Capitolo IV
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Capitolo quarto: Il paese in guerra

La nostra attenzione si è concentrata nei precedenti capitoli sulla ricostruzione e sull’analisi delle vicende politico-diplomatiche e militari della partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale dal 1940 al 1942 e sulla loro interreazione nel contesto della realtà economica italiana di quegli anni. Cosí come volutamente abbiamo trattato il piú possibile in parallelo tali vicende, dato che una ricostruzione delle une senza quella delle altre rimarrebbe alla superficie di entrambe e sarebbe del tutto inadeguata a renderle storicamente intelligibili, volutamente non abbiamo invece sin qui trattato, a parte qualche rapidissimo accenno, indispensabile a chiarire meglio singole questioni particolari, quelle che si possono definire latu sensu di politica interna, intendendo per tali anche molti aspetti della vita economica di quegli anni che su di essa direttamente o indirettamente ebbero una notevole e crescente incidenza. Come ora vedremo, queste vicende possono essere infatti storicamente capite solo se si hanno chiare le prime e se ci si rende conto che furono quelle politico-diplomatiche e militari a condizionare quelle di politica interna e non viceversa. E ciò anche se tanto le une quanto le altre risentirono profondamente della realtà di base e delle vicende dell’economia nazionale.

Nelle lezioni tenute nel 1950 alla Sorbona, Federico Chabod fece un’affermazione dalla quale ci pare opportuno prendere le mosse1:

Le vicende della guerra... non fanno che allargare, giorno per giorno, il profondo abisso che s’è scavato fra il paese e Mussolini. La preparazione militare è soltanto un bluff: i soldati compiono benissimo il loro dovere, ma sono male armati, male equipaggiati... Il popolo comincia allora a chiedersi: «Dov’è la potenza militare di cui s’è tanto parlato?... È un altro bluff: lo stato corporativo è stato un bluff; e anche la preparazione militare lo è».

Nel 1939 il consenso non esisteva ormai piú: ora anche il prestigio del capo e del regime crolla. Il fascismo cadrà a pezzi, come un congegno le cui molle si sono spezzate.

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La statura storica di Chabod induce ad escludere che il carattere sintetico delle lezioni, tenute per di piú ad un pubblico straniero e a meno di cinque anni dalla fine della guerra, basti a spiegare la contraddizione che si annida al fondo di questa affermazione. Da qui la necessità di due osservazioni, una marginale e a carattere di precisazione, l’altra, invece, di sostanza e tale da introdurci subito nel vivo del discorso sul «fronte interno», sull’atteggiamento cioè degli italiani rispetto alla guerra e, dunque, al regime fascista e a Mussolini che della partecipazione alla guerra erano i responsabili e con essa delle sue catastrofiche conseguenze per il paese.

La prima osservazione riguarda il processo di allargamento dell’abisso fra il paese e Mussolini: esso non fu cosí continuo e rettilineo come potrebbe far pensare l’affermazione di Chabod; procedette piuttosto per fasi, stasi, riprese, in gran parte connesse all’andamento delle operazioni militari (ma non solo, come vedremo, ad esso), che, se non incisero sul suo sbocco finale, è però necessario capire da cosa furono determinate, poiché è attraverso esse che si può mettere a fuoco sia l’atteggiamento del paese verso la guerra sia il suo rapporto con il regime fascista e con Mussolini e, dunque, i margini (e i contrasti interni) della loro azione politica e, infine, i molteplici sbocchi che tale atteggiamento ebbe dopo il 25 luglio e persino dopo l’aprile del 1945. La seconda osservazione riguarda una contraddizione interna all’affermazione di Chabod: da un lato in essa si dice che nel 1939 il consenso non esisteva ormai piú, da un altro che fu durante la guerra e in conseguenza della scoperta del bluff della asserita a parole e smentita dai fatti preparazione militare dell’Italia che «anche il prestigio del capo e del regime» andò in pezzi.

Che il consenso di cui godette il regime fascista sia andato – nonostante le momentanee impennate determinate dalla «conquista dell’impero» e dal «ruolo pacificatore» giuocato da Mussolini in occasione della crisi cecoslovacca del 1938 e della conferenza di Monaco – declinando dopo i vertici raggiunti con la Conciliazione e durante la «grande crisi» è un fatto. Cosí come è un fatto che al suo declino contribuí notevolmente l’alleanza con la Germania. È però impossibile asserire che il consenso nel 1939 non esistesse ormai piú e comunque, anche volendo accettare per buona l’affermazione di Chabod, è necessario spiegare perché il suo crollo non avesse coinvolto anche il prestigio di Mussolini e, addirittura, del regime, un crollo che si sarebbe verificato solo nel corso della guerra e con la scoperta del bluff militare fascista. Questa contraddizione si spiega a nostro avviso solo in forza di due considerazioni. Una è che, pur parlando di «paese», di «popolo», Chabod guardava essenzialmente alla borghesia e in particolare a quella parte di essa che a suo tempo il Salvatorelli aveva definito «umanistica», da lui vista per di piú come una realtà non composita ma sostanzialmente unitaria, e praticamente ne proiettava l’atteggiamento rispetto a Mussolini e al regime sugli altri ceti e gruppi sociali e «culturali». Tanto è vero – e siamo alla seconda osservazione – che, subito dopo2, per mettere in evidenza la diversità del clima nazionale nel 1915-18 e nel 1940-43 si rifaceva all’esempio del volontariato, uscito dalle file della borghesia e, a suo dire, molto meno consistente nella seconda guerra mondiale che non nella prima, e alla sua tradizione risorgimentale. Ciò spiega l’origine della sua contraddizione. Il «patto d’acciaio», la politica razziale, in quanto negazione della tradizione risorgimentale e degli ideali etico-politici che la sostanziavano, non potevano non sancire per Chabod la fine del consenso. E infatti per una parte della borghesia la sancirono, come la sancirono anche però per una parte del mondo cattolico e soprattutto di quella meno toccata dall’esperienza risorgimentale e, a suo modo, piú «intransigente». Nonostante ciò, entrata l’Italia in guerra, «i soldati e gli ufficiali compiono il loro dovere, combattono con onore, anche se male equipaggiati e male armati; scrivono molte pagine eroiche nella storia del paese»3. Poiché il consenso non esisteva piú, l’unica spiegazione poteva trovarsi nel patriottismo risorgimentale ancor vivo nella borghesia. In quell’intimo «terribile travaglio» che – come Benedetto Croce disse (con un eccesso di pietas nazionale e, forse, per rincuorare la borghesia liberale esposta ad ogni sorta di accuse e di attacchi concentrici) al congresso di Bari dei Comitati di liberazione nel gennaio 19444 – aveva indotto la borghesia a «fare il proprio dovere», a combattere una guerra nella quale non credeva, e che anzi osteggiava (ma che, sino agli ultimi giorni della «non belligeranza», persino un uomo come Croce pensò «con illusione di speranza e persino di fiducia» che l’Italia potesse combattere a fianco della Francia e dell’Inghilterra5, il che mostra che, nonostante tutto, Mussolini e il fascismo riscuotevano ancora presso di essa una certa fiducia), sino a quando essa non le apparve non solo rovinosa, ma anche un tradimento del proprio ideale patriottico:

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ancora, a guerra dichiarata e irrevocabile, un piú terribile travaglio fu vissuto da noi nei nostri petti; perché una severa educazione civile ci aveva reso assiomatico il principio che, quando si ode il primo colpo di cannone, un popolo deve far tacere tutti i suoi contrasti e fondersi in unica volontà per la difesa e la vittoria della patria, la quale, abbia essa ragione o torto, è la patria. E a questo principio solenne noi riluttavamo ad obbedire, e la riluttanza non era di ribelle passionalità, ma di una voce interiore, di un senso di verità che ci faceva avvertire che l’osservanza dell’antica massima sarebbe stata, questa volta, un impossibile sforzo, una brutta ipocrisia verso di noi stessi. A poco a poco la luce si fece in noi: cominciammo a udire intorno a noi il giudizio che la presente guerra non era una guerra tra popoli ma una guerra civile; e piú esattamente ancora, che non era una semplice guerra di interessi politici ed economici, ma una guerra di religione; e per la nostra religione, che aveva il diritto di comandarci, ci rassegnammo al penoso distacco dalla brama di una vittoria italiana, di una vittoria che sarebbe stata non solo la rovina del restante mondo ma quella dell’Italia resa schiava della Germania, [...] Cosí, pur guardandoci attentamente dal dir parola che potesse scoraggiare i nostri soldati, pur esortandoli, quando a noi si rivolgevano, desiderosi di conoscere il nostro pensiero, a fare unicamente il loro dovere militare per la propria dignità, per imporre il rispetto agli avversarî e concorrere, con questo che era il solo mezzo che ad essi si offriva, al migliore avvenire dell’Italia, noi ricercammo ansiosi la formazione dell’avvenire migliore dell’Italia non già nei successi militari del cosiddetto «asse» (che del resto, cominciarono a scemare al secondo anno di guerra e per l’Italia a mancare affatto); ma nei progressi lenti e faticosi dell’Inghilterra e poi della Russia e dell’America.

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Questa spiegazione fa capire l’origine della contraddizione del discorso di Chabod ed evidenzia altresí un aspetto particolare del modo in cui la guerra fu vissuta da una parte della borghesia italiana; poco invece aiuta ad una effettiva comprensione dell’atteggiamento degli italiani rispetto alla guerra, a Mussolini e al regime e del modo con cui da parte di questi ultimi lo si vide e si agí o si cercò di agire su esso. Se si vuole raggiungere tale comprensione altre sono infatti le vie da battere, cosí come piú di uno sono gli schemi interpretativi da accantonare.

Un primo punto da mettere in chiaro è quello della debolezza delle spiegazioni che, in un modo o in un altro, muovono da una sopravvalutazione o da una indebita dilatazione della «tradizione risorgimentale»; di una tradizione cioè che non aveva mai assunto dimensioni nazionali e che nel periodo di cui ci stiamo occupando era patrimonio non solo di una minoranza, ma di una minoranza che si era spezzata in due tronconi che le attribuivano contenuti, valori diversi.

Già ai primi degli anni sessanta Vittorio de Caprariis ha ammonito che6

la storia d’Italia nel Novecento non è già quella del prolungarsi nel nuovo secolo degli ideali etico-politici che avevano presieduto alla rivoluzione risorgimentale, ma piuttosto l’altra del loro affievolirsi; ... è insomma la storia del distacco dal Risorgimento, e dunque del nuovo ch’era venuto crescendo nei decenni a cavaliere tra Otto e Novecento e che aveva, per cosí dire, forzato quel distacco.

In anni successivi la questione è stata affrontata da Rosario Romeo che ha magistralmente sviluppato sotto tutta una serie di profili il discorso di De Caprariis. Innanzi tutto quello dell’approfondirsi del distacco dalla tradizione risorgimentale in conseguenza della prima guerra mondiale e soprattutto, da un lato, dell’attesa da essa suscitata di un diverso assetto sociale e politico vissuta molto piú sulla base delle aspirazioni dell’Italia «rossa» e «nera» che non degli ideali di quella «tricolore» e, da un altro lato, del farsi strada in quest’ultima di passioni e di convinzioni (come l’esaltazione della guerra e della lotta e del loro significato nella storia dei popoli) «che denunciavano un clima morale e un sentimento della vita assai diverso da quello in cui si era sviluppato lo Stato liberale»7. Poi quello della rottura in due tronconi della tradizione risorgimentale prodottasi col fascismo, via via approfonditasi nel corso del ventennio e trasformatasi proprio durante la guerra in aperto contrasto fra due concezioni divenute antitetiche ed entrambe ormai incapaci di tenere anche solo parzialmente fede al principio cardine su cui si reggeva la tradizione risorgimentale: l’inscindibile unità di patria e di libertà8. E, in fine, sotto il profilo della trasformazione dell’idea di nazione in nazionalismo, che, iniziatasi già nell’Ottocento, giunse al suo massimo anch’essa con la seconda guerra mondiale e investí – sia pure in misure diverse – tutti i paesi europei e in particolare quelli, tra cui l’Italia, che piú di recente erano pervenuti all’unità nazionale attraverso lotte, sacrifici e «rinunzie» non dimenticati e nei quali lo Stato aveva avuto una funzione determinante. Sicché questo, oltre ad assumersi tutta una serie di compiti impostigli dal progresso tecnico, dallo sviluppo economico e dalla crescente presenza nella vita politica di masse che prima ne erano state escluse, sino ad apparire e costituire di fatto la sintesi suprema e necessaria della moderna vita collettiva, si era caricato anche di una serie di valori emotivi, che avevano finito in molti casi per cancellare ogni reale distinzione tra nazione culturale e nazione politica. Con la conseguenza che9

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nella vita politica venivano rovesciandosi tutti i valori morali e intellettuali che nascevano dal seno della società: pensiero, poesia e cultura, progresso economico e miglioramento civile venivano chiamati al servizio della nazione, e solo in relazione ad essa acquistavano significato e valore. Il dovere verso lo Stato e la nazione veniva prendendo, anche nelle forme esteriori, caratteri che assumevano toni e andamenti di religione, in un mondo in cui il posto delle religioni tradizionali veniva largamente declinando.

In Italia questo processo di trasformazione e di esasperazione dell’idea di nazione non era arrivato ai vertici della criminalizzazione dell’avversario, visto come un reprobo da combattere e distruggere da parte degli eletti, ai quali era pervenuto invece, già con la prima guerra mondiale, in altri paesi. Né vi arrivò tutto sommato neppure con il fascismo: l’esaltazione e la retorica dello Stato, della nazione e della nuova «missione» che sarebbe spettata all’Italia erede della grandezza e della funzione civilizzatrice di Roma antica non giunsero, anche nel pieno della guerra, ai lidi estremi della «tendenza al totale annientamento dell’avversario, addirittura relegato dal nazismo in una sfera biologicamente inferiore, e dagli Alleati identificato con la causa del Male e dell’Errore»10. Ad impedirlo concorsero vari motivi che nella maggioranza dei casi nulla avevano a che fare con la tradizione risorgimentale: da un lato, il carattere stesso degli italiani, scettico e tollerante insieme11, l’influenza del cattolicesimo, il non aver conosciuto la storia d’Italia guerre di religione e la persistenza, consapevole o no, anche tra i fascisti, di motivazioni culturali ed etiche di matrice liberale; da un altro lato, il fatto che l’ostilità verso i paesi con i quali l’Italia si venne a trovare in guerra si fondava piú sull’«egoismo», la «ricchezza» e l’«insensibilità» di questi nei riguardi dei «diritti» di un popolo «povero» e demograficamente in espansione come era quello italiano che non su un concreto passato di lotte, di sangue e di umiliazioni, che, se mai, caratterizzava molto piú i rapporti con l’alleato tedesco; da un altro lato ancora, l’ottica particolare e le vicende politiche che avevano portato Mussolini in guerra e il carattere, altrettanto particolare, dei rapporti con la Germania e, in funzione di essi, di quelli con gli altri paesi e popoli europei che da quell’ottica e da quelle vicende necessariamente derivavano. Significativo è a questo proposito quanto ancora nel 1941 Ugo Spirito scriveva nella sua Guerra rivoluzionaria12:

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Quel che manca... in questa guerra è proprio la passione della parte, la chiarezza dell’amore e dell’odio per cui si combatte, l’elevazione del nemico a mito del male. Troppo repentino cambiamento di amici e nemici e troppi dubbi sui possibili amici e nemici vi sono stati in questi ultimi anni, perché si possa identificare senz’altro l’amico col bene e il nemico col male. D’altra parte, troppo scaltriti e troppo critici siamo diventati... per non comprendere che il bene e il male non sono attributi di nessun popolo in particolare, come nessuno in particolare ha la vera responsabilità della guerra. Queste convinzioni vivono ormai nel fondo della coscienza di ognuno di noi e si impongono agli stessi organi della propaganda, sempre piú costretti a distinguere i popoli dai governi o dai regimi, le nazioni da alcune cricche o forze politiche in esse operanti. Né di questo, naturalmente, v’è da rammaricarsi come di un aspetto negativo del nostro tempo, ché anzi proprio in tale superiore coscienza critica vanno ritrovate le premesse per un migliore domani... Tanto piú che la guerra precedente ci ha insegnato come vinca veramente chi ha la forza per vincere nel dopoguerra e cioè chi dimostra capacità costruttive che vadano al di là del rapporto tra vincitore e vinto. E se oggi dobbiamo impegnare tutte le nostre forze per la vittoria, dobbiamo pure saper vedere l’ideale della vittoria in qualche cosa che vada al di là del fatto bellico ed essere pronti a una pace di sincera collaborazione con l’attuale nemico. La nostra voce, dunque, pur non potendo non essere voce di parte che aspira alla vittoria, vuole esprimere la volontà di una parte che nella vittoria desidera sparticolarizzarsi, e cioè di chi vuol vincere per sé e per gli altri, perché soltanto a questo patto sa di poter vincere veramente per sé.

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Dire questo non significa ovviamente negare quello che comunque resta uno dei fatti essenziali per capire l’atteggiamento degli italiani rispetto alla guerra, a Mussolini e al regime. E cioè che anche in Italia la guerra tese ad assumere e in parte assunse il carattere di una guerra di religione combattuta con un animus prima ignoto e in nome di ideologie, di modelli politici che superavano i confini nazionali (cosa del resto non nuova e che aveva precedenti sin dai tempi della rivoluzione francese) e, quel che piú conta, poco o nulla avevano a che fare con il patriottismo precedente e, a maggior ragione, col modo di considerare la fedeltà e il tradimento che aveva dominato quando la nazione aveva costituito il supremo principio etico e politico. Significativo per comprendere la differenza tra tale animus e quello precedente è il dibattito sulla «guerra totale» che si accese nei primi mesi del 1943 e investí vari e diversi ambienti giovanili e vide prendere posizione a favore della «guerra totale» anche personaggi tutt’altro che volgari13. Metterlo in chiaro è però necessario, perché in sede storica bisogna anche rendersi conto che il nazionalismo ebbe nel fascismo e nel suo modo di concepire la guerra un carattere e un peso diversi da quelli che ebbe in altri paesi e soprattutto nella Germania nazista.

Che il nazionalismo fosse una componente tra le piú importanti dell’ideologia, della cultura, dell’atteggiamento verso la vita del fascismo e della sua volontà di affermazione e di potenza è fuori discussione. Ugualmente fuori discussione è che il fascismo fece sempre leva su esso: sia perché consapevole della sua potente carica emotiva e, quindi, della sua forza semplificatrice, sia perché esso gli serviva a devitalizzare e unificare al tempo stesso le diverse posizioni che contraddistinguevano l’atteggiamento della borghesia nei suoi confronti e soprattutto ad accelerare la nazionalizzazione delle masse, ad integrare cioè nello Stato fascista quegli strati sociali che erano rimasti estranei allo Stato liberale14. Ciò non basta tuttavia a concludere che il nazionalismo costituisse tout-court l’elemento centrale del fascismo e neppure che tra il nazionalismo del fascismo e gli altri nazionalismi non vi fossero differenze e non insignificanti. Ché se, per un verso, il fascismo se ne serviva a piene mani per ottenere piú consensi e, sceso in guerra, per mobilitare il piú possibile le masse, per un altro verso, a livello di élites intellettuali e politiche e in previsione dei problemi che l’Italia avrebbe dovuto affrontare dopo la vittoria, considerava il problema della nazione superato e metteva in discussione lo stesso nazionalismo.

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Nell’ottica fascista la nazione aveva costituito il problema centrale del XIX secolo che l’aveva risolto conformemente alle esigenze etiche e politiche del suo tempo: nel XX la civiltà europea e, dunque, il fascismo avevano altri e piú importanti problemi da affrontare e risolvere, in primis quello dello Stato, dell’autorità. Ciò nonostante, l’inizio della seconda guerra mondiale e ancor piú l’intervento italiano (con i problemi da esso derivanti e in primo luogo quelli del futuro rapporto Germania-Italia) misero in moto un vasto dibattito che, se aveva per oggetto il futuro «ordine nuovo», assunse spesso anche il carattere di un ripensamento del problema della nazione e del nazionalismo visti nella prospettiva delle varie «anime», interessi, strategie del fascismo15.

A fare le spese di questo ripensamento fu soprattutto la nazione. A metterla in discussione erano infatti un po’ tutti, i moderato-conservatori cosí come i paladini della «nuova civiltà». Le critiche dei primi, affascinati e spaventati al tempo stesso dalla teoria e dalla politica tedesca degli «spazi vitali», si appuntavano contro il principio di nazionalità soprattutto perché – come scriveva Francesco Orestano, già prima dell’intervento italiano16, – inapplicabile alle regioni multinazionali e multilingui e perché favoriva il sorgere di quelli che noi oggi chiamiamo i micronazionalismi e minacciava cosí di trasformarsi in una forza disgregatrice di un’Europa che doveva invece tendere a contemperare il fattore nazionale e quello economico in «integrazioni plurinazionali piú ampie, piú ricche, piú capaci di ritrovamenti e di svolgimenti sodali». Quelle dei secondi (sparpagliati su una piú numerosa gamma di posizioni, che in vari casi si ricollegavano direttamente o indirettamente a spunti e iniziative della prima metà del precedente decennio17) tendevano invece in tutt’altra direzione. Per esse l’atomismo delle singole nazionalità e i contrasti tra le nazioni potevano essere composti solo sulla base di una comune coscienza europea, premessa essenziale di una nuova Europa nella quale l’Italia avrebbe potuto e dovuto realizzare la sua «missione» e il suo «primato» civile e morale e costituire cosí il contrappeso ai programmi di egemonia politica ed economica della Germania.

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Alla radice di queste posizioni vi erano certo molta ideologia, molto strumentalismo e anche una buona dose di demagogia; resta comunque il fatto che per molti intellettuali fascisti lo Stato nazionale era ormai una realtà in via di avanzato superamento. Non altrettanto si può dire invece per il nazionalismo, che costituiva sostanzialmente la molla che stava dietro le critiche alla nazione dei moderato-conservatori, era uno dei pochissimi «valori» in cui il vecchio fascismo – deluso nelle sue piú vive aspirazioni e velleità, messo sempre piú da parte a vantaggio di quello espresso dalle generazioni piú giovani e convinto di poter riguadagnare con la guerra la leadership ideale e politica perduta – piú si riconosceva e che – lo si è già detto – era soprattutto uno strumento di coesione nazionale al quale non solo il regime, ma anche la gran maggioranza di quegli stessi fascisti, che lo consideravano un ostacolo al formarsi di una superiore coscienza eurofascista o che vedevano talvolta in esso un elemento politicamente controproducente, non potevano in quel momento rinunciare e, anzi, dovevano tenere vivo e secondare18. Ciò detto, resta tuttavia il fatto che questo nazionalismo, pur non avendo piú nulla in comune col vecchio patriottismo (pressoché finito a livello di massa e ancora vivo solo in ristretti ambienti della borghesia intellettuale per i quali costituiva spesso una tradizione familiare) e pur partecipando per taluni aspetti alla ideologizzazione della lotta in atto, si mantenne durante tutto il conflitto a un livello di esasperazione piú basso rispetto ad altri nazionalismi e laddove raggiunse le punte piú alte non fu a livello popolare, ma in ambienti borghesi e giovanili maggiormente politicizzati. Da qui la necessità in sede storica di tenerlo in tutto il dovuto conto, ma di non sopravvalutarne l’incidenza sull’atteggiamento degli italiani in genere e delle masse popolari in particolare rispetto alla guerra, a Mussolini e al regime.

Per comprendere questo atteggiamento, molto piú utile è scomporlo e ricostruirlo nelle sue varie componenti e manifestazioni sociali e culturali, avendo per altro sempre ben presente sia il grado di sviluppo, di modernizzazione, della società italiana dell’epoca sia l’evoluzione della situazione politica, militare ed economica nel corso della guerra nella duplice ottica a) delle ripercussioni dirette ed immediate (non sempre o in tutto orientate in una stessa direzione) che essa ebbe nei vari ambienti e b) di alcune costanti che, invece, erano conseguenza della natura e della storia del regime, ma che influirono anch’esse notevolmente sull’atteggiamento degli italiani nel corso della guerra.

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A quest’ultimo proposito è bene sottolineare che l’effetto delegittimante19 che la guerra ebbe per il regime e per l’immagine di Mussolini, se dipese in larga misura dalle vicende belliche e dalle loro ripercussioni sulle condizioni di vita del paese, non può però essere valutato prescindendo dal fatto che il processo di delegittimazione era già iniziato prima dell’intervento in guerra e in forza di motivazioni che si rafforzarono interreagendo con quelle, parzialmente diverse, determinate dalla vicenda bellica. Ed è proprio il carattere (insieme alla dinamica) di questa progressiva delegittimazione che va messo a fuoco, perché solo in tal modo è possibile ricostruire in termini effettivamente storici sia la crisi e la caduta del regime sia gli avvenimenti dei due anni successivi; altre spiegazioni, a cominciare da quella fondata sul «decisivo» apporto dell’antifascismo, rendono impossibile una corretta ricostruzione.

Come vedremo piú avanti, la ripresa dell’attività antifascista fu tarda (praticamente successiva allo sbarco alleato nel Nord Africa francese) e, nel periodo che qui ci interessa e cioè sino al 25 luglio 1943, assai limitata, circoscritta ad ambienti e gruppi particolari con scarsi legami con il paese. Fuori da tali ambienti e gruppi, costituiti in larga parte da oppositori di vecchia data sino allora piú o meno dormienti, lo sviluppo dell’antifascismo trovò non solo e non tanto l’ostacolo oggettivo rappresentato dalla vigilanza e dalla repressione preventiva da parte dell’apparato poliziesco, ma anche e soprattutto quello – che ci riporta alla questione della legittimazione, che, bene o male, il regime aveva ottenuto in varie forme in larga parte del paese, anche in quella parte che non aveva aderito toto corde ad esso, e del progressivo processo della sua disgregazione – costituito dal fatto di presentarsi, dopo vent’anni di potere fascista, come una forza antisistema, psicologicamente ormai estranea alla maggioranza degli italiani che la identificava essenzialmente nei partiti prefascisti (sui quali pesava, per esperienza vissuta degli errori da essi fatti e della sconfitta subita, per l’ignoranza, per l’effetto della propaganda e della cultura di massa fasciste, un giudizio molto spesso non favorevole o addirittura negativo) e che era mossa da due stati d’animo sostanzialmente ancora prepolitici. Quello, ben radicato, che si concretizzava nel crescente desiderio che la guerra, ormai oltre tutto perduta, finisse e quello, assai confuso, ma anch’esso molto vivo, di un «cambiamento», che però era concepito piú come cambiamento di uomini incapaci e corrotti e responsabili della tragedia nella quale si trovava l’Italia e come smantellamento di una serie di aspetti del regime e della sua presenza politica nel paese che non come totale distruzione del sistema, a cui, nonostante tutto, venivano riconosciuti non pochi meriti e non si era in grado di contrapporre altri concreti modelli. Tanto è vero che fu solo dopo il 25 luglio e soprattutto dopo l’8 settembre che la caduta anche dell’immagine del sovrano, il sacrificio e la dissoluzione dell’Esercito con tutti i problemi di sopravvivenza che ne derivarono per i militari sbandati, la brutalità dell’occupazione tedesca, la ricostituzione di un governo fascista legato alla Germania e i primi episodi di guerra civile dettero effettivo inizio alla politicizzazione di massa degli italiani e all’antifascismo come forza reale. Fu allora, per dirla in termini di psicologia sociale20, che sulla frustrazione e sulle vecchie norme di comportamento prevalse la consapevolezza delle cause del fascismo e della tragedia nazionale da esso provocata e con essa presero ad emergere nuovi valori.

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Ugualmente da sottolineare è che il processo di delegittimazione non rimase circoscritto solo alle masse e al fascismo piú o meno di routine e dei fiancheggiatori, ma investí anche quello piú convinto e intransigente: di fronte alla incapacità, alla corruzione e al parassitismo di larghi settori della classe dirigente ovvero alla loro insensibilità e inerzia nello stroncarli, una buona parte di esso – i «duri e puri» che, non a caso, avrebbero costituito una delle anime piú importanti della RSI – assunse da una parte un atteggiamento via via piú critico verso il regime e ancor piú verso una serie di suoi esponenti giudicati (a torto o a ragione in questo momento non ci interessa) i maggiori responsabili della «degenerazione» del regime e dunque delle sue sconfitte e, da un’altra parte, prese ad agitare sempre piú insistentemente (e non solo a parole) la bandiera di un ritorno del fascismo alle origini e ai suoi «genuini ideali» e di una rigenerazione del regime che lo mettesse in grado di realizzare un’effettiva «mobilitazione di massa» di tutte le energie e di tutti i mezzi esistenti nel paese e una condotta «totalitaria» della guerra; il tutto da perseguire e ottenere col ricorso a mezzi drastici, intransigenti e anche spietati. Da questa delegittimazione del regime e della sua élite si salvò solo e solo in parte Mussolini. Un po’ per il prestigio personale che, nonostante tutto, egli ancora godeva tra i fascisti piú intransigenti vecchi e giovani; un po’ perché essi si rendevano conto della pericolosità in quel momento di indebolirne vieppiú il già scarso prestigio e l’autorità nel paese; ma in parte anche perché in una società ancora in buona misura non moderna come quella italiana il giudizio morale sull’onestà o sulla corruzione personale aveva un peso assai forte, superiore a quello di molti giudizi e valutazioni d’altra indole. E a Mussolini potevano essere contestati errori, incapacità, una eccessiva debolezza verso uomini e situazioni (e in primo luogo verso il genero che impersonava tutto ciò che gli intransigenti piú condannavano e appariva loro come una delle cause principali della degenerazione del regime) e attribuite innumerevoli responsabilità, ma non si potevano muovere appunti a proposito della sua moralità personale e correttezza nella gestione finanziaria dello Stato e in particolare accuse di illecito arricchimento. Questo spiega come la sua immagine risentí meno del processo di progressiva delegittimazione che il regime subí nel corso della guerra agli occhi del fascismo dei «duri e puri» e aiuta a capire come, almeno in un primo tempo, l’immagine di Mussolini e quella del regime risultarono nonostante tutto parzialmente diverse anche per settori non insignificanti del paese. E non di rado proprio per quelli popolari che sentivano in lui un tipo umano, una natura in qualche modo piú simile alla loro natura e moralità, e piú partecipe dei loro problemi della stragrande maggioranza dei gerarchi, sicché erano piú portati a credere che egli non fosse a conoscenza di tante cose e fosse ingannato dai suoi collaboratori. Non è privo di significato a quest’ultimo proposito che ancora nel 1941, in alcune zone agricole piú povere e arretrate, si siano verificate manifestazioni popolari, soprattutto di donne, contro il carovita, gli ammassi, la chiusura di piccoli mulini per la lavorazione delle granaglie d’uso locale durante le quali veniva invocato l’intervento del «duce» per por fine ai soprusi, alle ingiustizie, all’inefficienza dei funzionari statali e di partito locali, degli accaparratori e dei ricchi21. Ché di una cosa bisogna convincersi – per quanto sia difficile – se si vuol veramente capire cosa Mussolini avesse significato per la maggioranza degli italiani durante tanti anni e, quindi, perché il suo prestigio, pur declinando progressivamente, abbia sofferto meno di quel che si pensa comunemente del processo di delegittimazione da cui, negli anni della guerra, fu invece logorato completamente il regime. Una cosa che solo Carlo Arturo Jemolo ha avuto il coraggio di affermare a tutte lettere22:

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riguardando indietro con occhi smagati, incapace di quell’arte, che vedo tanto praticata, di ricostruire la storia come vorremmo fosse stata, avendo sempre reagito alla storia scritta dai vincitori, resto dell’avviso che Mussolini per larghezza di consensi, per profondità di affetti, sia stato amato come non furono né Garibaldi né Mazzini. E fermamente reagisco alla leggenda di un Mussolini caro solo ai ricchi ed ai borghesi; chi ricorda certi deliri delle masse operaie per lui, certi sdilinguimenti isterici di donne del popolo, chi nella propria cerchia rammenta i molti umili, i molti poveri, che giuravano per il duce, tremavano per lui alla notizia di un attentato, non può aderire a questa leggenda.

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Nelle pagine conclusive del precedente volume23 abbiamo già avuto occasione di dire come, nella seconda metà del maggio 1940, l’atteggiamento degli italiani di fronte all’eventualità di un intervento in guerra fosse mutato nel giro di pochi giorni. Da una diffusa ostilità alla guerra e specie ad una guerra a fianco della Germania contro la Francia e l’Inghilterra (che per molti restavano ancora, nonostante tutto, gli Alleati del 1915-18) si era passati ad una sorta di accettazione della inevitabilità e, per molti, addirittura dell’opportunità, della convenienza, della necessità dell’intervento. A determinare questo mutamento erano state le grandiose e inattese vittorie tedesche in Francia. Il crollo della Maginot, la mancata «seconda Marna», che tanti avevano dato per sicura, Dunquerque avevano indotto moltissimi che sino a poche settimane prima erano stati assertori di un prolungamento sine die della «non belligeranza» e persino di un intervento a fianco della Francia e dell’Inghilterra, a pensare che la Germania avesse ormai vinto, che la guerra stesse per finire e che, a questo punto, l’Italia dovesse scendere anch’essa in campo: se non lo avesse fatto, non solo si sarebbe confermata la fama di alleato inaffidabile e traditore, ma avrebbe lasciato Hitler arbitro assoluto di riorganizzare l’Europa in base ai soli interessi della Germania e non avrebbe potuto guadagnare nulla dalla sconfitta dei franco-inglesi. Ché, a quest’ultimo proposito, non si può ignorare il fatto che anche molti che sino alla prima metà di maggio erano stati contrari alla guerra, nell’intimo consideravano non infondate molte rivendicazioni nazionali prospettate dal fascismo: quasi due decenni di fascismo, durante i quali per la gran maggioranza erano esistite solo la propaganda e la cultura fasciste, che per di piú, trovavano spesso l’avallo di una precedente cultura nazionale intrisa di ricordi e stati d’animo risorgimentali e di frustrazioni postrisorgimentali, non avevano infatti mancato di produrre effetti che sarebbe sbagliato sottovalutare.

Il fatto che la dichiarazione di guerra fosse accolta con minore entusiasmo che non nel maggio del 1915, che la gente in ascolto a piazza Venezia e nelle altre piazze d’Italia dell’annuncio datone da Mussolini avesse reagito in genere con minor eccitazione che in altre occasioni e che una vasta documentazione attesti che l’intervento sia stato vissuto, anche da molti che l’approvavano, in una sorta di confuso senso di preoccupazione e di vergogna24 non deve trarre in inganno. La verità è che il crollo verticale della Francia e la prospettiva di una guerra brevissima e vittoriosa (e «la vittoria non è mai amara»25) fecero tacere molte diffidenze ed ostilità verso la Germania e ne fecero riaffiorare altre, meno antiche ma non per questo meno reali, verso la Francia e soprattutto l’Inghilterra e diedero fiato ad un mai sopito «realismo nazionale» che contagiò e illuse moltissimi. Al punto, come ha scritto l’Amendola26, da seminare lo scoramento27, la confusione e la divisione anche tra le fila dei ristretti gruppi antifascisti presenti nel paese e che già di fronte al fatto della guerra si trovavano in una difficile situazione: quelli liberaldemocratici per il caso di coscienza – cosí ben ricordato dal Croce – suscitato dal contrasto tra i loro ideali di libertà e «la patria in guerra», quelli comunisti per il dissidio tra i loro ideali e la loro fede nella «patria del socialismo» e la collaborazione di questa con l’Asse. Piú realistico, anche se triste, è dire che, anziché per la porta del dramma – ovvero, come era stato nel 1915 per una vasta fetta della classe dirigente e della borghesia tout-court, per quella della riaffermazione e della realizzazione di una serie di valori etico politici, non ultimo quello della necessità di un «esame di maturità» della nazione – nel 1940 la classe dirigente e la borghesia italiane entrarono nel nuovo conflitto per la porta di una sorta di giuoco28 ritenuto facile, redditizio e necessario. Per la gran maggioranza dei ceti medi italiani la consapevolezza di dovere probabilmente affrontare un dramma sarebbe venuta solo in un secondo tempo. E lo stesso si dica per il «senso della guerra», per l’impegno morale che tanti italiani, anche non fascisti o via via sempre meno fascisti, malgrado tutto vi misero: solo in un secondo momento la guerra, iniziata come una sorta di giuoco, divenne veramente la guerra, «qualcosa, – come Croce aveva già intravvisto un quarto di secolo prima29, – che mille raziocini ed incitamenti non producono, ma che, a un tratto, non si sa come, si produce da sé, invade l’anima e il corpo, ne centuplica e indirizza le forze, e si giustifica da sé, pel solo fatto che è ed agisce».

684–685

Né radicalmente diverso fu l’atteggiamento delle classi popolari. Un po’ per l’abile orchestrazione della propaganda, un po’ perché il processo di nazionalizzazione delle masse, specie nelle classi di età piú giovani, aveva fatto nel frattempo progressi notevoli. Memori di cosa fosse stata per loro la guerra del ’15-18 (e i contadini piú degli operai per averne maggiormente fatto le spese e perché piú legati a certi tradizionali valori cristiani), esse non considerarono mai, neppure in quel primissimo momento, la guerra né una necessità né una sorta di giuoco. Per i contadini, data la loro ancora predominante mentalità, la guerra si presentava però molto spesso come qualcosa di assai simile ad una delle ricorrenti calamità naturali alle quali essi erano esposti e che non potevano essere evitate, ma solo affrontate con rassegnazione e virilità. E questa, oltre tutto, non avendo per obiettivo la conquista di regioni impervie e già abitate da altri italiani, ma di terre oltremare da colonizzare, forse poteva portare (il discorso vale soprattutto per le plebi meridionali piú povere tra le quali il mito dell’Africa era precedente al fascismo) anche a loro qualche beneficio. E, se si mette da parte la retorica operaistica che ha inquinato tanta parte della recente storiografia e non ci si lascia suggestionare da pochissimi episodi di ripresa di contatti e di tentato proselitismo dovuti ad alcuni irriducibili militanti comunisti e socialisti che in pratica non hanno altro valore che quello di testimoniare un impegno, una fede personale, si deve convenire che anche gli operai non solo non costituirono una forza di opposizione, ma risentirono in qualche misura dell’atmosfera del paese: pur non essendo in grande maggioranza favorevoli alla guerra, si illudevano però di poterne trarre anch’essi dei benefici. Tanto piú che, da un lato, ignoravano cosa fosse una guerra moderna, come essa potesse ridurre massicciamente la distinzione tra fronti di combattimento e fronte interno, da un altro lato si sentivano sicuri di non doverla combattere: dovendo provvedere alla produzione, a farla sarebbero stati, come e ancor piú che nel ’15-18, soprattutto i contadini e i borghesi.

685–686

Gli unici che teoricamente avrebbero potuto contenere la frana verso l’intervento e dare a vasti settori del paese un’effettiva consapevolezza della gravità della prova che l’Italia avrebbe dovuto affrontare erano la Chiesa e, piú in genere, i cattolici, che durante la «non belligeranza» avevano generalmente mostrato di essere contrari ad una partecipazione al conflitto. All’atto pratico, anche questa forza venne però meno, rivelandosi assai meno omogenea di quanto si potrebbe pensare, disarticolata su molteplici posizioni, in buona parte largamente condizionate e partecipi del clima culturale e politico del paese.

Soprattutto nel basso clero delle zone agricole vi erano indubbiamente sacerdoti contrari alla guerra e anche di sentimenti antifascisti30. Di questo «dissenso» ecclesiastico è stata anche ricostruita una sorta di mappa, utilizzando la documentazione e le relazioni della polizia. Una fonte certamente preziosa, ma, a ben vederla, per sua natura quasi sempre portata a giudicare le prese di posizione del clero sulla base soprattutto di singole affermazioni e non a vederle nel complesso del discorso in cui erano espresse e nell’ottica della dottrina cristiana31 e, quindi, a considerare «in aperto contrasto ideologico colle direttive politiche e spirituali nazionali» posizioni (in genere prediche, pastorali, articoli di bollettini parrocchiali) che in sedi piú politiche e qualificate culturalmente non erano spesso invece considerate tali o erano giudicate meno gravi e, di per sé, non indici di un atteggiamento di opposizione32. Da questa sorta di mappa risulta una realtà che, se indubbiamente allarmò vari settori e organi del regime e lo stesso Mussolini, lascia comunque già intendere quello che nel giugno 1940 e anche successivamente fu uno dei motivi della scarsa incisività del dissenso cattolico e cioè la profonda divisione esistente nel mondo cattolico italiano a proposito della guerra e del regime e permette di capire come in sede politica lo si considerasse meno pericoloso di quanto era stato quello del 1915-18 e non tale da comportare provvedimenti che avrebbero reso difficili i rapporti con la Santa Sede e potuto portare ad un conflitto con essa.

686–687

Significativo è a questo proposito ciò che Attolico (allora ambasciatore presso la Santa Sede) scriveva in un appunto in data 22 marzo 1941 ad uso interno del ministero degli Esteri33:

687–688

L’attitudine generale del Clero in Italia, specie per chi la confronti con quella della guerra passata, non è poi cosí seria da rappresentare una vera e propria situazione di conflitto. Lo stesso sequestro – reso necessario dall’assenza di una censura preventiva – di una diecina di fogliucoli parrocchiali settimanali mostra, se si pensa che il numero totale delle Parrocchie è di circa 27 000, che la stonatura non è la regola, ma l’eccezione.

Secondo la mappa ricostruita dal Malgeri34, nel 1940-41 l’atteggiamento del clero sarebbe stato caratterizzato, a giudizio della polizia, soprattutto dall’«esplicazione di compiti strettamente limitati nel campo religioso e spirituale» (63,4 per cento delle province) con punte di pacifismo e di pietismo (10 province) e anche di scarsa simpatia verso la guerra e il regime (18 province). Solo nel 36,6 per cento delle province il clero avrebbe avuto un atteggiamento piú «corretto», con punte anche di patriottismo e di adesione al regime, anche se in undici di esse si era verificato qualche episodio «negativo». Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, nel 1942 la situazione non era peggiorata e, anzi, si era manifestata «una maggiore disponibilità alla collaborazione e a sentimenti di patriottismo», in forza della quale le province in qualche modo «dissenzianti» erano scese al 57,4 per cento e quelle nelle quali il clero aveva un atteggiamento piú «corretto» e addirittura patriottico e di adesione al regime erano salite al 42,6 per cento.

Questa maggiore «disponibilità» aggiunge un altro elemento al quadro che stiamo cercando di delineare; in particolare lascia intendere che lo iato tra il dissenso di principio – religioso e spirituale – nei confronti della guerra e il sentimento nazionale doveva essere non solo meno profondo di quanto riteneva la polizia, ma anche assai relativo, se, accresciutosi il peso della guerra, invece di radicalizzarsi esso prese a risolversi a favore del sentimento nazionale. Un esame piú nel merito della documentazione mostra poi che le voci dissenzienti venivano soprattutto dal basso clero e pochissime da vescovi, anche di diocesi minori, e da prelati di un certo rilievo, la gran maggioranza dei quali assunse invece subito un atteggiamento fortemente lealista e patriottico, e non di rado anche con manifestazioni assai esplicite. Valga da esempio, tra i molti che si potrebbero fare, l’esortazione che nella pastorale «Doveri dell’ora presente», proprio in occasione dell’entrata in guerra, il vescovo di Nocera e Gualdo, monsignor Franciolini, rivolse ai fedeli della sua diocesi:

Obbedienza e disciplina nell’esecuzione pronta, volonterosa, completa delle norme emanate dalle competenti autorità legittime. Bando a voci inconsulte, a critiche e inutili recriminazioni che si risolvono solo in conseguenze dannose; ma tutti, degnamente al proprio posto assegnato dall’obbedienza e dalle circostanze, si rivestano di una condotta disciplinata, serena e generosa, che nutra e moltiplichi la concordia nell’ora che questa è per tutti dovere supremo.

688–690

Per non dire poi dei cappellani militari, che pure provenivano in buona parte dal basso clero, che costituirono durante tutta la guerra la punta di diamante del patriottismo (e talvolta del nazionalismo e del fascismo) cattolico piú acceso35.

Il punto centrale da mettere bene in chiaro non riguarda però l’atteggiamento del clero che, in ultima analisi, dipendeva largamente da quello della Santa Sede, e questa – una volta fatto salvo il principio che le verità dogmatiche e i precetti fondamentali della morale cristiana «sono immutabili e perpetuamente ed universalmente in vigore, pur attraverso le piú mutevoli circostanze di tempo e di luogo» e, quindi, lo stato di guerra non poteva «essere motivo sufficiente perché la Chiesa, depositaria e maestra della dottrina rivelata, avvolga nel silenzio un precetto fondamentale del cristianesimo» come quello della carità universale36 – non poteva, a sua volta, non tener conto degli echi e delle ripercussioni che il suo atteggiamento aveva sia all’interno del mondo cattolico italiano sia sui propri rapporti con il regime e sulla politica di questo rispetto al complesso delle organizzazioni cattoliche e in primo luogo alla piú importante e piú invisa al fascismo, l’Azione cattolica, proprio quando le ultime code del conflitto che l’aveva riguardata erano state sistemate con uno scambio di note segrete (sulla disciplina dell’uso del distintivo dell’associazione) meno di un mese e mezzo prima della dichiarazione di guerra37. E ciò tanto piú dato che sin dai primi mesi del conflitto la Santa Sede si era venuta a trovare in un certo senso tra due fuochi: quello dell’intransigentismo fascista – che godeva della copertura del segretario del PNF Ettore Muti (secondo Ciano38, «un anticlericale grossolano» che avrebbe voluto mettere «fuoco alla casa del prete») e aveva la sua testa d’ariete ne «Il regime fascista» di Farinacci – che avrebbe voluto ridurre al silenzio qualsiasi voce non solo di dissenso ma anche «pietistica» e costringere la Santa Sede a marciare al passo del regime39 –, e quello di una serie di istituzioni e organi del regime che, nella sostanza, si ponevano lo stesso obiettivo, ma, piú realisticamente, cercavano di conseguirlo per via morbida, pensando persino di valorizzare – come suggeriva Attolico40 – l’Azione cattolica alla quale Pio XII tanto teneva, dandole però al tempo stesso un carattere «apertamente nazionale», ovvero mostrandosi disponibili a concessioni che stavano particolarmente a cuore alla Santa Sede. Tipici in questo senso sono i provvedimenti con i quali nel 1941-42 i capitali vaticani furono esonerati dal dover sottostare alle nuove norme sulla nominatività dei titoli e alla connessa imposta sui loro frutti (con l’argomento che i relativi capitali sarebbero stati cosí sicuramente impiegati in Italia) e furono stabiliti gli organismi che avrebbero goduto dell’esonero41.

690–692

In sede storica il principale punto di riferimento per comprendere l’atteggiamento dei cattolici non può essere costituito dall’atteggiamento del clero. Questo, al massimo, può aiutare a capire i sentimenti e le aspirazioni del mondo cattolico rurale, che nel periodo di cui ci stiamo occupando corrispondeva però solo parzialmente e sempre meno alla realtà effettiva del cattolicesimo italiano, che era ormai largamente accentrato nelle città medie e grandi ed era, da un lato, piú che affidato, come nel passato, alla cura del clero locale, organizzato, omogeneizzato e «modernizzato» dall’Azione cattolica e, da un altro lato, differenziato al suo interno in una gamma molto articolata di posizioni, spesso assai diverse e lontane tra loro, e che risentivano notevolmente delle vicende della guerra e degli stati d’animo, degli orientamenti piú generali che queste determinavano direttamente e indirettamente nel paese. Da qui quella che Renato Moro (a cui si deve il miglior contributo ad un’effettiva comprensione storica della realtà cattolica durante la guerra) ha definito «la linea ondulatoria» dell’atteggiamento cattolico42. Una linea ondulatoria della quale è giusto e necessario ricostruire le varie fasi e rilevare le motivazioni piú propriamente interne al mondo cattolico e connesse all’atteggiamento sia del Vaticano sia del regime, ma che, tutto sommato, non appare ad uno studio ravvicinato molto diversa da quella che contraddistingue l’evoluzione dell’atteggiamento complessivo del paese ai suoi vari livelli sociali e culturali. Da qui, ancora, una netta differenziazione tra l’atteggiamento del mondo popolare e soprattutto contadino, con il suo pacifismo secolare e spontaneo, la sua protesta per i sacrifici imposti dalla guerra, «protesta che non è specificatamente cattolica» anche se «viene raccolta attraverso i suoi canali tradizionali dell’istituzione ecclesiastica» e «si esprime nella religiosità dei ceti meno colti», e l’atteggiamento del mondo piccolo e medio borghese urbano «nel quale gioca in modo determinante il richiamo alla disciplina e alla responsabilità verso la patria»43. E, anzi, in misura maggiore rispetto a quanto giuocò nella borghesia laica. Ché se di quest’ultima la borghesia cattolica condivise pressoché tutti i miti e gli stati d’animo – a cominciare da quelli che determinarono la sua repentina conversione nel maggio 1940 all’intervento44 – di suo vi aggiunse la preoccupazione di scrollarsi di dosso il «peccato originale» dell’opposizione cattolica allo Stato, di non presentarsi come una forza moderata e conservatrice e di non confondersi con i «sovversivi» antifascisti45. Sicché, per concludere, se si vuol veramente comprendere e valutare l’atteggiamento dei cattolici, l’unico modo è, a nostro avviso, di farlo non in modo unitario, ma, come per il resto del paese, in relazione ai vari momenti della guerra e alle varie posizioni da loro espresse: la Santa Sede, i vescovi, il clero, il laicato militante (e in buona misura le stesse organizzazioni nelle quali esso si articolava, l’Azione cattolica, il Movimento laureati, la Fuci, ecc.), la cultura cattolica (nelle sue varie espressioni), le masse contadine rappresentarono sfere che potevano avere punti di intersecazione e perfino di sovrapposizione, ma che rimasero complessivamente distinte e diverse e che, dunque, possono essere capite nella loro dinamica molto piú riportandole ai comun denominatori nazionali politico e sociale che non a quello, troppo generico, del «mondo cattolico».

692–693

Nel giugno 1943 l’ordinario militare monsignor Bartolomasi, in una circolare ai cappellani militari dedicata alla necessità di tenere piú alto che mai «il morale dei soldati e piú ancora dei cittadini»46, osservava:

sembra strano, ma è verissimo, che è piú alto il morale dei soldati nelle zone di operazioni, che nei soldati nelle zone ove la guerra non è guerreggiata; e piú alto nei soldati, che nei cittadini.

Anche tenendo in tutto il dovuto conto la particolarità del momento in cui venne fatta – mentre da mesi le città italiane erano soggette a massicci bombardamenti aerei e i rifornimenti scarseggiavano in gran parte del paese, dopo gli scioperi operai del marzo-aprile e ormai alla vigilia del crollo del regime –, l’osservazione ha un valore e un fondo di verità che vanno oltre il momento particolare e può costituire un punto d’avvio per una ricostruzione di come la guerra fu vissuta nel 1940-43 dalle varie componenti della società italiana sotto il profilo sia del cosiddetto «fronte interno», sia dei combattenti, e di cosa il regime e Mussolini fecero per tenere sotto controllo e alta la stimmung degli italiani. Perché se è vero che Mussolini – come abbiamo già detto – era convinto che qualsiasi guerra, pur non essendo mai «popolare» all’inizio, lo diventava se andava bene (ovvero diventava «impopolarissima» se andava male), sicché quello che importava veramente era il suo esito finale e non le «oscillazioni psicologiche» determinate dagli alti e bassi delle particolari vicende belliche, è anche vero che al «duce» non sfuggiva affatto l’importanza che rispetto allo stato d’animo del «fronte interno» e degli stessi combattenti aveva sempre, e soprattutto nei momenti in cui le operazioni andavano male – e che nella fattispecie erano i piú numerosi –, una serie di altri fattori, a cominciare dalle condizioni di vita che il governo era in grado di assicurare al paese e in primo luogo ai ceti per un verso piú poveri e sprovvisti di mezzi per integrare le loro entrate diventate insufficienti e, per un altro verso, meno sensibili al richiamo di quei valori, suggestioni e miti che in altri casi rendevano piú sopportabili certi sacrifici. Da qui il suo seguire questo aspetto della guerra con particolare attenzione attraverso tutte le fonti d’informazione possibili, da quelle piú ufficiali e tecniche dei ministeri competenti a quelle del partito, dei sindacati, della Cultura popolare, da quelle delle varie forze di polizia e dei servizi addetti alla censura postale e alle intercettazioni telefoniche a quelle sue personali, frutto di notizie e anche solo di accenni raccolti nel corso di colloqui con personalità varie e parlando con i familiari, con i funzionari, gli autisti della sua segreteria, ecc.; e, quindi, il suo intervenire direttamente in materia, talvolta (nei momenti di maggiori difficoltà o di sua maggiore irritazione per qualche notizia particolare) con ordini perentori del tutto inutili o irrealizzabili in quelle particolari circostanze, che – al solito – creavano solo difficoltà e facevano sprecare tempo ed energie a chi avrebbe dovuto tradurli in pratica e spesso suscitavano irritazione e scontento e addirittura attiravano il ridicolo sul regime e lui personalmente47.

693–698

Né questa attenzione era certo ingiustificata. Infatti sino alla fine del 1942, allorché la guerra assunse un corso chiaramente irreversibile che mise in moto una serie di reazioni a tutti i livelli, il problema piú sentito dalla maggioranza degli italiani – a parte ovviamente la preoccupazione per i familiari alle armi e il dolore, il rimpianto per i morti (anche se va detto che il fatto che il loro numero fosse notevolmente inferiore a quello del 1915-18 fece sí che molti avessero, in un primo tempo almeno, una immagine meno drammatica della guerra48) – fu quello delle condizioni di vita: le vicende belliche potevano sí, per dirla con Mussolini, provocare «oscillazioni psicologiche» anche fortemente negative (come fu in occasione dell’attacco alla Grecia), ma – per quel che riguardava la maggioranza degli italiani – mordevano nel quotidiano meno dell’aumento del costo della vita e della sempre minore possibilità per i lavoratori a reddito fisso di far fronte al suo aumento, meno della penuria di generi e prodotti alimentari e di prima necessità e persino di quelli soggetti a razionamento49, della insufficienza di molti generi razionati50, della disfunzione dei rifornimenti, della necessità di far ricorso alla «borsa nera», delle deficienze organizzative e della corruzione che questa realtà rivelava, in una parola degli infiniti problemi, grandi e piccoli, che la guerra introduceva nella vita quotidiana di milioni di famiglie. Tanto piú che se la guerra attenuava o «risolveva» alcuni mali ed affrettava certe trasformazioni, certi processi di modernizzazione già frenati dalla situazione economica e culturale prebellica, essa suscitava al contempo nuovi problemi e nuove difficoltà. Cosí, per fare un esempio, se, per i richiami alle armi, per gli invii di lavoratori in Germania, per le crescenti necessità dell’industria, la disoccupazione era no-

695

Andamento della disoccupazione 1940-42.

Andamento della disoccupazione 1940-42.

Testo nella figura - *a*) In assoluto. - Migliaia - 800 - 700 - 600 - 500 - 400 - 300 - 200 - 140 - 1939 - Dic - 1940 - Gen - Feb - Mar - Apr - Mag - Giu - Lug - Ago - Set - Ott - Nov - Dic - 1941 - Gen - Feb - Mar - Apr - Mag - Giu - Lug - Ago - Set - Ott - Nov - Dic - 1942 - Gen - Feb - Mar - Apr - Mag - Giu - Lug - Ago - Set - *b*) Rispetto alla popolazione (per 1000 abitanti). - 30 - 20 - 10 - 0 - 1939 - Dic - 1940 - Gen - Feb - Mar - Apr - Mag - Giu - Lug - Ago - Set - Ott - Nov - Dic - 1941 - Gen - Feb - Mar - Apr - Mag - Giu - Lug - Ago - Set - Ott - Nov - Dic - 1942 - Gen - Feb - Mar - Apr - Mag - Giu - Lug - Ago - Set
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Esodo di lavoratori agricoli verso attività industriali e afflusso di mano d’opera femminile nei lavori agricoli.

Testo nella figura - Ove l’esodo dei lavoratori agricoli verso attività industriali è contenuto nei limiti modesti od insignificanti - Ove si verifica un esodo fortissimo o preoccupante di lavoratori agricoli verso attività industriali - Province nelle quali è aumentato l’afflusso di mano d’opera femminile nei lavori agricoli - Province nelle quali è diminuito l’afflusso di mano d’opera femminile nei lavori agricoli rispetto al normale

Esodo di lavoratori agricoli verso attività industriali e afflusso di mano d’opera femminile nei lavori agricoli.

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Rapporto fra disponibilità e fabbisogno di mano d’opera agricola nell’annata agraria 1940-41.

Testo nella figura - Deficienza notevole permanente - Deficienza sensibile per il periodo maggio-ottobre - Deficienza lieve - Deficienza forte nei periodi di raccolta - Deficienza di unità maschili nelle famiglie coloniche - Deficienza nei periodi di punta - Ove si ritiene sufficiente la mano d’opera locale

Rapporto fra disponibilità e fabbisogno di mano d’opera agricola nell’annata agraria 1940-41.

699

tevolmente diminuita in molte regioni e complessivamente51, tanto è vero che già nel 1941, nonostante l’aumento del lavoro femminile52 (e anche minorile), si era verificata una deficienza di mano d’opera agricola e soprattutto bracciantile (non compensata sul piano della produzione da incrementi del parco macchine e resa piú grave dalla scarsezza di fertilizzanti e di mangimi concentrati), deficienza che l’anno successivo si estese anche a quella industriale, tutto ciò aveva però innestato una serie di meccanismi negativi o solo parzialmente positivi, quali l’istituirsi di una molteplicità di trattamenti salariali agricoli di fatto caratterizzati da forti sperequazioni in zone agrarie affini e spesso vicine53 e da pesanti ripercussioni sui costi di produzione e, quindi, sul blocco dei prezzi e sul rispetto dei contingenti d’ammasso, nonché il prodursi di fenomeni di inurbamento difficilmente controllabili e a condizioni particolarmente precarie e disagiate per i lavoratori trasferitisi in città o che, piú spesso, dovevano recarsi dalle località di residenza ai posti di lavoro.

700

Tabella richiamata dalla nota 1 della pagina precedente

1939 / dicembre / numero 1939 / dicembre / x 1000
abitanti
1940 / maggio / numero 1940 / maggio / x 1000
abitanti
1940 / settembre / numero 1940 / settembre / x 1000
abitanti
1940 / dicembre / numero 1940 / dicembre / x 1000
abitanti
Piemonte 38 600 10,9 30 000 8,4 22 100 6,2 28 950 8,1
Liguria 46 000 30,4 53 600 35,2 48 500 31,8 50 700 33,3
Lombardia 98 600 16,4 93 000 15,4 76 300 12,6 85 800 14,2
Venezia Tridentina 7 300 10,5 4 000 5,8 2 500 3,6 3 900 5,7
Veneto 140 800 32,4 88 800 20,3 51 800 11,8 62 300 14,3
Venezia Giulia e Zara 30 000 29,7 28 200 27,7 22 300 21,9 20 600 20,2
Emilia 151 300 44,6 118 300 34,6 72 900 21,3 123 300 36,0
Toscana 51 300 17,0 43 400 14,2 43 000 14,1 48 200 15,8
Marche 18 000 13,8 16 600 12,6 15 000 11,4 14 100 10,7
Umbria 1 900 2,5 1 900 2,5 800 1,1 1 000 1,3
Lazio 18 400 6,5 19 200 6,6 19 900 6,9 26 300 9,1
Abruzzi e Molise 8 900 5,4 7 000 4,2 2 500 1,5 3 600 2,2
Campania 62 200 16,2 64 200 16,5 52 500 13,5 73 600 18,9
Puglie 25 800 9,4 23 200 8,3 15 600 5,6 17 800 6,4
Lucania 2 000 3,5 4 000 7,0 900 1,6 2 400 4,2
Calabrie 9 400 5,1 9 800 5,3 7 800 4,2 7 800 4,2
Sicilia 54 900 13,6 59 400 14,3 57 400 13,8 60 750 14,6
Sardegna 4 600 4,2 5 400 4,9 4 200 3,8 3 900 3,5
Italia 770 000 17,4 670 000 15,0 516 000 11,5 635 000 14,2
1941 / maggio / numero 1941 / maggio / x 1000
abitanti
1941 / settembre / numero 1941 / settembre / x 1000
abitanti
1941 / dicembre / numero 1941 / dicembre / x 1000
abitanti
maggio / numero maggio / x 1000
abitanti
settembre / numero settembre / x 1000
abitanti
Piemonte 17 500 4,9 16 050 4,5 19 450 5,4 12 200 3,4 6 600 1,8
Liguria 40 800 26,7 27 000 17,6 27 200 17,8 19 000 12,3 14 900 9,7
Lombardia 51 500 8,4 40 300 6,6 44 700 7,3 39 700 6,4 30 700 5,0
Venezia Tridentina 3 500 5,2 1 800 2,7 2 400 3,6 1 800 2,6 1 200 1,8
Veneto 34 400 7,8 27 000 6,1 31 400 7,1 28 000 6,3 21 700 4,9
Venezia Giulia e Zara 19 400 18,7 16 500 15,9 15 600 15,1 9 400 9,0 7 200 6,9
Emilia 40 100 11,6 31 200 9,1 53 200 15,4 24 500 7,1 9 300 2,7
Toscana 35 350 11,5 32 300 10,5 24 100 7,9 10 900 3,5 5 900 1,9
Marche 7 100 5,3 6 200 4,7 6 600 5,0 4 800 3,6 4 700 3,5
Umbria 1 100 1,4 650 0,8 700 0,9 400 0,5 600 0,8
Lazio 21 500 7,3 16 700 5,7 18 350 6,3 10 800 3,7 3 800 1,3
Abruzzi e Molise 1 800 1,1 1 100 0,7 2 100 1,3 1 200 0,7 700 0,4
Campania 65 300 16,7 51 500 13,1 46 800 11,9 23 100 5,9 20 700 5,3
Puglie 8 600 3,1 6 350 2,3 5 500 2,0 3 600 1,3 2 600 0,9
Lucania 450 0,8 250 0,4 1 200 2,1 200 0,3 200 0,3
Calabrie 3 300 1,8 2 000 1,1 1 400 0,8 1 100 0,6 500 0,3
Sicilia 45 700 10,9 40 100 9,6 36 600 8,7 16 000 3,8 9 300 2,2
Sardegna 2 600 2,3 3 000 2,7 2 700 2,4 1 300 1,1 1 400 1,2
Italia 400 000 8,9 320 000 7,1 340 000 7,6 208 000 4,6 142 000 3,1

ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ord. (1922-1943), fasc. 509 381, «Confederazione Fascista Lavoratori dell’Agricoltura». Ivi anche i dati sui quali sono costruiti i grafici alle pp. 695-97.

701–702

Alcuni dati valgono piú di ogni lungo discorso. Come già abbiamo detto, l’indice ufficiale del costo della vita passò – secondo i dati dell’Istituto centrale di statistica, recepiti anche dal Vannutelli e dal Repaci – da 453,9 per il 1939 a 708,4 per il 1942; in realtà l’aumento fu però maggiore: un prospetto preparato per Mussolini dal ministero delle Corporazioni e relativo al periodo giugno 1939 - agosto 1941 registra infatti una variazione in piú in complesso del 36 per cento e per l’alimentazione del 44 per cento54; i dati dei sindacati indicano a loro volta dal 1940 al maggio 1942 un aumento dell’indice complessivo del 43 per cento e di quello per l’alimentazione del 67 per cento55. Tali aumenti ebbero come conseguenza una costante, e particolarmente marcata per quelli alimentari, diminuzione dei consumi privati; un fatto, questo, che già si era verificato durante la prima guerra mondiale, ma in misura notevolmente piú modesta56:

Primari / alimentari Primari / altri Secondari Terziari Totale
1940 1381 738 136 294 2549
1941 1285 683 140 267 2375
1942 1192 607 151 258 2208

All’aumento dei prezzi di tutti i generi, alimentari compresi57, corrispose infatti una diminuzione delle retribuzioni reali che è difficile stabilire – data la molteplicità delle situazioni e dei trattamenti salariali di fatto e gli interventi indiretti dei sindacati58 non quantificabili con precisione e, piú in genere, le forti differenze tra settore industriale, agricolo, commerciale ed impiegatizio – sulla base dei dati statistici ufficiali (secondo il Vannutelli59, l’indice delle retribuzioni reali sarebbe passato da 107,8 nel 1940 a 100,2 nel 1941 e a 99,1 nel 1942), ma che fu assai notevole ed incise pesantemente sulle condizioni di vita dei lavoratori. Basti dire che, secondo i dati e le stime forniti ai primi del dicembre 1941 dal neopresidente della Confederazione fascista dei lavoratori dell’industria, Giuseppe Landi, succeduto pochi giorni prima a Pietro Capoferri, nel corso di un convegno nazionale della Confederazione, i lavoratori dell’industria (mediamente quelli che si trovavano in una situazione migliore) che percepivano un salario «sufficiente» alle necessità minime di esistenza (da 2,50 a 4 lire l’ora) erano a quella data circa 1 300 000; un altro milione circa (quasi il 30 per cento degli iscritti alla confederazione) erano sotto tale livello (meno di 2,50 lire l’ora); soltanto 644 000 erano ad un livello superiore (piú di 4 lire l’ora) e 30 - 50 000 percepivano salari tra le 10 e le 12 lire l’ora. Sicché, nonostante gli aumenti legali e quelli concordati e autorizzati dalle «competenti gerarchie» (ed esclusi quindi quelli extra lege concessi da alcune imprese) e le varie provvidenze integrative, dalla introduzione del blocco dei prezzi e dei salari questi avevano perso «indubbiamente» almeno il 30 per cento della loro capacità di acquisto60. Se a queste cifre si aggiungono la scarsità, e, con la primavera del 1942, l’insufficienza, delle razioni, la frequente irregolarità della loro distribuzione e la difficoltà talvolta a procurarsi i generi indispensabili teoricamente disponibili sul mercato libero e persino quelli a «borsa nera», è facile capire come larga parte di quelle definite dai rapporti di polizia le classi medie e popolari, e cioè coloro che non avevano altre fonti di reddito che il proprio salario o stipendio, si vennero a trovare ben presto (grosso modo dall’autunno-inverno del 1940) in una condizione di crescente disagio economico e in certi casi persino di effettiva difficoltà a far fronte alle necessità quotidiane di vita.

702–703

Tutte le fonti documentarie disponibili – numerose e assai ricche, anche se sino ad oggi poco utilizzate e in genere limitatamente a ricerche su singole realtà locali o su aspetti particolari61 – sono a questo proposito non solo concordi, ma ricche di notizie e di valutazioni (e, per lo storico, di suggestioni per approfondimenti particolari) tanto a carattere nazionale quanto in riferimento ai vari momenti, province, località, episodi. Utili per precisare meglio le conseguenze della guerra sulle condizioni di vita del paese sono soprattutto le relazioni periodiche e i rapporti della polizia, dei carabinieri e dei servizi di censura (militare e civile), del ministero della Cultura popolare, dell’Ispettorato corporativo centrale, dei sindacati e del partito. Da essi e specialmente dalle relazioni generali periodiche risulta chiaramente come, accanto alla «situazione economica» nel suo complesso (cioè all’andamento dell’economia), e anzi ancora piú di essa, lo «stato di forte disagio» delle «classi medie e popolari» e il suo progressivo inasprimento abbiano costituito per il regime, sin verso la fine del 1942, il «settore piú delicato» – assai piú di quello dell’«attività sovversiva» (cioè antifascista) – e il piú seguito quindi con costante attenzione in tutti i suoi aspetti in quanto indicatore principe dello «spirito pubblico» e della sua evoluzione. Da tali fonti è altresí possibile trarre una serie di notizie (spesso non altrimenti reperibili) che arricchiscono e articolano notevolmente il quadro generale del «disagio economico», e permettono di valutarne meglio il carattere e gli sviluppi sotto almeno tre profili: sociale, locale, temporale; notizie, quindi, che aiutano a comprendere meglio il rapporto intercorso tra tale disagio e l’atteggiamento politico del paese.

703–704

A meno di un anno dall’entrata in guerra la «Situazione politico-economica del Regno al 31 marzo 1941-XIX» delineata dalla Direzione generale della P.S.62 era già largamente incentrata sul disagio economico:

Il costo della vita è in forte e progressivo aumento, accusato nettamente dagli stessi numeri indice che pur non rispecchiano se non parzialmente la realtà.

È questo un problema che si affaccia nell’attuale momento con tutta la sua gravità, perché il disagio materiale che n’è conseguenza influisce sullo stato d’animo pubblico non meno del disagio spirituale dovuto ad altri fattori. Volendo guardare in faccia le cose, nella loro sincera realtà, bisogna convenire che del blocco dei prezzi è rimasto soltanto il nome e col nome tutte le complicate strutture destinate in teoria a farlo osservare. Le risorse degli operai e degli impiegati, ed in genere di tutte le categorie a reddito fisso, che cinque o sei anni fa bastavano a chiudere agevolmente il bilancio familiare, oggi non sopperiscono alle piú elementari esigenze della vita e giorno per giorno si rivelano sempre piú insufficienti. Sono veramente degne della piú attenta considerazione, agli stessi fini preventivi, le condizioni delle classi piú modeste, né il senso di disciplina da cui sono animate agisce da valida controspinta alla loro depressione, tanto piú perché sanno che per altri sono facili gli arricchimenti. Il recente aumento apportato alle indennità familiari è stato molto apprezzato, come prova dell’interessamento del Governo, ma non rappresenta che un sollievo minimo. D’altronde il desiderio del popolo non è rivolto tanto a conseguire aumenti di retribuzione, che si risolvono fatalmente in un incentivo alla corsa dei prezzi, quanto ad ottenere che il costo della vita sia ricondotto, con ogni mezzo se è necessario, in limiti accessibili alle classi lavoratrici.

Altra fonte di disagio è il tesseramento. Va premesso che il popolo non gli è affatto ostile e vede anzi in esso un provvedimento la cui necessità non occorre di essere dimostrata, un’utile provvidenza atta ad infrenare sprechi ed abusi; né sarebbe in fondo male accolta la sua estensione ad altri generi, come il pane, per evitare le incomprensibili sperequazioni tra provincie che ne hanno a sufficienza ed altre dove se ne risente gravemente la mancanza. Quel che ci vorrebbe, invece, è che una volta valutate le risorse nazionali e fissata in base ad esse la razione per la popolazione civile, la razione stessa sia effettivamente e regolarmente distribuita, cosa che purtroppo non sempre avviene, dando adito a critiche e malcontenti. [...]

La Polizia, attraverso la rigorosa sorveglianza delle squadre annonarie, cerca il piú possibile d’infrenare l’ascesa dei prezzi e di colpire ogni frode od irregolarità, ma la sua azione ha un’efficacia necessariamente limitata e trova anche ostacolo nella connivenza del consumatore stesso che, sebbene sia il piú direttamente interessato, nell’alternativa di trovare la roba a prezzi piú cari o di non trovarla affatto preferisce sempre la prima.

Le infrazioni annonarie, oltre a dar luogo nei vari casi a sanzioni amministrative, sono regolarmente denunziate all’autorità giudiziaria. A questo riguardo si rileva che, avendo l’aggravamento delle pene spostata la competenza ai Tribunali, ne è conseguito un appesantimento del processo, spesso a beneficio degli imputati che hanno miglior giuoco nella difesa, senza contare che il giudizio collegiale si è dimostrato in vari casi troppo rigidamente chiuso nel teorico formulario dottrinale di fronte a reati che vivono di palpitante attualità e che esigono punizioni pronte ed esemplari, se si vuole che rispondano ad un fine d’intimazione.

704–705

Le successive «situazioni» nulla riferiscono che possa far pensare ad un miglioramento della situazione, che, anzi, appare da esse in costante degrado e notevolmente appesantita dalle conseguenze, anche sul piano economico e degli approvvigionamenti, dai primi massicci bombardamenti aerei alleati della fine del 194263. Pur nel suo linguaggio sempre piú burocratico e nella sua maggior sinteticità – quasi risenta di un senso di sconsolata routine – quella al 31 dicembre 194264 non è meno esplicita:

705–707

Nel costo della vita continua la grande ascesa che si sta oramai irrefrenabilmente verificando da varî anni.

Stando alle statistiche ufficiali, il numero indice del costo della vita è rimasto negli ultimi mesi piú o meno stazionario, anzi in qualche provincia avrebbe perfino segnato qualche lieve diminuzione.

In ciò non conviene affatto la gente, la quale non ha notato alcuna diminuzione nei conti di casa: la ragione si è che la statistica basa i suoi calcoli sui prezzi ufficiali, mentre il pubblico deve fare i conti coi prezzi reali e con quelli del mercato clandestino, se ci tiene a provvedersi del nutrimento e delle altre cose necessarie.

È certo che la vita si svolge assai grama per le famiglie modeste, di veri stenti per le modestissime. Vi è poi una categoria, che, dovendo conservare un minimo di decoro e non potendo sempre sottostare alle esose pretese del commercio clandestino, deve subire le piú dure privazioni: è quella degli impiegati a minimi e medî stipendi, nei quali è tutto l’accoramento di non poter assicurare alle famiglie lo stretto indispensabile.

Ormai l’espressione «blocco dei prezzi» si è svuotata di ogni realtà: le cause molteplici, che sono state piú volte enumerate, si riferiscono alcune alle insufficienze dell’organizzazione corporativa, oltre a vera e propria indisciplina della popolazione, nella quale il senso edonistico – è doloroso doverlo constatare – prevale sul senso del dovere: questo si ricollega al fatto che il «tempo di guerra» non è, mentre dovrebbe esserlo, intimamente sentito dalle coscienze.

La vigilanza annonaria continua assidua ed attiva da parte di tutti gli organi di polizia e consegue risultati apprezzabili, ma deve necessariamente limitarsi a colpire le infrazioni piú gravi e le basse forme di speculazione: il fenomeno è difatti talmente dilagato che non è possibile pensare di eliminarlo soltanto con interventi repressivi.

Rispetto alla «situazione» messa a fuoco dalla polizia, la «Relazione sulla situazione economica al 10 dicembre 1942-XXI» dell’Ispettorato corporativo centrale65, è piú particolareggiato ed elaborato, ma, pur provenendo da un organismo piú immediatamente «politico», il quadro in esso tracciato non è diverso e non fa che anticipare con maggiori dettagli quanto – lo si è appena visto – tre settimane dopo avrebbe scritto piú sinteticamente la polizia:

Il costo complessivo della vita ha manifestato anche nel mese di novembre u.s. una persistente tendenza all’aumento. Il fenomeno ha avuto una sensibile accentuazione nelle città colpite dalle incursioni aeree nemiche, ove si è verificato un piú elevato rincaro di tutti i generi alimentari, ad eccezione dei limitati quantitativi acquistabili con la tessera, rincaro aggravato dal grave onere che molti degli abitanti dei predetti centri hanno dovuto sostenere in dipendenza dello sfollamento.

La situazione creatasi in tali centri, e particolarmente a Genova e Torino, ha determinato altresí, nei riguardi di numerose maestranze, una riduzione dei guadagni, per la minore durata degli orari di lavoro disposta al fine di consentire ai numerosi sfollandi l’esodo serale.

L’anormale situazione delle città colpite e la necessità di far fronte ad improvvise e impreviste esigenze, ha dato luogo ad una accentuata affluenza alle banche dei risparmiatori per il ritiro di somme depositate.

Mentre poi in determinati settori di attività economica si è verificata una interruzione piú o meno estesa e prolungata, in altri settori si è avuto un movimento inconsueto ed accentuato. Cosí, subito dopo le prime incursioni, si è sviluppata un’affannosa ricerca sia di mano d’opera e di materiali vari per provvedere alle prime indilazionabili riparazioni dei danni causati dai bombardamenti, sia dei mezzi di trasporto per trasferire in provincia persone e masserizie.

Ovviamente le richieste di merci e di servizi sono state superiori alle possibilità del momento e, mentre le Autorità Civili e Militari hanno subito intrapreso un’adeguata opera di assistenza, molto si è dovuto lasciare all’iniziativa dei singoli. La situazione cosí creatasi ha provocato quindi localmente un improvviso considerevole aumento dei prezzi delle merci e dei servizi, che, nonostante le raccomandazioni e poi l’azione repressiva delle Autorità, ha raggiunto, specialmente nel campo dei trasporti e delle attività ausiliarie del traffico, livelli altissimi. Lo stesso fenomeno si è verificato, almeno in un primo tempo, per i fitti delle abitazioni delle località decentrate, dove si è trasferita una rilevante aliquota della popolazione delle città colpite. In questo settore l’azione tempestiva delle Autorità Politiche ha infrenato gli iniziali eccessivi abusi.

Riguardo ai consumi, è opportuno accennare alla situazione dei vetri per infissi, di cui è recente il provvedimento di blocco. La produzione dei vetri già da tempo si effettuava attraverso serie difficoltà per la scarsità del combustibile, e pertanto l’estesissima improvvisa richiesta ha trovato il mercato in condizioni lontane dalla normalità. È inutile dire che in materia la domanda solo in minima parte ha potuto essere soddisfatta. Intensa è stata anche la richiesta di legno compensato, usato come succedaneo del vetro per finestre, vetrine, ecc.

Nel settore alimentare, il senso di civismo di gran parte della categoria dei commercianti e la pronta azione delle locali Sezioni dell’Alimentazione (reintegro di scorte distrutte, aumento delle disponibilità di alcuni negozi per sopperire alla chiusura dei negozi danneggiati) hanno fatto sí che non si creassero preoccupanti squilibri.

Anche nei giorni immediatamente successivi alle incursioni gli approvvigionamenti per la popolazione sono avvenuti, avuto riguardo all’anormale situazione, senza eccessive difficoltà, e, inoltre, si è provveduto a disporre per una distribuzione straordinaria di generi, come ad esempio carne, uova e marmellata. È stato altresí tempestivamente disposto perché la popolazione delle città, trasferitasi nei minori centri delle provincie, avesse subito la possibilità di approvvigionarsi localmente dei generi di prima necessità.

In altri settori si è avuta una contrazione nei consumi e nelle vendite, dovuta anche al fatto che, oltre ai numerosi negozi danneggiati, hanno temporaneamente cessato l’attività molti altri i cui titolari si sono improvvisamente allontanati dalla città. Il tempestivo richiamo dell’Autorità e la diffida di ritiro della licenza sono valsi a normalizzare la situazione.

Indipendentemente dalle particolari condizioni in cui si sono venute a trovare le città colpite da incursioni aeree, l’andamento degli approvvigionamenti dei generi alimentari, sia razionati che non razionati, è stato contrassegnato anche nel mese di novembre u.s. da ritardi nella distribuzione dei primi in diverse località e da un generale inasprimento dei prezzi per i secondi.

Gli acquisti clandestini, a prezzi notevolmente maggiorati, di carne, grassi, farina, pollame, ecc. hanno ormai assunto un carattere abitudinario ed in alcuni casi sono divenuti inevitabili anche per le classi piú modeste, causa il ritardo che si verifica non infrequentemente nella distribuzione dei generi tesserati. In alcuni rioni di Roma e di Napoli, ad esempio, le razioni di burro, olio, zucchero, pasta, per il mese di novembre u.s. sono state distribuite soltanto dal 25 al 30 dello stesso mese.

707–708

A integrazione e precisazione di quanto sin qui detto nelle linee generali si potrebbero facilmente aggiungere molti e interessanti elementi particolari; piuttosto che dilungarci su essi, pur sempre in modo inevitabilmente troppo sommario dato il carattere di questo nostro lavoro, preferiamo però soffermarci su alcuni aspetti della realtà italiana degli anni del conflitto che consideriamo piú importanti per comprendere l’atteggiamento del paese verso la guerra e il regime fascista e sui quali, oltre tutto, vi sono tra gli studiosi molta confusione e diversità di opinioni.

Un primo aspetto è quello dell’incidenza delle difficoltà economiche sui vari ceti sociali. Stabilire una sorta di graduatoria, anche solo di massima, è a questo proposito impossibile, sia per la mancanza di sufficienti dati di confronto attendibili e tra loro comparabili, sia per la diversità delle situazioni. Alcune sono di tipo economico: tra Nord e Sud, tra le varie regioni, tra centri maggiori e minori, tra centri a prevalente economia industriale (e, all’interno di essi, tra quelli nei quali la presenza dell’industria militarizzata era maggiore e centri nei quali era minore) e centri a prevalente economia agricola; tra zone agricole diverse (per assetto della proprietà e per produzioni); per non dire poi del caso tutto particolare, ma assai importante, di Roma, che risentiva del duplice carattere di città burocratica e al tempo stesso legata per molti aspetti alla circostante economia di tipo agricolo. Altre sono invece di tutt’altro tipo: di tradizione, di cultura, dando a questo termine l’accezione piú ampia, sino a comprendervi i diversi modi di vita e di sentire il proprio status e, quindi, di considerare piú o meno irrinunciabili certe esigenze; per non dire delle particolari situazioni, culturali e psicologiche, di zone plurinazionali quali l’Alto Adige e ancor piú la Venezia Giulia.

È fuor di dubbio che la situazione economica determinatasi con la guerra e le difficoltà nelle quali si vennero a trovare larghi settori del paese abbiano inciso sull’atteggiamento degli italiani verso la guerra e il regime. Allo stato della documentazione, stabilirne l’incidenza sia in generale sia sui vari ceti sociali è però – lo ripetiamo – impossibile, a meno di indulgere a generalizzazioni che di fatto significano pochissimo e in qualche caso possono risultare errate. Pur in assenza di dati incontrovertibili, alcuni indicatori disponibili sembrano suggerire addirittura di considerare tale incidenza – almeno sin verso la fine del 1942, quando però intervennero altri fattori extraeconomici o non immediatamente economici – minore di quanto in genere si crede. Tra questi indicatori ci limitiamo a segnalarne solo alcuni, a nostro avviso piú significativi.

708–710

Innanzi tutto l’andamento dei depositi (in milioni di lire) presso le Casse di risparmio, i Monti di pegno di prima categoria e le Casse postali66:

Casse di risparmio
e Monti di pegno
di 1ª cat. - Depositi
Casse postali di risparmio / depositi
ordinari
Casse postali di risparmio / buoni
fruttiferi
Casse postali di risparmio / conti
correnti
1939 18 661 6014 23 766 1545
1940 19 424 6579 28 468 2174
1941 23 460 8116 36 490 3055
1942 28 255 9806 47 303 3397

quello dei prestiti (in milioni di lire) su pegno67:

Prestiti
su preziosi
Prestiti
su non preziosi
Totale
1939 1 407 158 1 444 161 2 851 319
1940 1 187 195 1 039 078 2 226 273
1941 707 781 742 506 1 450 287
1942 523 212 624 548 1 147 760

Un tale aumento dei depositi si spiega in larga misura con il timore, assai diffuso, che venissero adottati provvedimenti miranti ad accrescere il prelievo fiscale sulla proprietà immobiliare, introdurre la nominatività dei titoli al portatore e a vietarne o comunque limitarne la conversione, ecc. Da qui, dopo un primissimo momento di notevoli acquisti68, un ristagno degli investimenti immobiliari da parte dei piccoli risparmiatori e il prevalere della tendenza alla tesaurizzazione e soprattutto ad evitare il piú possibile di vincolare e perdere la libera disponibilità del proprio danaro. Caratteristici in questo senso sono il panico e la conseguente corsa al ritiro dei depositi in banca che si manifestarono nel novembre 1941 in alcune località, tra cui Milano, subito dopo la pubblicazione sul «Giornale d’Italia» e su «Il popolo d’Italia» di un articolo di V. Gayda sul «risparmio obbligatorio». Come il 2 dicembre l’ispettore generale di P.S. Peruzzi riferí a Senise69, nel capoluogo lombardo (dove il panico fu maggiore e furono ritirati circa 300 milioni di lire in tre giorni, il triplo della normale media dei prelievi) l’articolo mise subito in moto un tipico processo allarmistico:

710–711

l’articolo sul risparmio obbligatorio, o «risparmio di ferro» pubblicato dal «Giornale d’Italia» a firma Virginio Gayda, e riportato dal «Popolo d’Italia», era stato dal pubblico vivamente commentato.

I bene informati aggiungevano che tale provvedimento, già attuato in Germania, sarebbe stato deliberato anche in Italia nel primo Consiglio dei Ministri.

La notizia trovò credito, sia per la notorietà del Gayda, ritenuto, sempre dai bene informati, interprete del pensiero del Duce, e sia per il fatto che l’articolo era stato poi riprodotto dallo stesso giornale del Duce.

Ad aggravare le preoccupazioni oramai latenti nella massa dei risparmiatori, intervenne la disposizione sulla denunzia dei redditi superiori alle 24 000 lire; e siccome nessuno è sinora riuscito a conoscere le vere finalità e la portata di tale obbligatoria denunzia, sono corse in proposito le dicerie piú azzardate, tra cui quella di un prestito forzoso, che il Consiglio dei Ministri avrebbe dovuto deliberare nella seduta del 29 Novembre, e l’altra del divieto di prelevare dai libretti di risparmio piú di lire 500 per volta.

Le voci si fecero piú insistenti all’approssimarsi della data di convocazione del Consiglio dei Ministri, e fu cosí che i piú furbi e i piú pavidi si affrettarono a ritirare i loro depositi, contagiando, come avviene in simili casi, parenti e conoscenti.

711–712

Detto questo, resta pur sempre il fatto che un aumento dei depositi dell’entità di quello registratosi presso gli istituti che tradizionalmente raccoglievano larga parte dei risparmi dei ceti medio-bassi e popolari, accompagnato per di piú da una flessione dei prestiti su pegno (alla quale si può aggiungere in una certa misura almeno anche quella dei protesti70) suggerisce piú che l’immagine di un accentuato degrado economico di questi ceti, quella di una loro condizione complessivamente (ché tra le varie regioni gli andamenti presentano differenze significative) almeno non peggiorata.

A questi dati si possono aggiungere poi quelli relativi all’evoluzione della proprietà agricola che – pur riferendosi ad un arco di tempo piú ampio: fine dicembre 1938 - giugno 1946 – fanno pensare a loro volta a un processo non di concentrazione a spese della proprietà minore, ma a un suo aumento anche se modesto71, a qualcosa di simile cioè a quanto si era verificato in occasione della prima guerra mondiale72 e, dunque, ad una condizione dei contadini tale da permettere, almeno in alcune zone, ad un certo numero di loro di acquistare la terra che lavoravano e, in generale, da non costringerli a vendere quella che possedevano73.

Un altro dato relativo a tutt’altra realtà socioeconomica, ma che ci pare opportuno ricordare per una migliore visione d’insieme della situazione economica determinatasi negli anni di guerra, è quello concernente l’andamento delle società per azioni. Questo registrò infatti un aumento costante dei capitali azionari nominali e, sino a tutto il 1941, anche del numero delle società stesse: solo nel 1942 questo prese a decrescere a danno soprattutto delle società minori (sino a 250 000 lire di capitale azionario), ormai non piú in condizione di far fronte al degrado generale della situazione economica e alla concorrenza di quelle maggiori74.

712–713

Distribuzione della proprietà agricola in base alle partite catastali per classi di superficie al 31 dicembre 1938 e al 30 giugno 1946.

Superfici
al 31 dicembre 1942
Numero complessivo
proprietà / 1938
Numero complessivo
proprietà / 1946
Sino a 50 ha / numero
proprietà / 1938
Sino a 50 ha / numero
proprietà / 1946
Sino a 50 ha / superficie / 1938 Sino a 50 ha / superficie / 1946 Da 50 a 100 ha / numero
proprietà / 1938
Da 50 a 100 ha / numero
proprietà / 1946
Da 50 a 100 ha / superficie / 1938 Da 50 a 100 ha / superficie / 1946 Da 100 a 1000 ha / numero
proprietà / 1938
Da 100 a 1000 ha / numero
proprietà / 1946
Da 100 a 1000 ha / superficie / 1938 Da 100 a 1000 ha / superficie / 1946 Da 1000 ha ed oltre / numero
proprietà / 1938
Da 1000 ha ed oltre / numero
proprietà / 1946
Da 1000 ha ed oltre / superficie / 1938 Da 1000 ha ed oltre / superficie / 1946
Piemonte 1 313 063 1 383 233 1 310 330 1 379 627 1 615 958 1 743 433 1 308 1 765 89 804 123 446 1 273 1 693 331 305 428 197 152 148 417 094 471 390
Liguria 254 001 414 613 253 900 414 150 302 846 410 467 29 232 1 864 15 851 67 224 23 876 61 366 5 7 9 984 12 712
Lombardia 970 650 876 190 965 417 870 750 1 282 841 1 219 378 3 006 3 179 207 959 219 407 2 136 2 158 468 231 474 480 91 103 244 905 291 402
Venezia Tridentina 276 853 272 461 274 331 269 865 422 610 415 147 1 069 1 107 73 558 76 017 1 244 1 278 390 286 401 305 209 211 433 203 440 861
Veneto 1 003 908 858 831 999 869 854 845 1 416 781 1 390 462 2 154 2 185 147 980 149 826 1 766 1 662 448 830 401 748 119 139 259 695 383 595
Emilia 388 625 367 031 383 334 361 495 1 369 592 1 328 026 3 388 3 548 231 728 242 746 1 844 1 924 378 137 394 078 59 64 125 216 140 679
Toscana 453 745 393 994 448 011 387 768 901 242 823 030 2 710 2 972 189 668 206 511 2 831 3 046 742 786 794 312 193 208 371 634 392 859
Marche 163 976 159 294 161 604 156 761 633 200 614 768 1 597 1 699 107 480 114 734 753 812 165 601 174 577 22 22 31 378 35 300
Umbria 129 947 136 314 127 570 133 788 345 823 343 373 1 205 1 311 83 964 91 423 1 130 1 176 287 528 307 126 42 39 63 643 59 364
Lazio 642 634 569 628 639 971 566 901 729 254 660 331 1 029 1 068 71 970 74 881 1 437 1 442 407 110 419 943 197 217 430 305 503 724
Abruzzi 709 710 745 137 708 367 743 615 960 944 844 569 607 721 42 252 49 909 617 672 176 700 184 658 119 129 273 055 297 477
Campania 940 778 811 418 939 206 809 520 904 145 864 669 791 986 54 866 67 565 727 837 182 607 212 360 54 75 120 132 161 013
Puglie 733 273 684 417 728 609 679 517 1 032 757 968 581 2 237 2 316 156 132 162 387 2 360 2 511 546 982 593 454 67 73 135 599 151 377
Lucania 313 974 279 469 311 832 277 168 470 732 434 044 990 1 059 68 316 72 905 1 082 1 167 268 830 288 141 70 75 149 717 162 794
Calabria 532 667 525 681 530 209 522 620 852 184 611 074 1 131 1 438 79 838 100 435 1 254 1 533 325 344 395 926 73 90 147 942 174 799
Sicilia 1 351 270 1 241 731 1 345 871 1 235 933 1 518 525 1 437 166 2 755 2 933 189 371 203 518 2 570 2 778 627 445 676 642 74 87 139 187 171 053
Sardegna 375 872 371 074 368 939 364 085 1 069 275 1 035 015 4 225 4 191 290 320 288 916 2 574 2 659 556 689 577 260 134 139 445 744 460 796
Italiaᵃ 10 554 946 10 090 516 10 497 370 10 028 408 15 828 709 15 143 533 30 231 32 710 2 087 070 2 260 477 25 665 27 572 6 328 287 6 785 573 1680 1826 3 798 433 4 311 195

ᵃ Manca la Venezia Giulia per impossibilità di procedere ad un confronto.

713–714

Sulla base e di quanto sin qui detto e della documentazione archivistica disponibile ci pare si debba innanzi tutto respingere l’asserzione di coloro che hanno sostenuto che a sopportare i maggiori oneri e disagi economici sarebbe stato il mondo contadino. Un «mondo» del quale, oltre tutto, è impossibile parlare come di una realtà unitaria e che andrebbe preliminarmente scomposto ed esaminato nei suoi molteplici e diversissimi aspetti: salariati, coloni, mezzadri, fittavoli, coltivatori diretti. Anche volendo circoscrivere il discorso alle categorie piú numerose e limitarsi ad una valutazione di tipo molto generale, lo stato degli studi non permette, a nostro avviso, di avventurarsi oltre un’affermazione estremamente generica: è possibile che in certe zone i maggiori oneri e disagi siano stati sopportati dai contadini, in altre lo si può escludere invece con certezza.

714–715

Il fatto che le paghe dei lavoratori agricoli fossero ufficialmente piú basse di quelle degli operai significa ben poco, sia perché in molte zone non appena la mano d’opera cominciò a scarseggiare le paghe reali, di fatto, presero a lievitare (in provincia di Napoli ad esempio nel marzo 1942, riferivano i carabinieri75, «la mano d’opera agricola» era in grado di «imporre prezzi enormi») e in quelle a culture piú redditizie (come ad esempio i Castelli romani) giunsero alle stelle; sia perché spesso esse erano integrate «in natura»; sia infine perché larghi settori del mondo contadino erano in grado di ricavare notevoli guadagni sul mercato libero (in Piemonte – procediamo sempre per esempi – nei primissimi mesi del 1942 speculatori e grossisti si accaparrarono il futuro raccolto di frutta offrendo all’ingrosso il prezzo corrente in quel momento al minuto76) e con la «borsa nera». Sicché riteniamo fosse nel giusto la «Situazione politico-economica del Regno al 31 dicembre 1942-XXI»77 nella quale si legge:

Quantunque i salari nel settore industriale siano nominalmente piú alti che nel settore agricolo, pure le condizioni della classe operaia si manifestano di giorno in giorno maggiormente inadeguate, rispetto al costo della vita: ciò dipende dal fatto che nell’industria – a parte qualche sporadico caso di evasione – il blocco dei salari è reale e mancano tutte quelle forme di accomodamento che nell’agricoltura si concretano, attraverso la corresponsione di prodotti in natura, in notevoli vantaggi economici. Inoltre, la mobilitazione civile di tutti i dipendenti di aziende industriali rende impossibile all’operaio di trasferirsi ogni qualvolta si delinei la possibilità di maggiore guadagno.

Ugualmente non vanno sopravvalutate le numerose agitazioni che, a cominciare soprattutto dalla fine dell’estate del 1941 (ma non erano mancati casi precedenti) si verificarono nelle campagne e in centri minori siti in zone agricole (e anche in qualche località maggiore) contro il carovita, gli ammassi, la irregolarità e scarsezza degli approvvigionamenti, ecc. Che queste agitazioni, pressoché tutte di sole donne, provino l’esistenza di un disagio economico diffuso è fuori discussione ed era del resto esplicitamente riconosciuto dalla polizia e dai carabinieri; la loro dinamica non permette però di considerarle la prova di una condizione contadina peggiore di quella operaia o piccolo borghese.

715–716

Tra gli elementi che emergono da un loro esame due ci paiono a questo proposito piú significativi. Il primo è costituito dalla netta prevalenza (come numero di casi e di partecipanti) delle agitazioni verificatesi nel Sud (specialmente in Sicilia, Campania e Puglie) e in zone particolarmente arretrate rispetto a quelle verificatesi nel Centro-Nord; il secondo dal fatto che – pur punteggiando buona parte degli anni di guerra – esse ebbero luogo soprattutto in certi particolari momenti e circostanze che inducono a pensare, piú che ad un particolare aggravamento delle condizioni di vita dei contadini, a motivazioni contingenti di natura essenzialmente psicologica. In tali momenti particolari alle cause consuete di queste agitazioni (carovita e irregolarità e scarsezza di approvvigionamenti soprattutto) se ne aggiungevano infatti altre che trovavano origine nell’esasperazione suscitata dalla convinzione di essere vittime di un trattamento particolarmente ingiusto, nel diffondersi di voci allarmistiche o addirittura false, nella paura di un possibile peggioramento della condizione in atto.

Durante il 1941-42, nel periodo in cui le agitazioni di donne assunsero un carattere, pur tra alti e bassi, endemico (non entriamo per il momento nel merito di quelle del 1943 che vanno collocate in un diverso contesto), in due momenti esse ebbero particolare ampiezza e vivacità: a fine settembre 1940 – inizi del 1941 e nella primavera-estate del 1942. Le prime78, un centinaio nel giro di una decina di giorni (di cui la metà in Sicilia e Campania), furono provocate dall’introduzione del razionamento del pane e talvolta dal suo cattivo funzionamento, specie riguardo ai supplementi previsti a favore di determinate categorie di lavoratori79. La documentazione disponibile mostra però chiaramente come questo motivo di malcontento, comune a tutti i lavoratori, agricoli e no (tanto che alcuni prefetti e questori suggerirono subito di elevare i supplementi perché «ogni privazione è sopportata, ma la razione di pane... è del tutto insufficiente per il lavoratore»80), fosse acuito, da un lato, dal malessere e dal timore suscitati dalla prospettiva di dover affrontare un nuovo inverno di guerra con anche maggiori restrizioni e difficoltà di quelle già sperimentate nel precedente e, da un altro lato, dal fatto che il razionamento del pane venne introdotto subito dopo che i contadini avevano consegnato il grano agli ammassi e ciò faceva sí che il provvedimento assumesse ai loro occhi un carattere di particolare ingiustizia, quasi una truffa perpetrata ai loro danni. Da qui soprattutto il moltiplicarsi delle agitazioni in un contesto che era sí di degrado della condizione economica generale di tutti i lavoratori, e, dunque, di crescente malcontento anche tra i contadini, ma che sino all’agosto era stato considerato dalle autorità piú accentuato tra gli operai che tra i contadini81, e da qui, ancora, il loro rapido diminuire e praticamente cessare nei mesi successivi82, sbollita, per cosí dire, l’«ingiustizia» subita. La seconda fase calda (anche se inferiore alla precedente, specie sotto il profilo del numero delle donne che presero parte in genere alle singole agitazioni) si verificò nel marzo 1942 e nei mesi successivi sin ad agosto. Secondo le relazioni dei carabinieri, le agitazioni furono 50 in marzo (con due casi piú gravi in Sicilia e in Lucania, a Mussumeli e Tricarico), 25 in aprile, 40 in maggio, 35 in giugno, 38 in luglio e 25 in agosto (con un caso particolarmente grave a Monteleone, nelle Puglie). A mettere in moto il movimento fu la diminuzione della razione del pane (il 15 marzo) e del quantitativo di grano assegnato agli agricoltori. A tenere in effervescenza la situazione non fu però tanto il peggioramento delle condizioni di vita da essa provocato – tanto è vero che, passato il primo momento di maggior irritazione e malcontento, in aprile il numero delle agitazioni si dimezzò – quanto il diffondersi, in maggio e nei mesi immediatamente successivi, della voce di una ulteriore imminente diminuzione della razione83.

717–718

Piú che un disagio particolarmente grave e generalizzato del mondo contadino, quest’andamento rispecchia l’esistenza al suo interno di sacche di piú accentuato disagio corrispondenti a zone maggiormente depresse e arretrate, nelle quali la guerra faceva sentire piú che in altre il suo peso e attivava stati d’animo e reazioni tipici della cultura e della psicologia contadine, e in primo luogo l’istintiva avversione delle donne a questa come ad ogni guerra.

Per concludere è infine opportuno notare che agitazioni di donne avevano avuto luogo anche durante la prima guerra mondiale e in particolare nel 1916 e soprattutto nel 191784. Un confronto con esse conferma il fondo pacifista del mondo agricolo femminile, sul quale l’ampiezza dei richiami alle armi, la modestia dei sussidi e la cattiva organizzazione del meccanismo delle licenze per i lavori stagionali facevano oltre tutto pesare una serie di oneri maggiori di quelli che gravavano sulle donne di altri ceti sociali. Al di là di questa conferma, il confronto mette però in luce piú differenze che analogie e suscita vari problemi dei quali sarebbe troppo semplicistico liberarsi adducendo la diversità di regime politico durante le due guerre e la «consapevolezza» dei maggiori rischi ai quali si sarebbero esposte le dimostranti del 1941-4285. Le agitazioni del 1916-17 avevano coinvolto un numero notevolmente maggiore di donne, si erano verificate soprattutto in regioni e in zone diverse, piú al Nord e al Centro che al Sud, rispetto a quelle che costituirono il principale teatro delle agitazioni del 1941-42 e avevano toccato anche alcuni grandi centri urbani come Milano. La loro carica pacifista era stata non solo piú esplicita, ma piú robusta, sicché esse, pur nascendo quasi sempre spontanee e traendo origine anch’esse dal carovita e dalla scarsezza di generi alimentari, avevano rivelato una politicizzazione di fondo – elementare, ma capace in molti casi di indurre le dimostranti a tentare di coinvolgere nella protesta anche altre realtà sociali, a cominciare dagli operai, e di spingerle a chiedere esplicitamente la fine della guerra – assente invece (o presente solo in pochissimi casi e, comunque, anche in questi assai debole) sino al 1943 in quelle verificatesi durante la seconda guerra mondiale.

718–719

Quanto detto per il «mondo» contadino vale in gran parte anche per i ceti operai, per gli impiegati e persino per i piccoli commercianti; anche per essi è infatti difficile azzardare confronti, anche solo di massima, circa l’incidenza delle difficoltà economiche sulle loro condizioni di vita o cercare di delineare situazioni ceto per ceto che abbiano una qualche attendibilità.

A leggere le prese di posizione piú o meno ufficiali delle varie organizzazioni di categoria e ancor piú le lamentele, le querimonie e i malumori riferiti dalla polizia e dai carabinieri nei loro rapporti sulla situazione economica e sullo stato d’animo nelle varie province, bisognerebbe concludere che ognuno di questi ceti versasse in una situazione peggiore di tutti gli altri. Secondo gli operai, gli impiegati e soprattutto i contadini e i commercianti erano quelli che se la passavano meglio e che, anzi, si arricchivano a man salva; ma questi si lamentavano a loro volta e sostenevano che il carovita da un lato e il blocco dei prezzi dall’altro riducevano drasticamente le loro attività, mentre le spese generali rimanevano nel migliore dei casi invariate e gli oneri fiscali aumentavano. A lamentarsi erano poi anche molte categorie professionali, quali avvocati, notai, ragionieri, commessi viaggiatori, che affermavano di essere gravemente danneggiate dalla contrazione delle attività economiche; per non dire della proprietà edilizia che assisteva al progressivo svilimento delle proprie rendite e non poteva rivalersi sugli affittuari.

In tutto ciò, al solito, vi era del vero e del falso, l’uno e l’altro comunque non generalizzabili. Ché, per esempio, se è certamente vero che il commercio al minuto registrò una costante diminuzione del proprio giro ufficiale d’affari, è però altrettanto vero che nei primi mesi della guerra, quando stava per essere introdotto il razionamento, e in occasione del propalarsi di voci allarmistiche circa la prossima adozione di disposizioni patrimoniali restrittive o circa la riduzione della quantità di prodotti (soprattutto d’abbigliamento) acquistabili con la tessera, i negozi furono presi d’assalto e smaltirono le scorte a prezzi molto maggiorati86. Ed è altresí molto dubbio che il giro di affari reale possa essere valutato facendo riferimento solo a quello ufficiale, ché tutte le fonti disponibili sono concordi nel denunciare un esercizio della «borsa nera» pressoché generalizzato e un ricorso via via sempre piú largo ad una serie di espedienti volti ad aggirare il razionamento87: e Mussolini, parlando il 25 aprile 1942 ai segretari generali della Lombardia arrivò a dire che, su settecentomila commercianti, centomila erano stati denunciati per reati annonari88. Sicché riteniamo che in definitiva avesse ragione la Direzione generale della P.S. quando nella sua già citata «Situazione politico-economica del Regno al 31 dicembre 1942-XXI» scriveva:

719–720

Il commercio è in questo momento piú che mai influenzato da cause profondamente perturbatrici, d’ordine materiale e d’ordine psicologico... È pertanto assai difficile farsi un concetto esatto delle condizioni dei commercianti: a sentir loro, le limitazioni che li riguardano sono tali e tante da costringerli a notevoli sacrifici pur di mantenere in vita le aziende, mentre il pubblico è convinto che mai come oggi i commercianti fanno i quattrini a palate. Esaminando obbiettivamente le cose, sembra che piú vicina alla realtà sia la seconda opinione: i veri disagi sono sopportati dal produttore o dal consumatore – piú da questo che da quello – mentre il commerciante, che si limita alla fase dello scambio, non si avventura in acquisti se non ha la certezza di poter rivendere vantaggiosamente, e vende a prezzi di vera affezione quello di cui non può provvedersi facilmente. Con ciò non si nega che in determinate branche del commercio vi siano situazioni di particolare disagio, come per i negozianti di generi alimentari, per gli orafi, e in genere per coloro che esercitano attività parzialmente o totalmente sacrificate alla disciplina di guerra; ma il piú delle volte a costoro bastano poche vendite clandestine per rivalersi ampiamente ed è assai dubbio che abbiano molto scrupolo a dedicarvisi.

Certo si è che il numero dei fallimenti e dei protesti risulta estremamente esiguo e che le contrattazioni a prezzo maggiorato sono praticate normalmente e senza possibilità di una valida repressione, perché i contraenti sono d’accordo, mancano i testimoni, il sopraprezzo è pagato sottomano e le fatture sono regolarmente stilate per la somma consentita.

L’unica affermazione che, in termini molto generali, si può azzardare è a proposito dei ceti impiegatizi (statali soprattutto, ma anche privati) e, piú in genere, a reddito fisso. Anche se non sono disponibili dati precisi, è assai probabile che nel loro complesso essi – un po’ per la maggior difficoltà ad ottenere adeguamenti dei loro stipendi e redditi e a sfuggire in qualche misura al fisco, un po’ per le loro esigenze psicologiche e culturali di salvaguardare il piú possibile l’immagine del proprio status sociale – siano stati tra tutti quelli che piú risentirono delle ristrettezze e del disagio economico imposti dalla guerra. È sintomatico che tutte le fonti disponibili non solo sono a questo proposito concordi nel riferire i progressi del loro «crescente malumore», ma, quel che piú conta, non ne contestano o mettono in dubbio, come in altri casi, la fondatezza89. In sostanza da esse traspare un’unica riserva – mai prospettata in prima persona, ma riferita come voce insistentemente circolante – e cioè che non di rado gli impiegati, soprattutto quelli statali e romani in particolare, integrassero, per cosí dire, i loro stipendi lasciandosi corrompere o costringessero con la loro lentezza «burocratica» e il loro ostruzionismo chi doveva passare sotto le loro forche caudine a ricorrere a «terze persone» per «ungere» la macchina burocratica. L’accusa, in verità, non trova conferma nelle statistiche giudiziarie che, a fronte di una media di 7497 denunce annue nel 1931-39, registrano per il 1940, 1941 e 1942 4348, 3702 e 5641 denunce per corruzione e interesse privato in atti di ufficio «contro la pubblica amministrazione»90. Questo fatto può forse indurre a ridimensionare l’ampiezza del fenomeno rispetto a quanto asserito dalla vox populi, non però a ritenere tout-court infondata l’accusa. Se infatti il diffondersi della corruzione va spiegato, oltre che con motivazioni di ordine economico, con l’indebolirsi negli anni della guerra della «fedeltà» al regime di quei settori del paese, come appunto la pubblica amministrazione, che avevano aderito ad esso pensando che potesse assicurare meglio di ogni altro una positiva continuità e, al tempo stesso, l’innovazione di una serie di valori che essi consideravano primari e che ora si trovavano a doverne constatare tutta l’inefficienza e corruzione interna; nella stessa ottica si spiega anche lo scarso numero delle denunce, che, anzi, acquista un valore particolare: di sintomo dello scollamento morale in atto nel paese, e in particolare nei ceti intermedi e del formarsi di una sorta di solidarietà tra «sfruttati» e delusi dallo stato, nel nome della priorità dell’interesse privato su quello pubblico.

720–721

Il fatto che sino verso la fine del 1942 il problema piú sentito dalle masse, certo da quelle popolari, ma anche da larghi settori dei ceti medi, fu quello delle difficoltà quotidiane di vita non deve indurre a conclusioni affrettate. A parte situazioni particolari, queste difficoltà non furono mai per la gran maggioranza degli italiani – un popolo oltre tutto, all’epoca, molto frugale – tali da determinare condizioni di vita cosí difficili da risultare insostenibili e neppure reazioni che, saldandosi con le delusioni e i malumori suscitati dall’andamento delle vicende belliche, potessero assumere rilevanza e contenuti politici e quindi preoccupare veramente il regime. E ciò tanto piú che, da un lato, i vari ceti e categorie sociali erano largamente incomunicanti tra loro (e spesso frammentizzati all’interno a seconda delle situazioni locali e delle stratificazioni contrattuali), animati da una visione particolaristica dei propri interessi e diffidenti (se non addirittura ostili) e gelosi gli uni degli altri (sempre considerati dei privilegiati e spesso delle sanguisughe), e, da un altro lato, mancavano nel paese forze in grado di orientare il loro disagio e il loro malcontento e di far superare quel senso d’impotenza che prese a caratterizzare l’atteggiamento di settori sempre piú vasti allorché caddero gli entusiasmi dei primi mesi di guerra e le iniziali speranze, talvolta certezze, in una rapida e vittoriosa sua conclusione cominciarono ad allontanarsi nel tempo e a farsi sempre piú labili.

721–722

La documentazione relativa allo «spirito pubblico» è a questo proposito significativa. Attentissimi a cogliere ogni suo mutamento e a segnalare qualsiasi sintomo o manifestazione di un reale deterioramento, i rapporti della polizia e dei carabinieri mostrano come mai nel 1940-41 e ancora per buona parte del 1942 il disagio e il malcontento determinati dalle condizioni di vita avessero assunto dimensioni e caratteri politicamente pericolosi, anche se contribuivano a far nascere quello che in linguaggio burocratico veniva definito un crescente «assenteismo», ovvero una crescente «passività» delle masse e cioè una via via piú marcata tendenza a preoccuparsi piú dei propri problemi economici e di vita e meno – contrariamente al primo periodo della guerra – delle vicende belliche e a guardare a queste con una sorta di scettico fatalismo, tipico di chi si sentiva impotente di fronte ad una situazione che avrebbe voluto finisse presto, ma si rendeva conto di non poter far nulla per affrettarne la fine e non sapeva neppure augurarsi come dovesse finire. Ché l’idea di rassegnarsi alla inevitabilità della sconfitta fu a lungo tutt’altro che popolare e con essa anche quella di liquidare il regime fascista. E ciò tanto piú che – sino a quando il re e i militari non se ne assunsero l’onere – esso appariva ai piú come qualcosa, nel bene e nel male, di unitario, da cui sembrava impossibile potessero sprigionarsi forze ed energie centrifughe.

Dagli stessi rapporti risulta altresí che il progredire del malcontento provocato dai disagi e dalle ristrettezze economiche ebbe un andamento intermittente, con fasi di stasi e di riflusso, a seconda della disponibilità dei prodotti, della regolarità della loro distribuzione, delle speranze (o delle delusioni) suscitate dall’adozione di determinati provvedimenti, dal diffondersi di voci allarmistiche, ecc., sicché i suoi effetti sullo «spirito pubblico» raramente coincisero e poterono sommarsi con quelli determinati dalle vicende militari. Significativa è a questo proposito l’osservazione con la quale la Direzione generale della P.S. ancora a metà gennaio 1943 concludeva la sua analisi sulla «Situazione politico-economica del Regno» a fine 194291:

722–724

Il prolungarsi della guerra, l’andamento delle operazioni in Africa Settentrionale ed in Russia, l’inoltrarsi dell’inverno, i bombardamenti, l’accentuato disagio economico, hanno indubbiamente depresso ancor di piú lo spirito pubblico.

Già sul finire di settembre l’euforia determinata da taluni avvenimenti favorevoli era andata attenuandosi per l’inaspettata resistenza di Stalingrado, che toglieva la speranza di un prossimo crollo dell’Unione sovietica.

Alla depressione contribuiva certamente l’avvicinarsi della stagione fredda, mentre la mancanza di tante cose necessarie, e soprattutto del carbone e della legna, l’insufficiente razionamento dei generi di prima necessità, non giovavano a tenere alto il morale della popolazione. Tuttavia questo veniva in parte neutralizzato dalle notizie che provenivano dal fronte egiziano e che facevano presagire ulteriori successi in quel settore.

Invece sopraggiunse, con l’avanzata inglese in Cirenaica, il bombardamento delle nostre città, che destò un senso di vivo sgomento, non solo per il numero delle vittime e l’entità dei danni, ma anche per la facilità con cui le aggressioni si eran potute consumare.

Dalle città martoriate l’eco si diffondeva rapidamente portato dai profughi, negli occhi dei quali si poteva leggere il terrore delle tragiche ore vissute, mentre l’improvviso sbarco americano in Algeria faceva persino volgere la mente al pericolo di un’invasione del suolo della Patria.

Lo spirito pubblico è oggi molto depresso: fortunatamente la situazione alimentare attraversa un momento piuttosto favorevole, di modo che il disagio morale non è esasperato dagli stimoli della fame.

Un altro fatto che risulta chiaro dai rapporti della polizia, dei carabinieri e dei servizi di censura postale è che – come abbiamo già accennato – al malcontento contribuiva notevolmente l’irritazione per la crescente diffusione del mercato nero e dell’accaparramento92 e per l’inefficienza, debolezza e corruzione degli organi che avrebbero dovuto impedirli e che erano preposti al controllo della produzione, alla distribuzione degli approvvigionamenti e alla sorveglianza del mercato. Ogni provvedimento adottato contro i «borsari neri», gli accaparratori, gli speculatori e chi, per incapacità o connivenza, non ne stroncava le attività era accolto con favore (né mancavano coloro che ne avrebbero voluto di estremamente drastici) e suscitava speranze di miglioramento della situazione, che però regolarmente finivano per trasformarsi in ulteriori motivi di irritazione e di scontento non appena i provvedimenti adottati si dimostravano insufficienti, inutili e talvolta persino dannosi. Da qui una crescente sfiducia e un crescente discredito che si riversarono dapprima sugli organi del PNF93, poi anche su quelli dello Stato. Verso questi in un primo tempo le critiche furono infatti meno aspre e rivolte piú alla loro impreparazione generale ad affrontare la realtà del conflitto94 (la responsabilità dell’intervento veniva in genere attribuita a Mussolini e al fascismo) che non alla loro sostanziale inefficienza operativa; in un secondo tempo questa critica prese però il sopravvento, assorbendo di fatto l’altra e facendo tutt’uno con una terza che faceva ben poca distinzione tra partito e Stato: quella relativa alla corruzione. Nella relazione particolare su Roma allegata al «promemoria per il Duce» dei carabinieri sulla situazione nel settembre 194295 vi sono alcune notazioni che aiutano a capire quanto questa critica contribuí alla delegittimazione dello Stato e del regime in genere e al tempo stesso la complessità e la contraddittorietà del processo attraverso il quale le masse giunsero alle soglie della crisi del luglio 1943. A proposito dell’«attività sovversiva e antinazionale» vi si legge:

724–725

Nulla di concreto da segnalare: ma il malcontento determinato dalla difficile situazione alimentare e – per le categorie meno abbienti e specialmente per quelle a reddito fisso – le sempre piú critiche condizioni economiche vanno creando una atmosfera di perplessità e di sfiducia negli organi del Regime.

A questa annotazione ne segue immediatamente un’altra dedicata allo «spirito pubblico» che mette bene a fuoco l’importanza del fattore corruzione, ma che fa anche capire come in effetti l’atteggiamento delle masse fu a lungo influenzato, piú che dalle difficoltà economiche e dal discredito del regime, dall’andamento delle operazioni militari (e nel settembre 1942 gli anglo-americani non erano ancora sbarcati nel Nord Africa francese, in Egitto la situazione era ancora stazionaria e i grandi bombardamenti sulle città dell’Italia settentrionale non erano ancora cominciati), anche se apparentemente queste sembravano interessarle sempre meno ed essere posposte ai problemi della vita quotidiana:

Anche gli avvenimenti bellici del mese non hanno avuto influenza benefica sulla fede e sullo spirito delle masse.

L’opinione pubblica va sempre maggiormente orientandosi verso la guerra lunga e, pertanto, il malcontento e la stanchezza si vanno sempre maggiormente diffondendo nelle masse popolari.

Di fronte al crescente disagio economico che va ogni giorno maggiormente imponendo il sacrificio (frutto per le masse impiegatizie ed operaie di prolungati pazienti sacrifici e rinunzie) l’opera del governo, diretta a risolvere i grandi problemi nazionali del momento, viene seguita con scarsa convinzione, perché la corruzione e l’affarismo sono giudicati dalle masse fenomeni talmente diffusi e radicati, da rendere impossibile la loro eliminazione qualora le sfere direttive non vengano prima epurate a fondo, in modo esemplare. Gran parte della crescente perplessità e sfiducia trae origine proprio da tale convincimento e dalla sensazione che poco o nulla si faccia per epurare gli ambienti responsabili, mentre si colpiscono invece – con rigori talvolta eccessivi – disonestà marginali trascurabili.

A questo punto del discorso ci pare si possa trarre una prima conclusione che non deve sembrare in contraddizione con quanto abbiamo detto a proposito dell’influenza delle condizioni di vita sullo «spirito pubblico», ché la realtà dei comportamenti di massa non è mai semplice e priva, appunto, di apparenti (e spesso reali) contraddizioni e i suoi vari aspetti vanno in molti casi, come questo, colti tenendo conto di una serie di reazioni psicologiche (e della loro evoluzione nel tempo) che non si amalgamano mai completamente tra loro e non sboccano in una unica coerente reazione complessiva. Ignorare o anche solo sottovalutare il peso che sullo «spirito pubblico» e sulla sua evoluzione ebbero le difficoltà economiche e il malcontento, direttamente o indirettamente, da esse suscitato in larghissimi settori della popolazione è impossibile. Ciò detto è però anche innegabile che altrettanta e via via maggiore influenza sullo «spirito pubblico» nel suo complesso, e ancor piú se lo si vede nelle sue varie componenti sociali e culturali, ebbero le vicende belliche, italiane in primo luogo e piú in generale dell’Asse (assai meno, data la distanza, quelle giapponesi), con i loro alti e bassi e le «oscillazioni psicologiche» da esse provocate.

725–726

Nei primissimi mesi successivi all’intervento, quando lo sbarco tedesco in Inghilterra e la fine vittoriosa della guerra erano ritenuti imminenti, lo «spirito pubblico» fu alto, al punto che in certe zone – soprattutto nel Veneto – si dettero casi di sacerdoti e di piccoli gruppi cattolici che criticavano «l’entusiasmo giovanile verso la guerra»96. I richiami alle armi si svolsero senza problemi, né mancarono casi di appartenenti alle classi anziane che sollecitarono il proprio richiamo e l’invio ai reparti in linea. La magra figura fatta dalle armi italiane sul fronte occidentale e l’assenza di grandi iniziative militari in Africa settentrionale, piú che vere preoccupazioni, all’inizio suscitarono delusione e stizza. Perché gli iniziali ottimismi cominciassero, con la metà di agosto, ad incrinarsi ci vollero il progressivo prender coscienza che la guerra non sarebbe finita prima dell’inverno, le iniziali difficoltà economiche e l’effetto deprimente prodotto da alcune incursioni aeree inglesi su Milano, Torino e altre località dell’Italia settentrionale che provocarono danni limitati e poche vittime, ma fecero una profonda impressione in quanto del tutto inattese. Significativo è quanto riferiva un informatore del partito in un rapporto redatto all’indomani di quella su Milano97:

L’incursione aerea nemica su Milano ha depresso alquanto il morale pubblico. Secondo la impressione personale che ho ricavato, ascoltando persone di ogni ceto, l’azione notturna britannica ha tanto piú impressionato in quanto assolutamente inattesa, ciò almeno da parte di una stragrande maggioranza. Infatti, dopo l’armistizio con la Francia, si era radicata la convinzione, confermata da un mese e mezzo circa di tranquillità, che la nostra città fosse al riparo da incursioni nemiche data la distanza dalle basi: non solo, ma la grande massa era convinta che agli inglesi fosse materialmente impossibile giungere sino a Milano, per il fatto che l’aviazione italiana e tedesca avevano l’incontrastato dominio dell’aria. La sorpresa è stata quindi vivissima e la reazione psicologica piú accentuata.

726–727

Nel complesso, sino ai primi clamorosi insuccessi in Grecia la situazione si mantenne però buona. A fine ottobre la Direzione generale della P.S. la riassumeva in un «appunto» che trova una serie di conferme in una vasta documentazione e nelle parallele valutazioni che venivano fatte sia dai CCRR e dal PNF sia dagli organi preposti ai vari settori della vita economica nazionale. Nelle prime pagine l’«appunto»98 sintetizzava la situazione complessiva dell’industria, dell’agricoltura e del commercio e quella alimentare, lo stato della disoccupazione e la condizione operaia (sia nell’industria sia nell’agricoltura); nelle successive traeva da questo quadro d’insieme alcune conclusioni che meritano di essere citate integralmente:

La situazione economica, complessivamente considerata, è ritenuta in genere abbastanza soddisfacente, in relazione alle particolari condizioni del momento. In talune provincie, tuttavia, viene segnalato un disagio notevole e precisamente in quelle di Catania, Catanzaro, Genova, Imperia, Livorno, Messina, Napoli, Nuoro, Reggio Calabria, Sondrio, Trieste e Vercelli. In particolare vanno citate le provincie di Apuania, di Cosenza e di Palermo, dove la situazione economica è ritenuta specialmente grave. Da quasi tutte le provincie, inoltre, viene fatto rilevare il disagio che incide fortemente nelle classi operaie e impiegatizie le quali, a differenza delle altre che dispongono di proventi in certo modo elastici per fronteggiare le maggiori esigenze, si dibattono in gravi difficoltà e non riescono a far fronte alla continua ascesa del costo della vita. Piú ancora del ceto operaio, è quello medio costretto ai maggiori sacrifizi.

Di questo si sentono evidenti riflessi nello stato d’animo della popolazione, sebbene si abbia ovunque comprensione delle eccezionali contingenze che si stanno attraversando, ciò che fa sopportare con rassegnazione i disagi che ne derivano. Nei riflessi della guerra la massa è sempre animata da sentimento di vivo patriottismo e nessuno dubita della vittoria delle nostre armi, sebbene moltissimi che avevano sperato in una rapida risoluzione, guardino ora con qualche apprensione la prospettiva di un inverno di guerra. Domina in tutti un senso di ansiosa attesa, su cui prevale tuttavia l’assoluta immutabile fiducia nel Duce.

La situazione politica è ovunque buona. Le popolazioni seguono disciplinatamente le direttive del Regime, i rapporti fra le Gerarchie del Partito e le Autorità provinciali si svolgono in un piano di sempre maggiore collaborazione, il clero e le organizzazioni cattoliche restano in genere nell’ambito della legalità, sebbene con i loro principî universali di fratellanza finiscano per agire in senso deprimente, gli ebrei non dànno segni palesi d’insofferenza. Le Organizzazioni del Partito operano attivamente, cercando di penetrare sempre piú intimamente nell’animo, in qualche provincia un po’ apatico, della massa. Per le provincie di Alessandria, Bari, Brescia, Campobasso, Imperia, Milano, Ragusa, Ravenna, Trieste, Udine e Verona vengono rilevate deficienze, che consistono in rallentamenti di attività, nella mancanza di sufficiente dinamismo, in beghe locali o nell’incapacità dei dirigenti che non si rivelano all’altezza della situazione.

L’antifascismo si riduce a sporadici atteggiamenti di singoli, sempre individuati e colpiti, e si manifesta in poco frequenti episodi d’intolleranza, sfoghi verbosi, scritte furtive, piú spesso in vociferazioni.

Egualmente il sovversivismo non dà segni di vita, fatta eccezione di poche manifestazioni isolate, e non viene segnalato nessun sintomo di ripresa. Tutti gli elementi ritenuti capaci di svolgere attività contraria agli interessi nazionali sono rigorosamente controllati dalla Polizia.

727

Una significativa conferma di questo quadro è offerta dall’andamento delle «manifestazioni sovversive». L’anno prima, allo scoppio della guerra, esse avevano registrato una vera e propria impennata; un’altra, sia pure molto minore, si era verificata in aprile, maggio e ai primi di giugno del 1940, alla vigilia dell’entrata dell’Italia in guerra; già in giugno e poi in luglio, agosto e parte di settembre il loro numero era però andato sempre calando, per riprendere a salire (ma tenendosi sempre sotto la punta del maggio-giugno)99:

1939年与1940年颠覆性示威活动(Manifestazioni sovversive)月度案件数量折线对比图。

Testo nella figura - Manifestazioni sovversive: - 1940 - 1939 - Numero casi - 220 - 200 - 180 - 160 - 140 - 120 - 100 - 80 - 60 - 40 - 20 - 0 - Gennaio - Febbraio - Marzo - Aprile - Maggio - Giugno - Luglio - Agosto - Settembre - Ottobre - Novembre - Dicembre
728–729

Un’altra conferma è data dallo scarsissimo numero delle denunce all’autorità giudiziaria per scioperi e serrate: dal giugno 1940 all’agosto 1941 esse furono in tutto 43 (40 per sciopero e 3 per serrata, con un totale di 581 denunciati); tutti per motivi esclusivamente economici. Nello stesso periodo non vi fu nessuna denuncia per sabotaggio o boicottaggio100.

La vera svolta fu provocata dalla campagna di Grecia. L’impatto che questa ebbe sullo «spirito pubblico» e sullo stesso fascismo fu infatti enorme, superiore a quello di qualsiasi altra vicenda della guerra, tanto da costituire (anche se in parte riassorbito e neutralizzato dai successi tedeschi dell’anno dopo in Jugoslavia e in Grecia e dalla conseguente «felice» conclusione delle operazioni anche per l’Italia) piú che una contingente «oscillazione psicologica» il vero momento di inizio della crisi del regime tanto nel suo rapporto con il paese quanto nei suoi rapporti ed equilibri interni. Di una crisi che se non assunse ancora aspetti e dimensioni politici in senso proprio – ché le sue manifestazioni principali furono un ripiegamento psicologico, un «assenteismo», una «passività» sempre piú diffusi nelle masse e l’accelerarsi tra esse del processo di delegittimizzazione del regime – e che, se le sorti della guerra si fossero volte a favore dell’Asse, avrebbe finito per essere completamente riassorbita, finí al contrario per avere nella guerra di Grecia non solo il suo vero momento iniziale, ma il punto di riferimento per giudicare il prima e il dopo del regime.

L’attacco alla Grecia suonò per molti conferma che per il momento la guerra non avrebbe avuto termine; all’inizio pressoché nessuno pensò però che l’esercito italiano non fosse in grado di concluderla rapidamente e tanto meno che potesse andare incontro ad un clamoroso insuccesso. Le prime reazioni furono pertanto di stupore, disorientamento, vergogna, depressione e di sdegno e critica assai aspri soprattutto nei confronti degli alti comandi militari101. La ricca documentazione disponibile mostra però come bastò meno di un mese perché le critiche si estendessero anche ai politici e questi fossero messi sotto accusa anche piú duramente dei militari. Le «dimissioni» di Badoglio e le voci circa un prossimo allontanamento di Cavagnari e di Pricolo contribuirono non poco a questo spostamento del fuoco delle critiche; un po’ perché Badoglio, come si è detto, riscuoteva nel paese stima e fiducia assai grandi, un po’ per la parte avuta nel suo allontanamento da Farinacci che, invece, era visto generalmente con ostilità, un po’ perché, non essendo state esse accompagnate da quelle di nessun esponente politico, neppure da quelle di Ciano, che la vox populi aveva preso a indicare (con Jacomoni) quasi subito come il maggior responsabile dell’attacco e degli insuccessi ai quali erano andate incontro le armi italiane, il maresciallo appariva a molti – anche nel popolo minuto – sempre piú come il capro espiatorio di colpe non sue o almeno non solo sue, un po’, infine, per l’azione consapevolmente svolta in questo senso dai badogliani di stretta osservanza e piú o meno inconsapevolmente da molti militari indignati per le accuse rivolte da larghi settori del fascismo alle forze armate.

729–730

Forti in tutto il paese, questo sdegno e queste critiche erano fortissimi a Roma102, dove le notizie filtravano maggiormente, era facile cogliere gli stati d’animo particolari e le lotte sotterranee tra i vari ambienti politici e militari, e da Roma si diffondevano potenziati in tutta Italia, rimbalzando anche tra i militari in Grecia e in Africa settentrionale103. Detto questo va per altro detto anche che tra lo sdegno e le critiche della borghesia e in particolare di quella che, per intenderci, può essere definita «intellettuale» e «patriottica» e quelli espressi dal resto del paese vi era una notevole differenza. Per la prima ciò che si stava consumando era un grande dramma nazionale, per le masse si trattava soprattutto di un dramma personale, in cui il fatto ideale, patriottico, nazionale passava in sott’ordine – se addirittura non scompariva – rispetto ai problemi quotidiani della vita che l’andamento negativo delle operazioni militari, per un verso, aggravava e, per un altro, proiettava in un futuro non solo sempre piú oscuro, ma soprattutto sempre piú lontano, sino a farne molto spesso l’unico problema veramente sentito e potenzialmente in grado di influire sull’atteggiamento delle masse stesse. Tipico è a questo proposito il quadro della situazione in provincia di Venezia (ma il discorso vale un po’ per tutto il paese) che quel questore delineava al capo della polizia verso la fine dell’anno104:

730–731

In linea di massima si può affermare che non esiste piú in provincia un tipico sovversivismo. Eliminati i residuali elementi eccitatori delle masse, è scomparsa infatti ogni opera di propaganda organizzata.

Sussiste, invece, un largo malcontento a sfondo antifascista, determinato dalle meno felici condizioni economiche di alcune classi, che si palesa in recriminazioni – sia pure pavidamente dissimulate.

Peraltro nessun fatto di disfattismo politico ed economico si è finora rilevato, cosí da consentire l’applicazione di piú severe misure, che non la diffida e la sospensione di qualche pubblico esercizio, centro di vociferazioni.

In definitiva, ridotte e quasi scomparse anche le piccole manifestazioni di antifascismo, si nota oggi piuttosto l’assillante e persistente reclamo di migliorie economiche, che non le dichiarazioni di convinzioni politiche, a sfondo antifascista od antinazionale...

Le previsioni meno ottimistiche sulla durata del conflitto, i dubbi sulla possibilità di immediata utilizzazione dei vantaggi sperati – specie se paragonati col dispendio bellico – le presenti restrizioni e le meno fortunate vicende di guerra dell’ultimo periodo, hanno trasformato lo stato di fiduciosa attesa in quello di incertezza ansiosa, che le varie classi considerano – eliminando ogni elemento a carattere ideale – solo alla stregua dei loro personali interessi.

731–732

Novembre e dicembre segnarono forse il momento di maggior depressione e di maggiori critiche veso il regime. Lo conferma indirettamente il tono allarmato con cui i carabinieri riassumevano le «condizioni dello spirito pubblico» nel «promemoria per il Duce» relativo al mese di dicembre, un tono che non si riscontrerà piú sino alla fine del 1942 e ai primi mesi del 1943105:

Lo stato d’animo di tutte le categorie sociali è sostanzialmente disorientato e assai depresso.

Il fenomeno, che appare degno di seria considerazione, è senza dubbio causato anche dal malessere economico divenuto molto sensibile, ma trae la sua prima origine dalla profonda vivissima amarezza per i nostri insuccessi, che, mentre favoriscono severi commenti ed aspre critiche, hanno determinato ed accentuato uno stato di perplessità e di preoccupazione.

Prevale nelle varie province l’opinione che le attuali sfortunate vicende siano dovute alla impreparazione del paese alla guerra ed a errori di carattere militare e politico, ai quali molti invocano di mettere riparo con urgenti e radicali provvedimenti.

Non si sono finora notate pubbliche esplosioni di collera e molti affermano che ciò sia dovuto, piú che a spirito di disciplina, al timore di incorrere in gravi sanzioni; ma oltre l’osservazione superficiale si intravede facilmente che in ogni ceto v’è una situazione di grave malumore, che prendendo le mosse dai sacrifici sopportati dal popolo con compressione delle necessità, invoca la punizione dei responsabili, la eliminazione delle cause dei dannosi eventi ed in particolar modo un mutamento d’indirizzo nella condotta della guerra.

È poi da porsi in rilievo che l’orizzonte di speranze per una rapida soluzione della lotta si è tra le masse molto offuscato, tal che molti, constatando che le nostre forze armate, per difetto di mezzi, sono costrette a cedere di fronte al nemico, si domandano con viva preoccupazione cosa possa accadere in avvenire. Ciò pone in evidenza che nel popolo va declinando la fiducia; si sente spesso ripetere che sarebbe da preferirsi un sollecito intervento dell’alleato, anche se da ciò dovesse conseguire una ulteriore scossa al nostro prestigio.

Anche in gennaio e per buona parte del febbraio 1941 l’atmosfera si mantenne comunque assai tesa e depressa, al punto che persino nella corrispondenza tra le famiglie e i militari – che pure si sapeva essere sottoposta a censura – si riscontravano «aperte critiche all’opera dei capi»106. Oltre alla perdurante precarietà della situazione sul fronte greco-albanese, molto contribuivano l’andamento sfavorevole della guerra anche in Africa settentrionale e in Etiopia107, i bombardamenti su varie città (Palermo, Catania, Messina, Trapani, Reggio Calabria, Napoli, Milano, ecc.), un certo peggioramento della situazione economica, in realtà non molto sensibile, ma tale da apparire in quel momento la controprova della gravità della condizione del paese, il diffondersi di improvvisi allarmismi (ricordiamo solo i piú significativi relativi ad un possibile sfollamento «coattivo» di Catania, Torino, Genova e Milano, all’invio in Portogallo dei bambini e dei ragazzi sino a quindici anni di età della Puglia meridionale in previsione di uno sbarco nemico e ad una prossima svalutazione della lira e dei titoli di Stato) e il sempre piú diffuso ascolto delle trasmissioni in italiano delle radio inglese e svizzera (da alcuni considerate «la fonte prima» delle «oscillazioni» e dei «dubbi» «nella coscienza popolare»)108.

732–733

Un graduale allentamento della tensione cominciò a verificarsi solo verso la fine di febbraio. La spiegazione che ne diede la polizia fu, per un verso, che la «coscienza del popolo» si era data ragione della «nuova situazione creatasi» e, per un altro verso, che era cessata l’«inopportuna propaganda» che nei primi mesi della guerra, «svalutando sistematicamente le forze avversarie ed esaltando la potenza della nostra attrezzatura bellica», aveva suscitato «un facile ottimismo», tramutatosi repentinamente in un’eccessiva demoralizzazione di fronte ad una realtà rivelatasi del tutto diversa109. Da parte piú propriamente fascista, decisivo fu altresí considerato l’effetto catalizzatore del discorso pronunciato, dopo un silenzio di mesi, da Mussolini il 23 febbraio al teatro Adriano di Roma. Secondo l’ambasciatore statunitense a Roma110 il vero motivo era da cercare altrove: nel diffondersi della convinzione che i tedeschi avrebbero risolto la situazione in Grecia e, tornata la buona stagione, sarebbero sbarcati in Inghilterra, sicché la guerra sarebbe finita verso settembre e l’Italia avrebbe potuto comunque sedersi al tavolo della pace tra i vincitori.

733–734

Il prestigio di cui a quest’epoca godevano le armi tedesche era tale che la spiegazione dell’ambasciatore Phillips è quella che in definitiva piú si avvicina al vero. Ciò non vuol dire però che si debba negare validità alle altre. Il discorso di Mussolini, che Göbbels, nonostante i suoi furori antitaliani, considerò «straordinariamente abile»111, perché fu sottoposto da Radio Londra ad una critica tanto martellante da far pensare che non escludesse che potesse avere qualche effetto sugli italiani e che la stampa neutrale (anche quella svizzera) considerò in genere improntato a «notevole franchezza» e dunque in grado di incidere in qualche misura sull’opinione pubblica italiana112, dovette infatti avere un certo effetto; e la polizia non sbagliava neppure essa quando attribuiva l’allentamento della tensione ad una sorta di presa di coscienza della nuova situazione e la metteva in relazione con il mutato registro della propaganda del regime; mutato registro nel cui quadro va visto anche lo stesso discorso di Mussolini; storicamente il problema non è stabilire quale delle tre spiegazioni accettare e quali respingere, ma capire come esse si integravano tra loro.

Anche se il discorso del 23 febbraio fu indubbiamente abile, attribuirgli un ruolo decisivo sarebbe sopravvalutare il prestigio che Mussolini ancora godeva, estenderne arbitrariamente gli effetti a una parte di coloro che non lo subivano piú o lo subivano solo in misura molto ridotta, ma che – qui sta il punto – o non sapevano rassegnarsi all’idea di una sconfitta tanto ignominiosa o non vedevano per l’Italia vie d’uscita dal vicolo cieco in cui il «duce» l’aveva condotta o – ed erano i piú – ritenevano ancora che la guerra comunque l’avrebbe vinta la Germania. Solo se collocato nel triplice contesto a) di questo stato d’animo che caratterizzava in quel momento la maggioranza degli italiani e ne condizionava in larga misura le reazioni; b) della convinzione di Mussolini che, nonostante la sua gravità, la tensione determinatasi sarebbe diminuita non appena la situazione militare fosse migliorata113; c) del mutamento che le vicende militari greche e libiche (e queste anche piú di quelle, ché la sconfitta subita in Africa era meno dissimulabile, se non altro per la misura dell’arretramento a cui le truppe italiane erano state costrette e il numero dei prigionieri caduti in mano inglese, e non poteva essere attribuita, almeno in parte, all’inclemenza della stagione invernale, come invece si cercava di fare per quella in Grecia) imposero un po’ a tutto il modo con cui la stampa e la radio e, in genere, l’apparato propagandistico del regime avevano prospettato sino allora la guerra, le ragioni per le quali l’Italia era scesa in campo, le sue prospettive, ecc.; solo in questo contesto, dicevamo, il discorso acquista infatti il suo pieno significato, se ne può valutare l’abilità e comprenderne talune sottolineature e reticenze non prive di valore per capire meglio sia la psicologia di Mussolini sia il suo modus agendi.

734–735

L’impostazione data da Mussolini al discorso114 si fondava tutta su tre concetti chiave; quello di una «virile» franchezza – in parte voluta, in parte impostagli dalla necessità di tener conto di quanto già tutti sapevano grazie alle trasmissioni radio inglesi e svizzere – nel riconoscere la gravità delle sconfitte subite:

Noi diciamo pane al pane, vino al vino, e quando il nemico vince una battaglia, è inutile e ridicolo cercare, come fanno appunto nella loro incommensurabile ipocrisia gli inglesi, di negarla o minimizzarla.

Un’intera armata, la decima, è stata travolta quasi al completo con uomini e relativi cannoni. La quinta squadra aerea si è quasi letteralmente sacrificata. Dove possibile, si è resistito con accanimento e talvolta con furore.

Poiché noi facciamo questo riconoscimento, è inutile che il nemico gonfi le cifre del suo bottino;

quello di un’assoluta fiducia nella forza spirituale, nella «maturità nazionale» e nelle capacità di recupero del popolo italiano:

Gli eventi vissuti in questi mesi esasperano la nostra volontà e devono accentuare contro il nemico quell’odio freddo, cosciente, implacabile, odio radicato in ogni cuore, diffuso in ogni casa, che è un elemento indispensabile per la vittoria... Dall’11 novembre, da quando gli aerosiluranti inglesi, partiti non da basi greche, ma da una nave portaerei, fecero il colpo che noi, del resto, abbiamo accusato a Taranto, le vicende della guerra ci sono state avverse. Bisogna riconoscerlo. Abbiamo avuto delle giornate grigie. È la vicenda di tutte le guerre. In tutti i tempi.

Pensate alle puniche. Canne sembra schiantare Roma. Ma, a Zama, Roma distrugge Cartagine, e la cancella dalla geografia e dalla storia, per sempre.

La nostra capacità di recupero, nel campo morale e materiale, è semplicemente formidabile e costituisce una delle peculiari caratteristiche della nostra razza... È supremamente ridicolo speculare su un eventuale cedimento morale del popolo italiano. Questo non accadrà mai. Parlare di paci separate è da deficenti. Churchill non ha la minima idea delle forze spirituali del popolo italiano e di quello che può il fascismo;

735–736

e, infine, quello della sicura vittoria finale:

Specie in questa guerra..., è la battaglia finale che conta. Che si dovrà combattere duramente è certo, che si dovrà combattere a lungo è anche molto probabile, ma il risultato finale è la vittoria dell’Asse.

La Gran Bretagna non può vincere la guerra. Ve lo dimostrerò con un rigore strettamente logico. Qui l’atto di fede è suffragato dal fatto. Questa dimostrazione parte da una premessa dogmatica, e cioè che l’Italia, qualunque cosa accada, marcerà con la Germania, a fianco a fianco, sino alla fine.

Coloro che fossero tentati di supporre qualche cosa di diverso, dimenticano che l’alleanza fra la Germania e l’Italia non è soltanto fra due eserciti o due diplomazie, ma fra due popoli e due rivoluzioni, destinate a dare l’impronta al secolo... Il potenziale bellico della Germania non solo non è diminuito dopo diciassette mesi di guerra, ma è aumentato in proporzioni gigantesche... Gli armamenti germanici sono, per qualità e quantità, infinitamente superiori a quelli dell’inizio della guerra. La Germania non ha ancora portato al limite l’impiego dei suoi effettivi umani. Come, del resto, l’Italia... Mentre nella guerra mondiale la Germania era isolata in Europa e nel mondo, oggi l’Asse è arbitro del continente ed è alleato col Giappone... L’Europa quindi, fatta eccezione del Portogallo, della Svizzera, e, per qualche tempo ancora, della Grecia, è tutta al di fuori della Gran Bretagna e contro la Gran Bretagna.

Con questa situazione si è determinato un capovolgimento nettissimo di quanto accadde nel 1914-1918. Allora il blocco era un’arma terribile nelle mani della Gran Bretagna; oggi è un’arma spuntata, poiché, da bloccante, la Gran Bretagna è diventata bloccata dalle forze aeree e navali dell’Asse e sarà sempre piú bloccata sino alla catastrofe.

Il morale dei popoli dell’Asse è infinitamente superiore al morale del popolo inglese. L’Asse lotta nella certezza della vittoria, la Gran Bretagna lotta perché, come ha detto Halifax, non ha altra scelta...

La Gran Bretagna è sola. Questo isolamento la spinge verso gli Stati Uniti, dai quali invoca disperatamente e urgentemente soccorso. Il potenziale industriale degli Stati Uniti è certamente grandioso, ma, perché l’aiuto giovi, i rifornimenti devono: a) giungere tranquillamente in Inghilterra; b) essere di tale mole non solo da compensare le distruzioni avvenute e quelle che avverranno degli impianti industriali della Gran Bretagna, ma da determinare una superiorità sulla Germania, il che è impossibile, perché con la Germania lavora ormai in uomini, macchine, materie prime, l’intero continente europeo.

Quando la Gran Bretagna cadrà, allora la guerra sarà finita...

Tutto impostato in queste tre chiavi, il discorso si concludeva con un’affermazione che merita di essere sottolineata, poiché mostra come a Mussolini, nonostante la sua convinzione che le «oscillazioni psicologiche» provocate da singole vicende belliche non fossero che episodi di scarsa importanza, non sfuggisse affatto la gravità della «tensione» che travagliava il paese e come il discorso fosse stato da lui pensato e costruito per placarla e ridar fiducia agli italiani. Attento sino alle minime sfumature: è tipico il suo richiamarsi al remoto e per molti addirittura non facilmente comprensibile episodio di Canne (a cui però faceva seguire quello a Zama e alla distruzione «per sempre» di Cartagine) e non a quello di Caporetto, ben piú vicino e comprensibile a tutti, ma, proprio per questo, piú gravido di ricordi, di echi negativi che egli non voleva risvegliare in alcun modo; e pronto a ricorrere, pur di riuscirvi, ad ogni argomento, a quelli dei quali era convinto, come a quelli nei quali meno credeva, ma che in quelle circostanze era dispostissimo ad usare a piene mani per rincuorare gli italiani e far apparire loro la vittoria una meta sicura, alla quale dovevano tendere anche per i vantaggi materiali che ne avrebbero tratto115.

736–737

Tutto si può dire, ma non che Mussolini pensasse che gli italiani stessero affrontando la prova della guerra in modo esemplare e che già solo per questo meritassero la vittoria. Le lamentazioni e gli sfoghi in proposito conservatici dal diario di Ciano116 sono piú che sufficienti a provarlo. Eppure nella chiusa del discorso non mancò di far vibrare anche questa corda: «il popolo italiano, il popolo fascista merita e avrà la vittoria... le privazioni, le sofferenze, i sacrifici che dalla quasi unanimità degli italiani e delle italiane vengono affrontati con coraggio e con dignità che può dirsi veramente esemplare, avranno il loro compenso»117.

Altri passaggi del discorso pure da sottolineare sono quello relativo alle operazioni in Africa settentrionale alle quali Mussolini dedicò molto spazio, a differenza di quelle contro la Grecia (alle quali si riferí quasi en passant, solo per elogiare il comportamento della divisione «Julia» e assicurare che, con la stagione favorevole, in primavera, sarebbe venuto «il bello») assai probabilmente perché la sconfitta subita da un capo militare come Graziani, da tutti considerato, con Badoglio, di grandi capacità, gli faceva giuoco per attribuire ogni responsabilità ai militari e controbattere indirettamente coloro che biasimavano l’allontanamento di Badoglio dal Comando supremo considerandolo un espediente per scaricare di ogni responsabilità i politici e lo stesso Mussolini118; quello volto a cercare di fugare la convinzione che ormai cominciava a farsi strada in molti che se l’Inghilterra si fosse trovata alle corde gli Stati Uniti sarebbero scesi in guerra per aiutarla e, a maggior ragione, qualsiasi timore che Berlino e Roma fossero addirittura loro a volerli coinvolgere nel conflitto119; e quello con il quale il «duce» cercò di presentare nella luce meno umiliante per l’Italia gli aiuti («la cooperazione») che aveva dovuto chiedere alla Germania e la presenza sul suolo nazionale di truppe tedesche, il cui comportamento già cominciava oltre tutto a suscitare malumori tra la popolazione120.

737

Né va dimenticato che il discorso di Mussolini, per quanto espressione talvolta personalissima delle sue preoccupazioni e del suo modo di concepire ed affrontare il rapporto con il paese, fu pronunciato dopo due mesi e piú da quando Pavolini era intervenuto per rettificare il tiro e il tono della stampa, della radio e, in genere, della propaganda del regime121.

738–740

Sin dal 10 giugno Pavolini – lo abbiamo detto – aveva raccomandato di non svalutare militarmente l’avversario e di non abbandonarsi a facili ed eccessivi ottimismi. L’indicazione era però caduta nel vuoto: un po’ per l’abitudine all’esaltazione dei «successi» e della «potenza» del fascismo e della superiorità del popolo italiano rispetto agli altri acquisita nel corso di tanti anni di boria retorica, un po’ perché nessuno voleva mostrarsi da meno dei propri colleghi, un po’ perché irridere l’avversario, magnificare le doti guerriere e la preparazione degli italiani, ostentare sicurezza nella vittoria finale dell’Asse e fare di ogni episodio bellico un grande fatto d’armi, cavalcare, insomma, la retorica e vellicare i sentimenti piú elementari, era piú facile, meno pericoloso e personalmente piú vantaggioso che sforzarsi di entrare nel merito delle cose, un po’, infine, perché lo stesso Pavolini di fronte a questo comportamento dei mass media non aveva insistito nelle sue raccomandazioni e aveva ben presto praticamente finito per limitare i propri interventi quasi solo ad una serie di istruzioni circa le notizie da valorizzare o ignorare. All’inizio delle operazioni contro la Grecia aveva sí nuovamente raccomandato di non svalutare il nemico e di non indulgere a facili ottimismi122, ma i primi segni di mutamento nel modo (e nel tono) di prospettare le vicende belliche si erano avuti solo quando era apparsa evidente l’estrema gravità delle reazioni suscitate in tutto il paese dall’azione su Taranto e dal fallimento dell’attacco alla Grecia. Di fronte alla caduta dello «spirito pubblico» e al crescente discredito del regime123, con i primi di dicembre, allorché anche in Africa settentrionale le operazioni avevano cominciato ad assumere un andamento nettamente sfavorevole alle armi italiane, stampa e radio avevano cambiato tono, attestandosi su una linea che potremmo definire per un verso realistico-patriottica124 e per un altro di cautela per quel che riguardava tanto gli sviluppi delle operazioni in corso, quanto la durata della campagna di Grecia125 e dello stesso conflitto. Già prima che, con la seconda metà di gennaio, Pavolini venisse mandato, cosí come quasi tutti i ministri, da Mussolini al fronte e fosse quindi temporaneamente sostituito alla guida del ministero della Cultura popolare da Gaetano Polverelli (giornalista esperto, ma assai piú legato di lui ai tradizionali schemi burocratico-retorici della propaganda), questa linea avrebbe subito alcuni ammorbidimenti e alcuni ritocchi, i primi volti a evitare sia di deprimere vieppiú gli animi e determinare una psicosi da «Annibale è alle porte», sia il rischio che, insistendo troppo negli attacchi ai «vociferatori» e ai «disfattisti», si finisse per far credere all’esistenza di un vasto e attivo dissenso126, i secondi volti a confortare gli animi degli italiani insistendo molto piú che in passato sul tema della potenza militare dell’«alleata Germania» e sulla «cooperazione» sempre piú stretta in atto in tutti i campi tra Roma e Berlino. La stessa linea, appunto, sulla quale in sostanza si collocò Mussolini col suo discorso del 23 febbraio127.

741

Nonostante il graduale allentamento della tensione iniziatosi verso la fine di febbraio, agli inizi della terza decade di marzo lo «spirito pubblico» era ancora assai depresso.

742

Le poco fortunate vicende delle nostre forze armate – si legge in un rapporto in data 24 marzo della Cultura popolare128 – hanno finito per creare nell’animo della maggioranza del popolo un sentimento quasi fatalista di disinteresse ai fatti d’arme e di profonda irritazione verso il Regime. Molti dicono ormai a gran voce che l’Italia per la sua parte ha ormai perduto la guerra – purtroppo – e che la vittoria dell’Asse si avrà per puro merito della Germania, la quale ci farà pagare ben caro questo suo trionfo. La gente è irritata verso il Regime, perché, dice, in questa guerra l’Italia ha figurato assai meno che non nell’altra grande guerra mondiale, dove il nostro esercito si comportò mirabilmente e fu un serio fattore determinante nella vittoria degli alleati. Alla prova del fuoco ora invece le organizzazioni create o riformate dal Regime avrebbero rivelato il loro fallimento. Nessuna coscienza nuova creata, dicono alcuni, perché all’atto pratico i nostri avrebbero dimostrato e dimostrerebbero scarso spirito combattivo; perché le nostre forze armate sarebbero state portate in guerra con una impreparazione ed una deficienza di mezzi spaventose; perché i posti di comando sarebbero stati dati non alle persone di vero effettivo valore, ma ad arrivisti intriganti e spesso anche volgari affaristi; che il disordine e l’affarismo che si hanno oggi nel campo dell’alimentazione e del razionamento sarebbero scandalosissimi… Si odono oggi piú che mai critiche violente contro gerarchi che si sarebbero favolosamente arricchiti e che la frenesia dell’arricchimento non sarebbe stata mai in Italia cosí sfacciata…

Anche se a dare il tono complessivo era la generale depressione degli spiriti, non mancavano casi – limitati, ma comunque piú numerosi che nei primi mesi di guerra129 – di vociferazioni, scritte murali, diffusione per posta di scritti ostili al regime e alla guerra, canti sovversivi, ecc. e anche di riorganizzazione o costituzione di piccoli gruppi a carattere piú propriamente politico; tutti fatti che mostrano come il malcontento e l’irritazione non fossero sempre solo passivi, anche se la generale depressione degli spiriti e la diffusa convinzione che la guerra l’avrebbe vinta la Germania riducevano al minimo le possibilità d’azione e di proselitismo di quei pochissimi vecchi militanti antifascisti e intellettuali che inutilmente si sforzavano di politicizzare il malcontento, finendo però quasi sempre per essere presto individuati e arrestati, il piú delle volte tra l’indifferenza generale130.

743–744

Perché lo «spirito pubblico» uscisse dal torpore in cui era precipitato e prendesse ad articolarsi in una serie di reazioni ci vollero, a fine marzo, i primi successi di Rommel in Libia e soprattutto la fulminea liquidazione, il mese dopo, della Jugoslavia e della Grecia, con l’appendice, agli inizi di maggio, dell’occupazione di Creta. Nei ceti popolari (tra i quali nei mesi precedenti si era verificato anche un certo incremento di casi di autolesionismo – sino allora assai rari – per sottrarsi al servizio militare) questi avvenimenti suscitarono spesso una diffusa attesa in una imminente conclusione del conflitto, resa, a livello contadino soprattutto, ancor piú fiduciosa dalla convinzione, anch’essa largamente diffusa, che a questo fine «lavorasse intensamente» il Vaticano131. Altri settori del paese, soprattutto borghesi, passarono invece quasi senza soluzione di continuità dall’annichilimento e dalla depressione ad uno stato di entusiasmo e talvolta di vera e propria euforia, tant’è che, a metà maggio, l’ambasciatore americano a Roma Phillips avrebbe scritto a Roosevelt che «gli italiani sono di nuovo sicuri della vittoria finale»132. A fianco della maggioranza trascinata dall’entusiasmo per le «vittorie dell’Asse», molti, certo, erano coloro che si rendevano conto che i veri e unici vincitori erano i tedeschi, sentivano «in queste vittorie germaniche la riconferma della nostra assoluta inferiorità militare che ancora piú bruciante esce dal confronto» e ne paventavano le conseguenze133. Su tutto faceva però premio la convinzione che la fine della guerra (a meno di un intervento degli Stati Uniti, che l’avrebbe resa ancora lunga e difficile, ma che i piú ritenevano improbabile fidando nell’idea che gli americani non volessero la guerra con il Giappone134) fosse ormai questione di mesi, tanto che Pavolini, temendo che, stante questa diffusa convinzione, un prolungarsi oltre il previsto della guerra potesse far seguire all’euforia lo sconforto, il 29 aprile, appena tornato a Roma, dovette raccomandare alla stampa di non «coltivare in alcun modo illusioni circa la brevità del conflitto che non è assolutamente prevedibile»135. Né, infine, mancavano coloro nei quali lo scampato pericolo risvegliava sogni ed appetiti (soprattutto riguardo alla Dalmazia136) date le circostanze non solo sproporzionati, ma anche controproducenti, ché accrescevano nei tedeschi l’irritazione e il disprezzo verso l’Italia e l’ostilità delle popolazioni delle zone assegnate all’occupazione italiana e offrivano preziosi argomenti alla propaganda inglese.

744

Piú difficile è dire se e in quale misura questa ripresa dello «spirito pubblico» andò a beneficio del regime. I rapporti di polizia e dei carabinieri sono in proposito talvolta contraddittori e vaghi; in definitiva l’impressione che se ne ricava è però che l’atteggiamento verso il regime non dovette subire mutamenti di rilievo, salvo – ma su ciò torneremo – che da parte del fascismo intransigente e giovanile, che dal superamento della crisi militare e dall’allentamento della tensione interna trassero nuovo vigore per reclamare un rinnovamento di uomini ai vertici del PNF e dello Stato e nuovi, piú decisi indirizzi politico-sociali. Né del resto il regime ebbe il tempo per cercare di sfruttare il miglioramento della situazione e risalire la china. L’attacco tedesco in giugno all’Unione Sovietica infatti prima frenò la ripresa, poi – sfumate le speranze in una nuova fulminea vittoria tedesca e approssimandosi un secondo inverno di guerra – ripiombò la gran maggioranza del paese in una condizione di fatalistica passività di fronte a tutto, acuendo solo le mai sopite preoccupazioni e i malumori per le restrizioni alimentari e il carovita, l’incapacità delle autorità nel contrastare il mercato nero e l’accaparramento, le disfunzioni burocratiche e la corruzione. Di fronte ad una guerra della quale ormai era sempre piú difficile prevedere l’esito finale e soprattutto la durata, agli occhi di settori via via piú consistenti di italiani tutto il resto prese a perdere importanza o, almeno, a passare in secondo piano rispetto ai problemi della vita quotidiana.

Da qui la spiegazione del minore interesse, della minore partecipazione emotiva con i quali furono seguite e vissute ora da una parte degli italiani le vicende militari in Africa settentrionale (controffensiva inglese di novembre-dicembre e nuova offensiva italo-tedesca del successivo gennaio-febbraio) rispetto a quelle del fronte russo, dalle quali si capiva sarebbero dipese la sorte e la durata della guerra, e persino rispetto a quelle nella lontana Africa orientale, che, se si capiva incidevano assai poco sul corso complessivo della guerra, risvegliavano però ricordi, speranze, sogni recenti e non svaniti.

745–747

Da qui, ancora, la spiegazione – molto piú che non nella sola repressione poliziesca tout-court – del rapido spegnersi di quel poco di fermento e di attivismo, di quell’«intensificata azione propagandistica sovversiva», che, pur non riuscendo a trovare forme di aggregazione e di proselitismo e collegamenti effettivi, in un primo momento aveva messo in allarme l’apparato repressivo del regime e lo aveva indotto ad una «particolare vigilanza», e che erano stati suscitati dall’attacco all’Urss in un certo numero di militanti (e soprattutto di ex militanti sino allora «in sonno») e di piccoli gruppi (in genere spontanei) di antifascisti e di «sovversivi» in genere. Significativo è a questo proposito l’andamento delle minute «manifestazioni sovversive» quale risulta dai promemoria mensili dei carabinieri per il «duce»137. Nel dicembre del 1940 esse erano state 89; nel gennaio e febbraio 1941 133 e 142; in marzo-maggio, sull’onda della liquidazione dell’affaire greco e dell’occupazione della Jugoslavia, erano scese a 116, a 80 e poi addirittura a 58; con l’attacco all’Urss ripresero a salire: 86 in giugno, 98 in luglio, 114 in agosto, 119 in settembre; poi però cominciarono di nuovo a decrescere sino ad arrivare in gennaio e febbraio del 1942 a 70 e 77. La crescente resistenza incontrata dai tedeschi in Russia e il fallimento dei loro propositi di prendere Mosca e Leningrado prima della stasi invernale delle operazioni e – specie ai livelli sociali piú bassi – persino l’estensione del conflitto agli Stati Uniti, invece di dar loro nuovo sviluppo, si tradussero infatti soprattutto in altrettanti motivi di scoramento e di passività: via via che le speranze in una rapida conclusione della guerra sfumavano e facevano luogo a un sempre piú diffuso stato di rassegnazione, di apatia, di fatalismo, che, per un verso, tutto appiattiva e spesso inghiottiva («nei riguardi della guerra», riferivano a fine dicembre i carabinieri per Roma, ma l’osservazione vale per tutto il paese, «va sempre piú estendendosi fra le masse un preoccupante assenteismo che fa sí che assai limitate siano le reazioni per gli avvenimenti favorevoli o contrari») e, per un altro verso, faceva dei problemi quotidiani il perno attorno al quale tutto ruotava e si consumava, e anche gran parte dei fermenti antifascisti prodotti dall’attacco all’Urss si esaurirono come il fuoco di una candela alla quale manca l’ossigeno per ardere. E se il numero delle minute «manifestazioni sovversive» – una sorta di punta emergente dell’iceberg dello «spirito pubblico» – avrebbe ripreso a salire in marzo (188), aprile (208) e maggio (245) e con esso quelli delle «notizie dirette a deprimere lo spirito di resistenza e di coesione nazionale»138 e delle critiche alla inefficienza dell’apparato statale e, dunque, ai provvedimenti che venivano adottati per fronteggiare la situazione (sempre piú considerati inutili)139, ciò non sarebbe dipeso da un effettivo mutamento di atteggiamento politico, ma soprattutto dall’aggravarsi della situazione economica (aumento dell’inflazione e dei prezzi, scarsezza e irregolarità dei rifornimenti, riduzione della razione di pane140, evasione crescente del blocco dei fitti, ecc.) che rendeva ogni giorno piú difficile la vita e piú penosa l’idea di una guerra ancora lunga. Estremamente significativo è nella sua secchezza burocratica quanto i carabinieri scrivevano riguardo alla situazione in provincia di Torino nel marzo 1942141:

747–748

Nessuna manifestazione antinazionale degna di nota. Continua però ad aumentare il numero delle scritte antifasciste che, di notte, compaiono qua e là, frettolosamente vergate. Tali scritte denotano una maggiore insofferenza per il perdurare del conflitto e per le restrizioni alimentari che il medesimo impone.

Né quella di Torino era una situazione particolare. Nel «promemoria per il Duce» relativo allo stesso mese si legge infatti la seguente valutazione dell’intera situazione nazionale142:

In complesso sembra doversi dedurre che, di fronte all’entità dei provvedimenti restrittivi adottati nel settore alimentare, le popolazioni hanno mantenuto contegno disciplinato.

Le masse però sono in modo progressivo sfarevolmente influenzate dall’inasprirsi della situazione economica e il loro comportamento va seguito con molta attenzione in quanto se pure non sono per ora da temere manifestazioni di piazza di un qualche rilievo, è certo che tra vaste sfere della popolazione italiana esiste diffuso malcontento per il durare della guerra e per le restrizioni cui deve sottostare...

Esaminata nei suoi profili generali la situazione non presenta, per ora, alcun carattere allarmante.

Anche le numerose restrizioni alimentari imposte dalle contingenze di guerra sono state in complesso accolte con spirito di comprensione.

Non pertanto occorre rilevare che numerose categorie di persone hanno raggiunto il limite massimo delle loro possibilità e che ulteriori inasprimenti potrebbero avere pericolose ripercussioni sullo spirito delle masse. Davanti alla crescente penuria di generi, all’elevarsi del costo della vita, alle privazioni, ecc. si moltiplicano le critiche contro gli organi centrali e periferici, cui si fa carico, in tono piú vivace, di non aver saputo, per l’addietro, distribuire le risorse del Paese tempestivamente ed equamente.

Motivo di vivo disappunto è sempre il ritardo nella distribuzione di molti generi razionati, cosí che il consumatore non può fare sicuro affidamento nemmeno su quel poco che gli viene promesso.

Non sono quindi pochi coloro che attribuiscono il dilagare del «mercato nero» a colpa degli stessi organi incaricati dell’approvvigionamento e della distribuzione, mentre altri giungono perfino a considerare il fenomeno come una speculazione illecita sí, ma provvidenziale, in quanto consente di sopperire alla mancata tempestiva assegnazione di altri generi.

E la stessa situazione risulta dal «promemoria» relativo dall’aprile successivo143:

748–749

La situazione interna continua ad essere caratterizzata da diffuso malumore, che però non assume forme allarmanti.

Con l’aggravarsi delle restrizioni alimentari i commenti si polarizzano intorno al problema dell’approvvigionamento, della distribuzione e dei prezzi, che il pubblico considera tuttora non rispondente alle esigenze del momento, senza rendersi conto che le disponibilità sono quelle che sono e che in questa materia non si possono fare miracoli. In verità però occorre rilevare che i ritardi nella distribuzione dei generi sono ancora frequenti; che talune merci, come le patate, sono state distribuite in misura ridottissima o non sono state distribuite affatto; che i prezzi delle verdure e delle altre derrate, che dovrebbero integrare le limitate assegnazioni dei generi razionati, hanno raggiunto prezzi elevatissimi spesso inaccessibili alla povera gente. Motivo, poi, di diffuso malumore è sempre costituito dal cosiddetto mercato nero, che nonostante i provvedimenti di rigore adottati, continua a sussistere seppure in misura lievemente ridotta. In proposito si sono avuti sintomi secondo i quali l’accaparratore di fronte ai maggiori rischi aumenta le sue pretese, riducendo i clienti, ma continuando tuttavia con vantaggiosi risultati la sua attività. A Napoli si è avuto sentore che sul mercato nero si vende la pasta sino a 30 lire il kg., il riso a 28, la carne di agnello a 36, il burro a 90 e le patate a 10.

Accolte, perciò, con vivissimo favore, specialmente dalle masse popolari, le gravi condanne inflitte ai veri e propri speculatori dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato e dai vari tribunali.

Per contro, tende ad inasprirsi il malumore causato dalla repressione di lievi contravvenzioni annonarie commesse senza alcuna finalità di accaparramento, ma soltanto a vantaggio di famiglie spesso numerose.

Da qui la conclusione sullo stato dello «spirito pubblico»:

Meritevole di attento esame perché diffuso – anche se latente – il disappunto per il prolungarsi della guerra e il conseguente inasprirsi della situazione economica ed alimentare. Diffusissime soprattutto le critiche e le mormorazioni fatte a mezza voce, in sordina e il senso di perplessità sull’esito della lotta.

Una conclusione che si ritrova puntualmente anche nel «promemoria» relativo al mese di maggio («lo stato d’animo delle masse appare depresso a causa delle gravi preoccupazioni derivanti dal prolungarsi della guerra e dall’inasprirsi della situazione alimentare») con in piú però un’osservazione – «l’attesa dei prossimi avvenimenti bellici è vivissima anche perché molti ritengono possano essere decisivi per la risoluzione della guerra»144 – sulla quale sarà opportuno soffermarci un momento, poiché essa anticipa in un certo senso almeno la doppia svolta che si verificò nei mesi immediatamente successivi. Prima è però necessario cercare di fare chiarezza sull’atteggiamento dei cattolici e in particolare sul significato che per essi ebbe l’estensione del conflitto all’Unione Sovietica. E ciò tanto piú che il loro atteggiamento può essere veramente compreso solo se lo si vede come partecipe dell’evoluzione complessiva dello «spirito pubblico», ma al tempo stesso come una componente – e non certo tra le meno importanti – di tale evoluzione.

749–750

Quando i tedeschi attaccarono l’Urss la Santa Sede si pose subito il problema di riorganizzare la vita religiosa nei territori sovietici a presenza cattolica inviandovi al seguito delle truppe italiane e ungheresi dei sacerdoti145. Il Vaticano respinse invece tanto le pressioni italiane e tedesche perché ribadisse solennemente la condanna del bolscevismo («Se io parlassi – disse in settembre Pio XII ad Attolico146 – del bolscevismo, non dovrei dunque dir nulla del nazismo?... Se un giorno “dovrò” parlare, parlerò, ma dirò tutto») e benedicesse cosí la «crociata» («vedo la crociata, ma non vedo i crociati» fu la prima significativa replica di monsignor Tardini al consigliere Babuscio Rizzo che aveva accennato con lui alla questione147) quanto quelle inglesi e soprattutto americane perché affermasse che il nazismo era per l’umanità piú pericoloso del bolscevismo e che i sovietici avevano ristabilito la libertà religiosa148.

A questo atteggiamento formalmente equidistante della Santa Sede – che in realtà era ben consapevole che, se avesse vinto, Hitler non avrebbe mancato di realizzare il suo programma antireligioso e, quindi, auspicava, per dirla con monsignor Tardini, una sconfitta dell’Urss e quindi un estremo debilitamento della Germania che permettesse anche la sua sconfitta e una conclusione del conflitto su basi democratiche149 – non si attenne certo tutto il composito e variegato «mondo cattolico» italiano. Specie nei primi mesi la stampa cattolica, sia quella piú autorevole e di grande informazione («Civiltà cattolica», «L’Italia», «L’avvenire») sia quella minore («Italia e fede», «L’amico del clero», «Credere», «Voce coritana», «L’Appennino camerte», ecc.), pubblicò numerosi articoli e prese di posizione non solo decisamente antibolscevici, ma inneggianti alla «santa crociata contro l’inferno sovietico», che, non a torto, l’ambasciatore Attolico poté definire «pienamente in armonia con gli scopi etico-politici del conflitto». Né mancarono voci autorevoli, come quella di monsignor Celso Costantini, segretario della Congregazione di Propaganda Fide, che auspicarono senza mezzi termini «la vittoria conclusiva» e «la benedizione dell’Altissimo sui combattenti italiani e tedeschi nella lotta per la difesa della nostra libertà contro la barbarie rossa»150. E soprattutto sin verso la fine di settembre e i primi d’ottobre anche nelle file del clero e in vasti ambienti cattolici la guerra contro l’Urss trovò un buon numero di convinti sostenitori.

750–751

Queste prese di posizione hanno indotto alcuni studiosi a concludere che con l’attacco all’Unione Sovietica si sarebbe avuta da parte cattolica l’«accettazione piú piena della politica fascista che mai si fosse avuta durante la seconda guerra mondiale»151. Preso alla lettera questo giudizio può anche non essere formalmente errato; in sede storica è ciononostante ben difficile accettarlo. Nella maggioranza dei casi infatti lo «spirito di crociata» non solo si manifestò per un breve periodo, per poi esaurirsi quasi completamente, ma anche allorché fu piú vivo assunse spesso per molti cattolici e persino per una parte del clero un valore tutto particolare; l’estensione del conflitto all’Urss permise loro infatti in un primo momento di far tacere gli scrupoli morali, che, dopo gli iniziali entusiasmi e «cedimenti» patriottici al momento dell’entrata in guerra, erano venuti accumulando. Come osservò con molta acutezza verso la fine di settembre (quando questo atteggiamento cominciò a modificarsi) il questore di Bologna152

per quanto riguarda... l’atteggiamento del clero in rapporto alla guerra contro il bolscevismo, all’inizio della campagna si riportò la sensazione che esso ritenesse che nei suoi fini imperscrutabili Iddio avesse permesso la conflagrazione europea per punire i nemici della religione e della civiltà.

Oltre a ciò, sin dall’inizio lo «spirito di crociata» fu largamente venato da una sorta di interna contraddizione che ne faceva, per chi lo viveva da cattolico, qualcosa di ben diverso da quello di chi lo viveva da fascista o anche solo da «patriota» e ciò spiega perché ad esso subentrò rapidamente uno stato d’animo in cui l’antibolscevismo era sí presente e vivo, ma era al tempo stesso stemperato, per cosí dire, a) da un diffuso «pietismo» nei riguardi del popolo e degli stessi soldati sovietici impegnati in una guerra per la vita e che le stesse fonti d’informazione fasciste lasciavano intendere condotta da parte tedesca (e presto anche da parte sovietica) con spietatezza senza precedenti; b) da una crescente ostilità nei confronti dei tedeschi e della loro politica verso la Chiesa cattolica153; c) da una montante carica «pacifista», da un crescente desiderio cioè che la guerra avesse fine, desiderio che, specie a livello popolare, faceva spesso tutt’uno con il rifiuto ad odiare, come invece predicava il fascismo, il nemico (individualmente incolpevole) e soprattutto con la convinzione che il papa fosse l’unico che potesse dire ai belligeranti «la parola definitiva della verità, della giustizia e della equità» e fare da arbitro e pacificatore tra essi154. Sicché in definitiva chi ha colto meglio il significato che ebbe per l’atteggiamento dei cattolici l’estensione del conflitto all’Urss è stato R. Moro155 allorché ha sottolineato come

751–752

di fronte alla guerra nazi-fascista contro l’Urss, in particolare, i cattolici esprimevano, da un lato, un generale atteggiamento anticomunista, soddisfatto dalle vittorie tedesche in Russia (significativo in questo senso, ad esempio, è un giudizio di De Gasperi che manifestava soddisfazione per una eventuale caduta di Mosca) e, dall’altro, almeno in parte, un certo scetticismo (ché non mancarono eccezioni) sulla realtà di una «crociata» guidata dai nazi e, poi, la speranza che sovietici e hitleriani finissero ambedue logorati in un confronto che ridesse spazio all’Europa cattolica.

È solo da questo punto in avanti che cominciano a precisarsi i contorni, dapprima vaghi, poi via via piú precisi, di una svolta. Essa è in un primo tempo annunciata esclusivamente dalla tolleranza e dallo spazio conquistati dalle posizioni piú intransigenti nei confronti del regime in una serie di iniziative e di manifestazioni cattoliche: il dibattito su «ottimismo» e «pessimismo» apertosi tra l’Osservatore romano e Azione fucina nell’estate del ’41, il convegno degli «scrittori cattolici» tenutosi nello stesso periodo, la famosa settimana fiorentina di conferenze a S. Marco nel novembre con la partecipazione di Mazzolari e P. Bozzetti, l’avvio nell’autunno da parte degli Uomini di AC e del Movimento Laureati di corsi e cicli di conferenze sulla «sociologia cristiana». L’evoluzione è poi resa manifesta con il messaggio pontificio del Natale 1941 sull’«ordine internazionale». È l’intervento americano infatti, prima ancora che i rovesci militari in Africa e in Russia del ’42 o i bombardamenti sulle città del Nord, ad introdurre il mutamento piú importante nell’atteggiamento cattolico, suggerendo ormai come pressoché certa la prospettiva, almeno, di una pace di compromesso e non piú di un incontrastato predominio dell’Asse.

752–753

Sui termini, i tempi e le articolazioni della svolta della quale parla R. Moro molto si potrebbe dire. Ai fini del nostro discorso un punto ci pare però soprattutto opportuno mettere in chiaro: pur riguardando un po’ tutto il «mondo cattolico» la svolta si manifestò in forme assai diverse a seconda delle sue varie realtà ed incise pertanto in misura e in modi diversi sullo «spirito pubblico». Ad esserne maggiormente protagonisti e partecipi furono settori via via piú larghi del clero e con essi dei cattolici organizzati e, piú in genere, animati da un forte senso religioso. E questo sia che si trattasse di intellettuali sia di gente comune, di borghesi, di contadini, a proposito dei quali è però necessario tenere sempre presente – nonostante le difficoltà e i rischi insiti in ogni tentativo volto a distinguere l’incidenza delle diverse componenti su processi collettivi tanto complessi – anche l’influenza dell’ambiente in generale e del degrado delle condizioni di vita: non è certo un caso che essa divenne matura – secondo la ricostruzione fattane dal Moro156 – solo nell’estate del 1942, né prima né dopo di quando giunse a maturare la piú generale svolta di larga parte del paese.

Se si riferiva a questi settori, Mussolini, dal suo punto di vista, non aveva certo torto quando, parlando il 3 gennaio 1942 al direttorio nazionale del PNF157, si scagliò contro di loro e invitò il partito ad esercitare nei loro confronti una particolare vigilanza e azione «educatrice» e «disciplinare»:

Il popolo italiano nella sua massa – disse – è sano e forte e comincia ad avere sempre piú ferma la sensazione della gravità della partita accesa tra le nazioni; la contesa che si allarga nello spazio si allunga nel tempo.

Vi sono però delle aliquote nocive e deleterie sulle quali bisogna fermare la nostra attenzione. Correnti del mondo cattolico osteggiano l’Asse. Non si è ancora levata una voce di simpatia dall’alto clero a favore di questo popolo che combatte gli anglicani dell’Inghilterra e dell’America, i bolscevichi e i senza Dio di Russia. Inoltre si predica il pacifismo: fare la guerra senza odiare il nemico.

753–754

E anche se, com’era nel suo carattere, estremizzava troppo la situazione, non aveva torto neppure Farinacci quando, scrivendo il 19 novembre 1942 successivo a Mussolini158, affermava addirittura che il clero, «salvo qualche rara eccezione, ci è ostile». Né può meravigliare che, stante questa valutazione dell’atteggiamento del clero, già nel maggio di quello stesso anno il ministero dell’Interno sentisse il bisogno di chiedere a tutti i prefetti notizie sull’Azione cattolica e in particolare se risultasse una sua azione tesa ad attirare i giovani nelle organizzazioni cattoliche. E questo nonostante che appena un mese prima la polizia159, mentre riferiva che «negli ultimi mesi» era stato rilevato un «certo risveglio» di attività sovversive e antifasciste organizzate, avesse osservato che nel

campo cattolico il Clero continua a svolgere nell’esercizio del proprio ministero opera di assistenza morale e di sana propaganda patriottica. Mentre nelle chiese si prega per la nostra vittoria, gli ambienti cattolici piú elevati reagiscono ad ogni forma di malinteso pietismo che tenda a tramutare in pianto sterile e debilitante il sacrificio generoso della piú pura dedizione alla patria. Questa constatazione non è inficiata dagli sporadici e trascurabili episodi d’inopportunità, severamente colpiti, anche se originati, piú che da vera e propria malafede, soltanto da un eccesso di zelo.

Se però si allarga l’orizzonte al resto del «mondo cattolico» la realtà ci appare diversa. Qui il percorso verso la svolta fu assai piú lento, incerto, talvolta tortuoso, né giunse sempre ad un vero e proprio sbocco. E non ci riferiamo tanto ai cattolici fascisti delle varie specie, fossero essi un Papini ovvero un T. Olivelli, un D. Del Bo, un E. Massi, ecc., quanto soprattutto al cattolicesimo-nazionale che costituí «la fetta piú consistente ed influente del “mondo” cattolico organizzato»160 e che in larga maggioranza non si discostò sino alla fine dalla linea sulla quale – come abbiamo già detto – si era schierato nel giugno 1940. Una linea di «lealismo nazionale», di «senso di responsabilità e del dovere» verso la patria in guerra e di ubbidienza all’autorità, al limite di rifiuto religioso e morale a sottrarsi al dovere della solidarietà umana, al dolore e al comune destino colla presunzione di poter giudicare se la guerra combattuta dall’Italia fosse giusta o no161. Una linea che il Moro ha cosí ricostruito, con equilibrio e finezza, nelle sue principali motivazioni e manifestazioni162:

754–755

Era questa una linea che accompagnava al richiamo ai valori universali e antibellicisti della dottrina della Chiesa il sostanziale riconoscimento delle ragioni italiane e che appariva essenzialmente dominata dal problema politico della presenza cattolica, dalla necessità cioè di garantire al regime il proprio lealismo e di presentare semmai i cattolici come una componente del regime stesso, con le sue peculiarità e le sue richieste. In questa chiave la solidarietà che, secondo le indicazioni della gerarchia ecclesiastica, i cattolici dovevano offrire al paese veniva allargata di senso: non si trattava solo del tacere dei dissensi e dell’offerta di una generosa opera di carità, ma soprattutto della fiducia in una missione dell’Italia e nella sua vittoria. Questa posizione, caratterizzata da un patriottismo dalle forti venature nazionalistiche, fu quella seguita dai principali quotidiani cattolici, da p. Gemelli e dalle riviste dell’Università del S. Cuore di Milano, come pure dai rami di massa dell’ACI, anche se ciò avvenne con sfumature diverse che caratterizzarono, ad esempio, la posizione degli Uomini Cattolici e della Giac in una direzione piuttosto filo-monarchica, animata da un patriottismo piú «civico» che nazionalistico.

Né, a ben vedere, molto lontani da questa linea erano vari esponenti della stessa gerarchia ecclesiastica. Valgano per tutti, pur nella loro diversità (sia per quel che concerne la statura intellettuale dei due, sia per il carattere della documentazione alla quale ci riferiamo), due esempi, quello dell’arcivescovo di Milano, il cardinale Ildefonso Schuster, e quello di monsignor Angelo Roncalli, allora nunzio in Turchia. Per il primo si possono ricordare il discorso ai Cavalieri del Santo Sepolcro in occasione del tredicesimo anniversario della Conciliazione e la lettera pastorale «Contro i propalatori di notizie false su la guerra» pubblicata il 21 novembre 1942, in un momento, dunque, molto piú difficile per l’Italia e per Milano (diventata obiettivo dei bombardamenti alleati), ma anche per la Chiesa, sempre piú spesso accusata dai fascisti di «assenteismo» o di «favoritismo al nemico», ma ormai presa di mira anche da alcuni settori antifascisti che accusavano piú o meno esplicitamente il papa di aver voluto la guerra. Il tono di entrambi163 non è certo quello di altri documenti vescovili di quei mesi in chiave chiaramente cattolico-nazionale164, né in essi mancano accenni critici nei confronti del fascismo e ancor piú dell’Asse. Accenni che però non bastano, a nostro avviso, a far tacere due dubbi: uno a proposito dell’intima adesione di Schuster ad essi, l’altro sulla possibilità che essi potessero essere capiti facilmente da tutti. Tipico, nel caso del discorso dell’11 febbraio, questo passo di cui, a nostro avviso, ciò che probabilmente fu piú recepito dagli ascoltatori, e piú ancora da coloro che ne vennero a conoscenza attraverso i resoconti della stampa, dovette essere la certezza del presule nella vittoria italiana e nella protezione divina165:

755–756

Noi oggi, insieme coll’anniversario di quella fatidica data, celebriamo altresí quasi la vigilia d’armi d’un’altra festa, quella della vittoria, la quale però ad essere definitiva, desideriamo che sia tale da dare soddisfazione ai diritti, all’onore, al decoro di tutti. È cosa certamente ardua comporre il dissidio che divide oggi gli interessi diversi di tanti popoli; ma Maria ci farà raggiungere anche questa vittoria: ne è pegno la festa dell’11 febbraio 1929. Ma una condizione è necessaria; noi vinceremo se avremo Dio con noi, e lo avremo con noi, se noi pure ci metteremo dalla sua parte.

Per monsignor Roncalli ci si può rifare soprattutto ad una documentazione di tutt’altro tipo, ma che in un certo senso è anche piú significativa, perché non autorizza dubbi circa la sincerità o instrumentalità di certe sue prese di posizione: le lettere ai suoi familiari. Quando l’Italia era scesa in guerra, il futuro pontefice – che in un primo tempo si era augurato potesse rimanerne fuori – aveva pensato che essa avrebbe portato «benedizione e prosperità per il nostro caro paese». Naturalmente si sarebbe andati incontro a delle sofferenze, ma

è evidente, – aveva scritto il 10 agosto 1940 alle sorelle e ai fratelli166 – che il Signore guarda con occhio di particolare bontà all’Italia nostra, e questo proprio perché fu fatta la pace con la Chiesa e là ci possono essere difetti, ma la sostanza è sicura e buona.

756

L’attacco alla Grecia non aveva incrinato questa sua certezza167, né l’incrinarono le successive vicende; caratteristiche sono a questo proposito due sue lettere del 14 novembre e dell’11 dicembre 1942, dalle quali, per un verso, ci appare ancora fiducioso («Anche per quanto riguarda le cose d’Italia io sono sempre ottimista. Il cielo qualche volta si oscura e diventa tempestoso»168), per un altro, ancora partecipe di una visione cattolico-nazionale della guerra, non priva addirittura di punte piú propriamente fasciste («la guerra attuale è la guerra del ricco contro il povero, del ben pasciuto contro chi stenta a vivere, del capitalista contro il lavoratore, e viceversa: ognuno attacca o si difende come può»169) che trova conferma in quanto avrebbe scritto al fratello Giovanni il 4 agosto 1943170:

Seguo di qua gli avvenimenti d’Italia. Tu conosci il mio spirito e puoi immaginare come io la pensi. In tutte le cose, persone ed istituzioni umane c’è il buono e il gramo, c’è l’alto e il basso. Se ci fu qualche errore, c’è ora l’espiazione. Bisogna prendere tutto con mitezza di giudizio e di parola. Tutti si può sbagliare nella scelta dei mezzi per raggiungere uno scopo per sé ottimo ed elevato. Qualche volta le sorti della guerra dipendono da una piccolezza: una buccia di limone può far scivolare per terra un gigante… Non bisogna quindi avere parole amare con nessuno e per nessuno. Il momento è grave e pericoloso. Bisogna lasciarsi guidare, restare compatti; tener buono anche se qualche nuovo sacrificio si impone e confidare in Dio che alla fine interverrà potentemente.

A determinare l’atteggiamento di monsignor Roncalli verso la guerra e il regime, insomma, sino al 25 luglio e ancora dopo, sino all’8 settembre ed oltre, era una sorta di miscela di fede e patriottismo (non privo di punte nazionalistiche), di penitenza e di sacrificio (per la patria, per gli umili, i sofferenti) che si traduceva in alcune precise norme di comportamento alle quali i cattolici italiani dovevano attenersi: lavorare, pregare, soffrire, ubbidire e tacere171.

Che non fossero norme di comportamento fasciste è indubbio, cosí come non lo erano certo le posizioni del cardinale Schuster; alla loro luce è però possibile rendersi conto quanto poco il regime potesse temere serie difficoltà dal cattolicesimo nazionale. Altri erano gli «argomenti» che potevano incidere sullo «spirito pubblico».

757–758

Nel maggio del 1942 questo risulta da tutte le fonti depresso come mai prima d’allora. Le «manifestazioni sovversive» erano in forte aumento, ma ciò che piú destava non poche preoccupazioni nelle autorità era soprattutto il fatto che, per la prima volta da quando l’Italia era scesa in guerra, alla dilagante depressione degli animi, al crescente scontento per la situazione economica, al sempre piú diffuso senso di stanchezza per il prolungarsi della guerra e al sempre piú vivo desiderio di pace, si aggiungeva «uno stato d’animo che presenta tutte le caratteristiche della contingenza ed è sensibilissimo ad ogni stimolo esterno, sia in senso positivo che negativo»172 e che faceva temere loro che potesse far assumere allo scontento coloriture politiche. Nei due mesi successivi la situazione ebbe invece un ribaltamento, marcatissimo a livello borghese e tutt’altro che insignificante anche a livello popolare. Le «manifestazioni sovversive» scesero in giugno a 141 e in luglio addirittura a 89 (in agosto sarebbero state 103 e in settembre 98) e una certa diminuzione registrarono quasi tutti i fenomeni di irrequietezza dello «spirito pubblico» che in genere le accompagnavano.

I successi tedeschi a Kerč e a Charkov e nella guerra sottomarina e ancor piú un certo miglioramento – essenzialmente di carattere stagionale – della situazione economica (in varie località si verificò in questo periodo una maggiore disponibilità di prodotti ortofrutticoli e anche tessili e in alcune zone una sia pur limitata riduzione dei prezzi, oltre a ciò era annunciata una prossima immissione sul mercato di nuove merci, le previsioni per il nuovo raccolto cerealicolo erano complessivamente confortanti e alcuni provvedimenti adottati facevano sperare in un piú efficiente controllo annonario) contribuirono in qualche misura a questo ribaltamento. La molla decisiva fu però costituita dai successi italo-tedeschi in Africa settentrionale e dal loro verificarsi per di piú in un momento in cui larghi settori del paese erano psicologicamente in attesa di qualche risolutivo avvenimento bellico che ponesse fine al conflitto.

La travolgente avanzata di Rommel in Egitto suscitò in vasti settori del paese (ormai sempre piú portati a considerare le operazioni in Libia una sorta di altalena di avanzate e ritirate nel deserto prive di effettiva incidenza sull’andamento della guerra) le piú rosee ed ardite speranze, non ultima appunto quella di una prossima vittoriosa conclusione del conflitto. In alcuni ambienti – soprattutto borghesi – il passaggio dalla frustrazione all’esaltazione, dal pessimismo piú nero all’ottimismo piú irrefrenabile fu persino piú marcato che all’indomani dell’occupazione della Grecia e della Jugoslavia.

758

Sino a maggio-giugno tra gli ancora sparuti a quest’epoca gruppi di vecchi antifascisti liberaldemocratici e gli intellettuali ad essi collegati era circolato un certo ottimismo173 e con esso le piú disparate voci circa una possibile imminente crisi del regime (tra l’altro si era sussurrato di contatti del sovrano con Badoglio, Caviglia e persino con un fantomatico cardinale Della Chiesa), tant’è che qualcuno aveva ipotizzato la possibilità di darsi una qualche organizzazione174. Basta scorrere il diario di Calamandrei per rendersi conto quanto forte – nonostante la loro fiducia negli Stati Uniti – fu su essi il contraccolpo prodotto dall’inatteso capovolgimento della situazione militare in Africa. Caduta Tobruk, anche per loro la possibilità di una «marcia fino a Suez» non fu piú inverosimile e con essa nulla poteva piú essere escluso a priori, neppure la vittoria del Tripartito175. Da qui, nei piú, un montante pessimismo, un sentirsi sempre piú estranei in patria, un rifugiarsi alcuni nella «forza dell’ottimismo», altri nella speranza piú che negli americani (delle cui enormi potenzialità non solo economiche e industriali, ma anche militari, neppure gli antifascisti, in genere, si rendevano ben conto176) nei sovietici.

L’entusiasmo e le speranze degli italiani in genere giunsero al massimo nella seconda metà di giugno e nella prima decade di luglio, anche se già era percepibile negli ultimi giorni di questa, prima che gli inglesi bloccassero definitivamente le forze italo-tedesche attestatesi davanti ad El Alamein, qualche sintomo di calo della tensione. I rapporti della polizia, dei carabinieri, dei servizi di censura e ancor piú quelli degli informatori del ministero della Cultura popolare (i meno freddamente burocratici e, quindi, piú rivelatori di uno stato d’animo di cui erano partecipi anche i loro estensori) sono eloquenti. Valgano da esempio alcuni passi tratti appunto da quelli della Cultura popolare177:

17 giugno:

Da due giorni la gente respira col petto gonfio ed in fuori, ha un’aria piú disinvolta e risoluta, si sente qualcheduno.

Non è letteratura o retorica: gli ultimi bollettini italiani, specie quelli straordinari, hanno come iniettato un senso di importanza e di fierezza. Le superbe imprese dei nostri soldati dell’aria, del mare e della terra, verificatesi quasi contemporaneamente, hanno prodotto tal senso di soddisfazione prima, di entusiasmo e di esaltazione poi, da non credersi.

759–760

Effettivamente la gente respira meglio, piú liberamente, con fare deciso ed affaccendato: c’è oggi la certezza di valere qualche cosa, di essere e di contare qualche cosa nel mondo, di poter contare ancor piú domani alla resa dei conti, di essere, infine, dei protagonisti. È scomparsa di botto quella sensazione di inferiorità che molti sentivano e che ha tenuto in soggezione i piú, umiliando e rimpicciolendo ogni sentimento virile ed orgoglioso dello spirito italiano, quella che l’Italia fosse una comparsa nella grande scena della guerra, una pedina manovrata da altri. Da due giorni questa sensazione sta svanendo sostituita da un’altra piú fiera e dignitosa che l’Italia, non da comprimaria ma da protagonista di rango e di grandi possibilità, giuoca la sua parte.

19 giugno:

Se le notizie dal fronte marmarico continueranno ad essere buone, si sarà ottenuto nel breve volgere di pochi giorni – in una con la convinzione che ora il governo si dà realmente da fare per migliorare le condizioni alimentari della popolazione – un quasi radicale capovolgimento delle disposizioni generali della massa verso la guerra e verso il Regime.

24 giugno:

La massa non s’è ancora riavuta dalla sorpresa di Tobruk. La fulminea conquista della piazzaforte continua ad essere oggetto di tutte le conversazioni e, con essa, la grave sconfitta inglese tiene il cartellone dell’attenzione e dell’interessamento generali. Naturalmente i commenti sono entusiastici e lo spirito pubblico è improntato al piú roseo ottimismo.

L’orgoglio nazionale, per tanto tempo nascosto o deluso per via dell’apparente incertezza delle nostre operazioni, s’è rifatto vivo in modo veemente trovando ogni pretesto per manifestarsi e per estendersi. Nelle discussioni si parla soltanto del soldato italiano, di ufficiali italiani, di comando italiano, del valore italiano, della resistenza italiana, ed è convinzione generale, espressa ed affermata ad ogni piè sospinto, che soltanto con soldati come i nostri si sarebbe potuto giungere ad un successo cosí strepitoso contro un nemico tanto potentemente armato e trincerato...

26 giugno:

Decisamente le azioni del governo, del Regime e dei suoi uomini piú rappresentativi sono in nettissimo rialzo.

L’effetto della migliorata situazione alimentare e delle recenti vittorie militari è visibilissimo: spiriti acquietati e tranquillizzati, rinascere di fiducia, rifiorire di speranze. S’è creata, in altri termini, un’atmosfera nuova vivace ed ottimistica quale da lungo tempo s’era perduta di vista, di generica soddisfazione, di appagato orgoglio; una sensazione riposante di protezione, di sicurezza per il presente e per il domani.

28 giugno:

Uno sguardo panoramico allo stato d’animo della massa, che abbracci il periodo di un mese, consente di dire che non è riconoscibile da quello che era un mese fa con quello odierno. Moltissimo ha contribuito a cambiarlo, in meglio, la messe degli ultimi successi militari, ma questi non avrebbero forse ottenuto il risultato soddisfacente che si può constatare oggi, se il terreno non fosse stato spianato dai primi provvedimenti governativi che hanno portato al netto miglioramento della situazione alimentare.

1º luglio:

Il morale della popolazione continua a salire: il susseguirsi di notizie dei successi militari in Africa – che è il settore che ha piú dirette e sensibili risonanze nello spirito della massa – agisce da molla e spazza gradatamente ogni preoccupazione... Certo si è che oggi la gente crede nella vittoria come non vi ha mai creduto e sente che sono in atto eventi grandiosi e che questi eventi faranno fare un passo gigantesco verso la conclusione vittoriosa del conflitto.

760

Non appena Rommel dovette fermarsi avanti ad El Alamein l’ottimismo e l’entusiasmo però sfumarono. Nel giro di un paio di settimane le note dominanti tornarono ad essere il pessimismo, la stanchezza, uno scontento montante che si alimentava anche di fatti, di episodi marginali e contingenti che nei mesi precedenti avevano suscitato minore irritazione (a Roma la scomparsa dai mercatini rionali dei fagioli da sgranare fu «motivo di risentimento e rampogna» e cosí pure la scarsezza di vino), per non dire della delusione provocata dal rapido dissolversi del miglioramento della situazione economica e delle speranze che qualche settimana prima avevano contribuito a risollevare gli animi e – sull’onda dell’entusiasmo per l’avanzata in Egitto – a far pensare che la guerra avesse imboccato una strada nuova.

I primi sintomi di questo nuovo ribaltamento dello «spirito pubblico» cominciarono a manifestarsi il 7-8 luglio. In un rapporto informativo sulla situazione a Roma in data 8 luglio già si legge178:

L’umore generale torna ad intorbidirsi ed il morale ad abbassarsi: le cose nel campo alimentare cominciano a non marciare, come era qualche mese fa, e la gente torna ad arrabbiarsi, manifestando il proprio malcontento che non si limita al solo settore alimentare... Influiscono sull’umore e sul morale della massa il dispetto e la delusione per l’arresto imprevisto della marcia dei nostri soldati in Egitto e per aver dovuto rinfoderare le manifestazioni di giubilo e di ammirazione che avrebbe tirato fuori per la conquista di Alessandria...

Nei giorni successivi il processo si accentuò sino a diventare pressoché generale e ad investire sempre piú esplicitamente il regime e la stessa persona di Mussolini e, in alcuni centri maggiori, come Milano, Torino e soprattutto Roma, a preoccupare vivamente le autorità, che lí per lí, non riuscendo a darsi ragione di un cambiamento di umore cosí rapido e drastico, arrivarono a pensare che esso fosse «pilotato» dall’antifascismo. Tipico in questo senso è un rapporto sulla situazione romana in data 10 luglio179:

761–762

Il brusco arresto dei nostri soldati proprio nel momento in cui la loro marcia sembrava inarrestabile e pareva che il nemico non avesse piú nulla da opporre al nostro impeto ed alla nostra volontà, ha prodotto un ancor piú brusco abbassamento di morale, favorito anche da altri motivi (alimentari) che hanno fatto innervosire ed irritata la massa. Successivamente altre cause ed alcuni voci spiacevoli hanno accelerato questo movimento depressionario. Oggi, la differenza di calore e di umore fra quello che è e quello che era alcuni giorni fa, è notevolissima.

Si dice che la nostra gloriosa divisione Ariete non esista piú, per metà distrutta, per metà catturata. Questa voce ha procurato un senso di dolore e di penosa delusione. Naturalmente nessuno pensa o vuol credere che vi sia un’enorme esagerazione in questa voce. Si dice anche che il Duce fosse laggiú, circondato da una coorte di giornalisti unicamente addetti alla sua persona, in attesa di entrare su un cavallo bianco ad Alessandria, alla testa delle truppe vittoriose. Su questa presenza del Duce laggiú, nei giorni dei combattimenti cruciali per la sorte di Alessandria e dell’Egitto, si è messo in circolazione un sacco di minuti particolari, tutti assai finemente elaborati, ma tutti tendenziosi.

È chiaro che si vuol far colpo sull’immaginazione della gente facendo apparire il Duce animato e mosso unicamente da ambizioni e vanaglorie smodatissime, soltanto sollecito di soddisfare le proprie personali vanità, per nulla preoccupato della sorte o delle sofferenze dei soldati, ecc. Questa forma di propaganda antimussoliniana (che non si arresta qui, ma trova altri sistemi ed argomenti piú abbietti, facendo presa sullo spirito semplice della gente credula perché si giova di alcune occasionali coincidenze), manovrata con evidente accortezza ed efficacia, sta ottenendo risultati cospicui, risultati che bisognerebbe combattere energicamente ed ai quali sarebbe opportuno contrapporne altri capaci di ottenere effetti opposti.

Una settimana dopo anche i successi tedeschi in Russia non suscitavano piú tra le masse che scarso interesse e nella borghesia «patriottica» erano spesso addirittura motivo di ulteriore depressione, sull’onda della quale prendevano a circolare voci e ipotesi che sino a qualche mese prima sarebbero state impensabili o avevano trovato credito e consenso solo presso qualche intellettuale della sinistra fascista, come Ugo Spirito, che da tempo mostrava simpatie per il regime sovietico e vagheggiava un «incontro» tra fascismo e comunismo su basi totalitarie ed anticapitalistiche, e che denotano, oltre a un crescente sbandamento, una sorta di adeguamento degli animi ad accettare qualsiasi soluzione purché tale da dare uno sbocco «positivo» alla guerra, anche se in contrasto con convinzioni sino allora considerate altrettanti punti fermi ed irrinunciabili. In un rapporto, datato 17 luglio, si legge per esempio180:

Niente di nuovo sul fronte spirituale interno. Lentamente va svanendo l’attesa e la speranza di occupare da un momento all’altro Alessandria. Voci secondo le quali il Duce sarebbe tornato sul fronte egiziano per entrare poi nella città alla testa delle truppe vittoriose e che farebbero dunque presagire una sua conquista imminente, non riescono a fermare l’allontanarsi di questa speranza.

Al fiducioso ottimismo di pochi giorni orsono ha fatto seguito un periodo di grigiore e di delusione. Ed anche di indifferenza. Diresti quasi che di tanto si appesantisce questo senso di delusione per quanto sollecite e numerose dal fronte russo giungono le notizie delle vittorie tedesche. Non aver altrettanto da opporre a questi successi è sempre stato da che siamo entrati in guerra (l’osservazione è stata fatta molte volte da numerose persone) motivo di invidia e di depressione.

Circolano altre voci: la Germania avrebbe offerto alla Russia di accordarsi fra loro due per veder di por fine alla carneficina ed alle distruzioni; vi sarebbe forte dissidio fra lo Stato Maggiore tedesco ed i dirigenti politici germanici. Costoro vorrebbero sbriciolare la Russia europea e creare in questa zona alcuni stati ruotanti nell’orbita tedesca. A questo progetto si opporrebbe vivamente lo Stato Maggiore il quale vorrebbe invece una Russia unita e compatta, con la quale vorrebbe intendersi e farsela alleata. Una Germania appoggiata ad una Russia alleata, sarebbe veramente in grado di dettar legge al mondo intero. Questo sarebbe il concetto dello Stato Maggiore il quale avrebbe già chiesto due volte ai dirigenti politici di offrire la pace alla Russia, a buone condizioni, prima che il peso bellico dell’America si faccia sentire.

762–763

A fine mese nella maggioranza degli italiani non vi era piú traccia dei sogni egiziani; a caratterizzare lo «spirito pubblico» erano di nuovo un cupo pessimismo, un’assenza di prospettive per il futuro, una crescente preoccupazione per come affrontare un terzo inverno di ristrettezze e di difficoltà quotidiane; con tutto quello che ciò determinava a livello di stato d’animo verso il regime e verso i tedeschi, sempre piú invisi e fatti oggetto di molteplici critiche e aperte accuse: per non aver sostenuto adeguatamente l’offensiva in Egitto, per il loro comportamento verso i soldati e i comandi italiani, per star trasformando l’Italia in una «colonia tedesca» e, invece di venire incontro alle sue necessità, starla spogliando di tutto181. Ecco come, ai primi di agosto, i carabinieri riassumevano la situazione nel loro «promemoria per il Duce» relativo al luglio182:

I successi iniziali conseguiti dall’Asse in Marmarica e poi nell’Egitto stesso avevano suscitato un’ondata di entusiasmo, rinfocolando la speranza che i successi stessi preludessero la conclusione del conflitto, ma la stasi, che poi è seguita, ha notevolmente demoralizzato gli animi.

Intanto, dopo due anni di crescenti privazioni, di sofferenze morali e materiali, un vivo desiderio di pace va insinuandosi nell’animo delle masse, che considerano la guerra soltanto fonte di dolori e di pene ed elemento niente affatto risolutore di quei problemi che l’hanno originata.

Molti sono coloro che vivono in una fatalistica attesa degli eventi, nella speranza che qualche forza superiore o divina possa finalmente porre fine all’attuale stato di cose.

Su tale senso di stanchezza e di supina rassegnazione influisce soprattutto l’acuirsi della sfiducia che il popolo ha per molti – anzi la maggior parte – degli elementi direttivi della Nazione.

A parte la mediocrità attribuita agli stessi, si dubita della loro rettitudine e si invoca una profonda azione di epurazione, che colpisca seriamente tutti coloro che ritengono di poter anteporre il loro egoistico privato interesse a quello della Nazione...

In linea di massima il morale della popolazione, non desta, tuttavia, pel momento, preoccupazioni, dato che la situazione militare lascia ancora adito a speranze e l’attuale stagione, nel complesso, rende meno difficile la soluzione del problema alimentare, pur giudicato sempre assai critico pel prossimo inverno.

763–765

Come si vede, i carabinieri (e della stessa opinione era anche la polizia) se, per un verso, non consideravano «per il momento» la situazione dello «spirito pubblico» tale da far temere una sua evoluzione in senso politico vero e proprio, per un altro verso, mettevano chiaramente in evidenza che ciò era in virtú solo di due fatti: la situazione militare complessiva che dava adito ancora a speranze e il buon andamento stagionale dell’agricoltura che rendeva meno difficile il problema alimentare183. Se queste due condizioni fossero venute meno, «il fronte interno» – come, subito dopo lo sbarco anglo-americano nel Nord Africa francese, vari dirigenti periferici della polizia avrebbero ricordato a Senise184 – «ne avrebbe inevitabilmente risentito». E questo fu ciò che puntualmente si verificò. Dapprima, sino a quando le forze italo-tedesche rimasero attestate ad El Alamein, ad un ritmo ancora relativamente lento; poi, quando gli inglesi le costrinsero a ritirarsi verso la Libia e cominciarono i bombardamenti delle grandi città italiane185, e ancor piú quando gli anglo-americani sbarcarono in Marocco e in Algeria, ad un ritmo sempre piú sostenuto186, anche se con un andamento diverso a seconda della situazione economica delle varie zone, delle località maggiormente prese di mira dai bombardamenti e dove piú numerosi erano gli sfollati e, infine, dei vari ceti e gruppi sociali.

765

Un caso relativamente a sé era costituito, infine, dai cattolici organizzati o sui quali comunque maggiore era l’influenza della Chiesa. Le loro élites, da un lato, mostravano la tendenza «a scindere eventuali responsabilità da coloro che prepararono e vollero il conflitto»187 e, nei limiti del possibile, a polemizzare con i tedeschi, in particolare a proposito dell’«odio infernale» che Göbbels voleva si nutrisse verso il nemico e che era predicato anche da non pochi fascisti vecchi e giovani e dallo stesso Mussolini, da un altro, esprimevano però spesso «sentimenti di profondo patriottismo» (tipici in questo senso sono vari editoriali del direttore de «L’avvenire d’Italia» R. Manzini188)189. Generale e totale era poi il consenso con quanto il pontefice affermava nei suoi discorsi e radiomessaggi e con le sue esortazioni ad una pace «cristiana», con giustizia e che tenesse conto della dignità umana.

766

Contro questo atteggiamento «ambiguo», «anti Asse» e «pericolosamente pacifista», se non addirittura «disfattista» si appuntavano le critiche del fascismo intransigente che, molto preoccupato anche per la crescente ripresa di religiosità – di tipo assai spesso elementare – in atto in larghi settori del paese190, premeva insistentemente su Mussolini perché venissero adottati provvedimenti che mettessero «in riga» il clero («basterebbe prenderli di petto per obbligare vescovi e parroci a cambiare rotta» gli scriveva il 19 novembre Farinacci191). Tutto sommato quest’atteggiamento dei cattolici, al punto al quale erano arrivate le cose, finiva però – checché ne pensassero gli intransigenti – per far piú giuoco che danno al regime: per il momento esso costituiva infatti un fattore d’ordine e un argine che impediva una frana di piú vaste dimensioni dello «spirito pubblico». Significative sono a questo proposito le osservazioni sull’«attività cattolica» della già piú volte citata «Situazione politico-economica del Regno al 31 dicembre 1942-XXI», in particolare quelle del capoverso finale192:

Il campo cattolico continua a non dar luogo a rilievi sfavorevoli. Il clero, salvo le immancabili eccezioni determinate da intolleranze individuali, si mantiene consapevole dell’alta missione che gl’incombe in questo periodo cosí travagliato, l’assolve con serenità di spirito e fiancheggia con sincerità d’intenti l’opera delle Autorità.

L’attività delle organizzazioni cattoliche, contenuta nei limiti strettamente religiosi, si è alquanto intensificata e raccoglie un numero sempre maggiore di aderenti. Questo fatto, unitamente alla crescente spontaneità del sentimento religioso della popolazione, che si rivolge a Dio come supremo conforto e gli affida la salvezza dei suoi cari in pericolo, ha suscitato di riflesso una corrente ostile, la quale ha preso ora lo spunto dal recentissimo discorso del Pontefice, per sostenere che l’essenza del pensiero cattolico poggia su basi di pericoloso pacifismo, che affermando una pretesa necessità di rivalorizzazione della personalità umana e dei suoi diritti naturali intende condannare implicitamente i regimi totalitari e che la sua reazione al cosiddetto neopaganesimo è segno di un insanabile dissidio con la Germania nazionalsocialista.

Può darsi che tutto questo non sia del tutto infondato; comunque rappresenta pel momento soltanto un’espressione ideale, mentre reali sono dal punto di vista politico i vantaggi di questo rifiorire del sentimento religioso, che si concretano soprattutto in una grande forza di rassegnazione per superare i disagi e sopportare le luttuose conseguenze della guerra.

767–769

A fine dicembre il quadro che emerge dalla ricchissima ed univoca documentazione disponibile è quello di un paese sfiduciato e depresso «sia per le difficoltà dell’alimentazione, sia per le sfavorevoli operazioni di guerra»; assillato e diviso dai problemi economici193, convinto che «a primavera i bombardamenti nemici si estenderanno dovunque con estrema violenza» e che riteneva «sempre piú fondati gli argomenti della propaganda nemica e sempre piú affrettate ed infondate le ottimistiche previsioni fatte un tempo dall’Asse»194; un paese nel quale il numero dei veri fascisti, convinti della necessità di continuare la lotta e delle possibilità di vittoria del Tripartito, diminuiva di giorno in giorno195 e prevalevano invece su ogni altro sentimento la stanchezza della guerra e con essa una crescente, e sempre meno celata, sfiducia nel regime196 e nello stesso Mussolini197; e i piú, persa ormai ogni fiducia nella vittoria, speravano solo in una «pronta pace», in «una qualunque pace liberatrice», «non importa con quale esito», molto spesso «disinteressandosi perfino delle sue conseguenze», ma talvolta anche per il timore che un ulteriore prolungamento della guerra, oltre a moltiplicare inutilmente distruzioni e sacrifici, potesse avere gravi conseguenze politiche e sociali. E a paventare queste conseguenze erano, si badi bene, non solo coloro che – convinti che la guerra era ormai perduta – guardavano al dopoguerra nell’ottica della crisi rivoluzionaria che era seguita alla fine del primo conflitto mondiale e volevano precostituirsi dei meriti in vista di un’«ondata rossa» anche piú violenta di quella del 1919-20, ma anche una parte della borghesia e dei cattolici che si illudevano che l’Asse avesse ancora delle possibilità di vittoria e temevano che il fascismo «sorto per combattere il bolscevismo» non sarebbe stato in grado di «sostenere la crisi del trapasso dallo stato di guerra alla pace sia pur vittoriosa» o, addirittura, avrebbe assunto un atteggiamento marcatamente antiborghese, facendosi portatore di «pericolose teorie collettiviste». Né, in fine, mancavano coloro che non escludevano che tutto ciò, se la guerra non avesse avuto rapidamente termine e il governo non fosse stato preso in mano dai militari, potesse avvenire già nel corso della guerra stessa un po’ per la debolezza del regime, un po’ per la «demagogia» di alcuni suoi esponenti, specie sindacali, e sotto la spinta dei gruppi piú «facinorosi», un po’ per un estremo tentativo volto a deviare il malcontento delle masse e ad indurle a stringersi attorno a Mussolini e al fascismo in un supremo sforzo per capovolgere le sorti della guerra198.

769

Nonostante questa dilagante crisi morale e materiale e questo sempre piú marcato distacco del paese dal regime, che già da due mesi i carabinieri denunciavano senza mezzi termini nei loro periodici rapporti a Mussolini come «il piú oscuro punto della nostra situazione», la «Situazione politico-economica del Regno al 31 dicembre 1942-XXI»199 si concludeva con un giudizio complessivo che, a prima vista, potrebbe lasciare interdetti e far pensare o ad una errata valutazione o ad una volontà dei vertici della P.S. di non allarmare troppo Mussolini:

Attualmente la situazione, in tutto il Regno, può ancora giudicarsi non preoccupante; la Polizia la segue attentamente e interviene sempre con tempestivo e giusto rigore, senza mai incorrere in debolezze e senza lasciarsi trasportare ad eccessi e a provocazioni, che non costituirebbero certo una manifestazione di forza, e che potrebbero risolversi, invece, in un reale pericolo per l’ordine pubblico.

La seconda ipotesi deve però essere scartata. Contro essa vi è infatti una ricca documentazione che prova che Mussolini era bene informato della situazione dello «spirito pubblico» e che seguí con estrema attenzione le ripercussioni su esso dello sbarco anglo-americano e delle sconfitte di Rommel in Africa, dei bombardamenti sulle città italiane e delle vittorie sovietiche all’est, chiedendo, se necessario, anche notizie piú particolareggiate per potersene fare una idea piú precisa200. E ne parlava non solo con i suoi piú stretti collaboratori e in sede di consiglio dei ministri201, ma anche in sedi piú affollate come il direttorio del PNF. Significativi sono a questo proposito i discorsi da lui pronunciati di fronte quest’ultimo il 3 gennaio e il 10 marzo 1943. Nel primo, parlando delle operazioni in Africa, disse202:

Questo sbarco dell’8 novembre ha avuto delle conseguenze psicologiche anche su molti cervelli degli italiani. Difatti, molti sono andati al confino dopo l’8

770–771

novembre: tra l’8 e il 25 novembre. È sintomatico questo. La cosa aveva fatto perdere l’equilibrio a queste anime abbastanza deboli. Si pensava che gli angloamericani non potevano, dopo pochi giorni, non essere ad Ostia.

Nel secondo discorso203 i riferimenti allo «spirito pubblico» furono anche piú numerosi; tra essi i piú interessanti per noi sono due: quando disse che «soltanto in questi ultimi tempi» si erano verificati movimenti antifascisti «di una certa organicità» (a Genova e a Milano) e parlò della costituzione del «liberal-comunismo» (cioè il Partito d’azione); e quando si soffermò sulle ripercussioni delle vittorie sovietiche e sulle reazioni che avevano provocato in campo borghese:

La campagna invernale russa, – disse, – ha suscitato oscillazioni di carattere psicologico notevoli, come lo sbarco americano ad Algeri... Quando i russi hanno travolto in un primo tempo il fronte romeno, in un secondo tempo quello italiano e in un terzo tempo quello ungherese, e in tutti e tre i tempi quello tedesco, allora hanno pensato che il «baffone» (cosí viene chiamato negli angiporti italiani Stalin) sarebbe arrivato a Longatico... è accaduto che molta gente in Italia, che in un primo tempo temeva che i tedeschi avrebbero vinto e nello stesso tempo ha avuto molta paura che vincessero i russi, ha avuto in sé una ripresa dell’istinto di conservazione veramente notevole...

In effetti la situazione era, sia sotto il profilo psicologico-morale sia sotto quello materiale, assai piú complessa e contraddittoria di quanto oggi si possa essere portati a ritenere e di quanto una certa vulgata storiografica e una sorta di malintesa pietas nazionale hanno fatto credere. Forti soprattutto erano le conseguenze dirette ed indirette delle circostanze tutte particolari in cui era avvenuto l’intervento in guerra e dell’animus altrettanto particolare con cui – lo si è detto – larga parte del paese (soprattutto la classe dirigente e la borghesia, ma anche altri settori non trascurabili di esso) l’avevano vissuto. Un animus che le drammatiche esperienze di due anni e piú di guerra, con i sacrifici, le frustrazioni, le illusioni, le paure, le speranze e il senso d’impotenza da essi provocati, modificarono certo – e molto e in molti sensi – ma che sui piú, in particolare per quel che concerne il fronte interno, ebbe soprattutto un effetto paralizzante, che non può però essere spiegato solo né con l’andamento negativo della guerra, con le difficoltà interne da essa determinate e con le loro conseguenze psicologiche, né col carattere totalitario del controllo esercitato dal regime. Anche se non è facile, lo storico deve infatti avere l’onestà e il coraggio di riconoscere che alla radice di quest’animus e del suo sostanziale perdurare (anche se con eccezioni e modifiche che non possono essere ignorate o sottovalutate) erano in buona misura la debolezza etico-politica degli stessi italiani e quindi la loro impreparazione morale ad affrontare il cimento della guerra almeno con la fiducia nelle proprie capacità, in quanto comunità, ad avervi una parte non meno dignitosa di quelle di altre comunità nazionali. Da qui una serie di comportamenti che possono essere capiti e valutati solo cogliendone le interne motivazioni e l’effettivo significato. Da qui ancora, per ritornare al giudizio della polizia sullo «spirito pubblico» alla fine del 1942, la sua sostanziale attendibilità, nonostante a prima vista possa apparire in contraddizione con quanto la «situazione» affermava nelle pagine precedenti analizzando la realtà interna di quello scorcio d’anno e con una serie di fatti riferiti dalle varie fonti d’informazione del regime che sembrerebbero suggerirne un altro piú radicale.

771–772

Né questa era la valutazione solo della P.S. Tre mesi prima, il 24 settembre, quando dunque la guerra nel Mediterraneo non era ancora giunta al suo punto di svolta, l’addetto jugoslavo presso la Santa Sede, Costa Zukotic, aveva stilato per Myron Taylor, in quei giorni in missione in Vaticano, un memorandum che vale la pena riprodurre integralmente: a ben leggerlo, il giudizio complessivo sulla situazione italiana che da esso emerge non è infatti sostanzialmente diverso da quello formulato dagli estensori della «situazione» a fine dicembre204:

  • 1) Per un lungo numero di anni nessuna voce autorevole si è fatta sentire contro il regime totalitario. Le vittime politiche del regime sono quasi esclusivamente i giovani slavi di Trieste e Gorizia, un gran numero dei quali è stato condannato a morte e ucciso negli ultimi vent’anni.
  • 2) Si dice che ci siano alcune personalità militari (Badoglio e pochi altri) che non approvano la guerra a fianco della Germania, ma queste personalità hanno sempre obbedito, hanno ricevuto titoli, promozioni e altri favori dal regime, e si sono dimesse o sono state rimosse solo dopo aver subito insuccessi.
  • 3) Non si può riporre alcuna speranza nella dinastia, che ha sempre mostrato la piú completa sottomissione al regime, una sottomissione che giunge al punto di riconoscere al Gran Consiglio del fascismo il diritto di cambiare l’ordine di successione al trono.
  • 4) È vero che mormorazioni e segrete critiche sono assai frequenti. È una specie di moda, anche tra gli alti gerarchi del partito e gli stretti collaboratori di Mussolini. Ma non è il caso di cercare ragioni ideologiche per queste critiche; ci sono piuttosto ragioni di carattere pratico. Se c’è penuria di pane o le notizie di guerra sono cattive, le critiche aumentano; se, al contrario, le notizie sono buone e la fame meno acuta, le critiche diminuiscono! Un esperimento istruttivo in materia venne fatto quando Tobruck cadde e Rommel avanzò in Egitto. Non si può negare che ci siano critici sinceri, persone oneste e cristiani fedeli che comprendono l’assurdità per l’Italia di questa guerra, ma tutti questi amici italiani, quando parlano tra di loro o con stranieri, giungono alla medesima conclusione: è vero, ma che cosa possiamo fare?

  • 5) C’è miseria. Ma la miseria è relativa, piú acuta nelle città che nelle campagne. L’Italia è un paese agricolo dove, grazie al clima favorevole, la terra produce in abbondanza in tutte le stagioni. I tedeschi che giungono ora in Italia la trovano un vero paradiso in confronto con il loro paese. È l’ambizione di tutti in Germania quella di visitare l’Italia allo scopo – senza dubbio legittimo – di soddisfare le esigenze del proprio stomaco. Per la Germania l’alleanza italiana è un vero colpo di fortuna, che le permette non solo di portare la guerra nel Mediterraneo e in Africa, ma anche di alleviare le sue difficoltà economiche e di continuare la lotta.

  • 6) Siccome al paese sono stati sinora risparmiati gli orrori della guerra, è possibile dormire con tranquillità e godere di una certa misura di sicurezza. Gli italiani sperano alla fine di beneficiare dell’indulgenza degli inglesi e degli americani, la cui debolezza verso il «bel paese» è ben nota.
  • 7) Infine, non si deve dimenticare che il paese si trova, almeno parzialmente, in uno stato d’occupazione tedesca e sotto il controllo germanico. Di conseguenza, qualsiasi allusione alla questione di un movimento in favore della cessazione delle ostilità e dell’abbandono dell’alleato-protettore è senza fondamento. Il presente regime verrà rovesciato, magari anche rumorosamente, in Italia, solo quando la sconfitta della Germania sarà compiuta.
772–773

Nei primi mesi del 1943 l’aggravarsi della situazione economica in generale205 e delle condizioni di vita in particolare206, i sempre piú massicci bombardamenti alleati e il susseguirsi delle sconfitte dell’Asse nel Mediterraneo e sul fronte orientale – la resa dell’armata tedesca accerchiata a Stalingrado e la tragedia dell’Armir207 ebbero un effetto psicologico enorme – accentuarono molto lo stato di crisi e in particolare il distacco del paese dal regime. La «Situazione politico-economica del Regno al 28 febbraio 1943-XXI» già registrava un ulteriore degrado dello «spirito pubblico» rispetto a due mesi prima:

773–774

La perdita della Libia, particolarmente cara al cuore del popolo, la pressione anglosassone che si va organizzando contro il nostro superstite baluardo d’Africa, la sempre piú intensa ed estesa offensiva aerea che semina lutti e rovine sul suolo della Patria, i successi delle armate sovietiche, hanno prodotto nel nostro pubblico un senso di profonda apprensione.

Purtroppo, però, in una parte della popolazione si va notando un incomprensibile adagiarsi in un’apatia che si traduce in un vero e proprio estraneamento per le alterne vicende della guerra: si attende la pace e soltanto la pace.

Concorrono a formare tale deprecabile stato d’animo le imprudenti indiscrezioni sulla povertà dei nostri mezzi (indirettamente confermate da taluni ripieghi per l’equipaggiamento delle truppe, quali l’invito ai richiamati a portar seco le coperte), le lamentele che i soldati, anche quelli che si trovano al fronte, esprimono sulle deficienze del vitto e del vestiario, l’angoscioso silenzio di molti combattenti dell’Armir, le narrazioni diffuse dagli sfollati dai centri duramente colpiti dalle incursioni, e la divulgazione delle notizie diffuse dalle stazioni radiofoniche nemiche, sottile veleno che non trova un efficace antidoto nella nostra propaganda…

Il popolo ha la sensazione che molti settori dell’amministrazione statale siano inquinati dal favoritismo, che ancor piú lo siano gli enti corporativi, appesantiti da una pletorica e costosa burocrazia, avida di contributi che assottigliano notevolmente la remunerazione dei lavoratori e i guadagni dei produttori, e vuole che a tutto questo sia posto rimedio, riconducendo dovunque il sentimento del dovere e dell’onestà.

È un grave disagio morale che insidia la capacità di resistenza del popolo e che, si può dire, supera lo stesso disagio materiale dello stato di guerra: se, ciò nonostante, mancano manifestazioni di aperta insofferenza, lo si deve al connaturato spirito di disciplina della Nazione, che fa pure escludere con sicurezza, almeno per il momento, ogni probabilità di turbative dell’ordine pubblico.

Ma il malessere esiste e va tenuto nel debito conto.

774–775

Contrariamente alle previsioni della polizia, in marzo e in aprile si verificarono numerosi e vasti scioperi, soprattutto operai, che interessarono specialmente le regioni settentrionali, ma non risparmiarono neppure le altre e che indicano come il «malessere» di cui parlava la «Situazione» or ora citata (e che porta la data del giorno precedente l’inizio dei primi scioperi a Torino) fosse in realtà maggiore di quanto i suoi estensori pensassero. Ciò detto, va però subito aggiunto che agli scioperi del marzo-aprile sono stati attribuiti dalla storiografia un significato e una importanza che al riscontro puntuale dei fatti risultano eccessivi. Se da un lato essi costituirono un fatto da cui non si può prescindere se si vuol cercare di stabilire l’ampiezza e la profondità della crisi che pervadeva ormai gran parte del paese, arrivando a provocare comportamenti collettivi sino a poco tempo prima impensabili, da un altro lato è però assai difficile attribuire loro motivazioni e propositi politici che essi non ebbero o ebbero solo per una infima minoranza, già politicizzata, di coloro che vi parteciparono e, da un altro lato ancora, ebbero, tutto sommato, sulla crisi stessa, il suo estendersi, accelerarsi e politicizzarsi, un peso, a ben vedere, minore di quello che, a maggio, ebbe la definitiva cancellazione del fronte africano in conseguenza della capitolazione delle forze italo-tedesche che, dopo la perdita della Libia e l’occupazione alleata del Marocco e dell’Algeria, si erano abbarbicate nell’ultima ridotta tunisina. E ciò, sia ben chiaro, non perché ci fossero stati sino a quel momento molti che speravano ancora in un capovolgimento della lotta in corso in Tunisia, ma perché la completa estromissione dell’Asse dall’Africa rese consapevoli del fatto che la guerra avrebbe presto investito direttamente lo stesso suolo italiano anche coloro che sino allora si erano, per cosí dire, vietati di «azzardare con il pensiero o con la speranza» previsioni su cosa sarebbe seguito alla perdita dell’ultima testa di ponte oltremare208. Fu questo che piú di ogni altra cosa rese ancor piú insopportabile a un gran numero di italiani di tutti i ceti sociali l’idea di un ulteriore prolungamento della guerra con l’inevitabile crescendo di sacrifici e di privazioni quotidiane che esso avrebbe comportato e con la prospettiva (per non dire la certezza) di essere anche direttamente coinvolti in orrori molto maggiori di quelli sino allora sperimentati con i bombardamenti aerei.

775–776

A ben vedere il nodo da sciogliere per capire sia la dinamica complessiva dello «spirito pubblico» nella prima metà del 1943, sia il valore da attribuire all’interno di essa agli scioperi del marzo-aprile è proprio in questo stato d’animo. Nonostante il sempre piú forte desiderio di pace209, sino alla resa in Tunisia (13 maggio 1943) ad auspicare un’azione per far uscire l’Italia dal conflitto erano stati essenzialmente intellettuali che si riallacciavano nella maggioranza dei casi alla tradizione liberaldemocratica e gruppi di antifascisti piú o meno inseriti nel processo di ricostituzione dei partiti antifascisti. Negli altri gruppi e ceti sociali all’ormai pressoché generale caduta di ogni fiducia o illusione in una vittoria, al radicarsi della sfiducia e dell’avversione verso il regime aveva invece corrisposto un atteggiamento ancora caratterizzato dalla stanchezza della guerra, dal disagio economico e soprattutto da una sorta di annichilimento e di passività che esaurivano ogni energia nel quotidiano e bloccavano una reale politicizzazione210. E questo per non dire dei timori di una serie di ambienti borghesi e cattolici per un salto nel buio da cui sarebbero potuti scaturire mali maggiori di quelli presenti. Con la seconda metà di maggio, dopo la fine delle operazioni in Africa, la situazione entrò in una nuova fase piú dinamica: settori borghesi e popolari via via piú numerosi cominciarono ad uscire dalla passività che sino allora aveva contraddistinto il loro atteggiamento, a manifestare piú chiaramente la loro opposizione al regime e l’avversione ai tedeschi, a mostrarsi piú ricettivi rispetto alla propaganda e alle iniziative dei partiti e dei gruppi antifascisti clandestini, ormai tutti in via di piú o meno avanzata organizzazione.

776–777

Giorno per giorno il malcontento [per la situazione alimentare, i bombardamenti e l’inefficienza del regime] è sempre piú vasto e profondo e anche il tono delle lamentele va continuamente salendo... Le reazioni popolari... sono attive, forti, continue e tortuose, arrivando a punti impensati... Il sentimento di opposizione, quasi di ostilità pressoché generale, verso l’autorità costituita, anziché attenuarsi, va piuttosto rafforzandosi e approfondendosi. Esso raggiunge strati e posizioni ove non si sarebbe mai supposto potesse arrivare...

Pur nella sua semplicità ed immediatezza, questa messa a fuoco dello «spirito pubblico» dopo la caduta della Tunisia e il diffondersi dell’idea di un prossimo sbarco anglo-americano, quale risulta da due note informative per Mussolini del 12 e 19 giugno211, rende bene la misura e gli aspetti essenziali del mutamento di clima determinatosi con la seconda metà di maggio.

Per un quadro piú compiuto è ovviamente necessario tener conto anche di altri aspetti. A nostro avviso, è tuttavia da questi e piú in generale dalla ricostruzione che siamo venuti facendo dei vari momenti, e delle loro principali manifestazioni, attraverso i quali passò tra il 1940 e il 1943 lo «spirito pubblico» che è necessario prendere le mosse se si vuol cercare di dare una valutazione complessiva di come gli italiani vissero la guerra e il loro rapporto con il regime sino al 25 luglio.

777

Tra i diversi aspetti dei quali è pure necessario tener conto il piú importante è certo costituito dall’incidenza che, dopo lo sbarco anglo-americano nel Nord Africa francese e soprattutto dopo l’estromissione dell’Asse dalla Tunisia, ebbero sullo «spirito pubblico» la Chiesa e l’antifascismo. Di altri, per brevità, non parleremo. Impossibile è però – date le conseguenze che ebbe sia sulle vicende di cui stiamo trattando in questo tomo sia, ancor piú, su quelle che saranno oggetto del successivo – non accennare, sia pure solo en passant, al fatto che al processo di notevole uniformizzazione sociale e culturale del distacco psicologico, morale e politico dal regime verificatosi in questo periodo non corrispose che un’assai limitata ricomposizione dei rapporti tra i vari ceti, strati e gruppi sociali: salvo casi marginali, questi continuarono infatti a considerarsi con reciproco sospetto, se non con ostilità, a vedere gli uni negli altri, piú che vittime di una comune condizione e di un comune dramma, altrettanti corresponsabili della propria condizione e del proprio dramma e, non di rado, a guardare in tale ottica al futuro. Anche se espressa in termini estremizzati al massimo e che lasciano capire quanto poco gli Alleati e in particolare gli americani riuscissero a comprendere la situazione italiana, questa realtà è presente persino in un documento (databile tra la fine di settembre e quella di ottobre 1942 e che è stato attribuito a M. Taylor212 e, dunque, frutto diretto dei contatti che questi ebbe in Vaticano nell’ultima decade di settembre) per Roosevelt nel quale si legge:

Esiste la crescente preoccupazione, da parte di coloro che in Italia saluterebbero con piacere la scomparsa del fascismo, che, senza la presenza in loco di una potenza militare straniera che mantenga l’ordine, il periodo di transizione sarebbe un periodo di caos completo e perciò piú indesiderabile della situazione attuale. Ciò lascerebbe pensare che con i tedeschi che già occupano il paese, gli antifascisti incominciano a guardare a loro in cerca di protezione per il caso di una rivoluzione interna. Siccome è verosimile che questa tendenza diventi piú spiccata piuttosto che diminuire col passare del tempo, è urgente che i paesi anglosassoni convincano i loro amici antifascisti italiani di essere capaci d’affrontare qualsiasi situazione rivoluzionaria che possa presentarsi.

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Anche piú significativo – e con ciò veniamo all’incidenza della Chiesa sullo «spirito pubblico» – è che una simile preoccupazione fosse presente anche in Vaticano. Lo prova un altro documento in cui Taylor riassunse alcuni punti sulla situazione italiana prospettatigli a Roma dal conte Dalla Torre (dietro il quale era De Gasperi).

Il Vaticano – si diceva in esso213 – sarebbe assai piú entusiasta dinanzi alla prospettiva di una vittoria alleata in Europa se esso si sentisse rassicurato che ciò non significherebbe un periodo di anarchia dopo la vittoria. Hanno gli Alleati progetti concreti per il mantenimento dell’ordine dopo la cessazione delle ostilità?

È possibile che il Vaticano creda che l’Asse, in caso di vittoria, avrebbe i mezzi per mantenere l’ordine, mentre gli Alleati, al contrario, non li avrebbero.

Come abbiamo già visto, sino alla fine del 1942 la polizia – pur rilevando che l’attività delle organizzazioni cattoliche, sempre circoscritta «nei limiti strettamente religiosi», lasciava trasparire una diffusa condanna dei regimi totalitari e del neopaganesimo nazionalsocialista e che in tutto il paese era in atto una crescita del sentimento religioso – era stata dell’opinione che, nel complesso, «il campo cattolico continua a non dar luogo a rilievi sfavorevoli». Questa valutazione si ritrova sostanzialmente (e, almeno nella forma e per gli aspetti puntualizzati, forse persino con una leggera attenuazione) nella «Situazione politico-economica del Regno al 28 febbraio 1943-XXI»214:

Anche nel decorso bimestre il clero non ha dato motivo a rilievi di sorta col suo comportamento, mantenendo nei confronti del Regime atteggiamento di piena comprensione, anche in relazione al delicato momento che la Nazione sta attraversando.

Tanto gli ordinari diocesani che i parroci dànno generalmente prova di sincero patriottismo, esortando i fedeli a pregare per la vittoria, a sopportare con disciplina i disagi derivanti dalla guerra e ad affrontare con fermezza d’animo anche le piú dolorose prove. Né questa constatazione è infirmata da alcune sporadiche dissonanze, dovute a intolleranze individuali che del resto trovano pronta ed adeguata sanzione in convenienti provvedimenti di polizia.

Anche le associazioni cattoliche, la cui attività viene sempre seguita attentamente, non hanno decampato dai limiti strettamente religiosi loro assegnati.

Oggetto di particolare osservazione sono pure i bollettini diocesani, facili a cadere, sebbene spesso in buona fede, in atteggiamenti pietistici: quando ciò si è verificato se ne è subito disposto il sequestro in via amministrativa.

Due mesi dopo il quadro tracciato nella «Situazione» relativa al mese di aprile era tutto diverso, al punto che le notizie sull’«attività cattolica» erano riferite sotto la voce «attività sovversiva»215:

779–783

Antichi esponenti del partito popolare, dopo la vana ricerca di nuove formule e di nuovi indirizzi, hanno riesumato ed aggiornato il vecchio programma sturziano rievocandolo e divulgandolo nelle riunioni promosse anche alla periferia – generalmente sotto l’egida dell’A.C. – per riannodare le file della dispersa organizzazione del PPI.

Al movimento non è estraneo il clero, che – se concorda sull’effettiva consistenza della «minaccia bolscevica» – è altrettanto concorde nel ripudiare il «sistema totalitario», incoraggiato in ciò dallo stesso atteggiamento politico di taluni ambienti vaticani e – particolarmente – dalle trattazioni dottrinarie dell’«Osservatore Romano» sui «problemi sociali e morali», con costanti ritorni al tema preferito della «libertà» e dei «diritti dello stato sull’individuo» e con frequenti richiami alle pastorali ed alle encicliche papali.

Tra i prelati non mancano sinceri casi di comprensione del momento che la Patria attraversa; ma il fervore patriottico degli uni non trova eco nelle coscienze della maggioranza, ove di tanto in tanto si rivelano elementi di particolare attività combattiva nella campagna di discredito al Regime.

Significativo il recente deciso atteggiamento di opposizione del parroco del Santuario del Sacro Cuore in Bologna, il quale – invitando gli uomini della sua parrocchia alla penitenza pasquale – non ha esitato ad accomunare il fascismo ed il nazismo al comunismo, per indicarli – in un manifestino largamente distribuito – come del tutto «inadatti a guidare in una vera luce di giustizia le nazioni governate».

È assai probabile che il tono del documento risentisse del fatto che – come vedremo piú avanti – da metà aprile a capo della polizia non era piú l’esperto e «moderato» Senise (tipica espressione di quella burocrazia statale prefascista che per anni aveva fiancheggiato e servito con zelo e fedeltà il regime e ora tendeva a prenderne le distanze), ma un vecchio fascista «intransigente» come Renzo Chierici. È comunque fuori dubbio che i cattolici avessero risentito non poco del generale deterioramento della situazione interna e del suo acuirsi nel corso degli ultimi mesi.

Innumerevoli fonti attestano un’accentuata crescita del pacifismo popolare a sfondo religioso e delle speranze in un’azione pacificatrice del pontefice216 e, di contro, un altrettanto accentuato sfaldamento di quello che il De Rosa ha definito il «mezzo consenso», il «consenso con riserva» che aveva durante i primi anni di guerra contraddistinto vasti ambienti cattolici, e anche di una parte delle posizioni piú propriamente cattolico-nazionali. Anche di quelli che – sgomenti all’idea di un’affermazione del comunismo – coltivavano la speranza che, di fronte alla «barbara violenza» degli slavi e del bolscevismo, anglosassoni (in realtà l’Inghilterra ché l’ostilità verso gli Usa era tra i cattolico-nazionali poco inferiore a quella verso l’Urss) e tedeschi potessero trovare una composizione del conflitto e che in questa prospettiva l’Italia e Mussolini potessero esercitare una funzione positiva, di aggregazione delle nazioni latine e cristiane e di sollecitazione ad una «unità europea»217. Nelle file dell’Azione cattolica (per la polizia piú numerose di quanto risultasse ufficialmente perché «specialmente coloro che sono impiegati dello Stato o comunque ricoprono cariche nelle organizzazioni del regime» evitavano spesso l’iscrizione formale per non mettersi in cattiva luce) già da qualche mese, grosso modo dallo sbarco degli Alleati nel Nord Africa francese, si notava un certo fermento: «un’antipatia crescente per il fascismo» e una sorta di attesa del momento in cui i cattolici sarebbero stati l’unica forza reale in grado di raccogliere il potere218. Col 1943 questo fermento era andato via via precisandosi e assumendo, specie nelle organizzazioni giovanili219, un carattere sempre piú politico anche se, in genere, piú attendista che attivistico. Nella Fuci220 un primo accenno ad un mutamento di rotta si era già profilato nel 1942, dopo che in febbraio ne aveva assunto la guida, al posto di Aldo Moro, che aveva privilegiato una linea essenzialmente religioso-culturale221, Giulio Andreotti, che aveva cercato di imprimere alla sua attività un carattere piú prepolitico (tipica in questo senso è la relazione da lui tenuta in settembre al convegno di Assisi) che non era sfuggito alla polizia e aveva attratto l’attenzione dello stesso Mussolini (che intervenne personalmente due volte per far sequestrare «Azione fucina»). Nei primi mesi del 1943 questa spinta si era definita nel senso di una sempre piú netta presa di distanze dal fascismo, di un pacifismo non piú, come precedentemente, essenzialmente teorico e in pratica largamente patriottico, ma ormai nettamente orientato nel senso di un vero e proprio rifiuto della guerra (anche da parte di coloro che vi avevano aderito solo in nome dell’obbedienza al potere costituito), e di una preparazione-attesa del momento in cui, conclusa l’esperienza fascista, ai cattolici sarebbe spettato il compito di rifondare lo Stato su basi del tutto nuove, diverse da quelle auspicate dal cattolicesimo ex popolare «di ascendenza liberale». Un processo simile, anche se cominciato un po’ piú tardi e articolato in termini un po’ diversi, meno integralistici, si era verificato anche nell’altro movimento intellettuale di Azione cattolica, quello dei Laureati222. Tra i vari gruppi di cattolici organizzati la Fuci e i Laureati erano, nonostante certe loro peculiari posizioni, quelli che piú si uniformavano alle direttive dei vertici dell’Azione cattolica e, dunque, della gerarchia ecclesiastica e, pel suo tramite, della Santa Sede. Il fatto merita di essere sottolineato perché – quali che fossero i processi in atto nel mondo cattolico organizzato e nel clero – è indubbio che sul loro sviluppo (cosí come sul loro assumere dopo la caduta del fascismo contorni meno etico-religiosi, tipici di giovani che erano rimasti estranei agli ambienti dell’antifascismo popolare e avevano vissuto il fascismo e il proprio distacco da esso nello spirito di un irrealistico «nuovo ordine» da realizzare, e piú politici) decisivo fu l’atteggiamento della Santa Sede.

783–784

Come già abbiamo detto, questo, sino al ribaltamento della situazione mediterranea del novembre 1942 e al fallimento dell’offensiva tedesca in Russia, era stato piú o meno consapevolmente ispirato dalla speranza di una doppia sconfitta dell’Unione sovietica bolscevica e della Germania nazionalsocialista. Non è qui il luogo per discutere né il realismo (o, se si preferisce, l’anacronismo) di questo indirizzo, né le sue ragioni, quelle piú profonde, d’ordine religioso-culturale e quelle che affondavano le loro radici nella tradizione diplomatica vaticana223. Questa speranza, in verità, si era già notevolmente incrinata allorché Myron Taylor nella seconda metà di settembre era stato in Vaticano224 e aveva illustrato al pontefice e ai suoi principali collaboratori il punto di vista e i progetti postbellici di Roosevelt e degli Alleati occidentali in senso lato225. Su tre punti soprattutto il rappresentante personale di Roosevelt era stato esplicito: sulla decisione del presidente di condurre la lotta contro la Germania sino alla totale estirpazione del morbo nazista e sulla sua volontà di fugare qualsiasi equivoco in merito alla solidità delle basi dell’alleanza e della collaborazione anglo-americano-sovietica, sulla sua continuazione anche in sede dei negoziati di pace e per il nuovo assetto da dare all’Europa dopo la guerra. Ciò stante, qualsiasi tentativo di mediazione per realizzare una pace di compromesso, anche fatto attraverso il pontefice o da lui promosso226, sarebbe stato respinto e, dunque, del tutto inutile. Secondo il suo sommario delle conversazioni avute con Pio XII227, Taylor sarebbe stato estremamente esplicito:

784–785

Poiché sappiamo di essere nel giusto, e poiché abbiamo suprema fiducia nella nostra forza, siamo risoluti a lottare finché avremo raggiunto una vittoria completa. La sola cosa che potrebbe indurci a posare le armi imbracciate a difesa della sicurezza nazionale e della decenza mondiale, sarebbe una completa e esplicita accettazione della Carta atlantica e del manifesto delle Nazioni Unite – le cui clausole sono sostanzialmente analoghe ai postulati summenzionati dal Santo Padre per una pace giusta e duratura. La nostra causa è giusta. Noi combattiamo con chiara coscienza per i diritti morali della nostra nazione, e per le libertà del nostro popolo; la nostra vittoria assicurerà questi diritti e queste libertà al mondo. Anche i nostri nemici sanno che non cerchiamo ingrandimenti. Precisamente poiché la nostra posizione morale è inoppugnabile, non siamo aperti ai compromessi, abituali per coloro che cercano solo vantaggi materiali, e che negozierebbero per metà pagnotta qualora non riuscissero a avere l’intera...

La nostra fiducia in una vittoria finale e completa è costruita sui fondamenti piú obiettivi. Non v’è in essa alcun ottimismo emotivo né wishful thinking. Siamo preparati a una guerra lunga. Abbiamo previsto iniziali sconfitte. Ma alla fine, sappiamo che nessuna nazione o alleanza di nazioni può resistere sul campo contro di noi...

Una pace non risolutiva sarebbe una vittoria parziale per l’Asse, e porterebbe in un secondo momento alla ripresa del conflitto in condizioni che potrebbero essere svantaggiose per noi e per le cose che noi difendiamo. Non vogliamo saperne. Non vogliamo saperne di una tregua armata che sarebbe una pausa di riposo per i nemici della civiltà cristiana. Non daremo spazio alla grande strategia dell’Asse, che comprende nel suo arsenale l’ipocrisia della falsa pace, per mantenere l’iniziativa nella condotta di questa guerra. Abbiamo deciso che non possiamo trattare con uomini sleali; che le strade pacifiche della diplomazia sono completamente fallite contro la doppiezza, la mancanza di misericordia e l’insensibilità verso qualsiasi considerazione morale da parte dell’Asse. Non è questo il momento per ricorrere alla diplomazia. Avendo fatto ogni sforzo per evitare la guerra, non saremo indeboliti dalle astuzie dell’Asse, ora che siamo scesi in campo. Noi pensiamo che proposte di «pace» ispirate dall’Asse non sarebbero altro che un colpo diretto contro di noi.

C’è ragione di credere che i nostri nemici dell’Asse tenteranno, attraverso canali subdoli, di spingere la Santa Sede a appoggiare nel prossimo futuro proposte di pace senza vittoria. Nell’attuale condizione dei belligeranti, possiamo renderci conto di quale forte pressione le potenze dell’Asse possano esercitare sul Vaticano. Perciò ci sentiamo in dovere di appoggiare la Santa Sede a resistere contro ogni indebita pressione di questa origine. È questa la ragione per cui ci sentiamo indotti a render note le nostre opinioni sulla pace e a sottolineare che la crescente potenza degli Stati Uniti ora utilizzata per ristabilire quei principi di decenza e giustizia internazionale che tanto chiaramente sono stati indicati dalla Santa Sede...

Gli scopi di guerra degli Stati Uniti sono scopi di pace. Il mondo li conosce. La Carta Atlantica pone condizioni che secondo il nostro piú profondo convincimento non possono essere oggetto di rinuncia. Qualsiasi proposta, che si presenti come «pace negoziata», che si allontanasse da tali obiettivi avrebbe il solo risultato di confondere questioni che siamo determinati a tenere separate e a risolvere in modo definitivo.

785–786

In Vaticano una posizione cosí intransigente non poteva non suscitare preoccupazione e allarme. In pratica essa comportava infatti per la Santa Sede di dover rinunciare pressoché completamente, e comunque per il momento, ad ogni idea ed eventuale possibilità di adoperarsi per abbreviare la guerra e, insieme, di dover considerare una certezza quella che sino allora era stata una prospettiva che aveva sperato non si sarebbe avverata e cioè che – vinta la guerra – gli Alleati, e Roosevelt in particolare, non si sarebbero opposti alle pretese egemoniche sovietiche in Europa e non avrebbero contrastato l’ideologia e la «pratica di Stato» del comunismo228. Stando cosí le cose, per la Santa Sede – non volendo e potendo Pio XII venir meno alla sua formale imparzialità rispetto ai due blocchi in lotta, dato che in tal caso avrebbe dovuto fare una differenza per lui inammissibile tra l’anticristianesimo nazionalsocialista e quello bolscevico – le uniche vie da battere rimanevano, da un lato, quella di cercare di alleviare per quel che poteva gli orrori della guerra e di tutelare i cattolici sotto dominazione tedesca, facendo il possibile per evitare che Hitler, appellandosi al loro scarso lealismo per la causa dell’Asse, continuasse nella sua azione contro di essi o, peggio, l’intensificasse, e, da un altro lato, quella di stabilire un sempre piú vasto e profondo rapporto con le masse cattoliche (e, nei limiti del possibile, cristiane in genere) europee e con quelle italiane in particolare, in modo da gettare le basi per impedire che a guerra finita esse potessero cadere preda del comunismo.

786–787

In questa logica, umanitaria e politica al tempo stesso, si collocano a nostro avviso tutte le principali iniziative della Santa Sede dalla fine del settembre 1942 in poi. Certamente l’interessamento della diplomazia vaticana per cercare di far cessare o almeno circoscrivere ai soli obiettivi militari i bombardamenti aerei delle città tedesche e italiane e, in particolare, per preservare Roma dichiarandola «città aperta»229; un interessamento che, presto risaputo, costituí uno dei motivi principali per cui agli occhi della popolazione romana Pio XII, oltre che «pastor angelicus», divenne nei mesi dell’occupazione tedesca «defensor urbis» e la Chiesa acquisí un prestigio quale mai aveva avuto da molto tempo e che avrebbe avuto un peso decisivo sulle vicende politiche nazionali del dopoguerra230. E nella stessa logica si colloca altrettanto certamente il radiomessaggio indirizzato dal pontefice al mondo tre mesi dopo in occasione del Natale.

Nei precedenti radiomessaggi Pio XII si era proposto, come disse ai cardinali e ai prelati della Curia231, «di esporre le norme e i presupposti di una vera pace tra i popoli, conforme, quindi, alla giustizia, all’equità e all’amore»; in questo, piú che sulla possibilità di una pace sulla quale si rendeva conto non avrebbe potuto influire, il papa si intrattenne essenzialmente sul «dopo pace», su come scongiurare il pericolo che sentiva ormai piú incombente: che «l’umanità», «sotto l’influsso della passione», potesse «sostituire errori piú o meno riconosciuti come tali con altri traviamenti o con semplici palliativi, che a nulla rimediano, invece di iniziare e promuovere senza indugio un risoluto e aperto ritorno alla verità e al bene». Da qui il tono combattivo e persino imperioso del radiomessaggio, che suscitò i sarcasmi di Mussolini («questo è un discorso di luoghi comuni che potrebbe agevolmente essere fatto anche dal parroco di Predappio»232), parve privo di realismo ad un cattolico fascista come Papini («il papa somiglia a uno che dinanzi a una metropoli in fiamme faccia saggi discorsi per dimostrare che ai bambini non vanno affidate le scatole dei fiammiferi»233) e lasciò incerti o discordi sulle possibili interpretazioni di certi suoi passi persino alcuni teologi e professori dell’Università cattolica234, ma che i cattolici organizzati (e non solo loro), specie i piú giovani, recepirono in gran maggioranza nel senso voluto dal pontefice235: come una chiamata a raccolta del laicato attorno all’Azione cattolica e una indicazione ad una piú attiva presenza tra i ceti popolari; il tutto in vista e in preparazione di un dopo-fascismo in cui i cattolici avrebbero dovuto affermare la loro concezione etica e sociale «superando il mare degli errori del giorno e del tempo».

787–788

Non lamento, ma azione è il precetto dell’ora, – affermò Pio XII236, – non lamento su ciò che è o che fu, ma ricostruzione di ciò che sorgerà e deve sorgere a bene della società. Pervasi da un entusiasmo di crociati, ai migliori e piú eletti membri della cristianità spetta riunirsi nello spirito di verità, di giustizia e di amore al grido: Dio lo vuole! pronti a servire, a sacrificarsi, come gli antichi crociati. Se allora trattavasi della liberazione della terra santificata dalla vita del verbo di Dio incarnato, si tratta oggi, se possiamo cosí esprimerci, del nuovo tragitto, superando il mare degli errori del giorno e del tempo, per liberare la terra santa spirituale, destinata a essere il sostrato e il fondamento di norme e leggi immutabili per costruzioni sociali di interna solida consistenza.

Scopo essenziale di questa crociata necessaria e santa è che la stella della pace, la stella di Betlemme, spunti di nuovo su tutta l’umanità nel suo rutilante fulgore, nel suo pacificante conforto, qual promessa e augurio di un avvenire migliore piú fecondo e piú felice.

Vero è che il cammino dalla notte a un luminoso mattino sarà lungo; ma decisivi sono i primi passi sul sentiero, che porta sopra le prime cinque pietre miliari scolpite con bronzeo scalpello le seguenti massime:

1) Dignità e diritti della personalità umana... 2) Difesa della unità sociale e particolarmente della famiglia... 3) Dignità e prerogative del lavoro... 4) Reintegrazione dell’ordinamento giuridico... 5) Concezione dello Stato secondo lo spirito cristiano.

788–789

In questa prospettiva secondo il pontefice nell’avvenire dell’Italia non vi era ormai piú spazio per il fascismo. Ciò non voleva però dire che egli potesse e volesse precipitarne la fine. Essa – egli doveva rendersene ben conto – non solo non poteva dipendere dall’atteggiamento della Chiesa, ma avrebbe aperto una serie di problemi che questa non era ancora preparata ad affrontare. Da qui l’opportunità di evitare passi falsi, con il regime (in cui, oltre tutto, non ignorava esservi chi non aspettava altro237), ma anche con gli Alleati e con Berlino. Si spiega probabilmente cosí perché quando Taylor – che, già nel corso della prima udienza, aveva detto al papa (poi anche a monsignor Tardini) che «l’America non ha odio per il popolo italiano» e successivamente aveva fatto comprendere che questo, «quando potesse venirgli dato un aiuto adeguato», avrebbe fatto bene ad «abbandonare Hitler»238 –, parlando col cardinal Maglione, aveva fatto un indiretto tentativo di far capire che si sarebbe volentieri incontrato con Ciano «ed anche... Mussolini»239, da parte vaticana si era lasciata cadere l’avance. Cosí come quando il 13 novembre, nel pieno della polemica suscitata dalle accuse di Farinacci al Vaticano di avere contribuito alla decisione inglese di bombardare le maggiori città italiane del Nord (confermando Taylor nell’idea che pochi bombardamenti avrebbero scardinato la resistenza e la fiducia del popolo italiano)240, il cardinale Maglione avrebbe detto nel «massimo segreto» a Guariglia (al quale era legato da stretta amicizia) per smentire l’accusa e dimostrargli la buona fede della Santa Sede, che quando Taylor aveva fatto al pontefice «un accenno alla possibilità di staccare l’Italia dalla Germania» aveva trovato «una tanto glaciale accoglienza» che non aveva piú ripreso il discorso neppure con lui241. Che in quel momento, con le truppe dell’Asse attestate ancora davanti El Alamein e con quelle tedesche all’offensiva in Russia, non diciamo Mussolini o il sovrano, ma lo stesso Ciano242 potessero pensare di prendere contatto con lui, solo Taylor poteva crederlo. Qualsiasi passo per sondare la loro disponibilità non solo sarebbe stato inutile, ma avrebbe accresciuto l’irritazione e i sospetti di Mussolini verso la Chiesa e, se fosse trapelato, avrebbe suscitato le ire degli intransigenti e dei tedeschi già sufficientemente irritati e preoccupati per la visita di Taylor243.

789–790

Almeno per il momento e certo sino circa a metà maggio del 1943244 la Santa Sede – che, oltre tutto, non approvava la formula della resa incondizionata245 – preferí perciò non muoversi. Il 22 febbraio, di fronte ad un tentativo di sondaggio del maresciallo Bastico a proposito di un possibile colpo di stato militare che assicurasse «l’ordine e la pace in Italia» e permettesse lo sganciamento dalla Germania e di un eventuale intervento vaticano come tramite con gli Alleati, Pio XII si tenne «tanto in alto, sorvolando la questione» e non diede alcuna risposta246. Né – allo stato almeno della scarsissima documentazione disponibile247 – è probabile che, contrariamente alle voci allora circolate, si sia concretamente parlato del problema di una pace separata nel corso dei vari incontri tra il papa e monsignor Spellman durante la visita che questi, su sollecitazione pontificia, fece nell’ultima decade di febbraio in Vaticano. Il tema di fondo di questi incontri fu probabilmente un altro: il desiderio del pontefice di avere informazioni di prima mano sulla conferenza di Casablanca e le sue preoccupazioni per la politica anglo-americana verso l’Urss, le concessioni che Washington e Londra erano disposte a fare a Mosca in Europa e l’attendibilità delle voci circa possibili pressioni affinché la Santa Sede stabilisse relazioni diplomatiche con i sovietici.

790–791

Rispetto all’Italia, in questi mesi il realismo e il tempismo della politica vaticana si adoperarono essenzialmente nella direzione indicata dal radiomessaggio di Pio XII: rivitalizzare e potenziare l’associazionismo cattolico e in particolare l’Azione cattolica; far loro superare con tutta una serie di iniziative particolari (soprattutto di tipo morale e religioso) e di attività di studio e di divulgazione della dottrina sociale della Chiesa la crisi di identità che le vicende dei primi anni della guerra e (per quel che riguarda piú propriamente l’Azione cattolica) le innovazioni statutarie del 1939-40 e soprattutto il trasferimento delle funzioni direttive dai laici agli ecclesiastici avevano spesso prodotto; chiamare a raccolta e attivizzare il laicato attorno all’Azione cattolica e alle organizzazioni ad essa collegate e collaterali (tipici i casi dell’Onarmo, che sino allora era esistita soprattutto sulla carta e che con gli inizi del 1943 prese ad estendersi a macchia d’olio, e dell’Icas, anche se la sua rivitalizzazione fu piú lenta, sicché alla caduta del regime l’Istituto stava appena uscendo dal torpore degli anni precedenti248); realizzare una piú attiva presenza tra i ceti popolari e operai; fare di quella tra il ceto medio249 un vero e proprio punto di riferimento morale e politico per il futuro; arginare la scristianizzazione delle masse e il sorgere al loro interno di tendenze sociali e politiche «estremiste», sia in senso fascista sia soprattutto in senso comunista.

791–792

Su questo attivismo le fonti di polizia sono ricchissime di notizie e di considerazioni che permettono di capire e di valutare sia la misura del fenomeno, sia la decisiva importanza che per il suo successo ebbero il capillare tessuto diocesano e parrocchiale e le centinaia di giornaletti e di bollettini da esso editi, sia, in fine, la molteplicità delle reazioni da esso provocate. Tanto quelle, per cosí dire, scontate di un Farinacci e dei gruppi fascisti intransigenti, che vi videro la conferma di quanto andavano proclamando da tempo, ovvero quelle, in definitiva non molto diverse, di Mussolini, per le quali abbiamo, oltre ai cenni ad esse dedicati da Ciano nel suo diario, una caratteristica testimonianza nelle parole da lui pronunciate il 23 gennaio 1943 in Consiglio dei ministri250 e nella loro traduzione in un esplicito passo diplomatico che negli stessi giorni egli fece compiere a Guariglia per contestare il carattere «politico» della campagna di stampa avviata dopo il radiomessaggio natalizio del papa e, in particolare, l’insistenza con la quale erano prospettate soluzioni programmatiche che, soprattutto in campo sociale, ignoravano le realizzazioni del regime251; quanto quelle, tutto sommato per noi piú significative, di quei fascisti (si pensi, per fare solo due esempi relativi al vertice fascista, a casi come quello di Riccardo Del Giudice252 e di Carlo Ravasio e della parte da lui avuta nel «caso Orestano») che proprio in questo periodo presero a guardare con sempre maggior interesse – a volte strumentale, ma spesso genuino – alla Chiesa e al cattolicesimo come elemento di unità nazionale e baluardo contro il comunismo. Una preoccupazione questa che dalla fine del 1942 fu via via sempre piú viva anche in settori tutt’altro che insignificanti del mondo industriale e li spinse ad incoraggiare o appoggiare l’opera, le iniziative sociali del clero253 pur sapendole malviste dal regime e non di rado osteggiate dagli organismi dirigenti locali del partito. Né, in fine, si possono in questo contesto passare sotto silenzio alcune iniziative che in questo stesso periodo furono prese – del tutto autonomamente – in campo laico antifascista e che, se esercitarono una forte suggestione in ambienti, soprattutto intellettuali, piú larghi di quelli ai quali naturalmente si erano sino allora rivolte, fu sí per la gravità del momento e il loro valore etico, ma anche per il «parallelismo» che inevitabilmente si venne a stabilire tra esse e il nuovo atteggiamento della Chiesa. Non è certo privo di significato che la piú nota e intellettualmente e moralmente piú alta di queste iniziative, il famoso scritto di Benedetto Croce «Perché non possiamo non dirci cristiani», apparso su «La critica» del 20 novembre 1942, in cui il filosofo definiva il cristianesimo «la piú grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuto» perché aveva operato «nel centro dell’anima, nella coscienza morale» e aveva affermato che «serbare e riaccendere e alimentare il sentimento cristiano è un nostro sempre ricorrente bisogno, oggi piú che non mai acuto e tormentoso, tra dolore e speranza»254, mentre raccolse ampi consensi tra laici e cattolici255 e tra un buon numero di fascisti moderati e fiancheggiatori, suscitò le ire tanto dei comunisti quanto di Mussolini256 e di varie specie di fascisti: degli intransigenti, come ovvio, ma anche di «Critica fascista»257 e di coloro che non erano insensibili al demone tentatore di una convergenza, a guerra finita, cattolico-comunista in chiave antiliberale, grazie alla quale la Chiesa avrebbe potuto riprendere vigore e il «vero» corporativismo finalmente trovare la sua realizzazione.

792–793

Giunti a questo punto dalla nostra ricostruzione, a scanso di fraintendimenti, è necessario essere molto chiari. È necessario comprendere perché, nonostante il notevole impulso impresso dal radiomessaggio natalizio pontificio all’attività del clero e delle varie organizzazioni ad esso collegate, l’atteggiamento dei cattolici sotto il profilo dello «spirito pubblico» si mantenne ancora per vari mesi, e tutto sommato sino al 25 luglio, tale, prima, da non essere considerato dagli organi di polizia sostanzialmente diverso da quello dei mesi precedenti e, poi, quando le sorti della guerra per l’Asse e per l’Italia in particolare si fecero sempre piú drammatiche, non certo l’aspetto piú grave della situazione.

Per comprendere come ciò sia potuto avvenire bisogna rendersi conto di una serie di aspetti caratteristici della realtà cattolica italiana e della politica vaticana.

Un primo aspetto, assai importante, è costituito dalla molteplicità di posizioni che caratterizzava il clero e soprattutto le organizzazioni cattoliche. Le notazioni a questo proposito piú giuste le ha fatte F. Traniello allorché, invece di fermarsi alla superficie, ha cercato di approfondire la realtà della situazione morale, culturale e psicologica colla quale il nuovo atteggiamento della Chiesa dovette fare i conti258:

793–794

La chiamata a raccolta del laicato intorno alle consolidate strutture dell’Azione cattolica non poteva sopperire al fatto che il mondo cattolico non era allora affatto attrezzato per esprimere una propria omogenea fisionomia politica. Facendo eco ai messaggi papali, i vescovi piú autorevoli delineavano a piú riprese un ordine postbellico in cui Dio e la sua legge fossero messi «alle basi e alle vette degli stati»; ma indeterminati restavano gli strumenti da utilizzare per il perseguimento di un obiettivo tanto ambizioso. Gli itinerari che il mondo cattolico tendeva a percorrere erano in massima parte di altra natura. L’assistenza spirituale e materiale a chi pagava le conseguenze del conflitto. L’impegno attivo nel campo della «moralità» pubblica. E ancora, la ricerca di un programma sociale che integrasse, sulla falsariga dei principi richiamati dal magistero pontificio, gli spunti di diversa portata e provenienza che il pensiero sociale cattolico veniva dibattendo al suo interno.

Da qui una incertezza e spesso addirittura una molteplicità di modi nell’intendere il vero significato, le prospettive di fondo del radiomessaggio non solo in quello che – schematizzando al massimo e non tenendo conto delle sue profonde differenziazioni interne – potremmo definire il «mondo cattolico», ma anche nelle stesse organizzazioni cattoliche. Lo dimostra il fatto che il 26 febbraio 1943 il presidente degli Uomini di Azione cattolica si vide costretto a sollecitare dalla commissione cardinalizia dalla quale dipendeva l’Azione cattolica stessa chiarimenti e direttive circa gli interrogativi e le «molteplici e contrastanti» interpretazioni suscitate dal radiomessaggio e in particolare sul suo significato politico259.

Il radiomessaggio – ha scritto a questo proposito il Casella260 – suscitò enorme interesse nel mondo cattolico. Come in altri ambienti, anche in seno all’AC il discorso di Pio XII provocò entusiasmo e iniziative, unitamente a interrogativi e richieste di chiarimenti. Accogliendo i ripetuti e pressanti inviti di mons. Colli e della Direzione generale, i rami e le sezioni dell’Associazione promossero, al centro e nelle diocesi, numerose iniziative di «acculturazione sociale».

Ma il radiomessaggio di Pio XII non suscitò soltanto iniziative di «acculturazione sociale»: provocò pure dubbi e interrogativi, sui quali da piú parti fu invocata una parola di chiarificazione, anche perché varie e contraddittorie erano le interpretazioni che del messaggio pontificio circolavano nella Chiesa Italiana. Che cosa aveva voluto dire esattamente il pontefice? Il messaggio era religioso o anche politico? E se era anche politico, quale doveva essere l’atteggiamento dell’AC in ordine alle realtà temporali? Doveva l’AC limitare il suo intervento al «sociale» (e fare quindi semplicemente opera di «acculturazione sociale») o doveva allargare i suoi interessi alla sfera piú propriamente politica e partitica? Quali erano i limiti del «sociale» e quali i confini tra il «sociale» e il «politico»? Qual era, esattamente, il pensiero del papa circa le forme di governo e i partiti? Si aprivano ai cattolici possibilità di collaborazione con il comunismo e con il socialismo?

794–795

Per spiegare questo complesso di interrogativi, dubbi e incertezze il Casella si è appellato a due ordini di motivi: l’estrema difficoltà di «tracciare una netta e precisa linea di demarcazione tra il “sociale” e il “politico”», «due realtà che non di rado si incrociavano e addirittura si sovrapponevano» e che, invece, il pontefice intendeva tenere distinte, e l’impossibilità per la Chiesa di prendere una posizione netta e precisa che inevitabilmente sarebbe apparsa al regime come un’azione volta al suo abbattimento261. A questi motivi riteniamo se ne debba aggiungere però un terzo, certo non meno importante. A rendere piú vivi dubbi ed incertezze contribuiva, a nostro avviso, una contraddizione di fondo assai forte, quella derivante dal fatto che larghi settori cattolici, anche qualificati, continuavano nonostante tutto ad essere condizionati da quell’atteggiamento fortemente lealista e patriottico che, sin dal giugno 1940, aveva – come già abbiamo detto – condizionato la loro posizione rispetto alla partecipazione dell’Italia alla guerra. Tipica in questo senso è la posizione che al momento dello sbarco alleato in Sicilia avrebbe assunto la grande stampa cattolica. Valgano da esempi gli editoriali che ad esso dedicarono l’11 luglio «L’avvenire d’Italia», «L’Italia» e il «Nuovo cittadino». Il direttore del primo dei tre quotidiani, R. Manzini, scrisse:

l’attacco al suolo della Patria è iniziato. Un’ora si scande sul quadrante della vita nazionale che non potrebbe essere piú stringente e impegnativa. La condizione essenziale di essa è la calma, la consapevolezza, il dominio cosciente di ogni energia. Forti e sereni. L’isola dei tre mari, Trinacria, il baluardo avanzato della penisola, la terra sacra al pensiero, al fervore vitale e a tipiche nostre tradizioni è avvolta nell’alone della lotta. Il pensiero di ogni italiano è là su quel litorale, in quelle liste scabre e assolate nell’imo fecondo che si affaccia al mare allucinante e corrusco. Questa nuova asperrima ora non stupisce e non disorienta. La terra oggi strenuamente difesa fu come plasmata dalle piú avverse odissee. Piú e piú volte la solcarono forze eterogenee e cozzanti e vi si rimescolarono i piú aspri destini. Nel crogiolo della storia avversa o fortunosa rifulsero intatte l’orma e la tempra di una gente univoca e salda...

Intanto la Patria è protesa verso i suoi combattenti.

La morte sfiora, con ampiezza di minaccia, la terra piú calda e una gente che è fra le piú vive della penisola. La loro saldezza è obbedienza all’imperativo nazionale; il loro sacrificio titolo ad un piú alto amore civile.

Oggi – avrebbe scritto a sua volta «L’Italia» – non ci può essere che un unico dovere: fare un blocco solo di animi tesi verso il supremo sforzo di impedire l’onta di una dominazione nemica.

Dobbiamo avere fiducia nell’esercito e nei suoi capi. Sangue del nostro sangue, la giovinezza d’Italia che sulle spiaggie sicule oppone alla strapotenza nemica una barriera di cuori indomiti e decisi, saprà fare il suo dovere perché la spinge e la sostiene la nostra stessa ansia, il nostro stesso amore per la terra natale.

Dobbiamo avere fiducia in Dio e nel suo aiuto. Oggi noi facciamo una guerra che non ha altro obiettivo all’infuori di quello della difesa del nostro suolo, del nostro pane, del nostro patrimonio culturale. La giustizia è oggi – evidentemente – dalla nostra parte: essa merita ogni aiuto e noi imploriamo umilmente e ardentemente dal Signore degli eserciti nella certezza di essere esauditi.

L’ora attuale ha quindi per ogni italiano un sacro dovere; conservare la calma e la serenità, nutrire fiducia in Dio e nell’esercito, dare alla Patria tutte le proprie possibilità fisiche e spirituali. È questo il clima morale delle grandi ore della storia, quelle che non ricorrono invano nella vita di un grande popolo. L’Italia vive oggi la sua grande ora ed ai suoi figli chiede di mostrarsi degna del suo fulgido passato di gloria e di grandezza.

Né diversi sarebbero stati i concetti e gli incitamenti del «Nuovo cittadino»:

795–796

Il cuore degli italiani si protende verso le coste siciliane e batte in un unico palpito coi generosi combattenti che si battono con tenacia per difendere il territorio nazionale dall’attacco del nemico. L’ora della prova è venuta, la nostra Isola piú grande è diventata zona di operazioni.

Ma il cuore degli italiani non trema: vibra laggiú con piú salda fermezza. Partecipa alla lotta nell’irremovibile decisione. Se già sanguinava per l’offesa contro le storiche testimonianze della sua storia, della sua civiltà, della sua fede, tanto piú ora si sente ferito, che il piede del nemico calca la nostra terra.

Ma gli italiani temprati da secoli d’amarezze e di incertezze hanno la calma e la fermezza che l’ora esige. Mobilitate le armi, mobilitati gli spiriti. Alla fierezza e all’eroismo dei combattenti s’accomunerà la volontà decisa di tutto il popolo di difendere la propria terra. Ognuno ha il suo compito in questa dura partita, che vede in posta le sorti del paese. La severità della vita del fronte interno dovrà essere piú intima e piú profonda. E le anime migliori – che da quando l’Italia è in armi ne affidarono con slancio e con dignità le sorti al Dio che predilesse la terra nostra – oggi piú che mai, con tutto il popolo nostro, invocheranno dal Signore degli eserciti quella protezione che coronerà lo slancio, l’ardimento, l’eroismo dei nostri combattenti di terra, di cielo e di mare.

Iddio protegga e salvi l’Italia.

Né, in fine, si può assolutamente sottovalutare un altro motivo ancora e cioè che neppure la Santa Sede, neppure Pio XII sapevano bene come muoversi. Non avevano idee chiare su quale sarebbe stata la migliore organizzazione politica dei cattolici, tant’è che tra questi (tra i quali non mancava neppure chi avrebbe voluto fosse lasciata loro la libertà di aderire anche a partiti non cattolici, purché non pregiudizialmente ateistici) e in Vaticano vi era chi pensava ad un solo partito cattolico e chi invece avrebbe preferito una molteplicità di formazioni politiche e il pontefice era preoccupato soprattutto di evitare che l’Azione cattolica potesse essere trascinata «nel vortice dei partiti politici» e negli «angusti confini delle fazioni»262. E non avevano idee chiare neppure su come muoversi rispetto agli sviluppi del conflitto. E questo sia per quel che riguardava l’Italia e l’evoluzione della sua situazione interna, sia in generale. Ché – come emerge dagli studi di padre Graham263 – l’aspirazione piú viva del papa era che il conflitto si includesse al piú presto, con una pace il piú possibile giusta, cosí da rendere piú difficile l’innesco di nuovi odii che l’avrebbero resa precaria, e che lasciasse il minore spazio possibile al dilagare dell’egemonia sovietica e del comunismo. Il che, detto in altre parole, equivale a dire che Pio XII, anche dopo quanto cosí esplicitamente comunicatogli da Taylor, continuava a pensare ad una pace negoziata (che sarebbe divenuta certo anche piú difficile se nel frattempo il principio della resa incondizionata avesse trovato attuazione nei confronti dell’Italia) alla quale la Santa Sede potesse contribuire esercitando un ruolo di mediazione. Ma una pace negoziata comportava da parte della Santa Sede un atteggiamento formalmente imparziale rispetto ai due blocchi in lotta o, almeno, rispetto agli anglo-americani e ai tedeschi. Una cosa certo non facile da realizzare concretamente e che, rispetto ai tedeschi, sarebbe divenuta difficilissima, per non dire impossibile, se la Santa Sede si fosse esposta «negativamente» con un atteggiamento ostile a Mussolini o, peggio, apparendo tra coloro che avevano contribuito alla rottura dell’Asse e all’uscita dell’Italia dal conflitto.

796–797

Questo complesso di motivi spiega perché il crescente pacifismo popolare a sfondo cattolico, il sempre piú accentuato distacco psicologico e morale dal regime e la rivitalizzazione delle organizzazioni cattoliche si traducessero sostanzialmente in una sorta di attendismo politico che si manifestò innanzi tutto col ritardo con cui i cattolici – nonostante la forte e ramificata organizzazione dell’Azione cattolica e l’appoggio del clero264 – si costituirono in una vera e propria organizzazione politica e, sino alla caduta del regime, si mossero con grande cautela sul terreno clandestino e, salvo quelli di origine popolare, su quello dei rapporti con gli altri partiti clandestini; ma che, a ben vedere, si manifestò anche in altri due modi: per quel che riguardava i gruppi non legati alla tradizione e all’esperienza popolare, soprattutto attraverso l’affermarsi di una forte tendenza che potremmo definire di tipo «integralista» e «progettualista»265, piuttosto che propriamente politica; e per quelli piú intellettuali (e talvolta con forti punte populistiche), che si erano messi sul terreno antifascista già da qualche anno – in qualche caso già prima dell’inizio della seconda guerra mondiale – e avevano subito l’influenza comunista, attraverso la scelta dell’«autonomia» e della costituzione (o del potenziamento) di proprie organizzazioni politiche a sinistra (e spesso in alternativa) di quelle che, sia pure con difficoltà e ritardi, si stavano dando i cattolici organizzati266.

797–798

Nel settembre 1942 Myron Taylor chiese al conte Dalla Torre notizie sui partiti antifascisti e sulle prospettive che si sarebbero potute dischiudere per la politica italiana dopo la fine della guerra. Per soddisfare la richiesta De Gasperi scrisse un breve memorandum nella prima parte del quale si legge267:

L’opposizione antifascista è costituita da quattro gruppi:

  • I. Uomini politici (ex ministri, membri del Parlamento, senatori):
  • a) Liberali;
  • b) Popolari (democratici cristiani);
  • c) Social-riformisti (come Bonomi, già presidente del Consiglio dei ministri);
  • d) Socialisti.
  • II. Generali, come Badoglio, Caviglia.
  • III. Scrittori, professori, membri dell’aristocrazia liberale o cattolica, come il principe Doria Panfili; il duca T. Gallarati Scotti, il conte Visconti Venosta, il conte Jacini Stefano, il conte Casati, Alberto Albertini, B. Croce, De Ruggiero, Calogero, Parri, Calamandrei, Carnelutti, Salvatorelli, Brecchi, Galletti, La Pira. Alcuni di questi sono in prigione, come Calogero e Parri.
  • IV. Comunisti. È molto difficile valutare le forze reali del partito comunista; i suoi capi e organizzatori sono al confine sull’isola di Ventotene, vicino a Ponza (popolazione, circa 2000 abitanti), da dove si tengono segretamente in contatto con i loro partigiani. Molte infiltrazioni si osservano nelle officine belliche.

Come si vede, solo per i comunisti De Gasperi parlava esplicitamente di partito; negli altri casi faceva riferimento a persone anziché a partiti veri e propri. Dato il realismo e lo scrupolo intellettuale di De Gasperi, la cosa non può meravigliare: parlare nel settembre 1942 di partiti antifascisti sarebbe stato, salvo rispetto ai comunisti, sostanzialmente arbitrario. Essi infatti o non esistevano ancora, ché tali non possono certo essere considerati piccoli gruppi, presenti qua e là nel paese – spesso, lo si è già detto, neppure collegati tra loro e tanto meno con ciò che rimaneva delle vecchie organizzazioni all’estero268 – di ex esponenti, pressoché tutti di secondo e di terzo piano, e di ex militanti dei vecchi partiti antifascisti e di intellettuali, anche di valore, ma che – come annotava Calamandrei nel suo diario269 – è difficile considerare in genere altro che «brava gente che si ritrova con gusto e quasi con tenerezza per dir male del fascismo e per far pettegolezzi letterari». O, se esistevano, erano ancora in uno stadio del tutto embrionale, di prima organizzazione, divisi talora da irrisolti contrasti interni sulla propria caratterizzazione e l’un contro l’altro armati su questioni di fondo, quali l’atteggiamento da assumere rispetto alla monarchia, e in subordine a Vittorio Emanuele III, ai rapporti con i comunisti e al cattolicesimo in quanto religione dello Stato270.

799–800

Il Partito socialista fu formalmente ricostituito (segretario G. Romita, vicesegretario O. Lizzadri) il 20 settembre 1942 dopo una serie di contatti nei mesi precedenti tra alcuni gruppi di vecchi socialisti da anni «in sonno» di Torino, Milano, Bologna e soprattutto Roma. Nei mesi successivi collegamenti furono stabiliti in altre località; l’effettiva ricostituzione del partito ebbe però praticamente inizio solo dopo il 25 luglio e dopo il ritorno in libertà di Buozzi, Morandi, Nenni, Pertini. L’accordo tra i vari gruppi risultò infatti tutt’altro che facile e in alcuni casi addirittura impossibile: alle tradizionali incomprensioni e diffidenze se ne aggiunsero subito di nuove, soprattutto con gli elementi piú legati all’esperienza fatta a suo tempo dal Centro interno morandiano e con quelli provenienti dal fascismo giovanile e di sinistra che nutrivano una profonda diffidenza nei confronti del socialismo prefascista. Da qui la nascita nel gennaio 1943 del Movimento di unità proletaria per l’edificazione socialista, promossa da L. Basso e la costituzione dei giovani ex fascisti romani in un’autonoma formazione, l’Unione proletaria italiana271.

Non molto diversa era la situazione della Democrazia cristiana. Alla caduta del fascismo anch’essa, come partito, esisteva pressoché solo sulla carta. Nonostante che le prime riunioni «politiche» dei vari gruppi esistenti in campo cattolico avessero preceduto di un anno quelle tra i socialisti, il primo incontro tra gli esponenti dei gruppi piú importanti, quello milanese ad ispirazione prevalentemente neo guelfa e quello romano degli ex popolari vicini a De Gasperi, aveva avuto luogo solo nell’estate del 1942. Dopo di esso e dopo che in ottobre era stata finalmente prospettata l’esigenza di dar vita ad un autonomo movimento politico cattolico (e su quale denominazione dargli non erano mancate le incertezze e le polemiche) si era però preferito, invece che concretizzare quest’esigenza, dedicarsi all’elaborazione di quelle che sarebbero state le Idee ricostruttive della Democrazia cristiana e, terminato nell’aprile 1943 questo lavoro, a farle circolare nella periferia cattolica272.

In campo liberaldemocratico le cose erano procedute un po’ piú rapidamente, come testimonia anche il fatto che, a parte quelli comunisti, i primi giornali clandestini di partito a vedere la luce furono il liberale «Ricostruzione» e l’azionista «Italia libera». I risultati complessivi, operativi, non erano stati però molto migliori. Il campo liberaldemocratico poteva contare su alcuni nomi dei piú prestigiosi del vecchio antifascismo «amendoliano» e di quello giellista, e rosselliano in particolare, su un gruppo di «giovani liberali» che avrebbero avuto parte notevole nelle vicende politiche post 25 luglio, su numerosi intellettuali di formazione crociana o gentiliana, su alcuni esponenti del mondo economico e finanziario, nonché su alcune piú significative figure nelle quali si perpetuava ancora la tradizione cattolico liberale lombarda. Tutti uomini che, sia pure in diverse forme e misure, avevano vissuto gli anni del regime nello spirito dell’«etica del rifiuto» non venendo a compromessi con esso e ad alcuni dei quali si doveva se un certo numero di giovani aveva potuto nelle scuole medie superiori e soprattutto nelle università attingere ad una cultura, ad una concezione morale e della vita, che non fosse quella fascista e neppure quella cattolica. Chi su questo campo aveva esercitato per quasi vent’anni la maggiore e piú decisiva influenza era stato Croce, attraverso le sue opere, con «La critica» (l’unica voce non clandestina di opposizione sempre presente lungo tutto l’arco del regime), con l’esempio del suo atteggiamento, con i suoi rapporti personali, attraverso il gruppo di intellettuali, maggiori e minori, spesso locali, che si era raccolto attorno a lui o ne aveva fatto il proprio punto di riferimento.

800–801

Con la guerra e soprattutto dopo che questa si era allargata all’Urss e agli Usa il campo liberaldemocratico si era dilatato e al suo interno si era cercato, all’inizio senza risultati di rilievo273, di avviare qualche sorta di collegamento tra alcuni suoi gruppi; ma aveva anche cominciato a mostrare alcune crepe, che, via via che la condizione dell’Italia diventava piú drammatica e la fine del regime si avvicinava, si erano fatte piú profonde, sino a minarne l’unità e la compattezza e a mettere in discussione presso una parte di esso la primazia di Croce, e persino ad accusarlo di favorire, con il suo realismo e con la sua avversione per le astrazioni moralistiche e i programmi palingenetici, l’«indifferentismo politico» e addirittura il «collaborazionismo»274.

A determinare ciò concorsero molti motivi sui quali non è possibile in questa sede dilungarsi. Ingenue illusioni circa l’atteggiamento che gli anglo-americani avrebbero «certamente» assunto, coerentemente ai principî e agli ideali della lotta al nazifascismo, verso «l’altra Italia», quella democratica e antifascista; smania di azione spinta in qualche caso sin alla piú irresponsabile spregiudicatezza (ai primi del 1943 ci sarebbe stato chi avrebbe caldeggiato un accordo con la mafia affinché questa desse fuoco in Sicilia al prossimo raccolto di grano); riaffiorare di vecchie, ma mai completamente sopite, divisioni e concorrenze politiche, consapevolmente o inconsapevolmente riproposte talvolta in chiave moralistica; ma soprattutto il prender corpo e il radicalizzarsi di diverse ipotesi su come affrontare il futuro e sui caratteri della futura democrazia italiana. Alcune tra queste crepe trovarono alla fine composizione con reciproci sacrifici e compromessi (tipici quelli tra giellisti, liberalsocialisti ed ex amendoliani dai quali nacque nel giugno-luglio 1942 il Partito d’azione) che però si sarebbero dimostrati negli anni immediatamente successivi alla fine del conflitto non in grado di durare, col risultato, per un verso, di un ridimensionamento drastico del ruolo della «terza forza», sulla quale tante speranze ed energie si erano inizialmente appuntate, e, per un altro verso, di lasciare pressoché campo libero alla Dc e al Pci, contrapposti e in dura lotta tra loro, ma, al tempo stesso, l’un l’altro necessari per presentare agli occhi del paese la loro funzione e la loro egemonia – quale forza di potere i primi e di opposizione i secondi – come senza possibili alternative. Altre crepe giunsero invece subito sino alla rottura. In particolare quella dalla quale nacque il Partito d’azione e rinacque il Partito liberale, e si consumò il divorzio politico tra Croce e coloro che aderirono al primo, considerato dal filosofo pericoloso per il suo programma, sia perché, soprattutto in quel momento, il primo posto doveva essere assegnato alla «questione della libertà» e alla realizzazione della piú vasta unità possibile di tutte le energie «liberali», mentre era da prevedere «che un programma di questa sorta finirà col suscitare scontento e ribellione, e indebolirà l’azione per la libertà», sia, piú in genere, perché «dire che la libertà deve essere in funzione di una riforma economica, è ripiombare nel materialismo storico e dare ragione al comunismo marxistico che fa dipendere la morale e la politica dall’economia e vilipende la libertà come un prodotto della “borghesia” e del “capitalismo”»275. Da qui l’articolarsi nel corso del 1942 del campo liberaldemocratico in ben tre formazioni politiche: liberali, azionisti, demolaburisti, alle quali si aggiungevano i repubblicani, arroccati sulle loro tradizionali posizioni ideologico-politiche e che rimasero estranei a questo travaglio276.

801–802

L’unico partito già esistente alla fine del 1942 era in realtà quello comunista277. La sua presenza effettiva era però assai scarsa, tanto è vero che G. Amendola, trattando della riorganizzazione in quei mesi dei partiti antifascisti, ha scritto che, rispetto ad essi, quello comunista si trovava solo «qualche passo piú avanti, ma non molti»278.

802–803

Sino all’attacco tedesco all’Unione Sovietica il Partito comunista non era praticamente esistente. Pochi sparuti gruppi di militanti, anch’essi molto spesso non collegati tra loro; senza collegamenti tanto con la centrale moscovita quanto con ciò che sopravviveva del vecchio Ufficio estero prima in Francia, poi in Jugoslavia; e – ultimo (ma non certo per importanza) aspetto della realtà comunista di quegli anni – disorientati e inaspriti al tempo stesso dall’inatteso colpo di scena del patto tedesco-sovietico, dalle reazioni negative che esso aveva suscitato in una parte dei militanti e dei simpatizzanti e dalle notizie che filtravano dalle case di pena e dai luoghi di confino a proposito di prese di posizione contrarie persino da parte di vecchi e autorevoli dirigenti. E quel che piú conta isolati nel paese.

Il fatto piú importante, – si legge a questo proposito in una relazione presentata nel 1941 dalla rappresentanza italiana presso l’Internazionale279, – è che questi gruppi sono isolati dalle masse poiché non hanno seguito i mutamenti verificatisi nel paese e, in generale, sono divisi dalle masse influenzate e organizzate dal fascismo. Si può aggiungere, in particolar modo, che non hanno alcun contatto con la gioventú.

L’attacco tedesco all’Urss aveva costituito per i comunisti un fatto importante, sia sotto il profilo di una «chiarificazione» della situazione politica e, talvolta, della loro personale posizione e di un impegno di lotta piú deciso e consapevole, sia sotto quello di una minor difficoltà nel cercare di riannodare vecchi contatti e stabilirne di nuovi.

La chiarificazione dell’atteggiamento dell’Urss, – aveva subito osservato Senise in una circolare inviata ai prefetti, questori e ispettori Ovra280, – non solo ha tolto di per se stessa da ogni incertezza tutti i comunisti, tanto dichiarati quanto per tendenza, ma ha reso indubbio che i dirigenti del partito hanno ripreso la loro attività organizzativa ed anche, si noti, cospirativa, sembrando che si siano verificate ora, se non tutte almeno in parte, quelle condizioni per le quali si era sempre riservato di passare dalla propaganda all’azione.

803–804

Fu infatti dopo il 22 giugno 1941 che U. Massola venne inviato – in agosto – in Italia con il compito di ricostituire il «centro interno» del partito e riannodare le fila dell’organizzazione; ciò che rimaneva dell’apparato illegale rimasto a Parigi fu spostato nella Francia meridionale, cosí da facilitare i contatti con gli altri esuli antifascisti che si trovavano soprattutto in quella regione (con i quali furono avviati contatti per «una leale alleanza di lotta» tra «tutte le forze politiche disposte a battersi per il governo del popolo», secondo quanto affermato sin dal 23 giugno in un appello diffuso da Mosca, contatti che si sarebbero concretizzati in autunno nell’«appello di Tolosa» sottoscritto con i socialisti e i giellisti) e rendere piú facili i collegamenti con l’Italia; alcuni gruppi di giovani intellettuali che si richiamavano piú o meno genericamente al comunismo e che sino allora si erano limitati essenzialmente allo studio del marxismo, presero contatto con operai comunisti e, tramite loro, con il partito; e, piú in generale, si avviò una nuova fase di attività da parte sia dei pochi militanti che costituivano ciò che rimaneva del vecchio tessuto organizzativo in Italia, sia di vecchi e nuovi simpatizzanti che, sull’onda dello scontro tra l’Asse e l’Urss, si riavvicinarono o si avvicinarono per la prima volta al partito281. L’avvio di questa nuova fase fu però lento e i risultati conseguiti minori di quanto spesso asserito. In pratica, nonostante l’impegno personale e lo spirito di sacrificio dei comunisti, un effettivo cambiamento della situazione cominciò a delinearsi solo con la seconda metà del 1942, dopo le sconfitte dell’Asse in Africa, il fallimento dell’offensiva tedesca su Stalingrado, i bombardamenti sulle città italiane e l’ulteriore deterioramento delle condizioni di vita interna, e prese corpo solo nei primi mesi del 1943, quando, tra l’altro, il «centro interno» cominciò a funzionare effettivamente282. E, comunque, non si deve credere che tutto ciò portasse, tanto sul terreno del proselitismo quanto su quello organizzativo, a risultati tali da incidere veramente sulla realtà del paese. Sotto questo profilo infatti il primo vero salto di qualità (in senso metaforico, ma anche letterale, ché a gettare le basi del «nuovo» partito comunista fu la liberazione, dopo la caduta del regime, di quella che Amendola ha definito «la riserva comunista» e cioè dei comunisti sino allora in carcere o al confino, tra i quali erano molti dirigenti e quadri di provata fede ed esperienza) si verificò nei quarantacinque giorni del governo Badoglio.

804–806

Pur avendo allargato la sua base organizzativa (soprattutto in Piemonte, Lombardia ed Emilia) il partito comunista,

nella primavera del 1943, poteva disporre di collegamenti sicuri soltanto con alcune città e regioni; restava fuori dalla rete dei collegamenti mantenuti dal Centro interno tutto il Mezzogiorno, tranne qualche rado contatto con Napoli e la Sicilia, e gran parte dell’Italia centrale. La prova della debolezza organizzativa è fornita dal fatto che dopo gli arresti di aprile a Milano, il Centro non poté disporre, per stampare «l’Unità», che di primitivi mezzi di fortuna trovati a stento in Emilia283.

E nelle zone di maggiore presenza, questa era assai scarsa persino tra gli operai di fabbrica. Secondo i dati piú attendibili, a Torino i militanti alla Fiat Mirafiori erano 80 (su 21 000 lavoratori), alla Lancia una trentina, alla Viberti una sessantina, all’Aeronautica 72284. Sempre secondo i dati e le stime piú attendibili, alla vigilia del 25 luglio il partito contava «qualche migliaio», assai probabilmente non piú di 4-5000, di militanti attivi ed effettivamente collegati ad esso ai quali si deve aggiungere un certo numero di gruppi, in parte di «orientamento politico incerto» (fu da essi che nacquero movimenti quali Stella Rossa, Scintilla, Bandiera Rossa e altri di orientamento trotzkista o bordighista), in parte spontanei o formatisi – soprattutto nel 1942-43 – attorno a vecchi comunisti usciti dal carcere o dal confino o tornati all’attività clandestina dopo anni passati «in sonno» e non collegati con il partito. Tra collegati e no, in tutto una decina di migliaia di «comunisti»285, dei quali un buon numero venne però individuato e arrestato dalle forze di polizia286 che nei loro rapporti e nelle loro periodiche relazioni dei primi mesi del 1942 segnalavano con crescente frequenza una «risvegliata vitalità» antifascista e comunista in particolare (spesso il secondo termine era adoperato per indicare genericamente ogni specie di «sovversivi»). Insomma, anche se piú numerosi, piú organizzati e, in genere, piú preparati all’attività clandestina degli altri antifascisti, i risultati che i comunisti riuscirono a conseguire anche dopo l’autunno-inverno 1942 furono complessivamente modesti, specialmente laddove ci si potrebbe attendere dovessero essere maggiori. Mentre «l’Unità», la stampa clandestina e le parole d’ordine diffuse dai comunisti invitavano i soldati alla diserzione e alla ribellione, esortavano il proletariato all’ostruzionismo e a compiere atti di sabotaggio e persino a passare all’azione armata (e in qualche caso si cercava, senza molto successo, di procurarsi armi ed esplosivi)287, l’attività «di massa» del partito si riduceva in buona parte alla propaganda e in particolare alla diffusione di manifestini e a fare scritte murali contro Mussolini e il regime288. Un’attività non molto diversa da quella che svolgevano i vari gruppi spontanei tanto «comunisti» (che, col moltiplicarsi dei successi sovietici, si giovavano del «diffondersi di una notevole ammirazione per la Russia»289) quanto genericamente antifascisti presenti in molte località e che – dato lo stato ancora embrionale della ricostituzione dei partiti290 e lo scarso mordente della stessa attività comunista – costituirono dalla seconda metà del 1942 in poi, certo sino al marzo-aprile 1943, ma in pratica sino al 25 luglio, il piú importante fenomeno della situazione interna per quel che concerne l’opposizione al regime.

806–807

Su questo fenomeno ha richiamato l’attenzione lo Spriano, dandone però una caratterizzazione troppo ampia e generica, insufficiente a renderne compiutamente la peculiarità e il significato rispetto alla situazione del 1942-43291:

Il fenomeno che presenta caratteri originali è dato dal sorgere, tra il 1941 e il 1943, di un’opposizione spontanea che, nella carenza di una rete diffusa di organizzazione dei partiti, tende a costituire essa una prima trama di resistenza, tra gli operai, tra gli studenti, tra gli intellettuali, nelle campagne anche. A un’investigazione condotta con l’ausilio delle fonti d’archivio il fenomeno si presenta molto diffuso. Si è con ragione parlato di un pullulare di questi gruppi che si richiamano al socialismo, al comunismo, alla libertà, all’una e agli altri insieme.

Troppo ampia e generica perché tra i gruppi presenti tra il 1941 e la fine del 1942 e quelli sorti negli ultimi mesi del 1942 e agli inizi del 1943 si deve fare una distinzione che tenga conto del diverso momento in cui si vennero a collocare, e, dunque, delle diverse prospettive del loro antifascismo, della diversa estrazione sociale di molti gruppi costituitisi negli ultimi mesi del regime rispetto a quella dei precedenti e della diversa esperienza politico-culturale che, pure, li caratterizzò. Insufficiente perché non affronta il problema delle ragioni di fondo dello spontaneismo che fu sí alla base tanto dei gruppi attivi nel 1940-42 quanto di quelli sorti nella seconda metà del 1942 e nei primi mesi del 1943, ma che può essere compreso solo avendo chiaro il suo nesso con l’evoluzione della situazione interna dalla quale dipesero in larga misura il costituirsi dei gruppi stessi, il loro carattere e il tipo del loro antifascismo.

807–808

Lo «spontaneismo» dei primi anni della guerra era stato essenzialmente conseguenza della pressoché completa assenza di organizzazioni antifasciste alle quali far riferimento e della difficoltà (e, sino all’attacco all’Urss, talvolta del rifiuto) ad entrare in contatto con le poche comuniste esistenti. In questo primo periodo la maggioranza dei gruppi si era costituita attorno ad ex militanti della sinistra e aveva raccolto soprattutto elementi di estrazione popolare292. La loro attività era stata quantitativamente e qualitativamente modesta; quasi mai tale da far breccia negli ambienti circostanti. Lo provano il fatto che non avevano destato eccessiva preoccupazione negli organi di polizia e il numero tutto sommato ridotto degli arresti, rinvii a giudizio e condanne nei primi due anni di guerra293. Sicché non si esagera dicendo che pressoché tutti i gruppi spontanei sorti in questo periodo costituirono un fenomeno sostanzialmente marginale, da vedere piú nell’ottica dello «spirito pubblico» che come manifestazione di una concreta azione di lotta clandestina contro il regime fascista; un fenomeno non in grado di incidere sulla situazione interna neppure a livello popolare, dove pure in genere questi gruppi cercarono di agire. E questo non solo per la loro intrinseca debolezza e la solerte vigilanza dell’apparato poliziesco, ma anche per l’indifferenza e addirittura l’ostilità che molto spesso li circondavano, la diffidenza e la riottosità delle masse, anche operaie (si ricordi quanto asserito a questo proposito nella relazione sulla «situazione economica e politico-sociale dell’Italia» redatta nel 1941 dalla rappresentanza italiana presso l’internazionale comunista) a raccogliere i loro incitamenti e a dare loro credito294 e, piú in generale, per la diffusa convinzione, non solo tra i ceti borghesi, ma anche tra quelli popolari, che alla fine il successo sarebbe arriso all’Asse. Il piú esplicito nel riconoscere ciò e, dunque, nel distinguere implicitamente il problema dello «spirito pubblico» e delle sue oscillazioni nel tempo da quello dell’antifascismo almeno sino alla seconda metà del 1942 è stato Giorgio Amendola.

808–809

Al discredito del fascismo, – egli ha scritto295, – alla diminuzione crescente del prestigio di Mussolini, al disagio per le sofferenze imposte dalla guerra, ai bombardamenti, al disgusto per i fenomeni vistosi di imboscamento e di mercato nero non si accompagnava, tuttavia, l’organizzazione di un movimento di lotta antifascista. È che pesava su tutti la prospettiva della vittoria della Germania nazista, che sembrava, ai piú, certissima nel 1940, ed ancora nel 1941 e nella prima metà del 1942.

Il fatto che la guerra si sia conclusa con la vittoria della coalizione antifascista ha disperso il ricordo di quelli che sembravano essere ancora, nel 1942, dopo le grandi avanzate tedesche sul fronte meridionale sovietico, fino al Caucaso, e dopo la mancata realizzazione del secondo fronte, le possibilità di una vittoria hitleriana. Nell’estate del 1942 il Giappone allargava la sua occupazione in Indonesia, nelle isole del Pacifico. In Africa settentrionale Rommel aveva guidato le forze tedesco-italiane fino a El Alamein. Certo per i piú avvertiti, il mancato sbarco tedesco in Inghilterra nell’estate 1940, la difesa vittoriosa di Mosca nell’autunno 1941, l’entrata in guerra degli Stati Uniti nel dicembre 1941, erano fatti che aiutavano a comprendere come le sorti della guerra potessero essere diverse da quelle indicate dalla propaganda ufficiale. Ma quanti erano in grado di scorgere, nel fondo della notte, i primi segni che annunciavano l’alba di un giorno nuovo?

Questa situazione cominciò a mutare solo con la seconda metà del 1942 e con essa alcuni caratteri dei gruppi clandestini antifascisti. Prima di vedere in cosa consistesse il mutamento è opportuno accennare però ad una questione particolare che può contribuire a chiarire meglio i caratteri e l’andamento dello «spirito pubblico» e dell’antifascismo nei primi tre anni della guerra.

809–811

Nell’ottobre-novembre 1939 il Foreign Office, il ministero dell’Informazione e quello della Guerra inglesi avevano studiato i tipi di azione e la propaganda piú adatti a «sviluppare la benevolenza delle personalità responsabili per il controllo della stampa» e dell’opinione pubblica italiana296. Tra settembre e dicembre dell’anno successivo il problema era stato riesaminato a fondo297: scesa l’Italia in guerra, esso assumeva infatti connotati del tutto nuovi e, soprattutto, non limitati al solo momento propagandistico, che – come si è detto – venne in gran parte demandato alla BBC e in particolare alle emissioni di Radio Londra298. Per il resto, considerando l’Italia l’anello debole dell’Asse da «eliminare dalla guerra al piú presto possibile», gli inglesi avevano deciso di intensificare al massimo le «pressioni» militari ed economiche contro di essa, di ricorrere ad ogni «stratagemma propagandistico» e «attività di sovversione» che potesse «distaccare il popolo, le forze armate e le colonie italiane dalla Germania e rovesciare il governo fascista chiamando a raccolta tutte le forze antitedesche sotto la guida del principe di Piemonte o del duca d’Aosta»299 e, piú in generale, di preparare il terreno – cosí come in tutti i paesi occupati dai tedeschi – per una sollevazione popolare coordinata con le operazioni militari alleate, ricorrendo a questo scopo anche ad atti di sabotaggio contro industrie e vie di comunicazione300 che avrebbero dovuto provocare «divisione politica, scontento, disorganizzazione economica» e interrompere l’afflusso dei rifornimenti (soprattutto quelli di carbone) dalla Germania301 e creare – come si legge in un documento del giugno 1941 preparato per gli Stati maggiori riuniti302 – «l’anarchia dell’Irlanda nel 1920 e della Palestina nel 1936».

811–813

Queste direttive rimasero sostanzialmente in vigore sino alla fine del 1942 e ai primi del 1943, allorché Londra, definita meglio la propria linea di comportamento politico verso l’Italia, cercò di stabilire piú attivi contatti con alcuni piccoli gruppi di antifascisti (in genere giellisti o della «sinistra liberale», ma anche socialisti) e soprattutto con il movimento di resistenza sloveno nella Venezia Giulia, ai quali forní anche un certo quantitativo di esplosivi e di materiale incendiario. Nel complesso gli inglesi dovettero però presto constatare l’assenza di un’efficace opposizione organizzata su cui far leva e di un vero leader da contrapporre a Mussolini. I primi contatti con gli antifascisti si dimostrarono assai piú difficili del previsto. Come è detto in una relazione a carattere riassuntivo dell’ultimo comandante del Soe in Italia, «nel paese gli elementi di opposizione comprendevano che il momento non era ancora giunto per affrontare rischi all’aperto» e quanto a quelli che si trovavano in paesi neutrali o erano caduti prigionieri in Africa, o erano troppo assorbiti dalle loro manovre e beghe politiche o non erano propensi «a rischiare di ritornare nel loro paese in qualità di agenti britannici per condurre una vita clandestina nelle città infestate dalla polizia». La rete clandestina inglese di informatori e sabotatori operante in Italia e in particolare nelle regioni meridionali dovette cosí avvalersi essenzialmente di agenti prezzolati303 o di britannici sbarcati da sommergibili o paracadutati, che riuscirono a compiere varie missioni di sabotaggio304, ma conseguirono risultati notevolmente minori di quelli che a Londra a lungo si credette, perché il Sim – specialmente dopo che, nel 1941, catturò un agente inglese e lo indusse a passare, in cambio della vita, al proprio servizio – poté mettere le mani su piú di settanta altri agenti e intercettare gran parte degli invii di esplosivi fatti quasi settimanalmente dagli inglesi305. Né risultati migliori dettero la penetrazione negli ambienti militari, specialmente di quelli dell’Esercito e dell’Aeronautica (non entriamo per il momento nella vexata questio di quella negli ambienti della Marina)306 e quella piú propriamente politica volta ad incoraggiare e suscitare nel paese l’opposizione al regime. In questo campo le trasmissioni di Radio Londra furono l’unico strumento efficace, ma non decisivo, dato che, se contribuirono non poco alla delegittimazione del regime e dello stesso Mussolini, al crescere della sfiducia nella vittoria e dell’ostilità verso i tedeschi e, dunque, del desiderio di pace, riuscirono però solo in pochissimi casi a far sí che questi sentimenti si traducessero in un impegno di lotta. Questo per quel che concerne gli inglesi; quanto agli americani, anch’essi, col 1942, conseguirono risultati ugualmente modesti, con la sola eccezione della Sicilia dove poterono giovarsi dell’appoggio della mafia e di alcuni gruppi separatisti307, alcuni, a orientamento di sinistra, esistenti e attivi all’estero già prima dello scoppio della guerra308, i piú costituitisi o ricostituitisi nell’isola negli anni della guerra309, grazie quasi sempre all’aiuto della mafia310 che, in attesa di ritessere compiutamente le proprie fila, in parte sconquassate dal fascismo, e di poter valutare meglio la situazione che si sarebbe creata con la sconfitta dell’Italia, si serví del separatismo come copertura ideologico-politica.

815–816

Sotto lo specifico profilo della politicizzazione in senso antifascista dello «spirito pubblico» – che è la questione che qui ci interessa mettere a fuoco –, di tutte le iniziative attuate dagli Alleati solo le trasmissioni di Radio Londra ebbero un’effettiva, anche se – lo ripetiamo – non decisiva, incidenza, soprattutto dalla fine del 1940 e ancor piú dopo che, con la fine del 1942, la condizione psicologica del paese subí il definitivo tracollo. Un tracollo che però, come abbiamo detto, non si tradusse ancora nella grande maggioranza dei casi in un impegno di lotta antifascista, ma piuttosto in una sorta di attesa di qualche cosa che, non si sapeva come e per iniziativa di chi, avrebbe dovuto sbloccare la situazione.

È a questo particolare stato d’attesa delle masse che ci si deve rifare per comprendere le differenze tra lo «spontaneismo» dei gruppi antifascisti preesistenti e di quelli che si vennero in vario modo costituendo con la fine del 1942. Causa ed effetto al tempo stesso di esso furono infatti, per un verso, la carenza, per non dire l’assenza, di «una rete diffusa di organizzazione dei partiti» in grado di costituire un effettivo punto di orientamento, di aggregazione e di sollecitazione politica dello scontento e dell’opposizione popolare alla guerra e al regime e, per un altro verso, il mobilitarsi sia di vecchi antifascisti insoddisfatti della lentezza con la quale procedeva la ricostituzione dei partiti e del loro verticismo politico o che, comunque, sentivano come esigenza primaria del momento quella di uscire dalla passività e di indirizzare la propria azione fuori dall’area dei tradizionali ambienti di «quelli che non si erano mai piegati» e nulla avevano avuto a spartire col fascismo, sia di una nuova leva antifascista, spesso formata da giovani cresciuti nel fascismo (e che talvolta erano stati fascisti) e che poco o nulla sapevano dei partiti prefascisti, non capivano le loro divisioni e in certi casi non avevano simpatie per essi, ed erano mossi essenzialmente da un’esigenza, che l’Italia riacquistasse la libertà e uscisse finalmente dalla guerra, e sentivano il dovere morale di impegnarsi personalmente senza lasciarsi invischiare da troppe pregiudiziali e da tatticismi che non facevano che ritardare il momento della liberazione. Un atteggiamento morale e psicologico, quest’ultimo, che spiega tra l’altro – sia detto per incidens – perché molti di questi giovani (e non solo giovani) avrebbero presto finito per avvicinarsi al Partito comunista, attratti soprattutto dalla sua maggiore capacità di azione e dal suo «realismo», ovvero al «nuovo» Partito d’azione.

816–817

Oltre che per il maggior numero delle persone coinvolte o comunque in qualche modo raggiunte, i gruppi antifascisti di questo periodo si distinsero dai precedenti specialmente per l’estrazione sociale e l’età di chi ne faceva parte o era in contatto con loro. Non tanto vecchi militanti della sinistra di estrazione soprattutto popolare, ma piuttosto borghesi e in particolare intellettuali e giovani, spesso studenti universitari e liceali, e persino giovani militari.

I rapporti di polizia sono, anche a questo proposito, ricchi di notizie e osservazioni particolari e di valutazioni generali, il cui infittirsi costituisce una sorta di termometro del diffondersi di questi gruppi e del loro assumere via via maggior peso rispetto tanto a ciò che restava dei preesistenti quanto a quelli faticosamente espressi direttamente dai partiti in via di ricostituzione. Caratteristica, per fare un solo esempio, è questa notazione, a proposito dell’«attività sovversiva e antifascista» nel dicembre 1942 in provincia di Venezia ma che trova riscontro e conferma in numerose altre relative specialmente alle regioni centro settentrionali311:

La compagine del vecchio sovversivismo continua a mostrarsi disorganizzata, si viene formando però nei gruppi giovanili, specie universitari, e nella classe borghese una determinata posizione antifascista che, ripudiando programmatiche determinazioni di partito, spera ed attende un rovesciamento del regime attraverso movimenti militari o dinastici.

È possibile che su tali presupposti possano lamentarsi isolati atti di aggressione contro lo Stato, ma non sembra possibile che si possano determinare movimenti con una certa larghezza, non sussistendo la possibilità di seria organizzazione di fronte ai vari controlli degli organi statali e di quelli del Partito, e sussistendo nel contempo deficienze quasi assolute di armi presso privati.

All’inizio, in genere, non troppo preoccupato, mese dopo mese il tono dei rapporti si fece però sempre piú allarmato (la «Situazione politico-economica del Regno al 28 febbraio 1943-XXI»312 sintetizzando la situazione avrebbe definito senza mezzi termini «infido» l’ambiente studentesco e «quello intellettuale in genere») e tale da lasciar trasparire spesso una minore preoccupazione per la «violenta propaganda sovvertitrice» tra le masse, la «sempre piú intensa» diffusione di scritte murali, volantini, giornaletti e «libelli» clandestini «incitanti alla rivolta contro il Regime e alla pace separata» ad opera di «imprecisate organizzazioni» (Fronte nazionale d’azione, Unione nazionale antifascista italiana, Comitato rivoluzionario, Comitato italiano per la pace e la libertà, Fede, Italia, libertà, ecc.), delle quali polizia e carabinieri difficilmente erano in grado di stabilire le caratteristiche e le matrici, sicché in genere tendevano a collocare nei consueti schemi del tradizionale «sovversivismo antifascista» e del «comunismo», senza rendersi conto che in molti casi esse si erano costituite non solo spontaneamente, ma su basi che poco avevano in comune con quelle dei partiti tradizionali, e persino per i tentativi di infiltrazione antifascista nelle forze armate, che non per quanto avveniva tra gli intellettuali e i giovani. Per rendersi conto sia dell’allarme suscitato da quanto stava avvenendo in campo intellettuale e giovanile, sia di come a questo punto l’apparato repressivo del regime non riuscisse piú a padroneggiare la situazione come in passato e soprattutto a capirla e, dunque, attribuisse all’attività dei partiti antifascisti anche ciò che invece era soprattutto frutto dell’autonoma presa di coscienza di settori sempre piú numerosi di quella borghesia che sino allora non aveva neppure concepito l’idea di poter venir meno al dovere patriottico imposto a tutto il paese dallo stato di guerra in nome di altri valori piú concretamente patriottici e nazionali313, è sintomatico quanto si legge nella già ricordata relazione della direzione generale della P.S. sulla situazione interna durante l’aprile 1943; in un documento cioè che ci si attenderebbe, dopo gli scioperi del mese precedente e i loro strascichi ancora attivi agli inizi di aprile a Milano, Reggio Emilia e Vercelli, incentrato soprattutto sulla situazione operaia314:

817–818

L’attività organizzativa continua intensa in tutti i settori dell’antifascismo, che tenta soprattutto di attirare nell’orbita della propaganda sovvertitrice le masse giovanili scuotendole dal loro atteggiamento abulico con allettanti promesse di realizzazione delle individuali ambiziose aspirazioni o alimentando le paure – comuni a molti giovani – di dover presto rinunziare alla gioiosa vita dei pubblici ritrovi per servire la Patria in grigio verde.

L’opera deleteria degli agitatori politici tende a divulgarsi rapidamente specie negli ambienti studenteschi, ove le irrequietezze e gli aneliti a situazioni nuove, se anche anacronistiche, turbano piú facilmente e piú profondamente gli spiriti.

Come negli ambienti universitari di Firenze e di Padova – già attentamente vigilati – tracce di organizzazioni sovversive sono state individuate nell’ambiente universitario di Napoli, ove si sono resi necessari arresti e fermi.

Ad Assisi viene in questi giorni seguito un iniziale tentativo di organizzazione a carattere decisamente sovversivo con elementi prevalentemente giovani, ai quali sarebbero state anche distribuite delle armi.

In provincia di Catania si tenta con circospezione di dar vita ad un movimento separatista ad opera di intellettuali, che – individuati in parte – sono attentamente controllati.

818

Per comprendere perché, ancora dopo gli scioperi del marzo-aprile, la polizia considerasse (e, nonostante l’effetto «deprimente» dei sempre piú massicci bombardamenti aerei, continuasse a ritenere sino all’invasione della Sicilia, se non addirittura sino al 25 luglio315) piú preoccupante l’atteggiamento degli intellettuali e dei giovani (borghesi) che non quello dei ceti popolari e degli stessi operai è necessario rifarsi all’atteggiamento, all’animus con cui le particolarissime circostanze nelle quali era avvenuto l’intervento nel giugno 1940 erano state vissute dai e nei vari ceti e gruppi sociali e al suo successivo evolversi e differenziarsi (a cominciare soprattutto dall’inverno 1940-41) rispetto alla guerra e al regime.

819–821

Tra i vari ceti quelli che piú avevano risentito, economicamente, psicologicamente, ma soprattutto moralmente e, tutto sommato, sia che si trattasse di fascisti, di afascisti e di antifascisti, delle vicende belliche erano stati quelli medio e piccolo borghesi. Né la cosa può meravigliare. Sia pure in forme diverse a seconda del suo atteggiamento verso il regime e dei valori etico-politici che erano alla sua base, il rapporto tra la borghesia – vera e in gran parte unica protagonista politica e morale dell’unificazione nazionale e della guerra 1915-18, delle quali era stata l’anima e il motore che avevano aggregato attorno a lei frange piú o meno consistenti, ma non certo decisive, di altra estrazione – e lo stato nazionale da essa edificato e posto al centro della propria cultura era infatti di pressoché totale identificazione. E ciò tanto piú di fronte ad un conflitto che, se ne sfuggiva la portata e il significato epocale per l’Europa e il mondo, appariva però via via sempre piú tale da mettere in giuoco lo stato nazionale stesso, se non proprio per quel che riguardava la sua esistenza, certo però rispetto all’idea che di esso e della sua funzione storica ne aveva la gran maggioranza della borghesia. Un altro elemento importante da considerare erano le conseguenze che la prima guerra mondiale aveva avuto sulla borghesia italiana un po’ a tutti i livelli, ma soprattutto a quelli medi ed inferiori. Per un verso, la guerra era stata «il piú grande trionfo della nostra storia» e «la prova suprema della saldezza politica dello Stato uscito dal Risorgimento»316 e, dunque, la vittoria degli ideali per i quali la borghesia si era battuta lungo un secolo e della classe dirigente da essa espressa. Per un altro verso, lo straordinario sforzo che la guerra aveva imposto al paese in tutti i campi, le forze centrifughe da essa alimentate e integrate nella compagine nazionale solo in minima parte, il contrasto tra lo status (e le ambizioni) di grande potenza e le effettive risorse dell’Italia da essa rivelato avevano reso piú evidenti le tradizionali debolezze dello Stato italiano, i limiti della borghesia e la deficiente educazione civile del paese sui quali quella stessa borghesia e la classe dirigente da essa espressa avevano – salvo lodevoli eccezioni – steso per anni un pudico velo, affidandosi per il loro superamento ad una sorta di omeopatica cura basata su un gradualismo senza nerbo e, non di rado, sulla fiducia che il tempo potesse risolvere tutto.

La crisi dell’immediato dopoguerra, attraverso le sue due successive fasi, rossa e nera, aveva impedito alla borghesia di raccogliere le proprie forze e di promuovere una nuova e reale unità morale del paese e, soprattutto, ne aveva incrinato la compattezza, esaurite in buona misura le forze morali ancor prima che quelle politiche ed esaltati alcuni suoi «storici» limiti di fondo. La vittoria del fascismo, infine, pur essendo, e ancor piú apparendo, sua espressione e riconoscimento della sua funzione morale e civile, aveva approfondito vieppiú questa incrinatura e l’aveva estesa alle élites tradizionali e a quelle emergenti e alla classe dirigente nel suo insieme. E ciò non solo e non tanto per quel che riguardava la sua compattezza politica e il suo atteggiamento verso lo stato fascista, ma anche e soprattutto per quel che concerneva il suo mondo morale, la sua cultura di base. Da qui un progressivo degrado e ottundimento delle capacità di vasti settori borghesi di porsi seriamente – lo accettassero o meno – il problema del fascismo, del suo significato, dei suoi possibili sviluppi, del pericolo che poteva costituire per la funzione storica che essa attribuiva al suo stato nazionale e per i suoi stessi interessi, per la sua egemonia sociale, per il suo modo di intendere la vita collettiva e quella personale; un suo accettarlo e farsene in larga misura vessillifera in un modo però sempre piú largamente acritico e non di rado contraddittorio, privilegiandone soprattutto aspetti quale la «valorizzazione» dello Stato e della nazione (e, ai suoi livelli piú bassi, il populismo) o che andavano o le sembrava andassero a proprio vantaggio e nel senso di talune sue ambizioni, velleità e rancori sociali (interni ed internazionali). E questo mentre venivano prendendo corpo tre tendenze che negli anni trenta avrebbero contribuito notevolmente a incrinare vieppiú la sua compattezza e ad accelerare per un verso la sua massificazione e per un altro la disarticolazione, la trasformazione e la ridistribuzione delle sue élites. La prima di queste tendenze era costituita dalla spinta del regime ad una rapida e il piú possibile totale nazionalizzazione delle masse operaie e contadine e ad una loro valorizzazione morale e materiale – a fare le spese della quale non potevano che essere i ceti borghesi – messa in atto da alcuni settori del fascismo, all’interno dei quali non mancavano gruppi che – sinceramente o demagogicamente qui poco importa – sostenevano la necessità di tale spinta con tutta una serie di argomentazioni piú o meno esplicitamente antiborghesi. La seconda tendenza era quella, già in atto da tempo, ma che si accentuò notevolmente in questo periodo, ad una crescente divaricazione all’interno della borghesia tra i suoi settori piú tradizionali e «umanistici», quelli piú moderni e «tecnici» e quelli piú propriamente tecnocratici. I primi sostanzialmente statici e «retorici», legati, nonostante la loro adesione al fascismo, a vecchi modelli culturali e sociali, giorno dopo giorno sempre piú emarginati; gli altri due piú concretamente sensibili al progresso, dinamici, in certi casi anche critici verso il fascismo (ma che consideravano però un elemento di modernità e di dinamismo, disponibile a favorire la loro crescita sociale e i loro progetti); ma convinti della necessità di un’effettiva modernizzazione della società italiana, grazie alla quale questa potesse risolvere i suoi piú annosi problemi economicosociali, tenere il piú possibile il passo del progresso delle nazioni piú avanzate e fare dell’Italia un paese nuovo e una vera grande potenza. La terza tendenza, infine, era di tipo generazionale. La critica, la contestazione dello spirito, della mentalità, della cultura borghesi da parte di settori piú o meno vasti della gioventú borghese non erano certo una novità. È però un fatto che, soprattutto con gli anni trenta, esse si manifestarono in forme e misure quali prima non avevano mai avuto (e che, a ben vedere, sarebbero rimaste insuperate per un trentennio) e che, muovendo da una forte, anche se spesso eterodossa, pregiudiziale fascista, minarono la compattezza della piccola e media borghesia, seminandovi incertezze «morali», motivi di contraddizione, ecc., sí da renderne disponibili verso il fascismo e Mussolini in particolare settori sempre piú vasti, ammorbidire le riserve di quelli meno disponibili e ottunderne vieppiú lo spirito critico. A queste tre tendenze se ne deve poi aggiungere una quarta, che non fece in tempo a mettere salde radici, ma che è ciò nonostante assai importante sia per capire meglio certe reazioni e critiche alla classe dirigente fascista negli anni della guerra, sia perché essa mostra come certi fenomeni siano tipici di tutti i regimi totalitari, qualsiasi sia la loro ideologia: la tendenza a costituirsi attorno al potere fascista e in funzione – per dirla con Ugo Spirito317 – del suo potere «arbitrale» di una «nuova classe borghese» di estrazione politico-burocratica, con propri interessi particolari e di tipo eminentemente conservatore.

821–822

In questo contesto, prima grazie alla Conciliazione e alla politica di contenimento delle ripercussioni della «grande crisi» sull’economia italiana, poi sulla spinta degli entusiasmi suscitati dalla conquista dell’Etiopia (e dalla «vittoria» sull’«egoismo delle nazioni sanzioniste») la gran maggioranza della borghesia era sempre piú venuta identificando l’Italia con il regime fascista e soprattutto con Mussolini, facendo tacere per il momento tutte o quasi le perplessità e le critiche che pure una parte di essa nutriva. L’intervento in Spagna e ancora piú l’avvicinamento alla Germania, culminato nella «mano libera» sull’Austria accordata a Hitler (per molti poco meno che un «tradimento» dei seicentomila morti che avevano costituito il prezzo pagato dall’Italia per raggiungere le sue frontiere naturali), nell’introduzione della legislazione razziale e nel «patto d’acciaio», avevano notevolmente ridimensionato molti entusiasmi, moltiplicato le critiche e le perplessità e suscitato non poche preoccupazioni. Significativo è a questo proposito il plebiscito di consensi raccolto da Mussolini per il suo intervento «pacificatore» a Monaco; un consenso che, per altro, gli avvenimenti degli ultimi mesi del 1938 e della prima metà del 1939 avevano in gran parte dissolto. In questa altalena di stati d’animo (ché di ciò si trattò molto spesso e non già di una consapevole e radicata presa di coscienza, perché il prestigio di cui godeva Mussolini rimaneva nonostante tutto pressoché intatto e le critiche, le perplessità, le preoccupazioni, anche le piú vive, finivano generalmente per infrangersi su esso e sull’interrogativo che esso suscitava: «e se anche questa volta avesse ragione?...»), la decisione del «duce», scoppiata la guerra, di proclamare la «non belligeranza» era stata accolta con sollievo e aveva alimentato la speranza che l’Italia si sarebbe mantenuta estranea ad un conflitto che risvegliava subito il ricordo dei sacrifici e degli orrori di quello di appena vent’anni prima, e che tutti erano consapevoli che l’Italia non era in grado di affrontare, perché assolutamente impreparata e i piú consideravano contrario agli interessi nazionali. Questo almeno sino al crollo della Francia, che, come abbiamo detto e ripetuto, aveva provocato un profondo mutamento, in molti casi un vero e proprio ribaltamento dello stato d’animo rispetto alla partecipazione o meno dell’Italia al conflitto e anche all’alleanza con la Germania.

822–823

Questo mutamento – lo abbiamo pure già detto – si era però prodotto soprattutto grazie alla convinzione che la guerra si sarebbe protratta solo per poche settimane, qualche mese al massimo, e che l’Italia avrebbe tratto da essa copiosi frutti quasi senza sforzo e senza rischio. Poche migliaia di morti sarebbero state sufficienti a mutare la posizione, il «destino» dell’Italia: in questo la gran maggioranza della borghesia non la pensava diversamente da Mussolini, che però – bisogna dargliene atto – era stato mosso nel decidere l’intervento anche da altre considerazioni e soprattutto aveva del «dopo vittoria» una visione assai meno rosea. Non è privo di significato che nelle prime settimane di guerra un buon numero di giovani (e con essi le loro famiglie) cercasse di sottrarsi alla chiamata alle armi soprattutto perché preoccupati di dover «perder tempo», ritardare gli studi, interrompere la loro vita normale. Non può pertanto meravigliare che, appena la vittoria aveva preso a sfumare nel tempo e la guerra, iniziata quasi per giuoco, si era fatta «vera» e dura e aveva cominciato a farsi sentire anche all’interno, nel quotidiano, e in particolare dopo i primi clamorosi scacchi in Grecia e a Taranto, l’inconsistenza morale e civile dello stato d’animo che in larghi settori della borghesia aveva accompagnato l’intervento fosse subito venuta alla luce e che – con un nuovo mutamento – i sogni e gli «ardori» iniziali si fossero molto spesso trasformati rapidamente in preoccupazione, scoramento, insofferenza e avessero ceduto il posto a critiche ed accuse indubbiamente fondate, ma che sarebbero state assai piú giustificate nel giugno e se ad esse fosse seguito un comportamento (in senso antifascista o fascista è, ai fini del nostro discorso, scarsamente importante) coerente con la gravità del dramma che si stava consumando. Perché, se è vero che una parte della borghesia aveva reagito posponendo tutto al «dovere morale» dovuto verso la patria in guerra, un’altra parte – certo non meno consistente e destinata oltre tutto ad aumentare via via che la guerra si prolungava e i sacrifici da essa imposti aumentavano – si era invece rifugiata dietro lo schermo della guerra «imposta», alla quale era giocoforza adattarsi, ma alla quale ci si poteva cercare di sottrarre in qualche misura ricorrendo ai piú vari espedienti ed accorgimenti, traendone anche i possibili utili.

823–824

Una reazione di questo tipo si era avuta anche in occasione della guerra del 1915-18; allora essa si era però manifestata piú tardi e come conseguenza soprattutto della stanchezza e dei sacrifici dovuti al prolungarsi del conflitto, aveva avuto dimensioni piú ridotte e, soprattutto, non aveva indotto a mettere in dubbio l’esito finale della guerra, tanto è vero che la sconfitta di Caporetto aveva costituito una sferzata a suo modo salutare che aveva indotto la borghesia a raccogliere le energie e a far fronte comune per scongiurare il pericolo di una catastrofe nazionale sia sul piano militare che su quello interno. Vent’anni dopo le cose andarono in modo ben diverso. E ciò tanto piú che mentre nel 1915-18 la guerra era stata profondamente sentita dalla borghesia come «guerra nazionale» e, dunque, propria e ciò aveva fatto sí che le iniziali divisioni tra neutralisti e interventisti fossero dalla gran parte di essa messe rapidamente a tacere e riassorbite, ora, invece, non appena la guerra si fece «vera» e dura non solo le preoccupazioni, le critiche dell’antivigilia riemersero e si drammatizzarono, ma alle frustrazioni e ai timori per l’andamento del conflitto si vennero aggiungendo quelli per le conseguenze sociali che esso avrebbe potuto avere per la borghesia stessa, sia nel caso di sconfitta sia in quello di vittoria. Nel primo il pericolo era visto – specie dopo l’estensione del conflitto all’Urss – in una rivoluzione «rossa» ben piú grave di quella sperimentata nel primo dopoguerra. Ma anche nel secondo caso larghi settori borghesi nel loro intimo non prevedevano nulla di molto migliore. E non solo quelli che i fascisti usavano definire «residuati del passato», che al fondo non avevano accettato il fascismo, ché anche tra la borghesia piú «sana», piú fascista cioè, non mancavano coloro che si preoccupavano delle conseguenze sociali che per essi avrebbe avuto una vittoria dell’Asse. Caratteristico – anche se un po’ caricato per amor di tesi – è a questo proposito quanto, alla metà del 1941, Ugo Spirito scriveva nel suo Guerra rivoluzionaria318:

Un primo iato si ha tra le vecchie e le nuove generazioni e cioè tra quelle educate in un clima democratico e quelle che hanno vissuto fin da principio l’espe-

rienza fascista. La lotta combattuta all’interno, e risolta con la vittoria delle esigenze rivoluzionarie, si combatte ora sul piano internazionale, dove soltanto la rivoluzione interna può trovare la pietra di paragone e giungere a piena maturità. Ma è chiaro che gli sconfitti di ieri cercano ora, nella piú grande contesa, quella vittoria che è loro sfuggita. Sono i residui del passato che attendono dal nemico ciò che non hanno saputo difendere e far trionfare con le loro forze: elementi disgregatori, ma relativamente innocui, perché la loro incapacità a farsi valere è già stata collaudata dal fallimento cui si sono piegati. È gente che vive al margine, rinchiusa nella propria individualità corporea e familiare, che si limita a mormorare e a difendersi, con gli accaparramenti, dalle restrizioni imposte dalla guerra. Gente morta spiritualmente che si affanna a sopravvivere fisicamente.

Ma, oltre questo, un altro iato vi è, molto piú grave, tra le varie forme della vecchia e nuova borghesia e il proletariato sempre piú cosciente del valore rivoluzionario del fascismo. Vi è una borghesia, infatti, che ha veduto nel fascismo la propria salvezza e non ha creduto alla sua natura rivoluzionaria: v’è un’altra borghesia che è cresciuta o si è potenziata speculando sul fascismo e che, di fronte a un conflitto che si rivela ogni giorno di piú rivoluzionario, solidarizza con la prima e si confonde con essa. È questa borghesia il vero equivoco dell’attuale situazione e la ragione massima del disorientamento nell’impegnarsi nella lotta. Essa comprende che la propria fortuna è legata al sussistere di una forma borghese di civiltà e sa che tale forma si può salvare solo e molto relativamente con la vittoria delle democrazie. Fascista fino a che il fascismo era argine contro il bolscevismo, essa è ora antifascista perché il fascismo diventa argine anche contro le democrazie. Ora che il fascismo è costretto a chiarirsi sul piano internazionale e decidersi in modo definitivo nei riguardi dei regimi capitalistici, la borghesia si ritrae indietro e dà segni sempre piú manifesti di disagio. Impegnata politicamente alla collaborazione non sa come separare le responsabilità e continua suo malgrado il giuoco, costretta a distruggersi con le proprie mani. Disorientata, accresce il disorientamento, invano sperando in un miracolo che arresti il processo rivoluzionario.

824–825

Tutto sommato, ad affrontare meglio il dramma della guerra – si ricordi quanto scritto dall’ordinario militare monsignor Bartolomasi quasi alla vigilia dello sbarco alleato in Sicilia319 – furono i militari, soprattutto quelli nelle zone di operazione, e non il fronte interno e, nonostante il suo vantato patriottismo, piú che la borghesia nel suo insieme, gli altri ceti sociali, anche se per essi piuttosto che di tensione, di impegno morale e di patriottismo vero e proprio, si deve parlare soprattutto di una sorta di senso (un po’ fatalistico) di responsabilità, di un’abitudine – tipica della cultura popolare delle società non ancora industriali – a fare coscienziosamente e con dignità il proprio lavoro e di un forte senso di solidarietà verso i componenti la propria comunità320.

825–826

Con ciò – sia ben chiaro – non vogliamo dire che tutta la borghesia si dimostrò in occasione della seconda guerra mondiale inferiore rispetto a come aveva affrontato la prima e addirittura carente sotto il profilo etico-politico, priva di quel «senso del dovere», di quella «dignità» che soli possono imporre il rispetto agli avversari e dei quali Benedetto Croce – pur con la riluttanza che gli veniva dal suo antifascismo e dalla sua ostilità alla guerra fascista, ma pensando all’immagine e all’autoimmagine degli italiani allorché questa fosse finita e il regime con essa – non cessò, sino al momento in cui continuare la guerra sarebbe stato rovinoso e un tradimento degli ideali patriottici, di indicare l’importanza a coloro che gli chiedevano una norma di comportamento. Anche durante la seconda guerra mondiale la borghesia, in tutti i suoi strati, dette infatti, sui campi di battaglia cosí come sul fronte interno, prove di serietà morale, educazione civile, patriottismo non inferiori di quelle che aveva dato nel 1915-18 e che – quando gli ideali politici non corrispondevano all’imperativo morale – dovettero costarle molto di piú. Dire questo è giusto e doveroso. In sede storica sarebbe però profondamente sbagliato – al punto da rendere incomprensibili non solo le vicende delle quali ci stiamo occupando, ma anche quelle successive alla fine della guerra – fare d’ogni erba un fascio, valutarne il comportamento complessivo sulla base di quello di una parte sola di essa e non certo la piú numerosa.

La verità è, per un verso, che la guerra rese evidenti e in certi casi esasperò le carenze etico-politiche e di educazione civile che storicamente caratterizzavano ancora larghi settori della borghesia e che il fascismo non aveva saputo, e talvolta voluto, far loro superare e, per un altro verso, che queste carenze finirono spesso nel corso della guerra per riemergere e far sentire la loro influenza negativa sul comportamento anche di quei settori che avevano per parte loro cominciato a superarle, ma che ora trovarono psicologicamente e materialmente utile adeguarsi al clima determinato dai primi. E dicendo questo, si badi, non ci riferiamo solo al generico standard borghese medio, ma anche a buona parte della classe dirigente in senso lato. Il che aiuta a comprendere meglio la progressiva sclerosi, l’inefficienza, la corruzione che negli anni della guerra caratterizzarono in larga misura i poteri pubblici e l’apparato militare e che, non a caso, furono spesso maggiori negli ambienti afascisti o solo superficialmente fascisti e minori in quelli piú propriamente fascisti, che – pur con molte e gravi défaillances – erano tutto sommato, specie quelli piú politici, maggiormente motivati.

826–827

Tipico è a questo proposito quello che si verificò, sin dagli inizi, negli ambienti militari e specie in quelli dell’Esercito. Da larga parte di essi la guerra fu infatti vissuta in un clima che appare oggi pressoché irreale, nel quale non di rado ciò che piú importava finiva per essere non tanto l’esito delle operazioni militari, quanto la propria carriera, il non assumersi responsabilità personali troppo impegnative, attenersi strettamente ai principi canonizzati, anche se ormai superati o dimostratisi dannosi, e spesso in modo restrittivo e geloso delle proprie prerogative, persino quando ciò andava a scapito di una migliore conduzione delle operazioni321, se non addirittura la critica dei propri «concorrenti», il cercare di riversare in tutti i casi su altri e sul regime e Mussolini in particolare le responsabilità di ciò che non andava anche quando esse erano in buona parte o esclusivamente proprio dei militari stessi322. Per non dire della gelosia nei confronti dei tedeschi323, che si accompagnava sovente ad un frustrante senso di inferiorità psicologica e ad una mancanza di dignità e di fermezza verso di loro, quando sarebbe stato invece necessario cercare di far valere i propri argomenti e frenare la loro sicurezza e tracotanza. E il quadro si fa anche piú grave se dal campo militare la nostra attenzione si sposta a quello civile, amministrativo, dei pubblici poteri nel quale anche piú evidente (anche se, lo ripetiamo, con eccezioni che non possono essere passate sotto silenzio, ma che, anche questo va detto, riguardarono, al contrario che negli anni precedenti la guerra, piú che la vecchia burocrazia di formazione giolittiana quella piú propriamente fascista) fu l’ambiguo accentuarsi di comportamenti che negli anni del regime trionfante avevano spesso teso al buon funzionamento del servizio e talvolta ad interpretare a questo fine in chiave moderata norme e iniziative fasciste piú radicali, mentre ora assunsero un significato di una cauta presa (o ripresa) di contatti con i settori moderati del vecchio mondo politico antifascista e di un moltiplicarsi di quelli col mondo economico in funzione di una propria riconversione.

827–828

Non è certo nostra intenzione rimproverare alla borghesia italiana di non aver sostanzialmente sentito la guerra e di non averla sostenuta con la stessa partecipazione del 1915-18. Pur tenendo in tutto il dovuto conto la notevolissima diversità dello stato d’animo con cui furono vissuti i due conflitti e le responsabilità dirette ed indirette del fascismo, per comprendere veramente l’atteggiamento della borghesia è innanzi tutto necessario chiarire che – al di là della mera distinzione dei ceti intermedi dagli altri ceti sociali – per una corretta individuazione della borghesia italiana contemporanea non ci si deve rifare, come bene ha indicato il Croce324, a motivazioni giuridiche, economiche, sociali e sociologiche, valide per altre epoche, ma a motivazioni etico-politiche. Solo in quest’ottica la «borghesia» appare infatti cosí come è effettivamente: un complesso di realtà assai diverse, riconducibili per altro ai fini del nostro discorso a due. Una, sociale, assai numerosa e le cui molteplici stratificazioni ne facevano qualche cosa di molto composito, ma, in sostanza, «mediocre nel sentire, nel costume, nel pensare», che, dopo gli iniziali entusiasmi, visse la guerra sotto tutti i profili passivamente, senza veri ideali e preoccupandosi solo del quotidiano; un’altra, etico-politica, assai piú ristretta, che, per dirla sempre col Croce, costituiva «il complesso di tutti coloro che hanno vivo il sentimento del bene pubblico, ne soffrono la passione, affinano e determinano i loro concetti a quest’uopo, e operano in modo conforme» – dove conforme va inteso non solo in senso soggettivo, ma anche in riferimento alla mediazione etica da essa esercitata –, per la quale, fosse essa fascista, afascista o antifascista, la guerra fu un vero dramma morale vissuto in costante tensione e che fu l’anima sia del fascismo sia dell’antifascismo.

828–829

Come ha sottolineato piú volte Rosario Romeo, la seconda guerra mondiale rivelò infatti la sostanziale debolezza del tessuto etico-politico italiano, in particolare la forza delle radici psicologiche e culturali che legavano ancora gli italiani al loro passato preunitario. E, per quel che riguarda piú propriamente gran parte della borghesia latu sensu, la carenza di senso di solidarietà comunitaria e l’incapacità a premettere gli interessi generali della comunità nazionale ai propri stati d’animo e interessi particolari. Da qui la sua incapacità ad assumersi i doveri che, piú che ad ogni altra componente della società, le sarebbe spettato assumersi (e che altre borghesie, da quella inglese a quella tedesca, seppero assumersi, diventando il centro di coagulo dei rispettivi paesi325), il suo non prendere sostanzialmente partito, neppure su schieramenti contrapposti, e il suo rifugiarsi invece in una posizione di attesa passiva dalla quale i primi a cominciare ad uscire sarebbero stati – quando ormai non vi erano piú dubbi che un prolungamento della guerra avrebbe voluto dire non solo rendere inutilmente piú pesante la tragedia italiana, ma rischiare di essere travolti insieme al fascismo – i gruppi economicamente piú forti, il mondo industriale e finanziario e la grande proprietà agricola.

829–830

In questo contesto e in questa ottica si comprendono le ire e i ricorrenti sfoghi di Mussolini (e di una parte del fascismo) contro la borghesia e la «mentalità borghese» e il suo promettere una «terza ondata» che «mettesse a posto» non solo i capitalisti, ma anche la borghesia nel suo complesso. Ché anche per lui come per Croce, ma in un modo tutto diverso, la borghesia non era tanto una classe sociale, ma il prodotto di una cultura secolare, di una mentalità, di un modo di vita e i borghesi erano degli scettici, degli abitudinari, che la guerra aveva «scomodato» nelle loro abitudini326. E si comprende anche il suo rinviare la «resa dei conti» a dopo la conclusione del conflitto. Per quanto l’«inadeguatezza storica», la «passività», la «viltà» della borghesia lo indignassero e lo portassero al furore, egli infatti era però consapevole che, presa di petto, essa avrebbe potuto anche scuotersi dal suo torpore, uscire dalla sua passività e prendere attivamente posizione contro il regime, con tutte le conseguenze che ciò avrebbe avuto sugli altri ceti e gruppi sociali. E, per tornare al punto di partenza, si comprende anche perché in definitiva i vertici dell’apparato poliziesco del regime non si preoccupassero eccessivamente dell’atteggiamento complessivo della borghesia (che, oltre tutto, finiva per costituire un elemento di freno e di rottura delle possibili solidarietà tra le diverse classi sociali in senso antifascista) e concentrassero invece la loro attenzione soprattutto su alcuni settori del mondo borghese, gli intellettuali e i giovani, il cui atteggiamento appariva loro, non a torto, in quel momento il solo veramente pericoloso perché potenzialmente in grado di esercitare quella funzione nazionale che la borghesia nel suo complesso non aveva sentito neppure la tentazione di esercitare. In pratica quegli stessi settori ai quali Croce restringeva pressoché completamente la capacità di concepire la realtà in termini etico-politici e di comportarsi in conseguenza. Diciamo in pratica perché i due settori, pur coincidendo largamente, non si identificavano completamente e avevano propri caratteri particolari, specie di tipo generazionale.

* * *

Numerosi sono gli studi che direttamente o indirettamente si sono proposti di affrontare il problema della cultura e degli intellettuali durante il fascismo, mettendo l’accento su questo o quell’aspetto di esso e che hanno trattato di questo o quel gruppo di intellettuali, di questa o di quella istituzione culturale, casa editrice, rivista, del nesso tra la cultura fascista e quella pre e post fascista, della sua modernità o no, del suo isolamento o no rispetto a quella degli altri paesi, ecc.; per non dire di quelli dedicati a singole figure di intellettuali e di politici impegnati nella gestione politica della cultura ai suoi vari livelli. Nel giro di un ventennio le nostre conoscenze in merito si sono notevolmente accresciute, precisate e talvolta trasformate. In certi casi sino ad arrivare ad un ribaltamento di giudizi, a volte giustificato e necessario, a volte assai meno, specie laddove esso è stato influenzato in larga misura da una sorta di esibizionistica civetteria di una serie di intellettuali – ieri piú o meno à la page, oggi sul viale del tramonto – che al momento della caduta del fascismo avevano minimizzato o presentato in una prospettiva tutta particolare (il «nicodemismo», l’«onesta dissimulazione» a cui sarebbero dovuti ricorrere per sottrarsi ai rigori del fascismo e poter continuare a lavorare e studiare) la loro adesione ad esso, se addirittura non avevano vestito i panni di antifascisti di vecchia data, mentre in questi ultimi anni – mutato il clima politico-culturale – hanno voluto dar prova di spregiudicatezza recuperando – sino a farsene talvolta quasi vanto – la loro giovanile militanza fascista, da essi però prospettata quasi sempre in termini troppo sbrigativi e condizionati dal senno del poi; ovvero laddove, quasi per reazione, si è estremizzata la tesi di un conformismo degli intellettuali tanto superficiale da costituire solo una crosta cosí sottile da andare a pezzi al primo stormire dei venti contrari all’Asse; un conformismo che fu certo una realtà, ma che, non di rado, rispose ad una logica, a motivazioni che vanno capite e tenute in conto e che comunque entrò in molti casi in crisi piú tardi di quel che si vuol far credere, talvolta persino solo col 25 luglio. Lasciando da parte altri indicatori piú discutibili, basta per rendersene conto fare un elenco di quanti intellettuali – e non tutti di terz’ordine – erano quel giorno con la valigia in mano pronti a partire per la Germania per tenervi conferenze o lezioni o partecipare a convegni.

830–831

Nonostante questa massa di studi, non si può dire certo che il problema della cultura e degli intellettuali abbia trovato, nemmeno nelle sue grandi linee, una sistemazione storicamente soddisfacente327. E tanto meno che l’abbia trovata in riferimento al periodo della seconda guerra mondiale, sul quale manca qualsiasi studio specifico e i pochi cenni ad esso dedicati (pressoché tutti limitati al caso di «Primato», visto però fuori da qualsiasi effettivo riferimento al resto della cultura di quegli anni e ancor piú alle vicende politiche generali che ne costituiscono invece in molti casi la vera chiave di lettura) sono del tutto insufficienti e non di rado fuorvianti.

831–832

In assenza di studi di riferimento e nell’impossibilità di affrontare in questa sede un siffatto discorso con l’ampiezza che, anche mantenuto in termini generali, esso comporterebbe, è comunque possibile delineare nelle grandi linee l’atteggiamento degli intellettuali durante la guerra e cercare di comprendere sia il valore che ad esso attribuivano il fascismo e in primo luogo Mussolini, sia quali fossero (e perché) i settori del mondo intellettuale che preoccupavano il regime, prendendo le mosse da alcune prese di posizione coeve interne al regime stesso.

Che il consenso degli intellettuali fosse venato di preoccupazioni e di critiche e fosse spesso solo di facciata era già stato chiaro ancor prima che Hitler lanciasse le sue truppe contro la Polonia; la legislazione razziale e il «patto d’acciaio» avevano costituito infatti per molti altrettanti campanelli d’allarme che non lasciavano certo molti margini di dubbio circa i pericoli che si stavano addensando sull’Italia. Né erano mancati coloro che piú o meno esplicitamente l’avevano denunziato. Tra questi il piú lucido era forse stato Prezzolini. Il fondatore de «La voce» viveva ormai da anni negli Stati Uniti e solo rarissimamente scriveva per la stampa italiana. L’8 febbraio 1939 la «Gazzetta del popolo» pubblicò un suo articolo dal titolo Il fascismo e gli intellettuali che costituisce un documento di grandissimo interesse, sia per capire la posizione dello stesso Prezzolini verso il fascismo328, sia perché mostra quanto egli conoscesse bene i suoi colleghi italiani e, pur cercando nei limiti del possibile – del pubblicabile cioè su un giornale italiano – di spingerli ad una assunzione di responsabilità e quindi ad una presa di posizione positiva, prevedesse quale al dunque sarebbe stato il loro atteggiamento. Prendendo le mosse dall’interrogativo che molti americani in quei mesi si ponevano, e cioè se il fascismo avesse sempre diffidato e diffidasse degli intellettuali, l’articolo tracciava un profilo dell’intellettuale italiano e del suo «male intellettualistico», che lo portava a discutere su tutto e a non assumersi rischi e responsabilità e, in definitiva, a non agire, e concludeva rispondendo all’interrogativo iniziale: «se il fascismo diffidi degli intellettuali non lo so; questo so: che farebbe benissimo a diffidarne». Una conclusione che potrebbe apparire in linea con quanto dicevano quei fascisti che accusavano gli intellettuali italiani di disimpegno e di tiepidezza. Il vero senso dell’articolo, la sua chiave di lettura, è però nell’immagine che precedeva immediatamente la conclusione: quando un bastimento si trova nella tempesta (e il mondo, Prezzolini lo dichiarava esplicitamente, era in quel momento un bastimento tra onde furiose) è necessario non fare elucubrazioni, ma operare per evitare il naufragio; che Prezzolini criticasse il disimpegno degli intellettuali era chiaro; a saper leggere, è però anche chiaro che la sua critica andava nella direzione opposta di quella fascista e che la sua esortazione agli intellettuali era a manifestare il loro dissenso e a non rifugiarsi in un piú o meno aristocratico disimpegno.

832–833

Ciò nonostante, allorché l’Italia era scesa in guerra pochissimi all’interno del gruppo dirigente fascista si erano posti il problema degli intellettuali. La convinzione che il conflitto sarebbe durato assai poco l’aveva fatto apparire ai piú secondario; per non dire di coloro che – come già nel 1936 Sergio Panunzio in occasione della guerra d’Etiopia – avevano pensato che esso li avrebbe indotti ad una maggiore serietà e attenzione ai problemi reali e, dunque, a moderare la loro tradizionale tendenza a discettare, filosofeggiare, sottilizzare, fare distinzioni e confronti ad ogni proposito o a rinchiudersi nelle loro torri d’avorio di una cultura priva di agganci con la realtà. Né le cose erano sostanzialmente mutate allorché apparve chiaro che la guerra non sarebbe stata breve e che tutte le energie dovevano essere mobilitate in funzione di essa. Nonostante i periodici allarmi lanciati dai vari Farinacci e Preziosi e – su tutt’altro versante e in una diversa logica – i giudizi drasticamente negativi e liquidatori di uno Spirito, che nell’«estraneità alla vita», nell’«intrinseca fiacchezza spirituale», nella «capitolazione della cultura e specialmente di quella ufficiale» e nel suo silenzio trovava la convalida della sua condanna della borghesia e, dunque, della necessità per il fascismo di spodestarne la cultura329, poco o nulla infatti fu intrapreso in questo campo dal regime. Tant’è che quando, verso la fine del 1942, Concetto Pettinato (allora inviato de «La Stampa» in Svizzera) diede privatamente alle stampe (non avendo trovato, pare, un editore disposto a pubblicarlo) il suo pamphlet Gli intellettuali e la guerra esso suscitò negli ambienti del regime molto imbarazzo330, nonostante fosse solo una sorta di filippica contro «il silenzio degli intellettuali» e di denuncia della loro mentalità ottocentesca, «isolazionistica, casalinga, egocentrica e agoràfoba», dell’«inopia spirituale» che impediva loro di credere nella bontà della causa dell’Asse, e delle responsabilità che si erano assunti non prendendo nettamente posizione in suo favore («la guerra si fa con le armi e con le munizioni prima ancora che col sangue: ma le munizioni non consistono soltanto nelle bombe e nelle pallottole, consistono anche nelle idee e negli atti di fede») lasciando cosí campo libero alla propaganda nemica «che ha fatto e fa da due anni l’impossibile per disonorare gli Italiani e l’Italia» e prostrarne il morale331.

833–835

Non è da escludere che, nonostante l’imbarazzo e le critiche suscitate, l’atto d’accusa di Pettinato dovesse contribuire, insieme al precipitare della situazione militare in Africa, al manifestarsi nei primi mesi dell’anno successivo di alcune iniziative che – come vedremo nel prossimo capitolo – vennero prese da gruppi e da singoli intellettuali fascisti a sostegno del fronte interno. Ciò che qui ora ci interessa chiarire è però che la veemente requisitoria di Pettinato se, per un verso, colpiva nel segno, per un altro, ignorava totalmente quello che avrebbe dovuto essere l’altro accusato, in assenza del quale tutto il discorso perdeva valore. Se gli intellettuali si erano rinchiusi nel silenzio, il fascismo, il regime cosa avevano fatto per parte loro per impedirlo e soprattutto per indurli a convincersi della bontà della causa per la quale l’Italia era scesa in guerra? Ma in questo caso alla prima requisitoria ne sarebbe dovuta seguire una seconda, non meno violenta, ché in tre anni di guerra da parte sia del fascismo che del regime fu fatto in questo senso pochissimo, anzi pressoché nulla, e quasi sempre male.

Il primo a non sentire l’esigenza di una politica degli intellettuali, da lui considerati o degli inguaribili «inventori di problemi» astratti o degli incapaci di capire politicamente la realtà e di comportarsi in conseguenza, sicché facevano danni anche quando erano mossi dalle migliori intenzioni, era Mussolini332. Nel 1914-15 egli aveva guardato ad essi come ad un elemento fondamentale della sua azione politica e – nonostante l’esperienza della guerra lo avesse molto raffreddato sul loro conto, tanto da convincersi che di tutti i gruppi sociali fossero stati quello che avevano superato meno bene l’esame della guerra, vivendola essenzialmente sub specie di un incontinente fiume di parole e di scritti retorici – giunto al potere si era ancora illuso di poter trovare nella parte migliore di essi un effettivo sostegno, non solo di parole, ma di impegno e di concreta collaborazione. Persa anche questa speranza, convintosi che prima che intellettuali essi erano borghesi, incapaci di guardare oltre i loro interessi e le loro beghe iniziatiche, di guardare cioé alle cose – come invece pensava di fare lui – con cinquant’anni d’anticipo, e che, dunque, fede e volontà (quella fede e quella volontà che, lo si è detto, era convinto rendessero tutto possibile) non erano pane per i loro denti, già da vari anni per lui non esisteva piú un problema degli intellettuali. Assorbito in quello della «riforma morale» e della «nuova civiltà», esso si sarebbe naturalmente esaurito e risolto con l’avvicendamento generazionale – sia naturale sia conseguente alla fine della guerra –, allorché i vecchi intellettuali borghesi sarebbero stati sostituiti dai nuovi intellettuali fascisti, frutto della «riforma morale» fascista e della guerra. Per il momento ciò che importava era soprattutto limitare al massimo i danni che potevano fare e che, del resto, non potevano, pensava, essere gravi; sia perché essi avevano scarsi legami con il paese reale, sia perché si trattava di gente che voleva soprattutto vivere in pace la propria vita e che poteva essere facilmente controllata con un po’ di bastone e ancor piú di carota.

835–836

Il 25 aprile 1942, parlando ai segretari federali della Lombardia riuniti a rapporto a palazzo Venezia, Mussolini si espresse in termini che rendono bene la sostanza di questo suo atteggiamento333:

Da ultimo io vi dichiaro che non bisogna preoccuparsi troppo dei cerebrali. Tutti questi cerebrali, in fondo, non hanno alcuna relazione con la vita vissuta dagli italiani. Che cosa volete che agli italiani, i venticinque milioni di buoni contadini, s’interessino dell’arcadismo o dell’ermetismo che dire si voglia, o di altre elucubrazioni piú o meno fantasiose, della gente che deve pensare perché non può far altro che pensare, dato che non può agire? Allora questo cervello rotea continuamente, molte volte sul vuoto, come accade ai motori delle macchine quando girano a folle.

Ora, costoro consumano il fosforo che hanno nel cervello, e siccome ne hanno poco, io credo che le loro scorte vadano verso la fine. Questi professori, questi elementi sono sempre dalla parte opposta dalla quale siamo noi, e io dichiaro che ne sono contento. Essi costituirebbero una zavorra che appesantirebbe la nostra macchina. Con questo non si vuol dire che noi respingiamo tutti i problemi della cultura. Ma noi vogliamo la nostra cultura, e a questo proposito ho detto che noi abbiamo già un corpo di dottrine abbastanza sviluppato, precisato nei suoi elementi essenziali e che dopo venti anni di regime ha già fissato le basi della sua dottrina, non solo nelle idee, ma nella pratica. Noi siamo stati gli innovatori, gli anticipatori, abbiamo posto dinanzi alla coscienza contemporanea problemi che pochi avevano intravisti. Siamo stati veramente gli eversori di un secolo, pur non rinnegandolo. Ma noi abbiamo preso solamente gli elementi vitali e abbiamo respinto quelli che consideriamo esauriti.

L’unico settore del mondo intellettuale la cui attività e collaborazione Mussolini considerava in teoria importante e non affetto d’intellettualismo e di cui riteneva necessario assicurarsi la collaborazione (anche se spesso la sua mancanza di preparazione e di sensibilità scientifica e una certa diffidenza verso l’astrattezza e la mancanza di una prospettiva sicura circa l’utilizzazione pratica di certe ricerche finivano in pratica per fargli privilegiare sul piano finanziario altre richieste) era quello tecnico-scientifico334. «Questa guerra, – affermò senza mezzi termini sempre parlando ai segretari federali della Lombardia335, – è la guerra degli ingegneri, che giorno per giorno si arrovellano per scoprire motori piú potenti, aeroplani, armi, corazze, cannoni a piú lunga gittata, navi piú veloci...» Un caso a sé poi era costituito, come già abbiamo accennato, dagli studiosi dei problemi dell’Ordine nuovo, che egli però vedeva essenzialmente nell’ottica tutta politica e probabilmente contingente della necessità di disporre di uno staff di specialisti che elaborasse una dottrina del futuro assetto europeo e mondiale che, per un verso, potesse servire a tutelare gli interessi politico-economici dell’Italia e, per un altro, potesse essere recepita da quei popoli che, temendo un’assoluta egemonia tedesca, cercavano il modo di porle dei freni. Significativo è a questo proposito il suo interesse e incoraggiamento per gli studi sull’«economia di zona» e, al contrario, il suo frenare quelli sulla «nuova finanza».

836–837

Considerando gli intellettuali una categoria destinata ad essere a guerra finita radicalmente trasformata e per il momento sostanzialmente innocua e in alcuni suoi settori comunque utile per le sue competenze tecniche, il vero problema per Mussolini era quello – da lui profondamente sentito – di un «lavoro in profondità» volto ad «educare politicamente» le masse e a farne, grazie anche alla guerra, la sostanza della «nuova civiltà». Di una «nuova civiltà» nella quale le varie componenti sociali e soprattutto quelle che per lui riassumevano veramente le possibilità e la potenzialità della stirpe, della razza italiana, i contadini e gli operai, si sarebbero dovute omogeneizzare tra loro il piú possibile non solo socialmente (ché egli era convinto che «sul terreno economico» la «spinta del proletariato a farsi borghesia» fosse «incoercibile»336), ma scambiandosi, per cosí dire, le loro qualità migliori e liberandosi dei loro deteriori particolarismi e dei condizionamenti della cultura e della mentalità borghesi.

837–838

In questa prospettiva era addirittura disposto a rivedere alcune delle idee-forza sulle quali per anni aveva giurato. Significativa è a questo proposito un’annotazione di Camillo Pellizzi nella quale sono riassunti alcuni punti piú importanti del colloquio che il presidente dell’INCF ebbe con lui il 19 giugno 1941. In essa si legge infatti337:

gli piace assai «l’urbanistica»; ha una sua idea su ciò a cui dovrebbe tendere, che riassume in questo «apparente paradosso», com’egli lo chiama: «rendere cittadini i contadini, e contadini i cittadini»; cioè portare in campagna molti vantaggi della città, ed estendere poi le città in modo che ogni lavoratore abbia anche intorno a casa della terra da coltivare; si sofferma su questa visione, tendenza, facendone rilevare la bellezza. Sul «decentramento industriale» dice che la pianura padana è già «stipata», che bisogna gradualmente spingere le industrie verso il Sud, anche per ragioni strategiche.

A ben vedere, in questa stessa prospettiva anche il «problema dei giovani» perdeva per lui buona parte dell’importanza che aveva avuto in passato.

Che i giovani restassero per Mussolini un punto di riferimento fondamentale è fuori discussione. Essi non solo costituivano per lui «la nostra continuità ideale e fisica» e dovevano «essere migliori di noi», perché era ad essi che sarebbe passato nel prossimo futuro «il comando» («per questo, – disse a fine dicembre del 1941 a Ravasio338, – ho scelto un segretario del partito giovane, Vidussoni ha ventisei anni»), ma, nel complesso, stavano superando bene l’«esame di maturità della guerra», sicché se, da un lato, occorreva stare attenti ad evitare spaccature generazionali339, dall’altro doveva essere ben chiaro che se si fosse trovato nella necessità di scegliersi dei «compagni di lotta», se li sarebbe scelti «fra i giovani, magari con tutti gli errori e le esuberanze che avevamo anche noi»340. Coloro che (nell’Esercito, ma anche nel partito) si formalizzavano, si irritavano troppo per il «menefreghismo» dei giovani sbagliavano. Il «menefreghismo» era stato la «bandiera» dello squadrismo «nei magnifici tempi del combattimento» e costituiva «un dato morale che bisogna alimentare nella gioventú che viene», sicché, se se ne dovevano limitare con una opportuna «opera di educazione» eventuali eccessi, non bisognava neppure esagerare.

838–839

Essi sono giovani e sono ottimi elementi; sono quelli di domani. Basterebbero a riscattarli i battaglioni di giovani fascisti che si sono battuti a Bir el Gobi con un eroismo che ha stupito gli inglesi. Due battaglioni sono stati circondati per tre giorni, isolati, attaccati da centinaia di carri armati, hanno avuto il cinquanta per cento di perdite e sono rimasti al loro posto senza ritirarsi di un metro341.

In alcune occasioni e in particolare il 24 gennaio 1942 parlando al direttorio nazionale del PNF342 Mussolini arrivò persino ad affermare che non si doveva essere troppo severi neppure con quei giovani che esageravano in senso antifascista: spesso il loro comportamento doveva infatti essere fatto risalire piú che a loro stessi alle loro famiglie, a quelle famiglie «che una volta si chiamavano famiglie per bene», all’influenza di qualche prete antifascista, alla loro ingenuità di fronte alle manovre di qualche ebreo, ovvero si trattava di «sventati», che avevano fatto «delle letture che poi non avevano potuto convenientemente assimilare» (e qui la botta era quasi certamente rivolta a certi intellettuali e gerarchi fascisti e al loro corporativismo di sinistra) o avevano «qualche insofferenza di natura scolastica, di esami, di facilitazioni», sicché, piuttosto che farne dei martiri deferendoli al Tribunale speciale, era sufficiente mandarli al confino.

Fermarsi a queste affermazioni, a questi giudizi sarebbe però sbagliato; per capire veramente la posizione di Mussolini bisogna scendere piú in profondità e prestare attenzione alle sedi, ai momenti in cui furono pronunciati. Nelle rare occasioni pubbliche nelle quali faceva cenno ai giovani e al loro atteggiamento verso la guerra – tipico il caso del discorso pronunciato alla Camera il 10 giugno 1941 nel primo anniversario dell’entrata in guerra343 – il giudizio era ovviamente positivo, piú di quello da lui nutrito realmente nell’intimo. Piú complesso e articolato, e spesso venato da una piú o meno esplicita polemica verso coloro (Bottai e Farinacci in particolare) che criticavano il suo atteggiamento e avrebbero voluto sollevare il «problema dei giovani», era invece il giudizio espresso in sede di partito. E ancor piú esplicito e sostanziato di considerazioni relative piú al futuro che al presente era quello che dava tête-à-tête con quei pochi – come De Begnac – con i quali talvolta si lasciava andare a conversazioni che il piú delle volte assumevano il carattere di monologhi.

839–840

Come abbiamo detto piú volte, è una leggenda (che ha avuto molti padri interessati ad accreditarla per i piú disparati motivi, soprattutto nell’immediato dopoguerra, ma anche già in periodo fascista e che viene ancor oggi ripetuta da una pubblicistica volta, piú che a comprendere e spiegare quel periodo storico, a ribadirne un giudizio politico) che Mussolini non fosse bene informato sulla realtà italiana. Né, certo, si può pensare che non lo fosse su quella dei giovani: lo vietano il suo interesse per loro, una serie di testimonianze tutt’altro che inattendibili, nonché una ricca documentazione archivistica. È partendo da questo dato di fatto che è possibile valutare le sue affermazioni e i suoi giudizi.

Il 25 aprile 1942, parlando ai segretari federali della Lombardia344, non andò oltre un vaghissimo accenno inserito nel discorso sul carattere «duro, grigio, meccanico», da ingegneri che aveva assunto la guerra: «i giovani di vent’anni credo che non abbiano guardato con soddisfazione al carattere di questa guerra; la letteratura ci ha giocato qualche brutto scherzo; secondo il solito, si pensava ad una guerra garibaldina…» Meno di un mese dopo, il 18 maggio, al direttorio nazionale del PNF, prima di affermare, lo si è detto, che, messo nella condizione di doversi scegliere dei «compagni di lotta», li avrebbe scelti tra i giovani, fece due brevissimi cenni alla questione da loro rappresentata: uno alla necessità di non trascurare certi «sintomi di disagio spirituale» che erano percepibili tra essi; l’altro ai «veri giovani», «degni di portare le nostre bandiere» e cioè ai giovani fascisti di Bir el Gobi345, lasciando cosí comprendere di non considerare veri giovani e veri fascisti quelli che non erano animati dallo stesso spirito e dalla stessa tenacia. Due accenni, assai vaghi, ma che acquistano significato se si ha presente, per un verso, quanto aveva detto il 24 gennaio ai segretari federali del Lazio, della Campania, dell’Abruzzo e Molise e della Puglia riuniti a rapporto a palazzo Venezia e, per un altro verso, il leitmotiv di tutti i suoi discorsi, di partito e privati, di questo periodo sui giovani.

840–842

Prendendo la parola subito dopo il federale di Roma Mario Colesanti, Mussolini aveva mostrato di rendersi ben conto che le cose tra i giovani, e in particolare tra quelli di origine borghese, non andavano bene e che il «disagio spirituale» a cui avrebbe accennato quattro mesi dopo era piú profondo di quanto potevano far pensare alcuni casi di sventatezza politica.

Ci sono, – disse346, – quattordici o quindicimila studenti dell’Università di Roma: troppi. Sono aumentati, c’è stata una inflazione di studenti in questi ultimi tempi. Fenomeno poco simpatico, bisogna riconoscerlo. Ci sono università che hanno raddoppiato il numero degli iscritti: tutta gente che s’era dimenticata di avere un diploma di licenza liceale oppure che aveva preso altre vie e ha pensato ora che iscrivendosi all’università all’ultimo momento poteva ritardare il servizio militare. Perciò la popolazione universitaria da ottantacinquemila è salita a centotrenta-centoquaranta mila studenti.

E due settimane dopo nulla eccepí al federale di Lucca, Mario Piazzesi, che aveva fatto un confronto tra «la gioventú dei campi e delle officine» e quella «studiosa» a tutto vantaggio della prima, «ottima sotto tutti i punti di vista», e spiegato l’indifferenza della seconda col fatto che essa era «troppo viziata e caricata di denaro» e aveva avuto «troppo facile la vita»347. Se a ciò si aggiunge che da mesi, praticamente dalle settimane a cavallo dell’entrata in guerra, sul tavolo di Mussolini giungevano periodicamente rapporti sull’indifferenza e il malessere serpeggianti tra gli studenti, soprattutto delle maggiori sedi universitarie e di Roma innanzi tutte, ma anche tra quelli delle scuole superiori, e che, in genere si manifestavano sotto forma di richiesta (talvolta tumultuosa) di poter superare gli esami «col diciotto assicurato», di rifiuto a sottoscrivere le domande di arruolamento volontario fatte circolare dai Guf e di protesta per la sospensione delle disposizioni che in passato avevano permesso agli universitari di rinviare il servizio militare sino al ventiseiesimo anno d’età348, e che tutti questi rapporti erano sostanzialmente concordi nel denunciare un malessere non circoscritto alle «anime morte», ai «figli di papà» borghesi politicamente indifferenti, ma presente anche tra i giovani fascisti, con la duplice conseguenza di suscitare all’interno dei Guf divisioni e contrasti349 e di provocare una radicalizzazione della parte piú propriamente fascista di essi e il manifestarsi di critiche che prendevano spunto dal comportamento delle «anime morte» per estendersi, da un lato, alla borghesia tout-court, arrivando sino ad accusarla di sabotaggio morale e materiale della guerra e ad invocare drastici provvedimenti ed «esempi» nei suoi confronti350, e, da un altro lato, al regime, a molti suoi esponenti piú autorevoli e in vista (accusati di inefficienza, burocratismo, arrivismo, corruzione, scarso o nullo spirito rivoluzionario e fascista) e persino al partito351, talvolta in forme cosí esplicite da provocare nei loro confronti e in quelli dei vari giornali e giornaletti che se ne facevano portavoce ammonizioni, invii al confino, sequestri352, il fatto che, nonostante tutto questo Mussolini, che pure si era in passato posto il problema dei giovani come uno dei problemi centrali del fascismo e del suo futuro, mostrasse proprio ora la tendenza a ridimensionarne l’importanza e addirittura quasi a negarla, non può esser spiegato né con una consapevole impotenza a fronteggiarla che egli avrebbe cercato di mascherare ridimensionando e addirittura negando appunto il problema, né tanto meno con una sua perdita di contatto con la realtà.

842–843

Al fondo probabilmente esisteva una qualche dose di impotenza; risolvere la questione con questa spiegazione sarebbe però una semplificazione eccessiva e, almeno per quel che concerne la comprensione della personalità di Mussolini, fuorviante; senza dire che, riducendo tutto ad essa, si perde la possibilità di cogliere sia l’animus polemico che sottendeva certe sue affermazioni sia soprattutto il legame tra il suo modo di concepire il problema dei giovani e quello degli intellettuali.

Nonostante tutto, Mussolini era e rimaneva a suo modo un realista e stabiliva o, almeno cercava di stabilire, delle scale di priorità nell’ambito delle quali il fronte interno, allorché sfumò la prospettiva di una guerra breve, assunse una importanza alla quale inizialmente nessuno aveva prestato l’attenzione che meritava. Come disse il 18 aprile 1942 parlando ai direttori dei quotidiani inquadrati nell’Ente stampa353, poiché non si poteva «pretendere che quarantasei milioni di italiani siano tutti idealisti», il nodo del fronte interno era ormai costituito dal problema dell’alimentazione. Quanto alla guerra essa sarebbe stata vinta dai «generosi», da coloro che si sarebbero dimostrati piú «idealisti» e piú capaci, nel complesso, di fare il proprio dovere. Sotto questo profilo i giovani, sempre nel complesso, si comportavano bene e i casi di «sfasamento» erano, – precisò una settimana dopo ai segretari federali della Lombardia354, – «molto limitati e nel complesso irrilevanti». Un giudizio, questo, che continuò a ripetere sino alla fine, ché ancora l’11 marzo 1943, in sede di direttorio nazionale del PNF, invitò sí a ben vigilare «molto» i giovani, dato che tra essi affioravano tendenze e fenomeni (quali una «specie di disinteresse di fronte alle cose della storia e del mondo» e una sorta di imitazione scimmiesca di mode americane e inglesi) «che devono richiamare la nostra attenzione», ma affermò anche che «l’enorme massa dei giovani» era «a posto»355.

Con la fine del 1941 soprattutto, Mussolini prese a far discendere da questo positivo giudizio di tipo sostanzialmente politico la tesi che in realtà un vero problema dei giovani non esisteva neppure a livello teorico. «La gioventú... è uno stato transitorio, non definitivo».

Se fosse definitivo, esisterebbe il problema dei giovani, ma non è uno stato definitivo. L’uomo che ha trent’anni non è piú giovane come quello che ne ha venti. Sembra piuttosto banale, ma è cosí356.

Questo problema dei giovani è un problema che ha degli aspetti curiosi. Prima di tutto si tratterebbe di sapere quando si è giovani e quanto tempo si rimane giovani. Questo è il punto. Se la gioventú fosse uno stato permanente... si porrebbe veramente il problema dei giovani. Ma ogni giovane invecchia ogni giorno di un giorno. Parlando dei giovani bisogna tener conto del lato anagrafico. Questo però non basta. Ci sono dei giovani che a venti, venticinque, trent’anni hanno già delle stigmate di decadenza357.

843–844

Per comprendere perché Mussolini, dopo avergli dato in passato tanta importanza, ora negava sin l’esistenza di un problema dei giovani è necessario rifarsi alla sua posizione rispetto alla politica degli intellettuali.

Specie nei colloqui con De Begnac358, Mussolini si lasciò andare in questo periodo ad alcune affermazioni che fanno capire come, negando l’esistenza di un problema dei giovani, egli volesse soprattutto negare la necessità di una politica dei giovani quale era stata caldeggiata per anni da Bottai e in tempi piú recenti anche da Serena359, da lui considerata in quel momento inutile e, probabilmente, anche dannosa. I giovani che erano andati a combattere «recando il patrimonio della cultura della loro rivoluzione», gli disse, avevano capito – al contrario di quei «letterati da strapazzo» che erano «rimasti a casa intenti a chiedere al tavolino a tre gambe se vinceremo» – che «spetta al conflitto risolvere i problemi che esistevano e quelli che esistono e preparare la strada al temperamento di quelli che verranno»: la guerra

cambierà tutto, risolverà molte contraddizioni esistenziali, responsabilizzerà coloro che non vollero assumersi responsabilità alcuna nella vita pubblica, coloro che da ogni responsabilità vennero dissennatamente esclusi.

Degli altri, cosí come degli intellettuali, «ai quali troppa fiducia venne concessa e troppa libertà fu da noi elargita» e del cui consenso «la cultura della rivoluzione» poteva benissimo fare a meno, non era il caso di preoccuparsi, perché a guerra finita l’«inutile... sarà fatto uscire di scena e il razionale ne prenderà il posto e la rivoluzione si compirà». Chi non aveva coscienza di ciò non era un «vero» fascista, sicché anche il colloquio, la discussione diventavano inutili, perché in fondo – come disse sia ai direttori dei quotidiani dell’Ente stampa sia al direttorio360 – «oggi non ci sono piú dottrine da scoprire» e «non c’è nulla che si possa aggiungere alle nostre tavole fondamentali».

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Noi abbiamo stabiliti i nostri princípi in maniera precisa: Carta del lavoro, Carta della scuola. Abbiamo dato una risposta a tutti i problemi che la coscienza dei popoli in questo momento si è posta dinanzi. Ci sarà da perfezionare, da aggiornare, se volete: è quello che facciamo continuamente del resto, attraverso le leggi. Ma le basi sono state poste e l’esperienza nostra e d’altri le ha collaudate.

Tornare indietro rispetto a questi principî era impensabile, assurdo; discuterli con chi non ne sentiva il valore e la necessità storica era dunque inutile. Cosí come gli intellettuali, i giovani, per il momento, andavano soprattutto vigilati, senza per altro farne dei martiri. Comprensione e, nei limiti del possibile, tolleranza, accompagnate però da un’azione volta a indirizzarli «a studiare quello che noi abbiamo fatto durante venti anni, in modo che non abbiano l’impressione di rifare il mondo, ma solamente di perfezionare quello che è stato fatto», dovevano essere riservate invece ai «veri giovani», specie a quelli che venivano dalle «forze vergini e fresche» del paese, non ancora «rosicchiate dal tarlo della critica» borghese361.

Chiarita la posizione di Mussolini rispetto agli intellettuali e ai giovani, prima di ritornare a parlare dell’evoluzione dell’atteggiamento di questi due gruppi sociali verso il fascismo e la guerra e dei motivi che ad un certo punto li fecero considerare dall’apparato repressivo del regime i piú pericolosi, è opportuno soffermarci un momento su alcuni fatti e questioni che è pure bene cercare di chiarire.

La prima di queste questioni riguarda Bottai e il significato da attribuire alla sua famosa rivista «Primato». Secondo vari studiosi, mentre la gran maggioranza del gruppo dirigente fascista non avrebbe compreso l’importanza del problema degli intellettuali (e di quello dei giovani che per molti aspetti faceva tutt’uno con esso), Bottai sarebbe stato tra i pochi che se lo sarebbero posto e con piú chiarezza e tempestività di tutti, dando, tra l’altro, vita a «Primato», da lui concepito come un punto di aggregazione e di discussione anche per quelli che si tenevano appartati rispetto al regime e alla guerra362. A sostegno di ciò sono stati addotti principalmente il «coraggio della concordia», foscolianamente rivendicato dallo stesso Bottai nell’editoriale del primo numero di «Primato» (1º marzo 1940) per chiamare a raccolta «le forze vive della cultura italiana» e tentare, «attraverso un’azione ordinata, concorde e, il piú possibile, nobilmente “popolare”», «di rendere concreto ed efficace il rapporto tra arte e politica, tra arte e vita» e di «operare l’unione», «nel nome e nell’interesse della patria», tra «tutte le varie forme di cultura», e l’«interventismo della cultura» richiesto alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia dallo stesso Bottai non nel nome di «un sottomettersi disciplinato agli eventi», quanto di «un parteciparvi, un penetrarli, un comprenderli per dominarli» nel vivo dei problemi, affinché «la nuova civiltà» rifluisse in tutte le direzioni dell’attività umana e si facesse scienza, educazione, scuola363; un appello da lui ribadito, all’indomani del 10 giugno364, esortando gli intellettuali ad

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intervenire, dunque, entrare, marciare, muoversi non per istinto brutale di lotta, ma per un alto illuminato imperativo della coscienza: per portare l’ordine dove regna il disordine, il diritto dove vigeva l’arbitrio, la civiltà dove si perpetrava l’ingiustizia.

Il fatto che «Primato» accettò e addirittura ricercò la collaborazione di intellettuali non solo appartati ma in odore di antifascismo o, soprattutto, che tali si rivelarono al momento della caduta del regime è stato considerato una ulteriore conferma dell’importanza che Bottai avrebbe attribuito sin dall’inizio della guerra al problema degli intellettuali e, dunque, alla necessità di legarli al regime venendo incontro a certe loro esigenze e lasciando loro un margine di libertà di discussione maggiore di quello che altri esponenti fascisti, politicamente meno sensibili al problema (come Pavolini che, al momento dell’entrata in guerra avrebbe voluto sopprimere «La critica» ricorrendo all’espediente dell’applicazione delle disposizioni relative alla riduzione in tempo di guerra del consumo della carta365), non erano disposti a fare.

Nonostante i suoi molti e autorevoli sostenitori, questa immagine di Bottai e di «Primato» è, a nostro avviso, da respingere. Innanzi tutto perché, salvo eccezioni quantitativamente non rilevanti, la presa di distanze dall’«Italia in guerra» e dal regime e il passaggio all’antifascismo degli intellettuali (anche di moltissimi tra quelli che collaborarono a «Primato») furono tardivi – piú di quanto molti di essi abbiano poi voluto far credere – e furono determinati nella maggioranza dei casi dall’esperienza della guerra366 e in particolare dal precipitare, con la fine del 1942, della situazione militare e non dalla partecipazione dell’Italia al conflitto, che, certo, suscitò tra essi, e soprattutto tra i meno giovani che non si erano formati moralmente e culturalmente nel clima fascista, riserve e preoccupazioni non di poco conto e anche opposizioni e intimi drammi di coscienza, ma – bisogna pur aver il coraggio di riconoscerlo – fu inizialmente accettata o subita per convinzione, per sentimento e disciplina patriottici367, per conformismo, perché ritenuta breve e facile dalla grandissima maggioranza di essi, tanto è vero che – per fare due soli esempi di intellettuali di tutto rispetto e non fascisti – un Calamandrei non interruppe la propria collaborazione alla redazione del codice di procedura civile368 e i fisici della scuola romana che era stata di Fermi decisero solo nell’autunno del 1942 di «mettere la sordina» alle loro ricerche di fisica nucleare e dedicarsi invece a quelle sui raggi cosmici per non correre il rischio di essere coinvolti dai tedeschi nella preparazione della bomba atomica alla quale questi lavoravano369. E, ancora, perché molti dei passaggi all’antifascismo (non ci riferiamo ovviamente a quelli meramente opportunistici) degli intellettuali piú giovani e di molti gufini avvennero con una naturalezza che denota una notevole affinità culturale e psicologica di fondo e una continuità tra il loro fascismo di prima e il loro successivo antifascismo e comunismo (ché al comunismo piuttosto che alle culture e ai partiti democratici si rivolsero prevalentemente gli intellettuali e i gufini ex fascisti) e fa pensare non tanto ad una rottura culturale quanto ad una perdurante fedeltà ad una visione del mondo e della politica prima cercata di realizzare attraverso il fascismo, poi attraverso l’antifascismo e il comunismo in particolare; ma assai raramente avvennero però attraverso un iter di progressiva, ininterrotta maturazione da una interpretazione di sinistra del fascismo (quale quella prevalente attorno al 1936 e successivamente andata in buona parte in crisi di fronte alla svolta totalitaria del regime negli anni tra l’intervento dell’Italia in Spagna e quello nel secondo conflitto mondiale) ad un antifascismo militante. Come ha giustamente osservato il Galli370, la loro maturazione infatti non fu un processo continuo, ma «subí invece una brusca interruzione nel 1940-41 allorché la guerra fascista appariva vittoriosa grazie alla Germania o perlomeno di esito incerto». Oltre che nel collocarne nel 1941 invece che negli ultimi mesi del 1942 il termine ad quem, dove, a nostro avviso, il Galli sbaglia è nell’attribuire questa interruzione all’azione repressiva del regime e alla sua abilità nel recuperare «nell’ambito della dialettica culturale, sotto il controllo del partito, la maggioranza dei giovani di tendenze critiche, ma ancora assai piú vicini, soprattutto dopo la Spagna, al fascismo vittorioso che alle varie tendenze dell’antifascismo ancora una volta sconfitto». Pur cogliendo un punto essenziale della questione, con la sua spiegazione il Galli non esce dagli schemi tradizionali entro i quali molti aspetti della realtà fascista sono stati – in qualche caso dagli stessi fascisti371 – e sono ancora troppo semplicisticamente visti e spiegati. Per comprendere l’atteggiamento degli intellettuali meno anziani e dei giovani dei Guf, la repressione e la demagogia del fascismo servono infatti poco. Piú utile è rifarsi a cosa questi pensavano, al loro inseguire il mito di una rivoluzione sociale e di un «nuovo fascismo» (concepito in modi diversi, ma che in tutte le sue versioni si contrapponeva a quello ufficiale372) che la totalitarizzazione del regime aveva fatto ritenere a molti di loro irrealizzabile, ma che ora però la guerra – da essi intesa come guerra sociale, se non addirittura proletaria, piú che nazionale – faceva loro nuovamente apparire realizzabile, e caricava di nuovi significati etici e culturali e delle connesse implicazioni psicologiche: la guerra come ascesi, come rigenerazione, come evento che segnava la fine e l’inizio di due epoche, una storicistica e umanitaristicamente vile, l’altra vitalistica e fondata sul valore trascendente della consapevolezza di un destino collettivo di morte e di resurrezione da cui sarebbe scaturita una nuova civiltà, rigenerata e organizzata sulla base dei valori della tecnica e non su quelli della tradizione e dell’ideologia.

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Quanto piú propriamente a Bottai e al significato da attribuire a «Primato», va innanzi tutto notato che l’idea di affiancare a «Critica fascista» una rivista a carattere artistico-letterario fu maturata dal ministro dell’Educazione nazionale prima del precipitare della situazione europea e, all’inizio, non fu altro che una sorta di sviluppo di una proposta di Giorgio Vecchietti, che, non a caso, avrebbe assunto con Bottai la direzione di «Primato» e sarebbe stato, col redattore capo Giorgio Cabella, colui che avrebbe materialmente fatto la rivista. Piú volte Vecchietti aveva suggerito di inserire in «Critica fascista» un supplemento letterario e artistico; dapprima Bottai aveva lasciato cadere l’idea, quando finalmente la raccolse, preferí però dar vita ad una pubblicazione autonoma, della quale avrebbero entrambi assunto la direzione, anche se in pratica, non volendo Bottai trascurare «Critica fascista», l’effettivo direttore sarebbe stato Vecchietti. Del progetto era stato informato Mussolini (a metà del febbraio 1939) che aveva bocciato il titolo proposto da Vecchietti, «Ulisse», e aveva approvato invece quello, tenuto in riserva da Bottai, di «Primato»373. L’annuncio della prossima pubblicazione della rivista era stato dato da «Critica fascista» il 15 agosto 1939; il primo numero vide però la luce solo sette mesi dopo, quando l’Italia non era ancora scesa in guerra e Bottai pensava, piú che ad un suo intervento a fianco della Germania, ad un «rovesciamento di fronte della Germania contro la Russia, con una ripresa del motivo antibolscevico» e, quindi, con «una pace d’almeno mezzo secolo»374. e – stando a quanto scriveva proprio in quei giorni a Pellizzi375 – in una prospettiva che è difficile considerare quella di un’attiva politica degli intellettuali da attuare in caso di guerra:

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il problema è di non fare una rivista letteraria ‘letteraria’, ma una rivista con una visione ampiamente e superiormente politica: di misurazione, cioè, dei valori politici impliciti in ogni manifestazione letteraria, sia collettiva che individuale.

Né ci pare vi sia nulla che autorizzi a pensare ad un’effettiva correzione di questa prospettiva in conseguenza dell’entrata in guerra dell’Italia di lí a tre mesi. Le esortazioni di Bottai al «coraggio della concordia» e all’«interventismo della cultura» che si leggono su «Primato» non sono sostanzialmente diverse da quelle delle quali sono piene le pubblicazioni non solo interventiste ma genericamente patriottiche del 1915 e, a parte il tono e alcuni riferimenti «dotti», quelle fasciste degli stessi giorni. Né tanto meno si può pensare che Bottai avesse dei dubbi sull’esito del conflitto. A quest’epoca infatti i suoi unici dubbi riguardavano, se mai, il dopoguerra, cosa esso avrebbe significato rispetto alla sua concezione del fascismo.

La guerra la vinceremo, – avrebbe scritto dall’Albania il 3 marzo 1941 al solito Pellizzi376. – Vinceremo anche la pace. Ma faremo mai pace, cioè ordine, nelle nostre idee, nei nostri principi, nei metodi del nostro lavoro?

Gli appunti per Ciano e Mussolini del 13 e 19 luglio 1940 e soprattutto la lettera-relazione indirizzata al secondo il 20 luglio, da noi pubblicati in Appendice al secondo tomo del precedente volume377, denotano un’attenzione e anche una preoccupazione per la situazione che si sarebbe venuta a determinare in Europa dopo la vittoria dell’Asse indubbiamente maggiori di quelle riscontrabili in altri esponenti della leadership fascista e, al tempo stesso, una notevole consapevolezza dell’importanza dell’apporto che nei vari campi di specializzazione la cultura si doveva subito accingere a dare per porre il regime in grado di affrontare, come già da tempo stava facendo la Germania, i problemi del dopoguerra con proprie concrete prospettive e proposte. Nella lettera-relazione del 20 luglio, che consegnò personalmente a Mussolini il 12 agosto378, Bottai affrontava anche altri temi, in particolare quello dell’atteggiamento della cultura verso il regime e la guerra e quello della necessità di mettersi subito all’opera per elaborare un «piano corporativo di carattere internazionale». A proposito del primo, il giudizio era estremamente duro, sia nei confronti della cultura, alla quale era largamente attribuita la responsabilità del fatto che allo scoppio della guerra, nel 1939, «pressoché tutta l’Italia si è trovata anglofila e francofila, antitedesca e antirivoluzionaria» ed era ancora spiritualmente impreparata e disorientata di fronte al futuro e alla pace, che nei confronti della politica del regime. Anche se in forma indiretta, ad essa infatti veniva fatta risalire la responsabilità del «silenzio ostile» che aveva caratterizzato dal 1935-36 al settembre 1939 l’atteggiamento della cultura verso il fascismo:

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Di un movimento culturale fascista si è potuto parlare nei primi anni della rivoluzione, sulla base di alcuni elementi nazionalistici e idealistici, concretatisi nelle riforme del 1925 e poi sboccati nelle prime affermazioni del corporativismo, prima e dopo la Carta del Lavoro. Col declino del nazionalismo e dell’idealismo il movimento culturale fascista si è orientato poi in senso sempre piú corporativistico, sviluppando il lato piú propriamente rivoluzionario della nuova concezione sociale. È stato, forse, questo il periodo piú fecondo della collaborazione: quella frazione della cultura italiana che vi ha partecipato è riuscita a porsi davvero su un piano rivoluzionario e a costringere la piú grande frazione conservatrice a scendere sul terreno della polemica e a collaborare anch’essa indirettamente. Gli anni che vanno dal 1932 al 1935 sono da questo punto di vista i piú ricchi di risultati e la nostra ideologia rivoluzionaria ha avuto allora un’influenza notevole anche all’estero, in primo luogo sul nazionalsocialismo, che, giunto al potere nel 1933, si rivolgeva al Fascismo per seguirne l’esempio.

Ma, sopravvenuta la guerra d’Etiopia, la cultura italiana ha taciuto rinunciando a ogni ulteriore collaborazione. Sul piano speculativo la critica sempre piú rigorosa condotta contro l’idealismo lo ha estraniato definitivamente dal processo rivoluzionario. Sul piano sociale la fine della discussione intorno ai principî del corporativismo ha arrestato l’elaborazione della nuova scienza politica ed economica. Messa a tacere la minoranza rivoluzionaria, la vecchia cultura conservatrice si è trovata senza avversarî e si è rafforzata nelle sue posizioni, mascherandosi in gran parte con un ossequio estrinseco e adulatorio nei confronti del Regime379.

Nel corso della trattazione del secondo tema questo giudizio in parte si ammorbidiva, in parte veniva meglio precisato. Non tutta la cultura era sull’Aventino; al contrario vi erano «elementi preparati ideologicamente e scientificamente ai compiti della Rivoluzione» sui quali si poteva far leva «per rinnovare dall’interno un mondo da cui non si può prescindere». Il problema era dar loro fiducia («condizione imprescindibile per raggiungere questo risultato è che il movimento scientifico possa svolgersi con serenità e continuità, in un’atmosfera che, pur essendo politica, sia sottratta alle vicende troppo contingenti dell’azione politica piú immediata»), orientarli e metterli al lavoro sui grandi problemi come, appunto, l’elaborazione del piano corporativo internazionale.

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Si potrebbe pensare che tutto ciò o non abbia alcun nesso col problema di «Primato» o finisca indirettamente per confermare l’ormai tradizionale ottica nella quale viene collocata la rivista e vista l’azione intrapresa attraverso essa da Bottai: dato per scontato che gli intellettuali sui quali si poteva far conto erano sostanzialmente gli scienziati, i tecnici, Bottai avrebbe cercato di attenuare o, almeno, rendere meno visibili il distacco, l’ostilità dei letterati e degli artisti offrendo loro di scrivere su una rivista di prestigio, che lasciava loro una libertà di discussione maggiore di altre e non affrontava esplicitamente temi politico-ideologici. In realtà le cose sono diverse. Innanzi tutto oggi sappiamo che la lettera-rapporto di Bottai a Mussolini era in realtà di Ugo Spirito. Ricevutala, il ministro non aveva fatto altro che sopprimere le poche righe che rivelavano che non era sua e consegnarla come propria a Mussolini380. Questo non vuol dire che essa non rispecchiasse largamente il suo pensiero e che non fosse in buona misura frutto di precedenti scambi di idee tra i due; la questione è un’altra e basta per rendersene conto mettere a confronto i temi centrali della lettera con quanto Spirito avrebbe scritto nella Guerra rivoluzionaria. Coerentemente alla sua visione della guerra e, piú in genere, della realtà italiana in rapporto al fascismo, Spirito nella lettera a Bottai insisteva molto, lo si è visto, sull’atteggiamento degli intellettuali borghesi «umanisti», drammatizzandolo probabilmente oltre quanto personalmente avrebbe fatto Bottai, e, di fatto, finalizzava il proprio discorso in modo da giungere alla conclusione della necessità di un piano corporativo internazionale, che – se avesse avuto il via libera da Mussolini – avrebbe comportato una ripresa, un rilancio di tutto il discorso corporativo, quale egli aveva adombrato al convegno di Ferrara e che allora Bottai non si era sentito di avallare, ma che ora Spirito doveva essere persuaso che l’avrebbe sostenuto in funzione della elaborazione di una prospettiva italiana atta ad affrontare i problemi del dopoguerra e cioè, in concreto, del futuro «Ordine nuovo». Ché questo era ciò che piú di ogni altra cosa Bottai considerava importante e urgente e su cui Spirito intendeva far leva. E che il filosofo non sbagliasse è dimostrato dalle due sintesi che nel suo diario Bottai diede dei colloqui avuti con Mussolini il 12 (quando gli consegnò la lettera-rapporto) e il 13 agosto (quando il «duce», dopo averla letta, gliene volle parlare)381:

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12 agosto 1940 Udienza a Palazzo Venezia, per cose d’ufficio... Gli consegno una mia lunga lettera sulla posizione della cultura italiana, in specie universitaria, dinnanzi al conflitto europeo: la crisi dell’idealismo e del nazionalismo; il tentativo di rinnovamento culturale sulla base della Corporazione, tra il ’30 e il ’34, culminato nel Congresso di Ferrara; la progressiva segregazione in se stessa della cultura dal ’34 in poi; attraverso la guerra d’Abissinia e di Spagna, giunge la cultura a questa guerra senza nessuna capacità di parteciparvi, disanimata, indifferente, addirittura ostile, in stato di reazione dinnanzi al moto rivoluzionario che gira sempre piú vertiginoso intorno all’asse Roma-Berlino; necessità di rianimare le forze della cultura, puntando sugli elementi giovani, incitandola e impegnandola a affrontare i problemi della nuova Europa, del suo assetto politico, economico, sociale. Questi i capi principali della mia epistola, che consegno senza grandi illusioni.

13 agosto 1940 Mussolini mi chiama. A’ la mia lettera innanzi e risponde capo per capo. Riconosce, che tra il ’30 e il ’34 la cultura s’accostò alla rivoluzione sulla spinta rinnovatrice del Corporativismo, ma le guerre ànno interrotto il moto d’accostamento: «è naturale, tuona il cannone, la cultura tace»; e prevede l’interruzione si prolunghi. «Perch’io, – dice, – già presento la guerra, che verrà dopo questa. Quale sarà il nuovo assetto economico dell’Europa? Bisognerà vedere, che cosa facciano Stati Uniti e Russia. Questa, soprattutto, sarà con l’Europa o contro l’Europa? È da vedere». Che cosa può fare la cultura, in attesa? Poco, sembra concludere. Tuttavia, accetta la mia proposta di promuovere una vasta discussione universitaria sui tèmi della nuova Europa: una discussione, io spiego, interna, senza pubblicità, «cellulare», «conventuale». Si vedrà, concordiamo, quel che ne uscirà di buono.

Riducendo la questione all’osso, si può dire che tutta la vicenda di «Primato», la sua nascita come l’effettivo disegno perseguito da Bottai, sono in questo succedersi e compenetrarsi di suggestioni: Vecchietti-Bottai, Spirito-Bottai, Mussolini-Bottai.

Quando cominciò a pubblicare la rivista, Bottai voleva solo contemperare due esigenze, quella che gli veniva dalle sollecitazioni di Vecchietti a dare piú spazio su «Critica fascista» alla tematica letteraria ed artistica; una prospettiva, questa, che indubbiamente doveva essergli assai gradita non solo perché gli avrebbe permesso di stabilire rapporti piú stretti e meno ufficiali di quelli che già aveva come ministro dell’Educazione nazionale con il mondo intellettuale e di distinguere ai suoi occhi la propria immagine da quelle della burocrazia del ministero della Cultura popolare e di quei gerarchi – soprattutto Farinacci – che pure cercavano di influre su tale mondo, ma anche perché egli stesso era al fondo un letterato; e quella di non togliere a «Critica fascista» il suo precipuo carattere di rivista impegnata in una battaglia ideolgoica interna al regime e al fascismo; battaglia squisitamente politica alla quale un eccessivo impegno sul terreno letterario e artistico avrebbe procurato in quel momento piú svantaggi che vantaggi. Oltre a questo dietro la nascita di «Primato» doveva esservi ben poco, certo non il disegno di una nuova strategia in materia di politica degli intellettuali. E anche pensando che, data la gravità del momento, Bottai fosse capace di varcare per cosí dire i limiti del «lecito»382 e sfidare l’ostilità di Mussolini (che sostanzialmente gliela manifestò anche nel colloquio del 13 agosto, definendo «naturale» il silenzio della cultura «quando tuona il cannone») a qualsiasi vecchia o nuova politica degli intellettuali, rimane sempre il fatto che per lui la «nuova civiltà», l’«uomo nuovo», il «nuovo umanesimo», come diceva, potevano scaturire solo da una intransigenza totalitaria, morale ancor prima che politica, e da una conseguente e coerente azione dello Stato. In questa visione (che negli anni precedenti gli aveva procurato le simpatie di molti giovani), gli intellettuali avevano secondo lui un ruolo essenziale per il regime, le cui sorti dipendevano sui tempi lunghi dalla sua capacità di ottenere, organizzare e utilizzare il loro consenso e la loro collaborazione nella continua costruzione dello «stato nuovo» e cioè dello stato corporativo, da Bottai considerato la sola soluzione dei problemi del mondo moderno383. Il che significava puntare sí sulla funzione egemonica degli intellettuali, ma soprattutto su quelle «competenze» intellettuali di tipo tecnico-operativo (giuristi, economisti, politologi, ecc.) che sole potevano innervare una nuova classe dirigente veramente fascista e realizzare le istituzioni, i meccanismi funzionali dello stato corporativo. Per gli altri, e in particolare i letterati e gli artisti, in questa prospettiva rimaneva oggettivamente uno spazio assai limitato ed è ben difficile credere che proprio per essi Bottai potesse pensare di mettersi in contrasto con Mussolini.

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Perché la linea di «Primato» si facesse piú precisa ci volle l’intervento italiano in guerra. Anche a questo proposito è necessario essere però ben chiari. La partecipazione italiana al conflitto non acuí l’interesse di Bottai per il problema degli intellettuali, né tanto meno lo indusse a modificare la sua visione di fondo, sia generale (ideologica) sia particolare (rispetto agli intellettuali). Il vero problema del momento divenne per lui quello del dopo; quello della nuova realtà che sarebbe scaturita dalla vittoria dell’Asse in tutti i campi e innanzi tutto in quello dei rapporti politici, economici, ideologico-culturali italo-tedeschi e tra le potenze dell’Asse singolarmente prese e gli altri paesi e, in conseguenza di essi, anche all’interno del regime.

854–855

In altri termini, il vero e decisivo problema divenne per lui quello dell’Ordine nuovo. E ciò tanto piú che, mentre in Germania esso era già allo studio da tempo e già se ne potevano cogliere bene le tendenze egemoniche anche nei confronti dell’Italia, qui invece nessuno se ne occupava seriamente, lasciando cosí i tedeschi liberi di porne le premesse in base solo ai propri interessi. Su questa consapevolezza di Bottai dell’assoluta necessità per l’Italia e per il regime di affrontare il problema dell’Ordine nuovo è impossibile stabilire quanto giuocò l’influenza di Ugo Spirito. Quel che si può dire con certezza è che essa fu indubbiamente notevole e che di tutto il discorso Spirito-Bottai esposto nella lettera-rapporto consegnata il 12 agosto a Mussolini, l’unico punto sul quale Bottai riuscí ad ottenere dal «duce» (tutt’altro che propenso in quel momento a passi impegnativi che nell’intimo sapeva di non poter compiere o considerava in un’ottica che però non voleva svelare) un minimo di consenso fu quello di promuovere una «vasta discussione universitaria sui temi della Nuova Europa», da tenere però rigorosamente all’interno del mondo universitario e senza pubblicità.

Su un placet cosí circoscritto – e che doveva essere sostanzialmente anche piú limitato di quello che due mesi prima Mussolini aveva dato a Pellizzi per la costituzione di «gruppi scientifici» (centrali e periferici) dell’Istituto nazionale di cultura fascista – ben poco si poteva costruire. Agli occhi di Spirito probabilmente nulla di serio, tant’è che, pur continuando a tenersi in contatto con Bottai e a dargli suggerimenti384, il filosofo dedicò il suo impegno maggiore nell’anno successivo alla stesura del suo libro sulla Guerra rivoluzionaria nella speranza di convincere con esso Mussolini a rivedere la propria posizione e ad affrontare veramente il problema dell’Ordine nuovo in tutte le sue implicazioni, interne ed internazionali; e, dopo che il «duce» espresse a Bottai (che glielo aveva dato da leggere) il proprio giudizio negativo su alcune tesi di questo scritto «intelligente ma contraddittorio» e politicamente sbagliato385, prese ad avvicinarsi sempre piú a Pellizzi e all’INCF, la cui attività di studio, per limitata che fosse, dovette apparirgli piú concreta di quella che Bottai nel frattempo si era ridotto a svolgere386.

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Diversa dovette essere invece la reazione di Bottai. Miglior conoscitore di Mussolini di quanto fosse Spirito e, quindi, pressoché sicuro della impossibilità di fargli mutare idea e, al tempo stesso, abituato com’era a sfruttare politicamente qualsiasi circostanza e possibilità, egli dovette ritenere che, per quanto circoscritto alla tematica della «nuova Europa», il placet del «duce» offrisse non trascurabili margini di manovra, specie proprio per quel che riguardava «Primato». Avere mano libera per impostare il problema dell’Ordine nuovo in termini storico-politici e culturali in genere dovette apparirgli un fatto molto piú positivo che non a Spirito per il quale i temi importanti erano altri, piú concreti ed immediatamente politici. E ciò tanto piú che affrontare in termini culturali il problema dell’Ordine nuovo presentava il duplice vantaggio a) di permettere un discorso non esplicitamente politico – che comunque da parte italiana si sarebbe potuto affrontare solo «in cifra» – sul futuro rapporto Italia-Germania e sulle rispettive posizioni rispetto al resto dell’Europa; b) di prospettare una visione non solo nuova ma morale e rivoluzionaria della guerra e della partecipazione italiana ad essa, facendo leva su una serie di motivi molto sentiti da una buona parte della gioventú fascista e che potevano riuscire cattivanti anche rispetto a un certo numero di intellettuali nei quali, da un lato, erano ancor vive suggestioni di tipo mazziniano e giobertiano e, da un altro lato, vecchi e nuovi pregiudizi e ostilità antinglesi convivevano con quelli antitedeschi senza trovare una intima sistemazione.

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Letto in questa chiave, «Primato» riacquista la sua vera fisionomia, assai piú politica che culturale e assai meno finalizzata di quanto spesso si dice ad una nuova forma di politica degli intellettuali. Difficile sarebbe altrimenti spiegarsi perché, quando, poco dopo la dichiarazione di guerra, Vecchietti e Cabella furono richiamati alle armi, Bottai poté pensare addirittura di chiudere la rivista – un’idea che si può spiegare solo con la convinzione, prima, che la guerra si sarebbe conclusa assai rapidamente e, poi, con lo sconforto provocato in lui dalla drammatica piega che essa aveva invece assunto in Grecia – e, alle resistenze di Vecchietti, decise di affidarne la direzione di fatto a una persona che non conosceva neppure, Tommaso Bozza, del quale lo stesso Vecchietti gli aveva fatto il nome, salvo, conclusasi positivamente la guerra con la Grecia, convintosi che «la storia à dato ragione a Mussolini»387 e tornate quindi a fiorire le piú rosee previsioni sugli sviluppi della guerra, ma, al tempo stesso, accentuandosi le preoccupazioni circa i futuri rapporti di potenza tra Germania e Italia, ritenere – come il 23 aprile 1941 scrisse a Bozza – che nella nuova fase che si andava dischiudendo per l’Italia «Primato» dovesse diventare uno strumento «essenziale ai nostri fini» e che, quindi, bisognasse «curarsene molto» e «dargli un tono giusto»388. E cosa ciò volesse dire lo spiegano alcune scelte redazionali dei mesi immediatamente successivi, quali, per un verso, il tono meno eclettico assunto dalla rivista (non piú o molto meno teatro, cinema, musica, dischi) in modo da concentrarne il fuoco sulla letteratura, le arti e soprattutto la storia, sulle tematiche cioè piú atte a sviluppare un discorso in chiave di cultura nazionale, di un Ordine nuovo diverso da quello a cui tendevano i tedeschi e, nei limiti del possibile, una presa ideologica di distanze dal nazismo che potesse far convergere sull’Italia le simpatie di altri paesi europei e, per un altro verso, il dirottamento su «Critica fascista» di qualche collaboratore le cui posizioni meno collimavano con questo orientamento.

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I famosi dibattiti sull’ermetismo (probabilmente suggerito a Bottai da G. Manacorda), sui rapporti tra università e cultura (dietro il quale invece dovette esservi almeno in parte Spirito), sull’esistenzialismo e persino quelo, in un certo senso piú esplicitamente ideologico-politico, sul «nuovo romanticismo», cosí come i ricorrenti interventi sul problema dei giovani appaiono infatti ad una lettura spregiudicata solo una sorta di cornice entro la quale si collocava sempre di piú il problema della «nuova Europa» e piú in genere dell’Ordine nuovo ed erano tutti piú o meno finalizzati ad esso389. Al contrario, in questa ottica centrali diventano la rubrica storica e soprattutto una serie di articoli, alcuni pubblicati come editoriali, che Carlo Morandi scrisse per «Primato»390 nel 1940-42 (ché col 1942 prese ad avvicinarsi anche lui sempre piú a Pellizzi e all’INCF, col quale collaborava dal 1940391). E non solo perché essi testimoniano bene quelli che dovevano essere gli aspetti particolari e al tempo stesso l’impostazione generale della tematica relativa alla «nuova Europa» e all’Ordine nuovo che Bottai tendeva ad affermare attraverso la rivista (significativo è a questo proposito che una versione riadattata e piú politicizzata degli articoli di Morandi, Guerra per l’Europa, fu pubblicata in opuscolo nella collana «Questa guerra» diretta da G. Cabella), ma perché permettono un confronto tra l’impostazione bottaiana e quanto in materia di Ordine nuovo veniva detto e scritto da altri esponenti fascisti e – cosa per noi piú importante – da intellettuali che facevano capo ad altri gruppi e dalla stampa giovanile, che, come diremo, dedicò durante tutta la guerra molto spazio all’«europeismo fascista» e al significato, ai valori che l’Ordine nuovo avrebbe dovuto avere tanto nei rapporti tra le nazioni e i popoli, quanto rispetto all’evoluzione del fascismo e alla costruzione di una «nuova società». Una «nuova società» che, per altro, veniva vista, specie dai giovani, ma non solo da essi e persino da numerosi collaboratori di «Primato», come, per esempio, Galvano Della Volpe, in un contesto psicologico e morale – quello della nuova «etica della guerra» – che nulla aveva in comune con la concezione ideologico-politica della quale Bottai era stato assertore per anni, ma dalla quale, pur continuando a ritenerla l’unica valida, finí rapidamente per accettare che «Primato» si discostasse sempre di piú, quasi certamente temendo di perdere i contatti con il «nuovo fascismo» e rimanere isolato rispetto a tutte le tendenze e i gruppi di potere fascisti. Come giustamente ha infatti osservato lo Zapponi392,

858–860

la nuova «etica della guerra» era in conflitto... con l’indirizzo ideologico che, per circa un ventennio, aveva costituito, per cosí dire, la seconda anima del fascismo; con la concezione politica, per intendersi, propria del «partito» bottaiano, storicista e «revisionista», assertore di una continuità naturale e dialettica fra passato e presente. In effetti, nulla di meno conciliabile con l’interpretazione della guerra, nei termini di un evento che segnava la fine di un’era e avviava al tempo stesso un processo di rigenerazione «dal basso» (non mediato, quindi, dalla presenza di uno stato «organizzatore»), dell’ideologia promanante dagli scritti di parte redazionale, pubblicati regolarmente nelle prime pagine dell’ultima rivista di Bottai, e dello stesso nome «Primato», a essa imposto, carico di ovvi richiami alle tesi cattolico-risorgimentali di Vincenzo Gioberti.

Il che conferma la nostra interpretazione della posizione di Bottai e di «Primato» come dettata assai piú da fini politici che culturali e non tanto di fronda, e, per di piú, di operazione fallita sia come tentativo di rendere piú organico il rapporto intellettuali-regime, sia sotto il profilo della particolare concezione ideologico-politica del fascismo propria di Bottai. A meno di non volerla ridurre – come pure è stato fatto393 – ad una operazione per cercare di rafforzare la personale posizione di Bottai all’interno del fascismo (all’inizio della guerra già indebolita piú di quanto si creda) facendo leva sul fatto che attorno alla sua rivista si raccoglievano molti degli esponenti piú autorevoli della cultura e alcuni tra i giovani intellettuali piú promettenti. Una ipotesi questa che può anche avere un fondo di verità, ma che non può, a nostro avviso, essere prospettata che come un aspetto accessorio e aggiuntivo rispetto a quanto sin qui detto394 e, comunque, tardivo, successivo alla sconfitta in Egitto e allo sbarco alleato in Africa settentrionale. Ma, anche in questo caso, con risultati niente affatto positivi, ché «Primato», piú che rafforzare la posizione di Bottai, finí per indebolirla vieppiú, esponendolo ad accuse piú o meno velate di «antifascismo» da parte dell’intransigentismo395, facendo calare ulteriormente il suo credito anche tra molti giovani fascisti ai quali «Primato» finí per apparire un tipico prodotto della doppiezza di tanta parte dell’establishment fascista e tutto ciò senza riuscire né – come la rivista si era inizialmente prefissa396 – a «far bruciare le tappe dell’arduo e lento cammino di una trasformazione del costume» agli intellettuali, né a suscitare in essi, neppure nei piú tra quelli che vi scrivevano, un impegno tale da indurli – quando la guerra imboccò decisamente la china discendente – a mettere da parte, come invece era avvenuto dopo Caporetto, le loro perplessità, recitare il «mea culpa»397 e far fronte al pericolo di una sconfitta. In conclusione, come già abbiamo avuto occasione di dire, ci pare che la posizione di «Primato» verso gli intellettuali e tutto sommato anche verso i giovani, almeno sin verso la seconda metà del 1942, non si differenziò gran che da quella di un po’ tutto il fascismo se non per il suo modus operandi, piú accorto, abile, suadente, consapevole degli umori, dei punti sensibili, delle debolezze degli intellettuali e dei piú diffusi stati d’animo giovanili; attento ad individuare bene gli avversari reali (in primo luogo l’influenza crociana), in modo da non menar fendenti a destra e a manca contro avversari sia pericolosi che innocui o addirittura inesistenti col risultato di creare un clima pesante di cui in ultima analisi faceva le spese soprattutto il regime, e disposto ad utilizzare contro di essi spunti e motivi di altri patrimoni culturali (in paticolare quello cattolico) meno pericolosi e comunque meno refrattari ad essere messi in orbace, e ad agire nei loro confronti non con l’attacco frontale e dall’esterno, ma con tattica avvolgente e dall’interno dello stesso mondo della cultura.

860–862

In conclusione non si esagera affermando che negli anni della guerra il regime non ebbe sostanzialmente una politica degli intellettuali. Un po’ perché a non volerla era innanzi tutto Mussolini, un po’ perché da parte della gran maggioranza dei dirigenti fascisti o non se ne sentiva realmente il bisogno o si confondeva l’azione culturale con la propaganda o, nel migliore dei casi, si avevano idee diversissime su come essa dovesse essere intesa e soprattutto attuata. Stante questa realtà, anche le istituzioni che in teoria piú si sarebbero dovute occupare della cultura e degli intellettuali non inquadrati nel regime o che non svolgevano la loro attività di studiosi e di tecnici in organismi che lavoravano per esso non trovarono da un lato il sostegno (anche economico) e i margini di autonomia di cui avrebbero avuto bisogno (tipiche a questo proposito sono la sottovalutazione, la diffidenza, le pastoie che caratterizzarono l’atteggiamento del partito nei confronti dell’attività dell’INCF) e da un altro lato a lungo girarono praticamente a vuoto o svolsero attività che con la cultura e con gli intellettuali ben poco, se non addirittura nulla, avevano a che fare398; ovvero dovettero dedicarsi ad altre iniziative il cui campo d’azione piú che in Italia era all’estero e che si proponevano, conformemente alla strategia mussoliniana relativa all’Ordine nuovo, obiettivi che attenevano soprattutto alla politica estera399. Con la conseguenza non solo di allontanare anziché avvicinare gli intellettuali parzialmente critici, e «sotto la tenda», dal regime e dalla guerra, ma di approfondire le divisioni tra le varie correnti culturali presenti all’interno del regime e far loro assumere valenze destinate a favorire spesso il trapasso di una parte degli intellettuali fascisti al comunismo, e di non valorizzare (e talvolta guardare con sufficienza e persino con diffidenza) e non utilizzare convenientemente l’apporto che avrebbero potuto dare intellettuali «tecnici» che non erano certo inferiori a quelli di altri paesi: si pensi, per fare un solo caso, al giudizio di J. A. Schumpeter400 secondo il quale la riflessione economica italiana continuava a mantenersi al tempo della seconda guerra mondiale a quell’elevato livello che l’aveva resa nel trentennio precedente «non seconda ad alcuno». Per non dire di un’altra conseguenza: quella di venirsi a trovare nella condizione di dover utilizzare per la propaganda culturale di massa – alla quale il partito tendeva a ridurre tutto – intellettuali quasi sempre di bassissimo livello e assolutamente inadeguati alla bisogna e che non solo non ottenevano alcun risultato, ma finivano per demoralizzare maggiormente gli animi e squalificare vieppiú il regime.

862–863

Quanto infine all’effettivo atteggiamento nei confronti della maggioranza degli intellettuali «umanisti», esso si ridusse di fatto alla vecchia filosofia del bastone e della carota. Della vigilanza e, oltre un certo limite di «tolleranza», dei vari gradi della repressione (ammonimento, diffida, perdita del lavoro, arresto) e della corruzione su vasta scala (al punto che il 19 giugno 1943, parlando in sede di direttorio del PNF, il ministro della Cultura popolare Polverelli avrebbe affermato che «gran parte dei nostri letterati», pur non vivendo la vita del fascismo, erano «quasi tutti sovvenzionati»401) anch’essa intesa e praticata in varie forme e gradazioni ispirate ad un misto di realismo, spregiudicatezza e cinismo (e talvolta di mecenatismo spicciolo), che era a sua volta spesso frutto di quel complesso di rapporti sociali e personali che con gli anni si era venuto tessendo tra intellettuali fascisti (specie se inseriti in posti di potere burocratico) e intellettuali disimpegnati, vagamente critici e rassegnati, e che andavano dal «chiudere un occhio», utilizzare le persone giuste al posto giusto e «far vivere» un po’ tutti (nel 1940 tra i lettori della Direzione generale della stampa incaricati di esaminare i libri stranieri per una loro eventuale traduzione vi era persino la vedova di una delle piú illustri vittime del fascismo) al commissionare (anche a fondo perduto) opere varie, concedere sovvenzioni, contributi e persino sussidi (spesso modesti, ma preziosi per chi ne godeva) fissi o saltuari ai piú vari titoli402, gestire gli acquisti delle biblioteche e delle gallerie, l’assegnazione di certi progetti e la committenza di certe opere d’arte in base a criteri che non escludevano talvolta quello «a pioggia» cosí da soddisfare anche professionisti e artisti minori, ecc.

863–864

Sino a quando il corso della guerra era apparso non pregiudicato e addirittura complessivamente favorevole al Tripartito questa gestione degli intellettuali era sembrata a Mussolini e ai vari organi del partito e dello Stato direttamente interessati al problema tutto sommato soddisfacente: nonostante i loro congeniti limiti, certe «sordità», incomprensioni e tendenze ad estraniarsi dalla realtà del paese in guerra, i problemi che gli intellettuali suscitavano al regime erano relativamente minori di quelli suscitati da altre categorie sociali e ciò tanto piú che, in genere, essi costituivano una realtà eterogenea, chiusa in se stessa e con scarse capacità di comprendere i problemi reali delle altre e di farsi capire da esse e, dunque, di avere influenza nel paese o l’avevano quasi solo su una parte della gioventú borghese, sicché il loro problema finiva se mai col fare per il regime tutt’uno con quello dei giovani. Un tentativo di innovare i criteri della gestione del problema degli intellettuali si ebbe solo verso la fine del 1942 e soprattutto col 1943 parallelamente al precipitare della situazione militare, ai primi segni di riorganizzazione dei partiti antifascisti e soprattutto al moltiplicarsi dei gruppi d’opposizione spontanea e alle crescenti richieste dell’intransigentismo fascista affinché, per un verso, fossero adottati drastici provvedimenti contro tutti coloro – intellettuali in testa – che non sentivano la gravità del momento e continuavano a sottrarsi alle proprie responsabilità, a mostrarsi tiepidi e a far la fronda e, per un altro verso, si mobilitassero tutte le energie e le competenze necessarie a superare la crisi. Da qui, oltre ad un inasprimento della vigilanza e della repressione, una ripresa di iniziative (finalizzate soprattutto al rilancio della politica italiana per l’Ordine nuovo caldeggiato da Bastianini) e l’avvio di alcuni progetti e programmi volti a potenziare e razionalizzare le attività culturali del regime e innanzi tutto le istituzioni che ad esse avrebbero dovuto presiedere, in particolare l’INCF e il Centro di studi e di azione per l’Ordine nuovo403, i quali per altro erano destinati a non concretizzarsi per il sopravvenire della crisi del 25 luglio.

864–865

A questo punto due precisazioni si impongono. La prima può essere considerata ovvia, pleonastica addirittura: non era certo con quei mezzi che a quel punto il regime poteva recuperare e tanto meno ottenere il consenso degli intellettuali. La seconda è invece per qualche aspetto meno ovvia: se ciò era ormai impossibile e in definitiva impensabile anche da parte fascista, era però un fatto che, pur in presenza della crisi del regime, solo una parte, una élite di intellettuali – in maggioranza di formazione prefascista e mai venuta veramente a compromessi con il fascismo – aveva idee chiare su come comportarsi, su cosa volere; i piú si comportavano infatti non molto diversamente dal resto della borghesia, temevano spesso il futuro non meno del presente, avevano scarsi o punti collegamenti fuori dai loro ambienti e, non sapendo in sostanza come comportarsi concretamente (se, addirittura, mancando di forti convincimenti, non avevano paura di esporsi e di perdere quei benefici che ancora il regime assicurava loro), o si rinchiudevano in una sorta di timoroso isolamento o continuavano a comportarsi come «buoni italiani» e persino come «buoni fascisti» o cautamente cercavano di tenere, per cosí dire, il piede in due staffe. Il che, all’atto pratico e al punto a cui erano arrivate le cose, andava a tutto vantaggio del regime a cui l’ambiguo comportamento e la passività dei piú creavano sí una serie di problemi, ma assicuravano anche una ragionevole sicurezza che l’opposizione degli intellettuali, per il momento almeno, non sarebbe andata oltre certi limiti e si sarebbe pertanto potuta tenere in larga parte sotto controllo. Sicché il vero problema rimaneva per il regime quello dei gruppi spontanei, i soli in grado, data l’arretratezza del processo di ricostruzione dei partiti antifascisti e l’esiguità delle forze sulle quali essi potevano ancora contare, di esercitare una influenza effettiva all’interno di altre categorie sociali, tra una parte almeno degli altri intellettuali e soprattutto tra i giovani.

865–866

Il problema dei giovani di fronte al fascismo e in particolare il loro atteggiamento durante la guerra ha avuto a livello di studi una sorte in un certo senso simile a quello della cultura e degli intellettuali404, con il quale del resto in parte si identifica – anche se non si esaurisce – data l’estrazione sociale e la formazione della gran maggioranza di coloro ai quali ci si riferisce quando si parla della gioventú e del suo rapporto con il regime. Anche per esso manca ancora qualsiasi studio complessivo di riferimento e quanto a quelli particolari la situazione è anche piú deficitaria. A parte i Littoriali della cultura (che però a livello nazionale furono sospesi nel 1940, in corrispondenza con l’entrata in guerra dell’Italia), sui quali si è concentrata l’attenzione (in verità piú politica, e talvolta scandalistica, che scientifica) di numerosi autori e che hanno alimentato una non ricca, ma interessante memorialistica405 e offerto materia per una serie di considerazioni generali (che però molto spesso attengono piú che alla specifica tematica dei giovani a quella della cultura e degli intellettuali latu sensu e non di rado nella particolare ottica del rapporto Bottai-giovani, che se ha una sua validità per gli anni sino al 1939-40, è del tutto riduttiva per quelli successivi), pochissimo, quasi nulla, è stato fatto per approfondire l’atteggiamento dei giovani negli anni del conflitto, i molteplici modi con i quali essi si posero di fronte alla realtà della guerra, le loro idee – o, meglio, stati d’animo e aspirazioni, diversissimi e in continua evoluzione – morali, sociali e politiche, le innumerevoli riviste e rivistine (molte sorte nel 1940-1941) e i numerosi convegni interuniversitari (che talvolta assunsero il carattere di mini Littoriali) che si tennero nel 1940-42 dopo la fine dei Littoriali406, attraverso i quali può in qualche misura essere ricostruito questo travaglio, e far luce su una serie di questioni particolari sulle quali pochissimo ancora si sa o attorno alle quali si ripetono pedissequamente affermazioni e talvolta luoghi comuni mai posti al vaglio del minimo controllo, quali, per fare due soli esempi, la differenza di comportamento tra militari delle classi piú giovani e di quelle piú anziane e il volontariato.

866–867

Stante questa situazione degli studi e non potendo in questa sede affrontare il problema come meriterebbe, anche a proposito dei giovani ci limiteremo, come per gli intellettuali, a delineare il loro atteggiamento solo per grandi linee e in riferimento soprattutto agli aspetti che piú possono servire a capire l’incidenza che esso ebbe sulla realtà italiana nel corso della guerra, il perché delle preoccupazioni, con la fine del 1942 - inizi del 1943, che esso suscitò nell’apparato repressivo del regime e i giudizi sostanzialmente favorevoli che – come si è detto – Mussolini espresse sui giovani fascisti sin quasi alla vigilia del 25 luglio e il suo rifiutarsi di porre all’ordine del giorno del regime e del fascismo, come da piú parti gli veniva chiesto, il problema dei giovani.

Nel 1938-39 e ancora nei primi mesi del 1940 il mondo giovanile aveva mostrato, come già si è detto407, segni evidenti di stare attraversando un momento che si può ben definire complesso e, dal punto di vista del regime, difficile. Un momento di ripensamento e di ridefinizione, con forti tendenze a ridistribuirsi su direttrici per molti aspetti diverse da quelle che grosso modo avevano tenuto il campo sino alla guerra d’Etiopia. Un momento, ancora, caratterizzato da un calo di tensione politica e di fiducia nel fascismo, che il prender corpo di quello che abbiamo definito il «nuovo fascismo»408 non era nel complesso (dal punto di vista del regime, ovviamente) sufficiente a riequilibrare. I casi di passaggio all’antifascismo non erano certo rilevanti e talvolta piú frutto di rapporti personali che di radicati convincimenti. Nei Guf, tra i giovani fascisti gli insoddisfatti, i critici, i frondisti erano andati però aumentando e sarebbero stati ancora piú numerosi se al loro moltiplicarsi e al radicalizzarsi delle loro critiche non avesse fatto da freno il forte ed operante mito di Mussolini. Gli ultimi Littoriali della cultura, quelli di Trieste e di Bologna, avevano denunciato non solo un abbassamento complessivo del livello culturale, ma un calo significativo di tensione rispetto alle precedenti edizioni, tant’è che «Primato» si era posto l’interrogativo se non fosse opportuno «procedere a una revisione totale», di essi, cosí da renderli nuovamente adeguati alla sensibilità dei giovani e alle loro esigenze409. Ma ancor piú importante era il diffondersi tra i giovani – tra quelli che si erano considerati sino a qualche tempo prima fascisti, come tra quelli al limite dell’afascismo – di un crescente disagio psicologico che si traduceva assai spesso in una sorta di depoliticizzazione, di estraniazione dalla vita politica tout-court e non solo da quella «di partito».

867–868

L’Anschluss, il carattere apertamente conservatore, «vandeano», assunto dalla Spagna franchista, il «patto d’acciaio» e sul piano interno l’evoluzione del regime in senso sempre piú burocraticamente autoritario, l’introduzione della «politica della razza» e soprattutto il farsi sempre piú strada del convincimento che il fascismo non fosse in grado di risolvere i veri problemi italiani, a cominciare da quelli sociali, erano stati i piú importanti motivi di questa stasi del consenso giovanile. Una stasi che aveva assunto o mostrato di tendere a trasformarsi in crisi. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’intervento dell’Italia nel conflitto aveva però rimesso, se cosí si può dire, le cose a posto.

Con ciò non vogliamo certo affermare che tutta la gioventú l’avesse accolto con entusiasmo. Specie all’inizio, quando la guerra era sembrata dovesse durare poche settimane, qualche mese al massimo, larghi settori giovanili avevano guardato ad essa con scarso o punto entusiasmo; come a qualcosa che, per un verso, turbava la loro routine quotidiana, a cominciare dai loro studi, e per un altro verso, non avrebbe innovato quasi nulla, se, addirittura, non avrebbe rafforzato le forze sociali e la classe dirigente tradizionali e l’ottusità intellettuale, il burocratismo e il predominio dei vecchi fascisti arroccati al potere e corrotti da esso. Da qui una diffusa tendenza o a sottrarsi dal far la guerra, sfruttando tutte le possibilità offerte dalle relazioni sociali familiari, o a farla rendere il piú possibile, sia assicurandosi una piú rapida (e meno faticosa) carriera scolastica (tipiche le richieste degli universitari del «diciotto assicurato»), sia cercando di ottenere i posti di lavoro rimasti scoperti per i richiami alle armi, sia considerando la propria partecipazione ad essa un espediente per acquistarsi meriti (maggiori quanto piú numerose sarebbero state le medaglie delle quali alla fine si sarebbero fregiati) da far poi valere per far carriera, assicurarsi un posto nell’establishment burocratico-politico del regime, non essere sempre considerati immaturi e arrivisti dai vecchi fascisti che si facevano forti della loro partecipazione alla guerra 1915-18 e allo squadrismo e poi ancora alle successive imprese belliche del fascismo per continuare a tenere ben saldo il potere nelle proprie mani. In molti giovani questo atteggiamento non sarebbe mai venuto meno durante tutto il corso della guerra. In molti altri però il prolungarsi del conflitto e soprattutto i primi grossi contraccolpi negativi delle vicende in Grecia e in Africa avevano messo in moto o accelerato un diverso atteggiamento, che in larga parte si ricollegava a quegli stati d’animo e a quelle aspirazioni che avevano caratterizzato i giovani fascisti tra la fine degli anni venti e la prima metà degli anni trenta, ma che in parte presentava anche motivi di novità. Come ha scritto Ugoberto Alfassio Grimaldi410, «la guerra, appendendo i dubbi ad un’attesa, generò sentimenti nuovi e contrastanti».

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Per moltissimi che sino allora si erano tenuti appartati «la chiamata alle armi e la guerra fu la fuoruscita dall’ambito dei sentimenti privati e la introduzione nei problemi del mondo». «Non scegliemmo noi, né allora né dopo, la politica: fu la politica che scelse noi»411. E ognuno scelse secondo la propria formazione culturale e spesso familiare, secondo la propria esperienza, il proprio mondo di valori, talvolta persino in base ai propri problemi umani, anche se – va detto – assai raramente le vere scelte sarebbero state fatte prima del 1943 e spesso furono fatte solo dopo l’8 settembre. Gli insuccessi e le sconfitte accumulate dalle armi italiane, l’inefficienza da essi rivelata in modo inequivoco resero evidente l’inadeguatezza del regime e l’enorme distanza che separava la sua realtà dalle sue premesse teoriche e da quanto esso era andato proclamando ai quattro venti per anni; misero a nudo la pochezza di larga parte della sua classe dirigente e di molti dei suoi capi storici; indussero però pochissimi ad imboccare la strada dell’antifascismo e ancor meno quella del disfattismo412. Le testimonianze in questo senso sono tanto numerose quanto univoche. Pochissimi di fronte alla guerra risolsero il dilemma patria o fascismo a favore della prima, facendone cioè la premessa necessaria alla realizzazione di quei valori umani fondamentali, e in primo luogo della libertà, e di quella società piú giusta che avevano cercato nel fascismo. Sicché ai piú l’idea di «tagliare i ponti con il fascismo» e di «passare dall’altra parte della barricata» non venne neppure in mente: in assenza di un attivo movimento antifascista che costituisse un punto di riferimento alternativo, patria e fascismo per essi si identificavano. E poiché – per dirla con un’efficace immagine di D. Lajolo413 – «parlava solo il fascismo, nella scuola, nel caffè, tra gli amici», anche coloro che avevano la possibilità di conoscere qualche vecchio antifascista «in sonno» piú che trovarvi una luce, uno stimolo che indirizzasse le loro delusioni e le loro critiche su una strada nuova, alternativa al fascismo, ne trassero la conferma di quanto già pensavano sull’inadeguatezza della democrazia ad assicurare una società, un regime politico quali essi vagheggiavano414. Ad impedire un passaggio dall’altra parte della barricata furono però soprattutto per alcuni il loro retroterra culturale che poneva la patria sopra a tutto:

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una organizzazione insufficiente va cambiata ma ciò non deve avvenire per mezzo della distruzione di una nazione o di uno stato; non giustifica il tradimento e nemmeno il venir meno delle convinzioni che si vedono giuste. In ogni caso la presenza di una tradizione, l’attaccamento alla patria, la valutazione di una unità morale permanente superiore ai tempi e alle fazioni escludevano la rivolta nel momento del pericolo415;

per altri la convinzione che l’Italia e l’Europa tutta, se sconfitte, sarebbero state irrimediabilmente vittime dei loro «nemici storici», l’imperialismo inglese e quello slavo, per i quali la contrapposizione al fascismo non era che un espediente mimetico, un modo per nascondere i loro veri obiettivi, i quali, in ultima analisi, altro non erano che il prodotto di due civiltà inconciliabili con quella romano-cristiana. Per altri ancora l’idea che, nonostante i suoi limiti, errori, aberrazioni persino, il sistema fascista fosse idealmente, politicamente e socialmente superiore a quello borghese e a quello comunista. Per costoro un ritorno al vecchio assetto democratico sarebbe stato un assurdo dar fiducia ad un mondo che aveva fatto il suo tempo o che era fallito e che andava pertanto solo sepolto. Come ha scritto l’Alfassio Grimaldi416,

potevamo ammettere che si negasse il fascismo, ma per andare oltre, non per tornare a quelle posizioni che nella loro deficienza ne avevano appunto giustificato l’avvento. La storia cominciava il 28 ottobre dell’anno fatale: prima c’erano il marasma e l’utopia.

Il problema non era tornare indietro, ma procedere in avanti: il fascismo aveva per questi giovani

impostato esattamente il problema del superamento del vecchio mondo democratico, disancorando la vita politica del paese da una formula ormai consumata: il girare a vuoto del sistema parlamentare, l’assurdo morale e pratico di affidare alla maggioranza il criterio della verità, ecc. Non di fronte, ma dentro al fascismo bisognava costruire la barricata e non per abbatterlo, ma per liberarlo e rifarlo417.

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Esso doveva dunque essere riportato alla purezza ideale delle sue origini, liberato dal burocratismo e dalla corruzione derivanti in massima parte dall’essere venuto a compromessi con la borghesia, in modo da essere finalmente in grado di realizzare la vera rivoluzione sociale e con essa un «nuovo ordine» morale e civile in grado di far fronte ai grandi problemi del secolo.

Se queste erano le convinzioni piú diffuse, ad esse se ne aggiungevano però anche altre, ché il loro panorama e dei vari stati d’animo che le accompagnavano è vastissimo e ricco di articolazioni, sfumature, suggestioni culturali, esperienze particolari, sulle quali per brevità non ci soffermiamo; tanto piú che da quanto sin qui detto dovrebbe risultare chiaro perché, stante questa realtà, l’atteggiamento dei giovani di fronte alla guerra – specie quando questa cessò di apparire breve e facile – o non costituisse per il regime e per Mussolini in particolare un problema preoccupante o, addirittura, corrispondesse, se non in tutto, certo in molto, alle loro aspettative. E ugualmente chiaro dovrebbe risultare come per quella parte di giovani – quantitativamente non la piú cospicua, ma indubbiamente la piú attiva, battagliera e, ciò che piú importa, moralmente piú motivata – che sentirono la guerra non solo e non tanto in coerenza con il loro retroterra culturale nazional-patriottico, ma in una prospettiva «fascista» (anche se assai spesso davano al loro fascismo un significato e dei contenuti molto diversi da quelli che il regime e anche la maggioranza dei vecchi fascisti consideravano i veri), la guerra stessa assunse un carattere, un valore tutti particolari: interruppe il processo di ripensamento e di ridefinizione del loro atteggiamento rispetto al regime in atto da alcuni anni, diede loro nuova energia e rilanciò le loro speranze in un fascismo nuovo, di sinistra, finalmente in grado di rinnovare profondamente la realtà morale, politica e sociale italiana e dar vita ad un vero nuovo ordine. Il tutto in coerenza con quanto essi erano invano andati sperando e chiedendo nella prima metà degli anni trenta.

Nel giugno 1942, dopo varie traversie editoriali col ministero della Cultura popolare dovute al suo tono polemico418, uno di questi giovani piú impegnati politicamente e sulla breccia già da alcuni anni, Fidia Gambetti, pubblicò un libro, Controveleno, che testimonia bene questo atteggiamento. La guerra era per lui «il modo piú spedito e piú sicuro» per risolvere i problemi che tormentavano le generazioni e i popoli e in particolare l’italiano:

871–872

La guerra ci misura ad uno ad uno, verifica di ciascuno la coscienza e il polso, seleziona inesorabilmente. Taluno fra i migliori, purtroppo, sarà falciato insieme al loglio. L’importante è però che si ristabilisca un equilibrio di valori mentali e morali, del tutto immune da certi vizii ambientali nei quali è caduta poco a poco, equivocando sulle parole e patteggiando con la propria dignità virile, una parte dell’attuale classe dirigente. L’importante è che si riconosca a coloro che hanno titoli, ingegno e animo per farlo, di innestare alle esperienze della rivoluzione il contributo critico, sia pure passionale, della loro disinteressata cooperazione. L’importante è che certi metodi tuttora vigenti, di favoritismi frammassonici e di casta, vengano stroncati esemplarmente.

La guerra è l’occasione piú propizia, sia per il suo svolgimento naturale come per le esigenze che richiede, la guerra è il pretesto piú plausibile offerto dalla provvidenza per operare questo intervento chirurgico; dopodiché la rivoluzione riprenderà in piena efficenza, con giovine sangue, il suo cammino. Senza trascinarsi piú il grave peso dei parassiti illustri, dei pensionati autorevoli che speculano sulle antiche benemerenze e su quelle da molti anni vivono di rendita. La rivoluzione non può avere nostalgie, non deve avere rimpianti; il suo stesso ritorno ai principii, alle origini, è un modo di rinnovarsi, proiettandosi e impegnando il futuro...

Regolati i conti vecchi e nuovi con i superstiti mondi reazionari, risolto il problema di giustizia e di potenza sul piano europeo e intercontinentale, la rivoluzione riprenderà a parlare il suo linguaggio inconfondibile al disopra di tutte le preoccupazioni materialistiche e contingenti, incatenerà finalmente ogni forma di retorica, bandirà le coreografie tronfie e anacronistiche, nonché i modi e le usanze ancora sopravviventi che indicano le debolezze e le stupidità di un’epoca combattuta e sopraffatta a durissimo prezzo nelle piazze.

Si sono cambiati dei nomi, ma la sostanza di molte cose non è mutata. Sarebbe troppo facile compiere una rivoluzione limitandosi a riformare il vocabolario, a riverniciare le insegne, a indossare brillanti divise419.

Sino a quel momento la «rivoluzione fascista» – «costretta a rimettere la propria sorte agli uomini, affidandosi fortunosamente alle loro effimere, incostanti, torbide virtú che sovente la snaturano, la fuorviano, la corrompono», tant’è che Mussolini aveva perduto molto tempo «soprattutto per rimediare al malfatto degli uomini che nel corso degli anni gli furono vicini»420 – non aveva mosso che i primi passi. Dopo la guerra sarebbe stata portata a compimento, estirpando «fino al sangue» i suoi nemici interni e «tutti i farisei e i falsi amici». Sin d’ora c’era però molto da fare, tanto piú che per vincerla occorreva agire verso tutti con la massima intransigenza.

872–873

È ormai tempo di scrutarci negli occhi, si sezionarci il cranio e il petto, per conoscerci e riconoscerci senza dubbi e senza inganni; è ormai tempo di fare i conti col passato, col presente, col futuro. I problemi che ci attendono sono troppo gravi e importanti per il nostro prestigio e il nostro destino, perché si possa ancora tollerare e sopportare al fianco degli uomini di fede, tanta zavorra d’antica memoria bacatissima421.

Nessuno doveva sottrarsi all’intransigenza fascista: i vecchi reazionari che si spacciavano per fascisti per continuare a fare i loro affari e influenzare il regime in conformità dei loro interessi; coloro che, «insediati dietro i tavoli del funzionarismo e della burocrazia», minavano dall’interno, appesantivano e corrompevano «la marcia della rivoluzione»; il «grande giornalismo» non sempre all’altezza dei suoi compiti; gli addetti alla propaganda, molto spesso «gente senza cultura, senza preparazione, senza dignità e, nel piú favorevole dei casi, senza comunicativa»; gli uomini di cultura che non sapevano che «complicare i problemi sempre cosí elementari degli uomini»; i militari e tutti coloro che «dietro il distintivo, sotto la divisa» nascondevano una mentalità che non aderiva «senza riserve, con intelligenza attiva, alla difficilissima causa». E men che meno doveva sottrarsi, sfuggire ad essa il partito:

I fedeli della vecchia guardia e i giovanissimi delle leve, già provati sui campi di battaglia, guardano al Partito con l’immutata speranza delle ore piú belle. Essi chiedono severità, intransigenza, selezione. Severità nei confronti della nostra azione medesima, che deve esssere in ogni caso improntata ai motivi piú alti e disinteressati della rivoluzione; severità equa, ma risoluta e spietata contro le nostre stesse lacune, le nostre intemperanze, i nostri abusi. Intransigenza rigorosa e scrupolosa nei confronti di coloro che si dimostrano indegni, che vengono meno alla fiducia del Capo, che non sentono l’importanza dei compiti o li asserviscono agli scopi del personale egoismo. Oggi che il Partito è il popolo, quando il bisturi è necessario, si può affondare sino in fondo nella cancrena senza timore di crisi di coscienza o di sbandamenti spirituali. Punire esemplarmente chi sbaglia è anzi, nell’atmosfera instaurata dal Fascismo nella nazione, il modo migliore per una propaganda sostanziale e duratura.

Severità e intransigenza significano selezione sistematica dei quadri. Le erbe cattive si estirpano a vantaggio della coltura, del terreno e delle erbe buone; si estirpano al piú presto, alla radice. È inutile darcela ad intendere, come in tanti settori ci si compiace di fare: c’è molto da estirpare, c’è molto da rifare, c’è molto da rivedere. Ma è necessario rendersene conto e provvedere senza indugi.

Il Partito può e deve agire in tal senso; è un servizio che la Rivoluzione e il Duce gli richiedono adesso piú che mai e che esso è in grado, come sempre, di adempiere energicamente e intelligentemente.

Il tempo non potrebbe essere piú indicato422.

873–874

Solo un’azione intransigente che non si arrestasse di fronte al potere, alle amicizie, alle raccomandazioni e punisse tutti indistintamente i falsi fascisti, gli incapaci e i corrotti, unita al rispetto dell’intelligenza degli italiani («niente menzogne, che alla lunga si scoprono e si contraddicono, ma solamente la verità, utile, necessaria») e al parlar chiaro e forte, senza risparmiare, laddove necessarie, le critiche, poteva dare al popolo italiano l’unità necessaria in quel momento:

Il popolo italiano è sempre sul chi vive, diffidente per natura e per dolorose esperienze storiche, perennemente in guardia nel timore di essere turlupinato e menato per il naso. Preso di fronte, non ha riserve, non ha esitazioni, non discute: si dà interamente, anima e corpo alla piú disperata, la piú effimera, perché non sa reprimere gli impulsi della sua tradizionale e reale generosità, onde basta chiederlo per ottenere il suo incondizionato appoggio. Con altri mezzi, con diplomazia e con raggiri si provoca la sua scaltrezza innata dietro la quale si trincera e rimane423.

Un esame anche sommario delle riviste giovanili, in particolare quelle dei Guf periferici (meno influenzabili dal partito) e quelle nate dopo l’entrata in guerra424, di alcuni organi di piccole federazioni del PNF rette da giovani e sindacali e dei resoconti dei numerosi convegni interuniversitari mostra che, soprattutto nel 1941-42, affermazioni e richieste come quelle ora citate non costituivano un caso né isolato né limite, tanto da apparire talvolta anche su pubblicazioni quali «Libro e moschetto» e «Roma fascista» che per la loro importanza e ufficialità piú risentivano (specie la prima) del controllo moderatore dei vertici del partito, sempre preoccupati che l’«intemperanza» giovanile potesse suscitare nel paese reazioni negative e accreditare in Italia e all’estero l’immagine di un fascismo diviso piuttosto che «granitico» come, invece, essi volevano apparisse425. Sotto questo profilo il biennio 1941-42 fu infatti il periodo della guerra durante il quale molti giovani credettero veramente di star battendosi, al fronte cosí come all’interno, per un nuovo fascismo e per un nuovo ordine sociale. E non solo tra quelli piú motivati politicamente ed attivi nei gruppi e nelle iniziative editoriali dei Guf, ché una ricerca sistematica attraverso gli epistolari e la memorialistica non propriamente politica mostrerebbe come questo stato d’animo fosse in qualche misura presente anche tra quelli per i quali l’attività culturale faceva premio su quella politica e finisse spesso per condizionarli e farli partecipare alle iniziative dei primi o a metterne in piedi proprie non molto diverse426.

874–875

Che questa convinzione si manifestasse attraverso una miriade di posizioni e addirittura di «fascismi» particolari427 e sulla scorta delle piú disparate suggestioni culturali (non ultima quella cattolica), che andavano dalla negazione pressoché totale della tradizione occidentale al recupero invece e alla valorizzazione in chiave fascista (e spesso piú o meno scopertamente antinazista428) di questa tradizione e in particolare di alcuni suoi momenti e interpreti (tipici i casi di Mazzini e di Pisacane sui quali dovremo soffermarci ampiamente nel prossimo tomo), è tutto sommato secondario, com’è secondario che questa convinzione non riuscisse a prendere pressoché mai corpo in proposte positive che prefigurassero concretamente il nuovo fascismo e il nuovo ordine sociale voluto da questi giovani. E, ugualmente, poco importa che non di rado le critiche sulle quali questi giovani poggiavano le loro richieste di rinnovamento e di un comportamento, di una intransigenza in coerenza con le necessità del momento fossero utilizzate strumentalmente da questo o quel gerarca per propri fini: da quelli piú immediatamente e brutalmente di potere e di concorrenza, di lotta rispetto ad altri gerarchi, a quello di dar autorevolezza a proprie richieste, formalmente uguali, ma sostanzialmente antitetiche quanto ai fini429. Quest’ultimo fatto avrebbe assunto infatti vera importanza solo col 1943, sullo scorcio della guerra, dopo il 25 luglio e soprattutto dopo l’8 settembre, al momento delle scelte decisive, e contribuisce a spiegare come presso quei giovani che avrebbero scelto la Repubblica sociale italiana un Farinacci, per fare un esempio, non avrebbe avuto alcun credito e lo stesso dicasi per un Bottai presso molti di quelli già in crisi prima del 25 luglio e che non avrebbero aderito alla RSI. Nel pieno della guerra ne ebbe invece relativamente poca: ad alcuni si ha quasi l’impressione sfuggisse, ad altri appariva un fatto scontato e che non faceva che confermare la loro convinzione che nel fascismo tutto fosse da rivedere e che solo Mussolini fosse veramente un fascista, il solo in cui essi potessero avere piena fiducia430 e dal quale si doveva prendere esempio, sino – come scrisse nel 1941 «Architrave»431 – ad «immussolinizzarsi».

875–876

Sino all’intervento in guerra il tema piú trattato dalla stampa giovanile era stato quello della polemica antiborghese. Un tema in essa presente da anni, che aveva fatto breccia anche tra giovani di famiglie antifasciste432 e che nel 1938 aveva avuto un forte rilancio dopo che Mussolini ne aveva fatto, come si è detto433, la punta di diamante della «rivoluzione culturale» fascista. I Littoriali del 1939 avevano lasciato intravvedere che ad alcuni settori della gioventú fascista l’impostazione data dal «duce» al rapporto fascismo-borghesia doveva però apparire troppo limitata: mettere sotto accusa la borghesia per la sua mentalità era giusto, ma la borghesia doveva essere combattuta anche in quanto classe sociale434. Perché questa tendenza si manifestasse chiaramente ci era voluto però l’intervento che aveva dato alla stampa giovanile la possibilità – pur tra il pressoché generale silenzio (con l’unica vera eccezione di «Gerarchia») di quella del PNF, arroccata invece sempre sul discorso della mentalità435 – di renderla esplicita e di travasarla nel piú generale discorso sulla «guerra rivoluzionaria», sul futuro che da essa sarebbe dovuto scaturire e sul modo con cui intanto doveva essere combattuta. Ché per questi giovani, come già nel giugno 1940 aveva scritto Berto Ricci436, «questa guerra farà camminare la rivoluzione, darà un altro colpo ad un mondo vecchio di ricchi e poveri» e, come successivamente numerosi altri avrebbero detto e scritto, non sarebbe stata molto diversa dalle precedenti se non si fosse conclusa con la «rovina» della borghesia e del capitalismo o, peggio, se avesse portato all’assorbimento di tutte le classi nella borghesia. Una eventualità, questa, che avrebbe significato il fallimento della rivoluzione437 e con esso quello dello stesso fascismo. Ché, – come scriveva nell’ottobre 1941 l’organo della federazione del PNF di Pavia438, – compito dei giovani fascisti era di far nascere dalla guerra il «nuovo fascismo», perché il fascismo – non essendo «fatto», ma un «farsi concretamente determinato dall’opera quotidiana» – non poteva non essere «in un certo senso la vittima e l’oggetto» della guerra e, dunque, non uscire da essa profondamente trasformato.

876–877

I periodici gufini che piú si erano impegnati in questo senso erano stati «Il Lambello» e «Vent’anni in armi», entrambi di Torino, «Architrave» di Bologna, «Il Barco» di Genova, «Il campanaccio» di Pavia, «Rivoluzione» di Firenze. Anche sugli altri e persino – come già abbiamo accennato – su alcuni organi periferici del PNF diretti da giovani dei Guf è comunque facile trovare spunti e prese di posizione che aiutano a capire come la polemica antiborghese avesse assunto per settori via via piú vasti della gioventú fascista, sino alla vigilia dell’intervento non di rado sfiduciati e sulla via di estraniarsi dalla vita politica, il valore di premessa a tutta una serie di discorsi e di rivendicazioni particolari che per anni essi non avevano potuto fare o si erano dovuti contentare di fare indirettamente, riportandoli e riducendoli nell’alveo della tematica corporativa439, e, al tempo stesso, di passe-partout per dimostrare la validità di una serie di critiche che, ugualmente, non avevano in passato potuto fare esplicitamente – tipiche quelle alla burocrazia e al burocratismo440 e al gerarchismo441 che soffocavano il regime, lo sgretolavano dall’interno e impedivano il libero svolgimento e l’attuazione del «vero» fascismo –, e per reclamare il ricorso ad una intransigenza assoluta contro tutti i «borghesi», contro tutti coloro cioè che per la loro mentalità borghese non erano veri fascisti (caratteristica è a quest’ultimo proposito una serie di articoli sulla necessità di una «bonifica antiborghese» apparsa nel maggio-luglio 1942 su «Vent’anni in armi») e, dunque, erano «fuori dalla patria»442.

878–879

In questo contesto i problemi dell’Ordine nuovo avevano avuto sintomaticamente un posto relativamente scarso, a meno che – ma su ciò torneremo tra poco – fossero visti in una prospettiva morale piú che politica, economica ed istituzionale e a meno che prospettare il futuro assetto postbellico non servisse a ribadire il concetto che il tratto distintivo del conflitto in atto era il suo carattere di «guerra dei poveri contro l’egoismo dei ricchi» e, quindi, di «rivoluzione in marcia» «per l’abbattimento degli interessi capitalistici precostituiti che allignano dovunque» e degli egoismi borghesi «di qualsiasi classe sociale»443. L’interesse verso questi problemi era cosí rimasto circoscritto in genere (tra le poche eccezioni merita di essere segnalata quella de «Il Campano») a gruppi relativamente ristretti, forniti di una certa preparazione tecnica (soprattutto economico-giuridica) inseriti in ambienti e istituzioni politico culturali ufficiali, in particolare nell’INCF, e mossi talvolta piú da ambizioni personali che da motivazioni etico-politiche. Per quel che riguarda il razzismo, il discorso è un po’ piú complesso. A parte un certo numero di carrieristi o di conformisti, la politica antisemita e della razza non avevano trovato sin dall’inizio larghe adesioni tra i giovani e queste erano altresí andate via via diminuendo, al punto da suscitare preoccupazioni tra coloro che in questa materia costituivano l’ala dura del fascismo, quali Evola e Landra444. Solo una parte della gioventú fascista aveva fatto proprio il razzismo, ma spesso (come del resto già nel 1938-39) in un senso tutto particolare: come un aspetto della polemica contro la borghesia – «pietista» e «filogiudaica»445 – e soprattutto come momento culturale di supporto alla propria critica alla cultura tradizionale italiana e alla stessa cultura fascista446 e alla propria ricerca di nuovi valori spirituali (ché, sintomaticamente, il razzismo dei giovani fascisti fu pressoché sempre «spiritualista» e non biologico e non di rado con piú o meno esplicite punte polemiche nei confronti di quello nazista) sui quali fondare il «vero fascismo rivoluzionario»447.

879–880

Perché, e con ciò siamo arrivati al nodo della questione, per i giovani fascisti, o che tali si consideravano e pensavano e agivano in nome del fascismo, la guerra fu soprattutto un problema interiore, morale, il modo per risolvere l’intima contraddizione tra le loro delusioni per la realtà del fascismo storico e in atto e le loro aspirazioni di rinnovamento e ad un nuovo fascismo (ché ad altre soluzioni essi non credevano, considerandole, come altri giovani europei formatisi nella particolare atmosfera psicologica e culturale degli anni trenta, tutte piú o meno superate, fallite, inadeguate ai tempi e alle loro aspirazioni ad un nuovo ordine morale e sociale) capace di dar vita ad una realtà nuova che essi stessi non sapevano concretamente definire se non nel senso che sarebbe dovuta essere diversa, migliore e piú giusta di quella esistente. Un problema interiore che essi dovevano vivere e risolvere individualmente o al massimo tra loro stessi e che li accomunava al disopra di tutte le differenze di formazione culturale, familiare e persino in materia di fede religiosa. Cosa questa che, tra l’altro, spiega l’infondatezza dell’affermazione – in genere autogiustificativa, talvolta accusatoria – che nel dopoguerra (dichiarazioni apparentemente simili si ebbero anche negli anni della guerra448, ma lo spirito che le dettava era diverso) è ricorsa sovente sotto la penna di questi giovani: non abbiamo avuto, non abbiamo trovato maestri che ci aiutassero a chiarirci le idee e a trovare la strada giusta. Ché, come risulta anche da una lucida annotazione di G. Pintor conservataci dal suo diario («l’impossibilità di avere dei maestri è una delle condizioni essenziali della nostra giovinezza e forse la prova della sua indole rivoluzionaria»)449, questi giovani non cercavano maestri e anzi li rifiutavano, perché ritenevano le rispettive generazioni incomunicanti e i propri principî «unicamente» loro e consideravano proprio compito, propria missione viverli in tutta coerenza («per prima cosa, dunque, saremo noi stessi»), al contrario di quello che avevano fatto i loro padri, e realizzarli contro chiunque450. Tanto che spesso il loro radicalismo politico e sociale, la loro concezione rivoluzionaria della guerra, le attese che riponevano in essa assumevano sin nelle parole usate per prospettarli toni che sarebbe sbagliato considerare retorici, mistificatori, propagandistici, dato che corrispondevano invece bene alla ricerca di una coerenza morale e di una giustizia sociale da loro vissuta non di rado in modo mistico, utopistico, palingenetico. Tipico è questo passo di «Roma fascista»451:

880–881

dalla vittoria del nostro ideale, tutto il vecchiume scomparirà, i costumi si rinnoveranno, la religione sarà purificata e potenziata nelle coscienze degli uomini che la decadenza borghesista sta imputridendo.

Cosí come ancor piú tipico è quest’altro passo del diario di Giuseppe Berto452 che mostra come anche chi non si lasciava prendere la mano dal misticismo, dall’utopismo, fosse portato a vedere tutto in un’ottica essenzialmente di tipo morale e al tempo stesso generazionale:

Due sono i fattori che mi hanno spinto a cercare, con una certa insistenza, di venire in guerra. Il primo è che, di questa guerra, io mi sento responsabile nella misura giusta, cioè quanto ne spetta a ciascun italiano che abbia capacità di intendere e di volere. Se non si volevano il fascismo e la guerra, bisognava pensarci prima. Ora ne siamo tutti piú o meno responsabili, e starsene inerti a guardare gli avvenimenti è la cosa piú vile che si possa fare. Da quando è scoppiata la guerra, e fin che durerà, l’identificazione del fascismo con l’Italia non è da discutersi. Il secondo fattore nasce dalla considerazione che in Italia le cose non vanno bene e che, dopo la vittoria, bisognerà porci un rimedio, a costo di fare un’altra rivoluzione. L’aver partecipato con onore a questa guerra costituirà un buon diritto per fare la rivoluzione, e io voglio trovarmi tra coloro che la faranno.

881–882

Varie sono le critiche che possono essere mosse ai giovani fascisti degli anni della guerra; in particolare quelle di peccare sovente o di ingenuità o di eccessivo intellettualismo, che talora assumeva il carattere di vero e proprio esibizionismo, e di essere mossi non di rado da motivazioni piú o meno consapevolmente carrieristiche È però difficile negare la buona fede della maggioranza di essi e il fondo etico delle motivazioni del loro rivoluzionarismo e, dunque, della loro convinzione di battersi per una causa giusta. Ugualmente, è errato considerare le loro ricorrenti ed esplicite critiche al regime manifestazioni di una fronda inevitabilmente destinata a giungere sino all’aperta rottura con esso e al passaggio all’antifascismo. Ostano a ciò, tra l’altro, l’ampiezza del volontariato giovanile (sul quale torneremo tra poco), il comportamento della maggioranza di quelli che caddero prigionieri degli Alleati (e che rifiutarono ogni forma di cooperazione453) e, in fine, i loro sbocchi politici dopo l’8 settembre, quando i piú optarono per la RSI oppure per i partiti d’azione e soprattutto comunista; per i partiti cioè che, ormai, apparivano loro i piú congeniali: perché non corresponsabili del fallimento della classe dirigente del primo quarto di secolo e piú degli altri ostili ad essa e al suo permanere al potere anche dopo la fine del fascismo; per l’impegno morale e moralizzatore che li animava e ne faceva delle forze attive e tali quindi da essere ritenuti maggiormente in grado di operare quella radicale trasformazione morale, sociale e politica che essi avevano voluto e creduto di poter realizzare attraverso la guerra rivoluzionaria e il loro nuovo fascismo. Solo mettendo a fuoco questa particolare realtà psicologica e il meccanismo spirituale454 che la determinava e muoveva si può comprendere una serie di questioni di decisiva importanza per capire effettivamente sia l’atteggiamento dei giovani fascisti (dei Guf, ma anche di altri, piú anziani di qualche anno, che avevano incarichi nel PNF, nei sindacati, nella stampa di partito, ecc.) verso la guerra e il fascismo, sia quello verso di loro del regime e di Mussolini, e, ancora, il carattere della loro presunta fronda e le differenze tra il loro atteggiamento e quello degli intellettuali in senso proprio, anche molti di quelli che sotto il profilo dell’età erano solo di pochi anni piú anziani di loro.

882–883

Dopo quanto abbiamo detto a proposito della guerra rivoluzionaria e del nuovo fascismo, l’ampiezza attribuita dai piú degli autori che si sono occupati dell’ultimo periodo del regime fascista alla «fronda» giovanile ci pare vada drasticamente ridimensionata e datata con maggior precisione.

Nei primi anni della guerra la fronda fra i giovani fascisti (nati tra il 1920 e il 1924) fu praticamente inesistente. E questo sia che ci si riferisca a quelli attivi nelle organizzazioni gufine, sindacali e di partito, sia a quelli combattenti. A proposito di questi ultimi va infatti detto che se le loro successive testimonianze e, laddove si sono conservate, quelle coeve (soprattutto diari e lettere a familiari e amici455) documentano uno stato d’animo piú esacerbato e critico, frutto di un’esperienza diretta fatta di sacrifici, dolori e morti, di quello dei primi, quasi mai le critiche da essi espresse (cosí come quelle di molti giovani ufficiali e sottufficiali di qualche anno piú anziani e meno condizionati dalla particolare atmosfera gufina) mettono in discussione il fascismo in quanto tale e la sua identificazione con la patria, anche quando esse assumono il carattere, i toni di vere e proprie requisitorie contro le gerarchie politiche e militari del regime e le loro responsabilità dirette ed indirette, immediate e «storiche», in primo luogo quella di non aver dato, pur parlandone sempre, una vera coscienza morale agli italiani456. A parte il tono, le critiche che, almeno nei primi anni della guerra, i giovani combattenti muovevano al regime e al fascismo non erano in sostanza diverse (cosí come non diverso era il sottofondo psicologico e morale da cui esse traevano alimento) da quelle degli altri giovani fascisti. Largamente comune era in particolare il desiderio di un

883–884

ritorno a un fascismo puro eroico e scamiciato. Il fascismo delle camicie nere dei contadini romagnoli. Quello delle battaglie con l’oltretorrente. Un fascismo scazzottatore. Partito non ancora regime. Aristocrazia, motore. E in quello e per quello noi siamo ritornati a credere e per quello noi siamo pronti a partire, perché al nostro ritorno, sarà quello a esser rimesso in onore e a tradurre nella corrente della storia il motto «la rivoluzione continua»457.

E con esso quello – a guerra finita – di una rivoluzione della quale quasi tutti, chi piú chi meno, sentivano la necessità ed erano convinti, come Giuseppe Berto458, che, con il loro apporto, il fascismo avrebbe potuto realizzare:

Innanzi tutto si tratterà di una rivoluzione nel fascismo e non contro il fascismo.

Noi siamo convinti che la teoria del fascismo contiene i principi morali, sociali ed economici necessari alla civile convivenza di un popolo e dei popoli fra loro e che la necessaria limitazione della libertà, molto minore dell’attuale, è compensata da una garanzia di ordine e di giustizia. Purtroppo, ce ne accorgiamo tutti, la teoria viene applicata male: ma questo non significa che bisogna cambiare il regime, bensí rendere efficiente quello in cui già ci troviamo. In sostanza, non si tratta d’altro che di eliminare la stupidità e la corruzione, di concedere una maggiore libertà politica perché un governo onesto non può aver paura dell’opposizione e soprattutto di dare un reale valore dinamico al motto fascista «andare verso il popolo». Siamo totalmente decisi a far questo, che se per ottenerlo occorresse combattere lo stesso Mussolini, noi lo combatteremmo.

Nei primi anni della guerra insomma, quella che è stata definita, troppo semplicisticamente e, talvolta, interessatamente (e talora stabilendo troppo facili parallelismi con l’atteggiamento di certi settori del mondo intellettuale459), «fronda» fu solo una critica al fascismo tutta interna al fascismo stesso: non del fascismo in quanto tale cioè, ma del suo esercizio del potere, delle sue istituzioni, delle «pastette burocratiche» («gli uomini della pastetta burocratica o d’altro genere devono sparire» scriveva «Vent’anni in armi» il 28 febbraio 1942), della corruzione, della impossibilità di esercitare una vera critica costruttiva («il Regime, – scriveva F. Carbonetti ne “Il Lambello” del 25 febbraio 1942, – ha bisogno di una costruttiva ma vera critica, di una consapevole ma effettiva discussione, per rafforzare i suoi quadri, per selezionare le sue gerarchie, per assicurare l’onestà e la bontà della sua amministrazione»), del carattere di rivoluzione interrotta che esso aveva assunto. Una critica tutta interna al sistema che non aveva nulla che autorizzi a parlare di antifascismo, sia pure in nuce, e il cui sottofondo, per di piú, era in larga misura di tipo generazionale; tanto è vero che R. Roversi ha addirittura affermato460 che la cosiddetta «fronda» fu soprattutto «l’irritazione esistenziale che accompagna ogni volta lo svolgersi del tempo e il cambio delle generazioni». Un’irritazione esistenziale che spesso si univa sí all’insoddisfazione nei riguardi della realtà del fascismo, ma o non andava oltre nella ricerca delle cause di tale realtà o, se vi andava, assumeva il carattere di una critica a fondo alla precedente generazione, ai padri che non avevano realizzato il vero fascismo e rispetto ai quali molti giovani sentivano una sorta di irritazione, di rancore per la loro pretesa che essi dovessero accontentarsi della «verità rivelata» trasmessa loro e, quindi, non dovessero pretendere di discuterla e svilupparla. Significativa (anche se estremizzata dalla ipersensibilità letteraria dell’autore) è a questo proposito la posizione di P. P. Pasolini, quale risulta da un suo articolo del novembre 1942 che, pur avendo un taglio prevalentemente letterario, lascia trasparire bene le implicazioni politico-sociali di questo stato d’animo. Scriveva in esso il futuro autore dei Ragazzi di vita461:

884–885

Fatica, estrema autoconoscenza, travaglio interiore individuale e collettivo, sofferta sensibilità critica, saranno gli attributi del nostro nuovo entusiasmo, poiché, ripeto, sia in sede politico-economico-sociale, sia in sede di cultura, succediamo immediatamente a un riscoprimento sulla cui strada dobbiamo proseguire, non già meccanicamente, ma con intenso e lucido approfondimento, che verrà a discriminare nella eredità affidataci – nel nuovo sentimento dell’esistenza – quanto c’è di realmente nuovo e quanto è rimasuglio, avanzo o malafede. Insomma la nostra generazione resterà fissa nella storia con un volto estremamente serio, poiché, già posti, in confronto ai nostri padri – e attraverso il loro insegnamento – in un piano superiore a quello da cui essi, giovani, iniziarono, ci ritroviamo, responsabili, dinnanzi ad una verità rivelata.

885–886

Salvo casi significativi (soprattutto per le personali vicende degli interessati), ma quantitativamente trascurabili, solo con gli ultimissimi mesi del 1942 e con i primi del 1943, con lo sbarco alleato nel Nord Africa francese, con Stalingrado e con la tragedia dell’Armir, si può cominciare a parlare di una fronda giovanile462. Ma anche questa datazione significa da sola relativamente poco: l’incidenza degli avvenimenti ora ricordati e la consapevolezza del loro peso sulle sorti del conflitto e in particolare dell’Italia non furono infatti uguali per tutti e, comunque, non misero in moto un processo univoco e, anzi, determinarono reazioni assai diverse. In una parte della gioventú, e non solo di quella piú propriamente fascista, ma un po’ in tutta quella di estrazione borghese e persino in alcuni limitati settori di quella artigiana ed operaia, fu una reazione di attesa inebetita e passiva dell’ineluttabile. Come ha scritto E. Forcella463,

non ci ponevamo neppure il problema dell’antifascismo; quello della sconfitta militare sí, ma curiosamente la prospettiva della disfatta non ci spingeva a interrogarci sulle conseguenze politiche che avrebbe comportato.

In un’altra parte avviò sí un processo di distacco dal fascismo, che però solo parzialmente e talvolta solo per circostanze extra politiche (una funzione importante ebbero spesso i rapporti di amicizia e di stima personale con coetanei piú o meno antifascisti) si orientò verso l’antifascismo e, in genere, ebbe il carattere soprattutto di una sorta di disponibilità, che si sarebbe concretizzata solo dopo il 25 luglio (in certi casi addirittura nelle ore immediatamente successive alla notizia dell’arresto di Mussolini, tanto da far pesare su alcuni di essi un sospetto di opportunismo) e soprattutto dopo l’8 settembre. In un’altra parte ancora la reazione all’incombente minaccia dell’invasione e della sconfitta fu invece improntata al piú tradizionale patriottismo e ancor piú all’etica del dovere. In un momento come quello ciò che piú importava era «avere la coscienza a posto», fare fino in fondo il proprio dovere e dare una testimonianza di coerenza personale. E ciò, a maggior ragione, per chi non doveva aver perso del tutto la speranza di un difficile, ma non impossibile raddrizzamento della situazione militare. Caratteristico è a questo proposito un altro articolo di Pasolini (Ragionamento sul dolore civile) su «Il Setaccio» del dicembre 1942 che è difficile non considerare una sorta di continuazione di quello, già ricordato, del mese precedente. In esso464 l’autore, dopo aver fatto esplicito riferimento alle «recenti condizioni del tempo» e ai «fatti della guerra» e messo in chiaro il suo rifiuto di ogni «senso di avventura, di epopea o retorico progresso, che suona amaramente al nostro orecchio», scriveva:

886–888

La storia si merita. Il premio è in diretta corrispondenza con la sofferenza del desiderio. Sarà piú grande la gioia di chi avrà piú disperatamente sperato. Questi sono i termini del dolore civile, ed i suoi fini. Piú che le vite offerte – un sacrificio senza nome, che ogni giorno si ripete centinaia di volte, il piú crudele dei doveri, il piú doloroso dei mezzi – verrà a contare davanti alla storia, la possibilità di amore che la patria avrà ottenuto dagli uomini. È perciò che ardentemente mi rivolgo a chi può intendermi, acché egli soffra di amore per i troppi che la natura e l’educazione non hanno reso capaci a questa purissima necessità. La patria è chi l’ama: e in questo pensiero la fede non mi acceca.

Questa reazione non di rado si accompagnava in fine ad un sordo rancore, ad una drastica condanna di chi era considerato il responsabile del baratro nel quale l’Italia stava per precipitare. Per coloro ai quali la consapevolezza della sconfitta e il senso della morte – fisica e ideale – stavano finalmente facendo comprendere la fallacia delle passate illusioni rivoluzionarie e delle «ragioni morali» che le avevano alimentate e fatte tradurre in azione, il fascismo e Mussolini; per coloro invece che non volevano rassegnarsi all’idea della sconfitta, credevano ancora che un supremo sforzo di tutto il paese e l’aiuto dei tedeschi avrebbero capovolto la situazione militare o non riuscivano a rinunciare all’idea che la loro etica fosse l’unica per la quale valesse la pena di vivere e lottare, responsabile era l’infinita gamma di tutti coloro che avevano tradito, sabotato, non sentito la guerra, speculato su essa, intralciato e vanificato i loro sforzi per mobilitare le «energie vive» attorno a Mussolini e a un fascismo finalmente rivoluzionario.

Limitando per il momento il nostro discorso al periodo precedente la crisi di fine 1942 - inizi 1943, va inoltre detto che ad accreditare l’idea dell’esistenza tra la gioventú di una fronda, se non addirittura di una opposizione piú o meno manovrata dall’antifascismo, concorsero anche (oltre ad alcuni episodi particolari465) la sordità e l’incomprensione, in certi casi, e l’esplicita ostilità, in altri, di larghi settori del vecchio fascismo e del regime. Arroccati com’erano in difesa dei propri privilegi e del proprio potere, ed essendo contrari ad ogni alterazione tanto dell’assetto politico-sociale sul quale questi si fondavano quanto dell’immagine che gli italiani avevano del fascismo, essi infatti consideravano l’atteggiamento, le critiche e le richieste dei giovani, nel migliore dei casi, inopportuni e non di rado un vero e proprio pericolo e col passare del tempo lo nascosero sempre meno. Sicché, se nel 1940, nel 1941 e in certa misura ancora nel 1942 si limitarono in genere a qualche paterno ammonimento e si mostrarono disponibili ad una discussione e in alcuni casi cercarono di strumentalizzare alcune critiche e richieste giovanili, ovvero di far tacere o almeno moderare le voci che piú suscitavano scandalo e difficoltà inserendole nella macchina del partito, nelle strutture della Cultura popolare, nei giornali e nelle riviste ufficiali, già nel corso del 1942 e nel 1943 l’iniziale duttilità fu affiancata e via via sostituita da un atteggiamento piú duro e intransigente (alcuni periodici giovanili furono costretti a cessare le pubblicazioni, qualcuno soppresso tout-court, alcuni giovani fascisti piú accesi ammoniti e persino confinati)466, che, sommandosi alla crisi militare e alla sua incidenza sull’atteggiamento della gioventú, finí per ottenere l’effetto contrario, contribuendo all’emergere di quella fronda che sino allora non era praticamente esistita, ma della quale già da tempo si parlava perché a parlarne erano stati per primi quei fascisti che rifiutavano il nuovo fascismo dei giovani e negavano le critiche e le accuse che questi muovevano loro, alla loro gestione del partito e del regime, al loro modo di intendere il fascismo e il suo futuro. È questo non solo gli ex fiancheggiatori, passati a suo tempo al fascismo, e coloro che, avendo precise responsabilità di governo o di partito, si preoccupavano delle ripercussioni che l’atteggiamento dei giovani poteva suscitare nel paese467, ma anche gli intransigenti e buona parte dei vecchi fascisti, che vedevano in esso la negazione del loro fascismo e un pericolo per le loro posizioni di potere, e persino i bottaiani, che pure condividevano una parte delle critiche e delle richieste giovanili e, in un primo momento, avevano cercato di «cavalcare la tigre», indirizzandola e strumentalizzandola468.

888–889

Per quel che riguarda la posizione (per vari aspetti scontata e alla quale abbiamo già fatto cenno) di Farinacci utili elementi offre la ricostruzione recentemente fatta nelle sue memorie da U. Indrio dell’ultimo duro scontro che il gerarca di Cremona ebbe nel dicembre 1942 con «Roma fascista», allora diretto dallo stesso Indrio. L’occasione dello scontro fu costituita da un articolo di E. Scalfari sul problema del PNF, la sua crisi, i tentativi di Vidussoni per tentare di sanarla, gli ostacoli che a ciò si frapponevano, ecc.469, a cui Farinacci replicò con una lettera irata470, che «Roma fascista», dopo una serie di consultazioni con il federale di Roma Colesanti e di questo con Vidussoni, che, a sua volta ne fece oggetto di un «appunto per il Duce»471, non pubblicò, ma che mise a soqquadro i vertici del partito, contribuí ad accrescere vieppiú l’ostilità degli intransigenti verso Vidussoni (che di lí a poco fu sostituito con Scorza) e indusse questo a diramare alla stampa un «ordine perentorio» perché smettesse «ogni discussione sul cosiddetto problema dei giovani che si presta, in buona fede o, peggio, in mala fede, a creare nella compagine fascista diaframmi ed incrinature» assolutamente intollerabili. Sicché, tutto sommato, pur rimanendo ignota al pubblico, la replica di Farinacci ottenne il risultato che il leader degli intransigenti si era proposto, dato che è chiaro che il divieto a discutere il problema dei giovani finiva per essere anche un chiaro ammonimento ai giovani fascisti a non creare difficoltà al regime, e anticipava l’esortazione a vigilare molto i giovani e l’attacco al giovanilismo ad oltranza che considerava «superati» coloro che avevano piú di trent’anni che Mussolini avrebbe fatto l’11 marzo 1943 al direttorio del PNF472.

889–890

Il 7 giugno del 1941 «Il popolo di Lombardia» aveva scritto, con velenoso sarcasmo: «è molto facile, quando si è molto giovani, essere individui morali, il difficile è conservarsi tali». Nella sua lettera-articolo a «Roma fascista» Farinacci fu molto piú duro e minaccioso. Prendendo spunto dall’affermazione dello Scalfari secondo la quale il partito per superare la crisi doveva combattere sia «la resistenza degli uomini che hanno raggiunto delle posizioni e delle situazioni spirituali e che gravano sul processo continuo della rivoluzione con lo spirito stazionario dei loro atteggiamenti conservatori» sia il clima da essi creato e chiamando praticamente in causa, nella chiusa della sua lettera-articolo, anche Vidussoni e, dunque, in ultima analisi lo stesso Mussolini, Farinacci scriveva infatti:

Non è la prima volta, cari camerati, che ci troviamo di fronte ad affermazioni di tale natura, or su questo, or su quel giornale di giovani. Ma in tal modo si continua certo a stampare articoli arguti e a fare della facile critica, ma non si dice nulla di concreto, non si propone nessuna idea pratica, anzi si dà l’impressione che ci si voglia precostituire un alibi scagliando accuse generiche contro anonimi.

E allora viene spontanea la domanda: si vuol ritornare al vecchio Fascismo, cioè a quello nostro e ai suoi originali ordinamenti, o si vuole instaurare un nuovo spirito fascista con programmi ben chiari e comprensibili a tutti? Bisogna spiegarsi una volta per sempre, altrimenti si fanno delle chiacchiere nello stesso modo che le facevano i demo-sociali di lontana memoria.

Certo non possiamo escludere che ognuno di noi accarezzi e persegua, nell’intimo della sua coscienza e attraverso l’esperienza travagliata degli ultimi 24 anni, idee proprie, lungamente amate e meditate; ma siamo pure costretti a riconoscere che su queste idee prevalgono il volere di chi è piú autorevole di noi e la disciplina che è la forza fondamentale di ogni movimento.

E poi, quando si parla di vecchi uomini del fascismo, sull’opera dei quali i giovani amano dare i loro giudizi, si ha l’obbligo di essere precisi. Di vecchi fascisti ve n’è tanti; ma quando si parla di gerarchi che hanno raggiunto una «posizione spirituale» bisogna ammettere che il loro numero è modesto. Fra quanti hanno iniziato il grande movimento fascista, che ha consumato e divorato molti dei suoi pionieri, siamo rimasti in pochi a durare. Mettete dunque questi pochi sotto accusa, poneteli sotto esame ad uno ad uno, diteci quali manchevolezze voi trovate in loro, dichiarate lealmente come voi vi sareste comportati al loro posto...

Abbiamo fatto male, abbiamo fatto bene, cosí comportandoci? Di fronte a una deliberazione presa dal Duce e dal Gran Consiglio, come vi sareste comportati voi, camerati del battagliero «Roma Fascista»? A noi si può muovere l’addebito di aver obbedito, ma non di essere dei conservatori anchilosati e arteriosclerotici.

Quindi, cari camerati, allorché volete discutere su certi problemi dovete farlo onestamente, cioè con molta precisione e senza dimenticare mai l’elemento essenziale a cui abbiamo fatto cenno sopra.

Fateci sapere se voi accettate, come abbiamo accettato noi, il comandamento «credere, obbedire, combattere», altrimenti la discussione diventa oziosa.

E per chiudere: perché i giovani si agitano ancora, quando essi hanno conquistato la Direzione del Partito? Hic Rhodus, hic salta.

890–891

Se l’atteggiamento di Farinacci non desta, tutto sommato, troppa meraviglia, lo stesso, almeno a prima vista, non si può dire per quello di Bottai e di «Critica fascista».

Nel 1940-41 questa assunse verso le posizioni dei giovani fascisti un atteggiamento tra possibilista e favorevole, quasi di incoraggiamento talvolta, come quando, il 15 febbraio 1941, pubblicò un editoriale in cui si legge473:

È nella felice possibilità dei giovani di trascurare gli ostacoli, per guardare alle mète piú lontane. È dei giovani osare cose per gli anziani inosabili, non aver paura di aver coraggio.

Due mesi dopo la rivista di Bottai avviò addirittura un dibattito su esse, che durò sino all’estate, allargandosi anche al problema del volontariato universitario474, dibattito che non dovette prospettarsi però come i promotori dovevano aver sperato, se sin dal primo numero F. M. Pacces (uno dei piú autorevoli membri del comitato di redazione) sentí il bisogno di intervenire per contenerlo e a metà luglio la rivista pubblicò un corsivo (Pericolo delle scorciatoie) a firma uno qualunque in cui, senza far riferimento alcuno al dibattito stesso, si criticavano l’«estrema facilità» con la quale i giovani si pronunciavano «sui problemi piú complessi e piú gravi» e «la disgraziata tendenza» di alcuni di loro «a improvvisare su uomini e fatti, giudizi ed espressioni» mancanti «di qualsiasi base». Col che il dibattito praticamente languí sino al 1º ottobre, allorché un altro corsivo, molto piú lungo ed esplicito, lo chiuse bruscamente e nel modo piú netto. I dibattiti, vi si affermava, si giustificavano solo «sul piano obiettivo delle idee», «in quanto, cioè, presupposta l’unità di fede politica, essi tendono a porre a confronto le opinioni, per una discussione di merito»,

891–892

quando, invece, le critiche assumano, per spirito e per stile, un carattere piú o meno pungente e presuntuoso, di ‘inquisizione’ o di ‘requisitoria politica’, e si portino addirittura sul terreno della fedeltà alla bandiera, allora noi, nella grande maggioranza dei casi, non potremo che rifiutarci alla discussione: la quale sarebbe semplicemente ridicola.

Seguirono nei mesi immediatamente successivi alcune punture di spillo (tra le quali una difesa della burocrazia statale che suscitò le proteste di «Roma fascista»); quindi, nominato alla segreteria generale del PNF un giovane quale Vidussoni, un periodo di apparente maggior disponibilità verso la «spregiudicatezza» dei giovani, sempre accompagnata però da esortazioni e ammonimenti a guardarsi «dalle opposizioni preconcette come dalle lusinghe premature» e a «risolvere l’eterna polemica tra giovani e anziani in senso costruttivo»475; infine, dopo un nuovo periodo di silenzio, apparve un’ambigua presa di posizione in prima persona di Bottai con la pubblicazione, il 15 luglio, del discorso da lui pronunciato una ventina di giorni prima a Firenze in occasione delle «manifestazioni culturali della gioventú europea»476. Un discorso estremamente retorico («solo una vasta concentrazione di giovani di buona volontà, che porti i segni dei caratteri morali, può salvare il mondo; ... un mondo nuovo, una Europa nuova sta per nascere; il loro disegno è nel cuore degli uomini nuovi, dei giovani;... la giovinezza nel Fascismo e nel Nazionalsocialismo è l’asse dell’Asse…») in cui mancava ogni accenno ai problemi e alle preospettive dei giovani e del quale l’unica possibile chiave di lettura è costituita da una generica rivendicazione di un corporativismo terza via in cui nulla restava delle suggestioni spiritiane della Guerra rivoluzionaria.

892–893

Un discorso cosí anodino non può essere spiegato solo con l’ufficialità dell’occasione e con la tipica cautela di Bottai: a nostro avviso la sua vera spiegazione va cercata piuttosto nelle preoccupazioni suscitate in lui dall’irrequietezza, le critiche, le spinte al rinnovamento che proprio in quel torno di tempo stavano estendendosi un po’ ovunque («comincio a notare segni d’inquietudine nella nazione che vorrebbe vedere il Partito su di una strada di piú intense, piú nuove, piú rivoluzionarie realizzazioni» avrebbe scritto nel suo diario Ravasio477) e in particolare da parte dei piú giovani nei confronti della «generazione» precedente la loro, coinvolgendo anche elementi già abbastanza in vista e qualificati culturalmente e professionalmente.

Precedenti in questo senso, come abbiamo visto, non erano mancati già nei due anni prima; il fenomeno non aveva però mai avuto un’ampiezza quale quella che ora stava assumendo ed era soprattutto rimasto circoscritto ad elementi scarsamente o per nulla significativi (per preparazione culturale, incarichi ricoperti, appartenenza familiare), irrequieti cronici che per esporre le loro critiche e le loro proposte si erano dovuti intrufolare nella stampa giovanile piú di punta o accontentarsi di rivistine quasi sconosciute e che non godevano di alcun credito, mentre ora trovavano ospitalità anche su autorevoli pubblicazioni, venivano espresse da giovani non solo ben preparati ma che non di rado uscivano da importanti famiglie dell’establishment fascista (tipici i casi di Vito Panunzio e di Guido Carli) e stavano acquistando, direttamente o indirettamente, un peso e un ruolo sempre maggiori non solo in organi di stampa giovanili strictu sensu, ma anche in quelli di partito e sindacali sui quali i primi avevano esteso la propria influenza. Si spiega cosí come il fenomeno avesse cominciato ad allarmare piú di un gerarca e a suscitare polemiche tra chi lo giudicava piú o meno positivamente e chi, invece, lo considerava pericoloso, tra chi voleva stroncarlo ricorrendo ai mezzi piú drastici (come Pavolini) e chi invece (come Ravasio e, in qualche misura, anche Vidussoni) pensavano fosse meglio sostenere, almeno in parte, le richieste di rinnovamento che si andavano manifestando478.

Su alcuni aspetti di questa nuova situazione lo stesso Mussolini avrebbe di lí ad un mese richiamato l’attenzione del direttorio nazionale del PNF, non nascondendo una certa preoccupazione. Secondo la testimonianza conservataci dal diario di Bottai – l’unica che conosciamo –, dopo alcune citazioni di giornali gufini nei quali piú che della guerra si parlava di questioni astratte o si muovevano critiche al regime e al partito, Mussolini avrebbe esortato il partito ad un maggiore controllo sui giovani universitari.

893–897

Ad approfondire, – annotò Bottai479, – si scopre che sono spesso «uomini fatti» e non giovani che scrivono sui giornali dei giovani; e i giovani che in tempo di guerra scrivono non hanno in genere la sua simpatia... Eppoi, parlano di quel che ha fatto e è il Fascismo: un movimento «con una sua dottrina e una sua individualità».

Stando cosí le cose è comprensibile che Bottai (che, oltre tutto, aspirava a diventare segretario generale del partito480) non volesse assumere posizioni nette, cosí come è tutt’altro da escludere che a rendere il suo discorso sfumato sino all’anodinità contribuisse anche il fatto di dover parlare alla presenza di rappresentanti ufficiali della «gioventú europea» e in particolare di quella nazionalsocialista, tutt’altro che disposti ad ascoltare discorsi non in sintonia con i propri. Anche questa spiegazione non è però a nostro avviso sufficiente. Il vero nodo è un altro. Sino a quando i giovani fascisti avevano sviluppato un certo tipo di critica al regime e, sia pur tra molte contraddizioni, avevano messo in discussione solo marginalmente il carattere, l’assetto corporativo di fondo che avrebbe dovuto contraddistinguere la nuova società che sarebbe dovuta nascere dalla guerra rivoluzionaria, Bottai – pur prendendo le dovute distanze da quelle posizioni che avrebbero potuto esporlo al rischio di non voluti coinvolgimenti – aveva potuto avere verso di loro un atteggiamento «aperto» e tutto sommato «disponibile». Tanto piú che a ciò lo autorizzava la sua ultradecennale posizione in materia di politica dei giovani e al tempo stesso lo spingeva il suo interesse politico a presentarsi come il loro interlocutore piú attento e disponibile in un partito in cui la gran maggioranza dei gerarchi rifiutava o mal sopportava le loro critiche e i loro propositi per il domani. Allorché le critiche al sistema sindacale e corporativo (originate dal cattivo funzionamento delle istituzioni corporative e dalla convinzione, a seconda dei casi, che fosse necessario coinvolgere i lavoratori nello sforzo bellico facendoli partecipi dell’attività politico-sociale dello Stato o che si dovesse disciplinare maggiormente la vita economica nazionale ricorrendo ad un’effettiva pianificazione dall’alto) presero a farsi piú esplicite e radicali e affiorarono tendenze che a) mettevano in discussione l’intero sistema, giudicandolo un’astrazione teorica o ormai superato, una sopravvivenza – se non addirittura la codificazione – del dualismo classista di marxistica memoria che esso aveva inteso superare; b) sostenevano la necessità di rivalutare il sindacato, assicurando alle categorie l’autogoverno o ricostituendolo su base unitaria e facendolo uscire dalla posizione politicamente secondaria nella quale era «venuto a trovarsi, nello Stato autoritario, di fronte al partito»; e queste tendenze stavano uscendo dall’ambito giovanile, dove in genere erano nate, trovavano adepti (convinti o critici poco importa), venivano discusse e persino ospitate in riviste ufficiali (come «Civiltà fascista») e autorevoli (come la «Rivista italiana di scienze economiche», «Economia nuova», «Augustea») e minacciavano di far breccia persino tra qualcuno dei piú autorevoli e fedeli redattori di «Critica fascista»481, per Bottai ogni possibilità di «apertura» e di «disponibilità» veniva automaticamente a cadere. Egli poteva valorizzare qualche aspetto particolare della polemica nata attorno ad esse482 piú o meno in sintonia con la sua concezione del corporativismo, e magari cercare di sostenere che molte di tali critiche potevano «trovare accoglimento e soluzione piena entro il sistema tracciato dalle leggi del ’26 e dalla “Carta” del ’27» e persino affermare che questa era «superabile», ma non poteva né accettare il giudizio negativo che in effetti veniva dato del «suo» corporativismo né ammettere che la Carta del lavoro fosse già giunta allo stadio della «superabilità»483. Non poteva farlo, perché, come accade in genere ai puri teorici, non sapeva rassegnarsi all’idea che la sua costruzione avesse una validità solo astratta, perché sarebbe equivalso ad un’ammissione di fallimento che inevitabilmente si sarebbe estesa alla sua figura di intellettuale e di politico, e, in fine, perché si doveva rendere conto che, nella logica del «non si vince la guerra se non si vince in pari tempo la rivoluzione», il fascismo sarebbe inevitabilmente sfociato in un totalitarismo simile o a quello nazista o a quello comunista e, pensava, nel dopoguerra, in una sorta di collettivismo regolato dall’iniziativa dei grandi imprenditori484. E tutto ciò a maggior ragione dato a) che – sia pure con intenti assai diversi – a questo genere di soluzioni tendevano intellettuali non privi di una certa influenza nel partito e in particolare in alcuni settori piú intransigenti e filotedeschi (come Costamagna485) o ai quali guardavano numerosi gruppi giovanili piú vivaci ed impegnati (come Pellizzi, la cui posizione era a quest’epoca probabilmente sentita da questi come la piú affine alla loro moralmente e politicamente486, e come Spirito487); b) che la critica al corporativismo espressa da questi gruppi giovanili andava sempre piú radicalizzandosi e spostandosi dal terreno culturale, tecnico ed etico a quello politico tout-court, al punto da arrivare a tacciare coloro che non volevano liquidarlo ma solo correggerne le istituzioni, cosí da farne uno strumento effettivamente rivoluzionario sul piano sociale, di essere non dei fascisti, ma dei reazionari e di muoversi «in piena concezione demoliberale» e social-riformista488; c) che alla «generazione» dei giovani sino allora sulla breccia se ne stava affiancando un’altra, di ancor piú giovani, che si era concretamente formata piú nel clima dell’immediato preguerra e della guerra (e, quindi, fortemente condizionato dal particolare stato d’animo della borghesia in questo periodo) che non in quello degli anni trenta in cui, invece, si era formata la precedente e le cui «“situazioni” e “preoccupazioni” spirituali» non erano chiare, sicché era difficile prevederne i futuri orientamenti489. A questo punto, messi in luce gli aspetti piú caratteristici dell’atteggiamento della gioventú, il discorso può finalmente tornare a Mussolini, alla sua posizione rispetto a quel «problema dei giovani» che, come abbiamo visto, egli – pur non ignorando l’indifferenza, il malessere, i «sintomi di disagio spirituale» presenti anche tra i giovani, e non solo tra quelli che egli negava fossero veri giovani, ma anche tra quelli che erano o, almeno, si consideravano i veri e genuini fascisti – si rifiutò di considerare per tutto il periodo della guerra veramente tale.

897

Per capire questa posizione è opportuno tener presenti vari fatti.

Che tra i giovani di estrazione borghese vi fossero zone, anche vaste, di «sfasati» e di opportunisti a Mussolini non meravigliava affatto, ciò che per lui contava era che tali zone fossero meno vaste di quelle riscontrabili nell’insieme della borghesia e assai meno di quelle presenti nel mondo intellettuale. Rispetto a quest’ultimo, che ai suoi occhi era, come si è detto, largamente caratterizzato dall’astrazione, dall’incapacità di capire politicamente la realtà, dallo scetticismo, dall’opportunismo tipici del piú retrivo «spirito borghese», tant’è che egli non vedeva l’ora di potere, a guerra finita, far piazza pulita dei vecchi intellettuali borghesi e sostituirli con dei veri intellettuali frutto della «riforma morale» e della «nuova civiltà» fasciste, il mondo giovanile ebbe a lungo il gran pregio di essere nell’insieme molto piú genuino e «idealista», politicamente motivato, mosso da esigenze morali tutt’altro che «borghesi» anche quando non si traducevano in esplicite prese di posizione antiborghesi. Stando cosí le cose, se era ovvio che si dovesse vigilare sugli «sfasati» e sugli opportunisti (e di questa necessità Mussolini divenne, come si è detto, ancor piú convinto assertore quando, affacciatasi alla ribalta la «generazione» dei giovanissimi, all’interno di essa aumentarono notevolmente i casi di disinteresse per l’andamento e le sorti della guerra e, addirittura, di «imitazione scimmiesca» delle mode anglo-sassoni), era però anche naturale che agli occhi del «duce» tutta una serie di posizioni, di estremismi, di contestazioni dall’interno del regime, che ad altri fascisti apparivano inaccettabili e pericolosi, apparissero, salvo casi limite, o semplici intemperanze tipicamente giovanili o fatti tutto sommato molto piú positivi che negativi: in certi casi da tenere sotto controllo, moderare ed orientare meglio politicamente, ma di cui non c’era da allarmarsi, ma anzi nel complesso compiacersi. Come è facile capire, in essi Mussolini doveva vedere infatti, da un lato, la miglior prova dell’impegno fascista dei giovani, da un altro, un prezioso strumento di pressione politica: sulla borghesia «amorfa» e via via sempre piú distaccata ed «infida» e per sollecitare e accrescere la fiducia degli altri ceti sociali nel fascismo e in un nuovo e migliore futuro che esso avrebbe loro assicurato e, al tempo stesso, anche sul fascismo, sulle sue strutture organizzative, gerarchie e gerarchi.

898–899

Nel prossimo capitolo esamineremo le vicende interne al regime e, dunque, anche del partito. Affinché la ricostruzione della posizione di Mussolini verso i giovani sia piú chiara, è però opportuno anticiparne sommariamente alcuni aspetti relativi appunto al partito. Il fatto che il PNF non rispondesse che molto parzialmente e inadeguatamente ai suoi compiti, fosse visto sempre piú negativamente dagli italiani, anche da gran parte di quelli che credevano nella causa e nella vittoria della guerra, al punto da essere considerato una delle ragioni principali del malcontento, della passività dello spirito pubblico e dello scadimento del prestigio del regime e dello stesso Mussolini, e che la sua linea politica, la sua attività, la qualità delle sue gerarchie costituissero uno dei maggiori motivi di critica e di scontro all’interno dell’establishment del regime e del gruppo dirigente fascista il «duce» lo sapeva benissimo e da tempo. La liquidazione di Starace, nel novembre 1939, non aveva risolto alcunché; in un certo senso si può dire che aveva aggravato la situazione, dato il totale fallimento della gestione Muti. Rispetto a questa quella di Adelchi Serena (novembre 1940 - dicembre 1941) aveva inizialmente dato l’impressione di un certo miglioramento, ma si era presto rivelata anch’essa inadeguata. Mussolini aveva allora deciso di puntare tutto su un giovane, dietro il quale però sarebbe stato lui stesso e a fianco del quale mise come vicesegretario un vecchio fascista che ben conosceva e di cui aveva piena fiducia: Carlo Ravasio. Nel dicembre 1941 aveva avuto cosí inizio l’assai discussa gestione Vidussoni, destinata ad essere la piú lunga degli anni della guerra.

Sino all’assunzione di Vidussoni alla segreteria generale del PNF, si era molto parlato e scritto del problema del partito, senza però uscire da un ambito essenzialmente teorico490 o, peggio, da quello delle lotte e delle ambizioni dei vari gruppi e gerarchi fascisti. L’unica vera eccezione era stata costituita dalla stampa giovanile, che se aveva avuto il merito di parlare chiaramente di certe questioni, non era riuscita però a far sí che si mettesse mano ad una loro soluzione e si era attirata l’ostilità (esplicita o dissimulata poco importa) di gran parte dell’establishment e in particolare dei gerarchi centralmente e localmente piú autorevoli. Tant’è che se aveva potuto sfuggire a provvedimenti repressivi piú numerosi e piú duri491 era stato soprattutto per la copertura indiretta datale da «Gerarchia» pubblicando alcuni articoli in sé e sé non certo molto impegnativi492, ma che per il solo fatto di apparire sulla rivista personale del «duce», induceva i suoi avversari a contenere i toni della polemica e a ridurre le proteste e le richieste di interventi repressivi solo ai casi piú clamorosi.

899–900

Nominato segretario, Vidussoni aveva avviato una serie di provvedimenti miranti a «selezionare» moralmente e quantitativamente il partito, «sburocratizzarlo» e liberarlo da numerose competenze «che esorbitavano dai suoi compiti», ne assorbivano in larga parte le energie a danno dell’attività piú propriamente politica e impedivano che fosse «un organismo morale, sociale, rivoluzionario che agisce, all’avanguardia della nazione, sorvegliando, controllando, intervenendo in tutti i settori della vita nazionale», in grado di inalberare e difendere, «accanto a quella piú alta della fede», «la bandiera dell’onestà». Riferendosi a essi, Mussolini aveva detto ai federali del Veneto e dell’Alto Adige493:

Adesso si è iniziato un nuovo periodo di vita del Partito. Il periodo della selezione. Prima c’è un periodo in cui abbiamo aperto le porte, anzi le abbiamo spalancate. Ed era necessario farlo. Non fu un errore. Bisognava far vedere che noi non ci consideriamo una casta chiusa dalla vita della nazione. Però questo ha appesantito l’organismo del Partito, con una immissione di elementi, che, o per la loro età o per altre ragioni meno commendevoli, devono essere oggi considerati come una specie di zavorra.

Bisogna espellere questa zavorra. E puntare risolutamente sul giovane. Puntare cioè sulle nuove generazioni. Con questo non si vuol dire che tutti gli altri devono essere giubilati. No. Quelli sono sempre una riserva di gente dura, decisa, che obbedisce, che è pronta a rispondere quando è chiamata; e lo dimostra coi fatti. Ma c’è il cammino delle generazioni. È un cammino fatale. Generazione è il passaggio da uno a venticinque anni, è il figlio del figlio. Se noi ci cristallizzassimo, creeremmo una frattura fra queste generazioni. Viceversa dobbiamo creare un passaggio, una continuità; non ci deve essere una soluzione di continuità. Vi sono le forze giovani, fresche e vi sono le riserve degli uomini che hanno combattuto e sono pronti a combattere.

Ora il Partito deve oggi ricercare la qualità piú che la quantità. Tutti coloro che non hanno la nostra temperatura, coloro che si sono messi a sedere, tutti coloro che dicono: «Quando Mussolini ci darà un momento di riposo?» (io non glie lo darò mai, fra parentesi), devono essere mandati via. Sono ormai individui di scarto.

Noi vogliamo non soltanto i portatori materiali della tessera: noi vogliamo i portatori della fede. E nemmeno di una fede che abbia degli aspetti superficiali, che sia il balbettio di formule. No. Una fede profondamente sentita, che sia compenetrata, sangue del nostro sangue, carne della nostra carne. Per cui si rischi la vita e quindi tutti i rischi. La fede secondo la nostra dottrina e secondo la nostra esperienza. Via i pacifisti, tutti quelli che dicono: «Quando finirà?», non «come» finirà.

Una volta la epurazione del Partito fu fatta sotto la gestione Giuriati, in un senso meccanicistico: diminuire il dieci per cento. Ma un organismo politico non è una balla di cotone. Questa volta l’epurazione sarà fatta in base alle qualità positive o meno dell’individuo. Se anche ne perdessimo un milione, sui tre-quattro del Partito, non ha importanza. Meglio che questi elementi siano fuori, in modo che li possiamo guardare in faccia, che non fra noi, col disagio che si ha quando si marcia con qualcuno il cui cuore non batte all’unisono col nostro.

900–901

Non volendo dare al paese l’immagine di un partito troppo corrotto e burocratizzato né suscitare eccessivi malumori e reazioni tra i suoi membri, Vidussoni – invece di affrontare il toro per le corna – scelse però la strada di una graduale («lenta ma continua») applicazione dei provvedimenti decisi con Mussolini e puntò essenzialmente su pochi ma duri «esempi», ritenendoli sufficienti a liberare il partito dai «profittatori» e da «coloro che tale profitto hanno raggiunto attraverso il trampolino della fede» e a «consolidare attorno alle sue attività il clima puro dell’integrità, dell’onestà, della rettitudine»494. I risultati conseguiti furono cosí anche piú modesti di quelli che, forse, si sarebbero potuti ottenere con un’azione decisa e intransigente e, tutto sommato, controproducenti, sia per quel che concerneva in genere il paese, sia rispetto alle attese della gioventú fascista.

Una volta diventata di routine, l’applicazione dei provvedimenti finí non solo per perdere mordente, ma per essere esposta alle contromanovre di quei gerarchi – presenti anche nel Direttorio nazionale del PNF – che avevano dovuto subirli perché a volerli era stato il «duce» e che, via via passava il tempo, presero ad adoperarsi per svirilizzarli completamente ed impedire cosí che potessero indebolire le basi del loro potere personale e per attribuirne il fallimento a Vidussoni. L’epurazione del partito rimase in buona parte sulla carta e salvo pochi «esempi» (di cui alcuni suscitarono la violenta reazione di Farinacci e accuse a Vidussoni di averli voluti per rancori personali e per colpire i propri avversari), caddero sotto la sua mannaia quasi solo personaggi di terz’ordine. L’immissione dei giovani nelle gerarchie, non volendo che assumesse il carattere di una sconfessione del vecchio fascismo, fu a sua volta scarsa e a giovarsene furono spesso gli elementi piú integrati e disposti al compromesso pur di far carriera. Quanto alla stampa giovanile, dopo aver goduto per qualche mese di una relativa maggior libertà di critica, si venne a trovare piú esposta di prima ad interventi dall’alto, ammonizioni, attacchi495. E, quel che è peggio, via via piú guardata con insofferenza e sospetto dallo stesso Mussolini; il che, da un lato, ridiede lena a chi l’aveva sempre osteggiata, da un altro, incoraggiò a ricorrere alla maniera forte coloro (per esempio Pavolini) che un po’ non vedevano di buon occhio l’«eccessiva» libertà della quale essa godeva, un po’ – dati gli incarichi che ricoprivano – non volevano incorrere in passi falsi ed esporsi all’accusa di troppa condiscendenza, e, da un altro ancora, indebolí le possibilità di intervento di quei pochi (come Ravasio496) che, rendendosi conto dello stato d’animo della gioventú fascista e del rischio che esso potesse, se contrastato, trovare nuovi orientamenti, avrebbero preferito una linea di condotta piú duttile. Sicché verso la fine della gestione Vidussoni (che anche in altri campi non seppe rinnovare la politica giovanile dei suoi predecessori, continuando, per esempio, a sottovalutare l’importanza di curare gli studenti medi in modo da farne «il vivaio dei Guf» e non lasciare campo praticamente libero alla penetrazione tra essi di quella che di lí a poco Mussolini avrebbe definito l’«imitazione scimmiesca» delle «mode» anglosassoni) prevalse la linea dura del futuro segretario generale Carlo Scorza, che, concludendo l’8 febbraio 1943 un rapporto ai direttori dei giornali fascisti e ai capi degli uffici stampa e propaganda delle federazioni, poté impartire loro una norma di comportamento impensabile qualche mese prima e che, pur nella sua ambiguità, anticipava la sua posizione allorché due mesi e mezzo dopo avrebbe preso il posto di Vidussoni. In essa497 era detto:

901–902

è indispensabile che la stampa – specialmente quella universitaria – sia vivificata non solamente nella critica negatrice e distruttrice, ma nel contributo di pensiero, in modo da riagganciare la cultura fascista alla cultura tradizionale e allo scopo di presentare un fronte unico anche su questo terreno.

Pur parlando anche lui di necessità di purificare il partito e di far largo ai giovani, fra le prime cose che, se non gliene fosse mancato il tempo, diventato segretario, Scorza infatti avrebbe voluto fare era mettere definitivamente al passo la stampa giovanile e far tacere le voci critiche in nome della necessità di eliminare, nel partito cosí come nel paese, i motivi di divisione e di rafforzare l’unità, lo spirito di resistenza e «l’impegno di vittoria» del popolo italiano. E a quali mezzi pensava ricorrere risulta chiaro dall’ordine del giorno (sotto forma di «indirizzo al Duce») che il nuovo direttorio nazionale del PNF approvò a conclusione della sua prima riunione tenutasi il 9 giugno e ancor piú dallo svolgimento dei lavori di esso498. Se il primo si limitava infatti a richiamare «tutti i giovani alla severa coscienza del momento, giudicando superate le inattuali discussioni dottrinarie ed elucubrazioni metafisiche» e ad affermare:

902–903

i giovani sanno che esiste una sola dottrina del Fascismo, ed è quella bandita da Benito Mussolini fin dalla vigilia; i giovani sanno che vi è un solo modo di applicarla: studiare, lavorare, combattere. Il resto è vana accademia;

gli interventi dedicati nel corso della riunione al problema dei giovani, per un verso, mostrano chiaramente a cosa Scorza tendesse:

i giornali di punta, quelli universitari [che puntano non si sa dove e non si sa contro chi], li aboliremo o ne resteranno pochi, i migliori. I giovani che si renderanno disponibili diventeranno collaboratori dell’Ente stampa;

per un altro verso, lasciano trasparire una profonda preoccupazione che talvolta assumeva il carattere di una critica a fondo agli errori commessi da anni dal regime nell’educazione della gioventú. Secondo Polverelli tra i giovani si manifestavano «squilibri» e «atteggiamenti» critici e stati d’animo «non ortodossi» che il neoministro della Cultura popolare attribuiva, specie per quel che riguardava gli universitari, al fatto «che sono stati lasciati nelle Università dei docenti che non erano fascisti e che avevano preso la tessera come elemento di sicurezza personale e non come attestazione della documentazione della loro fede». Altri, meno realisti, sembravano credere che vi fosse ancora tempo per provvedimenti che rendessero la scuola e le organizzazioni giovanili piú adatte alla formazione di giovani in grado di raccogliere «la nostra eredità». In realtà anche nei loro interventi si coglie un inespresso senso di fallimento e la convinzione che, all’atto pratico, non rimanesse altro che ricorrere alla maniera forte. Tipica in questo senso ci pare la posizione del responsabile per i Guf, Franz Pagliani. A suo avviso, essendo quasi il novanta per cento degli universitari alle armi, i Guf non costituivano piú un vero problema e, quindi, anche la loro stampa poteva benissimo essere ridotta ad un solo giornale; contemporaneamente informava però il direttorio di aver già cambiato sei segretari di Guf…

Al punto a cui erano giunte la situazione militare e la crisi interna, anche se Scorza, invece di insistere sulla strada dell’intransigenza, avesse imboccato quella di far proprie le esigenze dei giovani fascisti, il risultato finale non sarebbe stato certo diverso. La crisi, sia pure con caratteri – lo abbiamo detto – suoi propri, diversi per piú di un aspetto da quelli riscontrabili nelle generazioni piú anziane, quando Scorza divenne segretario del partito aveva ormai fatto largamente breccia anche tra i giovani. Sfiduciati, amareggiati, inveleniti dal crollo delle loro speranze e dal fallimento dei loro ideali e dal dover constatare che anche in quella drammatica situazione nessuno era disposto ad ascoltare la loro voce – neppure Mussolini, che nel suo discorso del 24 giugno avrebbe fatto proprio l’ordine del giorno del direttorio di due settimane prima499 –, la maggioranza di loro si era o stava rinchiudendo ormai in uno stato di rassegnata passività o si accingeva a «finire in bellezza» o si preparava al «salto della quaglia». Altri andavano oltre: un po’ da soli, piú spesso grazie alla mediazione etica di singoli antifascisti e soprattutto di alcuni gruppi spontanei di intellettuali che, insoddisfatti della lentezza e dei tatticismi con i quali procedeva la ricostituzione dei partiti antifascisti (con i quali in genere erano collegati, anche se si muovevano in modo largamente autonomo da essi), già da tempo si erano messi in movimento e con i quali un certo numero di giovani, anche fascisti, si erano messi o stavano mettendosi a loro volta in contatto, mutando il proprio orizzonte etico-politico e aprendosi ad una valutazione nuova (anche se, lo abbiamo pure già detto, spesso condizionata dal moralismo e dal rivoluzionarismo loro peculiari) di quei valori di libertà, di autogoverno, di democrazia che avevano in passato respinto e sprezzato come inadeguati a reggere una società moderna piú giusta di quella che su questi valori era stata costruita. Ma su questo aspetto della crisi del 1942-43 torneremo tra poco. Prima di farlo vogliamo soffermarci infatti ancora un momento sulla posizione di Mussolini che sin qui abbiamo ricostruito in uno solo dei suoi due aspetti principali.

903

Credere che il «duce» avesse accettato la «routinizzazione» dei provvedimenti adottati da Vidussoni per rivitalizzare il PNF e farne uno strumento politicamente capace di ridar fiducia nel regime agli italiani e in primo luogo alla parte piú «viva» di essi, i giovani, solo per evitare spaccature tra le vecchie e la nuova generazione fascista e di dar troppo fiato a Farinacci e ai farinacciani equivale ad accontentarsi di una mezza spiegazione, che non vale a rendere intera neppure il pensare che al suo lasciar fare a Vidussoni abbiano contribuito, l’esser egli assorbito da altri problemi e la particolare condizione psicologica nella quale, come vedremo, si trovava in quel periodo: per ricostruire compiutamente la sua posizione è necessario considerare un altro aspetto del problema.

904–905

Anche se era soddisfatto perché l’«enorme massa» dei giovani era «a posto», Mussolini – lo abbiamo detto – faceva una sostanziale differenza tra quelli «a posto» e i «veri giovani»; tra coloro che, pur essendo sinceri fascisti e portatori di idee, prospettive, critiche ad uomini ed istituzioni del regime e della società italiana che spesso anch’egli condivideva, mancavano però ai suoi occhi di quel tanto di senso politico e di realismo che avrebbe dovuto indurli a non suscitare (e con tanta forza) in quel momento questioni che dividevano il partito, danneggiavano il regime di fronte agli italiani e ai tedeschi e potevano essere sfruttate dalla propaganda nemica e coloro che, piú che discutere, volevano combattere e combattevano. Ché in quel momento – sempre secondo Mussolini – il vero, l’unico obiettivo era vincere; tutto il resto passava in sott’ordine e andava commisurato, calibrato in sua funzione. E qui sta la spiegazione ultima della sua posizione.

Tutta una serie di elementi – su alcuni ci siamo già soffermati – mostra che in ultima analisi Mussolini considerava in modo diverso i gufini e i giovani della Gil. Nei primi, quasi tutti di estrazione borghese, anche se in polemica con la mentalità, l’egoismo e l’atteggiamento di fronte alla guerra e al fascismo della borghesia, doveva in ultima analisi vedere degli intellettuali potenziali o già in atto, che – nonostante il loro fascismo – conservavano alcuni tradizionali limiti e difetti dell’intellettuale, del «letterato» borghese, non esclusa la tendenza ad un criticismo eccessivo, alla retorica, a scrivere piú che ad agire, ovvero a combattere con le parole piuttosto che con le armi. Tutto il contrario dei giovani della Gil, non a caso socialmente molto piú differenziati e in maggioranza appartenenti al ceto operaio cittadino, che sentivano soprattutto il dovere di combattere. Da qui il suo maggior apprezzamento per questi piuttosto che per quelli che traspare chiaramente per quel che concerne gli uni dalla identificazione dei «veri giovani» nei combattenti di Bir el Gobi, in massima parte volontari provenienti dalla Gil e inquadrati nei battaglioni «Giovani fascisti» della Milizia, e per gli altri dall’attenzione con la quale ne seguiva la stampa e, pur coprendoli, almeno sino ad un certo momento, dagli attacchi di chi avrebbe voluto ridurli al silenzio, dal non impegnarsi nel sostenerli oltre un certo limite in gran parte politico, funzionale ad alcuni obiettivi d’ordine sia generale sia contingente che piú gli stavano a cuore; pronto, quando lo riteneva opportuno, a stringere o a lasciar stringere i freni nei loro confronti.

Spingere oltre il discorso, tentare una valutazione del realismo o no della distinzione mussoliniana tra giovani della Gil e dei Guf, è tutt’altro che facile. In buona parte esso dovrebbe allargarsi da un altro discorso ad esso strettamente collegato: quello, a cui abbiamo fatto cenno all’inizio del presente capitolo, sul volontariato. Un problema, questo, sul quale manca qualsiasi studio scientifico; con una documentazione scarsa e talvolta di non facile interpretazione (per l’incrociarsi con altri problemi di cui pure è necessario tener conto) e sul quale, per di piú, esiste una vulgata, dovuta a) alla sopravvalutazione ed esaltazione del volontariato in occasione della guerra 1915-18 ad opera tanto dell’ex combattentismo e interventismo di ascendenza risorgimentale e democratica quanto del fascismo; b) al fatto che, essendo in genere di estrazione sociale e culturale superiore, i volontari della grande guerra hanno lasciato una ricca serie di testimonianze scritte e in gran parte edite; c) al silenzio o quasi che ancora avvolge il volontariato del 1940-43; d) alla scarsezza di testimonianze disponibili su di esso; e) al contributo dato all’affermarsi di essa da studiosi anche di grande statura, come lo Chabod500; sicché è stato ed è tutt’ora pressoché unanimemente ritenuto che il volontariato sarebbe stato in occasione della seconda guerra mondiale molto meno numeroso che non in occasione della prima e che ciò confermerebbe il fatto che la guerra fascista fu meno sentita sotto il profilo nazionale della guerra 1915-18. Il volontariato costituisce però un elemento non trascurabile del quadro che siamo venuti delineando sia dell’atteggiamento dei giovani durante la guerra sia di quello di Mussolini verso di essi, ed è perciò necessario cercare di stabilire se questa vulgata corrisponda o no al vero.

905–906

Stando ai dati piú attendibili501, che, giustamente, considerano solo in minima parte volontari gli emigrati che rientrarono per prestare servizio militare allo scopo di non esporsi al rischio di precludersi un successivo ritorno in Italia, i volontari effettivamente arruolati nell’Esercito come tali e conformemente alla legislazione militare italiana502 furono nel corso della grande guerra poco piú di ottomila, per la precisione 8171, compreso un buon numero di «irredenti» trentini, giuliani e dalmati. Mancano invece i dati per la Marina, ma vari elementi inducono a ritenere che i volontari del mare fossero solo poche centinaia.

Sempre nel 1915-18, il numero di coloro che fecero domanda di arruolamento volontario fu superiore a quello degli arruolati; un certo numero di domande furono infatti respinte o lasciate giacere dall’autorità militare: in qualche caso per motivi politici, piú spesso trattandosi di individui appartenenti a classi la cui mobilitazione era imminente, ma soprattutto per la radicata ostilità dell’autorità militare verso i volontari. Questa ostilità affondava ideologicamente le sue radici indietro nel tempo (vivi erano ancora gli echi delle contrapposizioni e dei contrasti tra «regi» e «garibaldini»), ma aveva anche giustificazioni tecniche alle quali l’autorità militare avrebbe fatto appello anche nel 1940-43: riguardando soprattutto giovani momentaneamente non soggetti a mobilitazione, il volontariato depauperava le classi che sarebbero state via via chiamate alle armi di elementi tra i migliori, comportava oneri aggiuntivi, e talvolta insostenibili, di addestramento, equipaggiamento e inquadramento, immetteva nella macchina militare soggetti politicizzati e spesso indisciplinati, sicché era piú di danno che di utilità (tanto è vero che alcuni ordinamenti militari, come quello tedesco, non lo prevedevano) persino se utilzzati solo per i reparti d’assalto. Pur tenendo nel dovuto conto questo atteggiamento delle autorità militari, è un fatto che i volontari furono nel 1915-18 molto meno di quanto il clamore patriottico fatto attorno ad essi autorizzerebbe a credere, né piú numerosi che nel 1940-43.

906–907

Per il periodo della partecipazione alla seconda guerra mondiale le cifre disponibili sono poche, non ufficiali e di non sempre facile valutazione, sia per le fonti a cui si deve far ricorso, sia perché la gran parte dei giovani arruolatisi come volontari preferí per motivi ideologici all’Esercito e alla Marina la Milizia (i cui archivi sono andati pressoché completamente distrutti) e questa si adoperò (sia sotto Starace sia ancor piú sotto Galbiati) per sollecitare, d’accordo col partito, il volontariato, mentre le armi tradizionali cercarono in vario modo di scoraggiarlo e renderlo il piú difficile possibile.

Secondo il comando della Gil, già prima della dichiarazione di guerra «alcune migliaia» di giovani tra i quindici e i diciannove anni avrebbero chiesto di «servire in armi la patria». Il numero speciale del «Notiziario settimanale dell’Ufficio stampa del PNF» del 28 ottobre 1941, dedicato a «Il Partito per la guerra», dopo aver riferito che sino a quel momento erano caduti in combattimento 3496 giovani del littorio e altri 5881 erano stati feriti (senza per altro specificare se si trattava di volontari o di richiamati), reca503:

Ardente è stata l’aspirazione di tutta la gioventú italiana di poter precorrere i tempi ed arruolarsi.

All’inizio delle ostilità sul fronte occidentale 24 battaglioni di giovani fascisti, con una forza di circa 24 000 uomini, furono raggruppati a disposizione delle Forze Armate. Durante la campagna greco-albanese larghissimo è stato il contingente di giovani della GIL che si arruolarono volontariamente. Con i battaglioni di Camicie Nere del Gruppo Galbiati, 670 giovani fascisti ebbero il battesimo del fuoco mentre altri si aggregarono ai reparti del R. Esercito o prestarono servizio presso le prime linee. Durante l’occupazione dei territori della ex Jugoslavia reparti organici di giovani fascisti dei Comandi federali di Trieste, Fiume e Zara parteciparono alle operazioni, al comando dei rispettivi gerarchi ed ufficiali. Attualmente in Africa settentrionale ha raggiunto la linea del fuoco il «Gruppo Battaglioni d’assalto di giovani fascisti» della classe 1922 per l’ammontare di circa 1800 unità.

907–908

Queste affermazioni trovano conferme nel Diario di guerra del generale Armellini504 e nel verbale della riunione dell’8 giugno 1940 tra Badoglio e i capi delle varie armi. Nel primo si accenna a «un gruppo di 10 o 20 battaglioni Gil» costituiti dal partito; dal secondo si evince che Starace voleva riunire i volontari in reparti speciali della Milizia, ma che Mussolini si era espresso con Badoglio in senso nettamente contrario alla costituzione di milizie speciali505. Sempre secondo l’Ufficio stampa del PNF e sempre alla data del 28 ottobre 1941, i Guf avevano espresso «decine di migliaia» di domande di arruolamento volontario, «migliaia» delle quali, pare, erano state istruite positivamente da un apposito ufficio militare costituito presso la segreteria generale dei Guf, nello stesso periodo 599 gufini risultavano caduti e 611 feriti506. Un anno dopo, un «appunto per il Duce» di Vidussoni in data 22 ottobre 1942 avrebbe cosí aggiornato la partecipazione sino a quel momento dei gufini alla guerra: su 122 383 fascisti universitari ne risultavano alle armi 72 455; i caduti erano stati 1207, i feriti 956, 1102 i decorati, tra cui 58 con medaglia d’oro507. Nell’uno come nell’altro caso rimane oscuro quanti in effetti fossero i volontari. Qualche indicazione in questo senso è reperibile in un volume edito dal PNF verso la fine della gestione Serena. In esso508 si dice infatti che le domande di arruolamento presentate dai giovani universitari erano state sino a quel momento 20 000 e che a questa cifra si dovevano aggiungere «i 35 000 universitari arruolati su domanda della Segreteria dei Guf con le classi dal 1915 al 1921, nonché i giovani laureati e diplomati, iscritti ai Guf fino al 28º anno di età, e già alle armi, che ammontano a circa 20 000». L’interesse di queste cifre non è solo di tipo quantitativo: esse confermano indirettamente la veridicità di una serie di voci allora circolanti e di affermazioni successive secondo le quali, per quel che riguarda i Guf, una grossa parte degli arruolamenti non fu veramente volontaria, ma piú o meno coattiva, «organizzata» dall’alto con espedienti vari e approfittando di particolari momenti di emotività: talora per lo zelo e il desiderio di mettersi in luce di singoli segretari dei Guf, in qualche caso per cercare di combattere l’«imboscamento universitario», l’aumento cioè delle iscrizioni per sfuggire al servizio militare (dal 1939-40 al 1942-43 la popolazione universitaria passò da 85 000 a 168 000 unità), in genere per dare al paese l’immagine di una gioventú entusiasticamente guerriera.

908–909

Nonostante la loro approssimazione, sulla base di questi elementi è difficile continuare a sostenere che il volontariato – soprattutto quello giovanile – fu nel 1940-43 quantitativamente minore che nel 1915-18. Anzi, si deve dire che esso sarebbe stato anche piú consistente se non si fosse scontrato ancora una volta con l’ostilità di fondo dei vertici militari che cercarono di frenarlo e scoraggiarlo (adducendo tra l’altro varie difficoltà tecniche per accogliere solo in minima parte le domande dei volontari di essere inviati in zona d’operazioni509) nonostante nella maggioranza dei casi i volontari, soprattutto i piú giovani e quelli inquadrati in propri reparti, dessero sul campo ottime prove510.

Caratteristica è la vicenda dei circa 24 000 giovani della Gil arruolatisi all’inizio delle ostilità. Con essi la Gil costituí 25 battaglioni (di cui uno alpino) che il 10 ottobre 1940, a conclusione di un ciclo addestrativo di due mesi, furono passati in rassegna da Mussolini, dopo di che il ministero della Guerra (che non aveva nascosto la sua ostilità ad assumersi il loro addestramento e l’onere di fornire i quadri di comando necessari) decise che nove sarebbero stati inviati in Albania e gli altri all’armata del Po e a quella dell’est, salvo però ritornare subito sulla decisione e, approfittando della parziale smobilitazione decisa, come già detto, proprio in quel periodo, farli rimandare pressoché tutti a casa e, insieme, elevare a diciotto anni l’età minima per il reclutamento. A mo’ di contentino furono trattenuti 2387 giovani del 1922 con i quali fu costituito un Gruppo battaglioni Giovani Fascisti (su due unità, portate nell’estate 1942 a tre, e trasformato in reggimento, che si sarebbe dovuto accrescere sino a diventare una divisione corazzata, che però non prese mai effettivo corpo) che poté prestare giuramento solo nel giugno 1941 e fu trasferito in Africa settentrionale – dove rimase sino alla capitolazione delle ultime forze asserragliate in Tunisia – verso la fine del mese successivo solo grazie ad un diretto intervento di Mussolini. «C’è voluto il mio ordine personale, – disse il 14 gennaio 1942 al nuovo comandante del gruppo, in procinto di partire per la Libia per sostituire il tenente colonnello Tanucci ferito a Bir el Gobi511, – per inviarli al fronte, perché in altri era scarsa la fiducia in questi giovani». E qualcosa di simile accadde anche per i volontari dei Guf: il loro arruolamento fu accettato dal ministero della Guerra solo a metà dicembre del 1940, con la mobilitazione della classe del 1921, e attuato nel febbraio successivo, in un primo momento dando disposizioni perché fossero riuniti in propri reparti, poi distribuendoli invece in vari. Sicché nel primo anno di guerra i volontari effettivamente impiegati furono soprattutto quelli immediatamente inquadrati al suo inizio dalla Milizia, per esempio il cosiddetto Raggruppamento Galbiati che partecipò con onore alle operazioni sul fronte greco-albanese.

909–910

Né questa linea di condotta caratterizzò solo la gestione Badoglio512; le cose, fatte un po’ piú salve le forme, non cambiarono veramente neppure allorché Cavallero assunse l’effettiva direzione del Comando supremo. Piú diplomatico del suo predecessore, questi scelse subito la strada di dirsi assolutamente impossibilitato ad inquadrare ed istruire nuovi elementi (in particolare i gufini che, per il loro titolo di studio, non potevano essere utilizzati – salvo esplicita rinuncia – come soldati semplici, ma dovevano essere avviati ai corsi allievi sottufficiali e allievi ufficiali) e di legare strettamente la questione dei volontari a quella piú generale della Milizia, della sua riorganizzazione e del suo rapporto con l’Esercito, facendo balenare a Serena e Galbiati una serie di possibilità – irrealizzabili o che comunque si guardò bene dal cercare poi di tradurre in atto – che in un primo momento dovettero trattenere il partito e la Milizia dall’insistere troppo sulle loro richieste affinché l’Esercito rivedesse il proprio atteggiamento verso i volontari, li valorizzasse maggiormente o desse alla Milizia i mezzi e gli uomini per addestrarli, inquadrarli ed impiegarli in proprio. In realtà Cavallero era anche lui dell’idea che occorresse «salvaguardare il reclutamento dell’esercito» e, se avesse potuto, avrebbe affidato alla Milizia «solo premilitari e postmilitari»513. Successivamente, non potendo realisticamente pensare di potersi attestare su una posizione cosí rigida, Cavallero dovette fare qualche concessione, ma ormai la questione dei volontari stava assumendo caratteri diversi, sia per la mobilitazione delle classi piú giovani, sia per la crescente indisponibilità di uomini e di mezzi per organizzare nuovi reparti (tipico è il caso della mancata trasformazione in divisione corazzata del reggimento Giovani Fascisti), sia per l’urgere e il sopravvenire di sempre nuovi e piú importanti problemi di fronte ai quali essa non poteva diventare secondaria. Tanto piú che la linea, prima «morbida» poi «oggettiva», di Cavallero tratteneva anche Mussolini dall’insistere troppo sulla questione dei volontari. E quel che piú conta, tra i giovani, con la seconda metà del 1941, presero a farsi sempre piú strada la delusione e l’irritazione per l’andamento della guerra e l’incapacità del regime ad affrontare con decisione la situazione, e questo, da un lato, portò ad una notevole diminuzione del numero dei volontari e, da un altro lato, rafforzò nei piú motivati e in particolare tra i gufini, la convinzione che, piuttosto che andare al fronte e sottostare a militari «incapaci», che non gradivano la loro presenza e talvolta non avevano neppure fiducia in essi514, fosse meglio impegnarsi in un’azione di pressione e di stimolo sul partito per indurlo a rinnovarsi, liberarsi dai pesi morti e dai complessi di inferiorità nei confronti delle tradizionali caste politiche e militari e assumere una funzione «rivoluzionaria» nei fatti oltre che nelle parole; e tutto ciò finí per influire anche su Mussolini, che, irritato e deluso a sua volta dal dover constatare quanto pochi fossero i «veri giovani», prese sempre piú a disinteressarsi della questione del volontariato e dei volontari e ad orientarsi nel senso di soluzioni (abrogazione delle disposizioni in virtú delle quali gli universitari potevano rinviare il servizio militare sino al compimento degli studi o al ventisettesimo anno d’età, maggior controllo sulla stampa giovanile, ecc.) volte a risolvere alla radice il problema dei giovani e degli universitari in particolare.

910–911

Nel profilo dedicato a Calamandrei, il Galante Garrone, dopo aver ricordato il durissimo giudizio conservatoci dal diario di Calamandrei sugli intellettuali («ignobile marmaglia che ha reso possibile il trionfo del fascismo», vigliacchi, servili, conformisti, incapaci di credere alla serietà della vita) e in particolare il suo rancore e disprezzo per quelli di formazione liberaldemocratica che avevano ceduto al fascismo e per quei «presuntuosi ignoranti» che traducevano il loro pensiero o non pensiero nelle forme e nel gergo dell’arte e della letteratura contemporanea515, ha posto sul tappeto una questione assai importante, quella delle ragioni e della validità storica del giudizio che lo stesso Calamandrei contemporaneamente dava dei giovani.

911–912

Alla base del suo discorso è una serie di annotazioni, in gran parte del 1939, ma anche degli anni successivi, in cui Calamandrei tacciava i giovani di «apatica indifferenza», di «assoluto vuoto morale» e di «assoluta aridità» e li accusava di non credere piú alla libertà, di aver rinunciato ad un pensiero proprio e «a porre come direttive del proprio agire certi principî morali» da lui considerati irrinunciabili e inderogabili. Sicché, mentre i giovani, disorientati dal «realismo», erano, almeno per una generazione, «destinati alla schiavitú dello spirito», uomini come lui finivano per sentirsi «gli ultimi rappresentanti di una civiltà che sta per sprofondarsi sotto una nuova invasione di barbari, che non viene soltanto di fuori, ma di dentro, dai nostri focolari, dai nostri figli». Da qui una sorta di incomunicabilità, di incomprensione che rendeva estremamente difficili, se non impossibili, i rapporti tra i superstiti antifascisti e i giovani, anche i migliori, i meno fascisti o fascistizzati516. A proposito del giudizio sugli intellettuali, Galante Garrone si limita in pratica a definirlo «impietoso». Piú complesso è il suo discorso relativamente a quello sui giovani517. E questo, crediamo, non solo perché l’idea che Calamandrei aveva dei giovani fu uno dei motivi dell’angoscia che a lungo lo travagliò in quegli anni e del suo difficile rapporto con il figlio, ma perché essa contribuisce a dare al lettore del suo diario l’immagine di un uomo incapace di capire la realtà italiana nella quale viveva e – per dirla col figlio Franco518 – di «un travaglio privo di prospettiva e a volte addirittura di ogni riferimento, un antifascismo angosciato, ancor piú che dalla propria impotenza, dal dubbio di essere storicamente condannato alla sconfitta», che, sminuendo e impoverendo la figura di Calamandrei, Galante Garrone vuole fugare. L’analisi dell’atteggiamento di Calamandrei verso i giovani è condotta dal Galante Garrone con molta finezza, tenendo presenti le sue varie radici, culturali, generazionali, personali, mette in evidenza come piú di uno degli amici di Calamandrei (Calogero, Montale, Carocci, Loria) non lo condividessero e fossero meno pessimisti di lui sui giovani e giunge alla conclusione che «molte delle incomprensioni e dei risentimenti» di Calamandrei e di chi la pensava come lui nascevano, «negli uni e negli altri, dalla tristezza dei tempi, e piú dalla estrema difficoltà di reagire ad una situazione che per lo piú condannava gli uni, gli anziani, a un patetico e inerte rimuginamento di cose passate, e gli altri, i giovani, a inseguire illusorî miraggi, disancorati dalla durezza delle cose presenti»519. Dove il discorso diventa, a nostro avviso, troppo in bianco e nero e quindi carente è quando il Galante Garrone distingue nettamente tra i «ragazzi fascistizzati e beceri, che sulle piazze imprecano a Francia e Inghilterra, e osannano al duce e al Führer» e «altri giovani né volgari né ignoranti», che mostravano (Galante Garrone dice affettavano) «un certo fastidio, noncurante e quasi sprezzante, per i sentimenti, la cultura, le idee politiche (liberali e democratiche) in una parola per l’antifascismo dei loro padri, per le tradizioni ottocentesche, risorgimentali, considerate ormai esauste» e che erano quelli che piú irritavano e angustiavano Calamandrei per il loro «incuriosirsi e prendere sul serio alcuni aspetti del regime fascista, quelli culturalmente meno rozzi, e, in apparenza, arieggianti a uno spregiudicato nonconformismo, a nuove aperture sociali, in rotta col perbenismo borghese in cui sembrano essere impigriti sia il fascismo ufficiale, sia il vecchio antifascismo»520.

912–913

Una simile distinzione – che, oltre tutto, non tiene conto degli errori commessi dai partiti antifascisti nel primo dopoguerra, delle trasformazioni socio-economiche in atto nel mondo e delle aspettative (e delle delusioni) da esse suscitate, e sostanzialmente neppure del momento cruciale di crisi morale e al tempo stesso di trapasso (anche nel senso di ricerca di una nuova, superiore moralità) che contraddistinguevano non solo l’Italia, ma l’Europa tutta e la sua stessa civiltà – è infatti per noi inaccettabile. Da un lato, perché liquida a priori tutto un settore giovanile, quello dei «ragazzi fascistizzati e beceri», senza neppure tentare di operare al suo interno un minimo di distinzioni e un confronto non superficiale (solo in base cioè ad una valutazione estetico-beceresca dei comportamenti) tra la sostanza dell’atteggiamento morale, delle aspirazioni «fasciste» di questi «ragazzi» e di quello dei «giovani né volgari né ignoranti» di cui subito dopo Galante Garrone parla. Da un altro lato, perché essa o restringe eccessivamente la categoria dei «giovani né volgari né ignoranti» (e, di conseguenza, allarga a dismisura l’altra) identificando questi con i figli di padri antifascisti (a proposito dei quali, oltre tutto, andrebbe fatta una serie di distinzioni) o non prende neppure in considerazione la possibilità di una terza categoria intermedia. Il che, oltre a svilire il dramma morale di un settore tutt’altro che trascurabile di una generazione di giovani, rende difficile capire il perché e i tempi del manifestarsi in tanti di questi giovani di quella opposizione morale, ancor prima che politica, al fascismo che ha costituito un fenomeno ben diverso (anche tenendo conto del peso che sui tedeschi ebbero le vicende dell’ultimo anno della guerra, soprattutto all’est) da quello verificatosi in Germania. Un fenomeno che, proprio per aver riguardato i giovani cresciuti sotto il fascismo e nel fascismo e non i loro figli, ha, per cosí dire, immunizzato l’Italia democratica dal fascismo e circoscritto i suoi nostalgici ad una realtà in grandissima parte ad esaurimento naturale.

913

Un giudizio non molto diverso di quello di Calamandrei (e, tutto sommato, di Galante Garrone) è riscontrabile in molti altri antifascisti. Esso è infatti assai spesso solo un aspetto del piú generale atteggiamento psicologico che caratterizzava gran parte degli esuli antifascisti, sia all’estero sia in patria, e che Rosario Romeo ha colto benissimo allorché – mettendo a confronto gli esuli del Risorgimento e quelli antifascisti – ha osservato che mentre i primi volevano eliminare i tiranni, ma non avevano nessun malanimo nei confronti del popolo italiano che nella sua grande maggioranza li subiva passivamente o li sosteneva, gli antifascisti invece, di fronte al consenso che il tiranno aveva conseguito e alla scarsa o punta considerazione che il popolo italiano dimostrava per loro, lo disprezzavano521. E a maggior ragione disprezzavano i giovani e in primo luogo quelli provenienti da ambienti sociali e culturali e addirittura familiari che avrebbero dovuto, nella loro ottica, essere naturalmente antifascisti e non lo erano e li guardavano, a seconda dei casi, con disprezzo o compatimento. Detto questo, va però anche subito detto che l’atteggiamento di un Calamandrei per quanto diffuso tra gli «esuli in patria» (ché quelli all’estero qui non ci interessano) di formazione democratica, radicale, massonica e, dunque, grosso modo positivistica, non era l’unico. Tra gli altri una particolare attenzione merita quello di Croce, per alcuni aspetti simile, ma nella sostanza assai diverso, il che spiega la ben maggior influenza che il filosofo napoletano ebbe sui giovani e sul distacco dal fascismo di molti di loro. E ciò anche se – come vedremo – nella crisi decisiva del 1942-43 maggiore influenza sui giovani l’ebbero altri intellettuali, a lui per molti versi vicini culturalmente, ma piú giovani e meno legati di lui ad una certa visione del mondo ormai superata dai fatti e molto piú di lui a contatto con i giovani e, dunque, piú in grado di capirne la psicologia, i problemi, le esigenze.

914–915

Senza sottovalutare o sminuire la drammaticità etica con la quale un Calamandrei visse il fascismo e – per quel che qui piú ci interessa – gli anni della seconda guerra mondiale, ci pare fuor di dubbio che questi ultimi costituirono per Croce un fatto anche piú drammatico. La sua avversione morale e politica al fascismo (e ai totalitarismi tutti) non era minore di quella di un Calamandrei; secondo lui il trionfo dell’Asse e della Germania in particolare avrebbe avuto però conseguenze piú radicali di quelle paventate da Calamandrei: coerentemente alla sua visione della storia, alla sua filosofia, essa avrebbe significato la «fine dell’Europa» e in pratica la «fine della civiltà»522. In quest’ottica «la condizione generale degli spiriti in Italia» (ma anche «fuori d’Italia»), opprimeva anche lui e anche lui era angosciato dal vedere quanti giovani fossero sedotti dal fascismo e ancor piú dall’«indifferenza e l’ignoranza dei cosidetti giovani, che niente conoscono e di niente si appassionano, e coltivano un ottuso estetismo in versi e in prosa, nel quale si chiudono dandosi a credere di aver creato un nuovo mondo»523. Ciò che rese però Croce un punto di riferimento come nessun altro in Italia, e via via in particolare proprio di una parte notevole dei giovani, fu il fatto che – una volta passato all’opposizione e soprattutto dopo l’infelice episodio della consegna «alla patria» della medaglietta di senatore – egli non si era mai rassegnato, non aveva mai ceduto le armi; non aveva mai compiuto atti clamorosi (che sarebbero stati non solo inutili ma controproducenti), ma non si era ridotto a fare l’«esule» nei salotti e nei circoletti in cui i piú degli antifascisti si rifugiavano per rievocare «i bei vecchi tempi», parlar male del regime, bearsi delle ultime barzellette su Mussolini, Starace e l’ignoranza e la stupidità dei gerarchi. Al contrario, nonostante il suo pessimismo e la sua angoscia, aveva continuato a studiare, a scrivere, a pubblicare; per sé e per dare un esempio «di resistenza e di fede nell’avvenire», per adempiere, come si legge nei suoi taccuini524,

il mio dovere di cittadino e di scrittore, mantenendo nel mio comportamento la tradizione dell’Italia libera, provvedendo a scrivere le storie del gran secolo che si è chiuso con lo scoppio della guerra mondiale, elaborando in modo piú esatto e piú profondo la teoria della libertà, e con ciò non intralasciando la mia generale opera filosofica, storica e letteraria, ossia non lasciando cadere per questa parte il filo della cultura.

Grazie a questo comportamento (che, tra l’altro, aveva riavvicinato a lui piú di uno dei vecchi seguaci che se ne erano allontanati non condividendo il suo iniziale possibilismo rispetto al governo Mussolini e anche alcuni gentiliani che non avevano accettato la scelta politica del maestro), alle sue opere (in particolare la Storia d’Italia, la Storia d’Europa e La storia come pensiero e come azione) e a «La critica» (nella quale Karl Löwith, rifugiatosi in Italia per un certo periodo dopo aver dovuto abbandonare la Germania, scrisse che Croce diceva apertamente numero dopo numero «quel che gli altri si limita[va]no a pensare»525), il filosofo era stato per anni il punto di riferimento obbligato della cultura italiana; di quella antifascista soprattutto, ma anche di quella afascista e persino di quella fascista, che non aveva potuto ignorarlo e cercare di fare, in un modo o in un altro, i conti con lui. Ché, come ha osservato Bobbio526, la sua polemica «sotto specie di critica filosofica» in realtà era «una polemica immediatamente politica» e, d’altra parte, chi si avvicinava a lui per il suo liberalismo finiva assai spesso per aderire anche al suo sistema filosofico527. Da qui il prestigio che, pur nel silenzio che, in genere, da parte fascista gli si cercava di fare attorno, egli godeva nel mondo della cultura (e certo piú in quella non accademica che in questa) e che costituí un punto importante a sua difesa rispetto a quei fascisti che avrebbero voluto ridurlo al silenzio, ma che dovevano fare i conti con il realismo politico e con la civetteria intellettuale di Mussolini che non voleva «dar la cicuta al filosofo» per non farne un martire e un caso internazionale e che almeno due volte (nel 1938 in occasione della pubblicazione della Storia come pensiero e come azione528 e nel 1940 quando, come si è detto, vi fu chi pensò di sopprimere «La critica» con la scusa che la guerra imponeva di risparmiar carta) intervenne per impedire passi falsi di qualche ministro o funzionario troppo zelante o timoroso. Da qui la differenza (oggettiva e soprattutto per quel che poteva esserne, e fu, la reazione da parte dei giovani) tra l’atteggiamento di Croce e quello di Calamandrei e di chi si poneva col suo stesso stato d’animo di fronte al fascismo: per questi l’opposizione, il rifiuto del fascismo era essenzialmente un fatto etico, per Croce era anche un fatto culturale, un modo e un esempio di «vita attiva» e non solo di attesa della fine del fascismo.

915–916

Anche se molti presero poi le distanze da lui e si orientarono politicamente e culturalmente verso soluzioni da lui non condivise e osteggiate, Croce, come ha scritto Calogero529, «fu il punto di partenza obbligato pressappoco per tutti gli antifascisti laici» della generazione di cui faceva parte Calogero. E lo fu anche per non pochi della successiva e persino per un certo numero di giovani che, grazie alla mediazione etica delle sue opere, si vennero via via allontanando dal fascismo. Negli anni della guerra, contrariamente a quanto si potrebbe credere e a quanto talvolta è stato sostenuto, la sua influenza sui giovani registrò invece un certo declino che nell’ultimo periodo, invece di interrompersi, si accentuò. Di fronte alla crisi morale e materiale del 1942-43, a molti la sua concezione della libertà appariva ormai infatti eccessivamente astratta, foriera di un ritorno a soluzioni politico-sociali troppo moderate e rispondenti piú a schemi del passato che allo spirito e alle esigenze dei nuovi tempi e, soprattutto, inadatta a sostenere e a stimolare il desiderio di azione, di lotta che ormai animava questi giovani e con essi anche un certo numero di «anziani» che sino allora avevano guardato al filosofo come all’unico vero faro nella notte. È in questo contesto e alla luce – lo abbiamo già detto – del frazionamento dell’antifascismo liberal-democratico in varie formazioni politiche (già in atto, ma consumatosi effettivamente nel 1942) e della lentezza, della cautela e dei tatticismi con i quali procedevano la ricostituzione clandestina dei partiti e l’avvio della loro attività che vanno viste una serie di iniziative e di gruppi spontanei che si manifestarono in campo intellettuale e giovanile e che ebbero spesso per protagonisti o punti di riferimento uomini sino allora molto vicini a Croce, ma che mordevano ormai il freno. Un po’ per impazienza e desiderio di azione, un po’ per timore che altri – i cattolici e i comunisti – finissero per beneficiare dello stallo liberal-democratico; quelli che – pur praticando l’«etica del rifiuto», non avevano accettato tutto sommato la facile condizione dell’«esule in patria» – non avevano perso i contatti con le giovani generazioni (spesso accettando, pur di non perderli e di poter continuare a dar loro un «senso della cultura e della vita» diverso da quello che ad esse il fascismo voleva dare, di prestare il giuramento loro imposto dal regime e, durante la guerra, di iscriversi al PNF) perché si rendevano conto meglio degli altri della crisi che ormai travagliava i giovani e delle possibilità, ma anche dei rischi, che, se lasciata a se stessa, questa situazione schiudeva.

916–917

La presenza in questi gruppi di noti intellettuali che si erano mossi sino allora nell’orbita di Croce (Capitini, Calogero, De Ruggiero, Fiore, Ragghianti, ecc.), che erano in contatto con i ricostituendi partiti antifascisti (soprattutto con quello d’Azione) e che ebbero parte, anche importante, nelle vicende politiche seguite al 25 luglio ha fatto sí che quasi mai è stato colto il loro carattere essenzialmente spontaneo. E, tutto sommato, poca importanza è stata attribuita anche al fatto che – a parte Guido De Ruggiero la cui influenza etico-culturale era dovuta molto anche alla ripubblicazione alla metà del 1941 della sua Storia del liberalismo europeo e al suo conseguente «esonero» dall’insegnamento530 – i poli di riferimento di questi gruppi spontanei erano dei professori d’università e di liceo; degli uomini cioè che erano conosciuti tra i giovani non solo per i loro scritti scientifici, ma in quanto persone fisiche, in quanto «maestri» che non avevano sacrificato sull’altare del conformismo, del quieto vivere, della carriera il proprio modo di intendere la cultura e il dovere morale di trasmetterla. Un fatto questo che tra la fine del 1942 e il 1943 si rivelò assai importante perché fu attraverso questi gruppi spontanei di intellettuali che spesso si stabilí la saldatura tra l’antifascismo liberal-democratico e una serie di giovani che, se per un verso avevano già maturato la propria opposizione al fascismo e volevano darle concretezza, non di rado erano però ancora diffidenti o scettici nei confronti dei partiti antifascisti531. Né, in fine, va sottovalutato che, in una situazione di disaggregazione e di isolamento sociale e di perdurante reciproca incomprensione tra «vecchi» e «giovani», quale era quella di quei mesi, questi gruppi spontanei misero sovente in contatto persone e ambienti che altrimenti forse non si sarebbero incontrati e, in alcuni casi almeno, servirono a stabilire rapporti anche con altri gruppi di estrazione popolare e operaia e con un certo numero di militari532.

917–918

Un indice significativo del progredire della crisi giovanile533 è costituito dall’attenzione che col 1943 Togliatti cominciò a dedicare, nelle sue radiotrasmissioni dall’Urss, ai giovani in genere e a quelli fascisti in particolare e agli intellettuali (tra i quali annoverava anche gli studenti) e che promosse improvvisamente da servi ciechi ed ubbidienti di Mussolini e della sua politica criminale a «tessuto connettivo della nazione», a coloro «che posseggono maggiore capacità di giudizio degli avvenimenti e anche maggiore capacità di propaganda e di organizzazione» e che dovevano salvare l’Italia ponendo queste loro qualità «al servizio della causa della libertà e della nazione»534. Sino allora il leader comunista si era limitato solo a qualche raro accenno di routine («Sul conto delle giovani generazioni i capi fascisti commettono un profondo errore di apprezzamento. Essi pensano che queste generazioni siano, per definizione, fasciste al cento per cento. Come si sbagliano!»535) o meramente propagandistiche («Le unità italiane che l’artiglieria sovietica sta decimando sul Don sono essenzialmente unità di giovani. Mussolini ha avuto paura di mandare contro l’Unione Sovietica degli uomini attempati, i quali non avrebbero tardato molto a passare con armi e bagagli dall’altra parte. Ha mandato dei giovani. Pensava che, dopo venti anni di regime di caserma i giovani fossero diventati una carne da cannone ideale, che non fossero piú capaci di vedere, di pensare, di ribellarsi. Invece non è cosí»536... «La causa della gioventú e la causa dell’Unione Sovietica sono una causa sola. Che i giovani vengano mandati per forza da Mussolini e dai suoi gerarchi a fare la guerra e a morire contro il paese che piú è avanzato sulla via dei giovani, cioè sulla via dell’abolizione di tutti i privilegi politici e sociali, è una vergogna che deve finire»537); ora i riferimenti ai giovani presero a farsi via via piú frequenti e attenti a ciò che realmente stava avvenendo tra i giovani538 sino a concretizzarsi, agli inizi di maggio, in un vero e proprio «discorso ai giovani»539 che, entrando nel vivo, affrontava il problema del nuovo corso della politica del regime verso le nuove generazioni e delle delusioni e delle reazioni suscitate dal defenestramento di Vidussoni:

918–919

Vidussoni era stato presentato ai giovani a suon di tamburo, come l’esponente tipico della gioventú italiana, come il capo perfetto, come il duce di domani. E di colpo Vidussoni scompare senza lasciare tracce, viene trattato come una nullità. Come delle nullità vengono trattati e cacciati via i giovani che lo stesso Vidussoni aveva rivestito della divisa e della dignità di gerarchi. Ogni giorno è un nuovo gruppo di dirigenti fascisti nazionali e locali che scompare, che viene pubblicamente accusato di incapacità o di disfattismo. E chi prende il loro posto? Le masse giovanili veggono spuntare ancora una volta le vecchie odiose figure dello squadrismo dei primi tempi, i campioni della prepotenza, della corruzione e della stupidità... Ma quando mai questi uomini hanno capito le aspirazioni della gioventú? La gioventú, anche quando accettava, sotto la pressione della propaganda governativa, la ideologia fascista, faceva ad essa non una, ma parecchie riserve sostanziali. La gioventú chiedeva, prima di tutto, libertà di critica. Essa chiedeva, poi, che venisse introdotto un serio regime di responsabilità...

919–920

Né a prestar attenzione a ciò che avveniva tra i giovani erano solo i comunisti. Il diario di Oreste Lizzadri, uno dei socialisti piú impegnati in quel periodo a ritessere la trama del PSI, reca, sotto la data del 31 gennaio 1943, questa non meno sintomatica annotazione540:

Aumenta il malcontento e, con esso, l’attività contro il regime. C’è però parecchia confusione in giro; sorgono nuovi gruppi antifascisti, anche fra gli stessi fascisti e, da parte dei giovani si verifica una evasione, se non una vera fuga di cui forse non sappiamo valutare bene il significato e la importanza. Nel Nord, a quanto ci riferiscono, le simpatie dei giovani, oltre che verso il Partito comunista si indirizzano verso il Partito d’Azione, un partito giovane e perciò senza le remore di un lungo passato. Questa fuga dei giovani è, a mio parere, il vero fatto nuovo della situazione e il piú duro colpo inferto al fascismo. Proprio i giovani? E perché ora e non, per esempio, nel 1940 allo scoppio della guerra? Sollecitazioni o esempi da parte degli antifascisti essi ne hanno ricevuti ben pochi sia allora che oggi. La cosiddetta alta intellettualità o collabora o tace. I dirigenti piú noti dei partiti, i simboli, direi, di essi, o sono morti, o risiedono all’estero o tacciono. E allora? Il fatto è che nel 1940 i giovani riponevano ancora molta fiducia in Mussolini, ingannati e affascinati dalla sua demagogia di un’Italia giovane e proletaria che doveva farsi largo in un mondo dominato dalle plutocrazie colonialiste ed imperialiste.

I fatti degli ultimi due anni non possono non aver lasciato la bocca amara a quanti di essi queste cose avevano preso sul serio. L’Albania, la Grecia, la Jugoslavia, la brutalità dei nazisti verso i popoli soggiogati, le affermazioni esplicite dello stesso Mussolini che ci si batte per il grano dell’Ucraina e i petroli del Caucaso, la guerra contro l’Urss, le avvisaglie contro gli ebrei, le lotte all’interno del regime, prima della coscienza politica devono aver colpito la loro coscienza civile inducendoli alla ribellione. Comunque, una cosa è certa. Tranne pochi casi come quelli dei figli di vecchi antifascisti, questi giovani hanno fatto tutto da sé. Il loro travaglio merita perciò tutto il nostro rispetto e, in certi casi, anche la nostra ammirazione.

Alla luce di quanto abbiamo detto si capiscono molte cose. Si capisce il tono sconsolato (anche se ammantato di apparente realismo) dell’ultimo intervento di Carlo Scorza a conclusione dell’esame della situazione giovanile fatto nella già ricordata riunione del Direttorio del PNF del 9 giugno 1943541:

920–921

Io ho chiesto al Duce due o tre mesi per condurre i giovani al clima voluto... Ma miracoli non se ne possono fare, perché mi sono trovato davanti a questa situazione: o rovesciare tutto e mi sarei ridotto con un numero di sassolini da rifare in mosaico, o ritoccare il mosaico pezzo per pezzo. Se io avessi tempo avrei potuto anche farlo, perché avrei buttato tutto all’aria per mettere a posto del vecchio il nuovo. Io penso che sia meglio deludere anziché stupire e poi non concludere niente. Il Partito è attanagliato da questa necessità: far presto ma non in fretta perché non si commettano degli errori, e non abbiamo il tempo di commettere degli errori.

Si capisce la scelta del pugno duro nei confronti dei gufini e del suo puntare invece tutto sui giovani della Gil fatta da Mussolini542, la sua crescente animosità verso quegli intellettuali antifascisti che stavano corrompendo la «sua» gioventú543, il suo aggrapparsi – ne parleremo nel prossimo capitolo – alla speranza che, ora che la guerra non era piú lontana, ma minacciava direttamente il suolo della patria, quegli intellettuali che si erano «ritirati un poco sull’Aventino» e avevano avuto «l’aria di non interessarsi della guerra»544 sentissero il dovere di impegnarsi a fondo per l’unità di tutto il popolo italiano e per superare la prova decisiva545. E, in fine, si capisce perché l’apparato repressivo del regime, pur preoccupato per la generale «depressione degli spiriti» e il «malessere» che caratterizzava il paese, per il «disagio materiale» e ancor piú per quello «morale» che insidiavano «la capacità di resistenza del popolo» e aprivano la via all’antifascismo, considerasse pericoloso soprattutto ciò che stava avvenendo tra gli intellettuali e i giovani in particolare, mentre considerò, sino al marzo-aprile certo, ma tutto sommato anche dopo gli scioperi di quei mesi, meno pericoloso il «disagio», il «malessere» dei ceti popolari e degli operai in particolare.

921–922

Dei primi, nei limiti e nell’economia complessiva della nostra ricostruzione, crediamo di aver già detto abbastanza; su quelli operai è invece necessario, prima di concludere questo quadro dell’atteggiamento del paese di fronte alla guerra, soffermarci un po’ piú ampiamente; sia per comprendere perché le forze di polizia e i carabinieri546 ritennero sino ai giorni immediatamente precedenti l’inizio degli scioperi a Torino non probabili, «almeno per il momento», gravi turbamenti dell’ordine pubblico e, tutto sommato, continuarono a considerare il «disagio» operaio meno pericoloso di quello dei giovani e degli intellettuali anche dopo gli scioperi del marzo-aprile; sia perché a tali scioperi – che indubbiamente, lo ripetiamo, non possono essere sottovalutati se si vuol cercare di stabilire l’ampiezza e la profondità della crisi che pervadeva ormai gran parte del paese – sono stati attribuiti dalla storiografia una importanza e un significato che – lo abbiamo pure già detto – risultano però ad un riscontro puntuale eccessivi e tali da dare una immagine distorta della realtà degli ultimi mesi del regime (il che, tra l’altro, anche tenendo in tutto il dovuto conto il silenzio pressoché totale che la stampa e ancor piú la radio fecero attorno ad essi e il timore della censura postale, trova conferma nel fatto che – come risulta ampiamente dai rapporti di polizia e dei carabinieri delle settimane e dei mesi successivi – essi fecero molta piú impressione ai fascisti, agli industriali e agli antifascisti che non alle masse popolari delle altre regioni); sia, in fine, per capire il valore a loro attribuito da Mussolini.

Mussolini – lo abbiamo visto – non si faceva illusioni che la guerra, cosí come qualsiasi guerra, potesse essere «popolare», potesse suscitare nelle masse sottoposte ai sacrifici che essa comportava dell’entusiasmo («l’entusiasmo è già difficile per le persone che siano dentro alle segrete cose... escludo questa richiesta dell’entusiasmo perché è una richiesta idiota; l’entusiasmo non può essere della durata di mesi o di anni»547); ciò che gli importava era «la disciplina», per ottenere la quale era essenziale «non tirare troppo la corda», non imporre sacrifici eccessivi, cercare di venire il piú possibile incontro alle necessità di vita delle masse. Una cosa, questa, praticamente impossibile nella situazione italiana, ma che egli cercò comunque di ottenere, anche se, date le condizioni del bilancio e la penuria di materie prime e di prodotti, quello che dava o avrebbe voluto dare agli uni doveva o avrebbe dovuto togliere agli altri548. E ciò non solo per evitare che «la pentola scoppiasse», nel qual caso anche la polizia sarebbe stata probabilmente impotente549, ma perché era convinto che le masse popolari e gli operai550 in particolare fossero piú disciplinati, piú capaci di sacrifici, piú attaccati al fascismo che la borghesia. Caratteristico, pur tenendo conto che il telegramma era destinato alla pubblicazione e, dunque, aveva anche un valore politico-propagandistico, è il tono da lui usato, il 1º settembre 1942, nel rispondere al presidente della Confederazione fascista dei lavoratori dell’industria, Giuseppe Landi, che l’aveva informato sui lavori di una riunione dei fiduciari sindacali di Milano e provincia tenutasi il giorno prima551:

922–923

Ho letto il resoconto della imponente assemblea... Come al camerata sansepolcrista Malusardi... dò atto a voi che la disciplina delle maestranze industriali è sotto ogni aspetto semplicemente esemplare; in particolare di quelle milanesi, dove il solco tracciato dall’apostolato corridoniano non è chiuso, né può chiudersi.

Io seguo quotidianamente e molto attentamente il comportamento delle diverse categorie in questo momento nel quale l’Italia è impegnata in una lotta suprema. Le maestranze dell’industria sono perfettamente in linea, secondo le esigenze dell’ora e il sacrificio dei combattenti. E ciò è tanto piú degno di segnalazione, in quanto nei grandi centri industriali il disagio dal punto di vista alimentare si fa sentire piú acuto.

Sfasamenti, egoismi, speculazioni, incoscienza sono fenomeni che si verificano altrove e vengono accuratamente notati, nonché puniti.

Finita la guerra, raggiunta la vittoria, e forse anche prima, si vedranno le conseguenze di queste mie osservazioni e dei relativi necessari confronti.

Questa convinzione aiuta a comprendere, sia pure solo in parte, perché Mussolini, pur essendo al corrente delle difficoltà economiche e dell’accentuarsi del malcontento operaio552 e pur essendo sollecitato da varie parti ad autorizzare provvedimenti553, non considerasse la situazione particolarmente preoccupante, al punto che gli scioperi del marzo-aprile lo colsero di sorpresa, provocando in lui reazioni contrastanti, all’inizio assai dure, poi molto meno pessimistiche, quando si rese conto che l’incidenza politica dell’antifascismo su di essi era stata soprattutto a Torino assai limitata e circoscritta e in varie altre località inesistente e che a provocarli erano stati essenzialmente fattori di ordine economico, resi piú gravi dai massicci bombardamenti aerei alleati, dagli errori commessi – prima e durante essi – dai sindacati e dalle autorità governative e dalla spregiudicatezza di un certo numero di industriali.

923–924

Agli inizi del 1943 la Confederazione fascista dei lavoratori dell’industria disponeva di una vasta organizzazione, ramificata in 1647 delegazioni, 459 di zona e 1188 intercomunali, che poteva contare su poco meno di 111 000 quadri sindacali, tra cui oltre 55 000 fiduciari di azienda e corrispondenti di reparto, e che sarebbe ingiusto dire che non cercasse di tutelare le condizioni dei lavoratori e la capacità di acquisto dei loro salari. I risultati conseguiti erano stati però modesti, molto inferiori alle necessità degli operai.

Come abbiamo già detto, secondo i dati e le stime della Cfli, la perdita di capacità di acquisto dei salari operai era alla fine di novembre 1941 mediamente del 30 per cento. Nel corso del 1942 la situazione era ancora peggiorata, nonostante gli sforzi della confederazione di tutelare indirettamente i salari ricorrendo all’istituzione di mense, dove i lavoratori potevano consumare gratuitamente un pasto, e di spacci aziendali a prezzi controllati e dove potevano trovare (spesso solo in teoria) prodotti per essi indispensabili ma praticamente acquistabili solo a prezzi proibitivi al mercato nero e nonostante che varie aziende concedessero ai propri dipendenti integrazioni salariali sotto banco. Sicché a fine anno, come pure abbiamo già visto, le condizioni dei lavoratori dell’industria erano definite dalla «Situazione politico-economica del Regno al 31 dicembre 1942-XXI» «di giorno in giorno maggiormente inadeguate rispetto al costo della vita», il «disagio» operaio era in forte aumento, cresceva il numero degli scioperi «bianchi» (in genere sotto forma di brevi «fermo macchine») e delle richieste di una piú decisa azione del sindacato volta ad ottenere veri e consistenti aumenti salariali; richieste alle quali si associavano e non di rado erano in prima fila nel formularle anche lavoratori iscritti al PNF e quadri sindacali di base. Ché, infatti, a questo punto il nodo della questione, il vero ostacolo, se non per risolvere la situazione – ché l’incubo di accelerare vieppiú il processo inflazionistico avrebbe comunque costretto a concedere aumenti molto ridotti –, almeno per frenare per qualche tempo la crescita del malcontento, era costituito dalla fiducia di Mussolini e dei suoi collaboratori economici nell’efficacia del blocco dei prezzi e dei salari e dalla loro ostinazione a non rinunciarvi e ad illudersi di poter risolvere la situazione rendendo impossibile evadere gli ammassi, stroncando il mercato nero e facendo effettivamente rispettare il blocco dei prezzi.

924–925

Quanto questo atteggiamento governativo fosse condiviso dalla Cfli e in particolare dai suoi vertici è difficile dire, quello che è certo è che la confederazione prima degli scioperi del marzo-aprile 1943, pur facendo presente a piú riprese il degrado delle condizioni di vita dei lavoratori e le difficoltà in cui si trovava a causa delle concessioni salariali fatte sotto banco da molte aziende, non prospettò mai esplicitamente la necessità di rivedere la politica salariale e insistette invece su una soluzione «politica», volta a realizzare una piú equa distribuzione dei sacrifici imposti dalla guerra fra tutti gli italiani, ponendo fine a certe disparità sociali piú stridenti; a far sí che tutti i datori di lavoro applicassero integralmente e senza «residui classisti» i contratti collettivi e le leggi sociali e non tenessero i rappresentanti sindacali «fuori le porte» delle aziende; e soprattutto sulla soluzione di contenere drasticamente i prezzi, combattere a fondo la borsa nera e assicurare la regolarità dei rifornimenti alimentari e degli altri generi di prima necessità e delle assegnazioni alla confederazione stessa dei contingenti dei prodotti (abiti da lavoro, scarpe, biciclette, gomme di ricambio, ecc.) che essa distribuiva tramite i propri spacci aziendali. Per quel che ci risulta, la Cfli cominciò a porre sul tappeto col sottosegretario alle Corporazioni Tullio Cianetti la richiesta di aumentare i salari solo dopo gli scioperi a Torino e l’inizio di quelli a Milano. E non è da escludere che a questo passo fosse indotta o incoraggiata dal fatto che in tal senso si era pronunciato proprio Cianetti. Quel che è certo è che Landi la formulò negli stessi termini intransigenti di questo: nessun provvedimento doveva però essere adottato prima che i lavoratori non fossero tornati alla «piú completa e totalitaria disciplina»; in caso contrario, si sarebbe dato il destro ai «propalatori dei tentativi di indisciplina» di affermare la validità della loro tesi «che solo agitandosi si poteva ottenere quanto non si era realizzato mediante il normale funzionamento degli organi sindacali, politici e statali del regime», si sarebbe screditato il sindacato e si sarebbero fatti apparire piú «umani e paterni», piú sensibili del sindacato alle necessità operaie quegli industriali che, per non avere difficoltà in fabbrica, «anticipavano» sotto banco le decisioni governative554.

925–926

Detto questo, va anche detto che ad aggravare vieppiú la situazione e a far lievitare il malcontento operaio in un certo numero di località oltre il livello di guardia concorsero potentemente due annunci, quello che, per la ricorrenza del ventennale della «marcia su Roma», ai lavoratori sarebbe stato erogato un premio speciale e sarebbero state aumentate le pensioni e quello che alle maestranze delle località piú colpite dai bombardamenti aerei e sottoposte ad una serie di disagi aggiuntivi (sfollamento delle famiglie, decentramento degli stabilimenti, riduzione delle ore lavorative, ecc.) sarebbero state date una indennità di disagio e una sovvenzione di sfollamento. In entrambi i casi i relativi provvedimenti tardarono però notevolmente ad essere adottati, un po’ per le resistenze frapposte dal ministero delle Finanze, un po’ per la difficoltà di stabilirne l’onere effettivo e le località da considerare indennizzabili e come si dovesse far fronte alla spesa e mettere d’accordo tutti i ministeri e organismi competenti o, comunque, interessati ad essi, un po’, ancora, per una serie di lentezze e ritardi burocratici. Sicché, per esempio, quelli relativi all’indennità ai lavoratori delle località bombardate, impostati a metà novembre 1942, quando ebbero inizio gli scioperi erano ancora in gestazione. Da qui un succedersi di voci contrastanti, di richieste, di proteste per il ritardo nell’adozione dei provvedimenti e per il timore di sperequazioni tra maestranze industriali private, dipendenti da enti pubblici e mobilitate e rispetto agli impiegati statali, che, appunto, non potevano non tradursi in una continua lievitazione del malcontento555, che, a sua volta, si ripercuoteva all’interno della Cfli.

Già dalla metà del 1942 la confederazione dava chiari segni di trovarsi in difficoltà556 e vedeva allentarsi il suo rapporto con i lavoratori e diventare piú difficile quello con vasti settori del mondo imprenditoriale, sempre piú pronti, come abbiamo detto, a scavalcarla e ad anticiparla nei rapporti con le maestranze. Di fronte al montare del malcontento i suoi dirigenti si vennero a trovare tra la fine dell’anno e gli inizi del 1943 in sempre maggiori difficoltà e, quel che è peggio, persero la capacità di giudicare realisticamente ciò che stava avvenendo. Per un verso coglievano bene l’ampiezza e la portata delle difficoltà nelle quali si trovavano i lavoratori e in particolare quelli del triangolo industriale Torino-Genova-Milano, per un altro verso non sapevano trarre da questa loro consapevolezza conclusioni adeguate e finivano per arroccarsi dietro due schematizzazioni cosí semplicistiche da non far capir loro piú nulla e paralizzarli. A loro dire, infatti, il malcontento traeva sí origine da un effettivo disagio «determinato da situazioni generali e particolari che hanno indubbiamente il loro rilievo», ma il suo motivo sostanziale era «indubbiamente politico». La «grande massa delle maestranze industriali» era «buona, conscia dei propri doveri ed aderente alle necessità dell’ora»; per riequilibrare la diminuita capacità di acquisto dei salari, essa voleva, piú che il loro aumento, quello delle razioni e un efficace controllo dei prezzi che, unito ad una ferma repressione dell’accaparramento e della borsa nera, le permettesse di procurarsi una maggiore quantità di generi alimentari e di altri prodotti che attualmente non poteva permettersi di acquistare. A fronte di questa «grande massa» vi era poi una «minoranza» (nella quale andavano compresi «gli elementi giovanili e le donne che portano spesso nel lavoro le preoccupazioni derivanti dalle difficoltà di vita e sono comunque piú facilmente influenzabili») «maggiormente sensibile all’azione sobillatrice e propagandistica di elementi certamente prezzolati ed organizzati dalla propaganda nemica» che per fini politici e antinazionali sobillava i «buoni» lavoratori, sfruttando tutte le occasioni, tutti i pretesti, tutte le loro frustrazioni, non ultima quella determinata dal «fatto che taluni uomini che ricoprono cariche direttive e che dovrebbero dare il buon esempio non sono immuni da censure e da addebiti mossi ormai in forme e modi che rivestono carattere di aperta sfiducia»557. Messe le cose in quest’ottica, non può meravigliare né che per la dirigenza della Cfli il problema piú che sindacale fosse politico e soprattutto di polizia e da risolvere in primo luogo con l’eliminazione dei «sobillatori» e di quella parte della «minoranza» che piú si era lasciata prendere nella loro rete, né che – pur essendo, lo ripetiamo, consapevole del montare del malcontento e, in certi casi, persino informata di ciò che si preparava – essa fosse colta di sorpresa dall’ampiezza degli scioperi e non riuscisse a far quasi niente per fronteggiarli. Cosí come non può meravigliare che, dopo la loro fine, essa cercasse di difendersi dalle accuse che le furono mosse gonfiando vieppiú il carattere politico di essi e sforzandosi di scaricare le maggiori responsabilità sul partito e sugli organi di polizia.

926–927

Il quadro complessivo degli scioperi piú ricco e articolato anche se non completo e tale da permettere di mettere a fuoco alcune delle principali questioni relative ad essi è quello conservatoci dalle carte di Giuseppe Landi, in base ai cui dati abbiamo anche costruita la tabella riassuntiva pubblicata qui accanto, relativa al periodo 1º febbraio – 7 aprile 1943. Sotto il profilo cronologico, da tale documentazione558 risultano casi di astensione dal lavoro (uno solo però, quello al cantiere navale di Palermo, quantitativamente di rilievo) sin dall’inizio di febbraio, piú di un mese prima, dunque, dei primi scioperi torinesi. Dopo questi primi scioperi e dopo quelli dell’8-13 marzo, pure a Torino, indubbiamente i piú importanti, il movimento si estese a varie province piemontesi (Asti, Cuneo, Alessandria, Vercelli), a Milano e, quindi, a Varese e Como, per andare dopo il 2 aprile spegnendosi in pochi giorni, salvo un’impennata il 3 e il 7 nel vercellese. Lambite furono anche Ferrara, Reggio Emilia, Pistoia, Macerata e Palermo. In Liguria l’unico sciopero fu a Vado, in provincia di Savona, il 23 marzo. A parte quelle di Torino e Milano e del vercellese (e la prima, il 7 febbraio, di Palermo) le astensioni dal lavoro coinvolsero limitati gruppi di lavoratori ed ebbero in genere breve, brevissima durata. Talvolta a farle cessare fu sufficiente l’intervento dei sindacalisti o la buona disposizione dei dirigenti aziendali, qualche modesta concessione, la promessa di adoperarsi per ottenerne altre e che per il 21 aprile il regime avrebbe adottato provvedimenti che avrebbero migliorato la loro condizione.

927–932

In parecchi casi è assolutamente da escludere che su esse avessero influito motivazioni di ordine politico. Spesso erano gli stessi scioperanti (tra i quali erano numerosi anche lavoratori sicuramente fascisti) che, prima di scendere in sciopero e anche durante il suo corso, si rivolgevano ai rappresentanti sindacali per chiederne l’appoggio presso l’autorità politica e i datori di lavoro. A muovere i lavoratori erano essenzialmente la crescente precarietà delle loro condizioni di vita, spesso drammaticamente accresciute dagli effetti devastanti dei bombardamenti aerei, dai ritardi nella distribuzione dei generi tesserati559, dalla riduzione del supplemento pane di cui

928

Astensioni dal lavoro e scioperi dal 1º febbraio al 7 aprile 1943.

Stabilimento Numero
scioperanti
Durata
sospensione lavoro
1º febbraio Lucca Stabilimento ausiliario
Picchiotti di Viareggio
8
7 » Palermo Cantiere Navale 1300
21 » Varese Cornelia di Valle Olona (un gruppo di
donne)
24 » » CEMSA di Saronno 100 2 ore
5 marzo Torino Ditta Rasetti (via Salerno) 500 10 minuti
» » » » » (corso Ciriè) 600 30 minuti
» » » Fiat Mirafiori (manifestazioni
individuali)
» » » Società Anonima Metalli
» » » RIV
» » » SPA
8 » » Fiat Aeronautica 5000
» » » Altri stabilimenti 30-35 000 1 ora-1,30
9 » Asti Ferriera Ercole 350 (tutta la giornata)
» » Torino Ferriere Fiat 300 (dalle ore 10 in poi)
» » » Altri stabilimenti
10 » Asti Meccanico Cendola 60 (breve sospensione)
» » » Meccanico Tribuzio 75 ( » » )
» » » Saffa 430 ( » » )
11 » Torino Fantrero Legno 200 40 minuti
» » » Lancia 3 reparti (pochi minuti)
» » » Lingotto 1 ora
» » » Michelin 250 » »
» » » Mirafiori 30 minuti
» » » Mirafiori reparto 17 M. 280 (dalle ore 13 in poi)
» » » Paracchi 250 (breve)
» » » RIV 2000 2 ore e 30 minuti
» » » RIV 700 (donne) 2 ore
» » » Sait 300 (breve)
» » » Schiapparelli 170 ( » )
» » » Sitta tessili 400 1 ora
» » » Solex 40 (alcuni minuti)
12 » Asti Metallurgico Ausiliario Fratelli Maina 450 (tutta la giornata)
» » » Vetreria 250 ( » » » )
» » Ragusa Società Abcd Miniera
di Asfalto
13 » Torino Mirafiori reparto 19 e 20
» » » RIV (Torino) (tutte le donne) (mattinata)
» » » RIV (Villarperosa) (tutti) (tutta la giornata)

Tabella originale

929
Stabilimento Numero
scioperanti
Durata
sospensione lavoro
15 marzo Cuneo Officine Nazionali
di Savigliano
1000 (tutta la giornata)
» Ferrara Canapificio Lodi
di Portomaggiore
24 (1º turno)
» » Canapificio Lodi
di Portomaggiore
24 (2º turno) (ripresa lavoro alle
ore 15)
16 » Alessandria Ditta Borsalino Reparto taglieria
pelo
30 minuti
» Torino Cotonificio Valdisusa
(Pinerolo)
150 » »
» » RIV (Villarperosa) (molti)
» » Argentina ( » )
» Vercelli Fibre Tessili Artificiali
(Reparto Filatura)
(pochi) (pochi minuti)
17 » Pistoia Sugherificio Cioli Torello
di Montecatini Terme
21 (donne)
» Torino Cotonificio Valdisusa
(Pinerolo)
(astensioni
individuali)
» Vercelli Chatillon (Laboratorio
Centrale)
40
» » Chatillon (Reparto Tessili
XO)
150
22 » Aosta Società Gres Ceramico
di Castellamonte
29 (tutta la giornata)
» Milano Broggi (Bovisa)
23 » Alessandria Accomandita Lavorazioni
Metalli
66 1 ora e 20 minuti
» Savona Off. Mecc. Brown Boveri
di Vado Ligure
900
24 » Milano Marelli (Sesto S. Giovanni)
» » Pirelli (Bicocca) 800
» » » (via Filzi) 200-300
» » «Unione Falk» (Sesto
S. Giovanni)
800 (ca)
25 » Macerata S. A. Cecchetti Civitanova 60 ragazze
340 operai
» Milano Borelli 300
» » Face 500
» » Isotta Fraschini (Ressano) (2 reparti)
» » Monti e Martini
(Melegnano)
200
» » Pirelli (alcuni reparti)

Tabella originale

930
Stabilimento Numero
scioperanti
Durata
sospensione lavoro
26 marzo Milano Bertelli 200 1 ora
» » Bianchi 2000 (30-60 minuti per
reparto)
» » Borletti 1200 (1-3 ore per
reparto)
» » Caproni 3000 3 ore
» » Cinemeccanica 300 1 ora e 30 minuti
» » Face 2500 3 ore
» » Grazioli 400 1 ora
» » Olap 2000 1 ora
» » Safar 100 30 minuti
» » Tecnomasio 600 1 ora
» » Torriale 100 (breve)
27 » Milano Bianchi
» » Pirelli 30
» » Saffa 300 (da 2 ore a
1 quarto d’ora)
» Vedeme
29 » Varese Ditta Isotta Fraschini
di Saronno
400 5 ore
» Vercelli Lanificio Picco di Velio 200
30 » Milano Calzificio Piedenze
(Abbiategrasso)
120
» » Cotonificio Bellacqua
(Abbiategrasso)
630
» » Ditta Metré
(Abbiategrasso)
200
» » Tessitura Scagliotti
(Abbiategrasso)
100
» Varese Carrozzeria Macchi 700 (ca) (due giornate)
» Vercelli Tessitura Botto di Valle 300
» » Filatura Simoni Giuseppe
di Valle
100
31 » Como Omita 50 5 minuti
» Palermo Azienda Tramvie e Filobus (tutti) 30 minuti
» Varese Ditta Carlo Carabelli
(Solbiate Arno)
20
1º aprile Reggio Emilia Officine Reggiane 39 2 ore
» » » 11
» Vercelli Stabilimento Rossi
di Valle Mosso
100 (20-30 minuti)
2 » Milano Magneti Marelli 400 20 minuti
» Vercelli Ditta Borzalla e Lesina –
Reparto Tessitura
e Filatura
400 (dalle ore 14)
931
Stabilimento Numero
scioperanti
Durata
sospensione lavoro
2 aprile Vercelli Ditta Borzalla e Lesina –
altri reparti
600 (astensione fino a
sera)
» » Ditta Fila di Coggiola –
Reparto Filatura
ed Apparecchio
400 (dalle ore 14,15)
» » Ditta Fila di Coggiola –
Reparto Tessitura
375 (dalle ore 10,15)
» » Ditta Bruno Ventre
e Bardella
200 (dalle ore 15 a
brevi intervalli)
3 » Vercelli Borzalla e Lesina
» » Ditta Trabaldo Pietro
di Tonella di Prax
(sospensione dalle
ore 11,45 con
ripresa parziale
pomeridiana)
» » F.lli Fila
» » Lanificio Giovanni Tonella
di Prax Biellese
(fermate
alternative)
» » Officine Giachino 40 (ondeggiamenti)
» » Stabilimento Fila 100
7 » Vercelli Cappellificio Barbisio
di Andorno Micca
700
» » Filatura Bonomi Ettore
di Cossila
20 2 ore
» » Filatura Bracco Zaverio
di Biella Bottalino
30 30 minuti
» » Filatura di seta Raimondo
Buratti di Biella
Chiavazze
turno di 150
donne
dalle ore 10,15
» » Filatura di seta Raimondo
Buratti di Biella
Chiavazze
altro turno 1 ora
» » Filatura di Tollegno 1 ora
» » Lanificio Aimone Corrado
di Tollegno Lorazzo
70 donne (ca) 5 ore e 30 minuti
» » Lanificio Boggio
di Pralungo
200 (ca) 3 ore e 55 minuti
» » Lanificio Cerruti di Biella 800 1 ora
» » Lanificio di Pavignano
F.lli Fandella
300 45 minuti
» » Maglificio Boglietti
di Biella
325 » »
933–934

godevano gli addetti ai lavori pesanti (e dal quale erano escluse le donne), la delusione per la mancata corresponsione del «premio del Ventennale» e delle indennità di disagio e di sfollamento loro annunciato, la «inadempienza», gli «abusi», l’«esosità» di una parte dei datori di lavoro che si rifiutavano di corrispondere salari superiori ai minimi contrattuali, retribuivano scorrettamente i cottimi, facevano ampio ricorso a multe e non volevano pagare le ore lavorative perdute a causa dei bombardamenti aerei, la durezza delle condizioni di lavoro e disciplinari che caratterizzavano numerose aziende militarizzate e, in qualche caso, la solidarietà verso i compagni di lavoro arrestati o denunciati o arruolati per essersi piú esposti nel corso degli scioperi stessi o perché considerati politicizzati. Alla base di tutti gli scioperi erano la stanchezza per questa situazione e due richieste fondamentali: aumenti salariali ed effettivo controllo dei prezzi560. Profondamente sentite dappertutto, esse lo erano, se cosí si può dire, ancor piú nelle grandi città, dove la lievitazione dei prezzi non aveva piú freni. Per quel che riguarda Milano, estremamente significativo è quanto il 20 marzo, due giorni prima che gli scioperi si estendessero anche al capoluogo lombardo, il segretario della locale Unione provinciale dei lavoratori dell’industria, Edoardo Malusardi, scriveva a Landi:

934–936

Ritengo doveroso richiamare la tua piú viva attenzione sull’attuale delicatissima e disagiatissima situazione dei lavoratori che, in dipendenza dell’accentuatosi aggravio del costo della vita, è divenuta veramente difficoltosa e tale da generare nello spirito della massa – ora particolarmente teso – una continua visibilissima irrequietezza che può facilmente dar luogo a fatti incresciosi ove non si trovi la possibilità di provvedimenti atti se non a risolverla per lo meno ad alleggerirla.

Due fatti soprattutto concorrono ad acuire per i lavoratori le difficoltà di poter provvedere alle proprie esigenze familiari e su tali fatti ti specifico le necessarie circostanziate precisazioni:

  • 1) Il graduale continuo aumento dei generi, per cui, mentre il «blocco dei salari» è stato rigidamente mantenuto, il «blocco dei prezzi» è ormai divenuto un mito in quasi tutti i settori talché si assiste addirittura ad una sfrenata corsa al rialzo.

Ad esempio a Milano l’aumento del prezzo del latte di ben 40 centesimi in una sola volta al litro (da L. 2 a L. 2,40) e in generale il rialzo di tutte le verdure e le frutta (il prezzo degli aranci è salito in questi giorni da L. 5 a L. 10 il chilo), si sono potuti effettuare in queste ultime settimane, quasi con il tacito consenso delle autorità annonarie poiché queste hanno sospeso il controllo e quindi implicitamente approvata la fine della osservanza del listino dei prezzi.

Il fenomeno del rincaro, anche volendo rimanere nei soli generi alimentari, ha assunto vaste proporzioni: il vino ad esempio si può dire che giornalmente subisce nuovi e sempre piú ingiustificati aumenti cosí da essere giunti per la qualità piú comune a oltre L. 10 al litro. E pure continui e forti sono gli aumenti per quei generi ai quali le categorie meno abbienti tentano di rivolgersi per integrare la propria ridotta alimentazione (le castagne da 20 a 24 lire al Kg. secche – i fichi secchi 25 lire al Kg.).

  • 2) La graduale diminuzione di quanto viene assegnato con la tessera; il che pone forzatamente i lavoratori nella condizione di dover sempre piú largamente far capo per la propria alimentazione al mercato nero e vedersi di conseguenza piú rapidamente aggravare la già difficile situazione economica.

Sotto questo aspetto la riduzione del quantitativo settimanale di carne per persona; la soppressione della distribuzione di frattaglie che consentiva pure in città alle massaie di combinare alla meno peggio al mercoledí un piatto; la graduale decurtazione dell’assegnazione individuale di salumi (che vengono dati ormai di quando in quando) e delle uova, per le quali si è arrivati ad un uovo al mese; dei formaggi, pei quali è prevista una prossima nuova riduzione del quantitativo settimanale; tutto ciò – secondo quanto ho già fatto presente – costringe ciascun lavoratore ad allacciare sempre piú stretti rapporti con i fornitori clandestini ed a subire un effettivo rincaro della spesa giornaliera alimentare di proporzioni tali che, senza alcun eufemismo e pure con lo scrupolo di una rigida obiettività, possono ben essere definite semplicemente enormi.

Né sono consentite purtroppo migliori previsioni; poiché una volta rotto l’equilibrio e rivelatasi illusoria la prospettiva di poter col tempo e con una piú efficace organizzazione aumentare via via il quantitativo di alimenti assegnati con la tessera, attraverso il conferimento da parte dei produttori agli enti ammassatori e distributori, la situazione non può che continuare ad aggravarsi con un ritmo sempre crescente per il duplice influenzarsi di causa ed effetto; cosicché la corsa della gente al rifornimento clandestino per sopperire alla insufficienza della tessera provoca un sempre piú rapido esaurirsi di quanto può essere dato con questa e accentua maggiormente il verificarsi di quella.

È ovvio che in tali condizioni non è possibile esigere oltre, col blocco dei salari, l’indeterminato esasperarsi dei sacrifici dei lavoratori le cui condizioni di retribuzione sono per talune categorie addirittura irrisorie e, salvo rare eccezioni, per le altre assolutamente inadeguate al costo attuale della vita. Vedi ad es. le categorie impiegatizie che nella loro generalità non possono nemmeno sperare in un maggior guadagno con una intensificazione del lavoro, dato il carattere prevalentemente fisso della loro retribuzione.

Fra le categorie operaie, poi, quelle dei tessili e dell’abbigliamento ammontanti assieme a circa 150 000 unità, sono attualmente colpite e dalla situazione produttiva e dagli orari di lavoro i quali sono talmente ridotti, tenendo conto delle soste e sospensioni, da far raggiungere alla meno peggio una paga settimanale modestissima. Tieni infatti presente che l’orario di tali categorie pur ora con la ripresa del lavoro si aggira intorno alle 36/40 ore settimanali e che talune categorie dell’abbigliamento, come quelle addette all’industria dei copertoni impermeabili, le ricamatrici, le addette alle fabbriche di biancheria in serie, hanno ancora oggi paghe di L. 1,50-1,80 all’ora con minimi di 1,35 all’ora per donne adulte ciò che comporta un guadagno di L. 10,80 per giornata di 8 ore! E in tale situazione sono anche numerose categorie tessili.

Nelle categorie dell’alimentazione troviamo ad esempio uomini adulti a L. 2,76/3,04 all’ora e le donne a 1,38/1,52 all’ora; gli uomini adulti manovali addetti alla lavorazione delle conserve vegetali a L. 2,77 all’ora.

Per le categorie degli ausiliari del traffico, mercé l’azione della organizzazione, è stato recentemente provveduto al riconoscimento di un premio giornaliero di otto lire, senza di che le paghe degli uomini addetti a lavori faticosi sono contrattualmente fissate ancora oggi nella cifra di 21/22 lire al giorno.

E deve pure tenersi conto infine del fatto che gli stessi manovali metalmeccanici adulti, nelle zone della provincia, sono a tutt’oggi retribuiti con una paga oraria di L. 2,63 all’ora e sono sottoposti al vincolo disciplinare degli stabilimenti ausiliari che non consentono loro neppure di migliorare.

Analogamente si potrebbe argomentare per alcune categorie del legno e di altri rami dell’industria.

Come vedi di fronte alla continua evasione del «blocco dei prezzi» non si può piú continuare a sostenere l’integrità del «blocco dei salari» e i continui reclami che al riguardo espongono i lavoratori sono tutt’altro che ingiustificati.

Si rende quindi a mio parere necessaria una energica azione da parte della Confederazione intesa ad ottenere, se non un generale rinnovo dei contratti di lavoro, per lo meno una revisione di quelli che si riferiscono alle categorie piú disagiate onde si possa procedere nei confronti dei lavoratori alla determinazione di un piú adeguato trattamento al fine di eliminare, per quanto è in noi, ogni causa di malessere che dia luogo a perturbamenti che in questo momento vanno assolutamente evitati.

Ho creduto opportuno farti presente, con i dovuti dettagli e con particolare rilievo, le cause che influiscono sullo stato d’animo delle categorie lavoratrici certo che tu vorrai vivamente interessarti alla soluzione di questo importante ed urgente problema onde ottenere quei provvedimenti che ormai si impongono per diminuire almeno in parte il grave squilibrio che ti ho prospettato.

Ti sarò grato se poi vorrai farmi avere al piú presto tue comunicazioni al riguardo e frattanto ti esprimo vive cordialità.

936

Alle due richieste fondamentali se ne aggiungevano poi molte altre complementari e che variavano a seconda delle aziende e persino talvolta a seconda dei reparti di una stessa azienda. Tant’è che i vertici sindacali fascisti – specie dopo che fu accertata la presenza in quelli di Torino di «agitatori comunisti» – interpretarono il loro moltiplicarsi e accavallarsi come una conferma che gli scioperi, pur avendo origine dal disagio economico, fossero pilotati da «agenti provocatori sovversivi» che sfruttavano le difficili condizioni di vita dei lavoratori per aizzarli contro il regime. Tipico è quanto la sera del 24 marzo Landi riferiva a Cianetti dopo essere stato informato telefonicamente da Malusardi sulla situazione milanese:

Si ha la sensazione che anche a Milano il movente non sia esclusivamente economico. Infatti nelle giustificazioni che i vari gruppi di lavoratori adducono dinanzi alla parola degli organizzatori sindacali si riferiscono a varie questioni e precisamente alle condizioni di vita rese sempre piú difficili dagli alti prezzi in rapporto ai salari; alla indennità di disagio o di sfollamento; alla scarsità dell’alimentazione; al funzionamento delle mense. Insomma si adducono tanti motivi per cui è facile dedurre che il fatto economico entri solo fino a un certo punto. Peraltro esiste come è noto il disagio da tempo prospettato ma che secondo l’opinione del Segretario dell’Unione di Milano verrebbe sfruttato da moventi [sic] e agenti provocatori che hanno scopi politici.

Naturalmente le difficoltà prese ciascuna a se stante e nel loro complesso offrono alla propaganda sovversiva argomenti notevoli.

Non è questa la sede per una dettagliata ricostruzione degli scioperi, è però necessario, prima di affrontare il problema delle reazioni, dell’atteggiamento di Mussolini verso di essi e, dunque, della loro incidenza sulla sua azione politica negli ultimi mesi del regime, soffermarci su un paio di questioni.

937–938

Una è quella, piú generale, delle loro conseguenze sulla situazione italiana. Secondo il Vaccarino, «la giornata del 25 luglio, formalmente provocata da una congiura di palazzo», fu «collegata, mediante una catena non interrotta di avvenimenti... con gli scioperi operai del marzo, i primi dell’Europa fascista e i veri prodromi della futura resistenza italiana»561. Un tale giudizio e altri simili o vanno intesi in un senso talmente lato da assumere un sapore tra l’ovvio e il retorico o vanno respinti. Gli scioperi del marzo-aprile costituirono la piú importante manifestazione di scontento e di resistenza di massa che il fascismo dovette affrontare e a renderli ancor piú significativi contribuirono il fatto che nulla di lontanamente simile era avvenuto in vent’anni e il loro buon esito. Piú di questo non ci sentiremmo di dire. Sebbene i provvedimenti economici adottati dopo la loro conclusione dal regime e, già nel loro corso, da buona parte delle aziende interessate non risolvessero i problemi economici che erano stati alla loro origine e non placassero il malcontento dei lavoratori, nei mesi successivi si verificarono altre astensioni dal lavoro piú o meno sporadiche e piccoli scioperi (sia nelle zone che erano state teatro di quelli del marzo-aprile sia altrove), nulla però di lontanamente paragonabile ai precedenti, neppure nelle località piú duramente soggette ai bombardamenti aerei e neppure alla notizia dello sbarco alleato in Sicilia. E lo stesso si può sostanzialmente dire per il 25 luglio e per il periodo badogliano. Perché l’atteggiamento delle masse operaie mutasse non bastò – persino a Torino562 – neppure l’8 settembre; all’armistizio seguí infatti un periodo di passività che si protrasse piú o meno a lungo a seconda delle località e la cui fine – come vedremo nel prossimo tomo – fu in larga misura determinata ancora una volta dalle difficoltà economiche, dal peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e non riguardò comunque tutti i lavoratori. L’importanza degli scioperi del marzo-aprile 1943 rispetto alle vicende successive va, se mai, vista in un’ottica diversa da quella del Vaccarino: in quella del prestigio che essi procurarono presso i lavoratori e – e, forse, è quel che piú conta – presso gli altri partiti antifascisti ai comunisti, che, sin dall’inizio di quelli a Torino, su «l’unità» clandestina, e soprattutto nel dopoguerra, se ne servirono largamente (tipiche sono a questo proposito le varie edizioni del libro di U. Massola) per accreditarsi come la prima e principale forza politica antifascista. Anche se va detto che in un primissimo momento il bilancio «politico» degli scioperi non fu tutto in attivo per i comunisti. Dopo gli scioperi molti antifascisti furono indotti ad accantonare le proprie pregiudiziali anticomuniste e a cercare un rapporto positivo con loro, ma in altri la reazione fu diversa, di preoccupazione per una «rivoluzione sociale», come quella che aveva messo a soqquadro l’Europa dopo la prima guerra mondiale, che avrebbe potuto verificarsi alla caduta del fascismo o dopo la fine del conflitto. Per non dire delle preoccupazioni che essi suscitarono negli ambienti economici e in molti fiancheggiatori e fascisti moderati, che, indubbiamente, accelerarono il processo di disgregazione e di differenziazione interna del regime e la sua evoluzione, ma dettero anche alla soluzione del 25 luglio una forte ambivalenza che si può riassumere in questi schematici termini: la fine del regime mussoliniano e l’uscita dell’Italia dal conflitto non devono andare a beneficio dei «sovversivi», siano essi i comunisti in prima persona, ovvero quella parte dell’antifascismo – e ormai era la piú numerosa – che, a torto o a ragione, era cosiderata disposta a fare da «cavallo di Troia» per essi.

938–939

Connessa a questa prima questione è quella relativa al carattere – economico o politico – degli scioperi del marzo-aprile 1943 e al ruolo che vi ebbero i comunisti. Una questione che negli ultimi anni la storiografia ha cercato di affrontare in termini piú spregiudicati che non in passato, giungendo in alcuni casi (si vedano in particolare i contributi di A. Ballone e di T. Mason) a conclusioni di notevole interesse.

Che l’organizzazione clandestina comunista abbia avuto, soprattutto a Torino, meno a Milano, dove oltretutto era piú debole563, ancor meno (o niente del tutto) altrove, una presenza negli scioperi e abbia esercitato su di essi in alcuni momenti una funzione di stimolo è fuori discussione. Il punto reale della questione non è però questo; né sono in discussione la tenacia e lo spirito di sacrificio con i quali essa vi si impegnò e il prezzo che per tale impegno dovette pagare. Ciò che storicamente importa è capire se gli scioperi, almeno quelli piú importanti e innanzi tutto quelli di Torino e di Milano, furono spontanei, motivati cioè da ragioni essenzialmente economiche, o se furono politici o, almeno, ebbero una forte componente politica, determinata, appunto, dalla presenza organizzata dei comunisti e non solo dalla loro presenza, ma dalla loro iniziativa sin nella fase della loro preparazione. Una tesi questa che da parte comunista fu allora subito sostenuta («la classe operaia, – scrisse “l’unità” clandestina nel numero del 31 marzo, – sente che è giunto il momento di riprendere, sul terreno dell’azione, la sua importante funzione di avanguardia del popolo italiano nella lotta contro la guerra e il fascismo»), e che è stata successivamente sempre ribadita. Ugualmente fuori discussione è che l’organizzazione clandestina comunista (meno numerosa e meno in grado di tenere effettivamente i contatti con i «simpatizzanti» di quanto asserito) si stava preparando – a Torino sin da gennaio-febbraio – ad inserirsi nel malcontento dei lavoratori per farli scendere in lotta e, ancora, che – giunti a metà marzo gli scioperi di Torino al loro zenith e persi, per gli arresti operati dalla polizia, una quindicina di elementi, che ne costituivano in buona parte il nerbo – si adoperò per estendere l’agitazione anche a Milano. Tutto ciò è vero, ma non basta a dimostrare che gli scioperi furono politici e non economici e che in essi i comunisti ebbero un ruolo decisivo.

939–940

A questo proposito è opportuno fare innanzi tutto una precisazione. La tesi dello sciopero politico di massa subito prospettata dai comunisti ebbe l’immediato avallo dei vertici sindacali fascisti e sulla scia di questi dell’intransigentismo fascista che cercò di servirsene per indurre Mussolini a imprimere alla sua politica una sterzata in senso, appunto, intransigente, liquidare «i deboli e gli incapaci», a cominciare da Vidussoni, gli «infidi», come Senise, e la dirigenza sindacale, da esso considerata per un verso, «debole e incapace», per un altro, troppo «classista». I comunisti si trovarono cosí molto facilitati nel sostenerla e nell’accreditarla ed essa, con un simile «insospettabile» avallo, trovò terreno favorevole per allignare a lungo anche in sede storica e non solo tra studiosi di parte comunista. In realtà alla tesi che gli scioperi fossero politici e in essi i comunisti avessero un ruolo assai importante la Cfli si aggrappò perché – come abbiamo detto – aveva perso gran parte delle proprie capacità di valutare realisticamente ciò che stava avvenendo e, quindi, per cercare un po’ di giustificare la propria incapacità di prevedere le dimensioni della protesta operaia, di prevenirla in qualche modo e, una volta in atto, di controllarla, un po’ di scaricare le proprie responsabilità sulle forze di polizia e sul partito fascista e persino sul carattere degli italiani564. E ciò tanto piú che, di fronte all’ampiezza assunta in certi momenti dalla protesta e soprattutto a Torino («l’unità» parlò per Torino, come per Milano, di 100 000 lavoratori in lotta, l’«Italia libera» di 50 000 per Torino, Mussolini di 30 - 40 000 a Torino e in tutto di circa 100 000) sia il ministero delle Corporazioni, sia il PNF finirono per perdere piú o meno la testa, trovar comodo attribuirne tutte le responsabilità alle mene antifasciste, alla imprevidenza delle forze di polizia e alla loro debolezza e incapacità e per invocare il ricorso alla maniera forte. Laddove, se qualcuno non aveva perso la testa era proprio la polizia (al contrario dei carabinieri piú propensi a ritenere gli scioperi «a sfondo politico»565 e, specie quelli di Torino, preordinati ed attuati «in dipendenza di un piano organico di azione»566), certo quella in loco, ché sulle valutazioni e l’atteggiamento degli organi centrali siamo poco e male informati, poiché è andata perduta la relativa documentazione della segreteria particolare del capo della polizia e quanto scritto da Senise nelle sue memorie567 è sostanzialmente inattendibile e contraddetto da quanto detto invece dal capo dell’Ovra, Leto568. Lo prova il fatto che, pur prendendo tutte le precauzioni del caso, non ultima, a Torino, quella di sollecitare che venisse tenuto «a disposizione» per un eventuale intervento nel caso che la situazione «degenerasse» un certo numero di militari569, la repressione messa in atto fu relativamente moderata, minore di quanto alcuni, anche tra i sindacalisti, avrebbero voluto, cosí da evitare di suscitare tra i lavoratori reazioni e solidarietà eccessive.

940–941

A proposito dell’atteggiamento delle forze di polizia, va altresí detto che queste, pur non escludendo che le condizioni di vita degli operai e degli impiegati torinesi potessero dar luogo a «sgradite sorprese»570 ed essendo informate che qualcosa bolliva in pentola, all’inizio delle agitazioni nel capoluogo piemontese non drammatizzarono la situazione e anche quando essa si fece grave esclusero che ad ispirare e organizzare gli scioperi fossero i comunisti. Questi, secondo quanto il prefetto Paliacio Di Suni571 telegrafò a Roma nella notte tra il 13 e il 14 marzo, avevano in pratica solo sfruttato l’occasione e si erano inseriti in essi572. E che non si trattasse di una spiegazione di comodo, è indirettamente dimostrato dal fatto che anche nei giorni successivi l’interesse della polizia (anche negli interrogatori degli arrestati) piú che a stabilire il ruolo dei comunisti negli scioperi fu rivolto a raccogliere notizie sulla struttura del partito e a scoprire le loro ramificazioni di quartiere573.

941–942

Dal novembre 1942 Torino aveva subito piú di venti massicci bombardamenti che avevano arrecato danni gravissimi a un buon quinto della città, distrutto migliaia di case, specialmente nelle zone operaie, incendiati depositi e magazzini di derrate, forni, negozi ed esercizi pubblici, sconvolto periodicamente le reti dell’elettricità, del gas, dell’acqua e dei trasporti, costretto migliaia di famiglie operaie a sfollare in provincia, da dove 60 000 di essi dovevano affluire la mattina in città per tornare a sera nelle località di sfollamento574, lasciando le loro abitazioni diroccate dai bombardamenti in preda di bande di sciacalli in cerca di qualsiasi cosa potessero rubare575. Se a ciò si aggiungono la precarietà dei rifornimenti, l’insufficienza delle razioni e la irrefrenabile ascesa dei prezzi non può certo meravigliare che i motivi fondamentali che indussero i lavoratori torinesi a scioperare, e, via via, sul loro esempio, quelli delle altre località che parteciparono al movimento, fossero economici. Ugualmente non può certo meravigliare che nei centri maggiori i comunisti si adoperarono al massimo per preparare il terreno agli scioperi, inserirsi in essi, cercare di assumerne la guida, politicizzarli ed estenderli. Ciò non vuol dire però che vi riuscissero effettivamente: a Milano e, ciò che è anche piú significativo, a Torino, quando cercarono di portare i lavoratori fuori dalle fabbriche e a manifestare in piazza Castello e nelle vie del capoluogo lombardo, questi non risposero all’appello. E ancor piú significativo è quanto avvenne a Genova, il terzo grande centro industriale del triangolo e obiettivo anch’esso di massicci bombardamenti aerei, in cui la condizione operaia non era certo migliore che a Torino e a Milano, ma dove non avvennero scioperi, nonostante la presenza di una organizzazione clandestina comunista anche se meno forte di quelle attive nelle altre due città.

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E non vi riuscirono soprattutto per due motivi: perché la loro organizzazione era ancora troppo limitata per assolvere, specie dopo i primi arresti, ad un compito cosí impegnativo576 e perché la massa dei lavoratori e degli stessi scioperanti era essenzialmente interessata ad ottenere migliori condizioni di vita, sicché, quando gli industriali misero mano alla borsa concedendo aumenti, «anticipi» vari e acconti sul «premio del Ventennale» e sulle indennità di disagio e di sfollamento e un comunicato ufficiale, il 2 aprile, rese noto che le confederazioni sindacali stavano preparando un provvedimento con cui sarebbe stata concessa una indennità di caro vita (variante, a seconda delle località, delle categorie, dell’età e del sesso dei lavoratori, tra le quindici e le quattro lire giornaliere) e che esso sarebbe entrato in vigore il 21 aprile, la tensione cominciò a decrescere rapidamente e i piú mostrarono di non voler insistere nella lotta; anche coloro che all’inizio avevano in qualche misura ascoltato gli «agitatori» comunisti.

Indicativo è quanto Alberto Pirelli, il 26 marzo, disse al cardinal Maglione che gli aveva chiesto la sua opinione sui «recenti movimenti operai»:

Essi – gli rispose577 – sono essenzialmente a sfondo economico; non v’è dubbio che, mentre nelle campagne si sta abbastanza bene e mentre quanti sono sotto le armi mangiano sufficientemente, la classe operaia agglomerata nei centri urbani è in grave disagio e il mercato nero ha raggiunto prezzi inaccessibili per tale categoria di lavoratori. È difficilissimo porre rimedio a questa situazione senza creare il fenomeno della nota spirale. D’altra parte è indubitabile che vi sono molte cellule comuniste che stanno cercando di organizzare le masse operaie e, se non hanno ancora fatto larga presa, non esiste d’altra parte nessun’altra organizzazione

943

operaia in cui le masse abbiano fiducia e che possa contrastare a quella comunista. I sindacati fascisti infatti non hanno presa sulle masse operaie per ben spiegabili ragioni e nonostante che il fascismo abbia effettivamente dato alla politica sociale e assistenziale uno sviluppo che può dirsi notevolissimo per un paese non ricco come l’Italia.

A questi due motivi se ne deve aggiungere poi un terzo, su cui solo recentemente è stata richiamata l’attenzione da alcuni studiosi: l’atteggiamento verso gli scioperi di taluni esponenti di primo piano del mondo industriale.

Come vedremo nel prossimo capitolo, da quando gli anglo-americani erano sbarcati in Africa settentrionale larghi settori dell’economia, della finanza e dell’industria avevano cominciato a prendere le distanze dal regime e a porsi il problema dell’uscita dell’Italia dal conflitto. L’andamento generale degli scioperi del marzo-aprile (e non solo esso) va visto tenendo conto anche di questa realtà.

Secondo il sottosegretario alla presidenza Amilcare Rossi, che si era recato a Milano per commemorarvi la fondazione dei Fasci di combattimento, il diverso atteggiamento dei lavoratori nelle varie fabbriche sarebbe dipeso, piú che dalla presenza o no di agitatori «occulti», dallo spirito e dal comportamento dei loro titolari.

Per la impressione personale che ho tratto rispettivamente diversa all’Alfa Romeo e alla Innocenti, – riferí il 24 marzo in un appunto per Mussolini578, – ho da ritenere che in gran parte o nella quasi totalità della sua essenza il fenomeno risenta influenza diretta dal fatto che, piú che gli organizzatori, i titolari delle aziende vivano o non vivano colla debita intensità la vita delle masse operaie, si curino o no di trasfondere ad esse, quando ne siano essi stessi convinti, la ortodossia della nostra fede e il sano intuito dei forti avvenimenti di oggi che da essa soltanto può derivare.

Della stessa opinione erano anche alcuni dirigenti della Cfli. In realtà l’atteggiamento di certi esponenti del mondo economico era molto piú drastico. Negli stessi giorni in cui Rossi riferiva il suo giudizio a Mussolini, Pirelli cosí annotava la sostanza di una conversazione avuta con il conte Volpi579:

Riassume crudamente suo pensiero pessimista: il paese ha incassato senza emozione la perdita di Tripoli; incasserà quella di Tunisi; l’agitazione operaia di questi giorni è stata senza spina dorsale; quindi Mussolini ed il Partito continueranno a governare tra l’ostilità inerte del paese. Si sarebbe augurato una ben diversa reazione operaia pur di uscire dalla situazione; crede che esagerino quelli che credono ad una grave crisi nel paese in caso di pace separata, crisi dovuta alla mancanza di carbone, di materie prime ecc.: il paese tollererebbe senza reazione (!)...

944–945

Se questo era l’atteggiamento psicologico prevalente, pochi erano però ancora coloro che si adoperavano per tradurlo in qualche modo in fatti concreti. Allo stato della documentazione, chi piú cercò di farlo, giuocando proprio sugli scioperi, pare sia stato Vittorio Valletta, l’amministratore delegato e deus ex machina della politica della Fiat, che, a quest’epoca, doveva essersi convinto che tra gli interessi dell’azienda torinese e quelli del regime vi era ormai una divaricazione non solo crescente, ma tale da rendere desiderabile una sollecita rottura580. In attesa che essa si potesse realizzare, la Fiat già da alcuni mesi si era adoperata per assumere a Torino sul terreno sociale ed assistenziale una sorta di funzione surrogativa dei pubblici poteri581 e Valletta aveva stabilito contatti – un po’ per preparare il terreno in vista della fine del regime, un po’ per capire meglio cosa bolliva in pentola e in primis tra i dipendenti Fiat, un po’ per non lasciarsi sfuggire l’occasione, se si fosse presentata, di premere sul governo in modo da spingerlo a trattative per far uscire l’Italia dalla guerra – con alcuni esponenti azionisti e socialisti e, tramite essi, anche comunisti582. Grazie a questi contatti e alle informazioni che aveva dagli organi di polizia, Valletta era venuto a conoscenza dei propositi dell’organizzazione clandestina comunista prima e meglio delle autorità e persino della data, il 1º marzo, in cui i comunisti in un primo momento avevano pensato di dare inizio all’agitazione alla Fiat.

La documentazione disponibile permette di ricostruire con precisione solo alcuni aspetti del comportamento di Valletta in occasione degli scioperi, altri restano ancora nell’ombra. Ciò nonostante non è un’esagerazione dire che esso fu tanto spregiudicato quanto ambiguo (tant’è che il Ballone è arrivato a chiedersi se a Torino il primo ad accendere la loro miccia non sia stato proprio Valletta583) e che il direttore generale della Fiat giuocò in tale occasione una complessa partita su piú tavoli, che dovette avere di volta in volta poste diverse (alcune ovvie, altre apparentemente in contraddizione tra loro), ma che doveva tendere soprattutto a conseguire un risultato ben preciso: sfruttare gli scioperi per indebolire vieppiú il regime, evitando al tempo stesso alla Fiat di far le spese – nel presente e nel futuro – del malcontento operaio e dell’ostilità di principio dei comunisti.

Un comportamento tutto diverso ebbe a Genova Agostino Rocca, un altro deus ex machina della grande industria, da cui dipese in gran parte se Genova non fu teatro di scioperi come quelli di Torino e di Milano. Anche Rocca si rendeva conto che la barca ormai scricchiolava e che anche all’Ansaldo ciò che caratterizzava lo stato d’animo dei lavoratori erano il malcontento e la tensione. E anche lui, ad ogni buon conto, aveva qualche indiretto contatto con gli ambienti antifascisti, cosí da non dipendere solo dalle informazioni che gli venivano da Roma e dalle autorità di polizia locali. Solo che, invece di giuocare sugli scioperi come Valletta, Rocca si impegnò per scongiurarli. Anche se sapeva che avevano ormai pochissimo prestigio, cercò di valorizzare il sindacato e in particolare i fiduciari di fabbrica e di farne, insieme ai capi reparto, un tramite di dialogo con gli operai; anche se la cosa era malvista a Roma, non rifiutò di concedere anticipi e aumenti piú o meno camuffati; e, soprattutto, quando l’Ovra, temendo che gli scioperi si estendessero a Genova, avrebbe voluto il licenziamento di circa quattrocento operai e impiegati in odore di antifascismo, si rifiutò di farlo, convocò quelli che gli risultavano essere attivi «sovversivi» e fece capire loro che l’interesse comune era quello di difendere l’azienda:

945–946

Convoca nel suo ufficio gli operai che sono palesemente alla testa di «attività sovversive» piú o meno mascherate, e mette con loro le carte in tavola. Non critica, né giudica il loro operato e neppure le idee, ma chiede che tutto venga tenuto al di fuori della fabbrica. In quelle parole non vi è intento di minaccia o intimidazione: tra una riga e l’altra, lascia capire a chi vuole o a chi può che vi è stata sí una minaccia, ma che è giunta dall’esterno, che lui – il loro capo – vi si è opposto e che ora tocca ai «sovversivi» fare la propria parte, difendere le proprie idee ma anche l’azienda, il cui bene viene al di sopra di ogni altra cosa. Sarà anche un abile stratagemma tattico, però funziona in pieno, tant’è vero che l’Ansaldo – a differenza di altre fabbriche del Nord – continuerà a produrre in una relativa tranquillità, anche durante gli scioperi che partiranno da Torino nel novembre successivo584.

La situazione di Genova non era, lo abbiamo detto, quella di Torino o di Milano; l’organizzazione clandestina comunista era piú debole che nelle altre due città; la condizione e lo stato d’animo dei lavoratori erano però gli stessi. Se non precipitò fu certo in buona parte dovuto anche al fatto che a tenerla imprenditorialmente in mano era Rocca e che questi, pur non condividendo varie scelte politiche ed economiche di Mussolini, continuava ad essere – al contrario di molti altri industriali e grandi managers – un fascista, non perse il controllo dei propri nervi e soprattutto cercò di adoperarsi concretamente per evitare che gli scioperi si estendessero anche a Genova.

Sempre a proposito del comportamento di Valletta e della Fiat, non è privo di interesse che Leto, trattando proprio degli scioperi del marzo-aprile585, abbia ricordato che a Roma all’epoca si diceva

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che Mussolini in cuor suo e forse per disegni non conosciuti né manifestati, ma certo non favorevoli ai dirigenti della Fiat, approvasse i primi sintomi del malessere economico e quasi lo incoraggiasse attraverso gli esponenti sindacali del partito, per intervenire poi e con paternalismo, colpire il padronato e accattivarsi la simpatia degli operai.

Sta di fatto che l’agitazione, sfociata dopo nello sciopero, fu certamente e largamente tollerata e che la legione della Milizia, creata e vivente in seno alla Fiat, non solo non ne rilevò affatto il carattere politico che poi ad essa si volle dare per i lineamenti che aveva assunto, ma vi partecipò largamente se non totalmente.

Sebbene nessun elemento documentario confermi questa affermazione del capo dell’Ovra, essa non può essere considerata a priori destituita di fondamento. A ciò ostano vari elementi. Innanzi tutto i non facili rapporti esistenti già da tempo tra Mussolini e la Fiat, guardata dal «duce» con crescente sospetto e considerata soprattutto troppo pronta a ricorrere, ogni volta che doveva assumersi degli oneri, ad un subdolo giuoco di contromanovre e di velati ricatti per scaricarli sul governo. E, soprattutto, il fatto che essa si inquadra bene nel piú generale comportamento di Mussolini di fronte agli scioperi. Per non dire poi del suo atteggiamento psicologico, sempre piú ostile ai «borghesi» e in particolare ai «grandi borghesi» e del riemergere di tanto in tanto in lui di stati d’animo, di ostilità tipici della sua giovanile formazione socialista.

Anche senza prendere in considerazione quanto affermato da Leto, è comunque indubbio che l’atteggiamento di Mussolini e il suo comportamento politico furono assai piú complessi di quanto comunemente asserito.

Un primo punto da mettere bene in chiaro è che Mussolini seguí giorno per giorno, talvolta ora per ora, tutto l’andamento degli scioperi, tenendosi in stretto contatto non solo con il sottosegretario all’Interno Albini e con quello alle Corporazioni Cianetti, ma anche con i prefetti di Torino, Milano e Genova e che questo suo interessamento non fu un fatto, diciamo cosí, contingente, dettato da ciò che stava avvenendo, ma che – specie per la situazione torinese – risaliva a tempi parecchio precedenti. E fu solo in parte conseguenza di quanto sulla condizione operaia e, piú in genere, sullo stato d’animo dei lavoratori gli veniva detto e riferito dai vari organi di polizia, dalle confederazioni sindacali e dai suoi collaboratori; ché in buona parte infatti esso derivava dalla consapevolezza, diciamo cosí, sto- rica, frutto della particolare attenzione con la quale aveva vissuto e poi rimeditato l’esperienza della guerra 1915-18 e il comportamento in quegli anni del «fronte interno» e delle masse lavoratrici in specie. Da ciò discendono due conseguenze già di per sé importanti. Prima, che la linea politica rispetto agli scioperi fu essenzialmente decisa da Mussolini e che ai vari organismi che di essa si occuparono rimasero solo margini limitati di manovra. Seconda, che fu Mussolini – checché dicesse in qualche momento di particolare irritazione e, ancor piú, per placare i propositi estremisti di coloro – e non erano pochi – che nei sindacati, nel partito e nel governo reclamavano un atteggiamento piú duro e intransigente – a non volere che nei confronti dei lavoratori in sciopero fossero adottati provvedimenti troppo drastici, che egli doveva considerare non solo politicamente pericolosi, ma anche, nell’intimo, ingiustificati, poiché – lo ammettesse o no – era convinto che alla radice degli scioperi erano essenzialmente motivi di ordine economico piú che giustificati, anche se difficili, per non dire impossibili a risolvere nella situazione economica nella quale si trovava l’Italia.

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Che Mussolini fosse consapevole della gravità della condizione operaia è testimoniato da tutta una serie di fonti. Cianetti, nelle sue memorie586, si è attribuito il merito di aver elaborato sin dal gennaio, nonostante le resistenze di R. Ricci, «un piano per la concessione di una indennità giornaliera ai lavoratori costretti ad allontanare le famiglie dai centri urbani ed a quelli che avevano seguito le industrie trasferitesi altrove per decentramento», piano che ai primi di marzo sottopose a Mussolini che gli avrebbe detto che, «per evitare ripercussioni sui prezzi», l’onere se lo sarebbe dovuto accollare lo Stato, cosa questa che trovò subito ostile Acerbo, «preoccupato delle ripercussioni che l’aumento della circolazione avrebbe avuto sulla politica finanziaria già fortemente instabile»; sicché quando gli scioperi avevano avuto inizio esso era ancora in discussione. La documentazione conservataci dalle carte di Landi permette a sua volta di precisare quando Mussolini diede di fatto via libera ai provvedimenti proposti dalla Cfli e dal ministero delle Corporazioni: il 2 febbraio dopo una riunione del Comitato dei prezzi durante la quale Landi aveva illustrato la situazione salariale delle varie categorie in relazione al costo reale della vita e i provvedimenti allo studio. Come Landi due mesi dopo avrebbe detto ai dirigenti dell’Unione provinciale dei lavoratori dell’industria di Milano587, alla fine della riunione Mussolini, rivolgendosi allo stesso Landi, disse: «intanto provvedete a muovervi sul piano delle indennità», poi «fate la tattica salariale, prendete le categorie che stanno peggio e cercate di sistemarle» e diede disposizioni a Ricci perché provvedesse.

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Pur essendo consapevole della gravità della condizione operaia e, almeno per Torino, bene informato sullo stato d’animo dei lavoratori e – se si dà credito a quanto scritto da Leto – pur avendo, forse, in un primissimo momento visto non sfavorevolmente l’agitazione di qualche gruppo di dipendenti della Fiat (che, oltre tutto, inizialmente non aveva preoccupato neppure l’Unione provinciale di Torino588), è fuor di dubbio che la vastità assunta dagli scioperi colse Mussolini del tutto di sorpresa e provocò in lui una serie di reazioni psicologiche e politiche inizialmente molto negative. Acuite ancor piú, da un lato, dalle drammatiche valutazioni e previsioni di quasi tutti i suoi collaboratori e, da un altro lato, dalla consapevolezza che su essi si stavano gettando tutti coloro che, all’interno del gruppo dirigente fascista, volevano per un motivo o per un altro un radicale mutamento di rotta. Per non dire poi dei tedeschi, i cui giudizi doveva, se non conoscere, certo ben immaginare589. In questa luce ben si comprende quanto da lui detto in sede di direttorio nazionale del PNF nel pomeriggio dell’11 marzo, tre giorni dopo che a Torino gli scioperi avevano toccato la loro punta massima590:

in questi ultimi giorni c’è stato a Torino il primo fenomeno di un movimento di carattere operaio collettivo. Eccone le ragioni. Si era data l’indennità di sfollamento alle famiglie degli operai sfollati; a un certo punto è stato richiesto che anche quelli che erano rimasti avessero un’uguale indennità di sfollamento. In genere io ero sempre stato contrario a questo, ma adesso dichiaro nella maniera piú esplicita che non darò neppure un centesimo. Noi non siamo lo Stato liberale che si fa ricattare da una fermata di un’ora di lavoro in un’officina. Considero questo come un tradimento vero e proprio. Stalin, che da qualche giorno ha deposto la casacca dell’operaio portata per cinquant’anni, per mettere la divisa scintillante a sfondo zarista di Maresciallo, fucila seduta stante l’operaio che abbandona il lavoro. Voi direte: Stalin è terrorista. Ma varchiamo l’oceano e vedrete che l’arcidemocratico Roosevelt, cristiano, fa altrettanto. Quando s’è determinato uno sciopero, egli ha fatto circondare la fabbrica con cannoni e mitragliatrici, ha dato due ore di tempo, dopo di che si sarebbe fatto fuoco. Saremmo per caso noi piú democratici di Roosevelt? Noi abbiamo la coscienza tranquilla. Ve lo dice uno, che trenta anni fa aveva nel pugno le masse proletarie socialiste italiane. Allora si considerava programma massimissimo quello che noi senza tanti clamori abbiamo realizzato per gli operai italiani. Non chiediamo a costoro alcun attestato di gratitudine. E se ce ne volessero dare, lo respingeremmo. Ma quando essi abbandonano il lavoro in un momento come questo, in cui è in giuoco la vera e propria esistenza della Nazione, allora, se non si mettono in regola nel piú breve tempo possibile, saranno trattati come si trattano coloro che abbandonano il proprio posto di fronte al nemico.

Vi prego quindi, camerata Ferretti di Torino, di far sapere nella maniera piú esplicita che cambino registro, anche perché non si possa dire che Torino dà, pure in questa guerra, l’esempio che diede nella guerra scorsa, nel ’17 quando io stesso nel «Popolo d’Italia» definii i disordini di Torino «le cinque giornate di Boroevic».

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Il giorno dopo il direttorio esaminò alcune situazioni locali, tra cui quella di Torino591. Intervenendo su quella di Palermo, Cianetti affermò che i minimi contrattuali rappresentavano appunto solo dei minimi che i datori di lavoro potevano integrare e che il suo ministero stava esaminando il problema. Il federale di Torino, Franco Ferretti di Castelferretto, nella sua relazione non solo si riallacciò in un certo senso a questa affermazione, ma parlò sempre delle cause economiche degli scioperi, senza fare neppure cenno alla presenza tra i lavoratori in lotta di agitatori politici. A questi fece solo un rapido, ma duro accenno Cianetti a chiusura del suo intervento592.

Di fronte agli operai, – disse, – ci vuole giustizia, ma ci vuole anche pugno duro, perché, caro Ferretti, a Torino quando gli operai chiedono qualche cosa perché si vive male, hanno ragione, quando però dicono «non ritorniamo al lavoro se non liberate i quattro operai arrestati» allora questo è comunismo.

Al che Ferretti rincarò: «Allora occorre fucilarli».

Lo scambio di battute (che nessuno, neppure Vidussoni, raccolse) è estremamente significativo per comprendere il successivo atteggiamento di Cianetti e del vertice della Cfli e, piú in generale, lo stato d’animo che stava creandosi in molti esponenti fascisti, portati, da un lato, a comprendere le ragioni degli operai, da un altro, a dare però sempre piú importanza alla presenza comunista e a considerare dunque gli scioperi piú politici che economici e a trarre da ciò la convinzione che non si dovesse fare alcuna «concessione» sino a quando essi non fossero terminati: fare qualcosa prima avrebbe costituito un cedimento politico che sarebbe andato a tutto vantaggio dei comunisti e avrebbe innescato una catena di nuove richieste e agitazioni. Già attivo ed operante una settimana dopo l’inizio delle agitazioni a Torino, questo stato d’animo andò rapidamente montando nei giorni successivi, specie dopo l’arresto a Torino di un gruppo di appartenenti alla locale «cellula» comunista, la diffusione del numero de «l’Unità» in cui si parlava ampiamente degli scioperi593, le notizie trapelate all’estero, soprattutto in Svizzera594, e l’estendersi degli scioperi a Milano595. I rapporti ai quadri sindacali di Landi, i discorsi pronunciati in varie località del Nord da Carlo Scorza e da Cianetti lasciano ben pochi dubbi in proposito.

950

A questo montante stato d’animo si deve poi aggiungere la dura azione che gli intransigenti e Farinacci in prima persona misero in atto per sfruttare l’occasione e mettere le mani sulla segreteria del partito, liquidare i «molli» e i potenziali «traditori» e imprimere a tutta la politica del regime un carattere diverso, da un lato, lo abbiamo già detto, veramente «rivoluzionario», da un altro, di piena e totale collaborazione con la Germania. Di questa azione l’episodio piú importante (specie ai fini della ricostruzione dell’atteggiamento di Mussolini rispetto agli scioperi del marzo-aprile) fu costituito da una lunga lettera che il 1º aprile Farinacci scrisse a Mussolini. Chi la legga tenendo conto non solo (e non tanto) del problema degli scioperi e della loro natura, ma dell’intero mosaico della situazione politica di quelle settimane non può non rendersene conto e non capire che l’obiettivo che con essa Farinacci si proponeva di conseguire era ben piú grosso di quello che formalmente traspariva da essa. Scriveva infatti il leader degli intransigenti596:

951–952

Caro Presidente,

ho vissuto, stando naturalmente nell’ombra, le manifestazioni degli operai del Milanese. Ne sono rimasto profondamente amareggiato, come fascista e come italiano. Non siamo stati capaci né di prevenire né di reprimere, ed abbiamo infranto il principio di autorità del nostro regime.

A Milano gli avvenimenti hanno esautorato il Federale che è un ottimo camerata e valoroso combattente, ma con le spalle impotenti a reggere quelle situazioni, poi Liverani degli industriali, e Malusardi degli operai, i quali non hanno saputo evitare quanto è avvenuto e poi non hanno potuto farsi prendere sul serio dalle maestranze.

Se ti dicono che il movimento ha assunto un aspetto esclusivamente economico, ti dicono una menzogna. Il contegno degli operai ad Abbiategrasso di fronte a Cianetti è eloquente, com’è eloquente la fioritura di manifestini stampati alla macchia che danno alle manifestazioni un carattere deliberatamente e preordinatamente antifascista. I pochi arresti non contano. Bisognava avere il coraggio di dare qualche esempio, che avrebbe fatto meditare le maestranze degli altri stabilimenti e di altre città. Non dobbiamo preoccuparci di quel che avrebbero detto Radio-Londra e Radio-Mosca; dobbiamo preoccuparci di mantenere la compattezza del fronte interno e il prestigio del Governo.

In quanto alla burocrazia, tu mi darai atto che essa fa di tutto per crearsi dei guai. Da tre mesi gli stessi industriali affermavano la necessità di fare qualche cosa per gli operai, e tu stesso te ne sei reso conto. Ma le Confederazioni, le Direzioni Generali, le Commissioni e le sottocommissioni, hanno funzionato, come sempre, con passo da lumaca.

Ora io, nello stesso interesse tuo e del fascismo che vogliamo difendere con tutte le nostre forze, mi permetto di suggerirti di dare qualche esempio in alto e in basso, ma assai piú in alto, e di non assumere sempre tu la responsabilità degli errori altrui.

Non mi sgridare se ancora una volta ti riaffermo che l’esperimento corporativo, attraverso innovatori, improvvisatori, dottrinari e demagoghi, non è riuscito secondo quello spirito che animò la nostra fede e i nostri propositi.

Il problema degli approvvigionamenti è passato dal Ministero delle Corporazioni a quello dell’Agricoltura. Per le industrie che lavorano per la guerra hai dovuto istituire il Ministero della Produzione bellica. Non rimaneva che la parte sindacale, che ha dato quei risultati che oggi lamentiamo.

Bisogna correre ai ripari e imporre agli organizzatori, dal centro alla periferia, di vivere non già nei grandi e meno grandi loro Ministeri, fra segretari, dattilografe, capo-uffici etc. ma a contatto delle masse. Naturalmente, per questo, ci vogliono uomini di fede e di capacità, che abbiano qualità oratorie ed anche una certa presenza fisica. Tu sai per esperienza che una massa vuol ricevere da chi parla una certa influenza magnetica. Mezze cartucce, uomini buffi, organizzatori e oratori improvvisati ottengono l’effetto opposto. Se tu parlassi ad una massa di bolscevichi o di seminaristi ti faresti applaudire entusiasticamente prima ancora di aprir bocca.

Ed infine debbo ancora una volta dirti che il Partito è assente e impotente. Non basta l’assistenza, non basta occuparsi di raccolte di grano e di granone, occorre entusiasmare, provvedere, vigilare. Sopra tutto rincuorare ed incitare i fascisti sempre fedeli, che ora hanno l’impressione di essere sopraffatti dagli avvenimenti.

Sono d’accordo che non occorrono troppe cerimonie; ma ogni tanto un’adunata di forze fasciste è indispensabile per dimostare agli antifascisti, ai pavidi, che siamo tutti in piedi, pronti a uccidere e a farci uccidere.

Ora avviene l’inverosimile. Dovunque nei tram, nei caffè, nei teatri, nei cinematografi, nei rifugi, nei treni, si critica, si inveisce contro il regime e si denigra non piú questo o quel gerarca, ma addirittura il Duce. E la cosa gravissima è che nessuno piú insorge. Anche le Questure rimangono assenti, come se l’opera loro fosse ormai inutile. Andiamo incontro a giorni che gli avvenimenti militari potrebbero far diventare piú angosciosi.

Difendiamo la nostra rivoluzione con tutte le forze. Basterebbe un mese per quasi capovolgere l’opinione pubblica, e far comprendere all’«Osservatore Romano» che preparare un movimento tipo partito popolare con i suoi articoli politico-sociali è tempo perso.

E poi, caro Presidente, perché non convochi il Gran Consiglio? Lascia che ognuno sfoghi il suo stato d’animo, che ognuno ti dica il suo pensiero. E fa in modo che tutti ritornino rincuorati dalle tue parole.

952–953

In questo contesto varie decisioni prese da Mussolini in questo periodo acquistano una logica diversa da quella, troppo semplicistica, con le quali sono state in genere spiegate. Si capiscono meglio le sostituzioni di Senise con Chierici a capo della polizia, il 14 aprile, quella di Tiengo con Cianetti al vertice del ministero delle Corporazioni, cinque giorni dopo, e, lo stesso giorno, quella di Vidussoni con Scorza. Nessuna di esse, sia ben chiaro, fu provocata solo dagli scioperi che, oltre tutto, erano ormai cessati. A determinarle concorsero infatti, come vedremo nel prossimo capitolo, in maggiore o minore misura anche altre considerazioni. Esse non si spiegano però completamente neppure prescindendo dagli scioperi, dal clima che essi avevano creato nel gruppo dirigente fascista, dalle possibilità che avevano dischiuso all’iniziativa politica farinacciana e dalle reazioni che avevano suscitato in Mussolini. Ché, infatti, non può essere assolutamente escluso che questi, bombardato da un numero via via crescente di rapporti, informazioni, valutazioni piú o meno personali che attribuivano gli scioperi all’iniziativa comunista e ne facevano dunque un fatto essenzialmente politico, abbia per qualche tempo ritenuto di essersi sbagliato nel considerare i lavoratori e gli operai in particolare «buoni» italiani, riconoscenti e fedeli al regime per ciò che esso aveva fatto per loro e che, ferito da ciò, abbia prestato ascolto a ciò che gli veniva riferito e detto e, in conseguenza, abbia anche lui pensato alla necessità, se si fossero ripetuti, di usare senza scrupoli la mano pesante. E ciò tanto piú che in quel momento, dopo aver eliminato alcuni dei personaggi piú invisi agli intransigenti, assumere in prima persona una posizione intransigente voleva dire togliere loro di mano, e in primis a Farinacci, l’arma piú forte della quale disponessero. In questa ottica ci pare impossibile considerare un fatto meramente casuale che egli abbia pronunciato le affermazioni piú negative e dure sugli scioperi del marzo-aprile il 17 aprile, di fronte al direttorio del partito riunito per lo scambio delle consegne tra Vidussoni e Scorza. Sebbene assai lungo, il passo del suo discorso597 dedicato agli scioperi merita di essere citato pressoché integralmente perché solo cosí è possibile un confronto con quello che aveva detto l’11 marzo e con quello che avrebbe detto il 24 giugno:

953–955

Per segnare quali possono e devono essere le direttive nei settori nei quali si svolge la nostra attività, dobbiamo rifarci agli ultimi avvenimenti e precisamente agli avvenimenti della prima decade di marzo, cioè alle agitazioni operaie di Torino e Milano e di altre città minori del Piemonte e della Lombardia.

Questo episodio sommamente antipatico, straordinariamente deplorevole, che ci ha fatto ripiombare di colpo venti anni addietro, bisognava inquadrarlo nell’insieme della situazione internazionale e cioè nel fatto che l’avanzata dei russi pareva ormai irresistibile e che quindi il «baffone» (cosí è chiamato negli ambienti operai Stalin) sarebbe arrivato presto a «liberare» l’Italia…

Ciò detto, per inquadrare il fenomeno italiano nell’insieme degli avvenimenti internazionali, bisogna aggiungere che, quantunque il «volume» del fenomeno non sia stato imponente, sarebbe grave errore sottovalutarne il significato. Il «volume» non è stato imponente. Infatti a Torino non sono stati piú di trenta-quarantamila quelli che hanno scioperato ed a Milano forse altrettanti: in tutta la zona forse centomila. Genova è rimasta al proprio posto di lavoro e bisogna riconoscere che gli operai di Genova, in genere, hanno un fiero senso patriottico. Anche il carattere del fenomeno deve richiamare la nostra attenzione, perché ci sono stati degli scioperi lunghi, degli scioperi bianchi, fermate di dieci minuti, di un’ora, di mezz’ora. Per esempio, a Villar Perosa c’è stato uno sciopero «classico» di quarantotto ore, uno sciopero di tutti e quattromila gli operai che il senatore Agnelli veramente ha beneficato in tutti i modi. Forse non ha fatto altrettanto a Torino; ma Villar Perosa è il paese natale, se non mi sbaglio, del senatore Agnelli e lí gli operai sono in una situazione di assoluto privilegio in confronto a tutti gli altri.

La portata del fenomeno si vede subito non solo dal carattere, ma anche dal fatto che subito vi si è innestata la speculazione politica. Quindi il motivo del disagio economico esistente è apparso giustificare le agitazioni che si sono svolte; viceversa questo motivo è stato preso a pretesto dalle cellule comuniste ed anche da altre cellule piú o meno liberaloidi. Cosí esce fuori tutta la vecchia fauna, la vecchia e miserabile fauna, per agitare le acque dal punto di vista «pace separata», «aumento della razione di pane» (come se noi non avessimo tutto l’interesse ad aumentarla, sempre che lo potessimo), «liberazione degli arrestati» ed altri desiderata del genere.

Questo è quello che si potrebbe definire il quadro clinico dei fatti. Non basta. Ora bisogna farne oggetto della nostra meditazione e vedere se tutti gli organismi hanno funzionato come si doveva. Lo escludo, questo.

Prima di tutto un’agitazione di tal genere non cade dal cielo come un fulmine all’improvviso. Evidentemente, se ci sono delle antenne segnalatrici, sensibili e vibratili, esse avvertono quello che bolle nel sottosuolo e quindi danno l’allarme, premono sul campanello di allarme. E si dice: Attenzione, che qualche cosa si prepara.

Viceversa Roma non è stata avvertita di ciò. Questo pone il problema dell’aderenza degli organismi sindacali alle masse lavoratrici. Bisogna che questa aderenza ci sia, altrimenti ci si trova difronte a queste veramente ingrate e criminose sorprese, le quali hanno messo nel cervello di molti operai la convinzione che, ritornando ai vecchi metodi, si ottiene quanto si vuole ottenere. È inutile creare tanti uffici stampa, è inutile scervellarsi nelle statistiche, è inutile organizzare uffici legislativi, perché tutto ciò esiste: questi sono dei doppioni superflui. Occorre che l’organizzatore sindacale viva in contatto quotidiano con le masse che egli pretende di rappresentare, che abbia il coraggio di sostenerne gli interessi, quando sono giustificati, e di fronteggiarli, quando si vede che sotto il disagio economico c’è la speculazione politica.

A Torino sono accadute cose paradossali. Si sono invitati gli operai a ritornare al lavoro, con un volantino stampato alla macchia. Si dava l’impressione che nessuno avesse il coraggio di firmarsi: il federale di Torino, il podestà di Torino, il prefetto di Torino: qualche sigla ci doveva essere, per assumere la responsabilità di invitare gli operai a riprendere il lavoro. Questo volantino è stato un documento pietoso, non solo nella sostanza, ma soprattutto per il modo con cui è stato diffuso. Sempre a Torino, quando si è saputo che questa gente voleva fare sciopero alle ore 10, si è pensato di non far suonare la sirena; come se questa gente non avesse l’orologio in tasca o al polso. Questi sono i piccoli accorgimenti (cosí si chiamano in linguaggio delicato), ma io li chiamerò trucchi, coi quali si pensa di bordeggiare e di evitare le difficoltà che esistono. Bisogna invece affrontarli direttamente, puntare la prua contro.

Ancora. Il Partito. Il Partito, bisogna riconoscerlo, non è stato all’altezza della situazione, né a Torino, né a Milano. Perché? Perché gli stessi fascisti non hanno avuto una condotta univoca. C’è chi ha scioperato, c’è chi non ha scioperato, c’è chi s’è messo d’accordo con gli scioperanti. Si aveva l’impressione che la sorpresa avesse scoordinato tutto l’apparato locale del Partito. Ad un certo punto si dice: Tutti i fascisti in camicia nera. Ma non s’è detto per quanto tempo, e se ciò era obbligatorio. È stata una voce che s’è diffusa: e allora molti hanno messo la camicia nera, molti no. Anche questo ha dato il senso di una scucitura. I federali sono andati sul posto, e tanto il federale di Torino, quanto il federale di Milano, ma non ho l’impressione che siano riusciti a prendere in mano la situazione. Perché? Perché ad un certo momento si è fatto ricorso ai mutilati di guerra. Pareva che la situazione fosse cosí oscillante che solo i mutilati di guerra, andando in queste officine, richiamando questi signori al dovere di produrre le munizioni mentre i nostri camerati sono impegnati nella battaglia di Tunisia, pareva che soltanto i mutilati avessero prestigio sufficiente per ristabilire la situazione.

Questo è grave! Questo non vuol dire che i mutilati non devono essere chiamati a parlare. Ma si deve evitare che essi siano «quelli che sostituiscono», in quanto il Partito non abbia piú nulla da dire a queste masse.

Soprattutto è da dire questo: che nessuna classe operaia, in nessun Paese del mondo, ivi compresa la Russia, che proprio in questi giorni ha diminuito i salari in tutte le industrie belliche (e gli operai russi hanno accolto ciò con una tacita rassegnazione), nessuna classe operaia ha avuto da nessun regime quello che noi, Paese relativamente povero, abbiamo dato alla classe operaia. E quindi non vi stupirete se io ho dato alle questure ed alle prefetture ordini draconiani.

Altro settore da esaminare: non ho avuto l’impressione che gli organi di Polizia abbiano avuto il mordente necessario. Non ci sono state le schiumature necessarie per farla finita. Non si ottiene un risultato dicendo agli operai «Voi andrete a fare il soldato», come se ciò fosse una punizione, «Voi perderete l’esonero, sarete rispediti ai vostri paesi di origine». Tutto ciò denotava una scarsa aderenza a quelle che erano le direttive di Roma. Se avessero sparato le autoblinde, io avrei assunto subito la responsabilità di ciò. Quando gli operai italiani assassinano gli altri che combattono, io faccio sparare. Questo vi spiega il cambiamento nella Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, del Capo della Polizia. Perché bisogna avere una Polizia fascista. Non l’agente che è fascista, ma il fascista che è agente. Questo farà riflettere molte persone. E non è che il primo passo verso una politica che chiamerò, per il momento, di rigore, salvo ad adottare in un secondo tempo una parola che ha un significato piú duro. E siccome sempre si è detto che noi non abbiamo fatto una rivoluzione (quantunque l’abbiamo fatta profondissima, tale da lasciare un solco) perché non abbiamo esercitato il terrore, evidentemente questi signori ci porteranno anche a questo capitolo. Allora non potranno piú negare che la rivoluzione ha avuto tutti i numeri, tutti gli attributi.

955–956

Come si vede, il discorso di Mussolini si muoveva, per cosí dire, su due piani. Per quel che riguardava piú propriamente gli scioperi, questi erano definiti sí un «episodio straordinariamente deplorevole» e da non sottovalutare assolutamente, ma quantitativamente non imponente, «modesto». Quanto alle sue cause, Mussolini non aveva incertezze, anche se il discorso si faceva qui un po’ contorto: all’origine vi era stato il disagio economico; su esso si era subito innestata «la speculazione politica» delle «cellule comuniste», ma anche di altre «piú o meno liberaloidi»; termine quest’ultimo con il quale non si capisce se il «duce» alludesse ai liberalsocialisti del Partito d’azione o ai frassatiani e, in genere, ad un certo ambiente, soprattutto piemontese, liberaldemocratico rimasto al fondo sempre tale o, piuttosto, al mondo economico e industriale. A questa parte del discorso dedicata agli scioperi e, dunque ai lavoratori (sui quali, si badi, Mussolini non esprimeva alcun giudizio di merito, salvo, forse, attribuire loro, indirettamente, una sorta di irriconoscenza per quanto il fascismo aveva fatto per essi e di incomprensione delle difficoltà economiche di un paese «relativamente povero» come l’Italia a far di piú) ne seguiva una seconda ben piú ampia, circostanziata e dura sui responsabili di quell’«episodio», di coloro che non l’avevano previsto e prevenuto e non avevano saputo fronteggiarlo. E qui nessuno si salvava: i sindacati, per la loro «scarsa aderenza alle masse lavoratrici» e per il loro burocratismo; le autorità locali, per la loro fuga dalle responsabilità; il partito, per non essere stato all’altezza della situazione e non aver avuto nulla da dire alle masse; la polizia, per aver mancato del necessario mordente e per la sua scarsa aderenza alle direttive di Roma.

956–957

Se proprio non vere, queste accuse erano in alcuni casi eccessive e, soprattutto, nel formularle Mussolini trascurava completamente il fatto che in realtà esse si sarebbero potute muovere anche a lui e che, in parte almeno, ciò che egli rimproverava cosí duramente agli altri era la conseguenza delle indicazioni, delle istruzioni che lui aveva dato o non dato loro. Sotto questo profilo il discorso cercava certamente di scaricare sugli altri una serie di responsabilità proprie; cosí come certe affermazioni particolarmente dure circa il «rigore» (cioè l’uso delle armi) necessario di fronte a simili «episodi» appaiono sostanzialmente retoriche – quelle riferite al passato – e di maniera – quelle riferite ad un eventuale ripetersi degli scioperi –, dettate dalla necessità di chiudere preventivamente la bocca ai suoi critici e non farsi scavalcare quanto ad intransigenza da essi. Ché questo, ripetiamo, doveva essere il vero obiettivo di Mussolini: dare soddisfazione agli intransigenti, agli estremisti, ai tedeschi che avevano biasimato l’«incertezza» del comportamento degli italiani e il loro non essere intervenuti «in maniera radicale», sino a concedere loro alcune teste, senza però concedere loro nulla sul piano del potere reale e approfittando dell’occasione per liberarsi di alcuni uomini e promuoverne altri senza che ciò gli creasse dei problemi. Tipici a quest’ultimo proposito sono la promozione di Cianetti da sottosegretario a ministro, con la scusa che un ministero tanto importante come quello delle Corporazioni non poteva essere retto da un ministro malato e la liquidazione il 6 maggio del conte Volpi (sostituito con l’assai meno infido Balella) al vertice della Confederazione degli industriali con l’argomento, tutto formale, che l’allontanamento di Landi dalla Cfli rendeva necessario un cambio della guardia di tutti i presidenti confederali.

Altre spiegazioni del discorso di Mussolini sugli scioperi non se ne possono seriamente dare. Nonostante tutto, Mussolini era ancora troppo buon politico e conosceva troppo bene sia la realtà italiana sia la psicologia, la reattività degli italiani in genere e dei lavoratori in particolare, perché si possa credere che egli avesse pensato o pensasse possibile per il futuro una repressione radicale. In quel momento tutte le sue speranze e i suoi sforzi, come vedremo nel prossimo capitolo, erano orientati nel senso di convincere Hitler ad un accordo con Stalin o, almeno, ad un congelamento del fronte orientale. A quest’ultimo fine già aveva fatto due avances il 9 e il 26 marzo e altri piú espliciti passi pensava di fare nel prossimo futuro. In questa prospettiva per lui tutto finiva per ridursi alla necessità di durare. E per durare il fronte interno doveva rimanere il piú calmo possibile in tutti i sensi e gli estremisti, gli intransigenti non dovevano aver spazio di effettiva manovra. I lavoratori, in particolare, non potevano essere sottoposti a nuovi ulteriori sacrifici, anzi, se possibile, doveva essere fatto qualcosa per alleviare la loro condizione. Una politica di «rigore» nei loro confronti, che non fosse quella di cercare di estirpare i focolai di infezione comunista e antifascista in genere, era quindi impensabile e avrebbe prodotto molti piú guasti che vantaggi. E ciò tanto piú che nel suo intimo Mussolini – checché potesse sembrare egli pensasse – doveva essere convinto che gli scioperi avevano avuto cause essenzialmente economiche598 e che l’«insinuazione» in essi dei comunisti era stato un fatto limitato e, tutto sommato, meno gravido di conseguenze di quanto altri, sinceramente o strumentalmente, asserivano.

957–958

Una conferma di ciò è offerta da quel che egli disse il 24 giugno, nel famoso discorso del «bagnasciuga» e non tanto nel testo poi pubblicato dalla stampa quanto piuttosto in quello effettivamente pronunciato di fronte al Direttorio, in cui il carattere «prevalentemente» economico degli scioperi del marzo-aprile fu da lui affermato senza mezzi termini e in un modo molto piú esplicito di due mesi prima599:

Le masse operaie. I movimenti all’infuori di quei piccoli del marzo, che forse non era il caso di ricordare al Senato con solennità, perché questi movimenti si limitarono a due città, Torino e Milano, e in queste città furono movimenti di carattere prevalentemente economico, non interessarono la totalità delle maestranze. Ci fu un’insinuazione, diremo cosí, un’immissione di elementi comunisti; ma questi avevano invitato gli operai a scendere in Piazza Castello, a Torino, e in Piazza del Duomo, a Milano, per protestare contro la guerra. Ma non uno si è mostrato. Per cui le classi operaie, in fondo, si portano bene. E credo che un nuovo impulso alla vita sindacale convincerà gli operai che veramente il Regime fascista è il miglior Regime che essi si possano attendere in qualsiasi parte del mondo, in qualsiasi epoca del mondo contemporaneo. A questo proposito bisogna che tutti i gerarchi dei sindacati vivano fra gli operai, non «sopra» gli operai, ma «tra» gli operai, non disdegnando i contatti con gli operai. I quali, del resto, quando non siano fuorviati dalle chimere bolsceviche, sono delle bravissime persone, educate, tranquille e che chiedono soltanto di sapere come vanno le cose e di essere convinti.

958

Ma, al di là delle parole, piú significativo è che, nonostante le difficoltà nelle quali versava la finanza statale e le resistenze di Acerbo, sempre ossessionato dalla prospettiva di un ulteriore aumento del tasso di inflazione, con il 21 aprile i salari ebbero effettivamente un aumento. Non certo tale da incidere veramente sulle condizioni di vita dei lavoratori, ma comunque tale da costituire per essi una boccata di ossigeno («la prima cosa che si è dovuta fare è di fissare paghe decenti» disse Cianetti in direttorio il 9 giugno) e da essere, nelle intenzioni del regime, una manifestazione della volontà del regime stesso di farsi carico delle loro piú impellenti necessità.

Infine, connesso in qualche misura (e notevole, se si dà credito a quanto abbiamo visto affermato da Leto) alla situazione determinata dagli scioperi del marzo-aprile e all’atteggiamento di Mussolini in relazione ad essa è il progetto preparato da Cianetti nella prima metà di giugno (e prima approvato con entusiasmo dal «duce» poi, di fronte alla ferma opposizione del ministro di Grazia e giustizia, Alfredo De Marsico, che arrivò a minacciare le dimissioni, lasciato cadere) per realizzare la gestione diretta, mediante la designazione sindacale degli amministratori, delle imprese di particolare importanza bellica. Ma di questo progetto, dei vari modi con cui vedere il suo rapporto con la situazione piú generale di quell’ultimo scorcio di vita del regime e con quella piú particolare conseguente agli scioperi di tre mesi prima è piú opportuno parlare nel prossimo capitolo.

Note


  1. F. Chabod, L’Italia contemporanea (1918-1948), Torino 1961, pp. 99 sg. ↩

  2. Cfr. F. Chabod, L’Italia contemporanea cit., pp. 103 sg. ↩

  3. Ibid., p. 104. ↩

  4. B. Croce, Scritti e discorsi politici (1943-1947), Bari 1963, I, pp. 51 sg. Ma si veda anche, p. 192 (annotazione in data 4 ottobre 1943) che lascia trasparire un travaglio anche maggiore. Cfr. a questo proposito G. Sasso, Per invigilare me stesso. I taccuini di lavoro di Benedetto Croce, Bologna 1989, cap. III, nonché pp. 219 sgg. ↩

  5. Cfr. B. Croce, Scritti e discorsi politici (1943-1947) cit., I, p. 50. ↩

  6. v. De Caprariis, L’Italia contemporanea (1946-1953), in Id., Scritti, Messina 1986, III, p. 107. ↩

  7. Cfr. R. Romeo, L’Italia liberale: sviluppo e contraddizioni, Milano 1987, pp. 26 sgg. e 356 sg. ↩

  8. Ibid., pp. 36 sg. ↩

  9. Cfr. R. Romeo, Idea e coscienza di nazione fino alla prima guerra mondiale, in Id., Italia mille anni, Firenze 1981, pp. 164 sg. ↩

  10. Cfr. R. Romeo, Nazioni e nazionalismi dopo la seconda guerra mondiale, in ID., Italia mille anni cit., p. 174. ↩

  11. Significative testimonianze sull’ideale dei combattenti e, piú in genere, della popolazione italiana e sul loro atteggiamento verso il nemico sono offerte dalla corrispondenza dei militari caduti prigionieri degli italiani. In esse si parla spesso della loro umanità e non mancano addirittura giudizi lusinghieri. Caratteristica è una lettera alla moglie di un tenente inglese, John Leeming, caduto prigioniero col maresciallo dell’aria O. T. Boyd, di cui era aiutante. In essa si legge tra l’altro: «dopo un anno dalla pace, io credo che il popolo inglese non sarà piú odiato; e con gli Italiani, che in fondo sono gente che non nutriscono odi, e ne’ tampoco sono vendicativi, si potrebbe trascorrere una buona vita; se la pace, come spero, sarà leale e giusta, i due popoli potranno ritornare amici» (ACS, Min. Marina, Gabinetto, 1934-50, b. 641, fasc. 15, «Relazione sull’andamento generale del Servizio censura della R. Marina sulla corrispondenza e sulle tele-comunicazioni durante il mese di Febbraio 1941-A.XIX», f. 17). ↩

  12. U. Spirito, Guerra rivoluzionaria cit., p. 62. ↩

  13. Cfr. per esempio P. Piovani, Moralità della guerra totale, in «Libro e moschetto», 27 marzo 1943. ↩

  14. Cfr. a proposito di questa integrazione A. Aquarone, Alla ricerca dell’Italia liberale, Napoli 1972, pp. 335 sg. ↩

  15. Per un quadro d’insieme cfr. D. Cofrancesco, Il mito europeo del fascismo (1939-1945), in «Storia contemporanea», gennaio-febbraio 1983, pp. 5 sgg. ↩

  16. Cfr. F. Orestano, Guerra di sistemi, in «Nuova Antologia», 16 maggio 1940, riprodotto in ID., Verso la nuova Europa, Milano 1941, pp. 367 sgg. ↩

  17. Cfr. Mussolini il duce, I, pp. 409 sgg.; nonché M. A. Ledeen, L’internazionale fascista, Bari 1973. ↩

  18. Tipico è il caso dell’ondata di nazionalismo scatenatasi dopo la sconfitta della Grecia e che indusse anche coloro che a palazzo Chigi erano contrari ad una politica di larghe annessioni («l’opinione pubblica è sempre piú compatta per la Dalmazia» annotava preoccupato Luca Pietromarchi nel suo diario il 16 aprile 1941) a spese della Jugoslavia a far tacere i loro scrupoli. ↩

  19. Sull’effetto di delegittimazione nei regimi autoritari e totalitari cfr. G. Sartori, Parties and party sistem, New York 1976, pp. 132 sg. ↩

  20. Cfr. in particolare H. Tajfel, Gruppi umani e categorie sociali, Bologna 1985, pp. 82 sgg. ↩

  21. Cfr. S. Colarizi, La seconda guerra mondiale e la Repubblica, Torino 1984, p. 116. ↩

  22. A. C. Jemolo, Anni di prova, Vicenza 1969, p. 136. Spunti in questo senso non privi d’interesse emergono anche dalla ricerca di L. Passerini, Torino operaia e fascismo. Una storia orale, Bari 1984, pp. 133 sg., nonché pp. 157 sg. ↩

  23. Cfr. Mussolini il duce, II, pp. 813 sgg. ↩

  24. Cfr. tra gli altri C. Alvaro, Quasi una vita. Giornale di uno scrittore, Milano 1951, p. 241; B. Tecchi, Vigilia di guerra 1940, Milano 1946, p. 44; G. Devoto, La parentesi. Quasi un diario, Firenze 1974, p. 56 e soprattutto G. Pintor, Doppio diario 1936-1943, Torino 1978, p. 72, forse il piú aderente alla realtà. ↩

  25. N. Revelli, L’ultimo fronte. Lettere di soldati caduti o dispersi nella seconda guerra mondiale, Torino 1971, p. XLIV. ↩

  26. Cfr. G. Amendola, Storia del Partito comunista italiano 1921-1943, Roma 1978, pp. 416 e 427. ↩

  27. Cfr. per esempio P. Calamandrei, Diario 1939-1945, a cura di G. Agosti, Firenze 1982, I, pp. 185, 189, 194 sgg. (14-25 giugno 1940). ↩

  28. Cfr. S. Valitutti, Gli italiani e la seconda guerra mondiale, in «Nuovi studi politici», ottobre-dicembre 1983, p. 32. ↩

  29. B. Croce, Pagine sparse, III: Pagine sulla guerra, Napoli 1919, p. 11. ↩

  30. Cfr. F. Malgeri, La Chiesa italiana e la guerra (1940-1945), Roma 1980. ↩

  31. Tipico il caso della pastorale per la Quaresima del 1941 del vescovo di Cremona Giovanni Cazzani. Per il ministero dell’Interno essa, presentando la guerra come «un grande castigo di Dio» per tutti i popoli e per l’umanità, tanto da dover essere annoverata tra le calamità naturali mandate da Dio per l’espiazione delle colpe commesse dai popoli, e dando di quella in atto una visione «rappresentata e drammatizzata» con i toni piú foschi, assumeva il carattere prevalente di una «manifestazione politica» in contrasto con la politica del regime e tale da deprimere gli animi, che le esortazioni finali ai fedeli ad accettare cristianamente, con rassegnazione e spirito di «penitenza riparatrice», i sacrifici imposti dalla guerra, all’adempimento del dovere e alla preghiera non valevano a modificare. Per il vescovo era vero invece tutto il contrario. Come scrisse alla segreteria di Stato, la prima parte della pastorale non era che l’esposizione della secolare dottrina cattolica tradizionale, «la quale poi nel caso mio va interpretata al lume delle conseguenze e applicazioni fatte nella seconda parte, tutte rivolte a incoraggiare e ad animare i cittadini a compiere con generosa fortezza il proprio dovere. Difatti da quanto mi riferiscono parroci e laici, so che serve molto ad acquietare e confortare gli animi e a sostenerli in mezzo ai sacrifici della guerra... Occorre rendersi conto della psicologia cristiana del nostro popolo, al quale presentando, come faccio io, la guerra, come un castigo meritato un po’ da tutti, pure gravando anche sugli innocenti, e quindi come volontà di Dio, si persuade meglio che in qualunque altro modo ad accettarla come inevitabile ed affrontarla con fedeltà e fortezza» (ASMAE, Affari politici, Santa Sede, b. 55, 1941, fasc. «Stampa cattolica»). ↩

  32. Cfr. ivi, un carteggio del febbraio-aprile 1941 tra il ministero dell’Interno e quello degli Esteri in merito a tre pastorali di vescovi (di Cremona, Segni e Mazara del Vallo). Secondo l’Interno le pastorali contenevano gravi affermazioni a carattere «essenzialmente e prevalentemente politico», in contrasto con la politica del regime e tali da comportare provvedimenti. Secondo gli Esteri, invece, le pastorali, pur contenendo spunti «inopportuni» e «censurabili nella sostanza», ne contenevano però anche altri «tutt’altro che riprovevoli» e non intendevano «porsi deliberatamente contro le direttive del Regime», sicché – tenuto anche conto che le pastorali in questione erano le uniche, su oltre 280 pubblicate, che avevano dato adito a rilievi e che la Santa Sede era disposta ad intervenire sui vescovi laddove si fossero rese opportune «correzioni e modificazioni» delle loro pastorali – era meglio non drammatizzare la questione e risolverla in via conciliativa, senza mettere il Vaticano in condizione di doversi appellare al rispetto dell’articolo 2 del Concordato. ↩

  33. ASMAE, Affari politici, Santa Sede, b. 55, 1941, fasc. «Stampa cattolica». ↩

  34. Cfr. F. Malgeri, La Chiesa italiana e la guerra cit., pp. 26 sgg. ↩

  35. Sui cappellani militari durante la seconda guerra mondiale manca qualsiasi studio. Significativi elementi sono comunque desumibili dalla «Rivista del Cappellano Militare», mensile dell’Ordinariato militare, e dalla raccolta delle «Comunicazioni d’Ufficio ai Cappellani Militari» edite dalla Curia Castrense. Da esse risulta un atteggiamento non solo accesamente patriottico, ma di piena adesione agli obiettivi della guerra. In uno «spunto» per la celebrazione del settantunesimo genetliaco di Vittorio Emanuele III pubblicato nel fascicolo dell’ottobre 1940 della rivista a firma Franco Franchi si legge, per esempio: «Per la quinta volta chiamato dal Re Vittorioso ad impugnare le armi, il popolo italiano aggiornerà con le sue conquiste le tavole dell’Impero, assicurando l’integrazione territoriale, l’indipendenza politica ed economica della nostra piú grande Patria e creando una nuova civiltà europea basata sulla giustizia sociale». E giusto un anno dopo, nella stessa rivista, l’ordinario militare in persona, l’arcivescovo Angelo Bartolomasi, rivolgendosi ai cappellani, «soldati di Cristo e della Patria», li incitava a ricordare le «concise ed incisive parole del Duce: “È lo spirito che doma la materia; è lo spirito che crea l’eroismo e la santità; è lo spirito che sta dietro le baionette ed i cannoni; è lo spirito che ai popoli che se la meritano, come il nostro, dà la vittoria e la gloria”. Cosí Egli parlava a Bologna il 26 ottobre 1936-XIV; cosí Egli esaltava le vittorie dello spirito». Per un panorama degli argomenti piú usati dai cappellani militari cfr. Mons. Solero, Dio e patria, Torino 1942. ↩

  36. Cfr. l’«appunto» della segreteria di Stato all’ambasciatore Attolico n. 2444/41, in data 30 marzo 1941 in ASMAE, Affari politici, Santa Sede, b. 55, 1941, fasc. «Stampa cattolica». ↩

  37. Per i testi delle due note, cfr. ASMAE, Affari politici, Santa Sede, b. 48, 1940, fasc. «Rapporti politici Italia - Santa Sede»; per la crisi apertasi nel 1938, cfr. Mussolini il duce, II, pp. 129 sgg. ↩

  38. Cfr. ADSS, IV, p. 237. ↩

  39. Gli attacchi de «Il regime fascista» crebbero d’intensità e violenza con gli ultimi giorni dell’agosto 1940. Le accuse piú ricorrenti alla Santa Sede furono di aver spinto il Belgio alla guerra per compiacere gli ebrei e il loro «agente» in America e «tramite» col Vaticano, l’arcivescovo di New York Spellman e di esser un covo di spie e di torbidi nemici del fascismo e del regime. Particolarmente preso di mira da Farinacci, che aveva in Vaticano un suo informatore nella persona di un ex redattore dell’«Osservatore romano», i cui rapporti trasmise qualche volta anche a Mussolini (ACS, Ambasciata tedesca, b. 1), era il conte Dalla Torre. Tali attacchi, in cui non mancavano neppure pesanti allusioni allo stesso pontefice e ad alcuni suoi stretti collaboratori piú invisi a Farinacci, come monsignor G. B. Montini, furono oggetto di varî passi e proteste della segreteria di Stato. A seguito di uno di essi, particolarmente fermo, l’ambasciatore Attolico il 13 settembre 1940 comunicò al cardinal Maglione che gli attacchi «non sono stati né sono affatto negli intendimenti del Regio Governo» e che pertanto gli articoli de «Il regime fascista» erano stati segnalati al ministro della Cultura popolare «per un intervento nel senso desiderato dalla Santa Sede». Dopo quest’assicurazione gli attacchi per un certo periodo diminuirono di numero, ma non cessarono, per riprendere con rinnovato vigore nel giugno 1941 (cfr. ADSS, IV, pp. 119, 127 sg., 135 sg., 138 sg., 146, 147, 163, 191, 320, 530 sg., 531 sg., 539 sgg., 549, 567 sg., 574). ↩

  40. Il 5 gennaio 1941 Attolico riassunse questa sua proposta e i sondaggi sino allora da lui fatti in Vaticano in un «appunto» per Ciano che fu visto personalmente anche da Mussolini:

    «L’azione che, su istruzioni impartitemi a proposito della stampa cattolica, ho svolto in Vaticano in questi ultimi giorni, si è innestata su altra e piú lata azione che io stavo svolgendo già da tempo presso la Santa Sede, intesa ad ottenere un orientamento, se non una presa di posizione del Clero italiano in senso nazionale, se necessario anche al di fuori della stessa Santa Sede, organo ecclettico ed universale tenuto, come tale, ad un contegno che può talora non coincidere con l’interesse italiano.

    Nei colloqui infatti che ho avuto in questi ultimi tempi in Segreteria di Stato ed anche in due recenti udienze concessemi dal Papa, traendo sempre argomento da circostanze contingenti, ho cercato di portare la Santa Sede a considerare la necessità di modificare la situazione attuale.

    Non ho mancato di sottolineare in questi colloqui quale diversa ispirazione tragga la coscienza cattolica di altri Paesi attraverso le parole infiammate di patriottismo o di un Cardinale Primate o di un qualsiasi altro Prelato autorizzato a parlare a nome del Clero nazionale.

    A poco a poco ritengo che questa idea sia venuta – nello spirito dei dirigenti vaticani – a maturare, tanto che il Sostituto Segretario di Stato Monsignor Montini, si è l’altro ieri espresso con me nel senso che la soluzione desiderata potrebbe essere forse trovata attraverso un organismo nazionale, capace di arrivare per capillarità fino ai Parroci, dal quale i cattolici italiani possano trarre l’ispirazione e l’insegnamento necessario. Questo organismo difficilmente potrebbe però, secondo Monsignor Montini, essere creato ex novo, anche perché tra l’altro si troverebbe nella impossibilità di funzionare immediatamente.

    Monsignor Montini crede che la sola organizzazione religiosa italiana – a base prettamente nazionale – già esistente e che potrebbe svolgere quella rapida ed efficace azione nelle masse cattoliche da me auspicata, sarebbe l’Azione Cattolica.

    Sembra – per sondaggi indiretti da me perseguiti e fatti compiere anche dal Comm. Babuscio Rizzo – che lo stesso Cardinale Maglione non sarebbe alieno dal dare sviluppo a questa idea, la cui attuazione presenterebbe i seguenti vantaggi:

    • 1) La riforma operata dall’attuale Papa (e che è bene ripeterlo fu da noi incoraggiata, anzi desiderata) escludendo del tutto l’elemento laico ha portato l’Azione Cattolica italiana alla diretta dipendenza dei Vescovi. Possibilità quindi di una azione capillare in quanto, per il fatto medesimo della gerarchia ecclesiastica, gli stessi parroci sarebbero tenuti a collaborare con i Vescovi anche in questo campo.
    • 2) A capo dell’Azione Cattolica Italiana è preposta una Commissione di tre Cardinali presieduta dal Cardinale Lavritrano Arcivescovo di Palermo. Questi potrebbe assumere, agli effetti nazionali, quella funzione che in altri Stati ha, ad esempio, il Cardinale Primate.
    • 3) Verrebbe fondamentalmente risolta la questione dell’ACI alla quale si imprimerebbe cosí un carattere apertamente nazionale.

    L’articolo superiormente segnalatomi del «Nuovo Cittadino» mi ha dato modo di accentuare le pressioni in questo senso e di tornare stamane sull’argomento con lo stesso Cardinale Segretario di Stato al quale il Comm. Babuscio Rizzo – che lo ha visto per altri motivi – ha mostrato l’articolo in questione. Premetto che il Cardinale Maglione è restato visibilmente sorpreso e dispiaciuto della pubblicazione. È stato quindi facile al Consigliere di riaccennare al problema piú generale di una maggiore collaborazione del Clero italiano, specie in questo momento, alla vita della Nazione.

    Il Cardinale Maglione non sarebbe, ripeto, alieno egli stesso dal perseguire l’idea in questione e, pur mantenendo, sull’argomento, il dovuto riserbo non si dimostra contrario ad imprimere alla predetta Associazione un attivismo in senso nazionale.

    Una qualche cosa sembrerebbe quindi possibile in tale direzione.

    Prima tuttavia di incoraggiare la Santa Sede a maturare questa idea, io pregherei farmi conoscere se un nuovo orientamento che venisse impresso all’ACI e che facesse assumere alla Associazione un carattere nazionale e patriottico sarebbe superiormente gradito.

    È mio rimesso parere che noi avremmo ora la possibilità di far entrare definitivamente in linea l’Azione Cattolica, attraverso di essa esercitando sopra i circa 25 mila parroci italiani, quell’azione che credessimo piú opportuna ai fini nazionali» (ASMAE, Affari politici, Santa Sede, b. 52, 1941, fasc. «Azione cattolica»).

    Allo stato della documentazione è assai probabile che l’idea sia stata lasciata cadere per volontà di Mussolini. A parte la sua ostilità di fondo verso l’Azione cattolica, il «duce», in quelle settimane, era particolarmente irritato – come Ciano disse sia al cardinale Maglione, il 9 novembre 1940, sia al nunzio, monsignor Borgongini Duca, il 17 gennaio 1941 (cfr. ADSS, IV, pp. 237 e 346) – con il Vaticano che accusava di star diventando dopo i rovesci italiani in Grecia sempre piú anglofilo, piú restio a tenere a freno la stampa parrocchiale e diocesana e, piú in genere, troppo tiepido nel sostenere ed orientare lo spirito pubblico dei cattolici italiani. Una opinione quest’ultima che, del resto, doveva essere condivisa sostanzialmente anche da Attolico, che in due rapporti dell’8 e del 10 gennaio 1941 definí l’appello indirizzato da monsignor Colli all’Azione cattolica in occasione del nuovo anno non proprio «appassionato» e specificò che tutto quello che le sue sollecitazioni avevano ottenuto era stato che esso rinnovasse almeno l’esortazione ai cattolici a compiere il dovere a ciascuno assegnato dalle pubbliche autorità con spirito di sacrificio e perfetta disciplina, esortazione già contenuta nell’appello pubblicato in occasione dell’entrata in guerra dell’Italia, mentre aveva trovato da parte del cardinal Maglione un fermo rifiuto all’inclusione in esso di qualsiasi riferimento «a speciali nuove congiunture» (ASMAE, Affari politici, Santa Sede, b 52, 1941, fasc. «Azione cattolica» e, per l’appello di monsignor Colli «L’avvenire d’Italia», 11 gennaio 1941). ↩

  41. La trattativa, segretissima e autorizzata da Mussolini dopo molte perplessità e pressioni – pare soprattutto del ministro Thaon di Revel – si concluse nel luglio 1942 con la redazione dell’elenco degli organismi vaticani ai quali veniva concessa l’«agevolazione» tributaria e cioè: le Congregazioni del Sant’Offizio, Concistoriale, per la Chiesa orientale, del Concilio, dei Religiosi, della Propaganda Fide (con le sue Opere dipendenti per la Propagazione della Fede e di San Pietro apostolo per il clero indigeno), dei Seminari ed Università di Studi (caldeggiata anche da Bottai) e della Reverenda fabbrica di San Pietro, la Penitenzieria Apostolica, il Supremo Tribunale della Segreteria apostolica, la Sacra romana rota, la Cancelleria, la Dataria e la Camera apostolica, la segreteria di Stato, l’Amministrazione dei beni della Santa Sede e l’Amministrazione speciale della Santa Sede e, infine, l’Istituto per le opere di religione. ↩

  42. Cfr. R. Moro, I cattolici italiani di fronte alla guerra fascista, in La cultura della pace dalla Resistenza al Patto Atlantico, Ancona 1988, pp. 78 sgg. ↩

  43. Ibid., p. 93. ↩

  44. Cfr. ibid., pp. 78 sg. con le acute osservazioni su alcune suggestioni e speranze che dovettero contribuire a tale repentina conversione, come quella che dalla vittoria dell’Asse sarebbe nata una «nuova civiltà» e che la presenza italiana avrebbe reso possibile il formarsi di una egemonia di stati cattolici in grado di impedire nella «nuova Europa» quella nazista: «Sembrava ci fosse un senso come “provvidenziale” nel fatto che Dio avesse posto in ginocchio una civiltà marcia e corrotta come quella della democrazia francese: alle “gesta Dei per Francos” non andavano forse ora sostituite le “gesta Dei per Germanos”? Né questo fu atteggiamento solo dei cattolici italiani. Non aveva lo stesso Teilhard de Chardin giustificato la vittoria tedesca in una lettera del 2 agosto 1940 come manifestazione di un’energia e di uno spirito superiore? In questo quadro i nazisti potevano essere visti come gli “angeli neri”, come i nuovi barbari portatori di una civiltà antindividualistica e totalitaria, forse pericolosa dal punto di vista cristiano, ma che certo aveva il futuro per sé e di fronte alla quale compito dei cattolici era quello di “partecipare” e di cristianizzare. Né mancavano nell’estate del ’40 considerazioni piú propriamente politiche a indicare nella “nuova Europa” dell’Asse, accanto al pericolo del predominio tedesco, la precisa speranza di una rinascente egemonia, al seguito di una vittoriosa Italia mussoliniana, di un “blocco” di paesi ormai dichiaratamente cattolici come la Francia, la Spagna, il Portogallo, l’Ungheria. Se ad essi si fossero aggiunti i “ricostituendi” Belgio e Olanda e l’aumentato peso numerico e quindi politico dei cattolici nella compagine stessa del Reich, nella quale dopo austriaci e cecoslovacchi erano entrati ora anche polacchi e alsaziani, il quadro europeo avrebbe avuto una profonda evoluzione. Non poteva anche qui la Provvidenza avere aperto la strada ad una “nuova Europa” unita sotto il segno cristiano? » ↩

  45. Cfr. R. Moro, I cattolici italiani di fronte alla guerra fascista cit., pp. 95 sg. ↩

  46. Cfr. «Comunicazioni d’Ufficio ai Cappellani Militari», giugno 1943, circolare n. 4. ↩

  47. Tipici in questo senso sono vari suoi telegrammi a podestà, prefetti e interventi tramite il ministero dell’Interno, quali – per fare qualche esempio – i seguenti:

    19 agosto 1941 —— (tel. ai prefetti) «Terreno dei campi di corse, fatta eccezione delle piste, dei campi di golf, del tiro a segno, tutto deve essere coltivato».

    6 luglio 1942 —— (a Buffarini Guidi) «Ordinate una improvvisa e simultanea ispezione a tutti gli alberghi di Torino – a cominciare da quelli di lusso – dove, al solito «si trova tutto». Intere famiglie vivono all’albergo per il suddetto edificante motivo».

    26 luglio 1942 —— (al ministero dell’Interno, a seguito di una intercettazione telefonica) «A Montecatini si mangia carne tutti i giorni. Controllo immediato».

    (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ord. (1922-1943), b. 278, fasc. 500014, «Min. Interno»). ↩

  48. A tutt’oggi non si dispone di cifre precise relative alle perdite durante la seconda guerra mondiale. Secondo i dati dell’Ufficio storico dello S.M. Esercito, dal 10 giugno 1940 all’8 settembre 1943 l’esercito avrebbe avuto 132 912 morti, 115 000 feriti e 129 675 dispersi. Nel 1915-18 i morti furono 680 000 e i feriti 1 050 000. Cfr. AUSSME, Rep. L. 10, Racc. 99, fasc. 4. Cifre parzialmente diverse in ISTAT, Morti e dispersi per cause belliche negli anni 1940-45, Roma 1957, dove sono forniti dati per arma di appartenenza e grado e per fronti, nonché quelli relativi alle perdite civili. ↩

  49. Il razionamento dei generi di prima necessità fu introdotto con notevole ritardo (un po’ a causa della convinzione che la guerra sarebbe finita di lí a poco, un po’ per la mancanza di reale preparazione tecnica) e tra polemiche sotterranee, in particolare da parte del PNF che propendeva per un rigido controllo dei prezzi e dei consumi esercitato dai propri organi centrali e periferici. Inizialmente fu vietato l’uso del caffè (interamente d’importazione e le cui scorte furono riservate alle forze armate) e il razionamento fu applicato allo zucchero, sapone, grassi commestibili, farina, paste alimentari, riso. Limitazioni furono successivamente introdotte per la vendita di altri generi, carni, legumi, olio, formaggi. Sorte nel marzo 1941 le prime difficoltà nel contingentamento dei cereali da pane e aggravatesi nel successivo mese di maggio (soprattutto per gli approvvigionamenti di Napoli, della Puglia e della Sicilia) fu finalmente approntato uno studio sulla situazione alimentare e sulla necessità di introdurre un razionamento piú sistematico. Sebbene trasmesso a fine maggio a Mussolini, questo studio si tradusse in legge solo a fine settembre, allorché il Consiglio dei ministri approvò il razionamento del pane. Mussolini, che presentò personalmente il provvedimento abbinandolo a quello sulla nominatività dei titoli (la cui approvazione fu però rinviata ad altra seduta per le obiezioni sollevate da vari ministri, tra cui Ciano, Grandi e Gorla), lo giustificò cosí:

    «È giunto il momento di prendere un provvedimento grave: quello del tesseramento del pane. È un provvedimento che è destinato ad avere una profonda ripercussione su tutto il popolo ma ormai esso si è reso necessario, anzi, indilazionabile, perciò ho deciso di adottarlo prendendo su di me tutte le responsabilità che potranno derivarne. Andrà in vigore il 1º ottobre prossimo, vale a dire ben sedici mesi dopo l’inizio della nostra partecipazione alla guerra. Forse abbiamo aspettato troppo ad attuarlo.

    Non mi sarei persuaso a prendere una cosí grave decisione se non vi fossi stato costretto dal cattivo comportamento di una parte degli italiani, da quegli agricoltori che non hanno portato il grano agli ammassi.

    Mentre nell’Italia Settentrionale le consegne hanno raggiunto percentuali molto alte e nella Lombardia altissime, col 98%, mano mano che si discende verso il Sud le percentuali diminuiscono fino a ridursi in Sicilia a solo il 26%.

    Questa renitenza alla consegna costringerà tutti gli italiani ad avere il pane razionato, come del resto è avvenuto anche durante la prima guerra mondiale. La razione sarà per ora di 250 grammi al giorno per persona ma nella prossima primavera potrà pure ridursi a 200 grammi, a meno che si verifichino particolari circostanze favorevoli, sulle quali peraltro è prudente non fare affidamento.

    Personalmente sono convinto che il tesseramento potrà contribuire a mantenere la disciplina e vi confesso che sto meditando il proposito di renderlo permanente, anche quando, dopo la fine della guerra, sarà ritornata l’abbondanza, perché dovete mettervi in testa che questa guerra non sarà l’ultima che vedremo ma sarà seguita, a distanza piú o meno breve, da altre guerre. [...]

    Quanto vi espongo, piaccia o no, è la pura e nuda realtà, se ne devono trarre perciò le logiche deduzioni. È necessario conservare in efficienza, sempre, non solo la macchina militare ma tutta la struttura della nazione la quale deve essere inquadrata nei ranghi e controllata dalla mattina alla sera, perché, soltanto quando

    è nei ranghi la popolazione si mantiene disciplinata mentre appena la si abbandona a sé stessa diventa una massa amorfa accessibile a tutte le debolezze. […]

    La giornata d’oggi è dedicata ai provvedimenti impopolari. Il tesseramento del pane farà mugugnare tutti gli italiani, specialmente il popolo, l’introduzione della nominatività obbligatoria per i titoli industriali solleverà la piú fiera opposizione dei ceti plutocratici. Perciò ho abbinato i due provvedimenti».

    A questo provvedimento seguí un generale riordino dei servizi che sino allora si erano occupati della complessa materia, che vennero unificati presso il ministero dell’Agricoltura; come ha osservato il Rasi, «in sostanza la distribuzione fu regolata attraverso due forme: il tesseramento individuale e il contingentamento provinciale. I due sistemi, pur proponendosi le stesse finalità, si ispiravano a differenti criteri informativi in quanto il primo prescindeva dagli abituali consumi regionali, mentre il secondo si basava invece su di essi. La tendenza nel tesseramento fu tuttavia quella di tener conto, ove possibile, delle consuetudini regionali nella composizione qualitativa della razione; il contingentamento manteneva in vita le differenze regionali dei consumi e, in caso di riduzione, questa veniva applicata nella stessa misura proporzionale per le varie province».

    Successivamente fu introdotto anche il razionamento dei prodotti tessili di abbigliamento e di arredamento, delle calzature e di altri prodotti di pelle e cuoio.

    I risultati complessivi non furono però affatto positivi, sia per le deficienze alla produzione (che, tra l’altro, costrinse ad una diminuzione, dal 15 marzo 1942, della razione del pane a 150 grammi e a un progressivo aumento dell’indice di abburattamento dello stesso) sia per l’irregolarità dei rifornimenti, sicché nel corso del 1942 e nei primi mesi del 1943 la disciplina della produzione, della distribuzione e dei consumi dovette essere sottoposta a una serie di modifiche.

    Cfr. per tutti questi problemi, in generale, G. Rasi, La politica economica e i conti della nazione cit., pp. 194 sgg. e 222 sgg., e, per l’aspetto piú propriamente alimentare, V. Ronchi, Guerra e crisi alimentare in Italia cit.; nonché, per il discorso di Mussolini in Consiglio dei ministri (27 settembre 1941), G. Gorla, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., pp. 242 sg. ↩

  50. Secondo le stime della Confederazione fascista dei lavoratori dell’industria, nella prima metà del 1942 i generi tesserati costituivano solo il 40 per cento (sceso al 30 per cento nella seconda metà dell’anno) del minimo alimentare necessario. Cfr. G. Parlato, Sviluppo, progetti e realizzazioni delle organizzazioni dei lavoratori nella politica del regime dal 1930 al 1943, in ID., Il sindacalismo fascista, II: Dalla «grande crisi» alla caduta del regime (1930-1943), Roma 1989, p. 156. Da un confronto statistico del ministero dell’Agricoltura su alcune province campione, i consumi annui per abitante di pane e generi da minestra (in chilogrammi) sarebbero variati dal 1939 al 1942 nel modo seguente:

    Pane / 1939 —— Pane / 1942 —— Generi da minestra —— Generi da minestra / 1939 —— Generi da minestra / 1942 —— Pane / 1939 —— Pane / 1942 —— Generi da minestra —— Generi da minestra / 1939 —— Generi da minestra / 1942

    Torino —— 95 —— 55 —— pasta —— 22,0 —— 7 200 —— Napoli —— 99,4 —— 55 —— pasta —— 52,2 —— 25 200

    riso —— 5,1 —— 16 800 —— riso —— 4,7 —— 4 800

    Pavia —— 83 —— 55 —— pasta —— 9,4 —— 7 200 —— Salerno —— 52,3 —— 55 —— pasta —— 38,5 —— 25 200

    riso —— 11,4 —— 16 800 —— riso —— 2,9 —— 4 800

    Roma —— 101,7 —— 55 —— pasta —— 39,1 —— 16 800 —— Catania —— – —— – —— pasta —— 30,9 —— 27 600

    riso —— 7,3 —— 7 200 —— riso —— 3,6 —— 2 400

    ACS, Min. Agricoltura e Foreste, Alto Commissariato per l’alimentazione, s. V, b. 62. ↩

  51. Confronta tabella alla pagina seguente. ↩

  52. La crescente deficienza di mano d’opera e il moltiplicarsi delle attività per la mobilitazione civile e, piú in generale, connesse allo stato di guerra, ebbero la conseguenza di costringere il regime a distaccarsi via via sempre piú (anche, specialmente Mussolini, molto a malincuore) dalla sua tradizionale concezione della donna «sposa e madre» da difendere in tutti i modi dalle deleterie conseguenze della civiltà «moderna» e a lasciare piú spazio anche alle tendenze in atto nella gioventú femminile fascista che già da vari anni sosteneva che alle donne dovesse essere data la possibilità di avere una maggiore partecipazione alla vita produttiva e politica. Allargate le maglie, l’unica richiesta alla quale il regime rimase sino alla sua fine intransigentemente contrario fu quella di costituire reparti femminili militari o militarizzati. Cfr. M. Fraddosio, Aspetti della militanza femminile nel fascismo: dalla mobilitazione civile alle origini del Saf nella Repubblica Sociale Italiana, in «Storia contemporanea», novembre-dicembre 1989, pp. 1105 sgg. e specialmente pp. 1146 sgg. ↩

  53. Cfr. in generale F. Albertario, La situazione economica dell’agricoltura, Roma s.d., pp. 35 sgg.; M. Toscano, Agricoltura cit., pp. 50 sgg. Per maggiori elementi cfr. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ord. (1922-1943), fasc. 509 381, «Confederazione Fascista Lavoratori dell’Agricoltura», Cfla, «Disponibilità e fabbisogno della mano d’opera agricola nelle annate 1941-42» (studio). Dalla «Situazione politico-economica del Regno al 31 marzo 1941-XIX», redatta dalla Direzione Generale della P.S., risulta che i lavoratori agricoli già nei primi mesi del 1941 manifestavano una «netta tendenza a trasferirsi nell’industria» sia per i salari notevolmente superiori che potevano percepirvi, sia perché era cosí piú probabile potessero ottenere l’esonero dal servizio militare. Dalla stessa relazione risulta che la disoccupazione permaneva elevata tra gli edili (per la quasi paralisi che colpiva il settore), i portuali (salvo quelli del basso Adriatico e di Napoli avvantaggiati dai trasporti militari), il personale alberghiero e soprattutto quello degli addetti al commercio. A proposito del settore commerciale vi si legge:

    «Gli squilibri della produzione industriale si ripercuotono inevitabilmente sul commercio interno, contribuendo a quella depressione che da molto tempo lo colpisce. Ma altrettanta importanza vi hanno la sempre minore potenzialità d’acquisto dei consumatori, le difficoltà dei trasporti, le coercizioni di ogni genere che gli sono imposte, l’artificialità delle quali è in contrasto con le naturali leggi economiche. Per di piú, l’incessante susseguirsi di disposizioni proibitive, permissive, derogative, in aggiunta o in contrasto alle precedenti, non sempre accessibili alla mentalità della maggioranza, ha posto i commercianti nella condizione che essi stessi non sanno, in molti casi, come debbano regolarsi. Il disagio maggiore investe gli esercizi pubblici che, sebbene alleviati di parte delle imposizioni fiscali, fanno pochissimi affari e cercano di tirare avanti alla meno peggio per non rinunziare alla licenza di polizia e le macellerie costrette ad una attività talmente limitata da non coprire le spese di gestione. Ma anche gli altri attraversano un periodo difficile, da cui si salvano soltanto i grandi magazzini a prezzi standardizzati, ai quali affluisce il pubblico oggi orientato verso l’articolo economico anche se di qualità corrente. Tuttavia in quest’ultimo tempo si è manifestata nei consumatori una certa tendenza all’acquisto di generi d’abbigliamento non strettamente necessari, per tema di ulteriori rincari e rarefazioni. Anche per gli oggetti preziosi si nota una maggiore facilità di smercio, dovuto al fatto che le persone piú agiate cercano d’investire il loro denaro per evitare il danno di ulteriori deprezzamenti della moneta» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., Statistiche, b. 4). ↩

  54. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ord. (1922-1943), fasc. 500 011/II. Lo stesso prospetto registra per il medesimo periodo un aumento in Germania del 7 e dell’8 per cento, in Inghilterra del 27 e 20 per cento e in Svizzera del 29 e 36 per cento. ↩

  55. Cfr. G. Parlato, Il sindacalismo fascista cit., II, p. 148. ↩

  56. Cfr. B. Barbieri, I consumi nel primo secolo dell’Unità d’Italia 1861-1960, Milano 1961, pp. 61 sgg. ↩

  57. Secondo l’ISTAT, Annuario statistico italiano 1944-48, p. 367, l’indice dei prezzi medi nazionali al minuto dei principali generi alimentari avrebbe registrato il seguente andamento (per il 1942 con la lettera A indicato l’esponente per i generi acquistati con carta annonaria e con la lettera B l’esponente di quelli acquistati senza carta annonaria):

    1939 —— 1940 —— 1941 —— 1942 / A —— 1942 / B —— 1939 —— 1940 —— 1941 —— 1942 / A —— 1942 / B

    Pane —— 108 —— 117 —— 116 —— 117 —— 524 —— Burro —— 117 —— 145 —— 179 —— 182 —— 560

    Pasta —— 108 —— 114 —— 132 —— 130 —— 478 —— Lardo —— 95 —— 120 —— 149 —— 183 —— 778

    Riso —— 104 —— 115 —— 119 —— 121 —— 483 —— Uova —— 110 —— 146 —— 228 —— 352 —— 528

    Farina di frumento —— 106 —— 116 —— 112 —— 112 —— 601 —— Latte —— 104 —— 119 —— 144 —— 182 —— 342

    Farina di granoturco —— 114 —— 134 —— 138 —— 139 —— – —— Zucchero —— 100 —— 109 —— 112 —— 117 —— 225

    Patate —— 128 —— 183 —— 219 —— 298 —— 417 —— Conserva —— 111 —— 151 —— 165 —— 231 —— 292

    Fagioli —— 133 —— 204 —— 233 —— 262 —— 616 —— Vino —— 107 —— 123 —— 202 —— 233 —— 298

    Carne bovina —— 98 —— 121 —— 143 —— 151 —— 505 —— Ortaggi —— 103 —— 130 —— 177 —— – —— 256

    Pesce fresco —— 108 —— 135 —— 183 —— – —— 251 —— Frutta fresca —— 110 —— 131 —— 188 —— – —— 236

    Formaggio da cond. —— 109 —— 129 —— 165 —— 186 —— 568 —— Frutta secca —— 108 —— 133 —— 183 —— – —— 283

    Olio —— 109 —— 128 —— 140 —— 188 —— 733 —— Sale —— 100 —— 100 —— 100 —— 100 —— – ↩

  58. Per tutelare in qualche misura il potere d’acquisto dei salari, i sindacati e in particolare il piú attivo e importante tra essi, quello dei lavoratori dell’industria, piuttosto che su aumenti retributivi, difficilmente ottenibili (sia perché in contrasto con il blocco dei prezzi, dei salari e dei servizi deciso in sede governativa, sia per le resistenze e ostilità che una tale richiesta avrebbe incontrato da parte dei datori di lavoro, che, se mai, preferivano concedere miglioramenti salariali non generalizzati e sotto altra veste: premi, prestiti fittizi, ecc.) e considerati da piú parti pericolosi perché avrebbero messo in moto una pericolosa spirale inflazionistica che ne avrebbe annullato i vantaggi per i lavoratori, puntarono negli anni della guerra prima sul rigido rispetto del blocco dei prezzi, poi – rivelatasi tale linea del tutto inadeguata – col 1941 su miglioramenti extrasalariali e di tipo previdenziale (che in alcuni casi, una volta stabilito il precedente, furono successivamente concessi ad altre categorie di lavoratori, dipendenti dello Stato, impiegati, piú raramente contadini), quali, a piú riprese, l’aumento e l’estensione degli assegni familiari, premi di operosità, gratifiche, integrazione dei salari oltre le quaranta ore, cassa integrazione guadagni per i lavoratori ad orario ridotto, nonché revisione delle categorie e passaggio dei lavoratori a quelle piú «pesanti», moltiplicazione delle mense aziendali (in modo da far avere ai lavoratori razioni alimentari superiori e far loro risparmiare un pasto quotidiano), ecc. Sui sindacati fascisti negli anni della guerra manca qualsiasi studio di tipo scientifico. Per un quadro sintetico cfr. G. Parlato, Il sindacalismo fascista cit., II, pp. 141 sgg. ↩

  59. C. Vannutelli, Occupazione e salari dal 1861 al 1961, in L’economia italiana dal 1861 al 1961. Studi nel 1º centenario dell’Unità italiana, Milano 1961, p. 570. ↩

  60. Cfr. G. Parlato, Il sindacalismo fascista cit., II, pp. 148 sg. ↩

  61. Cfr. soprattutto ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Segreteria part. del Capo della polizia, Senise, bb. 5-10; Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., Statistiche, b. 4; Dir. gen. P.S., Div. Affari gen. e ris. 1920, 1923-45, bb. 48-58, «Rapporti dei questori (1941-42)». Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., Categorie permanenti, A 5 G: Seconda guerra mondiale, bb. 412-14, fasc. 89, «Rapporti giornalieri al Duce»; Dir. gen. P.S., Div. polizia politica, b. 226; Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-43), bb. 164-75 («Promemoria» mensili «per il Duce»); Min. Cultura popolare, Gabinetto, bb. 191-97; Min. Marina, Gabinetto, bb. 220, 224, 251, 336 (Relazioni mensili sul servizio censura), NAW, Collection of italian military records, I.T., 1079 (Relazioni del SIM sul servizio censura).

    Uno studio sistematico di questi fondi non è mai stato affrontato; sondaggi a carattere generale sono stati condotti in essi da S. Colarizi, La seconda guerra mondiale e la Repubblica cit.; relativamente numerose sono state le utilizzazioni per ricerche a carattere locale, mai comunque estese a tutti i fondi disponibili, cfr. per esempio L. Marrocu, Aspetti dello spirito pubblico in Sardegna durante la seconda guerra mondiale (1939-1943), in «Archivio sardo del movimento operaio, contadino e autonomistico», dicembre 1974, pp. 48 sgg.; Il fronte interno a Firenze 1940-1943. Lo spirito pubblico nelle «informazioni fiduciarie» della polizia politica, a cura di R. Martinelli, Firenze 1989; Disfattismo e «mormorazioni» nel primo anno di guerra, a cura di R. Giacomini, in «Storia e problemi contemporanei», gennaio-giugno 1989, pp. 117 sgg. Gli studi su aspetti particolari che piú li hanno utilizzati sono quelli relativi alla censura militare e civile; cfr. in particolare L. Rizzi, Lo sguardo del potere, Milano 1984; A. Cignitti - P. Momigliano Levi, La censura postale di guerra in Valle d’Aosta 1940-1945, Aosta 1987. ↩

  62. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., Statistiche, b. 4. ↩

  63. I bombardamenti aerei alleati sull’Italia nel periodo che qui ci interessa sono stati oggetto di alcuni studi, sia in generale, sia in riferimento ad alcune città. Cfr. G. Bonacina, Obiettivo: Italia. I bombardamenti delle città italiane dal 1940 al 1945, Milano 1970; S. Nicolosi, La guerra a Catania, Catania 1983; A. Stefanile, I cento bombardamenti di Napoli. I giorni delle Am-lire, Napoli 1968; C. Brizzolari, Genova nella seconda guerra mondiale (1938-1945), Genova 1982². Nessuno però si è servito della ricca documentazione della quale stiamo parlando e che contiene notizie di grande importanza per ricostruire le conseguenze economiche, sociali e politiche dei bombardamenti. ↩

  64. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., Statistiche, b. 4. ↩

  65. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ord. (1922-1943), fasc. 500.005/IV, «Ministero delle Corporazioni». ↩

  66. Cfr. Annuario statistico italiano 1944-48, pp. 314 sgg. Sempre secondo i dati ISTAT (ivi, p. 315), l’andamento complessivo dei depositi a risparmio e dei conti correnti presso le varie aziende di credito e le casse postali fu (in milioni di lire) il seguente: 1939: 72 003 (depositi a risparmio) e 22 516 (conti correnti); 1940: 83 381 e 28 553; 1941: 105 041 e 38 559; 1942: 134 283 e 46 525. ↩

  67. Cfr. ivi, p. 314. ↩

  68. Ad un livello del tutto diverso, quello del mercato finanziario, gli anni 1940-42 furono caratterizzati da un andamento tutto sommato non molto diverso. Il valore dei titoli (in milioni di lire) scambiati fu:

    Titoli a reddito fisso —— Azioni —— Totale

    1939 —— 716,7 —— 9 120,1 —— 9 837,1

    1940 —— 730,4 —— 10 818,4 —— 11 549,7

    1941 —— 809,5 —— 14 125,3 —— 14 934,9

    1942 —— 3 223,8 —— 3 039,4 —— 6 263,2

    La «Rilevazione sul mercato finanziario nell’anno 1942», redatta nei primi mesi del 1943 dalla Confederazione fascista delle aziende del credito e dell’assicurazione non solo riassume chiaramente l’andamento generale del mercato finanziario, ma lascia intendere sia lo stato d’animo e le preoccupazioni dei piú degli acquirenti, sia come i crollo del mercato azionario (già in difficoltà a causa della sempre piú difficile situazione economica) fu, in parte almeno, voluto dalle autorità finanziarie governative per favorire un piú ampio collocamento di Buoni del Tesoro sempre piú necessario per alimentare le finanze nazionali. In essa si legge tra l’altro:

    «L’andamento del mercato finanziario in questi tre anni di guerra può riassumersi in tre periodi, ognuno dei quali presenta una fase diversa.

    Nel primo (1940-1941) si ha una corsa sfrenata all’acquisto dei valori immobiliari e industriali con l’accaparramento di titoli azionari che raggiunse il suo punto culminante nel settembre 1941; in questa campagna al rialzo dei titoli azionari non si badava piú al dividendo distribuito, e taluni titoli raggiungevano un livello non certo in relazione al loro reddito, con un tasso di capitalizzazione inferiore anche al 2 per cento.

    Nel secondo periodo (1941-1942) si ha la rivincita della lira col progressivo e costante aumento dei titoli di Stato che raggiungono il massimo nell’ottobre 1942. Le opportune ed esplicite dichiarazioni del Duce e del ministro delle Finanze per la difesa della lira, le assicurazioni dal Ministro ai milioni di sottoscrittori, che negli ultimi 8 anni hanno sottoscritto per 210 miliardi, che se vi saranno riguardi fiscali questi saranno loro riservati, richiamavano l’attenzione dei risparmiatori sui titoli di Stato verso i quali si manifestava una notevole corrente di acquisti con una lusinghiera ripresa dei corsi.

    Il terzo periodo, iniziatosi subito dopo la fase di depressione verificatasi nell’ultimo trimestre 1941, in seguito al provvedimento riflettente la nominatività dei titoli azionari, provvedimento che deve esser considerato, indipendentemente dalle norme di carattere tributario in esso contenute, come un ulteriore sviluppo della politica finanziaria seguita dal Governo, ed una nuova pratica affermazione della volontà dello stesso di difendere la lira, trovava la Borsa con un’attività scarsa, ma con indizi di lenta ripresa; dai 10 mila titoli trattati nella prima riunione dell’annata nella Borsa di Milano, il volume degli scambi migliorava costantemente fino a raggiungere un livello quasi normale a fine gennaio. I numerosi aumenti di capitale di quelle società che prima della scadenza del termine fissato per il 31 dicembre 1941, si sono avvalse della facoltà concessa dagli art. 30 e 31 del R.D.L. 19 ottobre 1937 n. 1729 e della Legge 18 aprile 1941 n. 277, deliberando alcuni trasferimenti di riserve a capitale mediante emissione di azioni gratuite ed altre l’emissione di azioni gratuite ed a pagamento, per l’ammontare complessivo di circa un miliardo, riuscivano a rianimare il mercato per tutto il mese di gennaio.

    In seguito un nuovo disagio si manifestava nel mercato azionario, anche per l’effetto della ritardata pubblicazione delle norme per il trasferimento dei titoli nominativi, con conseguente diminuzione dell’afflusso del risparmio verso i titoli azionari; mentre si rinnovava una vera corsa verso altri investimenti di beni reali ed in particolare verso le proprietà immobiliari e fondiarie che raggiungevano, specie le ultime, prezzi tali da suscitare preoccupazioni per l’avvenire dell’agricoltura.

    Interveniva allora tempestivamente, come sempre, il Duce, col suo memorabile discorso del 26 marzo ai dirigenti delle Banche popolari e che ebbe nelle Borse una notevole ripercussione.

    Il 31 marzo venivano pubblicate le norme integrative al R.D.L. 25.10.1941, ma la crisi di assestamento e di adattamento al nuovo regime imposto dalla nominatività dei titoli, che doveva ritenersi esaurita con tale pubblicazione, non cessava; la riluttanza di alcune categorie di risparmiatori a voler intestare i propri titoli, faceva sí che persino i diritti di opzione venivano ceduti a prezzi inferiori alla parità derivante dalle rispettive quotazioni dei singoli titoli. Affluivano invece verso i titoli di Stato le disponibilità in cerca d’impiego, e la sottoscrizione ai Buoni novennali 5 per cento scadenza 15 aprile 1951 raggiungeva i 24 miliardi e 541 milioni di lire; cifra senza precedenti nella storia finanziaria del Paese e superiore di 4 miliardi e 311 milioni all’importo delle sottoscrizioni raccolte nel settembre 1941.

    Lo stato di disagio del mercato azionario si accentuava ancor piú dopo il decreto del 2 maggio che dichiarava indisponibili i maggiori utili derivanti dalla guerra, e che dovranno essere investiti in speciali Buoni del Tesoro al 3 per cento; a questo decreto seguiva il R.D.L. 21.5.1942 riflettente la disciplina degli aumenti di capitale che estendeva le nuove disposizioni anche agli aumenti di capitale già deliberati, e che aveva per effetto la sospensione dell’operazione da parte delle società che già avevano fissato la data dell’aumento.

    Cessate col 30 giugno le ultime contrattazioni dei titoli al portatore, il mercato iniziava il nuovo regime di nominatività con un’attività scarsissima, anche perché pochissimi cercavano di disfarsi dei titoli per i quali avevano ormai affrontato la nominatività.

    Ma alla riapertura delle Borse dopo le ferie estive il mercato si rianimava e nella prima settimana di settembre si raggiungeva alla Borsa di Milano un quantitativo giornaliero di circa 30 000 azioni scambiate.

    Il 7 settembre il Ministero delle Finanze riduceva il tasso dei Buoni del Tesoro ordinari dal 5 per cento al 4 per cento, e subito dopo la nuova emissione di Buoni novennali al 4 per cento apportava allo Stato ben 24 miliardi e 958 milioni di lire, con un maggior gettito di 453 milioni sull’emissione precedente.

    La riduzione del tasso dal 5 al 4 per cento veniva col 1º ottobre estesa anche ai Buoni postali di risparmio per i primi due anni.

    Tali riduzioni favorivano l’investimento in titoli di Stato che nell’ottobre raggiungevano un livello che non trova riscontro nell’ultimo ventennio. Ma contemporaneamente si manifestava un nuovo rialzo nei valori industriali con lo spostamento di molte quotazioni, alcune delle quali superavano persino i massimi registrati nel settembre 1941. Cause princiali di questo nuovo rialzo la evidente accresciuta larghezza di mezzi finanziari, solo in parte assorbita dai prestiti di guerra, gli ostacoli all’acquisto di beni immobiliari e fondiari, la quasi impossibilità di impiegare le disponibilità liquide in nuove fabbriche, il divieto di aumenti di capitale.

    Ad arginare questa nuova corsa al rialzo dei titoli azionari, compare il decreto 1316 in data 21.11.1942 che impone l’obbligo a chiunque comperi, sia a contanti che a termini, titoli azionari quotati in Borsa, di impiegare in Buoni del Tesoro, serie speciale 3 %, una somma eguale al prezzo dei titoli stessi.

    L’esteso collocamento di tali Buoni non è certo tra gli scopi del provvedimento; perché anzi la efficacia di questo si misurerà dalla limitazione che porrà agli acquisti azionari e quindi dal limitato collocamento dei Buoni stessi. Esso mira, come i provvedimenti precedenti, ad indirizzare i capitali agli investimenti in titoli di Stato valendosi dell’elemento di coercizione indiretta che consiste nel rendere impossibili o quasi, gli investimenti alternativi.

    Comunque le ripercussioni sono state immediate, e l’attività del mercato si è completamente annullata con quotazioni puramente nominali per la quasi totalità delle azioni, e qualche ribasso per poche altre; sole attività il mercato dei diritti d’opzione, esonerati dall’obbligo d’investimento in Buoni 3 %, scambiati a prezzi superiori alla parità derivante dalle rispettive quotazioni dei titoli, e lo scambio di cartelle fondiarie e di obbligazioni che raggiungevano, specie queste ultime, prezzi difficilmente superabili.

    L’anno finanziario si chiudeva con lo scambio giornaliero di poche centinaia di azioni, quasi tutte nella Borsa di Milano, e con quotazioni puramente nominali per la quasi totalità dei titoli» (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ord. (1922-1943), fasc. 545 727, «Roma, Conf. Fasc. delle Aziende di Credito e dell’Assicurazione»). ↩

  69. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Segr. part. del Capo della Polizia, b. 6, fasc. 70. ↩

  70. Secondo l’Istat, Sommario di statistiche storiche italiane 1861-1955, p. 90 il numero dei protesti, che nel 1939 era stato di 1 262 615 per 914 milioni di lire, discese nel 1940 a 1 011 216, per 827 milioni, nel 1941 a 577 724 per 599 milioni, nel 1942 a 297 627 per 540 milioni.

    Analogo andamento ebbero anche i fallimenti, cfr. ivi. ↩

  71. Cfr. Istat, Annario statistico sull’agricoltura italiana 1939-1942, pp. 34 sgg.; Svimez, Statistiche sul Mezzogiorno d’Italia 1861-1952, pp. 152 sg. sulla base dei quali è stata costruita la tabella a pagina seguente. ↩

  72. Cfr. la Relazione finale di G. Lorenzoni alla Inchiesta [dell’Inea] sulla formazione della piccola proprietà coltivatrice nel dopoguerra, Roma 1938. ↩

  73. Secondo l’Istat, Sommario di statistiche storiche italiane 1861-1955, p. 89, il numero complessivo degli atti di vendita stipulati dal 1939 al 1942 ebbe il seguente andamento:

    Terreni —— Terreni con fabbricati —— Fabbricati

    1939 —— 217 827 —— 48 884 —— 110 077

    1940 —— 184 306 —— 36 081 —— 92 019

    1941 —— 199 392 —— 51 319 —— 122 610

    1942 —— 188 361 —— 46 076 —— 126 440 ↩

  74. Società per azioni (capitali in milioni di lire).

    1939 / numero —— 1939 / capitali —— 1939 / % capitali —— 1940 / numero —— 1940 / capitali —— 1940 / % capitali

    Fino a 10 000 —— 3 669 —— 31,3 —— 0,05 —— 4 004 —— 34,1 —— 0,09

    Da 10 001 a 25 000 —— 1 427 —— 27,2 —— 0,04 —— 1 599 —— 30,4 —— 0,04

    Da 25 001 a 50 000 —— 2 337 —— 100,9 —— 0,17 —— 2 625 —— 113,4 —— 0,18

    Da 50 001 a 100 000 —— 2 641 —— 236,9 —— 0,42 —— 2 837 —— 255,0 —— 0,41

    Da 100 001 a 250 000 —— 2 937 —— 543,8 —— 0,96 —— 3 218 —— 598,6 —— 0,98

    Da 250 001 a 500 000 —— 3 198 —— 1 288,1 —— 2,28 —— 3 476 —— 1 405,7 —— 2,30

    Da 500 001 a 1 000 000 —— 2 883 —— 2 391,8 —— 4,26 —— 3 383 —— 2 835,1 —— 4,64

    Da 1 000 001 a 5 000 000 —— 2 378 —— 6 057,3 —— 10,76 —— 2 429 —— 6 194,3 —— 10,15

    Da 5 000 001 a 10 000 000 —— 433 —— 3 398,1 —— 6,04 —— 448 —— 3 510,7 —— 5,75

    Da 10 000 001 a 25 000 000 —— 316 —— 5 447,9 —— 9,69 —— 313 —— 5 430,0 —— 8,90

    Da 25 000 001 a 50 000 000 —— 132 —— 4 779,6 —— 8,50 —— 138 —— 4 926,1 —— 8,07

    Da 50 000 001 a 100 000 000 —— 80 —— 6 137,1 —— 10,91 —— 80 —— 6 461,4 —— 10,60

    Da 100 000 001 a 250 000 000 —— 43 —— 7 188,7 —— 12,78 —— 46 —— 7 653,3 —— 12,55

    Da 250 000 001 a 500 000 000 —— 17 —— 6 591,0 —— 11,72 —— 18 —— 6 889,0 —— 11,30

    Oltre 500 000 000 —— 14 —— 12 047,8 —— 21,42 —— 16 —— 14 662,8 —— 24,04

    Totale —— 22 805 —— 56 267,5 —— 100,00 —— 24 639 —— 61 010,9 —— 100,00

    Fonte: Annuario statistico italiano 1944-48, p. 345.

    1941 / numero —— 1941 / capitali —— 1941 / % capitali —— 1942 / numero —— 1942 / capitali —— 1942 / % capitali

    4 561 —— 39,8 —— 0,05 —— 3 553 —— 30,7 —— 0,04

    1 724 —— 33,0 —— 0,04 —— 1 395 —— 26,6 —— 0,03

    2 899 —— 125,6 —— 0,18 —— 2 365 —— 102,8 —— 0,14

    3 089 —— 279,1 —— 0,42 —— 2 379 —— 214,5 —— 0,30

    3 577 —— 664,5 —— 0,99 —— 2 431 —— 414,8 —— 0,58

    3 040 —— 1 473,4 —— 2,18 —— 3 640 —— 1 628,8 —— 2,31

    3 867 —— 3 312,0 —— 4,89 —— 4 408 —— 3 779,8 —— 5,37

    2 596 —— 6 515,2 —— 9,62 —— 2 451 —— 6 164,8 —— 8,76

    455 —— 3 577,7 —— 5,28 —— 438 —— 3 434,5 —— 4,88

    326 —— 5 622,4 —— 8,30 —— 334 —— 5 710,0 —— 8,11

    138 —— 5 058,5 —— 7,47 —— 134 —— 4 929,7 —— 7,01

    90 —— 6 907,4 —— 10,19 —— 87 —— 6 704,1 —— 9,53

    52 —— 8 714,6 —— 12,86 —— 53 —— 8 693,3 —— 12,35

    23 —— 8 759,1 —— 12,93 —— 24 —— 8 913,8 —— 12,66

    16 —— 16 703,5 —— 24,60 —— 17 —— 19 665,0 —— 27,93

    27 062 —— 67 785,8 —— 100,00 —— 23 709 —— 70 444,4 —— 100,00 ↩

  75. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 171, fasc. 37, «Promemoria per il Duce» dei CCRR per il marzo 1942. ↩

  76. Cfr. ivi, b. 170, fasc. 36 (febbraio 1942). ↩

  77. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., Statistiche, b. 4. ↩

  78. Su di esse cfr. R. Giacomini, Manifestazioni pacifiste e sovversivismo popolare nei primi anni di guerra, in La cultura della pace dalla Resistenza al Patto Atlantico cit., pp. 145 sgg. e 163 sgg.; e piú in generale S. Colarizi, La seconda guerra mondiale e la Repubblica cit., pp. 128 sgg. ↩

  79. Tipico in questo senso è il caso di Parma, dove nel pomeriggio del 16 ottobre 1941 da tre a quattrocento donne inscenarono una manifestazione sotto il Palazzo del governo al grido «vogliamo pane per i nostri figli». Nel rapporto dei carabinieri si legge: «Nella Provincia di Parma il tesseramento del pane ebbe regolarmente inizio il 1º Ottobre 1941, tant’è vero che la sera del 30 Settembre c.a. dall’Autorità locale di P.S. venne disposto ed attuato un servizio d’ordine perché si temevano proteste da parte della popolazione.

    Per difetto nella distribuzione delle tessere supplementari del pane, l’applicazione del tesseramento non venne in effetti applicato; anzi il Prefetto fece dare ordine ai fornai di largheggiare nella distribuzione del pane e ciò per evitare un piú vivo malcontento nelle classi lavoratrici che, senza la carta supplementare, avrebbero avuto distribuito solo 200 gr. di pane a persona.

    Di tale tolleranza si sono anche avvalse le persone che non ne avevano diritto.

    Non appena le carte supplementari vennero distribuite nella quasi totalità (dico quasi perché anche oggi non sono state ancora tutte consegnate) l’Eccellenza il Prefetto, con sua circolare in data 11 Ottobre c.a., raccomandò ai Podestà della Provincia che non si poteva ammettere piú alcuna tolleranza e pertanto col successivo giorno 13 il razionamento ebbe la sua integrale applicazione e la cittadinanza di Parma ebbe la razione di pane che le spettava a norma di legge» (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 128, «Note informative riservate (1941-43)», nota-rapporto in data 31 ottobre 1941). ↩

  80. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., 1941, b. 58, fasc. K1B-15, sottofasc. «Vercelli», relazione del questore in data 27 settembre 1941. ↩

  81. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 167, fasc. 30, «Promemoria per il Duce» dei CCRR per il mese di agosto 1941. ↩

  82. Alcune agitazioni verificatesi negli ultimi mesi del 1941 e all’inizio del 1942 ebbero origine dalle nuove disposizioni sulla macinazione del grano assegnato ai produttori o dalla chiusura di un certo numero di piccoli mulini attraverso i quali questi sfuggivano talvolta ad esse. Tipico il caso di quella inscenata a Cagnano Varano, nel Foggiano, il 1º dicembre 1941 da circa quattrocento donne «e pochissimi uomini» «appartenenti, in massima parte, a famiglie di piccoli produttori» (cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., 1941, b. 51, fasc. K1B-15, sottofasc. «Foggia», relazione del questore in data 26 dicembre 1941). ↩

  83. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), bb. 171-74. ↩

  84. Cfr. P. Melograni, Storia politica della grande guerra 1915-1918, Bari 1969, pp. 329 sgg.; R. De Felice, Ordine pubblico e orientamenti delle masse popolari italiane nella prima metà del 1917, in «Rivista storica del socialismo», settembre-dicembre 1963, pp. 467 sgg. ↩

  85. La documentazione disponibile mostra che i vertici della polizia avevano piena consapevolezza dei rischi che sarebbero potuti derivare da una repressione troppo severa e indiscriminata. Ciò spiega perché il numero delle donne arrestate (quasi tutte per atti di violenza o perché note per i loro precedenti) e persino di quelle fermate (che venivano in genere rilasciate dopo la fine dei disordini) fu assai inferiore a quello registrato nel 1916-17 e ancor piú basso fu quello delle sentenze di condanna. In vari casi Senise dette istruzioni ai questori perché prevenissero le cause di malcontento «che potrebbero originare perturbamenti dell’ordine pubblico», ricorrendo a «quei provvedimenti che si palesino caso per caso opportuni», e – se messi nella necessità d’intervenire – lo facessero «sempre con tatto, con prudenza e specialmente con urbanità di modo perché non avvengano spiacevoli incidenti suscettibili di indisporre ed esasperare il pubblico e provocare dannosi perturbamenti». Le prime istruzioni in questo senso, della fine del 1940, furono diramate in riferimento a possibili incidenti per le file presso i negozi di generi alimentari e di generi sottoposti a tesseramento, contestualmente a quella sull’«assoluta necessità» di «stroncare decisamente ogni manifestazione di disfattismo politico ed economico» e di punire «esemplarmente» «vociferatori», «propagatori di notizie allarmistiche», «nemici palesi e occulti della Patria e del Regime», accaparratori e «ogni genere di speculatori» (cfr. ACS, Min. Interno, Gabinetto, Ufficio cifra, Tell. in partenza, 1940, n. 85348). ↩

  86. Le relazioni prefettizie, di polizia in genere e dei carabinieri sono a questo proposito ricche di notizie e talvolta di riferimenti a casi specifici. «I consumatori, di ogni categoria sociale, affollano i negozi, evidentemente timorosi che le merci possano sempre piú rarefarsi o mancare», «il commercio al minuto liquida le scorte esistenti a prezzi sempre maggiori, sostituendole parzialmente con generi sempre piú scadenti»; «è generale la tendenza ad una sempre crescente maggiorazione dei prezzi dei generi di libero commercio, per la ingorda speculazione di avidi commercianti e negozianti che, allettati dall’enorme superiorità delle richieste rispetto alla disponibilità, vendono sottomano a clienti di loro scelta che pagano a qualsiasi prezzo e danno assoluto affidamento di riservatezza, concorrendo in tal modo, pur di avere di che alimentarsi, a frustrare le disposizioni e l’azione della Polizia»: considerazioni come queste e tutta una serie di altre sul malcontento che ciò suscitava nel paese sono in esse all’ordine del giorno. ↩

  87. Molti commercianti di generi alimentari, per esempio, trassero cospicui guadagni dalla vendita di prodotti «medici» messi sul mercato per eludere le disposizioni che vietavano la produzione di dolciumi e simili. ↩

  88. Cfr. Mussolini, XXXI, p. 49. ↩

  89. I «promemoria per il Duce» dei CCRR sono particolarmente ricchi di annotazioni in proposito. Ne citiamo, a mo’ di esempio, solo tre:

    1º luglio 1941 —— «Negli ambienti impiegatizi statali è vivamente sentito il desiderio che sia presa in esame anche la loro situazione economica. Invero il disagio di queste categorie è effettivamente molto sensibile».

    novembre 1941 —— «In conseguenza del costante aumento dei generi, le categorie a reddito fisso si trovano in stato di particolare disagio. / Il recente provvedimento che fa obbligo di denunciare i redditi superiori alle 24 000 lire è motivo di preoccupazione specialmente fra coloro che hanno numerosa famiglia a carico e superano di poco la suddetta aliquota. Pernsano costoro che se venisse loro ridotta la razione del pane e della pasta, come molti prevedono, non potrebbero integrare questi alimenti con altri generi a causa del loro prezzo elevato».

    7 febbraio 1942 —— «Crescente malumore nelle categorie a reddito fisso, specie tra gl’impiegati».

    ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), bb. 166, fasc. 29, 169, fasc. 33, 170, fasc. 35. ↩

  90. Cfr. F. Cazzola, Della corruzione. Fisiologia e patologia di un sistema politico, Bologna 1988, pp. 36 e 41. ↩

  91. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., Statistiche, b. 4. La «Situazione» al 31 dicembre 1942 è in data 13 gennaio 1943. ↩

  92. I reati contro la disciplina annonaria e dei consumi furono col 1941 in continuo aumento. Dall’aprile al dicembre 1941 le denunce all’autorità giudiziaria per «sottrazione di merci al normale consumo», «alterazione della disciplina dei consumi», maggiorazione dei prezzi, nonché per semplice inosservanza della disciplina dei consumi (questi ultimi oggetto in un primo momento solo di contravvenzioni) furono circa 52 000. Da aprile a settembre su 23 658 denunce vi furono 19 896 condanne e 3711 assoluzioni. Le contravvenzioni furono 16 376, le condanne a pene detentive (in genere per maggiorazione dei prezzi) furono 3221, delle quali 1545 a meno di un anno, 49 a piú di un anno e 127 a piú di tre anni. Il maggior numero delle condanne fu pronunciato dalle Corti d’appello di Milano (2936), Roma (2169), Napoli (2083), Torino (1987), Palermo (1377), Genova (1352), Venezia (1302), Bologna (1170), Firenze (1026). Di fronte al numero sempre crescente dei reati e al moltiplicarsi nella stampa fascista, specialmente provinciale, giovanile e corporativa, delle critiche alla magistratura, accusata di scarsa severità nella repressione di questo tipo di reati e di seguire criteri troppo dissimili nel comminare le pene (cfr., per esempio, «Il Lambello» 10 maggio 1941, «Il Bargello», 25 maggio 1941, «Il Ferruccio», 10 giugno 1941, «Il Maglio», 8 ottobre 1941), il 10 novembre 1941 D. Grandi inviò a tutti i magistrati una circolare riservata per invitarli ad una interpretazione piú rigorosa e restrittiva della legge 8 luglio 1941 che regolava la materia e, in particolare, a non concedere piú la libertà condizionale e provvisoria e a ridurre le pene pecuniarie a vantaggio di quelle detentive. Purtroppo non abbiamo trovato dati significativi sui procedimenti del 1942-43 cosí da valutare gli effetti di questo giro di vite. L’unica cosa sicura è che il numero delle denunce, dopo una iniziale battuta d’arresto, continuò ad aumentare (Archivio Grandi, b. 127, fasc. 183, sottofasc. 3 e 6). ↩

  93. Nonostante il progressivo discredito a cui andarono incontro, le autorità statali e in particolare quelle prefettizie godettero sino al 25 luglio 1943 di maggior prestigio di quelle fasciste (del PNF cioè), al punto che anche coloro che richiedevano con piú insistenza l’adozione di drastici provvedimenti contro gli accaparratori e i «borsari neri» giudicavano però negativamente le violenze squadriste (che la Direzione generale della P.S. definiva a sua volta «pregiudizievoli» non solo all’ordine pubblico ma anche allo «spirito pubblico») messe in atto specialmente dal febbraio 1941 in poi in varie località dall’intransigentismo fascista e da certe federazioni del partito per le quali «borsa nera» e accaparramento erano tout-court manifestazioni di antifascismo e di disfattismo. ↩

  94. Cfr. a quest’ultimo proposito quanto scrivevano i CCRR nel «Promemoria per il Duce» relativo al settembre 1941, alla vigilia cioè dell’introduzione del razionamento del pane: «Esaminata nei suoi profili generali, la situazione interna può considerarsi in uno stato di transizione conseguente all’insieme dei provvedimenti economici in corso di applicazione.

    Come sempre avviene in questi periodi di adattamento, numerosi e non sempre benevoli sono i commenti.

    Notevole però il fatto che le critiche investano specialmente gli organi centrali, ai quali si attribuisce di non essere stati tempestivi ed organici nell’emanazione delle disposizioni che disciplinano l’economia di guerra. Sono molti coloro che, sia pure in forma assai cauta e guardinga, attribuiscono ai predetti organi l’asprezza delle restrizioni testé imposte, per non avere preso in esame e convenientemente disciplinato tutto il complesso economico della Nazione al momento opportuno in rapporto alle disponibilità e alla durata del conflitto (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 168, fasc. 31). ↩

  95. Ivi, b. 174, fasc. 42. ↩

  96. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., 1941, b. 54, fasc. K1B-15, sottofasc. «Padova», rapporto in data 31 luglio 1940. ↩

  97. ACS, PNF, Situazione delle provincie, fasc. «Milano», 14 agosto 1940. In un altro rapporto, pressoché contemporaneamente, il 12 agosto, la Legazione svizzera a Roma, riferendo a Berna sulla «situazione interna della Penisola», la riassumeva «dal punto di vista spirituale» con la seguente formula, invero un po’ eccessiva, come, in genere, sono tutti i giudizi e le valutazioni dei diplomatici neutri, ma filo britannici, del 1940-41: «Non si sente questa guerra. Non vi è alcun vero entusiasmo. Grandi strati della popolazione cominciano a disinteressarsi alle notizie della guerra» (ASMAE, Segreteria generale, Gabinetto, p. 274 (rapporto intercettato).

    Per quel che riguarda Milano (che però costituisce un caso per vari aspetti atipico), un altro rapporto informativo del PNF del 3 ottobre riferiva:

    «Da giorni pare accentuarsi a Milano una tendenza pessimista circa gli avvenimenti bellici; e ciò devesi attribuire al fatto che mentre fino a poco tempo addietro era quasi generale la convinzione che la guerra avrebbe potuto risolversi presto, oggi invece sono pochi coloro che pensano a una pronta fine della guerra, ed è subentrata nei piú la convinzione che la guerra continuerà a lungo e certamente si protrarrà per questo prossimo inverno.

    Senza entrare sulla fondatezza o meno di questi giudizi e di queste opinioni, una cosa risulta in modo evidente e cioè che il pubblico qui a Milano sembra preoccupato delle conseguenze di una lunga guerra e dei sacrifici che si dovranno incontrare nell’inverno per l’inevitabile razionamento e tesseramento e l’inevitabile rarefazione di generi di prima necessità. Ovunque e nelle piú svariate classi sociali è dato sentire espressioni che documentano come nonostante l’andamento favorevole delle operazioni belliche sia in Inghilterra che nel Mediterraneo e in Africa, cominci a farsi strada e intensificarsi una certa irrequietezza, una certa insofferenza di tutti quei provvedimenti e di quelle restrizioni che il governo è obbligato a prendere conformemente alle esigenze dell’attuale situazione. E quel che piú conta, cominciano a riapparire commenti e velate imprecazioni contro i Tedeschi quasi che la Germania Nazista sia stata a volere e scatenare la guerra». ↩

  98. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., 1940, b. 10/F, fasc. C1-A6, sottofasc. «Situazione politica ed economica», appunto in data 30 ottobre 1940. ↩

  99. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 164, f. 23, «Promemoria per il Duce» dei CCRR relativo al dicembre 1940. ↩

  100. Archivio Grandi, b. 128, fasc. 184. Dal dettaglio delle denunce risulta che i casi di serrata furono in pratica degli scioperi di piccoli coltivatori o commercianti in difficoltà economiche. La suddivisione geografica, in base alle Corti d’appello alle quali furono trasmesse le denunce, fu la seguente:

    Denunce —— Imputati

    Bari —— 15 —— 159

    Bologna —— 4 —— 54

    Brescia —— 3 —— 23

    Cagliari —— 3 —— 49

    Firenze —— 1 —— 3

    Fiume (sezione) —— 1 —— 5

    Genova —— 1 —— 8

    Lecce (sezione) —— 1 —— 2

    Messina —— 1 —— 67

    Napoli —— 1 —— 13

    Roma —— 2 —— 10

    Torino —— 3 —— 9

    Trieste —— 1 —— 53

    Venezia —— 6 —— 126 ↩

  101. Già il 13 novembre un informatore romano riferiva al ministero della Cultura popolare:

    «Gli umori del pubblico della Capitale che da alcuni giorni erano generalmente cattivi, si sono fatti ora ancor peggiori; ed eguali notizie si rilevano da persone che giungono a Roma dalle varie Provincie d’Italia. Questi pessimi umori sono determinati dalle notizie che circolano sempre peggiori sui fatti militari in Albania... Il pubblico commenta assai aspramente queste voci; e dice che i fatti sono gravissimi e dolorosi in sé e per sé, ma che peggiore è la figura morale che fa il nostro Paese, il quale mostrerebbe di non essere capace di battere una piccola nazione come la Grecia. Si criticano molto gli Alti Comandi e si dice che questi avrebbero fatto fare all’Italia una figura cosí brutta, come mai avvenne in passato da Adua in poi; si aggiunge che nella Grande Guerra il nostro Esercito seppe coprirsi di vera e grande gloria, mentre ora ad esso si fanno fare brutte figure, che lo discreditano dinanzi all’opinione pubblica mondiale e soprattutto dinanzi ai tedeschi.

    Si dice dal grosso pubblico che i soldati sono ottimi, ma che invece sarebbe difettantissima, scadente, tutta la parte che riguarda la organizzazione, l’armamento e gran parte dei Comandi; che si fanno le cose con eccessiva leggerezza, che si danno troppi posti anche di comando a persone che non ne hanno i meriti, che troppo le raccomandazioni terrebbero il posto del merito reale. E cosí si costruirebbero organizzazioni che ad un serio, grave collaudo non riescono a resistere. In tutti gli ambienti, dove piú e dove meno, si odono discorsi vivacissimi del genere e fatti anche in termini e con tono niente simpatici per il Regime» (ACS, Min. Cultura Popolare, Gabinetto, b. 191). ↩

  102. Durante tutta la guerra Roma fu una vera fucina di voci raccolte ai margini del potere, e messe insieme in modo piú o meno arbitrario e fantasioso sulla base di personali stati d’animo, interessi spesso tutt’altro che limpidi (apparire ben informati ed introdotti nei meandri della pubblica amministrazione), suggestioni e voci provenienti da singoli gruppi fascisti in lotta tra di loro, ecc. Questo turbinio di voci si diffondeva a chiazza d’olio anche tra la popolazione della capitale, contribuendo a tenerla in una condizione di malessere e di agitazione psicologica e di critica costante verso tutto e tutti e della quale non si trova corrispettivo in nessun’altra grande città. Questa particolare condizione di Roma può forse spiegare almeno in parte i grossolani errori di valutazione della situazione interna italiana che si riscontrano nei rapporti inviati a Washington dall’ambasciata americana a Roma in questi mesi e anche successivamente (dalla Santa Sede). Per le reazioni suscitate dal fallimento dell’attacco alla Grecia basti dire che, secondo quanto Alexander Kirk (di passaggio per Roma) scrisse il 15 dicembre a Sumner Welles (e questi trasmise a Roosevelt), esse sarebbero state tali da poter provocare un’«aperta ribellione» contro il regime e la sua sostituzione con una dittatura militare (F. D. Roosevelt Library, PSF, 57, «Italy-1941»). ↩

  103. Tra le voci che presero quasi subito a circolare e a diffondersi vi furono quelle su imminenti rimaneggiamenti del governo, in particolare sull’allontanamento da esso di Ciano (che sarebbe stato sostituito da Grandi) del sottosegretario per gli affari albanesi Z. Benini, di R. Ricci, di R. Riccardi (sostituito da Di Revel che avrebbe lasciato le Finanze a V. Cini) e su manovre per portare Farinacci all’Interno (ACS, Min. Cultura Popolare, Gabinetto, b. 195, rapporti da Roma in data 6 e 14 dicembre 1940). Di queste voci cfr. gli echi in P. Calamandrei, Diario 1939-1945 cit., I, pp. 270-89. Grande incremento ebbero anche le voci sulla relazione tra Mussolini e la Petacci (della quale prima fuori dagli ambienti intorno a Ciano e piú vicini a palazzo Venezia, si parlava relativamente poco) e sul «rammollimento» del «duce» e il suo trascurare gli affari di stato in conseguenza di essa, nonché quelle sugli arricchimenti di molti gerarchi e in particolare di Ciano. Ampi resoconti su tutte queste voci venivano trasmessi ai loro governi dalle ambasciate e dai corrispondenti neutrali accreditati a Roma e non di rado passavano poi sulla stampa straniera, soprattutto americana (cfr. F. D. Roosevelt Library, PSF, 58, «Italy-1941», rapporti di W. Phillips a S. Welles e Roosevelt). ↩

  104. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., 1941, b. 58, fasc. K1B-15, sottofasc. «Venezia», rapporto in data 22 dicembre 1940. ↩

  105. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 164, fasc. 23. ↩

  106. NAW, Collection of italian military records, I.T., 1079, «SIM - Relazioni Censura - 1941», promemoria relativo alla seconda metà del febbraio 1941. ↩

  107. Nel rapporto settimanale al capo della polizia del questore di Roma del 12 febbraio 1941 si legge a questo proposito:

    «Lo scoramento ed il disappunto determinati dall’andamento delle operazioni militari in Africa si è, nella settimana, vieppiú accentuato a causa della caduta di Bengasi, determinando una maggiore estrinsecazione di commenti, improntati ad amarezza... La stessa impressione esiste per quanto riguarda i fatti militari nell’Africa Orientale... Non si ha, d’altra parte, ancora le sensazione di un’intima collaborazione operante e tecnica, delle forze armate dell’Asse, o che tale cooperazione abbia, quanto meno, raggiunta misura adeguata alle esigenze della situazione... È convincimento generale che la guerra sta per entrare in una fase di maggiore violenza che potrebbe essere le fase conclusiva» (in Archivio Palma). ↩

  108. L’ascolto delle radio straniere aveva registrato un aumento sin dalle settimane precedenti l’entrata in guerra ed era andato crescendo (specie tra i ceti borghesi) nonostante il rischio di incorrere in sei mesi di detenzione e 10 000 lire di multa e sebbene le trasmissioni fossero, specie nelle aree urbane, disturbate ad arte. In un primo momento le trasmissioni di Radio Londra pare non avessero riscosso grande successo poiché diffondevano notizie sulla situazione interna italiana spesso imprecise e inattendibili. Con l’inizio delle operazioni contro la Grecia (che, oltre tutto corrispose ad una riorganizzazione dei servizi radiofonici inglesi e a un aumento delle ore di trasmissione che passarono da 3,30 a 14 al giorno, cfr. A. Briggs, The history of broadcasting in the United Kingdom, III, London 1970, p. 485) l’ascolto aumentò però in misura notevolissima. Da documenti di polizia risulta che esso si diffuse anche nelle campagne (dove sino allora era stato molto ridotto) e che avveniva talvolta persino presso locali pubblici. Un primo inasprimento delle pene (che furono triplicate) adottato nell’aprile 1941 non ottenne alcun risultato significativo e lo stesso sarebbe avvenuto dopo un ulteriore giro di vite adottato nel gennaio 1942: l’ampiezza del fenomeno era ormai tale da rendere l’applicazione dei provvedimenti repressivi non solo assai difficile, ma controproducente. Molto ascoltati erano in particolare i notiziari (molto meglio fatti e molto piú veritieri che all’inizio) e i commenti (alla preparazione dei quali concorrevano vari antifascisti italiani). Con l’estate 1941 alle trasmissioni di Radio Londra (e ai notiziari di Radio Monteceneri, pure molto seguiti) si aggiunsero quelle di Radio Mosca e di Radio Milano libertà (che trasmetteva pure dall’Urss). Con la fine del 1942 e soprattutto con l’occupazione, l’anno dopo, della Tunisia e i preparativi per lo sbarco in Sicilia, alle trasmissioni inglesi e a quelle americane già in atto dalla fine del 1941 si aggiunsero quelle organizzate dall’OSS, cfr. L. C. Soley, Radio Warfare. OSS and CIA subversive propaganda, New York - London 1989, pp. 102 sgg. Cfr. M. Piccialuti Caprioli, Radio Londra 1939-1945, Bari 1979; Radio Londra 1940-1945. Inventario delle trasmissioni per l’Italia, 2 voll., a cura di M. Piccialuti Caprioli, Roma 1976; nonché per la pubblicistica del tempo, V. Araldi, La guerra delle parole. Il fallimento della propaganda inglese, Bologna 1942; R. Alessi, La strada e la vita, Milano 1942, pp. 174 sgg.; E. M. Gray, Il filo di Arianna, Milano-Roma 1942, pp. 115 sgg. ↩

  109. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., Statistiche, b. 4, «Situazione politico-economica del Regno al 31 marzo 1941-XIX». ↩

  110. F. D. Roosevelt Library, PSF, 58, «Italy-1941», W. Phillips a Roosevelt, 24 febbraio 1941. ↩

  111. Cfr. J. Goebbels, I diari 1939-1941 cit., p. 296 (24 febbraio 1941). ↩

  112. Sugli echi e commenti stranieri al discorso di Mussolini cfr. ACS, Min. Cultura Popolare, Gabinetto, b. 5, fasc. 51, «Discorsi del Duce». ↩

  113. Il giorno prima di pronunciare il discorso, Mussolini, scrivendo ad Hitler, aveva tratteggiato il seguente quadro della situazione interna: «Non vi è dubbio che dall’11 novembre ad oggi abbiamo attraversato un periodo nero e abbiamo dovuto dare al popolo italiano una serie di notizie ingrate. Il popolo italiano ne ha sofferto, ma tutto ciò non ha avuto riflessi di carattere politico per il regime. Solo la ben nota stupidità inglese poteva pensarlo o sperarlo. La tensione oggi esistente si allieverà non appena il vento cambierà di direzione e non appena qualche buon bollettino di guerra potrà essere diramato agli italiani che ansiosamente lo aspettano» (DDI, s. IX, VI, p. 617). ↩

  114. Lo si veda in Mussolini, XXX, pp. 49 sgg. ↩

  115. Prendendo spunto dai lavori di recupero e di riassetto delle navi silurate a Taranto, Mussolini affermò: «Tecnici ed operai hanno lavorato giorno e notte, fornendo una convincente dimostrazione non solo della loro capacità professionale, ma del loro patriottismo. A guerra finita, nel rivolgimento sociale mondiale che ne conseguirà, con una piú giusta distribuzione delle ricchezze della terra, dovrà essere tenuto e sarà tenuto conto dei sacrifizi sostenuti e della disciplina mantenuta dalle classi lavoratrici italiane. La rivoluzione fascista farà un altro passo decisivo in tema di raccorciamento delle distanze sociali» (Mussolini, XXX, p. 57). ↩

  116. Cfr. G. Ciano, Diario cit., passim. ↩

  117. Mussolini, XXX, p. 58. ↩

  118. «Lo sforzo compiuto per potenziare militarmente la Libia risulta da queste cifre: solo nel periodo che va dal 1º ottobre 1937 al 31 gennaio 1941 sono stati mandati in Libia quattordicimila ufficiali e 396 358 soldati e costituite due Armate, la quinta e la decima. Questa contava dieci divisioni fra nazionali e libiche. Nello stesso periodo di tempo sono stati mandati millenovecentoventiquattro cannoni di tutti i calibri e molti di essi di costruzione e modello recenti, 15 386 mitragliatrici, undici milioni di colpi di artiglieria, 100 344 287 265 colpi per le armi portatili; 127 877 tonnellate di materiali del genio; ventiquattromila tonnellate di vestiario ed equipaggiamento; settecentosettantanove carri armati con una certa aliquota di pesanti; 9584 automezzi vari; 4809 motomezzi.

    Queste cifre dimostrano che alla “preparazione” della difesa della Libia era stato dedicato uno sforzo che si può chiamare imponente...

    Fu tra l’ottobre ed il novembre che la Gran Bretagna radunò e schierò contro di noi il complesso delle sue forze imperiali reclutate in tre continenti e armate dal quarto, concentrò in Egitto quindici divisioni ed una massa considerevole di mezzi corazzati e li scagliò contro il nostro schieramento in Marmarica, che aveva in prima linea le divisioni libiche, valorose e fedeli, ma non molto idonee a sostenere l’urto delle macchine nemiche. Ebbe cosí inizio, il 9 dicembre, la battaglia in anticipo su quella da noi preparata di cinque o dieci giorni e che, dopo due mesi circa, ha condotto il nemico a Bengasi» (Mussolini, XXX, pp. 52 sg.). ↩

  119. «Per vincere l’Asse, gli eserciti della Gran Bretagna dovrebbero sbarcare nel continente, invadere Germania e Italia, sconfiggerne gli eserciti, e questo nessun inglese, per quanto squilibrato e delirante dall’uso e dall’abuso degli stupefacenti e degli alcoolici, può nemmeno sognarlo.

    Lasciatemi dire ora che quanto accade negli Stati Uniti è una delle piú colossali mistificazioni che la storia ricordi.

    Una illusione e una menzogna stanno alle basi dell’interventismo americano: l’illusione che gli Stati Uniti siano ancora una democrazia, mentre sono, di fatto, una oligarchia politico-finanziaria dominata dall’ebraismo, attraverso una forma personale di dittatura; la menzogna che le potenze dell’Asse vogliono attaccare, dopo la Gran Bretagna, l’America.

    Né a Roma, né a Berlino, si covano fantastici progetti del genere. Tali progetti non potrebbero partire che da una inclinazione manicomiale. Totalitarî certo lo siamo e lo saremo, ma coi piedi sulla dura terra» (ivi, pp. 57 sg.). ↩

  120. «La cooperazione, offerta dal Führer, che reparti aerei e corazzati germanici attuano nel Mediterraneo, non è che la riprova che tutti i fronti sono comuni e che lo sforzo è comune. I germanici sanno che l’Italia regge oggi sulle sue spalle il peso di un milione di soldati fra britannici e greci; di millecinquecentoduemila velivoli; di altrettanti carri armati; di migliaia di cannoni; di almeno cinquecentomila tonnellate di naviglio militare.

    La cooperazione fra le due Forze Armate si svolge sopra un piano di cameratesca, leale, spontanea solidarietà. Sia detto per gli stranieri, pronti sempre alla malvagia diffamazione, che il contegno dei soldati germanici in Sicilia ed in Libia è, sotto ogni riguardo, perfetto, degno di un forte esercito e di un forte popolo, educato a una severa disciplina» (ivi, p. 55). ↩

  121. Sulla stampa durante gli anni della guerra manca qualsiasi approfondito studio d’insieme, alcuni saggi dedicati a singoli giornali restano alla superficie dei problemi; per la radiofonia cfr. A. Monticone, Il fascismo al microfono. Radio e politica in Italia (1924-1945), Roma 1978, pp. 177 sgg.; sulla cinematografia e in particolare sui cinegiornali LUCE mancano studi approfonditi sul periodo bellico in senso proprio (non visto cioè in funzione del successivo cinema neorealista); lo stesso dicasi per la propaganda, sia nel suo complesso sia a livello pubblicistico politico. Per l’attività di coordinamento e gli indirizzi di massima del ministero della Cultura popolare cfr. il sempre utile P. V. Cannistraro, La fabbrica del consenso. Fascismo e mass media, Bari 1975, pp. 160 sgg., 218 sgg., 257 sgg. e 317 sgg. ↩

  122. Già nel «rapporto ai giornalisti» del 2 novembre Pavolini aveva raccomandato «di impostare sulla Grecia», a meno di fatti veramente importanti, «con tranquillità» e di «evitare assolutamente di fare apprezzamenti o di riportare giudizi, sia in corrispondenze da fuori che in altro modo, sulla lunghezza o brevità della campagna di Grecia» (ACS, Min. Cultura Popolare, Gabinetto, b. 75, fasc. «Rapporti ai giornalisti», sub data). ↩

  123. Nel «rapporto ai giornalisti» dell’11 dicembre Pavolini parlò addirittura di «una nuova quartarella» che andava formandosi e che andava contrastata non con l’«ottimismo imbecille» ma con la «fierezza» (cfr. ivi, sub data). ↩

  124. Uno dei temi sui quali Pavolini insistette maggiormente fu quello della «compattezza del popolo italiano» che «in questa, come in tutte le ore dure della sua storia, sente profonda la voce della Patria». La stampa doveva indirizzare tutti i suoi sforzi in questa direzione: «E anche questa parola Patria – disse nel rapporto del 13 dicembre (cfr. ivi, sub data) – non è male che torni in onore nei nostri fogli perché effettivamente quando i tempi si fanno difficili è quella che tocca la molla segreta e profonda della razza. Quindi niente polemica, niente ricerca di responsabilità che in parte sarebbe impossibile e in parte ingiustificata e in parte intempestiva. Io sento già che al di là di tutti i fenomeni sui quali ci siamo intrattenuti insieme nello scorso rapporto, c’è una ripresa e una reazione in vasti strati del popolo italiano. Una reazione che si può chiamare appunto patriottica, in cui noi bisogna credere e su cui soprattutto bisogna far leva». ↩

  125. Un profilo di massima di questa nuova linea è ricostruibile in base alla prima parte del «rapporto ai giornalisti» tenuto il 21 dicembre da Pavolini. In esso (cfr. ACS, Min. Cultura Popolare, Gabinetto, b. 75, fasc. «Rapporti ai giornalisti», sub data) si legge:

    «Circa un dieci o quindici giorni fa la nostra stampa ha assunto un tono diverso da quello che aveva tenuto fino allora o per meglio dire ha toccato alcuni argomenti ed assunto alcuni toni che fin qui erano inconsueti alla nostra stampa e alla nostra propaganda. Ora codesta fase si può dire terminata. Questa fase è stata caratterizzata principalmente da ciò: dal passaggio da una valutazione genericamente ottimistica per dir cosí dell’andamento della guerra (quale era non solo giustificata ma direi imposta dall’andamento delle operazioni guerresche fino allora – salvo qualche esagerazione in cui qualcuno è caduto e che comunque è stata sempre da me deplorata –), dal passaggio, ripeto, da un tono che non poteva essere che quello, ad un tono diverso. A un certo momento infatti noi per primi abbiamo invitato gli italiani ad una valutazione realistica della guerra, senza quegli ottimismi fuori posto. Nel contempo però abbiamo cercato di ispirare una piú fiduciosa certezza nella vittoria finale. D’altra parte abbiamo fatto in ordine sparso, per dir cosí, alcune puntate contro i vociferatori e i disfattisti che in alcuni giorni particolarmente parevano affiorare, specialmente in certe città e in certi ceti, in numero abbastanza notevole. Abbiamo fatto quindi un richiamo, che è stato efficace e che già ha sortito i suoi effetti, a quello che è lo spirito patriottico del popolo italiano risvegliando quel senso di patriottismo che è necessario nelle grandi ore della vita nazionale.

    Tutto questo ha ottenuto, come dicevo dianzi, i suoi risultati nel senso che una certa evoluzione è specialmente avvertibile in provincia piú ancora che a Roma, che, come tutte le Capitali, ha sempre una caratteristica particolare...

    Ora per quel che riguarda il nostro nemico con tutte le sue appendici piú o meno imperiali, quale è la persuasione che noi vogliamo ingenerare nel popolo italiano, quale è il ritratto che vogliamo darne agli italiani in questa fase, in questo momento? Non si tratta prima di tutto di dare per spacciato questo nemico, perché non ci conviene. Quindi qualsiasi impostazione che dia questa sensazione è da scartare senz’altro. Una cosa del genere sarebbe veramente controproducente. Per quel che riguarda il nemico dobbiamo tener presente due esigenze contrastanti e da contemperare e nel cui punto di incontro dobbiamo scegliere la nostra linea. Da una parte non dobbiamo diminuire in niente la visione della potenza del nemico che ci combatte e che noi combattiamo; potenza ed impero mondiali che non dobbiamo diminuire in alcun modo perché questo svalorizza noi ed ogni nostro sforzo oltre che la vittoria; e poi perché l’affermazione di questa potenza dà ragione delle difficoltà che in alcuni periodi siamo costretti a subire. D’altra parte non bisogna perdere di vista la sconfiggibilità di questo nemico perché se offrissimo soltanto un panorama di impotenza la gente direbbe: perché allora ci troviamo in questo impiccio? Viceversa il giornale deve dimostrare con ragionamenti e dati di fatto e soprattutto con parole prese dalla bocca stessa del nemico quelli che sono i punti deboli: il controblocco dei sommergibili, le difficoltà alimentari e di rifornimento, la stessa dispersione delle sue forze a cui è obbligato nei vari teatri di battaglia, ecc. Tutto questo è necessario perché dà il senso di quello che è l’andamento della guerra e che è la via che secondo noi condurrà il nemico alla sconfitta. Ma, ripeto, si tratta di due esigenze da contemperare. Quindi non parlare del nemico come nave che affonda, perché se l’Inghilterra è una nave che affonda non si vede perché noi troviamo tante difficoltà per piegarla e perché ci continua a dare noie.

    Né d’altra parte si devono in nulla sottovalutare le difficoltà effettive in cui l’Inghilterra si dibatte a seguito dell’azione comune dell’Asse.

    All’interno verso il popolo italiano non si tratta in alcun modo di imbonire gli italiani né in un senso né nell’altro. Qualche volta (e questi sono pure i doveri della propaganda) occorre creare artificiosamente delle ventate di opinione; ma si sappia che questa non è la situazione attuale. Non si tratta di illudere nessuno in alcun senso, bisogna far vedere agli italiani il senso della realtà delle cose. Quindi senza discostarsi da quella che è la verità complessiva delle operazioni belliche continuare a dare ragionevolmente la fiducia complessiva nel corso della guerra e nella via che si sta seguendo.

    Per quel che riguarda le condizioni di vita, le condizioni alimentari specialmente del popolo italiano, anche qui nessun ottimismo facilone e generico perché evidentemente queste difficoltà ci sono. Non solo. Ma non ci conviene nemmeno all’interno sottovalutarle perché sono sacrifici che il cittadino offre al Paese e preferisce che siano qualificati come tali, piuttosto che coperti come qualche cosa di vergognoso. D’altra parte un tasto su cui si può battere è quello comparativo, nel far vedere cioè come si sta in altri paesi nemici, alleati, neutrali, perché se il mal comune non è sempre mezzo gaudio è sempre una parte di gaudio.

    In sostanza tutto quello che v’ho accennato finora porta che in questo periodo si sconsigliano i titoli sensazionali, le impostazioni sensazionali. Naturalmente tutto questo che vi dico può cambiare domani mattina se avvenimenti sensazionali si verifichino, ma cosí stando le cose, è meglio tenersi a un tono tranquillo, pacato ragionato, senza per questo in niente angosciarsi. Tutto questo vi dico anche perché tutto quello che è fatto anche in buonissima fede per colorire in rosa o per far andare quella sera a letto gli italiani piú tranquilli, se non è fondato sulla verità si sconta sempre a distanza di pochi giorni o mesi. Quindi dare delle prospettive di vittoria ragionandole va bene, ma sulle operazioni in corso non discostarsi molto da quelli che sono i fatti realmente avvenuti. Tant’è vero che la propaganda avversaria che in questi due ultimi mesi ha avuto argomenti finché ne ha voluti per sbizzarrirsi, ha già errato in eccesso soprattutto per quel che riguarda l’Albania. È oramai circa un mese che si parla della possibilità e poi della necessità, infine della certezza di buttare gli italiani in mare e conquistare tutta l’Albania, cosí come per la Libia s’è già commesso da parte avversaria l’errore di parlare di cacciata degli italiani dalla Libia, di una marcia verso Tunisi, ecc. ecc. Tutti argomenti che vediamo con gioia trattare dalla propaganda avversaria perché a un certo momento li potremo tirare fuori per dire: voi affermate che avete vinto, ma se i vostri obiettivi erano questi, già mostrate di aver perduto e la nostra resistenza è stata già di per sé stessa una vittoria». ↩

  126. La campagna di stampa contro coloro che non facevano «il loro dovere» fu particolarmente vivace in novembre e dicembre e, sia pure in modi e misure diversi, interessò un po’ tutto lo spettro del giornalismo nazionale, quotidiani maggiori, giornali locali e organi giovanili (che raggiunsero i toni piú violenti). Già il 13 dicembre Pavolini, che inizialmente l’aveva incoraggiata, ritenne però opportuno porle freno. «Ci sono cose che guadagnano ad essere ripetute ed altre no» affermò nel suo rapporto di quel giorno. «Queste cose all’estero possono essere prese come la documentazione di un’asserita divisione del popolo italiano. Si aggiunga per quel che riguarda i combattenti che essi... possano avere l’impressione che mentre loro combattono c’è alle loro spalle chi discute oppure è in disaccordo». Insomma, ammoniti i «disfattisti» e i «vociferatori», spaventati gli speculatori, meglio era non generalizzare, circoscrivere la polemica, gli attacchi, le denunce a singoli casi particolari e all’ambito della stampa locale e giovanile (non conosciuta e quindi non ripresa all’estero) e favorire invece l’affermarsi di uno stato d’animo di unità patriottica accreditando (e non turbando) l’immagine di un paese concorde e proteso a superare il difficile momento.

    Concluse le operazioni in Grecia, quando una parte della stampa locale e quella universitaria soprattutto mostrò di voler continuare la polemica, prese a porre al centro delle sue critiche le «disfunzioni della vita interna» e a parlare di necessità per il regime di affrontare con decisione una serie di problemi sociali senza attendere la fine della guerra, l’atteggiamento verso di essa mutò però rapidamente, sino a giungere ad accusarla di offrire argomenti pretestuosi alla propaganda nemica e di deprimere il morale interno. Tipici sono a questo proposito due sfoghi contro di essa di Pavolini, che, pure, l’aveva in precedenza sostenuta, incoraggiata e difesa dagli attacchi che le erano stati mossi dagli ambienti fascisti piú retrivi e che nell’intimo ne condivideva buona parte delle critiche e delle motivazioni di fondo; il primo del 27 settembre 1941: «basta con le prediche dei vari Catoni e Savonarola da strapazzo che montano in cattedra e fanno delle intemerate a determinate categorie di cittadini che invece nel complesso sono altamente benemerite»; il secondo del 27 giugno 1942: «Potrà anche esserci qualcuno che specula su coloro che combattono, ma gli saranno tagliate le unghie a suo tempo, quando non sia già in galera. Quindi quelle impostazioni, demagogiche e disfattistiche nei loro risultati pratici, vanno sempre e nettissimamente stroncate ed evitate» (cfr. ACS, Min. Cultura Popolare, Gabinetto, bb. 75, 76, 77, sub date). ↩

  127. Le vicende militari dell’inverno 1940-41 influirono anche sulla pubblicistica politica e in particolare sul suo modo di presentare il conflitto. Sino allora questo era stato genericamente attribuito soprattutto agli «errori di Versailles» e, piú in generale, alla secolare «prepotenza» degli anglosassoni, alla loro egemonia e ai loro privilegi politici e strategici soffocatori non solo dell’Italia e della Germania, ma dell’Europa tutta. Da qui la necessità per i paesi dell’Asse, a meno di «rassegnarsi ad una definitiva e irrevocabile superiorità britannica», di rivendicare con la guerra la loro «libertà» e il diritto dei loro popoli alla sicurezza, prosperità economica e potenza.

    Col 1941 a questa spiegazione se ne affiancarono altre, tra le quali due sulle quali vale la pena di soffermarsi un momento. Una (in sé non nuova, ma che in genere sino allora aveva costituito solo una sorta di subordinata nell’ambito della maggiore e, per di piú prospettata solo da pochi autori) sosteneva che la guerra era necessaria per il futuro dell’Italia non solo all’«esterno» ma anche all’«interno». Per essa il fascismo aveva lasciato in piedi una parte notevole del sistema capitalistico; la guerra avrebbe completato quanto sino allora fatto dalla rivoluzione fascista, abbreviando i tempi di sopravvivenza del sistema capitalistico e affrettando la realizzazione di quello fascista: incominciata come rivoluzione interna, la lotta al «vecchio mondo» doveva, per trionfare completamente, trasformarsi in «guerra rivoluzionaria» all’esterno e all’interno. Un’altra tendeva invece ad attribuire tutta la responsabilità della guerra all’Inghilterra e, dietro di essa, agli Stati Uniti (particolarmente presi di mira dalla pubblicistica fascista già prima della loro entrata in guerra) e a presentare le potenze dell’Asse come costrette ad accettarla per sopravvivere. Assai significativo in questa prospettiva è lo scritto di Giovanni Ansaldo «Come si arrivò all’intervento», apparso nel 1942 nel volume Due anni di guerra pubblicato dal ministero della Cultura popolare; una sede e ancor piú un autore che per la loro autorevolezza fanno escludere che lo scritto non fosse stato voluto in alto loco, da Ciano se non addirittura dallo stesso Mussolini. In esso non solo era sostenuto che l’Asse non aveva voluto lo scoppio della guerra, ma – ciò che piú conta – lo stesso «patto d’acciaio» era presentato come l’estremo tentativo di Mussolini (Ansaldo diceva dell’Asse, ma la sua argomentazione non lascia dubbi sull’intenzione di distinguere la posizione del «duce» da quella di Hitler) di evitare la guerra o, almeno, di procrastinarla al 1942 e oltre; il tutto suffragato tra l’altro con l’esplicito riconoscimento della impreparazione militare dell’Italia nel 1939. Scriveva infatti Ansaldo: «I nostri legionari avevano vinto in Ispagna, avevano salvato laggiú la causa della civiltà, e si preparavano a sbarcare e a sfilare in armi; ma le conseguenze del lungo sforzo bellico sostenuto in Ispagna si facevano sentire nella consistenza dei nostri mezzi bellici. Noi, durante tre lunghi anni, avevamo mandato nella penisola iberica poco meno di duemila pezzi di artiglieria, quasi mille aeroplani, non meno di duemila mitragliatrici, non meno di mezzo milione di serie complete di equipaggiamento; avevamo, cioè, sostenuto il grosso del peso logistico della guerra spagnola, contro un nemico – i “rossi” – ch’era rifornito da mezza Europa, e per cui lavoravano, in mirabile accordo, fabbriche anglosassoni e fabbriche russe. Ora tutto questo materiale, mandato in Ispagna, o non poteva piú ritornare, o, se ritornava, non si poteva certo considerare in condizioni molto floride per un suo immediato impiego. Alle cifre di questo materiale, cosí perduto o logorato in Ispagna, bisognava poi aggiungere le cifre di quello che avevamo dovuto mandare nell’Impero, e che dovevamo continuare a mandarvi per le necessità, diciamo cosí, di ordinaria amministrazione. E si arriva cosí ad un complesso imponente di mezzi bellici, su cui l’Italia non poteva piú contare, nel caso di un improvviso aggravamento della situazione in Europa... Il Duce e il popolo italiano sentivano benissimo che si era ormai sul piano inclinato che conduceva al grande urto, ma sentivano anche che l’interesse italiano consisteva nel guadagnare tempo, per reintegrare quello che s’era dovuto impiegare nella guerra spagnola, e per portare il livello della nostra preparazione al piú alto punto possibile. E questa necessità era conosciuta ed era apprezzata pienamente dalla Germania; che – in parte almeno – la risentiva anch’essa.

    Si venne cosí alla stipulazione, a Milano, nel maggio del 1939, del “Patto di Acciaio”. Sicuro. Perché questo accordo, presentato a suo tempo da tutti i giornali delle plutocrazie, come la prova della premeditazione aggressiva italiana e germanica, fu proprio il contrario; fu il tentativo estremo, da parte di Mussolini e di Hitler, di mettere un “alt” alle manovre di accerchiamento anglosassone. Con esso, i due Capi, affermando pubblicamente la solidarietà assoluta ed automatica dei rispettivi paesi, miravano a far riflettere i managers della guerra, che erano all’opera; miravano ad ottenere almeno che questi, preoccupati di ciò cui andavano incontro, rinviassero di qualche stagione i loro propositi di aggressione. Al fondo del “Patto di Acciaio”, c’era la speranza, inespressa ma viva, di poter ancora “agguantare” almeno un paio d’anni di pace e questo carattere del “Patto di Acciaio” è dimostrato dal fatto, ormai noto ai solo mediocremente informati, che esso non prevedeva una solidarietà armata immediata dell’Italia, ma la prevedeva soltanto a cominciare dal 1942. Questa precisazione è la prova migliore che le due potenze dell’Asse non volevano proprio aggredire nessuno; mirava solo a raggiungere, col loro accordo, un effetto morale sugli organizzatori della guerra, e a disgregare e a rallentare le loro macchinazioni» (ivi, pp. 78 sgg.). ↩

  128. ACS, Min. Cultura Popolare, Gabinetto, b. 195. ↩

  129. A parte i fermi e le denunce per ascolto delle trasmissioni radio inglesi, nel primo trimestre del 1941 la polizia identificò 1107 colpevoli di questo tipo di reati minori. Di essi 21 furono denunciati al Tribunale speciale, 63 all’autorità giudiziaria normale, 108 internati, 122 assegnati al confino, 65 ammoniti, 395 diffidati (cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., Statistiche, b. 4, «Situazione politico economica del Regno al 31 marzo 1941-XIX»). ↩

  130. Nel primo trimestre del 1941 la polizia procedette a 178 arresti di «sovversivi» o antifascisti, denunciandone 73 al Tribunale speciale e assegnandone 15 al confino. Le operazioni piú importanti ebbero luogo a Torino (51 operai arrestati per costituzione di cellule comuniste e propaganda nelle fabbriche), Vercelli (19 operai comunisti arrestati), Milano (7 arresti di giovani laureati e studenti universitari che avevano costituito una propria associazione antifascista), Fiume-Sussak (29 arresti di elementi vicini al partito comunista), Velletri (26 «antifasisti» arrestati), Cave (13 comunisti e «antifascisti» arrestati), Tivoli (26 «antifascisti» arrestati); a Brescia, infine, fu arrestato un impiegato di banca autore di una falsa lettera di Badoglio in risposta agli attacchi di Farinacci e con lui furono individuate in varie province 77 persone alle quali egli aveva inviato per posta il «libello», un terzo circa delle quali sarebbero state denunciate al Tribunale speciale per aver contribuito alla sua diffusione (cfr. ivi). ↩

  131. Numerosi ed univoci elementi in questo senso sono offerti dalle relazioni quindicinali del SIM sui servizi di censura postale. In quella relativa alla seconda metà di aprile si legge a questo proposito: «L’esito favorevole delle recenti operazioni belliche ha accentuato le manifestazioni di pacifismo inteso come desiderio di un sollecito ritorno alla normalità, in conseguenza di una rapida vittoria delle armi italiane – Non mancano, peraltro, sporadiche invocazioni alla pace, che devono ritenersi vere e proprie espressioni di stanchezza e di condanna della guerra – Nella maggior parte dei casi invece si tratta di manifestazioni di speranza che una prossima vittoria delle nostre armi porti alla fine del conflitto – In taluni la speranza diventa addirittura certezza – Sono soprattutto i combattenti che si mostrano sicuri di poter fare un sollecito ritorno alle loro case; ad essi fanno eco i familiari» (NAW, I. T., 1079, «Relazioni censura 1941»). ↩

  132. F. D. Roosevelt Library, PSF, 58, «Italy-1941», W. Phillips a Roosevelt, 17 maggio 1941. ↩

  133. Cfr. per esempio, quanto riferiva un informatore del PNF da Milano il 20 aprile 1941 (ACS, PNF, Situazione politica delle provincie, fasc. «Milano»): «Vi sono moltissimi pessimisti che vedono l’Italia un protettorato germanico e concludono che se per arrivare alla perdita della propria indipendenza politica economica e militare, sono occorse tre guerre, la perdita dell’Impero, le gravi perdite della marina, il sacrificio delle riserve di materia prima e di oro, la chiusura di tutti i mercati, la perdita di una parte cospicua della flotta mercantile, non vi è certo da essere fieri della politica fin qui seguita e dei risultati ottenuti». ↩

  134. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 166, fasc. 28, «Promemoria per il Duce» dei CCRR relativo al maggio 1941. ↩

  135. ACS, Min. Cultura Popolare, Gabinetto, b. 77, fasc. «Rapporti ai giornalisti». ↩

  136. Tipico quanto annotava il 16 aprile 1941 nel suo diario Luca Pietromarchi: «L’opinione pubblica è sempre piú compatta per la Dalmazia. Si attribuisce limitata importanza all’unione con lo Stato Croato, sempre maggiore invece al possesso della costa dalmata» (in Archivio Pietromarchi). ↩

  137. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), bb. 167-71, sub date. ↩

  138. Nell’ottobre 1941 il servizio di censura del SIM, facendo un censimento delle notizie e delle voci tendenziose rilevate dal controllo della posta, ne elencava le piú frequenti: «la svalutazione della lira, la stampigliatura della carta moneta con deprezzamento del 40%, il parziale incameramento da parte dello Stato dei depositi a risparmio presso istituti di credito e casse postali, la confisca dei gioielli e dell’oro – consigli di impiegare il denaro mediante investimenti immobiliari ed acquisti di oggetti di valore stabile – previsioni catastrofiche per il prossimo inverno, stante la deficienza e l’alto costo dei combustibili e le restrizioni di carattere annonario: specialmente si teme che i bimbi abbiano a soffrire per freddo e per scarsa nutrizione – Presunti lanci di paracadutisti inglesi a Varzi (Pavia), a Basiliano (Udine), a Castiglione (Catania) – Preteso sbarco di 100 inglesi a Sferracavallo (Palermo) – Panico in Sicilia per i bombardamenti aerei: numerosi esodi dalle città nelle campagne – Rimpatrio a scaglioni della popolazione civile della Tripolitania – Attività dei sommergibili inglesi contro le coste del Tirreno e dell’Adriatico: ad Ortona a Mare (Chieti) sarebbe stata affondata una petroliera – Epidemia malarica in Sardegna».

    Sei mesi dopo i carabinieri nell’allegato su Roma al «promemoria per il Duce» relativo all’aprile 1942 scrivevano a loro volta che esse si riferivano «essenzialmente alla situazione economica della Nazione, che viene rappresentata come prossima ad esaurire le riserve alimentari; al sensibile logoramento della potenza militare ed economica dell’alleata Germania; alla asserita incompetenza e al presunto scarso senso di responsabilità delle autorità politiche e governative nei riguardi dei problemi economico-sociali della Nazione». ↩

  139. Caratteristico quanto si legge nell’allegato sulla provincia di Napoli al «promemoria per il Duce» relativo al maggio 1942:

    «Lo spirito pubblico, nei riguardi dei provvedimenti governativi di carattere generale, continua ad essere piuttosto scettico ed assente.

    Nella gran massa, Partito e Regime sono sempre piú discussi; provvedimenti e deliberazioni sono accolti con indifferenza perché si è convinti che le buone intenzioni che li ispirano sono esautorate dalle cattive applicazioni che conseguono a deficiente organizzazione e a difettosa preparazione. Ad esempio, i provvedimenti relativi alla mano d’opera agricola, si pensa che daranno scarsi risultati perché non si ha fiducia nell’opera delle commissioni comunali; lo stesso dicasi dei provvedimenti relativi ai piani di coltivazione.

    Con particolare scetticismo sono accolte talune forme di propaganda, quale quella, ad esempio, che afferma la saldezza della nostra situazione agricola e la solidità della nostra finanza».

    Alle ripercussioni negative provocate dalla riduzione della razione di pane sono dedicati numerosi rapporti di informatori del ministero della Cultura popolare, specie romani:

    9 marzo 1942 —— «Con lenta ma costante progressione sta salendo la marea dei lamenti per la scarsità dei viveri e l’insufficienza delle razioni. Spesso, molto piú spesso di prima, si nota in queste lamentazioni una nota di irosità e di esasperazione. Dalle generiche esclamazioni di protesta d’un tempo, si è passati alle irritate precisazioni di quel che non si riesce a trovare, di quel che è impossibile comprare per l’altezza dei prezzi ed ora è tutt’altro che raro il caso di udire la gente che dice “alla sera si va a letto con la fame” ed altre espressioni consimili».

    18 marzo —— «Il malcontento per la riduzione del pane continua inalterato. Si potrebbe anzi dire che, piú che diminuito, è cresciuto di intensità. Piú che il volume, è soprattutto cresciuto il tono delle proteste e delle lamentazioni. Si hanno notizie attendibili di operai che si sono rifiutati di lavorare, di qualche incidente e di tentativi di sfasciare delle macchine in qualche officina, di portatori di pane svaligiati da donne o da studenti, di panetterie che hanno dovuto abbassare la saracinesca di fronte al minaccioso atteggiamento della folla delle compratrici».

    20 marzo —— «L’agitazione per il pane permane immutata. Dal giorno in cui fu annunziata la riduzione e da quello dell’applicazione, la gente non ha fatto che protestare, talvolta anche clamorosamente, cosicché oggi l’ostilità al provvedimento è della stessa intensità di allora. / / Il fermento si mantiene ad un costante livello di acutezza forse perché anche fomentato ed alimentato dalle insistenti voci che corrono secondo le quali in aprile la razione verrebbe ridotta a 100 grammi. A questo proposito si manifestano risoluzioni decise e torbide. Le parole «andremo a Piazza Venezia a chiedere il pane per i nostri figli» si odono spessissimo. / / I riflessi politici di questo stato d’animo di sofferenza e di ostilità della massa, sono facilmente intuibili (parallela alla voce suddetta ne corre un’altra, e cioè, che in Germania la razione del pane è di 600 grammi a testa) cosicché nelle espressioni usate e nei giudizi di condanna pronunziati dalla gente nessuno viene risparmiato». ↩

  140. ACS, Min. Cultura Popolare, Gabinetto, b. 197. ↩

  141. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 171, fasc. 37.

    Alcuni informatori della Cultura popolare erano piú pessimisti, specialmente riguardo ai sentimenti degli operai e, in parte, anche dei contadini, e ritenevano che vi fosse chi soffiava sul fuoco, facendo leva sulla loro «ignoranza» e sulle loro antiche tradizioni anticapitaliste. In un rapporto (datato 9 marzo 1942) si legge per esempio: «L’elemento operaio è naturalmente quello che piú si risente. Quotidianamente a contatto di esso, si ha la possibilità di constatare che qui si è prodotto un profondo mutamento di umore e di sentimenti verso il Regime. C’è sicuramente chi nell’ombra soffia instancabilmente nel fuoco e le formule “col Fascismo mangiano soltanto i ricchi ed i gerarchi e l’operaio muore di fame” e “questo sarebbe il momento di andare veramente verso il popolo: perché Mussolini non lo fa?” girano incessantemente con quali effetti e conseguenze è pur facile immaginare» (ACS, Min. Cultura Popolare, Gabinetto, b. 197). ↩

  142. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 171, fasc. 37. ↩

  143. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 171, fasc. 38. ↩

  144. Ivi, fasc. 39. ↩

  145. Cfr. A. Wenger, Rome et Moscou 1910-1950, Paris 1987, pp. 563 sgg. ↩

  146. Cfr. DDI, s. IX, VII, pp. 580 sg. ↩

  147. Cfr. ADSS, V, p. 184. ↩

  148. Cfr. su tutta la questione P. Pastorelli, Pio XII e la politica internazionale, in Pio XII, a cura di A. Riccardi, Bari 1984, pp. 125 sgg.; I. Garzia, Pio XII e l’Italia nella seconda guerra mondiale, Brescia 1988, pp. 194 sgg.; G. Miccoli, Fra mito della cristianità e secolarizzazione. Studi sul rapporto Chiesa-società nell’età contemporanea, Casale Monferrato 1985, pp. 239 sgg.; nonché ADSS, V, pp. 32 sgg. ↩

  149. Ivi, V, p. 218. ↩

  150. Cfr. DDI, s. IX, VII, pp. 446 sg. (9 agosto 1941) e 722 sg. (31 ottobre 1941); per il giudizio di Attolico p. 446. ↩

  151. Cfr. per tutti E. Ragionieri, Anticomunismo cattolico e guerra fascista, in «Rinascita», giugno 1961, pp. 537 sgg. ↩

  152. Cfr. S. Colarizi, La seconda guerra mondiale e la Repubblica cit., pp. 120 sg. ↩

  153. Particolare influenza sul radicalizzarsi dell’atteggiamento di vasti settori cattolici ebbe la pubblicazione, il 22 gennaio 1942, su «L’Osservatore romano» di una nota dedicata alla situazione della Chiesa cattolica in Germania. Poco piú di un anno dopo, l’ostilità del mondo cattolico nei confronti dei tedeschi era cosí aumentata che Farinacci sentí il bisogno di rivolgersi personalmente ad Hitler, scrivendogli una lunga lettera (datata 4 marzo 1943 e da lui inviata in copia anche a Mussolini) sulla «questione religiosa» in Germania e le ripercussioni negative che essa aveva «in alcuni ceti cattolici italiani» e «all’estero e nella quale erano prospettate alcune considerazioni e suggerimenti «di carattere strategico e tattico» volti a combattere la propaganda «anglo-americano-giudaica» e le conseguenze negative degli «atteggiamenti equivoci del Vaticano, ad assicurare all’Asse il consenso dei cattolici europei e a raggiungere un fronte totalitario anche sul terreno spirituale». In particolare Farinacci insisteva sull’opportunità di smentire le accuse di neopaganesimo mosse al nazismo, di proclamare una «rigorosa separazione fra religione e politica, fra Chiesa e Stato», di por fine alle estromissioni degli ordini religiosi dalle loro sedi e di «servirsi di qualche prelato patriota, di cappellani militari che piú hanno sentito la guerra, per far sapere al mondo che tutte le accuse che si fanno alla Germania sul terreno religioso [sia cattolico che evangelico] sono assurde e infami e che, se provvedimenti sono stati presi contro ecclesiastici, questi provvedimenti hanno voluto colpire coloro soltanto che hanno svolto opera politica contraria agli interessi supremi del Reich, impegnato in una guerra di vita o di morte per salvare l’Europa» (Acs, Ambasciata tedesca, b. I; Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), fasc. 242/R, «R. Farinacci», sottofasc. 40, Farinacci a Mussolini 23 aprile 1943 in cui Farinacci afferma di essere stato particolarmente incitato a scrivere ad Hitler dal sottosegretario agli Esteri von Weizsäcker). ↩

  154. Una significativa manifestazione ed eco al tempo stesso di questo stato d’animo è costituita dalla pastorale del 25 gennaio 1942 del vescovo di Parma E. Colli, Le lezioni della guerra, Parma 1942, dalla quale sono tratte le citazioni e alcuni dei riferimenti da noi fatti nel testo. ↩

  155. R. Moro, I cattolici di fronte alla guerra fascista cit., pp. 80 sg.; nonché Id., Afascismo e antifascismo nei movimenti intellettuali di Azione cattolica dopo il ’31, in «Storia contemporanea», dicembre 1975, pp. 779 sgg.; per il giudizio di A. De Gasperi (in una lettera del 22 agosto 1941 a padre Albareda), cfr. G. Andreotti, De Gasperi e il suo tempo, Milano 1961, p. 132. ↩

  156. Cfr. R. Moro, I cattolici di fronte alla guerra fascista cit., p. 82. ↩

  157. Mussolini, XXX, p. 154. ↩

  158. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), fasc. 242/R, «R. Farinacci», sottofasc. 40. Con gli inizi del 1942 Farinacci aveva intrapreso nuovamente dalle colonne de «Il regime fascista» e su «La vita italiana», una vivace campagna contro l’«ambiguo» atteggiamento della Santa Sede (cfr. in particolare «Il regime fascista» del 7, 17, 19, 20, 26 febbraio e 1º marzo 1942) e la mancanza di patriottismo del clero. ↩

  159. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., 1942, b. 76, fasc. K1B-15, sottofasc. «Roma»; nonché per la richiesta a tutti i prefetti di notizie sull’Azione cattolica, ivi (1920-1945), G.1, b. 146. ↩

  160. Cfr. R. Moro, I cattolici di fronte alla guerra fascista cit., p. 85. ↩

  161. Per il dibattito sulla «guerra giusta» cfr. R. Moro, I cattolici di fronte alla guerra fascista cit., pp. 95 sgg. e, piú in genere sulle diverse posizioni dei cattolici organizzati e militanti di fronte alla guerra, pp. 83 sgg. ↩

  162. Cfr. ivi, pp. 85 sg. ↩

  163. Li si veda riprodotti (il secondo con alcuni tagli) in P. Beltrame-Quattrocchi, Al di sopra dei gagliardetti. L’arcivescovo Schuster: un asceta benedettino nella Milano dell’«éra fascista», Casale Monferrato 1985, pp. 292 sg. e 295 sgg. ↩

  164. Tipica in questo senso è la pastorale pubblicata dal vescovo di Nocera e Gualdo in occasione della presa di possesso della sua diocesi. In essa si legge tra l’altro: «chi per l’universalità del nostro amore volesse annoverarci fra i senza patria sbaglierebbe grossolanamente. Alla soglia della famiglia si apre, anche per noi, una famiglia piú grande, la Patria: e noi sappiamo di doverla amare e l’amiamo in realtà con passione pari alla grandezza del suo concetto. La patria è una cosa grande. Gesú amò la Galilea, amò il suo popolo... Noi cristiani dobbiamo amare la patria. Noi Italiani specialmente, dobbiamo amarla, questa terra benedetta che ci vide nascere, dove Dio fece splendere il lembo piú puro del suo cielo, e dove pose il centro indiscusso di verità, di fede e d’amore. Dobbiamo amare la patria in un sentimento che sa essere estasi e martirio quanto piú vibra l’entusiasmo fino all’offerta e alla dedizione. Dedizione che è rinuncia alla vita per il soldato che muore nel campo di battagllia nel mistero di un dolore senza gloria, che è rinuncia alle mamme desolate, delle spose divenute vedove, dei bimbi fatti orfani». ↩

  165. Cfr. P. Beltrame-Quattrocchi, Al di sopra dei gagliardetti cit., p. 293. Nella pastorale del 21 novembre 1942 i passaggi critici sono certamente piú numerosi ed espliciti e si coglie una certa maggiore presa di distanze (la Chiesa non è responsabile della guerra, il papa ha fatto di tutto per evitarla; la Chiesa non fa opera politica ma non si è estraniata dalla guerra e ha operato ed opera indefessamente per aiutare i combattenti al fronte, le popolazioni, i prigionieri e «nell’ora della prova» non è venuta meno alla sua missione) che è difficile però capire quanto sincera e quanto strumentale e che resulta in definitiva ambigua: «Estranea la Chiesa alla guerra? Ma chi dice questo è in malafede, o vive nel mondo della luna. Certo che non spetta ai sacerdoti lo sputar sentenze circa la guerra, come non spetta neppure ai privati, i quali, tra cui i preti, debbono ubbidire alle patrie leggi...» (ivi, pp. 295 sgg.). ↩

  166. Giovanni xxiii, Lettere ai familiari 1901-1962, a cura di F. L. Capovilla, Roma 1968, I, p. 512 (10 agosto 1940). ↩

  167. Cfr. Giovanni XXIII, Lettere ai familiari cit., pp. 535 sg. (28 marzo 1941). ↩

  168. Ibid., p. 602; nonché, p. 620 (28 aprile 1943). ↩

  169. Ibid., p. 603. ↩

  170. Ibid., pp. 627 sg. ↩

  171. Cfr. S. Trinchese, «Servire obbedire e tacere». L’immagine dell’Italia fascista nell’opinione di Angelo Roncalli, in «Storia contemporanea», marzo-aprile 1989, pp. 211 sgg. ↩

  172. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 172, fasc. 39, «Promemoria per il Duce», maggio 1942. La citazione è dall’inserto relativo alla provincia di Torino. ↩

  173. Cfr. P. Calamandrei, Diario 1939-1945 cit., II, pp. 13 sgg., passim. ↩

  174. Cfr. ibid., II, pp. 25, 30, 51. A quest’epoca non vi era alcun cardinale Della Chiesa. ↩

  175. Cfr. in particolare ibid., pp. 36 sg. (22 giugno), 38 sgg. (27 giugno) e 45 sg. (10 luglio). ↩

  176. Cfr. in particolare ibid., p. 46. ↩

  177. ACS, Min. Cultura Popolare, Gabinetto, b. 197. I rapporti citati si riferiscono soprattutto a Roma; il quadro non differisce però sostanzialmente da quelli tracciati per altre località. ↩

  178. ACS, Min. Cultura Popolare, Gabinetto, b. 197. ↩

  179. Ivi. ↩

  180. ACS, Min. Cultura Popolare, Gabinetto, b. 197. ↩

  181. L’avversione contro i tedeschi andò dall’estate 1942 in poi crescendo continuamente. Una relazione «riservata alla persona» di Senise dell’ispettore generale di P.S. responsabile della IX zona OVRA (Lazio) in data 23 settembre 1942 avrebbe affrontato esplicitamente la questione entrando in tutta una serie di particolari, circa sia lo stato d’animo popolare sia quello di numerosi esponenti politici e militari. A proposito di questi ultimi vi si legge tra l’altro: «Certo si è che la propaganda antigermanica è andata sviluppandosi, in questi ultimi tempi, in una maniera impressionante. A favorire questo sviluppo, hanno concorso, oltre che le notizie, le voci e le dicerie messe in giro dai nemici del Regime, anche i giudizi e le opinioni espresse da personalità politiche, da gerarchi e da ufficiali delle Forze Armate, i quali non fanno mistero della loro avversione per i tedeschi, cui attribuiscono propositi aggressivi anche contro il nostro Paese» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Segreteria part. del capo della polizia, Senise, b. 7, fasc. 88). ↩

  182. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 173, fasc. 40. ↩

  183. Col settembre 1942, per recuperare alla distribuzione annonaria il piú possibile della produzione agricola e zootecnica sottratta abusivamente agli ammassi, i carabinieri svilupparono notevolmente la loro azione in questo campo. I risultati ottenuti (e dei quali Mussolini veniva puntualmente tenuto al corrente nei «promemoria» mensili che l’Arma redigeva per lui) furono, tutto sommato, non insignificanti: da settembre a novembre furono recuperati, tra l’altro, 16 550 quintali circa di grano e 2380 circa di farina di grano e vennero arrestate circa 2500 persone mentre ne vennero denunciate circa 13 500. ↩

  184. Tipico è come, l’11 novembre 1942, apriva la sua «relazione sullo spirito pubblico» a Milano l’ispettore generale di P.S. Peruzzi: «Nel riferire a codesto Ministero sulle condizioni dello spirito pubblico, questo Ufficio ha avuto piú volte occasione di far presente che esse, piú che alla situazione alimentare, sopportabile e sopportata con quello spirito di adattamento e di sacrificio di cui è capace il popolo italiano, erano strettamente connesse alla situazione militare, cosí che ove questa fosse disgraziatamente peggiorata, il fronte interno ne avrebbe inevitabilmente risentito.

    È quello che si verifica appunto in questi giorni, in seguito agli avvenimenti di Egitto e di Algeria, aggravati dall’offensiva aerea, che il nemico ha scatenato sulle nostre città a scopo terroristico» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Segreteria part. del capo della polizia, Senise, b. 8, fasc. 103). Altri ispettori generali e questori mettevano sullo stesso piano il deterioramento della situazione militare e di quella alimentare; altri aggiungevano l’effetto dei bombardamenti aerei; altri ancora il «preteso scorretto atteggiamento dei tedeschi»; qualcuno infine faceva (già alla fine di ottobre) riferimento anche alla «situazione politica»; cioè alla convinzione, ormai largamente diffusa, della inevitabilità della sconfitta e alle varie reazioni da essa suscitate. L’ispettore generale responsabile della IX zona OVRA (Lazio) cosí si espresse già il 28 ottobre nel suo rapporto settimanale a Senise:

    «Le previsioni pessimistiche che molte persone, tra le quali non poche aventi posti di responsabilità, fanno sugli sviluppi della guerra e sulle conseguenze di una disfatta, da esse ritenute inevitabili, hanno determinato una specie di terrore per quello che sarà il domani. Del domani si parla con un senso di smarrimento, di profondo accoramento, come se la funesta previsione di una catastrofe militare debba fatalmente avverarsi.

    Le false notizie, diffuse anche dalle stazioni radio nemiche, che il Duce sarebbe stato colpito da una grave malattia e le notizie sugli effetti dei recenti bombardamenti aerei in alcune città dell’Italia settentrionale hanno accentuato questo stato d’animo di preoccupazione e di timore. Si sente dire e lamentare che il paese non ha piú chi lo dirige, che il disordine e la corruzione regnano sovrani, che tutte le istituzioni del Regime hanno fallito il loro scopo per l’insipienza e la disonestà degli uomini che vi sono a capo.

    Si parla, con insistenza, da parte di vecchi fascisti, della necessità di ridare alla vita politica italiana un respiro sano, di far piazza pulita dei gerarchi profittatori, di riportare il fascismo alle idealità della vigilia, in vista del pericolo che sovrasterebbe sulla nazione. Si vorrebbero al Potere uomini nuovi, uomini onesti e saggi. Si parla anche, dagli stessi elementi – e questa notizia del tutto fantasiosa sta divulgandosi in maniera impressionante – di una congiura di corridoio che i ministri Ciano, Bottai e Grandi starebbero tramando per defenestrare il Duce e creare un triumvirato, da essi composto, che dovrebbe succedergli.

    Da taluni si dà, invece, come certa una dittatura militare e si fa il nome di qualche generale, cui il Re avrebbe divisato di affidare il governo del paese» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Segreteria part. del capo della polizia, Senise, b. 8, fasc. 97).

    In numerosi rapporti l’ascolto «di massa» di Radio Londra era dato come un fatto ormai scontato. «Le trasmissioni di radio Londra – riferiva per esempio una relazione dalla Sardegna in data 28 settembre (ivi, b. 7, fasc. 89) – sono ormai a conoscenza di tutto il pubblico, vengono discusse e spesso commentate favorevolmente; mentre i comunicati trisettimanali dell’“Italia Libera” non sono seguiti, almeno per ora, con eccessiva attenzione». ↩

  185. Le ripercussioni sullo «spirito pubblico» dei bombardamenti fu immediato e fortissimo e non solo nelle località colpite, ma anche in quelle limitrofe e laddove trovarono rifugio gli sfollati (da Genova tra ottobre e dicembre si dovettero allontanare circa 300 000 persone). A parte le vittime e i danni, i bombardamenti provocarono ulteriori difficoltà, sia per chi non poteva allontanarsi dalle città prese di mira, ma doveva recarsi a lavorare in altre località dove, quando era possibile, vennero trasferiti gli stabilimenti piú importanti, sia per gli sfollati, costretti a sistemazioni precarie in centri spesso non attrezzati per far fronte neppure sul piano dei rifornimenti alimentari ad un afflusso di tanta gente, e non di rado esposti alle piú losche speculazioni. Nell’allegato sulla situazione romana, il «promemoria al Duce» dei carabinieri per il dicembre 1942 riferiva per esempio:

    «Le conseguenze dei recenti bombardamenti nell’Italia settentrionale ed a Napoli continuano ad influire in modo diretto sullo spirito pubblico.

    I numerosi profughi che sono affluiti nella capitale, hanno dato la sensazione di quello che deve essere lo stato d’animo delle popolazioni colpite dall’offesa aerea nemica.

    Trattasi delle popolazioni settentrionali, le quali hanno doti di coraggio e di fermezza forse superiori a quelle di altre regioni, ma tuttavia sono in esse palesi i segni dell’abbattimento.

    Non a torto il nemico ha insistito, e forse insisterà maggiormente in seguito, su questa forma di debilitazione del popolo.

    Affinché sia dato modo anche alla popolazione meno abbiente di sgombrare dai grandi centri urbani, occorrerebbe che venissero energicamente combattute tutte le forme di esosa speculazione e, forse, stimolato quello spirito di fratellanza che oggi appare sopraffatto da un cinico egoismo» (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 171, fasc. 43). Ancor piú significativi sono due rapporti a Senise dell’ispettore generale M. Norcia sulla situazione nel bolognese, uno del 28 ottobre e l’altro dell’11 novembre 1942. Nel primo il Norcia riferiva: «La precisa conferma del segnalato stato di diminuita resistenza della popolazione e della crescente sfiducia nella efficacia organizzativa non solo nel campo alimentare, ma nella stessa struttura della difesa antiaerea, si raccoglie anche in questa Zona, pure fin’ora non attaccata, attraverso l’enorme impressione provocata dalle notizie che provengono portate da profughi, da Milano Genova Torino, oggetto delle recenti incursioni aeree nemiche.

    Tra la veramente eccezionale ressa di viaggiatori che occupavano i pianerottoli ed i corridoi dei vagoni di provenienza dalle città colpite è stato possibile constatare lo stato di esasperazione di non pochi elementi femminilili dalle espressioni di offensiva aperta ostilità non già verso i nemici, che contrariamente alle Leggi di guerra menano la strage in città aperte, ma contro il Regime che avrebbe provocato la guerra senza prendere dopo due anni alcuna sistemazione difensiva: si è udito affermare che gli inglesi volteggiavano a bassissima quota, coi loro apparecchi, attorno al Duomo di Milano per dimostrare che pur potendolo colpire, rispettavano l’insigne monumento, e ciò senza che alcuno dei nostri apparecchi sorgesse a contrastare il campo pur essendo ancora giorno.

    Gli allarmi senza attacchi verificatisi nelle provincie settentrionali di questa Zona e segnatamente a Piacenza, Reggio Emilia e Parma sono stati causa di vivo panico che si spiega solo colla considerazione della diminuita capacità di resistenza morale per la insinuantesi sfiducia sulla idoneità dei dirigenti, e fisica per l’innegabile ripercussione su tutti gli organismi della incompleta alimentazione» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Segreteria part. del capo della polizia, Senise, b. 8, fasc. 97). Nel secondo si legge tra l’altro: «I profughi delle città vittime delle recenti incursioni aeree nemiche hanno portato in questa Zona la voce della loro protesta per l’insufficienza dei soccorsi ma piú ancora per l’assenza di ogni difesa: Si sono udite vive rampogne contro le autorità di Milano tutte intente a celebrare con normali cerimonie il “28 ottobre” mentre, si affermava giacevano ancora vittime, forse da salvare, sotto le macerie» (ivi, b. 8, fasc. 103). Sugli effetti negativi della scarsa difesa contro i bombardamenti si dilungavano pressoché tutti i rapporti delle città attaccate. Valga per tutti quanto riferivano i carabinieri nell’allegato sulla situazione in provincia di Torino del «promemoria per il Duce» relativo al mese di ottobre: «Anche le recenti incursioni aeree nemiche sull’Italia Settentrionale hanno contribuito a deprimere il già scosso morale della popolazione, piú che per le perdite dolorose nella popolazione civile, per la scarsa efficienza dei servizi di difesa.

    È stato severamente commentato il mancato intervento della nostra caccia, che non si è alzata da nessuno degli aeroporti della zona, permettendo cosí agli aerei nemici di scorrazzare, indisturbati, in pieno giorno e di dare addirittura la caccia all’uomo con mitragliamenti a bassa quota.

    La comunicazione data poi dai nostri giornali dell’avvenuto abbattimento di undici aerei nemici da parte della difesa tedesca, ha accresciuto il disappunto della massa» (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 174, fasc. 42). ↩

  186. «La situazione politica – veniva riferito già il 28 ottobre a Senise da Roma (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Segreteria part. del capo della polizia, Senise, b. 8, fasc. 97) – è oggi, piú che mai, oscura e gravida di minacce.

    Ancora una volta riaffiora quell’ondata di pessimismo e di disfattismo che stava per sommergere la nazione, durante la campagna di Grecia. Ancora una volta riappare – in una forma piú accentuata – la sfiducia verso il Regime e verso gli uomini che lo rappresentano». ↩

  187. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., 1942, b. 76, fasc. K1B-15, sottofasc. «Torino», il questore di Torino a Senise, 31 dicembre 1942. ↩

  188. Cfr. R. Manzini, Dialoghi col mondo, Milano 1942. ↩

  189. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., 1942, b. 72, fasc. K1B-15, sottofasc. «Bologna», il questore di Bologna a Senise, 30 dicembre 1942. ↩

  190. Per alcuni elementi preliminari cfr. F. Malgeri, La preghiera e la guerra. Comportamento religioso e censura in Italia durante il secondo conflitto mondiale, in Studi di storia sociale e religiosa in onore di Gabriele De Rosa, Salerno 1982, pp. 1189 sgg., dove però il problema è affrontato solo in taluni aspetti e non sempre i piú significativi; nonché ID., La Chiesa italiana e la guerra cit., passim e specialmente pp. 63 sgg. ↩

  191. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 44, fasc. 242/R, «R. Farinacci», sottofasc. 40. In realtà gli interventi di Mussolini furono scarsi e poco significativi; l’unico di un certo rilievo fu costituito dalla sua decisione, il 26 ottobre, di depennare dall’elenco dei nomi di giornalisti e intellettuali proposti da Giorgio Pini come possibili collaboratori de «Il popolo d’Italia» (insieme a quelli di C. Alvaro, M. Bontempelli, M. Lupinacci e C. Malaparte) quello di Agostino Gemelli a cui preferí quello di Giuseppe Ricciotti. ACS, G. Pini, b. 58, G. Barella a G. Pini, 25 ottobre 1942. ↩

  192. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., Statistiche, b. 4. ↩

  193. La crescente scarsezza dei generi di prima necessità, la continua maggiorazione dei prezzi di quelli disponibili sul mercato libero e alla «borsa nera» e il basso livello degli stipendi suscitavano nelle città una diffusa ostilità della piccola borghesia, «depressa per le ristrettezze in cui si dibatte e perché teme per l’imminente avvenire», nei confronti degli agricoltori e dei contadini e in genere dell’«ingorda speculazione di avidi commercianti e negozianti» e di tutti coloro che, a torto o a ragione, venivano ritenuti «guazzare nell’abbondanza» e «benedire la guerra» per i guadagni che assicurava loro a spese di «chi non ha neanche lo stretto necessario». A loro volta – come si legge nella «Situazione politico-economica del Regno al 31 dicembre 1942-XXI» – gli agricoltori lamentavano «la mancanza di mano d’opera, non solo per l’effettiva assenza di unità lavorative, ma anche come effetto della inosservanza delle tariffe stabilite in sede corporativa. Esiste infatti nel settore agricolo una “borsa nera” della mano d’opera, che le organizzazioni sindacali non riescono a fronteggiare e che obbliga anche i datori di lavoro piú disciplinati a seguire la corrente, se non vogliono subire le conseguenze gravissime di soste forzate nella preparazione e nella semina dei terreni.

    D’altro canto i lavoratori sostengono che le spese sono per essi fortemente aumentate e, resi forti dalla grande richiesta di cui sono oggetto, affacciano sempre maggiori pretese con ogni espediente, non ultimo quello di presentarsi senza tessera annonaria pretendendo il vitto oltre la mercede.

    Infine gli agricoltori lamentano che i prezzi legali dei prodotti siano troppo lontani da quelli reali, ciò che secondo loro costituisce la maggiore causa delle evasioni agli ammassi; che tra i prezzi dei varî prodotti agricoli vi siano inspiegabili sperequazioni, tali da invogliare a preferire culture meno utili a tutto scapito di quelle che interessano il Paese; che, soprattutto, la maggiore e piú ingiustificata sperequazione di prezzo si verifichi tra i prodotti agricoli in genere e quelli industriali, con la conseguenza indiretta di far disertare molti lavoratori che fin qui erano rimasti attaccati alla terra». Quanto poi agli operai, oltre che taglieggiati dall’avidità dei commercianti e dei contadini, si consideravano – e non a torto – svantaggiati rispetto a questi sotto tutti i profili, a cominciare da quello salariale. ↩

  194. In questo clima presero a circolare con insistenza voci su presunte intenzioni anglo-americane di dar vita in Libia ad un sistema simile a quello «escogitato» nelle regioni francesi del Nord Africa e cioè di affidare certi compiti di governo a Nitti, Sforza e altri fuoriusciti, «provocando cosí un vero e proprio movimento di secessione, che tenderebbe a minare alle basi l’attuale sistema politico» (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 174, fasc. 43, allegato sulla situazione a Roma del «promemoria per il Duce» dei carabinieri relativo al dicembre 1942) e, soprattutto, su possibili trattative di pace tra la Germania e l’Urss (ivi, allegati sulle situazioni nelle province di Milano e di Genova). ↩

  195. «Crisi di coscienza assillano gli stessi iscritti al PNF, e non dell’ultima ora, i quali vedono, con accoramento, gli alti ideali minati dalla colpa o dalla insipienza di gerarchi e dalle malefatte di troppe scorie, che non si sono ancora volute o potute eliminare.

    E il sottile veleno della perplessità si infiltra persino in taluni gangli, anche delicati, dell’organismo burocratico» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., 1942, b. 74, fasc. K1B-15, sottofasc. «Modena»). ↩

  196. «Le critiche contro il Regime diventano ogni giorno piú vivaci e serrate. L’addebito principale mosso al Fascismo è generalmente quello di non aver saputo a suo tempo prevedere dove la politica delle rivendicazioni avrebbe necessariamente condotto la Nazione e di non aver, parallelamente a tale politica, convenientemente potenziato le Forze Armate» (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 174, fasc. 43, allegato sulla situazione in provincia di Torino al «promemoria per il Duce» relativo al dicembre 1942).

    «Le categorie interessate, industriali e commercianti, sono esasperate contro la corruzione che regna sovrana nei Ministeri e nei vari uffici sindacali e corporativi, ove, a loro dire, un esercito di burocrati incapaci emanano a getto continuo provvedimenti restrittivi, preordinati all’unico scopo di far denaro, soffocando ogni iniziativa privata. La massa del pubblico, d’altra parte, rileva sarcasticamente che i rigori della legge colpiscono oggi i pochi contadini ingordi che vendono le uova a 5 lire, ma non gli industriali e i commercianti che arricchiscono impunemente per milioni» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Segreteria part. del capo della polizia, Senise, b. 8, fasc. 95, l’ispettore generale Peruzzi a Senise, da Milano, 14 ottobre 1942). Notazioni come queste si leggono un po’ in tutti i rapporti di polizia e dall’autunno 1942 sono via via sempre piú frequenti e univoche. ↩

  197. Nella già ricordata lettera del 19 novembre Farinacci scriveva a Mussolini: «Vi sono dei traditori che vedrebbero volentieri la sconfitta delle nostre armi per colpire il fascismo. E costoro non hanno piú limiti: sui treni, nei locali pubblici, nei rifugi, denigrano tutti e tutto, inventando ogni sorta di menzogne, esagerando i mali e i difetti, ingenerando avvilimento, provocando e incoraggiando le proteste e le bestemmie. Noi siamo tutti passati in seconda fila. Tutti costoro parlano di te, senza eufemismi né reticenze. Ma il piú grave è che manca la reazione. Il Partito è completamente assente nell’opera di disinfezione. I giovani, cosí male educati in questi ultimi anni, sono piuttosto anarcoidi e ostentano uno spirito di menefreghismo verso il Partito e verso di te. Sono tutti dei grandi uomini, e si sentono in grado di rinnovare in quattro e quattr’otto tutto l’ambiente, che essi chiamano fradicio corrotto impotente» (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 44, fasc. 242/R, «R. Farinacci», sottofasc. 40). In questo clima le celebrazioni del ventesimo anniversario della «marcia su Roma» caddero nell’indifferenza generale o suscitarono addirittura l’irritazione di molti. Anche il discorso pronunciato alla Camera da Mussolini il 2 dicembre (lo si veda in Mussolini, XXXI, pp. 118 sgg.) ebbe una eco non favorevole e spesso del tutto negativa e, certo, non serví a rialzare il morale degli italiani. Si veda a questo proposito, in Appendice, Documento n. 9, la relazione «Echi e commenti al discorso del Duce» redatta dalla polizia politica sulla base dei giudizi e delle reazioni raccolti in vari ambienti sociali a Roma e nel resto del paese (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. polizia politica, cat. I, b. 225). ↩

  198. Echi di questi timori sono riscontrabili in vari rapporti di polizia sin dal settembre 1942, soprattutto in riferimento alla situazione in alcune zone agricole del Nord (in particolare l’Emilia) dove «il ceto agricolo» doveva constatare come patti di lavoro venissero sempre piú spesso violati dai «lavoratori organizzati» «senza che alcuno dei dirigenti responsabili» intervenisse per impedirlo. Cfr. per esempio in ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Segreteria part. del capo della polizia, Senise, bb. 7, fasc. 88 e 9, fasc. 111, quanto riferito a Senise da Roma e da Bologna il 23 settembre e il 9 dicembre. ↩

  199. L’accenno all’opportunità di non lasciarsi trasportare ad eccessi e provocazioni è certamente da riferire all’intensificarsi in varie località, soprattutto del Nord, di iniziative squadristiche contro i «mormoratori», i «disfattisti», gli accaparratori e i «borsari neri» e alle reazioni negative da esse suscitate. Di una energica azione da parte dei vecchi squadristi, «che guidati e rianimati, potrebbero – come Farinacci scrisse il 19 novembre a Mussolini – in quarantott’ore sbaragliare questo stato di sfiducia e di critica corrosiva che si è venuto creando», parlava anche la dirigenza del PNF che piú o meno esplicitamente incoraggiava o copriva queste iniziative con grande disappunto delle forze di polizia, che, se per un verso erano consapevoli della gravità della situazione, per un altro verso ritenevano che, nonostante tutto, «se il corso degli eventi bellici si svolgerà a nostro favore, anche lo spirito pubblico potrà facilmente risollevarsi» e, quindi, non volevano assolutamente inasprirla. ↩

  200. Cfr. G. Gorla, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., p. 377. ↩

  201. Cfr. ibid., p. 380; G. Bottai, Diario cit., p. 337. ↩

  202. Mussolini, XXXI, p. 137. ↩

  203. Mussolini, XXXI, pp. 162 e 160. ↩

  204. Lo si veda in E. di Nolfo, Vaticano e Stati Uniti 1939-1952 cit., pp. 189 sg. ↩

  205. Cfr. per un quadro d’insieme la «Situazione politico-economica del Regno al 28 febbraio 1943-XXI», particolarmente interessante perché alla solita analisi generale fa seguire un «prospetto per province» della situazione stessa (di 32 pp.) in cui sono sunteggiati in riferimento ai mesi di gennaio e febbraio la «situazione economica», lo «spirito pubblico», i «fatti rilevanti» e la «situazione politica» in ciascuna provincia (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Segreteria part. del capo della polizia, Senise, b. 10, fasc. 112). ↩

  206. Tutti i rapporti della prima metà del 1943 sono concordi nel segnalare la continua tendenza al rialzo del costo della vita, particolarmente sentita da tutti coloro che disponevano solo di redditi fissi e in specie dagli operai e dagli impiegati, in primis quelli dipendenti direttamente o indirettamente dallo Stato; in una relazione segreta della direzione generale della P.S. sulla situazione interna durante l’aprile (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., 1943, b. 22, fasc. C1-AG) è riferito che «gl’impiegati ed i salariati statali e parastatali, dichiarandosi agli estremi delle loro risorse finanziarie, si agitano in aperti malcontenti invocando adeguati miglioramenti economici» e che l’aumento degli assegni agli operai e impiegati privati, non essendo accompagnato da alcun provvedimento in grado di bloccare il «rapido costante rialzo del costo della vita», non aveva trovato che limitatissimi consensi. Pure concordemente segnalate erano l’insufficienza delle razioni alimentari erogate con il razionamento e le disfunzioni (particolarmente gravi – per via delle difficoltà nei trasporti – in Sicilia, in Sardegna e, piú in genere nelle regioni meridionali, tant’è che in esse si andava diffondendo sempre piú la convinzione che le popolazioni del Nord godessero di un trattamento privilegiato), nonostante il grosso sforzo messo in atto per porvi rimedio, nella «conservazione e distribuzione» dei generi di prima necessità. Tipico è quanto riferiva il Servizio della Marina nella sua relazione relativa al mese di marzo:

    «In questi ultimi mesi sono aumentati i rilievi per le varie deficienze nei riguardi del settore alimentare, ove la disciplina degli ammassi, dei prezzi e dei razionamenti offre spesso argomento a vive lagnanze. La rarefazione dei generi sul mercato ed i ritardi nella loro distribuzione dànno luogo a serie difficoltà nell’approvvigionamento familiare e determinano spesso anche la necessità di far ricorso al mercato clandestino, la cui attività non sembra affievolirsi.

    Si torna a parlare di fame; e non è raro il caso in cui le famiglie prospettino, nella corrispondenza, dolorose e penose situazioni causate dalla insufficienza dei generi che vengono distribuiti con le tessere ed aggravate dalla penuria di quelli non tesserati esistenti sul mercato. Questo inconveniente viene attribuito da alcuni al fatto che ingenti partite di ortaggi, di verdure e di carni suine, verrebbero inviate all’estero, ed in gran parte in Germania ed in Svizzera, con il conseguente depauperamento del mercato interno, che, nonostante la favorevole stagione, si presenta, cosí, inadeguato alle esigenze nazionali» (ACS, Min. Marina, Ga- binetto, b. 251, fasc. «Relazioni mensili sul servizio censura»). Da varie regioni era altresí segnalato un aumento dell’evasione e delle lentezze nei conferimenti agli ammassi dei prodotti agricoli, anche di quelli, come l’olio, che aveva registrato un abbondante raccolto. Né migliore era la situazione finanziaria, caratterizzata, per un verso, da un aumento dei depositi a risparmio nelle banche e casse popolari e, per un altro da una ricerca di investimenti in acquisti immobiliari. È per altro da notare che all’aumento dei depositi a risparmio già dalla metà del 1942 si era contrapposta un’altrettanto significativa tendenza delle grandi industrie (Fiat compresa) a ridurre i versamenti, a non utilizzare per i pagamenti ciò che introitavano dallo Stato e a ricorrere invece per essi alle banche. Da una lettera di Azzolini a Mussolini del 4 dicembre 1942 si apprende che tra luglio e ottobre le sezioni di Tesoreria della Banca d’Italia di Milano, Torino e Genova avevano eseguito pagamenti in conto forniture militari per 1907, 1602 e 1144 milioni rispettivamente che non erano rifluiti alla Banca d’Italia e non sembrava fossero stati depositati neppure presso altre banche (cfr. Archivio Banca d’Italia, Archivio Azzolini, pratica 4). Sempre piú scarse infine erano le attività borsistiche, specie quelle relative al mercato azionario. ↩

  207. Monsignor Spellman, che a fine febbraio fu in Vaticano per discutere col pontefice la situazione italiana e i rapporti tra la Santa Sede e i governi alleati dopo gli avvenimenti successivi alla missione di M. Taylor, il 4 marzo 1943, scrivendo a Roosevelt osservava a questo proposito che il «sentimento antitedesco» era «molto forte e profondo» e che a ciò avevano contribuito assai le vicende dell’Armir: «Le storie degli uomini e degli ufficiali feriti, tra coloro che in pochi sopravvivono dal fronte russo, spezzano il cuore, specialmente in quei particolari che descrivono l’azione dei tedeschi nell’abbandonare i soldati italiani feriti nella ritirata».

    Nella stessa lettera monsignor Spellman a proposito della situazione italiana scriveva altresí che «la gente soffre in una maniera impressionante. C’è molta fame e debolezza. Il pane è nero e simile alla paglia, i prezzi sono decisamente e in maniera crescente inflazionati… Il novantanove per cento degli italiani, a mio parere, farebbe, se lo potesse, la pace domani… Non credo che ci sia nessuno in Italia che pensi che l’Italia possa vincere la guerra…» (cfr. E. Di Nolfo, Vaticano e Stati Uniti 1939-1952 cit., pp. 242 sg.). ↩

  208. «Quantunque prevista, la rapida e sfavorevole conclusione della campagna africana ha sensibilmente inciso sul morale delle popolazioni.

    La constatazione, poi, della schiacciante superiorità dimostrata dal nemico nel settore tunisino, ha diffuso in tutti una viva preoccupazione per gli ulteriori sviluppi del conflitto.

    Accentuano queste preoccupazioni l’intensificarsi delle incursioni aeree nemiche sul territorio nazionale, le molte riserve che si fanno sulla nostra efficienza aerea e navale, e la conseguente temuta possibilità di uno sbarco anglo-americano sul territorio della Madre Patria.

    Riserve si fanno anche sulla efficienza bellica della Germania, rispetto a quella delle armate russe. Non pochi, poi, presumono che i tedeschi non potranno impegnarsi a fondo contro i sovietici dovendo mantenersi pronti a parare efficacemente un eventuale tentativo nemico di sbarco in Europa.

    Di qui uno stato d’animo d’accentuata sfiducia sull’esito vittorioso del conflitto. Soprattutto le classi intellettuali sono pervase dal piú nero pessimismo» (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 175, fasc. 44, «Promemoria per il Duce» dei CCRR relativo al maggio 1943). ↩

  209. In una nota informativa del ministero della Cultura popolare, datata 15 gennaio 1943, si legge, a proposito della durata della guerra: «nel mentre l’anno scorso si diceva “può durare degli anni”, adesso si insiste nell’affermare che “quest’anno deve finire”» (ACS, Min. Cultura Popolare, b. 199). Lo stesso atteggiamento è riferito in un’altra nota in data 12 aprile: «il pubblico, in tutte le sue categorie è ancorato al concetto che la guerra vada verso una conclusione; mentre sino all’anno scorso si parlava della [sua] fine come d’una cosa molto al di là da venire, ora la maggioranza ritiene che “entro l’estate” si debba decidere la partita; e si aggiunge: “almeno per quanto riguarda l’Italia”» (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 202 bis, fasc. «Varie 1943»). ↩

  210. Questa realtà era cosí sintetizzata nella «Situazione politico-economica del Regno al 31 dicembre 1942-XXI»: «Gli sfavorevoli eventi militari di quest’ultimo trimestre non potevano mancare di far risentire la loro diretta influenza nel campo politico, anche se per ora non si nota un notevole aumento dell’attività sovversiva organizzata, astrazione fatta dei movimenti a sfondo slavo che sono stati scoperti nella Venezia Giulia e che occupano un posto a parte.

    L’antifascismo, invece, inteso come manifestazione di sfiducia, si è andato diffondendo in ogni strato sociale.

    L’antifascismo degli elementi socialmente e culturalmente piú bassi non desta, almeno per ora, serie preoccupazioni, in quanto si appalesa come qualcosa di contingente, legato piú che altro alla stanchezza della guerra e al grave disagio economico.

    L’antifascismo degli intellettuali ha, al contrario, radici piú profonde e rappresenta indubbiamente un pericolo, specie perché trova larga presa fra i giovani e persino nelle file delle organizzazioni del Partito» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., Statistiche, b. 4). ↩

  211. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 202 bis, fasc. «Varie 1943». Per quel che concerne piú propriamente l’avversione ai tedeschi, significativo è (ivi) un’altra nota informativa in data 3 luglio 1943:

    «Le descrizioni degli orrori conseguenti ai bombardamenti operati dal nemico delle città italiane, qualche effetto sulla massa cominciano a produrlo. Piú di quanto avvenisse in passato, la gente usa oggi termini crudi e roventi nel commentare gli spietati attacchi nemici dall’alto e, per questa efferatezza inglese od americana, lungi dal nascondere apprensioni e timori, comincia a dar qualche segno non dubbio di terrore ed anche di smarrimento.

    Questo mutato stato d’animo, ossia questo nascente o rafforzantesi sentimento d’orrore per il comportamento nemico, non ha però ancora il suo sbocco naturale, l’odio per il nemico, la presenza dei tedeschi in Italia agendo come da controveleno. Sembrerà strano, dato che con i Tedeschi abbiamo in comune il nemico, eppure è cosí. C’è in molti come la sensazione che l’Italia non sia piú libera di fare ciò che vuole ma che sia sottoposta alla volontà politica e militare della Germania, e questa sensazione, seppur non impedisce di avversare i nemici, attenua di molto questo sentimento, generando anche un’altra sensazione, quella che la partita fra l’Asse e gli alleati non ci riguardi piú ma sia diventata un affare esclusivamente germanico.

    Tempo fa vi era l’impressione che uno sbarco nemico in Italia avrebbe determinato immediatamente l’unione e la compattezza di spiriti, di propositi e di volontà degli italiani e, appunto per questo, era quasi da augurarselo. Oggi, in qualche ambiente nel quale spesso si incontrano personalità notevoli per intelletto, cultura, saggezza e prestigio, del vecchio e nuovo Regime, si mette seriamente in dubbio la possibilità che avvenga l’accennata compattezza, appunto a causa della presenza dei tedeschi in Italia, presenza non giustificata dal comportamento del soldato italiano e che suonerebbe, si afferma, offesa alla tradizione ed all’onore guerriero dell’intera nazione». ↩

  212. E. di Nolfo, Vaticano e Stati Uniti 1939-1952 cit., pp. 197 sg. ↩

  213. E. di Nolfo, Vaticano e Stati Uniti 1938-1952 cit., p. 198. ↩

  214. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Segreteria part. del capo della polizia, Senise, b. 10, fasc. 112. ↩

  215. Ivi, Chierici, b. 11. ↩

  216. Il 4 febbraio 1943 l’ufficio di P.S. di Borgo, a cui competeva la sorveglianza sulla Città del Vaticano, inviava al questore di Roma questa comunicazione: «Mi viene riservatamente riferito che nell’udienza generale svoltasi ieri mattina in Vaticano, parecchie persone, in ispecie donne, al passaggio del Sommo Pontefice, Gli hanno chiesto che si adoprasse per il conseguimento di una sollecita pace, e che il Pontefice aveva assicurato che tutte le sue preghiere giornaliere si rivolgono a Dio, perché ridia la pace al mondo intero» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., Seconda guerra mondiale, b. 420, fasc. 140). ↩

  217. Significativo per farsi un’idea piú precisa di questa linea, comune anche a puri cattolici fascisti, e di certi suoi precedenti, è un articolo in due puntate di C. Lovera di Castiglione, Il problema dell’unità europea, in «L’Italia» del 26-27 giugno 1943. Già esponente della gioventú di Azione cattolica e collaboratore della bonatelliana «Segni dei tempi», il Lovera cosí concludeva il suo scritto: «Come sono cessate le risse tra i campanili, poi quelle feudali, poi ancora quelle regionali, si dovrà pur giungere a superare certi nazionalismi gretti ed esasperati, perché tutti i popoli europei possano confluire in una grande e nuova realizzazione, alla quale ognuno rechi i suoi apporti e pur non cessando di essere se stessi, collabori a dare all’Europa un nuovo aspetto, che la metta sul piano stesso delle grandi collaborazioni intercontinentali.

    Se, naturalmente, lo spirito cristiano tornasse ad alitare vigoroso, disperdendo le nordiche nebbie pagane, potremmo guardare ad un domani migliore con piú certezza e maggior fiducia.

    Chissà che Iddio pietoso non prepari questo giorno, malgrado la cattiva volontà di molti europei, piegati da tanto sangue da tanti dolori e da tante provocazioni».

    A rendere particolarmente significativo l’articolo, mostrando come autorevoli settori del mondo cattolico continuarono sino alla fine a dar credito alla politica mussoliniana e ai suoi sforzi per indurre Hitler ad assumere un atteggiamento piú realista, è il fatto che il Lovera ricollegava larga parte della sua argomentazione sulle condizioni per una futura convergenza e solidarietà europea che superasse «i singoli particolarismi» al discorso pronunciato da Bastianini in Senato il mese prima e soprattutto a due articoli di Francesco Orestano apparsi su «Gerarchia».

    Tipico esponente cattolico-fascista, anche se di formazione positivisticheggiante (cfr. a questo proposito E. Garin, Cronache di filosofia italiana (1900-1943), Bari 1955, passim, e specialmente pp. 150 sgg.), l’Orestano era – come già abbiamo detto – fautore dell’Ordine nuovo, ma aveva sempre cercato di distinguerlo da quello nazista. In particolare, in un articolo (Nuovo ordine europeo) apparso su «Gerarchia» nel gennaio 1942 aveva «rettificato» l’affermazione di Hitler che l’Europa era «un’espressione razziale e culturale», osservando che essa comportava o l’abbandono dei concetti di «spazio vitale» e di «spazio economico» o la «riduzione in servitú» dei popoli di altre razze e culture compresi in tali «spazi», e aveva riproposto la tesi, già espressa nel suo libro Verso la nuova Europa, che il nuovo sistema europeo dovesse avere «la figura d’un ellisse a due fuochi: Roma e Berlino». Nel fascicolo del dicembre 1942 della stessa rivista aveva ripreso il discorso affrontandone un aspetto particolare, quello de La vita religiosa della nuova Europa. L’articolo, che pare fosse stato concordato col redattore capo di «Gerarchia», Carlo Ravasio (cfr. R. A. Graham, La questione religiosa nella crisi dell’Asse. Il confronto Orestano-Hudal [1942-1943], in «La civiltà cattolica», 5 marzo 1977, p. 445), suscitò grande scalpore non solo in Italia, ma anche in Germania e in Inghilterra. L’Orestano vi sosteneva infatti la centralità per i popoli europei della vita religiosa, «onde per secoli Europa e Cristianità furono sinonimi». Da qui la necessità di «chiedersi quale sorte è riservata nel futuro ordine europeo alla civiltà cristiana» che, oltre tutto, costituiva «la piú grande energia morale» che affratellava e dava slancio e vigore a tutti coloro che combattevano «l’apocalittico Anticristo russo-asiatico». E ciò tanto piú – continuava – visto che vi era da temere che «tendenze… positivamente areligiose e irreligiose, acristiane e anticristiane» mirassero a conquistare «i pubblici poteri», indebolendo e mettendo cosí in crisi la compattezza dell’Europa. Da questa premessa generale l’Orestano prendeva le mosse per una lunga disanima del «processo separatista» caratterizzante «il genio tedesco» che con Nietzsche era giunto a una filosofia che solo quella bolscevica era piú anticristiana ed atea e che era alla radice del «neo-paganesimo di Rosenberg, Ludendorff, ecc.» e concludeva invitando la Germania a pervenire ad un «piú alto senso dell’universalità umana» ascoltando «la parola di Roma»; «nella storia di Roma» la Germania – sempre secondo Orestano – avrebbe infatti trovato «esempi e insegnamenti unici circa il modo di associarsi i nemici di ieri, di fondare una pax romana durevole e feconda tra le genti piú diverse di sangue, lingua, costumi, stato di cultura, religione», nonché «anche il senso e il segreto della cattolicità, che non è solo universalità astratta e concettuale, ma universalità vissuta, universalità umana organizzata, organizzazione attiva dell’universalità».

    In Italia l’articolo suscitò subito le ire dei gruppi fascisti piú accesamente filonazisti e razzisti, in prima linea quelle de «La vita italiana». Questa, nel fascicolo del febbraio 1943, pubblicò un articolo violentissimo di J. Evola, Sfasature nelle relazioni intellettuali italo-germaniche, in cui Orestano e «certi nostri scrittori facinorosi» (e, sia pure in modo diverso, G. Gentile accusato di una opposta «tendenzialità rivoluzionaria di sinistra»), che volevano riassumere il guelfismo e fare dell’Italia «una specie di braccio secolare della Chiesa» con la missione di «convertire alla fede cattolica tutti i popoli del mondo, a partire dalla Germania», erano praticamente accusati di pregiudicare «ogni lavoro d’intesa» tra Italia e Germania e, dunque, «anche ogni lavoro costruttivo in ordine a ciò che l’Asse potrà dare come punto spirituale di riferimento allo spazio europeo che ad essa fa capo». Nello stesso fascicolo, pur senza fare riferimento ad Orestano, Preziosi prese a sua volta posizione Per la lealtà e saldezza dell’intesa italo-germanica con una nota che apparve contemporaneamente nell’«Italien Beobachter». Né la campagna de «La vita italiana» si fermò qui. Preziosi tornò infatti nuovamente alla carica sul fascicolo di marzo, In margine della lealtà dei rapporti italo-germanici, attaccando personalmente Orestano come filosemita, e in quello di aprile, pubblicando un articolo di W. Wuster, Relazioni culturali italo-germaniche di oggi e di domani, in cui le tesi di Orestano venivano contestate ancora una volta (anche se il nome del filosofo non appariva nell’articolo) e, questa volta, da un autore nazista.

    A favore di Orestano si pronunciarono alcuni giornali giovanili e locali fascisti; «L’Italia», «L’avvenire d’Italia» e l’«Osservatore romano» pubblicarono piú o meno ampi stralci e citazioni del suo articolo (cosí come vari giornali svizzeri, ungheresi e romeni). Il fatto piú significativo ci pare però la pubblicazione di ampi resoconti e stralci anche da parte di «Civiltà fascista» (gennaio 1943) e «L’Ordine nuovo» (16 gennaio - 1º febbraio 1943), due organi di istituzioni ufficiali il cui favorevole atteggiamento esclude praticamente l’ipotesi che l’articolo di Orestano fosse stato una sorta di bomba esplosa inattesa nelle mani del suo autore e di Ravasio. Privatamente Orestano trovò inoltre numerosi consensi in personalità cattoliche austriache e tedesche e anche tra i protestanti. A integrazione e precisazione di quanto scritto dal Graham nel suo citato saggio, va detto che monsignor Alois Hudal (rettore della chiesa dell’Anima a Roma e fautore di una riconciliazione tra nazionalsocialismo e cristianità) avrebbe voluto pubblicare su «Gerarchia» un proprio articolo per discutere quello dell’Orestano e, poi, raccoglierli, insieme con un terzo (possibilmente di Papini), in un volumetto «per propagare quello che noi tutti vogliamo di cuore: la pace di religione». Solo dopo che Orestano lo informò che «ovvie ragioni di opportunità» impedivano sia l’una sia l’altra pubblicazione, monsignor Hudal diede alle stampe a proprie spese e in poche copie il suo scritto (che aveva in precedenza sottoposto ad Orestano). Cfr. oltre al citato saggio di R. A. Graham, A. C. Hudal, Römische Tagebücher. Lebensbeichte eines alten Bischofs, Graz-Stuttgart 1976, pp. 18 e 217, e soprattutto ACS, Min. Cultura Popolare, Gabinetto, b. 2, fasc. 10, «Francesco Orestano».

    Il Diario intimo di Göbbels (cit., p. 339) testimonia che l’articolo di Orestano, apparso per di piú sulla rivista personale di Mussolini, preoccupò ed irritò i tedeschi (è evidente che gli italiani «tendano… di accampare diritti al predominio spirituale in Europa, dato che quello militare e politico è sfuggito loro dalle mani») che però preferirono per il momento non prendere posizione in attesa di «un’occasione piú favorevole», forse addirittura sin dopo la vittoria, quando – come annotava Göbbels – «potremo affrontare la questione della Chiesa apertamente». Né è da escludere che ad indurre Berlino a non fare dell’articolo di Orestano un caso contribuisse il fatto che a questo avevano già provveduto la propaganda alleata e Radio Londra in particolare, prima dandogli ampio rilievo, poi, dopo la replica di Evola, parlando tout-court di «polemica Farinacci-Mussolini». Stando cosí le cose, una presa di posizione ufficiale o anche solo ufficiosa tedesca avrebbe inevitabilmente indotto gli Alleati a parlare di «polemica Hitler-Mussolini».

    Contrariamente a quanto il Graham – l’unico che in qualche misura si è occupato della vicenda – sembra ritenere, gli attacchi de «La vita italiana» e il clamore fatto da Radio Londra attorno all’articolo di Orestano e alle polemiche da esso suscitate non posero però fine alla vicenda stessa. All’inizio di aprile, per non drammatizzare i rapporti con i tedeschi, Biggini, che aveva nel frattempo sostituito Bottai all’Educazione nazionale, ritenne inopportuno inviare Orestano a parlare all’Istituto italiano a Berlino «Studia humanitatis» (cfr. E. Castelli, Pensieri e giornale, Diario intimo, Roma 1945, pp. 101 sg.). Il mese successivo «Gerarchia» pubblicò però un nuovo articolo del filosofo (Del nuovo ordine europeo) che riprendeva il discorso del primo sotto una diversa angolatura: non piú quella specificamente religiosa-culturale, ma quella di una discussione delle «soluzioni» americana (si badi, non alleata, ché Orestano lasciava chiaramente intendere che tra i due partners occidentali l’iniziativa e l’egemonia erano degli Usa o, meglio, dell’alta finanza americana che tendeva a monopolizzare tutte le ricchezze nelle proprie mani) e sovietica circa l’«avvenire umano» e dell’Europa in particolare e di come l’Europa doveva fronteggiare queste minacce puntando su «una piú estesa e stretta integrazione fra i suoi territori e popoli a tutti gli effetti»; senza attardarsi «in particolarismi e localismi rispettabili, ma divenuti anacronistici, sfasati e pericolosi». Contro la duplice minaccia americana e sovietica la strada da battere doveva essere quella – alla quale si sarebbe ricollegato nel suo articolo il Lovera di Castiglione il mese dopo su «L’Italia» – di uno «stato plurinazionale», in cui tutti i popoli europei «senza eccezione» si integrassero sentendo di appartenere «a un’aristocrazia umana, a un’aristocrazia morale, ch’è vano e delittuoso voler negare e deprimere, peggio distruggere». E qui il discorso si ricollegava con quello svolto nell’articolo del gennaio: l’Europa come sinonimo di cristianità, la cristianità come cemento indispensabile per l’edificazione di uno stato plurinazionale in grado di rappresentare l’Europa tutta di fronte ad americani e sovietici.

    Sulla base di questo secondo articolo (contro il quale J. Evola prese subito posizione su «Il regime fascista» del 18 maggio) ci pare sempre piú difficile pensare al primo come ad una bomba esplosa nelle mani di Orestano e soprattutto di Ravasio. Ipotizzare che dietro tutta l’operazione ci fosse Mussolini ci sembra difficile e nulla lo autorizza. Che di un’operazione si trattasse ci pare però indubbio, cosí come ci pare estremamente probabile che orchestrandola sia da parte cattolica che da parte fascista ci si illudesse di poter premere tanto su Mussolini quanto sulla Santa Sede per un accordo che, piú che ad influire sulla Germania, dovesse servire a facilitare l’uscita dell’Italia dal conflitto. E ciò tanto piú in quanto sappiamo che Ravasio considerava i rapporti con la Chiesa assai importanti e coloro che trattavano il Vaticano «dall’alto in basso» dotati di scarsa sensibilità e intelligenza politica (cfr. Rapporto al Duce cit., pp. 396 sg.: diario di Ravasio, alla data dell’11 luglio 1942) e cercava, nei limiti del possibile, di appianare amichevolmente almeno alcune questioni con la Santa Sede, dalla quale era considerato «persona degna di stima e di fede» (cfr. ADSS, V, p. 310). ↩

  218. Da Milano, il 3 gennaio 1943, un informatore della polizia a contatto con l’ambiente dell’Azione cattolica riferiva a Roma:

    «Il presente stato di incertezza militare e politica ha improvvisamente riaperto le nascoste speranze di una fine del Regime e di un ritorno alle vecchie posizioni dei partiti italiani.

    Crollato il Fascismo dopo la sconfitta militare, scomparso di conseguenza l’incubo della tirannia teutonica, l’Italia, uscita malconcia dalla lotta, dovrebbe fare appello alle superstiti forze interne, per tentare una graduale, lenta ricostruzione del Paese, sia nel campo spirituale che in quello sociale.

    Ad esaminare le condizioni dei partiti avversi al Fascismo non si trovano che rovine: il comunismo, che ha molti segreti seguaci specialmente fra le maestranze industriali, sarà sempre represso come antisociale, magari con l’aiuto delle baionette anglo-americane, che – passata la paura di perdere la guerra – non hanno nessun interesse a lasciare l’Europa alla mercé di Stalin; il socialismo non esiste piú, troppo compromesso col Fascismo; mentre liberali e democratici hanno da tempo fatta adesione al Regime e i repubblicani costituiscono una miserabile pattuglietta quasi tutta composta di fuoriusciti, ormai rovinati.

    L’unica forma compatta, l’unica forma dell’ordine sociale, sulla quale si potrà e si dovrà contare, è quella costituita dai clericali riuniti attorno all’Azione cattolica, la quale non solo è scomparsa di fronte al Fascismo, ma, mercé la lungimirante manovra di Pio XI, e per effetto della Conciliazione, ha preso nuove forze, ha vittoriosamente sostenuta la sua lotta contro l’avversario, materialmente di essa assai piú potente, ma moralmente inferiore, ha stretto le sue file e aumentato il numero degli adepti ed ha finito per organizzare silenziosamente una nuova classe dirigente» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., 1930-1945, G. 1, b. 115).

    ↩

  219. Dal 20 al 23 aprile 1943 a Castelgandolfo, nella villa del Collegio Urbano, si svolse un convegno nazionale dei dirigenti diocesani (circa trecento) della Gioventú maschile di A. C. Il tema, in apparenza abbastanza anodino, la famiglia nella luce del messaggio natalizio del pontefice, fu introdotto e trattato sotto diversi punti di vista da Ferdinando Storchi e Giuseppe Mira che diedero alle loro relazioni una impostazione chiaramente politica, tanto è vero che l’informatore della polizia che seguí i lavori del convegno (chiusosi con la proiezione del film Pastor Angelicus) concluse il suo rapporto con questo giudizio: «L’impressione conclusiva del convegno si può riassumere cosí: “giovani cattolici, preparatevi, perché è imminente l’ora di dire, nella vita politica nazionale, la nostra parola di rigenerazione e di riassetto”. Non sono state pronunziate queste precise parole, ma esse sono il riepilogo logico di tutto quel che si è esposto» (ivi, b. 91). ↩

  220. Cfr. G. MARCUCCI FANELLO, Storia della FUCI, Roma 1971, pp. 171 sgg. e soprattutto 185 sgg. ↩

  221. Per la posizione di A. Moro e la sua presidenza della Fuci, cfr. R. Moro, La formazione giovanile di Aldo Moro, in «Storia contemporanea», ottobre-dicembre 1983, pp. 803 sgg. e in particolare 947 sgg. ↩

  222. Per maggiori elementi e un’analisi delle principali diversità delle posizioni della Fuci e dei Laureati negli anni della guerra cfr. R. Moro, Afascismo e antifascismo nei movimenti intellettuali di Azione Cattolica dopo il ’31, in «Storia contemporanea», ottobre-dicembre 1975, pp. 774 sgg. e in particolare 787 sgg. ↩

  223. Cfr. a questo proposito le osservazioni, non sempre condivisibili in sede storica, di G. Miccoli, Fra mito della cristianità e secolarizzazione ecc. cit., pp. 332 sgg.; D. Veneruso, Pio XII e la seconda guerra mondiale, in «Rivista di storia della Chiesa in Italia», luglio-dicembre 1968, pp. 506 sgg., nonché, piú in generale, A. Rhodes, Il Vaticano e le dittature (1922-1945), Milano 1975; R. A. Graham, Il Vaticano e il nazismo cit. ↩

  224. Sulla missione Taylor in Vaticano nel settembre 1942 cfr. ADSS, V, pp. 671 sgg.; E. Di Nolfo, Vaticano e Stati Uniti 1939-1952 cit., pp. 172 sgg.; DDI, s. IX, IX, pp. 72 sgg., passim; nonché E. Aga Rossi, L’Italia nella sconfitta: politica interna e situazione internazionale durante la seconda guerra mondiale, Napoli 1985, pp. 58 sgg. e 269 sgg.; I. Garzia, Pio XII e l’Italia nella seconda guerra mondiale cit., pp. 226 sgg. ↩

  225. Per i rapporti anglo-vaticani cfr. O. Chadwick, Britain and the Vatican during the second world war, Cambridge 1986. ↩

  226. Sin dal giugno a Washington e Londra pervenivano «indicazioni» e voci circa una presunta disponibilità del papa a porsi al momento opportuno come mediatore per una pace di compromesso (cfr. per esempio E. Di Nolfo, Vaticano e Stati Uniti 1939-1952 cit., pp. 171 e 174). ↩

  227. Ibid., pp. 175 sgg. ↩

  228. Secondo un «appunto» per Ciano redatto dall’ambasciata italiana presso la Santa Sede sulla base di notizie ufficiose e confidenziali da essa raccolte, alla seconda delle due comunicazioni «il Santo Padre avrebbe risposto chiedendo come mai l’America e l’Inghilterra potessero concordare sui piani morali sociali ed economici con la Russia sede del comunismo.

    Taylor avrebbe risposto che tali obbiezioni non corrispondevano piú ormai all’evoluzione che il comunismo aveva subito sia come partito sia come pratica di Stato.

    Molte attenuazioni erano intervenute nella dottrina e nell’organizzazione sovietica, i principi del comunismo sono ormai diffusi e in certo qual modo sono permeati nella coscienza e nei concetti del mondo moderno; era quindi questione di forma e di adattamento alle singole condizioni dei vari paesi e dei vari agglomerati sociali dei quali si doveva naturalmente tener conto ma che necessariamente avvieranno il nuovo assetto internazionale, nel campo sociale come in quello economico e politico, all’adattamento e alla conciliazione dei vecchi principi con i nuovi derivati dalla dottrina comunista» (DDI, s. IX, IX, p. 186). ↩

  229. Sulla questione di «Roma città aperta» cfr. ADSS, IV, pp. 59 sgg. e VII, pp. 41 sgg.; A. Giovannetti, Roma città aperta, Milano 1962; O. Chadwick, Britain and the Vatican during the second world war cit., pp. 222 sgg. ↩

  230. Cfr. a questo proposito le osservazioni di F. Chabod, L’Italia contemporanea cit., pp. 124 sg. ↩

  231. Cfr. ADSS, VII, p. 159. Per una illustrazione «autentica» delle tesi centrali dei precedenti messaggi di Pio XII cfr. G. Gonella, Presupposti di un ordine internazionale. Note ai messaggi di S. S. Pio XII, Città del Vaticano 1942; per un confronto tra quello del 1942 e i precedenti cfr. invece le osservazioni di P. Pastorelli, Pio XII e la politica internazionale cit., pp. 142 sgg. ↩

  232. Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 680. ↩

  233. Cfr. G. Papini, Diario, Firenze 1962, p. 85. ↩

  234. Cfr. G. P. Oppezzo, Le riviste dell’Università Cattolica, in Cultura politica e partiti nell’età della Costituente, I: L’area liberal-democratica. Il mondo cattolico e la Democrazia Cristiana, a cura di R. Ruffilli, Bologna 1979, pp. 372 sgg. ↩

  235. Cfr. M. Casella, L’Azione Cattolica alla caduta del fascismo. Attività e progetti per il dopoguerra (1942-’45), Roma 1984, pp. 33 sgg. ↩

  236. Cfr. ADSS, VII, pp. 161 sgg. ↩

  237. Anche Mussolini non nascondeva da tempo con i suoi piú stretti collaboratori la propria irritazione per l’atteggiamento infido e sempre piú sfuggente della Chiesa e in particolare dell’«Osservatore romano», del quale in giugno avrebbe persino pensato di fare arrestare il direttore – il conte Dalla Torre – per aver pubblicato (il 1º giugno) un lungo corsivo a firma Folchetto intitolato «Sotto l’arco di Tito», in cui, con un linguaggio assai criptico e sulla base di una serie di citazioni classiche, si muovevano al regime pesanti critiche e se ne preannunciava la caduta «per la putredine della sua vita pubblica e privata». Cfr. per esempio G. Ciano, Diario cit., pp. 627 e 630 (3 e 12 giugno) e 662 sg. (2 e 4 novembre). La venuta a Roma di Taylor, se da un lato aveva fatto sperare a molti, tra cui anche la principessa di Piemonte (cfr. ADSS, V, p. 662), che egli portasse concrete proposte per una pace separata dell’Italia, da un altro aveva preoccupato ed irritato vieppiú Mussolini e i fascisti intransigenti. ↩

  238. Cfr. E. Di Nolfo, Vaticano e Stati Uniti 1939-1952 cit., pp. 177 e 201; ADSS, V, pp. 705 sg. ↩

  239. Cfr. ivi, p. 719. Il riassunto americano della conversazione reca: «Il sig. Taylor esprime il desiderio che, offrendosene l’opportunità, Sua Eminenza manifesti al conte Ciano la sua gratitudine per la cortesia usatagli dalle autorità italiane al suo arrivo in territorio italiano, e per il permesso dato di attraversare il Regno. Sorridendo aggiunge che, se Sua Eminenza lo credeva opportuno, e gli otteneva i dovuti permessi, era pronto a ringraziare Ciano personalmente ed anche... Mussolini. Sua Eminenza dichiarava che l’occasione non gli sarebbe mancata di far giungere questi suoi sentimenti al Ministro degli Esteri d’Italia per tramite dell’Ambasciatore».

    Secondo un memorandum, per Taylor redatto però nel giugno 1949, quando era delegato apostolico negli Usa, da monsignor E. Vagnozzi, che accompagnò lo stesso Taylor da Roma a Lisbona, questi gli sarebbe apparso «assai spiacevolmente impressionato e seccato per la situazione in Italia. Aveva sperato che qualche membro della famiglia reale prendesse contatto con lui per discutere l’esistenza di qualche possibilità di far uscire l’Italia dalla guerra. L’occasione era unica, l’incontro in Vaticano era possibile. Ma nulla era accaduto.

    Le ultime parole che Mr. Taylor mi disse furono: “Se il re o il principe ereditario dovessero in futuro tentare di mettersi in contatto con l’America, fatemelo sapere e tornerò a Lisbona o, se possibile, ritornerò anche a Roma, per prendere questi contatti” » (E. di Nolfo, Vaticano e Stati Uniti 1939-1952 cit., p. 208). ↩

  240. Per tutta la questione e per le vivaci proteste della Santa Sede (che non indussero Farinacci a smentire le sue affermazioni, ma costrinsero palazzo Chigi ad assicurarla che Mussolini aveva ordinato a Farinacci di non attaccarla piú a Pavolini di sequestrare e, se avesse insistito, di sopprimere qualsiasi giornale che avesse ripreso le accuse) cfr. «Il regime fascista», 11 e 15 novembre 1942; ADSS, VII, pp. 4 sgg. 89 sgg.; DDI, s. IX, IX, p. 322; G. Ciano, Diario cit., p. 668 (18 novembre 1942); R. Guariglia, Ricordi cit., p. 531, che fa di Mussolini l’ispiratore degli articoli di Farinacci. ↩

  241. Cfr. DDI, s. IX, IX, p. 308. ↩

  242. Cfr. in G. Bottai, Diario cit., pp. 325 sg. (19 settembre 1942), la risposta di Ciano a Bottai che gli aveva chiesto se avrebbe cercato di avvicinare o fare avvicinare Taylor. ↩

  243. Secondo una «informativa riservata» del «confidente vaticano dell’Ambasciata», trasmessa il 4 dicembre 1942 da Guariglia a Ciano (DDI, s. IX, IX, pp. 371 sg.), il discorso pronunciato due giorni prima da Mussolini alla Camera dei fasci e delle corporazioni avrebbe suonato in Vaticano «chiara e risoluta conferma» che «i nuovi avvenimenti nel Mediterraneo» non avevano indotto Mussolini ad abbandonare l’idea «di condurre la guerra fino alla vittoriosa realizzazione dei fini» che l’Asse si era prefissi. ↩

  244. Da un appunto di Taylor per Roosevelt del 14 maggio 1943, risulta che a questa data non era ancora pervenuta risposta da parte della Santa Sede alle ripetute richieste dello stesso Taylor di conoscere confidenzialmente le sue valutazioni sulle persone alle quali gli Alleati avrebbero potuto far riferimento per la costituzione di un nuovo governo in Italia. La risposta, estremamente generica e comunque volta a sottolineare l’attaccamento del popolo italiano alla monarchia e «alle antiche tradizionali norme che ne regolano i poteri e la successione», fu inviata da monsignor Tardini al delegato apostolico negli Usa solo il 22 maggio (cfr. E. di Nolfo, Vaticano e Stati Uniti 1939-1952 cit., pp. 247 sg.; ADSS, VII, pp. 361 sg.). ↩

  245. Cfr. I. Garzia, Pio XII e l’Italia nella seconda guerra mondiale cit., pp. 244 sgg. ↩

  246. Cfr. ADSS, VII, pp. 240 sg. ↩

  247. Cfr. E. di Nolfo, Vaticano e Stati Uniti 1939-1952 cit., pp. 240 sgg.; e soprattutto ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 126, fasc. 097/R, «Spellman». ↩

  248. Sull’Opera nazionale assistenza religiosa e morale agli operai cfr. V. Dalmati, L’Onarmo. L’idea e l’opera, Roma 1962; nonché I. Garzia, Pio XII e l’Italia nella seconda guerra mondiale cit., pp. 242 sgg. Sull’Istituto cattolico di attività sociale cfr. G. Maggi, L’Icas dal 1943 al 1948, in Democrazia cristiana e Costituente nella società del dopoguerra, a cura di G. Rossini, Roma 1980, pp. 183 sgg. ↩

  249. In alcune diocesi, per esempio in quella di Milano, i Laureati cattolici riuscirono a dar vita a Sezioni di dirigenti d’azienda «con lo scopo di invitare datori di lavoro, proprietari, dirigenti d’azienda, imprenditori e agricoltori a meditare sul messaggio del pontefice e a farsi promotori di concrete applicazioni del pensiero sociale cristiano» (M. Casella, L’Azione cattolica alla caduta del fascismo cit., p. 35). ↩

  250. Cfr. G. Gorla, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., p. 394. ↩

  251. Cfr. I. Garzia, Pio XII e l’Italia nella seconda guerra mondiale cit., p. 241. ↩

  252. G. Papini, Diario cit., p. 81. ↩

  253. Alcune notizie, relative a Torino, in B. Bertini - S. Casadio, Clero e industria a Torino. Ricerca sui rapporti tra clero e masse operaie nella capitale dell’auto dal 1943 al 1948, Milano 1979, pp. 17 sgg. ↩

  254. Per il «retroterra» culturale dello scritto crociano cfr. G. Sasso, Per invigilare me stesso cit., pp. 245 sgg. ↩

  255. Cfr. per quella che può essere considerata l’accoglienza ufficiale – sostanzialmente favorevole ma con una presa di distanze di ordine teologico – dello scritto di Croce da parte cattolica G. G.[onella], Perché siamo cristiani, in «L’Osservatore romano», 15 gennaio 1943. In quei giorni Gonella stava pubblicando sull’organo vaticano una serie di articoli-commento al radiomessaggio pontificio, poi raccolti in G. Gonella, Principi di un ordine sociale, Città del Vaticano 1944. ↩

  256. Cfr. G. Gorla, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., p. 394; G. Bottai, Diario cit., pp. 355 e 375; e soprattutto il discorso al direttorio nazionale del PNF dell’11 marzo 1943, in Mussolini, XXXI, p. 160. ↩

  257. Cfr. Uno qualunque, Croce rincristianito per dispetto, in «Critica fascista», 1º gennaio 1943, pp. 53 sg. Per la storia di questo articolo e per la parte notevolissima avuta in esso da don Giuseppe De Luca (il cui personale punto di vista era però rispecchiato solo in parte da quanto suggeriva a Bottai di dire nell’articolo) cfr. G. Bottai - G. De Luca, Carteggio 1940-1957, a cura di R. De Felice e R. Moro, Roma 1989, pp. CII sg., 99 sgg. e 273 sgg. ↩

  258. F. Traniello, Il mondo cattolico italiano nella seconda guerra mondiale, in L’Italia nella seconda guerra mondiale e nella Resistenza cit., p. 341. ↩

  259. Cfr. M. Casella, L’Azione cattolica alla caduta del fascismo cit., pp. 36 sgg. ↩

  260. Cfr. ibid., pp. 34 sg. ↩

  261. Cfr. M. Casella, L’Azione cattolica alla caduta del fascismo cit., pp. 35 sg. ↩

  262. Cfr. M. Casella, L’Azione cattolica alla caduta del fascismo cit., pp. 44 sgg.; nonché F. Traniello, Il mondo cattolico italiano nella seconda guerra mondiale cit., p. 343. ↩

  263. Cfr. R. A. Graham, Quale pace cercava Pio XII? La Santa Sede negli ultimi anni della guerra, in «La civiltà cattolica», 1º maggio 1982, pp. 118 sgg. ↩

  264. Cfr. per il caso di Roma A. Riccardi, Roma «città sacra»? Dalla Conciliazione all’operazione Sturzo, Milano 1979, pp. 229 sgg. ↩

  265. Cfr. in questo senso la vicenda della elaborazione, nel luglio 1943, del cosiddetto «codice di Camaldoli» nella quale ebbero parte notevoli intellettuali in qualche modo collegati con il movimento dei Laureati cattolici, quali S. Paronetto, P. Saraceno, E. Vanoni, G. La Pira, A. Fanfani, V. Veronese (cfr. M. L. Paronetto Valier, Il Codice di Camaldoli, in Democrazia cristiana e Costituente cit., pp. 239 sgg.). ↩

  266. Cfr. M. Cocchi, La sinistra cattolica e la Resistenza, Roma-Milano 1966; A. Del Noce, Genesi e significato della prima sinistra cattolica post fascista, in «Storia contemporanea», dicembre 1971, pp. 1035 sgg.; C. F. Casula, Cattolici comunisti e sinistra cristiana 1938-1945, Bologna 1976; F. Malgeri, La Sinistra cristiana (1937-1945), Brescia 1982; A. Parisella, Il partito cristiano sociale 1939-1948, Roma 1984. ↩

  267. Per il testo del memorandum cfr. E. Di Nolfo, Italia e Stati Uniti 1939-1952 cit., pp. 199 sg.; per la sua attribuzione a De Gasperi cfr. G. Dalla Torre, Memorie, Milano 1956, p. 144. Il «Brecchi» indicato nel terzo gruppo è probabilmente Mario Bracci. ↩

  268. Il patto tedesco-sovietico, lo scoppio della guerra e le successive vicende interne francesi prima e soprattutto dopo l’armistizio del giugno 1940 avevano scompaginato e ridotto pressoché a nulla le organizzazioni socialista, repubblicana e giellista in Francia (che in un primo momento, dopo la rottura dei rapporti con i comunisti, si erano invano collegate, insieme con la Lidu, in un Comitato nazionale italiano avente come obiettivi principali la tutela dell’emigrazione italiana e l’organizzazione di una legione di combattenti antifascisti italiani). Un certo numero di loro esponenti era riuscito a passare nel Nord Africa e da qui negli Stati Uniti e nel Messico, qualche altro aveva raggiunto l’Inghilterra o la Svizzera, altri si erano nascosti (soprattutto nella zona controllata dal governo di Vichy) rinunciando praticamente ad ogni attività; di essi vari furono però prima o poi arrestati dalla polizia tedesca e consegnati a quella italiana (B. Buozzi nel 1941, G. Faravelli nel 1942, P. Nenni nel 1943, ecc.); altri infine, stanchi e sfiduciati erano rientrati in Italia (per esempio O. Morgari). Tra i dirigenti dell’antifascismo demòcratico l’unico rimasto in libertà fu Saragat che avrebbe il 3 marzo 1943 sottoscritto per i socialisti l’accordo di Lione con giellisti e comunisti, che avrebbe dovuto sviluppare quello precedentemente stipulato a Tolosa nel 1941 dopo l’attacco tedesco all’Urss, e volto a ristabilire l’unità dell’antifascismo italiano, ma che era rimasto, quanto all’Italia, praticamente lettera morta dato che i comunisti del «centro interno» ne avevano avuto notizia e l’avevano comunicato a socialisti e giellisti solo un anno dopo.

    Il centro dirigente socialista, affidato alla guida di Ignazio Silone era stato stabilito in Svizzera e aveva cominciato a funzionare nel settembre 1941 assumendo una posizione piú intransigente nei confronti dei comunisti; cosí come il gruppo francese anch’esso non era però riuscito a stabilire effettivi contatti con l’Italia. L’unica realtà veramente attiva dell’antifascismo democratico si era trovata cosí ad essere quella operante negli Stati Uniti (che ruotava attorno alla «Mazzini Society» e poteva contare sull’apporto di uomini di grande prestigio quali Borgese, Pacciardi, Salvemini, Sforza e Sturzo) e che aveva diramazioni in vari altri paesi del nuovo mondo. A parte che anch’essa, dopo il giugno 1941, si era venuta a trovare in difficoltà per la diversità di opinioni tra gli anticomunisti piú intransigenti e quelli piú possibilisti e per la riottosità americana ad assumere, al di là di tutta una serie di belle parole, impegni precisi sul futuro dell’Italia dopo la fine del fascismo, è per altro un fatto che anche questa parte dell’emigrazione antifascista non ebbe sin verso la fine del 1942 che tenuissimi rapporti con gli antifascisti in Italia (cfr. L. Rapone, L’età dei Fronti popolari e la guerra (1934-1943), in Storia del socialismo italiano, IV, Roma 1981, pp. 371 sgg.; G. De Luna, Storia del Partito d’Azione 1942-1947, Milano 1982, pp. 27 sgg.; E. Signori - M. Tesoro, Il verde e il rosso. Fernando Schiavetti e gli antifascisti nell’esilio fra repubblicanesimo e socialismo, Firenze 1987, pp. 329 sgg.; L’Antifascismo italiano negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale, a cura di A. Varsori, Roma 1984; A. Varsori, Gli Alleati e l’emigrazione democratica antifascista (1940-1943), Firenze 1982; A. Baldini - P. Palma, Gli antifascisti italiani in America [1942-1944]. La «Legione» nel carteggio di Pacciardi con Borgese, Salvemini, Sforza e Sturzo, Firenze 1990). ↩

  269. P. Calamandrei, Diario 1939-1945 cit., II, p. 60 (19 agosto 1942). ↩

  270. Cfr. ibid., II, p. 51 (12 luglio 1942). ↩

  271. Cfr. L. Rapone, L’età dei Fronti popolari e la guerra (1934-1943) cit., pp. 397 sgg.; nonché O. Lizzadri, Il Regno di Badoglio. Note di taccuino sulla ricostituzione del PSI, Milano 1963, pp. 28 sgg. ↩

  272. Cfr. G. Spataro, I democratici cristiani dalla dittatura alla repubblica, Verona 1968, pp. 197 sgg. ↩

  273. Il piú noto di questi tentativi fu la costituzione nel 1940, prima dell’entrata in guerra dell’Italia, di un Movimento di rinnovamento politico e sociale italiano che però rimase praticamente senza seguito. ↩

  274. Cfr. P. Calamandrei, Diario 1939-1945 cit., II, p. 58 (3 agosto 1942). ↩

  275. Cfr. B. Croce, Scritti e discorsi politici (1943-1947) cit., I, pp. 92 sgg. ↩

  276. Cfr. G. De Luna, Storia del Partito d’Azione cit., cap. I; M. Salvadori, Storia della resistenza italiana, Venezia 1955, pp. 48 sgg.; C. L. Ragghianti, Disegno della liberazione italiana, Firenze 1975³, passim; G. Calogero, Difesa del liberalsocialismo ed altri saggi, a cura di M. Schiavone e D. Cofrancesco, Milano 1972; L. Valiani, Il liberal-socialismo, in «Rivista storica italiana», marzo 1969, pp. 74 sgg.; Il liberalsocialismo dalla lotta antifascista alla Resistenza, in «Il ponte», gennaio-febbraio 1986; Tre cattolici liberali. Alessandro Casati, Tommaso Gallarati Scotti, Stefano Jacini, a cura di A. Pellegrini, Milano 1972. ↩

  277. Cfr. P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano cit., IV; G. Amendola, Storia del Partito comunista italiano cit., pp. 398 sgg. ↩

  278. G. Amendola, Storia del Partito comunista italiano cit., p. 514. ↩

  279. Cfr. Analisi e prospettive politiche in un documento del 1941 riveduto da Togliatti, a cura di G. Amendola, in «Critica marxista», gennaio-febbraio 1968, p. 99. Il documento, dedicato alla «situazione economica e politico-sociale dell’Italia», prendeva in particolare esame l’attività del regime in campo sociale, sindacale, nelle campagne e tra i giovani e giungeva alla conclusione che «la dittatura gode di una base abbastanza larga»: «È un fatto che il fascismo è riuscito a sviluppare e consolidare la sua base di massa. Esso esercita un’influenza importante su masse relativamente larghe della popolazione lavoratrice nelle città e nelle campagne. Naturalmente la sua influenza non è cosí profonda e conseguente come nella gioventú, ma malgrado questo si deve riconoscere che anche la massa degli operai e dei contadini che non si è fatta conquistare dai fascisti, è sottomessa a una profonda influenza ideologica. Si può sostenere che in generale la situazione dei lavoratori è peggiorata. Malgrado questo non si può sottovalutare il fatto che il fascismo, grazie alle sue diverse attività sociali, è riuscito a distribuire la miseria su una larga scala gerarchica, e che in questa miseria il lavoratore ha sempre l’impressione che qualcuno si occupi di lui, per aiutarlo nel suo sostentamento. Il fascismo ha saputo organizzare la vita e l’attività sociale degli strati lavoratori in modo che nessuna manifestazione importante sfugga al suo controllo» (p. 91). ↩

  280. Cfr. P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano cit., IV, p. 56 (la circolare è in data 3 luglio 1941). ↩

  281. Cfr. P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano cit., IV, pp. 40 sgg. ↩

  282. Cfr. G. Amendola, Storia del Partito comunista italiano 1921-1943 cit., pp. 505, 514 sgg. ↩

  283. G. Amendola, La «continuità» dello Stato ed i limiti storici dell’antifascismo italiano, in Il 1943. Le origini della rivoluzione antifascista, Roma 1974 (quaderno n. 7 di «Critica marxista»), p. 24. ↩

  284. Cfr. P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano cit., IV, pp. 152 sg. ↩

  285. Cfr. G. Amendola, Storia del Partito comunista italiano 1921-1943 cit., pp. 518 sgg.; nonché ID., Intervista sull’antifascismo, a cura di P. Melograni, Bari 1976, p. 134. ↩

  286. Sull’attività «comunista» nel 1942-43 cfr. P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano cit., IV, pp. 70 sgg. e 134 sgg., nonché, per la situazione tutta particolare della Venezia Giulia, pp. 107 sgg. La documentazione statistica delle «operazioni anticomuniste» (in realtà antifasciste in genere) della Direzione generale della P.S. offre un utile punto di riferimento per valutare l’andamento e l’estensione di questa «risvegliata vitalità» nel 1943 e per un confronto con la situazione del 1941-42 (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., Statistiche, b. 4):

    1-IV/ 30-VI-1941 —— 1-IV/ 30-VI-1942 —— 1-III/ 30-IV-1943 —— 1-V/ 30-VI-1943

    Arresti —— 215 —— 212 —— 334 —— 1088

    Deferimenti al Tribunale speciale —— 86 —— 114 —— 132 —— 77

    Confinati —— 16 —— 16 —— 7 —— 8

    Ammoniti —— 15 —— 22 —— 9 —— 27

    Diffidati —— 13 —— 41 —— 13 —— 90

    Internati —— 3 —— 6 —— – —— –

    Segnalati all’autorità militare —— – —— 13 —— – —— –

    Tra le piú importanti azioni anticomuniste furono quelle del giugno 1941 a Prato e Sesto Fiorentino (75 arresti); dell’aprile 1942 a Ferrara, Firenze (52 arrestati, tutti deferiti al Tribunale speciale) e Palermo; del marzo-aprile 1943, pressoché tutte contro comunisti, specialmente a Milano e nella Venezia Giulia; e del maggio-giugno 1943, che però ebbero come oggetto non solo comunisti, ma anche azionisti e comunisti-cristiani. Un altro utile punto di riferimento è costituito dall’andamento del numero dei confinati politici, in larga maggioranza comunisti (ACS, Min. interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., Confino politico, p. 22, fasc. «Tabella movimento dei confinati»):

    Confinati politici —— 31-XII-1939 —— 31-XII-1940 —— 31-XII-1941ᵃ —— 31-XII-1942ᵇ —— 25-VII-1943ᶜ

    Pisticci —— 328 —— 479 —— 353 —— 136 —— 214

    Tremiti —— 444 —— 430 —— 455 —— 304 —— 364

    Ustica —— – —— – —— – —— 211 —— 62

    Ventotene —— 263 —— 420 —— 637 —— 653 —— 638

    Aquila —— 101 —— 94 —— 95 —— 31 —— 51

    Avellino —— 107 —— 52 —— 49 —— 13 —— 26

    Benevento —— – —— – —— – —— 28 —— 24

    Campobasso —— 113 —— 92 —— 72 —— 19 —— 33

    Castel di Guido —— – —— – —— – —— 18 —— 8

    Catanzaro —— 152 —— 127 —— 93 —— 15 —— 4

    Chieti —— 34 —— 28 —— 29 —— 24 —— 31

    Cosenza —— 254 —— 249 —— 184 —— 44 —— 24

    Matera —— 125 —— 111 —— 126 —— 38 —— 34

    Potenza —— 175 —— 115 —— 122 —— 78 —— 80

    Salerno —— 43 —— 41 —— 55 —— 40 —— 26

    Sassari —— 18 —— 13 —— 12 —— 2 —— 5

    Colonie varie —— 58 —— 117 —— 116 —— 12 —— 7

    Comuni vari —— 20 —— 16 —— 13 —— 16 —— 155

    Fuori colonia —— 4 —— 27 —— 18 —— – —— –

    Ricoverati in sanatorio —— – —— – —— – —— 8 —— 7

    Sotto le armi —— – —— – —— – —— 4 —— 9

    Detenuti —— 29 —— 24 —— 24 —— 23 —— 22

    Latitanti —— 68 —— 69 —— 58 —— 56 —— 58

    Totali —— 2336 —— 2504 —— 2511 —— 1773 —— 1882

    ᵃ Deceduti 112;

    ᵇ Deceduti 147; liberati in forza dell’amnistia per il Ventennale 972;

    ᶜ Deceduti 177. ↩

  287. Cfr. P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano cit., IV, pp. 138 sgg. ↩

  288. Particolarmente numerose furono le scritte apparse a Roma in occasione del ventesimo anniversario della «marcia su Roma». Nella notte dal 27 al 28 ottobre e in quella successiva si ebbe nella capitale anche «una notevole diffusione di foglietti stampigliati con caratteri di gomma scomponibili, recanti la scritta “Italiani! il fascismo vi ha reso servi. Siete spiritualmente, economicamente rovinati. Ribellatevi!”» (cfr. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 174, f. 42, «promemoria al Duce» dei CCRR, relativo all’ottobre 1942, allegato relativo alla situazione a Roma). ↩

  289. Ivi, allegato sulla situazione a Roma relativa al febbraio 1943. ↩

  290. Dalla fine del 1942 buona parte dell’attività dei partiti, già ricostituiti o in via di ricostituzione, fu dedicata, ai vertici e, laddove possibile, anche in periferia, a stabilire contatti e a raggiungere una intesa tra loro. Una cosa, nonostante la gravità del momento – soprattutto al vertice –, non sempre facile, sia per le difficoltà di trovare un accordo a proposito dell’atteggiamento da assumere verso la monarchia e il sovrano, sia perché da parte cattolica molte e autorevoli erano le perplessità e le ostilità ad accettare i comunisti nella coalizione antifascista. Solo dopo che i socialisti, per bocca di Romita, dichiararono che «si sarebbero tirati indietro da ogni impegno unitario se i rappresentanti del Partito comunista italiano non fossero stati ammessi nella coalizione» (G. Spataro, I democratici cristiani dalla dittatura alla Repubblica cit., pp. 205 sg.), il 21 gennaio 1943 ebbe luogo, a Roma, il primo incontro tra i rappresentanti di tutti i partiti dai quali sarebbero nati il Comitato nazionale delle correnti antifasciste (27-28 luglio) e successivamente il Comitato di liberazione nazionale (9 settembre). ↩

  291. P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano cit., IV, p. XVI. ↩

  292. Su questi gruppi mancano studi di tipo scientifico. Per l’estrazione sociale dei loro aderenti e dell’antifascismo «spontaneo», utili elementi, sia pur solo di valore indicativo, si possono desumere da un esame dei procedimenti davanti al Tribunale speciale e delle relative sentenze, nonché dalle ordinanze di assegnazione al confino e dei provvedimenti di internamento (cfr. A. Dal Pont - A. Leonetti - P. Maiello - L. Zocchi, Aula IV. Tutti i processi del Tribunale Speciale fascista, Roma 1961; A. Dal Pont - S. Carolini, L’Italia dissidente e antifascista. Le Ordinanze, le Sentenze istruttorie e le Sentenze in Camera di Consiglio emesse dal Tribunale speciale fascista contro gli imputati di antifascismo dall’anno 1927 al 1943, III: 1940-1943, Milano 1980; ID., L’Italia al confino. Le ordinanze di assegnazione al confino emesse dalle Commissioni provinciali dal novembre 1926 al luglio 1943, 4 voll., Milano 1983; «Pericolosi nelle contingenze belliche». Gli internati dal 1940 al 1943, a cura di S. Carolini, Roma 1987).

    In base ai soli dati relativi ai processi celebrati dal Tribunale speciale risulta la seguente estrazione sociale:

    1940 —— 1941 —— 1942 —— 1943

    Operai —— 164 —— 160 —— 226 —— 70

    Contadini —— 20 —— 42 —— 39 —— 51

    Commercianti —— 7 —— 21 —— 20 —— 9

    Impiegati —— 14 —— 43 —— 32 —— 8

    Professionisti —— 16 —— 29 —— 20 —— –

    Studenti —— 6 —— 27 —— 53 —— 13

    Altre attività o non rilevate —— 8 —— 18 —— 46 —— 12 ↩

  293. L’azione repressiva relativa ai soli «reati» strettamente politici (con esclusione, quindi, di quelli di altra natura e in particolare annonari) direttamente o indirettamente rientrante nella sfera d’azione del Tribunale speciale ebbe nel 1940-43 il seguente andamento:

    1940 —— 1941 —— 1942 —— 1943

    Ordinanze

    imputati —— 142 —— 257 —— 301 —— 416

    rinviati al Tribunale speciale —— 1 —— 15 —— – —— 29

    rinviati alla magistratura / ordinaria e militare —— 105 —— 168 —— 171 —— 326

    non luogo a procedere —— 36 —— 73 —— 126 —— 61

    Sentenze istruttorie

    imputati —— 242 —— 123 —— 214 —— 79

    rinviati al Tribunale speciale —— 204 —— 101 —— 159 —— 47

    rinviati alla magistratura militare —— – —— – —— 1 —— –

    non luogo a procedere —— 31 —— 10 —— 48 —— 26

    stralciati e altro —— 7 —— 12 —— 6 —— 6

    Rinviati ad altro giudice

    senza istruttoria —— 96 —— 113 —— 426 —— 1843

    Processi

    imputati —— 238 —— 344 —— 438 —— 168

    condannati —— 215 —— 276 —— 368 —— 141

    assolti —— 23 —— 68 —— 70 —— 27

    Per una corretta valutazione di queste cifre (cfr. per esse la bibliografia indicata alla nota precedente) va tenuto presente: a) che quelle relative al 1940 si riferiscono all’intero anno; b) che vari processi celebrati nel 1940 e anche successivamente si riferivano a «reati» commessi prima del 10 giugno 1940 e talvolta riguardarono antifascisti che si trovavano in Francia e che furono consegnati alle autorità italiane; c) che una parte dei processi e delle condanne (tra cui anche varie a morte, anche se in parte commutate) piú che antifascisti italiani riguardarono elementi slavi della Venezia Giulia impegnati nella lotta armata e responsabili di azioni terroristiche contro le forze armate e di polizia italiane o, comunque, legati al movimento partigiano jugoslavo che faceva capo a Tito. Gli slavi processati furono 67 nel 1941, 103 nel 1942, 97 nel 1943 (sino al 25 luglio). Via via crescente, sino a raggiungere cifre assai alte, fu anche il numero degli slavi o filoslavi inviati al confino. ↩

  294. Per la partecipazione degli operai di fabbrica alla lotta clandestina in generale cfr. G. Amendola, La «continuità» dello Stato e i limiti storici dell’antifascismo italiano cit., pp. 41 sg. ↩

  295. Ibid., p. 45. ↩

  296. Coordinatori di questa azione furono tra gli altri il professor E. H. Carr e C. Sprigge che a tale scopo ebbero nel novembre 1939 incontri col direttore generale del ministero delle Informazioni sir Findlater Stewart, l’ambasciatore a Roma Percy Loraine, l’addetto stampa nella capitale italiana I. S. Munro, lord Macmillan e P. Nichols. Cfr. il memorandum (con i relativi allegati) redatto da Munro e caduto in mano ai servizi italiani in ASMAE, Segreteria generale, Gabinetto, p. 274. ↩

  297. Cfr. P. Sebastian, I Servizi segreti speciali britannici e l’Italia (1940-1945), Roma 1986, pp. 19 sgg.; L. Mercuri, Guerra psicologica. La propaganda anglo-americana in Italia 1942-1946, Roma 1983, pp. 27 sgg.; M. De Leonardis, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia (1943-1945), Napoli 1988, pp. 19 sgg.; nonché M. Piccialuti Caprioli, Radio Londra 1939-1945 cit., pp. 23 sg. ↩

  298. Le direttive per la propaganda inglese verso l’Italia furono stabilite nel corso di una riunione tra il Foreign Office e il ministero delle Informazioni tenuta il 18 settembre 1940 e tradotte due giorni dopo in un documento in cui, dopo aver affermato che l’obiettivo principale era «quello di incoraggiare uno spirito disfattista contro la guerra» di sviluppare l’idea che la guerra sarebbe stata lunga e di «procurare la demoralizzazione del popolo italiano» puntando sull’idea dell’invincibilità dell’impero britannico e sfruttando i successi che le sue truppe avrebbero conseguito in Africa, si dettavano i criteri di fondo ai quali essa si sarebbe dovuta attenere, in particolare quelli «antiregime», «antitedeschi», «proinglesi» e destinati a mettere in crisi il lealismo dei cattolici. Per la propaganda «antiregime» il documento era cosí concepito: «La maggioranza degli italiani è antifascista. La propaganda pertanto dovrebbe essere piú antifascista che anti-italiana. Tirare tutti gli accidenti sul regime fascista per la guerra, e le relative sue conseguenze, per l’Italia. La guerra è impopolare.

    Utilizzazione:

    Gli italiani combattono per salvare il fascismo che si considera predestinato a scomparire in caso di vittoria degli Alleati;

    i capi fascisti (ad eccezione del Duce) sono stati comperati dai tedeschi;

    i capi fascisti sono “pescicani” che hanno succhiato il sangue al popolo, e intascato i profitti e ingrassato.

    Ciano, Starace, Farinacci, R. Ricci, Bottai, Giunta, Cobolli-Gigli ecc. a suo tempo poveri, adesso posseggono proprietà in Italia e investimenti all’estero. Questo riguarda anche i due figli di Mussolini.

    I discorsi di Mussolini sono contraddittori e la politica del regime è arbitraria.

    Il regime glorifica la guerra a spese della classe operaia e della classe media italiane.

    Gli italiani hanno guadagnato poco o nulla dalla conquista dell’Etiopia e dalla guerra in Spagna.

    Il regime ha portato il paese alla bancarotta.

    Il regime, con la connivenza dei nazisti, nasconde le proprie perdite e le vittorie inglesi.

    Ogni giorno in piú di guerra, diminuisce la possibilità del ritorno a casa dei figli alle loro famiglie, spose e fidanzate.

    Evitare:

    Di attaccare la famiglia reale. Questo è un problema regionale. Le province hanno sentimenti differenti. In generale, sebbene numerosi italiani si dolgono della debolezza del Sovrano verso Mussolini, essi sono lealisti nel profondo del cuore.

    Sfruttare quanto si dice degli scandali femminili di Mussolini. Altri aspetti della sua vita – l’amore di esser fotografato, la di lui pseudo-arte di cavalcare ecc. – possono essere messi in ridicolo. Evitare riferimenti a Edda Ciano.

    Di mettere in risalto che “stiamo salvando la democrazia”. Questo dice poco se non a pochissimi italiani.

    Esporre:

    Che stiamo combattendo per salvare l’Europa (inclusa l’Italia) se non il mondo, dalla dominazione germanica» (cfr. Intelligence. Propaganda, missioni e «operazioni speciali» degli Alleati in Italia, a cura di L. Mercuri, Roma s.d., pp. 97 sg.). Riguardo al duca d’Aosta gli americani si sarebbero spinti ancor piú avanti degli inglesi; mentre questi si limitavano infatti a dare istruzioni affinché non venisse attaccata la famiglia reale, M. Taylor (per il quale, mentre il re e il principe di Piemonte erano dei deboli e il secondo anche «sgradito al popolo», il duca era invece «quanto di piú vicino») in un appunto su questioni da trattare con Roosevelt in data 7 ottobre 1941 avrebbe annotato: «Parlar bene dell’Aosta» (cfr. E. Di Nolfo, Vaticano e Stati Uniti 1939-1952 cit., pp. 157 e 168). ↩

  299. Cfr. L. Mercuri, Guerra psicologica cit., p. 29. ↩

  300. Cfr. P. Sebastian, I Servizi segreti speciali britannici e l’Italia cit., pp. 19 sg. ↩

  301. Cfr. M. de Leonardis, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., pp. 36 sg. ↩

  302. Cfr. ibid., p. 39. ↩

  303. Cfr. P. Sebastian, I Servizi segreti speciali britannici e l’Italia cit., pp. 25 sg.; M. de Leonardis, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., pp. 59 e 62. ↩

  304. Paracadutisti inglesi che avevano preso terra in Puglia e in Lucania tentarono nel febbraio 1941 di far saltare l’Acquedotto pugliese, provocando però solo lievi danni e venendo catturati nel giro di pochi giorni. Nel giugno-agosto successivi si verificarono in Sicilia e in Calabria numerosi atti terroristici soprattutto contro linee e attrezzature ferroviarie e questi atti di sabotaggio, che si accompagnavano ad una serie di fatti che facevano ritenere al Sim che nelle regioni meridionali fosse attiva una vasta rete spionistica nemica, indussero ai primi di settembre Cavallero e Amé a prendere per un momento in seria considerazione l’opportunità di introdurre in Sicilia e in altre regioni meridionali lo stato d’assedio (cfr. AUSSME, Diario storico del Comando Supremo, 1941, passim e in particolare 3 settembre; ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., Seconda guerra mondiale, b. 399, fasc. 51, sottofasc. 1; Ambasciata tedesca, b. 1, appunto, Roma 1º settembre 1941; C. Amé, Guerra segreta in Italia cit., pp. 147 sgg.; L. E. Longo, L’incursione britannica sull’acquedotto pugliese [febbraio 1941], in «Studi storico-militari», 1988, pp. 25 sgg.). ↩

  305. Cfr. C. Amé, Guerra segreta in Italia cit., pp. 152 sgg. e 161 sgg.; M. De Leonardis, La Gran Bretagna e la resistenza partigiana in Italia cit., p. 63. ↩

  306. Nel febbraio 1942 il Soe riferiva al Foreign Office che le forze armate italiane si trovavano «in uno stato di grande confusione» e che nel caso di gravi turbamenti dell’ordine pubblico era improbabile si affiancassero nella repressione a quelle di polizia, ma che, tutto sommato, la cosa piú probabile era che, «mancando le direttive di una qualsiasi importante e popolare personalità», esse avrebbero seguito la strada della diserzione e non quella della rivolta (cfr. P. Sebastian, I Servizi segreti speciali britannici e l’Italia cit., p. 28 nota). ↩

  307. Cfr. L. Mercuri, 1943-1945. Gli Alleati e l’Italia, Napoli 1975, pp. 76 sgg. ↩

  308. Cfr. per il Movimento autonomista siciliano, V. Rosa, Manifesto-Postulati del Movimento Autonomista Siciliano (Umanità Etnea dei Vespri), Alger 1937. ↩

  309. Per l’autonomismo siciliano, sfociato in gran parte negli anni a cavallo della fine della seconda guerra mondiale nel separatismo cfr. S. M. Ganci, L’autonomismo siciliano durante il fascismo, in Il fascismo e le autonomie locali, a cura di S. Fontana, Bologna 1973, pp. 253 sgg.

    Il separatismo fece breccia non solo tra i vecchi fascisti di origine in genere fiancheggiatrice, piú o meno da sempre legati alla tradizionale cultura siciliana e «sicilianistica» (tipico esponente della quale fu Antonino De Stefano che, per altro, era un deciso antifascista) e non di rado anche alla mafia e che assai spesso avevano aderito al regime per conservare e rafforzare il loro potere locale, ma persino tra quelli delle generazioni piú giovani.

    Tipico è a questo secondo proposito il caso di Antonio Canepa, autore negli anni immediatamente precedenti la seconda guerra mondiale di alcuni studi sulla dottrina del fascismo, tra i quali il Sistema di dottrina del fascismo, in tre volumi edito nel 1937, e sul partito fascista (L’organizzazione del PNF, Palermo 1939), incaricato di storia delle dottrine politiche nelle università di Catania e Palermo e poi acceso fautore – sino a sostenere la necessità dell’insurrezione armata – dell’indipendenza siciliana, tanto da trovare la morte nel giugno 1945 in un conflitto a fuoco tra un reparto dell’Evis e le forze dell’ordine. Muovendo da posizioni che, grosso modo, inizialmente possono essere definite di «fascismo di sinistra», Canepa si era avvicinato, attorno alla metà degli anni trenta, al marxismo e all’antifascismo di marca «sicilianista» (il Fronte unitario antifascista italiano) o a ciò che di esso rimaneva dopo che questo era stato stroncato nel 1934 dall’Ovra e aveva raccolto attorno a sé un piccolo gruppo che, influenzato anche dalla lettura dello studio di G. Ambrosini, Autonomia regionale e federalismo (Roma 1933) e della costituzione sovietica, specie per quel che in essa concerneva l’«autonomia» delle repubbliche costituenti l’Urss, si era sempre piú orientato in senso filocomunista e separatista al tempo stesso. Nel 1941 infine Canepa, che pare fosse diventato a quest’epoca un agente inglese e fosse implicato in alcuni atti di sabotaggio, aveva fatto circolare clandestinamente un opuscolo dal titolo La Sicilia ai Siciliani in cui era esplicitamente lanciata la parola d’ordine della indipendenza della Sicilia (su A. Canepa cfr. J. Soredan, Un pensatore contemporaneo: Antonio Canepa, Roma 1940, e soprattutto S. Barbagallo, Una rivoluzione mancata, Catania 1974). ↩

  310. Sulla mafia cfr. G. Falzone, Storia della mafia, Milano 1975, pp. 248 sgg.

    Sino ai primi mesi del 1942 sia il separatismo (cfr. S. M. Ganci, L’Italia antimoderata. Radicali, repubblicani, socialisti, autonomisti dall’Unità a oggi, Parma 1968, p. 264) sia la ripresa della mafia ebbero modesta consistenza e lo «spirito pubblico» dei siciliani si mantenne mediamente sul livello nazionale, nonostante alcune località (soprattutto Catania, Trapani, Palermo e Messina) fossero tra le piú prese di mira dai bombardamenti alleati. È altresí da notare che, al contrario che nella prima guerra mondiale, i renitenti alla leva e i disertori furono pochissimi.

    Per quel che concerne la mafia, è significativo che nel febbraio 1941 il ministero dell’Interno, considerandola ormai «stroncata» e ritenendo opportuno un indiretto riconoscimento del patriottismo e dello spirito di sacrificio dimostrato dai siciliani nel corso degli ultimi mesi, durante i quali erano stati tra gli italiani i piú provati dai bombardamenti aerei, propose l’abrogazione del decreto legge 15 luglio 1926, n. 1254 volto a combattere la mafia nelle province siciliane. La proposta (alla quale aderí il ministero di Grazia e giustizia e ottenne il nulla osta di Mussolini) fu approvata l’8 maggio dal Consiglio dei ministri e, portata alle Camere, divenne legge l’11 luglio 1941 (cfr. ACS, Pres. Cons. Min., Gabinetto, Provvedimenti legislativi, 1941, «Interno», n. 90).

    Da parte neofascista si è voluto vedere in questo provvedimento un’occulta manovra antifascista, volta a facilitare le manovre antinazionali della mafia e a collegarlo con la successiva decisione di Mussolini del 5 agosto 1941 di ordinare il trasferimento dalla Sicilia dei funzionari statali nati nell’isola, decisione – essi hanno asserito – dovuta alla scarsa lealtà di tali funzionari inquinati dal separatismo e dalla mafia. Cfr. per esempio A. Trizzino, Che cosa vuole la Sicilia?, Roma 1945, e, piú recentemente, la relazione di minoranza dei deputati A. Nicosia - G. Pisanò - G. Niccolai membri della «Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia» (1976). In realtà tra i due fatti non vi fu alcun collegamento.

    La decisione di Mussolini di telegrafare il 5 agosto 1941 a tutti i ministri che «dagli uffici della Sicilia debbono essere, entro breve termine, allontanati tutti i funzionari nativi dell’isola. Ciò nell’interesse e del servizio e degli stessi funzionari. Provvedete in conformità assicurando» (ACS, Min. Interno, Ufficio cifra, Tell. in partenza, sub data), fu dovuta ad altri motivi. Innanzi tutto alle preoccupazioni destate nel Comando supremo dai numerosi atti di sabotaggio contro le linee ferroviarie verificatisi in Calabria e in Sicilia, preoccupazioni che avevano fatto sorgere il sospetto in qualcuno – e, forse, nello stesso Mussolini – che in Sicilia vi fosse qualche «intelligenza» con gli inglesi e che essa potesse o spingersi sin alle autorità locali o non essere da queste contrastata adeguatamente per motivi di solidarietà locale. Lo conferma indirettamente il fatto che l’attuazione del provvedimento fu seguita tra il 12 ottobre e la metà di novembre con particolare cura dalla segreteria del Duce e dal sottosegretario alla Presidenza, Russo, dopo cioè che, come si è detto, Amé e Cavallero avevano preso in seria considerazione l’eventualità d’introdurre in Sicilia e in altre regioni del Sud lo stato d’assedio (3 settembre), Gorla al ritorno da un ampio giro in Sicilia aveva riferito di aver constatato in certe località e specialmente a Palermo una certa apatia delle autorità locali (22-24 settembre) e, infine, dopo che le difficoltà nei trasporti per l’Africa settentrionale erano aumentate e ciò aveva fatto crescere i sospetti di connivenza tra elementi siciliani e inglesi. Cfr. AUSSME, Diario storico del Comando Supremo, 5 agosto 1941; G. Gorla, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., pp. 234 sgg.; ACS, Presidenza Consiglio Ministri, 1940-1943, fasc. 8.2./22355.1; Id., Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari civ. e ris., Seconda guerra mondiale, b. 416, fasc. 119, rapporto dell’ispettore generale di P.S. in missione a Messina Saverio Polito in data 4 settembre 1941; nonché quanto riferito da A. Soffici sulla situazione in Sicilia in A. Soffici - G. Prezzolini, Diari 1939-1945, Milano 1962, p. 119.

    È inoltre da aggiungere che il provvedimento adottato da Mussolini suscitò tra i funzionari interessati (circa il 90 per cento di quelli in servizio nell’isola) e nell’opinione pubblica siciliana reazioni profondamente negative, al punto che per evitare «grave nocumento alla funzione dei pubblici servizi, alimentando diffidenze e ostilità in un terreno fecondo di lotte, in cui istintivo è lo spirito di reazione, impulsivo e escandescente il carattere della popolazione», da piú parti fu suggerito di adottarli con gradualità, esaminando i singoli casi e stabilendo quelli ai quali dare la precedenza ed, eventualmente, deroghe al principio generale. Anche se non ufficialmente questi suggerimenti furono accettati e il numero dei funzionari effettivamente trasferiti fuori della Sicilia fu complessivamente modesto. Le conseguenze negative del provvedimento non vennero però meno ed esso ottenne come unico risultato quello di ferire il patriottismo e la «sicilianità» di molti e di preparare il terreno al sorgente separatismo. Per l’appunto proprio ciò che agli inizi di ottobre Alfredo Cucco aveva previsto in una lunga lettera inviata a Farinacci e che questi si era affrettato a trasmettere subito a Mussolini (ACS, Ambasciata tedesca, b. 1, A. Cucco a R. Farinacci, 8 ottobre 1941 e R. Farinacci a N. De Cesare, 12 ottobre 1941). In essa il gerarca siciliano aveva scritto: «La situazione determinatasi in Sicilia do-

    po l’annunziato provvedimento di trasloco dei funzionari siciliani fuori della isola è oltremodo delicata e, sotto certi aspetti, preoccupante.

    Posso assicurarti nel modo piú assoluto che prima di detto provvedimento non si notava in Sicilia il menomo sentimento o movimento separatista. Oggi è impressione diffusa che possa manifestarsi proprio in conseguenza del decretato trasferimento che ferisce in blocco la suscettibilità isolana, e degrada e mortifica tutti i siciliani.

    Non c’è dubbio che in Sicilia, come del resto in tante altre regioni, nell’inverno scorso, in seguito ai non felici episodi militari, sia affiorato un certo disfattismo fattosi presto astioso e dissolvente azionato da pochi ceti intellettualoidi, in gran parte politicanti di vecchi partiti, che, però, per l’opera di propaganda dei fedeli di tutte le ore, e soprattutto per il riflesso dei pieni successi militari di primavera, non è riuscito ad intaccare il profondo e sano sentimento delle masse popolari siciliane, quanto altre mai disciplinate, sobrie, generose e naturalmente devote ai valori ideali della Patria, al Duce, al Regime.

    Bisogna tener presente che il popolo siciliano, anche in questa guerra, ha dato il suo importante contributo, quantitativo e qualitativo; che, a differenza delle popolazioni di altre regioni, non ha avuto e non ha industrie né di pace né di guerra (non c’è quindi circolazione di ricchezza, non vi sono masse lavoratrici benestanti, non vi sono esonerati e vi sono ancora migliaia e migliaia di disoccupati); che, per sovrammercato, è esposto in modo particolare e continuo ai disagi, ai sacrifici, alle offese della guerra, sí che non solo tutta la vita economica e sociale dell’isola è afflitta, ma è anche martellato lo spirito di questa gente, che, per la sua tradizionale integrità familiare, è portata a sentire nel modo piú passionale le ansie, i doveri e le vicende del momento.

    A questa situazione, che l’antifascismo già cercava di esacerbare con le piú velenose speculazioni, il provvedimento del trasloco dei funzionari siciliani ha dato il colpo di grazia in quanto è suonato come offesa e dispregio per l’intera regione e come rinnegamento dei sacrifici tradizionali del popolo siciliano, è stato considerato come straziante jattura dai colpiti, ed ha suscitato e suscita risentimenti e fermenti, individuali e collettivi, non facilmente placabili.

    A farlo apposta col primo ottobre si sovrappone a tutto ciò il razionamento del pane che, per la Sicilia, acquista particolare gravità, in quanto queste popolazioni nella quasi totalità si alimentano prevalentemente con pane e pasta e tutti i ceti popolari – cosa unica fra tutte le popolazioni d’Italia – si nutriscono esclusivamente di pane con companatico e di pasta in notevole quantità. Per quanto il sentimento del popolo è sano, ortodosso ed aduso al sacrificio, non si può sovvertire la natura né alterare le leggi della ereditarietà biologica, ragion per cui le classi lavoratrici siciliane non riescono a adattarsi – per ragioni non psicologiche ma strettamente fisiche e come tali insormontabili – al razionamento del pane nella misura fissata.

    Si è creato cosí in Sicilia un clima inquietante ed è necessario, ed io credo anche urgente, avvisare ai mezzi per riacquistare la fiducia e l’adesione delle masse siciliane».

    Echi significativi del malumore provocato dal provvedimento si possono trovare anche nelle parole pronunciate dal federale di Caltanissetta, Gaetano Messina, il 12 gennaio 1942 in occasione dei rapporti sulla situazione delle rispettive federazioni che Mussolini, subito dopo la nomina di Vidussoni a segretario generale del PNF, volle che tutti i prefetti tenessero alla sua presenza. Messina in tale occasione fu l’unico che toccò lo spinoso argomento, ma lo fece in termini espliciti e con il sentimento tipico del vecchio fascista siciliano che si rendeva conto delle ripercussioni negative che il provvedimento continuava a suscitare: «La verità è questa che in Sicilia c’è da un po’ di tempo (parlo della mia provincia) un certo malessere, direi quasi un senso di amarezza e di dolore per quello che si dice della Sicilia. Qui non si tratta del trasferimento dei funzionari siciliani, si tratta di quello che è stato detto sul trasferimento. È una manovra questa dell’antifascismo che purtroppo è perfettamente riuscita anche fra quegli italiani in buona fede che hanno abboccato a quest’amo.

    Ai siciliani interessa poco che l’intendente di finanza sia nato a Palermo o a Torino. Hanno accettato il provvedimento e lo invocano per molti siciliani che erano diventati autentiche incrostazioni della Sicilia. Però sono rimasti male quando hanno appreso che a questo provvedimento si sono accoppiate accuse di anglofilia, separatismo, spionaggio, ecc. che il popolo sa di non meritare.

    Voi conoscete, Duce, l’animo del popolo siciliano che Voi avete definito pochi anni fa “fascista fino al midollo”; sapete come quest’animo sia grande, generoso, profondamente unitario attraverso una storia millenaria e attraverso i sacrifici del Risorgimento e non è possibile che si sia cambiato da un giorno all’altro. Ci saranno anche i siciliani imbecilli o disgraziati che magari aspireranno a dei movimenti ma c’è tutto il popolo siciliano che se riconoscesse costoro ne farebbe giustizia sommaria.

    La Sicilia, Duce, attende da Voi un gesto e una parola che la rassicuri e che le sia di conforto, che le dia la serenità in quest’ora particolarmente grave e che potrà essere ancora piú grave».

    Nella sua replica, pur assumendosi tutte le responsabilità del provvedimento e ammettendo che esso era rimasto pressoché lettera morta, Mussolini preferí liquidare la questione mostrando di non darle troppa importanza e di considerare la situazione siciliana «piú che soddisfacente». Se alcuni centri, Palermo, Catania e Messina, meritavano «una grande attenzione da parte degli organi centrali» era perché – avendo la guerra «sorpreso la Sicilia in un momento in cui tutte le forze del Regime erano indirizzate al suo potenziamento economico industriale rinviato di necessità al dopoguerra – per essi, oltre tutto i piú esposti ai bombarda-

    menti aerei, i problemi economici erano piú gravi e migliaia di persone “sono ai margini [della fame] e sono in uno stato di miseria”. La “faccenda degli impiegati statali” era una “vescica che si sta sgonfiando”. Ad ogni modo, – disse, – è bene che sappiate che l’iniziativa di questa misura è mia, personale. Ridotta ai suoi volumi naturali, si tratta di un centinaio di persone, qualche centinaio forse sui 60 000 funzionari dello Stato. Ma non è per portare gli alti funzionari siciliani nel continente, gli è per portare i funzionari delle altre province a conoscere finalmente la Sicilia e i siciliani ed io li spingerò a calci negli stinchi perché sono refrattari. Ciò è significativo e dimostra quanto la misura fosse necessaria. Ora questa misura non poteva essere interpretata se non da idioti massicci come una misura che potesse mettere in sospetto verso gli italiani il patriottismo dei siciliani. Venendo da me questo è semplicemente assurdo, perché nessuno piú di me sa quanto sia profondo, tenace, durissimo il sentimento di patriottismo e di italianità dei siciliani» (cfr. Rapporto al Duce cit., pp. 62 sg. e 68 sgg.). ↩

  311. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., 1942, b. 77, fasc. K1B-15, sottofasc. «Venezia». ↩

  312. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Segreteria del capo della polizia, Senise, b. 10, fasc. 112. ↩

  313. «Molti finiscono col pensare che le forze sane della Nazione sono quelle che sostengono l’opportunità di interrompere una lotta giudicata senza speranza, salvando l’unità dell’Italia ed evitando che si disperdano inutilmente le energie che ancora le restano» (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 175, fasc. 45, «Promemoria per il Duce» relativo al giugno 1943, allegato sulla situazione in provincia di Milano). ↩

  314. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Segreteria del capo della polizia, Chierici, b. 11. ↩

  315. Il «promemoria per il Duce» dei carabinieri relativo al mese di giugno 1942 riferiva:

    «Buone, nel complesso, le condizioni dell’ordine pubblico, eccezione fatta per la Venezia Giulia, dove perdura il noto stato di allarme per la presenza dei ribelli, la cui attività sembra ora diretta alla costituzione di nuove bande per sostenere e fiancheggiare un’eventuale azione nemica nei Balcani.

    Limitate e di scarso rilievo le manifestazioni di protesta per il disagio economico-alimentare; di nessuna importanza le poche astensioni dal lavoro verificatesi nel mese.

    Continuano, invece, le dimostrazioni contro il provvedimento relativo alla concentrazione industriale che, com’è noto, ha portato alla chiusura di numerosi mulini. Nel mese se ne sono verificate 63. Nessuna, però, assunse carattere di particolare rilievo e dovunque l’ordine fu immediatamente ristabilito. Il malcontento delle popolazioni rurali è determinato sostanzialmente dal disagio derivante agli utenti dalle maggiori spese di trasporto, dalle lunghe attese, ed anche dal desiderio che ognuno ha di ricervere la farina del proprio grano. L’Arma, in collaborazione con gli organi responsabili, va esaminando quelle particolari situazioni di disagio suscettibili di miglioramento mediante una piú conveniente distribuzione dei mulini lasciati in attività...

    Le dimostrazioni sovversive (diffusione di manifestini, frasi di vilipendio al Regime, ecc.) sono discese, rispetto al mese di maggio, da 481 a 383: quattordici province sono rimaste immuni da qualsiasi manifestazione.

    Devesi tuttavia rilevare che l’attività antinazionale continua, subdola e accuratamente nascosta, prendendo spunto dall’attuale andamento delle operazioni di guerra e dalla disagiata situazione interna.

    Le condizioni dello spirito pubblico sono sempre depresse a causa dell’andamento della guerra e delle crescenti difficoltà che si incontrano in ogni settore.

    Contribuisce ad aggravare questo stato di cose l’incertezza in cui vivono le masse, abituate, in genere, a giudicare la situazione dagli ultimi avvenimenti.

    La popolazione, orientata a scetticismo circa l’efficienza quantitativa e qualitativa delle nostre armi, è assillata dalla preoccupazione di imminenti sbarchi nemici. Molte ipotesi si fanno sui luoghi che potranno essere scelti per queste operazioni: temuto soprattutto un attacco in forze alla Sicilia e alla Sardegna.

    Assai viva, inoltre, la preoccupazione di nuovi e piú cruenti bombardamenti aerei: si va prendendo in considerazione la possibilità che vengano anche colpite città e vie di comunicazione, finora risparmiate dall’offesa nemica...

    Continua, subdola e accuratamente nascosta, una piú sveglia attività degli elementi sovversivi ed antinazionali i quali, per indubbi sintomi, tentano di organizzarsi schematicamente i quadri di un eventuale organismo di propaganda e di azione.

    Facendo leva sulle presenti difficoltà di vita conseguenti allo stato di guerra, sulla stanchezza delle masse, sullo sfavorevole andamento delle operazioni belliche, sull’effetto deprimente dei bombardamenti nemici e, non ultimo per importanza, sulle criticabili azioni di taluni gerarchi ed esponenti politici e sindacali, gli elementi contrari al Regime, seppure non riescono a conquistare gli animi, si fanno ascoltare con maggiore attenzione ed interesse da sempre piú larghi strati della popolazione e, piú particolarmente, dall’elemento intellettuale e studentesco.

    Tuttavia, per mancanza ancora di un’efficiente organizzazione, non si prevedono, per ora, possibilità di movimenti di vasta portata» (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 165, fasc. 45). ↩

  316. Cfr. R. Romeo, L’Italia liberale cit., p. 353. ↩

  317. Cfr. a questo proposito le osservazioni di U. Spirito, Guerra rivoluzionaria cit., pp. 120 sg., nonché quelle ben piú generali di M. Gilas nel suo La nuova classe, Bologna 1957. ↩

  318. U. Spirito, Guerra rivoluzionaria cit., pp. 67 sg. ↩

  319. Un quadro non molto diverso da quello al fondo del giudizio di monsignor Bartolomasi risulta dalle relazioni dei vari servizi di censura. In quella relativa al dicembre 1942 e alla provincia di Modena sono contenuti, per esempio, questi due significativi passaggi:

    «I militari piú direttamente impegnati al combattimento – tranne qualche eccezione – hanno spirito elevato, volontà di combattere – si esaltano nei momenti prosperi e soffrono negli avversi, dando prova di buon attaccamento al dovere; quelli che al combattimento non sono stati sono piú riservati e risentono dell’ambiente meno appassionato che li circonda – ... Sono molto insistenti e diffuse le espressioni di stanchezza della guerra e le invocazioni di una prossima fine: i soldati, nell’esprimere questo anelito, non mancano di aggiungere che sia pace colla vittoria, perché, dice uno, “vedo come si riduce un popolo vinto”: taluni familiari, in specie spose, giungono invece a invocare una pronta pace “non importa con quale esito”» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., 1942, b. 74, fasc. K1B-15, sottofasc. «Modena»).

    ↩

  320. Se l’analisi dell’atteggiamento della borghesia fatta da U. Spirito in Guerra rivoluzionaria ha un indubbio fondo di verità, inaccettabile è invece quanto subito dopo (p. 68) Spirito scriveva a proposito del proletariato:

    «Sempre piú orientato e all’altezza della situazione appare invece il proletariato, sul quale pesa tuttavia la suggestione di una sotterranea propaganda della borghesia. Soltanto per il proletariato fascista, infatti, la coincidenza dei due aspetti della guerra ha la stessa immediatezza che si è rivelata per la borghesia delle democrazie. Sono i due estremi del rivoluzionarismo e del conservatorismo ed entrambi fuori dell’equivoco e del disorientamento: irriducibili avversari e veri protagonisti del presente conflitto. E il proletariato fascista europeo sente che questa guerra è sua e la combatte con una serietà e una disciplina che finiscono con l’imporsi alla stessa borghesia. Lo sente quasi istintivamente e senza rendersene conto esatto, ma la coscienza rivoluzionaria si matura molto rapidamente. La borghesia si illude ancora e propende a giudicare retorica e l’ipostasi del proletariato e la sua maturità politica, ma l’illusione non potrà durare a lungo. L’esempio della guerra del ’14 e del dopoguerra non può lasciare dubbi di sorta: il processo bellico è una scuola a ritmo accelerato in cui il proletariato convive come non mai con la borghesia e ne fa suoi i problemi e le aspirazioni».

    ↩

  321. Tipico è il fatto che nessuno propose mai seriamente di rivedere il sistema di dipendenza gerarchica delle forze armate o, almeno, di attuarlo tenendo conto delle effettive necessità belliche. Dallo Stato maggiore dell’Esercito dipendevano solo le truppe di stanza nella madre patria, le altre dipendevano (con maggiori o minori, secondo i casi, interferenze dei ministeri dell’AI e degli Esteri) dai locali comandi superiori; sempre dallo Stato maggiore dell’Esercito dipendevano la gestione logistica e i provvedimenti relativi all’ordinamento e alla mobilitazione e alla dislocazione delle truppe anche oltremare; i provvedimenti amministrativi erano infine di pertinenza del ministero della Guerra. Da qui non solo un sovrapporsi di competenze e talvolta persino una incertezza di comando, ma, quel che è peggio, una costante tendenza dello Stato maggiore dell’Esercito a tenere in Italia, alle sue dirette dipendenze, i reparti migliori (per addestramento ed armamento) e, salvo casi eccezionali, inviare fuori Italia quelli meno efficienti. ↩

  322. Per quanto vadano letti con cautela e criticamente, significativi sono i rapporti che i servizi informativi del PNF trasmettevano alla segreteria del partito e a singoli gerarchi (per esempio a Farinacci) e talvolta anche a Mussolini dai vari fronti di guerra. Di essi non ci risulta esistano raccolte piú o meno complete. Di quelli dall’Africa settentrionale esistono copie originali relative al 1941 nell’Archivio Puccioni. ↩

  323. In un appunto in data 28 giugno 1941 redatto sulla base di quanto riferito al direttore dell’Agenzia Stefani, R. Suster, da alcuni inviati in Africa settentrionale si legge tra l’altro:

    «Al “Super Comando” vige una strana ed inspiegabile atmosfera d’ordine morale. La gelosia, per il contributo che portano i tedeschi alla comune vittoria, rode l’anima di tutti gli ufficiali superiori tanto che, gli uffici di censura raccomandano apertamente di “minimizzare” le azioni dei tedeschi stessi. Non volevano nemmeno che si affacciassero cronache dell’ultima battaglia di Sollum, dicendo che parlando della vittoria conseguita si sarebbero provocati confronti con quella che fu la sconfitta di Sidi el Barrani.

    Vi erano degli ufficiali superiori che non riuscivano a nascondere neppure un certo dispetto che gli in-

    ⟦in?⟧glesi non riuscissero a sfondare, dimostrando cosí che non fu per impreparazione e per incapacità che l’altra volta le nostre linee avevano ceduto.

    Nel contempo, mentre i nostri reparti, inquadrati e comandati dai tedeschi, si battono in modo meraviglioso, dimostrando uno spirito di emulazione straordinario, gli altri, che hanno continuamente dinnanzi agli occhi lo spettacolo e l’esempio del nostro Stato Maggiore, sono svogliati e demoralizzati, non nutrendo alcuna fiducia negli ufficiali dai quali sono guidati.

    Il “Super Comando” rappresenta, cosí, praticamente, una fucina di disfattismo e basterà un episodio per dimostrarne lo spirito» (ACS, Agenzia Stefani - M. Morgagni, b. 68, fasc. 9, «Relazioni dal 1939 al 1942»). ↩

  324. Cfr. B. Croce, Etica e politica, Bari 1956⁴, pp. 328 sgg. e specialmente pp. 345 sg.; nonché A. Garosci, Sul concetto di «borghesia». Verifica storica di un saggio crociano, in Miscellanea Walter Maturi, Torino 1966, pp. 437 sgg. e specialmente pp. 470 sgg. ↩

  325. In occasione del Convegno degli scrittori europei di Weimar dell’ottobre 1942 uno degli accompagnatori ufficiali della delegazione italiana, Mario Sertoli, redasse una relazione sui lavori del Convegno per il ministero della Cultura popolare. Nella parte finale la relazione si addentrava anche in alcune considerazioni generali sulla situazione tedesca. Una di queste considerazioni ci pare indicativa di come i fascisti piú decisi giudicassero la situazione in Italia e in Germania. A proposito di quest’ultima il Sertoli scriveva: «Sinistramente, sulla resistenza di popoli, che lottano con ogni mezzo per la difesa della propria esistenza e per la conquista del proprio avvenire, possono soltanto influire i fattori morali.

    Ora è la campagna di Russia, piú dura e piú lunga di quanto si era previsto, che preoccupa i nostri Alleati e crea uno stato d’animo che non è piú quello di orgogliosa ebbrezza a cui li avevano disposti gli straordinari e fortunati successi militari.

    Senso di smarrimento e di incertezza: questo ho trovato in Germania.

    Ma, insieme, chiara e categorica la convinzione che questa è, per il Reich, una partita di vita o di morte, in cui può perire non soltanto la raggiunta unità delle genti tedesche, ma la loro stessa continuità spirituale, creatasi attraverso secoli di guerre e affermata gloriosamente da Fichte...

    Ora io non credo, dopo queste premesse, alla possibilità di un collasso interno della Germania. Non già perché vi si opponga la coesione coatta realizzata nel Paese dai nazisti, la quale vieta il fermento delle forze contrastanti o dissidenti e il loro organizzarsi, ma perché lo impedisce la consapevolezza che il popolo ha della portata del gioco mortale a cui si trova esposto e in cui reagisce, oltre tutto, il suo istinto di conservazione storica.

    Ma che cosa accadrà al fronte? Continuerà il soldato tedesco, via via che si estenderanno le sue conquiste, a conservare intatta la sua potenza offensiva e la sua formidabile resistenza, oppure di fronte ad una situazione, che ha tendenza a stabilizzarsi e a stagnarsi, perderà, in una guerra divenuta normale amministrazione, il suo slancio aggressivo e il suo assillo di vittoria?» Dell’Italia il Sertoli non diceva nulla, salvo un rapidissimo accenno al fatto che, cosí come la Germania, non poteva essere «vinta per fame». È difficile però non leggere tra le righe che abbiamo riportato un tacito confronto tra la situazione morale dei due paesi e delle due borghesie in particolare (cfr. ACS, Min. Cultura Popolare, b. 19, fasc. 271, «Convegni italo-tedeschi»). ↩

  326. Cfr. soprattutto Mussolini, XXX, pp. 154 sg. (discorso del 3 gennaio 1942 al direttorio nazionale del PNF), ma anche XXXI, pp. 74 sg. (discorso del 18 maggio 1942, pure al direttorio); nonché G. Gorla, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., p. 213 (5 luglio 1941). ↩

  327. L’unico studio che, pur nella sua sinteticità, offre spunti per un serio approfondimento del problema è quello di N. Zapponi, I miti e le ideologie. Storia della cultura italiana 1870-1960, Napoli 1981, pp. 89 sgg. ↩

  328. Cfr. R. de Felice, Intellettuali di fronte al fascismo, Roma 1985, pp. 62 sgg. ↩

  329. Cfr. U. Spirito, Guerra rivoluzionaria cit., cap. IV, dove l’autore introduceva tra l’altro una distinzione tra gli intellettuali di tipo umanistico e quelli di tipo scientifico a tutto vantaggio di questi ultimi, specie di quelli operanti nel campo delle «scienze sociali» («in via di radicale trasformazione») e in particolare dell’economia e del diritto, e difendeva dall’accusa di barbarie (in quanto priva della «preparazione lungamente curata e raffinata» della cultura «in decadenza») la nuova classe dirigente che si faceva faticosamente avanti che, ricca di quell’«impulso morale», tipico «delle classi tenute in soggezione e che oggi affiorano e si impongono», del quale era priva la vecchia, stava costruendo la «nuova scienza», e trasformando la teoria sulla base della nuova prassi fascista. ↩

  330. Cfr. C. Pettinato, Tutto da rifare, Milano 1966, pp. 121 sgg. e specialmente pp. 133 sgg. ↩

  331. Gli unici intellettuali che in questa situazione si salvavano erano, secondo Pettinato, i giornalisti, i soli «scesi in lizza per difendere la rivoluzione e la guerra della rivoluzione». Il loro contributo alla guerra, cosí come quello delle varie istituzioni che si occupavano della propaganda non era però sufficiente: «la propaganda ufficiale, – scriveva, – non è tanto il portavoce del pensiero della nazione in guerra quanto la sua supplente». ↩

  332. Valga come esempio il caso di un articolo scritto nell’aprile 1941 da Ardengo Soffici per «Gerarchia» e intitolato Etica rivoluzionaria. In esso Soffici affrontava il problema teorico del «capo» rivoluzionario, «creatore», «maestro», «guida», «datore di aspirazioni, di idee, di volontà, di coraggio», e in questo senso corrispondeva largamente al pensiero di Mussolini e all’immagine di se stesso che questo aveva. L’articolo affrontava però anche «il problema piú spinoso, il vero experimentum crucis», della scelta da parte del «capo» dei propri collaboratori diretti ed indiretti, «necessari ad attuare nei diversi campi la nuova idea e realizzare ed animare dal centro alla periferia la nuova storia» e dell’atteggiamento che esso doveva avere verso quelli di essi, arrivisti, profittatori, infedeli, scettici, che erano dei «traditori in potenza», lo screditavano agli occhi del popolo e – privandolo del «diritto di partecipare con la sua voce e la sua buona critica alla vita rivoluzionaria della Nazione» – lo rendevano via via sempre piú passivo ed indifferente a ciò che avveniva intorno a lui. Da qui la conclusione di Soffici: il «capo», per difendere il proprio potere, realizzare la propria missione e non perdere la fiducia del popolo, doveva agire inesorabilmente contro tutti quei collaboratori che con il loro indegno comportamento agivano, consapevolmente o no, in modo assolutamente contrario alle sue idee e ai suoi obiettivi storici. Una conclusione, dal punto di vista fascista e mussoliniano, ineccepibile, ma che Mussolini – quando lesse l’articolo in bozze – non volle accettare, un po’ per non avallare lo scandalo (teorico, ma ben reale, che Soffici denunciava), un po’, crediamo, per non favorire all’interno del partito una ripresa di contrasti fra le varie sue «anime». Né è da escludere che si sentisse personalmente ferito da quanto Soffici aveva scritto, poiché, comunque lo si leggesse, l’articolo lasciava trapelare in vari punti, e in particolare nella sua chiusa, anche una forte vis polemica nei suoi confronti: «Il trionfo di una rivoluzione consiste nel far fare al popolo, alla stirpe che la compie un passo avanti nella propria via, e ad innalzarli di un grado nel piano della civiltà. Ma perché il trionfo sia pieno, e, cioè, rappresenti l’affermazione di un’idea che non è locale o contingente, ma assoluta ed universale, ogni rivoluzione tende naturalmente ad estendersi oltre i limiti di un popolo o di una stirpe, a propagarsi, in sostanza, per tutto il genere umano. È per questo che ogni rivoluzione veramente grande e di portata secolare, urta necessariamente nella resistenza di altri popoli e stirpi non ancora maturi per accoglierne i postulati, e che perciò l’avversano e fanno di tutto per impedirne lo sviluppo. Ne consegue che tali rivoluzioni preparano inevitabilmente la guerra e finiscono sempre con lo sboccare nella guerra.

    Ora, la guerra rappresenta precisamente il collaudo, o vogliam dire l’esame, del popolo, della stirpe che dalla rivoluzione sono stati foggiati. Il formidabile travaglio della guerra è quello dove si vede se uno spirito nuovo ha realmente penetrato di sé ed elettrizzato le moltitudini rivoluzionarie, se le virtú civiche, intellettuali, sociali, scientifiche, militari hanno raggiunto il grado necessario per stabilire con l’eccellenza organizzata del loro complesso e con la forza delle armi, del coraggio, della resistenza al sacrificio e della dedizione totale dell’individuo, l’ordine nuovo cui la rivoluzione mirava.

    Soltanto a patto che tutto ciò si verifichi, che cioè la veduta secolare del Capo, sostenuta da ciò che si potrebbe chiamare il suo furore mistico, dalla sua ferrata volontà, dal suo sublimato senso morale, si siano trasfusi nell’intero corpo della Nazione esaltandone l’energia e la fede nella bontà della propria causa, si può esser certi della vittoria, non intendendo per vittoria un successo parziale e temporaneo, ma il cambiamento di un mondo e l’inaugurazione d’una nuova èra.

    E qui riappare la tremenda responsabilità che, in partenza, si assume il Capo d’una rivoluzione, e che dal principio alla fine lo accompagna. Basterebbe infatti un errore iniziale nella scelta dei primi collaboratori perché quelle condizioni indispensabili alla vittoria, cioè al coronamento e alla realizzata missione della rivoluzione, venissero a mancare. Scegliendo male i primi, questi sceglierebbero naturalmente collaboratori secondi simili a loro, i quali a loro volta farebbero lo stesso; di modo che in luogo di una classe dirigente rivoluzionaria si avrebbe alla fine una specie di associazione a mal fare, non solo incapace di moralizzare, fortificare ed eroicizzare un popolo o una stirpe, ma, come fatta apposta, al contrario, per inquinare, scandalizzare, abbrutire e avvilire dall’alto al basso l’intera Nazione affidata al suo governo.

    È perciò che il grande Capo ha principalmente cura di scegliere i suoi collaboratori piú prossimi, di verificarne il valore, la dirittura e la fede, di selezionarli senza posa, di comunicar loro, come a discepoli, e forse a successori e continuatori, il piú che può della propria magnanimità, purezza e genialità, affinché siano efficaci traduttori in realtà viva operante, e non traditori, della sua idea di una nuova sistemazione nel mondo».

    L’articolo fu perciò restituito a Ravasio con un secco «no» di suo pugno (cfr. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 14, fasc. 208/R, «Soffici Ardengo», sottofasc. 2). ↩

  333. Mussolini, XXXI, pp. 50 sg.

    Come si vedrà piú avanti, nel corso della guerra Mussolini andò sempre piú isolandosi da tutti e ridusse i suoi rapporti quasi solo a quelli «d’ufficio». A questa regola non si sottrassero neppure quelli con quegli intellettuali con i quali in passato era stato piú legato e che pure stimava per il loro personale patriottismo, la loro lealtà e di cui conosceva l’affetto verso di lui. Anche con costoro i suoi rapporti si fecero infatti rari, discontinui e quasi sempre solo epistolari. ↩

  334. Piú difficile è stabilire cosa effettivamente Mussolini pensasse dell’élite tecnico-produttiva e degli «esperti», il cui atteggiamento verso il regime era in genere motivato, piú che da una precisa scelta politica, dalla convinzione che esso desse loro la possibilità di un’attività piú razionale di quella realizzabile con un altro regime e che esso potesse essere, date le sue premesse e necessità efficientistiche, da loro piú influenzato sul terreno di quelle scelte tecniche alle quali essi piú tenevano e consideravano indispensabile introdurre in Italia. Cfr. a questo proposito B. Musiedlak, Université privée et formation des categories dirigentes: l’exemple de l’Université L. Bocconi de Milan (1902-1925), Rome 1990, passim, che, per altro, non costituisce che un primo approccio parziale ed indiretto al problema. Mentre su queste categorie le prese di posizione di Mussolini sono scarse, poco significative e talvolta contraddittorie e non vi è traccia di sue iniziative o anche solo di una sua effettiva disponibilità a favorire un’azione del regime tendente alla formazione di una «élite delle competenze» sul tipo francese, anche se circoscritta per il momento solo al settore statale (come sin dal 1939 caldeggiava C. Pellizzi facendosi fautore della istituzione presso l’Università di Firenze di un collegio o accademia di studi politici che curasse la formazione professionale di particolari settori della pubblica amministrazione, a cominciare da quella del ministero degli Esteri), chiara è invece la sua fiducia, specie nel primo anno e mezzo circa della guerra, nella burocrazia statale tanto da indurlo a parlare – come si è già detto (cfr. Mussolini il duce, II, p. 65 nota) – di farne, finita la guerra, un ceto economicamente privilegiato e in qualche misura addirittura autoriproducentesi di padre in figlio. ↩

  335. Cfr. Mussolini, XXXI, p. 47. ↩

  336. Cfr. G. Bottai, Diario cit., p. 290. ↩

  337. Cfr. G. Pellizzi, Quaderni di note, XXX, ff. 144 sg., in Archivio Pellizzi. ↩

  338. Mussolini, XXX, p. 151. ↩

  339. Ivi, XXXI, p. 25. Il piú acceso nel mettere in guardia e rinfacciare a Mussolini i rischi e le conseguenze negative derivanti dalla sua politica volta a privilegiare i giovani, rispetto ai vecchi fascisti fu Farinacci. Per lui essa approfondiva i contrasti generazionali da tempo già in atto o latenti, seminava sfiducia nel partito e scoramento nei vecchi fascisti, che si vedevano emarginati, vilipesi e talvolta ingiustamente perseguitati da giovani che non avevano né meriti personali né capacità di comando. Tipico in questo senso è quanto gli scrisse il 19 novembre 1942: «Tu devi darmi atto che i giovani da te chiamati al Partito, invece di assicurare la continuità e la solidarietà fra anziani e giovani, hanno provocato una grave frattura. In questi ultimi tempi pare che essi non si siano preoccupati d’altro che di sputtanare il Partito, menar clamore su casi singoli, e additare all’opinione pubblica, come affaristi, i Consiglieri Nazionali, i dirigenti confederali ecc. ecc. Ed anche in questo sono stati imprudenti. Il caso Molfino, come procedura, grida vendetta al cospetto di Dio. Ed io non amo Molfino: mi è sempre stato antipatico. Ma debbo riconoscere che, quando si vuole uccidere un uomo, bisogna rispettare le forme e persuadere i fascisti che è stato compiuto un atto di giustizia, mettendo il colpevole in condizioni di potersi difendere.

    Che cosa è stato fatto contro i denigratori della guerra, contro i denigratori del fascismo? Né un’opera giusta di repressione, né un’opera efficace di propaganda, né di eliminazione dei mali e dei difetti per cui ci si lamenta. Vidussoni e i suoi collaboratori non sono in grado di fare ciò: ad essi manca la conoscenza degli uomini, delle situazioni e dei problemi. Quando vi è procella, solo una imbarcazione robusta e degli uomini sperimentati possono tenere il mare. Vidussoni è un bravo ragazzo, ma è un ragazzo. Il Segretario del Partito in questo momento dovrebbe essere almeno un animatore, mentre tu sai che se egli parla crea l’effetto opposto» (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio (1922-1943), b. 44, fasc. 247/R, «R. Farinacci», sottofasc. 40). ↩

  340. Cfr. Mussolini, XXXI, p. 68. ↩

  341. Rapporto al Duce cit., p. 101. ↩

  342. Ivi, pp. 85 sg. ↩

  343. Cfr. Mussolini, XXX, p. 101. ↩

  344. Ivi, XXXI, p. 47. ↩

  345. Ivi, pp. 67 sg. ↩

  346. Cfr. Rapporto al Duce cit., p. 85. ↩

  347. Ibid., p. 215. ↩

  348. Per una prima documentazione relativa agli anni 1940-43 cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris. (1903-1949), D/2, «Agitazioni studenti»; ivi, Div. polizia politica, cat. Q8 (1926-1945), «Scuola», p. 218. Per quel che riguarda Roma cfr. poi C. F. Casula, Mondo studentesco e crisi del regime: il caso di Roma, in «Quaderni della resistenza laziale», n. 8, 1978, pp. 141 sgg.

    Le prime richieste del «diciotto assicurato» cominciarono, soprattutto a Roma, già qualche giorno prima dell’entrata dell’Italia in guerra. In alcune località del Piemonte e in particolare ad Alba nel dicembre 1940 la destituzione di Badoglio provocò all’interno di qualche istituto superiore manifestazioni «ostili alla politica fascista» (cfr. il questore di Cuneo al capo della polizia, 23 dicembre 1940 in ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., 1941, b. 51, fasc. K1B-15, sottofasc. «Cuneo»).

    I casi piú numerosi di rifiuto a sottoscrivere domande di arruolamento volontario si verificarono nei primi mesi del 1941 e dettero luogo, soprattutto a Roma e a Napoli, anche a vari incidenti e a fermi da parte della polizia. In qualche caso, come a Treviso, questi incidenti misero in luce un confuso stato d’animo giovanile in cui non mancava una forte sfiducia nelle gerarchie militari. Un rapporto del 5 marzo 1941 riferisce che in questa località vari gufini affermavano «che ci ordinino di gridare viva il Duce e viva la guerra, sta bene, siamo disposti a farlo, ma ordinarci di andare a farci ammazzare al comando di generali cretini è un’altra cosa! Siamo però anche capaci di gridare: abbasso il Duce e abbasso la guerra» (cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. polizia politica, cat. Q8 (1926-1945), p. 218). ↩

  349. Nei confronti degli universitari iscritti ai Guf che piú si erano messi in vista, anche con atti di vandalismo, per chiedere di superare gli esami senza sostenerli la segreteria nazionale dei Guf prese nel maggio 1941 una serie di provvedimenti. A Roma furono espulsi 20 gufini, a Napoli 17, a Salerno 12, a Lucca, Avellino e Potenza 5, a Cosenza 4, a Benevento, Foggia, Taranto e Catanzaro 3, a Ragusa 2, a Bari, Reggio Calabria e Messina 1, di altri due si ignora la sezione alla quale appartenevano (cfr. «Libro e moschetto», 20 maggio 1941). ↩

  350. Prese di posizione in questo senso apparvero non solo sugli organi locali dei Guf, ma anche su quello nazionale, «Libro e moschetto» (che con la guerra modificò la sua testata cancellando con un frego la parola «Libro e» e aggiungendo al sottotitolo Giornale dei Gruppi Fascisti Universitari le parole «in armi»). Cfr. per esempio S. Grena, Bisogna fucilare qualche borghese (1º maggio 1941) e soprattutto I. Busetto, La «borghesia» e la guerra (1º novembre 1941) in cui si legge: «Molti “proletari” sono morti, molti ne moriranno. Piú d’uno di essi era superfluo che morisse, egli deve la sua morte all’opera di sabotaggio morale e materiale che si origina nel gretto egoismo di molti, troppi “borghesi” italiani». ↩

  351. Uno dei punti sui quali piú insistette la stampa giovanile era quello della necessità di una vasta epurazione del PNF. Su «Libro e moschetto» (13 giugno 1942) S. Fichera (Il partito dopo la vittoria) si spinse fino a caldeggiare una vera e propria riforma-trasformazione del partito in un nuovo organismo (l’Ordine nazionale fascista o Ordine imperiale fascista) a carattere verticistico. Alla sua base doveva essere la Gil; al centro un Fronte italiano del Littorio, che avrebbe sostituito il PNF e avrebbe avuto il compito di inquadrare «la massa» e curarne l’educazione e al quale le iscrizioni sarebbero state sempre aperte; al vertice, infine, sarebbero stati i Fasci italiani di combattimento, altamente élitari, ai quali si sarebbe potuto accedere solo dal Fronte e dopo un «rigorosissimo vaglio». ↩

  352. Alla data del 10 aprile 1942 G. Bottai, Diario cit., p. 301, annotava: «Si sente il disagio crescere, fermentare negli animi... Giovani, qua e là, vengono arrestati, mandati al confino. E sono giovani “nostri”, usciti dalle avanguardie, dai Guf, dai centri di preparazione politica; non piú i residui della vecchia borghesia liberale». ↩

  353. Cfr. Mussolini, XXXI, p. 42. ↩

  354. Ivi, pp. 46 sg. ↩

  355. Ivi, p. 163. ↩

  356. Ivi, p. 47. ↩

  357. Mussolini, XXXI, p. 69. Da un’affermazione fatta parlando con Ravasio risulta che per Mussolini anche il concetto generale di generazione doveva essere inteso in senso elastico e al tempo stesso restrittivo: «il tempo sufficiente perché l’uomo generi figli» (ivi, XXX, p. 151). ↩

  358. Tutti i passi citati sono conservati nell’undicesima delle agende nelle quali Y. De Begnac trascrisse gli appunti presi durante i suoi colloqui con Mussolini (in Archivio De Begnac; un’ampia scelta degli appunti relativi a tali colloqui è di prossima pubblicazione presso Il Mulino di Bologna: Y. De Begnac, Taccuini mussoliniani, a cura di F. Perfetti). ↩

  359. La polemica con Bottai, pur non personalizzandosi mai, è implicita in tutte le prese di posizione di Mussolini sul problema dei giovani e chiaramente non ha di mira solo la sua politica dei giovani, ma anche quella degli intellettuali. Quanto a quella con Serena, un inciso in parentesi del discorso al direttorio nazionale del 18 maggio 1942 non lascia dubbi: «sotto la gestione Serena si disse che si doveva discutere [con i giovani], ma anche su questo ci sarebbe da fare delle riserve» (ivi, XXXI, p. 69). ↩

  360. Cfr. Mussolini, XXXI, pp. 42 e 69 sg. ↩

  361. Cfr. ivi, pp. 68 e 67. ↩

  362. Cfr. in particolare L. Mangoni, L’interventismo della cultura. Intellettuali e riviste del fascismo, Bari 1974, pp. 330 sgg.; nonché, a cura della stessa, «Primato» 1940-1943, Bari 1977, passim. ↩

  363. G. Bottai, «Interventismo della cultura», in «Primato», 1º giugno 1940, p. 1. ↩

  364. Id., Vincere, in «Primato», 15 giugno 1940, p. 1. ↩

  365. Cfr. Filosofi Università Regime. La Scuola di Filosofia di Roma negli anni Trenta. Mostra storico-documentaria, a cura di T. Gregory - M. Fattori - N. Siciliani De Cumis, Roma-Napoli 1985, pp. 422 sgg.; B. Croce, Nuove pagine sparse, Napoli 1959, p. 69; U. Benedetti, Benedetto Croce ed il fascismo, Roma 1967, pp. 205 sgg.; G. Sasso, Per invigilare me stesso cit., pp. 233 sgg. ↩

  366. Il 28 novembre 1943 Giaime Pintor avrebbe scritto a questo proposito al fratello: «in realtà la guerra, ultima fase del fascismo trionfante, ha agito su di noi piú profondamente di quanto risulti a prima vista. La guerra ha distolto materialmente gli uomini dalle loro abitudini, li ha costretti a prendere atto con le mani

    e con gli occhi dei pericoli che minacciano i presupposti di ogni vita individuale, li ha persuasi che non c’è possibilità di salvezza nella neutralità e nell’isolamento... Senza la guerra io sarei rimasto un intellettuale con interessi prevalentemente letterari: avrei discusso i problemi dell’ordine politico, ma soprattutto avrei cercato nella storia dell’uomo solo le ragioni di un profondo interesse, e l’incontro con una ragazza o un impulso qualunque alla fantasia avrebbero contato per me piú di ogni partito o dottrina. Altri amici, meglio disposti a sentire immediatamente il fatto politico, si erano dedicati da anni alla lotta contro il fascismo. Pur sentendomi sempre piú vicino a loro, non sò se mi sarei deciso a impegnarmi totalmente su quella strada: c’era in me un fondo troppo forte di gusti individuali, d’indifferenza e di spirito critico per sacrificare tutto questo a una fede collettiva. Soltanto la guerra ha risolto la situazione, travolgendo certi ostacoli, sgombrando il terreno da molti comodi ripari e mettendomi brutalmente a contatto con un mondo inconciliabile» (G. Pintor, Il sangue d’Europa (1939-1943), Torino 1965, p. 186). Per un inquadramento di queste parole nell’ambito della personalità e della formazione di Pintor cfr. B. Ceva, A proposito di G. Pintor e la letteratura della Resistenza, in «Il movimento di liberazione in Italia», gennaio-marzo 1970, p. 73. ↩

  367. Tipico in questo senso il caso di G. Ungaretti che l’11 dicembre 1940 inviò dal Brasile, ove si trovava in quel momento e ove aveva appreso la notizia del tragico fallimento dell’attacco alla Grecia, ad alcuni «amici» una lettera da far pervenire a Mussolini nella quale, dopo aver affermato di «non [aver] mai avuto tanta fede nel Duce come in questo momento», si diceva pronto a rientrare in Italia e, se il «duce» lo giudicava di qualche utilità, di far propaganda fra le truppe in prima linea (cfr. F. Petrocchi, Lettere inedite di Ungaretti a Mussolini (1922-1942), in «Letteratura italiana contemporanea», gennaio-agosto 1987, p. 223, ove però la lettera è erroneamente datata 1941, invece che 1940). ↩

  368. Nel dopoguerra, a chi gli contestava questa collaborazione, Calamandrei avrebbe replicato che si era trattato di una consulenza, richiesta da D. Grandi a lui, Carnelutti e Redenti in quanto critici del progetto di codice preparato dal suo predecessore, A. Solmi, e ben conoscendo le sue idee politiche, e avrebbe aggiunto che si era trattato quindi di «opera indipendente di scienziato volta a rendere migliore (o meno peggiore) un codice che doveva servire non ai fascisti ma agli italiani», non diversa da quella di «un clinico che si interessasse di costruire nel modo migliore un sanatorio o [di] un ingegnere che perfezionasse i congegni delle locomotive in uso nelle Ferrovie dello Stato» (cfr. P. Calamandrei, Lettere 1915-1956, a cura di G. Agosti e A. Galante Garrone, II, Firenze 1968, pp. 211 sg. e in particolare pp. 213 sg.; nonché A. Galante Garrone, Calamandrei, Milano 1987, pp. 164 sgg.). ↩

  369. Cfr. L. Belloni, Sulla genesi del Cern, in «Storia contemporanea», luglio-agosto 1986, pp. 618 sgg. ↩

  370. Cfr. G. Galli, I partiti politici, Torino 1974, pp. 261 sg. ↩

  371. Specie tra i giovani dei Guf vi furono molti che considerarono la guerra l’occasione per mettersi in luce e far carriera. Da parte di molti vecchi fascisti vi fu la tendenza ad interpretare questo atteggiamento particolare in senso troppo estensivo e perentorio, lasciandosi cosí sfuggire la possibilità di comprendere il piú generale atteggiamento dei giovani fascisti in tutta la complessa molteplicità delle sue motivazioni e dei suoi sviluppi. Tipico in questo senso è un rapporto alla segreteria del PNF di un uomo indubbiamente intelligente come Camillo Pellizzi sul convegno dei Guf tenutosi a Verona il 28-30 dicembre 1941 sul tema «la gioventú universitaria di fronte alla rivoluzione e alla guerra». Nel suo rapporto (in Archivio Pellizzi) Pellizzi si soffermava sul fatto che «i convegnisti hanno molto insistito sulle ormai tristi generalizzazioni dei giovani contro gli anziani, dei “posti” da occupare, della intelligenza e della competenza che debbono salire al potere, sostituendo gli “impreparati” e i “politici puri”. Affiorava in parecchi il desiderio di meglio conoscere e comprendere quella categoria di fascisti, nati per lo piú fra il 1890 e il 1900, che portano il distintivo di squadristi, e che occupano da circa vent’anni i posti direttivi, specie politici»; e osservava che «il corporativismo è la formula di rivoluzione sociale alla quale questi giovani per lo piú si appoggiano, non trovandone altra, ed è comune fra loro l’osservazione che a tutt’oggi lo Stato fascista non è abbastanza o abbastanza seriamente, corporativo»; ma lasciava cadere tutta una serie di altri spunti e stati d’animo emersi nel convegno e, giunto a dover trarre un bilancio, concludeva che una conclusione era impossibile... perché il convegno non ne aveva tratta alcuna e perché «forse non potevano essercene» e preferiva insistere sul livello generale, a suo avviso, «piuttosto grigio e scadente» di molte delle settanta relazioni presentate e lasciar capire che il convegno non aveva che confermato, per un verso l’impreparazione teorica dei piú degli intervenuti e, per un altro, la loro smania di farsi largo ad ogni costo e di prendere il posto dei vecchi fascisti. ↩

  372. Cfr. a questo proposito D. Carella, Fascismo prima fascismo dopo, Roma 1973, pp. 106 sgg. ↩

  373. Cfr. la testimonianza di G. Vecchietti in G. B. Guerri, Giuseppe Bottai un fascista critico cit., pp. 183 e 188. ↩

  374. Cfr. G. Bottai, Diario cit., gennaio-marzo 1940 e in particolare pp. 178 sg. ↩

  375. G. Bottai a C. Pellizzi, 7 marzo 1940 in Archivio Pellizzi. ↩

  376. In Archivio Pellizzi. ↩

  377. Mussolini il duce, II, pp. 920 sgg. ↩

  378. Cfr. G. Bottai, Diario cit., p. 221. ↩

  379. Mussolini il duce, II, p. 924. ↩

  380. Non ci è stato possibile rintracciare l’originale della lettera di Spirito a Bottai (cosí come quella di Bottai a Mussolini); di essa esiste però la copia nell’Archivio della Fondazione U. Spirito. Nell’Archivio Bottai ve ne sono due trascrizioni già in veste di lettera di Bottai al «duce»; una «provvisoria», perché – sia pure illeggibili – vi figurano ancora le nove righe da noi indicate, appunto, come illeggibili in Mussolini il duce, II, p. 924, dalle quali sarebbe risultato che la lettera stessa non era opera di Bottai ma di altri; una «definitiva» che G. B. Guerri ha pubblicato nelle note del Diario di Bottai (p. 507) e nella quale le linee soppresse sono sostituite da altre: «Nei primi giorni del settembre scorso, chi esprimesse la sua fede nella vittoria della Germania e nel carattere rivoluzionario dell’Asse negli ambienti culturali nella quasi totalità era giudicato con indignazione dal punto di vista intellettuale e morale. Contro questa cultura e contro questa coscienza nazionale, l’Italia è stata salvata unicamente dall’intuizione e dalla volontà del suo Capo, ma non si può negare che, se è salvata la pelle, l’anima è in un grande e pericoloso disorientamento». ↩

  381. G. Bottai, Diario cit., pp. 221 sg. Dieci giorni dopo il secondo colloquio con Mussolini, il 23 agosto 1940, Bottai scriveva a Spirito:

    «ho ricevuto la tua lettera e vivamente ti ringrazio delle cortesi informazioni fornitemi. Riparleremo della cosa al tuo ritorno... Il D[uce] è in massima d’accordo con le nostre considerazioni...» (in Archivio della Fondazione U. Spirito). ↩

  382. Cfr. Mussolini il duce, II, pp. 115 sgg. ↩

  383. Per il problema dello «stato nuovo» in generale e in Bottai cfr. E. Gentile, Il mito dello Stato nuovo dall’antigiolittismo al fascismo, Bari 1982, pp. 205 sgg. ↩

  384. ¹ In un lungo appunto in data 9 dicembre 1940 (in Archivio Bottai) Spirito suggerí per esempio una serie di iniziative e di temi volti a definire attraverso l’approfondimento sistematico di filosofi, storici, giuristi ed economisti e via via di studiosi di tutte le altre branche del sapere «gli aspetti della nuova realtà che si va delineando», nonché quanto veniva fatto all’estero e in particolare in Germania. Sotto il profilo organizzativo, Spirito proponeva di affidare a singole università o a gruppi di università particolari settori di studio («occorre... richiamare a un’indagine sistematica gli organismi universitari culturali in genere, distribuendo il lavoro e specializzando gli insegnamenti») e di concentrarvi gli studiosi piú adatti e i mezzi finanziari necessari. Il tutto sotto la direzione di un ufficio centrale ad hoc, affidato ad un piccolo gruppo di esperti, che si sarebbe dovuto occupare di raccogliere e vagliare le proposte e le richieste di studi avanzate sia dall’interno della comunità scientifica, sia dagli organi di governo e degli enti statali. Il tutto in una prospettiva rigorosamente scientifica, ma tenendo sempre in considerazione «il particolare momento storico in cui viviamo, in quanto esso assume il significato di trapasso da un’epoca a un’altra e ha bisogno di essere spregiudicatamente analizzato nel suo carattere rivoluzionario e l’interconnessione politica tra i vari problemi»: «Se, per esempio, – scriveva, – si precisa il significato dell’attuale rivoluzione in quello del passaggio da una società borghese a una corporativa o di organizzazione tecnica e gerarchica delle masse sul piano nazionale e internazionale, il problema della trasformazione spirituale che ne segue può cominciare a prospettarsi in una serie di altri problemi, direttamente connessi con i concetti di massa, di organizzazione e di gerarchia. E allora al quesito primo e in relazione a esso possono aggiungersi, ad esempio, alcuni dei seguenti:

    • Se e in quale senso l’attuale rivoluzione implichi una trasformazione del concetto di libertà in senso speculativo, politico, giuridico ed economico.
    • Se e in quale senso si operi una trasformazione del concetto di cultura.
    • Se e in quale senso politica e tecnica debbano identificarsi.
    • Se l’identificazione di politica e tecnica debba implicare l’eliminazione del regime parlamentare e di tutti i suoi presupposti (rappresentanza, elezione, suffragio universale, partiti politici, diritto della maggioranza, ecc.).
    • Se e in quale senso i compiti degli istituti del regime parlamentare possano essere assolti dai nuovi istituti corporativi.
    • Se e in quale senso sia da eliminarsi il concetto di equilibrio politico ed economico nel campo nazionale e internazionale.
    • Se e in quale senso possa concepirsi il sussistere dell’autarchia in una società internazionale corporativa.

    Questi e tanti altri problemi di carattere generale vanno discussi nell’ambito delle singole competenze in modo da dar luogo a un corpo di dottrine adeguate alla trasformazione politica. Ma gli stessi problemi vanno poi affrontati in una determinazione piú circoscritta per trovarci pronti a risolverli al momento della stipulazione della pace. Il passaggio dallo stato di guerra allo stato di pace pone già dei problemi alla cui soluzione la cultura non può non collaborare sulla base dell’esperienza storica e tecnica finora compiuta. E anche per questo varrà qualche esempio di quesiti:

    • In qual senso debba organizzarsi il passaggio dall’economia di guerra all’economia di pace.
    • Se convenga abbandonare il sistema della moneta-oro e in qual modo esso possa essere sostituito.
    • Se il problema della disoccupazione possa risolversi altrimenti che sul piano di un’economia programmatica.
    • Come possa risolversi sul piano di una economia programmatica internazionale il problema della ripartizione delle materie prime.
    • Come possa sussistere e intendersi la sovranità delle piccole nazioni economicamente legate alle grandi».

    ↩

  385. Per la vicenda della Guerra rivoluzionaria, cfr., oltre a G. Bottai, Diario cit., p. 290 (29 novembre 1941), dove è riferito il giudizio dato a Bottai da Mussolini dopo averne letto il dattiloscritto, il saggio introduttivo di G. Rasi, La rivoluzione corporativa; U. Spirito, Guerra rivoluzionaria cit. ↩

  386. Nel 1942 U. Spirito partecipò alla preparazione del primo (e unico) Convegno nazionale dei gruppi scientifici dell’INCF (23-26 novembre) e intervenne attivamente su entrambi i temi nei quali il convegno fu articolato: Idea dell’Europa e Il piano economico. Di entrambi i temi si conservano i resoconti stenografici; in bozze di stampa riservate quelli dell’«Idea dell’Europa», in parte in bozze di stampa e in parte dattiloscritti (in Archivio della Fondazione U. Spirito) quelli de Il piano economico. Spirito non ebbe invece parte nel Convegno per lo studio dei problemi economici dell’Ordine nuovo, tenuto a Pisa dal 18 al 23 maggio 1942 e organizzato dalla Scuola di perfezionamento nelle discipline corporative di quella Università. ↩

  387. Cfr. G. Bottai, Diario cit., p. 264 (24 aprile 1941). ↩

  388. Cfr. T. Bozza, La rivista «Primato», in «Il bibliotecario», marzo 1989, pp. 113 sgg. ↩

  389. Tipica in questo senso è una lettera di Bottai a Spirito in data 3 dicembre 1940 volta a sollecitare il filosofo a scrivere per «Primato» una serie di considerazioni sul tema «l’università come problema di cultura». Da essa risulta chiaramente che nelle intenzioni di Bottai l’inchiesta doveva tendere essenzialmente a delineare le funzioni e i compiti della cultura universitaria nel dopoguerra e in particolare «come si pongono oggi e come si porranno domani i rapporti fra “nazionalismo” e “internazionalismo” nella cultura» e quali fossero «le necessità ideali e pratiche di una espansione culturale» (in Archivio della Fondazione U. Spirito). ↩

  390. Per la collaborazione di Morandi a «Primato» cfr. R. De Felice, Gli storici italiani nel periodo fascista, in Id., Intellettuali di fronte al fascismo cit., pp. 219 sgg.; nonché «Primato» 1940-1943 cit., passim; e, piú in generale, D. Cofrancesco, Il mito europeo del fascismo (1939-1945) cit. ↩

  391. Nel novembre 1942 C. Morandi fu tra i partecipanti al primo convegno dei gruppi scientifici dell’INCF e in particolare alla discussione del tema «Idea di Europa». Cfr. le già citate bozze del resoconto stenografico, pp. 33 sgg., 75 e 105 sg. ↩

  392. N. Zapponi, I miti e le ideologie cit., pp. 187 sg. ↩

  393. La tesi che «Primato» fosse nelle intenzioni di Bottai una sorta di piattaforma politica personale «in vista della successione, facendo leva sulla parte senza dubbio migliore della cultura italiana e su elementi che egli conosceva benissimo come antifascisti» è stato sostenuto da R. Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo. Contributo alla storia di una generazione, Milano 1962, p. 399. ↩

  394. Sulla questione cfr. anche Mussolini il duce, II, pp. 728 sgg. ove abbiamo anticipato alcune considerazioni su «Primato» qui sviluppate. ↩

  395. Cfr. per esempio B. S[pampanato], In ritardo sul tempo, ossia precisazioni sugl’intellettuali, in «Politica nuova», 15-28 febbraio 1943, pp. 42 sgg.; nonché il corsivo di replica, in chiave molto personalistica, di Bottai Consiglio a un camerata, in «Primato», 15 marzo 1943, p. 114. Il pretesto fu offerto dall’articolo Gli intellettuali e la guerra, che la rivista aveva dedicato (come editoriale) all’omonimo libro di C. Pettinato il 15 febbraio 1943. ↩

  396. Cfr. Calendario. Littoriali, in «Primato», 15 novembre 1940, p. 16. ↩

  397. Coloro che forse tra i collaboratori di «Primato» piú sentirono la gravità del momento storico e l’espressero senza retorica e non facendo alcun riferimento al fascismo furono B. Romani, Responsabilità della letteratura (15 aprile 1942, pp. 143 sg.), per il quale «il disinteresse degli scrittori e degli artisti per quello che sta accadendo intorno a loro, ha tutta l’aria di una voluta astensione, originata, appunto dal “non mi riguarda”» e G. Comisso, I sentimenti nell’arte (15 giugno 1943, p. 212): «Noi poeti, scrittori, pittori, scultori e musicisti di questo avanzato principio di secolo con la nostra arte neutralizzata, per dilettarci solo di una fredda, sebbene talvolta ben costrutta espressione, siamo i responsabili della mancanza di passionalità umana nelle generazioni ultime e nuove. I loro sentimenti che vanno da un Jacopo Ortis ad un Antonio Malavoglia sono esclusi. Da quando questo Antonio Malavoglia è uscito di prigione ed è passato dalla casa paterna senza osare di entrare, sono state miseramente disdegnate le lagrime per il lettore italiano, dimenticando che sono esse che segnalano l’efficenza dell’anima tra le sue grandi possibilità di amore e di odio. Noi artisti di questo principio di secolo siamo responsabili di avere reso vuota la vita tra pareti chiuse. Non dico che di proposito si possa mutare l’essenza delle nostre opere, ma bisogna convincersi di reagire allo spirito di quelle già create e determinare il calore ideale per una riaffermazione delle passioni nella nostra arte, fino alle esasperazioni estreme, fino al delitto e al suicidio per passione umana e allora la vita sarà colma di vita. Perché sarà sempre meglio vivere e morire da uomo che non da pietra». ↩

  398. A C. Pellizzi che gli aveva chiesto quali, a giudizio del ministero della Cultura popolare, potessero essere i «perfezionamenti» da apportare all’attività dell’INCF, il 4 novembre 1940 A. Pavolini rispose, per fare un solo esempio, con una lunga lettera nella quale era messa in primo piano la necessità di dotare il regime «di una vera e propria organizzazione di propagandisti» quale esso «non ha fin qui mai posseduto» e della quale si sentiva un forte bisogno: «Il Regime ha da tempo ed è venuto via via perfezionando un suo cinematografo documentario, una sua potente attrezzatura radiofonica, un suo tipo di giornale quotidiano, ebdomadario, umoristico ecc., un suo complesso di riviste e via enumerando. Ma una organizzazione di propagandisti non l’ha mai costituita. In base all’attuale ripartizione di compiti, mi sembra che essa potrebbe rientrare fra le funzioni specifiche dell’Istituto Nazionale di Cultura Fascista… Quando creeremo i “seminari” nostri, le nostre «cellule»? Si tratta di addestrare, con un metodo che non esito a definire scientifico, elementi di sicura fede, dei piú varî mestieri, e, quindi, della piú varia penetrazione ambientale, i quali, senza avere nulla di professionale e di interessato nella loro attività propagandistica, senza confondere la loro attività suscitatrice con altre attività informative (pur rispettabili e necessarie), parlino e controbattano, illustrino e polemizzino.

    Dopo aver formato questi elementi, irradiandoli per ogni dove, il «centro» dovrebbe con essi tenere i contatti attraverso una rete agile ed invisibile, rifornendoli via via di dati, di informazioni, di «parole d’ordine» propagandistiche. Dovrebbe, quindi, il «centro», possedere anche organi di studio e di informazione ben attrezzati, che sapessero desumere nelle notizie e trovare negli avvenimenti l’aspetto adatto per quello che è tale genere di propaganda» (ACS, Min. Cultura Popolare, Gabinetto, b. 25, fasc. 363, «Istituto Naz. di Cultura Fascista. Sede centrale di Roma»). ↩

  399. I principali punti d’appoggio dell’attività che, su iniziativa soprattutto del ministero dell’Educazione nazionale, venne svolta in Germania per valorizzare la cultura italiana, tenere i collegamenti con gli italianisti tedeschi e prospettare, almeno a livello culturale, la «filosofia» italiana dell’Ordine nuovo e le sue differenze rispetto a quella tedesca, furono la Deutsche-italienische Gesellschaft (che dal 1942 al 1944 pubblicò ad Amburgo il mensile «Italien», di cui fu redattore capo Egon Vietta) del cui Consiglio di presidenza fece parte anche l’ex ambasciatore a Roma Ulrich von Hassel, e l’Istituto Studia Humanitatis (diretto dal professore Leonardo Grassi e sul quale cfr. G. Bottai, Diario cit., pp. 284, 309 e 342), che fu inaugurato nel 1942 da Bottai (cfr. in Archivio Bottai la relazione che questi inviò in quell’occasione a Mussolini, dalla quale risulta che l’Istituto si giovava anche della collaborazione dell’accademico Riccobono e aveva l’adesione anche di Kerényi). Nell’autunno 1942 e ancora nei primi mesi del 1943 Bottai si adoperò per istituire a Berlino una cattedra di storia della civiltà italiana che avrebbe voluto far ricoprire da Ranuccio Bianchi Bandinelli (cfr. R. Bianchi Bandinelli, Dal diario di un borghese e altri scritti, Milano 1976, pp. 102 sg.). L’Istituto Studia Humanitatis era particolarmente malvisto dai tedeschi che lo definirono un covo di spie vaticane e ne avrebbero voluto la chiusura. Mussolini, investito del problema da Biggini, Grassi ed Enrico Castelli (che in questa attività ebbe parte notevole) non volle però che «la bandiera» fosse ammainata. Cfr. E. Castelli, Pensieri e giornate cit., pp. 101 sg. (1º aprile 1943), e passim. Mentre l’Istituto aveva un carattere essenzialmente scientifico, alcune iniziative piú politiche furono prese dall’INCF. Particolare importanza ebbe tra esse una conferenza che C. Pellizzi tenne a Berlino nel 1942, formalmente su invito della Deutsche-italienische Gesellschaft. Il suo testo (conservato in Archivio Pellizzi) fu preventivamente sottoposto da Pellizzi all’approvazione di Mussolini a cui il presidente dell’INCF segnalò tutti i passi «che possano dar luogo, in Germania, a qualche discussione». Lettolo, Mussolini glielo restituí con l’annotazione «va molto bene». Tra i molti passi segnalati quelli che ci pare piú meritino di essere riferiti sono: «Noi abbiamo affermato che le razze, come gli individui, sono fra loro diverse; questa diversità non rappresenta una scala di valori assoluti, che possano essere affermati una volta per tutti; essa determina invece una gerarchia di valori storici e civili, che di continuo si muovono, perché la storia propone ogni giorno nuovi problemi ed esige che in ogni grande epoca si presentino forze nuove a risolverli. Ma la storia ci insegna ancora che certe razze, quando piú e quando meno, hanno sempre dato un contributo alla civiltà; altre, invece, si sono limitate a vivere nella luce e nel calore che proveniva dalle prime. È dunque legittimo riconoscere, ed è un presupposto delle nostre Rivoluzioni, che certe razze o gruppi razziali hanno la possibilità e quindi il dovere di condurre la storia.

    Secondo la mentalità fascista, queste affermazioni o constatazioni non esprimono il fine dell’azione rivoluzionaria, bensí uno dei suoi presupposti. Sia nella vita interna che in quella internazionale noi non siamo “egualitari”. Non lo siamo perché abbiamo constatato che l’egualitarismo parte da presupposti erronei e arriva a conclusioni dannose ed ingiuste. I nostri avversari per lo piú si arrestano a questa prima parte del ragionamento, e dicono che noi vogliamo creare con la forza una nuova gerarchia arbitraria di individui e di popoli privilegiati. Se noi facessimo quello di cui ci accusano i nostri nemici, noi non faremmo altro che imitare, con maggiore franchezza, quegli stessi procedimenti che hanno procurato ad essi, in passato, delle posizioni di cosí grande vantaggio. Ma la nostra posizione ideale e programmatica non si ferma qui. C’è un aspetto costruttivo della dottrina fascista, che si può desumere ormai, oltre che dai discorsi fondamentali del Duce, anche dal complesso degli atti e delle leggi del Regime. Non esistono formule generali, filosofiche, alle quali il Fascismo sia dogmaticamente legato; esso è un sentimento della vita che genera una fede operante, non è una filosofia scritta e conclusa una volta per tutte...

    Noi giudichiamo la diversità di valore degli individui e delle razze umane, perché ci riferiamo a un criterio che sovrasta gli oggetti del nostro giudizio. È molto difficile fissare rigidamente, obiettivamente, le misure di valore nelle cose umane; tuttavia ognuno di noi, ad ogni momento, si serve di un criterio di questo genere. Se io debbo scegliere, fra vari aspiranti, un collaboratore di fiducia, l’uomo che io scelgo non è migliore degli altri per il fatto che io lo scelgo, bensí io lo scelgo perché lo giudico migliore degli altri.

    Non mi arrischierò ora ad entrare piú addentro in questo difficile problema. Mi limito ad accettare come ormai chiari due punti che hanno importanza decisiva per la mia illustrazione. Il primo è che le razze e gli uomini sono tutti fra loro diversi di qualità e di valori; il secondo è che noi giudichiamo queste differenze secondo un criterio che troviamo in noi stessi, e che non deriva semplicemente dai fatti. I fatti ci forniranno bensí una grande parte del materiale al quale noi applicheremo il nostro criterio. Se io non mi inganno, questo secondo punto segna il carattere distintivo piú marcato della nostra civiltà europea.

    In altre parole, noi troviamo in noi stessi un sentimento dei valori, che non dipende dai fatti fisici o storici, ma li sovrasta spiritualmente e cerca di dominarli con l’azione.

    Questo sentimento spirituale dei valori è qualcosa di molto vicino a ciò che i nostri antichi chiamavano umanità, humanitas. Cesare definiva “piú umani”, fra gli abitanti della Britannia, quelli del Kent; ossia piú civili degli altri. Questo non era un giudizio fondato su termini pratici, economici, militari o altro; era basato su un criterio aprioristico e puramente spirituale. Questo criterio si può dire disinteressato; o, comunque, esso si riferisce ad un interesse non soggettivo, ma sentito come universale; si suppone che anche le vittime di questo giudizio, se avessero lume di intelletto, lo accetterebbero come giusto. In altri termini, non si giudica solo nell’interesse di chi viene esaltato, ma anche, e piú, di chi viene condannato; si giudica nell’interesse di tutti, assumendo come interesse di tutti che i valori positivi siano esaltati, e i valori negativi condannati.

    È questo innato sentimento umano che ci impone di agire nella società, perché essa realizzi valori piú alti, e superi i piú bassi. È ancora esso che ci impone di volere una società che sia una gerarchia di eguali. Questo concetto può apparire strano e contradditorio, ma è fondamentale. Gli uomini sono molto diversi, ma non tanto che non si possa stabilire fra tutti loro un raffronto; non v’è civiltà o razza tanto bassa che non possa rappresentare qualche cosa nel grande quadro dell’umanità. Dicendo che il nostro sentimento del valore sovrasta e supera tutti i singoli individui e i singoli fatti, noi veniamo anche a dire che esso li include tutti; poiché li giudica tutti, esso non può escluderne, a priori, nessuno; nulla può essere interamente straniero al nostro sentimento della civiltà. Ma, per la stessa ragione, nulla può sottrarsi alla volontà dell’uomo civile, che è sempre quella di raggiungere un ordine superiore nelle cose umane. Noi accettiamo ogni realtà umana perché dobbiamo giudicarla agli effetti pratici; dopo aver giudicato, dobbiamo agire in conseguenza. Dobbiamo agire, non per interesse nostro, ma in funzione di quei valori, che sono validi per tutti. Noi vediamo quindi intorno a noi un mondo di eguali, ma di eguali che debbono venire gerarchicamente ordinati, in ordine e in funzione dei singoli valori ai quali si riferiscono le diverse gerarchie. E poiché tutte le cose umane sono in perpetua evoluzione, e sempre mutano i valori dei singoli uomini, cosí noi vorremo che anche le gerarchie siano in perpetua evoluzione, e in continuo processo di adattamento...

    Il principio corporativo è, a mio avviso, l’espressione politica della tradizione cristiana occidentale. Tradizione di pensiero e di sentimento, la quale ha fissato in noi, in tutti noi, il concetto che ogni essere umano è in sé portatore, anche solo potenziale, di un valore assoluto. Solo l’Occidente, con il suo alto senso «aristocratico» del valore della personalità, poteva assumere questo concetto e tradurlo in istituzioni durevoli e civilmente utili. Quando noi deploriamo le stragi compiute dal comunismo russo, non lo facciamo per un debole impulso di compassione, per una donnesca antipatia verso le manifestazioni della forza; una epidemia, dovuta a cattiva organizzazione dei servizi igienici di una data società, potrebbe uccidere piú uomini di quanti non ne abbiano uccisi i comunisti. Quello che noi deploriamo è di vedere esseri umani usati come oggetto e non come soggetto della storia; è di vedere dei capi i quali usano l’umanità come strumento e non come fine. L’uomo che sente altamente il rispetto di sé stesso non può non sentire un residuo di rispetto per qualunque altro uomo. Perciò io credo che quel sentimento ariano, e nordico, dell’aristocrazia, di cui ho parlato, sia destinato a manifestarsi, ad un certo punto, anche come principio corporativo; e credo che questo debba avvenire anche se si voglia prescindere dalla tradizione cristiana occidentale degli ultimi venti secoli della nostra storia». ↩

  400. Cfr. J. A. Schumpeter, Storia dell’analisi economica, Torino 1960, III, pp. 1052, 1055 e 1419. ↩

  401. Cfr. il verbale della riunione del direttorio nazionale del PNF del 9 giugno 1943, in Archivio De Felice. ↩

  402. Per un’idea di massima circa i contributi, sovvenzioni e sussidi elargiti dal ministero della Cultura popolare non solo nel periodo bellico ma anche in precedenza cfr. R. Cantore, Sul borderò del duce, in «Panorama», 22 febbraio 1987, pp. 106 sgg. ↩

  403. Il Centro era stato costituito nel 1941 dopo l’inizio delle operazioni contro l’Urss sulla base del precedente Centro studi anticomunisti, attivo dal 1936 al 1940 presso la direzione generale della propaganda del ministero della Cultura popolare, e che aveva il compito di raccogliere documentazione sull’attività del Comintern e di tenere i contatti con i movimenti anticomunisti di altri paesi e di influenzarli in funzione della politica italiana (tanto è vero che era vigilato e finanziato anche dal ministero degli Esteri). Tale primo centro era stato sciolto nel 1940 dopo l’accordo nazi-sovietico dell’anno prima. Per una prima informazione, anche relativamente alla ristrutturazione avviata nel 1943, cfr. ACS, Min. Cultura Popolare, Gabinetto, b. 33, fasc. 438, «Centro studi anticomunisti ora Centro di Studi e di Azione per l’Ordine Nuovo»; A. Rossi, Figlio del mio tempo. Rifascismo-Fascismo-Postfascismo, Roma 1969, pp. 192 sg.

    I progetti di ristrutturazione e i relativi programmi di attività dell’INCF sono documentati da una «Memoria intorno all’INCF» (riservata) senza data, ma dei primi mesi del 1943 rimessa al vicesegretario del PNF Carlo Ravasio da Camillo Pellizzi e conservata in copia in Archivio Pellizzi. ↩

  404. A tutt’oggi manca uno studio d’insieme sugli intellettuali sotto il fascismo condotto su basi scientifiche; i tentativi sin qui fatti o si fermano alla superficie del problema o scadono nel mero moralismo o muovono da premesse ideologico-politiche inaccettabili. Lo stesso va detto per i pochi lavori a carattere biografico. Tipico in questo senso E. Misefari, Alvaro politico. Analisi di un comportamento, Soveria Mannelli 1981. Storicamente piú validi sono una serie di ricerche relative agli ambienti artistici (pittori, architetti, musicisti ecc.) e soprattutto ad alcuni giuristi; cfr. in particolare F. Lanchester, Costantino Mortati e la «dottrina» degli anni Trenta, in Costantino Mortati costituzionalista calabrese, Napoli 1989, pp. 89 sgg.; Id., Il periodo formativo di Costantino Mortati, in Il pensiero giuridico di Costantino Mortati, Milano 1990, pp. 187 sgg.; S. Bonfiglio, Mortati e il dibattito sul concetto di regime durante il ventennio fascista, in Costantino Mortati costituzionalista calabrese cit., pp. 394 sgg.; M. Galizia, Autorità autonomie e «democrazia di masse» nell’evoluzione del pensiero di Vincenzo Zangara, in «Quaderni costituzionali», gennaio-aprile 1988, pp. 109 sgg. ↩

  405. Cfr. in particolare R. Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, Torino 1947 (Id., Il lungo viaggio attraverso il fascismo. Contributo alla storia di una generazione [1962] cit., ed. molto accresciuta); Autobiografie di giovani del tempo fascista, Brescia 1947; G. S. Spinetti, Difesa di una generazione, Roma 1948 (nonché Id., Vent’anni dopo. Ricominciare da zero, Roma 1961); N. Tripodi, Italia fascista in piedi! Memorie di un Littore, Roma 1960 (Id., Intellettuali sotto due bandiere, Roma 1978); La generazione degli anni difficili, a cura di A. Albertoni, E. Antonini, R. Palmieri, Bari 1962; F. Gambetti, Gli anni che scottano, Milano 1967. A queste testimonianze si devono aggiungere quelle di U. Alfassio Grimaldi in Autobiografie cit., pp. 49 sgg.; La generazione cit., pp. 45 sgg. e U. Alfassio Grimaldi - M. Addis Saba, Cultura a passo romano. Storia e strategie dei Littoriali della cultura e dell’arte, Milano 1983, specialmente pp. 33 sgg. ↩

  406. Dal 10 giugno 1940 al 28 ottobre 1941, unico periodo per il quale si hanno dati precisi, i convegni interuniversitari furono 38. Cfr. «Notiziario settimanale dell’Ufficio stampa del PNF», numero speciale del 28 ottobre 1941. ↩

  407. Cfr. Mussolini il duce, II, pp. 235 sgg. ↩

  408. Cfr. ibid., pp. 242 sgg. ↩

  409. Cfr. Conclusioni sui Littoriali, in «Primato», 15 maggio 1940, pp. 1 sg. ↩

  410. In La generazione degli anni difficili cit., p. 51. ↩

  411. Cfr. ibid., p. 129 (R. Doni). ↩

  412. Significativo è a questo proposito l’iter di G. Pirelli quale appare da Un mondo che crolla, Lettere 1938-1943, a cura di N. Tranfaglia, Milano 1990. ↩

  413. Cfr. La generazione degli anni difficili cit., p. 170. ↩

  414. «Conobbi vecchi liberali, vecchi democratici, vecchi popolari e parlai a lungo con loro, assetato. Ma avevano poco da dirmi. Negli anni lontanissimi delle “origini”, avevan visto con benevolenza il sorgere del fascismo che aveva “salvato l’Italia dal bolscevismo”: poi, certo, il fascismo aveva esagerato. (Ma, obbiettavo, il fascismo avrebbe dovuto lottare per tranquillizzare i loro sonni e poi ritirarsi in buon ordine? O quella che chiamavano “esagerazione del fascismo” non era una conseguenza che avrebbero dovuto prevedere fin dall’inizio?) Si erano tirati in disparte. Ma la loro nobile intransigenza morale, il loro Aventino che continuava ancora non era il resto di un mondo che, sconfitto, non aveva voluto – per ammirevole ma sterile dignità – piegarsi al vincitore? Il loro antifascismo restava, comunque, un fatto loro personale che non obbligava per niente noialtri a partecipare della loro disfatta e del loro appartarsi. Il fascismo era una realtà che non si spiegava con l’assassinio di Matteotti e con le misure di confino. Aveva radici piú lontane, nella deficienza della democrazia prefascista, ma come potevano spiegarmi ciò coloro che avevano commesso i vecchi errori e che, tornando alla luce parecchi anni dopo, riprenderanno a commettere gli stessi errori?» (Autobiografie di giovani del tempo fascista cit., pp. 53 sg., U. Alfassio Grimaldi). ↩

  415. Cfr. La generazione degli anni difficili cit., p. 271 (G. G. Stendardi). ↩

  416. Cfr. Autobiografie di giovani del tempo fascista cit., p. 55. ↩

  417. Autobiografie di giovani del tempo fascista cit., p. 61. ↩

  418. Cfr. F. Gambetti, Gli anni che scottano cit., p. 396. ↩

  419. F. Gambetti, Controveleno, Osimo 1942, pp. 141 sg. e 37. ↩

  420. Ibid., p. 69. ↩

  421. F. Gambetti, Controveleno cit., p. 22. ↩

  422. F. Gambetti, Controveleno cit., pp. 52 sg. ↩

  423. Ibid., p. 90. ↩

  424. Tra le numerose pubblicazioni particolare interesse riveste il mensile del Guf di Bologna «Architrave», su cui manca però un buono studio (cfr. comunque N. S. Onofri, I giornali bolognesi nel ventennio fascista, Bologna 1972, pp. 187 sgg.). Per alcune altre di queste pubblicazioni cfr. E. Tonizzi, Una rivista universitaria fascista: «Il Barco» di Genova (1941-1943), in Univ. di Genova, Studi di filosofia e letteratura, V: Scrittori e riviste liguri fra 800 e 900, Genova 1980, pp. 543 sgg.; I. Jung, Brevi note su «Il Piccone», giornale del GUF di Parma (1941-1942), in Scuola e Resistenza, a cura di N. Raponi, Parma 1978, pp. 247 sgg.; V. Zagarrio, Giovani e apparati culturali a Firenze nella crisi del regime fascista, in «Studi storici», luglio-settembre 1980, pp. 613 sgg. (su «Rivoluzione», quindicinale del Guf di Firenze); P. Nello, «Il Campano». Autobiografia politica del fascismo universitario pisano (1926-1944), Pisa 1983. Su «Roma fascista» cfr. i ricordi autobiografici e le considerazioni di U. Indrio, Da «Roma fascista» al «Corriere della Sera». Cinquant’anni di storia italiana nelle memorie di un giornalista, Roma 1987, pp. 85 sgg. Privo sostanzialmente di utilità Le riviste giovanili del periodo fascista, a cura di A. Folin e M. Quaranta, Treviso 1977; di qualche utilità, anche se si riferisce ad una pubblicazione locale di scarso interesse, invece L. Faenza, Fascismo e gioventú. Gli anni di «Testa di ponte» (1940-1943), in «Storie e storia», aprile 1981, pp. 7 sgg. ↩

  425. Cfr. per esempio su «Libro e moschetto» V. E. Fabbri, Puntini sugl’I (4 ottobre 1941) in cui si diceva che la «sana» gioventú fascista «chiede solamente questo: punire, punire i colpevoli qualsiasi posizione essi occupino;... piantando nella schiena dei traditori qualche caricatore ben piazzato si spezzerebbe la cerchia delle viltà, degli interessi, delle vergogne»; M. Bezzola, Socialità della guerra (31 ottobre 1942); R. Migliorini, Guerra e rivoluzione (16 gennaio 1943). ↩

  426. Cfr. per esempio Pasolini e «Il Setaccio» (1942-1943), a cura di M. Ricci, Bologna 1977. ↩

  427. Il 2 novembre 1941 nella rubrica Noi e gli altri a firma «Noi 2» (Angelo Rosti e U. Alfassio Grimaldi) «Il popolo» di Pavia scriveva: «Esistono diversi fascismi? Ma ciò è sempre stato per noi una certezza, anche se non è mai stato detto per via di quella paura di non essere intesi che da un ristretto numero di iniziati e perché nel bel mezzo di uno scontro vivace di idee è sempre saltato fuori un tizio ad erudirci che il fascismo è uno solo perché unici sono il capo, l’idea, la bandiera, ecc. Il che non toglie di mezzo questa verità: che il fascismo è formato dai fascisti, e che ognuno interpreta e rivive l’idea secondo la propria formazione spirituale e culturale». Il pezzo fu ripreso dal settimanale del Fascio di Terra d’Otranto, «Vedetta mediterranea», il 10 novembre successivo. Nello stesso senso cfr. anche la testimonianza di M. A. Meschini, che parla del fascismo come di una realtà piú complicata di quanto oggi sembri, di «un troncone che si è diviso in tanti rami», in E. Frustaci, Un episodio letterario dell’Italia fascista. «La Ruota» (1940-41), Roma 1980, p. 83. ↩

  428. Nelle relazioni presentate dagli italiani nel settembre 1940, a Bologna al primo convegno universitario italo-tedesco, si può già cogliere una presa di distanza (ovviamente non polemica) da alcune delle tesi tedesche. Cfr. soprattutto le relazioni di Nino Tripodi (a carattere riassuntivo) e di Teresio Olivelli (a carattere introduttivo) in Convegni universitari italo-germanici, Primo Convegno, Roma 1942². ↩

  429. Tipico è il caso di Farinacci che sostenne durante tutto il corso della guerra la necessità di una drastica epurazione del PNF, facendo sovente riferimento anche alle richieste che in questo senso venivano dagli ambienti giovanili, ma che, quando nel maggio 1942 il direttorio del partito dette disposizioni per una «rigorosa selezione» degli iscritti, si affrettò a scrivere in un lungo corsivo (Ritornare sulla via maestra, in «Il regime fascista», 28 maggio 1942) che i giovani dovevano essere trattati con la stessa severità degli anziani; una richiesta che a prima vista parrebbe piú che ovvia, se il suo vero senso non fosse rivelato dalla chiusa del corsivo: «Il Partito deve attingere le sue forze dai giovani piú preparati, piú sicuri, piú ardimentosi. Ma anche per l’inquadramento dei giovani, il Direttorio del Partito ha ottimamente adottato il concetto qualitativo.

    Quindi bisogna farla finita con la vecchia mentalità che riteneva un giovane, perché… giovane, un fascista al cento per cento e un rivoluzionario modello. Bisogna dire alle nuove reclute di alimentare il loro spirito con l’esempio degli artefici della Rivoluzione che versarono sangue copioso per il potenziamento del regime fascista.

    Se essi leggeranno attentamente tutti gli atti della nostra storia e tutte le enunciazioni programmatiche degli organi creati dalla Rivoluzione, si persuaderanno che non c’è nulla di nuovo da inventare. Altrimenti non si poteva in venti anni scrivere due secoli di storia». ↩

  430. Cfr. Autobiografie di giovani del tempo fascista cit., pp. 67 sg. (U. Alfassio Grimaldi). ↩

  431. Cfr. D. Vanelli, Rivoluzione continua, in «Architrave», 1º giugno 1941. ↩

  432. Cfr. per esempio F. Calamandrei, La vita indivisibile. Diario 1941-1947, Roma 1984, p. 12. Il diario è assai indicativo per comprendere quanto lo spirito antiborghese abbia influito non solo sul fascismo di tanti giovani, ma sul loro successivo passaggio al comunismo. ↩

  433. Cfr. Mussolini il duce, II, pp. 96 sgg. ↩

  434. Sui Littoriali della cultura di Trieste del 1939 cfr. U. Alfassio Grimaldi - M. Addis Saba, Cultura a passo romano cit., pp. 137 sgg.; nonché G. Magnoni, Fascismo e borghesia, in «Il popolo d’Italia», 4 aprile 1939; M. Nigro, Borghesia e fascismo, in «Roma fascista», 5 settembre 1939. ↩

  435. Contro questo atteggiamento insorsero anche taluni periodici giovanili non particolarmente accesi, quale, per fare un esempio, «Roma fascista» che il 22 maggio 1941 (M. Pintus, Antiborghesismo) non nascose il timore che la polemica antiborghese stesse per esaurirsi, «come altre volte è accaduto per altre grandi idee intristita dal vacuo frasario da comizio», nel luogo comune e nella retorica. ↩

  436. Cfr. B. Ricci, Diagramma della vigilanza, in «Rivoluzione», 5 giugno 1940. ↩

  437. Cfr. G. Barbero, Appunti per la polemica antiborghese, in «Il Lambello», 25 ottobre, 25 novembre, 10 dicembre 1940, 25 gennaio e 10 e 25 febbraio 1941; Marpin, Non imborghesire il proletariato, in «Roma fascista», 25 settembre 1941. ↩

  438. Cfr. Noi 2, Noi e gli altri, in «Il popolo», 19 ottobre 1941. ↩

  439. La tematica corporativa continuò negli anni della guerra ad occupare spazio notevole soprattutto nella stampa giovanile piú ufficiale o meno di punta; in quella piú spregiudicata e «rivoluzionaria» fu invece meno presente e trattata talvolta con malcelata sufficienza. Piú che il problema dei rapporti tra capitale e lavoro, per questa ciò che importava veramente erano «i fondamentali istituti rivoluzionari» che sarebbero nati dalla guerra e, poiché questa non era che «una forma della rivoluzione sociale», dalla rovina della borghesia e del capitalismo. Cfr. per esempio R. Mazzetti, Atto di nascita, in «Architrave», 1º dicembre 1940; ID., Perché saranno sconfitti, ivi, 1º gennaio 1941; G. Guizzardi, Orizzonti corporativi, ivi, 1º febbraio 1941. Raramente il problema corporativo venne comunque esaminato in termini non generali e ideologici. Tra pochi casi cfr. E. Scalfari, Fuori del corporativismo, in «Il nuovo occidente», 29 gennaio 1943, in cui è affrontato il problema del fallimento nei fatti del corporativismo di fronte alle esigenze belliche, soffermandosi sul ruolo avuto dagli enti economici collettivi voluti specialmente dai sindacati padronali. Anche se il problema trattato è piú tecnico-economico, il fallimento del corporativismo risulta alla base anche della serie di articoli dello stesso autore, Esigenze e limiti della pianificazione, ivi, 1, 22 maggio e 3 giugno 1943, in cui, rigettate le soluzioni estreme, è caldeggiata un’economia organizzata su tre punti essenziali: a) un piano geografico territoriale; b) uno sviluppo fondato su unità (stabilimenti) «responsabili» di media dimensione «considerati i piú adatti a realizzare una veloce circolazione e accumulazione della ricchezza»; c) la rinascita della «categoria imprenditrice», che, negata nella forma superiore dell’impresa anonima, risorgerebbe sotto la veste dei dirigenti dei singoli stabilimenti. ↩

  440. Oltre quello dei danni che la burocrazia arrecava al funzionamento della macchina statale, rendendola impari alle necessità belliche, i punti essenziali della polemica antiburocratica giovanile furono che la burocrazia – «roccaforte ancora ben salda della reazione borghese» – era stata la causa dell’«inerzia» del fascismo e il principale ostacolo al suo sviluppo sul terreno di una effettiva giustizia sociale (cfr. per esempio E. Giorgi, Tiro a segno, in «Vent’anni in armi», 30 agosto 1941; E. Pezzato, La burocrazia segna il passo, in «Roma fascista», 9 ottobre 1941; G. La Terza, Corporazione, amministrazione e burocrazia, in «Il Barco», marzo-aprile 1942). ↩

  441. La polemica contro il gerarchismo fu sollevata da «Il Lambello» già il 10 agosto 1940 con un articolo di F. Carbonetti, Bonifica nei ranghi che attaccava coloro che se la prendevano con lo spirito borghese pur essendo «dei borghesi camuffati sotto la protezione di una divisa sgargiante». Si estese poi a «Vent’anni in armi», «Rivoluzione» e «Architrave» che ne fece uno dei suoi temi preferiti, sia in diversi articoli (specie di R. Mazzetti), sia nella rubrica «Parlar chiaro», tenuta da E. Facchini (cfr. in particolare i numeri del 1º e 30 aprile 1941), nella quale vennero denunciati «l’incompetenza e la leggerezza piú assoluta» e «il latrocinio piú o meno legale» di certe «alte cariche dello stato» e si arrivò a chiedere apertis verbis che «questa gente» fosse «definitivamente mandata a casa da chi di dovere» «o saranno i giovani di ritorno dalle trincee che lo faranno a viva forza», dato che «non c’è piú posto nelle gerarchie per certi individui, ma solamente nelle patrie galere, se in malafede, o nei manicomi, se megalomani o esaltati». ↩

  442. Cfr. R. Mazzetti, Note sui giovani, in «Architrave», 1º aprile 1941, ma soprattutto Noi di «Vent’anni», Agire, in «Vent’anni in armi», 27 settembre 1941.

    Il 20 settembre C. Ravasio, Pericoli e difetti dell’indulgenza, si era riferito su «Il popolo d’Italia» ai non «infrequenti casi» in cui «nelle mani degli uomini e specie dei politici» «l’indulgenza diventa transigenza, discende al compromesso, degenera in combutta col male, trova infine chi vende l’idea per acquistarsi un vantaggio» e agli «ex avversari» di un tempo e ai «grigi» (a coloro cioè che in altri tempi si defilavano ed evitavano posizioni politiche) che, grazie a questa indulgenza, affollavano il partito e, «per paura, per precauzione, per spirito conservatore e reazionario», frenavano la marcia del fascismo e lo sforzo bellico della nazione, affermando la necessità di porre subito rimedio a questa situazione. Sia perché «arrestare, a causa della guerra, il processo rivoluzionario, potrebbe significare comprimerlo per scatenarlo domani in forme tumultuose e pericolose», sia perché «o si è rivoluzionari o si è conservatori». Da qui la conclusione: «Sentiamo il bisogno di liberarci dai difetti e dai pericoli dell’indulgenza.

    La classe dirigente di ieri, quella vera e quella mimetizzata, deve essere gradatamente sostituita dai quadri dirigenti di oggi. Sostituita non solo fisicamente ma anche nelle sue teorie e nella sua mentalità classista, nei suoi metodi e nelle sue istituzioni.

    Tecnicizziamo il Partito; prepariamo gli uomini per tutte le specie di comando che la vita di un popolo esige.

    Contemporaneamente non esitiamo a dire e a scrivere le verità, bandendo dal nostro stile le varie finzioni. Occorrono fatti rivoluzionari. Perché le parole suscitano la fede, ma soltanto i fatti la confermano e la perpetuano. E il popolo sta ai fatti e bada alla sostanza delle cose. Crede in ciò che vede».

    L’articolo di Ravasio era stato commentato (Purtroppo è cosí) il giorno dopo da «Il regime fascista» in termini agro dolci. Il commento, sicuramente dovuto a Farinacci, per un verso era di approvazione, per un altro aveva il sapore di una rivincita di Cassandra, per un altro verso infine riduceva il senso del discorso di Ravasio alla necessità, per vincere la guerra, di applicare «totalitariamente» le leggi «volute dal Regime» esemplificando su quelle relative alla razza. Quanto infine alla questione della sostituzione della classe dirigente, il commento era assai piú cauto di quanto certe invettive e richieste di Farinacci di quegli anni potrebbero far pensare (in pratica si limitava a ripetere la richiesta di un partito «qualitativo», senza preoccuparsi del numero «che nella storia non ha mai contato nulla») e lasciava trasparire la preoccupazione che una effettiva «selezione» della «classe dirigente» coinvolgesse non solo gli ex avversari e i «grigi», ma anche il vecchio fascismo, rivoluzionario a parole, ma borghese e conservatore nei fatti.

    «Vent’anni in armi» pubblicò (sotto il titolo a tutta pagina Finalmente!) sia l’articolo di Ravasio (in neretto) sia quello di Farinacci e il proprio commento: «Denunciate e riconosciute le possibili gravi conseguenze derivanti dalla nostra colpevole indulgenza, non bisogna ora lasciar disperdere nel deserto delle parole inutili questa voce che è di assoluta verità, quella stessa che non dobbiamo esitare a dire o scrivere quando è necessaria – come lo è oggi – per sgombrare il terreno al cammino della nostra Rivoluzione.

    Bisogna che il rallentamento subíto dalla Marcia non duri un giorno di piú. La ripresa sia fulminea, travolgente: costi quello che costi, cadano gli uomini che devono cadere, saltino in aria blindature protezionistiche o conventicole intoccabili: non importa niente. La Rivoluzione lo esige: non deve segnare il passo per questo. “O si è rivoluzionari o si è conservatori”. “Occorrono fatti rivoluzionari”…

    Bisogna agire fin da oggi, agire tutti serenamente e inflessibilmente perché all’ombra dei gagliardetti non si annidi altro pattume.

    Bisogna sganciare la Rivoluzione dal convoglio frenato dei “grigi” e del sozzume ebraico-arianeggiante in combutta.

    Bisogna invocare e avocare a noi, rimasti, il diritto e il sacrosanto dovere di ripulire e riordinare la nostra Casa se non vogliamo sentire l’amara e giusta rampogna di coloro che ritorneranno vittoriosi dai campi di battaglia.

    Sarebbe indegno di noi attendere il loro aiuto per farlo.

    E mai come questa l’ora di agire è piú propizia e imperiosamente inderogabile ai fini della Vittoria». ↩

  443. Cfr. per esempio G. Barbero, Appunti per la polemica antiborghese cit., 10 novembre 1940 e 10 febbraio 1941; C. Mattioli, La nostra rivoluzione, in «Il campanaccio», 30 aprile 1943. ↩

  444. Cfr. in particolare J. Evola, Razzismo e gioventú, in «Roma fascista», 11 dicembre 1941 e G. Landra, Il razzismo e la gioventú italiana, in «La difesa della razza», 5 dicembre 1942, pp. 4 sgg. L’articolo di Evola diede l’avvio ad una serie di interventi (in parte critici) che si protrasse sino all’inizio dell’aprile 1942. Di Evola merita pure vedere la replica, in «La vita italiana», novembre 1942, pp. 478 sgg. a quanto scritto da U. Alfassio Grimaldi su «Civiltà fascista» dell’agosto precedente (pp. 647 sgg.) a proposito del libro di V. Mazzei, Razza e Nazione (Roma 1942) da lui recensito favorevolmente e criticato invece da Evola, alla cui Sintesi di dottrina della razza l’Alfassio Grimaldi aveva mosso vari appunti (ivi, pp. 256 sgg.). ↩

  445. Cfr. per esempio E. Soria, Profilassi giudaica e antiborghese, in «Il Lambello», 25 giugno 1941. ↩

  446. Cfr. per esempio E. Santarelli, Razzismo, sociologia e storiografia, in «La vita italiana», gennaio 1942, pp. 32 sgg. nonché in Appendice, Documento n. 10, la «memoria» inviata nell’agosto 1941 da un universitario sergente in Grecia ad un gufino suo amico in Italia (e intercettata dalla censura postale) (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., Seconda guerra mondiale, b. 55, fasc. 19). ↩

  447. Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo cit., pp. 393 sgg. ↩

  448. Cfr. per esempio U. Indrio, Dai partiti al partito. Idee sul nuovo stato, Roma 1942, pp. 3 1 sgg. (il volumetto, pubblicato dalle edizioni «Roma Fascista», raccoglie una serie di articoli apparsi sul giornale del Guf di Roma). ↩

  449. G. Pintor, Doppio diario cit., p. 121. ↩

  450. Cfr. W. R., Per noi, in «Pattuglia» (del Guf di Forlí), maggio 1942. ↩

  451. M. Pintus, Il borghesismo senza maschera, in «Roma fascista», 7 agosto 1941 (l’accenno alla religione si spiega col fatto che l’autore era di formazione cattolica); ma cfr. anche per l’intonazione tutta morale R. Mazzetti, Volontà di purezza, in «Architrave», 1º febbraio 1941; A. Bignardi, Noi, i giovani, ivi, 1º marzo 1941; D. Del BO, Dignità della persona, in «Roma fascista», 22 aprile 1943. ↩

  452. G. Berto, Guerra in camicia nera, Milano 1955, p. 17. ↩

  453. Sui prigionieri in generale cfr. F. Conti, I prigionieri di guerra italiani (1940-1945), Bologna 1986, passim. ↩

  454. Tra gli aspetti caratteristici di questo atteggiamento merita di essere ricordata la scarsa presa che ebbero sui giovani fascisti la teorizzazione e gli incitamenti all’«odio del nemico» (posto, per cosí dire, da Mussolini all’ordine del giorno del popolo italiano nel discorso del 23 febbraio 1941 al teatro Adriano) e la «mistica della guerra». E questo anche negli ultimi mesi prima del 25 luglio, allorché si ebbe una certa fioritura di prese di posizione a favore della «guerra totale» e (in polemica piú o meno esplicita con l’atteggiamento della Chiesa) della sua moralità. Al centro di queste prese di posizione i piú posero infatti non l’«odio del nemico» ma l’impossibilità di scindere in un conflitto delle dimensioni e del significato epocale quale quello in atto il nazionale dall’universale. «La guerra attuale, – scriveva E. Giudici, Universalità e nazionalità delle guerre, in “Libro e moschetto”, 17 aprile 1943, – è una guerra universale e nazionale ad un tempo, in cui si decidono – attraverso la nostra coscienza italiana – i valori e le sorti del mondo. La lotta è certo tra due secoli e due idee, ma appunto perché è lotta tra popoli, perché sono i popoli che attuano e rappresentano le idee. I grandi conflitti – grandi perché universali – si presentano sempre come fenomeni interessanti l’essere e il volere delle stirpi, cioè l’essere e il volere delle proprie coscienze di nazione. Chi oggi pensa alla coesistenza di valori nazionali e universali, separati l’uno dall’altro, è fuori strada…»: ovvero – come già in occasione

    della guerra 1915-18 avevano fatto gli Amendola e i Prezzolini – il significato morale della guerra come «esame» della maturità dei popoli e delle nazioni. Cfr. a questo proposito, per esempio, P. Piovani, Moralità della guerra totale cit., in cui si legge: «Se dalla guerra dipende il destino di tutto un popolo è giusto, è morale che tutto il popolo sia impegnato senza le comode distinzioni fra individui in grigio verde e individui in borghese...; nel fattore resistenza è implicita un’essenza morale che supera i limiti del fatto meramente militare per entrare nel campo delle forze dello spirito... La guerra è un esame da cui le nazioni escono bocciate o promosse e perciò è evento umano, è dominio del libero arbitrio spiegabile storicamente... La guerra totale, dunque, ha una sua etica che dovrebbe essere compresa anche dai “neutrali”, tali nella forma e nella sostanza». Non l’odio del nemico, ma la forza e la consapevolezza morali dovevano indurre, insomma, alla lotta e alla resistenza ad oltranza. Né questa posizione si manifestò solo negli ultimi mesi, quando si potrebbe pensare che essa fosse dettata dalla necessità di convincere tutti alla resistenza e di controbattere – senza prenderla esplicitamente di petto – quella che andava sempre piú affermandosi tra i cattolici e che cioè fosse ormai necessario por fine alla guerra. Significativa è a questo proposito (e gli esempi si potrebbero moltiplicare) la polemica di «Pattuglia» (A. Marzotto, Gli Italiani e la guerra, maggio 1942, p. 5) con «Critica fascista» (G. Maggiore, Odiare il nemico, 1º marzo 1942, pp. 133 sg.). Al Maggiore che aveva definito l’odio «il carburante che alimenta la combattività degli eserciti e la resistenza del fronte interno» (mentre «ogni senso di comprensione, di considerazione, di pietà verso il nemico raffredda la volontà agonistica dei popoli e prepara la sconfitta») il Marzotto replicò seccamente che «l’odio non nasce nell’animo di nessuno per il semplice fatto di venire comandato o raccomandato». «L’odio è una conseguenza di una data coscienza, di una data convinzione, e di per sé è sterile, dirò di piú, è meschino. Ciò che alimenta veramente un popolo in guerra ed un combattente, è questa coscienza, è questa convinzione. Coscienza di che? Di combattere per la giustizia, contro i soprusi del nemico; di essere un popolo “superiore” al nemico; superiore in civiltà e quindi, soprattutto, superiore per il senso della giustizia. La convinzione di combattere per i nostri diritti contro i violatori di essi». ↩

  455. Cfr. per un quadro d’insieme B. Ceva, Cinque anni di storia italiana 1940-1945 cit. ↩

  456. Si veda quanto il 17 febbraio 1943 scriveva ad un’amica F. Marin, La traccia sul mare, Trieste 1950, pp. 262 sg., che non era un acceso fascista e, all’epoca della lettera, stava prendendo le distanze dal fascismo: «Esiste un grave problema per noi Italiani e si riassume in questo: aumentiamo la nostra coscienza “morale” o scompariremo nella storia. Attenta alla parola “morale”. Non è la coscienza morale dei pietisti; coscienza ben definita, ed è tale, che fa sentire all’individuo la necessità di aderire ai valori istintivi ed ai valori ideali dell’ambiente in cui vive, della storia che aspetta. Una idealità operante, immanente forse anche in ladri e assassini, qualcosa per cui la vita assume valore solo se vissuta in un certo modo. E questo modo di vivere è talmente categorico che non è bella la vita fuori di esso. Una prova ne dànno i tedeschi, che lottano per il loro mondo, e ciascun individuo lo sente tanto presente questo mondo, che è disposto a qualsiasi cosa per raggiungerlo. E che dire dei russi? e perfino degli inglesi e degli americani, pur nelle loro colossali montature?

    Solo noi non abbiamo questo imperativo, solo noi non abbiamo questa ricchezza». ↩

  457. Ibid., pp. 192 sg., la citazione è tratta dal diario dello studente milanese Giorgio Mario Forni. ↩

  458. Cfr. G. Berto, Guerra in camicia nera cit., pp. 33 sg. ↩

  459. Un esame delle prese di posizione in materia letteraria e artistica e in genere sparse nella stampa giovanile fascista mette in luce una diffusa insoddisfazione e critica non solo nei confronti dell’establishment intellettuale e dei suoi orientamenti e comportamenti piú caratteristici, ma anche rispetto a molti uomini di cultura impegnati socialmente e al loro realismo populistico. A questo «impegno», grazie al quale, specie nel cinema, stava prendendo corpo quello che sarebbe stato il neorealismo postbellico, e ad alcuni dei principali modelli ai quali esso direttamente o indirettamente si ispirava (Verga, Tozzi, De Sanctis, i narratori americani degli anni trenta, ecc.) da parte di molti giovani fascisti, ne veniva preferito, a ben vedere, un altro, piú propriamente etico (di cui l’«impegno» sociale non era che la naturale conseguenza) e, proprio per questo, da essi considerato piú vero, piú profondo, piú rivoluzionario. ↩

  460. Cfr. R. Roversi, I giovani di Vidiciatico, in Pasolini e «Il Setaccio» cit., p. 178. ↩

  461. P. P. Pasolini, I giovani, l’attesa, in «Il Setaccio», novembre 1942, riprodotto in Pasolini e «Il Setaccio» cit., pp. 49 sgg. ↩

  462. Cfr., per esempio, l’esplicita ammissione di U. Indrio, Da «Roma fascista» al «Corriere della Sera» cit., p. 24; piú generica (al 1942 senza altra specificazione) quella di E. Scalfari, La sera andavamo in via Veneto, Milano 1986, p. 258 (a proposito della quale cfr. anche in U. Indrio, Dai partiti al partito cit., p. 120). Riferendosi al periodo precedente E. Forcella, Celebrazione di un trentennio, Milano 1974, p. 80, scrive a sua volta: «leggendo gli studi che sono stati dedicati alla “generazione dei Littoriali”... sembra che la stampa universitaria dell’epoca costituisca una fonte preziosa per la ricostruzione del processo di formazione della mia generazione, dalla infantile infatuazione per il fascismo alla sua interpretazione critica e al suo definitivo rifiuto... Magari c’erano davvero tutte le allusioni critiche, lo spirito di fronda, il doloroso travaglio che nei decenni successivi i volenterosi esegeti vi avrebbero ritrovato; ma io non li vedevo». ↩

  463. Ibid., pp. 83 sg. ↩

  464. Lo si veda riprodotto in Pasolini e «Il Setaccio» cit., pp. 56 sgg. ↩

  465. Tra questi episodi particolari, uno specialmente merita d’essere ricordato, sia per la sua eco (cfr. per esempio A. Soffici, Sull’orlo dell’abisso, in A. Soffici - G. Prezzolini, Diari 1939-1945, Milano 1962, pp. 156 e 157 sgg., alle date del 15 e 20 maggio 1942), sia perché mostra bene come l’insoddisfazione e l’irrequietezza di certi ambienti giovanili tendessero talvolta a prendere corpo in progetti sconsiderati, politicamente privi di qualsiasi consistenza, ma, appunto, significativi per capire il «superfascismo» (il termine è di Soffici) di molti giovani.

    Il 1º aprile 1942, a Roma, la polizia procedette all’arresto di un piccolo gruppo di fascisti di cui non è stato possibile stabilire l’effettiva consistenza né chi ne facesse parte, tranne che il capo era Felice Chilanti (che fu assegnato per cinque anni al confino, a Lipari) e che ne doveva far parte anche Manlio Magini (condannato ad un anno di confino). Il Chilanti aveva studiato alla Scuola superiore di giornalismo di Roma, era stato collaboratore di importanti quotidiani e riviste fasciste, aveva combattuto in Grecia e nel 1941 aveva fondato e diretto una propria rivistina, «Domani», che però era stata soppressa d’autorità per le sue critiche al regime. Dopo lachiusura della rivista, il Chilanti era diventato il punto di riferimento di un piccolo gruppo di giovani «superfascisti» e aveva, pare, stabilito contatti con altri gruppi simili quale quello attorno a Vittorio Ambrosini e a «Lo Stato corporativo». Il «gruppo Chilanti» si proponeva di «liberare la rivoluzione» uccidendo Ciano, prendendo d’assalto alcuni ministeri, catturandone i titolari e lo stesso Mussolini per costringerlo a parlare al popolo, ordinare l’arresto dei ministri, gerarchi e militari «traditori», a costituire un nuovo governo di «puri» che realizzasse il vero programma sociale fascista e, sciolto il PNF, a distribuirne le competenze tra i vari ministeri. Oltre a Ciano, considerato il simbolo dell’involuzione reazionaria del fascismo, della sua inefficienza e corruzione, particolarmente invisi al gruppo erano Starace, Farinacci e Buffarini Guidi. Dei ministri in carica l’unico che avrebbe dovuto conservare il suo posto pare fosse Pareschi; tra gli uomini che Mussolini avrebbe dovuto nominare pare fossero invece Pellizzi, Lombrassa, Biggini e Gardini. Secondo G. Ciano (Diario cit., p. 602, alla data del 22 marzo 1942) il complotto sarebbe stato denunciato allo stesso Ciano da un giovane gufino, Armando Stefani, con cui Chilanti aveva preso contatto. Cfr. F. Chilanti, Il colpevole, Milano 1967, pp. 165 sgg.; O. Vergani, Ciano. Una lunga confessione, Milano 1974, pp. 202 sgg. (che riferisce però la versione di Ciano, volta ad attribuire il complotto ai tedeschi); U. Indrio, Da «Roma fascista» al «Corriere della Sera» cit., pp. 90 sgg.; ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., Confino politico, fasc. «Felice Chilanti».

    Per un altro episodio particolare, quello, pure del 1942, del cosiddetto gruppo Giovane Armata, cfr. M. Coppetti, La fronda fascista, Firenze 1983. ↩

  466. Rievocando quegli anni, Mario A. Meschini, un vecchio fascista e funzionario del ministero della Cultura popolare che fu anche direttore de «La Ruota», ha cosí sintetizzato la situazione: «quello che poteva essere fatto con una certa incolumità nel ’40 e ancora nel ’41, nel ’42 e nei primi mesi del ’43 non poteva essere piú fatto» (cfr. E. Frustaci, Un episodio letterario dell’Italia fascista. «La Ruota» (1940-41) cit., p. 74). ↩

  467. Tipico in questo senso è un editoriale (La massima conquista della rivoluzione) del vicesegretario del PNF, Fernando Mezzasoma, su «Dottrina fascista», ripubblicato da «Roma fascista» del 6 settembre 1941, in cui, per un verso, si parlava di «frustrazione di molti giovani», che non avevano potuto partecipare alle guerre d’Etiopia e di Spagna, soddisfatta dalla guerra in corso; per un altro verso, si lasciava intendere (forse sarebbe meglio dire sperare) che a guerra finita i giovani avrebbero avuto, come già dopo quella del 1915-18, la possibilità di accedere al potere; ma, per un altro verso ancora, si accusava la stampa giovanile di aver insistito «con un impegno cosí acceso da sembrare perfino sospetto, sulla necessità di una moralizzazione della vita pubblica», da prestarsi inconsapevolmente al «tentativo subdolo e malvagio» «di marca antifascista» «di denigrare agli occhi del sano popolo la classe dirigente uscita dai ranghi della Rivoluzione». ↩

  468. «Bottai fu per alcuni di noi una grande illusione, poi una grande delusione» avrebbe scritto dopo la conclusione del conflitto U. Alfassio Grimaldi ricordando la propria esperienza di giovane fascista (cfr. Autobiografie di giovani del tempo fascista cit., p. 67). ↩

  469. Cfr. E. Scalfari, L’ora del Partito. Clima nuovo, in «Roma fascista», 10 dicembre 1942, parzialmente riprodotto in U. Indrio, Da «Roma fascista» al «Corriere della Sera» cit., pp. 99 sgg. ↩

  470. Cfr. ivi, pp. 104 sg. la lettera di Farinacci (che sbaglia il nome proprio di Scalfari scrivendo, invece che Eugenio, Guglielmo). ↩

  471. L’«appunto al Duce», in data 11 gennaio 1943, è conservato in ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 44, fasc. 242/R, «R. Farinacci», sottofasc. 40, «Varie dal 1940 al 1943», insieme alla lettera-articolo di Farinacci, e ad un articolo redazionale (scritto da Indrio) in risposta a Farinacci (Il credo e l’alibi), poi non pubblicato (lo si veda in U. Indrio, Da «Roma fascista» al «Corriere della Sera» cit., pp. 106 sgg., dove sono pubblicati anche altri documenti relativi alla polemica). ↩

  472. Cfr. Mussolini, XXXI, pp. 163 e 164. ↩

  473. Cfr. Critica fascista, I giovani, la guerra e il dopoguerra, in «Critica fascista», 15 febbraio 1941, pp. 114 sg.; nonché, nello stesso numero (pp. 116 sg.); M. Rivoire, Guerra rivoluzionaria e classe dirigente, che, pur affermando il dovere di criticare la classe dirigente fascista, ammoniva che ad essa doveva però essere attribuita «una grossa partita al suo attivo». ↩

  474. Gli interventi piú significativi apparvero nei numeri del 15 aprile (P. Succi, D. Vanelli, F. M. Pacces), pp. 180 sgg., 15 maggio (Critica fascista, M. Sterpa, R. Lodoli), pp. 210 sgg., 1º giugno (B. Giovenale), pp. 228 sg., 15 giugno (B. Romani), pp. 244 sg., 1º luglio (P. Succi), pp. 261 sg., 15 luglio (uno qualunque), p. 279, 1º settembre (E. Capaldo), pp. 324 sg., 1º ottobre (G. A. Longo e un corsivo anonimo), pp. 352 sg. ↩

  475. Cfr. soprattutto V. Zincone, Dopo questa guerra, in «Critica fascista», 1º marzo 1942, pp. 131 sg.; D. Vanelli, Superamento e risultato di una polemica, ivi, 1º aprile 1942, p. 156; M. Morandi, Senza sottintesi, ivi, 15 maggio 1942, pp. 190 sg. ↩

  476. G. Bottai, La giovinezza come ordine nuovo, in «Critica fascista», 15 luglio 1942, pp. 238 sgg.; nonché Id., Diario cit., p. 312. ↩

  477. Cfr. Rapporto al Duce cit., p. 397 (19 luglio 1942). ↩

  478. Si veda ivi quanto Ravasio annotava nel suo diario alle date del 22 luglio e del 3 agosto 1942:

    «22 luglio Pavolini, in un rapporto ai giornalisti, parte contro la stampa giovanile: allarme, sospetti di attacco al Partito. Farnesi vorrebbe che si esponesse superiormente. Vidussoni condivide il mio parere di rivolgersi direttamente e francamente a Pavolini. Vado da lui: gli espongo lealmente ma fermamente il rincrescimento del Partito, che non è stato preavvertito. Egli si schermisce e dichiara anzitutto di non avere nulla contro il Partito, che la stampa del Partito non è mai andata cosí bene; che la stampa dei giovani, sí, sgarra troppo, ma non è per questo che si deve creare una scissura tra lui e il Partito; che è disposto a recarsi da Vidussoni e a ripeterglielo personalmente.

    3 agosto Questi ordini che ogni tanto ricevo di ammonizioni, di sospensioni di giornali del GUF eccet. non mi persuadono per niente; infatti, o attenuo i provvedimenti ordinatimi o ne rimando l’esecuzione. Sento che molte volte i giornalisti hanno ragione; che io, al loro posto, scriverei le stesse cose. Il reprimere o il comprimere, oggi, è tardivo. E poi, quando le cose non vanno bene, inutile tentar di far credere il contrario. La realtà è piú forte di ogni propaganda. Anche per questo chiedo un’altra volta a Vidussoni che mi porti a Palazzo Venezia perché desidero parlarne di persona. Pavolini insiste nel ripetermi che non è lui che sottopone i testi incriminati al Duce; ma che il Duce stesso li scopre, o li riceve dai suoi funzionari, e si adira per ciò che legge: e chiede le sanzioni». ↩

  479. G. Bottai, Diario cit., p. 319 (13 agosto 1942). ↩

  480. Cfr. G. B. Guerri, Giuseppe Bottai un fascista critico cit., p. 200. ↩

  481. Cfr. in particolare F. M. Pacces, Alcuni aspetti della politica corporativa, in «Critica fascista», 15 ottobre 1942, pp. 309 sgg. ↩

  482. Per un quadro d’insieme della polemica cfr. G. Parlato, Il Sindacalismo fascista cit., II, pp. 175 sgg. (e in appendice pp. 382 sgg.), nonché, a livello memorialistico, v. Panunzio, Il «secondo fascismo» 1936-1943. La reazione della nuova generazione alla crisi del movimento e del regime, Milano 1988, specialmente, pp. 169 sgg., 181 sgg. e l’appendice, dove sono riprodotti alcuni dei testi piú significativi della polemica stessa, che però vanno integrati, almeno, con quelli, da cui essa in un certo senso prese le mosse, di U. Indrio, Per una nuova visione del problema sociale, in «Roma fascista», 1º gennaio 1942; ID., Sindacato unitario, gerarchico, selettivo, ivi, 29 gennaio 1942; ID., Sindacato unitario, in «Rivista italiana di scienze economiche», novembre 1942, pp. 947 sgg.; ID., Dai partiti al partito cit. (ove, tra l’altro, sono riprodotti alle pp. 61 sgg. i primi due da noi citati); R. Melis De Villa, Le vie impossibili e la via della realtà. Piani economici e bilancio corporativo, in «Rivista italiana di scienze economiche», dicembre 1942, pp. 5 sgg.; V. Panunzio, Motivi sociali della guerra e della rivoluzione, in «Fascismo», novembre 1942, pp. 3 sgg.; ID., Iniziativa economica del sindacato operaio, in «Economia nuova», 1º giugno 1943; V. Zincone, Sindacato, Confederazione, Corporazione, in «Civiltà fascista», giugno 1942, pp. 503 sgg.; ID., Autoritarismo e autogoverno, in «Critica fascista», 1º gennaio 1943, pp. 55 sgg.; P. Fortunati, Le premesse dei piani regolatori del nuovo sistema, in «Civiltà fascista», luglio 1942, pp. 543 sgg.; ID., Il Piano economico, ivi, dicembre 1942, pp. 76 sgg.; G. Carli, Dell’economia pianificata, ivi, settembre e ottobre 1942, pp. 680 sgg. e 757 sgg.; W. Cesarini Sforza, Corporativismo e pianificazione, in «Economia nuova», 15 maggio 1943. Qualche notizia sulla polemica anche in U. Indrio, Da «Roma fascista» al «Corriere della Sera» cit., pp. 121 sgg. ↩

  483. Cfr. la postilla siglata g.b. all’articolo di F. M. Pacces in «Critica fascista» del 15 ottobre 1942 già citato (p. 311) e soprattutto la prolusione del 18 novembre 1942 per l’anno accademico 1942-43 dell’Università di Roma: G. Bottai, L’ordine corporativo: principi, attuazioni, riforme, in «Il diritto del lavoro», XVI (1942), pp. 249 sgg. (sulla quale cfr. A. Di Marcantonio, Bottai tra capitale e lavoro, Roma 1980, pp. 16 sgg.). ↩

  484. Cfr. G. Bottai, Diario cit., p. 335 (19 novembre 1942). ↩

  485. Per C. Costamagna cfr. la voce «corporativismo» da lui redatta per il Dizionario di politica (I, pp. 628 sgg.) edito a cura del PNF nella quale era mossa alla concezione corporativa italiana (e, dunque, a Bottai, anche se non esplicitamente) e alla sua attuazione una serie di appunti, si lasciava trapelare un certo apprezzamento per il sistema politico-economico tedesco e, soprattutto, si affermava che il «principio corporativo», riflettendo l’interesse dei consociati, era «centrifugo», «laddove il principio fascista è centripeto, ed ha per obiettivo l’interesse del popolo nella sua indivisibile unità». «In altre parole, – concludeva Costamagna, – il corporativismo è sempre il principio del pluralismo, del decentramento, della coordinazione federale, mentre il fascismo reclama la concentrazione gerarchica delle iniziative pubbliche e private secondo la formula della “democrazia organizzata, centralizzata, autoritaria” dichiarata da Mussolini». ↩

  486. Cfr. C. Pellizzi, La rivoluzione dei consumatori, in «Civiltà fascista», ottobre 1942, pp. 735 sgg.; Ordine corporativo e programmazione sociale, ivi, aprile 1943, pp. 351 sgg.; L’etica dell’abbondanza, ivi, giugno 1943, pp. 510 sgg. Nel secondo scritto citato, pubblicato come editoriale, Pellizzi negava la possibilità di far funzionare in modo «pieno e serio» l’ordinamento corporativo «quale esso venne delineandosi e istituzionalizzandosi tra il quarto e il dodicesimo anno del regime». Dire che esso aveva funzionato poco o male «per difetto dei tempi ed errore di uomini» era dire solo una parte della verità «e forse non la parte principale». Il principale difetto stava nella rigida e irreale distonia fra le classi sociali che era alla sua origine. A ciò si doveva aggiungere che «uno Stato corporativo non può essere lo Stato di tipo vecchio al quale si aggiungono, ab extra, gli istituti e gli attributi corporativi», ma «uno Stato del tutto nuovo». Per la posizione di Pellizzi sono altresí da vedere i suoi interventi sul tema Il Piano economico cit., al primo convegno nazionale dei gruppi scientifici dell’INCF del novembre 1942; C. Pellizzi, Una rivoluzione mancata, Milano 1949, nonché – per quel che concerne piú direttamente il suo atteggiamento verso i giovani – G. A. Longo, Caratteri di una generazione, in «Civiltà fascista», ottobre 1942, pp. 743 sgg. ↩

  487. La posizione di U. Spirito in questo periodo è ancora tutta da ricostruire. Scarsi e spesso fuorvianti elementi sono offerti dalle sue Memorie di un incosciente (Milano 1977) dove per altro è esplicitamente affermato che dal 1936 in poi «il corporativismo [cioè Bottai] non poteva aspettare piú nulla da me» (p. 92).

    Per il periodo successivo alla Guerra rivoluzionaria, lo scritto piú illuminante è certo un saggio (o bozza di discorso o appunto destinato a qualche esponente del fascismo, forse C. Pellizzi) di sedici cartelle redatto verso la metà del 1943 e rimasto inedito nell’Archivio della Fondazione U. Spirito. In esso il filosofo – pensando forse ad un’iniziativa che dovesse coinvolgere uomini di cultura italiani e «uomini di cultura amici, nemici e neutrali» (non si capisce bene se anche tedeschi e sovietici o se l’iniziativa, dopo che Spirito doveva aver perso ormai le speranze in un nuovo accordo «politico-sociale» tra Germania e Urss, fosse sostanzialmente rivolta contro quest’ultima) – si soffermava in particolare su un problema assai sentito dalla gioventú fascista e che egli definiva: «due bisogni dell’attuale vita politica: il riconoscimento della personalità dell’individuo e un’effettiva soluzione del problema sociale». Le democrazie e il bolscevismo avevano, a suo dire, compreso uno solo di questi due bisogni «e non ne hanno perciò compreso sul serio nessuno». Il fascismo invece aveva compreso che «il problema veramente rivoluzionario era quello della sintesi di liberalismo e socialismo» e, dunque, la necessità di non trascurare i due suddetti bisogni. Esso era però solo all’inizio del suo cammino «e ben altri passi dovrà compiere prima che il suo ideale possa dirsi purificato dalle scorie che continuamente lo compromettono». Il fascismo «conosce le sue colpe, le sue insufficienze, i pericoli che incombono su di esso...; conosce gli speculatori di destra e di sinistra, gli approfittatori, le forze che ne rendono faticoso o ambiguo il cammino; conosce soprattutto la resistenza attiva e passiva, interna e esterna, che continuamente lo intralcia, lo altera, lo sfibra, lo mortifica» e perciò rivendicava a se stesso «il diritto e il dovere» di purificarsi e denunciava «gli attuali catoni» «come i veri responsabili degli aspetti negativi del fascismo». In primo luogo la borghesia che rifiutava di «prendere atto della libertà cui tende il proletariato», di «comprendere la differenza che corre tra libertà e privilegio, tra diritto e arbitrio» e di «riconoscere che unificare le classi significa unificare la libertà delle classi».

    Da qui la duplice conclusione alla quale arrivava Spirito. «Andare incontro alla libertà delle masse non significa... concedere alle masse i diritti della libertà della borghesia, bensí concedere, in via preliminare e come presupposto di ogni altra libertà, il diritto al lavoro e la parità delle posizioni iniziali per la lotta della vita. Il quale presupposto implica tutta un’altra serie di presupposti che si chiamano economia programmatica, indipendenza economica della nazione, vincoli dell’iniziativa privata, trasformazione del diritto di proprietà e, sul piano internazionale, ridistribuzione delle ricchezze del mondo». L’autoritarismo fascista era nato soprattutto dalle resistenze della borghesia nazionale ed internazionale a questa prospettiva e dalla «funzione tecnica transitoriamente insostituibile» che l’autoritarismo non poteva non avere in un processo rivoluzionario di cosí vasta portata. Sia pure in forme diverse, esso aveva pertanto non solo caratterizzato «tutti i nuovi regimi rivoluzionari, dal bolscevismo al fascismo, al nazismo, al falangismo», ma era «alle porte, e piú che alle porte, delle grandi democrazie che fino a ieri irridevano alle forme politiche del fascismo», alle quali le necessità del tempo di guerra e l’impossibilità di trascurare, lasciare in secondo piano il problema sociale stavano finalmente aprendo gli occhi. ↩

  488. Cfr. per esempio U. Indrio, Tornando ai principi: corporativismo non è democrazia, in «Roma fascista», 3 giugno 1943. ↩

  489. Significative tracce di preoccupazione in questo senso traspaiono da R. Scodro, I giovani e il Regime, in «Critica fascista», 1º luglio 1943, pp. 219 sg. ↩

  490. Per un quadro sommario delle principali posizioni teoriche sul partito, la sua funzione rispetto al regime e i suoi compiti specifici cfr. C. Pellizzi, Il partito educatore, Roma 1941. ↩

  491. Piú che nei confronti della stampa e dei gruppi giovanili «di partito», Mussolini intervenne personalmente contro quelli piú propriamente intellettuali. A lui, per esempio, fu dovuta la soppressione di «Corrente» (cfr. Mussolini, XXX, p. 150; nonché G. Desideri, Antologia della rivista «Corrente», Napoli 1979, e M. Valsecchi, Gli artisti di «Corrente», Milano 1963). ↩

  492. Cfr. per esempio G. Calendoli, I giovani nella guerra rivoluzionaria, in «Gerarchia», febbraio 1941, pp. 64 sgg.; U. Alfassio Grimaldi, La guerra come strumento di rinnovazione delle gerarchie fra i popoli, ivi, agosto 1941, pp. 430 sgg.; E. Sulis, Uomini nuovi, ivi, dicembre 1941, pp. 619 sgg.; nonché, piú in genere, la rubrica «Arengo» e le recensioni. ↩

  493. Mussolini, XXXI, pp. 25 sg. (13 febbraio 1942). ↩

  494. I passi e le parole virgolettati sono tratti dagli «appunti per il Duce» di Vidussoni, in particolare da uno in data 5 dicembre 1942, in ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 50, fasc. 242/R, «Aldo Vidussoni». ↩

  495. G. Ciano (cfr. Diario cit., pp. 524 e 606) che, per parte sua, già almeno dal giugno 1941 riteneva che i giornali dei Guf abusassero della libertà di discussione loro concessa, riferisce che all’inizio dell’aprile 1942 Farnesi considerava necessario che la stampa giovanile fosse affidata «al controllo di persone serie e responsabili». ↩

  496. Alla data del 10 luglio 1942 Ravasio, riferendo una conversazione con un altro dei vicesegretari del PNF, Mario Farnesi, sui problemi del partito, annotava nel suo diario: «I giovani non sono affatto solidali col Regime... I giovani vogliono dire la loro parola, che è sempre in contrasto con quella dei padri; bisognerebbe lasciarli dire. Nel contraddittorio si misurerebbero e, forse, disciplinerebbero. Ma ciò non è voluto in alto. D’altronde ho l’impressione che il comprimerli prepari, domani, lo scatenamento dell’antitesi» (cfr. Rapporto al Duce cit., p. 396). ↩

  497. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1945), b. 50, fasc. 242/R, «Aldo Vidussoni»,«appunto per il Duce» in data 9 febbraio 1943. ↩

  498. Il verbale della riunione in Archivio De Felice. ↩

  499. Cfr. Mussolini, XXXI, p. 194. ↩

  500. Cfr. F. Chabod, L’Italia contemporanea cit., p. 104. ↩

  501. Cfr. Min. guerra - Uff. statistico, Statistica dello sforzo militare italiano nella Guerra Mondiale. La forza dell’Esercito, Roma 1927, pp. 28 sg.; nonché P. Melograni, Storia politica della grande guerra cit., p. 25. ↩

  502. «Volontario» per l’autorità militare, sia della prima che della seconda guerra mondiale, era chi entrava nei ranghi senza aver obblighi militari. ↩

  503. pp. 73 sg. Secondo lo Stato maggiore dell’Esercito al 10 giugno 1940 potevano arruolarsi volontari solo i nati prima del 1916 e dopo il 1920. ↩

  504. Cfr. Q. Armellini, Diario di guerra cit., p. 26 (9 giugno 1940). ↩

  505. Cfr. SME - Uff. storico, Verbali delle riunioni cit., I, p. 61. ↩

  506. Cfr. «Notiziario settimanale dell’Ufficio stampa del PNF», numero speciale del 28 ottobre 1941, pp. 44 sgg. (i caduti e i feriti sono riportati per Guf). «Roma fascista» del 1º maggio 1941 riferí a sua volta che Serena, in un rapporto tenuto il 28 febbraio precedente ai segretari dei Guf, aveva affermato che, a quella data, le domande di arruolamento volontario assommavano a 10 000 e che altre 10 000 erano «in corso». ↩

  507. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 50, fasc. 242/R, fasc. «A. Vidussoni». ↩

  508. Cfr. PNF, I gruppi dei Fascisti Universitari, Roma 1941, pp. 174 sg. ↩

  509. Cfr. ACS, Min. Cultura Popolare, Gabinetto, b. 36, fasc. 446, «Disposizioni varie del PNF», circolare di Vidussoni ai Segretari dei Guf in data 16 dicembre 1941 con allegata copia di una comunicazione del gabinetto del ministero della Guerra in data 30 novembre 1941. Secondo un’annotazione di diario di A. Soffici del 2 gennaio 1942 nella quale è riferita una informazione avuta pochi giorni prima da G. Pini, non sarebbero mancati casi di corruzione per sfuggire al «catenaccio» degli arruolamenti volontari (cfr. A. Soffici - G. Prezzolini, Diari 1939-1945 cit., p. 147). ↩

  510. Cfr. soprattutto A. Cioci, Il reggimento «Giovani Fascisti» nella campagna dell’Africa Settentrionale 1941-1943, Bologna 1980; nonché A. Pagin, Mussolini’s boys. La battaglia di Bir el Gobi, Milano 1976; L. Papo, Contrordine. Storia della Compagnia volontari universitari del 3º Granatieri di Sardegna e d’Albania, Bologna 1988. ↩

  511. Cfr. A. Cioci, Il reggimento «Giovani Fascisti» cit., p. 190. ↩

  512. L’ultimo colpo di coda della gestione Badoglio furono, nell’ottobre 1940, due circolari del ministero della Guerra con cui venne stabilito che l’arruolamento dei volontari era di esclusiva pertinenza del ministero stesso e che, pertanto, chi aveva fatto domanda di essere arruolato doveva ripresentarla attenendosi alle disposizioni militari; il tutto con l’evidente intento di trascinare le cose in lungo e poter mobilitare i «volontari». Ma ciò non portò affatto ad uno sbloccamento della situazione, sicché il 27 marzo 1941 «Roma fascista» finí per denunciare la lentezza delle autorità militari nell’esaminare le domande presentate e sollecitare che fossero accolte almeno quelle degli appartenenti alla classe del 1923. ↩

  513. Utili elementi in questo senso in AUSSME, Diario del Comando Supremo, alle date del 21 giugno e 2 novembre 1941; Id., Diario Cavallero, alle date del 18, 19, 21 e 30 giugno 1941 (parzialmente in U. Cavallero, Diario 1940-1943 cit., pp. 200 sg.). ↩

  514. Una tipica manifestazione della delusione e dell’irritazione dei volontari per l’atteggiamento verso di loro delle autorità militari fu la rumorosa protesta inscenata al grido «Africa, Africa – non vogliamo essere imboscati» da 1428 sergenti universitari a Brindisi la sera dell’11 agosto 1941 allorché vennero a sapere che invece di essere imbarcati per l’Africa settentrionale, come era stato loro detto, sarebbero stati inviati in Grecia. Sull’episodio, che fece parecchio rumore, cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., Seconda guerra mondiale, b. 55, f. 19, il prefetto di Brindisi al gabinetto del ministero dell’Interno, 15 agosto 1941. ↩

  515. Cfr. A. Galante Garrone, Calamandrei cit., pp. 138 sgg. e 195 sgg. ↩

  516. Cfr. P. Calamandrei, Diario 1939-1945 cit., I, pp. 7 sgg. e passim. ↩

  517. Cfr. A. Galante Garrone, Calamandrei cit., pp. 144 sgg.; nonché ID., Padri e figli, in «Il ponte», marzo-aprile 1986, pp. 43 sgg. ↩

  518. Cfr. F. Calamandrei, Piero Calamandrei mio padre, in P. Calamandrei, Diario 1939-1945 cit., I, p. ix. ↩

  519. Cfr. A. Galante Garrone, Calamandrei cit., pp. 147 sg. ↩

  520. Ibid., p. 145. ↩

  521. Cfr. G. Arnaldi, Dall’Unità dell’Italia all’Europa unita, in «Il giornale nuovo», 17 marzo 1987. ↩

  522. Cfr. a questo proposito G. Sasso, Per invigilare me stesso cit., capp. III e IV. ↩

  523. Cfr. ibid., pp. 168 sg. (per la citazione, tratta da un’annotazione, in data 31 gennaio 1939, dei taccuini di lavoro del Croce) e, piú in generale, pp. 167 sgg. ↩

  524. Ibid., p. 168. ↩

  525. Cfr. K. Löwith, La mia vita in Germania prima e dopo il 1933, Milano 1988, p. 117. ↩

  526. Cfr. N. Bobbio, Profilo ideologico del Novecento italiano, Torino 1986, p. 148. ↩

  527. Cfr. il caso di Mario Pomilio in La generazione degli anni difficili cit., p. 210. ↩

  528. Cfr. B. Croce, Nuove pagine sparse cit., I, p. 69. ↩

  529. Cfr. G. Calogero, presentazione a G. Butticci, Incontri con Croce, Lanciano 1976, p. 6. ↩

  530. Voluta da De Ruggiero, la nuova edizione della Storia del liberalismo europeo (e non piú riedita dal 1925) fu autorizzata dal ministero della Cultura popolare ai primi di settembre del 1941, sette mesi dopo che il direttore generale della stampa, G. Casini, aveva dato parere favorevole per i «criteri scientifici ineccepibili» dell’opera e il fatto che essa era ritenuta «una delle opere fondamentali della moderna cultura», anche se doveva essere considerata «con ogni riserva» per «l’esaltazione – implicita o esplicita – di alcune posizioni dottrinarie ormai superate». Il successo della ristampa (furono tirate 1500 copie) fu eccezionale: nel giro di un anno si esaurí pressoché completamente, tanto che all’inizio del 1943 l’autore e l’editore avrebbero pensato alla possibilità di stamparne una terza edizione. Esso suscitò però una forte irritazione e vivaci proteste in campo fascista (cfr. in particolare P. Pennisi, Storture universitarie, in «Il popolo d’Italia», 3 luglio 1942; G. Preziosi, «Storture universitarie». La via insegnata da Benedetto Croce, in «La vita italiana», agosto 1942, pp. 176 sgg.) sicché nell’agosto 1942, essendosi De Ruggiero rifiutato di apportare alcune modifiche al proprio libro, Bottai lo sospese dall’insegnamento e collocò a riposo. Non è da escludere che a questa decisione concorresse anche il fatto che su lui gravavano – specie dopo l’individuazione dei gruppi liberalsocialisti fiorentino e barese – forti sospetti di attività antifascista e di contatti, appunto, con tali gruppi. Cfr. ACS, Presidenza Consiglio dei Ministri, 1940-1943, fasc. 14.3/811, «De Ruggiero Guido»; Min. Cultura Popolare, Gabinetto, b. 17, fasc. 238, «De Ruggiero Guido»; Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. polizia politica, cat. 1, fasc. «Croce Benedetto», ins. «De Ruggiero Guido fu Eugenio»; Min. Pubblica Istruzione, Professori ordinari, fasc. «De Ruggiero Guido»; Archivio De Ruggiero; nonché, per una valutazione della Storia del liberalismo europeo e del significato che essa ebbe nella formazione etico-politica di molti giovani del tempo, R. Romeo, De Ruggiero e la Storia del liberalismo europeo, in «Einaudi notizie», aprile-giugno 1986, pp. 4 sgg. ↩

  531. In una comunicazione in data 20 ottobre 1942 diramata dal capo della polizia a vari servizi Ovra a conclusione dell’operazione contro i gruppi «liberalsocialisti» toscano e pugliese è esplicitamente affermato che le indagini avevano messo in luce che gli aderenti a tali gruppi erano soprattutto, oltre che insegnanti delle scuole secondarie e superiori e professori universitari, studenti (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., 1943, b. 89, fasc. K5, sottofasc. «Firenze»). ↩

  532. Nel corso delle indagini sui gruppi liberalsocialisti fiorentino e barese (gennaio-aprile 1942) furono individuati undici militari, tra cui il generale Luigi Amati, comandante la brigata territoriale di difesa costiera di stanza a Lecce, e il maggiore Giusto Tolloj, i cui casi furono segnalati alle autorità militari, «trattandosi di persone sotto le armi o richiamate o in servizio effettivo» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., 1943, b. 89, fasc. K5, sottofasc. «Bari»). ↩

  533. Cfr. a proposito di esso E. Galbiati, Il 25 luglio e la MVSN cit., pp. 128 sgg., che però inserisce la crisi giovanile nel piú generale contesto della «ripresa sovversiva» e non fa praticamente distinzione tra crisi dei giovani borghesi e crisi dei giovani di altre estrazioni sociali. ↩

  534. Cfr. P. Togliatti, Da Radio Milano-Libertà, Roma 1974, pp. 310 sg. (22 maggio 1943) e 335 sg. (5 luglio 1943). ↩

  535. Ibid., p. 97 (14 gennaio 1942). ↩

  536. Ibid., p. 192 (3 settembre 1942). ↩

  537. Ibid., pp. 194 sg. (4 settembre 1942). ↩

  538. Cfr. ibid., pp. 238 e 239 sg. (4 e 5 gennaio 1943). ↩

  539. Cfr. ibid., pp. 299 sg. (5 maggio 1943). Nel 1943 anche Radio Londra prese ad interessarsi ai giovani. Cfr. per esempio Candidus [J. J. Marus], Parla Candidus. Discorsi dal 13 aprile 1941 al 3 dicembre 1944, Verona 1945, pp. 112 sgg. («La rivolta dei giovani», 3 marzo 1943) e 149 sgg. («Corruzione di minorenni», 26 giugno 1943). ↩

  540. O. Lizzadri, Il Regno di Badoglio cit., pp. 52 sg. ↩

  541. In Archivio De Felice. ↩

  542. Nelle intenzioni di Mussolini, che voleva dotare il partito di una propria forza armata senza creare però un duplicato della Milizia o allarmare i militari e i «benpensanti», 100-150 000 giovani della Gil, comandati e inquadrati da «squadristi della vecchia guardia», avrebbero dovuto costituire la Guardia ai Labari. ↩

  543. Tipico in questo senso il suo accenno, nel discorso al direttorio del 24 giugno 1943 (lo si veda in Appendice, Documento n. 11, ché sia l’edizione in Mussolini, XXXI, pp. 185 sgg., sia quella in Rapporto al Duce cit., pp. 374 sgg. sono incomplete e quella in L. Cortesi, Mussolini e il fascismo alla vigilia del crollo. Il testo integrale inedito del «discorso del bagnasciuga» (24 giugno 1943), Roma 1975, pp. 24 sgg. è pressoché introvabile), a «un professore che ha dimostrato in tutti i suoi scritti di essere veramente un deficiente» e da lui definito guida di liberali e socialisti, fosse G. Calogero, ma piú probabilmente G. De Ruggiero, arrestato pochi giorni prima e che l’anno dopo, in una nota della «Corrispondenza repubblicana» (6 ottobre 1944) avrebbe chiamato il «turpe De Ruggiero» (cfr. Mussolini, XXXII, p. 415). ↩

  544. Cfr. Appendice, Documento n. 11. Sull’importanza che Mussolini attribuiva al fatto che il fronte potesse essere «vicino» cfr. anche Mussolini, XXXI, pp. 72 sg. (26 maggio 1943). ↩

  545. Secondo quanto disse nella riunione del Direttivo del 9 giugno, questo recupero degli intellettuali per il nuovo ministro dell’Educazione nazionale C. A. Biggini era ancora possibile a due condizioni: «Se ad essi parleremo ancora con il vecchio linguaggio dell’arte e della cultura italiane» e se si fosse presa una «decisa posizione» contro tutti quelli «che bisogna eliminare», in primo luogo dalla scuola e dalle università, verso i quali, disse, «bisogna riconoscere che siamo stati piú deboli dei liberali». ↩

  546. Il 9 gennaio 1943 il generale G. Pièche, uno dei migliori ufficiali dei carabinieri, disse all’ambasciatore L. Pietromarchi (cfr. Diario, sub data) di non credere al pericolo di «torbidi sociali». ↩

  547. Cfr. Rapporto al Duce cit., p. 362, ma anche Mussolini, XXXI, p. 131 (2 dicembre 1942): «Io vorrei, veramente, conoscere quel popolo che, durante questa guerra, dia manifestazioni continuative di entusiasmo. L’entusiasmo è un momento lirico nella vita d’un individuo ed è un momento lirico necessariamente raro nella vita di una nazione. Se conoscessi un individuo che fosse entusiasta dalla mattina alla sera e in tutte le sue funzioni, io comincerei a dubitare della sua salute mentale». ↩

  548. Cfr., per esempio, in materia di costruzioni di case popolari G. Gorla, L’Italia nella seconda guerra mondiale ecc. cit., pp. 334 e 336. ↩

  549. Cfr. Mussolini, XXXI, pp. 72 sg. (26 maggio 1942). ↩

  550. Secondo i dati dei sindacati fascisti, la popolazione operaia ammontava a 4 407 860 unità. Rispetto al 1938, se si tiene conto dei richiami alle armi (780 000 circa) e dei lavoratori oltremare e in Germania (166 000 circa), essa aveva avuto un aumento di 946 000 unità circa. La mano d’opera femminile che aveva sostituito i lavoratori richiamati o inviati fuori d’Italia ammontava a circa 144 000 unità, il resto dei nuovi lavoratori industriali proveniva dal commercio e artigianato e soprattutto dall’agricoltura. Cfr. «Il Convegno nazionale dei dirigenti sindacali centrali e periferici della Confederazione Fascista dei Lavoratori dell’Industria – Roma, 3 dicembre 1942-XXI, Dichiarazioni del Presidente», in Archivio Landi. ↩

  551. Mussolini, XXXI, p. 273. ↩

  552. Secondo dati di fonte comunista nella seconda metà del 1942 si sarebbero avuti scioperi (quasi sempre «bianchi» e di breve durata) in 18 fabbriche del Piemonte, della Lombardia e dell’Emilia. Nel gennaio-febbraio 1943 gli scioperi sarebbero stati invece 28 e si sarebbero verificati anche in Toscana, Veneto, Liguria e Sicilia (cfr. U. Massola, Gli scioperi del ’43. Marzo-aprile: le fabbriche contro il fascismo, Roma 1973, p. 147). ↩

  553. Un atteggiamento piú severo fu sollecitato in particolare dal sottosegretario per le fabbricazioni di guerra che – allarmato da alcuni casi di indisciplina delle maestranze (in verità assai scarsi e, salvo quattro, di nessun rilievo) verificatisi nel corso del secondo trimestre del 1942 in stabilimenti ausiliari – avrebbe voluto che in tutte le fabbriche sotto il suo controllo venissero apprestate le «camere di punizione» previste dalla legge 1º novembre 1940, n. 1782. La richiesta fu però vivacemente contrastata dai sindacati sia perché inutile, sia per le ripercussioni negative che avrebbe avuto tra i lavoratori che in molte aziende si lamentavano per la mancanza o l’insufficienza di locali per i servizi e avrebbero giudicato negativamente l’uso per un simile scopo di quelli disponibili. Per maggiori particolari cfr. G. Parlato, Il sindacalismo fascista cit., II, pp. 159 sgg.; nonché, per i precedenti della Cfli, O. Cilona, La confederazione fascista dei lavoratori dell’industria negli anni Trenta, in Annali della Fondazione Luigi Einaudi, XXII (1988), pp. 265 sgg. ↩

  554. Cfr. in Archivio Landi, fasc. «Scioperi 1943», l’appunto riservato di G. Landi a T. Cianetti, 8 aprile 1943; T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona, a cura di R. De Felice, Milano 1983, pp. 358 sgg. ↩

  555. Cfr. in Archivio Landi, fasc. «Scioperi 1943» l’appunto di G. Landi al vicesegretario del PNF M. Farnesi e, per conoscenza, a T. Cianetti, 25 marzo 1943; T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona cit., p. 358; G. Parlato, Il sindacalismo fascista cit., II, pp. 157 sg. e 164 sg. ↩

  556. Cfr. ibid., II, pp. 152 sgg. ↩

  557. Le citazioni sono in gran parte tratte dal già citato appunto riservato di Landi a Cianetti dell’8 aprile 1943, da noi preferite alle numerose altre che avremmo potuto trarre da altri documenti dei mesi precedenti perché piú esplicite e, quindi, piú adatte a dare un’idea piú precisa della posizione della dirigenza della Cfli. ↩

  558. In Archivio Landi, fasc. «Scioperi 1943». Salvo diversa indicazione, le citazioni che seguono sono tratte o riguardano documenti conservati in tale fascicolo.

    La letteratura sugli scioperi del marzo-aprile 1943 è vasta anche se, in genere, ripetitiva e fondata su una documentazione ridotta e di tipo memorialistico. A tutt’oggi manca uno studio a carattere complessivo, tali non sono infatti il già citato U. Massola, Gli scioperi del ’43 (la cui prima edizione è del 1950 e ha fortemente influenzato tutti i successivi lavori) che riguarda essenzialmente Torino e Milano, e neppure R. Finzi, L’unità operaia contro il fascismo. Gli scioperi del marzo ’43, Bologna 1974; piú utile, nonostante il suo taglio particolare, P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano cit., IV, pp. 168 sgg. Su quelli di Torino cfr. G. Vaccarino, Gli scioperi del marzo 1943. Contributo per una storia del movimento operaio a Torino, in Aspetti della Resistenza in Piemonte, Torino 1950 e ID., Problemi della Resistenza italiana, Modena 1966, pp. 135 sgg.; su quelli in altre zone del Piemonte cfr. C. Della Valle, Operai, industriali e partito comunista nel Biellese 1940-1945, Milano 1978, pp. 39 sgg.; ID., Gli scioperi del marzo-aprile 1943. Una proposta di lettura attraverso i documenti del sindacato fascista, in «L’impegno», marzo 1983, pp. 2 sgg. (sul vercellese); R. Belmondo, Gli scioperi del marzo 1943 a Savigliano, in «Notiziario dell’Istituto storico della Resistenza in Cuneo e provincia», giugno 1984, pp. 5 sgg.; su quelli di Milano L. Ganapini, Una città, la guerra. Lotte di classe, ideologie e forze politiche a Milano 1939-1951, Milano 1988, non dice praticamente nulla, cfr. pertanto le due conversazioni con lo stesso titolo di G. Brambilla, Gli scioperi del marzo 1943 a Milano, in Fascismo e antifascismo. Lezioni e testimonianze, Milano 1962, II, pp. 450 sgg., e in 1945-1975. Italia. Fascismo antifascismo Resistenza rinnovamento, Milano 1975, pp. 204 sgg.; per l’Emilia, in fine, qualche notizia in L. Orlandi, Scioperi in Emilia nel 1943, in Storia dell’antifascismo italiano, II: Testimonianze, Roma 1964, pp. 193 sgg. Elementi per una valutazione del carattere degli scioperi in R. Gobbi, Operai e Resistenza, Torino 1973; E. Soave, Azione antifascista e iniziativa rivendicativa nel Nord, in Annali della Fondazione G. Feltrinelli, XVI (1974-75), pp. 135 sgg.; Un giorno del ’43. La classe operaia sciopera, Torino 1983; A. Ballone, Uomini, fabbrica e potere. Storia dell’Associazione nazionale perseguitati e licenziati per rappresaglia politica e sindacale, Milano 1987; T. Mason, Gli scioperi di Torino del marzo 1943, in L’Italia nella seconda guerra mondiale e nella Resistenza cit., pp. 399 sgg. ↩

  559. Grave al Nord, il fenomeno era ancor piú grave al Sud. Dal 13 al 18 marzo Landi compí un giro nelle unioni e in alcune aziende siciliane. Al ritorno, il 20, inviò a Mussolini un appunto sulla situazione delle maestranze industriali della Sicilia in cui, dopo aver affermato che «nonostante le difficoltà del momento» i lavoratori siciliani davano «encomiabili prove di disciplina e di comprensione», sicché, «pur senza lasciarsi trascinare da esagerato ottimismo, può affermarsi che soprattutto nelle località piú colpite dall’offesa aerea nemica i lavoratori sono particolarmente sensibili ai doveri dell’ora», si intratteneva particolarmente sulla situazione alimentare, sulla penuria di «equipaggiamento dei lavoratori» e sulle condizioni salariali. In essa si legge tra l’altro:

    «La gravità della situazione alimentare nei centri visitati risulta in maniera evidente dalle notizie che in forma schematica sono qui appresso indicate:

    pane la distribuzione è regolare, ma la qualità è scadente;

    pasta la distribuzione è in ritardo di un mese o piú;

    grassi il lardo ed il burro non vengono generalmente distribuiti. In notevole ritardo (anche di quattro mesi nella città di Messina) la vendita dell’olio;

    carne si lamenta che settimanalmente vengono messi in distribuzione dei quantitativi che spesso sono insufficienti ad assicurare le razioni individuali;

    frattaglie, salumi, legumi ed uova questi generi o non vengono distribuiti, o lo sono in maniera saltuaria;

    formaggio, marmellata e zucchero la distribuzione è ritardata da uno a tre mesi;

    patate non si è fatta alcuna distribuzione nel nuovo anno...

    I ritardi ricordati mettono i lavoratori nell’assoluta necessità di ricorrere al mercato illegale per provvedersi di quanto è necessario alla vita. D’altro canto, venendo praticati in tale mercato dei prezzi, che, come si legge nel prospetto che segue, sono superiori alle loro possibilità salariali, i lavoratori si trovano costretti o ad indebitarsi se hanno esaurito i loro risparmi, ovvero a sottoalimentarsi, ciò che non potrà, alla lunga, non influire sulle loro capacità di resistenza e di lavoro.

    Prezzi ufficiali —— Prezzi illegali / Enna —— Prezzi illegali / Catania —— Prezzi illegali / Palermo

    Pane —— – —— – —— 18,00 —— 30,00

    Pasta —— 2,85 —— 20,00 —— 24,00 —— 30,00-40,00

    Olio —— 12,80 —— 40,00 —— 45,00 —— 40,00

    Formaggio —— 24,10 —— 40,00 —— 60,00 —— 80,00

    Patate —— 2,80 —— 6,00 —— – —— 5,00

    Uova —— 1,90 —— 3,50 —— – —— –

    Legumi (fagioli) —— 4,00 —— 12,00 —— 25,00 —— 40,00

    Zucchero —— 8,40 —— 20,00 —— – —— 45,00

    . . .

    Uno degli aspetti di maggior rilievo dell’assistenza di cui i lavoratori sentono urgente bisogno è senza dubbio dato dalle necessità di equipaggiamento. In questo settore alle esigenze assistenziali si aggiungono ragioni di dignità nazionale.

    In alcuni campi di aviazione lavorano a contatto con le truppe tedesche operai italiani che sono mortificati moralmente oltre che materialmente da una impressionante deficienza di indumenti...

    A proposito delle assenze che incidono indubbiamente sul ritmo produttivo, gli operai hanno lealmente affermato che una maggiore assiduità al lavoro sarà ottenuta in seguito alla regolarizzazione dei servizi annonari e alla estensione delle mense aziendali.

    Attualmente non poche assenze sono dovute alla ricerca affannosa di generi alimentari che impegna i lavoratori per intere giornate, in mancanza delle regolari distribuzioni delle razioni assegnate ai consumatori...

    Per ben valutare la situazione salariale delle maestranze siciliane è da tener presente che i salari corri-

    sposti dalle industrie locali, anche nei tempi considerati normali, erano notevolmente inferiori al livello medio nazionale.

    Il trattamento praticato ai lavoratori, quindi, già nel periodo prebellico poteva definirsi inadeguato alle piú modeste esigenze di vita.

    È evidente che le contingenze attuali hanno aggravato il disagio sia perché la Sicilia, a cosí vicino contatto con il teatro di guerra ed essa stessa compresa nella zona di operazioni, piú risente del turbamento che le contingenze belliche proiettano sulle condizioni di vita delle categorie meno abbienti, sia perché le maestranze siciliane in linea generale sono rimaste agganciate ai minimi contrattuali. Unico esempio di notevole superamento dei salari fissati dai contratti collettivi è dato dalle imprese che eseguono lavori per conto delle Amministrazioni aeronautiche e che retribuiscono i dipendenti con salari notevolmente alti.

    Si tratta, però, di qualche migliaio di lavoratori, il cui trattamento accentua, per ovvie ragioni, il malcontento delle altre piú numerose categorie». ↩

  560. Tra il 30 marzo e il 3 aprile Landi visitò varie località nelle quali si erano avuti degli scioperi e riuní a rapporto i dirigenti sindacali delle relative province. Dal resoconto stenografico del rapporto tenuto il pomeriggio del 30 marzo a Biella stralciamo la parte relativa agli interventi iniziali dei fiduciari di fabbrica:

    «Non è giustizia che i delinquenti della borsa nera si arricchiscano alle nostre spalle, mentre i nostri figli stanno facendo il loro dovere sui campi di battaglia; è una vergogna d’Italia. In questo periodo di guerra dobbiamo essere compatti, e va bene, ma i nostri superiori debbono provvedere e applicare le stesse pene che applicano in Germania: chi sbaglia con le spalle al muro.

    Qui il burro va a tredici lire il etto e abbiamo 50 grammi di formaggio alla settimana; di carne 75 grammi con l’osso (cfr. quello che fanno i macellai del biellese); la marmellata nel calmiere è fissata a 10 lire costa ben 16 lire, altrimenti non se ne trova.

    Il Presidente aveva l’altra volta promesso che sarebbe stato aumentato il numero delle biciclette e la quantità di sapone: posso assicurare che nella mia ditta un operaio da un anno ha chiesto un copertone e non lo ha potuto ancora avere, se avesse 200 lire lo troverebbe subito.

    Parimenti per il vestiario: non si trovano le federe, non si trova neanche il filo per rattoppare. Noi lasciamo alle nostre gerarchie di provvedere, perché in questo modo non si può continuare: l’operaio non può vivere e l’industriale fa un sacco di soldi.

    Occorre aumentare il pane per le donne incinte; qui non si trova niente al prezzo ufficiale; ma la stoffa di pura lana si trova a 1200 lire al metro. Se gli industriali invece di vendere la stoffa di lana a questo prezzo aiutassero noi, non sarebbe meglio?

    Perché alle code dietro ai negozi si vede soltanto la povera gente? Per noi non c’è niente, per i signori c’è tutto.

    Le mele e le frutta non sono di borsa nera, ma vedetene i prezzi. Latte non se ne trova, però non si sono mai visti tanti latticini come adesso. Per qualcuno quindi i latticini e il burro ci sono.

    Ci avevano promesso le biciclette tipo: non se ne trovano, lo stesso per le scarpe di legno. In verità si trova tutto, bisogna pagare. Si deve castigare questa gente. Allo spaccio del Lanificio Cerruti i generi sono piú cari che fuori.

    Siamo tutti povera gente, lavoriamo per mangiare, cioè per vivere: ci occorre il pane, la polenta, lo strutto per poter condire i nostri viveri. Siamo tutti tristi e arrabbiati, siamo esauriti.

    In tutto l’inverno io ho potuto bruciare un quintale di legna soltanto. Vi preghiamo di aiutarci, di aumentare il nutrimento per sostenerci. Non siamo capaci di prendere sonno la notte, perché abbiamo fame.

    Molti operai domandano che siano estese le mense per i turni di notte e in modo che sia permesso agli operai di tutti i turni di usufruirne». ↩

  561. Cfr. G. Vaccarino, Il 25 luglio 1943: la crisi del fascismo (del 1963), in ID., Problemi della Resistenza italiana cit., pp. 30 sgg. e in particolare p. 43. ↩

  562. Cfr. C. Della Valle, Torino, in Operai e contadini nella crisi italiana del 1943-44, Milano 1974, pp. 193 sgg. ↩

  563. Sull’organizzazione clandestina milanese del partito comunista cfr. G. Brambilla, Il movimento operaio nel 1943 a Milano, in Il 1943. Le origini della rivoluzione antifascista cit., pp. 112 sgg. ↩

  564. Tipiche in questo senso sono alcune demagogiche sparate di Landi nel corso dei rapporti tenuti ai dirigenti sindacali durante gli scioperi. Parlando della insufficienza delle razioni alimentari e dell’enorme sviluppo assunto dalla borsa nera, il 30 marzo, a Biella, arrivò ad affermare che la razione non era adeguata «perché noi italiani siamo una bella manica di farabutti; siamo dei lazzaroni, perché ognuno si arrangia, cerca di fregare l’altro, forse perché sentiamo i secoli di servitú e cerchiamo di fregare gli altri per timore di essere fregati». E il 4 aprile a Gardone Val Trompia:

    «Tutti si domandano: ma i prodotti ci sono, e perché non ci sono nella tessera? Ora a questa domanda bisogna rispondere: perché la tessera possa essere garantita e raddoppiata bisognerebbe che noi avessimo all’ammasso una quantità quasi doppia di grano. Questo non lo possiamo fare perché noi italiani siamo dei filibustieri perché invece di portare il grano all’ammasso una buona parte di quello che producono non ce lo portano e poi lo vendono in borsa nera. Perché non si arrestano? si può domandare. Ma pensate che gli agricoltori in Italia sono circa 12 milioni fra capi famiglia, famigliari e vari. Ci sono circa due milioni di aziende agricole, piccoli proprietari, affittuari, conduttori, ma ci vorrebbero due milioni di carabinieri per arrestare quei due milioni che non portano la roba all’ammasso.

    L’individuo che produce il granoturco lo dà a mangiare alle bestie e quelli che sono poveri cristi e non personaggi capitalisti non hanno modo di avere la polenta... Chi ha colpa di questo, l’organizzazione, lo Stato o il Regime? No, la colpa è dell’Italia perché se tutti facessero una parte piccolissima del loro dovere avremmo gli ammassi sufficienti dato che il raccolto granario è di 70 milioni di quintali. Ora questa è una questione di costume...» ↩

  565. Cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 127 (3 aprile 1943). ↩

  566. Cfr. in Appendice, Documento n. 12 b (ove sono pubblicati i rapporti dei carabinieri sugli scioperi di Torino e di Milano (12 c) conservati in AUSSME, H1, b. 54, fasc. 7) nonché quelli di G. Landi al ministero delle Corporazioni (12 a), il rapporto del colonnello comandante la legione di Torino, Luigi Scognamiglio al locale comando della difesa territoriale in data 9 marzo 1943. ↩

  567. Cfr. C. Senise, Quando ero capo della Polizia cit., pp. 171 sgg. ↩

  568. Cfr. G. Leto, Polizia segreta in Italia, Roma 1961, pp. 47 sgg. ↩

  569. Trecento allievi carabinieri del terzo battaglione allievi furono posti «a disposizione» l’8 marzo. Ad essi l’11 furono aggiunti 100 genieri che il giorno dopo il questore chiese fossero stanziati in prossimità della Fiat Mirafiori, da dove, dopo un paio d’ore, furono però ritirati senza essere impiegati. Sempre il 12 il questore chiese che il lunedí successivo, il 15, gli uomini «a disposizione» fossero portati a 300. Il 15, le truppe del presidio vennero «consegnate» in caserma e da Pinerolo furono fatti affluire 3 plotoni di autoblindo mitragliatrici, che nella stessa giornata vennero però rinviati a Pinerolo. Il 16 gli uomini a disposizione «tornarono ad essere 300 e il giorno dopo scesero a 100». Dalla sera del 18 l’apporto militare fu smobilitato del tutto (AUSSME, H1, b. 54, fasc. 7). ↩

  570. Cfr. «Spirito pubblico in relazione alla situazione annonaria». Torino anni 1940-1943, a cura di G. Carcano, in «Almanacco piemontese», 1988, pp. 152 sg. ↩

  571. Da piú parti è stato asserito che il prefetto F. Paliacio Di Suni fu sostituito e collocato a disposizione in conseguenza della scarsa efficienza dimostrata durante gli scioperi. La cosa è poco probabile. Il suo trasferimento fu deciso dal Consiglio dei ministri l’8 maggio nel corso di uno (l’ultimo) dei periodici grandi movimenti di prefetti e fu successivamente destinato alla direzione generale della sanità, destinazione che mal si concilia con l’asserita sua destituzione per inefficienza; ma ancor piú significativo è il fatto che un piccolo movimento di prefetti era stato attuato il 6 aprile, sicché, volendolo rimuovere per inefficienza, questa sarebbe stata l’occasione per trasferirlo. Né, del resto, lo stesso Paliacio Di Suni cercò di far giuocare a suo favore il fatto di essere stato allontanato da Torino allorché nel 1945 fu denunciato alla commissione di epurazione e collocato a riposo. In tale occasione, rivolgendosi a Bonomi, vantò sí la propria moderazione rispetto a coloro che in occasione degli scioperi avevano reclamato il ricorso alla «maniera forte», ma anche la propria efficienza prima e durante essi. Quasi certamente il suo allontanamento da Torino fu solo uno dei vari contentini che, come si vedrà piú avanti, Mussolini diede agli intransigenti per tenerli a bada (ACS, Min. Interno, Gabinetto, Fascicoli permanenti, fasc. 237 F, lettera in data 25 gennaio 1945). ↩

  572. Lo si veda in U. Massola, Gli scioperi del ’43 cit., pp. 169 sg. Nella prima parte del telegramma il prefetto affermava: «È ormai palese che agitazione non riguarda soltanto indennità sfollamento ma mira concessione indennità carovita in relazione non contestabile aumento prezzi derrate alimentari verificatosi in queste ultime settimane per ragioni generali connesse indisciplina mercati produzione e locali in dipendenza accresciuto costo di distribuzione in seguito incursioni. Queste circostanze hanno offerto facile pretesto speculazione politica che alimentata da propaganda nemica non potrebbe che guadagnare adesioni terreno et simpatie qualora attuale situazione dovesse estendersi aut comunque protrarsi». ↩

  573. Cfr. T. Mason, Gli scioperi di Torino del marzo 1943 cit., pp. 406 sg., nota. ↩

  574. Per l’effetto dei bombardamenti sulla popolazione di Milano cfr. V. E. Bolis, Gli sfollamenti della popolazione lavoratrice milanese, in «Studi dell’Istituto di scienze economiche e statistiche dell’Università di Milano», I, 1945, pp. 3 sgg. ↩

  575. Il 17 marzo 1943 furono fucilati cinque membri di una di queste bande; altri vennero condannati a pene detentive. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 340, fasc. «Bollettino informazioni: Tribunale Speciale». ↩

  576. Cfr. per Torino, A. Ballone, Uomini, fabbrica e potere cit., pp. 40 sgg. ↩

  577. A. Pirelli, Taccuini cit., pp. 420 sg. Che le maestranze fossero «completamente sfuggite di mano ai sindacati» era l’opinione anche del ministro Gorla, che quasi certamente si faceva cosí eco degli ambienti economici milanesi; piú drasticamente di Pirelli che, come si è visto, riteneva che i comunisti non avessero ancora larga presa sugli operai, egli dava per scontato che questi ubbidissero «a forze occulte» che è ben difficile non pensare che fossero per lui i comunisti. Cfr. G. Gorla, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., p. 409 (27 marzo 1943). ↩

  578. ACS, Presidenza Consiglio Ministri, Gabinetto, 1940-43, fasc. G. 25/1-11265.2, «Milano stabilimenti industriali». ↩

  579. A. Pirelli, Taccuini cit., p. 417 (25-26 marzo 1943). ↩

  580. Cfr. P. Bairati, Vittorio Valletta cit., p. 89. ↩

  581. Cfr. ibid., pp. 90 sgg. ↩

  582. Cfr. ibid., pp. 96 sgg. ↩

  583. Cfr. A. Ballone, Uomini, fabbrica e potere cit., p. 49. ↩

  584. L. Offeddu, La sfida dell’acciaio cit., pp. 131 sg. Sulla situazione a Genova cfr. A. Gibelli - M. Ilardi, Genova, in Operai e contadini nella crisi italiana del 1942-1944 cit., p. 103; P. Rugafiori, Uomini macchine capitali. L’Ansaldo durante il fascismo 1922-1945, Milano 1981, pp. 223 sg.; L. Balestreri, Stampa e opinione pubblica a Genova tra il 1939 e il 1943, Firenze 1965, pp. 97 sgg. ↩

  585. G. Leto, Polizia segreta in Italia cit., p. 49. ↩

  586. Cfr. T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona cit., pp. 358 sg. ↩

  587. Cfr. in Appendice, Documento n. 12. ↩

  588. Cfr. G. Parlato, Il sindacalismo fascista cit., II, p. 170. ↩

  589. Per le reazioni di Hitler e per quanto l’ambasciata tedesca a Roma riferí il 12 marzo sul discorso di Mussolini al direttorio del giorno prima cfr. F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 231 sg. ↩

  590. ACS, Ministero Cultura Popolare, Gabinetto, b. 8, fasc. 7 (parzialmente pubblicato in F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., p. 230). ↩

  591. Il verbale della riunione in ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), fasc. 242/R, sottofasc. «Vidussoni». ↩

  592. In precedenza Cianetti se l’era presa con «i signori Pirelli e Michelin» definendoli dei «sabotatori» per aver cominciato «a pagare per primi», senza tener conto che, se l’«operaio bombardato» doveva avere «tutto quello che può avere», il paese però «è povero, sta sostenendo uno sforzo superiore alle sue capacità produttive». ↩

  593. «l’Unità» dedicò agli scioperi larga parte del numero datato 15 marzo e tutto quello datato 31 marzo. ↩

  594. Sia Radio Mosca che Radio Londra dettero notizia degli scioperi solo con molto ritardo, dopo la loro conclusione. Le conversazioni da Radio Mosca di Togliatti, raccolte in volume dopo l’armistizio dalle edizioni in lingue estere di Mosca (M. Correnti, Discorsi agli italiani) contengono un solo accenno agli scioperi di Torino (p. 268). Si tratta di un generico accenno (e per di piú non corrispondente al vero) in quella del 18 aprile, dedicata alla sostituzione di Vidussoni con Scorza alla guida del PNF. In essa, parlando del terrore come dell’ultimo mezzo a cui Mussolini ormai ricorreva per mantenersi al potere, Togliatti esemplificava sulla «fucilazione a Torino di un gruppo di operai che hanno organizzato uno sciopero al grido di “viva la pace”». Radio Londra ne parlò addirittura solo il 28 giugno, in uno dei periodici «Asterischi londinesi» di L. Z. Zencovich in cui era riferito un commento di C. F. Whittal (lo si veda in P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano cit., IV, p. 194). Insieme venne trasmesso un ampio stralcio del resoconto dedicato dall’«Italia libera» agli scioperi nel suo numero datato marzo 1943 (cfr. Radio Londra 1940-1945 cit., I, p. 373). ↩

  595. Nel già ricordato appunto al Duce di Amilcare Rossi del 24 marzo si legge: «Ritengo che quanto si è verificato nella giornata [del 23] e, eventualmente, si potesse ancora verificare, sia da attribuirsi, piú che altro, all’opera di organizzatori, cosí che, a mio avviso, per evitare che situazioni meno gradite possano ripetersi, siano da individuare coloro che, mantenendosi nell’ombra, agiscono sulla massa.

    Occorre, cioè, che si avvisi da parte degli organi politici competenti ad una specie di tecnica della individuazione dei responsabili, poiché non può, senza la esistenza di un certo numero di ispiratori, determinarsi il fenomeno simultaneo della astensione dal lavoro di ingenti masse di operai, come è avvenuto ancora una volta ieri, se pure per brevissimo tempo, allo stabilimento Pirelli».

    Anche piú drastico era l’Ufficio politico investigativo della MVSN. Nel suo rapporto segreto sullo spirito pubblico nel mese di marzo esso affermava a tutte lettere che «le recenti manifestazioni delle masse operaie negli stabilimenti industriali, seppure mascherate sotto il pretesto di impellenti riconosciute necessità economiche, fanno parte indubbiamente di un vasto programma di agitazione di masse e sono state organizzate da agitatori comunisti, senza svelare gli scopi politici dell’azione, al fine di creare favorevole ambiente a sconvolgimenti di piú chiara natura politica» e, sia pure in forma indiretta (attribuendo cioè la richiesta agli «uomini di fede» che «non cedano agli allettamenti ed alle previsioni pessimistiche»), richiedeva «una azione preventiva e repressiva senza riserve» contro ogni sorta di «attività sovvertitrice» e «un’azione piú convincente, piú animatrice, piú rispondente alle necessità materiali e spirituali delle varie categorie, tra le masse dei lavoratori, degli impiegati, dei combattenti, del popolo tutto» (cfr. E. Galbiati, Il 25 luglio e la MVSN cit., pp. 161 e 159). ↩

  596. ACS, Ambasciata tedesca, b. 1. La lettera è solo parzialmente pubblicata in F. W. Deakin, Storia della repubblica sociale cit., pp. 228 sg.

    Per valutare appieno il passaggio della lettera dedicato al federale di Milano, Antonio Maria Del Grosso

    (la cui nomina nel novembre 1942 al posto di Andrea Ippolito aveva suscitato le ire di Farinacci e che sarebbe stato sostituito il 13 maggio con Antonio Agheno che faceva anche parte del direttorio insediato da Scorza quando fu nominato al posto di Vidussoni) è utile tener presente la seguente informazione in data 16 aprile 1943 conservata in ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris., b. 44, fasc. 242/R, «R. Farinacci», sottofasc. 40:

    «Sembra che da parte di industriali milanesi e di uomini politici della provincia di Milano, preoccupati della situazione venuta a crearsi negli ambienti operai milanesi, si svolga opera di persuasione perché l’ex federale di Milano Mario Giampaoli sia nominato nuovamente federale di Milano. Questo perché essi hanno il convincimento che Giampaoli – amato dalle masse lavoratrici – riuscirà a potenziare lo spirito patriottico e fascista degli operai notoriamente in ribasso.

    Avversario a questo provvedimento sarebbe l’Ecc. Farinacci il quale al disopra di quelli che sono gli interessi della Nazione mette i suoi rancori personali.

    Negli ambienti sopra citati e nelle masse fasciste ed operaie milanesi si dice che Farinacci osteggi la candidatura Giampaoli perché quest’ultimo – fedelissimo del Duce – si mise negli anni 1925-926-927 e 928 contro Roberto Farinacci per difendere la nobile figura di Arnaldo Mussolini che Farinacci e i suoi amici diffamavano ovunque.

    Il Farinacci dichiara che il Duce non potrà mai nominare Giampaoli federale di Milano perché egli Farinacci è contrario e il Duce ha paura di lui». ↩

  597. Lo si veda in Mussolini, XLIV, pp. 317 sgg. e in particolare pp. 318-21. ↩

  598. Cfr. a questo proposito T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona cit., pp. 369 sg., dalle quali risulta che neppure nei primissimi giorni di aprile, nel pieno degli scioperi dunque, Mussolini aveva considerato veramente preoccupante l’infiltrazione comunista e che aveva fatto diramare il comunicato (da lui personalmente redatto) annunciante l’entrata in vigore dei provvedimenti relativi alla concessione delle indennità di disagio e di sfollamento nonostante Cianetti gli avesse vivamente raccomandato (e avesse avuto l’impressione di averlo convinto) di non far nulla sino a quando gli scioperi non fossero cessati. ↩

  599. Il testo effettivamente pronunciato in ACS, Min. Cultura Popolare, Gabinetto, b. 80, fasc. 7. Il testo pubblicato dalla stampa (Mussolini, XXXI, pp. 193 sg.) riprodotto in Appendice, Documento n. 14 suonava invece cosí:

    «Le masse operaie. Le sospensioni, talune di brevissima durata, dal lavoro del marzo scorso furono sporadiche e a fondo economico. Ogni tentativo di tramutarle in “politiche” fallí nella maniera piú ridicola e pietosa. All’invito “clandestino” di dimostrazioni in piazza, nessuno, dico nessuno, rispose. Le classi operaie sono in linea col resto della nazione. Credo che un nuovo impulso alla vita sindacale convincerà gli operai che veramente il regime fascista è il miglior regime che essi si possono attendere in qualsiasi parte del mondo. A tal proposito è bene che i dirigenti dei sindacati vivano fra gli operai, non “sopra” gli operai, bensí “tra” gli operai, non disdegnando i piú frequenti contatti con gli operai. I quali, del resto, quando non siano viziati dalle chimere bolsceviche, sono delle brave persone, educate, tranquille e che chiedono soltanto di essere apprezzate nella loro fatica e informate». L’accenno, nel testo effettivamente pronunciato, al Senato che aveva ricordato «con solennità» inopportuna gli scioperi, si riferisce agl’interventi che, in occasione della discussione, il 5 maggio, dello stato di previsione della spesa del ministero dell’Interno nelle commissioni riunite finanza, interni e giustizia della camera alta, erano stati pronunciati dai senatori Alfredo Felici e soprattutto Umberto Ricci, che, prendendo spunto dal comunicato governativo con cui era stato reso noto che col 21 aprile i salari sarebbero stati aumentati, chiese che carattere essi avevano avuto e se il governo ne fosse uscito «vittorioso». Cfr. AP, Senato del Regno, XXX Legislatura, Resoconti delle discussioni, 5 maggio 1943, pp. 1971 sg., 1975 sg. e 1982 sgg. (per la replica del sottosegretario U. Albini). ↩