Capitolo quinto: Crisi e agonia del regime
Una facile schematizzazione di quanto sin qui detto potrebbe indurre a spiegare la sconfitta italiana nella seconda guerra mondiale e l’anticipato crollo del regime fascista rispetto a quello piú generale del Tripartito ricorrendo a due argomenti: l’oggettiva inferiorità economica e militare dell’Italia ad affrontare una tale prova e la responsabilità di Mussolini e del regime nell’aver portato il paese ad affrontarla in forza di un calcolo non solo fallace – la guerra breve e sicuramente vittoriosa – ma che affondava la sua principale ragion d’essere in uno stato di necessità che era sí conseguenza innanzi tutto delle errate previsioni e degli errori politici del «duce», ma che la grande maggioranza della classe dirigente del tempo (e non solo nella sua parte piú propriamente fascista) condivise o non contestò. Entrambi veri, questi due argomenti sono però insufficienti a far capire veramente sia l’uomo Mussolini e il suo comportamento politico negli anni di cui ci stiamo occupando, sia i limiti, l’inadeguatezza del regime e di gran parte della sua classe dirigente e della stessa élite politica a far fronte alla prova della guerra con la coerenza, la dignità, la «moralità» che, se non giustificano certo errori ed orrori, dànno però ad essi un valore in qualche modo «positivo», in quanto – se non scivolano via come gocce d’acqua su una foglia appena finita la tempesta – inducono un popolo a fare i conti con essi, con la propria storia, con se stesso e rispetto agli altri popoli. Che è, poi, proprio ciò che sta avvenendo, in forme e sotto stimoli diversi, in Germania, in Unione Sovietica e, in un certo senso, anche in Giappone, ma non in Italia. Un fatto, questo, che attesta il perdurare ancor oggi della sostanziale debolezza etico-politica di fondo del nostro tessuto nazionale.
Dopo esserci soffermati sull’atteggiamento del paese verso la guerra e aver messo in luce il nesso tra esso e le vicende latu sensu belliche, è dunque opportuno – prima di riprendere la ricostruzione di queste dal punto al quale l’abbiamo interrotta alla fine del terzo capitolo – concentrare la nostra attenzione sull’incidenza che su di esso ebbe il regime, approfondendo quanto sin ora detto piú o meno en passant e allargando, laddove necessario, il discorso ad alcuni aspetti dei quali non abbiamo parlato. E ciò almeno per due ragioni: perché, come si è visto, le critiche, l’insofferenza, il sempre piú accentuato distacco dal regime non furono certo tra le cause meno importanti delle oscillazioni e dell’evoluzione dell’atteggiamento del paese rispetto alla guerra e a Mussolini e perché – se non ci si lascia invischiare nelle interessate disquisizioni di lana caprina su chi fu il protagonista del 25 luglio – è evidente che l’estromissione di Mussolini fu conseguenza sí dello sbarco alleato in Sicilia, ma anche della crisi del regime (che l’invasione portò solo alle estreme conseguenze) e che questa non può essere ristretta al fascismo, ma deve essere vista come crisi, appunto, di tutto il sistema politico, senza eccezioni per nessuna delle sue componenti, a cominciare dalla monarchia e dalle forze armate, che pure cercarono di attribuirsi tutto il merito del 25 luglio. E lo stesso, in definitiva, va detto anche per l’antifascismo, che in tutta la vicenda del 25 luglio ebbe un ruolo del tutto marginale. E, volendo, a queste due ragioni principali se ne può aggiungere una terza: in questi ultimi anni la storiografia, soprattutto italiana, ha avviato un discorso sul PNF, il suo ruolo nella politica e nella società fasciste, l’effettivo carattere della sua attività e i risultati conseguiti sul terreno del consenso e della fascistizzazione delle masse, indubbiamente importante per una corretta comprensione del fascismo italiano e delle sue peculiarità rispetto agli altri fenomeni totalitari, che però, in assenza di studi approfonditi e complessivi, stenta ancora ad andare al di là di ipotesi piú o meno suggestionate da analisi teoriche di tipo politologico1. Visto in quest’ottica, il problema del regime, di cui il partito era un aspetto essenziale, e della sua capacità o no ad assolvere i nuovi compiti imposti dallo stato di guerra ci pare acquisti un ulteriore motivo di interesse.
Della crisi sia del regime nel suo complesso, sia del PNF come centro e forza propulsiva tanto del regime quanto della partecipazione politica e del consenso di massa sono piene la memorialistica e, ciò che piú conta, la diaristica coeva. Scarsissime e spesso criptiche sono invece – né la cosa può certo meravigliare – le prese di posizione pubbliche che, per di piú, in genere, videro la luce su riviste e pubblicazioni che avevano una diffusione limitata e in gran parte «interna», sicché non giungevano a conoscenza dei piú. Tra esse vale la pena ricordare, per l’autorevolezza dei loro autori che compensa la cautela e la cripticità del discorso, il commento Precisazioni che Farinacci dedicò ne «La vita italiana» del dicembre 1941 alla raccolta Pagine di Critica fascista curata da F. M. Pacces e il saggio-bilancio Vent’anni di Critica fascista pubblicato da Bottai il 15 maggio 1943 su «Primato». Scritti in circostanze e con intenti diversissimi, entrambi gli articoli lasciavano trasparire una critica a fondo certo al partito, ma, a ben vedere, anche al regime. Al partito Farinacci addebitava in sostanza l’incapacità «nel momento della crisi decisiva» di farsi, come nel 1925, forza ricostruttiva dello Stato e suscitatore nel popolo di una «piú consapevole, piú ricca e potente» volontà di lotta contro «tanti uomini timorati e guardinghi» e in primo luogo contro «tanti uomini d’affari complici o vittime del polipo giudaico»; per Bottai, invece, il partito, per un verso, non riusciva a darsi una precisa fisionomia e oscillava tra le suggestioni estreme dell’antipartito e dell’iperpartito, col risultato di venir meno alla sua funzione di strumento indispensabile alla «coesione e direzione» delle masse, e, per un altro verso, peccava di burocratismo ed era incapace di quel «perpetuo contatto di spiriti, d’intelletti, d’animi» indispensabile per convertire questi in una comune energia e in un «punto di partenza non meno che d’arrivo». Dietro a queste critiche al partito è possibile però, come si è detto, intravvederne anche una piú generale al regime; appena percettibile in Farinacci, piú chiara in Bottai, che, oltre tutto, scriveva in un momento in cui la crisi del regime era ormai sotto gli occhi di tutti e la sua denunzia piú facile, specie se, parlando a suocera perché nuora intenda, il discorso era sviluppato, come appunto faceva Bottai, non in riferimento diretto al momento, ma in termini «storici» e parlando non del regime, ma piú genericamente (e fumosamente) del fascismo. Tipica è in tal senso quest’affermazione, formalmente riferita al periodo immediatamente successivo alla presa di potere del 1922, ma sostanzialmente volta a sintetizzare la situazione del momento:
In un certo senso può dirsi che non il fascismo è in crisi, ma che il fascismo sintetizzi la crisi di tutta la vita italiana: crisi di formazione, crisi di crescenza, crisi di definizione di valori.
Piú umorale, se vogliamo, ma molto piú esplicito è quanto, un mese dopo, G. A. Fanelli scriveva su «Il Nuovo Occidente». Com’era nel suo carattere, Fanelli prendeva subito il toro per le corna2 e, premesso che «un regime è grande non per i principî che professa ma per il metodo con cui governa», partiva lancia in resta contro quello che gli appariva ed era uno dei mali piú gravi e manifesti del regime, sostenendo la necessità di estirparlo ad ogni costo: la confusione tra politica e amministrazione, tra burocrazia e classe dirigente e il loro continuo lottare per sopraffarsi e sostituirsi l’una all’altra, scavalcandosi in tutti i modi in una corsa alla popolarità della quale a pagare le spese era solo il paese.
La denuncia non era nuova; un paio di anni prima Alberto De Stefani nel suo saggio Confidenze e convinzioni3 aveva già parlato di «capziosa identificazione dello stato coll’amministrazione» e aveva messo in guardia contro i danni di uno stato non politico, ma amministrativo o corporativo in cui l’organizzazione avrebbe costituito il fine e non il mezzo della politica e il partito esaurito la propria funzione in una miriade di nuovi compiti, importanti, ma tali da fargli perdere il suo carattere rivoluzionario e totalitario e l’aderenza alle «esigenze spirituali di questa totalitarietà» e con essa la sua capacità di concreto intervento politico.
Quando la burocrazia usurpa il potere politico nonostante la sua categorica incapacità ad esercitarlo, – aveva scritto De Stefani4, – lo Stato totalitario si riduce ad una organizzazione amministrativa agente con pieni poteri. Essa crea e mantiene fuori di sé una realtà estranea ed autonoma, nutrita e sostanziata di quei medesimi sentimenti, di quella vivente e fresca umanità che può trovare soltanto nell’organo politico, che la rappresenti, capacità di interpretazione e di assimilazione. Donde il distacco e l’urto tra il popolo vivo continuamente rinnovantesi, tra le sue esigenze umane, il suo senso di una ordinata ed efficiente collettività e la incomprensione dello Stato amministrativo, ritardatario, con le sue perdite di forza viva, con la sua staticità che non è stabilità, con le sue complicazioni e i suoi patteggiamenti che non sono aderenza, con la sua presunzione che non è collaborazione. La rivoluzione muore o si esaurisce nello Stato amministrativo e, nella migliore ipotesi, è da esso deformata, ritardata, contrastata... Questo esorbitare dell’amministrazione dalla sua competenza esecutiva compromette lo Stato come realtà politica autonoma e gli comunica la propria sterilità... Il pericolo degli stati-amministrazione consiste nell’incapacità di assimilare sul terreno legislativo-organizzativo il complesso potenziale del popolo ed è appunto da questa incapacità che nascono e giganteggiano le antitesi che li possono travolgere. Tanto maggiore e insidioso è il pericolo insito nella identificazione dello Stato con l’amministrazione, quanto sono piú vaste le sue funzioni economiche. Perché lo Stato cosí identificato diventa giudice e parte e perché il clima proprio degli interessi privati, che vi prevalgono, si insinua nell’amministrazione, la pervade e la degenera, con danno morale e politico dello Stato in quanto e per quanto esso vi si identifichi... Nei regimi totalitari unificati in un partito è il partito stesso, sintesi dinamica di una comunità di sentimenti e di volontà, che attua i fini nazionali e che ne anticipa il concepimento con la sua sensibilità. La funzione politica è dunque compito specifico del partito, il quale per essere all’unisono col profondo travaglio degli spiriti deve saperlo interpretare e rappresentare... Una concezione troppo timida e ristretta e costituzionalmente errata della posizione e dei compiti del partito, il suo autolimitarsi nei confronti dell’amministrazione, hanno provocato e legittimato una certa indeterminatezza di rapporti tra stato e regime e cioè tra amministrazione e partito. Per ricostruire l’unità politica e rivoluzionaria il partito deve assumere in sé e nei propri organi attivamente l’esercizio del potere politico anche se ciò portasse ad una revisione dell’attuale sfera di competenza e delle posizioni gerarchiche amministrative per subordinarle, pur senza interferenze, a questo potere unitario senza che ne venga turbata la funzione amministrativa con interferenze esorbitanti le generali direttive politiche... Alla logica rivoluzionaria e alle sue esigenze unitarie è sfuggita la potenza corrosiva e riduttrice dello stato-amministrazione. Non è dunque da meravigliarsi che le iniziative rivoluzionarie abbiano avuto nella pubblica amministrazione un interprete dubbio, incerto, tardivo, disorganico, perché disadatto al compito politico e perché tradizionalmente e per suo istinto antirivoluzionario. Oltreché nel settore amministrativo anche in quello economico e nei suoi organi, nel quale la coalizione sopravvive dietro la corporazione, si è riscontrata la stessa resistenza allo spirito della rivoluzione accompagnata dai tentativi di adoperarne gli istituti per trarne particolare vantaggio... Il senso che hanno i popoli governati dalle amministrazioni dei regimi totalitari di non essere compresi da esse, di essere bloccati dalla loro incomprensione e le ostilità contro tale incomprensione, hanno bisogno di essere sanati dall’apporto dinamico del partito che fornisce l’alimento primo e i criteri a cui devono uniformarsi le regole amministrative.
Nonostante fosse chiaro il sottofondo politico che la muoveva, la presa di posizione di De Stefani si era mantenuta, come si vede, soprattutto ad un livello teorico, di scienza politica, che, se non ne aveva sminuito il significato, per un verso le aveva dato il carattere di una sorta di «predica inutile», destinata a trovare udienza pressoché solo in ambienti assai circoscritti e, per un altro verso, aveva fatto pensare a taluni che l’ex ministro avesse calcato le tinte perché suggestionato dall’irritazione dei tanti gerarchi ai quali pochi mesi prima Mussolini aveva improvvisamente ordinato di andare al fronte, nonostante gli importanti incarichi, anche di governo, che molti di loro ricoprivano, dagli echi sfavorevoli suscitati dalle indiscrezioni che, contemporaneamente, avevano preso a circolare circa la decisione del «duce» di «governare con i direttori generali» e dal fatto che il partito non aveva neppure sentito il dovere né di tentare di difendere le proprie prerogative né di far conoscere a Mussolini, se non il proprio dissenso, almeno la propria «subordinata» opinione5. Ciò aiuta a capire perché, pur non dicendo cose sostanzialmente nuove, l’articolo di Fanelli ebbe echi maggiori dello scritto di De Stefani. Rispetto ad esso, l’articolo del direttore di «Il Nuovo Occidente» aveva infatti il vantaggio di un tono per nulla teorico e, anzi, apertamente polemico, che trovava però ormai ampia giustificazione in una situazione di fatto divenuta nel frattempo evidente a tutti, sicché non poteva dar adito a dubbi di strumentalità sul tipo di quelli che, in qualche misura, avevano tolto credibilità ai «moniti» di De Stefani. Né è possibile sottovalutare un altro fatto: mentre De Stefani aveva in sostanza attribuito la responsabilità maggiore della confusione, delle interferenze e dei contrasti tra politica e amministrazione all’«usurpazione di potere» compiuta dalla burocrazia, per Fanelli essa ricadeva tutto sommato piú sulla dirigenza politica che sui burocrati che avevano soprattutto approfittato della debolezza morale di quello che egli eufemisticamente definiva il «gagaismo politico» e della debolezza politica dello Stato e del partito; sicché – sebbene egli dicesse che era contro il «gagaismo politico» che bisognava assolutamente agire con la massima fermezza, sfidando anche i rischi dell’impopolarità – era chiaro che la sua critica si estendeva anche, e pesantemente, a tutto il regime e che con la sua richiesta egli si faceva interprete di uno stato d’animo assai diffuso in tutto il paese (e sul quale faceva largamente leva l’antifascismo) e che trovava il consenso – con diverse accentuazioni e prospettive ovviamente – della gente comune, dei «buoni patrioti» e dei fascisti «duri e puri».
Nonostante il taglio giornalistico, l’articolo di Fanelli è quanto di piú illuminante sia stato pubblicato durante la guerra da parte fascista a proposito di uno dei maggiori nodi sui quali negli anni della guerra si vennero sviluppando con la crisi del regime e, in piú casi, la progressiva paralisi dei meccanismi statali che avrebbero dovuto presiedere ai vari aspetti della vita nazionale in genere e dello sforzo bellico in particolare. Da qui l’interesse che esso ancor oggi ha per lo storico e che ne giustifica a nostro avviso un’ampia citazione.
La confusione delle funzioni e dei compiti e le rivalità che ne derivano – scriveva Fanelli dopo aver denunciato la concorrenza e gli sforzi della burocrazia e della classe dirigente per sostituirsi l’una all’altra e per prevalere sull’autorità politica centrale, sullo stato cioè – hanno origini diverse e cioè: la sistematica immissione di elementi politici nella diplomazia, nell’amministrazione interna, nelle forze armate, nella giustizia, la parificazione economica e morale degli incarichi politici agli uffici amministrativi e la conseguente creazione di una sub o pseudo burocrazia, la quale tende a stabilizzarsi o trasformando in ufficio l’incarico assunto o saltando a piè pari da un incarico a un ufficio. A questi sistemi decisamente perturbatori del principio che subordina l’amministrazione alla politica, si aggiungono piú gravi disfunzioni: la decadenza del controllo politico da parte della classe dirigente, coinvolta nell’amministrazione attiva, e l’adozione da parte dei politici, a scanso di responsabilità, dello stesso appunto informativo di cui è solita servirsi la burocrazia.
Ma se la concorrenza porta alla rivalità e alla guerra, la guerra riconduce alla sospensione delle ostilità, agli armistizi e alle paci di compromesso, mediante accordi sottintesi o dichiarati fra classe dirigente e burocrazia che conducono a una vera e propria corruzione dei due sistemi, amministrativo e politico, dato che l’uno finisce col mettere a disposizione dell’altro le prerogative e i mezzi che son propri alla sua funzione, immolando in tal guisa agli interessi piú influenti i danari e le leggi preservatrici dello Stato.
In questo clima di disarmo viene avviato senza ritegno il metodo della concessione, dell’abdicazione e del favore. E, come spesso si verifica nell’ordine morale, ove se la pratica sprofonda nella corruzione, piú alto è conclamato l’ossequio all’austerità e alla rigidezza del costume, cosí succede nell’ordine politico, dove piú l’amministrazione diventa affare di compromesso, piú tende ad allargarsi il campo riservato agli istituti di carattere pubblico.
La corsa alla popolarità è cosí aperta tra classe dirigente e burocrazia. Ci si compenetra dei pesi che sopportano i maggiori e si concede; ci s’intenerisce dei guai che soffrono i minori e si concede.
La grande pietra di paragone dei rapporti fra politica e amministrazione è costituita dalle forniture statali sul cui piano si verificano i primi e piú pericolosi slittamenti, a cominciare dall’inflazione monetaria che, premendo sui prezzi delle commesse, sfonda e dilaga oltre le dighe del reddito sbarrato con gli aumenti di paga, i sussidi, i premi e il carovita.
Ma non è quello il solo piano inclinato per cui scivola questa sorta di gagaismo politico. Meno appariscenti ma certo piú pericolosi sono: il gioco delle importazioni di materie prime, il cui prezzo incide sui costi di produzione, assicurando da una parte piú vasto margine di utili agli imprenditori, aggirando dall’altra il passivo dell’economia pubblica; la libertà nella scelta delle produzioni piú redditizie da parte degli imprenditori e la loro conseguente diserzione di fronte ai compiti assegnati alle imprese dalla ragion di Stato; la concessione di contributi statali per opere le quali o non rivestono carattere di pubblica utilità o ne rivestono solo in apparenza o, comunque, si appalesano inattuali rispetto alle piú imperiose esigenze dell’ora; la concessione di leggi, che alterano apertamente l’equilibrio raggiunto in determinati rapporti tra finanza ed economia, industria e agricoltura, capitale e lavoro, importazioni ed esportazioni. Ma se poi si passa dai dominî dell’economia a quelli della morale, allora si constata che il gagaismo politico è la piú insidiosa delle armi a cui si può fare ricorso dall’esterno e dall’interno per disegno di stranieri o tradimento di cittadini, allo scopo di rovinare non soltanto lo Stato ma il paese intero. Il gagaismo politico, operando poi sul piano morale, promuove la valorizzazione di esponenti inclini alla politica delle concessioni o per debolezza congenita o per disposizione al compromesso o per incapacità di resistere alle seduzioni dell’omaggio, che va dalla carica pubblica alla compartecipazione agli affari. Perciò, il gagaismo politico, scarta gli uomini duri, tenaci alla sgrossatura, dai modi spicci e dalle posizioni nette, meglio preferendo le anime arrendevoli e senza principî, gli uomini dotati di carattere servizievole e remissivo, facile veicolo alla popolarità.
La responsabilità della situazione denunciata da Fanelli ricadeva certamente in buona misura sul partito e sugli uomini che si avvicendarono alla sua guida negli anni della guerra: Muti, formalmente (ché dal 10 giugno il partito fu affidato da Mussolini alla reggenza di Pietro Capoferri, avendo Muti chiesto di rientrare nei quadri dell’Aeronautica per partecipare alla guerra6), sino all’ottobre 1940, quasi certamente il piú inefficiente di tutti i segretari del PNF, tanto che, già pochi mesi dopo la sua nomina, persino coloro che l’avevano caldeggiata, a cominciare da Ciano, non avevano visto l’ora che fosse «avvicendato»7; Serena (per Bottai «il trionfo del buon senso o, meglio, del senso comune: cosí comune, che impedisce ogni visione ampia fuori dall’ordinario senso comune, che uccide il senso politico»8) che Mussolini preferí a R. Ricci e al prefetto G. B. Marziali9, sino al dicembre 1941, quando, dopo un violento scontro verbale, che quasi degenerò in rissa, con il ministro dell’Agricoltura Tassinari nell’anticamera di Mussolini10, fu liquidato a sua volta e sostituito, tra la meraviglia generale, con Vidussoni, che anche per i vertici del regime era pressoché uno sconosciuto11. Nato nel 1914, Vidussoni fu il piú giovane segretario del partito. Mutilato e medaglia d’oro della guerra di Spagna, la sua esperienza politica e di partito era estremamente ridotta: federale di Enna dal 1º agosto 1940 all’8 novembre 1941, era stato poi per qualche settimana segretario dei Guf, carica dalla quale passò a quella di segretario del PNF solo ed esclusivamente per volontà di Mussolini, che, con la sua scelta, si proponeva di ringiovanire il partito e di far finalmente «largo ai giovani» e ai combattenti in particolare e di assumerne personalmente il controllo e la guida attraverso un uomo tutto suo, non legato a nessuno dei vari gruppi di potere e tendenze che l’affliggevano e screditavano. A parte quella di Muti, nessun’altra scelta si dimostrò però tanto sbagliata e presto, un po’ per l’inesperienza di Vidussoni, un po’ perché gli venne meno quello che sarebbe dovuto essere il suo trait d’union con lui (Carlo Ravasio, i cui rapporti con Vidussoni assunsero rapidamente un carattere semiconflittuale), un po’, in fine, perché pressato da altri impegni e via via piú consapevole dell’inadeguatezza dell’uomo, Mussolini rinunciò all’idea di dirigere tramite suo il partito, sicché questo finí per essere sempre piú effettivamente guidato da Mario Farnesi, uno dei vice segretari, certo piú capace di Vidussoni, ma una pallida figura anche lui, tant’è che, quando nell’aprile 1943 Scorza ne assunse la segreteria, fu estromesso anche dal direttorio nazionale.
Le responsabilità di questi uomini (di Scorza parleremo piú avanti) furono certo molte. Tra esse una tra le piú gravi fu quella, comune un po’ a tutti loro, di non aver saputo por freno e, anzi, aver favorito la crescita ipertrofica del partito e delle organizzazioni da esso dipendenti, creandone addirittura di nuove, quasi che la forza del partito e, dunque, del regime dipendesse non dalla qualità e dall’attivismo dei suoi membri, ma dal numero di essi e delle «categorie» inquadrate e controllate12. La tabella che segue13 è sotto questo profilo eloquente e mostra come il numero degli iscritti ai Fasci continuò a crescere persino durante le gestioni Serena e Vidussoni, che, pure, furono sotto questo profilo caratterizzate da una certa stretta di freni e da un processo epurativo le cui effettive dimensioni è difficile precisare, ma che non si è probabilmente molto lontani dal vero quantificandolo attorno a duecentomila casi. Se ad essi si aggiunge il gettito dell’annuale «leva fascista», che si aggirava tra le 260 e le 270 000 unità14, è evidente che anche sotto Vidussoni il PNF si accrebbe di oltre mezzo milione di iscritti, in larga parte coercitivi (le iscrizioni furono «riaperte» per alcune particolari categorie e in specie per gli ex combattenti che non si erano voluti iscrivere in altre occasioni) e, dunque, in gran maggioranza politicamente inaffidabili.
Un’altra e ancor piú grave responsabilità fu quella di aver esteso enormemente la sfera delle competenze ed attività del partito e delle organizzazioni dipendenti, proiettandosi in zone e settori nei quali la loro presenza era stata prima della guerra relativamente modesta (per esempio nelle terre oltremare) e, quindi, mancava di esperienza e dando vita ad una complessa ragnatela di uffici di collegamento con i ministeri e gli organismi militari e di rapporti con tutta una serie di istituzioni, enti ed aziende pubblici e privati che si rivelò subito causa di dispersione di energie, di sovrapposizioni, inframettenze e ritardi funzionali e, quindi, di malintesi e contrasti che non di rado assumevano anche toni politici a causa dell’animosità verso i militari e del populismo che caratterizzavano larga parte della dirigenza del partito e dei quadri fascisti impegnati in queste attività.
Alcune di queste attività, in particolare quelle volte all’assistenza dei militari, delle loro famiglie e dei lavoratori militarizzati o mobilitati presso le truppe al fronte, avevano una loro utilità, anche se sarebbero state gestite meglio da altri organismi, piú adatti per competenze specifiche ed esperienza. Altre erano invece – per esempio quelle relative allo studio e all’organizzazione della mobilitazione civile15 – pressoché inutili, non di rado anche a causa del basso livello tecnico-culturale che le caratterizzava. Altre ancora sarebbe stato molto meglio, sia sotto il profilo politico che sotto quello funzionale, che a gestirle fossero stati solo i ministeri e gli organismi tecnici ai quali istituzionalmente competevano, ovvero che il partito si limitasse ad un’azione di sostegno politico-propagandistico, senza entrare nel merito delle scelte e dei provvedimenti particolari. Tipici a questo proposito si possono considerare la «lotta contro gli sprechi» e la raccolta dei rottami che il partito volle fossero affidate al «controllo diretto» dei federali. Il caso piú grave fu però quello della disciplina degli approvvigionamenti e dei prezzi.
Non sembrandogli sufficiente che la presidenza del Comitato interministeriale per l’esame dei problemi annonari fosse stata assegnata al suo segretario, nel luglio 1941 il PNF dette vita presso il proprio direttorio nazionale ad un Comitato centrale per il coordinamento e il controllo della disciplina dei prezzi alimentari di prima necessità che, in teoria, avrebbe dovuto operare in accordo con il ministero dell’Agricoltura, ma che, in pratica, come emanazione del precedente, si mosse centralmente e in periferia (ove vennero costituiti analoghi subcomitati presso tutte le federazioni) in modo largamente autonomo e in base ad un programma che prevedeva l’«identificazione dei generi di largo consumo che costituiscono la base indispensabile dell’alimentazione del popolo», la «fissazione del prezzo per ogni genere, dopo averne esaminato e precisato gli elementi di costo effettivo», la «fissazione dei criteri di maggiorazione del prezzo tra centro di produzione e centro di vendita», la «regolamentazione e controllo dei prezzi delle varie fasi di manipolazione o trasferimento dei prodotti (produzione-industria-grossista-dettagliante-consumatore)» e il «controllo e assistenza di tutti gli agenti nel campo economico dalla produzione al consumo mediante l’opera volontaria dell’organizzazione capillare fascista maschile e femminile»16. Su questa strada il comitato, volendo fare del partito l’organo che istituzionalmente si faceva carico degli interessi del popolo e della lotta contro gli speculatori, finí nel giro di pochi mesi per disciplinare «le quotazioni» di tutta una serie di prodotti, in gran parte non sottoposti (o non sottoposti ancora) a razionamento e quindi essenziali per l’alimentazione, specie dei ceti meno abbienti: carni ovine, caprine e suine e relativi derivati, frattaglie bovine, carni e pesce conservati, riso, frutta (fresca e secca), agrumi, patate, cipolle e legumi, castagne, conserva di pomodoro, vino, olio, uova, zucchero e carbone vegetale. E dalla «disciplina» dei prezzi passò ben presto al loro «controllo», adducendo la necessità di combattere l’imboscamento della produzione, l’accaparramento, la «borsa nera» e la lievitazione dei prezzi.
| Organizzazioni del PNF o dipendenti da esso |
1939 | 1940 | 1941 | 1942 |
|---|---|---|---|---|
| Fasci di combattimento | 2 633 514 | 3 619 848 | 4 017 640 | 4 770 770 |
| GUF | 105 883 | 119 713 | 137 148 | 159 297 |
| GIL | 7 891 547 | 8 495 929 | 8 186 812 | 8 754 589 |
| Fasci femminili | 774 181 | 845 304 | 938 507 | 1 027 409 |
| Massaie rurali | 1 481 301 | 1 656 941 | 1 968 731 | 2 491 792 |
| Operaie e lavoranti a domicilio | 501 415 | 616 286 | 761 927 | 864 922 |
| Associazione fascista della scuola |
170 573 | 179 971 | 182 683 | 189 615 |
| Associazione fascista del pubblico impiego |
294 265 | 290 954 | 318 473 | 386 865 |
| Associazione fascista dei ferrovieri |
137 902 | 142 924 | 148 149 | 158 582 |
| Associazione fascista dei postelegrafonici |
83 184 | 83 563 | 82 511 | 87 645 |
| Associazione fascista addetti aziende di Stato |
120 205 | 127 344 | 136 738 | 153 421 |
| OND | 3 802 248 | 4 035 239 | 4 146 555 | 4 612 294 |
| Unuci | 259 865 | 266 894 | 282 572 | 301 532 |
| Coni | 809 659 | 713 846 | 725 212 | 740 980 |
| LNI | 198 522 | 207 055 | 118 021 | 261 499 |
| Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra |
200 116 | 200 275 | 204 475 | 215 862 |
| Associazione nazionale combattenti | 802 468 | 1 006 189 | 905 247 | 907 196 |
| Reparti d’Arme | 1 309 600 | 673 184 | 492 682 | 497 499 |
| Studenti stranieri | – | 763 | 576 | 875 |
| Istituto nazionale di cultura fascista |
– | – | 201 340 | 211 990 |
| Associazione nazionale caduti in guerra |
– | – | 342 382 | 379 284 |
| Associazione nazionale caduti aeronautica |
– | – | 9 190 | 6 202 |
| Gruppo medaglie d’oro | – | – | 105 | 126 |
| Istituto del Nastro Azzurro | – | – | 23 300 | 23 668 |
| Legione volontari d’Italia | – | – | 94 318 | 97 841 |
| Legione garibaldina | – | – | 6 010 | 5 989 |
| Reparti Arditi d’Italia | – | – | 16 823 | 20 037 |
| CAI | – | – | 43 234 | 45 290 |
| Associazione nazionale Nastro Tricolore |
– | – | – | 3 500 |
Nell’estate del 1942 Mussolini avrebbe mobilitato tutto il partito per combattere l’evasione agli ammassi.
Esigo – avrebbe telegrafato il 21 giugno a Farnesi17 – che i quattro milioni di fascisti regolarmente iscritti al Partito si considerino dal primo all’ultimo tutti mobilitati in ogni paese e in ogni villaggio, sino al piú lontano casolare, per ottenere la consegna rapida e totalitaria delle granaglie agli ammassi. Coloro che tenteranno di evadere dalla legge, saranno duramente puniti; le camicie nere che non sentiranno il dovere di fare tutto il possibile in vista di questa esigenza suprema, saranno considerate di scarsa fede e come tali espulse dal Partito.
Già durante la gestione Serena il partito non si era però limitato ad un controllo solo «politico» dei prezzi e dell’applicazione delle disposizioni annonarie; sin dall’estate del 1941 aveva organizzato «squadre annonarie», che, secondo Serena18, si limitavano a segnalare agli organi di polizia eventuali «inconvenienti e trasgressioni», ma che in realtà intervennero in varie occasioni piú o meno duramente per sanare direttamente tali inconvenienti e punire i trasgressori. Né questo fu l’unico tipo di intervento messo in atto: con l’autunno dello stesso anno, per esempio, la segreteria del PNF, allo scopo di rendere piú «incisivi e dinamici» i servizi alimentari del ministero dell’Agricoltura, distaccò presso di esso un certo numero di ex federali anziani, quasi tutti privi di competenza specifica, ma che avrebbero dovuto mettere «al passo del fascismo» la sua «podagrosa» e «corrotta» burocrazia.
Le conseguenze di queste iniziative e di queste attività, spesso affidate a individui che mancavano di un’adeguata preparazione o che erano mossi da un fanatico desiderio di «andare verso il popolo», se, non addirittura dal desiderio di mostrarsi zelanti e far cosí carriera, sono facilmente intuibili. Per un verso esse suscitarono una continua serie di contrasti sia con gli organi tecnici competenti in materia annonaria e in primo luogo con il ministero dell’Agricoltura (il che contribuisce a spiegare l’alterco tra Serena e Tassinari nell’anticamera di Mussolini) che non potevano accettare la sbrigativa impostazione che ai problemi annonari dava il partito e in particolare i criteri economicamente troppo semplicisti con cui esso voleva stabilire i prezzi19, sia con la Direzione generale della P.S., che, di fronte alle «velleità poliziesche» del PNF, nel novembre 1941 sollecitò addirittura un intervento personale di Mussolini che ponesse loro fine ed evitasse cosí il rischio di turbamenti dell’ordine pubblico. Per un altro verso esse, invece di contenere i prezzi e di assicurare una maggiore disponibilità di generi, contribuirono non poco alla flessione di questa e all’aumento di quelli e della «borsa nera» in genere. Sicché, in ultima analisi, l’effettivo risultato conseguito dal partito fu quello di suscitare attorno a sé e al regime nuovi motivi di discredito e una serie di ostilità e di accuse di inefficienza, di velleitarismo e, dulcis in fundo, di voler estendere il proprio controllo su tutta la vita nazionale ricorrendo a tutti i mezzi.
Detto questo, prima di procedere oltre nell’esame della situazione nella quale il regime si venne a trovare negli anni della guerra e del sostanziale fallimento del PNF, che del regime sarebbe dovuto essere per molti aspetti la colonna portante, è necessario mettere bene in chiaro che per comprendere effettivamente il carattere della crisi del regime e il suo rapporto con la situazione del paese non è possibile fare appello solo agli errori e alle responsabilità del partito, ai limiti personali e politici della sua dirigenza e al basso livello, in genere, dei suoi quadri periferici, ma neppure sottovalutarli con l’argomento che, comunque, non furono essi a determinare la fine del regime e il 25 luglio, ma le vicende belliche e, a monte di esse, l’oggettiva impossibilità per l’Italia ad affrontare una prova tanto superiore alle possibilità della sua economia. Altri regimi totalitari – quello nazista come quello sovietico – hanno infatti commesso errori altrettanto gravi e i loro partiti hanno avuto dirigenti mediamente non migliori di quelli che ebbe il PNF20; eppure essi sono riusciti a tenere in pugno la situazione interna (e non solo col ricorso al terrore, che, comunque, è necessario capire perché non fu usato dal fascismo) anche di fronte a prove piú dure e se sono crollati (quello nazista) o si sono trovati vicini al crollo (quello sovietico) ciò è stato in conseguenza solo delle vicende belliche ed, eventualmente (nel caso sovietico), di circostanze particolari che non avevano corrispettivo nel caso italiano. Al contrario di essi, già dopo i primi mesi di guerra il regime fascista invece mostrò, proprio in quanto regime, gravi segni di scollamento, di degenerazione e di sclerosi che – pur attraverso accelerate e frenate connesse all’andamento delle vicende belliche – andarono via via aumentando e influenzando tutto il clima del paese e il suo atteggiamento verso il regime stesso, sicché si può ben dire che questo al momento della crisi finale esisteva ormai quasi solo nominalmente e che lo sbarco alleato in Sicilia fu molto piú l’occasione che la causa del suo crollo. Quanto poi al PNF, che sarebbe dovuto essere «il sangue che circola nelle vene e nelle arterie dell’organismo nazionale», «il motore che aziona e muove la vita nazionale», lo strumento per dinamizzare tutto il popolo, imprimendo a tutti i livelli «un indirizzo nella condotta politica che garantisca l’alta, costante temperatura spirituale dell’Italia in guerra»21, e che, pure, disponeva di un’organizzazione e di mezzi imponenti22 che, in teoria, avrebbe dovuto assicurargli la possibilità di essere effettivamente questo strumento, non solo non riuscí ad esserlo mai, ma fu addirittura una delle cause – e non la meno importante – dello scollamento del regime («Il Partito: ecco il piú grande nemico dell’Italia!!!» annotava già nel febbraio 1941 nel suo diario De Bono23), del suo progressivo discredito e dell’allontanamento da esso di vasti settori del paese.
Per comprendere la crisi del regime fascista e il fallimento del PNF e, piú in generale, la diversità del caso italiano rispetto a quelli tedesco e sovietico è indispensabile estendere l’analisi in modo da prendere in considerazione tutta una serie di aspetti della realtà del fascismo negli anni della guerra.
Che tutti i totalitarismi, pur avendo un fondo, una sostanza comune, siano stati per molti aspetti diversi, tant’è che in ciascuno è facile individuare peculiarità sue proprie, è un’affermazione quasi banale. Cosí come pressoché scontata ci pare quella che il totalitarismo fascista, per le caratteristiche storico-culturali dell’Italia, per il modo con cui il fascismo giunse al potere, per gli equilibri e i compromessi che ciò impose al regime e per la particolare visione che ne ebbe Mussolini, fu, per cosí dire, il meno totalitario o, se si preferisce, era quello che al momento dello scoppio della seconda guerra mondiale meno aveva proceduto sulla strada di una compiuta totalitarizzazione dello Stato e della società. Se, infine, questo è vero, è anche vero però – come abbiamo mostrato nel precedente volume24 – che negli anni immediatamente precedenti lo scoppio della guerra e in particolare nel 1937-38 Mussolini si era posto, per tutta una serie di considerazioni che non stiamo qui a ripetere, il problema di rendere effettivamente totalitario il regime e aveva mosso vari passi sulla strada di quella che considerava, diciamo cosí, la via fascista al totalitarismo, una via diversa da quelle nazista e bolscevica, ma che avrebbe dovuto produrre effetti in buona parte analoghi, anche se gli strumenti per ottenerli sarebbero stati in buona parte diversi e il risultato finale consono – a suo dire – all’altezza della civiltà e della «missione» dell’Italia. È in questo momento che, per noi, va posto l’inizio della crisi del regime.
Sino a quando l’obiettivo principale di Mussolini era stato quello di durare, il regime si era venuto strutturando e si era attestato su basi che, se per un verso imponevano a tutte le sue componenti una serie di sacrifici, di compromessi e di equilibrismi, per un altro risultavano tutto sommato soddisfacenti per ciascuna di esse. Quanto poi a Mussolini, questo tipo di regime era, in quel particolare momento, quanto di meglio egli, nel suo realismo, potesse volere. Senza dilungarci su cose già dette, basterà ricordare tre degli aspetti di quel regime per lui piú vantaggiosi: 1) fondato com’era su una serie di equilibri e di compromessi, esso esaltava politicamente il suo ruolo e la sua immagine, facendone la fonte del potere e l’arbitro a cui rivolgersi per sanare o riequilibrare situazioni che minacciassero o avessero alterato quei compromessi e quegli equilibri; 2) grazie al suo prestigio personale, a questa funzione «arbitrale» e al fatto di detenere la somma di poteri di gran lunga maggiore, egli poteva continuamente erodere a proprio vantaggio margini via via piú consistenti del potere detenuto dagli altri partners di regime; 3) questo tipo di regime gli permetteva di risolvere nel migliore dei modi il problema del partito altrimenti irrisolvibile, dato che, se per un verso non poteva fare a meno di esso perché gli assicurava una forza propria ad deterrendum e gli era necessario per la formazione delle giovani generazioni «del littorio», per un altro verso non poteva accettarne l’estremismo e la carica antisistema. Ora, avviata la svolta totalitaria, perché questa potesse venir realizzata e potesse effettivamente trasformare il carattere e le strutture portanti del regime, occorrevano tempo e quella libertà di movimento che sola poteva permettere a Mussolini di destreggiarsi e di tenere a bada tutti coloro che essa avrebbe danneggiato o che, in campo fascista, avrebbero cercato di trarne vantaggio per rafforzare il loro potere e indirizzarla secondo le loro aspirazioni; il tutto però riducendo al minimo le rotture, evitando il costituirsi di piú o meno ibride alleanze volte a difendere il proprio potere e cercando, al contrario, di coinvolgervi il piú possibile tutte le forze in presenza e, addirittura, di servirsene per realizzare l’incontrastato potere dello Stato totalitario sulla società. Il che, riferito in particolare al partito, voleva dire tenere a bada, usandoli gli uni contro gli altri in modo si neutralizzassero a vicenda, i Farinacci, ma anche i Bottai e persino gli Starace, il partito politico cioè, valorizzando al contempo uomini nuovi, «mussoliniani» piuttosto che «fascisti» alla vecchia maniera, e lo stesso partito, non in quanto però centro politico propulsivo della «rivoluzione fascista» e del suo nuovo Stato, ma come strumento burocratico, il piú possibile indiretto – attraverso cioè le organizzazioni di massa da esso dipendenti, quali la Gil, l’Ond, le Massaie rurali, ecc. –, della omogeneizzazione della società, dell’educazione politica delle masse25 e, dunque, del consenso. Ché tutto Mussolini poteva accettare salvo l’idea che il partito riacquistasse autonomia ed iniziativa politica rispetto allo Stato. Anche a prescindere dalla sua radicata diffidenza e ostilità per il partito, ciò avrebbe infatti inevitabilmente sfigurato l’«originalità» e la «modernità» «etica, culturale e giuridica» della dittatura fascista e avrebbe portato il regime ad assumere un carattere simile a quello nazista. Uno sbocco, questo, non solo osteggiato dalla grandissima maggioranza della classe dirigente e dello stesso fascismo26, per non dire dalla Chiesa, ma che lo stesso Mussolini rifiutava, sia perché lo riteneva dannoso alla propria immagine e alla propria politica interna ed estera, sia soprattutto perché lo considerava incompatibile con i valori che pensava avrebbero costituito il substrato della «nuova civiltà» della «nuova società» e quindi dell’«ordine nuovo» che era convinto il fascismo interpretasse e dovesse segnare con la propria «sapienza e saggezza romane».
Una operazione di questo genere, già di per sé non facile, aveva bisogno – lo si è detto – di tempo e di libertà di movimento, due cose che con la seconda metà del 1939 e ancor piú dopo la sua decisione di scendere in guerra erano venute a mancare a Mussolini. In un primo momento è probabile che egli non se ne preoccupasse menomamente. Nella prospettiva della guerra breve, una battuta d’arresto di qualche mese (durante la quale egli avrebbe accentrato nelle sue mani la gestione di tutta la politica nazionale ed impedito cosí ogni iniziativa che potesse rafforzare il partito) non significava in pratica nulla e, anzi, favoriva i suoi propositi: vinta la guerra tutto sarebbe stato piú facile, nessuno infatti avrebbe avuto la possibilità o il coraggio di contrastarlo, né di cercare di imbastire «subdole» manovre tampone come quella tentata nell’estate del 1940 dalla Confederazione dell’industria per escludere dal nuovo codice civile la legislazione corporativa e le norme giuridiche riflettenti l’ordine corporativo27. La situazione si era però ben presto venuta modificando. Prima le drammatiche vicende greche, poi il trasformarsi della prospettiva della «guerra breve» nella realtà della «guerra lunga» e le loro ripercussioni a tutti i livelli della vita nazionale avevano posto infatti Mussolini nella condizione di dover ripensare tutta l’operazione totalitarizzazione del regime e di trovare ad essa una soluzione adeguata al momento. Una soluzione, cioè, che giovasse al regime senza scontentare troppi, meglio nessuno, ma, al tempo stesso, non lo costringesse né a rinunciare ai suoi propositi né, tanto meno, ad alcune delle idee nelle quali piú credeva. Da qui il suo rinviare a dopo la fine della guerra tutta una serie di questioni, da quella della liquidazione della monarchia (verso la quale il suo atteggiamento si fece anzi piú deferente) a quella della «riorganizzazione» delle forze armate e della «resa dei conti» con la vecchia casta militare e, anche, con il mondo intellettuale borghese. Da qui, ancora, il suo perder interesse per progetti – ai quali abbiamo già fatto cenno nel secondo capitolo – come quello di una «legge sul Duce», ovvero della istituzione, per lui, della carica di cancelliere, distinta e superiore a quella di presidente del Consiglio dei ministri, e lasciarli cadere. Nel caso specifico quasi certamente per il timore di perdere sostanzialmente potere e autonomia, di vedersi crescere a fianco una sorta di contropotere costituzionale e di non avere piú la possibilità di tenersi in contatto diretto con tutti i ministri e i direttori generali e di dar loro direttamente gli ordini28.
A parte aspetti minori sui quali non è il caso di soffermarci e che, comunque, ci pare si debbano vedere non inseriti in una coerente prospettiva generale, ma solo come frutto di esigenze pratiche insorte in conseguenza dello stato di guerra, il ripensamento e il ridimensionamento, e in molti casi il rinvio al dopoguerra, dei programmi totalitari di Mussolini non riguardarono però due questioni – quella del partito e quella della funzione della burocrazia nella gestione dello Stato – per lui irrinunciabili e indilazionabili, sicché egli volle dar loro sistemazione senza attendere la fine del conflitto, convinto di rafforzare cosí il regime e di renderlo piú capace di affrontare la prova della guerra. Tutto il contrario di ciò che invece sortí dalle soluzioni – meglio, come vedremo, sarebbe dire dai tentativi di soluzioni – da lui prescelte per esse.
* * *
In entrambi i casi a dare a Mussolini la spinta decisiva fu la situazione interna provocata dal fallimento dell’attacco alla Grecia. Appena delineatosi, questo aveva subito suscitato in tutto il paese – come abbiamo già detto – un profondo malessere, che in breve si era sempre piú accresciuto, dapprima prendendo di mira soprattutto Ciano e il suo «contorno» e facendo circolare voci di imminenti cambiamenti nelle alte sfere (tra cui quello di Ciano con Grandi) e di dure contrapposizioni tra antimonarchici e filotedeschi (che avrebbero tramato addirittura una cospirazione) da un lato e fedeli alla monarchia dall’altro; e che poi si era trasformato in una dilagante sfiducia nelle gerarchie sia politiche che militari e aveva intaccato profondamente anche il prestigio personale di Mussolini29. Tanto che già il 21 dicembre, parlando con il primo aiutante di campo del re, generale Puntoni, il colonnello Amé sarebbe arrivato a definire lo stato d’animo predominante in quei giorni tra gli italiani «simile a quello che s’impadroní dei francesi alla vigilia della catastrofe» e a parlare di «bancarotta morale» e, riguardo al fascismo, della crisi piú grave di tutte quelle che esso aveva attraversato in passato30.
Gravissima a tutti i livelli, la situazione era – se cosí si può dire – ancor piú grave ai vertici del regime, in quelli militari, ma ancor piú in quelli politici. E in questi non solo tra gli ex fiancheggiatori e tra quei pochi, pochissimi, che erano stati contrari all’intervento in guerra, ma anche tra i vecchi fascisti che costituivano la leadership del regime e tra coloro che dell’intervento erano stati sostenitori e si erano adoperati per esso. Ché, a ben vedere, se tra le ricette di costoro per affrontare la crisi vi erano – quando non vi era il vuoto assoluto – profonde differenze, queste non si riscontravano invece nel tipo di reazione provocata in loro dalla vicenda greca e poi da quelle di Taranto e dell’Africa settentrionale; in particolare: una comune convinzione che la drammaticità della crisi comportasse una radicale revisione del modo con cui sino allora Mussolini aveva affrontato e gestito la guerra e dello stesso «sistema di governo e di comando, accentrato fino ad abolire ogni competenza e responsabilità» a cui si era ridotto il regime. «Un sistema, – per dirla con Bottai31, – cui non è dato di colpire mancanze e colpe, perché, se lo si colpisce in un punto, si colpisce al centro». Una reazione largamente giustificata, ma che era inficiata dal fatto che, con le uniche vere eccezioni di Farinacci (che fu l’unico a porsi subito di fronte alla situazione in termini, comunque li si giudichi, politicamente positivi, senza cioè gli schemi pseudointellettualistici, i moralismi o i cinismi che erano per gli altri soprattutto un modo per giustificare la propria passività e il proprio sottrarsi a scelte responsabili32) e di Grandi (che fu l’unico, alla fine, capace di assumersi la responsabilità politica e morale della liquidazione politica di Mussolini e di ideare un piano – quanto realistico è un’altra questione che per il momento però non ci interessa – per trarre l’Italia fuori dai frangenti sui quali stava naufragando) essa finiva per essere per questi uomini non solo sterile, ma in larga parte frutto di anni di frustrazioni e di rancori accuratamente nascosti nei confronti di Mussolini; di un Mussolini che li aveva «delusi» e «maltrattati», non aveva dato loro in tante occasioni ascolto, ma senza il quale sapevano bene che sarebbero stati nulla o, comunque, non avrebbero raggiunto il potere che avevano raggiunto e i benefici ad esso connessi.
La memorialistica e soprattutto la diaristica sono a questo proposito eloquenti e offrono un quadro dall’interno della crisi, del disfacimento della leadership del regime dopo i primi mesi di guerra essenziale per capire la crisi del regime e lo stato d’animo e il comportamento di Mussolini. Un disfacimento che – fatta eccezione per pochi uomini come Pirelli e Grandi (non a caso periferici rispetto al nucleo piú caratteristico della leadership per formazione e conoscenza diretta di altre realtà nazionali) che, pur non mancando di criticare, e duramente, Mussolini e il regime, assunsero un atteggiamento piú responsabile – coinvolse, sia pure in misure diverse, un po’ tutti tant’è che alcuni – pochi in verità –, pur rimanendone «segnati» per sempre, sarebbero riusciti in un secondo momento a reagire «positivamente»: uomini «semplici» come un Cianetti o rotti a tutte le esperienze come un Rossoni; personaggi ormai ridotti al ruolo di isteriche cassandre come un De Bono o coinvolti in pieno nell’aggressione alla Grecia e preoccupati solo di accollare a Mussolini anche le proprie responsabilità come un Ciano; intellettuali che avevano preteso di rappresentare l’élite del fascismo come un Bottai. Un disfacimento, ancora, che si manifestò in molti modi, tra i quali uno destinato a caratterizzare la nuova realtà del regime determinata dal fallimento dell’attacco alla Grecia e di cui è impossibile non tenere conto per comprendere sia questa nuova realtà, sia il comportamento di Mussolini, sia, su un piano piú generale, il carattere, i limiti della leadership fascista tradizionale, il suo non esser mai riuscita a costituirsi in un vero e proprio gruppo dirigente capace di comportarsi come tale e di averne la consapevolezza e, dunque, la forza morale di reagire alle difficoltà (al contrario di quelle sovietica e nazista che nei momenti piú difficili della guerra non si sbandarono e fecero corpo attorno ai rispettivi leaders e regimi) e la coscienza del danno che non facendolo arrecava al paese e all’idea che pretendeva impersonare.
La crisi greca, infatti, da un lato spinse molti a prendere nel loro intimo piú o meno consapevolmente le distanze da Mussolini, da un altro determinò l’avvio di un nuovo tipo di rapporti, di amicizie33 fondati però quasi sempre non tanto su un vero desiderio di adoperarsi per trovare una via d’uscita dalla situazione nella quale si trovava l’Italia, quanto sul comune impotente rancore nei confronti di Mussolini e sull’intento di dar vita ad un sistema di solidarietà reciproche volte a scongiurare il rischio che il «capo» li estromettesse dal potere. Decisiva fu in questo senso l’impressione provocata, anche tra coloro che non ne avevano condiviso le posizioni e lo avevano combattuto, dalla defenestrazione, nel maggio 1941, da capo di stato maggiore della Milizia e dalla «messa a riposo» di un «vecchio fascista» come Starace34. Ché nessuno dei tanti critici di Mussolini e del regime (che quando erano tra loro e la situazione militare era piú critica parlavano come «un gruppo d’opposizione»35, salvo, quando questa migliorava, tornare in molti casi ad ostentare la loro fiducia nella vittoria e talvolta persino la loro «devozione» al «duce») pensò almeno di ritirarsi dalla vita politica ma, anzi, si aggrapparono tutti al potere (o alla sua parvenza) che avevano, ricorrendo ad ogni espediente per conservarlo, non escluso quello di ingraziarsi i nuovi potenti, persino quelli che consideravano i piú nefasti36. Cosí come nessuno, di fronte al dramma che giorno dopo giorno sempre piú si addensava sul paese, si pose l’interrogativo se le responsabilità, le colpe, gli errori di Mussolini non fossero che la conseguenza, i frutti di quel sistema – il fascismo – di cui essi non erano meno responsabili del «duce» e nella cui validità continuavano a credere; sicché per essi attribuire a Mussolini la responsabilità di tutti gli insuccessi finiva per essere – consapevolmente o no poco importa – il modo per sottrarsi alle proprie responsabilità e riaffermare la bontà delle proprie intenzioni e la validità del «proprio» fascismo, «stravolto» e «corrotto» da Mussolini, e per giustificare la propria passività, la propria mancanza di idee e di iniziative, il proprio galleggiare sulla crisi («in genere», annotava nel gennaio 1942 Ravasio37, «noto in tutti molta confusione di idee: nessuno si preoccupa della guerra; tutti sono piuttosto preoccupati delle loro posizioni personali, che vogliono migliorare o riconquistare se hanno perduto»), senza porsi realmente il problema della guerra e di come uscirne né gli altri che il regime aveva avanti a sé. Quasi che le colpe e gli errori di Mussolini, se li assolvevano dalle loro colpe e dai loro errori passati, li autorizzassero ad accollare a lui, e a lui solo, l’onere e la responsabilità di trovare le necessarie vie d’uscita. E questo sino ad arrivare al caso limite di un Ciano che, rassegnatosi all’idea che l’unica possibile via di uscita fosse ormai quella di una vittoria tedesca – nella quale però non credeva – avrebbe finito nel 1942 per «chiudere bottega» e mostrare «un’arrendevolezza esagerata anche se muta e un po’ arcigna» verso Berlino38 e per assumere un atteggiamento a mezzo tra il compatimento e il disprezzo per ciò che, bene o male, Mussolini cercava di fare per contenere in qualche misura la crescente prepotenza dell’alleato e per influire sulle sue scelte politiche.
A parte singoli casi, riguardanti essenzialmente esponenti non di primo piano, da questo stato di passività buona parte della leadership fascista tradizionale sarebbe cominciata ad uscire solo nei primi mesi del 1943 e anche allora in modi che è difficile definire altrimenti che velleitari. Persino il voto del 25 luglio sarebbe stato – come vedremo – per la maggioranza dei membri del Gran Consiglio che votarono l’o.d.g. Grandi piú che un atto veramente consapevole il frutto della regia di alcuni di essi e in particolare di Grandi. Questo atteggiamento spiega o contribuisce a spiegare vari altri aspetti della realtà italiana e fascista dalla fine del 1940 in poi. Spiega, per esempio, perché questi uomini furono via via abbandonati persino da una parte dei loro amici personali e fedeli sostenitori (tipici i casi di Anfuso e di Pavolini rispetto a Ciano) che, disgustati dal loro comportamento, ne sarebbero divenuti avversari implacabili; e, piú in generale, l’ostilità che su essi, già prima della RSI, riversò larga parte del «nuovo fascismo» giovanile. Quanto, infine, alle sue molteplici conseguenze, su una almeno è necessario richiamare l’attenzione: il moltiplicarsi cioè a dismisura delle voci e delle indiscrezioni su veri e presunti contrasti tra i vari organi del regime e tra i gruppi di potere, le correnti al suo interno, sulle disfunzioni, la corruzione, gli scandali di esso, su sempre imminenti mutamenti nel governo e ai vertici del partito, su iniziative e contatti che questo o quell’esponente fascista avrebbe tentato o stabilito con i piú disparati «oppositori interni» (militari, uomini dell’economia e della finanza, antifascisti dichiarati), ecc. Sia pure con alti e bassi a seconda dell’andamento della guerra per l’Asse, questo tambureggiamento di voci e di indiscrezioni (che quasi sempre nascevano o filtravano, a seconda dei casi, a Roma da dove si diffondevano nelle altre località e talvolta finivano per essere rimbalzate via etere in tutto il paese dalle radio inglese e svizzera con il crisma di autenticità che ciò dava loro presso tanti italiani) non si sarebbe dalla fine del 1940 praticamente piú interrotto e avrebbe molto contribuito ad intorbidare vieppiú le acque del regime e a dare al paese e ai tedeschi una immagine della sua crisi anche piú grave di quella che – superato il momento piú drammatico – era, contribuendo massicciamente alla depressione degli animi degli italiani e al crescere tra essi del discredito e dell’insofferenza verso il regime e tra i tedeschi dell’irritazione, del disprezzo e della diffidenza verso il regime e gli italiani in genere.
Se si ripensa poi alla già ricordata affermazione di monsignor Bartolomasi, ancora nel giugno 1943, secondo la quale il morale dei soldati, specialmente di quelli in zone d’operazioni, era piú alto di quello della popolazione metropolitana viene naturale chiedersi se ciò non dipendesse in parte anche dal fatto che chi era al fronte non viveva o viveva assai meno il clima determinatosi in Italia per il disfacimento del regime.
A porci questa domanda concorrono tre considerazioni. Prima. A parte singoli episodi, comuni del resto a tutti gli eserciti, grossi casi di sbandamento di interi reparti, anche in condizioni molto difficili per non dire disperate (come in Tunisia, dove i reparti italiani si batterono sino alla fine e meglio di quelli tedeschi), non se ne ebbero prima dello sbarco alleato in Sicilia, prima cioè che la disfatta non apparve a tutti inevitabile ed imminente e tra i militari, soprattutto dell’Esercito – che in grande maggioranza, per un verso erano alla loro prima esperienza di guerra (ché ben diverso fu il comportamento dell’Aeronautica, da anni sulla breccia), per un altro erano rimasti sempre in Italia ed erano, dunque, partecipi dello scontento e della demoralizzazione che da tempo caratterizzava la vita nazionale e, per un altro verso ancora, erano in parte nativi dell’isola – prese il sopravvento il naturale desiderio di salvare la propria vita e di raggiungere le proprie famiglie39. Seconda. I casi di autolesionismo e di diserzione furono nei primi tre anni di guerra assai meno numerosi che nel 1915-18. Un esame delle denunce alla magistratura militare, dei processi celebrati dai tribunali militari e della relativa documentazione40 mostra che i disertori durante la campagna di Grecia furono meno numerosi di quanto si disse e si è scritto: su 3395 denunce per diserzione e abbandono di posto ben 3114 riguardarono militari albanesi e solo 211 militari e 70 militarizzati italiani41; quanto agli altri fronti42, pur andando, soprattutto nella seconda metà del 1942 e nella prima del 1943, crescendo, sia la diserzione (gran parte delle denunce per tale reato veniva successivamente derubricata in quella di ritardato rientro al corpo43) che l’autolesionismo si mantennero sino all’invasione della Sicilia sempre entro limiti fisiologici. Significativo ci pare però soprattutto il fatto che la gran maggioranza dei casi di diserzione si verificò in patria e non in zona di guerra44. Terza. Secondo le relazioni mensili dei Carabinieri sullo spirito delle truppe45, sino alla caduta della testa di ponte tunisina in genere il morale degli ufficiali fu «buono», quello dei sottufficiali «soddisfacente», quello della truppa «elevato»46.
Un tale atteggiamento può essere spiegato solo tenendo conto di tutta una serie di fattori particolari e generali; tra questi ultimi un peso non irrilevante dovette avere certamente il fatto che gli ufficiali risentivano piú dei militari di truppa del clima di disfacimento del regime. Ma a risentirne furono, sempre in genere, soprattutto le gerarchie militari, nelle quali si rafforzò e diffuse un senso di perplessità e, ancor piú, di scoraggiamento (che in parte si estese via via ai loro sottoposti) che ebbe come conseguenza principale quella di far loro considerare inevitabile la sconfitta e, quindi, opportuno risparmiare al massimo le forze e quelle migliori in particolare (caratteristico è in questo senso che, con la sola eccezione di quelle inviate sul fronte russo, per le quali fu necessario attingere alla «riserva» che era in Italia, le truppe mandate oltremare non furono mai le migliori), non correre eccessivi rischi, propendere soprattutto per la difensiva e impegnarsi possibilmente solo in presenza di condizioni sicuramente favorevoli. Un atteggiamento, questo, militarmente assurdo, ché, come ha giustamente osservato il Mockler47, «un esercito che si crede sul punto di essere sconfitto è piú che a metà strada verso la sconfitta», e anche politicamente autolesionista, perché acuiva la sfiducia e la diffidenza dei tedeschi e contribuiva cosí ad accreditare a Berlino la convinzione che gli aiuti all’Italia dovessero limitarsi all’indispensabile per evitarne il crollo. In quest’ottica, per fare un solo esempio, ci pare sicuramente da vedere la proposta fatta nel febbraio 1941 dal generale Gazzera al duca d’Aosta, e da questi respinta, di chiedere a Mussolini l’autorizzazione a trattare un armistizio per l’Impero48.
Come abbiamo già accennato, fu in questa situazione, determinatasi con il fallimento dell’attacco alla Grecia e aggravatasi vieppiú con i rovesci di Taranto e, poi, in Africa settentrionale, che Mussolini decise di rinunciare per il momento a pressoché tutte le operazioni attraverso le quali aveva, piú o meno chiaramente a seconda dei casi, pensato di giungere alla totalitarizzazione del regime, ma, al tempo stesso, di premere l’acceleratore delle due riguardanti la burocrazia e il partito che, proprio alla luce di quanto stava avvenendo nel regime, dovevano apparirgli assolutamente urgenti e necessarie anche a prescindere dal piú generale contesto della realizzazione di un compiuto totalitarismo fascista.
Nel precedente volume49 abbiamo già visto come, verso la fine di luglio, prima dunque del precipitare della situazione militare, ad Alfieri che cercava di sondarlo sui motivi della sua «solitudine» e di suggerirgli l’idea che «un piú vivo commercio con gli uomini» avrebbe dato conforto alla sua «tristezza», Mussolini aveva replicato che ormai si era abituato alla solitudine e che, per quanto triste, la preferiva perché lo difendeva «dall’intimità, in cui non s’è mai soli a tracciare i confini tra sé e gli altri». Una risposta che rende benissimo l’involuzione psicologica, lo stato d’animo che dopo la conquista dell’Etiopia avevano sempre piú caratterizzato la sua personalità50, ma che, assai probabilmente, risentiva anche della sua sfiducia verso pressoché tutti i suoi collaboratori «ufficiali», la disistima addirittura in certi casi, e, insieme, di una sorta di oscura consapevolezza di non essere né oggettivamente né soggettivamente (umanamente cioè) in grado di potersene liberare e persino di non riuscire tête-à-tête ad imporsi, a resistere loro come avrebbe voluto. Diciamo questo perché, se è vero che il nuovo ruolo che tra la fine del 1940 e gli inizi del 1941 Mussolini pensò di assegnare alla burocrazia aveva in lui radici profonde51 e dovette apparirgli indispensabile per fronteggiare la crisi del regime e l’inadeguatezza della classe dirigente fascista, tutto lascia ritenere che sulla sua decisione dovette influire anche una forte componente di carattere psicologico: poter farla finalmente finita con tanta gente che da tempo non stimava piú e che col proprio comportamento dava ora pienamente ragione al suo giudizio e lo autorizzava a trattarla come meritava. Né va sottovalutato un altro aspetto della personalità di Mussolini che, rimasto latente per anni, tornò in primo piano durante la guerra, influí su piú di una delle sue decisioni e via via persino sul suo atteggiamento verso la realtà; da un lato dandogli a lungo una fiducia nel futuro che altrimenti sarebbe incomprensibile, da un altro contribuendo a trattenerlo da iniziative, da decisioni che il suo realismo, anche nei momenti di maggior appannamento, non poteva non fargli ritenere indilazionabili. Ci riferiamo alla componente «eretica» della sua personalità.
Già Gaudens Megaro, parlando della collaborazione di Mussolini a «La lima» nel 1908 richiamò l’attenzione sullo pseudonimo «Vero eretico» da lui usato nella maggioranza di tali articoli, osservando che essi trattavano anche argomenti riguardanti il socialismo e non solo la Chiesa e i cattolici e che, pertanto, non erano solo espressione della polemica anticlericale che aveva caratterizzato quelli scritti nel 1902-903 in Svizzera52:
Mussolini si considerava un vero eretico, non soltanto verso la religione, ma anche verso il socialismo riformista e sosteneva essere gravissimo errore confondere il socialismo coi partiti socialisti.
Piú recentemente alcuni studiosi, in particolare Augusto Del Noce ed Emilio Gentile, hanno parlato di lui come di un «eretico del marxismo», di un «eretico del socialismo», di un «eretico contro il socialismo»53. Tutti hanno tenuto però il discorso sul terreno ideologico-politico, né lo hanno ricollegato al Giovanni Huss il veridico, anche da loro considerato un’operetta giovanile di nessun interesse, salvo che come conferma della forte carica anticlericale di Mussolini. In realtà lo Huss – e la sua vicenda editoriale54 lo conferma – può essere letto anche in un’altra chiave, piú attinente alla personalità, alla psicologia mussoliniane, piuttosto che alla sua ideologia e, per quel che riguarda la sua azione politica, piú che al suo farsi, ai suoi precondizionamenti piú propriamente psicologici. Ai fini della questione che qui ci interessa, ciò che nell’Huss ci pare infatti importante non è lo spirito anticlericale che lo pervade e neppure il fatto che Mussolini insista tanto nell’attribuire la genesi del movimento hussita alla compresenza di due elementi «inscindibili», «il religioso e il nazionalistico», ma la seconda delle due spiegazioni (la prima di tipo genericamente storico e pressoché ovvia) che egli dà dello «sfaldamento» e della «degenerazione» di esso dopo la morte di Huss: «l’eresia è uccisa dal partito politico, il taboritismo è infatti un moto piú politico-sociale che religioso»55. Una spiegazione facile da capire se appena si pensa che, quando la scrisse – nei primi mesi del 1912 – Mussolini, pur non essendo piú un oscuro e un po’ pittoresco socialista romagnolo ed avviandosi ad essere di là a pochissimo l’uomo nuovo del socialismo italiano, già si sentiva «un po’ dépaysé» non solo nel partito ma tra i suoi stessi compagni rivoluzionari, cosí lontani dalla sua «concezione religiosa del socialismo» e cosí «filistei»56, un eretico che percepiva il rischio incombente che la sua eresia, la sua «riforma» fossero uccise, appunto, dal partito e, forse, già pensava a sé come a qualcosa di piú di un semplice eretico, ad un eretico e corruttore al tempo stesso. Una sorta di quintessenza dell’eretico a cui Mussolini – sia da socialista sia da fascista – avrebbe negli anni successivi fatto vaghi accenni, salvo in un caso, nell’aprile del 1920, quando, prendendo spunto da una polemica tra «l’Avanti!» e Francesco Ciccotti, si dilungò a spiegare cosa, particolarmente, intendesse con corruttore.
Ogni movimento collettivo, – scrisse57, – sociale o religioso, ha degli ortodossi che vogliono conservarlo nelle sue rigide linee essenziali, incapsularlo nel dogma immutabile, per impedirne le deviazioni. Di fronte agli ortodossi, che appaiono i custodi gelosi della staticità del movimento, stanno gli eretici, i quali insorgono nell’atteggiamento dei demolitori, dei rinnegatori, degli anticipatori. Ma la loro antitesi non tocca le masse, le quali sono misoneiste e si adagiano – per l’istinto di conservazione – il piú a lungo possibile nella creduta verità. Gli eretici, dal di fuori, rendono in un certo senso un servizio prezioso all’ortodossia. Fra queste due forze – utili entrambe nel gioco degli avvenimenti storici, la prima alle masse, la seconda agli individui, e che si condizionano a vicenda – sorge la forza dei corruttori, cioè di quelli che introducono, quasi di soppiatto, a piccole ma quotidiane dosi mitridatiche, il veleno dell’eresia nel corpo dell’ortodossia. Il compito dei «corruttori» – compito sotterraneo, complesso, delicato, a base di sfumature – si risolve in una utilità comune all’ortodossia e all’eresia. Senza i «corruttori» l’eresia rimarrebbe condannata nel limbo glorioso delle individualità, senza ripercussioni nelle masse profonde; e, d’altra parte, senza i corruttori, l’ortodossia potrebbe cadere – non sembri un paradosso – per «eccesso di staticità».
Ed eretico e corruttore al tempo stesso egli dovette nell’intimo considerarsi sempre, specie nei momenti per lui piú difficili, nel 1914, nel 1919, nel 1921, nel 1924-25, quando fece ricorso al suo carisma di eretico che aveva antiveduto gli avvenimenti e bandito l’eresia e che solo era in grado di assicurarne il prestigio, il credito presso le masse e, dunque, la loro fedeltà ad essa, e insieme alle sue capacità di corruttore che contemporaneamente introduceva nella nuova ortodossia elementi di eresia per salvarla e farla procedere oltre quelle che agli altri apparivano come invalicabili colonne d’Ercole.
Negli anni in cui il problema principale era stato quello di durare la componente «eretica» della personalità di Mussolini non aveva avuto possibilità di manifestarsi altro che in forme e misure del tutto marginali. Già dopo la guerra d’Etiopia, avviata la svolta totalitaria, è però probabile che essa avesse cominciato a riacquistare dinamismo. Diciamo questo pensando sia al perché e al come Mussolini dovette concepire alcuni aspetti della svolta stessa, sia soprattutto allo spirito animatore di fondo di essa, all’intima convinzione cioè di Mussolini di dar vita ad un totalitarismo non solo nuovo e diverso da quelli esistenti, degno della «civiltà» e della «missione» italiane, ma in grado di agire da corruttore di quello nazista. Bandita l’eresia e portatala alla vittoria, Mussolini doveva insomma sentire ormai la necessità di corromperne l’ortodossia, facendosi banditore col suo totalitarismo di una nuova eresia interna all’eresia stessa, in modo da impedire ad essa di cadere in uno stato di staticità che le avrebbe precluso la possibilità di una naturale ulteriore estensione ad altre comunità nazionali e, soprattutto, avrebbe fatto della Germania nazionalsocialista il centro egemone, il Vaticano, dell’ortodossia totalitaria e condannato l’Italia fascista, oggettivamente tanto meno potente, ad una condizione di subordinazione ad essa. Certa ci pare comunque l’importanza che la componente «eretica» assunse in lui col precipitare, nell’estate del 1939 e nella primavera del 1940, della situazione internazionale e, col fallimento dell’attacco alla Grecia, di quella interna e, via via, nel suo modo di porsi di fronte alla realtà della guerra, sí da farne sempre piú un misto di estremo realismo e di estrema fiducia nelle proprie capacità «corruttive». Il suo atteggiamento rispetto all’esplodere della crisi del regime tra la fine del 1940 e gli inizi del 1941 è da questo punto di vista significativo.
Alla necessità di assegnare nuovi e piú precisi compiti all’alta burocrazia e alla pubblica amministrazione in genere e di risolvere alla radice la questione della funzione del partito nel regime Mussolini, lo si è detto, pensava già da tempo. Almeno da quando si era dovuto rendere conto che la classe dirigente fascista, diciamo cosí, tradizionale, quella degli uomini della «rivoluzione» o si era adagiata su una posizione di difesa a oltranza del proprio potere e dei propri privilegi o era incapace e timorosa di tenere il suo passo o, addirittura, aveva per il futuro del regime idee spesso diverse dalle sue, e che quella che sarebbe dovuta essere la sua vera classe dirigente, espressione dei suoi giovani, stentava a prendere corpo, mostrava di non essere spesso all’altezza delle sue attese e trovava nei vecchi fascisti forti resistenze a cederle le leve del regime. L’allontanamento di Starace dalla guida del PNF aveva costituito un primo segno della sua volontà di cominciare a sbloccare questa situazione sul versante del partito. A parte l’errore macroscopico commesso scegliendo Muti, come si è detto, che fece rimpiangere Starace anche a chi aveva tratto alla sua liquidazione un respiro di sollievo e persino a chi si era adoperato per essa e che determinò nel partito una situazione tale che a succedergli finí per essere un altro staraciano di fatto come Serena58, il problema era però assai piú complesso ed è difficile pensare che Mussolini non capisse che cambiare il segretario del partito significava ben poco. Poteva essere un «segnale», poteva essere un passo preparatorio sulla via dello smantellamento del potere del vecchio fascismo, colpito in uno dei suoi gruppi piú forti, ma non altro.
In diciotto anni di potere fascista e in quindici di regime, la classe dirigente si era messa, e non solo per opportunismo, l’orbace, ma non era molto cambiata, certo assai meno di quanto Mussolini avrebbe voluto. Anche laddove vi erano stati i maggiori cambiamenti, nella sua parte piú propriamente politica, questi erano avvenuti soprattutto nei primi anni, dopo di che il ricambio era stato via via piú modesto e piú apparente che sostanziale. E, grosso modo, lo stesso si può dire, salvo che per i tempi un po’ diversi, anche per la sua parte politico-amministrativa. Nell’assoluta mancanza di studi sulla classe dirigente in periodo fascista, fare qualche esempio può essere utile.
Nel 1913 l’età media dei deputati era di 50 anni, nel 1919, di 46 e nel 1921 di 45, in parte grazie all’apporto di quelli fascisti, in genere tra i piú giovani. Nel 1924 era scesa ancora di due punti e ancora grazie agli eletti nelle due liste fasciste (42 anni di età media) nelle quali erano inclusi però anche molti fiancheggiatori, spesso anziani. Dopo di allora, e proprio a Camere completamente fasciste, prima era rimasta ferma (43 per i deputati eletti nel 1929), poi aveva ripreso a salire, in contrasto con tutti i propositi di ringiovanimento e con tutte le dichiarazioni di voler far «largo ai giovani». Con le elezioni del 1934 si era attestata a quota 45, per salire nella Camera dei fasci e delle corporazioni addirittura a 48. Indicativo è altresí il numero degli ex deputati rieletti: il 49,50 per cento nel 1929 e addirittura il 62,75 per cento nel 1934; né ci si deve far trarre in inganno dal suo discendere al 38,97 per cento nella Camera dei fasci e delle corporazioni dati i criteri tutti diversi della composizione di questa assemblea rispetto alle precedenti. Al mancato ringiovanimento e ricambio si era aggiunta altresí una rappresentatività ancora piú squilibrata che nel passato sotto il profilo delle grandi suddivisioni regionali. Come si può desumere dalla prima delle tavole che seguono, i deputati orginari del Nord costituirono per tutto l’arco del regime il gruppo piú numeroso e, ciò che piú conta, piú vicino alla corrispondente media della popolazione rappresentata su quella nazionale59; quelli originari del Sud e delle Isole subirono invece un progressivo crollo sino ad attestarsi nella Camera dei fasci e delle corporazioni su una media di piú di 11 punti inferiore a quella delle popolazioni rappresentate; il tutto a vantaggio di quelli originari del Centro che andarono sempre aumentando e sovrarappresentando fortemente le loro regioni; che, poi, erano quelle che avevano dato vita a due almeno dei fascismi «della vigilia» piú importanti, l’emiliano-romagnolo e il toscano, e in cui era compresa Roma con il suo grande e crescente concentramento di poteri attorno al governo e al partito. La stessa sostanziale staticità si ebbe (salvo che per i senatori il cui numero andò sempre decrescendo) nel governo: l’età media dei ministri e dei sottosegretari nei dicasteri di cui era titolare Mussolini non subí che una limitata flessione, mentre la sua composizione rispetto alle grandi suddivisioni regionali fu caratterizzata essenzialmente da una forte penalizzazione del Sud e soprattutto delle Isole.
Quanto poi all’alta burocrazia va fatta una duplice distinzione, tra quella piú politica (degli Interni e degli Esteri) e quella piú tecnica e tra quella dei nuovi ministeri piú propriamente fascisti (delle Corporazioni, della Cultura popolare e, sostanzialmente, anche dell’Africa italiana) e quelli tradizionali o creati su basi e con personale tratti essenzialmente da questi (Scambi e valute e Fabbricazioni di guerra). Nei ministeri tecnici tradizionali il livello dell’alta burocrazia si mantenne complessivamente elevato, al contrario di quella medio bassa, che risentí pesantemente, per un verso, dell’esodo di non pochi dei migliori funzionari verso gli impieghi privati, gli enti pubblici, le amministrazioni parallele e le libere professioni e, per un altro verso, dell’abbassamento della condizione sociale e della preparazione culturale dei nuovi funzionari, attratti dalla pubblica amministrazione assai piú che dalla idea di poter assolvere ad una funzione socialmente (o politicamente) utile, dalla sicurezza del «posto fisso» e dalle agevolazioni dirette o indirette assicurate loro dal regime60. Una maggiore uniformità tra i vari livelli si ebbe nei ministeri piú propriamente fascisti e in alcuni enti pubblici, in cui i funzionari, reclutati ad hoc furono, in genere, di buon livello e non di rado fortemente motivati. Un discorso un po’ meno generalizzante va fatto invece per i due ministeri piú politici. Ai livelli medio-bassi le trasformazioni verificatesi in essi non furono molto dissimili da quelle avvenute negli altri ministeri tradizionali, con l’unica eccezione, in quello degli Esteri, di un forte calo di «vocazioni» tra i nobili, compensato per altro in buona parte dall’aumento di quelle tra i «figli della carriera». Ai gradi piú alti – prefetti e rappresentanti diplomatici all’estero – il trend dei due ministeri (si vedano le tabelle 3 e 4) fu parzialmente diverso. Agli Esteri il fatto piú importante fu il forte, costante declino dei diplomatici settentrionali a tutto vantaggio di quelli originari del Sud e ancor piú del Centro e soprattutto delle Isole. Quanto al ringiovanimento – nonostante le immissioni extracarriera – esso fu sull’arco del regime praticamente nullo. Maggiore fu, agli Interni, quello dei prefetti la cui età media passò dai 58 anni del 1941 ai 52 del 1943, con una punta di 48 nel 1929, quando i prefetti extracarriera furono il 29,35 per cento (mentre nel 1943 furono addirittura il 41,49 per cento). Analogo fu invece il processo di «desettentrionalizzazione»: nel 1943 a fronte di 94 prefetture, 43 delle quali al Nord, solo 25 prefetti erano di origine settentrionale, mentre nel 1914, con 69 province, 30 delle quali al Nord, erano stati 39. Anche per i prefetti a farsi, per cosí dire, la parte del leone furono le Isole, seguite dal Centro e dal Sud.
Tabella 1. Deputati (le cifre in corsivo indicano le percentuali).
| Legislatura | Collegi o seggi / Nord | Collegi o seggi / Centro | Collegi o seggi / Sud | Collegi o seggi / Isole | Collegi o seggi / totale | Età / min | Età / max | Età / media |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| XXIV (Elez. 1913) | 227 44,68 |
83 16,34 |
134 26,38 |
64 12,60 |
508 | 30 | 83 | 50 |
| XXV (Elez. 1919) | 226 44,49 |
81 15,94 |
137 26,97 |
64 12,60 |
508 | 26 | 81 | 46 |
| XXVI (Elez. 1921) | ||||||||
| Dati generali | 253 47,29 |
81 15,14 |
137 25,61 |
64 11,96 |
535 | 25 | 79 | 45 |
| Gruppo fascista | 26 4,86 |
8 1,50 |
3 0,56 |
– | 37ᵃ 6,92 |
25 | 56 | 37 |
| Altri gruppi | 227 42,43 |
73 13,64 |
134 25,05 |
64 11,96 |
498ᵇ 93,08 |
26 | 79 | 46 |
| XXVII (Elez. 1924) | ||||||||
| Dati generali | 252 47,10 |
84 15,70 |
130 24,30 |
69 12,90 |
535 | 25 | 82 | 43 |
| Lista Naz. e L Bis | 167 31,22 |
64ᶜ 11,96 |
97ᵈ 18,13 |
46 8,60 |
374ᵉ⁻ᶠ 69,91 |
25 | 70 | 42 |
| Altre liste | 85 15,88 |
20 3,74 |
33 6,17 |
23 4,30 |
161ᵍ 30,09 |
26 | 82 | 46 |
| XXVIII (Elez. 1929) | Collegio unico nazionale | 400 | 26 | 75 | 43 | |||
| XXIX (Elez. 1934) | Collegio unico nazionale | 400 | 28 | 77 | 45 | |||
| XXX (Camera Fasci e C.) | 662ʰ | 29 | 72 | 48 |
| Origine / Nord | Origine / Centro | Origine / Sud | Origine / Isole | Origine / Estero | Ex deputati |
|---|---|---|---|---|---|
| 221 | 84 | 132 | 59 | 12 | |
| 43,50 | 16,54 | 25,99 | 11,61 | 2,36 | 70,47 |
| 219 | 88 | 132 | 68 | 1 | 182 |
| 43,11 | 17,32 | 25,99 | 13,39 | 0,19 | 35,82 |
| 244 | 89 | 136 | 66 | – | 330 |
| 45,61 | 16,64 | 25,42 | 12,33 | 61,68 | |
| 22 | 11 | 4 | – | – | 2 |
| 59,46 | 29,73 | 10,81 | 5,40 | ||
| 222 | 78 | 132 | 66 | – | 328 |
| 44,58 | 15,66 | 26,50 | 13,26 | 65,86 | |
| 232 | 106 | 122 | 71 | 4 | 249 |
| 43,37 | 19,81 | 22,80 | 13,27 | 0,75 | 46,54 |
| 152 | 80 | 92 | 46 | 4 | 129 |
| 40,64 | 21,39 | 24,60 | 12,30 | 1,07 | 34,50 |
| 80 | 26 | 30 | 25 | – | 120 |
| 49,69 | 16,15 | 18,63 | 15,53 | 74,53 | |
| 160 | 99 | 92 | 43 | 6 | 198 |
| 40,00 | 24,75 | 23,00 | 10,75 | 1,50 | 49,50 |
| 160 | 117 | 81 | 37 | 5 | 251 |
| 40,00 | 29,25 | 20,25 | 9,25 | 1,25 | 62,75 |
| 284 | 204 | 115 | 46 | 13 | 258 |
| 42,90 | 30,81 | 17,37 | 6,95 | 1,97 | 38,97 |
ᵃ Di cui il 70,27% eletto al Nord, il 21,62% eletto al Centro e l’8,11% eletto al Sud.
ᵇ Di cui il 45,58% eletto al Nord, il 14,66% eletto al Centro, il 26,91% eletto al Sud e il 12,85% nelle Isole.
ᶜ 56 LN + 8 L Bis.
ᵈ 86 LN + 11 L Bis.
ᵉ 355 LN + 19 L Bis.
ᶠ 44,65% al Nord, 17,11% al Centro, 25,94% al Sud e il 12,30% nelle Isole.
ᵍ 52,80% al Nord, 12,42% al Centro, 20,50% al Sud e il 14,28% nelle Isole.
ʰ Piú il segretario del PNF albanese.
Tabella 2. Governi (le cifre in corsivo indicano le percentuali).
| Membri governo |
Età / min | Età / max | Età / med | Origine / Nord | Origine / Centro | Origine / Sud | |
|---|---|---|---|---|---|---|---|
| 21 marzo 1914 (Salandra) |
12ᵃ | 49 | 74 | 62 | 5 41,66 |
3 25,00 |
3 25,00 |
| 1º agosto 1922 (Facta) |
16 | 40 | 69 | 54 | 5 31,25 |
4 25,00 |
4 25,00 |
| 31 ottobre 1922 (Mussolini) |
16ᵇ | 31 | 63 | 48 | 10 62,50 |
1 6,25 |
2 12,50 |
| 13 settembre 1929 (Mussolini) |
14ᶜ | 33 | 63 | 47 | 9 64,30 |
2 14,28 |
3 21,42 |
| 1º novembre 1939 (Mussolini) |
17ᵈ | 36 | 63 | 46 | 6 35,30 |
6 35,30 |
3 17,65 |
| 25 luglio 1943 (Mussolini) |
18ᵉ | 41 | 65 | 50 | 9 50,00 |
4 22,22 |
4 22,22 |
Tabella 3. Prefetti in sede (le cifre in corsivo indicano le percentuali).
| Province / Nord | Province / Centro | Province / Sud | Province / Isole | Province / totale | Età / min | Età / max | Età / media | |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| 21 marzo 1914 | 30 43,48 |
14 20,29 |
16 23,19 |
9 13,04 |
69 | 46 | 70 | 58 |
| 1º aprile 1924 | 36 47,37 |
14 18,42 |
17 22,37 |
9 11,84 |
76 | 41 | 68 | 54 |
| 1º ottobre 1929 | 42 45,65 |
19 20,65 |
19 20,65 |
12 13,05 |
92 | 31 | 59 | 48 |
| 25 luglio 1943 | 43 45,74 |
20 21,28 |
19 20,21 |
12ᵃ 12,77 |
94ᵇ | 37 | 62 | 52 |
| Origine / Isole | Origine / Estero | Deputati poi consiglieri nazionali |
Senatori | Non parlamentari |
|---|---|---|---|---|
| 1 | – | 8 | 4 | – |
| 8,34 | 66,67 | 33,33 | ||
| 2 | 1 | 13 | 3 | – |
| 12,50 | 6,25 | 81,25 | 18,75 | |
| 3 | – | 12 | 4 | – |
| 18,75 | 75,00 | 25,00 | ||
| – | – | 10 | 3 | 1 |
| 71,43 | 21,42 | 7,15 | ||
| – | 2 | 16 | 1 | – |
| 11,75 | 94,10 | 5,90 | ||
| – | 1 | 17 | 1 | – |
| 5,56 | 94,44 | 5,56 |
ª Salandra presidente del Consiglio e ministro per l’Interno.
ᵇ Compresi i sottosegretari ai ministeri per gli Affari esteri e per l’Interno, di cui era titolare Mussolini.
ᶜ Compreso il sottosegretario al ministero per l’Interno, di cui era titolare Mussolini.
ᵈ Compresi i sottosegretari ai ministeri per l’Interno, la Guerra, la Marina e l’Aeronautica, di cui era titolare Mussolini.
ᵉ Compresi i sottosegretari ai ministeri per gli AA.EE., l’Interno, la Guerra, la Marina e l’Aeronautica, di cui era titolare Mussolini.
| Origine / Nord | Origine / Centro | Origine / Sud | Origine / Isole | Origine / Estero | Extra carriera |
|---|---|---|---|---|---|
| 39 | 4 | 18 | 8 | – | – |
| 56,52 | 5,80 | 26,09 | 11,59 | ||
| 34 | 8 | 24 | 10 | – | 11 |
| 44,73 | 10,53 | 31,58 | 13,16 | 14,47 | |
| 25 | 14 | 35 | 17 | 1 | 27 |
| 27,18 | 15,22 | 38,04 | 18,48 | 1,08 | 29,35 |
| 25 | 20 | 27 | 22 | – | 39 |
| 26,60 | 21,28 | 28,72 | 23,40 | 41,49 |
ª Per le province siciliane occupate prima del 25 luglio è stato considerato il prefetto in carica all’atto dell’occupazione.
ᵇ Esclusi Cattaro, Lubiana e Spalato.
Tabella 4. Rappresentanti diplomatici in sede (le cifre in corsivo indicano le percentuali).
| Residenze | Età / min | Età / max | Età / med | Origine / Nord | Origine / Centro | Origine / Sud | |
|---|---|---|---|---|---|---|---|
| 21 marzo 1914 | 40 | 40 | 64 | 51 | 21 52,50 |
6 15,00 |
7 17,50 |
| 1º aprile 1924 | 46 | 41 | 66 | 50 | 24 52,18 |
11 23,91 |
4 8,70 |
| 1º ottobre 1929 | 48 | 30 | 61 | 48 | 19 39,58 |
14 29,17 |
11 22,92 |
| 10 giugno 1940 | 51 | 41 | 60 | 50 | 18 35,30 |
13 25,49 |
15 29,41 |
| 25 luglio 1943 | 21 | 40 | 66 | 51 | 5 23,81 |
6 28,50 |
4 19,05 |
Se il rinnovamento della burocrazia era ancora inferiore a quello che avrebbe voluto, Mussolini, da buon seguace in questo di Michels, era però convinto che le burocrazie fossero per loro natura il sostegno dei governi e che il loro «opportunismo» potesse essere tenuto a freno e, comunque, che nel suo caso specifico esso fosse meno pericoloso di quello di tanti esponenti del regime, nei quali già prima della vicenda greca aveva perso fiducia, se addirittura non ne diffidava. Le esperienze fatte con le grandi figure dell’amministrazione statale, presidenti della Corte dei conti e del Consiglio di Stato e ragionieri generali dello Stato, con tecnici della statura di Beneduce, Guarneri, Azzolini, con grand-commis come Giannini, ma anche con molti «semplici» direttori generali e capi gabinetto61, avevano rafforzato questa convinzione e gli avevano fatto pensare che, tutto sommato, il regime avrebbe funzionato meglio, e lui personalmente avrebbe avuto collaboratori non solo piú efficienti, ma con meno ambizioni politiche e velleità ideologiche se avesse lavorato «direttamente con la burocrazia» e a tenerne le leve fosse stata questa piuttosto che i politici. Il comportamento di tanti di questi e la crisi del regime provocata dalle sconfitte della fine del 1940 e dell’inizio del 1941 non costituirono pertanto che l’ultima spinta – e l’occasione al tempo stesso – per avviare un «esperimento» al quale pensava da tempo e che, a questo punto, dovette apparirgli urgente anche per una serie di altri motivi: a) per scongiurare il pericolo che l’«opportunismo» della burocrazia potesse indurre questa a prendere anch’essa le distanze dal regime; b) per dare un avvertimento ai gerarchi, allontanarli da Roma e dai loro armeggi e far tacere le loro «vociferazioni» e c) per dare una qualche soddisfazione a quella vasta parte dell’opinione pubblica che vedeva in essi e soprattutto in Ciano i maggiori responsabili dell’attacco alla Grecia e, in genere, dei suoi errori; d) per dare in qualche misura soddisfazione anche ai tedeschi e tacitare il sovrano che, facendosi interprete del «malumore» generale nei confronti di Ciano, non gli aveva nascosto di ritenere opportuna la sua sostituzione62, un passo che in quel momento egli non voleva compiere, ritenendo che – fatto in stato di «costrizione» – si sarebbe ritorto contro di lui sia politicamente (nei rapporti con Berlino e con il sovrano) sia familiarmente (nei rapporti con la figlia Edda). Né, infine, si può sottovalutare un altro fatto. Per quanto convinto della bontà della sua decisione di governare con la burocrazia e dei motivi che concorrevano a renderla in quel momento urgente e necessaria, qualche perplessità sulla bontà della propria ricetta Mussolini doveva ancora averla e, comunque, doveva temere che il ricorso in un momento cosí difficile ad una soluzione tanto radicale e senza precedenti non fosse compreso, provocasse ulteriori sbandamenti e reazioni negative nel paese e gli suscitasse nuovi problemi, in primo luogo con il tradizionalismo e il formalismo di Vittorio Emanuele III, che, se mai, avrebbe preferito un governo di tecnici63.
| Origine / Isole | Origine / Estero | Nobili | Familiari diplomatici |
Extra carriera |
|---|---|---|---|---|
| 3 | 3 | 27 | 2 | 5 |
| 7,50 | 7,50 | 67,50 | 5,00 | 12,50 |
| 5 | 2 | 25 | 5 | 3 |
| 10,87 | 4,34 | 54,35 | 10,87 | 6,52 |
| 3 | 1 | 22 | 5 | 4 |
| 6,25 | 2,08 | 45,83 | 10,42 | 8,33 |
| 4 | 1 | 15 | 7 | 4 |
| 7,84 | 1,96 | 29,41 | 13,72 | 7,84 |
| 5 | 1 | 5 | 2 | 2 |
| 23,81 | 4,76 | 23,81 | 9,52 | 9,52 |
In questa logica si spiega l’altrimenti incomprensibile vicenda dell’improvviso invio al fronte di molti gerarchi e di quasi tutti i ministri e di numerosi sottosegretari ordinato da Mussolini nella prima metà di gennaio. Un ordine che suscitò perplessità nel partito e vivaci proteste da parte di moltissimi dei diretti interessati, specie dei ministri, con i quali Mussolini si comportò in genere in modo estremamente brusco, imponendo loro di prendere subito servizio, senza riceverli in visita di congedo e neppure perché gli riferissero sulle attività ministeriali in corso e mostrandosi con i pochissimi che ricevette tutt’altro che cordiale (salvo che con Gorla, non a caso l’unico dei ministri piú tecnico che politico64), e che, ancora, provocò nell’opinione pubblica piú critiche e perplessità che approvazioni, poiché apparve ai piú una goffa manovra per rilanciare il fascismo e la «tempra guerriera» dei suoi gerarchi, e non incise in nulla sull’atteggiamento dell’élite fascista, se, addirittura, non dette ad essa nuovi motivi e pretesti di critica65. In questa logica si spiega perché Mussolini, che già pensava addirittura all’opportunità di istituire in tutti i ministeri la carica di segretario generale66 nell’intento, evidentemente, di farne il responsabile della gestione dei vari dicasteri, non fece però alcun cenno alla riforma da lui vagheggiata, limitandosi a parlare con Serena, che si era mostrato perplesso sulla opportunità di richiamare alle armi tanti gerarchi, di voler approfittare dell’occasione per fare, lavorando direttamente con la burocrazia, «un interessante esperimento di governo». Un «esperimento» per altro su cui doveva puntare a tal punto che, allorché a metà febbraio si rese conto che l’assenza dei titolari stava provocando in alcuni ministeri un rallentamento di attività e una serie di inconvenienti tutt’altro che di poco conto67, sicché dovette piegarsi a nominare quattro sottosegretari supplenti, le sue scelte (a proposito delle quali si guardò bene dal consultare i rispettivi titolari) caddero su quattro senatori anziani e tecnici68 e la loro nomina, nel comunicato ufficiale, fu motivata sí con l’assenza dei rispettivi ministri «in servizio al fronte», ma a questa motivazione si accompagnava una precisazione che rivela come a questa data non pensasse menomamente ad interrompere l’«esperimento» e, anzi, volesse continuarlo indefinitivamente: la nomina dei quattro sottosegretari era limitata «al periodo bellico».
Contrariamente ai suoi propositi, conclusesi le operazioni contro la Grecia, Mussolini si vide costretto a por fine al suo «esperimento». Ad indurvelo dovettero concorrere piú motivi: il vespaio di critiche che esso aveva suscitato nel gruppo dirigente del regime, l’impazienza e le pressioni degli interessati, impazienti di rientrare in Italia e di riassumere i loro posti69, gli inconvenienti ai quali l’«esperimento» aveva dato luogo e soprattutto, crediamo, il fatto che da esso chi aveva tratto il maggiore guadagno era finito per essere il partito che ne aveva approfittato per estendere il suo potere70; un risultato questo che Mussolini non aveva assolutamente previsto e che contrastava con tutti i suoi propositi. Da qui a dire che mettendovi fine avesse rinunciato definitivamente alla sua idea però ce ne corre. Vari sono i fatti che autorizzano una tale affermazione. Innanzi tutto il suo perdurare in un «atteggiamento freddo e quasi ostile» nei confronti dei gerarchi71 che solo in parte si può spiegare con la disistima che aveva per quasi tutti loro e di cui conosceva bene gli umori, le critiche, le manovre e manovrette sotterranee, le velleità e l’impotenza, le ambizioni e le paure alle quali la «felice» conclusione della guerra di Grecia non aveva menomamente posto fine. Poi il suo cercare di avere con essi e anche con quelli che ricoprivano cariche ministeriali meno rapporti possibili oltre quelli di stretta routine (riunioni del Consiglio dei ministri e rapporti periodici «tabellari»), in genere rapidi, brevi, in cui a parlare era soprattutto lui per comunicare le sue decisioni particolari e le sue valutazioni d’ordine generale. Un comportamento anche questo che non si può attribuire solo alla sua sempre piú accentuata tendenza a chiudersi in se stesso e a ridurre al minimo i contatti con gli altri, anche con coloro con i quali aveva rapporti d’antica data e non ricoprivano incarichi politici. Ché se, da un lato, teneva i ministri in uno stato di isolamento72 per vederli e sentirli il meno possibile e ricorreva sempre piú alla pratica (che divenne quasi un «istituto») dell’«appunto per il Duce», attraverso il quale essi dovevano sottoporgli le loro proposte e osservazioni sulle varie questioni sul tappeto e che lui rimandava loro quasi sempre con un secco «sí» o «no» e il suo visto o, molto piú raramente, con qualche annotazione redatta su sua indicazione dalla sua segreteria particolare73, da un altro lato, non trascurava affatto di seguire le varie questioni con metodica sistematicità, tanto che persino Ciano, pur criticandolo ovunque e con tutti e dicendo che «a volte» era «un po’ fuori della realtà», doveva ammettere che era «sempre calmo, attento, presente a se stesso»74. Solo che preferiva seguirle e trattarle personalmente, scavalcando ministri e sottosegretari e trattando invece con i direttori generali all’interno delle varie amministrazioni. Una tendenza che, lo si è detto, era sempre stata presente (anche se in misure e modi diversi a seconda dei momenti e della natura delle questioni) nel suo modo di gestire gli affari di governo, ma alla quale ora, pur avendo dovuto metter fine all’«esperimento» di governare con i direttori generali, non rinunciò affatto e che, anzi, accentuò, non rendendosi conto che cosí facendo non solo toglieva agli occhi della burocrazia credito e autorità ai ministri, ma conferiva ai direttori generali una autorità e una indipendenza che Giuriati, nell’ultima lettera scrittagli pochi giorni prima del 25 luglio, non avrebbe esitato a definire «perniciose per lo Stato»75. E tanto piú lo erano via via che dai direttori generali passavano – un po’ per la logica del meccanismo, un po’ per il personale interesse di chi voleva tagliarsene una propria fetta o, almeno, raccoglierne le briciole – ai gradi inferiori dell’apparato burocratico. Il che ci riporta alla situazione e ai problemi che abbiamo visto denunciati già verso la fine del 1941 da De Stefani e da lui nel 1943 definiti apertis verbis la principale causa della crisi interna del regime.
Detto questo, viene naturale chiedersi se ad un certo punto Mussolini si rese conto delle conseguenze negative della sua azione volta a privilegiare l’alta burocrazia rispetto ai politici. Rispondere a questa domanda è difficile, praticamente impossibile. Se ci si rifà alla parte del discorso al direttorio del 24 giugno 1943 da lui dedicata alla burocrazia76 bisognerebbe rispondere affermativamente: sia pure in extremis se ne rese almeno parzialmente conto. In esso, infatti, Mussolini difese sí – e con vigore – la media e la piccola burocrazia («la burocrazia italiana è una delle meno numerose fra tutte le nazioni; è la peggio pagata, è la piú onesta ed è quella che trova la piú difficile collaborazione nel pubblico»), attribuendo alla sopravvivenza negli italiani di «richiami storici alle vecchie burocrazie» preunitarie la cattiva fama che godeva e limitando le sue critiche ad aspetti, tutto sommato, in quel momento, secondari (carteggiava troppo e doveva diventare «piú scorrevole» e piú cortese, piú paziente, specialmente nei confronti del «pubblico minuto», del «popolino» «che non conosce le leggi»), ma prese nettamente posizione contro i direttori generali dei ministeri, pochi come numero («saranno cinquanta o sessanta, supponiamo siano settanta»), ma in grado di
effettivamente influire sopra l’amministrazione dello Stato, perché possono determinare le leggi, mettere nelle leggi qualche volta dei piccoli articoli che sembrano anodini, ma che sono fatti apposta per aprire un varco in certe situazioni economiche, talvolta, per certi individui isolati. S’è dato questo caso.
E, su questa linea, informò il direttorio che nell’ultima riunione del Consiglio dei ministri (il 19 giugno) erano stati approvati due provvedimenti, uno per migliorare il trattamento economico dei dipendenti statali, l’altro «che permette ai singoli ministri di allontanare i direttori generali che non sono all’altezza del loro compito»77.
A parte che in quel momento entrambi i provvedimenti annunciati da Mussolini avevano certamente anche altre motivazioni (venire in qualche misura incontro alle necessità di vita e alle richieste dei dipendenti dello Stato e colpire quella parte dell’alta burocrazia che stava prendendo sempre piú nettamente le distanze dal regime), basarci per rispondere all’interrogativo che ci siamo posto solo su queste affermazioni è però impossibile. Lo impedisce un passo di un lungo «appunto per il Duce» che due settimane prima Carlo Scorza, nella sua qualità di nuovo segretario del partito, aveva inviato a Mussolini78 e nel quale il problema della burocrazia era impostato in termini simili, ma anche molto piú drastici, di quelli con i quali il «duce» lo avrebbe affrontato nel suo discorso. Scriveva infatti Scorza:
I vari Ministeri risultano oggi un groviglio di funzioni non sempre definite e piú spesso ancora interferentisi le quali complicano il piú semplice svolgimento della piú semplice pratica. Aggiungo che – frequentemente – tali interferenze vengono eliminate e le pratiche vengono risolte sulla base di una comune e ormai corrente contrattazione privata; vale a dire: scambio di favori personali e circolazione di danaro.
Mentre la burocrazia dei gradi inferiori è generalmente onesta e fascista, quella dei gradi superiori non è, generalmente, né onesta né fascista: sicché avviene che mentre le sanzioni del Partito giungono a colpire le modeste infrazioni, restano impunite le grosse colpe dei grossi papaveri. E ciò non tanto per il fatto che costoro sanno, meglio dei piccoli, «organizzare» le loro cose, ma quanto perché trovano – ed è forse la cosa piú dolorosa a dichiararsi – difesa – anche se si vuole ammettere la buona fede – negli esponenti politici.
Non è raro il caso che camerati i quali scagliavano strali infuocati contro personalità dell’alta burocrazia, per le quali richiedevano almeno la fucilazione, non appena divenuti gerarchi si sono dimostrati i difensori – tanto onesti quanto convinti – di coloro che prima essi stessi avrebbero voluto giustiziare.
L’alta burocrazia non è temibile per il solo fatto che non è fascista, ma lo è soprattutto perché domina – attraverso la propria esperienza e attraverso la sottile e spesso capziosa interpretazione della legge – sugli uomini e quindi sulle cose del Regime.
Un j’accuse cosí violento fa pensare che Scorza temesse di incontrare in Mussolini grosse obiezioni e resistenze e autorizza dunque a ritenere che nulla gli risultasse circa un «ravvedimento» del «duce». Né questo ci pare si possa dare per sicuro neppure in base al discorso del 24 giugno. In esso infatti Mussolini, pur concordando complessivamente con Scorza, non solo usò toni meno violenti di lui, ma, ciò che piú conta, si ha l’impressione che cercasse di circoscrivere la portata delle accuse e, quindi, delle misure chieste dal segretario del partito. Mentre Scorza, nell’«appunto» del 7 giugno aveva preso di mira l’«alta burocrazia» nel suo complesso, egli si riferí infatti ai soli direttori generali. Né risulta che abbia fatto alcunché nei giorni successivi per indurre il guardasigilli De Marsico a non opporsi al progetto – caldeggiato da Scorza e che, si badi, non riguardava solo i direttori generali, ma anche gli ispettori generali – in forza del quale su delibera insindacabile del Consiglio dei ministri sarebbe potuto essere collocato a riposo d’autorità qualsiasi funzionario dal grado quinto in su. Due fatti che, da soli, se non avallano, autorizzano però l’ipotesi che Mussolini, piú che consentire con Scorza, cedette alle sue insistenze (che, del resto, corrispondevano ad una richiesta largamente diffusa nel partito) e che, cercando di limitarne la portata, fosse mosso non solo e non tanto dal timore di suscitare contro il regime l’ostilità dei vertici burocratici quanto dal perdurare in lui dell’idea che, nonostante tutto, la burocrazia costituisse il vero punto di forza del regime.
E veniamo ora all’altra questione alla quale in conseguenza della crisi provocata dalle sconfitte militari in Grecia e in Africa settentrionale Mussolini sentí il bisogno di por mano.
Nei precedenti volumi abbiamo molto parlato del rapporto Mussolini-PNF, di come egli era giunto a concepire il rapporto Stato-partito e le funzioni di questo, nonché del suo atteggiamento psicologico verso di esso. Ci pare dunque superfluo riprendere la questione ab imis e ciò tanto piú che nel periodo in questione se essa fu influenzata da questi precedenti, risentí anche, e non meno fortemente, della situazione determinata dalla guerra e della crisi del regime in particolare. Sicché piú che sugli elementi di continuità ci pare opportuno insistere su quelli di novità, cosí da mettere meglio a fuoco la posizione di Mussolini e, al contempo, evitare il rischio di invischiarci in ricostruzioni di tipo politologico piuttosto che storico, limitandoci per quelli di continuità a rinviare a quanto già detto sul programma mussoliniano di totalitarizzazione e sul ruolo che all’interno di esso avrebbe dovuto avere il partito79. E ciò tanto piú che a prima vista potrebbe sembrare che in questi anni il «duce» si sia sostanzialmente disinteressato del partito, limitandosi prima a compiacersi per il suo costante sviluppo quantitativo senza rendersi conto che dietro la sua imponente facciata vi era in realtà assai poco, poi a generiche affermazioni sul suo insostituibile ruolo volto a cercare di rianimare ciò che rimaneva in piedi del fascismo e a mobilitare in extremis il partito contro i «tiepidi», i «rassegnati», i «traditori».
A sostegno di questa impressione milita un fatto, indubbiamente vero, e cioè che nei suoi discorsi pubblici o nei resoconti di quelli di cui la stampa diede notizia nel 1940-42 Mussolini o non parlò del partito o si limitò a vaghi accenni di maniera, ma che, altrettanto indubbiamente, non ha alcun valore, dato il carattere particolare (quello dell’Adriano) o ufficiale (i due alla Camera dei fasci e delle corporazioni) di quei discorsi e dato che i resoconti e gli stralci apparsi sulla stampa rispondevano anch’essi ad una logica particolare che escludeva prese di posizione in contrasto con l’immagine della situazione interna e del partito che si voleva dare. In realtà, appena le operazioni contro la Grecia cominciarono a mettersi male e a ripercuotersi sul fronte interno, Mussolini prese ad occuparsi da vicino del partito, che sino allora aveva lasciato pressoché completamente alle cure – si fa per dire – di Muti e poi del segretario reggente Capoferri, nonostante che anche di questi non dovesse essere soddisfatto, come prova il fatto che la nomina di Serena fu decisa prima dell’attacco alla Grecia.
Liquidato Starace, compito dei suoi successori sarebbe dovuto essere «destaracizzare» il partito e cominciare a rinnovarne e ringiovanirne i quadri. Né Muti né Capoferri avevano però fatto in questo senso gran che. La mastodontica e farraginosa macchina burocratico-organizzativa nella quale Starace aveva costretto e isterilita la vita del partito era stata intaccata pressoché solo a parole. Di fatto Muti e Capoferri avevano continuato la politica del loro predecessore di estensione delle competenze non politiche del partito e di sviluppo delle organizzazioni da esso dipendenti e di costante incremento del numero dei suoi iscritti e non solo attraverso il meccanismo della «leva fascista», ma riaprendo le iscrizioni per coloro che, «per circostanze indipendenti dalla propria volontà» o per difficoltà oggettive, non ne avevano fatto a suo tempo domanda, e rinunciando in effetti ad ogni proposito di «selezione» dei vecchi iscritti (e, in pratica, anche dei nuovi) in forza della duplice convinzione che, di fronte al cimento della guerra e ai doveri che essa comportava, il patriottismo e il fascismo avrebbero fatto tacere tutti gli altri sentimenti e posto quindi fine alla gran maggioranza dei comportamenti incongrui e che nel perseguire i casi piú gravi si doveva fare attenzione a non pregiudicare per pochi indegni l’immagine del partito. Qualche cosa di piú era stato fatto sul terreno del rinnovamento dei quadri: un buon numero di federali in carica al momento dell’allontanamento di Starace era stato sostituito; trentasette di essi non avrebbero piú retto una federazione anche sotto Serena, Vidussoni e Scorza. Come risulta dalle tabelle alle pagine seguenti, tra i nuovi erano aumentati, oltre ai diciannovisti, i giovani provenienti dalla «leva fascista» e soprattutto quelli di prima nomina. Nel complesso l’età media dei federali era però salita di due anni rispetto ai trentasette anni e mezzo circa dell’ultimo periodo della segreteria Starace. Sotto il profilo dell’origine regionale infine i federali avevano continuato ad essere espressione delle zone «della vigilia», il Nord e il Centro (che anzi aveva notevolmente migliorato la propria presenza), mentre il Sud e soprattutto le Isole avevano perso non poche posizioni a loro vantaggio.
Anche se, come abbiamo detto, non doveva essere soddisfatto di quanto Muti e Capoferri avevano fatto per il partito, le prime indicazioni che Mussolini, il 18 novembre, dette al direttorio nazionale non riguardarono che indirettamente la situazione interna del PNF, bensí quella – in quel momento ben piú preoccupante – del paese. Di fronte alla crisi del fronte interno, il partito doveva «intensificare al massimo tutte le forme della sua attività» che avevano subito nei mesi precedenti «un certo rallentamento», dovuto, disse, alla mobilitazione di «tutti i gerarchi». Una spiegazione, questa, che corrispondeva solo in minima parte al vero e alla quale crediamo che Mussolini ricorse per giustificare in qualche modo il fallimento della gestione Muti e insieme se stesso per aver fatto una scelta tanto infelice e per non aver provveduto tempestivamente a sostituire pleno jure Muti, indebolendo cosí la posizione di Capoferri, già di per sé poco adatto a dirigere il partito avendo alle spalle un’esperienza di tipo soprattutto sindacale. Nel suo intervento80 Mussolini indicò chiaramente su cosa intendeva che il PNF concentrasse in quel momento l’attività:
Il partito, – disse, – deve liberarsi e liberare la nazione dalla superstite zavorra piccolo-borghese, nel senso piú lato che noi diamo a questo termine. Deve mantenere e accentuare il clima dei tempi duri, andare piú e meglio di prima verso il popolo, tutelandone la salute morale e l’assistenza materiale.
Certo pacifismo a sfondo cerebraloide e universalistico va attentamente vigilato e combattuto. È sfatato, almeno per quanto riguarda quest’epoca di ferro e di cannoni. Nient’altro esiste e deve esistere all’infuori dello scopo supremo per il quale siamo in armi.
Solo cinque mesi e mezzo dopo, conclusasi la vicenda greca, parlando il 4 maggio 1941 ai direttori della Federazione e del Fascio di Milano affrontò la questione dell’epurazione dei membri del partito che «non vivono nella nostra atmosfera»81:
Tutti coloro che scantinano, fanno vedere che non hanno una fede molto robusta, danno delle impressioni negative coi loro atteggiamenti, devono essere eliminati. Si tratta di gente che non vorrebbe essere disturbata, che vorrebbe una pace eterna, perché non sia turbata la loro pace. È autentica zavorra, che è meglio perdere che acquistare. È chiaro che tutta questa gente dev’essere rintracciata in una determinata zona, che non è la zona della popolazione operaia, no, che ha tenuto un contegno veramente esemplare. È nella zona di coloro che stanno bene... Ci siamo scervellati per definire che cos’è questo borghese. Io sono venuto a una definizione che considero in un certo senso definitiva, per quanto le definizioni siano pericolose: il borghese è quella persona che sta bene ed è vile. L’uomo che una volta si chiamava facoltoso e che unisce ai denari la viltà personale. Ed ecco quel nemico subdolo e pericoloso che è il borghese.
E con essa affrontò anche la questione della revisione dei quadri del partito:
Se i quadri sono coraggiosi, forti, con alto senso di responsabilità, le truppe sono magnifiche. Se viceversa i quadri non hanno questi requisiti, le truppe non possono dare il rendimento che si attende. Oculatezza somma nella ricerca dei quadri, soprattutto dei quadri minori. Bisogna ricordarsi che è il plotonista che decide la sorte del combattimento; in quanto dipende da lui se la squadra, la compagnia, va avanti, si ferma, o torna indietro. I quadri del partito devono essere sempre formati di plotonisti (uso questa espressione militare) che devono essere veramente dotati delle qualità richieste, devono stare in contatto col popolo, parlare al popolo un linguaggio sereno, preciso, alieno da spunti demagogici, perché noi ci siamo sempre rifiutati di promettere facili paradisi. Lavoro garantito, salario equo, casa decorosa, una vecchiaia in cui non si deve soffrire. Questo è per noi il raccorciamento delle distanze sociali. Non possiamo promettere altro, perché non potremmo fare altro.
Forti di queste consegne, non può certo meravigliare che Serena e i suoi principali collaboratori si impegnassero in tutta una serie di attività e di iniziative che, come abbiamo visto, per la loro invadenza e il loro populismo produssero quasi solo guasti e suscitarono tutta una serie di contrasti e di polemiche con gli organi dello Stato cui competeva occuparsi delle questioni che il partito voleva invece avocare praticamente a sé, o, almeno, far loro trattare secondo i suoi criteri. Il tutto con l’aggravante – da staraciani quali al fondo erano82 – di pretendere di inquadrare tutto e tutti, di ufficializzare al massimo gli interventi e le funzioni attribuitesi Caratteristiche principali dei segretari federali del PNF (11 ottobre 1939 - 25 luglio 1943).
| Età / 26-29 / n. | Età / 26-29 / % | Età / 30-34 / n. | Età / 30-34 / % | Età / 35-39 / n. | Età / 35-39 / % | Età / 40-44 / n. | Età / 40-44 / % | Età / 45-49 / n. | Età / 45-49 / % | Età / oltre 50 / n. | Età / oltre 50 / % | Età / età media / anni | Età / età media / mesi | 1919 / n. | % | 1920 / n. | % | 1921 / n. | % | 1922 AM / n. | % | 1922 PM / n. | % | post 1922 / n. | % | LF / n. | % | |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| 31 ottobre 1939 (Starace) |
3 | 3,19 | 25 | 26,60 | 37 | 39,37 | 23 | 24,46 | 3 | 3,19 | 3 | 3,19 | 37 | 5 | 5 | 5,31 | 24 | 25,54 | 37 | 39,37 | 10 | 10,63 | 3 | 3,19 | 6 | 6,38 | 9 | 9,57 |
| 10 giugno 1940 (Muti) |
7 | 7,44 | 17 | 18,09 | 28 | 29,79 | 29 | 30,86 | 10 | 10,63 | 3 | 3,19 | 38 | 10 | 7 | 7,44 | 25 | 26,60 | 32 | 34,05 | 12 | 12,77 | 2 | 2,12 | 3 | 3,19 | 13 | 13,82 |
| 30 ottobre 1940 (Muti-Capoferri) |
5 | 5,31 | 18 | 19,05 | 24 | 25,54 | 31 | 32,98 | 12 | 12,77 | 4 | 4,25 | 39 | 5 | 8ᵃ | 8,51 | 24 | 25,54 | 30 | 31,92 | 14 | 14,90 | 1 | 1,06 | 3 | 3,19 | 14 | 14,90 |
| 26 dicembre 1941 (Serena) |
3 | 3,19 | 12 | 12,77 | 33 | 35,12 | 31 | 32,98 | 10 | 10,63 | 5 | 5,31 | 40 | 2 | 10ᵇ | 10,63 | 30 | 31,92 | 24 | 25,54 | 14 | 14,90 | 2 | 2,12 | 2 | 2,12 | 12 | 12,77 |
| 19 aprile 1943 (Vidussoni) |
4 | 4,25 | 15 | 15,96 | 25 | 26,60 | 26 | 27,66 | 15 | 15,96 | 9 | 9,57 | 42 | 1 | 10ᵇ | 10,63 | 25 | 26,60 | 22 | 23,41 | 15 | 15,96 | – | – | 3 | 3,19 | 19 | 20,21 |
| 25 luglio 1943 (Scorza) |
3 | 3,19 | 18 | 19,15 | 27 | 28,72 | 23 | 24,46 | 17 | 18,09 | 6 | 6,38 | 42 | – | 9ᶜ | 9,57 | 24 | 25,54 | 25 | 26,60 | 11 | 11,71 | – | – | 4 | 4,25 | 21 | 22,33 |
| Totali | 25 | 4,43 | 105 | 18,62 | 174 | 30,85 | 163 | 28,90 | 67 | 11,88 | 30 | 5,32 | 39 | 11 | 49 | 8,69 | 152 | 26,95 | 170 | 30,14 | 76 | 13,48 | 8 | 1,48 | 21 | 3,72 | 88 | 15,60 |
ᵃ Di cui un Sansepolcrista.
ᵇ Di cui 4 Sansepolcristi.
ᶜ Di cui 2 Sansepolcristi.
| Anzianità di carica / meno di 1 anno / n. | Anzianità di carica / meno di 1 anno / % | Anzianità di carica / da 1 a 2 / n. | Anzianità di carica / da 1 a 2 / % | Anzianità di carica / da 2 a 3 / n. | Anzianità di carica / da 2 a 3 / % | Anzianità di carica / da 3 a 4 / n. | Anzianità di carica / da 3 a 4 / % | Anzianità di carica / da 4 a 5 / n. | Anzianità di carica / da 4 a 5 / % | Anzianità di carica / da 5 a 6 / n. | Anzianità di carica / da 5 a 6 / % | da 6 a 7 / n. | % | da 7 a 8 / n. | % | da 8 a 9 / n. | % | da 9 a 10 / n. | % | oltre 10 anni / n. | % | anz. media / anni | mesi | |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| 31 ottobre 1939 (Starace) |
20 | 21,30 | 11 | 11,71 | 13 | 13,82 | 12 | 12,77 | 10 | 10,63 | 16 | 17,03 | 5 | 5,31 | 3 | 3,19 | 2 | 2,12 | – | – | 2 | 2,12 | 3 | 5 |
| 10 giugno 1940 (Muti) |
50 | 53,20 | 9 | 9,57 | 3 | 3,19 | 6 | 6,38 | 8 | 8,51 | 5 | 5,31 | 8 | 8,51 | 1 | 1,06 | 2 | 2,12 | – | – | 2 | 2,12 | 2 | 4 |
| 30 ottobre 1940 (Muti-Capoferri) |
51 | 54,26 | 12 | 12,77 | 5 | 5,31 | 4 | 4,25 | 6 | 6,38 | 6 | 6,38 | 5 | 5,31 | 1 | 1,06 | 1 | 1,06 | 1 | 1,06 | 2 | 2,12 | 2 | 3 |
| 26 dicembre 1941 (Serena) |
20 | 21,30 | 28 | 29,79 | 9 | 9,57 | 13 | 13,82 | 4 | 4,25 | 3 | 3,19 | 7 | 7,44 | 3 | 3,19 | 3 | 3,19 | 2 | 2,12 | 2 | 2,12 | 3 | 1 |
| 19 aprile 1943 (Vidussoni) |
17 | 18,09 | 20 | 21,30 | 12 | 12,77 | 17 | 18,09 | 12 | 12,77 | 4 | 4,25 | 2 | 2,12 | 4 | 4,25 | 2 | 2,12 | 3 | 3,19 | 1 | 1,06 | 3 | 2 |
| 25 luglio 1943 (Scorza) |
32 | 34,05 | 14 | 14,90 | 15 | 15,96 | 13 | 13,82 | 8 | 8,51 | 3 | 3,19 | 2 | 2,12 | 1 | 1,06 | 4 | 4,25 | 2 | 2,12 | – | – | 2 | 6 |
| Totali | 190 | 33,69 | 94 | 16,67 | 57 | 10,io | 65 | 11,52 | 48 | 8,51 | 37 | 6,56 | 29 | 5,14 | 13 | 2,30 | 14 | 2,48 | 8 | 1,42 | 9 | 1,60 | 2 | 10 |
Origine regionale.
| Piemonte / 8,26ᵃ / n. | Piemonte / 8,26ᵃ / % | Lombardia / 13,77 / n. | Lombardia / 13,77 / % | Liguria / 3,46 / n. | Liguria / 3,46 / % | Trentino / 1,58 / n. | Trentino / 1,58 / % | Veneto / 8,41 / n. | Veneto / 8,41 / % | Friuli Venezia Giulia Istria / 2,61 / n. |
Friuli Venezia Giulia Istria / 2,61 / % |
Emilia Romagna / 7,88 / n. |
Emilia Romagna / 7,88 / % |
Marche / 3,02 / n. | Marche / 3,02 / % | Toscana / 7,02 / n. | Toscana / 7,02 / % | Umbria / 1,70 / n. | Umbria / 1,70 / % | Lazio / 6,26 / n. | Lazio / 6,26 / % | Abruzzi e Molise / 3,75 / n. |
Abruzzi e Molise / 3,75 / % |
|
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| 31 ottobre 1939 (Starace) |
6 | 6,38 | 10 | 10,63 | 6 | 6,38 | – | – | 8 | 8,51 | 2 | 2,12 | 12 | 12,77 | 6 | 6,38 | 8 | 8,51 | 3 | 3,19 | 6 | 6,38 | 3 | 3,19 |
| 10 giugno 1940 (Muti) |
8 | 8,51 | 9 | 9,57 | 4 | 4,25 | – | – | 5 | 5,31 | 5 | 5,31 | 15 | 15,96 | 6 | 6,38 | 10 | 10,63 | 5 | 5,31 | 9 | 9,57 | 4 | 4,25 |
| 30 ottobre 1940 (Muti-Capoferri) |
7 | 7,44 | 11 | 11,71 | 4 | 4,25 | – | – | 5 | 5,31 | 6 | 6,38 | 14 | 14,90 | 5 | 5,31 | 11 | 11,71 | 4 | 4,25 | 11 | 11,71 | 4 | 4,25 |
| 26 dicembre 1941 (Serena) |
9 | 9,57 | 9 | 9,57 | 7 | 7,44 | – | – | 3 | 3,19 | 4 | 4,25 | 13 | 13,82 | 5 | 5,31 | 9 | 9,57 | 5 | 5,31 | 8 | 8,51 | 2 | 2,12 |
| 19 aprile 1943 (Vidussoni) |
10 | 10,63 | 12 | 12,77 | 6 | 6,38 | – | – | 3 | 3,19 | 5 | 5,31 | 9 | 9,57 | 4 | 4,25 | 8 | 8,51 | 4 | 4,25 | 7 | 7,44 | 4 | 4,25 |
| 25 luglio 1943 (Scorza) |
9 | 9,57 | 7 | 7,44 | 5 | 5,31 | 1 | 1,06 | 6 | 6,38 | 5 | 5,31 | 12 | 12,77 | 2 | 2,12 | 8 | 8,51 | 2 | 2,12 | 4 | 4,25 | 4 | 4,25 |
| Totali | 49 | 8,69 | 58 | 10,28 | 32 | 5,67 | 1 | 0,18 | 30 | 5,32 | 27 | 4,79 | 75 | 13,30 | 28 | 4,97 | 54 | 9,58 | 23 | 4,08 | 45 | 7,98 | 21 | 3,72 |
ᵃ Le cifre indicano la percentuale della popolazione censita nel 1936.
| Campania / 8,72ᵃ / n. | Campania / 8,72ᵃ / % | Basilicata / 1,28 / n. | Basilicata / 1,28 / % | Puglie / 6,23 / n. | Puglie / 6,23 / % | Calabria / 4,18 / n. | Calabria / 4,18 / % | Sicilia / 9,43 / n. | Sicilia / 9,43 / % | Sardegna / 2,44 / n. | Sardegna / 2,44 / % | Estero / – / n. | Estero / – / % | Nord / 45,97 / n. | Nord / 45,97 / % | Centro / 18,00 / n. | Centro / 18,00 / % | Sud / 24,16 / n. | Sud / 24,16 / % | Isole / 11,87 / n. | Isole / 11,87 / % | |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| 31 ottobre 1939 (Starace) |
8 | 8,51 | 2 | 2,12 | 3 | 3,19 | – | – | 8 | 8,51 | 2 | 2,12 | 1 | 1,06 | 44 | 46,82 | 23 | 24,46 | 16 | 17,03 | 10 | 10,63 |
| 10 giugno 1940 (Muti) |
7 | 7,44 | 2 | 2,12 | – | – | – | – | 2 | 2,12 | 2 | 2,12 | 1 | 1,06 | 46 | 48,95 | 30 | 31,92 | 13 | 13,82 | 4 | 4,25 |
| 30 ottobre 1940 (Muti-Capoferri) |
6 | 6,38 | 2 | 2,12 | – | – | – | – | 2 | 2,12 | 1 | 1,06 | 1 | 1,06 | 47 | 50,00 | 31 | 32,58 | 12 | 12,77 | 3 | 3,19 |
| 26 dicembre 1941 (Serena) |
7 | 7,44 | 1 | 1,06 | 2 | 2,12 | – | – | 6 | 6,38 | 3 | 3,19 | 1 | 1,06 | 45 | 47,88 | 27 | 28,73 | 12 | 12,77 | 9 | 9,57 |
| 19 aprile 1943 (Vidussoni) |
5 | 5,31 | 2 | 2,12 | 3 | 3,19 | 2 | 2,12 | 5 | 5,31 | 4 | 4,25 | 1 | 1,06 | 45 | 47,88 | 23 | 24,46 | 16 | 17,03 | 9 | 9,57 |
| 25 luglio 1943 (Scorza) |
6 | 6,38 | 2 | 2,12 | 5 | 5,31 | 2 | 2,12 | 9 | 9,57 | 4 | 4,25 | 1 | 1,06 | 45 | 47,88 | 16 | 17,03 | 19 | 20,21 | 13 | 13,82 |
| Totali | 39 | 6,91 | 11 | 1,95 | 13 | 2,30 | 4 | 0,71 | 32 | 5,67 | 16 | 2,84 | 6 | 1,06 | 272 | 48,24 | 150 | 26,60 | 88 | 15,60 | 48 | 8,50 |
ᵃ Le cifre indicano la percentuale della popolazione censita nel 1936.
(«se non mi fossi opposto, – avrebbe detto il 24 giugno 1943 Mussolini83, – ad un certo momento diventavano pubblici ufficiali anche quelli che stavano nei bar a distribuire bevande nei Dopolavoro...») e di ricorrere a mezzi tanto inutili quanto vessatori e – lo si è pure già visto – anche violenti84, cosí che, invece di «andare verso il popolo» ed assicurarsene il consenso, il PNF ottenne il risultato opposto e fece crescere il discredito che già lo circondava e con esso quello del regime. Per non dire poi della burocrazia che, per l’esautoramento dei politici di cui già si è detto, la confusione provocata dalle piú o meno estemporanee iniziative e gli errori del partito ai quali doveva mettere riparo e che l’accreditavano agli occhi della gente come una delle strutture – nonostante tutti i suoi limiti – ancora affidabili e la sua capacità a trovare nei meandri delle varie leggi, regolamenti e disposizioni il modo per risolvere o aggirare questioni e situazioni che coinvolgevano interessi della piú varia natura e misura, da quelli minimi, ma vitali per un gran numero di italiani, a quelli grandissimi dei potentati dell’economia e della speculazione, fu proprio durante la gestione Serena che mise le vere radici del suo potere, con tutte le conseguenze che ciò comportava per l’autorità, l’efficienza, il credito del regime. Sicché è difficile non concordare con quanto l’anno dopo Carlo Ravasio avrebbe annotato nel suo diario85:
In realtà non è il fascismo che governa, bensí la burocrazia, la quale, sotto qualsiasi governo, non ha che un solo partito: il suo, unico ed eterno, il partito burocratico. Essa fa e poi disfà o modifica le leggi: se sono buone, sono sue; se sono cattive, sono quelle volute dal ministro, e al ministro che segue propone di modificarle o di annullarle; cosí se ne conquista la fiducia perché ogni Ministro, si sa, vuol lasciare la sua impronta. Cosí, per es., le leggi in materia annonaria; il nord deve applicarle, ma il sud, dove la burocrazia ha i suoi interessi, può fregarsene... Cosí la Sicilia, ch’era il granaio d’Italia, oggi appare deficitaria.
Né, per quel che si può capire data l’estrema scarsezza di documentazione in merito, molto migliori furono i risultati conseguiti da Serena in materia di epurazione del partito e di revisione dei suoi quadri. A questo secondo proposito gli unici elementi disponibili riguardano i segretari federali e non mettono in luce nulla di notevole rispetto a quanto già fatto da Muti e da Capoferri, in confronto alla cui gestione quella di Serena si caratterizzò, se mai, per un rallentamento dell’utilizzazione di elementi nuovi, che, però, si ebbe anche sotto Vidussoni e che, almeno in parte, si può spiegare col fatto che il fascismo soffriva – per dirla con Ravasio86 – di «una penuria pericolosa di uomini, prodotta dall’eccessivo accentramento di poteri e di nomine, che isterilisce, in basso, il terreno politico produttore di capi». Nel periodo in cui il PNF era stato diretto da Muti e Capoferri i federali con meno di un anno di anzianità di carica erano stati il 54,26 per cento, sotto Serena la loro percentuale fu del 21,30. Quanto all’epurazione, non si va oltre la nuda cifra di 131 000 radiati comunicata nella relazione a Mussolini in chiusura dell’anno XIX e da lui commentata in sede di direttorio in un modo («evidentemente erano scoria, zavorra, che è meglio perdere che trovare; quest’opera deve essere continuata»87) che lascia trapelare una certa insoddisfazione o, almeno, incertezza per il modo (i radiati erano pressoché tutti «stracci», pochissimi erano personaggi di qualche notorietà, nessuno di primo piano) con cui la sua consegna era stata attuata. Insoddisfazione che trova conferma sia nell’insistenza con cui pressoché contemporaneamente prese a circolare la voce di un prossimo rimaneggiamento della struttura del partito e del suo vertice (tra cui quella, riferita dal responsabile della IX zona Ovra a Senise88, che Mussolini intendesse assumerne personalmente la guida ed esercitarla tramite Lombrassa), sia nella nomina di lí a poco di Vidussoni al posto di Serena (certo facilitata dallo scontro di questi con Tassinari, ma non attribuibile solo ad esso) sia, infine, nel carattere ben diverso che sotto Vidussoni assunsero la revisione dei quadri e ancor piú l’epurazione del partito.
La scelta di Vidussoni fu per Mussolini l’estremo tentativo per realizzare il suo partito e, al tempo stesso, per fronteggiare la crisi del regime. Un partito piú agile negli uomini e nelle strutture; libero dalle «scorie» e dalla «zavorra», ma capace anche di epurarsi a tutti i livelli, senza guardare in faccia nessuno; sburocratizzato, «liberato… da funzioni che non sono di sua diretta competenza»89, partecipe della vita del paese90 e della propria («non basta avere pagato la tessera e partecipare alle adunate»91) e, dunque, in grado di lavorare in profondità e di intensificare ed accelerare le sue attività fondamentali, «prima di tutto quelle di carattere politico e spirituale», poi quelle assistenziali e sindacali e connesse alle questioni degli ammassi e dei prezzi, senza però dar vita a inutili e dannosi doppioni delle organizzazioni statali e assumere iniziative, quali le ispezioni dei mercati, che non rientravano nei suoi compiti92. Un partito, ancora, e questa era la cosa che a Mussolini piú importava, che rispondesse alle attese della gioventú fascista, aprisse loro le sue gerarchie a tutti i livelli e passasse loro il comando93; che una seria «opera di selezione e di discriminazione individuale» facesse perdere al partito «anche trecento-quattrocentomila» iscritti, persino un milione, non era importante; l’importante era «non perdere gli otto milioni di giovani che appartengono alle generazioni nuove»94. Come – lo si è già visto – avrebbe detto a marzo ai federali veneti e altoatesini, per Mussolini il partito doveva ormai ricercare la qualità piú che la quantità ed evitare cristallizzazioni che sarebbero sfociate in una letale frattura tra le generazioni.
Che Mussolini considerasse Vidussoni veramente all’altezza di questo compito è improbabile. La sua scelta dovette cadere su Vidussoni essenzialmente perché era un onesto, un «credente», non legato ad alcun gruppo di potere, fanaticamente devoto a lui, sicché egli pensava di poterlo guidare per mano; perché era un giovane (e con le carte in regola come combattente) e per gestire quel tipo di trasformazione del partito occorreva un giovane, sia per dare subito il segno del mutamento che si proponeva di realizzare, sia per galvanizzare la gioventú fascista, capirne la psicologia e i problemi, dare il giusto sfogo e indirizzo alle sue aspirazioni; perché, in fine, non doveva avere un altro candidato migliore e non voleva assolutamente farsene propinare, come in passato, uno dalle varie camarille di potere e trovarsi nella condizione di dover dire di no a candidature di grossi esponenti del regime che aspiravano alla segreteria del partito e che egli non stimava piú o considerava dei «sorpassati». Senza dire poi che ad affiancarlo come vicesegretari chiamò una équipe di tutto rispetto, composta di uomini poco o nulla compromessi con le precedenti gestioni e con l’ambiente romano: un vecchio fascista come Ennio Barberini (che nell’ultimo anno aveva comandato la II Legione libica), Fernando Mezzasoma (che vantava una buona esperienza nei Guf, di cui era stato anche vicesegretario), Augusto Venturi (uno dei migliori e piú esperti sindacalisti fascisti)95, Mario Farnesi (a cui fu affidato il compito di capo della segreteria politica), un triestino scialbo, ma buon conoscitore della macchina del partito e gran lavoratore e anche lui periferico rispetto alle camarille romane, che nel 1943 lo avrebbero accusato di «rapporti ebraici», e soprattutto Carlo Ravasio, uno dei pochi uomini in cui Mussolini riponeva ancora veramente fiducia e al quale, come disse in direttorio il 3 gennaio 194296, affidò il compito piú importante e delicato di «sovraintendente dell’ortodossia politica e morale del partito». Né, in fine, va sottovalutato un altro fatto: sino a quando non cominciò a nutrire i primi dubbi sulla bontà della scelta fatta nominando Vidussoni e, scoraggiato, a diradare i contatti con lui (sino a ridurli pressoché solo a quelli tabellari) e persino con Ravasio – e cioè, grosso modo nel maggio97 – e a seguire meno da presso la vita del partito (limitandosi praticamente ad intervenire solo ad alcune riunioni piú importanti del direttorio) e a concentrare tutta la sua attenzione sulle operazioni militari in Africa settentrionale, ripiegando sull’idea che, in ultima analisi, la vera politica era la guerra e che, vinta questa anche la battaglia del partito sarebbe stata vinta, dall’inizio di gennaio alla fine di aprile del 1942 Mussolini riuní a rapporto tutti i segretari federali per gruppi di regioni. Scopo dei rapporti98 era soprattutto quello di essere direttamente informato della situazione del paese e del partito dalla viva voce delle gerarchie periferiche del PNF e attraverso un contatto il meno burocratico possibile che gli permettesse di coglierne gli stati d’animo, gli umori piú riposti (il che non gli vietava di far controllare certe situazioni da Pellizzi che, approfittando dei suoi spostamenti come presidente dell’Istituto nazionale di cultura fascista, faceva talvolta anche delle improvvise ispezioni in singole federazioni e ne riferiva poi a lui); essi gli davano però anche la possibilità sia di ribadire e precisare loro le sue idee e le sue direttive99, sia di rendersi conto della reale capacità di Vidussoni di farsene interprete e realizzatore.
In effetti, la scelta di Vidussoni, come già abbiamo anticipato, si dimostrò un fallimento inferiore solo a quello fatto nominando Muti. Né la presenza di Ravasio valse a rimediare ai limiti e all’inesperienza di Vidussoni, con il quale oltre tutto proprio colui che sarebbe dovuto essere il vero perno della segreteria finí abbastanza presto per avere un rapporto semiconflittuale che, a novembre del 1942, lo avrebbe indotto a chiedere di lasciare il suo posto in segreteria (ma la richiesta fu bocciata da Mussolini che, come vedremo, aveva per Ravasio altri progetti)100 e che, già prima, aveva in sostanza fatto di Farnesi il vero segretario del partito. Detto questo va però subito anche detto che in quella situazione del paese e del partito nessuno, anche meno inesperto e dotato di una personalità piú forte di quella di Vidussoni, avrebbe potuto fare molto di piú. Tutto e tutti erano infatti contro il programma che Mussolini aveva affidato al suo giovane pupillo.
Dello stato d’animo del paese, del suo torpore, della sua stanchezza, delle sue preoccupazioni per le sempre piú difficili condizioni di vita, della sua sfiducia nel regime e della sua insofferenza per il partito (alla quale molto aveva contribuito la gestione Serena) abbiamo già detto e non ci torniamo dunque su. Piú importante a questo punto della nostra ricostruzione è soffermarci sull’atteggiamento del regime e in particolare del suo establishment.
Come mostra chiaramente tutta la documentazione disponibile, questo non solo fu colto di sorpresa dalla nomina di Vidussoni, ma nella grandissima maggioranza si schierò subito contro di lui. Il vecchio fascismo ne fu scosso e vi vide «un segno dell’abbandono della “vecchia guardia” mussoliniana»101; i farinacciani il fallimento delle loro trame per portare uno di loro (probabilmente il federale di Milano Andrea Ippolito) alla segreteria102; Ciano (a cui Serena si era avvicinato allorché aveva cominciato a percepire il rischio che il terreno potesse franargli sotto i piedi) vi vide invece la fine delle sue ambizioni di controllare per interposta persona il partito103. La leadership del regime, Bottai, Ciano, Farinacci, Host-Venturi, Russo, Volpi, ecc., lo definí subito un «fesso», un «imbecille» e si uní in un coro pressoché unanime nello screditarlo in tutti i modi (persino per la mancanza di eleganza dei suoi abiti) e profetizzarne una rapida fine, tant’è che Ciano – che pure in un primissimo momento ebbe cura di non mostrarsi tra i piú acrimoniosi e sprezzanti, anche se, ad ogni buon conto, si era affrettato a far sapere in giro di non aver avuto parte alcuna nella scelta del suocero104 – a meno di una settimana dalla sua nomina annotava sarcastico: «fa piacere, ogni tanto, trovare un dissidente: oggi Barella affermava che la nomina di Vidussoni è stata accolta con simpatia nel paese!»105. Da qui un fiorire di barzellette su Vidussoni («dal libro e moschetto al libro e maschietto», ecc.), di maldicenze, di battute ironiche sulla sua «ignoranza», sulla sua mancanza di capacità oratoria, sull’evidente stato di tensione quando doveva prendere la parola in presenza di Mussolini, sulla «banalità» di certe sue affermazioni («sciocchezzaio bertoldesco» arriverà a definirle Bottai106) e, di riflesso, di critiche a Mussolini per averlo scelto.
In queste critiche vi era indubbiamente un fondo di verità. Il fatto che esse si scatenassero subito, prima ancora che Vidussoni muovesse i primi passi, mostra però chiaramente cosa in effetti le animasse. In qualche caso l’invidia o il disappunto per non essere al suo posto, nella maggioranza però motivi ben piú sostanziali e che fanno capire che Mussolini, pur sbagliando nella scelta dell’uomo, aveva, dal suo punto di vista, colto nel segno e che l’establishment aveva compreso il pericolo che per esso poteva rappresentare il «maschietto» e si era subito mobilitato contro di lui e cioè contro i propositi del «duce» di fare piazza pulita nel regime e di aprirne le porte ai giovani: affossare Vidussoni voleva dire per i suoi oppositori sopravvivere politicamente. Con ciò – sia ben chiaro – non vogliamo assolutamente dire che, se al posto di Vidussoni vi fosse stato un uomo di altra tempra e capacità, questi avrebbe potuto realizzare il programma mussoliniano e, addirittura, che ciò avrebbe potuto por fine alla crisi del regime e capovolgere la situazione: questa era ormai talmente pregiudicata che nulla poteva veramente modificarla, salvo, forse, una sorta di 20 luglio mussoliniano che però non rientrava nella psicologia del «duce» e che, comunque, egli non avrebbe potuto fare sia per la diversità del sistema di potere fascista e nazista, sia perché per farlo Mussolini avrebbe avuto bisogno della copertura tedesca e ciò era in contrasto con la sua concezione dei rapporti con l’alleato e, via via che il tempo passava, con i suoi propositi di premere su Hitler perché rivedesse la sua politica ad est; propositi che se avevano un minimo di possibilità di tradursi in qualcosa di concreto, avevano bisogno che Mussolini si potesse presentare ad Hitler non come un debitore del proprio potere, ma col vecchio fascino del «maestro» politico. Né, del resto, lo stesso Mussolini, quando cominciò a perdere la fiducia in Vidussoni e si rese conto della vastità delle resistenze e delle ostilità che il suo programma suscitava nel regime e nello stesso partito, senza, per di piú, contropartite positive nel paese, sostenne la posizione di Vidussoni con l’impegno che questi si sarebbe potuto e dovuto attendere.
Tra i vari casi che a questo proposito si potrebbero ricordare ci limitiamo ad uno che ci pare però particolarmente significativo data l’insistenza che Mussolini metteva nel dare alla nuova politica del partito il carattere di lotta antiborghese e un valore morale. Esso, infatti, è strettamente legato all’aspetto moralizzatore della vita pubblica e ai provvedimenti che il partito, seguendo le sue indicazioni, cercava di realizzare. Tra questi provvedimenti ve ne era uno mirante a introdurre un controllo politico delle cariche e rappresentanze economiche che il partito voleva sancito per legge per poter poi vietare o regolamentare il cumulo delle cariche stesse. Dopo varie tergiversazioni che ne avevano ritardato la presentazione, il provvedimento fu finalmente portato in Consiglio dei ministri il 2 maggio. Qui però fu «boicottato efficacemente da Grandi, intesosi in anticamera con Galeazzo [Ciano]» e, non essendo stato sostenuto da Mussolini – che, pure, nei giorni successivi avrebbe continuato a parlare del «disinteresse» come della «grande forza di coloro che costituiscono la classe dirigente»107 –, fu respinto. Sicché il partito dovette ripiegare sulla soluzione – assai meno efficace e politicamente meno significativa – di pubblicarlo come propria disposizione interna nel Foglio di disposizioni108 e accollarsene la responsabilità agli occhi di tutta quella vastissima parte della classe dirigente che già l’accusava di demagogia vessatoria e di parlare come «quelli che abbiamo legnato nel 1920 e 21»109.
In conclusione una cosa ci pare sia necessario aver ben chiara. Se è un fatto che Vidussoni (ma in definitiva anche Ravasio e Farnesi) non fu all’altezza del compito affidatogli da Mussolini, è però pure un fatto che nessun altro segretario del PNF si trovò a guidare il partito avendo contro di sé pressoché tutto l’establishment politico ed economico del regime coalizzato in difesa del proprio potere e che attorno alla sua gestione del partito si svolse, dietro le quinte del regime e all’interno del partito stesso, una vera e propria lotta tra «vecchi» e «nuovi» fascisti, tra conservatori che avevano aderito al fascismo perché avevano visto in esso il baluardo contro ogni progressismo110 e fascisti che pensavano ad un nuovo ordine sociale piú giusto ed adeguato ai tempi, tra fascisti che avevano occupato il potere e fascisti che volevano toglierglielo, alcuni per occuparlo a loro volta, altri perché li consideravano indegni. A questa lotta – pur essendone all’origine – Mussolini, allorché si rese conto dell’ampiezza della coalizione avversa ad ogni cambiamento e dei rischi ai quali essa poteva esporre il suo potere o, almeno, il suo residuo prestigio, preferí assistere senza prendervi esplicitamente parte, sicché essa si concluse rapidamente con la sconfitta di Vidussoni (e, dunque, dello stesso Mussolini), senza però coinvolgere formalmente il «duce», di cui del resto nessuno dei maggiori esponenti dell’establishment voleva in quel momento la liquidazione. Tanto è vero che, a fine gennaio del 1943, decisa ormai la rimozione di Vidussoni, Mussolini poté ancora pensare di sostituirlo con Ravasio e, avendo questi rifiutato adducendo motivi di salute111, poté, tre mesi dopo, nominare Carlo Scorza. Una scelta che dal suo punto di vista non doveva certo costituire l’optimum, ma che tuttavia aveva un duplice pregio, quello di essere tutta sua, non auspicata e suggeritagli cioè da altri (quali erano quelle di Albini e Bottai) e quello di collocarsi in qualche misura ancora nella prospettiva in funzione della quale aveva scelto Vidussoni112.
Il 5 dicembre 1942 Vidussoni inviò a Mussolini un «appunto» (già vi abbiamo fatto cenno nel precedente capitolo) in cui riassumeva quanto il partito aveva fatto – meglio sarebbe dire aveva cercato di fare – sino allora per attuare la consegna avuta e proporre un rimaneggiamento del direttorio in modo da renderlo piú funzionale e in grado di far procedere il partito sulla via imboccata113. L’appunto mostra lo scarso senso politico di Vidussoni, specie la sua incapacità a valutare correttamente le ostilità e gli ostacoli che in un anno si erano accumulati sulla sua politica e la sua ingenuità nel credere, per un verso, che, al punto a cui erano arrivate le cose, Mussolini potesse scendere esplicitamente in campo al suo fianco e che bastasse inserire nel direttorio alcuni uomini «della vigilia» e in particolare Carlo Scorza per placare la vecchia guardia fascista in rivolta contro di lui e, per un altro verso, che quanto sino allora fatto avesse inciso positivamente sullo stato d’animo del paese e che, dunque, fosse ancora possibile rinnovare il partito
in modo da consolidare attorno alle sue attività il clima puro dell’integrità, dell’onestà, della rettitudine, agendo con tempestività, senza esagerazioni, con una durezza piú accesa nei confronti dei profittatori e di coloro che tale profitto hanno raggiunto attraverso il trampolino della fede.
Che nello svolgere la sua azione il partito fosse incorso in «qualche strana critica (per lo meno troppo preoccupata)» Vidussoni lo ammetteva, ma ottimisticamente riteneva «di essere nel vero affermando che i pochi esempi dati» e «l’azione lenta, ma continua di separazione da sacro a profano [sic]» avevano «convinto i dubbiosi e rafforzato il senso di fiducia nell’onestà del partito». Sicché, in sostanza, ciò che importava era continuare «l’azione sburocratizzatrice», «lo snellimento delle organizzazioni», «l’accantonamento di attività tecniche» esorbitanti dai compiti del partito (accentuando però tra le masse l’«azione direttiva nel campo materiale, assistenziale ed organizzativo»114), produrre «il massimo sforzo di adesione spirituale e materiale alla realtà dell’ora ed in rapporto alla durezza del momento», cosí da restituire del tutto al partito «quelle caratteristiche di politicità che ne fanno un organismo morale, sociale, rivoluzionario che agisce, all’avanguardia della Nazione, sorvegliando, controllando, intervenendo in tutti i settori della vita nazionale».
Quindi, – continuava, – nessuna azione a sfondo revisionistico o demagogico, ma una attività volta essenzialmente a difendere la bandiera dell’onestà che il partito in questo momento deve inalberare accanto a quella piú alta della fede… Nel campo della fede vi è una visione passionale, fanatica. È un momento nel quale il partito non conosce vie di mezzo, non ama discussioni di nessun genere, non tollera dubbi od incertezze. È l’ora di credere, soltanto di credere.
Da qui la conclusione alla quale Vidussoni approdava e con la quale motivava la richiesta di rimaneggiare la composizione del direttorio:
Nello svolgere questa azione, ispirata fedelmente alle Vostre direttive di massima, – egli scriveva, – è stato necessario ed è necessario tuttora dare al Partito, depositario del Vostro credo rivoluzionario, un aspetto quanto piú possibile collegato con assoluta immediatezza a Voi, soltanto a Voi. Perciò rompere o per lo meno distogliere certe intercapedini anche di carattere personale, soprattutto di carattere personale, che spesse volte lo tenevano sostanzialmente, se non formalmente slegato dalla Vostra azione diretta.
È fuori dubbio che i controlli, le influenze piú o meno interessate, la vigilanza un po’ partigiana appunto perché di carattere personale, hanno portato e porterebbero ancora il Partito ad atteggiamenti particolaristici e pertanto inopportuni.
Il Partito non può e non deve essere zona di influenza – mi sia consentito il dirlo – di nessun uomo politico. Il Partito siete Voi e tutti i suoi uomini non devono con l’azione passare attraverso compiacenti atteggiamenti che dalla fonte possono per ragioni di convenienza sfasarsi al momento dell’esecuzione.
Su questa linea, che urta interessi e che non è purtroppo sempre agevole, noi camminiamo con intransigente dirittura e lealtà. Occorre ora potenziare l’organizzazione, consolidare l’indirizzo e giungere ad una sempre piú solidale coesione di elementi dirigenti che possano permeare la vita nazionale in tutti i suoi settori che sono direttamente, con immediata sensibilità, controllati dal Partito in una sfera di influenza sempre piú larga e piú profonda.
Penso, perciò, che un ampliamento dei quadri gerarchici nazionali del Partito, con l’immissione di camerati della vecchia guardia accanto ai giovani della nuova guardia ai quali avete affidato il Partito, importi una visione panoramica e piú attuale della Rivoluzione e condensi in una unione indistruttibile e continua la congiunzione tra le generazioni fasciste.
Impegnandosi nel rinnovamento del partito, Mussolini – lo si è detto – era stato mosso da due impulsi convergenti. Uno che aveva in lui radici piú lunghe e, diciamo cosí, «teoriche»: fare di esso la forza attiva per realizzare l’adesione spirituale, l’identificazione la piú vasta possibile, del popolo alla nazione e, dunque, alla guerra. Un altro, piú concretamente politico e che la crisi del regime aveva portato in primo piano e reso tanto urgente quanto decisivo: realizzare il suo partito, facendo della gioventú fascista la punta di diamante di esso, dando soddisfazione e spazio politico ai suoi «progetti» per il futuro e al suo bisogno di moralità e sacrificando quella parte del fascismo e del regime che essa, e lui stesso, sentivano ormai spiritualmente estranea, fuori della loro «lunghezza d’onda» e consideravano portatrice di quei disvalori borghesi contro i quali si battevano e per distruggere i quali la gioventú fascista era convinta di combattere. Dall’«appunto» appena citato par di capire che, nonostante tutti i suoi limiti, Vidussoni, dopo un anno di gestione del PNF, dubitasse però ormai di potere con le sue sole forze portare avanti il rinnovamento del partito e che, quindi, sentisse la necessità di una piú esplicita presa di posizione del «duce» e, al tempo stesso, di un compromesso con la parte piú politica (non «personalistica») del vecchio fascismo, ma che non osasse però porre a Mussolini la questione in modo esplicito. Da qui il suo ricorrere, il suo rifugiarsi dietro ad un’argomentazione contorta, vaga, allusiva che rese facile al «duce» limitarsi a dar via libera al recupero di una parte della vecchia guardia, lasciando invece cadere la «richiesta» di impegnarsi in prima persona in uno scontro che doveva ormai considerare – anche per il precipitare della situazione militare – difficile da volgere a proprio vantaggio e nel quale, comunque, mai si sarebbe impegnato avendo come segretario del partito Vidussoni, il cui «ciclo» considerava ormai concluso e che, se Ravasio si fosse dimostrato disponibile, avrebbe sostituito anche prima di quando effettivamente fece. Che di una cosa si può esser certi: nominando Vidussoni, Mussolini aveva voluto realizzare il suo partito e fronteggiare la crisi interna del regime; nell’anno sin lí trascorso della gestione Vidussoni la crisi si era invece aggravata in tutti i sensi e il partito non solo si era trasformato assai poco e superficialmente, ma era diventato un fattore ancora maggiore e piú attivo di prima della crisi stessa.
La sburocratizzazione e il disimpegno dalle attività collaterali e, di contro, il potenziamento di quelle assistenziali e sindacali, che, insieme, avrebbero dovuto costituire la base per una nuova, attiva presenza capillare del partito nel paese, erano stati modesti. Lo stesso dicasi per il rinnovamento dei quadri, altro aspetto fondamentale di tutta l’operazione: avere federali in buona parte personalmente onesti e «di fede» e colpire severamente quelli che «sgarravano»115 non bastava certo a compensare la scarsa autonomia e possibilità di iniziativa in cui la perdurante centralizzazione del partito li teneva, cosí come non bastava a compensare l’estrema difficoltà, per non dire l’impossibilità, che essi avevano a collegarsi (e persino ad essere informati) alla effettiva realtà della guerra; un po’ sempre a causa della centralizzazione di tutto a Roma, un po’ per la cura che le amministrazioni dello Stato, a cominciare da quelle militari e della polizia, mettevano nell’escludere il piú possibile il partito – soprattutto in periferia – dal giro delle informazioni e dall’elaborazione delle iniziative e dei provvedimenti da adottare. Né si può sottovalutare il fatto che quel poco che era fatto nelle suddette direzioni era stato fatto a scapito di attività come la stampa, la propaganda, la preparazione politica dei giovanissimi e, piú in generale, di un effettivo collegamento di esse con la realtà della guerra.
Lo sforzo maggiore era stato riservato alla «questione morale», all’epurazione del partito e del regime dalla «zavorra», dai corrotti, dagli affetti di «cronica tabe borghese», dai «disfattisti» e da coloro che concepivano il fascismo e il partito come qualcosa di cui «servirsi e non servire», che volevano stabilire su di essi influenze personalistiche ed interessate. Ma proprio su questo terreno, sul quale si giuocava in grandissima parte tutta la politica verso la gioventú, l’insuccesso era stato maggiore e piú gravido di conseguenze negative.
Quando Serena aveva fatto volare gli «stracci», l’epurazione non aveva suscitato grandi proteste e tanto meno forti opposizioni, anche se il numero degli epurati era stato tutt’altro che insignificante. Le cose erano però rapidamente cambiate quando la «bandiera dell’onestà» era stata presa in mano da Vidussoni e questi aveva cominciato ad alzare il tiro, rendendolo piú selettivo e mirato non solo e non tanto alla quantità (a tutto luglio gli epurati, come egli riferí al direttorio il 13 agosto116, furono 66 000) ma alla qualità e Mussolini aveva preso a parlare con sempre maggiore insistenza della necessità di un partito essenzialmente di squadristi e di giovani e di «sceverare il grano dal loglio», di alleggerire il partito affondando, «con brutalità assoluta» e senza preoccupazioni di numero («non è necessario che i fascisti in Italia siano quattro milioni... l’importante è che vi siano centinaia di migliaia di camicie nere consapevoli, decise, pronte, unite e dal punto di vista ideale di assoluta fiducia» arriverà a dire il 3 gennaio 1943), il bisturi della «selezione», dell’epurazione cioè, cosí da eliminare tutti i «pesi morti», i nemici «consapevoli e inconsapevoli», i fascisti che erano tali solo perché «tesserati», che anteponevano i loro interessi personali a quelli dell’Italia117, aveva fatto cenno a gerarchi e camerati che non praticavano la «lealtà assoluta» («quando si è tra camerati bisogna guardarsi negli occhi per dirsi francamente le cose, non avere atteggiamenti ambigui, sotterranei, dietro le spalle»)118 e, addirittura, aveva minacciato una «terza ondata» che si sarebbe dovuta rivolgere contro la borghesia torpida e antifascista, i ricchi, i plutocrati119. E ancor piú le cose erano cambiate via via che alle parole erano cominciati a seguire i primi fatti e, soprattutto, quando, con la primavera, maggiori si fecero le preoccupazioni per la situazione annonaria e le sue possibili ripercussioni120.
Sotto la spinta di queste preoccupazioni si ebbe infatti – specialmente a Roma – in maggio e in giugno un duro giro di vite, con numerosissimi arresti di speculatori e di disfattisti d’alto bordo che seminò il panico negli ambienti del regime e nel demi-monde che prosperava attorno ad esso e che venne attribuito in larga misura al «fanatismo» di Vidussoni e – fatto piú importante – gli scatenò contro tutta una serie di malcontenti e di opposizioni che covavano sotto la cenere e che sino allora si erano manifestati, in attesa di un’occasione opportuna per venire allo scoperto, solo molto parzialmente. Lo shock provocato da questo giro di vite trapela chiaramente da quanto il 5 giugno 1942 annotò nel suo diario Luca Pietromarchi121:
Infierisce la campagna di epurazione. Regina Coeli sembra diventata la succursale di Rosati; aristocratici, speculatori, industriali, affollano le celle, non si sa dove allogare la nuova clientela. Sono incettatori di oro, di merci, trafficanti alla borsa nera. Ogni famiglia ha qualche conoscente là dentro. Qualche commerciante, arrestato dalla Polizia tributaria per avere maggiorato i prezzi, è venuto a trattative con gli ufficiali della polizia stessa e con la promessa di somme enormi ha cercato di tacitare tutto. Ufficiali medici hanno trafficato gli esoneri. Bellissime donne, spie della polizia, amanti e avventuriere sono coinvolte in queste bande rapaci.
Il Duce ha ordinato l’epurazione del Partito: si dovrà ridurre il numero degli iscritti da quattro a tre milioni. Farinacci fa opposizione, non sono i giovani alla testa del partito che dovranno rivedere i ranghi della vecchia guardia.
Si parla di un rimaneggiamento ministeriale assai largo. La lotta tra vecchi e nuovi fascisti si accanisce. Il Segretario del Partito aveva tolto la tessera a Varenna, l’amico intimo di Farinacci. Questi ha protestato dal Duce e l’ha riavuta.
A livello politico e di partito uno shock anche maggiore era già stato provocato da una serie di provvedimenti che dall’inizio dell’anno si erano abbattuti su vari suoi esponenti o su persone strettamente collegate con esso. Stabilire quali e quanto questi provvedimenti avessero origine sui tavoli di Vidussoni, di Farnesi e di Ravasio o non piuttosto su quello di Mussolini è impossibile; ciò che importa è che essi furono tutti o quasi attribuiti a Vidussoni, anche quelli in cui è pressoché sicuro che non vi ebbe parte alcuna. Attribuirli a lui piuttosto che al «duce» era infatti meno rischioso e poteva servire per premere su Mussolini affinché liquidasse Vidussoni scaricando ogni responsabilità sulla sua inesperienza e sul suo «fanatismo».
In gennaio c’era stata la sostituzione del direttore generale della Banca nazionale del lavoro Arturo Osio. L’uomo era molto chiacchierato e collegato con ambienti del regime critici verso Mussolini, in particolare con quello farinacciano; è però da escludere che nella sua defenestrazione Vidussoni vi entrasse anche solo marginalmente122. Al «caso Osio» erano seguite le espulsioni dal partito, in marzo, per affarismo, del consigliere nazionale Francesco Maria Aprosio (rappresentante del PNF nella Corporazione dei cereali) e, in aprile, del presidente della Società italiana per il commercio estero Vincenzo Fagiuoli123. Successivamente erano stati espulsi (nonché dichiarati decaduti da membri della Camera dei fasci e delle corporazioni e condannati o inviati al confino) altri cinque consiglieri nazionali, Gino Franciosi e Francesco Giacomelli (Corporazione del legno), Ezio Braga (Corporazione dei combustibili), Umberto Cattania (Corporazione delle industrie estrattive) e – fatto che ebbe vasta eco – per «profitto personale» il presidente della Confederazione dei commercianti, Giorgio Molfino, che era stato dal 1932 al 1938 federale di Genova e dal 1937 al 1939 membro del direttorio nazionale del PNF.
In novembre poi la mannaia del partito si era abbattuta (oltre che su un sesto consigliere nazionale, Augusto Crò della Corporazione delle industrie estrattive) su tre federali che erano stati improvvisamente sostituiti (per inefficienza, come subito si seppe), quello di Genova, Luigi San Germano, quello di Palermo, Guido Ramaccioni, e quello di Milano, Andrea Ippolito, uno degli astri nascenti del PNF e membro del direttorio nazionale. Ancor piú che i precedenti, che, pure l’avevano già scosso profondamente – al punto da dar luogo a pubbliche esplosioni colleriche contro «quei signori del partito» come quelle nelle quali si era esibito Francesco Giunta nei corridoi di Montecitorio: «e che vadano a ritirargli la tessera; lui ci si pulisce il culo», secondo un’annotazione di Bottai124 –, questi provvedimenti avevano messo in allarme e in agitazione il vecchio fascismo che aveva visto in essi una manovra per screditarlo ed emarginarlo. Allo stato della documentazione, sembra che chi si irritò e preoccupò maggiormente fu Farinacci, che da tempo era nettamente ostile alla politica di Vidussoni e in particolare al suo atteggiamento verso i giovani fascisti e la loro stampa; quel che è sicuro è che mentre gli altri oppositori di Vidussoni preferirono continuare ad agire sott’acqua, Farinacci – che, oltre tutto doveva difendere la propria leadership sugli intransigenti e i vecchi fascisti in genere e la propria immagine dell’unico che parlasse chiaro a Mussolini – scelse invece la linea dell’attacco frontale, sperando probabilmente di indurre Mussolini a sostituire Vidussoni o, almeno, di evitare che l’ormai imminente rinnovo del direttorio portasse ad un ulteriore indebolimento della presenza ai vertici del partito dei vecchi fascisti.
Il 19 e il 20 novembre Farinacci scrisse a Mussolini due lettere che erano tutta una requisitoria contro Vidussoni e la politica del partito. Nella prima125 prese spunto dai tre siluramenti dei giorni precedenti e in particolare da quelli di San Germano («il siluramento del federale di Genova – avvenuto quarantott’ore dopo il grave bombardamento [della città] – aveva addossato al partito di fronte agli italiani e allo straniero la colpa di una insufficiente organizzazione difensiva... e a Radio-Londra non parve vero di poter mettere in rilievo questo episodio») e di Ippolito («Ippolito aveva dei grandi numeri: intelligenza, attività, capacità di organizzazione, oratoria efficace...») per accusare Vidussoni di favorire i gufini, i legionari di Spagna, i triestini e coloro «che abbiano avuto a che fare con Matera» («sí, Matera, caro presidente, è assurta alla dignità di una ideale scuola di Mistica fascista»), di voler «distruggere le vecchie e naturali gerarchie» e di fare quindi il giuoco dei nemici del fascismo, provocando «una grave frattura» tra anziani e giovani, «sputtanando» il partito e il fascismo invece di difenderli contro i denigratori:
Che cosa è stato fatto contro i denigratori della guerra, contro i denigratori del fascismo? Né un’opera giusta di repressione, né un’opera efficace di propaganda, né di eliminazione dei mali e dei difetti per cui ci si lamenta. Vidussoni e i suoi collaboratori non sono in grado di fare ciò: ad essi manca la conoscenza degli uomini, delle situazioni e dei problemi. Quando vi è procella, solo una imbarcazione robusta e degli uomini sperimentati possono tenere il mare. Vidussoni è un bravo ragazzo, ma è un ragazzo. Il Segretario del Partito in questo momento dovrebbe essere almeno un animatore, mentre tu sai che se egli parla crea l’effetto opposto.
Nella seconda lettera126 concentrò invece il discorso sulle espulsioni dei consiglieri nazionali, accusando in sostanza la gestione Vidussoni di prendersela con i pesci piccoli e di non far niente contro i grossi:
Stiamo dando la caccia ai Consiglieri Nazionali e ad altri fascisti che guadagnavano alcune diecine di biglietti da mille nelle società anonime e in altri enti, e abbiamo perduto di vista molti padreterni, tipo Beneduce, Paratore, Bevione, Azzolini, ecc., ecc., che guadagnano somme favolose, qualcuno al di là del milione annuo, conservando la loro vecchia mentalità e ritenendosi indispensabili. Guarneri, ex ministro degli scambi e valute, cremonese e prete nell’anima, da quando ha lasciato il governo, ha fatto una raccolta di cariche rimunerative che gli rendono un vero patrimonio. Si dirà che non è un gerarca. Ma viene quasi spontaneo di dire: beato lui!
La levata di scudi di Farinacci non sortí apparentemente alcun risultato. In realtà il colpo non andò però a vuoto. In un momento tanto grave come era quello determinato dallo sbarco angloamericano in Marocco e in Algeria Mussolini poteva lasciare senza risposta le lettere di Farinacci, ma non poteva ignorare le reazioni, il «malessere» del vecchio fascismo, lasciando cosí campo libero a Farinacci e alle sue manovre per rafforzare ed estendere la propria leadership su di esso127, stabilire ulteriori collegamenti fuori dal giro strettamente di partito e preparare una svolta intransigente e a carattere fortemente filotedesco di tutta la politica nazionale. Da qui la sua pronta accettazione della proposta di Vidussoni di far posto nel direttorio a un «duro» della vecchia guardia come Carlo Scorza, che farinacciano non era, ma anche ad alcuni uomini di Farinacci (Tarabini e Giuliani) o da lui influenzati in qualche misura (Del Grosso); e, ancora, il suo insistere sull’importanza del partito e sulla sua insostituibilità – continuando però sempre a sottolinearne la funzione di «organo di collegamento tra lo Stato e il popolo» e cioè a ribadire indirettamente la propria indisponibilità ad accettare il punto di vista degli intransigenti che ne avrebbero voluto fare, come in Germania e in Unione Sovietica, il potere a tutti superiore – e su quella dei vecchi squadristi, sui quali – come disse in direttorio l’11 marzo 1943128 – «bisogna contare, perché sono quelli che oggi sono sempre in prima linea, anche se per avventura, come è fatale che succedesse, gli anni hanno lasciato qualche segno sui loro volti, ma non hanno lasciato alcun segno nel loro animo», il tutto senza rinunciare però a sostenere la necessità, il dovere di proseguire l’epurazione129, e a stare attento ad evitare iniziative che potessero andare a vantaggio degli intransigenti e a bloccare quelle che essi cercavano di varare.
Caratteristico in quest’ultimo senso è il suo comportamento rispetto ad un disegno di legge propostogli ai primi di marzo da Vidussoni con cui si stabiliva che i segretari federali e dei fasci e i fiduciari rionali non potessero essere chiamati a rendere conto dell’esercizio delle loro funzioni che dalle superiori gerarchie del PNF, né sottoposti a procedimento senza il parere del segretario del partito130. Ormai in procinto di sostituire Vidussoni, Mussolini lasciò cadere la proposta, quasi certamente per evitare il rischio di una sua utilizzazione «anomala» da parte di chi sarebbe stato il nuovo segretario. E ancor piú caratteristico è quello a proposito della «Guardia ai labari».
Ad accennare – molto vagamente – all’eventualità di dar vita ad una organizzazione militare del partito sul tipo delle SS naziste fu proprio Mussolini131. Quasi certamente l’idea non fu però da lui ventilata né a caso né tanto meno pensando di realizzarla, ché egli si rendeva ben conto delle difficoltà che, se l’avesse portata avanti, gli avrebbe procurato con gli ambienti militari e con il sovrano. Tanto è vero che, quando Scorza l’avrebbe ripresa e avrebbe tentato di concretizzarla, con l’istituzione appunto della «Guardia ai labari», la lasciò quasi completamente cadere, definendola, per un verso, un doppione della Milizia, a cui avrebbe fatto torto, e che, per di piú, avrebbe suscitato questioni che era meglio evitare e, per un altro verso, salvandola, per cosí dire, in un’ottica tutta diversa, quella – lo si è visto – di farne una «guardia ideale» affidata alla Gil e che avrebbe dovuto «esaltare l’orgoglio» e «sublimare la fede» dei giovani132. Per capire un tale comportamento bisogna rifarsi al «malessere» della vecchia guardia fascista, all’intensificarsi delle manovre dei farinacciani in parallelo al sempre piú evidente tracollo militare nel Nord Africa e, piú in generale, allo stato d’animo che la drammaticità della situazione determinava tra quei fascisti che erano veramente tali.
Tra le manovre nate in area farinacciana vi fu anche , all’inizio dell’ultima decade di novembre, un tentativo di Preziosi per indurre Galbiati a dar vita, a fianco dei Battaglioni M veri e propri, a dei Battaglioni M «per il fronte interno». Lo stato d’animo del paese era ormai – secondo Preziosi133 – talmente deteriorato che stava traducendosi in una crescente sfiducia in Mussolini, l’unico vero ed indiscusso punto di riferimento sino allora per gli italiani. Ciò nonostante qualcosa si poteva ancora fare ed era urgente fare: si poteva «creare un ostacolo perché la valanga non aumenti e tentare di diminuirne la gravità». A ciò avrebbe dovuto provvedere il partito se le sue gerarchie non fossero state impari al compito e se proprio nelle sue file, «da quando la tessera con le successive aperture di porte è diventata un po’ un documento di stato civile», non si fossero annidati «tutti coloro contro i quali occorre prendere posizione». Questo – sempre secondo Preziosi – non era invece il caso della Milizia. «Essa, – scriveva a Galbiati, – è ancora la sola selezione a base di volontarismo che noi abbiamo. La Milizia non è stata mammonizzata nella sua grande massa. La Milizia può portare un freno e creare un ostacolo alla valanga». Spettava dunque a lei di provvedere:
Create i Battaglioni M per il fronte interno e vedrete. Scegliete gli uomini, fate che siano anche al fronte interno maestri di vita, date loro adeguati compiti e vedrete quanto grano, quanto olio e quanta grazia di Dio verrà fuori. Fate che abbiano libertà di cogliere con le mani nel sacco e il maresciallo dei carabinieri richiamato che diventa complice dei contrabbandieri e il gerarca che mangia pasta bianca e riceve doni dai fornitori contrabbandieri. Fate che possano entrare e prendere per l’osso del collo proprietari di ristoranti e frequentatori di circoli che trasgrediscono tutte le leggi, con la complicità e partecipazione di autorità. Fate che sotto gli occhi del popolo che fa le snervanti file, possano far constatare come si viola legge e si esasperano i meno abbienti che sono poi la grande maggioranza che dà i figli alla guerra. Fate che si possano prendere di petto i grossi pesci: bastano venti esempi clamorosi in ogni grande città. Fate che si possa scovare quanto si è nascosto nelle campagne; anche qui pochi ma grossi esempi sapientemente distribuiti. Chiusura di qualche grande negozio per tutta la durata della guerra e qualche confisca di beni dell’accaparratore daranno indubbi effetti; è sempre meno della pena di morte.
Voi direte che io vorrei fare come il bambino del quale parla S. Agostino: voleva il bambino prosciugare il mare prendendo acqua col mezzo guscio di una noce, e riversandola in un fossetto scavato nell’arena. Ed io rispondo che ho fiducia nel risultato dei grandi esempi per non aumentare la valanga. E non occorrono masse; bastano pochi Battaglioni, composti di uomini che con energica azione, derivante dalla ricchezza della loro fede ed abnegazione, facciano praticamente sapere che è ora di cambiare strada. Basta!
Che se, per l’efficacia dell’esempio, occorrerà buttare dalla poltrona qualche pezzo grosso che a furia di scrollate di spalle o di mezze parole si vuol precostituire un alibi, perché non crede nella vittoria e non ama questa guerra, è il Regime che se ne avvantaggerà.
Il tentativo di Preziosi era andato a vuoto; Galbiati era stato diffidato da Mussolini a dargli seguito e Preziosi era stato oggetto di una dura reprimenda: «il Duce gli ha dato una solenne lezione» è annotato sulla sua lettera che Galbiati gli aveva fatto leggere. Bloccato il tentativo messo in opera da Preziosi, la questione era però tutt’altro che chiusa e Mussolini lo sapeva.
L’idea che si dovesse ricorrere alla maniera forte contro chiunque non sentiva il dovere di impegnarsi a fondo per fronteggiare la situazione nella quale stavano sprofondando l’Italia e il fascismo e per superare con un supremo sforzo la crisi e che si dovesse a questo scopo procedere ad una epurazione draconiana piú dura di quella intrapresa da Vidussoni e, se necessario, ad una repressione nei confronti dei «nemici interni» non era infatti solo di Farinacci e di coloro che come lui volevano – oltre alla liquidazione della segreteria Vidussoni – un piú organico rapporto con la Germania, vedendo in esso l’unica vera garanzia per costringere le gerarchie militari e il mondo economico a fare «veramente» la guerra; né era solo una bandiera dietro la quale molti fascisti della vecchia guardia nascondevano la loro ostilità verso i fascisti delle ultime generazioni, il loro moralismo e le loro pretese di assumere la guida del fascismo e di imporre la loro concezione di esso. Era una idea, o, se si preferisce, uno stato d’animo, presente in maggiore o minore misura – ma comunque, per il momento, montante – in larghi settori di fascisti vecchi, meno vecchi e giovani che sentivano avvicinarsi il momento decisivo in cui il fascismo avrebbe dovuto affrontare la prova suprema, dimostrare la sua validità storica ed essi – e qui il discorso vale soprattutto per i giovani che si erano visti chiudere tante volte la bocca dai vecchi fascisti in nome dei meriti da loro acquisiti per aver fatto la grande guerra, lo squadrismo, l’impresa di Fiume e che ora sentivano che era giunto anche per loro il momento di attraversare il «roveto ardente» e di guadagnarsi i «titoli» fascisti che sino allora erano stati loro negati – dar prova della serietà delle loro aspirazioni ad una società, ad un ordine politico-sociale e morale nuovi e della coerenza della loro vita.
In questo clima propositi piú o meno sulla linea della proposta fatta da Preziosi stavano prendendo corpo ai piú vari livelli. Proprio pochi giorni prima di ricevere la lettera del direttore de «La vita italiana», il 18 novembre, lo stesso Galbiati, nella sua qualità di capo di stato maggiore della Milizia, aveva diramato ai comandanti di zona delle CCNN una circolare «riservata personale» nella quale, in vista della prossima assegnazione ai battaglioni di Camicie nere di 5000 giovani della classe 1923, venivano date disposizioni affinché essi a) si adoperassero perché i giovani fascisti di piú provata fede facessero domanda per essere assegnati ai reparti combattenti della Milizia, b) costituissero nuclei «per l’impiego in caso di perturbamento all’ordine pubblico», secondo lo spirito di quanto lo stesso Galbiati aveva detto una settimana prima in un rapporto ai comandanti di zona134.
L’ordine pubblico è nelle mani del Partito – L’Esercito non da affidamento perché il soldato è comandato.
Le forze di polizia sono nulle di fronte alla Milizia e questa deve agire con tutta la legalità in quanto è anche essa una forza di polizia.
E con un’altra circolare, dieci giorni dopo, aveva dato istruzioni affinché ogni legione approntasse «in tutti i comuni della propria provincia nuclei di legionari particolarmente scelti per lunga e appassionata appartenenza al Partito e alla Milizia», «possibilmente “intessuti” dagli squadristi del luogo», facilmente radunabili «in caso di particolare emergenza»135. Contemporaneamente, come si apprende da una preoccupata comunicazione (segreta, riservata alla persona, doppia busta) di Vidussoni a tutti i segretari federali per invitarli alla massima sorveglianza, al partito risultava che in alcune località erano in via di organizzazione delle non meglio ancora identificate «squadre d’azione speciale» che si proponevano «la repressione dell’antifascismo e del disfattismo»136.
Di fronte a questo stato d’animo e ai propositi estremistici che esso alimentava, Mussolini non poteva rimanere indifferente.
Al solito, non poteva favorirli perché ciò l’avrebbe messo in gravissime difficoltà con i militari e con il sovrano e gli avrebbe altresí sottratto qualsiasi residua autonomia rispetto ai tedeschi e, dunque, ogni possibilità di premere su Hitler per una soluzione del conflitto ad Est; ma non poteva neppure ignorarli e frustrarli completamente, dando cosí un’arma in piú, e forse decisiva, in mano a Farinacci e a quei fascisti che non vedevano altra via d’uscita che quella rappresentata, all’interno, da una repressione senza pietà di tutti i «traditori» e, all’esterno, di un allineamento totale alla Germania. Da qui il suo cercare di dirottare, almeno a livello di base, questo stato d’animo e soprattutto i suoi prodotti piú estremistici verso la «Guardia ai labari», salvo ridimensionare radicalmente il progetto allorché Scorza avrebbe cercato di concretizzarlo. Significative sono a questo proposito le date: la questione fu portata da Scorza in direttorio il 9 giugno 1943, due settimane dopo, prima che prendesse corpo, Mussolini l’affossò con l’escamotage della «guardia ideale».
In questo stesso contesto generale e, per quel che riguarda Mussolini, nella stessa logica si capisce anche la sostituzione, il 19 aprile 1943, di Vidussoni con Scorza. Una decisione – lo si è visto – già scontata per quel che concerneva il segretario uscente, piú laboriosa per la scelta del suo successore. Se è vero, come tutto lascia credere, che, dopo il rifiuto a fine gennaio di Ravasio137, sino alla fine Mussolini fu incerto tra Cianetti e Scorza, è naturale ipotizzare che su quest’ultimo nutrisse ancora qualche dubbio. E, forse, non ingiustificato, se si pensa che, negli ultimi giorni prima della nomina di Scorza, Ciano, Farinacci, Gray e persino dei non meglio identificabili «uomini di corte, si adoperarono per ostacolare quella di Cianetti»138.
Scorza era stato e aveva fama di essere ancora un «duro» del fascismo: Bottai nel suo diario lo definí «squadrista e ras tra i piú violenti della violenta Toscana», aggiungendo: «c’è da temerlo, se i propositi eccitati dell’ora gli faranno perdere l’equilibrio che la lunga sofferenza deve avergli interiormente dato»139. In conseguenza del ruolo avuto nella prima crisi per l’Azione cattolica, alla fine del 1931 era stato infatti accantonato; un anno dopo Starace, che lo detestava, lo aveva deplorato «per deficienze di carattere politico»; da allora, sino a quando era stato nominato nel dicembre 1942 vice segretario, era stato tenuto «a bagnomaria» alla Camera. Sia lui che Cianetti appartenevano alla vecchia guardia fascista; Scorza (nato nel 1897) si era iscritto ai Fasci nel dicembre del 1920, Cianetti (del 1899) nell’aprile del 1921. L’unica differenza era che, mentre Scorza aveva svolto tutta la sua attività nel partito, Cianetti, sino al 1939, quando era stato nominato sottosegretario alle Corporazioni, aveva operato nei sindacati. Un fatto questo che agli occhi dei vecchi fascisti giuocava a favore di Scorza, cosí come giuocavano a suo favore la sua fama di «grintoso», l’esser già vicesegretario del partito e l’aver messo nell’espletamento delle sue funzioni un certo attivismo e, infine, il non aver avuto tentennamenti e meno che meno aver fatto lega con i detrattori a oltranza di Mussolini né in occasione della vicenda greca né successivamente. Cianetti invece – lo si è detto – tentennamenti ne aveva avuti; ma poi si era ripreso, un po’ per patriottismo, un po’ per il disgusto che suscitavano in lui i «cortigiani» ed i «servitori infedeli», molto perché Mussolini, ai suoi occhi di uomo semplice e che tutto doveva al fascismo, dalla propria promozione sociale all’idea di poter fare qualcosa per migliorare concretamente le condizioni sociali di quegli umili dalle cui schiere egli stesso veniva, era tutto. Estremamente significativa è in questo senso la lettera che gli scrisse il 18 aprile 1943, appena avuta la notizia della propria promozione a ministro140:
Duce
Ho ancora il cuore pieno di commozione per le vostre parole al Direttorio Nazionale del Partito.
Io «vi sento» Duce, perché tutta la parte migliore della mia vita spirituale è stata illuminata dalla Vostra Fede, che è la nostra fede, la fede di tutti gli italiani.
Per la Vostra benevolenza sono uno dei pochi privilegiati che, senza l’intermezzo di una generazione, sono passati dalla zappa alla responsabilità del Governo.
Mi sento fiero, Duce!
Io non so, Duce, quanti numeri io abbia per fare il Ministro; ma so quanto sia immensa la mia fede in Voi.
Dalla mia infanzia tormentata, alla giovinezza ed alla maturità battagliera ho imparato che il cuore, e quindi la fede, arriva anche dove il cervello non può arrivare.
Ed è alla fede, ve lo giuro, che chiederò principalmente di guidarmi affinché io possa essere sempre degno della Vostra stima.
E quanto a grinta e a intransigenza Cianetti, proprio perché era un «semplice», ne aveva probabilmente piú del «navigato» e parolaio Scorza. A questo proposito caratteristica è un’altra sua lettera a Mussolini dei primi mesi del 1943 a proposito delle voci che circolavano su trattative in corso tramite il Vaticano per dichiarare Roma «città aperta». In essa si legge tra l’altro141:
Negli ambienti papalini e nei circoli della aristocrazia nera ci si sforza a propagare che il Papa salverà Roma e si fa capire con aria fratesca che, poiché il Duce è il Capo delle Forze armate, anche il Duce dovrà lasciare Roma.
Voi dovreste lasciare Roma!?!?
No. Duce, questo non può essere, non deve essere.
Non scorgete in queste mie parole esibizione od atteggiamenti dartagnaneschi: perché Vi giuro che prima di prendere la penna ho dovuto superare tanti e tanti stati d’animo frutto di timore reverenziale.
Chi sono i criminali che hanno, come sempre da venti anni, tentato di fare pesare su Voi e solo su Voi il peso di tutte le responsabilità?
Per quali reconditi fini si punta oggi sul Vostro cuore generoso fino ad osare di pensare che a Voi si possa imporre un sacrificio umiliante, odioso, inutile?…
Che il Papato cerchi, dopo settanta anni, di prendersi una rivincita morale, è cosa che non fa meraviglia…
Ma che vi siano degli Italiani e peggio ancora dei fascisti e dei soldati che, in nome di non so quali sentimenti di umanitarismo o di responsabilità storica, si prestino alla piú antifascista delle insidie è veramente sconfortante!
Ed è sconfortante soprattutto per Voi Duce, perché nessun italiano ha amato Roma come Voi l’avete amata e l’amate fino ai limiti di ogni possibilità umana!…
Io, nella mia pochezza e nella mia ignoranza diplomatica e strategica, sono convinto che gli anglosassoni, pur avendo un gran desiderio di bombardare la Capitale del Fascismo, hanno anche molti scrupoli e probabilmente pensano che sia meglio astenersene pur mantenendo in potenza una minaccia costante.
Ma sarebbero sciocchi gli inglesi se, dinanzi al pietismo papalino avallato da italiani piú o meno ufficiali, non approfittassero per umiliare il Fascismo e il suo Duce!
Ed una volta che essi avessero raggiunto lo scopo, chi potrebbe reagire seriamente alla loro propaganda basata sui confronti tra la sorte delle grandi città italiane e quella differente di Roma dove continuerebbero a vivere tutte le alte gerarchie del Regime, protette dal Papa, dai ruderi dell’Impero e dai monumenti della Rinascenza?
Voi sapete Duce, perché qualcuno avrà avuto l’onestà di dirvelo, che fin da ora a Napoli ed a Milano, per uno di quei fenomeni psicologici che sono facilmente intuibili, si impreca contro i «romani» che non sono bombardati!
Ma, poi, che cos’è questa Roma dinanzi alla quale la Rivoluzione, l’avvenire, l’onore di un popolo dovrebbero arrestarsi o piegarsi?
La grandezza storica e l’eternità di Roma non stanno nelle traballanti, imbracate, puntellate colonne del Foro o del Palatino, ma in tutto quello che di grande ha fatto Roma nell’ascesa della Civiltà umana. La gloria delle sue armi, le sue riforme sociali, il suo diritto, le sue arti, le sue strade, la luce delle sue vittorie sono il metro della sua grandezza che nessuno potrà mai disconoscere anche se non ci sono stati tramandati esemplari manoscritti!…
Duce, frustate a sangue tutti i cortigiani pietisti ed i servitori infedeli perché gli italiani che lavorano e combattono non fanno l’alta politica, non reclamano il salvataggio dei ruderi e dei musei a troppo caro prezzo, ma Vi chiedono una sola cosa: la Vittoria.
Né, in fine, va trascurato che l’intransigenza di Cianetti aspirava ad assumere un carattere sociale ed inseguiva un proprio progetto in questo senso, mentre quella di Scorza era tutta politica e, lo abbiamo detto, sostanzialmente parolaia; il che aiuta a capire perché tra i due le «simpatie» dei moderati come Ciano finissero per andare a Scorza, considerato da essi tutto sommato meno pericoloso – in quel momento – di Cianetti.
Pur non sottovalutando il peso degli argomenti che giuocavano a favore di Scorza, la vera ragione della sua scelta da parte di Mussolini non è affatto chiara.
Nel «Rapporto sul 25 luglio», scritto a Ponza il 2 agosto 1943, e nei Pensieri pontini e sardi il «duce» non solo avrebbe mosso alcune pesanti critiche alla gestione di Scorza, in particolare di aver «assunto un atteggiamento apertamente rivoluzionario e adottato misure che disturbavano sensibilmente l’amministrazione statale», ma – cosa per noi anche piú significativa – di mancare di equilibrio e di sensibilità politica142. Che queste critiche avessero una loro ragion d’essere è, a nostro avviso, indubbio; siamo però anche convinti che nel formularle Mussolini fu assai poco sincero. A farcele apparire insincere (o, se si preferisce, molto reticenti) concorrono vari fatti. La conoscenza che Mussolini aveva da molti anni di Scorza, delle sue qualità, ma anche dei suoi limiti e difetti umani e politici; l’operato di Scorza negli ultimi mesi della segreteria Vidussoni, che doveva avergli confermato piú che modificato il suo precedente giudizio critico su di lui (forte del quale per anni Starace aveva praticamente bandito Scorza dalla vita del PNF senza che il «duce» muovesse un dito per aiutarlo); e, soprattutto, il fatto che Mussolini nominando segretario del partito Scorza sapeva benissimo come questi vedeva la situazione politica e il ruolo del partito e conosceva perfettamente il programma che intendeva realizzare, avendo parlato con lui a lungo il 14 e 15 aprile e letto un dettagliato memoriale programmatico sottopostogli da Scorza in occasione del secondo colloquio143, quello decisivo agli effetti della sua nomina.
Scegliendo Scorza Mussolini, dunque, sapeva bene cosa faceva. Sapeva che il nuovo segretario si proponeva di estendere il controllo del partito su tutta o quasi la vita del paese e sulle maggiori e piú delicate istituzioni del regime: Senato, Camera dei fasci e delle corporazioni, Gran Consiglio, forze armate, produzione, ecc., in alcuni casi procedendo ad una loro radicale riforma. A questo flusso di propositi il «duce» nei mesi successivi si oppose sistematicamente, in certi casi in modo esplicito, in altri moderando gli ardori di Scorza, in altri ancora ricorrendo alla tattica del rinvio, dell’insabbiamento, di far mancare al momento decisivo il suo sostegno (come nel caso del provvedimento per il collocamento a riposo d’autorità degli alti gradi della burocrazia) alle proposte e alle iniziative che piú riteneva inopportune e tali da suscitargli problemi che voleva assolutamente evitare. Sino ad arrivare, secondo Scorza144, a tagliargli drasticamente tutto ciò che di innovatore e di «rivoluzionario» vi era nel testo da lui preparato del discorso che avrebbe poi pronunciato al teatro Adriano il 5 maggio in occasione del rapporto alle gerarchie del PNF convenute a Roma, anche laddove – sempre secondo Scorza, ma l’affermazione non corrisponde a verità o vi corrisponde solo in minima parte, ché dall’«appunto per il Duce» redatto da Scorza il 7 giugno, e, dunque, oltre un mese dopo i tagli in questione (lo si veda in Appendice, Documento n. 13), risulta chiaramente che questioni come quelle relative alle forze armate e all’abbandono da parte di Mussolini della guida dei dicasteri militari erano ancora tutt’altro che decise e, forse, venivano sollevate esplicitamente per la prima volta da Scorza proprio in quella sede – esso si riferiva a questioni e decisioni sulle quali si era precedentemente detto d’accordo con lui:
soppresse tutta la parte sociale perché gli sembrò «prematura»; le misure di moralizzazione del partito perché «argomento da trattarsi per linee interne»; le riforme nell’organizzazione del partito e il preannuncio di ciò che egli aveva deciso di attuare nel governo, nella Camera e in altri organismi perché «non di specifica competenza del segretario del partito».
Alla luce di ciò si capisce facilmente perché Scorza alla vigilia della riunione del direttorio del 24 giugno avesse l’impressione che in quella sede Mussolini gli avrebbe dato «una tirata di freni», se non, addirittura, come gli scrisse per difendere il proprio operato e rassicurarlo145, lo avrebbe «impallinato». Ugualmente facile è capire perché il giorno dopo al direttorio Mussolini non mosse alla politica di Scorza vere critiche, limitandosi a sottolineare o sorvolare i punti del suo programma che maggiormente gli stavano a cuore o che non condivideva: «impallinare» il segretario del partito dopo appena due mesi dall’averlo nominato sarebbe equivalso ad «impallinare» se stesso. Quello che invece è difficile capire è perché Mussolini, che sapeva bene quali fossero le idee, i propositi e le capacità politiche di Scorza e non fu quindi certo colto di sorpresa dalle sue iniziative, lo avesse scelto come segretario del partito. Ché di due cose si può esser certi.
Prima. Anche senza esporsi sino a preferirgli Cianetti, Mussolini avrebbe potuto, se l’avesse voluto, trovarsi un altro segretario con delle caratteristiche «di partito» simili a quelle di Scorza, ma piú affidabile caratterialmente e per sensibilità politica e, soprattutto, meno bersaglierescamente «rivoluzionario». Né si può pensare che lo avesse nominato per tenerlo a bagnomaria sino al momento in cui un significativo successo militare gli avrebbe permesso di riprendere a far veramente politica in grande. Prevedere a metà aprile quando questo momento si sarebbe verificato – dato e non concesso che potesse verificarsi – era impossibile, mentre era sicuro che, con le velleità di dilatare la sfera di competenza del partito e con la sua ostilità «rivoluzionaria» nei confronti delle gerarchie militari e burocratiche, Scorza avrebbe nel frattempo finito per operare nel senso di rendere piú difficili i rapporti con esse e quindi la possibilità che questo momento arrivasse. Tanto è vero che lo stesso Mussolini, pur aderendo alla sua proposta (alla quale del resto aveva già autonomamente pensato) di disfarsi della gestione dei dicasteri militari per concentrarsi sulla conduzione strategico-politica della guerra, si guardò bene dal far trapelare alcunché, in attesa del famoso momento in cui, pensava, l’avrebbe potuto fare senza rischi di causare sconquassi nell’amministrazione militare e suscitare pericolosi appetiti (e relativi contrasti) e all’interno della gerarchia militare e tra i fascisti piú intransigenti che da un po’ di tempo andavano inseguendo l’idea di portare uno di loro (pare Alessandro Melchiori) alla carica di sottosegretario alla Guerra in modo da rompere il monopolio dei militari sull’esercito e controllarli da presso.
Seconda. Nell’aprile 1943, quando prese la sua decisione, Mussolini era malato, precocemente invecchiato e consapevole della drammaticità della situazione militare italiana e dell’impasse in cui si trovavano i tedeschi all’est e dell’impossibilità per l’Italia di resistere a lungo, a meno che Hitler non avesse accettato il suo punto di vista e capito la necessità di por fine in qualche modo al conflitto con i sovietici. Da qui un complesso stato d’animo che, anche se cercava di non darlo a vedere, lo angustiava profondamente e nel quale confluivano almeno tre sentimenti: quello piú intimo delle proprie personali responsabilità; quello dettatogli dallo sconforto per il destino al quale sentiva sarebbero andate incontro l’Italia e la «grande opera» da lui intrapresa; e quello provocato dall’irritazione – talvolta dal furore – per l’inadeguatezza e l’incapacità dimostrate dagli italiani, e in primo luogo dalla classe dirigente – e dalla sua parte piú propriamente fascista non meno che da quella borghese tradizionale –, a «sentire» la grandezza della loro «missione storica», ad impegnarsi per realizzarla e, a quel punto, a «reagire» al dramma che l’Italia viveva con tutte le loro energie e a non illudersi che la guerra potesse avere altre alternative fuori che la vittoria o la sconfitta con le conseguenze che questa avrebbe avuto inevitabilmente, a cominciare da quella – per lui decisiva – di por fine non solo alla potenza, ma al prestigio morale dell’Italia. Questo complesso stato d’animo faceva sí che talvolta egli fosse «svogliato ai piccoli problemi», che in certi momenti fosse colto da crisi di abbattimento e di sconforto che lo portavano ad isolarsi vieppiú e a trascurare gli affari correnti; poteva persino portarlo a smarrire parte della sua lucidità politica e a rifugiarsi sempre piú nella fiducia nella propria capacità ad esercitare il ruolo dell’eretico corruttore; non lo portava però ancora a gettare la spugna, a rinunciare alla lotta. Si potrebbe addirittura dire che, come in un animale ferito, il pericolo incombente accentuava la sua sensibilità e con essa la sua capacità politica manovriera, la sua fantasia e abilità tattica nel giuoco politico. Il che, ovviamente, non vuol dire esprimere una sorta di apprezzamento per questo suo defatigante e inutile impegno in un giuoco politico ridotto al momento tattico, all’espediente spesso, ma mettere l’accento su una condizione spirituale e su un modus operandi che rimarrebbe altrimenti incomprensibile se lo si considerasse solo nell’ottica della passività di fronte agli avvenimenti e della casualità delle sue prese di posizione, che, al contrario, furono, nonostante molte e gravi defaillances, frutto di un impegno tutto sommato costante e dettato da una sorta di lucido realismo politico, sia pure meramente tattico e volto a tamponare le falle, non a risolvere con drastiche e veramente realistiche decisioni i problemi di fondo. Di questo impegno vi è, a ben vedere, traccia in tutte le questioni che nella sua logica assumevano un particolare rilievo.
Da qui l’impossibilità, a nostro avviso, di pensare non solo che l’operato di Scorza come segretario del partito abbia colto di sorpresa Mussolini (come indirettamente all’indomani del 25 luglio egli cercò di far credere), ma anche che egli avesse proceduto alla sua nomina senza valutarne il pro e il contro, ché della necessità di imprimere una svolta alla situazione interna e di riprenderla per i capelli prima che precipitasse del tutto egli era piú che convinto. Sempre da qui, dunque, la necessità in sede storica di sforzarsi di capire la scelta di Mussolini.
Per riprendere per i capelli la situazione il partito poteva in teoria avere una sua funzione. Una funzione per altro alla quale, a ben vedere, dopo la gestione Vidussoni Mussolini doveva attribuire una importanza tutt’altro che decisiva ma, per essere piú precisi, limitata solo a campi ben definiti e circoscritti. Se si leggono i suoi interventi in sede di direttorio, da quello del 3 gennaio 1943 e in particolare da quello del 17 aprile, in occasione dell’insediamento di Scorza, in poi, senza farsi condizionare dalle ripetute affermazioni sulla insostituibilità del partito e i grandi compiti che esso avrebbe dovuto assolvere (destinate essenzialmente a tenere a freno gli elementi piú estremisti e a prevenire le critiche dei farinacciani), è facile rendersi conto che, in concreto, Mussolini chiedeva al partito (oltre che di continuare ad epurarsi dalla «zavorra» e dagli «indegni») di concentrare i propri sforzi in due direzioni. In quella di una maggiore presenza nel paese attraverso i Fasci locali, per «diffondere nelle masse, attraverso la propaganda che viene definita “di bocca in bocca”», la convinzione che non vi era alternativa tra guerra e pace, sicché146
qui bisogna stare fino all’ultimo del combattimento. Coloro che pensano ad una pace separata sono dei criminali; e coloro che credono che domani gli anglosassoni farebbero all’Italia una situazione di privilegio sono doppiamente criminali.
E in quella di un’attiva vigilanza del disfattismo, dell’antifascismo e di certe abitudini e forme di vita «incoscienti» e «immorali» alle quali si abbandonava una parte della borghesia e che turbavano e corrompevano i «buoni» italiani. Vigilanza, si badi, non repressione, ché – nonostante certi toni minacciosi e certe allusioni all’eventualità di passare dal rigore al terrore e il suo insistere sulla necessità di avere una polizia fascista («non l’agente che è fascista, ma il fascista che è agente») – questa Mussolini la riservava alla polizia, mettendo in chiaro che compito del partito era quello di «curare e vigilare» la parte «deteriore» del paese, ma di «affidarla alla polizia, tutte le volte che esce dal suo torpore intellettuale e morale»147. Due direzioni, dunque, che è ben difficile definire rivoluzionarie e che ignoravano quanto invece avrebbe voluto Scorza.
Né la sostanza del quadro muta, anzi si precisa meglio, se dalle prese di posizione in sede di direttorio si estende l’esame a quelle piú riservate, al rapporto diretto che Mussolini immediatamente instaurò con Scorza. Da esse e persino dalle pagine (piú di una volta troppo tese a salvare l’immagine del loro autore e a far apparire il «duce» nella luce di chi aveva tarpato le ali alla sua politica) dedicate dallo stesso Scorza alle vicende del proprio segretariato risulta infatti chiaro che Mussolini tenne ad esercitare un forte controllo sul partito e su quanto Scorza faceva o avrebbe voluto fare, certo piú forte di quello che aveva esercitato su Vidussoni e che Scorza si attendeva, e che, in sostanza, bloccò pressoché tutte le iniziative di una certa importanza che il neosegretario avrebbe voluto prendere e che, quando non le bloccò, le svuotò di ogni contenuto «rivoluzionario» o le rimandò «a tempi migliori», quando non avrebbero suscitato nuovi problemi, se non addirittura a dopo la guerra.
Un interrogativo è a questo punto naturale: se, come tutto lascia ritenere, la funzione del partito doveva essere per Mussolini quella di sostenere con una serie di attività di massa – in particolare con la propaganda, la vigilanza e l’assistenza – il fronte interno, come poteva il «duce» sperare di riprendere il controllo di una situazione che andava ormai sempre piú degradandosi e sgretolandosi un po’ a tutti i livelli sociali? A ridar fiducia, riconciliare al regime e galvanizzare il patriottismo della piccola e media borghesia, soprattutto dei maggiori centri urbani, che le difficoltà della vita quotidiana, i bombardamenti, il succedersi delle sconfitte militari spingevano giorno dopo giorno ad uscire dal suo torpore e dalla sua indifferenza per tutto ciò che non la toccava nel suo diretto ed immediato quotidiano e a pensare che l’unica vera via per por fine alla penosità della sua condizione fosse l’uscita dell’Italia dalla guerra non poteva ormai certo bastare aggiustare il tiro della polemica antiborghese – come fece Scorza nel suo discorso all’Adriano –, renderla meno indiscriminata, grossolana, giovanilistica e riconoscendo esplicitamente gli errori e gli eccessi nei quali essa era caduta148, cosí come, a quel punto, non poteva bastare mettere l’accento non tanto sul fascismo ma sull’Italia e sul patriottismo che doveva prevalere su tutto, come avrebbe fatto Gentile nel discorso pronunciato in Campidoglio il 24 giugno149, né rivedere e riproporre in termini nuovi l’atteggiamento sin lí avuto nei confronti degli intellettuali150. Che Mussolini non se ne rendesse conto è poco credibile. Di fronte a questo interrogativo i dubbi sulla vera ragione della scelta di Scorza si rafforzano, al punto, ci pare, da autorizzare una ipotesi che può servire, forse, a dare una risposta all’uno e agli altri. Una ipotesi che si può sintetizzare in due punti: a) considerando ormai sempre di piú il partito un elemento marginale della sua strategia, utile come forza di contenimento e ad deterrendum, ma non decisiva e che, oltre tutto, poteva ancora una volta procurargli delle difficoltà, Mussolini scelse Scorza per dare il massimo di soddisfazione possibile in quel momento alla vecchia guardia fascista, evitare che essa si abbandonasse a iniziative e colpi di testa che avrebbero fatto precipitare i rapporti con il sovrano e con i vertici militari e, al tempo stesso, tenere a bada Farinacci e i farinacciani; b) assillato com’era dalla necessità di sfruttare al massimo le possibilità dell’economia nazionale (in certi settori della quale andava diffondendosi sempre piú la tendenza a risparmiare e occultare le scorte esistenti per utilizzarle quando si fosse usciti dal conflitto) sia per sostenere lo sforzo bellico, sia per poter cercare di ottenere maggiori rifornimenti di materie prime dai tedeschi, piú che sul partito puntò sulla carta di un maggior controllo dello Stato sull’economia e dell’adozione di provvedimenti sociali che, nelle sue intenzioni, avrebbero dovuto dare fiducia ai ceti operai e tecnici e ai giovani e, al tempo stesso, rappresentare un monito per la grande borghesia e in primis per quei settori, sempre piú numerosi, del mondo finanziario e industriale che costituivano la punta piú avanzata di coloro che consideravano indilazionabile lo sganciamento dalla Germania e l’uscita dal conflitto e che si stavano a questo scopo collegando con quella parte dell’establishment politico del regime (con la quale, del resto, avevano avuto sempre ottimi rapporti151) che la pensavano come loro. Solo alla luce di una ipotesi di questo genere ci pare che la nomina di Scorza a segretario del partito trovi una sua soddisfacente spiegazione e, insieme, una collocazione che non sia quella di una mera coincidenza temporale nel piú generale contesto dei mutamenti al vertice del regime operati da Mussolini tra la fine di gennaio e la metà di aprile del 1943.
«Per il partito ho pensato per qualche giorno a Cianetti, ma la sua opera mi è troppo indispensabile per un serio riordinamento del ministero delle Corporazioni». Queste parole, dette da Mussolini a Pareschi proprio nei giorni decisivi per la scelta di Scorza e riferite dallo stesso Pareschi a Cianetti152, e il fatto che la promozione di Cianetti a ministro avvenne contestualmente alla nomina di Scorza, sebbene da tempo – praticamente da quando a febbraio aveva nominato a quel posto Carlo Tiengo – Mussolini conoscesse le precarie condizioni di salute che rendevano impossibile al ministro delle Corporazioni di svolgere le sue funzioni (e non di rado lo tenevano addirittura lontano da Roma), sicché il ministero era di fatto retto da Cianetti, costituiscono già un primo significativo elemento a sostegno della nostra ipotesi. Un secondo – meno probante, ma tuttavia non privo di significato anch’esso – è costituito dalla risposta che il 24 aprile Mussolini diede a Scorza che avrebbe voluto far sentire la voce del partito riguardo alla nomina a sottosegretario (al posto del promosso Cianetti) di G. B. Baccarini: «tutto ciò interessa le Corporazioni e il capo del governo, non interessa affatto il partito»153; una risposta talmente secca da far pensare, piú che al desiderio di mettere in chiaro i limiti delle competenze del partito, alla volontà di escludere a priori qualsiasi interferenza di esso proprio nel ministero delle Corporazioni. Un terzo, e piú significativo ancora, è costituito infine dai provvedimenti che Cianetti, divenuto ministro a pieno titolo, cercò di varare e, piú in genere, dall’indirizzo che intendeva dare all’attività del ministero delle Corporazioni. Con questo, sia chiaro, non vogliamo arrivare ad ipotizzare che Cianetti si muovesse su una linea precisamente concordata con Mussolini o, addirittura, da lui tracciatagli. Nulla autorizza infatti a pensarlo e, anzi, le fonti disponibili concordano nel far ritenere che a prendere le iniziative piú significative fu Cianetti e mostrano un Mussolini assai disponibile sulle prime verso di esse, ma poi, davanti alle resistenze e alle ostilità che incontravano e alla prospettiva delle difficoltà che avrebbero potuto creargli, quasi sempre pronto a lasciarle cadere o a rinviarle, senza per altro pensare mai, non diciamo a liberarsi di un ministro cosí scomodo, ché, ovviamente, il discorso fatto per i timori di Scorza di essere «impallinato» vale anche per Cianetti, ma anche solo a mettere un freno ai suoi propositi sociali. Nulla autorizza però neppure a pensare che il «duce», che conosceva gli orientamenti di fondo di Cianetti da anni e che, oltre tutto, aveva avuto occasione di conoscerlo meglio nel periodo della «supplenza» di Tiengo, promuovendolo si attendesse da lui solo «un serio riordinamento» del ministero delle Corporazioni. Nella logica del durare, per lui il ministero delle Corporazioni, cosí come il partito, doveva infatti avere in quel momento una funzione soprattutto ad deterrendum; se poi Cianetti avesse potuto fare qualche cosa per cicatrizzare la ferita degli scioperi delle settimane precedenti e ridare un po’ di fiducia alle masse operaie tanto meglio. In quest’ottica si spiegano bene sia la scelta di Scorza sia quella di Cianetti, entrambe, nella logica di Mussolini, in quel momento giuste, ma non intercambiabili, ché Cianetti non avrebbe avuto sulla vecchia guardia l’autorità di Scorza e questi alle Corporazioni non avrebbe avuto alcuna credibilità.
Cianetti, anche se aveva sempre avuto – un po’ per la sua formazione sindacale, un po’ perché aveva nutrito a suo tempo una certa simpatia per la «corporazione proprietaria» di Spirito, bocciata a Ferrara da Bottai – una sorta di diffidenza per Bottai, era un corporativista convinto. Per lui le corporazioni avrebbero dovuto costituire insieme al partito «i pilastri fondamentali dello Stato fascista», l’organo che ne avrebbe dovuto indirizzare ed informare la vita sociale; al contrario l’idea corporativa e i principî della «Carta del lavoro», a forza di gradualismi dettati da necessità contingenti e da tatticismi e compromessi politici, avevano preso corpo e si erano sviluppati in un modo che ne aveva fatto ai suoi occhi degli strumenti di conservazione e di cristallizzazione degli interessi piú forti. Una delle sue critiche maggiori si appuntava contro il fatto che, sotto la spinta delle necessità belliche e degli interessi privati, l’IRI non era stato collegato – come inizialmente previsto – alle corporazioni e a prevalere era stata la linea del Fabriguerra tesa a perseguire un intervento statale finalizzato solo agli aspetti produttivi e, quindi, sordo a quelli sociali. Nel 1937 Cianetti aveva preparato un progetto di azionariato operaio e partecipazione agli utili; nel 1939, divenuto sottosegretario, ne aveva abbozzato un altro volto soprattutto a riformare la politica sindacale del ministero delle Corporazioni154; entrambi non avevano riscosso però l’adesione di Mussolini, anche se questi non li aveva neppure esplicitamente bocciati.
Nominato ministro, la sua ambizione era quella di approfittare del momento per imprimere una «decisa sterzata verso sinistra della politica sociale del regime» e – rendendosi conto della impossibilità di far funzionare veramente la macchina corporativa – per dare alle Corporazioni un carattere piú tecnico e cercare di farne uno strumento a sostegno della sua politica. A questo scopo, da un lato, riesumò alcuni punti del suo progetto del 1939, da un altro, puntò a potenziare i sindacati dei lavoratori (che avrebbe voluto riunificare in una unica confederazione che avrebbe dovuto assorbire anche l’Ente nazionale della cooperazione) e, da un altro ancora, si sforzò di porre su basi nuove i rapporti tra il suo ministero da una parte e il partito (che si era fatto con Scorza assertore di una politica di vaste concentrazioni industriali che egli invece osteggiava per le conseguenze economiche e sociali che esse avrebbero avuto), i ministeri delle Finanze e della Produzione bellica, il Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione (di cui ottenne il passaggio alle sue dipendenze) e la pletora di enti economici (che avrebbe voluto ridurre notevolmente, cosí come, del resto, avrebbe voluto ridurre il numero delle corporazioni) dall’altra parte. Altro punto importante del suo programma era poi quello di cominciare a rendere piú tecnica e meno politica la rappresentanza delle corporazioni nella Camera dei fasci e delle corporazioni sostituendo gradualmente i consiglieri nazionali privi di competenza specifica (da lui valutati nei due terzi della rappresentanza «corporativa») con veri esperti.
Nonostante l’impegno messovi, i risultati che Cianetti riuscí a conseguire furono però assai modesti e non solo per i pochi mesi che passarono tra la sua nomina e la caduta del regime, ma anche perché la sua politica si urtò subito con quella, pragmatica e moderata, di Acerbo, incontrò la netta opposizione «legalistica» di De Marsico e nei momenti decisivi non fu sostenuta da Mussolini155.
Con il ministero delle Finanze gli scontri maggiori ebbero per oggetto l’aumento dell’imposta generale sull’entrata, che Acerbo riteneva indispensabile, insieme a quello delle aliquote fiscali, per dare una boccata d’ossigeno al bilancio dello Stato e Cianetti osteggiava perché le sue ripercussioni sui prezzi avrebbero annullato i benefici che i lavoratori avevano ottenuto con i provvedimenti dell’aprile, e l’IRI. A metà maggio Cianetti sottopose a Mussolini il testo di un decreto legge che sanciva «la vigilanza e la tutela» sull’IRI del ministero delle Corporazioni che le avrebbe esercitate «d’intesa» con quello delle Finanze. Piú che un valore attuale la richiesta, che Cianetti appoggiava all’autorità della «Carta del lavoro» (VI, VII e IX dichiarazione) e all’articolo 1 dello statuto dell’IRI, aveva per lui un significato programmatico e, cioè, la rivendicazione della «necessità, organica e funzionale, che nell’ordine corporativo siano inseriti, nel modo piú opportuno, tutti i vari strumenti di cui lo Stato si avvale per il perseguimento dei suoi fini politico-economici»156. Contro di essa insorse però subito Acerbo, che vi vide un tentativo per far passare completamente l’IRI alle dipendenze delle Corporazioni e si affrettò quindi a sostenere il diritto di controllo finanziario su esso delle Finanze e a negare alle Corporazioni il controllo economico, ovvero «un pieno potere di comando» sull’Istituto. Col che la questione si impantanò in una sorta di braccio di ferro tra i due ministeri in cui Mussolini non volle entrare e che sarebbe durato sino al 25 luglio.
Piú duro (e per noi anche piú interessante da vari punti di vista) fu lo scontro che a metà giugno il ministro delle Corporazioni ebbe con quello di Grazia e Giustizia157. Per Cianetti, di fronte al «continuo rafforzamento delle posizioni capitalistiche», all’accentuarsi della tendenza alla costituzione di monopoli e, parallelamente, alla «sistematica sottrazione delle funzioni economiche alle Corporazioni» e al loro trasferimento alle organizzazioni padronali che la guerra aveva favorito massicciamente, l’interesse dei lavoratori, l’avvenire del corporativismo e la credibilità stessa del regime imponevano che questo si decidesse una volta per tutte a stroncare la tendenza al monopolio e a socializzare i complessi industriali che superavano una certa grandezza e che, quindi, «perdono il loro carattere privatistico ed assumono un aspetto pubblico e conseguentemente collettivo». Come primo passo su questa strada a metà giugno, parlatone con Mussolini, preparò un decreto legge che contemplava «la possibilità di una “gestione speciale” per le imprese di particolare importanza bellica» da realizzare sotto forma di «gestione diretta» da parte dello Stato «mediante la designazione sindacale» del presidente del Consiglio d’amministrazione (da parte della Confederazione dei datori di lavoro), di un sindaco e di un terzo degli amministratori (da parte della Confederazione dei lavoratori). Accettato in linea di massima da Mussolini, che si disse pronto a portarlo – prima in ottobre poi, sotto le insistenze di Cianetti in luglio-agosto – in Consiglio dei ministri per l’approvazione, il provvedimento incontrò però, come già abbiamo anticipato, la piú ferma opposizione di De Marsico che, minacciando di dimettersi, ne ottenne dal «duce» l’accantonamento, non è chiaro se definitivo, come affermato dal guardasigilli, o solo momentaneo, come affermato da Cianetti, che nelle sue memorie racconta che Mussolini lo rassicurò dicendogli che l’avrebbe comunque varato, ma non prima del mese di ottobre.
Entrambe queste affermazioni sono probabilmente vere; né la cosa può meravigliare, specie se si considerano due cose, il momento in cui Mussolini le avrebbe fatte e il diverso significato che la presenza nel governo di Cianetti e di De Marsico doveva avere per lui.
Tra il 18 e il 21 giugno, quando avrebbe fatto le due dichiarazioni, nonostante Pantelleria e Lampedusa avessero già capitolato, Mussolini pensava, si illudeva ancora che non tutto fosse ormai perduto. A parte che non riteneva che gli Alleati avrebbero investito tanto presto il territorio metropolitano, egli infatti riteneva che le forze italo-tedesche potessero opporsi, se non al loro sbarco (ché non era cosí cieco da non rendersi conto della schiacciante superiorità aereo-navale nemica158 anche se non riusciva a valutarne tutta la decisiva importanza) alla loro penetrazione all’interno e, dunque, alla possibilità di rigettarli in un secondo momento a mare. L’affermazione in questo senso che avrebbe fatto nel discorso del 24 giugno (e che l’ha fatto passare alla storia come il «discorso del bagnasciuga») non fu tanto una incosciente sbruffonata, un estremo tentativo di rincuorare i fascisti (come indubbiamente anche era), quanto soprattutto il frutto della speranza alla quale egli si aggrappava ormai come all’ultima ancora di salvezza che il fallimento dello sbarco angloamericano potesse aprire sia a Berlino che a Mosca la strada per un accordo. Lo lascia capire il contesto nel quale inserí il famoso riferimento al «bagnasciuga», alla necessità cioè di distinguere «tra “sbarco”, che è sempre possibile, “penetrazione” e, finalmente, “invasione”», che sarebbe fallita se il nemico fosse stato «congelato» sulla «linea del bagnasciuga». Nella versione pubblicata dalla stampa del tempo, questo contesto risulta solo in parte e appare intessuto di demagogia e di irrealismo (Bose «alle porte dell’India», i «massacri di Detroit» che avevano rivelato ai negri quanto fossero menzognere le promesse di Roosevelt, ecc.); nel testo del discorso effettivamente pronunciato il nodo centrale dell’argomentazione mussoliniana è però un altro. Al riferimento alle necessità di respingere l’invasione fa infatti seguito immediatamente un’affermazione estremamente rivelatrice e che non può riferirsi che all’Unione Sovietica:
e allora potrebbe anche darsi che qualcuno che oggi si è fatto abbondantemente scannare per la plutocrazia anglo-americana, trovasse che il giuoco non vale piú la candela. Ci sono quindi ancora nel nostro giuoco molte carte, molte possibilità.
E ciò tanto piú che – nonostante fosse consapevole della crisi che stava sempre piú lacerando il fronte interno159 – egli pensava a) che il fallimento dell’invasione avrebbe determinato una impennata di orgoglio nazionale e tagliato quindi l’erba sotto i piedi dei disfattisti e dell’antifascismo; b) che – come avrebbe detto ad Ottavio Dinale piú volte in marzo e ancora in luglio160 – bisognasse prendere con cautela (non costruirvi su dei «romanzi gialli», come disse anche in direttorio il 24 giugno161) le notizie e le denunce («sono momenti eccezionali e le fantasie sono pericolosamente accaldate, quindi è prudente fare una tara») che gli arrivavano da varie parti circa oscure manovre e complotti che si andavano preparando contro di lui («secondo diverse supposizioni, farebbero capo o a Grandi o al principe, o a Cavallero o a Badoglio, o al re stesso...») e dei quali in ogni caso il regime era in grado di aver ragione con la forza della sua organizzazione statale, della Milizia e del partito:
Non scherziamo... Oggi come oggi non vi è forza umana che possa prevalere contro questo compatto baluardo. Sono cosí sicuro di quanto ti dico, che vorrei proprio augurarmi che i complottardi si decidessero a giuocare la loro carta. Sarebbe una bella occasione per sbarazzarsene in dieci minuti o in un paio d’ore.
Se ci si pone all’interno di questa particolare costruzione logica (che ovviamente non vuol dire ritenerla realistica, ma che non si può ignorare se si vuol capire l’atteggiamento, il modus operandi di Mussolini), di un uomo che pensava che non tutto fosse ormai perduto e di avere ancora un certo lasso di tempo innanzi a sé per quel che riguardava sia il momento dell’attacco alleato al suolo italiano, sia, a maggior ragione, le prospettive politico-militari che il congelamento dello sbarco sul «bagnasciuga» avrebbe potuto aprire, le assicurazioni che egli avrebbe dato a Cianetti e a De Marsico non solo appaiono, pur nella loro contraddizione, entrambe credibili, ma addirittura «logiche» e tali da corrispondere bene alla sua condizione psicologica e al suo modus operandi di quel momento quale abbiamo cercato di ricostruire prospettando le ragioni grazie alle quali aveva deciso di scegliere Scorza come segretario del partito e di affidare a Cianetti la guida del ministero delle Corporazioni e, piú in generale, di rinnovare tra la fine di gennaio e la metà di aprile le piú importanti cariche del regime.
L’aspetto di questo rinnovamento che, in Italia e all’estero, fece piú rumore (anche se da parecchio tempo circolavano, e negli ultimi tempi si erano infittite, voci insistenti di prossimi mutamenti nel governo) fu la sostituzione, il 6 febbraio 1943, di nove ministri sui dodici (quattro altri ministeri erano retti personalmente da Mussolini) che componevano il governo: Ciano, Grandi, Thaon di Revel, Bottai, Gorla, Host Venturi, Ricci, Pavolini, Riccardi, nonché del potentissimo sottosegretario all’Interno Buffarini Guidi, che di fatto dal 1933 reggeva il ministero (di cui formalmente era titolare Mussolini), e di quello alla presidenza del Consiglio, Luigi Russo (al cui posto fu chiamato Amilcare Rossi). Sicché rimasero in carica solo Teruzzi, titolare di un ministero ormai fantasma, quello dell’Africa italiana, Pareschi, che era stato nominato ministro dell’Agricoltura alla fine del 1941, quando, come si è visto, Mussolini aveva liquidato sia Tassinari sia Serena, e Vidussoni, che però sarebbe stato sostituito come segretario del partito e, dunque, anche come ministro poco piú di due mesi dopo162.
Una «rotazione ministeriale» cosí radicale e che coinvolgeva nomi di tanto spicco non si era in vent’anni mai avuta e nessuno se l’attendeva. Né, anche questo va notato, nessuno dei ministri rimossi passò da un ministero all’altro: sotto il profilo governativo tutti indistintamente furono liquidati; e ex abrupto, ché vennero informati della decisione del «duce» solo all’ultimo momento, anche Ciano che era suo genero. Cosí come va notato che dei sottosegretari due soli vennero promossi: Polverelli, che sostituí il suo ex ministro Pavolini alla Cultura popolare, e il generale Favagrossa, che vide eretto a ministero (della Produzione bellica) il sottosegretariato per le Fabbricazioni di guerra di cui era titolare, ma il suo era un caso che rientrava non tanto nella logica piú propriamente politica della operazione quanto piuttosto in quella dei rapporti con le forze armate. In pratica, salvo Grandi che era anche presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni, tutti gli ex ministri uscirono dal vertice ufficiale del regime. Di un trattamento in un certo senso particolare beneficiò solo Ciano a cui il suocero offrí la scelta tra la luogotenenza in Albania163 e il posto di ambasciatore a Berlino o presso la Santa Sede. Degli altri solo Pavolini fu subito riutilizzato nel proprio campo affidandogli la direzione de «Il Messaggero» di Roma.
A sostituire i dimissionati furono chiamati agli Esteri, come sottosegretario, ché Mussolini formalmente assunse in prima persona la direzione anche di questo dicastero oltre a quella dei quattro (i tre militari e l’Interno) di cui era titolare e che conservò, Giuseppe Bastianini164 (che venne sostituito nella sua carica di governatore della Dalmazia da Giunta), all’Interno Umberto Albini, un vecchio fascista ferrarese che dal 1923 in poi aveva prestato servizio in quell’amministrazione e retto importanti prefetture (Bari, Palermo, Genova, Napoli), alla Giustizia Alfredo De Marsico, avvocato, giurista e professore universitario assai noto, alle Finanze Giacomo Acerbo, l’unico tra i nuovi ministri che lo fosse già stato in anni passati, all’Educazione nazionale Carlo Alberto Biggini, alla Cultura popolare, l’abbiamo già detto, Gaetano Polverelli, alle Corporazioni Carlo Tiengo, un altro vecchio fascista da anni (dal 1926) entrato nell’amministrazione dell’Interno e che era stato prefetto di Trieste, Bologna, Torino e Milano, ai Lavori pubblici Zenone Benini, che dall’aprile 1939 al luglio 1941 era stato sottosegretario per gli Affari albanesi, alle Comunicazioni Vittorio Cini, assai piú noto come finanziere e industriale che come politico in senso proprio, e, in fine, agli Scambi e Valute Oreste Bonomi, un vecchio squadrista che aveva svolto la sua attività nell’ambito delle organizzazioni sindacali del commercio e in quello del turismo.
Il rimpasto fu presentato da Radio Londra in due modi piuttosto diversi. Nelle trasmissioni per l’Italia, come conseguenza, per la prima volta, di una crisi reale all’interno del governo: Mussolini temendo la messa in discussione dei propri ordini da parte di un gruppo di gerarchi discretamente omogeneo, li aveva sostituiti con uomini di partito, quasi tutti senza esperienza di governo. In quelle per l’interno, come una seria crisi politica, voluta e imposta da Mussolini, che era necessario spiegare con qualche ragione molto piú forte che non fosse quella di liberarsi dei ministri esonerati, poiché, nonostante tutte le difficoltà nelle quali si trovava il regime, era poco credibile che tutto il governo fosse contrario alla politica del «duce»165. Piú drasticamente, Togliatti, da Radio Mosca, lo spiegò invece con la necessità per Mussolini di liberarsi di tutti coloro che erano legati o espressione di strati sociali e di gruppi di opinione pubblica che andavano staccandosi dal regime e di mettere al loro posto degli ignoti burocrati «tirannelli di provincia» che non avrebbero neppure cercato di far sentire «una debole voce di critica o di preoccupazione», come qualche volta avevano fatto i loro predecessori, perché «la nazione e i suoi interessi non sanno nemmeno dove stiano di casa» ed erano quindi disposti a far parte di un governo che «non è piú altro che un comitato per l’esecuzione degli ordini di Berlino»166.
Ad accrescere l’incertezza sui motivi che potevano aver indotto Mussolini ad un rimpasto cosí radicale contribuí la nomina di Ciano ad ambasciatore presso la Santa Sede, della quale non a caso Mussolini si sarebbe subito pentito e avrebbe invano (Ciano, appena avuto il disco verde, si era infatti precipitato ad inoltrare la richiesta di gradimento) cercato di rimangiarsi167. Come naturale, essa fu interpretata da molti come un primo passo sulla via di una pace di compromesso con gli anglo-americani da tentare di realizzare con i buoni uffici del Vaticano. Verso questa interpretazione si orientò per esempio, sia pure con molta cautela, il rappresentante statunitense presso la Santa Sede, Tittman, in un dispaccio inviato il 13 febbraio a Hull168 che si concludeva con queste caute, ma tutto sommato ottimistiche parole:
Quali di queste congetture possa essere vera, e fino al momento presente esse sono solo congetture, è difficile evitare la sensazione che la presenza di Ciano in Vaticano abbia qualcosa a che fare col desiderio di pace degli italiani. Si osserva che come risultato dei recenti cambiamenti ministeriali, che hanno portato alla eliminazione di tutti i fascisti influenti, Mussolini ha le redini nelle proprie mani piú fermamente che mai ed è ora in grado di consegnare gli affari del paese a un «governo di pace» senza opposizione, in qualsiasi occasione si presenti. La recente nomina del generale Ambrosio, un moderato e uno stretto collaboratore del maresciallo Badoglio, come capo dello Stato Maggiore Generale in successione del generale Cavallero, viene considerata come un’altra indicazione in questo senso.
La stessa impressione, del resto, l’ebbero per un momento anche i tedeschi169. La visita che von Ribbentrop fece a Roma a fine mese per portare a Mussolini la lettera di Hitler del 16 febbraio e discutere, lo si è visto, una serie di questioni, importanti sí, ma che in definitiva non comportavano un viaggio in Italia in quel difficile momento per i tedeschi all’est (tanto che in un primo momento a Roma si temette che venisse per chiedere altre truppe per la Russia) del ministro degli Esteri in persona, si spiega in larga misura proprio con l’allarme che il rimpasto aveva suscitato a Berlino. Assai significativa è questa annotazione di Pietromarchi sotto la data del 28 febbraio170:
Ribbentrop non è venuto a chiederci nuove truppe. Ci ha chiesto della mano d’opera da inviare nella misura di 12 000 uomini al mese. Ma non è stata questa evidentemente «la ragione» della visita. Egli ha voluto accertare personalmente il significato della crisi ministeriale di tre settimane fa. I Tedeschi temono sempre la possibilità di una pace separata da parte dell’Italia. Essi non sanno mai se la S. Sede non si presti a far da tramite. Ora il rinvio di personalità fasciste impegnate nella politica dell’Asse, la loro sostituzione con persone, tranne Cini, quasi sconosciute, la presenza di Bastianini, ex Ambasciatore a Londra, al Ministero degli Esteri, la destinazione di Ciano alla S. Sede, la lunga, misteriosa permanenza di Mons. Spellmann erano tutti motivi di dubbi. Si è voluto perciò una garanzia precisa, pubblica, il piú impegnativa possibile di assoluta solidarietà e questa garanzia è stata costituita da un progetto di comunicato, la cui accettazione da parte nostra è stato il vero scopo della visita. È su questo progetto di comunicato infatti, non ancora reso pubblico, che si sono svolti i dibattiti piú vivaci. Tra l’altro veniva affermata la volontà dell’Asse di combattere fino alla capitolazione... degli alleati. C’è sembrato un po’ esagerato. Evidentemente i Tedeschi volevano far la replica alle affermazioni di Casablanca, ma è risaputo ch’essi non hanno molto sviluppato il senso del ridicolo.
In realtà Mussolini non pensava affatto a un «governo di pace» a cui passare la mano al momento opportuno e nemmeno a sondaggi per una pace separata con l’Inghilterra e gli Stati Uniti171. I suoi pensieri erano rivolti ad est, non ad ovest. Non a caso, commentando la notizia del rimpasto, Luca Pietromarchi annotava172:
Non è da escludersi che nella riassunzione del Ministero degli Affari Esteri vi sia l’intenzione, da parte del Duce, di giuocare la famosa carta che egli ha asserito piú volte di tener in riserva. Si dice che egli vagheggi un’accostata alla Russia. Questo spiegherebbe la dichiarazione, nel suo discorso per l’anniversario della fondazione della Milizia, che l’Inghilterra è il nemico pubblico n. 1. Nessuna possibilità d’intendersi con gli inglesi; dunque tentativo di intendersi coi Russi che stanno accentuando la loro politica di indipendenza dagli anglo-americani come è dimostrato dall’assenza d’un rappresentante moscovita a Casablanca.
Né Mussolini pensava di ridursi – come affermava invece Togliatti – a gestire una sorta di «comitato per l’esecuzione degli ordini di Berlino». Lo dimostrano il comportamento suo, di Bastianini e di Ambrosio con von Ribbentrop una ventina di giorni dopo, le istruzioni date già prima – sin dal 16 febbraio – da Bastianini ad Alfieri di tenere «con i camerati tedeschi» un atteggiamento «cortese, amichevole ma molto fermo»173 e, piú in generale, la sua decisione di «tornare a far politica» e innanzi tutto proprio con Berlino.
E lo dimostra altresí il fatto che una settimana prima di procedere al rimpasto del governo Mussolini aveva provveduto alla sostituzione di Cavallero come capo di stato maggiore generale. Con ciò non vogliamo dire che la liquidazione di Cavallero, il 31 gennaio, sia stata decisa dal «duce» solo per il suo atteggiamento eccessivamente prono nei confronti dei tedeschi. A determinarla concorsero infatti anche altri motivi e pressioni di vario genere, in parte provenienti dall’ambiente fascista, in parte da quello militare (in cui alle vecchie ostilità verso il maresciallo si aggiungevano ormai quelle di coloro che vedevano nella sua liquidazione la premessa essenziale per un’eventuale azione volta ad allontanare il «duce» dal potere e far uscire l’Italia dal conflitto), di cui Mussolini non poteva non tener conto o non valutava correttamente174.
Dire, come allora fu detto da alcuni e poi è stato spesso ripetuto, che Cavallero fu sacrificato perché il «duce» aveva bisogno di un capro espiatorio su cui scaricare la responsabilità delle sconfitte nell’Africa del Nord è troppo semplicistico. La stella di Cavallero aveva cominciato ad affievolirsi sull’orizzonte di Mussolini (che pure lo stimò sempre per le sue capacità organizzative e il suo dinamismo) già nel marzo-aprile 1942, allorché dovette cominciare a pensare che non avessero tutti i torti coloro che lo accusavano di essere troppo debole nei confronti dei tedeschi (l’ambiente attorno a Ciano, che pure ne aveva caldeggiato a suo tempo la nomina, diceva già a quest’epoca che aspirava a diventare il loro «Gauleiter militare»175), di favorire i propri fedeli o chi non potesse dargli ombra e di perseguitare e screditare i possibili concorrenti (un’accusa questa che il «caso Gambara»176 avrebbe reso piú insistente). La vittoriosa avanzata in Egitto le aveva però ridato lucentezza anche se Mussolini si era molto irritato per la sua «faciloneria» che l’aveva esposto all’umiliante e vana attesa in Africa della conquista di Alessandria. Poi aveva ripreso ad affievolirsi; un po’ per l’andamento sempre piú sfavorevole delle operazioni militari; un po’ per l’incapacità del Comando supremo di rendere piú efficienti i servizi competenti in materia di produzione e di distribuzione dell’equipaggiamento adatto alle esigenze climatiche dei vari fronti e in particolare di quello russo177; un po’ infine per i rapporti che Cavallero aveva con Farinacci. Ad oscurarla del tutto dovette essere però il tutt’altro che limpido atteggiamento di Cavallero nell’ottobre-novembre 1942 allorché le condizioni di salute di Mussolini si erano notevolmente aggravate e il «duce» aveva dovuto rinunciare a una buona parte delle sue normali attività.
In una situazione già estremamente pesante per il sempre piú sfavorevole andamento della guerra nel Mediterraneo, le crescenti difficoltà che i tedeschi incontravano in Russia (e che coinvolgevano drammaticamente l’Armir), i massicci bombardamenti alleati sulle città italiane, l’aggravarsi delle difficoltà economiche e le ripercussioni interne che tutto ciò cominciava ad avere e sulle quali per di piú il recente soggiorno in Vaticano di M. Taylor aveva l’effetto di provocare le piú disparate fibrillazioni in tutti gli ambienti del regime, in questa situazione, dicevamo, la malattia di Mussolini e il diffondersi attorno ad essa di una serie di voci via via piú drammatiche, sino a quelle che lo volevano malato di cancro e in pericolo di vita o, comunque, sul punto di doversi ritirare dal governo, avevano messo in agitazione tutte le componenti, i centri di potere, i gruppi del regime. Da qui un accavallarsi di ipotesi, propositi e iniziative piú o meno velleitari che in gran parte si dissolsero come bolle di sapone allorché il 1º dicembre Mussolini poté riprendere quasi completamente la sua normale attività, ma che coinvolsero un po’ tutti i maggiori esponenti del regime e soprattutto quelli che, a vario titolo e con diverse posizioni, sarebbero stati i protagonisti del 25 luglio. E tra questi anche Cavallero. Cosa il maresciallo veramente si proponesse non è neppur oggi chiaro. Nel cosiddetto «memoriale Cavallero», scritto dal maresciallo il 27 agosto 1943178, questi avrebbe prospettato la sua posizione in termini di pieno lealismo rispetto al sovrano e persino favorevoli a Badoglio (nell’agosto 1943 al potere) e, tutto sommato non ostili neppure a Mussolini:
Nel novembre u.s., allorché S. E. Mussolini fu gravemente malato, si dovette considerare l’ipotesi peggiore. Me ne preoccupai quale Capo di stato maggiore generale e impartii disposizioni per tale ipotesi al gen. Magli, al Capo di stato maggiore per l’Esercito gen. Ambrosio, al Sottosegretario alla guerra gen. Scuero. Le riunioni a tale scopo furono due; dissi chiaramente che dovevamo essere pronti per assicurare nel Paese e prima di tutto a Roma una situazione ordinata, per consegnarla al Sovrano che avrebbe deciso a chi affidare governo e comando.
Previdi che la persona sarebbe stata S. E. il Maresciallo Badoglio, ai cui ordini, dissi ai miei subordinati, ci saremmo messi tutti quanti.
Un inaspettato intervento della Milizia nella questione guastò un poco le cose, però la situazione fu superata dal miglioramento del malato.
Il diario del generale Puntoni non offre elementi né di conferma né di smentita; l’unica annotazione, sotto la data del 27 ottobre179, nella quale si fa cenno all’atteggiamento di Cavallero è concepita però in termini piú sfumati (nessun accenno a Badoglio) e che lasciano trasparire forse un certo scetticismo sia sul suo effettivo lealismo, sia sul fatto che la situazione del paese fosse matura per iniziative antimussoliniane:
Alle 17,15 viene da me il generale Hazon il quale mi informa che all’interno le cose vanno di male in peggio. La malattia del Duce ha scatenato gli appetiti dei concorrenti alla sua successione, alcuni avrebbero addirittura messo le mani avanti con Cavallero per sapere come la pensi e come si comporterebbe nel caso che Mussolini venisse a mancare o che si verificasse un colpo di Stato. Cavallero, a quanto mi dice Hazon, avrebbe risposto che il suo atteggiamento sarebbe quello che gli suggerirebbe la sua carica di comandante delle Forze armate e che come ha servito sempre lealmente il Duce sarebbe disposto a servire il Capo del Governo che venisse designato dal Sovrano. Il mormorio contro i gerarchi e contro Mussolini si è fatto piú insistente ma alla prima occasione, come è capitato nella celebrazione del ventennale, la folla dimentica le critiche e corre compatta ad applaudire il Duce.
Nettamente diversa è invece la valutazione di Leonardo Vitetti che nelle vicende che portarono al 25 luglio e poi all’8 settembre ebbe parte non secondaria e che ha affidato i suoi ricordi e la sua versione (non sempre convincente) in una lunga memoria, in pratica un libro, rimasta sino ad oggi inedita180. In essa, dopo aver ricordato le speranze «in un decreto della natura, in virtú del quale Mussolini sparisse dalla scena del mondo», suscitate dalla malattia del «duce», Vitetti ha infatti scritto:
Questa ultima ipotesi fu oggetto di molti calcoli, e suscitò molte preoccupazioni tra i tedeschi, molte legittime e illegittime ambizioni tra noi. Sembrò che si potesse aprire una successione, qualche gerarca vi pensò. Vi pensò anche il maresciallo Cavallero, calcolando di poter disporre dell’esercito e della benevolenza tedesca, sulla quale contavano molto piú decisamente Farinacci e i suoi. Quale fosse esattamente il disegno del Cavallero non è facile oggi accertare. Nel memoriale che egli scrisse al Forte Boccea, poco dopo il suo arresto e poco prima del suo assassinio, egli racconta che nel novembre del 1942, preoccupato che Mussolini venisse improvvisamente a morire, impartí al gen. Magli e al gen. Ambrosio le opportune disposizioni, per assicurare nel paese una situazione ordinata, che permettesse al Re di decidere a chi affidare e il governo del paese e il comando delle forze armate, persona che egli pensava avrebbe dovuto essere il maresciallo Badoglio «ai cui ordini, egli scrive, dissi ai miei subordinati, ci saremmo messi tutti quanti». Quest’ultimo particolare non risulta esatto e tutto fa ritenere che il Cavallero pensasse piuttosto a se stesso. Egli molto lavorò a questo suo progetto, e trafficando e intrigando, cercò adesioni nel campo politico e finanche tentò di assicurarsi per il governo che egli intendeva costituire la collaborazione di una personalità che era notoriamente e costantemente stata ostile al regime fascista, e che rimase trasecolata all’invito che le veniva rivolto di rientrare nella vita politica come membro di un governo che sarebbe nato sotto l’egida della Germania. Non è da escludersi che i tedeschi cercassero anch’essi un successore a Mussolini, e avessero essi stessi pensato a Cavallero, mentre il Cavallero, al quale non mancavano certo doti di intelligenza e di astuzia, intuendo il corso degli eventi, e nella previsione che alla morte o alla caduta di Mussolini, il Re avrebbe scelto il maresciallo Badoglio a succedergli, cercò forse di prevenirlo, impadronendosi manu militari del potere, che egli intendeva poi accortamente usare a seconda degli sviluppi della situazione.
Una valutazione, questa di Vitetti, che trova conferma in un’annotazione in data 5 novembre dei Taccuini di Alberto Pirelli181:
Cavallero pensa inopportuna dittatura militare se non come ultima ratio. Ha consigliato governo misto con elementi fascisti, Galbiati compreso, ma non fatto di militari.
Di questo atteggiamento di Cavallero è impossibile credere che Mussolini non fosse al corrente, né è da escludere che a informarlo – almeno in qualche misura – fosse stato lo stesso sovrano, sia perché era solito informarlo anche di cose sapute riservatamente, sia perché poteva pensare che ciò avrebbe reso piú precaria la posizione del maresciallo; né è da escludere che Mussolini si fosse fatta una propria opinione piú o meno simile a quella che abbiamo visto prospettata da Vitetti, e cioè di un Cavallero troppo legato a Farinacci e ai tedeschi182. Da qui la sua decisione di allontanarlo dal Comando supremo e di farlo prima di procedere al rimpasto del governo, cosí da rendere ai militari e allo stesso sovrano meno ostico l’allontanamento da esso dei piú autorevoli esponenti moderati del fascismo, che, oltre tutto, erano quelli con cui essi avevano i maggiori rapporti (in particolare i militari con Ciano e il sovrano con Grandi) ed erano piú in sintonia. Che Mussolini non abbia considerato che, allontanando Cavallero dal Comando supremo, si privava di una carta importante agli effetti della propria posizione politica e di potere e apriva un varco in cui si sarebbero inseriti elementi, come si vide il 25 luglio, per lui assai piú pericolosi è un’altra questione, che ci pare si debba spiegare in parte con il suo stato d’animo in quel momento violentemente antitedesco e in parte con l’estremo tatticismo a cui la sua azione politica si stava riducendo e che lo portava a scelte dettate piú dalla necessità di far fronte alle esigenze quotidiane che da una strategia di lungo periodo. A meno di non pensare che egli si proponesse di riequilibrare, per cosí dire, la situazione determinatasi nei vertici militari con la nomina dello scialbo ma non certo da lui facilmente manovrabile Ambrosio a capo di stato maggiore generale non appena avesse ripreso in mano la situazione generale, e che quindi avesse scelto Ambrosio per poterlo liquidare senza traumi allorché in luglio avrebbe raggiunto i limiti di età. Ma a sostegno di questa ipotesi non vi sono conferme o testimonianze abbastanza autorevoli che permettano di dire di piú.
Tra le varie ipotesi e autocandidature circolate tra ottobre e dicembre vi era stata anche quella di un governo fascista moderato che avrebbe dovuto cercare di stabilire contatti preliminari con gli anglo-americani e per presiedere il quale erano state prospettate varie soluzioni, da quella di una combinazione Ciano-Bottai-Grandi «sotto l’egida di Federzoni»183 a quella di un ministero Ciano tout-court. Nello stesso periodo quest’ultimo, forse incoraggiato da un «consiglio» datogli dal sovrano «di tener caro qualsiasi filo che possa venir riannodato “anche se esile come la tela di ragno”» con Washington e Londra184 e sollecitato nello stesso senso dal suo capo di gabinetto, Lanza d’Ajeta, che era in contatto con gli elementi piú «irrequieti» dello Stato maggiore e, come vedremo nel prossimo capitolo, fiancheggiava le loro manovre per attrarre Ciano nella loro orbita, aveva autorizzato l’ambasciatore a Lisbona Fransoni a fare un sondaggio per conoscere la posizione inglese circa una eventuale richiesta italiana di pace185 e la «missione Sapieha», pure a Lisbona186, e avrebbe voluto inviare ad Ankara l’ambasciatore Rosso (che aveva rappresentato l’Italia a Washington e a Mosca) per stabilire anche lí contatti con gli anglo-americani. È assai probabile che tutto ciò abbia avuto una influenza sulla decisione di Mussolini di fare un «repulisti» nel governo; impossibile è però dire se e in che misura egli ne fosse al corrente. La drastica opinione che von Ribbentrop si fece quando venne a fine febbraio a Roma e cioè che il rimpasto fosse stato determinato solo dalla volontà di Mussolini «di mettere in disparte Ciano» e che egli avesse «avvolto la faccenda in un gran frastuono per distogliere e far divergere da questa eliminazione i pubblici commenti»187 ci pare però non sottoscrivibile.
Il rimpasto del 6 febbraio e ancor piú la sua ampiezza dipesero solo in parte da quanto era avvenuto durante la fase acuta della malattia del «duce».
Da tempo Mussolini mordeva il freno e si proponeva di allontanare dal governo e dalla sua persona quei ministri e collaboratori nei quali non riponeva piú fiducia né stima, considerava dei disfattisti, dei quali conosceva gli intrighi, le critiche a tutto spiano, la diffamazione nei suoi confronti, li sapeva chiacchierati e malvisti nel paese e invisi al partito, alla vecchia guardia cosí come ai giovani. Persino Ciano, a cui in passato aveva perdonato molte cose per amore della figlia Edda e che aveva difeso per non dar soddisfazione ai tedeschi che sin dalla fine del 1940 se ne auguravano l’estromissione, gli appariva ormai troppo cinico, leggero, sfiduciato per poter continuare a stare a palazzo Chigi. Il fatto che non lo facesse intendere non deve trarre in inganno. Per un verso infatti egli era ormai pressoché completamente rinchiuso in se stesso, al punto da sfuggire il piú possibile i contatti diretti anche con le poche persone per le quali sentiva dell’«amicizia» e con le quali gli faceva piacere mantenere un filo di rapporti188, e quando doveva vederle per ragioni d’ufficio o le ascoltava con quella paziente gentilezza che – come ricorda Vittorio Cini in un ancor inedito «memoriale» dedicato alla propria vita – usava in genere con tutti, e che nel loro caso nascondeva una sorta di intimo esame, di confronto tra il passato e il presente, di giudizio sul loro essere e il loro voler apparire, uscendo rarissimamente dai limiti delle questioni da trattare (tipico il caso allorché seppe che Bottai aspirava ad essere nominato ambasciatore presso la Santa Sede189: «mi rifiuto di credere, – sbottò190, – che l’ardito Bottai debba a quarantasei anni finire sagrestano») o si abbandonava con loro a discorsi che in realtà erano piú che altro dei monologhi e spesso dei soliloqui: un po’ per non doverli ascoltare, un po’ per sottolineare quanto le loro posizioni, il loro atteggiamento verso la vita, la loro morale fossero lontani dai suoi, un po’, con quelli (come Grandi) per i quali al fondo nutriva ancora un residuo affetto umano e una sorta di rispetto, per cercare di far comprendere loro perché non poteva non comportarsi come si comportava, un po’, infine, perché «il monologo rappresentava per lui la temporanea liberazione dell’argomentare per sentenze apodittiche»191. Per un altro verso egli attendeva il momento opportuno per procedere al rimpasto.
In questo contesto gli avvenimenti della fine del 1942 non costituirono che la classica goccia che fa traboccare il vaso e indussero Mussolini a rendere il rimpasto piú drastico, piú广 ampio e ad orientarsi essenzialmente non piú sui grandi nomi del regime – tutti, chi piú chi meno, caduti nella sua stima e spesso in sospetto di «disfattismo» –, ma su uomini in un certo senso nuovi (in assoluto o perché lontani da tempo dal governo), non chiacchierati, che egli considerava onesti, tecnicamente preparati, fedeli e «buoni patrioti», cioè né «disfattisti» né filotedeschi ad oltranza. Su uomini – e qui veniamo al nocciolo dell’operazione – la cui presenza nel governo avrebbe dovuto, nelle sue intenzioni, per un verso, dare soddisfazione a quella parte di italiani che ancora riponeva fiducia in lui e non capiva perché avesse per tanto tempo tenuto attorno a sé e dato credito a uomini indegni; per un altro verso, non allarmare troppo, politicamente e socialmente, alcuna categoria sociale, senza per altro accreditare la convinzione che fosse da escludere in partenza qualsiasi possibilità di soluzioni piú radicali; per un altro verso ancora, assicurarsi la collaborazione di una serie di competenze esclusivamente tecniche; dei collaboratori, insomma, che non si ingerissero nelle scelte politiche di fondo – che il «duce» voleva riservare completamente a sé – e si dedicassero solo a far funzionare nel migliore dei modi possibile la macchina dello Stato e a tradurre sul piano tecnico le sue indicazioni e scelte di fondo. Il che spiega come nello sceglierli non facesse distinzione tra moderati e rivoluzionari: sotto il profilo tecnico una distinzione del genere gli appariva priva di valore, sotto quello politico la presenza di ministri di «anime» diverse doveva riuscirgli tutt’altro che sgradita sia per l’immagine del governo che pensava di accreditare cosí nel paese, sia perché credeva che essa gli avrebbe permesso di valorizzare gli uni o gli altri a seconda delle necessità e in funzione delle sue manovre politiche.
Per quel che concerne gli ambienti del regime, in un primissimo momento le reazioni al rimpasto – fatta ovviamente eccezione per quelle degli estromessi192 – non furono nel complesso negative. Persino una cassandra critica di tutto ciò che Mussolini faceva o non faceva e che ne avrebbe voluto l’allontanamento dal potere quale era ormai da tempo De Bono, appena avutane notizia lo definí «nel complesso un ministero amico», in cui erano presenti «persone delle quali possiamo fidarci di piú», limitandosi ad osservare che «Cini sarebbe stato meglio alle Finanze» e che «c’è ancora il guaio del comando e dei ministeri militari tenuti da Lui», «ma lí – soggiungeva – non riusciremo a sfondare»193. E Pietromarchi, pur con tutta l’amicizia che lo legava a Ciano e il dispiacere di vederlo estromesso da palazzo Chigi, annotava a sua volta194:
Il Duce stava rimuginando questo mutamento ministeriale da quasi un anno. Nel maggio scorso Grandi, promulgati i codici, gli aveva fatto presente l’inconciliabilità delle sue funzioni di presidente della Camera e di ministro della Giustizia, tra potere legislativo ed esecutivo. Il Duce ne aveva convenuto, ma gli aveva detto di attendere tre mesi a capo dei quali avrebbe cambiato alcuni ministri. Al Re già tre volte aveva accennato a prossimi cambiamenti. Nessuno tuttavia pensava che avrebbe allontanato suo genero. È vero che questi non lesinava le critiche al suocero e senza riguardi. Pare che due mesi fa Cavallero abbia riferito al Duce alcuni di questi discorsi. C’è da attendersi che il ritiro del ministro gli creerà una nuova popolarità.
Soprattutto ciò che feriva il Duce era la voce che egli fosse malato. Ora che è nel pieno ristabilimento della salute e che in una sola settimana ha riguadagnato quattro chili, a quanto si dice, ha mostrato di esser sempre lui il padrone e ha ripreso le redini. E ce n’era bisogno. Il Paese andava alla deriva. Molti dei ministri facevano aperto disfattismo. I nuovi ministri, all’infuori di Cini, sono persone di secondo ordine, ma onesti e fedeli.
In realtà la crisi del regime era ormai cosí avanzata che poche settimane furono sufficienti a smentire la previsione di Pietromarchi sulla «nuova popolarità» che il rimpasto avrebbe procurato a Mussolini. A quel punto far ricorso a nuovi ministri significava infatti assai poco. Poteva soddisfare un certo numero di membri attivi del partito e neppure tutti, ché non solo i farinacciani ma anche i piú duri tra essi avrebbero voluto ben altro sia nella scelta dei nuovi ministri sia nell’indirizzo di fondo del governo; non poteva però porre freno né allo sgretolamento interno del regime né all’allargarsi nel paese del desiderio di pace; e tanto meno poteva rendere il governo un effettivo strumento di potere e di sostegno di una politica che sempre piú si veniva configurando come fondata sull’attesa di alcuni «fatti nuovi» risolutivi che però sfuggivano in larga misura alle concrete possibilità e all’iniziativa dell’Italia e rimanevano affidati alle possibilità militari e alle scelte politico-strategiche della Germania. Se a ciò si aggiunge il criterio che aveva presieduto alla scelta dei ministri è facile capire come il nuovo governo si rivelò presto – e lo stesso Mussolini lo avrebbe esplicitamente riconosciuto nei Pensieri pontini e sardi195 – meno compatto e «piú debole del precedente». Per un verso politicamente piú sbiadito, per un altro troppo caratterizzato non dai suoi membri rivoluzionari (anche quando in aprile entrarono a farne parte Scorza e Cianetti) ma da quelli moderati (che oltre tutto potevano contare sull’appoggio di gran parte dell’apparato burocratico statale), tutti nell’intimo piú o meno consapevoli della insostenibilità della situazione dell’Italia e, dunque, della necessità di uscirne con un taglio netto. A questa consapevolezza, certo, nessuno sapeva far seguire concrete indicazioni operative, sicché, chi piú chi meno, tutti finivano per demandare la soluzione del problema al «duce», alla sua capacità politica, al suo rapporto personale con Hitler e al suo ascendente su di lui; nell’attesa della soluzione, la loro consapevolezza ne fece dei difensori dello status quo contro qualsiasi iniziativa o progetto politico o sociale dei rivoluzionari a tutto danno di quella libertà di manovra, di giuoco politico che Mussolini aveva invece pensato di assicurarsi mettendo insieme nello stesso governo moderati e rivoluzionari.
Secondo Acerbo196, per una «sollecita recessione» dalla guerra erano, oltre a lui stesso, Cini, De Marsico, Bastianini, Albini e Benini. Il vero punto della questione, dopo quello che abbiamo detto a proposito della loro mancanza di capacità propositive, non è però tanto quello di quanti e quali membri del governo fossero convinti della necessità e dell’urgenza di uscire dal conflitto, quanto quello del loro rapporto con Mussolini sul piano dell’accettazione o no dei suoi progetti politici e, ancor piú, su quello personale. Sotto questo profilo i comportamenti furono infatti notevolmente diversi e non solo per le diverse possibilità offerte dai rispettivi incarichi nel governo – ché da questo punto di vista chi aveva le maggiori possibilità di influire su lui era ovviamente Bastianini – ma soprattutto per il grado e il tipo di fedeltà che legava ciascuno a Mussolini e li rendeva piú o meno disponibili a soluzioni alternative non solo alla politica, ma alla persona stessa del «duce». Da questo punto di vista è significativo che dopo il 25 luglio Mussolini si sarebbe espresso con durezza sul conto di due soli di essi: Cini, definito seccamente il rappresentante del «disfattismo» nel governo197, e Albini, bollato senza mezzi termini come un traditore: «un errore e una delusione! Brutto di faccia e nell’anima. Egli sapeva tutto e non mi diceva niente»198.
Chiariti i motivi di fondo che dovettero spingere Mussolini a rinnovare cosí largamente i vertici del regime, piuttosto che dilungarci su questioni particolari che, essendo connesse alle vicende che sfociarono nel 25 luglio, saranno trattate nel prossimo capitolo, ci pare opportuno concludere il discorso sul regime e la sua crisi soffermandoci sul fallimento dei propositi mussoliniani di por freno allo sgretolamento sempre piú evidente della situazione interna (che nell’intimo Mussolini si ostinò ad attribuire sempre piú alla «grettezza» e alla «viltà» della borghesia e in particolare di quella media sino a farla responsabile di quasi tutto ciò che non andava secondo i suoi propositi199) e in primis del regime stesso. Perché – è necessario metterlo bene in chiaro – se tra le due crisi, del paese e del regime, vi era un rapporto di reciproca influenza, la piú pericolosa era considerata dal «duce» la seconda, piú avanzata, meno controllabile e soprattutto piú dinamica della prima. E non a torto, dato che solo il collasso interno del regime, la rottura cioè tra le varie componenti e anime sulle quali esso si reggeva, poteva determinare la sua estromissione dal potere.
Con lo sbarco alleato nel Nord Africa e l’inizio dei grandi bombardamenti aerei200 il numero degli italiani che si sentivano ormai «trascinati verso una sorte sempre piú fosca, presi dall’orrore dell’abisso»201 era andato via via aumentando e con esso quello di coloro che non avevano piú fiducia in Mussolini, lo consideravano il responsabile di tutto e l’unico vero ostacolo all’uscita dell’Italia dalla guerra. Da qui «l’angosciosa ripugnanza»202 ma anche «la scorata delusione»203 che sempre piú suscitavano le sue dichiarazioni e i suoi incitamenti alla lotta, perché ciò che dominava, e avrebbe dominato sino alla fine, era essenzialmente un senso, a secondo dei casi, di rabbia, di tristezza204 e soprattutto d’impotenza, che finiva per diventare per la massa accettazione di una realtà e di una vita che, nonostante tutto, dovevano essere subite, vissute, perché altro non c’era da fare. Sicché, in attesa degli eventi, ciò che per questa massa finiva inevitabilmente per contare sempre di piú non era un domani che non si sapeva quando sarebbe arrivato e come si sarebbe configurato, ma l’oggi, nella sua quotidianità di vita. E non di rado, da parte di chi non aveva difficoltà economica e viveva in località nelle quali il morso della guerra si faceva sentire meno, come Roma205, persino viverlo con rassegnata e al tempo stesso cinica spensieratezza. Una spensieratezza che contrastava con il crescente malessere dei piú poveri, di chi stentava ogni giorno di piú la vita, anch’esso però sostanzialmente senza concrete possibilità di manifestarsi in modo attivo, checché in Vaticano pensassero alcuni cardinali e monsignori che – non rendendosi conto della profonda differenza tra uno stato liberale e uno stato totalitario, sia pure in dissesto com’era ormai quello fascista – non si rendevano neppure conto che l’«ira popolare» di cui da mesi temevano l’esplosione206, in realtà si sarebbe potuta eventualmente manifestare solo dopo la caduta del regime, sulla quale l’incidenza dello stato d’animo dei ceti piú poveri e persino di quello di larga parte della borghesia non poteva essere che indiretta, attraverso cioè le varie componenti del regime e le loro preoccupazioni per il «dopo regime»207.
Poche parole, dopo quanto già abbiamo detto, sono sufficienti per la sostituzione di Cavallero e per il rimpasto del governo. La prima, accolta con giubilo dalle alte sfere militari, che la consideravano premessa necessaria alla realizzazione dei loro propositi di sganciamento della Germania e per avviare negoziati con gli Alleati, suscitò invece nelle sfere politiche piú che consensi (quasi esclusivamente tra gli esponenti fascisti moderati sempre piú orientati ormai anch’essi verso una uscita dell’Italia dal conflitto) perplessità e critiche roventi, mentre nel paese ebbe un effetto negativo: suonò infatti ulteriore conferma della drammaticità della situazione militare e, quindi, su un versante, depresse vieppiú gli animi, su un altro, portò nuova acqua non solo e non tanto al mulino degli antifascisti, ma soprattutto a quello di coloro che, a quel punto, vivevano la realtà italiana non in un’ottica fascista o antifascista ma auspicando solo la fine della guerra. Per non dire del fatto che, come abbiamo già accennato e come vedremo nel prossimo capitolo, la liquidazione di Cavallero aprí la strada, o comunque facilitò molto, la preparazione di quella di Mussolini da parte delle gerarchie militari. A queste mancava però ancora l’avallo del sovrano e senza il consenso di Vittorio Emanuele III esse non si sarebbero certamente mosse: poter accedere a lui e prospettargli istituzionalmente le loro preoccupazioni e i loro propositi costituiva quindi, dati anche i formalismi, gli scrupoli e la cautela del sovrano, un fatto per esse importantissimo, forse anche maggiore di quello di essersi liberate di un capo di stato maggiore generale le cui vere intenzioni erano loro ignote e che, per di piú, godeva fama di filotedesco. Né risultati piú positivi Mussolini ottenne dal rimpasto del governo prima e dalla promozione di Cianetti a ministro poi. Anche a questo proposito, dopo quanto già detto, è inutile dilungarci. Del resto, non è certo privo di significato che, ripensando qualche mese dopo alla vicenda del suo ultimo governo, Mussolini non avrebbe fatto neppure cenno a Cianetti e si sarebbe liberato di tutta la questione con pochissime generiche parole: «l’effetto del cambiamento durò soltanto poco tempo»208.
Quanto, infine, alla nomina di Scorza ci pare si debba rilevare che nel generale fallimento di tutta l’operazione che Mussolini aveva cercato di realizzare quello relativo al partito fu l’aspetto che ebbe le conseguenze piú importanti rispetto non solo agli obiettivi che il «duce» si era proposto ma anche alle vicende successive. Rinnovare e rivitalizzare il PNF era una impresa che ormai nessuno avrebbe potuto realizzare. Attribuire a Scorza la responsabilità di non esservi riuscito sarebbe dunque ingiusto; altri sono gli addebiti che possono essere fatti alla sua attività come segretario del partito. Quanto al problema che qui ci interessa, paradossalmente la «colpa» di Scorza – ma anche di Mussolini – fu quella di aver dato l’impressione di potervi riuscire, al punto da suscitare in un primissimo momento le speranze e persino l’entusiasmo di quei fascisti che ancora credevano nel fascismo e in Mussolini e pensavano che il cambio della guardia al vertice del partito preludesse ad un nuovo 3 gennaio e a quella «terza ondata» alla quale il «duce» faceva ogni tanto allusione e che, una volta data mano alla ramazza, tutto il vero popolo italiano sarebbe stato con Mussolini, pronto a tutti i sacrifici necessari per capovolgere le sorti della guerra nel Mediterraneo209. Sicché quando – già prima dell’invasione della Sicilia – queste speranze svanirono e con esse venne meno l’«effetto Scorza», il partito finí per trovarsi, sia al suo interno sia rispetto al paese, in una condizione peggiore di quella esistente al momento in cui Scorza ne aveva assunto la guida. Nel giro di poche settimane il PNF venne infatti a trovarsi ancor piú diviso dai contrasti interni tra le varie tendenze in atto e potenziali (che le vicende del 25 luglio e soprattutto l’8 settembre avrebbero portato all’esasperazione), in preda a un ribellismo e a un estremismo tanto inconcludenti quanto irresponsabili che risentivano sia di antichi rancori piú o meno personali, sia di antiche velleità rivoluzionarie e «giacobine» – ché ad alimentarli erano soprattutto i vecchi fascisti e in particolare quelli che erano approdati ai Fasci di combattimento avendo alle spalle una militanza di tipo sovversivo210 – sia dell’atmosfera generale del paese211 e di una condizione di incertezza e soprattutto di frustrazione che si manifestava nei modi piú diversi: con una crescente emorragia di militanti delusi e ormai rassegnati, con l’irrobustirsi della tendenza a sfuggire responsabilità e pericoli e a prepararsi il terreno per tentare, al momento opportuno, il «salto della quaglia» e presentarsi come antifascisti, col porsi – specie i giovani212 – una serie di domande sul passato e sul futuro (che al momento non trovavano in genere risposta, ma che sarebbero state decisive per tante scelte di campo fatte dopo il 25 luglio e specialmente dopo l’8 settembre) e soprattutto con un afflosciamento pressoché generale del partito. Da qui la perdita di quel tanto di residua capacità reattiva di fronte agli avvenimenti, e in primo luogo alla crisi del fronte interno, che spiega, almeno in parte, la passività che avrebbe caratterizzato l’atteggiamento del PNF in occasione del 25 luglio.
Cosí come era concepito e strutturato il regime, il partito da solo, anche in una situazione del tutto diversa, non avrebbe potuto impedire una eventuale autodissoluzione del regime voluta da tutte le altre sue componenti; tanto meno dunque avrebbe potuto impedire in quel momento la liquidazione di Mussolini. L’unica arma della quale in teoria avrebbe potuto disporre era quella di una violenta reazione al colpo di Stato, che non avrebbe potuto impedire, ma che avrebbe fatto precipitare la situazione sotto il profilo dei rapporti italo-tedeschi. Una sua violenta reazione, anche limitata ad alcuni grandi centri, avrebbe infatti messo Hitler nella condizione morale e politica per intervenire subito in Italia, cosa che non fece all’indomani del 25 luglio, allorché il trapasso formalmente legale e senza opposizione da parte fascista del potere da Mussolini a Badoglio e le assicurazioni italiane che esso nulla mutava nei rapporti tra i due paesi permisero ai suoi generali di convincerlo a non precipitare l’intervento. Con tutte le conseguenze che un immediato intervento avrebbe avuto sull’atteggiamento del re, di Badoglio e, probabilmente, degli Alleati, ma anche su una parte non trascurabile di italiani213. A parte che dalla segreteria generale del PNF non venne data – come vedremo – alcuna indicazione in questo senso e, al contrario, ci si mosse in senso opposto, l’assenza di qualsiasi reazione spontanea alla notizia, il 25 luglio, del «ritiro» di Mussolini dal governo lascia capire quanto profonda fosse la crisi in cui il partito era precipitato con l’esaurirsi dell’«effetto Scorza»214.
Né la crisi del partito si manifestò solo nella sua progressiva perdita di effettiva reattività, ché, piú esso si afflosciava su se stesso, piú prese – lo si è già accennato – ad abbandonarsi centralmente e localmente a richieste e ad iniziative di un estremismo, non di rado in aperta contraddizione con le affermazioni di Scorza di voler perseguire una politica di unità patriottica e di voler correggere gli errori commessi in passato, che è difficile capire quanto fosse conseguenza della frustrazione degli animi, quanto consapevole tentativo di nascondere la propria impotenza o di forzare la mano a Mussolini, quanto frutto di un tragico autoinganno. Con sicurezza si può dire solo che con questi rigurgiti estremistici (tipiche, per fare due soli esempi, ma significative, se non altro per la loro impopolarità, le sempre piú frequenti richieste di un atteggiamento «finalmente intransigente» verso gli ebrei e la continua esaltazione della «fraternità d’armi» con la Germania e della necessità di rendere l’alleanza ancor piú stretta e «totalitaria»), il PNF non fece che isolarsi sempre piú nel paese, attirarsi nuove ostilità anche fuori dal mondo cattolico e «antifascista», far diminuire ancor piú quel po’ di prestigio personale (che in effetti ormai si manifestava quasi solo nell’interrogativo, a mezzo tra speranza e dispetto, «il Duce che fa?») che Mussolini, soprattutto nelle località minori, ancora conservava agli occhi di un certo numero di italiani e – quel che piú conta – finí per rafforzare all’interno del regime le spinte a trovare ad ogni costo una via d’uscita dal conflitto.
A questo punto, con la constatazione del fallimento a cui andarono incontro i tentativi messi in atto da Mussolini nei primi mesi del 1943 per rafforzare la propria posizione interna e guadagnar tempo per cercare di fare accettare a Hitler la propria visione strategico politica e di come essi finirono anzi per ritorcersi contro di lui seminando nuova sfiducia e ostilità verso il regime e la sua stessa persona e, cosa piú grave, aggravando la crisi all’interno del regime, a questo punto, dicevamo, il discorso potrebbe dirsi concluso. Prima di passare a parlare – nel prossimo capitolo – dello sbocco finale di questa crisi crediamo però opportuno soffermarci un momento su due ultimi aspetti degli avvenimenti sin qui trattati che riguardano direttamente la persona «privata» di Mussolini, ma che ciò nonostante non possono non essere visti anche nel contesto generale della crisi del regime e che è bene cercare di chiarire; sia per disporre di un quadro il piú completo possibile dei passaggi intermedi di questa crisi, sia per una piú approfondita comprensione di come essa fu vissuta da Mussolini.
* * *
Sulla relazione tra Mussolini e la Petacci sono stati versati fiumi di inchiostro e non solo sotto il profilo sentimentale, ma anche sotto quello piú propriamente politico, sino a farne un importante elemento della crisi del regime. E questo sia da parte di un certo numero (e di un certo genere, ché non è un caso che della relazione tra Mussolini e la Petacci non si parli o si facciano solo vaghi accenni in diari e memorie di uomini come Acerbo, Cianetti, Federzoni, Gorla, Grandi, Pirelli, mentre abbondano in quelli di Bottai e di Ciano) di contemporanei, sia di biografi di Mussolini e di «studiosi» del periodo. È per questo che – pur rifuggendo da ogni forma di «storia» concepita con la mentalità dei «valets de chambre» – ci pare opportuno a questo punto della nostra trattazione soffermarci brevemente su essa.
Quando era cominciata la guerra Mussolini era legato già da alcuni anni (dalla seconda metà del 1936) con Claretta Petacci215. Per qualche tempo la loro relazione era passata inosservata; solo nella seconda metà del 1938 e soprattutto l’anno dopo, allorché la famiglia Petacci si era costruita a Monte Mario, alla Camilluccia, una lussuosa villa, se ne era cominciato a sussurrare in giro e in particolare nel «bel mondo» della capitale e nei circoli del regime ad esso collegati. In breve, anche per i pettegolezzi e i sarcasmi suscitati dagli esordi cinematografici della sorella (in arte Myriam di San Servolo) e i maneggi economici del fratello di Claretta, Marcello, la notizia aveva preso a circolare con una certa insistenza, al punto che anche degli sconosciuti avevano cominciato a rivolgersi alla Petacci per aiuti e raccomandazioni. Nonostante ciò, quando l’Italia era entrata in guerra non si può dire che la relazione facesse ancora scandalo né che alla Petacci venisse attribuita una influenza politica, anche se tra i collaboratori del «duce» piú di uno si fosse reso conto che per Mussolini non si trattava di una delle solite avventure, anche se un po’ piú lunga, ma di un legame effettivo e Buffarini Guidi sin dalla fine del 1938 si fosse ad ogni buon conto preoccupato di stendere sulla Petacci la sua mano «protettiva».
Di una «influenza politica» della Petacci e soprattutto della sua famiglia, sulla quale regnava incontrastata la madre (come ha scritto Luigi Freddi216, «qualcosa fra il pugilatore e la cariatide, espressione vivente di quel matriarcato risoluto e invadente che sopravvive ancora in certe famiglie della provincia italiana»), e del clan di intriganti e di parassiti costituitosi attorno ad essa si può cominciare a parlare seriamente solo dopo la fine del 1940 e ancor piú con la seconda metà del 1941217. Ma anche per questo periodo senza esagerazioni, nonostante già allora (ché la grande fioritura di questi paralleli e giudizi si ebbe subito dopo il 25 luglio) alcuni ne parlassero come di una «piccola Pompadour»218 e del fratello come di una sorta di Lorenzino dei Medici219 che faceva «piú male al Duce di quindici battaglie perdute»220 e non mancassero neppure coloro che affermavano che «bisognerebbe metterlo al muro»221 o si dicevano «pronti» a «far fuori» la stessa Claretta222 per il danno che la sua relazione con Mussolini arrecava nel paese all’immagine del «duce», al suo prestigio tra gli stessi fascisti223 e al suo equilibrio psichico, sino ad arrivare ad attribuirle «tutto quanto va male in Italia, ivi compresa la malattia del Duce». Un’affermazione questa che perfino Ciano, che con la Petacci e il suo clan non era certo tenero e che spesso era all’origine di notizie, pettegolezzi e maldicenze sul suo conto, non poteva nel suo diario che definire «onestamente un po’ esagerata»224.
Personalmente Claretta Petacci non era una intrigante né ebbe ambizioni di esercitare un proprio ruolo politico. Per dirla con Jo’ Di Benigno – che rispecchiava in buona parte l’opinione degli ambienti militari, non certo molto teneri, quando scrisse il suo libro, con Mussolini e la Petacci –, «non aveva nervi abbastanza saldi per usare del suo scettro». «Aveva le lacrime facili ed un cuoricino di piccola borghese sentimentale»: «chi volle vedere in lei una novella Pompadour e giocò su di lei la sua carta, difficilmente ebbe fortuna»225. Certo, aveva delle simpatie, delle antipatie, dei pregiudizi (soprattutto nei confronti dei militari che considerava degli incapaci e dei potenziali traditori), ma a muoverla erano essenzialmente il desiderio di proteggere il suo uomo e, non di rado, la gelosia, quella gelosia che rendeva la loro relazione non sempre facile, punteggiata di rotture e di riprese. Due sentimenti sui quali sia i familiari, sia il clan costituitosi attorno alla Camilluccia226 e che fece parlare di questa come del «ministero piú importante» dove si creavano e distruggevano carriere e si assegnavano posti di potere227, sia molti gerarchi, gerarchetti e avventurieri di vario genere e soprattutto Buffarini Guidi giocarono molto228. Il che – sia ben chiaro – non vuol dire che la Petacci non avesse una certa influenza su alcune scelte di uomini, ma non certo nella misura della quale si è favoleggiato e tanto meno su quelle piú importanti. A lei probabilmente fu dovuta la nomina a consigliere nazionale dell’avvocato Gino Sotis, che si era occupato del suo divorzio in Ungheria229, e, ugualmente, quella di Nicola De Cesare a capo della segreteria particolare del «duce», quando Sebastiani, per le congiunte manovre di Rachele Mussolini e di Buffarini Guidi, fu estromesso da questo incarico. Certamente nessuna influenza ebbe, nonostante tutto quello che si disse, nel grande rimaneggiamento del governo nel febbraio 1943, di cui fu informata pressoché casualmente da Mussolini a cose fatte nel corso di una telefonata («ho deciso un cambio della guardia... Riccardi, Di Revel, Venturi, Buffarini... i due compari [Bottai e Grandi], Pavolini... figurati che c’è anche mio genero... insomma vanno via tutti»), sicché per Buffarini Guidi dovette limitarsi a un semplice «me ne dispiace»230. Né tanto meno vuol dire che un certo ruolo politico non finisse per averlo, anche se piú suo malgrado che volutamente, al punto che, specie negli ultimi mesi del 1942, quando la malattia di Mussolini si aggravò e le voci sull’asserito potere politico della Petacci si fecero sempre piú insistenti cosí come quelle sul discredito che la sua relazione con il «duce» gettava sul regime e sullo stesso Mussolini, anche i tedeschi se ne preoccuparono e cercarono di vederci chiaro231.
Anche a questo proposito è però opportuno essere il piú precisi possibile e operare soprattutto alcune distinzioni di fondo. Che la relazione con la Petacci abbia contribuito al discredito di Mussolini e del regime è fuori dubbio. Di un vero e proprio diffuso discredito provocato da essa si può veramente parlare però solo a partire dalla fine del 1942, allorché la cosa dilagò dagli ambienti del regime e ad esso vicini, in particolare da quelli romani, in molti settori del paese, divenne un cavallo da battaglia delle trasmissioni di Radio Londra e fu ripresa dall’antifascismo e fatta circolare anche in ambienti popolari, tant’è che già prima del 25 luglio, per fare due soli esempi, nel bergamasco circolavano alcune strofette antimussoliniane, di cui le prime due dicevano «quando vedrai Petacci in bicicletta | vuol dire che Benito l’è in bolètta»232 e gli informatori della polizia, non sapendo come fare per riferire i salaci commenti e i pesanti giudizi circolanti su Mussolini, dovevano ricorrere a giri di parole, sul tipo di questo, conservatoci da un rapporto in data 12 giugno 1943 relativo allo spirito pubblico a Roma233:
Le reazioni popolari a questo stato d’animo [suscitato dalla scarsezza e dall’alto prezzo dei generi alimentari] sono attive, forti, continue e tortuose, arrivando a dei punti impensati. Cosí si nota di questi giorni, commentandolo acrimoniosamente, che sono sempre il Re od altri membri della famiglia reale a visitare e confortare i feriti, a rendersi conto di persona dei luoghi devastati dai bombardamenti del nemico. A questa constatazione si aggiungono certe maligne o velenose osservazioni sul conto del Duce che non si possono riferire, osservazioni però che si sente essere frutto della presente situazione, soprattutto alimentare, e che nessuno si sognerebbe di fare o neanche di pensare in tempi appena appena meno tristi e disagiati del presente.
Va poi detto che, piú che il fatto che Mussolini avesse un’amante, ciò che a lungo fece scandalo furono le fortune cinematografiche della sorella di Claretta e piú ancora il susseguirsi di voci e di notizie sulle attività economiche e sulla proterva invadenza del fratello234. Cosí come va detto che anche Mussolini, pressato oltre tutto dalla sorella Edvige e dalla figlia Edda (forse le uniche persone che potevano parlargli senza peli sulla lingua)235, se ne convinse. Alla fine del giugno 1942, indignato del comportamento di Marcello Petacci, gli ordinò di «astenersi per il futuro da ogni traffico» e poi, di fronte ai magri risultati ottenuti, di prendere servizio in Marina236. E alla fine dell’aprile 1943, dopo aver diradato gli incontri con Claretta già da qualche mese, decise di rompere con lei. Sicché il 1º maggio essa si vide precluso l’accesso a palazzo Venezia237. Una soluzione, questa, che Mussolini probabilmente andava maturando già da qualche tempo, ma sulla quale non seppe rimanere fermo che per breve tempo (non è chiaro se perché non riuscisse a fare a meno di lei o se perché temesse uno scandalo anche piú clamoroso o addirittura di essere ricattato da parte dei familiari di Claretta)238, per poi cedere alle insistenze di Claretta e quindi rompere di nuovo239 e di nuovo riappacificarsi240. Né, in fine, si può trascurare il fatto che alla massiccia levata di scudi di larga parte dell’establishment del regime e, in prima fila, di alcuni dei maggiori esponenti fascisti contro la Petacci e l’«incosciente debolezza» di Mussolini verso di lei e il suo «mefitico» clan contribuirono moltissimo i giuochi di potere intessuti attorno alla vicenda da Buffarini Guidi. Basta per rendersene conto una rapida scorsa alla diaristica coeva e in particolare ai diari di Ciano e di Bottai. Con grande abilità equilibristica e rara spregiudicatezza, per anni il sottosegretario all’Interno riuscí infatti a giuocare una complessa partita su due tavoli, quello dei Petacci e quello della moglie del «duce» («Buffarini», annotava il 27 aprile 1942 il generale Puntoni riferendo quanto gli aveva detto il generale Hazon241, «manovra all’ombra delle donne di famiglia del Duce») in maniera da sfruttare, e orientare, i pregiudizi e le animosità delle due donne verso coloro che, dai rispettivi punti di vista, esse ritenevano infidi e, peggio, che tradissero Mussolini e da accrescere cosí il proprio potere personale, emarginando chi non era disposto a prestarsi alle sue manovre o, peggio, gli era ostile e mettendo al loro posto uomini a lui fedeli o comunque facili da manovrare.
Che la vicenda, lo scandalo Petacci abbia danneggiato l’immagine di Mussolini, e – soprattutto dall’estate del 1942 in poi – anche notevolmente, e abbia contribuito ad accrescere il discredito del regime è fuori dubbio242. Meno facile è dire quando Mussolini se ne rese conto e capire le ragioni che lo trattennero dal porre veramente fine alla relazione. Ché spiegare tutto con la passione è molto probabilmente semplificare troppo le cose. Sia perché egli teneva moltissimo alla propria immagine e, pur non essendo certo un moralista, era pronto a condannare chi intratteneva relazioni extraconiugali e si rendeva conto del danno che queste producevano quando diventavano di dominio pubblico e ragione di scandalo (a D’Aroma, riferendosi probabilmente a Pavolini e alla relazione di questo con l’attrice Doris Duranti, disse all’inizio del 1943243 «fino a quando non c’è scandalo, bisogna considerare le passioni un necessario viaggio del cuore»); sia perché di una sua vera e propria travolgente passione per la Petacci è difficile, checché sia stato tante volte scritto, parlare. Lo dimostra tra l’altro il carattere che la loro relazione – come vedremo nel prossimo volume – avrebbe assunto dopo il suo ritorno in libertà all’indomani dell’armistizio e che è ben sintetizzato da quanto egli stesso, verso la fine del settembre 1943, avrebbe detto alla sorella Edvige per spiegarle perché, dopo le umiliazioni e l’arresto che la Petacci aveva subito durante i quarantacinque giorni del governo Badoglio, non gli sembrava giusto abbandonarla al suo destino: «come potrei allontanarla, ora che ha patito questo per me?»244.
Come abbiamo già detto245, la relazione con la Petacci aveva avuto inizio in un momento per Mussolini particolarmente difficile sotto il profilo umano, quando, dopo la lunga tensione provocata dalla guerra d’Etiopia e dalla malattia della figlia Anna Maria, avevano preso a farsi sentire sempre piú su di lui gli effetti negativi dell’incipiente declino fisico provocato dall’età e, insieme, dell’accentuarsi della sua solitudine umana, in parte – lo si è detto – da lui stesso voluta e teorizzata, in parte dovuta alla morte del fratello Arnaldo, al quale non solo era stato assai legato, ma che – essendo l’unica persona che avesse veramente una certa influenza sulla moglie Rachele (una donna, nonostante le apparenze, dal carattere tutt’altro che facile) – gli aveva indirettamente reso possibile una vita familiare abbastanza distesa e serena, che era invece praticamente venuta a mancargli con la sua morte, tanto da indurlo a trascorrere gran parte delle sue giornate, anche festive, fuori casa, o chiuso a palazzo Venezia, o facendo di tanto in tanto delle scorribande in automobile, ovvero – ed era la cosa che piú lo distendeva e appagava – in aereo, nella solitudine del cielo. In questa condizione psicologica, la relazione con la Petacci piú che una grande passione era stata un modo per sentirsi ancora giovane e ancor piú – dato il carattere appassionato, e, nonostante i periodici scoppi di gelosia, semplice e discreto della donna – per trovare qualche momento di distensione e riempire in qualche modo la propria solitudine. Un rapporto, insomma, saldo, ma non estremamente impegnativo, tale, dunque, per quel che si può giudicare, da poter essere da lui, volendo, interrotto senza eccessivi problemi. Questo all’inizio, ché a rinsaldarlo concorsero in un secondo momento una serie di fatti nuovi.
In termini generali, vi concorse il progressivo accentuarsi della sfiducia e della disistima di Mussolini verso gran parte dei suoi collaboratori e anche verso molti dei vecchi amici e camerati della «vigilia» che indirettamente valorizzò ai suoi occhi la fedeltà e la mancanza di secondi fini della Petacci e, di contro gli fece chiudere un occhio sul comportamento, ben diverso, dei suoi familiari. E ciò tanto piú che chiudere un occhio e talvolta tutti e due era in questa materia una sua tendenza pressoché innata e, insieme, un aspetto tipico del suo modus operandi politico, che Luigi Freddi ha molto ben tratteggiato in una pagina delle proprie memorie246 ingiustamente trascurata dai biografi di Mussolini e che, invece, ci pare opportuno ricordare, dato che, via via che si radicarono in lui sempre piú, essa prese a influenzare oltre al suo comportamento politico anche quello piú propriamente personale.
Negli aspetti apparentemente contradditori della proteiforme personalità di quest’uomo, uno ve n’era addirittura sconcertante: egli sapeva tutto delle persone che aveva intorno, vicino e lontano, perché gli innumerevoli periscopi informativi di cui disponeva non escludevano nulla, neppure le piú nascoste ombre dell’ampia e densa e spesso movimentata area. E accadeva, di alcune, ch’egli le tollerasse incomprensibilmente, pur sapendo che non erano del tutto, moralmente, politicamente o stilisticamente pure. Ma egli sapeva anche che la politica si fa cogli uomini e gli uomini, per dirla alla maniera del marchese Colombi, son quel che sono, e la politica non li migliora certamente. (Parlando di se stesso, un giorno m’aveva citato una frase di Terenzio: «Nihil humani mihi alienum est»). Ma non provocava mai scandali, se non quando, e fu rarissimo, ciò poteva giovare alla sua tattica. Escludeva gli uomini indegni o colpevoli con una lenta, paziente, segreta azione di stritolamento morale: dopo, naturalmente, averli neutralizzati. Per cui poteva accadere che, parlando con gente fidata, egli lasciasse a un tratto cadere un giudizio sprezzante su qualcuno che, magari, occupava un’alta carica. Si poteva esser certi che, al momento opportuno, costui sarebbe sparito nel limbo dell’oblio.
In termini piú particolari un grosso peso ebbero, sulla relazione tra Mussolini e la Petacci nell’estate del 1940, una gravidanza extrauterina con minaccia di peritonite che mise in pericolo la vita della Petacci e comportò una sua lunga degenza e un’ancor piú lunga convalescenza247, e, un anno dopo, la morte di Bruno Mussolini.
Le lettere che Mussolini scrisse alla Petacci nell’agosto-settembre 1940, nel momento piú difficile della malattia248, lasciano capire che questa dovette contribuire non poco a rafforzare il legame di Mussolini con lei («Comincio a staccarmi da tutto e da tutti, cioè dal mondo. In modo particolare da quando sei ammalata» si legge in una di esse249) e aiutano a spiegare come fu proprio dopo la malattia che la relazione tra i due cominciò a produrre i primi guasti, a spingere cioè la Petacci a mettere bocca in alcune nomine politiche e Mussolini a darle in qualche caso ascolto. E ancor piú contribuí a rafforzarla la morte, il 7 agosto 1941 mentre collaudava un quadrimotore da bombardamento, del figlio Bruno. Anche se cercò di celarlo il piú possibile e si impose di presentare la morte del figlio simile a quella dei tanti combattenti impegnati nel conflitto, il dolore per la perdita subita non dovette essere minore di quello che gli aveva provocato dieci anni prima la morte del fratello. Con l’aggravante – se cosí si può dire – che la scomparsa di Bruno provocò non solo un ulteriore vuoto nel suo animo, ma anche nella stessa immediata cerchia del suo quotidiano microcosmo familiare250, facendo sentire ancor piú pesante ed opprimente il senso di solitudine e di distacco da tutto ciò che non considerava il suo «dovere» supremo. Rivelatrici sono a questo proposito le parole conclusive del Parlo con Bruno da lui scritto nelle settimane successive alla morte del figlio (cosí come aveva fatto con la Vita di Arnaldo dopo quella del fratello) e pubblicato dalle edizioni del «Popolo d’Italia» nel dicembre dello stesso anno251:
Prendo congedo da te, Bruno. Quanto tempo dovrà trascorrere prima che io discenda nella cripta di San Cassiano per dormire accanto a te il sonno senza fine?
Ecco un interrogativo che non mi turba. Ma prima, vincere. Concludere nella vittoria il sacrificio, placare con la vittoria gli spiriti che la vollero e la prepararono. Tu sei uno dei tanti. E non volesti essere che uno dei tanti.
Uno stato d’animo che, come Bottai aveva subito previsto252, determinò un ulteriore suo inasprimento nei confronti di tutti e un richiudersi e isolarsi vieppiú in se stesso, ma anche un maggior bisogno di quei momenti di distensione e di serenità che solo la Petacci era capace in qualche misura di dargli: non che anch’essa, piú tempo passava, non lo esortasse a stare in guardia contro i tanti «traditori» che, a suo dire, lo circondavano e non gli perorasse la causa di questo contro quello; in genere non lo assillava però con le continue critiche e i toni isterici della moglie che vedeva disonesti e traditori ovunque, si improvvisava investigatrice per coglierli con le mani nel sacco e talvolta arrivava sino a prenderli personalmente di petto, tanto da indurlo, quando non ne poteva piú, a sfogarsi con il figlio Vittorio. Tipico questo sfogo, nei primi mesi del 1943, riferito dallo stesso Vittorio in uno dei suoi libri di ricordi253:
Secondo tua mamma sono circondato da traditori, da spie, da sabotatori, da deboli! Credi che serva fucilare quaranta generali, decimare reggimenti, incarcerare ministri? Quando le cose vanno male, proliferano i grandi politici, i salvatori della patria, i messia di pace. Tutti hanno soluzioni, comprese le contesse isteriche e i cineasti di Cinecittà. Credi che non sappia cosa discretamente mormorano in giro? Adesso non hanno fiato per le trombe, ancora non sono sicuri: e se l’Asse riprendesse a vincere le battaglie? E poi, caro Vittorio, una volta per sempre resti chiaro che, si vinca o si perda, in Italia non ci sono traditori, quando si è in guerra. Vogliamo ritornare all’Italia di Caporetto? Bisogna mantenere la Tunisia e stare saldi in Russia: ottenendo risultati militari di importanza, è possibile incontrare una soluzione politica. La guerra ad oltranza, nel caso vincessero gli alleati, sarebbe solo utile ai russi e agli Stati Uniti, ma piú ai primi che ai secondi e non porterebbe pace con giustizia al mondo. L’Inghilterra e la Francia, vincano o perdano, vedranno andare in fumo il loro impero coloniale. Forse Churchill vede le cose, ma è preso in mezzo da Roosevelt e da Stalin. Posizione incomoda.
Né, infine, va sottovalutata l’incidenza che su tutta la vicenda Petacci ebbe l’anno successivo la malattia dello stesso Mussolini.
Sulla natura e la reale gravità di questa malattia molto è stato detto allora e poi, senza per altro giungere a precise conclusioni. Nel precedente volume abbiamo fatto un rapido accenno alle condizioni di salute di Mussolini alla vigilia dello scoppio della guerra tenendo conto anche di quanto accertato dall’autopsia fatta nel 1945 presso l’Istituto di medicina legale dell’Università di Milano254. A questo punto è però opportuno cercare di approfondire maggiormente la questione, dato che essa investe non solo il problema dei rapporti tra Mussolini e la Petacci, ma anche quello – assai piú importante – dell’incidenza dello stato di salute del «duce» sul suo comportamento politico nell’ultimo anno del regime. E ciò tanto piú che, oltre a quanto scritto, molto brevemente, da Cesare Frugoni (che fu in questo periodo il clinico consulente che seguí maggiormente il paziente) e, assai piú ampiamente, da Arnaldo Pozzi (primo aiuto di Frugoni e da questo designato come medico curante)255, è oggi disponibile una ricca documentazione medica (risultanze di esami, prescrizioni, referti e lettere relativi al decorso della malattia, ecc.) conservataci dagli archivi personali di Mussolini256.
Da questa documentazione è possibile stabilire con pressoché assoluta certezza che la malattia dominante la fisionomia biologica di Mussolini era essenzialmente un’affezione ulcerosa gastroduodenale. Non dimostrata radiologicamente (caso tutt’altro che raro), essa si era imposta prepotentemente con la piú classica, evidente e comune delle complicanze: l’enterorragia257. Ciò non toglie che potessero sussistere altre ipotesi, ben piú gravi, tra cui quella di un tumore allo stomaco, ovvero che venisse sopravvalutata l’importanza di una modesta infezione amebica contratta in Libia nell’estate del 1942, e che dovette essere la causa scatenante, e, in fine, che venisse attribuita molta importanza, probabilmente troppa (nel senso di far sottovalutare altri aspetti) all’impatto sulla malattia della tensione, dello stress via via sempre piú vivi ai quali Mussolini era sottoposto e che egli stesso era portato a considerare la vera origine della propria malattia (tipica è in questo senso la sua ricorrente battuta: «la mia ulcera sono i convogli»258, con evidente riferimento alle continue gravissime perdite di naviglio per rifornire le truppe in Africa settentrionale).
Anche se non tale da giustificare previsioni catastrofiche, la malattia fu comunque grave e lunga, forse anche per la leggerezza con la quale in un primo tempo essa fu affrontata, non da Mussolini, che era un malato per cosí dire perfetto e che si atteneva il piú possibile alle prescrizioni mediche, ma dal suo entourage di palazzo Venezia e, in certa misura, anche dei suoi familiari, con la sola eccezione della moglie che però, anche in questo caso, si mosse il piú delle volte in base a piú o meno improvvisi stati d’animo, a sfiducia nei confronti dei medici e arrivò al punto, secondo la Pensotti259, di ritenere che qualcuno avesse cercato di avvelenarlo.
Le prime manifestazioni dell’insorgere della nuova fase della sua vecchia malattia Mussolini le ebbe in Libia, nei primi giorni del luglio 1942. Di esse, tra le quali una piuttosto grave, parla esplicitamente il figlio Vittorio, anch’esso in Libia in quei giorni260. Sempre di quei giorni è una lettera di Nicola De Cesare, che era al seguito del «duce», alla Petacci. In essa261 non solo è la conferma di quanto scritto successivamente da Vittorio Mussolini, ma anche un primo segno della leggerezza con la quale, almeno in un primo tempo, l’entourage affrontò la malattia di Mussolini e delle gelosie e manovre alle quali essa dette luogo.
La salute del D. – scriveva De Cesare – va migliorando di giorno in giorno sia per l’alimentazione che è scrupolosamente quella che ha detto papà tuo, sia per le pillole che gli diamo secondo le prescrizioni che gli ha dato papà tuo (Castellani è rimasto completamente fuori) e di cui ha voluto tutte le indicazioni cosí che gli ho consegnato anche gli scritti che mi aveva lasciato papà tuo, sia per il riposo che qui è assoluto tanto che si annoia molto ma questo serve a distendergli i nervi – ogni tanto qualche gita automobilistica e poi fermo – quindi in complesso sta benissimo… Tutto sommato puoi stare tranquillissima ché io non lo mollo neppure un minuto, dormo nella stanza accanto alla sua…
Rientrato in Italia Mussolini non fu praticamente curato. La moglie cominciò a farlo mangiare rigorosamente in bianco e il professor Castellani262, unico medico a quanto pare interpellato, si pronunciò per un’ameba, contratta in Libia, noiosa, ma curabilissima e tale, quindi, da non destare preoccupazioni; il tutto con la Petacci dietro le quinte che avrebbe voluto che a curarlo fosse il padre263. Solo ai primi di settembre, di fronte al sempre piú evidente peggioramento dello stato di salute di Mussolini (già il 23 luglio Bottai, che non lo vedeva da qualche tempo, l’aveva trovato «pallido, emaciato, solo, assalito dalla sua vecchiaia»264), i suoi familiari cominciarono a preoccuparsi veramente. Nel diario di Ciano, alla data del 26 settembre265, è riprodotta una lettera scrittagli da Edda alcuni giorni prima da Capri che è significativa per capire come le cose erano andate sino allora e come, tutto sommato, sarebbero ancora andate in una certa misura nei mesi successivi: senza idee precise, a sbalzi, piú che secondo un costante impegno.
Mio padre – scriveva Edda – non sta bene – bruciori allo stomaco, irritabilità, depressioni ecc. – mia madre me ne ha fatto un quadro piuttosto buio – a mio avviso siamo sulla via dell’ulcera. (Molte considerazioni su di lui: la sua vita privata di questi ultimi anni; gli effetti ecc.; non è il caso di parlarne). Sono state fatte radiografie di ogni genere – tutte negative – però non si è mai chiamato un medico – Quando, avendo domandato di Frugoni, hanno loro risposto che fino al 4 era fuori Roma, si sono tutti arrestati davanti l’ostacolo e tanti saluti – raramente ho visto gente piú sconsigliata – Interessatene tu – se non è Frugoni – sia Pontano – se non quello un altro – ma che mio padre sia visto e visitato seriamente – Mettiti in comunicazione con mia madre e aiutala – Per ora – i soli provvedimenti che ha preso, sono le ingiurie e le bestemmie – È da preferirsi un clinico in caso di malattie – naturalmente con una certa segretezza –.
Sia pure al piccolo trotto, le cose comunque cominciarono a mettersi finalmente in moto266. Il 10 settembre Rachele Mussolini parlò col professore Castellani che ribadí trattarsi solo di ameba, «una malattia noiosa, ma che si può curar bene», e le disse di non preoccuparsi, ma, tre giorni dopo, di fronte alle sue reiterate insistenze, suggerí un consulto con Frugoni, un nome su cui la Rachele «per varie ragioni» si mostrò inizialmente esitante, ma poi, di fronte al continuo dimagrimento del marito e alle «pressioni della famiglia», finí per accettare. L’opinione di Frugoni, che visitò Mussolini il 28, fu che non si trattava di ameba, ma di un risveglio dell’ulcera e gli ordinò una serie di esami, che dettero risultati contraddittori poiché parvero a Castellani una conferma della sua diagnosi, ma non indussero Frugoni a mutare radicalmente la propria: per lui si trattava di una sindrome tipo gastrite iperacida e di una amebiasi, che si influenzavano reciprocamente e delle quali non era facile dire quale avesse la preminenza. Questo il 14 ottobre, dopo di che tutto subí una nuova inspiegabile pausa, tanto da indurre il 4 novembre Frugoni a rivolgersi a De Cesare per aver notizie del malato:
Mi scuso se importuno ma dal 18 del mese scorso non ho piú avuto nessuna notizia diretta né indiretta.
Voi, Eccellenza, che facilmente immaginate il mio sentimento di profondo interessamento, mi scuserete certo se vi importuno per chiedervi notizie che io spero buone quali le presuppone il mio pensiero di medico e quali le augura il mio sentimento di illimitata devozione.
In quegli stessi giorni Egidio Ortona, a Roma con Bastianini per parlare della situazione in Dalmazia e nei Balcani, notava come nella capitale si vivesse in «un’atmosfera spaventosa»267. Nonostante Mussolini alternasse giornate buone, nelle quali dava l’impressione di star bene ed era presente a palazzo Venezia per le sue normali attività, a giornate cattive, nelle quali spesso rimaneva a villa Torlonia e riduceva molto le sue attività (il 25 ottobre Vidussoni aveva dovuto annullare telegraficamente una riunione del Consiglio nazionale del PNF convocata per il 29 proprio perché Mussolini non sarebbe stato in grado di parteciparvi), il peggioramento dello stato di salute del «duce»268 era ormai cosí evidente e noto che cercare di celarlo ad ogni costo, al punto da curarlo quasi clandestinamente e con mezze misure, era non solo impossibile ma finiva – come già abbiamo detto – per dar adito alle previsioni e alle voci piú fosche, accrescere il malessere politico, indebolire vieppiú il regime e dar fiato ai piú disparati disegni politici e velleità successorie. Diciamo questo perché, se è vero che dopo la lettera di Frugoni del 4 novembre la cura della malattia di Mussolini entrò in una nuova fase, è però indicativo della situazione nella quale va inquadrata tutta la questione della malattia stessa quale essa fu vissuta e «gestita» dallo stretto entourage di palazzo Venezia e dagli stessi familiari del «duce», il fatto che la lettera fu scritta a De Cesare, che della malattia fu in pratica il «sovraintendente» e il «gestore» assai piú dei familiari di Mussolini e della stessa Rachele, che solo in particolari momenti riuscí ad imporre la propria volontà, senza per altro essere poi capace di prendere veramente in mano la situazione, che di fatto rimase pressoché completamente affidata agli stati d’animo e ai tentativi, agli sforzi (talvolta assai dolorosi) di Mussolini (preoccupato delle sue conseguenze politiche) e alla sovraintendenza di De Cesare. Una sovraintendenza che, per un verso, doveva anch’essa tener sempre conto degli aspetti politici e, per un altro verso, risentiva non poco degli stretti rapporti tra lo stesso De Cesare e la Petacci e, quindi, della convinzione del padre di questa, anche lui medico, che Castellani e Frugoni non avessero capito che la malattia era di origine psicologica. Ciò spiega come, malgrado l’evidente deperimento del malato e gli allarmi dei medici, lo stato di salute di Mussolini finí per essere considerato anche da De Cesare come qualcosa per cui poco o nulla c’era da fare se non attendere una ripresa che, molto piú che dalle cure dei medici, poteva dipendere dallo stato d’animo del «duce» e, dunque, in ultima analisi, dall’andamento delle vicende belliche; sicché, per il momento, la cosa piú importante ed urgente da fare era tener sotto controllo la situazione politica, rendere meno gravoso a Mussolini quel tanto di attività alla quale, in quelle condizioni, poteva dedicarsi e sdrammatizzare il piú possibile tutto l’aspetto «malattia del Duce» della crisi.
Detto questo, è comunque un fatto che dopo la lettera di Frugoni la cura della malattia di Mussolini entrò in una nuova fase. Il professor Pozzi, primo aiuto di Frugoni, ebbe l’incarico di seguirne costantemente il decorso e dall’11 novembre cominciò a recarsi giornalmente a villa Torlonia (ove il «duce» continuava a passare molte giornate, spesso a letto) per visitarlo e praticargli le cure stabilite da Frugoni, e anche ad accompagnarlo nei suoi viaggi (soprattutto in Romagna, dove spesso si ritirava per riposarsi meglio), tra cui quelli a Salisburgo e a Feltre per incontrarsi con Hitler. I primi risultati del nuovo ciclo di cure furono però deludenti269. Come Frugoni scrisse il 29 novembre a De Cesare, il deperimento non cessò: rispetto all’inizio della malattia il peso di Mussolini era diminuito di circa un quarto e la pressione arteriosa massima era scesa da 145 a 110. Ciò non impedí al «duce» di parlare tre giorni dopo alla Camera dei fasci e delle corporazioni270 e di riprendere per oltre un mese buona parte delle normali attività. Quando però, a metà dicembre, avrebbe dovuto, come si vedrà nel prossimo capitolo, recarsi in Germania per incontrare Hitler, non se la sentí di affrontare due giorni di treno (data la stagione un viaggio in aereo era da escludere) e si fece sostituire da Ciano271. Di fronte a questa situazione, all’inizio dell’anno Frugoni dovette per un momento avere il dubbio di aver sbagliato diagnosi e temere che Mussolini potesse avere un cancro. Il 5 gennaio inviò, tramite De Cesare, una prima lettera alla Rachele nella quale, fatto il punto della situazione (Mussolini aveva perso un altro chilo e mezzo di peso e la pressione era scesa a 70-102) e annunciato di aver iniziato «un’energica cura ricostituente» e disposto per una nuova serie di esami del sangue, delle feci e delle orine (il mese prima aveva già fatto eseguire una colecistografia e una radiografia del digerente), accennò per la prima volta a qualche «perplessità» sulla natura del male272:
Localmente non vi sono dati obbiettivi nuovi ma il dolore persiste nonostante le cure energiche fatte in questo senso. E poiché la sindrome dolorosa è fissa e persistente, non si può nascondere che questo mette in una certa perplessità e impone problemi che cominciano a non lasciare completamente tranquilli.
In quel momento la moglie del «duce» era alla Rocca delle Caminate, dove si era rifugiata «per disperazione», dopo una delle sue solite violente arrabbiature, non è chiaro con chi, ma che aveva avuto per oggetto le cure alle quali il marito era sottoposto e che lei non condivideva. E alla Rocca (dove nel frattempo Mussolini l’aveva raggiunta per prendersi un po’ di riposo, cosí come suggeritogli dal professor Pozzi) qualche giorno dopo, quasi certamente il 14 gennaio 1943, le arrivò una nuova «terribile lettera» di Frugoni «(che mi prega di distruggere appena letta) in cui mi comunica che crede Mussolini ammalato di cancro in stadio avanzato da metterlo in pericolo di vita»273. A questo punto, incredula, la Rachele volle che si procedesse subito ad un consulto (di cui doveva aver già in precedenza parlato con Pozzi) con il professor Domenico Cesa Bianchi da lei ben conosciuto e stimato avendo curato in passato prima il marito e poi un figlio di Arnaldo. Il consulto ebbe luogo alla Rocca il 17 gennaio e si concluse nel modo piú rassicurante.
L’accordo dei consulenti – annotò Pozzi nel suo diario – è completo nel riconoscere «precedenti epatici e precedenti di ulcera duodenale; in atto, gastrite e duodenite cronica, con sindrome dolorosa postprandiale su terreno ulceroso, e concorrenza di fattori in parte epatici ed in parte derivanti da tensione nervosa; continuare quindi le cure calmanti, toniche e ricostituenti».
Giusta o sbagliata che fosse questa diagnosi (l’autopsia avrebbe stabilito che, quando fu ucciso, Mussolini soffriva solo di una «modesta gastrite atrofica», per cui si deve pensare o che i due illustri clinici avessero preso un abbaglio o che a guarirlo quasi completamente fossero stati i medici tedeschi che lo ebbero in cura nel periodo della RSI), è un fatto che nelle settimane successive le condizioni di Mussolini andarono complessivamente migliorando, il peso aumentò di alcuni chili, la pressione risalí a 125, mentre i dolori si fecero meno forti, nonostante la sospensione dei sedativi ai quali si era fatto sino allora ricorso, tant’è che Frugoni ai primi di febbraio si fece sempre piú ottimista, sino a scrivere alla Rachele «ormai possiamo considerare tutto sul finire e siamo già entrati in piena convalescenza» (3 1 gennaio) e «fra un paio di settimane o tre incominceremo a diradare e quindi lentamente abbandonare le cure» (7 febbraio). A parte che le crisi, pur succedendosi con meno frequenza e, in genere, in forma meno acuta, non cessarono del tutto, il vero punto nero rimase la disappetenza e ciò malgrado Mussolini avesse ripreso una vita piú attiva, con soggiorni piú lunghi a Roma e brevi periodi di riposo (durante i quali però lavorava quasi come a palazzo Venezia) alla Rocca delle Caminate (talora pilotando personalmente l’aereo per andare o tornare da Roma a Forlí), e si sentisse in grado di affrontare la fatica, fisica, intellettuale e psicologica, di recarsi sino a Salisburgo per parlare con Hitler. Ma ad «abbandonare le cure», come Frugoni dopo i primi risultati positivi aveva pensato di poter giungere presto, non si arrivò mai. Rientrato da Salisburgo i dolori, particolarmente intensi ed acuti di notte, tornarono ad affliggerlo, tanto è vero che Frugoni sentí il bisogno di un nuovo esame radiologico dell’apparato digerente e, successivamente, a fine maggio, di un altro dello stomaco e del duodeno e, quel che è piú significativo, di un consulto con un chirurgo (che Mussolini volle fosse il professor Vincenzo Puccinelli, non sappiamo se perché già lo conosceva o se perché gli fosse stato suggerito a Salisburgo dal medico personale di Hitler, Morell). Sia il consulto – il 6 giugno – sia gli esami radiologici confermarono la diagnosi di gastrite e duodenite e la terapia sino allora praticata ed esclusero qualsiasi eventualità di intervento chirurgico. L’unica nuova prescrizione furono quindici-venti giorni di assoluto riposo a letto che si protrassero sino alla vigilia della riunione del direttorio del 24 giugno, dopo di che Mussolini riprese in pieno la sua attività, tanto è vero che alcuni giorni dopo pensò di recarsi a ispezionare le difese della Puglia, Calabria e Sicilia e se non lo fece fu in conseguenza di una sorta di «congiura» tra Ambrosio, De Cesare e Pozzi (che temeva «gli strapazzi di un lungo giro nella calda e assolata Sicilia»), ognuno, per motivi diversi, ostile all’idea274. Anche se non guarito – ché quando si stancava eccessivamente o era particolarmente teso, come al ritorno da Feltre all’indomani del primo bombardamento di Roma, i dolori tornavano, anche in forma assai acuta – e anche se, appena poteva, si rifugiava in Romagna per riposarsi (ma anche per vedere meno persone possibile e pensare indisturbato alla situazione), è fuor di dubbio che alla vigilia del 25 luglio le condizioni di salute di Mussolini erano notevolmente migliorate. Il che fa pensare che, per quanto importante, l’aspetto psicologico non costituisse la principale ragion d’essere della sua malattia.
L’incidenza della malattia sulla relazione di Mussolini con la Petacci va vista, a nostro avviso, sotto almeno due profili. Sotto quello, diciamo cosí politico è indubbio che la malattia e le conseguenti frequenti assenze del «duce» da palazzo Venezia e da Roma dettero maggiori possibilità di movimento che in passato al «clan Petacci» e a coloro che si facevano forti dei loro rapporti con Claretta per fini di potere o economici. E ciò grazie anche ai contatti che la Petacci aveva con Buffarini Guidi e con De Cesare, due uomini chiave del potere e dai quali Mussolini dipendeva in larga misura quando, lontano da palazzo Venezia e privo di informazioni dirette, egli diventava pressoché irraggiungibile da parte di quasi tutti gli altri suoi collaboratori e mancava perciò di quei contatti diretti che le udienze tabellari, pur nella loro brevità e spesso burocraticità, gli assicuravano. Non è certo un caso che lo scandalo Petacci montò e divenne un fatto politicamente di rilievo proprio nei mesi in cui Mussolini fu ammalato e nei quali i suoi incontri con la Petacci, prima quasi quotidiani, si diradarono notevolmente. A farlo montare fu soprattutto la maggior impunità di cui goderono in questo periodo Marcello Petacci e i «petacciani». Anche coloro che si dolevano del discredito che cadeva su Mussolini e sul regime, non ebbero il coraggio, di fronte alle amicizie e alle protezioni delle quali godeva la Petacci e alla vasta rete di interessi e di solidarietà creatasi attorno alla Camilluccia, di intervenire senza avere avuto una esplicita indicazione del «duce» e di correre il rischio quindi di far le spese del proprio «moralismo». Vi erano poi altri che, pur essendo in condizione di parlargli, non se la sentirono di farlo proprio in quel difficile momento per non metterlo nella condizione di dover affrontare un problema che, secondo loro, l’avrebbe addolorato e messo psicologicamente a disagio e vieppiú prostrato, e, ancora, vi erano quelli che – considerando la guerra ormai irrimediabilmente perduta e ritenendo deleteria l’«ostinazione» di Mussolini a non volerne trarre tutte le conseguenze – non vedevano di malocchio il dilagare dello scandalo, pensando che contribuisse ad accelerare la caduta del «duce» e non si facevano quindi scrupolo di parlarne a destra e a manca e di presentarlo come una prova del suo rammollimento e della sua incapacità ormai ad agire razionalmente275.
Sotto il profilo piú propriamente personale la malattia ebbe invece, sempre rispetto alla relazione con la Petacci, un doppio significato. Per un verso, l’amorosa partecipazione e la costante premura con le quali la Petacci la seguí, sia pur da lontano, in tutte le sue fasi e i suoi sforzi per indirizzarne le cure nel senso suggerito dal padre confermarono Mussolini sulla sincerità dell’amore della donna. Per un altro verso, la malattia lo riavvicinò però non poco anche alla moglie. Gliene fece apparire i difetti meno gravi, e comunque essenzialmente dovuti al suo affetto e alle sue preoccupazioni per lui, e gliene fece comprendere meglio le doti piú sostanziali e profonde: l’andar dritta allo scopo, da buona romagnola di vecchio stampo, senza tentennamenti e rispetti per nessuno; la sua «sollecitudine materna» nel curarlo (e nel volere che fosse curato con serietà) e nel sostenerlo psicologicamente, ma, insieme, l’energia, la decisione, la durezza addirittura, con le quali reagiva allorché lo vedeva abbandonarsi, ripiegarsi su se stesso, non fare un vero sforzo di volontà per reagire alla malattia e al precipitare della situazione: «Ci sono quarantacinque milioni d’italiani che ti guardano. Hai steso il bucato, adesso asciugalo... Siamo tutti sulla lista degli impiccati»276.
Se si tengono presenti questi due profili ci pare si possa capire meglio sia perché dalla seconda metà del 1942 in poi Mussolini pensò e anche tentò di por fine in qualche modo alla relazione con la Petacci, sia perché non vi riuscí, pur sentendola, specie negli ultimi mesi prima del 25 luglio, sempre piú come un peso e una fonte di difficoltà psicologiche e politiche, che, tuttavia, ormai dovevano apparirgli tutto sommato secondarie: in quei frangenti, con il regime che stava andando in pezzi e dividendosi in fazioni l’un contro l’altra armate e con l’incombere di un’azione diretta nemica contro il territorio nazionale, lo scandalo Petacci perdeva sempre piú rilievo, diventava una tessera di un mosaico ben piú grave e drammatico. Una tessera alla quale non valeva in effetti la pena dare tanta importanza (col rischio, per di piú, che, volendolo cancellare, esso assumesse forme anche piú gravi); il vero nodo per Mussolini era un altro: come uscire dalla drammatica situazione nella quale sprofondava l’Italia e si dibatteva il regime. Se vi fosse riuscito tutto sarebbe stato per lui piú semplice e anche la vicenda con la Petacci avrebbe perduto buona parte del suo carattere dirompente.
Note
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Cfr. soprattutto E. GENTILE, La natura e la storia del partito nazionale fascista nelle interpretazioni dei contemporanei e degli storici, in «Storia contemporanea», maggio-giugno 1985, pp. 521 sgg.; nonché ID., Il problema del partito nel fascismo italiano, ivi, maggio-giugno 1984, pp. 347 sgg.
Allo stato degli studi, solo il periodo sino alla presa di potere del 1922 è stato ricostruito scientificamente nel primo volume della Storia del partito fascista 1919-1922. Movimento e Milizia (Bari 1989) sempre da E. Gentile. Privo di qualsiasi validità e pullulante di imprecisioni e di errori di fatto R. LAZZERO, Il Partito Nazionale Fascista, Milano 1985.
Sulle organizzazioni dipendenti dal PNF cfr. invece N. ZAPPONI, Il partito della gioventú. Le organizzazioni giovanili del fascismo 1926-1943, in «Storia contemporanea», settembre-ottobre 1982, pp. 569 sgg., e per il periodo precedente, P. NELLO, L’avanguardismo giovanile alle origini del fascismo, Bari 1978; nonché, per l’OND, V. DE GRAZIA, Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista, Bari 1981. Di scarsa utilità invece T. H. KOON, Believe Obey Fight. Political socialization of youth in fascist Italy 1922-1943, Chapel Hill - London 1985. ↩
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G. A. Fanelli, Necessità d’una politica impopolare, in «Il Nuovo Occidente», giugno 1943, riprodotto in Id., Agonia di un regime (gennaio-luglio 1943), Roma 1971, pp. 13 sgg. Su G. A. Fanelli cfr. F. Perfetti, Fascismo monarchico. I paladini della monarchia assoluta fra integralismo e dissidenza, Roma 1988. ↩
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Il saggio (a proposito del quale cfr. quanto da noi già detto in Mussolini il duce, II, pp. 219 sgg.) costituiva una sorta di prefazione al volume A. De Stefani, Sopravvivenze e programmi nell’ordine economico, Roma 1941, ed era stato pubblicato, sempre nel 1941, nella «Rivista italiana di scienze economiche». ↩
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Ibid., pp. xxiii sgg. ↩
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Cfr. Mussolini il duce, II, pp. 49 sgg. ↩
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Cfr. P. Capoferri, Venti anni col fascismo e con i sindacati cit., pp. 220 sg. ↩
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Cfr. Mussolini il duce, II, pp. 705 sg.
Nel febbraio 1941, dopo esser stato ricevuto da lui Muti scrisse a Mussolini una lettera che rende bene il suo carattere e il suo particolare rapporto con il «duce». In essa, dopo un rapido accenno all’udienza di qualche giorno prima, si legge: «Ma una cosa non v’ho detto, e consentite la fermi su questo mio scritto. Questa: che vi sono devoto fino al supremo sacrificio, perché vi debbo tutto, come italiano, come fascista, come soldato e come privato.
Senza di Voi, ognuno varrebbe niente. Io non sarei stato quel che sono stato, e tanti gerarchi sarebbero al massimo professionisti accreditati in provincia, generali da tempissimo pensionati e dimenticati, o addirittura nulla nella folla anonima.
Tutto debbo e debbono a Voi. Il mio sangue è a vostra disposizione in ogni momento e ovunque. Frattanto, tra un mesetto, cosí confido, il mio reparto sarà a punto coi nuovi apparecchi e col nuovo addestramento.
E desidero assicurarvi che vi darò prova coi fatti, gli unici testimoni soprattutto oggi, del mio incondizionato attaccamento.
Saluto romano!» (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 12, fasc. 286/R, sottofasc. «Ettore Muti»). ↩
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Cfr. G. Bottai, Diario cit., p. 268 (19 maggio 1941). ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 473 (28 ottobre 1940). ↩
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Le ragioni vere dell’alterco sono poco chiare. Dal poco che si sa sembra che riguardassero la diversa linea di condotta tenuta dal PNF e dal ministero dell’Agricoltura in materia di fissazione dei prezzi e il modo con cui le relative questioni venivano prospettate a Mussolini. Cfr. in ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 70, fasc. 438/R, sottofasc. 40.
Cfr. V. Ronchi, Guerra e crisi alimentare in Italia cit., pp. 94 sg.; nonché in ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), fasc. 438/R, «Movimento Ministri e Sottosegretari», sottofasc. 40, le lettere che subito dopo l’incidente i due scrissero a Mussolini, attribuendone ognuno la responsabilità all’altro. La questione fu però risolta da Mussolini destituendo entrambi. Va altresí aggiunto che già da qualche tempo la posizione di Serena era pericolante, sicché la sua rimozione dalla guida del PNF (che l’interessato tese per parte sua ad attribuire ad una «congiura» della quale sarebbe stato anima Buffarini Guidi) non destò nel gruppo dirigente fascista eccessiva meraviglia e tanto meno rimpianti (cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 570 sg.; G. Gorla, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., pp. 269 e 271). ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 571; G. Gorla, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., pp. 271 sg. Per i commenti sfavorevoli suscitati dalla nomina di Vidussoni, generalmente considerato troppo giovane e inesperto, cfr. anche ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 169, fasc. 34, Relazione dei carabinieri per il dicembre 1941, allegato relativo a Roma. ↩
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Per il continuo aumento delle categorie, associazioni e organizzazioni varie inquadrate e controllate dal PNF cfr. M. Missori, Gerarchie e statuti del PNF Gran Consiglio, Direttorio nazionale, Federazioni provinciali: quadri e biografie, Roma 1986, pp. 451 sgg. ↩
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Cfr. il «Foglio d’ordini» del PNF del 28 ottobre 1939, 1940, 1941, 1942. ↩
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L’ultimo gettito noto della «leva fascista», quello dell’anno XVIII, fu di 266 342 giovani, 93 371 operai e artigiani, 112 941 contadini, 23 571 impiegati e 36 450 studenti. Cfr. «Foglio d’ordini», 1º ottobre 1940. ↩
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Presso il direttorio nazionale del PNF fu istituito un Centro nazionale di mobilitazione civile. Analoghi centri furono istituiti presso tutte le federazioni dato che, in teoria, i ministeri, le pubbliche amministrazioni e i pubblici servizi, aziende ed enti «necessari alla nazione in guerra» avrebbero dovuto far capo, secondo il partito, ad essi per le loro richieste di personale femminile e minorile. Centri di reclutamento infine furono creati presso i fasci in alcune migliaia di comuni. Il partito organizzò anche esperimenti parziali di mobilitazione civile e corsi di addestramento: nel primo anno e mezzo circa di guerra: 734 per il settore industriale e 391 per quello agricolo con 32 000 e 13 440 «allievi» rispettivamente. ↩
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Cfr. «Notiziario settimanale dell’Ufficio stampa del PNF», numero speciale 28 ottobre 1941. ↩
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Mussolini, XLIII, p. 61, nonché p. 62. ↩
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Cfr. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 4, fasc. 242/R, sottofasc. «A. Serena», «appunto al Duce», di Serena in data 29 novembre 1941. ↩
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Cfr. gli accenni in questo senso di V. Ronchi, Guerra e crisi alimentare in Italia cit., pp. 74, 78 sgg. e 94 sg. ↩
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Né si può dire che il comportamento in guerra dei fascisti sia stato in genere tale da farli sfigurare in confronto dei nazisti e dei bolscevichi. All’ottimo comportamento militare dei battaglioni «Giovani fascisti» abbiamo già fatto cenno nel precedente capitolo. Buono fu anche quello dei battaglioni di Camicie nere. Significativo infine è il numero di gerarchi (1427) e degli squadristi (650) caduti nel 1940-42 e nei primissimi mesi del 1943. ↩
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Cfr. PNF, La funzione del Partito ed i compiti del federale, Roma 1940. ↩
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L’ultimo rendiconto amministrativo del PNF che abbiamo potuto reperire, quello relativo all’anno XIX e cioè al 1940-41, attesta 506 868 857,04 lire di attività contro 289 678 449,70 di passività e dunque un residuo attivo di 217 190 407,34 lire. La voce piú importante dei proventi era stata rappresentata dai «contributi», pari a 332 870 869 lire, versati al partito dalle varie confederazioni e cioè:
– Confederazione degli industriali —— 121 638 643
– Confederazione dei lavoratori dell’industria —— 33 342 870
– Confederazione degli agricoltori e dei lavoratori / agricoli —— 110 064 330
– Confederazione dei commercianti —— 31 355 030
– Confederazione dei lavoratori del commercio —— 3 629 000
– Confederazione aziende di credito e assicurative —— 22 000 000
– Confederazione dei lavoratori delle aziende / di credito e assicurative —— 3 798 000
– Confederazione professionisti e artisti —— 4 960 620
– Ente cooperazione —— 2 082 376 ↩
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ACS, E. De Bono, Diario, q. 44, alla data del 12 febbraio 1941. Circa due mesi dopo, il 3 aprile, De Bono, tornando sull’argomento definiva «criminosa» l’azione del partito «contro l’Italia e contro l’esercito in specie». ↩
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Cfr. Mussolini il duce, II, pp. 3 sgg. e passim. ↩
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Chi forse meglio di tutti espresse l’idea che Mussolini aveva dell’«educazione politica» delle masse e del compito di realizzarla che spettava al PNF è stato C. Pellizzi nel suo Il partito educatore, edito nel 1941, ma che raccoglieva articoli che l’autore era venuto pubblicando sin dal 1939. Cfr. anche Mussolini il duce, II, pp. 86 sg. ↩
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I sintomi piú espliciti di questa ostilità si possono cogliere soprattutto negli scritti e nei dibattiti dei giuristi, specie allorquando questi affrontavano il problema della posizione del partito nello stato e discutevano il principio della Führung nazista e le sue conseguenze. Sotto questo profilo sono da vedere in particolare gli scritti di Carlo Esposito, Carlo Arturo Jemolo, Costantino Mortati e, sul versante piú propriamente fascista, di Vincenzo Zangara (a cui nel gennaio 1940 era stata ritirata la tessera del PNF di cui nel 1937-39 era stato vice segretario). Indicativi spunti sono rintracciabili anche in alcuni scritti a carattere storico-politico; per esempio nella voce «Nazionalsocialismo» redatta da Delio Cantimori per il Dizionario di politica edito a cura del PNF sotto la direzione di Guido Mancini e Antonino Pagliaro. ↩
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Cfr. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ord. (1922-1943), fasc. 500.012/I, Appunto per il Duce di D. Grandi in data 9 agosto 1940. ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 518 (29 maggio 1941). ↩
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Cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., pp. 30 sg., 34, 38, 40 (5 dicembre 1940 - 25 gennaio 1941). ↩
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Cfr. ibid., p. 34 (21 dicembre 1940). Meno di due mesi dopo, Antonino Pagliaro, parlando con un informatore della polizia (che lo aveva avvicinato per conoscere le sue impressioni sulla situazione in Germania ove aveva partecipato ad un convegno interuniversitario) avrebbe a sua volta riassunto cosí lo stato d’animo degli italiani: «Basta fermarsi presso un qualunque apparecchio radio durante la lettura del bollettino di guerra: le notizie dei nostri insuccessi colpiscono profondamente tutti gli ascoltatori. Sono pochi minuti di commovente raccoglimento; poi si iniziano i commenti e sotto l’impressione di sgomento non si trova un fascista che gratifichi di qualche rispetto le istituzioni politiche e gli uomini dominanti». ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. polizia politica, b. 980, fasc. «Antonino Pagliaro». ↩
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Cfr. G. Bottai, Diario cit., p. 231 (15 novembre 1940). ↩
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Tipici in questo senso sono alcuni tentativi che nel 1941 Farinacci fece per cercare di stabilire collegamenti con altri esponenti del regime che pur sapeva su posizioni assai differenti dalle sue, e ricostituire cosí l’ormai lacerata unità della leadership fascista.
Una cauta ma esplicita avance in questo senso («Bottai è l’unico interlocutore con cui ci si confronta e col quale, forse, conta un accordo») è contenuta nel già ricordato suo commento, Precisazioni, all’antologia di «Critica fascista» curata da Pacces apparso su «La vita italiana» del dicembre 1941. Piú esplicita, un po’ perché privata, un po’ perché, crediamo, fatta nel pieno della crisi greca, è quella tentata addirittura con Grandi, a cui il 2 gennaio 1941 Farinacci scrisse una lettera nella quale esordiva in questo modo: «come saprai tu ed io siamo in questo momento le vittime designate dall’opinione pubblica.
Io lavorerei e complotterei per creare in Italia un Governo tedesco, tu invece lavoreresti per un Governo che riuscisse gradito a tutte quelle correnti che vedrebbero volentieri un tramonto di Mussolini e di molti di noi, compreso naturalmente Ciano.
Sul mio giornale, nei discorsi, in tutte le altre manifestazioni che mi offrono l’occasione, io, cerco di reagire energicamente. Ecco perché domenica mi sono recato con Galeazzo a Cortellazzo dove si è inaugurato il villaggio al nostro grande Costanzo». E si concludeva con un invito a scrivere un articolo, «prendendo lo spunto da un fatto qualsiasi», per «Il regime fascista» in modo da ristabilire la verità e mettere alla gogna «tutti i soliti mestatori» (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 14, fasc. 205/R, «Dino Grandi»). ↩
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Significativa è a questo proposito una lettura parallela dei vari diari di gerarchi di cui si dispone e in particolare di quelli di Ciano e di Bottai, due uomini diversissimi sotto tanti punti di vista e che nell’intimo non dovevano stimarsi veramente, ma che ciò nonostante dopo il fallimento dell’attacco alla Grecia strinsero vieppiú i loro rapporti di amicizia (che, a detta di Bottai, risalivano all’agosto-settembre 1939, a quando Ciano si era adoperato per sventare il pericolo di un intervento italiano nel conflitto). Dai due diari stralciamo alcuni giudizi di Bottai su Ciano e di questi su Bottai che ci pare confermino la strumentalità del rapporto.
24 luglio 1940 (p. 217) —— «Io so troppo bene essere Galeazzo incapace di giudizi obbiettivi. Umori sono i suoi, sempre…»
19 maggio 1941 (p. 268) —— «A colazione con Galeazzo… i soliti discorsi, le solite violente oscillazioni barometriche d’amicizie e inimicizie. Una costante: il suo deciso, netto, violento distacco dal Capo, di cui parla con aperto spregio».
16 settembre 1941 (p. 283) —— «Vani tentativi di portarlo [a Ciano] su [un] serio esame della situazione interna. Sua incapacità di vedere oltre il giro delle mutevoli amicizie. Conclude che non c’è nulla da fare all’interno, dove tutto irreparabilmente procede in disordine verso il disordine. Tutto, secondo lui, dipende dalla situazione internazionale: o si vince o si perde. La vittoria sarebbe tutto. Ma non crede alla vittoria. E allora?»
18 settembre 1942 (p. 325) —— «Le serate di Galeazzo sono lunghe e vuote. Quest’uomo non fuma, non beve, non gioca, ha per suo vizio un nottambulismo ciarliero, tra donne facili e uomini compiacenti…»
19 aprile 1943 (pp. 572 sg.) —— «Galeazzo insiste sulle previsioni peggiori, calca le tinte, scarta ogni ipotesi meno nera. E s’avverte che tutto in lui procede dal suo fondo, che il disastro, purtroppo reale, coincide con un suo interiore franamento… Non c’è in lui accoramento, ma una velenosa gioia, una voluttà di perdizione, di suicidio».
Da vedere è infine anche quanto annotato da Bottai il 14 gennaio 1944, subito dopo aver appreso la notizia della fucilazione di Ciano; oltre che per il profilo psicologico e il giudizio complessivo su Ciano, esso (pp. 486 sgg.) è interessante soprattutto per la definizione che Bottai vi dà della loro amicizia: «un’amicizia indefinita: non perché equivoca, ma proprio non definita in sé, nel suo valore e nei suoi caratteri».
Quanto ai giudizi di Ciano su Bottai, meno duri e meno numerosi (forse anche per il diverso carattere dei due diari) ne ricordiamo due: 19 maggio 1941 (p. 514): «Vedo Bottai. È cordiale e, credo sincero». 8 febbraio 1942 (p. 588): «Fanno capo – come sempre questi intellettuali di second’ordine e scontenti – a Bottai…» ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 514 (17 maggio 1941). ↩
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Cfr. G. Bottai, Diario cit., p. 281 (9 agosto 1941). ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 588 (8 febbraio 1942) dove si afferma che Bottai si era «vantato di aver accreditato un suo ambasciatore... presso casa Petacci». ↩
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Cfr. Rapporto al Duce cit., p. 389 (13 gennaio 1942). ↩
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Cfr. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., p. 260. ↩
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Per un giudizio complessivo in questo senso cfr. anche in ACS, Presidenza Consiglio Ministri, 1944-1947, cat. 1.1.26, fasc. 13530, sottofasc. 1, «Il problema degli assenti dal servizio in relazione ad un eventuale provvedimento di amnistia ed indulto», relazione in data 10 febbraio 1945 dell’Ufficio affari vari dello Stato maggiore generale. ↩
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Cfr. in particolare AUSSME, Rep. L 10, Racc. 33. fasc. 3 e Racc. 138, fasc. 10 e 11. ↩
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Cfr. Tribunale militare di guerra d’Albania, Aspetti della criminalità militare nel settore albanese, relazione a cura di A. Crisafulli e B. Di Tullio, Tirana 1942, pp. 135 sgg. e tavole in Appendice. ↩
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Per il fronte russo cfr. in AUSSME, Rep. L 14, Racc. 97, fasc. 1, «Attività svolta dai tribunali militari di guerra al seguito delle truppe italiane in Russia». La relazione copre tutto il periodo dal 16 luglio 1941 al 1º giugno 1943, quando i procedimenti ancora pendenti furono devoluti al Tribunale territoriale di guerra di Torino. ↩
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Ancora nei primi sei mesi del 1943 (mancano i dati di sette giorni) su 14 707 denunce per diserzione 10 884 furono derubricate a seguito del ritardato rientro ai corpi di altrettanti militari. ↩
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Secondo i dati dell’Ispettorato dell’Arma di Fanteria, per esempio, in undici mesi del 1941 (mancano i dati relativi al maggio) a fronte di 47 casi di diserzione verificatisi in zona di guerra ve ne furono 1429 in patria. ↩
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ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), bb. 64-74. ↩
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La truppa in genere si lamentava soprattutto della qualità scadente del vestiario e delle calzature. ↩
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Cfr. A. Mockler, Il mito dell’Impero. Storia delle guerre italiane in Abissinia e in Etiopia, Milano 1977, p. 431. ↩
-
Cfr. A. Rovighi, Le operazioni in Africa Orientale (giugno 1940 - novembre 1941), Roma 1988, II, p. 342.
Piú difficile è dare una valutazione relativamente al cosiddetto «caso Pesenti» e cioè la analoga proposta che il 24 o 25 dicembre 1940 anche il comandante e governatore reggente della Somalia, generale Gustavo Pesenti, avrebbe fatto al duca. Tutto ciò che infatti è stato scritto su di esso dipende da quanto riferito da Aldo Valori nel volume collettaneo Amedeo duca d’Aosta, Roma 1954, pp. 78 sgg. Altre fonti non se ne conoscono. Il 31 dicembre il generale Pesenti fu sostituito in entrambe le sue cariche e quindi rimpatriato. Il rapporto con cui il duca d’Aosta motivò il 26 dicembre al Comando supremo la propria decisione (lo si veda in A. Rovighi, Le operazioni in Africa Orientale cit., II, pp. 267 sgg.) si riferisce – a parte un cenno al «senso generico di sfiducia circa le sorti della lotta che da un giorno all’altro può essere duramente impegnata nel suo settore» – esclusivamente agli errori tecnici, l’assenteismo e la mancanza di tempestività del generale in occasione dell’attacco inglese a El Uach. Né il diario del duca (da noi consultato grazie alla gentilezza e liberalità dell’attuale duca d’Aosta) offre ulteriori elementi, salvo, forse, quello che il Pesenti vi è definito «un matto». A far pensare che l’episodio sia vero e che il duca, pur rimpatriando subito il Pesenti, non abbia voluto denunziarlo, vi sono però alcuni fatti che spiegano come anche A. Mockler, Il mito dell’Impero cit., pp. 404 sg., ne parli come di un fatto sicuro. Innanzi tutto quello che Churchill in un memorandum di quei giorni ai capi di stato maggiore fece cenno alla possibilità che «da un momento all’altro» potessero pervenire proposte di armistizio «della guarnigione italiana» in Etiopia (ibid., p. 404); in secondo luogo il fatto che, come si vedrà piú avanti, a metà del 1942 Badoglio, alcuni antifascisti e i servizi segreti inglesi pensarono al generale Pesenti come al capo di un eventuale corpo militare antifascista da arruolare in Cirenaica tra i prigionieri italiani e far partecipare alle operazioni in Italia. In questo caso, però, bisognerebbe concludere che il generale Pesenti non fosse «un matto», come credette il duca d’Aosta, ma un antifascista che quando fece la sua proposta al vicerè era già in contatto con gli inglesi. ↩
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Mussolini il duce, II, p. 281 nota. ↩
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Ibid., pp. 281 sgg. ↩
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Ibid., pp. 49 sgg.; ma anche Mussolini il fascista, II, pp. 344 sgg., e, piú in generale per il problema dell’amministrazione pubblica negli anni venti e il fascismo G. Melis, Due modelli di amministrazione tra liberalismo e fascismo. Burocrazie tradizionali e nuovi apparati, Roma 1988, pp. 141 sgg. ↩
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Cfr. G. Megaro, Mussolini dal mito alla realtà, Milano 1947, pp. 133 sg. ↩
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Cfr. A. Del Noce, Per una definizione storica del fascismo, in Il problema storico del fascismo, Firenze 1970, p. 37; E. Gentile, Le origini dell’ideologia fascista cit., pp. 5 sgg. e 23 sgg. ↩
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Cfr. a questo proposito la nostra introduzione alla riedizione del Giovanni Huss fatta nel 1988 dall’editore Bonanno di Catania (pp. 7 sgg.). ↩
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Cfr. Mussolini, XXXIII, p. 311. ↩
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Cfr. Mussolini il rivoluzionario, p. 116; nonché Mussolini a Prezzolini, 20 luglio 1912, in Mussolini e «La voce», a cura di E. Gentile, Firenze 1976, p. 56. ↩
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Mussolini, XIV, p. 395 (Gli eretici e i corruttori, in «Il popolo d’Italia», 4 aprile 1920). ↩
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«Starace è in disgrazia, ma lo “staracismo” séguita. Serena e i suoi collaboratori sono tutti, diciamo cosí, della sua scuola» avrebbe annotato il 5 luglio 1941 G. Bottai, Diario cit., p. 275. ↩
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Popolazione residente (in migliaia; le cifre in corsivo indicano le percentuali).
Censimenti —— Nord —— Centro —— Sud —— Isole —— Italia
1911 —— 15 620 / 45,05 —— 5 777 / 16,66 —— 8 749 / 25,24 —— 4 525 / 13,05 —— 34 671
1921 —— 18 293 / 48,23 —— 6 234 / 16,43 —— 8 893 / 23,44 —— 4 512 / 11,90 —— 37 932
1931 —— 19 461 / 47,26 —— 7 189 / 17,46 —— 9 657 / 23,45 —— 4 870 / 11,83 —— 41 177
1936 —— 20 123 / 46,89 —— 7 624 / 17,76 —— 10 165 / 23,68 —— 5 007 / 11,67 —— 42 919 ↩
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Cfr. G. Melis, Due modelli di amministrazione cit., pp. 152 sgg., nonché V. De Grazia, Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista cit., pp. 147 sgg. ↩
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Da tempo Mussolini considerava assai importante tenersi in diretto contatto con i direttori generali e i capi gabinetto, scavalcando spesso i titolari dei vari ministeri. R. Del Giudice ripercorrendo nell’immediato dopoguerra nelle sue inedite e incompiute memorie la propria vicenda politica, dopo aver ricordato la precarietà della figura e delle funzioni dei sottosegretari («l’iniziativa era sempre dei ministri, il coordinamento dei capi gabinetto, l’esecuzione dei direttori generali»), ha scritto che Mussolini li ignorava sistematicamente, «rivolgendosi ai capi gabinetto, anche in assenza dei ministri; tanto che a quelli era dato il collegamento telefonico diretto con la Presidenza del consiglio ed ai sottosegretari no», R. Del Giudice, Memorie, ff. 93 sgg. (in Archivio Del Giudice). ↩
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Cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 30 (5 dicembre 1940). ↩
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Negli ultimi giorni di gennaio circolarono varie voci in questo senso, facendo anche alcuni nomi dei possibili nuovi ministri, A. Pirelli, V. Cini, A. D’Agostino, e si disse che il presidente del Senato Suardo aveva avuto incarico dal re di sondare a questo proposito «le opinioni dei vari ambienti». Cfr. A. Pirelli, Taccuini cit., p. 290 (31 gennaio 1941). ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 499 sg. e 502 sg.; G. Bottai, Diario cit., pp. 246 sgg.; A. Pirelli, Taccuini cit., p. 290; G. Gorla, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., pp. 126 sgg.; T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona cit., pp. 326 sg.; R. Del Giudice, Memorie cit., ff. 118 sgg. ↩
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Sulla situazione a Roma, negli ambienti del regime, A. Soffici annotava il 24 febbraio 1941 nel suo diario: «Sono stato a Roma, dove ho trovato un inferno di carogneria e disfattismo: gran parte di coloro che debbono tutto a Mussolini sono in rivolta “morale” contro di lui; lo trattano d’imbecille, di pagliaccio, d’inetto. Gente del Governo, dirigenti, fascisti che avrebbero per missione di dimostrare la forza e la purezza della nuova anima italiana!
Pochi osano per ora esprimere la loro sfiducia nella vittoria, ma molti ne dubitano. Molti la temono, perché hanno paura dei tedeschi; e perché, soprattutto, parteggiano per gli anglosassoni e per la Francia: per le Democrazie filistee e plutocrate. Mi ha vinto la nausea» (A. Soffici - G. Prezzolini, Diari 1939-1945 cit., p. 98).
All’estero la decisione di Mussolini suscitò le piú strane interpretazioni. Perfino l’ambasciatore statunitense a Roma Phillips non riuscí a darne una spiegazione sicché in un dispaccio a Roosevelt del 17 febbraio si limitò a rifare la voce secondo la quale Mussolini l’aveva presa essendo stato informato di una riunione segreta tra alcuni membri del governo per decidere un triumvirato che avrebbe dovuto assumere il governo in non meglio specificate «determinate eventualità» (F. D. Roosevelt Library, PSF 58, Italy, «W. Phillips 1941»). ↩
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Cfr. A. Pirelli, Taccuini cit., p. 290 (31 gennaio 1941). ↩
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Su alcuni di questi inconvenienti cfr. G. Gorla, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., p. 168. ↩
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Cfr. A. Pirelli, Taccuini cit., p. 292 (17 febbraio 1941), che sottolineava l’età avanzata e il carattere di tecnici dei quattro neosottosegretari e osservava che la loro nomina «è interpretata nel senso che restano in carica i ministri assenti», il che dimostra l’incertezza che all’interno della élite del regime doveva ancora esservi sulle reali intenzioni di Mussolini. ↩
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L’unico ministro di cui, forse, Mussolini pensò di disfarsi fu Grandi, nominandolo governatore della Grecia. Grandi però non accettò l’incarico e, ricorrendo all’espediente di rientrare in Italia via terra, costrinse Mussolini a provvedere altrimenti data l’urgenza di procedere alla nomina (cfr. D. Grandi, Il mio paese. Ricordi autobiografici, a cura di R. De Felice, Bologna 1985, p. 607). ↩
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G. Bottai, Diario cit., p. 272 (7 giugno 1941), sarebbe arrivato a dire di non escludere che si potesse arrivare ad «una vera e propria tirannia del Partito sugli organi dello Stato». ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 516 (26 maggio 1941); nonché D. Grandi, Il mio paese cit., p. 609. ↩
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Cfr. per esempio G. Gorla, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., p. 305 (24 aprile 1942), che riferisce di uno sfogo fatto con lui a questo proposito da Teruzzi. ↩
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Cfr. T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona cit., pp. 345 sgg. ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 545 (13 ottobre 1941). ↩
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Cfr. G. Giuriati, La parabola di Mussolini cit., p. 222. Anche senza fare esplicito riferimento all’«esperimento» di Mussolini, ma prendendo spunto da una richiesta di «parere» sul provvedimento riguardante le attribuzioni del capo di stato maggiore generale, Giuriati aveva espresso con molta fermezza le sue critiche alla politica di Mussolini di esautoramento dei politici a vantaggio della burocrazia in una lunga lettera scritta al presidente del Senato G. Suardo il 22 giugno 1941. In essa (la si veda in G. Giuriati, La parabola di Mussolini cit., pp. 141 sgg.) Giuriati, ricordava di avere in passato piú volte espresso l’opinione che «il Duce non dovesse essere ministro di nessun ministero» 1) perché la sua responsabilità «appartiene all’ordine politico, anzi all’ordine storico, mentre la responsabilità del ministro è d’ordine giuridico-amministrativo»; 2) perché «essendo impossibile che attese le sue funzioni e le sue occupazioni», potesse seguire minutamente gli affari di uno o piú ministeri, «il comando» in tali dicasteri era inevitabile venisse esercitato da qualcuno «non responsabile in senso costituzionale-fascista»; e, soprattutto, 3) «perché (ecco il principale degli inconvenienti testé accennati) l’irregolare funzionamento dei comandi in sottordine costituisce un vero pericolo per l’amministrazione dello Stato. Per comandi in sottordine intendo quelle venti o trenta persone (Ministri e Capi di Corpi o di Istituti che la legge pone alle dirette dipendenze del Duce) alle quali il Duce comunica direttamente i suoi ordini e che del Duce sono tenuti ad attuare il concetto politico. Queste venti o trenta persone devono essere investite di un massimo di autorità verso gli individui e gli organi dipendenti e di un massimo di responsabilità verso il Duce. Se i comandi in sottordine non funzionano a questo modo, cioè funzionano irregolarmente, ne resta indebolito il principio gerarchico e lo Stato ha tutto da perdere da un indebolimento della gerarchia». E, per essere piú chiaro, aveva aggiunto: «Nessuno ha mai pensato a nominare un vice prefetto Ministro dell’Interno, o un ispettore del Catasto Ministro delle Finanze, o un ingegnere del Genio Civile Ministro dei Lavori Pubblici, anche quando avessero avuto il grado corrispondente a quello di generale di brigata, o di divisione. Si è infatti pensato che, se si affidassero le sorti di una grande Amministrazione pubblica a uno che appartiene e deve tornare nei quadri dell’Amministrazione stessa, il meno che possa succedere è che prepari la nicchia per sé e per i suoi amici. In altre parole, mentre la prima dote del Ministro è di essere obiettivo non soltanto nel risolvere i problemi del dicastero, ma anche nel regolare e governare il personale, quando il Ministro fosse scelto fra i funzionari del dicastero stesso sarebbe subiettivo per definizione». ↩
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Cfr. in Appendice, Documento n. 11. ↩
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Il provvedimento relativo al miglioramento degli stipendi fu esaminato dal Consiglio dei ministri l’8 maggio e deliberato il 19 giugno con decorrenza 1º luglio. L’altro, pure approvato il 19 giugno, ebbe invece una sorte assai travagliata, tanto che non fu mai pubblicato.
A chiedere di poter collocare a riposo «per motivi di servizio» proprî funzionari di grado superiore al sesto era stato il ministro per gli Scambi e valute Bonomi, che aveva avuto il relativo benestare preventivo di Mussolini. Sulla proposta si era però subito inserito Scorza, sicché attorno all’ampiezza del provvedimento si accese una dura contrapposizione tra il segretario del PNF e il ministro di Grazia e giustizia De Marsico e che dovette aver inizio parecchio prima che esso venisse portato in Consiglio dei ministri. Lo prova un passo delle conclusioni di Scorza ai lavori della riunione del direttorio del PNF del 9 giugno nel quale si fa riferimento ad «una conversazione» tra lo stesso Scorza e De Marsico sul problema «della legge e della rivoluzione»; si afferma che se «la legge è sopra tutto e sopra tutti» e «se noi negassimo la legge, che è legge fascista, noi negheremmo lo Stato», si afferma anche che «vi sono però esigenze che... anticipano le leggi che verranno» e che spettava al partito farsene carico in modo da «integrare l’azione della legge»; e conclude con un accenno alla necessità di colpire con rigore (mandandoli a casa «senza un soldo di pensione») e non con trasferimenti o «provvedimenti palliativi») i falsi fascisti e gli istituti, anche quelli che erano stati eretti a «veri e proprî miti» (cfr. il relativo verbale in Archivio De Felice). Il vero e proprio scontro si ebbe però il 19 giugno. De Marsico sollevò varie obiezioni (progressivamente trasformatesi in vero e proprio «dissenso») tra le quali quelle che il provvedimento dovesse avere la durata del solo periodo bellico, si applicasse non dal sesto ma dal quinto grado in su e assolutamente non ai magistrati, né dell’ordine giudiziario né di quello amministrativo. Scorza, invece, non solo lo fece proprio e ottenne che in sede di approvazione esso fosse esteso a tutti i ministeri indistintamente, ma, nei giorni successivi, si adoperò pesantemente (su «Il Tevere» del 6-7 luglio uscí un corsivo dal titolo Setta e razza che è difficile pensare non fosse stato ispirato dal partito) per ottenerne una revisione in senso estensivo, chiedendo che al segretario del partito fosse data la facoltà di chiedere ai ministri competenti di portare all’esame del Consiglio dei ministri i casi da esaminare, che fosse mantenuto il grado sesto quale grado da cui il provvedimento di collocamento a riposo poteva essere applicato e che – pur fatti salvi i magistrati dell’ordine giudiziario e di quello amministrativo – esso si applicasse ai magistrati che prestavano servizio negli uffici del ministero di Grazia e giustizia. A sostegno di queste richieste, in un «appunto al Duce» redatto verso la fine della prima settimana di luglio, Scorza si appellò anche a quanto Mussolini aveva detto parlando al direttorio del partito e ribadí «la necessità che gli organi delle amministrazioni vengano in qualche modo vigilati ed eccitati da una forza estranea all’amministrazione stessa, forza che sembra [quella] naturale del Partito Nazionale Fascista». Lo scontro Scorza - De Marsico fu alfine risolto solo da Mussolini che salomonicamente, il 15 luglio, inviò in esame il testo del provvedimento al Consiglio di Stato che il 25 luglio non si era però ancora pronunciato (e che, vedi caso, avrebbe nei quarantacinque giorni del governo Badoglio suggerito di ripescarlo e utilizzarlo con qualche integrazione per l’epurazione degli alti gradi della pubblica amministrazione, magistrati e funzionari inamovibili compresi, e degli Enti pubblici). (Cfr. ACS, RSI, Presidenza Consiglio dei Ministri, fasc. 1-3-1/18490; A. De Marsico, 25 luglio 1943. Memorie per la storia, a cura di M. A. Stecchi de Bellis, Bari 1983, p. 244). ↩
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ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 49, fasc. 242/R, sottofasc. «Carlo Scorza», «appunto al Duce» in data 7 giugno 1943, riprodotto in Appendice, Documento n. 13. ↩
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Cfr. Mussolini il duce, II, cap. I e specialmente pp. 82 sgg. ↩
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Mussolini, XXX, pp. 36 sg. ↩
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Mussolini, XLIV, pp. 264 sg. ↩
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Cfr. D. Grandi, Il mio paese cit., p. 602. ↩
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Cfr. in Appendice, Documento n. 11.
Altri casi in cui risulta che Mussolini prese posizione contro il partito fu quando Serena propose di affidare al Consiglio di Stato le funzioni attribuite al ministro di Grazia e giustizia e di farlo passare alle dirette dipendenze del «duce», e che il «Foglio d’ordini» del PNF fosse pubblicato sulla «Gazzetta ufficiale» e fosse considerato quindi «alla stregua delle leggi e dei decreti al quale non soltanto gli iscritti al partito, ma tutti gli italiani avrebbero dovuto sottostare» (D. Grandi, Il mio paese cit., p. 481) e quando avrebbe voluto far assumere ai magistrati incarichi di partito (cfr. Archivio Grandi, b. 119, fasc. 165, sottofasc. 3, ins. 2). ↩
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Tipica in questo senso è la seguente nota apparsa sul «Foglio di disposizioni» del PNF del 7 marzo 1941: «La necessità di osservare un rigoroso riserbo negli argomenti che interessano, direttamente o indirettamente, la difesa del Paese, anche nei suoi aspetti produttivi ed economici, diviene in tempo di guerra un dovere assoluto che si riassume in una categorica consegna: tacere. Anche i discorsi in apparenza futili, le affermazioni insignificanti, le notizie banali, possono fornire allo spionaggio nemico indicazioni preziose. I chiacchieroni inguaribili, i fantasiosi raccoglitori e amplificatori di “voci” – ai quali è da aggiungere la non mai abbastanza deprecata categoria dei “bene informati” – devono essere indotti ad osservare il silenzio. I Fascisti sorveglino questo interessante settore del fronte interno con particolare vigilante assiduità. E, quando è necessario, impartiscano salutari lezioni». ↩
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Cfr. Rapporto al Duce cit., p. 393 (18 aprile 1942). ↩
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Cfr. Rapporto al Duce cit., p. 391 (9 marzo 1942). ↩
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Cfr. Mussolini, XLIV, p. 268 (28 ottobre 1941). ↩
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ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Segreteria part. del capo della polizia, Senise, b. 5, fasc. 59, l’ispettore generale Gesualdo Barletta a Senise, 28 ottobre 1941. Un’altra voce dava invece R. Ricci come probabile successore di Serena, nell’ambito di un movimento che avrebbe interessato anche il governo e portato, tra gli altri, Cini o Armenise alle Finanze, N. Pende all’Educazione nazionale, Bottai o Polverelli alla Cultura popolare, Cianetti alle Corporazioni. Cambiamenti sarebbero avvenuti anche ai vertici delle Confederazioni e al Consiglio nazionale delle ricerche (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 202 bis, fasc. «varie 1941»). ↩
-
Cfr. Mussolini, XXX, p. 154 (3 gennaio 1942). ↩
-
L’11 gennaio 1942, Ravasio, da poco nominato vicesegretario, annotava: «Mi accorgo sempre piú che la vita del partito è fuori della Sede littoria: nella sede tutto si svogle e si involge nelle carte. Una riga di rapporto scritto, solo perché “scritto”, pesa piú delle situazioni reali e della cosidetta opinione pubblica» (Rapporto al Duce cit., p. 388). ↩
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Cfr. Mussolini, XXX, p. 156 (3 gennaio 1942). ↩
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Cfr. a questo proposito un po’ tutto il discorso pronunciato da Mussolini al direttorio del PNF il 3 gennaio 1942, ivi, XXX, pp. 152 sgg. ↩
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Cfr. ivi, XXX, p. 151 (colloqui Mussolini-Ravasio, 28 dicembre 1941). ↩
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Ivi, XXX, p. 156 (3 gennaio 1942). ↩
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Sia Mezzasoma che Venturi, l’uno responsabile per la disciplina, l’altro dell’attività sindacale, lasciarono però presto i loro posti in segreteria. Mezzasoma per assumere la direzione generale della stampa presso il ministero della Cultura popolare, Venturi perché destinato a rappresentare il PNF nella Corporazione meccanica. ↩
-
Cfr. Mussolini, XXX, p. 155. Nelle intenzioni di Mussolini (cfr. ivi, p. 151) Ravasio avrebbe dovuto in particolare occuparsi con «intransigenza rivoluzionaria» dei fascisti «anziani», mentre Vidussoni si sarebbe dedicato essenzialmente ai giovani. ↩
-
Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 618 sg. (10 maggio 1942); nonché Rapporto al Duce cit., p. 396 (diario di Ravasio, 12 giugno 1942). ↩
-
Cfr. ibid., pp. 13 sgg.: verbali stenografici di essi. ↩
-
Cfr. Mussolini, XXXI, pp. 1 sgg., 12 sgg., 23 sgg., 32 sgg., 37 sgg., 45 sgg. ↩
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Cfr. Rapporto al Duce cit., p. xxxv. ↩
-
Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 572; G. Bottai, Diario cit., p. 293. ↩
-
ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. Polizia politica, fasc. «Roberto Farinacci». ↩
-
Id., fasc. 22/A, «Galeazzo Ciano». ↩
-
Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 572 (27 dicembre 1941). ↩
-
Ibid., p. 577 (2 gennaio 1942). ↩
-
Cfr. G. Bottai, Diario cit., p. 339 (30 novembre 1942). ↩
-
Cfr. Mussolini, XLIV, p. 287 (27 maggio 1942). ↩
-
Cfr. Rapporto al Duce cit. (diario Ravasio, 3 maggio 1942), p. 394; G. Bottai, Diario cit., p. 303 (2 maggio 1942). Ciano nel suo diario ignora invece completamente l’episodio. ↩
-
Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 617 sg. (8 maggio 1942). Il passo in cui appare il riferimento di Ciano al 1920-21 è tipico della mentalità del suo autore, ma anche di come l’élite del regime guardava alla nuova politica del partito. Lo spunto è infatti costituito da un accenno di Vidussoni con lo stesso Ciano alla sua intenzione di chiudere i campi di golf, perché questo era «lo sport dei signori». Un provvedimento puerile ma che per un «semplice» come era Vidussoni si inquadrava bene nella prospettiva antiborghese che Mussolini gli aveva ordinato di dare alla sua azione. ↩
-
Giovanni Ansaldo nel suo diario ha alcune pagine (2 maggio 1945) estremamente eloquenti per capire il fascismo di questi conservatori e, dunque, la loro radicata ostilità ad ogni ipotesi di un fascismo diverso da quello al quale aveva aderito. Ansaldo vi ripercorre la sua vicenda politica «da intimo di Gobetti a intimo di Ciano» rivendicando il suo tradizionalismo «ostilissimo ad ogni progetto di rivoluzioni in qualunque senso e diffidentissimo del popolo e di tutte le sue iniziative» che lo aveva portato inizialmente a prendere posizione contro il nascente fascismo e Mussolini «per i loro discorsi – appunto – e per i loro atteggiamenti coreografici rivoluzionari», ma che poi l’aveva coerentemente portato a diventare un sincero fascista, poiché «il Regime era un Regime di ordine e di autorità, conforme alle mie aspirazioni piú profonde», «Era il periodo in cui il Regime pareva piú sano, piú posato, piú borghese; ed io borghese, borghesissimo uomo, fui di spirito fascista, con tutto il cuore, avallai le cambiali fasciste per un buon ottanta per cento. Il resto doveva venire, e venne di conseguenza... Dal 35 al 43 io scrissi bene molti articoli di convenienza e di obbligo, specie relativamente agli eventi di guerra, ma sta però di fatto che su certe idee fondamentali – la imminenza della guerra come necessità della storia umana, la difesa dell’autorità, la difesa delle disuguaglianze sociali come le molle della stessa vita politica, il valore incancellabile della razza, eccetera – io mi espressi con sincerità assoluta; e che ci fu concordanza piena tra quanto stampato e quanto intimamente pensavo» (in Archivio Ansaldo). ↩
-
Cfr. Rapporto al Duce cit., pp. xxv sg. ↩
-
Scorza era stato già nominato vicesegretario del PNF sin dal 21 dicembre 1942. ↩
-
Vidussoni propose un direttorio formato oltre che da lui stesso, da 4 vicesegretari: Ravasio (stampa e propaganda), Farnesi (organizzazione), Scorza (combattenti) e Alessandro Tarabini (disciplina); e, oltre ai componenti di diritto (per le cariche che ricoprivano nel governo e nella MVSN) e cioè Bottai, Buffarini Guidi, Pavolini, Ricci e Galbiati, da 10 membri tratti dalle gerarchie del PNF. Mussolini accettò i nomi proposti
per i vicesegretari, cancellò tre di quelli proposti per i membri ordinari (U. Klinger, V. Tecchio e R. Vecchini) ma portò questi a 11 (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 50, fasc. 242/R, sottofasc. «Aldo Vidussoni»; M. Missori, Gerarchie e statuti del PNF cit., p. 83). ↩
-
Tra queste attività con la fine dell’ottobre 1942, su ordine di Mussolini, particolare sviluppo assunsero quelle relative al controllo delle denunce del grano agli ammassi. All’uopo furono creati comitati comunali composti dal segretario del fascio locale e da due fiduciari delle organizzazioni sindacali dell’agricoltura. A fine gennaio 1943 erano in funzione 8357 comitati comunali (4077 al Nord, 1796 al Centro, 1742 al Sud e 742 nelle Isole) che tra il novembre 1942 e il febbraio 1943 collaborarono al «recupero» di 950 647 quintali di grano, 2 500 000 di granturco, oltre 160 000 di altri cereali e di piú di 5 000 000 di risone (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 50, fasc. 242/R, sottofasc. «Aldo Vidussoni», appunti «per il Duce» del 12 dicembre 1942, 30 gennaio e 9 marzo 1943). ↩
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Cfr. Rapporto al Duce cit., p. XXXVII. ↩
-
Cfr. G. Bottai, Diario cit., p. 318. ↩
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Cfr. Mussolini, XXXI, pp. 68 sg., 70, 74, 143 sg.; XLIV, pp. 282 sgg. ↩
-
Cfr. ivi, XLIV, pp. 287 sgg. ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 600 (14 marzo 1942), nonché, per i precedenti delle opposizioni in Consiglio dei ministri alla nominatività dei titoli, p. 537; G. Bottai, Diario cit., pp. 298 e 300 (14 marzo e 6 giugno 1942); G. Gorla, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., pp. 213, 240, 242 sgg. (per i precedenti nell’estate 1941 di questo atteggiamento e di queste minacce). ↩
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Cfr. per quel che concerne Mussolini, G. Gorla, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., pp. 324 sg. (6 e 8 giugno 1942). ↩
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In Archivio Pietromarchi. Ma cfr. anche G. Bottai, Diario cit., pp. 306 e 309 (per l’arresto e l’invio al confino di un gruppo di persone che avevano partecipato ad un ricevimento d’addio in onore di un funzionario della rappresentanza diplomatica statunitense presso la Santa Sede) e p. 332 (per il diffondersi del timore di un «bagno di sangue»). ↩
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Sulla defenestrazione di Osio cfr. V. Castronovo, Storia di una banca. La Banca Nazionale del Lavoro e lo sviluppo economico italiano 1913-1983, Torino 1983, pp. 222 sgg.; A. Scialoja, Arturo Osio (1890-1968), in I protagonisti dell’intervento pubblico in Italia cit., pp. 374 sgg. ↩
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I provvedimenti adottati contro Aprosio suscitarono un’eco assai vasta in tutti gli ambienti del regime. Alcuni vi videro l’inizio di un grande «repulisti», tale da soddisfare la «sete di giustizia» degli italiani; altri si mostrarono invece scettici e ritennero che non si sarebbe andati oltre qualche sporadico caso. In un rapporto di un informatore dell’Ovra in data 28 marzo 1942 si legge:
«L’italiano ha oggi piú che mai sete di giustizia: può dirsi che non ha altro desiderio se non quello di vedere realizzata, nell’ambito del Paese, una giustizia illuminata ma completa, ma vera, Conoscendosi da parte di tutti l’attuale malcostume parlamentare e sopra tutto l’uso invalso da parte degli enti economici statali e privati di dover ricorrere per ottenere la normale prosecuzione delle rispettive attività aziendali ai servigi (chiamiamoli cosí…) dei Consiglieri Nazionali, i quali pertanto hanno assunto, continuando indubbiamente un malvezzo che ebbe incremento dall’avvento del Fascismo in poi, le cariche di consiglieri in troppi consigli d’amministrazione, realizzando utili espressi talvolta (molto spesso) in cifre astronomiche, nel Paese si pensa che una buona retata di affaristi di bassa lega e di nessuno scrupolo, vere rovine dell’industria e del commercio nazionali, potrebbe appunto essere fatta nell’ambito della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, nel numero dei membri cui l’assoluta maggioranza è costituita da profittatori che andrebbero una volta per sempre, uso, l’Aprosio (che è forse uno dei responsabili, salvo errore), messi in berlina, fustigati e puniti in base alle norme del codice penale.
Anche nel Senato vi è un buon numero di profittatori e di gente occupata in troppi consigli d’amministrazione: un centinaio di Senatori messi in condizione di non piú nuocere sarebbe un ottimo esempio. Analogo trattamento, andrebbe svolto nei confronti dei gerarchi, grandi, piccoli del Partito. Ove, per tanto, un repulisti veramente serio fosse attuato (senza preventivi avvisi, i quali metterebbero il campo a rumore e porrebbero gli «interessati» in condizione di correre ai ripari), nel dar notizia pubblica dell’internamento a Regina Coeli di 300 gerarchi e gerarchetti si potrebbe conseguire un autentico successo in politica interna: tale notizia susciterebbe indubbio entusiasmo – dicesi entusiasmo nel vero significato della parola – anche se fosse seguita da comunicazione riflettente ulteriori restrizioni annonarie…» (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 128, fasc. «Note informative riservate (1941-1943)», «Voci raccolte negli ambienti giornalistici»).
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Cfr. G. Bottai, Diario cit., p. 330 (21 ottobre 1942). ↩
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ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 44, fasc. 242/R, «Roberto Farinacci», sottofasc. 40. ↩
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ACS, Ambasciata Tedesca, b. 1. ↩
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Secondo uno dei numerosissimi rapporti di polizia di questo periodo sull’attività di Farinacci, questi non solo svolgeva una vasta azione di proselitismo e volta ad acquistare influenza sulle federazioni lombarde (Milano, Brescia, Bergamo, Sondrio in particolare) e in genere del Nord, ma si proponeva «di sostituire il Duce al momento opportuno»; secondo altri dietro Farinacci vi erano i tedeschi che vedevano in lui «il loro strumento» (cfr. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 44, fasc. 242/R, «Roberto Farinacci», sottofasc. 40). ↩
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Cfr. Mussolini, XXXI, p. 168. ↩
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Cfr. ivi, p. 143 (3 gennaio 1943) e XLIV, p. 328 (17 aprile 1943). ↩
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ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 50, fasc. 242/R, «Aldo Vidussoni», «appunto per il Duce» in data 3 marzo 1943 e relativi allegati. ↩
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Cfr. Mussolini, XLIV, p. 328. ↩
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Cfr. il suo discorso al direttorio del 24 giugno 1943, riprodotto in Appendice, Documento n. 11. ↩
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ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 24, fasc. 166, «Giovanni Preziosi», G. Preziosi a E. Galbiati, 22 novembre 1942. ↩
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Su tale rapporto, tenuto il 10 novembre, cfr. E. Galbiati, Il 25 luglio e la MVSN cit., pp. 172 sgg. ↩
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ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 128, fasc. «Note e informazioni riservate (1941-1943)», circolari in data 18 e 28 novembre 1942, nonché una terza, senza data, ma databile tra il 28 gennaio e il 4 febbraio 1943, e relativi allegati. Da questo complesso di documenti risulta che la notizia addotta da Galbiati a sostegno delle sue disposizioni e che, cioè, l’Esercito stava apprestando, soprattutto al Nord, proprî reparti in previsione di eventuali disordini, era priva di fondamento. Nel suo libro su Il 25 luglio e la MVSN cit., p. 169, Galbiati ha asserito che il ministero della Guerra aveva diramato una circolare segreta circa l’eventuale passaggio dei poteri dall’autorità civile a quelle militari; di tale circolare non vi è però traccia e, assai probabilmente, non esistette affatto. Tutta la parte del libro di Galbiati dedicata al fronte interno nel 1942 e all’inizio del 1943 (pp. 126 sgg. e 153 sgg.) tende del resto da un lato a dare un quadro (specialmente sino allo sbarco alleato nel Nord Africa) della situazione piú grave per il regime di quanto risulta delle fonti coeve, anche da quelle della Milizia, e da un altro lato, ad accreditare una preveggenza e un attivismo dello stesso Galbiati maggiori di quelli reali e, comunque, frustrati dal generale collasso del regime e dal tradimento, consapevole o no, della maggior parte dei responsabili politico-militari, in modo da diminuire in qualche misura le responsabilità dirette del suo autore in occasione del 25 luglio, quando la Milizia non fece nulla per sostenere Mussolini e lui stesso ebbe un atteggiamento tutt’altro che battagliero. ↩
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ACS, Min. Cultura Popolare, Gabinetto, b. 36, fasc. 446, «Disposizioni varie del PNF». ↩
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Cfr. Rapporto al Duce cit., pp. xxxv sg. ↩
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Cfr. T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona cit., pp. 370 sgg. ↩
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Cfr. G. Bottai, Diario cit., p. 374. ↩
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La lettera è già stata da noi edita in T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona cit., p. xiv. A questa lettera Cianetti ne fece seguire otto giorni dopo una seconda nella quale erano dettagliatamente esposte la sua situazione patrimoniale e la posizione della sua famiglia (ACS, RSI, Segr. part. del Duce, Carteggio ris., fasc. 138/R, «Tullio Cianetti»). ↩
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Per il suo testo integrale cfr. T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona cit., pp. xi sgg. ↩
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Cfr. Mussolini, XXXIV, pp. 273 sg. e 287. ↩
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Cfr. C. Scorza, Mussolini tradito. Dall’archivio segretissimo e inedito dell’ultimo segretario nazionale del PNF dal 14 aprile alla notte sul 25 luglio 1943, Roma 1983, pp. 28 sgg. ↩
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C. Scorza, Mussolini tradito cit., p. 68. ↩
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ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 34, fasc. 242/R, «Riunioni del Direttorio del PNF», C. Scorza a Mussolini, 23 giugno 1943. Nella lettera Scorza (che nel suo Mussolini tradito cit., p. 115, sunteggia in un modo assai parziale) sosteneva che nei primi due mesi della sua gestione il partito «è risultato fortemente potenziato» ed «è ritornato ad essere il centro motore della vita nazionale» «stimato – e quel che piú conta – temuto». Fatta questa premessa (che gli serviva per affermare che se l’indomani Mussolini l’avesse «impallinato» ciò avrebbe trasformato il riconquistato consenso in una delusione), Scorza, da un lato, tornava a sostenere la necessità che il partito per essere veramente l’anello di congiunzione tra lo Stato e il popolo, stringesse «un poco anche lo Stato specialmente in quelle sue forme e sue manifestazioni le quali non sono ancora compiutamente fasciste» e, da un altro lato, cercava di giuocare anche la carta dei giovani che tanto sapeva stare a cuore di Mussolini (anche se questi, secondo Scorza, Mussolini tradito cit., p. 56, era consapevole che ormai non erano piú fascisti al cento per cento, ma considerava sempre con grande stima e simpatia per la «testimonianza di sacrificio e di eroismo» che davano sui campi di battaglia): «I giovani – scriveva a conclusione della sua lettera – li riprenderemo solo se diamo ad essi la convinzione che sappiamo rinnovarci e tener fede ai principi della Rivoluzione. Essi non credono piú nei sistemi sin qui seguiti i quali hanno sempre negato, in gran parte, il Vostro insegnamento e svuotati molti degli istituti nuovi che Voi avete creato». ↩
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Cfr. Mussolini, XLIV, p. 329 (17 aprile 1943). ↩
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Cfr. ivi, pp. 321 sgg. ↩
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¹ Cfr. C. Scorza, Della forza, della dignità, della intransigenza e dell’onore. Testo stenografico del Rapporto tenuto dal Ministro Segretario del PNF alle gerarchie nazionali e provinciali in Roma, al Teatro Adriano il 5 maggio 1943-XXI, Roma 1943, pp. 20 sgg.:
«Popolo sono tutti gli italiani.
Complesso etnico perfetto e inconfondibile; che se poi alla parola si vuole dare un significato economico, rammentiamo a noi stessi che vi è l’infinita legione dei cosidetti ventisettisti, i quali meritano in verità una particolare menzione.
Operai, artigiani, borghesi, aristocratici, nel concetto moderno e fascista non sono stati sociali, altro che nella temporaneità; mentre, in effetti, sono momento dell’eterno divenire umano, il quale tende, inconsapevolmente, sempre, ma talvolta esasperatamente, verso i gradi superiori, sia nel senso economico sociale, sia nel senso politico, sia nel senso della cultura e del comando. In modo particolare poi, se la massa operaia è la grande riserva delle energie individuali, i ceti medi sono il tessuto connettivo.
Basta quindi con la retorica antiborghese, perché ciò crea confusioni e rivela una tendenza di bassa speculazione demagogica la quale rammenta l’aristocrazia francese che faceva la corte ai sanculotti e lasciò la testa sul patibolo e gli avvocati e i professori ricchi e borghesissimi dei defunti partiti socialisti italiani.
Uno che se ne intende, ha definito il borghese cosí: “Il borghese è il ricco il quale è anche vigliacco”; quindi vi può essere un ricco che non è affatto un vigliacco, cosí come vi può essere un povero che sia un vigliacco.
L’essere spregevole che noi designiamo col nome di “borghese” è un individuo cinico, freddo, calcolatore, pauroso che non appartiene a nessun ceto sociale e può essere di tutti i ceti sociali.
Queste distinzioni, che già avrebbero dovuto essere superate nel macero delle trincee del 1915 e travolte nell’impeto delle squadre d’azione, sono addirittura delittuose oggi che tutto il popolo italiano sta dando prove cosí mirabili.
Sono borghesi, aristocratici o proletari coloro che combattono e muoiono nell’Africa settentrionale o nella Russia, nel ventre di un sommergibile o nella carlinga di un aeroplano? Coloro che attendono fedeli e certi della vittoria in un campo di concentramento di prigionieri? Sono mamme di borghesi o di operai o di aristocratici quelle che incontriamo segnate a lutto, ma che tutte indistintamente portano sulla fronte il sigillo nobiliare di una offerta senza precedenti?
Lasciamo, camerati, queste considerazioni e tendiamo con tutte le forze alla piú perfetta unità del popolo italiano». ↩
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Il «discorso agli italiani» (lo si veda riprodotto in Giovanni Gentile. La vita e il pensiero, IV: Dal discorso agli Italiani alla morte 24 giugno 1943 - 15 aprile 1944, a cura di B. Gentile, Firenze 1951, pp. 65 sgg.) fu richiesto a Gentile da Scorza che pensava ad una serie di iniziative consimili volte a predisporre gli animi depressi dalla capitolazione delle truppe italo-tedesche in Tunisia e poi delle guarnigioni di Pantelleria e Lampedusa e dai massicci bombardamenti alleati sulle città italiane ad una difesa ad oltranza e a compiere il proprio dovere di italiani con quella dignità – come disse Gentile – «alla quale nessuno vorrà mai sopravvivere» e per tramandare intatta la quale ai figli e ai nipoti, tutti, fascisti, non fascisti e antifascisti, dovevano saper superare ogni divisione e ogni umana debolezza. Nelle intenzioni di Scorza al discorso di Gentile ne sarebbe dovuto seguire anche uno di Croce, presso il quale furono fatte avances che il filosofo lasciò però cadere (cfr. Mussolini, XXXIV, p. 274; B. Croce, Nuove pagine sparse cit., II, pp. 71 sg.). Il discorso di Gentile ebbe larga eco, ma non sortí gli effetti desiderati, secondo il ministero della Cultura popolare fu addirittura controproducente. Una inchiesta a caldo fatta da questo ministero li riassunse in sei punti principali:
- «1) – il discorso sarebbe stato giudicato piuttosto deprimente;
- 2) – tutto il tono e lo spirito del discorso avrebbe dato a molti la sensazione che la sconfitta militare sia considerata come inevitabile e quindi la resistenza e il combattimento valgano per raggiungere una vittoria ideale;
- 3) – se ne trae l’illazione che nel pensiero dell’oratore si sia voluto dimostrare che la guerra non è stata voluta dal popolo italiano, ma bensí accettata come necessità del destino;
- 4) – il periodare è apparso contorto cosa che è stata giudicata come sintomo di uno sforzo nel ragionamento;
- 5) – qualcuno avrebbe detto: “ci aspettavamo uno squillo di tromba ed abbiamo avuto un’avemaria”;
- 6) – molti non si spiegano perché si sia scelto per parlare agli italiani dal Campidoglio il Senatore Gentile che viene considerato figura poco significativa per toccare il cuore e lo spirito del popolo italiano nell’attuale circostanza» (ACS, Min. Cultura Popolare, Gabinetto, b. 4, fasc. 38, «Giovanni Gentile»; citato in L. Cortesi, Mussolini e il fascismo alla vigilia del crollo cit., p. 20).
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Tra la fine del 1942 e il 25 luglio 1943 varie furono le iniziative giornalistico-culturali realizzate o, piú spesso, preparate ma non portate a termine.
Nell’ottica di Scorza la piú importante sarebbe dovuta essere la pubblicazione di un quindicinale politico-letterario promosso da Papini, Soffici e Manacorda. L’idea era stata avanzata già prima che Scorza assumesse la segreteria del PNF dal prefetto di Firenze Gaetani. Ripresa da Scorza, fu sottoposta da Papini, Soffici e Manacorda in maggio a Mussolini, ma il precipitare degli eventi ne impedí la realizzazione (cfr. A. Soffici - G. Prezzolini, Diari 1939-1945 cit., pp. 185 sgg. (8 aprile 1943); ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ord. (1922-1943), fasc. 547395, «Giovanni Papini»). In un’ottica frondista Ciano già nell’ottobre 1942 aveva pensato di dar vita ad una rivista politico-letteraria («Atlante») a cui avrebbero dovuto collaborare giovani scrittori fascisti ma anche notoriamente non fascisti. Cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Polizia politica, fasc. 22/A, «Galeazzo Ciano». Bottai, dopo il suo allontanamento dal governo, fece uscire, sotto la direzione di G. Cabella, il quotidiano «L’Italia» (riesumazione del vecchio «L’Italie», soppresso all’inizio della guerra, e di cui aveva acquistato la testata). (Cfr. G. B. Guerri, Galeazzo Ciano cit., pp. 559 sg.). ↩
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Caratteristica è in questo senso una frase di Volpi riferita a Ciano e conservataci da G. Bottai, Diario cit., p. 279 (1º agosto 1941): «un ragazzo, con cui noi [gli industriali] ci intendiamo e che ci intende». ↩
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Cfr. T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona cit., p. 372. ↩
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Cfr. C. Scorza, Mussolini tradito cit., p. 45. ↩
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Cfr. T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona cit., pp. xv sgg. ↩
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Oltre a quanto scritto da Cianetti nelle sue Memorie dal carcere di Verona cit., pp. 376 sgg., cfr. soprattutto ACS, T. Cianetti, b. 5 e 6, nonché i pochi accenni di G. Acerbo, Fra due plotoni di esecuzione cit., pp. 362 sgg. ↩
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Significativa è a questo proposito la parte conclusiva di un «Appunto. Posizione dell’IRI» di cui non si conosce l’autore (che potrebbe, forse, essere A. Asquini) conservato all’ACS tra le carte di Cianetti (b. 6): «Ma v’è un aspetto della funzione dell’IRI specie dopo la conclusione vittoriosa della guerra, che al Ministero delle Corporazioni particolarmente interessa ed è la necessità di intervenire in modo organico ed efficace perché la forza di lavoro del popolo, in costante intenso incremento quantitativo e qualitativo, sia tutta ed adeguatamente utilizzata. A ciò deve tendere anzitutto l’iniziativa privata, ma se questa non sia sufficiente è l’intervento dello Stato nelle varie sue forme che può sopperire, con una valutazione di convenienza economica, che è preminente sulla valutazione finanziaria. Basti tener presente, sotto questo riflesso, l’azione organica da svolgersi per l’industrializzazione del Mezzogiorno d’Italia, impegno assunto dal Regime Fascista e che dovrà essere mantenuto: ne è motivo ancora piú alto il contributo di sacrificio per la guerra offerto dalle popolazioni del Mezzogiorno d’Italia. Un programma dovrà essere formulato dagli organi corporativi e nell’attuazione di esso l’IRI adempirà compito essenziale ed utilissimo poiché il suo intervento, pur limitato ai casi rigorosamente indispensabili, sarà notevole sotto la forma soprattutto di apporto di capitale pubblico accanto a quello privato, specie nell’iniziale attuazione del piano di industrializzazione. Non è la valutazione finanziaria che assume maggior rilievo, in un sistema in cui il capitale è strumento, non soggetto dell’economia, ma è l’aspetto economico-sociale che può e deve prevalere ed è al Ministero delle Corporazioni che, con il parere o la decisione degli organi corporativi, incombe l’obbligo di valutazione. Per questo si avverte ancora di piú la necessità di una diversa sistemazione dei rapporti fra IRI ed amministrazioni statali». ↩
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Cfr. per tutta la questione T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona cit., pp. 383 sgg. e XVIII sgg.; A. De Marsico, 25 luglio 1943 cit., p. 243. ↩
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Per le condizioni dell’Aeronautica tra l’ultima fase delle operazioni in Tunisia e lo sbarco alleato in Sicilia cfr. AUSSMA, fasc. «Copie Fougier» e in particolare gli «appunti riservati» del generale Fougier al generale Ambrosio, alcuni dei quali risultano certamente trasmessi anche a Mussolini. Tra essi sono da vedere soprattutto quelli in data 9 («Impiego dell’Arma Aerea») e 15 aprile («Situazione generale europea dal punto di vista della guerra aerea») e 25 maggio 1943 («Situazione strategica nel Mediterraneo in seguito alla scomparsa del fronte tunisino») dai quali risulta un quadro desolante della disponibilità di mezzi aerei e della possibilità di una efficace difesa sia delle città italiane, sia in caso di sbarco nemico. Nel primo di essi il generale Fougier arrivava a proporre il disimpegno aereo dalle operazioni in Tunisia, affermando a tutte lettere che i risultati ottenibili in quelle condizioni sarebbero stati di scarso valore, ma il loro costo avrebbe pregiudicato «molto seriamente» la possibilità di fronteggiare, «sia pure con scarse riserve», la situazione avvenire, «specie nei riguardi della difesa del nostro territorio». A quello del 15 aprile era allegata la situazione dei reparti aerei disponibili al 31 marzo 1943:
Specialità —— Numero reparti —— Velivoli in carico / nuovo tipo —— Velivoli in carico / vecchio tipo —— Velivoli in carico / non impie- gabili —— Velivoli in carico / totale —— Equipaggi disponibili
Bombardamenti —— 26 gruppi 1 squadra —— 186 —— 58 —— 80 —— 324 —— 270
Siluranti —— 9 gruppi —— 118 —— – —— – —— 118 —— 120
Tuffatori —— 3 » —— 20 —— 22 —— – —— 42 —— 70
Assalto —— 4 » —— – —— 96 —— – —— 96 —— 115
Caccia —— 25 gruppi 3 squadre —— 300 —— 396 —— – —— 696 —— 630
Intercettori —— 6 gruppi —— 48 —— 98 —— – —— 146 —— 95
Ricognizione / terrestre —— 32 squadre —— 160 —— 108 —— – —— 268 —— 300
Ricognizione / marittima / e aviazione / imbarcata —— 26 squadre —— 130 —— 160 —— – —— 290 —— 140
Trasporti —— 8 gruppi —— 250 —— – —— – —— 250 —— 234
Totali —— 81 gruppi / 62 squadre —— 1212 —— 938 —— 80 —— 2220 —— 1974
Da quella del 25 maggio, infine, risulta che l’effettiva «linea» della caccia assommava a 500 velivoli circa, 200 dei quali dislocati in Sicilia e 150 in Sardegna, sicché essa, sia pure aumentata con i «rinforzi germanici», non poteva certo consentire di essere presenti, «anche con modeste aliquote... in ogni punto della penisola scelto dall’avversario per vibrare i suoi colpi con masse che hanno raggiunto in alcune incursioni cifre di centinaia di velivoli fra bombardieri ed unità di scorta». A ciò si aggiungevano la particolare geografia dell’Italia e la lunghezza delle sue linee di comunicazione che, per un verso, la esponevano ad ogni possibilità di attacco e, per un altro, ne rendevano difficile la difesa («anche se le forze da caccia disponibili fossero il decuplo di quelle attuali»), la scarsezza di benzina e, dopo tre anni di guerra, anche di equipaggi (nel 1940-42 il gettito dei piloti da caccia era stato di 1131, sicché, nonostante l’aumento delle scuole da cinque ad otto, gli equipaggi disponibili erano 630 contro i 714 del 1940) e la impossibilità di anche solo pensare ad un annientamento delle basi di partenza nemiche: «per fare ciò, – osservava Fougier, – occorrerebbe un’aviazione offensiva... quale, ora, né l’Italia né la Germania messe insieme potrebbero realizzare, anche se concentrassero tutte le forze disponibili nel settore mediterraneo». ↩
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Oltre che sul terreno repressivo e su quello propagandistico in senso lato, lo sforzo maggiore per sostenere il fronte interno per Mussolini doveva essere fatto su quello del miglioramento degli approvvigionamenti e del contenimento dei prezzi, in particolare di quelli alimentari. Per gli sforzi volti a regolarizzare i rifornimenti (assai irregolari soprattutto per quel che riguardava la Sicilia) cfr. ACS, Min. Agricoltura e Foreste, Alto commissariato Alimentazione, s. V, b. 62; per la situazione annonaria in genere, Id., Segr. part. del Duce, Carteggio ord. (1922-1943), fasc. 509056; per il contenimento dei prezzi cfr. il telegramma di Mussolini del 13 aprile 1943 ai presidenti delle confederazioni degli agricoltori, commercianti e industriali in Mussolini, XLIII, pp. 74 sg. ↩
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Cfr. O. Dinale, Quarant’anni di colloqui con lui, Milano 1961, p. 191. ↩
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Cfr. Appendice, Documento n. 11. ↩
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In un primo momento Mussolini aveva pensato di non sostituire anche Gorla, il cui nome non figurava infatti nella prima lista trasmessa al sovrano. Solo all’ultimo momento cambiò idea per dare – come disse l’8 febbraio allo stesso Gorla – al movimento «un carattere di maggiore generalità» (cfr. G. Gorla, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., pp. 401 sg. e 404). ↩
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Luogotenente del Re in Albania fu il mese dopo nominato il generale A. Pariani. Importante per l’analisi della situazione albanese e per le linee d’azione proposte è la lunga lettera in data 3 marzo 1943 inviata da Pariani a Mussolini per comunicargli la propria disponibilità ad assumere l’incarico (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Segreteria part. del capo della polizia, RSI, b. 33). ↩
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Il nome di Bastianini circolava già da qualche tempo. Nel giugno 1942 si era parlato di lui per l’Interno, agli inizi di settembre per gli Esteri. Preoccupato per il degrado della situazione interna, Bastianini, in novembre, dopo lo sbarco alleato nell’Africa settentrionale, si era mostrato dell’idea che fosse necessario un passo su Mussolini perché desse «alla nazione la sensazione che vi è un mutamento, un nuovo indirizzo» (cfr. E. Ortona, Diario sul Governatorato della Dalmazia cit., p. 1391 (9 novembre 1942)). ↩
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Cfr. Radio Londra 1940-1945 cit., I, p. 303; Archivio Grandi, b. 130, fasc. 191, sottofasc. 5, «Radiofono bollettino della stampa estera», 7 febbraio 1943. ↩
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Cfr. M. Correnti [P. Togliatti], Discorsi agli italiani cit., pp. 232 sgg. ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 696 (6 febbraio 1943); R. Guariglia, Ricordi cit., p. 534. ↩
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Lo si veda in E. Di Nolfo, Vaticano e Stati Uniti 1939-1952 cit., pp. 233 sgg. ↩
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Cfr. F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 152 sgg. ↩
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L. Pietromarchi, Diario cit., in Archivio Pietromarchi. Significativa è anche un’altra annotazione, sotto la data del 1º marzo, dalla quale risulta che il fermo atteggiamento italiano e di Mussolini in particolare avrebbe completamente dissipato (come conferma anche una nota in data 9 marzo 1943 di J. Goebbels, Diario intimo cit., pp. 384 sg.) i timori tedeschi:
«Il Sottosegretario Bastianini ha messo al corrente noi direttori delle conversazioni avute con Ribbentrop. La nota dominante è stata la cordialità. In tale atmosfera è stato parlato con realismo e con chiarezza. Il Duce, che, anche dalle impressioni riportate da Anfuso che ha parlato con lui oltre un’ora, è in piena forma, ha fatto a Ribbentrop un’esposizione durata oltre tre ore in tedesco della situazione generale come la vediamo noi italiani con particolare riguardo alla Tunisia e al Mediterraneo. “Si è rivisto il Duce del 1926”, ha detto Bastianini. Ad alcune questioni postegli da Ribbentrop ha risposto nettamente di no. Ciò che ha sorpreso coloro che non conoscono il carattere tedesco è stata la constatazione che i tedeschi hanno apprezzato questo nostro reciso modo di parlare, evidentemente perché vi hanno riscontrato uno spirito di interessamento e di collaborazione. Non si discute quando si pensa che non valga la pena di discutere perché si ritiene la situazione compromessa. E forse questa è l’impressione che riportavano in addietro da questi contatti con noi. Ora hanno trovato un’altra decisione, un altro spirito e ciò li ha favorevolmente impressionati». ↩
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L’interesse che Mussolini dimostrò per quanto il 31 gennaio gli riferí Acerbo, di ritorno da un breve soggiorno in Svizzera (ove si era recato nella sua qualità di presidente dell’Istituto internazionale di agricoltura), circa i contatti che vi aveva avuto con esponenti politici ed economici elvetici e con diplomatici di vari paesi e l’opinione da essi espressa che per l’Italia fosse venuto il momento di «recedere dal conflitto», tanto piú che gli Alleati – nonostante la dichiarazione di Casablanca – sarebbero stati in quel momento disposti a concederle condizioni «favorevoli ed eque», può essere interpretato in vari modi. A nostro avviso, se si legge bene il resoconto del colloquio (G. Acerbo, Fra due plotoni di esecuzione cit., pp. 483 sgg.) il vero interesse di Mussolini appare quello di evitare che Acerbo parlasse in giro della cosa (da qui probabilmente, per rassicurarlo, la domanda allo stesso Acerbo circa l’eventuale possibilità di trovare, se necessario, un pretesto plausibile per tornare in Svizzera) e in particolare con Ciano. Il che non meraviglia, sia perché ormai aveva deciso di allontanare il genero da palazzo Chigi, sia perché, probabilmente, non voleva che questi imbastisse sulle notizie riportate da Acerbo qualche intempestiva e pericolosa operazione sul tipo di quella che nei mesi immediatamente precedenti aveva messo in piedi (e Mussolini non poteva non saperlo, se non altro per il gran numero di persone che a vario titolo erano state coinvolte o al corrente di essa) favorendo (con Buffarini-Guidi) la mancata «missione» a Lisbona della principessa polacca Maria Cristina Sapieha. Una operazione che a tutt’oggi è ancora avvolta in gran parte nel mistero e non si sa neppure bene se mirasse effettivamente a stabilire una presa di contatto-sondaggio con Randolph Churchill in vista di una pace separata da parte italiana o se, invece, fosse stata architettata dalla Croce rossa polacca, se non addirittura dal movimento clandestino polacco, per far passare con l’aiuto italiano la principessa in Portogallo e prendere contatto con la Croce rossa internazionale o con il governo polacco in esilio a Londra, e che comunque si concluse con un pieno fallimento e l’arresto da parte dei servizi dell’ammiraglio Canaris della Sapieha. Cfr. il memoriale di Giuseppe Frediani (all’epoca commissario civile a Mentone e partecipe alla vicenda) edito in G. Bianchi, Perché e come cadde il fascismo cit., pp. 808 sgg., nonché dello stesso G. Frediani, La pace separata di Ciano, Roma 1990, pp. 125 sgg. ↩
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L. Pietromarchi, Diario cit. (6 febbraio 1943), in Archivio Pietromarchi. Per il discorso di Mussolini del 1º febbraio in occasione del ventesimo anniversario della fondazione della MVSN cfr. Mussolini, XXXI, pp. 147 sg. ↩
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ACS, D. Alfieri, b. 6, fasc. 24, «Berlino. Corrispondenza 1943». ↩
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Sulla liquidazione di Cavallero cfr. anche F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 119 sgg., che per vari aspetti ne dà una spiegazione diversa dalla nostra. ↩
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Tipico in questo senso L. Pietromarchi, Diario cit., alla data del 4 aprile 1942, in Archivio Pietromarchi. ↩
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Cfr. sui termini generalissimi di esso U. Piccini, Una pagina strappata, Roma 1983, pp. 12 sgg.; ma anche L. Pietromarchi, Diario cit., alle date del 4 aprile e del 12 settembre 1942, in Archivio Pietromarchi. ↩
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Oltre che un problema tecnico-produttivo e organizzativo, quello dell’equipaggiamento (scarpe e vestiario) delle truppe (scarso e soprattutto di cattiva qualità), era un grosso problema politico che aveva influito negativamente sullo stato d’animo dei militari e del paese sin dalla campagna del 1940 contro la Francia contribuendo notevolmente a radicare una doppia convinzione: quella dell’impreparazione dell’esercito e quella della corruzione dell’apparato statale. Specialmente con la seconda metà del 1941 la produzione di vestiario, di scarpe e di generi d’equipaggiamento aveva segnato un miglioramento quantitativo e qualitativo, lontano comunque dagli standard tedeschi e alleati. Lo sforzo maggiore era stato fatto per far fronte alle esigenze del Csir e soprattutto dell’Armir, ma anche qui con gravissime deficienze, dovute in massima parte ai farraginosi meccanismi burocratici degli organi competenti (tipico il caso delle calzature invernali che, invano, i comandi in loco chiesero fossero prodotte copiando il modello di quelle russe) e alla loro eccessiva prudenza e lentezza nell’utilizzare l’equipaggiamento disponibile (tipico il caso delle pellicce per l’Armir, disponibili, ma in Romania, da dove era difficile e lungo farle arrivare in linea, sicché solo nella prima metà del dicembre 1942 furono attuate «le misure piú urgenti per la distribuzione delle dotazioni invernali»). Cfr. Min. difesa – S. M. esercito – Uff. storico, I servizi logistici delle unità italiane al fronte russo (1941-1943), Roma 1975. ↩
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Lo si veda in U. Cavallero, Diario cit., pp. 728 sgg. ↩
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P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., pp. 98 sg. ↩
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In Archivio Vitetti. ↩
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A. Pirelli, Taccuini cit., p. 372. L’annotazione si riferisce ad un colloquio con lo stesso Cavallero nel corso del quale il maresciallo, pur sostenendo la necessità di mettere in chiaro con i tedeschi il disaccordo italiano circa la loro politica nei paesi occupati, gli «eccessi verso gli ebrei» e i rapporti con la Chiesa, si era pronunciato per «una piena fedeltà verso l’alleato». ↩
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Quali che fossero i rapporti di Cavallero con i tedeschi, la sua rimozione suscitò non pochi allarmi sia nell’OKW, di cui «era sempre pronto a cercare di realizzare i desideri» (E. Rintelen, Mussolini l’Alleato cit., p. 179) sia nel vertice nazista, tanto che l’ambasciatore a Roma von Mackensen fu incaricato – secondo la testimonianza di Vitetti – di fare un passo su Mussolini «contestando al governo italiano la facoltà di sostituire il capo di stato maggiore generale senza un preventivo accordo con Berlino». Kesselring, a sua volta, appena appresa la notizia, chiese a Mussolini di essere «posto in libertà» anche lui (cfr. A. Kesselring, Memorie di guerra cit., pp. 165 e 176). Riguardo ai rapporti Cavallero-Kesselring non è forse priva di significato la cronologia degli incontri tra i due nella giornata del 31 gennaio quale risulta dal testo inedito del Diario Cavallero (in AUSSME). Da esso risulta che, pronunciato alle 9,45 il suo indirizzo di saluto ai capi e sottocapi di stato maggiore, Cavallero ricevette alle 11 Kesselring, dopo di che, alle 12, si recò da Mussolini, per ricevere una seconda volta Kesselring nel pomeriggio alle 18,45. Per entrambi gli incontri il diario reca la stessa laconica annotazione: «argomento riservato». ↩
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Cfr. A. Pirelli, Taccuini cit., p. 381 (17-18 dicembre 1942). ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 669 (19 novembre 1942). ↩
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Cfr. M. Toscano, Dal 25 luglio all’8 settembre. Nuove rivelazioni sugli armistizi fra l’Italia e le Nazioni Unite, Firenze 1966, pp. 143 sgg. ↩
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Lisbona (con Ankara e la Svizzera) fu durante la seconda guerra mondiale uno dei centri piú importanti dei contatti e degli intrighi diplomatici e spionistici anglo-americani, tedeschi e italiani. Nel marzo 1943 anche C. Pellizzi fu in Portogallo nella sua qualità di presidente dell’Istituto nazionale di cultura fascista. Al ritorno ne riferí, il 4 aprile, in una relazione a Mussolini nella quale, tra l’altro si legge questo passo che, forse, poté avere qualche influenza su di lui nel senso di rafforzare la sua convinzione sulla impossibilità di qualsiasi accordo con l’Inghilterra (per la sorda ostilità di Eden) e sulla opportunità di puntare tutto sulla carta di un accordo russo-tedesco:
«A Lisbona, – scriveva Pellizzi, – vi sono stati contatti anglo-tedeschi piú di una volta, e piú marcati nel settembre scorso. Tutto un aspetto della situazione sembra riassumersi nel brindisi che fece una sera l’addetto navale inglese a Lisbona, dopo aver bevuto piú del solito, ossia moltissimo: “I drink to that fool of Hitler, who is fighting our war” (bevo a quel pazzo di Hitler, che sta combattendo la nostra guerra). Ciò si riferisce al fronte russo. Molti portoghesi però echeggiano la propaganda inglese filo-russa, esasperando i locali rappresentanti dell’Ungheria e della Rumania i quali, almeno in questo, vanno d’accordo. Tale propaganda dà per perduta, a favor della Russia, tutta l’Europa centro-orientale, danubiana e forse anche balcanica; garantisce l’incolumità dell’Iberia e della Francia; non si pronuncia sull’Italia; è alquanto confusa sulla Germania, e del resto non ha bisogno di chiarirsi maggiormente su questo punto poiché sta di fatto che la Germania è impopolare e che un’egemonia tedesca sarebbe a tutti sommamente sgradita. Da piú parti riceve conferma la divergenza di sentimenti, forse piú che di idee, fra Churchill e Eden, specie nei riguardi dell’Italia; va precisato, d’altronde, che Eden non ha idee. Sempre la propaganda inglese, quale si svolge nelle chiacchiere di legazioni e di salotti, fa credere di aver delle pedine forti da giuocare in ogni caso al centro stesso del regime russo; minaccia una grande e progressiva estensione dei bombardamenti in Germania e in Italia; lascia circolare le piú disparate voci di secondi fronti (anche di molti “secondi fronti” contemporanei) in vari punti d’Europa; giuoca largamente su pretese divisioni e debolezze interne dei regimi tedesco e italiano. Per converso i rappresentanti ufficiali e non ufficiali dei paesi centroorientali, e specie della Polonia, Ungheria e Rumania, agitano largamente la minaccia di un possibile nuovo accordo russo-tedesco, oppure russo-giapponese, e dichiarano di voler fare, nella peggiore ipotesi, il proprio comunismo per conto proprio, prima che vengano russi o tedeschi ad imporlo» (in Archivio Pellizzi, fasc. «Rapporti al Duce»).
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J. Goebbels, Diario intimo cit., pp. 384 sg. (9 marzo 1943). ↩
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A partire dalla fine del 1940 - inizi 1941 anche i rapporti con quegli intellettuali con i quali in altri tempi era stato piú legato e in amicizia furono da Mussolini ridotti quasi completamente a brevi e rari contatti riconducibili quasi sempre a occasioni politiche. Tipici i casi di Gentile, che vide soprattutto quando questi gli portava i nuovi volumi dell’edizione nazionale di Mazzini, e di Papini e di Soffici, che vide nel 1942-43 in relazione a un viaggio (Papini) svolto in Germania e al progetto, di cui abbiamo parlato, di fondare un quindicinale politico-culturale (Papini e Soffici), e anche quello di Marinetti, che ricevette varie volte ma sempre in qualche modo in connessione con iniziative di tipo cultural-patriottico e di propaganda di guerra. Va altresí ricordato che quando, nell’ottobre 1941, Pavolini lo informò della sua intenzione di non far tenere piú a Marinetti le trasmissioni radiofoniche sia perché non comunicava preventivamente i loro testi e le improvvisava sia per «le piú vivaci proteste di numerosi ascoltatori» scandalizzati dal loro «particolarissimo stile di pensiero e di enunciazione» da esse provocate, nonostante la sua amicizia col fondatore del futurismo, Mussolini approvò la decisione (ACS, Min. Cultura Popolare, Gabinetto, b. 6, fasc. 57, «F. T. Marinetti»).
Con Giovacchino Forzano, con cui aveva collaborato tra la fine degli anni venti e l’inizio degli anni trenta in occasione della stesura di Campo di Marte, Villafranca e Cesare (cfr. Mussolini il duce, I, pp. 31 sg.) e col quale subito dopo l’entrata in guerra aveva discusso l’idea di un film storico di propaganda antibritannica, basato sulla «storia di una piccola banca inglese dal 1794 ad oggi» (poi realizzata da Forzano col film Il re d’Inghilterra non paga), i suoi rapporti si limitarono a ben poco, a seguire la preparazione della sceneggiatura di un altro film Piazza San Sepolcro che Forzano voleva approntare per le celebrazioni del ventesimo anniversario della marcia su Roma (in realtà fu finito di girare solo nel giugno 1943) e che avrebbe dovuto costituire un grande affresco degli avvenimenti degli ultimi cinquant’anni di storia europea. «Il vedere come tutti i grandi avvenimenti, – Forzano gli scriveva il 24 luglio 1941, – abbiano avuto conclusioni inique ingiuste e sempre utili per una parte sola, il vedere come Voi e Voi soltanto abbiate previsto voluto e attuato lo stroncamento di tanta ingiustizia, darà a tutti molta emozione» (cfr. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), W/R, fasc. «G. Forzano»; nonché F. Savio, Ma l’amore no. Realismo, formalismo, propaganda e telefoni bianchi nel cinema italiano di regime 1930-1943, Milano 1975, pp. 292 sg. e 408 sg.).
Dal suo isolamento Mussolini uscí in questi anni assai raramente, per esempio in occasione della morte del figlio Bruno, allorché in qualche caso rispose personalmente alle lettere di condoglianze scrittegli da vecchi amici, abbandonandosi a qualche ricordo relativo ai loro precedenti rapporti e a qualche inusuale espressione, come nel caso di Ada Negri, rispondendo alla quale le si rivolse con un «Cara Ada» mai prima d’allora usato (cfr. S. Comes, Ada Negri da un tempo all’altro, Milano 1970, p. 162). ↩
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I rapporti di Bottai col mondo cattolico e la Santa Sede e il crescente filocattolicesimo nel quale negli anni della guerra si mosse il ministro dell’Educazione nazionale sono in gran parte ancora ignoti. L’unico che per certi aspetti particolari ha fatto luce su di essi è stato R. Moro nell’introduzione a G. Bottai - G. De Luca, Carteggio cit., pp. CVI sgg., dedicate al tentativo bottaiano, alla fine del 1941, di introdurre nelle università l’insegnamento della teologia. L’operazione (che non è chiaro se mirasse a far convergere fascisti e cattolici in un «nuovo umanesimo, cattolico e totalitario assieme», all’insegna, grosso modo, di un antiborghesismo che fosse la sintesi di quello socialista di Sorel e di quello cattolico di Péguy, o fosse già concepita nell’ottica del «dopo Mussolini»), auspicata da tempo da autorevoli filosofi cattolici, quali A. Carlini e E. Castelli, e sostenuta dal rettore dell’Università Gregoriana, il gesuita Paolo Dezza, e da monsignor G. De Luca, ma accolta con tiepidezza e quindi non sostenuta dalla Santa Sede, osteggiata fieramente da Gentile, Spirito, Luigi Volpicelli e Galvano Della Volpe e mal vista da Mussolini (che già nel luglio 1939, quando Bottai gliene parlò per la prima volta, si era pronunciato negativamente), fallí però miseramente con grande stizza di Bottai, che molto doveva aver puntato su di essa per rafforzare i propri rapporti con il mondo cattolico. Per gli stretti rapporti (dal 1936-37) di Bottai con monsignor Tardini cfr. C. F. Casula, Domenico Tardini (1888-1961). L’azione della Santa Sede nella crisi fra le due guerre, Roma 1988, passim e specialmente pp. 127 sgg. ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 589 (9 febbraio 1942). ↩
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Cfr. Y. De Begnac, Palazzo Venezia cit., p. 11. ↩
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I piú feriti dalla brusca e sostanzialmente da loro inattesa estromissione dal governo furono Ciano (cfr. G. Bottai, Diario cit., p. 361 (7 febbraio 1943)), Buffarini Guidi (ibid., p. 362, 12 febbraio 1943) e Bottai. Questo fu l’unico dei tre che, in occasione del passaggio delle consegne al suo successore, non nascose la sua irritazione pronunciando un discorso da lui definito «appassionato, caustico, alato» (ibid., p. 361, 8 febbraio 1943) e da un informatore «acre, aggressivo e polemico», «come il discorso di colui che uscendo sbatte violentemente la porta... e abbia voluto far intendere a tutti... che egli si considera un uomo che è pericoloso toccare» (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 6, fasc. 64, «G. Bottai», sottofasc. 1, informazione in data 14 febbraio 1943). Il discorso suscitò acri commenti e «una tendenziosa campagna» contro di lui tant’è che Bottai il 2 marzo sentí il bisogno di lamentarsene e al tempo stesso, di giustificarsi (rivendicando la sua «fede fino in fondo») scrivendo personalmente a Mussolini. ↩
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Cfr. il diario alla data del 6 febbraio 1943, in G. Bianchi, Perché e come cadde il fascismo cit., p. 801. ↩
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L. Pietromarchi, Diario cit., 6 febbraio 1943, in Archivio Pietromarchi. ↩
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Cfr. Mussolini, XXXIV, p. 287. ↩
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Cfr. G. Acerbo, Fra due plotoni d’esecuzione cit., p. 486. ↩
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Cfr. Mussolini, XXXIV, p. 287.
Il rapporto Cini-Mussolini fu assai complesso. Il «duce» ebbe a lungo per Cini una notevole stima e, forse, una certa simpatia umana. Anche dopo la fine della seconda guerra mondiale Cini avrebbe rivendicato sempre l’onestà e la buona fede del proprio comportamento verso Mussolini (da lui definito uomo di grande ingegno, non sempre equilibrato; di enormi capacità e di notevole superficialità e mutevole; di temperamento impulsivo, incline alle lusinghe; in fondo buono e anche ingenuo), affermando di essersi messo contro di lui quando sentí il dovere «di ogni italiano che si rispetti, degno di questo nome», di adoperarsi per far cessare la guerra (che aveva osteggiato, ma poi da «buon italiano» sperato perché fosse vinta) ormai irrimediabilmente persa ed evitare cosí danni maggiori, ma di averlo fatto a viso aperto, non nascondendogli di non condividere piú la sua politica e di aver tentato di evitare la nomina a ministro delle Comunicazioni. Avuta notizia della sua nomina Cini aveva infatti scritto a Mussolini due lettere, il 6 e il 9 febbraio, cercando di rifiutare, adducendo, nella prima, motivi di salute, nella seconda, l’incompatibilità tra le funzioni che avrebbe dovuto esercitare e la propria partecipazione ad alcune società operanti nel settore delle comunicazioni. Il «duce» non si era però lasciato convincere; rispondendo alla seconda gli scrisse che «in tesi generale, la compatibilità o meno, piú che nella lettera è nello spirito; e cioè in relazione alla statura morale degli individui» e che, comunque «dei tecnici del giure da me consultati» avevano escluso che esistesse nel suo caso.
I primi accenni, sia pure solo indiretti, alla estrema gravità della situazione e alla necessità che ognuno manifestasse inequivocabilmente «il proprio avviso» e assumesse «intere le proprie responsabilità» furono fatti da Cini, per quel che ne sappiamo, in una lettera-relazione sulla situazione della flotta mercantile indirizzata a Mussolini il 3 marzo 1943. Da un appunto di G. Giuriati dell’11 marzo 1947, scritto subito dopo un incontro con Cini, risulta che questi avrebbe sostenuto «la necessità di trattare subito col nemico» nel corso di una riunione tenuta a palazzo Venezia il 3 aprile successivo con i responsabili dei tre stati maggiori (cfr. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 27, fasc. 218/R, «V. Cini»; Archivio Giuriati; G. Bianchi, Perché e come cadde il fascismo cit., pp. 745 sgg.; nonché una serie di appunti tratti da un «Memoriale» redatto da Cini e dai relativi «Documenti» e da altra documentazione in Archivio Cini). ↩
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Cfr. Mussolini, XXXIV, p. 295. ↩
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Cfr. o. Dinale, Quarant’anni di colloqui con lui cit., pp. 189 sg. ↩
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Cfr. per vivido quadro degli effetti materiali e psicologici dei bombardamenti, nella fattispecie quelli su Milano, del novembre-dicembre 1942 A. Damiano, Rosso e grigio, Milano 1947, pp. 19 sg., 27, 28 sg., 33. ↩
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Cfr. ivi, pp. 13 sgg. ↩
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Ibid., pp. 24 sg. (2 dicembre 1942). ↩
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Cfr. F. Calamandrei, La vita indivisibile cit., p. 62: «una scorata delusione si dipinge a poco a poco sui volti [dei napoletani che, il 2 dicembre 1942, ascoltavano alla radio il discorso di Mussolini alla Camera dei fasci e delle corporazioni]; la guerra continua dunque uguale e sempre piú dura, non ci sono speranze». ↩
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Sotto la data del 26 gennaio 1943 G. Papini, Diario cit., p. 104, annotava: «Le cose della guerra vanno male, in Russia e in Africa, né si vedon segni di reazione prossima. In tutti è una grande tristezza, in tutti gl’italiani, dico, che hanno creduto sinceramente a un destino piú grande del nostro popolo, anche nell’ordine politico. Gli altri – i piú – son quasi lieti delle vittorie nemiche e sperano un bene per sé e per il paese da una disfatta». ↩
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Sulla situazione a Roma L. Pietromarchi, Diario cit., 18 marzo 1943, annotava: «L’atmosfera in Italia è pesante. A Roma la guerra quasi non si avverte. I viveri sono assai piú abbondanti quest’anno. Solo i mezzi di trasporto diventano di giorno in giorno piú rari. Del resto teatri e cinematografi affollatissimi. Nessuno sembra avvedersi dell’incombente minaccia d’invasione. Le città sotto l’incubo del bombardamento ne vogliono a Roma per questa sua spensieratezza. L’Urbe è la mantenuta, la grande cortigiana, come ai tempi danteschi. Essa è la protetta del “Gran prete” come disse il Poeta» (in Archivio Pietromarchi). ↩
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Cfr. a questo proposito A. Riccardi, Roma «città sacra»? cit., pp. 221 sgg. ↩
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Il diario di Ranuccio Bianchi Bandinelli contiene una pagina, sotto la data dell’8 maggio, che rende bene sia la pesante atmosfera predominante nei mesi che precedettero lo sbarco in Sicilia sia il senso d’impotenza che caratterizzava lo stato d’animo di gran parte del paese e in particolare nelle località maggiori e medio grandi:
«Caduta di Tunisi. Il generale tedesco è rientrato in Italia; quello italiano, con 140 mila uomini, è rimasto in Africa. Se l’Italia potesse avere un De Gaulle, dovrebbe chiamarsi Messe.
A Roma nessuno parla di Tunisi.
Sembrerà incomprensibile tra qualche anno, come in Italia non sia avvenuto nulla dopo la caduta di Tunisi. Perciò tento di fissare lo stato d’animo di questi giorni.
Fino a un paio di mesi prima, c’era diffuso il senso che qualche cosa sarebbe accaduta. Si parlava di abdicazione del re, di un pronunciamento militare capeggiato da Badoglio o da Caviglia. Vi era chi sperava in queste cose, chi guardava ad esse con sospetto come all’inizio di un nuovo Governo reazionario, pur essendo pronto ad ammettere che il muovere le acque avrebbe comunque giovato.
Il popolo minuto riteneva con certezza che vi sarebbe stata “la Pace”, perché si rifiutava di credere nella volontà di proseguire una inutile strage.
Credo che fossero pochi coloro che ritenevano che né re, né Badoglio, né Caviglia avrebbero fatto qualcosa, perché non sono, in condizioni come queste, i generali, ma i capitani o addirittura i sottufficiali che agiscono (condizioni diverse da quelle della Francia di De Gaulle e di Giraud).
Poi a un tratto si diffuse la sensazione che non sarebbe accaduto nulla. Un poco può aver influito su questa sensazione il comunicato dell’incontro Mussolini-Hitler. Ma essa si produsse soprattutto dalla somma delle personali sensazioni di non esser preparati a nulla. Fu questa che ridette una spinta al regime: i fascisti, discordi e impauriti, si accorsero che un vero pericolo non esisteva. L’adunata, improvvisata con molta abilità il 5 maggio da Scorza, quando tutti credevano che adunate di popolo non fossero piú possibili, non fu senza effetto morale. I pavidi capirono che Tunisi sarebbe caduta poche ore dopo e che nulla sarebbe avvenuto» (R. Bianchi Bandinelli, Dal diario di un borghese cit., pp. 97 sgg.).
Nei piccoli centri e nelle zone agricole tradizionali l’atmosfera si mantenne spesso sino al 25 luglio e talvolta anche nelle settimane successive meno pesante. Significativo è a questo proposito un’annotazione di L. Pietromarchi, Diario cit., 17 agosto 1943, scritta al ritorno da un breve viaggio in Umbria per trasferirvi la famiglia: «In campagna la gente è disorientata. I contadini salutano ancora col braccio alzato; essi non si sono resi conto che il fascismo è crollato per sempre. Molti hanno conservato un senso di rispetto e di gratitudine per la figura del Duce; l’unica che ha campeggiato, dal Risorgimento in poi, nelle loro coscienze». ↩
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Cfr. Mussolini, XXXIV, p. 287. ↩
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Nel clima di speranze e di entusiasmo suscitato nel PNF dalla nomina di Scorza, nei giorni immediatamente successivi la nomina stessa si verificarono in varie località episodi di intolleranza squadristica sia contro singoli cittadini noti per il loro atteggiamento «disfattista» o ritenuti «cattivi italiani» (a Roma, per esempio, furono malmenati vari cittadini che, in occasione di un corteo organizzato nella ricorrenza della fondazione del fascio romano, non si erano tolto il cappello al passaggio dei gagliardetti), sia contro gerarchi particolarmente invisi. Di uno di questi episodi fu sintomaticamente vittima Bottai: un suo discorso al teatro Quirino di Roma fu punteggiato di fischi e interruzioni del tipo «come hai fatto a fare i milioni?» Cfr. A. Pirelli, Taccuini cit., p. 430 (22-23 aprile 1943); G. Gorla, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., p. 412 (24 aprile 1943). ↩
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Caratteristica è a questo proposito una lettera-manifesto fatta pervenire a Mussolini tramite Walter Mocchi a metà maggio da un gruppo di «precursori» e di «continuatori» «del pensiero e dell’azione sindacalista di Filippo Corridoni». Rivendicata la loro mai venuta meno (nonostante «le soste, le deviazioni e contraddizioni apparenti, gli ostacoli ed i sabotaggi frapposti dagli interessi di classi dure a morire») fiducia in lui e nella sua «ferma volontà di far sfociare la Rivoluzione nel triangolo della Giustizia Sociale, eliminando gradualmente il sistema che è causa delle presenti iniquità», gli autori della lettera-manifesto esortavano Mussolini «a rompere gli indugi». «I traditori di ogni genere – gli scrivevano – debbono essere scovati dovunque si nascondano nei salotti, negli uffici privati e pubblici, nell’industrie e nei commerci, nelle sacrestie, nelle file stesse del Partito e delle Forze armate, nelle ambasciate e nei consolati dei paesi neutri, ed inesorabilmente colpiti con pene esemplari: gli ebrei e gli ebreicizzanti, autori e maneggiatori della borsa nera e di ogni speculazione estemporanea al momento attuale, gli accaparratori e specialmente coloro che, essendosi arricchiti all’ombra del Littorio e profittando delle sue provvidenze, ora, nell’illusione di potere in tal modo conservare i mal acquistati beni, misteriosamente complottano fra loro e trescano col nemico, proponendosi di rovesciare uomini ed istituzioni.
Ma è, soprattutto, Duce, ai Sindacati dei lavoratori che urge rivolgersi in questo gravissimo momento, e non con blandizie e promesse.
Certamente fu ed è opera meritoria del Regime tutta la legislazione sociale realizzata; ma non è con l’assistenza e l’assicurazione che si rovescia la plutocrazia paesana, né che si fronteggia il bolscevismo, che rumoreggia alle porte e già penetra fraudolentemente nell’interno come un gas asfissiante.
Occorre, invece, decidersi ad agevolare il sorgere spontaneo del nuovo assetto economico e sociale, che deve sostituire il Regime capitalistico ed evitare quello comunista.
E per questo urge, in primo termine, realizzare davvero il paritetismo fra le organizzazioni dei datori di lavoro e dei prestatori d’opera per restituire fiducia ai lavoratori nei propri sindacati, che essi considerano, oggi, e non sempre a torto, mancipi delle Confederazioni patronali. Essi sanno che la Legge, sin dal 1926 garantisce loro il diritto di prescegliere i propri dirigenti ed i propri funzionari; ma sanno anche che, dopo circa vent’anni, i loro Sindacati vegetano ancora in istato commissariale, anche se, talvolta, hanno luogo delle parvenze di elezioni. E la grande maggioranza si astiene dall’iscriversi o, quanto meno, dal frequentare le sedi sociali nella convinzione che è pericolosa od inutile chiedervi appoggio per le ingiustizie patite sul lavoro.
In secondo termine, è necessario intensificare al massimo l’educazione culturale e professionale del proletariato e dei ceti medi, e, soprattutto l’insegnamento, a favore dei piú naturalmente adatti, di quegli elementi tecnici ed amministrativi, senza cui le gestioni sociali e la produzione restano privilegio borghese.
In fine, è indispensabile autorizzare, incoraggiare, fomentare la creazione, alla periferia dell’Organizzazione sindacale, di Enti parasindacali di produzione, finanziandoli con sufficiente larghezza e non spaventandosi se, nei primi momenti, i risultati non siano sempre brillanti.
Contemporaneamente le leggi dello Stato Fascista dovrebbero, secondo noi, attaccare con risolutezza gli organi privati di sfruttamento plutocratico e capitalistico ed i loro esponenti, non per trasferirne – meno nei casi di pubblici servizi – le loro funzioni agli organi statali, provinciali e municipali; ma per affidarle agli Enti parastatali, paracorporativi e parasindacali, riconoscendo al capitale azionario originario non oltre del cinque per cento sul loro valore effettivo di bilancio, ed indirizzando industria, agricoltura e commercio ai fini esclusivi del benessere generale e non piú del personale tornaconto». E concludevano: «Noi abbiamo certezza, Duce, che per le vie segnate da questo Manifesto, che sopra ogni cosa conferma l’immutabile fiducia e devozione nostra in Voi, ai cui ordini siamo pronti a fare olocausto del nostro sangue, Voi perverrete a liberarvi immediatamente dei nemici che vi circondano, che tutto a Voi debbono e che, per ossessione di conservare il mel tolto sono pronti a tradire Voi e la Patria, ed a stringere intorno a Voi stesso in un rinnovato impeto di speranza e di entusiastica fede, la massa enorme del popolo d’Italia» (ACS, RSI, Segr. part. del Duce, Carteggio ris., b. 11, fasc. 58, «W. Mocchi»). ↩
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A fine maggio R. Del Giudice nel suo diario (in Archivio Del Giudice) riassumeva la condizione del partito in questi termini: «L’organizzazione del Partito è minata dagli stessi veleni che corrodono l’unità popolare. Gerarchi e gregarismo sbigottiti; condannano nei comizi i vociferatori, ma non possono negare la tristezza di certi racconti d’alcova, di certe favole d’arricchimento, della corruzione dilagante, dello sgoverno e del malgoverno centrale. L’assemblea del Fascio di Roma è per me un documento aperto di questo stato d’animo scandalistico e ribellistico della vecchia guardia, della quale quelli che ancora credono si rifugiano nell’esclamazione: Ma il Duce deve avere in mano una carta decisiva! Ed intanto avallano le piú insidiose dicerie, domandano la fucilazione degli arricchiti, l’epurazione del Partito, la bonifica della burocrazia, l’irrobustimento delle Forze armate». ↩
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Cfr., per esempio, le note di diario dal gennaio al luglio 1943 di G. Magnoni in Quegli anni, quei giorni cit., pp. 59 sgg. ↩
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Ci riferiamo in particolare a quei civili e militari che, pur convinti della necessità di sottrarre l’Italia ad un vero e proprio sfacelo e, dunque, di por fine ad un’alleanza che ogni giorno di piú appariva solo fonte di danni, di morti e di umiliazioni e peggiorava la posizione italiana agli occhi degli anglo-americani, sentivano anche il «dovere morale» di non «tradire» l’alleato e nutrivano quindi l’illusione che l’uscita dell’Italia dal conflitto potesse avvenire attraverso qualche forma di previo accordo con la Germania. A mezzo secolo di distanza, col senno del poi e alla luce delle profonde trasformazioni dei valori morali verificatesi nel frattempo, una simile posizione, cosí come quella di quei militari che, avendo combattuto a lungo a fianco dei tedeschi (soprattutto in Africa), nutrivano nei loro confronti un forte senso di cameratismo che faceva passare in sott’ordine altre considerazioni di tipo meno personale e piú politico, può apparire oggi ingiustificata se non addirittura assurda. È però un fatto che essa – presente soprattutto a livello borghese – non era quantitativamente irrilevante e che tutto lasciò pensare che sarebbe venuta meno se a «tradire», cioè ad attaccare l’Italia intervenendo in una sua questione interna per sostenere dei ribelli al suo sovrano e al suo governo legale fossero stati i tedeschi. ↩
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Sulla base della documentazione disponibile, la crisi del PNF nell’ultimo periodo del regime appare grosso modo articolabile a tre livelli: gravissima nelle località maggiori e in particolare a Roma, Milano, Torino, Firenze; un po’ meno grave in quelle minori e soprattutto nelle zone agricole; relativamente buona era invece la tenuta in Sicilia dove il partito sino allo sbarco nemico si impegnò in genere bene nell’assistenza dei sinistrati dai bombardamenti e per far pervenire alle popolazioni i generi alimentari loro necessari. E talvolta meglio di quanto non facessero le autorità civili e militari, che in vari casi, per sottrarsi ai rischi dei bombardamenti, si erano trasferite in località fuori mano dalle quali era loro difficile esplicare un’efficace opera di soccorso. ↩
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Cfr. Mussolini il duce, II, pp. 277 sgg. ↩
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Cfr. L. Freddi, Il cinema, Roma 1949, I, pp. 358 sg. ↩
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Significativo in questo senso è che l’8 luglio 1941 l’ambasciatore statunitense a Roma, scrivendo a Roosevelt, riferisse genericamente alcune voci da lui raccolte negli ambienti romani («Di Mussolini si dice che si sia stancato delle sorelle Petacci, entrambe sue amanti, e abbia una nuova ragazza») ma non facesse cenno alcuno ad una eventuale influenza politica della Petacci. F. D. Roosevelt Library, PSF, Italy, 1941, W. Phillips a Roosevelt, 8 luglio 1941. Anche nel diario del primo aiutante di campo del re la prima annotazione relativa alla relazione tra Mussolini e la Petacci è sotto la data del 18 ottobre 1941 (cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 77). Un po’ troppo drasticamente N. d’Aroma, Mussolini segreto cit., p. 431, ha asserito che solo dopo il 1941 la Petacci avrebbe contato qualcosa politicamente; prima «per lunghi anni la Petacci non contò niente o meno di niente». ↩
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Cfr. G. Bottai, Diario cit., pp. 309 sg. e 337 (3 giugno e 21 novembre 1942). ↩
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Il giudizio, di Arturo Osio, è riferito da G. Ciano, Diario cit., p. 582 (22 gennaio 1942). ↩
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Il giudizio, di Guido Leto, è riferito da G. Ciano, Diario cit., p. 559 (20 novembre 1941), ma cfr. anche G. Leto, OVRA cit., pp. 178 sgg. e 246 sgg. ↩
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L’affermazione è di E. De Bono, cfr. F. Fucci, Emilio De Bono il maresciallo fucilato, Milano 1989, p. 304. ↩
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L’affermazione, di U. Albini, è riferita da G. Bottai, Diario cit., p. 362 (12 febbraio 1943). ↩
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Nell’ottobre 1942 nel corso di una riunione di federali del Centro-Nord presieduta da Farnesi pare furono fatti dal federale di Lucca, Mario Piazzesi (che per questo fu subito silurato), alcuni accenni alla Petacci e al suo clan (cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 658 e 660 (23 e 27 ottobre 1942); G. Bottai, Diario cit., pp. 330 sg. (23 ottobre 1942); nonché l’introduzione di M. Toscano a M. Piazzesi, Diario di uno squadrista toscano 1919-1922, Roma 1980, pp. 21 sgg.). ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 680 (26 dicembre 1942). ↩
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Cfr. J. Di Benigno, Occasioni mancate. Roma in un diario segreto 1943-1944, Roma 1945, p. 46. ↩
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Cfr. L. Freddi, Il cinema cit., I, pp. 354 sg., e, piú in genere, pp. 367 sgg. (interessanti per il ritratto e il giudizio sulla Petacci). ↩
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Cfr. E. Ciano, La mia testimonianza, Milano 1975, p. 170. ↩
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«Sofferente di crisi di gelosia (amava teneramente Mussolini) talvolta lo seguiva per la strada e per non attirare l’attenzione sua e degli altri con la propria automobile, aveva ottenuto da Buffarini un taxi che usava per queste spedizioni. Se avesse avuto l’ascendente che le si vuole attribuire, Buffarini Guidi non sarebbe stato mai destituito. Ci sarebbero tanti altri esempi...» (J. Di Benigno, Occasioni mancate cit., pp. 46 sg.). ↩
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Cfr. G. Bottai, Diario cit., p. 333 (5 novembre 1942); nonché, per la vicenda del divorzio, M. Petacci, Chi ama è perduto. Mia sorella Claretta, Gardolo 1988, pp. 163 sgg.; R. Gervaso, Claretta, Milano 1982, pp. 98 sgg. ↩
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Cfr. U. Guspini, L’orecchio del Regime. Le intercettazioni telefoniche al tempo del fascismo, Milano 1973, pp. 204 sg. ↩
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Cfr. E. Dollmann, Roma nazista, Milano 1951, pp. 72 sg. ↩
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Cfr. M. Boninelli, Canzoni dell’anti fascismo e della resistenza bergamasca, in «Studi e ricerche di storia bergamasca», giugno 1987, p. 76. ↩
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ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 202 bis, fasc. «Varie 1943», il corsivo è nostro. ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 604, 612, 626, 632, 633; G. Bottai, Diario cit., pp. 316, 329. A proposito di Marcello Petacci cfr. anche F. Bandini, Claretta. Profilo di Clara Petacci e dei suoi tempi, Milano 1960, pp. 92 sgg.; nonché C. Senise, Quando ero capo della polizia cit., pp. 154 sgg.; M. Petacci, Chi ama è perduto cit., pp. 241 sgg. (ovviamente molto riduttivo). ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 610; E. Ciano, La mia testimonianza cit., pp. 171 sg. e 174 sg. ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 633 e 634 (24 e 29 giugno 1942); E. Ciano, La mia testimonianza cit., p. 172; G. Bottai, Diario cit., p. 376. ↩
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Cfr. a questo proposito R. Gervaso, Claretta cit., pp. 120 sgg.; M. Petacci, Chi ama è perduto cit., pp. 268 sgg. ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 636 e 680 (8 luglio e 26 dicembre 1942); A. e E. Curti Cucciani, Un’amica di Mussolini racconta, in «Oggi», novembre 1949. ↩
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Cfr. G. Bottai, Diario cit., p. 379 (23 maggio 1943); E. Ortona, Il 1943 da Palazzo Chigi. Note di diario, in «Storia contemporanea», novembre-dicembre 1983, p. 1111; nonché M. Petacci, Chi ama è perduto cit., pp. 271 sgg. ↩
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Sulla Petacci e il suo rapporto con Mussolini nei mesi immediatamente precedenti il 25 luglio esiste un rapporto (lo si veda in Appendice, Documento n. 14) redatto da un ufficiale del SIM (assai probabilmente lo stesso di cui parla P. Monelli, Mussolini piccolo borghese, Milano 1959, pp. 311 sg.) e trasmesso nel 1944 dal generale Carboni all’OSS. NAW, NND, 867-12-5. ↩
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Cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 88. ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 516, 570 sg., 613; G. Bottai, Diario cit., pp. 268, 280, 325; P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 81; nonché G. Leto, OVRA cit., pp. 193, 247; E. Dollmann, Roma nazista cit., p. 72. ↩
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Cfr. N. D’Aroma, Mussolini segreto cit., p. 247. ↩
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Cfr. E. Mussolini, Mio fratello Benito cit., p. 168. ↩
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Cfr. Mussolini il duce, II, pp. 271 sgg. ↩
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L. Freddi, Il cinema cit., I, p. 368. ↩
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Sulla malattia della Petacci cfr. R. Gervaso, Claretta cit., pp. 88 sgg.; M. Petacci, Chi ama è perduto cit., pp. 151 sgg. ↩
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Lo si veda in Scoperte le lettere d’amore del Duce a Claretta malata, in «Oggi», 5 e 12 dicembre 1968, e, parzialmente, in M. Petacci, Chi ama è perduto cit., pp. 155 sgg., nonché in R. Collier, Duce! Duce! Ascesa e caduta di Benito Mussolini, Milano 1971, pp. 451 sgg. ↩
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Cfr. M. Petacci, Chi ama è perduto cit., p. 155. ↩
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Nella vita privata Mussolini non amava il fasto e conduceva una esistenza che ben si può definire modesta. Le sue abitazioni, in Romagna e a Roma, erano arredate con estrema semplicità, anche villa Torlonia, tanto è vero che molti di coloro che vi entravano per la prima volta erano colpiti dal contrasto tra la bellezza e la grandiosità dell’architettura e dei locali di rappresentanza al piano terra e la semplicità, quasi la modestia di quelli privati ed erano talvolta portati a fare il confronto con le abitazioni «spesso sfarzose» di alcuni suoi ministri e collaboratori (cfr. per una vivida descrizione di tale contrasto e delle reazioni che esso suscitava A. Pozzi, Come li ho visti io. Dal diario di un medico, Verona 1947, pp. 114 sgg.). Bastianini, quando nel novembre 1942 vi si recò per parlare con la moglie del «duce», ebbe l’impressione che «la casa del Duce» fosse «rimasta in gran parte quella che era a Milano ai tempi del "Popolo d’Italia" con qualche sovrapposizione di cattivo gusto...; un complesso insomma modesto e quasi volutamente proletario» (E. Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia [1941-1943] cit., p. 1392). Sino alla morte di Bruno villa Torlonia aveva, pur nella sua semplicità, mantenuto un suo décor, un tono propre, ordinato e confortevole. Dopo la morte di Bruno e via via che nella Rachele andarono crescendo la preoccupazione per il futuro del marito e la tendenza a voler personalmente o attraverso suoi uomini di fiducia controllare cosa il popolo pensasse (recandosi, per esempio, nei mercati) e cosa tramassero i gerarchi «traditori», l’abitazione cominciò ad essere sempre piú in disordine, meno confortevole, disabitata e triste, non piú frequentata, come un tempo, dagli amici di Vittorio e di Bruno, ma solo da qualche raro amico dei due figli minori, «brutti fisicamente, rudimentalmente educati: Romano un po’ strabico, Anna Maria in busto di ferro» (ibid.) e affidata ad un piccolo gruppo di fedeli inservienti (il portiere e la moglie, che si occupava di Mussolini, e un cameriere «in disordine con scarpe gialle senza cravatta», come notò Bastianini). ↩
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Cfr. Mussolini, XXXIV, p. 269. ↩
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Cfr. G. Bottai, Diario cit., p. 281 (9 agosto 1941): «A Forlí e a Predappio il Duce dietro il feretro. Pallidissimo, quasi verde, gli occhi cerchiati di rosso. Rivedo la faccia dura e devastata che seguiva il feretro di Arnaldo. E mi domando se ancora una volta questo dolore passerà invano sul suo spirito, senza innalzarlo a un sentimento piú umano della vita; o se non avverrà che il colpo del destino, come allora avvenne, non l’inasprisca sempre piú verso gli uomini. Credo che avverrà cosí». ↩
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v. Mussolini, Vita con mio padre, Verona 1947, p. 166.
Nei suoi vari libri di ricordi Rachele Mussolini non ha nascosto di aver avvelenato al marito, «raccontandogli tutto [quel che pensava e raccoglieva in giro direttamente ed indirettamente], quei cinque minuti che passava in casa quando veniva a mangiare» (B. D’Agostini, Colloqui con Rachele Mussolini, Roma 1946, p. 33). Sulla sua «attività poliziesca» cfr. R. Mussolini, Benito il mio uomo, Milano 1958, pp. 175 sgg.; ID., Mussolini privato cit., pp. 192 sgg. (nonché pp. 217 sgg. per la sua tendenza via via sempre piú accentuata a vedere ovunque complotti, al punto che, poco prima del 25 luglio Mussolini, in uno scatto d’ira, l’accusò di essere lei «a tramare intrighi e vedere traditori dappertutto»). ↩
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Mussolini il duce, II, pp. 261 sgg. ↩
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Cfr. C. Frugoni, Ricordi e incontri, Milano 1974, pp. 39 sg.; A. Pozzi, Come li ho visti io cit., pp. 111 sgg.; sul professor Pozzi cfr. anche ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ord. (1922-1943), PG/R, b. 17, fasc. «A. Pozzi». ↩
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ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), fasc. FP/R, «B. Mussolini», sottofasc. 6, «Malattia del Duce». Alcuni documenti in questione sono conservati anche in copia in ACS, Ambasciata Tedesca, b. 1.
Notizie sulla malattia, tratte dal diario della moglie, anche in R. MUSSOLINI, La mia vita con Benito, Verona 1948, pp. 172 sgg. ↩
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Nel 1925, ematemesi, melena, deliquio furono sintomi obiettivati e riportati in cartella clinica. Essi fisionomizzano clinicamente una lesione ulcerativa, praticamente certa, a monte della quale vi è una multifattorietà etico-patogenetica, tuttora in gran parte sconosciuta nella malattia ulcerosa.
Fra i molteplici fattori causali della malattia ulcerosa, comunque, domina quello degli insulti emotivi agenti su un terreno particolarmente predisposto. La natura di questa predisposizione è tuttora oggetto di infruttuose discussioni: un episodio che faccia accertare la diagnosi, un esame radiologico effettuato per motivi dispeptici o l’improvvisa comparsa di una complicanza, garantisce contestualmente che ci si trova di fronte ad un terreno predisposto. La diagnosi di predisposizione è dunque presuntiva nella malattia ulcerosa.
Purtroppo complessa invece è proprio la diagnosi di ulcera, gastrica o duodenale, senza l’ausilio di mezzi endoscopici, oggi disponibili, ma allora inesistenti. Ecco perché una diagnosi di gastrite o di gastroduodenite hanno generalmente mascherato quella di ulcera finché qualcosa non la precisasse, sul piano clinico o su quello radiologico. Del resto, per quanto si vogliano individuare sfumature sintomatologiche discriminanti, ben scarse e non significative sono le differenze fra una sindrome dispeptico-dolorosa propria della gastrite o della gastro-duodenite e quella della malattia ulcerosa, gastrica o duodenale.
In ogni caso, la sindrome dispeptico-dolorosa esige una alimentazione controllata, tale da non stimolare eccessiva produzione di succhi gastrici acidi, elemento essenziale alla manifestazione sia dispeptica che dolorosa.
Errori alimentari vengono puntualmente pagati dal gastro paziente, che non può permettersi spezie, fritture piccanti, ecc..., tutte le sostanze che la buona cucina ha escogitato nel corso dei secoli per il gradimento del palato ma attentando al benessere e alla salute.
Una alimentazione corretta e limitatissima, tuttavia, non preserva da disturbi soggettivi e dall’obiettività evolutiva dell’ulcera peptica, se emozioni forti e/o ripetute ne stimolano l’attività.
L’importanza della vita psico-affettiva sulla genesi e l’evoluzione della malattia ulcerosa fu proposta dalle osservazioni di Cushing, neurochirurgo, che aveva dimostrato la comparsa pressoché costante di ulcera gastrica o duodenale negli interventi chirurgici che avessero comunque coinvolto le regioni ipotalamiche.
Una vita di responsabilità, emozioni, inquietudini, apprensioni, ecc... è il peggior substrato per un paziente portatore di malattia ulcerosa gastrica o duodenale. Le vicissitudini psico-affettive di tale paziente condizionano l’andamento della sua malattia molto piú che singoli episodi, magari ad intensa carica affettiva.
Ovviamente, il paziente esposto a una vita ricca di stimoli stressanti deve piú degli altri sorvegliare la propria alimentazione, escludendo deroghe piú o meno indulgenti.
Malgrado ogni attenzione, tuttavia, l’evoluzione spontanea e soprattutto l’insulto emozionale possono imprimere svolte particolari nel decorso della malattia che, da silente o controllata, può assumere una fisionomia di attività intensa piú o meno complicata.
Quando, in Mussolini, dopo un ventennio di sindrome dispeptica che, in via retrospettiva, il sanguinamento iniziale (1925) consente di attribuire ad ulcera, improvvisamente compare ipotensione arteriosa, dimagramento, astenia e adinamia, non sono molte le ipotesi che si affacciano al giudizio clinico diagnostico: una ripresa evolutiva emorragica non massiva, una degenerazione neoplastica maligna, una associazione con altre malattie, neoplastiche o non, dello stesso o di altri apparati. Ecco perché la sintomatologia comparsa nel 1942-43 indusse i sanitari a cercare il sangue nelle feci, come indice di lesioni sanguinanti, ulcerative o non.
Evidentemente, si doveva cercare la presenza chimica e microscopica di sangue, poiché l’aspetto macroscopico delle feci non era quello tipico della melena: non quindi una emorragia massiva, ma un eventuale stillicidio di sangue, come raramente si osserva nell’ulcera sanguinante, mentre è regola riscontrare nelle parassitosi intestinali e nei tumori maligni ulcerati.
In effetti, l’esame parassitologico delle feci dimostrò la presenza incontestabile, in quanto affermata da ben quattro osservatori, di amebiasi. Ma una compromissione tanto marcata della cenestesi e dello stato generale, con progressivo dimagramento, mal si accordavano con il riscontro praticamente casuale di entameba istolitica, senza sintomatologia riferibile a localizzazione d’organo: non diarrea muco-sanguinolenta, non ascesso amebico del fegato, non anemia ipercromica, non stipsi ostinata, non eosinofili, ecc. L’ipotesi di un tumore dello stomaco o, subordinatamente, di altro segmento intestinale, si imponeva. E già allora si sapeva che dal 5 al 20 per cento delle ulcere gastriche, anche clinicamente guarite, subiscono una degenerazione cancerogena, mentre del tutto eccezionale è tale evenienza in caso di ulcera duodenale.
Mussolini aveva avuto in passato melena, tipica espressione di enterorragia indifferentemente gastrica o duodenale o anche piú distale, ma anche ematemesi, che invece è tanto piú probabile quanto piú prossimale è la fonte emorragica. Per tale considerazione, vana essendo stata la ricerca radiologica di ulcera, la probabilità clinica induceva sia alla diagnosi di ulcera sia a quella di localizzazione gastrica della stessa.
Questa ricostruzione medica (per la quale ringraziamo vivamente l’amico professor Luigi Cucci) trovò già allora conferma in una comunicazione telegrafica del rappresentante portoghese presso la Santa Sede al proprio ministero degli Esteri in data 2 febbraio 1943:
«Oggi mi si è presentata l’occasione di avere notizie sicure sulla malattia di Benito Mussolini. Infatti ho potuto parlare col professor Pozzi medico curante del Duce. Questi soffre di una gastroenterite di natura ulcerosa: la notizia secondo cui si tratterebbe di una malattia a carattere maligno non ha perciò fondamento. Non vi è nessun fenomeno allarmante ma il professore visita il Duce ogni mattina alle 9 e lo accompagna quando egli si allontana da Roma. Avendo io chiesto al professore se il malessere fisico del Capo del Governo era accresciuto dal pensiero della sua responsabilità e dalle preoccupazioni del Suo ufficio, ne ho ricevuto una inequivocabile conferma».
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Cfr. V. Mussolini, Mussolini e gli uomini nel suo tempo cit., p. 9. ↩
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Cfr. A. Pensotti, Rachele cit., p. 83. ↩
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Cfr. v. Mussolini, Vita con mio padre cit., pp. 152 sg., 156, 161. ↩
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ACS, Ambasciata Tedesca, b. 1, N. De Cesare a C. Petacci, 7 luglio 1942. ↩
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Cfr. A. Castellani, Tra microbi e re, Milano 1961, pp. 105 sg. e, per i precedenti rapporti del Castellani con Mussolini come suo medico dal 1925 in poi, pp. 9 sgg. ↩
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Cfr. R. Mussolini, La mia vita con Benito cit., p. 172; M. Petacci, Chi ama è perduto cit., pp. 17 sgg. (in esso, assai generico, non si fa cenno alcuno alla visita alla quale il padre delle Petacci dovette – stando alla citata lettera di De Cesare – sottoporre Mussolini in Libia, ma si parla di un’altra visita al «duce» in Italia in base alla quale il professor Petacci avrebbe escluso sia l’ulcera sia l’ameba e diagnosticato una «forma rara di depressione psichica, con pericolosi riflessi sulla organizzazione mentale», visita che però non viene datata neppure approssimativamente e, tutto sommato, potrebbe essere frutto di un errore di memoria e di una contaminatio di notizie apprese in famiglia e allora circolanti negli ambienti vicini al «duce»). ↩
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Cfr. G. Bottai, Diario, cit., p. 278. ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario, cit., p. 651. ↩
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Salvo indicazioni in contrario le notizie sono tratte dal citato fascicolo sulla «Malattia del Duce» della Segreteria particolare, ovvero da R. Mussolini, La mia vita con Benito cit., pp. 172 sgg., sub datae; A. Pozzi, Come li ho visti io cit., pp. 114 sgg.; G. Ciano, Diario cit., pp. 653 (4 ottobre), 656 (13 ottobre), 687 (8 e 9 gennaio 1943). ↩
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Cfr. E. Ortona, Diario sul Governo della Dalmazia cit., p. 1390 (8 novembre 1942). ↩
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L’11 novembre, quando lo andò a visitare per la prima volta il professor Pozzi fu subito colpito dal suo aspetto fisico. «Non piú la faccia piena dall’angolosa mascella sotto la quale scompariva il collo tozzo, non piú il largo torace, il tutto espressione della sua costituzione brachitipa, ma una faccia pallida, dalle gote smunte, la pelle avvizzita, il collo scarno... Dallo stato della sua muscolatura potei rendermi conto di quanto egli fosse realmente deperito» (A. Pozzi, Come li ho visti io cit., p. 116). ↩
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Negli stessi giorni l’entourage di palazzo Venezia e ancor piú Buffarini-Guidi si affannavano a far circolare le notizie piú rassicuranti. Per Buffarini cfr. in ADSS, VII, pp. 81, 95 e 101 le sue dichiarazioni al nunzio monsignor Borgongini Duca. ↩
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«Il Duce fisicamente è apparso molto dimagrito, ma non per questo meno vigoroso e talvolta piú irruente del solito» annotava G. Ciano, Diario cit., p. 673 (2 dicembre 1942). ↩
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Ibid., p. 677 (16 dicembre 1942): «Come prevedevo il Duce non se la sente ancora di affrontare un cosí lungo viaggio né vuole interrompere una cura elettrica che sembra fargli un gran bene». Negli stessi giorni G. Bottai, Diario cit., p. 345 (15 dicembre 1942), trovava Mussolini «sciupatissimo», col viso «livido e incavato». ↩
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G. Ciano, Diario cit., pp. 686 e 687: «Lo trovo stanco. Edda dice che i dolori allo stomaco si sono accentuati, anche se ingerisce soltanto alimenti liquidi» (5 gennaio); «Rivedo il Duce dopo tre giorni e lo trovo ancora piú giú fisicamente. Sembra che anche Frugoni, in questi ultimi giorni, abbia espresso le sue preoccupazioni» (8 gennaio); «Vittorio mi parla della salute del Duce. In questi ultimi giorni si è prodotta una nuova crisi di dolori gastrici, il che è grave perché rende minima e insufficiente l’alimentazione» (9 gennaio). ↩
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La lettera non risulta tra quelle conservate in originale o in copia nel fascicolo «Malattia del Duce» della Segreteria particolare. A meno che R. Mussolini, La mia vita con Benito cit., p. 176, non abbia volutamente drammatizzato la situazione, quanto G. Ciano, Diario cit., p. 689, riferisce, alla data del 16 gennaio, a proposito di un colloquio di Edda con Frugoni («nonostante il prolungarsi dei disturbi, Frugoni ha detto che ci sono tutte le ragioni per mantenere le buone previsioni già fatte»), fa pensare che questi si sia limitato a prospettare alla sola Rachele il proprio nuovo orientamento. ↩
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In un primo tempo l’ispezione era stata prevista in Puglia e in Calabria dal 18 al 21 maggio; se lo stato fisico del «duce» l’avesse consentito, si sarebbe estesa anche alla Sicilia (cfr. NAW, Collection of italian military records, I.T., 1141, «Comando Supremo - Atti protocollo segreto», Ambrosio al principe di Piemonte, comandante il Gruppo Armata Sud, 16 maggio 1943). Una ricaduta aveva però fatto accantonare il progetto, che, ripreso un mese dopo circa, fu definitivamente abbandonato per l’opposizione dei medici curanti, di Ambrosio e di De Cesare. Della progettata ispezione Mussolini fece cenno durante il viaggio da Gaeta a Ponza, dopo il suo arresto, all’ammiraglio Maugeri. Cfr. F. Maugeri, Mussolini mi ha detto, Roma 1944, pp. 27 sg. ↩
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Se si dà credito a N. D’Aroma, Mussolini segreto cit., pp. 268 sgg., le cose sarebbero arrivate al punto che nell’aprile 1943 qualcuno (e si fece il nome di Ciano) si sarebbe adoperato perché «Il piccolo», allora diretto dallo stesso D’Aroma, pubblicasse un servizio sulla relazione di re Carol di Romania con la Lupescu che inevitabilmente avrebbe richiamato alla memoria dei lettori quella di Mussolini con la Petacci. ↩
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L. Pietromarchi, Diario cit., 14 marzo 1943, in Archivio Pietromarchi. ↩