Capitolo VI
1089–1090

Capitolo sesto: Il 25 luglio: crollo del regime e fine politica di Mussolini

Numerose annotazioni di contemporanei, fatte poi proprie dalla storiografia, ci hanno abituati, come abbiamo già accennato in un precedente capitolo, all’immagine di un Mussolini prostrato e reso incapace di vere reazioni e di autonome decisioni dalla vittoriosa controffensiva sferrata il 23 ottobre 1942 dall’VIII armata britannica che – sfondate il 4 novembre le linee italo-tedesche – avrebbe raggiunto e occupato in tre mesi Tripoli, e dallo sbarco anglo-americano dell’8-12 novembre in Marocco e in Algeria e dalla conseguente prospettiva di un investimento su tempi relativamente brevi dello stesso territorio nazionale da parte del nemico. Al solito, in questa immagine vi è indubbiamente una parte di vero, assai minore però di quanto si crede. Da qui la necessità di spingere il discorso piú in profondità, cercare di capire meglio le cause, i limiti, le conseguenze di questo «stato di prostrazione», le motivazioni e il contesto – morale e politico – dell’atteggiamento psicologico e del comportamento di Mussolini dagli ultimi mesi del 1942 in poi.

Che le vicende militari della prima metà del novembre 1942 abbiano costituito un durissimo colpo per il «duce» è fuori dubbio. Lo stesso Mussolini lo conferma indirettamente nei Pensieri pontini e sardi allorché annota che «fin dal 23 ottobre 1942 la fortuna mi aveva voltato decisamente le spalle»1. Meno pacifico è che si possa parlare di uno stato di prostrazione che giungeva sino a renderlo incapace di vere reazioni e di autonome decisioni (il che, ovviamente, non vuol dire negare che ciò in certi momenti si verificasse e che lo stato d’animo di Mussolini fosse, piú che in passato, soggetto ad alti e bassi, a momenti di scoramento e di disperazione e a momenti di irrazionale ottimismo, anche se talvolta questi ultimi piú che reali erano ostentati, volti a tentare di sostenere il morale di coloro con i quali parlava o frutto della sua interiore polemica con essi) e considerare le vicende militari del novembre 1942 una sorta di fulmine a ciel sereno o quasi con cui sarebbe possibile spiegare la sua «passività». E ciò perché questa «passività» è in gran parte da dimostrare e, comunque, da ricostruire ed analizzare nelle sue manifestazioni con maggiore precisione e aderenza al vero di quanto emerga dalle testimonianze piú o meno coeve (in parte interessate o condizionate da una critica radicale del suo comportamento politico, in parte fondate su elementi esterni) e tenendo nel dovuto conto alcuni fattori – come quello dello stato di salute di Mussolini e del suo andamento – ai quali non è stato dato sovente il peso che meritano.

1090–1091

Lo sfondamento della linea difensiva italo-tedesca di fronte ad El Alamein fu per Mussolini un colpo gravissimo, sia perché pose fine alle sue speranze in una ripresa dell’offensiva verso oriente allorché i tedeschi, concluse le operazioni «estive» in Russia, avrebbero potuto trasferire in Africa le truppe e gli aerei necessari, sia perché egli si rendeva bene conto della assoluta necessità, per bloccare l’avanzata nemica, di rifornire adeguatamente e di rafforzare l’armata italo-tedesca e di assicurarsi a questo scopo il controllo almeno del Mediterraneo centrale, due cose in quel momento difficilissime da realizzare. Sarebbe però sbagliato pensare che la controffensiva inglese lo cogliesse di sorpresa. Sia Rommel (che al momento dell’attacco stava trascorrendo un periodo di riposo e di cure in Germania da dove rientrò però subito) sia Cavallero se l’attendevano da fine settembre. E Mussolini (grazie anche alle informazioni fornitegli dal Sim) condivideva questa convinzione e, in un certo senso, era anche piú drastico di loro. Il diario di Cavallero è a questo proposito chiaro: Mussolini si attendeva un attacco a breve scadenza «su tutto il fronte, anzi in tutto lo scacchiere mediterraneo». In Egitto certamente (dove pensava che sarebbe verosimilmente venuto da sud, da Cufra e dal Sahara), nell’Egeo probabilmente e successivamente forse anche in occidente, in Tunisia. Sicché per lui «il problema [era], dunque quello di rinforzare tutto lo schieramento mediterraneo»2. Dove il «duce» sbagliava era nel pensare che l’attacco, pur prevedibile a breve scadenza, non sarebbe stato sferrato cosí presto e soprattutto, prima, nel fidarsi di quanto, il 24 settembre alla Rocca delle Caminate, gli aveva detto Rommel e cioè che, se gli inglesi fossero passati all’offensiva (cosa alla quale il maresciallo in quel momento diceva di non credere), «lo schieramento [italo-tedesco] potrebbe svolgere una sufficiente difensiva manovrata con contrattacchi ad obiettivi limitati» e, dunque respingerla3, poi, nel sottovalutare le possibilità e la capacità degli inglesi e degli americani di fare affluire in poche settimane in Egitto rifornimenti, uomini e mezzi tali da rendere l’VIII armata un potentissimo strumento bellico.

1091–1092

E non si può neppure dire che Mussolini fu colto veramente di sorpresa dallo sbarco alleato nel Nord Africa francese.

A quanto è dato sapere, i tedeschi avevano avuto (a Helsinki) in settembre alcune notizie sui propositi anglo-americani, ma – considerando impossibile uno sbarco in forze in inverno (a meno che non fosse limitato alla costa atlantica) – avevano dato loro poco credito o avevano ritenuto che lo sbarco sarebbe stato tentato nel corso del nuovo anno, sicché, nonostante Hitler fosse per un pronto intervento, l’OKW, sempre piú preoccupata di non disperdere le forze a sua disposizione, aveva finito per prendere tempo e rinviare ogni decisione operativa. E ciò nonostante che le notizie raccolte da parte italiana (soprattutto attraverso il SIM e la legazione a Lisbona) fossero piú circostanziate, facessero ritenere che a Dakar e a Casablanca lo sbarco avrebbe avuto luogo tra la metà di ottobre e quella di novembre4 e offrissero un compiuto quadro d’insieme dei propositi e della strategia anglo-americana, che convalidava l’attendibilità delle notizie raccolte e, soprattutto, delineava un futuro immediato assai grave per l’Asse – e l’Italia in particolare – nel Mediterraneo e per l’esito definitivo per essa del conflitto.

Di tutto ciò Mussolini era al corrente e ben consapevole. Quando la flotta anglo-americana entrò nel Mediterraneo valutò la situazione meglio di Hitler, dell’OKW e di Göring. Mentre questi, infatti, coerentemente alla loro ottica essenzialmente militare e continentale, ritennero sino all’ultimo piú probabile uno sbarco in Sardegna o addirittura in Corsica allo scopo di stabilirvi basi dalle quali far decollare i bombardieri alleati per attaccare anche da sud la Germania, il «duce», pur non escludendo del tutto uno sbarco anche in Corsica (che avrebbe aperto alla minaccia nemica tutto il litorale tirrenico), immediatamente si disse sicuro che l’obiettivo dell’operazione fosse il Nord Africa francese5. Da buon politico, capí infatti subito che il suo scopo non poteva essere solo quello di appoggiare l’offensiva dell’VIII armata e di espellere totalmente l’Asse dall’Africa e tanto meno quello di assicurarsi basi aeree il piú possibile a nord dalle quali bombardare la Germania, ma quello – piú politico che militare, date le ripercussioni che avrebbe avuto sia sull’opinione pubblica mondiale sia sui governi degli altri paesi alleati della Germania e neutrali (e innanzi tutto su quello turco6) – di portare un colpo mortale al partner piú debole dell’Asse, l’Italia, e di eliminarlo dal conflitto7. Capí, insomma, che lo sbarco e la conquista del Nord Africa non erano che l’inizio dell’attacco all’Italia e che, dunque, potevano costituire il principio della fine sua e del suo regime.

1092–1094

Per scongiurare ciò Mussolini non solo si impegnò a fondo, ma era disposto a tutto, pronto a far tacere anche i sentimenti e i risentimenti in lui piú vivi, a cominciare da quelli contro i tedeschi e contro i francesi. A proposito di questi, basti dire che l’8 novembre, mentre avevano luogo i primi sbarchi in Marocco e in Algeria, nel corso di una riunione con Cavallero e von Rintelen arrivò ad affermare che, se i francesi si fossero decisamente opposti agli anglo-americani, era «pronto a fare un’alleanza con la Francia»8 e poco dopo, a Ciano che si accingeva a partire per Monaco per partecipare ai colloqui tra Hitler e Laval per chiarire una volta per tutte la posizione francese (colloqui dai quali sarebbe scaturita la decisione di occupare tutto il territorio francese e la Tunisia)9, che se la Francia fosse stata disposta «a dare una collaborazione leale» avrebbe avuto dall’Italia «ogni possibile aiuto»10.

Quanto Mussolini credesse alla possibilità di tenere la testa di ponte africana non sappiamo. La sua decisione di difenderla ad oltranza, impegnando nella sua difesa una parte non insignificante delle poche forze ancora disponibili, è però indubbia e non può meravigliare. A parte le considerazioni di politica interna, per lui – non diversamente che per Hitler, che pure si impegnò in Tunisia piú di quanto si fosse mai impegnato in precedenza in qualsiasi altra operazione oltremare – ogni giorno di resistenza nel ridotto africano significava infatti un rinvio del momento in cui gli Alleati avrebbero portato il loro attacco al territorio nazionale italiano (cosí come per Hitler significava rinviare l’apertura del secondo fronte, ché, infatti, la resistenza in Tunisia fece slittare l’attacco alla Francia di un anno11). E questa era la cosa che in quel momento a Mussolini piú premeva: ogni giorno di guerra in Africa era per lui un giorno guadagnato («se non guadagnamo tempo la partita è persa» disse il 12 novembre a von Rintelen12) per tentare un estremo sforzo per mobilitare tutte le energie economiche in funzione della produzione bellica13, per apprestare la difesa del paese e, soprattutto, per cercare di indurre Hitler a rivedere la sua strategia di guerra e, possibilmente, a giungere ad un accordo con Stalin, che, ponendo fine al conflitto all’est, permettesse di trasferire nel Mediterraneo il peso militare della Germania. Né in quel momento e ancora per alcuni mesi a credere nella necessità di resistere ad oltranza in Africa e, piú in generale, di durare perché tutto non era ancora irrimediabilmente perduto era solo Mussolini. Anche scontando la particolarità dell’occasione e la sostanziale modestia dell’uomo, non è privo di significato che anche il generale Ambrosio, il 1º febbraio 1943, assumendo la carica di capo di stato maggiore generale, parlasse ai suoi ufficiali della necessità di durare («la vittoria è sempre all’orizzonte... è solo questione di durare») e ancor piú che della stessa opinione fosse, secondo lo stesso Ambrosio, il re14.

1094–1096

In questa logica, mentre Mussolini e Cavallero da un lato procedettero subito all’occupazione della Tunisia, da un altro cercarono di adoperarsi per contenere il piú a lungo possibile l’avanzata verso occidente dell’VIII armata, cosí da avere il tempo di apprestare la difesa della Tripolitania, fare di essa e della Tunisia un unico ridotto difensivo e spingersi verso occidente per attestarsi sulle posizioni piú adatte a fronteggiare le forze nemiche provenienti dall’Algeria e ad assicurare la difesa dei porti e degli aeroporti tunisini che, per la loro vicinanza alla Sicilia, costituivano, ancor piú di quelli tripolini, la chiave di volta di tutto il sistema difensivo in via di apprestamento. In quest’ottica il 10 novembre Rommel fu sollecitato a provvedere ad una «resistenza abbastanza prolungata sulle posizioni Sollum-Halfaya» e una settimana dopo gli fu ordinato di difendere ad ogni costo El Agheila, «il collo della bottiglia» da cui si entrava in Tripolitania da est e, quindi, l’unica posizione che potesse consentire una resistenza prolungata, espugnata la quale la difesa della Tripolitania non sarebbe piú stata possibile e le forze italo-tedesche avrebbero dovuto attestarsi prima o poi sulla linea degli sciott tunisini e, dunque, in quella che Cavallero definiva senza mezzi termini «la cittadella della capitolazione»15. Contemporaneamente l’OKW disponeva l’invio in Africa di tre divisioni, una corazzata, una semicorazzata e una motorizzata e di alcuni reparti non indivisionati. Da parte italiana venivano inviate a sostegno dell’armata di Rommel la divisione «Spezia», parte della «Centauro» e reparti minori16.

Il nodo di tutto era però costituito dalla difficoltà di trasferire in Tripolitania e in Tunisia i rinforzi (nei giorni che seguirono la decisione di occupare la Tunisia dalla Germania essi affluirono al ritmo di dieci treni al giorno) e i rifornimenti, in particolare quelli di carburante, essenziali per permettere a Rommel di tenere il campo: in parte per l’insufficiente capacità di scarico del porto di Tripoli, sensibilmente ridotta rispetto al passato per la scarsezza di mano d’opera e soprattutto di attrezzature, che nei mesi precedenti, su richiesta dei tedeschi, erano state trasferite a Bengasi, Tobruk e nei porti ed ancoraggi egiziani; in parte a causa dell’attività dei sommergibili e dell’aviazione nemici, assai intensa e favorita dalla lunghezza dei tempi di scarico e dalla scarsa protezione navale17, aerea e antiaerea che da parte italiana si era in grado di assicurare e che era aggravata dal fatto che gli Alleati disponevano ora degli aeroporti della Cirenaica e avevano potuto rimettere in efficienza la base di Malta18. Da qui le continue e sempre piú pressanti richieste italiane ai tedeschi di aumentare le forniture di nafta e di combustibili e di trasferire nel Mediterraneo un congruo contingente aereo in grado di assicurare la protezione dei trasporti con l’Africa settentrionale e intervenire adeguatamente nei combattimenti.

1096–1097

Già il 27 ottobre Cavallero, a nome di Mussolini, aveva fatto presente a Kesselring che il pericolo aereo nemico stava diventando sempre piú grave e che vi era «assoluto bisogno» di maggiori forze aeree19. Dopo lo sbarco anglo-americano e la decisione di non rinunciare alla lotta oltremare le richieste di rifornimenti e di mezzi per l’Esercito, l’Aeronautica e la Marina per colmare i vuoti provocati dagli invii in Africa e rafforzare le difese costiere in Italia, in Grecia e nell’Egeo in vista di nuove azioni nemiche si fecero sempre piú pressanti. Il 19 novembre Mussolini si rivolse personalmente a Hitler. Riferendosi alla necessità di tenere, per difendere la Tripolitania, la linea El Agheila – Marada e ai danni provocati dai bombardamenti sulle città italiane, gli chiese l’invio di cannoni di medio calibro «che possano distruggere i carri pesanti americani», «uno schieramento di aviazione almeno uguale» a quello messo in campo dagli Alleati in Africa e «un potente rinforzo di batterie antiaeree»20. I risultati di questi passi, cosí come dei successivi21, furono però assai modesti e ancor piú quelli relativi alle richieste di materie prime (il 27 gennaio 1943, nel corso di una riunione per il potenziamento delle forze armate, Cavallero avrebbe affermato senza mezzi termini che da ottobre in poi «non vi è stato miglioramento, anzi vi è stato peggioramento»22) e ciò nonostante, in teoria, l’Italia vantasse un forte credito nei confronti della Germania23.

1097–1099

Sino allo sbarco in Sicilia la linea di condotta dei tedeschi fu caratterizzata da una grande «comprensione» e da generiche assicurazioni che però si traducevano in un atteggiamento contraddistinto, per un verso, da una chiara volontà di ridurre al minimo possibile le forniture di armamenti e ancor piú di materie prime e da una costante resistenza, per non dire opposizione, alle richieste dell’Italia di ridurre la propria presenza militare in Jugoslavia e in Grecia e di non inviare nuove truppe in Russia in modo da disporre di maggiori forze per la difesa del territorio nazionale24, per un altro verso, da un’altrettanto chiara preferenza a provvedere agli aiuti indispensabili non con forniture di mezzi e di materie prime, ma con l’invio di propri reparti da combattimento. A determinare questa linea di condotta – lo si è già accennato – concorreva tutta una serie di motivi, oggettivi e psicologici, politici e militari, nonché la speranza che, pur di ottenere maggiori aiuti, Roma rinunciasse a ritirare i lavoratori italiani dalla Germania e, addirittura, accedesse alla richiesta di Berlino di inviarne altri25.

1100–1101

È un fatto che la Germania – impegnata com’era nella guerra all’est, davanti alla quale tutto passava in seconda linea – si trovasse in difficoltà a far fronte alle richieste italiane, cosí come è un fatto che la decisione di difendere ad oltranza le ultime posizioni in Africa e di rafforzare in qualche misura gli apprestamenti difensivi italiani in vista di un possibile attacco alleato (che i piú dei responsabili militari tedeschi ritenevano che sarebbe stato portato, piú che contro la penisola e la Sicilia, contro la Sardegna, la Corsica e soprattutto l’Egeo e la Grecia26) si collocava per l’OKW in una prospettiva nella quale lo scacchiere mediterraneo era considerato secondario, di gran lunga, almeno per il momento, meno importante – checché dicesse Mussolini – di quello orientale e, rispetto anche all’apertura di un possibile «secondo fronte» in Francia, e, da gestire quindi con criteri essenzialmente difensivi e limitati in pratica al mantenimento delle posizioni militari e politiche acquisite e, possibilmente, di quelle africane residue. Ovvero, detto in altri termini, dando agli aiuti concessi all’Italia il solo scopo (e, quindi, la misura) di tamponare le falle piú gravi delle difese italiane, cosí da evitare che l’alleato e lo stesso regime mussoliniano fossero travolti da un eventuale attacco in forze nemico e questo lasciasse la Germania scoperta nel Mediterraneo e, dunque, nella condizione di dovervi impegnare forze maggiori di quelle che già assorbiva e che era disposta ad inviarvi per aiutare l’alleato. Dire questo non è però sufficiente. Per comprendere veramente l’atteggiamento di Berlino e in particolare l’estrema ritrosia dei tedeschi a dar corso alle richieste italiane di mezzi e di materie prime, il loro sistematico tirar le cose per le lunghe per poi accettare di soddisfarle solo in parte e, assai spesso, non farlo che in misura inferiore – talvolta molto inferiore – di quella teoricamente accettata27, e la loro netta preferenza ad inviare, invece, proprie truppe, non solo in Africa (dove la cosa poteva essere giustificata dalla necessità di interventi tempestivi) ma anche in Italia, si devono infatti tener presenti anche altri motivi che, oltretutto, rendono bene il difficile punto al quale già a quest’epoca erano arrivati i rapporti reali tra i due principali partners dell’Asse.

1101–1102

Tra questi motivi uno era la sfiducia sempre piú radicale e diffusa nei confronti degli italiani e nelle loro capacità di utilizzare prontamente e razionalmente le materie prime e i mezzi che chiedevano e, piú in generale, di provvedere ad un serio adeguamento della produzione – anche a costo di un drastico giro di vite a quella ad uso civile (tra le cose che piú meravigliavano ed indignavano i tedeschi erano il livello di vita, la disponibilità e i consumi di generi alimentari e non solo alimentari degli italiani) – alle esigenze belliche. A questa sfiducia si aggiungeva quella nelle forze armate italiane e nei loro capi. Già viva ed operante quando a reggere il Comando supremo era Cavallero, che pure godeva presso i tedeschi di una notevole stima come tecnico militare e come amico della Germania, essa sarebbe diventata molto piú forte quando a Cavallero successe Ambrosio che, rispetto al suo predecessore, era, come capo militare, di una statura di gran lunga inferiore, scialbo e assai meno dinamico (una sorta di burocrate che, al contrario di Cavallero e di Kesselring, difficilmente si muoveva da Roma, sicché disponeva soprattutto di notizie di seconda mano e non di rado tardive e imprecise, tanto da venirsi talvolta a trovare in difficoltà con Kesselring che disponeva di informazioni tempestive e precise e che si recava in continuazione in Africa e in giro per l’Italia per rendersi conto de visu della situazione), sempre piú sfiduciato e intimamente proiettato verso una soluzione «politica» della partecipazione italiana al conflitto e, dunque, piú disposto ad avallare gli argomenti che venivano addotti – soprattutto dalla Marina – per risparmiare il piú possibile le residue forze italiane che a prendere effettivamente in considerazione quelli dei tedeschi, tanto da avere con essi alcuni gravi scontri; in qualche caso pienamente giustificati (come a proposito della politica tedesca in Jugoslavia e dell’impegno che l’OKW e lo stesso Hitler pretendevano dall’Italia in quello scacchiere) in occasione dei quali ebbe l’appoggio anche di Mussolini, in altri meno giustificati sia in considerazione delle necessità militari del momento, sia, piú in genere, se si tiene conto che l’Italia era alleata della Germania e che, volente o nolente, Ambrosio doveva muoversi in questa logica e ancor piú doveva farlo non avendo, per il momento, alternative reali, sicché i suoi tentennamenti e le sue resistenze non avevano altro risultato che quello di irritare i tedeschi, accrescere la loro sfiducia e diffidenza nei confronti degli italiani e mettere in difficoltà Mussolini, rendendogli piú difficile psicologicamente e politicamente cercare di impostare un serio discorso politico con Hitler; con l’aggravante che quando gli veniva meno l’appoggio del «duce» doveva inevitabilmente finire per cedere agli argomenti e alle richieste dei tedeschi; una cosa questa che, per un verso, faceva crescere la loro disistima e diffidenza verso di lui e verso i piú dei capi militari italiani e con esse l’idea che Mussolini fosse attorniato quasi solo da incapaci, da pavidi e da traditori piú o meno in potenza e, per un altro verso, rafforzava la loro convinzione che l’unico modo per tenere il fronte mediterraneo e non correre rischi di brutte sorprese da parte italiana fosse prendere il piú possibile nelle proprie mani la direzione di esso ed esservi presenti con proprie truppe. E ciò tanto piú che questa presenza costituiva una garanzia anche sotto il profilo politico: rafforzava il potere – ma anche la dipendenza dalla Germania – di Mussolini e, se le cose fossero volte al peggio, avrebbe permesso loro di intervenire tempestivamente e di scongiurare il pericolo che un cedimento dell’Italia lasciasse improvvisamente scoperto l’intero lato mediterraneo della «fortezza europea». Ma su ciò torneremo piú ampiamente nelle prossime pagine.

1102–1103

Negli incontri che Hitler ebbe presso il suo quartier generale nella Prussia orientale il 18-20 dicembre 1942 con Ciano e Cavallero per fare il punto sull’andamento della guerra e, in particolare, sulla situazione nel Mediterraneo28 il Führer insistette molto su due punti: che non si dovesse «assolutamente abbandonare l’Africa del Nord», per la difesa della quale si disse pronto ad impegnare alcune delle «migliori divisioni» tedesche disponibili, e che il nodo decisivo della difesa – cosí come di tutta la guerra («tutta questa guerra è in ultima sintesi un problema di trasporti») – era costituito dal problema dei trasporti, dall’assoluta necessità di assicurare il traffico aereo e soprattutto marittimo tra la Sicilia e la Tunisia. Se lo si fosse risolto positivamente

1103–1104

daremo al Nord Africa francese le nostre migliori divisioni e in questo caso Algeri sarà perduta e noi arriveremo a Melil. Ciò costringerà la Spagna a mutare il proprio atteggiamento. Se il problema dei trasporti non è risolto, niente da fare. Ma se invece riusciamo a risolverlo, l’Inghilterra sarà obbligata a continuare a far fare ai suoi trasporti il giro per Città del Capo a grave scapito del suo tonnellaggio, mentre noi aumenteremo sempre di piú la lotta dei sommergibili.

«Mantenersi in Africa» era dunque «vitale per la continuazione della guerra»:

Rinchiudersi nella fortezza dell’Europa non porterebbe a vincere la guerra, mentre continuare le operazioni in Nord Africa significa costringere il nemico a rischiare il suo tonnellaggio, a diminuire il rendimento per i maggiori percorsi che gli si impone di compiere: insomma si ottiene il risultato di debilitare i suoi nervi vitali, minandone la capacità di resistenza... Ogni tonnellata che noi affondiamo al nemico o che distogliamo dai normali suoi rifornimenti ha una grande importanza ai fini della nostra vittoria. Perciò non dobbiamo assolutamente abbandonare l’Africa del Nord. Si tratta solo di un problema di trasporti: ma questo ha importanza decisiva per la condotta della guerra.

In questa ottica si capisce bene come nel corso delle riunioni tecniche svoltesi a latere di quelle politiche tra Cavallero, i suoi collaboratori e i capi militari tedeschi, il problema maggiormente trattato e al quale l’OKW si mostrò piú interessato fu appunto quello delle comunicazioni e dei trasporti, soprattutto marittimi, con l’Africa settentrionale, della loro protezione e dell’impegno a fondo, senza risparmio di uomini e di mezzi, che esso doveva comportare per la Marina italiana: tenere la testa di ponte africana e impedire al nemico il transito attraverso il Mediterraneo era un impegno per tutti, ma innanzi tutto per la Marina italiana, a proposito della quale Keitel arrivò a dire a Cavallero che «la decisione della guerra» dipendeva da essa. E si capisce anche bene come – pur non mancando, specie dopo la sostituzione di Cavallero con Ambrosio, altri motivi di frizione e di polemica (per brevità ricordiamo solo quelli suscitati dalle continue e non di rado discordanti richieste italiane di aiuti, che, come Kesselring rinfacciò ad Ambrosio il 18 aprile, erano tali da ammazzare «anche l’uomo piú forte», non rispondevano a criteri di gradualità e prescindevano da qualsiasi considerazione delle «esigenze enormi» che il fronte russo imponeva alla Germania29, quelli determinati dal diverso modo di affrontare la situazione in Jugoslavia e quelli provocati dalla crescente ostilità popolare nei confronti dei militari tedeschi e da alcuni piccoli ma significativi incidenti tra appartenenti ai due eserciti) – nelle settimane e nei mesi successivi, e, in particolare, quando l’andamento della lotta in Tunisia si fece, in aprile-maggio, piú drammatico, il punto di maggior contrasto (o, se si preferisce, quello attorno al quale piú si manifestò il contrasto) tra Kesselring e il Comando supremo italiano divenne sempre piú quello dell’impegno in essa della Marina.

1104–1105

Su questo punto, assai delicato, è bene cercare di essere il piú possibile chiari. Al comportamento della Marina sono state infatti mosse in questo dopoguerra e ancora vengono talvolta mosse accuse del tutto ingiustificate o comunque troppo radicali e generalizzanti, fondate non di rado sulla ignoranza di fatti divenuti di dominio pubblico solo molti anni dopo la conclusione del conflitto: tipico in questo senso l’apporto dato al successo delle operazioni aeronavali inglesi dal sistema informativo Ultra30; un apporto che, una volta conosciuto, è stato per altro eccessivamente sopravvalutato e addirittura artificiosamente gonfiato da chi ha voluto «assolvere» grazie ad esso la Marina da ogni responsabilità e negare alla radice qualsiasi accusa di infiltrazioni spionistiche e di tradimento. E in qualche caso fondate, addirittura, su un’arbitraria e scandalistica ipervalutazione di singoli episodi ai quali è ben difficile attribuire un significato politico o ideologico, trattandosi chiaramente di iniziative individuali di persone del tutto digiune di conoscenze di cose e di meccanismi militari o che speravano solo di trarre qualche utile economico dalla dabbenaggine dei servizi segreti inglesi con i quali erano entrate in contatto. Tipica in questo secondo senso è la vicenda delle trattative, via Stoccolma, nei primi mesi del 1941 per la... vendita (sulla base di un preciso listino prezzi...) all’ammiragliato britannico di un certo numero di navi della flotta italiana (ovvero il loro sabotaggio... a metà prezzo); trattativa dietro la quale si affermava fossero «una ventina di alti ufficiali, desiderosi di strappare la Regia Marina dall’influenza dei regimi fascista e tedesco», ma che, col suo sano buon senso e la sua conoscenza diretta di cosa fosse una grande marina, Churchill definí subito «fuori della realtà»31. Rifiutare e respingere questo tipo di accuse è il minimo che si possa fare. Ciò non può per altro voler dire negare a priori che anche nelle file della Marina si siano verificati casi di tradimento (come, del resto, in tutte le marine) e, cosa ben piú importante, che il comportamento della Marina, specie nei suoi gradi piú elevati – ché per gli ufficiali di grado inferiore e per gli equipaggi e in particolare per quelli del naviglio minore il discorso deve essere tutto diverso32 –, sia stato tale da preservarla da qualsiasi critica. Storicamente ciò che importa è infatti capire le ragioni di tale comportamento, quanto esso fu determinato da considerazioni d’ordine politico e ideologico, quanto invece da limiti oggettivi e deficienze culturali e morali soprattutto degli alti gradi. Solo cosí, per limitarci solo alla questione del contrasto tra Kesselring e il Comando supremo nell’aprile-maggio 1943 sull’impegno della Marina nella lotta per il mantenimento della testa di ponte tunisina, è possibile valutarne l’effettiva incidenza sui rapporti italo-tedeschi e capire l’atteggiamento che di fronte ad esso assunse Mussolini.

1105–1107

Nel prosieguo del capitolo ci soffermeremo ampiamente sulla parte che l’Esercito e in particolare il Comando supremo ebbero nelle vicende che portarono al 25 luglio. Per ora basta dire che, allo stato della documentazione, non risulta che in esse i vertici della Marina abbiano avuto un proprio ruolo e tutto fa pensare che ne furono tenuti scientemente all’oscuro sino all’ultimo33, probabilmente per i non buoni rapporti che vi erano tra essi e Ambrosio che nei mesi precedenti non aveva condiviso la loro contrarietà ad impegnare in battaglia la flotta34. Ciò – sia ben chiaro – non vuol dire che l’atteggiamento della Marina e in particolare dei suoi vertici fosse sostanzialmente diverso da quello dell’Esercito e che anche nella Marina non vi fossero molti che ritenevano ormai improcrastinabile l’uscita dell’Italia dal conflitto. Ché, anzi, il malessere nella Marina era piú diffuso e, specie nei gradi piú elevati, si era andato traducendo prima che nell’Esercito in una via via sempre maggiore consapevolezza che l’Italia aveva perso la partita sul mare e con essa la guerra35. Per non dire poi del fatto che nella Marina l’ostilità verso i tedeschi era anche piú viva che nell’Esercito, sia perché le possibilità per il crearsi di un vero cameratismo di guerra erano pressoché mancate o erano state frenate dal prevalere di modelli culturali piú influenzati da quelli inglesi che da quelli tedeschi, sia soprattutto perché ai motivi di ostilità che aveva in comune con l’Esercito essa aggiungeva quello di sapersi nel mirino dei tedeschi, che in varie occasioni non avevano fatto mistero di ritenere che in essa si annidassero elementi in rapporto col nemico che informavano dei movimenti delle navi e che erano quindi all’origine di molti affondamenti che avevano privato le forze dell’Asse in Africa di preziosi rifornimenti e determinato la loro sconfitta36.

1107–1109

Secondo von Rintelen37, già alla fine del 1941 la Marina avrebbe avanzato la proposta – bocciata però dal Comando supremo – di rinunciare al teatro di guerra africano «prima che l’intera flotta mercantile giacesse in fondo al mare». L’affermazione non trova conferma ed è poco credibile, ma assai indicativa dello stato d’animo dei tedeschi nei confronti della Marina. Allo stato della documentazione, si può forse ipotizzare che essa sia il frutto di un’amplificazione e di una razionalizzazione a posteriori sulla base anche di fatti successivi di quanto detto il 4 e il 24 gennaio 1942 dagli ammiragli Riccardi e Sansonetti in due riunioni (alle quali parteciparono von Rintelen e l’ammiraglio Weichold) presso il Comando supremo e cioè che, costituendo le basi inglesi in Cirenaica una maggiore minaccia per le comunicazioni con la Libia di quelle maltesi, la Marina riteneva opportuno utilizzare per esse solo la rotta di ponente ed abbandonare quella di levante38. Certo è invece che già a fine novembre la Marina cominciò a mettere le mani avanti. In un promemoria a Cavallero, Riccardi, pur assicurando che essa si sarebbe prodigata come in passato «oltre ogni limite» per permettere l’afflusso dei rifornimenti, faceva infatti presente che le sue possibilità diminuivano però «continuamente e con un ritmo tale da far prevedere che tra poco potranno divenire inadeguate a qualsiasi compito» e concludeva affermando che se l’Asse non avesse riacquistato la prevalenza aerea «d’ora innanzi non sarà possibile assicurare il minimo indispensabile rifornimento agli eserciti d’Africa»39. Messasi su questa strada, pochi giorni dopo, il 4 dicembre, la Marina sostenne l’impossibilità di «far partire convogli per la Tripolitania» e persino di «far assegnamento sul traffico costiero» e cominciò a sollevare difficoltà sia ad un eventuale impiego della squadra (adducendo la scarsezza di nafta, che in caso di impiego delle corazzate e degli incrociatori maggiori avrebbe portato alla sospensione del traffico40) sia alla richiesta di impiegare i cacciatorpediniere per il trasporto almeno dei carburanti e delle munizioni41. Una soluzione, questa, che di lí a poco – quando si pose anche e soprattutto per le comunicazioni con la Tunisia – divenne sempre piú agli occhi dei tedeschi (e non solo loro, ché anche Ambrosio allora riconosceva che, insieme con il ricorso ai sommergibili e agli aerei, era l’unica sulla quale puntare) conditio sine qua non per rifornire e rafforzare le truppe oltremare e consentire loro di continuare la lotta; ma che la Marina – pur affermando che, di fronte alle crescenti e insostenibili perdite di naviglio mercantile causate dal nemico (sulle rotte e nei porti tunisini andarono perdute 3 navi in novembre, 28 in dicembre, 24 in gennaio, 33 in febbraio, 52 in marzo, 71 in aprile e 43 nella prima metà di maggio), era «assolutamente sconsigliabile, da ogni punto di vista, insistere nel voler trasportare truppe in Tunisia per via mare»42 – non voleva accettare per non mettere a rischio i pochi cacciatorpediniere di cui ancora disponeva, indispensabili, diceva, nel momento in cui si fosse dovuta impegnare la flotta. Il che poteva anche essere un argomento valido, se tutto il comportamento di Supermarina, a cominciare dallo spostamento ai primi di dicembre delle maggiori navi di linea da Napoli a La Spezia e del gruppo incrociatori alla Maddalena e dal suo sistematico negare la possibilità per la flotta di affrontare il combattimento per la scarsezza di nafta43, non lasciasse intendere che le vere ragioni della riottosità ad impiegare i cacciatorpediniere come trasporti rapidi d’emergenza fossero altre, in parte psicologiche, in parte culturali, in parte politiche, rispetto alle quali la questione dei cacciatorpediniere non costituiva che la classica punta emergente dell’iceberg.

1109–1110

Psicologicamente, non vi è dubbio che, dopo l’occasione perduta di Punta Stilo, il dramma di Capo Matapan e la dislocazione (col settembre 1941) nel Mediterraneo di un certo numero di sommergibili, motosiluranti e dragamine veloci della Kriegsmarine e l’eloquenza del confronto tra i risultati conseguiti da essi e i propri44, un senso di frustrazione aveva colpito un po’ tutta la Marina. Ai gradi inferiori e negli equipaggi esso si era spesso accompagnato ad una sorta di forte spirito di rivalsa e ad un altrettanto forte senso del dovere che spiegano come nel complesso, pur dovendo affrontare la guerra in una condizione di crescente inferiorità di mezzi, la Marina si comportò valorosamente e talvolta eroicamente. Lo stesso spirito di rivalsa non aveva animato invece i vertici di Supermarina, che, al contrario, avevano rivelato appieno tutti i limiti della loro cultura e della loro impreparazione tecnica e morale a un tipo di guerra che solo apparentemente era simile a quella combattuta vent’anni prima (e, per di piú, contro un nemico che non era certo della forza e dell’esperienza dell’Inghilterra) e che soprattutto si collocava politicamente ed eticamente ad un livello assai diverso.

1110–1111

Convinti com’erano che il loro compito fosse essenzialmente quello – lo abbiamo già visto – di controllare il canale di Sicilia per impedire la riunione delle squadre di Gibilterra e di Alessandria e di assicurare le comunicazioni con le isole, l’Albania, la Libia e possibilmente l’Egeo, i vertici della Marina, anche dopo la destituzione di Cavagnari (che, non a caso il grande ammiraglio Thaon di Revel sarebbe arrivato a considerare la piú grande delusione della sua vita), avevano continuato a muoversi secondo un’ottica sempre piú ristretta e meramente difensiva. Un’ottica che – specie sino alla metà del 1942 – si potrebbe definire «al risparmio» e che, per un verso, si manifestava attraverso un costante sforzo per preservare la propria «autonomia» rispetto alle altre armi e allo stesso Comando supremo e all’«invadenza» della Kriegsmarine (in realtà sino all’inizio del 1943 assai modesta) che rendeva difficile un’effettiva armonizzazione delle rispettive esigenze, e, per un altro verso, si traduceva in un’estrema prudenza, quasi in una sorta di terrore di mettere a repentaglio o, peggio, di perdere naviglio e, dunque, in una passività strategica e in un’assenza di iniziative che inevitabilmente finivano spesso per contagiare anche il comando superiore in mare (che Supermarina teneva rigidamente sotto controllo e di cui non voleva in sostanza la collaborazione) e l’ufficialità intermedia, col risultato di frustrarne gli animi e spingerla sovente a fare il proprio dovere «tirando a campare». Un’ottica, ancora, che spiega come – nonostante il valore e lo spirito di sacrificio di larga parte degli equipaggi e i risultati ottenuti, sino a quando il rapporto di forze non si fece del tutto impari, nella difesa del traffico – il bilancio sotto il profilo strategico fu per la Marina sostanzialmente negativo e i risultati piú significativi e clamorosi (ma, tutto sommato, sterili ché, come ha scritto l’ammiraglio Ruge nel suo Der Seekrieg 1939-45 e l’ammiraglio Bernotti ha opportunamente ricordato45, anche «le piú belle azioni tattiche e operative, la bravura e lo spirito di sacrificio rimangono sterili se la strategia è deficiente») da essa conseguiti furono quelli dovuti ai mezzi d’assalto della X Mas, a uomini cioè di età, formazione, spirito d’iniziativa ben diversi da quelli caratterizzanti gli alti gradi.

1111–1112

Dopo la «battaglia di mezzo agosto» (voluta, lo si è visto, personalmente da Mussolini) e, dunque, prima dell’offensiva inglese in Egitto e dello sbarco nel Nord Africa francese l’ottica della guerra «al risparmio» si era venuta rapidamente radicalizzando e soprattutto aveva assunto connotazioni che, per un verso, è ben difficile non definire politiche, ma, per un altro verso, mostrano altrettanto bene quanto scarse fossero la sensibilità politica e la capacità dei vertici della Marina a cogliere la profonda differenza tecnica e politica della seconda guerra mondiale rispetto a tutti i precedenti conflitti e, quindi, a rendersi conto che gli anglo-americani non sarebbero stati certo condizionati né militarmente né politicamente dal fatto che a quel punto l’Italia disponesse o no ancora di una squadra da battaglia. Ché, infatti, la chiave di lettura del comportamento della Marina non sta tanto nella suggestione della vecchia teoria della fleet in being (che pure c’era), né nella volontà – come ha scritto l’ammiraglio Iachino46 – di conservare la squadra da battaglia per un’azione di «carattere estremo» per difendere la penisola dall’invasione (che è piú dubbia), ma sta nella convinzione dei suoi vertici di avere – e di non dovere pertanto assolutamente depauperare – una forza di contrattazione tale da indurre gli Alleati a fare all’Italia condizioni speciali. Una convinzione, questa, che del resto essi nutrivano sin dall’inizio del conflitto e che, come già abbiamo visto, sottendeva le motivazioni addotte nel 1940 da Cavagnari per cercare di dissuadere Mussolini dall’entrare in guerra e per sostenere che in caso di intervento la Marina assumesse un atteggiamento difensivo e non offensivo, come Mussolini avrebbe voluto e come sarebbe stato logico. Valgano per tutte le parole con le quali Cavagnari aveva concluso la sua memoria a Mussolini del 14 aprile 1940: «alle trattative di pace l’Italia potrebbe giungere non soltanto senza pegni territoriali, ma anche senza flotta e forse senza Aeronautica».

Che la Marina facesse resistenza ad impegnarsi a fondo per la difesa della Tunisia e che questo potesse portare a seri contrasti con i tedeschi era emerso in occasione della visita che il grande ammiraglio Dönitz aveva fatto a metà marzo: parlando con Ambrosio il nuovo comandante della Kriegsmarine si era detto fortemente impressionato per la «piena comprensione» mostrata da Mussolini circa «la necessità di una piú stretta collaborazione», ma aveva aggiunto di aver avuto l’impressione che negli alti gradi di quella italiana non tutti fossero «perfettamente compresi» della sua necessità47. A conferma di questa impressione, il giorno dopo era sopraggiunta una comunicazione di Ambrosio con la quale Kesselring veniva informato che il numero dei cacciatorpediniere utilizzabili per i trasporti in Tunisia (che già il 6 febbraio il generale Warlimont aveva definito tout-court «il punto cardinale dal quale dipende il destino dell’Africa»48) sarebbe stato ridotto: «Noi – gli aveva detto49 – dobbiamo mettere la flotta in condizioni di uscire. Conseguentemente la disponibilità attuale dei caccia viene ridotta». Invano Kesselring aveva chiesto un riesame della decisione; sia Ambrosio sia l’ammiraglio Girosi l’avevano infatti difesa con energia; Kesselring, stizzito («quando sarà persa la Tunisia la flotta non servirà piú a niente»), aveva chiesto allora di parlarne personalmente con Mussolini. Ambrosio (che quattro giorni prima aveva sottoposto al «duce» un appunto col quale, dopo aver osservato che «la situazione [...] impone di considerare freddamente l’eventualità che la Tunisia non possa essere mantenuta», gli aveva posto l’interrogativo «se convenga continuare a gettare mezzi ed uomini nella fornace Tunisia, facendo il giuoco del nemico, oppure riservare gli uni e gli altri per i gravi compiti avvenire») aveva cercato di indurlo a non insistere nella richiesta («il Duce non può cambiare la situazione; l’ulteriore impiego dei caccia è impossibile...»), ma alla fine si era dovuto rassegnare50. Anche con Mussolini era stato però tutto inutile.

1114

L’Aeronautica, aveva risposto al feldmaresciallo, si sarebbe impegnata a fondo per portare in Tunisia nuove truppe e i necessari rifornimenti, la Marina non poteva invece rischiare la perdita di altri cacciatorpediniere: «data la situazione mediterranea e le probabili intenzioni del nemico», e qui il «duce» aveva fatto esplicito riferimento ad un possibile sbarco in Sicilia, in Sardegna, forse anche in Grecia, «è necessario tener pronta la flotta, la quale non può uscire senza scorta dei cacciatorpediniere»51. Al ritorno dall’incontro di Klessheim, in occasione del quale, come vedremo, tutte le principali proposte di Mussolini erano state esplicitamente o di fatto lasciate cadere da Hitler e gran parte delle richieste di aiuti o non era stata accolta o era stata per il momento accantonata52, il «duce» (sebbene, durante le riunioni tecniche svoltesi in Austria a latere di quelle politiche, da parte italiana fosse stata ribadita la necessità di risparmiare assolutamente i pochi cacciatorpediniere ancora disponibili) era sembrato mostrare meno fermezza. Il 12 aprile53, quando Kesselring era tornato alla carica, invece che con un rifiuto, gli aveva risposto con un «esamineremo, faremo subito tutto il possibile» che poteva assumere un significato tutto particolare poiché veniva dopo l’affermazione che bisognava resistere fino a quando era possibile:

Se resistiamo possono crearsi situazioni strategiche nuove. Se cediamo gli americani-inglesi libererebbero tre armate piú le divisioni francesi. Bisogna resistere. Questo deve essere l’unico pensiero della gente sul posto, nessuna speranza solo quella di resistenza [sic] fino alla fine. In questo senso ho dato già gli ordini all’eccellenza Messe

e a questo breve scambio di battute con Ambrosio:

  • Se noi siamo decisi cosa costa un cacciatorpediniere di fronte alla Tunisia?
  • Ma per dopo, per gli avvenimenti che verranno cosa ci rimane?
  • Però li perdiamo lo stesso nei porti. E qui bisogna aiutar subito.

Ma una settimana dopo si era riallineato sulla posizione dura di Ambrosio: nei limiti del possibile l’afflusso dei rifornimenti sarebbe stato facilitato, ma per i cacciatorpediniere non c’era nulla da fare: «abbiamo perso troppe navi» aveva detto a Kesselring54.

1115–1116

Di fronte a questa inattesa risposta, il feldmaresciallo – probabilmente suggestionato anche da quanto si andava dicendo nell’ambiente dell’ambasciata tedesca a Roma e cioè che la posizione di Mussolini si era fatta cosí debole da non permettergli di sollevare, ancor piú che in passato, questioni di principio e frapporre rifiuti ai tedeschi55 – dovette, pensiamo, credere che l’«irrigidimento» del «duce» fosse frutto delle mene di Ambrosio e della Marina e decise di prendere, per cosí dire, il toro per le corna. Nei giorni immediatamente successivi Kesselring affrontò infatti due volte il capo di stato maggiore generale, dicendogli senza troppi giri di parole di aver l’«impressione» che non fosse «perfettamente soddisfatto della sua collaborazione» e invitandolo a dire «apertamente se la fiducia c’è o no»: se non c’era piú, era pronto a rassegnare le dimissioni da comandante dell’OBS. Messo alle strette da questo minaccioso ultimatum, Ambrosio non poté, pur non cedendo di una spanna sulla questione specifica dei cacciatorpediniere, che cercare di rassicurare Kesselring: la sua «collaborazione» era apprezzata da tutti e quanto alla fiducia non c’era neppure da parlarne; ma non poté neppure opporsi alla sua richiesta di recarsi subito insieme a palazzo Venezia per sottoporre di nuovo la questione al «duce» che però, contrariamente alle speranze di Kesselring, non cedette neppure lui di una spanna56. Anche se formalmente composto, il contrasto tra Kesselring e Ambrosio specie per quel che riguardava il giudizio dei tedeschi sulla Marina però non si sopí, pronto a riesplodere alla prima occasione. Il che avvenne puntualmente nelle ultime due settimane della battaglia in Tunisia. Nel corso di tre riunioni a palazzo Venezia, il 4, 5 e 6 maggio57, Kesselring – facendosi forte del fatto che il 28 aprile, in un momento in cui le truppe italo-tedesche avevano carburante e munizioni solo per due giorni, Mussolini aveva autorizzato in via eccezionale e solo per due-tre giorni l’uso di sei cacciatorpediniere58 – chiese per l’ennesima volta, «data la urgente necessità di inviare truppe in Tunisia, di revocare il divieto di impiegare i cacciatorpediniere, «unici bastimenti – disse – che hanno le maggiori probabilità di sfuggire agli attacchi nemici». I suoi sforzi non riuscirono però a smuovere Mussolini, ormai convinto che la perdita della Tunisia, checché dicesse l’OBS, era questione di giorni e, a maggior ragione, che non ci fossero possibilità di capovolgere la situazione59. Sotto il profilo militare ciò che ormai gli importava era rafforzare il piú possibile la difesa del territorio nazionale, e innanzi tutto di Pantelleria, contro la quale prevedeva sarebbe stato sferrato il primo attacco, e della Sicilia60, anche se non escludeva che gli Alleati potessero «tentare l’invasione dei paesi balcanici» dove si sarebbero potuti giovare dell’aiuto delle popolazioni locali.

1116–1117

Ci siamo dilungati sulla vicenda dei cacciatorpediniere perché, pur nella sua secondarietà, essa permette di introdurre una serie di questioni assai piú importanti e di cercare di capire dall’interno (non moralisticamente o per luoghi comuni cioè) sia l’effettivo atteggiamento personale di Mussolini negli ultimi mesi del regime (dall’ottobre-novembre 1942 in poi) sia il suo «ritorno a far politica» in generale e rispetto ai tedeschi in particolare, ché, come vedremo, a quel punto tutto ruotava per lui attorno al perno tedesco o per meglio dire, al problema di come indurre Hitler a riconsiderare alla luce delle vicende belliche degli ultimi due anni la propria strategia e a reimpostarla in termini al tempo stesso piú realistici e piú politici. E ciò non solo perché altrimenti l’Italia non sarebbe stata piú in grado di far fronte allo sforzo bellico e sarebbe stata sopraffatta dal nemico, ma anche perché, alla lunga, la stessa Germania si sarebbe venuta a trovare nella medesima situazione. Con questo, sia ben chiaro, non vogliamo dire che Mussolini sentisse di dover qualcosa alla Germania e tanto meno a Hitler, che considerava il vero responsabile della situazione nella quale versava l’Asse: a questo punto la sua posizione era dettata solo dalla consapevolezza che le possibilità di resistenza dell’Italia erano ormai agli sgoccioli e che solo un rinsavimento di Hitler avrebbe potuto impedirne il completo tracollo e, insieme, aprire la strada ad una vittoria del Tripartito o, piú probabilmente, ad una pace di compromesso. Dire, oggi, che questa posizione era irrealistica è facile, naturale diremmo. Fermarci a questa constatazione è però precludersi la possibilità di capire l’uomo e il politico Mussolini, il suo personale intimo dramma – ché di dramma si deve parlare –, i suoi tentativi, falliti, ma non per questo da considerare tout-court assurdi, quasi degli scampoli di una non politica, di una perdita di realismo e di iniziativa politica, il suo puntar tutto sulla propria sensibilità e abilità politiche, sul proprio «genio» politico, e sulla propria capacità di far trionfare l’eresia corruttrice.

1117

La prima questione da mettere a fuoco è quella dell’atteggiamento verso i tedeschi. Come abbiamo già accennato, una crescente avversione (con vere e proprie punte di ostilità) caratterizzava ormai una parte sempre piú vasta della società italiana. Già presente da tempo, sino a quando la Germania era stata all’attacco ed era sembrata dover vincere la guerra essa era stata abbastanza circoscritta e aveva assunto spesso il carattere tutto particolare della frustrazione e dell’invidia per i successi che i tedeschi mietevano, la loro organizzazione, la loro potenza e il confronto con gli insuccessi, la disorganizzazione, la debolezza dell’Italia, il dover essa ricorrere di continuo all’aiuto tedesco. Una ricca e concorde documentazione archivistica e tutta una serie di testimonianze coeve attestano senza ombra di dubbio che con la seconda metà del 1942 l’ampiezza e l’intensità di questa avversione avevano preso a crescere irresistibilmente. Lo sgombero dell’Egitto e, poi, la perdita via via della Cirenaica, della Sirte e, alla fine, della stessa Tripoli, il crollo del mito Rommel, lo sbarco anglo-americano nel Nord Africa francese, gli insuccessi tedeschi all’Est, Stalingrado, la tragedia dell’Armir e, ancora, i bombardamenti delle città italiane e la sempre maggiore penuria di generi alimentari e di combustibile ne costituirono le tappe piú importanti e le dettero modo di manifestarsi e l’alimentarono a tutti i livelli sociali e innanzi tutto a quelli piú elevati e in certi ambienti borghesi. Il comportamento disumano, sprezzante e talvolta persino irridente dei comandi e delle stesse truppe tedesche nei confronti degli italiani durante la ritirata in Africa e soprattutto in Russia ebbe in questo senso un ruolo assai notevole61.

1118

A questo stato d’animo, che potremmo definire, nonostante la sua ampiezza, istintivo e per certi aspetti generico si aggiungeva quello – che qui piú ci interessa e che potremmo definire invece professionale e politico – dei militari e in particolare del Comando supremo, che, se risentiva di quello piú generale, era però motivato essenzialmente dalla consapevolezza via via sempre piú chiara 1) della impossibilità per l’Italia di tenere ancora il campo e del fatto che piú tempo passava piú la sua situazione si aggravava e con essa crescevano i sacrifici e le distruzioni; 2) della difficoltà, per non dire l’impossibilità, di uscire dalla guerra senza incorrere nelle ire tedesche (e, per alcuni, senza tradire l’alleato); 3) dell’assoluta necessità di ottenere dai tedeschi gli aiuti indispensabili a fronteggiare, almeno per il momento, il nemico; 4) della indisponibilità dei tedeschi a impegnarsi veramente in questo senso, preferendo limitarsi a concedere solo quel poco che consideravano sufficiente ad impedire che la barca italiana facesse naufragio ed essi dovessero assumersi tutto l’onere della difesa del sud mediterraneo. In questo contesto l’avversione dei vertici militari nei confronti dei tedeschi non poteva non tener conto di una serie di considerazioni d’ordine pratico e di due punti di riferimento che non è esagerato definire obbligati: quello di Mussolini e quello di Vittorio Emanuele III. Questo, perché in una materia tanto importante la decisione definitiva non poteva per essi essere che del sovrano; quello, perché in qualsiasi trattativa con i tedeschi la controparte italiana poteva essere solo il «duce» e solo lui poteva, forse, avere una influenza su Hitler. Ché – dato che nessuno si rassegna a perdere se non vi è costretto – nonostante l’estrema gravità della situazione, l’avversione e il rancore per i tedeschi (e la paura di essi) non erano nei primi mesi del 1943 ancora sufficienti a far loro rinunciare alla speranza di un riequilibrio delle sorti del conflitto e, dunque, in prospettiva di un negoziato generale che ponesse fine ad esso, ovvero a quella di accollare a Mussolini il compito di portare l’Italia fuori dal conflitto stesso. Una speranza, questa, che, sia pure in forma un po’ troppo sfumata, lo stesso Ambrosio anni dopo in una intervista al «Corriere della Sera» avrebbe ammesso di avere nutrito.

1119–1120

Non è assolutamente vero, – dichiarò infatti nel 195562, – che, fin dai primi giorni della mia nomina a capo di stato maggiore generale, io avrei predisposto un piano d’azione immediata e, diremo, di forza. Senza dubbio, conoscevo bene la nostra situazione militare; sapevo che era disperata. Ma la mia iniziale speranza era di poter riuscire a convincere Mussolini ad un rapido sganciamento dai tedeschi.

E questo è un altro nodo della questione da cui è impossibile prescindere, tanto piú che la speranza nutrita da Ambrosio era condivisa anche da altri. Per esempio da Caviglia, che, ancora a metà aprile, affidava al proprio diario alcune considerazioni che, per il loro stile, fanno pensare ad uno stralcio o ad una parziale parafrasi di quello che, come vedremo, doveva, probabilmente, aver scritto un mese prima in un memoriale da lui presentato a Vittorio Emanuele III, ovvero al «progetto» al quale aveva alluso pochi giorni prima con la principessa di Piemonte a Ninfa, e che, appunto, ruotavano tutte attorno all’idea che solo Mussolini, forse, avrebbe potuto risolvere la situazione, agendo, da un lato, su Hitler per persuaderlo a lasciare che l’Italia uscisse dal conflitto, impegnandosi in cambio alla piú rigida neutralità, e, da un altro lato, prendendo contatto con gli anglo-americani per trattare con loro la pace, sulla base anche con loro di uno status di neutralità per l’Italia63. Una idea, questa della «neutralizzazione» dell’Italia, alla cui realizzabilità lo stesso Caviglia in verità credeva poco e che non può non lasciare sbalorditi ed increduli data la sua ingenuità e il suo irrealismo, ma che ciò nonostante circolò a lungo in vari ambienti e soprattutto in quelli militari e non solo nei primi mesi del 1943, ma anche dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia e persino ancora dopo il 25 luglio, quando dovette addirittura costituire, almeno in un primo momento, «l’asso nella manica» con cui Badoglio (e, forse anche Acquarone) credettero di poter risolvere la situazione. Una idea che tuttavia si deve sempre tenere ben presente per capire alcune delle principali incongruenze di tutta la vicenda del 25 luglio e, in primo luogo, l’assoluta mancanza di senso politico e di prospettive chiare nell’atteggiamento dei militari di fronte a Mussolini e al problema, poi, dell’armistizio: se infatti l’obiettivo era la «neutralizzazione» dell’Italia e Mussolini era considerato il solo che potesse ottenere il placet di Hitler e farsi garante verso di lui del rispetto della neutralità per il momento non poteva certo essere liquidato...

1120

Ancor prima di essere nominato capo di stato maggiore generale, Ambrosio – è difficile dire se pensando già ad una possibile uscita dal conflitto o piuttosto solo per sondarne gli umori e i propositi – aveva avuto contatti con varie personalità estranee al regime, tra le quali Caviglia e Bonomi64, e, dopo la nomina, si era adoperato per collocare uomini sicuri in alcuni posti chiave: il generale Hazon al comando generale dei carabinieri, il generale Sorice al sottosegretariato alla Guerra (cosí da prevenire un’eventuale tentativo che era nell’aria dell’estremismo fascista di insediare a via XX Settembre non un militare ma un proprio esponente, pare Alessandro Melchiori) e il generale Rosi al posto di capo di stato maggiore dell’Esercito da lui lasciato libero65. Alcuni dei suoi piú stretti collaboratori, in particolare quello che in sostanza fu il suo braccio destro, il generale Castellano, si erano preoccupati a loro volta di tenere i contatti con Ciano e con altri esponenti fascisti noti per i loro sentimenti antitedeschi. Tutto ciò non vuol per altro dire che, a parte la convinzione che fosse necessario un «contegno energico e deciso verso i tedeschi» e un «rimpatrio delle divisioni che si trovano oltre frontiera», due punti sui quali anche Mussolini era d’accordo66, Ambrosio avesse idee chiare su cosa fare e tanto meno un suo piano d’azione. Né, sulla base della documentazione disponibile, ci pare si possa dire che piú chiare fossero quelle di Castellano, certo piú intelligente, attivo e spregiudicato del suo capo, ma non per questo piú capace di gestire politicamente una situazione tanto intricata e irta di pericoli.

1121–1122

Sotto le date del 13 e del 16 marzo il diario di Luca Pietromarchi67 reca una serie di annotazioni relative a due suoi lunghi colloqui con Castellano e con Ambrosio sulla situazione militare italiana, i piani di guerra all’est della Germania e i rapporti italo-tedeschi alla luce, in particolare, dei recenti incontri che Ambrosio aveva avuto con von Ribbentrop, Warlimont, Göring e Dönitz. Nel corso di tali colloqui i due generali fecero alcune affermazioni dalle quali è opportuno prendere le mosse per ricostruire l’atteggiamento sia del vertice militare sia di Mussolini prima della fine della resistenza in Tunisia. Per lo stato d’animo che ormai caratterizzava il Comando supremo, estremamente sintomatica è la frase con la quale Ambrosio introdusse il resoconto sugli incontri che aveva avuto con i tedeschi e su come aveva «parlato chiaro» e «puntato i piedi» di fronte ai loro «suggerimenti» e ad alcune loro richieste; «il nostro nemico – disse senza mezzi termini a Pietromarchi – è il tedesco». Una frase che spiega bene come, di fronte alle «buone parole» e agli «incoraggiamenti» di cui i tedeschi erano prodighi, ma ai quali non corrispondeva un effettivo aiuto per fronteggiare il continuo degrado della situazione, sia Castellano che Ambrosio (con il quale, oltre tutto, Vittorio Emanuele III si mostrava non solo «ermetico», ma «sereno e fiducioso nella politica del Capo del Governo») cominciassero già a quest’epoca a pensare ad una soluzione «diplomatica» che facesse uscire dal conflitto l’Italia e sondassero in proposito Pietromarchi68. Per quel che riguarda invece Mussolini, dalle annotazioni di Pietromarchi risulta che il Comando supremo lo teneva regolarmente informato della situazione e che il «duce» condivideva sia il suo «puntare i piedi» con i tedeschi sia le critiche di Ambrosio ai propositi di Hitler di riprendere anche quell’anno l’offensiva all’est e la sua richiesta di dire «anche noi la nostra parola su questi piani, perché la nostra situazione dipende in gran parte da quella generale»:

1122–1123

egli è al corrente del proposito della Germania di rinnovare l’offensiva contro la Russia. È convinto che è un errore. Se i russi non potranno resistere non si lasceranno agganciare e di nuovo attaccheranno all’approssimarsi dell’inverno.

È probabile apprendere che – contrariamente a quanto aveva creduto (e con lui molti altri che pure occupavano anch’essi posti importanti nella macchina statale e nel regime)69 – il «duce» era pienamente al corrente della gravità della situazione e condivideva pressoché tutte le valutazioni del Comando supremo e, al tempo stesso, rendersi conto della completa assenza nei vertici militari non solo di idee precise, ma di quel minimo di sensibilità e di realismo politici indispensabili per poter pensare ad una «soluzione politica» con i tedeschi in casa, abbiano indotto Pietromarchi a considerare in modo meno critico e scettico il comportamento di Mussolini e in particolare i suoi sforzi ed equilibrismi, da un lato per tenere il piú possibile a bada l’invadenza dei tedeschi senza giungere ad una crisi con essi e, anzi, cercando di ottenere da loro i maggiori aiuti possibili e da un altro lato per convincere Hitler a ripensare la strategia politico-militare della guerra. In questa sede ciò che a noi interessa non è però tanto la personale posizione di Pietromarchi (anche se questi avrebbe avuto un ruolo non indifferente nelle successive vicende, specie in quelle dell’armistizio), ma capire quella di Ambrosio e di Castellano, la sua evoluzione nel tempo e il suo precisarsi rispetto al problema dell’uscita dell’Italia dalla guerra e, dunque, rispetto a Mussolini.

Contrariamente a quello di Cavallero, il diario di Ambrosio70 è poco piú che un elenco di riunioni e di incontri che solo raramente reca qualche sommaria indicazione degli argomenti trattati. Né, al contrario di Castellano, nel dopoguerra Ambrosio ha scritto qualcosa sul periodo in questione. Quanto ai libri di Castellano, interessanti per alcuni particolari e ammissioni all’epoca controcorrente, non permettono neppure essi di precisare veramente l’evoluzione della posizione del Comando supremo e l’effettivo nesso tra il momento militare e quello politico di essa, ché il riferimento ai deludenti risultati del convegno di Klessheim del 7-10 aprile71 è troppo generico e scarsamente attendibile. L’unica notazione di un certo interesse è quella relativa alla diversità di idee che, secondo Castellano, vi sarebbe stata tra lui e Ambrosio proprio sulla questione dell’atteggiamento da assumere verso Mussolini (e implicitamente verso il sovrano) per giungere ad un armistizio con gli Alleati.

1123–1124

Sull’argomento – ha scritto nel suo primo libro Castellano72 – eravamo di idee diverse.

Ambrosio era convinto che bisognava separarsi dall’alleato e concludere l’armistizio col nemico, ma voleva che questo passo fosse fatto dallo stesso Mussolini. Io, egualmente convinto di quella necessità, ritenevo che Mussolini non sarebbe mai giunto ad una simile conclusione, sia perché non aveva il coraggio di tenere un tale linguaggio a Hitler, sia perché ciò avrebbe significato la sua fine.

Per questo ribadivo il concetto che bisognava eliminare il Capo del Governo anche senza riceverne l’ordine. Ambrosio non mi seguiva, naturalmente, su questa via: ché mai avrebbe preso una decisione del genere senza l’approvazione superiore.

Allo stato della documentazione l’unico punto di riferimento è praticamente costituito dai promemoria che Castellano concordava con Ambrosio, faceva pervenire a Mussolini e al sovrano e soprattutto da quelli che scriveva per lo stesso Ambrosio73. Da essi si evince che quando Ambrosio succedette a Cavallero il Comando supremo, pur non nascondendosi e non nascondendo a Mussolini l’estrema gravità della situazione, non la considerava (o, almeno, non la prospettava) totalmente pregiudicata: l’importante era che i tedeschi adottassero sul fronte orientale «una linea difensiva economica» che consentisse loro di contenere la ripresa offensiva estiva dei russi ed esaurirne le forze e, al tempo stesso, di «economizzare mezzi a tutto vantaggio degli altri scacchieri e piú precisamente a vantaggio dello scacchiere mediterraneo». Se infatti i tedeschi si fossero convinti «una buona volta» dell’importanza anche per loro del Mediterraneo e avessero soddisfatto le richieste italiane di materiali, di ritirare parte delle forze di stanza nei Balcani e di potenziare la presenza aerea e sommergibilistica tedesca in questo scacchiere qualcosa ancora si poteva fare.

Se i tedeschi abbandoneranno l’idea dell’offensiva e non penseranno piú a Stalingrado et similia, – scriveva Castellano il 17 febbraio in un «appunto per il Duce»74, – avranno molte probabilità di prostrare il nemico d’oriente; se noi riusciremo a stroncare i tentativi di sbarco anglosassoni, la situazione militare dell’Asse sarà notevolmente migliorata. Assieme a questo miglioramento, in campo avversario l’insuccesso produrrà indubbiamente una crisi morale che noi potremo sfruttare.

In conclusione: i tedeschi debbono cambiare intendimenti operativi e debbono aiutarci, altrimenti non saremo piú obbligati a seguirli nella loro errata condotta di guerra.

1124–1125

In questa prospettiva «realista», anche il Comando supremo riteneva che la Tunisia dovesse essere tenuta il piú a lungo possibile, cosí da ritardare ulteriori azioni del nemico, logorarlo e deprimerne il morale e avere il tempo per indurre i tedeschi ad aderire alle richieste italiane. Questo almeno risulta dagli «appunti» destinati a Mussolini, che è difficile pensare non corrispondessero in larga misura al pensiero del Comando supremo e di Ambrosio in particolare.

Dai promemoria indirizzati ad Ambrosio risulta che un discorso piú esplicito e che prospettava cautamente l’opportunità di uscire dalla guerra Castellano cominciò a farlo solo con l’inizio della seconda decade di marzo.

La conclusione è dolorosamente grave, – gli scriveva l’11 marzo a conclusione di una nera esposizione della situazione militare75. – La capacità di resistenza nostra è assai debole oggi e lo sarà ancora di piú domani.

Se gli anglo-americani eserciteranno su di noi il loro maggiore sforzo, non potremo resistere. I petti dei nostri soldati non fermeranno i carri armati del nemico, come le nostre forze navali non potranno nulla contro quelle avversarie, come la nostra aviazione sarà soverchiata dal numero infinitamente superiore di quella nemica.

In tali condizioni occorre valutare se il nostro sacrificio sarà utile per la vittoria finale.

Solo in questo caso sarà nostro dovere e nostro interesse subirlo.

Ma nel caso contrario la Patria non può chiedere ai suoi figli il suicidio; chiederà invece ad essi la salvezza dalla distruzione.

E comunque lo fece attribuendo sempre la responsabilità di un’eventuale decisione in questo senso ai tedeschi e al loro ostinarsi a voler riprendere l’offensiva all’est. Anche ammettendo che alla fine dell’estate essi fossero riusciti a mettere a terra il colosso russo, cosa sarebbe avvenuto nel frattempo – si legge infatti in un altro suo promemoria del 16 aprile, successivo dunque al convegno di Klessheim, e molto piú esplicito76 – sugli altri fronti?

1125–1126

Non è ammesso vagare oltre un certo limite nel mondo delle ipotesi rosee e per questo non è plausibile ritenere che l’alleato dopo la grande battaglia estiva sia ancora tanto vitale da potersi opporre ad un attacco in forze che avrà, a quell’epoca, preso piede in Europa. Il cozzo contro il nuovo nemico terrestre non potrà essere validamente sostenuto se non dopo un ragionevole periodo di riassetto e cioè praticamente a primavera ’44. In tutto questo lungo tempo gli anglo-americani si saranno affermati nel continente ed avranno acquistato posizioni di predominio contro le quali la lotta diverrà impari.

Questa è una guerra di macchine, e quando i nostri avversari avranno riversato in un punto qualsiasi d’Europa i prodotti della loro industria bellica, le cui cifre sono semplicemente astronomiche, avranno creato uno squilibrio di mezzi che schiaccerà la Germania non ancora rimessa dalle perdite della campagna russa. Sarà soprattutto la superiorità aerea che porterà quello squilibrio, non soltanto perché l’aviazione avversaria dominerà i campi di battaglia, ma anche perché avrà nel frattempo distrutto le fonti di produzione germaniche.

I tedeschi puntano, oltre che sulla vittoria in oriente, sui risultati della guerra sottomarina. È anche su questo argomento è ormai tempo di guardare in faccia la realtà.

Se gli anglo-americani hanno potuto resistere alla guerra subacquea nel 1942 ed essere in grado di compiere l’enorme sforzo marittimo del trasporto di due armate in Africa, per quanto possa essere intensificata da parte germanica la lotta al traffico non vi è dubbio che, con l’aumentato ritmo delle costruzioni, con i materiali sempre piú perfezionati di lotta anti-sommergibili, i nostri avversari si troveranno d’ora innanzi in migliori condizioni. Infatti, anche se la cifra complessiva degli affondamenti manterrà lo stesso livello registrato nello scorso anno (12 milioni di tonnellate), poiché il gettito della produzione nel 1943 dei nostri nemici si aggira sui 13 milioni di tonnellate è da prevedere che gli anglo-sassoni riusciranno non solo a ripianare le perdite, ma a realizzare anche un margine di eccedenza di circa un milione di tonnellate.

A questo si aggiunge il fatto nuovo, che avrà conseguenze strategico-navali di enorme importanza, la conquista della Tunisia.

Conquistata la Tunisia il pericolo per l’Italia di essere direttamente attaccata si sarebbe fatto «imminente» e nulla faceva sperare in un aiuto «potente e commisurato alle necessità della nostra difesa» da parte tedesca, sicché «non possiamo illuderci di ricacciare in mare il nemico perché, perduta la battaglia sulla costa, è materialmente impossibile, in seguito, aver ragione di un avversario ricco di mezzi meccanizzati e padrone dell’aria». E se, «alle strette, forse i tedeschi correranno in nostro aiuto», l’Italia intanto sarebbe stata invasa e trasformata in un campo di lotta cruenta e distruggitrice. Da qui la duplice conclusione tratta da Castellano: 1) bisognava uscire dalla guerra prima che il nemico mettesse piede sul suolo italiano e prima che il fronte interno crollasse, la «compagine statale» andasse distrutta e «nasca l’anarchia»; 2) la responsabilità dell’uscita dal conflitto non poteva essere attribuita all’Italia, ma alla «cocciutaggine teutonica» che rendeva impossibile sperare in un esito favorevole del conflitto:

1126–1128

Noi non abbiamo colpa di questo stato di cose, che è tutto da imputare all’alleato.

Egli ha voluto ignorare il nostro problema militare prima e durante il conflitto, ed ancor oggi si rifiuta di considerarlo, tanto che non esiterà a sacrificarci nella illusione di trarne vantaggi ai propri fini. Ha commesso una infinità di errori politici e militari e continua, con la cocciutaggine teutonica, su di una via senza uscita.

Ha errato nella impostazione del piano strategico e nella esecuzione. Non ha attaccato, dopo Dunkerque, l’Inghilterra; non si è impadronito a tempo opportuno di Gibilterra; non ci ha permesso di andare a Tunisi dopo l’armistizio; non ha sentito la necessità di occupare Malta; non ha compreso l’importanza dello scacchiere mediterraneo e quando ha cominciato ad accorgersene, l’ha visto con la faciloneria di Rommel; non ha creduto alle possibilità di uno sbarco nemico in Africa; si è intestato nella guerra contro la Russia logorandosi senza raggiungere risultati pratici.

Mentre il patto d’alleanza diceva esplicitamente che l’Asse sarebbe entrato in guerra nel 1942, si è mosso con due anni di anticipo, trascinandoci impreparati in una lotta impari, causa precipua delle nostre sconfitte.

Nella tragica situazione di quest’ora l’Italia deve ridestarsi.

Non esistono speranze di vittoria; innanzi a noi stà un avvenire pieno di incognite paurose.

Se il nemico pone piede sul nostro suolo, il Paese sarà distrutto, e noi saremo obbligati ad una resa a discrezione ed usciremo dal conflitto sanguinanti e mutilati, affamati e derisi, facile preda del movimento sovversivo che dall’oriente avanzerà sui vinti e li sommergerà.

Nonostante le esortazioni di Castellano, Ambrosio, pur intensificando i contatti con i leaders moderati antifascisti e incontrandosi piú volte con Badoglio77, non solo sino verso la fine di aprile (quando avrebbe cominciato a stringere un po’ piú da presso Vittorio Emanuele III per cercare, crediamo, soprattutto di sondare le sue intenzioni) ma anche dopo la fine della resistenza in Tunisia e praticamente sino a colpo di stato avvenuto, non pensò mai seriamente a prendere iniziative o ad avviare sondaggi presso gli Alleati in vista di un armistizio. E non si mosse neppure a metà maggio, quando seppe che Mussolini aveva lasciato seccamente cadere il passo fatto, come vedremo, dalla Santa Sede per fargli sapere che il pontefice era disposto «a fare il possibile per venire in aiuto al popolo che soffre». Ed ugualmente non pensò seriamente mai a predisporre un colpo di stato per rimuovere Mussolini78. Alcuni suoi accenni, come quello al generale Puntoni il 13 marzo, sull’opportunità di «costringere il Duce a ritirarsi per lasciare il posto a uomini nuovi» e cioè a Badoglio79 ci pare debbano essere intesi, per un verso, come tentativi per sondare le intenzioni del sovrano (che, nel caso specifico, aveva ricevuto una settimana prima Badoglio dopo due anni e piú di interruzione dei loro rapporti) e, per un altro verso, come frutti momentanei delle perorazioni di Castellano80. Ad agire in prima persona Ambrosio non dovette mai pensare. E, si badi bene, non solo perché egli non avrebbe mai scavalcato o forzato la mano al sovrano, ma anche perché, pensando alle reazioni che la liquidazione di Mussolini e la conclusione di un armistizio avrebbero provocato da parte tedesca, puntò sempre – sino a quando al ritorno dal convegno di Feltre non gli fu comunicata la decisione del sovrano di passare all’azione – sullo sganciamento dai tedeschi ad opera dello stesso Mussolini. Una idea, questa, – val la pena di ripeterlo – che, del resto, non solo era condivisa, da numerosi fascisti, ma anche da altri fedeli servitori della monarchia il cui metro di comportamento non era l’ambizione personale, ma ciò che ritenevano il bene del paese. Tipico è il caso di Senise che, quando fu informato da Acquarone della decisione di Vittorio Emanuele III, si uniformò ad essa, ma non nascose neppure di considerarla tutto sommato affrettata:

1128–1130

Come mia personale impressione, – avrebbe scritto qualche anno dopo81, – osservai che la decisione era forse tardiva, poiché nella penisola si trovavano rilevanti forze tedesche che, se non fossimo stati in grado di ricacciare di là del Brennero, avrebbero poi rimesso al potere Mussolini e catturati o uccisi Sovrano e nuovo Governo. Per fare un colpo contro il fascismo, sarebbe stato a parer mio necessario avere prima nella penisola forze militari sufficienti nostre e degli Alleati, altrimenti c’era il rischio di peggiorare una situazione già tanto grave.

Allo stato delle cose, mi sembrava che non fosse da trascurarsi l’ipotesi di lasciare allo stesso Mussolini, che era stato l’autore della nostra entrata in guerra, il compito di uscirne fuori, senza provocare la terribile reazione tedesca.

E tutto lascia credere che lo stesso Acquarone in un primo tempo (sino a quando non si rese conto della sua irrealizzabilità e dei pericoli che il credito che essa godeva, sommato con l’assenza di indicazioni da parte di Vittorio Emanuele III per prese di contatto con gli Alleati, poteva far correre al prestigio e all’autorità del sovrano) l’avesse condivisa e considerata «la soluzione ideale» sotto tutti i profili, anche quello interno e del modo di come risolvere il problema di Mussolini. Significativa è a questo proposito una sua battuta nel corso di un lungo colloquio da lui avuto con Vitetti il 9 giugno: «sarebbe troppo bello che Mussolini si staccasse da Hitler, perché questo eviterebbe qualunque misura contro di lui, e si potrebbe poi liquidarlo tranquillamente»82. Una battuta che, come tutto l’andamento del colloquio, può essere intesa in vari modi; come dettata essenzialmente dal rammarico per l’impossibilità di realizzarla e per sondare Vitetti sul credito che essa aveva a palazzo Chigi e negli ambienti militari e in quelli antifascisti con i quali questi era in contatto; come volta a cercare di sapere indirettamente se Bastianini avesse già avviato sondaggi presso gli Alleati; e, anche, come conseguenza del timore che al momento decisivo potessero insorgere difficoltà sulle «misure» da prendere nei confronti di Mussolini e su come «liquidarlo», ché il ministro della Real Casa sapeva bene che gli elementi piú radicali dell’entourage di Ambrosio, quelli che avrebbero voluto che il capo di stato maggiore generale passasse all’azione e lo incitavano ad agire e a prendere contatto con gli Alleati83 prima che questi sbarcassero in Italia anche senza averne l’ordine dal sovrano, non escludevano, se necessario, di uccidere Mussolini, una soluzione, questa, che Acquarone doveva sapere che Vittorio Emanuele III non avrebbe approvato e tanto meno autorizzato. Una battuta, inoltre, che mostra bene quanto fosse diffusa, nonostante la sua assurdità (ché a tutti sarebbe dovuto essere chiara l’indisponibilità sia della Germania sia degli Alleati a prenderla anche solo in considerazione), l’idea di un ritiro «indolore» dell’Italia dal conflitto sulla base di un suo impegno ad assumere un atteggiamento di stretta neutralità tra i due contendenti.

1130–1131

Chi non pensò mai che i tedeschi e gli Alleati potessero accettare questa idea fu il «duce». Prima di parlare della sua posizione è però opportuno concludere il discorso sui vertici militari. La posizione sulla quale Ambrosio si arroccò sino sostanzialmente alla vigilia del 25 luglio per rafforzare e cercare di rendere strategicamente accettabile le sue richieste ai tedeschi di considerare il Mediterraneo il fronte piú importante e decisivo per l’Asse, impegnarsi a fondo in esso e dare all’Italia tutti gli aiuti che chiedeva loro, e, al tempo stesso, per premere su Mussolini affinché sostenesse con la massima energia presso Hitler questa visione strategica e le richieste italiane, finí infatti per diventare, come vedremo, una sorta di subordinata all’interno della posizione del «duce», quella nella quale egli ripose per un certo tempo le sue speranze. E, ancora, perché se la posizione di Ambrosio e del Comando supremo non fu condizionata da quella di Mussolini o lo fu solo nei suoi termini generali, lo stesso non si può dire per quella del sovrano. Ma anche qui con una precisazione importante: non perché questa interferisse su quella, ma perché in pratica Vittorio Emanuele III – un altro nel quale l’idea di una fuoriuscita dalla guerra per la porta della «neutralizzazione» dell’Italia non fece mai breccia – tenne sino alla vigilia del 25 luglio Ambrosio all’oscuro di cosa pensava e di come intendeva muoversi, sicché Ambrosio si venne a trovare nella condizione peggiore, di dovere prevedere in teoria tutte le eventualità, ma di non poter fare nulla e, al tempo stesso, dover tenere a freno quelli tra i suoi collaboratori che in tale situazione avrebbero voluto prendesse lui quelle iniziative che il sovrano non prendeva e, per impazienza e delusione, irrequietezza caratteriale e ambizione personale, si muovevano un po’ in tutte le direzioni per stabilire collegamenti con ogni sorta di oppositori, fascisti e antifascisti, col solo risultato di appesantire vieppiú il clima politico e di far crescere i sospetti e gli allarmi dei tedeschi sulla situazione italiana.

Che Ambrosio fosse un «galantuomo», anche se un po’ simpliciotto («dice quello che pensa, ma non sempre questo sistema è buono», commentò un giorno il re con Puntoni) e un «buon soldato», ma assai meno intelligente di Cavallero («Ambrosio non ha la decima parte dell’ingegno di Cavallero» disse di lui Acquarone a Pirelli pochi giorni dopo la sua nomina e non è detto che il giudizio del ministro della Real Casa non rispecchiasse quello di Vittorio Emanuele III), sul quale aveva però il vantaggio di non far politica, e inferiore al compito che si era dovuto sobbarcare con la nomina a capo di stato maggiore generale era opinione pressoché unanime84 e, tutto sommato, non ingiustificata. Tanto è vero che i suoi critici arrivarono al punto di dire che Mussolini l’aveva scelto perché, privo di capacità e di prestigio com’era, non poteva creargli difficoltà. Una insinuazione, questa, del tutto ingiustificata: la scelta del «duce» (che, almeno dai tempi dell’attacco alla Grecia e della forse sotto questo profilo ancor piú traumatica delusione provocata dal comportamento di Graziani in Cirenaica, non aveva piú fiducia nei suoi generali85) era caduta su Ambrosio perché, essendo questi capo di stato maggiore dell’Esercito, si presentava come la piú naturale e la piú gradita ai vertici militari con i quali in quel momento Mussolini non voleva avere difficoltà; né d’altra parte doveva certo spiacergli il fatto che il successore di Cavallero fosse animato da un forte senso di responsabilità, non fosse disposto a subire passivamente la volontà dei tedeschi, sentisse fortemente e considerasse prioritario rispetto ad ogni altro rapporto e ad ogni altra fedeltà quelli con il sovrano e non avesse ambizioni proprie, sicché offriva ampie garanzie che nulla avrebbe fatto se non su esplicita indicazione del sovrano stesso; e, come vedremo, Vittorio Emanuele III era una delle pochissime persone nel cui «senso di responsabilità», «patriottismo» e «lealtà» verso di lui Mussolini riponeva ormai fiducia, sicché come capo di stato maggiore generale Ambrosio era per lui il migliore che in quei frangenti potesse desiderare.

1131–1134

A fronte di questi aspetti positivi, la presenza di Ambrosio al vertice delle forze armate aveva però, in teoria, anche un aspetto negativo, rappresentato dall’entourage che in breve tempo si era venuto costituendo attorno al nuovo capo di stato maggiore generale. E non ci riferiamo tanto a Sorice, che era certo con Roatta (che del gruppo entrò però a far parte a pieno titolo solo in un secondo tempo e che era malvisto dai suoi piú giovani colleghi) l’elemento moralmente migliore e piú responsabile, quanto a Castellano, indubbiamente il piú intelligente e da tempo stretto collaboratore di Ambrosio, e soprattutto all’ex capo del SIM, Carboni, che grazie ai rapporti che già in precedenza aveva con Castellano e all’aver dato a credere di aver avuto un ruolo decisivo nella designazione di Ambrosio (tramite Ciano con cui era in contatto da tempo, ma che in questa circostanza non aveva avuto alcun ruolo, essendosi Mussolini autonomamente già orientato sul nome di Ambrosio), ottenne di essere aggregato, in marzo, al Comando supremo. Diversi tra loro per molti aspetti, Castellano e Carboni avevano in comune una forte carica attivistica e soprattutto una grande spregiudicatezza ed ambizione, Carboni anche politica, tanto è vero che quando sarebbe stato costituito il governo Badoglio avrebbe cercato di esser nominato ministro della Cultura popolare e non avrebbe, poi, disdegnato, cosí come era stato in contatto con l’ambiente fascista e, insieme, con quello antifascista liberal-democratico, di entrare in contatto con i comunisti. Secondo questi uomini, lo abbiamo già detto, Ambrosio avrebbe dovuto esercitare una massiccia pressione sul sovrano per indurlo ad autorizzare l’avvio di contatti con gli Alleati per concludere un armistizio prima che essi sbarcassero in Italia e, insieme, la preparazione di un colpo di stato per liquidare Mussolini e il fascismo e, nel caso che il sovrano avesse continuato a non prendere posizione e a limitarsi ad ascoltare in silenzio quanto gli veniva detto o, peggio, avesse preso posizione in senso negativo, avrebbe dovuto muoversi autonomamente. Il tutto, per altro, senza avere idee precise su come realizzare tutto ciò e sottovalutandone pressoché completamente i rischi. Il che aiuta a spiegare come in pratica l’entourage riuscí a condizionare Ambrosio relativamente meno di quanto spesso si afferma. Un po’ per la sua cultura e formazione, un po’ per i suoi saldi sentimenti monarchici, un po’ per il suo «senso di responsabilità» (acuito dalla duplice convinzione che nel caso di un colpo di stato la reazione fascista e l’iniziativa comunista sarebbero state molto maggiori di quanto in effetti si manifestarono all’indomani del 25 luglio86), un po’ perché consapevole del gravissimo pericolo rappresentato dalla presenza in Italia di un vasto tessuto politico-poliziesco e militare tout-court tedesco in grado di intervenire tempestivamente al primo segno di «tradimento» da parte italiana, Ambrosio infatti, nonostante le crescenti pressioni e gli incitamenti di Castellano e di Carboni, sino allo sbarco in Sicilia non andò oltre, per un verso, una discreta pressione su Vittorio Emanuele III (prospettandogli nei termini piú realistici la gravità della situazione, militare e interna, ed esponendogli alcune sue idee personali, quale quella che, eliminato Mussolini, piuttosto che dar vita ad un governo politico anche solo amministrativo, si dovesse instaurare una dittatura militare «con alla testa Caviglia o Badoglio») e, per un altro verso, il coltivare una serie di contatti con Caviglia, con Badoglio e con alcuni esponenti dell’opposizione fascista e antifascisti, anche se tutto fa credere che su questi ultimi condividesse il giudizio negativo che ne dava Acquarone87 e lo facesse quindi non perché li considerasse una forza effettiva con la quale era bene accordarsi, ma per conoscerne i propositi, controllarli ed evitare che qualche loro iniziativa inconsulta facesse precipitare anzi tempo la situazione. Piú in là Ambrosio non si spinse. E ciò tanto piú che sino al momento dello sbarco in Sicilia egli stesso – e non lui solo, ma in qualche momento anche Castellano88 – dovette sotto sotto pensare o, almeno, sperare che la situazione militare potesse rivelarsi meno drammatica di quanto appariva e che, se gli anglo-americani non avessero attaccato su tempi brevissimi e i tedeschi si fossero convinti a sostenere effettivamente l’Italia, se non addirittura a rivedere la loro strategia globale, non tutto fosse perduto. Indicativo è in questo senso un «appunto per il Duce» in data 18 giugno89 in cui si legge:

1134–1135

Il nemico non ha ancora iniziato un’azione aerea di vera e propria preparazione all’attacco. I bombardamenti sui campi di aviazione e sui porti delle isole hanno sinora carattere di interdizione per vietarci di adoperarli quali base per il contrasto aereo-navale nel canale di Sicilia, e quindi oggi sono nel complesso piú estesi in Sicilia che in Sardegna appunto per lo scopo cui tendono. E con lo stesso ragionamento si spiega l’accanimento contro Messina e Reggio, perché lo Stretto è punto vitale per i rifornimenti dell’isola; bombardando cioè il passaggio si indeboliscono non soltanto le difese dell’isola ma anche la capacità offensiva dei nostri mezzi contro le basi africane e sul mare Mediterraneo.

Non possiamo per ora attribuire altro significato a quei bombardamenti.

Se quindi dai tre elementi di valutazione: ammassamento dei mezzi da sbarco, dislocazione delle truppe, azione di preparazione all’attacco, si vuole dedurre una conseguenza logica, dobbiamo concludere che, per ora, non si possono formulare previsioni attendibili in nessun campo.

Se invece si risale al complesso della situazione strategica e si considerano le difficoltà dell’impresa di sbarco, le finalità alle quali il nemico può tendere, il ragionamento conduce a ritenere che:

  • non è da escludere uno sbarco sulle isole italiane e sulle coste meridionali della penisola; ma a parte il dubbio sulla riuscita, questo attacco conseguirebbe un effetto puramente locale e non darebbe al nemico un risultato immediato e di portata strategica tale da incidere profondamente sull’esito finale del conflitto.
  • è piú probabile un attacco in Provenza (le basi della Sardegna possono essere neutralizzate e non occorre occupare l’isola) o nei Balcani (coste joniche ed Egeo) perché: dalla Provenza si minaccia gravemente per via aerea la Germania e dai Balcani si minacciano i petroli della Romania. Scopi questi veramente redditizi.

Occorre ancora considerare che il nemico:

  • 1) – conosce il valore del nostro soldato e ci sopravaluta nella nostra difesa;
  • 2) – ha capito che l’Italia non cede, anche se temporaneamente una piccola parte del nostro suolo venisse occupata;
  • 3) – non può subire uno scacco perché gli americani se ne andrebbero subito dall’Europa, preoccupati come sono del Pacifico. Infatti si creerebbe questa curiosa situazione: l’America che è venuta in aiuto dell’Inghilterra in Europa, se battuta in Europa, deve chiedere all’Inghilterra aiuto per la sua guerra in Pacifico e alla fin fine l’Inghilterra dominerebbe nuovamente il mondo, ciò che l’America non può ammettere;
  • 4) – ha bisogno di far presto perché l’opinione pubblica dell’Inghilterra e specialmente dell’America dà già segni di impazienza.

Concludendo: è ancora troppo presto per formulare delle ipotesi attendibili; occorre avere calma e dominare i nervi, ma non perdere un minuto per rafforzare la difesa delle nostre isole e delle coste piú esposte, guardando in faccia il pericolo maggiore che per noi è quello dell’attacco contro l’Italia e ritenerlo molto prossimo in modo da essere pronti da un momento all’altro ad affrontarlo.

1135–1136

E che il discorso non fosse meramente di maniera lo prova il fatto che ancora il 7-8 luglio, parlando con Alberto Pirelli, Ambrosio affermò che «in Sicilia siamo quasi pronti»90 e, allargatosi il discorso alla situazione generale dell’Asse e alla impossibilità di convincere Hitler a non riprendere l’offensiva in Russia, definí la guerra sottomarina «l’unica nostra speranza»91: una ben strana definizione in bocca ad uno che fosse ormai veramente convinto dell’ineluttabilità della sconfitta e della assoluta necessità di uscire dalla guerra.

Come militare Ambrosio non si può certo dire che fosse un «fulmine di guerra»; sotto il profilo politico era poi pressoché inesistente; il suo buon senso e il suo realismo piemontesi bastavano però – sono cose che abbiamo già detto, ma che è opportuno ripetere per chiarire bene la sua posizione e, ciò che è molto piú importante, il suo comportamento come capo di stato maggiore generale e il suo atteggiamento verso i tedeschi – a fargli capire che un Castellano o un Carboni non avevano sul da fare idee piú chiare di quelle che aveva lui e che dando loro ascolto le possibilità di evitare al paese una vera e propria tragedia sarebbero state scarsissime. Da qui la sua prudenza, il suo voler evitare passi falsi che facessero precipitare i rapporti con i tedeschi, che sapeva attentissimi alle cose italiane e assai preoccupati per una loro possibile evoluzione «negativa», al punto che oggi noi sappiamo che l’OKW (che da tempo aveva preso in considerazione l’eventualità di una defezione italiana) appena caduta la Tunisia cominciò a predisporre due controperazioni ad hoc, l’«Alarico», per occupare l’Italia, e la «Costantino», per assicurarsi il controllo delle regioni balcaniche occupate dagli italiani92. Una prudenza che si accompagnava ad una professionalità e a un patriottismo, per noi oggi forse non facili da comprendere, ma vivi ed operanti che – in mancanza di ordini in contrario da parte del sovrano – lo portavano a fare come capo di stato maggiore generale e come italiano il suo dovere nel migliore dei modi possibile e, persino a quel punto della guerra, a non rinunciare totalmente all’idea o, almeno, alla speranza che vi potesse essere ancora una ridottissima possibilità di uscirne, se non proprio vittoriosi, neppure vinti e che comunque fosse doveroso non bruciarsi i ponti alle spalle innanzi tempo e lasciare che i politici – e cioè Mussolini, ché altri Ambrosio mai dovette considerare in grado di gestire i rapporti con i tedeschi – facessero la loro parte, il loro dovere come lui faceva il suo. Da questo punto di vista chi capí bene i termini della questione fu un colonnello dello Stato maggiore della Wehrmacht venuto in giugno in missione speciale in Italia, O. Berger; in un rapporto ai suoi superiori, il 23 giugno, scrisse che non era «nemmeno il caso di parlare di infedeltà delle alte sfere dell’esercito verso il Duce; fino a che la Casa Reale gli è fedele, non c’è da temere nessuna frattura tra il corpo degli ufficiali e il Duce»93.

1136–1137

Se non si capisce bene questo atteggiamento di Ambrosio non si capisce neppure o si corre il rischio di fraintendere – come in qualche caso avviene persino al Deakin94 – il suo comportamento come capo di stato maggiore generale. In particolare il senso profondo della sua fermezza nei confronti dei tedeschi, il suo adoperarsi per ottenere da essi il massimo di aiuti possibile e il ritiro di una parte almeno delle forze italiane impegnate nei Balcani (e, quindi, il suo rifiuto a mutar linea di condotta rispetto al movimento di resistenza di Mihajlović) e il suo convinto impegno sia nella difesa della Tunisia (sino a quando il suo costo non divenne ingiustificabile rispetto non solo alle perdite umane e di mezzi che comportava, ma al tempo che esso poteva assicurare per una piú efficace difesa del suolo nazionale) sia nella preparazione degli apprestamenti difensivi e delle forze che avrebbero dovuto far fronte ad un assai probabile attacco nemico al territorio nazionale. Per non dire del carattere particolare del suo rapporto con Mussolini. Un rapporto ricco di luci e di ombre, di fiducia e di sfiducia, di speranza e di sconforto, ma tutto sommato leale e che poggiava su alcune premesse di fondo sostanzialmente comuni.

1137–1138

Di alcuni nodi e momenti piú significativi dell’operato di Ambrosio e con lui del Comando supremo nei confronti dei tedeschi abbiamo parlato nelle pagine precedenti e nel terzo capitolo. Su essi è altresí disponibile la ricostruzione che ne ha fatto il Deakin95, alla quale molto, volendo, si potrebbe aggiungere grazie alla documentazione militare italiana resasi nel frattempo disponibile, ma che, salvo per questioni di non grande rilievo, resta tutt’ora valida e piú che sufficiente per chi, come noi, non si propone di ripercorrere passo passo i rapporti militari italo-tedeschi, ma solo di coglierne la sostanza e l’incidenza su quelli politici e sulla evoluzione della situazione italiana e la posizione di Mussolini.

In questa ottica è sufficiente sottolineare che, per quel che riguarda le richieste di aiuti, da parte italiana la piena conferma di quello che gli incontri romani dei mesi precedenti con Ribbentrop, Warlimont, Göring e Dönitz avevano già lasciato capire si ebbe in aprile a Klessheim: i tedeschi non avevano intenzione di concedere aiuti effettivi e, se proprio si fossero dovuti indurre a farlo, lo avrebbero fatto solo in extremis e comunque inviando, piuttosto che maggiori quantitativi di materie prime, di rifornimenti e di armamenti, propri reparti organici96. E collo scopo, piú che di aiutare un alleato in difficoltà in cui non avevano piú fiducia (tant’è che l’OKW tendeva, come avevano caldeggiato sin dal 1941 l’ambasciatore von Mackensen e l’ammiraglio Fricke, ad estendere il proprio controllo sulle forze armate italiane e possibilmente a porle addirittura sotto il proprio comando e, di fronte alla ferma resistenza italiana, a rendere almeno l’OBS di fatto autonomo dal Comando supremo) e verso il quale essi nutrivano addirittura, a cominciare da Hitler (che, se salvava ancora in qualche modo Mussolini e si poneva il problema della sua protezione personale97, era per altro convinto che la sua «miglior volontà» venisse sistematicamente sabotata dai suoi piú stretti collaboratori e da quel «branco di corrotti» che, ai suoi occhi, erano «i dirigenti delle forze armate e dello Stato»98), un profondo disprezzo, di cautelarsi rispetto al rischio di un suo crollo e di una sua defezione. Tipico è in questo senso un lungo sfogo di Hitler la sera del 4 marzo 1943 durante una delle consuete riunioni presso il gran quartier generale per fare il punto della situazione sui vari fronti con i suoi piú stretti collaboratori. Il verbale della riunione è purtroppo tra quelli piú deteriorati, ciò nonostante rende bene sia la sostanza della posizione di Hitler sia lo stato d’animo da cui essa traeva alimento. Venute in discussione le richieste italiane di forniture aggiuntive a quelle già presentate in precedenza e destinate a ricostituire le armi e i materiali perduti o inviati in Africa, il Führer si era subito lanciato in una serie di considerazioni che valgono piú di ogni nostro discorso99:

1138–1139

Ho parlato con Schmundt per vedere se possiamo farlo. Noi diamo armi agli italiani ed esse vengono cosí in mano a gente che le fa finire in mano al nemico, dopo poco tempo esse sparano contro di noi. Accade lo stesso anche se si tratta di armi russe o di altra preda bellica: sono sempre armi che in breve tempo sono rivolte contro di noi. Ho chiesto a Schmundt se ritiene che personalmente potrei impegnarmi con una proposta da inviare al duce – un mio incontro con lui è ora escluso –, una proposta condizionata: egli dovrebbe fornire uomini di provata fede fascista per 6 divisioni, elementi tratti dalla milizia, che sarebbero organizzati, equipaggiati e addestrati da noi in Germania. Di tali divisioni dovrebbero far parte solo fascisti di sicura fede, noi aiuteremmo anche a formarne i comandi, e riceverebbero da noi le armi. Ho pensato a questo anche in relazione alla situazione esistente sullo stesso territorio italiano, perché a Mussolini sarebbero necessarie due divisioni cosí, una a Roma e una [certamente anche nell’Italia settentrionale], perché Dio sa che cosa egli ha a disposizione […] vedremo, il duce […] pensarci. Cosí intanto dobbiamo sempre fornire armi. [Ma come s’è fatto finora] non ha alcun senso. [Al duce] posso parlare esplicitamente, perché mi ha già detto che devo dirgli tutta la verità sulle perdite al fronte orientale. Gli dirò: se non costituite […] nuove, non riceverete piú niente. Tutto si può fare, ma a una condizione: che ci sia un corpo fidato di ufficiali. Ma se non c’è questo, o se non lo si ricostruisce dalla base, allora è inutile parlare di costituire nuove unità. Bisogna proprio ricominciare da Adamo ed Eva, altrimenti non ha alcun valore. Naturalmente egli ha laggiú anche della brava gente, ma non può impedire […] il tutto. Hanno inserito i battaglioni «M» nelle singole divisioni dell’esercito, vengono ora impiegati nel loro ambito e cosí non hanno alcuna influenza e utilità. Ora, sarebbe del tutto diverso se egli potesse costituire prima 6, e poi, in seguito, anche 8, 10, 12 divisioni proprie. Se dobbiamo continuare a fornire loro delle armi, le forniremo piuttosto per queste unità, che si potrebbero armare adeguatamente, cosí che rappresenterebbero per lui un appoggio anche in patria. Se egli può cominciare a contare inizialmente su 4 divisioni di questo genere, allora può farsi valere e un po’ alla volta cominciare a sciogliere certe miserabili divisioni dell’esercito o a sostituirvi il corpo degli ufficiali [...] e cosí portare gradatamente a qualche miglioramento [della situazione. Ma se non ha un tale appoggio] non può fare niente. [Questo è nel] nostro interesse. Se nell’Africa settentrionale [...] [ci fosse stato anche un minor numero di] unità, ma fossero state fasciste, formate e organizzate da noi, sarebbe andato meglio che con 4 di quelle divisioni [che, a causa della] deficienza dei comandi e delle loro [...] al primo colpo di cannone tagliano la corda [...] Mi ha anche detto che nel popolo si possono osservare meravigliosi [...] nelle masse, ma che non è riuscito a [...] scegliere [...] sono vacillanti [...] non hanno alcuno zelo nel servizio. Gli ufficiali non hanno nessun senso della responsabilità, ma pensano a una sola cosa: ad andare al caffè.

1139–1140

Appena rientrato da Klessheim, Ambrosio sottopose a Mussolini un promemoria in cui era detto che dai colloqui avuti con i tedeschi risultava chiaro che questi continuavano a considerare lo scacchiere mediterraneo «di secondaria importanza» e che la loro decisione di «tenere a qualunque costo la Tunisia» era dettata essenzialmente dalla volontà di «vincolar[vi] il piú a lungo possibile le forze del nemico» e che, nonostante le pressioni esercitate su di loro, gli aiuti che, per il momento, essi avrebbero fornito sarebbero stati tutto sommato modesti, assai inferiori a quelli richiesti dato che l’OKW era contrario a «devolvere i mezzi disponibili a scacchieri attualmente non attivi nella previsione siano attaccati» e si diceva disposto «ad assicurare tutto il concorso possibile» solo nel caso di sbarchi in Sardegna e in Sicilia100.

Questa linea di condotta, unita alle notizie che filtravano da Berlino sulla impossibilità per la Germania ad impegnarsi su due fronti e che, con la fine di aprile, davano l’OKW rassegnata a considerare la Tunisia difendibile solo per poco, alla diminuzione e alla crescente irregolarità delle forniture (soprattutto di materie prime) che i tedeschi si erano impegnati a consegnare e, dulcis in fundo, alle preoccupazioni per l’ordine pubblico dopo gli scioperi di Torino e di Milano, suscitò negli ambienti militari un forte scontento con punte di vero e proprio risentimento e talvolta ostilità non solo nei confronti dei tedeschi ma anche di Mussolini, considerato, per un verso, l’origine prima della situazione nella quale versava l’Italia, per un altro verso, incapace di trovare una via d’uscita da essa e d’ostacolo a chi volesse farlo.

1140–1141

Secondo il Deakin101, nell’ultima decade di aprile questo scontento avrebbe costituito l’elemento determinante della «nascente opposizione» in seno al Comando supremo a Mussolini e all’«intera struttura del suo governo personale». A sostegno di ciò egli cita una «minuta di verbale» senza intestazione né firma, datata 2 maggio, sulla quale appare la sigla di Bastianini e in cui si parla, appunto, del farsi strada «tra i dirigenti delle forze armate» di un «atteggiamento comune», e spesso violento contro Mussolini e contro Kesselring. A nostro avviso, il discorso di Deakin è però eccessivamente semplicistico, al limite fuorviante. Innanzi tutto perché non distingue tra «opposizione» militare, anche degli alti gradi, generica (morale, umorale, velleitaria poco qui importa) e politicamente priva di concrete possibilità, e «opposizione» del Comando supremo in senso proprio, che, a sua volta, va vista nelle sue varie anime e graduazioni e soprattutto nell’unica chiave effettivamente importante: quella del rapporto con il sovrano. In secondo luogo stabilire un rapporto di causa ed effetto tra le conclusioni tratte dall’andamento delle conversazioni di Klessheim e il precipitare della situazione in Tunisia da un lato e la nascita dell’opposizione militare da un altro lato è un postdatare questa di circa cinque mesi e un precludersi la possibilità di capire veramente i meccanismi e i passaggi interni che la contraddistinsero. In terzo luogo il documento sul quale Deakin fonda il suo discorso non è, come lui ritiene, una «minuta di verbale», un documento, dunque, ufficiale, ma una informazione fiduciaria (forse neppure redatta da un italiano, ché alcuni termini fanno pensare piuttosto ad uno straniero) sottoposta a Bastianini per conoscenza e da lui vistata dopo averla letta. L’unica cosa, a nostro avviso importante, del documento è che esso rispecchiava, per un verso, le divergenze di idee, le polemiche, i rancori piú o meno sotterranei della Marina nei confronti dell’Esercito e del Comando supremo e, per un altro verso, la confusione che regnava tra gli «oppositori», al punto che il suo estensore arrivava ad ipotizzare che essi potessero addirittura muoversi «in accordo con qualche elemento tedesco», ostile a Kesselring, cioè a colui che in quel momento era bene o male il meno avverso agli italiani e il piú propenso a venire in parte incontro alle loro richieste. E ciò tanto piú che, sia pure ex silentio, il presunto «verbale» lascia capire che lo scontento degli «oppositori» non si appuntava solo contro il feldmaresciallo e il «duce» ma anche contro Ambrosio (verso il quale la Marina nutriva una forte animosità per non avere, a suo dire, sufficientemente rintuzzato le critiche mossele da Göring, non aver assunto nella questione dei cacciatorpediniere un atteggiamento piú intransigente e, soprattutto, perché sosteneva che in caso di attacco alle coste italiane la flotta dovesse dar battaglia), considerato anche lui troppo debole nei confronti dei tedeschi. Un’accusa ingiusta102 e che non teneva conto delle difficoltà che Ambrosio doveva superare per dare ai rapporti con i tedeschi un carattere diverso da quello che aveva impresso loro Cavallero e dei ristretti margini di manovra nell’ambito dei quali egli doveva operare, cercando di far fronte e di contemperare quattro esigenze in buona parte contrastanti: provvedere alla difesa del suolo nazionale, senza però disinteressarsi completamente della Grecia e senza disporre di forze adeguate; evitare una rottura con i tedeschi, cercando al tempo stesso di ottenere da essi il massimo possibile di aiuti e di contenerne la sempre piú evidente tendenza egemonica; non prendere iniziative che potessero essere in contrasto con i disegni del sovrano (che ignorava) ovvero comprometterlo; non pregiudicare i rapporti con Mussolini che, stante questa situazione, costituiva l’unico punto a cui, volente o nolente, poteva far riferimento, poiché solo lui poteva costituire ancora in qualche misura una garanzia per i tedeschi (e, quindi, cercare di ottenere una parte almeno di quegli aiuti che ad altri essi non avrebbero certo concesso) e tentare di convincere Hitler a mutare la sua strategia politica.

1141

Nonostante il telegramma che il 30 aprile Mussolini aveva inviato a Hitler per sollecitarlo, come già aveva fatto il 9 marzo103, a trasferire in Italia una forza aerea tale da controbilanciare quella anglo-americana, e a farlo immediatamente se si voleva salvare la testa di ponte tunisina, non avesse sortito alcun effetto, Ambrosio, in pieno accordo con Bastianini104, continuò anche dopo il convegno di Klessheim a far presente a Kesselring e a von Rintelen le necessità italiane con una insistenza, una tenacia e un tono che alla fine un risultato almeno lo ottennero.

1142–1143

Il 9 marzo, scrivendo a Hitler, Mussolini aveva ancora ostentato la sua «decisione incrollabile» di «marciare» con lui «fino in fondo»105. A meno di venti giorni di distanza, dopo la missione a Roma dell’ammiraglio Dönitz che aveva cercato di ottenere che la Marina fosse posta sotto il controllo di «esperti» tedeschi106, gli aveva riscritto usando un linguaggio notevolmente diverso: dopo avergli esposto l’«audace» proposta di un impegno a fondo nel Mediterraneo occidentale per prevenire e bloccare l’invasione del continente da parte anglo-americana, aveva concluso la sua perorazione con queste parole107:

Questa manovra che dovrebbe avere naturalmente carattere di fulmineità, ridarebbe all’Asse l’iniziativa in quel mare che sarà decisivo per le sorti della guerra e permetterà all’Italia di marciare – come incrollabilmente vuole – con la Germania sino in fondo. Ora l’Italia ha resistito e resiste alla pressione di due colossi, piú i francesi, ma, io credo, che siate il primo a rendervi conto che una posizione di difensiva, senza piú alcuna possibile iniziativa, è condannata presto o tardi all’esaurimento.

Un discorso che poteva essere interpretato in vari modi108, ma che è difficile pensare che Berlino non ne avesse colto la differenza rispetto al precedente e non si fosse messa in un certo allarme. Dopo un’ennesima richiesta di Mussolini, il 30 aprile, di un immediato invio di aerei senza i quali il destino della Tunisia, aveva telegrafato a Hitler, sarebbe stato segnato e dopo che von Rintelen aveva per parte sua fatto sapere a Berlino che l’esercito italiano non sarebbe stato in condizioni di arginare un attacco contro il territorio metropolitano109, Kesselring – scontata ormai la perdita della Tunisia – ebbe istruzioni di comunicare al Comando supremo che nel giro di poche settimane, con le truppe che sarebbero rientrate dall’Africa e con i rinforzi che erano stati destinati ad essa e che si sarebbero resi disponibili, sarebbero state costituite tre divisioni che si sarebbero aggiunte alle due già dislocate in Sicilia e in Sardegna. Questo il 6 maggio. Tre giorni dopo i tedeschi offrirono altre due divisioni, la XVI panzergrenadiere, motorizzata, e la «Hermann Göring»110. La risposta di Mussolini, telegrafata a Hitler la sera del 12, e il giorno successivo a Dönitz (che era venuto a Roma per rendersi conto, e riferire al Führer, delle reazioni alla capitolazione delle forze dell’Asse in Tunisia, dei preparativi per fronteggiare gli attacchi che il nemico non avrebbe ormai mancato di portare contro l’Italia o contro la Francia meridionale o contro il Peloponneso e soprattutto di quanto fosse possibile fare affidamento sulla lealtà italiana e dello stesso Mussolini111) fu però sostanzialmente negativa. L’Italia non aveva bisogno di uomini: «ne abbiamo»; Hitler aveva offerto cinque divisioni:

1143–1145

Ritengo sia troppo. Ne bastano tre, purché siano divisioni con molti mezzi, che assicurino rapidi movimenti, e carri.

Nel mio telegramma di ieri sera al Führer – disse a Dönitz112 – ho esposto i seguenti dati: tre divisioni, sei battaglioni carri (però con questi anche gli uomini, perché non abbiamo tempo per preparare gli uomini)... per la difesa contro attacchi aerei, soprattutto in Sicilia, cinquanta batterie (duecento pezzi) e una cinquantina di squadriglie di aerei... Dunque da trecento a quattrocento aerei. Una divisione dovrà essere dislocata nell’Italia centrale, tra Roma e Napoli. Con le nostre forze e con queste tre divisioni possiamo essere tranquilli, anche nell’eventualità di un attacco nemico.

Questa posizione (che Mussolini avrebbe ribadito il 5 giugno con Kesselring e von Rintelen: «per quanto riguarda le divisioni che devono venire in Italia sono contento con quattro. Sono sufficienti per la difesa delle isole e della penisola. Bastano»113) non trovò concorde tutto il Comando supremo. Ambrosio, pur essendo preoccupato per la scarsezza e il basso livello delle forze a sua disposizione e, soprattutto, di riserve mobili, non la considerò del tutto negativamente, pensando che potesse favorire i suoi propositi di ritirare dai Balcani alcune divisioni; altri, come Roatta, la giudicarono invece negativamente. Tra i tedeschi chi ne colse subito il senso fu Kesselring, che già il 13 maggio disse a Dönitz che essa provava che gli italiani volevano «rimanere padroni in casa propria»114 e che, tutto sommato, non se ne allarmò troppo. Se il «duce» – dovette pensare – voleva contenere la presenza tedesca in Italia, ma continuava a chiedere con tanta insistenza l’invio di aerei voleva dire che per il momento non doveva pensare a gettare la spugna e a defezionare.

Molto piú negative furono invece le valutazioni dell’OKW e di Hitler. Già fortemente prevenuti nei confronti dell’Italia e, per quel che riguardava l’OKW, anche di Mussolini, essi videro nell’inatteso rifiuto del «duce» un’altra tessera di quel mosaico del «tradimento» che ogni giorno di piú ritenevano che gli italiani stessero tramando e di cui consideravano che i maggiori orditori fossero la monarchia, i militari (soprattutto nelle persone di Ambrosio, che, per il Führer, sarebbe stato lieto di fare dell’Italia un dominion britannico115, di Roatta e dei «loschi figuri» della Marina) e Bastianini. Sino allora questo mosaico si era caratterizzato ai loro occhi soprattutto in forza delle tergiversazioni e dei piú o meno dissimulati rifiuti italiani ad accettare il loro punto di vista circa l’assoluta necessità, per eliminare il «banditismo» in Jugoslavia, di por fine a qualsiasi rapporto o tolleranza con il movimento del generale Mihajlović116, dei rifiuti e dei silenzi frapposti dal ministero degli Esteri e dalle autorità militari alle loro richieste volte ad ottenere la consegna degli ebrei che si trovavano o, peggio, si erano rifugiati nelle zone di occupazione italiana117, delle insistenze di palazzo Chigi affinché l’Asse prendesse solennemente posizione a favore della causa nazionale araba e, piú recentemente, degli «ambigui rapporti» che la diplomazia italiana e lo stesso Bastianini intrattenevano con gli altri partners minori del Tripartito. Se a ciò si aggiunge che, pressoché nello stesso momento in cui a Roma Mussolini diceva a Dönitz di considerare sufficienti alle necessità italiane tre sole divisioni, a Berlino Alfieri esprimeva, senza ricorrere alle consuete perifrasi, al sottosegretario agli Esteri von Steengracht, da cui, in assenza di von Ribbentrop, si era recato per puntualizzare alcune delle questioni in sospeso tra i due governi, il «rammarico» italiano per come i tedeschi si erano comportati nella vicenda tunisina e in particolare per il fatto «che, nonostante le precise assicurazioni date da parte tedesca circa l’invio di tutto il necessario per prolungare al massimo la resistenza col proposito che essa fosse definitiva, praticamente gli aiuti tedeschi inviati in Italia sono stati quasi nulli e comunque non tempestivi»118, è facile capire come il vero e piú importante risultato della presa di posizione mussoliniana fu quello di rafforzare Hitler nella convinzione che «il punto piú critico» fosse ormai costituito dall’Italia e che, quindi, fosse necessario, per un verso, accelerare i preparativi per l’attuazione dei piani «Alarico» e «Costantino»119 («degli italiani non c’è da fidarsi, – disse il 19 a Keitel120, – ma sono d’altro canto convinto che, nel caso in Italia succeda qualche porcheria, basteranno poche forze a ristabilire la situazione...») e, per un altro verso, incontrarsi al piú presto col «duce» in maniera da rendersi personalmente conto del suo effettivo stato di salute, poterne sondare lo stato d’animo e i propositi per il futuro e, se, come pensava, egli gli fosse apparso sempre fedele all’alleanza, al contrario dei suoi collaboratori e del sovrano, rafforzarlo in questa sua posizione, convincerlo ad accettare quegli aiuti ai quali questi lo avevano subdolamente indotto a rinunciare per poter piú facilmente portare a buon fine le loro trame delittuose e «sapere come egli pensa che potrebbe cavarsela l’Italia nel caso di un distacco tra la rivoluzione fascista e la Casa reale» e come pensava che in questo caso si sarebbe comportato il popolo italiano121.

1145–1146

Ridotta all’osso, la posizione di Hitler può essere cosí sintetizzata. Il Führer, pur essendo fortemente irritato e allarmato per l’atteggiamento di Bastianini e dei militari (ai quali attribuiva la responsabilità degli «errori» del «duce»), non aveva ancor perduto la fiducia in Mussolini e si preoccupava che una sua scomparsa dalla scena politica lasciasse il fascismo (di cui sottovalutava la crisi, ritenendola limitata soprattutto a determinati ambienti di vertice, in particolare a quelli attorno all’élite economica, a Ciano, a Grandi, a Volpi e ai loro entourages e a una serie di gerarchi corrotti) senza capo. E ciò tanto piú che lo stesso Mussolini, parlando con lui tête-à-tête a Klessheim, gli aveva detto di non avere «un possibile successore nella rivoluzione fascista»: «come capo del governo un successore si potrebbe trovare, ma non ve n’è alcuno da mettere alla testa della rivoluzione fascista»122. Nonostante la sua fiducia nel «duce», Hitler si rendeva però anche conto che, a quel punto, il perno su cui ruotava la situazione era, piú che Mussolini, il sovrano. Dove il suo disprezzo per gli italiani, per le teste coronate e gli ambienti attorno ad esse e, dunque, anche per Vittorio Emanuele III (e per il principe di Piemonte) lo induceva in errore (o, meglio, gli faceva precorrere i tempi) era nel ritenere che il sovrano avesse già maturato il «tradimento» e già decisa la liquidazione di Mussolini e che Ambrosio e i militari stessero già operando in questo senso.

1146–1147

In realtà a metà maggio il re non aveva preso ancora nessuna decisione. Indubbiamente la fine della resistenza in Tunisia, i sempre piú massicci bombardamenti alleati e l’aggravarsi della minaccia di uno sbarco nemico sul suolo nazionale lo rendevano ogni giorno di piú consapevole della necessità di una decisione che non poteva andare che nel senso di un ritiro dalla guerra. Ciò non vuol dire però che tale decisione l’avesse effettivamente già presa e neppure che avesse perso ormai ogni fiducia in Mussolini, ché, anzi, tra i motivi per capire perché non l’avesse ancora presa un posto non insignificante hanno proprio la sua perdurante fiducia nell’abilità politica di Mussolini e, dunque, la sua speranza che il «duce» trovasse una soluzione che rendesse il ritiro dalla guerra meno traumatico e meno pericoloso sia sotto il profilo politico-sociale sia per le sorti della monarchia. Ma su questo torneremo nelle prossime pagine. Quello che importa sottolineare è che, stante questa posizione d’attesa del sovrano, Ambrosio – contrariamente a quanto ritenuto da Hitler – a quest’epoca non solo non stava «tramando» nulla, ma – pur considerando i tedeschi, lo si è visto, «il nemico» da cui era necessario difendersi – aveva verso di essi un atteggiamento che sotto il profilo piú propriamente militare può essere definito lealista e, nei limiti dei mezzi a sua disposizione, si sforzava di apprestare un apparato difensivo il piú possibile in grado di far fronte ad un eventuale sbarco alleato, che le notizie raccolte dal Sim e dalle rappresentanze diplomatiche nella penisola iberica e a Tangeri sulla dislocazione delle forze alleate nel Mediterraneo centroccidentale tendevano sempre di piú a far ritenere si sarebbe localizzato in Sicilia. E per rendere la difesa piú efficace cercava di coinvolgere al massimo i tedeschi, continuando, nonostante l’esperienza dei mesi precedenti, a sollecitare l’invio di un’adeguata copertura aerea, il rispetto dei contingenti concordati in materia di rifornimenti e la fornitura di mezzi pari almeno a quelli andati perduti in Africa. Che poi quest’azione – sua e di Bastianini – su Berlino si accompagnasse al tentativo di concordare con l’OKW il rimpatrio di un certo numero di divisioni impegnate in Jugoslavia e in Grecia e, possibilmente, anche di qualcuna di quelle che erano in Francia e di evitare che, invece di materiali, la Germania mandasse in Italia proprie truppe è un’altra questione, che però non è possibile, come invece qualcuno ha fatto, ridurre sic et simpliciter al denominatore del «tradimento», ma va vista rifacendosi a tre esigenze delle quali Ambrosio, pur rimettendo ogni decisione politica al sovrano e cercando per parte sua di fare tutto il possibile per scongiurare il rischio di una catastrofe militare, non poteva non tenere conto e che erano in parte sentite anche da Mussolini.

1147–1148

La prima di queste esigenze era essenzialmente di ordine interno; in parte di immagine e di prestigio, rispondeva però soprattutto a un preciso motivo di prudenza: evitare che una massiccia presenza militare tedesca facesse aumentare vieppiú l’ostilità nei confronti della Germania e potesse dar luogo a incidenti e turbamenti dell’ordine pubblico che avrebbero aperto pericolosi spazi di manovra agli antifascisti e ai comunisti in particolare e suscitato ancor piú pericolose reazioni da parte tedesca. La seconda era quella, molto sentita dal Comando supremo, di difendere il piú possibile dai tedeschi la propria autonomia decisionale e di comando: «vogliono continuare a collaborare con il Comando tedesco, ma vogliono essere indipendenti e avere in mano loro il controllo, quel tanto, almeno, che dall’esterno sembri tale...», cercò invano di spiegare il 26 maggio ai propri superiori von Rintelen in un lungo rapporto sulla situazione italiana e sugli atteggiamenti attraverso i quali si manifestava, in particolare quelli piú vivi al Comando supremo123. Quanto infine alla terza esigenza, far affluire in Italia solo le forze tedesche ritenute indispensabili per contrastare uno sbarco nemico e stanziarle laddove questo si prevedeva avrebbe avuto luogo, cioè nelle isole e all’estremo sud della penisola, equivaleva a premunirsi il piú possibile rispetto a loro «interferenze» sul piano interno e nelle zone chiave attorno Roma e del centro-nord e soprattutto a un loro intervento nel caso di un ribaltamento della situazione politica che portasse alla liquidazione di Mussolini e all’uscita dalla guerra. Una eventualità, questa, che Ambrosio – lo ripetiamo –, pur impegnandosi a fondo nell’organizzazione della difesa e collaborando lealmente con l’OBS, non poteva assolutamente escludere e che dopo la fine delle operazioni in Africa gli appariva anzi sempre piú inevitabile e che doveva quindi tenere sempre presente anche se era all’oscuro delle intenzioni del sovrano.

Attenersi a questa linea di condotta era però tutt’altro che facile. I tedeschi diffidavano ormai ogni giorno di piú degli italiani e forse, abituati alla cinica cedevolezza di Ciano, ancor piú che dei militari, di Bastianini, il cui atteggiamento sempre piú duro e intransigente faceva talvolta pensare persino a qualche italiano – tipico il caso di Michele Lanza che, pure, prestava servizio presso l’ambasciata a Berlino e conosceva quindi la situazione – che stesse «cercando a bella posta di invelenire i rapporti tra i due paesi per provocare un incidente atto a giustificare una eventuale rottura»124. E anche quando si inducevano a concedere aiuti, non potevano farlo che in misura assai ridotta, dovendo dare la precedenza al fronte orientale e dato che stavano attraversando un momento di ridotta disponibilità di aerei a causa delle trasformazioni necessarie a rinnovare le linee di produzione per costruire nuovi tipi di velivoli. Sicché le richieste italiane piú pressanti (di aerei e di artiglieria contraerea e anticarro) o venivano respinte tout-court o ottenevano in risposta pressoché solo generiche dichiarazioni di «buona volontà» e controfferte di inviare reparti organici sempre piú difficili da rifiutare, un po’ per la pressante necessità di rafforzare il debole, e sempre piú in ritardo, rispetto ai tempi di apprestamento previsti, sistema difensivo italiano, un po’ per non inasprire di piú i rapporti tra i due paesi125. Ciò nonostante sino agli inizi di giugno le controfferte tedesche furono parzialmente contenute.

1148–1151

Ancora il 5 giugno, pur ribadendo per l’ennesima volta a Kesselring (in partenza per il gran quartier generale del Führer) che l’Italia aveva soprattutto bisogno di aerei e di cannoni antiaerei e anticarro e che invii di truppe potevano essere utili solo se si fosse trattato di divisioni corazzate, Mussolini finí per accettare l’offerta di un’altra panzergrenadiere, che Ambrosio pensò di destinare in Lucania126. Piú in là però non si spinse e resta il dubbio se, accettando l’offerta della panzergrenadiere, il «duce» sperasse di avere in contraccambio una parte almeno degli aerei e delle artiglierie tante volte richiesti e che Kesselring gli aveva assicurato che avrebbe caldeggiato un serio sforzo per concederli. A rendere difficile persistere in questo atteggiamento di contenimento delle offerte tedesche, a cominciare da quello stesso 5 giugno sopravvennero però due avvenimenti imprevisti: la messa fuori servizio per alcuni mesi della «Roma» e della «Vittorio Veneto» a seguito di un’azione aerea nemica su La Spezia (5 giugno) e la capitolazione dopo solo quattro giorni d’attacco di Pantelleria (8-11 giugno)127, subito seguita da quella di Lampedusa. Né per quel che riguarda piú direttamente Ambrosio, il suo personale senso di responsabilità e la sua posizione nei confronti dei tedeschi, si può sottovalutare l’effetto che su di lui dovette avere il fatto che Roatta, appena assunta la carica di capo di stato maggiore dell’Esercito, prese a sostenere (anche con i tedeschi) che per un’efficace difesa del territorio nazionale occorrevano dieci divisioni tedesche, sei delle quali corazzate128. Di fronte a questi fatti nuovi da parte italiana ci si venne infatti a trovare prima di quanto previsto sotto la concreta minaccia di una imminente azione nemica contro la Sicilia, da affrontare per di piú con una flotta priva delle sue navi maggiori e piú moderne, un’aviazione quantitativamente e qualitativamente molto inferiore a quella avversaria, apprestamenti difensivi inadeguati e in larga misura ancora incompleti, linee di comunicazione insufficienti e pressoché indifendibili dagli attacchi aerei nemici e una forza da combattimento in grado, forse, di contenere l’azione del nemico, ma del tutto insufficiente quanto a riserve e a unità mobili di pronto intervento per ributtarlo in mare. In una situazione cioè nella quale il sostegno tedesco diventava indispensabile. Nell’ottica di Mussolini perché il successo dello sbarco avrebbe irrimediabilmente frustrato le sue speranze di convincere Hitler a rivedere radicalmente la sua strategia bellica e sancito al tempo stesso la fine del regime o, se i tedeschi l’avessero impedita, il suo declassamento al livello di un qualsiasi governo Quisling. In quella di Ambrosio perché quali che fossero le effettive intenzioni di Vittorio Emanuele III egli continuava ad ignorarle e, anche se vi era attorno al sovrano e da parte di Acquarone un crescente movimento che faceva pensare all’avvicinarsi di una svolta, non mancavano sintomi che facevano pensare che difficilmente essa si sarebbe verificata prima che si fosse visto l’esito dello sbarco alleato, sicché ad Ambrosio toccava il compito non solo piú difficile, ma intrinsecamente piú contraddittorio: provvedere al meglio alla difesa, il che comportava necessariamente appoggiarsi ai tedeschi e quindi non inasprire i rapporti con essi sottilizzando troppo sul tipo di aiuti che erano disposti a dare, pur sapendo bene il pericolo costituito da tali aiuti per il futuro del paese, della monarchia e della sua libertà di manovra. Il che spiega come, tutto sommato, sino a quando gli Alleati non sbarcarono in Sicilia, il meno cedevole nei confronti dei tedeschi finí per essere Mussolini e non Ambrosio, malgrado questi dovesse aver chiaro che essi non avevano alcuna intenzione di modificare la loro linea di condotta verso l’Italia.

1151–1152

Quanto avvenne in giugno è a questo proposito non solo assai significativo, ma aiuta a capire perché, continuando Vittorio Emanuele III a non rivelare i suoi propositi (e, probabilmente, non per un eccesso di cautela, che sarebbe stato assurdo con un fedelissimo come Ambrosio, ma perché egli stesso doveva ancora nutrire dei dubbi sul da fare) fu proprio dopo la capitolazione di Pantelleria che, tra la fine di giugno e i primi di luglio (quando chiese a Castellano di studiare un nuovo piano per l’arresto di Mussolini), Ambrosio, di fronte all’aggravarsi della situazione militare e al crescente timore che i tedeschi facessero affluire nuove truppe che avrebbero reso impossibile uno sganciamento italiano, sentí il bisogno e il dovere di prospettare apertamente al sovrano l’«opportunità di una dittatura militare con alla testa Caviglia o Badoglio» che potesse aprire trattative con gli Alleati e, quindi, di stringere i tempi di un’azione volta ad allontanare Mussolini dal potere e di impegnarsi in prima persona in entrambe le operazioni129.

L’8 giugno, appena rientrato da uno dei suoi viaggi lampo al gran quartier generale del Führer, Kesselring si recò da Ambrosio per informarlo delle decisioni di Hitler. Dal verbale del colloquio130 traspare quella che nelle settimane successive sarebbe risultata sempre piú chiaramente essere la linea di condotta dell’OKW: impegnare in Italia e nel Mediterraneo in genere il minor numero possibile di aerei e farvi affluire invece un numero di divisioni (al piú motorizzate, sebbene si dicesse disposto ad inviarne anche di corazzate) tale da permettergli di assumere il controllo del paese – a metà luglio ve ne sarebbero state nove – ma non certo sufficiente a costituire un apporto decisivo alla sua difesa, ché, come vedremo meglio nel prossimo tomo, sia nel caso di «defezione» dell’Italia sia in quello di un successo degli Alleati in Sicilia e di un loro passaggio in forze oltre lo stretto di Messina, l’OKW prevedeva di sganciare rapidamente le proprie truppe nel sud e di attestarle piú a nord, secondo alcuni sugli Appennini, secondo altri addirittura ancora piú a nord sulla linea Genova-Rimini.

1152–1153

Durante la mia recente visita al Führer – esordí il feldmaresciallo – ho riferito sulla situazione generale delle truppe tedesche dislocate in Italia.

Il Führer ha espresso la sua intenzione di provvedere ad un aumento delle forze aeree germaniche in Italia per migliorare la capacità combattiva, e per aumentare le possibilità di respingere un’eventuale azione nemica... Da parte del Führer è stato anche preso in esame un ulteriore miglioramento nell’efficienza delle truppe (tedesche) a terra, specie per quelle dislocate o destinate alle isole, rinforzandole con carri, reparti esploranti e pezzi semoventi.

In tutti i casi ha disposto che fosse sollecitato l’approntamento della Divisione «H. Göring», destinata alla Sicilia...

È stata esaminata anche la possibilità di un rafforzamento delle truppe tedesche dislocate in Sardegna. Le pratiche riguardanti questi argomenti sono già in corso per essere esaminate da parte del Comando Supremo.

In via di massima il Führer è del parere che bisogna fare di tutto per tenere le isole...

Allorché Ambrosio cercò di sapere se, finalmente, fosse stata presa qualche decisione circa l’invio di reparti aerei e sulla loro consistenza, la risposta che ottenne fu però del tutto generica («aumento degli aerei da bombardamento; ulteriore sviluppo di cacciabombardieri; rafforzamento “interno” dei reparti da caccia; probabile afflusso di un ulteriore gruppo da caccia») e accompagnato da considerazioni tecniche che tradivano l’intento di dilazionare comunque qualsiasi invio. Nei giorni immediatamente successivi alla resa di Pantelleria (che suscitò in Germania profonda impressione e fece crescere i timori di una defezione italiana131) l’OKW faceva comunicare, l’11 giugno, ad Ambrosio la propria disponibilità, se Mussolini e il Comando supremo ne avessero fatto richiesta, a dare altre truppe; il giorno dopo von Ribbentrop informava a sua volta Alfieri che Hitler aveva deciso di inviare in Italia il maresciallo von Richthofen «con una forte unità aerea»; e il 18 giugno, infine, Kesselring proponeva ad Ambrosio di chiedere altre due divisioni e gli faceva altresí notare l’opportunità di tener presente non solo il sud, ma anche il centro-nord e di provvedere alla sua difesa nel caso che non si fossero potute tenere le isole e gli accennava alla possibilità di ottenere a questo scopo altre truppe132.

1153–1154

Grazie alla documentazione resasi disponibile dopo la fine della guerra, oggi è facile dire che da parte tedesca con queste offerte ci si riprometteva soprattutto di rassicurare e tenere a freno la controparte italiana, cosí da guadagnare tempo per far affluire le forze necessarie a fronteggiare quella defezione dell’Italia che ormai quasi tutti i maggiori dirigenti politici e militari tedeschi, a cominciare da Hitler, si attendevano, ma che, proprio perché convinti che prima o poi l’Italia avrebbe defezionato, erano anche decisi a concretizzare pressoché solo nelle forme e nelle misure corrispondenti alla realizzazione dei loro disegni. Significativo a questo proposito è il loro offrire di inviare quelle divisioni corazzate che tanto stavano a cuore a Mussolini, ma poi ripiegare in sede di trattative con il Comando supremo su semplici divisioni motorizzate (sufficienti per gli scopi che si proponevano) o, addirittura, non inviarle del tutto, come sarebbe successo allorché, avendo il 6 luglio Roatta formalmente richiesto l’invio di due divisioni corazzate, lo Stato maggiore della Wehrmacht non dette corso alla richiesta nonostante (o perché) nel frattempo gli anglo-americani fossero sbarcati in Sicilia133. Detto questo, va però anche detto che – pur non sapendo ovviamente ciò che sappiamo noi oggi – sia Mussolini che Ambrosio erano ormai convinti della insincerità non solo delle piú o meno generiche assicurazioni tedesche di voler dare all’Italia tutto il possibile aiuto, ma anche di larga parte delle offerte e degli impegni dei tedeschi e, piú in genere ancora, persino dello stesso atteggiamento tedesco verso l’Italia. Il che aiuta a far capire meglio varie cose di quegli ultimi mesi del regime, in particolare il diverso atteggiamento, per quel che attiene i rapporti militari, di Mussolini e di Ambrosio verso i tedeschi. Se si considerano infatti, da un lato lo stato d’animo di Mussolini verso la Germania e Hitler e, da un altro lato, le condizioni personale e politica nelle quali Ambrosio doveva muoversi, non meraviglia che tra i due questi, non potendo correre il rischio di far precipitare i rapporti con i tedeschi, finisse per dover essere nei loro confronti il piú cauto.

Allorché il 13 giugno von Richthofen arrivò a Roma e, contrariamente a quanto annunciato da von Ribbentrop ad Alfieri, non per organizzare il trasferimento in Italia di «una forte unità aerea», ma per «un giro d’ispezione» e informò il Comando supremo che l’OKW non aveva alcuna intenzione di inviare unità aeree né grandi né piccole134, Mussolini (che la resa di Pantelleria e i suoi contraccolpi a tutti i livelli e in tutti gli ambienti aveva precipitato in uno stato di prostrazione e insieme di eccitazione) montò su tutte le furie e convocò per il giorno successivo a villa Torlonia Ambrosio, Sorice, Favagrossa e i tre capi di stato maggiore e dette loro istruzioni perché fossero ancora una volta «concretate le richieste di mezzi delle FF.AA. alla parte germanica». Un passo, questo, che a quel punto aveva un valore quasi solo polemico, ché, dopo mesi di richieste complessive e particolari respinte, lasciate cadere nel nulla, inevase, formulare una ennesima richiesta complessiva (nella quale, tra l’altro, si chiedeva l’invio di ben duemila aerei) finiva per assumere il significato di un atto politico; un voler formalizzare le responsabilità e la malafede tedesche, che l’accettazione di due delle divisioni offerte dall’OKW non valeva certo a rendere meno evidente, poiché il «duce» aveva dato il suo assenso alla loro accettazione solo perché esso gli era stato strappato «dopo una prolungata resistenza» – come Ambrosio avrebbe detto a von Rintelen e a Kesselring nel consegnar loro il promemoria nel quale erano indicate tutte le richieste – dal Comando supremo e, comunque, l’aveva condizionato all’impegno che si trattasse effettivamente di «unità corazzate», ché altrimenti Ambrosio avrebbe dovuto rifiutarle e proporre invece all’OKW «il rientro dalla Francia di due divisioni nostre e la loro sostituzione da parte germanica»135. E cosí infatti l’intese Keitel quando, il 23 giugno, von Rintelen gli portò il promemoria di Ambrosio.

1154–1155

Il 23 giugno – ha scritto nelle sue memorie von Rintelen136 – consegnai al Quartier Generale del Führer a Berchtesgaden la lista con i desiderata del Comando Supremo italiano ed ebbi una conversazione di tre ore col maresciallo Keitel sulla situazione italiana. Keitel vide nella lista che gli sottoponevo solo la preparazione di un abbandono dell’alleanza da parte dell’Italia, un «alibi» come egli si espresse.

1155–1156

Come prevedibile, la risposta tedesca fu estremamente generica. Rintelen ebbe ordine di comunicare a Roma che la lista sarebbe stata «esaminata». Solo la richiesta di aerei fu subito discussa tra Fougier e von Richthofen, con risultati per altro del tutto deludenti: dopo piú di dieci giorni di serrate trattative, Fougier non riuscí a strappare a von Richthofen piú di quanto questi aveva concesso a mo’ di contentino all’inizio e cioè l’invio di soli sei gruppi aerei; in tutto meno di cento velivoli, per i quali da parte italiana si sarebbero dovuti mettere a disposizione della Luftwaffe ben dodici aeroporti e che sarebbero entrati in linea non prima di un mese e mezzo137.

* * *

Come già si è visto, tutti i gruppi che a vario titolo sarebbero stati i protagonisti o che avrebbero avuto parte (o creduto di avervi avuto parte) nel 25 luglio avevano preso a muoversi negli ultimi mesi del 1942 in concomitanza col precipitare della situazione militare in Africa e con la malattia di Mussolini. Stalingrado, il moltiplicarsi dei bombardamenti aerei, il degrado progressivo della situazione interna, gli scioperi del marzo-aprile avevano accentuato il loro muoversi e l’avevano via via esteso, fatto penetrare in ambienti che sino allora si erano mantenuti appartati dalla politica o che avevano «patriotticamente» gravitato nell’orbita fascista se, addirittura, non erano stati fascisti tout-court. Il tutto però guardandosi molto spesso tra loro con sospetto, talvolta con ostilità (in cui è difficile discernere ciò che era frutto di vecchie contrapposizioni, ciò che era frutto di diversi e contrastanti, ma comunque rispettabili, modi di immaginare l’Italia postfascista e ciò che era frutto di mera paura, sociale e persino personale) e senza avere idee concrete e realiste su come porre fine al potere di Mussolini e far uscire l’Italia dalla guerra e soprattutto su come conciliare e gestire queste due operazioni in presenza dei tedeschi e le piú che probabili reazioni dell’alleato «tradito». Le memorie della marchesa Benzoni138, che, per i suoi vecchi rapporti con l’ambiente antifascista e le sue relazioni con la crème dell’aristocrazia piú o meno di corte e in primo luogo con la principessa di Piemonte («il nostro gruppo femminil-vario antifascista»), attorno alla quale sin dal 1941 aveva cercato di creare una eterogenea «corrente di antifascismo»139 in grado di orientarne le mosse e farne uno strumento per «forzare la mano al re», fu in contatto con pressoché tutti i gruppi, sono come pochissime altre testimonianze rivelatrici del carattere velleitario di gran parte di essi, del loro muoversi a vuoto140, il piú delle volte intralciandosi l’un l’altro, attribuendosi meriti spesso inesistenti (tipico il caso della nomina di Ambrosio a capo di stato maggiore generale della quale è praticamente impossibile fare l’elenco di quanti si attribuirono il merito di averle spianato la strada mentre fu frutto solo della libera scelta di Mussolini), prendendo iniziative contrastanti, intempestive, irrealiste che finivano non di rado per ottenere effetti contrari a quelli voluti: irritare Vittorio Emanuele III e renderlo piú incerto, cinico ed ermetico; rendere piú cauti quei pochi che avevano l’effettivo polso della situazione e una visione realistica delle difficoltà per uscirne con il minor danno possibile; accrescere i sospetti degli Alleati verso le iniziative e i sondaggi che venivano tentati presso di loro; per non dire delle reazioni che, quando trapelavano, esse suscitavano in campo fascista, sia tra gli intransigenti sia tra coloro che – all’opposizione o al governo poco conta – tendevano agli stessi obiettivi, ma con altro senso della realtà, e di quelle di Mussolini che, nonostante le simpatie e le coperture delle quali ormai godevano nell’apparato dello Stato varii di questi gruppi e soprattutto alcuni loro esponenti, era informato assai meglio di quanto comunemente si crede delle loro attività.

1156–1157

Tra la metà e la fine del 1942 tutte le forze politiche e i gruppi antifascisti erano convinti che fosse ormai possibile e urgente allontanare Mussolini dal potere e necessario far uscire l’Italia dalla guerra. Ma, come abbiamo già detto, l’accordo finiva praticamente qui: sui mezzi, le alleanze, gli obiettivi successivi e soprattutto sull’atteggiamento da tenere nei confronti dei fascisti moderati e, cosa ancor piú importante, verso Vittorio Emanuele III e lo stesso istituto monarchico le posizioni erano diverse e le divisioni non erano solo tra le varie forze antifasciste, ma passavano anche all’interno di alcune di esse.

1157–1158

Nel 1940, quando il problema era quello di evitare la partecipazione dell’Italia al conflitto a fianco della Germania, e ancora successivamente, ai tempi della campagna di Grecia, un intervento del sovrano sarebbe stato accolto da tutti con giubilo, salvo, forse, dai comunisti. Nel 1940-41, e ancora sin verso la metà del 1942, la prospettiva di una rottura dell’alleanza con la Germania avrebbe fatto accettare senza troppe difficoltà anche un governo insieme a alcuni fascisti moderati. E infatti nei primi mesi del 1942 a fascisti come Grandi e De Stefani guardavano uomini come Marcello Soleri, Aldo Rossini, Fulvio Milani, Emilio Gonzales, il maresciallo Caviglia. Solo verso la fine del 1942 questa ipotesi di collaborazione, come l’ex segretario liberale Alberto Giovannini fece sapere ad uno degli uomini piú vicini a Grandi, Mario Zamboni141, cadde, per l’opposizione soprattutto degli azionisti e dei comunisti, ma non solo di essi. A respingerla furono anche numerosi esponenti liberal-democratici, un po’ per scongiurare divisioni nel fronte antifascista (in Italia e all’estero), un po’ per il timore che essa suscitasse diffidenze e ostilità da parte degli Alleati, un po’ perché il precipitare della situazione militare fece loro ritenere che non vi fosse piú bisogno di un tale compromesso, e persino tra i cattolici (e in Vaticano, tipico e al tempo stesso estremo, il caso di monsignor Montini) non mancavano coloro che la avversavano.

Il punto di maggior contrasto e di divisione era comunque quello dell’atteggiamento verso Vittorio Emanuele III e la monarchia. Per i liberal-democratici, molti dei quali erano oltre tutto fedeli monarchici (anche se non risparmiavano le critiche al sovrano per i suoi cedimenti e la sua passività di fronte al fascismo, al punto che non mancava chi auspicava un’abdicazione di Vittorio Emanuele III in favore del figlio e addirittura del nipote), la monarchia era un preciso punto di riferimento, l’unico praticamente attorno al quale si potessero raccogliere sia gli elementi antifascisti, sia i militari, sia la gran maggioranza del paese, e che potesse prendere l’iniziativa di liquidare Mussolini e il fascismo. Ostili alla monarchia erano le sinistre (anche se i comunisti nel maggio 1943 si sarebbero realisticamente dichiarati disposti ad accantonare le loro pregiudiziali antimonarchiche per rendere possibile un accordo e un’azione unitaria per indurre il re ad agire e a dar vita ad «un governo democratico che avesse il compito di rompere l’alleanza con la Germania e di firmare un armistizio»142) e soprattutto il Partito d’azione, un po’ per la sua intransigenza e il suo moralismo, un po’ perché alcuni dei suoi esponenti piú attivi, e attenti non solo al presente ma anche al futuro, essendo convinti che il dopoguerra avrebbe visto l’insorgere di una psicosi estremistica anche maggiore di quella che aveva caratterizzato il precedente, ritenevano che mettere all’ordine del giorno e drammatizzare il problema istituzionale avrebbe deviato tale psicosi dal terreno sociale, al quale altrimenti si sarebbe rivolta, verso quello, assai meno pericoloso, della lotta per la repubblica.

1158–1159

Legato all’atteggiamento verso il sovrano e la monarchia era inevitabilmente (anche a non voler tener conto di ambizioni personali che pure c’erano) il problema del carattere che avrebbe dovuto avere il governo che avrebbe preso il posto di quello fascista e di chi ne sarebbe dovuto essere il capo. E, anche a questo proposito, i pareri erano discordi, anche se le divisioni venivano meno chiaramente in luce, tra coloro che avrebbero voluto sin dal primo momento un governo politico (composto cioè di uomini dell’antifascismo) e quelli che, invece, si rendevano conto che ciò era impossibile ed erano disposti ad accettare che in un primo, breve, tempo si costituisse un governo misto, formato cioè da militari e da esponenti delle forze antifasciste disposte a collaborare con la monarchia, e che alla sua testa fosse un militare. Il nodo da sciogliere era però quello di chi dovesse essere questo militare.

Di capi militari di prestigio e che non si fossero compromessi con il fascismo non vi era che il maresciallo Caviglia, che, oltre tutto, aveva buone relazioni personali cogli ambienti inglesi, era ottimamente inserito in quello dei senatori e dei vecchi leaders antifascisti e godeva la stima del re. Piú di uno nutriva però verso di lui delle diffidenze (formalmente prospettate sotto la veste del timore che la sua età avanzata lo rendesse inadatto ad un compito tanto gravoso) e, in qualche caso, dei sospetti per le sue relazioni con l’ambiente massonico (sospetti che peraltro, se reali, avrebbero dovuto giocare anche contro Badoglio), sia per il suo carattere duro ed autoritario, sia soprattutto per la sua decisa fede monarchica e i suoi rapporti personali con il sovrano.

Oltre a Caviglia, l’unico altro capo militare di prestigio era il maresciallo Badoglio, che, dopo la sua destituzione da capo di stato maggiore generale, ostentava negli opportuni ambienti un deciso antifascismo, ma che non poteva certo vantare un passato limpido né sotto il profilo militare (per le sue responsabilità nello sfondamento di Caporetto) né sotto quello politico (per i suoi rapporti con il fascismo e la sua acquiescenza di fronte a Mussolini in tante occasioni) e che era noto per il suo carattere ambizioso, vendicativo, interessato e ambiguo. Paradossalmente, proprio quegli aspetti caratteriali che, insieme con la sua spregiudicata capacità di stabilire contatti con tutti gli ambienti che gli potevano apparire utili, ma, al tempo stesso, di presentare la sua «opposizione» al fascismo come meramente patriottica e apolitica, con il suo rapporto con il ministro della Real Casa, Acquarone (che era stato in passato suo ufficiale addetto) e, forse, con la sua appartenenza alla massoneria, avrebbero fatto pendere la bilancia a favore di Badoglio, nella speranza o nella convinzione che, rispetto a Caviglia (e ad Ambrosio, quando, dopo la sua nomina a capo di stato maggiore generale, anche lui sarebbe potuto diventare un candidato, anche se di minor prestigio e notorietà nel paese e all’estero), sarebbe stato meno «succube» del sovrano e piú disposto a secondare i propositi politici dei partiti antifascisti143.

1159–1160

In questo contesto la missione di Myron Taylor in Vaticano aveva suscitato una serie di speranze e di attese che, a loro volta, avevano messo in moto o accelerato tutta una serie di iniziative e di ricerche di contatti sia tra i vari gruppi antifascisti e tra questi e gli ambienti piú vicini al sovrano, sia all’estero, presso gli anglo-americani.

I primi tentativi in questa seconda direzione erano stati fatti dal gruppo attorno alla principessa Maria José. Il 3 settembre, saputo dell’imminente venuta di M. Taylor, la principessa aveva chiesto a monsignor Montini se l’inviato di Roosevelt avrebbe portato delle proposte di pace e aveva chiesto di far sapere a Taylor che il popolo italiano desiderava la pace, «ma che non vuole che sia trattata con quelli che, attualmente al potere, tentano di salvarsi, abbandonando il capo del governo e affettando simpatie per gli inglesi e per gli americani»: «vi sono altri uomini che potrebbero prendere la successione e che tratterebbero volentieri la pace: dovrebbe un invito venire dagli Alleati, per agevolare una presa di posizione all’interno»144. Un mese dopo, avendo saputo, via Vaticano, che l’ambasciatore inglese a Madrid, Samuel Hoare, aveva detto al nunzio apostolico che se l’Italia fosse uscita dal conflitto le sarebbe stato riservato un trattamento particolare, la principessa comunicò la notizia ad Acquarone che reagí però del tutto negativamente, rispondendole che la Santa Sede non avrebbe potuto fungere da tramite per un problema del genere. Nonostante questo secco fin de non recevoir cosí tipico della mentalità del sovrano e della sua atavica diffidenza nei confronti del Vaticano da far escludere che fosse una iniziativa personale del ministro della Real Casa, la principessa aveva allora deciso di agire di sua iniziativa e, tramite l’ambasciatore portoghese presso la Santa Sede, aveva cercato di sondare il terreno per capire se Salazar sarebbe stato disposto a prestarsi a fare da tramite per conoscere le condizioni che gli Alleati ponevano ad una uscita dell’Italia dal conflitto. Come bene ha ricostruito M. Toscano, l’operazione comportò però tempi cosí lunghi (e comunicazioni cosí poco sicure che il Sim ne venne a conoscenza, anche se senza conseguenze, dato che Ambrosio tenne la notizia per sé, limitandosi a farne cenno all’interessata) che solo nel giugno 1943 giunse la risposta positiva di Salazar e solo il 19 luglio la persona prescelta dalla principessa per prendere i contatti con gli inglesi, Alvise Emo di Capodilista, poté partire per Lisbona, dove fu raggiunto dalla notizia del 25 luglio ancor prima di averli potuti stabilire145.

1160–1163

Secondo la testimonianza della marchesa Benzoni146, in un primo momento la principessa avrebbe cercato di convincere Raffaele Mattioli ad assumersi il compito di recarsi in Portogallo e la scelta sarebbe caduta su Emo di Capodilista solo dopo che l’amministratore delegato della Banca commerciale italiana rifiutò per timore che l’iniziativa di Maria José potesse giovare alla monarchia. Il particolare è indicativo del dilettantismo e dell’ingenuità politica dell’iniziativa della principessa di Piemonte, ma anche dell’animus dal quale scaturirono piú o meno tutti i tentativi di prendere contatto con gli Alleati (o, di sollecitare la Santa Sede a farsi tramite presso di essi: si pensi a quello, già ricordato, fatto nel febbraio 1943 dal maresciallo Bastico). Un animus che purtroppo avrebbe presieduto anche le prese di contatto successive al 25 luglio e che spiega come tutti questi tentativi, pur nascendo in ambienti sostanzialmente circoscritti e in gruppi tra loro piú o meno collegati, avevano luogo all’insaputa gli uni degli altri e con prospettive diverse e talvolta concorrenziali. Il che aiuta a sua volta a far comprendere perché essi suscitarono negli Alleati perplessità, irritazione e sospetti che nascondessero qualche manovra nello spirito del piú tipico «machiavellismo italiano». E ciò tanto piú che tra inglesi e americani e all’interno dello stesso gabinetto britannico (che sino dal dicembre 1940 si era posto il problema dell’atteggiamento da assumere nell’eventualità di un crollo italiano147) mancava una vera comunanza di idee sull’atteggiamento da assumere verso l’Italia allorché questa si fosse trovata in condizione di dover aprire trattative di armistizio. Una eventualità, questa, che tra la fine del 1942 e gli inizi del 1943 era ormai considerata una certezza, ma che era oggetto di valutazioni anche qui discordanti sulle possibilità di ulteriore resistenza delle forze armate italiane e di tenuta del fronte interno e del regime, secondo alcuni servizi di intelligence sull’orlo del collasso, secondo altri invece ancora abbastanza buone e non tali da autorizzare l’idea di un crollo prima che le armate alleate portassero la guerra sul territorio nazionale italiano. Il che contribuiva a spingere piú di uno di coloro che a Washington e soprattutto a Londra (e, a quest’epoca, tra i due partners anglo-sassoni erano gli inglesi ad avere il maggior peso per questo genere di decisioni, rientrando il Mediterraneo nella loro sfera privilegiata d’influenza) avrebbero dovuto decidere la linea di condotta da adottare nei confronti dell’Italia e, dunque, valutare sia le sollecitazioni e le richieste che venivano dall’emigrazione antifascista148 sia le avances messe in atto dall’opposizione interna, a non prendere, nel primo caso, veri impegni, a lasciar cadere, nel secondo, le avances che venivano loro fatte, in una parola a soprassedere e a non adottare decisioni che potessero legar loro in qualche misura le mani, creare contrasti tra loro e con i sovietici e suscitare reazioni nelle proprie opinioni pubbliche. Per non dire, infine, dell’influenza che su tutto ciò avevano la diversità di opinioni e il latente contrasto tra coloro che ritenevano che i tedeschi avrebbero reso impossibile l’abbattimento del regime, sicché un armistizio o una pace separata sarebbero stati praticamente inoperanti, coloro (ed era il caso di Churchill, a cui si contrapponeva però Eden con l’argomento che il grosso del partito fascista e i tedeschi non li avrebbero mai permessi) che pensavano che una pressione continuata sull’Italia sotto forma di massicci bombardamenti aerei avrebbe messo il popolo italiano nella necessità di scegliere tra un governo «tipo Grandi» e un’occupazione tedesca; una soluzione, questa, che non sarebbe convenuta agli Alleati, sicché essi avrebbero dovuto, pur evitando impegni anticipati di aiuti, essere pronti a trattare anche con dei fascisti come Grandi («nostro obiettivo primario», si legge in un paper redatto da Churchill in data 25 novembre 1942149, «è distruggere il nazismo tedesco e se una pace separata con l’Italia può aiutare ciò, una trattativa può essere giustificata su questa base») e, infine, coloro che, considerando l’Italia un fronte secondario rispetto al vero secondo fronte che solo avrebbe potuto dare ai sovietici la prova tangibile della buona fede anglo-americana nei loro confronti, non vedevano affatto negativamente la possibilità di una crisi interna italiana e la conseguente necessità per i tedeschi di sguarnire altri scacchieri per occupare l’Italia e sostituire le truppe di occupazione italiane in Francia e soprattutto nei Balcani.

1163–1164

Come si vede, tutti i tentativi di approccio verso gli Alleati erano destinati all’insuccesso e lo stesso effetto ebbe quello della principessa di Piemonte: pensare che una personalità cosí in vista come Mattioli potesse recarsi in Portogallo senza destare sospetti, creare difficoltà a Salazar e far naufragare tutta l’operazione costituisce già di per sé una prova dell’assoluta mancanza di senso politico, per non dire del velleitarismo della principessa di Piemonte e del suo gruppo; un’altra prova è costituita dal fatto di aver pensato di affidarla ad un uomo che ideologicamente e politicamente si muoveva in tutt’altri ambienti, quelli del Partito d’azione, era profondamente ostile alla monarchia, tanto è vero – ma questo la principessa non lo sapeva – che era partecipe di un altro tentativo la cui prospettiva politica era, al di là delle apparenze, in contrasto – per non dire in alternativa – con quella che contraddistingueva il tentativo di Maria José.

1164

Condizionato com’era dalla sua pregiudiziale antimonarchica e da un ingenuo ottimismo sull’atteggiamento degli Alleati e in particolare degli americani verso l’«Italia democratica e antifascista», il gruppo azionista, quasi contemporaneamente a quando la principessa aveva preso contatto con monsignor Montini, si era infatti affrettato a varare una complessa operazione in due tempi della quale riuscí a realizzare solo il primo e con risultati che, alla prova dei successivi avvenimenti, si sarebbero dimostrati privi di effettivo valore. Come ha rivelato Ugo La Malfa150, fu preparato «un documento per Sforza, in cui mettevamo in guardia gli americani sul gioco della monarchia, che avrebbe tentato di salvarsi utilizzando il cosiddetto fascismo moderato e parte dell’antifascismo». Il documento fu portato a Lisbona da Enrico Cuccia, che lavorava, alle dipendenze di Mattioli, alla Banca commerciale italiana (uno dei centri dell’attività antifascista di sinistra) e fatto avere a George Kennan e a Sforza che ne ottenne la pubblicazione dal «New York Times». In termini politici reali il suo unico risultato fu di indurre il sottosegretario Adolph Berle a fare, il 14 novembre, in occasione di un meeting organizzato dalla Mazzini Society e dal consiglio italo-americano del lavoro, una dichiarazione, estremamente rapida ed ambigua, nel senso che gli Stati Uniti avrebbero salvaguardato la «Italian nationhood»151. Né, tanto meno, ebbe alcun effetto su Roosevelt e sulla sua decisione di includere, alla conferenza di Casablanca del successivo gennaio, l’Italia tra i paesi ai quali sarebbe stata imposta la resa senza condizioni e di rendere ufficiale tale decisione che Churchill, che non la condivideva e sperava, come abbiamo già detto, di poterla ridiscutere, non aveva incluso nel comunicato finale. Quanto al secondo tempo dell’operazione, che prevedeva il trasferimento all’estero di Bonomi e del generale Roberto Bencivenga col doppio scopo di costituire un governo dell’«Italia libera» in esilio, da contrapporre a quello che prima o poi sarebbe nato dall’iniziativa regia, e di sottrarre Bonomi «ai maneggi dell’ambiente monarchico», esso non si concretizzò neppure, poiché l’ex presidente del Consiglio respinse l’offerta152.

1165–1167

All’incirca nello stesso periodo erano state avviate altre due iniziative. Una in Svizzera, a Ginevra, per conto del duca Aimone d’Aosta (l’ex duca di Spoleto e re designato di Croazia) che aveva fatto sapere agli inglesi di essere pronto a mettersi alla testa di un’azione militare per abbattere il fascismo (e a cercare di coinvolgere anche il principe Umberto) e a costituire in Sardegna un governo di tipo gaullista a condizione che gli Alleati si impegnassero a sostenerla con un appoggio aereo e uno sbarco di truppe, a non richiedere la consegna della flotta e a mantenere la monarchia. L’accoglienza che questa avance aveva trovato a Londra era stata migliore di quella riservata ai sondaggi che, negli stessi giorni, come abbiamo già detto, aveva fatto, con l’autorizzazione di Ciano, il ministro a Lisbona F. Fransoni153: mentre questi erano stati lasciati cadere, essa fu tenuta, per cosí dire, «a bagno maria», non le fu dato seguito, ma il canale ginevrino attraverso il quale era stata fatta, era stato, ad ogni buon conto, mantenuto aperto154.

Assai piú difficile da inquadrare è la seconda iniziativa, che non è affatto chiaro se e in che misura vada attribuita all’opposizione antifascista e per essa soprattutto a gruppi vicini al Partito d’azione in rapporto con Badoglio e con Caviglia e quindi in grado di ottenere da ciascuno dei due marescialli una sorta di malleveria da utilizzare con gli Alleati o non vada piuttosto attribuita tout-court a Badoglio, che si sarebbe servito di tali rapporti per sondare l’atteggiamento degli Alleati nei propri confronti155 in vista di una ripresa dei contatti che vari mesi prima già aveva avuto con il Soe britannico e per mettere avanti con gli uni e con gli altri la propria candidatura alla guida di un futuro governo. Il fatto che il maresciallo non ne parli nel libro di memorie da lui dedicato agli anni della seconda guerra mondiale non costituisce in questo secondo caso un problema, dato che, a parte la loro costante imprecisione ed inattendibilità, le sue memorie tendono a lasciare nel vago i contatti con gli Alleati prima del 25 luglio e, comunque, a collocarli nel 1943 inoltrato, mentre in realtà un agente del Soe a Berna fu in contatto con lui, attraverso un intermediario (probabilmente il dottor Luigi Rusca della Mondadori156), sin dal maggio 1942. Ciò che, invece, è certo è che l’iniziativa fu prospettata agli inglesi come ispirata da Badoglio (d’accordo, addirittura, con Caviglia, il che è impensabile, perché il vecchio maresciallo considerava Badoglio «un cane da pagliaio che va dov’è il boccone piú grosso»157 e tutto avrebbe potuto fare, salvo collaborare con un uomo che disistimava totalmente e considerava carico di responsabilità per il suo comportamento con il fascismo), ma 1) che coloro che vi ebbero in qualche modo parte erano pressoché tutti estranei al giro di Badoglio, e collegati con l’opposizione antifascista vera e propria, alcuni persino col Partito d’azione; 2) che l’iniziativa richiama, almeno parzialmente, il proposito azionista di far espatriare, insieme a Bonomi, il generale Bencivenga per farne il leader militare dell’antifascismo all’estero. Da quanto Eden scrisse il 1º febbraio 1943 all’incaricato d’affari americano a Londra, dalle testimonianze rese negli anni sessanta da Bianca Ceva e da Mario Zino e soprattutto dai documenti del Soe e del War Cabinet inglese, sappiamo infatti che l’iniziativa prospettata in Svizzera agli inglesi già nell’agosto e piú concretamente nella prima metà del novembre 1942 prevedeva l’invio in Cirenaica di un emissario di Badoglio (che il Soe presentava come «fermamente convinto che l’Asse non può vincere la guerra», non piú fedele a casa Savoia e «desideroso, al momento giusto, di prendere il comando e instaurare un governo militare»), il generale Gustavo Pesenti, con l’incarico di «discutere con il governo britannico un’azione coordinata dall’esterno e nell’interno dell’Italia mirante al rovesciamento del regime fascista» e di costituire «un esercito antifascista italiano», reclutato con l’aiuto inglese tra gli italiani residenti all’estero e i prigionieri di guerra in mano britannica158.

1167–1168

Sia pure con qualche incertezza e dopo un approfondito esame che aveva impegnato personalmente Eden (che pure considerava Badoglio uno dei generali che, «al momento opportuno», quando il malcontento nell’esercito avesse «raggiunto lo stadio che potrebbe farne una possibilità politica», avrebbero potuto rovesciare Mussolini) e Churchill e alla fine il War Cabinet, anche questa avance era stata però lasciata praticamente cadere.

In un memorandum in data 14 gennaio 1943 per il War Cabinet Eden aveva sintetizzato gli svantaggi che sarebbero derivati da una qualsiasi trattativa preventiva con Badoglio: «se Pesenti riesce nel reclutamento, noi dovremo sostenere Badoglio anche a fronte di un diverso movimento antifascista, facendo anche delle concessioni politiche per una forza militare di dubbio valore e foriera financo di attività politiche sgradite». A Badoglio, come a qualsiasi altro «serio partito in Italia», aveva aggiunto tre giorni dopo scrivendo a Churchill, doveva essere offerta «solo la scelta [per l’Italia] di sopravvivere o affogare, senza alcuna promessa... Gli italiani devono uscire dalla guerra col terrore». Date le pressioni americane per un atteggiamento piú comprensivo e dato che «se vogliamo andare piú in là e ottenere la collaborazione di qualche gruppo dentro l’Italia dobbiamo pur suscitare qualche speranza sul futuro del paese, ma nulla possiamo garantire sui possedimenti oltremare né sull’integrità territoriale dell’Italia», l’unica cosa da fare era per lui ammorbidire con gli eventuali emissari i toni normalmente usati dalla propaganda e dir loro che anche gli italiani avrebbero beneficiato della «Carta atlantica» e «cioè della libertà di scelta del proprio regime politico e del libero accesso al mercato mondiale». Oltre non si poteva andare. Il War Cabinet, sulla base del memorandum di Eden e della preoccupazione di reazioni negative nei Balcani a qualsiasi forma d’accordo preventivo con gli italiani, aveva finito per decidere di non lasciar cadere del tutto il contatto, sia per evitare che Badoglio si rivolgesse agli americani, sia in vista di un possibile negoziato con un futuro governo italiano nato da una «rivolta antifascista» in cui Badoglio avrebbe avuto probabilmente parte, ma di non prendere nessun impegno preventivo. Su questa base, nella seconda metà di marzo il Foreign Office aveva comunicato al Soe di far sapere al generale Pesenti che, se voleva, sarebbe stato portato in Cirenaica «purché fosse pronto a partire senza condizioni», ché da parte britannica non si intendeva prendere alcun impegno preventivo, né le autorità militari in Africa ne avrebbero eventualmente presi se non dietro esplicita autorizzazione di Londra159.

1168–1169

Di fronte a questa risposta, che lasciava sí uno spiraglio aperto al progetto di costituire «un esercito antifascista italiano»160, ma non dava a Badoglio il minimo appiglio per ritenere che Londra vedesse in lui il naturale successore di Mussolini, gli intermediari del maresciallo si ritirarono in buon ordine.

Negli stessi giorni in cui era stata esaminata la eventualità di una trattativa con Badoglio, Eden aveva fatto pervenire a Cordell Hull un’ampia disanima della questione italiana cosí come essa era vista a Londra161 che lascia capire come da parte inglese si fosse portati a considerare le varie avances che venivano loro fatte a getto continuo da parte di singoli personaggi e piccoli gruppi italiani una dimostrazione che la situazione italiana non era ancora matura e si preferisse attendere che a muoversi fossero, se mai, personalità piú decisive, il re in primo luogo (circa «la volontà e la capacità» di qualsiasi altro membro della casa reale di guidare una rivolta contro il fascismo Eden, nonostante gli approcci del duca d’Aosta, si diceva «estremamente dubbioso») o, eventualmente, i fascisti moderati (significativo è, nonostante il suo odio personale per Grandi, un accenno di Eden alla «possibilità che i membri moderati del Partito fascista possano prendere posizione contro Mussolini») e, soprattutto, «non contare sulla possibilità di una pace separata» e puntare invece tutto sui bombardamenti aerei indiscriminati e sull’azione militare in genere (e su «una linea di fermezza della nostra propaganda») in modo da determinare «disordini» tali da provocare o un’occupazione tedesca o una iniziativa da parte di Vittorio Emanuele III.

Che il vero nodo, la chiave di volta di tutta la situazione fosse il sovrano, dal cui atteggiamento sarebbe dipeso sostanzialmente anche quello dei militari che avevano l’effettivo controllo delle forze armate162, se ne rendevano bene conto, del resto, anche tutti i piú seri e responsabili oppositori del fascismo in Italia e, con loro, la parte piú responsabile del fascismo moderato. Il vero problema era però come influire su Vittorio Emanuele III, come convincerlo ad agire, superando, per un verso, le sue incertezze e i suoi timori, per un altro verso, i suoi formalistici scrupoli costituzionali e, soprattutto, per un altro verso ancora, quel misto di realismo e di scetticismo al tempo stesso, tipico della sua personalità, ma che ora (ma su questo torneremo) sembrava paralizzarlo, e in parte effettivamente lo paralizzava, facendogli assumere un atteggiamento ermetico verso quei pochi che riuscivano a giungere sino a lui e cercavano, appunto, di convincerlo ad agire. Si spiega cosí come dalla fine del 1942 in poi gli sforzi maggiori dell’opposizione costituzionale furono tesi a questo obiettivo, sfruttando tutti i canali possibili, quelli diretti, le poche personalità che avevano accesso al sovrano, come quelli indiretti, quelle che potevano far da tramite, se non diretto con lui, almeno con chi gli era piú vicino, il ministro della Real Casa Acquarone e il primo aiutante di campo generale Puntoni. E non solo dell’opposizione costituzionale. Le memorie di Marcello Soleri testimoniano che tra la fine del 1942 e gli inizi del 1943 anche tra gli avversari della monarchia si fece strada la convinzione che solo un intervento del sovrano avrebbe potuto sbloccare la situazione163: «avversari irriducibili della monarchia… vennero ripetutamente da me a farmi insistentemente presente che io avrei mancato ad un dovere politico e storico non parlando al re, mentre lo potevo, per fargli presente la necessità di un suo immediato intervento che risolvesse la situazione politica cosí tesa e non protraibile».

1169

In questo lavorio, in cui furono coinvolti tutti i coinvolgibili, persino il vecchio grande ammiraglio Thaon di Revel, che, persuaso da Tommaso Gallarati Scotti ad affrontare il discorso col re, che vedeva quasi tutte le settimane in qualità di segretario del Gran Magistero Mauriziano, la mattina prima di osare di parlargli andò in chiesa a chiedere aiuto al Signore164, un ruolo importante ebbe la principessa Maria José. Fu lei, tra l’altro, che il 14 maggio portò ad Acquarone la richiesta di udienza per Bonomi165.

1170–1171

Ma il ruolo della principessa di Piemonte nelle vicende connesse al 25 luglio non si limitò a questo. Maria José fu infatti assai attiva anche nel cercare di tessere e di allargare la trama dei contatti tra i vari gruppi antifascisti (specie tra quelli dell’aristocrazia senatoria e intellettuale, quelli economici e militari e quelli piú propriamente politici facenti capo al cosiddetto Comitato delle forze antifasciste) e di fungere in qualche misura da punto di raccordo e da catalizzatore (se si deve dar credito a Bonomi166, anche dando per scontato sin da fine dicembre 1942 – inizi di gennaio 1943 che Vittorio Emanuele III fosse deciso a liquidare Mussolini, mentre è certo che a tale epoca il sovrano non aveva ancora maturato una tale decisione) della loro azione e nel tenere i contatti – tramite soprattutto monsignor Montini – con il Vaticano, da lei considerato, come da numerosi altri esponenti dell’opposizione costituzionale, – se non altro per i suoi timori per una possibile evoluzione della situazione italiana verso l’estrema sinistra – un potenziale alleato per influire sul sovrano e soprattutto il piú sicuro e diretto tramite per essere informati in qualche modo delle intenzioni degli Alleati e per eventuali contatti con essi167. Già nell’estate 1942, quando l’opposizione antifascista cominciava appena a muovere i primi passi, la principessa si era incontrata, in Piemonte, con Luigi Einaudi e – cosa per noi piú importante – con Badoglio, che, prudentemente, si era mostrato però assai cauto di fronte alle sue avances. I contatti tra la principessa e il maresciallo erano però continuati. Nella prima metà dell’aprile 1943 Maria José tentò addirittura di ricucire i rapporti tra Caviglia e Badoglio. Un incontro, organizzato all’uopo a Ninfa, nella villa dei Caetani, presente anche Umberto Zanotti Bianco, il 12 aprile, si risolse però in un completo fallimento, nonostante la principessa cercasse di far breccia nell’animo del vecchio maresciallo facendo balenare il pericolo costituito dal «movimento dell’opinione pubblica lombarda orientato verso la repubblica, che si dice finanziato dalla Banca Commerciale». Caviglia sebbene fosse ben consapevole della gravità della situazione e della necessità di rapide decisioni, tanto è vero che il 23 gennaio168, ricevuto da Vittorio Emanuele III, gli aveva detto che avrebbe potuto contare su di lui in qualsiasi momento e, successivamente, di fronte alla passività del sovrano, gli aveva fatto pervenire un memoriale «sulla situazione interna ed estera» e, un paio di settimane dopo, aveva proposto ad Alberto Bergamini un intervento del Senato169, fece infatti capire alla principessa di avere un proprio «progetto» (evidentemente parzialmente diverso da quello dei membri civili dell’opposizione, che, tutti tesi alla liquidazione di Mussolini e a far uscire l’Italia dal conflitto, non si ponevano con sufficiente realismo il problema dei rapporti con i tedeschi e delle loro reazioni) e non fece mistero della sua ostilità per Badoglio, tant’è che Maria José annotò nel suo diario: «purtroppo odia Badoglio»170. E che si trattasse di una ostilità radicale lo si vide il mese dopo, quando il progetto di un passo collettivo di tutti i cavalieri della Santissima Annunziata collegati con l’opposizione (Caviglia, Badoglio, Thaon di Revel, Orlando, Bonomi e il marchese Guglielmo Imperiali) andò a monte per il rifiuto, appunto, di Caviglia di fare alcunché insieme a Badoglio171.

1171–1172

Sempre nella prima metà d’aprile, la principessa riuscí invece a contribuire a rendere possibili i primi contatti esplorativi di Spataro con Badoglio172. L’impressione che l’esponente cattolico ricavò da questi contatti fu, tutto sommato, deludente: il maresciallo (che il 6 marzo era stato ricevuto da Vittorio Emanuele III) lasciò infatti capire che si sarebbe mosso solo «per ordine e con l’appoggio del re». Ciò non toglie che essi siano per noi assai significativi, sia perché confermano la propensione che il gruppo cattolico già da tempo aveva per Badoglio, sia perché fu con essi che presero l’avvio i rapporti tra il maresciallo e il gruppo dirigente dell’opposizione costituzionale (quello romano attorno a Bonomi, De Gasperi, Ruini, Orlando e che era collegato con quelli, in Piemonte, di Soleri, in Lombardia di Casati e a Napoli di Croce) che finirono per portare questo a puntare su di lui173 con l’idea di poterne fare, pur nell’ambito di un contesto piú ampio di cui il sovrano non poteva non essere il perno, lo strumento per giungere, al momento della liquidazione di Mussolini, alla costituzione di un governo politico che sancisse anche la totale liquidazione del regime fascista (compresi i suoi esponenti moderati) e il passaggio diretto da esso ad un regime liberal-democratico antifascista. Le successive fasi dei rapporti tra il Comitato delle forze antifasciste e Badoglio sono a questo proposito eloquenti. Esse permettono infatti di capire l’errore di valutazione che da parte antifascista fu commesso puntando su Badoglio: invece di farne il suo strumento, il Comitato, puntando tutto su di lui, per un verso lo rafforzò agli occhi del re, che, al fondo, ne diffidava, e, per un altro verso, si mise praticamente nella condizione di non poter avere neppure quel margine di manovra che, forse, avrebbe potuto avere se avesse puntato su un uomo meno spregiudicato e deciso a fare solo ed esclusivamente il proprio giuoco, strumentalizzando, lui sí, tutti in sua funzione.

1172–1173

Cautissimo all’inizio con tutti e ben deciso ad attendere che i tempi maturassero in modo irreversibile (il diario del conte Danilo De Micheli, un liberale fiorentino collegato col gruppo di Aldobrando Medici Tornaquinci e con quello azionista bolognese di Ettore Trombetti, che ebbe nel 1942-43 numerosi abboccamenti col maresciallo, ne è una sintomatica testimonianza174), ma, al tempo stesso, attentissimo a far intendere a tutti, senza preoccupazioni per il loro colore politico, di essere pronto a stare nel giuoco, presentandosi e soprattutto facendosi presentare dai suoi uomini di fiducia nelle vesti piú rassicuranti e addirittura accattivanti175 e, in qualche caso, persino ad autocandidarsi, Badoglio cominciò a muoversi veramente solo dopo che Ambrosio fu nominato capo di stato maggiore generale, il re, che non aveva piú rivisto da quando era stato destituito, lo ebbe di nuovo ricevuto e la capitolazione delle forze dell’Asse in Tunisia fece ritenere imminente uno sbarco alleato sul territorio metropolitano: in pratica cominciò a muoversi veramente solo con la metà di maggio. Fu infatti dopo quest’epoca e soprattutto dopo che il re ebbe ricevuto Bonomi e Soleri (rispettivamente il 2 e l’8 giugno) e dopo che – avendo avuto un nuovo incontro, il 18 maggio, con la principessa Maria José – dovette aver saputo che, secondo l’ambasciatore inglese presso la Santa Sede, a Londra si era per una soluzione monarchica e che a un rapido ritiro italiano dalla guerra avrebbero corrisposto «notevoli compensi» da parte degli Alleati176, che i suoi contatti si infittirono e il suo discorso col Comitato delle forze antifasciste assunse toni che potevano apparire impegnativi. Con Bonomi si disse infatti d’accordo a dar vita ad un governo politico e, quando il re ed Acquarone si dichiararono nettamente contrari a tale soluzione, accettò subito la controproposta di Bonomi e di Casati di un governo misto, da lui presieduto, con Bonomi vicepresidente e i ministri scelti, quelli militari, da lui e, quelli politici, da Bonomi nell’ambito dei sei partiti antifascisti. L’unico nome di un non militare da lui prospettato – difficile dire se perché lo sapeva voluto in alto loco o perché, ad ogni buon conto, voleva mettere le mani avanti e non correre comunque il rischio che, se il governo si fosse fatto, gli antifascisti potessero gestire direttamente le trattative d’armistizio – fu quello di Guariglia per gli Esteri; «tanto piú – disse col suo solito machiavellismo – che uno di noi [essendo Guariglia ambasciatore in Turchia e, dunque, non in grado di entrare subito in funzione] potrà assumere l’interim degli Esteri e procedere subito ad impostare la nuova politica internazionale dell’Italia»177. E arrivò al punto da dire a Bonomi, ancora il 17 luglio, dopo essere stato nuovamente ricevuto due giorni prima dal sovrano e quando non poteva avere ormai piú dubbi che il prescelto sarebbe stato lui e che Vittorio Emanuele III non voleva assolutamente un governo di revenants, bensí un governo «senza colore politico», composto di militari e di «tecnici», che «non intendeva costituire diverso ministero [da quello concordato con lui] e che perciò riteneva esaurito il proprio compito». Salvo, finalmente, quando ormai per le opposizioni non vi erano piú né tempo né spazio di manovra per tentare di contrastare in qualche modo l’operazione, lasciar capire di essere stato convinto da Acquarone (da quell’Acquarone che in quegli stessi giorni andava dicendo sarcastico che Badoglio avrebbe costituito «qualsiasi» ministero...) ad accettare il punto di vista del sovrano; e – per completare l’opera e seminare la confusione e la divisione tra gli antifascisti e metterli cosí completamente fuori giuoco178 – far saltare, con Acquarone, gli anelli piú deboli del Comitato: Soleri, convincendolo ad accettare il punto di vista del sovrano e a proporgli alcuni nomi per i ministeri «tecnici», Orlando, coinvolgendolo in prima persona nella stesura del proclama che avrebbe dovuto annunciare il colpo di stato e, insieme, la continuazione della guerra a fianco della Germania.

1173–1174

A questo punto, il nodo da sciogliere resta quello della posizione di Vittorio Emanuele III; solo cosí è infatti possibile capire, da un lato, il comportamento di Ambrosio e, dunque, dei militari e, da un altro lato, quello dello stesso Mussolini.

È nostra radicata convinzione che per capire veramente l’atteggiamento di Vittorio Emanuele III ed in particolare il suo comportamento nelle vicende che portarono al 25 luglio la strada da non battere assolutamente è quella di partire dalle loro motivazioni politiche. Una simile affermazione può sembrare strana ed è bene, dunque, chiarirne subito il senso. Nel suo intimo, certamente, il sovrano si augurava che la monarchia potesse passare indenne attraverso la bufera che sconvolgeva e minacciava di sconvolgere ancor piú l’Italia e, di conseguenza, si augurava che le tendenze, i partiti di sinistra e i sentimenti repubblicani non acquistassero troppo peso sulla vita nazionale del «dopo Mussolini» e, dunque, nel governo. E in questa prospettiva non avrebbe visto sfavorevolmente una defascistizzazione del regime che non lo liquidasse però completamente e neppure una riutilizzazione della classe dirigente, anche politica, fascista moderata. Altrettanto certamente, queste preoccupazioni politiche erano però per lui secondarie, quasi degli «atti dovuti», pertinenti alla sua funzione di sovrano e ai suoi «doveri» dinastici.

1174–1175

Ciò che determinava il suo atteggiamento, il suo comportamento era altro. Era una serie di nodi caratteriali e psicologici, alcuni suoi tipici da sempre, altri manifestatisi o acuitisi negli ultimi anni, quelli della guerra sostanzialmente, che lo inducevano a concepire in un modo tutto particolare tanto la realtà in genere e gli uomini in particolare sui quali questa si fondava, quanto la propria funzione di sovrano, appunto, e gli stessi destini della dinastia.

Ciò che caratterizzava la personalità di Vittorio Emanuele III era essenzialmente – lo si è già accennato – un misto di profondo scetticismo e di estremo realismo, che non di rado sfociavano nel cinismo e che contribuivano a fare di lui un uomo, per un verso estremamente lucido e freddo, per un altro verso, solitario e diffidente, che disprezzava sostanzialmente tutti e viveva la sua funzione come un dovere da compiere secondo regole rigide, da lui ridotte all’osso del formalismo piú arido ed assoluto, sentendone per altro la sostanziale inutilità.

Il suo rapporto col fascismo e con Mussolini non era certo mai stato né facile né limpido e non erano mancate frizioni ed anche scontri duri. Nonostante le profonde diversità psicologiche e culturali, il sovrano e il «duce» avevano però alcuni tratti caratteriali uguali e questo aveva fatto sí che, nonostante le frizioni e i contrasti, i due al fondo si piacessero, si stimassero e rispettassero, anche se il loro rapporto era venato da una sorta di reciproco senso d’inferiorità179. Paradossalmente, la partecipazione italiana alla guerra a fianco della Germania, alla quale il re era stato contrario sin quasi al momento dell’intervento e aveva accettato obtorto collo e con l’intima convinzione che, comunque si fosse concluso, il conflitto avrebbe segnato la fine della monarchia180, aveva accresciuto questa reciproca stima e questo rispetto personali. Una volta presa la decisione dell’intervento, Vittorio Emanuele III aveva assunto – anche questo lo abbiamo già detto – un atteggiamento di totale patriottismo («la guerra va fatta sino in fondo») e di lealismo assoluto nei confronti di Mussolini che aveva fatto crescere molto nel «duce» la stima e il rispetto personali verso di lui181. E questo aiuta a spiegare a sua volta la fiducia che Mussolini – nonostante gli avvertimenti in contrario che gli venivano da piú parti – avrebbe riposto in lui sino alla fine. Né si può dire che da parte del sovrano non vi fosse, nonostante l’andamento della guerra e certe sue critiche a Mussolini, uno stato d’animo sostanzialmente analogo. A questo proposito non è certo privo di significato che, ancora il 18 giugno 1943, in una conversazione con il generale Puntoni, si sarebbe lasciato andare a dire: «eppure quell’uomo ha una gran testa!»182.

1175–1176

Rispetto al problema che qui ci interessa, il rapporto personale del re con Mussolini è però un fattore secondario, che acquista una certa rilevanza solo in riferimento alle ultimissime battute della vicenda del 25 luglio: a quella dell’arresto di Mussolini entro villa Savoia. L’importante è altro. Da un lato, in coerenza col suo profondo scetticismo e col suo estremo realismo, è l’intima, radicale convinzione del sovrano della sostanziale inutilità di tutto ciò che ormai si sarebbe potuto fare. La guerra era perduta e non vi era via di scampo né per l’Italia né, sostanzialmente, per la monarchia (e, a questo secondo proposito, non va dimenticato che il re aveva una scarsa considerazione del figlio e giudicava la nuora una esaltata e una intrigante). Per un breve momento – grosso modo sino all’aprile – dovette anche lui sperare in un accordo tedesco-sovietico che permettesse di por fine alla guerra all’Est e di concentrare tutte le forze dell’Asse contro gli anglo-americani. Rivelatrice è un’annotazione sotto la data del 9 aprile di De Bono dopo essere stato ricevuto in udienza da lui: «anche il re fa assegnamento su un possibile accordo Hitler-Stalin»183. Sfumata questa speranza, non nutrí mai alcuna illusione sulla possibilità di addivenire ad un qualche accordo con i tedeschi che permettesse lo sganciamento dalla Germania senza che l’Italia fosse trasformata in un campo di battaglia ed esposta alle ire di Hitler. E, ugualmente, non ripose mai alcuna fiducia nelle dichiarazioni e nelle assicurazioni degli Alleati secondo le quali essi combattevano solo il fascismo, ma non avevano nulla contro il popolo italiano. Tipica è la sua reazione, il 17 giugno, quando la Santa Sede gli fece sapere che le risultava da fonte ufficiale che quanto affermato nel messaggio indirizzato dopo la conquista di Pantelleria da Roosevelt al popolo italiano – e che cioè, appunto, tutte le responsabilità della guerra erano di Mussolini e del regime e non degli italiani e che gli Alleati speravano che questi spezzassero quindi i legami con i tedeschi e si dessero un governo libero – corrispondeva alle reali intenzioni alleate e che la monarchia era ben vista a Londra e a Washington: al nunzio Borgongini Duca, che era andato ad informarlo personalmente, disse che temeva un «giochetto»: «invece di impiccarvi vi taglieremo la testa...»184. E ancor minor fiducia aveva riposto nelle dichiarazioni degli esuli, come Sforza, che il 1º settembre 1942 gli indirizzò una lettera per esortarlo a salvare l’Italia e la monarchia cambiando governo e chiedendo di trattare una pace separata, assicurandogli anche lui, oltre «l’indulgente consenso dei patrioti», che gli Alleati non nutrivano verso il popolo italiano «alcun odio né risentimento»185.

1176

Oltre a ciò, se si vuol capire veramente l’atteggiamento del sovrano, è necessario tenere conto di altre due cose. In primo luogo il suo estremo formalismo giuridico-costituzionale, un formalismo che aveva, del resto, già manifestato in altre occasioni e che può ovviamente essere giudicato anche duramente, ma che sarebbe sbagliato ritenere un espediente per eludere i problemi e sottrarsi alle proprie responsabilità, poiché, al contrario, esso era connaturato al suo modo di intendere la sua funzione di sovrano costituzionale e i doveri che da essa gli derivavano. La memorialistica coeva offre a questo proposito una documentazione cosí ricca e concorde da non poter lasciare spazio a dubbi. Tra le molte citazioni che si potrebbero fare, la piú significativa ci pare questa, dato che l’occasione nella quale il re pronunciò tali parole (la visita di congedo del senatore Gorla dopo il suo allontanamento dal governo il 6 febbraio) non aveva alcun nesso con la situazione politica o con qualche sollecitazione a un intervento del sovrano in essa186:

Gli italiani mi potranno incolpare di tutto, tranne di essere stato un re non costituzionale. Non sono mai venuto meno ai miei doveri e non ho mai oltrepassato le mie prerogative.

1177–1178

Il che voleva dire «il re regna, ma non governa»; ogni suo intervento nella sfera del governo non può avvenire che nelle forme costituzionali e su sollecitazione degli organi costituzionalmente previsti a questo scopo. E, del resto, questo estremo formalismo giuridico era in lui cosí radicato che se ne trovano tracce di tutti i generi, in relazione persino a fatti non certo costituzionalmente rilevanti e, talvolta, con manifestazioni per noi risibili. Si pensi alla spiegazione – un po’ sincera e un po’ ipocrita al tempo stesso – che il 25 luglio avrebbe dato al suo fedele primo aiutante di campo, il generale Puntoni, sul perché lo aveva tenuto all’oscuro della decisione, che era andato maturando negli ultimi giorni, di licenziare Mussolini e di farlo fermare187:

Fino all’ultimo, data la sua qualità di generale in servizio attivo, ho voluto che lei rimanesse fuori di tutto. Mussolini è ministro della Guerra e lei dipende dal ministro. Ogni sua partecipazione, diretta o indiretta a quest’affare, poteva considerarsi un vero e proprio complotto. Questo non lo avrei mai permesso…

La seconda cosa da tenere ben presente è, infine, che Vittorio Emanuele III, se disistimava e diffidava pressoché di tutti, giudicava in modo particolarmente critico la classe politica prefascista, della quale conosceva bene i limiti, gli errori e, non di rado, i successivi cedimenti negli anni del regime trionfante. Da qui la sua scarsa simpatia e la sua sfiducia (da cui si salvavano parzialmente solo alcuni uomini politici piemontesi, come Soleri e Rossini, con cui poteva parlare in dialetto e di quelle piccole cose che costituivano il suo mondo, quello che amava e che anch’essi amavano) per quelli che definiva i revenants, piccoli uomini fuori dal mondo, creduloni, desiderosi solo di tornare al potere e di fare le loro vendette e di cui non ci si poteva fidare sotto nessun profilo, non quello del realismo e delle capacità politiche, non quello della lealtà verso la monarchia, non quello della discrezione. Una qualità, quest’ultima, alla quale il sovrano dava un’importanza enorme, specie se erano in questione i suoi rapporti personali e i suoi pensieri.

Alla luce di questi aspetti caratteriali va visto tutto il resto: i suoi propositi politici, il suo comportamento in quei mesi, il suo seguire con la massima attenzione le vicende militari e le loro ripercussioni nel paese e nei vari settori del mondo politico, fascista e di opposizione, il suo giudicare criticamente tutti e non dar fiducia pressoché a nessuno, con la sola eccezione del ministro della Real Casa, Acquarone, che aveva preso da vari anni ad apprezzare soprattutto per le sue capacità organizzative, ma che – conoscendo il sovrano assai bene – aveva tutte le possibilità di sfruttarne il desiderio di decidere da sé e con la massima discrezione (per non dire in solitudine) tutto ciò che considerava attenere ai suoi doveri e di esercitare su di lui una influenza, discreta ma esclusiva che non era certo decisiva, ma che si sarebbe dimostrata notevole, poiché, bene o male, egli era pressoché il suo unico tramite con gli altri personaggi di tutta la vicenda e di questa sua posizione privilegiata sapeva indubbiamente valersi bene in funzione dei propri progetti e delle proprie ambizioni politiche.

1178–1179

Il 1º giugno 1944, in una lettera ad Acquarone ispirata da evidenti considerazioni politiche del momento188 e in varie successive occasioni, Vittorio Emanuele III avrebbe affermato:

fin dal gennaio 1943 io concretai definitivamente la decisione di porre fine al regime fascista e di revocare il Capo del Governo, Mussolini. L’attuazione di questo provvedimento, resa piú difficile dallo stato di guerra, doveva essere minutamente preparata e condotta nel piú assoluto segreto che venne da me mantenuto anche con le poche persone che vennero a parlarmi del malcontento del Paese. Ella è stata al corrente della mia decisione e delle mie personali direttive e sa che solo queste dal gennaio 1943 portarono al 25 luglio successivo.

Nessuno studioso serio ha però dato credito a queste affermazioni; troppi e univoci sono infatti i dati di fatto in contrario; tanto per quel che concerne il termine a quo della definitiva decisione del sovrano, quanto per il numero delle persone che cercarono in qualche modo di sollecitarne l’intervento.

Che in gennaio il re fosse, come tutti del resto, preoccupato della gravità della situazione militare e avesse ben poche speranze in un suo miglioramento è un fatto, ma da questo ad essersi deciso a liquidare Mussolini, con tutte le conseguenze connesse, ce ne corre. Durante la crisi dell’ottobre-novembre (mesi che aveva in gran parte trascorso a San Rossore) e ancora per quasi tutto dicembre Vittorio Emanuele III non aveva avuto quasi contatti che non fossero quelli piú o meno di routine. Parlando con Ciano (che lo trovò «fisicamente bene e spiritualmente sereno»), il 19 novembre189, la sua vera preoccupazione era stata di esortarlo ad adoperarsi presso Mussolini perché fossero fatte rientrare truppe da fuori d’Italia, essendo preoccupato della scarsezza di forze a disposizione. Gli aveva anche chiesto – lo abbiamo già detto – «molto di Washington e Londra», consigliandolo «di tener caro qualsiasi filo che possa venir riannodato “anche se esile come la tela di ragno”». Troppo poco, in verità, per vedervi nulla piú che il riflesso di preoccupazioni tanto naturali quanto generiche. Specie se si considera che il successivo 13 gennaio (dopo una visita di piú di dieci giorni alle truppe di stanza in Sicilia), parlando con Cavallero delle possibili conclusioni della guerra, gli avrebbe detto «che l’Italia ha il piú grande interesse a che il nostro sforzo sia prolungato quanto piú possibile perché noi non avremmo nulla da guadagnare da una pace di compromesso»190 e, quel che piú conta, che ancora alla fine di maggio sarebbe stato contrario a stabilire contatti con gli Alleati191. E, del resto, pochi giorni dopo il colloquio del re con Ciano, il 26 novembre, Puntoni, parlando con i generali Scuero (preoccupato perché mancava «una mano forte al timone del paese» e desideroso di sapere se c’era da aspettarsi «un gesto risolutore del sovrano») e Maglione (che parlava addirittura dell’opportunità di una dittatura militare), aveva detto loro che la situazione non era «né grave né matura» come essi pensavano e che «soltanto in caso disperato» il sovrano sarebbe potuto intervenire: «per adesso è bene che Sua Maestà si mantenga al di sopra di tutto per poter essere un giorno arbitro degli avvenimenti»192.

1179

Ancora piú indicativi sono gli elementi di cui disponiamo per il periodo da febbraio a metà maggio, i mesi oltre tutto nei quali si stavano delineando la crisi tedesca in Russia in tutta la sua gravità e la perdita da parte italiana delle ultime posizioni nel Nord Africa e, di conseguenza, si facevano piú frequenti i passi sul re, su Acquarone e su Puntoni volti a sollecitare un intervento della Corona. In questo periodo Vittorio Emanuele III non solo si guardò bene dal «confidarsi», cioè sbilanciarsi, con chicchessia193 ma si irritava con chi «drammatizzava» troppo la situazione e avrebbe voluto «precipitare le cose». Fu questo il caso, per esempio, del vecchio generale Zupelli, ministro della Guerra nel 1915-16 e nel 1918, che il 23 febbraio gli aveva suggerito di favorire un colpo di Stato e di «cacciare Mussolini su due piedi». Al termine del colloquio il re disse infatti con tono seccato a Puntoni194:

1180–1181

La situazione è grave, ma non disperata, sia dal lato militare che da quello politico. Un fatto nuovo può sempre intervenire per capovolgere e radicalmente situazioni che appaiono senza via d’uscita. In ogni modo un colpo di Stato contro il Duce e il Regime in questo momento, con la Germania in casa e alle porte, è assolutamente inopportuno. Per ora non c’è che una cosa da fare: resistere ad ogni costo contro il nemico e tenere una linea di condotta, in politica interna, di sicura dirittura morale, senza intrighi e senza maneggi sotterranei.

E, in questa logica, il mese dopo, ebbe – anche questo lo abbiamo già detto – un accenno polemico persino nei confronti di quel «galantuomo» di Ambrosio, «che non ha peli sulla lingua» e che gli parlava dell’opportunità di costringere Mussolini a lasciare il potere: «dice quello che pensa, ma non sempre questo sistema è buono»195. E, a maggior ragione, si guardò bene dal rispondere alcunché a chi, fuori dello stretto giro dei militari con responsabilità di comando, andava da lui per fargli presente la gravità della situazione e per sollecitare, esplicitamente o indirettamente, un suo intervento risolutore. Li ascoltava, non rispondeva loro nulla, li ringraziava e li congedava, al massimo, a qualcuno diceva di aver fiducia nel «suo re». E non usciva dal suo ermetismo neppure con i parenti. Ancora agli inizi di maggio, per esempio, intrattenendosi col conte di Torino non solo si mostrò anche con lui «alquanto ermetico», ma alle sue critiche a Mussolini mostrò di avere ancora fiducia in lui e venuti a parlare della manifestazione popolare del giorno 5 sotto palazzo Venezia, aveva detto con tono polemico: «C’erano ancora cinquantamila persone ad applaudire il Duce in Piazza Venezia l’altro giorno... Non voglio scatenare la guerra civile»196.

Certo, via via che la situazione si faceva piú grave, la necessità di fare qualche cosa cominciava ad imporsi anche a lui, ma senza che ciò lo includesse a prendere alcuna decisione, tanto meno definitiva e ancor meno a correre il rischio di far supporre di essere d’accordo con chi lo sollecitava ad agire, e di dar cosí ad essi il pretesto per muoversi nella direzione da essi auspicata. E ciò tanto piú che, forse, in quel momento, piuttosto che di agire per vie dirette, stava forse pensando di ricorrere – se proprio fosse stato necessario – a qualche espediente che, per il momento, potesse risolvere il problema della permanenza di Mussolini al potere, senza dare al suo allontanamento un significato esplicitamente politico, cosí da non dare troppa esca ai sospetti e, dunque, alle contromisure tedesche, e al tempo stesso non umiliare troppo il «duce». Se si può dar credito a quanto Caviglia confidò il 23 febbraio ad Alberto Pirelli (e la cosa non è incredibile, ché Vittorio Emanuele III, pur sentendo fortemente la sua «funzione» e i suoi «doveri» di sovrano e le sue responsabilità verso la dinastia, non teneva affatto al trono e ne sentiva tutto il peso, altre cose standogli piú a cuore, cose assai piú piccole, ma per lui piú appaganti): il sovrano pensò infatti per un momento di abdicare in favore del figlio Umberto e determinare cosí una situazione che avrebbe comportato formalmente le dimissioni del capo del governo e reso «normale» il suo ritiro e la sua sostituzione dunque con uno dei leaders del fascismo moderato e tagliato la strada alle ambizioni dei vecchi politici revenants197.

1181–1183

Vera o non vera che sia la notizia confidata da Caviglia a Pirelli (ma voci di propositi del sovrano di abdicare in favore del figlio o addirittura del nipotino sono frequentemente riferite dalla memorialistica e diaristica del tempo), ciò che è significativo è che fu in questa situazione che Vittorio Emanuele si indusse a cominciare a vedere qualcuno degli oppositori. Il 6 marzo ricevette Badoglio (che, al solito, congedò dopo averlo ascoltato senza fare commenti198) e dieci giorni dopo, parlando con Puntoni, disse che ormai non era piú il caso di nascondersi «la necessità di un gesto decisivo nei confronti di uomini e di cose», ma aggiunse subito che era però necessario anche «scegliere il momento giusto» ed evitare «nella maniera piú assoluta» colpi di testa. «Uno sbaglio nella scelta del tempo potrebbe essere fatale per il paese»199. Preoccupazioni indubbiamente giuste, ma che alla luce di tutto il suo comportamento lasciano scorgere come alla loro radice fosse soprattutto lo scetticismo del sovrano sulla utilità reale di ciò che avrebbe potuto fare e, di conseguenza, il suo tradursi in una sorta di filosofia per la quale il non far niente diventava il minore dei mali, il modo per non precludersi nessuna strada e, forse, trovarsene ad un certo momento aperta avanti una del tutto inattesa. Sintomatico è a questo ultimo proposito il suo già ricordato accenno, addirittura ancora il 14 luglio, all’eventualità di una morte di Mussolini, che «faciliterebbe la soluzione di questioni molto importanti», da lui fatto a Puntoni che gli riferiva la voce di un imminente viaggio del «duce» in Sicilia per visitare le truppe combattenti200.

Comunque sia, tutto induce a ritenere che il momento in cui Vittorio Emanuele III si pose effettivamente il problema di uscire dalla guerra fu attorno alla metà di maggio. Ad indurvelo dovette essere una molteplicità di fatti tra loro strettamente collegati. In primo luogo la perdita delle ultime posizioni ancora tenute dalle forze dell’Asse in Tunisia, che rendeva ormai estremamente probabile in tempi brevi uno sbarco alleato sullo stesso suolo italiano. In secondo luogo il moltiplicarsi delle sollecitazioni rivolte al re perché intervenisse in prima persona nella situazione: è di questo periodo, tra l’altro, la nobilissima lettera-appello indirizzata al sovrano da Tommaso Gallarati Scotti a nome dell’opposizione liberale milanese201. Moltiplicarsi di sollecitazioni a cui corrispondeva un moltiplicarsi dei contatti e delle iniziative dei vari gruppi di opposizione e il loro trovar rispondenze in ambienti sempre piú vasti ed importanti202 e che Vittorio Emanuele III non poteva ignorare, tanto piú che Acquarone – superate le ultime incertezze203 – si era ormai deciso a scendere anche lui in campo per indurlo, se non ancora proprio ad agire – ché questa decisione il ministro della Real Casa dovette maturarla solo circa un mese dopo, quando si convinse che in caso contrario la monarchia non si sarebbe piú potuta salvare204 –, almeno a prendere contatti con le opposizioni politiche e costituiva ormai il tramite diretto tra esse e il Quirinale205 e aveva, quindi, tutto l’interesse di informarlo minutamente di ciò che andava maturando. In terzo luogo, poi, ad indurre il sovrano a porsi il problema della liquidazione di Mussolini dovette contribuire anche il passo fatto il 12 maggio dalla Santa Sede su Mussolini per cercare di fargli prendere qualche iniziativa e fargli capire (ma senza assolutamente offrirsi) di poter costituire un eventuale tramite con gli Alleati. E ciò tanto piú dato che è difficile credere che Ciano non informasse in qualche modo il sovrano del colloquio che lo stesso giorno del passo (che la Santa Sede non aveva fatto anche sul re solo per prudenza, perché, come annotava monsignor Tardini206, «ora che si auspica da molti un intervento del Re contro Mussolini, bisogna evitare che il Santo Padre apparisca, in un modo o in un altro, come sostenitore di tale piano») ebbe col cardinale Maglione e delle considerazioni fatte in tale occasione. Né, infine, si può escludere che, attraverso i carabinieri, il sovrano non fosse informato delle prime manifestazioni di quel processo (che si sarebbe sviluppato soprattutto in giugno per toccare il suo apice dopo il 10 luglio, ma che già andava delineandosi) di trapasso di vasti settori dell’opinione pubblica dalle speranze sin allora riposte nella monarchia ad un atteggiamento di condanna della sua «passiva rassegnazione»207.

1183–1184

A metà maggio datano infatti tre appunti redatti dal re208 nei quali la situazione internazionale e politico-militare in generale e quella dell’Italia in particolare erano riassunte con estrema lucidità e realismo. La loro conclusione ci appare però ancora una volta deludente ed attendista:

Si deve ora far di tutto per tenere il paese unito, e non fare discorsi rettorici e a sfondo solo fascista.

Bisogna mantenere stretti contatti con l’Ungheria, la Rumenia e la Bulgaria che amano poco i tedeschi; – non si dovrebbe dimenticare di fare le possibili cortesie agli uomini dei governi dell’Inghilterra e dell’America. Bisognerebbe pensare molto seriamente alla possibile necessità di sganciare le sorti dell’Italia da quelle della Germania, il cui crollo interno potrebbe essere improvviso come il crollo dell’Impero Germanico nel 1918.

Per Vittorio Emanuele III infatti porsi il problema di uscire dalla guerra non significava né affrontarlo concretamente né considerarlo strettamente connesso con quello della liquidazione di Mussolini e del fascismo. I tre appunti portano la data del 15 maggio, il diario di Puntoni a quella del 19 reca209:

Alla consueta relazione il Sovrano mi confida un suo dubbio e dice: «Temo che da un momento all’altro il governo inglese o il Re d’Inghilterra si rivolgano a me direttamente per trattare una pace separata. La cosa mi metterebbe in un grave imbarazzo. Se questo dovesse avvenire agirei senza sotterfugi, ne parlerei con il Duce per essere d’accordo sulla linea da seguire».

E da questa linea di condotta Vittorio Emanuele III non si dovette discostare neppure nelle successive settimane. Le annotazioni di Puntoni tra il 1º giugno e il 10 luglio non lasciano spazio per molti dubbi (né si può pensare che il primo aiutante di campo fosse tenuto all’oscuro di certe cose), né Acquarone e Ambrosio sono mai stati in grado di addurre convincenti elementi in contrario, limitandosi, sulla falsariga della lettera del re al primo di essi del 1º giugno 1944, ad affermare genericamente che il sovrano aveva preso la sua decisione in gennaio-febbraio. Sotto la data del 1-2-3 giugno nel diario di Puntoni si legge210:

1184

La situazione generale militare si aggrava sempre piú per via dei continui e massicci bombardamenti nemici su tutta la penisola e le isole. Non siamo piú in grado di contrastare l’azione dell’aviazione avversaria. Come conseguenza di questo stato di cose anche la situazione interna si fa di giorno in giorno piú precaria [...]. La posizione della Corona è difficile dato che molti si aspettano dal Re il gesto che il Re, almeno per il momento, non può compiere. Un intervento prematuro potrebbe portare al disastro sia dal lato militare che da quello politico oltre che per il carattere dell’attuale governo anche per la presenza in Italia di truppe germaniche [...]. Sua Maestà, che non perde una battuta di quanto sta succedendo, non è piú quello di un mese fa. È conscio della gravità della situazione e medita sul da farsi, ma ritengo che almeno per adesso sia ancora deciso ad appoggiare l’azione di Mussolini. Il piano che Sua Maestà sta elaborando nella sua testa è un mistero per tutti, ritengo che neppure Acquarone ne sia al corrente.

E se si passa a quest’altra annotazione, in data 5 luglio, ci si avvede che la sua sostanza non è molto diversa211:

Dato che il generale Ambrosio ha chiesto udienza, il Re decide di rientrare a Roma [da S. Rossore, ove si trovava dal 30 giugno] e fissa il colloquio per domani alle ore 17. È in questa occasione che Sua Maestà mi parla per la prima volta dell’azione che sta svolgendo il capo di stato maggiore generale per arrivare alla sostituzione di Mussolini. Sembra che ne abbia parlato apertamente con il Re prospettandogli l’opportunità di una dittatura militare con alla testa Caviglia o Badoglio. Sua Maestà non ha ascoltato però questi progetti con troppo entusiasmo. La mia impressione è che ne ritenga l’attuazione ancora prematura e pericolosa specialmente per quanto riguarda la situazione militare. Mi dice comunque che un avvento al potere di Caviglia significherebbe un deciso ritorno alla massoneria e un conseguente avvicinamento agli angloamericani. Sua Maestà è invece del parere che anche arrivando alla sostituzione di Mussolini, il fascismo non si possa abbattere d’un colpo. Bisognerebbe invece modificarlo gradatamente fino a cambiargli fisionomia in quegli aspetti che si sono dimostrati dannosi per il Paese. Riconosce, d’altra parte, che Badoglio pur avendo un carattere che non gli piace, ha ancora un certo seguito nelle masse e questo seguito potrebbe essere l’unico catalizzatore della situazione. «Ho l’impressione – dice Sua Maestà – che Ambrosio si scopra troppo e che abbia troppi contatti con elementi che sono fuori dell’ambiente militare».

1185–1186

E alla stessa conclusione si giunge specie se la si integra con quanto Acquarone avrebbe detto una settimana dopo ad Alessandro Casati212:

Si deve andare per gradi, abbattere sí Mussolini ma non prendere di fronte l’intero fascismo. Quanto alla guerra non si deve avere il proposito di troncarla ad ogni costo. Anzi si deve dire subito che la guerra continua e che si fa appello a tutti gli italiani per continuarla con vigore. Piú tardi si vedrà di concluderla nel modo migliore.

E, soprattutto, se si tiene presente quanto Ambrosio, dopo l’incontro del 6 luglio, aveva fatto sapere a Badoglio e cioè che il re non aveva preso alcuna decisione213 e si considera altresí che il 9 il sovrano ripartí per San Rossore (da dove dovette però rientrare subito a Roma in seguito allo sbarco alleato in Sicilia), quasi certamente solo allo scopo di poter rinviare «al suo ritorno» una udienza che Badoglio gli aveva chiesto subito dopo aver conosciuto l’esito negativo del passo di Ambrosio214.

In effetti l’unico mutamento nel comportamento del sovrano tra la metà di maggio e il 10 luglio fu costituito dalla sua decisione di ricevere anche alcuni esponenti dell’opposizione politica che già da un po’ di tempo insistevano con Acquarone, tramite soprattutto la principessa di Piemonte e l’avvocato Storoni, per avere una udienza. Ma, come tutto lascia credere, col solo scopo di tenerli in qualche modo a freno e con la speranza cosí di «tenere il paese unito». Difficilmente si potrebbe infatti spiegare perché anche con Bonomi e Soleri, che ricevette rispettivamente il 2 e l’8 giugno215, e persino con i senatori Guido Pasolini Dall’Onda e Edoardo Rotigliano, che ricevette invece il 18 e il 26 giugno e che doveva considerare su posizioni politiche piú congeniali alle sue e certamente, nonostante i loro stretti rapporti in quel momento con Bergamini, Casati e Della Torretta, non dei revenants, continuò a mantenere il suo solito atteggiamento ermetico: li ascoltò, non fece commenti, non lasciò trapelare alcuna intenzione e col solo Pasolini Dall’Onda si limitò ad un generico invito ad aver fiducia in lui.

Per quanto prevedibile ed atteso, neppure lo sbarco alleato in Sicilia indusse Vittorio Emanuele III a modificare veramente il proprio atteggiamento. Sulle prime l’unico suo vero effetto probabilmente dovette essere quello di indurlo a chiudere la partita con i revenants che, appena saputo dello sbarco, avevano preso a moltiplicare le pressioni (tramite soprattutto il solito Acquarone) volte a indurlo a rompere gli indugi, proponendo a questo scopo le soluzioni non solo piú assurde e macchinose (non ultima quella di indire le elezioni), ma piú fuori della realtà216. A fronte di costoro, dovette pensare, era meglio riesumare Badoglio. Dovette essere cosí che nel pomeriggio del 15 luglio si rassegnò, anche per le insistenze di Acquarone, a ricevere Badoglio e, superando la diffidenza verso il maresciallo (secondo Acquarone217, temeva in lui «un aspirante padrone d’Italia»), gli fece intendere che il nuovo capo del governo sarebbe stato lui, ma non si spinse molto oltre: mise bene in chiaro di essere assolutamente contrario ad un governo politico, di revenants per di piú, e quanto al come e al quando procedere alla sostituzione di Mussolini si guardò bene dallo scendere sul concreto, limitandosi a bocciare i suggerimenti di Badoglio e ad affermare che «colpi di Stato preordinati a data fissa non hanno probabilità di riuscita» e che, almeno in un primo tempo, non si sarebbe dovuto chiedere l’armistizio218. Né vi sono elementi per ritenere che sul concreto scendesse con Acquarone e con Ambrosio. E questo mentre già dal 13 luglio la temperatura all’interno del gruppo dirigente fascista aveva preso a salire e ad avvicinarsi al grado di ebollizione.

1186–1187

E, infatti, qualcosa di molto simile ad una vera decisione Vittorio Emanuele la prese solo nella mattinata del giorno 20 e piú probabilmente il 22 (anche se Acquarone ne dette notizia ad Ambrosio nel pomeriggio del 20, ma è sintomatico che la confermò a Senise solo il 22) dopo aver ricevuto Mussolini di ritorno da Feltre e aver invano tentato – stando a quello che il sovrano raccontò a Puntoni219, ma secondo Mussolini, invece, il re gli avrebbe detto che la situazione militare non poteva reggere piú a lungo e che bisognava «porre il dilemma ai tedeschi»220 – di fargli capire che solo la sua persona ormai ostacolava «la ripresa interna» e «una definizione netta» della situazione militare. Diciamo qualcosa di molto simile ad una vera decisione e non una decisione vera e propria perché il 20-22 luglio fu deciso, a quanto ne sappiamo, solo in via di approssimazione221 che l’arresto di Mussolini avrebbe dovuto aver luogo il successivo lunedí 26 (altre fonti dicono il 29), quando il «duce» si sarebbe recato al Quirinale per la consueta udienza per la firma reale. E non è affatto sicuro che la data sarebbe stata rispettata.

1187–1188

La «decisione» il re l’aveva dovuta prendere tutto da solo, consigliandosi al massimo con Acquarone: Ambrosio dal 14 al 26 luglio non lo vide mai e il capo di stato maggiore generale ciò che sapeva lo doveva ad Acquarone, con cui risulta però che si incontrò in questo periodo una sola volta, nel pomeriggio del 20222. A indurre il re a decidersi non dovette essere tanto l’esito del convegno di Feltre quanto due notizie portate a sua conoscenza tra il 17 e il 18: quella, fattagli pervenire da Bastianini, che si stava cercando di stabilire contatti con gli Alleati allo scopo di sondarne le intenzioni e le disponibilità, e quella comunicata nel pomeriggio del 17 luglio dal senatore Aldo Rossini ad Acquarone che Farinacci stava tramando con i tedeschi l’accantonamento suo e di Mussolini e il passaggio dei poteri a Kesselring223. È probabile che le due notizie, sia pure per motivi diversi, lo dovettero colpire molto e indurre a rivedere il suo atteggiamento; esse però, pur nella loro gravità, non comportavano – specie per un uomo come lui – un immediato passaggio all’azione. L’una lasciava infatti ancora qualche margine di tempo e l’altra, se era vera, poteva anch’essa non comportare necessariamente, se si sapeva tenere la situazione sotto controllo, decisioni immediate. Sintomatico, in questa prospettiva, è che, se il 21 luglio il generale Carboni venne nominato comandante del corpo motocorazzato in via di costituzione nelle vicinanze della capitale col compito di difenderla da eventuali azioni fasciste e tedesche (che potevano riferirsi tanto all’arresto di Mussolini quanto alle trame di Farinacci), il 22 i piani per l’arresto di Mussolini e per le misure da adottare nei confronti dei maggiori esponenti fascisti, del PNF e della Milizia dovevano essere, nonostante il progetto preparato agli inizi del mese da Castellano, ancora cosí vaghi che Acquarone chiese a Senise di preparargliene uno lui224 e il 23, parlando con Pirelli «nella piú grande segretezza ma senza reticenze» della possibile composizione del governo che avrebbe dovuto prendere il posto di quello di Mussolini, si mostrò preoccupato soprattutto del «problema del momento e del modo da adottare per il colpo» di Stato e di alcuni problemi «tecnici» irrisolti (quale quello del controllo del centralino telefonico del ministero dell’Interno)225 tutto ciò fa pensare ad una decisione improvvisa, imposta da circostanze impreviste. Ma l’elemento maggiore per dubitare che la data del 26 luglio «fissata» per l’arresto di Mussolini possa essere considerata definitiva è, a nostro avviso, un altro.

1188–1189

Vittorio Emanuele III e Mussolini hanno dato del loro colloquio del 22 luglio mattina due versioni assai diverse. Questo non desta meraviglia; ciò che lascia perplessi è la loro estrema laconicità, quasi che entrambi ne volessero parlare il meno possibile. E, se si prende per buona quella del re, una certa meraviglia non può non suscitare il leggere nel diario di Ortona226 che, al ritorno dall’udienza reale, Mussolini era «tutto sereno e disteso». Ma il vero punto è un altro: non è assolutamente credibile che, quale sia stato l’andamento del colloquio, né il sovrano né Mussolini abbiano fatto cenno ai sondaggi che Bastianini stava cercando di avviare con gli Alleati. E ciò tanto piú dato che il 18 ottobre 1943 Badoglio nel corso di un rapporto ad alcune centinaia di ufficiali riuniti in Agro San Giorgio Jonico, per controbattere gli argomenti della propaganda di Salò che tacciava l’armistizio di tradimento, si lasciò sfuggire, nella foga, un’affermazione che non è mai stata successivamente smentita227:

Ma ora basta, usciamo da questo fango! Mussolini aveva detto al sovrano che sarebbe andato a Feltre il 19 luglio per far presente a Hitler la situazione dell’Italia, proprio disperata, e chiedere l’armistizio. Ma, presente il ministro degli Esteri Bastianini e il generale Ambrosio, che è qui e può confermarvelo, non ebbe il coraggio di aprire bocca. Vi dirò di piú: Hitler non lo fece parlare! Era sempre successo cosí da dieci anni... Tornato a Roma, Mussolini assicurò il re che, in ogni caso, si sarebbe sganciato dalla Germania entro il 15 settembre. Lo sa Ambrosio, che è qui, e lo sanno diversi ministri fascisti, che sono rimasti di là, non so piú se amici o nemici o perseguitati di Mussolini. E il bello è che, adesso che questo l’ho fatto io, mi si accusa di tradimento!

Come abbiamo detto piú volte, le testimonianze di Badoglio sono quasi sempre da prendere con le molle, ma è un fatto che questa, per un verso, non è mai stata smentita – neppure quando, il 29 dicembre 1944, il maresciallo in sede di Commissione d’inchiesta per la mancata difesa di Roma disse di non ricordare da chi avesse appreso la notizia, ma di non escludere di averla potuta apprendere dallo stesso sovrano228 – e si è cercato di farla passare sotto silenzio e dimenticare, e, per un altro verso, appare estremamente credibile: sia perché, lo si è detto, le versioni di Vittorio Emanuele III e di Mussolini sul loro colloquio del 22 luglio lasciano molto perplessi e danno l’impressione di essere sostanzialmente reticenti, sia perché solo alla luce di essa – ma su ciò torneremo ampiamente piú avanti – si può spiegare veramente la speranza di Mussolini, il 25 luglio, in un atteggiamento del sovrano a lui ancora favorevole nonostante il voto del Gran Consiglio. Ma allora la conclusione può essere una sola: la vera decisione di arrestare Mussolini il re la prese solo in conseguenza della notizia dell’approvazione dell’ordine del giorno Grandi (che, non a caso, le autorità militari avrebbero impedito alla stampa per alcuni giorni di pubblicare) e per non venirsi a trovare scoperto o coinvolto a seconda dei casi dalle inevitabili conseguenze che essa avrebbe avuto. Ché, se non poteva certo prendere posizione a favore di Mussolini contro il Gran Consiglio, nonostante tutto il suo formalismo giuridico-costituzionale, Vittorio Emanuele III non poteva assolutamente apparire neppure come messo in mora dagli stessi fascisti. Di fronte a questa eventualità doveva assolutamente agire in prima persona. Che è poi ciò che Badoglio in sostanza ammise sempre nel suo discorso del 18 ottobre 1943229:

1189–1191

Beh, il fascismo non è stato rovesciato da noi: da Sua Maestà o da me. Il fascismo è caduto, non per forza esterna, ma per la sua crisi interna: non poteva resistere piú. Lo hanno abbattuto gli stessi componenti del Gran Consiglio. I membri del Gran Consiglio fascista votarono, la sera del 24 luglio, a maggioranza contro Mussolini. E ne segnarono la fine. Finalmente!

Su questa testimonianza di Badoglio dovremo tornare per cercare di stabilirne l’attendibilità e, in caso positivo, il significato da attribuire al termine ad quem del 15 settembre messo dal maresciallo in bocca a Mussolini. Ciò che però ora piú ci interessa per disporre di tutte le tessere atte a ricostruire il piú precisamente possibile il comportamento del sovrano è l’ultima affermazione di Badoglio da noi citata e cioè che il fascismo, contrariamente a quanto affermato da Acquarone e dai piú decisi sostenitori della monarchia, non fu sostanzialmente rovesciato da Vittorio Emanuele III ma dal Gran Consiglio. Un’affermazione che convalida l’idea che a determinare la decisione del re, a fargli rompere gli indugi e, dunque, a liquidare Mussolini e dare disposizioni per il suo arresto siano state le notizie relative alla convocazione del Gran Consiglio e all’ordine del giorno preparato da Grandi. Da qui la necessità, prima di concludere la ricostruzione dell’atteggiamento del re e, con esso, sciogliere il nodo Ambrosio, di vedere anche quello del vertice piú propriamente fascista del regime e come esso influí sul comportamento di Vittorio Emanuele III.

* * *

Come già abbiamo detto nel precedente capitolo, il ritorno di Mussolini, il 2 dicembre 1942 alla Camera dei fasci e delle corporazioni, alla vita politica aveva posto fine nel gruppo dirigente fascista alle speranze e ai timori, alle voci e alle manovre vere e proprie suscitati dalla prospettiva di una morte o di un ritiro del «duce». La tensione si era però allentata solo superficialmente. Tutto in realtà concorreva ad alimentarla e farla crescere, perché troppi e inequivoci erano i segni che le crepe nel fronte interno si andavano approfondendo e moltiplicando. Il regime, il fascismo, lo stesso Mussolini perdevano giorno dopo giorno sempre piú credibilità: la gente si allontanava da essi, tendeva ad ignorarli il piú possibile230, e, anche se non passava all’antifascismo tout-court, guardava ad altri, riponeva le sue ultime speranze nella monarchia, nella Chiesa. La propaganda, gli appelli del regime cadevano sempre piú nel vuoto e, anzi, finivano per avere un effetto controproducente: irritavano ed erano «fraintesi», presi cioè come ulteriori dimostrazioni della insostenibilità della situazione, della sempre maggiore dipendenza dell’Italia dalla Germania, della inevitabilità della sconfitta e della necessità di salvare il salvabile, di evitare cioè almeno nuovi lutti, nuove distruzioni, nuovi sacrifici231. Né a livello di classe dirigente mancavano di farsi sentire, sia pure in forme criptiche e allusive, voci in questo senso232.

1191–1192

Quali che fossero le singole posizioni e le rispettive ipotesi sul futuro, tutti gli esponenti fascisti di un certo rilievo sentivano che la situazione diventava sempre piú pesante233 e che qualcosa andava fatta per fronteggiarla: il pericolo maggiore era l’immobilismo, subire passivamente, fatalisticamente la situazione senza far nulla per darle uno sbocco. I piú erano ormai convinti che la guerra fosse perduta e che se ne dovessero trarre le conseguenze, ma quasi nessuno sapeva od osava dire quali e soprattutto come e finiva per prendersela piú o meno apertamente con Mussolini che non faceva nulla e che, con la sua sola presenza, impediva che altri prendessero quelle decisioni che lui non voleva o non poteva prendere. Uno dei piú radicali nelle critiche era Federzoni, che già il 16 gennaio si confidava con Bottai: «almeno temporaneamente, si ritiri, per rendere possibili trattative di pace, d’accordo, s’intende, coi tedeschi»234. Il piú esplicito era Ciano che, dimentico delle sue pesanti responsabilità, ostentava addirittura la sua avversione per i tedeschi235, proclamava, già da un anno almeno, di essere sempre stato contrario alla guerra e al sistema corporativo e teneva a far sapere a Corte di essere «devoto al re» e di vedere nel sovrano «l’unica guida sicura che abbia l’Italia»236 e con il suo cinismo riusciva a sconcertare persino gli amici migliori («data la partita militare perduta, ritiene guadagnabile quella politica» annotava il 5 febbraio Bottai237). Né il genero di Mussolini avrebbe desistito da questo atteggiamento dopo il suo allontanamento del governo238. Solo alcuni, come Ferruccio Lantini, avevano il coraggio morale e l’onestà di far conoscere a Mussolini il loro dramma di fascisti, di italiani e, nel caso particolare, di cattolici, i loro timori per il futuro della patria, la loro convinzione che la politica tedesca dimostrasse senza ormai piú ombra di dubbio che tra Italia e Germania non vi era piú nulla in comune, ché «la fisica nozione di razza, tradotta in concreto nel simbolo del sangue, si rivolge in estensione contro piú che duemila anni di civiltà; di civiltà in gran parte generata da Roma e sempre di Roma recante i segni»239.

1192–1193

Nella seconda metà di aprile e nei primi giorni di maggio – lo si è pure già detto – la sostituzione di Senise al vertice della polizia e la nomina di Scorza a quello del partito erano sembrate per un momento introdurre nella situazione un elemento di chiarezza, indicare una scelta e una ripresa di iniziativa interna del fascismo. L’attivismo di Scorza sembrò ridare vitalità e vigore al partito (il che spiega in parte come nessuno il 25 luglio prevedesse un suo afflosciarsi su se stesso cosí completo e senza alcun tentativo di resistenza) e farne il fulcro di un’effettiva unità nazionale. In alcuni i due mutamenti al vertice della polizia e del partito suscitarono però anche profondi timori, determinando, come nel caso dell’ex ministro dell’Africa italiana, Lessona240, il loro distacco dal regime e il loro passaggio al campo monarchico. E comunque l’impressione positiva da essi suscitata durò solo il classico spazio di un mattino e, anzi, la linea politica del nuovo segretario del partito finí ben presto per costituire un ulteriore elemento di confusione e di divisione tra estremisti e moderati. E ciò che non fece Scorza fece il precipitare sempre piú incalzante della situazione militare. La fine delle ultime resistenze in Tunisia, il 13 maggio, e, un mese dopo, la perdita di Pantelleria portarono infatti la crisi del fascismo in generale e del suo gruppo dirigente in particolare a livelli mai raggiunti. «Situazione tremenda; si ha l’impressione di sbandamento», annotava realisticamente il 15 giugno De Bono241.

1193

I diari, le cronache, la memorialistica dei contemporanei, i rapporti di polizia offrono a questo proposito una documentazione tanto vasta quanto concorde: con la metà di maggio la crisi si fece generale e cronica, in qualche caso manifestandosi anche in forme scoperte, che solo qualche mese prima sarebbero state ancora impensabili242. Il 13 maggio, lo stesso giorno della capitolazione in Tunisia, Edoardo Rotigliano, parlando al Senato sul bilancio del ministero della Cultura popolare243, non temette di attaccare esplicitamente Scorza:

Il Segretario del Partito vorrebbe oggi, per fronteggiare il pericolo, assumere il Fascismo come denominatore comune di tutti gli italiani. Nonostante l’intransigente fede fascista racchiusa nel suo cuore, nonostante la piena coscienza della necessità di quella disciplina a cui ha fatto appello il Segretario del Partito, egli mi permetta di dissentire. Non è opportuno oggi, non è utile, soprattutto, pretendere che gli italiani assumano come unico denominatore il Fascismo. Sarebbe, pur troppo, offrire a molti un alibi morale per non aderire alla guerra. Nessuno osi domandarci di ripiegare un solo lembo dei nostri gagliardetti: un vero tradimento verso i fratelli morti e verso noi stessi, al quale non aderimmo mai. Ma quando nell’ora tragica che la Patria attraversa suoni, come deve ancora una volta suonare, il segnale della grande adunata, questa adunata raccolga tutti gli italiani all’ombra soltanto del tricolore.

1194–1195

E di concludere, acciocché il senso del suo discorso fosse ancora piú chiaro, con un esplicito richiamo al sovrano e con la lettura del proclama indirizzato alla nazione da Vittorio Emanuele III all’indomani di Caporetto. E il caso di Rotigliano non fu certo l’unico. Fu proprio in questo periodo che piú numerosi divennero tra i fascisti moderati coloro che presero a guardare al re come all’unica speranza rimasta, in qualche caso in forme e con toni che urtavano lo stesso sovrano. Tipico il caso di Carlo del Croix che l’8 giugno si dichiarò con Puntoni «tenace spietato avversario di Mussolini» («lo reputo capace delle azioni piú basse») e invocò l’immediato intervento del re244.

Se, all’interno del gruppo dirigente fascista, il numero di coloro che guardavano ormai solo al re aumentava, molti però, anche tra i moderati, guardavano ancora a Mussolini, sia che pensassero ad una pace separata, sia che pensassero – ed erano sempre meno – ad una resistenza ad oltranza e avessero ancora fiducia nella Germania, sia – ed erano i piú – che non sapessero bene cosa fare e cercassero in lui una indicazione, un qualche cosa che fosse il piú possibile una decisione, un por fine a quella condizione di passività, di assenza di iniziative, di prospettive, in cui tutto si disgregava e marciva, la gente moriva e le poche restanti ricchezze del paese si consumavano ed andavano distrutte. Ma il «duce» taceva, non raccoglieva, tanto meno agiva e coloro che potevano avvicinarlo lo trovavano sempre piú invecchiato, malato, in balia di uno stato d’animo irto di contraddizioni che non lasciava adito a molte speranze. In questa situazione l’interrogativo generale era: che fare? Un interrogativo al quale, a parte Farinacci e il suo gruppo e, in qualche misura, Scorza, nessuno sapeva dare una risposta. Neppure quelli che ormai puntavano tutto su un intervento risolutore della monarchia, dato che il tempo passava e Vittorio Emanuele III non dava segni di aver intenzione di muoversi. «E il Re non si muove; il Principe di Piemonte è preoccupato, ma non crede di poter parlare e meno ancora agire per rispetto e per disciplina verso il padre... Non bisogna farsi illusioni... Gli Alleati sbarcheranno in Italia... Bisognerebbe trattare, ma Mussolini non vuole e gli Alleati non tratteranno mai con lui... È tragico...» si sfogava Ciano col cardinal Maglione il 12 maggio245. Quanto agli altri, ognuno andava piú o meno a ruota libera e reagiva a seconda del proprio carattere. Un fedele come Cianetti continuava imperterrito a dirigere il ministero delle Corporazioni inseguendo i suoi progetti di rinnovamento sociale come se nulla fosse e quasi imponendosi di non vedere quello che stava avvenendo246. Un vecchio squadrista passionale come Perrone Compagni si sfogava col primo che gli capitava a tiro: «o il Duce si muove o noi lo costringeremo a cambiar rotta con le armi»247. Un intellettuale come Bottai registrava e cercava di razionalizzare ciò che avveniva e lo confidava al suo diario248:

1195–1196

L’ambiente politico si fa sempre piú rarefatto, come se la gente avesse paura di vedersi. Mussolini è via, alle Caminate, ma le voci lo danno misteriosamente ora qua ora là; e alcune addirittura in Germania col Principe ereditario. Di Scorza già si dice che son meglio le parole che gli atti, che i fatti. Tutto, in quest’ora drammatica, invece d’accendersi, sembra scolorirsi, spegnersi.

Faccio colazione con Benini, Fantechi e altri toscani. Zenone si butta, ormai, alla «pace separata». Una formula che corre di bocca in bocca. Ma nessuno sa che cosa vuol dire. «Vincere», «resistere», «pace separata», nessuno sa piú cosa vogliano dire, che cosa comportino. Si può, al punto in cui siamo, separare una nostra pace dalla guerra comune? Propendo a pensare che non avendo noi, nella guerra comune, fatta una nostra guerra, concepita, cioè, e condotta secondo una chiara autonomia di principii, non sia possibile, oggi, una nostra pace: o gli angloamericani ci imporrebbero la loro o i germanici la loro. E, forse, sulla linea del Po, le due «paci» verrebbero a farsi guerra, tra i piú o meno partecipi spettatori.

Sempre piú Mussolini nell’opinione corrente è il capro espiatorio di tutto. E in questa riduzione d’un processo storico formidabile, che prelude a un rivolgimento di rapporti sociali interni ai popoli e internazionali, c’è qualcosa di grottesco, d’assurdo, che diminuisce e avvilisce l’intelligenza politica italiana. Per me Mussolini è colpevole soprattutto, di questo: di avere calpestata e mortificata cotesta intelligenza fino al punto di renderla incapace di guardare oltre la di lui persona, negli elementi e nei fattori della nemesi storica.

A sera lungo colloquio con Federzoni... Ma anch’egli annaspa. Tutti annaspiamo.

Un uomo lucido e coerente come Cini non rinunciava alla propria coerenza e, polemizzando con chi la pensava come lui ma non sapeva od osava riconoscerlo pubblicamente («tutti o quasi pensano come me, nessuno osa dirvelo» scriveva a Mussolini), visto che quanto aveva detto in Consiglio dei ministri cinque giorni prima non era stato raccolto, il 24 giugno si dimise dal governo, senza per altro che il suo gesto avesse politicamente alcun effetto, poiché Mussolini si sarebbe tenuta la sua lettera di dimissioni249 nel cassetto sino al 23 luglio (quando lo sostituí con Giuseppe Peverelli) come se niente fosse accaduto. Sicché, tutto sommato, si può anche capire come lo stato d’animo piú diffuso finisse per essere quello di un semplice come De Bono250:

1196–1197

Sono sempre come in attesa di qualche cosa che debba giungere improvvisamente e che abbisogni di immediata decisione; ed io mi sento in tutto e per tutto sempre piú indeciso.

Né, a ben vedere, questa condizione umana e politica, anzi prima umana che politica, del gruppo dirigente fascista può meravigliare. Il fatto che, come scriveva Bottai e come gli avvenimenti avrebbero dimostrato, una soluzione politica radicale avrebbe comportato rischi tali da lasciare pressoché tutti smarriti e indecisi e che, di fronte ad essi, i piú si rifugiassero ancora nell’attesa piú o meno fatalistica se non addirittura nella speranza in qualche cosa che anch’essi non sapevano dire cosa potesse essere, è comprensibile. Una decisione, del resto, doveva e poteva venire legalmente solo da Mussolini e/o dal re, che però non mostravano di volerla prendere. L’alternativa dunque era o attendere e sperare che essi la prendessero, ovvero agire in qualche modo per costringerli a prenderla.

Mettersi contro Mussolini, quali che fossero i suoi errori, le sue colpe, era però per la maggioranza estremamente difficile, anche per coloro che covavano ormai nei suoi confronti un sordo rancore e andavano sparlando di lui a destra e a manca251. E non solo per i pericoli personali che ciò comportava. Venti anni di fede, di delega a lui di ogni responsabilità, di accettazione delle sue scelte e delle sue decisioni anche quando non le condividevano rendevano ora difficile, quasi impossibile, una improvvisa, totale riassunzione di responsabilità in prima persona, una decisione tanto importante da prendere da soli e in contrasto se non addirittura contro Mussolini. Non a caso i pochissimi che se ne sentivano capaci avevano sempre coltivato piú o meno nascostamente una propria idea del fascismo, una propria linea politica diverse da quelle di Mussolini e avevano assunto posizioni di dissenso, piú esplicito o piú mascherato a seconda dei casi, nei suoi confronti. Erano questi però casi rarissimi; al vertice del fascismo praticamente due soli, quello di Farinacci, che, oltre tutto, in quel momento, aveva alle spalle i tedeschi e un proprio progetto politico, e quello di Grandi. Ma per quasi tutti gli altri l’idea di mettersi contro Mussolini era, checché dicessero, inconcepibile. E non solo per i «semplici», i «puri», i «fedeli». Non è certo privo di significato che anche un Bottai si arrovellasse ancora in questo periodo attorno al problema della «fedeltà»252 e, pur essendo insoddisfatto di «Critica fascista» («l’avverto incompleta rispetto alla verità e, pur cosí dimidiata e allusiva, infeconda e pericolosa»253), pensava ancora che essa potesse in qualche modo servire a chiarire in positivo la posizione di Mussolini rispetto al problema della pace e della guerra, certo sotto il profilo storico, come se un chiarimento del genere potesse avere in quel momento senso ed importanza e addirittura un qualche concreto valore politico254. Il che aiuta a spiegare come il 14 luglio, a sbarco in Sicilia avvenuto, egli facesse ruotare ancora le sue considerazioni sul da farsi attorno alla permanenza di Mussolini al potere e non ritenesse il momento tale da comportare un «distacco» di Mussolini e del fascismo dal paese e, dunque, un passaggio della situazione alla «competenza della Corona»255.

1198–1199

Senza dire, poi, che – anche nella ipotesi che riuscissero a sciogliere il nodo Mussolini e a riacquistare la capacità di riassumere le proprie responsabilità e di decidere da soli – a rendere impossibile un loro passaggio all’effettiva azione politica si frapponeva una serie di ostacoli oggettivi che non possono essere neppure essi sottovalutati. Per un verso, venti e piú anni di vita nel regime avevano scavato nel gruppo dirigente fascista divisioni profonde, determinando il sorgere e il radicarsi di gruppi e di posizioni personali tra loro contrapposti che era estremamente difficile ora accantonare, se non altro per le reciproche diffidenze.

Per un altro verso, i caratteri assunti dalla struttura del regime rendevano inesistente o politicamente inagibile all’eventuale scopo qualsiasi sede che potesse in qualche modo legittimare una iniziativa. Delle quattro sedi ipotizzabili, la meno legittimante, sia moralmente che giuridicamente, era certo il PNF, sul quale, oltre tutto, era assurdo fare qualsiasi affidamento a causa del suo altissimo grado di burocratizzazione e del controllo che su di esso esercitava Scorza. La Camera dei fasci e delle corporazioni in parte (i membri designati dal PNF) riproduceva la stessa situazione esistente nel partito, in parte (i membri designati dalle Corporazioni) era troppo pletorica, frammentarizzata e difficile da manovrare e, oltre tutto, mancava, come «corpo», di tradizione e di orgoglio, sia per il continuo mutamento di molti dei suoi componenti, sia per l’antiparlamentarismo di fondo anche nei confronti delle proprie assemblee che caratterizzava il fascismo. Sotto varii aspetti il Senato sarebbe potuto essere una sede piú idonea, per il prestigio che in qualche misura aveva saputo mantenere, per il senso della tradizione e l’orgoglio di «corpo» che ancora lo caratterizzavano largamente, per la sua composizione piú omogenea e la presenza, oltre ad un gran numero di fascisti moderati, di un consistente gruppo di fedeli monarchici (in parte di vecchia data, in parte ralliés degli ultimi mesi) e di una piccola pattuglia antifascista. E infatti al Senato si pensò anche, prima come a una prospettiva futura, quando i tempi non stavano ancora precipitando irrimediabilmente, da parte di Grandi256, poi, al momento della crisi finale, da parte anche di altri, giungendo, il 22 luglio, sino a raccogliere sessantuno firme di senatori (fascisti moderati e monarchici non apertamente all’opposizione) sotto una richiesta di convocazione del Senato stesso in seduta plenaria257, che, nella sostanza, auspicando che «Governo e Popolo si stringano unanimi intorno alla sacra Persona della Maestà del Re Imperatore, nel proposito incrollabile di resistere ad ogni costo», tendeva ad aprire la strada ad una riassunzione dei poteri da parte di Vittorio Emanuele III e a costringerlo cosí ad agire. Ma che anche il Senato – nonostante tutto – fosse una sede inagibile lo dimostra appunto la sorte alla quale sarebbe andata incontro questa iniziativa (i cui fili erano tenuti dal senatore Rotigliano): bastò che Mussolini, subito informato, dicesse al presidente Suardo di non recepirla che essa finí nel nulla. Quarta ed ultima sede, restava il Gran Consiglio, dal 1929 «organo costituzionale dello Stato» con poteri di coordinamento su tutte le attività del regime e che doveva essere consultato «sulle questioni aventi carattere costituzionale»258. Definito per legge «l’organo supremo» del regime, composto di pochi membri, esso poteva sembrare la sede piú agibile, ma, in pratica, non lo era affatto, poiché stabiliva che la sua convocazione e relativa fissazione dell’ordine del giorno spettavano solo al «duce», che ne era il presidente e che «lo convoca quando lo ritiene necessario».

1199–1200

Per un altro verso ancora – e, piú tempo passava, piú diventava il nodo essenziale da sciogliere – pressoché nessuno aveva idea di come uscire concretamente dalla situazione. Per quel che concerneva gli Alleati, piú che idee vi erano infatti solo ipotesi e speranze piú o meno ottimistiche ma fondate praticamente sul nulla o, meglio, su una sostanziale incomprensione del carattere ideologico che per essi aveva assunto la guerra e, dunque, su un’altrettanto sostanziale sottovalutazione del peso che su una richiesta di trattare una pace separata dell’Italia o anche un «normale» armistizio avrebbe avuto la dichiarazione di Casablanca relativa alla resa incondizionata, e sulla convinzione che la Santa Sede fosse il tramite migliore per avviare i relativi contatti. Per quel che concerneva i tedeschi, la mancanza di idee e di punti di riferimento era anche maggiore. Da qui una generale indecisione su cosa fare, aggravata per di piú dal fatto che molti non intendevano affatto rassegnarsi ad una liquidazione totale del fascismo, specie per ciò che riguardava l’assetto corporativo259, un prendere tempo e, al dunque, una perdurante «fiducia» in Mussolini, come l’unico che, con la sua abilità politica, avrebbe potuto risolvere il puzzle, prospettare alla Germania la situazione260, convincere Hitler ad accettare lo sganciamento dell’Italia e, quindi, trovare un modo per trattare con gli Alleati.

1200–1201

Rispetto a questa generale mancanza di idee e indecisione, l’unico che aveva idee chiare era Grandi, che non si faceva illusioni sulla possibilità che Mussolini potesse convincere Hitler a permettere che l’Italia uscisse dalla guerra e neppure sulle buone disposizioni degli Alleati verso un’Italia che si fosse staccata dalla Germania, e, tanto meno, di un’Italia governata da Mussolini, sicché era convinto che l’unica cosa da fare era metterli di fronte al fatto compiuto di un capovolgimento di fronte dell’Italia e, ciò fatto, fare affidamento sul realismo politico di Churchill e cioè sull’interesse di Londra a difendere i propri interessi imperiali nel Mediterraneo insidiati, come d’altra parte nel resto del mondo, dalla politica rooseveltiana e dalla potenziale minaccia sovietica e con essi il futuro assetto politico, sociale e morale dell’Europa su cui Churchill sentiva pendere la minaccia di un dopoguerra che la partecipazione delle armate sovietiche alla vittoria sull’Asse, la contiguità territoriale dell’Urss e la forza, il dinamismo che ciò avrebbe assicurato ai partiti comunisti dipendenti da Mosca avrebbero reso ancor piú drammatico e decisivo per l’Europa e per la civiltà occidentale del precedente.

Sino a quando l’Italia era stata «padrona» del Mediterraneo una pace separata sarebbe stata possibile; ora, persa l’Africa e il controllo del mare e dopo Casablanca, «una pace onorevole cogli Alleati» – come disse a Vittorio Emanuele III il 4 giugno261 – per Grandi era possibile «soltanto se noi avremo il coraggio di affrontare in campo aperto i tedeschi». Solo cosí, egli era convinto che si sarebbe potuto «rendere inoperante la resa incondizionata» che gli Alleati avevano deciso di imporre alle potenze del Tripartito. Né piú né meno, lo stesso piano che, in un contesto di considerazioni piú ampio e che abbracciava anche l’aspetto interno dell’operazione da lui proposta, aveva prospettato in una lunga nota di diario di una quindicina di giorni prima262:

1201–1203

Il mio piano? È – ripeto – temerario. La stessa Iugoslavia ce ne ha dato l’esempio nella primavera del 1941. Lo stesso nemico ce lo suggerisce. Da tre anni la propaganda nemica non ha cambiato tono: «Noi non siamo nemici del popolo italiano, ma soltanto del regime e della dittatura fascista. Noi vogliamo liberare l’Italia dalla dittatura fascista che l’opprime e restituire all’Italia le sue perdute libertà». Questa – si capisce – è mera propaganda di guerra. L’Italia ha combattuto contro gli Inglesi e messo in pericolo il dominio dell’Impero inglese nel Mediterraneo. Questo gli Inglesi non lo dimenticheranno mai. Ma noi dobbiamo fare finta di credere ai discorsi di Churchill e di Roosevelt ed operare noi, da soli, come atto di volontà nostra, il chirurgico distacco del regime di dittatura dalla Nazione. Questo distacco deve essere opera nostra e non effetto inevitabile della sconfitta militare. Siamo noi che, indipendentemente dal nemico, dobbiamo dimostrarci capaci di riconquistare le nostre perdute libertà. Mussolini, la dittatura, il fascismo, debbono sacrificarsi, cedere il posto ad una nuova classe dirigente. Debbono «suicidarsi» dimostrando con questo sacrificio il loro amore per la Nazione, compiendo con questo sacrificio l’ultimo grande servizio che la Nazione in questo tragico momento domanda loro.

Come può in pratica avvenire tutto ciò? Mussolini non cederà mai il suo posto di comando. Ma il Re, come Capo dello Stato, è sempre in grado di sostituire il suo Primo Ministro e con lui l’intero Governo. Il nuovo Primo Ministro non deve essere stato compromesso col regime fascista, deve godere la piena fiducia dell’esercito, presentarsi alla Nazione come l’uomo nuovo, senza carismi ma con autorità morale indiscussa. Non vedo se non una persona in possesso di queste indispensabili qualità, il Maresciallo Caviglia. Caviglia, nemico personale di Badoglio, è il solo fra i grandi Capi militari della prima guerra mondiale che non abbia fornicato col fascismo e dimostrato servilità al Duce. Gli Inglesi, che combatterono ai suoi ordini nella battaglia di Vittorio Veneto, lo stimano, lo rispettano, hanno fiducia in lui come soldato e come leale avversario della dittatura e del Regime. Di questi sentimenti degli Inglesi verso Caviglia sono stato io stesso personalmente testimone a Londra. Caviglia, sono certo, riuscirebbe a rigalvanizzare il nostro esercito sfiduciato. Caviglia è il solo che forse potrebbe, anche nelle condizioni disperate in cui l’Italia si trova, trattare col nemico una pace onorevole che non umiliasse l’Italia evitando la resa incondizionata decisa dagli anglo-americani nel Convegno di Casablanca. Il Governo? Dovrà essere composto da uomini nuovi non direttamente compromessi colla dittatura. Un ottimo Ministro degli Esteri potrebbe essere Alberto Pirelli che gli Inglesi e gli Americani hanno sempre veduto con franca simpatia. Potrebbero essere invitati a partecipare al nuovo Governo i cattolici, ad esempio De Gasperi, Fulvio Milani, Paolo Cappa, Gronchi. Poi, il giolittiano Soleri, il democratico Gasparotto, Paratore. Antifascisti tutti, ma sicuramente patrioti. Nessuno di noi che siamo stati Ministri con Mussolini e membri del Gran Consiglio dovrebbe fare parte del nuovo Governo, ma alcuni fiancheggiatori, sí, che di precedenti governi fascisti non hanno fatto mai parte: la medaglia d’oro Paolucci, Aldo Rossini, il mutilato Carlo Del Croix. Il nuovo governo dovrebbe presentarsi al Parlamento nel giorno stesso della sua costituzione. Il Parlamento dovrebbe approvare seduta stante le seguenti leggi: 1) Abolizione della legge istitutiva della Camera dei Fasci e delle Corporazioni e ripristino automatico della Camera dei Deputati sancita dallo Statuto del Regno; 2) Abolizione delle inique leggi razziali; 3) Abolizione del Tribunale speciale per la sicurezza dello Stato. I soli 500 consiglieri nazionali rappresentanti delle associazioni sindacali di categoria dovrebbero restare provvisoriamente in carica come deputati in attesa dello scioglimento della Camera da parte del Capo dello Stato. I 200 consiglieri nazionali nominati tali perché segretari federali delle province o perché rivestiti di cariche nel Partito fascista dovrebbero considerarsi come privi del mandato parlamentare. Come Presidente della Camera io sono matematicamente sicuro che i 500 consiglieri nazionali voterebbero la fiducia al nuovo governo che si troverebbe in tal modo rivestito della fiducia del Parlamento: sarebbe cosí evitata qualsiasi interruzione in quella che io chiamo legittimità costituzionale, che preme tanto al re e a noi tutti di mantenere e conservare. Simultaneamente un proclama del Re alla Nazione coll’invito a tutti gli Italiani di costituirsi in unione sacra, al di sopra di ogni divisione o partito, fascisti e antifascisti, per affrontare il pericolo mortale che attraversa la Patria. Alfiere di questa unione sacra potrebbe essere il venerando Vittorio Emanuele Orlando che nel lontano 1917, come Presidente del Consiglio, riuní attorno a sé tutti gli Italiani, di tutte le fedi politiche, socialisti compresi per resistere al nemico sul Piave e su Monte Grappa.

La guerra? Ho già detto che un uomo di Stato deve essere prudente nella buona fortuna ma temerario nell’avversa. Pensare di uscire da questa guerra rovinosa senza olocausto, senza attraversare un calvario di sacrifici mortali, è semplicemente assurdo. Se vogliamo riacquistare le nostre libertà, dobbiamo dimostrare agli anglo-americani che siamo pronti a pagare il prezzo, senza attendere che la libertà ci venga regalata dalla sconfitta. Sarebbe questa una libertà pagata a un duro prezzo. E allora? Allora è necessario, è indispensabile, è inevitabile che siamo noi a prendere l’iniziativa di guerra contro la Germania nazista, contro il nostro potente e prepotente alleato. I soldati italiani odiano i soldati tedeschi che hanno trascinato la Nazione nella guerra fascista. Il piú piccolo incidente tra truppe italiane e truppe naziste potrà funzionare da detonatore e determinare lo scoppio generale. Vi sono in Italia 30-35 nostre divisioni contro 4-5 divisioni tedesche. Poi c’è il popolo che ha ereditato l’odio secolare, per non dire millenario, contro l’invasore tedesco. Vespri siciliani? Vespri italiani. Agli anglo-americani non dobbiamo domandare nulla, ma soltanto farli trovare improvvisamente di fronte allo spettacolo di una Italia che si difende colle armi in pugno contro quella che sarà l’inevitabile vendetta della Germania nazista. Come potranno gli Alleati continuare a combattere contro una Nazione che già per conto proprio ha preso a combattere contro il nemico comune, con in testa il suo Re attorno al quale si stringeranno tutti gli Italiani? Non vedo altra via di scampo, se non questa. L’Italia dovrà attraversare un nuovo e forse piú doloroso Calvario. Questo sarà il prezzo del suo riscatto. Anche Mussolini, alla fine, comprenderà. Il giuramento che è scritto nella tessera di tutti noi fascisti è condizionato – lo è stato sempre, dal nostro giuramento di soldati al Re, ed allo stesso giuramento che Mussolini, come Primo Ministro, ha prestato nelle mani del Sovrano. Questo piano è condizionato come ho già scritto da tre presupposti: il coraggio della Monarchia; l’intelligenza degli Alleati; il patriottismo degli antifascisti. Si verificheranno questi presupposti e queste condizioni? Non lo so. Ma lo spero.

1203–1204

Sotto il profilo «militare», della possibilità cioè che, nello stato d’animo di scoramento e di stanchezza che ormai caratterizzava larga parte della truppa e ancor piú degli ufficiali e dopo due anni e piú di guerra bene o male combattuta a fianco ai tedeschi, l’esercito potesse operare un capovolgimento di fronte, il piano Grandi era, a nostro avviso e l’abbiamo già detto, irrealista. Dove non mancava invece di realismo era sotto il profilo «politico». Se, infatti, molti in Inghilterra e negli Stati Uniti erano coloro che volevano attenersi rigidamente al principio della resa incondizionata, è invece un fatto che – di fronte ad un’Italia in armi (sia pure con una parte solo delle sue forze e per breve tempo) contro la Germania – soprattutto negli Stati Uniti, dove era presente una consistente comunità italo-americana, il «riscatto» italiano sarebbe stato sentito fortemente e avrebbe probabilmente influito sull’atteggiamento governativo, specie se questo avesse dovuto fare i conti con le considerazioni pratiche dei capi militari in loco, a cominciare da Eisenhower (significativo è a questo proposito il suo atteggiamento nei giorni immediatamente successivi al 25 luglio263), che vedevano il problema soprattutto in termini essenzialmente militari, e con quelle politiche di coloro, Churchill in testa, che consideravano l’applicazione del principio della resa incondizionata all’Italia suscettibile di una certa elasticità se avesse portato alla causa alleata e – per quel che riguardava Churchill – agli interessi inglesi concreti vantaggi politici e militari. Rivelatore è per quel che riguarda il profilo «politico» del piano di Grandi quanto nel 1950 Churchill avrebbe detto allo stesso Grandi allorché questi lo mise al corrente di esso264:

Il vostro piano diretto ad annullare le condizioni di resa incondizionata stabilite nel gennaio 1943 a Casablanca, facendo trovare l’Italia in guerra contro la Germania, era un piano temerario, ma il solo che nelle condizioni in cui l’Italia si trovava poteva essere tentato. Esso avrebbe messo noi Alleati in serio imbarazzo, perché è chiaro che non avremmo potuto continuare a considerare nemico un paese il quale si trovava a combattere contro il nemico comune...

1204–1205

A parte Grandi, nessuno degli altri esponenti dell’«opposizione» fascista – neppure Ciano che pure era quello che, a parole, si diceva il piú convinto e il piú pronto a tutto – aveva un piano né si rendeva veramente conto che il primo prezzo da pagare per uscire dal conflitto sarebbe stato comunque quello di accantonare il fascismo e di mettersi apertamente contro Mussolini. Da qui un generale girare a vuoto, che si concretizzava praticamente solo in una serie di incontri tra i vari gerarchi e alcuni esponenti militari piú in vista o piú irrequieti e alcuni uomini vicini alla corte, che non sapevano anch’essi cosa fare o che cercavano di tirar l’acqua ai loro mulini, e che aveva come unici risultati quelli di ammorbare l’atmosfera nazionale e romana in specie con un profluvio di voci e di indiscrezioni, di rendere il sovrano vieppiú ermetico, dubbioso e cauto, di irritare Mussolini, di mettere legna sul fuoco dei propositi o, meglio, delle velleità giacobine dell’intransigentismo e, soprattutto, di dare nuovi argomenti alla diffidenza e ai sospetti dei tedeschi e di spingerli a considerare sempre piú necessario e urgente un loro intervento per por fine drasticamente ad una situazione che da un giorno all’altro poteva precipitare del tutto e farli trovare scoperti militarmente e politicamente. A ben vedere, anche coloro che mantenevano piú i nervi a posto e cercavano di fare qualcosa di concreto finivano per agire non secondo un piano piú o meno preciso, ma mossi da un senso di responsabilità morale essenzialmente di tipo personale o da una piú o meno affannosa, anche se sincera e sentita come un dovere patriottico, ricerca di una via d’uscita che, però, non avevano idea quale potesse essere, sicché la loro ricerca procedeva essenzialmente a tentoni.

Tipico nel primo senso era il caso di Vittorio Cini, che, in febbraio, aveva accettato (dopo, lo si è detto, aver cercato di evitarla) la nomina a ministro un po’ per le insistenze di Mussolini, un po’ per «il senso della disciplina e del dovere verso il paese» in un momento per esso tanto grave265. Assunta la guida delle Comunicazioni, un dicastero in quel momento tra i piú importanti per le sue competenze, egli si era rapidamente reso conto dell’estrema gravità della situazione e della impossibilità di fronteggiarla sia per la scarsezza dei mezzi a disposizione sia per le insormontabili difficoltà a procedere a un effettivo e tempestivo mutamento dei programmi e dei metodi di gestione che la rendevano anche piú grave di quanto, in certi casi, fosse oggettivamente. Convintosi di ciò, dopo il fallimento del convegno di Klessheim e delle ultime speranze di un concreto aiuto tedesco riposte in esso, Cini era diventato un deciso sostenitore della necessità e della urgenza di una pace separata266, senza per altro riuscire neppure lui, che pure aveva tutta una serie di entrature che altri non avevano in Italia, in Vaticano e all’estero, a pensare come arrivarvi e tanto meno a tracciare un qualche piano d’azione che, al solito, non avesse come punto di riferimento o il sovrano o Mussolini. Sicché in pratica la sua azione (se tale si vuol definirla, ché, a nostro avviso, in realtà si trattò solo di una presa di posizione, e probabilmente anche meno netta di quanto poi è stato asserito, dettatagli dal suo forte senso morale) si limitò alla proposta, il 19 giugno in Consiglio dei ministri, di un «esame obiettivo della situazione» e delle varie ipotesi su come fronteggiarla, nessuna esclusa, anche quella di fare la pace e – avendo Mussolini lasciato cadere l’avance, nonostante l’appoggio dato ad essa da De Marsico e, in un certo senso, anche da Oreste Bonomi, definendo i loro discorsi «manifestazioni accademiche» – all’invio, come già abbiamo detto, al «duce» di una lettera per rassegnare le proprie dimissioni dal governo267.

1206–1208

Nel secondo senso il caso piú tipico era quello di Bastianini. Grazie al posto che era stato chiamato ad occupare e ai continui rapporti che aveva con Mussolini e con Ambrosio, il sottosegretario agli Esteri si era subito reso conto della gravissima situazione e si era ben presto convinto che l’unica cosa da fare fosse cercare di uscirne con una pace separata. Meno brillante di Ciano, Bastianini aveva su di lui il vantaggio di non condividerne né il cinico catastrofismo che aveva caratterizzato e paralizzato gli ultimi mesi della gestione del suo predecessore né il rancore e il disprezzo verso Mussolini, al quale, al contrario, si sentiva profondamente legato e ne comprendeva come pochi lo stato d’animo e l’intimo dramma. Sicché capiva che per indurlo ad agire nel senso voluto occorreva non prenderlo «di punta», ma secondare il suo odio verso i tedeschi e la sua decisione di «tornare a far politica» e impegnarsi in un continuo sforzo di persuasione, dimostrandogli nei fatti l’inagibilità di certe strade e di certe ipotetiche e strumentali vie d’uscita (come quella di indurre Franco a scendere in guerra o, almeno, a lasciare attraversare la Spagna ad un corpo di spedizione dell’Asse che avrebbe dovuto prendere alle spalle Gibilterra e bloccare l’accesso al Mediterraneo268) e la necessità invece di accantonare tutta una serie di speranze, di scrupoli e di timori in contrasto, appunto, con l’estrema gravità della minaccia incombente sull’Italia. Ché Bastianini, pur rendendosi conto della gravità della situazione, per un certo periodo almeno, grosso modo sino all’occupazione di Pantelleria, non escluse completamente la possibilità che qualche margine di manovra per uscire dal conflitto senza danni irreparabili ancora sussistesse, purché, non precipitando decisioni estreme, non si perdesse neppure tempo, si facessero tutti i passi opportuni e, innanzi tutto, si adottasse nei confronti della Germania un atteggiamento il piú possibile fermo, non ci si facesse coinvolgere da essa come in passato in dichiarazioni e iniziative dalle quali si potesse ricavare l’impressione che tra i due paesi esisteva una piena comunanza di idee e di propositi e, al contrario, si sfruttassero tutte le occasioni per giuocare un ruolo autonomo rispetto all’alleato.

1208–1210

Su questa linea Bastianini si era subito mosso con grande coerenza ed abilità, ottenendo, specie per quel che riguardava Mussolini, anche buoni risultati, ma – qui è il punto – senza riuscire a dare al suo dinamismo e alle varie iniziative nelle quali si impegnava una prospettiva che non fosse quella di stare a vedere dove esse potessero sboccare, cosa ne potesse venir fuori per l’Italia. Ché, in definitiva, anche a lui mancavano sia la consapevolezza che a quel punto le manovre politiche, anche se abili e ben costruite, a nulla ormai potevano servire, sia il coraggio intellettuale – e, perché no, morale – di pensare a soluzioni tutte diverse, azzardate se si vuole, ma tali, se si fossero realizzate, da costituire veramente la soluzione del dramma italiano. Anche a lui, in altre parole, mancava insomma un vero e proprio piano.

Appena entrato a palazzo Chigi Bastianini, per un verso, aveva preso l’iniziativa di sondare Giovanni Fummi (che, per essere cognato di Lord Cranborne e uomo della finanza vaticana ed essere stato in passato fiduciario della banca Morgan in Italia, aveva una serie di rapporti con il mondo anglo-sassone) sulla possibilità di prendere in Svizzera o in Spagna contatti con gli inglesi (in particolare con l’ambasciatore Samuel Hoare) e gli americani269. E, sempre in vista di eventuali contatti con gli Alleati, aveva poi nominato rappresentanti italiani ad Ankara, a Madrid e a Lisbona Guariglia, Paulucci di Calboli e Prunas, tre dei migliori diplomatici a disposizione di palazzo Chigi e sui quali poteva fare, in caso di necessità, sicuro affidamento. Per un altro verso, sin dalla visita di von Ribbentrop a Roma di fine febbraio e soprattutto in conseguenza dell’esperienza fatta dopo il convegno di Klessheim dei primi di aprile, allorché si era dovuto rendere conto dell’inattendibilità della «piena comprensione» e delle promesse dei tedeschi, aveva cercato di imprimere, col consenso di Mussolini e l’aiuto di Ambrosio per le questioni militari e politico-militari (in primis quelle relative alla zona di occupazione in Jugoslavia e all’atteggiamento verso i cetnici di Mihajlović), un carattere nuovo alle relazioni con la Germania: piú fermo, in qualche caso persino polemico, attento agli echi e alle ripercussioni che la posizione italiana poteva avere negli altri paesi e presso i governi nemici, neutrali e del Tripartito, e, dopo anni di piú o meno passiva accettazione delle iniziative di Berlino e di sostanziale non ingerenza nella loro realizzazione da parte tedesca, addirittura propositivo. In questa ottica si spiegano gli sforzi di Bastianini per dare all’«Ordine nuovo» una fisionomia e un programma «positivi» – la «Carta continentale», della quale abbiamo già parlato nel terzo capitolo – e per cercare di far capire ai tedeschi quanto la loro miope politica verso i paesi occupati e i sistemi repressivi e di puro sfruttamento adottati in essi contribuissero ad alimentare l’ostilità e l’opposizione all’Asse e le simpatie per i suoi avversari. E, ancora, la resistenza e gli espedienti frapposti dal ministero degli Esteri, d’accordo col Comando supremo, alle richieste tedesche di consegnare loro gli ebrei delle zone di occupazione italiane o rifugiatisi in esse e le manovre poste talvolta in atto per metterli in salvo. E si spiegano anche la cura messa nei rapporti con il Giappone e l’insistenza con la quale Roma cercò, come si è visto, di rilanciare sino alla fine la questione dell’indipendenza araba e di indurre Berlino, se non a pubblicare una dichiarazione ufficiale tripartita in merito ad essa, a consentire almeno che fosse reso noto lo scambio di lettere dell’anno prima tra i governi italiano e tedesco e il Mufti e el Gaylani. Due aspetti, questi, dell’azione di palazzo Chigi che, tenuto conto del momento, potrebbero confermare il giudizio di chi ha liquidato tout-court questa azione giudicandola del tutto irrealistica e prova eloquente dello sbando generale in cui si trovava il gruppo dirigente fascista, mentre – al contrario – si legavano entrambi strettamente con quella che per Mussolini era la vera soluzione sulla quale puntare e sulla quale palazzo Chigi, dunque, doveva far convergere tutte le sue iniziative e tutti i suoi sforzi: il capovolgimento della strategia politico-militare della guerra a tutto vantaggio del fronte mediterraneo rispetto a quello russo. Vista in questa prospettiva, la cura messa nei rapporti – diretti ed indiretti, come nel caso della politica verso gli arabi, a proposito della quale Tokyo concordava molto piú con Roma che con Berlino – con il Giappone, che ormai era sempre piú critico e preoccupato per l’ostinazione tedesca a privilegiare in tutto il fronte orientale rispetto a quello mediterraneo (al punto da «rivalutare» la propria rappresentanza a Roma, inviandovi un ambasciatore di notevole preparazione, intelligenza politica e finezza intellettuale come Hidaka, rispetto a quella a Berlino)270, e che Mussolini considerava estremamente importante per il ruolo che Tokyo poteva avere tanto nel convincere Hitler a mutare strategia quanto come eventuale intermediario tra Berlino e Mosca, assume infatti una logica e un significato ben diversi da quelli troppo spesso semplicisticamente attribuitile. E ciò anche se molti sono gli elementi che inducono a pensare che, al contrario di Mussolini, dopo il convegno di Klessheim Bastianini dovette accantonare la carta russa e – pur dovendola mantenere nel proprio mazzo – puntare sempre piú su quella di una pace separata. Senza però avere idee precise, un proprio piano per arrivarvi e limitandosi in pratica a tener dietro agli sviluppi della situazione internazionale e soprattutto a sperare che le difficoltà nelle quali il capovolgimento delle sorti della guerra all’est stava gettando la Romania, l’Ungheria e la Bulgaria e anche la Turchia potessero aprire all’azione diplomatica italiana uno spazio che le permettesse o di esercitare anche a nome di Bucarest, Budapest e Sofia una energica pressione sulla Germania per farle accettare l’idea di pace di compromesso o – nel caso che Berlino la rifiutasse – di trattare con gli Alleati, e in particolare con l’Inghilterra (ritenuta la piú interessata a contenere una futura espansione dell’egemonia sovietica nell’Europa sudorientale e nel Mediterraneo), uno sganciamento dalla Germania e una uscita in blocco dalla guerra della Romania, dell’Ungheria, della Bulgaria e della stessa Italia, che in entrambi i casi avrebbe dovuto avere il ruolo di punto di riferimento per gli altri tre paesi e di principale interlocutore sia con la Germania sia con gli Alleati.

1210–1211

Una operazione di questo genere non era né facile né priva di rischi; se l’ostacolo maggiore era costituito dall’occhiuta attenzione con la quale la Germania seguiva tutte le mosse dei suoi alleati, a renderne difficile la strada contribuivano anche i ricorrenti contrasti tra Ungheria e Romania per la Transilvania, il forte sentimento di appartenenza al mondo slavo dei bulgari e la loro diffidenza nei confronti del «filoserbismo» italiano, nonché quella di Mussolini nei confronti della Turchia, che, soprattutto agli inizi, ebbe un ruolo non trascurabile in tutta la vicenda. Dopo Stalingrado il timore di Ankara era infatti che i sovietici (che alla fine del 1941, pur di scongiurare il pericolo che la Turchia si allineasse con l’Asse, si erano detti pronti a garantirle in cambio della sua neutralità il possesso a guerra finita del Dodecanneso, della Tracia bulgara e di parte della Siria settentrionale) avanzassero in Europa e soprattutto nei Balcani a ridosso della Turchia europea e premessero su di essa per affacciarsi sul Mediterraneo e recuperare i territori perduti dopo la rivoluzione in Asia. Da qui, dapprima, l’interesse dei turchi (manifestatosi ai primi di marzo del 1943 sotto forma di una proposta informale e segreta ad alcuni dei paesi interessati) a favorire la costituzione di una sorta di federazione balcanica a carattere antibolscevico comprendente l’Ungheria, la Croazia, la Romania, la Bulgaria e, in prospettiva, la Serbia e la Grecia, alla quale, in un primo momento almeno, essi dovettero pensare che gli inglesi non sarebbero stati del tutto ostili, poi – resisi conto della irrealizzabilità del progetto e incoraggiati dal moltiplicarsi delle indiscrezioni e delle notizie sui sempre piú insistenti tentativi di Budapest e soprattutto di Bucarest di sondare le possibilità di intavolare trattative con gli Alleati occidentali – il loro ripiegare su una uscita dalla guerra dell’Ungheria, della Romania, della Bulgaria e dell’Italia, che dell’operazione avrebbe dovuto costituire il punto di riferimento e l’elemento decisivo, cosí da cercare di evitare che i sovietici potessero riempire il «vuoto» che si sarebbe prima o poi creato alle loro frontiere europee e nel Mar Nero271.

1211–1212

L’interesse a coinvolgere nell’operazione l’Italia non era però solo della Turchia. A Roma, come a chi poteva rallier gli interessi delle nazioni minori vassalle della Germania, guardavano dalla fine del 1942 anche l’Ungheria e, forse, ancor piú la Romania. Diciamo forse perché sull’atteggiamento romeno siamo informati meglio dato che a Bucarest l’Italia aveva come rappresentante Bova Scoppa che dell’operazione sganciamento collettivo e, intanto, di una sorta di asse Roma-Bucarest-Budapest volta a premere su Berlino era un deciso sostenitore272, mentre a Budapest era rappresentata da Anfuso, che, se si rendeva conto che dopo Stalingrado l’«Europa era matura per la pace», credeva però meno nell’operazione, temeva che avrebbe suscitato ulteriori motivi di contrasto tra Berlino e Roma e giudicava severamente la leggerezza con la quale il presidente del Consiglio e ministro degli Esteri ungherese Kallay si muoveva nelle sue ricerche di contatti e nei suoi sondaggi nei paesi neutrali273.

Romeni e ungheresi avevano cercato sin dal novembre 1942 di conoscere il punto di vista italiano e di concordare una linea d’azione con Roma274. A questo scopo sia Kallay sia il vicepresidente e ministro degli Esteri romeno Mihail Antonescu avevano cercato di incontrarsi con Mussolini o almeno con Ciano. Col nuovo anno le loro richieste si erano fatte piú insistenti. Verso la fine di gennaio l’ammiraglio Horthy si era spinto sino a dire ad Anfuso di aver «vagheggiato in questi ultimi mesi la continuità territoriale con l’Italia» pensando che essa «potesse per noi rappresentare una certa garanzia». Bova Scoppa, a sua volta, a metà gennaio aveva redatto un appunto per Ciano, in cui erano riassunte le due principali proposte di Antonescu: appurare il punto di vista e le «preoccupazioni» degli americani e soprattutto degli inglesi a proposito della minaccia di slavizzazione e di predominio russo sul continente e «lanciare qualche idea sull’organizzazione dell’Europa che contribuisca a risolvere, almeno in parte, la gravissima crisi morale in cui essa si dibatte»275. Ciano, che sino a pochi giorni prima era stato assai critico nei confronti di Antonescu, se ne era entusiasmato e l’aveva portato a Mussolini, che aveva lasciato cadere l’avance («il canale danubiano non è certo quello che dovremmo seguire»), ma, come Ciano annotò nel suo diario276, non aveva avuto «nessuno scatto quando ho detto apertamente che converrà, ad un certo punto, prendere anche noi qualche contatto diretto».

1212–1213

Nella sua ricerca di una soluzione atta a far uscire l’Italia dal vicolo cieco in cui si trovava, Bastianini, appena arrivato a palazzo Chigi, aveva preso a seguire con attenzione l’evoluzione delle posizioni di Budapest e di Bucarest e aveva cercato di secondare i loro propositi di collegarsi piú organicamente con Roma e, tramite loro, di cercare di avere qualche elemento per valutare le effettive intenzioni degli anglo-americani e soprattutto di Londra di fronte a un’eventuale proposta di pace separata. Il tutto, ovviamente, nei limiti consentitigli dalla necessità di non urtarsi apertamente con Berlino (ormai sempre piú attenta al malessere degli alleati minori e ai loro tentativi di stabilire contatti per sganciarsi dalla Germania) e dalla indecisione e mutevolezza di atteggiamento di Mussolini che – tutto preso dalla sua idea che la vera soluzione fosse da cercare non già in questo tipo di operazioni, ma in una radicale revisione della strategia hitleriana all’est e delle possibilità di una pace di compromesso che essa avrebbe aperto all’Asse –, pur avendo piena fiducia in lui e lasciandogli notevoli margini di manovra, per quel che riguardava il «canale danubiano» se non lo ostacolava, non lo incoraggiava e tanto meno secondava. Da qui, per un verso, la sua disponibilità ad accettare le richieste di Kallay e di Antonescu di incontrarsi con Mussolini, ma anche il suo continuo rinviare gli incontri per non tendere troppo i rapporti con i tedeschi e, per un altro verso, il suo dar sempre piú spazio nell’azione politica italiana al discorso sugli scopi della guerra, sui contenuti «positivi» dell’«Ordine nuovo», sul futuro assetto europeo, a quegli argomenti cioè ai quali erano piú sensibili gli alleati minori e che potevano rafforzare i legami con essi, sia in funzione di un fronte il piú possibile comune rispetto alla Germania, sia nell’eventualità di uno sganciamento da essa e di una pace separata.

1213

In questo contesto la prima visita a Roma di uno degli statisti danubiani, quella di Kallay, poté realizzarsi solo all’inizio di aprile e non approdò a nulla. Nonostante Anfuso avesse cercato di sollecitarlo a incoraggiare Kallay a esporgli senza troppe remore il suo pensiero277, Mussolini si tenne infatti molto sul vago, lasciando cadere l’invito del presidente ungherese a dire una «parola chiarificatrice» che desse «un indirizzo politico alla guerra» e servisse «per i grandi come per i piccoli paesi alleati o neutri o nemici», e si limitò in sostanza a due affermazioni, indicative per capire il suo stato d’animo, ma certo non tali da far ritenere a Kallay che il «duce» potesse effettivamente sbloccare la situazione: che egli aveva «già fatto presente [a Hitler] e sostenuto di eliminare, almeno come fronte operante, il fronte russo» e che – essendo convinto che se è vero «che la guerra è la continuazione col mezzo delle armi di una linea politica» è «anche vero che la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi» – da lungo tempo anch’egli, come Kallay, riteneva «necessarie delle dichiarazioni politiche sugli scopi dell’Asse»278. Sicché Kallay, deluso dall’atteggiamento di Mussolini, finí per riversare le sue preoccupazioni sul cardinal Maglione e invitare il Vaticano a «fare qualcosa», ma, dato l’atteggiamento di Mussolini, senza poter rispondere nulla alla richiesta del segretario di Stato di sapere se aveva qualche elemento che, rappresentando «una minima base di discussione», potesse permettere alla Santa Sede di prendere qualche iniziativa per interporre i suoi buoni uffici presso gli anglo-americani279.

1214–1215

Per il momento alla visita di Kallay, contrariamente a quanto Bova Scoppa e lo stesso Bastianini speravano, non seguí invece quella di Antonescu. Non solo e non tanto perché quella di Kallay aveva mostrato che Mussolini, per usare un’espressione di Anfuso, non era ancora «maturo» perché essa potesse sortire un qualche effetto positivo, ma perché i tedeschi, ormai sul chi vive, si erano affrettati a tirare il morso agli alleati minori, chiamandoli uno alla volta ad una sorta di redde rationem presso il Führer, e allo stesso Bastianini, a cui von Ribbentrop e Hitler in persona il 29 aprile, in occasione dei colloqui a Klessheim con Laval, avevano dato un chiaro alto là, facendogli capire quanto non gradissero che Roma includesse al progressivo slittamento dei partners minori verso il «polo» italiano e alle loro velleità di avviare negoziati con il nemico280.

La démarche tedesca portò ad un ennesimo rinvio del viaggio a Roma di Antonescu, ma non alla rinuncia alla carta danubiana. In un certo senso, anzi, questa finí per uscirne rafforzata tanto da apparire a palazzo Chigi l’ipotesi sulla quale puntare maggiormente nel caso che, venute meno tutte le altre, ci si fosse trovati nella condizione di dover «decidere della propria sorte senza attendere che il proseguimento della guerra porti la Germania alle estreme conseguenze della disfatta». Estremamente significativo è a questo proposito un promemoria segreto («Riflessioni sugli sviluppi della guerra») sottoposto all’attenzione di Bastianini il 12 maggio, nel momento in cui cioè cessava ogni resistenza in Tunisia, dal suo capo di gabinetto Babuscio Rizzo e subito trasmesso da Bastianini sia a Mussolini (che lo trovò «interessante»281) sia al sovrano. Secondo le previsioni delineate nel promemoria282, a meno che non fosse invasa, l’Italia non era ancora giunta al punto cruciale di dover rivedere radicalmente la propria posizione. Sino a quando all’Est vi fosse stato «un fronte saldo e in movimento, pur con alterna vicenda» e l’indebolimento militare della Germania non fosse diventato definitivo e tale da minacciare un crollo interno, tutte cose che non si sarebbero potute verificare che alla fine della campagna estiva e al momento di dover affrontare un nuovo inverno di guerra, per Babuscio Rizzo era infatti assai probabile che l’Europa, sia nella sua parte piú ostile alla Germania e collegata clandestinamente agli Alleati, quella cioè dei paesi occupati, sia in quella costituita dagli stati satelliti di Berlino, non si sarebbe mossa. Da qui la possibilità e l’opportunità per l’Italia di «attendere in piedi» «lo sviluppo della situazione militare dei prossimi mesi» all’est anche a costo di «ogni sacrificio». Prima che la situazione militare non si fosse definita chiaramente, neppure Budapest e Bucarest, per non dire di Sofia, si sarebbero decise a muoversi effettivamente e l’interesse dell’Italia nel «momento in cui ritenesse necessario rivedere la propria posizione nella guerra» era di «non presentarsi di fronte ad una nuova soluzione sola», ma insieme all’Ungheria, alla Romania e possibilmente alla Bulgaria e cercando di mettere a frutto l’«incubo di Ankara» per lo «strapotere russo» e l’interesse della Spagna ad «affiancare politicamente e con tutte le sue forze» una iniziativa che «potrebbe essere di reale consistenza, tale da determinare perfino un interesse avversario, qualora si presentassero sintomi di scardinamento della compagine tedesca». In questa prospettiva, per Babuscio Rizzo «l’asse longitudinale balcanico» non doveva assolutamente essere sacrificato ai tedeschi, ma tenuto in vita, reso piú solido e, se possibile, addirittura difeso da essi ché «è indubbio che ogni mutamento che avvenisse nei due governi ad opera della Germania sarebbe contrario ai nostri interessi».

1215

Quanto questo scenario fosse irrealistico è cosí evidente che non è necessario soffermarci a discuterlo; ciò non toglie però nulla al suo interesse per chi voglia capire veramente il carattere, i limiti, le contraddizioni e al tempo stesso il tessuto morale dell’azione che palazzo Chigi e Bastianini in primis cercarono di imbastire negli ultimi due mesi prima dello sbarco in Sicilia e, insieme perché Mussolini, pur non facendo nulla per indurre Bastianini a rinunciarvi e, anzi, accettando alla fine di incontrare dopo Kallay anche Antonescu, non ripose mai veramente fiducia nella via d’uscita danubiano-balcanica che invece, piú la situazione si aggravava, piú trovava fautori in buona fede e strumentali. Ché, infatti, per alcuni caldeggiarla voleva dire adoperarsi per spingere Mussolini a farla propria e a prendere qualche iniziativa per cercare di realizzarla, uscendo cosí dall’immobilismo a cui il suo puntar tutto sull’«eliminazione» del fronte orientale lo condannava283.

1216–1217

Per quel che riguarda Mussolini è significativo che se alla fine, cedendo alle insistenze di Bastianini, accettò di incontrare Antonescu (il 1º luglio alla Rocca delle Caminate) e si intrattenne con lui mostrando una simpatia e una comprensione quali non aveva mostrato invece in occasione dell’incontro con Kallay, non prese però alcun impegno preciso. Dando il suo placet all’incontro, aveva detto a Bastianini di concordare con molti degli argomenti che, secondo Bova Scoppa, Antonescu voleva prospettargli, ma gli aveva anche detto chiaramente che era «ancora presto per iniziare una azione diplomatica»: prima di muoversi bisognava mettere Hitler «con le spalle al muro». «In due mesi la situazione doveva essere chiarita, perché era stolto da parte di Hitler ostinarsi a voler fare una cosa impossibile come la distruzione di tutte le riserve che un paese sterminato quale la Russia poteva gettare nella fornace»284. E a questa posizione si attenne fermamente durante i colloqui con Antonescu.

È possibile, ma tutto sommato poco probabile, che l’appunto in cui Bastianini sintetizzò quanto i due si dissero alla Rocca delle Caminate sfumasse qualche passaggio piú delicato dei loro colloqui285; la sostanza della posizione assunta dal «duce» risulta però da esso chiara e, al fondo, non diversa da quella rievocata da Bastianini nelle sue memorie quindici anni dopo. L’appunto286 cosí la sintetizzava:

1217–1218

L’opinione che la guerra debba essere combattuta anche con le armi della politica, l’ha condotto a fare al Führer una proposta, che fu accantonata due mesi fa, ma che egli intende riprendere non appena la situazione militare avrà avuto quell’indispensabile chiarimento che è in corso. Assicura Antonescu che egli non intende menomamente abbandonare questa linea che ha inaugurato qualche mese fa e che anzi è sua opinione dovrebbe essere ribadita e precisata in una riunione dei governanti dei Paesi del Tripartito.

Rispetto a questa sintesi le memorie di Bastianini introducono due varianti: uno, che la proposta di una «conferenza generale dell’Asse» sarebbe stata fatta da Antonescu; due, che Mussolini l’avrebbe solo fatta sua, riservandosi però di stabilirne la data, «non volendo dare al nemico, il quale mostrava di voler concentrare le proprie forze contro l’Italia nel Mediterraneo, l’impressione di prendere tale iniziativa sotto l’assillo della paura». Due varianti piú che accettabili, la prima delle quali potrebbe far pensare ad un andamento del discorso di questo tipo: Antonescu fa la sua proposta, Mussolini la recepisce e fa sua (riservandosi di stabilirne la data) ma l’allarga anche ai giapponesi. Di piú nelle memorie di Bastianini vi è soltanto che il «duce» non solo avrebbe assicurato al ministro degli Esteri romeno che «avrebbe fatto ad Hitler tale proposta entro due mesi al massimo», ma gli avrebbe anche detto che «se il capo della Germania l’avesse respinta avrebbe proceduto senza di lui». Un’affermazione, quest’ultima, che Bova Scoppa ha asserito, a sua volta, di essergli stata riferita dopo l’incontro da Antonescu in persona287.

In sede storica e specialmente per quel che riguarda la comprensione della posizione di Mussolini il problema piú importante non è però questo, come non è neppure quello delle ripercussioni, degli echi che ebbe l’incontro della Rocca delle Caminate288. Ciò che importa è capire le diverse ottche nelle quali esso fu collocato da parte italiana. Se si capisce ciò, si capiscono in gran parte anche le differenze tra le varie testimonianze disponibili. Per Bova Scoppa l’incontro avrebbe dovuto servire a concretizzare la fuoriuscita collettiva dalla guerra dell’Italia, della Romania, dell’Ungheria e possibilmente anche della Bulgaria e, sperabilmente, ad assicurare all’Italia condizioni di pace piú vantaggiose di quelle che essa avrebbe ottenuto in base alla dichiarazione di Casablanca e dopo che gli Alleati l’avessero invasa. Lo stesso obiettivo in quel momento, prima dello sbarco in Sicilia cioè, era anche di Bastianini, che però credeva di disporre ancora di un certo margine di tempo che pensava di poter utilizzare per varare un nuovo tipo di organizzazione europea che potesse essere «accettata dal nemico» per por fine alla guerra e tenere a freno la Russia e che, essendo patrocinata dall’Italia, avrebbe assicurato ad essa una particolare posizione morale e politica. E ciò tanto piú che, nel suo irrealismo, il sottosegretario agli Esteri doveva spingersi sino a pensare che l’organizzazione europea da lui vagheggiata (e sulla strada della quale il consenso rumeno e ungherese avrebbe dovuto costituire un primo passo assai importante) potesse «salvare i dittatori nella loro funzione interna». Proprio nei giorni tra l’incontro della Rocca delle Caminate e lo sbarco alleato in Sicilia, Alberto Pirelli, a cui egli aveva esposto la sua posizione e la sua speranza di «far maturare una riunione di capi dei governi del Tripartito e dei minori paesi europei» per vararlo, cosí riassunse nei propri Taccuini289 la filosofia del piano di Bastianini:

1218–1219

Si tratterebbe di far ammettere da tutti il principio che ogni nazione può avere il regime interno che crede e quindi eventualmente anche un regime totalitario, purché tali paesi accettino di rinunciare nei riguardi degli altri paesi a certi diritti di azione autonoma e rinuncino anzi a favore della comunità europea a parte della loro sovranità.

«È – dice Bastianini – il concetto contrattualistico di Rousseau portato nel campo internazionale: come tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge dei rispettivi paesi, pur con diverse situazioni sociali, cosí i vari Stati d’Europa...»

Io commento: «Insomma l’Asse paladino dei principi democratici! e una nuova Società delle Nazioni per l’Europa».

E Bastianini: «La Società delle Nazioni ha avuto il torto di sorgere a fianco ed a tutela di un Diktat. In questo caso vedo la possibilità che non ci sia neppure un trattato di pace, ma la nuova organizzazione europea maturi nel seno del continente e sia accettata dal nemico».

1219–1220

L’ottica di Mussolini era tutt’altra. Per lui la riunione tra i capi dei paesi del Tripartito (alla quale, forse, sperava intervenisse anche Tojo) doveva infatti avere lo scopo di indurre, con una presa di posizione comune, Hitler a chiudere in qualche modo (pace o stabilizzazione del fronte) la partita a oriente e a fare del Mediterraneo il fulcro della guerra in occidente. Alle altre ipotesi o non credeva assolutamente o non si voleva ancora rassegnare. Da qui, anche se sentiva l’acqua salirgli alla gola, il suo non volersi assolutamente impegnare con Antonescu in attesa non tanto di un proprio successo militare, quanto di conoscere l’esito dei contatti segreti in corso tra Germania e Urss e, se questi non avessero approdato a nulla, che la fine del periodo estivo rendesse evidente l’impossibilità per i tedeschi di risolvere positivamente le operazioni sul fronte russo.

A meno di non volersi diffondere in una serie di casi personali, interessanti, ma che in effetti poco o nulla aggiungerebbero al quadro d’insieme e alla tipologia che abbiamo cercato di delineare sulla base di quelli a nostro avviso piú emblematici e caratteristici della condizione umana e politica dell’élite fascista, della crisi che la travagliava, dei suoi stati d’animo, della sua mancanza di idee sul cosa fare, delle sue illusioni, ecc. e, comunque, piú significativi per capire alcune vicende piú importanti degli ultimi mesi del regime e dello stesso 25 luglio, dopo quanto abbiamo detto, per finire di ricostruire gli elementi essenziali dell’atteggiamento del vertice fascista a cercare di capire come esso influisse sul comportamento di Vittorio Emanuele III poco ci resta ancora da dire.

Lo sbarco alleato in Sicilia, il 10 luglio, per quanto atteso (anche se, in genere, molti, anche ai livelli militari piú elevati, non se lo attendevano cosí presto), si abbatté sul gruppo dirigente fascista con una violenza dirompente che spiega bene come lo smarrimento290 e la tensione all’interno di esso salirono nel giro di pochissimi giorni – in pratica dal momento in cui fu evidente che l’invasione era ormai pienamente riuscita e che era vano sperare che il nemico potesse essere rigettato a mare291 – sino a lambire il limite della vera e propria crisi. Il suo tessuto morale era però ormai cosí deteriorato, che essa non riuscí neppure in questa situazione ad esprimersi, a concretizzarsi. E se qualcuno, a Roma, pensò a qualche soluzione non furono i moderati, completamente allo sbando, ma su due terreni diversi, eppure convergenti, Farinacci e Scorza, per i quali ormai l’unica soluzione era o stava diventando l’esautoramento, l’imbalsamazione di Mussolini e l’assunzione dell’effettivo potere da parte del PNF; per il primo, a modo suo piú coerente e già proiettato nella logica sovranazionale ed ideologica dell’Ordine nuovo nazista, per realizzare finalmente la totale «collaborazione» con i tedeschi; per il secondo – lo si è visto – per fare del partito il fulcro, il motore della resistenza.

1220–1221

Le memorie di Cianetti, nella loro semplicità, rendono bene lo stato di prostrazione, di confusione, di inizio di autocritica che però non riusciva a maturare, a liberarsi dai miti, dalle speranze non piú neppure ammesse, dalla incapacità di scegliere una via e di percorrerla, e, dunque, dal ritornare alla fine con ogni pensiero e stato d’animo a Mussolini, all’attesa, anche se vieppiú frustrante, delle sue decisioni292. Anche le fonti piú controllate, meno elementarmente spontanee offrono comunque lo stesso quadro. Da tutte risulta altresí concordemente un aspetto assai significativo di questo quadro: dal 13 luglio, dal momento in cui fu evidente che lo sbarco era pienamente riuscito, le domande che tutti si rivolgevano («che dice Mussolini?», «che fa il Principale?», «perché il Duce non dice nulla, non fa nulla?», «che fare?») si tradussero in un’agitazione, in una serie di riunioni tanto febbrili quanto disordinate e, per i piú, sostanzialmente senza prospettive.

La prima di queste riunioni ebbe luogo il 13 luglio nella sede della direzione del partito, presso Scorza.

Al momento dello sbarco il segretario del PNF era stato tra gli ottimisti, aveva ostentato la propria fiducia in un pronto successo sugli invasori e, il giorno prima, aveva consegnato a Mussolini un appunto in cui si affermava che il popolo italiano aveva reagito alla notizia dello sbarco con «entusiasmo e fierezza» come dimostravano le «spontanee manifestazioni» popolari che, a suo dire, avevano contraddistinto la serata del 10 e la giornata dell’11293. E aveva altresí disposto per i giorni successivi la «mobilitazione» in tutti i capoluoghi di regione delle «forze» fasciste, designando anche gli oratori – tra i quali aveva incluso alcuni membri del governo e del Gran Consiglio e varie tra le personalità piú in vista del partito – che avrebbero dovuto in tale occasione prendere la parola e incitare il popolo alla lotta e alla resistenza. Il 13 il suo ottimismo era però già finito e, secondo Bastianini294, le sue azioni presso Mussolini erano in ribasso (di lui il 17 il «duce» avrebbe detto che in poco piú di due mesi «il suo segretariato m’ha portato dei discorsi, un indirizzo, un pronunciamento») sicché non è del tutto azzardato ipotizzare che già pensasse di prendere cautamente le distanze dal «duce» e muoversi sostanzialmente in prima persona.

1221–1224

Alla riunione erano presenti, a quanto pare, oltre a Scorza, Albini, Bastianini, Bottai e Chierici. Nel silenzio «stordito» di Bottai e «da bonzo» di Scorza, Bastianini e Chierici prospettarono la tesi che bisognava «andare dal Capo, pregandolo di mettersi da una parte (sopra o accanto al governo non si sa bene) e lasciare che un governo responsabile, coi suoi tre ministri militari da nominare e gli altri da confermare o mutare, governi»295. Dal diario di Ortona296 risulta che Bastianini pensava in effetti di poter arrivare per questa strada all’abolizione del partito e ad un appello al sovrano. Chi però, dietro il suo silenzio «da bonzo», cercava di pilotare la generale agitazione era Scorza e con tutt’altre prospettive. Sempre il diario di Ortona297 autorizza infatti a ritenere che sin dal 14 luglio il segretario del partito avesse in mente e preparasse il «pronunciamento» di due giorni dopo a palazzo Venezia (e la relativa richiesta a Mussolini di convocare il Gran Consiglio), che, dunque non sarebbe scaturito dalla proposta, forse di Giuriati, avanzata nel corso dell’accalorata e confusa riunione del mattino del 16 luglio presso Scorza, come in genere ritenuto298, ma da un’azione preordinata (nella quale Scorza dovette essere appoggiato anche da Bottai, e ciò prova la confusione che caratterizzava il momento299) che prevedeva addirittura una diversa, piú autorevole e piú «sicura», composizione del gruppo di gerarchi che sarebbe dovuto andare da Mussolini. Cosa, quest’ultima, che è confermata da due accenni di Bottai nel suo diario300, laddove, parlando delle due riunioni presso Scorza, quella del mattino e quella pomeridiana prima dell’andata a palazzo Venezia, scrive che il segretario del partito aveva ottenuto che Mussolini ricevesse «gli uomini incaricati di tenere i già rinviati rapporti» (quelli disposti il 12 luglio da Scorza nel corso dei quali avrebbero dovuto parlare i maggiori gerarchi, ma che alcuni di questi e in particolare Grandi avevano nel frattempo rifiutato di tenere), quindi anche figure minori, «mentre al mattino s’era stabilito di convocare anche altri», tra cui Giunta, Rossoni, Ricci, Bonomi. E che l’iniziativa politica fosse nelle mani di Scorza e di Farinacci e non dei moderati e che questi mancassero sostanzialmente sia di idee chiare sia di coesione e di decisione lo provano l’andamento confuso e slegato del passo fatto su Mussolini la sera del 16 luglio301 e, ancor piú, ciò che avvenne nei giorni immediatamente successivi. A palazzo Venezia, di fronte ad un Mussolini apparentemente remissivo, ma in realtà irritato e consapevole di chi in effetti costituiva per lui il pericolo maggiore, tanto è vero che diede subito la parola a Farinacci, i moderati non seppero far altro che associarsi alla richiesta di convocazione del Gran Consiglio fatta da Farinacci e, alla fine, concessa da Mussolini. Per il resto i loro interventi e soprattutto i due piú impegnativi, quello di Giuriati e quello di Bottai, furono assolutamente privi di mordente e di indicazioni reali, disquisizioni di carattere «costituzionale» sulla crisi del fascismo, i suoi precedenti remoti, le sue cause, tutte cose che, in quel momento, lasciavano il tempo che trovavano e che non contenevano, neppure in via ipotetica, indicazioni per decisioni veramente di fondo302.

1224–1225

Né, a ben vedere, potevano contenerne, dato che anche i moderati presenti alle riunioni di quei giorni non riuscivano a concepire l’idea che, a quel punto, le alternative erano solo due: quella farinacciana di tenere ad ogni costo in piedi il fascismo appoggiandosi completamente alla Germania e quella di riconoscere il fallimento e la sconfitta e, quindi, «passare la mano». Pensare, come essi pensavano e volevano, di salvare il fascismo riportandolo sulla «retta strada» da cui aveva deviato nell’ultimo decennio e ai suoi «genuini contenuti», era un’assurdità che dimostra come essi avessero perso qualsiasi senso della realtà e brancolassero nel buio piú assoluto. Tutti, anche i piú intellettualmente dotati e «critici». Valga per tutti ciò che tre anni dopo Bottai, riflettendo sulle vicende del luglio 1943, avrebbe scritto nel suo diario proprio a proposito di quelle riunioni: per lui e per gli altri che con lui vi avevano partecipato, esse avevano costituito un «tentativo estremo, non di salvare il fascismo come era, ma di salvarlo riportandolo, con rimedi drastici, alla sua genuina essenza e costituzione»303.

1225–1226

Alla luce degli interventi pronunciati la sera del 16 luglio in occasione del passo su Mussolini e, piú in generale, del clima in cui questo era maturato, si capiscono molti avvenimenti successivi.

Per un verso si capisce come Farinacci (ed anche Buffarini Guidi, che però si muoveva autonomamente304) si orientasse sempre piú nettamente verso una soluzione della crisi che facesse perno sui tedeschi e tamponasse la situazione politica decapitando i vertici militari sui quali si poteva fondare una iniziativa del re per estromettere Mussolini dal governo e liquidare il regime305. Significativo è a questo proposito un lungo rapporto di von Mackensen a von Ribbentrop del 22 luglio306 per riferirgli di un colloquio avuto il giorno prima con Farinacci (che aveva sollecitato l’incontro e si era presentato in compagnia del maresciallo Cavallero307). Secondo l’ambasciatore tedesco, Farinacci l’aveva informato della riunione del 16 e del successivo incontro con Mussolini, durante il quale il «duce» aveva accettato la richiesta, avanzata dallo stesso Farinacci, di convocare il Gran Consiglio e di rinunciare alla direzione dei tre ministeri militari, che – sempre secondo Farinacci – sarebbero stati affidati non piú a dei militari, ma a dei «civili», cioè a dei fascisti, e, passato a parlare dell’incontro di Feltre di due giorni prima – sul quale sembrava piuttosto informato (probabilmente da Scorza) – e in particolare di quanto aveva detto Hitler, si era detto d’accordo col Führer nel ritenere indispensabile ed urgente una piú stretta unità di comando delle forze italo-tedesche in Italia e una riorganizzazione del vertice militare, attribuendo «poteri assoluti» e la facoltà di emanare decreti a un uomo solo e dando vita a qualcosa di simile al Quartier generale operativo tedesco308.

1226–1227

Per un altro verso, si capisce anche perché nei giorni immediatamente successivi il 16 luglio i moderati si limitarono in pratica ad attendere passivamente la riunione del Gran Consiglio (Giuriati addirittura, scritta a Mussolini una lettera per ribadire e precisare quanto aveva detto309, se ne ripartí da Roma) genericamente annunciata da Mussolini per la seconda quindicina del mese (e convocata il 22) e l’esito dell’incontro di Feltre tra Mussolini e Hitler. Con la duplice conseguenza che – mentre Farinacci si adoperava per mettere definitivamente «con le spalle al muro» Scorza e convincerlo della necessità di imbalsamare Mussolini310 – i piú seriamente consapevoli della necessità di fare qualcosa (Cini, Acerbo, Benini, De Marsico) presero le distanze dagli altri, orientandosi verso una soluzione che prevedeva il passaggio al re di tutti i poteri, politici e militari, e lo fecero sapere allo stesso sovrano (che già doveva essere a conoscenza di ciò che bolliva in pentola, dato che il 17 Acquarone era andato a raccogliere notizie da De Vecchi311) e che lo scoramento e la confusione andarono vieppiú crescendo e con essi si fece sempre piú strada l’idea che, tutto sommato, anche la riunione del Gran Consiglio non sarebbe servita a nulla e Mussolini l’avrebbe, al solito, «orientata» secondo i suoi fini. Caratteristica, tra le varie che si potrebbero citare, è la testimonianza offerta a questo proposito da quanto annotato da De Bono nel suo diario il 23 luglio312:

Naturalmente si cercherà di avere il Gran Consiglio solidale con l’opera del Capo e trascinarci ad assumere responsabilità su quel che è stato fatto fin qui e in cui il Gran Consiglio non c’entra per niente. Tutto è stato fatto da lui. Non si caverà un ragno da un buco. Si farà dell’Accademia… Io sono sfiduciato; preferirei qualunque cosa a questo Gran Consiglio. Fino a che ci sarà Mussolini non si combinerà niente di veramente utile per questa povera Italia […]. Io penso che anche il Gran Consiglio di domani finirà come uno dei soliti. Nessuno è pronto a sferrare un attacco del genere.

1227–1228

Per un terzo verso, infine, gli interventi dei moderati, il 16 luglio, e il loro successivo comportamento fanno capire che, se invece la riunione del Gran Consiglio ebbe lo svolgimento e l’esito che ebbe, ciò fu dovuto, il 21 luglio, all’inserirsi nel gruppo e al prenderne decisamente la guida di Dino Grandi, di un uomo cioè del quale tutto si può dire salvo che mancasse di idee chiare e di decisione e di quel tanto di spregiudicatezza necessaria a mettere d’accordo e a far procedere insieme una serie di personaggi in gran parte sfiduciati, eterogenei tra loro per carattere, per consapevolezza della gravità del momento e delle concrete possibilità di manovra esistenti e per atteggiamento verso Mussolini, quali erano quelli che si sarebbero dovuti trovare, la sera del 24, ad affrontare la battaglia in Gran Consiglio.

Senza l’intervernto di Grandi infatti le cose avrebbero avuto probabilmente un altro corso. E dicendo questo non ci riferiamo solo agli sviluppi della crisi in campo fascista. Il 21, dopo il fallimento dell’incontro di Feltre tra Hitler e Mussolini e il primo grande bombardamento di Roma, il vertice fascista era ormai completamente allo sbando; in preda ai piú diversi e contrastanti stati d’animo, ogni giorno che passava si andava sempre piú trasformando in un esagitato e mefitico liquido di cultura in cui nascevano e morivano subito dopo i piú disparati e assurdi propositi e progetti. Per usare una felice immagine di Pietromarchi, «un lievito di congiura» era nell’aria, ma nessuno aveva idea di cosa si dovesse fare e tutto finiva per esaurirsi in incontri e conciliaboli piú o meno segreti nel corso dei quali le fantasie e le paure si sfrenavano nell’immaginare le soluzioni e le combinazioni politiche piú irrealistiche.

È uscito stamane – annotava proprio il 21 luglio Luca Pietromarchi313 – un acido comunicato sull’incontro del Duce col Führer. L’impressione è stata universalmente pessima. Cosí finisce la grande solidarietà tra i due Paesi. I colloqui hanno avuto luogo a Feltre. Forse saranno gli ultimi tra i rappresentanti dei due Regimi. Il generale Ambrosio pare abbia detto al Duce che tra una quindicina di giorni potrebbe verificarsi il collasso della nazione. Tutti si attendono uno sbarco che porterà le armi britanniche fino a Bologna. Sul Po sarà combattuta la battaglia decisiva. Queste le impressioni.

V’è intanto nell’aria un lievito di congiura. Ciò che i gerarchi vorrebbero è un governo presieduto da Orlando del quale potessero far parte tutti i piú indiziati, da Farinacci, a Scorza, a Grandi, a Bottai. Esso dovrebbe preparare «lo sganciamento». Ma a parte il fatto che Orlando non si presterebbe mai a imbarcarsi con uomini che ha sempre avversati, un tentativo di tal genere sarebbe il piú vile che possa immaginarsi: esso non servirebbe che a gettare a mare il Duce, a riversare su lui tutta la responsabilità e a salvare la ciurma. L’idea è talmente grottesca che si stenta a credere ch’essa possa essere stata presa in considerazione. Dovunque si trama. Si parla di conciliaboli notturni in casa del maresciallo Badoglio, con De Bono e il duca d’Aosta. Si parla di manovre tra Cavallero e Farinacci.

1228–1229

Nel 1939 e nei primi mesi del 1940 Grandi, come si è visto nel precedente volume, era stato ostile alla partecipazione dell’Italia alla guerra e aveva fatto il possibile per scongiurarla, arrivando, il 1º settembre 1939, sino a prospettare in Consiglio dei ministri l’opportunità di rivedere radicalmente i rapporti con la Germania e, il 21 aprile successivo, a scrivere a Mussolini per metterlo in guardia contro decisioni affrettate314; poi, di fronte all’inatteso crollo della Francia, anche lui aveva per un momento pensato che Mussolini potesse aver ragione e, entrata l’Italia in guerra, aveva, come Balbo e altri avversari dell’alleanza con la Germania, uniformato il suo comportamento all’antico motto inglese che poco prima di Monaco aveva ricordato a Chamberlain: «right or wrong, my country».

Le vicende belliche della fine del 1940 e degli inizi del 1941, in particolare la campagna di Grecia, lo avevano però fatto ricredere presto e da allora aveva sempre pensato che fosse necessario trovare il modo di far uscire, prima che fosse troppo tardi, l’Italia dal conflitto. Data la sua lunga permanenza come ambasciatore a Londra dal 1932 al 1939, la sua conoscenza dell’ambiente politico inglese e i suoi ottimi rapporti con alcune delle personalità piú importanti della vita politica e della diplomazia di quel paese, a cominciare da Churchill, piú che agli Stati Uniti, anche dopo che questi erano scesi in guerra, le sue speranze per una trattativa in tal senso si erano sempre rivolte all’Inghilterra. Nel luglio del 1942, in un momento militarmente e politicamente ancora non sfavorevole ad una eventuale trattativa, esse erano sembrate addirittura poter assumere un minimo di consistenza. Come ministro di Grazia e Giustizia, Grandi stava occupandosi della elaborazione dei nuovi codici civile e di procedura civile; da qui l’invito rivoltogli dalla Reale Accademia di studi giuridici spagnola di recarsi a Madrid. Nella capitale spagnola era ambasciatore inglese Samuel Hoare, suo vecchio amico e stretto collaboratore di Churchill, e, negli stessi giorni, ci sarebbe stato anche un altro suo ottimo amico, il duca d’Alba, ambasciatore di Spagna a Londra: sarebbe potuta essere l’occasione per un primo sondaggio volto a stabilire la disponibilità degli inglesi ad una eventuale trattativa e le sue basi. Mussolini, che pure diffidava da tempo di lui (significativi sono a questo proposito la scarsità e la freddezza dei suoi accenni a lui durante i colloqui con De Begnac), aveva in un primo momento autorizzato Grandi ad accettare l’invito; dopo qualche giorno aveva però cambiato idea, temendo, pare, di suscitare sospetti nei tedeschi315. L’occasione per un sondaggio era cosí sfumata e, del resto, è impensabile che, anche se esso avesse avuto esito favorevole, sarebbe stato possibile in quel momento convincere Mussolini a dargli un seguito, cosa che, tutto sommato, vale anche per il re.

1229–1230

Sulla personalità di Grandi e sul suo rapporto con Mussolini molto si è discusso316, spesso senza nessuno sforzo di serenità, ed è probabile che ancora se ne discuterà. Un fatto è certo: Grandi era un uomo, per un verso, di forte ambizione, consapevole della sua grande capacità politica e dello «stacco» che vi era tra lui e la gran maggioranza degli altri gerarchi, per un altro verso, estremamente cauto, abilissimo a non scoprirsi e a non offrire il destro a Mussolini (della cui personalità conosceva bene tutte le pieghe, le qualità e i limiti e il modo di giuocare su essi e, al limite, di giovarsene) e, ancor piú, ai suoi numerosi avversari all’interno del regime per metterlo sotto accusa. Tra questi i piú accaniti erano Ciano, che nutriva per lui, si può dire da sempre, una profonda gelosia e per anni lo aveva considerato l’ostacolo maggiore sulla strada della successione a Mussolini, e Farinacci, che vedeva in lui tutto ciò che un fascista non doveva essere e un avversario della Germania. Pessimi, dopo essere stati ottimi, erano stati a lungo per buona parte degli anni trenta, sino a quando la comune avversione alla Germania e l’entrata in guerra dell’Italia, non li aveva riavvicinati, i suoi rapporti con Balbo a cui rimproverava certe impennate caratteriali, una sorta di gusto «rinascimentale» per l’intrigo e la sua irrequietezza politica nei confronti di Mussolini. Né, a ben vedere, gli giovavano agli occhi di molti altri gerarchi, che pure si dicevano suoi amici, la sua concezione del fascismo come fatto necessario, ma provvisorio, sostanzialmente legato alla vita di Mussolini, il suo scarso interesse per le «fumisterie» ideologiche (in buona sostanza anche per il corporativismo), la sua «anglomania», la sua tendenza a stare appartato il piú possibile, a non confondersi con gli altri gerarchi e, al tempo stesso, a cercare di ménager Mussolini, «disobbediendogli» ma insieme incensandolo317. Anche se carica di «senno del poi» e scritta in un particolare momento di frustrazione, assai significativa è una pagina del diario di Bottai dalla quale risulta bene come anche il direttore di «Critica fascista» nell’intimo non lo considerasse un vero fascista318:

1230–1231

Sempre l’uomo amò le vie tortuose, il doppio gioco, di cui può essere considerato un antesignano. Egli riuscí per vent’anni a essere il piú smaccato «mussoliniano» e il piú subdolo «antimussoliniano»: e tra l’uno e l’altro di questi atteggiamenti gli mancò il destro di essere fascista. Voglio dire, di comprendere il fascismo nella sua storica evoluzione e di schierarsi con chi lottava per dargli un contenuto sociale e un metodo…

Del movimento revisionista, da me promosso e guidato, egli ignorò, nonché i motivi, l’esistenza: e nella crisi Matteotti, mentre io periclitavo, afferrò il sottoportafoglio all’Interno. E da quella stagione mi schivò, per farsi portare dall’onda del consenso estremista, che lo depose agli Esteri.

Allora, si «diplomatizzò». Raffinò la sua barba quadrata e arruffata, vestí da... il sarto degli ambasciatori, imparò l’inglese e gli snobismi degli stranieri parlanti l’inglese, si isolò, divenne ermetico e si fece nominare conte. I suoi intimi e i giornalisti imbeccati non lo chiamarono piú che il conte Grandi.

Assunto all’olimpo non si accorse del movimento corporativo; né mai, forse, lesse la «Carta del Lavoro». Doveva «scoprirla» qualche anno dopo, negli ozî ben remunerati di Londra. Neppure l’occasionale collaborazione tra di noi, a Ginevra, nella primavera del 1932, e allorché io in sede di consiglio economico feci accettare l’idea d’una corporazione internazionale, aveva valso a renderlo sensibile agli aspetti sacrali del Fascismo.

D’essi divenne improvvisamente sollecito di ritorno dal Tamigi; e ne riecheggiò nei codici le esigenze, ma con un’interpretazione sempre arretrata, «reazionaria», restrittiva, inconsapevole dello sviluppo reale che le formule della «Carta del Lavoro» aveva assunto dal 1927 in poi. La «corporazione proprietaria» di Ferrara, il «regolamento economico collettivo», la «specializzazione» dell’impresa di carattere monopolistico e nazionale, non potevano «capire» nel suo cervello nobilitato. La sua fu una rivoluzione da salotto e a ritardamento.

1231–1232

Nonostante la sua cautela a non scoprirsi, il fatto che Grandi fosse un moderato, un critico della politica di Mussolini, un avversario del nazismo durante gli anni della guerra era stato noto pressoché a tutti, tant’è il suo nome appare – lo si è visto – in tutte o quasi le voci che circolavano a getto continuo (specialmente quando le vicende militari volgevano al peggio) su imminenti rimpasti governativi, revisioni della politica fascista in senso moderato o, addirittura, sulla sostituzione di Mussolini e l’uscita dell’Italia dalla guerra.

Non di rado alcune di queste voci erano state riprese dalla stampa dei paesi neutrali ed anche da quella anglo-americana, in particolare all’inizio del 1941 e dall’ottobre 1942 in poi. Il 15 gennaio 1941 il «News Chronicle», in una corrispondenza di David Scott da Lisbona, era arrivato ad affermare che «una maggioranza del Gran Consiglio Fascista sarebbe favorevole all’idea di chiedere una pace separata» e che, «se verranno tentate delle trattative segrete, si ritiene probabile che ne verrà dato l’incarico al Signor Grandi, che si è sempre opposto ad una guerra con la Gran Bretagna». Nello stesso numero il giornale inglese aveva però pubblicato anche un articolo di Vernon Bartlett in cui l’ipotesi di un governo Grandi era nettamente respinta: secondo l’autore, un tale governo, «o qualunque altro fascista “moderato”», sarebbe stato estremamente pericoloso per la causa democratica e avrebbe potuto coinvolgere l’Inghilterra in un’azione contro il popolo italiano. Né questa era stata una voce isolata. Con la fine del 1942 negli Stati Uniti in particolare gli attacchi a Grandi si erano fatti assai vivaci. A ispirarli erano stati soprattutto alcuni esuli antifascisti (Sforza, Salvemini, Max Ascoli) che vedevano in Grandi lo strumento di un probabile tentativo di Vittorio Emanuele III per salvare la monarchia e procedere ad una defascistizzazione solo di superficie319. Agli inizi del 1943, soprattutto, in febbraio, dopo l’allontanamento di Grandi dal governo e, il mese dopo, la sua nomina a cavaliere della Santissima Annunziata, anche alcuni giornali inglesi erano scesi in campo contro il «faux bonhomme» («Times», 8 febbraio) e coloro che accarezzavano l’idea di farne una sorta di Darlan italiano. Questi attacchi avevano toccato il loro apice (grazie anche al contributo di W. Steed) nella seconda metà del marzo, allorché trapelò che monsignor Spellman, rientrando da una missione in Vaticano, aveva espresso al dipartimento di Stato l’opinione che Grandi fosse un uomo su cui si poteva «sempre contare».

1232–1233

Piú di una volta queste notizie giornalistiche e queste polemiche avevano messo Grandi in difficoltà; nel complesso esse però avevano anche giovato ad accreditare negli ambienti dell’opposizione costituzionale la sua immagine di fascista «diverso» su cui si poteva far conto. Non a caso infatti – lo si è già accennato – per un certo periodo avevano guardato a lui vari esponenti di questa opposizione, se non altro in funzione di una eventuale fase di trapasso al «dopo Mussolini» e al ritorno alla libertà. Secondo Aldo Rossini, che tenne per un certo tempo i contatti tra questi esponenti, in particolare Soleri e Orlando, e Grandi, questo atteggiamento di disponibilità sarebbe durato sino al marzo-aprile 1943320. A queste avances, come e ancor piú a quelle, che pure ad un certo momento c’erano state, da parte dell’entourage di Ambrosio e della principessa di Piemonte321, Grandi non aveva dato però credito e non aveva voluto correre il rischio di rimanerne in qualche modo compromesso. La principessa Maria José era da lui considerata una chiacchierona; dei militari non aveva né stima né fiducia; quanto all’opposizione costituzionale, pur avendo buoni rapporti personali con alcuni suoi esponenti, era convinto che non sarebbe stata essa a poter provocare un fatto nuovo. E, egualmente, si era sempre tenuto il piú al largo possibile dalla «fronda» fascista: anche verso i suoi piú intelligenti esponenti nutriva infatti un misto di diffidenza e di sfiducia, sicché aveva sempre preferito fare razza a sé, standosene il piú possibile a Bologna e, quando era a Roma, preoccupandosi soprattutto di curare, come ministro di Grazia e giustizia e, insieme, come presidente della Camera, la sua immagine di fascista «diverso». Nel momento piú drammatico della crisi provocata dalla coincidenza dei rovesci in Africa con la malattia di Mussolini, nell’ottobre-novembre 1942, doveva per un momento aver pensato alla possibilità di fare qualcosa, ma, appena si era reso conto che ciò non era possibile, aveva desistito in attesa di tempi migliori322. Questa vicenda doveva però aver avuto su di lui un peso notevole, doveva averlo ancora piú radicato nella convinzione, già da tempo nutrita, che l’unica leva per scalzare Mussolini e fare uscire l’Italia dalla guerra fosse il sovrano.

1233–1234

Sugli altri non c’era da fare affidamento e, a parte ogn’altra considerazione, il modo con cui si muovevano era del tutto controproducente, perché finiva per paralizzare anche Vittorio Emanuele III, del cui effettivo atteggiamento Grandi non sapeva praticamente nulla, ma che conosceva abbastanza bene per rendersi conto che, anche se fosse stato maturo per una drastica soluzione, a trattenerlo sarebbero stati proprio i maneggi, le «congiure», le ambizioni, la mancanza di effettive idee su come affrontare la situazione pullulanti in quelle settimane. Indicative sono alcune affermazioni da lui fatte a Pirelli il giorno dopo aver parlato alla Camera dei fasci e delle corporazioni a proposito del grande bombardamento subito il 16 novembre 1942 da Genova323:

Mi riferisco al suo discorso, – aveva annotato Pirelli. – Mi dice che il Direttorio del Partito è indignato perché manca la parola «fascismo». Grandi soggiunge: «L’ho fatto di proposito». Mussolini ha approvato il discorso mutando la frase circa la guerra «non voluta dagli italiani».

De Bono voleva vederlo per sollecitare da lui l’autorizzazione a parlare al Re anche a nome suo nel senso di mandar via Mussolini e di costituire un triumvirato [Grandi – Bottai – Ciano]. Grandi non ha voluto riceverlo e gli ha mandato a dire che rimane fedele a Mussolini. A me soggiunge: «Sono fedele a Mussolini. Un solo uomo, il re, può svincolarmi da tale fedeltà». Non vede il re da tempo. Crede, astenendosi, di interpretare un desiderio del re che preferisce, egli pensa, di non aprirsi con alcuno in questo momento.

Nei riguardi dei tedeschi concorda appieno con le mie critiche alla loro attitudine nei nostri riguardi.

Nei riguardi interni crede indispensabile una nota di minor settarismo politico: «la nazione, non la fazione». Ma crede che il re non giudichi maturo il momento per imporre una revisione, revisione che dovrebbe essere fatta dallo stesso Mussolini. Crede che si possa contare sulla lealtà di Bottai verso la monarchia. Elogia l’ingegno di Ciano, ma... Bisognerebbe per es. rimettere Federzoni alla presidenza del Senato (e perché non Benedetto Croce all’Accademia?) Vedrebbe Bottai al Partito, non De Vecchi, Rossini sarebbe uomo da valorizzare. Manca un generale che abbia prestigio; tra Badoglio e Caviglia, meglio Caviglia, che è stimato anche per perfetta rettitudine.

Errore di chi pensa di dare al Principe di Piemonte degli incarichi che potrebbero compromettere il suo prestigio.

Mussolini, nonostante le insistenze di lui, Grandi, non ha voluto parlare alla Camera, non vuole parlare al paese. Oscilla tra momenti di depressione e momenti di irrigidimento.

1234

Sino a quando era stato ministro, Grandi aveva avuto frequenti occasioni di vedere Vittorio Emanuele III e di lasciargli trasparire i suoi sentimenti. Dopo il 12 febbraio, cioè dopo la visita di congedo al sovrano in qualità appunto di ministro, tali occasioni erano venute meno. Stabilire con precisione quali fossero i sentimenti del sovrano verso di lui non è facile. Se, infatti, una serie concorde di elementi di fatto e di testimonianze autorizza a concludere che Vittorio Emanuele III nutrisse per Grandi stima e simpatia e, ciò che piú importa, una notevole fiducia nelle sue qualità e capacità politiche, quale non è dato riscontrare nutrisse per altri uomini politici fascisti e antifascisti del momento, ciò che Puntoni riferisce nel suo diario proprio in relazione alla visita di congedo del 12 febbraio324 sembra smentire questa conclusione. Dopo l’udienza Grandi si era recato a salutare anche lui e gli aveva esposto il suo pensiero sulla situazione militare ed interna:

L’Italia dovrebbe cercare di slegare a poco a poco il suo carro da quello della Germania per rendere il crollo meno penoso. Io sono sempre stato fautore di una politica d’intesa con la Gran Bretagna... Di fronte all’apatia di una grande massa di gente, apatia generata dalla sfiducia nei capi, c’è il risentimento di molti elementi del vecchio fascismo i quali sono stati bloccati nella loro ansia di fare e di servire il paese. Per essi il fascismo doveva essere strumento di redenzione. Da un momento all’altro, col disastro militare, potrebbe delinearsi un movimento politico a fondo sociale che i comunisti sfrutterebbero subito. Soltanto il Re al momento opportuno potrà rimettere a posto le cose. Sarà però un’operazione difficilissima e pericolosa. Io, per parte mia, sono con il Re.

Piú tardi il primo aiutante di campo aveva riferito questi discorsi di Grandi al re, che aveva commentato:

Quell’uomo non mi soddisfa troppo. Non è un elemento sicuro, non ha schiena e con Mussolini recita una doppia parte. Grandi ha posto direttamente la sua candidatura per il collare dell’Annunziata, me lo ha detto il Duce. Naturalmente sono impressioni personali e potrei anche sbagliarmi.

1235–1236

In realtà, a meno che nuovi elementi non ci inducano a rivedere la nostra opinione, siamo però dell’avviso che il giudizio riferito da Puntoni non debba essere preso alla lettera, ma letto in riferimento al particolare momento in cui fu pronunciato (mentre bolliva in pentola la vicenda della concessione del collare della Santissima Annunziata a Grandi che il sovrano non sapeva bene come si sarebbe conclusa sotto il profilo politico325) e, soprattutto, alla contorta psicologia di Vittorio Emanuele III, alla sua ipersensibilità rispetto ad ogni mancanza di «discrezione», anche se commessa, come nel caso specifico, con uno dei suoi piú stretti collaboratori, nella fattispecie il generale Puntoni a cui Grandi aveva fatto l’errore di ripetere ciò che aveva detto al sovrano. Per precisare l’atteggiamento del re verso Grandi, allo stato della documentazione, crediamo pertanto che, piú che su questo episodio, sia meglio fondarsi su altri, tre in particolare, dei quali è traccia nel diario dello stesso Grandi. Il primo è quello della consegna, il 25 marzo, delle insegne di cavaliere della Santissima Annunziata326. In questa occasione il sovrano si espresse con Grandi in termini molto lusinghieri. È vero che, quando questi cercò di affrontare il discorso politico, gli impedí praticamente di parlare, ma, accomiatandolo, gli disse delle parole che Grandi non poteva non interpretare come una precisa indicazione politica ed un invito ad operare in collegamento con lui:

So quello che ella vuole dirmi. Io la ho sempre ascoltata con simpatia e interesse. So anche che le sue visite al Quirinale sono diventate oggi piú difficili. Si fidi del suo Re. Io conto molto su di lei. Cerchi intanto di «lavorare» il piú possibile l’Assemblea legislativa che ella presiede. Ella sa che io ho bisogno del Parlamento. Poi trovi un pretesto formale ed ufficiale per venire a trovarmi. Ma intanto si fidi del suo Re.

1236–1237

Il secondo episodio è di pochi giorni dopo. Grandi si era recato dal principe ereditario e gli aveva parlato della situazione politica. Venutolo a sapere il re gli aveva mandato Acquarone per dirgli che non aveva gradito la cosa e che non doveva «montare la testa» al principe327. Il terzo episodio è quello dell’udienza del 4 giugno328, l’ultima che Grandi ebbe dal sovrano prima del 25 luglio. Al punto in cui erano arrivate le cose Grandi – come del resto lo aveva esortato a fare anche Acquarone – parlò chiaro, tanto piú che una domanda del re («la Camera approva la politica e l’azione del governo?») l’aveva lasciato di stucco:

La Camera – rispose – è immobilizzata ma inquieta. La grande maggioranza dei consiglieri nazionali non attende altro che un gesto di forza da parte di vostra maestà. L’Italia intera ha condannato ormai la dittatura, vuole uscire da una guerra che non è sua, ma bensí soltanto del dittatore che l’ha proclamata. Sino a quando noi siamo stati padroni del Mediterraneo una pace separata era possibile, oggi, dopo le decisioni di Casablanca, una pace onorevole cogli Alleati è possibile soltanto se noi avremo il coraggio di affrontare in campo aperto i tedeschi. È questa la sola condizione per rendere inoperante la resa incondizionata decisa dalle potenze nemiche a Casablanca.

Di fronte ad un discorso cosí netto, il tono del re si era fatto duro: «Le ho detto mille volte che io sono un re costituzionale e che deve essere il Parlamento ad indicarmi la strada». E ai tentativi di Grandi di replicare rifacendosi ai precedenti del maggio 1915 e dell’ottobre 1922, quando Vittorio Emanuele non aveva tenuto conto delle maggioranze neutralista e antifascista esistenti in parlamento, aveva ribattuto:

Sí, ma in entrambi i casi ho atteso il voto di fiducia del Parlamento. Oggi il Parlamento tace, è imprigionato, lo so, ma c’è anche il Gran Consiglio che potrebbe in via eccezionale costituire un surrogato del Parlamento.

Una frase, quest’ultima, che indubbiamente può e poteva essere intesa come una precisa indicazione su quali basi operare, ma che – a nostro avviso – non può essere assolutamente estrapolata dal resto del discorso, dalla sua parte cioè relativa all’atteggiamento da tenere verso i tedeschi. A questo proposito il re fu assai esplicito:

Dirò a lei quello che non ho detto sinora a nessuno. Anche io credo che un capovolgimento sia necessario nella situazione italiana. Il suo piano temerario di affrontare in campo aperto la Germania per neutralizzare le decisioni di Casablanca mi lascia dubbioso. Il nostro servizio d’informazioni militari dà per certo un prossimo tentativo di sbarco delle armate nemiche in Sicilia o in Sardegna. Credo piú probabile in Sardegna. Ma non sarà facile per le forze armate anglo-americane una consimile operazione di guerra. Le nostre truppe resisteranno, combatteranno. Abbiamo ancora davanti a noi del tempo per maturare decisioni che – la impegno al segreto su quanto le sto dicendo – prenderò al momento opportuno. Questo momento non è ancora giunto. Ella si fidi del suo re e lavori a facilitarmi il compito mobilitando l’Assemblea legislativa e magari il Gran Consiglio come surrogato del Parlamento. Ma non riveli a nessuno quello che le ho detto.

E alla domanda di Grandi «neppure al ministro della Real Casa che mi attende in anticamera?», ribatté secco: «Neppure a lui. Ella è Collare dell’Annunziata e membro del Consiglio della Corona. Al momento opportuno farò e deciderò, ma le mie decisioni non le anticiperò a nessuno». E poi il solito ritornello: «Si fidi del suo re».

1237–1238

Alla luce di queste parole è facile capire perché Grandi uscí dall’udienza del 4 giugno, per un verso, rassicurato sul fatto che il sovrano si era veramente reso conto dell’estrema gravità della situazione, ma, per un altro verso, preoccupato dalla sua tendenza al rinvio e dubbioso sulla sua capacità di osare329. Quanto a Vittorio Emanuele III, la nostra opinione è che, se egli doveva essere convinto che nella liquidazione di Mussolini Grandi poteva giuocare un ruolo importante, certo piú importante di quello delle opposizioni, doveva però aver accolto del tutto negativamente la sua idea di un capovolgimento immediato di fronte: una idea, per lui, non solo «temeraria», ma inconcepibile, che andava contro sia alle sue piú radicate norme di comportamento, sia ai suoi progetti, che, come si è visto, prevedevano, invece, un’operazione in due tempi, prima la liquidazione di Mussolini, poi l’armistizio con gli anglo-americani, e non dovevano menomamente contemplare il passaggio all’offensiva contro i tedeschi. Ma a questo punto non si trattava piú di una diversità di valutazioni politiche: era il contrasto netto tra due temperamenti, due culture, due modi di concepire la vita che non avevano nulla in comune e, in quel momento almeno, non potevano assolutamente intendersi. Il re dovette rendersene conto subito, Grandi ci avrebbe messo ancora quasi due mesi.

1238–1239

Nonostante le preoccupazioni e i dubbi suscitati in lui dall’incontro con il sovrano, sino allo sbarco alleato in Sicilia Grandi aveva continuato a sperare in un intervento di Vittorio Emanuele III ed aveva perseverato nella sua solita tattica di far razza a sé e di non lasciarsi invischiare negli sterili maneggi e contatti che fiorivano un po’ dappertutto, non dando credito neppure alle notizie che il fido Zamboni raccoglieva negli ambienti del Comando supremo.

Da tempo, almeno dal dicembre 1941, quando aveva declinato l’invito del segretario generale del PNF Adelchi Serena di tenere, in occasione della ricorrenza del 3 gennaio, una conferenza per l’Istituto nazionale fascista di cultura, Grandi aveva evitato di partecipare ad iniziative di partito. Il 28 giugno era però intervenuto ad una cerimonia in memoria di Balbo tenuta a Ferrara alla presenza di vari gerarchi di primo piano. Sull’episodio abbiamo due testimonianze che mostrano bene quale fosse in quelle settimane il suo stato d’animo. Quella di De Bono ha un valore, per cosí dire, generale330:

Naturalmente s’è parlato e molto e come – Si è messa la situazione a nudo, che risulta irreparabile! E tutte le colpe sono – e giustamente – date a Mussolini... Il piú nero è Grandi... Egli non vede via d’uscita...

Quella di Scorza è, invece, piú specifica331. Commentando con lui il discorso commemorativo di Balbo da questi tenuto, Grandi aveva detto:

Ormai, però, si tratta di ben altro; non è piú problema di discorsi. A me, per esempio, per i discorsi di qualsiasi genere non mi si avrà piú. Ormai mi sono deciso per i fatti. Ci vogliono solamente i fatti. E fatti debbono essere. Io sono per il giuoco grosso se vogliamo uscire da questo imbroglio.

Coerentemente con questa sua posizione, quando era avvenuto lo sbarco in Sicilia Grandi aveva subito opposto un netto rifiuto (l’unico che il segretario del partito ricevette) ad essere uno degli oratori incaricati di parlare per incitare gli italiani alla resistenza. Ed era rimasto a Bologna sperando che ora, finalmente, il re ritenesse giunto il momento per prendere in mano la situazione. Poiché però il sovrano non mostrava ancora l’intenzione di muoversi, dopo qualche giorno aveva tentato la via della provocazione, inviando al generale Puntoni una lettera cosí concepita332:

1239–1240

Caro Puntoni, le notizie della Sicilia hanno dato al mio cuore di italiano un profondo dolore. A quasi cento anni dal giorno in cui Re Carlo Alberto emanò lo Statuto del Regno ed iniziò, col Risorgimento, la lotta per la libertà, l’unità e l’indipendenza d’Italia, la Patria va verso la disfatta e il disonore.

Poi, perdute ormai le ultime speranze nella capacità di Vittorio Emanuele III di osare e avute, probabilmente, le prime notizie della prossima convocazione del Gran Consiglio (che, per altro, non doveva ritenere imminente), la sera del 19 luglio era partito da Bologna per Roma, deciso ormai al «giuoco grosso» e portando con sé una prima stesura di quello che sarebbe diventato il suo ordine del giorno333.

Mentre Grandi partiva da Bologna per Roma, Ambrosio rientrava nella capitale da Feltre. Per quel che ne sappiamo, sino alla mattina del 26 il capo di stato maggiore generale non si incontrò con il sovrano; nel pomeriggio del 20, appena tornato al Comando supremo, vide però Acquarone334 a cui dovette fare una dettagliata relazione dell’andamento degli incontri con i tedeschi ed è impensabile che il ministro della Real Casa non ne riferisse subito al re. Alcune sommarie notizie sull’incontro di Feltre e soprattutto un «desolante» quadro della situazione militare in Sicilia (il Comando supremo prevedeva ormai la perdita dell’isola «a breve scadenza» e, a meno che la Germania non avesse messo subito a disposizione «almeno duemila velivoli» e «parecchie divisioni», considerava impossibile ostacolare la successiva invasione della penisola) Vittorio Emanuele III li ebbe poi il 21 dal generale Puntoni, che la mattina precedente aveva parlato con il sottocapo di stato maggiore generale Rossi. Nella stessa occasione il primo aiutante di campo gli aveva anche mostrato la lettera scrittagli da Grandi335. Il re, che nel pomeriggio del 19, quando si era recato a visitare i quartieri di San Lorenzo e del Tuscolano e gli aeroporti del Littorio e di Ciampino, era stato accolto dalla popolazione con un «gelido silenzio» e un atteggiamento ostile, e si era sentito dire da Acerbo e da De Marsico che bisognava «cambiare a tutti i costi» («ormai il regime non va piú... la cosa non è però facile per due ragioni, primo la nostra disastrosa situazione militare, secondo per la presenza in Italia dei tedeschi» aveva commentato con Puntoni il giorno dopo)336, gli aveva risposto: «domani ne parlerò francamente con il Duce»337. E il giorno dopo, alla fine dell’udienza a Mussolini, avrebbe detto a Puntoni338:

1240–1241

Ho tentato di far capire al Duce che ormai soltanto la sua persona, bersagliata dalla propaganda nemica e presa di mira dalla pubblica opinione, ostacola la ripresa interna e si frappone a una definizione netta della nostra situazione militare. Non ha capito e non ha voluto capire. È come se avessi parlato al vento...

Mussolini – lo abbiamo già accennato – dette nella Storia di un anno un’altra versione, secondo la quale il re, definita «tesa» la situazione, gli avrebbe detto339:

Non si può piú a lungo durare. La Sicilia è ormai andata. I tedeschi ci giuocheranno un colpo mancino. La disciplina delle truppe è scaduta... Bisogna porre il dilemma ai tedeschi.

Entrambe le versioni – lo abbiamo pure già detto – appaiono largamente reticenti e, in buona parte proprio per la loro reticenza, accreditano indirettamente (e quella di Mussolini forse piú di quella del re) quella di Badoglio, secondo la quale il «duce» avrebbe detto al sovrano che entro il 15 settembre si sarebbe sganciato dai tedeschi. Diciamo questo perché è nostra convinzione che nella vicenda del 25 luglio di essenziale vi fu solo il ruolo di Vittorio Emanuele III. Acquarone ne tenne in mano i fili e cercò di accellerarne i tempi340, ma non esercitò su di essa un peso decisivo e ancora minore fu il peso di Ambrosio, probabilmente inferiore a quello di Castellano che da un certo momento in poi si mosse piú a contatto con Acquarone che con lui. A prendere tutte le decisioni fu sostanzialmente solo il re, in base a considerazioni e stati d’animo esclusivamente propri e sui quali Acquarone influí meno di quanto il sovrano gli lasciò credere e Ambrosio pochissimo, per non dire nulla. E dicendo Ambrosio non ci riferiamo solo alla persona del capo di stato maggiore generale, ma anche al Comando supremo, ai vertici militari e addirittura al precipitare della situazione militare. Ché questa, certo, faceva da sfondo e da ragion d’essere di quella politica, ma sulla sua evoluzione e sul suo scioglimento e soprattutto sulle decisioni del re non incise piú di tanto.

1241–1242

Lo sbarco in Sicilia e il crollo, dopo i primi tre giorni da esso, delle speranze di ricacciare l’invasore avevano indotto Ambrosio ad esporre al sovrano piú chiaramente che nelle settimane precedenti le proprie considerazioni sulla sempre maggiore urgenza di allontanare Mussolini dal potere e insediare un governo militare. Dopo quanto già gli aveva detto prima dello sbarco (e che il re, come si è visto, non aveva sostanzialmente gradito molto) era tornato a riparlargliene il 14 luglio, allorché la situazione in Sicilia aveva preso a precipitare e in giro non si sentivano che previsioni catastrofiche. Fu molto probabilmente in questa occasione che Vittorio Emanuele III «aveva prevenuto Ambrosio che avrebbe ritirato il mandato a Mussolini», ma gli aveva anche detto che «si riservava di fargli conoscere la data dell’avvenimento con un preavviso di una settimana»341. Due affermazioni che, dati i problemi «tecnici» e, dunque, i tempi che l’operazione comportava, lasciano capire che non pensasse ad una data molto prossima, se, addirittura, non era ancora incerto sul da fare e voleva con esse tacitare Ambrosio342. E ciò tanto piú che se il giorno dopo acconsentí a ricevere, dopo piú di quattro mesi dal precedente incontro, Badoglio e gli fece capire che il nuovo capo del governo sarebbe stato lui, neppure con il maresciallo fece alcuna data, sicché non è assurdo pensare che, come il giorno prima aveva voluto tacitare Ambrosio, ora ciò che piú gli premeva era tacitare Acquarone (che aveva insistito per l’udienza) e mettere un freno agli armeggii di Badoglio, al suo giuocare su piú tavoli. Né l’andamento del convegno di Feltre dovette veramente incidere sulla sua decisione finale, sulla quale, forse, dovette incidere di piú, sia pure solo per un momento, ma – si badi – in senso negativo, come un colpo di freno cioè, il messaggio di Roosevelt e di Churchill al popolo italiano343.

1242–1243

Per il convegno di Feltre Ambrosio aveva preparato un ampio promemoria sulla «condotta politico-militare della guerra da parte dell’Asse»344 che avrebbe dovuto mettere Mussolini in grado di affrontare con Hitler, se necessario, il discorso sullo sganciamento dell’Italia in base a precisi e documentati dati di fatto. In particolare, esso doveva servire a contestare ai tedeschi i loro errori e le loro inadempienze verso l’alleato, la loro «incomprensione» e il loro «voluto disconoscimento» dell’importanza dello scacchiere mediterraneo, che, se potevano trovare «spiegazione, non giustificazione», sino al 1942, «quando cioè, l’impreparazione degli anglo-americani poteva far escludere operazioni nemiche a carattere decisivo nel Mediterraneo, mentre sussisteva la possibilità di liquidare definitivamente il pericolo russo prima del compimento della preparazione anglo-americana», non trovavano però piú nessuna spiegazione e giustificazione nel 1943, «quando cioè i preparativi avversari permettevano di prevedere senza difficoltà che gli anglo-americani avrebbero tentato l’attacco alla fortezza europea nello scacchiere mediterraneo, per aprire quel secondo fronte la cui realizzazione comporta quasi certamente la sconfitta militare dell’Asse». E durante i lavori del convegno si era battuto con fermezza e decisione per indurre Mussolini ad affrontare il problema con Hitler, sostenendo Bastianini ed Alfieri che si sforzavano anch’essi di convincerlo che quella era l’ultima occasione per farlo e non misurando certo le parole se Bastianini avrebbe poi potuto scrivere che né Orlando, né Salandra, né Giolitti, di fronte ad un linguaggio come quello da lui usato, avrebbero esitato a destituirlo. Sino ad arrivare a porgli una sorta di vero e proprio ultimatum: l’Italia doveva uscire dalla guerra entro quindici giorni345.

Rientrato a Roma la sera stessa del 19 luglio, Ambrosio era ben consapevole che i tedeschi non solo non avrebbero dato effettivi aiuti (e quelli che avrebbero dato non sarebbero stati disponibili prima di due mesi), ma che il loro obiettivo era di assumere direttamente il controllo di fatto della situazione italiana, affidando alle truppe italiane, che, nelle loro intenzioni, sarebbero dovute affluire al sud, il compito di contrastare gli Alleati e di sostituirle nel centro-nord con le proprie, procedendo cosí ad una vera e propria occupazione. Eppure la mattina successiva, quando alle 12 fu ricevuto da Mussolini, non usò piú i toni ultimativi del giorno prima, tanto che Mussolini, ricevendo mezz’ora dopo Bastianini, disse che gli era apparso «molto rasserenato»346. Lo scontro tra i due ebbe luogo invece nel tardo pomeriggio, quando Ambrosio tornò, dalle 20,10 alle 20,55, a palazzo Venezia. Fu allora che, avendogli detto Mussolini di aver ripensato al colloquio del giorno prima e di aver deciso di scrivere ad Hitler per ottenere lo sganciamento dell’Italia, Ambrosio si inalberò e presentò le proprie dimissioni da capo di stato maggiore generale (che il «duce» respinse), motivandole col fatto che Mussolini si era fatto sfuggire a Feltre l’occasione per trattare di persona un cosí vitale argomento, venendo meno al suo impegno verso di lui di tenere con i tedeschi un fermo atteggiamento347.

1243–1244

Che dopo Feltre Ambrosio non nutrisse piú speranze in Mussolini è pressoché certo; un mutamento di atteggiamento cosí radicale nel giro di poche ore si può spiegare però solo o con un collasso nervoso o con il suo colloquio, alle 17, con Acquarone. Di fronte alla commissione d’inchiesta sulla mancata difesa di Roma, nel dicembre 1944, Ambrosio avrebbe affermato di aver saputo della decisione di Vittorio Emanuele III di rompere gli indugi e di licenziare Mussolini da Acquarone «il 20 o il 21 luglio»348. La cosa è possibile, ma, tutto sommato, tutt’altro che sicura, almeno nei termini perentori prospettati da Ambrosio. A parte l’incertezza sulla data, in sé poco credibile se si considera l’importanza della notizia che gli sarebbe stata comunicata e il breve tempo (quindici mesi) intercorso tra il fatto e la deposizione davanti alla commissione d’inchiesta (e, si badi, anni dopo Ambrosio avrebbe retrodatato l’annuncio di Acquarone addirittura al 19349), che autorizzano a pensare che Ambrosio, anticipando la data della decisione del re, volesse difendere Vittorio Emanuele III dalle accuse degli avversari della monarchia di essersi mosso solo in seguito al voto del Gran Consiglio, al quale, dunque, sarebbe andato l’effettivo merito della liquidazione di Mussolini, a renderla meno credibile concorre quanto abbiamo detto (e diremo ampiamente piú avanti) sull’atteggiamento del re in quei giorni e, in particolare a proposito del colloquio del 22 tra Vittorio Emanuele III e Mussolini. Sicché se, per un verso, non si può ignorare a priori la testimonianza di Ambrosio (riferendola ovviamente al pomeriggio del 20), per un altro verso, non si può neppure escludere una ipotesi tutta diversa. E cioè che Ambrosio avesse capito dal discorso di Acquarone che il sovrano tentennava ancora o, comunque, che non aveva ancora formalizzato la sua decisione e che proprio questo lo abbia indotto a mutare improvvisamente il proprio atteggiamento verso Mussolini sperando con le sue dimissioni di mettere il re nella condizione di dover almeno cominciare a prendere posizione per lui, ché, arrivate le cose a quel punto, la scelta diventava obbligata. Né, ancora, si può escludere del tutto che cosí facendo Ambrosio sentisse di assolvere un duplice dovere, verso la patria, ma, conoscendo gli umori serpeggianti tra i suoi stessi collaboratori piú giovani (tipico è a questo proposito l’episodio del suo scontro con Castellano350), anche verso la monarchia e la stessa persona del sovrano. Che poi le dimissioni non abbiano avuto formalmente seguito alcuno è tutto sommato di scarso rilievo, dato il precipitare nei giorni immediatamente successivi di tutta la situazione.

1244–1246

Detto questo per completare la messa a fuoco della posizione e del ruolo di Ambrosio, ci sembra di dover ribadire che quanto sappiamo sugli avvenimenti tra il 20 e il 22 luglio non ci pare abbia un valore talmente probante da far ritenere che il re avesse veramente preso la sua decisione già prima del 23 (e l’incertezza sulla effettiva sostanza del suo colloquio con Mussolini della mattina del 22 induce a non escludere a priori che, se decisione vi era stata, poteva esservi stato anche un «ripensamento») e che piuttosto esso lascia intravvedere una situazione ancora fluida. Il che ci porta a concludere che, come già abbiamo detto, il fatto decisivo, quello che veramente indusse Vittorio Emanuele III a muoversi, fu la notizia, prima della convocazione, il 22, del Gran Consiglio per il pomeriggio del 24 (che mise piú di uno in allarme per il timore che dalla riunione potesse uscire qualche «determinazione che ostacoli l’azione che essi auspicavano o tolga l’iniziativa al re»351), poi, dell’approvazione dell’o.d.g. Grandi. E ciò tanto piú che della sostanza dell’operazione che Grandi intendeva condurre il sovrano fu informato il 22 e ancora la mattina del 23 da Federzoni che ne parlò ad Acquarone e ad Ambrosio352. Né a questo proposito si può sottovalutare quanto anni dopo Umberto II avrebbe detto a G. Artieri, e cioè che la decisione di sostituire Mussolini con Badoglio il padre l’aveva presa dopo Feltre, senza però stabilirne con precisione la data e che da questa decisione di massima passò a quella, per cosí dire, esecutiva la mattina del 25 luglio, quando, alle sei, Acquarone lo informò dell’esito della riunione del Gran Consiglio353. Col che tutto il discorso torna al ruolo che nella vicenda del 25 luglio ebbero il Gran Consiglio e Grandi.

1245

Udienze e incontri di Mussolini, Vittorio Emanuele III e Ambrosio nei giorni 20-25 luglio 1943ᵃ.

Giorno Ora Mussolini Vittorio
Emanuele III
Ambrosio
20 luglio
12 Ambrosio Mussolini
17 Acquarone
20,10-20,55 Ambrosio Mussolini
21 luglio
11,30-12,20 Ambrosio Mussolini
20 Ambrosio Mussolini
22 luglio
10,30 Vittorio Emanuele III Mussolini
12,05-12,45 Ambrosio Mussolini
17,30-18,45 Grandi
20,55 Ambrosio Mussolini
23 luglio
8,15 Ambrosio (p. telefono) Mussolini (p. telefono)
10 Federzoni
12,18-12,47 Ambrosio Mussolini
19,43-20,30 Farinacci
20,45-21,15 Ambrosio Mussolini
24 luglio
9 Chierici
10,20 Cerica
11,30 Ambrosio Mussolini
17 Gran Consiglio
19 Cini
25 luglio
9 Badoglio
10 Carboni
10,30 Roatta
12-12,25 Hidaka
12,10-12,45 Ambrosio Mussolini
17 Vittorio Emanuele III Mussolini
18 Badoglio

ᵃ Sono indicati solo gli incontri non di routine o di semplice occasione. Per gli orari ci si è riferiti, quando è stato possibile, a quelli indicati nei fogli delle udienze della Segreteria particolare del Duce che quasi sempre indicano oltre all’inizio anche la fine dell’udienza.

1246–1247

L’importanza di quello di Grandi fu tale che ci pare opportuno, prima di procedere oltre nella nostra ricostruzione, soffermarci un momento su due considerazioni che riteniamo possano aiutare a rendere piú chiari sia la vicenda del 25 luglio sia il rapporto Grandi-Mussolini in questa particolare circostanza.

La prima di queste considerazioni riguarda, ancora, l’atteggiamento di Grandi verso il re. Perse ormai tutte le speranze in una iniziativa promossa da Vittorio Emanuele III, il ruolo che Grandi si assunse fu quello, per dirla con una sua immagine, del Pietro Micca. Con la sua azione egli voleva costringere il re ad agire e lo fece sfruttando l’unica via che in quel momento aveva, il Gran Consiglio, convinto che, oltre tutto, questo fosse lo strumento piú idoneo, non solo per liquidare Mussolini, ma anche per costringere il re ad osare, anche nel caso che Vittorio Emanuele III avesse ritenuto che anccra non fosse giunto il momento o non volesse osare: tutto infatti il sovrano avrebbe potuto accettare, ma non di essere messo costituzionalmente in mora e, per di piú, ad opera degli stessi fascisti. Al tempo stesso Grandi non voleva però né compromettere la monarchia in un eventuale fallimento della sua azione né correre il rischio di pregiudicare il successo della sua iniziativa. Da qui il suo rifiuto, sin dopo la riunione del Gran Consiglio, ad avere contatti non solo con il sovrano ma anche con Acquarone, limitandosi a far avere loro copia del suo ordine del giorno nel momento stesso in cui entrava in Gran Consiglio. Che tutto ciò abbia una logica ci pare indubbio e si potrebbe persino dire che, se solo questi erano gli obiettivi di Grandi, l’operazione gli riuscí perfettamente. Il vero punto è però un altro. Per Grandi – lo si è già detto – la liquidazione di Mussolini doveva sfociare nell’immediata cessazione delle ostilità con gli Alleati e nel capovolgimento del fronte di guerra. Solo cosí, con una sorta di cobelligeranza di fatto ante litteram, accompagnata dalla costituzione di un governo politico di unità nazionale di cui non facessero parte alcun ex ministro di Mussolini né uomini troppo compromessi con il regime, Grandi contava di mettere in difficoltà gli Alleati, che sempre avevano sostenuto che della partecipazione dell’Italia al conflitto era responsabile solo Mussolini e che si sarebbero venuti a trovare improvvisamente nella condizione di aver acquisito un inatteso nuovo alleato contro la Germania, e di indurli a non applicare all’Italia la formula della resa incondizionata e a trattare invece con essa su altre basi. E Grandi, personalmente, si vedeva proprio nelle vesti di chi avrebbe dovuto subito avviare in Portogallo le prime trattative, come, del resto, si attendeva lo stesso Churchill. Ad un capovolgimento del fronte Grandi però sapeva che il re era contrario, sicché si deve pensare che egli sostanzialmente abbia fatto affidamento solo sul fatto che il sovrano si sarebbe dovuto rendere conto (o che i suoi generali glielo avrebbero fatto capire) che la liquidazione di Mussolini o, se non essa, certo la conclusione dell’armistizio con gli Alleati, a cui prima o poi si sarebbe dovuti arrivare, avrebbe certamente provocato «contromisure» tedesche e che, dunque, era meglio prevenirle, sfruttando il fattore sorpresa e il fatto che le forze tedesche in Italia, per quanto già numerose, erano pur sempre meno consistenti di quelle che vi sarebbero state fatte affluire appena avuta la notizia della liquidazione del «duce». Se ciò è vero, bisogna però concludere che Grandi ha peccato sia di ottimismo sia di sottovalutazione. Di ottimismo, nei confronti di Vittorio Emanuele III e della sua capacità di valutare freddamente la situazione e i suoi sviluppi e quindi di osare. Di sottovalutazione, nei confronti di Acquarone, di Badoglio, dei militari, dei quali proprio in quelle giornate decisive si disinteressò completamente (mentre essi seguivano con attenzione ogni suo passo ed ogni sviluppo della situazione) e ai quali lasciò campo libero presso il sovrano.

1247

La seconda considerazione concerne invece il modus agendi di Grandi nei confronti degli altri membri del Gran Consiglio. La narrazione che Grandi ci ha lasciato nel libro sul 25 luglio da lui scritto in Portogallo nel 1944-45354 è – come già abbiamo detto nella introduzione da noi scritta anni orsono per esso – a questo proposito (come a proposito di altre questioni) reticente per un sovrapporsi di stati d’animo ancora vivi ed operanti in lui: da un lato la riconoscenza verso coloro che gli avevano permesso di condurre e di vincere la sua battaglia in Gran Consiglio, da un altro lato il rimorso di avere provocato le loro successive personali sventure e, in alcuni casi, i condannati a Verona, la loro morte. In realtà Grandi preparò e condusse il suo 25 luglio in modo assai piú spregiudicato di quanto appaia dalla sua narrazione. Una spregiudicatezza che richiama alla memoria quella con la quale, quando era ambasciatore a Londra, aveva preso una serie di iniziative all’insaputa di Mussolini e persino contro le sue intenzioni, contando sul fatto che, se fossero andate a buon fine e avesse potuto presentarle come frutto di sue istruzioni, il «duce» le avrebbe fatte proprie.

1248–1249

Quando, il giorno successivo al suo arrivo a Roma, Grandi fece il primo punto della situazione con Federzoni, i due giunsero alla conclusione che tra i partecipanti alla riunione del Gran Consiglio gli elementi sui quali potevano fare sicuro affidamento erano quattro, Bottai, Bastianini, Albini e De Marsico; sette sarebbero stati certamente contrari (Farinacci, Polverelli, Galbiati, Buffarini Guidi, Tringali Casanuova, Frattari e Marinelli); gli altri sedici dovevano essere considerati incerti. In realtà, è nostra convinzione che – con la sola eccezione probabilmente di Federzoni – Grandi personalmente non riponesse piena fiducia in nessuno, neppure in Bottai, che doveva considerare ancora troppo fascista e troppo legato alla convinzione che il corporativismo, il suo corporativismo, fosse il portato nuovo del fascismo, quello che ne faceva o, almeno, ne avrebbe dovuto fare il fatto nuovo del xx secolo. Mettere le carte in tavola, dire quali erano gli obiettivi che si proponeva di raggiungere col suo ordine del giorno, era perciò per Grandi impossibile ed egli doveva esserne pienamente consapevole, tant’è che, il 22 luglio, tenne a dire a Bottai che la restituzione al re dei poteri politici oltre che di quelli militari auspicata dal gruppo Cini sarebbe stata la soluzione risolutiva, ma non si poteva sostenere perché era inaccettabile non solo da Mussolini, ma «da un consesso del tipo dell’attuale Gran Consiglio»355. Andare a dire ai componenti del Gran Consiglio incerti (ma anche ad alcuni dei «sicuri») che con il suo ordine del giorno egli si riprometteva di liquidare Mussolini e con lui il fascismo356 e poi di far guerra alla Germania sarebbe stata follia. Nessuno o quasi era preparato ad una simile soluzione; alcuni pensavano ad una imbalsamazione del «duce», altri volevano aiutarlo ad uscire dall’immobilismo; piú di uno, certo, voleva una riorganizzazione del regime, un allentamento della dittatura in quegli aspetti che lo rendevano meno efficiente e piú inviso, ma da questo a pensare ad una sua liquidazione ce ne correva357; tipica è a questo proposito la reazione di De Bono il 27 luglio, a colpo di stato compiuto: «Noi del Gran Consiglio ci siamo autocastrati. E stupidi, non abbiamo per nulla pensato al da farsi nel caso che Mussolini fosse messo da parte»358; per non dire poi dell’apertura di formali trattative con gli Alleati e del contemporaneo capovolgimento del fronte: persino Bastianini, prima di parlare di trattative, pensava che si dovesse conoscere l’esito dei sondaggi da lui, come vedremo tra poco, avviati e comunque chi era convinto della necessità di uscire dal conflitto pensava che ciò dovesse essere fatto d’accordo con i tedeschi e che solo Mussolini potesse avere la possibilità di indurre Hitler a dare il suo consenso; tipico è il caso di De Stefani che la mattina del 25 si sarebbe recato da monsignor Montini per esprimergli l’opinione che si dovessero aprire subito trattative con Berlino per la «neutralità italiana» e con gli Alleati per conoscere il trattamento che pensavano di riservare all’Italia nel caso di una uscita dal conflitto e, subito dopo, anche da Acquarone per caldeggiare un governo di unità nazionale di cui facessero parte anche «alcuni elementi tra i piú moderati e rappresentativi del fascismo»359. Stando cosí le cose, Grandi – convinto com’era che quella fosse l’occasione decisiva e praticamente l’unica sulla quale poter contare – si mosse dal 21 al 24 luglio e durante la stessa riunione del Gran Consiglio con la massima spregiudicatezza guardando solo al risultato e, per il resto, lasciando che ciascuno interpretasse il suo ordine del giorno e le sue parole come voleva, purché lo sostenesse, anche solo strumentalmente. Questa ci pare, tra l’altro, sia la spiegazione principale dei suoi tentativi di convincere persino Scorza ad aderire al suo ordine del giorno, ché, altrimenti, ci sembra difficile pensare che Grandi non fosse consapevole che il segretario del partito perseguiva tutt’altri progetti, e dell’averlo fatto conoscere, addirittura, il 23, a Farinacci. Anche se in questo quadro costituisce solo un particolare marginale, significativa ci sembra la disponibilità dimostrata da Grandi ad accettare l’adesione di Ciano – che personalmente non avrebbe voluto per motivi politici (ciò che Ciano aveva rappresentato a lungo con la sua politica filotedesca), morali (la sua parentela con Mussolini) e, aggiungiamo noi, personali (la loro sorda inimicizia) – non appena l’ex ministro degli Esteri si disse disposto a sottoscrivere il suo ordine del giorno e Bottai appoggiò la richiesta. E, del resto, una conferma indiretta di questa nostra opinione la si può trovare in quanto anni dopo avrebbe scritto Federzoni: «non so, a dire il vero, se tutti i sottoscrittori avessero ancora un chiaro concetto dei possibili effetti politici di ciò che stavamo per fare»360.

1249–1250

In un certo senso, si può dire che, se di lealtà si può parlare per questo genere di cose e in circostanze, per di piú, tanto drammatiche, fu con Mussolini che Grandi si dimostrò piú leale. E non solo perché gli era necessario per non suscitare nel «duce» sospetti tali da far correre a tutta l’operazione il rischio di essere fatta abortire sul nascere e per dimostrare agli incerti (e non solo a loro) che il suo ordine del giorno non si prefiggeva propositi eversivi nei confronti di Mussolini (ché questo, in ultima analisi, era ancora per molti la chiave di volta, psicologica ancor prima che politica, del loro atteggiamento, come dimostrano, tra l’altro, i due ripensamenti di Suardo, in sede di votazione, e di Cianetti, la mattina dopo), ma anche per il sopravvivere in lui, ancora nel momento dello scontro decisivo, di una sorta di rispetto, di riconoscenza e di attaccamento, se non piú per il capo e lo statista, almeno per l’uomo, che può essere capito rifacendosi solo ai loro precedenti rapporti e che traspare chiaramente dalle pagine di alcuni degli ultimi scritti dello stesso Grandi361.

1250–1251

Dopo quanto già detto, entrare qui in ulteriori dettagli su tali rapporti è impossibile. Ciò che si può dire è che se Mussolini diffidava e in una certa misura aveva pressoché sempre diffidato di Grandi e del suo modo di concepire il fascismo (e talvolta era stato anche geloso dei suoi successi politici e personali), al tempo stesso lo stimava e lo considerava di una stoffa diversa da quella degli altri suoi collaboratori, tanto è vero che, pur non condividendo del tutto certe sue posizioni ed iniziative e dissentendo tout-court da alcune di esse, non si privò mai della sua collaborazione, ricorrendo al massimo all’espediente di spostarlo ad un certo momento da un settore di attività ad un altro e di vietargli tassativamente di occuparsi ulteriormente di quello dal quale lo allontanava. E lo stesso discorso vale sostanzialmente anche per Grandi. La sua concezione del fascismo (da lui inteso come «democrazia in potenza» da cui sarebbero dovute scaturire, quando esso avesse compiuto il suo «compito restauratore», «nuove unità politiche» capaci di conciliare la «socialità» e la «nazione») non era certo quella di Mussolini e, specie dal 1931-33 in poi, i punti di dissenso rispetto sia alla politica interna sia a quella estera del «duce» erano via via andati aumentando in lui. Ciò non toglie che Grandi avesse continuato a considerare Mussolini un «grande uomo» dotato di un’eccezionale carica umana e in grado di costituire un mito (senza il quale «non si crea la storia») e, dunque, necessario in quel momento storico all’Italia e – pur conoscendo bene i suoi limiti caratteriali e intellettuali – aveva continuato ad ammirarlo, servirlo e, tutto sommato, amarlo. Sicché anche quando gli aveva disubbidito e aveva preso delle iniziative personali in contrasto con la sua politica (e soprattutto come ambasciatore a Londra le sue «disobbedienze» erano state parecchie: quando, in occasione della rimilitarizzazione della Renania, si era schierato contro la Germania in cambio della tacita rinuncia inglese a estendere le sanzioni all’Italia; quando, pur di aprire la strada al riavvicinamento tra Roma e Londra, aveva accettato il principio del ritiro dei «volontari» italiani dalla Spagna; quando aveva provocato l’appello di Chamberlain a Mussolini che aveva reso possibile la conferenza di Monaco), lo aveva fatto contando sí sulla propria conoscenza della psicologia di Mussolini e, dunque, sulla quasi certezza di fargli accettare le sue iniziative attribuendogli tutto il merito del loro successo, ma con l’idea di servirlo meglio, di aiutarlo a non commettere quegli errori ai quali lo portavano il suo carattere e la sua fiducia nella sua buona stella («fu diffidente di tutto meno che della sorte» avrebbe scritto in Ecco Mussolini) e nel suo «fiuto» politico, non con quella di mettergli i bastoni tra le ruote.

1251–1252

Mussolini, nella Storia di un anno362, scrisse che quando il 22 luglio «nel pomeriggio il Duce ricevette Grandi, il quale gli consegnò il volume del non intervento nella guerra civile di Spagna, il Grandi sfiorò diversi argomenti, ma non disse nulla su quanto maturava». Scorza, a sua volta, ha scritto363 che, quando interrogò Mussolini sul suo colloquio con Grandi, si sentí rispondere che il presidente della Camera non gli aveva parlato né del suo ordine del giorno né della situazione nazionale, ma solo dei codici e del libro sulla Spagna, e che lui non aveva ritenuto opportuno dovergliene accennare. È possibile che Mussolini abbia dato questa risposta a Scorza, non è, invece, possibile credere a quanto scrisse nella Storia di un anno. A rendere incredibile tale affermazione basta il foglio delle udienze di Mussolini compilato dalla sua Segreteria particolare364: l’udienza, prevista di quindici minuti, dalle 17,30 alle 17,45, si protrasse in realtà sino alle 18,45 e in anticamera, ad aspettare, non c’era solo il capo della polizia, ma, dalle 18, anche il maresciallo Kesselring...: per parlare, in quel momento, del solo libro di Grandi sulla politica italiana di non intervento in Spagna ed eventualmente anche dei codici, una udienza incredibilmente lunga. E, del resto, la smentita piú autorevole viene dallo stesso Mussolini, che nei Pensieri pontini e sardi aveva in precedenza annotato365:

Poiché Grandi in una delle sue lettere a Scorza aveva menzionato la necessità di una «unione sacra», feci chiamare Grandi per chiedergli di quale «unione sacra» intendesse parlare; se, cioè, pensasse di richiamare in vita i vecchi partiti che avevo soppresso ed i loro capi. Mi disse che pensava all’«unione sacra» di tutti gli italiani per togliere alla guerra il suo carattere di partito. «È il momento, – affermò, – che si finisca di dire che questa è la guerra di Mussolini. Questa è la guerra di tutti. È ora che la Corona esca dal suo riserbo. Il territorio nazionale ha subito una invasione e la Corona non parla. Essa si sottrae al suo dovere. Deve assumere le sue responsabilità. Questa è anche e soprattutto la guerra di Vittorio Emanuele III. Il paese vuole che la Corona esca dal suo atteggiamento riservato e che la guerra assuma perciò il suo carattere nazionale».

Gli spiegai che in tutte le guerre si formano due partiti: quello di coloro che vogliono la guerra e quello di coloro che non la vogliono. La guerra del 1915-18 fu chiamata la guerra degli «interventisti»; quella di oggi la guerra dei fascisti. Unioni sacre fra elementi opposti sono impossibili. Lo dimostrano i tentativi francesi. In Francia, ad un certo momento, Clemenceau si levò al di sopra dell’«unione sacra». Il colloquio si svolse in forma cordiale. Ma ebbi la chiara sensazione che quell’uomo stesse già sull’altra sponda. Si trovava già dall’altra parte della barricata.

1252

Secondo Mussolini, questo colloquio si sarebbe svolto nella settimana tra l’11 e il 18 luglio; nella successiva e, piú precisamente, «nei primi giorni della settimana dal 18 al 25 luglio», egli avrebbe rivisto ancora Grandi addirittura altre due o tre volte. Una volta Grandi gli avrebbe detto che Scorza lo aveva «deluso» e «non gli piaceva» e un’altra volta lo avrebbe scongiurato di non convocare il Gran Consiglio. Poiché dalle carte della Segreteria particolare di Mussolini risulta senza ombra di dubbio che Grandi fu ricevuto dal «duce» solo il 22 luglio, si deve pensare o che Mussolini attribuisse a colloqui diretti cose riferitegli da Scorza o da altri, o che confondesse colloqui con conversazioni telefoniche o che – cosa tutt’altro da escludere dato l’uomo e il particolare momento psicologico in cui scriveva – infiorettasse il quadro con qualche elemento di fantasia polemica. Ciò che, comunque, è certo, è che un colloquio «politico» tra lui e Grandi ci fu e che è a questo che Mussolini si riferiva nei Pensieri pontini e sardi, anche se, per errore di memoria o scientemente, lo retrodatava di alcuni giorni.

Stabilito questo e poiché Grandi già il 21 aveva dato a Scorza copia del suo ordine del giorno (nel testo non definitivo, che fu messo a punto successivamente con l’apporto anche di Bottai e De Marsico, ma nella sostanza analogo a quello poi presentato) e questi l’aveva portato a conoscenza di Mussolini366, come Grandi era sicuro avrebbe fatto, ci pare che il senso della nostra affermazione sia chiaro: nei limiti del possibile, Grandi non volle che il suo operato assumesse il carattere di una congiura alle spalle di Mussolini e, forse, volle dargli addirittura una chance per uscire di scena salvando in qualche modo la faccia, ché, infatti, Grandi conosceva troppo bene Mussolini e la sua sensibilità politica per non capire che egli si rendeva pienamente conto di cosa lo aspettava se l’ordine del giorno Grandi avesse raccolto la maggioranza.

1253

Nel diario di Bottai si legge questa affermazione che illustra bene lo stato d’animo e la posizione politica del suo autore poche ore prima l’inizio della seduta del Gran Consiglio367:

Tra poche ore bisognerà riscattarsi da tutto ciò; e riscattare tutto ciò con un taglio netto. Sta a Mussolini prendere posizone di qua o di là del taglio, o per un’estrema rigenerazione del Fascismo in una comunione aperta e sincera con la Nazione, o per una rimessa a questa delle sue sorti. Se egli vorrà mettersi di traverso, il taglio della decisione passerà su di lui con l’inesorabilità d’una conclusione fatale.

Diversa nell’animus politico e nelle prospettive auspicate, la posizione di Grandi non doveva però essere diversa per quel che concerneva personalmente Mussolini.

* * *

A questo punto le tessere del mosaico del 25 luglio ci sono ormai tutte salvo una: quella in un certo senso piú importante: Mussolini.

«La guerra è perduta... anche il re dice che bisogna fare la pace... tutti lo dicono... ma come fare?» In un momento di particolare depressione Mussolini si lasciò andare a questa drammatica ammissione con il suo vecchio medico professor Cesa-Bianchi che la riferí alla moglie di Alberto Pirelli il 27 o il 28 maggio 1943368. Non è però da escludere che essa risalisse a qualche settimana, forse ad un mese prima. Ché infatti a questa amara conclusione Mussolini doveva essere giunto, se non dopo lo sbarco anglo-americano nel Nord Africa – che però dovette nell’intimo cominciare a fargliela balenare – dopo il secondo convegno di Klessheim, quello del 29-30 aprile, allorché apparve che le valutazioni del tutto negative che Roma aveva dato dell’atteggiamento tedesco dopo il primo – quello del 7-8 aprile369 – non potevano che essere confermate e, se possibile, in termini anche piú drastici, essendo ormai chiaro che gli aiuti che i tedeschi avrebbero dato all’Italia sarebbero stati molto inferiori al necessario, che Berlino non aveva alcuna intenzione di accettare veramente il punto di vista italiano a proposito della necessità di dare un contenuto «positivo» ai vaghi (e per di piú smentiti quotidianamente dalla realtà della politica tedesca nei paesi occupati) discorsi sull’«Ordine nuovo» e sulla «Nuova Europa» sin lí fatti e, soprattutto, che Hitler non era menomamente disposto a rivedere la propria strategia politica della guerra ma, al contrario, era sempre deciso a condurre a fondo la guerra all’est e a mettere l’Urss fuori combattimento.

1254–1255

Agli aiuti tedeschi Mussolini annetteva grande importanza, ma capiva anche che, da soli, non avrebbero rappresentato per l’Italia altro che un fatto di sopravvivenza, non ne avrebbero cioè risolto la situazione e avrebbero accentuato la sua dipendenza, il suo infeudamento alla Germania. Quanto alla strategia che Bastianini avrebbe voluto costruire attorno alla vagheggiata «Carta d’Europa» e a una solenne delineazione in positivo della «Nuova Europa», Mussolini – lo abbiamo già detto – non ci credeva: se essa mirava ad un rafforzamento interno dell’Europa, per un verso, arrivava tardi, per un altro, non sarebbe mai stata accettata da Berlino; se, invece, doveva servire a rendere meno gravoso il prezzo che l’Italia (e con essa l’Ungheria, la Romania e, forse, la Bulgaria) avrebbe dovuto pagare per uscire dalla guerra, ad accettare l’idea di doversi riconoscere vinto Mussolini non si era ancora rassegnato. La sua vera carta, quella sulla quale ormai puntava tutto, era la fine della guerra all’est o, almeno, la stabilizzazione difensiva del fronte orientale (il cosiddetto «vallo orientale») e il trasferimento nel Mediterraneo del baricentro della guerra dell’Asse per giuocarvi l’ultima e decisiva partita.

Né questa, ad onor del vero, era una idea dettatagli solo dalla disperazione, dal sentire l’approssimarsi della fine e dal volersi ancora illudere. Si può discutere quanto essa fosse effettivamente realistica; uno dei massimi politologi e teorici delle relazioni internazionali, R. Aron, per esempio, ha vigorosamente sostenuto la tesi della impossibilità di una pace separata tra Germania e Unione Sovietica370; ma non si può né prenderla, per cosí dire, sotto gamba, né – come in pratica tutti gli studiosi hanno sin qui fatto – ridurla, per quel che riguarda Mussolini, a un mero espediente, tutto strumentale che dimostrerebbe solo quanto il «duce» avesse ormai perduto ogni capacità di giudicare realisticamente la situazione e si aggrappasse ad essa per dare l’impressione a chi gli stava intorno di avere ancora una volta la soluzione «in tasca» e per rinviare cosí nel tempo decisioni ben piú realistiche che non voleva rassegnarsi a prendere.

Tutta una serie di fatti sta del resto a dimostrare che l’idea di un possibile secondo accordo – sia pure questa volta in condizioni ben diverse dal primo – tra Germania e Urss, tra nazionalsocialismo e bolscevismo, non era certo un parto solo della mente di Mussolini, ma, al contrario, una idea diffusa, che suscitava timori e speranze, era presa in seria considerazione ai massimi livelli della politica internazionale, a Londra e a Washington come a Tokyo, e sulla base della quale vi furono anche contatti diretti ed indiretti tra tedeschi e sovietici, sui quali già molto si sa371, ma molto rimane ancora avvolto nel mistero. Ché l’affiorare in questi ultimi anni, grazie alla glasnost gorbacioviana, di qualche ammissione da parte sovietica (dopo decenni di totale silenzio e di arroganti smentite) non è certo sufficiente a far completa luce su di essi ed è rimasto sino ad ora limitato a un solo caso concreto e, per di piú, verificatosi nell’ottobre 1941, in un momento cioè in cui per i sovietici la catastrofe sembrava alle porte. Ci riferiamo al caso dell’incarico dato il 5 ottobre di quell’anno da Stalin a Berija di cercare un contatto con Berlino per concludere una pace sulla base della cessione delle tre repubbliche baltiche annesse dall’Urss in forza del patto con Hitler di due anni prima, della Bielorussia, della Moldavia e di parte dell’Ucraina. Un passo che non ebbe seguito, pare, perché Hitler – ormai sicuro della vittoria – l’avrebbe considerato una iniziativa personale, all’insaputa di Stalin, di Berija e lo lasciò quindi cadere372, ma che per noi presenta un particolare interesse poiché Berija si serví dell’ambasciatore bulgaro a Mosca Stamenov come tramite per far conoscere a Hitler la proposta, sicché viene naturale pensare che, data la parentela tra re Boris e Vittorio Emanuele III, non è improbabile che dell’avance sovietica Roma dovette saperne qualche cosa e perché fu proprio sullo scorcio del 1941 che, nonostante i toni trionfalistici dei comunicati tedeschi, Mussolini cominciò a mostrare le prime preoccupazioni per il prolungarsi della guerra all’est, a voler essere meglio informato sull’effettiva situazione militare sul fronte orientale, sullo sforzo che essa richiedeva ai tedeschi e a non nascondere il suo favore e il suo interesse per le prime vaghe voci provenienti da Tokyo circa la possibilità di una pace separata tra l’Asse e l’Urss favorita dai buoni uffici giapponesi373.

1255–1256

Da parte tedesca, all’inizio, a guardare con simpatia alla possibilità di una pace con l’Urss era stata soprattutto una parte dei vertici militari, preoccupati per l’imprevisto e via via piú drammatico costo di sangue, mezzi ed energie (e per le possibili ripercussioni interne di esso) che le operazioni all’est comportavano e per lo slittamento nel tempo – e, dall’inverno 1942-43, la sempre maggiore incertezza sulla effettiva possibilità di realizzarla – della tanto sospirata vittoria. E ciò tanto piú che alcuni di essi, come von Manstein374, non consideravano impossibile un accordo tra le «due rivoluzioni». Ad essi si erano presto aggiunti vari politici, anche di primissimo piano, che però non avrebbero mai osato contrastare apertamente il Führer, ma che, proprio per questo, piú tempo passava, piú vedevano di buon occhio i tentativi italiani e in particolare quelli di Mussolini per convincere Hitler ad assumere un atteggiamento piú realistico375. E tanto piú che nello stesso senso premevano anche i giapponesi e – cosa ancor piú importante e che bene ha messo in luce A. Hillgruber376 – dalla fine del 1942 i sondaggi di pace russi presero a moltiplicarsi e a farsi piú stringenti e, dunque, non piú ignorabili neppure da parte di Hitler che, volente o nolente, autorizzò che fossero stabiliti opportuni «canali» con agenti sovietici (soprattutto a Stoccolma, ma anche in Turchia) e che si addivenisse addirittura ad incontri segreti ad altissimo livello, come fu il caso di quello nel giugno 1943 tra von Ribbentrop e Molotov presso Kirovograd377.

1256–1257

Il fatto che Stalin ancora dopo Stalingrado pensasse ad una pace con Hitler potrà meravigliare molti lettori abituati ad una certa visione di maniera della seconda guerra mondiale e nella fattispecie dell’atteggiamento sovietico verso la Germania nazista. La verità è che Stalin era «un calcolatore estremamente disincantato e realistico»378 per il quale le motivazioni, le pregiudiziali ideologiche erano importantissime come strumenti di potere (all’interno) e di potenza (all’estero), ma erano del tutto secondarie – per non dire, con Ortega y Gasset379, un mero camouflage – rispetto al nucleo forte della sua cultura e della sua visione politica tipicamente russe. Da qui il suo sostanziale comportarsi da russo e in funzione solo ed esclusivamente degli interessi della grande Russia, di una realtà e di un mito che affondavano le loro radici profonde nella storia nazionale russa, nella sua cultura tradizionale, nella sua sensibilità, antropologica e geopolitica380. La vittoria conseguita a Stalingrado, per importante che fosse sotto il profilo militare (e, forse, ancor piú sotto quello politico, di prestigio, propagandistico) non poteva essere ancora considerata decisiva. L’Armata rossa e l’economia sovietica non solo non si erano ancora veramente riprese dai colpi inferti loro nel primo anno di guerra, né, nonostante la brutalità del regime di occupazione tedesco, si erano completamente sopiti i fermenti anticomunisti (vivi soprattutto tra i contadini) e nazionali che, al momento dell’attacco tedesco, avevano minacciato di distruggere dall’interno la compagine dell’Unione Sovietica, ma, ciò che piú conta, Stalin si rendeva conto che, anche se avesse vinto (e la cosa non era ancora sicura, data la perdurante incertezza sulle reali intenzioni del Giappone), «alla fine della guerra l’Unione Sovietica si sarebbe trovata totalmente esaurita, mentre gli Usa sarebbero stati in grado di dettare le condizioni di pace in quanto potenza “imperialistica” di gran lunga piú forte»381. E ciò tanto piú che Stalin era e fu a lungo convinto – almeno sino allo sbarco anglo-americano in Francia nel giugno 1944 – che gli Alleati si proponessero, ritardando l’apertura del «secondo fronte» e inviandogli, secondo lui, meno aiuti di quelli che avrebbero potuto fornirgli e che egli chiedeva loro, proprio questo obiettivo. Stante questa situazione militare e questa prospettiva per il futuro, al realismo russo di Stalin (a quello stesso realismo russo che il 15 maggio 1943 lo indusse a sciogliere l’Internazionale comunista pensando di rassicurare cosí il mondo e i governi democratici circa le sue intenzioni future) trovare un compromesso con Hitler che ristabilisse, alla fine del 1942 – inizi del 1943, la situazione del 1939-41 (eventualmente anche con qualche ritocco a vantaggio della Germania) ovvero, nell’autunno-inverno del 1943, quando l’andamento del conflitto si era fatto piú favorevole all’Urss, quella del 1914 appariva una soluzione necessaria. Concludere la pace con Hitler voleva infatti dire in quei frangenti per l’Unione Sovietica conseguire almeno tre risultati fondamentali. Primo: scongiurare il rischio, ancora reale, di una sconfitta e potersi dedicare alla ricostruzione e al potenziamento della propria economia e del proprio apparato militare. Secondo: «permettere, – come ha scritto Hillgruber382, – all’esercito tedesco, complessivamente ancora intatto malgrado la gravità dei singoli rovesci subiti, di sganciarsi dall’Unione Sovietica e di operare una riconversione verso occidente, in modo da intensificare al massimo la guerra contro inglesi e americani». Terzo: cercare di concordare con la Germania nuove sfere di interesse che, secondo come si fosse concluso il conflitto, avrebbero potuto costituire o dei punti di riferimento per la definitiva sistemazione delle rispettive egemonie o delle merci di scambio, delle posizioni avanzate dalle quali ritirarsi senza dover cominciare a difendere l’«impero» già nelle sue frontiere.

1257–1258

In Hitler le motivazioni ideologiche al contrario avevano spesso il sopravvento sul realismo; la sua posizione di fronte ai ripetuti sondaggi sovietici e alle pressioni esercitate su di lui da certi suoi collaboratori e da alcuni dei suoi alleati, come Antonescu e soprattutto Mussolini, per indurlo a concludere la pace con l’Urss difficilmente può però essere tacciata di ideologismo. Se questo, a un certo momento, prese il sopravvento, fu quando la sconfitta divenne per lui una prospettiva sempre piú incombente. Fu allora che Hitler finí per concepire la guerra nel suo insieme e quella all’est in particolare in una prospettiva tutta e solo ideologica: di fronte alla «sconfortante» dimostrazione che il popolo tedesco era «moralmente troppo debole» per comprendere che per la Germania il dilemma, l’alternativa storica, era «o potenza mondiale o la fine» e per comportarsi, lottare in conseguenza, ciò che, almeno, doveva realizzarsi era quella che lui considerava la sua vera «missione storica»: la «liberazione» dell’Europa dalla «peste giudaica» (di cui il bolscevismo era per lui uno dei prodotti e degli strumenti)383. Da qui il suo respingere l’idea di una pace con l’Urss e insistere all’est in una «strategia di contenimento», sacrificando ad essa gran parte dell’esercito tedesco e rinunciando ad azioni su altri fronti, che, se non avrebbero certo potuto capovolgere le sorti della guerra, avrebbero forse potuto renderne possibile un epilogo parzialmente diverso; e tutto ciò per avere il tempo di rastrellare la massa degli ebrei russi e di avviarli verso i campi di sterminio. All’inizio le obiezioni di Hitler a chi caldeggiava una pace con Stalin furono però di un realismo difficilmente contestabile. A Ciano, che – come vedremo tra poco – il 18 dicembre 1942 gli aveva trasmesso la richiesta di Mussolini, e, meno di un mese dopo, al maresciallo Antonescu rispose adducendo essenzialmente due argomenti: che ai russi sarebbero bastati sei mesi per riorganizzare le loro forze, sicché «risorgerebbe una nuova potenza russa, contro la quale quindi la Germania dovrebbe combattere di nuovo» e che non esisteva «una sola linea [di frontiera] sulla quale Germania e Unione Sovietica possano accordarsi riguardo alle rispettive necessità di approvvigionamento di derrate alimentari e di materie prime» e spiegò loro la profonda differenza tra la situazione dell’Europa centrorientale alla fine del 1918 e quella che si sarebbe determinata nel caso di una sconfitta dell’Asse: allora la Russia era stremata e il suo crollo militare aveva determinato un vuoto nel suo «spazio» e il sorgere e il rafforzarsi di stati che avevano riempito tale vuoto, il che aveva permesso di tamponare in qualche modo la situazione; ora questa sarebbe stata invece caratterizzata dall’esistenza di un potente impero bolscevico, altamente industrializzato, ricco di materie prime e di enormi masse umane che avrebbe perseguito con energia i tradizionali obiettivi espansionistici della Russia in Europa384.

1258–1259

Piuttosto che su una pace separata con l’Urss, Hitler, fedele in questo ai tradizionali schemi interpretativi della politica internazionale dell’età guglielmina, puntava se mai su una rottura dell’alleanza tra i suoi nemici; in particolare tra Gran Bretagna e Usa (per la politica di sgretolamento e di surrogazione dell’impero britannico perseguita dagli americani) e in via subordinata tra Gran Bretagna e Urss (per il controllo dell’India) e tra l’Urss e gli Alleati, ma su questa solo in un secondo tempo, dopo la conferenza di Teheran di fine novembre 1943385.

1259–1260

Che i rapporti tra Londra e Washington da una parte e Stalin dall’altra non siano stati nel 1941-43 e, in definitiva, ancora dopo lo sbarco alleato in Francia né facili né limpidi è un fatto, cosí come è un fatto che una delle loro principali caratteristiche fu a lungo (né la cosa può meravigliare se si pensa alle reazioni provocate in occidente dal patto germano-sovietico del 1939, ai progetti anglo-francesi di attaccare l’Urss approntati durante la drôle de guerre e non attuati solo per il sopravvenire dell’offensiva tedesca contro la Francia, all’atteggiamento antisovietico di vasti settori dell’opinione pubblica americana e il suo perdurare ancora per parecchio tempo dopo l’attacco tedesco all’Urss, ai sospetti e ai timori suscitati in Stalin dal «caso Hess» e agli ambigui rapporti tra Mosca e Tokyo) il reciproco sospetto e, da parte alleata e soprattutto americana, la sfiducia prima e l’incertezza poi circa le effettive possibilità dei sovietici di tenere testa ai tedeschi. Una sfiducia che per un anno circa pesò soprattutto notevolmente sull’atteggiamento di Roosevelt e contribuí a trattenerlo dall’impegnarsi, come invece Stalin richiedeva senza mezzi termini («finché su queste due questioni fondamentali non ci sarà un accordo», aveva scritto sin dall’8 novembre 1941 a Churchill386, «mancherà nelle relazioni anglo-sovietiche non solo la chiarezza, ma, per dirla apertamente, anche la fiducia reciproca»), «sugli obiettivi di guerra e sulla regolamentazione della pace dopo la guerra», cioè sulle future acquisizioni territoriali sovietiche. Per non dire della convinzione che, come si è visto, Stalin continuò a nutrire almeno sino all’estate del 1944 – anche quando cioè si era ormai dovuto ricredere sull’effettivo atteggiamento di Roosevelt nei suoi confronti – che americani e inglesi ritardassero scientemente l’apertura del «secondo fronte» per costringere l’Urss a logorare il piú possibile le sue forze e cosí farla arrivare esausta alla fine del conflitto.

Che questo sospetto fosse infondato è fuor di dubbio. Una intenzione del genere non poteva certo essere attribuita a Roosevelt387, che avrebbe addirittura voluto lo stabilimento di una testa di ponte in Francia già nell’autunno 1942 proprio allo scopo di alleggerire in qualche modo la pressione tedesca contro la Russia e che se non inviò all’Urss maggiori aiuti di quelli, notevolissimi, che pure gli Usa le fornirono non fu perché pensasse al dopoguerra, ma per l’oggettiva difficoltà di trasportarli e per la necessità di realizzare e insieme modificare a vantaggio dell’Aeronautica e della Marina il programma di riarmo (il «Victory program») varato nel luglio 1941 ipotizzando uno svolgimento delle operazioni che non prevedeva che a sostenere lo sforzo bellico maggiore contro la Germania potesse essere l’Unione Sovietica. Il massimo «machiavellismo» attribuibile agli americani è il loro voler essere sicuri, prima di modificare radicalmente i loro piani e di impegnarsi a fondo anche in Europa, invece di concentrare per il momento il grosso del loro potenziale bellico contro il Giappone, che l’esercito russo fosse in grado di resistere sino all’inverno 1942-43 e di costituire – grazie anche agli aiuti alleati – con la primavera successiva una forza reale, tale da permettere agli anglo-americani di attaccare da sud la «fortezza europea»388.

1260–1262

Né, a ben vedere, il sospetto di Stalin aveva maggior fondamento per quel che riguardava Churchill. Il fatto che il premier britannico si adoperò perché fosse accantonata l’idea (oltre tutto militarmente assai rischiosa) di costituire una testa di ponte d’alleggerimento in Francia e si procedesse invece all’occupazione del Nord Africa e quindi all’attacco all’Italia (a cominciare dalla Sicilia e non dalla Sardegna, come avrebbero preferito gli americani, cosí da evitare che essi potessero in un secondo momento riproporre uno sbarco d’alleggerimento nella Francia meridionale che avrebbe inevitabilmente annullato o depotenziato il proseguimento dell’azione contro l’Italia) e che questo comportasse il rinvio al 1944 dell’apertura del vero «secondo fronte», non deve infatti indurre a credere – come faceva Stalin – che Churchill si proponesse di scaricare il piú a lungo possibile l’onere maggiore della guerra sui sovietici. Non potendo l’Inghilterra pensare, al contrario degli Usa, di poter a guerra finita esercitare ancora il ruolo di potenza mondiale e di avere una propria strategia globale, per Churchill ciò che infatti piú contava era di contenere la futura spinta sovietica nel sud-est europeo e di tutelare al massimo i vitali interessi, l’egemonia dell’Inghilterra nel Mediterraneo. In questa logica, per lui l’optimum sarebbe stato far accettare a Roosevelt l’idea di un’azione anche nei Balcani che affiancasse quella contro l’Italia e tagliasse la strada verso il Mediterraneo ai sovietici. Piú in là di questo Churchill non pensava però assolutamente di andare. Caratteristico è a questo proposito l’atteggiamento che tenne quando furono scoperte le fosse di Katyn. Da quel realista che era, non voleva menomamente correre il rischio di mettere in pericolo l’esito finale del conflitto, sia lasciando che l’Urss si indebolisse troppo nella lotta contro i tedeschi e ciò potesse indurre il Giappone ad attaccarla alle spalle, sia drammatizzando i rapporti con Stalin, di cui anzi – proprio perché non si fidava e lo considerava capace anche di un renversement des alliances (e aveva notizie dei suoi sondaggi di pace con la Germania), ma ne aveva capito meglio di qualsiasi altro la torbida psicologia – teneva ad atteggiarsi ad interlocutore spregiudicato e possibilista, ma che contrattava tutto sulla base della forza reale a sua disposizione (si pensi alle famose percentuali concordate tra loro a Mosca nell’ottobre del 1944 a proposito delle future influenze nei paesi dell’Europa centrorientale389), cosí da evitare che Roosevelt – che, superate le iniziali incertezze, considerava la collaborazione con l’Urss nel dopoguerra il cardine della propria politica, attribuiva grande importanza alla partecipazione sovietica, conclusa la guerra in Europa, alle operazioni contro il Giappone e, piú in genere ancora, tendeva a non impegnarsi eccessivamente nelle questioni relative al vecchio continente, di cui non capiva l’importanza – concedesse a Stalin piú di quanto con questo suo atteggiamento «spregiudicato e possibilista» egli finiva per concedergli390.

1262

Che Stalin sbagliasse nel giudicare i propositi degli Alleati contava però poco o nulla, sia perché in certe situazioni l’apparenza finisce spesso per essere piú importante della realtà, sia per il suo carattere estremamente sospettoso e il suo realismo, per il quale le ideologie non avevano effettiva importanza se non in funzione del suo personale potere e degli interessi nazionali russi, sia, infine, perché i suoi sospetti verso gli Alleati, e che questi ben conoscevano, costituivano un potente strumento di pressione politica su di essi e, al tempo stesso, rappresentavano una sorta di garanzia per coloro ai quali indirizzava i suoi sondaggi di pace (dei quali Washington e Londra erano in qualche misura informati dai propri servizi segreti) e di disco verde per coloro – giapponesi in testa – che puntavano su una rottura della coalizione «antifascista» e ad una pace separata tra Germania e Unione Sovietica. Il che spiega e questi sondaggi di pace – in parte sinceri, dettati cioè dai sospetti e dalla insoddisfazione di Stalin verso gli anglo-americani, in parte strumentali, per indurli cioè ad impegnarsi maggiormente in Europa e ad essere piú cedevoli di fronte alle sue richieste – e, piú in generale, le difficoltà e la scarsa limpidezza che caratterizzarono i rapporti tra gli Alleati e l’Urss e che, per quel che qui ci interessa piú direttamente, ebbero il loro momento di maggior difficoltà attorno alla conferenza di Casablanca (14-26 gennaio 1943), alla quale Stalin rifiutò di partecipare adducendo l’impossibilità di allontanarsi dalla Russia mentre era in corso la battaglia di Stalingrado391.

Che si trattasse di una scusa e che, rifiutando di incontrarsi con Roosevelt e Churchill, Stalin volesse sottolineare il suo scontento per la loro politica e per la decisione di fare del Mediterraneo il centro dell’impegno militare alleato, invece di aprire il «secondo fronte», e di portare la guerra non al cuore, ma alla periferia del sistema hitleriano fu subito chiaro a tutti. Basta per rendersene conto un esame anche sommario della documentazione diplomatica e persino della stampa del tempo, di quella neutrale soprattutto, ma anche di quella anglo-americana e, addirittura, di quella dei paesi del Tripartito.

1263–1264

Come abbiamo detto, Mussolini aveva cominciato a nutrire le prime preoccupazioni per l’andamento della guerra all’est alla fine del 1941, quando fu evidente il fallimento dei piani di Hitler per liquidare la partita con i russi prima dell’arrivo dell’inverno e che, quindi, tutto era nel migliore dei casi rinviato all’anno successivo se non addirittura al 1943-44 ché, come Göring ammise nell’incontro che ebbe con Mussolini il 28 gennaio a palazzo Venezia392,

l’anno 1942 mette la Germania dinnanzi al compito di effettuare la liquidazione della Russia in modo che questo paese sia eliminato come pericoloso fattore di potenza,

ma

in considerazione però della vastità del territorio russo, forse anche nel 1943 non si potrà arrivare agli Urali.

Né questa era l’opinione solo di Göring. Col gennaio 1942 tutte le notizie e le valutazioni sull’andamento delle operazioni erano infatti concordi nel prospettare la situazione in termini via via piú pessimisti: contrariamente a quello che Hitler e l’OKW avevano ritenuto, l’esercito sovietico si era dimostrato «un potentissimo apparato militare» con buoni ufficiali e soldati consapevoli di combattere per difendere la loro patria; nonostante le enormi perdite loro inflitte e la vastità dei territori occupati, in giugno, quando sarebbe stato possibile riprendere le operazioni offensive in grande stile, «per farla finita con questi russi», sarebbe stato necessario – come il generale delle SS Sepp Dietrich annunciò ad Alfieri pochi giorni prima che il «duce» parlasse con Göring393 – che non solo i tedeschi, «ma tutta l’Europa» si impegnasse a fondo.

A fine anno Hitler – lo abbiamo già detto – facendo il punto della situazione, aveva scritto a Mussolini di considerare «il totale annientamento» dell’esercito russo «una delle piú decisive premesse per la definitiva vittoria di questa guerra» e si era detto «fermamente convinto» che il nuovo anno avrebbe portato con sé «il crollo definitivo del mostro bolscevico»394. Quattro mesi dopo, quando i due si incontrarono a Salisburgo, il Führer era stato meno drastico:

1264–1265

il bolscevismo – aveva detto395 – sarà battuto. Lo scopo è di annullarlo come potenza militare anche se rimarrà come fronte piú o meno lontano... Poche forze basteranno a difendere questo fronte in posizioni che saranno preparate. Tutta la massa tornerà a gravitare verso occidente, contro gli anglosassoni. Può darsi che la Gran Bretagna, convinta che non può vincere, chiederà di trattare.

Ciò nonostante non pare che Mussolini, pur propendendo nell’intimo per una pace separata, avesse sollevato la questione: arrivate le cose a quel punto, gli era dovuto sembrare che l’unica cosa da fare fosse attendere l’esito dell’offensiva tedesca di primavera. Né si era mosso – nonostante l’armata italo-tedesca in Africa fosse costretta a segnare il passo davanti a El Alamein – in estate, quando era apparso evidente che, pur avendo i tedeschi conseguito notevolissimi successi, nulla autorizzava per quel che concerneva l’esito complessivo e la durata della lotta previsioni ottimistiche. Come Alfieri riferiva nei suoi rapporti da Berlino396 e in qualche misura lasciava capire anche Hitler scrivendo a Mussolini397, tutto infatti lasciava al contrario prevedere che, nel migliore dei casi, il 1943 sarebbe stato anch’esso un anno di grandi operazioni, che avrebbero continuato a monopolizzare sempre maggiori forze della Germania e dei suoi alleati, sicché pensare ad un massiccio impegno tedesco nel Mediterraneo era, data l’ostinazione di Hitler a risolvere innanzi tutto la partita con i russi, irrealistico. Ad indurre Mussolini a mettere la questione sul tappeto c’erano voluti il precipitare in novembre della situazione militare in Africa e le sempre piú evidenti difficoltà alle quali stavano andando incontro i tedeschi in Russia, nonché il conforto in questa situazione venuto da piú parti al suo convincimento che l’unica vera via di uscita fosse per tutti una pace separata, di compromesso, tra Germania e Urss.

Un primo significativo passo in questo senso lo aveva fatto Alberto Pirelli di ritorno da un viaggio a Parigi, Bruxelles e Berlino, durante il quale si era incontrato anche con alcune personalità svedesi e svizzere. Il 4 novembre aveva redatto un rapporto sulla situazione europea e la politica tedesca che due giorni dopo aveva discusso con il «duce». Secondo Pirelli398,

una pace separata con la Russia è auspicata si può dire da tutti quelli che ho incontrato a Berlino, ma sembra impossibile. Stalin non ha interesse comunque a fare ora una pace separata mentre ha davanti a sé almeno sei mesi in cui l’impeto offensivo germanico deve andare in letargo, salvo forse in qualche zona del Caucaso. Egli preferisce certo aspettare e vedere come si mettono le cose. Ho avuto la conferma dell’interesse, del desiderio e dei tentativi del Giappone di trovare una soluzione del conflitto tra Russia e Germania, ma ritengo che solamente se un tentativo di secondo fronte sarà fatto dagli anglo-americani e fallirà, si potrà sperare di trattare una pace separata con Stalin.

1265–1266

Al che la risposta di Mussolini era stata:

è indispensabile fare ogni sforzo per arrivare ad una pace separata con la Russia... Però credo che anche Stalin la dovrebbe desiderare perché deve sentire o prevedere la deficienza di alimenti e materie prime.

E qualche ora dopo, esaminando con von Rintelen l’andamento delle operazioni in Egitto, gli aveva detto: «vorrei esprimervi personalmente la mia impressione che noi dobbiamo fare una pace separata con la Russia il piú presto possibile»399.

Un secondo passo lo aveva fatto un mese dopo il generale Grazioli, di cui Mussolini aveva una notevole stima e considerava, da quando nel 1934 aveva guidato la missione militare che aveva assistito alle grandi manovre dell’Armata rossa in Bielorussia, un esperto di cose russe, tant’è che, come già abbiamo avuto occasione di dire, il 2 dicembre, parlando alla Camera dei fasci e delle corporazioni e volendo sottolineare in polemica con i tedeschi che, contrariamente a loro, egli non aveva mai sottovalutato «la potenza militare della Russia», aveva ricordato proprio il rapporto che Grazioli gli aveva fatto al ritorno dalle grandi manovre in Bielorussia. Forse proprio incoraggiato da questa menzione»400 il 5 dicembre Grazioli aveva stilato un promemoria nel quale401 era sostenuta la tesi che, «tramite l’alleato Giappone», l’Asse avrebbe dovuto «tentare ogni via possibile per addivenire ad una pace separata di compromesso». Che la cosa non si presentasse a prima vista semplice Grazioli se ne rendeva conto. «Battuta ma non domata» la Russia non era facile si rassegnasse a rinunciare «alle ricchissime terre europee che le armi della Germania e dei suoi alleati le hanno strappato» e che costituivano «il naturale trampolino per riprendere quando che sia un’altra delle tradizionali marcie espansionistiche russe, quella verso gli stretti e verso il Mediterraneo»; l’urgente bisogno che essa aveva di «sfuggire alla formidabile pressione» tedesca e un atteggiamento dell’Asse non aprioristicamente ostile ad un suo sfogo compensativo verso il Golfo Persico potevano però renderla possibile. Né – ma su questo aspetto del promemoria di Grazioli torneremo, dato che la tesi del generale era condivisa anche da altri e aiuta a spiegare perché molti in quei frangenti pensassero ad una pace e, addirittura, ad un accordo con Stalin piuttosto che con gli Stati Uniti e l’Inghilterra – le differenze ideologiche dovevano essere considerate un ostacolo insormontabile.

1266–1267

Differenze ve ne sono – osservava infatti402 – e profonde, nell’ordine dei «principi»; ma praticamente, al punto in cui è giunta oggi, socialmente, la Russia staliniana, l’accostamento fra le due concezioni è molto piú facile che a prima vista non appaia.

C’è un fondo comune supremamente importante e che crea invece un fosso insormontabile fra il gruppo dei regimi fascisti-nazionalsocialisti-bolscevisti e il regime cosí detto democratico anglosassone; ed è la costante, la sincera, l’aperta marcia dei primi verso il popolo. Le linee di marcia dei regimi fascisti e nazionalsocialisti muovono da origini diverse che non quelle del regime bolscevico; ma queste e quelle mirano verso un medesimo obbiettivo sociale: maggiore giustizia e maggior benessere del popolo. L’altro, il regime anglo-sassone e i suoi affini, spogliati della loro ipocrita vernice, marciano in senso contrario. In fondo, la Russia bolscevica, a malgrado della sua dovizia di materia prime, può annoverarsi assai piú fra gli stati cosí detti proletari, che non fra gli stati satolli e accaparratori delle ricchezze della terra... Per tutte queste ragioni... le distanze ideologiche col bolscevismo mi sembrano praticamente sormontabili, pur restando ciascuno fermissimo nelle proprie posizioni fondamentali di partenza.

Il 5 dicembre, quando si intrattenne per due ore e mezza a palazzo Venezia con Göring, Mussolini non aveva certamente ancora letto il promemoria di Grazioli, dall’appunto relativo al colloquio avuto con il Reichsmarschall da lui dettato a Ciano403 sappiamo però che proprio quel giorno il «duce» aveva affrontato per la prima volta esplicitamente la questione Russia con uno dei massimi esponenti nazisti. «Il nemico numero uno», gli aveva detto, «è tuttora l’Inghilterra»; quanto agli Stati Uniti, il loro potenziale industriale era tale «da provocare una superiorità aerea da parte degli anglo-sassoni». In questa situazione egli era convinto

che in un modo o nell’altro bisogna concludere il capitolo della guerra contro la Russia che non ha piú scopo. Qualora appaia impossibile arrivare a una seconda Brest Litovski (che si potrebbe avere dando compensi territoriali alla Russia nella sua zona in Asia) è necessario organizzare una linea difensiva che spezzi qualunque iniziativa nemica impiegando il minimo numero di forze dell’Asse.

Il successivo atteggiamento di Göring autorizza a pensare che il Reichsmarschall fosse della stessa opinione di Mussolini; conoscendo però la posizione di Hitler, la sua risposta era stata cauta ed incoraggiante al tempo stesso: «questo – disse, cercando cosí di incoraggiare Mussolini a porre la questione direttamente al Führer e di non compromettersi personalmente troppo – sarebbe l’ideale di Hitler». Quello che è certo è che quando, due settimane dopo, Ciano e Cavallero si recarono a Görlitz per discutere della situazione creatasi con la controffensiva inglese in Egitto e con lo sbarco alleato nel Nord Africa francese e per ribadire l’improcrastinabilità di un massiccio aiuto tedesco all’Italia, la prima questione che Mussolini dette incarico al genero di affrontare con Hitler fu proprio quella di una sistemazione del conflitto con l’Urss.

1267–1268

L’appunto che il 16 dicembre consegnò a Ciano404 è a questo proposito esplicito:

Politica. 1943 sforzo degli anglo-americani: Medio Oriente, Africa Nord e anche Occidente. Se non si vogliono due fronti è necessaria, se possibile Brest-Litovski; se no, sistemazione del fronte orientale che permetta trasporto a Occidente massimo numero forze dell’Asse. Guerra contro Russia non ha piú scopo (Vedere se si può utilizzare l’azione del Giappone, dirigendo verso l’Asia centrale ambizioni Russia).

Sulle conversazioni che si erano svolte al gran quartier generale del Führer il 18-20 dicembre si dispone di una ricca documentazione italiana e tedesca405 che non lascia dubbi tanto sul fatto che Ciano e Cavallero avevano cercato di caldeggiare piú volte e nelle diverse sedi (politica e militare) la tesi di Mussolini, quanto sull’atteggiamento del tutto negativo che Hitler (che sin dalle prime battute aveva ribadito la sua certezza che «il problema dell’Est sarà dominato») aveva mostrato di fronte alla soluzione fattagli prospettare dal «duce»406. Dopo le dichiarazioni preliminari di Hitler, Ciano l’aveva subito esposta senza mezzi termini.

L’Eccellenza Ciano – si legge nel verbale italiano407 – premette che egli non è incaricato di fare proposte ma unicamente di lumeggiare i principali aspetti della situazione cosí come si presentano nel pensiero del Duce. Secondo il Duce stesso il 1943 sarà l’anno dello sforzo massimo ad oriente e ad occidente.

Il Duce si pone il problema della guerra in Russia e considera anche la possibilità di una soluzione politica con questo paese; arrivare cioè ad una Brest-Litovski. Ciò allo scopo di rendere disponibili delle forze per Occidente. Se questo accordo non è possibile il Duce pensa all’utilità di disporre sul fronte russo uno schieramento difensivo economico allo scopo di rendere disponibili delle forze per altri settori.

In questo caso il Giappone potrebbe analogamente interessarsi per indurre la Russia a dirigere il suo dinamismo verso l’Asia centrale.

1268–1269

Di fronte a questa esplicita démarche, Hitler (che qualche giorno prima, quando von Ribbentrop gli aveva, pare, parlato anche lui dell’opportunità di trattare con Stalin e gli aveva chiesto di potersi mettere all’uopo in contatto con l’ambasciatore sovietico in Svezia, signora Kollontaj, era andato in escandescenze al sentir parlare, in cambio della pace, di «rinuncia» «alla maggior parte del territorio conquistato in oriente»408) aveva replicato col tono di chi avrebbe voluto accoglierla, ma non poteva farlo perché irrealistica.

Il Fuehrer – continua il verbale italiano – risponde che in linea di principio vedeva questo problema nello stesso modo. Infatti nell’inverno 1940-41 aveva cercato di dirigere il dinamismo russo in questo senso e per questo scopo aveva provocato la venuta di Molotov a Berlino. Ma i russi avevano chiesto di finire la Finlandia, mettere piede stabile sulle due sponde dei Dardanelli, tenere guarnigioni russe in Bulgaria ed avevano anche chiesto che la Germania ritirasse la garanzia alla Romania, con il che, in pochi mesi i russi sarebbero stati padroni dei petroli romeni.

Poi, dopo che von Ribbentrop e Göring si erano affrettati a dargli ragione409, si era industriato a seppellirla negando ogni valore al tramite giapponese e ribadendo gli argomenti in forza dei quali la considerava fuori della realtà. E l’aveva fatto prendendo le mosse dal suo precedente accenno ai tentativi del 1940-41 di dirottare la Russia verso l’Asia centrale che Stalin aveva lasciato cadere, essendo molto piú interessato ad un’espansione nel Baltico e nel Mediterraneo, e negando che fosse possibile rifarli ora:

un anno fa il Giappone gli [aveva] chiesto se la Germania avrebbe, a certe condizioni, fatto un accordo con la Russia. Si è poi saputo che l’iniziativa non era giapponese ma russa al solo scopo di indurre Inghilterra e America a trattare con la Russia e venirle in aiuto. Se oggi, per mezzo di un armistizio, la Russia avesse tempo sei mesi per riorganizzarsi, noi avremmo, dopo questo periodo, di fronte un nemico contro il quale dovremmo nuovamente difenderci.

Trovare una linea che assicuri tanto a noi quanto ai russi i necessari viveri, materie prime, petroli, ecc. è cosa impossibile. D’altra parte anche l’Italia e le altre Nazioni europee dipendono dalla possibilità di attingere da quelle fonti.

La situazione russa deve essere difficile ed il pericolo minacciante ha indotto gli anglo-americani a correre grandi rischi con convogli diretti alla Russia o con azioni di sbarco in Occidente per alleggerire questa situazione.

1269–1270

Dopo di che aveva esaminato la situazione che in ogni caso si sarebbe creata se l’Asse non avesse piú avuto la Russia come avversaria:

Cosa potremmo fare di piú per Rommel? Ben poco perché il problema è essenzialmente di trasporti e l’assenza della Russia come avversario non rende disponibile alcuna aliquota di questi mezzi…

Quanto alle forze territoriali, la Germania non potrà mai alleggerire la fronte orientale perché sul rispetto di un trattato da parte dei russi non si può assolutamente contare. Vedasi, ad esempio, il loro atteggiamento verso la Finlandia. Avevano concluso un accordo tipo Brest-Litovski ma poi hanno preso il pretesto di essere aggrediti e tutto è crollato.

Quanto ai tentativi di sbarco degli americani nell’occidente, il Führer giudica che questi costituirebbero per essi un grave errore. Abbiamo nell’occidente sufficienti e buone divisioni e solide fronti fortificate.

Queste fronti non cedono per solidità alla West Wald. A partire dal Marzo prossimo si impiegheranno 160 000 metri cubi di piú al mese di cemento di quanto se ne è impiegato allorché fu costruita la West Wald.

Per quanto concerne l’aeronautica, i reparti che sono alla fronte est non possono essere portati ad ovest prima di sei mesi perché occorre preparare le basi. Dovremmo inoltre abbandonare le basi in Russia con la prospettiva di impiegare poi sei-otto mesi per rifarle in caso di ripresa.

E, infine, aveva concluso410:

se noi tentassimo un accordo con la Russia gli anglo-americani farebbero di tutto per evitarlo; vi sarebbe inoltre la conseguenza certa che la Finlandia passerebbe dalla parte di questi ultimi. In sostanza, l’accordo con la Russia rappresenta la quadratura del circolo. La soluzione è impossibile.

L’esito dei colloqui di Görlitz aveva lasciato Mussolini con la bocca amara411, tanto è vero che il 29 gennaio, aprendo la riunione dedicata al potenziamento delle forze armate, si era mantenuto riguardo al problema Russia molto sulle generali; non aveva fatto neppur cenno alla questione della pace separata, limitandosi, per un verso, ad una rapida critica ai tedeschi per aver sottovalutato le potenzialità dell’Armata rossa e, per un altro, ad un’ancor piú rapida e generica dichiarazione di fiducia «che i tedeschi riusciranno a stabilizzare la situazione perché non hanno ancora impiegata la massa delle riserve»412. Ciò non vuol dire per altro che avesse dato la partita per perduta, ché, anzi, il precipitare della situazione a Stalingrado e le notizie che Alfieri inviava da Berlino sulle ripercussioni che la sconfitta stava avendo in Germania sul fronte interno e su alcuni dei capi politici e militari vicini ad Hitler413 lo confermavano nella sua convinzione che le sorti della guerra in generale e dell’Italia in particolare erano ormai legate solo ad un accordo con l’Unione Sovietica. Sicché è da credere che se per circa due mesi, sino cioè a metà febbraio, non si era piú mosso fosse stato un po’ perché aveva voluto essere sicuro sull’esito della lotta a Stalingrado e un po’ perché era stato assorbito dai problemi interni: liquidazione di Cavallero e sua sostituzione con Ambrosio, «rimpasto» del governo, ecc.414.

1271–1272

A metà febbraio non solo la resa di ciò che rimaneva dell’armata di von Paulus accerchiata a Stalingrado aveva, per cosí dire, chiarito la situazione militare in Russia, ma anche quella in Tunisia non lasciava ormai piú adito ad alcuna speranza, mentre sul piano piú propriamente politico la formula della «resa incondizionata» annunciata a Casablanca aveva vieppiú reso oscuro l’avvenire dell’Italia e complicata una eventuale sua uscita dal conflitto. Sul piano interno, poi, Mussolini aveva portato ormai in porto gran parte delle operazioni che, come abbiamo visto, aveva avviato in dicembre e a palazzo Chigi c’era ora Bastianini che premeva per una chiarificazione dei rapporti con Berlino e, nel caso che i tedeschi continuassero a far orecchio da mercante, perché l’Italia cercasse autonomamente una via di uscita dalla guerra. Né, infine, per capire veramente lo spirito con cui Mussolini aveva preso con la metà di febbraio a riproporre ad Hitler il tema pace con la Russia si può sottovalutare il fatto che a quest’epoca il suo stato d’animo nei confronti dei tedeschi e di Hitler in particolare stava ormai arrivando al livello del vero e proprio odio415. Un odio che persino Vitetti nel suo inedito libro sul 25 luglio e l’8 settembre416 riconosce effettivo, non di facciata, e riassume in una pagina di rara efficacia laddove la sua ostilità a Mussolini gli impedisce di giudicare realisticamente l’atteggiamento del «duce»:

1272

In quella primavera del 1943 il suo odio maggiore si appuntava contro i tedeschi; i tedeschi, che, nel 1939, lo avevano ingannato, promettendo con l’alleanza la pace e lo avevano fatto improvvisamente trovare di fronte alla guerra; i tedeschi che lo avevano spinto, nel 1940, all’intervento con il miraggio di una pace immediata, e non erano riusciti a persuadere gli inglesi alla capitolazione; i tedeschi che, nel 1941, avevano attaccato la Russia promettendo di disfarla entro dieci settimane, e ora si ritiravano confusamente sotto la pressione delle vittoriose armi sovietiche; i tedeschi che avevano, nel 1942, escluso la possibilità di uno sbarco degli anglo-americani in Africa, e, ora crollato con Tunisi l’ultimo appoggio in terra africana, esponevano l’Italia, inerme e indifesa, all’attacco dei suoi nemici. A coloro, che, in quel tempo, avvicinavano Mussolini – ben pochi, in verità, ché ormai tutti cercavano di tenersi lontani da Palazzo Venezia – non sfuggiva lo stato d’animo del Duce verso il suo «grande amico ed alleato», il Führer; e coloro che

1273–1274

non lo conoscevano o erano ancora sotto la suggestione della leggenda mussoliniana, nel trovarlo cosí irritato contro i tedeschi, cosí acuto nell’esame di alcuni errori fondamentali commessi dalla Germania, e cosí consenziente in ogni critica che essi facessero alla politica tedesca, si convincevano che egli era desideroso di cercare una soluzione e finanche di staccarsi da Hitler e porre fine alla guerra. Il che era vero quanto era vero il contrario, ché, in realtà, egli non aveva nessun piano, né era capace di concepirne uno. Viveva agitato da incoerenti passioni, incerto e mutevole come sempre era stato, sotto l’influenza di pure sensazioni, di notizie frammentarie, di fatti spesso insignificanti, che ora lo rincuoravano ora lo spaurivano: ed era, come ho detto piú sopra, ora la resistenza ad oltranza, ora la pace di compromesso, ora addirittura la rottura dell’alleanza.

Dopo quanto già detto, nel precedente volume, a proposito della sua paura dei tedeschi – una paura che risaliva ai tempi della prima guerra mondiale, tant’è che la si potrebbe definire addirittura atavica – e, in questo volume, a proposito dei rapporti italo-tedeschi durante i tre anni della seconda guerra mondiale dei quali ci stiamo occupando, non è certo il caso di soffermarci sull’odio di Mussolini per i tedeschi, tanto esso è facile da comprendere e datare attorno tre precisi momenti, quello del suo cominciare a prender corpo, nella prima metà del 1941, quello del suo assumere ruolo stabile e un peso crescente sul «duce», nell’estate del 1942, e quello del giungere al suo culmine, l’anno dopo. Necessario è invece soffermarci sull’odio per Hitler, sia perché, pur avendo ovviamente una serie di punti in comune con l’altro, esso ebbe peculiarità proprie, sia perché sulla posizione di Mussolini rispetto a Hitler, su cosa egli pensasse di lui come uomo e come capo politico non è mai stata fatta chiarezza, sicché si potrebbe essere tentati di considerarlo solo il frutto della delusione, del rancore, dell’umiliazione – che indubbiamente erano presenti in qualche misura nell’odio di Mussolini per Hitler, ma non ne costituivano la componente decisiva – provocati dal dover constatare che l’«allievo» non dava ascolto alcuno al «maestro» e, anzi, lo prendeva a bacchettate sulle mani e lo trattava come un «qualunque» capo di governo alleato e talvolta anche peggio417.

Al contrario di Hitler nei suoi confronti, Mussolini non nutrí mai una stima personale per il Führer, né tanto meno sentí verso di lui amicizia o anche solo simpatia umana e a lungo contrappose all’atteggiamento «pieno di deferenza, talora quasi servile, mai confidenziale»418, di Hitler nei suoi confronti un comportamento disinvolto che, tutto sommato, denotava un senso di superiorità che solo tardi e con intima difficoltà il dittatore tedesco si sarebbe permesso di ostentare. Affermazioni come quella secondo la quale, stando al principe Urach419, Mussolini era a detta di Hitler «l’unico suo vero amico, l’unico uomo col quale sentiva di poter parlare a cuore aperto con la certezza di essere compreso fin nelle sue piú recondite intenzioni» o quella, conservataci dal Testamento (in cui, come abbiamo già detto, Hitler avrebbe ancora ribadito il suo «affetto personale per il Duce»), secondo la quale «personalmente» il «duce» lo eguagliava, sarebbero incredibili in bocca o sotto la penna di Mussolini.

1274–1275

Come pare dicesse in Gran Consiglio dopo il loro primo incontro, nel giugno 1934, ciò che in Hitler l’aveva colpito era stata essenzialmente la decisione, la volontà di tradurre in atto le proprie idee. Sotto questo profilo Hitler era tutt’altro che un mediocre420:

indipendentemente da Mein Kampf io non saprei dirvi quali e quante siano le idee di Hitler, ma posso assicurarvi che quelle espresse nei colloqui sono molto chiare e in lui c’è decisione per tradurle in atto.

Se, contrariamente a quel che pensavano tanti, Hitler non gli era apparso affatto un mediocre, sin da quel primo incontro ciò che l’aveva piú colpito era stato però il suo lucido fanatismo, «un furore di logica all’infinito, e all’infinita ricerca di un corpo, di un sangue originario e feroce, di qua dalla ragione»421, che sconfinava nel dottrinarismo e si manifestava in forme di vero e proprio isterismo. Difetti, aberrazioni che non avrebbero impedito al politico Mussolini di dar credito per anni e nonostante una serie di prove in contrario alle dichiarazioni di moderazione e di realismo di Hitler, ma che appunto lo resero impermeabile ad ogni sentimento di amicizia o anche solo di simpatia umana nei suoi confronti. Se a ciò si aggiunge una serie di altri motivi, caratteriali, culturali, persino ideologici (di concezione del mondo per cosí dire), chi meglio ha colto il reale rapporto tra i due uomini ci pare sia stato Suvich nelle sue memorie422:

Dell’attrito che in tempo successivo ha caratterizzato i rapporti italo-germanici, qualche germe esisteva fino dall’inizio; altre ragioni sono subentrate piú tardi.

All’origine c’era la diversità di carattere, di mentalità, di natura etico-culturale dei due protagonisti: l’uno latino e cattolico, l’altro – anche se nato in Austria – prussiano e pagano; l’uno concreto e possibilista, l’altro astratto e fanatico. Questa diversità si rifletteva anche nel reciproco atteggiamento dei due uomini; Mussolini non ha simpatizzato per Hitler: prima ha cercato di dirigerlo, poi lo ha osteggiato e poi lo ha subito (ma allora io non ero piú nel giro). Hitler ha creduto nel suo incontro con Mussolini come a un fatale evento per capovolgere il mondo e credeva nel principio di amicizia che lo legava a Mussolini (dico principio e non sentimento, perché non so se Hitler fosse capace di sentimenti) e gli è rimasto fedele anche nelle avversità: la «deutsche Treue» (fedeltà tedesca). Mussolini ha sempre considerato Hitler un anormale e il proclamato principio dell’amicizia fra i due uomini gli dava fastidio. Io non ho seguito piú questi rapporti negli anni successivi alla mia presenza agli Esteri, ma non mi meraviglierei se Mussolini, pure nella sua impotenza, quando ha dovuto affidarsi anima e corpo all’altro, lo avesse odiato.

Nei riguardi dei reciproci regimi i sentimenti erano diversi: Hitler non credo avesse nessuna considerazione del fascismo come espressione del popolo italiano, del quale aveva un concetto molto modesto; lo considerava soltanto come espressione della concezione politica di Mussolini; Mussolini derideva l’ideologia hitleriana, ma ha strumentalizzato, fino a che ha potuto, ai propri fini il nazismo e, quando è diventato succubo di Hitler, ciò non è avvenuto per la personalità dell’uomo o per la sua ideologia, ma per il suggestivo e grandioso quadro di organizzazione militare che gli era stato prospettato in Germania.

Forse si potrebbe dire che Hitler ha creato la sua politica sulla ideologia, mentre Mussolini ha adattato l’ideologia alle esigenze della politica.

Altro elemento di incompatibilità fra i due movimenti era il povero concetto, al quale appunto si è accennato, che Hitler aveva del popolo italiano, ad onta delle sue affermazioni in contrasto; questo risulta anche dal Mein Kampf. Anzi Hitler aveva tanto maggiore stima di Mussolini, in quanto egli era arrivato a fare quello che aveva fatto con un popolo cosí indisciplinato, scettico e con poco senso della solidarietà nazionale, come il popolo italiano. Per quanto ciò rimanesse nel sottofondo, non era certo un apprezzamento che Mussolini potesse accettare.

1275

Varie sono in questa pagina di Suvich le affermazioni che meriterebbero di essere riprese e sviluppate. Per non dilungarci troppo o non anticipare questioni delle quali dovremo ampiamente occuparci nel prossimo tomo (in particolare quella del posto che nella personalità di Mussolini ebbe il suo personale modo di porsi di fronte al cattolicesimo come fatto religioso423), ci limitiamo però ai due che piú direttamente ci pare aiutino a comprendere meglio l’atteggiamento del «duce» verso Hitler, il suo odio per lui, e, al tempo stesso, verso la scelta del nemico con cui fare la pace. Ché infatti, come vedremo, questa scelta era dettata solo in parte a Mussolini dal desiderio di trovare una via d’uscita dalla drammatica situazione nella quale versavano l’Italia e il suo regime; per un’altra parte essa rispondeva ad una logica che era anch’essa, come quella di Hitler, ideologica, ma che si fondava su premesse diverse, antitetiche addirittura, rispetto a quelle hitleriane.

1276–1277

La prima affermazione, che non a caso anche nella sintesi del rapporto tra i due regimi e i due capi abbozzata da Suvich precede l’altra, è quella relativa al giudizio largamente critico che ognuno dei due dava del regime dell’altro.

Che Mussolini deridesse l’ideologia hitleriana e, dunque, giudicasse negativamente il tipo di regime che il Führer e i suoi collaboratori avevano costruito è un’affermazione troppo drastica e che probabilmente risente in qualche misura delle reazioni private e pubbliche del «duce» al tentato putsch nazista del 1934 in Austria che Suvich aveva vissuto in strettissimo contatto con Mussolini. Se di derisione si può parlare è solo rispetto al dottrinarismo di Hitler, al suo riportare e ridurre i problemi, la realtà della politica a quanto scritto nel Mein Kampf. Detto questo va però anche detto che, nonostante i tanti aspetti comuni, Mussolini non identificò mai fascismo e nazionalsocialismo. Le sue affermazioni pubbliche d’occasione e ancor piú quelle di certi settori del fascismo, soprattutto di quello intransigente424, sul comune destino dei due popoli e delle due rivoluzioni e sulla comunione dei due regimi non devono trarre in inganno. Che Mussolini fosse convinto sin da prima che Hitler andasse al potere che tra fascismo e nazionalsocialismo vi fossero profonde differenze e che questo non fosse che una imitazione di quello è indirettamente confermato dalla cautela con la quale egli si era mosso allorché, dopo le elezioni del settembre 1930, la possibilità che Hitler giungesse al potere si era fatta piú consistente425. Né questa sua convinzione era stata scossa dai primi passi, nel 1933-36, del regime nazionalsocialista, che, al contrario, l’avevano confermato in essa. Tra le varie testimonianze che si potrebbero addurre, significativo è un articolo, Fato delle rivoluzioni, da lui scritto per «Il popolo d’Italia» tra il febbraio e il giugno 1935, probabilmente tra la fine del 1934 e gli inizi del 1935426, ma all’ultimo momento – quando era già in bozze – non pubblicato.

Importante per capire cosa per Mussolini fosse una rivoluzione e i riferimenti storico-culturali (Cromwell, Washington e la rivoluzione francese) che erano alla base della sua idea di rivoluzione e il modus operandi a cui in teoria egli ispirava la propria «gestione» degli uomini che avevano fatto la «rivoluzione»427, l’articolo lascia trasparire un’evidente preoccupazione di stabilire nelle cose una netta distinzione tra la «rivoluzione fascista» e le altre rivoluzioni, in pratica, dato il momento, tra quella fascista e quella nazionalsocialista. Tutte le rivoluzioni avevano per Mussolini un punto di partenza comune d’indole morale e costituivano un «periodo accelerato» dell’evoluzione dei popoli, «un’epoca di alta tensione della loro storia».

1277

A un certo momento della vita di un popolo può sorgere un’antitesi fra le istituzioni che lo reggono e nuove tendenze e nuovi bisogni. La rivoluzione sana il dissidio e ricompone l’equilibrio, modificando od eliminando le istituzioni superate e creandone delle nuove.

1278–1279

In questo senso anche le battaglie elettorali che avevano portato Hitler al potere erano da considerare, come le manifestazioni interventiste italiane del maggio 1915, delle «insurrezioni d’ordine morale», il primo atto di un processo rivoluzionario. Dopo quest’unico riferimento al nazionalsocialismo l’articolo non faceva piú cenno alla «rivoluzione» hitleriana, salvo che – indirettamente – nella chiusa allorché Mussolini rivendicava di fatto la sostanziale unicità del fascismo e prendeva cosí le distanze da tutte le altre rivoluzioni:

Ho detto che vi è un carattere universale di tutte le rivoluzioni, ma è vero anche che ogni popolo fa una «sua» rivoluzione che corrisponde al suo temperamento, ai suoi bisogni, alla sua storia.

Né si può dire che negli anni successivi Mussolini avesse modificato questa sua posizione. Anche quando i rapporti con la Germania si erano fatti piú stretti, anche quando egli si vide sempre piú costretto a chiedere l’aiuto tedesco, suo sforzo costante fu quello di distinguere il fascismo dal nazionalsocialismo, mettendo l’accento sulle diversità piú che sugli aspetti comuni e persino cercando di differenziare il piú possibile (ricorrendo il piú delle volte all’espediente di prospettarle nell’ottica della superiore umanità e cultura della grande tradizione giuridica romana cosí diverse da quelle germaniche da apparire o poter essere presentate come prodotti di una concezione del mondo e della vita molto piú alta e umana) anche quelle iniziative che, volente o nolente, doveva prendere per compiacere e tenere buoni i tedeschi.

La seconda affermazione di Suvich sulla quale è indispensabile soffermarci è quella relativa alla diversa concezione che Mussolini e Hitler avevano del rapporto tra ideologia e politica. Per il dottrinario Hitler la politica era determinata dall’ideologia, ne era la traduzione in azione; per il pragmatico Mussolini, al contrario, era la politica che – a seconda delle proprie esigenze – adattava a sé l’ideologia. Col che il discorso potrebbe sembrare concluso, tanto è evidente come questa radicale diversità nel concepire la politica rendesse impossibile ad Hitler accettare il punto di vista di Mussolini circa la necessità di fare del Mediterraneo il baricentro della guerra e, quindi, di trovare una soluzione di essa ad est. Ché è chiaro che gli argomenti che egli adduceva per respingerlo – quello della necessità per l’Europa di assicurarsi rifornimenti alimentari e le materie prime che solo in Russia poteva trovare e quello della inaffidabilità ed anzi del pericolo di un accordo con Stalin –, pur avendo una loro indubbia validità, non erano quelli veramente decisivi. Che a monte di essi vi fossero per Hitler, secondo la lettera del Mein Kampf, il suo razzismo e il suo antisemitismo dai quali discendeva il suo antibolscevismo o, come ha sostenuto E. Nolte nel suo recente Nazionalsocialismo e bolscevismo, che il razzismo e l’antisemitismo di Hitler discendessero dal suo antibolscevismo è in questa sede una questione di scarso rilievo. Ciò che conta è che, nell’uno come nell’altro caso, a muovere Hitler era una convinzione esclusivamente ideologica, che – come giustamente ha sottolineato Nolte428 –, se poteva lasciargli un margine «casuale» relativamente alla scelta del momento in cui sferrare l’attacco, dava però alla distruzione dell’Urss e, dunque, alla guerra contro di essa il carattere della «necessità», del «compito autentico» che egli doveva assolvere. Ma dire questo non basta. Ché se a determinare la politica di Hitler rispetto alla questione Russia era il nocciolo duro dell’ideologia hitleriana, a spingere Mussolini a cercare di convincere il Führer della necessità di affrontarla in termini di realismo politico non erano solo il suo pragmatismo e il fatto di sentirsi salire l’acqua alla gola, ma anche qualcosa d’altro, che se non va sopravvalutato non va neppure – specie in sede biografica – sottovalutato.

1279–1280

Nel secondo capitolo abbiamo detto come Mussolini aveva visto e sostanzialmente accettato la decisione hitleriana di attaccare l’Unione Sovietica. A parte che Mussolini, abbacinato dalla potenza militare tedesca e, insieme, tratto in inganno dalla duplice convinzione che l’esercito sovietico non fosse in grado (come dimostrava la penosa prova d’inefficienza data nella guerra contro la Finlandia) di reggere l’urto di quello tedesco e che i rovinosi fallimenti ai quali erano andati incontro coloro che, come Napoleone, avevano in passato attaccato la Russia non fossero piú possibili ora che «lo spazio» era «vinto dai motori dei carri armati e degli aerei»429, era sicuro che la guerra all’est sarebbe stata breve (anche se meno facile di quanto ritenevano i tedeschi, il che però, tutto sommato, a Mussolini non spiaceva troppo, perché pensava che il perdere in Russia qualche «penna» avrebbe ridimensionato un po’ la loro albagia nei confronti dell’Italia), il fatto piú positivo che aveva visto in essa era stato quello che, secondo lui, la sconfitta dell’Urss – privando l’Inghilterra dell’unica carta sulla quale poteva sperare di far ancora conto in Europa e assicurando all’Asse le simpatie degli ambienti antibolscevici inglesi e americani – avrebbe spianato la strada ad una pace generale di compromesso. Sin dall’inizio, dunque, Mussolini si era mosso in una logica del tutto politica rispetto alla quale il momento ideologico aveva un valore solo strumentale, di copertura e di rilancio dell’immagine del fascismo in quanto prima forza politica che si era opposta al bolscevismo. Né da questa logica si era successivamente discostato: lo prova il fatto che, appena si era reso conto che la vittoria sui sovietici non sarebbe stata rapida e che, anche se alla fine questi fossero stati sconfitti, il fronte orientale avrebbe divorato una parte notevole delle energie e delle potenzialità belliche della Germania e che nel frattempo Hitler non era disposto a fornire all’Italia altri aiuti tranne quelli strettamente necessari ad impedirne il crollo e tanto meno a fare del Mediterraneo il centro della guerra, aveva cominciato a considerare indispensabile por fine al conflitto all’est.

1280–1281

Aggrappandosi a questa prospettiva e facendone il fulcro della sua azione politica su Hitler, non era però mosso solo dal suo realismo e pragmatismo. Che questi fossero alla sua radice è fuori discussione; ciò non toglie che, se si vuol capire a fondo e in tutti i suoi aspetti la posizione di Mussolini a proposito del problema della pace con l’Urss, si deve considerare anche un’altra componente di essa, secondaria rispetto alla situazione nella quale si trovava l’Italia e che il «duce» sperava di risolvere inducendo Hitler ad accordarsi con Stalin, ma non irrilevante sotto il profilo biografico e che lascia capire quanto anche Mussolini fosse, nonostante tutto, figlio del secolo delle grandi ideologie e dei miti che esse, direttamente o indirettamente, alimentavano.

Hitler considerava Stalin «un gigante», «una delle figure piú straordinarie della storia mondiale». In lui ammirava, per un verso, la durezza, la spietatezza nel perseguire la propria politica e rafforzare al massimo il proprio personale potere, facendo di un popolo incapace di creare alcunché, e in primo luogo uno stato organizzato, una forza reale che avrebbe potuto conquistare il mondo (la Russia, disse una volta a un gruppo di suoi collaboratori, era quel gigantesco impero che era perché alla sua testa c’era un uomo dal pugno di ferro «che può permettersi di dire: “vi sembra un gran sacrificio la perdita di tredici milioni di uomini quando si tratta di realizzare una grande idea?”»), per un altro verso, la spregiudicatezza nell’utilizzare il bolscevismo e l’internazionalismo per realizzare quelli che, da Pietro il Grande in poi, erano stati gli obiettivi storici dello zarismo430. Anche Mussolini – che delle vicende sovietiche era stato sempre un attento osservatore431 e negli anni trenta aveva dedicato loro vari commenti su «Il popolo d’Italia» – si era pronunciato in alcune occasioni in termini elogiativi e aveva parlato della politica staliniana non solo come volta a continuare quella degli zar, ma anche a europeizzare la Russia e a formarne l’unità culturale nazionale. A ben vedere le sue prese di posizione sulla possibilità di una naturale trasformazione del bolscevismo nella sua versione staliniana (ché, pur nutrendo una simpatia umana per Trotzky, era stato sempre convinto che fosse l’unica che avrebbe potuto modernizzare la Russia e dar vita ad una forma di cultura nuova) erano state nel complesso caute, cosí come i suoi giudizi sulla potenza e la modernità dell’Urss, che Hitler aveva invece a lungo sottovalutato. Né ci si deve far trarre in inganno da alcune sue affermazioni, come questa:

1281–1283

Quando i tedeschi erano a trenta chilometri da Mosca – disse il 3 gennaio 1943 in direttorio432 – a Mosca c’era molta gente con le brache in mano e Stalin li ha fatti fucilare tutti: da dieci a quindicimila. Tutti quelli che tremavano, che vociferavano... Pochi giorni orsono il presidio bolscevico di Mosca ha diramato un ordine del giorno cosí concepito: «Tutti gli ufficiali dei reparti che avranno perduto una bandiera saranno deferiti al Tribunale militare»...

A dettargliele erano infatti non tanto un’accettazione consapevole dei sistemi terroristici staliniani quanto la delusione e l’irritazione per la crisi del «fronte interno» e per la scarsa combattività dei comandi militari e la frustrazione per la propria impotenza a contenerle.

Dopo quanto abbiamo detto nel precedente capitolo sul logoramento del «fronte interno», il progressivo perder fiducia nel regime e prender le distanze da esso di via via piú vasti settori della borghesia, degli ambienti economici e della vecchia classe dirigente, non è certo il caso di dilungarci su questo stato d’animo, né su come si manifestò. Su un suo aspetto è però opportuno richiamare l’attenzione del lettore: sul fatto che esso non si limitò a radicalizzare l’antiborghesismo di Mussolini, ma fece assumere alla sua polemica «morale» contro lo «spirito» della borghesia punte via via piú improntate, per un verso, a una sorta di diffidente e irritato anticapitalismo e, per un altro verso, ad un populismo in cui non mancavano reminiscenze e rigurgiti del suo giovanile socialismo rivoluzionario, e persino della sua prima formazione anarco-sindacalista, e che risentiva in qualche misura tanto delle prese di posizione e delle polemiche del «nuovo fascismo» e dei giovani fascisti impegnati a rivendicare una «nuova società», quanto delle suggestioni di posizioni alla Spirito del convegno di Ferrara (e, forse, della Guerra rivoluzionaria) o, senza risalire tanto indietro, alla Cianetti, alla Venturi433 e, forse, alla Gentile di Genesi e struttura della società (che Mussolini doveva conoscere in alcune delle sue tesi generali avendogliele sommariamente anticipate lo stesso Gentile)434. Significativa è l’insistenza con la quale in questo periodo egli prese a parlare di «civiltà del salario» contrapposta alla «civiltà del profitto»435 con alcuni dei suoi collaboratori e con il De Begnac, con il quale, ripercorrendo i vari momenti della sua vita, si lasciava talvolta andare anche a considerazioni sul presente, sul bilancio di vent’anni di governo che veniva facendo in interiore homine e sulle sue idee circa il futuro del fascismo e, piú in generale, della società che sarebbe uscita dalla guerra. Di tutto ciò parleremo piú ampiamente nel prossimo tomo; per il momento e in riferimento alla questione della quale ci stiamo ora occupando, quanto detto ci pare sufficiente a stabilire un rapporto diretto tra queste prime manifestazioni, tra la fine del 1942 e gli inizi del 1943, di un «ritorno a sinistra» di Mussolini e la sua insistenza – sino a quando gli fu possibile – a rifiutare l’idea di una pace separata con gli anglo-americani e ad inseguire invece quella di un componimento del conflitto con i sovietici. Ché infatti sarebbe troppo semplicistico ridurre la questione ad una sorta di rancore contro l’Inghilterra perché questa non era disposta a facilitare all’Italia un estremo «giro di valzer»436 ovvero ad un tentativo per salvarsi personalmente, dato che gli anglo-americani avevano stabilito il principio della resa incondizionata e dichiarato che non avrebbero mai trattato con lui, mentre piú di uno pensava437 che Stalin non avesse, almeno nei confronti di Mussolini, pregiudiziali rigide.

1283–1284

In effetti la questione è piú complessa. Per un verso la posizione di Mussolini era condizionata, lo si è detto e ripetuto, dalla speranza che, ponendo fine al conflitto con l’Urss, il Tripartito potesse ancora risolvere la guerra a proprio vantaggio o, almeno, potesse negoziare una pace generale di compromesso. Due soluzioni nelle quali tutta una serie di impedimenti (il carattere ideologico che la guerra aveva per Churchill e Roosevelt, il fatto che essi non avrebbero comunque potuto, al contrario di Stalin, prendere iniziative in contrasto con lo stato d’animo, gli ideali dei loro popoli, la presenza tra i partners del Tripartito del Giappone, che specie per gli americani, costituiva il nemico principale, ecc.) rendeva impossibile sperare si potessero realizzare sul versante anglo-americano. E che, comunque, non avrebbero risolto il problema di Mussolini, ormai ridotto entro margini temporali di sopravvivenza minimi. Per un altro verso la posizione del «duce» era però condizionata anche da una pregiudiziale che ben si può definire di ordine ideologico.

Dire che Mussolini fosse condizionato dal suo «ritorno a sinistra» al punto da rinunciare al suo antibolscevismo sarebbe sbagliato. È però pressoché certo che in quel momento, costretto ad una scelta, sentiva una minore ostilità ad un accordo con l’Urss piuttosto che con l’Inghilterra e gli Stati Uniti. E non tanto, si badi bene, perché i suoi precedenti rapporti con i loro governi, in particolare con quello britannico, gli rendessero psicologicamente difficile e umiliante accettare una idea del genere, che il suo realismo non glielo avrebbe certo impedito in quei frangenti, quanto perché, appunto, una scelta in questo senso andava contro una serie di pregiudiziali ideologiche delle quali neppure in un momento cosí decisivo riusciva a liberarsi, tanto ormai erano profonde in lui le loro radici.

1284–1285

Ugo Spirito, nel già ricordato scritto della metà del 1943 di cui ignoriamo la destinazione438, affermava: «oggi il fascismo, dopo piú di venti anni di vita, si trova ancora di fronte al bolscevismo, ma si trova inoltre, e piú direttamente, impegnato contro la democrazia; vorremmo dire, tra oriente e occidente». Da questa «constatazione» il filosofo prendeva le mosse per una serie di fumose considerazioni sul significato storico e sulla vittoria, anche nella eventualità di una sconfitta militare, del fascismo che è escluso Mussolini condividesse, mentre concordava in generale con quanto affermato da Spirito nella premessa. Diciamo in generale perché, se la sua opposizione rispetto al bolscevismo non era al fondo sostanzialmente mutata né egli credeva alla possibilità di una sua trasformazione e umanizzazione, una notevole radicalizzazione aveva avuto invece quella rispetto alla democrazia e al capitalismo.

Il 15 giugno 1927 Mussolini, ringraziando Henry Massis per l’invio del suo La défense de l’Occident, gli aveva scritto439:

... l’Orient est un danger. Si vous voulez, une infection. Mais, par quels canaux, passe cette infection? Les voilà: libéralisme, démocratie, socialisme, franc-maçonnerie. L’organisme de l’Occident est affaibli, débilité, par ces idéologies. Or, un seul mouvement existe à l’heure actuelle qui a le courage – ayant le pouvoir d’une grande Nation – d’être foncièrement, ouvertement, farouchement anti-libéral, anti-démocratique, anti-socialiste, anti-franc-maçon: le Fascisme...

J’ai défini récemment le Fascisme comme une démocratie organisée, centralisée, autoritaire. Rome se dresse contre Moscou. Le Fascisme contre le bolchévisme...

Da questa valutazione della funzione oggettivamente filobolscevica dell’ideologia, della prassi e delle forze politiche democratiche egli non si sarebbe mai discostato. Dibattiti del genere di quello della prima metà degli anni trenta su «Roma o Mosca» e, addirittura, su «Roma e Mosca» riferiti al rapporto fascismo-democrazia li avrebbe non diciamo stroncati sul nascere, ma impediti a priori come inconcepibili per dei fascisti e, personalmente, non avrebbe mai ammesso che tra fascismo e democrazia potesse esserci – come aveva fatto invece parlando con Ludwig440 del rapporto Italia fascista - Russia bolscevica – qualcosa di simile («noi siamo, come in Russia, per il senso collettivo della vita»). «In tutta la parte negativa» fascismo e bolscevismo infatti si somigliavano: «noi e i russi siamo contro i liberali, i democratici, il parlamento»441. Tra fascismo e democrazia non vi era né poteva esserci per Mussolini nulla di simile, ma solo contrapposizione netta e totale. Né la sua avversione alla democrazia era di tipo solo politico. Per il «duce» essa si nutriva infatti di una serie di motivazioni ideologiche delle quali abbiamo già parlato nei precedenti volumi, sicché è sufficiente qui richiamarle solo sommariamente.

1285–1286

Psicologicamente e culturalmente la componente centrale dell’antidemocraticismo mussoliniano si era via via sempre piú precisata nell’anticapitalismo. Già forte negli anni precedenti, in quelli della guerra essa si era rafforzata e dilatata: dall’ostilità verso il «supercapitalismo» Mussolini era praticamente passato a quella nei confronti del capitalismo tout-court, tanto da essere accusato da uomini come Grandi, Ciano, Volpi di «bolscevismo» «bianco» o «nero» a seconda dei casi442. Strettamente connessi al suo anticapitalismo erano – lo si è visto – l’antiurbanesimo e la lotta contro la denatalità e per determinare invece quello sviluppo demografico che, a suo avviso, costituiva il fondamento della potenza e della morale dei popoli «giovani» e che la società capitalistica, che caratterizzava quelli ormai «vecchi», esauriti e corrotti, non era piú in grado di assicurare, con tutte le conseguenze negative che a ciò il «duce» attribuiva; cosí come, ormai, non lo era per lui neppure la borghesia, che del capitalismo, della democrazia e della loro morale si rivelava sempre piú – anche se poteva proclamarsi e persino sentirsi politicamente fascista – il prodotto. In questa ottica le «grandi democrazie», Francia, Inghilterra, Stati Uniti, costituivano la sintesi di tutti i guasti morali del capitalismo e la proiezione a livello politico mondiale del suo potere e del suo internazionalismo (e, dunque, antieuropeismo, antioccidentalismo) e la guerra contro di esse diventava la lotta dei popoli «giovani», portatori di una nuova e superiore morale, contro quelli «vecchi», delle «nazioni proletarie» contro le «plutodemocrazie», espressione dei «beati possidenti», del «sangue» contro l’«oro». E questo valeva soprattutto per gli Stati Uniti che agli occhi di Mussolini, per un verso, costituivano la quintessenza del capitalismo, il piú rapace e senza scrupoli morali (anche verso il proprio alleato, l’Inghilterra, che andavano scalzando sistematicamente dalle sue principali posizioni di potere) e insieme il piú corrotto e corruttore, ipocrita e prepotente (e spaccone), convinto di potersi permettere qualsiasi cosa, di poter superare qualsiasi difficoltà e di far accettare questo suo comportamento in virtú della forza della propria ricchezza, del proprio denaro.

1286–1287

Che, specie dopo la prima guerra mondiale, l’antiamericanismo avesse in Italia (ma non solo in Italia) radici profonde e che si estendevano ben oltre l’ambiente piú propriamente fascista è un fatto443; l’antiamericanismo di Mussolini era ormai diventato però non solo particolarmente acceso, ma si era venuto negli ultimi anni caricando di tutta una serie di motivazioni «morali» che avevano fatto degli Usa e di Roosevelt (per il quale, peraltro, in un primo tempo, quello dello «stato nuovo fondato sulle tre R – reform, relief e recovery» e del New Deal, aveva nutrito stima e ammirazione) il nemico piú odiato; disprezzato e temuto al tempo stesso, a ben vedere, molto piú dell’Inghilterra e di Churchill, che, nonostante tutto, il «duce» considerava ancora espressione in qualche misura della civiltà europea e non il prodotto, come per lui erano gli Stati Uniti, di una civiltà rozza e primitiva che con quella europea non aveva in comune che gli aspetti piú deteriori, frutto della sua crisi, e la cui amministrazione non aveva la coscienza di un vero stato, ma si identificava storicamente con la classe commerciale e industriale, dei cui interessi particolari era espressione e interprete nel senso piú gretto ed esclusivistico.

Nel 1942 Edgardo Sulis444 aveva raccolto sotto il titolo Mussolini contro il mito di Demos una scelta di passi mussoliniani che offre una significativa documentazione sull’antidemocraticismo del «duce» e permette di intravvedere gli ultimi approdi della sua posizione. Alla raccolta il Sulis aveva infatti premesso una prefazione che esplicitava alcune questioni che nei passi raccolti, tutti anteriori allo scoppio della guerra (durante la quale Mussolini quasi mai si era pubblicamente soffermato su di esse e, se lo aveva fatto, sempre in modo assai sommario e generico), erano solo abbozzate e che Mussolini era via via venuto precisando nella propria mente nel 1941-42. Secondo Sulis Mussolini era stato «il primo uomo del mondo» che aveva posto nei loro giusti termini sia, in generale, la critica alla democrazia, sia, in particolare, le ragioni dell’antitesi e della irreconciliabilità tra fascismo e democrazia. Ma, cosa per noi ben piú importante, affermava che Mussolini, essendo consapevole che solo «l’urto tra i due principi, fra il vecchio e la volontà di crearne uno nuovo», poteva precisare e rendere «intera, lampante, totale» l’«essenza intima» della sua concezione della rivoluzione e, insieme, la sua «missione contro l’89», era stato sino alla guerra «un rivoluzionario in attesa»445. In questo contesto Sulis faceva anche un’altra affermazione che rivela il carattere e i limiti che a quest’epoca aveva assunto l’antibolscevismo del «duce», la sua subalternità e minor importanza rispetto all’antidemocraticismo e che aiuta a comprendere perché anche ideologicamente Mussolini fosse portato a prendere in considerazione e a caldeggiare una pace con l’Urss e a respingere invece l’idea di una pace con gli anglo-sassoni. Secondo Sulis infatti e, dunque, per Mussolini che non solo aveva approvato la scelta dei passi da inserire nella raccolta, ma aveva letto e forse discusso la sua prefazione446, la democrazia era una realtà, un mondo, una civiltà da rovesciare e distruggere; il bolscevismo era invece solo un morbo, «figliuol prodigo della democrazia», che mai si sarebbe reso completamente autonomo da essa e mai si sarebbe veramente eretto contro di essa e che sarebbe caduto con essa, cosí come sono destinate a cadere le illusioni e le utopie quando viene meno la realtà che le ha generate.

1287–1288

Solo la guerra – scriveva Sulis447 – ha scoperto le batterie ed ha indietreggiato il bolscevismo a nemico numero due, rivelandolo, se ve ne era bisogno, quale figliol prodigo della democrazia. Solo oggi è noto a chi credeva Mussolini l’anticomunista perpetuo, qual sia il vero nemico del fascismo, quale il mondo da rovesciare con la nostra rivoluzione. Il bolscevismo non è un mondo, è solo un morbo, una nazione, un partito, un residuo di folle speranza demagogica, sventolata sul tragico tramonto del sole dell’avvenire... Per vent’anni e piú il bolscevismo ha impedito che le rivoluzioni europee identificassero totalmente democrazia e civiltà attuale, civiltà moderna, civiltà contemporanea. Alla pigrizia borghese, mollemente sdraiata sui cuscini di questa civiltà, ripugnava e ripugna simile tremenda identificazione, che scopre la necessità di rifar tutto daccapo rinunziando a tutte le comodità ereditate. Questo diaframma borghese ci ha confezionato lo spauracchio bolscevico e ci ha impedito di veder chiaro nel volto di Mussolini.

Mussolini è il primo, piú fiero, piú forte antidemocratico apparso sulla politica del mondo. Socialismo e comunismo possono al piú farlo sorridere, perché per tenaci che siano le illusioni della miseria e il miraggio del paese di cuccagna, ben piú forti sono le seduzioni borghesi e piú reali, e piú reali e potenti i desideri del proletariato che vi si rivolge. Tra l’illusione e la realtà, la prima cade da sé, la seconda deve essere abbattuta con la forza.

Ora se vent’anni e piú di dopoguerra europeo sono una sola preoccupazione antibolscevica, e si concludono nel patto anticomintern, non per questo la linea ideale di Mussolini è guasta in qualsiasi modo dalla contingenza. Sfogliando, come ho fatto, i suoi scritti, ho scoperto non tanto per me quanto per i fissati dell’antibolscevismo... un intero ininterrotto filone antidemocratico, deciso, esplicito talvolta fino alla lapide, violento e indiscutibile fino all’assoluto.

Perché questa è l’opposizione ideale di Mussolini a una intera civiltà. Lui il fondatore primo della civiltà nuova, perché questa è la sua promessa di demolizione di tutto un mondo che grava da vent’anni sulla marcia verso il futuro. O noi rovesceremo questo mondo o noi ne saremo schiacciati per sempre.

1288–1289

Alla luce di quanto abbiamo detto si capisce perché anche sotto il profilo ideologico Mussolini considerasse il rifiuto di Hitler a prendere in considerazione la necessità di accordarsi con Stalin politicamente e militarmente suicida e tale da far perdere la guerra all’Asse e ideologicamente inconsistente, frutto di un fanatico strabismo che gli rendeva impossibile valutare realisticamente quali fossero i nemici piú pericolosi e contro i quali concentrare tutte le forze. Ché, se il Tripartito avesse vinto o si fosse giunti ad una pace generale di compromesso, l’Urss sarebbe stata resa innocua e il bolscevismo o sarebbe entrato in crisi o si sarebbe evoluto verso forme sempre piú nazionali e nella tradizione dell’espansionismo grande russo e zarista e, dunque, piú pericolose o altrettanto pericolose per gli Alleati e soprattutto per l’Inghilterra che non avrebbe potuto non contrastarle cosí come le aveva contrastate in passato e, in qualche misura, cercava di contrastarle sin d’ora. Su un unico punto, forse, Mussolini poteva dar ragione ad Hitler: che garanzie c’erano che, fatta la pace e ripreso fiato grazie proprio ad essa, Stalin non approfittasse del trasferimento ad occidente del grosso delle forze tedesche per riprendere le ostilità? Ma anche a questo argomento (e in subordine a quello che per un eventuale trasferimento in occidente delle forze impegnate all’est ci sarebbero voluti mesi) Mussolini credeva di aver pronta la risposta: sia che Stalin non volesse realmente trattare e usasse lo spauracchio di una pace separata per indurre Londra e Washington ad aprire al piú presto il «secondo fronte», a fornirgli maggiori aiuti e a mostrarsi piú disponibili a soddisfare le sue richieste di precisi impegni sulla sistemazione territoriale postbellica (tutte cose che Mussolini, almeno nelle grandi linee, ben sapeva), sia che Hitler e l’OKW considerassero militarmente troppo rischioso fidarsi di lui e sguarnire il fronte orientale, per Mussolini la soluzione era quella di rinunciare ad ogni altra azione offensiva su di esso, attestarsi su una linea difensiva il piú possibile favorevole e stabilizzarvi il fronte, fortificandola se necessario con una sorta di «vallo orientale» e trasferendo ad occidente solo una parte delle forze impiegate in quel momento in Russia, soprattutto quelle aeree, che, in caso di bisogno, sarebbero potute essere riportate rapidamente in oriente per contrastare una eventuale azione in forze sovietica.

1289–1290

La sera del 1º novembre 1942 Mussolini aveva fatto a bruciapelo a Giorgio Pini, sul punto di accomiatarsi alla fine di una udienza a palazzo Venezia, una inattesa domanda: «Dite, Pini, vi pare che io sia già morto?» Pini non era riuscito a capire se questa «cruda domanda rivelatrice di un triste stato d’animo» si riferisse al suo stato di salute o alla situazione politico-militare448. Quattro mesi dopo la salute del «duce» era migliorata, la situazione politico-militare si era fatta invece di gran lunga peggiore e Mussolini ne era consapevole, sentiva tutta la responsabilità, come avrebbe detto qualche tempo dopo a Ottavio Dinale449, di essersi «illuso di poter arrischiare tutto per farci grandi e forti» ed era anche convinto che, se non fosse riuscito a fronteggiare in qualche modo la situazione, per lui tutto sarebbe finito. Significative e, al tempo stesso, caratteristiche del modo allusivo che usava anche con i pochissimi nei quali riponeva ancora fiducia e considerava in grado di capire la sua condizione umana sono a quest’ultimo proposito le parole dette in questo periodo a De Begnac nel corso di una delle periodiche conversazioni che ancora aveva col suo biografo450:

Sto mettendo un poco d’ordine nelle mie carte. L’altro giorno ho trovato delle lettere di Battisti che vi passerò. Di lui vi parlerò piú tardi. Nelle mie agende ho fissato giorno per giorno parole, atti, nomi di persone. Un giorno mi ritirerò sotto la tenda, abbandonerò per sempre l’accampamento. Su quegli appunti stenderò definitivamente le mie memorie. Sempre nel novembre 1922 dissi queste parole: «Ebbene, lo so, non è la mia persona che è in giuoco. Certo, se io non riesco, sono un uomo finito; non sono esperimenti che si possono tentare due volte nella stessa vita; ma la mia persona vale pochissimo».

Al suo tavolo di lavoro a palazzo Venezia, spoglio di gran parte delle collezioni e dei quadri che sino a qualche tempo prima lo adornavano e che ora erano stati trasferiti al sicuro dai bombardamenti e sempre piú vuoto e silenzioso di visitatori, che cercavano di evitarlo o ne erano tenuti lontani dall’insofferenza verso di loro del «duce», a villa Torlonia o alla Rocca delle Caminate, Mussolini continuava però, tra alti e bassi di umore, momenti di euforia e di sconforto, ad arrovellarsi, imprecando contro i tedeschi e quel «tragico buffone» di Hitler.

1290–1291

Nonostante si rendesse conto che la crisi era prossima al punto di rottura e che i momenti di sconforto si facessero sempre piú numerosi di quelli d’euforia e, di tanto in tanto, dovesse sentire il peso della sua solitudine umana e, forse, persino di quella personale (rotte ormai solo da qualche sempre piú raro contatto con pochissimi vecchi amici, come Dinale e Morgagni, e dagli incontri di lavoro, spesso piú o meno rapidi a seconda della persona, durante i quali la sua innata tendenza a sostituire il monologo al dialogo si andava manifestando sempre di piú e sempre di piú lo portava ad andare «fuori tema» e inseguire ad alta voce le idee che piú lo assillavano), tutto si può dire salvo che si rassegnasse ad accettare la sconfitta e rinunciasse a cercare una via d’uscita. Da «bravo funzionario», cercava di seguire ancora tutto, ascoltava il punto di vista dei suoi collaboratori, lasciava che Bastianini tessesse le sue trame, anche se personalmente non credeva potessero portare a nulla di positivo, tutto lo confermava però nell’idea che l’unica via di uscita – per l’Italia, ma anche per l’Asse nel suo complesso – fosse quella di por fine alla guerra dell’est o, almeno, di sospendere le operazioni offensive e stabilizzare il fronte orientale. Né i suoi collaboratori piú sinceri e fedeli, come Bastianini, pur non credendo che Hitler potesse accettare la richiesta, non sapevano contestarne la validità teorica e contrapporgliene altre piú valide e non se la sentivano di togliergli quest’ultima speranza. E ciò tanto piú che un po’ da tutte le parti giungevano indiscrezioni, valutazioni, notizie, sollecitazioni che facevano pensare che il momento fosse opportuno per fare un passo deciso su Hitler e che anche tra i suoi collaboratori, civili e militari, non mancavano coloro che la pensavano come Mussolini e ritenevano che solo lui potesse farlo recedere dal suo rifiuto.

Dall’occidente, dopo la conferenza di Casablanca e l’incontro a Adana di Churchill con Inönü e Saracoglü, le voci sull’aggravarsi dei contrasti tra Stalin e gli Alleati si erano moltiplicate e avevano trovato conferma in quanto a Roma filtrava sui contatti tra agenti sovietici e agenti della «diplomazia parallela» di von Ribbentrop. A far sperare che questi contatti potessero avere un seguito positivo molto contribuiva il fatto che sin dalla fine del 1941 i giapponesi non solo non nascondevano il loro desiderio che Germania e Unione Sovietica trovassero la via di un accordo di pace, ma si erano concretamente mossi in questo senso offrendosi come mediatori e arbitri e il 7 marzo 1942 il ministero degli Esteri di Tokyo aveva trasmesso un documento in tal senso ad entrambi i governi. Hitler aveva subito detto a Oshima che tra i due paesi non vi era alcuna possibilità di pace negoziata. A fine agosto Tokyo, i cui sondaggi presso i sovietici avevano dato l’impressione di aver avuto un’accoglienza meno negativa, aveva ciò nonostante dato istruzioni a Oshima di affrontare nuovamente la questione con Berlino e ne aveva anche parlato con l’ambasciatore tedesco in loco. Dopo circa un mese Berlino aveva ribadito il suo diniego, al quale, con un tempismo veramente strano, era seguito solo quattro giorno dopo il rigetto sovietico della proposta del marzo451. Allo stato della documentazione è impossibile dire se dopo questo doppio fallimento i giapponesi fecero altri passi formali sino al marzo 1944, quando, come vedremo nel prossimo tomo, cercarono di riproporre il discorso. Quello che è certo è che, nonostante il duplice scacco, Tokyo non aveva rinunciato alla sua idea e aveva continuato a fare piú o meno caute pressioni dirette ed indirette almeno sui tedeschi452.

1291–1292

La carta giapponese sarebbe diventata di lí a poco quella sulla quale Mussolini avrebbe fatto piú affidamento. Per il momento, egli credeva però di avere anche personalmente delle buone chances. Per quanto considerasse Hitler un fanatico privo di senso politico, gli sembrava impossibile che dopo Stalingrado egli non si rendesse conto della necessità di alleggerire la Germania dal peso sempre piú opprimente del fronte orientale e doveva altresí sperare che, se qualcuno apriva loro la strada, anche quei collaboratori del Führer che nell’intimo la pensavano come lui e in qualche caso si muovevano nella stessa direzione all’insaputa di Hitler o facendogli credere di farlo per puro machiavellismo, per seminar cioè zizzania tra Stalin e gli Alleati, si sarebbero indotti a venire in qualche modo allo scoperto e a non schierarsi contro di lui. Da qui la sua decisione, con la seconda metà del febbraio 1943, di riprendere il discorso con i tedeschi e con Hitler in particolare.

Il 23 febbraio, alla vigilia dell’arrivo a Roma di von Ribbentrop, Bastianini comunicò ad Ambrosio la linea sulla quale attestarsi con lui e con Warlimont: «difensiva al fronte orientale» e «preminente importanza dello scacchiere mediterraneo»453.

Due giorni dopo il ministro tedesco ebbe un primo colloquio con Mussolini al quale, per prima cosa, consegnò una lettera di Hitler dedicata in massima parte, come si è già visto, alla situazione nei Balcani, e in particolare all’atteggiamento italiano nei confronti del movimento di Mihailović e alle prospettive della guerra nel Mediterraneo e, piú in generale, del «secondo fronte». Il problema Russia vi era affrontato invece quasi en passant e con alcune affermazioni tutt’altro che incoraggianti: bolscevismo e plutocrazia perseguivano gli stessi fini ed erano entrambi espressione del giudaismo, sicché, per Hitler, era impossibile non considerarli «come una stessa unità»:

1292

In caso di vittoria anche di una sola di quelle due forze il nostro destino sarà inimmaginabile... Io combatterò pertanto in oriente finché questo colosso alla fine non venga meno, e ciò con o senza alleati. Ritengo infatti anche la semplice sussistenza di questo pericolo cosí spaventosa che l’Europa non potrà avere un’ora di tranquillità se con incommensurabile leggerezza sostando sull’orlo di un vulcano dimenticherà la verità oppure semplicemente non la vorrà vedere454.

Né von Ribbentrop nel corso del colloquio si era mostrato piú duttile. Parlando a quattr’occhi con Bastianini, gli aveva detto che, dopo le enormi perdite che avevano subito, quello era il momento di «vibrare alla Russia il colpo finale»455; per il resto non aveva fatto altro che parafrasare quanto Hitler aveva scritto nella sua lettera. Sicché Mussolini, dopo averlo ascoltato con aria scettica e annoiata456, non aveva approfondito il discorso, come in un primo momento doveva essersi proposto di fare457, e si era limitato a ribattere seccamente che in Russia il principale nemico era lo spazio e che, invece di insistere negli attacchi, era necessario erigere una barriera difensiva, possibilmente lungo il Dnepr, e attendere gli sviluppi della situazione458.

1293–1294

Il fatto che avesse lasciato cadere il discorso con von Ribbentrop non vuol per altro dire che Mussolini avesse rinunciato tout-court alla sua idea. E ciò tanto piú che i primi giudizi dell’entourage di von Ribbentrop sulle posizioni assunte da parte italiana nel corso dei colloqui romani, stando a quanto riferiva Alfieri459, erano stati piú positivi che negativi, anche se tutti erano concordi nell’escludere che Hitler potesse rinunciare alla nuova grande offensiva estiva che andava preparando. Ma anche qui con un’apertura verso l’Italia che denotava il rafforzarsi, almeno in alcuni, del timore che l’ostinazione del Führer potesse aggravare vieppiú la situazione e suscitare pericolose reazioni tra gli alleati.

1294–1295

Che se poi – secondo quanto Alfieri asseriva gli avevano detto durante il viaggio di ritorno in Germania il capo gabinetto dell’Auswärtiges Amt, Schmidt, l’ambasciatore Ritter e il dottor Megerle – nel periodo culminante della formidabile offensiva della prossima estate dovessimo malauguratamente ed ancora una volta constatare uno svolgimento delle cose non consono ai piani prestabiliti ed il crearsi di una situazione incerta, sarà tanto piú necessario correre ai ripari in tempo utile, valendosi, anche e soprattutto in questa occasione, dell’Italia verso cui si volgono le piccole nazioni europee come alla «madre della civiltà e della giustizia».

La prova che il «duce» non aveva affatto rinunciato alla sua idea è, del resto, nella lettera che il 9 marzo aveva indirizzato a Hitler in risposta a quella portatagli da von Ribbentrop. In essa – lo si è già accennato – Mussolini aveva annunciato al Führer di volergli parlare «esaurientemente» della guerra in Russia; non aveva però sollecitato nessun incontro, limitandosi per il momento a prospettargli la sua proposta di stabilizzare il fronte con un «vallo d’est», cosí che la Russia, «stremata di forze», non costituisse piú un «pericolo mortale» e l’Asse potesse fronteggiare con buone possibilità di successo gli anglo-americani, ormai sempre piú pericolosi460.

Come prevedibile, l’effetto della lettera era stato nullo. Il 14 marzo Hitler aveva risposto a Mussolini fingendo di non aver capito cosa questi gli aveva scritto461:

La stabilizzazione del fronte orientale, che come spero è ormai definitivamente avviata, mi consentirà, o Duce, compatibilmente con il Vostro stato di salute e con i Vostri eventuali impegni, di incontrarvi personalmente forse già in un tempo assai breve. Lo ritengo che ciò è pure assolutamente necessario, poiché gli argomenti sono cosí vasti e cosí importanti che non è possibile trattarli esaurientemente in brevi lettere... Ma, come ho accennato piú sopra, credo di poter ormai ritenere in coscienza che il fronte orientale sia finalmente consolidato e si rafforzerà ancor piú nelle prossime settimane e che la già avviata iniziativa nell’azione ritornerà ormai integralmente nelle nostre mani.

Secondo quanto una settimana dopo Alfieri aveva scritto a Bastianini462, la lettera di Mussolini aveva in realtà «fortemente impressionato» Hitler ed era stata accolta con «profonda soddisfazione» – soprattutto per la parte in essa dedicata alla guerra sul fronte russo – «negli ambienti dei diretti collaboratori del Führer e del ministro von Ribbentrop»463.

1295–1296

Ciò non soltanto – spiegava Alfieri – perché con la frase «Io mi domando se non sia troppo rischiare ripetere la lotta contro lo spazio infinito e praticamente irraggiungibile ed inafferrabile della Russia» il Duce individua con sicuro giudizio il punto piú delicato e grave della intera situazione politico-militare nella sua fase attuale, facendone logicamente intravedere gli sviluppi probabili mentre con chiara evidenza indica la possibilità di altre soluzioni contenenti un minor numero di incognite, ma perché alimenta con tutto ciò le speranze che con la sua alta parola, ascoltata dal Führer, possa influire in maniera radicale sulle di lui decisioni.

Lo spirito del Führer è infatti tuttora dominato e pervaso (in altra occasione ho scritto «abbacinato») dalla volontà fanatica – per adoperare la parola che la recente propaganda ha messo di moda – di continuare la guerra contro la Russia fino a batterla od inferirle almeno un colpo mortale attraverso una serie di offensive condotte senza risparmio di uomini e di mezzi…

La campagna del 1942 è culminata nell’episodio di Stalingrado che Hitler aveva concepito come un successo politico clamoroso ed attorno al quale ha voluto successivamente creare una leggenda di epico sacrificio militare.

Questa serie di operazioni ideate e condotte dal Führer i cui pratici risultati non hanno corrisposto alle aspettative, mentre ha inciso notevolmente sul potenziale bellico totale della Germania, ha finito con l’appesantire la situazione strategica al fronte russo…

Arrestata l’offensiva invernale sovietica, si manifesta attualmente in Germania uno stato di euforia analogo a quello palesatosi lo scorso anno al momento dell’incontro fra il Duce ed il Führer a Salisburgo. Euforia, preciso, limitata alla Führung e che non sembra molto diffusa né nel paese né fra i circoli dirigenti.

In questa atmosfera si riaffaccia e viene riaffermata l’intenzione di Hitler di riprendere al principio dell’estate l’iniziativa al fronte sovietico. Sulla opportunità di una iniziativa le opinioni in Germania sembrano concordi in quanto appare necessario ridare all’avversario sovietico la sensazione della potenza militare germanica e stabilire dei capisaldi che permettano di andare incontro fiduciosi ad ogni sorpresa. Là dove le opinioni in vari circoli sembrano alquanto differire da quelle di Hitler, è sul carattere totalitario di offensiva a fondo che egli a quelle operazioni medesime sembra voler imporre.

Mentre si osserva infatti che l’esercito germanico, per quanto saldo, disciplinato e bene armato non rappresenta fatalmente piú quel formidabile strumento che ha permesso le vittorie degli anni 1939, 1940 e 1941; che difficilmente un piano strategico, anche se questa volta unicamente basato su criteri tecnici anziché politici, potrebbe riuscire a indicare obbiettivi sufficientemente vicini e la cui conquista potrebbe avere carattere risolutivo; si fa osservare per contro come per organizzare la nuova battaglia sarà necessario trascurare altri fronti e rinunciare a difendersi se in altri settori apparisse improvvisamente il pericolo. Si fa osservare da ultimo come l’insuccesso od anche soltanto il parziale successo di un’offensiva proclamata definitiva potrebbe questa volta esercitare delle conseguenze negative sensibili sulle masse tedesche sottoposte in questi ultimi mesi ad uno sforzo di lavoro crescente, reso piú gravoso dalla sempre piú rigida disciplina e dalle sempre maggiori limitazioni imposte alla vita civile.

Il vivo interesse con cui, come ho detto all’inizio, alcuni seri elementi responsabili hanno visibilmente accolto i dubbi espressi dal Duce circa l’opportunità di una ripresa offensiva totalitaria al fronte est, è evidentemente il riflesso dei dubbi che si affacciano nell’animo di non pochi dirigenti germanici, i quali sperano che nell’occasione dell’imminente incontro dei due Capi il Duce, da solo a solo parlando al Führer con assoluta chiarezza e precisione, lo tragga fuori da quell’atmosfera fanatica che gli ha fatto perdere la giusta visione delle cose e lo liberi dall’assillo della sfinge sovietica che domina totalmente il suo pensiero…

Nel momento attuale è piú che mai di importanza vitale menar colpi là dove il pericolo appare piú urgente e dove piú gravi potrebbero risentirsi le conseguenze di un insuccesso.

Orbene, ed il giudizio di competenti militari lo conferma, la Russia sovietica, mentre non appare cosí indebolita da lasciar adito a serie speranze di conseguire su di essa una pronta vittoria, non sembra certamente piú in condizioni da superar la resistenza di una salda linea difensiva tedesca. Risulta quindi tanto maggiormente fondata ed accoglibile la proposta del Duce di elevarvi un baluardo insormontabile di uomini e di materiali.

Ben diversa sembra delinearsi invece la situazione nel Mediterraneo, dove il peso delle armi anglo-americane va facendosi piú sensibile e dove Washington e Londra mostrano di voler raggiungere ad ogni costo il tanto sospirato successo.

Qualora il Führer rinunciasse per il momento almeno all’idea di una offensiva totalitaria ad est per concentrare in un settore del Mediterraneo la massa di forze che verrebbe in tal modo a rendersi disponibile, sarebbe possibile ottenere con un numero infinitamente piú limitato di mezzi, con maggiori probabilità e con conseguenze di gran lunga forse maggiori per l’intera economia della guerra, quel successo di carattere decisivo che egli non riesce a concepire possibile se non sul fronte orientale.

Bastianini, appena ricevuta la lettera, l’aveva fatta leggere a Mussolini. Preoccupato com’era per l’offensiva che proprio in quei giorni gli Alleati avevano sferrato contro le forze dell’Asse in Tunisia, questi doveva aver trovato in essa una ulteriore spinta ad incalzare Hitler e senza por tempo in mezzo, il 26 marzo, gli aveva scritto una nuova lettera, assai piú esplicita di quella di quindici giorni prima: il «capitolo Russia» doveva essere chiuso, meglio con una pace, altrimenti con un «vallo». In attesa di incontrarlo, – gli aveva scritto464, –

1296–1297

lasciate che io ritorni, Führer, sopra l’argomento che io considero in questo momento come il decisivo: la Russia.

Ne ho parlato a lungo col Reichsmarschall. Quando il 1º giugno del 1941 noi ci incontrammo al Brennero io vi dissi che colla Russia bisognava scegliere o l’al-

leanza o la guerra. Dopo lunghe e tormentose meditazioni delle quali spesso mi avete parlato, e che pochi meglio di me sono in grado di comprendere, Voi sceglieste la guerra. La storia vi ha dato ragione. La Russia aveva ingannato l’Europa e il mondo, anche attraverso la campagna contro la Finlandia e costituiva veramente una formidabile minaccia a tergo dell’Asse. In quasi due anni di guerra, attraverso gravi sacrifici ed eroismi mai visti, Voi siete riuscito ad indebolire la Russia in modo tale che essa non può costituire, almeno per molto tempo, una minaccia consistente.

Per questo io vi dico che il capitolo Russia può essere chiuso. Con una pace, se possibile, ed io la ritengo possibile, o con una sistemazione difensiva – un imponente vallo orientale – che i russi non riusciranno mai a varcare. Il punto di vista da cui parto per arrivare a questa conclusione è che la Russia non può essere annientata, poiché fu ed è difesa da uno spazio cosí grande da non potere mai essere conquistato e tenuto. Le avanzate estive e le ritirate invernali non possono ripetersi, senza condurre ad un esaurimento – sia pure reciproco – ma a tutto ed esclusivo vantaggio degli anglo-americani. Aggiungo che i rapporti fra Stalin e gli alleati sono veramente cattivi e il momento politico ci è piuttosto favorevole. L’annientamento della Russia non può avvenire, a mio avviso, nemmeno attraverso un intervento, assai improbabile, del Giappone, date le enormi distanze. Bisogna quindi in un modo o nell’altro liquidare il capitolo Russia. Il giorno in cui questo si verificasse, noi potremmo esporre le bandiere, perché avremmo definitivamente la vittoria nel pugno. Sottratto all’Inghilterra l’ultimo esercito continentale – il piú potente – sul quale contava, l’Asse – con tutti i suoi mezzi – farebbe fronte ad Ovest e riprenderebbe l’iniziativa strategica che dall’autunno in poi, per terra e per aria è passata nelle mani del nemico.

1297

Il 17 marzo, dopo la deludente risposta di Hitler alla lettera di Mussolini del 9, Roma aveva dato istruzioni ad Alfieri perché sollecitasse un incontro tra i due, lasciando libero Hitler di stabilire dove, in Italia, a Salisburgo, a Monaco e, nonostante le condizioni di salute del «duce», persino, se necessario, a Görlitz. Sopravvenuta l’offensiva alleata in Tunisia le sollecitazioni avevano avuto una breve battuta d’arresto; alla fine però l’incontro, al castello di Klessheim, era stato fissato per il 7 aprile, con la partecipazione di von Ribbentrop, von Mackensen, Bastianini, Alfieri e dei principali collaboratori militari dei due dittatori con i loro esperti, e un’agenda «aperta», ma che di fatto comprendeva tutti i problemi sul tappeto tra Italia e Germania.

Da parte italiana la preparazione era stata assai minuziosa, forse come mai in altre occasioni del genere. Nell’appunto in cui Ambrosio aveva sintetizzato il punto di vista e le richieste del Comando supremo la questione Russia non appariva, salvo, forse, indirettamente laddove, all’inizio, veniva sottolineata la necessità di una «visione unica della condotta della guerra le cui linee generali debbono essere fissate di comune accordo»465.

1298–1300

Ad affrontarla si era però ampiamente preparato palazzo Chigi che, tra l’altro, aveva redatto uno studio, «Appunti sulla politica sovietica»466, «descrittivo e anodino», ma «fatto per aprire gli occhi ai tedeschi»467 ai quali era stato sottoposto in anticipo. Quasi temendo che all’ultimo momento Mussolini potesse non parlare chiaro a Hitler468, il 6 aprile Alfieri (che quattro giorni prima aveva inviato al «duce» un lungo dispaccio sulle operazioni sul fronte russo469 nel quale aveva sottolineato come i tedeschi, pur avendo «decisamente migliorato» nell’ultimo mese la loro situazione, non avevano però conseguito tutti gli obiettivi che si erano proposti, sicché negli ambienti dell’Alto comando ci si chiedeva se non convenisse «attendere dietro una linea difensiva ben presidiata l’urto degli eserciti bolscevichi, per agganciarli e batterli con la superiorità “qualitativa” delle forze tedesche») gli aveva per parte sua consegnato un promemoria470 che ricalcava largamente quanto lo stesso Alfieri aveva scritto a Bastianini il 21 marzo e si concludeva con queste parole:

Anche se, come Hitler crede, l’offensiva andasse bene, i risultati non potranno comunque – tranne un miracolo – essere conclusivi e determinanti.

Ecco perché, alla vigilia dell’incontro che avviene in una vigilia particolarmente importante della guerra, mentre i popoli dell’Asse e dell’Europa sono tesi nell’aspettativa di orientamenti decisivi, le serie correnti politiche e militari – delle quali già mi sono reso interprete – pensano che in questa occasione il Duce, da solo a solo, deve parlare al Führer senza scrupoli e riserve, con assoluta chiarezza e precisione, per trarlo fuori da quella atmosfera fanatica che gli ha fatto perdere la giusta visione delle cose, e per liberarlo dall’assillo abbacinante dell’annientamento della sfinge russa, assillo che è divenuto oramai il vero dominatore dell’asceta solitario che, vivendo in una foresta della Prussia orientale, circondato dagli stessi e timidi suoi uomini di fiducia, si è venuta irrimediabilmente straniando dalle esigenze naturali della vita.

Sia i verbali italiani che quelli tedeschi relativi ai lavori in riunioni plenarie e ai colloqui tra i principali esponenti dei due paesi sono assai sommari e danno un quadro molto parziale e riduttivo tanto dell’ampiezza dei contatti quanto dei temi e delle posizioni emersi nel corso di essi471. Poiché in particolare non esiste alcun verbale o resoconto dei colloqui privati tra Hitler e Mussolini, da piú parti è stato sostenuto che il «duce», di fronte alla prima reazione negativa del Führer, avrebbe rinunciato a insistere perché accettasse il suo punto di vista sulla necessità di chiudere in un modo o in un altro la partita all’est. Anche Deakin sembra propendere per questa tesi e, pur citando (condendole con una serie di «è possibile» e di «sembra») alcune testimonianze indirette che ne ridimensionano la portata472, si sofferma soprattutto sui verbali dei colloqui von Ribbentrop - Bastianini dai quali risulta che questi sollevò sí la questione, puntando essenzialmente su due argomenti, che a Roma nessuno dubitava che alla fine l’Urss sarebbe stata messa fuori combattimento, ma che tuttavia «il Duce pensa che la prosecuzione ad oltranza della sanguinosissima lotta sul fronte russo faceva in definitiva il giuoco delle potenze plutocratiche» e che era necessario chiedersi cosa nel frattempo sarebbe avvenuto nel Mediterraneo «dove abbiamo perduto ogni iniziativa e dove ci troviamo cosí esposti»473, ma, di fronte alla sicurezza e all’intransigenza del primo474, si sarebbe concentrato su altri problemi in discussione e specialmente sui suoi propositi di far accettare ai tedeschi l’idea che l’Asse dovesse contrapporre alla «Carta atlantica» un proprio documento «europeo».

1300–1301

In realtà molte e concordi sono le fonti che attestano che Mussolini (anche se il viaggio lo aveva molto affaticato e a Klessheim soffrisse di un attacco di ulcera) affrontò esplicitamente e sostenne con vigore il proprio punto di vista nonostante la vivace reazione con la quale esso fu subito accolto da Hitler e che non vi rinunciò affatto, tanto è vero che quando, meno di venti giorni dopo, Bastianini si incontrò nuovamente con von Ribbentrop, lo incaricò di dirgli che egli aveva sempre riguardo alla guerra con la Russia la stessa posizione e che era convinto che «sarà enormemente difficile dare alla potenza militare russa un colpo veramente decisivo»475. Tutti i partecipanti italiani al convegno si sono soffermati o hanno fatto cenno all’atmosfera «pesantissima» che gravò su esso476; attribuirla solo agli scontri sulla questione russa sarebbe eccessivo, che questi abbiano pesantemente concorso a determinarla è però piú che possibile. Certo è invece che l’intransigenza di Hitler (e la debolezza, il servilismo verso di lui di quei suoi collaboratori che nell’intimo la pensavano come Mussolini), non solo irritò profondamente il «duce» e ne acuí la disistima politica e l’odio personale per lui (sino a fargli dire a Bastianini che da quel momento in poi si sarebbe rifiutato di andare ancora «a rapporto» da Hitler), ma – insieme, ben s’intende, alla conferma che i tedeschi non avevano nessuna intenzione di impegnarsi a fondo per aiutare l’Italia – aprí la prima vera crepa nel suo «lealismo» verso l’alleato.

Pur nella loro essenzialità, due testimonianze – entrambe di partecipanti al convegno – ci pare meritino di essere segnalate, quella di Paul Schmidt, secondo la quale Mussolini «sostenne vivamente l’opportunità di una intesa con l’Unione Sovietica»477, e quella di Leonardo Vitetti che nel suo già piú volte citato inedito libro sul 25 luglio e l’8 settembre478 ha, a sua volta, scritto che al convegno di Klessheim (che politicamente «non fece che marcare la separazione degli interessi italiani da quelli tedeschi» e chiarí definitivamente «che la Germania non intendeva in nessuna maniera rinunciare all’assoluta direzione politica e militare della guerra») «Mussolini inutilmente perorò la causa della pace con la Russia». A queste due testimonianze si deve poi aggiungere quanto detto in un rapporto di Rudolf Likus a von Ribbentrop del 19 aprile 1943 relativo ai rapporti nippo-tedeschi. In esso479 si affermava che all’ambasciata giapponese a Berlino risultava che Mussolini, discutendo con Hitler la questione russa, aveva fatto cenno alla possibilità che il Giappone, «a certe condizioni, potesse fungere da mediatore» tra l’Asse e l’Urss e che essa riteneva che questa idea di Mussolini fosse condivisa, se non addirittura incoraggiata in qualche modo, da Tokyo.

1301–1303

Bastianini nelle sue memorie tratta ampiamente del convegno di Klessheim; la sua attenzione si concentra però soprattutto sui suoi sforzi per varare la «Carta d’Europa», sicché alla questione russa dedica pochi e rapidi accenni. Riferisce che, subito dopo il secondo colloquio con Hitler e poi durante il viaggio di ritorno Mussolini gli disse di aver «insistito» perché trovasse il modo di porre fine alla guerra con la Russia, dato oltre tutto che le truppe lí impegnate erano «indispensabili altrove», ma di non avergli potuto parlare «di sondaggi di nessun genere» (durante il viaggio di andata Bastianini gli aveva suggerito di proporre ad Hitler un doppio sondaggio di pace, i tedeschi sui sovietici, tramite il canale svedese, gli italiani sugli inglesi480) dato che egli si diceva sicuro «di assestare entro brevissimo tempo alla Russia il colpo finale»481.

Bastianini, sempre nelle sue memorie482, racconta anche un altro episodio su cui è opportuno soffermarci. Il giorno immediatamente successivo al ritorno a Roma, il 12 aprile dunque, appena il sottosegretario agli Esteri entrò nel suo ufficio a palazzo Venezia, Mussolini, in preda ad un attacco d’ira, non solo gli disse che non sarebbe piú andato «a rapporto» da Hitler, ma si scagliò contro questi con estrema violenza:

Quel tragico buffone si ostina a cercare in Russia una vittoria che sta di casa da tutt’altra parte. Gliel’ho ripetuto almeno dieci volte, ma non vuol capirla. Anche Göring e Himmler sono della mia opinione e credo anche Keitel.

È probabile che a farlo parlare cosí fossero la frustrazione per come erano andate le cose a Klessheim e il suo odio per Hitler; alcuni fatti autorizzano però a chiedersi se, respingendo la sua richiesta di «farla finita» con la guerra all’est e pur dicendosi sicuro di mettere fuori combattimento l’Urss in pochissimo tempo, Hitler non avesse dato a Mussolini l’impressione di essere meno sicuro di quanto voleva apparire, di nutrire qualche dubbio e di non escludere del tutto l’opportunità di intavolare, se la ripresa offensiva estiva non avesse dato i risultati che si attendeva da essa, serie trattative con Stalin e se, addirittura, non gli avesse fatto qualche accenno in questo senso. Nel qual caso, fermo restando che Mussolini, per il quale ogni giorno che passava equivaleva ad un passo verso il baratro, era pieno di rancore per Hitler, si spiegherebbe non solo e non tanto perché, riferendo al re del convegno, gli dicesse di «aver trovato molta comprensione da parte di Hitler»483 (che poteva essere anche solo un goffo tentativo di rassicurare il sovrano che, come abbiamo detto, sperava anche lui che una pace separata con l’Urss potesse far uscire l’Italia dal vicolo cieco in cui si trovava), ma anche varie altre cose. Si spiegherebbero le innumeri voci – che, se si considerano alcuni loro particolari (tra cui quello che Hitler voleva assolutamente mantenere il possesso dell’Ucraina), potevano aver origine solo in ambienti e tra persone ben informati, vicini a palazzo Venezia o a palazzo Chigi – che nei giorni del convegno e ancor piú in quelli immediatamente successivi presero a circolare a Milano e soprattutto a Roma e che asserivano che tra Hitler e Mussolini (e per iniziativa di questi) si stesse studiando un progetto di pace da sottoporre ai russi484. Si spiegherebbe altresí il fatto che nelle settimane successive al convegno di Klessheim Mussolini non solo disse piú volte (per esempio a Pirelli485) di aver insistito con Hitler e «con i generali dell’OKW perché non attaccassero in forze in Russia», ma fece fare vari passi in questo senso, al punto che a metà maggio Alfieri si vide costretto a fargli sapere che, a suo giudizio, era inutile insistere, dato che Hitler era sempre «intimamente e profondamente» convinto di poter infliggere un «durissimo colpo» alla Russia e quelli tra i suoi piú diretti collaboratori che avrebbero potuto avere una positiva influenza su di lui (Göring, von Ribbentrop, Himmler, Bormann, Göbbels) non osavano muoversi486. E soprattutto si spiegherebbe perché Mussolini – nonostante non sperasse piú in sostanziali aiuti da parte della Germania e dovesse rendersi conto che, nonostante i suoi sforzi, il fronte interno stava ormai franando – rispondesse alle pressioni di Bastianini, che, dopo Klessheim, aveva preso ad insistere con piú vigore per uno sganciamento dai tedeschi, rinviando «un passo a Berlino in tal senso» (cosí come quello per la convocazione di una conferenza sull’Europa e la guerra tra i membri del Tripartito) alla fine dell’estate487. E su questa posizione si arroccasse non solo a metà maggio, quando Pio XII gli fece sapere che, in considerazione della minaccia di «sempre maggiori lutti e rovine» che «incombeva sull’Italia», era «disposto a fare il possibile per venire in aiuto del popolo che soffre», ché, come giustamente ha osservato il Garzia488, Mussolini già da vari mesi pensava che il Vaticano e la Casa Bianca stessero tramando ai danni dell’Italia e del fascismo, ma anche dopo lo sbarco in Sicilia e addirittura al ritorno da Feltre, il 22 luglio, quando – se si accetta la testimonianza di Badoglio – si sarebbe impegnato col re a sganciarsi dalla Germania entro il 15 settembre, e ancora la mattina del 25 luglio, quando, come vedremo, chiese ai giapponesi di appoggiare con tutte le loro forze un estremo passo su Hitler affinché si giungesse alla cessazione delle ostilità con la Russia.

1303–1304

Nel 1946, nel carcere di Norimberga, in attesa di essere giustiziato, il generale Jodl scrisse alcune note sull’influsso di Hitler sulla condotta della guerra489 alla fine delle quali affermava senza mezzi termini che alla fine del 1942 - primi del 1943 Hitler era ormai consapevole che «il dio della guerra aveva voltato le spalle alla Germania e si era trasferito nell’altro campo» e che ciò nonostante continuò a combattere per altri due anni e piú, rifiutando l’idea della «resa incondizionata» e senza preoccuparsi degli inutili sacrifici che imponeva al popolo tedesco. Cercando di spiegare il comportamento di Hitler in termini che non fossero solo quello dell’eroismo o della follia, Jodl arrivava a questa conclusione:

1304–1305

Prima di qualunque altro uomo al mondo Hitler immaginava e sapeva che la guerra era perduta. Ma può un uomo dare per perduti uno Stato ed un popolo prima che lo siano effettivamente? Un uomo come Hitler non lo poteva... Si è lasciato seppellire sulle rovine del suo Stato e delle sue speranze.

È possibile attribuire anche a Mussolini un comportamento in qualche modo simile? È possibile cioè pensare che il suo rifiuto a prendere atto che l’unica strada percorribile era ormai quella del suo abbandono del potere e di un armistizio, di una pace separata con gli Alleati? È possibile, ma, tutto sommato, poco credibile. Sia perché il «duce» non era un fanatico come il Führer e, al contrario di Hitler verso i tedeschi, sentiva profondamente le proprie responsabilità verso gli italiani che, a modo suo, amava, anche se attribuiva loro una serie di carenze di «carattere», una scarsa consapevolezza nazionale e un altrettanto scarso senso dello stato. Sia perché per l’Italia nel 1943 una capitolazione, un armistizio, un rovesciamento del fronte (una soluzione questa alla quale comunque non si sarebbe mai arrivato, nonostante le responsabilità che attribuiva ai tedeschi e il suo odio per Hitler), una pace separata erano tutte vie di uscita che presentavano agli occhi di Mussolini un ostacolo decisivo: la presenza dei tedeschi in Italia e la sicura reazione di Hitler contro il «tradimento» italiano. Da qui il suo rifiutarle prima, il suo accettarle in via di ipotesi, a livello di sondaggi cioè, poi, ma rimanendo nell’intimo sempre convinto che l’unica soluzione del problema fosse quella – che, oltre tutto, pensava lasciasse ancora aperta la porta ad una vittoria finale del Tripartito o ad una pace generale di compromesso – di un accordo con l’Unione Sovietica. Ciò detto, rimane però l’interrogativo se a tenerlo ancorato a questa soluzione fossero solo il senso della disperazione, l’impotenza alla quale si trovava ridotto e l’incapacità morale a farsi da parte, a passare la mano ad altri, insomma a dare per perduta la guerra per l’Italia prima che a perderla non fosse anche la Germania, o non fossero anche altri motivi, altre speranze.

Una speranza che doveva incoraggiarlo a non cedere era certamente quella che Hitler, se la sua offensiva estiva (quella che si concretizzò nell’attacco contro il saliente di Kursk e nel tentativo di annientare le forze sovietiche nel Caucaso) non avesse avuto il successo che si diceva sicuro avrebbe avuto, avrebbe dovuto, volente o nolente, prendere in considerazione quanto lui gli aveva scritto e detto. Da qui la necessità, per Mussolini, di attendere, prima di fare qualsiasi altra cosa, la conclusione della nuova campagna estiva tedesca. E ciò tanto piú che il fatto che questa ebbe inizio piú tardi di quelle degli anni precedenti dovette fargli inizialmente sperare – anche sulla base di quanto riferiva da Berlino Alfieri490 – che Hitler, ascoltando i suoi suggerimenti, avesse rinunciato ad un’azione in grande stile. Né si può sottovalutare un altro fatto: Hitler, sia pure per negare la possibilità di un accordo con Stalin, aveva ammesso con lui esplicitamente che tra Germania ed Urss vi erano stati contatti per un’eventuale pace e ciò non solo confermava quanto a Roma era trapelato dei sondaggi che avevano avuto luogo in Svezia tra la fine del 1942 e gli inizi del 1943 tra emissari dei due paesi, ma lasciava un margine di speranza sull’effettiva indisponibilità di Hitler a trattare. Né, infine, si può del tutto escludere – già l’abbiamo detto – che Hitler gli avesse dato nel corso dei loro tête-à-tête a Klessheim l’impressione – se addirittura non gli fece qualche accenno in tal senso, ché l’incontro in giugno, prima cioè dell’inizio dell’offensiva estiva tedesca, di von Ribbentrop con Molotov non poté certo essere una iniziativa personale di von Ribbentrop, all’insaputa e contro la volontà del Führer – di non essere radicalmente contrario, a certe condizioni, ad un accordo, sicché Mussolini era deciso ad attendere l’esito delle operazioni sul fronte orientale, pensando che, comunque fossero andate, il loro costo per entrambi i contendenti avrebbe reso almeno uno dei due piú disponibile ad accettare le condizioni dell’altro e che a ciò avrebbe dovuto dare un valido aiuto la mediazione del Giappone.

1305–1306

Appena nominato sottosegretario Bastianini aveva incaricato Prunas, Guariglia e Paulucci di Calboli di cercare di lanciare a loro «rischio e pericolo» un «ponte» verso gli Alleati. Dei tre ambasciatori quello in cui Mussolini (probabilmente per la lunga consuetudine avuta con lui dal 1922 al 1927, quando Paulucci era stato suo capogabinetto a palazzo Chigi e perché lo sapeva di sentimenti fortemente antitedeschi) riponeva piú fiducia doveva essere Paulucci. Si spiega cosí come, mentre gli altri due avevano raggiunto le loro sedi di Lisbona e di Ankara senza che egli avesse sentito il desiderio di parlar con loro, il 13 febbraio (due giorni dopo aver parlato con Bastianini, da cui aveva saputo che Salazar aveva promesso a Prunas il proprio appoggio nel caso di eventuali approcci con gli Alleati) e ancora il 2 aprile aveva convocato invece Paulucci a palazzo Venezia e gli aveva detto: «siamo presi alla gola dai tedeschi, vedete di trovare una via di uscita». A Madrid Paulucci si era però reso conto di essere strettamente sorvegliato dai tedeschi e per prendere i necessari contatti si era dovuto servire di un professore del locale Istituto italiano di cultura, Ippolito Galante, che, tramite «un autorevole amico svizzero», solo in maggio e in giugno sarebbe riuscito finalmente ad incontrarsi con alcuni diplomatici alleati, tra i quali un certo dottor Bohm e l’addetto militare colonnello Hohenthal, entrambi americani, prospettando loro il desiderio dell’Italia di sganciarsi dalla Germania e cercando di conoscere le condizioni alle quali ritenevano che essa sarebbe potuta uscire dal conflitto. La risposta non fu però incoraggiante; gli Alleati esigevano la resa senza condizioni, «nonché precise indicazioni circa il dislocamento delle nostre truppe, dei dispositivi di difesa e delle località dove uno sbarco sulle coste italiane avrebbe potuto piú agevolmente essere effettuato». E ancor meno incoraggiante fu quella che ottenne un successivo passo del Galante volto a conoscere le eventuali «condizioni politiche»: esso provocò infatti un «certo irrigidimento» degli interlocutori che, come tutta risposta, si limitarono ad assicurare il Galante che avrebbero chiesto istruzioni ai rispettivi governi; dopo di che lasciarono cadere il contatto491. Sicché il «ponte» di Paulucci non approdò a nulla. E quasi se ne sarebbe potuto non parlare se nel tentativo non fosse stato personalmente coinvolto Mussolini ed esso aiuta quindi a lumeggiare il suo comportamento non solo in relazione al momento in cui Paulucci ebbe l’incarico da Bastianini di «lanciare il ponte» e la sua convalida da parte di Mussolini, ma ancora nei mesi successivi, persino dopo lo sbarco in Sicilia.

1306–1307

L’incarico dato a Paulucci mette bene a fuoco tre cose: prima: che sin da febbraio Mussolini si rendeva conto che la partita era perduta e che bisognava assolutamente cercare una via d’uscita; seconda: che, pur puntando tutto sulla via d’uscita russa, non escludeva a priori anche l’eventualità di doversi rassegnare a quella anglo-americana; terza: che, nonostante le sue prevenzioni ideologiche, doveva pensare che la dichiarazione di Casablanca sulla «resa incondizionata» avesse per Londra e Washington un valore essenzialmente propagandistico-intimidatorio e non realmente politico, di principio indiscutibile e, quindi, voleva ad ogni buon conto saggiare le possibilità di una trattativa e conoscere le condizioni che si sarebbe potuto vedere sottoposte.

1307–1308

A ben vedere, la posizione di Bastianini non era molto diversa. Dopo Klessheim questi aveva abbandonato ogni speranza nella via d’uscita russa e aveva puntato tutto su quella di uno sganciamento dalla Germania e di una pace separata con gli Alleati d’accordo con Ungheria, Romania e, possibilmente, Bulgaria, pensando che il presentarsi come il paese leader dell’operazione avrebbe assicurato all’Italia una posizione e un trattamento privilegiato. Il che, in teoria e secondo gli schemi tradizionali che avevano retto in passato la politica internazionale, poteva anche essere un ragionamento parzialmente valido (ché sottovalutava il fattore Germania e sopravvalutava le possibilità degli Alleati tanto sotto il profilo militare quanto sotto quello dei rapporti con i sovietici), ma peccava di un vizio d’origine al quale – grazie al suo maggior senso politico e alla sua ostilità ideologica nei confronti degli anglo-americani – si sottraeva invece in buona parte Mussolini (ché anche lui, alla fine, faceva però una distinzione tra gli Usa e l’Inghilterra che sottovalutava, per un verso, la forza dei motivi ideologici e morali che erano alla radice dell’alleanza tra le due grandi potenze democratiche e, per un altro verso, l’impossibilità per Churchill di imporre, anche se lo avesse voluto, il proprio punto di vista a Roosevelt in materie che per il presidente americano avevano un valore, appunto, ideologico-morale): non avendo realizzato il carattere nuovo assunto dalla guerra, Bastianini credeva che, se abilmente gestita e trattata da una posizione di forza (che nei suoi piani doveva esserle assicurata dal parlare anche a nome degli altri paesi che, come l’Italia, volevano uscire dalla guerra), una pace separata di tipo tradizionale potesse essere, non solo conclusa, ma conclusa a condizioni non troppo onerose e che, addirittura, non prevedessero il «ritiro» di Mussolini, se non altro perché – come disse a Pirelli il 18 giugno492 – la sua permanenza al potere avrebbe costituito «un elemento d’ordine». Da qui i suoi tentativi, sin da quando era entrato a palazzo Chigi, di «lanciare ponti» per sondare le intenzioni e soprattutto le pretese degli Alleati e in particolare degli inglesi (da lui considerati piú interessati e disponibili degli americani ad un «equo» trattamento dell’Italia e meglio disposti nei suoi personali confronti per averlo conosciuto ed apprezzato nel periodo in cui aveva retto l’ambasciata a Londra), ma anche il suo non cercare di stringere effettivamente i tempi di una decisione che sentiva necessaria, ma che, per un verso, non era ancora «matura» per quel che concerneva sia l’effettiva possibilità di avviare un discorso a nome anche di quelli che sarebbero dovuti essere i partners dell’operazione, sia il «via libera» di Mussolini e, per un altro verso, pericolosa per le reazioni che essa avrebbe provocato a Berlino. Sicché sino a metà luglio, sino a quando cioè tutto ormai stava franando, non cercò veramente di forzare la mano a Mussolini.

1309–1310

Nonostante fosse previsto e atteso, lo sbarco alleato sulle coste della Sicilia meridionale, il 10 luglio, colse di sorpresa un po’ tutti e ancor piú a lasciare tutti allibiti fu la rapidità con la quale – dopo i primissimi giorni di valida resistenza, che fecero addirittura pensare che le truppe alleate potessero essere bloccate sul famoso «bagnasciuga» e ributtate in mare – gli Alleati si impadronirono quasi senza colpo ferire della munitissima base di Augusta e penetrarono nell’interno dell’isola, tagliandola in due e arrivando già il 22 a Palermo, accolti con giubilo da larga parte della popolazione493. A rendere possibile un successo cosí travolgente una parte assai notevole ebbe indubbiamente la grande superiorità aerea degli anglo-americani contro la quale gli sforzi dell’Aeronautica tedesca e l’eroismo di quella italiana poco poterono fare. Altrettanto indubbio è però che, salvo casi particolari e che si verificarono soprattutto nella seconda fase delle operazioni, il comportamento delle truppe italiane – al contrario di quello delle tedesche – fu sotto tutti i profili molto al di sotto di quello degli anni precendenti in Grecia, in Africa settentrionale, in Tunisia. Che nelle truppe vi fosse ormai un «vivo senso di sfiducia circa le possibilità di vittoria dell’Asse»494 era risaputo, cosí come ben noti erano sia lo stato di prostrazione di larga parte della popolazione (specie dei maggiori centri urbani) per i continui massicci bombardamenti, le sempre piú difficili condizioni di vita, e, in primo luogo, la irregolarità e scarsezza dei rifornimenti alimentari, e il comportamento, quasi da truppe d’occupazione, di molti reparti tedeschi495, sia l’influenza negativa che esso aveva sulle truppe, specie su quelle di origine siciliana, che, infatti, furono tra quelle che, dopo il primo impatto col nemico, maggiormente si sbandarono e si dissolsero496, anticipando lo stato d’animo del «tutti a casa» che avrebbe caratterizzato i giorni immediatamente successivi all’armistizio. Nonostante questo stato d’animo fosse noto nessuno però si attendeva che esso potesse assumere forme e dimensioni cosí vaste e radicali tali da incidere profondamente sulla possibilità di una seria (e onorevole) resistenza e da confermare i tedeschi nella convinzione che non si potesse fare alcun affidamento sull’esercito italiano e che, quindi, fosse inutile privarsi di mezzi e di uomini per aiutarlo e che fosse molto meglio mettere in salvo dalla trappola sicula tutto ciò che poteva essere salvato e considerare il fronte italiano solo in un’ottica tutta tedesca, intesa cioè solo a salvaguardare gli interessi militari e politici della Germania a sud delle Alpi e nelle zone di occupazione italiana.

1310–1311

Il 12 luglio, quando ormai ogni speranza di bloccare il nemico sulla linea del «bagnasciuga» era svanita, Mussolini incaricò il generale Marras di far pervenire «col mezzo piú celere e nel modo piú sicuro» ad Hitler un drammatico messaggio in cui la possibilità di bloccare gli Alleati era esplicitamente subordinata all’invio di un «massimo immediato rinforzo aereo germanico» e in particolare di reparti da caccia: senza questo concorso aereo «i mezzi terrestri, navali e aerei del nemico sono tali che la difesa dello scacchiere siciliano sarà estremamente difficile»497. A questo appello Hitler rispose il giorno dopo498, assicurando che entro il mese sarebbero affluiti in Italia 250 aerei da caccia e da bombardamento il cui invio era stato previsto già prima dello sbarco e che in aggiunta ad essi sarebbero stati mandati un gruppo di caccia e sette gruppi da bombardamento. La I divisione paracadutisti sarebbe stata aviotrasportata in Sicilia e la XXIX panzergrenadiere avrebbe raggiunto la zona di Reggio Calabria. Il grosso di tali forze ed eventuali altre, proseguiva però la lettera, sarebbe stato trasferito in Sicilia solo se ci fosse stata la certezza che i rifornimenti per esse attraverso lo stretto sarebbero stati «ineccepibilmente assicurati». Una condizione questa alla quale la lettera e ancor piú l’illustrazione e il commento che, consegnandola a Mussolini, ne fece Kesselring la mattina del 15, lasciavano chiaramente capire che da parte tedesca si dava, dopo le prove che nei giorni precedenti avevano dato le truppe italiane («... l’inattesissimo rapido sfaldamento delle forze impiegate nella difesa costiera, le quali... almeno in uno dei settori piú importanti non hanno nemmeno accettato il combattimento...»), la massima importanza. Essa infatti permetteva alla Germania di non opporre un rifiuto alla richiesta del «duce», ma di non soddisfarla, accollando tutta la responsabilità alla disorganizzazione, inefficienza e mancanza di spirito combattivo degli italiani499, e di preparare il terreno per approfittare del momento per avanzare a Roma la richiesta-ultimatum sulla quale ormai l’OKW era decisa a impostare i rapporti militari con l’Italia (sia se questa tenesse fede all’alleanza sia, a maggior ragione, se pensasse di staccarsi da essa): l’assunzione del comando delle forze italo-tedesche (un eufemismo per non dire delle forze italiane) da parte tedesca.

1311–1312

Già la sera del 12 von Rintelen aveva detto, a nome di Hitler, a Mussolini «che talune truppe italiane in Sicilia non si sono adeguatamente battute» e aveva soggiunto che «se gli italiani non hanno intenzione di battersi il Führer non invierebbe piú truppe in Italia»500. Due giorni dopo Alfieri, in una lettera personale a Bastianini501 non solo confermò che, in base agli elementi in suo possesso, non sussistevano praticamente dubbi sul fatto che i tedeschi volessero risparmiare al massimo le loro forze e considerassero l’Italia (cosí come i territori degli altri alleati e quelli occupati) né piú né meno che uno dei «bastioni della fortezza tedesca» che doveva ritardare il piú possibile «ogni eventuale attacco al territorio del Reich», sicché i suoi aiuti sarebbero stati esigui e non tali da permettere «una ripresa controffensiva che valga a capovolgere o quanto meno a validamente fronteggiare la situazione» italiana, ma cominciò a prospettare «a nuora perché suocera intenda» la necessità di dare un taglio netto alla situazione. Con molta franchezza, Alfieri si chiedeva infatti:

1312–1313

fino a quando l’Italia, stremata di forze e attaccata da tutte le parti, potrà accompagnare e seguire l’alleata Germania nel suo cammino di resistenza che, come piú sopra accennato, si delinea assai prolungato nel tempo?

L’Italia anche in questa occasione dimostra – e qui tutti lo riconoscono esplicitamente – una forza di sacrificio ed una capacità di resistenza veramente ammirevoli. Ma nella guerra, ed in una guerra come l’attuale, il piú eroico sacrificio ha dei limiti umani; e comunque al di là di un certo limite un tale sacrificio non è piú produttivo.

Nella chiusa infine, un po’, forse, per cautelarsi nel caso che Mussolini si fosse adontato di un tale linguaggio (ché, ovviamente, Alfieri pensava che Bastianini avrebbe sottoposto subito la lettera al «duce»), un po’ perché, rendendosi conto della difficoltà di uno sganciamento, anche lui doveva pensare che se qualcuno poteva convincere Hitler a liberare l’Italia dai vincoli dell’alleanza, questo era solo Mussolini, Alfieri prospettava l’opportunità che Hitler e Mussolini si incontrassero nuovamente per valutare tutta la situazione sia sotto il profilo militare che sotto quello politico:

In questi circoli politici e militari – scriveva infatti a conclusione di quanto detto sino allora – persone serie si domandano come mai i due Capi – malauguratamente separati da una distanza che supera i 2000 chilometri – non si accordino in una comune linea di condotta, e non stabiliscano un comune piano d’azione che tenga conto delle inderogabili attuali necessità e dei futuri sviluppi non solo nel settore militare, ma anche in quello politico.

La giornata in un certo senso decisiva fu il 16 luglio. La mattina Bastianini accompagnò a palazzo Venezia von Mackensen in procinto di partire per la Germania per riferire sulla situazione italiana alla luce del crollo militare in Sicilia e delle sue ripercussioni all’interno del gruppo dirigente fascista (delle quali aveva parlato con Scorza) e quindi desideroso di tastare il polso del «duce» per avere tutti gli elementi atti a mettere in grado von Ribbentrop di valutarla nei suoi vari aspetti. Uscito l’ambasciatore, Bastianini consegnò a Mussolini la lettera di Alfieri e un «appunto» nel quale le segnalazioni e le valutazioni in essa contenute non solo erano definite esatte e conformi a quanto palazzo Chigi ormai da tempo aveva autonomamente acquisito, ma venivano da lui pienamente sottoscritte, e gli sottopose la bozza di un telegramma da inviare a Hitler502. La bozza si concludeva con una sorta di ennesimo appello:

1313–1314

Confido fermamente nella vostra comprensione. Il popolo italiano sa che la battaglia in Sicilia ha aperto una fase decisiva della guerra comune e che è in gioco colà, in ogni modo, la sicurezza del paese. È pertanto necessario che esso sappia anche che le forze armate italiane dispongono dei mezzi sufficienti per respingere l’invasore dal suolo della patria, facendo fronte a un nemico che si è impegnato per combatterci militarmente a fondo.

Tutta la parte precedente era però un chiaro atto d’accusa ai tedeschi e in particolare all’OKW per non aver mai preso veramente in considerazione le necessità dell’Italia503.

Che Mussolini condividesse al cento per cento questo giudizio è fuor di dubbio. Ugualmente, è assai probabile che avesse inteso la lettera di Hitler, il commento fattogliene il giorno prima da Kesselring e una serie di altre prese di posizione tedesche di quei giorni nel loro vero significato e non riponesse quindi piú alcuna fiducia nelle promesse dell’alleato. Significativo è un secco commento («per me questo telegramma è un alibi almeno per il cinquanta per cento») da lui fatto la mattina successiva all’incontro con von Rintelen durante il quale questi gli aveva anticipato il pensiero di Hitler sul comportamento degli italiani in Sicilia e la sua intenzione di non inviare altre truppe se essi non avessero dimostrato un’effettiva volontà di battersi504. Probabilmente non arrivava a pensare, come altri505, che i tedeschi, lasciando gli italiani senza aiuti, perseguissero «un piano mirante a provocare, in Italia, un collasso, per istaurare un nuovo governo ad essi del tutto ligio» e poi ad occuparla e farne un campo di battaglia per ritardare l’invasione della Germania; ma doveva essersi reso conto che persino Kesselring, che era stato il piú deciso nel sostenere che gli italiani andassero aiutati e che a questo scopo si dovessero far affluire altre truppe in Sicilia, aveva cominciato a lasciar trasparire una minor convinzione in proposito506 e ciò doveva aver vieppiú fatto crescere la sua diffidenza ed ostilità nei confronti dei tedeschi al punto che – come acutamente avrebbe osservato alcuni giorni dopo von Rintelen in un suo rapporto507 –, nonostante l’estrema drammaticità del momento, se aveva chiesto l’invio di aerei, si era guardato però bene dal sollecitare quello di altre truppe.

1314

A ciò si deve poi aggiungere che due giorni prima, il 14 luglio, Ambrosio aveva fatto pervenire a Mussolini un «appunto» estremamente esplicito508 che si apriva con una ben precisa affermazione: la situazione militare era talmente grave che, a meno di un notevole ed immediato intervento di forze «terrestri ed aeree» tedesche, il Comando supremo, non solo dava per segnata a piú o meno breve scadenza la sorte della Sicilia e prevedeva una o piú nuove azioni di sbarco alleate (in Corsica, in Sardegna e nella stessa penisola, piú probabilmente dal sud, ma forse anche piú a nord, per tagliarla in due), ma prospettava senza mezzi termini l’impossibilità e l’inutilità di continuare la lotta. Perché, come concludeva l’«appunto»,

l’alleato non ci può convincere che vi siano possibilità di vittoria per l’Asse, se non viene impedita la costituzione di un secondo fronte terrestre in Europa finché perdura la guerra in Russia.

Se non si può impedire tale costituzione competerebbe alle piú alte autorità politiche considerare se non convenga risparmiare al paese ulteriori lutti e rovine ed anticipare la fine della lotta dato che il risultato finale sarebbe indubbiamente peggiore tra uno o piú anni.

Alla luce di questo complesso di elementi non meraviglia che Mussolini, allorché Bastianini, visto che il «duce» concordava con quanto aveva scritto nel suo «appunto» e sembrava disposto ad approvare, almeno in linea di massima, la bozza di telegramma a Hitler allegata ad esso, provò ad allargare il discorso all’opportunità di prendere in considerazione soluzioni anche piú drastiche, non lo accomiatasse e, per la prima volta, accettasse di parlarne esplicitamente. Tornato a palazzo Chigi Bastianini dettò al piú stretto dei suoi collaboratori, con lui da quando era stato ambasciatore a Londra e poi governatore della Dalmazia, il seguente «verbale» della conversazione509:

1315–1316

Bastianini Duce, avete pensato a una soluzione politica?

Duce Non esiste soluzione politica.

Bastianini Permettetemi di contraddirvi e consentite di lasciarmi esporre il mio pensiero. Vi è attualmente un’offensiva nemica sul territorio di uno degli alleati dell’Asse e vi è un’offensiva tedesca sul territorio di uno degli alleati nostri nemici. Vi sono in prospettiva battaglie spaventose e perdite terribili per i due gruppi nemici sui due fronti in gioco. Questa situazione militare pone i due campi avversi sullo stesso piano: questo è un elemento indiscutibile e importante. Io ho l’impressione e, direi quasi, la certezza che il Vaticano sarebbe pronto a prendere una iniziativa qualora sapesse che il nostro alleato lo autorizzerebbe insieme a Voi.

Duce Allora bisognerebbe convincere la Germania a una simile eventualità.

Bastianini Ritengo sarebbe nel suo interesse. In ogni modo è nell’interesse dell’Italia fare qualcosa almeno per sapere quali sono realmente le intenzioni dei nostri nemici. Voi non avete nessun elemento serio nelle Vostre mani per giudicare una situazione che Vi obbligherà a prendere decisioni di carattere storico.

Duce (interrompendo) Ma finora si è perduta soltanto una battaglia e non la guerra. Vi è un numero di Divisioni corazzate in Italia piú che rispettabile.

Bastianini D’accordo: e perciò è questo il momento e non quello in cui non potremmo aver piú niente di serio da contrapporre agli sbarchi nemici. È all’Italia che io penso, Duce, la quale dovrà vivere anche quando noi saremo morti. È al suo avvenire. È alla sua missione nel Mediterraneo, tanto maggiormente valorizzata dal fatto che l’America ha messo piede su quel mare e non ha intenzione di lasciarlo. L’Inghilterra non può avere interesse a fare dell’Italia un cimitero. Vi faccio notare che, mentre per l’Ungheria è stato già costituito dai nostri nemici un Governo di fuoriusciti, per noi questo non è stato fatto ancora. Il Papa non ha interesse che l’Italia sia insanguinata da un capo all’altro. Non credo che l’America possa desiderare che il nostro Paese cada nelle mani del bolscevismo. Tutti questi sono elementi posistivi e io mi rifiuto quindi di restare inattivo ad aspettare le soluzioni tragiche.

Duce Ma l’Inghilterra vorrà occupare il paese, vorrà procedere all’immediato disarmo, vorrà sfruttare l’Italia in ogni modo contro la Germania, vorrà privarla di ogni risorsa e di ogni possibilità di vita. Io non consegnerò mai l’Italia all’Inghilterra.

Bastianini Ma questo, Duce, Voi non lo farete di sicuro. Vi è un precedente che io richiamo alla vostra memoria. Ed è quello che si verificò nell’altra guerra a proposito della Bulgaria quando cessarono le ostilità tra tale Paese e gli alleati.

Le truppe tedesche allora furono autorizzate a lasciare il territorio bulgaro e la Bulgaria fu considerata praticamente non belligerante.

Duce Ma questo non si verificherebbe per noi, perché l’Inghilterra approfitterebbe del territorio italiano per portare i suoi attacchi alla Germania.

Bastianini Non credo, Duce, che la barriera alpina possa invogliare lo Stato Maggiore inglese a cozzarvi.

Duce Ma vi sarebbe la Slovenia.

Bastianini Neanche in questo caso perché da Zara a Buccari le valli si prestano meglio di quelle delle Alpi Giulie e vi è ad occidente la valle del Rodano che sarebbe molto piú vicina, piú comoda e piú redditizia. In ogni modo, Duce, cercare di allontanare dall’Italia il peggio è un nostro sacrosanto dovere. Lasciate fare a me. Voi dovete ignorare e farete di me quel che vi pare se il mio lavoro venisse intempestivamente a conoscenza. Ma lasciatemi fare. Io credo che si deva all’Italia questa prova di amore. Lasciate che io a Lisbona faccia avvicinare qualcuno. Lasciatemi fare anche dall’altra parte del Tevere. Voi non sapete niente e io assumo di questo tutta la responsabilità e tutte le conseguenze.

Duce Però che non sia il Ministro Prunas a Lisbona direttamente a farlo.

Bastianini Lasciate fare a me. Non occupatevi né delle persone né dei fatti.

1316

Stando alla ricostruzione del colloquio fatta da Bastianini nelle sue memorie, il sottosegretario, ottenuto l’assenso di massima di Mussolini, tornò subito a palazzo Chigi, temendo di essere da un momento all’altro richiamato dal «duce» a palazzo Venezia e di sentirsi dire da lui che ci aveva ripensato e che, dunque, non facesse alcun sondaggio. «Ma il suo telefono tacque per tutto il resto della giornata»510 e il giorno dopo Bastianini cominciò a muoversi. Si incontrò con Fummi e lo convinse a recarsi d’urgenza a Lisbona e possibilmente a Londra per prendere contatto con gli inglesi; ordinò a Fransoni di partire subito per Lisbona per informare Prunas dei suoi propositi e metterlo, se possibile, in contatto con le persone con le quali lui stesso era stato in contatto l’anno prima; telegrafò a Paulucci di rientrare immediatamente a Roma; informò Acquarone del tentativo che stava avviando; e (a sera o il giorno dopo) si recò dal cardinal Maglione per chiedere anche l’aiuto della Santa Sede511.

1317–1318

Nessuna delle operazioni che Bastianini voleva attivare sarebbe andata in porto. Fummi non riuscí infatti a recarsi a Londra, dato che, nonostante i buoni uffici del Vaticano, gli inglesi non gli concessero il visto di entrata in Inghilterra, sicché il 25 luglio si trovava ancora a Lisbona. A Madrid Paulucci e Galante non riuscirono a riannodare i contatti che avevano stabilito nei mesi precedenti. Fransoni, partito alla volta di Lisbona il 19 luglio (ma per un contrattempo dovette passare prima per Madrid), riuscí invece a riannodare quelli che aveva avuto negli anni precedenti (e che non è chiaro se fossero stati completamente interrotti o se in qualche misura fossero stati tenuti in vita da un semiesule romeno, Jon Pangal, che allora aveva fatto da intermediario e di cui si serví di nuovo512) e, molto probabilmente, a far fare un sondaggio da Salazar sull’ambasciatore inglese nella capitale portoghese Ronald Campbell, ma senza esito alcuno, poiché Londra non raccolse le sue avances.

Secondo quanto disse anni dopo a Mario Toscano, Fransoni si sarebbe soprattutto adoperato per avere dagli inglesi l’assicurazione che «il capo del governo fascista» sarebbe stato «risparmiato»513. La cosa è però poco credibile; piú probabile è che gli inglesi non si fidassero di dar credito ad un intermediario che non era chiaro a nome di chi parlava – tanto da pensare che il suo approccio rientrasse nel novero dei tentativi messi in atto in quello stesso torno di tempo dai Savoia per salvare la monarchia, se non era addirittura un complotto tedesco – e che poneva loro questioni territoriali (probabilmente coloniali514) assolutamente fuori luogo in quei frangenti. Questo almeno ci pare si possa dedurre dal dispaccio che l’ambasciatore Campbell inviò a Eden il 23 luglio515:

1318–1319

Chiamato, ho parlato ieri con Salazar. Ha detto di aver finora parlato solo come europeo e come latino quando ha insistito sulla necessità di favorire la pace separata con l’Italia. Ora lo fa perché l’hanno contattato dall’Italia, facendogli intendere certe possibilità. In Italia ci sono una trentina di partiti che si battono e si odiano. La democrazia parlamentare all’inglese è inadatta al continente, dove non ha tradizioni. In Italia sono affidabili la Corona e l’Esercito. È chiaro che Mussolini e la sua banda se ne devono andare, e che pure il re è compromesso; ma c’è il principe ereditario. Ma che faranno i tedeschi? Questo è il grosso problema, come quello della resa incondizionata (ma Churchill e Roosevelt nell’ultimo discorso avevano parlato di resa onorevole).

Se l’Inghilterra mantiene il suo atteggiamento intransigente, Duce e Pnf resteranno in sella e resisteranno fino all’ultimo. Quindi sarà il caos e l’Inghilterra sarà costretta a occupare a lungo la penisola, con dispendio di energie necessarie altrove. Non era meglio per tutti fare amministrare l’Italia agli italiani?

Ho detto che vi avrei informato, ma che la resa incondizionata restava la formula. Comunque nulla si poteva fare senza conoscere l’identità dell’approccio (Salazar dichiara di poterla svelare solo dopo nostro effettivo interessamento). Persino i tedeschi avrebbero potuto essere dietro tale iniziativa, tipica combinazione [in italiano] all’italiana.

A mio parere l’approccio viene da Umberto e da alcuni capi militari, forse con la complicità del re. In pratica si dichiarano disposti – in caso di nostra offerta migliore della resa incondizionata – di liberarsi di Mussolini e di uscire dalla guerra.

Salazar insiste perché io vi informi tramite lettera personale per ragioni di sicurezza. Mi pare superfluo, dato che Salazar è stato presumibilmente edotto da Fransoni, che ha cercato di contattare anche noi tramite Pangal, che ha parlato con Henry Hopkinson, introducendo anche aspetti territoriali e specifici d’altro tipo, non addotti affatto da Salazar, mantenutosi sulle generali.

Fransoni – fino a poco tempo fa ministro italiano qui – dopo il richiamo è tornato a Roma. Dunque non sarebbe comunque potuto venir qui in incognito da parte autorità fasciste. E ciò aumenta il sospetto.

PS. Il fatto che gli italiani stiano qui lavorando tramite Pangal e anche un polacco sospetto (tutti e due a noi noti per i contatti coi tedeschi) rafforza il sospetto d’una presenza tedesca nel complotto.

Per quel che riguarda la posizione di Mussolini, il fatto che tutte le operazioni tentate da Bastianini andassero a vuoto (anche quella in Vaticano, ché praticamente il cardinal Maglione dette al suo contatto con Bastianini un carattere esclusivamente personale e si limitò ad adoperarsi, e neppure in prima persona, ma tramite Bernardino Nogara, per fare avere a Fummi il visto d’ingresso in Inghilterra) è però scarsamente importante. Ugualmente poco importante è il modo con cui Bastianini, per ottenere il suo «via libera», gli aveva prospettato la propria idea. Quello che conta è che Mussolini lasciò che Bastianini tentasse un aggancio con gli inglesi e che lo fece prima dell’incontro di Feltre. Ciò prova infatti che egli era consapevole non solo della impossibilità per l’Italia di continuare in quelle condizioni la guerra, ma che non riteneva possibile che i tedeschi mutassero atteggiamento nei suoi confronti e lo aiutassero effettivamente a fronteggiare la situazione. L’andamento del colloquio del 16 luglio con Bastianini prova altresí che sia per il «duce» che per il suo sottosegretario il vero e unico nodo da sciogliere a quel punto era quello del rapporto con la Germania o, in altri termini, delle sue reazioni ad una rottura da parte dell’Italia dell’alleanza e a una sua fuoriuscita dalla guerra. E, tra i due, bisogna dire che tutto lascia pensare che chi si poneva meglio, piú realisticamente, il problema di come sciogliere questo nodo era Mussolini. Da qui il suo, per un verso, dar via libera a Bastianini e ai suoi tentativi di approccio con gli inglesi per cercare di sondare le loro intenzioni e le loro condizioni di pace, senza però alcuna illusione di poter giuocare al tavolo di un’eventuale trattativa la carta danubiano-balcanica sulla quale Bastianini continuava a puntare tutte le sue speranze, e, per un altro verso, il suo perseverare, in mancanza di altre alternative piú credibili, nel ritenere che l’unica via percorribile fosse ancora e solo quella di mettere alle strette Hitler e convincerlo finalmente dell’assurdità suicida di continuare a dissanguarsi in Russia.

1319–1320

Al ritorno da Klessheim, come si è detto, Mussolini aveva dichiarato che non sarebbe mai piú andato «a rapporto» da Hitler. E, infatti, tra la fine di maggio e la metà di giugno aveva lasciato cadere piú di una richiesta di Berlino per un nuovo incontro tra lui e il Führer. Dopo l’invasione della Sicilia insistere nei dinieghi o anche solo lasciar cadere le richieste era diventato però piú difficile, sia perché queste si erano fatte piú pressanti, sia perché – qualsiasi decisione egli alla fine avesse preso – era impossibile mettere in piedi un minimo di resistenza senza l’aiuto dei tedeschi e questi mostravano sempre piú chiaramente di attenersi in materia nel modo piú rigido e restrittivo a quanto Hitler aveva scritto nella sua lettera del 13 luglio516 e di non volersi spostare – nonostante gli appelli che pervenivano loro attraverso Alfieri e Marras – da questa posizione, evitando risposte precise sulle date di trasferimento e di consegna delle forze e delle forniture che si erano impegnati a mettere a disposizione dell’Italia517. Né, infine, può essere sottovalutato il fatto che da varie parti e anche da Alfieri giungevano a Roma voci sempre piú insistenti secondo le quali da parte tedesca non solo si dava ormai per persa la Sicilia, ma si pensava agli Appennini come alla zona piú adatta per attestarsi saldamente e sbarrare agli anglo-americani la strada verso nord. Significativo è a questo proposito quanto il 17 luglio Alfieri scriveva da Berlino a Bastianini518:

1320–1321

… 1) dalla conversazione telefonica avuta oggi con te, ho la precisa impressione che nonostante tutte le assicurazioni gli aiuti aerei tedeschi non giungono con la necessaria rapidità.

Le ragioni di ciò ho già varie volte esposte nei miei precedenti rapporti.

Si tratta ora di sapere con chiarezza e precisione – secondo il nostro diritto – su quale effettivo e tempestivo apporto aereo l’Italia può contare.

2) Propongo pertanto che il nostro comando supremo chieda formalmente al comando tedesco di indicare con precisione e specificatamente:

  • a) quanti aerei saranno inviati in Italia;
  • b) in quali aerodromi;
  • c) entro quali date.

Tutto questo sotto forma di preciso impegno.

3) Qualora il comando tedesco dia risposte evasive io potrò – a seguito di un semplice tuo cenno – fare un passo presso il Ministro von Ribbentrop, e quindi presso il Führer, in modo di costringere – attraverso il canale politico – i militari tedeschi a rispondere ed a impegnarsi.

4) Sulla base delle risposte ottenute e degli impegni – (fatti e non parole) – assunti dai tedeschi, il comando italiano sarà in condizioni di stabilire le modalità ed i tempi della resistenza; perché – come seguito a dichiarare ai camerati tedeschi – voler resistere e manifestare questa volontà, è una eroica e bellissima cosa che, peraltro, deve essere sostenuta dalle possibilità materiali: purtroppo infatti, come dicevo al maresciallo Milch, contro gli aeroplani avversari non servono le pietre ed i bastoni…

5) Sempre sulla base di tali chiare risposte e precisi impegni assunti, il comando italiano dovrebbe comunicare a quello tedesco le sue previsioni, allo scopo duplice: di impedire che il comando tedesco si trovi davanti a sorprese – di cui piú tardi si lamenterebbe – e di indurre a fare un ulteriore sforzo inviando altri mezzi: perché bisogna convincersi che con i camerati tedeschi è necessario parlare chiaro e preciso a base di date e di cifre, mettendo imparzialmente in evidenza le conseguenze negative di un mancato aiuto. Questo è con loro il solo argomento valido e serio.

Insisto pertanto sulla necessità di pretendere di conoscere numero di aeroplani e date.

6) In questi circoli politici e militari si dice – molto riservatamente – per adesso – che se si dovesse abbandonare la Sicilia bisognerebbe predisporre sul continente una linea di resistenza definitivamente valida.

Al tempo. Qui bisogna intendersi bene e chiaro. Io non ho ancora potuto rendermi conto a quale linea si voglia fare riferimento; ma, mettendo assieme alcune voci e discorsi, credo che qui si pensi agli Appennini. Mi astengo dall’entrare nel merito. Ciò dimostra l’urgenza, già ripetutamente da me denunciata, di mettersi d’accordo su un preventivo piano di azione; e ciò ad evitare di essere presi alla sprovvista e di – soprattutto – correre il rischio che i camerati tedeschi, in assenza di una nostra iniziativa in questo senso – predispongano un piano per conto loro...

1321–1322

Entrato ormai nell’ordine di idee di incontrarsi con Hitler e di parlargli chiaro, il 17 luglio Mussolini decise di approfittare dell’occasione offertagli dal dover rispondere all’ultima lettera del Führer per prospettargli la sua piena disponibilità e, anzi, la necessità di un loro incontro e cominciare a mettere alcune carte in tavola519. Il testo della lettera che gli scrisse riproduceva largamente la bozza preparatagli da Ambrosio e Bastianini. Allo stato della documentazione non è però chiaro se il giorno dopo la lettera fu effettivamente inviata520. La mattina del 18 infatti von Mackensen, appena tornato dal quartier generale di Hitler, si recò a palazzo Chigi per comunicare a Bastianini che il Führer voleva incontrare con la massima urgenza Mussolini ed era disposto a venire a questo scopo anche in Italia. Fatta la sua comunicazione a Bastianini, nella tarda mattinata l’ambasciatore si recò anche da Mussolini a palazzo Venezia (il fatto, ritenuto dubbio dal Deakin in base alle discordanze tra alcune testimonianze, è attestato dai ruolini delle udienze della Segreteria particolare) per trasmettergli personalmente l’«invito». La perentorietà di esso sulle prime irritò profondamente il «duce», ma questi non si lasciò sfuggire l’occasione. In tutta fretta palazzo Chigi si mise allora ad organizzare freneticamente l’incontro (e ciò spiega perché probabilmente la lettera, ormai inutile, non fu piú inoltrata). Scelta la località adatta, la villa Gaggia in prossimità di Feltre, Ambrosio ne fu informato telefonicamente da Mussolini alle sedici; tre ore dopo la delegazione italiana montava in treno, senza però Mussolini. Il «duce», un po’ per non affaticarsi troppo, un po’ perché desideroso di qualche ora di solitaria meditazione, partí infatti in aereo per Riccione (accompagnato solo da De Cesare e dal dottor Pozzi), da dove la mattina dopo proseguí, sempre in aereo, per Treviso (dove con tre aerei giunse anche la delegazione tedesca), e da qui continuò per Feltre, dove ebbe un rapido colloquio con Hitler, dopo di che i due, in macchina, proseguirono insieme sino a villa Gaggia.

1322–1323

Stando alle testimonianze di Ortona, Mussolini dava l’impressione di essere «in complesso in forma», Hitler sembrava invece «una larva spenta», con «qualcosa di irreale»: «pallido in faccia, curvo, sembra sospeso in un empireo non terreno»521. A Klessheim, secondo Göbbels522, Mussolini era apparso «soltanto un vecchio stanco», a Feltre chi sembrava in peggiori condizioni fisiche e psichiche era piuttosto Hitler, su cui, forse, doveva gravare anche una sorta di intimo travaglio e di contrasto tra i suoi personali sentimenti verso Mussolini e i suoi «doveri» di Führer, cosí come egli li concepiva e che, come nei giorni immediatamente precedenti i suoi principali collaboratori militari gli avevano tutti, piú o meno esplicitamente, fatto capire, doveva esercitare anche nei confronti del «duce».

Il 15 e il 17 luglio al gran quartier generale di Hitler si erano infatti tenute due decisive riunioni523, nel corso delle quali Jodl aveva prospettato la situazione italiana nei termini piú foschi, tanto sotto il profilo militare (impossibilità di tenere ancora per molto la Sicilia, prossimo sbarco alleato in Corsica o in Sardegna o nella penisola o in Grecia) quanto sotto quello politico (inaffidabilità dei comandi italiani inquinati dallo spirito di tradimento e dall’antifascismo), e aveva sostenuto che, data l’importanza dell’Italia meridionale per la difesa della Grecia, le forze tedesche avrebbero dovuto attestarsi in Puglia e in Calabria, ma che, sino a quando il comando italiano non fosse stato epurato e non fossero state prese «le piú energiche misure» per scongiurare la decomposizione dell’esercito italiano, nessuno poteva assumersi la responsabilità di mantenere le truppe tedesche «a sud degli Appennini». Da qui la conclusione di Jodl:

1323–1324

È pertanto necessario dar pratica attuazione a una decisione politica interna in questo senso. Come pretesto, si potrebbe affermare che al comando unificato degli anglo-sassoni bisogna opporre un comando strettamente unitario dell’Asse nel Mediterraneo. Siccome gli italiani non posseggono uomini adatti, nei punti minacciati occorrerà mettere comandanti tedeschi. Queste proposte incontreranno certamente l’opposizione di tutti gli elementi antifascisti e già questa è di per sé una ragione sufficiente per fare piazza pulita in Italia, attuando il secondo stadio della rivoluzione fascista. Si comincerà affidando tutte le posizioni militari chiave italiane a comandanti fidati e si finirà allontanando dal Comando Supremo e dai comandi locali tutti coloro che, in Italia, sono all’opposizione. In tutti i punti importanti dello scacchiere mediterraneo bisogna disporre di comandanti tedeschi.

Di fronte ad una proposta cosí radicale Hitler aveva avuto un’esitazione, probabilmente, come ritenne il generale Warlimont, pensando al danno che ne sarebbe venuto al prestigio di Mussolini. Sia Dönitz che Rommel si erano però pronunciati sostanzialmente come Jodl, sicché – pur senza prendere una decisione formale e accettando, per il momento, la proposta di von Mackensen, del principe d’Assia e di Göring di rendersi conto prima di far ricorso ad una soluzione cosí drastica dell’effettivo stato d’animo di Mussolini (da qui l’«invito» ad incontrarsi con lui fattogli subito trasmettere da von Mackensen) – Hitler aveva concluso che il problema piú grave era costituito dalla demoralizzazione dell’esercito italiano:

Soltanto misure rigorosissime – aveva detto – quali quelle applicate da Stalin nel 1941 o dai francesi nel 1917, potrebbero essere di qualche giovamento. Se si trattasse soltanto di singole unità, potremmo fare appello al loro senso dell’onore, offrendo medaglie ecc., ma tutto l’esercito è in uno stato di collasso e soltanto misure barbariche possono servire a salvare la nazione... In Italia si dovrebbe instaurare una specie di direttorio, tribunale o corte marziale al fine di eliminare gli elementi indesiderabili. Dovrebbe esserci ancora qualche persona capace in Italia; non è possibile che tutto, da un momento all’altro, sia andato a rotoli... Tutto dipende da un cambiamento radicale della situazione italiana. Se riusciamo ad attuarlo, vale la pena di rischiare; altrimenti non v’è motivo di gettare altre truppe tedesche e di impegnare le nostre ultime riserve.

Sulla base di queste conclusioni, il 18, a Berchtesgaden, Warlimont aveva redatto un appunto che sarebbe dovuto servire di base per i colloqui del giorno dopo a Feltre e che ruotava su pochi ma precisi punti che, se accettati da Mussolini, avrebbero significato l’assunzione da parte tedesca del totale controllo militare dello scacchiere italiano524: la necessità di dar vita ad un comando mediterraneo unico, nominalmente assunto da Mussolini, ma in realtà esercitato da un generale tedesco (che sarebbe stato Rommel); le truppe italiane sarebbero state subordinate ad esso; quanto ai comandi, compreso il Comando supremo, essi sarebbero stati ristrutturati e composti in modo tale da garantire la massima collaborazione e lealtà; il comando aereo, infine, sarebbe stato assunto dal maresciallo von Richthofen. Solo a queste condizioni l’OKW avrebbe inviato altre truppe nell’Italia meridionale ad affiancare le unità italiane che già vi si trovavano e quelle che vi sarebbero state trasferite dal nord.

1324–1325

Che questo fosse per i tedeschi il vero ed unico scopo dell’incontro è dimostrato dalla composizione della loro delegazione: in grandissima maggioranza militari e pochissimi politici e tutti di secondo e terzo piano, tant’è che di essa non facevano parte neppure von Ribbentrop e Göring. In effetti l’incontro non approdò a nulla e scontentò tutti.

Di fronte a un Hitler, un po’ in trance e un po’ invasato, che inseguiva sempre piú spesso il filo di un suo interiore discorso su come gestire e vivere «moralmente» la guerra (che intimamente doveva sentire ormai perduta, anche se doveva ancora sperare nelle nuove armi che la Germania aveva in apprestamento) e considerava il fronte russo essenzialmente sotto il profilo delle materie prime indispensabili all’industria bellica tedesca e del vettovagliamento della Germania e dell’Europa, Mussolini si venne praticamente a trovare nella impossibilità di riproporre il suo punto di vista circa l’assoluta necessità di chiudere la partita all’est. Pensare di poter giuocare il ruolo dell’eretico corruttore era, in tale situazione, un assurdo di cui egli, nonostante la grande considerazione che aveva delle proprie capacità dialettico-politiche, dovette rendersi subito conto. A parte il «fanatismo», a parte la suggestione che sempre piú esercitavano su di lui certi precedenti storici e in particolare quello di Federico II (al quale aveva fatto esplicito riferimento a Klessheim, ma che aleggiava anche dietro certe sue affermazioni di Feltre) che irrimediabilmente sconfitto uscí alla fine della guerra dei sette anni vincitore, in Hitler la pregiudiziale antibolscevica sembrava cedere sempre piú il passo alla necessità di non perdere certi territori conquistati dal cui possesso e sfruttamento dipendeva la possibilità per la Germania di continuare la guerra (puntando soprattutto, oltre che sull’imponderabile, sulla guerra sottomarina e sulle nuove armi in allestimento). In questa logica convincerlo a chiudere la partita all’est e a farlo per di piú nei tempi brevissimi che soli potevano servire a tamponare la situazione italiana diventava impossibile.

Le testimonianze disponibili relative all’unica riunione plenaria – dalle undici alle tredici del 19 luglio – durante la quale parlò praticamente sempre e solo Hitler525 sono tutte concordi nel presentarci un Mussolini che, appena capito che nulla avrebbe indotto il Führer ad ascoltare i suoi ammonimenti e le sue proposte, prima si rassegnò ad ascoltare le perorazioni questi:

1325–1326

seduto sul bordo della poltrona troppo ampia e profonda, ascoltava impassibile e paziente con le mani incrociate sulle gambe accavallate526;

poi, continuando Hitler nel suo profluvio di parole, cominciò a dar segni di noia, sin quasi ad appisolarsi527, e, quindi, quando dai discorsi generali il Führer arrivò a parlare della situazione italiana usando toni di vera e propria requisitoria, ad irritarsi:

Mussolini ascoltava senza dare a vedere nessuna reazione esteriore. Solamente ogni tanto cambiava – per quanto fosse possibile – posizione, si passava nervosamente la mano destra sulla parte inferiore del viso, portava la sinistra dietro la schiena e premeva un punto dove gli doveva dar dolore: quello corrispondente all’ulcera allo stomaco. Ogni tanto emetteva un lungo respiro, come di chi è costretto a sopportare un lungo discorso noioso ed inconcludente; e con lo sguardo stanco e rassegnato fissava Hitler che continuava imperterrito, la voce sempre piú stridula, le sue accuse e recriminazioni528.

E dall’irritazione passò all’impazienza allorché De Cesare gli portò, verso mezzogiorno, le prime notizie sul bombardamento a cui era in quel momento sottoposta Roma:

A mezzogiorno – ha scritto Alfieri529 – entrò, timidamente, De Cesare, segretario particolare del Duce, con un foglio nelle mani. Mussolini lo scorse rapidamente, costringendo Hitler ad interrompersi, e lesse, traducendola in tedesco, la breve comunicazione: «In questo momento il nemico sta violentemente bombardando Roma».

Una pausa di silenzio. Hitler restò impassibile. Mascherava, con la testarda dissimulazione teutonica, solo capace di irrigidirsi e di farsi piú dura, un’emozione sincera per la città che egli ammirava con sentimento profondo e un poco retorico, quale è di tutti coloro che del mondo classico non furono né saranno mai eredi? Ricordava la dichiarazione solenne fatta piú volte a Mussolini, che se il nemico avesse osato lanciare una sola bomba su Roma e su Firenze, egli aveva già preventivamente ordinato e tutto predisposto perché una squadriglia da bombardamento dovesse radere al suolo una città nemica?

«Voglio avere notizie particolareggiate», ordinò Mussolini al suo segretario.

«Ho già cercato di farlo. Ma a Roma i telefoni sono isolati: non abbiamo una linea diretta; le comunicazioni sono praticamente impossibili».

«Insistete», ordinò Mussolini, contrariato.

De Cesare si ritirò. Altra pausa di silenzio durante la quale i due dittatori si fissarono lungamente negli occhi. Hitler riprese a parlare, continuando la requisitoria. Attraverso frasi lanciate in modo enfatico come se parlasse ad una folla, avanzò riserve, obiezioni, rimproveri, critiche. Gli stessi comandi tedeschi non avevano spesso potuto svolgere la loro azione a causa della lentezza e dello scollamento di alcuni comandi italiani. Ed insistette, a confronto, sui provvedimenti radicali che a suo tempo egli aveva preso in Germania.

Mussolini cominciava a dare segni di impazienza e di nervosismo.

Riapparve De Cesare; Mussolini gli strappò quasi il foglio dalle mani e, interrompendo Hitler, lesse ad alta voce, in tedesco: «Il violento bombardamento continua; circa 400 apparecchi volano a bassissima quota; quartieri della periferia ed anche edifici del centro gravemente colpiti; scarsa reazione delle batterie antiaeree».

Silenzio. Mussolini, rivolto ad Ambrosio: «Bisogna dare comunicazione di ciò nell’odierno bollettino di guerra. Tutta l’Italia e il mondo devono sapere…» «Per oggi non siamo piú in tempo». «Si ritardi la diramazione del bollettino; ma è necessario dare ampi particolari: la durata del bombardamento, il numero degli apparecchi, la reazione delle artiglierie, il contegno stoico della popolazione. Non bisogna pubblicare per adesso il numero – neppure approssimativo – delle vittime».

Ambrosio tagliò corto seccato: «Tutto ciò è compito di chi, allo Stato Maggiore, è incaricato di redigere il bollettino. È inutile che in questo momento stiamo qui a perdere il tempo in simili particolari».

1326

E Hitler riprese a parlare...

Mussolini dominava faticosamente la sua inquietudine e la sua sofferenza. Con gesto insolito, si era passato due volte il fazzoletto sulla fronte, egli che non traspirava mai.

Poi si chiuse nei suoi pensieri, assumendo, mentre Ambrosio fremeva e si appuntava nervosamente i passi essenziali del discorso di Hitler che il colonnello Montezemolo gli traduceva sommessamente, un atteggiamento distratto che lasciava trasparire chiaramente la nessuna importanza che a quel punto attribuiva a quello che il Führer andava dicendo. Tant’è che Bastianini cercò di por fine in qualche modo a quella penosa mattinata e in primis al monotono e non di rado sprezzante monologo di Hitler. La colazione era prevista per le tredici. Invece di attendere la fine della riunione, il sottosegretario, sicuro di poter contare sull’inconsapevole aiuto del formalismo dei tedeschi addetti al cerimoniale, ricorse all’espediente di dar ordine di preparare la colazione, senza preoccuparsi se la riunione fosse finita o no530.

1327–1328

Cinque minuti prima delle tredici – è ancora Alfieri a ricordarlo531 – un aiutante di campo di Hitler, un bel giovane alto ed impettito nella elegante uniforme, gli si avvicinò per sussurrargli qualcosa all’orecchio. Come se non avesse udito nulla. Hitler seguitò il suo infervorato discorso. Ammise che il momento era particolarmente difficile per l’Asse, ma sarebbe stato certamente superato se da parte di tutti i paesi, e quindi anche e principalmente dall’Italia, si fosse dato prova di fermezza d’animo, di fanatica volontà di resistenza e di combattimento.

A distanza di cinque minuti l’aiutante di campo si avvicinò nuovamente a Hitler, e con riguardoso automatismo gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Il Führer si interruppe contrariato. Pensammo che si trattasse di qualche importante ed urgente comunicazione; si trattava invece della colazione: era fissata per le tredici, ed il protocollo tedesco, considerando Hitler ospite di Mussolini, interveniva affinché fosse rispettata la puntualità.

Ebbe cosí improvvisamente termine la riunione che era durata due ore e durante la quale Mussolini non aveva mai aperto bocca.

Da questo momento l’incontro precipitò velocemente verso il suo epilogo. Sfiduciato, irritato, sofferente, preoccupato per il bombardamento di Roma, Mussolini dopo colazione decise di por fine all’incontro e dette disposizioni a De Cesare di preparare la partenza per le sedici532. A questa notizia Alfieri, Ambrosio e Bastianini si recarono subito da lui per contestargli il silenzio con cui aveva subito la filippica di Hitler e i giudizi da lui espressi sull’Italia e il suo esercito e soprattutto di non avergli detto a tutte lettere che la situazione dell’Italia era tale da non rendere piú possibile prolungare la resistenza al di là, secondo Ambrosio, di un mese. Ne era nata una vivace discussione i cui protagonisti pare siano stati Alfieri e soprattutto Ambrosio.

Quest’ultimo prima della riunione plenaria aveva avuto un colloquio con Keitel533 nel corso del quale il capo di stato maggiore della Wehrmacht aveva risposto in termini assai vaghi alla sua richiesta di notizie sulle operazioni in Russia («al fronte russo otterremo di logorare ed indebolire il nemico; intanto prepareremo nuove forze che ci permetteranno di agire nel prossimo inverno sul fronte sud, in Balcania ed in Italia») e, quanto all’Italia, per un verso, gli aveva detto che, se si decideva per la «resistenza ad oltranza» in Sicilia sarebbero state mandate altre forze, ma, per un altro, aveva affermato senza mezzi termini che la Germania non era in grado di inviare altre forze aeree oltre quelle già promesse dal Führer né aveva disponibilità di divisioni corazzate e che gli altri rinforzi non sarebbero potuti essere disponibili prima di un paio di mesi, sicché doveva provvedere per il momento a trasferire al sud le divisioni stanziate nel centro-nord, «comprese le divisioni alpine e quelle in ricostituzione»: «si provvederà poi a guarnire l’Italia settentrionale con le divisioni tedesche che potranno man mano affluire». Né Hitler era stato certo piú incoraggiante534. Per la parte aerea se l’era presa con il «contegno inetto ed imbelle» del personale italiano di terra, con la deficienza di buoni aeroporti e la mancanza di organizzazione di quelli esistenti: «le perdite sui campi in Italia in questi ultimi tempi sono state enormi. Non posso dare piú di quello che si produce». Se non si fosse cambiato registro, non sarebbero stati inviati altri aerei:

1328–1329

Queste sono le premesse perché possano continuare gli invii; altrimenti si può continuare a mandare anche per mesi e mesi 100-200 apparecchi al mese, ma non si colmeranno mai le perdite ed in un anno avremo perduto cosí i 2000 apparecchi richiesti.

Le perdite in combattimento sono inevitabili, ma le distruzioni a terra sono causate solo da leggerezza.

Quanto alla Sicilia, anche per lui il problema era quello se difenderla ad oltranza o rinunciarvi. «Da parte nostra manderemo tutto quello che è possibile, ma solo subordinatamente a quelle che sono le premesse indispensabili».

Per quanto riguarda in particolare la Sicilia, – aveva detto nel corso della riunione plenaria535, – parlo da soldato. Se i rifornimenti lo permettono bisogna resistere e passare poi eventualmente al contrattacco.

Devono continuare le azioni aeree contro il naviglio; si può eventualmente aumentare l’azione dei sommergibili. Ma bisogna avere la sicurezza nell’Italia meridionale, altrimenti le forze nell’isola sono perdute ed in tal caso sarebbe meglio ritirarle e combattere sulla penisola. Se si può, bisogna difendere l’isola e possibilmente contrattaccarla. Naturalmente i mezzi all’uopo necessari non sono sufficienti attualmente; le armi sono poche, i carri insufficienti, le riserve di munizioni e carburante esigue. Sorge quindi, secondo me, la necessità di assicurare anzitutto i rifornimenti.

In Sicilia sono meno necessari i carri che la fanteria. I carri servono per muoversi, per attaccare, non hanno grandi possibilità in difensiva. Meglio la fanteria con armi pesanti e leggere. Anche i paracadutisti non sono vera fanteria.

Però, ripeto, è necessaria la sicurezza nella zona dello stretto ed anche piú indietro.

Se si vuol combattere in Sicilia bisogna farlo con fanatismo.

In sostanza le necessità sono due:

  • 1) Garantire la sicurezza dello stretto di Messina (con artiglieria c.a. che verrà dalla Germania e con parte di quella disponibile in Italia). Non è escluso che con l’afflusso di 60-80 batterie c.a., tra cui anche batterie da 128, possa essere assicurato il traffico.

L’aviazione nemica non mancherà di agire ma subirà grosse perdite.

  • 2) Evitare che il nemico possa effettuare azioni contro i porti di imbarco e sbarco.

Queste sono premesse indispensabili per una resistenza in Sicilia...

Bisogna agire presto altrimenti il nemico tenterà qualche azione nella zona dello stretto.

Di non minore importanza il potenziamento della difesa in Calabria e nelle Puglie.

Se invece si decide di combattere sulla penisola allora è inutile mandare in Sicilia altre forze. Le divisioni motorizzate e quelle corazzate sono costosissime. Perdere una simile divisione, il cui approntamento comporta un anno di lavoro, è perdere un tesoro.

Se si vuole tenere in Sicilia sarà necessario mandare ancora truppe tedesche. Bisogna però provvedere anche all’organizzazione dell’Italia meridionale (servizi avvistamento, campi, ecc.).

I campi devono essere tenuti in ordine perfetto. Solo cosí si potrà fare qualche cosa, altrimenti non è possibile.

Non si possono mandare 200 apparecchi in un mese e perderne due terzi al suolo.

Dunque bisogna decidere per la Sicilia. Da parte nostra manderemo tutto quello che è possibile, ma solo subordinatamente a quelle che sono le premesse indispensabili.

Assicurarsi che tutto vada bene a tergo altrimenti sarebbe una catastrofe. Se il piano riesce, fra due o tre mesi gli inglesi potrebbero trovarsi in serie difficoltà. Naturalmente sfruttando ogni mezzo. Allora la Sicilia potrebbe diventare per il nemico ciò che Stalingrado è stata per noi. Però bisogna prendere una decisione chiara.

Se debbo esprimere la mia opinione, dirò che sono sempre stato contrario a rimandare ad altra occasione un’opera che si dimostra buona. Meglio combattere dove si è. Oggi in Sicilia si difende l’Italia, perciò sono necessarie decisioni gravi.

Anch’io in Germania ho dovuto pretendere dei provvedimenti radicali, gravi (mobilitazione generale con 3 milioni di mobilitati civili, compresi giovinetti quindicenni e madri di uno o due figli). Ma in cambio è nato un solo sentimento, un solo desiderio: «vendetta». Si è raggiunto un vero fanatismo per la guerra!

Non ho mai esitato quando era necessario agire decisamente (accenna a mutamenti negli alti comandi militari).

In tutto questo domina la figura dell’«ufficiale». Se un reparto o una grande unità non va dipende dall’ufficiale: allora bisogna toglierlo. L’ufficiale «deve» essere ottimista; non esiste morale basso. Se è cosí l’ufficiale ha sbagliato carriera. Questo fattore personale è decisivo. È cosí che Stalin ha compiuto la sua riorganizzazione. Nel 1940-41 in Russia erano a terra; poi sono venuti i grandi mutamenti.

1329–1330

E a questo punto Hitler ritornò al nocciolo della sua argomentazione, alla conditio sine qua non che gli italiani dovevano accettare se volevano che egli li aiutasse: se non avessero subito cambiato registro, tutto sarebbe stato inutile: si sarebbe dichiarato di voler difendere la Sicilia, poi ci si sarebbe rassegnati a tenere l’Italia meridionale, per passare poi a tenere quella centrale e poi soltanto quella settentrionale... Ciò che occorreva era dunque trarre da quanto era avvenuto e avveniva «ferree conseguenze» e adottare «durissimi provvedimenti». Il verbale tedesco536 è a questo proposito piú esplicito di quello italiano, quasi il colonnello Montezemolo di fronte alle accuse di Hitler rifiutasse di verbalizzarle. Il tempo della tolleranza, del lassismo doveva finire, l’Italia doveva seguire l’esempio della Germania, doveva mobilitare come ausiliari i giovani di quindici anni, impiegare nel campo del lavoro vecchi e giovanissimi e, quanto alle donne, poiché molte già erano impiegate nelle industrie, estendere la mobilitazione a quelle degli strati sociali medi e alti. Gli ufficiali, anche provetti, ma che avevano perduto il controllo dei loro nervi andavano licenziati ché nella truppa

1330–1331

lo spirito deve essere mantenuto dagli ufficiali. Proprio come la cattiva qualità di un gerarca periferico provoca una atmosfera negativa in un gruppo locale del partito cosí anche la cattiva atmosfera della truppa deve ascriversi a colpa degli ufficiali. Tutti devono mantenere il giusto spirito nella truppa.

Quando una nazione è diventata incredula e guarda sfiduciata al proprio destino, devono essere presi provvedimenti molto duri anche nei riguardi personali. La gente vuole che accada qualcosa, e mediante l’adozione di provvedimenti energici essa verrebbe rimontata al piú presto. Stalin ha analogamente rimesso a posto, soltanto attraverso le piú dure misure, il fronte interno che incominciava a vacillare.

Ancora sotto l’impressione di quanto gli aveva detto Keitel e delle parole di Hitler, sfiduciato, irritato e umiliato da esse, Ambrosio era stato il piú esplicito, specie dopo che Alfieri gli aveva, in un certo senso, aperto la strada. Ortona, a cui Bastianini riferí la discussione subito dopo la sua conclusione, cosí ne ha sintetizzato l’andamento537:

soprattutto Ambrosio fa un quadro letteralmente catastrofico della situazione, descrivendola come del tutto insostenibile e tale da far prevedere una soluzione militare a noi sfavorevole anche entro quindici giorni [Alfieri qualche momento prima gli aveva attribuito una previsione a un mese]. Il Duce riceve il durissimo colpo con evidente ansietà. Insorge e descrive quella che sarà l’inesorabile azione degli inglesi. Ambrosio è severo e irremovibile fino a suggerire apertamente soluzioni politiche, al che Bastianini dice: «Se il Capo di Stato maggiore generale è di questo avviso il ministro degli Esteri nella persona del Duce dovrà decidere di conseguenza». Si conclude dicendo al Duce che deve parlare in modo inequivocabile a Hitler.

Secondo la testimonianza di Alfieri538, Ambrosio (che doveva essere ossessionato anche dall’idea che la crisi da militare, se non bloccata in tempo, potesse diventare anche istituzionale e sociale) disse a Mussolini che stante tale situazione,

1331–1332

bisognava avere il coraggio di guardarla in faccia. Permettetemi di ripetervi che è necessario ed urgente che voi parliate con Hitler per trovare una soluzione ed una via d’uscita. Se l’ipotesi di uno sganciamento deve essere fatta, molto meglio che ciò avvenga finché lo Stato mantiene la sua struttura, i suoi organi funzionano ed il governo ha la possibilità da far rispettare le sue decisioni; finché i carabinieri hanno ancora il sottogola! Domani sarebbe forse troppo tardi...

Quanto alla testimonianza di Bastianini nelle sue memorie539, essa è estremamente laconica e non aggiunge nulla a quanto sappiamo da Ortona e da Alfieri (Mussolini per parte sua neppure accenna alla discussione sia nei Pensieri pontini e sardi sia nella Storia di un anno; quanto ad Ambrosio, nella deposizione davanti alla Commissione d’inchiesta per la mancata difesa di Roma540, sarebbe stato anche lui estremamente laconico: «gli esternai la mia sorpresa per non aver egli nulla detto ad Hitler di quello che riguardava il nostro paese e gli suggerii di farlo durante il percorso fino a Treviso»): in pratica, essa aggiunge a quanto già detto un solo particolare: la non dissimulata stizza con la quale Hitler accolse la notizia, da lui portatagli appena conclusa la discussione tra Mussolini, Ambrosio, Alfieri e lo stesso Bastianini, che il «duce» aveva deciso di non riprendere la riunione e che lo attendeva nel giardino della villa. Ad Alfieri si deve però quella che, per quel che riguarda la posizione di Mussolini, è la testimonianza piú significativa e che spiega il riferimento di Ortona al suo «insorgere» polemicamente contro quanto gli rimproverava Ambrosio. Udite le sue prime battute, il «duce» ebbe – secondo Alfieri541 – uno scatto,

poi si riprese, accettò la discussione. Ci invitò a sedere, cosa assolutamente insolita.

«Credete forse – disse animatamente e concitatamente – che questo problema io non lo senta agitarsi da tempo nel mio spirito travagliato? Dietro la maschera della mia apparente impassibilità è un profondo assillante tormento. Ammetto la ipotesi: sganciarsi dalla Germania. La cosa è semplice; un giorno, ad una data ora, si lancia un radio al nemico. Quali saranno le conseguenze? Il nemico pretenderà, giustamente, una capitolazione. Siamo disposti a cancellare d’un tratto venti anni di regime? ad annullare le realizzazioni di un cosí lungo e faticoso lavoro? a riconoscere la nostra prima sconfitta militare e politica? a scomparire dalla scena del mondo? E poi, si fa presto a dire: sganciarsi dalla Germania. Quale atteggiamento prenderebbe Hitler? credete forse che egli ci lascerebbe libertà di azione?»

Dopo qualche altra battuta la piccola riunione si sciolse. Contrariamente a quanto Ambrosio e gli altri si erano attesi, raggiunto Hitler in giardino, Mussolini non si appartò con lui per parlargli. I due montarono in macchina e, raggiunta Feltre, salirono in treno. A Treviso ognuno si imbarcò sul proprio aereo. Ambrosio, in treno, ebbe un secondo colloquio con Keitel, non meno deludente del primo542. Riallacciandosi a quanto era stato detto dal Führer in mattinata, il feldmaresciallo, alla sua richiesta su quando da parte italiana si sarebbe potuto far conto degli aiuti promessi, rispose infatti «al piú presto», ma aggiunse subito: «però è essenziale che siano presi tutti i provvedimenti perché la difesa della Sicilia possa essere concretata in base a questi tre punti essenziali» e glieli aveva sciorinati seccamente:

1332
  • 1) punto di vista tattico: aumento di forze che permetta la costituzione di una linea robusta, e di ritirare in seconda schiera le forze mobili (15ª e Goering);
  • 2) punto di vista operativo: (assicurare i rifornimenti e creando una forte difesa nella Calabria e nelle Puglie);
  • 3) punto di vista organizzativo: adottare con fermezza ed ogni rigore le disposizioni atte a dare la massima libertà e qualsiasi facoltà alle autorità militari dell’Italia meridionale, allo scopo di organizzare e potenziare la difesa: campi di aviazione, ferrovie, strade, depositi ecc.; la guerra deve essere totalitaria, sopprimendo ogni interesse privato: tutto per la guerra e per la difesa...

E si era arroccato su di essi, impermeabile ad ogni altra questione, ribattendo a quanto Ambrosio gli diceva: «se ci sarà un perfetto accordo sui tre punti, non dubito che il Führer metterà a disposizione tutto quanto è possibile», «non ci sono che due alternative: o combattere con tutti i mezzi per tenere le nostre posizioni in Sicilia con la prospettiva di passare poi all’offensiva oppure, se non intendiamo fare questo, tanto vale di non mandare altri rinforzi; questo punto deve essere chiarito appena possibile... sono decisioni gravi, ma non si possono adottare mezze misure...»543. Il tutto con un tono, un’arroganza, una evidente volontà di non concedere nulla e di non spostarsi di un millimetro dalla sua posizione che lasciano trasparire la sua delusione e irritazione per il fatto che Hitler non solo durante la riunione plenaria non aveva posto – come richiestogli dall’OKW – la questione del comando unico, ma, quando, un momento prima, alla stazione di Feltre, egli aveva cercato di indurlo a farlo almeno nel corso del colloquio che avrebbe avuto con Mussolini andando a Treviso, gli aveva seccamente risposto che non esistevano le premesse per la realizzazione della cosa544.

1333–1334

Prima che Hitler desse questa risposta a Keitel i due dittatori erano rimasti soli ben poco; l’unica occasione di parlarsi a quattr’occhi l’avevano avuta dopo la sospensione della riunione plenaria, quando avevano fatto una rapida colazione insieme – durante la quale Mussolini si era oltre tutto assentato per un certo tempo per parlare al telefono con Roma e avere i particolari del bombardamento subito dalla capitale – in una saletta diversa da quella nella quale facevano colazione le due delegazioni. Stando ai Pensieri pontini e sardi, in questa occasione Hitler avrebbe comunicato a Mussolini «due fatti essenziali»: «1) la guerra sottomarina sarebbe stata ripresa con nuovi mezzi; 2) a fine agosto la flotta aerea di rappresaglia avrebbe cominciato ad operare contro Londra, che sarebbe stata cancellata dalla faccia della terra in una settimana». Al che Mussolini avrebbe replicato «che in attesa di questi attacchi, la difesa dell’Italia doveva essere in ogni modo rinforzata»545. E, a meno che non gliene abbia parlato piú tardi in treno, dovette – a quanto avrebbe detto una decina di giorni dopo all’ammiraglio Maugeri che lo traduceva a Ponza546 – riproporgli per l’ennesima volta l’esortazione a far la pace con la Russia a qualunque costo, rinunziando a tutto ciò che aveva conquistato, Ucraina compresa.

Se è credibile che, come ha scritto il generale Warlimont547, tornando in Germania Hitler ritenesse di aver «riportato nei ranghi» Mussolini, non è però possibile pensare che egli fosse giunto a questa conclusione già prima di essersi intrattenuto da solo a solo con lui, ché solo cosí si potrebbe spiegare razionalmente il fatto che durante la riunione plenaria e ancora a colazione (ché a questa conclusione ci pare autorizzino le sue parole a Keitel) non sollevò la questione del comando unico. Da qui, a nostro avviso, la necessità di ripiegare su una spiegazione non solo razionale, ma anche psicologica, che, del resto, è indirettamente suggerita dalle memorie di Warlimont, laddove questi scrive che il principale scopo dell’incontro di Feltre per il Führer era «di rinforzare la schiena del suo amico e alleato e di assicurarsi il suo ulteriore sostegno», ma al tempo stesso – lo abbiamo già detto – che, ancor prima di incontrarsi con lui e, quindi, di poter verificare di persona il suo stato d’animo e saggiarne le intenzioni, Hitler – preoccupato per le conseguenze che avrebbero avuto sul prestigio del «duce» (e, aggiungiamo noi, sul suo atteggiamento politico) – si era mostrato esitante a far proprie le conclusioni e le proposte di Jodl548. E sin qui siamo ancora su un terreno tutto razionale; ma per capire veramente il comportamento di Hitler a Feltre è necessario a nostro avviso fare un passo ulteriore e ipotizzare che su esso abbiano probabilmente influito anche fattori di tipo psicologico e cioè l’evidente crisi morale provocata in Mussolini dalla notizia del bombardamnto di Roma549, giunta – lo si è detto – allorché Hitler, esaurite le questioni preliminari e di ordine generale, era da poco passato a parlare di quelle particolari relative alle operazioni militari in Sicilia, alla situazione italiana e ai provvedimenti per fronteggiarla. Nonostante sul momento continuasse apparentemente imperterrito nella sua filippica, non è infatti da escludere che proprio l’agitazione del suo «grande amico» e alleato, sommandosi alle sue precedenti esitazioni, abbia finito per indurre Hitler a non sollevare la questione del comando unico, che, oltre tutto, lo avrebbe costretto a fare il nome di Rommel, particolarmente inviso a Mussolini. Un po’ per non acuirne il dolore, per umana comprensione verso un uomo che nonostante tutto ammirava e, a modo suo, amava; un po’ per timore che in quello stato d’animo Mussolini potesse dire, fare qualcosa che avrebbe fatto precipitare la crisi tra i due regimi; una cosa questa che Hitler non voleva, essendo ben consapevole delle conseguenze politiche negative che avrebbe avuto da tutti i punti di vista. Oltre tutto, se si accetta l’ipotesi di un sommarsi di motivazioni razionali e psicologiche diviene piú comprensibile anche quel poco che sappiamo sul colloquio che Hitler e Mussolini ebbero in treno andando da Feltre a Treviso.

1334–1335

Mentre nella Storia di un anno Mussolini non avrebbe detto a questo proposito nulla (salvo che accomiatandosi da Hitler all’aeroporto gli avrebbe detto «la causa è comune, Führer!»550), i Pensieri pontini e sardi (non destinati alla pubblicazione) sono meno laconici551:

Fu soltanto durante l’ora trascorsa in treno col Führer che gli feci chiaramente intendere che a quell’epoca l’Italia doveva sostenere il peso totale di due imperi come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, che sotto questo peso si correva il pericolo di essere schiacciati, che i bombardamenti delle città scuotevano non solo il morale della popolazione, ma danneggiavano anche gravemente la produzione bellica ed arrecavano un grave disturbo a tutta la vita sociale. Gli dissi ancora una volta che la campagna africana avrebbe avuto un corso differente se avessimo avuto non la superiorità aerea ma almeno un’aviazione altrettanto forte quanto quella del nemico. Gli dissi inoltre che la tensione all’interno del paese era divenuta grande e pericolosa. Mi rispose che la crisi italiana era una crisi di direzione e che avrebbe inviato altri rinforzi aerei e nuove divisioni per la difesa della penisola. Dichiarò che la difesa dell’Italia era del massimo interesse anche per la Germania.

Il tono del colloquio fu sempre amichevole e ci separammo cameratescamente. Poi l’apparecchio del Führer partí. Mentre accompagnavo Keitel al suo apparecchio, gli dissi: «Mandate tutto ciò di cui abbiamo bisogno: pensate che siamo sulla stessa nave!»

1335–1336

Né, tutto sommato, la versione mussoliniana è inattendibile. Essa è infatti confermata da quanto Bastianini e Alfieri riferiscono avere il «duce» detto loro nei pochi minuti che trascorsero tra il decollo degli aerei della delegazione tedesca e quello del suo aereo. Secondo il primo, che, partito Hitler, gli si avvicinò subito con Ambrosio per sapere cosa si fossero detti e se gli avesse parlato della impossibilità per l’Italia di continuare la guerra, avrebbe detto552:

Gli ho fatto capire alfine che non devono sofisticare troppo e che le nostre richieste di materiali bellici devono venire soddisfatte per intero senza altre dilazioni. Ho l’impressione che avremo quel che ci occorre.

Né diversa è la testimonianza di Alfieri553:

Nel momento stesso in cui mi presento a lui per dirgli che, dovendo rientrare a Berlino, lo prego di darmi norma di linguaggio, mi interrompe con aria noncurante ed indifferente: «Non è stato necessario – dice rapidamente – che io facessi quel discorso a Hitler, perché questa volta mi ha “fermamente” promesso di inviare tutti gli aiuti secondo le nostre richieste. Naturalmente, – sottolineò rivolgendosi ad Ambrosio, – bisogna che siano richieste ragionevoli e non astronomiche».

È piú che naturale che questa risposta deludesse profondamente coloro che se la sentirono dare e facesse andare in escandescenze Ambrosio. «Hai sentito – si sfogò con Bastianini554 – che cosa ha detto ad Hitler dopo il mio avvertimento di stamattina? Gli ha chiesto ancora una volta quegli armamenti che non ci manderanno mai. Si fa ancora delle illusioni e non ha preso sul serio le mie parole. Ma quello è matto, ti dico che è matto! Quel che gli ho detto è una cosa seria, molto seria». La domanda d’obbligo però è cosa in quelle circostanze Mussolini avrebbe potuto e dovuto fare?

Che non sentisse la gravità estrema del momento e non si rendesse conto che l’unica vera soluzione era ormai quella di uscire dalla guerra è da escludere. Lo provano il via libera che aveva dato tre giorni prima alla proposta di Bastianini di sondare le intenzioni degli Alleati e quanto aveva detto replicando, proprio a villa Gaggia, ad Ambrosio che lo aveva invitato ad avere il coraggio di guardare in faccia la situazione. Il nodo della questione non è questo, ma quello del come potesse sganciarsi dalla Germania. Significativa è a questo proposito un’annotazione di Pietromarchi del 22 luglio: «Non v’è dubbio che vorrebbe “sganciarsi” dalla Germania. Ma come?»555.

1336

È difficile credere che, andando a Feltre, Mussolini si illudesse di poter convincere Hitler ad accettare l’idea di un negoziato generale di pace o, addirittura, a lasciar libera l’Italia di trattare la propria fuoruscita dalla guerra, sicché il fatto che non abbia sollevato questa questione non può certo meravigliare. Forse voleva spezzare un’ultima lancia in favore di una risoluzione del conflitto ad est e cercare di porre esplicitamente sul tappeto il problema degli errori e delle inadempienze della Germania rispetto all’Italia, cosí da tentare di mettere alcuni «punti fermi» per salvare in qualche misura la faccia quando sarebbe riuscito a trovare un modo per sganciarsi. Ma soprattutto voleva guadagnar tempo per trovare il modo di sganciarsi, senza correre il rischio o di essere sopraffatto militarmente ed estromesso politicamente (ché, come vedremo tra poco, è impossibile non si rendesse conto di ciò che bolliva in pentola a Roma) o di mettere talmente in allarme i tedeschi da indurli a batterlo sul tempo e ad occupare l’Italia. E avendo bisogno di guadagnar tempo l’unica cosa da fare era rassicurare Hitler sulla propria «fedeltà» e ottenere da lui quel tanto di aiuti che sapeva ormai bene che l’Alto comando tedesco non gli avrebbe certo dato, ma che gli avrebbe dovuto almeno in parte dare se ad ordinarlo fosse stato il Führer, e che gli erano assolutamente necessari per guadagnare, appunto, tempo sia militarmente che politicamente.

Da qui la spiegazione di fondo del suo comportamento a Feltre. Il suo subire la requisitoria di Hitler, «lasciando in tal modo credere che egli riconosceva per giusti i rilievi ed i gravi appunti» mossi all’esercito e agli italiani in genere556, per poi potergli chiedere nuovi aiuti. E ottenerli, anche se il brevissimo tempo trascorso tra l’incontro e l’estromissione di Mussolini dal governo non permette di dire se, dopo averglieli assicurati, Hitler non ci avrebbe ripensato e soprattutto non avrebbe finito per cedere alle pressioni in senso contrario dei suoi capi militari, i veri sconfitti a Feltre. Una spiegazione, del resto, che a ben vedere è confermata sia dalla valutazione che dell’incontro diede un uomo equilibrato ed esperto come Ortona557:

1337–1338

Per tirare le somme dei colloqui ne dedurrei: 1) che il Führer ha fatto accenni generici a una continuata collaborazione; 2) che i militari non si sono messi d’accordo; 3) che il lungo conversare Führer-Duce non si è però ancora concluso con una «cessione» dell’Italia all’occupazione tedesca. Questa almeno mi è sembrata l’atmosfera generale, confermata anche dall’arrendevolezza dei tedeschi al nostro comunicato,

sia dal genere di preoccupazioni piú diffuse a palazzo Chigi. Ché se infatti per una parte dei collaboratori di Bastianini (tipico il caso di Vitetti e con esso quello di una buona parte del vecchio gruppo Ciano) il problema era ormai uno solo, lo stesso che assillava i vertici militari e Ambrosio in particolare: por fine al piú presto allo stato di guerra e, quindi, liquidare Mussolini e il fascismo e trattare con gli Alleati un armistizio; per altri (per esempio Pietromarchi e lo stesso Bastianini, che, pure, per i suoi rapporti con Ambrosio era piú informato della gravità della situazione militare, ma si rendeva anche conto del semplicismo e della pericolosità della sua posizione) esso si presentava assai piú complesso, da sciogliere il piú presto possibile, ma senza precipitare le cose. Che gli uni e gli altri si illudessero è oggi fuori discussione; per capire veramente le vicende e i comportamenti che portarono al 25 luglio e poi all’8 settembre e, per quel che in questa sede piú particolarmente ci interessa, il personale comportamento di Mussolini, è però indispensabile rendersi conto delle motivazioni e delle preoccupazioni che stavano alla base dei vari comportamenti. Di notevole aiuto ci pare in questo senso una pagina del diario di Pietromarchi (la stessa dalla quale abbiamo tratto l’affermazione secondo la quale Mussolini voleva sganciarsi dalla Germania, ma non sapeva come farlo) che, a nostro avviso, rende bene non solo le posizioni dello stesso Pietromarchi e di Bastianini, ma anche le preoccupazioni piú diffuse a palazzo Chigi nei giorni immediatamente successivi all’incontro di Feltre e, piú in genere, gli stati d’animo di quei giorni, i timori, le speranze, le contraddizioni che erano alle loro origini. Scriveva Pietromarchi:

Le speranze che molti nutrivano nel Re vanno cadendo... Scompare cosí la fiducia nella Corona. Il Re attende che Mussolini gli rassegni il mandato. Non prenderà mai da sé alcuna iniziativa. L’esercito comandato da Ambrosio, piemontese, fedelissimo a Casa Savoia, è agli ordini del Re. Ogni decisione è unicamente riservata al Duce. Questi conserva e conserverà fino all’ultimo le sorti del Paese. Dietro a lui è l’alleato che lo inchioda al suo posto. La verità è che neppure Mussolini è libero delle sue decisioni. Tutto ciò tiene in ansia il Paese. Questo ha ormai la evidente certezza che la partita è perduta e che neanche il piú lieve bagliore sussiste di potersi salvare. Il mito della invincibilità tedesca è caduto. Ora la nazione desidera una cosa sola e cioè che, dal momento che deve cadere, di cadere tutta unita. Essa non ammette di essere smembrata in due zone di occupazione sotto degli eserciti nemici. Ciò farebbe del Paese un deserto, distrutto dall’uno e dall’altro avversario e con le stesse terribili conseguenze che lo spezzamento dell’unità ha arrecato in Francia. In altri termini l’Italia esige che non si arrivi alla debellatio ma si tratti fino a che c’è tempo. Per far questo bisogna costituire un governo non politico prima che gli Alleati sbarchino nella penisola e i Tedeschi si allineino sul Po. Per gli Italiani l’ultima resistenza deve farsi in Sicilia. Questi sono i sentimenti di tutti.

Ne ho parlato a Bastianini. Egli è stato invitato a partecipare al Gran Consiglio convocato per sabato. Ho trovato Bastianini letteralmente disfatto. Mi ha detto che condivideva pienamente quanto gli avevo esposto. Ma la realizzazione ne era estremamente difficile. Occorrevano, mi ha detto, cinque condizioni: 1) che i Tedeschi ci consentissero di far la pace sparata; 2) che il Duce consentisse ad abbandonare il potere; 3) che si costituisse un governo moderato per il mantenimento dell’ordine; 4) che gli Alleati fossero disposti a trattare con tale governo; 5) che facessero delle condizioni accettabili.

Ora ognuno di questi punti e soprattutto il primo era estremamente difficile che potesse attuarsi. Personalmente non ho alcun dubbio che i Tedeschi non ci consentiranno mai di abbandonare la partita. E perciò finirà col prevalere la linea seguita finora di lasciarci trascinare dagli avvenimenti.

1338–1339

Partiti i tedeschi, Mussolini si pose subito alla guida del suo aereo personale e si levò in volo puntando direttamente su Roma. Il 19 agosto, nei Pensieri pontini e sardi, il «duce» avrebbe scritto558:

Alle diciotto partii in volo direttamente per Roma. All’altezza del Soratte, diminuíi la velocità e scorsi una grande nuvola all’orizzonte. Era il fumo degli incendi della stazione del Littorio, che sorvolai dopo alcuni minuti. Centinaia di vagoni bruciavano, le opere in muratura erano distrutte, l’aeroporto inservibile. Lo stesso quadro presentavano il deposito di locomotive e il rione di San Lorenzo. I danni sembravano immensi. Al mio atterraggio [a Centocelle] erano presenti il prefetto ed alcune altre personalità. Mi recai a villa Torlonia. Per strada incontrai una quantità di gente che si recava in campagna a piedi o con ogni mezzo possibile di locomozione. La città aveva un aspetto tetro. Lunghe code di popolo si affollavano presso le fontane, perché le condutture dell’acqua erano state interrotte. A sera, da villa Torlonia, si vedevano ancora nel cielo i bagliori degli incendi. Roma aveva vissuto una spaventosa giornata di ferro e di fuoco, che aveva distrutto ogni illusione e creata una situazione piena di incognite.

Nei giorni seguenti visitai alcuni dei luoghi piú duramente colpiti, soprattutto l’aeroporto e la stazione del Littorio, l’aeroporto di Ciampino e la Città universitaria; ma detti ordine che non se ne parlasse nei giornali.

Nel frattempo i nemici del regime avevano sparso in tutta Roma la voce che l’incontro di Feltre era stato infruttuoso, che la Germania ci piantava in asso e che dopo la conquista della Sicilia gli inglesi sarebbero arrivati, piú o meno indisturbati, fino a Roma. Tutto ciò accrebbe la tensione nervosa già prossima al collasso. A Corte dominava un eguale stato d’animo. Ciò mi fu confermato anche dal mio penultimo colloquio col re.

1339–1341

Dopo quanto abbiamo detto cercando di ricostruire l’atteggiamento di Vittorio Emanuele III, delle varie componenti del regime e dei gruppi antifascisti, le loro interconnessioni e reciproci contatti ben poco resta ancora da dire, sia per quel che riguarda Mussolini in particolare, sia per concludere la delineazione del quadro generale in cui si inscrissero le vicende del 24 e del 25 luglio.

Per quel che riguarda il quadro generale due soli fatti meritano di essere ricordati. Il primo è costituito da un passo, il 23 luglio, di Hidaka presso Bastianini. Preoccupato dalla ridda di voci sui risultati dell’incontro di Feltre che la sua estrema brevità e la laconicità del comunicato emesso al suo termine avevano scatenato, dai segni di disgregamento del regime ogni giorno piú evidenti e dalle notizie su come si era giunti alla convocazione per il 24 del Gran Consiglio e sulle divisioni tra i suoi membri, l’ambasciatore nipponico – nonostante avesse avuto due giorni prima un colloquio con Mussolini che l’aveva sommariamente informato sull’incontro di Feltre – a cui erano pervenute da Tokyo istruzioni di chiedere al «duce» il suo punto di vista «sia per quanto si riferisce al fronte russo, sia specialmente in connessione col fronte mediterraneo» – non si limitò a domandare a Bastianini di essere ricevuto al piú presto da Mussolini, ma – come è facile dedurre dall’«appunto» che il sottosegretario trasmise il giorno stesso al «duce»559 – cercò di avere da lui una prima valutazione della situazione, ottenendo però delle risposte sostanzialmente di maniera, generiche e, al fondo, ottimiste. Sicché l’episodio potrebbe sembrare di scarso rilievo se Hidaka non si fosse spinto, per quel che riguardava l’interesse del suo governo per la «grave» situazione militare e politica europea, oltre le normali, generiche assicurazioni circa la disponibilità del Giappone a «venire incontro in qualche modo all’Italia»; e cioè non avesse portato il discorso sui rapporti nippo-sovietici, precisando che «nei confronti della Russia il Giappone è sempre pronto e nello stesso tempo molto prudente» e informando Bastianini che nei giorni precedenti Molotov aveva detto all’ambasciatore nipponico di aver rifiutato la concessione di basi aeree richiestagli dagli anglo-americani e che i rapporti fra l’Urss e gli Alleati, pur essendo di «intima collaborazione», restavano «nel fondo gli stessi di prima». Il che spiega perché la mattina del 25 con tutto quello che bolliva in pentola, Mussolini avrebbe trovato il tempo di dar corso alla richiesta di udienza (inizialmente non in calendario) di Hidaka, convocandolo d’urgenza per le dodici a palazzo Venezia. Il secondo fatto è costituito invece da un passo di Ambrosio su Kesselring nel pomeriggio del 24 luglio, mentre a palazzo Venezia il Gran Consiglio cominciava i suoi lavori, Ambrosio si incontrò a palazzo Vidoni, dove l’aveva convocato, con il feldmaresciallo «per portare a sua conoscenza poche cose», in realtà per chiedergliene una sola, alla quale è difficile pensare che sperasse di avere una risposta sincera, ma che in quel momento doveva preoccuparlo talmente da indurlo a tentare tutte le vie per capire che valore attribuire ad essa. Negli ultimi giorni, mentre da parte italiana si erano fatti «tutti gli sforzi» per allontanare le proprie truppe dalla capitale, cosí da facilitare i tentativi della Santa Sede di preservarla da nuovi bombardamenti, erano «entrate in Roma truppe germaniche per prendere sede in città». Perché? La risposta di von Rintelen, che accompagnava Kesselring, fu che si trattava solo di due compagnie motorizzate del genio, richieste dal generale Di Raimondo per collaborare ai lavori di ripristino della rete ferroviaria sconvolta dal bombardamento del 19 luglio560. Che nella confusione di quei giorni il Comando supremo non sapesse nulla della richiesta del generale Di Raimondo è probabile, per non dire certo, ciò che importa è però l’allarme che l’arrivo di reparti tedeschi aveva suscitato in Ambrosio. Anche considerando la sua meticolosità burocratico-piemontese, è infatti difficile credere che in quel momento Ambrosio non avesse altro di cui occuparsi che della «città aperta», arrivando sino al punto di convocare apposta Kesselring, con cui aveva rapporti continui, pressoché quotidiani, sicché la spiegazione del suo passo può essere una sola: il timore che i tedeschi, davanti al precipitare della crisi politica italiana e avendo saputo della convocazione del Gran Consiglio si preparassero ad intervenire a sostegno di Mussolini o addirittura per prendere in mano la situazione in prima persona, come, del resto, volevano alcune «attendibili» voci di quei giorni. Ma sotto questo profilo i timori di Ambrosio erano ingiustificati. Una settimana prima Berlino aveva temuto che la situazione italiana e in primis quella militare fosse sul punto di franare, tant’è che Hitler aveva ritenuto di dover «aprire gli occhi» a Mussolini561; pur con tutte le sue ombre, l’incontro di Feltre aveva però attenuato questi timori e soprattutto aveva fatto credere che non vi fossero rischi imminenti. Per quel che riguardava la situazione piú propriamente politica, un contributo non insignificante all’affermarsi di questa convinzione dovettero dare i rapporti inviati in quei giorni da von Mackensen a von Ribbentrop562. Basandosi essenzialmente sulle informazioni e sulle valutazioni di Farinacci, l’ambasciatore finí infatti per convincersi e convincere Berlino che a livello politico la situazione fosse controllata dai farinacciani (tra i quali annoverava anche Scorza) e si muovesse nel senso indicato a Feltre da Hitler. Né a pensare questo era solo von Mackensen, ché anche von Rintelen, comunicando ai suoi superiori la convocazione per il 24 del Gran Consiglio, sposò praticamente le «voci» secondo le quali in quella sede «un gruppo» (evidentemente quello di Farinacci) «esigerà che lo stato sia guidato con mano piú forte e piú energica»563.

1341–1342

Paradossalmente si potrebbe dire che nei giorni immediatamente successivi all’incontro di Feltre, mentre – conosciutasi la notizia della convocazione del Gran Consiglio per il pomeriggio del 24 – l’agitazione ai vertici del regime e attorno al Quirinale e nello stesso gruppo dirigente fascista attorno al «duce» giunse al suo massimo, chi sembrava meno preoccupato era Mussolini. E ciò nonostante da tempo egli dovesse essere sul chi vive, grazie alle informazioni che gli venivano dalle varie polizie e da singoli esponenti fascisti che sempre piú spesso lo mettevano in guardia su quanto si «tramava» contro di lui e lo sollecitavano ad agire, a stroncare le manovre che da tutte le parti venivano ordite contro di lui e a non fidarsi di Vittorio Emanuele III.

Alcuni di coloro che sarebbero stati i protagonisti della vicenda del 24 e del 25 luglio erano da tempo, se non da sempre, sorvegliati. Che Ciano facesse la fronda, desse la guerra per irrimediabilmente perduta e si muovesse autonomamente per stabilire contatti con gli Alleati, Mussolini lo sapeva bene e doveva sapere anche che di alcuni di questi contatti (quelli con Osborne in Vaticano) erano informati anche i tedeschi564; cosí come sapeva che egli si esprimeva sempre piú pesantemente sul suo conto e che, anche da ambasciatore presso la Santa Sede, continuava ad avere rapporti con l’ambiente del Comando supremo. Attorno a Badoglio vi era una schiera di informatori (anche di «livello» e del tutto insospettabili) grazie ai quali Mussolini disponeva di una ricca messe di notizie (che, infittitesi con la fine del 1942, si erano fatte valanga con l’aprile-maggio), non sempre precise, ma comunque tali da non poter lasciar dubbi sul fatto che il maresciallo, pur muovendosi con estrema cautela («aspetta che la pera sia matura», si legge in un rapporto del 16 febbraio), fosse al centro di una fitta rete di contatti e a lui guardassero non solo molti alti gradi dell’esercito, ma anche «notissimi industriali del Nord»565. Ugualmente numerosi erano i rapporti e le «informative» sulle pressioni che da piú parti erano esercitate o si cercava di esercitare sul sovrano, sul principe ereditario, su Acquarone per indurli a liquidare Mussolini e sull’effetto moltiplicatore di esse che, con il luglio, avevano la crescente depressione dello spirito pubblico, il distacco dal regime di sempre piú vasti settori del paese e il timore che ciò si traducesse in movimenti sovversivi in conseguenza del precipitare della situazione militare, dei bombardamenti aerei (all’indomani di quello del 19 su Roma un informatore concludeva il suo rapporto affermando a tutte lettere che dopo di esso «i propositi di resistenza» apparivano ormai «idee di allucinati») e le notizie sul «fallimento» dell’incontro di Feltre e la «totale passività» del «duce» nei confronti di Hitler566. Anche se spesso imprecisi e fondati su informazioni di seconda e terza mano, il numero e la sostanziale convergenza di questi rapporti erano tali da non lasciar dubbi non solo sulla gravità della crisi politica, ma sul fatto che la via per uscirne era ormai per tutti quella della estromissione dal governo di Mussolini e che tutti, chi in un modo chi in un altro, si adoperavano affinché il re, e con lui i militari, prendessero nelle proprie mani il potere.

1342–1343

In campo fascista il primo a mettere in guardia Mussolini era stato probabilmente Preziosi. Dal novembre 1942 il direttore de «La vita italiana» gli aveva piú volte inviato lunghi memoriali, propri o di suoi collaboratori o redatti dal Centro di preparazione politica per lo studio del problema ebraico di Trieste, nei quali erano denunciati nei termini piú crudi sia la crisi che travagliava il paese e il regime, sia tutta una serie di casi di inefficienza, di «intelligenza» con l’antifascismo e di «tradimenti» che venivano «orditi nell’ombra» ed erano suggeriti – rifacendosi anche alla situazione del 1917, dopo Caporetto, e mettendola a confronto con quella attuale – provvedimenti per rafforzare il fronte interno «poiché il prolungamento della guerra può essere affrontato solo se il fronte interno resiste». Tutta l’azione del regime – si legge in uno di essi inviato a Mussolini poco prima della nomina di Scorza a segretario del PNF – doveva «puntare sulle masse e sulla piccola borghesia, accentuando il carattere sociale della Rivoluzione, suscitando i sentimenti schietti della razza nel popolo, facendo appello al suo onore, al suo orgoglio nazionale, alla difesa del territorio, al suo odio per lo straniero»; l’aristocrazia, l’alta borghesia e i borghesi antifascisti dovevano essere controllati in ogni loro attività, dominati con pugno di ferro, terrorizzati, messi in condizione di non usufruire di tutta una serie di vantaggi all’insaputa del «duce» o «per la sua generosità eccessiva»; al contrario, nei loro confronti si doveva applicare «una giustizia alla tedesca (spalle al muro)». I nomi di Ciano, di Bottai, di Grandi, di Cini, di Badoglio erano chiaramente indicati come quelli di potenziali «traditori» e Preziosi chiedeva che nei loro confronti Mussolini ripudiasse «qualsiasi sentimentalismo familiare» e di vecchio cameratismo e si circondasse invece «di uomini anche poveri ma animati di fede, di preparati, pur se non abbiano una carriera già fatta» e, se voleva degli uomini rappresentativi, tornasse «a fascisti come Arpinati, Turati, ecc. che lasciarono larga stima nel paese e che furono vittime di cricche di palazzo». A parte l’antipatia personale che notoriamente il «duce» nutriva per Preziosi, il tono di questi memoriali (nei quali non mancavano certo denunce ed argomentazioni da lui condivise) e la loro fanatica insistenza nel far risalire tutto alle manovre del giudaismo internazionale non erano però i piú adatti ad «aprire gli occhi» a Mussolini come si riprometteva il loro autore o ispiratore. Sicché, o avevano finito per essere nulla piú che la classica pioggia sul bagnato o non avevano avuto alcun effetto (salvo, forse, una certa influenza sulla liquidazione di Senise) e ciò anche nei casi nei quali contenevano informazioni che, se controllate opportunamente, avrebbero potuto permettere a Mussolini di prendere provvedimenti e di servirsene politicamente, forse anche presso il re. Tipico è un accenno, in uno di essi, del 12 novembre 1942, ai contatti in Svizzera di elementi badogliani con gli inglesi567.

1343–1344

Oltre a Preziosi, che continuò sino alla fine a mettere in guardia Mussolini un po’ contro tutti (contro Ciano e Grandi, ma anche contro Buffarini Guidi e persino Farinacci) e che, pare, quando seppe della richiesta di convocazione del Gran Consiglio, aveva cercato di dissuaderlo dal concederla, un altro che piú volte lo aveva messo in guardia era stato Suardo. Sin dal 14 marzo il presidente del Senato gli aveva scritto per denunciargli la preparazione di un «complotto militare facente capo a Badoglio» con diramazioni anche nella Camera alta; l’11 maggio era tornato alla carica proponendogli di aggiornare la legislatura e por cosí fine sul nascere ai «complotti» che si andavano ordendo e che avevano come punto di riferimento la Camera dei fasci e delle corporazioni; e nella seconda metà di luglio, prima – lo abbiamo già detto – aveva informato Mussolini della raccolta di firme promossa da Edoardo Rotigliano per chiedere la convocazione del Senato in seduta plenaria e, avutone da lui l’ordine, aveva giudicato irrecepibile la richiesta, poi aveva cercato anche lui di influire su Scorza affinché non si riunisse il Gran Consiglio e, infine, pochi minuti prima dell’inizio della seduta avrebbe detto a Mussolini di essere sicuro che nel corso di essa si sarebbe manifestato il complotto organizzato contro di lui da Grandi568.

1344–1345

A questi avvertimenti se ne erano aggiunti altri. In giugno il federale di Parma, Mario Macola, aveva mandato a Scorza un rapporto (che il segretario del PNF aveva trasmesso sotto forma di «appunto» a Mussolini) in cui denunciava l’esistenza di un complotto monarchico militare (dietro il quale sembravano essere la principessa di Piemonte, il cardinal Schuster e alcuni militari e intellettuali) per rovesciare il regime, arrestare Mussolini e i membri del governo, sciogliere il partito e portare sul trono il piccolo principe Vittorio Emanuele (in favore del quale Vittorio Emanuele III e il figlio Umberto avrebbero abdicato) sotto la reggenza della principessa Maria José e al governo Badoglio e concludere un armistizio569. Nei giorni successivi Farinacci aveva a sua volta informato il «duce», prima in termini abbastanza generici, poi facendogli i nomi di Grandi, Badoglio, Acquarone e Ambrosio, che era in atto una congiura contro di lui570. Un altro che avrebbe voluto parlargli – non è chiaro se per metterlo genericamente in guardia o per denunciargli qualche fatto specifico – era stato Augusto Turati: «occorre parlar chiaro a Mussolini, prima che gli altri si muovano» pare dicesse a De Begnac, pregandolo di trasmettere la sua richiesta al «duce»571. Dopo lo sbarco in Sicilia gli ammonimenti a stare in guardia, le denunce, le esortazioni ad agire tempestivamente contro i suoi nemici e a non cadere nella trappola tesagli con la richiesta di convocazione del Gran Consiglio si erano moltiplicati e fatti piú pressanti. Oltre a quelli di Preziosi, di Suardo, di Farinacci (ancora nel tardo pomeriggio del 23), di Scorza (che gli comunicò che era stata intercettata una telefonata tra Acquarone e Badoglio nella quale si era parlato di «impacchettare il Duce» all’uscita dalla prossima udienza reale572), di Dinale, val la pena di ricordare una lettera che proprio il 24 gli fece pervenire Alessandro Melchiori per informarlo di aver parlato con Graziani che gli aveva detto: «state molto attenti a Badoglio, perché è capace di tutto e non persegue che uno scopo: quello di diventare capo del governo»573. E, se si può credere ad una testimonianza rilasciata successivamente a Francesco Grossi da Franz Pagliani che ne avrebbe informato Scorza e questi Mussolini, il 23 luglio persino il generale Carboni avrebbe fatto al Pagliani un vago accenno ad un «piano» contro il regime, lasciandogli capire di essere pronto a stroncarlo se Mussolini glielo avesse chiesto574. Né, infine, si possono trascurare i sempre piú esagitati ammonimenti e le esplicite accuse contro Ciano, Badoglio, Grandi, Bastianini «e compagni» che quasi quotidianamente Rachele Mussolini riversava sul marito («falli arrestare tutti, prima di incominciare!» gli avrebbe detto il 24 mentre usciva da villa Torlonia per recarsi alla riunione del Gran Consiglio) e non solo su di lui, ché il 17 luglio arrivò al punto di comunicare a Dollmann il «suo franco, pressante ammonimento a diffidare del genero e dei suoi piani»575.

1345

Parte di questi avvertimenti e delle «informazioni» sulle quali essi si basavano (e che spesso non erano altro che echi, suggestioni delle infinite voci che circolavano ormai nel paese) era essenzialmente frutto della tensione e della sovraeccitazione nella quale vivevano ormai quei settori del partito che non volevano rassegnarsi alla sconfitta, pensavano fosse ancora possibile una riscossa fondata sulla mobilitazione politica e sociale, oltre che patriottica, delle masse popolari e sul ricorso a mezzi di tipo giacobino contro i disfattisti e i «sabotatori» e attribuivano la colpa di tutto al «tradimento» delle classi piú elevate, dei vecchi nemici del fascismo e, non di rado, della Chiesa, alla corruzione, all’ambizione e alla volontà di sopravvivere politicamente al crollo del regime e al discredito di esso di cui portavano la massima responsabilità dei gerarchi. Tipica è, per fare un esempio, la reazione del capo di gabinetto di Scorza, il prefetto Guglielmo Montani, che il 16 luglio, esasperato dal conformismo ottimistico e dalle logomachie di un gruppo di federali dell’Italia meridionale riuniti per discutere la situazione nelle loro province, si recò a palazzo Venezia e consegnò a De Cesare una irata lettera per Mussolini nella quale era detto «se non fucilate subito Ciano, Badoglio e Marcello Petacci trafficante di valuta in Spagna, fra quindici giorni voi non avrete piú seguito in Italia»576.

1346–1347

Che Mussolini non attribuisse importanza a questi sfoghi e anzi se ne irritasse è comprensibile. Molto meno lo è invece che ostentasse lo stesso atteggiamento anche in altri casi, piú seri o che, comunque, avrebbero dovuto indurlo, se non a prendere provvedimenti, almeno a metterlo sul chi vive e indurlo a cercare di vedere meglio quale fondamento avessero gli avvertimenti e le notizie che gli venivano dati. Ché, infatti, nulla risulta in questo senso.

A Farinacci, che gli aveva parlato della congiura che, secondo le notizie in suo possesso, Grandi, Badoglio, Ambrosio e Acquarone stavano tramando, si era limitato a rispondere, tra l’annoiato e il sarcastico, «vedi sempre tradimenti dappertutto, tu» e aveva lasciato cadere il discorso. In genere la sua risposta era e sarebbe stata sino alla fine: «bisogna guardarsi dai romanzi gialli». E non solo la diede un po’ a tutti coloro che sollevavano la questione con lui – facendone una sorta di risposta d’obbligo cosí come il sovrano col suo «abbiate fiducia nel vostro re» –, ma, in un certo qual senso, arrivò sino a teorizzarla: il 24 giugno, nel discorso al direttorio del PNF, rifacendosi al «caso Macola» disse: «il federale di Parma, è Macola, bravo, fedele, serio; ebbene il federale di Parma si disturba per mandare al segretario del partito un romanzo giallo di questo genere, giallissimo...»577. Solo con la moglie si era discostato qualche volta da questo atteggiamento. La sera del 20 luglio, per esempio, ad una delle sue solite tirate contro i traditori di ogni specie che lo circondavano e in particolare contro Badoglio che, a suo dire, faceva controllare persino i telefoni di villa Torlonia, aveva risposto: «Ma Rachele, sono i carri armati americani che mi preoccupano, non il controllo di Badoglio o gli intrighi degli altri...»578. Solo con qualcuno dei pochissimi vecchi amici di cui ancora si fidava si era aperto un po’ di piú. A fine giugno, con Dinale, che l’aveva anche lui messo in guardia contro il colpo di stato che andava maturando e che era convinto che la sua «dogmatica incredulità» di fronte ad ogni avvertimento e denuncia fosse il frutto della rassegnazione al destino che sentiva incombere su di lui579, aveva detto «di tutto questo massiccio castello complottardo, se realmente esiste, avrò bene il mezzo di accertarmene e presto» e aveva aggiunto – lo si è già visto – che si augurava che i «complottardi» si decidessero a venire allo scoperto, cosí che egli se ne sarebbe potuto sbarazzare «in dieci minuti o in un paio d’ore»580. Con Morgagni, in cui riponeva piena fiducia (il presidente della Stefani sarebbe stato uno dei pochissimi, che, appresa la notizia della defenestrazione e dell’arresto di Mussolini, si sarebbe suicidato), il 17 luglio, era stato piú sibillino e insieme piú esplicito. Né la cosa può meravigliare, ché da quando aveva parlato con Dinale la situazione si era fatta assai piú grave: gli Alleati erano sbarcati in Sicilia e stavano dilagando nell’isola, le resistenze tedesche ad impegnarsi veramente per aiutare l’Italia erano ormai piú che evidenti, il «malessere» politico era vieppiú cresciuto e aveva contagiato anche i vertici del fascismo e i piú stretti collaboratori del «duce», che proprio il giorno prima aveva finito – lo si è visto – per autorizzare Bastianini a sondare i propositi alleati.

1347–1348

I tedeschi – disse a Morgagni581 – sono ancora forti e potrebbero intervenire validamente per tamponare e forse risolvere la situazione in Italia che è ormai gravemente compromessa. Ma non si fidano ormai piú di noi. Per intervenire vogliono il comando effettivo di tutto il fronte italiano, anche di quello interno. E questa è una condizione che né il popolo italiano, né il re, né il sottoscritto potrebbero accettare.

È necessario continuare a combattere anche se ogni speranza è ormai morta. Ma tutti mi abbandoneranno: il popolo e il re, che entrambi hanno sempre rinnegato coloro che non donano fortuna e potenza. E questo è logico, oserei dire naturale. Purtroppo mi lasceranno anche coloro a cui ho dato un nome nel registro anagrafico della recente storia italiana e di cui ho creato la fortuna morale e materiale.

Tra poche ore o tra pochi giorni sarò solo, a decidere per tutti, forse contro tutti.

Dopo il colloquio con Morgagni vi erano stati l’incontro di Feltre e lo scontro della sera del 20 con Ambrosio, due avvenimenti che dovevano aver vieppiú confermato Mussolini nella sua valutazione della situazione. Eppure non mancano indicazioni dirette ed indirette che fanno pensare che, pur conoscendo l’o.d.g. che Grandi avrebbe sottoposto al Gran Consiglio e gli umori di buona parte dei suoi componenti, Mussolini non attribuisse molta importanza alla riunione del supremo organo del fascismo, se, addirittura, non la considerava – nonostante da piú parti gli giungessero voci «allarmistiche» e gli fosse stato consigliato di non convocarlo e, comunque, di stare in guardia – un espediente per dare soddisfazione e tacitare i piú irrequieti, «guardarli negli occhi» e rimetterli in fila582. Se, infatti, è naturale pensare che la risposta che, con tono «sorpreso e quasi divertito», la mattina del 24 luglio diede alla moglie, che gli aveva chiesto ancora una volta se la riunione fosse proprio necessaria, potesse essergli dettata dal desiderio di rassicurarla e di evitare un’ennesima discussione «su quel gruppo di sciagurati» e di «traditori»: «e perché non dovrebbe esserlo? Sarà una spiegazione fra camerati, ognuno dirà la sua... non vedo perché non dovrei tenerla»583, piú difficile è considerare alla stessa stregua quella che diede, poco prima dell’inizio della seduta, a Suardo che lo metteva anche lui in guardia su quanto sarebbe potuto accadere: «voi siete catastrofico, Suardo, sarà una riunione informativa»584. E che non prevedesse affatto una riunione accalorata e, dunque, lunga è dimostrato dal fatto che, pur senza indicarne l’ora, la sua Segreteria particolare aveva messo in calendario per la serata la solita udienza ad Ambrosio per il punto sulla situazione militare.

1348–1349

A Ponza, il 28 luglio, al comandante della Persefone, Tazzari, riferendosi però non a ciò che era avvenuto in Gran Consiglio, ma al suo arresto e alla sua traduzione, appunto, a Ponza, Mussolini avrebbe detto «oggi che conto quasi sessant’anni mi accorgo che sono ancora ingenuo come un ragazzo»585. Secondo Dinale, lo si è detto, egli sarebbe stato invece in uno stato di profonda rassegnazione che lo rendeva ormai incredulo e passivo di fronte a tutto. Anche se è vero che ormai andava sempre piú frequentemente soggetto a sbalzi umorali che lo facevano oscillare tra momenti di ottimismo e di estrema fiducia nelle proprie capacità di trovare una soluzione positiva al dramma italiano e momenti di estremo abbattimento e di sfiducia (dei quali risentiva subito sul piano fisico, come era stato a Feltre e come sarebbe accaduto durante la riunione del Gran Consiglio), entrambe queste spiegazioni non convincono. Grandi, sin dalla sua prima intervista del febbraio 1945 a «Life» (che Vitetti, nel suo inedito libro sul 25 luglio e l’8 settembre avrebbe contestato in molti punti, ma, significativamente, non per questa affermazione, che, pure, gli avrebbe potuto offrire il destro per accusare Grandi di essersi voluto costruire un avversario alla sua stessa altezza), è stato a questo proposito esplicito: «Mussolini è stato descritto come un uomo abbattuto... Non lo era. Egli era vigoroso come sempre, fisicamente forte, un acuto lottatore»586. Né la sua è l’unica testimonianza in questo senso. Per comprendere il comportamento di Mussolini dopo Feltre e in primis la sicurezza con la quale prima affrontò il Gran Consiglio587 e poi quando, nonostante ciò che era avvenuto, continuò a pensare che il re non avrebbe colto l’occasione per liquidarlo, è dunque necessario trovare altre spiegazioni.

1349–1350

E di spiegazioni, a nostro avviso, ve ne è una sola, che ci riporta al famoso colloquio del 22 mattina con Vittorio Emanuele III. Un colloquio, si badi, che, nonostante l’importanza dell’incontro di Feltre, il vespaio di voci da esso suscitato, lo scontro con Ambrosio che ne era seguito e lo shock del bombardamento di Roma, Mussolini si guardò dall’anticipare, ma – pur consapevole dell’effetto negativo di tutti questi fatti sul sovrano e degli argomenti che essi davano a chi voleva l’immediata uscita dalla guerra – rimandò alla consueta udienza per la firma reale, quella, appunto, del 22 luglio. Sicché, scartata la spiegazione di una rassegnata passività che lo avrebbe portato a subire gli avvenimenti senza piú lottare, non ne restano che altre due: quella, poco probabile, di un’assoluta fiducia nel sovrano e quella che, prima di recarsi da lui, volesse predisporre una sorta di «punto fermo» su cui arroccarsi, rispetto sia a Vittorio Emanuele III sia alla sempre piú irrequieta gerarchia fascista e cioè convocare il Gran Consiglio, cosí da presentarsi al Quirinale nelle vesti di chi era sicuro di godere ancora del consenso del supremo organo del fascismo e da poter al caso anche anticipare al sovrano le decisioni che intendeva far adottare due giorni dopo al Gran Consiglio. Ché a questo proposito è significativo che se Scorza diramò le convocazioni per esso il 22, l’ordine di procedere ad esse Mussolini glielo diede il 21, prima cioè di recarsi dal sovrano. Sicché il discorso torna in sostanza alla vexata questio di cosa in realtà il 22 mattina Vittorio Emanuele III e Mussolini si dissero e dunque alle affermazioni di Badoglio di tre mesi dopo, secondo le quali nel corso del colloquio il «duce» avrebbe assicurato al sovrano che, «in ogni caso», si sarebbe sganciato dalla Germania «entro il 15 settembre».

Come abbiamo già detto, nonostante l’estrema cautela con la quale vanno prese in genere le affermazioni di Badoglio, questa è – a nostro avviso – estremamente credibile. Su un piano, diciamo cosí, fattuale concorrono a renderla tale: a) il tono estremamente sicuro con cui il maresciallo la pronunciò, chiamando in causa come testimonio anche Ambrosio, presente al suo discorso e che non risulta la smentisse; b) il fatto, lo abbiamo già detto, che Badoglio la confermò di fronte alla Commissione d’inchiesta per la mancata difesa di Roma, aggiungendo di ritenere di aver appreso la notizia dalla stessa persona del sovrano; c) la testimonianza di Mario Zamboni che nelle sue memorie588 riferisce che nei giorni immediatamente precedenti la seduta del Gran Consiglio in vari ambienti romani, tra i quali quelli del Senato e della Camera dei fasci e delle corporazioni, circolava la voce (che Zamboni sembra ritenere messa in giro da Mussolini) che il «duce» si proponeva «di riuscire in qualche modo a finire questa guerra alla metà del prossimo settembre»; d) il fatto, infine, che il generale Warlimont riferisce a sua volta che, di ritorno da Feltre, Mussolini avrebbe fatto sapere al re «che sperava mettere fine all’alleanza con la Germania alla metà di settembre»589. Quest’ultima testimonianza può sembrare la meno significativa, perché non si può escludere che la fonte di Warlimont (che per altro parla di testimonianze al plurale) fosse il discorso di Badoglio del 18 ottobre; in realtà neppure essa può essere sottovalutata. Come vedremo ampiamente nel prossimo tomo, vari esponenti politici e militari tedeschi, a cominciare da Hitler, non nascosero nelle settimane dopo il 25 luglio e l’8 settembre la convinzione o, almeno, il sospetto che Mussolini, dopo Feltre, fosse deciso a separarsi dalla Germania. Il che potrebbe essere stato frutto di illazioni e valutazioni piú o meno personali, ma anche di informazioni trasmesse a Berlino dai servizi e dagli agenti segreti tedeschi in Italia o fornite da elementi fascisti intransigenti e che ad esse si rifacesse Warlimont.

1350–1351

Se si accetta la «versione Badoglio», l’unico punto che resta da chiarire è se, dicendo a Vittorio Emanuele III che si sarebbe sganciato dalla Germania entro due mesi, Mussolini volesse solo guadagnare tempo e cercare di scongiurare il pericolo che il sovrano lo liquidasse subito o se, invece, era sincero, ovvero, detto in altri termini, pensasse di avere ancora qualche carta in mano da giuocare. Ché di una cosa ci pare si possa essere sicuri e cioè che egli era ormai pienamente consapevole della impossibilità di continuare la guerra.

Che Mussolini volesse solo guadagnare tempo, sopravvivere politicamente ancora un paio di mesi è estremamente improbabile. Se il problema per lui fosse stato solo quello di sopravvivere politicamente, avrebbe accettato il punto di vista dell’OKW e si sarebbe messo sotto l’ombrello protettore di Hitler e dei tedeschi. Il suo orgoglio, il suo rancore, il suo odio per i tedeschi e per Hitler glielo impedivano, cosí come glielo impediva la sua convinzione che la catena di errori politici commessi dal Führer avesse praticamente già condannato la Germania alla sconfitta. Ugualmente nulla autorizza a pensare seriamente che egli volesse attendere ancora un paio di mesi perché sperava in una crisi dei rapporti tra gli Alleati occidentali e l’Urss o nelle «nuove armi» delle quali Hitler gli aveva parlato. Né, infine, ci pare possibile che sperasse in un révirement di Hitler circa la guerra all’est in conseguenza dell’andamento sfavorevole alla Germania assunto dalle operazioni nella zona di Kursk e nel Caucaso: a parte ogni altra considerazione, il margine di tempo che Mussolini si riservava era, sotto questo profilo, cosí ristretto da rendere difficilmente credibile che egli potesse realisticamente nutrire una simile speranza. Il fatto che il 25 mattina, come vedremo, chiedesse a Hidaka un immediato intervento giapponese su Hitler a sostegno della propria prossima richiesta di cessare le ostilità contro la Russia, non deve trarre in inganno, ché questo passo rientrava in una diversa logica. Anche ammesso per assurdo che Hitler intavolasse subito nuove trattative con Stalin e che questo, dopo il fallimento di quelle del mese prima (e bisognerebbe stabilire il grado di informazione che su di esse aveva Mussolini) e in una situazione militare a lui piú vantaggiosa, accettasse di negoziare, non sarebbe certo stato raggiunto un accordo in due mesi (cosí come in due mesi i tedeschi non si sarebbero certo potuti sganciare e attestare sul famoso «vallo orientale» ancora tutto da apprestare); sicché – se la preoccupazione di Mussolini fosse stata solo quella di tenere a freno Vittorio Emanuele III – i risultati sarebbero stati nulli, perché, nella situazione militare e politica nella quale versava l’Italia, il sovrano – pressato oltre tutto da ogni parte perché liquidasse Mussolini e uscisse dalla guerra – non gli avrebbe certo concesso una «proroga», fondata per di piú su un accordo che non era detto sarebbe andato effettivamente in porto e che, a quel punto, la parte moderata e anticomunista del paese avrebbe considerato una soluzione anche piú catastrofica di un armistizio, di una pace con l’Inghilterra e gli Stati Uniti.

1351–1352

Alla luce di questo complesso di considerazioni, l’unica spiegazione che ci pare si possa dare è che Mussolini ritenesse di aver bisogno di un paio di mesi, da un lato per portare avanti i sondaggi avviati da Bastianini (e dei quali il 22 non conosceva il fallimento) e negoziare con gli Alleati e soprattutto con Londra un armistizio il meno svantaggioso possibile e, da un altro lato, precostituirsi una serie di posizioni, di «pezze d’appoggio» per potersi «dignitosamente» sganciare dalla Germania. Non perché – si badi bene – credesse nella possibilità che questa avrebbe accettato senza reagire l’uscita dell’Italia dalla guerra: anzi, tutto invece – lo si è visto – fa ritenere che egli desse per scontata la sua reazione negativa e che, se avesse potuto, avrebbe affrettato al massimo lo sganciamento sperando di cogliere di sorpresa Berlino e nel frattempo di limitare il piú possibile l’afflusso di altre truppe tedesche nella penisola e di far rientrare almeno una parte di quelle italiane in Francia e nei Balcani adducendo l’assoluto bisogno di esse per la difesa del territorio nazionale. Ciò che stava a cuore a Mussolini era altro. Era che i tedeschi in particolare e il mondo in generale non lo accusassero di tradimento. Da qui la sua illusione (alla quale doveva contribuire quel tanto di «furbizia» contadina e insieme di cinismo che si annidavano al fondo del suo modus operandi e delle quali anni di esperienza politica, di delusioni e di scacchi non avevano avuto ragione e alle quali nelle circostanze piú difficili, quando gli venivano a mancare gli strumenti razionali per fronteggiare la situazione, finiva talvolta per aggrapparsi) di poter rovesciare su Hitler e sulla Germania la responsabilità della sua decisione. Una illusione, del resto, che – lo si è visto – egli nutriva già da tempo e che spiega bene l’apparente contraddizione tra il lucido giudizio che egli dava della linea di condotta tedesca verso l’Italia e il suo insistere nel sollecitare aiuti che sapeva che l’alleato non gli avrebbe dato (e, forse, addirittura a fingere di aver avuto sicure promesse590 per aver poi modo di accusarlo di malafede), nel richiedere al Comando supremo e al ministero degli Esteri degli inutili cahiers des doléances nei confronti dei tedeschi che sapeva destinati a lasciare il tempo che trovavano, ma che pensava di poter usare al momento opportuno come altrettante «pezze d’appoggio» a dimostrazione della inadempienza e della malafede tedesche, cosí da rigettare sulla Germania tutte le responsabilità, compresa quella di averlo con la sua miopia, la sua sete di potere e il suo egoismo costretto a sganciarsi dall’alleanza, che sin dall’inizio essa aveva brutalmente concepito nell’ottica dei propri esclusivi piani e interessi e, dunque, non aveva rispettato e in sostanza tradito, e a uscire da una guerra ormai perduta. E perduta non solo dall’Italia, ma anche dalla Germania e non per colpa dell’Italia, ma degli errori, dal fanatismo, dalla mancanza di senso politico e dal sistematico rifiuto di Hitler ad ascoltare i suoi suggerimenti. Insomma, nell’illusione di Mussolini i due mesi in questione sarebbero dovuti servire, oltre che per trattare con gli Alleati, anche e soprattutto per sottrarsi alle accuse di tradimento e per salvare l’onore dell’Italia e suo proprio.

1352–1354

A questa illusione – e con questo concludiamo – se ne doveva aggiungere però quasi certamente un’altra, tutto sommato meno infondata: quella che Vittorio Emanuele III la pensasse sostanzialmente come lui, avesse come lui a cuore il buon nome, l’onore dell’Italia. Solo cosí si può spiegare la «fiducia» – ché di fiducia si deve parlare, ma di una fiducia ragionata, fondata cioè su presupposti razionali – che sino alla fine egli ripose nel sovrano pur conoscendo bene la complessità e le ombre del suo carattere, le pressioni che su lui erano esercitate da tutte le parti, i punti dolenti dei loro ventennali rapporti e i motivi di rancore che essi avrebbero potuto far scattare in lui591.

Nella Storia di un anno Mussolini avrebbe fatto di questi punti dolenti e di questi motivi di rancore la chiave di volta di tutto e avrebbe costruito su di essi la teoria del complotto del 25 luglio: la monarchia e i suoi «complici» avevano avuto solo un programma: «realizzare, attraverso la disfatta, la catastrofe del fascismo». Il re stava al centro della manovra, poiché «da vent’anni aspettava l’occasione propizia»592. Ma questa sarebbe stata solo una ricostruzione a posteriori, in parte autogiustificativa, in parte dettatagli dalla necessità, una volta imboccata la strada della RSI, di far leva sul patriottismo di quella parte di italiani che non si riconoscevano nel fascismo saloino, ma non condividevano neppure il comportamento del sovrano e di Badoglio dopo il 25 luglio. Piú onestamente, parlando con Graziani, gli avrebbe detto: «ciò che mi ha ingannato è stata la fiducia assoluta da me riposta nella solidarietà del re, che pensavo non mi avrebbe mai abbandonato»593. Ma anche questa affermazione non può essere presa alla lettera, cosí come molta luce in piú non porta quanto disse a Scorza nella notte tra il 24 e il 25 luglio; prima, durante (verso la mezzanotte, accennandogli alla «concordanza sotterranea» che, sotto l’apparente ortodossia fascista, gli sembrava legasse gli interventi di alcuni dei componenti del Gran Consiglio stesso: «ma anche se esistesse questa concordanza sotterranea, essi s’ingannano se credono di poter contare sulla solidarietà del sovrano; il re è un soldato leale e non si abbandonerà mai a manovre di questo tipo»594) e dopo la seduta del Gran Consiglio, passando in macchina sotto il Quirinale per far ritorno a villa Torlonia («là dentro non ci amano; ma il re è un soldato fedele»595). E ciò specie se si considera l’apparente contraddizione di questa affermazione con quanto poco prima, lasciando palazzo Venezia, aveva detto allo stesso Scorza commentando il voto del Gran Consiglio: «tutto sta se il re si accontenterà della sola restituzione della delega dei poteri militari»596. Un interrogativo, questo, che mostra bene come la sua fiducia nella «lealtà» di Vittorio Emanuele III fosse tutt’altro che assoluta e spiega altrettanto bene perché nella Storia di un anno Mussolini a) non avrebbe fatto cenno alcuno al dilemma (su cui, invece, si sono soffermati vari altri protagonisti della seduta che hanno scritto su di essa e che sarebbe stato al centro di molte deposizioni e testimonianze rese al processo di Verona) che egli aveva proposto all’attenzione del Gran Consiglio allorché si era reso conto del pericolo che l’o.d.g. Grandi fosse approvato, e grazie al quale era quasi riuscito a capovolgere la situazione che si stava delineando; b) e lo avrebbe attribuito invece (collocandolo altresí in un diverso momento della seduta, nella prima parte di essa) a Grandi che – a suo dire – l’aveva «concordato preventivamente coi circoli di Corte» per offrire al sovrano l’appiglio per uscire allo scoperto contro di lui597.

1354–1355

Tra le varie narrazioni della seduta quella di Scorza è a questo proposito (salvo, non a caso, per quel che riguarda le attestazioni di stima del «duce» nei confronti di Vittorio Emanuele III e l’affermazione che questi gli aveva confermato solo pochi giorni prima il suo appoggio598) la piú esauriente. Secondo il segretario del PNF599, vista la piega che stava prendendo la seduta, Mussolini osservò che l’o.d.g. presentato da Grandi, evocando «al proscenio la figura e la responsabilità del sovrano» e invitandolo ad assumere con l’effettivo comando delle forze armate «quella suprema iniziativa di decisione» che gli era attribuita dallo Statuto, apriva la strada ad «eventualità» che era necessario ponderare bene:

Primo. Il Re non accetta l’invito contenuto in questo ordine del giorno – e il suo rifiuto sarebbe pienamente logico e giustificato – e mi dice: «Egregio signor Mussolini, la guerra finora l’avete condotta voi in pieno accordo con lo Stato Maggiore che vi siete scelto. Solamente oggi, perché va male, volete trasferire il peso sulle mie spalle? Continuate pure voi sino alla conclusione». Da questo rifiuto del Sovrano – il quale, ripeto, sarebbe di una logica impeccabile – deriverebbe una tensione gravissima tra il Regime che delibera – sia pure sotto forma di deferente appello e d’invito espresso dal suo massimo organismo, cioè il Gran Consiglio – e la Corona che non accetta.

Secondo caso. Il Re accetta l’invito, ma non può o non crede – e anche questo è perfettamente logico – limitare la sua accettazione al solo lato militare. Il Re intende estendere necessariamente la sua piena responsabilità anche al lato politico, per il fatto che i due aspetti della guerra sono indissolubilmente connessi e fusi. Rammento che Ia delega dei poteri ebbe origine proprio da questa necessità, che il signor Badoglio e lo Stato Maggiore reputavano fondamentale: cioè, la unità della condotta militare ed eziandio politica della guerra.

In questo secondo caso – nel caso cioè che il Re reclami la totale responsabilità – si pone il problema del Regime nei confronti della Corona, in tutta la sua complessità. L’aspetto fondamentale del problema è indubbiamente quello che colui che detiene la piena responsabilità anche politica della guerra, si trova a dover operare con un Regime – cioè con la organizzazione totalitaria in senso politico ed economico della Nazione – diretta e controllata da chi non ha piú la responsabilità politica. Questo, s’intende, se il Regime resta.

Ma, e ciò è piú probabile, il Re potrebbe esprimersi in questa forma: «Cosí che i signori del Regime, ora che si rendono conto di aver l’acqua alla gola, si ricordano che esiste una Costituzione; che in questa Costituzione c’è un articolo 5, che oltre ad una Costituzione c’è un re. Ebbene, io salgo allo scenario, accetto il loro invito; ma siccome li ritengo responsabili della situazione attuale, approfitto dell’occasione per liquidarli tutti in una volta». Senza contare che i circoli reazionari e antifascisti, gli elementi favorevoli agli anglo-sassoni, faranno senza dubbio pressione in tal senso.

Sempre secondo Scorza, a conclusione di questo discorso Mussolini avrebbe detto: «Signori, attenzione! L’ordine del giorno Grandi può porre in giuoco l’esistenza del Regime. Signori, vi siete prospettata questa ipotesi?»

1355–1356

Il primo di questi due periodi appare anche nella Storia di un anno (dove però è riferito a conclusione della introduzione generale di Mussolini)600; Cianetti, in un’aggiunta alle sue memorie scritta dopo aver letto la Storia di un anno601, ha negato «nella maniera piú formale» che Mussolini abbia pronunciato queste parole; la smentita non è però attendibile ed è probabile che con essa l’ex ministro delle Corporazioni cercasse di diminuire il valore del proprio voto in favore dell’o.d.g. Grandi e di spiegarne il successivo ritiro. E ciò tanto piú che le parole in questione appaiono anche nella ricostruzione della seduta del Gran Consiglio fatta da Grandi; una ricostruzione essenziale, a nostro avviso, per far luce sul problema della «fiducia» di Mussolini in Vittorio Emanuele III e, piú in genere, per capire il suo atteggiamento e il suo comportamento nei confronti del sovrano, certo il 22 luglio e assai probabilmente ancora il 25 luglio. Secondo tale ricostruzione602, a conclusione dell’esposizione dei motivi per i quali egli respingeva l’o.d.g. Grandi, Mussolini avrebbe detto:

Può darsi che il fascismo delle origini fosse diverso dall’attuale, anzi lo era certamente. In venti anni una rivoluzione cammina. Ma vi fosse qualcuno il quale pensasse di potere dissociare oggi la dittatura e la mia persona dal regime fascista è ciò una ben pericolosa illusione. Fascismo, rivoluzione, partito, dittatura e Mussolini sono inseparabili ormai. Non si ritorna indietro. Tutti i vascelli sono ormai bruciati dietro di noi. Chi domanda in questo momento la fine della dittatura, sa di volere la fine del fascismo e la capitolazione al nemico, nell’illusione forse che il nemico distinguerebbe tra fascismo e Italia. Ma non è soltanto il fascismo che Churchill e Roosevelt mirano a distruggere; è l’Italia, perché essa è diventata troppo grande e troppo forte. Tra pochi giorni io avrò sessant’anni, e potrei anche chiudere questa «bella avventura» che è stata la mia vita. Senonché noi vinceremo la guerra. La mia fiducia nella vittoria della Germania e nostra è oggi intatta, cosí come lo era all’inizio della guerra. Io non intendo rivelare al Gran Consiglio (forse l’avrei fatto se la discussione avesse preso corso diverso) gli importanti segreti di carattere militare, che al Führer e a me non fanno dubitare un solo momento della vittoria. È prossimo il giorno nel quale i nostri nemici saranno inesorabilmente schiacciati. Io ho in mano la chiave per risolvere la guerra. Ma non vi dirò quale. Ora, in questa situazione, è la fine del regime che si vuole. Ebbene, fate molta attenzione, signori, a quello che fate e alle conseguenze. L’ordine del giorno Grandi pone la questione della esistenza stessa del regime. Esso non si dirige al governo e chiama direttamente in causa la Corona, il Re. In altre parole esso domanda che io me ne vada. Ebbene il Re può accettare l’invito dell’ordine del giorno Grandi e allora nascerebbe il mio caso personale, il caso Mussolini. Io non sono disposto a farmi iugulare (qui Mussolini fece un gesto come di tagliarsi la gola).

Il Re, del quale sono stato per venti anni il servitore fedele, può dirmi, quando gli racconterò domani quello che è avvenuto stanotte (come egli certamente mi dirà): «La guerra è pervenuta ad una fase critica. I vostri vi hanno abbandonato. Ma il Re, che vi è stato sempre vicino, rimane con voi». Questo sono certo che mi dirà il Re. E allora quale sarà la vostra posizione? Fate attenzione, signori!

1356–1357

Lo stato d’animo e il comportamento di Mussolini durante l’ultima riunione del Gran Consiglio sono stati oggetto dei giudizi e delle interpretazioni piú diversi e contrastanti, da parte sia dei partecipanti alla riunione, sia dei contemporanei, sia di chi successivamente si è occupato in sede storica e pubblicistica del 25 luglio. Non è mancato neppure chi ha sostenuto che Mussolini avrebbe «fatto il furbo», avrebbe voluto essere messo in minoranza e battuto, perché ormai intimamente si era arreso e riteneva «che l’ordine del giorno Grandi gli apriva la via alla sola ritirata che in quel momento atroce era possibile»603. Del suo stato d’animo e del suo comportamento parleremo tra poco; che volesse «fare il furbo» ed essere battuto è comunque da escludere nettamente. Consapevole com’era della importanza decisiva della posta in giuoco, lottò, al contrario, con tutti i mezzi a sua disposizione, ricorrendo ad ogni espediente, mentendo, forzando la verità, facendo leva su qualsiasi sentimento pensava potesse suscitare reazioni a lui favorevoli. In questa ottica vanno visti e valutati come qualcosa in cui in parte credeva, ma di cui in parte si serviva strumentalmente anche la sua «fiducia» nella «lealtà» del re e il dilemma che, ciò nonostante, egli propose all’attenzione dei componenti il Gran Consiglio, allorché – lo abbiamo detto – percepí il pericolo di essere battuto.

Dino Grandi, l’altro vero e unico protagonista con lui della seduta, il solo dei membri del Gran Consiglio che – pur nella sua asprezza polemica e pur puntando consapevolmente ad estromettere il «duce» dal potere – non mise nella propria battaglia contro di lui, checché questi abbia scritto nella Storia di un anno, né rancore né bassezza morale (tant’è che, proprio in polemica con quanto scritto da Mussolini, Cianetti avrebbe sottolineato l’«accoramento per le deviazioni del partito e per la tragicità della situazione» che era stato alla base dei suoi interventi604), ne capí il dramma umano, non rinnegò il suo affetto personale per lui e, diversamente da altri partecipanti alla seduta, si sarebbe poi astenuto da giudizi malevoli e, invece di fare di ogni erba un fascio, si sarebbe sforzato, ripensando a quelle ore, di distinguere ciò che nell’atteggiamento di Mussolini, nelle cose da lui dette, vi era stato di sincero ovvero di strumentale. Ebbene proprio Grandi nel suo 25 luglio605 fa seguire al discorso mussoliniano sul dilemma queste osservazioni, che se, per un verso, indubbiamente gli servivano per valorizzare il ruolo decisivo da lui avuto nell’orientare, sostenere e portare alla vittoria un’accozzaglia di individui quasi tutti incerti, senza idee, in molti casi persino incapaci di rendersi conto di ciò che stava avvenendo e delle conseguenze della situazione che avrebbero contribuito a determinare, in altri mossi essenzialmente dai loro rancori e dalle loro frustrazioni (mai dai rimorsi) personali, per un altro verso sono per noi decisive per capire il valore che Mussolini attribuiva sul versante, diciamo cosí, del Gran Consiglio al discorso sulla «lealtà» del sovrano e sul dilemma che l’approvazione dell’o.d.g. Grandi avrebbe potuto suscitare:

1357

Le parole di Mussolini caddero nel silenzio piú profondo. Aveva parlato con tono studiatamente pacato, senza mostrare irritazione e inquietudine, con certezza, con sicurezza e dall’alto, quasi rattristato di dover constatare la pochezza degli uomini che gli stavano di fronte, quasi volesse apparire come Cristo all’ultima cena.

Guardai intorno a me. Molti visi, sul principio attoniti, ora apparivano effettivamente scossi. Egli aveva riguadagnato di colpo tutto quello che sembrava avere prima perduto. Tutte le leve egli aveva saputo muovere al momento giusto e con la sua sapienza consumata, aveva parlato, a tutti ed a ciascuno, direttamente; aveva minacciato, lusingato, posto a ciascuno il proprio dilemma, risposto per ciascuno al proprio interrogativo segreto, obblighi di fedeltà, amore di patria, responsabilità, onore, dubbio, interesse. Egli era ancora, malgrado tutto, il mago e il padrone.

Mussolini aveva dichiarato che il re sarebbe stato con lui, sino in fondo. Ma allora?

Vacillavano gli spiriti. Questo rivelavano chiaramente alcuni sguardi smarriti e la ritornata sorridente sicurezza sul viso di altri.

Gridai di scatto:

«Questo è un ricatto. Il Duce ci ha posto un dilemma, quello di scegliere tra la nostra fedeltà a lui e la nostra fedeltà alla patria. Ebbene, gli rispondo, non si può esitare un solo istante, quando si tratta della patria».

1358–1359

Che Grandi col suo scatto volesse riprendere in mano l’iniziativa che Mussolini stava sottraendogli è chiaro. Altrettanto chiaro è secondo noi che per Mussolini l’approvazione dell’o.d.g. Grandi nello spirito dello scatto del suo proponente aveva lo stesso valore: per l’uno e per l’altro il versante sul quale era essenziale agire non era in effetti il Gran Consiglio (che, in pratica era per entrambi uno strumento e nulla piú per vincere una partita che si sarebbe giuocata non lí, quella notte, a palazzo Venezia, ma il giorno dopo al Quirinale), ma il sovrano, da cui dipendeva in definitiva l’esito dello scontro tra i componenti il Gran Consiglio. L’unica vera differenza era che Grandi sul versante del Quirinale poteva darsi solo il ruolo, come lui diceva, del Pietro Micca, mentre Mussolini credeva di avere ancora delle carte in mano sulle quali far conto, certo se fosse riuscito a far respingere l’o.d.g. Grandi, forse (ma a questo proposito i suoi timori dovevano essere molto maggiori delle sue speranze) anche se esso fosse stato approvato.

Apparentemente, come abbiamo già detto, Mussolini era uscito dal colloquio del 22 con Vittorio Emanuele III «sereno e disteso»; il re, invece, «scuro in volto e accigliato» e aveva detto al generale Puntoni che, pur avendogli fatto presente che l’unico ostacolo ad «una ripresa interna» e a «una definizione netta della nostra situazione militare» – ovvero, detto in altri termini, ad una uscita dal conflitto – era ormai costituito dalla sua presenza, il «duce» non aveva capito o voluto capire il senso del suo discorso606. Nulla, ripetiamo, autorizza però a ritenere che di fronte a quest’atteggiamento di Mussolini il sovrano (a cui Acerbo e De Marsico avevano in quella stessa mattinata espresso la loro «fiducia che egli riassumesse ogni potere costituzionale per impedire l’ultima rovina del paese»607) avesse effettivamente dato il via al colpo di stato, anche se esso doveva apparirgli ormai l’unica soluzione possibile, al punto che Acquarone già il 20 aveva informato Ambrosio che il re «si era deciso finalmente a cacciare Mussolini»608. Tutte le testimonianze dirette (per non parlare di quelle indirette) in questo senso, comprese quelle di Ambrosio e di Acquarone in sede di Commissione d’inchiesta per la mancata difesa di Roma609, sono estremamente vaghe e imprecise e danno la chiara impressione di avere un solo scopo: dimostrare che il voto del Gran Consiglio non aveva avuto alcuna influenza sulla decisione del sovrano di allontanare Mussolini dal potere e che Vittorio Emanuele III l’aveva già presa prima che il supremo organo del fascismo si riunisse. A parte quanto avrebbe affermato in ottobre Badoglio, non è privo di significato che la sera del 23 luglio Ambrosio, riferendo alla principessa di Piemonte quanto era avvenuto a Feltre, non sarebbe andato oltre un generico «bisognerà, adesso, pur prendere qualche decisione»610, che, certo, poteva essergli suggerito dal timore che dicendo di piú la cosa potesse finire per giungere sino a Mussolini o ai tedeschi, ma che non è neppure da escludere gli fosse dettato da nuove notizie relative proprio all’andamento del colloquio del giorno prima tra il re e il «duce». Il che, oltre tutto, potrebbe spiegare il tono e i termini piú sfumati, rispetto a quelli usati con lui da Acquarone, con i quali nel frattempo aveva informato Roatta della comunicazione che gli aveva fatto il ministro della Real Casa: Acquarone gli aveva detto che il sovrano si era deciso finalmente a cacciare Mussolini, con Roatta aveva parlato solo di «probabilità di un rivolgimento per cacciare Mussolini»611.

1359–1360

Alla luce di questi elementi e di quanto, come si è detto, Mussolini scrisse nella Storia di un anno è possibile tentare una ricostruzione di massima del colloquio del 22 mattina al Quirinale.

Dopo il successo dello sbarco in Sicilia, il fallimento dell’incontro di Feltre, il bombardamento di Roma e, su un piano piú generale, le prime parziali indicazioni sul fallimento dell’offensiva tedesca in Russia (12 luglio) Vittorio Emanuele III era ormai convinto della necessità che l’Italia uscisse al piú presto dalla guerra. Ugualmente non ignorava certo che per aprire una trattativa con Londra e Washington la permanenza al potere di Mussolini e del fascismo non solo costituivano un ostacolo, ma indebolivano notevolmente la possibilità di cercare di sfuggire alla resa incondizionata e di salvare la dinastia dal naufragio nazionale. Da qui la sua consapevolezza della necessità che Mussolini si ritirasse o, se non accettava di farlo spontaneamente, di estrometterlo con un colpo di stato militare, al quale oltre tutto lo sollecitavano sempre piú esplicitamente non solo l’opposizione antifascista e sempre piú larghi settori dell’establishment, monarchico, moderato e persino fascista (tipici sono a questo proposito i casi di Acerbo e di De Marsico) e in primis Acquarone ed Ambrosio (tra i suoi «fedeli» gli unici nei quali riponeva vera fiducia, ma che considerava – certo Ambrosio, ma in sostanza anche Acquarone – mancassero di quella vera personalità politica che invece riconosceva a Mussolini e anche ad un Grandi, di cui però non condivideva i troppo arditi e spregiudicati propositi), ma anche la sua scarsa per non dir nulla propensione per un governo «politico» che, inevitabilmente, sarebbe stato composto o da quei révenants per i quali non aveva alcuna stima o da scialbi personaggi di secondo e terzo piano a lui praticamente sconosciuti e che, di fatto, sarebbero stati scelti da altri. Nonostante questa convinzione e questa consapevolezza, nel fondo dell’animo Vittorio Emanuele III doveva però essere ancora assillato da due preoccupazioni sempre riemergenti. Sotto il profilo interno, dal timore – come pare avesse confidato pochi giorni prima al grande ammiraglio Thaon di Revel612 – di «prendere o consentire iniziative contrastanti la sicurezza dello Stato», ovvero, detto in altri termini, che potessero andare a vantaggio dell’estremismo antifascista o di quello fascista; sotto quello piú generale, dalla paura dei tedeschi, di come essi avrebbero reagito all’estromissione di Mussolini e allo sganciamento italiano.

1360–1362

Allo stato della documentazione disponibile, è impossibile stabilire la forma, la chiarezza con le quali il re fece presente tutto ciò a Mussolini. Quello che è sicuro e che gliene parlò e non solo con tutta la sincerità che il suo carattere tortuoso e la sua innata prudenza gli permettevano, ma anche con toni di comprensione, di simpatia umana e di stima personale che è difficile non ritenere genuini, sino ad arrivare a fargli intendere (se non addirittura a dargli assicurazioni) che non doveva temere per il futuro suo personale e dei suoi famigliari613. Che Mussolini non capisse o fingesse di non capire non è dunque credibile. Piú credibile è che, conoscendo bene il re, la tortuosità del suo carattere, le pressioni alle quali era soggetto, ma anche i suoi timori e le sue paure, il suo forte «patriottismo» e «senso dell’onore» sia nazionale che dinastico, la sua avversione e sfiducia per gli anglo-americani e, infine, la sua scarsa considerazione tanto delle capacità politiche di coloro che avrebbero dovuto trattare con essi l’uscita dell’Italia dalla guerra, quanto di quelle dei militari che avrebbero dovuto fronteggiare la reazione tedesca, egli giuocasse su tutti questi motivi per indurlo a concedergli quei due mesi di proroga di cui avrebbe poi parlato Badoglio e dei quali aveva assoluto bisogno per potersi innanzi tutto presentare in Gran Consiglio forte della fiducia del sovrano e, superata questa prova, per cercare di uscire dalla guerra «con onore» e addossando – lo si è detto – la responsabilità della sconfitta alla miopia, alla malafede, al «tradimento» della Germania. Con quali argomenti non è facile dire; si può però fare qualche supposizione, che vada oltre quella di un’ostentata sicurezza nella possibilità di portare a buon fine i suoi propositi e, in primo luogo, di essere l’unico ad avere un margine di probabilità di convincere Hitler a comprendere la situazione italiana e, comunque, in grado di porgli il dilemma (il termine è sintomaticamente messo in bocca a Vittorio Emanuele III da Mussolini nella Storia di un anno) e sfuggire cosí almeno alle conseguenze morali di uno sganciamento improvviso e negoziato alle spalle dell’alleato, cosa che avrebbe inevitabilmente offerto ai tedeschi il destro per accusare l’Italia di tradimento. Per la questione di fondo, l’uscita dalla guerra, l’argomento principe – in quanto provava che anche lui condivideva il convincimento del sovrano – dovette certamente essere costituito dall’autorizzazione che egli aveva dato, già prima di Feltre, a Bastianini (e della quale, come abbiamo detto, questi aveva subito informato il re) a prendere contatto con gli Alleati e sondarne le intenzioni. Quanto invece alla situazione interna, è assai probabile che i punti di forza sui quali Mussolini dovette far leva siano stati, per un verso, la convocazione del Gran Consiglio e, per un altro, la sua intenzione di procedere ad un rimpasto del governo che avrebbe riguardato essenzialmente i dicasteri militari. Dopo le voci di crisi all’interno del gruppo dirigente fascista suscitate dal minipronunciamento del 16 luglio e dal loro moltiplicarsi in conseguenza della delusione, dello sconforto e del malcontento provocati dall’esito dell’incontro di Feltre e in particolare dall’atteggiamento del «duce» nel corso di esso, la convocazione del Gran Consiglio dovette essere da lui prospettata come la prova migliore della sua sicurezza nella propria leadership sul fascismo e, quindi, della infondatezza delle voci che lo volevano finito anche agli occhi di gran parte dei suoi seguaci. Se casi di crisi erano presenti anche ai vertici del partito, essi non erano di sfiducia nei suoi confronti, ma frutto della gravità del momento e dello sconforto, dell’annichilimento morale da essa provocati; tutto stava nel ridar fiducia a chi l’aveva persa: a questo appunto sarebbe servita la riunione del Gran Consiglio, che nessuno avrebbe potuto imporgli e che lui aveva voluto proprio a questo scopo e per por fine alle voci e alle speranze in proposito dell’antifascismo. Quanto invece al progettato rimpasto del governo, e cioè (oltre a sostituire l’inetto Polverelli con De Cicco o con Biagio Pace) alla nomina di tre titolari a pieno titolo dei dicasteri militari (per la Marina la sua scelta pare fosse caduta sull’ammiraglio De Courten, per l’Aeronautica sul generale Sandalli, mentre per la Guerra o non aveva ancora trovato il nome adatto o non riteneva opportuno farlo ancora o preferiva che a suggerirglielo fosse il re614), con esso il «duce» doveva proporsi almeno due obiettivi: a) giuocare sulle preoccupazioni del sovrano per la sempre piú evidente crisi delle strutture organizzative militari e per lo scarso coordinamento tra ministeri e stati maggiori allo scopo di «comprometterlo» e impedirgli di continuare a defilarsi, come faceva ormai da alcuni mesi, rispetto al regime, ché, inevitabilmente, un mutamento della compagine governativa cosí importante e che concerneva per di piú quella che tradizionalmente era considerata una sorta di «riservata sfera» della monarchia avrebbe assunto agli occhi dei piú il valore di un avallo alla sua politica; b) soddisfare una richiesta – quella di rinunciare alla diretta gestione dei dicasteri militari e affidarla a dei competenti a tempo pieno – che sapeva assai viva tanto negli ambienti militari quanto in quelli fascisti moderati.

1362–1363

Di tutti questi argomenti, quello che dovette in quel momento fare maggiormente breccia su Vittorio Emanuele III crediamo sia stato però il primo. Da qui la sua decisione di lasciare per il momento a Mussolini il tempo di tentare un’uscita «onorevole» dal conflitto e, dunque, la proroga di due mesi concessagli. Con quanta convinzione non sappiamo, dato che non si può escludere che sulla decisione del re abbia avuto una certa influenza il fatto che due giorni prima, quando Acquarone lo aveva informato che il sovrano si era finalmente deciso a cacciare Mussolini, Ambrosio gli aveva obiettato che, mancando un piano preciso, era necessario un certo tempo per approntarlo e attuarlo senza correre il rischio di «andare incontro ad un’avventura»615. Né, del resto, è possibile stabilire se e in che misura Mussolini, pur considerando Vittorio Emanuele III un sincero patriota e un «soldato leale», si fidasse di questa proroga o non la considerasse soprattutto una «boccata d’ossigeno», in quel momento, però, per lui preziosa e, dunque, benvenuta, perché – lo ripetiamo ancora una volta – gli permetteva di presentarsi in Gran Consiglio col crisma di chi godeva sempre della fiducia del sovrano.

* * *

Sulla seduta del Gran Consiglio esiste una vastissima letteratura: testimonianze di molti tra i protagonisti maggiori e minori (salvo pochi casi, in genere successive di anni)616 e di coloro che a vario titolo ebbero notizie, confidenze, indiscrezioni da essi ovvero vissero da vicino le sue vicende e le sue immediate conseguenze617, una serie di reportages apparsi sulla stampa straniera618 e, in fine, una pubblicistica coeva in genere poco o per nulla attendibile619. Inesistente o quasi è invece la letteratura di tipo piú propriamente storico620.

1364–1365

Un lungo discorso a parte, infine, meriterebbe quanto scritto in quei giorni (o su di essi, ma comunque ancora «a caldo» e non «col senno del poi») da chi, pur non avendo avuto parte né diretta né indiretta nella vicenda del 25 luglio, la visse, quale fosse il credo politico che lo animava, con una partecipazione morale tutta particolare che spiega perché questo tipo di memorialistica contenga di rado particolari completamente destituiti di fondamento621 (frutto evidente della miriade di «notizie» e di voci circolanti in quei giorni e che, passando di bocca in bocca, si arricchivano di nuovi elementi via via piú fantasiosi) e, al contempo, aiuta a capire come il collasso del fronte interno622 (con tutti i timori per il futuro che esso suscitava in settori tutt’altro che trascurabili della borghesia, del clero e, in qualche caso, della stessa élite antifascista liberal-democratica e cattolica), la crisi militare e politica del luglio 1943, la caduta di Mussolini e il disfacimento del fascismo, la costituzione del governo Badoglio e il suo sciagurato esordio all’insegna della formula «la guerra continua» furono vissuti dagli italiani e in particolare da quella che latu sensu può essere considerata la classe dirigente. La quale oltre tutto – è opportuno sottolinearlo per capire meglio sia il momento generale in cui si venne a collocare il 25 luglio sia l’andamento stesso della seduta del Gran Consiglio –, anche se si attendeva la liquidazione di Mussolini e del fascismo ad opera del sovrano e in gran maggioranza l’auspicava e la considerava ormai indifferibile, fu (checché poi tanti abbiano scritto e detto) nella sua grandissima maggioranza, e anche in quelle che possono essere considerate le sue élites piú impegnate moralmente e che disponevano di buone fonti di informazione, colta di sorpresa dal 25 luglio. Significativo è a questo proposito quanto il 23 luglio Piero Calamandrei annotava nel suo diario623:

1365–1368

In quattro giorni la situazione militare italiana si è andata rapidamente aggravando. Si ha la sensazione di essere vicini all’ultima crisi sull’orlo del precipizio... Gli italiani [in Sicilia] si arrendono in massa, i tedeschi fuggono verso Messina. Si capisce che questo è il crollo generale italiano: una Caporetto diffusa nel sangue, che porterà al crollo militare immediato qualunque sia il punto che gli inglesi sceglieranno per urtarci. Ragionando, sembrerebbe che ormai le cose non possano piú continuare cosí; che lo sfasciarsi di tutto questo edificio in dissoluzione non possa piú protrarsi. Ma da venti anni abbiamo visto tante cose incredibili, che non si può escludere di continuare cosí per altri sei mesi... E il fenomeno piú tragico, piú incredibile, è questa assoluta inerzia di fronte a questo crollo che ci travolge. C’è come una paralisi di fatalismo in tutti, dai piú alti ai piú umili. Che pensa Mussolini, che pensa il re?

Il che spiega perché il 25 luglio, da un lato, sarebbe stato accolto come un fatto liberatorio, atteso, voluto, paventato, ma che, comunque venisse giudicato, costituiva l’elemento di rottura di una situazione ormai insostenibile, e, dunque, per la grandissima maggioranza degli italiani con gioia («la gioia trabocca da ogni parte d’Italia» avrebbe riconosciuto Soffici che, pure, personalmente non avrebbe nascosto di passare «giorni tremendi tra il furore e il disgusto»624), da un altro lato, avrebbe contemporaneamente suscitato nei piú una sorta di «oscuro disagio»625, di disorientamento626 sul quale il giubilo per la fine del regime e «la straripante ebbrezza di pace»627 avrebbero avuto sulle prime il sopravvento, ma che poi, passato il momento dell’euforia, sarebbe via via rapidamente cresciuto parallelamente alla ripresa dei bombardamenti aerei alleati, al moltiplicarsi dei disagi economici, all’ambigua e in certi casi repressiva politica interna badogliana e soprattutto alla delusione per il fatto che alla liquidazione di Mussolini non sembrava seguire l’uscita dalla guerra mentre la presenza militare tedesca intanto andava aumentando628. Sicché subito dopo l’8 settembre sotto lo stimolo di questo «oscuro disagio» e di questo disorientamento avrebbero preso a manifestarsi reazioni e comportamenti che una storiografia e una cultura volte non a ricostruire e capire la realtà e la drammaticità di quei mesi, ma a riportare tutto a una schematica contrapposizione in bianco e nero, hanno finito per rendere incomprensibili ed aberranti, mentre invece si trattò di manifestazioni di uno stato d’animo che – specialmente a livello borghese e intellettuale (e spesso in ambienti che avevano a lungo vissuto la politica e la stessa guerra marginalmente) – era piú diffuso di quanto si creda e che, sotto lo stimolo di una serie di suggestioni culturali, morali ed emotive, in parte tradizionali, in parte frutto della «logica della guerra» e dell’imbarbarimento delle coscienze da essa provocato, avevano preso a manifestarsi già da qualche tempo, parallelamente, in genere, al farsi la catastrofe nazionale sempre piú incombente e al prender corpo, a tali livelli, di una sorta di rifiuto ad accettarla e farsene una ragione. Tant’è che, sopravvenuti il 25 luglio e soprattutto l’8 settembre, non sarebbe mancato chi, deluso dal comportamento del governo Badoglio, della monarchia e degli stessi antifascisti, avrebbe finito, almeno in un primo momento, per aggrapparsi alle ipotesi meno credibili e, in certi casi, meno in sintonia con le proprie iniziali premesse e persino per manifestare simpatie per la RSI, sperando che essa potesse costituire un fatto positivo, di dignità, di rinnovamento, di responsabilità nazionali. Caratteristico in questo senso è il caso di Cesare Pavese, quale ci appare attraverso alcune sue annotazioni recentemente pubblicate629. Prima dello sbarco alleato nel Nord Africa il problema al centro delle sue meditazioni etico-politiche appare da esse fosse stato quello di come la guerra era stata vissuta dagli italiani (e da lui stesso) e, dunque, dell’«animo nazionale», con i suoi aspetti deboli, ma anche forti (rivelatori sono a questo proposito il suo ribattere l’accusa di impreparazione morale con un secco «ma se resistiamo da due anni!» e il suo disprezzo per gli «ometti che sotto le bombe si affannano per fare la pace») e del «destino» di un popolo di cui sembra scoprisse improvvisamente proprio in quelle circostanze di far parte anche lui. E, in quest’ottica, il suo fare i conti con il fascismo e con l’antifascismo e dare un giudizio piú positivo del primo (che, oltre tutto, gli appariva piú aderente all’epoca «rivoluzionaria» che attraversava l’Europa) che del secondo. Il fascismo gli sembrava aver posto dei problemi reali; non li aveva risolti tutti e stava naufragando perché non era stato sufficientemente rivoluzionario e non aveva saputo liberarsi dagli sfruttatori. Gli antifascisti, invece, da un lato negavano non solo il fascismo, ma anche i problemi che questo si era proposto di risolvere e, da un altro lato, asserivano di saper tutto e di saper risolvere tutto, «ma quando discutevano litigavano soltanto». Da qui un arrovellarsi e un politicizzarsi («Ora che nelle tragedie hai visto piú a fondo, diresti ancora che non capisci la politica? Semplicemente ora hai sentito dentro – sotto la spinta del disgusto – il vero interesse che non è piú le tue sciocche futili chiacchiere ma il destino di un popolo, di cui fai parte»), lui che non era sino allora stato certo fascista630, sino a chiedersi se in definitiva non avesse ragione Mussolini e concludere: «se soltanto il fascismo troncasse veramente gli indugi e si liberasse degli sfruttatori, come non seguirlo?» Da queste premesse, dopo l’8 settembre Pavese sarebbe arrivato ad aggrapparsi per un momento anche lui alla speranza che la RSI potesse avere quella funzione che il governo Badoglio («si comincia col Sabotino, si finisce col salottino» avrebbe scritto sarcasticamente) e gli antifascisti non avevano ai suoi occhi. «Il manifesto di Verona – purché sia sincero – mostra la tendenza – avrebbe annotato – che qualcuno auspicava da anni. Nessuno può negare che di fronte all’inconcludenza di agosto, esso affronti la responsabilità. Purché sia sincero. Perché non dovrebbe esserlo? Siamo in un momento in cui non abbiamo piú nulla da perdere e tutto da guadagnare. Tutto». Purché sia sincero: in queste tre parole è la chiave per comprendere atteggiamenti come quello di Pavese e uno tra i molti modi con cui fu vissuto nel 1942-43 l’«oscuro disagio» e il disorientamento che opprimevano molti e, per tornare a Pavese, il suo rinchiudersi nel proprio io letterario allorché si sarebbe reso conto di cosa realmente fosse la RSI.

1368

Un discorso del genere comporterebbe però troppo spazio, sicché non andremo oltre questi pochi e rapidi accenni, tanto piú che su di esso dovremo soffermarci ampiamente nel prossimo tomo, allorché si tratterà di mettere a fuoco l’incidenza dell’8 settembre sui vari ambienti e settori del paese e sul loro atteggiamento rispetto al ritorno sulla scena politica di Mussolini.

1369–1370

Premesso che, contrariamente a quanto spesso asserito, il dibattito, per quanto teso, non degenerò neppure nei momenti piú drammatici e si mantenne ad un livello che mediamente può essere definito elevato, la cronaca della seduta del Gran Consiglio può essere ridotta all’essenziale. La maggioranza degli interventi infatti presenta oggi un interesse quasi solo rispetto alle personali vicende dei loro autori. Gli altri – i soli che ebbero veramente importanza – possono essere facilmente distinti a loro volta in due categorie, quella dei protagonisti, Mussolini, Grandi e, ad un gradino piú basso, Scorza e Farinacci, e quella dei comprimari, Bottai, Ciano e, se si vuole largheggiare, De Marsico, Federzoni, Bastianini e Alfieri, tutti sostenitori dell’o.d.g. Grandi, alla cui approvazione portarono un contributo che non fu solo quello del proprio voto, ma che, senza Grandi (e senza l’aiuto che a questi venne inopinatamente dall’assenza di senso politico e dagli errori tattici di Scorza), è difficile pensare avrebbero portato al successo. Ché una cosa furono gli argomenti con i quali essi lo sostennero, un’altra l’impeto, la passione, la forza di volontà e soprattutto l’abilità politica e dialettica, la spregiudicatezza – lo abbiamo già detto – con cui Grandi espose il proprio o.d.g. e le ragioni che lo inducevano a presentarlo e si trascinò dietro, oltre a coloro – ed erano pochissimi – che si rendevano conto di cosa stavano facendo, anche coloro – ed erano i piú – che erano entrati in Gran Consiglio senza idee chiare, in qualche caso convinti o rassegnati di partecipare a un rito che si sarebbe svolto, al solito, secondo il copione che il «duce» aveva pensato per esso, che non si rendevano conto della vera posta in giuoco (all’ammiraglio Maugeri durante il viaggio da Ponza a La Maddalena Mussolini avrebbe detto che «di tutti i presenti, pochissimi avevano capito l’importanza della seduta; i Cianetti, i Rossoni e altri hanno creduto veramente che si trattasse di rimettere il comando delle forze armate nelle mani del re» e nella Storia di un anno avrebbe scritto: «c’era un gruppo di traditori, che avevano già patteggiato con la monarchia; un gruppo di complici e un gruppo di ignari, che non si resero probabilmente conto della gravità del voto»631) e che in maggioranza ne uscirono senza aver capito ciò che con il loro voto avevano determinato, ovvero pensando a sbocchi, a conseguenze diversi e assai meno traumatici e sempre nel quadro del fascismo, se, addirittura, non credendo di aver contribuito alla soluzione voluta da Mussolini, ché, se questi non l’avesse voluta, sarebbe bastato – come Marinelli avrebbe detto al processo di Verona632 – un suo «segno» ed essi avrebbero votato l’o.d.g. Scorza invece che quello di Grandi. E ciò tanto piú che i tre ordini del giorno in lizza, quello di Grandi, quello di Farinacci e quello di Scorza633 erano abbastanza simili, in alcuni passaggi addirittura eguali e le differenze tra loro non erano evidentissime, tanto è vero che Cianetti, letti prima dell’inizio della seduta quelli di Grandi e di Farinacci, in un primo momento aveva ritenuto che i loro estensori avrebbero potuto «mettersi d’accordo», che nel corso del dibattito Suardo aveva proposto la fusione di quelli di Grandi e di Scorza e altri avevano pensato che Mussolini, un po’ per i numerosi consensi che l’o.d.g. Grandi raccoglieva un po’ perché era evidente che quello di Scorza non era stato da lui ispirato, avrebbe finito per accettare il primo dopo avervi introdotto alcuni emendamenti634.

1370–1371

Rispetto a Mussolini e a Grandi, gli unici veri protagonisti della seduta, Farinacci e lo stesso Scorza ebbero un ruolo meno importante, ma che fa anche di essi dei protagonisti anche a prescindere dal fatto di aver presentato propri ordini del giorno in alternativa a quello di Grandi e tra loro.

Il comportamento di Farinacci denota un senso politico assai maggiore di quello di Scorza. Tanto l’uno che l’altro al fondo avevano alcuni obiettivi comuni: ridimensionare e imbalsamare Mussolini, aprire la strada alla dittatura del partito, sfruttare la crisi militare per liquidare i vertici delle forze armate e Ambrosio innanzi tutto, cosí da privare il sovrano dei suoi «pretoriani» e sventare la possibilità di un colpo di stato monarchico-militare. Entrambi, ma soprattutto Farinacci, ritenevano necessario un piú stretto rapporto con i tedeschi sino a farne l’unico vero, effettivo punto di riferimento politico e militare. Da esperto politico, Farinacci si rendeva però conto che le probabilità di far prevalere la sua linea erano scarsissime. Da qui il suo evitare di esporsi ad uno scacco clamoroso e, dunque, il non cercare adesioni al proprio o.d.g., da lui quasi certamente inteso come una sorta di personale dichiarazione di principio a futura memoria, e il suo criticare Mussolini per l’insufficienza della sua dittatura senza indebolirne però troppo la posizione e cercare di coinvolgere al massimo la monarchia. Il che spiega perché, nonostante il suo o.d.g., contrariamente a quello di Scorza, invitasse il «duce» «a chiedere alla Maestà del Re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione», di «assumere l’effettivo comando di tutte le Forze armate e dimostrare cosí al mondo intero che tutto il popolo combatte serrato ai suoi ordini, per la salvezza e la dignità d’Italia», in sede di dibattito egli prese nettamente posizione contro la richiesta di Grandi di un «immediato ripristino di tutte le funzioni» della corona, a cominciare dall’effettivo comando delle forze armate e, in cauda venenum, della «suprema iniziativa di decisione» attribuitale dallo Statuto.

1371–1372

Non sono contrario, anzi favorevole, – disse, – che il re riassuma il comando delle forze armate. Ciò è forse necessario per procedere ad un mutamento radicale nell’attuale direzione della guerra. Ma sono nettamente contrario al confidare al re «la suprema iniziativa di decisione» di cui parla l’ordine del giorno Grandi, e tanto meno al ripristino del cosidetto Statuto. Occorre invece dare maggiori poteri al partito, affidandone la direzione ad uomini energici e fedeli; occorre armare di piú la milizia, sottraendola interamente al comando, diretto ed indiretto, dei generali dell’esercito, occorre dimostrare finalmente ai nostri alleati che siamo fedeli a loro se vogliamo esigere che essi siano fedeli a noi.

Quanto questa posizione fosse irrealistica rispetto a quella di Grandi e anche a quella di Mussolini non c’è bisogno di attardarsi a dimostrarlo. Resta comunque il fatto che essa aveva una sua, sia pure inaccettabile, coerenza e che Farinacci, anche se non doveva farsi illusioni sulla possibilità che potesse essere accolta seppe cogliere – al contrario di Scorza – il momento giusto per porla sul tappeto, non quando le sorti della riunione erano ormai praticamente decise, ma nella prima parte di essa, dopo che avevano parlato Bottai, Grandi e Ciano, ma la situazione era ancora parzialmente aperta dato che numerosi erano ancora gli incerti, coloro che non avevano compreso bene il vero significato dell’o.d.g. Grandi e che potevano essere influenzati emotivamente.

Quanto a Scorza, il suo comportamento conferma a nostro avviso tanto lo scarso senso politico quanto l’ambiguità che avevano contrassegnato il suo atteggiamento, il primo sin da quando aveva assunto la segreteria del partito, la seconda soprattutto nelle due settimane precedenti la riunione del Gran Consiglio, quando aveva cercato di navigare in tutte le acque e, come Farinacci, di ridimensionare e imbalsamare Mussolini e di gettare le premesse di una reale dittatura del partito, ma si era mosso senza una strategia precisa, indebolendo vieppiú la posizione del «duce» rispetto ai suoi critici e ai suoi avversari e non rafforzandola agli occhi di chi ancora riponeva fiducia in lui. Da qui, in Gran Consiglio, le sue insistenze, perché a) Mussolini (al quale, pur riaffermandogli la propria indistruttibile fedeltà, rimproverò di essere «troppo indulgente» e non «abbastanza dittatore») non accettasse di mettere in votazione alcun ordine del giorno o facesse proprio quello «del partito» (senza attribuirgli alcun valore politico, ma solo come semplice sintesi riassuntiva delle decisioni da lui adottate); b) perché i presenti si pronunciassero chiaramente sul «dilemma di base: resistenza o capitolazione» posto da Mussolini sul tappeto a conclusione della sua introduzione e al quale nessuno aveva dato una risposta diretta; c) perché il «duce» comunicasse (come, a suo dire, si era impegnato con lui a fare) i provvedimenti che «su indicazione del partito» aveva deciso di prendere per rivitalizzare il regime e la vita nazionale e far fronte al nemico e che in sostanza erano gli stessi che andava sollecitandogli da quando aveva assunto la carica di segretario del partito. E cioè, secondo quanto lo stesso Scorza ha scritto rievocando il «momento piú difficile» del suo discorso635:

1372–1373

la nomina dei titolari ai ministeri della Guerra, della Marina, dell’Aeronautica, degli Esteri e degli Interni;

la nomina di un ministro della Produzione con poteri straordinari;

il funzionamento regolare con pienezza di responsabilità deliberativa del Consiglio dei Ministri;

la riforma del ministero della Cultura per adeguare la propaganda alle mutate esigenze della Nazione;

la riforma del Comando Supremo, non esclusa l’eventualità di riproporre al Sovrano il problema della delega dei poteri militari;

il ritorno della Camera e del Senato alla loro piena funzione, al difuori di ogni pressione di Partito, eliminando l’ingerenza della burocrazia ministeriale;

una profonda revisione del Partito non solo morale e gerarchica, ma anche strutturale.

Lo stesso dicasi per l’organizzazione sindacale, chiamando direttamente gli iscritti alla scelta dei loro capi, e per il campo legislativo, ai fini di una maggiore giustizia sociale e di un maggior riavvicinamento nella collaborazione tra capitale e lavoro.

L’impressione che si ha dalla lettura della documentazione disponibile e da quanto scritto dallo stesso Scorza nel suo La notte del Gran Consiglio è che di queste tre questioni quella alla quale il segretario del partito attribuiva maggiore importanza fosse l’ultima, tanto è vero che, quando si rese conto che, contrariamente alle sue attese, Mussolini non aveva intenzione di annunciare i provvedimenti richiestigli «dal partito», cercò («come mi ero prefisso», ammetterà venticinque anni dopo) di forzargli la mano annunciandoli lui636. E ciò è ben comprensibile se si pensa a quello che doveva essere il suo effettivo piano politico, ma è anche la riprova della sua incapacità a valutare in termini realistici sia la situazione politico-militare nella quale si collocava la riunione del Gran Consiglio, sia lo stato d’animo della maggioranza dei partecipanti e persino il momento scelto per prendere la parola, quando l’o.d.g. Grandi aveva ormai praticamente raccolto la maggioranza dei suffragi, facendo breccia anche tra coloro (Gottardi, Pareschi, persino Marinelli) che all’inizio nessuno aveva pensato potessero accettarlo, cosí da poter contare su venti voti invece che sulla dozzina che si erano attesi Grandi e Bottai637. Sicché il risultato ottenuto da Scorza col suo annuncio costituí per lui una vera débacle: diede nuovi argomenti ai sostenitori dell’o.d.g. Grandi e irritò profondamente Mussolini che, dopo avergli sussurrato una prima volta, quando aveva cominciato a esporre i provvedimenti, «ritengo che tutto ciò sia assolutamente superfluo», ad un certo punto gli disse stizzito «passate ad altro, perché questo argomento è esaurito» e lo costrinse a farla finita638.

1373–1374

A parte che nulla prova che Mussolini avesse avuto veramente l’intenzione di annunciare una serie di provvedimenti che, al punto a cui erano arrivate le cose, per il solo fatto di essere richiesti «dal partito» gli avrebbero creato solo difficoltà e dei quali, del resto, non vi è traccia nelle sue carte relative alla seduta, dove per esempio appaiono i nomi dei tre ministri militari, del capo di stato maggiore generale e dei tre capi di stato maggiore che egli intendeva nominare ma non quelli dei ministri civili (Esteri, Interno, Produzione e, probabilmente, Cultura popolare) che, secondo Scorza avrebbe pure dovuto nominare, la piega che aveva preso il dibattito era ormai tale che non solo si capisce bene perché l’iniziativa del segretario del partito irritasse tanto Mussolini, ma vien naturale pensare che, se sino a quel momento il «duce» si era forse ancora illuso di poter riuscire a riprenderlo in mano, dovettero essere proprio la sortita di Scorza e le immediate reazioni ad essa di Ciano, Grandi e Bottai ad indurlo a considerare irrimediabilmente compromessa la partita.

Introducendo la riunione Mussolini si era dilungato per un’ora e mezza circa su una serie di questioni particolari e di considerazioni generali in quella situazione in gran parte ormai prive di valore e che non poteva non pensare che avrebbero diviso profondamente l’auditorio: l’atteggiamento di Badoglio nel 1940 a proposito della delega dei poteri militari, le vicende della guerra e le responsabilità dei comandi militari, lo stato d’animo del paese. Nella parte conclusiva del suo discorso aveva affrontato anche la questione centrale: «fare la pace o continuare la guerra»639. Quasi volesse arrivarvi per gradi e senza pronunciarsi su essa («tutto resta in sospensione, perché il suo pensiero resta nascosto o almeno non risulta preciso e tale da imporre ai presenti una presa di posizione definita» avrebbe osservato Scorza, che mai si sarebbe atteso che Mussolini potesse porre un tale dilemma, tant’è che ancora anni dopo si sarebbe chiesto se non lo avesse fatto per anticipare sul tempo i «capitolardi» e «convogliare» con la sua abilità tattica «gli umori e le tendenze» dell’assemblea verso le conclusioni che si prefiggeva640), prima aveva posto quasi en passant l’interrogativo se esisteva ancora «la volontà di combattimento»; poi si era detto pronto

1374–1375

a cambiare uomini, stringere tutti gli italiani a difesa della patria violata nel suo territorio. Nel 1917 si persero alcune province del Veneto, ma nessuno parlò di «arrendersi». Si propose di trasferire il governo in Sicilia. Oggi, se fosse necessario, lo porteremo nella valle del Po;

e, dopo aver affermato che quello era il momento «di stringere i ranghi e di assumersi tutte le responsabilità, anche le piú gravi ed impensate», aveva ammonito:

nessun italiano e, meno ancora, nessun fascista s’illuda che l’Inghilterra faccia la guerra soltanto al regime fascista e non alla nazione italiana. L’Inghilterra fa la guerra all’Italia perché l’Italia ha avuto il torto di crescere troppo in questi decenni e perciò di farle paura, mentre l’Inghilterra vuole avere a sé un altro secolo d’incontrastata padronanza, coi cinque pasti assicurati;

infine, mentre riordinava le carte e si accingeva a por fine al suo discorso, aveva soggiunto con tono calmo e quasi indifferente, quasi sottovoce, senza guardare in faccia nessuno, ma cogliendo tutti di sorpresa:

Dopo quanto vi ho esposto, sono certo che non vorrete limitare l’importanza di questo Gran Consiglio al solo esame della situazione militare o di quella interna.

Penso che il Gran Consiglio debba porsi questo problema: guerra o pace? resistenza o capitolazione? Io credo che, cosí impostata la discussione, potrà uscire da questo Gran Consiglio la parola che la nazione in questo momento attende.

E ora il vostro pensiero, chiaramente, liberamente.

A questa parte del discorso di Mussolini nessuno degli studiosi del 25 luglio ha sin qui dedicato l’attenzione che essa merita e non sono mancati coloro che l’hanno ignorata. A ciò molto hanno contribuito la mancanza di un testo veramente attendibile del discorso – ché tale non può certo essere considerato quello della Storia di un anno – e, dunque, la necessità di ricostruirlo attraverso un non facile collage critico delle varie testimonianze, le piú importanti delle quali (quelle di Scorza, Grandi e De Marsico) sono diventate disponibili solo in tempi relativamente recenti; la brevità dello spazio dedicatole da Mussolini rispetto alle altre questioni trattate e sulle quali, oltre tutto, si accentrò il dibattito, mentre quello «guerra o pace?» rimase solo sullo sfondo senza che nessuno – nemmeno Farinacci – lo affrontasse in modo diretto ed esplicito; la parzialità delle testimonianze dei partecipanti alla seduta, tutti portati inevitabilmente a soffermarsi e a mettere l’accento – consapevolmente o no poco importa – su altre parti del discorso del «duce» che meglio si prestavano a motivare il loro comportamento e il loro voto ovvero ad accreditare una certa immagine di Mussolini e del suo atteggiamento di fronte alla situazione italiana del momento che essi tenevano a riaffermare, sia per ribadire la validità della propria scelta di campo sia per tutelare l’immagine del «duce» – anche a questo proposito poco importa qui di che tipo – che si erano fatta.

1375–1376

A queste ragioni, diciamo cosí oggettive, se ne deve però a nostro avviso aggiungere un’altra non meno importante: l’incapacità di cogliere il nesso e l’interreazione tra la particolare condizione psicologica nella quale si trovava Mussolini, i suoi effettivi propositi politici e il modus operandi con il quale pensava realizzarli e che l’avevano indotto a convocare il Gran Consiglio, i timori che nutriva – checché dicesse – a proposito tanto della «lealtà» di Vittorio Emanuele III, quanto della possibilità che, assumendo un atteggiamento piú esplicito, che non si limitasse cioè a porre l’interrogativo «guerra o pace?», i tedeschi, che certo ne sarebbero venuti a conoscenza, decidessero di risolvere loro la questione italiana.

Quasi tutti i partecipanti alla seduta hanno fatto cenno alla condizione psicologica di Mussolini. I piú per sottolinearne la calma e la sicurezza apparenti; l’attenzione e l’impassibilità con le quali seguí il dibattito, il tono semplice, piano, pacato, quasi distante (che, secondo Scorza641, rendeva «evidente lo sforzo per dare al suo pensiero un andamento normale, per sdrammatizzare») dei suoi interventi; un tono che si faceva piú netto e preciso, «quasi perentorio», solo quando toccava il tasto della monarchia e della «lealtà» del sovrano, ma che non riusciva a nascondere l’intima tensione che traspariva da un’accentuata mobilità delle mani. Solo qualcuno per sostenere che egli fosse invece stanco, sopraffatto e tormentato dagli eventi, intimamente desideroso di scaricarsene. Tipico in questo senso è quanto scritto da De Marsico a proposito del suo discorso introduttivo642:

Parlò un’ora e mezza. Una mobilità delle mani molto piú viva della consueta – di quelle sue mani che sanno chiudersi in un pugno vigoroso, appuntirsi con delicatezza ricercata, slogarsi in movenze quasi convulse – aveva fatto del suo discorso lo sfogo di una sofferenza, la liberazione da un’ansia. Nella sua sovrastante autorità di dominatore del fascismo mi parve si fosse aperta la via, contro la volontà mia, il dubbio del cuore: il discorso aveva aumentato la distanza tra me – almeno – e lui, ma questa pena non piú impercettibile – io pensai – ce lo riavvicina.

1376

Chi piú ha tentato di scavare nello stato d’animo di Mussolini e di stabilire un rapporto tra la sua condizione psicologica e il suo atteggiamento durante la seduta del Gran Consiglio è stato Bottai; una prima volta a caldo, nei giorni immediatamente successivi il 25 luglio e in riferimento proprio alla questione «guerra o pace?»; una seconda piú di tre anni dopo, ripensando tutta la vicenda.

E Mussolini viene al nocciolo, – scrisse nel luglio 1943643. – Finora ha parlato col muso curvo sui suoi incartamenti e i tratti nel taglio netto della fredda luce traversa della lampada, apparivano disumani in uno scorcio di caravaggesche chiarità violente e ombre fosche. Un uomo, una trasfigurazione d’un uomo, già visto di là dalla vita, in quel tenace sforzo di fissarsi nella storia che lo ha estraniato a sé e ai suoi, fuori d’ogni contatto cordiale, con l’incisiva crudezza della maschera. Ora, la sua testa si solleva nella luce diffusa dall’alto, che tutti ci investe; la maschera cade e appare il volto, su cui leggo i segni d’una volontà ormai rassegnata alla grande resa dei conti. La stessa voce provocante e beffarda dell’assalto; né inceppa in quell’esse sibilante alla romagnola che sempre fu in lui risonanza d’un interiore dispetto, di incontenuto furore, di prorompente ira. «Fassismo!», fischiava nei culmini del suo ardore polemico: e sembrava, già nella pronuncia, cominciare lo strazio della sua creatura. È stranamente pacato e il solito formulario di frasi ne risuona inerte, senza convinzione. Uomo tutt’a un tratto: ma, dopo tanta jattanza, la sua improvvisa umanità non commuove, ma disorienta.

Dice quella voce: «Ma, ora, il problema si pone. Guerra o pace? Resa a discrezione o resistenza a oltranza?…»

Tre anni dopo, tornando sulle giornate del luglio 1943 e interrogandosi sul perché Mussolini, pur sapendo dell’esistenza in Gran Consiglio di una qualificata opposizione e conoscendo l’o.d.g. Grandi e avendo avuto, dunque «tutto il tempo di meditarlo e di misurarne le conseguenze, che non potevano sfuggire a un “manovriero” della sua forza», aveva «lasciato fare» ai suoi avversari, non aveva disdetto la convocazione del Gran Consiglio e, vista la piega assunta dalla riunione, non aveva aderito alla proposta di «farli fuori» fattagli da alcuni dei piú decisi avversari del gruppo Grandi, Bottai avanzò un paio di ipotesi che, anche se non esauriscono il problema, meritano di essere ricordate, perché costituiscono una prima significativa approssimazione alla sua comprensione644.

1377–1378

Era, forse, cotesta forza [manovriera di Mussolini] diminuita dal suo stato di salute? Lo s’è detto. S’è discorso, perfino, d’un attutimento morboso del suo acume intellettuale. Certo, l’uomo non era piú quello: snervato dalle avversità, succhiato dalla sua giovane amante, tormentato dalla famiglia discorde, consunto dalla sua ulcera incidente su d’un fondo celtico. V’era in lui minor vivezza di reazioni; e, a quando a quando, eccesso di reazioni: donde discontinuità, incongruenze, contraddizioni. Ma da questo a parlare d’un Mussolini fisicamente «minorato» ci corre. Egli era, senza dubbio alcuno, in grado di percepire la portata dell’evento che, sotto i suoi occhi, si preparava.

Allora, arresa a un destino inevitabile? Difficile entrare nella psicologia d’un Capo, d’un uomo, cioè, abituato a vivere in aspra solitudine alla sommità d’un sistema. Vi dovett’essere, di certo, anche ciò: il desiderio angoscioso, che vi prende, d’uscire comunque da una situazione soffocante, di tagliare i nodi. Affrontare tutto, la prigione, la morte, meno che quest’esistenza nell’ansia oscura, corrodente, d’ogni dí.

Tuttavia non propenderei a spiegare tutt’il suo contegno sul metro della disperazione. Anzi, al contrario, di un’estrema speranza: quella di liberarsi d’un colpo di quella opposizione, di cui ho detto.

Molte volte egli s’era paragonato al gatto, che, nella sua apparente ipnosi, sogguarda, pronto al balzo. Dovette parergli, in quei giorni, che i suoi oppositori venissero a offrirsi alle sue grinfie vendicatrici; e attese.

Attese «troppo», il suo fu un errore di calcolo. Non valutò bene lo slancio necessario. La tentazione, o di rimangiarsi la concessa convocazione del Gran Consiglio o di «far fuori» (frase tipica del suo gergo di forza) i suoi avversari durante la seduta, gli venne; e i Galbiati, gli Scorza, i Tringali-Casanova, i Buffarini eran là, pronti a un suo cenno.

Non osò? No, non fu questione di difetto d’audacia. Egli si sentiva «sicuro»; e la sua sicurezza dipendeva dal Re. Lo disse ben chiaro: «io ho intiera la fiducia del Re, che non approverà il vostro o.[rdine] del g.[iorno]. E, allora, quale sarà la vostra situazione, signori?» Odo ancora quell’ironico, amaro, minaccioso «signori», cosí tipico anch’esso dei modi polemici mussoliniani; l’odo ancora sibilare dalle sue labbra contratte, sottili sui piccoli denti crudeli.

Nella rappresentazione, ch’egli si faceva del dramma, il personaggio sovrano gli appariva dalla sua parte; e non al modo delle marionette, ma in uno schietto rapporto di fiducia umana. Né, allo stato delle sue e nostre cognizioni in quel momento, ciò fu un «errore». Nessuno di noi s’era «accaparrato» il consenso regale contro di lui, Mussolini. Per noi il Re era un’incognita, tutt’al piú una probabilità; per Mussolini era un dato certo a suo favore dell’arduo problema posto sul tappeto.

Cosí, e non altrimenti, io mi spiego il contegno di Mussolini. Non v’è parola o atto, di quelle ore decisive, che rendano plausibile altra spiegazione. Che, nel contrasto, tra la sua fiducia e il comportamento proditorio del Re, sia questo che fa la piú losca figura, può addolorarmi per la dignità d’un istituto, che, con piú alta e degna soluzione, poteva essere salvato alla nuova storia d’Italia. Ma è cosí: Vittorio Emanuele III è stato piú Carignano che Savoja.

Che Mussolini si fosse arreso «a un destino inevitabile» non è vero. Bottai è a questo proposito nel giusto, che anzi il «duce» si impegnò a fondo sfoderando il suo miglior repertorio tattico, solo che, consapevole della posta in giuoco, preferí non mostrarsi preoccupato, non ricorrere ai toni duri, ma quasi distaccato e sicuro. Il che spiega perché piú di uno dei membri del Gran Consiglio, specie quelli che avevano meno dimestichezza con lui, poté pensare che praticamente si fosse già arreso e persino che nell’intimo volesse essere battuto per uscire di scena «nel migliore dei modi», tradito come Cesare dalle sue stesse creature. Come vedremo piú avanti, il giudizio di Bottai può essere però meglio precisato: se è fuori discussione che Mussolini non si era arreso e pensava di non aver perso la partita perché faceva affidamento (parlare di sicurezza è eccessivo) sulla fiducia e sulla lealtà di Vittorio Emanuele III, è anche vero che egli era consapevole che, se l’esito della seduta gli fosse stato sfavorevole e ciò avesse indotto il sovrano (che oltre tutto sapeva benissimo a quali pressioni fosse sottoposto e da chi) a mutare atteggiamento, per lui sarebbe stata irrimediabilmente finita. E non solo sul momento, ma anche in una ipotetica prospettiva futura. È solo a questo proposito che si può parlare di «resa». Di una resa essenzialmente «soggettiva», psicologica, che lo avrebbe indotto a rifiutare ogni idea di un ritorno sulla scena politica.

1378–1380

Dove Bottai inspiegabilmente sbaglia è quando parla dell’«errore di calcolo» fatto da Mussolini attendendo troppo a liberarsi dei suoi oppositori interni. La convocazione del Gran Consiglio non fu infatti tanto conseguenza del minipronunciamento del 16 luglio, quanto del desiderio di rafforzare la propria posizione presso il re e della convinzione che l’opposizione fosse meno consistente e piú facilmente controllabile. Salvo Grandi, Ciano e il «mezzosangue» Bottai, gli altri membri del Gran Consiglio non erano da lui infatti considerati pericolosi; sarebbe bastato li guardasse negli occhi e facesse vibrare in loro la corda della fedeltà e li avrebbe avuti in pugno. Dopo di che, con un voto favorevole del Gran Consiglio, tutto col re sarebbe stato piú facile e sicuro. Ancor meno fondamento ha poi la critica di non aver «fatto fuori» gli oppositori come gli suggerivano Scorza, Galbiati, Tringali Casanuova, Buffarini Guidi: nulla sarebbe stato infatti piú controproducente. Far arrestare alcuni dei maggiori esponenti del fascismo e del regime, il presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni, vari ministri o ex ministri, il presidente dell’Accademia d’Italia, due quadrunviri, quattro collari dell’Annunziata sarebbe equivalso ad una dichiarazione di bancarotta le cui ripercussioni in Italia e all’estero sarebbero state enormi e tali da provocare inevitabilmente un intervento del sovrano.

Dopo quanto detto, il comportamento di Mussolini in Gran Consiglio dovrebbe riuscire piú comprensibile. Parlare, come pure ha fatto Bottai, di lui come di un gatto pronto a balzare sugli oppositori non corrisponde al vero. È però un fatto che dopo le sue dichiarazioni introduttive (che vanno giudicate non nell’ottica nella quale sono state generalmente viste, ma tenendo conto che non si rivolgevano ai Grandi, ai Bottai, ai Ciano e ai pochi altri sul conto dei quali il «duce» non si faceva illusioni, ma alla «palude» del Gran Consiglio che nell’intimo le condivideva in buona parte), Mussolini si rinchiuse in una posizione d’attesa, impassibile alle critiche e alle accuse che gli venivano mosse, limitandosi a «voltarsi, con successione automatica, nella direzione degli oratori che parlavano»645 e a intervenire (in genere «molto blandamente» e succintamente) quasi solo quando venivano toccate questioni relative al sovrano e a sollevarle erano i leaders dell’opposizione. Persino con Grandi polemizzò quasi solo indirettamente evitando di scontrarsi con lui, prima, verso la mezzanotte, quando, dopo sette ore di discussione, questi insorse contro la proposta di aggiornare la seduta al giorno successivo («Da questa sala dobbiamo uscire con una deliberazione, dovessimo qui restare per un’intera settimana. Si tratta del destino del paese e mentre noi discutiamo vi sono soldati italiani che muoiono combattendo») e poi, persino quando Grandi, di fronte alle incertezze di numerosi membri del Gran Consiglio e al pericolo di un ribaltamento del rapporto di forze sin lí delineatosi in conseguenza della serrata critica alla quale il «duce» aveva sottoposto il suo o.d.g. e specialmente il «richiamo allo Statuto» in esso contenuto e alla sua affermazione che esso poteva mettere in giuoco l’esistenza del regime e porre lui stesso in una delicata posizione personale, insorse – come si è visto – ancor piú vibratamente accusandolo di star ricorrendo ad un ricatto morale. Né da questo atteggiamento Mussolini si discostò allorché, col procedere della seduta, apparve chiaro che, nonostante l’invito a conclusione del suo primo intervento, a parlare e ad esporre liberamente la propria opinione, tutti, anche i suoi piú decisi sostenitori, erano disposti a discutere e recriminare sul passato e ad abbandonarsi ad ogni sorta di critiche, ma nessuno se la sentiva di prendere posizione sul vero problema: «guerra o pace?» Sicché tutti ci giravano attorno senza però affrontarlo. I piú perché nell’intimo non dovevano sapersi rassegnare all’idea che non ci fosse piú nulla da fare e che il «duce» non avesse una soluzione e, dato il modo con cui egli aveva posto loro la questione, dovevano temere di pronunciarsi senza sapere cosa lui pensasse e volesse da loro. Gli altri, quelli schierati decisamente con Grandi, un po’ perché erano stati colti alla sprovvista dal fatto che Mussolini li aveva preceduti nel porre il dilemma, un po’ perché, non avendo piena fiducia in Vittorio Emanuele III e non riuscendo a valutare i termini e i limiti della sua fiducia nel «duce», preferivano perseguire la strada implicitamente indicata dall’o.d.g. Grandi e soprattutto mettere Mussolini in minoranza cosí da costringere il re ad uscire allo scoperto. Lo stesso obiettivo, insomma, ma con segno rovesciato che perseguiva Mussolini. Anche per lui, infatti, il vero scopo della riunione era quello di indurre Vittorio Emanuele III a bruciarsi i ponti alle spalle.

1380–1381

Un voto favorevole del Gran Consiglio, e possibilmente una sua indicazione a favore della pace, scaturita non in polemica con la sua politica, ma in risposta all’alternativa da lui stesso proposta all’attenzione dei suoi membri, avrebbero infatti rafforzato la sua posizione presso il sovrano a cui si sarebbe potuto presentare investito come sempre della fiducia del fascismo e sua guida incontrastata e – fugati i dubbi, i timori che, nonostante la sua ostentata sicurezza nella «lealtà» di Vittorio Emanuele III, lo assillavano – gli avrebbero permesso di cercare di realizzare i suoi progetti di pace.

Da qui il suo discorso introduttivo, un discorso meditato e in parte scritto addirittura prima, e che, pur risentendo in piú di un punto del suo stato d’animo di quei giorni, di alcuni suoi idola polemici e della necessità di dare soddisfazione all’ala estremista del Gran Consiglio, era stato da lui costruito in funzione della sua conclusione: del dilemma «guerra o pace?» Da qui, ancora, il suo comportamento «moderato», quasi «passivo» durante gran parte della seduta, il suo tacere sui provvedimenti che Scorza avrebbe voluto annunciasse, cosí da non dare ai suoi avversari la possibilità di impantanare la discussione su questi particolari e di far leva su di essi per trasformare la seduta in un processo «di fascisti» a un decennio e piú della sua politica. Ché da esso sarebbe uscito certamente sconfitto, mentre, se a tener banco fosse stata l’alternativa «guerra o pace?», a prevalere sarebbe stato lui: nonostante il suo carisma fosse ormai assai indebolito, la «palude», e non solo essa, avrebbe certamente finito per affidarsi una volta ancora alla sua «magia» politica, piuttosto che a uomini come Grandi, Bottai, Ciano che sentiva estranei, non amava o addirittura, come nel caso di Ciano, considerava grandemente responsabili di aver portato il fascismo e l’Italia nella situazione nella quale si trovavano. Per non dire, infine, del re, di cui molti della «palude» diffidavano, e dei tedeschi, verso i quali nessuno sapeva come comportarsi, ma tutti capivano che non avrebbero accettato passivamente il «tradimento» italiano e ciò li portava ad aggrapparsi all’idea, alla speranza che il «duce» potesse escogitare e strappare a Hitler un modus vivendi che altri non sarebbero riusciti a fargli accettare.

Su questa linea di comportamento per buona parte della seduta Mussolini sembrò, pur fra alti e bassi, dover avere la meglio, tanto è vero che, dopo l’intervento che aveva costretto Grandi a correre, come si è visto, ai ripari accusandolo di voler ricattare il Gran Consiglio mettendolo nella condizione di scegliere tra la fedeltà a lui e quella alla patria, egli dovette credere di avere ormai la vittoria a portata di mano e per evitare che i suoi avversari potessero riprendersi dal colpo loro inferto dette via libera a Scorza. Nelle sue intenzioni il segretario del partito avrebbe dovuto presentare e illustrare l’o.d.g. «del partito», contrapporlo a quello di Grandi, «anche se la sostanza delle richieste in esso contenute concordano pienamente con quanto abbiamo già pensato di realizzare», e «riproporre nettamente il... dilemma “guerra o pace?”, chiedendo esplicitamente a ciascuno la propria definizione in una forma che li obblighi»646. Il che Scorza fece puntualmente, aggiungendo però ai tre punti indicatigli l’annuncio dei provvedimenti «del partito».

1381

Sulle prime il discorso di Scorza sembrò sortire il risultato voluto.

La partita – ha scritto Grandi647 – appare perduta. Federzoni, Bottai, De Marsico che sono di fronte a me mi guardano. Questo dicono i loro occhi: È perduta.

Si leva immediatamente Suardo, presidente del Senato. Egli dichiara, con le lagrime agli occhi, di ritirare la sua adesione all’ordine del giorno Grandi, che ha dato soltanto perché ha ritenuto che il Duce e il segretario del partito l’avrebbero accettato. Si asterrà dal voto.

Segue Cianetti, imbarazzato, perplesso. «Nessuno può accusarmi di infedeltà al Duce». Egli propone un compromesso e lo ravvisa possibile in una fusione tra l’ordine del giorno Scorza e Grandi. Il Gran Consiglio deve dare una dimostrazione di unanimità in quest’ora grave e difficile.

Segue Ciano. Anche egli non esclude la possibilità di un compromesso, in un nuovo testo che possa riuscire accettabile al Duce. Sconsiglia di fare riferimento al Vaticano. «Nessuno dei presenti – egli conclude – intende sollevare il caso personale di Mussolini, bensí di dargli gli elementi indispensabili per valutare la situazione».

Altri accennano a voler parlare.

Poi però, passati – grazie soprattutto a Bottai e a Grandi che riuscirono a riportare la discussione dal piano emotivo sulla quale l’avevano posta Mussolini e Scorza a quello razionale – gli oppositori al contrattacco, l’annuncio di Scorza dei provvedimenti richiesti dal partito e, a suo dire, accettati dal «duce» rivelò tutta la sua decisiva carica politica negativa e fece in breve pendere la bilancia a favore dell’o.d.g. Grandi. E il primo a rendersene conto fu proprio Mussolini che non solo decise di passare al voto, ma, tra lo stupore di Scorza e dei suoi fedeli, di mettere in votazione per primo non l’o.d.g. «del partito», che aveva accettato «con un gesto stanco e annoiato», ma quello di Grandi in quanto presentato per primo.

1382–1383

L’esito della votazione fu 19 «sí»: Acerbo, Albini, Alfieri, Balella, Bastianini, Bignardi, Bottai, Cianetti, Ciano, De Bono, De Marsico, De Stefani, De Vecchi, Federzoni, Gottardi, Grandi, Marinelli, Pareschi e Rossoni, 7 «no»: Biggini, Buffarini Guidi, Frattari, Galbiati, Polverelli, Scorza e Tringali Casanuova, un astenuto: Suardo; Farinacci dichiarò di votare solo il proprio ordine del giorno.

L’esito della votazione fu accolto da Mussolini con apparente indifferenza. Raccolse con calma le carte che aveva davanti, poi «con voce uguale, naturalissima», tanto che a Scorza parve «non l’annuncio di un fatto imprevisto e gravissimo, ma un fatto già da lungo tempo meditato e scontato», disse:

L’ordine del giorno Grandi è approvato... Signori, con questo ordine del giorno voi avete aperto la crisi del regime... La seduta è tolta648.

Ciò detto si avviò verso la sua stanza, mentre i piú, con i segni della fatica, dell’emozione e della tristezza sul volto, cominciavano a uscire nella notte (erano quasi le tre del mattino) e «Roma, ignara, dormiva. Tutta l’Italia dormiva»649. Anche Farinacci se ne andò. Solo Scorza e gli altri che avevano votato «no» rimasero con lui. Biggini e Buffarini Guidi si impegnarono subito in un’animata disquisizione interpretativa della legge del Gran Consiglio, sostenendo che esso non aveva poteri deliberativi ma era solo un organo consultivo, nella quale si inserí Scorza proponendo che Mussolini dichiarasse ufficialmente di aver accettato e fatto proprio l’o.d.g. Grandi in quanto esso rispondeva esattamente a ciò che aveva deciso di attuare. «In tal modo, – gli disse, – spezzerete l’arma in mano a coloro che l’hanno preparata e voi non sarete messo in minoranza». Per un attimo l’idea dovette sembrare a Mussolini non da scartare, subito dopo però si rese conto della sua assurdità. L’«insidia» dell’o.d.g. Grandi, aveva detto poco prima a Scorza, non era in ciò che esso diceva, ma in ciò che non diceva e poi, accettandolo, si sarebbe determinata una situazione paradossale: il segretario del partito, il capo di stato maggiore della Milizia e il presidente del Tribunale speciale sarebbero risultati tra gli oppositori dell’o.d.g. accettato e fatto proprio dal «duce»650. E ugualmente lasciò cadere i suggerimenti di chi gli prospettava un colpo di forza e l’arresto degli oppositori, replicando seccamente:

Arrestarli tutti? Occupare Roma con la divisione M e con l’aiuto eventuale dei tedeschi? Chiedere l’aiuto allo straniero per risolvere le cose interne? E il re come reagirebbe. E l’esercito? La possibilità di una guerra civile alle spalle delle truppe schierate contro il nemico?... Soluzione da scartarsi, anche nel caso dell’esistenza di una congiura, non solo perché delittuosa nei confronti dei soldati che combattono, ma soprattutto perché niente affatto risolutiva nei confronti del problema centrale, del come cioè trarre il paese fuori da questa situazione... Tutto può essere considerato importante, e forse anche lo è; ma niente è essenziale come il dovere di trarre in porto la barca della nazione che fa acqua da molte parti...

1383–1384

Poi, quasi ragionando tra sé, aggiunse: «una guerra su due fronti certamente in un primo tempo; bisogna tener presente Torino, Genova, Milano e Bologna e i nostri operai in Germania...» e ancora: «non sarà mancato chi avrà informato gli antifascisti questa notte stessa di quanto è accaduto in Gran Consiglio...; al Quirinale per lo meno la principessa di Piemonte ne sarà soddisfatta...; un’eccellente occasione offerta al signor Badoglio per allungare le sue fila...» Dopo di che si avviò anche lui verso l’uscita, accompagnato da Scorza al quale, prima in attesa dell’ascensore, poi in macchina, fece le già ricordate considerazioni sul conto del sovrano, la sua «lealtà», i suoi propositi («tutto sta se... si accontenterà della sola restituzione della delega dei poteri militari...») dopo quanto era avvenuto, e sulla disponibilità degli inglesi a trattare con lui651. Nonché quest’altra, passando sotto l’altare della patria: «chissà poi che cosa è veramente la pace dei morti; forse è solamente il nostro desiderio di pace che affidiamo ad essi perché ce lo custodiscano»652, che, insieme a quanto subito dopo la conclusione della seduta aveva detto per telefono alla Petacci («siamo giunti all’epilogo... alla piú grande svolta della storia... è finito tutto»)653, lascia capire quale fosse, sotto la maschera dell’indifferenza e della sua ostentata fiducia nella «lealtà» di Vittorio Emanuele III, il suo effettivo stato d’animo.

Sino all’approvazione dell’o.d.g. Grandi Mussolini aveva potuto ritenere di avere ancora un certo margine di probabilità di tenere a freno Vittorio Emanuele III, ora questo margine dovette apparirgli molto ridotto. Ciò non lo indusse però a perdersi d’animo e a considerare chiusa la partita. Bastianini, quando la mattina del 25 si recò a palazzo Venezia, lo trovò «ostentatamente calmo, anche se visibilmente preoccupato»; non si era rasato «e quell’ombra sulle gote accentuava il pallore del suo volto». «Ma il tono con cui mi parlò – avrebbe scritto nelle sue memorie654 – fu cordiale, del tutto privo di quelle sfumature di amarezza o di rigidità che si notavano immediatamente quando si apprestava ad essere severo con la persona che gli stava davanti. Non fece alcuna allusione alla seduta della notte precedente». Anni dopo, Federzoni sarebbe ricorso per spiegare questo atteggiamento, questa «ostinazione», all’immagine e alla psicologia del giuocatore d’azzardo «troppe volte assistito dalla fortuna che, avendo perduto il patrimonio a lui affidato, non voleva abbandonare il tavolo verde, per la speranza di rifarsi»655. Personalmente siamo convinti che nell’«ostinazione» di Mussolini del 25 luglio si debba piuttosto vedere il rifiuto del vecchio lottatore a rinunciare alla possibilità di mettere a segno l’ultimo colpo decisivo prima di chiudere la propria «onorata» carriera.

1384–1385

Nel Rapporto sul 25 luglio, piú attendibile della Storia di un anno, Mussolini avrebbe riassunto la sua mattinata del 25 luglio in questi termini656:

Alle sette mi alzai. Alle otto ero a palazzo Venezia. Regolarmente, come da circa ventuno anni, cominciò la mia giornata lavorativa: l’ultima! Fra la posta non vi era niente di grande importanza, a parte una domanda di grazia per due «partigiani dalmati» condannati a morte. Telegrafai in senso favorevole al governatore, Giunta. Oggi sono lieto che il mio ultimo atto di governo abbia salvato due vite, due giovani vite. Poco dopo mi telefonò Scorza per dirmi che molte persone che avevano votato a favore dell’ordine del giorno Grandi si erano pentite. Risposi che oramai era troppo tardi. Quasi contemporaneamente mi fu recapitata una lettera del ministro Cianetti, che mi comunicava di ritirare il suo voto. Non attribuii alla cosa la minima importanza. Feci cercare Grandi. Volevo soltanto domandargli perché il giovedí precedente, quando era venuto da me per portarmi i protocolli del Comitato londinese, mi aveva pregato, anzi scongiurato, di non convocare il Gran Consiglio. Alibi? Manovra? Gli avevo risposto che era troppo tardi e che, poiché le convocazioni erano già state fatte, qualsiasi rinvio era impossibile. Al mattino del 25 non fu possibile trovare Grandi. Era partito in auto e non aveva lasciato detto nulla.

Nel frattempo feci chiedere al generale Puntoni se Sua Maestà avrebbe potuto ricevermi alle diciassette a villa Savoia o altrove. Mi fu risposto affermativamente. Alle dodici, in presenza di Bastianini, ricevetti l’ambasciatore giapponese, che voleva sapere, a nome del suo Governo, la mia opinione sulla situazione. Gli risposi che tutta la situazione dipendeva dallo sviluppo della battaglia sul fronte orientale e che si dovevano compiere tutti gli sforzi per tentare di far uscire la Russia dal conflitto, anche a costo di rinunziare alle conquiste territoriali già compiute. L’ambasciatore condivise il mio punto di vista e se ne andò. Se Bastianini ha lasciato degli appunti su questa udienza, vi si potranno trovare i particolari.

Poco dopo ricevetti Galbiati, che mi comunicò fra l’altro che la partenza della divisione M non aveva potuto aver luogo in seguito al bombardamento dei nodi ferroviari di Roma. Mi propose di visitare il quartiere bombardato. Osservai che si sarebbe potuto rimandare la visita, ma mi rispose che si trattava di vedere lo stato dei lavori in corso. Ci recammo quindi a San Lorenzo. In realtà i lavori non procedevano quasi per nulla. Il rione era stato colpito con violenza. Fui attorniato da gente del popolo, che mi raccontava episodi e si lamentava. Feci distribuire dei soccorsi. Davanti alla chiesa di San Lorenzo gruppi di aspiranti di Marina mi improvvisarono una dimostrazione. Erano le quindici. Un’afa pesante opprimeva gli spiriti degli uomini e pesava sulla città da un cielo immobile. Tornai a villa Torlonia. Consumai l’abituale colazione e passai un’ora a parlare con Rachele nel cosiddetto salotto da musica. Mia moglie era piú che mai impressionata e la sua ansia per qualcosa che avrebbe dovuto succedere era molto aumentata.

1385–1386

A questa ricostruzione si possono e si debbono fare varie chiose ed aggiunte. La prima concerne i «ripensamenti», le «resipiscenze» di alcuni membri del Gran Consiglio che avevano votato l’o.d.g. Grandi. Checché Scorza gli dicesse, sino a quando Mussolini si recò a villa Savoia di ripensamenti ve ne fu uno solo, quello di Cianetti657. Un altro, che pare fosse stato annunciato al segretario del partito, quello di Alfieri, non si concretizzò in alcun atto formale. Né di altri si ha notizia.

Quanto ai reiterati tentativi di mettersi in contatto con Grandi, il loro scopo non fu quello dichiarato da Mussolini post factum. Dopo l’approvazione dell’o.d.g. presentato dal presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni, anche volendo presentare il voto del Gran Consiglio come meramente consultivo, Mussolini non poteva certo ignorare il suo artefice. E soprattutto non avrebbe potuto ignorarlo nel colloquio che avrebbe avuto qualche ora dopo con il sovrano. Da qui l’effettivo scopo dell’incontro che avrebbe voluto avere con Grandi: ottenere il suo assenso a fare il suo nome a Vittorio Emanuele III come quello dell’esponente politico in quel momento piú indicato per assumere la direzione del ministero degli Esteri e prendere in mano la complessa operazione dell’uscita dell’Italia dalla guerra, ché nessun altro, neppure Bastianini, aveva tante relazioni e godeva di tanta stima e considerazione a Londra e ciò poteva far sperare che gli inglesi («gli inglesi sono realisti e non soffrono complessi ideologici» aveva detto poche ore prima a Scorza) fossero indotti a superare le loro pregiudiziali contro una trattativa con lui658. Né, in fine, si può sottovalutare un altro elemento che, pure, dovette aver parte nel far nascere nella mente di Mussolini l’idea di nominare Grandi ministro degli Esteri: checché pensasse di Grandi, al suo attivo doveva mettere due cose in quel momento per lui assai importanti: la stima di Vittorio Emanuele III per il presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni e la disistima, l’ostilità addirittura di questi per gli ambienti militari (con i quali, Mussolini lo sapeva bene, Grandi volutamente non aveva rapporti) e per Badoglio in specie.

1386

Nella stessa ottica vanno viste altre due iniziative prese da Mussolini in quella stessa mattina. Di una nei Pensieri pontini e sardi non vi è traccia alcuna, all’altra essi dedicano invece un accenno abbastanza ampio, ma inadeguato e reticente al punto da svisarne il significato e la portata.

Della prima parla solo Scorza ne La notte del Gran Consiglio659; alcuni fatti dei giorni precedenti la rendono però pienamente credibile. Dopo il bombardamento di Roma del 19 luglio, Scorza aveva caldeggiato con Mussolini un qualche passo distensivo verso il Vaticano, suggerendogli l’erogazione di un sostanzioso contributo per la riparazione dei danni subiti dalla chiesa di San Lorenzo e addirittura una propria visita al pontefice. Nonostante il «duce» si fosse mostrato contrario all’idea, Scorza non vi aveva rinunciato, tant’è che nell’ordine del giorno preparato per il Gran Consiglio aveva inserito un «reverente» cenno al «cordoglio del pontefice per la distruzione di tanti insigni monumenti dedicati da secoli al culto della religione e dell’arte» e, se Mussolini non gliele avesse tagliate, avrebbe voluto aggiungere altre «aperture» verso la Santa Sede. Della cosa si era parlato anche nel corso della seduta e ne era nato uno scontro tra Ciano, che, nella sua veste di ambasciatore presso la Santa Sede, aveva affermato che questa non avrebbe gradito in quel momento simili atti di omaggio, e Scorza che, invece, aveva asserito di sapere «da fronte diretta, anche se non diplomatica» che «in Vaticano ne sarebbero stati lieti». Stanti questi precedenti, non meraviglia che la mattina del 25, quando Scorza si recò a rapporto a palazzo Venezia, Mussolini gli dicesse di aver ripensato alla cosa: riprendesse pure le trattative oltre Tevere per una sua visita al papa, purché le une e l’altra avessero luogo in modo da evitare equivoci: «dopo la [vostra] visita, convocherete perciò il direttorio, spiegherete il vostro operato, e ne farete oggetto di un indirizzo ai fascisti, chiarendo che tutto rientra perfettamente nella politica religiosa seguita dal regime». E, dopo un momento di riflessione, aggiunse:

1387

Penso... che la vostra visita sola non basterà. Occorre farla seguire da qualcos’altro per evitare che il gesto venga sfruttato da circoli antifascisti come un modesto ricorso a motivi propagandistici in un momento difficile. Occorre far seguire la vostra visita da qualche atto di revisione nella sfera del ministero degli Interni, dell’Educazione nazionale e della Cultura popolare... Sono convinto che il papa gradirà sinceramente l’omaggio del partito, ma temo che una parte del clero penserà diversamente. Bisognerà anche presentare bene la cosa al tedesco, il quale potrebbe vedere in questa iniziativa l’inizio di una nostra revisione della politica razziale...

Per quanto significativa per comprendere lo stato d’animo con il quale Mussolini si preparava ad incontrare il re e sul tipo di carte sulle quali intendeva puntare per tenerne viva la «lealtà» nei suoi confronti, questa iniziativa è certo meno importante dell’altra alla quale, non a caso, accenna anche il Rapporto sul 25 luglio. Ci riferiamo al colloquio che verso le dodici, presente Bastianini660, Mussolini ebbe con l’ambasciatore Hidaka. Recatosi a palazzo Venezia per avere notizie sulla situazione militare e sulle conclusioni alle quali era pervenuto il Gran Consiglio, l’ambasciatore nipponico si sentí infatti dire a tutte lettere che «quando le armi non costituiscono piú un mezzo sufficiente per fronteggiare una situazione, ci si deve rivolgere alla politica» e che l’Italia risentiva fortemente di «una preoccupante condizione di inferiorità, sia dal punto di vista aereo che terrestre e marittimo», sicché egli

aveva deciso di compiere nel corso della settimana ventura un energico passo presso il Führer per attirare tutta la sua piú seria attenzione sulla situazione che era venuta a determinarsi negli ultimi tempi e per indurre il Führer stesso, come già altre volte egli aveva tentato, a far cessare le ostilità sul fronte orientale, giungendo ad un componimento con la Russia. Una volta ottenuto ciò il Reich avrebbe potuto far sentire tutto il peso del suo potere bellico contro gli anglo-americani in Mediterraneo ristabilendo cosí una situazione oggi indubbiamente compromessa.

In questa prospettiva, continuava l’appunto relativo al colloquio redatto da Bastianini appena rientrato a palazzo Chigi661,

1388–1389

Il Duce pregava l’Ambasciatore del Giappone di comunicare al Presidente Tojo che era suo vivo desiderio che egli appoggiasse con tutte le sue forze tale passo verso il Führer allo scopo di giungere alla cessazione delle ostilità contro la Russia. Nella attuale situazione non era infatti piú il caso di pensare ostinatamente al possesso dell’Ucraina, che non poteva rappresentare per il Reich un modo di soluzione integrale dei suoi problemi economici ed alimentari.

Tale preghiera il Duce rivolgeva al Presidente Tojo, perché solo in questo modo egli riteneva che la situazione potesse modificarsi a favore del Tripartito.

Altrimenti le condizioni in cui l’Italia conduceva la sua guerra erano tali che l’Italia si sarebbe, e a breve scadenza, trovata nella assoluta impossibilità di continuare le ostilità e sarebbe stata costretta a dover esaminare una soluzione di carattere politico.

Nella Storia di un anno662 Mussolini avrebbe dato del colloquio con Hidaka una versione non solo non corrispondente al vero e piú edulcorata di quella dei Pensieri pontini e sardi, e cioè che esso sarebbe consistito in «una relazione sul convegno di Feltre» (cosa oltre tutto assurda dato che di ciò i due avevano già parlato due giorni prima), ma che è smentita dalle memorie di Bastianini663, laddove questi ricorda come, dopo il colloquio con l’ambasciatore giapponese, il «duce» prima gli ripeté due o tre volte «che Berlino doveva una buona volta convincersi della impossibilità di combattere senz’armi» e che bisognava «inchiodare i tedeschi alle loro responsabilità», poi – prima di accomiatarsi da lui per recarsi con Galbiati a San Lorenzo – gli ordinò «di preparare il testo della comunicazione da fare a Berlino». Il che dimostra che con Hidaka non aveva drammatizzato ad arte la situazione, ma che, al contrario, era ormai deciso a esibire a Vittorio Emanuele III quella che doveva considerare la prova migliore, piú convincente della sua intenzione di staccarsi dalla Germania.

Sempre a proposito del resoconto degli avvenimenti della mattina del 25 luglio tracciato da Mussolini nei Pensieri pontini e sardi, è opportuna un’ultima precisazione. Dal resoconto di Mussolini si potrebbe avere l’impressione che l’udienza dal sovrano da lui fatta sollecitare fosse stata accordata senza difficoltà. In realtà la richiesta di udienza ebbe una vicenda piú complessa.

Dell’esito della riunione del Gran Consiglio il sovrano era informato sin dalle sette circa, da quando cioè Acquarone gli aveva riferito dell’incontro che nella notte, subito dopo la conclusione della seduta, aveva avuto nella abitazione di Mario Zamboni, l’uomo di fiducia di Grandi, con lo stesso Grandi664. Questi, dopo aver fatto un particolareggiato resoconto della discussione e avergli consegnato una delle due copie del suo o.d.g. sottoscritte in forma autografa da coloro che l’avevano votato, aveva incaricato il ministro della Real Casa di riferire al sovrano il suo punto di vista:

1389–1390

Nella mia qualità di presidente dell’assemblea legislativa considero nelle circostanze presenti questo voto del Gran Consiglio di egual portata e valore a quello di un voto emesso dalla assemblea legislativa medesima. Quest’ultima è stata messa dalla dittatura nella materiale impossibilità di assolvere i doveri spettanti ad essa in base allo Statuto. Il nostro scopo è stato quello di fornire al sovrano un mezzo costituzionale atto a determinare una crisi di governo. Il Gran Consiglio è, in base ad una legge promulgata e sanzionata dal Re, l’organo supremo del regime; esso ha dichiarato la dittatura caduta, ha privato il dittatore dei suoi poteri, ha deliberato il ripristino della Costituzione e fa appello al sovrano perché egli si avvalga di tutte le prerogative che lo Statuto attribuisce al capo dello stato. Il sovrano, nella sua responsabilità e saggezza, deciderà. Se il sovrano deciderà di licenziare Mussolini e di assumere il comando della restaurazione costituzionale, egli avrà attorno a sé tutto il popolo e la maggioranza dei fascisti medesimi. Crollato Mussolini, il regime totalitario crollerà con lui. Non vi è tuttavia una sola ora di tempo da perdere: occorre prevenire un eventuale colpo di forza da parte di Mussolini, cui non mancherebbe certo l’aiuto delle baionette tedesche. Questo colpo di forza è probabile e possibile. La discussione in Gran Consiglio ha rivelato che questo è il piano e programma di Mussolini, di Farinacci, di Scorza e dei tedeschi. Mussolini, battuto inaspettatamente dal voto dell’assemblea, non tarderà a rimettersi dalla sorpresa, cercando di immobilizzare, forse per sempre, qualunque azione del sovrano. Le prossime ore decideranno delle sorti della nazione e della monarchia stessa.

Questa la situazione interna. Per quanto riguarda quella militare e internazionale, occorre risolvere con altrettanta rapidità il problema della guerra, «sincronizzando» l’eventuale decisione del Re con una nostra domanda di armistizio alle nazioni Alleate e in pari tempo preparando le nostre forze armate e la nazione a resistere a quella che sarà immancabilmente la reazione da parte tedesca. Non credo, è impossibile, che Hitler ed i suoi uomini accettino senza combattere l’uscita dell’Italia dalla guerra. Dobbiamo pertanto prepararci a combattere i tedeschi. Non vi è altra soluzione possibile. Si tratta di difenderci da quella che sarà l’inevitabile vendetta nazista e in pari tempo di rendere inoperanti le decisioni di Casablanca sulla resa incondizionata. Le nazioni alleate non potranno proseguire la guerra contro un paese e contro un popolo che già si battono contro il nemico comune. È necessario prendere immediato e diretto contatto con gli Alleati. È probabile, anzi certo, che da ciò derivi uno stato di guerra tra Italia e Germania. In questo caso l’Italia, costretta a difendersi dalla aggressione tedesca, verrà automaticamente a trovarsi, con o senza armistizio, dalla parte degli Alleati e in causa comune con essi. L’Italia non può uscire dalla guerra. La neutralità è un’illusione.

1390–1391

Di fronte a queste dichiarazioni Acquarone si era tenuto sul generico: avrebbe riferito al re, di cui, disse, ignorava le «finali decisioni», anche se credeva di aver «buone ragioni» per credere che adesso avrebbe «marciato». Poi aveva chiesto a Grandi chi, a suo avviso, sarebbe potuto essere il futuro capo del governo e al nome di Caviglia aveva subito replicato: «Forse è meglio Badoglio, perché è meno vecchio di Caviglia e perché odia personalmente Mussolini». «Al re, – aveva aggiunto, – non piace, ma mi pare questa la migliore soluzione». E, ugualmente, al consiglio di ricorrere per la formazione del nuovo governo ad «uomini nuovi», di «indiscussa autorità e prestigio», «non compromessi» perché non avevano ricoperto cariche durante il regime e anche antifascisti come De Gasperi, Cappa, Milani, Paratore, Soleri, Gasparotto, Rossini, aveva ribattuto che per il momento era preferibile un governo di funzionari. Poi, dopo che Grandi gli ebbe detto di non aspirare e di non considerare opportuna una propria partecipazione al governo ed essersi offerto, invece, di recarsi subito a Madrid «per prendere contatto con gli Alleati e preparare discretamente ed ufficiosamente le trattative d’armistizio», erano passati a parlare dei provvedimenti da emanare. Grandi aveva proposto la soppressione del Gran Consiglio, il ripristino della Camera dei deputati e l’assorbimento della Milizia nell’Esercito e, subito dopo, la soppressione del Tribunale speciale e l’abrogazione della legislazione razziale665.

Sulla base di queste notizie, subito portategli da Acquarone, nelle prime ore della mattina Vittorio Emanuele III aveva finalmente deciso di procedere alla sostituzione di Mussolini con Badoglio. Alle 9 il maresciallo era stato informato da Ambrosio della decisione del sovrano. La data del giorno prescelto non era però stata ancora definitivamente fissata; alcuni, i piú, pensavano al giorno successivo, quando Mussolini si sarebbe recato dal re per la consueta udienza per la firma; altri avrebbero preferito aspettare ancora qualche giorno (da qui l’ipotesi del 29 luglio) per predisporre meglio le misure da adottare contestualmente al licenziamento del «duce»: provvedimenti per fronteggiare un’eventuale reazione fascista e, al tempo stesso, possibili turbamenti dell’ordine pubblico, l’arresto di una serie di esponenti fascisti considerati piú pericolosi per le cariche che ricoprivano, i rapporti che avevano con i tedeschi, per la loro fedeltà personale a Mussolini, ecc. E, infine, quello che in un certo senso era il problema dei problemi e sul quale non vi era oltretutto concordanza di idee: che fare di Mussolini? E questo sia nel caso che si rassegnasse alla decisione sovrana sia che la contestasse e cercasse di opporvisi.

1391

In questo clima ancora di parziale incertezza, verso le 11 (il generale Puntoni ha scritto nel suo diario le 12,15, confondendo evidentemente la prima con l’ultima telefonata) era arrivata al Quirinale la telefonata con la quale De Cesare chiedeva a nome di Mussolini una udienza privata nel pomeriggio, possibilmente alle 17. Come ha scritto Puntoni666, la richiesta aveva sconvolto «il programma del re», che ormai aveva deciso di agire l’indomani. Da qui una serie di telefonate tra il Quirinale e villa Savoia, ove era Vittorio Emanuele III, che avevano fatto tardare la risposta alla richiesta. Abitualmente gli uffici della Real Casa rispondevano tempestivamente a questo genere di richieste: quella mattina tardarono tanto che De Cesare aveva dovuto ritelefonare per sollecitarla, certo una volta, probabilmente due. In pratica la risposta di Puntoni (il re avrebbe ricevuto il «duce» alle 17, non però come di consueto al Quirinale, ma a villa Savoia) era arrivata a palazzo Venezia nella tarda mattinata, mentre Mussolini era a colloquio con Hidaka e Bastianini667.

A questo punto era già cominciata la sarabanda dei contatti e delle disposizioni da attuare nel pomeriggio. Acquarone aveva informato Castellano. Questi nelle sue memorie ha scritto668:

Finalmente, poco prima di mezzogiorno, Acquarone mi chiama e mi dice che Mussolini ha chiesto di essere ricevuto dal re. Sua Maestà lo riceverà alle ore 17 a Villa Savoia. «Cosa facciamo?» mi chiede. Rispondo: «Sua Maestà che cosa ordina?»

«Nulla».

«Allora decidiamo noi» concludo io, e vado a casa di Ambrosio. Questi è del parere che se Mussolini accetta il suo destino senza ribellarsi conviene lasciarlo andare, altrimenti lo si arresta seduta stante.

«Ma ciò non è possibile» obietto «perché il re non vuole nessuno vicino e noi non possiamo sapere come si svolgerà il colloquio. Se lo facciamo uscire non lo prendiamo piú». Ambrosio mi guarda un istante e poi decide: «Arrestiamolo».

Corro con quest’ordine da Cerica e gli dico a nome di Ambrosio di preparare tutto: cinquanta carabinieri a Villa Savoia e un’autoambulanza. All’uscita dall’udienza: arresto. L’autoambulanza deve sortire da una porta secondaria. Cerica mi chiede l’ordine scritto (l’ordine da me trasmesso sarà poi confermato a Cerica nel pomeriggio da Ambrosio e da Acquarone). «Te lo farò avere piú tardi» gli rispondo «tu intanto dà le tue disposizioni».

1392–1393

In realtà le cose si erano svolte in un modo un po’ diverso. Il generale Cerica (dal 22 luglio nuovo comandante generale dei carabinieri), per esempio, in una relazione redatta nel 1944 per l’allora presidente del Consiglio I. Bonomi e trasmessa per conoscenza anche al ministro della Guerra Casati669, ha asserito che, chiamato alle 12 al Comando supremo ebbe da Ambrosio «l’ordine di S. M. il re di procedere all’arresto di Mussolini quando... al termine dell’udienza reale sarebbe uscito da Villa Savoia». In effetti la questione dell’arresto fu la vera spina nel fianco di tutta l’operazione. Una serie di testimonianze, da quella dell’allora principe di Piemonte a quella del generale Puntoni a quella di Raffaele Paolucci670, inducono a ritenere certo che Vittorio Emanuele III non solo fosse contrario ad un arresto dell’ospite entro villa Savoia, ma che non fosse favorevole neppure ad un arresto fuori della sua residenza. Nel febbraio del 1946, rispondendo ad un questionario per una intervista671, alla domanda se l’arresto di Mussolini «implicava effettivamente una misura di protezione» con la riserva, come da piú parti veniva asserito672, di poterlo recuperare alla vita politica qualora se ne fosse presentata l’occasione, avrebbe scritto: «Nessuno pensò alla possibilità di recuperare Mussolini che fu arrestato per impedire che turbasse l’ordine pubblico». La risposta è cosí generica da non potersi considerare conclusiva. L’ipotesi piú attendibile è quella sostenuta nella sua testimonianza da Puntoni.

1393–1395

Alle 16,30, – ha scritto il generale nel suo diario673, – mentre passeggio con il sovrano sul piazzale davanti alla villa, si avvicina il duca Acquarone il quale riferisce a Sua Maestà che all’ultimo momento il generale Cerica comandante generale dell’Arma ha fatto presente l’impossibilità di compiere il fermo di Mussolini fuori di Villa Savoia. Cerica domanda di agire nell’interno per evitare di vedere compromessa l’operazione. Il sovrano ha un moto di stizza e discute in maniera rapida e serrata con Acquarone. Insiste perché tutto si svolga nella maniera prestabilita, ma alla fine, costretto dall’imminenza dell’arrivo del Duce, deve piegarsi all’insistenza del ministro della Real Casa.

Un punto oscuro però resta, tanto piú che nel 1945 Cerica avrebbe confutato quanto asserito da Acquarone e avrebbe affermato con Puntoni di aver solo eseguito gli ordini che gli aveva impartito Ambrosio674; sicché l’ipotesi piú probabile è che a voler l’arresto a villa Savoia furono i militari, Ambrosio e Castellano in primis, ai quali si aggiunse, dopo qualche iniziale incertezza, Acquarone675, forse inizialmente preoccupato per la drastica consegna che era stata data – in base ad ordini ricevuti «in alto loco» – dal tenente colonnello dei carabinieri Giovanni Frignani, che diresse l’operazione, di catturare «vivo o morto» Mussolini676. Che il sovrano sentisse una forte partecipazione umana al dramma personale di Mussolini (il 27 luglio il vicegerente di Roma, monsignor Traglia, avrebbe detto a Pietromarchi che «il re è stato talmente colpito dalla crisi che non ha potuto trattenere le lacrime»677) è credibile. Meno credibile è che egli, cosí come Badoglio, potesse effettivamente pensare per lui – se tutto fosse andato liscio – ad una soluzione politicamente tanto rischiosa del tipo «arresti domiciliari» alla Rocca delle Caminate678. Pur tenendo in tutto il debito conto il suo formalismo, la sua ipocrisia e l’influenza che aveva su di lui la regina, ancora meno credibile è comunque che Vittorio Emanuele III non volesse che l’arresto avvenisse entro villa Savoia solo perché ciò sarebbe stato un atto contrario alle regole dell’ospitalità. La vera spiegazione dell’atteggiamento del re va probabilmente cercata altrove: nel fatto che egli era al corrente che alcuni militari avrebbero voluto uccidere Mussolini. «Pochissimi giorni prima della seduta del Gran Consiglio, – ha scritto R. Paolucci679, – era stato stabilito da altissimi esponenti militari che egli avrebbe dovuto essere ucciso... e questo il re voleva evitarlo». La stessa tesi è stata sostenuta anche da Umberto II, che nel 1955 dichiarò senza mezzi termini che il padre non aveva autorizzato alcun arresto e che era a conoscenza di un piano – a cui si era nettamente opposto – per sopprimere Mussolini maturato nell’ambito del Comando supremo680. Sicché la cosa piú probabile è che, come affermato piú volte da Puntoni681, il re volesse non l’arresto, ma il semplice «fermo» di Mussolini e il suo momentaneo trasferimento in una caserma dei carabinieri non solo e non tanto per evitare che si potesse mettere in contatto «con elementi estremisti del partito» prima che questi fossero stati resi innocui e per sottrarlo alle ire di «antifascisti scalmanati», ma per scongiurare il pericolo di una sua piú o meno «accidentale» soppressione da parte del vertice militare682. La questione del «fermo» entro o fuori villa Savoia perde in questa prospettiva gran parte del valore che ad essa è stato attribuito e si può benissimo spiegare alla luce soprattutto dell’ostilità della regina Elena all’arresto o fermo – che a questo proposito tra le due cose non vi era differenza – di un «ospite». Piú importante, se mai, è che tutto lascia credere che Acquarone, pur adoperandosi in extremis per strappargli il consenso ad arrestare Mussolini entro la villa, come richiedevano Cerica ma soprattutto Frignani683, non dovette nel farlo essere spinto dai suoi personali rapporti con i vertici del Comando supremo, ma dalla preoccupazione che una impuntatura del sovrano su una questione tanto secondaria potesse o far fallire tutta l’operazione o provocare una crisi tra il sovrano stesso e i suoi massimi collaboratori militari che, in quel momento, era assolutamente da evitare.

1395–1396

Mentre villa Savoia, il Quirinale e palazzo Vidoni erano teatro di questa affannosa serie di contatti (i capi di stato maggiore della Marina e dell’Aeronautica furono tenuti all’oscuro di tutto sino alle 18, quando al Comando supremo si ebbe la certezza dell’arresto di Mussolini; quanto a Senise, che come nuovo capo della polizia doveva assumere subito il controllo del ministero dell’Interno, era stato informato solo poco dopo le 17 da Cerica684) e venivano predisposte le varie misure per il suo «fermo», Mussolini, ignaro di tutto, passava le sue ultime ore di libertà, prima – lo si è detto – visitando con Galbiati le zone del Tiburtino colpite dal bombardamento del 19 luglio, poi a villa Torlonia, preparandosi a quello che sarebbe stato il suo ultimo colloquio con Vittorio Emanuele III.

1396–1397

Nelle sue intenzioni questo avrebbe dovuto muoversi attorno a tre poli. Primo: convincere il sovrano che il voto del Gran Consiglio «non impegnava nessuno, data la funzione consultiva dell’organo stesso». A questo scopo infatti avrebbe portato con sé un libro contenente la legge del Gran Consiglio, la lettera di Cianetti con la quale il ministro delle Corporazioni aveva ritirato il proprio voto all’o.d.g. Grandi e, pare, «altre carte» sulla cui natura non si sa però nulla di preciso, salvo quello che lo stesso Mussolini avrebbe scritto nella Storia di un anno e che, cioè, dovevano servirgli a dimostrare al re il valore solo consultivo del voto685. Secondo: proporre al re una serie di mutamenti al vertice delle forze armate e cioè la nomina di Roatta a capo di stato maggiore generale al posto di Ambrosio, del generale Giuseppe De Stefanis, dell’ammiraglio Raffaele De Courten e del generale Umberto Cappa a capi di stato maggiore dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica; il tutto contestualmente alla sua rinuncia a reggere personalmente i tre dicasteri militari, alla guida dei quali sarebbero dovuti essere nominati il generale Sorice, l’ammiraglio Antonio Legnani e il presidente dell’Ala littoria Umberto Klinger686; una nomina quest’ultima per noi particolarmente significativa perché lascia intendere come con essa Mussolini si proponesse di dare anche un contentino al partito, ponendo a capo di un ministero militare per la prima volta in vent’anni un borghese e, per di piú, un vecchio squadrista. In «cambio», è piú che probabile che fosse pronto a non fare obiezioni – se, addirittura, non era disposto a offrirlo lui stesso per cercare di parare il pericolo di una revoca anche di quelli politici – all’attesa richiesta del sovrano di riassumere in prima persona tutti i poteri militari; detto in altre parole, alla revoca (richiesta del resto esplicitamente anche dall’o.d.g. Grandi) della delega del 1940 relativa alle funzioni di comando delle forze armate687. Terzo (se si accetta, come ci pare si debba accettare, la famosa versione-testimonianza di Badoglio): ottenere che il re gli confermasse la proroga al 15 settembre concessagli tre giorni prima688.

1397–1398

Purtroppo sull’ultimo colloquio tra Vittorio Emanuele III e Mussolini non abbiamo che la sola testimonianza del secondo. Quella del generale Puntoni689 è infatti troppo vaga, anche se sostanzialmente non contraddice quella del «duce» mentre le numerose ricostruzioni, tutte di seconda e terza mano, che circolarono allora e dopo sono in grandissima parte se non in toto inattendibili, al punto da non valer neppure la pena di discuterle. Quanto a quella di Mussolini va altresí detto che nel «Rapporto sul 25 luglio» premesso ai Pensieri pontini e sardi (nei quali nulla si dice a proposito di esso) l’unico accenno al colloquio non solo è brevissimo, ma tutto incentrato sul suo aspetto formale e sulla cordialità dimostrata verso di lui da Vittorio Emanuele III690. Un aspetto questo di tutta la vicenda che – dopo il suo arresto e le assicurazioni che il sovrano gli aveva dato prima di concludere il colloquio a proposito del fatto che né la sua famiglia né lui avrebbero avuto nulla da temere, poiché egli aveva già dato disposizioni per la loro protezione – dovette bruciargli assai, come dimostra quanto avrebbe detto mesi dopo a Giovanni Dolfin691:

Del re non potevo dubitare: né dopo le sue replicate profferte di amicizia, ho dubitato per un solo momento! L’atto vile del mio arresto, avvenuto per suo ordine, e nella sua casa, è consegnato alla storia.

La Storia di un anno è assai piú ricca di particolari, ma risente del momento e delle circostanze politiche in cui fu scritta e pubblicata e, quindi, della necessità per Mussolini di presentarsi nei panni migliori, innanzi tutto agli occhi dei tedeschi, sicché la ricostruzione del colloquio fatta in essa deve essere presa in considerazione con estrema cautela. Né, del resto – come è facile vedere –, offre elementi veramente significativi.

1398

Alle diciassette in punto, – vi si legge692, – l’auto entrò dai cancelli spalancati della Salaria. C’era in giro e nell’interno un rinforzo di carabinieri, ma la cosa non parve eccezionale. Il re, vestito da maresciallo, era sulla porta della villa. Nell’interno del vestibolo stazionavano due ufficiali. Entrati nel salotto, il re, in uno stato di anormale agitazione, coi tratti del viso sconvolti, con parole mozze, disse quanto segue:

«Caro Duce, le cose non vanno piú. L’Italia è in tocchi. L’Esercito è moralmente a terra. I soldati non vogliono piú battersi. Gli alpini cantano una canzone nella quale dicono che non vogliono piú fare la guerra per conto di Mussolini. (Il re ripeté in dialetto piemontese i versi della canzone). Il voto del Gran Consiglio è tremendo. Diciannove voti per l’ordine del giorno Grandi: fra di essi quattro collari dell’Annunziata. Voi non vi illudete certamente sullo stato d’animo degli italiani nei vostri riguardi. In questo momento voi siete l’uomo piú odiato d’Italia. Voi non potete contare piú su di un solo amico. Uno solo vi è rimasto, io. Per questo vi dico che non dovete avere preoccupazioni per la vostra incolumità personale, che farò proteggere. Ho pensato che l’uomo della situazione è, in questo momento, il maresciallo Badoglio. Egli comincerà col formare un ministero di funzionari, per l’amministrazione e per continuare la guerra. Fra sei mesi vedremo. Tutta Roma è già a conoscenza dell’ordine del giorno del Gran Consiglio e tutti attendono un cambiamento».

Mussolini rispose:

«Voi prendete una decisione di una gravità estrema. La crisi in questo momento significa far credere al popolo che la pace è in vista, dal momento che viene allontanato l’uomo che ha dichiarato la guerra. Il colpo al morale dell’Esercito sarà serio. Se i soldati, alpini o no, non vogliono piú fare la guerra per Mussolini non ha importanza, purché siano disposti a farla per voi. La crisi sarà considerata un trionfo del binomio Churchill-Stalin, soprattutto di quest’ultimo, che vede il ritiro di un antagonista da venti anni in lotta contro di lui. Mi rendo conto dell’odio del popolo. Non ho avuto difficoltà a riconoscerlo stanotte in pieno Gran Consiglio. Non si governa cosí a lungo e non si impongono tanti sacrifici senza che ciò provochi risentimenti piú o meno fugaci e duraturi. Ad ogni modo io auguro buona fortuna all’uomo che prenderà in mano la situazione».

Erano esattamente le diciassette e venti quando il re accompagnò Mussolini sulla soglia della casa. Era livido e sembrava ancora piú piccolo, quasi rattrappito. Strinse la mano a Mussolini e rientrò.

Né in definitiva nulla di piú si ricava da quanto, quindici anni dopo, Renzo Montagna ha asserito avergli personalmente confidato Mussolini durante la RSI693:

1399–1400

Il re mi attendeva in un salotto a pianterreno. Passeggiava su e giú nervosamente, con le mani dietro la schiena e capii subito che era in preda ad estrema agitazione. Dalla borsa di pelle che avevo portato con me tolsi i documenti relativi e che riguardavano la seduta del Gran Consiglio e feci l’atto di porgergli quello che conteneva l’o.d.g. di Grandi; interruppe a metà il mio gesto: «Non occorre; il voto del Gran Consiglio è tremendo». «Voi non potete certo illudervi sullo stato d’animo degli italiani contro di voi. In questo momento siete l’uomo piú odiato d’Italia: potete contare su un solo amico che avete e che vi rimarrà sempre: io».

Durante questo colloquio, che non era durato piú di 10 minuti, eravamo rimasti in piedi. Al termine di questa professione di amicizia, il Re mi accompagnò alla porta e nel salutarmi mi prese con entrambe le mani la destra e me la strinse a lungo, cosí.

Da queste testimonianze di Mussolini, da quanto si può ricavare da quella di Puntoni, che si trovava dietro una delle porte d’accesso al salotto nel quale i due uomini si erano ritirati per parlare, e, infine, da quel che sappiamo sul commiato tra i due dalla testimonianza di De Cesare, che aveva accompagnato il «duce» a villa Savoia e che lo aveva atteso in anticamera per rientrare con lui a palazzo Venezia694, si può tuttavia fondatamente ritenere che il colloquio non ebbe nulla di drammatico. Mussolini cercò di convincere il sovrano che il voto del Gran Consiglio non aveva alcuna rilevanza costituzionale. Il re non accettò questa sua interpretazione e, prima che egli potesse procedere oltre e affrontare le altre questioni che gli stavano a cuore, per un verso gli confermò la sua personale amicizia e gli assicurò che aveva provveduto alla protezione sua e dei suoi famigliari («rispondo io, con la mia testa, della vostra sicurezza» gli avrebbe detto secondo Puntoni695), per un altro non gli nascose di considerare la situazione militare cosí grave da non poter fare alcun affidamento sulla Germania, le cui condizioni interne erano, disse, «gravissime», e da non poter rimandare ulteriormente una soluzione. «Io – gli disse696 – devo intervenire per salvare il paese da inutili stragi e per cercare di ottenere dal nemico un trattamento meno inumano». Infine, condendo il tutto con una serie di «mi dispiace, mi dispiace, ma la soluzione non poteva essere diversa», gli annunciò che Badoglio sarebbe stato, anzi in pratica già era, il suo successore. Mussolini cercò di ribattere, tutto sommato però abbastanza debolmente697, e il re lo accompagnò sino al pianerottolo antistante la scalinata di accesso alla villa, ove gli strinse calorosamente entrambe le mani698.

1400–1401

Per Mussolini il colpo fu certamente duro, ma non del tutto inatteso: tra le due alternative da lui contemplate, Vittorio Emanuele III aveva optato per quella che aveva sperato avrebbe scartato, ma che nell’intimo temeva avrebbe scelto. La fine del suo potere politico, già considerata possibile, se non addirittura prevista nella nottata e che aveva cercato invano di evitare sino all’ultimo, era arrivata. Ancora piú duro dovette essere però il colpo infertogli dal successivo arresto.

Quando Mussolini, scesa la scalinata della villa, si avviò con De Cesare verso la sua automobile (dalla quale intanto era stato allontanato con una scusa e poi fermato il suo autista, il fedele Boratto699), fu avvicinato dal capitano Vigneri che, sull’attenti, lo invitò a seguirlo, dicendogli: «Duce, in nome di Sua Maestà il re vi preghiamo di seguirci per sottrarvi ad eventuali violenze da parte della folla».

Mussolini allarga le mani nervosamente serrate su una piccola agenda e con tono stanco, quasi implorante, risponde: «ma non c’è bisogno!»

Il suo aspetto – prosegue la relazione dei carabinieri700 – è quello d’un uomo moralmente finito, quasi distrutto: ha il colorito del malato e sembra persino piú piccolo di statura.

«Duce, – riprende Vigneri, – io ho un ordine da eseguire».

«Allora seguitemi» risponde Mussolini e fa per dirigersi verso la sua macchina.

Ma l’ufficiale gli si para dinnanzi:

«No, Duce, – gli dice, – bisogna venire con la mia macchina».

L’ex capo del governo non ribatte altro e si avvia verso l’autoambulanza, col capitano Vigneri alla sua sinistra; segue De Cesare, con a fianco il capitano Aversa.

Dinnanzi all’autoambulanza Mussolini ha un attimo di esitazione, ma Vigneri lo prende per il gomito sinistro e lo aiuta a salire. Siede sul sedile di destra.

Sono esattamente le ore 17,30.

Dopo, sale De Cesare e si mette a sedere di fronte al suo capo. Quando anche i sottufficiali e gli agenti si accingono a montare, il Duce protesta: «Anche gli agenti?! No!!»

Vigneri allarga le braccia come per fargli capire che non c’è nulla da fare e, rivolgendosi deciso ai suoi uomini, ordina: «Su ragazzi, presto!!»

Anche i due capitani salgono. Nell’autoambulanza ora si è in dieci e si sta stretti. Il questore Morazzini si avvicina e, prima di chiudere la porta dall’esterno, avverte che si uscirà da un ingresso secondario e che un famiglio accompagnerà l’automezzo sino all’uscita.

La macchina si muove, mentre l’autocarro con il plotone dei cinquanta carabinieri rimane fermo. Ormai non c’è piú bisogno di loro.

1401–1402

Uscita dalla villa, l’autoambulanza proseguí a tutta velocità. «Mussolini pensava sempre che tutto accadesse per proteggere, come aveva detto il re, la sua “incolumità personale”»701. Aveva l’aspetto abbattuto, silenzioso, non alzava gli occhi da terra702. Qualche minuto prima delle diciotto e trenta l’autoambulanza si fermò nel cortile interno della caserma Podgora, in Trastevere. Mussolini fu fatto scendere e accompagnato nel circolo ufficiali. De Cesare, dopo aver scambiato qualche parola con Vigneri, cominciò ad avere i primi dubbi sulla reale condizione del «duce», tanto è vero che, quando poco dopo fu deciso di trasferire altrove Mussolini, egli fu invece tradotto a Regina Coeli. Alla caserma Podgora Mussolini non rimase infatti che un’ora circa. La sua presenza in essa non sarebbe potuta essere mantenuta segreta a lungo e la caserma era, sotto il profilo della sicurezza, inadatta ad «ospitare» il prigioniero. Mussolini fu quindi nuovamente «invitato» a salire sull’autoambulanza e – adducendo sempre le solite misure di sicurezza – trasferito alla caserma Allievi ufficiali dei carabinieri a via Legnano, dove sarebbe rimasto sino alla sera del 27 luglio, allorché fu, sempre in macchina, avviato verso Gaeta per essere imbarcato sulla corvetta «Persefone» e trasferito in una delle isole Pontine, Ventotene, alla quale all’ultimo momento fu preferita Ponza, dove non vi erano che pochi confinati politici e il prigioniero poteva essere meglio sorvegliato.

Nella nuova caserma Mussolini fu sistemato nell’ufficio del comandante della Scuola Allievi, colonnello Tabellini, dove, in mancanza di un letto, avrebbe trascorso le due notti successive sdraiato su un divano.

Alle ventidue e trenta la radio aveva dato la notizia delle sue «dimissioni» e trasmesso i proclami del re e di Badoglio con i quali il primo aveva annunciato di aver riassunto il comando delle forze armate e il secondo di aver assunto, «per ordine di Sua Maestà il Re e Imperatore», «il governo militare del paese, con pieni poteri» ed esortare gli italiani a serrare le fila attorno al sovrano; subito dopo nella capitale, ancora in buona parte inconsapevole di cosa avrebbero concretamente significato le parole «la guerra continua» che apparivano nel secondo dei due proclami, erano cominciate le prime manifestazioni di giubilo popolare per la fine del «tiranno»703 e per la «pace». Una mezz’ora dopo il colonnello Tabellini si presentò a Mussolini in compagnia di un ufficiale medico, il maggiore J. Santillo. Questi lo trovò «molto pallido, affaticato, lo sguardo morto, che di tanto in tanto diventa fisso ed avvilito per la dilatazione palpebrale» e sofferente per un dolore all’epigastro, ma non ottenne di poterlo visitare704. Allontanatisi i due Mussolini si assopí ma all’una e mezzo del mattino fu svegliato dalla visita del generale Ernesto Ferone che prestava servizio per «incarichi speciali» presso il ministero della Guerra.

1402–1403

Il generale era latore di una lettera di Badoglio705, della quale sono state date diverse interpretazioni:

Il sottoscritto, Capo del Governo, tiene a far sapere a V. E. che quanto è stato eseguito nei Vostri riguardi è unicamente dovuto al Vostro personale interesse, essendo giunte da piú parti precise segnalazioni di un serio complotto verso la Vostra Persona.

Spiacente di questo, tiene a farVi sapere che è pronto a dar ordini per il Vostro sicuro accompagnamento, con i dovuti riguardi, nella località che vorrete indicare.

A proposito di essa il generale Carboni, che aveva poco prima partecipato ad una riunione al Comando supremo tra Acquarone, Badoglio (che «ascoltava e non interveniva mai, guardando di sottecchi Acquarone, come per attendere l’imbeccata, o il permesso di parlare»), Ambrosio, Castellano, Valenzano «e qualche altro», avrebbe anni dopo scritto706:

A una cert’ora, prima della mezzanotte, venni informato del proposito espresso da Acquarone di inviare una lettera di Badoglio a Mussolini e venni richiesto del mio parere sul testo del documento. Lo lessi: era, in sostanza, una pietosa e insincera giustificazione per l’arresto e un impegno ampolloso di tutela, per il futuro, da parte del Governo.

Capii da chi partiva la mossa: dal Re, il quale doveva essersi reso conto dell’enormità compiuta con l’arresto. Disapprovai ugualmente la lettera, trovandola una espressione di slealtà e di doppio gioco; ma, nella discussione seguitane, mi resi conto che essa sarebbe stata inviata in ogni modo.

Insistetti allora perché venissero tolte le frasi di impegno di tutela su Mussolini, da parte del Governo, dicendo: «poiché lo avete arrestato, il capo del fascismo potrebbe divenire per noi, se non altro, mezzo di scambio, adatto a dimostrare la nostra buona fede agli Alleati e forzandolo, cosí, a chiudere la sua rovinosa carriera bellica, con un servizio utile all’Italia». Nessuno discusse la mia proposta, ma la formula impegnativa della lettera venne molto mitigata.

Mi venne chiesto, poi, se fossi disposto a recare la lettera personalmente a Mussolini, nella Caserma Carabinieri, dove era detenuto. Rifiutai; venni invitato a suggerire il nome di un generale idoneo all’incarico e indicai il generale Ernesto Ferone, il quale venne convocato subito Palazzo Vidoni e inviato a Mussolini.

1403–1404

Che l’iniziativa di inviare a Mussolini la lettera fosse di Vittorio Emanuele III lo ha sostenuto anche G. Artieri (sulla base di quanto dettogli anni dopo da Umberto II), secondo il quale il sovrano, non fidandosi di Badoglio («che alla soppressione [dell’ex “duce”] aveva pensato» e avrebbe pensato ancora nei giorni successivi «e della congiura era capo e principale moderatore»), voleva con essa «accertarsi dell’incolumità del suo ex primo ministro e ottenere, con la risposta, la prova»707.

Secondo un’altra interpretazione, la lettera sarebbe stata invece tutta farina del sacco di Badoglio, desideroso di procurarsi un pezzo di carta di cui servirsi per convincere quei fascisti che non volevano rassegnarsi a quanto era avvenuto e che si preoccupavano per la sorte del «duce» a non creargli difficoltà e ad adeguarsi disciplinatamente alle disposizioni del nuovo governo708.

Anche per Mussolini l’iniziativa della lettera sarebbe stata tutta di Badoglio. Come avrebbe scritto nella Storia di un anno709, essa non aveva però uno scopo politico, ma era il prodotto della «perfidia» del maresciallo, che scrivendogliela aveva voluto convincerlo che la parola del re circa l’incolumità personale sarebbe stata rispettata e che la crisi non sarebbe uscita dall’orbita del regime, cioè del fascismo, perché Badoglio aveva dato troppe volte esplicita solenne adesione al Partito, nel quale era regolarmente iscritto, insieme con tutti i membri della famiglia, moglie compresa; aveva ricoperto troppe alte cariche nel regime; aveva assolto mandati politico-militari troppo importanti; aveva accettato troppi onori e quattrini, che tutto era possibile pensare, meno l’ipotesi del tradimento, preparato e macchinato da mesi e forse dall’epoca del suo allontanamento dalla carica di capo di Stato Maggiore generale.

1404–1405

Ma che a questa interpretazione, tutta polemica e chiaramente post factum, non si possa dar credito è dimostrato dal fatto che Mussolini, se in un primo momento rispose piuttosto sdegnosamente al generale Ferone, che, in base a quanto Badoglio aveva scritto nella lettera, gli aveva chiesto dove avrebbe preferito recarsi, affermando di non poter dare alcuna indicazione, poiché non possedeva nulla, «né case né ville» sicché «dovunque sarebbe stato un ospite che avrebbe potuto dar fastidio», quando il generale gli accennò alla Rocca delle Caminate, si rischiarò subito e – detto che non l’aveva indicata «solo perché la considerava non sua, ma pertinente alla carica che aveva ricoperto» – si affrettò a dettargli una risposta in quattro punti710 che, anche tenendo conto del suo stato di prostrazione fisica e morale, non autorizza certo a pensare che si fosse reso conto della «perfidia» di Badoglio:

  • 1) Desidero ringraziare il maresciallo d’Italia Badoglio per le attenzioni che ha voluto riservare alla mia persona.
  • 2) Unica residenza di cui posso disporre è la Rocca delle Caminate, dove sono disposto a trasferirmi in qualsiasi momento.
  • 3) Desidero assicurare il maresciallo Badoglio, anche in ricordo del lavoro comune svolto in altri tempi, che da parte mia non solo non gli verranno create difficoltà di sorta, ma sarà data ogni possibile collaborazione.
  • 4) Sono contento della decisione presa di continuare la guerra cogli alleati, cosí come l’onore e gli interessi della Patria in questo momento esigono, e faccio voti che il successo coroni il grave compito al quale il maresciallo Badoglio si accinge per ordine e in nome di Sua Maestà il re, del quale durante ventuno anni sono stato leale servitore e tale rimango. Viva l’Italia!
1405

Sempre nella Storia di un anno711 Mussolini avrebbe parlato con sdegno di «commedia della “residenza privata”» inscenata e portata avanti con lui per tutto il 26 e gran parte del 27 luglio, dandogli a credere imminente una sua partenza per la Rocca delle Caminate, tanto che, quando nella serata del 27 gli fu detto che era arrivato l’ordine di partire, non avrebbe avuto dubbi sulla destinazione. Solo allorché si era accorto che la macchina si dirigeva verso sud si sarebbe reso conto dell’inganno:

Mussolini non domandò nulla, convinto che la meta del viaggio notturno fosse la Rocca delle Caminate. Le tendine erano abbassate, ma non i vetri; da uno spiraglio, Mussolini si avvide che la macchina passava davanti all’ospedale di Santo Spirito. Non si andava dunque verso la Flaminia, ma verso l’Appia. Agli innumerevoli posti di blocco, i carabinieri, avvertiti dalle staffette, si limitavano a far rallentare un poco la corsa della macchina. Giunto all’imbocco della grande strada per Albano, Mussolini domandò:

  • Dove andiamo?
  • Verso il sud.
  • Non alla Rocca?
  • È venuto un altro ordine.

… Dopo Cisterna, la macchina rallentò la sua corsa. I discorsi cessarono. Il Pòlito, che aveva continuamente fumato, abbassò il vetro e chiamò il colonnello dei carabinieri Pelaghi per sapere dove erano.

  • Vicino a Gaeta, rispose.
  • È Gaeta la mia nuova residenza?, chiese Mussolini. Forse dove fu relegato Mazzini? Troppo onore.
  • Non è ancora stabilito! ribatté Pòlito.

Giunti a Gaeta, deserta, un uomo si fece incontro agitando una lampadina. La vettura si fermò e un ufficiale di Marina disse: Al molo Ciano!

Ivi attendeva l’ammiraglio Maugeri, che accompagnò Mussolini alla corvetta Persefone. Di lí a poco levò le ancore. Già albeggiava. Mussolini scese nella cabina insieme con gli ufficiali che lo scortavano. In vista dell’isola di Ventotene, a giorno fatto, la corvetta si fermò. L’ispettore Pòlito scese per vedere se l’isola fosse conveniente per ospitare Mussolini. Di lí a poco tornò e lo escluse. Nell’isola c’era un presidio germanico. La corvetta proseguí allora per l’isola di Ponza, dove, entrata nella rada, gettò le ancore alle tredici del giorno 28 luglio. Pòlito venne verso Mussolini e, indicandogli una casa verdastra, seminascosta da grandi pescherecci in disarmo, disse:

Quello è il vostro domicilio temporaneo!

1406

Nonostante si sforzasse di nascondere l’agitazione della quale era in preda, le parole che a questo punto Mussolini rivolse a Maugeri rendono chiaramente l’irritazione e la delusione che lo pervadevano. Cosí l’ammiraglio ha narrato la scena712:

«Ammiraglio, perché queste inutili vessazioni? Sono da domenica scorsa completamente isolato, non mi hanno dato notizie della mia famiglia, sono senza un soldo, con il vestito che mi vedete indosso. Ho qui una lettera di Badoglio in cui si parla di un grave complotto contro di me». Mi legge la lettera di Badoglio, che è scritta in forma impersonale: «Il Capo del Governo informa, ecc.». Mussolini è incredulo circa il complotto. «Avevo la garanzia di chi me la poteva dare. Mi hanno domandato dove volevo andare, mi hanno promesso che sarei potuto andare alla Rocca delle Caminate. Ieri il Colonnello comandante la legione dei Carabinieri, gentilissimo, mi ha informato che tutte le disposizioni erano state prese al riguardo. Ho chiesto se potevo andare in aereo per non essere visto; mi è stato risposto di no. Quando ieri sera mi sono messo in macchina, ero sicuro che si partiva per le Caminate. Malgrado le cortine abbassate, ho visto che si passava per Santo Spirito, per l’Appia anziché per la Salaria. Ho domandato dove andavamo, ma non erano autorizzati a dirmelo. Ho pensato alla fortezza di Gaeta; mi sono venuti in mente, sapete, Fieramosca, Mazzini, pur essendo assai meno di loro. Ora mi si fa fare il giro delle isole, mi si porta a Ponza, dove è Zaniboni che attentò alla mia vita e che io graziai. Perché mi si fa tutto questo? Io non feci cosí nel ’22. Lasciai libero Facta e poi lo feci senatore, io. Lasciai libero Bonomi; sono rimasto amico di Orlando che rispetto e stimo. Ciò non è cavalleresco, non è generoso, non è di stile, è controproducente. Dopo tutto, ho lavorato 21 anni per l’Italia, ventun anni. Ho anch’io una famiglia, ho dato un figlio alla Patria. Eppure Badoglio ha lavorato con me diciassette anni».

Che Mussolini potesse sentirsi vittima di un inganno è comprensibile, meno che non si rendesse conto di costituire per Badoglio e il suo governo un grosso problema politico e che la soluzione Rocca delle Caminate era politicamente improponibile e inattuabile. Quali che fossero i segreti propositi di Badoglio nei suoi confronti e i sentimenti dei romagnoli verso di lui, è infatti fuori discussione che il suo trasferimento, sia pure in un regime di semi libertà, di arresti domiciliari, alla Rocca avrebbe voluto dire o consegnarlo praticamente ai tedeschi o doversi scontrare subito con essi, offrendo loro il migliore e piú «onorevole» pretesto per intervenire manu militari.

Né, del resto, Mussolini poteva essere tenuto ancora a Roma. A parte le difficoltà oggettive di serbare il segreto sul luogo in cui era custodito e che era frequentato da decine di persone che giornalmente sciamavano in città, vi erano quelle derivanti dall’interesse, dalla curiosità, dalla partecipazione umana che vari dei suoi custodi provavano nei suoi confronti.

1407–1408

Né, per quel che se ne sa, poteva essere sottovalutato il fascino che, nonostante tutto, la sua personalità continuava talvolta ad esercitare persino su coloro che avevano la responsabilità della sua sorveglianza. Tipico il caso del colonnello Chirico, comandante la legione carabinieri, che «trovandosi nelle condizioni di un novello Las Casas, aveva iniziato la raccolta delle impressioni e dei detti memorabili del prigioniero» e l’aveva continuata nonostante i richiami del comandante generale dell’Arma e il sequestro di una prima parte delle note che aveva redatto713. Stante questa situazione, è piú che comprensibile che il 27 luglio, entrato il nuovo governo in funzione e tenutosi il primo consiglio dei ministri, Senise fosse stato incaricato di sollevare con Badoglio la questione del trasferimento di Mussolini in un posto piú adatto e sicuro e del tipo di regime al quale il prigioniero vi sarebbe stato sottoposto714. La scelta del posto era caduta su Ventotene o Ponza, quanto al regime al quale sottoporlo, esso doveva tendere ad impedirgli di avere qualsiasi forma di contatto fuori dal ristretto ambito del personale al quale era affidata la sua sorveglianza. In caso di azioni volte a liberarlo, questo si sarebbe dovuto attenere al principio che non doveva «cadere vivo» nelle mani dei suoi liberatori. Per il resto, essendo praticamente ma non formalmente un prigioniero, doveva essere trattato con tutti i riguardi.

Già nei primissimi giorni della sua detenzione, a Roma, ma soprattutto a Ponza e a La Maddalena Mussolini affermò piú volte di considerare la propria carriera politica finita e di essere «politicamente defunto». In questi termini si espresse, per fare due soli esempi, col maresciallo dei carabinieri di Ponza («la mia carriera politica è finita») e con l’ammiraglio Maugeri («io sono politicamente defunto»)715. Annotazioni anche piú drastiche appaiono nei Pensieri pontini e sardi. Il 14 agosto, dopo un colloquio con l’ispettore generale Pòlito da cui aveva avuto praticamente per la prima volta un po’ di notizie sugli avvenimenti seguiti al suo arresto, sullo stato d’animo degli italiani e il crollo dell’edificio fascista, annotò716:

Il colloquio è durato circa un’ora e mezzo. Anche volendo tener conto del «colore» che i funzionari di Pubblica Sicurezza usano dare ai loro rapporti, sono giunto a due conclusioni: 1) il mio sistema è disfatto; 2) la mia caduta è definitiva... Il sangue, la infallibile voce del sangue, mi dice che la mia stella è tramontata per sempre.

E questa conclusione ribadí il giorno dopo, corredandola di una nota per noi assai indicativa per cercare di cogliere la sua condizione psicologica, il suo stato d’animo e, dunque, il valore da attribuire a queste sue reiterate affermazioni717:

1408

Quando un uomo crolla col suo sistema, la caduta è definitiva, soprattutto se quest’uomo ha passato i sessant’anni.

I Pensieri pontini e sardi testimoniano chiaramente che specie nel primo periodo della sua detenzione, Mussolini attraversò momenti di profondo abbattimento e di sconforto, dai quali si sarebbe cominciato a riprendere solo a La Maddalena, tant’è che Maugeri ebbe il dubbio che non si ritenesse «proprio del tutto “politicamente defunto”, come mi aveva dichiarato nel corso del trasferimento a Ponza»718. In questo periodo egli visse, come scrisse alla sorella Edvige719, in un assoluto stato di isolamento e prostrazione morale, che non gli faceva neppur sentire il peso della totale mancanza di notizie in cui era tenuto («nemmeno desidero i giornali»), avendo, forse, un unico vero desiderio, struggente e nostalgico, quello di tornare a vivere nella «sua» Romagna. Del resto, specie all’inizio, sembrava non curarsi di nulla, accettando fatalisticamente ciò che era avvenuto, forse, anche qui con una sorta di senso di liberazione e di autoumanizzazione720. Tipica è l’annotazione con la quale si aprono i Pensieri721:

Tutto quello che è accaduto doveva accadere, poiché se non fosse dovuto accadere non sarebbe accaduto.

Ciò non gli impediva, certo, di ripercorrere nel suo intimo e con le poche persone con le quali aveva la possibilità di parlare le varie tappe della sua vita politica e, soprattutto, le vicende piú recenti, della guerra e, in particolare, quella di quel drammatico 28 giugno in cui la «ruota della fortuna» aveva girato il suo corso ed egli aveva cominciato a sentirsi angustiato da «un presentimento continuamente crescente della crisi che lo avrebbe travolto»722, e di porsi una serie di interrogativi sul tipo di questo723:

Venti anni di lavoro sono stati distrutti in poche ore. Mi rifiuto di credere che non vi siano piú fascisti in Italia... Il fascismo era una iniziativa che ha interessato il mondo ed indicato nuove strade. È impossibile che tutto sia crollato. Quando ripenso oggi ai compiti, alle realizzazioni, al lavoro ed alle speranze di questi venti anni mi chiedo: ho forse sognato? Era tutta un’illusione? Era tutto superficiale? Non vi era nulla di profondo?

1409–1410

E di ripercorrerle giungendo, a seconda dello stato d’animo via via prevalente, a considerazioni talvolta in contraddizione tra loro. Un giorno pessimistiche e rassegnate724:

il ricordo di me e del mio destino sarà cancellato fra pochi anni e si estinguerà subito dopo;

un altro giorno, sopraffatto dalla sua passione per i paragoni storici, per cui la «Persefone» diventava la «Bellerophon» e Ponza o La Maddalena Sant’Elena, si domandava «perché un uomo molto piú piccolo non dovrebbe avere un destino eguale o simile»725 e scriveva alla sorella: «se non gli uomini, il tempo mi renderà giustizia, e distribuirà il peso delle responsabilità»726. Ma le ripercorreva, come acutamente intuí ben presto l’ammiraglio Maugeri, con uno spirito tutto particolare: anche quando sembrava piú polemico, contro i tedeschi, l’impreparazione e il tradizionalismo dei militari, gli errori fatti nell’educazione della gioventú e la mancanza di carattere degli italiani («tutte le altre doti, resistenza, sobrietà, intelligenza, le hanno: il carattere no»727), guardava agli eventi di cui parlava «come fa uno storico, che si metta a distanza di anni, che consideri se stesso come una terza persona e non come l’attore principale di questa immane tragedia della patria»728, senza mai scaldarsi veramente o, comunque, evitando di scendere in polemica diretta con la persona con la quale stava parlando; se perché, tutto sommato, certi problemi li sentiva ormai meno o se perché temeva di essere messo nella condizione di dover consentire con le obiezioni mossegli è difficile dire; a meno di non accettare l’ipotesi avanzata dal Giudice729 che per lui ormai il reale problema era un altro: la ricerca di una nuova immagine di se stesso alla quale ancorarsi e, dunque, giustificarsi agli occhi propri e altrui. Con Maugeri, per esempio, una volta sola sembrò veramente irritarsi, quando, durante il viaggio da Ponza a La Maddalena, l’ammiraglio gli disse che il suo trasferimento era stato dettato dal timore di un colpo di mano tedesco per liberarlo e gli fece capire che a Roma si temeva un suo ritorno sulla ribalta politica al loro fianco. Di fronte a questo sospetto, a questa «insinuazione», ebbe un’immediata ribellione di sdegno:

1410

Questa è la piú grande delle umiliazioni che mi si può infliggere. E si può pensare che io possa andarmene in Germania e tentare di riprendere il governo con l’appoggio tedesco? Ah no davvero!

che a Maugeri sembrò sincera730 e, molto probabilmente, non a torto.

Il perché in quel momento l’ammiraglio assai probabilmente non si sbagliava – ma i fatti l’avrebbero di lí a poco piú di un mese clamorosamente smentito – è una questione che non attiene al periodo che abbiamo sin qui trattato, ma al successivo, a quello che seguí la liberazione, dopo l’8 settembre, di Mussolini ad opera dei tedeschi sul Gran Sasso, dove, nel frattempo, era stato trasferito per ordine di Badoglio che temeva che i tedeschi avessero scoperto che era a La Maddalena e si accingessero a liberarlo731. E quando diciamo che non attiene a questo periodo, ma al successivo non lo diciamo per un culto feticistico della cronologia, ma perché solo entrando nel dettaglio della vicenda dell’8 settembre e delle sue conseguenze politiche, militari, morali e psicologiche è possibile capire non solo le successive vicende italiane, ma anche quella personale, umana e politica di Mussolini. Di un uomo che da allora alla sua morte fisica non sarebbe stato che l’ombra, il fantasma del Mussolini morto politicamente il 25 luglio.

Note


  1. Mussolini, XXXIV, p. 289. ↩

  2. Cfr. U. Cavallero, Diario cit., pp. 511 sg. (21 e 22 ottobre 1942). Del punto di vista di Mussolini Cavallero aveva subito informato von Rintelen e di tutta la questione discusse con Kesselring in una riunione ad hoc tenuta a Taormina presso la sede del comando tedesco il 22 ottobre, alla quale intervennero anche Fougier, Girosi e von Rintelen. Cfr. SME - Uff. storico, Verbali delle riunioni cit., III, pp. 858 sgg. ↩

  3. Cfr. U. Cavallero, Diario cit., p. 491. E. Rintelen, Mussolini l’Alleato cit., p. 165, conferma quanto riferito da Cavallero affermando che Rommel «era entrato nel convincimento che l’Armata corazzata nella posizione di El Alamein poteva opporsi a ogni attacco britannico». ↩

  4. Cfr. K. Assmann, Anni fatali per la Germania cit., pp. 224 sgg. L’OKW era per altro convinta che se lo sbarco avesse avuto luogo sarebbe stato assolutamente necessario, per difendere da occidente la Libia, prevedere un controsbarco in Tunisia d’accordo o contro i francesi secondo l’atteggiamento che questi avrebbero assunto (cfr. AUSSME, Diario storico del Comando Supremo, 21 ottobre 1942). ↩

  5. Cfr. ivi e U. Cavallero, Diario cit., alle date dal 1º all’8 novembre 1942; nonché G. Ciano, Diario cit., p. 664 (6 novembre 1942); W. Warlimont, Cinq ans au G.Q.G. de Hitler cit., pp. 152 sgg. ↩

  6. Per l’atteggiamento della Turchia in questo periodo cfr. M. A. Di Casola, Turchia neutrale (1943-1945). La difesa degli interessi nazionali dalle pressioni alleate, Milano 1981, pp. 7 sgg. ↩

  7. A chiarire i termini politici della strategia alleata dovettero contribuire non poco le notizie e le valutazioni della situazione trasmesse a Roma sin dall’inizio di settembre dalla legazione a Lisbona. Particolarmente significativi sono a questo proposito due rapporti del ministro Fransoni in data 1º e 16 settembre 1942 (Asmae, Affari politici, Italia, b. 81, 1942, fasc. «Rapporti politici»). ↩

  8. Cfr. Aussme, Diario storico del Comando Supremo, 8 novembre 1942; nonché U. Cavallero, Diario cit., p. 550. ↩

  9. Per le reazioni francesi e l’atteggiamento di Vichy di fronte allo sbarco anglo-americano nel Nord Africa cfr. J. B. Duroselle, L’abîme (1939-1945) cit., pp. 377 sgg. Sull’incontro di Monaco cfr. Adap, s. E, IV, pp. 285 sgg. (colloquio del 9 novembre tra Hitler e Ciano) e pp. 301 sgg. (colloquio del 10 novembre tra Hitler, Ciano, Laval); nonché G. Ciano, Diario cit., pp. 665 sg. (9-11 novembre 1942). ↩

  10. Cfr. ibid., p. 665 (9 novembre 1942). ↩

  11. Cfr. a questo proposito W. Churchill, La seconda guerra mondiale, IV, II, p. 283. ↩

  12. Cfr. AUSSME, Diario storico del Comando Supremo, 12 novembre 1942. ↩

  13. Il «potenziamento delle forze armate» era stato posto da Mussolini e da Cavallero all’ordine del giorno già prima della controffensiva inglese in Egitto e dello sbarco alleato nel Nord Africa francese. A questo scopo i responsabili e i tecnici degli stati maggiori e dei ministeri delle tre armi, del Frabbriguerra, dei Trasporti e degli Scambi e valute avevano tenuto numerose riunioni per definire le necessità e le loro priorità, le disponibilità di materie prime e di mano d’opera e le possibilità che in base ad esse si prospettavano. Questo primo ciclo di riunioni si era concluso il 27 settembre con una riunione tra Mussolini, Cavallero e Favagrossa (se ne veda il verbale in SME - Uff. Storico, Verbali delle riunioni cit., III, pp. 838 sgg.) e il 1º ottobre con un’altra riunione allargata a tutti i responsabili e tecnici militari del settore. Di questa seconda riunione, a palazzo Venezia, si conserva il verbale in due stesure, una prima, in AUSSME, Diario Cavallero, ottobre 1942, Allegati, e una seconda «ufficiale», con varianti non sostanziali, pubblicata in SME - Uff. Storico, Verbali delle riunioni cit., IV, pp. 263 sgg.

    La riunione fu introdotta da Mussolini con una premessa che merita di essere ricordata, oltre che per il franco riconoscimento della gravità della situazione nella quale si trovavano le forze armate, per quattro motivi almeno. 1) L’affermazione che sul fronte africano occidentale non vi era «nulla o quasi nulla». «È un fronte vuoto». «Il giorno in cui la Francia fosse occupata» – si noti l’osservazione che mostra quanto poco il «duce» si fidasse dei francesi e pensasse all’eventualità di una occupazione del paese già prima del novembre – «il governo si impianterebbe ad Algeri, diventerebbe alleato degli anglo-sassoni e fornirebbe loro i territori di sbarco che oggi dice che difenderebbe. La Francia diventerebbe alleata del nemico». Da qui la sua conclusione: «noi dobbiamo avere in Tripolitania le forze per occupare la Tunisia prima che le forze anglo-sassoni possano sbarcare»; 2) Il riconoscimento di essersi sbagliato quando una quindicina di anni prima si era opposto alla costruzione di navi portaerei, credendo che esse «sarebbero state utili solo se noi avessimo dovuto batterci oltre lo stretto di Gibilterra», mentre ora si era dovuto convincere che «senza le navi porta aerei non si può accettare battaglia... Esse sono il parapioggia delle nostre forze navali». 3) E, piú in generale, il riconoscimento che molti tipi di navi e di aerei si erano dimostrati sbagliati, inidonei alle esigenze belliche, tecnicamente inferiori a quelli nemici. 4) Per l’esplicita ammissione di non attendersi grandi aiuti, specie in materie prime; ammissione alla quale per altro non volle dare, contrariamente a ciò che effettivamente pensava, alcun significato polemico. «Anche la Germania si trova in difficoltà in alcuni settori, come ad esempio mano d’opera e trasporti. Sarebbe iniquo e falso attribuire mancanza di buona volontà. Specialmente per quanto riguarda la Marina la collaborazione è perfetta. È chiaro che il programma nostro è in relazione a ciò che la Germania ci può dare. Verranno prospettate le nostre necessità all’OKW e speriamo che possa darci quello che occorre». A questi motivi se ne può aggiungere infine un altro. In uno dei suoi vari interventi nel corso della riunione a commento dei problemi via via esaminati, Mussolini tornò sulla questione dell’«anticipato» scoppio del conflitto affermando che «tutte le deficienze prospettate» derivavano «dal fatto che l’Italia secondo gli accordi avrebbe dovuto entrare in guerra solo nel 1942», ma anche qui senza polemizzare con i tedeschi: «la storia – si limitò a dire per giustificare l’intervento del giugno 1940 – non può scegliere né orari né itinerari» e ad affermare che dall’esposizione fatta dai vari partecipanti alla riunione emergeva che «le difficoltà sono inferiori a quelle che si temevano»: «la situazione non è brillante, ma dà relativa tranquillità». Sicché, in ultima analisi, pur rimanendo ancora delle incognite da risolvere e delle preoccupazioni, i programmi per il 1943 delineati nel corso della riunione potevano essere considerati nel complesso non irrealistici. ↩

  14. Cfr. AUSSME, Diario storico del Comando Supremo, 1º febbraio 1943. ↩

  15. Cfr. ivi, 10-30 novembre 1942 e in particolare negli Allegati del mese di novembre, la «Sintesi degli argomenti svolti nella riunione della sera del 17 novembre 1942-XXI presso il Comando Supremo, partecipanti i Capi di S.M. delle FF.AA. e il sottosegretario di Stato alla Guerra» e il «Promemoria» in data 30 novembre 1942 sulla situazione generale nel Nord Africa.

    L’ordine di tenere ad ogni costo la posizione di El Agheila fu confermato a Rommel alcuni giorni dopo anche da Hitler. Allorché però gli inglesi si spinsero sino alla zona a est e a sud-est di Tripoli, Mussolini, messo da Rommel di fronte all’alternativa di una resistenza ad oltranza, che avrebbe fatto guadagnare ancora un certo tempo, ma che si sarebbe inevitabilmente conclusa con l’annientamento delle forze italo-tedesche, e uno sganciamento che consentisse di portare sulle posizioni del Mareth la «massa corazzata ancora atta al combattimento», il 21 gennaio 1943 avrebbe dato l’ordine di ripiegamento in Tunisia. ↩

  16. Per le operazioni in Africa settentrionale dal novembre 1942 al maggio 1943 cfr. E. Faldella, Revisione di giudizi cit., pp. 503 sgg.; Il XXX Corpo d’armata italiano in Tunisia, relazione del generale V. Sogno, Roma 1952; G. Messe, La mia armata in Tunisia. Come finí la guerra in Africa, Milano 1960; G. Giorgerini, La battaglia dei convogli in Mediterraneo, Milano 1977, pp. 163 sgg.; E. Rommel, Guerra senza odio cit., pp. 303 sgg.; A. Kesselring, Memorie di guerra cit., pp. 139 sgg. ↩

  17. In un promemoria (n. 122) dedicato al problema del rifornimento della Tripolitania e alla impossibilità per la Marina di proteggere sia il traffico con Tunisi sia quello con Tripoli, il 29 novembre 1942 Supermarina riassumeva la situazione in questi termini:

    «Le forze leggere della flotta italiana sono state sottoposte per due anni e mezzo ad un regime di sforzo superiore ad ogni possibilità di resistenza del materiale e del personale. Le unità perdute sia nel servizio di scorta che in quello diretto di trasporto di materiali sono state molte: 53 su 128 che ne possedevamo all’inizio della guerra, mentre ne sono entrate in servizio 19. Le unità che hanno bisogno di lavori e di riparazioni assolutamente improrogabili si vanno facendo ogni giorno piú numerose: ammontano oggi a 39 sulle 94 esistenti. Gli stabilimenti di lavoro non sono piú in condizioni di provvedere alla sollecita riparazione di tante unità insieme.

    A questo logoramento sono state sottoposte non solo le unità per loro natura destinate al servizio dei convogli (avvisi scorta), ma anche tutte le torpediniere che erano state progettate per azioni di vigilanza e di offesa nel Canale di Sicilia e altrove, nonché i grandi cacciatorpediniere di Squadra, per dimensioni ed armamento poco adatti alla scorta dei convogli e, del resto, oggi cosí ridotti in numero (solo 19 di tipo moderno e 7 di tipo antiquato) da costringere spesso le Forze navali all’immobilità, come è avvenuto nel caso dell’ultimo convoglio di rifornimento di Malta, quando i soli quattro CT presenti nello Jonio erano impiegati per servizio di scorta o per trasporto diretto di benzina.

    La situazione attuale delle navi che è possibile adibire permanentemente alle scorte (cacciatorpediniere antiquati, torpediniere vecchie e nuove, avvisi scorta) è la seguente:

    Unità pronte —— 36

    Unità in riparazione —— 32

    Con 36 unità, anche mettendo continuamente a concorso i cacciatorpediniere delle Squadre, anche rinunziando ad ogni possibilità di caccia sistematica ai sommergibili, non vi è la possibilità di assicurare protezione sufficiente ai traffici in atto e cioè: rifornimento della Tunisia, della Tripolitania, della Corsica, della Grecia, della Dalmazia, dell’Albania, traffico Egeo, traffico delle cisterne di nafta, rifornimento di combustibili dalla Sardegna per il continente.

    Va tenuto presente che una scorta navale per adeguarsi alle offese aeree di oggi dovrebbe essere molto numerosa: l’ultimo convoglio inglese arrivato a Malta proteggeva 4 navi da carico con 3 incrociatori e 18 fra cacciatorpediniere e navi scorta.

    Le nostre navi sfidano invece tutti i giorni il nemico avendo nella migliore delle ipotesi 2 unità di scorta per ciascuna, e spesso meno; molte volte vanno senza scorta. Ma nessuno sforzo, nessun rischio è mai sembrato eccessivo e nonostante le grandi perdite le partenze sono continuate sempre senza interruzione.

    Il problema è reso piú grave dal fatto che le nuovissime motonavi veloci da carico sono quasi tutte scomparse; non ne avanzano che 5 valide, delle 31 che ne possedevamo. Vanno anche scomparendo i piroscafi di media velocità (10 nodi) e si deve ricorrere a quelli di 8 ed anche di 7, ciò che raddoppia l’onere delle scorte perché raddoppia la durata del viaggio...

    Le navi sottili hanno dovuto in questo periodo, come in altri momenti, provvedere anche a quella forma essenziale della difesa del traffico che sono gli sbarramenti di mine. Si deve proprio allo sbarramento completo del Canale di Sicilia, tanto faticosamente eseguito, quello che forse è oggi il maggior vincolo alle possibilità operative del nemico in tutti i mari, e cioè la chiusura, per lui, della via mediterranea. Il completamento e il rinnovo di questo sbarramento esige l’impiego di numerose unità minori che sono da prendere sempre tra le stesse.

    Il problema è complicato dalla deficienza della nafta e dalla difficoltà di farla affluire in tutti i porti dai quali è necessario che parta il traffico. Cosí la mancanza di nafta a Tripoli, in seguito all’affondamento delle unità che la trasportavano, ha contribuito a ritardare molti movimenti.

    Nell’occasione occorre mettere in luce che se non verrà aumentato l’attuale programma di rifornimento di nafta per il mese di dicembre è presumibile che fra tre settimane dovremo sospendere ogni trasporto. Come è noto in questo momento le corazzate e gran parte degli incrociatori della flotta sono vuoti o semivuoti.

    Cosí la mancanza di combustibile e la mancanza di scorte, l’una e l’altra dovute al consumo per il rifornimento della Libia, ci hanno tolto al momento opportuno ogni possibilità di gettare contro le forze navali nemiche operanti nel Nord Africa Francese il peso della nostra Flotta da combattimento, peso che avrebbe potuto avere una parte decisiva.

    Nelle previsioni sulle possibilità del traffico è indispensabile tener presente che nei mesi invernali la percentuale dei giorni nei quali essi sono ostacolati dal cattivo tempo è molto alta, specialmente nella zona del Canale di Sicilia.

    L’aver dovuto forzare il mare tempestoso della passata settimana ha messo temporaneamente fuori servizio non meno di 7 unità.

    La presenza a Malta di una forte aviazione da caccia, che si era già dimostrata molto pericolosa con i mitragliamenti a bassa quota delle unità navali di scorta, ha in questi ultimi giorni presentato un nuovo aspetto; quello di rendere impossibile la scorta antisommergibile ai convogli nella zona di 150 mg intorno a Malta. In una settimana sono stati perduti in questo modo 7 idrovolanti dell’Aviazione per la Marina e 7 apparecchi di Armata...

    Elemento fondamentale che incide sulle possibilità di alimentazione della Libia ed anche della Tunisia è il potere aereo nel quale il nemico è venuto gradatamente acquistando una decisa superiorità. Questa supremazia potrebbe essere contrastata in un solo modo: riprendendo una potente azione offensiva a fondo contro la base aerea che per la sua posizione ha il massimo peso sul nostro traffico e cioè su Malta. Una simile azione, anche senza raggiungere gli effetti totalitari che se ne potevano sperare in passato e che in parte furono temporaneamente raggiunti nel maggio scorso, avrebbe però certamente l’effetto di riportare il problema in condizioni di possibile soluzione» (AUSSME, Diario Cavallero, novembre 1942, Allegati). ↩

  18. In novembre giunsero a Tripoli tredici navi da trasporto con 32 371 tonnellate di materiale (che vennero sbarcate al ritmo giornaliero di 1753 tonnellate), 132 carri armati e 620 automezzi. Nello stesso periodo andarono perdute cinque navi con 12 500 tonnellate di carico. ↩

  19. AUSSME, Diario storico del Comando Supremo, sub data. ↩

  20. Cfr. DDI, s. IX, IX, pp. 321 sg. ↩

  21. Cfr. la ricca documentazione relativa alle richieste avanzate ai tedeschi delle forze armate italiane dal novembre 1942 al giugno 1943 in NAW, Collection of italian military records, I.T., 170, «Comando Supremo. Richieste di Armi e Materiali vari (28 novembre 1942 - 6 giugno 1943)», nonché il riepilogo cronologico di esse, con l’indicazione sommaria del loro esito, redatto in data 16 luglio 1943 dal Comando supremo sotto forma di promemoria per il ministero degli Esteri, in DDI, s. IX, X, pp. 666 sgg. ↩

  22. Cfr. U. CAVALLERO, Diario cit., p. 710. ↩

  23. Da un promemoria interno dell’Ufficio Economia di guerra del Comando supremo in data 23 febbraio 1943 risulta che al 31 dicembre 1942 il credito dell’Italia ammontava a 5 miliardi e 298 milioni di lire contro un debito di 2 miliardi e 527 milioni. Cfr. NAW, Collection of italian military records, I.T., 1396, «Comando Supremo. Documenti riservati (gennaio-maggio 1943)». ↩

  24. Il fabbisogno di materiali dell’Esercito per la «piena efficienza» delle grandi unità mobili e di quelle costiere alle quali era affidata la difesa dell’Italia e della Grecia era riassunto dal Comando supremo il 28 novembre 1942 in questa tabella (cfr. ivi, I.T., 170):

    Materiali —— Per divisioni mobili —— Per divisioni costiere —— Totale

    Cannoni di piccolo calibro / e medio calibro a traino meccanico —— 240 —— 132 —— 372

    Cannoni anticarro o semoventi —— 480 —— 900 —— 1 380

    Cannoni contraerei —— 240 —— – —— 240

    Cannoni da posizione costiera —— – —— 280 —— 280

    Carri armati —— 700-800 —— – —— 700-800

    Autocarri —— 4 400 —— – —— 4 400

    Mine anticarro —— – —— 1 500 000 —— 1 500 000

    Tenuto conto di questo fabbisogno, il Comando supremo inoltrò nelle settimane successive all’OKW varie richieste indicando le necessità medie settimanali per la difesa dell’Italia e della Grecia (isole dell’Egeo comprese) e cioè

    Italia —— Italia —— Grecia —— Grecia

    Cannoni di piccolo calibro / e medio calibro a traino meccanico —— 144 —— 288 —— 42 —— 84

    Cannoni controcarro —— 456 —— 912 —— 234 —— 468

    Cannoni contraerei —— 78 —— 156 —— 42 —— 84

    Cannoni da posizione costiera —— 100 —— 200 —— 40 —— 80

    Carri armati —— 500 —— 600 —— 100 —— 150

    Automezzi —— 1 600 —— 3 200 —— 600 —— 1 200

    Mine anticarro —— 500 000 —— 1 000 000 —— 250 000 —— 500 000

    Il 27 febbraio 1943, dopo un incontro con il generale Warlimont, capo reparto dell’Ufficio operazioni dell’OKW, Ambrosio riassunse il complesso delle richieste italiane, nuove e già fatte (ma non ancora soddi-

    sfatte dai tedeschi), che il Comando supremo considerava necessario che l’OKW soddisfacesse piú urgentemente, in un appunto (cfr. NAW, Collection of italian military records, I.T., 170), comprendente, oltre quelle dell’Esercito, anche quelle della Marina e dell’Aeronautica e riguardanti tutti gli scacchieri, Africa compresa e cioè:

    Per l’Esercito:

    carri armati —— n. —— 750

    cannoni p.c. e m.c. a T.M. —— » —— 274

    cannoni c.c. mobili —— » —— 288

    cannoni c.c. da posizione —— » —— 520

    cannoni contraerei —— » —— 240

    radiolocalizzatori «Felino» —— » —— 40

    radiolocalizzatori «Volpe» —— » —— 226

    mine anticarro —— » —— 750 000

    autocarri —— » —— 7 400

    Per la Marina:

    • a) aumento di sommergibili in Mediterraneo;
    • b) nafta:
    • assegnazione straordinaria immediata di 30 000 tonn. per completare unità da guerra pronte ed oggi vuote;
    • assegnazione mensile, oltre i quantitativi occorrenti per il traffico e servizi generali, che ora si aggirano sulle 50 000 tonn. mese, di 20 000 tonn. per eventuali operazioni navali e per costituire una riserva operativa di 40 000 tonn.

    Raggiunta questa riserva le assegnazioni mensili dovranno solamente compensare il consumo. In questa cifra è compresa la nafta proveniente dalla Romania la cui quantità è variabile da mese a mese.

    • c) mezzi tecnici:

    – radiotelemetri «Dete» —— n. —— 43

    – apparati «Freia» —— » —— 20

    – metax direttivi —— » —— 100

    – apparati Tag —— » —— 200

    – ecogoniometri —— » —— 40

    – apparecchi per dragaggio magnetico F.F.G. (compresi i 26 già chiesti) —— » —— 40

    – apparecchiature di dragaggio (comprese le 50 già richieste) —— » —— 100

    • d) fornitura delle reti che eventualmente fossero adottate per la protezione dei piroscafi del traffico per la Tunisia (secondo gli accordi intercorsi in seno all’apposita Commissione italo-germanica);
    • e) piccole unità:

    – siluranti —— n. —— 8

    – schnell boote —— » —— 12

    – dragamine veloci —— » —— 30

    • f) torpedini.

    Per l’Aeronautica:

    • 500 aerei dei quali 60% da caccia e 40% da bombardamento. Per gran parte di essi la R. Aeronautica dispone del necessario personale:
    • radiolocalizzatori:

    «Felino» —— n. —— 40

    «Volpe» —— » —— 94

    • 10 000 tonn. mese di carburanti in piú.

    A queste richieste ne seguirono in aprile altre ancora (cfr. ivi; DDI, s. IX, X, pp. 310 sgg., Bastianini a Mussolini, 19 aprile 1943), talvolta in contrasto tra loro o formulate in modo impreciso e che pertanto aumentarono la sfiducia dei tedeschi nell’efficienza italiana e contribuirono a renderli piú restii a prenderle in considerazione e ancor piú a far realmente fronte agli impegni che, data la situazione, non potevano non

    assumersi (quasi sempre dopo aver operato forti tagli). Da due prospetti redatti dal Comando supremo in data 5 maggio 1943 sembrerebbe che a tale data il complesso delle richieste (per scacchieri indicati in ordine di precedenza) sarebbe stato:

    Per l’Esercito:

    Armi e materiali —— Totale —— Ripartizione / Isole italiane —— Ripartizione / Egeo —— Ripartizione / Penisola —— Ripartizione / Grecia

    Carri armati —— 1 250 —— 450 —— 100 —— 350 —— 350

    Cannoni p.c. e m.c. a T.M. —— 372 —— 108 —— 24 —— 156 —— 84

    Cannoni antinave —— 80 —— 80 —— – —— – —— –

    Cannoni controcarro —— 1 350 —— 718 —— 136 —— 224 —— 272

    Cannoni controaerei —— 264 —— 96 —— – —— 96 —— 72

    Mine anticarro —— 1 500 000 —— 600 000 —— 160 000 —— 400 000 —— 340 000

    Autocarri —— 7 100 —— 1 500 —— 200 —— 3 700 —— 2 000

    Radiolocalizzatori «Felino» —— 40 —— 10 —— – —— 30 —— –

    Radiolocalizzatori «Volpe» —— 226 —— 50 —— – —— 176 —— –

    Per l’Aeronautica:

    Carburanti avio —— 23 500 tonn. (oltre alla normale fornitura / di 9000 tonn. mensili)

    Velivoli da caccia Me. 109 G. —— 300

    Velivoli da bombardamento Ju. 87 - Ju. 88 —— 200

    Velivoli da caccia notturna Me. 210 —— 50

    Velivoli da caccia notturna Do. 217 —— 12

    Alianti D.F.S. 230 —— 60

    Motori D.B. 605 —— 200

    Motori D.B. 603 —— 3

    Motori D.B. 610 —— 2

    Motori D.B. 628 —— 3

    Motori D.B. 801 —— 48

    Mitragliere Mauser —— 800

    Ripetitrici PFK/F2 —— 200

    Gruppi telebussole PFK/4 —— 100

    Gruppi telebussole PFK/1 —— 300

    Autodirezionali Siemens —— 285

    Telebussole Patin PFK per bomb. —— 300

    Telebussole Patin PFK/1 —— 500

    Rari Felino —— 40

    Rari «Volpe» tipo normale —— 89

    Rari «Volpe» gigante —— 41

    Rari Siechstein (di bordo) —— 40 ↩

  25. Della questione i tedeschi parlarono piú o meno esplicitamente con gli italiani in varie occasioni (cfr. per esempio NAW, Collection of italian military records, I.T., 1135, «Comando Supremo. Relazioni Feldmaresciallo Kesselring OBS», colloquio Ambrosio-Kesselring, 13 marzo 1943). Il piú esplicito fu forse A. Speer che a fine maggio fece presente ad Alfieri che il rientro dei lavoratori italiani avrebbe causato «una proporzionale sensibile diminuzione nella produzione tedesca» e pregiudicato «gli urgenti bisogni dell’Asse, perché, mentre gli operai italiani... qui lavorano e producono al cento per cento, rientrando in Italia perderanno – a causa dei bombardamenti, del non completo funzionamento delle fabbriche, della mancanza di materiale – un periodo di tempo prezioso prima di immettersi nel pieno ciclo produttivo», lasciando capire che anche Hitler era della stessa opinione e che se non si opponeva al loro rimpatrio era solo perché sapeva che a desiderarlo era il suo «grande amico» Mussolini (cfr. DDI, s. IX, X, p. 493, Alfieri a Mussolini, 30 maggio 1943). ↩

  26. Significativo è a questo proposito quanto si legge in una comunicazione con la quale l’OKW informava, il 10 dicembre 1942, il Comando supremo che delle sue richieste di aiuti per potenziare le divisioni italiane potevano essere parzialmente accolte per il momento solo quelle relative alle forze di stanza nel Peloponneso, a Candia e nelle isole italiane dell’Egeo:

    «La situazione tattica richiede la priorità delle forniture di materiale bellico per le zone di massima importanza e di insufficiente armamento.

    L’OKW è del parere che il nemico per il prossimo tempo non potrà disporre né di forze né di tonnellaggio sufficienti per intraprendere – con speranza di successo – un attacco di grande stile contro la Penisola italiana, neppure contro le isole Sicilia, Sardegna o Corsica, le quali sono alquanto fortificate.

    Si ritiene piuttosto possibile che il nemico, pur continuando le sue operazioni nell’Africa, potrà in pari tempo sferrare una offensiva nel bacino orientale del Mediterraneo.

    Per l’efficace difensiva di questa zona si ritiene soprattutto il Peloponneso (la Morea), l’isola di Candia e le Isole Italiane dell’Egeo di massima importanza. Pare perciò opportuno il rinforzo con materiale bellico e l’aumento degli effettivi delle unità ivi dislocate o previste per tali regioni» (NAW, Collection of italian military records, T. , 170).

    ↩

  27. Stabilire con precisione la consistenza effettiva degli aiuti in materiali e mezzi forniti dai tedeschi è pressoché impossibile. Dalla documentazione militare italiana si ricava che i tedeschi «concessero» molto meno di quanto loro richiesto, per alcune voci, come gli autocarri, addirittura nulla e del «concesso» consegnarono in genere assai poco (talvolta mezzi non richiesti, o di tipi diversi, piú antiquati e di preda bellica) adducendo vari argomenti, da quello che stavano trasferendo propri reparti in Italia e in Africa, a quello che non potevano privarsi di quanto veniva loro richiesto, a quello che comunque «in caso di necessità» le armi di riserva per le loro truppe che avevano a Napoli sarebbero potute essere «immediatamente utilizzate» anche dall’esercito italiano. Dal già citato appunto di Bastianini a Mussolini del 19 aprile 1943, redatto dopo una riunione ad hoc con l’ambasciatore di Germania, Kesselring, Ambrosio, Riccardi e Fougier, risulta, per esempio, che su 372 cannoni a traino meccanico di vario calibro che erano stati richiesti solo 98 erano stati concessi, ma sino a quel momento ne erano stati consegnati effettivamente 42, su 1360 cannoni anticarro i concessi erano stati 518, i consegnati 299. Il verbale della riunione sulla quale l’appunto di Bastianini riferiva reca una esposizione riassuntiva di Kesselring dei materiali ceduti dalla Germania all’Italia che però è scarsamente significativa ai nostri fini poiché si riferiva a tutto il corso della guerra sino a quel momento e agli aiuti sia alle forze armate italiane sia sotto forma di armi in dotazione a reparti tedeschi inviati in Italia per partecipare alla sua difesa (tipico il caso delle artiglierie e dei riflettori antiaerei). Essa conferma comunque la modestia degli aiuti complessivamente forniti, specie in relazione alle richieste italiane, e offre un quadro dei principali motivi addotti per giustificarla (il «rovescio di Stalingrado» che aveva costretto l’OKW a «gettare ogni sua riserva per arrestare il rullo sovietico», il processo di razionalizzazione della produzione in atto in Germania che comportava una momentanea diminuzione della produzione stessa e in particolare di quella dei carri armati, la necessità di dar la precedenza al fronte tunisino, stabilizzato il quale «molto di piú potrà essere fatto per le FF.AA. italiane» (cfr. SME - UFF. STORICO, Verbali delle riunioni cit., IV, pp. 63 sgg.). Dai prospetti del Comando supremo in data 5 maggio 1943 (citati alla nota 24) risulta infine che a quella data i tedeschi avevano «concesso» (non si dice però se e in che misura già consegnato): 50 mortai leggeri (che non risultavano richiesti), 98 cannoni a traino meccanico, 324 cannoni costieri e 518 controcarri, 750 000 mine, 11 radiolocalizzatori «Felino» e 23 «Volpe», nonché 24 caccia Me. 109G, 30 Ju. 87 e 54 Ju. 88 (che sarebbero dovuti essere consegnati in luglio-agosto), 7 caccia notturni Do. 217 e 10 alianti (gli uni e gli altri già consegnati), nonché pochissimo materiale per l’Aeronautica (di cui erano stati consegnati solo un motore D.B. 603, 300 mitragliere Mauser e un certo numero di ripetitori e di gruppi di telebussole). ↩

  28. Sulle riunioni del 18-20 dicembre 1942 presso il quartier generale del Führer si dispone dei resoconti verbali tedeschi, che però riguardano essenzialmente i problemi politici, cfr. ADAP, s. E, IV, pp. 538 sgg., 562 sgg. e 582 sgg.; di parte italiana cfr., in DDI, s. IX, IX, pp. 433 sgg., il «riassunto dei colloqui» fatto da Ciano per Mussolini, ma soprattutto, per quel che concerne gli aspetti strategici, la sintesi dei colloqui (in quattro rapporti e due allegati) redatti dal Comando supremo e conservati in AUSSME, Diario Cavallero, dicembre 1942, Allegati. Una parte di essi (gli esami della situazione generale fatti da Hitler il 18 mattina e il 20) sono riprodotti (con alcuni tagli e scorrettamente) in U. CAVALLERO, Diario cit., pp. 616 sgg. e 627 sgg. Meramente di colore le annotazioni di G. CIANO, Diario cit., pp. 678 sg.; di nessuna utilità per gli aspetti militari anche L. SIMONI [M. LANZA], Berlino ambasciata d’Italia cit., pp. 297 sgg. ↩

  29. Cfr. SME - Uff. storico, Verbali delle riunioni cit., IV, p. 66. ↩

  30. Il primo libro dedicato al sistema ULTRA fu pubblicato nel 1974. Per l’utilizzazione di ULTRA nel Mediterraneo cfr. A. Santoni, Il vero traditore cit. ↩

  31. Sulla vicenda cfr. A. Santoni, Il vero traditore cit., pp. 59 sgg.; nonché ID., Da Lissa alle Falkland cit., pp. 194 sgg. ↩

  32. A proposito dello stato d’animo degli equipaggi G. Giorgerini, Da Matapan al Golfo Persico cit., pp. 551 sg., scrive che esso era nel 1942-43, nonostante un indubbio malessere, tutto sommato, «sereno nell’adempimento del dovere e tormentato nelle coscienze». «La situazione militare e quella piú generale del Paese non potevano non lasciare traccia, anche se sul personale imbarcato, specie su quello delle unità sottili e dei sommergibili, l’influenza era molto piú ridotta». ↩

  33. Ad «un complotto che la Marina avrebbe organizzato per far cadere il regime» tra la fine del 1942 e i primi del 1943 fa un vago accenno S. Agnelli, Vestivamo alla marinara, Milano 1975, p. 140. Esso manca però di qualsiasi riscontro. ↩

  34. Cfr. F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., p. 285. ↩

  35. In una informativa della polizia politica in data 20 dicembre 1941 redatta da un ufficiale di Marina si legge:

    «Le condizioni psicologiche della Marina che erano, in genere, non brillanti all’entrata in guerra, come ho largamente riferito in mie precedenti relazioni, in seguito agli avvenimenti di questi diciotto mesi sono andate ancora piú declinando. Nessuna Marina può subire una falcidia di grandi, medie e piccole navi, da superficie e subacquee, come ha subito la nostra, senza risentirne un grave collasso materiale e morale. Non per questo si può dire che sia spento ogni entusiasmo e ogni spirito combattivo nei giovani. Vi sono certo ancora molti ufficiali che amerebbero misurarsi col nemico, che aspirano al comando di unità, che vorrebbero distruggere quel disagio in cui si trova la Marina, per il sentimento molto diffuso nel Paese della sua inoperosità e della sua insufficienza. Ma non è piccolo il numero di coloro che si danno molto da fare per starsene lontano dal mare e trovare dei posti sicuri a terra.

    L’ottimismo ufficiale col quale sono stati presentati come successi le varie operazioni navali, può avere illuso (ma non molto) il pubblico profano, ma non vi è nessun ufficiale di marina che non si renda perfettamente conto come la maggior parte delle operazioni navali d’insieme svoltesi siano state degli insuccessi, molti dei quali pagati a carissimo prezzo, pur riconoscendo che vi sono stati anche episodi numerosi e magnifici di eroismi individuali. Oggi vi è molto sconforto, molta sfiducia, molto pessimismo, molto nero sull’orizzonte degli ufficiali di marina. Se l’intervento giapponese non determinerà un cambiamento di fronte della marina inglese ed un abbandono, od un indebolimento delle sue posizioni nel Mediterraneo, in generale si ritiene che la marina abbia partita perduta. Nessuno pensa che nelle condizioni attuali sia ormai piú possibile un’azione di massa contro la flotta inglese, azione invece che si ritiene sarebbe stata possibile e fruttuosa all’inizio della guerra, come per es. a Capo Stilo qualora le nostre forze si fossero seriamente e decisamente impegnate a fondo sia nell’azione diurna, sia in quella notturna, la quale avrebbe dovuto essere spinta a fondo da parte delle siluranti. Tale azione è invece completamente mancata e la flotta inglese che era venuta a cercare la nostra fin quasi nelle nostre acque territoriali, ha potuto ritirarsi indisturbata.

    Un’altra occasione mancata, mentre invece avrebbe dovuto essere sfruttata in favorevolissime condizioni, è stata quella di Capo Teulada. In ambedue i casi il rapporto delle forze era tale che se la nostra marina avesse veramente avuto la volontà di battersi avrebbe potuto cogliere la vittoria. Da queste considerazioni al giudizio sull’inettitudine dei Capi e sulle deficienze dell’organizzazione e della preparazione, nonché del materiale, il trapasso è immediato. Inettitudine che non ha atteso la prova del fuoco per essere palese alla grande maggioranza degli ufficiali. Da anni infatti si vanno muovendo serrate critiche contro il modo col quale la Marina era guidata ed i fatti hanno purtroppo dimostrato quanto esse erano fondate. Gli ammiragli ed i comandanti che deploravano, per es. i criteri seguiti nella costruzione delle navi, criteri alternativamente opposti e discordanti, che hanno finito col creare un naviglio estremamente eterogeneo, constatano oggi con profonda amarezza che le loro critiche erano ben fondate... Nel campo tecnico si ha la sconfortante sensazione di essere inferiori al nemico anche in quei ritrovati che, pur modesti in se stessi, accrescono immensamente il potere offensivo del nemico. Si accenna qui al “radiocalizzatore” che permette alle navi nemiche di localizzare colla massima precisione le nostre navi anche a distanze grandissime, ciò che permette loro di piombare con prontezza e sicurezza sui nostri convogli e sulle loro scorte, o di inziare un tiro preciso anche fuori vista...

    Si deplora che siamo entrati in guerra in condizioni di assoluta impreparazione, nel campo organizzativo, senza un piano per spedizioni di oltremare in collaborazione colle altre armi. Inoltre è mancata in tempo di pace la preparazione tecnica e professionale degli alti comandi e si sono seguiti concetti di impiego e di allenamento, sia nel campo strategico che tattico, completamente errati perché basati sul frazionamento anziché sulla concentrazione delle forze... Altra grave deficienza, cagione di danni gravissimi, è l’assoluta mancanza di coordinamento fra le operazioni terrestri, navali ed aeree per cui è perfino accaduto che nostri aerei bombardassero navi nostre...

    Tutti questi errori e deficienze vengono fatti risalire e si appuntano contro l’uomo che negli ultimi dieci anni ha retto come sottosegretario il dicastero della Marina e che anche ora, benché messo da parte, continua nel Ministero ad esercitare il suo influsso data la debolezza di carattere del suo successore ed i tanti legami che egli conserva coi suoi ex dipendenti, tutte sue creature messe nei posti di maggiore responsabilità.

    Al Cavagnari inoltre si fa la massima colpa di avere nei dieci anni di suo governo distrutto lo spirito combattivo degli ammiragli e dei comandanti, mortificandone il morale ed il prestigio, deprimendone il carattere, combattendone ogni virile proposito, distruggendone l’individualità, lo spirito d’iniziativa, lo slancio. Per dieci anni infatti un regime di prepotenza, di arbitrio, di terrore, di assolutismo, ha imperato sulla Marina. Ogni errore, ogni piccola deficienza, anche casuale, sono stati considerati come una colpa imperdonabile e colpiti aspramente, spesso anche colla perdita della carriera. Non solo, ma nessuna espressione della propria opinione, perfino nel campo tecnico e professionale è stata ammessa, o tollerata che fosse diversa dalle opinioni del viceministro o della cricca di arrivisti di cui egli si era circondato. In tal modo a poco a poco si è venuta sopprimendo ogni sana libertà di parola e di azione, ogni spirito di collaborazione, ogni amore alla propria professione, qualunque volontà di operare, ogni indipendenza di spirito e di carattere. Chi non si è piegato è stato eliminato. Ed è cosí rimasto un nucleo di ufficiali negli alti gradi il cui motto è diventato: Chi non fa non falla... A che pro temprare il proprio carattere, indurire la volontà, nutrire amore per la verità e la franchezza, interessarsi alla propria professione per essere poi stroncati alla prima occasione? Con tale sistema, il Cavagnari ha raggiunto il risultato di creare una massa di ufficiali amorfa, ligia alla sua volontà ed al suo arbitrio; incapace e disinteressata ai problemi tecnici e professionali, che non fossero quelli di ordinaria amministrazione, privi di una propria opinione personale, ossequienti, servili: in una parola: pecore. Ma colle pecore non si vincono le battaglie. Ed i fatti lo stanno dimostrando» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. Polizia politica, Materie, b. 213, fasc. «R. Marina Italiana»). ↩

  36. Un esplicito passo volto a denunciare l’inefficienza dei servizi di controspionaggio della Marina e rendere ufficiale il sospetto che Taranto fosse al centro di una vasta attività spionistica in collegamento col nemico fu fatto presso il generale Amé il 9 ottobre 1942 dal controspionaggio tedesco. Del passo fu subito informato Cavallero che sottopose la questione a Mussolini, probabilmente anche perché nella riunione sui trasporti di quello stesso giorno l’ammiraglio Sansonetti aveva affermato che le navi che partivano all’improvviso non venivano, al contrario di quelle la cui partenza era prevista da tempo, attaccate dal nemico, «il che fa pensare allo spionaggio» (cfr. SME - Uff. storico, Verbali delle riunioni cit., III, p. 850). Il giorno dopo il «duce» ordinò l’unificazione di tutte le attività di controspionaggio sotto la direzione di Amé (cfr. A. Amé, Guerra segreta in Italia cit., p. 168, e piú ampiamente C. De Risio, Generali, servizi segreti e fascismo cit., pp. 195 sgg.). Piú sfumato E. Rommel, Guerra senza odio cit., p. 186, che, accennando al fatto che nel 1942 la sicurezza dei convogli era in gran parte affidata alla Marina italiana, scrive che «gran parte degli ufficiali di marina italiani non era per Mussolini» e «perciò facevano opera di sabotaggio dovunque potessero». K. von Neurath, che all’epoca teneva i contatti tra la Wilhelmstrasse e il comando di Rommel, il 20 maggio 1943, di ritorno da un viaggio ispettivo in Italia, sarebbe andato molto piú in là. Riferendo ad Hitler (che, del resto, era convinto che dal 1939 «certi circoli» italiani, anche militari, sabotassero sistematicamente la guerra) sulla situazione italiana, avrebbe assicurato che «tutte le mattine dalle otto alle dieci» la Vittorio Veneto, alla fonda a La Spezia, si metteva in comunicazione con Malta (cfr. W. Warlimont, Cinq ans au G.Q.G. de Hitler cit., p. 195). ↩

  37. Cfr. E. Rintelen, Mussolini l’Alleato cit., p. 151. ↩

  38. Cfr. SME - UFF. STORICO, Verbali delle riunioni cit., III, pp. 12 e 84 sgg. ↩

  39. Cfr. U. CAVALLERO, Diario cit., p. 600 (28 novembre 1942). ↩

  40. Cfr. AUSSME, Diario Cavallero, novembre 1942, Allegati, «Situazione nafta», appunto del capo di stato maggiore della Marina in data 26 novembre 1942. ↩

  41. Cfr. SME - UFF. STORICO, Verbali delle riunioni cit., IV, pp. 90 sg.; nonché A. SANTONI, Il vero traditore cit., p. 196. ↩

  42. Cfr. ibid., p. 224 (27-28 marzo 1943). ↩

  43. Per anni la memorialistica e la letteratura storica ufficiale e ufficiosa della Marina hanno attribuito alla mancanza di nafta la limitata attività, prima, della squadra da battaglia e il fatto, poi, che dalla seconda metà del 1942 questa non abbia piú preso il mare sino all’8 settembre. Solo recentemente si è cominciato ad ammettere che questa spiegazione pecca di «semplicismo». Come ha scritto G. Giorgerini, Da Matapan al Golfo Persico cit., pp. 520 sgg., se è vero che la priorità nell’utilizzazione del combustibile era riservata alle navi assegnate alla scorta dei convogli e ai sommergibili (sino a pomparlo in casi di emergenza dai serbatoi delle unità maggiori), sicché «la Marina mai fece mancare [loro] quel poco [di combustibile] che c’era», è altresí indubbio che «non fu la nafta ad essere un fattore determinante e limitativo della squadra da battaglia: tutte le volte che fu ritenuto opportuno farle prendere il mare, essa lo prese». Il discorso non può però arrestarsi a questo punto. Per un verso è necessario stabilire perché nell’ultimo anno di guerra la Marina non ritenne opportuno mettere in campo la squadra da battaglia; per un altro verso è necessario cercare di stabilire con la maggior precisione possibile quali furono nel corso della guerra e in particolare nell’ultimo periodo di essa le scorte, i rifornimenti (soprattutto tedeschi e romeni), i consumi, in una parola le disponibilità di nafta (per caldaie e per motori) della Marina e, quindi, l’effettiva misura della scarsezza di combustibile.

    Un calcolo, approssimativo, ma assai vicino al vero, della disponibilità di nafta negli anni 1940-43 può essere fatto sulla base dei dati riportati nel volume Dati statistici (Roma, 1972²) della storia de La Marina italiana nella seconda guerra mondiale edita dall’Ufficio storico della Marina e di quelli reperibili in ACS, Min. Marina, Gabinetto, Affari diversi (1943-1950), bb. 196, 199. Da esso risulta una disponibilità maggiore, anche nel 1943, di quella dichiarata; per quel che riguarda la situazione al momento dell’armistizio, è assai probabile che essa fosse di circa 86 000 tonnellate e non di 58 000 come asserito nei Dati statistici, p. 277. ↩

  44. Per un confronto analitico e, insieme, per una puntuale ricostruzione dell’apporto tedesco alla guerra nel Mediterraneo cfr. A. Santoni - F. Mattesini, La partecipazione tedesca alla guerra aero-navale nel Mediterraneo (1940-1945), Roma 1980. Piú sintetico G. Giorgerini, Da Matapan al Golfo Persico cit., pp. 497 sgg., da cui è tratta la seguente tabella riassuntiva degli affondamenti ad opera della R. Marina e della Kriegsmarine, nonché dalla R. Aeronautica e dalla Luftwaffe:

    Unità affondate —— RM / n. —— RM / tonn. —— KM / n. —— KM / tonn. —— RA / n. —— RA / tonn. —— LW / n. —— LW / tonn.

    Navi da guerra —— 58 —— 99 509 —— 70 —— 160 027 —— 29 —— 30 692 —— 133 —— 182 641

    Navi mercantili —— 41 —— 167 816 —— 98 —— 341 456 —— 27 —— 116 465 —— 196 —— 775 705

    Totale —— 99 —— 267 325 —— 168 —— 501 483 —— 56 —— 147 157 —— 329 —— 958 346

    Unità affondate —— RM + RA / n. —— RM + RA / tonn. —— KM + LW / n. —— KM + LW / tonn. —— Totale / n. —— Totale / tonn.

    Navi da guerra —— 87 —— 130 201 —— 203 —— 342 668 —— 290 —— 472 869

    Navi mercantili —— 68 —— 284 281 —— 294 —— 1 118 161 —— 362 —— 1 402 442

    Totale —— 155 —— 414 482 —— 497 —— 1 460 829 —— 652 —— 1 875 311 ↩

  45. Cfr. R. Bernotti, Cinquant’anni nella Marina militare cit., p. 263. ↩

  46. Cfr. A. Iachino, Tramonto di una grande marina cit., p. 306. ↩

  47. Cfr. NAW, Collection of italian military records, I.T., 1136, «Comando Supremo. Relazioni Gen. Germanico presso Comando Supremo», «visita al grandammiraglio Dönitz a Villa Madama», 16 marzo 1943; l’accenno, sotto la stessa data in L. Pietromarchi, Diario (in Archivio Pietromarchi); nonché quanto il 1º aprile l’ambasciatore von Mackensen riferiva a von Ribbentrop a proposito della dichiarazione fatta da Mussolini a Dönitz che, se gli Alleati, conquistata la Tunisia, avessero, come prevedeva, tentato un’azione contro l’Italia, era deciso ad impegnare contro di loro le navi da battaglia. Cfr. ADAP, s. E, V, p. 516. ↩

  48. Cfr. SME - Uff. storico, Verbali delle riunioni cit., IV, p. 37. ↩

  49. Cfr. NAW, Collection of italian military records, I.T., 1135, «Comando Supremo. Relazioni Feldmaresciallo Kesselring OBS», colloquio Ambrosio-Kesselring, 17 marzo 1943. ↩

  50. Cfr. ivi, colloquio Ambrosio-Kesselring, 28 marzo 1943.

    Quanto Ambrosio credesse veramente che in caso di un’azione di sbarco alleata in Italia la flotta avrebbe dato battaglia è difficile dire. L’unico elemento disponibile a nostra conoscenza è un’affermazione in tal senso da lui fatta il 16 marzo a L. Pietromarchi che gli aveva chiesto come pensasse di provvedere in caso di uno sbarco nemico. «Mi disse, – annotò Pietromarchi nel suo Diario, – che in tal caso la flotta uscirà ad affrontare quelle avversarie».

    L’«appunto per il Duce» del 24 marzo era stato preparato da Ambrosio dopo l’inizio, il 21, dell’offensiva generale alleata contro la linea del Mareth (che l’aveva indotto a mutar avviso circa la possibilità di tenere abbastanza a lungo la testa di ponte africana) e in vista dell’incontro di Klessheim tra Hitler e Mussolini del 7-10 aprile. Il quadro generale tracciato da Ambrosio era estremamente pessimistico e si concludeva con la duplice richiesta che esso fosse sottoposto ai tedeschi e «discusso francamente e senza sottintesi con essi» soprattutto al fine di stabilire il loro «concorso per l’avvenire e di delineare in comune la futura condotta strategica della guerra, sulla base del potenziale nemico presente e futuro e delle nostre reali possibilità di lotta e di resistenza interna» e che il concorso tedesco fosse immediato e «nella misura necessaria». «Diversamente, – concludeva Ambrosio, – si imporrà un riesame della nostra linea di condotta». Quanto ai probabili sviluppi della situazione militare e agli intendimenti degli angloamericani e dei tedeschi, Ambrosio faceva tutta una serie di previsioni e di proposte che è bene vedere in dettaglio e nel testo da lui redatto:

    «Probabili intendimenti del nemico.

    È probabile che il nemico liquidi l’affare tunisino prima di intraprendere nuove azioni, ma è anche possibile che contemporaneamente o subito dopo tenti uno sbarco in Sicilia, in Sardegna, in Corsica o nella penisola balcanica.

    L’Alleato non si sente direttamente e subito minacciato da un attacco alla penisola italiana e poco gli importerà ch’essa venga messa a ferro e a fuoco: quindi, una volta evacuata la Tunisia non ci manderà piú nulla.

    È invece probabile che lo interessi di piú l’attacco alla penisola balcanica e quindi vi manderà reparti e mezzi.

    Bisogna energicamente prevenire questa valutazione dell’Alleato nei riguardi dello scacchiere Italiano, insistendo:

    • perché il concorso aereo sia notevolmente potenziato, nella considerazione che con una seria minaccia al Canale di Sicilia partente dalle basi della Sicilia e della Sardegna, si ostacola il traffico e si difende indirettamente anche la penisola balcanica, facendo cosí l’interesse dell’Alleato (sarebbe desiderabile avere il dominio aereo del Canale di Sicilia);
    • perché ci mandi sollecitamente i carri, le armi, le artiglierie contro-aeree ed i materiali che abbiamo richiesto e che sono assolutamente indispensabili per opporci ad una azione nemica.

    Modalità di un’azione nemica.

    Qualunque tentativo di sbarco sarà certamente preceduto da una massiccia, ripetuta offesa aerea contro porti, ed aeroporti, e probabilmente sarà contemporaneo a tentativi di paracadutisti ed aviosbarchi.

    Bisogna quindi ostacolare la predetta offensiva aerea, ciò che è solo possibile con una forte caccia, con un poderoso bombardamento dei campi nemici e con una robusta difesa contro-aerea, oggi assai poco efficiente.

    È questa una ragione di piú per insistere sul concorso dell’Alleato in fatto di aviazione.

    Nelle condizioni attuali, non possiamo ostacolare una grossa offesa aerea nemica, che scardinerà la nostra difesa, menomandone notevolmente la capacità reattiva, già bassa per insufficienza quantitativa e qualitativa di mezzi...

    Difesa della Madre Patria.

    Nella situazione attuale di forze e di mezzi noi non siamo in grado di impedire un poderoso tentativo di sbarco aero-navale contro le nostre coste.

    Anche il recupero di qualche G.U. dallo scacchiere balcanico non risolve il problema, perché tale recupero sarebbe tardivo mentre la minaccia può essere assai prossima, e perché le G.U. recuperate non hanno armi e mezzi qualitativamente idonei.

    Per migliorare, non risolvere, la situazione, occorre che l’Alleato provveda a:

    • potenziare fortemente l’aviazione della Sicilia e della Sardegna, con ché viene a difendere, oltre che l’Italia, anche la Balcania;
    • mandarci con tutta urgenza molte artiglierie contro-aeree, contro-carri, mezzi corazzati, artiglierie comuni, ecc. richieste per il potenziamento della difesa...

    Difesa dello scacchiere balcanico.

    Si può ripetere per lo scacchiere greco ciò che è stato detto per la Madre Patria in fatto di insufficienza della difesa e di necessità di avere al piú presto il concorso dell’Alleato in mezzi contro-aerei, contro-carri, carri, ecc.

    Recupero di divisioni.

    Per quanto il recupero di divisioni non risolva il problema della difesa, pur tuttavia tale recupero va ricercato per ovvie ragioni.

    • a) Dalla Croazia è già previsto di recuperare 2 divisioni, la “Sassari” e la “1ª Celere” che hanno bisogno, di un largo assestamento. Se manteniamo per la 2ª Armata i compiti e la occupazione attuale, nulla altro sarà recuperabile. Riducendo l’occupazione ai territori annessi, cioè abbandonando anche la Val Narenta con relative miniere, si potrebbero recuperare altre 2 divisioni...
    • b) Cedere il Peloponneso alla Germania e ritirare le truppe italiane che ivi sono dislocate (2 divisioni)...

    Sono quindi in complesso 6 divisioni che si potrebbero recuperare (comprese la “Sassari” e la “1ª Celere”) delle quali però solo 4 potrebbero essere dislocate nella Madre Patria» (AUSSME, Diario storico del Comando Supremo, marzo 1943, Allegati, n. 1876 bis). ↩

  51. AUSSME, Diario storico del Comando Supremo, marzo 1943, Allegati, n. 2265, colloquio Mussolini-Kesselring, 29 marzo 1943. ↩

  52. Cfr. il promemoria sui colloqui di natura militare scritto da Ambrosio per Mussolini in data 12 aprile 1943, in DDI, s. IX, X, pp. 287 sgg. ↩

  53. AUSSME, Diario storico del Comando Supremo, marzo 1943, Allegati, n. 859, colloquio Mussolini-Kesselring, 12 aprile 1943. ↩

  54. NAW, Collection of italian military records, I.T., 26, «Comando Supremo. Minute di conferenze 12 febbraio - 8 agosto 1943», colloquio Mussolini-Kesselring, 20 aprile 1943. Lo stesso giorno, nel corso di una riunione alla quale parteciparono anche gli ammiragli Riccardi e Sansonetti, Kesselring, dopo aver affermato «domani o al massimo dopodomani in Tunisia non avremo piú benzina», chiese invano che la Marina provvedesse, per i giorni necessari a far arrivare alcuni mercantili, al suo trasporto impiegando avvisi scorta e sommergibili (cfr. SME - UFF. STORICO, Verbali delle riunioni cit., IV, pp. 82 sgg.). ↩

  55. Tipica è a questo proposito la seguente informativa in data 25 marzo 1943, conservata nelle carte che Farinacci avrebbe, subito dopo il 25 luglio, affidato all’ambasciata tedesca:

    «Ad un alto funzionario tedesco venuto ad informarsi sulla probabile reazione in Italia da parte dell’opinione pubblica e soprattutto da parte di Mussolini di fronte allo svolgimento degli avvenimenti in Tunisia, il Principe Bismarck dell’Ambasciata germanica a Roma ha concluso:

    “Da parte di Mussolini non mi aspetto nessuna particolare domanda imbarazzante. La sua flotta non esiste, il suo esercito è problematico. Ancora piú problematico è il suo futuro. Egli si sente debole. Egli ha evitato anche nel passato di sollevare questioni di principio nei diversi incontri con Hitler, e non è probabile lo faccia ora. Hitler non pensa e parla che di cose militari e questa non è una piattaforma favorevole a Mussolini. Di Hitler si può dire che ha fatto e fa errori, ma ha finito anche col divenire un competente di cose militari. Mussolini è rimasto un dilettante. Anche per questa ragione egli si tiene sul generico.

    Posso dire, conoscendo i riassunti dei colloqui che Mussolini ebbe con Hitler, che il Duce non ha mai preso l’iniziativa e mai sollevato questioni generali riguardo la linea politica da seguire.

    A Berlino corre la voce che nell’ultimo colloquio con Ribbentrop, Mussolini abbia portato la discussione sulla necessità di affrontare il problema Europa. Posso dire che queste voci sono molto esagerate. Tutto si è limitato a parole molto vaghe. Mussolini non credo ami molto confidare il suo pensiero neppure ai suoi collaboratori; non è facile perciò conoscere quale esso sia, ma la mia impressione è che non abbia idee molto chiare su questo argomento”» (ACS, Ambasciata tedesca, b. 1).

    ↩

  56. NAW, Collection of italian military records, I.T., 1135, «Comando Supremo. Relazioni Feldmaresciallo Kesselring OBS», colloqui Ambrosio-Kesselring, 21 e 22 aprile 1943; ID., I.T., 26, «Comando Supremo. Minute di conferenze (2 febbraio - 8 agosto 1943)», colloquio Mussolini-Ambrosio-Kesselring, 22 aprile 1943. ↩

  57. Cfr. SME - UFF. STORICO, Verbali delle riunioni cit., IV, pp. 367 sgg. e 372 sgg. (per le riunioni del 4 e 5 maggio); NAW, Collection of italian military records, I.T., 26, «Comando Supremo. Minute di conferenze (2 febbraio - 8 agosto 1943)», colloquio Mussolini-Kesselring, 6 maggio 1943, nonché quello con l’ammiraglio Dönitz del 13 maggio 1943. ↩

  58. Cfr. ivi, I.T., 1223-26, «Comando Supremo. Diario del Gen. Ambrosio», sub data. ↩

  59. Sulla impossibilità di un capovolgimento della situazione Mussolini si era espresso almeno già dal 10 marzo definendolo «un sogno». Il problema per lui era solo quello «di galleggiare, di durare», cioè di guadagnare tempo per una soluzione politica (anche se mostrava di ritenere che la crisi sarebbe stata lunga ma sormontabile). Cfr. SME - UFF. STORICO, Verbali delle riunioni cit., IV, pp. 333 e 337. ↩

  60. Già allo studio sin dalla fine del 1942, il rafforzamento degli apprestamenti difensivi in Italia fu avviato dal Comando supremo soprattutto dopo l’incontro di Klessheim, quando apparve chiaro il carattere e la consistenza degli aiuti che si sarebbero potuti ottenere dai tedeschi. Cfr. per i verbali delle piú importanti riunioni dedicate dal Comando Supremo al problema (e ad alcune delle quali partecipò anche Mussolini). SME - UFF. STORICO, Verbali delle riunioni cit., IV, pp. 91 sgg., 125 sgg., 133 sgg., 164 sgg. ↩

  61. Lo stato d’animo dei militari scampati alla tragedia dell’Armir è bene riassunto in un lungo rapporto del marzo 1943 dell’ispettore del PNF Angelo Manaresi che si era recato in Russia con un treno di generi alimentari e di conforto e di materiale sanitario. In esso si legge:

    «C’è la gioia per il ritorno alla vita e alla Patria, il rimpianto dei Camerati caduti lungo la via, l’amarezza e talora l’ira per l’alleato che non si sarebbe addimostrato tale nell’ora difficile.

    Negata protezione di mezzi corrazzati, dirottamento di riserve per altri settori, ostinazione nell’ordine di morire sul posto mentre ungheresi, rumeni ed anche tedeschi se ne andavano senza avvertire permettendo cosí l’accerchiamento dei nostri – rifiuto nel dare il carburante ai nostri automezzi e l’ospitalità sui loro mezzi ai nostri uomini – il mancato concorso di protezione nella ritirata, l’accaparramento delle isbe per il pernottamento – la irrisione di soldati e talora anche di ufficiali al nostro valore: queste lagnanze pressoché unanimi di tutti i nostri soldati hanno creato in essi uno stato d’animo poco favorevole ai tedeschi, sentimento nel quale solidarizzano oggi ungheresi e rumeni, e che ha provocato già a Kiew e ad Odessa qualche incidente.

    A ciò fa contrasto l’ottima impressione che molti soldati riportano del russo: bontà d’animo degli abitanti, ricovero nelle isbe e soccorso ai feriti, occultamento dei dispersi, umano trattamento, anche per parte di molti reparti sovietici, con liberazione di gruppi di prigionieri già catturati, e cura di feriti lasciati sul posto.

    Episodi, certo, esagerati e contrastanti [sic] da qualche crudeltà di partigiani e di soldati: stato d’animo, però, da tenere presente» (NAW, Collection of italian military records, I.T., 4511, fasc. senza titolo). ↩

  62. In «Corriere della Sera», 11 marzo 1955. ↩

  63. E. Caviglia, Diario cit., pp. 402 sg. (17 aprile 1943): «Sarebbe necessario uscire al piú presto dalla guerra, ma è ancora possibile farlo? E come è possibile? Bisognerebbe che Mussolini, dopo quanto, per sua colpa, è accaduto al nostro paese, persuadesse Hitler che l’Italia non può assolutamente continuare la guerra, che l’Italia è già per la Germania un peso morto e, come tale, di danno anziché di vantaggio. Rimanendo in guerra, l’Italia può essere invasa, può diventare una pedana per l’invasione della Germania; mentre se fosse neutrale, potrebbe ancora esserle d’aiuto e avere al congresso della pace una voce nell’interesse comune. È probabile che questa tesi, se pure Mussolini volesse farla sua, rappresenterebbe per Hitler un affidamento di poco conto, una bazzecola e, come tale, non farebbe presa. È infatti ben difficile che non ne avverta le conseguenze; la Romania e l’Ungheria tenterebbero di seguire l’Italia; nel mondo e particolarmente in Germania si avrebbe la sensazione che lo sfaldamento dell’Asse è ormai bene avviato e che la Germania, da sola, non potrebbe a lungo sostenere lo sforzo. Per questi motivi, riteniamo che Hitler non vorrà acconsentire all’Italia di uscire dal fronte di guerra e, dal suo punto di vista, non ha torto.

    Se Mussolini, di sua iniziativa, disertasse l’alleanza, Hitler con ogni probabilità bombarderebbe e invaderebbe l’Italia che diventerebbe campo di battaglia degli eserciti stranieri dei due schieramenti, perché non è dubbio che anche gli anglo-americani sbarcherebbero nella nostra penisola. La Germania non manderebbe piú in Italia un vagone di carbone, né un sacco di grano, nulla; le nostre industrie languirebbero e la vita economica della nazione ne sarebbe enormemente impoverita. La svolta è pericolosa e le possibilità di uscita assai incerte. Solo Mussolini per le sue relazioni, per le sue responsabilità, può nel momento in cui siamo, fare il tentativo di salvare l’Italia. Purtroppo, è assai dubbio che Mussolini possa e voglia vedere la situazione dell’Italia distinta dalla sua personale e pensare, di conseguenza, non a sé, ma all’Italia.

    Se egli, davanti al precipizio in cui l’Italia sta per finire, sente il suo dovere, è bene faccia subito questo tentativo con Hitler. Egli dovrebbe, da un lato, cercare di persuadere Hitler e valersi, nello stesso tempo, di Grandi, di Ciano e di Bastianini per trattare la pace con gli Stati Uniti e con l’Inghilterra sulla base della nostra neutralità. Se questa via d’uscita dovesse fallire, l’Italia si perderà». ↩

  64. Cfr. E. Caviglia, Diario cit., pp. 389 sg. (27 gennaio 1943); Mussolini, XXXIV, p. 324; nonché E. Faldella, Revisione di giudizi cit., p. 627. ↩

  65. Ibid., pp. 627 sg. Invece di E. Rosi Ambrosio avrebbe voluto come proprio successore il generale Roatta. Una serie di circostanze e in particolare l’ostilità di Mussolini per le «minestre riscaldate» (Roatta era già stato capo di stato maggiore dell’Esercito) gli permisero però di realizzare la cosa solo agli inizi di giugno. ↩

  66. Cfr. G. Castellano, Come firmai l’armistizio di Cassibile cit., p. 27; I. Palermo, Storia di un armistizio, Verona 1967, p. 403. ↩

  67. In Archivio Pietromarchi. ↩

  68. Il duplice sondaggio dovette cogliere Pietromarchi di sorpresa e soprattutto suscitare in lui una notevole perplessità sul realismo politico dei due generali. Stando alle sue note di diario, con Ambrosio si tenne molto sulle generali: «Gli rispondo che il Duce è nettamente contrario ad aprire un canale con il nemico. Non c’è neppure il piú lontano filo conduttore. I tedeschi ci sospettano e ci spiano, ma hanno torto». Con Castellano (per il quale nutriva una stima intellettuale molto maggiore) era stato invece piú esplicito. Alla sua domanda se non fosse giunto «il momento di riesaminare la situazione per evitare di essere invasi, di subire in tutto e per tutto la volontà del nemico» dette una risposta politicamente piú argomentata:

    «Ho osservato al Generale Castellano due cose e cioè che nessuna trattativa è concepibile senza un preventivo mutamento della situazione interna. L’affermazione di Casablanca a tal riguardo è stata categorica. Secondariamente non si tratterebbe di passare dalla guerra alla pace, giacché mutatis mutandis sarebbe sempre un arrendersi, e di passare da un fronte ad un altro. Basta considerare questi due fatti per rendersi conto che non è possibile, nelle condizioni attuali, pensare né all’una né all’altra possibilità. Un cambiamento di regime significherebbe il collasso. In Italia non esiste alcuna organizzazione di governo capace di sostituirsi a quella fascista. Non v’è un partito, non vi sono uomini, non v’è neppure una forza capace d’agire. Tutti purtroppo seguono con angoscia sanguinante la situazione; tutti purtroppo sono rassegnati a bere il calice fino alla feccia. È vigliaccheria? La storia formulerà il verdetto. La verità è che in un regime come il nostro, tutto è legato, tutto è controllato, tutto è coinvolto in una determinata situazione. O si distrugge tutto o si lascia tutto invariato. È un monolite. Un cambiamento della situazione interna non può avvenire che in quattro modi: o per decisione del Duce, o per atto del Sovrano, o per moto di popolo o per effetto dell’invasione. Ogni cambiamento, al punto in cui sono giunte le cose, significherebbe la disfatta. Tra un mese gli avvenimenti decisivi matureranno e ogni nostra iniziativa, da qualunque parte giunga, è oggi in ritardo». ↩

  69. Un mese prima Pietromarchi, tracciando un sommario quadro della situazione italiana, aveva scritto che Mussolini non aveva coscienza della gravità della situazione e che il Comando supremo esitava ad esporgliela «crudamente» «perché non ha il coraggio di farlo uscire dal mondo delle illusioni, in cui egli si culla e teme perciò delle decisioni che non siano adeguate alla gravità dell’ora» (L. Pietromarchi, Diario, 13 febbraio 1943, in Archivio Pietromarchi). ↩

  70. NAW, Collection of italian military records, I.T., 1223-26, «Diario Gen. Ambrosio». ↩

  71. Cfr. G. Castellano, La guerra continua, Milano 1963, pp. 21 sg., ma anche ID., Come firmai l’armistizio di Cassibile cit., p. 38, dove manca ogni riferimento al convegno di Klessheim; nonché l’interrogatorio al quale fu sottoposto nel 1944 Ambrosio dalla Commissione d’inchiesta per la mancata difesa di Roma, nel corso del quale Ambrosio posticipò a «verso la fine di aprile» il momento in cui, convintosi della impossibilità di persuadere Mussolini a sganciarsi dalla Germania, «cominciò a dimostrare al Sovrano la situazione non soltanto dal punto di vista militare ma anche dal punto di vista politico» (I. Palermo, Storia di un armistizio cit., p. 404). ↩

  72. G. Castellano, Come firmai l’armistizio di Cassibile cit., pp. 37 sg. ↩

  73. Cfr. ibid., pp. 35 sg. e 37, nonché NAW, Collection of italian military records, I.T., 1154a, «Comando Supremo. Promemoria operativi Gen. Castellano». ↩

  74. NAW, Collection of italian military records, I.T., 1154ª, «Comando Supremo. Promemoria operativi Gen. Castellano»; nonché F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., p. 166 (che lo attribuisce tout-court ad Ambrosio). Sugli stessi concetti, in particolare sulla necessità di indurre Hitler ad accettare l’idea di una «difensiva forte» all’est, sono incentrati anche due altri «appunti» per Mussolini, uno in data 28 febbraio, dedicato agli argomenti in risposta alla lettera del Führer al «duce» del 16 febbraio (si vedano in DDI, s. IX, X, pp. 37 sgg. e 128 sgg. la lettera di Hitler e la risposta ad essa di Mussolini che rispecchiava largamente l’appunto del Comando supremo stilato da Castellano sino a riprodurne alcune frasi), l’altro del 1º marzo. ↩

  75. NAW, Collection of italian military records, I.T., 1154ª, «Comando Supremo. Promemoria operativi Gen. Castellano». ↩

  76. NAW, Collection of italian military records, I.T., 1154ª, «Comando Supremo. Promemoria operativi Gen. Castellano». Tre giorni dopo, il 19 aprile, anche il generale Amé, in un promemoria sulla dislocazione e i movimenti delle forze nemiche nel bacino del Mediterraneo, giungeva alla conclusione che le prossime iniziative strategiche alleate si sarebbero sviluppate nel Mediterraneo centro-occidentale puntando dal Nord Africa francese «verso le grandi isole italiane e la Francia meridionale» (cfr. DDI, s. IX, X, pp. 317 sgg.). ↩

  77. Dal Diario Ambrosio (NAW, Collection of italian military records, I. T., 1223-26) risulta che Ambrosio si vide con Badoglio il 2 marzo e il 13 e 14 aprile; il 5 marzo e il 2 aprile vide invece Caviglia. P. Badoglio, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., p. 62, sostiene che i suoi rapporti con Ambrosio avrebbero avuto inizio solo dopo che egli era stato ricevuto dal re il 6 marzo e dopo che Acquarone gli disse, per indurlo a muoversi, che il sovrano era ormai «deciso a cambiar rotta»; v. Vailati, Badoglio risponde cit., p. 62, li retrodata invece alla tarda primavera del 1942 e ne attribuisce l’iniziativa ad Ambrosio. Un rapporto di polizia relativo all’udienza reale del 6 marzo parla a sua volta di «voci» su «diversi colloqui» tra i due negli ultimi tempi (cfr. P. Pieri - G. Rochat, Pietro Badoglio cit., p. 779). ↩

  78. Secondo G. Castellano, Come firmai l’armistizio di Cassibile cit., pp. 38 sgg., «un giorno», dopo il convegno di Klessheim, Ambrosio, «ritornato dall’aver parlato con Mussolini quanto mai disgustato della sua insipienza e testardaggine, dal rifiuto piú volte ricevuto ad eseguire un passo energico verso l’alleato, concluse che: – Con quell’uomo non si sarebbe giunti a nulla.

    – Non rimane che farlo fuori, – dissi io, – ma per questo occorre prepararsi adeguatamente.

    – Ebbene, – mi rispose, – mi faccia un progetto al riguardo.

    Il mio progetto, battuto a macchina dal ten. colonnello di stato maggiore De Francesco, comprendeva tre parti: nella prima erano elencate le misure da prendere in precedenza per fronteggiare l’eventuale reazione fascista, nella seconda parte gli atti da compiere per la cattura del capo e dei suoi piú pericolosi seguaci in tutta Italia, nella terza le misure di indole militare per opporsi ad una probabile reazione tedesca.

    Ambrosio approvò il promemoria, lo tenne in tasca ventiquattro ore e me lo restituí dicendo che per il momento dovevamo limitarci ad attuare soltanto alcune di quelle predisposizioni e precisamente a dare un orientamento generico ai comandi periferici su di un “possibile turbamento dell’ordine pubblico”.

    Cosí, in varie riprese, mi recai a Torino, Milano e Trieste ove conferii con i comandanti di Difesa Territoriale senza peraltro accennare ad essi il vero scopo cui tendevano le misure precauzionali.

    Credo che Ambrosio abbia fatto leggere il progetto ad Acquarone e non so se ne abbia parlato anche al Sovrano.

    Sta di fatto che, dopo pochi giorni, contrariamente a quanto speravo, l’argomento non parve piú gradito ad Ambrosio che mi fece comprendere come per il momento fosse prematuro».

    A ben vedere la storia, cosí come è raccontata da Castellano, è però poco convincente, specie se si considera che nei mesi successivi Ambrosio continuò ad insistere con Mussolini sul concetto che «senza un forte appoggio dell’alleato» era impossibile ogni difesa del territorio metropolitano e a ribadire con i proprî collaboratori la necessità che il «duce» affrontasse «risolutamente» «l’amico ed alleato Führer» e gli prospettasse «in tutta la sua tragica realtà la situazione per ottenere una giusta comprensione e la adesione al nostro sganciamento» (cfr. ibid., pp. 42 sgg.). L’ipotesi piú probabile è che la richiesta di Ambrosio a Castellano di preparare un progetto per togliere di mezzo Mussolini fosse determinata da tutt’altre ragioni che non quelle attribuitegli da Castellano e avesse il fine di cautelarsi sia nei confronti di un colpo di forza fascista (proprio in quei giorni Senise veniva rimosso da capo della polizia e Scorza nominato segretario del partito) favorito dai tedeschi preoccupati che l’Italia potesse concludere una pace separata (il 22 aprile Pietromarchi annotò nel proprio diario che «alcune settimane» prima era circolata a Roma negli ambienti diplomatici la voce di una possibile invasione tedesca), sia di turbamenti dell’ordine pubblico ad opera dei comunisti. Da qui la sua decisione di predisporre le eventuali contromanovre e, dissoltesi le preoccupazioni, il suo lasciar cadere il progetto e, anzi, ordinare di bruciare il promemoria in cui Castellano aveva delineato le iniziative da adottare per la realizzazione dell’operazione. A conferma di tale ipotesi è il fatto che Castellano ebbe incarico di preparare un nuovo progetto simile al primo (che, per altro, Acquarone giudicò prematuro e – nonostante che per attuarlo fossero previsti almeno venti giorni – e aggiunse che, data la necessità del piú assoluto segreto, l’ordine esecutivo non sarebbe stato dato comunque che poche ore prima della sua attuazione) solo ai primi di luglio, dopo la caduta di Pantelleria e nell’imminenza di uno sbarco alleato (cfr. ibid., pp. 25 sgg.).

    Che Ambrosio intendesse fare un colpo di stato sin dai primi di aprile è stato sostenuto anche dall’allora maggiore Luigi Marchesi, suo stretto collaboratore sin dai tempi della Croazia, che ha scritto che, dopo il convegno di Klessheim, Castellano gli dette ordine di controllare in loco la possibilità di arrestare Mussolini a palazzo Venezia (cfr. L. Marchesi, Come siamo arrivati a Brindisi, Milano 1969, pp. 37 sgg. e 46). Anche per questa testimonianza valgano però gli argomenti addotti a proposito di Castellano e, in un certo senso, a maggior ragione, dato che l’ordine di studiare la possibilità di arrestare Mussolini a palazzo Venezia fu dato a Marchesi non da Ambrosio ma da Castellano. ↩

  79. Cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 125. ↩

  80. Nei suoi promemoria ad Ambrosio, successivi alla fine della resistenza in Tunisia, Castellano aveva cominciato a insistere sul tasto che era «irreale credere che Stalin faccia la pace con Hitler e Churchill e Roosevelt con Mussolini» e a dilungarsi sui rapporti tra Berlino e l’Ungheria, la Romania e la Bulgaria sottolineando come questi non fossero in grado di sottrarsi ai voleri della Germania e non fosse quindi possibile pensare ad una operazione di sganciamento insieme ad essi (cfr. NAW, Collection of italian military records, I.T., 11544, «Comando Supremo. Promemoria operativi Gen. Castellano»). ↩

  81. C. Senise, Quando ero capo della polizia cit., p. 194.

    A proposito del timore per le reazioni tedesche è significativa un’annotazione del diario della principessa di Piemonte alla data del 22 giugno che dimostra quanto esso fosse vivo in tutti gli ambienti piú responsabili: «Giovanni Venosta trova che per la grande affluenza di tedeschi in Italia, in questo momento non bisogna far niente, e [...] dirlo all’opposizione». Il diario è conservato in copia nell’Archivio Zanotti Bianco (n. 52), presso l’Associazione per gli interessi del Mezzogiorno – Fondazione G. Fortunato in Roma. ↩

  82. Cfr. DDI, s. IX, X, p. 528. ↩

  83. Ufficialmente è stato sempre negato che le forze armate italiane avessero preso contatti con gli Alleati prima del 25 luglio. Ambrosio, di fronte alla commissione d’inchiesta sulla mancata difesa di Roma affermò che «un giorno verso il 20 luglio» aveva obbiettato ad Acquarone, che gli aveva comunicato «che il re si era deciso finalmente a cacciare Mussolini», che senza aver prima preso contatto con gli Alleati si sarebbe andati incontro «ad un’avventura» e che perciò era necessario «che il Sovrano ci avesse lasciato un periodo di tempo per attuare il mio piano» (cfr. I. Palermo, Storia di un armistizio cit., p. 404). Acquarone smentí però l’affermazione e, scrivendo al re, la definí un tentativo di Ambrosio di alleggerire la propria responsabilità e ribadí l’assenza di qualsiasi contatto prima del 25 luglio (cfr. G. Bianchi, Perché e come cadde il fascismo cit., p. 776). Il generale Amé, capo all’epoca del SIM ha scritto a sua volta che «degli avvenimenti che si preparavano e che sboccarono nel colpo di Stato del 25 luglio 1943, nessun preventivo orientamento ebbe il Capo del SIM» (C. Amé, Guerra segreta in Italia 1940-1943, p. 177). Il problema è, almeno per il momento, insolubile.

    È però un fatto, forse non privo di qualche valore, che nei mesi immediatamente precedenti il 25 luglio in uomini dei servizi segreti fuori d’Italia si manifestò una crescente tendenza a stabilire contatti con i movimenti di resistenza in loco e, tramite questi, persino con i servizi segreti alleati. Fu questo, per esempio, il caso, dal marzo 1943, del capitano Tancredi Botto del centro SIS di Samos, nell’Egeo, che prese contatto con le locali bande degli Adartes dell’EAM (con l’autorizzazione del generale Soldarelli, comandante la divisione Cuneo) allo scopo di stabilire «una tacita tregua d’armi in attesa di avvenimenti politici (caduta del fascismo) prevedibilmente vicini e che avrebbero prodotto radicali cambiamenti della situazione» e stabilí un contatto anche con un ufficiale inglese dell’Intelligence Service con cui si sarebbe dovuto incontrare il 29 luglio, incontro poi disdetto per il sopravvenire del colpo di Stato e in previsione di «una soluzione generale della situazione». Cfr. la relazione riservata (70 fogli piú un allegato di altri 21) Attività svolta per conto del SIS in Turchia ed Egeo orientale dal Capitano di porto Botto Tancredi (Periodo luglio 1943 - settembre 1944), conservata in Archivio De Felice e proveniente dalle carte di Ezio Bartalini. ↩

  84. Cfr. per esempio P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., pp. 118 e 125; A. Pirelli, Taccuini cit., pp. 402, 404 e 406. ↩

  85. Caratteristico è quanto, in occasione della guerra di Grecia, Mussolini aveva detto a Hitler: «io ho fiducia nei soldati, ma non ho alcuna fiducia nei miei generali, non posso averla» (cfr. Hitler stratega cit., p. 154). ↩

  86. «La sua preoccupazione per la situazione interna non è inferiore a quella per la situazione militare» annotava il 13 marzo nel suo diario il generale Puntoni dopo aver parlato con lui all’uscita da una udienza reale (cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 125). ↩

  87. A Vitetti che gli esprimeva la sua preoccupazione per «tutti questi intrighi con i capi fascisti», con i quali, invece, «il taglio» sarebbe dovuto essere «netto», e gli caldeggiava un governo «politico», antifascista, «costituito dai resti dell’Italia liberale», il 9 giugno Acquarone ribatté senza mezzi termini: «Tu questi antifascisti non li conosci; sono dei rammolliti, e non hanno che un solo desiderio, quello di prendere il governo dopo di che il paese verrà gettato nel caos. Io ne ho visto qualcuno e mi ha fatto un’impressione disastrosa. Bisogna uscire dalla guerra, ma non bisogna fare la fine della Russia, e questi vecchi parlamentari sono debolissimi» (cfr. DDI, s. IX, X, p. 535). ↩

  88. Caratteristico è in questo senso un promemoria per Ambrosio di Castellano in data 21 maggio. In esso (lo si veda in NAW, Collection of italian military records, I.T., 1154a, «Comando supremo. Promemoria operativi Gen. Castellano») Castellano si intratteneva sul discorso che due giorni prima Churchill aveva pronunciato al Congresso americano (lo si veda in W. Churchill, In guerra cit., II, pp. 35 sgg.) giungendo alla conclusione che «siamo forse in presenza di una divergenza in campo avverso e Churchill sacrifica momentaneamente il proprio interesse a quello dell’alleato invertendo nel tempo il programma di qualche mese fa, quando divisava di liquidare prima le faccende d’Europa e di far poi la guerra a fondo contro il Giappone» e che, quindi, il pericolo dell’apertura del «secondo fronte» e, dunque, dell’invasione dell’Italia appariva meno prossimo. Da qui la conclusione alla quale perveniva Castellano e che lascia trapelare come anche lui nell’intimo avrebbe preferito, se appena ci fosse stata qualche prospettiva in positivo, continuare la guerra e non uscirne sconfitti:

    «Sulla base di queste considerazioni che non modificano il nostro problema militare, perché può sempre accadere anche quello che non si prevede, va concretata la nostra linea di condotta.

    Il fatto che la minaccia sull’Europa possa allontanarsi porta come conseguenza che occorre rimanere affiancati all’alleato come per il passato, perché dalla divergenza di idee e di interessi tra inglesi e americani sulla condotta della guerra può prodursi una situazione favorevole per la Germania. Essa se conducesse abilmente la battaglia estiva e non avesse altra preoccupazione all’infuori del nemico russo, potrebbe anche dare delle dure batoste. (L’annientamento delle forze bolsceviche non è cosa impossibile, purché si abbiano riserve disponibili). Allora la situazione strategica dell’Asse cambia completamente e ogni azione “individuale” costituisce un passo falso e ad ogni modo una iniziativa non giustificata dalla situazione.

    Se la battaglia estiva avrà esito contrario, il ragionamento è perfettamente inverso.

    Nel frattempo può intervenire l’offesa massiccia aerea su di noi che può metterci nella impossibilità materiale di combattere e di vivere. In questo caso si impone da parte nostra una decisione.

    Per ora è prematura qualunque mossa e soprattutto è prematuro litigare con l’alleato, che potrebbe ad un certo momento chiedere la testa di qualcuno; avremo allora commesso un errore irrimediabile.

    Occorre temporeggiare senza perdere di vista i propositi; ma occorre anche approfittare del tempo disponibile per preparare le condizioni piú adatte alla attuazione dei propositi stessi».

    Una diversa e piú corretta valutazione dei propositi inglesi avrebbe dato una quindicina di giorni dopo il ministero degli Esteri sulla base delle notizie raccolte in Portogallo, in Spagna e a Tangeri e di un’attenta lettura di quelle dedicate dalla stampa anglo-americana alla Conferenza interalleata tenuta nei giorni precedenti a Washington. In un appunto del 5 giugno per Mussolini (trasmesso il 9 al Comando supremo e al Sim) gli Esteri giungevano infatti alla conclusione che a trionfare era stato il punto di vista inglese e cioè: «difensiva vivace ed energica e sempre maggiore potenziamento dello schieramento nell’Oceano Indiano e nel Pacifico contro il Giappone ed offensiva rapida ed a fondo contro l’Italia e la Germania». Quanto alla zona dove si sarebbe indirizzato l’attacco nel Mediterraneo, l’appunto non era in grado di precisarlo, ma propendeva per l’Italia e in particolare per la Sicilia e metteva in guardia sulle notizie fatte circolare dagli Alleati e sul piano di operazioni di cui i tedeschi erano stati fatti venire in possesso dagli inglesi (il famoso caso dell’«uomo che non è mai esistito») definendo le une e l’altro messi in giro «di proposito dal nemico per tentare di trarre in inganno le potenze dell’Asse» (cfr. NAW, Collection of italian military records, I.T., 106, «Comando Supremo. Segnalazioni su possibili azioni nemiche»). ↩

  89. NAW, Collection of italian military records, I.T., 1154a, «Comando Supremo. Promemoria operativi Gen. Castellano». ↩

  90. Meno ottimista era invece il generale Guzzoni, comandante le forze di stanza in Sicilia. Secondo una relazione da lui inviata allo Stato maggiore dell’Esercito il 14 giugno 1943, la situazione nell’isola era caratterizzata da un assetto difensivo costiero «buono», i cui lavori di rafforzamento erano ancora all’inizio, le riserve erano scarse e notevoli difficoltà rendevano difficili i trasporti, e dunque l’afflusso dei rifornimenti, e una diffusa depressione degli animi caratterizzava i battaglioni costieri composti di siciliani che risentivano del piú generale stato d’animo della popolazione («rassegnata, agnostica, priva di reattività»), e in particolare degli intellettuali, dei nobili e dei possidenti, duramente provata dai bombardamenti e dalla deficiente alimentazione. Quanto al clero, esso «lavora per sé, non per l’Italia e la difesa dell’isola»; invece di combattere l’«apatia», esortava alla «rassegnazione» e alla «fiducia in Dio». Allo stato dei preparativi difensivi, Guzzoni si diceva certo che si sarebbero potute ributtare a mare le prime unità nemiche sbarcate, ma che «con tutta probabilità mancheranno altre truppe mobili per rimpiazzare le prime e respingere i rimanenti attacchi dai quali il nemico non desisterà facilmente, accompagnandoli con forti azioni aeree» e richiedeva pertanto l’assegnazione di rinforzi e soprattutto di carri armati (cfr. NAW, Collection of italian military records, I.T., 3027, «Stato Maggiore R. Esercito. Situazione difensiva della Sicilia»).

    Maggiori particolari sullo stato d’animo della popolazione siciliana sono offerti da una relazione inviata a Scorza e a Mussolini dal vicesegretario del PNF Alfredo Cucco al ritorno da un giro ispettivo compiuto nell’isola nei primi giorni di giugno. A parte un giudizio positivo sull’attività del partito, la valutazione complessiva è sostanzialmente la stessa che abbiamo visto indicata da Guzzoni: i bombardamenti aerei avevano seminato il terrore tra la popolazione, i trasporti, specie attraverso lo stretto, erano precari, la situazione alimentare destava notevoli preoccupazioni. A ciò, secondo Cucco, si dovevano aggiungere il comportamento sfiduciato, scettico e talvolta «apertamente antifascista e disfattista» di una parte delle autorità militari e l’esodo verso le zone meno esposte ai bombardamenti di «quasi tutte le autorità» civili (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), fasc. 242/R, «Carlo Scorza»). ↩

  91. Cfr. A. Pirelli, Taccuini cit., p. 447. ↩

  92. Cfr. J. Schröder, Italiens Kriegsaustritt 1943. Die deutschen Gegenmassnahmen Raum: Fall «Alarich» und «Achse», Gottingen 1969. ↩

  93. Cfr. F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 356 sg. (il testo della citazione è stato rivisto sull’originale del rapporto). ↩

  94. In particolare, Deakin (ibid., pp. 166 sgg.) tende, forse inconsciamente, a dare un significato politico ambivalente (riferito cioè sia ai rapporti militari tra Italia e Germania sia alla situazione politica italiana) a due dei primi «appunti per il Duce» di Ambrosio (quelli del 17 e del 21 febbraio 1943) che, a nostro avviso, per un verso, avevano invece essenzialmente il carattere di una valutazione globale della strategia di guerra tedesca e delle varie ipotesi (e, dunque, delle misure da adottare da parte italiana) sugli sviluppi delle operazioni degli Alleati nel Mediterraneo dopo che essi si fossero liberati della spina nel fianco tunisina e, per un altro verso, corrispondevano largamente a quanto pensava lo stesso Mussolini, tant’è che vien naturale chiedersi se essi, e in particolare il secondo, non furono scritti soprattutto per fornire al «duce» una elaborazione, per cosí dire, tecnica e metterlo meglio in grado di prospettare e cercare di far valere con i tedeschi le sue idee. ↩

  95. Cfr. F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., parte I, passim. ↩

  96. Cfr. ibid., pp. 267 sgg. e 271 sgg. ↩

  97. Hitler «donò» a questo scopo a Mussolini il materiale per costituire una divisione corazzata, la «M», che avrebbe dovuto assicurare la sua protezione personale. Cfr. per maggiori elementi ibid., pp. 333 sg. ↩

  98. Cfr. Hitler stratega cit., pp. 117, 142, 147. ↩

  99. Hitler stratega cit., pp. 100 sg. È probabile che a radicalizzare il già sfavorevole giudizio di Hitler sui militari italiani avesse contribuito non poco Rommel con i suoi rapporti e racconti sulle operazioni in Africa e sulle relazioni con i comandi italiani (cfr. per esempio J. Goebbels, Diario intimo cit., p. 407). In maggio Rommel non avrebbe nascosto a Hitler la sua sfiducia «nei nostri alleati» e la «grande preoccupazione» che gli italiani potessero «rovesciare le alleanze» e chiudere la frontiera del Brennero (cfr. Hitler stratega cit., p. 157). Assai meno ostile agli italiani era invece Kesselring, tant’è che Hitler nella stessa occasione e in altre ebbe a definirlo «un colossale ottimista» che poteva correre il rischio «di non accorgersi quando è tempo di abbandonare l’ottimismo e di passare alla durezza» (ibid., p. 141).

    Rudolf Schmundt era il capo dell’Ufficio personale della Wehrmacht e riscuoteva la piena fiducia del Führer. ↩

  100. Cfr. DDI, s. IX, X, pp. 287 sgg. e specialmente p. 288. È evidente il nesso tra il promemoria di Ambrosio (del 12 aprile) e la riunione dei vertici del Comando supremo con la partecipazione anche di von Mackensen e di Kesselring convocata il 18 aprile da Bastianini per fare il punto sulle richieste fatte ai tedeschi, su quanto essi si erano detti disposti a fornire e quanto avevano realmente consegnato e della quale il sottosegretario agli Esteri informò, come si è detto, il giorno dopo per iscritto Mussolini (cfr. SME - Uff. Storico, Verbali delle riunioni cit., IV, pp. 63 sgg. e 77 sgg.). In tale riunione Kesselring si mostrò piú disponibile di von Mackensen a riproporre all’OKW alcune delle richieste italiane. Ciò nonostante per un paio di settimane né il Comando supremo né il ministero degli Esteri risulta abbiano fatto passi diretti su Berlino, limitandosi a far tenere calda la questione dal generale Marras. Quando però Kesselring pose la questione dei cacciatorpediniere Mussolini colse subito la palla al balzo e il 30 aprile telegrafò a Hitler prospettandogli la necessità di risolvere subito almeno «il problema aereo» «inviando immediatamente forze aeree tali da controbilanciare la schiacciante superiorità aerea nemica». Senza adeguata protezione aerea le comunicazioni con la Tunisia sarebbero divenute infatti rapidamente impossibili. La risposta di Hitler fu immediata, ma tutt’altro che incoraggiante: «sto facendo esaminare in questo momento quanto posso fare ancora per potenziare le nostre forze aeree». E demandò tutto ad un incontro che Kesselring avrebbe subito dovuto avere con il «duce» (cfr. DDI, s. IX, X, pp. 369 e 383). L’incontro ebbe luogo il 4 e 5 maggio, ma il maresciallo non fece alcuna comunicazione circa le intenzioni di Hitler, limitandosi a insistere nella richiesta di impiegare nelle comunicazioni con la Tunisia i cacciatorpediniere (cfr. F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., p. 282). Cosa che irritò profondamente Mussolini e lo indusse a ribadire il suo rifiuto. ↩

  101. Lo si veda in F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 281 sg. ↩

  102. Questo ingiusto giudizio è talvolta ancora presente anche in sede storiografica. Cfr. S. Pelagalli, Le rivoluzioni militari italo-germaniche nelle carte del generale Marras cit., pp. 78 sg. ↩

  103. Cfr. DDI, s. IX, X, p. 129. ↩

  104. Da tutte le fonti risulta che i rapporti Ambrosio-Bastianini erano improntati a piena collaborazione e ad un comune atteggiamento nei confronti dei tedeschi. Cfr. per esempio E. Ortona, Il 1943 da Palazzo Chigi cit., p. 1094 (2 aprile 1943). ↩

  105. Cfr. DDI, s. IX, X, p. 132. ↩

  106. Cfr. F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 215 sg. ↩

  107. DDI, s. IX, X, p. 200; F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 216 sg., non cita l’ultimo periodo. ↩

  108. Cfr. E. Ortona, Il 1943 da Palazzo Chigi cit., pp. 1093 sg. (27 marzo 1943). ↩

  109. Cfr. F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 283 sg. ↩

  110. Cfr. ibid., p. 284. ↩

  111. Per la missione del 12-13 maggio 1943 dell’ammiraglio Dönitz a Roma e il rapporto fattone a Hitler nel pomeriggio del 14 cfr. Fuehrer Conferences, 1943 cit., pp. 44 sgg. ↩

  112. SME - UFF. STORICO, Verbali delle riunioni cit., IV, pp. 376 sg. ↩

  113. Cfr. ibid., p. 379. In precedenza Mussolini aveva già rifiutato anche l’invio di istruttori tedeschi per la costituenda divisione corazzata «M» che Hitler gli aveva «donato» dopo Klessheim per la sua sicurezza personale. ↩

  114. Cfr. Fuehrer Conferences, 1943 cit., p. 61. ↩

  115. Cfr. Fuehrer Conferences, 1943 cit., p. 66. ↩

  116. Nel già ricordato telegramma del 19 maggio a Mussolini, Hitler, riferendosi alle possibili conseguenze nei Balcani della fine della resistenza in Tunisia, avrebbe scritto:

    «Non appena nei prossimi giorni o settimane si profili il pericolo di sbarchi, debbono senz’altro trasferirsi nel Peloponneso un gran numero di divisioni tedesche. È quindi assolutamente necessario che nel frattempo venga compiuta la disinfestazione dei retrostanti territori di transito in misura da consentire alle nostre formazioni di trasferirsi nelle zone in cui dovranno impegnarsi. Non è quindi oramai piú il tempo di partecipare all’interminabile discussione o alla tattica temporeggiatrice del generale Pirzio Biroli, col pericolo di rimanerne vittima, bensí è l’ultimo momento utile per restaurare con la maggiore urgenza l’ordine in tutto quel territorio. Poiché, qualora l’attuale crisi si protraesse ancora a lungo e le formazioni tedesche non potessero essere disimpegnate oppure il rifornimento delle nostre truppe rimanesse sospeso, il generale Pirzio Biroli non assumerebbe certamente alcuna responsabilità per le conseguenze che ne deriverebbero, perché egli non è in grado di risponderne. Anche il Comando Supremo e l’Oberkommando dell’esercito tedesco non potranno farlo, mentre la responsabilità, Duce, incombe invece sopra di Voi e sopra di me. Io vedo quindi due sole possibilità: o noi abbandoniamo nuovamente tutto ciò che abbiamo conquistato con tanto sangue, oppure assicuriamo tutte le premesse necessarie per poter conservare quei territori ed impedire che il nemico possa effettuare sbarchi con forti probabilità di successo» (DDI, s. IX, X, p. 450).

    ↩

  117. Le pressioni in questo senso avevano cominciato a farsi insistenti sin dagli inizi 1943. Il 17 gennaio l’ambasciatore tedesco aveva fatto presente a palazzo Chigi che tutti gli ebrei erano «nemici dell’Asse», nonostante quel che il governo fascista pensasse al riguardo e aveva fatto sapere che quello tedesco concedeva un mese e mezzo a quello italiano per far rientrare gli ebrei italiani che si trovavano nei territori occupati, dopo di che avrebbe agito contro quelli che non fossero rimpatriati, poiché entro il 1943 tutti gli ebrei d’Europa dovevano essere «eliminati». Alla vigilia del convegno di Klessheim, Vittorio Emanuele III, ricevendo in udienza L. Pietromarchi, gli raccomandò di non cedere sulla questione degli ebrei, cosí come gli fece capire di non cedere neppure su quella dei cetnici che si erano «battuti bene con noi». Cfr. L. Pietromarchi, Diario, 18 gennaio e 6 aprile 1943 (in Archivio Pietromarchi). ↩

  118. Cfr. DDI, s. IX, X, p. 428, D. Alfieri a Mussolini, 13 maggio 1943. ↩

  119. Cfr. F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., p. 288. ↩

  120. Cfr. Hitler stratega cit., p. 117. ↩

  121. Cfr. ibid., p. 153; nonché, per la prima richiesta – tramite Kesselring il 20 maggio – di un incontro con Mussolini, DDI, s. IX, X, p. 456. ↩

  122. Ivi. ↩

  123. Cfr. F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 358 sg. ↩

  124. L. Simoni [M. Lanza], Berlino ambasciata d’Italia cit., p. 343 (30 maggio 1943). ↩

  125. Cfr. L. Simoni [M. Lanza], Berlino ambasciata d’Italia cit., pp. 341 sg. e 353; DDI, s. IX, X, pp. 476, 477, 493 sgg. e 548. Con la fine del maggio 1943 da parte tedesca si cominciò ad accennare – forse per rincuorare gli italiani – alle nuove armi segrete in preparazione (cfr. DDI, s. IX, X, pp. 495 e 548). ↩

  126. Cfr. SME - Uff. storico, Verbali delle riunioni cit., IV, pp. 379 e 159 sg. ↩

  127. Sulla resa di Pantelleria, una delle pagine certo meno onorevoli per le armi italiane e meno limpide della seconda guerra mondiale, cfr. A. Santoni, Le operazioni in Sicilia e in Calabria (luglio-settembre 1943), Roma 1983, pp. 107 sgg., nonché NAW, Collection of italian military records, I.T., 1152a, «Comando Supremo. Pantelleria (8-12 giugno 1943)». La difesa di Pantelleria fu in buona parte pregiudicata dalla mancanza di coordinamento tra Marina e Aeronautica e tra italiani e tedeschi (che furono informati tardi dell’attacco contro l’isola e intervennero inadeguatamente nella battaglia) e, come Castellano sottolineò in un promemoria per Ambrosio del 14 giugno (ivi, I.T., 1154a, «Comando Supremo, Promemoria operativi Gen. Castellano»), dall’assenza di reazione aereo-navale «da lontano» sul naviglio nemico. A queste ragioni «tecniche» se ne devono però aggiungere altre piú gravi di ordine psicologico e morale. Il 12 giugno, durante una riunione con i tre capi di stato maggiore (cfr. SME - Uff. storico, Verbali di riunioni cit., IV, p. 166), Ambrosio, che sin dalla sera dell’8 aveva ordinato a Supermarina, Superaereo e OBS di concentrare tutti i mezzi a disposizione per la difesa dell’isola «che in questo momento costituisce compito principale» (ordine ribadito anche a no-

    me di Mussolini nella serata del 10), attribuí il «collasso» di Pantelleria alle «impreviste imponenti azioni di bombardamento aeronavale». Che l’isola sia stata oggetto di massicci bombardamenti nemici è fuori questione; i danni e le vittime (60 morti e 150 feriti sugli 11 657 militari della guarnigione, 5 morti e 6 feriti tra i civili) provocati da essi furono però assai minori di quanto prospettato dal comando in loco a Roma e non certo tali da rendere impossibile una piú lunga e onorevole resistenza, tant’è che da parte inglese è stato sarcasticamente scritto che «ciò che causò la resa non furono i bombardamenti, ma la vista delle baionette inglesi che si avvicinavano sui mezzi da sbarco sotto la protezione dei cannoni della Marina Reale» (Traffrail [H. T. Dorling], Il Mediterraneo occidentale 1942-1945, Roma 1953, p. 84). Non corrispondente a verità risultò poi l’argomento principale addotto per chiedere la resa e cioè che i bombardamenti avessero privato l’isola di acqua potabile. La verità è che il comando in loco e anche Supermarina (che, non a caso, quando il Comando supremo dovette preparare un «appunto» per Mussolini in cui avrebbero dovuto figurare tutte le comunicazioni radio tra Pantelleria e i vari comandi in Sicilia e a Roma, si disse non in grado di fornire in tempo utile una «raccolta completa» in sostituzione di quella «dei messaggi piú importanti» già trasmessa) erano ormai sfiduciati e rassegnati alla sconfitta e, dunque, impreparati ad una lotta «inutile» e che avrebbe comportato sacrifici e vittime e preferirono imboccare la via breve della resa, anticipandone addirittura i tempi rispetto all’autorizzazione di Mussolini e provvedendo solo parzialmente alle distruzioni dei materiali e soprattutto degli apprestamenti difensivi sotterranei che caddero cosí in larga parte intatti nelle mani degli inglesi.

    Le ripercussioni e gli echi all’estero e interni della resa di Pantelleria furono notevolissimi e tutti negativi. All’estero fu vista come la conferma della gravità della crisi morale e materiale in cui versava l’Italia e, specie da parte inglese, venne naturale fare il confronto tra la tenacia e lo spirito di sacrificio con i quali per tre anni Malta aveva resistito agli attacchi aerei dell’Asse e i tre giorni e mezzo che erano bastati a far capitolare Pantelleria. I tedeschi a loro volta vi videro, nel migliore dei casi, la prova del pessimo funzionamento dei comandi italiani, ma, in genere, furono portati ad attribuirla tout-court a tradimento. Sul fronte interno le ripercussioni sul morale degli italiani furono assai gravi e gravissime per quel che riguardava le popolazioni della Sicilia, che si sentirono indifese. Da qui un ulteriore deterioramento dello «spirito pubblico», già assai basso per i durissimi bombardamenti, la crisi dei trasporti e dei rifornimenti, che, come riferiva a Roma il responsabile della V Zona Ovra il 29 giugno (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., Seconda guerra mondiale, b. 428, fasc. 209), ingenerava «nel pubblico l’impressione di un progressivo, inesorabile isolamento della Sicilia, che sembra preludere a piú gravi avvenimenti e alla paventata invasione dell’Isola», «la generale, profonda crisi economica» e la scarsezza dei generi razionati. Grave in tutta l’isola, la situazione era gravissima soprattutto a Messina e Palermo, le due città sulle quali piú pesanti erano i bombardamenti. Tra le varie testimonianze disponibili la piú precisa e drammatica è quella di Edda Mussolini al padre in una lettera del mese prima da Monreale, dove la figlia del «duce» prestava servizio in un ospedale della Cri:

    «Caro papà, sono arrivata da due giorni a Palermo e lo spettacolo di desolazione è piuttosto forte. La città vicina al porto è praticamente a terra e anche parte delle vie principali è semi-distrutta. Il terrore è dipinto su tutte le faccie. A mezzogiorno quei pochi che da Monreale scendono in città, si riprecipitano verso la collina. Dalle 2 in poi la città è deserta salvo per i militari e pochi civili. E parliamo un poco dei civili. A parte i morti, ci sono i feriti e tutti quelli che hanno perso assolutamente tutto. Vivono lungo i margini della strada o dentro le grotte, sotto le rocce muoiono di fame e di freddo. Letteralmente e sai che io non esagero. Il Fascio fa quello che può ma dovrebbe avere l’aiuto delle autorità militari che a un certo punto non dovrebbero fare differenze. I poteri sono divisi e come sempre uno scarica la responsabilità sull’altro. Intanto il problema dell’alimentazione diventa sempre piú grave; dopo l’ultima incursione del 9 maggio, la popolazione è rimasta sei giorni senza pane un po’ perché colpiti i depositi, molto perché non uno dei 300 forni di Palermo ha funzionato. Nessuno ha pensato a farli riaprire d’autorità. Manca l’acqua da circa un mese, i telefoni non vanno, la luce c’è quando c’è. Per fartela breve questa gente non ha la pasta dal mese di marzo o d’aprile. Mai l’assegnazione è arrivata a tempo, perché? Qui i civili si sentono abbandonati e lo dicono. Per ora non si ribellano ma mi dice la fiduciaria Monroy che se non si provvede a far dare pane e pasta, c’è da aspettarsi qualsiasi cosa. La popolazione civile da cinque mesi non vede la carne. Qui oltre al disordine e il bombardamento, c’è la fame vera, cronica, da mesi. Un chilo di pane costa 70 lire. Penso che sia ora di porvi un rimedio, di considerare la Sicilia e specialmente le zone colpite, come terre terremotate in cui non è rimasto nulla. C’è bisogno di medicinali, di indumenti, di mezzi di trasporto per far sfollare questa povera carne da macello. Ti basti questo. A Monreale ci sono circa 20 mila sfollati una parte dei quali potrebbe essere inoltrata nell’interno. Domandati camions al comando militare hanno promesso 2 camions un giorno si e uno no. Buon Dio, ne diano 50 tutti in una volta e cosí si faccia un principio di sfollamento e nello stesso tempo si avvertano i comuni che dovranno riceverli. In quanto ai militari pare, mi è stato detto dal Segretario Federale, che danno spettacolo di paura peggio dei civili, fuggendo come lepri nelle campagne. Ma questo è niente. Finita l’incursione invece di precipitarsi ad aiutare se ne stanno tranquilli, a differenza dei tedeschi che si danno da fare. La popolazione che non poteva soffrire i tedeschi, ora non solo li tollera, ma li ammira per il loro senso organizzativo e anche altruistico. Per riassumere, manda viveri. Soprattutto pane e pasta (non domandano altro) medicinali e indumenti. Io sono in un ospedale civile, questa gente è nuda nei letti e i loro superstiti famigliari vengono a domandare il pezzo di pane che il loro congiunto risparmia sul suo vitto. E soprattutto

    non abbiano l’impressione di essere abbandonati. Io sono stata in Albania e in Russia, mai ho visto tanta sofferenza e tanto dolore. E io stessa ho l’impressione di essere capitata non so dove lontana le mille miglia dalla Patria e dalla civiltà. Per ora si dice ancora, il DUCE non lo sa, ora lo sai. In qualsiasi modo, con qualsiasi mezzo si mandi roba. Non si potrà per tutti ma che almeno abbiano l’impressione che si tenta d’aiutarli. È buona gente, cosí paziente, cosí pronta a riconoscere. Se vuoi avere maggiori schiarimenti, fai venire a Roma la Fiduciaria del Fascio di Palermo, Contessa Monroy, ricevila senza intermediari e falle dire, senza timore, quello che ha detto a me. Ti renderai conto. Ti ripeto, pane, pasta, medicinali, indumenti, soprattutto per i civili; i militari stanno bene. Fammi sapere se hai ricevuto e ti prego provvedi. Capisco le difficoltà ecc. ma qui il problema è gravissimo e può da un momento all’altro diventare catastrofico anche politicamente. Ti abbraccio – Edda» (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), fasc. F.P/R., «Ciano Galeazzo e contessa», sottofasc. 10).

    A Roma, come subito annotò il generale Puntoni nel suo diario (P. PUNTONI, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 135), l’annuncio della resa «ha scosso tutti, ma soprattutto ha scosso l’Alto comando perché si sperava che il nostro presidio avrebbe contrastato fino all’ultimo i tentativi di sbarco del nemico». Piú drastico il giudizio di L. Pietromarchi, che il 22 giugno, quando la vicenda della resa era ormai uscita dal vago dei primi giorni annotò a sua volta: «Pantelleria è stata il piú grave caso di vigliaccheria di questa guerra. L’isola era imprendibile. Le rocce scendono a picco e per darvi la scalata occorrono battaglioni di Alpini. I rifugi sono in caverna sotto decine di metri di roccia. Gli unici punti nei quali lo sbarco era tentabile sono due piccoli porti facilmente difendibili. Al momento della resa la guarnigione disponeva ancora di 9000 colpi di grandi obici; aveva viveri per sei mesi; le cisterne erano colme. Non è vero che mancava l’acqua. Il comandante la guarnigione telegrafò al Duce che i bombardamenti mietevano vittime tra la popolazione civile. Il Duce per evitare inutile spargimento di sangue ordinò la resa. Si è poi saputo che in un mese di bombardamento i morti sono stati 58! mentre a Napoli, a Palermo, dovunque si contano a centinaia e a migliaia. L’ultimo giorno durante il quale il bombardamento fu ininterrotto si ebbe un solo, dico un solo morto. L’Ammiraglio Pavesi, eroico difensore di Pantelleria, dovrà chiamarsi “pavido” non Pavesi».

    Mussolini, che aveva fatto molto affidamento sulle capacità difensive dell’isola, «l’anti-Malta» italiana nel Canale di Sicilia e che aveva autorizzato la resa sulla base delle informazioni di Supermarina trasmessegli da Ambrosio e dei suggerimenti di questi, ne rimase profondamente turbato e, venuto a conoscenza di come si erano effettivamente svolti i fatti, non avrebbe mai ammesso la paternità dell’ordine di resa da lui impartito; neppure nella Storia di un anno (MUSSOLINI, XXXIV, pp. 310 e 320 sgg.), allorché definí l’ammiraglio Pavesi, comandante della piazza di Pantelleria, «il primo in ordine di tempo degli ammiragli traditori». ↩

  128. Cfr. E. RINTELEN, Mussolini l’Alleato cit., pp. 189 sg.; F. W. DEAKIN, Storia della repubblica di Salò cit., p. 363. ↩

  129. Cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 136 (5 luglio 1943). ↩

  130. NAW, Collection of italian military records, I.T., 1135, «Comando Supremo. Relazioni Feldmaresciallo Kesselring OBS», colloquio Ambrosio-Kesselring, 8 giugno 1943. ↩

  131. Cfr. L. Simoni [M. Lanza], Berlino ambasciata d’Italia cit., p. 352. ↩

  132. Cfr. L. Simoni [M. Lanza], Berlino ambasciata d’Italia cit., p. 352; F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 363 sg. ↩

  133. Cfr. ibid., p. 365. ↩

  134. Cfr. L. Simoni [M. Lanza], Berlino ambasciata d’Italia cit., p. 353. Sulla «missione», di von Richthofen cfr. A. Santoni - F. Mattesini, La partecipazione tedesca alla guerra aereo navale nel Mediterraneo cit., pp. 390 sgg., che non affronta però l’aspetto politico della questione.

    Il maresciallo era stato inviato da Göring per assumere il comando delle forze aeree tedesche sino allora tenuto da Kesselring, che cumulava l’obs e quello della II Luftflotte, e riorganizzarle. In Italia von Richthofen si rese conto che ben poco c’era da fare per migliorare effettivamente la situazione, condizionata da un rapporto all’incirca di 1 a 4 tra le forze aeree dell’Asse e quelle degli Alleati, salvo ovviamente inviare nello scacchiere mediterraneo i duemila velivoli che Mussolini richiedeva, ma che la Germania non voleva sottrarre agli altri scacchieri. Inviare contingenti minori non avrebbe risolto nulla e avrebbe indebolito senza frutto alcuno gli altri fronti. Ciò spiega la fermezza con la quale von Richthofen respinse con tutti gli argomenti possibili (non ultimo quello della inadeguatezza degli aeroporti italiani a ricevere duemila aerei) le richieste italiane, non basta però a spiegare la diversità tra le positive assicurazioni date da von Ribbentrop ad Alfieri e la presa di posizione in senso negativo di von Richthofen subito dopo l’arrivo a Roma. Sicché, a meno di non pensare ad una diversità di vedute sin dall’inizio tra la Wilhelmstrasse e la Luftwaffe, l’ipotesi piú probabile ci pare quella che von Ribbentrop approfittasse del fatto che von Richthofen si recava in Italia per la Luftwaffe per cercare di dimostrare agli italiani la «comprensione» e la «buona volontà» della Germania per la situazione determinata dalla resa di Pantelleria, «tenerli buoni» e, insieme, raccogliere notizie di prima mano sull’atteggiamento degli ambienti militari. ↩

  135. NAW, Collection of italian military records, I.T., 1223-26, «Diario Ambrosio», 14 giugno 1943; F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., p. 363; E. Rintelen, Mussolini l’Alleato cit., p. 193. ↩

  136. Ibid., p. 194. ↩

  137. Cfr. per alcuni accenni NAW, Collection of italian military records, I.T., 1223-26, «Diario Ambrosio», 23 e 25 giugno 1943; nonché l.. Simoni [M. Lanza], Berlino ambasciata d’Italia cit., p. 353. ↩

  138. G. Benzoni, La vita ribelle. Memorie di un’aristocratica italiana fra belle époque e repubblica, Bologna 1985, pp. 141 sgg. ↩

  139. Cfr. G. Benzoni, La vita ribelle cit., pp. 149 sgg. e specialmente, pp. 160 sgg. e in particolare p. 160: «La parte piú mia dell’operazione, oltre a quella di suggeritrice, era di presentatrice dei piú vari personaggi, buoni per tutti gli usi. Nella sceneggiatura che si imbastiva giorno per giorno, in quel grande ordito da tela di Penelope del colpo di stato, i miei personaggi preferiti erano gli antifascisti. Avevo cercato, fin dal 1941, di creare una corrente di antifascismo intorno a Maria José. Antifascisti di tutti i tipi: anziani e collaudati uomini politici, personalità di rilievo, intellettuali, giornalisti frondisti, aristocratici piú o meno velleitariamente antimussoliniani, funzionari insofferenti del regime, uomini d’affari, giovani genericamente volenterosi e intenzionati a ben fare. Non avevo lasciato fuori nessuna categoria per convincere Maria José della “necessità” antifascista». ↩

  140. Con una incredibile ingenua sincerità scrive a questo proposito la Benzoni: «C’è un gioco infantile che si chiama cavallina o, piú comunemente, salto alla quaglia. Consiste nel comporre una fila disposta a groppone in giú, pronta a farsi superare in agilità da saltatori che si appoggino alle schiene. Un salto all’ostacolo umano, insomma. L’immagine si attaglia bene ai vari tentativi compiuti da numerose forze per eliminare Mussolini, diventato da cavallo di razza gran brocco dell’équipe politica italiana, che nessuno aveva il coraggio di eliminare. Tutti cercavano di scavalcarlo. Il gioco, però, poteva continuare all’infinito, se ad esso non se ne aggiungeva un altro, quello dello sgambetto, rivolto, appunto, all’avversario piú forte» (ibid., p. 163). ↩

  141. Per questa ed altre notizie utilizzate in questo capitolo cfr. M. Zamboni, Diario di un colpo di Stato: 25 luglio – 8 settembre. Le drammatiche vicende del ’43 che portarono alla caduta del fascismo: avvenimenti, retroscena, episodi poco noti o ignorati, raccontati fedelmente da chi li visse in prima persona, Roma 1990. ↩

  142. Cfr. G. Amendola, Storia del Partito comunista italiano cit., pp. 547 sg. ↩

  143. Significativo è a questo proposito quanto scrive G. Benzoni, La vita ribelle cit., p. 162: «Il maresciallo, dalle forzate dimissioni nel dicembre 1940, apparentemente sembrava essersi estraniato dai maneggi e dai contatti, privatamente non disdegnava di partecipare, ieraticamente, a riunioni antifasciste in cui, se interpellato sulla sua disponibilità, rispondeva: “Voi preparate tutto, come in una specie di carboneria e pensate a me come al capo” – cosí aveva detto in casa della baronessa Tainonde Essen, nel gennaio 1941. Perché lo scegliemmo? Non certo per questa o consimili frasi di cui gratificava gli ascoltatori (quando dimenticava le sue chiusure piemontesi amava ripetere: “Io sono come una bandiera che si presenta quando il reggimento è schierato. Allora prendo il comando e si marcia”). Lo scegliemmo per la sua totale apoliticità. Nessuna forza politica gli incuteva quel timore preconcetto, quelle terrorizzate riserve che avrebbero dominato i generali apertamente maneggioni o, peggio, politicizzati, al momento buono. Il suo disinteresse politico era cosí totale da renderlo stranamente piú scaltrito degli altri o, almeno, piú aperto alle diverse avventure». ↩

  144. Cfr. ADSS, V, p. 662. ↩

  145. Cfr. G. Benzoni, La vita ribelle cit., pp. 156 sgg. (la narrazione contiene numerose inesattezze); e soprattutto M. Toscano, Dal 25 luglio all’8 settembre cit., pp. 167 sgg.; R. Lamb, The ghosts of peace 1935-1945 cit., pp. 188 sg. ↩

  146. G. Benzoni, La vita ribelle cit., pp. 168 sg. ↩

  147. Il testo definitivo del documento («Policy in the event of an italian collapse») fu redatto il 6 dicembre 1940 nel momento di maggior crisi delle operazioni italiane in Grecia dal Joint Planning Staf e approvato, dopo un’ampia discussione, il 10 dicembre dal Chief of Staff, che nove giorni dopo approvò anche un documento relativo al tipo di propaganda da attuare per favorire il collasso italiano. Il documento è riprodotto integralmente ai fogli 4 sgg. di una amplissima (164 fogli, piú allegati) e importantissima memoria interna del Foreign Office, «The italian armistice», che tratta nell’ottica britannica tutta la vicenda armistiziale italiana dall’agosto 1940 al settembre 1943 e che è oggi conservata nel PRO di Londra, Cab. 101/144. Di esso riproduciamo, data la sua lunghezza, solo i primi dodici punti:

    «Sottoponiamo un breve rapporto sulla situazione militare che può evolversi se gli italiani mostrano segni di collasso, e insieme sui passi che possono essere fatti di fronte a questa eventualità. Possibili sviluppi della situazione.

    2) Il peggioramento del morale degli italiani assumerebbe probabilmente una delle seguenti forme:

    a) accettazione del controllo tedesco per evitare un crollo.

    Se messo di fronte alla prospettiva di un collasso della resistenza italiana e del conseguente crollo del suo regime, Mussolini si sentirebbe probabilmente costretto ad accettare una quantità maggiore di controllo e aiuto tedesco, ma ciò incontrerebbe probabilmente la forte resistenza dell’Esercito e della Marina.

    b) Completo collasso.

    Ciò potrebbe facilmente accadere di fronte ad ulteriori rovesci e potrebbe evolversi troppo rapidamente perché Mussolini riuscisse a farvi fronte.

    c) Negoziato di un armistizio da parte di altri elementi in Italia, sopra la testa di Mussolini, possibilmente accompagnato da un appello a noi di aiuto a tenere i tedeschi fuori d’Italia.

    Vi sono stati alcuni indizi che la situazione possa svilupparsi possibilmente su queste linee, sebbene ciò dipenderà dal fatto se gli elementi anti-Asse sono abbastanza forti da rovesciare Mussolini. L’influenza dei capi dell’Esercito sarebbe probabilmente decisiva. È tuttavia improbabile che possa essere organizzata in tempo un’efficace resistenza contro i tedeschi. Ciononostante questa linea d’azione da parte degli italiani ci porterebbe piú vantaggio di qualsiasi altra.

    Anche se la defezione italiana dall’Asse fosse limitata solo ad alcuni elementi, e se si dimostrasse impossibile tenere i tedeschi lontani dall’Italia in genere sarebbe sempre possibile tenerli lontani da alcune aree (per esempio Sardegna).

    d) Negoziato di pace separata da parte di Mussolini.

    Pensiamo che ciò sia fuori questione, dato che anche se noi fossimo preparati a trattare con Mussolini, l’attuale regime in Italia deve sussistere o cadere a causa della sua politica dell’Asse.

    3) Non possiamo dire come la situazione possa con la maggiore probabilità evolversi. Dal punto di vista della nostra politica l’accettazione del controllo tedesco da parte del governo italiano per evitare un crollo sarebbe lo sviluppo peggiore, che dobbiamo evitare se lo possiamo, mentre una defezione italiana dall’Asse al di sopra della testa di Mussolini sarebbe la cosa migliore e noi dovremmo perciò lavorare per questa.

    4) Nei paragrafi che seguono prendiamo in considerazione la probabile condotta tedesca in ciascuna eventualità.

    Accettazione del controllo tedesco per evitare un crollo.

    5) Se le fosse permesso di aiutare l’Italia per prevenire un crollo, la Germania molto probabilmente lo farebbe per le seguenti ragioni:

    • a) Per sostenere il morale italiano e trattenerla in guerra, e salvare il prestigio dell’Asse e dei regimi dittatoriali.
    • b) Per rafforzare le forze italiane in Libia.
    • c) Installare le forze aeree tedesche nell’Italia meridionale per ottenere il controllo del Mediterraneo centrale.
    • d) Ristabilire la situazione in Grecia e impedire dall’usarla come una base avanzata.
    • e) Rinforzare la Marina e l’Aviazione italiane.
    • f) Se possibile in alcune circostanze operare contro la Tunisia in vista di ulteriori operazioni nell’Africa del Nord.
    • g) Impedire la costituzione di basi britanniche su territorio italiano.

    6) Se i tedeschi dovessero trasferire forti forze in Italia prima del collasso italiano e nel far ciò fossero in grado di conservare una efficace ostilità italiana contro gli Alleati, l’attuale situazione strategica nel Me-

    diterraneo e nel Medio Oriente sarebbe cambiata a nostro svantaggio per il sommarsi delle forze tedesche a quelle italiane e la possibilità di una politica piú energica da parte degli italiani sotto controllo tedesco. Noi non avremmo sollievo sul mare e la minaccia contro l’Egitto, Malta, la Grecia e la Turchia aumenterebbe.

    Un crollo completo.

    • 7) Nell’eventualità di un totale crollo italiano, la Germania potrebbe non accettare la possibilità che noi si ottengano basi aeree entro una ravvicinata portata di obiettivi vitali nella Germania meridionale. Essa perciò sarebbe costretta ad occupare almeno una parte dell’Italia settentrionale. Essa potrebbe inoltre cercare di ottenere il controllo dell’Adriatico e potrebbe riuscire a stabilire basi aeree nell’Italia meridionale, con lo scopo di assicurarsi un certo controllo nel Mediterraneo centrale.
    • 8) La prima sollecitudine della Germania deve perciò essere di prevenire un crollo italiano, se ciò è possibile. Pensiamo che essa perciò premerà con grande forza di inviare forze in Italia prima del crollo. Ciò avrebbe l’ulteriore vantaggio che se non riuscisse a evitare un crollo italiano, la Germania avrebbe prevenuto le nostre forze in Italia.
    • 9) Questa situazione sarebbe in genere a nostro favore dato che l’eliminazione della minaccia alle nostre posizioni nel Medio Oriente dalla Libia e dall’Africa Orientale italiana farebbe sí che le truppe potessero essere usate altrove, noi otterremmo anche considerevole vantaggio in conseguenza dell’eliminazione della flotta italiana.

    La defezione italiana dall’Asse.

    • 10) Se gli italiani tentassero di trattare con noi sulla testa di Mussolini e se fosse troppo tardi per salvare il regime di Mussolini e mantenere l’Italia in guerra con efficacia, noi pensiamo che la Germania agirebbe con prontezza nel trasferire forze in Italia, cosí come dette nel paragrafo 7.
    • 11) È molto improbabile che gli italiani riuscirebbero a tenere a lungo i tedeschi lontani, sebbene sia ragionevolmente possibile che essi possano riuscire a tenere la frontiera durante l’inverno, ed è molto probabile che il morale degli italiani crollerebbe sotto un attacco tedesco sulla popolazione civile, le comunicazioni e le industrie. Perciò una resistenza italiana contro la Germania diminuirebbe sino al completo collasso.
    • 12) Ciononostante anche una breve resistenza contro l’occupazione tedesca sarebbe a nostro vantaggio, in quanto potrebbe ritardare e complicare i movimenti tedeschi per stabilire basi in Italia e accrescerebbe le difficoltà della Germania per assicurarsi il controllo del paese, come pure aumenterebbe ancor piú l’impegno delle risorse della Germania. Ci potrebbe anche mettere in grado di occupare la Sicilia e forse altri punti, e convincere alcuni elementi e unità italiani (per es. la flotta) a mettersi dalla nostra parte».

    ↩

  148. Per un quadro d’insieme cfr. A. Varsori, Gli Alleati e l’emigrazione democratica antifascista (1940-1943), Firenze 1982; E. Aga Rossi, L’Italia nella sconfitta cit., pp. 67 sgg.; nonché A. Baldini - P. Palma, Gli antifascisti italiani in America (1942-1944). La «Legione» nel carteggio di Pacciardi con Borgese, Salvemini, Sforza e Sturzo cit. ↩

  149. Cfr. la citata memoria del Foreign Office «The italian armistice» dalla quale le varie posizioni risultano bene. ↩

  150. Cfr. U. La Malfa, Intervista sul non governo, a cura di A. Ronchey, Bari 1977, p. 14. ↩

  151. Cfr. E. Aga Rossi, L’Italia nella sconfitta cit., p. 72. ↩

  152. Cfr. G. De Luna, Storia del Partito d’Azione cit., pp. 43 sg. ↩

  153. Cfr. M. Toscano, Dal 25 luglio all’8 settembre cit., pp. 7 sgg. e 143 sgg. ↩

  154. Cfr. ibid., pp. 161 sgg. (secondo il Toscano, cfr. p. 10, il passo dovette verosimilmente essere fatto con il consenso di Vittorio Emanuele III; personalmente non siamo di questa idea, che non è suffragata da alcun elemento anche indiretto); R. Lamb, The ghosts of peace cit., pp. 187 sg. ↩

  155. Tipico esempio del modus agendi di Badoglio e degli espedienti ai quali non disdegnava ricorrere per autocandidarsi alla guida di un futuro governo antifascista è una lettera da lui scritta il 21 dicembre 1942 al cardinal Maglione. In essa (la si veda in ADSS, VII, pp. 155 sg.) il maresciallo chiedeva conferma di quanto il marchese Tomasi Della Torretta gli aveva riferito di essere stato incaricato di dirgli da parte del segretario di Stato. E cioè: 1) informarlo che il cardinale Lavitrano aveva parlato, d’ordine del papa, col re per indurlo ad un cambiamento di governo e che il sovrano non aveva creduto di prendere alcuna decisione, mentre al senatore Gallarati Scotti, che pure lo aveva esortato nello stesso senso, aveva invece risposto che nello spazio di pochi giorni «avrebbe provveduto a liquidare il governo e affidarlo a Badoglio»; 2) chiedergli dei nomi da suggerire al sovrano per il nuovo governo; 3) fargli sapere che la Santa Sede avrebbe appoggiato eventuali passi presso gli Alleati. Sempre in ADSS, VII, pp. 156 sg., si vedano le note redatte lo stesso giorno dal cardinal Maglione per fare il punto sul passo di Badoglio. Da esse risulta che nulla di questo scritto da Badoglio rispondeva a verità e che di ciò era stato subito informato il maresciallo tramite il colonnello Valenzano, che aveva portato in Vaticano la lettera, e P. Baratono, che l’aveva accompagnato, e che, anzi, il segretario di Stato aveva detto loro senza mezzi termini che Badoglio «è stato turlupinato» e che «si guardi dagli amici e dai nemici». Il mese prima un certo comm. Caiola (che era stato con Della Torretta da Badoglio) aveva informato il cardinale Maglione che il maresciallo gli aveva detto che si parlava di lui al potere e che, se il re glielo avesse chiesto, non si sarebbe rifiutato e che, in tal caso, avrebbe preso contatto col segretario di Stato. ↩

  156. Luigi Rusca, tenente colonnello in congedo, condirettore amministrativo della Mondadori e consigliere d’amministrazione della società di distribuzione libraria Melisa di Lugano (incarico che gli permetteva di recarsi frequentemente in Svizzera) era un vecchio liberale e massone di sentimenti antifascisti (anche se per anni era riuscito a non «dar luogo a rilievi») e in stretti rapporti con Badoglio alle cui dipendenze era stato durante la guerra 1915-18. Dal 1930 era sottoposto dalla polizia a vigilanza per alcuni suoi rapporti «sospetti». Ai primi del febbraio 1943 il Sim raccomandò alla polizia di evitarne precauzionalmente nuovi espatri; il 2 aprile il Ministero dell’Interno ne ordinò l’immediato internamento in provincia di Potenza; il Sim nel corso «di una importante azione di controspionaggio» aveva potuto infatti accertare, grazie ad un proprio infiltrato nella rete nemica, che il Rusca era in contatto «con elementi dirigenti dell’Intelligence Service» e ne aveva messo al corrente personalmente Mussolini. Uno dei primi atti di Badoglio dopo il 25 luglio fu quello di ordinarne la messa in libertà (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Casellario politico centrale, ad nomen; Id., Div. affari gen. e ris., Seconda guerra mondiale, b. 291, fasc. «Rusca Luigi»; Id., Div. polizia politica, ad nomen). ↩

  157. Cfr. E. Caviglia, Diario cit., p. 387 (24 gennaio 1943). ↩

  158. Cfr. M. Toscano, Dal 25 luglio all’8 settembre cit., pp. 181 sgg.; M. Zino, Caviglia, in E. Caviglia, Guerra russo-giapponese. Il segreto della pace, a cura di M. Zino, Genova 1968, pp. XL sgg.; R. Lamb, The ghosts of peace cit., pp. 173 sgg., nonché la citata memoria «The italian armistice». ↩

  159. Oltre alla documentazione alla quale fa riferimento «The italian armistice», cfr. PRO, FO, 954 (carte Lord Avon), 13/238-39, 239-40 e 243-46. ↩

  160. La costituzione di una Legione Garibaldi, arruolata anch’essa tra gli antifascisti e i militari prigionieri in mano americana, era in discussione a quest’epoca negli Usa tra il dipartimento di Stato, l’Oss e un gruppo di esuli alla cui testa erano Sforza, Pacciardi, Salvemini, Sturzo e Borgese. Questi collegavano strettamente la costituzione della legione a quella di un Comitato nazionale italiano che avrebbe dovuto avere l’esplicito riconoscimento degli Alleati e avrebbe assicurato all’antifascismo uno status non molto diverso da quello, rispetto alla Francia e agli Alleati stessi, del gaullismo. L’operazione era osteggiata da larga parte dell’amministrazione americana che la sapeva avversata da Londra e non voleva neppure essa prendere impegni preventivi. Cfr. A. Baldini - P. Palma, Gli antifascisti italiani in America (1942-1944) cit.

    Anche sulla base della preoccupazione del War Cabinet che Badoglio, se la sua avance fosse stata lasciata cadere, potesse rivolgersi agli americani, vien naturale chiedersi se la disponibilità inglese a lasciare che Pesenti tentasse la costituzione di «un esercito antifascista italiano» in Africa settentrionale non nascondesse il desiderio di procurarsi una carta alternativa (molto piú moderata e non «inquinata» dalla drastica pregiudiziale repubblicana che caratterizzava l’operazione tentata da Sforza e dai suoi amici) alla Legione Garibaldi nel caso l’iniziativa degli antifascisti esuli negli Usa minacciasse di andare in porto. ↩

  161. La si veda riprodotta in M. Toscano, Dal 25 luglio all’8 settembre cit., pp. 14 sgg. ↩

  162. Significativo è a questo proposito l’atteggiamento di un generale, indubbiamente contrario al regime fascista e alla continuazione della guerra, come Raffaele Cadorna di fronte alle esortazioni, nell’aprile-maggio 1943, di vari esponenti antifascisti a sostenere con le sue truppe un’azione popolare: anche se avversi al regime e alla continuazione della guerra, rispose loro, i comandi militari avrebbero preso iniziative concrete solo dietro ordini del re (cfr. G. Amendola, Storia del Partito comunista italiano cit., pp. 545 sg.). ↩

  163. M. Soleri, Memorie, Torino 1949, p. 229. ↩

  164. Cfr. B. Croce, Nuove pagine sparse, Napoli 1949, I, pp. 78 sg. ↩

  165. Questa ed altre notizie sull’attività della principessa si ricavano dalla già citata copia del suo diario del 1943 fatta da Umberto Zanotti Bianco. Il diario è stato parzialmente utilizzato da A. Cambria, Maria José, Milano 1966. Per qualche altro elemento cfr. G. Benzoni, La vita ribelle cit., pp. 155 sgg. ↩

  166. Cfr. I. Bonomi, Diario di un anno (2 giugno 1943 - 10 giugno 1944), Milano 1947, pp. XXVII sg. ↩

  167. Sull’importanza del ruolo della principessa Maria José rispetto all’azione degli antifascisti durante la vicenda del 25 luglio chi piú ha insistito è stato L. Piccardi, A dieci anni dal 25 luglio, in «Il Ponte», luglio 1953, pp. 909 sgg. e specialmente p. 910. Utili notizie per ricostruire alcuni contatti della principessa in R. Bracalini, Il re «vittorioso». La vita, il regno e l’esilio di Vittorio Emanuele, Milano 1980, pp. 210 sgg. ↩

  168. La data risulta dal già citato Diario della Casa militare di S.M. (conservato in ACS); E. Caviglia, Diario cit., p. 386 riporta invece l’udienza sotto la data sbagliata del 24 gennaio. ↩

  169. E. Caviglia, Diario cit., pp. 387, 396 e 397. ↩

  170. Cfr. ibid., pp. 400 sg., nonché il già citato diario di Maria José. ↩

  171. Cfr. ADSS, VII, pp. 332 sg. e 354. ↩

  172. Cfr. G. Spataro, I democratici cristiani dalla dittatura alla Repubblica cit., pp. 208 sg. ↩

  173. Cfr. M. Ruini, Ricordi, Milano 1973, pp. 76 sg. ↩

  174. Lo si veda in G. Bianchi, Perché e come cadde il fascismo cit., pp. 739 sgg. ↩

  175. Cfr. a questo proposito G. Cassinelli, Appunti sul 25 luglio 1943. Documenti di azione, Roma 1944, pp. 18 sgg., da cui risulta bene come Badoglio si serví di Guido Cassinelli (e probabilmente anche di altri suoi uomini di fiducia) per prepararsi il terreno ed ingraziarsi i membri piú influenti del Comitato delle forze antifasciste facendosi presentare loro nelle vesti politiche piú rassicuranti ed addirittura seducenti, favorevole persino ad un’eventuale reggenza della principessa di Piemonte e di autorevoli uomini politici liberali come Orlando e De Nicola nel nome del piccolo principe di Napoli. ↩

  176. Cfr. I. Bonomi, Diario di un anno cit., pp. xxviii sg. ↩

  177. Cfr. I. Bonomi, Diario di un anno cit., pp. 19 sgg. ↩

  178. Cfr. ibid., pp. 22 sgg.; M. Soleri, Memorie cit., pp. 237 sgg. ↩

  179. Cfr. Mussolini il duce, II, pp. 14 sgg. ↩

  180. Cfr. ibid., pp. 109 sgg. e specialmente pp. 627 sgg. e 778 sgg. ↩

  181. Cfr. C. Scorza, Mussolini tradito cit., pp. 61 sg. e 65 sgg. Assolutamente irrilevante è, ovviamente, quanto Mussolini avrebbe poi scritto nella Storia di un anno, accusando il re di aver sempre perseguito, da quando aveva dovuto subire l’onta del duplice primo maresciallato dell’impero, propositi di vendetta tradottisi poi in «una sottile, continua, intelligente opera di disintegrazione del morale della nazione» e, infine, nel colpo di Stato (cfr. Mussolini, XXXIV, pp. 414 sgg.). ↩

  182. Cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 135. ↩

  183. ACS, E. De Bono, Diario, 9 aprile 1943. Sfavorevole ad un accordo nazi-sovietico doveva essere invece Acquarone. Cosí almeno sembra da un’annotazione di L. Pietromarchi, Diario (in Archivio Pietromarchi) sotto la data del 20 marzo 1943 nella quale è riferito il seguente scambio di battute col ministro della Real Casa: «Non credi – mi domanda – alla possibilità di una pace separata tra la Germania e la Russia?

    – Non per ora. Stalin esige la restituzione non solo dell’Ucraina, ma di tutti i territori posseduti dalla Russia prima di entrare in guerra. Il giorno che le cose non volgessero bene per la Germania, nulla è piú probabile che anziché rivolgersi agli Alleati che esigono la resa a discrezione, la punizione dei colpevoli e altre storie del genere, la Germania si accordi con l’Urss.

    – Sarebbe la peggiore delle prospettive, – mi dice Acquarone.

    – Avremmo un’egemonia germano-sovietica in Europa, – preciso io». ↩

  184. Cfr. ADSS, VII, pp. 431 sgg. ↩

  185. Lo si veda in R. Bracalini, Il re «vittorioso» cit., pp. 209 sg., ma si veda anche, a prova della fondatezza della sfiducia del re, cosa negli stessi giorni Sforza scriveva a Croce in P. Calamandrei, Diario cit., II, p. 74. ↩

  186. Cfr. G. Gorla, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., p. 403. ↩

  187. Cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 143. ↩

  188. La si veda in S. Bertoldi, Vittorio Emanuele III, Torino 1970, p. 422, e anche a p. 420 un’annotazione di Acquarone nella quale questi si assume invece tutto il merito di aver svolto «per molti mesi» una tenace «opera quotidiana di informazione e di persuasione» presso il sovrano per indurlo ad intervenire e risolvere la situazione, adoperandosi anche affinché giungessero al re le voci delle opposizioni: «talvolta fui io stesso ad esortare autorevoli personaggi a parlare a S. M. con la necessaria franchezza».

    Stando a quanto Volpi disse a Pietromarchi a fine novembre del 1942, Acquarone sarebbe stato a sua volta considerato (almeno a quel tempo) dallo stesso Volpi e da altri un tramite inaffidabile per far giungere al sovrano verità sgradite ed esortazioni a muoversi. Cfr. L. Pietromarchi, Diario, 27 novembre 1942 (in Archivio Pietromarchi): «Sono stato a vedere il conte Volpi tornato stamane da Venezia… Abbiamo parlato della situazione. Egli che è sempre sereno e contrario a drammatizzare non vede come possa uscirsi dalla crisi.

    Egli avrebbe le sue entrate libere dal Re e dal Duce: se ne è astenuto. Il Re per lo scrupolo col quale interpreta i doveri della costituzionalità ripete al Duce quanto gli viene riferito… Ad Acquarone che gli chiedeva giorni fa se avesse qualche cosa da far riferire a S. M. aveva risposto: “Ho due parole da fargli ripetere, ma tu non avrai il coraggio di riferirgliele: Usque tandem. Il Re conosce bene il latino”». ↩

  189. Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 669. ↩

  190. Cfr. U. Cavallero, Diario cit., p. 671. ↩

  191. Cfr. I. Bonomi, Diario di un anno cit., pp. xxxviii sg. ↩

  192. Cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 107. ↩

  193. Cfr. ibid., p. 120. ↩

  194. Ibid., p. 121. ↩

  195. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 125. ↩

  196. Cfr. A. Pirelli, Taccuini cit., pp. 432 sg. Per lo sbigottimento provocato anche in Acquarone dalla manifestazione del 5 maggio cfr. E. Storoni, La congiura del Quirinale, in «Il Mondo», 7 maggio 1949, che riferisce questa frase dettagli stizzosamente dal ministro della Real Casa: «Lei che mi racconta da mesi che tutta l’Italia è antifascista, ha visto cosa è successo a piazza Venezia? Un oceano di folla in delirio...» ↩

  197. Cfr. A. Pirelli, Taccuini cit., p. 406. ↩

  198. Cfr. il diario di D. De Micheli in G. Bianchi, Perché e come cadde il fascismo cit., pp. 740 sg. ↩

  199. Cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., pp. 125 sg. (16 marzo 1943). ↩

  200. Cfr. ibid., pp. 138 sg. ↩

  201. Lo si veda in G. Bianchi, Perché e come cadde il fascismo cit., pp. 752 sg. ↩

  202. Sull’atteggiamento degli ambienti economici manca quasiasi studio serio a carattere complessivo. Singoli elementi si possono desumere dalla memorialistica e soprattutto da alcune ricerche su singoli esponenti, quali v. Castronovo, Giovanni Agnelli cit., pp. 469 sgg.; P. Bairati, Vittorio Valletta cit., p. 101. Privo di qualsiasi valore sia per la sua estrema genericità sia per l’aprioristica e indimostrata tesi che lo sottende R. Battaglia, Un aspetto inedito della crisi del ’43: l’atteggiamento di alcuni gruppi del capitale finanziario, in «Movimento di liberazione in Italia», gennaio-giugno 1955, pp. 29 sgg. ↩

  203. Cfr. E. Storoni, La congiura del Quirinale, art. cit. ↩

  204. Cfr. il Diario della principessa di Piemonte alla data del 28 giugno: «Visto Acquarone che ho trovato molto maturato e persuaso che se il Re non manda via Mussolini e il fascismo prima dell’invasione, la monarchia non si salva piú. Dice sempre che il Re sa tutto, ma non dice se farà».. ↩

  205. Nel convincere Acquarone e nel tenere i contatti tra le opposizioni e il ministro della Real Casa decisivo fu il ruolo della principessa di Piemonte e dell’avvocato Enzo Storoni, che aveva con Acquarone frequenti rapporti di lavoro. Fu Storoni, tra l’altro, a consegnare ad Acquarone un promemoria per il re concordato con Bonomi e Casati. Quanto ai contatti tra la principessa e il ministro, il diario di Maria José ne registra significativamente l’infittirsi proprio dalla metà di maggio in poi: il 14, 18, 21 e 28 maggio e il 9, 17 e 28 giugno. ↩

  206. Cfr. ADSS, VII, pp. 318 sgg. ↩

  207. Va per altro notato che il sovrano, pur essendo consapevole del mutamento di atteggiamento nei confronti della monarchia in atto nel paese, almeno apparentemente, sembrava non dare alla cosa eccessiva importanza. Cfr. in L. PIETROMARCHI, Diario, 28 maggio 1943 (in Archivio Pietromarchi) la sua reazione allorché al vicedirettore della stampa estera al ministero della Cultura popolare, il diplomatico Guglielmo Rulli affermò nel corso di una udienza che in Italia tutti gli sguardi erano rivolti alla Corona e che questa era l’unica istituzione indiscussa. «Il re, – annotò Pietromarchi a cui il Rulli aveva raccontato l’episodio, – ha fatto dei gesti di scetticismo. Egli ben sa che vi sono nel paese delle correnti antimonarchiche. E poiché Rulli ha accennato all’incertezza e al disorientamento delle masse, il re gli ha detto: “Lei è troppo giovane per ricordare quel che avvenne nell’ultima guerra mondiale. Anche allora vi furono dei fenomeni di malcontento e di critica. Sono fenomeni inerenti alla guerra. Ma non bisogna preoccuparsene eccessivamente”». ↩

  208. Li si veda in F. W. DEAKIN, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 334 sgg. ↩

  209. P. PUNTONI, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 132. ↩

  210. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., pp. 132 sg. ↩

  211. Ibid., pp. 136 sg. ↩

  212. I. Bonomi, Diario di un anno cit., pp. 18 sg. ↩

  213. Cfr. ibid., p. 17. ↩

  214. Cfr. M. Soleri, Memorie cit., p. 237. ↩

  215. Cfr. I. Bonomi, Diario di un anno cit., pp. 3 sgg.; M. Soleri, Memorie cit., pp. 233 sgg. Secondo G. Benzoni, La vita ribelle cit., pp. 167 sg., in entrambi i casi il sovrano avrebbe tenuto un atteggiamento «iperprudente» e simulato persino uno stato di salute precario, mentre invece stava benissimo. ↩

  216. Il clima determinato tra le fila dell’antifascismo moderato dallo sbarco in Sicilia è reso bene da una pagina del diario in A. Pirelli nella quale, sotto la data del 14 luglio, è riferito quanto dettogli quello stesso giorno dal senatore Aldo Rossini:

    «Molto preoccupato per la situazione interna. Accenna alla eventualità di passaggi successivi da un Governo presieduto da Mussolini, ma su basi nazionali, ad un Governo Federzoni (che preferirebbe ad un Governo militare) e poi...

    Vorrebbe che si arrivasse ad includere nel governo Orlando e Bonomi, Soleri ed anche Gonzales.

    Ha avuto colloqui con Federzoni e Grandi ed in questi colloqui è stato fatto il mio nome come possibile ministro degli Esteri.

    Ha visto anche Soleri.

    Ritiene che Bottai e Ciano siano d’accordo tra loro, ma, mentre egli ritiene che qualche fascista dovrebbe entrare nel Governo Nazionale, pensa piuttosto a Grandi oltre che a Federzoni.

    Ritiene bisognerebbe interpellare subito il paese, indicendo elezioni. Concorda con le idee che gli espongo in proposito. Pensa ad un partito di “Unione Nazionale”» (A. Pirelli, Taccuini cit., pp. 448 sg.). ↩

  217. Cfr. ADSS, VII, p. 389. ↩

  218. Cfr. I. Bonomi, Diario di un anno cit., p. 22; nonché il diario di D. De Micheli in G. Bianchi, Perché e come cadde il fascismo cit., p. 744. ↩

  219. Cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 141. ↩

  220. Cfr. Mussolini, XXXIV, p. 343. ↩

  221. Cfr. G. Bianchi, Perché e come cadde il fascismo cit., p. 777. ↩

  222. NAW, Collection of italian military records, I.T., 1223-26, «Diario Ambrosio», sub data. ↩

  223. Cfr. A. Rossini, Vent’anni dopo, in «La gazzetta di Novara», 27 luglio 1963. ↩

  224. Cfr. C. Senise, Quando ero capo della polizia cit., pp. 196 sgg. ↩

  225. Cfr. A. Pirelli, Taccuini cit., pp. 452 sg. ↩

  226. Cfr. E. Ortona, Diario del 1943 cit., p. 1129. ↩

  227. Il discorso è riprodotto in R. Zangrandi, 1943: 25 luglio - 8 settembre, Milano 1964, pp. 1055 sgg., il passo è a p. 1058. ↩

  228. Cfr. I. Palermo, Storia di un armistizio cit., p. 454. ↩

  229. R. Zangrandi, 1943: 25 luglio - 8 settembre cit., p. 1056. ↩

  230. Un piccolo, ma significativo esempio del vuoto che si venne a creare anche attorno a Mussolini è costituito dal fatto che molti editori di libri e di dischi, che sino allora avevano avuto l’abitudine di inviare alla segreteria del «duce» le loro edizioni via via che vedevano la luce, presero a non mandarle piú o a mandarle solo sporadicamente (Mondadori, Garzanti), tanto che il 26 aprile la segreteria di Mussolini si rivolse al ministero della Cultura popolare segnalando la cosa e invitandola ad intervenire presso gli editori (ACS, Min. Cultura Popolare, b. 11, fasc. 151). ↩

  231. Particolarmente controproducenti (al punto che Ambrosio, allora capo di stato maggiore dell’Esercito, aveva già fatto in merito un passo su Cavallero) erano i «commenti ai fatti del giorno» di Mario Appelius. La loro violenza, il linguaggio usato (tipica la sua ricorrente imprecazione «Dio stramaledica gli inglesi»), l’ostentata sicurezza nella vittoria del Tripartito invece che sollevare gli animi ottenevano l’effetto di irritarli e deprimerli vieppiú. Tipica questa nota per Pavolini in data 25 novembre 1942: «Appelius si è proprio attirato l’antipatia, per non dire l’odio, degli italiani. Specie in questi ultimi tempi con le sue sfide agli aviatori nemici, seguite da bombardamenti di Genova e Torino, nessuno può piú sentirlo parlare mentre, cosí dicono, in Piemonte e in Liguria, c’è addirittura chi lo fa responsabile delle incursioni avvenute procurate dal suo modo di dire alla radio.

    È certo che il servizio propaganda italiano non ha in questo momento elemento meno accetto e meno sopportato dai radio ascoltatori di Appelius che tutti sarebbero felici di non sentire piú» (cfr. ACS, Min. Cultura Popolare, Gabinetto, b. 2, fasc. 11, «Mario Appelius»; b. 119, fasc. 17, «Commenti ai fatti del giorno»; U. Cavallero, Diario cit., p. 673 (14 gennaio 1943); P. V. Cannistraro, La fabbrica del consenso cit., pp. 265 sgg.; E. Monteleone, La radio italiana nel periodo fascista cit., pp. 209 sgg.; A. Monticone, Il fascismo al microfono cit., pp. 230 sgg.). Da segnalare è anche il caso del direttore de «Il giornale d’Italia», Virginio Gayda. Esso mostra infatti bene la confusione, l’incertezza, lo smarrimento, le contraddizioni che ormai dominavano i responsabili della propaganda. Il 17 febbraio Gayda pubblicò un articolo, Resistenza, estremamente realistico da essere da molti considerato «disfattista» e che fu ripreso e abilmente sfruttato dalla propaganda inglese. Da qui il divieto, per oltre un mese, a Gayda di firmare i suoi articoli. Come Gayda scrisse il 15 marzo a Mussolini per protestare per il provvedimento adottato nei suoi confronti, egli era convinto che in quel momento occorresse non blandire gli animi degli italiani, non nascondere loro la gravità della situazione, ma al contrario renderli consapevoli di essa e far capire loro perché l’unica via da battere fosse quella della resistenza ad oltranza: «tonificare, con una quotidiana parola, lo spirito degli italiani: persuaderli con concrete e intelligibili dimostrazioni che bisogna resistere con serenità e volontà attive, a qualunque prezzo, perché il tempo lavora per noi: esporre chiari i motivi che suffragano queste affermazioni perché anche i piú semplici possano assimilarle nella loro coscienza...: disperdere il pessimismo e gli effetti corrosivi della propaganda nemica» (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 9, fasc. 169/R, «Gayda Virginio»).

    Né a questo tipo di critiche sfuggivano personaggi anche piú in vista dell’establishment fascista. Alla vigilia del 25 luglio, persino Alessandro Pavolini, che, come si è detto, aveva assunto dopo la sua estromissione dal governo in febbraio la direzione de «Il Messaggero», sarebbe stato accusato di «sopravvalutare il nemico», appellarsi troppo alla «patria superiore alle parti», fare «inopportune» distinzioni polemiche tra fascisti e «non fascisti», confermando cosí l’esistenza di questi ultimi (cfr. G. Talamo, Il «Messaggero». Un giornale durante il fascismo (1919-1946), Firenze 1984, pp. 325 sgg.).

    In questo caos l’unica vera iniziativa, per cosí dire, attiva attuata nei mesi precedenti il 25 luglio fu quella presa dall’Istituto Luce, d’intesa con il ministero della Cultura popolare, a fine maggio «di offrire, a mezzo del cinematografo e di documentazioni fotografiche, qualche visione dei provvedimenti di repressione adottati in materia annonaria, dalle competenti autorità provinciali, e precisamente: visione di derrate alimentari sequestrate e, successivamente, distribuite ad Enti di beneficenza, Istituti, Mense aziendali, ecc.» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., 1943, b. 21, fasc. C1-AG, sottofasc. «Disciplina prezzi-Disposizioni»). Un po’ poco veramente, dato il momento e l’inventiva che in altri tempi aveva contraddistinto la propaganda del regime. ↩

  232. I casi forse piú significativi furono costituiti dalla conferenza sul tema autorità e libertà, tenuta da Raffaele Guariglia alla vigilia della sua partenza per assumere la direzione dell’ambasciata ad Ankara, il 17 marzo 1943 all’Angelicum di Roma (se ne veda il testo in R. Guariglia, Primi passi in diplomazia e rapporti dall’Ambasciata di Madrid (1932-1934), a cura di R. Moscati, Napoli 1972, pp. 167 sgg.), e dell’articolo di M. Luciolli, L’insegnamento di Massimo D’Azeglio, in «Nuova Antologia», 16 aprile 1943, pp. 241 sgg.

    Alla conferenza di Guariglia L. Pietromarchi, Diario, 27 marzo 1943 (in Archivio Pietromarchi) dedicò un’annotazione assai interessante: «Domenica scorsa l’Ambasciatore Guariglia ha tenuto all’Angelicum dei Domenicani, dinnanzi a un pubblico valutato, a quanto mi è stato detto, a 3000 persone una conferenza dal titolo: “Libertà e autorità”. La conferenza era molto attesa non solo per qualche anticipazione fatta dallo stesso Guariglia, ma per la coraggiosa impostazione dei problemi del dopo guerra fatta nella conferenza sull’Europa all’Istituto di Cultura Fascista. Già in quell’occasione l’Ambasciatore Mackensen, me presente, aveva fatto qualche rilievo al conferenziere.

    – Avete tirato dei colpi alla Germania, – gli disse.

    – No rispose Guariglia, – ho rimesso le cose a posto.

    – Non sono un bambino replicò Mackensen, – ho compreso benissimo.

    Guariglia nel ripetergli queste parole, che io avevo ascoltate, mi accennò alla propria conferenza all’Angelicum, aggiungendo che il Governatore di Roma, Principe Giangi Borghese lo aveva ammonito con queste parole: “Questo sarà il suo ultimo tentativo di andare al confino”. La conferenza infatti, che ho letto nel testo integrale fornitomi sous cape da Alberto Theodoli, è stata in piú punti una aperta presa di posizione contro il regime di violenza, i sistemi autoritari, i movimenti che prescindono dal consenso dell’opinione pubblica, gli uomini di governo che invocano Dio come fosse al loro servizio. Tutti questi punti hanno provocato scroscianti ovazioni che ne hanno sottolineato la portata.

    Per fortuna dell’oratore egli è partito l’indomani per raggiungere Ankara, prima che gli echi delle sue parole si fossero diffusi; altrimenti non avrebbe evitato l’annullamento della sua missione. Il Duce è montato infatti su tutte le furie quando ha appreso la conferenza e le dimostrazioni da essa provocate». ↩

  233. Per coloro che avevano possibilità di accedere alle notizie piú riservate, un elemento importante del quadro era costituito dal continuo aumento della circolazione e dalla parallela continua diminuzione delle disponibilità del Tesoro, provocata dall’ingente e costante aumento delle spese. Al 10 luglio 1943 i dati provvisori della Banca d’Italia davano un aumento della circolazione, rispetto al 30 giugno, di 1760,3 milioni e una diminuzione delle disponibilità del Tesoro di 2261,2 milioni (ARCHIVIO BANCA D’ITALIA, Archivio Azzolini, pr. 4., V. Azzolini a Mussolini, 22 luglio 1943). Alcuni elementi, in realtà molto sommari, sulla situazione finanziaria furono riferiti dopo la caduta di Mussolini in sede di Consiglio dei ministri il 5 agosto dal nuovo ministro D. Bartolini, cfr. La situazione finanziaria esposta dal Ministro delle Finanze Domenico Bartolini al Consiglio dei Ministri il 5 agosto 1943, Roma 1943. ↩

  234. Cfr. G. Bottai, Diario cit., p. 350. ↩

  235. ACS, E. De Bono, Diario, 5 gennaio 1943: «Ciano non nasconde niente della sua avversione alla guerra e ai tedeschi; ma dimentica tante cose!» ↩

  236. Cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 84 (1º gennaio 1942). ↩

  237. G. Bottai, Diario cit., p. 360. ↩

  238. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), fasc. FPR, «Ciano Galeazzo e Contessa», sottofasc. 3, informazioni 12 e 16 marzo e 21 maggio 1943. ↩

  239. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 87, W/R, fasc. «Ferruccio Lantini», Lantini a Mussolini, 3 febbraio 1943. ↩

  240. Cfr. A. Lessona, Memorie, Roma 1963, pp. 401 sgg. ↩

  241. ACS, E. De Bono, Diario, sub data. ↩

  242. Caratteristiche sono, per fare un solo esempio, due annotazioni di Roberto Suster, il direttore della Stefani, vecchio liberal-nazionale, passato attraverso l’interventismo irredentista al fascismo, collaboratore per anni de «Il popolo d’Italia» e in stretti rapporti con Mussolini, nel suo inedito diario (conservato in Archivio De Felice). La prima, sotto la data del 10 maggio, si soffermava essenzialmente sul fatto che nessuno si preoccupava ormai veramente piú di fronteggiare la situazione nella quale il paese sempre piú sprofondava: «nulla viene fatto e l’assenza, l’atonia, l’abulia, l’indifferenza, il fatalismo dominano tutte le attività nazionali». La seconda, di cinque giorni dopo, allargava il discorso all’atmosfera generale del paese, senza trascurare però una frecciata anche ai fascisti e alla irresponsabilità con la quale tanti di essi continuavano come se nulla fosse ad arricchirsi: «Si ha l’impressione che l’Italia stia andando a fondo. Nell’Esercito l’atmosfera è sempre piú sfiduciata. Dicono apertamente che non abbiamo armi, che in vent’anni di fascismo non ci si è mai preoccupati di attrezzare e di adeguare l’esercito in modo proporzionato ai discorsi ed agli atteggiamenti bellicosi del Regime, che infine, si continua a rubare in un’atmosfera di corruzione degna del peggiore Basso Impero. Certo che le incursioni aeree del nemico si moltiplicano con sempre piú disastrosi risultati e che la nostra difesa come la nostra reazione decrescono con altrettanta rapidità. È una umiliazione quella che sta subendo il Paese, ormai completamente dipendente da quello che vorranno e potranno fare i Tedeschi per aiutarlo». ↩

  243. Cfr. E. Rotigliano, Guerra e propaganda. Discorso sul Bilancio della Cultura Popolare pronunziato il 13 maggio 1943 con una premessa e un’appendice di documenti, Roma 1943. La citazione è dalle pp. 16 sg. In appendice, pp. 21 sgg., è riprodotto uno scambio epistolare tra Rotigliano e Scorza, che deplorò vivamente il discorso. Per le reazioni in ambiente antifascista cfr. invece P. Calamandrei, Diario cit., II, p. 135. ↩

  244. Cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 134. ↩

  245. Cfr. ADSS, VII, pp. 331 sg. ↩

  246. Cfr. T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona cit., pp. 355 sgg. ↩

  247. Acs, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), 97/R, fasc. «Perrone Compagni, marchese Dino», sottofasc. 2, informativa da Livorno. ↩

  248. G. Bottai, Diario cit., pp. 378 sg. (19 maggio 1943). ↩

  249. Lo si veda in G. Bianchi, Perché e come cadde il fascismo cit., pp. 756 sg.

    Nel dicembre 1942 Cini si era visto con Acquarone e aveva parlato anche con il re «dei pericoli immanenti e di radicali mutamenti nell’indirizzo del governo» senza, al solito, che questi si scoprisse minimamente (cfr. A. Pirelli, Taccuini cit., p. 381). ↩

  250. ACS, E. De Bono, Diario, 23 giugno 1943. ↩

  251. Con una certa esagerazione, ma basandosi su un fondo di reale conoscenza di vari dei maggiori gerarchi, L. Vitetti, nella già piú volte citata memoria inedita sul 25 luglio e l’8 settembre, ha cercato di razionalizzare l’ostilità, l’odio per Mussolini dei suoi collaboratori giungendo ad affermare che essi non erano politici. «Essi, – ha scritto, – non odiavano Mussolini perché egli si fosse fatto tiranno del suo paese o incarnasse un sistema politico che fosse repugnante alla loro coscienza, ma perché egli era il loro personale tiranno e, pur colmandoli di onori, di ricchezze, di uffici, li aveva ridotti in un umiliante stato di soggezione, li trattava con quel disprezzo col quale la gente volgare tratta i propri inferiori, li teneva in continua ansia e pericolo, faceva gravare su di loro il fatto che essi occupavano i loro uffici per sua grazia e fuori della sua grazia non erano nulla e innalzandoli ai fastigi del potere li aveva abbassati alla condizione di servi». ↩

  252. Cfr. G. Bottai, Diario cit., p. 379 (19 maggio 1943). ↩

  253. Ibid., p. 369 (31 marzo 1943). ↩

  254. Ne fanno fede una lettera, del 16 giugno, e un promemoria, in data 3 luglio, a Mussolini; la prima per caldeggiare l’autorizzazione a pubblicare nel fascicolo del 1º luglio di «Critica fascista» un articolo di R. Cantalupo (preparato per il fascicolo precedente, ma non pubblicato, essendo stato vietato alla stampa di occuparsi dell’argomento) che, cogliendo l’occasione dell’anniversario del Patto a quattro, servisse a «ricordare in piena guerra la tua politica costruttiva dei tempi di pace»; il secondo per sottoporgli addirittura lo schema di un libro da lui commissionato a Giovanni Engely e che avrebbe dovuto avere per titolo Mussolini voleva la pace. La pace che Mussolini voleva e che si sarebbe dovuto articolare in cinque punti essenziali:

    • « 1) Visione e volontà europea di Mussolini (Revisionismo affermato prima ancora delle firme dei Trattati di pace – Azione revisionistica del Governo fascista sul piano della politica generale: Locarno, dottrina delle riduzioni degli armamenti, “colpo di spugna” sulle riparazioni-debiti di guerra, Patto di Roma – La politica verso l’Urss).
    • 2) La politica fascista di collaborazione mediterranea (Accordi con la Jugoslavia e con i Paesi del Mediterraneo orientale – La politica danubiana: Ungheria, Austria, Protocolli danubiani – Accordi italo-spagnoli – l’Italia fascista e la Francia – La politica costruttiva e di collaborazione africana: la valorizzazione della Libia; il trattato italo-etiopico del 1928).
    • 3) La svolta decisiva nella storia contemporanea (Necessità e caratteristiche dell’Impresa Italiana in Etiopia – Volontà italiana di circoscrivere il conflitto, ma opposta volontà degli Stati avversi – Guerra di Spagna, continuazione della guerra italo-etiopica – La solidarietà italo-germanica: un Asse, non un diaframma – Mussolini salva a Monaco la pace europea).
    • 4) Valore costruttivo del Corporativismo (Il corporativismo tipo nuovo di civiltà nazionale ed europea – Azione dell’Italia nell’Ufficio Internazionale del Lavoro – Non si spendono miliardi in bonifiche se si prepara la guerra – Non si spendono miliardi a valorizzare l’Etiopia se si prepara la guerra – Carattere corporativo dell’unione dinastica fra l’Italia e l’Albania).
    • 5) L’estremo sforzo di Mussolini per salvare la pace (La politica anglo-francese delle “pistole puntate” contro l’Asse: garanzia britannica alla Polonia del 31 marzo 1939; garanzie unilaterali, non richieste, della Gran Bretagna e della Francia alla Grecia, alla Romania e alla Turchia, dell’aprile-maggio 1939; inizio delle conversazioni, 8 aprile 1939, per un trattato di alleanza fra Gran Bretagna, Francia e Urss – Solo il 22 maggio veniva firmato il Patto di alleanza italo-germanico – La proposta di Mussolini, 31 agosto 1939, di una conferenza internazionale a Roma per risolvere la questione di Danzica e salvare la pace – Rifiuto, ponendo condizioni inaccettabili, della Gran Bretagna – Le responsabilità politiche e diplomatiche degli Stati Uniti e della Gran Bretagna dell’attuale guerra – Se il Fascismo è volontà di guerra e di dominio, perché i suoi princípi – collaborazione fra le classi, politica di massa, assistenza sociale ecc. – fermentano oggi nei Paesi nemici?)» (In Archivio Bottai).

    ↩

  255. Cfr. G. Bottai, Diario cit., pp. 389 sg., sub data. ↩

  256. Conscio della difficoltà di poter usare la Camera per un’eventuale azione, nel giugno Grandi pensò di farsi trasferire dalla presidenza di questa a quella del Senato e di far mettere, ad ogni buon conto, Bottai al posto da lui lasciato libero. A questo scopo lo spinse a muoversi su Mussolini. Bottai preferí servirsi del tramite di Scorza, comunque l’idea non trovò opposizione in Mussolini. Fu invece Scorza che, in un secondo tempo, dovette rendersi conto dei rischi che essa comportava. Il sopravvenire della crisi finale bloccò però tutta l’operazione (cfr. G. Bottai, Diario cit., pp. 383 e 385; C. Scorza, Mussolini tradito cit., pp. 158 sg.). ↩

  257. La si veda, con i nomi dei proponenti, in E. Rotigliano, Guerra e propaganda cit., pp. 29 sg. ↩

  258. Sulla «costituzionalizzazione» del Gran Consiglio cfr. Mussolini il fascista, II, pp. 304 sgg.; nonché per il testo della relativa legge dell’11 dicembre 1928 e le sue successive modifiche M. Missori, Gerarchie e statuti del PNF cit., pp. 362 sgg. ↩

  259. Molto significativo è a questo proposito l’articolo Il problema della ricostruzione scritto da G. Bottai per il numero del 24 luglio 1943 di «Critica fascista» e rimasto inedito (lo si veda in R. De Felice, Autobiografia del fascismo. Antologia di testi fascisti 1919-1945, Bergamo 1978, pp. 553 sgg.). In esso Bottai avrebbe rivendicato ancora al fascismo il merito di aver rinnovato «gli strumenti del governo democratico» e di averli portati, «almeno come strutture, verso una democrazia piú vera, quella della libertà sociale del popolo».

    «Il contrasto libertà-comunità – scriveva – ha una posizione d’equilibrio per ciascun periodo storico. Le limitazioni, che il rapporto di comunità impone per le complessità della vita politica ed economica odierna, trovano compenso in una forma di libertà consona ai tempi, cosí come corrispondono ai tempi quelle limitazioni? Questa libertà può essere chiamata libertà sociale; ed è la libertà d’ascesa e di rotazione delle categorie sociali in base alle attitudini individuali, la cui piena e libera esplicazione sia assicurata. È antistorico un confronto di vantaggi e svantaggi di questa libertà rispetto alla libertà politica, poiché si tratta di libertà inerenti a strutture diverse della società. Il godimento della libertà politica si può assicurare se non limiti le libertà collettive, nell’interesse dei pochi; può essere che la libertà politica s’inserisca in un quadro di libertà sociale d’un periodo a venire, le cui fattezze precise non possiamo anticipare. Per ora, tuttavia, si tratta d’un frutto accessorio, che non deve distogliere dall’obiettivo principale...

    La differenza fondamentale tra i regimi democratici e quello italiano, è che i primi hanno mancato di questo grado superiore della politica e si sono fermati al governo “politico”, non avendo ancora deliberatamente inserito il fattore “massa” nel proprio sistema ideologico, mentre da noi s’è cercato di cogliere, attraverso una sensibilità sociale che lo storico del futuro dovrà riconoscere, le necessità storiche dei tempi. La differenza di struttura tra il nostro e il loro regime è secondaria o derivata, e non deve far ignorare il carattere sostanzialmente rappresentativo (anche se in una prima approssimazione, che non pretende di essere una soluzione finale) del nostro regime: il carattere intenzionalmente rappresentativo, diremmo, del regime, che è la migliore garanzia del suo affinamento strumentale...

    Il corporativismo tende, in sostanza, ad impiegare l’elemento dinamico di quella forma pura di capitalismo, da cui questo, per eliminare la polverizzazione dell’offerta, s’è venuto discostando, ed a sottoporlo a un vincolo in parte emanante dalla vita economica stessa, che la fase attuale del progresso tecnico e della dimensione dei mercati rende inevitabile. Tende cioè a conservare ai fattori economici il controllo della vita economica, in contrapposizione ad altre evoluzioni, che rappresentano invece la manomissione della vita economica da parte di forze estranee che agiscono al di fuori della sfera sociale».

    Per lo sfondo culturale e politico di questo articolo è da tenere presente la serie di articoli di O. Lefebvre d’Ovidio, L’unità del continente, Che vuol dire «vincere», La libertà degli individui e La libertà degli Stati, in «Critica fascista», 1º marzo, pp. 110 sgg., 1º e 15 giugno, pp. 194 sgg. e 208 sgg., e 15 luglio 1943, pp. 237 sgg. ↩

  260. Cfr., per esempio, A. Pirelli, Taccuini cit., p. 416 (25-26 marzo 1943). ↩

  261. D. Grandi, Pagine di diario del 1943, Il mio paese cit., p. 627. ↩

  262. Ibid., pp. 624 sgg. (22 maggio 1943). ↩

  263. Cfr. E. Aga Rossi, L’Italia nella sconfitta cit., pp. 117 sgg.; United States Army in Worldwar II, A. N. Garland - H. McGaw Smith - M. Blumenson, Sicily and the surrender of Italy, Washington 1965, pp. 268 sgg. ↩

  264. Cfr. R. De Felice, Introduzione a D. Grandi, 25 luglio. Quarant’anni dopo cit., p. 23. ↩

  265. La parte relativa al 1943 del Memoriale a stampa (Roma 1946) che Cini presentò in occasione del processo di epurazione intentato contro di lui nell’immediato dopoguerra davanti all’Alta Corte di Giustizia è riprodotta in A. De Marsico, 25 luglio 1943 cit., pp. 249 sgg. ↩

  266. Cfr. L Pietromarchi, Diario, 18 giugno 1943 (in Archivio Pietromarchi). ↩

  267. Per la vicenda Cini cfr. ACS, RSI, Segr. part. del Duce, b. 27, fasc. 218/R, «Vittorio Cini»; A. De Marsico, 25 luglio 1943 cit., pp. 73 sgg. e 249 sgg.

    Secondo il testo riportato nel Memoriale per l’Alta Corte di giustizia (cfr. ibid., pp. 253 sg.) il 19, in Consiglio dei ministri, avrebbe detto, rivolto a Mussolini:

    «Non giudico, constato, e men che meno propongo soluzioni: chiedo che si esamini e si discuta.

    Le soluzioni debbono scaturire dall’esame obiettivo degli elementi di giudizio che a noi forse difettano. Ed è appunto per averli che io propongo che si discuta la situazione generale. Alla discussione seguiranno le proposte e alle proposte le eventuali decisioni.

    Sono pronto ad optare per la guerra o per la pace o per altre soluzioni intermedie; ma secondo quanto risulterà dall’esame obiettivo della situazione...

    Una sola cosa per me è fin da ora ben chiara: tanto nelle ipotesi estreme quanto nelle intermedie s’impone un mutamento di programmi e di metodi; quelli adottati sin qui non hanno certo dato buoni risultati!

    Se si deve continuare la guerra, ebbene la si faccia nel migliore dei modi, dandovi carattere nazionale, affidandone il comando e quindi la responsabilità a chi spetta, prescindendo nella sua condotta da ragioni che non siano assolutamente tecniche, assumendo verso l’alleato un atteggiamento piú forte e piú fermo, adeguando gli obiettivi alle reali possibilità e non viceversa; coordinando e sfruttando ogni mezzo e risorsa, impostando diversamente la propaganda sia per l’interno che per l’estero. All’interno per modificare la mentalità e lo spirito degli italiani, all’estero per incutere maggiore rispetto.

    E se si deve fare la pace, poiché alla pace dovrete pur pensare per non essere colto di sorpresa come vi ha colto di sorpresa la guerra... occorre prepararsi a farla come si conviene, creando i presupposti favorevoli, istituendo dei rapporti indiretti per eventuali soluzioni; non chiudendosi le porte alle spalle, anzi predisponendo le possibili vie di uscita – prescindendo da motivi personali, ed avendo presente solo e sempre il bene e l’interesse della patria!»

    Nella lettera di dimissioni del 24 (ibid., pp. 256 sgg.) il riferimento alla pace è però piú sfumato: Cini affermava infatti di non aver voluto il 19 aprire una discussione sulla pace: «Il mio accenno alla pace – scrisse a Mussolini – aveva il solo scopo di avvertire che essa non deve trovarci impreparati, come impreparati ci colse la guerra... la mia proposta non tendeva ad aprire una discussione sulla pace: tendeva a conoscere se Voi ammettete o meno i vostri collaboratori a quell’esame della politica generale che ritengo premessa indispensabile di ogni responsabilità consapevole» e motivava le proprie dimissioni col fatto, appunto, che la discussione seguita alle sue parole aveva fatto emergere «il Vostro intendimento di limitare la nostra collaborazione al solo campo tecnico». ↩

  268. Lo sbarco alleato nel Nord Africa francese aveva suscitato in un primo momento notevole nervosismo e preoccupazioni a Madrid, dove si era ritenuto che l’azione potesse estendersi al Marocco spagnolo e, forse, alle Baleari. Questo timore aveva indotto Franco ad autorizzare i ministri militari a ordinare la mobilitazione parziale per difendere la neutralità della Spagna, ma anche a far sapere ai governi di Berlino e di Roma che, se essi potevano sempre «contare sulla lealtà ed amicizia della Spagna, la quale non muterà il suo atteggiamento verso l’Asse», egli era però sicuro che anch’essi convenissero con lui che «è comune interesse dell’Asse e della Spagna» che questa rimanesse «per ora» fuori dalla guerra e ciò tanto piú che il suo esercito era sprovvisto «di quel materiale moderno che sin da prima dell’inizio della guerra era stato insistentemente chiesto ai tedeschi». Tale dichiarazione dovette far pensare a Mussolini (che già, come abbiamo detto all’inizio del terzo capitolo, non si attendeva ormai dalla Spagna «nulla di buono» ed era convinto che, al fondo, l’orientamento della Falange e del governo fosse piú probritannico che filoasse) che non fosse possibile né opportuno approfittare del momento per cercare di farla scendere in guerra. Sia con Göring, il 18 dicembre, sia dieci giorni dopo, nelle istruzioni a Ciano in partenza per incontrarsi con Hitler, si limitò pertanto a suggerire ai tedeschi di rifornirla «gradualmente» di armi, ma non di sollecitarne l’intervento, a meno di un attacco alle sue colonie. Né Hitler nei colloqui con Ciano, il 18 dicembre, mostrò alcuna intenzione di fare pressioni su Madrid e di essere disposto a fornirle armi, che, disse, preferiva dare «a coloro che effettivamente combattevano». Sicché Mussolini, ancora il 14 febbraio e il 2 aprile, scrivendo a Franco in occasione della presa di servizio a Roma del nuovo ambasciatore spagnolo R. M. Cuesta, e di quello italiano a Madrid Paulucci di Calboli, non fece alcun cenno a un intervento della Spagna nel conflitto.

    Da questa linea di condotta Mussolini si distaccò solo in occasione del convegno di Klessheim. Non riteniamo però completamente esatta l’interpretazione di quegli storici, Deakin compreso, che, basandosi su quanto da lui scritto (lo si è visto) ad Hitler il 9 marzo, hanno ritenuto che egli attribuisse grande importanza ad un intervento spagnolo o ad un’azione militare dell’Asse contro Gibilterra passando attraverso la Spagna.

    Ché, dato l’andamento delle operazioni in Tunisia, l’idea lo solleticasse è ovvio; dire che gli attribuisse una importanza decisiva sotto il profilo militare è però troppo semplicistico. A parte che troppi elementi fanno ritenere che essa non fosse sua, ma che l’avesse fatta propria sotto la suggestione di Ambrosio, Kesselring e Dönitz, la chiave della questione va cercata non tanto sul terreno militare quanto su quello politico e non pensando tanto ai rapporti con la Spagna, ma a quelli con la Germania e in particolare agli sforzi del «duce» per convincere Hitler a rivedere la sua strategia di fondo e mediterranizzare la guerra. Ché è chiaro che un’azione contro Gibilterra (che, in teoria, avrebbe dovuto essere ben vista da Hitler, data l’importanza che egli attribuiva all’influenza dei traffici e delle comunicazioni marittime sul corso della guerra, ed era particolarmente ben vista anche dai giapponesi che, infatti, la caldeggiarono sia a Berlino che a Roma, facendo presente che Gibilterra era «un punto letteralmente vitale» per il nemico) avrebbe costituito un primo grosso passo in questo senso. In questa prospettiva, Mussolini, come si è già detto, scrivendo ad Hitler il 9 marzo, si limitò a fare un vago accenno alla possibilità di prendere alle spalle gli angloamericani passando per la Spagna; il 26 successivo tornò sulla questione molto piú esplicitamente, collegandola indirettamente alla situazione sul fronte russo. I verbali del convegno di Klessheim tacciono sul punto Spagna. Della questione si parla invece nel promemoria riassuntivo dei colloqui con i capi militari tedeschi presentato a Mussolini da Ambrosio (che aveva caldeggiato l’azione su Gibilterra anche nei giorni precedenti il convegno) il 12 aprile e, piú ampiamente nel diario di L. Pietromarchi, in cui si legge: «Durante i colloqui si è molto parlato della Spagna. Il Duce ne aveva scritto al Führer segretamente una quindicina di giorni fa, proponendogli un diversivo nella penisola iberica che avrebbe minacciato Gibilterra, ostacolato il passaggio dei convogli nel Mediterraneo, costretto gli alleati a distrarre forze verso il Marocco e forse impedito il minacciato sbarco in Italia. Alla lettera il Führer non aveva risposto né vi aveva fatto allusione nel primo colloquio di mercoledí sera. Gliene ha invece parlato ieri come di una proposta meritevole di essere approfondita. Anzi proprio per prenderla in attenta considerazione Hitler ha suggerito di rinviare la partenza. Questa improvvisa conversione del Führer a favore dell’impresa spagnola ci ha lasciato alquanto scettici. Perché non ne aveva parlato al Duce il primo giorno? Si è perciò sospettato che si volesse con questa mossa lusingare l’amor proprio del Duce salvo a concludere, dopo piú maturo esame, che non se ne potesse far nulla. È apparso infatti subito evidente che la Spagna non avrebbe potuto non vedere la impresa con avversione. Essa le sarebbe costata la perdita di tutti i suoi possedimenti coloniali senza alcuna speranza di compensi. Bisognava perciò presentarsi alla frontiera spagnola con una specie di ultimatum appoggiato dalla presenza di una trentina di divisioni. Tutto ciò è apparso chimerico».

    In pratica il progetto spagnolo morí qui. A Klessheim la decisione adottata fu che Mussolini (in un primo momento si parlò anche di Hitler, ma poi da parte tedesca si preferí delegare tutta l’operazione al «duce» e cercare invece, all’insaputa dell’Italia, di limitarsi a negoziare un accordo con Franco che lo impegnasse a resistere ad un eventuale attacco alleato) avrebbe cercato di incontrarsi con il caudillo e di trattare con lui il problema. E, infatti, appena rientrato a Roma Mussolini fece dare da Bastianini istruzioni a Paulucci di sondare la possibilità di un suo incontro “piuttosto presto” con Franco. Le dichiarazioni di pochi giorni dopo del ministro degli Esteri Jordana circa l’atteggiamento di neutralità “sopra le passioni” e “senza preferenze per una parte contro l’altra” della Spagna e la propensione di Madrid per una pace “giusta e fraterna” e il modo con cui Franco a sua volta lasciò cadere il sondaggio di Paulucci di Calboli (fingendo di intenderlo come una iniziativa personale dell’ambasciatore) indussero infatti Mussolini a non fare altri tentativi su Madrid e a rinunciare al progetto spagnolo, che, a parte ogni altra considerazione, dopo l’insuccesso degli sforzi fatti a Klessheim per convincere Hitler a ripensare tutta la sua strategia politico-militare, gli doveva ormai stare molto meno a cuore. Indiretta ma decisiva conferma di ciò ci pare il fatto che il 5 maggio, nel corso di una riunione con il sottocapo di Stato maggiore generale Francesco Rossi e con Kesselring, si riferí ad esso al passato, come a cosa ormai sostanzialmente superata, limitandosi polemicamente a mettere in alternativa l’“iniziativa” contro Gibilterra a quella “alla fronte russa”».

    Cfr. DDI, s. IX, IX, pp. 290, 323, 332 sgg., 345, 377, 404 sg., 416, 419, 425, 438, 565; X, pp. 23 sg., 131 sg., 200, 278, 288, 294, 302 sg., 307, 321 sgg., 325 sg., 363 sg., 385 sg., 386 sgg., 399 sg.; SME - Uff. storico, Verbali delle riunioni cit., IV, p. 373; L. Pietromarchi, Diario, 9 aprile e 6 maggio 1943 (in Archivio Pietromarchi); F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 80 sgg., 172 sgg., 188 sg., 193, 204, 268 sg., 292 sgg.; E. Faldella, Revisione di giudizi cit., p. 565; X. Tusell - G. C. Queipo de Llano, Franco y Mussolini cit., pp. 185 sgg.; L. Papeleux, L’amiral Canaris entre Franco et Hitler. Le rôle de Canaris dans les relations germano-espagnoles (1915-1944), Tournai 1977, p. 181. ↩

  269. Cfr. A. Pirelli, Taccuini cit., pp. 407 sg. (23 febbraio 1943). ↩

  270. In occasione del viaggio a Roma di von Ribbentrop a fine febbraio, l’incaricato d’affari nipponico a Roma Kase aveva insistito con il ministro degli Esteri tedesco, «sulla necessità di dare alle operazioni nel Mediterraneo uno sviluppo piú adeguato a quello che è l’effettiva importanza bellica di questo settore e sottolineando l’opportunità che da parte tedesca l’Italia sia sempre associata meglio e piú di quanto sia stato fatto in passato a qualsiasi piano per la ricostruzione dell’Europa futura, dando sin da ora all’Italia, senza mercanteggiamenti e riserve, quella parte di vantaggi che deve effettivamente competerle». Due mesi e mezzo dopo il ministero degli Esteri nipponico informava l’ambasciatore italiano in Giappone di condividere «l’apprensione italiana» per l’ostinazione dei tedeschi «a concentrarsi esclusivamente sul fronte russo a scapito di altri fronti» e ciò tanto piú che, secondo Tokyo, l’ancor alto potenziale bellico sovietico non faceva prevedere che essi potessero ottenere risultati decisivi e che, comunque, anche se la Germania fosse riuscita ad eliminare l’Urss dalla guerra (cosa alla quale Tokyo non credeva) lo avrebbe potuto ottenere solo impegnando all’est la quasi totalità delle sue forze, «le quali non potrebbero essere di nuovo disponibili per altri settori che quando [gli] avversari avrebbero avuto tempo di consolidarsi e migliorare [la] loro situazione e stabilire altri fronti» (cfr. DDI, s. IX, X, pp. 79, 106, 447). A questo passo ne seguí subito dopo la resa di Pantelleria un altro a Roma dell’addetto militare, generale Shimizu, e dell’ammiraglio Abe che presentarono ad Ambrosio un documento («Giudizio sulla situazione») in cui era riassunto il punto di vista giapponese sull’andamento generale della guerra in Europa e sulla situazione nel Mediterraneo in particolare e che venne discusso il 25 giugno a palazzo Venezia anche con Mussolini (a cui Shimizu, a conferma dell’importanza che Tokyo attribuiva ora ai rapporti con Roma, annunciò proprio in quest’occasione l’«intendimento giapponese di mandare un’alta personalità in Italia») giungendo ad una sostanziale uniformità di valutazioni, specie a proposito di quelle che si pensava sarebbero state le prossime azioni nemiche contro l’Italia. In esso si sottolineava tra l’altro la «relazione di interdipendenza» fra le operazioni sul fronte orientale e quelle nel Mediterraneo e l’importanza «sostanziale e morale» che per l’Asse avrebbe avuto «stroncare il tentativo di sbarco» che gli Alleati avrebbero certamente fatto in Sicilia o in Sardegna (cfr. AUSSME, Diario storico del Comando Supremo, giugno 1943, Allegati (sub data), 25 giugno 1943). In Appendice, Documento n. 7b, sono riprodotti il «Giudizio sulla situazione» e il resoconto della riunione del 25 giugno a palazzo Venezia. ↩

  271. Cfr. M. A. di Casola, Turchia neutrale cit., pp. 143 sgg. ↩

  272. Cfr. R. Bova Scoppa, Colloqui con due dittatori, Roma 1949, pp. 47 sgg.; ID., La pace impossibile, Torino 1961, pp. 197 sgg. ↩

  273. Cfr. F. Anfuso, Da Palazzo Venezia al lago di Garda cit., pp. 256 sgg. ↩

  274. Cfr. DDI, s. IX, IX, pp. 310 sg., 510 sgg., 552 sgg.; X, pp. 101, 110, 140, 141; G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., pp. 79 sgg., 321 sgg.; E. Ortona, Il 1943 da Palazzo Chigi cit., pp. 1083 (16 febbraio), 1094 sgg. (1º, 3 e 4 aprile), 1103 sg. (24-27 aprile), 1112 (5 giugno), 1114 (17 giugno), 1116 sgg. (29 giugno - 6 luglio); ADSS, VII, pp. 241 sgg., 262, 271 sgg.; A. Cretzianu, The lost opportunity, London 1957, pp. 89 sgg.; M. Sturdza, La fine dell’Europa, Napoli 1970, pp. 382 sgg.; F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 140 sgg., 180 sgg., 255 sgg. Praticamente privo d’interesse E. Preda, La Roumanie et les «tâtonnements de paix» pendant la seconde guerre mondiale, in «Revue roumaine d’études internationales», 1984, n. 4, pp. 309 sgg. ↩

  275. Lo si veda in DDI, s. IX, IX, pp. 510 sgg. ↩

  276. Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 690 sg. (19-21 gennaio 1943), nonché p. 688 (1º gennaio 1943) per il suo precedente atteggiamento verso M. Antonescu. ↩

  277. Cfr. l’appunto ad hoc in DDI, s. IX, X, p. 218. ↩

  278. Cfr. ivi, pp. 218 sgg. ↩

  279. Cfr. ivi, p. 242. ↩

  280. Cfr. DDI, s. IX, X, pp. 356 sgg.; nonché ADAP, s. E, V, pp. 733 sgg. ↩

  281. Cfr. E. Ortona, Il 1943 da Palazzo Chigi cit., p. 1109 (14 maggio 1943). ↩

  282. Lo si veda in DDI, s. IX, X, pp. 413 sgg. ↩

  283. Questa, tutto sommato, doveva essere anche la posizione di Bova Scoppa. Tale almeno appare da alcune annotazioni del diario di L. Pietromarchi, in particolare una sotto la data del 18 giugno 1943 nella quale si legge: «La Romania, per opera specialmente di Mihail Antonescu, si agita perché si addivenga da parte del Duce a dei sondaggi prima che sia troppo tardi. Bova Scoppa, durante la sua recente visita qui, ha rimesso un rapporto al sottosegretario. In esso ha precisato le idee di Antonescu, ma è evidente che con somma abilità Renato ha attribuito al primo ministro romeno le sue proprie idee. Vi è detto che la guerra è perduta, gli argomenti addotti per tale dimostrazione sono superflui. Si afferma che l’Inghilterra ha interesse a non indebolire l’Europa e a non favorire il successo russo. Vi sarebbero perciò dei punti di convergente interesse da far valere. Mussolini dovrebbe perciò prendere l’iniziativa dei sondaggi, giacché mentre l’esclusiva è assoluta per Hitler, gli Alleati non respingerebbero a priori un’iniziativa del Duce. È qui che il rapporto comincia a zoppicare. Vi è detto che oggi si potrebbe ancora addivenire a una pace di compromesso, mentre domani non si avrebbe altra alternativa che la pace senza condizioni. Bova Scoppa ha perciò insistito perché Mihail Antonescu sia ricevuto dal Duce. Questi ha acconsentito e con grande segretezza lo riceverà alla Rocca delle Caminate.

    Per me tutti questi maneggi sono destinati al piú assoluto e pietoso insuccesso. La Germania non permetterà mai una pace separata. Essa è decisa a battersi ad oltranza... È perciò da presumersi che con implacabile energia stroncherà fino all’ultimo le manovre dei suoi alleati di abbandonarla.

    La verità è che Bastianini, Ciano, Grandi e un forte numero di personalità del Regime non desiderano, non vedono, non sperano altra possibilità che la pace separata e questa illusione falsa la loro visuale della realtà.

    Adesso per suggerimento del capo di gabinetto, Babuscio Rizzo, si sta tessendo un’altra politica: di raggruppare sempre piú saldamente gli Stati amici dell’Europa danubiana-balcanica per farne un blocco attorno all’Italia e rafforzare con la loro adesione una iniziativa tendente a una pace di compromesso. Si stà perciò attuando un’azione di adescamento verso l’Ungheria, la Romania, e la Bulgaria nell’illusione che al momento di una eventuale trattativa possa evitarsi lo sbandamento generale. Come se al momento della pace, ognuno non finisse che pensare a sé, esclusivamente a sé e ai propri interessi. Sono tutti conati sterili» (in Archivio Pietromarchi). Il «rapporto» di Bova Scoppa al quale Pietromarchi fa riferimento è quello pubblicato in DDI, s. IX, X, pp. 514 sgg. Sulla sua genesi cfr. R. Bova Scoppa, Colloqui con due dittatori cit., pp. 96 sgg., da cui risulta che, concepito inizialmente sotto forma di lettera a Mussolini (che Bova Scoppa fece leggere preventivamente ad Acquarone, che la mostrò al re attendendone la piena approvazione e il «consiglio» a presentarla subito), esso fu redatto nella sua forma definitiva dopo che l’ambasciatore a Bucarest ne ebbe parlato con Bastianini e questi gli suggerí di trasformarla in un vero e proprio promemoria da poter sottoporre per le vie gerarchiche a Mussolini per indurlo a consentire di incontrarsi al piú presto con Antonescu. Sulla vicenda cfr. anche G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., p. 113; E. Ortona, Il 1943 da Palazzo Chigi cit., p. 1114 (17 e 18 giugno 1943), da cui risulta che Mussolini scrisse a sua volta un appunto (probabilmente per Bastianini) «relativo al viaggio dei romeni» di cui però non vi è traccia nella documentazione conservata nell’archivio del ministero degli Esteri. ↩

  284. Cfr. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., p. 113; R. Bova Scoppa, Colloqui con due dittatori cit., pp. 110 sg. Secondo Bova Scoppa – che a nostro avviso forza però polemicamente il senso di quanto Mussolini aveva detto a Bastianini – il «duce» avrebbe spiegato il rinvio di due mesi dicendo che «per negoziare» bisognava attendere che la situazione militare fosse «buona» e cioè, sempre secondo Bova Scoppa, che la Germania conseguisse un successo all’Est o che l’Italia respingesse un tentativo alleato di sbarco in Sicilia. ↩

  285. Questa, tra l’altro, è la tesi adombrata nel suo diario sotto la data del 3 luglio da E. Ortona, Il 1943 da Palazzo Chigi cit., p. 1119: «Questo è però il verbale ufficiale. Vi è certamente di piú. Da quanto appuro dal capo di gabinetto si sarebbero gettate in embrione le basi di un’Asse trasversale danubiano balcanico non tanto in funzione antitedesca quanto extratedesca». ↩

  286. Per il testo dell’appunto cfr. DDI, s. IX, X, pp. 610 sgg. (ivi, pp. 594 sgg. anche quello dell’appunto preparato da Bastianini per Mussolini in vista dell’incontro). Sull’andamento dei colloqui tra Mussolini e Antonescu cfr. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., pp. 113 sg., dove si afferma tra l’altro che Antonescu riportò «sfiduciato» per la decisione di Mussolini di non muoversi prima di due mesi. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 136 (3 luglio 1943) afferma invece che Antonescu, quando fu ricevuto dal re, aveva dato a questi l’impressione di essere «rimasto soddisfatto del suo incontro con Mussolini». ↩

  287. Cfr. R. Bova Scoppa, Colloqui con due dittatori cit., p. 114, il quale aggiunge due ulteriori elementi, in verità assai poco credibili e che, probabilmente, rispecchiano solo la personale posizione e i desideri di Bova Scoppa: che Mussolini avrebbe parlato di «una conferenza di stati neutrali e belligeranti per decidere del destino dell’Europa» e che, alla domanda di Antonescu se nel frattempo egli avrebbe potuto «agire per suo conto», il «duce» avrebbe risposto che «lo autorizzava» (ibid., p. 115). ↩

  288. All’incontro fu dato da parte italiana scarso rilievo sperando di non mettere cosí in eccessivo allarme i tedeschi. La sua eco fu ciò nonostante notevolissima, specialmente nei paesi belligeranti e neutrali dell’Est, e diede la stura a tutta una serie di «notizie», «indiscrezioni» e ipotesi. Già il 1º luglio l’Agenzia Tass annunciò, per esempio, che l’ammiraglio Horthy si sarebbe recato anche lui nei giorni successivi a Roma. Radio Ankara il 3 luglio riferí a sua volta che «a Istanbul corre voce che in Europa si profila un vasto movimento dove l’Italia cercherebbe di formare un blocco antigermanico con l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria. Il governo italiano pur volendo combattere accanitamente contro una invasione vorrebbe anche avere alcune carte in mano ed i capi fascisti sentono di poter ottenere migliori condizioni di armistizio chiedendolo anche a nome di altre piccole nazioni e permettendo cosí agli alleati di occupare i Balcani senza colpo ferire. Le dichiarazioni churchilliane e rooseveltiane hanno convinto le piccole nazioni che un migliore trattamento aspetta l’Italia. La Romania vorrebbe evitare l’occupazione russa ragion per cui Antonescu, malgrado le pressioni tedesche, continua a negoziare coll’Italia. I generali italiani in Slovenia avrebbero raggiunto accordi taciti con i partigiani per una tregua.

    Tuttavia i fascisti dicono che si preparano a continuare la battaglia e sembra che l’Ungheria stia per inviare alcune divisioni in Italia per la difesa della penisola italica» (ASMAE, Affari politici, Ungheria, b. 37, «1943-44-45»). ↩

  289. Cfr. A. Pirelli, Taccuini cit., pp. 443 sgg. (la citazione è da p. 445). ↩

  290. Tipica è in questo senso la prima annotazione, l’11 luglio, di G. Bottai, Diario cit., p. 387: «Ieri… l’annuncio per radio del primo sbarco sulla Sicilia sud-orientale. Ore sperse, con la mente che si rifiuta di pensare, il cuore che non vuole soffrire. Com’un mettere una mano dinnanzi agli occhi per non vedere. Poi, tra la vita, la luce del giorno s’infiltra a forza; e con la luce dubbi, speranze, presentimenti che a notte, quando la luce è spenta, rimangono a covare sotto la palpebre gli atroci sogni della temuta realtà». Alla quale sostanzialmente corrisponde quest’altra di E. De Bono, Diario cit., sub data (in ACS) di due giorni dopo: «Io non tento neppure di fare previsioni, di immaginare ciò che si potrebbe fare…» ↩

  291. L’idea che fosse possibile far fronte allo sbarco e rigettare gli invasori non era stata presente solo in un certo numero di fascisti. A sostenerla erano stati anche alcuni esponenti dei vertici militari e, secondo L. Pietromarchi, che, alla data del 13 luglio, riferisce nel suo Diario (in Archivio Pietromarchi) quanto dettogli a questo proposito dal conte Faccarino, anche «il re era convinto che un tentativo d’invasione sarebbe stato respinto in due o tre giorni». Qualcuno era addirittura arrivato a pensare che solo uno sbarco, ovviamente respinto, potesse risolvere la situazione dell’Italia e, forse, dell’Asse. Tipica è in questo senso un’annotazione di E. De Bono, Diario cit. (in ACS) del 29 giugno: «Noi abbiamo bisogno di un tentativo di invasione. Se riuscissimo a sventarla, con le nostre sole forze, sarebbe una vittoria da affiancare, si può dire, a quella del Piave dell’altra guerra. Gli anglo-americani non ne tenterebbero piú un altro e Stalin finirebbe con lo stancarsi di aspettare l’apertura del nuovo fronte e potrebbe prendere decisioni definitive. Ciò potrebbe avvenire anche se inglesi ed americani tardassero troppo ad agire». ↩

  292. Cfr. T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona cit., pp. 389 sgg. ↩

  293. «Appena sparsasi la notizia dell’attacco alla Sicilia sabato scorso, – si legge nell’appunto per il Duce di Scorza – tutto il popolo italiano ha reagito con un entusiasmo e una fierezza che può essere per Voi, Duce, giusto titolo di orgoglio.

    A Roma, nella stessa serata di sabato; a Torino, Milano, Bologna, Firenze, Napoli, nella giornata di ieri domenica, grandi masse di autentico popolo (non di fascisti appositamente mobilitati, mancando anche il tempo materiale per una regolare mobilitazione di essi) sono affluite presso i diversi gruppi rionali fascisti, dove combattenti, squadristi, reduci hanno brevemente parlato.

    Risultati eccezionali, che hanno oltrepassato anche le legittime aspettative, si sono avuti a Firenze ed a Torino...

    Il popolo ha dimostrato, con questo, di vivere ardentemente questa appassionata ora dell’Italia, e di guardare tuttora al Partito con serenità e fiducia (ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 49, 242/R, fasc. «Carlo Scorza»). ↩

  294. «Bastianini dice che Scorza... viene in questo momento incolpato e esautorato dal Duce». E. Ortona, Il 1943 da Palazzo Chigi cit., p. 1121 (13 luglio 1943). ↩

  295. Cfr. G. Bottai, Diario cit., p. 388. ↩

  296. Cfr. E. Ortona, Il 1943 da Palazzo Chigi cit., p. 1121 (13 luglio 1943). ↩

  297. Cfr. ibid., pp. 1122 e 1125 (14 e 16 luglio 1943). ↩

  298. Sulle due riunioni nella sede della direzione del PNF e sul passo presso Mussolini la sera dello stesso giorno cfr. G. Acerbo, Fra due plotoni di esecuzione cit., pp. 491 sgg.; G. Bottai, Diario cit., pp. 392 sgg.; T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona cit., pp. 394 sgg.; G. Giuriati, La parabola di Mussolini cit., pp. 219 sgg.; C. Scorza, Mussolini tradito cit., pp. 173 sgg.; nonché Mussolini, XXXIV, p. 340. ↩

  299. Nella notte tra il 13 e il 14 luglio G. Bottai, Diario cit., pp. 389 sg., sulla base di quanto era stato detto nella prima riunione presso Scorza, aveva sintetizzato in due ipotesi i possibili sviluppi che, a suo avviso, la situazione avrebbe potuto avere:

    «Una situazione di governo con Mussolini significa ancora una situazione tutta in mano al fascismo (Partito e idea). Se la situazione è (non si ritiene che sia) questa, occorre, comunque, un Mussolini che, nei limiti, ma anche con la celerità che l’ora consente ed esige, si adegui alle funzioni di Capo del Governo secondo le norme della costituzione fascista; adotti i seguenti provvedimenti:

    nomina dei Ministri militari;

    funzionamento effettivo del Capo di S.[tato] M.[aggiore] (non esprimo giudizio sulle persone, ché è campo in cui non posso responsabilmente darne);

    sterzamento della Propaganda, da rendere alta e insieme piú elastica, slegata dal formulario di parte (strumento del Ministro?);

    responsabilità attiva (non meramente passiva) dei ministri e funzionamento del loro Consiglio con la frequenza adeguata alle circostanze;

    convocazione del Gran Consiglio;

    proclama del Re al Paese, seguito da un manifesto del Duce (e del Gran Consiglio?)

    Una situazione di governo senza Mussolini significa una situazione, che già si considera non tenibile in parte o del tutto nella mano del Fascismo (Partito e idea). Non è in questo momento che, distinguendo mussolinismo da fascismo si può accantonare (sia pure piú in alto) quello per mettere alla ribalta questo: sarebbe troppo tardi. Se fossimo a questo punto (e solo chi ora ha in mano poteri e strumenti di governo può dare responsabile risposta), non si tratterebbe piú di distaccare Mussolini dal Fascismo e dal Paese, ma noi, quanti siamo fascisti e incarniamo, quindi, il Fascismo con lui dal Paese; ma la situazione, in questo caso, diverrebbe tipica competenza della Corona. A questa spetterebbe di decidere sul tipo di governo: militare? militare-civile? militare-civile soltanto con civili non fascisti, o con gli uni e gli altri insieme?

    Queste le due alternative. L’altra, Mussolini sopra o accanto a un governo di cui non faccia parte, sarebbe soltanto intermedia: e questo è periodo di decisioni estreme, non intermedie.

    Se, in queste considerazioni, si prescinde dal fatto guerra, si è perché è evidente ch’esse sono nei loro fondamenti e nei loro fini legate soltanto a esso». ↩

  300. Cfr. ibid., pp. 392 e 393. ↩

  301. Sulla riunione del 16 luglio e il passo, la sera dello stesso giorno, dei gerarchi su Mussolini, interessanti notizie (relative anche all’atmosfera creatasi attorno agli armeggii del vertice fascista in quei giorni) e giudizi sono riferiti da L. Pietromarchi, Diario, 16, 17 e 18 luglio 1943 (in Archivio Pietromarchi):

    16 luglio:

    «Intanto il Partito prendeva l’iniziativa di fare un passo presso il Duce per ottenere provvedimenti a fronteggiare la situazione. Il passo doveva esser fatto stamane dai tredici oratori scelti dal Partito per tener rapporti ai Direttori delle principali città. C’erano, tra gli altri, Grandi, Bottai, Bastianini, De Cicco, Teruzzi etc. Il pretesto per esser ricevuti era di ottenere dal Duce la precisazione dei criteri da illustrare in questo eccezionale momento. Ma la data dei rapporti da tenersi ai Direttori è stata prorogata e nello stesso tempo, per quella facilità con la quale si divulgano in Italia le iniziative piú segrete, è trapelata nel pubblico la notizia del passo.

    L’Avvocato Toffanin di Padova mi ha affermato questamane, con l’esagerazione con la quale travisa e complica ogni notizia, che vi sarebbe stato in giornata un colpo di Stato. Ho poi saputo che Scorza ha convocato i 13 personaggi predetti per questo pomeriggio alle 17. Da De Cicco ho appreso che si vorrebbe ottenere dal Duce la formazione di un nuovo governo. Il che equivarrebbe a dare la sensazione che il Regime abdica.

    Tanto piú si accrediterebbe tale impressione in quanto che Churchill e Roosevelt hanno oggi emanato un ennesimo messaggio al popolo italiano sotto forma di un vero e proprio ultimatum, col quale gli offrono la resa a discrezione con onore a condizione che si liberi del Fascismo e del Nazismo. Se non ottempererà a tale ingiunzione le forze alleate passeranno quanto prima al definitivo attacco contro l’Italia».

    17 luglio:

    «Ieri Scorza, accompagnato da dieci personalità fasciste, è stato dal Duce. V’erano i Quadrunviri De Vecchi e De Bono; c’erano Bottai e De Cicco che hanno parlato con maggior fermezza di tutti gli altri, Farinacci, Bastianini, Teruzzi. Mancava Grandi: era assente anche Ciano trattenuto a letto da un’angina che gli ha provocato l’apparizione di albumina. I gerarchi hanno detto al Duce che venivano non come accusatori o congiurati, ma come corresponsabili. Il Duce ha dichiarato che la responsabilità dell’attuale situazione ricade sulla Germania che non ha voluto fornire gli indispensabili armamenti. Egli li ha chiesti a Mackensen, che era stato da lui; aveva detto che non occorrevano discorsi lunghi, ma poche parole: aeroplani, aeroplani, aeroplani...

    – E se gli armamenti non ve li danno? – ha chiesto uno.

    – In tal caso non saranno responsabili del seguito degli avvenimenti – ha risposto il Duce.

    È evidente da questi accenni, come dalla richiesta del promemoria al ministero degli Esteri, che nella mente del Duce v’è un’idea che lavora: quella di costituirsi un alibi qualora si rendesse possibile sganciarsi dalla Germania. Mi risulta che la linea del Brennero è guarnita tanto dalla parte nostra come da quella tedesca. Interessante, a questo riguardo, è l’affermazione del Duce ai gerarchi che egli documenterà che l’Italia è stata costretta ad entrare in guerra. Evidentemente egli ha inteso alludere alla minaccia di essere occupata dalla Germania.

    Farinacci ha dichiarato che bisogna ordinare delle fucilazioni. Il Duce gli ha risposto che è piú facile dirlo che farlo. Farinacci in un articolo sul “Regime Fascista” aveva accusato i nostri generali d’incapacità e aveva mosso un attacco a fondo contro Ambrosio. Il Duce gli ha detto che i nostri generali sono quello che sono. In quanto ad Ambrosio aveva saputo da lui molte piú cose di quante prima di lui gli fossero state rivelate. La quale confessione, per un regime dittatoriale, non può non lasciare profondamente perplessi. Nell’insieme la riunione si è sgonfiata secondo quanto ha commentato De Cicco».

    18 luglio:

    «Il passo dei gerarchi presso il Duce non è stato gradito da quest’ultimo. Essi gli hanno chiesto che la situazione venisse considerata dal Gran Consiglio. “Quando le cose andavano bene, – ha detto, – voi non mi avete mai chiesto di riunire il Gran Consiglio. Adesso che vanno male me lo chiedete. Ci penserò”. Ed ha aggiunto, secondo quanto ha riferito Salemi, che la riunione avrebbe potuto essere considerata il principio della crisi.

    Farinacci ha sostenuto di affidare ai Tedeschi il comando delle forze. Su Ambrosio, il Duce ha detto: “Voi mi chiedete la testa di Ambrosio. Ma egli ha avuto il coraggio di dirmi piú verità di quante non me ne abbiate mai dette voi qui riuniti. Ambrosio è un uomo onesto, non è un genio ma è onesto”.

    Farinacci era indignato per l’assenza di Grandi. Diceva che bisognava espellerlo dal Partito. Come se questo non fosse per Grandi la cosa piú gradita in queste circostanze.

    La verità è che la riunione è stata dominata dalla paura. Ognuno dei convenuti si attendeva che da un momento all’altro si aprisse la porta della sala e venissero ad arrestarli. Il linguaggio tenuto al Duce è stato il piú umile. Nessuna conclusione».

    Per il testo del «messaggio al popolo italiano» di Roosevelt e Churchill, trasmesso da Radio Algeri il 16 luglio, cfr. W. CHURCHILL, La seconda guerra mondiale cit., V: La morsa si stringe, 2, pp. 60 sg. Nella prima parte il messaggio ribadiva l’accusa churchilliana a Mussolini di essere stato il solo responsabile dell’intervento e dell’asservimento alla Germania dell’Italia e – dopo aver affermato che gli italiani si erano battuti su tutti i campi di battaglia coraggiosamente, ma erano stati traditi e abbandonati dai tedeschi che ormai non avevano piú speranze di vittoria – vantava minacciosamente il dominio dei cieli italiani che avevano gli anglo-americani. Nella seconda affermava:

    «La sola speranza per l’Italia di sopravvivere sta in una onorevole capitolazione alla potenza travolgente delle forze militari delle Nazioni Unite. Se continuerete a tollerare il regime fascista, asservito al potere malefico dei nazisti, dovrete soffrire le conseguenze della vostra stessa scelta. Non deriviamo nessuna soddisfazione dall’invadere il suolo italiano e dal portare la tragica devastazione della guerra al popolo italiano; ma siamo decisi a distruggere i falsi capi e le loro dottrine che hanno gettato l’Italia nelle attuali condizioni. Ogni istante della vostra resistenza alle forze congiunte delle Nazioni Unite – ogni goccia del sangue che voi sacrificate – può servire soltanto a uno scopo: dare ai capi fascisti e nazisti ancora un po’ di tempo per sottrarsi alle inevitabili conseguenze dei loro crimini. Tutti i vostri interessi e tutte le vostre tradizioni sono stati ingannati dalla Germania e dai vostri capi falsi e corrotti; è solo sconfessando e questi e quella che un’Italia ricostituita può sperare di occupare un posto onorato nella famiglia delle nazioni europee.

    È venuto ora il momento per te, popolo italiano, di ascoltare la voce del tuo proprio rispetto, dei tuoi interessi e della tua aspirazione a un ritorno della dignità nazionale, della sicurezza e della pace. Ora è venuto per te il momento di decidere se gli italiani dovranno morire per Mussolini e Hitler, o vivere per l’Italia e la civiltà».

    Per l’articolo di R. FARINACCI cfr. Guardare in faccia la realtà, in «Il regime fascista», 15 luglio 1943. ↩

  302. Cfr. in ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), Udienze, 16 luglio 1943, l’elenco dei gerarchi che si recarono con Scorza da Mussolini: Acerbo, Bastianini, Biggini, Bottai, Cianetti, De Bono, De Cicco, De Vecchi, Farinacci, Giuriati e Teruzzi. ↩

  303. Cfr. G. Bottai, Diario 1944-1948, a cura di G. B. Guerri, Milano 1988, p. 441. ↩

  304. Cfr. F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., p. 390. ↩

  305. A muoversi in questo senso non era solo Farinacci. Da una comunicazione di Himmler (frutto di un rapporto probabilmente di Dollmann) a Borman risulta che a Roma si era costituito un «comitato dei cinque», che si diceva avesse dato vita ad un movimento al quale avrebbero aderito Farinacci, Preziosi, Ricci, Rossoni e persino Bastianini, nonché vari generali e prefetti e alla cui testa sarebbe stato nominato l’ex ministro degli Scambi e valute R. Riccardi. Il movimento – scriveva Himmler – «mira a creare un gabinetto di guerra che attui una politica antimassonica, antiebraica e filotedesca, l’esclusione radicale dei traditori d’ogni risma, il rinnovamento del Gran Consiglio fascista in seduta permanente, la creazione di un comando unificato per le forze dell’Asse. Chiedono che la Germania li aiuti catechizzando senza tregua il Duce affinché conceda immediatamente i pieni poteri a Riccardi, ovvero ad uno dei citati collaboratori» (cfr. F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 415 sg.). ↩

  306. Lo si veda in ADAP, s. E, VI, pp. 286 sgg. ↩

  307. Secondo von Mackensen (ivi, p. 289), Cavallero interloquí solo alla fine per dire che, pur con qualche riserva, anche lui riconosceva che ci fosse bisogno di rinnovare «se non tutto, molto». Nel suo memoriale del 27 agosto 1943 (U. Cavallero, Diario cit., pp. 731 sg.) si sarebbe cosí riferito alla sua presenza al colloquio e ai termini di esso: «Il solo incontro [che ho avuto con autorità germaniche dopo aver lasciato il Comando supremo] è avvenuto presso l’Ecc. Farinacci per desiderio di questi, ed io vi ho, dichiaratamente, soltanto assistito (un paio di giorni avanti il Gran Consiglio).

    Contenuto del colloquio: Farinacci ha fatto un violento attacco contro il Duce; Mackensen si è schermito; Farinacci ha rincarato la dose e Mackensen ha pregato di smettere; poi, però ha detto che le stesse critiche egli aveva presentato per suo conto al Führer e che questi ne aveva fatto oggetto di rimarco al Duce a Feltre. Poi Farinacci ha chiesto se si potevano attendere rinforzi, specie aerei, dalla Germania, secondo le richieste, a noi non note, fatte da S. E. Ambrosio a Feltre; Mackensen fu vago nel rispondere, accennando a condizioni o meglio a premesse che il Führer aveva chiesto fossero realizzate avanti l’invio di truppe o di forze aeree; non precisò queste premesse.

    Fu accennato, mi sembra da Mackensen, alla questione di un comando unico, con una voluta tendenza a farvi prevalere l’elemento germanico, al che io dissi chiaramente che ciò non poteva assolutamente andare e che, secondo me, si poteva pensare ad aggregare al comando italiano un comando tedesco in sottordine.

    Mackensen disse che avrebbe riferito il contenuto dei colloqui a S. E. Bastianini». ↩

  308. Anche alcuni militari piú legati al fascismo, in questi stessi giorni, pur senza arrivare a prendere in considerazione l’idea di un comando unificato tedesco-italiano, pensarono ad una drastica riorganizzazione delle strutture militari. Gambara, per esempio, propendeva per una riorganizzazione che facesse perno sulla liquidazione dei «vecchi e malfidi generali» e su pochi grandi distretti retti da un comandante militare e da un commissario politico ad esso subordinato, nonché sulla nomina a capo di stato maggiore generale di Roatta. Cfr. G. Bottai, Diario cit., p. 391 (15 luglio 1943); L. Pietromarchi, Diario, 15 luglio 1943 (in Archivio Pietromarchi). ↩

  309. La si veda in G. Giuriati, La parabola di Mussolini cit., pp. 221 sgg. ↩

  310. Cfr. C. Scorza, Mussolini tradito cit., pp. 185 sgg. ↩

  311. Cfr. G. Bottai, Diario cit., p. 403; G. Acerbo, Fra due plotoni di esecuzione cit., p. 497; E. De Bono, Diario, 19 luglio 1943 (in ACS). ↩

  312. Ivi, 23 luglio 1943. ↩

  313. In Archivio Pietromarchi. ↩

  314. Cfr. Mussolini il duce, II, pp. 626 sgg. passim e in particolare pp. 670 sgg. e 790 sgg. ↩

  315. Cfr. D. Grandi, Il mio paese cit., pp. 610 sg. ↩

  316. Per la formazione di Dino Grandi e la sua prima milizia fascista e i rapporti con Mussolini sino alla nomina, nel 1929, a sottosegretario agli Esteri cfr. P. Nello, Dino Grandi. La formazione di un leader fascista, Bologna 1987. ↩

  317. Già serpeggiante soprattutto a palazzo Chigi, l’accusa di «opportunismo» e di «doppiogiochismo» nei confronti di Mussolini sarebbe diventata uno dei leitmotiv sia di molti fascisti sia di molti antifascisti dopo il 25 luglio e soprattutto dopo la pubblicazione della Storia di un anno di Mussolini, nella quale, come si vedrà nel prossimo tomo, il «duce» si sarebbe scagliato con particolare accanimento e sarcasmo contro «il conte di Mordano». A tale accusa Grandi avrebbe risposto nelle sue memorie, affermando di essersi schierato, il 25 luglio, contro di lui per «salvare il paese, con ogni mezzo, dall’estrema rovina», ma di essergli stato sempre fedele, anche se non lo aveva sempre obbedito:

    «Non ho mai considerato Mussolini come un essere cui mi sentivo legato da obblighi di fedeltà personale e cieca, il che del resto egli sapeva perfettamente. Non è stato per me, mai, altro che uno strumento di bene, o di male, per il paese. È al paese, non a lui, cui sentivo il dovere di essere fedele. Del resto giocavamo tutti e due a carte scoperte. Quello che io pensavo lo ha saputo sempre, e gliel’ho detto in pubblici congressi, sulla stampa, in Parlamento, nell’azione politica da me svolta in Italia e all’estero. Lavorare sui suoi difetti era spesso la sola opportunità data a coloro che intendevano mettere a servizio del paese l’immensa forza di cui disponeva. Era un fatto straordinario e un mito innegabile nella vita italiana. Da molti secoli non era apparsa nella vita della nazione una personalità di tanta forza e di tanto fascino, di tanto potere carismatico, capace di inebriare uomini e folle. Non ho mai subíto e soggiaciuto a questo suo innegabile fascino, ma l’ho sempre considerato come la piú grande forza politica che la nazione possedesse. Grande nelle sue qualità, e altresí nei suoi difetti umani, il problema non era di combatterlo, bensí di rendere questa forza feconda nell’interesse della nazione. Mussolini era come una fiumana irrompente che bisognava canalizzare, una fiamma viva che occorreva trasformare in calore perché non bruciasse. Fare di lui e della sua straordinaria magia uno strumento di bene per il paese. Collaborare alla sua grandezza non attraverso un’obbedienza ottusa ed inerte, ma attraverso una fedeltà consapevole e costante, essergli fedele anche nelle disobbedienze e far sí che quest’ultime anziché diminuire ingrandissero il suo merito: cosí io ho inteso sempre la mia fedeltà, convinto che fedeltà ed obbedienza non sono sinonimi. Egli diffidava non di me, ma delle mie idee che erano quasi sempre in contrasto con le sue. Fui sempre leale con lui, quando lo difesi e quando sentii il dovere di combatterlo. Non l’ho mai ingannato; non ho mai congiurato contro di lui… Gli sono stato fedele, ma disubbidiente, sempre. Mussolini confondeva troppo spesso ubbidienza e fedeltà. Fui sempre contro la politica dell’Asse Roma-Berlino, che sempre giudicai dannosa e pericolosa per l’Italia. Durante i sette anni di palazzo Chigi mi riuscí meno difficile attuare una politica estera diversa da quella in cui Mussolini credeva. Facevo di mia testa, ma sempre attribuendo al mio capo il merito del successo. Poi, ad un tratto, nel 1932, Mussolini si stancò.

    Durante i miei sette anni di Londra, ho continuato a disobbedire… I nazisti mi odiavano e io contraccambiavo il loro odio. Da tre anni, particolarmente dal 1936, continuavano a domandare a Mussolini ed a Ciano la mia testa di ambasciatore a Londra. Mussolini per tre anni tergiversò, rifiutandosi di accogliere le sempre piú pressanti richieste del potente alleato: in fondo non gli dispiaceva che il proprio ambasciatore a Londra mostrasse il muso duro ai prepotenti signori di Berlino e non mi mosse mai rimprovero alcuno per le mie disobbedienze, scopo delle quali non era d’ingannare lui, ma i tedeschi ed in pari tempo di salvaguardare nell’opinione internazionale la fama e l’innegabile grandezza del duce. A queste mie disobbedienze seguivano spesso lettere ispirate ad un piatto ed ottuso conformismo alla politica ufficiale del Governo. Queste lettere strumentali irritavano il ministro Ciano, ma divertivano Mussolini il quale amava chiamarle “lettere di copertura”. Io sapevo perfettamente (non mi era stato difficile accertarlo) che i fiduciari di Von Ribbentrop e di Goebbels, miei acerrimi avversari, venivano a conoscenza di quanto l’ambasciata di Londra indirizzava a Roma, sotto forma di lettere, dispacci, telegrammi. Le mie “lettere di copertura” confondevano i nazisti e non di rado ne neutralizzavano l’azione» (D. Grandi, Il mio paese cit., pp. 381 sgg.).

    ↩

  318. G. Bottai, Diario 1944-1948 cit., pp. 544 sg. (22 ottobre 1947). In anni ancora successivi Bottai avrebbe affermato di essere un pentito, Grandi, invece, sino alla fine della propria vita avrebbe sostenuto di essere non un pentito, ma un vinto. ↩

  319. Cfr. A. Varsori, Gli Alleati e l’emigrazione democratica antifascista cit., passim. ↩

  320. Cfr. A. Rossini, Vent’anni dopo, art. cit. ↩

  321. Cfr. M. Zamboni, Diario di un colpo di Stato cit., sub, febbraio 1943. ↩

  322. In vari scritti, editi ed inediti, Grandi (cfr. per tutti D. Grandi, Il mio paese cit., pp. 602 sgg.) ha asserito di essersi convinto sin dai tempi della campagna di Grecia che la guerra era perduta e che fosse necessario che l’Italia ne uscisse, evitando cosí danni maggiori. In una lettera da lui inviata il 1º marzo 1944 da Lisbona all’ex segretario di Stato e allora stretto collaboratore di Roosevelt H. Stimson si legge: «Noi abbiamo organizzato due volte l’operazione che finalmente ebbe luogo nel luglio 1943: nel maggio 1941, immediatamente dopo la criminale campagna di Grecia, e di nuovo nell’autunno 1942 al tempo dello sbarco alleato nel Nord Africa. Gli ostacoli che dovevamo superare ci costrinsero a desistere tutte due le volte». L’originale della lettera si trova nella F. D. Roosevelt Library e vi ha fatto sommario cenno E. Aga Rossi (L’Italia nella sconfitta cit., p. 76 nota); la copia e le minute preparatorie sono conservate nell’Archivio D. Grandi, b. 143, fasc. 192, sottofasc. 205. Significativo è in questo senso un accenno in G. Bottai, Diario cit., p. 333 (5 novembre 1942). ↩

  323. A. Pirelli, Taccuini cit., pp. 373 sg. ↩

  324. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., pp. 118 sgg. ↩

  325. La vicenda del collare della Santissima Annunziata costituisce una delle pagine meno chiare e piú controverse della biografia di Grandi in questo periodo. Mussolini, nella Storia di un anno, ha sostenuto che, ai primi di marzo del 1943, Grandi si presentò da lui a palazzo Venezia chiedendogli di parlare con il re perché questi glielo concedesse. Mussolini avrebbe accondisceso; il re in un primo momento non si sarebbe dimostrato «affatto entusiasta della cosa», poi avrebbe anche lui accondisceso alla richiesta (cfr. Mussolini, XXXIV, pp. 399 sg.). A proposito di questa versione va osservato che ai primi di marzo del 1943 Grandi non fu ricevuto da Mussolini (lo era stato il 15 febbraio e lo sarebbe stato di nuovo il 26 marzo) e che la testimonianza del generale Puntoni deve fare in ogni caso retrodatare il tutto almeno ai primi di febbraio. L’udienza, allora, potrebbe essere stata quella dell’8 febbraio. Ma tutto ciò è, ovviamente, secondario perché anche secondo il re, riferito sempre da Puntoni, la richiesta sarebbe partita da Grandi e fatta sua da Mussolini. Grandi, invece, nel suo diario riferisce una frase dettagli dal sovrano dalla quale si dovrebbe ritenere che questi glielo avesse concesso di sua iniziativa e Mussolini fosse intervenuto in un secondo tempo, dimostrandosi favorevole al conferimento. Cfr. D. Grandi, Il mio paese cit., p. 617. Secondo E. Ortona, Il 1943 da Palazzo Chigi cit., p. 1092, che riferisce quanto dettogli da Bastianini: «L’idea è del Re ma sottoposta al Duce previamente. Gesto indubbiamente molto abile da parte del Duce che “coram populo” improvvisamente cerca di legare maggiormente al suo carro e insieme tacitare uno degli esponenti del fascismo piú quotati e di cui non si conoscono bene le intenzioni finali». Un discorso, questo, che, per altro, può essere applicato anche a Vittorio Emanuele III. E che, infatti, circolò con insistenza sia in Italia che all’estero, appena la notizia della concessione del collare fu resa nota. Quanto a Grandi, poi, è evidente che la concessione del collare gli serviva moltissimo per rafforzare la sua immagine di fascista «diverso» e per stringere vieppiú i suoi rapporti con il sovrano. Caratteristico in questo senso è il commento che ad essa dedicò, il 13 aprile 1943, l’«Arbetaren» di Stoccolma. Tutto sommato, l’ipotesi piú probabile è che l’iniziativa dell’operazione collare sia partita da qualche esponente fascista monarchico vicino a Grandi (Federzoni?), forse addirittura nel quadro dei tentativi di Acquarone, proprio a quell’epoca, per stabilire contatti personali diretti con Grandi, e poi abbia fatto il suo iter tra Quirinale e palazzo Venezia, subita piú che gradita dal re e da Mussolini per diversi, ma convergenti motivi di opportunità politica. Che il nome di Grandi fosse «segnalato» al re da Federzoni è asserito anche da M. Zamboni, Diario di un colpo di Stato cit., sub, 5 febbraio 1943. ↩

  326. D. Grandi, Il mio paese cit., p. 618. ↩

  327. Cfr. D. Grandi, Il mio paese cit., pp. 620 sg. (per il colloquio con il principe Umberto) e 621 sg. (per il passo di Acquarone). ↩

  328. Cfr. ibid., pp. 627 sgg. ↩

  329. «Esco dal Quirinale. Nel mio cuore si è acceso un barlume di speranza.

    Barlume di speranza? Il mio animo è profondamente agitato. Non vi è dubbio che dopo due anni di ermetico silenzio, per la prima volta il re si è lasciato sfuggire parole le quali dovrebbero incoraggiarmi a sperare. Sul fronte della nostra guerra sciagurata contro la Grecia ho avuto la sensazione netta che l’Italia era perduta e che la guerra fascista avrebbe portato la nazione alla rovina. Da quel momento in poi non ho cessato mai di chiarire col mio Sovrano quello che pensavo, considerando il Re come la sola chiave per risolvere una situazione che sarebbe andata di giorno in giorno fatalmente peggiorando. Il Re mi ha sempre incoraggiato a parlare, ascoltandomi con interesse, non contraddicendo giammai quanto io gli dicevo sui pericoli mortali che correva la nazione. A conclusione di questi frequenti colloqui, il Re non ha mai avuto se non una risposta: “Si fidi del suo Re”. No, Maestà, troppo poco, Maestà. La patria corre mortale pericolo. Il Re capisce ciò, ma aspetta. Aspetta mentre passano giorni ed ore preziose. È troppo tardi. Il Re si illude. Il Re è prigioniero di vecchi schemi entro i quali egli ha regnato per 43 anni. Oggi il Re è stato piú chiaro, ma non abbastanza per soddisfarmi, non abbastanza per assicurarmi che egli si è reso finalmente conto della situazione tragica che la nazione attraversa... Le sorti della nazione sono tutt’uno con le sorti della monarchia. La nazione considera il re come prigioniero della dittatura. La nazione, mentre ha condannato inesorabilmente la dittatura, crede e spera ancora nel suo re. Il re resta, pertanto, il solo a possedere le chiavi per un ultimo supremo tentativo per salvare la nazione dalle conseguenze di una totale sconfitta la quale non ha altra alternativa se non la rivoluzione, il caos, la distruzione della nostra fragile unità nazionale. Ma queste ovvie tragiche verità le avrà ben comprese il sovrano? Sembra di sí. Tardi, troppo tardi, forse. Ma forse in tempo ancora per risparmiare alla patria il calvario doloroso al quale sembra destinata andare incontro.

    Oggi il re ha finalmente parlato. Ma non abbastanza. È rinata in me la speranza. Ma non ancora la mia assoluta fiducia. Le ore passano. L’Italia non può piú attendere. Avrà finalmente il re la forza e il coraggio di osare?» D. Grandi, Il mio paese cit., pp. 628 sg. (è il seguito dell’annotazione di diario del 4 giugno 1943). ↩

  330. ACS, E. De Bono, Diario cit., 29 giugno 1943. ↩

  331. Cfr. C. Scorza, Mussolini tradito cit., pp. 123 sg., nonché in generale G. Bottai, Diario cit., p. 402. ↩

  332. Cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 141, alla data del 21 luglio, quando la portò a conoscenza del re. ↩

  333. Secondo invece L. Vitetti (nel suo già ricordato scritto inedito sul 25 luglio e l’8 settembre), Grandi sarebbe sceso a Roma perché sapeva dell’imminente colpo di stato (che Vitetti afferma fosse stato fissato per il 26 luglio) e ci si voleva inserire e, col voto del Gran Consiglio, separare la causa del fascismo da quella di Mussolini e non coinvolgere cosí il regime nella fine del potere personale di Mussolini. Sempre secondo Vitetti, appena a Roma Grandi sarebbe stato ricevuto da Vittorio Emanuele III a cui avrebbe esposto i suoi propositi per la seduta del Gran Consiglio; il re non gli avrebbe detto nulla né su quanto Acquarone e Ambrosio stavano preparando né in merito ai propositi espostigli; ciò nonostante l’esser stato ricevuto in quel momento dal sovrano dovette essere inteso da Grandi come una sorta di avallo, da far valere, se non altro, in un secondo tempo. Vitetti afferma pure che subito dopo la seduta del Gran Consiglio Grandi avrebbe portato ad Acquarone il testo dell’o.d.g. approvato alla sua conclusione. A parte che il racconto non trova riscontri di sorta, esso è inficiato secondo noi dalla profonda ostilità nei confronti di Grandi che Vitetti nutriva da oltre un decennio almeno (cfr. Mussolini il duce, I, pp. 401 sg. e 838 sgg.). ↩

  334. Cfr. a p. 1245 il prospetto delle udienze e degli incontri non di routine dal 20 al 25 luglio di Vittorio Emanuele III, Mussolini e Ambrosio. Esso è stato redatto in base al Diario della Casa militare di Sua Maestà il Re e Imperatore, ai ruolini quotidiani delle udienze della Segreteria particolare del Duce e al Diario del generale Ambrosio. ↩

  335. Cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., pp. 140 sg. (20 e 21 luglio 1943). ↩

  336. Ibid., pp. 139 sg. (19 e 20 luglio 1943). ↩

  337. Ibid., p. 141 (21 luglio 1943). ↩

  338. Ibid. (22 luglio 1943). ↩

  339. Mussolini, XXXIV, p. 343. ↩

  340. Parlando con Pietromarchi, il 26 luglio Castellano fu a questo proposito esplicito e, cosa piú importante, si lasciò andare ad un’affermazione che conferma il ruolo giuocato dalla riunione del Gran Consiglio e dall’iniziativa di Grandi: «A un certo punto il duca d’Acquarone, ministro della Real Casa, che ha tenuto tutte le fila di questa congiura, ha cercato di accellerare i tempi dinanzi al precipitare della situazione. E poi sopraggiunta l’iniziativa Scorza della riunione del Gran Consiglio, la mozione Grandi e lo svolgimento degli avvenimenti è stato accellerato e orientato verso soluzioni le piú corrette costituzionalmente». L. Pietromarchi, Diario, sub data (in Archivio Pietromarchi). ↩

  341. Cfr. L. Pietromarchi, Diario, 28 luglio 1944 (in Archivio Pietromarchi). ↩

  342. Ad un tentennamento del sovrano Castellano avrebbe successivamente fatto cenno a Pietromarchi raccontandogli un episodio non certo privo di interesse per cogliere l’atmosfera di quei giorni e il diverso atteggiamento di Ambrosio e di Castellano. L’episodio non è nell’annotazione di Pietromarchi che lo riferisce (ibid.) datato, dal contesto sembra comunque doversi collocare dopo lo sbarco in Sicilia. Secondo il racconto di Castellano, «sul principio il re aveva tentennato, tanto che un giorno egli [Castellano] ebbe ad esclamare al gen. Ambrosio che sarebbe stato necessario arrestare anche il re. Al che il gen. Ambrosio scattò: “uscite!” – gli disse. Quando poco dopo lo rivide lo ammoní di non permettersi piú di parlare in tal modo». ↩

  343. Cfr. A. Pirelli, Taccuini cit., p. 452 (23 luglio 1943). ↩

  344. Lo si veda in F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 409 sgg. ↩

  345. Cfr. D. Alfieri, Due dittatori di fronte cit., pp. 311 e 313 sgg.; G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., pp. 121 e 165. ↩

  346. Cfr. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., p. 122. ↩

  347. Cfr. G. Castellano, Come firmai l’armistizio di Cassibile cit., pp. 56 sg. ↩

  348. Cfr. I. Palermo, Storia di un armistizio cit., p. 405. ↩

  349. Cfr. l’intervista rilasciata a M. Lualdi, A colloquio col generale Ambrosio: la posta dei militari nel 25 luglio e nell’8 settembre, in «Corriere della Sera», 11 marzo 1955. Su questa affermazione cfr. le riserve di F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., p. 419 nota. ↩

  350. Vale la pena a questo proposito di citare l’affermazione del generale Carboni (in alcune «Note agli articoli pubblicati da Lorenzo Barbaro su “Risorgimento Liberale”» inviate a R. Pacciardi e conservate in Archivio Pacciardi, fasc. «G. Carboni») di aver cercato di osteggiare «con ogni forza» la riunione del Gran Consiglio, che, a suo dire, era stata preparata «con l’unico proposito di permettere la successione a Mussolini di un ministero Grandi – Bottai – De Bono – De Vecchi», soluzione alla quale, sempre secondo Carboni, Vittorio Emanuele III non sarebbe stato in un primo tempo contrario.

    Gli articoli ai quali faceva riferimento Carboni, Come si giunse al 25 luglio, apparvero il 25 luglio, 1º, 4 e 10 agosto 1944. Nell’ultimo di essi, quello a cui piú si riferiscono le «Note» di Carboni, si affermava tra l’altro: «Ambrosio non avrebbe mai mosso un soldato per rovesciare il regime se non avesse avuto l’ordine, o almeno la sanzione del re. Perciò tutte le intenzioni e i progetti del capo di stato maggiore generale e dei suoi collaboratori piú intimi erano rivolti ad ottenere, a sollecitare l’intervento del sovrano; erano pressioni esercitate su di lui, non propositi di ammutinamento». Tra i collaboratori di Ambrosio «che erano nel segreto della cospirazione», Carboni «pareva il piú impaziente ed inquieto, il piú avventuroso, il piú pronto ad agire». Sua sarebbe stata l’idea di arrestare Mussolini all’uscita da una delle periodiche visite di routine al sovrano o in occasione di qualche ispezione ai reparti militari acquartierati vicino Roma. ↩

  351. Cfr. A. Pirelli, Taccuini cit., p. 453 (23 luglio 1943). ↩

  352. Cfr. L. Federzoni, L’Italia di ieri per la storia di domani cit., p. 194; NAW, Collection of italian military records, I.T., 1223-26, «Diario Ambrosio», 23 luglio 1943. ↩

  353. Cfr. G. Artieri, Per la prima volta Umberto parla del 25 luglio, in «Epoca», 27 febbraio 1955. ↩

  354. D. Grandi, 25 luglio. Quarant’anni dopo, a cura di R. De Felice, Bologna 1983. ↩

  355. Cfr. G. Bottai, Diario cit., pp. 402 sg. ↩

  356. La dimostrazione migliore che Grandi puntava alla liquidazione sia di Mussolini sia del regime fascista è offerta dal testo delle due lettere da lui inizialmente preparate per trasmettere a Mussolini e al re l’ordine del giorno che, prima di sapere della convocazione del Gran Consiglio, aveva pensato di sottoporre, a seconda delle circostanze al Gran Consiglio, se fosse stato convocato, o alla Camera dei fasci e delle corporazioni. Un ordine del giorno, questo, che giunto a Roma dovette, non a caso, rendere formalmente molto meno esplicito per poter raccogliere su di esso il maggior numero di consensi possibile tra i componenti del Gran Consiglio. Per il suo testo e per quello delle lettere a Mussolini e al re (che Grandi, nella nuova situazione trovata a Roma, non inviò). Cfr. D. Grandi, 25 luglio cit., pp. 220 sgg.

    Come già abbiamo avuto occasione di scrivere (Due diari del 1943 cit., pp. 1072 sg.), nelle «pagine» di diario (ora in D. Grandi, Il mio paese cit., pp. 617 sgg.) Grandi fa riferimento al testo del suo o.d.g. sia nella seconda stesura (redatta a Roma il 21 luglio) sia nella terza – quella definitiva – messa a punto il 23 sulla base anche dei suggerimenti di alcuni di coloro che si erano impegnati a sottoscriverlo. La seconda stesura è stata pubblicata in appendice ai Due diari del 1943, pp. 1074 sg.; la sua minuta autografa, travagliatissima (quindici fogli punteggiati di cancellature e rifacimenti) in Archivio D. Grandi, b. 128, fasc. 189, sottofasc. 1, ins. 1. ↩

  357. Cfr. per esempio G. Bottai, Diario 1944-1948 cit., p. 87 (8 giugno 1944). ↩

  358. ACS, E. De Bono, Diario, sub data. ↩

  359. Cfr. ADSS, VII, pp. 520 sgg.; M. Zamboni, Diario di un colpo di Stato cit., sub, 25 luglio 1943. ↩

  360. L. Federzoni, Italia di ieri per la storia di domani cit., p. 194. ↩

  361. Cfr. soprattutto D. Grandi, Ecco Mussolini, in «Epoca», 18 aprile 1965; ID., «Proemio» a 25 luglio cit., pp. 137 sgg. e in particolare pp. 193 sgg. ↩

  362. Cfr. Mussolini, XXXIV, p. 343. ↩

  363. Cfr. C. Scorza, Mussolini tradito cit., p. 218. ↩

  364. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ord. (1922-1943), Udienze, sub data. ↩

  365. Mussolini, XXXIV, pp. 292 sg. ↩

  366. C. Scorza, Mussolini tradito cit., p. 193; Mussolini, XXXIV, p. 343. ↩

  367. G. Bottai, Diario cit., p. 406. ↩

  368. Cfr. A. Pirelli, Taccuini cit., p. 435 (29 maggio 1943). ↩

  369. Cfr. per esso DDI, s. IX, X, pp. 257 sgg. e 273 sgg., nonché per i colloqui a latere, pp. 256 sg., 275 sg. e 277 sg.; ADAP, s. E, V, pp. 543 sgg. e 566 sgg. ↩

  370. R. Aron, Penser la guerre. Clausewitz, Paris 1976, II, pp. 93 sg. e 332 sgg. ↩

  371. Cfr. M. Mourin, Les tentatives de paix dans la seconde guerre mondiale (1939-1945), Paris 1949, pp. 112 sgg.; P. Kleist, Entre Hitler et Staline (1939-1945), Paris 1953, pp. 196 sgg.; B. Martin, Verhandlungen über separate Friedensschlüsse 1942-1945. Ein Beitrag zur Entestehung des Kalten Krieges, in «Militärgeschichtliche Mitteilungen», 1976, n. 2, pp. 95 sgg.; I. Fleischhauer, Die Chance des Sonderfriendens. Deutsch-sowjetische Geheimgespräche 1941-1945, Berlin 1986. ↩

  372. Cfr. N. Pavlenko, La storia della guerra non è stata ancora scritta (in russo), in «Ogonek», n. 25, 1989, pp. 7 sg.; ID., Tragedia e trionfo dell’Esercito Rosso (in russo), in «Moskovskie novosti», 7 maggio 1989, pp. 8 sg.; D. Peev, Ora si può raccontare di questo (in russo), in «Moskovskie novosti», 25 giugno 1989, p. 2.

    N. Pavlenko è stato redattore capo della rivista sovietica di storia militare; ebbe le prime notizie sull’episodio nel 1954 in occasione del «caso Berija» da G. Terekhov, della procura dell’Urss, e successivamente, alla metà degli anni sessanta, una precisa ricostruzione di essa dal maresciallo Žukov, che era stato presente al colloquio tra Stalin e Berija durante il quale questi ebbe l’ordine di cercare di mettersi in contatto con Hitler. D. Peev, figlio di un agente dei servizi segreti sovietici, fu nel 1944 presso la rappresentanza bulgara a Mosca ed ebbe notizia di esso da uno dei diplomatici bulgari che nel 1941 erano in Urss e che vi erano tornati per riaprire la legazione. ↩

  373. Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 569 e 572 (21 e 28 dicembre 1941); nonché DDI, s. IX, VIII, pp. 65 sg. ↩

  374. Cfr. E. Manstein, Victoires perdues, Paris 1958, p. 333. ↩

  375. D. Irving, Göring. Il maresciallo del Reich, Milano 1989, p. 464, riferisce, per esempio, che quando, come vedremo, il 18 dicembre 1942 Ciano e Cavallero ribadirono a Hitler il punto di vista di Mussolini che si dovesse cercare un accordo di pace con l’Urss, sia Göring che von Ribbentrop non mancarono di fare cenni di approvazione. ↩

  376. Cfr. A. Hillgruber, Storia della seconda guerra mondiale cit., pp. 108 sg. e specialmente pp. 124 sg. ↩

  377. Cfr. B. H. Liddell Hart, Storia militare della seconda guerra mondiale cit., pp. 684 sg. ↩

  378. Cfr. A. Hillgruber, Storia della seconda guerra mondiale cit., p. 125. ↩

  379. Cfr. J. Ortega y Gasset, La ribellione delle masse, Bologna 1962, p. 160. ↩

  380. Cfr. a questo proposito M. Agursky, La terza Roma. Il nazionalbolscevismo in Unione Sovietica, Bologna 1987. ↩

  381. A. Hillgruber, Storia della seconda guerra mondiale cit., p. 125. ↩

  382. Ibid. ↩

  383. A. Hillgruber, Storia della seconda guerra mondiale cit., pp. 119 sg.; nonché ID., Il duplice tramonto. La frantumazione del «Reich» tedesco e la fine dell’ebraismo europeo, Bologna 1990. ↩

  384. Cfr. DDI, s. IX, IX, p. 436; ADAP, s. E, IV, pp. 545 sgg. e V, pp. 88 sg. ↩

  385. Cfr. A. Hillgruber, introduzione a Staatsmänner und Diplomaten bei Hitler, II, 1942-44, Frankfurt 1970, pp. 21 sgg. ↩

  386. Cfr. Correspondence between the Chairman of the Council of Ministers of the USSR and the Presidents of the USA and the Prime Ministers of Great Britain during the Great patriotic war of 1941-1945, Moscow 1957, I, pp. 39 sg. ↩

  387. A un accordo con la Germania pensò invece nella seconda metà del 1943 il capo dell’OSS, Donovan, che inviò ad Ankara un proprio emissario che prese contatto con von Papen e gliene espose i termini. I tedeschi avrebbero dovuto eliminare fisicamente o, meglio, consegnare agli anglo-americani Hitler e non interferire in alcun modo nel conflitto tra questi e il Giappone. In cambio Donovan assicurava ai tedeschi: a) la sospensione degli aiuti lend-lease all’Urss; b) che i sovietici non avrebbero invaso il loro territorio e che Usa e Gran Bretagna nel dopoguerra avrebbero impedito – se necessario anche con le armi – all’Urss di intromettersi politicamente ed economicamente in Europa; c) che, sempre nel dopoguerra, Usa, Gran Bretagna e Germania avrebbero avuto lo status di superpotenze e la Germania avrebbe dominato politicamente ed economicamente l’Europa continentale sino all’Ucraina compresa. Essendosi von Papen dimostrato non indisponibile, ma desideroso di un impegno piú autorevole di quello che poteva dargli un semplice emissario di Donovan, questi sottopose il progetto e la relazione dei colloqui di Ankara a Roosevelt e gli prospettò il suo convincimento che, se «il colpo» fosse riuscito e i «colpevoli puniti», la capitolazione della Germania sarebbe stata sicura. Roosevelt non dette però seguito al progetto. Cfr. A. C. Brown, The last hero. Wild Bill Donovan, New York 1982, pp. 366 sgg.; N. N. Yakovlev, F. D. Roosevelt uomo e politico, Moskwa 1988, pp. 405 sg. (in russo). ↩

  388. Significativo è a questo proposito un rapporto sui «Progetti statunitensi sul proseguimento delle operazioni belliche» inviato il 1º settembre 1942 al ministero degli Esteri dalla legazione italiana a Lisbona. In esso si legge tra l’altro:

    «Secondo un convincimento attualmente assai diffuso negli Stati Uniti e che sembra trovare crescente rispondenza anche in Inghilterra, le poche settimane che ormai ci separano dall’inizio dell’inverno dovrebbero essere decisive per le sorti delle Nazioni e per l’esito del presente conflitto.

    A Washington si pensa infatti che, se non verrà posto fuori combattimento entro i prossimi due mesi, l’esercito russo potrà quasi certamente resistere fino alla primavera e anzi riservare alla Germania, durante tale periodo, sorprese non meno spiacevoli di quelle verificatesi nello scorso inverno...

    Il programma offensivo degli Stati Uniti per il prossimo anno apparirebbe quanto mai ambizioso e comprenderebbe una sistematica preparazione in vista di possibili attacchi sia contro i territori occupati nell’Europa Occidentale dalla Germania sia contro l’Italia che viene ostentatamente considerata dai dirigenti statunitensi il “tallone di Achille” dell’Asse.

    Gli avvenimenti militari dei prossimi mesi dovrebbero indicare al governo di Washington quale di questi teatri di operazione sia piú adatto per esercitare il maggiore sforzo contro gli eserciti dell’Asse, ma vi è anche chi spera che le circostanze mutino al punto da rendere contemporaneamente possibile questi due attacchi... Questo piano, che ormai comincia a delinearsi con sufficiente chiarezza e pertanto mi sembra meritevole di essere segnalato, presuppone naturalmente che l’esercito russo possa resistere fino all’inverno senza subire quelle sconfitte veramente decisive e irreparabili che lo pongano definitivamente fuori del conflitto...

    [In Inghilterra] l’interpretazione dell’importanza decisiva dell’attuale fase del conflitto non si differenzia sostanzialmente da quella dominante a Washington. Mi limiterò a citare a conferma di ciò le dichiarazioni

    fatte il 28 agosto u.s. dal Primo Lord dell’Ammiragliato, Alexander, all’inaugurazione di una mostra di fotografie di guerra. In tale discorso, che è stato quasi completamente ignorato dalla stampa, Alexander ha detto: “se la Russia riceve i mezzi, come credo riceverà, per mantenere aperto il fronte fino a quando l’intero potenziale di aeroplani, piloti, navi e armamenti che gli alleati possono ora produrre potrà venire in suo soccorso, sono sicuro che questo periodo cruciale che stiamo attraversando sarà la svolta decisiva sul cammino della libertà e della vittoria” » (Asmae, Affari politici, Italia, b. 81, 1942, «Rapporti politici»). ↩

  389. Cfr. in particolare A. Resis, The Churchill-Stalin secret percentages agreement in the Balkans. Moscow octobre 1944, in «American historical review», aprile 1978, pp. 368 sgg. ↩

  390. Sulle questioni trattate in queste pagine esiste una vastissima letteratura storica, essenzialmente anglo-americana, il cui valore è però generalmente scarso. Cfr. soprattutto, oltre a W. Churchill, La seconda guerra mondiale, IV: La svolta fatale, II, passim e in particolare, pp. 300 sgg., 371 sgg. e 446 sgg., H. Feis, Churchill, Roosevelt, Stalin. The War they Waged, the Peace they Sought, Princeton 1967²; W. H. McNeill, America, Britain and Russia. Their cooperation and conflict (1941-1946), London 1953; R. A. Divine, Roosevelt and World War II, Baltimore 1969; R. Nisbet, Roosevelt and Stalin. The failed courtship, Washington 1988; J. A. Lukacs, The Great Powers. Eastern Europe, New York 1953, passim e in particolare pp. 500 sgg.; L. Woodward, British foreign policy in the Second World War, II, London 1971, pp. 1 sgg., 220 sgg., 546 sgg.; M. Gilbert, Winston S. Churchill, VII, Road to victory 1941-1945, Boston 1986; History of the Second World War, Grand strategy, IV; M. Howard, August 1942-september 1943, London 1972; M. A. Stoler, The politics of the Second front, New York 1977. Cfr. altresí A. Hillgruber, Storia della seconda guerra mondiale cit., passim e in particolare pp. 108 sgg. e 152 sgg.; E. Aga Rossi, L’Italia nella sconfitta cit., passim e in particolare pp. 231 sgg. ↩

  391. Per la conferenza di Casablanca cfr. la documentazione in FRUS, The Conferences at Washington (1941-1942) and Casablanca (1943), Washington 1968, pp. 487 sgg. ↩

  392. Cfr. DDI, s. IX, VIII, p. 231. Nella seconda metà di marzo Göbbels si sarebbe mostrato con Pavolini anche piú pessimista: Hitler sembrava ormai aver rinunciato alla totale distruzione del regime sovietico; i suoi obiettivi erano «Ucraina e Caucaso, grano e petrolio, e “fiaccamento del potenziale militare russo”». «In sostanza, mantenuta l’Ucraina, raggiunto il Caucaso, data un’altra botta offensiva allo schieramento bolscevico, la Germania riterrebbe che non vi sia l’opportunità di proseguire da quella parte». Ivi, p. 423 (Pavolini a Mussolini, 19 marzo 1942). Cfr. anche ivi, pp. 443 sg. (Alfieri a Ciano, 27 marzo 1942) e J. Goebbels, Diario intimo cit., p. 191 (20 marzo 1942). G. Gorla, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., p. 298 (31 marzo 1942) riferisce (con scetticismo) che Pavolini, di ritorno dal viaggio in Germania durante il quale si era incontrato con Göbbels, gli aveva detto «di avere appreso a Berlino che Stalin avrebbe dichiarato non esistere alcuna incompatibilità ideologica fra i due regimi russo e tedesco e che si potrebbe fare la pace se il Reich sgombrasse tutti i territori occupati». ↩

  393. Cfr. DDI, s. IX, VIII, pp. 201 sgg. (Alfieri a Ciano, 22 gennaio 1942). ↩

  394. Cfr. DDI, s. IX, VIII, pp. 73 sgg. e in particolare pp. 77 e 78 (29 dicembre 1941). ↩

  395. Cfr. ivi, p. 541. ↩

  396. Cfr. in particolare ivi, IX, pp. 17 sgg., 31 sgg. e 157 sgg. (Alfieri a Ciano, 5 e 6 agosto e 27 settembre 1942). ↩

  397. Cfr. ivi, pp. 22 sgg. (4 agosto 1942). ↩

  398. Cfr. A. Pirelli, Taccuini cit., pp. 364 sgg. e in particolare pp. 367 sg. ↩

  399. Cfr. F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., p. 89. ↩

  400. Cfr. L. E. Longo, Francesco Saverio Grazioli cit., p. 451. ↩

  401. La si veda in DDI, s. IX, IX, pp. 372 sgg. ↩

  402. DDI, s. IX, IX, pp. 374 sg. ↩

  403. Ivi, p. 377. ↩

  404. DDI, s. IX, IX, p. 404. ↩

  405. Sulle conversazioni di Görlitz, alle quali da parte tedesca parteciparono anche von Ribbentrop, Göring e Keitel, cfr. ivi, pp. 408 sgg. (dichiarazioni preliminari di Hitler), 413 sgg., 418 sg., 421 sg., 422 sgg. (conversazioni militari), 425 sgg. (dichiarazioni finali di Hitler); ADAP, s. E, IV, pp. 538 sgg., 558 sg., 562 sgg., 564 sgg. e 582 sgg.; nonché G. Ciano, Diario cit., pp. 677 sgg. (16-20 dicembre 1942) e U. Cavallero, Diario cit., pp. 616 sgg. (17-20 dicembre 1942) che riporta quasi solo parte dei verbali ufficiali. ↩

  406. DDI, s. IX, IX, p. 413. ↩

  407. Ivi. ↩

  408. Cfr. J. Ribbentrop, Fra Londra e Mosca cit., p. 318; nonché per lo stato in quel momento dei sondaggi e dei contatti a Stoccolma tra tedeschi e sovietici (che, a parole almeno, si dicevano pronti a fare la pace «in otto giorni» se si fosse tornati alle frontiere del 1939) P. Kleist, Entre Hitler et Staline cit., pp. 196 sgg. ↩

  409. Cfr. DDI, s. IX, IX, p. 413: «Ribentrop aggiunge che in convegno a Mosca aveva detto a Stalin che la Russia avrebbe potuto andare al Golfo Persico, ma Stalin non aveva regito.

    Goering aggiunge che la Russia si sarebbe anche gettata sui minerali svedesi». ↩

  410. DDI, s. IX, IX, p. 414. Dalla relazione riassuntiva dell’andamento delle conversazioni redatta da Ciano per Mussolini al suo ritorno a Roma risulta (ivi, p. 434) che Hitler nel corso di esse aveva insistito molto anche su due altri punti: che gli scopi del suo attacco all’Urss erano stati e rimanevano l’annientamento dell’esercito russo e «l’assicurarci uno spazio vitale, dal quale l’Europa possa trarre non solo i viveri necessari ma anche le materie prime indispensabili alla prosecuzione della guerra, quali carbone, ferro, petrolio». Questo secondo obiettivo era stato però sino a quel momento realizzato solo parzialmente, per i viveri e alcuni minerali, non per il petrolio. Dal diario di Pietromarchi (23 dicembre 1942) che molto probabilmente si basava su quanto riferitogli da Ciano, risulta altresí che Hitler «ha molto parlato del pericolo che correrebbe l’Europa se l’esercito tedesco non arginasse le masse russe» e aveva affermato di aver preso in considerazione e rigettato («perché per l’unità e l’autarchia dell’Europa è indispensabile l’Ucraina con le sue risorse alimentari e minerarie») qualche mese prima (non già dunque un anno prima come aveva detto a Ciano il primo giorno) la possibilità di una pace tipo Brest Litovski quando sondaggi in questo senso erano stati fatti in Russia dai giapponesi (e, dunque, non dai russi, sia pure strumentalmente). ↩

  411. Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 679 (22 dicembre 1942). Secondo Ciano Mussolini si doveva essere illuso che Hitler accogliesse in modo ben diverso la sua proposta e non aveva dovuto farne mistero «parlando a molta gente di possibile pace con la Russia» e accendendo cosí «alcune speranze».

    Di una possibile pace separata tra Germania e Urss i vertici del regime parlavano già del mese precedente e, quel che piú conta, anche in sedi in qualche modo ufficiali. Cfr., per esempio, ADSS, VII, p. 95, monsignor Borgongini Duca al cardinal Maglione, 15 novembre 1942, rapporto su un colloquio avuto lo stesso giorno con Buffarini Guidi. ↩

  412. Cfr. SME - Uff. storico, Verbali delle riunioni cit., IV, pp. 282 sg. ↩

  413. Cfr. in particolare DDI, s. IX, IX, pp. 458 sgg., 533 sgg. e 589 sgg. (31 dicembre 1942, 21 gennaio e 5 febbraio 1943). ↩

  414. Tra la fine di settembre e la metà di ottobre del 1942 Mussolini si era impegnato in prima persona nell’azione intrapresa dal PNF e dal ministero della Cultura popolare per cercare di contrastare la delusione suscitata in larghi settori del paese dalla stasi operativa alla quale l’armata italo-tedesca di Rommel era stata costretta in Egitto e la massiccia e via via crescente «offensiva di pace» verso gli italiani che su di essa avevano imbastito Radio Londra, Europa libera, ecc. Tra le iniziative prese vi era stata anche quella di una nuova rubrica radiofonica, «I cinque minuti del signor X», essenzialmente dedicata a controbattere la propaganda alleata mettendone in luce le contraddizioni e le reticenze sulla base di un sistematico confronto e commento di quanto dicevano i politici e la stampa in lingua inglese, soprattutto quella americana, e quanto invece affermavano le trasmissioni in lingua italiana. La rubrica venne trasmessa dall’agosto 1942 al luglio 1943 con periodicità (sei giorni alla settimana all’inizio, poi tre) e orari (scelti in corrispondenza delle ore di maggior ascolto e all’inizio subito dopo i «Commenti ai fatti del giorno») che variarono a seconda dei momenti ed ebbe, inizialmente, un certo successo (tant’è che la formula fu ripresa da un’altra, «Commento del signor Chiunque, osservatore attento e annotatore scrupoloso dei fatti correnti»), un po’ per la sua immediatezza e il suo tono ben diverso da quello eccitato, drammatico e spesso volgare, all’Appelius, di altri commenti, un po’ – stando alle valutazioni della Cultura popolare – per la curiosità suscitata dall’anonimità del commentatore. La rubrica, cosí come quella del «signor Chiunque», fu curata da Alberto Giannini. Cfr. A. Papa, Storia politica della radio in Italia cit., II, p. 96 e soprattutto A. Monticone, Il fascismo al microfono cit., pp. 249 sg. e 423 sg. Tra il 27 settembre e il 17 ottobre 1942 Mussolini scrisse per essa almeno cinque testi (trasmessi il 27, 28 e 29 settembre e l’8 e 17 ottobre), tutti dedicati ad aspetti della vita politico-sociale e culturale degli Stati Uniti (se ne vedano le trascrizioni dagli autografi in Mussolini, XXXVII, pp. 226 sgg.), uno dei quali, quello del 29 settembre, tutto volto a dimostrare la malafede e la doppiezza americane verso l’Urss.

    Allo stato della documentazione è impossibile stabilire se, oltre a questi cinque testi, Mussolini ne scrisse altri. La cosa non è però improbabile. La malattia e i suoi molteplici impegni dovrebbero far propendere per il no; non è però da escludere che proprio il tempo lasciatogli libero dalla malattia e la sua vecchia e sempre riaffiorante vena polemico-giornalistica, che bene poteva esprimersi in una trasmissione del genere, l’abbiano, al contrario, spinto a vestire in qualche altra occasione i panni del «signor X». La raccolta dei dattiloscritti redatti per essere radiotrasmessi (ACS, Min. Cultura Popolare, b. 157, fasc. 7, «I cinque minuti del signor X») prova che egli, ancora nel 1943, dovette per lo meno seguire da vicino la rubrica e contiene alcuni testi che per il loro stile e per i temi trattati (rapporti tra gli anglo-americani e sovietici, politica e successi militari giapponesi, situazione interna indiana), nonché per i caratteri della macchina da scrivere usata autorizzano a ritenerlo possibile. E ciò tanto piú che tutti i testi attribuibili a Mussolini sono (salvo uno, quello del 20 aprile, che però in un certo senso si spiega con l’eccezionalità del tema trattato, la scoperta delle fosse di Katin) anteriori al 16 marzo 1943, al giorno cioè in cui il «Radiocorriere» cessò di dare rilievo alla rubrica pubblicandone gli orari incorniciati. Tra questi testi uno ha per noi un particolare interesse, quello del 23 febbraio (Mussolini era in quei giorni a Forlí per riposarsi) dedicato ad un «secco comunicato» dell’Agenzia Tass che «smentiva... le notizie di fonte angloamericana che i tedeschi hanno ritirato dal fronte russo parecchie divisioni per mandarle in Francia ed in Africa, agevolando cosí la strategia sovietica», riaffermava «che l’Armata rossa sta sopportando tutto il peso della guerra» e che «la Russia non ha dimenticato le promesse non mantenute di creare un secondo fronte in Europa» e, infine, e questo era il punto che al «Signor X» piú importava sottolineare, «che essa non è disposta, né oggi né domani, a condividere la vittoria con gli alleati che non l’hanno meritata». ↩

  415. Il crescendo degli sfoghi antitedeschi di Mussolini dall’estate 1942 in poi è attestato da una ricca serie di testimonianze. Tra le piú significative per le implicazioni politiche che sottende è quella di G. Ciano, Diario cit., p. 604 e che si riferisce all’improvvisa domanda rivoltagli il 6 novembre 1942 dal suocero per sapere se teneva sempre in ordine il suo diario che, aggiunse, «servirà a documentare come i tedeschi in campo militare e politico hanno sempre agito a [nostra] insaputa».

    Un’altra «testimonianza», di tutt’altro genere ma non per questo meno significativa sotto il profilo psicologico, è costituita dalla presenza tra i materiali preparatori della Storia di un anno (ACS, B. Mussolini, Autografi memorie, b. 1) di una relazione («Dopo Jena») del professor Carlo Antoni, dell’Istituto italiano di studi germanici, che Mussolini doveva aver richiesto nel luglio 1943, probabilmente per avere anche dei riferimenti polemici di tipo storico per controbattere le accuse che i tedeschi muovevano al comportamento dell’esercito e della popolazione siciliana durante le operazioni seguite allo sbarco alleato e che, forse, dovette poi pensare per un momento di utilizzare appunto nella Storia di un anno. La relazione ricostruiva (sulla base «di autori tedeschi, anzi, prussiani, in primis il Treitschke»), con il sottinteso ma trasparente intento di dimostrare come, di fronte alle sconfitte inferte loro da Napoleone, i prussiani non si fossero comportati diversamente da come si erano comportati gli italiani in Sicilia, le ripercussioni che Auerstädt e Jena avevano avuto a tutti i livelli. Scriveva infatti l’Antoni:

    «La sconfitta di Auerstädt e di Jena fu dovuta ad evidenti errori tattici del comando prussiano. Tuttavia è innegabile, che poiché qualche vantaggio era stato ottenuto, si sarebbe evitata la disfatta, se l’esercito prussiano avesse dimostrato nella sventura la tenacia, la calma e lo spirito di sacrificio di cui aveva dato larghe

    prove nei momenti di fortuna. Fuggí dalla battaglia in tutte le direzioni, fuorché la giusta, quella di Berlino. Narra il Treitschke: “Allorché, nella rapida sera d’autunno, si iniziò la ritirata su Weimar, si ruppero gli ultimi vincoli morali, che tenevano assieme l’esercito. Sordi agli ammonimenti dei capi non amati, i soldati non pensarono che a se stessi”... Anche le truppe, che non erano state impegnate nella battaglia, furono prese da panico. Abbandonavano in massa le bandiere. I soldati esausti dalla fame e dalla stanchezza si gettavano nelle case e nei campi alla ricerca di viveri... A centinaia fuggirono alle loro case... Ma anche i vecchi, provati generali si perdettero completamente d’animo. Il principe Hohenlohe capitolò con 10 000 uomini soltanto perché Murat gli aveva fatto credere che stava per essere accerchiato...

    All’esercito in campo tennero dietro le fortezze. Si trattava di piazzeforti ben munite, ricche d’artiglierie e di viveri. Le comandavano vecchi generali dell’esercito fridericiano. Magdeburgo, con 24 000 uomini e 600 cannoni, si arrese senza colpo ferire. Stettino, con 5000 uomini bene armati, capitolò dinanzi a 800 francesi con due cannoni. Küstrin si diede a tre compagnie francesi. Erfurt, Spandau, Hameln e quindi le fortezze slesiane caddero, si disse, “per invito d’un trombettiere”.

    La caduta non si limitò all’esercito. Tenne dietro l’amministrazione. Il Governatore di Berlino, conte von der Schulenburg-Kernert pubblicò un manifesto raccomandando la calma come primo dovere civico. Abbandonò poi il suo posto senza attendere l’ordine del Re. Sette ministri della corona di Prussia si affrettarono a prestar giuramento di fedeltà a Napoleone, seguiti dalla burocrazia e dal clero. Le autorità ripresero, con scrupolosa pedanteria a funzionare, sicché il vincitore poté servirsi dell’apparato di governo come suo docile strumento.

    Esempi poco edificanti li diede qualche intellettuale, Johannes von Müller, il “Tacito tedesco”, lo storico delle antiche libertà svizzere, celebrò in roboanti periodi la gloria napoleonica. E Hegel ritenne di vedere l’anima del mondo allorché Napoleone attraversò Jena, e giustificò la rovina della vecchia Prussia con la dottrina che lo spirito vince sempre l’arido intelletto. Lange, Buchholz e altri corifei dell’Illuminismo berlinese celebrarono la vittoria della ragione sul pregiudizio nobiliare.

    Ed il popolo? Nelle provincie di recente annesse le truppe francesi furono salutate con giubilo. A Münster si strapparono le bandiere prussiane e si inalberarono bandiere francesi tra il tripudio della popolazione. Nell’Hannover vi furono scene di gioia per la fuga degli impiegati prussiani. Ma anche a Berlino l’entrata di Napoleone fu accolta con segni di favore. Tutti desideravano vederlo. Si scoprirono commoventi somiglianze tra lui e il vecchio Fritz: nel modo di stare a cavallo e di portare il cappello.

    Intanto lo splendido reggimento dei Gensdarmes, disarmato, stracciato e mezzo affamato, sfilava in Unter den Linden come un branco di bestiame, tra gli scherni della plebe. Dice a questo punto il Treitschke: “Non mancarono tratti di indegna abiezione; la viltà, che non manca in nessun popolo, apparve qui piú ripugnante che altrove, perché la mancanza di forma dei tedeschi non è capace, come la piú fine educazione dei latini, di conservare il contegno esterno in mezzo alla volgarità”...

    Insomma, per la prima volta nella storia della Prussia, alla sventura si associò la vergogna. L’incanto dell’invincibilità fridericiana era stato rotto, e con esso era crollato l’intero edificio della vecchia Prussia. Nessun ceto, nessuna classe sociale si mostrò pari alla gravità del momento. In fondo nessuno si rivelò capace di capire la sventura, meno che mai di valutarla. Se la truppa, indifferente, aveva disertato dichiarando di aver portato abbastanza il “piede di vacca”, anche il governo non ebbe nessuno scatto, non trovò nessuna parola». ↩

  416. In Archivio Vitetti. ↩

  417. Di questa opinione, per esempio, era G. Castellano, Come firmai l’armistizio di Cassibile cit., p. 28, che parla di sempre piú acuto «astio segreto» contro Hitler. ↩

  418. Cfr. R. Bianchi Bandinelli, Dal diario di un borghese cit., p. 180. ↩

  419. Cfr. DDI, s. IX, X, p. 276. ↩

  420. Cfr. T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona cit., p. 219. ↩

  421. Cfr. Mussolini il duce, I, p. 496. ↩

  422. F. Suvich, Memorie cit., p. 77. ↩

  423. Per il momento basterà dire che col 1941, forse in conseguenza della morte del figlio Bruno, Mussolini cominciò ad interessarsi a un certo tipo di letteratura storica sul cristianesimo, rivolta, piú che all’approfondimento degli aspetti teologici e dottrinali, a quelli umani e sociali. Tra i libri che piú lo interessarono fu la Vita di Gesú Cristo del padre Giuseppe Ricciotti che nel novembre 1942 fece assumere come collaboratore da «Il Popolo d’Italia» (dal 25 novembre 1942 all’8 giugno 1943 il Ricciotti, che prima aveva collaborato a «L’avvenire d’Italia» e a «L’Italia», scrisse per la terza pagina del quotidiano del «duce» dodici articoli). Nell’agosto 1943, a Ponza, Mussolini sentí il bisogno di rileggere (e, pare, di annotare) la Vita di Gesú Cristo che definí in una lettera al parroco dell’isola «un libro esaltante che si legge veramente tutto d’un fiato» (cfr. M. Dies, Istantanea mussoliniana a Ponza, Roma 1949, p. 10). Sul Ricciotti e la sua Vita di Gesú Cristo cfr. A. Penna, Giuseppe Ricciotti, in «Ordo canonicus», 1974, pp. 102 sgg.; nonché ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., 1942, categ. A 1, fasc. «Giuseppe Ricciotti». ↩

  424. Nel 1941-43 i piú acritici esaltatori della validità del modello nazionalsocialista furono talvolta intellettuali che agli inizi del fascismo e ancora nei primi anni dopo la sua andata al potere erano stati su posizioni di netta contrapposizione ad esso e che solo a regime affermato si erano allineati ad esso. Cfr., per esempio, G. C. Baravelli [M. Missiroli], Dieci anni di nazionalsocialismo, Roma 1942. Per l’attività editoriale del Missiroli in questo periodo cfr. ACS, Min. della Cultura Popolare, Gabinetto, b. 230, fasc. 1.50, «Mario Missiroli». ↩

  425. Cfr. R. De Felice, Mussolini e Hitler. I rapporti segreti (1922-1933), Firenze 1983, ↩

  426. Il termine a quo è costituito dalla presa di potere nazista, quello ad quem dall’adozione da parte del giornale della nuova paginazione su otto colonne, rispetto alla quale la bozza (conservata in ACS, G. Pini, b. 48) è anteriore. Quanto alla nostra ipotesi di datazione, essa si basa su due elementi: l’annotazione 1934-1935 apposta in testa alla bozza e l’assenza di qualsiasi riferimento polemico diretto al regime nazionalsocialista, assai improbabile se l’articolo fosse stato scritto nei mesi della violenta polemica antinazista scatenata dal putsch di Vienna e dall’assassinio di Dollfuss. ↩

  427. Per quel che riguarda il processo rivoluzionario, dall’articolo risulta chiaro che l’idea che Mussolini aveva di esso era sostanzialmente ricalcata sulle vicende di quella francese. Quanto al postrivoluzione, a quella che abbiamo definito la «gestione» degli uomini che avevano fatto la rivoluzione, Mussolini individuava tra essi una serie di categorie che potevano insidiare, deviare, corrompere la rivoluzione vittoriosa e indicava come questa si dovesse comportare nei loro confronti. «Anzitutto» – scriveva – c’era «la categoria degli intemperanti per natura o per educazione: costoro sono assolutamente necessari nell’insurrezione, ma possono diventare meno necessari o utili a insurrezione ultimata. Bisogna riconoscere i loro meriti, aiutarli dal punto di vista economico o assegnare loro incarichi corrispondenti alla loro mentalità e alla loro sensibilità. Vengono poi, e questa categoria è la piú nociva allo sviluppo di una rivoluzione, i cosiddetti profittatori: cioè gli individui che considerano la rivoluzione come un affare dal quale essi devono ricavare tangibili vantaggi. Anche questo fenomeno è inevitabile, poiché è inerente alla natura umana, che crea pochi eroi e pochissimi santi; ma anche se inevitabile, deve essere duramente colpito. È quello che io ho fatto in questi dieci anni. Ogni abuso, ogni guadagno illecito, ogni contaminazione del sacro col profano, sono stati da me severamente puniti...

    Altre categorie che accompagnano ogni rivoluzione sono quelle dei nostalgici e dei delusi; categorie infinitamente meno pericolose delle precedenti. Anche il Risorgimento italiano – che fu una rivoluzione – ebbe verso il suo compimento i suoi delusi: quelli che avrebbero invece dell’unità accentrata nello Stato desiderato la federazione delle regioni (ed avevano profondamente torto) e quelli che invece della monarchia avrebbero voluto la repubblica (anche costoro avevano torto come gli avvenimenti successivi dimostrarono). La rivoluzione fascista non ha avuto questo corteo di delusi e di nostalgici, perché essa è affidata soprattutto ai giovani i quali non possono avere la nostalgia di un passato che non conoscono né essere delusi di un presente che essi possono costruire. La categoria degli estremisti può compromettere lo sviluppo di una rivoluzione e dividendo le forze e suscitando temibili reazioni. Anche la rivoluzione ha i suoi tempi. Ecco perché l’illegalismo, quando la rivoluzione ha creato l’ordine nuovo, è sommamente pericoloso. Sin dall’ottobre del 1922 io combattei l’illegalismo, sebbene sapessi che l’illegalismo non può scomparire da un momento all’altro. Ci vuole un po’ di tempo, prima che le acque scatenate rientrino nell’alveo della nuova legalità... Finalmente, durante una Rivoluzione, vi è un pericolo che è rappresentato dall’ottimismo. Guai al capo che indulge verso gli altri, o, peggio ancora, verso se stesso! Bisogna respingere gli allori, se vi è il rischio di addormentarvisi sopra! Il capo di una Rivoluzione deve marciare alla testa del suo esercito. Deve essere, come io dissi altra volta, il capo che precede. Altrimenti sarà rimorchiato e perderà ogni possibilità di controllo delle forze. Se io sono all’avanguardia, avrò in mano i miei gregari, potrò frenarli nel passo o accelerarli. Due uomini che crearono una rivoluzione si attennero a questo sistema, dagli inizi sino alla vittoria e sino alla loro morte: parlo di Oliviero Cromwell e di Giorgio Washington. Il fatto che distingue le rivoluzioni, è l’usura degli uomini. Si è detto che le rivoluzioni inghiottono i loro uomini: in parte è vero, quantunque il giudizio sia sempre riferito alla Rivoluzione francese e alle fazioni che condussero al reciproco massacro girondini, giacobini, convenzionali. Ma quando una rivoluzione come quella fascista evita le fazioni, mantiene ferreamente il suo carattere unitario e totalitario e si sottopone con rigida disciplina alle gerarchie volute dal Capo della rivoluzione, l’usura degli uomini è infinitamente minore. Se io ritorno al 1922 e mi guardo, oggi, attorno, trovo che i miei luogotenenti sono ancora in gran parte gli stessi. Qualcuno è caduto, qualcun altro ha subito una eclissi con molte probabilità di ritorno, ma la grande maggioranza è ancora ai miei ordini e al servizio dello Stato. Gli inevitabili vuoti si colmano con l’apporto delle nuove generazioni, le quali, ignare di ogni precedente esperienza politica, ne iniziano una – la loro – nel fascismo». ↩

  428. Cfr. E. Nolte, Nazionalismo e bolscevismo. La guerra civile europea 1917-1945, Firenze 1988, pp. 379 sgg. ↩

  429. Cfr. DDI, s. IX, VIII, p. 285 (Mussolini a Hitler, 23 giugno 1941). ↩

  430. Cfr. A. Hitler, Conversazioni segrete cit., pp. 4, 9, 623 sg., 664, 700, 705. ↩

  431. Sui rapporti italo-sovietici negli anni venti e trenta sono disponibili pochi studi riguardanti solo aspetti particolari; nulla è stato fatto per approfondire il sottofondo «culturale» di essi, l’immagine dell’Urss e del suo regime quale risulta via via dalla ricca letteratura giornalistica e dalla pubblicistica di quegli anni e tanto meno per ricostruire la posizione personale di Mussolini e il suo vivo interesse (testimoniato tra l’altro dall’attenzione che metteva nel tenersi aggiornato su quanto veniva scritto sull’Urss, specie da autori che conoscevano direttamente la realtà sovietica e che apprezzava personalmente) per l’esperimento sovietico, le lotte all’interno del partito bolscevico, l’assetto sociale e l’organizzazione del regime staliniano. A questo interesse si deve far risalire in larga misura l’abitudine di Mussolini di tenere (soprattutto nella seconda metà degli anni venti e sin verso il 1934-35) personalmente i contatti con gli ambasciatori sovietici che si avvicen-

    darono a Roma, stringendo con alcuni di essi anche cordiali rapporti. Tipico il caso di V. Potjomkin, a cui donò anche una propria fotografia con dedica, che questi, passato da Roma a Parigi, avrebbe continuato a tenere sul proprio tavolo di lavoro a dimostrazione della sua stima personale per il «duce» e della sua considerazione per il regime fascista. Cfr. a questo proposito nel «Paris-midi» del 30 marzo 1935 l’intervista rilasciata a M. J. Champel nella quale Potjomkin non solo si espresse in termini assai lusinghieri su Mussolini, ma, fatto un rapido cenno alla «diversità» dei «metodi» dei due regimi, mise essenzialmente l’accento sul fatto che, di fronte a «un vecchio mondo che crolla da tutte le parti», spettava ad ognuno di ricostruirlo «a sua guisa, ma di ricostruir[lo] a qualsiasi costo». Come risulta da una recente testimonianza di un diplomatico sovietico, Sergei Slipchenko, nel corso di questi contatti Mussolini chiedeva talvolta anche notizie «riservate», non connesse cioè ai problemi bilaterali e internazionali in genere. «Per esempio, – ha testimoniato Slipchenko, – egli chiese a Stalin di inviargli la sceneggiatura delle manifestazioni tenute sulla Piazza Rossa il 1º maggio e il 7 novembre. Stalin gliela inviò e Mussolini copiò queste manifestazioni» (cfr. Veterans speak of the diplomatic service, in «International Affairs», 1989, n. 9, p. 132). ↩

  432. Mussolini, XXXI, p. 141. ↩

  433. Nel 1942 e soprattutto nel 1943 Mussolini ebbe con Augusto Venturi frequenti rapporti che non riguardavano solo i compiti istituzionali di questi come segretario del Comitato interministeriale per gli approvvigionamenti e il controllo dei prezzi (per i quali cfr. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ord. (1922-1943), fasc. 530746) ma ebbero anche un carattere piú politico e personale, tanto è vero che a lui si accennò nell’aprile 1943 – quando si parlava di Cianetti come possibile successore di Vidussoni – come di un possibile ministro delle Corporazioni. ↩

  434. Per gli ultimi approdi della posizione di Gentile cfr. A. J. Gregor, L’ideologia del fascismo, Milano 1974, pp. 285 sgg.; U. Spirito, Giovanni Gentile e il socialismo, in Dall’attualismo al problematicismo, Firenze 1976, pp. 109 sgg.; S. Natoli, Giovanni Gentile filosofo europeo, Torino 1989, pp. 77 sgg.; A. Del Noce, Giovanni Gentile. Per una interpretazione filosofica della storia contemporanea, Bologna 1990. ↩

  435. Il problema «civiltà del profitto» - «civiltà del lavoro» fu negli anni della guerra oggetto di numerose prese di posizione di tipo pubblicistico-ideologico, ma fu affrontato anche da studiosi di rilievo.

    Un tipo di trattazione, essenzialmente pubblicistico, fu quello dedicato al problema «oro-lavoro» e quindi alla costruzione teorica della nuova economia basata sul binomio lavoro-socialità e non piú su quello oro-profitto. In alcuni articoli questa problematica era collegata al tema della guerra rivoluzionaria. Cfr., per esempio, E. D[aquanno], Sangue e oro, in «Carattere», 20 giugno 1941, pp. 1-2; T. Masotti, La guerra rivoluzionaria, in «Il lavoro metallurgico», 31 gennaio - 15 aprile 1942. Un taglio piú economico-politico caratterizza M. Gianturco, Verso una nuova epoca, in «Politica sociale», settembre 1941, pp. 296 sgg.; A. De Marsanich, Politica economica della nuova Europa, in «La Rivista del lavoro», marzo 1943, pp. 12-18; nonché M. Bandini, I contadini nella economia nuova, in «Terra e lavoro», aprile 1942, pp. 7-17. Il tema della guerra rivoluzionaria e proletaria contro l’oro fu ripreso da Cianetti in un discorso agli operai di Terni dell’8 giugno 1942 (cfr. «Il giornale d’Italia», 9 giugno 1942). Per la guerra come momento per combattere il profitto individualistico e plutocratico cfr. E. Daquanno, Il lavoro nell’ordine nuovo, in «Carattere», 20 agosto 1942, pp. 1-2; una prospettiva socialistica (nella quale i comunisti sono definiti «cugini») è ipotizzata da C. P[ellizzi], Ordine corporativo e programmazione sociale, in «Civiltà fascista», aprile 1943, pp. 351-55. Gli sviluppi piú significativi di questa tematica si ebbero soprattutto in due direzioni, quella dello studio dei progetti postbellici volti ad adeguare ai suoi presupposti il futuro assetto della politica finanziaria (risoluzione del «problema oro») e quella dell’approfondimento delle possibilità effettive di superare il «problema salario» attraverso la partecipazione agli utili. Nella prima direzione un notevole ruolo ebbe la discussione della impostazione data al problema dal discorso del ministro dell’Economia tedesca W. Funk del 1940 contro l’importanza dell’oro negli scambi commerciali. Cfr. G. Palladino, Il capitale morto: l’oro, in «Il lavoro fascista», 25 settembre 1940; R. Soldi, La sconfitta dell’oro, in «Il regime fascista» del 25 agosto 1940; ma soprattutto l’articolo di A. De Stefani, La nostra guerra e l’economia di domani, in «La Stampa», 3 aprile 1941; J. Mazzei, Dall’economia dell’anteguerra all’economia del dopoguerra, in «Rivista italiana di scienze economiche», luglio-agosto 1941, pp. 679 sgg. e 785 sgg.; di qualche interesse è infine una relazione interna della Direzione dei Servizi Corporativi, Ufficio studi economici della Cfli, Il lavoro contro l’oro nella nuova economia mondiale (in Archivio Landi, fasc. «Conf. Fascista Lav. Industria - 1942»), databile all’inizio del 1941. Decisamente piú tecnici F. Coppola D’Anna, Progetti e discussioni sull’ordinamento monetario post-bellico, in «Rivista di Politica Economica», aprile 1943, pp. 169-81 e M. Gianturco, Sistemi monetari, in «Gerarchia», aprile 1943, pp. 123-27.

    Nella seconda direzione (problema della partecipazione agli utili) cfr. soprattutto L. Pietrantonio, Il lavoro e gli utili aziendali, in «Il fascio», 17 gennaio 1942; A. Costanzo, La partecipazione degli operai agli utili dell’azienda, in «Il lavoro», 19 febbraio 1942, e in particolare A. Figliozzi, Partecipazione agli utili e salario corporativo, in «Carattere», 20 febbraio 1943, pp. 6-8.

    In questi scritti manca o è presente in misura del tutto inadeguata un’analisi del profitto e del suo rapporto con la dinamica economica o aziendale. Accenni in questo senso appaiono in P. A. Romano, Il lavoro soggetto dell’economia, in «Il lavoro nella dottrina, nella giurisprudenza e nella legislazione», febbraio 1941, pp. 53-60; nonché nel volume Al di là del lavoro, al di là del salario, pubblicato dall’Infps nel marzo 1942, soprattutto alle pp. 89 sgg. nelle quali il problema degli assegni familiari è visto come momento del superamento del concetto di salario, concetto non piú legato ad una concezione meramente produttivistica (e quindi al profitto), ma ad una concezione solidaristico-familiare del rapporto di lavoro. Sempre nell’ambito delle enunciazioni generali, cfr. la sezione curata da G. Calendoli, «Il lavoro» di Venti anni, Roma 1942, II, pp. 5-18. Cfr. infine per la pubblicistica di matrice cattolica, G. Menegazzi, Principii del nuovo ordine economico e finanziario, Milano 1942. ↩

  436. Cfr. A. Tasca, Cahiers, in Vichy 1940-1944 cit., p. 486 (maggio 1943). ↩

  437. Cfr. A. Pirelli, Taccuini cit., p. 429 (22-23 aprile 1943). ↩

  438. In Archivio Fondazione U. Spirito. ↩

  439. La lettera è parzialmente pubblicata in G. Carocci, La politica estera dell’Italia fascista cit., pp. 198 e 367. ↩

  440. Cfr. E. Ludwig, Colloqui con Mussolini, Verona 1950, p. 122. ↩

  441. Ibid., p. 149. Cfr. piú in generale anche P. G. Zunino, L’ideologia del fascismo. Miti, credenze e valori nella stabilizzazione del regime, Bologna 1985, in particolare le pp. 322 sgg. sul rapporto fascismo-bolscevismo. ↩

  442. Già il 7 gennaio 1941 G. Ciano, Diario cit., p. 497, osservava che «la borghesia ostile e mormoratrice» per l’andamento della guerra in Grecia e in Africa stava «giocando una brutta carta»: «non conosce Mussolini... se lui vincerà – anzi, quando avrà vinto – la grande borghesia avrà a che fare col vecchio socialista di Romagna che è stata capace di risvegliare in lui». ↩

  443. Cfr. M. Nacci, L’antiamericanismo in Italia negli anni trenta, Torino 1989; nonché D. Fernandez, Il mito dell’America negli intellettuali italiani dal 1930 al 1950, Caltanissetta-Roma 1969, e N. Carducci, Gli intellettuali e l’ideologia americana degli anni trenta, Manduria 1973. Stranamente, tutti coloro che hanno trattato degli intellettuali italiani degli anni trenta – inizi degli anni quaranta e dell’editoria del tempo e del loro interesse per la letteratura realistico-sociale americana non hanno mai preso in considerazione (e cercato di approfondire la questione) l’ipotesi che in certi casi quest’interesse rispondesse non ad un atteggiamento favorevole a essa, ma fosse un modo per mettere in luce i mali e la brutalità della società e del capitalismo americani. Per alcune singole osservazioni cfr. infine L’estetica della politica. Europa e America negli anni trenta, a cura di M. Vaudagna, Bari 1989.

    Per un quadro complessivo dell’antiamericanismo europeo cfr. W. T. Spoerri, The Old World and the New. A synopsis of current european views on american civilization, Zürich-Leipzig [1936]. ↩

  444. Per i precedenti di E. Sulis cfr. Mussolini il duce, II, pp. 243 sgg. e 311 sg. ↩

  445. Cfr. Mussolini contro il mito di Demos. Dagli «Scritti e discorsi» del Duce, a cura e con prefazione di Edgardo Sulis, Milano 1942, pp. 15 sg. e 21 sg. ↩

  446. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ord. (1922-1943), fasc. 509534, «Edgardo Sulis». ↩

  447. Mussolini contro il mito di Demos cit., pp. 18 sgg. ↩

  448. ACS, G. Pini, b. 50: G. Pini, Ragazzo del ’99, VI: Bufera (1942-1945), ff. 1 sg. ↩

  449. Cfr. O. Dinale, Quarant’anni di colloqui con lui cit., p. 190. ↩

  450. In Archivio De Begnac. ↩

  451. Cfr. A. Krammer, Le Japon entre Moscou et Berlin (1941-1945), in «Revue d’histoire de la seconde guerre mondiale», luglio 1976, pp. 1 sgg. ↩

  452. La legazione italiana a Lisbona comunicò il 16 marzo 1943 che secondo le confidenze di un diplomatico giapponese nella capitale portoghese, sembrava che persino da parte tedesca si stessero facendo sondaggi a Tokyo e ad Ankara «per cercare la possibilità di una pace separata con l’Urss» (cfr. DDI, s. IX, X, p. 155).

    Che il Giappone si adoperasse per un accordo tra la Germania e l’Urss, accordo al quale Stalin era piú disponibile di Hitler, era del resto noto in vari ambienti vicini ai tedeschi, come, per esempio, dimostra il fatto che nel maggio 1942 L. O. Frossard ne parlasse con A. Tasca come di cosa abbastanza nota. Cfr. A. Tasca, Cahiers cit., pp. 390 sg. ↩

  453. Cfr. NAW, Collection of italian military records, I.T., 1223-26, «Diario Ambrosio», sub data. ↩

  454. Cfr. DDI, s. IX, X, pp. 37 sgg. e in particolare pp. 38 e 45. ↩

  455. Cfr. L. Pietromarchi, Diario, 8 aprile 1943 (in Archivio Pietromarchi). ↩

  456. Cfr. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., pp. 272 sg. ↩

  457. La visita di von Ribbentrop suscitò negli ambienti vicini al governo, al ministero degli Esteri e al Comando supremo un nugolo di voci, alimentate dalla gravità del momento e da tutta una serie di timori e di speranze, che si diffusero rapidamente anche in altri ambienti. Secondo alcune voci von Ribbentrop era venuto a chiedere l’invio in Russia di un fortissimo contingente italiano (ci fu chi parlò di due milioni, due milioni e mezzo di uomini). Ripartito von Ribbentrop, il fatto che le conversazioni si fossero protratte per ben quattro giorni e, a quanto si diceva, si fossero svolte in un’atmosfera di scarsa cordialità fu da molti accolto con compiacimento e come una prova che Mussolini doveva aver respinto le richieste tedesche. In un rapporto fiduciario in data 4 marzo 1943 si legge: «I temi dominanti nelle conversazioni degli ambienti politici e giornalistici della Capitale sono stati ancora i colloqui di Ribbentrop, i sondaggi di pace ed i bombardamenti aerei.

    Circa il ministro tedesco si dice che egli si sarebbe trovato innanzi ad una specie di fronte unico dei Capi italiani: tutti, concordemente, avrebbero fatto comprendere all’alleato come non si sia disposti a sacrificare piú uomini in Russia, servendo i nostri soldati per la difesa territoriale. È circolata a questo proposito la voce che il Duce si sarebbe mostrato particolarmente deciso in tale divisamento; v’è stato molto consenso intorno a questo Suo presunto atteggiamento... Diffuso scetticismo, ovunque, sui sondaggi di pace in genere. Nessuno ritiene possibile un’intesa e si riprova il presunto tentativo tedesco di coalizzare l’Europa e l’America contro il bolscevismo, ritenendo che tale metodo sia oramai sorpassato da quando la guerra è discesa dal campo ideologico a quello personalistico» (ACS, Min. della Cultura Popolare, b. 202 bis, fasc. «Varie 1943», in particolare i rapporti da Roma in data 27 febbraio, 2, 8 e 19 marzo 1943). ↩

  458. Cfr. ADAP, s. E, V, pp. 298 sg.

    È probabile che l’idea di una «barriera difensiva» dietro la quale arroccarsi, far logorare contro di essa i sovietici, mentre l’Asse, alleggerito il suo impegno in Russia, avrebbe potuto fronteggiare la situazione nel Mediterraneo, sia stata suggerita o, almeno, rafforzata in Mussolini dalla lettura di una seconda relazione («La situazione della guerra ai primi di febbraio 1943», Considerazioni) consegnatagli il 15 febbraio dal generale Grazioli. In essa il generale scriveva infatti: «In Russia è accaduto quanto doveva fatalmente accadere; e cioè la logica punizione degli errori commessi dall’Asse sul fronte orientale d’Europa.

    Primo errore: Aver creduto possibile, e forse anche relativamente facile, pur avendo nientedimeno sulle braccia una grossa guerra contro il nemico n. 1 (anglosassoni), di poterne impegnare un’altra, e pur essa a fondo, contro il nemico n. 2 (Russia bolscevica), cioè contro una potenza che ha a sua disposizione come spazio e come risorse d’uomini e di materie prime e di braccia da lavoro piú di mezza Europa e piú di mezza Asia, e che da molti anni si preparava in modo formidabile alla guerra e con criteri e metodi tecnicamente modernissimi.

    Che esistesse e fosse imminente nel Giugno 1941 un pericolo di invasione armata bolscevica contro l’Europa centrale e sud-orientale è cosa probabile (non certa). Tuttavia, dato il momento, sarebbe stato prudente, in attesa che la presunta minaccia prendesse veramente corpo, limitarsi a costituire contro di essa uno di quei potentissimi Valli difensivi che (come l’esperienza di questa guerra insegna) se ben guerniti e dinamicamente difesi, resistono bene anche a poderosi attacchi. La linea Maginot cadde perché mal difesa; la linea Sigfrido, se fosse stata attaccata, difesa da gente abile e risoluta come sono i tedeschi, avrebbe con ogni probabilità resistito incrollabilmente. Ma lanciarsi quasi alla cieca in una offensiva a fondo in grande stile, su un teatro d’operazione sconfinato in ampiezza e profondità e contro tutta la semibarbarie e la barbarie asiatica armata con i piú progrediti mezzi bellici moderni (e lo si sapeva) è stata, forse piú che una temerità, una follia, che non avrebbe tentata neppure l’anima, piú folle che temeraria, di Alessandro il Grande.

    Secondo errore: Commessa l’imprudenza, e dopo aver constatato, nella estate del ’41 e nell’inverno successivo, che razza di nemico si aveva di fronte, lanciarsi ancora nella estate del ’42, verso est e verso sud-est, fino a creare l’enorme saliente di Stalingrado e del Caucaso, ben sapendo che non si avrebbe avuto tempo ad adeguatamente rafforzarlo prima del nuovo inverno, è stato un giuoco ancor piú pericoloso e inconsiderato, che un qualsiasi discepolo di Clausevitz non avrebbe certamente commesso.

    Può darsi che impellenti ragioni di natura economica (grano dell’Ucraina, ferro e carbone del Donez, petroli del Cuban e del Caucaso) abbiano presa la mano sulla ragione puramente militare. Ma ciò non infirma che, militarmente considerata, la duplice offensiva a fondo dell’Asse in Russia (specie la 2ª) mentre si faceva sempre piú grave la guerra contro gli Anglosassoni, è stata certamente una carta errata nel giuoco dell’Asse, e l’odierna poderosa e fortunata controffensiva bolscevica ne è la risposta naturale e prevedibile.

    Allo stato presente delle cose, una sola parmi debba essere la suprema necessità dell’ora per la Germania e i suoi alleati: scegliere, senza alcuna preoccupazione di leso amor proprio o di miraggi economici, la linea militarmente piú adatta per resistere incrollabilmente alla montante marea bolscevica, e su questa linea apprestare febbrilmente uomini e mezzi per rendere possibile una tale incrollabile difesa. I russi debbono essere anch’essi stanchi e logori dopo tante settimane di audace, ma anche sanguinosa e necessariamente caotica offensiva. Contro una linea difensiva saggiamente scelta e ben difesa (come sapranno certamente fare le riserve dell’Asse) i Russi dovranno smontarsi ed arrestarsi (ricordiamo il nostro Piave).

    Però, ad un patto! che non si pensi, per ora, a riprese offensive, di cui già pur troppo si sentono voci. Sarebbe un altro errore; non si può prepararsi saldamente a difendersi dopo un rovescio di questo genere, alimentando in se stessi intenzioni offensive. Alla ripresa offensiva in Russia, l’Asse ci penserà, se mai, dopo che i bolscevichi saranno stati irrevocabilmente arrestati e logorati davanti il nuovo baluardo germanico; e soprattutto dopo che l’Asse abbia superato felicemente la ben piú pericolosa minaccia che si sta delineando da Sud-est» (ACS, Segr. part. del Duce, b. 5, fasc. 91/R, «Francesco Saverio Grazioli»).

    Nelle sue memorie Grazioli scrive che Mussolini aveva scorso con lui la relazione, traendone spunto per criticare duramente il fanatismo di Hitler, dirsi pienamente convinto che in Russia ci si dovesse ormai limitare a «fare muro» e per ribadire la sua convinzione che una pace separata con Stalin sarebbe stata di grande vantaggio.

    Dalla stessa fonte risulta che Mussolini avrebbe trasmesso la relazione a Bastianini con cui il generale si sarebbe incontrato il 12 marzo e gli avrebbe consegnato un appunto in cui caldeggiava un riavvicinamento italiano all’Urss, sia per vanificare la possibile opposizione tedesca ad una pace separata, sia per anticipare la Germania su questa strada nel caso si fosse indotta prima o poi ad imboccarla (cfr. L. E. Longo, Francesco Saverio Grazioli cit., pp. 454 sg.). ↩

  459. Cfr. DDI, s. IX, X, pp. 103 sg. ↩

  460. Cfr. DDI, s. IX, X, p. 131. ↩

  461. Ivi, p. 149. ↩

  462. Cfr. ivi, pp. 175 sgg. ↩

  463. Anche Carlo Fecia di Cossato, consigliere presso l’ambasciata a Berlino, era dell’opinione che molti tedeschi invocassero un intervento di Mussolini presso Hitler «per farlo smettere dalla sua concezione offensiva della guerra contro la Russia». Cfr. E. Ortona, Il 1943 da Palazzo Chigi cit., pp. 1092 sg. (25 marzo 1943). ↩

  464. Cfr. Ddi, s. IX, X, pp. 199 sg. ↩

  465. Cfr. Ddi, s. IX, X, p. 251. ↩

  466. Lo si veda in DDI, s. IX, X, pp. 243 sgg. ↩

  467. Cfr. F. Ortona, Il 1943 da Palazzo Chigi cit., p. 1097. ↩

  468. In realtà Mussolini, parlando il 30 marzo con von Mackensen, gli aveva fatto intendere che considerava la liquidazione del fronte russo condizione necessaria per la vittoria dell’Asse e che di questo soprattutto pensava di parlare con Hitler (cfr. ADAP, s. E, V, p. 516). ↩

  469. Cfr. DDI, s. IX, X, pp. 229 sgg. ↩

  470. Il promemoria è conservato in copia in ACS, D. Alfieri, b. 6, fasc. 24. Cfr. anche D. Alfieri, Due dittatori di fronte cit., pp. 385 sgg., dove il promemoria è pubblicato come una lettera a Mussolini e datato, erroneamente, Berlino, 8 aprile 1943. ↩

  471. Cfr. DDI, s. IX, X, pp. 257 sgg. e 273 sgg. (per i colloqui Bastianini - von Ribbentrop), pp. 256, 275 sg. e 277 sgg. (per quelli informali tra il direttore dell’Agenzia Stefani R. Suster con il capo della propaganda

    tedesca all’estero Megerle, il capo dell’Ufficio Italia della Wilhelmstrasse, Urach, e quello dell’Ufficio Stampa, Schmidt) e pp. 287 sgg. (per quelli tra i responsabili militari), e Adap, s. E, V, pp. 543 sgg.

    Per quel che riguarda Mussolini, dalla documentazione della sua Segreteria particolare risulta che egli ebbe con Hitler un primo colloquio, appena arrivato al castello di Klessheim, il 7 aprile dalle 17 alle 19,30. I due ebbero un secondo colloquio, sempre da soli, il giorno successivo dalle 12,05 alle 13,30, allargato anche a Göring dalle 13,32 alle 13,50. Nel primo pomeriggio, dalle 13,50 alle 14,50, presenti Mussolini e Hitler, ebbe luogo una riunione plenaria dedicata all’esame della situazione militare alla quale, tra gli altri, intervennero, da parte italiana, Bastianini, Alfieri, Ambrosio e il generale Marras e, da parte tedesca, Göring, von Ribbentrop, von Mackensen e Dönitz. Conclusasi la riunione Mussolini ricevette in due riprese dalle 15,30 alle 15,45 e dalle 15,50 alle 16,15 Alfieri, dopodiché ebbe un terzo colloquio con Hitler dalle 16,20 alle 18,45. Ad esso ne seguirono altri tre, con Bastianini dalle 18,50 alle 19,10, con von Ribbentrop (presente anche Bastianini) dalle 19,10 alle 19,45 e, infine, con Ambrosio dalle 20,10 alle 20,35. Il 9 vi fu un altro colloquio privato tra Hitler e Mussolini che, successivamente ricevette, separatamente, Göring e Himmler. La mattina del 10 vi fu un ultimo colloquio tra i due dittatori, che si rivedero ancora a colazione, presenti anche Göring, von Ribbentrop e Bastianini. Dalla documentazione della Segreteria particolare risultano altresí i colloqui che Mussolini ebbe in treno il 10 aprile durante il viaggio di ritorno a Roma: 11-12,20: Ambrosio, 12,25-12,35: Bastianini, 14,25-15,20 (a colazione): Bastianini e von Mackensen, 19,30-20: Ambrosio (Acs, Segr. part. del Duce, Udienze, sub datae). ↩

  472. Cfr. F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 259 sgg. e in particolare pp. 264 sgg. ↩

  473. Cfr. Ddi, s. IX, X, pp. 262 e 274. ↩

  474. Come si legge nel verbale italiano (ivi, pp. 258 sg.), von Ribbentrop si disse «d’avviso che il conflitto tra il nazionalsocialismo ed il fascismo da una parte, ed il bolscevismo dall’altra, può solo chiudersi con la vittoria definitiva di uno dei due avversari. Il piú è stato ormai compiuto per giungere all’annientamento della potenza militare dell’Urss. Quest’anno nuovamente l’esercito russo verrà fatto oggetto di colpi inesorabili. Assicura che egli non vede la vittoria contro la Russia nella occupazione totale del territorio, ma bensí nel progressivo sistematico annientamento dell’esercito bolscevico fino al punto da privarlo di qualsiasi possibilità di rappresentare una minaccia per il Reich. L’esercito russo è bensí “un colosso gigantesco” ma esso non potrà sottrarsi al proprio annientamento... Le azioni per l’annientamento dell’esercito russo verranno riprese prossimamente e verranno proseguite sino al loro compimento. Il problema russo, conclude von Ribbentrop, può infatti risolversi solo nel campo militare, e non mediante accorgimenti politici, o semmai soltanto dopo aver vinto militarmente la partita. Egli non sa se con Stalin si potrà ancora discutere, ma ritiene che in nessun caso ciò possa farsi prima dell’annientamento delle sue possibilità offensive. I successi raggiunti finora hanno ad ogni modo un valore enorme: essi si riassumono nell’allontanamento di 2 mila chilometri dell’Urss dalle frontiere germaniche e nell’assicurata disponibilità delle risorse alimentari dell’Ucraina: a siffatti vantaggi non si potrebbe attualmente pensare di rinunciare. Quando poi l’esercito sovietico sarà stato annientato, la guerra non rappresenterà piú alcun serio pro-

    blema. È allora che verrà il turno dell’Inghilterra, con la quale il Reich non ha ormai alcuna intenzione di far la pace. Per quanto il settore di Tunisi sia importante, la sua importanza è notevolmente inferiore a quella del fronte russo, e ad ogni modo egli ritiene che considerazioni relative a quel settore non possano indurre il Reich a lasciarsi distrarre dalle esigenze di settori di importanza piú vitale». ↩

  475. Cfr. Ddi, s. IX, X, p. 364 (verbale del colloquio Bastianini - von Ribbentrop del 29 aprile 1943). Secondo G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., p. 190, nel giugno, allorché Göring venne per l’ultima volta in Italia, Mussolini avrebbe ripetuto a lui la «con molta forza» che bisognava «farla finita in ogni modo con la guerra con la Russia e che il Reichsmarschall si sarebbe mostrato dello stesso parere». Probabilmente Bastianini sbaglia però la data e si riferisce ad una visita a Roma di Göring precedente il convegno di Klessheim, poiché non risulta che dopo di esso Göring sia piú stato a Roma. ↩

  476. Cfr. in particolare L. Pietromarchi, Diario, sub data (in Archivio Pietromarchi); E. Ortona, Il 1943 da Palazzo Chigi cit., p. 1099 (9 aprile 1943), nonché, piú in generale, C. Ridomi, La fine dell’Ambasciata a Berlino (1940-1943), Milano 1972, pp. 98 sgg.; A. Pozzi, Come li ho visti io cit., pp. 138 sgg. ↩

  477. Cfr. P. Schmidt, Da Versaglia a Norimberga cit., p. 517. ↩

  478. In Archivio Vitetti. ↩

  479. Cfr. ADAP, s. E, V, pp. 653 sg.; nonché F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., p. 265, e, in termini generali, J. Goebbels, Diario intimo cit., p. 456 (23 aprile 1943). ↩

  480. Cfr. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., p. 92. ↩

  481. Ibid., pp. 97 e 101 sg. ↩

  482. Cfr. ibid., p. 159. ↩

  483. Cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 123 (12 aprile 1943). Di «incontro proficuo» con Hitler Mussolini parlò, secondo Pietromarchi (Diario, 9-10 aprile 1943) anche con Bastianini. ↩

  484. Li si veda in ACS, Min. della Cultura Popolare, b. 202 bis, fasc. «Varie 1943». ↩

  485. Cfr. A. Pirelli, Taccuini cit., p. 427 (22-23 aprile 1943). ↩

  486. Cfr. DDI, s. IX, X, p. 430. ↩

  487. Cfr. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., p. 111; A. Pirelli, Taccuini cit., p. 436. ↩

  488. Cfr. I. Garzia, Pio XII e l’Italia nella seconda guerra mondiale cit., p. 232.

    Quando il cardinal Maglione il 12 maggio lesse a Ciano la relativa «comunicazione verbale», questi la giudicò «opportunissima», ma aggiunse che, «disgraziatamente, Mussolini non [era] in uno stato d’animo da comprendere la necessità, non spiegata ma sottintesa nella dichiarazione – necessità proclamata dai fatti – di pensare – e senza dilazioni – a trarre il paese dalla disastrosa situazione, in cui [era] stato messo» (ADSS, VII, p. 331). Quanto Mussolini diffidasse della Santa Sede è dimostrato dal fatto che, quando, dopo lo scioglimento (il 15 maggio) del Komintern, a Londra e in altre capitali la stampa scrisse che Stalin, per dimostrare quanto la sua politica fosse liberale e smentire coloro che, specie negli Usa, gli erano ostili, aveva l’intenzione di concludere con la mediazione di monsignor Spellman un accordo con il Vaticano, il ministero degli Esteri trasmise subito la notizia all’ambasciata presso la Santa Sede. Il 30 giugno Ciano inviò al ministero un lungo rapporto (tredici pagine) nel quale era affermato che si trattava di una manovra nata nelle «fucine propagandistiche nordamericane» e volta «a colmare, se non la frattura, certo il profondo iato ideologico» alla base dell’«ibrida coalizione tra anglo-americani e sovietici», e, dopo questa premessa, erano ricostruite le tappe piú significative dei rapporti tra la Santa Sede e la Russia dalla seconda metà del XIX secolo a quel momento. In conclusione per Ciano la posizione della Chiesa di fronte al comunismo rimaneva ancorata alla formale condanna dell’enciclica «Divini Redemptoris» (anche se il rapporto osservava che «qualche illusione, se non su una conversione al cristianesimo del regime bolscevico, per lo meno su una palingenesi dell’anima religiosa russa» non era mancata da parte di qualche pubblicista cattolico laico, soprattutto del gruppo dell’“Italia” di Milano e in particolare del suo leader, Luciano Berra che aveva recentemente pubblicato un opuscolo La Russia di Stalin, edito dall’editrice Vita e Pensiero, in cui erano raccolti anche alcuni degli articoli apparsi sul quotidiano milanese) e che la Santa Sede non si faceva «eccessive illusioni sul “ritorno a Dio dell’anima russa”» e riteneva che, ammesso e non concesso, che l’attuazione della rivoluzione mondiale non fosse piú lo scopo finale ed essenziale di Stalin, la diffusione dell’ideologia bolscevica rimaneva «lo strumento dell’imperialismo panslavista» che tendeva «a realizzare con un impero europeo e asiatico la vecchia idea messianica russa della “terza Roma”». Per il testo del rapporto cfr. I rapporti tra Urss e Santa Sede in una nota dell’ambasciatore Ciano, in «L’Est», settembre 1967, pp. 207-17. ↩

  489. Le si veda in P. E. Schramm, Hitler, capo militare cit., pp. 133 sgg. e in particolare pp. 202 sg. ↩

  490. Cfr. in particolare in DDI, s. IX, X, p. 547 e p. 613, i rapporti di Alfieri, inviati personalmente a Mussolini, dell’11 giugno e del 1º luglio 1943 (l’attacco su Kursk fu lanciato all’alba del 5 luglio). Nel primo, scritto subito dopo essersi incontrato con von Ribbentrop, Alfieri riferiva che il ministro si era mostrato «particolarmente riservato nei riguardi di eventuali future iniziative germaniche in oriente, limitandosi a rilevare che, forse, fra cinque o sei settimane la situazione sarà piú chiara» e gli aveva detto che Hitler «si riserverebbe tuttora qualsiasi decisione al riguardo». Sicché la conclusione di Alfieri era: «ciò mi conferma nella convinzione, già espressa in precedenti rapporti, che le parole del Duce volte a dissuadere da iniziative su larga scala in questo settore si siano fatte strada nell’animo del Führer, ad onta dell’opposizione da questi in un primo tempo mostrata». Nel secondo, anch’esso redatto dopo un incontro con von Ribbentrop, Alfieri scriveva: «Ormai l’estate è in pieno sviluppo e si ritiene qui in genere che nessuna offensiva in grande stile verrà sferrata sul fronte orientale. Anche in seguito all’intervento del Duce, non sembra che stavolta il Comando tedesco – e per esso il Führer – voglia correre l’alea di avanzate sul fronte Est che al sopraggiungere dell’inverno potrebbero nuovamente risolversi in perdite sempre piú dannose di uomini e di materiale. Agganciare il nemico e infliggergli colpi durissimi se attaccherà, come gli ingenti concentramenti russi delle ultime settimane lasciano credere: pare che sia questa la risoluzione germanica.

    Siamo dunque in piena fase difensiva della fortezza europea. Recentemente si è tentato di sostituire il concetto della fortezza con quello della base di azione che sarebbe costituita dall’Europa». ↩

  491. La documentazione relativa è conservata in Archivio Paulucci di Calboli ed è stata parzialmente utilizzata da F. Milesi Ferretti, in L’attività diplomatica di Giacomo Paulucci de’ Calboli Barone, tesi di laurea sostenuta nell’anno accademico 1970-71 presso la Facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Roma, pp. 334 sgg. e in particolare pp. 343 sgg. ↩

  492. Cfr. A. Pirelli, Taccuini cit., pp. 436 sg. Tutto il colloquio è di notevole interesse, poiché offre una testimonianza estremamente eloquente dell’irrealismo in cui si muovevano in quei mesi pressoché tutti gli esponenti fascisti, anche i piú seri e responsabili e animati dalle migliori intenzioni come Bastianini e Pirelli: «Bastianini: “La politica di galvanizzazione che sta facendo Scorza è l’ultima carta nei riguardi interni... Mussolini confida ancora che i tedeschi non attacchino sul fronte russo, cosí da avere a disposizione una sessantina di divisioni per accorrere a fronteggiare uno sbarco anglo-americano. Naturalmente c’è il pericolo che invece siano i russi ad attaccare contemporaneamente agli anglo-americani. Se si arginassero i russi e si respingessero gli sbarchi anglo-americani, allora forse si potrebbero aprire trattative su basi soddisfacenti e Mussolini è dell’opinione che convenga aspettare ad ottobre a prendere contatti anche privati con elementi nemici”.

    Anche il Re è, od almeno era qualche tempo fa, di questa opinione. Ma lui, Bastianini, è dell’avviso che contatti privati con gli inglesi andrebbero presi fin da ora ed è pronto ad assumerne la responsabilità. È pronto quindi ad autorizzare che io prendessi a fare il suo nome, ritenendo di aver lasciato a Londra abbastanza buona memoria perché il passo venga preso sul serio. (Non ho capito se abbia voluto coprire Mussolini ed il Re o se veramente si tratti di una iniziativa sua).

    Io non solo non mi offro di fare, io, l’esploratore diplomatico, ma evito di dare a Bastianini lo spunto per un invito preciso sebbene il discorso sia evidentemente indirizzato a tale scopo. Dico anzi: “Tu sai quale sia la prima condizione per un successo di un simile negoziato: il ritiro di Mussolini”.

    Bastianini non rileva l’osservazione che dopo aver deviato su altri argomenti ed allora dice: “Gli inglesi dovrebbero capire che la permanenza di Mussolini sarebbe un elemento d’ordine”, e soggiunge: “Gli inglesi ed americani domanderanno anche di presidiare alcuni punti strategici dell’Italia”.

    Io: “Spero bene che non si sia giunti al punto di dover negoziare su queste basi. È una cosa che si può subire se sconfitti, ma non mai accettare in un negoziato. Non è mai ragione di vergogna l’essere inferiori ad un nemico, bensí l’esser inferiori a se stessi”.

    Bastianini: “Hai ragione. Ma credi che si accontenterebbero di un ritorno alla nonbelligeranza”.

    Io: “Non so. Ma a parte il rispetto per la nostra ripugnanza morale ad accettare una occupazione, dovrebbero pur capire che, se presidiassero, essi, alcuni punti dell’Italia, questa si vedrebbe esposta alle ritorsioni germaniche. Non possono chiedere all’Italia di accettare una soluzione che aggiungerebbe, all’offesa morale, la continuazione delle offese belliche”.

    Bastianini: “Già. Ci troveremmo nelle condizioni attuali della Francia occupata dai tedeschi e bombardata dagli ex alleati”.

    Io: “Anche peggio, diventeremmo il teatro di una terribile lotta”...

    Chiedo a Bastianini come reagirebbe la Germania se sapesse di eventuali contatti che il nostro Governo facesse prendere con elementi nemici. Egli risponde che il Governo italiano ha le prove che quello germanico ha avuto qualche contatto in passato senza previ accordi con noi...

    Io: “Se il nostro negoziato dovesse far intravvedere la possibilità di una pace per noi a condizioni ragionevoli, come giustificare politicamente e storicamente il distacco dalla Germania? Certo la nostra stessa raccomandazione alla Germania di stare sulla difensiva in Russia rappresenta una rassegnazione ad una prolungata logorante resistenza con la sola speranza nell’imprevedibile e con la probabilità di una graduale distruzione dall’aria delle nostre città... Vedo con grave ansia questa prospettiva; d’altra parte vedo come difficilissimo, quasi impossibile, che si possa giungere ad una pace di compromesso estesa, nonché a tutto il Tripartito, neppure a tutte le Potenze dell’Asse. La terza soluzione, la pace separata, ci rovescerebbe addosso, col dispregio di molti, l’ira della Germania, che vi costruirebbe sopra l’accusa storica del tradimento italiano (salvo anche consigliarci la cosa per poi far cadere sulle nostre spalle la responsabilità del proprio cedimento)... Situazione oscura dunque, resa ancor piú grave dalla dipendenza di possibili soluzioni politiche internazionali dalle situazioni politiche interne della Germania e dell’Italia...”

    Bastianini non commenta quest’ultima mia osservazione ed io non arrivo fino a dirgli che, a parte le richieste nemiche, solamente grossi mutamenti nei regimi politici interni hanno giustificato storicamente certe paci e soprattutto certe paci separate...

    Alla fine dell’intervista, Bastianini riprende il tema della necessità di contatti diretti o indiretti con l’altra parte, ma si limita a pregarmi di insistere presso elementi svizzeri (Nussbaumer) sulla tesi dell’interesse generale europeo ma anche anglo-americano ad una soluzione del conflitto prima che o una vittoria russa, od una reazione interna di malcontenti, faccia divampare il bolscevismo sul nostro Continente». ↩

  493. Per le operazioni in Sicilia cfr. A. Santoni, Le operazioni in Sicilia e in Calabria cit.; History of the second world war, V: C. J. C. Molony - F. C. Flynn - H. L. Davies - T. Gleave, The campaign in Sicily 1943 and the campaign in Italy 3rd september 1943 to 31st march 1944, London 1973; US Army in World War II, II: A. N. Garland - H. McGaw Smith, Sicily and the surrender in Italy cit.; nonché l’ancor valido per taluni aspetti E. Faldella, Lo sbarco e la difesa della Sicilia, Roma 1956; e, infine, le relazioni in NAW, Collection of italian military records, I.T., 99, «Comando Supremo - Operazioni in Sicilia dal 9 al 19 luglio» e «Operazioni in Sicilia dal 20 al 31 luglio». ↩

  494. Cfr. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 175, fasc. 43, relazione dei Carabinieri sullo «spirito delle truppe», allegata al «promemoria per il Duce» in data 5 luglio 1943. ↩

  495. Dopo i primi giorni successivi allo sbarco questo comportamento si andò sempre piú estendendo e radicalizzando. Tipico della situazione che si venne creando è il seguente rapporto del questore di Catania trasmesso dal capo della Polizia a Mussolini il 20 luglio:

    «Confermo mie precedenti segnalazioni telefoniche comunico che la situazione gravissima della città di Catania si manifesta di ora in ora piú tragica. Senza farina e senza acqua 30 000 persone che si addensano nei malsicuri rifugi sono sottoposti di giorno e di notte ad incessanti terrificanti bombardamenti aerei e navali che vanno trasformando la città in un cumulo di rovine. Dovunque sono imprecazioni e invocazioni, perché si risparmi la totale rovina della città. A questo stato pietoso e doloroso delle cose aggiungansi le violenze dei tedeschi che non riconoscono piú alcuna autorità italiana e che si sentono padroni assoluti. Con le armi in pugno si impossessano delle macchine maltrattando tutti dichiarando che in caso di loro ritirata dalla Piana di Catania e paesi etnei lasceranno loro passaggio un mucchio di rovine. Moltissime macchine e camion di privati cittadini sono passati in loro potere, dopo essersi impossessati con le armi in pugno della macchina del prefetto ne occuparono la casa che trasformarono in un bivacco. Al podestà di Catania Marchese San Giuliano, nipote dell’ex ministro, puntarono moschetto e pistola non volendo riconoscergli la qualità di podestà e pretendendo la consegna della macchina, che non fu effettuata per intervento di persone. Altra sera si presentarono in Questura pretendendo di impossessarsi con le armi in pugno di qualche superstite nostro automezzo, ma furono respinti. Ieri mattina si impossessarono della mia macchina dopo aver disarmato l’autista. Li raggiunsi con altra macchina come era mio dovere, ma il mio intervento nella mia qualità a nulla valse, perché fatto segno ad un colpo di moschetto dovetti subire la perdita della macchina, perché sopraffatto dal numero dei violenti, i quali estrassero le bombe a mano e impugnando i fucili mitragliatori erano pronti a far fuoco. Innanzi alla violenza dovetti allontanarmi con il mio Capo di Gabinetto ed un altro Funzionario. Contro di noi ed i due agenti e di un carabiniere che a noi si accompagnavano fu esplosa una raffica di mitraglia che fortunatamente fu senza conseguenze. La situazione militare resta invariata. Si notano lunghe teorie di soldati italiani sbandati e affamati che raggiungono paesi etnei rivolgendo [sic] ovunque panico e terrore.

    La popolazione teme svilupparsi un pericoloso brigantaggio. In città si sono verificati numerosi saccheggi in parte contenuti dalle esigue forze di Polizia a disposizione le quali perlustrano di giorno e di notte la città» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. affari gen. e ris., Seconda guerra mondiale, b. 428, fasc. 209). ↩

  496. ¹ Impressionato e sconvolto dalle confuse e drammatiche notizie provenienti dalla Sicilia, già il 14 luglio Mussolini inviò al generale Guzzoni, comandante delle forze nell’isola, il seguente telegramma: «Da troppe fonti mi giungono segnalazioni di scarsa combattività di taluni reparti da voi dipendenti. Infliggete le piú gravi sanzioni in alto et in basso contro coloro che non compiono totalmente il proprio dovere di soldato» (cfr. NAW, Collection of italian military records, I.T., 99, «Comando Supremo» - «Operazioni in Sicilia dal 9 al 19 luglio») e consegnò ad Ambrosio un appunto («Situazione») con tutta una serie di interrogativi che mostrano bene quanto gli avvenimenti degli ultimi quattro giorni non solo lo avessero preso di sorpresa, ma fossero andati oltre ogni sua piú pessimistica previsione e come in tale situazione egli cominciasse a pensare (o ne fosse già intimamente convinto) che ciò che era mancato e mancava erano, oltre i mezzi, un piano, la volontà e la capacità di applicarlo», sicché la sua esortazione finale a «resistere a qualunque costo a terra» e ad «ostacolare i rifornimenti del nemico coll’impiego massiccio delle nostre forze di mare e di cielo» suonava del tutto incredibile (cfr. DDI, s. IX, X, pp. 656 sg.). Di questo documento Mussolini pubblicò nella Storia di un anno pressoché tutto il testo. A parte piccole varianti pressoché insignificanti, non pubblicò i punti 9º e 11º, e cioè la richiesta se esistesse o meno un piano per fronteggiare un ulteriore sbarco (sul continente) e l’affermazione che tra le truppe nell’isola si stava rivelando «la tendenza alla capitolazione». Cfr. Mussolini, XXXIV, pp. 333 sg. ↩

  497. Cfr. DDI, s. IX, X, pp. 647 sg. Il giorno dopo Alfieri fu incaricato di premere a sua volta su von Ribbentrop affinché fossero decisi «provvedimenti di carattere straordinario per fronteggiare la situazione» (cfr. ivi, pp. 655 sg.). ↩

  498. Cfr. ivi, pp. 652 sgg., nonché il verbale della riunione a palazzo Venezia il 15 luglio tra Mussolini, Ambrosio, von Rintelen e Kesselring in occasione della consegna da parte di quest’ultimo della lettera di Hitler in SME - UFF. STORICO, Verbali delle riunioni cit., IV, pp. 382 sgg. ↩

  499. L’«ordine» di Hitler di trasferire in Italia altri aerei fu confermato ad Alfieri dal maresciallo Milch in un colloquio che i due ebbero il 16 luglio nel corso del quale il sottosegretario tedesco all’Aeronautica fece pesanti rilievi sull’inadeguatezza e disorganizzazione delle basi aeree italiane che, a suo dire, limitavano le possibilità di immediati invii (cfr. DDI, s. IX, X, pp. 627 sgg.). ↩

  500. Cfr. AUSSME, Diario storico del Comando Supremo, luglio 1943, Allegati, sub data. ↩

  501. Cfr. DDI, s. IX, X, pp. 659 sg. ↩

  502. DDI, s. IX, X, pp. 664 sg. ↩

  503. La sera del giorno precedente Bastianini aveva fatto richiedere al Comando supremo un riepilogo («Dati statistici per contestare alla Germania») delle incomprensioni e delle inadempienze tedesche (cfr. DDI, s. IX, X, p. 666 nota). Il giorno successivo il Comando supremo fece avere, sotto forma di un promemoria di otto pagine al ministero degli Esteri, le notizie e i dati richiesti. Lo si veda ivi, pp. 666 sgg. Dall’originale dattiloscritto si ha l’impressione che il capoverso finale – una sorta di contestazione generale a carattere di conclusione – sia stato aggiunto all’ultimo momento, prima dell’invio. Esso era cosí concepito: «In generale nel tendere ad ottenere dall’alleato una piú esatta valutazione dell’importanza della guerra mediterranea, ove l’Italia non può da sola sostenere lo sforzo riunito degli anglosassoni: da ultimo nei colloqui di Klessheim dell’aprile 1943 il Comando Supremo (e il Duce personalmente) sostennero la convenienza per l’Asse di non impegnarsi alla fronte orientale – ove non erano prevedibili rapidi successi decisivi – ma di conservare disponibili le proprie riserve per battere gli alleati ovunque tentassero di aprire il secondo fronte: la Germania invece, proprio quando i segni di un imponente sbarco in Italia erano chiarissimi, ha preso nuovamente l’iniziativa di impegnarsi alla fronte russa».

    Un’annotazione apportata sul promemoria, «inviato al Duce insieme al promemoria», fa ritenere che Bastianini, andando a palazzo Venezia la mattina del 16 ne portasse con sé una copia a sostegno e documentazione dell’appunto preparato per Mussolini e della bozza del telegramma che avrebbe voluto che egli inviasse ad Hitler. ↩

  504. Cfr. A. TAMARO, Due anni di storia 1943-1945, Roma 1948, I, p. 186. ↩

  505. Cfr. L. SIMONI [M. LANZA], Berlino ambasciata d’Italia cit., pp. 359 sg. ↩

  506. Per la posizione di Kesselring cfr. F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 371 sg. ↩

  507. Cfr. ibid., pp. 370 sg. ↩

  508. Cfr. ibid., pp. 372 sg. L’«appunto» era stato scritto da Castellano e rivisto da Ambrosio, che vi aveva apportato alcune correzioni, quasi certamente dopo essersi consultato (direttamente o tramite Giuriati, l’addetto di palazzo Chigi ai collegamenti con il Comando supremo, non è possibile dire) con Bastianini. ↩

  509. Cfr. E. Ortona, Il 1943 da Palazzo Chigi cit., pp. 1123 sg. Una copia del «verbale» è conservata anche

    nelle carte di Roberto Suster, altro stretto collaboratore di Bastianini. Cfr. anche G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., pp. 117 sg. Nelle sue memorie (ibid., pp. 115 sgg.) Bastianini afferma di essersi recato segretamente nella notte tra il 15 e il 16 luglio con il suo capo di gabinetto Babuscio Rizzo in Vaticano per parlare con il cardinal Maglione, chiedergli di rilasciare al banchiere Fummi un passaporto vaticano per recarsi a Londra e prendere contatti con gli inglesi e per sapere se la Santa Sede era disposta a intervenire sugli Alleati per indurli a mitigare la «crudeltà» dei loro indiscriminati bombardamenti sulle città italiane e per informarsi se rientrava nei loro piani la costituzione di un governo italiano formato da fuoriusciti. La notizia non trova alcuna conferma ed è probabile che Bastianini a distanza di quindici anni abbia datato male il colloquio. Dal diario di E. Ortona (cit., p. 1125) risulta infatti che Bastianini, accompagnato da Babuscio Rizzo, si recò dal cardinale segretario di Stato la sera del 17 luglio, dopo aver pranzato con Fummi e avere avuto il suo assenso a cercare di prendere contatto con gli inglesi. Cfr. a quest’ultimo proposito anche A. Pirelli, Taccuini cit., p. 450 (19 luglio 1943). ↩

  510. Cfr. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., p. 118. ↩

  511. In Archivio Suster è conservata copia dell’«appunto» che Bastianini consegnò al segretario di Stato; pubblicato da A. Tamaro, Due anni di storia cit., I, pp. 70 sg.:

    «1) Lo stato della guerra fa ancora oggi pensare ad un prolungamento della lotta nel tempo ad epoca indeterminata. Le forze della Germania infatti sono estremamente potenti ed ogni raccorciamento di fronte non fa che concentrare i mezzi bellici tedeschi.

    Il fatto però che la guerra sia stata impostata oggi contro l’Italia e che quotidianamente l’Italia sopporti sacrifici, distruzioni di ricchezze e di tesori d’arte, impone un esame della situazione italiana nel quadro generale della guerra.

    2) Sono giunte voci a noi d’iniziative che il Papa non sarebbe alieno dal prendere qualora avesse la sicurezza preventiva di un assenso italiano e tedesco (vedi pratica Russo).

    3) L’Italia non può prendere alcuna iniziativa da sola, e ciò sia per motivi morali dovendo salvaguardare l’onore del paese, sia per motivi materiali, dovendo considerare che ogni tentativo unilaterale di distacco dalla Germania, trasformerebbe automaticamente il territorio nazionale in un campo di battaglia.

    • 4) Qualora la situazione militare in Italia dovesse ancora peggiorare, la sola persona in grado di convincere Hitler a fare abbandonare il territorio italiano dalle truppe tedesche, è il Duce. Di qui la necessità che l’Inghilterra e l’America non pongano la pregiudiziale immediata dell’allontanamento del Duce e ciò nel loro stesso evidente interesse. I tedeschi infatti si ritirerebbero prima alla linea del Po dove gli anglo-americani dovrebbero affrontarli e poi alla linea del Brennero. L’intervento di Mussolini presso Hitler può ad essi evitare di affrontare due volte i tedeschi sul nostro territorio.
    • 5) L’Italia ha una sua particolare posizione nella regione danubiano-balcanica di cui gli avversari debbono tener conto.
    • 6) Necessita perciò di evitare intanto che gli anglo-americani costituiscano un Governo provvisorio di fuorusciti. Questo vorrebbe dire la guerra civile in Italia, una infinita serie di patimenti che la Chiesa deve certamente evitare.
    • 7) È stata notata una differenza di redazione in senso peggiorativo tra i messaggi di Churchill e Roosevelt diramati dalla Radio e quelli dei volantini gettati su Roma».

    Per l’accenno al punto 2 alla «pratica Russo» cfr. ADSS, VII, p. 228 nota; nonché DDI, s. IX, XI, pp. 700 sg. ↩

  512. Sul Pangal cfr. M. Toscano, Dal 25 luglio all’8 settembre cit., pp. 144 sgg. e 157, ma soprattutto Condesa de Listowell, Guerra secreta, Barcelona 1953, pp. 156 sgg. e 183. ↩

  513. Cfr. M. Toscano, Dal 25 luglio all’8 settembre cit., pp. 157 sg. e, piú ampiamente, Id., Italian sondings to abandon the conflict prior to Mussolini’s fall, in Id., Designs in diplomacy. Pages from european diplomatic history in the Twentieth Century, Baltimore-London 1970, pp. 373 sgg. ↩

  514. Una traccia in questo senso è costituita da quanto, sotto la data del 23 luglio, Pirelli annotò a proposito di una sua conversazione con Pietromarchi: «Crede sia ancora possibile una pace discreta. Occorre far sentire che l’Italia è il baluardo sud contro lo slavismo, cosí come Venezia lo fu contro il turco. Accenniamo nella conversazione alla possibilità di avere – forse al posto dell’Etiopia – una colonia piú ricca, come il Camerun o la Nigeria» (A. Pirelli, Taccuini cit., p. 457). ↩

  515. PRO, FO, 954 (carte Lord Avon), fasc. 13. ↩

  516. Significativo è a questo proposito un telescritto che Ambrosio inviò il 17 luglio al generale Marras affinché questi agisse in conseguenza sull’Alto comando tedesco:

    «1) Aeuronautica nemica domina indisturbata tutte ore giorno e notte in Sicilia et estende gradualmente analoga azione alla Calabria senza che ci sia possibile opporle un apprezzabile contrasto aereo. Flotta inglese agisce da piú giorni in appoggio alle forze terrestri sostando dinanzi Catania con stessa tranquillità con la quale potrebbe eseguire esercitazioni di tiro. Richieste continuamente ripetute da questo Comando Supremo per invio nello scacchiere italiano di aliquote della Aeronautica germanica sufficienti a fronteggiare situazione continuamente peggiorata, sono rimasto praticamente insoddisfatto per tardività concessioni et graduali invii nemmeno sufficienti at ripianare perdite. Mentre ritengo inutile rinnovare una ennesima volta le richieste già fatte, vi prego rappresentare ad OKW estrema gravità situazione sopra prospettata.

    2) Da qualche giorno era stato disposto in accordo con germanici che ventinovesima divisione corazzata germanica si spostasse da Calabria in Sicilia et che terza divisione motocorazzata germanica si spostasse da Toscana in Calabria. Movimenti appena iniziati sono stati sospesi da Comandi germanici allegando che per entrambi i movimenti si attende la decisione del Comando Supremo germanico.

    Fate presente che movimenti nell’interno dell’Italia di unità germaniche, tanto piú se già in corso, debbono essere di esclusiva competenza di questo Comando Supremo et non possono essere sottesi o vincolati at decisioni di OKW, e che possono risultare intempestive [,] non aderenti alla situazione operativa et dei trasporti. Per intanto per predette divisioni si perde tempo prezioso» (NAW, Collection of italian military records, I.T., 99, «Comando Supremo - Operazioni in Sicilia dal 9 al 19 luglio»). ↩

  517. Per le forniture di carbone e di metalli strategici cfr. in DDI, s. IX, X, pp. 682 sgg., il promemoria a Mussolini in data 18 luglio 1943 del generale Favagrossa, ministro della Produzione bellica, che si era recato nei giorni precedenti in Germania. ↩

  518. Cfr. ivi, pp. 680 sg. Secondo L. Simoni [M. Lanza], Berlino ambasciata d’Italia cit., p. 365 (18 luglio 1943) i tedeschi pensavano ad attestarsi, dopo una difesa manovrata lungo la penisola, addirittura «sulla linea del Po». ↩

  519. Da questo punto di vista il passo piú importante della lettera è l’ultimo:

    «In Italia il nemico ha aperto il secondo fronte, sul quale concentrerà le ingenti possibilità offensive dell’Inghilterra e dell’America, per conquistare non solo l’Italia, ma anche aprirsi la via dei Balcani, proprio nel momento in cui la Germania è fortemente impegnata sul fronte russo. Il sacrificio del mio Paese non può avere per scopo principale quello di ritardare l’attacco diretto alla Germania. La Germania è piú forte economicamente e militarmente dell’Italia: il mio Paese, che è entrato in guerra tre anni prima del previsto e dopo due guerre, è andato via via esaurendosi bruciando le sue risorse in Africa, Russia e Balcania. Credo, Führer, che sia giunta l’ora di esaminare attentamente in comune la situazione, per trarne le conseguenze piú conformi agli interessi comuni e di ciascun Paese» (cfr. DDI, s. IX, X, p. 682). ↩

  520. Per una esposizione degli elementi e delle testimonianze disponibili pro e contro l’effettivo invio cfr. F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., p. 377 nota. ↩

  521. Cfr. E. Ortona, Il 1943 da Palazzo Chigi cit., p. 1126 (19 luglio 1943). ↩

  522. Cfr. J. Goebbels, Diario intimo cit., p. 491. ↩

  523. Cfr. w. Warlimont, Cinq ans au G.Q.G. de Hitler cit., pp. 204 sgg.; Fuehrer Conferences cit., 1943, pp. 97 sgg.; F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 377 sgg. ↩

  524. Cfr. F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., p. 397. ↩

  525. Per il verbale della seduta plenaria e per quelli degli incontri Keitel-Ambrosio cfr. DDI, s. IX, X, pp. 685 sgg.; NAW, Collection of italian military records, I.T., 3031, «Comando Supremo - Convegno di Feltre»; ADAP, s. E, VI, pp. 264 sgg. ↩

  526. D. Alfieri, Due dittatori di fronte cit., p. 309. ↩

  527. Cfr. E. Ortona, Il 1943 da Palazzo Chigi cit., p. 1125. ↩

  528. D. Alfieri, Due dittatori di fronte cit., p. 310. ↩

  529. Ibid., pp. 310 sgg. ↩

  530. Cfr. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., pp. 164 sg. ↩

  531. D. Alfieri, Due dittatori di fronte cit., pp. 312 sg. ↩

  532. Cfr. E. Ortona, Il 1943 da Palazzo Chigi cit., p. 1127 (19 luglio 1943). ↩

  533. Cfr. DDI, s. IX, X, pp. 685 sg. ↩

  534. Cfr. DDI, s. IX, X, pp. 686 sgg. ↩

  535. Ivi, pp. 691 sg. ↩

  536. Cfr. ADAP, s. E, VI, pp. 273 sg. ↩

  537. E. Ortona, Il 1943 da Palazzo Chigi cit., p. 1127 (19 luglio 1943). ↩

  538. Cfr. D. Alfieri, Due dittatori di fronte cit., p. 315. La testimonianza, sostanzialmente attendibile, è però talvolta imprecisa per quel che riguarda i tempi, la sequenza degli avvenimenti. ↩

  539. Cfr. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., p. 165. ↩

  540. La si veda in I. Palermo, Storia di un armistizio cit., p. 405. ↩

  541. D. Alfieri, Due dittatori di fronte cit., p. 315. ↩

  542. Dei colloqui e delle questioni militari trattate a Feltre il Comandante supremo redasse il 20 luglio una «breve sintesi». La si veda in NAW, Collection of italian military records, I.T., 3031, «Comando Supremo – Convegno di Feltre». ↩

  543. Cfr. DDI, s. IX, X, pp. 693 sgg. ↩

  544. Cfr. W. Warlimont, Cinq ans au G.Q.G. de Hitler cit., p. 207. ↩

  545. Cfr. Mussolini, XXXIV, p. 297. ↩

  546. F. Maugeri, Mussolini mi ha detto cit., p. 24. ↩

  547. Cfr. W. Warlimont, Cinq ans au G.Q.G. de Hitler cit., p. 207. ↩

  548. Cfr. ibid., pp. 206 e 205. ↩

  549. Da questo momento in poi Mussolini fu costantemente assillato dall’idea di far ritorno al piú presto a Roma. Cfr. D. Alfieri, Tra due dittatori cit., pp. 313 sg.; e soprattutto A. Pozzi, Come li ho visti io cit., p. 170, che riferisce la secca risposta che Mussolini gli diede allorché, ripartiti i tedeschi, vedendolo «stanco, sfinito», gli aveva suggerito di far ritorno in treno e non in aereo: «avete saputo cosa è successo oggi a Roma?!...» ↩

  550. Cfr. Mussolini, XXXIV, p. 342. ↩

  551. Ivi, p. 298. ↩

  552. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., p. 166. ↩

  553. D. Alfieri, Due dittatori di fronte cit., p. 317. ↩

  554. Cfr. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., p. 121. ↩

  555. In Archivio Pietromarchi. ↩

  556. Cfr. D. Alfieri, Due dittatori di fronte cit., p. 119. ↩

  557. E. Ortona, Il 1943 da Palazzo Chigi cit., p. 1128 (20 luglio 1943). L’accenno al «nostro comunicato» si riferisce al rifiuto italiano di accettare il testo del comunicato conclusivo di Feltre proposto dai tedeschi in cui si parlava di «Germania e Italia legate inesorabilmente al fato comune per la vittoria». Il testo controproposto da parte italiana e accettato dai tedeschi si manteneva su un tono del tutto anodino, limitandosi a rendere noto che il «duce» e il Führer si erano incontrati. ↩

  558. Mussolini, XXXIV, pp. 298 sg., ma anche p. 342 (Storia di un anno). Sul ritorno di Mussolini e le ripercussioni sul suo stato d’animo del bombardamento di Roma cfr. R. Mussolini, La mia vita con Benito cit., pp. 186 sg. ↩

  559. Cfr. DDI, s. IX, X, pp. 706 sg. ↩

  560. Cfr. NAW, Collection of italian military records, I.T., 1135, «Comando Supremo. Relazioni Feldmaresciallo Kesselring OBS», colloquio Ambrosio-Kesselring, 24 luglio 1943. ↩

  561. Cfr. D. Alfieri, Due dittatori di fronte cit., p. 318. ↩

  562. Cfr. ADAP, s. E, VI, pp. 286 sgg. e 294 sg. ↩

  563. Cfr. F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 429 sgg. ↩

  564. Nel luglio 1944 Vitetti disse a Pietromarchi e a Castellano che Ciano «aveva preso contatto con Osborne per eventuali trattative. Osborne riferí a Eden il quale rispose per telegramma che le profferte del Conte Ciano erano per il momento premature ma che conveniva comunque di mantenere i contatti. Il telegramma fu decifrato dai Tedeschi e Ciano dovette informarne Osborne per non essere compromesso». Cfr. L. Pietromarchi, Diario, 28 luglio 1944 (in Archivio Pietromarchi). ↩

  565. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. Polizia politica, fasc. 59, «Pietro Badoglio». ↩

  566. ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio ris. (1922-1943), b. 202 bis, fasc. «Varie 1943». ↩

  567. Cfr. ACS, RSI, Segr. part. del Duce, Carteggio ris., fasc. 166, «Giovanni Preziosi»; nonché F. Bellotti, La repubblica di Mussolini. 26 luglio 1943 - 25 aprile 1945, Milano 1947, pp. 16 sgg. ↩

  568. Tutte le notizie sono tratte da una lunga lettera che Suardo scrisse il 20 settembre 1943 a Mussolini per chiedergli di potergli parlare e per riaffermargli di voler «essere ancora e piú che mai» un suo «soldato fedele». Copia della lettera si trova in Archivio Suardo, dove sono conservati anche altri documenti relativi alle ultime vicende del regime. Da tre di essi, una lettera del 5 marzo 1943 di due senatori-questori a Suardo e due di questi al sottosegretario Albini e a Mussolini risulta che alcuni senatori (sei forse) erano informatori della polizia. ↩

  569. Oltre agli accenni al «caso Macola» fatti da Mussolini il 24 giugno 1943 in sede di direttorio del PNF, cfr. T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona cit., p. 386. ↩

  570. Cfr. R. Farinacci, Diario, in «Il tempo di Milano», 8 e 16 febbraio 1947. Il diario di Farinacci è stato assai probabilmente ricostruito, almeno per questo periodo, a posteriori, sulla base della memoria e, forse, di alcuni appunti. Ciò spiega come le date degli avvenimenti ai quali abbiamo fatto cenno risultino in esso, sbagliate o anticipate di un giorno. ↩

  571. Cfr. Y. De Begnac, I pallidi eroi della ventisettesima ora, «lanci speciali» dell’«Agenzia giornalistica romana», aprile-maggio 1967, pp. 92 sgg. e in particolare pp. 94 sgg. Secondo De Begnac, egli – approfittando di una udienza durante la quale aveva con Basilio Gnutti consegnato al «duce» la prima copia della ristampa del primo dei saggi di Pisacane – trasmise la richiesta di Turati a Mussolini che gli disse che gli avrebbe fatto sapere quando lo avrebbe ricevuto, cosa che poi non fece. Dai ruolini delle udienze risulta che De Begnac e Gnutti furono ricevuti l’8 luglio. All’episodio non fa cenno alcuno A. Turati, Fuori dell’ombra della mia vita. Dieci anni nel solco del fascismo, a cura di A. Fappani, Brescia 1973. ↩

  572. Cfr. R. Farinacci, Diario, in «Il tempo di Milano», 16 febbraio 1947. ↩

  573. ACS, RSI, Segr. part. del Duce, Carteggio ris., b. 16, fasc. 85, «Alessandro Melchiori». ↩

  574. In Archivio Grossi. ↩

  575. Cfr. R. Mussolini, La mia vita con Benito cit., pp. 188 sg.; ID., Mussolini privato cit., pp. 228 sg.; F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., p. 390. ↩

  576. Cfr. G. Caromio, Lettera al direttore, in «Il giornale nuovo», 9 dicembre 1983. ↩

  577. Cfr. in Appendice, Documento n. 11, nonché T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona cit., p. 386. ↩

  578. Cfr. R. Mussolini, La mia vita con Benito cit., p. 188. ↩

  579. Cfr. O. Dinale, Quarant’anni di colloqui con lui cit., p. 186. ↩

  580. Cfr. ibid., p. 191. ↩

  581. Cfr. A. Tamaro, Venti anni di storia cit., III, p. 475. ↩

  582. «Anche se qualche dissenso si fosse delineato, la sua abilità dialettica, il suo vigore polemico, la sua destrezza nel far gravitare il peso delle discussioni piú ardue nel punto piú debole ma piú accessibile alla emotività dell’ambiente, lo avrebbe superato e travolto. Ma piú che qualche dissenso, egli non prevedeva, e si cacciò impreparato se non inerme nella lotta» (A. De Marsico, 25 luglio 1943 cit., p. 80). ↩

  583. Cfr. R. Mussolini, Mussolini privato cit., pp. 229 sg. ↩

  584. Cfr. la già citata lettera di Suardo a Mussolini del 20 settembre 1943 (in Archivio Suardo). ↩

  585. Cfr. F. Maugeri, Mussolini mi ha detto cit., p. 21 nota. ↩

  586. Cfr. C. Foley, Dino Grandi explains, in «Life», 26 febbraio 1945. ↩

  587. «Era calmissimo; io credo sicuro» ha scritto A. De Marsico, 25 luglio 1943 cit., p. 84, rievocando il suo ingresso nella sala del Mappamondo per dare inizio alla seduta. ↩

  588. Cfr. M. Zamboni, Diario di un colpo di Stato cit., sub, 10 luglio 1943. ↩

  589. Cfr. W. Warlimont, Cinq ans au G.Q.G. de Hitler cit., p. 207. ↩

  590. A questa tattica probabilmente Mussolini si attenne anche in occasione dell’incontro di Feltre, quando – specialmente con Ambrosio – asserí di aver ottenuto da Hitler impegni precisi circa l’immediato invio di aiuti, specie in aerei, che in realtà non aveva avuto o nei quali egli stesso non credeva. ↩

  591. Sulla questione della «fiducia» nel re cfr. A. Tamaro, Due anni di storia cit., I, pp. 16 sgg. ↩

  592. Cfr. Mussolini, XXXIV, p. 339. ↩

  593. R. Graziani, Ho difeso la patria cit., p. 330. ↩

  594. Cfr. C. Scorza, La notte del Gran Consiglio, Milano 1968, p. 99. ↩

  595. Ibid., p. 173. ↩

  596. Cfr. ibid., p. 171. ↩

  597. Cfr. Mussolini, XXXIV, pp. 349 sg. ↩

  598. Cfr. D. Grandi, 25 luglio. Quarant’anni dopo cit., p. 264; L. Federzoni, Italia di ieri per la storia di domani cit., p. 306; A. De Marsico, 25 luglio 1943 cit., p. 96; T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona cit., p. 415. ↩

  599. Cfr. C. Scorza, La notte del Gran Consiglio cit., pp. 122 sgg. ↩

  600. Mussolini, XXXIV, p. 349. ↩

  601. Cfr. T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona cit., p. 420. ↩

  602. D. Grandi, 25 luglio. Quarant’anni dopo cit., pp. 263 sg. ↩

  603. Cfr. G. Giuriati, La parabola di Mussolini cit., p. 231; F. Orlando, Mussolini volle il 25 luglio, Milano 1946; nonché una serie di appunti inediti di R. Suster, in Archivio Suster. ↩

  604. Cfr. T. CIANETTI, Memorie dal carcere di Verona cit., p. 420. ↩

  605. D. GRANDI, 25 luglio. Quarant’anni dopo cit., p. 264. ↩

  606. Cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 141. ↩

  607. Cfr. G. Acerbo, Fra due plotoni di esecuzione cit., p. 497. ↩

  608. Cfr. I. Palermo, Storia di un armistizio cit., p. 404 (la data risulta dal diario di Ambrosio). ↩

  609. Ibid., pp. 403 sgg.; nonché G. Bianchi, Perché e come cadde il fascismo cit., pp. 774 sgg. ↩

  610. Cfr. A. Cambria, Maria José cit., p. 109. ↩

  611. Cfr. I. Palermo, Storia di un armistizio cit., p. 437. ↩

  612. Cfr. N. D’Aroma, Vent’anni insieme cit., p. 323. ↩

  613. Alla luce di quanto diremo piú avanti, cosí ci pare vada interpretata l’affermazione «ma voi potete ancora esser certo del mio appoggio» che il re riferí poco dopo a De Marsico (cfr. A. De Marsico, 25 luglio 1943 cit., pp. 96 e 176 nota 59). ↩

  614. Cfr. G. Acerbo, Fra due plotoni di esecuzione cit., p. 494, che afferma di aver saputo personalmente da Mussolini sia la sua intenzione sia i nomi dei candidati in pectore il 17 luglio. ↩

  615. Cfr. I. Palermo, Storia di un armistizio cit., p. 404. ↩

  616. Oltre ai diari e alle memorie già citati di G. Acerbo, D. Alfieri, G. Bastianini, T. Cianetti, A. De Marsico, C. M. De Vecchi, R. Farinacci, E. Galbiati, D. Grandi e C. Scorza, cfr. il diario di E. De Bono (in ACS), nonché I. Pellicano, I superstiti del Gran Consiglio si sono decisi a parlare, in «L’elefante», 13 ottobre - 24 novembre 1949, e soprattutto la serie di interviste pubblicate da «Il messaggero» nel marzo 1967, tra le quali quelle di U. Albini (9 marzo), G. Balella (12 marzo), A. Bignardi (16 marzo), A. De Stefani e E. Frattari (1º marzo). Alcuni membri del Gran Consiglio hanno rilasciato interviste utilizzate da R. Collier, Duce! Duce! cit., pp. 252 sgg.; esse non portano alla vicenda del 24-25 luglio alcun utile contributo. ↩

  617. Cfr. i diari, già citati, di E. Ortona e L. Pietromarchi, l’inedito saggio di L. Vitetti sul 25 luglio e l’8 settembre, le memorie di M. Zamboni, nonché A. Tarchi, Cronaca inedita del 25 luglio, in «Il Secolo XX», 30 luglio e 6 agosto 1963, e A. Cerica, Per l’anniversario del 25 luglio (che riguarda però essenzialmente le vicende successive alla riunione del Gran Consiglio) in ATTI PARLAMENTARI, Senato della Repubblica, Resoconti stenografici, 25 luglio 1958, pp. 587 sgg. ↩

  618. Nei primi giorni la gran maggioranza della stampa di tutto il mondo si limitò a trasmettere la notizia della nomina di Badoglio e dell’arresto di Mussolini con accenni assai vaghi alla seduta del Gran Consiglio. A queste prime notizie seguirono nei giorni successivi altre piú o meno fantastiche, tipica quella, apparsa su un giornale americano e ripresa da vari altri, tra cui il turco «Istiklâl» del 14 agosto 1943 che dedicò ad essa l’editoriale, secondo la quale Mussolini era morto nell’affondamento da parte di aerei americani di un sommergibile sul quale stava fuggendo.

    I primi resoconti abbastanza ampi sulla seduta del Gran Consiglio apparvero nella «Neue Zürcher Zeitung» del 16 agosto 1943, successivamente pubblicato in italiano col titolo 25 luglio 1943. L’ultima seduta del Gran Consiglio del Fascismo (s.l. e d.), e nella «Gazzetta ticinese» del 9 settembre 1943. Dopo l’8 settembre apparvero molti altri resoconti; in essi le vicende del 24-25 luglio venivano spesso collegate con quelle dell’armistizio e della liberazione di Mussolini e, talvolta, del processo di Verona. Un rilancio notevole essi ebbero dalla pubblicazione dell’intervista di Grandi a «Life» nel febbraio 1945. Cfr. in particolare Comment disparut le fascisme, in «Gazette de Lausanne», 9 settembre 1943, e (con un titolo leggermente diverso) in «La Tribune de Genève» dello stesso giorno; The overthrow of Mussolini, The july crisis in the Fascist Gran Council, in «Tablet», 22 gennaio 1944, Le coup d’Etat et l’armistice en Italie, in «La tribune de Genève», 5, 8, 10 maggio 1944; P. A. Cousteau, La conjuration des salonnards, in «Paris-soir», 27 maggio 1944; F. C. Painton, How Mussolini fell, in «Harper’s Magazine», gennaio 1945, pp. 137 sgg., successivamente pubblicato in forma ridotta col titolo Storia di ventiquattrore (L’ultima seduta del «gran consiglio fascista»), Torino 1945; P. Saporiti, A queda de Mussolini, in «Diario de Lisboa», 21, 22, 24 settembre 1945; W. Sperco, La chûte de Mussolini, in «Revue de Paris», luglio 1945, pp. 52 sgg. Anche se di carattere diverso e d’ispirazione fascista, cfr. infine C. Puglionisi, Technique d’un coup d’Etat, Paris 1944.

    Una segnalazione particolare meritano infine le introduzioni, rispettivamente di Max Ascoli e di Cecil Sprigge alle edizioni americana (The fall of Mussolini, New York 1948) e soprattutto inglese (Benito Mussolini: Memoires 1942-1943, London 1949) della Storia di un anno. L’edizione inglese riproduce in appendice lo scritto di F. Maugeri, Mussolini mi ha detto e passi della testimonianza di F. Iurato e di D. Antonelli pubblicata in Con Mussolini a campo Imperatore e del primo scritto del cardinale I. Schuster sul suo ultimo incontro il 25 aprile 1945 a Milano con Mussolini.

    Va infine notato che il grado di informazione degli Alleati sulla vicenda del 24-25 luglio (che li colse di sorpresa) dovette essere a lungo molto scarso (nonostante la presenza in Vaticano di rappresentanti diplomatici dei due paesi e a Roma di vari agenti dei servizi segreti, soprattutto americani), al punto che ancora l’8 febbraio 1945 Alexander Kirk avrebbe ritenuto opportuno trasmettere da Roma al dipartimento di Stato la traduzione di un articolo preparato dall’Agenzia telegrafica svizzera, che si basava in larga misura su quelli de «La Gazette de Lausanne» e de «La tribune de Genève» del 9 settembre 1943 e del maggio 1944 (cfr. NAW, R. G., Dept. State, 1945-1949, box 6904, n. 86500/2-845). ↩

  619. Cfr. in particolare L. Pastore, Crollo del fascismo e invasione tedesca, Roma 1944; G. M., Dal 25 luglio al 10 settembre. Nuove testimonianze, Roma 1944; Comandante X dello Stato Maggiore, La caduta del fascismo e l’armistizio di Roma, Roma s.d. (ma 1944); Dalla notte di Palazzo Venezia alla notte di Dongo, Firenze 1945. Un caso a sé è costituito dal Memoriale Grandi, Bari 1945, per il quale cfr. la nostra introduzione a D. Grandi, 25 luglio. Quarant’anni dopo cit., pp. 8 sg.

    Cosí come quella straniera, alla quale talvolta si rifà, questa pubblicistica è quasi sempre caratterizzata da un tono generale e da particolari drammatico-granguignoleschi del tutto fantastici: Mussolini che avviandosi alla riunione dice a Scorza «andiamo nella trappola» e che a un certo punto della seduta sussurra al segretario del partito «forse dovrò darvi l’ordine di arrestare questi messeri»; e, ancora, Mussolini che cerca di scagliarsi contro Grandi ma è trattenuto da Scorza e Galbiati; Bottai che lo chiama «pagliaccio» e fa pesanti allusioni alle «sorelle Petacci» e a Magda Fontanges; Mussolini e De Bono (che ad un certo momento estrae la pistola) che si scambiano reciprocamente accuse di tradimento; Marinelli che rinfaccia a Mussolini l’uccisione di Matteotti; Grandi che si è portato due bombe a mano e ne passa una a De Vecchi (che proclama di aver preveduto dal 1934 la rovina alla quale Mussolini avrebbe portato l’Italia); Pareschi che agli attacchi contro Mussolini sviene; Farinacci che ad un certo punto della seduta fugge; Grandi e Federzoni che appena finita la riunione si recano dal re; ecc.

    A livello pubblicistico l’unica opera di un certo rilievo (oggi però superata) è quella di P. Monelli, Roma 1943, Milano 1963 (nuova edizione riveduta e accresciuta); di nessun valore A. Calabrese, 25 luglio, Napoli s.d. ↩

  620. L’unica opera a carattere veramente storico che dedica un capitolo (essenzialmente espositivo) alla riunione del Gran Consiglio è F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 434 sgg.; un intero capitolo è dedicato alla riunione anche da A. Brissaud, Mussolini, II: La folie du pouvoir, Paris 1983, pp. 255 sgg., che, a parte il tono piú pubblicistico che storico, non aggiunge nulla a quanto già saputo.

    Un interesse notevole hanno però anche le pagine dedicate alle vicende essenziali che portarono al 25 luglio e alle reazioni sue e di Roosevelt alla notizia della caduta di Mussolini da W. CHURCHILL, La seconda guerra mondiale, V: La morsa si stringe, I: La campagna d’Italia cit., pp. 57 sgg. Vale la pena di segnalare che per il colloquio Vittorio Emanuele III - Mussolini del 22 luglio Churchill, che non poteva conoscere il diario del generale Puntoni, all’epoca non ancora pubblicato, si serve sí di quanto scritto da Mussolini nella Storia di un anno, ma aggiunge: «Mussolini rispose, a quanto sembra, che sperava di svincolare l’Italia dall’alleanza dell’Asse per il 15 settembre» (p. 62). Quanto a Grandi, lo definisce «l’attore principale del dramma finale» (ibid.). Quanto a Mussolini assai interessante è il giudizio complessivo su di lui formulato dal premier britannico proprio in queste pagine:

    «Cosí finirono i ventuno anni della dittatura di Mussolini in Italia, durante i quali egli aveva sollevato il popolo italiano dal bolscevismo, in cui avrebbe potuto sprofondare nel 1919, per portarlo in una posizione in Europa quale l’Italia non aveva mai avuta prima. Un nuovo impulso era stato dato alla vita nazionale. L’Impero italiano nell’Africa settentrionale fu fondato. Molte importanti opere pubbliche in Italia furono completate. Nel 1935 il Duce con la sua forza di volontà aveva sopraffatto la Lega delle Nazioni – “cinquanta nazioni capeggiate da una sola” – ed era riuscito a conquistare l’Abissinia. Il suo regime era troppo costoso, senza dubbio, per il popolo italiano, ma è innegabile che attrasse, nel suo periodo di successo, un grandissimo numero d’italiani. Egli era, come ebbi a scrivergli in occasione del crollo della Francia, “il legislatore d’Italia”. L’alternativa al suo regime avrebbe potuto essere un’Italia comunista, che non sarebbe stata fonte di pericoli e sciagure di natura diversa per il popolo italiano e l’Europa. L’errore fatale di Mussolini fu la dichiarazione di guerra alla Francia e alla Gran Bretagna dopo le vittorie di Hitler nel giugno 1940. Se non lo avesse commesso, avrebbe potuto tenere benissimo l’Italia in una posizione d’equilibrio, corteggiata e ricompensata dalle due parti, derivando inusitate ricchezza e prosperità dalle lotte di altri paesi. Anche quando le sorti della guerra apparvero manifeste, Mussolini sarebbe stato bene accetto agli Alleati. Egli aveva molto da dare per abbreviare la durata del conflitto. Avrebbe potuto scegliere con abilità e intelligenza il momento piú adatto per dichiarare la guerra a Hitler. Invece prese la strada sbagliata. Non aveva mai compreso a pieno la forza dell’Inghilterra e neppure le tenaci sue qualità di resistenza e di potenza marinara. Cosí egli perseguí la propria rovina. Le grandi strade ch’egli costruí resteranno un monumento al suo prestigio personale e al suo lungo governo» (p. 66). ↩

  621. Tipici in questo senso sono due casi. O. LIZZADRI (Il Regno di Badoglio cit., pp. 91 e 93) nel suo diario (evidentemente scritto post factum) fa riferimento già sotto la data del 21 luglio alla prossima riunione del 24 del Gran Consiglio (cosa impossibile, perché gli stessi suoi membri ne furono informati, come abbiamo già detto, solo il 22 e sulla riunione fu mantenuto il massimo segreto, tanto che sarebbero state evitate tutte le manifestazioni che in passato avevano contraddistinto e solennizzato le riunioni del supremo organo del fascismo: esposizione sul balcone di palazzo Venezia del «gagliardetto del Duce», servizio d’onore dei «moschettieri del Duce», ecc.) e, fatto ancor piú caratteristico, parla per la notte tra il 24 e il 25 di capannelli di gente in attesa di notizie a piazza Venezia che venivano sciolti dalla polizia e subito si ricostituivano (cosa assolutamente non vera ché tutte le testimonianze e i documenti di polizia sono concordi nel parlare di una piazza buia e deserta, attraversata solo da qualche raro esponente fascista romano o da qualche funzionario del ministero degli Esteri che, di fronte all’inatteso prolungarsi della seduta, si recava a palazzo Venezia per cercare di avere qualche notizia). L. C. PIERRACINI, Agendina di guerra cit., p. 221, parla a sua volta nel suo diario (sotto la data del 24 luglio) dell’«affastellamento di notizie piú o meno esatte» e delle «ipotesi piú o meno ragionevoli» che circolavano in quei giorni, ma poi fa dipendere il precipitare della situazione... dall’«avvenuto sbarco a Salerno» e da «quello in corso a Gaeta». ↩

  622. Cfr. in A. LEPRE, Le illusioni la paura la rabbia. Il fronte interno italiano 1910-1943, Napoli 1989, pp. 159 sgg., una breve ma succosa silloge documentaria sugli sviluppi di tale collasso nel corso dei primi sette mesi del 1943. ↩

  623. P. Calamandrei, Diario, II, pp. 149 sg. ↩

  624. Cfr. A. Soffici, Sull’orlo dell’abisso, in A. Soffici - G. Prezzolini, Diari 1943-1945 cit., pp. 190 e 192 (26 e 30 luglio 1943). ↩

  625. Cfr. L. C. Pieraccini, Agendina di guerra cit., p. 224 (26 luglio 1943). ↩

  626. Cfr. G. Antonazzi, Roma città aperta. La cittadella sul Gianicolo. Appunti di diario (1940-1945), Roma 1983, p. 110 (26 luglio 1943): «Nei discorsi tra la gente domina il disorientamento. Si stenta a credere alla realtà. Non so perché, non si riesce ad esultare veramente. Forse per quel “la guerra continua”, cosí sconcertante?» ↩

  627. Cfr. A. Damiano, Rosso e grigio cit., p. 66 (27 luglio 1943):

    «Gli schiavi tripudiano. È umano. Ma in questa elementarità non mancano sfumature inquiete. Non si pensa, non si vuol pensare, basta questo unico, questo fondamentale pensiero: il fascismo è finito. Ma la guerra? Il nuovo governo ha proclamato che “la guerra continua”. Chi ci crede? Conta, oggi, che sia finito il regime. L’euforia è generale: viva la libertà, viva il re, viva il capo del nuovo governo. Non si grida ancora viva la pace, ma pare implicito, tanto enorme e spettacoloso è il sole che ha bucato il cielo per ridere su questa osannante Italia.

    Lo stato d’assedio subito proclamato per mantenere l’ordine non scema il tripudio del popolo. La truppa è applaudita, la festa è generale. Il coprifuoco è severo, alle nove e mezzo nessuno non provveduto di lasciapassare può circolare. La notte echeggiano spari: sono soldati che tirano a passanti sospetti, sono fascisti asserragliati nei gruppi rionali, che resistono; sono operai impegnati contro le truppe che presidiano le carceri dove sono i detenuti politici, ai quali si vorrebbe ridar subito la libertà. Corrono molte voci, naturalmente contraddittorie. La sola cosa certa è il giubilo per la fine del regime aborrito: questa straripante ebbrezza di pace. Porgendo orecchio al notturno echeggiare degli spari una voce ammonisce che il peggio è ancora da venire, che venti anni di fascismo non possono essere liquidati con quarantott’ore di baldoria. Non conta. Oggi nessuno ragiona. Una deliziosa incoscienza scatena quella folla che rinasce alla speranza». ↩

  628. Già il 30 luglio R. Bianchi Bandinelli (Dal diario di un borghese cit., pp. 103 sgg.) avrebbe annotato:

    «L’aria è già cambiata dal 25 a oggi. Il 25 tutti vollero sentir ripetere quattro, cinque volte, alla radio, l’annunzio della caduta di Mussolini. I quattro giorni successivi sono stati, per tutti, come giorni che seguono la rivelazione di un nuovo amore. Le persone si salutavano per la strada come amici che si incontrano di nuovo dopo una lunga malattia, e sorrisi cordiali venivano scambiati fra estranei. I conducenti dei tram, per solito cosí intrattabili, fermavano la vettura anche fuori delle fermate obbligatorie, dove sapevano che faceva piú comodo ai loro passeggeri abituali: dimostravano cosí la loro improvvisa amorevole fraternità verso tutti. E il pubblico, nei molti luoghi dove la vita del cittadino in tempo di guerra crea affollamenti ed attese irritanti, che rendono gli uomini nemici l’uno dell’altro, era premuroso e affabile. Segni di innamoramento. E si era dimenticato dai piú, che il proclama diceva “la guerra continua”. Per tutti era chiaro che questo non doveva essere che un modo di prender tempo. Il popolo italiano ha dimostrato in questi giorni qual è la sua innata e profonda civiltà, fatta di senso di equilibrio e di umanità. Si è quasi perdonato anche ai fascisti. So di casi in cui si sono, per tutta punizione, invitati i fascisti a brindare alla caduta di Mussolini – e con tale atto sembravano già riscattati. E questo poteva avvenire perché si è veduto che cosa era veramente il fascismo in sé, ove non lo appoggiassero piú interessi di gruppi: un castello di carte. Il tanto decantato “Stato forte”, si è visto, non esisteva che sulle colonne dei giornali e nei proclami truculenti. Allo stesso modo che lo “Stato militarista” si dimostrò inesistente quando si trattò di organizzare la guerra. Dietro la facciata non vi era nulla; il primo attore si era tolto il testone di cartapesta e i servi sciocchi si potevano rimandare a casa con uno scappellotto.

    Ma questo idillio è stato di breve durata. E oggi si comincia a capire che le cose non sono come si credeva. I fascisti non ci sono piú; ma il fascismo come organizzazione di classe c’è ancora.

    Lo stato d’animo di oggi, per le strade, mi ricorda quello che vidi a Parigi, nel 1938, dopo… l’annunzio dell’accordo di Monaco. Il popolo non vide che la guerra scongiurata… La sera si ballò sui Boulevards. Ma il giorno dopo, la folla era tetra. Già si era compreso quello che veramente era successo: che Monaco era stata un’altra vittoria di Hitler e che la guerra non si era fatta che piú inevitabile, mentre il nazismo aveva una carta di piú in mano.

    Oggi ho la stessa sensazione di amaro risveglio; e mi pare che sia la sensazione generale. Il re non ha abdicato. Il popolo che acclamava per le vie un falso annunzio di armistizio è stato disperso a colpi di moschetto… Una volta di piú nella storia d’Italia, il governo del re mostra di non voler seguire le vie che vengono indicate dallo spontaneo sentimento popolare, ma di irrigidirsi a difesa non dell’Italia, ma degli interessi della dinastia e di una classe privilegiata... La guerra, era la guerra del fascismo, non la guerra del popolo italiano. Proclamare questo, era non solo la verità, ma nell’interesse politico supremo dell’Italia. Invece si sono messe avanti delle ragioni militari, che colorano di tradimento un atto che poteva divenire squisitamente politico. E perdere quella molla di slancio dell’entusiasmo popolare, che si è manifestata ora, che perdura ancora (ma per quanto?) rischia di compromettere ogni possibilità di inversione del fronte». ↩

  629. Le si veda in «La Stampa», 8 agosto 1990, ma cfr. anche C. Pavese, Il mestiere di vivere (1935-1950), a cura di M. Guglielminetti e L. Nay, Torino 1990, pp. 187 sgg. ↩

  630. Per definire la posizione politica di Pavese sino alla guerra poca importanza attribuiremmo sia alla sua iscrizione nel 1933 al PNF, sia al suo arresto, nel maggio 1935, per sospetta appartenenza a Giustizia e Libertà che gli valse la condanna a tre anni di confino, della quale scontò però solo pochissimi mesi, essendo stata accolta nel marzo 1936 da Mussolini la sua richiesta di grazia. Dagli elementi raccolti dalla polizia e dalle sue dichiarazioni si ha l’impressione che il suo impegno politico fosse praticamente nullo, anche se, per motivi di lavoro, di studio e sentimentali, frequentava molti giovani intellettuali antifascisti. Cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Casellario politico centrale, fasc. 121672, «Pavese Cesare fu Eugenio»; ID., Div. affari pol. e ris., Confino politico, fasc. «Pavese Cesare fu Eugenio». ↩

  631. Cfr. F. Maugeri, Mussolini mi ha detto cit., p. 39. ↩

  632. Cfr. D. Mayer, La verità sul processo di Verona, Verona 1945, p. 44; R. Montagna, Mussolini e il processo di Verona, Milano 1949, p. 157. ↩

  633. Per i tre ordini del giorno cfr. in Appendice, Documento n. 15. ↩

  634. Cfr. T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona cit., pp. 410 e 418. ↩

  635. C. Scorza, La notte del Gran Consiglio cit., pp. 131 sg. ↩

  636. Cfr. ibid., p. 131. ↩

  637. Cfr. G. Bottai, Diario cit., p. 417 (24 luglio 1943). ↩

  638. Cfr. C. Scorza, La notte del Gran Consiglio cit., pp. 131 e 132. ↩

  639. Cfr. soprattutto C. Scorza, La notte del Gran Consiglio cit., pp. 25 sgg. e in particolare pp. 36 sg.; D. Grandi, 25 luglio. Quarant’anni dopo cit., p. 253; A. De Marsico, 25 luglio cit., p. 84. ↩

  640. Cfr. C. Scorza, La notte del Gran Consiglio cit., pp. 34 e 38. ↩

  641. C. Scorza, La notte del Gran Consiglio cit., p. 25. ↩

  642. A. De Marsico, 25 luglio 1943 cit., pp. 85 sg. ↩

  643. G. Bottai, Diario cit., pp. 411 sg. ↩

  644. Id., Diario 1944-1948 cit., pp. 460 sg. ↩

  645. Cfr. in particolare T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona cit., pp. 415 sgg. ↩

  646. Cfr. C. Scorza, La notte del Gran Consiglio cit., p. 98. ↩

  647. D. Grandi, 25 luglio. Quarant’anni dopo cit., pp. 265 sg. ↩

  648. Cfr. C. Scorza, La notte del Gran Consiglio cit., p. 149; nella Storia di un anno avrebbe scritto non «aperta» ma «provocata». Cfr. Mussolini, XXXIV, p. 151. ↩

  649. Cfr. D. Grandi, 25 luglio. Quarant’anni dopo cit., pp. 268 sg. ↩

  650. Cfr. C. Scorza, La notte del Gran Consiglio cit., pp. 163 sgg. ↩

  651. Cfr. C. Scorza, La notte del Gran Consiglio cit., pp. 167 sgg. ↩

  652. Ibid., p. 173. ↩

  653. Cfr. U. Guspini, L’orecchio del Regime cit., p. 224. ↩

  654. Cfr. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., p. 131. ↩

  655. Cfr. L. Federzoni, Italia di ieri per la storia di domani cit., p. 200. ↩

  656. Mussolini, XXXIV, pp. 274 sgg.; per la versione della Storia di un anno, cfr. ivi, pp. 354 sg. ↩

  657. Per il ritiro del voto da parte di Cianetti cfr. T. Cianetti, Memorie dal carcere di Verona cit., pp. 421 sgg. ↩

  658. Cfr. D. Grandi, 25 luglio. Quarant’anni dopo cit., p. 273; M. Zamboni, Diario di un colpo di Stato cit., sub 25 luglio 1943. ↩

  659. Cfr. C. Scorza, La notte del Gran Consiglio cit., pp. 135 sgg. e 193 sg. Ovviamente, il precipitare nel pomeriggio della situazione non permise a Scorza di tentare alcun passo, che, del resto, a quel punto sarebbe stato del tutto inutile. Già di prima mattina Grandi aveva fatto informare (perché informasse subito a sua volta il cardinale Maglione) monsignor Borgongini-Duca di quanto avvenuto nella notte (D. Grandi, 25 luglio. Quarant’anni dopo cit., p. 273). De Stefani e Federzoni, autonomamente l’uno dall’altro, si erano a loro volta pure affrettati a prendere contatto con la Segreteria di stato. De Stefani aveva altresí sondato il terreno circa la disponibilità della Santa Sede a «interrogare gli Stati Uniti e l’Inghilterra su le condizioni che imporrebbero all’Italia per ritirarsi dalla guerra» (sempre secondo De Stefani parallelamente a questa azione sugli Alleati, da parte italiana se ne sarebbe messa in atto un’altra sulla Germania… «perché tranquillamente consenta che l’Italia ritorni neutrale»). Monsignor Montini aveva però subito replicato che la Santa Sede non poteva fare alcun passo «se non invitata da organi ufficiali dello Stato» (cfr. ADSS, VII, pp. 520 sgg.; M. Zamboni, Diario di un colpo di Stato cit., sub 25 luglio 1943). ↩

  660. Cfr. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., p. 132; nonché E. Ortona, Il 1943 da Palazzo Chigi cit., p. 1131 (25 luglio 1943). ↩

  661. DDI, s. IX, X, pp. 711 sg.

    L’ambasciatore giapponese informò del colloquio con Mussolini il suo ministero con un rapporto trasmesso a Tokyo il giorno stesso e decifrato dai servizi americani in due riprese, il 31 luglio e il 4 agosto. Il rapporto è assai piú dettagliato dell’appunto di Bastianini e riferisce espressioni testuali di Mussolini durissime nei confronti dei tedeschi, definiti «stupidi pazzi». La richiesta di appoggio presso Berlino è riferita in forma piú sfumata e non si fa accenno al passo che, secondo l’appunto, Mussolini disse di voler fare la «settimana ventura»: «La prossima volta che vedrò Hitler gli dirò chiaramente e categoricamente che deve concludere la lotta contro la Russia. E prego voi giapponesi di fare lo stesso. Ditegli di finirla. Può essere che insieme si riesca a strappare Hitler da questa ossessione. Se ancora speriamo di vincere questa guerra, dobbiamo farlo». Ugualmente piú sfumato è il discorso sulla situazione italiana e sulla impossibilità di continuare la guerra: «il nemico [gli anglo-americani] ce l’ha con la Russia. Ciò diventerà gradualmente evidente, ma ci vorrà tempo, un tempo considerevole. Voi giapponesi andate avanti e usate Bose. È una bella cosa. Ma sarà nella prossima primavera che raggiungerete qualcosa, e sarà troppo tardi per aiutarci. Possiamo resistere cosí a lungo? Per quel che concerne l’Italia, il tempo è quasi finito. Certo non possiamo piú dire: “il tempo è dalla nostra parte”» (NAW, War Department, Office of Assistant Chief of Staff, G-2, in «Magic Summary», nn. 492 e 496). È difficile dire se è l’appunto di Bastianini che, nella sua essenzialità, rende piú drammatica la richiesta di Mussolini o se Hidaka oltre al rapporto generale per il ministero degli Esteri, non inviò un secondo rapporto, piú particolare, a Tokyo usando un altro codice che gli americani non erano in grado di decifrare. ↩

  662. Cfr. Mussolini, XXXIV, p. 355. ↩

  663. Cfr. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., pp. 132 sg. ↩

  664. Sull’incontro cfr. D. GRANDI, 25 luglio. Quarant’anni dopo cit., pp. 269 sgg.; nonché ID., Pagine di diario del 1943 cit., p. 1066; M. ZAMBONI, Diario di un colpo di Stato cit., sub 24 luglio 1943. ↩

  665. Su richiesta di Acquarone, appena questi se ne andò, Grandi preparò un abbozzo di due schemi di decreti legge relativi alla soppressione del Gran Consiglio e al ripristino della Camera e alle otto glieli fece recapitare dal suo segretario. Per il loro testo cfr. D. Grandi, Pagine di diario del 1943 cit., pp. 1066 sg. ↩

  666. Cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 142. ↩

  667. Ibid.; nonché A. Vacchieri, Parla il segretario particolare del Duce, in «Il tempo», 10 febbraio 1955. ↩

  668. G. Castellano, Come firmai l’armistizio di Cassibile cit., pp. 63 sg. Cfr. anche L. Pietromarchi, Diario cit., 27 luglio 1944 (in Archivio Pietromarchi). ↩

  669. Nella stessa relazione (conservata in copia in Archivio Puccioni) Cerica dà anche notizia dei provvedimenti da lui adottati subito dopo il colloquio con Ambrosio:

    «Poiché la polizia, potentemente armata, era agli ordini del noto squadrista Chierici, la piú velata indiscrezione non poneva solo a rischio la riuscita dell’operazione, ma poteva essere causa di gravissime conseguenze; mi si impose quindi l’immediato esame dei seguenti elementi:

    • a) necessità di attribuirmi la personale e diretta responsabilità dell’operazione rinunciando alla collaborazione gerarchica dei comandanti dell’Arma (colonnelli e generali) in servizio a Roma, capo di S.M. ed ufficiale d’ordinanza compresi;
    • b) necessità di disporre, per le ore 16,30, di tutta la forza dell’Arma presente in città (circa 8000 uomini), per immediatamente impiegarla nella presa di possesso, presidio e tutela di tutti i centri sensibili e punti strategici della capitale (centrali radio, centrali telefoniche ed elettriche, ministeri, istituti bancari, ecc. ecc.);
    • c) urgente sostituzione del capo fascista della polizia con personalità sicura, fedele e tecnicamente capace di quella carica;
    • d) progetto di uno stratagemma per il materiale trasferimento di Mussolini in stato d’arresto da Villa Savoia fuori della vista del pubblico;
    • e) predisposizione di un locale adatto ed idoneo alla detenzione di Mussolini sino al giorno del suo trasloco nella definitiva località di custodia.

    Dal Comando Generale dove mi ero subito portato impartii conseguentemente gli ordini che seguono:

    1) A mezzo di fonogramma disposi che per le ore 16 i comandanti di ogni grado con la truppa da loro dipendente rimanessero nelle rispettive caserme, adducendo a pretesto una mia ispezione ai reparti in armi ed agli autotrasporti, che, in perfetta efficienza, avrebbero dovuto essermi presentati a rivista nei cortili;

    2) Convocai il tenente colonnello Frignani, comandante il Gruppo interno di Roma, ufficiale noto per la sua intrepida capacità professionale, ed i suoi immediati diretti collaboratori capitani Vigneri ed Aversa affidando loro l’esecuzione materiale dell’arresto;

    3) Invitai il dottor Marzano Commissario di P.S. capo dell’autocentro del Ministero dell’Interno, ottimo ufficiale dell’arma in congedo, a fornire al tenente colonnello Frignani un’autoambulanza del suo Parco: rilevati gli ufficiali operanti alle ore 15,30 questo automezzo avrebbe dovuto tenersi pronto ad accedere nel recinto di Villa Savoia un’ora dopo. Nel medesimo momento tutti gli altri veicoli in dotazione all’autocentro stesso – compresi 32 carri armati leggeri – avrebbero dovuto esser pronti a recarsi nelle caserme dell’Arma da me designate.

    Alle ore 17 il Marzano era incaricato di recarsi a rilevare presso la propria abitazione l’ex capo della polizia Senatore Senise, per accompagnarlo nel mio ufficio del Comando Generale;

    4) Alle ore 14 convocai nell’ufficio del Comandante il Gruppo Interno di Roma a Viale Liegi l’Ispettore di Polizia della Real Casa (attuale Questore di Roma) Comm. Morazzini che mi era noto quale persona riservata, prudente e ligia alla Corona; resolo edotto del delicato mandato affidatomi gli chiesi ed ottenni promessa di collaborazione, intesa specialmente a consentire l’accesso nel recinto di Villa Savoia agli ufficiali preposti all’esecuzione materiale dell’arresto. Alle ore 16 mi trovavo a Villa Savoia per controllare l’esatta applicazione delle minuziose disposizioni impartite; allorché pochi minuti prima delle 16,30 mi allontanai per recarmi al Comando Generale, la mia macchina fu costretta a sfilare dinanzi alla numerosa scorta armata che aveva seguito il Mussolini, sostante lungo la via Salaria». ↩

  670. Cfr. G. Artieri, Per la prima volta Umberto parla del 25 luglio art. cit.; P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., pp. 143 sgg.; R. Paolucci, Il mio piccolo mondo perduto cit., p. 496. ↩

  671. Cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., pp. 317 sg. (18 febbraio 1946). ↩

  672. Secondo quanto Carboni scrisse nelle già citate «note» per R. Pacciardi sugli articoli di L. Barbaro sul 25 luglio apparsi nel luglio-agosto 1944 sul «Risorgimento liberale» quando, nella notte del 25 sul 26 luglio, Acquarone propose lo scambio di lettere tra Badoglio e Mussolini e Carboni stesso con l’aiuto di Ambrosio cercò di opporsi all’idea, il ministro della Real Casa, trattolo in disparte, gli avrebbe detto: «non bisogna buttar via Mussolini; il re ha detto che fra due anni potrà essere di nuovo un ottimo presidente del Consiglio» (in Archivio Pacciardi). All’origine delle voci fu probabilmente proprio il generale Carboni. ↩

  673. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 143. Analoga affermazione Puntoni aveva già fatto in una intervista pubblicata dal «Corriere della Sera» l’8 febbraio 1955, tre anni prima la pubblicazione del suo diario. ↩

  674. Cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 295 (21 settembre 1945). ↩

  675. In occasione dell’interrogatorio di Acquarone da parte della Commissione d’inchiesta per la mancata difesa di Roma l’ex questore Morazzini rilasciò al ministro della Real Casa e questi esibí alla commissione una dichiarazione concepita nei seguenti termini:

    «Verso le ore 14,30 del 25 luglio fui chiamato a casa per partecipare d’urgenza ad un convegno segreto nel quale ebbi, d’ordine di V. E., l’incarico di recarmi a Villa Savoia per farvi accedere, con me pretesto, un certo numero di carabinieri e l’autoambulanza dell’Autoparco del Ministero dell’Interno e predisporre tutte le altre misure in vista della preannunziata visita di Mussolini a Sua maestà il Re e dei conseguenti provvedimenti.

    Quando giunsi a Villa Savoia, V. E. era già sul posto e confermò personalmente a me l’ordine per l’ufficiale dell’arma dei Carabinieri di procedere all’arresto di Mussolini non appena questi, ultimato il colloquio, fosse uscito dalla dimora reale.

    Una delle difficoltà che si frapponevano al regolare svolgimento dell’impresa era costituito dalla persona del Maresciallo Ercole Boratto, conducente dell’auto del Presidente; ad eliminare l’intoppo provvidi io chiamando con un pretesto il Boratto in altro fabbricato della villa e traendolo in arresto.

    Mentre tutto sembrava ormai predisposto nei sensi indicati da V. E., trascorso un po’ di tempo, fui nuovamente chiamato da Lei e seppi che si era pensato di soprassedere all’arresto di Mussolini che si sarebbe verificato altrove e in altro momento, ignoro per quale ragione. Su questa nuova determinazione si svolse tra me e V. E. uno scambio di vedute che determinò V. E. ad assumere personalmente la responsabilità di ribadire l’ordine precedentemente dato di arrestare Mussolini non appena fosse uscito dalla Real Palazzina, immediatamente dopo il colloquio col sovrano.

    L’ordine fu esattamente eseguito senza che si fossero verificati incidenti di sorta» (cfr. «Risorgimento liberale», 30 marzo 1946). ↩

  676. Cfr. in Appendice, Documento n. 16. La parte dedicata all’arresto di Mussolini (pp. 2-8) dalla relazione «Arresto - Detenzione - Liberazione di Mussolini» redatta dal generale Filippo Caruso dopo la liberazione di Roma (in Archivio storico del Comando dell’Arma dei Carabinieri). Abbastanza simile a quanto si legge in questa relazione è il resoconto in M. Agricola - M. Da Limbara, Mussolini in prigionia. Vita intima dell’ex dittatore dal 25 luglio al 12 settembre 1943, Roma 1944, pp. 3 sgg. ↩

  677. In Archivio Pietromarchi. ↩

  678. L’ammiraglio F. Maugeri, Mussolini mi ha detto cit., p. 21 nota, una fonte indubbiamente bene informata, ha scritto a questo proposito che, dopo che il 26 il generale Ernesto Ferone consegnò a Mussolini la lettera scrittagli da Badoglio e gli chiese «dove preferiva recarsi», avendogli il «duce» accennato alla Rocca delle Caminate, Badoglio fece comunicare telegraficamente al prefetto di Forlí, Marcello Bofondi, che Mussolini sarebbe stato condotto alla Rocca. Sempre secondo l’ammiraglio Maugeri, a far scartare la soluzione sarebbe stato proprio il Bofondi che l’avrebbe sconsigliato «nel modo piú energico» dicendo che «i romagnoli si erano scatenati dopo la caduta del regime e che neppure un imponente spiegamento di forze avrebbe dato garanzie che i conterranei di Mussolini non riuscissero ad invadere la Rocca per linciare il prigioniero». Da qui la decisione di relegare Mussolini «nell’arcipelago ponziano». ↩

  679. Cfr. R. Paolucci, Il mio piccolo mondo perduto cit., p. 496. In tema di assassinii, vale la pena ricordare che il 27 settembre 1943 la «Gazzette de Lausanne» pubblicò la notizia che Mussolini aveva cercato di far assassinare prima del 25 luglio Vittorio Emanuele III. Tipico frutto del clima sovraeccitato dal momento e dalle fantastiche voci che circolarono subito dopo la caduta di Mussolini, la notizia è sicuramente infondata, ché, in quella situazione, uccidere il re avrebbe aggravato e non migliorato la posizione di Mussolini. ↩

  680. Cfr. G. Artieri, Per la prima volta Umberto parla del 25 luglio art. cit. ↩

  681. Cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 143. Di «fermo», non allo scopo di arrestarlo ma di isolarlo, il generale Puntoni parlò anche in una testimonianza rilasciata a «Italia monarchica» e da questa pubblicata il 18 luglio 1948. ↩

  682. Ambrosio smentí a M. Lualdi, A colloquio col generale Ambrosio: la parte dei militari nel 25 luglio e nell’8 settembre, in «Corriere della Sera», 11 marzo 1955, tutte le voci circa i propositi di sopprimere Mussolini e attorno a una drammatica riunione, subito dopo il suo arresto, nel corso della quale sarebbe stata discussa la questione. Ma cfr. anche (con cautela) S. Bertoldi, Volevano avvelenare Mussolini ma Vittorio Emanuele riuscí ad impedirlo, in «Oggi», 14 agosto 1958, pp. 10 sgg. ↩

  683. Cfr. P. Vigneri, Relazione redatta dal Capitano dei CC Paolo Vigneri sull’arresto di Mussolini a Villa Savoia, in «Rinascita», 20 luglio 1963. ↩

  684. Per la cronologia di tali avvenimenti del 25 e 26 luglio si veda in Appendice, Documento n. 17, che riproduce le relative pagine del Diario del generale Ambrosio (NAW, Collection of italian military records, I.T., 1223-26) integrate in base agli «Avvenimenti dei giorni 25 e 26 luglio 1943 – Ordini impartiti» redatti dal Comando supremo (ibid., I.T., 1121). Per la convocazione di Senise da parte di Cerica cfr. invece la citata relazione di quest’ultimo del 1944. Da essa risulta altresí che il comandante generale dei carabinieri informò i generali, colonnelli e ufficiali comandanti le piú importanti caserme della capitale dell’arresto di Mussolini solo quando questo era in corso, dando contestualmente loro l’ordine di immediata attuazione di un piano di protezione e difesa della città (da lui improvvisato) «tendente a prevenire e reprimere qualsiasi tentativo da parte dei fascisti e dei numerosissimi tedeschi che incontrollabili ed incontrollati popolavano Roma e che fosse inteso a reagire contro l’accaduto». ↩

  685. Cfr. Mussolini, XXXIV, p. 355. ↩

  686. I nomi risultano dal fascicolo relativo alla seduta del Gran Consiglio del 24 luglio 1943 che Mussolini portò con sé a villa Savoia e che rimase nella bolgetta di De Cesare, dopo la morte del quale sono stati pubblicati da L. Pesce, Dopo anni di ricerche. Ecco il dossier del 25 luglio, in «Epoca», 10 aprile 1966, pp. 34 sgg., e consegnato in fotocopia all’Archivio Centrale dello Stato. ↩

  687. Cfr. in Mussolini, XXXIV, p. 355, l’accenno al fatto che Mussolini avrebbe avuto «già da tempo in animo di restituire» la delega. ↩

  688. Quanto aveva detto la mattina a Hidaka doveva costituire indubbiamente una carta sulla quale Mussolini doveva fare molto affidamento per dimostrargli la sua effettiva decisione di trovare una via d’uscita dal conflitto. Né è da escludere che un’altra fosse l’annunciata visita, il 29 luglio in occasione del suo sessantesimo compleanno, di Göring a Roma che gli avrebbe offerto la possibilità di discutere con lui il problema, il che spiega il compiacimento con cui aveva accolto la notizia (cfr. F. W. Deakin, Storia della repubblica di Salò cit., pp. 455 sg.). ↩

  689. Cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., pp. 144 sgg. ↩

  690. «Sua Maestà mi attendeva sulla soglia della palazzina. Il colloquio durò mezz’ora. Al momento di separarci, sulla soglia, il re mi strinse molto cordialmente la mano» (Mussolini, XXXIV, p. 275). ↩

  691. G. Dolfin, Con Mussolini nella tragedia, Milano 1949, p. 80. ↩

  692. Mussolini, XXXIV, pp. 355 sg. ↩

  693. R. Montagna, Cosí Mussolini mi raccontò in confidenza il suo drammatico arresto a Villa Savoia, in «Oggi», 19 giugno 1958, pp. 12 sgg., in cui vi sono già alcuni passaggi che suscitano qualche dubbio sulla sua autenticità. In particolare l’accenno iniziale al re in attesa in un salotto a pian terreno, mentre è certo che il sovrano accolse Mussolini nell’atrio della villa e la frase «in questo momento siete l’uomo piú odiato d’Italia» che ricorda troppo una frase quasi uguale pronunziata in Gran Consiglio la notte prima e che Vittorio Emanuele è assai difficile potesse conoscere. ↩

  694. Cfr. L. Pesce, Dopo anni di ricerche. Ecco il dossier del 25 luglio, art. cit., p. 36. ↩

  695. Cfr. P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 145. ↩

  696. Ibid., p. 144. ↩

  697. Secondo il generale Carboni, prima di accomiatarsi Mussolini avrebbe raccomandato al re di guardarsi dai tedeschi. Cfr. le sue citate Note sugli articoli di L. Barbaro in Archivio Pacciardi. La cosa è tutt’altro che incredibile: anche all’ammiraglio Maugeri, durante la navigazione verso Ponza, Mussolini avrebbe, pochi giorni dopo, detto: «Bisogna svincolarsi dai tedeschi. Abbiamo il diritto di dire loro che abbiamo fatto tre anni e piú di guerra, perduta la marina mercantile, quasi tutta la flotta, avuto distrutte tante città. Loro non ci possono aiutare. Non c’è altro da fare» (cfr. F. Maugeri, Mussolini mi ha detto cit., pp. 25 sg.). ↩

  698. Cfr. L. Pesce, Dopo anni di ricerche. Ecco il dossier del 25 luglio, art. cit., p. 36. ↩

  699. Cfr. E. Boratto, Parla Boratto l’autista di Mussolini, in «Giornale del mattino», 24 marzo 1946. ↩

  700. Sull’arresto cfr. oltre alla relazione dei carabinieri in Appendice, Documento n. 16, S. Nicolosi, La verità sull’arresto di Mussolini, in «Visto», 1º agosto 1953, fondato in parte sulla relazione stessa. Pezzi di relazioni ufficiali anche in M. Agricola - M. Da Limbara, Mussolini in prigionia. Vita intima dell’ex dittatore dal 25 luglio al 12 settembre 1943 cit. ↩

  701. Mussolini, XXXIV, p. 356 (Storia di un anno). ↩

  702. Cfr. P. Vigneri, Relazione redatta dal capitano dei CC Vigneri Paolo sull’arresto di Mussolini a Villa Savoia, art. cit. ↩

  703. Secondo la polizia politica una delle voci che piú circolarono fu quella che dopo essere stato in assoluto silenzio per circa ventiquattrore, Mussolini (che a dire di tali voci era rinchiuso in una camera di sicurezza della caserma dei carabinieri di piazza del Popolo), aveva poi dato «segni palesi di una sopraggiunta pazzia», tenendo addirittura un discorso «alle pareti della camera di sicurezza», sicché era stato trasportato da un’autoambulanza della Croce rossa «sempre in stato di arresto in clinica». Dei famigliari si diceva la moglie e i figli fossero al sicuro in Spagna e Ciano in Svizzera. Quanto a lui la previsione piú diffusa era che «sarà fucilato insieme ai capoccioni della [sua] cricca criminale» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. P.S., Div. Polizia politica, categ. Q. 178/71, p. 239, fasc. 4, «Roma»). ↩

  704. Di questa e delle altre due visite a Mussolini, il 26 e il 27 luglio, il maggiore Santillo redasse una relazione, conservata all’Archivio storico dell’Arma dei Carabinieri e che è stata pubblicata in A. Tamaro, Due anni di storia cit., I, pp. 76 sg. ↩

  705. Cfr. l’originale della lettera (pubblicata nella Storia di un anno) in ACS, Mussolini, Valigia, b. 3, fascicolo 18. ↩

  706. G. Carboni, Memorie segrete cit., pp. 208 sg., nonché p. 207. ↩

  707. Cfr. G. Artieri, Cronaca del Regno d’Italia, Milano 1978, II, p. 793. La tesi dell’Artieri è stata in qualche misura confermata da Carmine Senise in una intervista rilasciata allo stesso Artieri nella quale il capo della polizia del governo Badoglio ha affermato che «la morte di Mussolini era un’idea fissa di Badoglio e di un largo settore dei suoi consiglieri militari» (che, aggiungiamo noi, non a caso la mattina del 26 luglio si preoccuparono di «ritirare» i «documenti segreti» conservati a palazzo Venezia, documenti dei quali non si è mai saputa la successiva sorte) e che, quando, il 27 luglio, fu decisa la deportazione in una delle isole Pontine, il maresciallo, guardando fisso negli occhi l’ispettore generale di polizia Saverio Polito, incaricato della traduzione, avrebbe detto tra il serio e il faceto: «se le capita opportunamente, una spintarella [al momento dello sbarco previsto prima dell’alba] potrebbe risolvere tutto» (cfr. G. Artieri, Il Vesuvio con il pennacchio. Ovvero funiculí funiculà, Milano 1957, pp. 297 sg.). Contro la tesi dell’Artieri cfr. però J. Di Benigno, Occasioni mancate cit., p. 90, che, sulla base di quanto dettogli dal gen. Sorice, afferma che al Comando supremo si parlò di uccidere Mussolini, compresa Brioni lungo la costa jugoslava, ove deportare Mussolini, «ma non si parlò di ucciderlo»: «tutto doveva rimanere nella legalità». ↩

  708. In Archivio Suster. ↩

  709. Mussolini, XXXIV, p. 358. ↩

  710. Cfr. F. Maugeri, Mussolini mi ha detto cit., p. 21 nota (per la visita del generale Ferone a Mussolini); Mussolini, XXXIV, pp. 358 sg. (per il testo dei quattro punti); A. Tamaro, Due anni di storia cit., I, pp. 76 sg. (per la relazione del maggiore Santillo sullo stato fisico e morale di Mussolini). Il Santillo, dopo la prima rapida visita dalle ventuno e trenta alle ventuno e quaranta del 25 luglio, rivide Mussolini altre due volte: il 26 dalle undici alle undici e quarantacinque e il 27 dalle otto e trenta alle dieci e trenta, trovandolo in condizioni fisiche e soprattutto psicologiche migliori e molto piú discorsivo. Il 26 Mussolini gli fece la storia della sua malattia; il 27 i due conversarono – come si legge nella relazione – di vari argomenti: «Mi accenna al nuovo Governo, un Governo di tecnici, di burocrati, un buon Governo che continuerà le direttive del precedente. L’unico che non mi va è Baratono che non ha dato buona prova di sé durante la sua carica di Prefetto a Napoli. Può darsi che accadranno delle manifestazioni a tendenza pacifista nella valle del Po, che verranno facilmente stroncate. Il popolo italiano è un popolo superficiale, in tutte le sue manifestazioni, anche in quelle religiose; crede al santo solo in quanto gli faccia la grazia che gli chiede, applica il “do ut des”. Si copre di una vernice che non si approfondisce e non lascia alcuna traccia. Su questa sua caratteristica ha influito molto il periodo dal 16° al 18° secolo quando il popolo italiano non ha praticato piú le armi. È un popolo non ancora maturo ed unito; su questo ha avuto la sua azione negativa lo Stato Pontificio che è stato come un tumore maligno nel corpo dell’Italia; nel 1929 ho cercato di isolare questo neoplasma; anche ora col pretesto del bombardamento di Roma, centro del mondo cattolico, il Clero ha cercato di gettare il seme della ricostruzione di un potere temporale che potrà dare il suo frutto a distanza di 20-30 anni. La Nazione italiana è in crisi da cui però può riprendersi; ma anche le altre nazioni belligeranti sono in crisi; l’Inghilterra ha fretta di concludere la guerra; gli Stati Uniti andranno incontro ad una crisi sociale a breve scadenza. Avrete letto sui giornali la enorme mortalità – riferita da Lord Beaverbrook – di gente verificatasi a Leningrado: circa 100 mila persone. Il popolo russo ha un esercito ben attrezzato, fatto da tecnici prelevati dalla Russia Europea, che sono piloti, carristi, artiglieri, ed asiatici che costituiscono la massa bruta delle fanterie, animate da istintivo spirito guerriero, discendenti diretti di Tamerlano. Il maresciallo Stalin, oltre che è un grande sociologo, è un buon stratega. Non lo conosco personalmente; ho conosciuto in Isvizzera invece Lenin, quando dirigeva il giornale “La Scintilla”; era, oltre tutto, anche un sentimentale, la musica lo commoveva». ↩

  711. Cfr. Mussolini, XXXIV, pp. 359 sg. ↩

  712. F. Maugeri, Mussolini mi ha detto cit., pp. 20 sg. ↩

  713. Cfr. J. di Benigno, Occasioni mancate cit., pp. 90 sg. ↩

  714. Cfr. ibid., p. 91; nonché C. Senise, Quando ero Capo della Polizia cit., pp. 221 sgg. ↩

  715. Cfr. F. Maugeri, Mussolini mi ha detto cit., pp. 22 nota e 22. ↩

  716. Mussolini, XXXIV, p. 285. ↩

  717. Mussolini, XXXIV, p. 285. ↩

  718. Cfr. F. Maugeri, Mussolini mi ha detto cit., p. 47. ↩

  719. Cfr. E. Mussolini, Mio fratello Benito cit., p. 202 (31 agosto 1943). ↩

  720. Caratteristica in questo senso è un’annotazione del 16 agosto: «Se gli uomini rimanessero sempre sugli altari, finirebbero per credersi dei superuomini o degli esseri divini. La caduta nella polvere li riconduce all’umanità, a quella umanità che si potrebbe definire “elementare”» (Mussolini, XXXIV, p. 287). ↩

  721. Ivi, p. 277. ↩

  722. Ivi, pp. 279 e 281; F. Maugeri, Mussolini mi ha detto cit., pp. 22 e 42. ↩

  723. Mussolini, XXXIV, p. 278. ↩

  724. Mussolini, XXXIV, p. 285, dove, a proposito delle cure mediche prescrittegli da un medico militare de La Maddalena, si legge: «Gli ho chiesto: “Ne vale ancora la pena?” Mi ha risposto: “Come uomo e come medico dico di sí”. La stessa domanda l’avevo rivolta alcuni mesi fa al professor Frugoni, che mi dette la stessa risposta. I fatti mi hanno dato ragione. Forse non ne valeva la pena». ↩

  725. Ivi, p. 279. ↩

  726. E. Mussolini, Mio fratello Benito cit., p. 198. ↩

  727. Cfr. F. Maugeri, Mussolini mi ha detto cit., p. 26 e passim. ↩

  728. Ibid., p. 40. ↩

  729. Cfr. G. Giudice, Benito Mussolini, Torino 1969, pp. 637 sg. ↩

  730. Cfr. F. Maugeri, Mussolini mi ha detto cit., pp. 36 sg. ↩

  731. Il timore di Badoglio che Mussolini potesse essere utilizzato dai tedeschi contro di lui era cosí vivo che, allorché Maugeri – rientrato a Roma dopo aver trasferito Mussolini a La Maddalena – gli aveva espresso l’opinione che questi, dopo il primo momento di crisi seguito alla sua caduta, gli era sembrato non solo essersi ripreso fisicamente e psicologicamente, ma non aver «perduto la speranza» e gli aveva suggerito di portarlo verso sud «il piú possibile lontano dai tedeschi», il maresciallo gli aveva replicato con una frase che ricorda quella che, come ha testimoniato Senise, aveva detto qualche tempo prima all’ispettore Pòlito in procinto di tradurre l’ex «duce» a Ponza: «Già, potremmo toglierlo dalla Maddalena con un aereo che dirigesse verso sud, e avesse un’avaria durante il percorso, in modo da essere obbligato ad ammarare vicino alla costa algerina. Gli alleati potrebbero catturarlo; nessuno potrebbe dire che siamo stati noi a consegnarlo agli alleati. È un’idea; ne parlerò con il Re. Grazie, arrivederci» (cfr. F. Maugeri, Ricordi di un marinario cit., pp. 128 sg.). ↩