatto l'errore di ricostituirlo (e non potendolo a quel punto sciogliere), fosse indispensabile precisarne almeno la «funzione morale», le dimensioni organizzative, i compiti politici e i rapporti con le autorità civili e di polizia, cosí di porre un freno al dilagare delle sue interferenze in tutti i campi, alla sua autonoma militarizzazione e al suo estremismo.

474

Significativo - nonostante il suo semplicismo - è a questo proposito quanto si legge in una memoria «sui piú importanti aspetti della situazione», fatta pervenire a metà dicembre 1943 a Mussolini da Pier Francesco Nistri. Questi, un fascista «di fede», che è difficile considerare un moderato solo per il fatto che parlava di necessità di porre la nazione al disopra della fazione, contestava al partito di non avere una precisa linea politica e di non godere del consenso persino «di molti vecchi squadristi, sani e coscienti, che guarda[va]no alla realtà della situazione», e sosteneva senza mezzi termini la necessità di favorire la costituzione di uno o due altri partiti «non ufficiali» che raccogliessero e avvicinassero alla repubblica chi non era fascista, ma neppure «antinazionale»241.

475–476

Per non dire di quanti, pur rimanendo fedeli all'idea che la «rivoluzione» dovesse avere il suo partito e che questo dovesse essere unico, reclamavano però una radicale epurazione che, a tutti i livelli, allontanasse da esso i vecchi arnesi che avevano portato alla rovina il Pnf e che con la loro sola presenza facevano il vuoto attorno al Pfr, e un drastico mutamento degli uomini ai suoi vertici. Richieste in questo senso si erano levate già prima e soprattutto - come abbiamo detto - durante il congresso di Verona; il loro numero era però aumentato di molto nelle settimane successive e ancor piú tra la fine dell'anno e gli inizi del 1944 col crescere delle delusioni e dello scontento per la gestione Pavolini e per i danni che essa provocava. Tra i vari casi che si potrebbero citare, caratteristici sono a questo proposito due articoli, pubblicati l'uno (Rinascita) il 10 novembre 1943 da «Tempo presente», il giornale degli universitari fascisti di Pistoia, l'altro (Lettera a Mussolini) il 5 febbraio 1944 dal settimanale «d'avanguardia» veneziano «Fronte unico» e che provocò prima il sequestro del numero in cui era apparso, poi la sospensione tout court del periodico242. Autore del primo era Mafilas Manini che scriveva:

... il nuovo Partito Fascista Repubblicano, sorto per volontà di uomini che pur tra le persecuzioni e le sofferenze mai rinnegarono la loro fede, che «sempre» rimasero fedeli al giuramento prestato di servire la Causa fino alla morte, ci trova adesso nelle sue file piú entusiasti e piú fascisti che mai.
Ed una domanda ci viene subito spontanea: Perché il Partito Fascista Repubblicano che è un Partito nuovo che niente ha a che vedere col defunto P.N.F., sorto con nuove idee e con uomini nuovi, suscita tanta diffidenza? perché il popolo se ne tiene lontano e non crede a questo rinnovamento? Riconosciamolo francamente, perché tutto il rinnovo annunziato ancora non c'è, perché il clima puzza ancora di vecchio, perché gli uomini nuovi sono sempre, per dirla col popolo, le «solite facce». E le «solite facce» non sono i fascisti puri che con incrollabile fede si sono messi all'opera sfidando le incognite di una situazione pericolosa per loro, ma sono gli ex gerarchi, i pomposi indossatori d'aquile pennute, i padreterni, gli avventurieri, tutti quelli che della Rivoluzione se ne servivano, che il cammino della Rivoluzione hanno intralciato, gli squadristi e i fascisti che nel periodo badogliano rinnegarono la loro fede, o gente che di fede non ne hanno mai avuta e sulla fede specula giuocando il tutto e per tutto per il proprio porco interesse e che oggi che la situazione va rischiarandosi vengono ad iscriversi al P.F.R.
Ed il popolo ha ragione di diffidare, via i vigliacchi, via gli arrivisti, via i padreterni. Pulizia vogliamo, pulizia. Vogliamo uomini nuovi, ma nuovi sul serio, uomini dalla coscienza cristallina, senza ambizioni personali e senza esibizionismi che siano pronti a fare il loro dovere con devozione ed umiltà.

476–477

Anche piú dura la posizione di «Fronte unico». Se Manini se l'era presa genericamente con le «solite facce» e aveva chiesto la loro sostituzione con «uomini nuovi», l'articolo del settimanale veneziano, come già indicava il fatto di rivolgersi direttamente a Mussolini, mostrava infatti di mirare piú alto e non solo sugli «avventurieri che avevano in passato fatto la propria fortuna nel Pnf e ora volevano ripetere l'operazione nel Pfr», ma anche ai vertici di questo. Rivolgendosi a Mussolini, «Fronte unico» scriveva infatti:

quando Voi riassumeste il duro compito di dirigere in porto la nave Italiana, ormai spezzata in due, con le vele lacere e l'ossatura scricchiolante, il popolo, quella parte del popolo che in quei turbinosi giorni riuscí ad orientarsi un po' fu con Voi, ma per Voi e per sé, ma soprattutto per l'Italia, e formulò un voto preciso: che gli uomini della nuova Rivoluzione fossero uomini nuovi. Il voto fu implicito e non espresso, allora perché il popolo, con il suo sano realismo politico, comprendeva come non fosse possibile, anche per l'urgenza cercare e scegliere al di là del gruppo dei primi, dei piú pronti. Era una situazione di avvio, una situazione di transito, necessariamente provvisoria, e, sotto questo segno della provvisorietà, esplicitamente o implicitamente riconosciuta ed affermata, ogni scelta appariva giustificata, ogni uomo utile o utilizzabile...
Purtroppo l'esperienza ha insegnato che uomini appartenenti ad una determinata mentalità tendono a confondere l'Idea con se stessi, ingenerando con la loro scarsa ed egoistica visuale un perturbamento nei fatti come nelle idee. Non discute il popolo, come gli esperti, se la prevalenza debba riconoscersi agli uomini o alle istituzioni, ma sente intuitivamente che le idee e gli istituti che le realizzano hanno da avere una vita propria, e non essere feudo di uomini.
Ciò, se è avvenuto nel passato, è bene che resti nel passato: oggi si affermi e si attui la meccanica nuova per cui si trovino gli uomini adatti agli istituti, e non si facciano questi per quelli. Non crede il popolo, che dal suo seno non si possa esprimere che una minuta pattuglia di elementi dirigenti, ai quali, e sempre ai quali, si debba ricorrere in ogni occasione. Sente, il popolo, che questa ristrettezza di scelta è fatale all'idea, perché gli uomini finiscono troppo facilmente con l'innamorarsi di se stessi e di quel sottile maleficio che è l'estro del comando, pronti poi, ahinoi, a scaricare le responsabilità sul Capo che in essi ha riposto fiducia e le conseguenze sul popolo che da essi si è lasciato guidare.
È, questo desiderio del popolo di uomini nuovi, desiderio di maggior respiro alla vita della patria, desiderio di maggior ampiezza di partecipazione all'opera di ricostruzione da iniziarsi e da portarsi in fondo con decisione ferrea, sí, ma con assoluta purezza d'intenti.

477

Che nella già di per sé precaria realtà della Rsi il partito, cosí come aveva preso corpo, costituisse un gravissimo problema, una sorgente che alimentava tutti gli altri, Mussolini ne era consapevole. Non è neppure da escludere che, un po' per l'esperienza fatta con il Pnf, un po' per la sua tradizionale diffidenza per l'istituzione partito243, lo fosse stato già quando, in Germania, aveva riassunto il potere e che se non aveva contrastato la ricostituzione fosse stato perché capiva di non poterselo permettere. Perché la sua ricostituzione era voluta e data per scontata da coloro che in quel momento gli erano attorno e sui quali non poteva non appoggiarsi; perché non disponeva di altri strumenti per cercare di riprendere in qualche misura il controllo del paese; perché i tedeschi e in primis Hitler e il gruppo dirigente nazionalsocialista non avrebbero capito (o avrebbero interpretato alla luce dei sospetti che nutrivano nei confronti degli italiani e, come si è detto, probabilmente anche nei suoi stessi confronti) un suo anche solo prender tempo riguardo ad una decisione che per loro era ovvia e preliminare rispetto a tutto il resto. Una cosa è comunque certa: poche settimane erano bastate a fargli capire che la gestione del partito di Pavolini e degli intransigenti presentava rispetto ai suoi propositi un passivo di gran lunga superiore all'attivo.

Per Mussolini - vale la pena ripeterlo - l'obiettivo piú urgente e importante sul piano interno era stato sin dall'inizio quello di guadagnare alla Rsi il massimo di consensi o, almeno, di non ostilità.

Non costituendo ancora la resistenza (che - l'abbiamo detto - Mussolini considerava in quel momento un fenomeno di scarso rilievo, transeunte o tale comunque da poter essere isolato e riassorbito o stroncato con facilità poiché, a parte pochi «terroristi comunisti», a costituirlo erano gruppi di militari sbandati che nella impossibilità di riguadagnare i paesi d'origine occupati dagli Alleati, volevano solo sottrarsi alla deportazione in Germania) un fatto realmente pericoloso, la cosa piú importante era per lui ridare alla vita quotidiana della Rsi un carattere il piú possibile normale in tutti i campi (pubblica amministrazione, trasporti, rifornimenti, lavoro, ecc.) e soprattutto in quelli dell'ordine pubblico e della sicurezza personale.

478

A mettere questi a dura prova e a farne i due problemi piú sentiti in quei primi mesi dalla gente, e nei centri minori ancor piú che in città, decisivi furono: a) la libertà d'azione della quale, in conseguenza della dissoluzione dell'apparato statale seguita all'8 settembre, avevano goduto e continuavano in larga misura a godere numerosi elementi asociali e i circa cinquemila detenuti comuni che avevano approfittato della situazione per tornare in libertà; b) il sorgere di molteplici iniziative di difesa e di autodifesa dei cittadini e dei loro beni collegate ai risorti Fasci nelle quali non di rado numerosi erano coloro che, per dirla con lo stesso Mussolini, tendevano in realtà «a ben diversi scopi»: vendette di carattere personale, rapine, ecc., «il tutto reso facile dalla \"copertura\" di agenti dell'ordine o difensori di un principio ideale»244; c) la mancanza di unità e di coordinamento operativo e disciplinare tra le varie formazioni armate fasciste locali, «polizie federali» comprese, e tra esse e gli organi centrali del partito e - cosa ancor piú grave - la costante tendenza delle une e degli altri (cosí come della Milizia prima e della Gnr poi) a sottrarsi ad ogni forma di effettiva collaborazione con le forze di polizia e con il ministero dell'Interno. Un fatto questo che in varie zone avrebbe contribuito non poco al prender piede della resistenza e al discredito della Rsi presso coloro che si trovavano esposti a tutte le violenze e a tutti i taglieggiamenti e, insieme, alle manovre di affaristi senza scrupoli che giuocavano sulla paura suscitata dall'accavallarsi di notizie incontrollate e fatte circolare ad arte per fare lucrosi affari245. Un fatto, ancora, del quale è difficile non attribuire la maggior responsabilità alla diffidenza e all'ostilità che i «puri» e gli «intransigenti» del Pfr e della Gnr nutrivano nei confronti di Buffarini Guidi e dei «vecchi arnesi» della polizia, da essi considerati «un'accozzaglia di corrotti di incapaci e di antifascisti» dei quali non ci si poteva fidare, e, piú in generale, di tutto ciò che era emanazione del potere civile, specie di quello locale (prefetture, questure, ecc.)246.

479–481

Nella sua prospettiva «normalizzatrice» e «pacificatrice», sin dalla prima riunione del Consiglio dei ministri alla Rocca delle Caminate, Mussolini si era detto contrario a «repressioni generiche» e a «misure particolari» contro coloro che, «in un momento di incosciente aberrazione infantile», avevano dato credito a Badoglio e contro coloro che, «avendo fatto costante professione di antifascismo piú o meno attivo, tali si dichiararono nelle giornate del 26 luglio e seguenti». Nei giorni successivi aveva altresí dato istruzioni a Pavolini perché tenesse a freno quei fascisti che facendo di ogni erba un fascio, mettevano sullo stesso piano i «traditori» del 25 luglio, chi dopo questa data aveva compiuto atti di violenza contro i camerati del giorno prima e chi si era solo passivamente adeguato alla nuova situazione, e invocavano «plotoni d'esecuzione in ogni piazza d'Italia»247. E si era adoperato perché il Pfr aderisse alla sua politica «pacificatrice»: se la repubblica non chiedeva agli italiani e ai lavoratori in specie né «passate o presenti benemerenze fasciste», né di prendere la tessera o di prestare giuramento, ma di dare «il loro libero contributo di idee e di azione alla realizzazione del nuovo edificio rivoluzionario»248, il partito non doveva per parte sua scoraggiare le collaborazioni «patriottiche», da qualsiasi parte venissero, né accentrare nelle proprie mani, nel nome del «vero» fascismo «sfigurato e conculcato» negli anni del regime, un potere «di controllo» (e di iniziativa) superiore a tutti gli altri, né arrogarsi quello di procedere ad una «esemplare punizione» di tutti i «traditori della causa», grandi e piccoli, vecchi e nuovi che fossero; e con essi, di tutti quegli «opportunisti» «pacifici benpensanti» che - come scriveva Guido Baroni su «Il Gazzettino» di Venezia nel dicembre 1943249 - «vorrebbero cancellare per sempre la parola fascismo» e credevano «di trovare il toccasana della nostra difficile situazione in una moltiplicazione all'infinito di strette di mano o di perdoni e nel dar vita a certe posizioni cosiddette indipendenti». E questo per non parlare di quello che Mussolini definiva il «saturnismo», Dolfin il «cannibalismo», Manunta lo stato di «permanente rissosità» che, specie dopo Verona, caratterizzava la vita interna del partito, rendendolo sempre piú simile ad un'aggregazione di gruppi di potere e di bande contrapposte e sempre piú inviso alla gente comune250.

481–482

Contrariamente ai propositi e alle speranze di Mussolini, l'atteggiamento della leadership del Pfr rispetto alla propria base (composta in buona parte da elementi raccogliticci e senza selezione alcuna251) e a questioni quali quelle della Costituente e delle forze armate, l'andamento del congresso di Verona, la tolleranza e spesso la copertura accordata al fascismo piú indisciplinato e violento e soprattutto il sempre piú frequente ricorso alle rappresaglie e all'uso indiscriminato della violenza non facevano però che sottrarre alla Rsi consensi e simpatie, procurarle nuove ostilità, screditare la sua autorità e quella dello stesso Mussolini252, suscitare scontento e tensioni all'interno dello stesso fascismo253 e alimentare nei tedeschi la convinzione di non poter fare veramente affidamento neppure sui fascisti254, favorendo l'affacciarsi in essi del dubbio di aver commesso un errore riportando al potere uomini che, invece di facilitare il loro controllo sull'Italia, creavano loro continui problemi.

482

E questo per non dire di un duplice tipo di reazioni pure provocate dalla linea politica del partito e destinate entrambe ad esercitare un peso notevole sia sulla vita interna (in senso proprio) della repubblica sia sull'atteggiamento popolare verso di essa.

La prima, e piú importante, di queste reazioni era quella suscitata tra quei fascisti e quei giovani per i quali il fascismo era una cosa diversa da quello teorizzato e praticato dal Pfr e in quanti - soprattutto militari, appartenenti alla pubblica amministrazione e intellettuali - avevano aderito alla Rsi non perché ferventi fascisti o mussoliniani, ma per «patriottismo», per «salvare l'onore nazionale», per «senso dello Stato» e per «fedeltà all'amministrazione» nella quale esplicavano la loro «funzione». Di fronte a una realtà tanto diversa da quella «concorde unità nazionale», nella quale l'«unità degli spiriti» realizzatasi all'indomani di Caporetto assumeva spesso il valore di un mito, e rivelava invece sempre piú un torbido sottofondo di ipocrisia, corruzione, marciume e violenza fine a se stessa che ne era la negazione ab imis, costoro cominciavano, a seconda dei casi, a tentennare, a sentirsi delusi255, a mordere il freno, a sbandarsi ovvero a scivolare lungo la china della «testimonianza» individuale e, peggio, della mera lotta senza quartiere contro i «responsabili» e i «mandanti» della «mala sorte della patria» o, ancora, a pensare piú al proprio tornaconto e al proprio futuro che a comportarsi coerentemente alle motivazioni che inizialmente avevano determinato la loro scelta di campo e l'avevano distinta sia da quella dei vecchi squadristi e degli «intransigenti» che sostenevano Pavolini e la leadership del partito (anche se talvolta li criticavano perché troppo «vecchio regime», troppo «politicanti» e «moderati») sia da quella di coloro che consideravano sostanzialmente superato il principio di nazionalità e lo Stato nazionale e vedevano nella «Nuova Europa» la realizzazione del «vero» fascismo e nella guerra una «guerra di civiltà»256.

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Tra gli intellettuali, preoccupati soprattutto - lo abbiamo detto - di defilarsi, le prese di posizione nei confronti del partito erano state poche e poco significative.

L'unico a parlare chiaro sin dal momento in cui aveva accettato la presidenza dell'Accademia d'Italia era stato Gentile257, sia esortando Mussolini a operare con decisione per assicurare alla Rsi uno «stabile assetto» e per realizzare «la pacificazione degli animi» («occorre proprio che degli italiani seminino il terrore contro altri italiani innocenti?») sia denunciando i danni che l'estremismo del partito stava provocando alla causa repubblicana.

Oggi - avrebbe scritto l'11 gennaio a Dolfin258 - la massa non accetta il partito perché diffida enormemente per gli errori commessi nel passato. Nell'interesse supremo della patria è necessario vincere questo stato d'animo e non creare un baratro che separi il partito dal popolo.

Dopo il 25 luglio Gentile, coerentemente alla posizione presa dieci giorni prima nel discorso in Campidoglio, aveva ritenuto di non dovere né aderire né opporsi al governo Badoglio, ma - fiducioso nel sovrano - rimanere «con militare disciplina» al suo posto. A indurlo a ritirarsi dalla vita pubblica e dedicarsi completamente a quello che sarebbe stato il suo ultimo libro era stato l'atteggiamento assunto nei suoi confronti dal ministro Severi. Né la vicenda dell'8 settembre lo aveva inizialmente indotto a recedere da questa posizione. L'accettazione della nomina a presidente dell'Accademia d'Italia, l'assunzione della direzione della «Nuova Antologia» e il suo assumersi il ruolo di piú autorevole sostenitore di quella «pacificazione degli animi» nella quale riponeva le uniche speranze perché l'Italia non sprofondasse completamente nel baratro dello sfacelo morale («la sciagura infinita d'oggi non è l'invasione straniera e la devastazione delle nostre città e la strage delle nostre famiglie e l'incertezza del domani assegnatoci dagli eventi che non sono nelle nostre mani; è nell'animo nostro, nella discordia che ci dilania, nello struggimento che ci assale innanzi allo sfacelo di quello che era la nostra fede comune, per cui si guardava cogli stessi occhi al nostro passato e con la stessa passione al nostro avvenire: questo non riconoscersi, non comprendersi, e perciò non ritrovarci piú») e della guerra civile da cui il tessuto connettivo del paese sarebbe uscito irrimediabilmente distrutto; tutto questo fu conseguenza infatti dell'incontro che, su sollecitazione di Biggini, egli ebbe il 17 novembre con Mussolini. Ché se Gentile era animato da un fortissimo e struggente amor patrio e desiderava con tutte le sue forze che l'Italia risorgesse «col suo onore» e la sua coscienza gli diceva che doveva comportarsi coerentemente a quanto aveva «predicato tutta la vita» («non posso smentirmi ora che sto per finire» scrisse il 27 novembre alla figlia) fu l'incontro con Mussolini a fargli superare le ultime incertezze: «commoventissimo» sotto il profilo umano, l'incontro convinse infatti Gentile che – quali fossero stati i suoi errori – Mussolini meritava tutto il suo aiuto: come lui non pensava affatto ad un allineamento ideologico del fascismo al nazismo259 e ciò che piú voleva era che si ristabilisse il piú possibile un clima di concordia tra gli italiani. E, in questa prospettiva, era convinto che alla détente degli animi fosse necessario contribuissero attivamente anche i non fascisti (prima di assumere la direzione della «Nuova Antologia» Gentile volle essere esplicitamente autorizzato da Mezzasoma a servirsi «anche di collaboratori non fascisti purché sinceramente e lealmente italiani») e il Pfr a cui spettava dare l'esempio e promuoverla nei fatti.

484–485

Forte di questa consonanza con Mussolini, sin dalla sua prima «uscita» pubblica in Rsi (l'articolo Ricostruire, pubblicato nel «Corriere della sera» del 28 dicembre) Gentile era sceso in campo contro l'estremismo pavoliniano:

I fascisti hanno preso, come ne avevano il dovere, l'iniziativa della riscossa, e perciò essi per primi devono dare l'esempio di saper gettare nel fuoco ogni spirito di vendetta e di fazione, e mettere al di sopra dello stesso partito costantemente la patria. E se il partito, nella sua organizzazione nazionale, alla dipendenza dei capi delle provincie, ha in mano, come organo dello stato, la responsabilità del potere, egli deve ricordarsi che la sua funzione delicatissima va esercitata piú che mai con largo spirito pacificatore e costruttivo.
Perché questo è tempo di costruire. Tanto si è distrutto, che, se qualche scoria del vecchio costume deve tuttavia cadere, se uomini di un tempo nefasto devono scomparire, se istituti devono radicalmente trasformarsi, tutto può farsi in modo che chi ne abbia a soffrire possa riconoscere l'obiettiva necessità dei provvedimenti che derivano da un principio altamente proclamato che li giustifica. Non arbitrio né violenze; ma impero d'una legge imposta dalle necessità della Patria da ricostruire.
Colpire dunque il meno possibile; andare incontro alle masse per conquistarne la fiducia e richiamarle alla coscienza del comune dovere. Non insistere sempre sui tradimenti, che disonorano la nazione e non soltanto i colpevoli, se questi erano a capo della nazione. Non perseguitare pel gusto di una giustizia che si compia anche a danno del paese; sentire una volta la nausea degli scandali, che era logico fossero inscenati quando si trattava di preparare l'obbrobrio dell'8 settembre e prostrare il paese; ma non possono entrare nel programma della ricostruzione, che richiede rinnovata e salda fiducia del paese nelle sue forze morali. La giustizia tanto meglio può adempiere il suo ufficio sacrosanto quanto piú si sottrae alla furia e alla pressione della piazza.
Ci sono tante colpe da espiare, tanti torti da riparare; tanto male che un doveroso esame di coscienza ci può rimproverare. Ma oltre il male, c'è il bene, che ora piú che mai bisogna rammentare se non si vuol finire nella disperazione: tanto bene, antico e recente, che la storia non potrà cancellare, poiché nella storia è infatti il nostro titolo a vivere.

485–486

Nel clima dell'inverno '43-44 una simile posizione, portata avanti oltre tutto da un uomo della statura intellettuale e morale di Gentile e con l'avallo, anche se non dichiarato, di Mussolini, è chiaro non potesse essere passata sotto silenzio né dagli antifascisti né da larga parte del Pfr e in primis dalla sua dirigenza che infatti l'attaccarono gli uni e gli altri violentemente, temendo che essa potesse prendere piede e far breccia tra gli incerti e in particolare tra coloro la cui maggior preoccupazione era che la situazione precipitasse - e già non mancavano sintomi eloquenti - in una guerra civile ad oltranza. E ciò tanto piú che, nonostante questi sintomi (o proprio per il loro moltiplicarsi), tentativi di «pacificazione» venivano registrati - come già abbiamo detto - in varie località e a Firenze, dove piú diretta era l'influenza di Gentile (e dove il filosofo si sarebbe presto scontrato con l'estremismo fascista e in particolare con la «banda Carità», le cui violenze, quando fu assassinato, era sul punto di denunciare a Mussolini)260, appena dieci giorni dopo il suo incontro con Mussolini, il 27 novembre vedeva la luce un settimanale «indipendente», «Rinascita», a cui collaboravano fascisti moderati, ma anche ex farinacciani (come i fratelli Bruno e Umberto Puccioni e P. F. Nistri), indipendenti e alcuni uomini noti per le loro idee certo non fasciste, convinti della necessità che «tutti gli spiriti liberali» si ritrovassero per arrestare incarcerazioni e violenze contro coloro che, pur essendo «idealmente ed ideologicamente» avversi al fascismo, non si «abbassavano» a vituperare e tradire la patria. L'iniziativa non andò però oltre il secondo numero. Una Lettera a Pavolini, di Carlo Cya, apparsa in tale numero e che stigmatizzava la «violenza extra-legale» e criticava la «burbanza» e il «cipiglio» di certi fascisti «troppo agitati» e «violenti senza scopo» ne provocò infatti la soppressione per ordine di Pavolini261. L'8 gennaio successivo venne pubblicato il primo numero di «Italia e civiltà» per il quale Gentile scrisse l'editoriale Questione morale. Ne era editore quello stesso Carlo Cya che con la sua Lettera a Pavolini aveva provocato la fine di «Rinascita». Al nuovo settimanale, diretto da Barna Occhini, collaborò, insieme ad alcuni giovanissimi che avevano fatto le loro prime esperienze su «Consegna», la rassegna della gioventú italiana del Littorio fiorentina, il meglio della cultura fascista fiorentina, da Ardengo Soffici (che le scelse il nome) a Primo Conti, ad Arrigo Serpieri; la sua caratteristica piú importante non stava però in questo e neppure nella presenza di una robusta componente cattolico tradizionalista di matrice piú o meno papiniana, ma nell'azione nazional-patriottica, pacificatrice e «ricostruttiva» (nel senso gentiliano) e di critica della violenza estremistica che - pur con le ovvie differenze dovute alle diverse origini culturali e con toni piú smorzati di quelli usati da «Rinascita» che permisero a «Italia e civiltà» di continuare le pubblicazioni sino alla vigilia della liberazione di Firenze - tutti concordemente cercarono di portare avanti e che gli valse un discreto successo anche presso i fascisti moderati del nord.

487

Pur condividendo gli intenti che muovevano Gentile, «Italia e civiltà» fu una rivista essenzialmente politico-culturale; di un livello certo superiore a quello di altre che si pubblicavano nella Rsi; ma nella quale, un po' per evitare di far la fine di «Rinascita», un po' per il venirle presto meno lo stimolo e, insieme, la copertura di Gentile, l'assillo della «pacificazione degli animi» che angustiava il filosofo si stemperava sovente in termini di «onore» e di «fedeltà all'alleanza», i problemi politici, in primis quello del partito, erano toccati quasi solo en passant262 e non mancava neppure qualche presa di posizione troppo corriva alle tematiche piú estremistiche. Che ciò dipendesse in buona parte dal precipitare della situazione lungo la china della guerra civile e dal rendersi quindi conto il gruppo di «Italia e civiltà» dell'inanità di continuare a parlare di pacificazione nei termini con i quali se ne poteva parlare all'indomani dell'8 settembre è ovvio. Ai fini del nostro discorso, anche piú importante per comprendere l'atteggiamento (e le sue molteplici evoluzioni) di quegli intellettuali che, come il gruppo di «Italia e civiltà», non si erano defilati, ma, al contrario, avevano sposato per patriottismo la causa della Rsi, è il fatto che ben presto sul loro atteggiamento prese sempre piú a pesare un senso di delusione, un sentirsi traditi non solo da essa, ma da Mussolini la cui «resurrezione» dopo l'8 settembre aveva costituito in moltissimi casi, a cominciare da quello di Gentile, la ragione piú forte e spesso decisiva della loro speranza di potersi adoperare per una pacificazione degli animi. Dover constatare di non poter fare affidamento neppure in Mussolini, in cui avevano riposto le loro maggiori speranze esponendosi all'ostilità sia dei fascisti che degli antifascisti, divenne per alcuni un cruccio intimo che si sarebbero portati dentro anche per anni, per altri costituí la molla o per adeguarsi piú o meno esplicitamente alla linea «vincente» di Pavolini o per prendere le proprie distanze dalla Rsi e, in certi casi, per passare tout court al campo avverso.

Assai significativa è a questo proposito una lunga lettera che il 24 giugno 1944, alla vigilia della caduta di Firenze (in occasione della quale alcuni collaboratori di «Rinascita» e di «Italia e civiltà» si adoperarono per stabilire un ponte tra la federazione fascista, i tedeschi e il Cln per scongiurare danni irreparabili alla città e cercare di evitare ritorsioni e vendette sanguinose263), Barna Occhini scrisse a Mussolini264. In essa il direttore di «Italia e civiltà» si abbandonò ad uno sfogo che il piú delle volte assumeva il carattere di un vero e proprio atto di accusa. In parte ingiusto, come quando Occhini, che ignorava i tentativi che nei mesi precedenti Mussolini, come si dirà piú avanti, aveva fatto per allontanare dalla guida del partito Pavolini e mettere un freno al terrorismo e alle violenze estremistiche, lo accusava di essersi ostinato a sostenere Pavolini, ma in larga parte pienamente giustificato e che fa della lettera un documento di grande importanza per comprendere l'evoluzione dell'atteggiamento di molti intellettuali saloini nei confronti di Mussolini e, piú in generale, di settori di quei ceti borghesi che pure inizialmente avevano riposto le loro speranze essenzialmente in lui, è opportuno, nonostante la sua lunghezza, citarla ampiamente.

488–489

All'accusa di essersi ostinato a sostenere Pavolini («il quale può anche essere un'ottima persona, ma certo è che i piú non vogliono saperne di lui») Occhini faceva seguire una vera e propria requisitoria in due parti, la prima dedicata alla gestione politica della Rsi, la seconda all'atteggiamento di Mussolini, al suo «silenzio», alla sua «assenza» che in qualche misura, pur avendo Occhini molto meno elementi sulla situazione politica generale e ai vertici della repubblica di quelli di cui disponeva Pettinato) fa pensare al famoso Se ci sei, batti un colpo pubblicato qualche giorno prima da Concetto Pettinato su «La Stampa». Chiudeva la lettera un'ultima parte che doveva essere stata per Occhini umanamente la piú difficile - nonostante tutto quello che aveva scritto prima - a mettere su carta, poiché in pratica costituiva una sorta di ritiro della fiducia in Mussolini. Nella prima parte prendendo le mosse dall'«ostinazione» di Mussolini nel sostenere Pavolini, Occhini scriveva:

E seguita il sistema delle imposizioni dall'alto; delle promesse non mantenute; del forzare le adesioni al regime; del non tenere in nessun conto l'opinione pubblica. Seguita il sistema dei patteggiamenti, dell'intransigenza affermata in teoria e tradita in pratica; esempi: il processo Scorza; i processi dei vari tribunali speciali; i processi della commissione per gli illeciti arricchimenti; le epurazioni nel partito e nelle gerarchie civili e militari, all'acqua di rose; le pene minacciate ai renitenti di leva, quando si sapeva di non avere i mezzi d'infliggerle, senza dire che fu un grave errore la coscrizione obbligatoria, quando era evidente che il nuovo esercito doveva essere esclusivamente di volontari. E a un tratto, poi, per dare al regime parvenza di regime rivoluzionario, si fucila un Campioni, mettendolo sullo stesso piano, ed è incredibile, di un Leonardi, il quale intanto è in salvo, cosí come sono in salvo i veri responsabili della votazione del Gran Consiglio, mentre si sono fucilati i piú innocui (salvo uno). Fucilazioni inaccettabili, legalmente e moralmente, perché eseguite troppo tardi, e a freddo, sicché appaiono piuttosto delitti che tragiche operazioni di chirurgia rivoluzionaria.
Né basta. Il popolo ha fatto intendere a chiare note di non voler piú sentir parlare di fascismo e di fascisti? Ebbene, come prima, ancora si seguita a inasprirlo riservandogli in tutte le salse il fascismo e i fascisti, gli squadristi e le camicie nere, e perfino si obbliga a vestire la camicia nera ai carabinieri, e si conclama che nessun altro partito ha il diritto di esistere fuorché il partito fascista: salvo a invocare poi l'abbraccio di tutti gli italiani!

489–490

La seconda e la terza erano cosí intimamente connesse l'un l'altra che ci pare opportuno riportarle nella loro successione logica e letteraria:

E finalmente seguita il vostro pertinace mutismo. Seguita il vostro stare rinchiuso e invisibile, contentandovi di emanare ordini, decreti e leggi a cui nessuno obbedisce, di cui quasi nessuno si cura. Come per tre anni agli italiani tutti è sembrato di non avere piú un governo e capo, cosí ora, da nove mesi, il medesimo sembra agli italiani della Repubblica.
Accadono fatti inauditi, si fonda una repubblica, gli italiani si avventano gli uni contro gli altri come cani, il nemico avanza e occupa intere regioni, il cosiddetto «alleato» ritirandosi ci saccheggia e spoglia a guisa del peggiore nemico, la guerra imperversa su questa terra e su questo popolo nella forma piú atroce e Voi, Voi non avete nulla da dire, Voi restate nascosto e inaccessibile in un misterioso angolino d'Italia. Proprio quando piú si sarebbero dovute manifestare le vostre rare qualità di trascinatore, di galvanizzatore e insomma di capo e di duce, proprio quando Voi piú avreste dovuto essere vivo e presente dappertutto, nello spirito e nel corpo, Voi vi siete appartato e adottate un modo di agire quale a malapena si converrebbe a un periodo di ordinaria amministrazione. La nazione va alla deriva e voi lasciate a qualche vostro collaboratore gaglioffo e alla piú gaglioffa delle propagande il compito di dare alla nazione orientamenti e direttive, di incuorarla. È questo il concetto che Voi avete della funzione di un capo in una crisi tragica? Voi, duce d'una rivoluzione?
E non crediate che s'ignori le enormi difficoltà contro le quali avete a lottare, sia rispetto agli italiani, dinanzi ai quali il 25 luglio vi ha esautorato moralmente, sia rispetto alla nazione amica e a un tempo nemica che occupa l'Italia repubblicana e che vi ha, essa, esautorato materialmente. Nondimeno altro si attendeva da Voi. Soprattutto si attendeva da Voi, e non dal settembre soltanto, che foste capace al momento richiesto di mutare affatto rotta, con un rapido, deciso, vigoroso colpo di timone. Appena voi vi accorgeste, fin dal '40-41, che le cose della guerra non andavano al modo previsto e che i vostri piani si frantumavano, dovevate a un tratto fare punto e a capo, e iniziare col popolo italiano una nuova politica, audace, energica, vibrante, rivoluzionaria davvero. Ancora eravate in tempo a salvare l'Italia dalla catastrofe. Invece avete seguitato imperturbabilmente, forse sempre cullandovi nell'ottimismo, sulla solita rotta. E neppure dall'8 settembre vi siete rinnovato, neppure da allora avete mutato dal fondo, radicalmente, la vostra tattica di governo. Che avete fatto per richiamare gli italiani a Voi? Dov'è la vostra sensibilità di una volta, la vostra duttilità, inventività e genialità? Dove quel profondo calore morale, quel fuoco dell'anima che un grande capo sa trasmettere in un popolo, esaltandolo alle piú difficili imprese?
Ma cosí stando le cose, chi può sperare piú in Voi? Non soltanto non suscitate piú alcun entusiasmo, ma avete a poco a poco soffocati, vostro malgrado, quegli entusiasmi iniziali che tanto facevano sperare per un risorgimento dell'Italia. E il fatto è che oggi da una parte l'Italia repubblicana vi sente estraneo alla propria vita, dall'altro vi sente come un pesante impaccio, come un'enorme ombra che aduggia il rigoglioso rifiorire delle speranze, dei propositi, delle fattive volontà di rigenerazione.
Oggi il piú e il meglio dell'Italia repubblicana è giunto all'amara, penosa convinzione che finché Voi restate al governo l'Italia non si rinnova. Non si rinnova, quanto meno, finché Voi persistete nell'attuale politica e non ritrovate d'improvviso, ma se già non è troppo tardi, il vostro stile di un tempo.
Questa è la dura verità che vi è tenuta nascosta, perché gli italiani di là non sanno che insultarvi, gli italiani di qua non sanno che adularvi o tacere...
Chi vi scrive è uno, credetelo, che ha avuto in Voi fino a ieri molta fede. Era quasi orgoglioso di Voi, in nome dell'Italia, e ancora non si rassegna a non sperare piú in Voi. Ancora spera in Voi, nonostante tutto, spera in una vostra improvvisa e luminosa resurrezione. Ma Voi non dovete piú trascurare la voce di chiunque amando svisceratamente l'Italia in nome dell'Italia Vi parli. Perché l'Italia è, come vi ho detto in principio, anche al di sopra di Voi.

490–492

Assai piú vivo ed esplicito era il malessere negli ambienti militari. In essi, oltre alla delusione e allo scontento per come si era conclusa la vicenda della Gnr e per il pullulare di formazioni militari piú o meno autonome e piú o meno favorite dal Pfr265, a rendere difficili i rapporti tra i vertici militari e quelli del partito contribuivano massicciamente la non sopita polemica sull'apoliticità delle forze armate266 e il diverso modo con cui erano concepiti - almeno a livello di intenzioni - i rapporti con i tedeschi. In particolare per quel che riguardava i continui salassi di uomini ai quali questi sottoponevano l'Esercito; ché se entrambi non potevano che subirli, per il partito costituivano un fatto meno grave, sia perché giustificato ideologicamente dalla «causa» comune, sia perché a farne le spese erano soprattutto le «infide» forze armate, mentre per queste ogni uomo sottratto loro rappresentava un passo indietro sulla strada dell'acquisizione di una propria fisionomia e funzione e della costituzione di un esercito nazionale. Da qui un malessere e una tensione che si traducevano in una lotta sotterranea tra i vertici militari e del partito che praticamente si sarebbe protratta per tutta la durata della Rsi e che, per un verso, rendeva difficile ai primi di arginare lo sfaldamento delle forze da essi dipendenti e il costituirsi, ad opera di ufficiali piú impazienti o piú ambiziosi e talvolta piú politicizzati e, per un altro verso, favoriva il rafforzarsi di quelle già esistenti e in particolare della X Mas, non a caso il piú efficiente, ma anche il piú autonomo - anche politicamente - dei corpi armati dei quali dispose la Rsi267. Né questa lotta, dalla quale l'unico a trarre veramente vantaggio fu il movimento partigiano, sarebbe rimasta circoscritta al rapporto Esercito-partito. Di fronte alla crescente pretesa del Pfr di affermare la propria egemonia e il proprio intransigentismo su tutto e tutti, attorno alla metà del '44 infatti anche i rapporti tra Pavolini e Ricci si sarebbero fatti tesi, al punto che la caduta di Roma, l'azione combinata di Pavolini e dei tedeschi contro i carabinieri che erano stati inquadrati nella Gnr268 e contro la stessa Gnr, da essi accusata (in parte a ragione, ma in parte ad arte) di scarsa efficienza e combattività e la costituzione delle Brigate nere avrebbero portato al passaggio, il 14 agosto, della Gnr alle dipendenze dell'Esercito, facendone un suo corpo269 e, quattro giorni dopo, alla destituzione di Ricci da suo comandante270. Il tutto con il tacito assenso sia di Graziani che di Buffarini Guidi che, oltre a vedere finalmente nella polvere l'inviso Ricci, si illudevano di trarre dal declassamento della Gnr un aumento del peso politico dell'Esercito e della Polizia.

492

Anche maggiore era il malessere nell'Aeronautica e nella X Mas. Animate com'erano da uno spirito di corpo pressoché assente nell'Esercito e partecipi di un modo di vivere la guerra che questo non aveva conosciuto, sia l'Aeronautica che la X erano state ricostituite per iniziativa e ad opera di ufficiali che godevano di un incontrastato prestigio presso i loro uomini e la cui adesione alla Rsi non era stata nella maggioranza dei casi conseguenza di un particolare impegno fascista (tant'è che i piú di essi avrebbero preferito che invece che di fascismo si parlasse solo di Italia), ma, appunto da un forte spirito di corpo inteso soprattutto in senso morale che dava alla loro convinzione che al «disonore» dell'8 settembre fosse necessario reagire continuando a combattere a fianco dell'alleato (che pure molti non amavano affatto) una ulteriore motivazione morale: quella di non tradire il sacrificio dei commilitoni caduti combattendo contro quelli che sino all'8 settembre erano stati i nemici e che la monarchia traditrice avrebbe voluto fossero invece considerati amici e liberatori. E - per quel che riguarda l'Aeronautica - di assicurare la difesa del territorio e delle popolazioni dalle incursioni nemiche, astenendosi al tempo stesso da azioni al sud, per non mettere a rischio le vite e i beni di quei connazionali. E questo - e qui si annidavano l'irrealismo e la contraddizione di fondo di una simile posizione e, dunque, la ragione del loro malessere e degli scontri con i tedeschi, il Pfr e lo stesso governo repubblicano - in piena autonomia dai tedeschi e, in sostanza, anche dalle autorità repubblicane e con il proposito, per un verso, di combattere gli anglo-americani e il movimento partigiano jugoslavo e, per un altro, di astenersi dal partecipare alla lotta «fratricida» contro quello italiano e senza fare una scelta ideologico-politica che, almeno inizialmente, i piú rifiutavano di fare, convinti com'erano che solo la scelta nazional-patriottica avesse un senso e che, contrariamente a quella fascista, fosse l'unica che potesse tenere uniti gli italiani.

Che questa posizione fosse irrealizzabile era stato quasi subito evidente. Specie per quel che concerneva la X Mas, le cui possibilità di operare in mare contro gli Alleati erano assai ridotte, i tedeschi facevano di tutto per tener lontana dalla linea del fronte e in particolare dalle province orientali da essi sottratte all'amministrazione della Rsi e che - cosa ancor piú importante - nel giro di pochissimo tempo era venuta trasformandosi profondamente per l'affluire attorno al nucleo iniziale dei vecchi marò che l'avevano ricostituita di un gran numero di uomini provenienti da tutte le armi e di giovanissimi, all'origine della cui scelta era talvolta il desiderio di non identificarsi col fascismo, ma soprattutto di combattere tutti i nemici dell'Italia, quelli interni come quelli esterni, e che si erano arruolati nelle sue fila perché la sua efficienza e autonomia davano loro la convinzione di poterlo fare molto piú efficacemente che non entrando nell'Esercito o nella Gnr.

493

Nell'Aeronautica, che disponeva di pochi reparti paracadutisti ed era oggettivamente meno coinvolgibile nella lotta contro i «ribelli» dato il carattere particolare della guerra partigiana, il malessere e gli scontri con i tedeschi, il Pfr e il governo ebbero origini e iter in una buona parte diversi. Passato il momento della sua ricostituzione, la sua posizione rispetto alla propria partecipazione alla Rsi era mutata non tanto nel senso di una progressiva politicizzazione (che sarebbe sempre rimasta relativamente bassa) quanto di una sua radicalizzazione che avrebbe portato i vertici dell'Aeronautica a scontrarsi a piú riprese non solo con il partito e i tedeschi, ma con lo stesso governo repubblicano. Sicché non può meravigliare né il frequente mutamento dei suoi vertici (in diciannove mesi l'Aeronautica ebbe quattro sottosegretari) a cui Mussolini e Graziani ricorsero per cercare di controllarla meglio e di evitare una drammatizzazione dei suoi rapporti con la Luftwaffe che inevitabilmente si sarebbe ripercossa su quelli, già cosí difficili, tra il governo di Salò e i tedeschi, né il fatto che la Regia Aeronautica, non riuscendo a cogliere le motivazioni morali che avevano determinato la maggior parte delle adesioni alla Rsi e che erano alla radice del malessere dell'Aeronautica repubblicana e della sua resistenza alle inframmettenze tedesche e del Pfr, prendesse segretamente contatto con alcuni dei suoi ufficiali piú prestigiosi sperando di indurla a trasferire al sud i suoi aerei e quanti piú uomini possibile e a riunire cosí «la famiglia Aeronautica» divisa dall'8 settembre271.

Da ciò che ne sappiamo è probabile che questi contatti dovettero avere per l'Aeronautica del sud un carattere essenzialmente politico-propagandistico e mirassero a mondare l'arma azzurra dalla colpa di essersi schierata con Mussolini; da qui, probabilmente, il loro cadere nel nulla. Ben diverso carattere dovettero avere invece - sempre per quel che ne sappiamo - i contatti che intercorsero, tramite soprattutto uomini della vecchia X Mas rimasti al sud, tra la Regia Marina e la X e che trovarono il consenso piú o meno tacito dei servizi segreti alleati e di esponenti politici britannici interessati a sondare la possibilità di assicurarsi nella fase finale della guerra in Italia l'apporto della X per contenere sino all'arrivo delle truppe alleate la spinta titina verso occidente. Ma su questi contatti torneremo piú ampiamente a suo luogo.

494–495

Lo scontro di maggior rilievo tra l'Aeronautica e il governo si verificò tra la metà del dicembre 1943 e quella del gennaio successivo. Apparentemente Mussolini poté evitare con facilità il pericolo che esso sortisse conseguenze politiche gravi nominando sottosegretario il generale Tessari in sostituzione del ten. colonnello Botto (il padre dell'Aeronautica repubblicana) che il 16 dicembre, irritato per le continue querelles con il partito e dalla passività di fronte ad esse del governo, aveva sondato Rahn sulla eventualità «di un governo militare costituito di elementi sani e fedeli, decisi a mantenere ad ogni costo fede al patto di alleanza» e, alcuni giorni dopo, aveva ribadito anche a lui il proprio punto di vista che le forze armate dovevano «assolutamente poggiare su un solido governo»272. Pur risolto, il «caso Botto» rivela però un profondo malessere, che traeva origine dall'ostentata diffidenza della Luftwaffe e in particolare del suo comandante in Italia, maresciallo von Richthofen verso gli italiani, ma soprattutto dalla campagna di diffamazione e dalle accuse di tiepido fascismo, se non addirittura di badoglismo mascherato, che venivano mosse all'Aeronautica dal Pfr e in specie da Farinacci dalle colonne de «Il Regime fascista»273 e dall'irritazione di questa per non essere adeguatamente difesa e valorizzata per il suo impegno bellico dal governo. Lo dimostra il fatto che il malessere non sarebbe diminuito con la nomina di Tessari, al quale oltre tutto molti piloti non perdonavano di aver accettato di sostituire Botto. Anche se la storia dell'Aeronautica repubblicana è ancora praticamente in gran parte tutta da scrivere274, si può dire che esso andò anzi crescendo, al punto che, a quanto riferisce un documento sull'attività del 1° gruppo caccia, che, probabilmente, drammatizza un po' la consistenza dell'episodio, ma trova conferme indirette in altri documenti coevi275, nel maggio sarebbe stato sul punto di prendere corpo un movimento (al quale avrebbero partecipato anche reparti non dell'Aeronautica) «tendente a rovesciare il governo fascista... e ad instaurare un governo militare» piú idoneo a tener testa al partito e ai tedeschi. A detta dello stesso documento, il movimento, pur essendo stato bloccato in tempo dal governo e dai comandi superiori repubblicani, sarebbe stato all'origine della crisi della successiva fine di agosto, allorché i tedeschi, un po' per togliersi la spina nel fianco delle difficoltà che venivano loro dall'Aeronautica repubblicana e dare un avvertimento alle altre formazioni militari sempre piú critiche nei loro confronti, un po' perché risentivano sempre piú della difficoltà di addestrare un numero di piloti in grado di rimpiazzare quelli perduti e di far fronte alla richiesta di una produzione di aerei in forte espansione, pensarono di sciogliere l'Aeronautica della Rsi, mettendo i suoi componenti di fronte alla scelta tra arruolarsi in una Legione aerea italiana inquadrata nella Luftwaffe ed operante soprattutto in difesa dei cieli della Germania, dove avevano deciso di concentrare la maggior parte del loro potenziale aereo, e nella guerra sul fronte orientale e su quello occidentale, rinunciando ad una vera copertura aerea di quello italiano, passare alla Flak, essere deportati in Germania. Di questo episodio276 parleremo però nel prossimo capitolo poiché se esso attiene alla storia dell'Aeronautica repubblicana, costituisce anche un momento significativo della biografia umana e politica di Mussolini che proprio in occasione di esso ebbe uno degli ormai sempre piú rari sprazzi di orgoglio e di deciso attivismo, al punto da indurre i tedeschi (che lo avevano tenuto all'oscuro di tutto, sicché seppe dei loro propositi quando essi stavano attuando la prima fase del loro piano da Vincenzo Costa, precipitatosi da Milano a Gargnano per informarlo di cosa stava accadendo277), a rinunciare all'operazione.

495–496

Di poco successivo al «caso Botto» fu l'assai piú grave «caso Borghese». A distanza di mezzo secolo, appare sempre piú evidente che esso non solo ebbe un'eco molto maggiore rispetto a quella che ebbe per protagonista il sottosegretario all'Aeronautica, ma costituí la punta emergente di un iceberg che avrebbe percorso e agitato le acque della Rsi durante tutta la sua esistenza e del quale è possibile cogliere in qualche misura la presenza anche negli scritti memorialistici dei maggiori esponenti di Salò, tutti per altro assai laconici su di esso278.

496–497

Contrariamente a ciò che si potrebbe credere e a quanto affermato nel dopoguerra dalla pubblicistica politica neofascista, la X Mas279, pur costituendo per cosí dire il fiore all'occhiello delle forze armate repubblicane, e il suo comandante erano stati subito guardati con sospetto e persino con ostilità dall'establishment politico-militare repubblicano. Quanto ai tedeschi, ostilissimo si era subito rivelato il comandante della Kriegsmarine in Italia, ammiraglio Meendsen-Bohlken. In verità, piú che per ragioni politiche e militari, perché - come si legge nelle memorie di Moellhausen280 - non voleva essere considerato da Dönitz come il suo predecessore, l'ammiraglio Ruge, troppo acquiescente nei confronti della Marina italiana e, soprattutto, per un misto di «ottusità di vedute e di pusillanimità», di invidia per i successi che la X, se messa in grado di operare nel Mediterraneo, avrebbe potuto conseguire e di antipatia nei confronti di Borghese, da lui considerato «troppo superbo, indipendente e di idee e mentalità opposte a quelle dominanti nella Marina germanica». Da qui una serie di contrasti e di scontri che si sarebbero susseguiti sino all'aprile 1945, anche dopo cioè che il comando della Marina tedesca fu assunto dall'ammiraglio Löwisch281, e che avrebbero registrato il loro momento piú drammatico nella seconda metà dell'agosto 1944, allorché i tedeschi, in grande agitazione per lo sbarco alleato in Provenza e temendone uno anche in Liguria, arrestarono e fucilarono due ufficiali della Marina italiana ritenuti da essi rei di alto tradimento per aver ordinato - secondo il piano predisposto per l'eventualità di un probabile sbarco sulla costa ligure - al personale della capitaneria di San Remo e di Imperia di ripiegare su Genova, deportarono in Germania centottantatre marinai e occuparono tutte le unità e gli edifici della Marina. L'incredibile episodio avrebbe di fatto portato ad una rottura tra le due Marine. Borghese, che ricopriva anche la carica di sotto capo di Stato maggiore di quella repubblicana, ne investí infatti Mussolini (che intervenne a sua volta su Dönitz) e tutte le maggiori autorità militari tedesche e italiane chiedendo, e alla fine ottenendo, il riconoscimento dell'assoluta innocenza dei due ufficiali fucilati, riparazioni morali e materiali alle loro famiglie e l'immediato rimpatrio dei marinai deportati282.

497

Pessimi con la Marina, i rapporti di Borghese erano invece un po' migliori con Rahn e soprattutto con Wolff. Questi infatti, pur entrando in varie occasioni in rotta di collisione con la sua ostilità a spezzettare la X impiegandola in azioni antipartigiane che non riteneva rientrassero nei suoi compiti e con la sua tendenza a tenerla invece il piú possibile unita per far fronte al pericolo di un'avanzata titina e/o «per poterne disporre in blocco al momento della disfatta, che prevedeva inevitabile, e... potere, nel periodo di transizione prima dell'arrivo degli Alleati, mantenere l'ordine necessario ad evitare gravi avvenimenti», si rendevano però anche conto dell'importanza militare della X, sicché, allorché si convinsero che Borghese, contrariamente a quanto andavano dicendo i suoi avversari, non aveva ambizioni politiche né Mussolini aveva intenzione di affidargli incarichi politici, si adoperarono per non drammatizzare gli screzi che di tanto in tanto si producevano e soprattutto per evitare di dar spago ai suoi avversari, arrivando sino a sostenerlo apertamente contro la propria Marina283.

Pur tenendo in debito conto l'ambiguità dell'atteggiamento tedesco e i maneggi della Kriegsmarine, le vicende della X Mas e di Borghese in particolare (sia per quel che riguarda l'episodio piú clamoroso e piú direttamente connesso agli avvenimenti dei mesi dei quali ci stiamo occupando, l'arresto cioè a metà del gennaio 1944 del comandante la X ad opera della Gnr, sia le sue successive manifestazioni) sono da vedere essenzialmente in un'ottica italiana e che deve tenere conto di una molteplicità di elementi, tutti egualmente importanti se si vuole che il discorso sulla X e su Borghese esca dalle secche nelle quali ha ristagnato per mezzo secolo senza riuscire a elevarsi a un livello storico.

498–499

In quest'ottica un primo elemento di cui tener conto è la posizione dell'establishment repubblicano rispetto a quella di Borghese. Se infatti è facile comprendere le ragioni delle diffidenze, dei timori, delle ostilità e in qualche caso delle gelosie (tipiche quelle di Ricci e della Gnr sopravanzata su tutti i terreni dalla X) di Pavolini e dei fascisti intransigenti vecchi e nuovi di fronte all'«apoliticità» rivendicata da Borghese per la X e all'eccessivo «spirito di iniziativa e di autonomia» di questa, meno facile è capire le ragioni di quelle che, sin dal primo momento, si erano manifestate tra i fascisti non estremisti e nell'ambiente militare, che, a rigor di logica, si sarebbe portati a pensare dovesse vedere con favore sia i positivi risultati organizzativi che, grazie alla concretezza, al dinamismo e alla spregiudicatezza del suo comportamento284, Borghese aveva conseguito mettendo sin dalle prime settimane - quando l'Esercito e la Gnr non riuscivano né a darsi una reale struttura organizzativa né ad ottenere dai tedeschi il riconoscimento di un proprio status e di un proprio spazio di autonomia - la X in condizione di scendere in campo con i primi reparti, sia il carattere nazional patriottico e «apolitico» che Borghese si sforzava di darle. Il fatto è che questo carattere, se per un verso corrispondeva a quanto molti militari, a cominciare da Graziani, auspicavano, per un altro verso aveva per essi inaccettabili aspetti di novità, e in qualche caso addirittura di «democraticità»,285 e ben poco aveva in comune con gli schemi mentali e burocratici di quella tradizione militare alla quale, pure, la Rsi attribuiva tanta parte della responsabilità per gli insuccessi e le sconfitte collezionate negli anni precedenti e per il «tradimento finale», ma della quale anche coloro che avevano aderito alla Rsi erano partecipi. Il che spiega il prestigio e il consenso dei quali la X godeva tra tanti giovani e giovanissimi che scelsero di arruolarsi volontariamente nelle sue fila a fianco dei marò della vecchia X286 e le simpatie per essa di uomini dallo spirito non conformista quali Marinetti e Pound287, ma anche la diffidenza, se non addirittura l'ostilità piú o meno esplicita di larga parte della componente tradizionale dell'establishment politico e militare repubblicano che vide in Borghese e nella sua X Mas un qualcosa di estraneo alla loro cultura e ai loro valori e, insieme, di pericoloso per la loro egemonia.

499–500

Un secondo elemento di cui tener conto è la pressoché totale assenza in Borghese non solo di senso politico, ma anche di una ideologia che non fosse un radicato e radicale nazionalismo. Un'assenza che in quelle circostanze rendeva il suo «apoliticismo», per un verso, una sorta di astrazione e, per un altro, lo esponeva frequentemente ai rischi delle suggestioni piú irrealistiche e tali da far dubitare del suo lealismo, sul quale, invece, crediamo non sussistano dubbi. Fermissimo nelle sue convinzioni, il suo comportamento era spregiudicato («data la situazione, debbo ribadire - avrebbe scritto nelle sue memorie288 - che le vere e sole norme a cui potevamo far ricorso erano quelle dello stato di necessità») e insieme privo di duttilità politica; l'importante per lui era l'efficienza della X e che i suoi uomini partecipassero dell'idea della funzione «nazionale» che era convinto di poter avere.

500

Da qui una serie di altri elementi sui quali ci pare opportuno richiamare sia pur brevemente l'attenzione del lettore: il senso di superiorità rispetto alle altre forze armate repubblicane, e in specie quelle «di partito», che animava larga parte degli uomini della X; la tendenza a sentire e portare spesso alle estreme conseguenze la propria «autonomia» rispetto ai comandi degli altri corpi, anche se gerarchicamente superiori; l'altrettanto forte tendenza a considerare la loro posizione «apolitica» al di fuori da ogni logica e prospettiva politico pratica. Tipici in questo senso sono i tre stadi che spesso sono riscontrabili nel loro atteggiamento nei confronti dei partigiani e della politica della Rsi verso di essi. Tre stadi che possono essere cosí schematizzati: primo, la X combatte per l'onore della patria; la sua guerra è contro il nemico invasore dell'Italia e non ideologica e di partito, che divide gli italiani invece di unirli nel nome della patria, e, dunque, la X non combatte i partigiani; secondo, se però i partigiani si accaniscono contro di essa, vendichi i suoi morti; terzo, ogni forma di clemenza verso i partigiani dettata al governo o al Pfr da considerazioni di ordine politico non può essere accettata e non riguarda la X: i nemici attivi della patria, coloro che uccidono chi ne difende l'onore e il territorio non possono trovare clemenza289.

Alla luce di questi elementi è possibile cogliere le ragioni dell'alleanza, consapevole o di fatto poco importa, che assai presto, e soprattutto dopo la morte dell'ammiraglio Legnani e la nomina a sottosegretario alla Marina del capitano di fregata Ferrini (al contrario del suo predecessore, piú portato a far politica che a vedere i problemi di sua competenza in chiave soprattutto tecnica), prese a prender corpo nell'establishment repubblicano contro Borghese e la X e che, attraverso aggregazioni e disaggregazioni contingenti e momenti di varia tensione, non avrebbe praticamente mai cessato di cercare di liquidare Borghese, contrastare lo sviluppo e l'autonomia della X e disperderne le forze impiegandole a spizzico nella lotta antipartigiana, alimentando una campagna di insinuazioni e di accuse piú o meno esplicite, in parte false e addirittura calunniose, ma in parte favorite dalla mancanza di senso politico di Borghese e dal suo comportamento spregiudicato: valgano per tutte quelle di non essere un fascista, di sabotare le disposizioni governative, di tendere a costituire un vero e proprio esercito personale parallelo, di aver contatti col sud e persino di progettare un colpo di stato «reazionario» contro il governo repubblicano.

501

La prima e piú drammatica manifestazione di questa azione anti Borghese e anti X si verificò nel gennaio 1944290, allorché Ferrini e Ricci, spalleggiati da Pavolini (che aveva convinto Mussolini della necessità di trarre dalla fanteria di marina un migliaio di uomini per mettere la Gnr in grado di «liberare talune provincie del Piemonte dai cosiddetti partigiani, alleati del nemico»291 e di inviarne altri in Germania per la costituenda «San Marco») e con il tacito assenso di Graziani, tentarono di dividere le forze di mare della X da quelle di terra e di sottrarre queste a Borghese.

A questo scopo nella seconda metà del dicembre 1943 erano stati destinati (senza neppure informarne preventivamente Borghese) presso il comando della X a La Spezia due ufficiali superiori della marina con il compito di completare l'approntamento dei battaglioni già costituiti o in via di costituzione. Uno di essi si era recato pochi giorni dopo da Mussolini e gli aveva comunicato di avere già pronti i primi battaglioni. La notizia, non vera, aveva irritato profondamente numerosi ufficiali della X che l'inatteso arrivo dei due inviati di Ferrini aveva già messo in una situazione di disagio e di allarme, tanto da indurli, il 9 gennaio, a procedere al loro «fermo» e alla loro consegna alla Gnr di Firenze sotto l'accusa di «tradimento del capo del governo». Quel giorno Borghese si trovava a Levico, all'ufficio di collegamento con la Kriegsmarine. Secondo le fonti piú attendibili, egli non aveva avuto sentore alcuno di quanto andava maturando; quello che è sicuro è che, appena informato dell'accaduto, biasimò l'iniziativa come contraria all'etica militare e si recò subito da Ferrini per discutere di quanto era avvenuto. Fu a questo punto che la situazione prese a precipitare.

In un drammatico colloquio, pur non approvando l'operato dei miei dipendenti - avrebbe scritto nelle sue memorie292 - gli espressi la convinzione che l'unico effettivo responsabile di quanto era accaduto fosse proprio lui. Ferrini, respingendo le mie accuse, minacciò di far circondare la Decima dai battaglioni delle SS e di farla poi deportare in Germania.

502

Conseguenza diretta di questo scontro fu - mentre a La Spezia autoblinde tedesche prendevano posizione di fronte alla caserma della X e questa puntava alcuni dei suoi cannoni antiaerei contro di esse e veniva scatenata una violenta campagna contro Borghese, accusandolo tra l'altro di essere a capo di un'organizzazione «delle medaglie d'oro» (di cui avrebbero fatto parte anche Enzo Grossi e Mario Arillo) che si proponeva di rovesciare il governo e di «catturare» Mussolini - la convocazione per il 13 gennaio a Gargnano di Borghese.

Il 13 però il comandante la X non fu ricevuto da Mussolini. Impossibile è dire, se perché irritato da quanto avvenuto al punto da considerarlo un episodio «unico nella storia di tutte le Marine del mondo» o perché, come ritenne il colonnello Jandl, a due giorni dall'esecuzione di Ciano e preoccupato per la scomparsa di Edda e dei nipotini non se la sentiva, irritato com'era per di piú da uno stelloncino apparso il 25 dicembre su «X per l'onore», un bollettino pubblicato dalla X, che lo aveva esplicitamente accusato di nepotismo nei confronti del genero; o - piú probabilmente - perché impegnato com'era (come vedremo piú avanti) nell'operazione volta a portare Balisti alla segreteria del Pfr, non volle offrire il destro a Pavolini e a Buffarini Guidi di presentare ai tedeschi il «caso Borghese» e la propria estromissione dal governo come parti di una piú vasta operazione contro di loro. Arrivato alla villa delle Orsoline fu puramente e semplicemente arrestato dalla Gnr e tradotto nella fortezza di Brescia.

Come è facile immaginare e come Jandl riferí il 22 ai suoi superiori, l'arresto suscitò un grande scalpore, certo maggiore di quello che gli avversari di Borghese dovevano aver messo in conto. Per alcuni giorni fu persino corso il rischio che due battaglioni della X marciassero su Brescia per liberare «il comandante» e, poi, far piazza pulita delle gerarchie repubblicane, «liberare Mussolini dal fascismo», facendone, come qualcuno diceva, una sorta di «nonno della patria», e poter finalmente combattere non piú nella prospettiva di un fascismo che aveva fatto ormai il suo tempo, ma in uno spirito nuovo, di «purificazione» e di «redenzione».

Allo stato della documentazione, è difficile anche solo ipotizzare se a far rimettere, il 25 gennaio, in libertà Borghese e a por fine per il momento alla querelle tra la X e i suoi avversari (significativa è a questo proposito la sostituzione, il 14 febbraio, di Ferrini, che tra gli accusatori di Borghese era stato quello che piú si era esposto, con l'ammiraglio Sparzani, mentre a Borghese fu confermato l'incarico di sotto capo di Stato maggiore della Marina assegnatogli in novembre) fossero i numerosi interventi a suo favore (tra i quali quello di Farinacci che, pure, qualche mese dopo avrebbe condotto sulle colonne de «Il Regime fascista» una violenta campagna contro di lui) o i risultati negativi dell'inchiesta sul suo comportamento disposta dal comando generale della Gnr o i successi che proprio nei giorni della sua detenzione i barchini d'assalto della X stavano ottenendo contro le navi alleate davanti ad Anzio o, ancora, il timore che l'arresto di Borghese potesse sfociare in una crisi di dimensioni molto maggiori e scatenare una guerra civile nella guerra civile, senza neppure la certezza che i tedeschi sostenessero il governo. Certo è, invece, che il ritorno in libertà di Borghese e l'invio sul fronte di Anzio del battaglione «Barbarigo», tra i reparti della X quello che durante la crisi seguita all'arresto del «comandante» aveva assunto le posizioni piú intransigenti, non pose affatto fine né ai contrasti, né alle diffidenze e alle ostilità dei politici rispetto alla X, né allo stato d'animo critico di molti settori di questa nei confronti della dirigenza politica e militare della Rsi. E come non bastasse, quanto avvenuto non serví neppure a indurre Borghese (che pure avrebbe di lí a poco stabilito un buon rapporto personale con Rolandi Ricci che gli avrebbe fatto in piú di una occasione da consigliere e da tramite presso Mussolini) ad un atteggiamento politicamente piú cauto. Ché, anzi, come vedremo piú avanti, fu proprio dopo la crisi del gennaio 1944 che, un po' per mancanza di senso politico, un po' perché indispettito dalle difficoltà frapposte ai suoi progetti di potenziamento della X e alle sue velleità autonomistiche, Borghese, pur dovendosi rendere conto del loro irrealismo (e in alcuni casi della loro dubbia buona fede) e dei rischi ai quali tali contatti potevano esporlo, cominciò a prestare orecchio ai vari movimenti di «dissidenza» e di «opposizione» al Pfr che andavano prendendo corpo e, in qualche caso, ad influenzare anche taluni settori piú ingenui o irrequieti della X293. Da qui la facilità con la quale sino alla fine perdurarono e si moltiplicarono le diffidenze e le ostilità nei suoi confronti sia nel partito sia nei vertici dell'Esercito e della Gnr e il periodico riaffacciarsi dell'accusa di tramare un colpo di stato «reazionario». Nonché la spiegazione di alcuni oscuri maneggi dei servizi segreti militari tedeschi volti probabilmente a cercare di indebolire le resistenze di Mussolini nei confronti dello strapotere della Wehrmacht ricorrendo ad una sorta di «minaccia Borghese»294.

503–504

La seconda delle reazioni alle quali abbiamo fatto cenno piú sopra, sebbene meno importante di quelle sulle quali ci siamo soffermati, ma non per questo meno significativa ai fini di un'effettiva comprensione sia della molteplicità degli stati d'animo che caratterizzava la Rsi, sia dello scontento suscitato (soprattutto tra i giovani) dal carattere assunto dal Pfr e dalla sua politica, sia, in fine, dei tentativi messi in atto da Mussolini per cercare di porvi rimedio, fu costituita dal sorgere all'interno del fascismo o ai suoi margini (piú raramente all'interno del partito, ché l'essere gestito da Pavolini era per i piú dei suoi oppositori motivo sufficiente per non aderirvi) di movimenti, gruppi e gruppetti piú o meno clandestini, e che sia i partiti antifascisti sia i tedeschi guardavano con ostilità, che auspicavano un drastico mutamento degli uomini e dei metodi che reggevano la Rsi. In primis un profondo rinnovamento del Pfr, se non addirittura il suo scioglimento, e, a seconda dei casi, contatti tra le forze repubblicane «apolitiche» per estromettere le «vecchie cariatidi» fasciste e portare al potere «uomini nuovi» animati non da «spirito fazioso», ma da «genuino patriottismo», la sospensione di ogni attività politica sino alla fine del conflitto e contatti con i partigiani per addivenire ad un accordo con essi. Il tutto in una prospettiva che, in un certo senso, anticipava la strategia del «ponte» del gruppo di Edmondo Cione e, in genere, non escludeva alcuna soluzione: una vittoria tedesca e, dunque, fascista, una vittoria alleata e, dunque, antifascista e persino un accordo «rivoluzionario» con i sovietici contro il «comune nemico», tedesco o anglo-americano che fosse. E che spesso andava oltre il presente e si proiettava nel futuro postbellico, vagheggiando un'Italia che ottenesse una pace «con onore» e un popolo italiano che - come si legge in un opuscoletto clandestino dal titolo Le confessioni di un ottuagenario che rende bene l'irrealismo dello stato d'animo prevalente in questi gruppi -, sacrificate le divisioni ideologiche che avevano portato il paese alla rovina, si unisse in un solo blocco e tendesse, in un clima di «nuova rivoluzione», «verso il supremo fine della rinascita».

504–505

Allo stato degli studi è impossibile precisare il numero e la consistenza di questo pulviscolo di movimenti, gruppi e gruppetti. Ciò che si può affermare è che, se per un verso erano numerosi, per un altro solo pochi avevano una certa consistenza e organizzazione. Con riferimento a tutto il periodo della Rsi, se ne può abbozzare un elenco sommario comprendente l'Antipartito progressista per l'Unione europea, il Movimento sociale rivoluzionario europeo (che si sarebbe appoggiato alla patavina «La rivoluzione sociale»), il Gruppo rivoluzionario repubblicano (di cui sarebbero stati ispiratori O. Dinale ed E. Sulis), i Gruppi di azione giovanile, Libera Italia (a sfondo comunisteggiante), il Movimento repubblicano nazionale, il Partito fascista moderato e il Movimento dei giovani italiani repubblicani295. Il piú importante, e comunque quello su cui siamo piú informati, è certamente quest'ultimo296.

505–506

Le origini remote del MGIR risalivano alla seconda metà del 1941 e vanno inquadrate nel clima di profondo disagio che la guerra e il suo andamento sfavorevole alle armi italiane stavano provocando nella gioventú fascista297. In quell'anno un esiguo gruppo di giovani (in genere studenti, liceali e universitari, e ufficiali inferiori di complemento) si era raccolto a Firenze attorno a Luciano Stanghellini, uno studente universitario che è probabile avesse particolarmente risentito del fascino intellettuale e morale di Berto Ricci. Il gruppo (che lo Stanghellini soleva definire, con chiara allusione al suo volersi contrapporre ai vecchi fascisti corrotti e imbastarditi, la Giovane Armata) aveva fatto rapidamente adepti a Roma e in alcune località del centro-nord, in specie a Bolzano e ad Ampugnano, alla scuola allievi piloti. Stabilirne la consistenza è difficile; secondo la polizia, che aveva subito preso a sorvegliarlo, classificandolo «superfascista», all'inizio del 1942 essa sarebbe stata di una cinquantina di elementi, secondo lo Stanghellini circa il doppio. A fine marzo del 1942, avendo lo Stanghellini diffuso tra i suoi seguaci un suo acceso scritto teorico-programmatico, dal titolo L'Italia Nuova298, alcuni dei piú attivi appartenenti alla Giovane Armata, tra cui lo stesso Stanghellini (che frequentava il corso allievi ufficiali a Modena e che, pare, riuscí ad evitare fossero adottati nei suoi confronti provvedimenti dimettendosi dall'Accademia e chiedendo di essere inviato a combattere come soldato semplice in Russia, da dove non avrebbe piú fatto ritorno) erano stati fermati, ammoniti e poi rilasciati dalla polizia. L'uscita di scena dello Stanghellini non aveva portato però, almeno a Firenze, alla dissoluzione del gruppo.

506–507

Subito dopo l'8 settembre e la costituzione del governo repubblicano quattro suoi esponenti (tra cui Renato Calvani che, dopo le dimissioni di Meschiari da federale avrebbe fatto parte del triunvirato che resse la federazione repubblicana di Firenze sino alla liberazione della città) si erano recati, con una presentazione del di lí a pochi giorni prefetto del capoluogo toscano Manganiello, a Roma da Pavolini. Stando al Calvani, il segretario del Pfr avrebbe garantito loro, e dunque al MGIR che essi subito costituirono299, «piena libertà d'azione»; una nota inviata da Manganiello alla Direzione generale della P.S. il 5 gennaio 1944, dopo che, «avuto sentore che un gruppo di questi giovani considerava come superato il fascismo e i suoi uomini», il movimento era stato sciolto da Pavolini, i suoi membri «migliori» incorporati nel Pfr e il settimanale «Patria», che esso aveva cominciato a pubblicare l'11 novembre con il sostegno finanziario del partito, soppresso300, fa pensare però ad un impegno di Pavolini meno esplicito: «scopo principale del movimento - si legge infatti nella nota di Manganiello - era la propaganda tra i giovani per l'arruolamento» e che anche la pubblicazione di «Patria» fosse stata autorizzata e finanziata in questa ottica.

507–508

I provvedimenti adottati non portarono neppure questa volta alla dissoluzione del movimento. Data la crescente ostilità nei confronti della politica di Pavolini, in un certo senso anzi gli giovarono, orientando verso di esso un certo numero di altri giovani piú irrequieti e desiderosi di un mutamento radicale della politica non solo del partito, ma anche del governo. Se una parte dei suoi membri - quelli ancora sostanzialmente fascisti - si inserí nel Pfr, partecipando in alcuni casi alla guerriglia contro gli Alleati allorché questi entrarono in Firenze; un'altra ruppe col fascismo e passò in certi casi nelle file partigiane; i piú però, sia a Firenze che al nord, dove il MGIR si era intanto diffuso e dove affluí la maggioranza dei suoi aderenti quando la linea del fronte raggiunse il capoluogo toscano, rimase fedele alle sue precedenti posizioni e - riorganizzatasi in forme semiclandestine - si orientò verso l'idea di un colpo di stato che estromettesse dal potere il partito e il vecchio establishment fascista e sfociasse nella costituzione di un nuovo governo (sembra che i piú pensassero che a presiederlo potesse essere Graziani, mentre è tutt'altro che chiaro se a Mussolini volessero riservare un ruolo puramente di facciata o pensassero ad una sua completa giubilazione) composto solo di «patrioti» (il MGIR se ne sarebbe mantenuto fuori, limitandosi ad una sorta di controllo esterno su di esso) e che potesse, per un verso, attuare il programma di Verona debitamente «rinforzato» e «corretto» e, per un altro verso, adoperarsi per un'effettiva «pacificazione degli italiani» sia al nord sia al centrosud (dove il movimento aveva alcuni piccoli nuclei) e trovare un modus vivendi con i tedeschi, senza il quale il colpo di stato sarebbe stato impossibile301.

508–509

Per quel che se ne sa, il massimo dello sviluppo organizzativo e della fortuna politica il MGIR lo raggiunse nell'estate del 1944: secondo informazioni raccolte dalla federazione fascista di Verona, nell'agosto tra aderenti e simpatizzanti il movimento avrebbe contato su un migliaio di elementi, quasi tutti giovani e giovanissimi. Sotto la guida di Gino Stefani, ebbe in questo periodo contatti e cercò di collegarsi con un po' tutti, anche con taluni settori marginali della resistenza e con singole figure di spicco del fascismo non pavoliniano (per esempio con Aldo Vidussoni302), e specialmente di penetrare e far proseliti nei corpi armati piú critici verso la politica del Pfr, quali il battaglione allievi ufficiali della Gnr, i paracadutisti e soprattutto la X Mas303.

509

Ma questo, ovviamente, contava ben poco se il movimento non avesse trovato un modus vivendi con i tedeschi. A questo scopo lo Stefani entrò in contatto con il generale Harster, comandante la polizia in Italia, sperando probabilmente che questi, notoriamente critico verso il partito e il governo per il turbamento della quiete pubblica che il loro estremismo provocava, potesse assumere un atteggiamento di neutralità rispetto al progettato colpo di stato. Una speranza tanto ingenua non poteva però non rivelarsi fallimentare. Harster, rendendosi conto del velleitarismo del progetto, tenne in piedi il rapporto con Stefani, ma pensò di utilizzarlo in funzione di un piano a cui lavorava da tempo e che la situazione militare determinata dall'offensiva Alexander rendeva urgente attuare.

Il progetto del MGIR - ha scritto Borghese - gli avrebbe dato modo di mettere in opera un disegno macchinoso al quale stava lavorando da tempo. La Germania era ormai stremata e le sue truppe si sarebbero presto ritirate dall'Italia. In previsione dell'arrivo degli anglo-americani era quindi necessario che il Terzo Reich lasciasse sul nostro territorio delle cellule segrete che avrebbero dovuto compiere azioni di sabotaggio contro gli «alleati». Approvando il piano di Stefani, Harster avrebbe messo le mani sull'ambiente dei cospiratori che al momento opportuno, con tanto di nome, cognome ed indirizzo, sarebbero stati denunciati come spie fasciste e come collaborazionisti. I servizi segreti americani, preoccupati di dar loro la caccia, non si sarebbero accorti troppo presto dei sabotatori tedeschi che avrebbero cosí potuto agire indisturbati.

I contatti con Harster suscitarono però sia nel MGIR sia nei marò che avevano aderito al progetto di Stefani numerose perplessità che provocarono fughe di notizie e delazioni. Ai primi di settembre il sipario calava cosí sul MGIR: Stefani e alcuni dei suoi piú stretti collaboratori furono arrestati, i reparti militari che avrebbero dovuto condurre l'operazione furono in parte dissolti, in parte trasferiti lontano dal Garda, nella Venezia Giulia. Se Stefani poté salvarsi la vita (rinchiuso nel campo di concentramento di Lumezzana, ne uscí solo dopo la capitolazione tedesca e la fine della Rsi) fu solo per l'intervento personale di Mussolini, ché Pavolini avrebbe voluto processarlo e fucilarlo per complotto contro lo Stato e appartenenza al Partito comunista. Uscito indenne dalle vicende del 1942 e del 1943, da questa invece il MGIR non si riprese: nel giro di pochi giorni si dissolse completamente, ricollocandosi coloro che ne avevano fatto parte sulle piú disparate posizioni, alcuni, come già era avvenuto in Toscana, anche tra i partigiani.

510–511

Stante questa situazione, Mussolini si trovava tra due fuochi, di fronte ad un dilemma praticamente irrisolvibile. Si rendeva conto che per la Rsi il nemico piú pericoloso era costituito dal partito, ma comprendeva anche che senza di esso non poteva governare e che Pavolini, se per un verso era sempre piú inviso, per un altro impersonava quella politica del «dente per dente» che la parte piú attiva del partito - sottoposta com'era all'incessante stillicidio di attentati e di uccisioni messi in atto dalla resistenza e soprattutto dai comunisti per frustrare qualsiasi proposito di pacificazione e fare il vuoto con il terrore attorno alla repubblica - esigeva. In un primo momento aveva sperato di poter risolvere il dilemma dando, per cosí dire, un colpo al cerchio e uno al barile. Caratteristico era stato il suo comportamento allorché, ai primi di novembre, Pavolini gli aveva chiesto l'autorizzazione ad impiegare nella repressione del terrorismo le polizie federali e i tribunali militari di guerra: per un verso gliela aveva data, per un altro aveva voluto che i federali per poter agire si assicurassero l'accordo preventivo dei capi provincia, che non solo erano «piú cauti e prudenti in una materia di tal genere», ma, come abbiamo detto, erano in genere assai critici verso le polizie federali304. Né certo piú fermo il suo atteggiamento era stato pochi giorni dopo. Le «bestiali e controproducenti» rappresaglie «in risposta» all'uccisione di Ghisellini lo avevano riempito di indignazione e fatto infuriare nei confronti di Pavolini, ma, quando questi - da lui «aggredito» - gli aveva fatto un lungo elenco dei fascisti uccisi nelle varie provincie e gli aveva detto senza mezzi termini che era ora di «finirla con la politica “all'acqua di rose”», non era andato oltre una generica esortazione a «contenere impeti e impulsi»305. E tutto sommato lo stesso si può dire della sua reazione allorché il 1° dicembre fu informato che a Torino un gruppo della polizia federale aveva fatto irruzione nell'aula della Corte di Assise ove si stava celebrando un processo a carico di un fascista accusato di reati comuni e l'aveva liberato dopo aver sopraffatto i carabinieri di servizio e ferito il presidente del tribunale. Appena avuta la notizia dal prefetto di Torino aveva dato disposizioni perché si procedesse «esemplarmente» contro i responsabili e informato telegraficamente i capi provincia che fino alla fine del conflitto le federazioni sarebbero state sottoposte al loro diretto controllo. Questo nella mattinata; nel pomeriggio però, precipitatosi da lui Pavolini per dirgli che una cosí plateale sconfessione del partito avrebbe avuto un impatto deleterio sui fascisti, gli unici «tra una moltitudine di infedeli e di traditori» disposti a «sacrificarsi per Mussolini»,

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il Duce, che stamane sembrava deciso a farla finita con la pluralità delle polizie e che ripeteva che il paese è divenuto una 'jungla' - aveva annotato Dolfin306 - ha consentito a che Pavolini prenda accordi con l'Interno per dettare subito delle istruzioni interpretative, le quali in pratica limitano sensibilmente l'efficacia del telegramma... il problema della coesistenza del partito e dello stato, nonostante tutte le esperienze, rimane nel suo rapporto di tradizionale incertezza.

Un giudizio, questo di Dolfin, indubbiamente fondato, ma che non deve far credere che Mussolini non si rendesse però conto dell'impossibilità di tirare avanti ricorrendo sempre al sistema del colpo al cerchio e del colpo al barile. A rendere difficile una drastica soluzione del problema del partito, oltre alla situazione generale nella quale questo versava e alla difficoltà di trovare chi godesse di sufficiente prestigio nel partito per sostituire Pavolini, era la necessità di sciogliere contestualmente a quello di Pavolini un altro nodo, quello di Buffarini Guidi. Pur diversissimi per carattere, formazione, modo di intendere il fascismo e la politica della Rsi, non amandosi affatto e anzi combattendosi dietro le quinte per affermare il proprio punto di vista e accrescere il proprio potere, il segretario del partito e il ministro dell'Interno nei momenti decisivi erano infatti pronti a far fronte comune e a sostenersi l'un l'altro. L'unica cosa da fare sarebbe stato pertanto procedere ad un rimpasto del governo e, nel suo ambito, sostituirli entrambi. A chiedere questa soluzione erano - lo abbiamo visto - in molti e, secondo il colonnello Jandl307, ad essa lavorava anche il cosiddetto «consiglio di famiglia» che, sotto la guida di Vittorio Mussolini, fungeva da «segreteria politica» di Mussolini e agiva a fianco e talvolta in contrasto con la segreteria particolare da essa considerata troppo influenzata da Pavolini e soprattutto da Buffarini Guidi. Ad un radicale rimpasto miravano però anche altri che non pensavano l'operazione in una prospettiva normalizzatrice e pacificatrice, ma, tutto al contrario, piú estremistica e filo tedesca ad oltranza. Il che rendeva ancor piú difficile prevedere l'atteggiamento che di fronte ad una soluzione quale quella che Mussolini aveva in mente avrebbero assunto i tedeschi. Sempre che di «tedeschi» si possa ancor parlare, oggi che sappiamo quanto essi fossero divisi in una serie di centri di potere, tra loro spesso in contrasto, con proprie valutazioni della situazione e dei suoi sviluppi e con propri rapporti preferenziali con diversi esponenti della Rsi, che, a loro volta, caldeggiavano soluzioni diverse. Tutte cose che in maggiore o minore misura Mussolini sapeva o «sentiva» e che contribuivano a renderlo incerto su come muoversi, anche se la sua sensibilità politica gli faceva capire che - se non voleva perdere il contatto con quella parte del paese che riponeva ancora un minimo di speranza nella Rsi e con il fascismo «patriottico» e finire prigioniero di quello piú estremista - tergiversare diventava per lui sempre piú difficile e controproducente. Questo, almeno, ci pare suggeriscano gli avvenimenti verificatisi tra il dicembre '43 e il gennaio '44 e, ancora, nel successivo febbraio-marzo e che lo videro impegnarsi in quella che, come abbiamo detto, fu a nostro avviso l'ultima sua vera battaglia politica.

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A indurlo a ingaggiarla tutto fa pensare che sia stato soprattutto un avvenimento del tutto esterno alla sua volontà e tale da costituire per lui una sorta di aut-aut: il durissimo attacco che Radio Monaco mosse ad alcuni membri del governo repubblicano e in particolare a Buffarini Guidi e Pavolini la sera del 14 dicembre. Una settimana dopo, cioè, che Rahn - parlando con Dolfin308 - aveva attribuito soprattutto «a voi stessi» «lo stato di disagio e di agitazione permanente» in cui vivevano le provincie della Rsi e non gli aveva nascosto le preoccupazioni e il malcontento che questa situazione suscitava in lui e negli altri responsabili della politica tedesca in Italia, e due giorni dopo che Mussolini, per un verso irritato e preoccupato per un altro incoraggiato dalle parole di Rahn, aveva fatto diramare dalla Corrispondenza repubblicana la nota Polizia unitaria e legale nella quale era detto309:

Uno stato che voglia essere veramente stato, non può assolutamente tollerare la pluralità delle forze di polizia e il loro impiego irresponsabile. Nella Repubblica Sociale Italiana il cittadino deve avere e avrà la sicura garanzia che vi è una sola polizia, quella preparata, controllata, organizzata e rimunerata dallo stato, e che detta polizia opera nei termini della piú rigorosa legalità.

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In questo contesto in cui ad essere presi di mira e dai tedeschi e da Mussolini erano, anche se non indicati nominativamente, sia Pavolini che Buffarini Guidi, l'attacco di Radio Monaco assumeva un significato e, per Mussolini, un valore che non potevano essere ignorati.

Il 15, il giorno immediatamente successivo a quello della trasmissione, Dolfin annotava310:

Radio-Monaco ha attaccato ieri sera, con una violenza di linguaggio, che il Duce ha definito 'inaudita', alcuni membri del governo repubblicano, tacciandoli di disonesti e di traditori; tra questi sono stati bersagliati in modo particolare Pavolini e Buffarini. Siccome la radio tedesca è controllata, come è ovvio, da Goebbels, è chiaro che l'attacco è stato ispirato, o comunque approvato, dalle alte sfere berlinesi. Ciò preoccupa seriamente Mussolini, che si chiede quali siano i veri fini di una manovra condotta con tanta decisione e a largo raggio... Per i maggiori colpiti, la spiegazione è chiara: i tedeschi tendono ad imporre a Mussolini mutamenti sostanziali del governo, o per lo meno un largo rimpasto ministeriale. Essi affermano che a Berlino sono soprattutto stanchi della nostra debolezza ed attendono da noi una politica piú forte e decisa. Non mancano, tra le molte voci, quelle che giungono ad interpretare la manovra germanica come un chiaro avvertimento al Duce, che qualche estremista verrebbe canonizzato sul seggio presidenziale. Si fanno persino nomi di possibili candidati a capo del governo: affiorano per vie diverse quelli di Farinacci e Preziosi.

Oggi noi sappiamo che l'ispiratore dell'attacco era stato Giovanni Preziosi, solo da pochi giorni rientrato dalla Germania e che sin dal momento della costituzione del governo aveva condotto una sistematica campagna contro di esso presso i tedeschi, appoggiandosi soprattutto alle SS e agli ambienti piú oltranzisti del partito nazionalsocialista, sul cui organo ufficiale, il «Völkischer Beobachter», aveva pubblicato in ottobre tre articoli in sei puntate per «spiegare ai tedeschi - come avrebbe scritto il 9 dicembre a Mussolini311 - come e perché l'incredibile crollo [del 25 luglio] poté avvenire». L'«odio» di Preziosi, come appare chiaro da un appunto del ministero degli Esteri tedesco relativo ad un colloquio che aveva avuto il 12 ottobre con Hilger312, si appuntava in primis contro Buffarini Guidi da lui definito massone e amico (come il capo della polizia Tamburini) degli ebrei. «Non affidabile in alcun modo» era per lui anche Pavolini. Quanto a Mussolini, per Preziosi, era «del tutto privo di fondamenta etiche», aveva «una pessima conoscenza degli uomini» ed era «circondato da persone che esercitavano [su di lui] un influsso pessimo». Di tutto il governo solo Graziani meritava «una fiducia assoluta», sicché «era da temere che fosse in preparazione un vero e proprio nuovo tradimento nei confronti di Mussolini e della Germania». Da qui la sua convinzione che fosse indispensabile procedere ad un radicale rimpasto del governo. Né in questa prospettiva Preziosi si era «lavorato» solo la Wilhelmstrasse; il diario di Göbbels313 prova infatti che nella seconda metà di novembre - dopo esser stato ricevuto l'11 da Hitler314 - un'analoga azione aveva messo in atto presso il ministero della Propaganda.

514–515

Rientrato in Italia, Preziosi aveva continuato nella sua campagna. Si era incontrato con Rahn e con Jandl che non avevano però dovuto dargli molto spago, nonostante si fosse presentato loro come un «germanofilo radicale» e uno dei pochissimi italiani che godevano la fiducia del Führer. «Il suo tipo - riferiva ai suoi superiori Jandl il 16 dicembre315 - è nell'insieme quello di un professore dottrinario». Quanto alle accuse che lanciava un po' contro tutti, bisognava «essere prudenti», «poiché dopo le esperienze del luglio e del settembre è molto comodo accusare ciascuno di punto in bianco di tradimento, per poter poi, nel caso che l'interessato fallisca, fare la figura del profeta» e questa pratica, già molto diffusa, «rende molto piú difficoltoso ottenere il meglio dal nostro sistema di governo». E tanto piú che: a) Preziosi risultava avere rapporti con ambienti, come quello attorno a Canevari (già vecchio e assiduo collaboratore della sua «La vita italiana»), che volevano servirsi del suo aiuto per un rimaneggiamento del governo in contrasto con la politica d'occupazione tedesca e non si rendevano conto che invece era Preziosi che, giuocando sulla loro ostilità nei confronti di Buffarini Guidi e di Pavolini, cercava di servirsi di loro per rafforzare la propria posizione e guadagnare il sostegno degli ambienti militari contrari alla politica di Pavolini e di Buffarini Guidi se non addirittura quella di Graziani; b) che, a parte quello di Tassinari e indirettamente il proprio, Preziosi non faceva nomi per il nuovo governo che permettessero di capire le sue reali intenzioni; c) che, sino a quando non fossero esauriti i processi contro Ciano e gli altri «traditori», qualsiasi rimpasto era inopportuno, poiché essi, quale che fosse il loro esito, avrebbero provocato uno stato di tensione ed era quindi bene che la responsabilità di essi ricadesse «sulle personalità uscenti».

515

Che ad ispirare l'attacco di Radio Monaco fosse stato Preziosi, d'accordo assai probabilmente con le SS (il nome di Tassinari come possibile ministro se non addirittura come «uomo nuovo» del fascismo riferito da Jandl fa pensare subito a Dollmann e, dunque, a Himmler), Mussolini non lo seppe mai e se ebbe qualche sospetto non fu - come vedremo - prima della fine di febbraio ed è quindi inutile ipotizzare quale sarebbe stata la sua reazione se l'avesse saputo. Piú utile è rifarsi alla testimonianza di Dolfin, non prendendola però alla lettera, ma collocandola nel contesto della situazione nella quale Mussolini si trovava in quel momento. E tenendo presente che Dolfin per il colonnello Jandl sarebbe stato un «uomo di Buffarini», che le SS lo giudicavano dal loro punto di vista un elemento infido316 e che, conclusasi la vicenda del tentato rimpasto con un nulla di fatto che costituiva però una vittoria di Rahn e di Ribbentrop su Wolff e su Himmler, Mussolini lo avrebbe allontanato dalla segreteria particolare ricorrendo all'argomento che, dovendo sciogliere quella politica, non dovevano esserci «né vinti né vincitori»317. Un'affermazione che fa pensare che anche lui lo considerasse un buffariniano e che può servire a ipotizzare una sua cautela sin dall'inizio a rivelare a Dolfin le sue vere intenzioni e persino a lasciar trasparire le sue vere reazioni alla trasmissione di Radio Monaco.

Collocata in questa prospettiva, la testimonianza di Dolfin ci pare vada letta in un modo piú articolato di quello che essa suggerisce a prima vista. In particolare ci pare tutt'altro che improbabile che Mussolini, non avendo elementi per attribuire l'iniziativa dell'attacco di Radio Monaco ad altri che ai soli tedeschi e cioè, dopo la presa di posizione della settimana prima di Rahn, a von Ribbentrop e, dunque, a Hitler, piú che preoccuparsene veramente (come fu invece il caso di Pavolini e di Buffarini Guidi318), si irritasse, vedendovi un'ennesima manifestazione della brutalità e della nessuna considerazione di essi per lui e per il suo prestigio (da cui le proteste per un atto cosí in contrasto con «lo spirito dell'alleanza» fatte subito presentare all'ambasciata tedesca e a Berlino), ma al tempo stesso l'accogliesse nel suo intimo meno male di quanto sembrò a Dolfin; come l'occasione da non lasciarsi sfuggire - anche se presentatasi in anticipo rispetto sia ai tempi da lui previsti per creare le precondizioni del rimpasto, sia riguardo ad alcune incertezze e ad alcuni scrupoli che ancora lo assillavano - e da sfruttare per procedere al suo rimpasto. Per un verso, con il «consenso» dei tedeschi, per un altro, prima che questi prendessero - come non mancavano sintomi che lo facevano credere319 - nelle loro mani l'operazione e ne stabilissero il carattere e l'ampiezza o anche solo gli «suggerissero» chi allontanare dal governo e soprattutto con chi sostituirli (ché quanto ai primi, almeno sui nomi di Buffarini Guidi e di Pavolini, doveva credere non gli avrebbero fatto difficoltà, mentre per i secondi gli era molto piú difficile pensare su chi potessero orientarsi).

516–517

Se rispetto ai tedeschi Mussolini doveva sentirsi tutto sommato relativamente sicuro, piú difficile la situazione doveva apparirgli invece per quel che riguardava i fascisti. Per invisi e criticati che fossero, Buffarini Guidi e soprattutto Pavolini potevano infatti contare su una base di potere effettiva; probabilmente non maggioritaria, ma assai piú coesa ed efficiente di quella alla quale potevano fare generico riferimento i loro oppositori; pronta a tutto e tale, dunque, da non poter essere sottovalutata. Sia perché avrebbe potuto opporsi e reagire all'estromissione dei due, sia perché in tale eventualità l'alternativa sarebbe stata tra un ricorso alle forze armate repubblicane (non solo di dubbio esito, ma che avrebbe provocato una guerra civile all'interno di quella che già travagliava il paese) o a quelle tedesche (sempre che queste se le cose fossero arrivate a tanto volessero prendere posizione per una parte contro un'altra); due soluzioni che, nell'uno come nell'altro caso, avrebbero finito per distruggere quel poco di prestigio che Mussolini e la Rsi ancora godevano. Da qui la necessità di isolare innanzi tutto il piú possibile Pavolini e Buffarini Guidi320, concedendo ai loro sostenitori ciò che essi piú volevano e, insieme, di trovare per rimpiazzare il segretario del partito e il ministro dell'Interno «uomini nuovi» che, oltre ad avere i requisiti voluti da Mussolini, potessero - specie quello che avrebbe dovuto sostituire Pavolini - non solo ridare fiducia e slancio al fascismo moderato e «patriottico», ma anche essere accetti al maggior numero possibile di coloro che, volenti o nolenti, si riconoscevano in Pavolini. Una ricerca, questa, che se non equivaleva alla quadratura del cerchio, poco ci mancava. E che Mussolini pensava di risolvere facendo ricorso per il partito a Fulvio Balisti e per il ministero dell'Interno a Piero Pisenti: due ottime persone, che però, specie il secondo, non godevano di molte simpatie, caratterialmente erano poco adatte a fronteggiare una situazione di guerra civile e di scontro all'interno del fascismo e che i tedeschi o non conoscevano affatto (Balisti) o guardavano con sospetto (Pisenti). Né d'altra parte aver individuato gli uomini con i quali sostituire Pavolini e Buffarini Guidi significava alcunché se prima di procedere al rimpasto del governo non ne fossero state create le premesse e, in primis, Mussolini non avesse stabilito cosa i fascisti, estremisti o moderati, pavoliniani o antipavoliniani che fossero, maggiormente volevano veder realizzato dalla repubblica e quale fosse il prezzo che poteva pagare loro e che lui stesso era ideologicamente, politicamente e umanamente disposto a pagare.

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Il «prezzo» apparentemente meno gravoso e piú corrispondente allo stato d'animo di Mussolini e alla sua ambizione di lasciare ai posteri una immagine «rivoluzionaria» del fascismo tale da assicurargli un posto tra i grandi legislatori era certamente costituito dalla socializzazione. E ciò tanto piú che egli doveva pensare che da parte tedesca o, almeno, da parte di Hitler non vi sarebbero state obiezioni ad essa. Un altro prezzo, meno gradito, ma che in quella situazione doveva sembrargli tutto sommato pagabile, era quello di un energico giro di vite nei confronti del terrorismo partigiano. Sempre piú esposti al suo mortale stillicidio, a reclamarlo erano ormai infatti tutto il partito e persino gran parte di quei fascisti che all'inizio si erano illusi di poter addivenire ad una sorta di pacificazione, se non proprio generalizzata, almeno sul piano locale. Egualmente pressoché unanime era infine nelle file del fascismo la richiesta di «fare giustizia» di «traditori della patria e del fascismo» e in specie di quelli del 25 luglio321.

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Sin dalle prime reazioni all'esecuzione di Ciano e degli altri condannati fu chiaro che Interlandi aveva visto giusto. Nell'opinione pubblica esse sarebbero state infatti in massima parte negative, sia che fossero dettate dalla pietà o dal timore che al processo contro i membri del Gran Consiglio ne seguissero altri e ciò finisse per provocare una vera e propria sanguinosa «caccia ai traditori» a tutti i livelli. Significativo (nonostante il tono ovattato e il silenzio sulle accuse di crudeltà e di viltà mosse a Mussolini) è quanto si legge nella relazione sull'opinione pubblica in questo era per Mussolini il prezzo piú pesante, quello che lo angosciava di piú (e non solo per quel che riguardava il genero, ma anche per gli altri) dato che sapeva bene che ad esigere il processo e la condanna dei «traditori» erano anche i tedeschi che (a parte von Ribbentrop che era mosso innanzi tutto dal suo personale odio per Ciano) facevano di esso il banco di prova della sua «intransigenza rivoluzionaria», della sua capacità di muoversi co-

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provincia di Milano dal 18 al 31 gennaio 1944 (in Archivio F. Fuscà): «Circa il processo di Verona continuano a circolare voci pietistiche sulla condanna a morte di Gottardi e anche di De Bono, data l'età avanzata dell'ex quadrumviro. Anche la notizia della denunzia dell'ex segretario del Pnf, Carlo Scorza, e di altri ufficiali del fu esercito regio al Tribunale speciale ha fatto qualche impressione, confermando nella massa la convinzione che la giustizia fascista segue inesorabilmente il suo corso. Qualcuno pensa che si tratti di vendetta personale e tenta giustificazioni non troppo plausibili della condotta dei famigerati generali». Ma piú drastico e piú sincero sarebbe stato Mussolini. Il 17 gennaio, parlando con Mazzolini, gli avrebbe detto: «Il destino di Ciano era ormai segnato. Ora che è stato giustiziato le simpatie che non ebbe in vita sono indirizzate alla sua memoria. Mario Giampaoli, che conosce Milano come voi conoscete Gubbio, mi ha parlato dell'impressione sinistra che l'esecuzione ha prodotto nell'opinione pubblica di quel centro» (cfr. «Appunti dell'on. Serafino Mazzolini, sottosegretario agli Esteri della Repubblica di Salò sui colloqui avuti con Mussolini dal 12/1/1944 al 22/2/1944», in E. BAISTROCCHI, Frugando nel passato cit., p. 200).

Persino in ambiente fascista non pochi sarebbero stati quelli che avrebbero criticato la sentenza e in specie le esecuzioni di De Bono e di Gottardi. Ad approvarla incondizionatamente sarebbero stati quasi esclusivamente gli intransigenti che - chiusi com'erano nel loro particolare microcosmo politico e morale e incapaci quindi di cogliere l'effettivo stato d'animo popolare - non avevano dubbi sulla necessità di un «lavacro di sangue» che marcasse nettamente la differenza tra il passato regime e la Rsi e desse fiducia ai «veri fascisti», sicché, di fronte all'imprevista reazione popolare, non avrebbero trovato di meglio che accusare gli italiani di mancare di «carattere». Tipica è a questo proposito un'annotazione della moglie di Spampanato in data 12 gennaio: «Tutto è finito. I traditori sono stati fucilati, ma neanche adesso gli italiani sono contenti. Incomincia il pietismo per quelli che sino a ieri si volevano morti. Dio solo sa se questo paese riuscirà a riprendersi. Quello che è certo, è che gli italiani non fanno niente per sollevarsi di un solo centimetro» (ACS, B. SPAMPANATO, b. 1, «Diario della signora Spampanato»). Parole ben diverse da quelle che al processo avrebbe dedicato nelle sue memorie Fulvio Balisti (che invano, «tutto essendo ormai deciso in maniera definitiva», aveva cercato di adoperarsi per Gottardi, da lui considerato «un puro di fede e di buona fede») chiedendosi come fosse stato possibile che coloro che avevano desiderato la sua tragica conclusione non avessero previsto che la condanna dei colpevoli o di chi volevano far apparire tali non avrebbe accresciuto il loro prestigio e quello della repubblica, ma, al contrario, screditato vieppiú chi l'aveva voluta, «poiché chi tende a riabilitarsi col sangue d'altri si menoma e si incrimina piú ancora» (cfr. F. BALISTI, Da Bir El Gobi alla Repubblica Sociale Italiana cit., pp. 144 sg.).

E questo per non dire delle reazioni all'estero, a parte quelle tedesche, tutte negative, persino quelle ungheresi, improntate a una particolare simpatia per Ciano. E, in almeno un caso, quello di Serrano Suñer (che umanamente non stimava Ciano), fatte direttamente conoscere a Mussolini (ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 43, fasc. 404/R, «R. Serrano Suñer»; MUSSOLINI, XXXII, p. 209). Né, per quel che riguarda la Germania, si può sottovalutare quanto riferito da Anfuso il 17 gennaio in un rapporto da cui, nonostante la sua ambiguità di fondo, emerge la differenza tra le reazioni del vertice nazista, della stampa e della classe dirigente, improntate spesso, queste ultime, a «profonda commiserazione per i condannati» e persino a simpatia per Ciano (ASMAE, RSI, Gabinetto, b. 31, Germania, fasc. 1, Affari politici, sottof. «Situazione politico-militare e relazioni italo-tedesche - Rapporti dell'Ambasciatore Anfuso»). me un vero «capo rivoluzionario» e del «nuovo spirito fascista». Un prezzo che - se avesse potuto - non avrebbe voluto pagare o, almeno, avrebbe voluto dilazionare al massimo. Un po' per rinviare il piú possibile il momento della decisione, sperando che il tempo risolvesse lui la questione; un po' perché era consapevole che lo stato d'animo della gente verso i «traditori» era diverso da quello che caratterizzava il partito e temeva che, una volta messa in moto, la logica della «giustizia rivoluzionaria» si trasformasse in una inarrestabile spirale; un po' - come annotava Dolfin322 - perché era convinto che il processo non avrebbe risolto nulla e che molti lo volevano per «limitare, nello spazio e nel tempo, le responsabilità piú vaste che condussero il 25 luglio alla caduta del regime» e - nell'intimo - pensava che «la vera giustizia» «avrebbe dovuto salvare tutti gli attuali giudicandi» (Ciano, De Bono, Marinelli, Cianetti, Gottardi e Pareschi, ché gli altri erano riusciti a mettersi in salvo all'estero o a rendersi uccel di bosco) e che, comunque, sarebbe stato meglio «indulgere sia verso Ciano, sia verso gli altri» e, forse, «anche verso Grandi, Bottai e Federzoni», che pure diceva di odiare323. Né - forse - è da escludere che sperasse che un allungarsi dei tempi indebolisse la leadership di Pavolini che non mancava occasione per vantare la forza rivoluzionaria del partito e la sua volontà di «far giustizia».

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Ufficialmente la costituzione del Tribunale speciale straordinario che avrebbe dovuto giudicare i membri del Gran Consiglio che avevano «tradito il giuramento di fedeltà all'idea» era stata decisa dal Consiglio dei ministri del 27 ottobre324 una settimana dopo che i tedeschi avevano trasferito Ciano dalla Germania in Italia, dichiarandolo ufficialmente in arresto e rinchiudendolo nel carcere veronese degli Scalzi. Il collegio giudicante era stato nominato quasi un mese dopo, sull'onda del congresso di Verona durante il quale Pavolini aveva dichiarato di aver consegnato a Mussolini già da diversi giorni i nomi dei «camerati» scelti dal partito per costituire il collegio giudicante, il 24 novembre sulla base di una proposta di Pavolini che Pisenti (non ancora ministro il 27 ottobre) non aveva controfirmato, sicché il relativo decreto fu pubblicato dalla «Gazzetta Ufficiale» senza il suo visto325. Mussolini per parte sua non aveva fatto nulla per rendere piú spedita la nomina e non aveva voluto aver parte alcuna nella scelta dei giudici. Quando Pavolini, Buffarini Guidi e Barracu gli avevano sottoposto (anche a nome di Mezzasoma malato) la lista da loro preparata, sulla base dell'unanime proposta formulata dai commissari federali di sceglierli tra gli ufficiali superiori della Milizia, i decorati al valor militare e gli invalidi e feriti «per la causa della rivoluzione», si era limitato ad approvarla, dichiarando che «per nessuna ragione» avrebbe interferito sul regolare svolgimento del processo; e quando, ai primi di dicembre, l'avvocato Vincenzo Cersosimo, a cui era stata affidata l'istruttoria, si era recato da lui lo aveva intrattenuto brevissimamente.

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Era in piedi vicino alla finestra, - avrebbe scritto anni dopo il Cersosimo326; - io gli ero davanti rigido sull'attenti, i miei occhi fissi nei suoi. Mi guardò a lungo e poi con tono di voce molto pacato, scandendo quasi le parole, mi disse: «So che a voi è affidata l'istruttoria a carico degli ex componenti del Gran Consiglio; vi conosco per un puro e competente: agite, come sempre, secondo coscienza. Non ho altro da dirvi». Alzò la mano nel saluto romano e si diresse al suo tavolo di lavoro; feci un passo indietro, salutai ed uscii.

Oltre che con Dolfin327 (specie da quando, dopo che il 7 dicembre Rahn aveva fatto presente che la questione del processo andava trascinandosi da mesi «nell'incertezza piú dannosa» e ancor piú dopo l'attacco di Radio Monaco del 14 dicembre, prese a selezionare tra i documenti del suo archivio quelli da trasmettere al presidente del tribunale Aldo Vecchini) del processo Mussolini parlò raramente e solo con quei pochissimi nei quali riponeva fiducia e sapeva che, anche se non gli facevano domande, capivano la sua angoscia, non nascondendo loro di ritenere opinabile lo stesso fondamento giuridico dell'accusa e, in qualche momento di particolare sconforto, lasciando trapelare quanto il suo dramma personale fosse reso piú pesante da un profondo contrasto non solo con la figlia Edda, pronta a qualsiasi passo pur di salvare il marito, anche a ricattare i tedeschi con la minaccia di renderne pubblico il diario, ma anche con la moglie e con quella parte dei parenti (il cosiddetto «clan romagnolo») che non avevano mai veramente amato Ciano e ora facevano fronte comune con lei.

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Quanto la Rachele fosse ostile a Ciano era stato chiaro sin dal primo incontro in Germania, dove i tedeschi avevano condotto circa un mese prima Edda e il marito ricorrendo ad uno stratagemma: li avevano fatti fuggire in aereo da Roma, dove dopo l'uccisione di Muti Ciano si sentiva in pericolo, assicurando che li avrebbero portati in Spagna, salvo poi, con la scusa del cattivo tempo e della necessità di rifornirsi di carburante, far invece rotta per la Germania328. Appena visto Ciano la Rachele lo aveva investito con una sfuriata e per tutto l'incontro aveva mantenuto verso di lui, al contrario del marito, un silenzio rancoroso, che mostrava bene come si sentisse, per dirla con Vittorio Mussolini329, «sulla barricata opposta a quella di Galeazzo». Né il suo atteggiamento era successivamente mutato. Il 20 ottobre Dolfin, riferendosi agli incontri che in quei giorni Edda aveva avuto a Gargnano con il padre e alla strenua difesa fatta con lui del marito, annotava330:

Dopo la partenza, si sono riaccese alla villa le discussioni sul caso Ciano. Sembra che gli altri membri del Gran Consiglio non esistano quasi, poiché quando si parla del 25 luglio ci si riferisce soltanto a Ciano. Nessuno della famiglia gli è nettamente favorevole: i piú, decisamente contrari. La piú accanita, a quanto mi viene detto, è donna Rachele, attualmente ancora in Germania, che non ha mai avuto per il genero soverchie simpatie nemmeno in passato. Ciano, d'altronde, la ripaga di pari moneta.

Tra le varie testimonianze a conferma di quanto asserito da Dolfin che si potrebbero addurre, ci limitiamo per brevità a due, sin qui inedite. Una è quella conservataci da alcuni ricordi del segretario particolare di Pavolini Gaetano Pattarozzo331. Dopo aver ricordato vari tentativi di Edda di guadagnare il padre alla causa del marito, Pattarozzo ha scritto:

Il segretario del partito sapeva che fra gli altri membri della famiglia Mussolini [egli] aveva dei taciti alleati. Donna Rachele, è risaputo, non aveva mai avuto eccessiva simpatia per il genero. «Voi siete un ambizioso e la vostra ambizione vi porterà alla rovina» gli aveva profetizzato negli anni del suo massimo splendore.
A Gargnano si era piú volte sfogata col colonnello Albonetti: «È la tipica figura del traditore senza scrupoli. Lui e i suoi complici non meritano pietà». E a Pavolini che le parlava del processo disse: «A mio marito non dirò mezza parola né pro né contro mio genero, ma se i giudici lo condanneranno a morte faranno il loro dovere di fascisti».

523

Piú importante è la seconda, l'unica in qualche misura diretta che si conosca a proposito del giudizio di Edda sull'atteggiamento della madre e che ci è conservata dalla già ricordata relazione confidenziale inviata il 4 giugno 1945 alle autorità elvetiche dal dottor Repond direttore della Casa di cura di Malèvoz nella quale Edda fu a lungo ricoverata dopo il suo passaggio in Svizzera332.

524–525

Secondo il Repond333

il grande rancore della signora Ciano contro sua madre è motivato dalla sua accusa che essa sia stata una delle principali responsabili dell'esecuzione di suo marito. Già prima del voto del Gran consiglio fascista contro Mussolini, donna Rachele si era scagliata violentemente contro di lui, che nei primi tempi amava molto. Essa pretendeva costantemente la pena di morte per lui perché aveva tradito il suo cero e la sua famiglia. Con un senso esclusivo della famiglia romagnola, essa pensava che la signora Ciano dovesse rifiutare la sua solidarietà al marito e prendere le parti del padre. Vi furono, sembra, dopo la liberazione di Mussolini dal Gran Sasso, delle spaventose scenate familiari, che avvennero a Monaco, sotto l'occhio beffardo della Gestapo. Mussolini, e cosí pure Hitler, che la signora Ciano andò a trovare nel suo quartier generale a Königsberg alla fine del 1943 per perorare la causa di suo marito, si sarebbe lasciato intenerire. A Hitler sarebbero perfino venute le lacrime agli occhi, dato che gli capitava anche di essere molto emotivo, ma Ribbentrop e donna Rachele sarebbero stati irriducibili.

525

Nessuna testimonianza, nessun giudizio coglie però cosí nel vero e rende giustizia sia a Edda che alla Rachele quanto quelli con i quali la vedova di Bruno Mussolini riassunse al cognato l'ultimo incontro, subito dopo Natale, tra le due donne.

Io - ha ricordato Vittorio Mussolini334 - non ero presente al colloquio fra Edda e mia madre, ma ne venni a conoscenza poco dopo che Edda era uscita. «È stata una cosa terribile, - mi confidò Gina, la vedova di Bruno; sono due donne che lottano entrambe per salvare il proprio uomo e non possono comprendersi. Il destino ci travolge tutti...»

Detto questo, va per altro anche detto che allo stato della documentazione, mentre di interventi su Mussolini in favore degli imputati e di Ciano in particolare335 se ne conoscono varî, di suoi nella vicenda processuale se ne conosce uno solo336, assai discreto - piú un sondaggio che un intervento vero e proprio - e, oltre tutto su suggerimento di Rolandi Ricci, che, poco prima che iniziasse la celebrazione del processo, lo spinse a sentire l'opinione del ministro della Giustizia Piero Pisenti, che da tutta la vicenda si era accuratamente tenuto fuori e di cui erano noti l'equilibrio, e il senso giuridico e l'ostilità per i tribunali speciali. Ecco come Pisenti ha riferito l'episodio in una pagina del suo Una repubblica necessaria che rende bene lo stato d'animo sia del partito sia quello in cui si dibatteva Mussolini, stretto com'era tra l'intimo desiderio che non si infierisse su uomini della cui colpevolezza non era convinto e la consapevolezza che tanto i tedeschi quanto il partito erano per un'assoluta intransigenza, per contrastare la quale egli nulla poteva non avendo né la forza politica né l'autorità per farlo, sicché, se solo l'avesse tentato, si sarebbe irrimediabilmente preclusa ogni possibilità di riprendere in qualche misura il controllo del partito337:

Il processo di Verona fu estraneo alla competenza del ministero della giustizia e rimase inquadrato in quella specifica del partito. Avvenne però che una sera, a tarda ora, ricevessi una telefonata dall'amico senatore Rolandi Ricci per dirmi che nel pomeriggio egli aveva parlato con Mussolini del processo che stava per iniziare si a Verona. «Gli ho detto che sarebbe bene sentire anche il parere del ministro della giustizia», e aggiunse che prevedeva per il giorno successivo una mia chiamata al Quartier Generale. Infatti, il giorno dopo fui chiamato da Mussolini. Mi disse che desiderava fossi andato a Verona ad esaminare gli atti del processo per poi riferirgliene, possibilmente all'indomani. Un colloquio breve, senza discussione alcuna. A Verona, recatomi alla cancelleria del tribunale, mi dedicai ad un esame attento del fascicolo, come ero stato solito fare tante volte per i processi in cui ero difensore. L'esame degli atti non durò a lungo perché non si trattava di un incarto voluminoso, e nelle ore pomeridiane raggiunsi Gargnano, subito ricevuto da Mussolini. «Mancherei al mio dovere se non vi dicessi che dagli atti non risultano circostanze decisive e necessarie per la definizione di un reato tanto grave, - gli dissi. - Manca la prova di un previo concerto, come noi giuristi usiamo dire, con la Corona o suoi emissari, e d'altra parte tra gli imputati ve ne sono alcuni che per la prima volta entravano nel Gran Consiglio e che apparivano del tutto estranei ai fatti contestati...». Mussolini, che aveva ascoltato attentamente, a questo punto mi interruppe: «ma voi, Pisenti, vedete le cose da un punto di vista soltanto giuridico, insomma da avvocato: ma qui siamo in un altro campo: il fatto politico, eccezionale, per se stesso e per le conseguenze che ne sono derivate, domina ogni altra considerazione. Il voto del Gran Consiglio ha segnato la fine del nostro regime e la tragedia del Paese...» E poi, dopo un attimo di silenzio, aggiunse «e allora?» Io dissi subito che la sentenza era già contenuta nel decreto con cui era stato istituito il tribunale di Verona che parlava esclusivamente della pena di morte. Vedendo l'atteggiamento un po' perplesso di Mussolini, quasi attendesse ancora altre parole, aggiunsi che tuttavia, se il tribunale straordinario avesse concesso le attenuanti generiche, la pena di morte sarebbe stata evitata... - E Mussolini, subito: «allora parlatene al presidente Vecchini»...
Quel giorno, dopo il colloquio con Mussolini, attraversai il lago con un motoscafo e raggiunsi Vecchini in una villa di Malcesine ove già ero atteso perché telefonicamente ero stato preannunciato. L'incontro fu molto cordiale. Ma quando, parlando del processo imminente, gli esposi le mie idee sulla gravità eccezionale del giudizio che stava per essere celebrato, accennandogli alla possibilità di concedere le attenuanti generiche, per discendere ai trent'anni di reclusione, Vecchini manifestò un vivo dissenso, se pure con parole misurate. Disse che nel decreto istitutivo del tribunale straordinario non si faceva parola di attenuanti, in nessun senso. Replicai che niente ostava a concederle, anche richiamandosi al codice penale militare, ma egli si mostrò assai turbato dalla proposta che, osservò, proveniva da un uomo di legge, dallo spirito non rivoluzionario! e cosí l'incontro volse rapidamente alla fine. Poi, nell'ultima udienza, avvenne ciò che fu subito noto: soltanto per il maresciallo De Bono furono concesse le attenuanti previste dal codice penale militare per gli atti di valore compiuti, con cinque voti a favore e quattro contrari: ma ci fu un incidente violento quando uno dei giudici si fece a protestare contro gli altri che, a suo avviso, non erano stati all'altezza dello spirito rivoluzionario... Purtroppo, la votazione fu ripetuta e si risolse in senso inverso a quella precedente, cinque voti contro e quattro a favore.

527

Come Pavolini aveva fatto sapere il 27 dicembre ai tedeschi, il processo – che come il congresso del Pfr fu significativamente celebrato a Castelvecchio338 – ebbe inizio l'8 gennaio e si concluse nel giro di tre giorni con la condanna a morte di tutti gli imputati, salvo Cianetti, condannato a trent'anni avendo, dopo la seduta del Gran Consiglio, scritto, come si ricorderà, a Mussolini ritirando il proprio voto a favore dell'ordine del giorno Grandi.

Sino a quando, a fine mattinata del 10, fu pronunciata la sentenza Mussolini si astenne da qualsiasi intervento diretto o indiretto, limitandosi a seguire lo svolgimento del processo attraverso le notizie che su sua richiesta, il prefetto di Verona Piero Cosmin comunicava ogni ora a Dolfin e a quelle che gli erano fornite dal figlio Vittorio che, a sua volta, aveva incaricato alcuni famigliari e componenti della segreteria politica di seguire il processo e riferirgliene gli sviluppi. Politicamente per lui la conclusione del processo era ormai scontata. Quanto al suo dramma personale di padre339, esso era un fatto tutto suo che non doveva interferire nelle sue decisioni politiche e che cercava, senza per altro via via che i giorni passavano riuscirvi, di celare persino a Dolfin, col quale pure in quelli precedenti si era piú volte aperto e abbandonato ad affermazioni – lo abbiamo detto – di tutt'altro genere340.

528–529

A Vecchini, che aveva insistito per avere prima dell'inizio del processo un colloquio con lui, desiderando conoscere il suo pensiero e avere direttive, aveva, come già a Cersosimo, detto solo di procedere «senza riguardi di sorta verso chicchessia, secondo coscienza e giustizia»341. E ai tedeschi, che all'ultimo momento avevano chiesto di rinviare il processo di qualche giorno, pur non riuscendo a capire cosa li inducesse a questo passo dopo avere piú volte fatto capire e detto di attendersi che esso fosse celebrato al piú presto342, aveva fatto rispondere che «il governo repubblicano, data la pubblicità fatta sull'avvenimento, non riteneva assolutamente opportuno di spostare l'inizio del processo di un sol giorno»343.

529–530

Nell'ottica politica di Mussolini il processo e la condanna degli imputati e in primis di Ciano costituivano un passaggio inevitabile e sbagliavano coloro, tedeschi o italiani che fossero, che temevano o speravano, a seconda dei casi, che egli si riservasse di intervenire allorché, finito il processo, si sarebbe trattato di decidere riguardo alle domande di grazia che i condannati avrebbero certamente presentato. Se fosse stato libero di decidere secondo i suoi sentimenti, è da credere che avrebbe concesso loro la grazia. Lo prova tra l'altro il fatto che ricevuta nel cuor della notte tra il 10 e l'11 gennaio da Wolff la lettera scrittagli da Edda prima di passare in Svizzera, aveva subito telefonato a Dolfin per chiedergli se vi fossero notizie di Edda e, saputo che non ve ne erano, a Wolff per chiedergli se fosse il caso che intervenisse su Berlino avendo da questi come tutta risposta che ufficialmente non poteva esprimere alcun parere, ma che privatamente gli sconsigliava di farlo344. Una risposta che, tutto sommato, confermava quanto da tempo gli andavano dicendo Buffarini Guidi e tutti coloro per i quali ciò che contava era che i tedeschi consideravano il suo comportamento il banco di prova della «maturità» e dell'affidabilità della Rsi. Ma che non lo indusse certo a cessare di tormentarsi e a preoccuparsi per la figlia, tanto da lasciarsi andare, la mattina dell'11, a dire a Dolfin: «è ben singolare il mio destino di venire tradito da tutti, anche da mia figlia!», ma poi trarre conforto dal sapere che Edda era riuscita a mettersi in salvo in Svizzera.

530–531

Farinacci, in un corsivo apparso il 18 dicembre su «Il Regime fascista» (I diciannove), aveva parlato di differenti responsabilità di coloro che avevano votato l'ordine del giorno Grandi. Cosmin, ancora il 9 gennaio, parlando con un funzionario dell'ambasciata di Germania, aveva detto di attendersi la sentenza per il giorno dopo e di aver già avuto disposizioni perché preparasse l'esecuzione per il mattino dell'11, ma di aspettarsi una sola condanna a morte345. Graziare De Bono e Gottardi e, tutto sommato, anche Marinelli e Pareschi non avrebbe suscitato grandi reazioni che tra i fascisti piú fanatici e intransigenti. A placare il desiderio di «giustizia» e di un «esempio» che marcasse inequivocabilmente la rottura, il mutamento di clima tra il fascismo del regime e quello repubblicano, per i piú sarebbe bastato che essi fossero riconosciuti colpevoli e condannati alla pena di morte. Che questa fosse poi commutata in un lungo periodo di detenzione per costoro non sarebbe stato un fatto traumatico. Inaccettabile sarebbe stato invece anche per loro che della grazia beneficiasse anche Ciano, considerato, proprio perché genero ed ex delfino in pectore di Mussolini, il simbolo del tradimento, per molti anche piú di Grandi. Tanto è vero che, come anni dopo ha rivelato il comandante della polizia federale di Verona Nicola Furlotti (che non a caso comandò l'11 gennaio il plotone d'esecuzione che eseguí la sentenza contro i «traditori»), nell'eventualità che Ciano non fosse stato condannato a morte era già stato previsto di ucciderlo mentre sarebbe stato trasferito dal tribunale al carcere346. E questo era il nodo politico vero che Mussolini non poteva, per un verso, non considerare e, per un altro, non sciogliere sacrificando Ciano contro le proprie convinzioni e i propri sentimenti di padre. Ché se lo avesse graziato avrebbe dato ragione a quei nazisti e fascisti che erano convinti che avrebbe cercato di salvarlo (al punto che al poligono di San Procolo oltre al plotone d'esecuzione italiano ci sarebbe stato, per ogni eventualità, anche un reparto tedesco e dopo l'esecuzione due ufficiali delle SS avrebbero voluto sincerarsi di persona che Ciano fosse veramente morto) e si sarebbe precluso ogni possibilità di cercare di mettere al vento la vela della malconcia barca della repubblica. Un'operazione, questa, alla quale – come vedremo piú avanti – il 10 gennaio stava già cominciando a mettere mano. E che, senza volerlo, Pavolini e gli esponenti piú radicali del Pfr gli facilitarono tagliandolo fuori da tutta la vicenda delle domande di grazia, della quale – va pur detto – anch'egli non dovette a sua volta essere affatto scontento di venir tagliato fuori (ché, in caso contrario, non si comprende la passività del suo atteggiamento, il non chiedere notizie sull'iter delle domande e non pretendere che gli fossero trasmesse), cosí da potersi illudere di non essere stato lui a decidere la morte di Ciano e degli altri. Alcuni temendo che, se gli fossero state sottoposte, potesse finire per graziare i condannati, altri per non metterlo nella condizione di prendere la decisione di respingerle e di dover cosí decidere personalmente la sorte del genero. Tipico fu in questo senso l'atteggiamento di Pavolini in cui il moralismo e l'estremismo piú intransigenti facevano tutt'uno con la sua devozione per Mussolini. Una devozione, per altro, che pochi giorni prima, colto in lui un tentennamento, non gli aveva impedito di bloccarglielo sul nascere con la minaccia di dimettersi se per «questioni personali» avesse «deluse» le attese che i fascisti riponevano in lui.

531

Non sono io che vi parlo; – gli aveva detto – attraverso la mia bocca vi parlano i trecentomila fascisti repubblicani che, nonostante errori, tradimenti, incomprensioni, vi hanno sempre ciecamente seguito; in considerazione di questa loro fedeltà, per questioni sentimentali che appartengono esclusivamente a voi e alla vostra famiglia non dovete permettere che i fascisti rimangano una volta ancora delusi e traditi. La mia fedeltà alla causa fascista vi è nota, la mia devozione a voi trascende le forze umane per collocarsi nella mistica della fede, ma se giustizia non sarà fatta, vi prego di accettare sin da questo momento le mie dimissioni347.

Sulla sincerità di queste parole e l'assenza in esse di arrières pensées non possono esservi dubbi, anche se è certo che la minaccia di rassegnare le dimissioni da segretario del Pfr dovette costituire il colpo di grazia a qualsiasi tentazione mussoliniana di dare ascolto ai propri sentimenti, ché, se Pavolini si fosse dimesso in quel momento e per protesta contro il suo posporre la «giustizia rivoluzionaria» ai suoi personali sentimenti, tutti i propositi politici di Mussolini sarebbero ipso facto naufragati dato che larga parte del partito si sarebbe schierata con Pavolini e ciò avrebbe reso impossibile qualsiasi rimaneggiamento dei vertici del Pfr e del governo.

532

Se non si capisce il tipo di «devozione» (mista a timore per le conseguenze che poteva avere la sua «bontà») che Pavolini nutriva per Mussolini, è difficile valutare giustamente non solo la cura con la quale aveva cercato di prevenire (costituendo appositi posti di blocco attorno a Gargnano) un ulteriore tentativo di Edda di mettersi in contatto col padre, ma anche il suo assumersi la responsabilità di non sottoporre a Mussolini le domande di grazia e, ad esecuzione avvenuta, di fronte ad un suo rimbrotto rivelatore («quando si vuole essere sanguinari, bisogna conoscerne almeno la tecnica») per il modo con cui era avvenuta la fucilazione, dirgli – facendosi personalmente carico dell'inefficienza del plotone d'esecuzione – «qualsiasi cosa abbia fatto l'ho fatta per voi, se ho sbagliato per troppo amore, punitemi, anche di fronte a voi assumo la responsabilità di quanto è avvenuto»348. Un atteggiamento, questo di Pavolini, che non trova riscontro in quello di altri che, pur condividendo la convinzione che non dovesse essere usata clemenza per nessuno degli imputati (neppure per De Bono a proposito del quale invano Pisenti ricordò che non esistevano precedenti di una esecuzione di un uomo cosí avanti negli anni), cercarono tutti, chi piú chi meno, di scansare responsabilità dirette e di non decidere cosa fare delle domande di grazia. E ciò tanto piú che la legge istitutiva del Tribunale speciale straordinario, per la fretta con la quale era stata fatta, la mancanza di conoscenze giuridiche e l'animus rivoluzionario di chi l'aveva redatta, nulla prevedeva a proposito della procedura da seguire per le domande di grazia e rifarsi per analogia a quella istitutiva del Tribunale speciale – come qualcuno propose – non era possibile essendo questa decaduta con la soppressione, dopo il 25 luglio, del Tribunale speciale stesso.

Pur diversi, per grado di attendibilità e capacità di sfuggire ai condizionamenti ideologico-politici, le testimonianze e gli studi di cui si dispone hanno fatto ormai luce sulla travagliata vicenda di queste domande. Né alcune contraddizioni su aspetti minori di essa sono tali da mettere in dubbio il quadro d'insieme che ne emerge349.

533

Se Pavolini era convinto della necessità che Mussolini, «per ragioni evidenti e di ordine superiore», dovesse essere tenuto fuori dalla questione e che, pertanto, le domande di grazia non dovessero giungere nelle sue mani e Pisenti non vedeva invece altra via per dare al processo e alla sentenza che ne era uscita una parvenza di legalità che a decidere su di esse fosse, in quanto capo dello Stato, Mussolini, per gli altri protagonisti e comprimari della vicenda il problema era uno solo: trovare un appiglio giuridico per non inoltrare a Mussolini le domande di grazia e la persona disposta a riconoscere la validità giuridica di tale machiavello e, quindi, ad assumersi la responsabilità di respingerle.

Dopo mezza giornata, una nottata e alcune ore della prima mattinata dell'11 di contatti e di tentativi, fattisi via via piú frenetici, specie dopo che Pavolini, Cosmin e Tamburini, recatisi a Brescia per chiedere a Pisenti di ricevere le domande di grazia e respingerle, si erano sentiti rispondere che, essendo stato il processo istruito e celebrato nell'ambito del partito, il ministro della Giustizia non poteva che continuare a rimanere estraneo alla questione e che, se gli fossero state trasmesse le domande di grazia, non avrebbe potuto che trasmetterle a sua volta a Mussolini, la soluzione escogitata da Pavolini, Fortunato, Cersosimo, Cosmin, Tamburini e Buffarini Guidi (che ne dovette essere probabilmente l'autore) fu quella di rifarsi al codice militare di guerra e di far respingere le domande dall'autorità militare competente per territorio, il generale Piatti dal Pozzo, che, però, rifiutò fermamente di assumersi qualsiasi responsabilità, affermando che il tribunale che aveva emesso la sentenza era politico e non militare. Da qui la decisione di ripiegare sull'ufficiale piú alto in grado del comando di zona della Gnr, il console Italo Vianini, che, dapprima, rifiutò anch'esso, poi, messo alle strette, disse che se avesse avuto in mano le domande di grazia le avrebbe trasmesse «al Duce» e, infine, accettò di respingerle, ma solo dopo che telefonicamente Ricci (che si trovava a Vercelli) glielo ordinò esplicitamente e dopo aver ottenuto una dichiarazione, firmata da Pavolini, Tamburini, Cosmin e dal questore di Verona Pietro Caruso, attestante che il rigetto delle domande di grazia gli era stato ordinato da Ricci. Di questa serie di contatti e di tentativi il resoconto piú attendibile è assai probabilmente quello che il primo seniore Antonio Monticelli, presente a molti di essi, scrisse pochi giorni dopo su invito del generale Montagna (che nel suo Mussolini e il processo di Verona se ne sarebbe servito solo parzialmente e non molto correttamente) e nel gennaio 1948 inviò in copia anche a Graziani che gliel'aveva richiesto350. In esso si legge:

534

La sera del giorno in cui fu pronunziata la sentenza rientrai a casa verso le ore 20. Dopo un'ora circa mi telefonò il prefetto Cosmin incaricandomi di rintracciare subito il console Trevisan, comandante la 40ª Legione M.V.S.N., per recarmi poi subito, unitamente a lui, in prefettura.

Recatomi in macchina a casa del predetto console e rilevatolo, ci portammo immediatamente in prefettura ove giungemmo alle ore 22 circa.

Con il predetto Cosmin si trovavano: il conte De Larderel (persona a me sconosciuta ma che mi ispirò una certa repulsione), il questore di Verona, Caruso, il capo della polizia Tamburini, il segretario del prefetto Vincenti, oltre ad altre persone di cui mi sfuggí il nome.

Il prefetto Cosmin ci mise subito al corrente della situazione, che alle ore 22 risultava la seguente:

1°) – Per ordine della Direzione del P.F.R. le domande di grazia presentate dai cinque condannati a morte non dovevano esser inoltrate al Duce.

2°) – A seguito di questa disposizione una macchina si era recata a Padova con una persona incaricata di sottoporre le domande al gen. Piatti, comandante regionale militare, il quale avrebbe dovuto respingerle, naturalmente firmandole. Il gen. Piatti per contro non volle assumersi alcuna responsabilità relativa al rigetto od inoltro delle domande di grazia, asserendo che ciò esulava dalla sua competenza in quanto il tribunale doveva essere considerato – secondo il suo concetto – politico e non militare.

3°) – Al rientro della macchina a Verona venne interpellato il col. De Giorgio, comandante provinciale militare e dipendente dal gen. Piatti, che al pari del suo superiore dichiarò la propria incompetenza ad adottare una qualsiasi decisione, per gli stessi motivi esposti dal gen. Piatti.

4°) – Stando cosí le cose, un incaricato (rimastomi anonimo) venne inviato con una macchina alla direzione del partito per prospettare la delicata situazione venutasi a creare e per assicurarsi se tale Direzione volesse assumersi in pieno la responsabilità dell'ordine impartito rigettando essa stessa le domande di grazia.

5°) – Poiché il prefetto Cosmin prevedeva che anche la direzione del partito si sarebbe trincerata dietro a qualche scusa pur di non mettere per iscritto quanto aveva verbalmente ordinato, era necessario che il comandante piú elevato in grado della Milizia si tenesse pronto per firmare il rigetto delle domande di grazia.

Essendo il piú elevato in grado il console Vianini Italo, comandante di zona, su ordine del console Trevisan gli telefonai invitandolo a venire subito in Prefettura. Il Vianini mi rispose che a causa di una leggera indisposizione non si sentiva disposto ad uscire di casa.

535

Si credette pertanto opportuno soprassedere in attesa della persona inviata a Maderno, il che avvenne dopo qualche ora.

La risposta era quella che si prevedeva. La direzione del partito, pur riconfermando che le domande non dovevano essere inoltrate, si estraniava totalmente da quella che era la parte ufficiale e burocratica della cosa. Non intendeva cioè firmare il rigetto delle domande lasciando tale incarico (e ciò – a detta della persona rientrata da Maderno – a seguito di precisi accordi intervenuti con il gen. Ricci, Capo di S. M. della Milizia) alla Milizia e di conseguenza al suo piú elevato in grado della località cui per giurisdizione dipendeva la città ove il processo era stato celebrato: Verona.

Dato che, come precedentemente detto, la personalità della M.V.S.N. di Verona piú elevata in grado era il console Vianini, questi venne nuovamente chiamato al telefono. Si era frattanto giunti alle 3 di notte. Il Vianini riconfermò il suo rifiuto a presentarsi in Prefettura, finché, recatosi personalmente a casa del Vianini il console Trevisan, questi riuscí a convincerlo ad alzarsi e recarsi in prefettura.

Il prefetto Cosmin mise al corrente il console Vianini di quanto era accaduto fino a quel momento e dell'incarico che gli era stato affidato da parte del gen. Ricci. Il Vianini non volle assolutamente assoggettarsi a tale ordine, asserendo che se a lui era demandata la facoltà di inoltrare o meno le domande di grazia, egli avrebbe provveduto a trasmetterle al Duce non volendo affatto assumersi alcuna responsabilità in proposito. Di fronte al reciso rifiuto del predetto console vennero scambiate diverse telefonate sia con la direzione del partito che con il gen. Ricci, come pure fra il nominato generale e la direzione stessa del partito. Si era giunti frattanto alle ore 6. Io nel frattempo mi ero recato a rilevare il cent. medico Carretto ed un frate della Chiesa del Cimitero che accompagnai, l'uno e l'altro, in prefettura.

Le comunicazioni telefoniche, alquanto difficili da ottenere, erano state sempre scambiate con l'ente e le persone interessate, da parte del prefetto Cosmin, del capo della polizia Tamburini e da un'altra personalità di cui non rammento il nome e la carica. Noi eravamo sempre presenti e dalle risposte date da chi telefonava si poteva facilmente intuire tutta la conversazione, tanto piú che venivamo regolarmente messi al corrente di ogni frase scambiata.

Nel corso di una di queste telefonate il prefetto Cosmin, dopo aver comunicato al gen. Ricci la decisa volontà del Vianini di inoltrare le domande di grazia, chiese che quest'ultimo venisse immediatamente destituito dalla carica di comandante di Zona della Milizia ed al suo posto fosse nominato un altro ufficiale superiore presente a Verona, il quale si sarebbe assunta la responsabilità del rigetto.

Finalmente il Vianini, a seguito di continue pressioni da parte dei presenti, ed in modo particolare di Cosmin, Tamburini e Caruso, dichiarò che avrebbe ottemperato all'ordine del gen. Ricci, a patto però che il gen. Ricci desse disposizione a che venisse rilasciata al console Vianini una dichiarazione comprovante che il rigetto delle domande di grazia era stato da lui effettuato in seguito a categorico ordine impartitogli dal gen. Ricci, pretendendo inoltre che tale dichiarazione venisse firmata da tutte le autorità presenti in prefettura.

Erano circa le ore 8. Dal Vianini fu chiesto telefonicamente al gen. Ricci se acconsentiva; avutane conferma passò la comunicazione a Tamburini e successivamente a Cosmin perché ne prendessero atto. La dichiarazione venne immediatamente stesa e firmata da Cosmin, Tamburini, Caruso e, mi pare, anche dal cons. Trevisan, quindi consegnata al Vianini che, dopo averla risposta nel portafoglio, firmò il rigetto delle cinque domande di grazia. Alle ore 8,30, circa, uscimmo dalla prefettura per recarci al poligono del tiro a segno per assistere all'esecuzione.

536

Un'ora e mezzo dopo al poligono di San Procolo i cinque condannati erano fucilati351.

Delle reazioni umane e delle loro implicazioni psicologiche innescate in Mussolini dall'esecuzione diremo nel prossimo capitolo352. Per il momento basta dire che, pur essendo drammatiche353, se si prescinde da alcuni sfoghi con Dolfin e con pochissimi altri come Pellegrini Giampietro (che, avendolo accompagnato alla riunione del Consiglio dei ministri che si tenne meno di un'ora e mezzo dopo che aveva avuto notizia dell'avvenuta esecuzione, poté rendersi conto che «aveva in volto la tragedia che viveva»354), l'unico sentimento che non riuscí a nascondere fu la preoccupazione per la mancanza di notizie sulla sorte di Edda. Per il resto, tutti coloro che lo videro furono colpiti dalla sua capacità di ostentare una calma, una freddezza, una padronanza dei propri nervi che non solo contrastava con il suo effettivo stato d'animo, ma che aiuta a spiegare la convinzione che essa ingenerò nei piú – tipico il caso di Rahn, che si intrattenne con lui nel pomeriggio dell'11 per quasi un'ora355 – che, chiuso com'era in se stesso e nei suoi «teoremi», considerasse il destino degli uomini «con fredda distanza», se non addirittura con cinismo.

Che questa convinzione avesse un corposo fondo di verità è indubbio, ciò tuttavia non basta a spiegare compiutamente né lo stato d'animo di Mussolini né tanto meno il suo comportamento piú propriamente politico.

537

Come abbiamo già detto, l'esito del processo e la stessa esecuzione dei condannati erano per lui non solo ormai scontati, ma costituivano il prezzo che consapevolmente aveva accettato di pagare pensando che esso avrebbe rafforzato la sua posizione rispetto ai tedeschi e all'intransigentismo fascista e aperto quindi la strada per allontanare Pavolini e Buffarini Guidi dalla segreteria del Pfr e dal governo e riprendere in mano la situazione prima che si deteriorasse completamente e i tedeschi gli imponessero ciò che il suo senso politico e il suo amor proprio rifiutavano.

Sulla strada del rilancio della Rsi che Mussolini si proponeva di realizzare, la condanna dei «traditori» del Gran Consiglio costituiva il primo passo necessario per cominciare a sbloccare la situazione. Per procedere oltre – lo abbiamo detto – era però indispensabile che a questo passo se ne accompagnassero e seguissero rapidamente altri, senza i quali il «successo» conseguito col primo sarebbe stato inutile e, anzi, avrebbe rafforzato coloro che Mussolini voleva invece estromettere dalla gestione del potere.

Sul versante della lotta al movimento partigiano il primo giro di vite l'aveva ordinato già il 9 gennaio, dando istruzioni a Renato Ricci di predisporre, con la collaborazione tecnica del generale Mischi, «un piano d'azione e le forze mobili necessarie» a combattere adeguatamente «il fenomeno cosiddetto ribellistico» nell'Italia centrale che andava assumendo «un aspetto molto piú importante che nelle valli alpine» insidiando le comunicazioni tra la valle del Po e Roma356. A questo primo giro di vite, il cui scopo era chiaramente duplice, per un verso repressivo-militare, per un altro politico-psicologico: rendere concretamente percepibile la presenza della repubblica nelle regioni in questione e la sua capacità di garantire non solo le comunicazioni militari ma anche quelle civili, ne seguiva, il mese dopo, un altro con il quale ai prefetti delle province piemontesi e in particolare quella di Torino era fatto divieto di avere contatti diretti con capi partigiani («anche se si professano anti-comunisti») e tanto piú di negoziare e concludere con essi qualsiasi specie di accordo «senza la superiore autorizzazione» del ministero dell'Interno357. Sul versante piú propriamente politico-sociale nella mattinata dell'11, mentre i corpi dei «traditori» fucilati al poligono di San Procolo giacevano ancora insepolti, Mussolini volle che il Consiglio dei ministri riunito a Gargnano muovesse il primo passo sulla via della socializzazione, approvando («su proposta del Duce», come fu sottolineato dal comunicato diramato alla stampa e questa mise a sua volta in tutto rilievo) la «premessa fondamentale per la creazione della nuova struttura dell'economia italiana». Un atto che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto orientare verso la Rsi le simpatie del mondo del lavoro dimostrando che, al contrario di quanto era avvenuto nel ventennio precedente, questa non intendeva essere succube dei capitalisti e, al tempo stesso, provare al fascismo repubblicano la sincerità dei suoi propositi di un «ritorno alle origini» che non doveva esaurirsi nel ricorso ai sistemi di lotta del vecchio squadrismo, cosí come reclamavano gli intransigenti, ma recuperare e sviluppare le rivendicazioni sociali del programma diciannovista dei Fasci di combattimento.

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Detto questo, va per altro detto che Mussolini era però consapevole che per un effettivo rilancio della Rsi conditio sine qua non era che a gestire questa ed altre iniziative fossero uomini diversi, possibilmente completamente «nuovi» e non quelli che avevano in mano il partito e i piú importanti centri di potere governativi e li gestivano con mentalità e sistemi non solo «vecchi», ma – come abbiamo visto – tali da risultare invisi a settori sempre piú larghi della popolazione e a parte degli stessi fascisti. Sicché non può meravigliare che, ormai deciso a cercare, quale ne fosse il costo, di por fine a questa situazione, ancor prima del processo di Verona avesse cominciato a predisporre le cose in modo che quando questo si fosse concluso egli potesse procedere rapidamente alla sostituzione di Pavolini e al rimpasto del governo. E va altresí detto che se, come vedremo, le cose andarono in tutt'altro modo non fu per un suo scarso impegno o per paura delle resistenze dei vari Pavolini e Buffarini Guidi – ché, non a caso, dopo lo scacco subito in gennaio per oltre un mese circa cercò di rilanciare in qualche modo l'operazione –, ma soprattutto per l'ostilità che verso di essa, contrariamente alle sue attese, manifestarono la Wilhelmstrasse e gli ambienti militari tedeschi che, preoccupati dalla prospettiva che a trarne i maggiori vantaggi fossero Himmler e le SS, preferirono sostenere Pavolini e Buffarini Guidi, di cui pure sarebbero stati lieti di liberarsi, e, secondariamente, per i maneggi di Preziosi che, interferendo con essa, portarono acqua al mulino degli avversari di Himmler e di Wolff.

A tutt'oggi i particolari di come l'«operazione rimpasto» si sviluppò e naufragò non sono affatto chiari. Pochi sono i documenti che si riferiscono ad essa. Piú numerose sono le testimonianze di parte fascista (di tedesche non ci risulta ve ne siano); alcune però di seconda mano e quindi poco significative, le altre tutte in qualche misura viziate da una sorta di desiderio di minimizzare il piú possibile una vicenda che incrinava una certa immagine della Rsi che si voleva accreditare e tramandare e della quale erano stati protagonisti uomini che erano «morti bene» o dei quali si preferiva non macchiare l'immagine o non parlare. Ciò premesso, su una cosa non ci pare però possano sussistere dubbi: dando per scontato l'esito del processo di Verona, a mettere in moto già prima dell'inizio di esso l'«operazione rimpasto» fu Mussolini, sicché sbagliano coloro, come Amicucci358 e, sulla sua scia, Tamaro359 che ne hanno attribuito l'origine ad una «congiura» contro Pavolini e Buffarini Guidi ordita dalle «tre B», Balisti, Barracu e Borsani, che avrebbe indotto Mussolini a prendere la decisione – verso la metà di gennaio – di sostituire Pavolini e Buffarini Guidi, salvo, due giorni dopo averne informato i diretti interessati, tornare su di essa e rinunciare al rimpasto.

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Si disse – ha scritto Amicucci360 – che la prima decisione di Mussolini fosse stata approvata anche dalle autorità tedesche e che la seconda fosse stata strappata a Mussolini da Buffarini, rivelando al duce che tutti sapevano che erano stati i tedeschi a volere la sostituzione del segretario del partito e del ministro degli interni. Allora Mussolini, per manifestare la sua indipendenza dai tedeschi, avrebbe ritirato il provvedimento.

Simile per quel che concerne il fattore tedeschi è anche la versione di Giorgio Pini nel suo Itinerario tragico361 e che questi ha accreditato con quanto, a cose fatte, gli avrebbe detto Balisti. In essa non vi è invece cenno alcuno alla presunta «congiura delle tre B»362 e si afferma senza mezzi termini che – secondo quanto dettogli da Balisti – l'idea di «rinnovare i quadri secondo l'evidente opportunità e la diffusa richiesta» era di Mussolini, tacendo gli stimoli e il conforto che ad essa erano venuti da Borsani, Silvestri, Bombacci e Dinale363, gli unici che in qualche misura influirono su di lui.

540–541

Piú ricche e, nonostante alcune lacune che è difficile dire se dovute a scarsa informazione (che nel caso di Dolfin potrebbe spiegarsi ipotizzando che, dati i suoi rapporti con Buffarini Guidi, fosse volutamente tenuto all'oscuro di certe cose) o volute, piú attendibili sono le notizie fornite da Pino Romualdi (allora direttore della «Gazzetta di Parma») e soprattutto da Dolfin.

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Sotto la data del 30 dicembre 1943 (dopo di che il suo diario non reca altre annotazioni in proposito) quest'ultimo scriveva364:

Si è parlato con insistenza, in questi ultimi quindici giorni d'un largo rimpasto ministeriale, anche in relazione ai famosi attacchi di Radio-Monaco. La sostituzione di Pavolini e di Buffarini era data per certa sino alla settimana scorsa. Il Duce aveva infatti preavvertito Mezzasoma di tenersi pronto per dare alla stampa un comunicato e le istruzioni atte ad illuminare l'opinione pubblica sulla natura del provvedimento.

I colloqui dei due ministri con Mussolini, sono stati in quest'ultimo tempo frequentissimi ed abbastanza agitati. Buffarini era molto abbattuto: Pavolini piú calmo, padrone dei suoi nervi. Apparentemente, anzi, indifferente.

Il vecchio Dinale, il Farinata del «Popolo d'Italia», subito dopo un suo incontro con Mussolini, aveva addirittura preannunciato a Pisenti, nel mio ufficio, la sua sicura nomina a ministro dell'Interno. L'aveva appresa, fresca fresca, dallo stesso Duce. Senonché, apprendiamo oggi che il rimpasto è stato rinviato «sine die», per un'improvvisa decisione di Mussolini, che l'avrebbe motivata con la opportunità di evitare al Paese, in questo momento, la sensazione d'una crisi aperta. Egli non ne parla e le notizie ci giungono per lo piú dai ministri e dall'ambiente esterno. Qualcuno ritorna a parlare di Preziosi e di una specie di antigoverno che egli avrebbe creato in Germania, in accordo con determinate sfere politiche e militari del Reich. Qualche altro lega la vicenda del mancato mutamento ministeriale a ragioni piú vaste, e cioè al duello in atto tra Wolff e Rahn, in altri termini, tra Himmler e von Ribbentrop.

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A quanto annotato da Dolfin si affianca (sebbene viziato da alcune imprecisioni riguardanti soprattutto i tempi dell'operazione e le ragioni dell'opposizione tedesca ad essa) quanto dichiarato e scritto nel dopoguerra da Romualdi che nel tardo pomeriggio del 14 gennaio ebbe un lungo colloquio con Mussolini che, fattogli un quadro della grave situazione nella quale versava la repubblica, lo mise al corrente della sua decisione di nominare Balisti segretario del partito in sostituzione di Pavolini (a cui pensava di affidare l'ambasciata a Berlino), affiancandogli come vice segretario lo stesso Romualdi.

Balisti – gli disse – non è uomo che se ne intenda di partito o di vita politica. Balisti è una bandiera. In questo momento è necessario un uomo di grande prestigio morale, e quindi è utile che Balisti sia messo alla testa del partito in questo momento di rinnovamento. Voi svolgerete tutta la parte politica, strutturale365... Compito primo era di liberare i ranghi dai pochi, ma attivi avventurieri che vi si erano infiltrati e vi operavano malamente confusi fra la grande massa dei generosi e degli onesti, la solita classica «zavorra» (come si dice), magari anche meritoria sotto certi aspetti, ma che appesantiva da secoli tutte le formazioni politiche ope-ranti su questa terra in condizioni cosí drammatiche... Sarebbe stato inoltre com-pito di Balisti e mio di sviluppare maggiormente l'azione politica, legando e inte-ressando alla nostra azione i lavoratori, onde impedir loro di prestarsi al gioco ignobile e pericoloso di chi li avrebbe voluti artefici di sanguinose e stupide rivol-te ad esclusivo vantaggio dello straniero; di portare infine con una opportuna pro-paganda la grande massa dei giovani italiani a emulare i duecentomila e piú giova-nissimi che si erano volontariamente presentati alle nostre caserme e che in parte si trovavano già sulla linea del fuoco. Ma il cambio non si poté fare. Non tanto – come si disse – per la resistenza opposta dai vecchi uomini di governo (Pavolini, anzi, si affrettava a passare le consegne al suo successore, quando fu avvertito dal-lo stesso Mussolini di aspettare qualche giorno ancora), ma perché i tedeschi vi-dero in questa manovra la volontà di Mussolini di sganciarsi, con l'ausilio di uo-mini assolutamente estranei agli ambienti e alla influenza dei tedeschi, dalla gra-vosa tutela che lo infastidiva.

L'ambasciatore e i comandi militari germanici fecero capire a Mussolini in bella forma che il cambio era sgradito. Se lo avesse egualmente effettuato, essi si sarebbero trovati nella necessità di aumentare il controllo. Dei vecchi uomini, di cui dissero di apprezzare l'esperienza e la buona volontà, ormai si fidavano... dei nuovi non avrebbero potuto fidarsi nella stessa maniera...366

Anche se in qualche punto un po' reticente – probabilmente per una sorta di pietas umana verso chi ormai non era piú –, la testimonianza piú importante sia a proposito dei suoi rapporti con Mussolini sia per la ricostruzione della vicenda particolare del suo mancato segretariato, è però quella lasciataci da Balisti nelle memorie da lui scritte nel dopoguerra.

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Il 27 settembre Balisti era stato chiamato a far parte del direttorio provvisorio del ricostituito fascio di Brescia del quale sarebbe poi stato commissario federale sino al 1° marzo 1944. A novembre era stato altresí nominato ispettore del Pfr per la Lombardia e, come abbiamo detto, era intervenuto al congresso di Verona. Proprio in seguito a questi due fatti il 3 dicembre aveva avuto il primo incontro con Mussolini (dopo quello ormai lontano del 1920 quando D'Annunzio lo aveva inviato da lui per illustrargli la situazione fiumana e ribadirgli le sue critiche all'atteggiamento verso di essa dei Fasci) che dovette apprezzare il suo tono franco e convinto e quel tanto di «eretico» che vi era nella sua posizione. A conferma di quest'impressione positiva erano poi venuti il suo rifiuto di associarsi alle critiche di afascismo e di tiepido mussolinismo mosse da Barracu a Carlo Borsani e in particolare al discorso che questi, il 19 dicembre, aveva pronunciato all'«Odeon» di Milano nella sua qualità di presidente dell'Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra, e il suo impegno per cercare di fronteggiare le difficoltà nelle quali si stavano dibattendo le maestranze dell'industria bellica bresciana che i tedeschi volevano trasferire in Germania, in primis quelle della Beretta di Gardone Valtrompia.

Non è da escludere che a spingere Mussolini a pensare a Balisti come nuovo segretario del partito anche questi suoi atteggiamenti abbiano avuto una loro influenza, cosí come a maggior ragione l'ebbero le sollecitazioni di Silvestri, Bombacci e Dinale a sostituire Pavolini con un uomo del tutto «nuovo», pulito, espressione dell'anima sociale ma moderata e pacificatrice del fascismo. Due caratteristiche che erano chiaramente emerse nel discorso pronunciato da Balisti a Verona di fronte al congresso del Pfr e che questo aveva ascoltato in religioso silenzio e applaudito con entusiasmo anche se i piú dei partecipanti nella confusione di idee e nell'emotività che la caratterizzarono fossero espressione delle posizioni piú estremistiche del fascismo. E che Balisti gli aveva ribadito quando, il 3 gennaio, era stato da lui ricevuto a Gargnano, da un lato, ricordandogli la comune origine popolare e, da un altro, esortandolo a non ripetere gli errori del passato367:

Io e Voi abbiamo un'origine pressoché comune. Voi siete figlio del fabbro di Predappio, io del fabbro di Olfino. Vostro padre – per l'occasione – fece l'oste; mio padre fece l'oste. Allora io vi parlerò sempre con le maniche rimboccate, come fanno i fabbri all'incudine ed i lavoratori al tavolo dell'osteria quando ne hanno bevuto un bicchiere piú del consueto.

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In vino veritas!... ed io vi dirò sempre le verità che fanno dispiacere, non mai le menzogne che fanno piacere; si tratta – come vedete – di invertire un sistema che ha molto danneggiato l'Italia.

Come inizio e prova di sincerità, vi parlerò di una cosa lontana, ma che è diventata di attualità: Vi ricorderò il nostro incontro – o scontro – milanese, avvenuto in via Paolo Cannobio nel 1920.

Io dissi, allora, che il partito, presentatosi nelle formazioni dei fasci come il continuatore della rivoluzione del Risorgimento, sarebbe andato verso la reazione e che, uomini di sinistra, stavano riscaldando in seno serpi di destra... Io – lo sapete – ero allora all'opposizione e fui in seguito all'opposizione. Badate! io sono sempre quell'uomo e le mie idee, se sono mutate, è perché si sono meglio definite ed evolute. D'altronde, mi sembra che in un disegno di Repubblica Sociale queste mie idee possano avere una cittadinanza e propagarsi. Solo con queste idee io posso lavorare nella repubblica...

Il popolo italiano ha oggi piú pensieri che lo turbano che non pensieri che lo guidino... Vi sente vivo e operante? o è un corteo di ombre dietro un fantasma?...

È necessario convertire forze negative in forze positive. Scendete dunque tra il popolo con una parola di umanità che la Repubblica Sociale vi consente, ma guar-datevi dagli adulatori, da coloro che vi sono vicini... dai piú vicini! I vostri uomini migliori sono di tre categorie: compromessi in modo specifico – compromessi in modo generico – semplicemente fuori di corso. Io vi ripeto la frase di Paolo nel-l'epistola ai Corinti: purgate, adunque, il vecchio lievito, acciocché siate nuova pasta!

Parole piú da quel poetino idealista che era Balisti che da uomo politico realista, ma che avevano colto nel segno. Tant'è che Mussolini, il 13 gennaio, decisosi ormai a bruciare i tempi della sua operazione, volle ancora intrattenersi con lui due volte, la mattina dalle undici alle undici e venti, il pomeriggio dalle diciassette e quarantacinque alle diciotto e venti e il giorno dopo convocò Romualdi per dirgli di aver deciso di affidare il partito alla «bandiera» Balisti e di mettere lui al suo fianco perché si occupasse della sua gestione effettiva. E subito dopo ne informò Pavolini che – ignorando ancora cosa stesse avvenendo in campo tedesco – accettò apparentemente senza batter ciglio la decisione, ma in effetti cominciò subito a predisporre la trappola nella quale l'ingenuo Balisti – che parlando con Mussolini non aveva nascosto che la prima cosa da fare per «convertire le forze negative in positive» era sciogliere la «Muti» – non sarebbe non potuto cadere, e si fece parte attiva nell'infor-marne Balisti, prima che a farlo fosse Mussolini e ciò rendesse piú difficile a lui contro-manovrare. Cosí questi ha narrato nelle sue memorie quella per lui «storica» giornata del 15 gennaio e il primo colpo basso tiratogli già il giorno dopo da Pavolini nell'intento di metterlo in cattiva luce presso gli estremisti milanesi e di guadagnare tempo per correre ai ripari e indurre Mussolini a tornare sulla decisione presa368:

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Ero andato da Pavolini.

Il Segretario del Partito risiedeva in una villa situata sul lungo-lago che, dal centro del paese di Maderno sul Garda, tocca la punta estrema verso Toscolano.

Alle ore 13 Pavolini rientrava da Gargnano, dopo il quotidiano rapporto del Duce.

Io mi stavo richiamando alla pregiudiziale dello scioglimento della «Muti» di Milano, quando egli con un semplice e cordiale sorriso, mi dice:

– Questo ed altri problemi sono da oggi di tua competenza, perché tu sei il Se-gretario del Partito.

Rispondo istintivamente:

– Ma io sono un uomo modesto!

– No, no, modesto, – soggiunse Pavolini.

– Intendo... intimamente modesto.

– Il Duce – continua Pavolini – mi ha detto or ora «Pavolini, non ritenete che il ciclo della vostra provvisorietà possa considerarsi concluso?» Risposi affermatamente.

– Allora – riprende il Duce – ho designato a sostituirvi il maggiore Balisti. Un soldato che ha pagato di persona. Un uomo di notevole preparazione politica. L'uomo nuovo!

– È superfluo ti dica – soggiunse Pavolini – che io ho condiviso il suo apprezzamento.

Pavolini mi pregò di restare a colazione con lui, cosí avremmo potuto procedere, dopo, alle consegne.

Lo ringraziai, dicendo che preferivo tornare a Brescia, anche per impegni che avevo assunti.

Convenimmo che sarei tornato verso le ore 16...

Torno a Maderno verso le 16.

Alle 21 erano completate regolarmente le consegne.

La notte che seguí non fu popolata di visioni, di fantasticherie, di incubi.

Pur valutando l'importanza dell'avvenimento nel momento particolare in cui cadeva, avevo la tranquillità di chi considera un incarico come un impegno della propria coscienza ad operare il bene.

Uscito da un ceppo semplice, vissuto in semplicità, ho imparato dai contadini dei nostri campi, che, quando la tempesta si abbatte sulle piantagioni, è tanto piú necessario il rinnovo dei ceppi e l'opera dei potatori.

Avevo un presupposto sopra ogni altro:

«La bonifica del costume morale e politico da applicare di urgenza e chirurgicamente nei posti di responsabilità».

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Il nuovo programma espresso da un semplice annuncio, che mi ero proposto di lanciare dalla radio: «Signori, si cambia!...» avrebbe avute le sue reazioni ed i suoi conseguenti sviluppi.

La direttrice del mio programma politico, emergeva dai presupposti della Repubblica Sociale.

Si vide poi che la notizia, diffondendosi con la rapidità che è caratteristica piú delle cose spiacevoli che delle gradite, invase gli uffici, percorse le anticamere, le sedi, le succursali del partito e dei ministeri.

Davanti alla ventata che minacciava di sconvolgere le acque del bacino politico si lanciano scafandri e salvagenti; davanti alla minaccia di un rovesciamento del costume politico, campane e tromboni suonano il «grande allarme».

La sera del giorno successivo mi viene recapitata a Brescia nella mia abitazione, una lettera di Pavolini a mezzo di un suo segretario particolare.

Riproduco lo scritto in fac simile:

«Caro Balisti,

i camerati milanesi celebrano domani Aldo Resega e gli altri nostri recenti caduti.

Io avevo promesso di essere là, ma per ragioni a te note ciò non mi è possibile. Accamperò motivi di salute.

Ti prego vivissimamente di voler tu rendere onore alla memoria di Resega e degli altri Martiri del Fascismo repubblicano. La cerimonia è religiosa, e si conclu-derà sulla stessa Piazza San Sepolcro, con le parole che tu dirai dall'arengario della Federazione.

Ti accludo altri particolari e dati che ti possono riuscire utili. So bene di chie-derti tardi una cosa difficile. Ma so anche la tua qualità di oratore improvviso, la tua sensibilità circa la importanza di una figura morale quale Resega e di un momento quale il presente (una parola giusta proferita con autorità in questa occasione può cambiare Milano) e infine tu sai perché sono costretto a chiederti questo.

D'altronde i camerati di Milano hanno in certo modo diritto alla tua presenza ed alla riuscita della loro manifestazione.

Tieni anche presente che la cerimonia è annunziata e organizzata in ogni par-ticolare, ma che per mio desiderio (rivelatosi poi opportuno) nulla si è detto circa il nome dell'oratore.

Ti ringrazio e ti saluto con affetto»...

La lettera mi sorprese; ma come sempre in buona fede, non la commentai.

Valutai l'importanza dell'avvenimento, della sede in cui si svolgeva, del mo-mento particolarmente delicato della situazione politica, ma, non mi sentii di «ac-campare motivi» e risposi affermativamente.

Al Segretario di Pavolini, il quale voleva进展consegnarmi il plico dei documenti destinati ad orientarmi sul passato e sulla figura morale di Resega, dichiarai che vi rinunciavo, bastandomi conoscere di lui tre cose;

che era lavoratore povero,

che era un ardito super-decorato della guerra 1915-18,

che aveva scritto nel suo testamento politico che, in caso di sua uccisione, non voleva che si facessero rappresaglie.

548

Mettendo questa circostanza in relazione alla mia avvenuta nomina a Segretario del partito, giustificavo il fatto che, per ragioni di opportunità politica – dal momento che, pur mancando l'annuncio ufficiale della nomina stessa, Pavolini aveva voluto conferirmi l'onore di affidarmi l'onere del discorso ufficiale – si evi-tasse la coincidenza di un mio discorso pubblico con l'annuncio della nomina me-desima e che quindi il comunicato «Stefani» non fosse stato diffuso.

Tendeva questa pausa a consentire la organizzazione di forze contrarie alla mia nomina?... l'incarico improvviso di un discorso da tenersi a Milano in un mo-mento tanto difficile si proponeva di compromettere il mandato politico che mi era stato conferito?... o la prudenza induceva altri a designare me nel delicato in-carico milanese?...

Io non mi preoccupai di appurare la verità che, d'altronde, si svelò dagli av-venimenti susseguiti.

La cerimonia, svoltasi in una atmosfera di allarme, si concluse senza il minimo incidente.

Il mio discorso milanese, se ebbe qualche favorevole eco nell'ambiente estra-neo, non ne ebbe affatto nell'ambiente ufficiale, dove era già in atto la congiura ostruzionistica e quella del silenzio.

La sera, tornando a Brescia, parlai a Palazzolo s/O in un teatro gremito di gente, specialmente di operai degli stabilimenti del luogo.

Nel discorso mi proposi di tracciare qualche direttiva che ritenevo sarebbe stata poi avvalorata dalla autorità della carica che avrei ricoperto.

Il mattino successivo, andando al partito per riferire sulla cerimonia milanese e per insediarmi, trovai Pavolini un poco reticente.

Mi disse che c'era una breve pausa «formale». Ed io non mi ... formalizzai.

Due giorni dopo, visto che il mistero si addensava, ritornai a Maderno e chie-si a Pavolini una spiegazione franca.

Egli mi rispose che si attendeva il ritorno dell'ambasciatore Rahn dalla Ger-mania anche per decidere di un suo collocamento presso i tedeschi «non essendo per lui igienico – cosí si espresse Pavolini – specialmente dopo che egli aveva di-sposta la costituzione dei tribunali speciali, di circolare per le strade d'Italia».

La frase mi urtò e non glielo nascosi.

A questo punto, l'unica cosa che Balisti poteva fare era recarsi da Mus-solini e chiedergli conto di cosa stava succedendo, del perché la «Stefani» non aveva ancora diramato il comunicato ufficiale relativo alla sua nomina. L'incontro risultò molto penoso369. Mussolini all'inizio cercò di sfuggire al-la questione abbandonandosi ad una serie di divagazioni di alta politica; poi, riportato dal suo interlocutore al nocciolo della questione («Quando vi disponete a compiere un libero volo, le vostre ali affondano nel vischio, – gli disse Balisti, – ma vi sono nella repubblica persone serie, cioè oneste, che non si prestano ai soliti giuochi»), fece alcuni accenni minimizzanti a Buffarini Guidi e a Farinacci, «scansando il nome di Pavolini», che confermarono a Balisti che «le forze contrarie alla mia nomina si fossero atti-vamente coalizzate» e lo indussero a parlare fuori dai denti:

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Comprendo, anche costoro c'entreranno!... ma chi c'entra qui, in modo spe-cifico, è Pavolini; anzi è la segreteria del partito. Pavolini c'entra anche per quan-to mi disse ieri l'altro.

E a Mussolini che gli ribatteva «Pavolini non è un soldato» e gli diceva di aver pazienza, di lasciare tempo al tempo, ribatté a sua volta con tono sprezzante: «di questi soldati, dunque, è formato il vostro esercito!» e il colloquio ebbe fine.

Mi congedai confermando l'impressione che gli otri vecchi avevano l'ossessio-ne del vin nuovo!...

Era evidente che, quando gli organi guasti sentivano la minaccia di una revi-sione, roteavano vorticosamente per dimostrare la loro efficienza e per creare con-fusione.

Quando una nuova investitura minacciava le posizioni degli esponenti ed i si-stemi delle organizzazioni, ogni antagonismo personale, ogni contrasto venivano superati con disinvoltura rendendo automaticamente solidali gli interessati.

Secondo le occasioni.

Si colpiva la suscettibilità di Mussolini rimettendolo sul suo antico seggio, fa-cendolo apparire menomato da ingerenze germaniche od insidiato dall'azione di gente fascisticamente dubbia;

lo si rendeva prudente ed incerto riportando il contrario parere dei germanici;

gli si prospettava la inopportunità di un provvedimento radicale data una par-ticolare vicenda militare, od una determinata situazione di politica interna od in-ternazionale;

gli si faceva il panegirico sulla inconcussa fede fascista e sui servigi resi al re-gime delle persone che avrebbero dovuto essere sostituite;

si facevano agire forze occulte.

Le corna di uomini delle cricche, non meno di quelle del demonio, erano co-munemente a portata di mano.

Si può essere certi che il minimo danno che in un simile ambiente corruttore e falsificatore poteva verificarsi, era quello di far cadere i provvedimenti per in-tempestività o per il giuoco delle candidature.

Questo sistema fu rovinoso e fatale e se poté essere mascherato ed in certo senso neutralizzato nei periodi di splendore e di assolutismo, apparve in tutta la sua gravità quando l'uomo e l'ambiente furono spogliati dal loro apparato.

Intanto, mentre a me nessun posto poteva interessare se non come posizione di lotta, era evidente che Mussolini andava modificando, se non i suoi giudizi, i suoi atteggiamenti ed i suoi favori; in ciò confermando il suo temperamento in-fluenzabile ed insieme ostinato ogni qualvolta un uomo non si disponesse a spin-gere il suo carro.

Che questo duro giudizio su Mussolini e la sua personalità contenga del vero è fuori discussione. Nel caso specifico farlo proprio in toto è però im-possibile. Che Mussolini volesse liberarsi di Pavolini e di Buffarini Guidi e dar vita ad un nuovo governo in linea con le sue idee e, diciamo pure, con le sue ultime speranze di consegnare alla storia una propria immagine non del tutto negativa è difficile metterlo in dubbio. La scelta di Balisti, a sua volta, era l'unica possibile per avviare il processo a cui pensava, tant'è che, pur sfumata l'idea di porlo al vertice del partito e farne la leva di tutto il processo, l'idea di una possibile segreteria Balisti «rimase a lungo nell'aria come desiderio per taluni e timore per altri». Il che autorizza a pensare che Mussolini quando, di fronte ai primi imprevisti ostacoli frapposti da Pa-volini, Buffarini Guidi e dagli estremisti in genere alla nomina di Balisti, diceva a questi di aver pazienza, di dar tempo al tempo non fosse insince-ro, non cercasse di sottrarsi alla responsabilità di star deludendo le sue at-tese. Ché, sino a quando non fu chiaro che i tedeschi, prima favorevoli al «cambio della guardia» e ad un largo rimpasto del governo, avevano cam-biato idea, rimaneva in lui la convinzione di poterli giocare contro gli av-versari di Balisti.

550

In mancanza di un'esplicita documentazione atta a far luce sull'atteg-giamento tedesco, sui tempi e sulle ragioni del suo mutamento, qualsiasi elemento, anche minimo, può essere utile. Tra i varî disponibili i piú signi-ficativi ci paiono i seguenti quattro, dai quali, tra l'altro, si evince che al-meno sino al 17 gennaio i tedeschi non dovessero decidere di non sostene-re piú il progetto di Mussolini.

Il primo è costituito da un dispaccio telegrafico inviato a Berlino da Rahn il 14 gennaio370. In esso l'ambasciatore – rientrato da pochissimi giorni da un viaggio in Germania – riferiva (solo apparentemente senza prendere posizione, ché una vaghissima, cauta presa di distanze dall'ope-razione può cogliersi nell'accenno alla «cooperazione» delle SS e della Po-lizia) l'intenzione di Mussolini di dimettere nei giorni immediatamente successivi Pavolini, Buffarini Guidi (che secondo le notizie a disposizione di Rahn sarebbe stato sostituito col capo della provincia di Torino Valerio Paolo Zerbino il che farebbe pensare che Mussolini, ritenendo Pisenti troppo inviso agli estremisti, avesse ripiegato per il momento su un nome che avrebbe suscitato minori reazioni) e il capo della polizia Tamburini. Buffarini Guidi e Tamburini, proseguiva, sarebbero stati probabilmente internati in qualche località dell'Italia settentrionale «con la cooperazione dei piú alti capi delle SS e della Polizia» tedesca e, se fossero state confer-mate le accuse loro mosse di aver depositato in Svizzera «un gran quanti-tativo di oro, gioielli e altri valori», risultava che Mussolini avrebbe chie-sto il loro internamento per tutta la durata della guerra in Germania. Il secondo è un'annotazione conservataci sotto la data del 17 gennaio dal dia-rio della moglie di Spampanato371:

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Dall'Ambasciata di Germania l'addetto stampa ha telefonato a Bruno per dir-gli che ci saranno dei cambiamenti governativi. Per ora però non si sa ancora niente.

Il terzo è un rapporto del colonnello Jandl in cui questi, il 22 gennaio, laconicamente riferiva ai suoi superiori in Germania che il rimpasto mini-steriale, «che pochi giorni fa sembrava imminente, è improvvisamente rientrato»372. Tre giorni dopo – ed eccoci al quarto elemento –, il 25 gen-naio, una secca nota della Wilhelmstrasse informava che le voci sulla per-sona di Buffarini Guidi erano risultate «inesatte»373.

Stabilire con certezza cosa provocò il mutamento dell'atteggiamento te-desco non è, allo stato della documentazione, possibile. È però assai proba-bile che esso vada attribuito alle ripercussioni che ebbero lo sbarco ad Anzio e il fallimento degli sforzi tedeschi (sui quali Hitler aveva puntato per scon-giurare l'apertura del secondo fronte in Francia e imprimere un nuovo corso alla guerra) di rigettare a mare gli Alleati e il conseguente acuirsi dei contra-sti tra i vari centri di potere tedeschi in Germania e quelli operanti in Italia che facevano capo ad essi. In particolare al contrasto tra von Ribbentrop e Himmler e quindi tra Rahn – che, come abbiamo già detto, nel febbraio 1944 sarebbe riuscito finalmente ad ottenere che la sua posizione e la sua autorità fossero definite in termini abbastanza precisi, tali da farne, almeno formalmente, il titolare della politica verso la Rsi – e Wolff, che sino allora aveva accentrato nelle proprie mani gran parte del potere e non voleva ve-derselo ridimensionare o, peggio, subordinare a quello di Rahn.

In dicembre Rahn e Wolff si erano trovati d'accordo sull'opportunità di liquidare Pavolini e Buffarini Guidi (nonostante Rahn avesse in essi, e specialmente con il secondo, buoni rapporti personali) e di dar via libera ad un rimpasto del governo repubblicano. Non sappiamo di che ampiezza, ma, crediamo, non molto esteso per Rahn, piú vasto nelle intenzioni di Wolff. Stando a quanto riferito dal Bellotti374 (una fonte abbastanza at-tendibile, anche se non sempre precisa nella datazione degli avvenimenti), la decisione «esecutiva» i due l'avevano presa l'8 gennaio a Monaco in un incontro ad hoc autorizzato da Hitler su sollecitazione di Himmler che, preoccupato dai propositi di von Ribbentrop di porre Rahn al vertice della gerarchia tedesca in Italia, aveva fretta di allontanare dal governo gli elementi a lui piú vicini per sostituirli con altri sui quali Wolff potesse far conto per frenare le «inframettenze» della Wilhelmstrasse. Non altrimenti si spiega che all'incontro partecipasse in veste di «esperto» (in realtà di ac-cusatore e non solo di Pavolini e di Buffarini Guidi, ma di una serie di altri membri del governo, quali Mezzasoma, Biggini, Pellegrini Giampietro, Mazzolini, e dei vertici della polizia, a cominciare da Tamburini) anche Preziosi che, a conclusione di essa, pare sarebbe stato designato a ricoprire nel nuovo governo un «importante» ministero.

552–553

Anche se Rahn e Wolff avevano apparentemente proceduto in pieno accordo, il vero vincitore di questa prima fase dell'operazione era stato Wolff, che, non a caso, nei giorni successivi all'11 gennaio (ché questo do-vette essere il giorno in cui Mussolini fu da essi informato che poteva pro-cedere alla defenestrazione di Pavolini e di Buffarini Guidi e al rimpasto del governo) si mantenne in stretto contatto con Mussolini, seguendo pas-so passo sino al 17 l'«operazione Balisti»375, mentre Rahn sembrò invece quasi sparire dalla scena per rimettere piede a Gargnano praticamente solo il 31 gennaio, allorché questa era ormai fallita. Un comportamento, que-sto, che fa pensare che Rahn: a) non volendo mettersi apertamente contro Wolff e non escludendo che la scarsa, per non dire nessuna, simpatia di Mussolini per lui potesse indurre questi ad irrigidire la sua posizione, pre-ferisse tenersi nell'ombra e agire attraverso Pavolini e Buffarini Guidi (che, oltre tutto, conoscevano molto meglio di lui i punti deboli di Musso-lini e come far leva su di essi) informandoli di ciò che bolliva in pentola376 e, al tempo stesso, suggerendo indirettamente a Berlino l'idea che per una efficace e tempestiva attuazione delle misure da lui adottate dopo lo sbarco alleato ad Anzio per assicurare «la tranquillità del lavoro» nei grandi centri industriali e tenere a freno il movimento partigiano con repressioni e rap-presaglie sempre piú dure (nelle quali Wolff era del parere fosse meglio non eccedere per non sottrarre forze alle operazioni contro Anzio e a quel-le, per cosí dire, di routine), fosse piú prudente non procedere – almeno per il momento – a cambiamenti al vertice del Pfr e nella compagine gover-nativa377; b) prevedendo che il fallimento dell'«operazione Balisti» non avrebbe portato al definitivo accantonamento dei propositi di rimpasto del governo, da quel «gesuita» che era (cosí al processo di Norimberga lo avrebbe definito von Ribbentrop), dovette preferire non prendere for-malmente posizione, in modo da conservarsi la possibilità di usare in ca-so di bisogno contro Wolff la carta Preziosi che questi incautamente aveva immesso nel giuoco non rendendosi conto che pressoché tutto il vertice italiano era ostile al direttore de «La Vita italiana», considerandolo un fa-natico che vedeva ebrei e massoni dappertutto e desiderava fare le proprie vendette su coloro che «ancora» si rifiutavano di riconoscere che tutti i mali e le disgrazie del fascismo fossero frutto della «congiura ebraico-massonica», e, come ciò non bastasse, che Preziosi era guardato con so-spetto anche dai vertici militari tedeschi in Italia e da quelli del RuK che vedevano in lui una fonte di ulteriori difficoltà per le loro attività. Sicché la carta Preziosi, se in Germania poteva essere considerata con favore dai circoli piú estremisti del partito nazista e delle SS, in Italia saldava a Rahn contro Wolff in nome del quieta non movere Leyers e Kesselring, facendo loro accantonare le considerazioni che poche settimane prima avevano fat-to ritenere opportuna la liquidazione di Pavolini e di Buffarini Guidi e la modifica della composizione del governo repubblicano.

553–554

Nonostante in questa seconda fase dell'operazione a prevalere fosse Rahn, in effetti il successo conseguito dall'ambasciatore fu all'atto pratico piú formale che sostanziale, sia sotto il profilo dei rapporti di potere con Wolff, sia per la sua incidenza sui propositi di Mussolini. Wolff infatti, ol-tre ad essere sempre l'alter ego per l'Italia di Himmler (con tutto ciò che questo comportava sul terreno degli effettivi rapporti di potere all'interno della gerarchia tedesca) e a godere di relazioni personali assai vaste anche in ambienti non fascisti, era uomo troppo intelligente, esperto e spregiu-dicato per accettare di essere confinato nel ruolo di comandante delle SS e della Polizia. E ciò tanto piú che, dopo il fallimento delle operazioni con-tro la testa di ponte di Anzio e, a maggior ragione, dopo lo sbarco alleato in Normandia e soprattutto dopo l'attentato a Hitler del 20 luglio (le cui conseguenze sulla politica tedesca in Italia furono devastanti, ché i maneg-gi di Wolff con i servizi segreti alleati e l'indebolirsi del potere di Rahn in conseguenza dell'accrescersi di quello di Himmler in Germania si tradus-sero in una sempre minor chiarezza di indirizzi) si facevano in lui sempre piú strada, per un verso, la consapevolezza che la Germania non avesse piú possibilità di vincere la guerra, sicché continuarla andava a vantaggio solo dei sovietici, mentre a farne le spese era non solo la Germania, ma tutto l'Occidente, e, per un altro verso, un duplice desiderio: di adoperarsi pres-so gli Alleati perché essa cessasse al piú presto e, cosí facendo, egli potesse uscire personalmente col minor danno possibile da tutta la vicenda. Signi-ficativa è a questo proposito la cura che Wolff mise dopo lo sbarco ad An-zio per assicurarsi la stima e la riconoscenza di alcuni personaggi dell'am-biente vaticano e dello stesso pontefice facendo rimettere in libertà alcuni arrestati la cui sorte stava loro a cuore e poter cosí avere, il 10 maggio 1944, un'udienza segreta da Pio XII per esporgli il proprio punto di vista (che è probabile concordasse con quello di Himmler) e sondare il terreno a proposito di una sua disponibilità o meno a far da tramite con Londra e Washington per una pace negoziata378.

554

Quanto infine ai rapporti con Mussolini, da tempo Wolff godeva rispet-to a Rahn di una posizione privilegiata che neppure il fallimento dell'«ope-razione Balisti» valse a scuotere, se addirittura non rafforzò. Pur conside-rando l'uno il «viceré» e l'altro il «ministro dell'Interno» tedeschi in Italia, tra Rahn e Wolff le simpatie di Mussolini erano sin dall'inizio andate infatti tutte al secondo. Come Dolfin si era subito reso conto, Wolff era trattato da lui «con maggior confidenza e cordialità», «quasi con affettuosità» ed era considerato, cosí come l'ambasciatore giapponese Hidaka, un «amico del nostro paese e suo personale» con cui gli veniva piú facile aprirsi, talvol-ta persino a proposito di questioni personali, cosa che non gli passava nep-pure per la mente di poter fare con Rahn, e che gli sembrava piú disponibile a venire in qualche misura incontro alle sue esigenze. Specie se a farne, per cosí dire, le spese, erano Rahn o i militari. Rahn, nonostante la ostentata cortesia, gli suscitava invece una istintiva diffidenza che si traduceva, ogni volta che doveva vederlo, in una sorta di disagio e di agitazione379.

555

Appendice

556

Nota al documento n. 10.

I verbali del Consiglio dei ministri della Rsi ricalcano nella forma quelli del Regno, che fin dal 1861 altro non erano che meri elenchi di provvedimenti approvati. Rara-mente riportavano dichiarazioni del Presidente o dei Ministri, mai le discussioni.

Alcune dichiarazioni di Mussolini, a volte riportate dalla stampa come rese in Con-siglio, non risultano nei verbali perché, come testimoniato da Giovanni Dolfin (cfr. so-pra pp. 455-56), i giornali pubblicavano comunicati preparati da Mussolini stesso dopo le sedute.

Si segnala che il verbale della prima riunione, presieduta da Mussolini alla Rocca delle Caminate, è datata 28 settembre, anziché 27, come unanimemente riportato dal-la memorialistica e dalla pubblicistica.

Nella trascrizione sono stati sempre rispettati punteggiatura e uso delle maiuscole.

Sono stati posti tra parentesi quadra quei provvedimenti depennati in rosso nei ver-bali, con l'indicazione, in corsivo, del motivo della cancellazione.


Note


  1. Nel dicembre 1943 Silvestri fece avere a Mussolini una lunga serie di note per la realizzazione di un'effettiva «Nazione corporativa». Fortemente connotate in senso anticapitalista esse tratteggiavano un quadro dei compiti e dei problemi di pertinenza del governo, dell'amministrazione centrale, delle istituzioni sociali nazionali e periferiche, nonché dell'organizzazione sindacale dei produttori e della disciplina dei rapporti collettivi di lavoro. Allo stato della documentazione è impossibile dire se Mussolini ne prese direttamente conoscenza. Di certo risulta solo che le dette in visione a Pavolini insieme a un'altra serie di note dal titolo «Linee di un movimento per un Governo – Stato – Regime (socialista) capace di intendere e di risolver tutti i grandi problemi del Popolo» (ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 7, fasc. 33/R, «C. Silvestri»). 

  2. J. GOEBBELS, Diario intimo cit., p. 606. 

  3. MUSSOLINI, XXXII, pp. 231 sg. 

  4. Ivi, pp. 1 sgg. 

  5. Cfr. B. SPAMPANATO, Contromemoriale cit., II, p. 33.
    Alla questione dei partiti e alla posizione del Pfr Spampanato (ibid., p. 22) aveva fatto cenno a Mussolini in uno scritto fattogli pervenire appena arrivato, la sera del 13 settembre, a Monaco da Roma. Al Pfr sarebbe dovuta spettare una sorta di funzione «di guida»; gli altri, «fiancheggiatori o oppositori che fossero», conveniva riconoscerli. «Sarebbero state sufficienti le leggi a eliminare una [loro] pericolosità nei confronti dello stato». Meglio questo che un'incontrollabile opposizione clandestina, coagulo naturale di scontenti in un periodo difficile e con l'ombra dell'invasione che saliva dal Sud. 

  6. MUSSOLINI, XXXII, p. 4. 

  7. Per il testo integrale cfr. «Il Piccolo» di Roma, 18-19 settembre 1943.
    Anticipando alcuni temi trattati da Mussolini il giorno dopo, il discorso di Pavolini ebbe toni piú intransigenti. In particolare a proposito della punizione dei traditori e della necessità che il Pfr fosse tutt'altra cosa che la «semplice copia» del Pnf e che attorno a Mussolini fossero soprattutto «uomini nuovi», «gente che viene dal combattimento, dal lavoro, dalla competenza, dal sacrificio», «gente della guerra, di questa guerra». Solo grazie a questi «uomini nuovi» la repubblica che sarebbe dovuta nascere avrebbe potuto avere un carattere di rottura sociale con il passato e il Pfr essere un partito «di lavoratori», «proletario», «animatore di un nuovo ciclo sociale senza piú remore plutocratiche». «Al comunismo, che, ancora una volta, i liberali hanno evocato in scena, noi opponiamo la nostra risoluta volontà di lotta. Troncheremo l'impulso anarchico al disordine. Ma il fermento sociale che la guerra e il popolo esprimono l'accogliamo e lo facciamo nostro come un lievito di vita». 

  8. Alla necessità di una repubblica socialfascista fece riferimento perfino Buffarini Guidi nell'appunto (cfr. p. 131 nota 2) che scrisse appena arrivato a Monaco da Roma e che, grazie ai suoi rapporti con le SS, fece avere a Mussolini (insieme a quello scritto da Spampanato con cui aveva fatto il viaggio) appena questi tornò dal Quartier generale di Hitler. Cfr. F. W. DEAKIN, Storia della repubblica di Salò cit., p. 555, nonché B. SPAMPANATO, Contromemoriale cit., II, pp. 4 sgg. 

  9. Cfr. G. CASONI, Diario fiorentino (giugno-agosto 1944), Firenze 1946, p. 63. 

  10. Su Alessandro Pavolini è disponibile solo una biografia di tipo giornalistico di A. PETAC- CO, Pavolini. L'ultima raffica di Salò, Milano 1982; utili elementi in D. DURANTI, Il romanzo della mia vita, Milano 1987 e in N. DI FORTI, Pavolini aveva deciso come morire, Palermo - São Paulo 1988. Oltre agli scritti memorialistici di F. Anfuso, G. Dolfin, G. Pini, P. Romualdi e B. Spampanato (passim), sono da vedere anche R. BILENCHI, Amici, Vittorini, Rosai e altri incontri, Torino 1976, pp. 95 sgg.; P. CONTI, La gola del merlo cit., passim; A. BONINO, Mussolini mi ha detto, Buenos Aires 1950, pp. 25 sgg. 

  11. Nella prima metà del novembre 1943 in una «Relazione sulla ripresa fascista e la preparazione della Costituente» (in ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 61, fasc. 630/R, «PFR», sottof. 6, «Rapporti e memoriali al duce», ins. A) Pavolini, trattando del «comportamento dei tedeschi», indicò (ff. 3 sgg.) quelli che, ai suoi occhi, erano i sette maggiori di questi inconvenienti:
    «1°) - La mancata smentita ufficiale ai proclami di Pavelić relativi all'annessione alla Croazia di tutti i territori dalmati già sottoposti alla sovranità dell'Italia;
    2°) - La proclamata indipendenza albanese;
    3°) - La nomina a Lubiana di un Governatore sloveno;
    4°) - Lo stato di perplessità esistente circa l'esatta posizione delle provincie di Bolzano, Trento e Belluno, sottoposte al controllo del Gauleiter di Innsbruck, anche dopo il comunicato ufficiale sulle tre provincie. Tale controllo dovrebbe essere limitato alla parte militare per le operazioni contro le bande ribelli che infestano quel territorio.
    Per intanto non è stato ancora possibile a Bolzano e a Trento procedere alla costituzione dei Fasci Repubblicani; le cariche pubbliche sono affidate ad allogeni che optarono per la Germania; si pubblica un solo giornale in lingua tedesca, essendo stato soppresso quello in lingua italiana.
    Anche le provincie istriane sono state poste sotto il controllo politico di un alto commissario tedesco.
    5°) - L'internamento in Germania di militari italiani in qualità di «prigionieri di guerra»;
    6°) - Il continuo susseguirsi di ordinanze perentorie, spesso anche confuse, difficili ad ese- guirsi, non armonizzate con altre emesse precedentemente o in luoghi diversi, contrastanti o, quanto meno, interferenti con quelle emesse dalle autorità italiane;
    7°) - Il controllo di nostre industrie, esercitato sia direttamente con ordinanze, che indirettamente, regolando l'afflusso delle materie prime. In qualche caso si è proceduto anche al trasferimento di macchinari». 

  12. Ivi, f. 2. 

  13. Cfr. ivi, ff. 17 sg. come Pavolini replicava a quegli iscritti al partito che avrebbero voluto che questo non si definisse piú fascista e assumesse un nome piú confacente al patriottismo che era alla base della loro militanza:
    «L'idea, espressa da alcune relazioni [sullo stato d'animo e l'organizzazione del Pfr in periferia], che l'appellativo 'fascista' sia, quanto meno, superfluo, è errata. E di tale errore è stata già fatta giustizia dai piú che, pur nella serena e spregiudicata esposizione degli errori fatti e della nuova strada da seguire rimangono fedeli al Fascismo ed a Mussolini.
    Bisogna affermare nettamente che l'impalcatura e gli errori oggi deprecati non hanno nulla a che fare con l'etica fascista.
    Questa è essenzialmente determinata dal concorso di due elementi, concorso che individua l'assoluta originalità e la netta distinzione da ogni altra idea politica: l'esaltazione in linea preminente e con spirito di 'combattimento' (ricordare la prima denominazione del movimento) della nazione Italiana alle cui necessità va subordinato qualsiasi altro interesse; la esatta sistemazione, con riflesso immediato nell'attrezzatura dello Stato, dei valori nazionali espressi esclusivamente dal lavoro dei suoi cittadini.
    Questo è fascismo, e non può essere che fascismo non trovandosi l'armonica unione di tali due dati fondamentali di vita razionale in nessun'altra dottrina sociale. La dottrina mazziniana alla quale idealmente ci riallacciamo, lasciava imprecisata l'azione pratica, mentre il fascismo completa la sua concezione inquadrandola nell'ordinamento dello Stato, affrontando anche la maggiore ampiezza del problema data dallo sviluppo dell'industria moderna». 

  14. Contrariamente a molti altri fascisti repubblicani, l'elemento portante della concezione sociale fascista, quello che la caratterizzava veramente e la contraddistingueva nettamente dal comunismo, era il corporativismo. L'idea corporativa riassumeva per lui «quanto di meglio è nella piú spinta delle dottrine socialistiche». «Errori» e «diaframmi» ne avevano impedito la realizzazione negli anni del regime. Essa non andava dunque ripudiata ma «ripresa in pieno» e valorizzata al massimo senza nessun cedimento al socialismo, che per Pavolini altro non era che l'anticamera del comunismo. E ciò tanto piú che «la riaffermazione piú netta di questa posizione estremisticamente sociale mentre ridona legittimità all'appellativo fascista è, oltre che naturale, l'unica che può riformare il Partito con i suoi elementi piú veri che sono i giovani, gli appartenenti ai movimenti cosí detti estremi, gli squadristi che fecero coscientemente lo squadrismo, i lavoratori in genere. E solo cosí il Partito può riacquistare la vitalità e il consenso delle masse e sopravvivere oltre la bufera. Esporre coraggiosamente tali concetti significa, insomma, fare prima di tutto opera di sincerità e poi fare implicitamente ammenda degli errori passati determinando il loro carattere estraneo alla pura dottrina fascista; significa dare l'ostracismo ai traditori ed ai capitalisti che con la loro presenza nel Partito ne hanno rovinato la stessa reputazione presso gli operai; riallacciare completamente, e non per artificio, il Fascismo di oggi alle origini; realizzare la unione di tutti i lavoratori; riabilitare anche il concetto della dittatura che doveva essere la dittatura dei lavoratori; creare una forza di idee e di uomini che definisca esattamente questa guerra, anche negli stessi confronti con il fuggiasco re e dei generali, plutocrati e massoni suoi seguaci, come la ineluttabile guerra dei 'poveri' in cerca di respiro contro i 'ricchi' decisi all'altrui soffocamento; preparare il terreno solido di idee e di programma sul quale la bufera della guerra non potrà incidere, neanche se continuasse a seguire una linea militarmente fortunata per gli anglo-sassoni e sul quale il Fascismo assumerà il diritto di essere tramandato alla storia con il rispetto che gli è dovuto, anche se non dovesse superare favorevolmente la lotta. La linea estremista, se cosí deve chiamarsi, sarà il pungolo piú forte per la battaglia interna e per la guerra esterna come le idee della Rivoluzione francese furono il pungolo che galvanizzò la forza del popolo e diede slancio per la guerra iniziata nel 1792 contro lo straniero che voleva con le armi ricondurre al potere gli oppressori del popolo» (ivi, ff. 18 sgg.). 

  15. «Ogni rivoluzione non può non farsi con il sangue. Ed è giusto il sangue versato per affermare nuovi diritti; mentre è ingiusto ed amaro quello versato oscuramente nelle imboscate, nei movimenti di piazza. Se la fonte di ogni nuovo diritto è scientificamente inquadrata nella rivoluzione, cosí non potrebbe dirsi se la rivoluzione, con blandizie e compromessi, lasciasse sospettare al giudice ed allo storico di non avere il legittimo diritto a tale appellativo. È vero che nella odierna contingenza le sorti della rivoluzione fascista sono essenzialmente legate a quella della guerra, al cui esito sfavorevole difficilmente potrebbe sopravvivere.
    Ma essa non lascerebbe neanche quel minimo retaggio che ogni movimento lascia ai sopravvissuti, se non imponesse la sua forza con l'espressione della sua convinzione che solo può essere data dalla energia dei provvedimenti presi e dal rischio che i suoi autori incontrano offrendosi alla eventuale vendetta della reazione» (ivi, f. 17). 

  16. A. PAVOLINI, Le tappe della rinascita, Venezia 1944, pp. 13 sg. 

  17. Cfr. G. CASONI, Diario fiorentino cit., pp. 42 sg. 

  18. Cfr. C. SILVESTRI, Mussolini, Graziani e l'antifascismo cit., p. 61. 

  19. Cfr. B. SPAMPANATO, Contromemoriale cit., II, p. 33. 

  20. Cfr. F. W. DEAKIN, Storia della repubblica di Salò cit., p. 563. 

  21. Cfr. ibid. 

  22. B. SPAMPANATO, Contromemoriale cit., II, p. 33. 

  23. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., p. 55. 

  24. La Rsi fu riconosciuta dalla Germania e dal Giappone che indussero a riconoscerla la Bulgaria, la Croazia, la Romania, la Slovacchia, l'Ungheria, la Cina nazionale, il Manciukuo e la Thailandia. La Finlandia e la Francia di Vichy non la riconobbero. Relazioni ufficiose furono stabilite con l'Argentina, il Portogallo, la Spagna e (tramite agenti commerciali) la Svizzera. Svizzera e Vaticano si appellarono piú o meno formalmente al principio che nessuna modifica de jure dei rapporti diplomatici poteva aver luogo nel corso e in conseguenza della guerra (cfr. DDS, XV, pp. 28 sg.; ADSS, VII, p. 652). In generale cfr. M. VIGANÒ, Il Ministero degli Affari Esteri e le relazioni internazionali della Repubblica Sociale Italiana (1943-1945), Milano 1991, pp. 83 sgg. 

  25. Cfr. E. AMICUCCI, I 600 giorni di Mussolini cit., pp. 36 sg.; B. SPAMPANATO, Contromemoriale cit., II, pp. 44 sg.; G. BOCCA, La repubblica di Mussolini cit., p. 43.
    Che Mussolini, e non solo lui, potesse pensare di riuscire a coinvolgere nella proclamazione della decadenza della monarchia persino il Senato, di nomina regia, si può, forse, spiegare con due fatti; che di esso facevano parte numerosi elementi fascisti entrativi negli anni del regime e che anche un certo numero di coloro che erano di sentimenti monarchici condannava il modo con cui il re e Badoglio avevano gestito la vicenda armistiziale e, soprattutto, si erano comportati l'8 settembre. Né si può sottovalutare un altro fatto che può aver contribuito a far sorgere l'idea: nei giorni immediatamente successivi l'armistizio e l'occupazione tedesca sia il maresciallo Caviglia sia il grande ammiraglio Thaon di Revel, che del Senato era presidente, avevano avuto contatti con esponenti fascisti e non avevano disapprovato alcune prese di posizione (in particolare quelle di J. V. Borghese) motivate con la necessità di «salvare l'onore» delle forze armate. 

  26. MUSSOLINI, XXXII, p. 19; nonché G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., p. 110. 

  27. Nel luglio 1944 Mussolini fece pubblicare su «Civiltà fascista» alcuni documenti relativi ai suoi rapporti con il movimento dannunziano nel 1920. Vari studiosi e noi stessi (Mussolini il rivoluzionario, pp. 640 sgg.) hanno ritenuto l'iniziativa dettata dalla volontà di rinverdire la propria immagine di repubblicano di vecchia data. Ancor piú probabile è che egli volesse indirettamente proporre l'immagine di un D'Annunzio vinto sul campo, ma vincitore nel tempo grazie alla sua costituzione. 

  28. Secondo F. ANFUSO, Da palazzo Venezia al lago di Garda (1936-1945) cit., p. 419, Mussolini non avrebbe considerato il problema della Costituente urgente e avrebbe tenuto solo alla parte sociale del manifesto di Verona. 

  29. MUSSOLINI, XXXII, p. 130. 

  30. Cfr. F. W. DEAKIN, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 546 sg. 

  31. Secondo E. AMICUCCI, I 600 giorni di Mussolini cit., p. 34, fu proprio Dollmann a indurre Mussolini a rinunciare alle ultime resistenze, con una telefonata fattagli da Roma nella fase conclusiva della preparazione del governo. 

  32. Cfr. F. ANFUSO, Da palazzo Venezia al lago di Garda (1936-1945) cit., p. 320. 

  33. Cfr. E. AMICUCCI, I 600 giorni di Mussolini cit., pp. 25 sg.; F. ANFUSO, Da palazzo Venezia al lago di Garda (1936-1945) cit., pp. 316 sg.; P. L. LA TERZA, 13 ottobre 1943. La dichiarazione di guerra alla Germania di Hitler, Milano 1963, pp. 83 sgg., nonché D. MARTUCCI, Schegge di storia, Roma 1988, pp. 61 sgg. 

  34. Cfr. R. RAHN, Ambasciatore di Hitler a Vichy e a Salò cit., p. 279. 

  35. Cfr. E. F. MOELLHAUSEN, La carta perdente cit., p. 101. 

  36. Ettore Frattari, che Pavolini voleva nel governo perché in Gran Consiglio aveva votato contro l'o.d.g. Grandi, ed era caldeggiato da Dollmann come ministro dell'Agricoltura, non fu rintracciato, sicché al suo posto fu scelto Edoardo Moroni. Domenico Arcidiacono, a cui furono offerte le Comunicazioni, rifiutò per timore di rappresaglie contro la famiglia che si trovava in Sicilia. Giuseppe Peverelli, al quale allora fu pensato, non era chiaro se fu interpellato o incluso nella lista all'ultimo momento «d'ufficio» (secondo una testimonianza dell'addetto stampa tedesco H. von Borch, riferita da A. TAMARO, Due anni di storia cit., II, p. 8 nota, Pavolini voleva includere nella lista anche alcuni fascisti senza aver avuto ancora la loro accettazione); ciò che è certo è che Peverelli si rese irreperibile, sicché dovette essere «sostituito» qualche giorno dopo la costituzione del governo con Augusto Liverani. Anche il titolare dei Lavori pubblici, Ruggero Romano, fu nominato solo alcuni giorni dopo la prima riunione del governo, il 3 ottobre. Lo stesso Biggini inizialmente rifiutò di entrare nel governo e scrisse una lettera a Pavolini dicendosi contrario a un «governo fantasma», privo, come quello di Badoglio, di rispondenza nella coscienza popolare e che «mancando le condizioni obbiettive di spirito e di materia, di spazio e di movimento», non avrebbe potuto risolvere alcun problema e avrebbe solo ripetuto gli errori «che tanto danno hanno procurato al fascismo». Quando però, il 23 settembre, seppe dalla radio di essere stato incluso nel governo e Pavolini gli disse che a volerlo era stato Mussolini, da lui informato del suo rifiuto, finí per accettare. Cfr. L. GARIBALDI, Mussolini e il professore. Vita e diari di Carlo Alberto Biggini, Milano 1983, pp. 89 sgg. e 327 sgg. 

  37. Per l'Educazione nazionale Buffarini Guidi aveva pensato all'archeologo Biagio Pace, che però non accettò, un po' perché, pur essendo fascista fervente, era anche un monarchico convinto, un po' perché, essendo siciliano, non voleva esporre a eccessivi rischi le persone a lui notoriamente legate che si trovavano nell'isola. 

  38. Da ricordi di Luigi Molino risulta che Mezzasoma si mise subito all'opera senza attendere la nomina ufficiale, assegnando a Molino la direzione dell'Ente stampa, a E. M. Gray quella dell'Eiar e a L. Freddi quella dell'Istituto Luce (in Archivio De Felice). 

  39. F. ANFUSO, Da palazzo Venezia al lago di Garda (1936-1945) cit., p. 323. 

  40. Cfr. L. BOLLA, Perché a Salò cit., p. 106; nonché, piú in generale, E. BAISTROCCHI, Frugando nel passato, Roma 1990, pp. 167 sgg. 

  41. Su tutta la vicenda della ricerca di un ministro degli Esteri cfr. F. ANFUSO, Da palazzo Venezia al lago di Garda (1936-1945) cit., pp. 319 sg. e 323; E. F. MOELLHAUSEN, La carta perdente cit., pp. 92 sg. Nessun elemento invece su di essa in L. VILLARI, Affari esteri 1943-45, Roma 1948, che è comunque da tener presente per il giudizio su Mazzolini (pp. 23 sgg.), concordante con quelli di Bolla e di Baistrocchi. 

  42. Cfr. F. W. DEAKIN, Storia della repubblica di Salò cit., p. 566; Processo Graziani, Roma 1948-50, III, pp. 1165 e 1168. 

  43. Secondo F. ANFUSO, Da palazzo Venezia al lago di Garda (1936-1945) cit., p. 319, pare che inizialmente, parlando con lo stesso Anfuso, facesse cenno ai generali Lorenzo Dalmazzo e Alessandro Pirzio Biroli. 

  44. Cfr. E. AMICUCCI, I 600 giorni di Mussolini cit., p. 34 (per il gen. Zoppi) e G. BOCCA, La repubblica di Mussolini cit., p. 32 (che si basa, per Caviglia, su una testimonianza di Vito Mussolini). 

  45. E. CAVIGLIA, Diario cit., p. 448. 

  46. Cfr. P. P. CERVONE, Enrico Caviglia, l'anti Badoglio, Milano 1992, p. 261. 

  47. PAAA, Bonn, Bestand Staatssekretär, Italien, 17, Moellhausen a Ribbentrop, 8 ottobre 1943. 

  48. Cfr. A. COVA, Graziani. Un generale per il regime, Roma 1987, p. 215 (che si basa sui taccuini di Graziani). 

  49. Cfr. F. W. DEAKIN, Storia della repubblica di Salò cit., p. 559 nota. 

  50. Cfr. E. CAVIGLIA, Diario cit., p. 450. 

  51. Cfr. E. F. MOELLHAUSEN, La carta perdente cit., pp. 92 sg. 

  52. Cfr. L. E. LONGO, Francesco Saverio Grazioli, Roma 1989, pp. 459 sg.; nonché la deposizione di Grazioli al Processo Graziani cit., III, pp. 1007 sgg. e 1027 sg. 

  53. Dell'agenda esistono due copie non eguali. Il passo da noi citato è in quella conservata in ACS, R. GRAZIANI, b. 65, fasc. 47, ins. 6, «Diari 1941-43». A. COVA, Graziani cit., p. 215 cita un testo lievemente diverso. 

  54. L. E. LONGO, Francesco Saverio Grazioli cit., pp. 465 sg. 

  55. ACS, R. GRAZIANI, b. 65, fasc. 47, ins. 6, «Diari 1941-43». 

  56. Lo si veda in A. COVA, Graziani cit., pp. 216 sg.
    Nelle sue memorie R. GRAZIANI, Ho difeso la patria cit., p. 382, e Una vita per l'Italia cit., p. 173, riporta l'annotazione del 23 nel testo da noi riferito, correggendo però nel terzo capoverso la punteggiatura per rendere meno evidenti quelle che, a nostro avviso, sono aggiunte successive, aggiunge, dopo «nella lista del Nuovo governo», «già fatta», corregge «il mio sacrificio» in «il sacrificio» e pospone in chiusura «Colazione all'Ambasciata» (che è presente però solo nella prima versione del 1947). Su tutta la vicenda cfr. anche la deposizione dello stesso Graziani in Processo Graziani cit., I, pp. 183 sgg. e specialmente 193 sgg. 

  57. Lo si veda in A. NORELLI, Il ministro Domenico Pellegrini-Giampietro nel tramonto del fascismo cit., pp. 99 sg. 

  58. R. GRAZIANI, Ho difeso la patria cit., p. 379, attribuisce l'insinuazione a Barracu. 

  59. R. RAHN, Ambasciatore di Hitler a Vichy e a Salò cit., p. 279. 

  60. Cfr. N. COSPITO - H. W. NEULEN, Salò-Berlino: l'alleanza difficile cit., p. 23. 

  61. Cfr. E. F. MOELLHAUSEN, La carta perdente cit., pp. 94 sg. 

  62. Cfr. R. GRAZIANI, Ho difeso la patria cit., pp. 379 sgg.; ID., Una vita per l'Italia cit., pp. 171 sgg. 

  63. Cfr. A. COVA, Graziani cit., p. 218. 

  64. Cfr. E. F. MOELLHAUSEN, La carta perdente cit., p. 94. 

  65. Cfr. V. ILARI, Il ruolo istituzionale delle forze armate e il problema della loro «apolicità», in La Repubblica sociale italiana 1943-45, a cura di P. P. Poggio, Brescia 1986, pp. 295 sg. 

  66. Il comunicato diramato da Pavolini il 23 settembre e riportato il giorno dopo dalla stampa definiva il governo come «nominato da Mussolini in attesa della Costituente». Nella sua sinteticità questa formula costituí il primo annuncio della volontà di Mussolini di convocare una Costituente e, insieme, della provvisorietà del governo testé costituito. 

  67. Per quel che riguarda i ministri, la composizione del governo fu completata il 3 ottobre con la nomina di R. Romano ai Lavori pubblici e il 5 novembre con quella di A. Liverani alle Comunicazioni in sostituzione di Peverelli. Due giorni prima, essendo morto per malattia Tringali Casanuova, il posto di ministro della Giustizia era stato assunto da Piero Pisenti. Ancor piú lenta e laboriosa fu la scelta dei sottosegretari, pochi e tutti nominati, salvo Barracu e quelli per la Marina (l'ammiraglio A. Legnani, morto il 21 ottobre, fu sostituito il 15 novembre col capitano di vascello F. Ferrini) e per l'Aeronautica (il ten. col. E. Botto), nel 1944-45. 

  68. ACS, Presidenza Consiglio Ministri, Consiglio dei Ministri, Verbali delle adunanze, vol. 27, vedi Appendice, Documento n. 6. 

  69. Il fatto che Mussolini, rientrato in Italia, si fosse recato alla Rocca delle Caminate «per riposarsi», invece di mettersi subito al lavoro per gettare le basi della repubblica, fu probabilmente all'origine della notizia, diffusasi dopo la costituzione del governo, da un giornale svizzero secondo la quale «il Duce si ritirerebbe dalla politica e designerebbe come suo successore il maresciallo Graziani». Cfr. «Gazzetta del Popolo», 27 ottobre 1943. 

  70. Cfr. F. W. DEAKIN, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 563 sg. 

  71. Il ministero dell'Interno fu collocato a Maderno, insieme alla Segreteria del Pfr; quello degli Esteri e quello della Cultura popolare a Salò; quello della Difesa a Desenzano; quello della Giustizia a Cremona, quello delle Finanze a Brescia; quello dell'Educazione nazionale a Padova; quello dei Lavori pubblici a Venezia; quello dell'Agricoltura a Treviso; quello delle Comunicazioni a Verona. Per mancanza di sedi adatte, quasi tutti i ministeri dovettero essere allogati in vari stabili e persino baracche e in alcuni casi ebbero anche sedi distaccate in altre località. Secondo le disposizioni per lo «sfollamento» di Roma impartite da Rahn, i vari ministeri avrebbero dovuto cominciare a funzionare subito nelle loro nuove sedi, cosa, questa, assolutamente impossibile. Ancora il 14 ottobre il Console generale svizzero riferiva infatti da Como al suo ministro che il governo repubblicano si sarebbe stabilito «al piú tardi nelle sue sedi nella zona del Lago di Garda fra una quindicina di giorni». Intanto i ministri si aggiravano nella zona in «auto lussuose», dando l'impressione di «persone disorientate che non sanno come occupare le loro giornate». Quanto a Mussolini, il console scriveva: «Il Duce risiede a Gargnano (Lago di Garda) nella villa Feltrinelli. Egli è circondato e sorvegliato strettamente da agenti della Gestapo essendo, in fondo, considerato come prigioniero dei tedeschi» (BA, 2300 Rom/47). 

  72. Cfr. Appendice, Documento n. 10. 

  73. Le piú significative di queste «deliberazioni» riguardano l'abolizione del Senato di nomina regia, l'inquadramento dell'Esercito nella Milizia, la fusione di tutte le confederazioni sindacali dei datori e dei prestatori d'opera e dei professionisti e artisti in un'unica Confederazione generale del lavoro e della tecnica operante «nell'ambito e nel clima del partito» e il mantenimento in vita della Commissione per l'accertamento degli illeciti arricchimenti dei gerarchi fascisti costituita dal governo Badoglio e la estensione della sua competenza a tutti coloro che negli ultimi trent'anni avevano svolto in qualsiasi partito attività politiche e pubbliche, nonché ai magistrati e ai militari. Cfr. ivi. 

  74. Cfr. ivi e MUSSOLINI, XXXII, pp. 8 sgg., 19 sgg. e 26 sgg. Tra i provvedimenti annunciati nella dichiarazione fatta da Mussolini in occasione della prima riunione prese corpo quello relativo alla punizione dei fascisti che «al momento della prova» erano «passati al nemico». Per iniziativa soprattutto di Pavolini esso si concretizzò il 27 ottobre nell'istituzione di Tribunali provinciali straordinari, competenti a giudicare i fascisti iscritti in un fascio della provincia, e del Tribunale straordinario speciale al quale veniva demandato il compito di giudicare i membri del Gran Consiglio che il 24-25 luglio «tradirono l'idea rivoluzionaria alla quale si erano votati fino al sacrificio del sangue» e che col loro voto «offrirono al re il pretesto per effettuare il colpo di Stato» (cfr. «Gazzetta Ufficiale d'Italia», 18 novembre 1943, pp. 1 sgg.).
    Annunciati con gran rilievo dalla stampa, i Tribunali provinciali straordinari avrebbero in realtà incontrato non pochi ostacoli derivanti sia dalla difficoltà di costituire i collegi giudicanti sia da quella di esperire i procedimenti nei termini previsti. Significativa è a questo proposito una circolare del Pfr a firma di Pavolini del 1° giugno 1944 ai capi delle provincie e ai commissari federali del partito nella quale per porre rimedio alla situazione si davano istruzioni per ac- centrare l'attività in «uno o piú tribunali» in ogni regione, si fissava al 31 agosto il termine entro il quale i tribunali dovevano «definire tutto il loro lavoro» e soprattutto si faceva notare «l'opportunità che siano sfrondate, in sede istruttoria, le denuncie di contenuto piú lieve, provocando se mai in questi casi dalle autorità competenti adeguati provvedimenti di polizia, per limitare i rinvii a giudizio a quelli che siano veri e propri casi esemplari per la personalità dei denunciati e per la gravità dei fatti loro addebitati in special modo quando risulti chiara e manifesta l'intenzione di aver dato, sia pure indirettamente, il proprio concorso al tradimento» (A.F.M., ACM 1/7). 

  75. Caratteristico è a questo proposito quanto il 27 settembre 1943 Walter Mocchi scriveva a Mussolini:
    «Credo che, prima della Costituente, proprio per orientarla senza tergiversazioni, occorre un atto rivoluzionario socialista, che galvanizzi di colpo verso il nostro nuovo partito la totalità fiduciosa dei lavoratori manuali ed intellettuali delle officine, delle campagne, del commercio, dell'artigianato, delle banche, della gente di mare ecc., sottraendoli agli altri partiti comunisti, socialisti e cattolici, non con parole, promesse e blandizie, ormai insufficienti, ma con fatti positivi, tangibili.
    Credo che, estendendo, com'è logico e doveroso, l'azione giudiziaria dal campo dei corrotti a quella dei corruttori, e cioè alla quasi totalità delle industrie di guerra e dei fornitori agrari e commerciali, d'ogni categoria che hanno carpiti ordinativi a prezzi maggiorati ed al momento del collaudo hanno consegnato quantitativi e qualità di aerei inferiori a quelli contrattati, lo Stato potrà incamerare la quasi totalità dei beni privati.
    E credo quindi che appunto su questo terreno può sorgere di colpo l'atto rivoluzionario inequivocabile, se, arrestati i presunti colpevoli e nominati i commissari per la prosecuzione dell'azienda, ad essi fosse ordinata la costituzione, non dei consigli di fabbrica, ma di veri e propri consigli di amministrazione, che, sotto la loro presidenza, comprenda i delegati di ogni gruppo collaborante nell'Azienda, dagli operai agli impiegati di concetto, dai tecnici ai contabili, con esclusione degli intermediari, degli sfruttatori, dei parassiti. La semplice enunciazione di una tale rivoluzionaria provvidenza farebbe immediatamente comprendere che essa è il preludio del- la trasformazione delle Societa Anonime in Cooperative parasindacali; del salario e dello stipendio in avaloir sul reddito da distribuirsi in bilancio a ciascun collaboratore in proporzione del lavoro prestato - una volta pagate tutte le spese, accantonate tutte le riserve e riconosciuto eventualmente un piccolo interesse al capitale per un certo numero d'anni: la trasformazione, insomma, della Economia capitalistica, basata sul privato tornaconto, in quella che, avendo per iscopo l'interesse generale dei lavoratori, sapra sostituire allo stimolo personale quello collettivo dell'intera categoria, che, controbilanciando automaticamente gli egoismi e gli egotismi individuali o di gruppi di ciascuna Azienda, sara unicamente ed efficacemente sospinta dall'interesse comune del maggiore e migliore lavoro per ottenere la massima possibile rimunerazione per tutti.
    Orbene, la realizzazione di questo piano economico - che non esclude l'unita sindacale sul terreno giuridico ed organico - presume teorie e prassi differenti da quelle del paritetismo e della subordinazione dei prestatori d'opera alla Confindustria, della semplice assistenza ed assicurazione dei lavoratori, cose quest'ultime che debbono essere certamente conservate, potenziate e sviluppate a beneficio della totalita dei cittadini della Nazione, e, soprattutto, l'utilizzazione di uomini nuovi, anche fra i vecchi, nonche la rinunzia da parte di tutti dei rancori antichi, delle antipatie personali, di quella mentalita esclusivista, astiosa e talvolta pretenziosa, che fu un grave difetto dell'ultimo ventennio>> (ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 11, fasc. 58/R, <>). 

  76. Cfr. L. OFFEDDU, La sfida dell'acciaio. Vita di Agostino Rocca, Venezia 1984, pp. 142 sg., ma soprattutto la lettera (e il promemoria ad essa allegato) con la quale il 6 novembre Rocca motivo a Graziani il suo rifiuto. In essa Rocca osserva che <> era in quel momento <> e avrebbe rischiato <>, sicche un tecnico come lui avrebbe potuto <> quale era, appunto, il suo come amministratore delegato dell'Ansaldo. ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 15, fasc. 70/R, <>, nonche il promemoria allegato di grande interesse per valutare il punto di vista di Rocca in quel momento e per le considerazioni sull'atteggiamento degli industriali italiani, riprodotto in Appendice, Documento n. 7. 

  77. Non privo di significato è a questo proposito il fatto - riferito da Leo Valiani - che Mussolini, avendo letto l'opuscolo di Franco Venturi, che si celava sotto lo pseudonimo di Leo Aldi, Socialismo di oggi e di domani, edito clandestinamente nei Quaderni dell'Italia libera del Pd'A nel 1944, ed essendone rimasto favorevolmente impressionato, dicesse che se l'autore fosse stato identificato non lo si doveva molestare. Cfr. L. VALIANI, Tutte le strade conducono a Roma cit., p. 150 (che però cade in errore scrivendo che lo pseudonimo sotto il quale uscí l'opuscolo sarebbe stato Franco Nada). Ringraziamo Franco Venturi per averci confermato l'apprezzamento di Mussolini per il suo opuscolo, del quale fu informato da Riccardo Lombardi (che, aggiungiamo noi, è probabile ne fosse stato informato a sua volta da Carlo Silvestri). 

  78. Cfr. Mussolini il duce, I, p. 298. 

  79. Su alcune di esse, anche nei confronti dei comunisti, in Romagna subito dopo il rientro di Mussolini dalla Germania cfr. F. GROSSI, Battaglie sindacali, Roma 1988, pp. 185 sgg., nonché G. BOCCA, La repubblica di Mussolini cit., p. 46, che riferisce una testimonianza di Giorgio Pini. Nei confronti di queste avances e soprattutto di quelle nate da iniziative locali chi si mostrò sempre contrario fu Pavolini. Nella già citata sua «Relazione sulla ripresa fascista e la preparazione della Costituente (f. 25) si legge a proposito di esse: «Il principio dell' "abbraccio universale" (diverse Federazioni, come quella di Ravenna, Torino, Rovigo, Parma, hanno intanto preso contatto con esponenti di vecchi movimenti, giungendo anche ad interessanti intese), se inteso come alleanza di altri partiti col nostro, non deve essere aiutato, essendo incongruente; ma se inteso come possibilità di ingresso al Partito di ognuno che voglia e sappia collaborare ad un'azione veramente repubblicana, sociale e patriottica, e inteso al riconoscimento della nostra guerra come necessaria guerra dei poveri contro i ricchi, deve essere, piú che consentito, favorito». 

  80. Caratteristico è il caso di Nullo Baldini. Il vecchio leader della cooperazione agricola ravennate era emigrato nel 1924 in Francia ove aveva continuato a prestare la sua attività nel settore della cooperazione italiana e aveva fatto parte della Concentrazione antifascista, subendo una serie di umiliazioni e di attacchi da parte dei comunisti per i quali non era che un tipico social riformista traditore della classe operaia che con la sua attività contrastava l'unità di lotta dell'emigrazione economica sotto la loro guida. Il 1° dicembre 1941, ormai quasi ottantenne e in cattivo stato di salute, Baldini era rientrato in Italia, non per ragioni politiche, ma - come Ludovico Calda, che si era presa a cuore la sua situazione in Francia con i rischi che, dopo l'occupazione tedesca, essa comportava, aveva fatto sapere a Mussolini - per finire i suoi giorni a Ravenna con la figlia e i nipoti. Subito avvicinato dai vecchi compagni e da giovani contrari al regime, si era detto (e agito in conseguenza) a favore del superamento dei tradizionali contrasti tra repubblicani e socialisti che tanto avevano favorito il successo fascista in Romagna nel primo dopoguerra, ma contrario alla «dittatura comunista» e alla ricostituzione dei vecchi partiti sino a che il fascismo non fosse caduto «per evitare il risorgere degli antichi odi e motivi di discordia». Sopravvenuto il 25 luglio, era stato nominato commissario governativo della Federazione delle cooperative ravennate e si era dedicato anima e corpo alla sua rivitalizzazione e democratizzazione e a gettare le basi di una vera «educazione cooperativistica». Preoccupato che i fascisti riassumessero la guida della Federazione e che questa diventasse teatro di contrasti e di lotte che ne avrebbero distrutto la funzione economica ed educativa (per lui fondamentale sia per alleviare le condizioni di vita della popolazione romagnola, sia in vista della futura ripresa della vita democratica), dopo l'8 settembre non aveva rinunciato alla sua carica. Né da parte dei fascisti fu fatto nulla (pare per esplicita volontà di Mussolini) per estrometterlo, neppure allorché ai primi del 1944, «scaduto il suo mandato commissariale», i suoi cooperatori lo elessero tout-court presidente della Federazione. Da qui la «paradossale» condizione nella quale Nullo Baldini passò gli ultimi mesi della sua vita (morí il 30 marzo 1945): quella di un antifascista di gran nome che con il tacito assenso della Rsi operava fattivamente per la realizzazione di finalità sociali ed economiche che, se erano a tutto vantaggio dei ceti piú umili, andavano però anche a vantaggio della Rsi e che non rinunciava a questa sua linea di condotta neppure di fronte alle pesanti accuse di collaborazionismo che gli venivano mosse non solo dai comunisti (cfr., per esempio, A. BOLDRINI, Diario di Bulow, Milano 1985, pp. 42 sg.) ma anche da suoi vecchi compagni socialisti degli anni dell'emigrazione come A. Pertini. Cfr. A. BERSELLI, Profilo di Nullo Baldini, in Nullo Baldini nella storia della cooperazione, Milano 1966, pp. 147 sgg.; F. GROSSI, Battaglie sindacali cit., p. 186. Significativo è a suo modo anche il caso di Guido Miglioli. Arrestato nel febbraio 1941 dai tedeschi a Parigi, dove dopo quasi quindici anni di peregrinazioni per l'Europa si trovava in quel momento, l'ex deputato popolare e segretario del Centro agrario internazionale (di ispirazione sovietica) era stato successivamente consegnato alle autorità italiane. Condannato a cinque anni di confino e messo in libertà dopo il 25 luglio, era tornato nella natia Cremona, teatro delle sue battaglie politico-sociali dell'anteguerra e degli anni dello squadrismo, ma anche roccaforte del suo piú accanito avversario, Farinacci. Rifugiatosi dopo l'8 settembre a Milano, nell'aprile 1944 fu arrestato e ricondotto a Cremona, dove fu assoggettato sino alla caduta della Rsi ad un regime di libertà vigilata, durante il quale poté scrivere lettere ai giornali per respingere le accuse che gli venivano mosse da «Il Regime fascista» e da altri giornali fascisti, accuse alle quali - come vedremo - replicò a piú riprese «La Repubblica fascista» per la penna del suo direttore, Carlo Borsani, e di Carlo Silvestri. Cfr. C. BELLÒ - A. ZANIBELLI, Guido Miglioli. Documenti inediti: 1940-1945, Roma 1980, pp. 187 sgg. 

  81. Fu questo, per esempio, il caso di Arturo Labriola che a Roma collaborò a «Il Messaggero». Cfr. ACS, B. SPAMPANATO, b. 1, fasc. «Diario signora Spampanato», 20 e 21 dicembre 1943; N. D'AROMA, Mussolini segreto, Bologna 1958, p. 296. 

  82. BA, 2300 Rom/47. 

  83. Ivi. 

  84. E. C., Ancora i comunisti, in «Gazzetta dell'Emilia», 30 ottobre 1943. L'articolo si apriva con questa premessa:
    «Abbiamo accennato recentemente alla possibilità per i comunisti di trovare nel nostro partito un possibile orientamento nel momento attuale.
    Ciò ha provocato il risentimento di qualche camerata e, quello che piú conta, di moltissimi avversari.
    Monarchici, liberali, preti in fregola ecc. ecc. proclamano lo scandalo perché un movimento politico totalitario, come il nostro, ammette di poter trovare, nella pratica realizzazione dei problemi urgenti ed attuali, punto di contatto e comune piattaforma d'azione con altro movimento politico parimenti totalitario.
    La cosa è alquanto ridicola. Dobbiamo premettere che, rivolgendoci ai comunisti, noi ci siamo rivolti alla massa e non ai capi, e lo abbiamo fatto incidentalmente, non intenzionalmente, senza ricorrere a certo pietismo che è stato recentemente di moda; non abbiamo voluto parlare con accenti esaltanti la pacificazione, perché sappiamo che il pacifismo non è proprio né del nostro né del temperamento comunista.
    Ai comunisti noi ci siamo rivolti perché pensiamo che in un momento tanto grave come l'attuale, in un momento cosí tragicamente difficile come quello che viviamo, solo alle forze vitali deve essere riservato il compito di trarre a salvamento l'Italia pericolante. E noi pensiamo, ed abbiamo sempre pensato, che l'unica forza vitale esistente fra i nostri avversari sia quella comunista.
    Giova premettere che noi, fascisti repubblicani, abbiamo una concezione della Patria ben diversa da quella che il conservatorismo borghese monarchico ostenta e sventaglia, in quanto la nostra Patria non è puntellata dalle putrelle del capitalismo industriale o agrario, ma è sostenuta dai muscoli dei lavoratori e dai cervelli degli intellettuali.
    Conseguentemente noi trascendiamo e superiamo il concetto nazionalista della Patria per arrivare ad una piú ampia esaltazione di essa, affermandone la vitalità oltre e al di sopra della grettezza delle frontiere.
    Tale concetto, se non condiviso, può essere compreso dai comunisti perché noi sappiamo che ci rivolgiamo ai comunisti d'Italia.
    Occorre fare questa precisazione: comunisti italiani. Perché, tra noi e i comunisti italiani qualche identità e molte similarità indubbiamente esistono». 

  85. Cfr. Mussolini il duce, I, pp. 292 sgg. 

  86. Cfr. G. CANTAMESSA ARPINATI, Arpinati mio padre, Roma 1968, pp. 161 sgg.; A. IRACI, Arpinati l'oppositore di Mussolini, Roma 1970, pp. 253 sgg.; G. PINI, Itinerario tragico (1943-1945), Milano 1950, pp. 17 sg., 35 sg.; e soprattutto ID., Ragazzo del '99 cit., VI, ff. 45 sgg.; F. PAGLIANI, Arpinati e Mussolini, in «Il Borghese», 2 maggio 1968; A. SARDI, ... Ma non s'imprigiona la storia, Roma 1962, pp. 458 sg. (che riferisce una testimonianza di Canevari); M. VIGANÒ, Mussolini e Arpinati, ultimo colloquio (7 ottobre 1943), in «Storia verità», aprile-luglio 1993 (che riferisce una testimonianza di A. Melega). 

  87. Cfr. M. BERGAMO, Novissimo Annuncio di Mussolini, Milano 1962, p. 27. 

  88. Ringraziamo vivamente il dr. Giorgio Bergamo di avercela portata a conoscenza. 

  89. Cfr. O. DINALE, Quarant'anni di colloqui con lui, Milano 1962, pp. 82 sg. e 244, ove l'autore afferma di essere stato informato dell'incontro dallo stesso Bergamo che gli avrebbe detto che Mussolini aveva fatto un analogo passo anche con «un'altra spiccata personalità milanese, un socialista, circondato di larga estimazione per le qualità del suo ingegno e della sua rettitudine», ottenendo lo stesso risultato. 

  90. Cfr. A. DE NARDO - N. MENEGHETTI - G. PROTTI - R. RONFINI, Vita di Guido Bergamo, Treviso 1954, pp. 71 sg. 

  91. Cfr. G. GABRIELLI, Carlo Silvestri socialista, antifascista, mussoliniano, Milano 1992, p. 267. 

  92. Cfr. MUSSOLINI, XXXII, p. 241. Tra i due passi vi è una certa differenza. Nelle dichiarazioni di Mussolini in Consiglio dei ministri e nella successiva deliberazione adottata da questo, il riferimento alla Costituente era esplicito; nella nota della Corrispondenza repubblicana esso era non solo molto sfumato e indiretto, ma rinviato nel tempo: «Italiani, bisogna fare ogni sforzo per cacciare l'avversario dal nostro suolo sacro. Questo è il nostro dovere. Poi quando non avremo piú nessun invasore fra i piedi e saremo liberi, se ci tenete, faremo un plebiscito nazionale sulla forma di governo e sui capi che si vorranno al potere». 

  93. Cfr. «Gazzetta Ufficiale d'Italia», 22 ottobre 1943. 

  94. A livello memorialistico cfr. soprattutto E. AMICUCCI, I 600 giorni di Mussolini cit., pp. 55 sgg.; B. SPAMPANATO, Contromemoriale cit., II, pp. 62, 71 sgg., 81 sgg.; nonché L. GARIBALDI, Mussolini e il professore cit., pp. 106 sgg.; e F. FRANCHI, Le costituzioni della Repubblica Sociale Italiana. Vittorio Rolandi Ricci il «Socrate» di Mussolini, Milano 1987.
    Diffusasi la notizia che sarebbe stata convocata una Costituente, non mancarono casi di politici e studiosi che si affrettarono a predisporre e a far pervenire a Mussolini o ad altri esponenti repubblicani propri testi costituzionali. Valga per tutti il caso del prof. Francesco Cosentino, dell'Istituto italo-americano di diritto e legislazione comparata, che nel 1932 era stato incaricato dal presidente messicano di redigere una costituzione «tipica per Mexico e la America Latina» e che ora fece pervenire a Gargnano un testo (di ben seicento articoli) ricalcato con poche varianti da quello del 1932. ASMAE, RSI, Direz. gen. Affari generali, b. 141, 1.1.11/S, fasc. «Prof. Francesco Cosentino».
    Piú interessante è uno studio, redatto nell'ambito degli uffici della Camera dei fasci e delle corporazioni trasferitisi al Nord e che Mussolini lesse il 9 gennaio 1944, dal titolo «Precedenti storici e prime idee per una riforma del Senato». In esso era presa in considerazione l'istituzione (contrariamente a quanto sostenuto dai piú) di un sistema bicamerale. Dando per assai probabile che la nuova Camera rappresentativa sarebbe stata politico-economica ed eletta attraverso «la nuova struttura sindacale-aziendale in cui va lentamente organizzandosi la nuova vita del paese», il documento caldeggiava la istituzione di una seconda Camera (Senato), fondata anch'essa sul principio selettivo, «ma in senso assai diverso dal meccanico gioco elettorale, dovendo attuare una selezione ideale e un'affermazione di preminenza, che, sola, può assicurare un'adunata di uomini che abbiano già sorpassato gli incontrollati impulsi della prima giovinezza, e siano ormai in possesso di quella critica, riflessa maturità di giudizio che garantisca a questa Assemblea, oltre ad una funzione di forza viva collaborante al processo formativo della legge, quella, già ripetutamente avvertita, di elemento moderatore, di controllo e di equilibrio di fronte alla prima Camera che generalmente inizia il processo stesso; facoltà di iniziativa che, per altro, non c'è ragione alcuna di togliere, ed anzi è bene conservare anche al Senato».
    Da qui il senso politico della proposta prospettata nello studio in questione: dato il carattere che probabilmente avrebbe avuto la Camera, «non sembra piú il caso di andare [per il Senato] in traccia, come taluno in passato ha fatto, di una rappresentanza puramente economica di interessi professionali o generali che siano, quanto, piuttosto, di entrare in un ordine che, pur rimanendo fondamentalmente politico e aderente allo spirito e alle forme che animano la nuova struttura dello Stato italiano, si aggiri in un piano piú alto degli interessi economici e professionali che siano, identificandosi con l'interesse unitario superiore della Nazione; un qual complesso vogliamo dire, di capacità e di valori in cui si assomma il nostro ideale patrimonio di saggezza, di competenza, di misura, di assoluta e intransigente integrità di principî, se è vero che nella coscienza morale di un popolo si impernia la sua stessa esistenza come Nazione o come Stato».
    Fatta questa premessa, della quale non può sfuggire il senso «moderato» e l'indiretta polemica con chi avrebbe voluto un assetto costituzionale aperto a suggestioni di tipo nazista, il documento passava a discutere i vari sistemi con cui si sarebbero potuti scegliere i componenti il nuovo Senato, avendo come obiettivo la sostituzione del vecchio criterio dell'aristocrazia, del sangue, del censo e dei meriti politici e amministrativi, con quello di «un'aristocrazia di senno e di capacità che emerga spontaneamente dalla nuova civiltà italiana del lavoro strutturalmente organizzata» (ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 2, fasc. 24/R, «Repubblica sociale italiana», sottof. 3, «Riforme del Senato»). 

  95. ACS, B. SPAMPANATO, b. 1, fasc. «Diario signora Spampanato», alle date del 28 e 29 ottobre 1943. 

  96. Lo si veda in F. FRANCHI, Le costituzioni della Repubblica Sociale Italiana cit., pp. 133 sgg. Sia Franchi sia B. SPAMPANATO, Contromemoriale cit., II, pp. 454 sgg., omettono l'ultimo foglio e mezzo, dell'originale, conservato in ACS, B. SPAMPANATO, b. 2, fasc. «Nascita RSI»:
    «Si può calcolare che, ogni eventualità considerata, la grande assemblea costituente possa riunire tra i 1500 e i 2000 membri, i quali rappresenteranno indiscutibilmente in tutti i suoi aspetti e nelle sue forze vive, la Nazione italiana.
    È consigliabile non consentire indiscrezioni per evitare sbandamenti dell'opinione pubblica e anche per motivi di sicurezza per la convocazione della Costituente.
    È anche consigliabile la nomina preventiva di un Segretario generale, che sarà riconfermato dall'assemblea, e che possa con un piccolo comitato ordinatore allestire i lavori preparatori della stessa, procedere alla organizzazione delle rappresentanze.
    NOTA BENE - Non si è ritenuto di dover includere i Podestà tra i membri della Costituente per i seguenti motivi:
    1°) - nominati dall'alto rappresentano le autorità di governo, e non già il Popolo: ed è que- sto l'addebito fatto sin dalla loro istituzione, e che ha compromesso presso il pubblico l'istituto podestarile;
    2°) - o che appartengano al vecchio Regime pre - 25 luglio, «tollerati» nei 45 giorni per essersi intesi col Regime Badoglio, o che siano stati addirittura nominati nel periodo Badoglio, non presentano nemmeno garanzie politiche per quello che è l'attuale indirizzo fascista repubblicano dello Stato; né eventuali Podestà (o Commissari) ora nominati corrispondono a quel concetto di diretta rappresentanza che costituisce la premessa della nuova situazione generale;
    3°) - in ogni caso, accoglierli tutti nell'assemblea comportava un eccessivo rigonfiamento della stessa, mentre riferirsi solo ai capoluoghi e ai comuni piú grossi presentava una sperequazione per i comuni piú piccoli che rappresentano poi la vera compagine del Paese;
    4°) - infine, sarebbe stata rappresentata solo una parte d'Italia, quella libera, essendo restati nei rispettivi comuni quasi tutti i capi delle amministrazioni comunali dei territori invasi;
    5°) - comunque, la rappresentanza alla Costituente deve essere funzionale rispetto al complesso nazionale, e per il resto autentica diretta espressione del Popolo.
    Né si è ritenuto di includere nella Costituente i Capi delle Provincie perché rappresentanti diretti dell'Esecutivo: eppertanto privi della figura di rappresentanti del Popolo, delle sue attività, delle sue manifestazioni spirituali e ideali, delle sue attività economiche o anche delle strutture istituzionali della Nazione (es. magistratura), e riflettenti solo l'autorità del governo».
    Prima di redigere l'«Appunto» Spampanato scrisse, non è chiaro se di propria iniziativa o su richiesta di Mussolini, un breve studio comparativo tra le costituzioni turca, tedesca, spagnola, portoghese e sovietica (B. SPAMPANATO, Contromemoriale cit., II, p. 71). Secondo E. CANEVARI, Graziani mi ha detto cit., p. 294, Mussolini, parlando il 7 novembre con lui del progetto di costituzione a cui pensava, avrebbe fatto cenno ad «una costituzione del tipo nordamericano con qualche cosa della costituzione turca». Per l'interesse di Mussolini per la costituzione americana cfr. B. SPAMPANATO, Contromemoriale cit., II, p. 77. 

  97. Spampanato si riferiva, per un verso, all'arresto o al deferimento al Tribunale speciale, pochi giorni prima (cfr. «Corriere della sera», 19 ottobre 1943) di alcuni noti esponenti del mondo economico quali Giovanni Armenise, Gaetano Marzotto, Edoardo Rotigliano, Achille Lauro e alla devoluzione allo Stato dei «patrimoni di non giustificata provenienza» annunciata dal Consiglio dei ministri del 27 settembre e, per un altro verso, alla fusione delle confederazioni padronali e dei lavoratori in un'unica organizzazione annunciata nella stessa riunione. 

  98. Lo si veda in ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 61, fasc. 630/R, «PFR», sottof. 12 «Congresso di Verona», riprodotto in M. VIGANÒ, Il Congresso di Verona (14 novembre 1943). Documenti e testimonianze, Roma 1994, pp. 111 sgg. 

  99. Cfr. B. SPAMPANATO, Contromemoriale cit., II, p. 101; F. FRANCHI, Le costituzioni della Repubblica Sociale Italiana cit., pp. 33 sg. 

  100. Cfr. in Appendice, Documento n. 8. Per un suo esame sommario cfr. R. BONINI, La Repubblica Sociale Italiana e la socializzazione delle imprese. Dopo il Codice civile del 1942, Torino 1993, pp. 14 sgg. 

  101. Cfr. «Relazione sulla ripresa...» cit. 

  102. Ivi, ff. 20, 33-34. Telesio Interlandi, che non ricopriva incarichi di rilievo e poteva quindi esprimersi con maggiore libertà, inviò nello stesso periodo una serie di appunti a Mussolini (ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 1, fasc. 4/R, «T. Interlandi») dai quali traspare bene l'ostilità di fondo degli intransigenti rispetto ai propositi di convocare una Costituente e la loro intenzione di non farsene al caso sfuggire il controllo. L'idea di convocare una Costituente rispondeva, secondo l'ex direttore de «Il Tevere», a preoccupazioni di natura parlamentare delle quali era invece necessario liberarsi. La «tradizione italiana», egli sosteneva, non era quella dei «parlamentari di rappresentanza», ma del popolo «riunito in parlamento» dei parlamenti municipali, dove esso poteva decidere sui propri veri interessi e non «recar nocumento a indirizzi d'ordine generale» ai quali eventualmente avrebbe dovuto provvedere un'«assemblea centrale dei Comuni». Questa sarebbe potuta essere la Costituente che solo in tal caso avrebbe costituito la «fonte legittima di ogni decisione». In conclusione la Costituente, sosteneva Interlandi, che da buon «intransigente» temeva che essa esautorasse il partito, «non dovrebbe adunarsi se non in seguito a convocazione dei parlamenti comunali e dovrebbe decidere sulle decisioni dei parlamenti popolari, come interprete della collettività dei Comuni, o Comune dei Comuni». Le altre soluzioni erano fuori della «tradizione italiana» e sapevano troppo di rivoluzione francese e di parlamentarismo di tipo inglese e francese. Una eventualità, questa, che Interlandi paventava e alla quale cercava di porre rimedio suggerendo che in tal caso «il criterio di scelta degli uomini che dovranno formare la Costituente non dovrebbe prescindere da coloro che Badoglio scelse a sue vittime. Io penso anzi che il nucleo centrale della Costituente dovrebbe esser formato (fatta la dovuta cernita) dagli incarcerati del 25 luglio. A ciascuno di questi potrebbe venir affidata la selezione degli altri membri e il controllo delle elezioni se si addiverrà a nomine elettive. Membri di diritto della Costituente sarebbero in ogni caso i comandanti di reparto che insorsero l'8 settembre contro la capitolazione». 

  103. «Relazione sulla ripresa...» cit., ff. 34-36. Scriveva fra l'altro Pavolini: «In tutte le provincie, nelle zone lontane dai centri o di difficile accesso, si raccolgono civili, elementi provenienti dalla dissoluzione delle forze armate operatisi dopo l'8 settembre, giovani che si rendono irreperibili per sfuggire alla chiamata del servizio del lavoro, e sovversivi. Spesso, come nel torinese, nel maceratese, nel teramano, si tratta addirittura di reparti militari organicamente inquadrati con i comandi tuttora efficienti, i quali dispongono sempre di armi e munizioni e, in qualche caso, anche di artiglieria.
    In alcune zone, come in Toscana, nell'Emilia, nelle Marche, ecc., a questi gruppi si aggiungono prigionieri di guerra nemici o comunque nemici civili internati, fuggiti o fatti fuggire dai comandi italiani, dai campi di concentramento.
    Nella Venezia Giulia, nel Friulano, si aggiungono anche a tali gruppi i partigiani slavi... L'esistenza dei gruppi sbandati preoccupa non solo per la incolumità dei cittadini, ma anche per le ripercussioni che si possono avere nella pubblica alimentazione. Infatti essi già prelevano, con l'appoggio spontaneo o coartato delle popolazioni rurali gli alimenti loro necessari presso le zone agricole dove si trovano» (ivi, pp. 10-11). 

  104. Nell'ultimo paragrafo della relazione (ff. 36 sgg.), intitolato «Un punto fermo per il programma della Costituente», Pavolini difese a spada tratta il corporativismo, attribuendo i suoi insuccessi negli anni del regime all'irrigidimento classista e all'ostruzionismo dei suoi avversari e all'incapacità del Pnf ad imporre la sua «volontà rivoluzionaria». Come negli altri campi della vita nazionale, a determinarne l'insuccesso erano state «le forze della conservazione e della reazione» arroccate alla monarchia, favorite dalla situazione internazionale «foriera di guerra» «che da un lato obbligava a rifuggire da azioni interne successivamente drastiche, e dall'altro non poteva far minimamente supporre che sulla resistenza allo sviluppo sociale si sarebbe imperniato il piú inconcepibile sabotaggio alla preparazione bellica della Nazione».
    «Queste considerazioni - concludeva Pavolini - e la stessa esperienza di venti anni [semplicemente riformistica], rendono evidente che il principio non è errato purché esso si conduca sino alle sue logiche conseguenze». Il programma sociale che doveva caratterizzare il nuovo regime repubblicano non poteva dunque che «essere l'evoluzione del principio corporativo». 

  105. Per la preparazione e redazione del «manifesto» cfr. F. GALANTI, Socializzazione e sindacalismo nella RSI, Roma 1949, p. 27; A. TARCHI, Teste dure, Milano 1967, p. 48; G. PINI, Itinerario tragico cit., p. 40; G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., p. 87. 

  106. ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 61, fasc. 630/R, «PFR», sottof. 12, «Congresso di Verona», relazione introduttiva di A. Pavolini, ff. 23 sg.; M. VIGANÒ, Il Congresso di Verona cit., p. 137. 

  107. Cfr. F. W. DEAKIN, Storia della repubblica di Salò cit., p. 616. Secondo Rahn egli sarebbe intervenuto anche per attenuare, nell'interesse della produzione bellica, «le originarie tendenze molto accentuatamente socialiste» del «manifesto». 

  108. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., p. 97. Con B. SPAMPANATO, Contromemoriale cit., II, pp. 123 sgg., una quindicina di giorni dopo Mussolini si disse solo «lievemente deluso», ma nella sostanza ribadí il suo giudizio negativo: scarsa maturità e superficialità degli interventi, mancanza di «una precisazione di mete» da conseguire e di capacità di rendersi conto «della portata delle riforme che annunziamo», ecc. 

  109. Cfr. per tutti L. BOLLA, Perché a Salò cit., p. 118:
    «L'assemblea repubblicana di Verona, che doveva stabilire le basi o per lo meno i principî ispiratori del nuovo stato, si è svolta in modo turbolento come certe sedute del vecchio parlamento. È stata a piú riprese reclamata la consegna e l'esecuzione di Ciano, la cacciata delle vecchie personalità fasciste, specie di Buffarini Guidi, anche di Pavolini e persino del Duce. È stata richiesta l'abolizione dell'etichetta «fascista» da ogni organizzazione. L'orientamento, se di orientamento può parlarsi per tale riunione, è stato nettamente di sinistra; ma conclusioni non ve ne sono state: c'è da stupirsi che se ne attendessero, date le circostanze». 

  110. Tra gli interventi che vi dedicarono piú spazio si possono ricordare quelli del federale di Venezia, di un delegato della provincia di Mantova e da un altro che prese la parola a nome della confederazione fascista dei lavoratori dell'agricoltura. Per il primo il problema sociale richiedeva
    «provvedimenti immediati nel campo dell'industria soprattutto, dove la funzione del capitalismo è quasi sempre stata antipolitica, antitaliana e antifascista.
    Si richiede d'urgenza l'abolizione delle società anonime, delle grandi aziende industriali; nell'attesa di una nuova totale socializzazione a guerra finita, subentri lo Stato coadiuvato da consigli direttivi di amministrazione, di cui facciano parte tecnici e lavoratori autentici. In tutte le altre aziende i rapporti contrattuali saranno tali da garantire comunque le necessità di una vita dignitosa ai lavoratori; una equa ripartizione degli utili aziendali.
    Gli attuali proprietari, sempreché non abbiano tradito, possono rimanere dirigenti delle loro aziende; provvedere all'esproprio delle aziende e industrie che non assicurino il lavoro totale di assoluta preminenza, nonché di tutti i latifondi e delle terre incolte e di tutti coloro che direttamente o indirettamente siano pervenuti ad illeciti arricchimenti od abbiano contribuito a portare la Patria nel disordine e nella rovina. Siano attuate tutte quelle forme di assistenza e di provvidenza che assicurino la vita al lavoratore. Ciò è particolarmente invocato da quelli dell'agricoltura. In prosieguo di tempo si assicuri la possibilità di modificare il concetto della proprietà privata e di riconoscere questo diritto
    1°) Solo a chi provveda direttamente con la propria famiglia alle necessità della propria industria od azienda.
    2°) Partecipi personalmente all'attività aziendale come lavoratore.
    3°) Partecipi personalmente all'attività industriale ed aziendale come dirigente tecnico.
    In ogni industria od azienda, o gruppo di industria, la creazione di una moderna struttura tecnica sia assicurata con la partecipazione dello Stato.
    Per l'agricoltura si invoca la risoluzione del problema della costruzione della casa rurale ad evitare la socializzazione della proprietà.
    Il potenziamento della grande industria attraverso il controllo dello Stato.
    Le Banche e le assicurazioni passino senz'altro nelle mani di un organismo statale contemplando la possibilità della istituzione delle casse sociali».
    Il delegato mantovano era in certo senso piú drastico ancora. Il punto, per lui, era procedere ad «un radicale esame dell'istituto della proprietà, tenendo presente i diritti del lavoro che nelle sue multiformi espressioni è il piú importante fattore della produzione, agli utili della quale deve essere interessato.
    In proposito è indispensabile affermare che, in tempi di economia controllata, gli eccessivi arricchimenti non sono onesti a meno che non siano frutto indiscutibile di provata intelligenza superiore. Eccezione che conferma la regola.
    Perciò occorre:
    1) che il lavoro sia un dovere della collettività nazionale verso l'individuo e diritto e dovere dell'individuo verso la collettività; 2) che gli stipendi e i salari siano proporzionali al rendimento produttivo del lavoratore ed alle sue necessità familiari;
    3) che lo stipendio e il salario assicurino il minimo necessario alla vita del lavoratore e della sua famiglia con garanzia di tale minimo da parte dello Stato;
    4) che i lavoratori siano cointeressati allo stesso titolo e sullo stesso piano del capitale, il quale apparterrà almeno per la metà allo Stato, rappresentando la contropartita dei lavoratori medesimi, nella gestione delle aziende pubbliche o private;
    5) che sia assicurato al lavoratore alla fine del suo compito di lavoro ed in caso di invalidità il necessario per vivere;
    6) che sia limitata la proprietà individuale e famigliare ad una entità tale che il reddito permetta una vita agiata, ma non sfarzosa;
    7) che sia possibile la trasmissione della proprietà in 'toto' alla generazione successiva, ma in parti proporzionalmente dimezzate alle generazioni oltre la terza, dando la possibilità del riscatto ad ogni generazione della parte che verrebbe eliminata con la generazione successiva;
    8) che la proprietà terriera passi integralmente come possesso all'entità famigliare o collettiva che la lavora; nel caso di entità famigliare il possesso sia trasmissibile;
    9) che la proprietà sia sempre nominata per poter essere controllata;
    10) che la legislazione sociale non costituisca solo la difesa del lavoro nei confronti del capitale, ma sia anche la molla propulsiva della produzione;
    11) che la lotta di classe, considerata con espressioni di dottrine sociali del tutto superate, sia sostituita dall'intransigente eliminazione dei nemici del popolo;
    12) che l'economia venga integralmente disciplinata escludendo tutte le ingombranti sovrastrutture burocratiche. Si cerchi perciò di perseguire il pratico e non l'irraggiungibile perfezione».
    Quanto al rappresentante della Confederazione fascista dei lavoratori dell'agricoltura, per lui il punto era quello di estendere al settore agricolo gli «stessi motivi programmatici» affermati per l'industria:
    «Poiché noi affermiamo che solo il lavoro può dare adito al risparmio e il risparmio è proprietà, vuol dire affermazione della nostra fede politica religiosa e famigliare, noi riteniamo di dover richiedere che anche nell'agricoltura si addivenga a una limitazione del diritto di proprietà, ossia che la proprietà sia riconosciuta a due condizioni: che sia proprietà coltivata direttamente dal proprietario e da tutta la sua famiglia; secondo che sia riconosciuta la proprietà che sia diretta personalmente dal proprietario dell'azienda ed assicuri tutte quelle condizioni che servono ad assicurare una diretta partecipazione agli utili dei lavoratori dell'agricoltura.
    Il comunismo nega la proprietà, noi affermiamo il principio della proprietà, lo affermiamo e riteniamo precisamente efficaci l'esproprio e la conduzione da parte dei contadini di tutte le forme che assicurano al lavoro libera e assoluta preminenza. Desideriamo che anche come per la casa, si ammetta il principio del risparmio anche per i beni rurali, ossia quando un mezzadro o colono ha dato la sua attività per decenni nella stessa azienda arrivi il momento che possa godere della proprietà, non il proprietario che è assente e vive nella città» (ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 61, fasc. 630/R, «P.F.R.», sottof. 12, «Congresso di Verona», verbale stenografico, ff. 19 sg., 23 sg., e 60 sg.; M. VIGANÒ, Il Congresso di Verona cit., pp. 164 sg., 167 sg., 200 sg.). 

  111. Cfr. E. CANEVARI, Graziani mi ha detto cit., p. 170. 

  112. L'intervento di Ricci (ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 61, fasc. 630/R, «P.F.R.», sottof. «Congresso di Verona», verbale stenografico, ff. 52 sgg.; M. VIGANÒ, Il Congresso di Verona cit., pp. 191 sgg.) ha un interesse solo sotto il profilo della conoscenza di quello che era il programma di Pavolini e di Ricci per la Milizia:
    1) «costituzione di una gendarmeria civica che ha il compito di realizzare in seno alla Milizia la trasformazione dell'arma dei reali carabinieri (benissimo) e una gendarmeria rurale che sia in grado di garantire l'ordine pubblico nei piccoli centri con dei presidi stabili, gli uomini opportunamente scelti e i capi convenientemente educati per un servizio cosí delicato e cosí importante»;
    2) «riorganizzazione delle milizie speciali, confinaria, portuaria, stradale, postelegrafonica, ferroviaria, in polizia dei pubblici servizi»;
    3) «costituzione di un corpo di camicie nere che dovrebbe entrare a far parte integrante del nuovo esercito della repubblica... Il corpo delle camicie nere deve essere realizzato nella Milizia, organizzato nella Milizia»;
    4) se avesse prevalso, come alcuni sostenevano, la tesi che l'Esercito dovesse essere apolitico, cioè «agnostico» - affermava Ricci - «noi non siamo favorevoli alla ricostituzione di un esercito» che sarebbe stato solo «una copia piú o meno bella del regio esercito». «Se vogliamo ricostituire le forze armate, devono essere le forze armate pronte a difendere la nostra bandiera, la bandiera della repubblica, del fascismo, la bandiera illuminata dal nostro ideale di vecchi fascisti sempre pronti a combattere sempre stabili e sicuri sulla breccia». 

  113. ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 61, fasc. 630/R, «P.F.R.», sottof. «Congresso di Verona», verbale stenografico, ff. 48 sgg. e M. VIGANÒ, Il Congresso di Verona cit., pp. 187 sgg. 

  114. A. PICCHI, La prossima Costituente, in «Il Nuovo giornale», 4-5 dicembre 1943. 

  115. Cfr. L. GARIBALDI, Mussolini e il professore cit., pp. 106 sg. Per il giudizio di Biggini sul «manifesto» di Verona cfr. ibid., p. 337. 

  116. G. PINI, Impostazione, in «Il Resto del Carlino», 5 dicembre 1943. 

  117. In un «appunto» per Mussolini, datato 10 dicembre, dell'ispettore generale di P.S. Enrico Cavallo (ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 26, fasc. 179/R, «Enrico Cavallo») in cui era riassunto quello che, secondo il suo estensore, era lo stato d'animo della «generalità dei fascisti repubblicani» all'indomani della approvazione del «manifesto» di Verona, di cui tutti reclamavano una pronta e sistematica realizzazione e si affermava che «ogni ritardo in materia riuscirebbe dannosissimo», si legge a questo proposito: «L'obbiezione che bisogna pensare prima alla guerra può esser fatta da chi non conosce gli umori popolari o non ha elementi... per raccogliere e indagare materiale positivo circa l'effettiva situazione dell'opinione pubblica. È possibile pretendere sacrifici dalle popolazioni, è possibile portarle sulla linea della resistenza e anzi della partecipazione alla lotta, è possibile stroncare il disfattismo, è possibile avere una piú larga affluenza ai bandi di chiamata militare sempre che non ci si limiti a promettere o ad annunziare riforme, ma si cominci a presentare qualche fatto concreto. Da tener presente è anche la circostanza che la radio nemica, che è sempre intesa e seguita, accusa appunto il governo della Repubblica di tentare dei diversivi demagogici per cogliere la buona fede degli italiani. In proposito ha fatto pessima impressione l'articolo di Morelli sul "Corriere della sera": Meno costituente e piú combattenti che consente di affermare (come fanno gli antifascisti) che il governo già si appresta a dilazionare gli annunzi rivoluzionari del programma di Verona». 

  118. Due giorni dopo, il 12 dicembre, il «Corriere della sera» pubblicava, sotto l'«occhiello» In vista della Costituzione, un altro articolo di V. Rolandi Ricci nel quale questi in termini piú generali e politici riprendeva il discorso svolto nel primo. Entrambi gli articoli sono riprodotti in F. FRANCHI, Le costituzioni della Repubblica Sociale Italiana cit., pp. 210 sgg. e 219 sgg. 

  119. Cfr. MUSSOLINI, XXXII, p. 28, e Appendice, Documento n. 10.
    I criteri di composizione della Costituente furono una via di mezzo tra quelli proposti da Spampanato e quelli sommariamente indicati da Pavolini. Nel complesso, rispetto all'«Appunto» del primo, essa assunse un carattere maggiormente governativo-ufficiale e di partito, che però è impossibile valutare effettivamente, mancando nel verbale del Consiglio dei ministri ogni indicazione sul numero dei rappresentanti attribuiti alle varie «categorie», delle quali era fornito solo l'elenco e cioè: i componenti del Governo repubblicano fascista; il Direttorio del Partito Repubblicano Fascista; i capi delle provincie; i triumviri federali del Partito; i presidi delle provincie; i podestà dei capoluoghi di provincia con popolazione superiore ai cinquantamila abitanti; i rappresentanti dei lavoratori, dei tecnici e dei dirigenti dell'industria, dell'agricoltura, del commercio, del credito e dell'assicurazione, dell'artigianato, della cooperazione, i rappresentanti dei professionisti e degli artisti, i rappresentanti dei dipendenti statali, i rappresentanti delle provincie invase, i rappresentanti degli italiani all'estero, i presidenti delle Associazioni nazionali delle famiglie dei caduti di guerra, delle famiglie dei caduti, dei mutilati e feriti della rivoluzione, dei mutilati e invalidi di guerra, delle medaglie d'oro, del Nastro azzurro, dei combattenti, dei volontari d'Italia, della Legione garibaldina, delle Associazioni d'Arma, i rappresentanti dei prigionieri di guerra, i rappresentanti delle famiglie numerose, il presidente dell'Accademia d'Italia, i rettori delle Università, il primo presidente della Corte suprema di cassazione, i primi presidenti delle Corti d'appello, i presidenti del Tribunale speciale per la difesa dello Stato e del Tribunale supremo militare, i presidenti del Consiglio di Stato e della Corte dei conti. Rispetto alla proposta di Spampanato, era, come si vede, scomparsa la possibilità che alla Costituente fossero ammesse rappresentanze di altri partiti oltre quello fascista (che vedeva molto aumentare la propria) che ne facessero domanda. 

  120. Cfr. B. SPAMPANATO, Contromemoriale cit., II, pp. 123 sg. 

  121. ACS, B. SPAMPANATO, b. 1, fasc. «Diario signora Spampanato». 

  122. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., p. 96. 

  123. La si veda in F. FRANCHI, Le costituzioni della Repubblica Sociale italiana cit., pp. 153 sgg., nonché L. GARIBALDI, Mussolini e il professore cit., pp. 351 sgg. 

  124. Cfr. ibid., p. 107. 

  125. Cfr. ibid., pp. 239, 108 e 264. 

  126. Cfr. ibid., pp. 239 sg. 

  127. Cfr. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., p. 180. 

  128. Cfr. E. G. LAURA, L'immagine bugiarda cit., p. 40. 

  129. Cfr. E. AMICUCCI, I 600 giorni di Mussolini cit., pp. 181 sgg. 

  130. Il rinvio della Costituente fu commentato favorevolmente da V. ROLANDI RICCI, Oggi, in «Corriere della sera», 8 febbraio 1944, andando piú in là di quanto detto nel comunicato e anticipando in un certo senso la spiegazione che Mussolini avrebbe dato al 'Lirico':
    «Finché non riprenda a combattere, un popolo non ha il diritto di darsi un governo, e non è degno di darselo.
    Forse, al momento opportuno, il differimento potrà riconoscersi ancora ulteriormente prorogabile. La Costituente per essere costituita in modo autorevole, dovrebbe attuarsi quando l'Italia siasi, col concorso di sufficienti forze proprie, assieme a quelle tedesche, tanto valorosamente combattenti, liberata dagli invasori anglosassoni; e quando sarà evacuata la allora non piú necessaria occupazione tedesca.
    Il frutto dell'adunanza di una Costituente deve essere un regime di governo, presumibilmente duraturo per almeno parecchi e parecchi decenni; deve avere l'impronta della volontà totalitaria di tutta la Nazione; e non essere sospettabile di menomata indipendenza delle risoluzioni deliberate.
    Fintantoché quasi mezza Italia è sciaguratissimamente invasa dal nemico, riesce troppo malagevole raccogliere nell'assemblea costituente la rappresentanza vera delle disgraziate popolazioni soggette alla schiavitú dall'invasore.
    Fintantoché l'altra metà d'Italia è necessariamente occupata dall'alleato tedesco, che la difende, e vi si devono subire le esigenze della guerra guerreggiata sul nostro territorio, alla rap- presentanza degli abitanti di questa parte d'Italia si obbietterà sempre il sospetto, sia pure infondato, di subire la pressione delle forze tedesche, e quindi di un'autorità straniera.
    Di tal guisa le deliberazioni della Costituente nascerebbero con un doppio peccato originale: quello di una non sufficiente e comunque non completa rappresentanza degli italiani meridionali; e quello di una sospettata non libera rappresentanza degli italiani settentrionali.
    D'altronde non c'è viva urgenza di convocare la Costituente: per ora può tirare avanti il governo dittatoriale; che normalmente non è proprio il governo ideale, ma che è il governo adatto nel tempo di guerra e per i bisogni della guerra, ove occorrono piú fatti che parole, e prontezza di rapide decisioni; ove va impedita la ipercritica, cosí diffusa fra noi, che non previene né ripara i guai; mentre imbarazza chi comanda, e rende facile, perché apparentemente la giustifica, la già deplorevolmente scarsa disciplina di coloro che dovrebbero obbedire...
    Anzitutto la Costituente deve essere italiana, anzi italianissima; ma soltanto italiana: non può essere un'emanazione di partito.
    Il governo può essere fascista; e sta bene che lo sia: ma la Costituente non deve essere né fascista né antifascista: la Costituente deve soltanto esprimere la indipendente volontà di tutti gli italiani, dei fascisti e dei non fascisti. Giacché se tutti devono combattere, ed eventualmente morire per la Patria; e vogliamo che cosí sia, e che tutti combattano; e se vogliamo che ognuno dia il suo contributo di opera e danaro, come meglio lo possa dare per la resistenza in difesa della Patria, e vogliamo che cosí sia (pronti a reprimere con severità magari crudele chi si sottragga a tali doveri), sarebbe irragionevole pretendere, ed impolitico lasciar sospettare che nella futura Costituente vogliasi aprioristicamente far predominare un partito, e che aprioristicamente si voglia imporre alla Costituente di costituire un governo di partito».
    Chiarissimo nella sostanza, l'articolo costituisce un piccolo problema per quel che riguarda la data della sua pubblicazione, piú di un mese e mezzo dopo l'annuncio del rinvio. È possibile credere che Rolandi Ricci tardasse tanto a esprimere il suo consenso o si deve, piuttosto, pensare che l'articolo sia stato volutamente «tenuto nel cassetto» da Amicucci in attesa che la situazione che aveva determinato il rinvio non si fosse chiarita? 

  131. Lo si veda in E. AMICUCCI, I 600 giorni di Mussolini cit., pp. 185 sgg.; nonché in F. FRANCHI, Le costituzioni della Repubblica Sociale Italiana cit., pp. 149 sgg. In questo secondo volume sono altresí riprodotti (pp. 231 sgg. e 236 sgg.) due articoli su problemi in qualche misura connessi alla questione della costituzione pubblicati da V. Rolandi Ricci sul «Corriere della sera» del 28 maggio (Disciplina) e del 3 settembre 1944 (3 settembre). 

  132. B. SPAMPANATO, Contromemoriale cit., II, pp. 123 sgg. Spampanato colloca il colloquio nella prima settimana del dicembre 1943. La sua datazione ci pare però assai dubbia: a nostro avviso il colloquio dovette aver luogo molto dopo, successivamente alla liberazione di Roma, quando Spampanato tornò al nord. A parte la scarsa credibilità che Mussolini anticipasse a Spampanato la sua decisione (sempre che l'avesse già presa) una decina di giorni prima che essa fosse resa ufficialmente nota, è un fatto che dai ruolini delle udienze della segreteria di Mussolini (ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 57, fasc. 627/R, «Udienze del duce»), non risulta nessuna udienza a Spampanato dopo una del 22 novembre e prima che egli, il 12 dicembre, partisse per Roma. Il diario della moglie di Spampanato, che registra quella del 22 novembre, non fa cenno neppure esso ad un'udienza nel periodo in questione e, per di piú, riferisce che nella notte tra il 10 e l'11 dicembre Buffarini Guidi avrebbe detto al marito (pare senza che questi se ne meravigliasse) che «presto sarà costituito il Comitato per la Costituente» e che Spampanato ne sarebbe stato il segretario generale (ACS, B. SPAMPANATO, b. 1, fasc. «Diario signora Spampanato»). 

  133. Cfr. G. PINI, Ragazzo del '99 cit., VI, ff. 60 sg. 

  134. Alcune annotazioni anteriori al congresso di Verona del diario della signora Spampanato (27 ottobre, 3 e 5 novembre) registrano un diffuso stato d'animo di ostilità, soprattutto in Toscana e a Venezia, nei confronti di Pavolini, di Buffarini Guidi e di altri dirigenti del Pfr. Cfr. ACS, B. SPAMPANATO, b. 1, fasc. «Diario signora Spampanato». 

  135. Cfr. G. PINI, Ragazzo del '99 cit., VI, f. 62. 

  136. Tipica in questo senso può essere considerata la posizione di Edgardo Sulis. In un mo- mento in cui gli italiani avevano «smarrito la coscienza e la volontà», non credevano piú nel fascismo e nello stesso Mussolini e detestavano il partito, per Sulis l'unica via per realizzare una radicale ricostruzione nazionale era che il fascismo ridiventasse «movimento» e che alla «vecchia guardia» se ne affiancasse una «nuova», formata di «uomini nuovi» che, forti della loro «fede, onestà e capacità», raccogliessero la fiaccola fascista e realizzassero la rivoluzione sociale fascista. Tutto, anche il sentimento della patria, divideva gli italiani: solo la rivoluzione non li divideva. ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 25, fasc. 174/R, «E. Sulis». 

  137. Cfr. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., p. 114. 

  138. Ibid. 

  139. Ibid., pp. 195 sg. (6 dicembre 1943). Il telegramma «a tutti i capi delle provincie» era cosí concepito:
    «Richiamo l'attenzione dei Capi delle Provincie sui giornali del Partito e non del Partito, tanto quotidiani che settimanali. Si va da una stampa incolore e attendista a fogli dove le idee piú sfasate e i furori letterari si alternano in uno sforzo che vorrebbe essere giacobino ed è semplicemente velleitario.
    Il nefasto periodo badogliano ha lasciato come strascico talune storture e deviazioni, che tuttora affiorano in nome di una «libertà di stampa» concepita non già come critica costruttiva e fascista, ma come vociferazione incontrollata.
    Lo scandalismo ha fatto il suo tempo: i Tribunali Straordinari hanno già da occuparsi di troppi traditori perché convenga continuare in eterno a inventarne di nuovi.
    I diciotto punti del Partito e le discussioni sulla Costituente costituiscono materia di indubbio interesse, ma a patto che non si pretenda di risollevare come toccasana il feticcio dell'elettoralismo, di cui già il popolo ha abbondantemente sperimentato il malefico influsso nel ciclo storico conclusosi ventuno anni or sono. Altro è attrarre le moltitudini all'idea, propagandandola, altro è improvvisare serenate sotto le finestre degli uomini delle piú varie idee e tendenze, i quali rispondono a colpi di pistola.
    Non sempre una chiosa finale neutralizza il veleno o comunque le nocive idiozie di certe lettere al direttore, o giustifica la citazione delle chiacchiere degli avversari o addirittura dei libelli dell'antifascismo.
    Si nota anche una risorgente anti-romanità come se a Roma non ci fosse un milione e mezzo di italiani, di tutte le provincie, mentre la dichiarazione di città aperta fu fatta da Badoglio che non è nato a Roma. Bisogna inoltre diffidare di chi adotta, per la propria politica, la maschera apolitica, di chi, per nostalgia di partiti, dichiara di non fare pregiudiziali di partito, di chi, nel binomio fascista repubblicano, si attiene in via esclusiva o primaria al secondo termine.
    Nel vaso della Repubblica noi metteremo la nostra visione del mondo cioè la nostra dottrina che ha dato il sigillo al secolo e la parola d'ordine per la guerra.
    Noi siamo stati, siamo e saremo fascisti e sul fascismo intendiamo sia posto l'accento. Colui che si affanna a nascondere la parola fascismo con la parola repubblica, domani sarà pronto a nascondere la parola repubblica con la parola monarchia, è un opportunista e un vile. Solo con la chiarezza e con l'esattezza delle posizioni mentali, e non con l'equivoco delle proclamazioni generiche, si serve la Patria. Ogni direttore di giornale comprende la duplice necessità della disciplina di guerra e dell'assoluta preminenza da accordare alla guerra sopra qualunque altro argomento.
    Contribuire a riportare gli italiani al combattimento, sulla via dell'onore, al fianco dei commilitoni germanici, con consapevolezza e risoluzione, deve essere lo scopo unico e l'assillo del giornalista.
    I Capi delle provincie provvedano a ripristinare il piú intelligente e rigoroso controllo sulla base di queste direttive, della cui immediata attuazione mi risponderanno personalmente. E sono autorizzati a sopprimere e sequestrare i giornali che continueranno su un'andatura a carattere tipicamente badogliesco.
    Da ventisette anni 190 milioni di russi non leggono che un giornale e non ascoltano che una radio. Sembra che questa severa dietetica radio giornalistica non abbia fatto troppo male alla salute pubblica e morale del popolo moscovita.
    Chiamate i responsabili della stampa e leggete quanto sopra» (ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 22, fasc. 147/R, «Disposizioni ai capi delle provincie per la stampa»). 

  140. Su di lui cfr. S. SETTA, Renato Ricci. Dallo squadrismo alla Repubblica Sociale Italiana, Bologna 1986. 

  141. Per altri punti dell'«esposto» cfr. F. W. DEAKIN, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 527 sg. 

  142. Cfr. ibid., p. 591. 

  143. Cfr. ADAP, s.E, VI, pp. 593 sg. 

  144. Cfr. F. W. DEAKIN, Storia della repubblica di Salò cit., p. 590. I rapporti del colonnello Jandl costituiscono una documentazione di grande valore storico, tanto sotto il profilo fattuale, sia per capire l'atteggiamento tedesco. Nonostante siano stati largamente utilizzati da Deakin, essi offrono ancora utili elementi. Del secondo di essi Deakin dà una datazione errata: 12 dicembre invece di 16 dicembre 1943. 

  145. Ibid. 

  146. Cfr. K. D. BRACHER, La dittatura tedesca. Origini, strutture, conseguenze del nazionalsocialismo, Bologna 1983; K. HILDEBRAND, Il Terzo Reich, Bari 1989. 

  147. L'italiano «imbelle e fannullone» era un vecchio stereotipo che in Germania aveva circolazione già prima del nazionalsocialismo. Durante la guerra esso aveva acquistato vigore sia a livello popolare sia tra i militari e i burocrati. Le vicende dell'8 settembre lo avevano caricato di un disprezzo e l'avevano diffuso anche in ambienti che sino allora non aveva toccato o aveva toccato solo marginalmente. In un rapporto di Anfuso da Berlino in data 10 febbraio 1944 sono riportate due pagine di una relazione mandata allo stesso Anfuso dal professor Zamboni che nei giorni precedenti era stato da lui inviato come osservatore a una «riunione culturale» che si era tenuta a Salisburgo. In essa si legge:
    «In occasione del mio recente viaggio a Salisburgo, dove ho partecipato al raduno dei docenti stranieri in Germania e in occasione di altre manifestazioni a Lipsia e di inviti in case pri- vate, spesso mi è capitato di intrattenermi con ufficiali tedeschi dell'esercito e dell'aviazione, con gerarchi del Partito nazionalsocialista e con funzionari di vari Ministeri del Reich.
    Spesso in queste conversazioni si è parlato dell'Italia, soprattutto degli avvenimenti politici e militari degli ultimi anni. Con vivo rincrescimento ho dovuto piú volte constatare che è assai diffusa l'opinione che una delle cause degli insuccessi nelle campagne di Grecia e d'Africa, anzi una delle principali cause siano stati l'atteggiamento politico, l'impreparazione, lo scarso senso di cameratismo degli ufficiali italiani. Si è addotto ad esempio, come cosa "assolutamente inconcepibile per un ufficiale tedesco" che ufficiali nostri abbandonando i propri reparti siano passati, sul fronte africano, al nemico. Si è lamentato, pure come fatto incomprensibile nella Germania d'oggi, che il trattamento dell'ufficiale italiano sia stato troppo diverso da quello del soldato, in modo da creare nella truppa la convinzione che "cameratismo", "spirito di sacrificio", ecc. fossero vuote parole. Tali considerazioni non erano il piú delle volte dettate da un atteggiamento ostile prevenuto nei riguardi dell'Italia; le persone con cui mi sono intrattenuto, sapendo di parlare con un ufficiale italiano, mi esponevano tali idee in tono piuttosto di dolorosa meraviglia.
    Tutt'altro invece lo spirito che informa molti discorsi di soldati, di borghesi, ecc. che ho potuto ascoltare nei treni, nei rifugi, negozi. Qui spesso c'è astio, odio, disprezzo. Già da un anno circola nel popolo la voce che il disastro di Stalingrado sia dovuto alla "vigliaccheria" dell'esercito italiano. Tale voce che, cosa strana, è stata insistente e diffusa già subito dopo il disastro, senza che nella stampa o in discorsi ufficiali vi si fosse accennato, ha avuto ora naturalmente una conferma nel messaggio di Capodanno del Führer, riempiendo di soddisfazione specie quegli strati del popolino che nutrono antipatia per gli italiani. Piú volte mi è capitato poi sentire dire che se nel popolo italiano ci fosse stato solo un poco di quello spirito di tenace resistenza al nemico di cui danno prova i polacchi e i cechi, i quali danno tanto filo da torcere alle truppe di occupazione, la guerra sarebbe andata diversamente.
    Noto poi che il processo di Verona ha suscitato nel popolo tedesco un'impressione assai piú profonda che non risulti dal rilievo dato ad esso dalla stampa tedesca nei commenti uniformi usciti immediatamente dopo la sentenza e le condanne. Ci si domanda spesso come mai i provvedimenti non siano stati presi molto prima. Si è lamentato che la condanna pronunziata ora abbia potuto destare l'impressione di un "assassinio legalizzato" (Justizmord) e offrire a circoli responsabili e alla stampa di altri paesi l'occasione a commenti sfavorevoli - si cita a tal proposito l'esaltazione della figura di Ciano fatta dalla stampa magiara.
    Per quanto riguarda la politica razziale specie da parte di persone che sono state in Italia, si osserva che essa è stata una burla e una truffa. Del resto per quel che concerne lo stesso popolo italiano, ho dovuto notare che si fa una netta distinzione fra la "razza italiana germanizzata" del Nord e quella inferiore, con forti infiltrazioni "negroidi" (!) del Sud. Specialmente velenose le critiche al popolo napoletano, critiche che risalgono a impressioni personali dettate da prevenzioni, false interpretazioni di piccoli fatti, e che hanno trovato incentivo nei commenti della stampa tedesca (in particolare di un giornale viennese) dopo l'occupazione di Napoli da parte degli anglo-americani». Cfr. ASMAE, RSI, Gabinetto, b. 31, Germania, fasc. 1, Affari politici, sottof. «Situazione politico-militare e relazioni italo-tedesche - Rapporti dell'Ambasciatore Anfuso». Dai rapporti delle SS risulta che l'odio contro «i porci di Badoglio» era diffuso anche tra i lavoratori e si manifesta non di rado con minacce e aggressioni ai prigionieri italiani impiegati nell'industria e nell'agricoltura, cosa che non avveniva nei confronti dei prigionieri di altri paesi. Cfr. G. SCHREIBER, Gli internati militari italiani ed i tedeschi (1943-1945), in Fra sterminio e sfruttamento. Militari internati e prigionieri di guerra nella Germania nazista (1939-1945), a cura di N. Labanca, Firenze 1992, p. 50. 

  148. Pochi giorni prima, il barone Steengracht a Vittorio Mussolini, che si era recato alla Wilhelmstrasse per «un amichevole scambio di vedute» sui rapporti italo-tedeschi e in particolare sulla situazione nelle «zone di operazioni», aveva detto esplicitamente che «le buone relazioni tra i due paesi dipendevano dalla fermezza con la quale la Rsi avrebbe combattuto l'agnosticismo», il «disfattismo» e il «compromessionismo» presenti nella sua amministrazione e punito i «traditori» e i «sospetti» del 25 luglio dai quali i tedeschi temevano potesse essere ordito un nuovo tradimento ai loro danni. Cfr. ADAP, s.E, VII, pp. 145 sgg.; W. F. DEAKIN, Storia della repubblica di Salò cit., p. 609.
    Sulla diffidenza e la sfiducia dei tedeschi nei confronti della Rsi e sul loro timore di «altri tradimenti» Anfuso sarebbe tornato in un successivo rapporto del 10 dicembre 1943: «Da certi accenni che mi sono stati qui fatti - scriveva a Mussolini - mi è parso di comprendere che non si è gradita la scomparsa della parola Fascismo dal nuovo nome della repubblica italiana. In un certo senso qui si nota che il movimento di ripresa fascista sembra essere soltanto limitato al Partito, mentre gli organi dello Stato pare vogliano ispirarsi ad un criterio agnostico o per lo meno solamente collaborazionistico. Questo sospetto insieme alla preoccupazione che il ripudio della parola Fascismo possa servire di pretesto ad una mentalità compromessionistica, inducono a riflettere sulle qualità stesse della collaborazione e spinge a delle riserve sugli avvenimenti di casa nostra...» (ASMAE, RSI, Gabinetto, b. 31, Germania, fasc. 1, Affari politici, sottof. «Situazione politico-militare e relazioni italo-tedesche - Rapporti dell'Ambasciatore Anfuso»). 

  149. Ivi. 

  150. Ivi. 

  151. Ivi, Anfuso a Mussolini, Berlino, 10 dicembre 1943. 

  152. Ivi, Anfuso a Mussolini, Berlino, 10 febbraio 1944; ADAP, s.E., VII, pp. 63 sg., Ritter a Hilger, 10 ottobre 1943. 

  153. Tra queste si possono ricordare la decisione di Hitler, il 30 settembre 1943, che i militari italiani non fossero piú definiti «prigionieri di guerra italiani» ma «internati militari italiani» e, un mese dopo, quella di mutare la denominazione (ma non le funzioni) della carica del generale R. Toussaint da «comandante militare dell'Alta Italia» in «plenipotenziario della Wehrmacht presso il governo fascista italiano». 

  154. Nello stesso telegramma con cui era detto che l'Italia dovesse formalmente essere trattata «da paese alleato e non occupato» all'affermazione che l'autorità e l'indipendenza del governo della Rsi dovevano essere «stabilite e rafforzate» faceva seguito il seguente passo: «nel conseguimento di questo scopo l'area operativa del comando e del Gruppo d'armate B deve essere limitata a determinate zone dietro il fronte del Comando sud e ad alcune zone sulle frontiere del nord-est, nord e nord-ovest per garantire le comunicazioni con la Germania e la Francia. L'intero restante territorio sarà affidato all'amministrazione del governo italiano; sono previste zone di operazione lungo le coste, ma saranno dichiarate tali solo in caso di sbarco nemico. Sino ad allora le zone costiere dipenderanno dall'amministrazione italiana» (ADAP, s.E, VII, p. 63 e anche pp. 71 sgg.). 

  155. Cfr. ivi, pp. 31 sgg., Moellhausen a von Ribbentrop, 6 ottobre 1943. 

  156. ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 62, fasc. 631/R, «Alessandro Pavolini», sottof. 1, «Appunti per il Duce», Pavolini a Mussolini, 6 ottobre 1943. 

  157. Dopo l'8 settembre le autorità tedesche, per un verso favorirono il rientro in Alto Adige degli optanti trasferitisi in Germania riammettendoli nel possesso delle loro vecchie proprietà legalmente cedute in base agli accordi italo-tedeschi del 1939 e che ora vennero espropriate agli italiani che le avevano acquistate; per un altro verso misero in atto una sistematica azione politica contro gli italiani, che indusse 70 mila circa di essi a trasferirsi fuori dalla regione, lasciando che gli allogeni altoatesini si appropriassero delle loro proprietà, anche di quelle possedute precedentemente al 1939.
    Appena conclusasi la guerra, già nel maggio 1945, Erich Amau, un altoatesino a suo tempo optante per la Germania, avrebbe subito costituito la Volkspartei. Secondo i servizi segreti italiani del tempo, tale iniziativa sarebbe stata ideata già da qualche tempo dal gauleiter Hofer in previsione, appunto, di una conclusione del conflitto sfavorevole alla Germania. Cfr. ACS, Real Casa, Ufficio del primo aiutante di campo di S.M. il Re, Sezione speciale, b. 125; MIN. GUERRA - SME - UFF. INFORMAZIONI, Situazione Stati esteri (al 20 luglio 1945), III, Austria, Allegato n. 1: Alto Adige, nonché, piú in generale, R. DE FELICE, Il problema dell'Alto Adige nei rapporti italo tedeschi dall'Anschluss alla fine della seconda guerra mondiale, Bologna 1973, pp. 91 sgg. 

  158. I primi a pensare concretamente agli italiani come forza lavoro da impiegare nell'economia di guerra tedesca furono quasi certamente Keitel e l'okw. Già il 16 settembre Kesselring e Rommel ricevettero da Keitel istruzioni perché catturassero prima che si costituisse il nuovo governo di Mussolini il maggior numero possibile di sbandati. Era il primo passo per il successivo avviamento in Germania. Secondo l'okw quattro-cinquecentomila «lavoratori» italiani avrebbero permesso di disimpegnare centocinquantamila operai tedeschi dell'industria e di metterli a disposizione dell'esercito. Cfr. ADAP, s.E, VII, pp. 325 e 353); nonché, piú in generale, G. SCHREIBER, I militari italiani internati cit., pp. 313 sgg. 

  159. Sui lavoratori civili in Germania cfr. B. MANTELLI, L'arruolamento di civili italiani come manodopera per il Terzo Reich dopo l'8 settembre 1943, in Fra sterminio e sfruttamento cit., pp. 227 sgg. 

  160. Per i rapporti tra amministrazione militare e ministero degli Armamenti e della produzione bellica piú che di concorrenza si può parlare, almeno sino alla primavera del 1944, allorché Speer riuscí ad avere sostanzialmente il sopravvento sui militari, di un vero e proprio contrasto. Cfr. E. COLLOTTI, L'amministrazione tedesca dell'Italia occupata (1943-1945), Milano 1963, pp. 109 sgg. In mancanza di uno studio sistematico sull'amministrazione tedesca in Italia, il libro del Collotti, pur invecchiato e non approfondendo aspetti significativi, è da tenere ancora presente. 

  161. Invano Mussolini a piú riprese fece presente a Rahn e a Hitler il discredito che questo comportamento procurava all'autorità e al prestigio del governo repubblicano. Cfr. per esempio MUSSOLINI, XLIII, pp. 98, 104 sg., 143. 

  162. Cfr. a questo proposito quanto Pavolini scriveva a Mussolini il 30 novembre 1943 dopo un incontro con Rahn. ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 62, fasc. 631/R, «Alessandro Pavolini», sottof. 1, «Appunti per il Duce». 

  163. R. RAHN, Ambasciatore di Hitler a Vichy e a Salò cit., pp. 283 sg. 

  164. Cfr. in particolare ibid., pp. 284 sgg.; D. PELLEGRINI-GIAMPIETRO, L'oro di Salò, in A. NORELLI, Il ministro Domenico Pellegrini-Giampietro nel tramonto del fascismo cit., pp. 110 sgg.; G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., pp. 56 sg.
    Concluso l'accordo con Rahn, Pellegrini Giampietro riuscí a trovare una base d'intesa anche per la riserva aurea della Banca d'Italia che i tedeschi dopo l'8 settembre avevano prelevato come preda bellica e trasferito a Milano in attesa di essere portata in Germania. Con l'aiuto del governatore della Banca d'Italia Vincenzo Azzolini fu ottenuto che l'oro fosse riconosciuto di proprietà italiana (e in quanto tale fu utilizzato, oltre che per il pagamento della «contribuzione di guerra» concordata tra Rahn e Pellegrini Giampietro, per ripianare alcuni crediti fatti dai tedeschi alla Rsi, per restituire un'anticipazione fatta nel 1940 da un gruppo di banche svizzere all'Istituto nazionale dei cambi con l'estero e per far fronte alle spese delle rappresentanze diplomatiche all'estero) e portato, invece che in Germania, a Fortezza, in Alto Adige, dove nel maggio 1945 sarebbe stato recuperato dagli Alleati e riportato a Roma, insieme alla parte di esso (33 443 kg) che i tedeschi avevano portato in Germania nel 1944. Cfr. La Banca d'Italia tra l'autarchia e la guerra 1936-1945, a cura di A. Caracciolo, Bari 1992, pp. 76 sgg. e 399 sgg.; nonché L. KLINKHAMMER, L'occupazione tedesca in Italia cit., pp. 125 sgg. 

  165. Secondo Pellegrini Giampietro, le spese complessive della Rsi ammontarono a 359,6 miliardi, 189 dei quali per il «contributo di guerra» pagato ai tedeschi e 170,6 per le proprie spese ordinarie e straordinarie, il tutto a faccia di 380,5 miliardi di entrate. Cfr. A. NORELLI, Il ministro Domenico Pellegrini-Giampietro nel tramonto del fascismo cit., pp. 119 sg. 

  166. Su 137 miliardi e 840 milioni autorizzati la valuta stampata fu pari a 110 miliardi e 881 milioni. Cfr. ibid., p. 121. 

  167. Cfr. «Il Globo», 6 giugno 1945 (dichiarazioni del ministro del Tesoro Soleri); «Il Popolo», 25 agosto 1945 (dichiarazioni del senatore statunitense Victor Wickeshum, presidente di una commissione di senatori americani in visita a Milano). 

  168. Cfr. E. COLLOTTI, L'amministrazione tedesca dell'Italia occupata cit., pp. 135, 228 sg. e 248 sgg. 

  169. Da parte tedesca si era pensato sin dai primi di ottobre alla introduzione di una sorta di controllori che potessero «impartire ordini» ai prefetti sulla base delle istruzioni dei comandanti di presidio competenti e «proteggere la prefettura, e i comuni e le città» siti nella loro giurisdizione «da ingiustificati desideri e richieste di unità tedesche e di uffici fascisti» (ibid., p. 249). La penuria di ufficiali da destinare ad un simile compito aveva allora però reso pressoché inapplicabile l'idea. Dopo l'abbandono, nell'estate 1944 di Roma e di Firenze, essendo maggiore la disponibilità di ufficiali e moltiplicandosi le accuse di «inettitudine» e di «mancanza di buona volontà» nei confronti dell'amministrazione italiana, l'idea tornò sul tappeto e il dipartimento centrale dell'amministrazione militare tedesca caldeggiò che in ogni provincia questa provvedesse all'«insediamento di un [proprio] funzionario superiore, come controfigura del prefetto italiano» (ibid., p. 136 nota). 

  170. Cfr. ibid., pp. 109 sgg. 

  171. Cfr. ibid., pp. 156 sgg.; nonché R. RAHN, Ambasciatore di Hitler a Vichy e a Salò cit., pp. 325 sg. 

  172. Li si veda in ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 16, fasc. 91/R, «Rapporti Italo Tedeschi», nonché in Appendice, Documento n. 9. 

  173. ASMAE, RSI, Gabinetto, b. 31, Germania, fasc. 1, Affari politici, sottof. «Situazione politico-militare e relazioni italo-tedesche - Rapporti dell'Ambasciatore Anfuso», Anfuso a Mussolini, Berlino, 10 febbraio 1944. 

  174. Cfr. G. SCHREIBER, I militari italiani internati cit., e in particolare pp. 791 sgg. 

  175. In calce al verbale di una riunione a Roma, il 17 gennaio 1944, tra Kesselring, Rahn, Toussaint, Dollmann e Graziani, questi osservava che essa aveva rivelato chiaramente che Kesselring, mentre era riluttante «verso i propositi italiani di portare in linea le costituende divisioni repubblicane, mostrava una "spiccata tendenza" ad inglobare "piccoli reparti autonomi" nell'insieme delle truppe tedesche e giustificava questo suo atteggiamento con l'argomento che "solo in questo modo ce ne [potesse] garantire il rendimento"». Cfr. ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 68, fasc. 642/R, fasc. «Ministero della Difesa nazionale» (poi delle Forze armate), sottof. 6, «Colloqui Graziani-Kesselring». 

  176. Da due relazioni sull'attività della Missione militare italiana in Germania, a firma dell'addetto militare gen. Umberto Morera, una del 27 dicembre 1944 e l'altra relativa ai mesi di gennaio-febbraio 1945, risulta che i militari italiani incorporati a vario titolo nelle forze armate tedesche erano ancora, nonostante un certo numero di «recuperi» o di rimpatri, circa 140 mila. Quanto ai contingenti repubblicani, i piú consistenti erano i reparti combattenti con il Gruppo Armate Sud-Est (20 mila uomini circa) e con il Gruppo Armate Est (tremila uomini circa), i reparti nebbiogeni (2942 uomini dislocati a Wilhelmshafen, Gotenhafen, Fedderwardergroden), la Legione volontari «Creta» (4557 uomini, compresi 1428 presso reparti tedeschi e 757 lavoratori) e i contingenti nelle fortezze francesi (Isole del Canale, Lorient, foce della Gironda, St. Nazaire e La Rochelle, 922 uomini 289 dei quali della Marina). ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 22, fasc. 153/R, «Missione militare italiana in Germania», sottof. 6, «Relazioni sull'attività svolta» e b. 39, fasc. 347/R, «Grandi unità», sottof. 19, «Missione militare in Germania e Ufficio dell'Addetto militare». 

  177. Secondo la ricostruzione dello Schreiber (I militari italiani internati cit., pp. 434 sgg.) su un milione circa di militari italiani, i rimasti «fedeli all'alleanza» furono inizialmente circa 186 mila, 13 mila in Italia il resto tra quelli colti dall'armistizio fuori d'Italia. Il loro numero andò però via via diminuendo, tanto che tra febbraio e luglio del 1944 alcuni comandi tedeschi proposero di disarmare le loro unità considerandole infide ed inefficienti. «Fedeli all'alleanza» si dichiararono un certo numero di militari che si sentivano veramente tali, altri solo per sfuggire alla cattura e alla prigionia in Germania, ancora, specie per coloro che si trovavano nei Balcani, per non arrendersi o passare ai partigiani locali. 

  178. Il «bottino di guerra» fatto in Italia fu molto piú ricco di quello fatto dai tedeschi in qualsiasi altro paese, Francia compresa. Cfr. ibid., p. 289. 

  179. Cfr. E. AMICUCCI, I 600 giorni di Mussolini cit., p. 69. 

  180. J. GOEBBELS, Diario intimo cit., pp. 627 sg. 

  181. Cfr. Führer Conferences, 1943 cit., p. 148 (19-20 dicembre 1943). 

  182. ADAP, s.E, VII, p. 414. 

  183. Cfr. G. SCHREIBER, I militari italiani internati cit., p. 601. 

  184. Cfr. ibid., p. 478. 

  185. ASMAE, RSI, Gabinetto, b. 31, Germania, fasc. 1, Affari politici, sottof. «Situazione politico-militare e relazioni italo-tedesche - Rapporti dell'Ambasciatore Anfuso», Anfuso a Mussolini, 10 dicembre 1943. 

  186. Riferendo sugli effetti dei bombardamenti alleati e in particolare su quello su Berlino di pochi giorni prima, Anfuso, nel già citato rapporto del 10 dicembre 1943, scriveva a Mussolini: «Alla immane opera di sgombero delle macerie hanno provveduto grossi gruppi di soldati italiani internati in Germania, tristi schiere - sí è il termine adatto - che sono apparse su tutte le strade della città a popolarne con il loro aspetto già squallido le sinistre rovine. A chiunque abbia cuore di italiano, ed anche ai tedeschi che hanno sentimenti di ammirazione per la nostra civiltà, ha stretto il cuore vedere questi italiani in un arnese che non è né militare né civile, ma semplicemente misero, errare nella città devastata. Comunque i 100 000 "Badoglio-Truppen", come generalmente sono stati chiamati, hanno reso grandi servizi ed hanno molto aiutato a ridare alla città quell'ordine almeno apparente cui dianzi ho accennato». Dopo di che, allargando il discorso, aggiungeva: «La situazione adesso è la seguente; gli internati hanno ora tutti in mano o una pala o una scopa...» 

  187. Cfr. Processo Graziani cit., I, pp. 258 sg. 

  188. Cfr. E. CANEVARI, Graziani mi ha detto cit., pp. 286 sg. 

  189. Cfr. ibid., p. 288; R. GRAZIANI, Ho difeso la patria cit., p. 425. 

  190. Cfr. MUSSOLINI, XXXII, p. 205. 

  191. Cfr. R. LAZZERO, Le SS italiane, Milano 1982, pp. 17 sgg.; G. SCHREIBER, I militari italiani internati cit., pp. 429 sgg., 475 sg., e passim. 

  192. Cfr. F. W. DEAKIN, Storia della repubblica di Salò cit., p. 569 (telegramma di Rahn a Berlino inviato il 29 settembre dopo un colloquio avuto lo stesso giorno con Mussolini). 

  193. Ibid., p. 571. 

  194. Graziani partí dall'Italia, in aereo, il 9 ottobre e vi fece ritorno il giorno dopo. Incomprensibilmente sia lui che Canevari nelle loro deposizioni e nei loro scritti post-bellici collocano invece il viaggio rispettivamente al 13-14 e al 12-13 ottobre. 

  195. Le si veda in MUSSOLINI, XXXII, pp. 205 sgg. 

  196. Cfr. R. GRAZIANI, Ho difeso la patria cit., pp. 432 sgg. e 436 sgg.; Processo Graziani cit., I, pp. 261 sgg.; E. DOLLMANN, Roma nazista, Milano 1951, pp. 275 sgg.; ADAP, s.E, VII, pp. 63 sg. (Ritter a Hilger per Rahn, Berlino, 10 ottobre 1943); Kriegstagebuch des Oberkommandos der Wehrmacht 1940-45, Frankfurt am Main 1963, III, pp. 1186 sgg. 

  197. Cfr. G. SCHREIBER, I militari italiani internati cit., p. 478. 

  198. Il 9 ottobre, lo stesso giorno dell'arrivo di Graziani, l'OKW stava preparando il testo di una lettera di Hitler per Mussolini (poi non inoltrata) nella quale era affermato che «gli internati militari" potrebbero eventualmente rappresentare un pericolo" e, quindi, non dovevano «essere presi in nessuna considerazione ai fini della ricostituzione dell'esercito» (ibid., pp. 479 sg.). 

  199. Cfr. ibid., p. 499. 

  200. Cfr. su di esse ibid., pp. 483 sgg.; E. CANEVARI, Graziani mi ha detto cit., pp. 288 sgg.; nonché ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 71, fasc. 643/R, «Ministero della Difesa nazionale-Sottosegretariato per l'Esercito», sottof. 1, «Costituzione del nuovo esercito repubblicano».
    Sia la Luftwaffe sia soprattutto la Kriegsmarine videro sostanzialmente di malocchio i propositi italiani di ricostituire l'Aeronautica e la Marina. Dönitz, a cui il sottosegretario F. Ferrini sottopose all'inizio del gennaio 1944 un memoriale ad hoc rispose senza troppe perifrasi che la ricostituzione della Marina italiana avrebbe disturbato «sensibilmente» le operazioni di quella tedesca nel Mediterraneo costringendola ad impegnare uomini e mezzi senza un'immediata utilità militare e che pertanto non era in larga misura realizzabile (ACS, Min. Marina, Gabinetto 1934-50, b. 641, fasc. 15). In effetti la Marina tedesca avrebbe voluto assorbire insieme alla Wehrmacht, i mezzi e il personale italiano. Sulle stesse posizioni, ma in forme meno drastiche era anche la Luftwaffe che, un po' per la propria, scarsa prima e inesistente poi, presenza in Italia, un po' per la fermezza con la quale Mussolini difese l'Aeronautica repubblicana, finí per accettarne l'esistenza autonoma. Cfr. K. GUNDELACH, Die deutsche Luftwaffe im Mittelmeer 1940-1945, Frankfurt 1981, pp. 742 sgg., 830 sgg.; MUSSOLINI, XLIII, pp. 168 sg. 

  201. G. SCHREIBER, I militari italiani internati cit., pp. 481 sg. Il passo continua con questa interessante precisazione (pp. 482 sg.):
    «È significativo che l'ordine di Hitler, di "iniziare subito con il reclutamento di internati militari", fu trasmesso già il 15 ottobre, ossia ancor prima dell'arrivo di Canevari. In questa direttiva inviata a tutti i comandi di Regione militare si precisava: "Il Führer ha ordinato la costituzione di formazioni italiane con internati militari". E avrebbero potuto partecipare alla relativa azione di propaganda anche le locali organizzazioni fasciste, qualora ritenuto che un loro intervento sarebbe valso ad assicurare un maggiore successo. Per questo motivo si dovevano ricuperare dai lager i fascisti e gli appartenenti alla Milizia adatti come propagandisti. Elementi che avrebbero poi organizzato la loro campagna sotto il controllo di un ufficiale tedesco o del delegato dell'Ufficio propaganda del Comando supremo della Wehrmacht. Quelli che apparivano problematici erano i criteri di selezione, dato che questi stabilivano genericamente di rifiutare gli internati militari che davano adito a dubbi per quanto concerneva la sicurezza. Con una riserva tanto vaga i tedeschi potevano quindi regolare a proprio piacimento tempi e modalità di quella selezione. La preferenza nella scelta andava data agli italiani insigniti di decorazioni al valore tedesche... agli ex appartenenti alla Milizia, all'8ᵃ Armata italiana, impegnata in Unione Sovietica... e a quelli delle classi piú giovani. I tedeschi si mostrarono particolarmente severi con quegli internati militari - e non erano pochi - che facevano una propaganda contraria: questi dovevano essere 'isolati' o 'messi al sicuro'». 

  202. Contrariamente a quello che si crede, l'instaurazione del regime repubblicano non fu accolta da un buon numero di ufficiali, anche superiori, con ostilità. A determinare questo atteggiamento concorse certamente l'opportunismo di molti di essi, in particolare di quelli che si tro- vavano a Roma e che - non a caso - presero le distanze dalla Rsi allorché si sarebbero trovati nella condizione di doversi trasferire al Nord. Per altri le iniziali simpatie per la repubblica furono però sincere e si dissolsero solo allorché questa, deludendo le loro speranze, assunse un carattere nettamente fascista e la guerra civile prese il sopravvento sulla guerra «per il riscatto dell'onore nazionale». 

  203. Lo si veda in A. TAMARO, Due anni di storia cit., II, pp. 298 sg. 

  204. Cfr. G. PISANÒ, Storia delle forze armate della Repubblica sociale italiana cit., III, pp. 1700 (testimonianza del generale N. Nicchiarelli). 

  205. MUSSOLINI, XXXII, p. 255. 

  206. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., pp. 43 sg. 

  207. Ibid., pp. 54 sg. 

  208. Cfr. ibid., pp. 57 sg.; E. CANEVARI, Graziani mi ha detto cit., pp. 291 sg. e, per i testi del provvedimento di scioglimento delle Forze armate regie e la creazione di quelle repubblicane e della «legge fondamentale delle Forze armate» preparati da Canevari, pp. 312 sgg.; ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 57, fasc. 627/R, «Udienze del duce». 

  209. Cfr. su di essa G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., pp. 58 sg.; Processo Graziani cit., I, pp. 259 sg.; E. CANEVARI, Graziani mi ha detto cit., p. 292. 

  210. MUSSOLINI, XXXII, pp. 8 sg. 

  211. Secondo R. GRAZIANI, Ho difeso la patria cit., pp. 425 sg., l'animatore della campagna sarebbe stato Farinacci che avrebbe nutrito la segreta aspirazione di prendere il suo posto di ministro della Difesa nazionale. 

  212. Cfr. G. BUFFARINI GUIDI, La vera verità. I documenti dell'archivio segreto del ministro degli Interni Guido Buffarini Guidi dal 1938 al 1945, Milano 1970, pp. 122 sg. 

  213. Cfr. ibid., pp. 117 sgg. 

  214. Cfr. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., p. 78. 

  215. ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 57, fasc. 627/R, «Udienze del duce». 

  216. Cfr. E. CANEVARI, Graziani mi ha detto cit., pp. 293 sg. Canevari aggiunge che la sera del suo terzo colloquio con Mussolini (quello a seguito della telefonata di Graziani) sarebbe arrivato alla Rocca Ricci per esporre il suo punto di vista e che Mussolini gli avrebbe dato ragione. In realtà Ricci vide Mussolini il 6 pomeriggio dopo che questi era tornato a Gargnano. 

  217. Cfr. ibid., p. 294; G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., pp. 92 sg., che anche questa volta sbaglia la data, collocando la riunione sotto quella del 15 novembre. 

  218. Cfr. ibid., pp. 93 sgg.; E. CANEVARI, Graziani mi ha detto cit., pp. 294 sg. 

  219. Dai ruolini delle udienze di Mussolini risulta che questi ricevette Ricci nella mattinata del 7 e nel pomeriggio dell'11, Gambara e Canevari nel pomeriggio dell'8. ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 57, fasc. 627/R, «Udienze del duce». 

  220. Secondo quanto il colonnello Jandl avrebbe riferito in un rapporto del 22 gennaio 1944, Dolfin era una sorta di «punto avanzato» di Buffarini Guidi (BM, RH 2, b. 1663, bl. 19-32) e cioè del vecchio apparato del ministero dell'Interno che, nei quarantacinque giorni del governo Badoglio non si era certo comportato fascisticamente, ma che costituiva il vero punto di forza di Buffarini Guidi. Sui precedenti di Dolfin tra il 25 luglio e l'8 settembre cfr. A. GUARNIERI, Dal 25 luglio a Salò cit., pp. 28 sgg., e presso Mussolini (cfr. F. W. DEAKIN, Storia della repubblica di Salò cit., p. 611). Per i progetti di Pavolini e di Ricci di assorbimento nella Milizia delle attività di polizia si ricordi quanto il secondo dei due avrebbe detto nel suo intervento al congresso di Verona. 

  221. Secondo E. GALBIATI, Il 25 luglio e la M.V.S.N., Milano 1950, p. 285, Mussolini ricevendo l'8 novembre l'ex comandante della Milizia gli avrebbe prospettato l'opportunità che riassumesse funzioni direttive nella Gnr. 

  222. Cfr. G. SCHREIBER, I militari italiani internati cit., pp. 490 sgg.; E. CANEVARI, Graziani mi ha detto cit., pp. 297 sgg. 

  223. ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 27, fasc. 153, «Missione militare in Germania», copia di una relazione al comando generale della Milizia del primo seniore Taccetti. 

  224. Cfr. E. CANEVARI, Graziani mi ha detto cit., p. 298; G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., pp. 129 sg. 

  225. Cfr. E. CANEVARI, Graziani mi ha detto cit., p. 298. 

  226. Nel già citato rapporto del colonnello Jandl del 19 novembre 1943 si legge tra l'altro:
    «Gli ufficiali dell'esercito italiano... hanno compreso di dover entusiasmare il Duce per la formazione di un nuovo esercito italiano di piú grande misura e sono riusciti a prospettargli ciò come la via per la riabilitazione dell'onore italiano, al comando del quale siede ancora al Ministero della Guerra la massima parte della vecchia gente, ha mirato ad assimilare la sempre invisa ex Milizia... In ogni caso ritengo conveniente, se necessario anche da parte della Wehrmacht, sostenere Ricci nella sua posizione... La Milizia è l'unica idea in Italia che in genere ha ancora qualche forza di attrazione... Il Duce è completamente conquistato da Gambara e Canevari che gli danno l'illusione del sogno di un risorto grande esercito italiano, che deve lavare il tradimento di Badoglio mediante gloriose azioni militari. Quale premessa e condizione per il raggiungimento di questa meta, i due pretendono dal Duce la guida unitaria del comando, cioè la liquidazione della Milizia. Il generale Gambara e il generale Canevari sono i due piú forti esponenti dell'opposizione alla Milizia nell'esercito. Gambara viene indicato da molti come un opportunista, il quale ha fatto la scelta per l'Asse in base al suo soggiorno concessogli al tempo del tradimento di Badoglio, sotto il suo comando, nel nuovo Ministero della difesa nazionale stanno vecchi badogliani e ufficiali di stato maggiore che non potevano piú trovare un'altra parte dove buttarsi... Canevari, che si dà ora quale amico del tutto radicale dei tedeschi, è un uomo che è pronto a tutto per soddisfare la sua ambizione e la sua brama di denari. Egli viene indicato come vecchio antifascista. In ciò non cambia niente che egli, nel periodo di tempo dopo il suo ritiro dallo stato maggiore e dal servizio attivo per 'irregolarità amministrative', sia stato collaboratore militare di Farinacci nel 'Regime fascista'». 

  227. Varata la Gnr fu avviata dal partito una sistematica azione in questo senso. Pavolini, il 30 novembre, si affrettò ad accusare presso Mussolini Canevari per quanto questi aveva detto in Germania sulla «morte» del fascismo e per aver caldeggiato una formula di giuramento di fedeltà dei militari «al maresciallo Graziani» e non a lui. Sulla base di queste accuse e facendo leva sulla delusione di Mussolini (e in parte anche di Graziani) per l'insuccesso della sua missione in Germania Canevari sarebbe stato di lí a poco allontanato dal ministero della Difesa e infine arrestato e condannato «per azione antitedesca e antifascista». Ugualmente allontanato dallo stato maggiore dell'Esercito sarebbe stato con una manovra non molto diversa a metà marzo del 1944 anche Gambara che dell'«apoliticità» dell'Esercito era un deciso sostenitore e - a quanto nell'immediato dopoguerra avrebbe detto a Sardi - avrebbe condizionato con Mussolini ad essa la sua accettazione della carica di capo di stato maggiore. Poco tempo prima pare che Pavolini, Buffarini Guidi e Farinacci avessero addirittura pensato ad una liquidazione anche di Graziani e a una sua sostituzione col generale Guzzoni, che però aveva rifiutato di prestarsi alla manovra. Cfr. ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 62, fasc. 631/R, «Alessandro Pavolini», sottof. 1, «Appunti per il Duce»; E. CANEVARI, Graziani mi ha detto cit., pp. 300 sgg.; U. PICCINI, Una pagina strappata, Roma 1983, pp. 120 sg.; Processo Graziani cit., III, p. 1295; A. SARDI, ... Ma non s'imprigiona la storia cit., p. 616. 

  228. Sulle reazioni negative suscitate da questa nomina cfr. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., p. 163. 

  229. Cfr. ibid., pp. 96 e 100. 

  230. Cfr. Appendice, Documento n. 10 (riunione del 24 novembre 1943). 

  231. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., pp. 116 sg. 

  232. Ibid., p. 85. 

  233. Ibid., pp. 143 sg. 

  234. Ibid., p. 85. 

  235. Ibid., p. 191. 

  236. Ibid., p. 178. 

  237. Per un caso particolare, ma significativo, quello veneziano cfr. La Resistenza nel Veneziano cit., p. 167 («Gli impossibili conciliatorismi. Un tentativo di 'Unione Sacra'»). 

  238. Relazione sull'opinione pubblica a Milano, ecc., Dicembre 1943, in Archivio F. Fuscà. 

  239. ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 26, fasc. 182/R, «Umberto Bianchi». 

  240. Tipica in questo senso è un'annotazione di G. PAPINI nel suo Diario cit., pp. 165 sg., alla data del 23 marzo 1944: «È opinione di molti che, dopo l'esperienza del 26 luglio, Mussolini, tornando, non avrebbe dovuto riprendere il nome, i metodi, gli uomini del Fascismo ma inaugurare un periodo nuovo (anche se, nella sostanza, simile). Punto e daccapo. Avrebbe dovuto parlare soltanto di Repubblica sociale, convocare la Costituente, appellarsi a tutti gl'italiani e invece di minacciare fucilazioni ai renitenti (minaccia che ingrossa di continuo le bande dei ribelli) fare una leva in massa di volontari dai diciotto ai sessant'anni. Avrebbe forse ripreso in mano gran parte della nazione». 

  241. Il Pfr, scriveva il Nistri, «raccolga pure nella forma piú ortodossa la dottrina e la difesa di tutto il passato originario del fascismo; epuri le sue file, diventi uno strumento snello e sano; attui la propaganda piú estremista nei riguardi della guerra, ma non sia piú sostanzialmente il partito unico, bensí divenga il partito ufficiale. Ma nessuna interferenza nei compiti di polizia, nessuna violenza illegale. La sua stampa divenga la stampa ufficiale, pur mantenendosi fedele a quel sano concetto che un giornale deve rispecchiare la personalità politica del direttore, il quale anche nel partito rappresenta e realizza una determinata corrente ed un determinato indirizzo politico.
    Anche se non si vuole giungere al riconoscimento ufficiale di altre tendenze divergenti - proseguiva il Nistri - [è necessario] tollerare, ed anzi segretamente eccitare, il sorgere di uno o due al massimo movimenti, il piú importante dei quali potrebbe essere quello già in gestazione come “Movimento unitario dei lavoratori e dei combattenti italiani”, che raccogliesse quella vasta massa del popolo e soprattutto quei combattenti e quei lavoratori, primi fra essi quelli del pensiero - alcuni dei quali di chiara fama - che, pur avendo varie provenienze politiche, rappresentano il grande spazio che intercorre tra il Pfr ed il gruppo delle forze antinazionali, spazio che, pur essendo o pur potendo diventare sempre piú favorevoli all'Italia repubblicana, non è fascista o per lo meno non lo è nel senso ufficiale della parola» (in Archivio P. F. Nistri). 

  242. «Fronte unico», il cui comitato direttivo era composto da Eugenio Carbone, Mario Cassiano e Giso Danese, era stato pubblicato prima a Roma, da dove si era trasferito a Venezia. In una nota interna del ministero dell'Interno in data 14 febbraio 1944 nella quale si dava notizia della sua sospensione si legge: «da indiscrezioni venute fuori dagli stessi ambienti del giornale, si sa che l'articolo ha avuto, fra l'altro, lo scopo di scuotere la posizione del Ministro Pavolini, il quale, secondo lo stesso parere dei giornalisti del “Fronte Unico”, non accenna a volere lasciare la carica politica pur sapendo di essere una delle figure piú impopolari del nuovo Governo» (ACS, Min. Interno, Direz. gen. PS., Segreteria part. del Capo della polizia, RSI, b. 39). 

  243. Cfr. Mussolini il fascista, I, pp. 169 sg. 

  244. MUSSOLINI, XXXII, pp. 275 sg. 

  245. Tipico il caso del Veneziano dove speculatori locali e delle provincie finitime spargevano notizie false «per intimidire i contadini e convincerli a cedere loro la farina, il grano e le derrate alimentari in genere, affermando che 'i tedeschi portano via tutto'». Cfr. La Resistenza nel Veneziano cit., p. 175. 

  246. In un «promemoria per il Duce» in data 16 marzo 1944 il Capo della polizia tracciava un vivido quadro delle conseguenze prodotte nel giro di pochi mesi da questo stato di fatto:
    «La situazione dell'ordine pubblico nel territorio dello Stato è tutt'altro che soddisfacente, specie nelle campagne di alcune provincie, dove il fenomeno della guerra dei partigiani ha assunto forme allarmanti che non possono in modo assoluto e non dilazionabile essere trascurate sen- za correre pericoli assai gravi. La Direzione Generale della P.S. ha segnalato il fenomeno assai tempestivamente e quando non era proprio impossibile mettere insieme pochissime migliaia di uomini allenati, armati ed equipaggiati per tal genere di azioni; oggi il problema è molto piú complesso ma non insolubile.
    La Direzione Generale della Polizia non sa e non ha mai saputo la disponibilità di uomini della G.N.R. e pertanto non ha mai potuto funzionare altro che come organo segnalatore; mentre prima, avendo il quadro giornaliero delle situazioni politiche delle provincie, degli incidenti e delle forze disponibili era in grado di coordinare gli sforzi, con opportuni spostamenti di uomini giudicando, con visione non unilaterale - come spesso accade nelle provincie - la situazione dell'ordine pubblico. Fino a quando non esisterà uno stretto, quotidiano collegamento tra la Direzione Generale di Polizia e Comando Generale della G.N.R., la prima non potrà che continuare ad essere organo segnalatore ed il secondo non potrà che agire inorganicamente.
    La situazione degli organi centrali che presiedono alla sicurezza del paese si ripercuote, naturalmente, nelle provincie con effetti tanto evidenti da rendere superflua ogni parola al riguardo.
    Il fenomeno assume poi carattere acuto quando si renderebbero necessari interventi interprovinciali per domare situazioni gravi. Chi prende l'iniziativa, chi comanda?
    In Romagna, per esempio, e particolarmente nella provincia di Forlí, i comuni sono praticamente in mano dei ribelli che compiono violenze e delitti d'ogni genere. L'azione repressiva non può, anche se esistessero mezzi, essere condotta dalla provincia di Forlí ma, sincronicamente, dalle provincie contermini della Romagna e della Toscana. Fino a qualche mese fa - e la Direzione Generale di Polizia non mancò di segnalare - il fenomeno, nella provincia di Forlí, aveva carattere di vero e proprio banditismo; oggi, invece, dato che la situazione è stata completamente trascurata, ci troviamo di fronte a gruppi molto bene armati e numerosi che dominano le sparute forze di polizia e contro i quali occorrerebbe organizzare una vera e propria azione militare.
    Situazione ancora piú grave si verifica nella provincia di Cuneo che raccolse i resti della 4ª Armata. Le reiterate allarmanti segnalazioni, fatte anche per le provincie di Vercelli, Novara, Asti, sono sempre rimaste lettera morta.
    La lotta contro i partigiani è un fenomeno politico-militare interessante in sommo grado la vita dello Stato repubblicano e se è bensí vero che è strettamente legato alla guerra non può per questo essere lasciato a libito della attività e capacità dei capi delle provincie, né alle iniziative di organi della G.N.R.; dev'essere invece affrontato dagli organi centrali e curato senza ulteriori indugi. Le popolazioni delle provincie infestate dai ribelli sono veramente terrorizzate ed invocano l'intervento dei poteri dello Stato, la carenza dei quali allontana ogni simpatia o semplice benevola disposizione verso il Governo Repubblicano.
    Questo effetto, non ultimo da considerare ai fini della politica generale, è aumentato di intensità in questi ultimi tempi e specie da quando la propaganda ha fatto conoscere lo stato di avanzatissimo inquadramento della G.N.R.
    La gente si domanda come non sia ancora possibile, se è vero che la G.N.R. dispone di piú di centomila uomini inquadrati ed armati, affrontare e debellare il ribellismo e si chiede se per caso non si tratti di bluff.
    Nei centri urbani, specie nei piú grandi, le preoccupazioni per l'ordine pubblico sono relativamente minori, sia per la presenza di reparti germanici e sia per quella della polizia che, non adatta, per allenamento, equipaggiamento ed armamento, alla lotta nelle campagne, può essere impiegata bene in città. Una ripartizione, dunque, piú razionale delle forze delle G.N.R. ed in armonia con le altre forze di polizia potrebbe essere fatta, ma il Ministero dell'Interno, a tutt'oggi, ignora forza e ripartizione per territorio della G.N.R.
    Esso dunque deve declinare ogni responsabilità in tutto quanto potrà accadere in un prossimo avvenire; ma continuerà lo stesso a seguire con particolare cura le situazioni provinciali per essere in grado, in qualsiasi momento, di fornire tutti gli elementi utili per una lotta a fondo contro i partigiani» (ACS, RSI, Min. Interno, Direz. gen. PS, Segreteria part. del Capo della Polizia, b. 56).
    Nel marzo 1944 la forza della Gnr era all'incirca di 135 mila uomini che, ricalcando in parte lo schema organizzativo delle Milizie e dei carabinieri, erano suddivisi in una molteplicità di comandi regionali, provinciali e di gruppo (140 circa), in 662 guarnigioni, oltre cinque-seicento stazioni, 12 battaglioni addetti all'ordine pubblico e 5 motorizzati, 6 legioni di frontiera, 18 forestali e piú di cento distaccamenti di polizia speciale oltre a una serie di reparti di supporto. Una massa di uomini tutt'altro che trascurabile, ma in buona parte suddivisa in tanti rivoli e, dunque, militarmente molto meno significativa di quel che a prima vista può apparire e sulla quale i tedeschi tendevano ad esercitare un sempre piú stretto controllo organizzativo ed operativo.
    Per un quadro della situazione quale si era sviluppata ai primi di gennaio 1945 si veda G. BUFFARINI GUIDI, La vera verità cit., pp. 171 sgg. dove è riprodotta una relazione a Mussolini di Buffarini Guidi nella quale questi, ripercorrendo i rapporti tra il ministero dell'Interno, il Pfr e la Gnr sino a quei giorni, attribuiva «alla cattiva volontà, ai preconcetti ideologici, ad un malinteso senso di orgoglio rivoluzionario» dei dirigenti del Pfr e della Gnr «chiamati a rendere esecutive le Vostre direttive» la sistematica opera di denigrazione condotta contro la polizia del partito e dalla Gnr, che si era fatta un punto d'onore l'aver «sempre tenuto ad affermare clamorosamente la sua totalitaria indipendenza e autonomia» dal ministero dell'Interno. In questa situazione, per Buffarini Guidi, era stato un vero e proprio miracolo che le forze di polizia fossero riuscite a mantenere «grosso modo» l'ordine pubblico «limitatamente ai centri urbani», contenendo cosí in qualche misura «le conseguenze deleterie prodotte dalla preconcetta, metodica, martellante denigrazione messa in atto dal partito a carico di tutto quanto è emanazione diretta o indiretta del governo». 

  247. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., p. 33. 

  248. MUSSOLINI, XXXII, p. 273. 

  249. G. BARONI, Repubblicani sí, ma fascisti, in «Il Gazzettino», 17 dicembre 1943. 

  250. Cfr. A. PRETI, Note sulla Repubblica Sociale Italiana: assetto e rappresentazione del potere politico nelle provincie dell'Emilia, in Al di qua e al di là della Linea Gotica 1944-45. Aspetti sociali, politici e militari in Toscana e in Emilia Romagna, a cura di L. Arbizzani, Bologna-Firenze 1993, pp. 503 sg. 

  251. Il 24 ottobre 1943 Buffarini Guidi scriveva a questo proposito a Mussolini: «Il Partito fascista repubblicano per la sua recente e rapida formazione non ha avuto finora alcuna possibilità di procedere a una necessaria, oculata revisione delle funzioni politiche e morali dei suoi aderenti. I suoi odierni 250 000 iscritti sono quantità e non qualità. Essi sono una impressionante 'eterogeneità' che, se da una parte può essere utile ai fini di una rappresentanza sociale, è dannosa ai fini della necessaria unità dell'indirizzo politico. Moltissimi iscritti, soprattutto i piú in vista, rappresentano lo scarto di quello che fu il partito fascista nel passato e sono riguardati dalle popolazioni con disgusto, con disprezzo e qualche volta con vero e proprio terrore» (cfr. G. BOCCA, La repubblica di Mussolini cit., p. 79). 

  252. «Se l'Inghilterra pagasse dei suoi agenti per fare odiare voi, la Germania e il fascismo repubblicano non potrebbe essere servita meglio di come, involontariamente, la servono questi violenti senza discriminazioni»: Carlo Silvestri a Mussolini, 29 novembre 1943, in G. GABRIELLI, Carlo Silvestri socialista, mussoliniano cit., pp. 249 sg. 

  253. Si veda ad esempio l'editoriale Lettera di «Pattuglia», l'organo forlivese del Pfr diretto da Renato Rossi, del 20 gennaio 1944, in cui si legge: «La nostra rivoluzione ha solo bisogno di uomini di fede, di onestà e di coscienza: non ha bisogno di troppe squadre d'azione e di troppa polizia federale... A noi non piacciono le persecuzioni, le perquisizioni, le bravate, i maltrattamenti. Non vogliamo creare martiri e tanto meno inaugurare una politica di oppressione e di terrore». 

  254. Significativo è quanto la sera del 6 dicembre Rahn disse a Dolfin e che questi annotò nel suo diario: «Rahn è tutt'altro che entusiasta della nostra situazione interna che egli considera molto lontana da una qualsiasi 'parvenza' di normalità. Si è lagnato delle iniziative delle polizie federali, che interferiscono, talvolta con azioni del tutto illegali e arbitrarie, nella vita delle provincie, creando seri imbarazzi tanto ai locali Comandi germanici quanto ai prefetti... Lo stato di disagio e di agitazione perenne in cui vivono le provincie... è dovuto in gran parte a voi stessi» (G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., p. 138). 

  255. Indicativo è a questo proposito il passo della lettera di un militare rilevato dall'Esame della corrispondenza censurata e riferito nel relativo «notiziario» per l'agosto 1944 (AUSSME, I-1, RSI, Min. Forze Armate - SID, b. 99). In esso si legge: «Ci ribelliamo di tutto ciò che c'è di marcio intorno a noi. Si vedono cose ingiuste e si deve tacere. Si vedono soprusi di ogni sorta e bisogna star zitti e cosí le cose andranno sempre alla rovescia. Al nostro posto di ristoro si pensa a far bene solo a chi vanta l'imboscataggine e si rifiuta al vero combattente ciò che gli spetta di diritto, e mi fa tanta pena per questo. Quando si inizia una via bisogna percorrerla tutta anche se si presenta piena di ostacoli e di pericoli, bisogna farsi forte e stringere i denti. Ma cosa si può far di buono se siamo minati dall'alto? Se le radici sono marce? È tremendo... Speravo fossimo tutti di un solo ideale, tutti della stessa fede! Comincio a capire tante cose che una volta mi sembravano assurde. Comincio a capire il perché della depressione generale nel campo militare». 

  256. Su questo aspetto cfr. E. GENTILE, La nazione del fascismo. Alle origini della crisi dello Stato nazionale in Italia, in «Storia contemporanea», dicembre 1993, pp. 833 sgg. 

  257. Su Gentile nel 1943-44 manca uno studio approfondito. Fondamentale resta ancora B. GENTILE, Dal discorso agli italiani alla morte cit., in cui sono raccolti i suoi scritti e discorsi. 

  258. ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ord., b. 23, fasc. «Accademia d'Italia». stre città e la strage delle nostre famiglie e l'incertezza del domani assegnatoci dagli eventi che non sono nelle nostre mani; è nell'animo nostro, nella discordia che ci dilania, nello struggimento che ci assale innanzi allo sfacelo di quello che era la nostra fede comune, per cui si guardava cogli stessi occhi al nostro passato e con la stessa passione al nostro avvenire: questo non riconoscersi, non comprendersi, e perciò non ritrovarci piú») e della guerra civile da cui il tessuto connettivo del paese sarebbe uscito irrimediabilmente distrutto; tutto questo fu conseguenza infatti dell'incontro che, su sollecitazione di Biggini, egli ebbe il 17 novembre con Mussolini. Ché se Gentile era animato da un fortissimo e struggente amor patrio e desiderava con tutte le sue forze che l'Italia risorgesse «col suo onore» e la sua coscienza gli diceva che doveva comportarsi coerentemente a quanto aveva «predicato tutta la vita» («non posso smentirmi ora che sto per finire» scrisse il 27 novembre alla figlia) fu l'incontro con Mussolini a fargli superare le ultime incertezze: «commoventissimo» sotto il profilo umano, l'incontro convinse infatti Gentile che - quali fossero stati i suoi errori - Mussolini meritava tutto il suo aiuto: come lui non pensava affatto ad un allineamento ideologico del fascismo al nazismo¹ e ciò che piú voleva era che si ristabilisse il piú possibile un clima di concordia tra gli italiani. E, in questa prospettiva, era convinto che alla détente degli animi fosse necessario contribuissero attivamente anche i non fascisti (prima di assumere la direzione della «Nuova Antologia» Gentile volle essere esplicitamente autorizzato da Mezzasoma a servirsi «anche di collaboratori non fascisti purché sinceramente e lealmente italiani») e il Pfr a cui spettava dare l'esempio e promuoverla nei fatti. 

  259. Sulla posizione di Gentile rispetto al nazismo cfr. G. SASSO, Gentile e il nazionalsocialismo. Appunti e documenti, in «La Cultura», gennaio-aprile 1995, pp. 5 sgg. 

  260. Questo spiega perché da varie parti l'uccisione di Gentile sarebbe stata attribuita all'estremismo fascista, tanto (come risulta da un documento in Archivio G. Buffarini Guidi) da indurre Mussolini a far fare riservatamente una inchiesta ad hoc, che confermò però che ad uccidere il filosofo era stato un Gap comunista. 

  261. Nella parte centrale della «lettera» Cya scriveva:
    «Sui diciotto punti di Castelvecchio non vi è niente da dire in linea ideologica. L'accentuata tendenza socialista del partito è un ritorno alle origini e non può trovare che il consenso di chi a queste origini era rimasto fedele e si era sempre piú meravigliato vedendo come ci se ne fosse discostati, dando ragione all'antico adagio toscano che tra il dire e il fare vi è di mezzo il mare.
    Ritornare alle teorie del 19 non è che un riprendere la marcia sulla via diritta dopo che ci eravamo attardati nell'esplorazione di vie laterali e trasverse.
    Il difficile è il seguitare sulla via diritta evitando di riperdersi in vie trasverse ed oggi quanto mai pericolose.
    Il fenomeno squadrista fu un episodio del primo fascismo imposto dalle necessità del momento e fu fenomeno di necessaria illegalità, il riprodurlo oggi che rappresentiamo la legalità è nocivo.
    Avendo la possibilità di armare delle forze di polizia che facciano sentire a chi non lo vuol ancora comprendere che la disciplina deve essere elemento essenziale del periodo di guerra, è inutile continuare con una violenza extra-legale che può essere anche pretesto di sfogo di odii personali e paesani.
    Il popolo buono, sobrio, laborioso vuole che ci si avvicini a lui con semplicità e schiettezza, non tollera di essere comandato con burbanza e con cipiglio. Personalmente non ho mai potuto soffrire i troppo agitati camerati, i nervosi, gli intolleranti, i violenti senza scopo».
    Su «Rinascita» cfr. A. M. FORTUNA, Parole chiare, in «Giornale di bordo», febbraio 1972, pp. 481 sgg. 

  262. Cfr. in particolare L'IMPRESA, Cantiere, 11 marzo 1944; C. CYA, Riesame di Castelvecchio, 6 maggio 1944. 

  263. Cfr. in particolare G. CASONI, Diario fiorentino cit.; P. PAOLETTI, Firenze. Giorni di guerra, Firenze 1992, pp. 192 sgg. (testimonianza di U. Puccioni); nonché, piú in generale, D. TUTAEV, Il console di Firenze, Torino 1972, pp. 159 sgg. 

  264. La si veda in Barna Occhini: una lettera al Duce, a cura di S. Bartolini, in «Storia Verità», agosto-dicembre 1993, pp. 26 sgg. 

  265. Cfr. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., pp. 173 sg. 

  266. Approvato il nuovo ordinamento militare, gli avversari dell'apoliticità ricorsero spesso all'espediente di dirsi non contrari, e in qualche caso addirittura favorevoli ad essa, purché prima di tradurla in atto si provvedesse a «purificare» le forze armate «negli uomini, nello spirito e nei sistemi» e in particolare nei quadri. «Purtroppo - scriveva, per esempio, il 18 gennaio 1944 “Il Regime fascista” (Bando agli equivoci) sottintendendo che tutti coloro che si arruolavano lo facessero perché fascisti - la conclamata apoliticità è intesa da molti ufficiali - non completamente liberatisi dalla mentalità badogliana - come una legittima reazione a ciò che sa di fascismo... Bisogna subito reagire poiché siamo in tempo. Sopra tutto è bene dichiarare che il fascismo s'identifica con lo spirito della nazione e che, quindi, non si può servire la patria in armi se non si è animati da quella stessa nostra idea che ci rende forti e ci infonde la certezza che l'Italia non perirà. Sarebbe ridicolo e assurdo che i camerati i quali escono dalle nostre file e corrono ad arruolarsi volontariamente nei reparti dell'esercito dovessero preoccuparsi di non far sapere agli altri di essere dei fascisti». 

  267. La documentazione fascista, coeva e successiva alla fine della Rsi, è praticamente concorde nel sottolineare l'autonomia e la spregiudicatezza con le quali la X Mas, forte della sua efficienza e della fedeltà personale a Borghese dei suoi quadri, si muoveva. B. Spampanato, che negli ultimi mesi della Rsi fu assai vicino a Borghese, in un inedito abbozzo delle principali vicende della X Mas, redatto a guerra finita, ha attribuito l'«ascendente» che essa godette tra le forze armate repubblicane alla sua «apoliticità» («tutte le tendenze e le opinioni vi erano rappresentate; denominatore comune: battersi contro gli invasori anglo-americani per l'Italia») e ha scritto: «La X ha avuto numerosi contatti sia con capi partigiani e uomini responsabili del fronte della Libertà, sia con emissari inviati dal Sud al Nord da varie autorità, con varî compiti. Ogni qual volta si è manifestata una possibilità d'intesa sulla base di un interesse nazionale da salvaguardare, al disopra ed al di fuori di divergenze politiche e differenze di parte, questi contatti hanno portato a pratici risultati di collaborazione fra italiani per la difesa contro la sopraffazione straniera, indifferentemente tedesca o inglese, slava o americana» (ACS, B. SPAMPANATO, b. 2, fasc. «RSI. Decima MAS», «La X Flottiglia Mas»). 

  268. Sui carabinieri e la Rsi cfr. G. PANSA, Il gladio e l'alloro cit., pp. 13 sgg. e 95 sgg. 

  269. Quale sia stata inizialmente la posizione di Mussolini a questo proposito non è chiaro. Come vedremo piú avanti, a giugno, egli voleva solo metterla, cosí come le Brigate Nere, alle dipendenze operative di Graziani per la lotta al «banditismo dei fuori legge»; se cambiò idea fu probabilmente dovuto al timore che i contrasti ormai insanabili tra Pavolini e Ricci (che il segretario del Pfr considerava ormai tout-court un suo nemico personale) e il punto di grave deterioramento a cui erano arrivati i rapporti di Ricci con i tedeschi potessero sfociare in una crisi vera e propria e Ricci potesse tentare qualche «colpo di testa». È ciò tanto piú se dovesse corrispondere a verità quanto Ricci affermò in occasione del processo a cui fu sottoposto nel dopoguerra e cioè che egli avrebbe esposto a Mussolini «l'opportunità di sganciarsi dai tedeschi e combattere contro di essi» e Mussolini si rifiutò di farlo «pensando che ciò avrebbe portato al massacro delle popolazioni» (cfr. S. SETTA, Renato Ricci cit., p. 261). 

  270. Sulla vicenda della Gnr e i suoi precedenti cfr. ibid., pp. 258 sgg.; nonché L. KLINKHAMMER, L'occupazione tedesca in Italia cit., pp. 304 sgg.; G. PANSA, Il gladio e l'alloro cit., pp. 107 sgg. 

  271. Cfr. a questo proposito la relazione del cap. Luigi Monti inviato clandestinamente al nord (dove fu dalla metà del giugno 1944 a poco prima della Liberazione, avendo tutta una serie di contatti a Milano, Torino, Venezia e Udine con vari ufficiali dell'Aeronautica, compreso Botto) dal generale Pietro Piacentini. Cfr. ACS, P. PIACENTINI, b. 5. 

  272. Cfr. in AUSSMA, Fondo Aeronautica Repubblicana, cart. 8, fasc. «Varie», il verbale del colloquio Botto-Rahn a Gardone il 16 dicembre 1943; nonché in MUSSOLINI, XLIII, p. 94, la lettera, in data 14 gennaio 1944, con la quale Mussolini accettò le dimissioni di Botto.
    Dal verbale del colloquio Botto-Rahn risulta che questo aveva già parlato dell'eventualità di costituire un governo militare con Graziani e che la considerava irrealizzabile «in quanto la maggior parte dei militari italiani è ancora spiritualmente legata alla monarchia», sicché anche un governo militare sarebbe dopo poco tempo «inevitabilmente scivolato nella politica». 

  273. L'ostilità di Farinacci era determinata, oltre che dalla sua avversione per ogni forma di apoliticità, dal desiderio di scaricare sull'Aeronautica la responsabilità del mini bombardamento che la Città del Vaticano aveva subito la notte del 5 novembre 1943 ad opera di un aereo rimasto sconosciuto e che la vox populi diceva pilotato da un uomo di Farinacci. In realtà, come fu rivelato vent'anni dopo le bombe sganciate sulla Città del Vaticano erano di un aereo americano, che se ne era liberato senza avere bene idea di dove si trovasse prima di rientrare alla propria base. 

  274. I due volumi di N. ARENA, L'Aeronautica Nazionale Repubblicana (1943-1945), Modena 1974-75, sono praticamente inutilizzabili in sede storica. Piú utile, se mai, anche se non sistematico, talvolta impreciso e caratterizzato politicamente G. D'AVANZO, Ali e poltrone, Roma 1981, pp. 462 sgg. 

  275. AUSSMA, Fondo Aeronautica repubblicana, cart. 20, fasc. I, «Attività aviazione repubblicana». Memoria sugli avvenimenti dal 25 aprile al 5 maggio 1945, Allegato I. 

  276. Cfr. G. ALEGI, La legione che non fu mai. L'Aeronautica Nazionale Repubblicana e la crisi dell'estate 1944, in «Storia contemporanea», dicembre 1992, pp. 1047 sgg. 

  277. Cfr. V. COSTA, Memorie cit., ff. 391 sgg. La testimonianza di Costa è importante perché mette in luce come, di fronte all'evolversi della situazione, anche nelle file dell'Aeronautica si verificasse per un verso un processo di politicizzazione, per un altro di sbandamento. 

  278. Tipico è il caso di Graziani che, pur essendosi molto interessato del problema militare e politico della X e avendo avuto ripetuti e alterni rapporti con Borghese, fa nel suo Ho difeso la patria cit. pochissimi riferimenti all'uno e agli altri e questo nonostante affermi che «migliaia e migliaia di giovani volontari» erano accorsi nelle sue fila al punto da permettere a Borghese di costituire «una intera divisione di marina» che «rappresentò il volontarismo, nella piú genuina espressione, a sfondo apolitico-afascista» (p. 459). 

  279. Sulla X Mas cfr. G. BONVICINI, Decima Marinai! Decima Comandante! La fanteria di marina 1943-1945, Milano 1988; S. NESI, Decima flottiglia nostra... I mezzi d'assalto della marina italiana al sud e al nord dopo l'armistizio, Milano 1987; A. ZAROTTI, Nord-Sud. I nuotatori paracadutisti, Milano s.d. [ma 1990]; R. LAZZERO, La Decima Mas, Milano 1984; G. PANSA, Il gladio e l'alloro cit., pp. 184 sgg. 

  280. Cfr. E. F. MOELLHAUSEN, La carta perdente cit., pp. 402 sgg. 

  281. «Con la Marina [tedesca], l'ente militare con la quale la Decima era in stretto collegamento, fin dall'inizio la vita non fu facile e la situazione andò via via deteriorandosi. Non vi fu occasione nella quale i suoi responsabili non dimostrassero mala fede, prepotenza, slealtà: promesse non mantenute e scarsi aiuti materiali per la ricostruzione» (J. V. BORGHESE, Memorie cit., f. 92). 

  282. Per tutta la vicenda cfr. ibid., ff. 95 sgg.; S. BERTOLDI, Salò. Vita e morte della Repubblica Sociale Italiana cit., pp. 87 sgg.; ACS, RSI, Min. Affari esteri, Gabinetto, Miscellanea, b. unica, Mussolini a Dönitz, 9 novembre 1944; G. BONVICINI, Decima Marinai! Decima Comandante! cit., p. 221. 

  283. Cfr. E. F. MOELLHAUSEN, La carta perdente cit., pp. 406 sgg. 

  284. Tipiche manifestazioni di questa spregiudicatezza furono una serie di colpi di mano con cui la X sottrasse alle fabbriche o ai depositi controllati dai tedeschi armi e materiale bellico che questi non volevano darle e che erano indispensabili per il suo equipaggiamento o se li procurò con mezzi poco ortodossi in Svizzera. Cfr. ad esempio J. V. BORGHESE, Memorie cit., ff. 31 sgg. È per altro da notare che a mezzi simili a quelli adottati dalla X sarebbero successivamente ricorsi anche alcune brigate nere; cfr. v. COSTA, Memorie cit., ff. 476 sgg. 

  285. Tra i caratteri «democratici» della X sono da ricordare l'introduzione del rancio e del panno della divisa unici per ufficiali, sottufficiali e marò e l'abolizione di ogni promozione, eccezion fatta per quelle sul campo per merito di guerra. Cfr. G. BONVICINI, Decima Marinai! Decima Comandante! cit., p. 25; J. V. BORGHESE, Memorie cit., pp. 28 e 37. 

  286. Cfr. G. BONVICINI, Decima Marinai! Decima Comandante! cit., pp. 24 sg., 30 sgg. 

  287. Rientrato dal fronte russo, Marinetti era stato gravemente sofferente di stomaco e di cuore. Ciò nonostante nel novembre 1943, avendo aderito alla Rsi, si era stabilito a Venezia, da dove nell'agosto successivo era passato sul lago di Garda dove si sarebbe spento il 2 dicembre 1944. Come ha scritto l'ambasciatore giapponese Hidaka, «il suo sentimento di futurista e galantuomo non [gli] consentiva di accettare l'ospitalità del paese del nazismo, dove il movimento futurista era 'tabú'». Ciò nonostante Rahn, su sollecitazione di Hidaka e di Mazzolini, si adoperò per ottenere dal governo elvetico che potesse passare in Svizzera, onde evitargli lo choc fisico e morale della fine della Rsi. Al momento della morte le autorità elvetiche non si erano però ancora pronunciate. Come giustamente ha osservato M. SERRA, Al di là della decadenza. Marinetti, la grande guerra e la rivolta futurista (con uno scritto inedito di Shinukurô Hidaka e con l'ultima composizione poetica di Marinetti), in «Storia contemporanea», dicembre 1991, pp. 975 sgg., la sua adesione alla Rsi era stata determinata da un'estrema, disperata fiducia nella capacità di rinnovamento rivoluzionario di Mussolini (a cui si sentiva legato da una profonda e sincera amicizia) e del fascismo e, insieme, da una sorta di omaggio «al culto dell'onore e alla capacità di distruzione e creazione dell'uomo nuovo». Un motivo, quest'ultimo, che spiega bene il giapponesismo di quest'ultimo periodo della sua vita e la sua particolare ammirazione per la X Mas, alla quale dedicò la sua ultima composizione poetica, scritta alla vigilia della morte, il 1° dicembre 1944, frutto soprattutto del suo culto per i giovani d'azione e della sua ammirazione per «il ritmo adamantino» e per il «volontariato sorgivo a mezzo il campo di battaglia» dei suoi uomini che erano stati capaci di «cacciare in fondo al [loro] letamaio ideologico la fragile e deliziosa Italia ferita che non muore».
    L'impegno di Ezra Pound nella Rsi fu piú attivo di quello di Marinetti. Collaborò con testi per le sue trasmissioni radio con composizioni politiche e numerosi articoli per giornali e riviste; alcuni suoi scritti furono pubblicati dalle Edizioni popolari di Venezia. Tra questi scritti particolare interesse hanno per noi quelli sul quindicinale «Marina Repubblicana», diretta, dopo la sostituzione di Ferrini (che ne aveva sospeso la pubblicazione) con Sparzani, dal suo vecchio amico ammiraglio Ubaldo degli Uberti (cfr. R. M. DEGLI UBERTI, Ezra Pound and Ubaldo degli Uberti. History of a Friendship, in «Italian Quarterly», primavera 1973, pp. 95 sgg.) che pubblicò anche due dei suoi Cantos, il settantunesimo e il settantatreesimo. Nei suoi scritti Pound espose soprattutto le sue idee generali in materia sociale ed economica e, salvo accenni del tutto casuali, non parlò esplicitamente della X; l'anticonformismo della sua posizione e il fatto che affidasse, dopo la defenestrazione di Ferrini, a «Marina Repubblicana» alcuni degli scritti che piú gli stavano a cuore [Lacuna nel testo. N. d. R.]. Cfr. N. ZAPPONI, L'Italia di Ezra Pound, Roma 1976, pp. 69 sgg.; T. REDMAN, Ezra Pound and Italian Fascism, Cambridge 1991, pp. 233 sgg.; L. GALLESI, Ezra Pound, l'ammiraglio degli Uberti e «Marina Repubblicana», in «Storia contemporanea», aprile 1996, pp. 309 sgg. 

  288. J. V. BORGHESE, Memorie cit., f. 32. 

  289. Cfr. a quest'ultimo proposito V. COSTA, Memorie cit., ff. 583 sgg. 

  290. Su tutta la vicenda cfr. G. BONVICINI, Decima Marinai! Decima Comandante! cit., pp. 40 sgg.; S. NESI, Decima Flottiglia nostra... cit., pp. 215 sg.; A. ZAROTTI, Nord-Sud. I nuotatori paracadutisti cit., pp. 42 sgg.; R. LAZZERO, La Decima Mas cit., pp. 69 sgg.; F. TURCHI, Prefetto con Mussolini, Roma 1950, pp. 89 sgg.; S. BERTOLDI, Salò cit., p. 134; G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., pp. 219 sg. e 251 sg.; A. SARDI, ... Ma non s'imprigiona la storia cit., pp. 478 sgg.; J. V. BORGHESE, Memorie cit., ff. 39 sgg.; BM, RH2, b. 1663, bl. 19-32. 

  291. MUSSOLINI, XLIII, p. 88. 

  292. J. V. BORGHESE, Memorie cit., f. 41. 

  293. Cfr. ibid., ff. 77 sgg. e 84 sgg. ove Borghese accenna ad alcuni dei progetti che trovarono simpatie nell'interno della X Mas e nei quali egli stesso si venne invischiando o, comunque, ne fu al corrente, dato che in essi la X aveva assegnato un ruolo di primo piano, si trattasse di «chiedere ed ottenere una pace con onore», «uscire dal conflitto in stato di neutralità armata» o di schierarsi con gli Alleati se la vicenda della guerra avesse assunto un corso decisamente contrario alla Germania. 

  294. Cfr. sui rapporti dopo la crisi del gennaio 1944 tra Borghese e la Rsi e le varie inchieste ordinate sul suo operato da piú parti e anche da Mussolini G. BONVICINI, Decima Marinai! Decima Comandante! cit., pp. 204 sgg. 

  295. Cfr., per notizie su di essi (Movimento repubblicano nazionale, Partito fascista moderato, Libera Italia e Gruppi di azione giovanile) e sui loro contatti con Borghese e con gruppi della X Mas, J. V. BORGHESE, Memorie cit., ff. 78 sgg. (Borghese fu contattato, dato il carattere «apolitico» della X da alcuni di essi); nonché G. SALOTTI, Movimenti di critica e di «opposizione» all'interno della RSI, in «Storia contemporanea», dicembre 1987, pp. 1480 (Antipartito progressisti per l'Unione europea), 1480 sg. (Movimento sociale rivoluzionario europeo) e 1488 sg. (Gruppo rivoluzionario repubblicano). 

  296. Sul MGIR cfr., per i precedenti (Giovane Armata) dal 1941 all'8 settembre 1943, ACS, Min. Interno, Direz. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., 1943, categ. C2/A, fasc. «Firenze», sottof. «Superfascismo»; M. COPPETTI, La fronda fascista, Firenze 1983; per il periodo della Rsi, ACS, Min. Interno, Direz. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., 1944-45, categ. C2/A, fasc. «Firenze», sottof. «Superfascismo»; ACS, G. PINI, b. 33, «Relazione sul M.G.R.I.» (probabilmente del settembre 1944) allegata ad un promemoria fatto avere a Mussolini nel gennaio 1945 dall'ex segretario federale di Terni Alberto Coppo; J. V. BORGHESE, Memorie cit., ff. 84 sgg.; F. BELLOTTI, La repubblica di Mussolini, Milano 1947, pp. 161 sgg.; C. FRANCOVICH, La Resistenza a Firenze cit., pp. 52 sgg.; Il Movimento dei Giovani Italiani Repubblicani (MGIR), in Scritti e documenti della resistenza veronese (1943-1945), a cura di G. Dean, Verona 1982, pp. 341 sgg.; G. SALOTTI, Movimenti di critica e di opposizione all'interno della RSI cit., pp. 1485 sgg. 

  297. Cfr. Mussolini l'Alleato, II, pp. 879 sgg. e specialmente pp. 886 sg. 

  298. Secondo lo Stanghellini, «una ragione fondamentale ha guidato le mie azioni impedendomi di portare subito la lotta in campo aperto; passare a movimento vero e proprio significava in qualunque maniera fossero condotte le operazioni, creare un disordine interno, indebolire la Nazione in un momento che invece tutte le sue forze debbono essere tese al supremo combattimento. Questa sarebbe stata una maniera molto strana di raddrizzare e continuare la marcia rivoluzionaria. La parola d'ordine non poteva essere che una, abbattere prima i nemici esterni, quindi schiacciare gli interni...» A guerra finita si sarebbe passati all'azione: o «cambio della guardia o rivoluzione». La scelta tra queste due alternative sarebbe dipesa da molti fattori, «pri- mo fra tutti Benito Mussolini che... noi amiamo con tutta l'anima e sentiamo nostro capo supremo, ma che in definitiva non ci potrà impedire di compiere fino in fondo il nostro dovere di fascisti e di italiani».
    «Il nuovo movimento fascista in lotta non solo contro l'attuale partito al potere, ma contro numerose forze antifasciste nella radice, si batte per la supremazia con un programma per la futura vita della Nazione nei campi nazionale ed internazionale già definito. Proprio in forza di questo programma la 'GIOVANE ARMATA' non tanto è movimento reazionario quanto il proseguimento della marcia rivoluzionaria che Mussolini, genio della stirpe, iniziò consapevole il 23 marzo 1919...»
    Conclusa la guerra e fascistizzata completamente la nazione, la funzione del partito sarebbe finita ed esso avrebbe cessato quindi di esistere. «La nazione completamente fascistizzata non avrà bisogno di esso e rimarranno solo in funzione quegli organi che come la Gil, il Guf e l'Ond avranno sempre dei compiti da assolvere in campo nazionale». Nel campo sociale «noi siamo per lo stato corporativo come Mussolini lo ha voluto senza però portare a compimento, per quel corporativismo che è suprema magistratura tutelatrice e giudicatrice imparziale degli interessi del capitalismo e della mano d'opera ambedue riconosciute, ma ambedue controllate e potenziate in ogni forma dallo Stato.
    Non si sgomentino taluni al pensiero che lo Stato sarà fatto pesare troppo, vi sarà un margine buono per tutti; noi cadremo in inutili estremismi. Ad ogni modo il problema sociale dovrà essere portato a termine ad ogni costo, poiché molti fattori dipendono da esso e posso assicurarvi che la sua risoluzione non è una utopia altro che per coloro che o se ne sono disinteressati o hanno sempre operato con malafede». Quanto a quello militare, «le forze armate saranno rinnovate nelle basi». Innanzi tutto la Milizia sarebbe sparita come forza armata autonoma e sarebbe entrata come 'unità d'assalto' nell'esercito, che, come le altre forze armate, sarebbe stato a sua volta profondamente rinnovato e sburocratizzato. Quanto infine alla politica estera, «il II stato fascista continuerà come il I quella politica di profonda amicizia con l'alleata Germania, con la quale, nella piú stretta lealtà che ha sempre caratterizzato i rapporti delle due nazioni totalitarie, sarà diviso il compito della guida d'Europa e delle sue rispettive sfere dell'influenza secondo quei giusti criteri già in precedenza stabiliti dai due grandi capi dell'Asse.
    Il bacino del Mediterraneo di nuovo tornato Romano e di conseguenza tutte quelle nazioni che vi si affacciano sarà sotto l'egida rinnovellatrice del Fascio Littorio condotto a quell'altezza degna solo di un'epoca, quella di Augusto.
    Un'equa politica di collaborazione verrà rivolta verso la Francia vinta che insieme alla Spagna Falangista formerà con noi quel blocco latino poderoso contrapposto, alla influenza di qualunque altra civiltà. Anzi gli sforzi della nuova Italia saranno diretti proprio in tale senso; una confederazione di Stati latini sulle sponde di questo latino mare, sarà la piú sicura garanzia per il radioso avvenire della seconda civiltà di Roma». 

  299. M. COPPETTI, La fronda fascista cit., pp. 18 sg. cosí sintetizza i principali punti programmatici del MGIR in questa prima fase sulla base di una «dichiarazione politica» che il suo gruppo dirigente elaborò nella prima metà d'ottobre del 1943: «in tale documento - egli scrive - dopo aver detto che il movimento “collabora solo con quelle forze che tendono al bene del Paese, esprime la sua religiosità di patria col motto 'Semper super omnia Italia'. Fa suo tutto il patrimonio spirituale e di sangue del Risorgimento; accetta la continuazione della guerra come necessità inevitabile per salvare e ristabilire la dignità e l'onore d'Italia di fronte ai nemici e agli alleati. Vuole liberare dagli stranieri [e tra questi sono considerati non soltanto i nemici ma anche gli alleati tedeschi: N. d. A.] il suolo sacro della Patria, dalle Alpi alla Sicilia, alle terre oltre mare donate dal sangue dei nostri caduti - riconquistando la sua totale integrità politica - per tendere in un domani alla collaborazione europea”. Auspicava [proseguendo cosí nell'azione della “Giovane Armata”] “azione immediata di epurazione definitiva degli organi e dei sistemi politici, amministrativi ed economici, unico mezzo per riconquistare il popolo alla vita nazionale; afferma che la crisi italiana è causata essenzialmente dal fallimento dei sistemi educativi adottati nei riguardi del popolo nonostante i tentativi fatti, falliti causa l'insufficienza morale degli uomini; vuole che le libertà fondamentali dell'individuo come uomo e come membro della Società Nazionale siano garantite da un sistema di elezioni successive e graduali dal basso verso l'alto, mentre le responsabilità relative dei vari dirigenti eletti - e questo in tutti i settori della vita del Popolo - siano fissati in senso inverso; che cioè i dirigenti rispondano in pieno e direttamente del proprio operato agli organi che li hanno espressi. Considera libertà fondamentali dell'uomo e del cittadino quelle senza le quali non è possibile conferire all'individuo quei due attributi nel loro pieno significato”; dichiara, infine, di volere “ottenere il diretto interessamento del popolo alla vita pubblica attraverso un Governo unitario che garantisca l'esigenza, l'azione e la collaborazione fra tutte le forze positive del popolo stesso in un'atmosfera di solidarietà nazionale e di comprensione europea”». 

  300. Poco dopo la soppressione di «Patria» Pavolini soppresse anche l'organo del Guf di Pisa «Il Campano» che nei primi numeri pubblicati in novembre aveva assunto il carattere di una sorta di organo del MGIR e nei successivi (l'ultimo uscí il 21 febbraio 1944) aveva continuato a sostenere tesi spesso non molto dissimili da quelle del soppresso MGIR, tanto da entrare in polemica con «Il Regime fascista». Cfr. P. NELLO, «Il Campano». Autobiografia politica del fascismo universitario pisano (1926-1944), Pisa 1983, pp. 335 sgg. 

  301. Secondo F. BELLOTTI, La repubblica di Mussolini cit., pp. 164 sgg., una fonte talvolta bene informata, in realtà il gruppo dirigente del MGIR non avrebbe effettivamente pensato alla costituzione di un nuovo governo: se infatti fosse stato possibile abbattere quello in carica i tedeschi «avrebbero gettato la maschera, dichiarando l'Italia paese occupato, ciò che avrebbe tolto a centinaia di italiani l'imbarazzo della scelta tra le due Italie» e aperto la strada alla pacificazione nazionale. 

  302. Nel già citato rapporto informativo della federazione di Verona del 14 agosto 1944, è detto: «La medaglia d'oro Vidussoni era stato avvicinato da un gruppo di ufficiali della X Flottiglia Mas ed era stato pregato di accettare di far parte di una commissione di alte personalità e di superdecorati da presentare al Duce onde chiedergli di dimettere l'intero gabinetto attualmente in carica e di sostituirlo con persone completamente nuove della vita politica e prive di un qualsiasi passato politico.
    La medaglia d'oro Vidussoni avrebbe accettato di far parte di detta commissione alla condizione che: Il Duce rimanesse al suo posto e dopo aver preso visione della lista dei nuovi ministri nonché del programma del movimento». 

  303. A proposito dei rapporti con la X, nelle Memorie cit. di Borghese (ff. 84-87) si legge: «Quanto al Movimento dei Giovani Repubblicani, il MGIR, è necessario che io mi soffermi a lungo su questa iniziativa che mi procurò non poche grane con i politici, soprattutto con Pavolini. Il Segretario del Partito infatti, durante una seduta del Consiglio dei Ministri, accusò la Decima di connivenza con il MGIR...
    Incaricato di agire al nord era un certo Gino Stefani, il quale, operando con intelligenza, svolse un'efficace propaganda tra le Forze Armate, i partigiani, qualche reparto della Decima, e persino tra le file comuniste, ottenendo adesioni e consensi... Era comprensibile che il MGIR avesse fatto presa su alcuni miei uomini, soprattutto fra i piú giovani e ne spiegherò i motivi, illustrando in sintesi i vari punti del programma.
    Partendo da uno slogan di sicura 'presa': “Semper super omnia Italia”, il Movimento attribuiva alla Decima “reparto giovane, sano, forte, il diritto anzi il dovere di conservarsi per il bene della Patria”. E aggiungeva: “Noi abbiamo una organizzazione politica, la Decima una forza militare. Sorga dunque fra noi una leale collaborazione. Sarà nostro impegno chiarire con gli amici che operano al sud gli intenti della Decima e del Comandante. Collaboreremo insieme nel caso di invasione slava nelle zone della Venezia Giulia, saremo accanto alla Decima nella lotta contro i suoi avversari, prenderemo decisioni congiunte circa i problemi di portata nazionale”. Nulla da eccepire, ammesso che le intenzioni fossero oneste». 

  304. Cfr. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., pp. 76 sg. 

  305. Cfr. ibid., pp. 96 sg. 

  306. Ibid., pp. 121 sg. 

  307. BM, RH2, b. 1663, bl. 19-32, rapporto in data 22 gennaio 1944. 

  308. Cfr. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., pp. 138 sg. 

  309. MUSSOLINI, XXXII, pp. 275 sg. 

  310. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., pp. 149 sg. 

  311. Cfr. R. DE FELICE, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino 1988, pp. 453 sg. 

  312. Cfr. F. W. DEAKIN, Storia della repubblica di Salò cit., p. 609.
    Pochi giorni dopo Preziosi rilasciava all'agenzia tedesca Transocean una intervista nella quale sosteneva la necessità a) di espellere dalla vita nazionale gli ebrei (da individuare in base a criteri rigidamente razzistici che avrebbero dimostrato come essi non fossero 40 mila ma circa 100 mila) e i massoni; b) che il Pfr si caratterizzasse, sin dalla sua composizione, come un partito decisamente antiplutocratico, reclutando i suoi membri soprattutto tra i contadini e la «borghesia lavoratrice» e procedesse ad una drastica epurazione (da due a tre mila iscritti al Pnf «sono da ritenersi responsabili dei sabotaggi» degli anni precedenti); c) di adottare drastiche misure contro i sopraprofitti di guerra e per il controllo di tutte le imprese finanziarie connesse con la produzione bellica e dei patrimoni delle personalità politiche piú in vista nell'ultimo trentennio. Cfr. «Gazzetta del Popolo», 27 ottobre 1943. 

  313. Cfr. J. GOEBBELS, Diario intimo cit., pp. 688 e 716. Il 30 novembre Göbbels annotava: «mi sono stati consegnati memoriali intorno al Duce e al suo entourage scritti dal prof. Preziosi. Sono molto scoraggianti. A dispetto dei disastri subiti il Duce non ha appreso nulla. Si circonda ancora di traditori, antichi massoni e filo giudei che lo consigliano in modo assolutamente errato... È nauseante leggere tali rapporti...» 

  314. ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., fasc. 166/R, «Preziosi Giovanni». 

  315. BM, RH2, b. 1663, bl. 3-18. 

  316. Cfr. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., p. 284. 

  317. Cfr. ibid., p. 289. 

  318. Cfr. ibid., p. 151: «ritengo che i camerati Pavolini e Buffarini - disse con una punta di malignità il 15 dicembre Mussolini a Dolfin - esagerino nel fare di questa commedia un vero e proprio dramma. Non è da escludersi che l'episodio, sgradevole sempre, abbia per loro un sapore molto personale e riguardi piú la loro sorte privata che la salute della repubblica». 

  319. Tra questi sintomi si può ricordare, insieme ad alcuni accenni del col. Jandl nei suoi rapporti a Berlino, quanto riferito in un «appunto» per il segretario generale del ministero degli Esteri in data 22 dicembre da Roma e cioè che «da fonte molto seria e attendibile» risultava che «un'alta autorità germanica (forse l'Obergruppenführer Wolff, persona da lui designata)» aveva pochi giorni prima «interpellato Augusto Turati per offrirgli la carica di capo del governo italiano, con l'assicurazione che Mussolini conserverebbe le funzioni di capo dello Stato». Turati, proseguiva l'«appunto», aveva declinato l'offerta, ma contava che «da parte germanica si sta ora cercando un altro elemento idoneo a reggere le redini del governo» (ACS, RSI, Min. Esteri, Gabinetto, b. unica). 

  320. Il 23 dicembre Mussolini informò Barracu di aver disposto che «col nuovo anno - come d'intesa con Graziani - si svolga la totalitaria mobilitazione dei ministri, sottosegretari, capi di gabinetto, funzionari ecc.». Sempre secondo Mussolini, il provvedimento avrebbe costituito una manifestazione di «riscossa», «di solidarietà» e sarebbe servito d'esempio e di stimolo al paese (ACS, RSI, Carte Barracu, b. 2, fasc. 104, «Mobilitazione dei Ministri e Sottosegretari»). A parte la somiglianza con quello adottato in occasione della guerra di Grecia (cfr. Mussolini il duce, II, pp. 49 sgg.), il provvedimento (che praticamente non avrebbe avuto seguito) può forse far pensare che con esso Mussolini pensasse di allontanare almeno in parte Pavolini dalla gestione del partito. 

  321. Uno dei pochi esponenti fascisti che si rese conto dei rischi ai quali Mussolini sarebbe andato incontro col processo fu Telesio Interlandi, che il 17 dicembre inviò a Mussolini un appunto in merito in cui, va per altro detto, la lungimiranza faceva tutt'uno con l'irrealismo. Secondo Interlandi, era ormai passato troppo tempo perché il processo potesse avere uno «stile rivoluzionario». «È facile prevedere, data anche la figura del presidente del Tribunale, lo sviluppo del processo; con preoccupazioni legalitarie, giuridicismo, verbosità, cavilli curialeschi; e, infine, forse il trionfo della tesi della buona fede e del buon diritto di provvedere, in sede di Gran Consiglio, alla salvezza della Patria nel nome del re e con tutti i mezzi.
    Si aggiunga a questo la delicata situazione in cui il capo dello stato verrà a trovarsi il giorno in cui, per un'ipotesi attendibile, qualcuno dei traditori venga condannato a morte. Nel paese che fino a ieri ha posposto il termine di giustizia a quello di grazia fin nella denominazione del dicastero che la giustizia amministrava, è facile prevedere che subito si reclamerà dal capo dello stato l'elargizione della grazia per i condannati a morte. Sarà dunque Mussolini in persona che dovrà decidere, con un sí o con un no, dopo un processo che avrà profondamente turbato gli animi, del sangue da versare. Se Mussolini negherà la grazia, egli sarà un “assetato di sangue” e, agli occhi dei sentimentali - che sono la maggioranza in Italia - avrà esercitato la “sua” spietata vendetta. Se Mussolini grazierà - e non potrà discriminare fra i graziandi - egli sarà il “debole”, il capo che soffoca l'istinto rivoluzionario e la necessità storica del castigo cruento. In ogni modo il processo risulterà esiziale per il Fascismo e per il Duce. Propongo questa soluzione. Niente processo, che non potrà essere se non formalistico, verboso, e diseducativo (vedi processo di Riom, in Francia). Il capo dello stato e Duce del rinnovato fascismo, esaminata la condotta e la situazione dei traditori, in gruppo e partitamente, proclama che essi si sono macchiati del piú infamante crimine, e come tali si sono resi indegni d'esser considerati italiani; li addita al disprezzo del paese; ritira ad essi la cittadinanza; confisca i loro beni a beneficio della collettività; e, in questa miseranda situazione di senza-patria, previa pubblica degradazione dalla cittadinanza (cerimonia analoga a quella della degradazione militare, con una drammatica lacerazione dei documenti di italianità), li fa accompagnare a una frontiera, li espelle dal suolo della Patria, esiliandoli a vita. La pena di morte sarebbe applicabile in caso di ritorno, piú o meno clandestino; e la sua esecuzione sarebbe affidata a chiunque, al primo cittadino che li scoprisse in territorio italiano.
    La pena dell'esilio perpetuo fu applicata solennemente nell'antica Grecia e in Roma. La civiltà classica dette a questa pena un significato enorme, essendo il concetto di patria sublime, quale bene supremo. Noi daremmo un tono veramente alto a questo necessario atto di giustizia, sottraendolo agli avvocati, alle aule dei tribunali, all'astuzia curialesca. E Mussolini parlerebbe ed agirebbe veramente come un capo eccezionale che riassume in sé gli interessi di tutti, e giudica non sul giudizio altrui ma nella coscienza di capo supremo, depositario di tutti i poteri. Naturalmente, occorrerà dare all'esecuzione di questi successivi atti la massima pubblicità e la possibilità di un controllo pubblico, specie per quanto riguarda la confisca e subitanea distribuzione dei beni alla collettività; e l'espulsione dal territorio del paese, previa degradazione civile» (ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 1, fasc. 4/R, «Telesio Interlandi»). 

  322. Cfr. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., pp. 113 sgg. 

  323. In Portogallo, dove si era recato nel periodo badogliano, Grandi fu oggetto di una stretta vigilanza da parte di agenti della Rsi in quel paese. Alcuni dei rapporti che questi inviavano al ministero degli Esteri di Salò furono visionati anche da Mussolini che pare però si interessasse soprattutto alle vicende personali di Grandi in quel paese e ai suoi giudizi sulla probabile durata (certo oltre il 1944) del conflitto e sui contrasti tra l'Urss e gli Alleati. ASMAE, RSI, Gabinetto, b. 13, fasc. 12, «Grandi Dino» e b. 37, fasc. 1, Affari politici, sottof. «Atteggiamento e attività di Dino Grandi in Portogallo». 

  324. La decisione e il testo del relativo decreto appaiono nel comunicato diramato alla stampa dopo la riunione e pubblicato da essa il giorno successivo. Cfr. MUSSOLINI, XXXII, pp. 11 sgg. Non ve ne è invece traccia nel verbale ufficiale della riunione. Lo stesso dicasi per quanto sarebbe stato stabilito nella successiva riunione del 24 novembre (ivi, p. 21) dal cui verbale ufficiale risulta solo l'approvazione di uno schema di decreto, proposto dal ministro della Giustizia, relativo alla ricostituzione del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, che era stato soppresso nei quarantacinque giorni del governo Badoglio. Cfr. Appendice, Documento n. 10. 

  325. «Il Duce - aveva annotato il 28 novembre DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., pp. 113 sg. - è giunto alla decisione quasi d'improvviso, dopo due mesi di incertezze e di continui tentennamenti. Non è mai stato convinto dell'utilità del processo: oggi, credo, meno di ieri». 

  326. V. CERSOSIMO, Dall'istruttoria alla fucilazione. Storia del processo di Verona, Milano 1961, p. 47. 

  327. Cfr. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., pp. 138 sgg. e 168 sg. 

  328. Cfr. G. B. GUERRI, Galeazzo Ciano. Una vita 1903-1944, Milano 1979, pp. 606 sgg.; E. CIANO, La mia testimonianza, Milano 1975, pp. 184 sgg. 

  329. Cfr. V. MUSSOLINI, Vita con mio padre cit., p. 206; ID., Due donne nella tempesta, Milano 1961, pp. 13 sgg.; E. CIANO, La mia testimonianza cit., p. 192. 

  330. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., p. 43. 

  331. Copia in Archivio De Felice. 

  332. I figli di Ciano erano stati messi in salvo in Svizzera, grazie soprattutto all'aiuto del marchese Emilio Pucci, il 12 dicembre. Edda raggiunse a sua volta il territorio elvetico (dove sarebbe rimasta sino a guerra finita) il 9 gennaio 1944, grazie ancora all'aiuto del Pucci. In un primo tempo fu sistemata dalle autorità svizzere in un collegio gestito da religiose a Ingebohl, da dove passò successivamente in una casa di cura a Malèvoz. Interrogata da un funzionario dei servizi di polizia del ministro pubblico federale, il 26 gennaio fece le seguenti dichiarazioni:
    «Dopo la caduta del regime fascista mio marito, io ed i figli rimanemmo a Roma sino al 27 agosto. Non si usciva di casa o meglio detto ben raramente ed a tarda serata. Si temevano degli attentati contro le nostre persone.
    La casa era sorvegliata e le nostre uscite controllate da agenti badogliani.
    Il giorno 27 agosto, coll'aiuto dei tedeschi, potemmo sottrarci alla sorveglianza e raggiungere il campo d'aviazione di Ciampino dove un aereo ci prese a bordo per portarci a Berlino.
    Solo in seguito si seppe che la nostra destinazione era Monaco da dove, dopo due giorni, i tedeschi ci avevano promesso di farci proseguire verso un paese neutrale.
    Però non fu cosí ed una volta a Monaco si comprese d'essere stati ingannati. Le nostre constatazioni si basarono sulla stretta vigilanza di cui eravamo oggetto. Comprendemmo che da ospiti eravamo diventati prigionieri.
    Durante la nostra permanenza a Monaco che si prolungò, per me, sino al 27 settembre, si ebbe a subire ogni sorta di umiliazioni. Io partii da Monaco per la prima e venni in Italia il 27 settembre. Ero sola e raggiunsi Roma in tradotta militare ed a mezzo ferrovia. I miei figli lasciarono Monaco il 12 novembre a bordo di una macchina di mio fratello e mi raggiunsero a Ramiola (Casa di Cura) Parma, dove nel frattempo mi ero trasferita. Mio marito, per contro, abbandonò Monaco il 18 ottobre a bordo di un aereo che lo depose a Verona ed immediatamente incarcerato.
    Durante la mia permanenza a Parma la sorveglianza sul mio conto e figli era relativa. Potevo pure utilizzare una piccola auto (topolino) che mi serví per raggiungere in ripetute occasioni il domicilio di mio padre che si trovava sul Lago di Garda. Visite che avevano per scopo il sapere cosa avveniva a danno di mio marito che sapevo agli arresti.
    Mio padre era convinto che suo genero non avrebbe subito gravi conseguenze nel processo, e giustificava tale ottimismo nel dire che lo stesso non era responsabile del colpo di stato.
    Vidi, per l'ultima volta, mio padre al Q.G. in Vicenza il 18 dicembre 1943. In quest'occasione mi ebbe a comunicare che la sorte di Galeazzo lo preoccupava inquantoché i tedeschi non intendevano risparmiarlo.
    In quanto a mio marito lo vidi in carcere per la prima volta nei giorni 21 e 22 ottobre ed in seguito avvenne il divieto di visitarlo. Essendosi riprese le visite ai primi di dicembre lo vidi per l'ultima volta.
    In seguito la direzione del carcere, praticamente i tedeschi, diedero l'ordine di non lasciarmi piú entrare in contatto con mio marito. E da allora non seppi piú nulla.
    E debbo dichiarare pure che ufficialmente ignoravo l'inizio del processo a carico di mio marito.
    In quell'epoca pensai a mettere in salvo i miei bambini e con il concorso di persone fidate riescii nel mio intento. So che gli stessi varcarono la frontiera in compagnia di un frate od un sacerdote. Ignoro chi esso sia.
    In seguito e precisamente l'8 gennaio 1944 mediante l'aiuto prezioso del tenente pilota Pucci e di una seconda persona conosciuta col nome di zio Piero, potei partire da Parma e raggiungere la frontiera. O meglio il piccolo paese di Cantello (Italia) dove pernottai la notte dall'8 al 9.
    Il giorno seguente (9 gennaio) potei passare su territorio svizzero ed alle guardie di confine avevo consegnato o fatto consegnare una busta sigillata nella quale trovavasi il mio vero passaporto. Faccio notare che a Cantello presentai una tessera al nome di Santos Emilia ed alle guardie italiane di frontiera feci dire che ero la Duchessa d'Aosta.
    Cercavo ogni mezzo per nascondere la mia vera personalità perché temevo che da un momento all'altro qualche ordine facesse naufragare i miei tentativi di espatrio clandestino.
    D. In che consiste la sua attuale ricchezza personale?
    R. In mio possesso, all'entrata in Isvizzera, possedevo un quantitativo di gioielli del valore di circa 7 milioni di lire ed oltre mezzo milione di lire in contanti. Il tutto venne consegnato alle autorità militari che autorizzarono la mia entrata in Isvizzera.
    D. Non ha lei depositato o fatto depositare, a suo tempo, dei titoli o dei valori presso istituti bancari? E non sa se suo marito abbia fatto degli acquisti di proprietà in Isvizzera?
    R. Da parte mia nulla. E posso assicurare che nemmen da parte di mio marito si siano fatte delle operazioni del genere.
    D. Intende lei rimanere ad Ingebohl?
    R. Mia intenzione sarebbe innanzi tutto di collocare i bambini alla scuola. Essi sono: Fabrizio 1931, Raimonda 1933 e Marzio 1937. Ed io desidererei essere ammessa in una clinica possibilmente nella Svizzera francese.
    D. Era a conoscenza suo padre delle sue intenzioni di rifugiarsi in Isvizzera?
    R. Ignorava e credo abbia ignorato sino all'ultimo delle mie intenzioni di fuggire dall'Italia. D'altra parte la mia permanenza in Italia non sarebbe piú stata possibile. Odiata da tutti ed altrettanto detestata dai tedeschi i quali sanno benissimo la mia opinione a loro riguardo».
    BA, AFS, DPF, C 13. 1499, «Edda Ciano Mussolini»; C 13. 1513, «Emilio Pucci di Barsento»; E. CIANO, La mia testimonianza cit., p. 215; F. CIANO, Quando il nonno fece fucilare papà, Milano 1991, pp. 90 sgg. 

  333. BA, AFS, DPF, C 13. 1499, «Edda Ciano Mussolini». Quanto allo stato d'animo di Edda verso il padre, il Repond scriveva:
    «Ma il conflitto psichico piú profondamente inconscio era quello che riguardava suo padre. Consciamente essa gli aveva giurato rancore per averla tradita ancora una volta, per aver giustiziato suo marito o permesso la sua esecuzione. Essa lo disprezzava anche, diceva, per la sua debolezza, per non aver osato prendere posizione e proclamava che non gli avrebbe perdonato mai. Infatti Mussolini ha tentato in due riprese di riconciliarsi con la figlia, anche dopo che essa si trovava in Svizzera, servendosi come intermediario di padre Pancino. Ma essa non ha voluto cedere. Se, dice, ha accettato la somma di 25 000 franchi che lui le ha mandato, lo ha fatto a titolo di restituzione delle somme che la Gestapo le avrebbe preso.
    In realtà Edda Ciano è restata profondamente attaccata a suo padre. Benché pretenda di essere stata meno colpita dalla sua tragica fine che da quella di suo marito, essa ne è stata totalmente sconvolta. È forse sperabile che l'influenza di questa catastrofe sia durevole sul suo carattere e la porti a modificare in una certa misura la sua condotta e i suoi comportamenti». 

  334. V. MUSSOLINI, Due donne nella tempesta cit., pp. 42 sg. 

  335. Vale la pena ricordare tra essi quelli della madre di Ciano, Carolina, che sin dal 2 novembre aveva scritto a Mussolini un'accorata quanto nobile lettera per respingere le accuse di tradimento e di arricchimento mosse al figlio dai suoi «scalmanati accusatori» (cfr. V. CERSOSIMO, Dall'istruttoria alla fucilazione cit., pp. 82 sg.), e, circa un mese e mezzo dopo, della Petacci (cfr. A. SPINOSA, Edda nella tragedia italiana, Milano 1993, pp. 335 sg.). Per la risposta di Mussolini, il 13 gennaio 1944, alla madre di Ciano cfr. MUSSOLINI, XXXII, p. 208. 

  336. Di un altro, piú impegnativo, parla solo Edda affermando che in dicembre alcuni amici suoi e del marito, tra i quali Renato Tassinari e Vito Mussolini avrebbero messo Mussolini al corrente del loro proposito di liberare con un colpo di mano Ciano che era detenuto nel carcere degli Scalzi a Verona. Mussolini, secondo il racconto fatto ad Edda da Tassinari (che faceva parte della sua segreteria politica), avrebbe ascoltato in silenzio quanto gli diceva Tassinari, «poi senza far commenti, mi consegnò un biglietto indirizzato all'ex federale di Milano, Giampaoli. La missiva diceva semplicemente: “Ti prego di ascoltare quanto ha da dirti il latore della presente e di cercare di aiutarlo”». Cosa che Giampaoli avrebbe fatto, sicché si sarebbe subito cominciato a cercare gli uomini adatti per il colpo di mano. Senonché la cosa sarebbe giunta all'orecchio di Pavolini che «si affrettò a intervenire con violenza e fece fallire l'operazione» (cfr. E. CIANO, La mia testimonianza cit., p. 206). 

  337. P. PISENTI, Una Repubblica necessaria cit., pp. 92 sgg. 

  338. Cfr. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., p. 193. Per lo svolgimento del processo cfr. V. CERSOSIMO, Dall'istruttoria alla fucilazione cit., pp. 197 sgg.; R. MONTAGNA, Mussolini e il processo di Verona, Milano 1949, pp. 139 sgg. (il generale Montagna fece parte del collegio giudicante e il suo libro offre preziosi elementi sugli schieramenti e sui contrasti tra giudici «moderati» e «intransigenti»). Tra i libri a carattere piú o meno storico, dedicati al processo cfr. D. MAYER, La verità sul processo di Verona, Milano 1945; M. MAZZUCCHELLI, I segreti del processo di Verona, Bologna 1963; G. VENÉ, Il processo di Verona, Milano 1963. 

  339. L'ultimo incontro tra Mussolini e la figlia ebbe luogo a Gargnano il 26 dicembre. Edda cercò ancora una volta di ottenere che il padre intervenisse in favore del marito. L'incontro finí in un vero e proprio scontro a rendere piú drammatico il quale non si può escludere contribuisse il fatto che Edda potesse essere stata informata da Hildegard Burkhardt (la famosa «Frau Beetz» che i tedeschi avevano messo alle costole di Ciano sin dal suo rientro in Italia per cercare di entrare in possesso dei suoi diari) che, almeno ufficialmente, Hitler considerava il processo «una questione esclusiva del Duce» e che da parte delle autorità tedesche in Italia non doveva quindi «essere esercitata alcuna pressione nel senso di una condanna» (la direttiva fu confermata da von Ribbentrop a Rahn almeno sino al 27 dicembre, cfr. ADAP, s.E, VII, p. 283). «Il 26 dicem- bre 1943 – ha scritto Edda (La mia testimonianza cit., pp. 208 sg.) – mi recai ancora una volta a Gargnano. Con questa visita mi proponevo non di supplicare, ma di lottare fino all'ultimo e con tutte le mie forze, perché il giorno prima Frau Beetz mi aveva fatto sapere che il processo era imminente e che il Duce non sembrava affatto disposto a dar prova di clemenza. Queste informazioni avevano forse lo scopo preciso di creare in me un determinato stato d'animo prima di mettermi al corrente dei piani previsti dai suoi capi? Non potrei dirlo, ma resta il fatto che quando entrai nello studio di mio padre ero decisa a tutto.
    Quando egli mi disse che non poteva fare piú nulla per Galeazzo e che la giustizia doveva seguire il suo corso, ebbi una reazione terribile.
    Scandendo ogni parola, battendo i pugni sul tavolo per sottolineare le mie frasi, gli gettai in viso tutto quello che pensavo di lui, del suo atteggiamento, dei suoi alleati tedeschi, che ormai consideravo dei traditori, dei nemici, dopo essere stata la loro alleata piú fedele e leale; e, senza tener conto di ciò che mio padre doveva provare in quel momento, se davvero era stato costretto a piegarsi alle richieste degli estremisti fascisti, gli dissi tutto il mio disprezzo e il mio disgusto.
    Prima di andarmene sbattendo la porta, ricordo anche di avergli gridato: "Siete tutti pazzi. La guerra è perduta, è inutile che vi facciate illusioni! I tedeschi resisteranno ancora qualche mese, non di piú. Tu lo sai, vero, quanto io abbia desiderato la loro vittoria, ma adesso non c'è piú niente da fare. Te ne rendi conto? E voi condannate Galeazzo in queste condizioni?"».
    Il giorno successivo Edda si incontrò con «Frau Beetz», con la quale era già in contatto; questa le disse che, su sua iniziativa, i tedeschi erano disposti a lasciare libero Ciano (simulando una sua liberazione da parte di ufficiali italiani) in cambio dei suoi diari e le consegnò una lettera del marito nella quale questi si diceva pronto al baratto. 

  340. «Pure ostentando una calma assoluta, il Duce appare affranto. Il mondo delle sue illusioni è crollato: attorno a lui si accumulano ogni giorno che passa, macerie, rovine, dolori... Parla e il suo pensiero è molto lontano; Mussolini è oggi uomo, soltanto uomo. Le sue parole sembrano avere il sapore di una confessione... "Quando si lotta per la vita e per la morte non si va per il sottile nella scelta delle armi con cui combattere!... Anche l'atto estremo che è stato dai piú ritenuto necessario, sta per venire compiuto! Con quali risultati? Non sono ottimista, come sapete, nel prevederli"... Mussolini non nasconde il suo disappunto per il rinvio a domani delle conclusioni. Non vede l'ora che sia finito; la sofferenza lo annienta: è pallido, stanco ed è palese che compie uno sforzo enorme per mantenersi, almeno apparentemente, tranquillo... Mazzolini, che in serata è stato lungamente da lui, uscendo mi dice: "Stategli vicini ed attenti: è molto depresso e fa una gran pena! Non vorrei che compisse qualche gesto!"» (G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., pp. 190 sgg.). 

  341. Cfr. ibid., pp. 188 sg. 

  342. La richiesta tedesca di rinvio è spiegabile solo alla luce della «trattativa» sui diari di Ciano avviata già in Germania con Ciano e con Edda da «Frau Beetz» e cioè da Himmler e da Kaltenbrunner in Germania, che volevano utilizzare i diari contro von Ribbentrop, e dal generale delle SS Harster a Verona. Il 6 gennaio l'operazione, dopo un felice avvio (i tedeschi avevano voluto un campione dei documenti in mano a Edda per poterne giudicare l'interesse), fu però bruscamente interrotta da Hitler e da von Ribbentrop che ne erano stati, non si sa bene come, informati (forse da Rahn, il cui atteggiamento in quei giorni è tutt'altro che chiaro) e che impartirono a Harster l'ordine di impadronirsi dei diari senza dar corso allo «scambio». Fu a questo punto che Edda decise di passare in Svizzera, non prima però di aver scritto tre lettere. Una al gen. Harster: «Generale, per la seconda volta mi sono fidata della parola dei Tedeschi, con il risultato che Lei sa. Adesso basta. Se non viene fatto ciò che mi è stato promesso scatenerò la mia piú tremenda campagna contro l'Asse ed userò tutte le prove in mio possesso, e tutto ciò che so.
    Le mie condizioni: Entro 3 giorni dall'istante in cui queste lettere vengono consegnate alla sig.ra B., mio marito dovrà trovarsi dinanzi alla stazione di Berna. Accompagnato solamente dalla sig.ra B. tra le ore 10 antimeridiane e le 13 del pomeriggio. Se ciò avverrà in piena lealtà, ci ritireremo a vita privata e non faremo piú sentire nulla di noi. I diari verranno consegnati lo stesso giorno da mio marito alla sig.ra B. Accludo 2 lettere sullo stesso argomento per il Führer ed il Duce.
    Le faccia recapitare immediatamente assieme ad una copia della presente».
    Un'altra a Hitler:
    «Führer, per la seconda volta ho creduto alla Sua parola, per la seconda volta sono stata ingannata. Solamente i soldati caduti insieme sui campi di battaglia, mi trattengono di passare al nemico. Se mio marito non sarà liberato secondo le condizioni che ho specificato al suo generale, nulla mi tratterrà piú. Già da tempo i documenti sono in mano di persone autorizzate di farne uso non solo nel caso che qualcosa succedesse a mio marito, ma pure a me, ai miei figli, alla mia famiglia. Se però, come credo e spero, le mie condizioni saranno accettate, e saremo lasciati in pace ora e nel futuro, non si sentirà piú nulla di noi. Sono inconsolabile di essere costretta a ciò, però Lei capirà».
    La terza, infine, a Mussolini:
    «Duce. Ho atteso finora che Tu mi dimostrassi il minimo sentimento di umanità e di amicizia. Ora basta. Se entro 3 giorni Galeazzo non si trova in Svizzera, secondo le condizioni che ho fatto conoscere ai tedeschi, userò inesorabilmente tutto ciò che so con prove irrefutabili. In caso contrario, e se noi tutti saremo lasciati in pace e in sicurezza (dalla tisi polmonare all'incidente d'auto) non sentirete piú nulla di noi». Cfr. E. CIANO, La mia testimonianza cit., pp. 210 sgg.; F. W. DEAKIN, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 626 sgg.; A. BRISSAUD, Mussolini cit., III, pp. 52 sgg.; A. SPINOSA, Edda nella tragedia italiana cit., pp. 339 sgg. 

  343. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., pp. 188 sg. 

  344. Cfr. F. W. DEAKIN, Storia della repubblica di Salò cit., p. 632. 

  345. Cfr. ibid., p. 629. 

  346. Cfr. A. BRISSAUD, Mussolini cit., III, pp. 92 sg. 

  347. [Citato nei ricordi di G. Pattarozzo, in Archivio De Felice, N. d. R.]. 

  348. Ivi. Per l'atteggiamento di Pavolini, significativo è quanto riferito negli stessi ricordi a proposito di quanto il segretario del Pfr avrebbe detto poco tempo prima all'avv. Griffini testé nominato presidente del ripristinato Tribunale speciale. I fascisti, aveva detto, attendevano un atto di intransigente giustizia: «come uomo darei la mia vita per la salvezza di Ciano al quale, oltre che da amicizia, sono legato da indimenticabile riconoscenza. In questo momento però ogni sentimento personale deve essere soffocato. Non punire i membri del Gran Consiglio significherebbe l'immediato e irreparabile discredito di Mussolini presso tutti i fascisti, non escluso uno, i quali interpreterebbero un atto di clemenza come un banale espediente per la salvezza di Ciano». 

  349. Cfr. in particolare R. MONTAGNA, Mussolini e il processo di Verona cit., pp. 211 sg.; P. PI- SENTI, Una Repubblica necessaria cit., p. 95 nonché, sempre a proposito della posizione di Pisenti, G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., pp. 241 sgg.; P. ROMUALDI, Fascismo repubblicano cit., pp. 67 sg.; I. VIANINI, Io ho impedito che Mussolini ricevesse la domanda di grazia di Galeazzo Ciano. Per un'ora aspettai da Mussolini la telefonata che poteva salvare Ciano, nonché I protagonisti replicano al racconto e alle prove di Italo Vianini, in «Oggi», 24 e 31 gennaio, 7 febbraio 1963; D. SUSMEL, Vita sbagliata di Galeazzo Ciano, Milano 1962, pp. 351 sg.; M. MAZZUCCHELLI, I segreti del processo di Verona cit., pp. 191 sgg.; A. BRISSAUD, Mussolini cit., III, pp. 100 sgg. 

  350. ACS, R. GRAZIANI, b. 71, fasc. 54, sottof. 16. 

  351. Sull'esecuzione cfr. i rapporti redatti nella stessa giornata dell'11 gennaio dal generale Harster (ADAP, E, VII, pp. 329 sg.) e da Antonio Monticelli (M. MAZZUCCHELLI, I segreti del processo di Verona cit., pp. 207 sgg.), la relazione del cappellano che assistette i condannati, don Giuseppe Chiot (ibid., pp. 210 sgg.), nonché G. G., Il memoriale inedito del medico che assistette alla fucilazione. Le ultime ore dei condannati descritte con obiettività dal dott. Renato Carretto, in «L'Arena», 2 dicembre 1962 e la testimonianza del comandante del plotone d'esecuzione Nicola Furlotti, raccolta da G. Venè in «L'Europeo», 8 e 15 giugno 1967. 

  352. Per il momento basterà dire che nel pomeriggio dell'11 Mussolini ricevette in udienza il direttore del carcere di Verona e Vecchini (rispettivamente per venti e dieci minuti), il 12 Cosmin, per quaranta minuti, il 15 Fortunato, per venticinque minuti, e il 26 don Chiot, anche lui per venticinque minuti, intrattenendosi con tutti sulle vicende del processo, e in particolare su quella delle domande di grazia, e sui particolari dell'esecuzione. 

  353. Tanto che si può credere a R. RAHN, Ambasciatore di Hitler a Vichy e a Salò cit., p. 295, quando afferma che, se non fosse stato distolto dall'idea da lui, Mussolini pensava di pubblicare un articolo «contenente espressioni di riconoscimento dei meriti e di giustificazione» del genero. 

  354. Cfr. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., p. 204. 

  355. Cfr. R. RAHN, Ambasciatore di Hitler a Vichy e a Salò cit., p. 294. 

  356. ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 31, fasc. 238/R, «Attività ribelli», sottof. 6, «Lettere del Duce». 

  357. Ivi, sottof. 9, «Sbandamenti Forze armate»; nonché la cit. Relazione del gen. Operti in AUSSME, ff. 59 sgg. 

  358. Cfr. E. AMICUCCI, I 600 giorni di Mussolini cit., pp. 123 sg. 

  359. Cfr. A. TAMARO, Due anni di storia cit., II, p. 344. 

  360. Cfr. E. AMICUCCI, I 600 giorni di Mussolini cit., p. 124. 

  361. Cfr. G. PINI, Itinerario tragico cit., pp. 85 sg. 

  362. Alla «congiura delle tre B» fa un rapido cenno il figlio di Borsani, affermando che non si sarebbe trattato di un tentativo di «golpe», ma di un'azione concordata «alla luce del sole» «per contrastare coloro che volevano chiudere il partito a riccio isolandolo dagli italiani non iscritti al fascio» e che si sarebbe manifestata «sin dal 4 marzo 1944, nella prima riunione del direttorio nazionale del partito, quando [le tre B] avevano concordemente attaccato la politica di Pavolini e di Buffarini Guidi». Cfr. C. BORSANI JR - G. ALMIRANTE, Carlo Borsani, Roma 1979, p. 31, e soprattutto C. BORSANI JR, Carlo Borsani. Una vita per un sogno (1917-1945), Milano 1995, pp. 117 sg. La notizia è chiaramente inattendibile (per il riferimento alla riunione del direttorio) e assurda (a parte l'atteggiamento morale nei confronti di Buffarini Guidi, la posizione di Barracu, come vedremo, era assai diversa da quella di Balisti e di Borsani). Né questa è l'unica notizia inattendibile riscontrabile nel libro del figlio di Borsani. A p. 90 questi asserisce che fu il padre a presentare Silvestri a Mussolini nel 1942: se presa in senso letterale, l'asserzione è assurda, dato che Mussolini conosceva Silvestri sin dai tempi dell'«Avanti!», se riferita agli ultimi tempi è imprecisa, poiché a rimettere i due in contatto fu Piero Pisenti. 

  363. I rapporti Mussolini-Bombacci negli ultimi mesi del 1943 e nei primi del 1944 presenta- no ancora, nonostante l'ottimo studio di G. SALOTTI, Nicola Bombacci da Mosca a Salò, Roma 1986, pp. 150 sgg., alcune zone d'ombra, dovute alla scarsezza della documentazione disponi-bile, specie riguardo al periodo precedente il trasferimento, all'inizio del '44, di Bombacci da Roma a Salò e, dunque, ai suoi propositi e contatti romani. In particolare, non è possibile sta-bilire se e quale rapporto vi fu tra la decisione di stabilirsi al Nord e il progetto di dar vita a un «Sindacato produttori» che in qualche misura anticipava l'idea della socializzazione («non c'è via di mezzo: o si accetta o si va al comunismo, definitivamente» ebbe a dire alla vigilia dell'8 settembre) che coltivava durante i quarantacinque giorni con Giuseppe Giulietti (ASMAE [La-cuna nel testo. N. d. R.]), che nella prima metà di febbraio avrebbe fatto a sua volta una cauta e tutt'altro che chiara apparizione a Salò riaffermando i suoi programmi politico-sindacali, ma dicendo anche di non volersi ciò nonostante trasferire al Nord (cfr. G. SALOTTI, Giuseppe Giu-lietti. Il sindacato dei Marittimi dal 1910 al 1953, Roma 1982, pp. 243 sg. e 324 sg.).
    In questo periodo Bombacci ebbe però intensi contatti con alcuni vecchi amici che si erano subito inseriti nella Rsi; in particolare con Walter Mocchi (che già alla fine di settembre caldeg-giava presso Mussolini la ripresa delle pubblicazioni di «La Verità» sotto forma di quotidiano), Sigfrido Barghini, Maria Costa (che a metà dicembre, portando a Mussolini una lettera di Bom-bacci, gli suggerí di porlo a capo dei sindacati) e con un gruppo di socialisti che, come si è detto, elaborarono una «base d'intesa» per la preparazione del programma sociale da presentare al con-gresso di Verona. A ciò si deve aggiungere che, pur risiedendo ancora a Roma, Bombacci si recava spesso a Gargnano per parlare con Mussolini e aveva con lui frequenti contatti telefonici. «Nicola Bombacci – annotava il 30 novembre G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., p. 118 – che vive giorni di passione, è in prima linea tra coloro che si battono per una vera rivoluzione sociale. È da tempo consigliere di Mussolini in tutta questa materia... Egli avrà il suo ufficio presso il ministero dell'Interno [dove lavorava Barghini] per l'esame delle questioni sociali. Per ora, compila una se-rie di appunti per il Duce che lo riceve spesso». Di questi incontri – che Mussolini doveva ritenere opportuno che gli estremisti del partito (che, come Barghini gli scrisse il 5 dicembre, informan-dolo della decisione di affidargli lo studio del problema delle case per i lavoratori assai sentito da Mussolini che lo vedeva nel quadro di quella che sarebbe dovuta essere la socializzazione, guar-davano a lui con «immutata ostilità») fossero informati il meno possibile – non vi è traccia nei ruolini delle udienze predisposti quotidianamente da Dolfin, e questo nonostante già a quest'e-poca Mussolini si servisse spesso di Bombacci per delicate missioni «ufficiose».
    A indurre Bombacci a trasferirsi al Nord e a collaborare con Mussolini furono certamente la carica rivoluzionaria che sin dagli anni giovanili si portava dentro e l'idea che, sia pure in ex-tremis, Mussolini nella nuova situazione determinata dal crollo del regime potesse realizzare un socialismo nazionale italiano in grado di opporsi idealmente e, forse, materialmente («se Mus-solini stavolta riesce a formare un esercito, farà quella rivoluzione che finora non gli è riuscita», disse un giorno, memore dell'insegnamento di Trotzky, ad Anfuso) tanto al capitalismo quanto al comunismo e – quale fosse stata la conclusione del conflitto – di costituire un seme che avreb-be dato i suoi frutti nel futuro (cfr. F. ANFUSO, Da palazzo Venezia al lago di Garda (1936-1945) cit., p. 422). E se questo vale per Bombacci, in buona misura vale anche per Mussolini, per il quale, oltre tutto, la particolare condizione psicologica nella quale si trovava faceva sí che i rap-porti con il suo vecchio compagno e avversario di tante battaglie assumessero un valore, una sug-gestione particolare, diventassero un modo per rievocare e ripensare alcune delle pagine del suo passato alle quali piú si sentiva legato e, insieme, per rivivere i luoghi, le passioni, l'atmosfera della natia Romagna alla quale entrambi guardavano pieni di nostalgia.
    Sotto il profilo umano e psicologico la natura dei rapporti Mussolini-Silvestri fu simile a quella dei rapporti Mussolini-Bombacci. Anche con Silvestri infatti Mussolini aveva avuto un lungo periodo di militanza socialista in comune e poi al tempo dell'Aventino, di scontri duris-simi («Silvestri è stato il vero capo dell'opposizione extraparlamentare» disse Pisenti all'inizio del dicembre '43) che non gli avevano però impedito di apprezzarne il rigore morale e la tempra di lottatore, cosí diversi da quelli della gran maggioranza degli antifascisti, sicché Silvestri fu, insieme a Bombacci e a Dinale, uno dei pochi con cui a Gargnano poteva dare sfogo ai suoi sen- timenti e parlare «degli anni lontani, dei congressi socialisti di un tempo, dei morti che egli ave-va pur vivi nella memoria» (G. Ansaldo). Sotto il profilo piú propriamente politico, sul quale la recente biografia di G. Gabrielli (Carlo Silvestri cit.) non fa, nonostante la nuova documentazio-ne utilizzata, piena luce, non riuscendo spesso a sottrarsi alle suggestioni semplificatorie di un approccio piú politico che storico e di giudizi piú o meno coevi, che si proponevano di metterlo in cattiva luce facendolo passare per un nevrotico bastian contrario, mentre ne tralascia altri – quali quelli di Dolfin o da lui riferiti nel suo diario (cfr. pp. 54 e 239) – che avrebbero permes-so di metterne a fuoco meglio la personalità e la posizione nel contesto piú generale della Rsi.
    Che Silvestri abbia costituito un caso umano e politico tutto particolare è indubbio. Ciò non significa però che la sua posizione non avesse una sua coerenza. Schematizzando, si può dire che la motivazione prima di essa era la salvaguardia dei «supremi interessi» dell'Italia. In particolare rispetto al danno morale e materiale (che lucidamente aveva intuito sin dal momento dell'annun-cio dell'armistizio) di una contrapposizione tra italiani «ingaggiati a combattere a fianco degli Alleati contro i germanici e altri italiani che saranno incorporati nell'esercito tedesco, fratelli contro fratelli come in Spagna» (cfr. G. GABRIELLI, Carlo Silvestri cit., pp. 245 sg.). È in questa lo-gica, dalla quale per Silvestri discendeva la necessità di evitare che la contrapposizione fascisti-antifascisti, fomentata dagli Alleati, dai comunisti e dai tedeschi, degenerasse in una guerra civile della quale tutti gli italiani avrebbero fatto le spese e che poteva essere scongiurata o almeno con-tenuta solo con una sorta di nuovo «patto di pacificazione» tra fascisti «italiani» e «socialisti ita-liani» – che negli ultimi mesi del '43 e nei primi del '44 Mussolini condivideva, anche se, da «po-litico», doveva fare i conti quotidianamente con coloro, italiani e tedeschi, che rifiutavano ogni tipo di pacificazione –, che vanno essenzialmente viste la ricerca di Silvestri di un contatto per-sonale e di una sistematica collaborazione con Mussolini. Che a sollecitarlo in tal senso contri-buissero – per dirla con Ansaldo che lo conobbe bene – la «curiosità di vedere e di sapere» e il de-siderio di scrivere un libro (che avrebbe voluto intitolare «Mussolini estremo») basato, come i Colloqui di Ludwig, sulle conversazioni che avrebbe avuto con lui, è del tutto secondario. Quello che Silvestri sostanzialmente si riprometteva era infatti di indurre Mussolini a tradurre in pratica i suoi propositi di pacificazione, anche a costo di sfidare l'opposizione di Pavolini e degli intran-sigenti (che non a caso lo avrebbero considerato un pericoloso avversario, al punto che a due ri-prese, nel novembre '43 e nel marzo '44, se non fosse intervenuto in suo aiuto Mussolini, avreb-bero cercato di farlo deportare in Germania con l'accusa di essere un antifascista infiltrato), e a ottenere che appoggiasse la sua «Croce Rossa». O, detto in termini meno pittoreschi, l'attività in favore degli antifascisti, socialisti e azionisti in particolare, caduti o in pericolo di cadere in mano fascista e tedesca alla quale – ricollegandosi a quanto in questo stesso senso aveva fatto Lui-gi Veratti prima del 25 luglio – alla quale si era dedicato anima e corpo subito dopo l'armistizio e il manifestarsi dei primi sintomi di guerra civile con l'appoggio di vari esponenti repubblicani quali Piero Pisenti, Carlo Borsani e il podestà e poi capo provincia di Milano Piero Parini, rite-nendo che essa, oltre a costituire un atto dovuto di solidarietà e di fratellanza nazionale, avrebbe dimostrato la buona fede dei propositi di Mussolini e rappresentato un passo importante per as-sicurare alla Rsi il consenso o, almeno, la non ostilità dell'antifascismo «nazionale», non comu-nista (cfr. C. SILVESTRI, Mussolini, Graziani e l'antifascismo cit.; G. GABRIELLI, Carlo Silvestri cit., pp. 270 sgg.). Ché se Bombacci, data la sua formazione massimalista e comunista, concepiva il significato (attuale e «storico») della Rsi in un'ottica ancora sostanzialmente rivoluzionaria, Sil-vestri, i cui punti di riferimento politici e morali erano quelli di un socialismo di tipo grosso modo turatiano, lo concepiva in una prospettiva non classistica, ma solidaristica il cui punto di forza non avrebbero dovuto essere tanto le masse, quanto, almeno per il momento, le élites nazionali di progresso uscite piú che espresse direttamente dalle masse.
    E, per finire, non resta che accennare ai rapporti di Mussolini con Ottavio Dinale, certo in sé meno importanti e intensi (ma piú numerosi di quelli documentati dai ruolini delle udienze «ufficiali») di quelli con Bombacci e Silvestri, ma, altrettanto certamente, non meno significa-tivi per mettere a fuoco sia la posizione e il modus operandi di Mussolini nei primi mesi della re-pubblica, durante i quali piú ricorse a Dinale per avvicinare ambienti di vecchi socialisti, repub-blicani e anarcosindacalisti con i quali Dinale aveva mantenuto contatti piú o meno stretti, sia il clima di quei mesi.
    Particolare interesse ai fini della nostra ricostruzione ha la prima udienza, il 26 ottobre, du-rante la quale Dinale, facendosi forte della vecchia amicizia tra loro, non si fece scrupolo di in-citare esplicitamente Mussolini a liberarsi di Pavolini e di Buffarini Guidi, «mal tollerati» dai piú e corresponsabili della crisi del regime. Nel resoconto che Dinale avrebbe fatto nel dopoguerra è probabilmente la spiegazione di come, nella confusione di quei mesi, poté nascere l'idea che Bar-racu fosse sulle stesse posizioni di Balisti e di Borsani e, dunque, la leggenda della «congiura delle tre B». Barracu, come scrive Dinale che aveva occasione di vederlo spesso a Maderno, era, per un verso, convinto della necessità di un rimpasto del governo (dal quale pare sperasse di avere il posto di ministro dell'Interno) e di un'«apertura» a tutti del Pfr, che, per parte sua, avrebbe dovuto essere profondamente rinnovato attraverso una radicale revisione dei suoi quadri e, in particolare, dei capi provincia, sostituendone la maggioranza con elementi nuovi tratti dai quadri locali, la concessione di una completa libertà di stampa e la convocazione in tempi brevissimi della Costituente; per un altro verso però, pur caldeggiando in teoria una politica di «avvicinamento» e di «intesa» con i partigiani, in pratica concepiva però questa politica in una logica solo strumentale militare fondata su un principio che era la negazione della pacificazione: se i partigiani ricorrono al terrore per costringere le popolazioni ad aiutarli la Rsi doveva contrapporre loro «un terrore piú spaventoso», «unico mezzo per isolarli e sopprimere tra le popolazioni ogni possibilità di favoreggiamento» (cfr. O. DINALE, Quarant'anni di colloqui cit., pp. 204 sgg.). 

  364. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., pp. 179 sg. 

  365. Cfr. P. ROMUALDI, Fascismo repubblicano cit., p. 211 (testimonianza rilasciata nel 1988); E. CIONE, Storia della Repubblica Sociale Italiana, Roma 1951, p. 129, dedica alla vicenda un brevissimo accenno, in cui l'iniziativa di far defenestrare Buffarini Guidi e Pavolini da Mussolini è attribuita a Rahn e Wolff. 

  366. P. ROMUALDI, Fascismo repubblicano cit., pp. 56 sg. 

  367. F. BALISTI, Da Bir el Gobi alla Repubblica Sociale Italiana cit., pp. 136 sgg. e 140 sg. 

  368. Ibid., pp. 146 sgg. Sulla commemorazione di Aldo Resega cfr. v. COSTA, Memorie cit., ff. 311 sg. Ad ascoltare Balisti furono solo un centinaio di «squadristi». Nei giorni precedenti Pavolini si era dato da fare perché tutti i fascisti milanesi intervenissero alla commemorazione; un numero cosí esiguo di presenze si può spiegare solo con un contrordine di Pavolini quando seppe della sua destituzione. «Balisti – ricorda Costa – non si sconcertò: pronunziò uno dei suoi soliti discorsi che commuovono, che convincono, che trascinano l'uditorio». 

  369. Cfr. F. BALISTI, Da Bir el Gobi alla Repubblica Sociale Italiana cit., pp. 151 sgg. 

  370. Cfr. F. W. DEAKIN, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 611 sgg. 

  371. ACS, B. SPAMPANATO, b. 1, fasc. «Diario della signora Spampanato». 

  372. BM, RH2, b. 1663, bl. 19-32. 

  373. Cfr. F. W. DEAKIN, Storia della repubblica di Salò cit., p. 612. 

  374. Cfr. F. BELLOTTI, La repubblica di Mussolini cit., pp. 102 sg. 

  375. Dai ruolini delle udienze di Mussolini risulta che questi ricevette Wolff l'11 gennaio dal-le 16,05 alle 17,10, il 12 dalle 16,05 alle 17, il 13 dalle 11,40 alle 12,25, il 14 dalle 13,05 alle 14,10, il 15 dalle 19,20 alle 20,10, il 17 dalle 19,05 alle 20,25 (ACS, RSI, Segreteria part. del Duce, Carteggio ris., b. 57/R, fasc. 627, «Udienze del duce»). 

  376. Secondo F. BELLOTTI, La repubblica di Mussolini cit., pp. 103 sgg., che posticipa però di vari giorni la data dello scontro decisivo tra Mussolini, Pavolini e Buffarini Guidi, l'argomento che questi usarono per ottenere la rinuncia alla loro estromissione fu quello che, a loro dire, la radio Monteceneri aveva trasmesso la notizia che i tedeschi avevano imposto a Mussolini di di-missionarli e di dimissionare anche altri ministri. Di fronte a questa notizia, della quale gli era praticamente impossibile controllare in tempi brevi l'autenticità, Mussolini, che oltre tutto non era affatto sicuro di poter ancora contare su Balisti, si piegò a mantenere i due ai loro posti non volendo che si potesse dire che era completamente nelle mani dei tedeschi. Né Wolff, consape-vole che dietro a tutto era Rahn, se la sentí di ingaggiare con questi una prova di forza. 

  377. Cfr. Documenti sull'Italia nella seconda guerra mondiale 1943-45, a cura di L. Mercuri, Foggia 1995, pp. 55 sgg. 

  378. Cfr. E. DOLLMANN, Roma nazista cit., pp. 251 sgg.; G. ANGELOZZI GARIBOLDI, Pio XII, Hit-ler e Mussolini. Il Vaticano fra le dittature, Milano 1988, pp. 251 sgg.; K. WOLFF, Ecco la verità, in «Tempo illustrato», 4 febbraio 1951; nonché in generale F. BAYLE, Psychologie et ethique du National-socialisme, Paris 1953, pp. 263 sgg.
    Nella testimonianza pubblicata nel 1951 su «Tempo illustrato», Wolff affermò di aver detto a Pio XII di essere pronto a fare tutto quanto stava in lui «per una rapida conclusione della guerra nel caso che se ne fosse presentata un'opportunità onorevole»; vent'anni dopo a Monaco dichiarò di aver specificato che il suo impegno per anticipare la fine della guerra era condizionato alla con-cessione alla Germania di condizioni di pace onorevoli, «perché non avrei voluto apparire come un traditore» (cfr. G. ANGELOZZI GARIBOLDI, Pio XII, Hitler e Mussolini cit., p. 252).
    Dell'udienza Wolff informò dopo che essa ebbe luogo l'ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, von Weizsäcker con cui decise che avrebbero inviato un rapporto comune a Himm-ler, che – secondo quanto il generale dichiarò nel 1972 – avrebbe approvato la sua iniziativa (ibid., pp. 253 sg.). 

  379. Cfr. G. DOLFIN, Con Mussolini nella tragedia cit., pp. 49 sgg.