Capitolo I
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Capitolo primo: Mussolini di fronte alla realtà del regime fascista e alle sue prospettive alla svolta del decennale

Verso la metà del 1929 il regime fascista era ormai per l’Italia una realtà con caratteri e contorni ben precisi e, per piú di un aspetto, definitivi. La Conciliazione e il «plebiscito» avevano infatti concluso a tutti gli effetti la prima fase del fascismo al governo e avevano sancito, appunto, il completamento del processo di strutturazione del regime vero e proprio. In poco meno di sette anni di governo fascista l’assetto politico del paese era profondamente mutato e, comunque si giudicasse questo mutamento, nulla seriamente autorizzava a pensare che il regime potesse cadere a breve scadenza. Nonostante le latenti contraddizioni che caratterizzavano l’equilibrio tra le sue componenti, esso infatti godeva di una indiscutibile solidità, basata in primo luogo su un consenso di massa1 vasto e che non si sarebbe a lungo incrinato e sul quale, per ogni evenienza, vigilavano costantemente sia il PNF sia la polizia. Un consenso, oltre tutto, che – per quanto paradossale possa sembrare – diventava sempre piú effettivo e vasto via via che, invece di politicizzarsi, si depoliticizzava e affondava le sue radici sempre meno nell’adesione al PNF (che ogni giorno perdeva prestigio e suscitava maggiori insofferenze) e sempre piú nel mito di Mussolini e dell’Italia finalmente «in cammino». Né la situazione internazionale e, a quest’epoca, la politica estera fascista potevano far pensare alla possibilità che il regime cadesse per cause esterne. Al contrario, proprio in questo periodo l’Italia fascista cominciava a vedere aumentare all’estero le simpatie verso di sé e ad essere considerata un elemento non trascurabile del giuoco internazionale.

Il fatto che nulla autorizzasse a pensare che il regime potesse cadere a breve scadenza e la necessità, quindi, di prospettarsi un lungo periodo di governo fascista, suscitavano e avrebbero suscitato per alcuni anni (grosso modo sino verso tutto il 1932, ché dopo l’attenzione degli italiani avrebbe cominciato ad essere via via attratta sempre di piú dagli avvenimenti internazionali) un doppio tipo di reazioni.

4–5

Da un lato vi erano coloro per i quali la costruzione fascista era ormai sostanzialmente completa e si trattava, quindi, soprattutto, di amministrare lo status quo. Riferendosi a costoro, cosí verso la metà del ’30 si esprimeva B. Spampanato su «Critica fascista»2:

Esistono in Italia, e anche nello stesso Partito, dei malinconici individui che immaginano la Rivoluzione fascista già passata nel numero dei sacri ricordi patri. Per costoro il Regime è già compiuto nclla sua costruzione e nei suoi dettagli, è già perfetto nelle sue strutture e nella fisionomia, è già maturo nello spirito e nella coscienza. Costoro hanno un concetto diremo burocratico della Rivoluzione, ed esultano se possono, magari come fascisti, riprendere il vecchio aspetto conservatore. Sono questi signori i piú ciechi apologisti di una pesante obbedienza, che non ha niente a che fare con l’intelligente consapevole disciplina, e di alcune deformazioni inutili e dannose dello stesso concetto gerarchico. Vivono di ricordi, che forse non appartengono nemmeno a loro. Campano sulla facile rendita del passato, del quale spesso furono solo spettatori. E se accettano il fatto politico del Fascismo, lo accettano perché avrebbero paura di una opposizione sia pure mentale, come per indolenza rifuggono dall’impostare qualsiasi problema polemico di introspezione e, peggio, di critica.

Ogni tanto questa brava gente squisitamente costituzionale e tendenzialmente antifascista viene presa per la gola dal Fascismo. Arrivano sulla morta tranquillità di questi borghesi certe affermazioni del Capo, che li fanno sussultare, sí che si guardano sbigottiti e sembrano domandarsi se quello sia il Fascismo o se per caso non si tratti di nuovi incubi per la loro pace.

Questo tipo di italiano e di fascista era diffuso ed era quello che dava al paese e al fascismo alcuni dei caratteri distintivi deteriori già a quest’epoca tipici3: la mancanza di idee personali e di sensibilità critica, il gerarchismo burocratico e conservatore, la mentalità gretta e servile del «primo della classe», l’esaltazione dei meriti del fascismo in funzione, a ben vedere, della preservazione della propria posizione personale raggiunta grazie ad esso, il ricorso alle piú goffe e vuote espressioni declamatorie, la sistematica esaltazione di qualsiasi atto del regime e soprattutto della personalità di Mussolini, ecc. A fianco di coloro che sostenevano lo status quo per insensibilità, pigrizia e interesse personale e temevano quindi ogni nuovo mutamento perché esso avrebbe inevitabilmente creato loro difficoltà e messo in pericolo le posizioni personali da essi raggiunte, vi erano però anche coloro che nello status quo vedevano sinceramente ed onestamente una garanzia di stabilità per il paese, la premessa indispensabile per scongiurare nuovi turbamenti e per una ripresa dell’economia italiana. Su questa posizione, in particolare, era gran parte del mondo economico, preoccupato, prima, di riguadagnare il terreno perduto con le difficoltà provocate dalla «quota novanta» e, successivamente, di fronteggiare le ben piú gravi ripercussioni della «grande crisi». E, in sostanza, lo stesso si può dire per larga parte del mondo operaio, anch’esso interessato soprattutto a cercare di recuperare le quote salariali perdute negli anni precedenti o, almeno, a non subire nuove decurtazioni, a salvare le proprie possibilità di lavoro e a non correre il rischio di fare le spese di esperimenti in cui la gran maggioranza degli operai non aveva fiducia e che quindi temeva.

5–6

Da un altro lato vi erano, invece, coloro i quali erano convinti che, conclusasi con la Conciliazione e il «plebiscito» una ben precisa fase del fascismo al governo, la nuova fase che si era iniziata avrebbe dovuto essere caratterizzata da qualche importante novità. Piú che costruire, sino allora il fascismo aveva demolito: aveva distrutto il vecchio Stato liberal-democratico e aveva cercato di spiantarne le radici nel paese; per fare ciò aveva dato vita ad un regime d’eccezione, in forza del quale se molto del vecchio era scomparso, poco di nuovo era però nato. Una vera rivoluzione – e il fascismo sin dal suo sorgere aveva tenuto a presentarsi come tale –, una volta riportata la vittoria sui propri avversari, non poteva continuare indefinitamente ad agire con mezzi d’eccezione e a posporre il momento sociale a quello politico: se voleva avere veramente credibilità e accrescere e rendere attivo ed operante il consenso attorno a sé, sul terreno politico doveva trovare una sua normalità e una sua legalità non coatte e sul terreno sociale doveva realizzare un nuovo assetto giuridico-sociale il piú possibile conforme al suo programma e alle aspirazioni del paese, soprattutto di quella parte di esso che era stata, con diverse e spesso contrastanti motivazioni, ostile al vecchio assetto perché rimproverava ad esso tutta una serie di limiti e di ingiustizie.

Ovviamente questa convinzione assumeva, a seconda degli uomini e degli ambienti, caratteri assai diversi. A nutrirla erano però in genere membri del PNF, uomini impegnati nella politica, intellettuali, vecchi fascisti e giovani che si affacciavano allora alla ribalta della società e della politica. Questi ultimi, specialmente, erano particolarmente attivi e rumorosi e – un po’ per la naturale esuberanza della loro età, un po’ perché si sentivano incoraggiati dal gran parlare che si faceva nella stampa e nel partito di un «problema dei giovani» e della necessità di valorizzarne le energie, un po’ per opportunismo e per desiderio di sfruttare l’occasione per farsi avanti, mettersi in mostra e sistemarsi e un po’ per sincera convinzione della necessità di portare nel fascismo idee nuove, meno direttamente condizionate dal clima morale e politico in cui si era formata la prima generazione fascista («I giovani – osservava giustamente a questo proposito Bottai su “Critica fascista”4 – vengono nel Partito, non solo per pesare, ma con la volontà di ripensare tutto daccapo») – non perdevano occasione di proclamare la necessità per il regime di procedere sulla strada appena aperta di nuove e profonde trasformazioni della società italiana.

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Vi era chi si limitava ad auspicare un attenuamento del carattere d’eccezione che il regime aveva assunto, una progressiva distensione e liberalizzazione. Tipica in questo senso era la posizione dell’ex leader nazionalista Enrico Corradini, come ci è testimoniata da alcune sue annotazioni ritrovate dopo la sua morte da Federzoni e da questo pubblicate alcuni anni orsono. Per Corradini ciò che occorreva era «meno Fascismo e piú Italia, meno Partito e piú Nazione, meno rivoluzione e piú Costituzione». L’Italia era passata dal «vecchio regime» democratico-parlamentare ad un regime di dittatura personale. Ciò che ora occorreva era realizzare un regime veramente «nazionale e costituzionale»: la dittatura, infatti, per sua natura non poteva che essere transitoria e alla lunga avrebbe riprodotto i guasti del vecchio regime che si era voluto eliminare:

La dittatura in un complesso stato moderno si carica di un cumulo di faccende superiore ad ogni capacità umana. Ne consegue che numerose e larghe zone della vita nazionale restano fuori della vigilanza e alla mercè della corruzione.

Le conseguenze di tutto ciò, le conseguenze di un governo assoluto personale sono molte e gravi. Prima: uno straordinario sviluppo di uno spirito adulatorio e cortigiano. Seconda: il governo assoluto, allontanando la Nazione, cioè i suoi elementi costitutivi che sono i cittadini e le classi, dall’esercizio delle vere e proprie attività politiche responsabili, che non possono essere tali se non sono congiunte al diritto di discussione e di iniziativa in cui consiste il vero governo di coordinamento e di collaborazione delle attività nazionali; il governo assoluto, dicevamo, ha per ultimo effetto una generale abulia e paralisi. Ha per effetto il disinteressarsi dei cittadini dalla cosa pubblica e finisce col generare l’atomismo individualistico, come press’a poco faceva il vecchio regime. Terza: il governo assoluto porta a una vera e propria smobilitazione nazionale. E ciò è oltremodo antistorico dopo Vittorio Veneto...

Tra il vecchio regime e il regime personale c’è quello nazionale e costituzionale, che è il solo buono. Nella civiltà politica moderna una nazione non comporta altro regime.

Nel nuovo regime nazionale, cioè di coordinamento e di collaborazione di tutte le attività nazionali produttive, debbono essere intatte le libertà che sono la fisiologia dello stesso organismo sociale della Nazione, quelle cioè che sono necessarie per la circolazione e l’iniziativa delle attività, per la formazione e il ricambio delle capacità responsabili, in una parola per la creazione e la funzione di una classe dirigente...

Il regime personale non produce classe dirigente5.

7–8

Da queste annotazioni di Corradini traspare chiaramente la posizione che la maggioranza degli ex nazionalisti ortodossi (quelli che non si erano cioè integrati nel fascismo) aveva ormai assunto o andava assumendo nei confronti del regime e, in particolare, la loro aspirazione di classici conservatori a ridurre il fascismo ad un mero strumento per realizzare un ammodernato «ritorno allo Statuto», che – oltre tutto – avrebbe ridato loro (e alla monarchia) quel ruolo decisivo che invece si era assunto Mussolini.

Su posizioni parzialmente simili erano anche numerosi fascisti moderati, soprattutto di origine liberale e costituzionale e larghi settori di fiancheggiatori che non avevano fatto in tempo o non avevano voluto entrare nel fascismo. Tra essi non pochi erano coloro che avrebbero visto di buon grado lo scioglimento del PNF, ovvero una politica di «riconciliazione nazionale» con l’emigrazione e l’opposizione non comuniste e persino una cauta liberalizzazione che per alcuni sarebbe potuta giungere sino ad autorizzare la costituzione di qualche partito «lealista». Del resto, singole misure liberalizzatrici non erano mal viste neppure da molti fascisti veri e propri. È significativo, per fare un solo esempio, che anche tra questi ultimi non mancassero quelli che avrebbero voluto sopprimere o non prorogare alla scadenza del quinquennio per il quale era stato inizialmente istituito (nel 1931 cioè) il Tribunale speciale, sia perché lo consideravano inutile e controproducente, sia perché lo ritenevano una ingiustificata manifestazione di sfiducia nella magistratura ordinaria6. Né bisogna dimenticare che in non pochi fascisti della vecchia guardia, che avevano visto deluse le loro speranze in un fascismo che mutasse radicalmente il volto dell’Italia e, in virtú del suo carattere rivoluzionario, penetrasse a fondo nelle coscienze degli italiani7, cominciava a farsi strada la preoccupazione per la sorte a cui il regime sarebbe andato incontro nel caso di una improvvisa scomparsa di Mussolini8 o, anche non realizzandosi questa eventualità, quando ci si sarebbe trovati di fronte al dopo-Mussolini. Il fascismo, il regime – essi dicevano – fallito l’obiettivo di conquistare veramente le masse, vivevano e prosperavano in funzione e grazie al prestigio del «duce»; era però da escludere che potessero sopravvivere a Mussolini. In previsione della scomparsa del «duce», era dunque necessario precostituire le basi di un «ritorno alla normalità monarchica», poiché solo esso avrebbe potuto salvare ciò che di buono vi era nel fascismo e, al tempo stesso, impedire un riaccendersi di cruente lotte politiche. Assai significativo è in questo senso un ampio rapporto della fine del 1931 che si riferisce, appunto, ad uno di questi gruppi di vecchi fascisti delusi e preoccupati per il futuro e, in particolare, alle reazioni di alcuni suoi componenti (Marinetti, Carli e Settimelli) alla improvvisa morte, pochi giorni prima, di Arnaldo Mussolini9:

8–9

Se il 21 dicembre un lutto tragico avesse straziata la Nazione, e per essere piú chiari se il 21 dicembre il Duce fosse morto improvvisamente, cosa sarebbe avvenuto?

La mentalità di coloro che ambiscono a succedere al Duce sarebbe quella di poter continuare con una dittatura, afferrandosi alla strapotenza della Polizia e infierire ancora contro uomini, masse e popolo!

Ciò non può essere!

La Nazione non sopporterebbe né una dittatura di S. E. Ciano, né una dittatura Farinacci!

L’attuale dittatura ha stancato: gli stessi dirigenti hanno compreso che tutti gli obiettivi rivoluzionari del Fascismo sono falliti e quindi si fa una politica alla giornata.

Occorre, quindi, aver il coraggio di salvare quello che vi è di buono e di giusto nel Fascismo e convogliarlo verso una normalità monarchica restituendo alle minoranze i propri diritti oggi e ieri soppressi per alte ragioni di Stato.

Insomma bisogna preparare oggi il terreno, il lievito politico per il domani, che non potrà mai sfociare in una seconda dittatura, se non si vuol ritornare a lotte cruente fra regioni ed uomini.

Il Duce, ammaestrato da tristi esempi, oggi non concede soverchia fiducia e teme sempre di essere tradito: quindi secondo il suo intimo e recondito pensiero egli – lo si potrebbe tacciare di necessario egoismo politico! – vorrebbe che la situazione attuale continuasse fino alla sua morte.

Dopo? Dopo morto nulla gli può interessare, se non quello – diceva Settimelli – di lasciare ai posteri un meraviglioso testamento politico che sarà ricordato per non piú di 48 ore.

Invece noi ci preoccupiamo non solo dell’oggi, ma soprattutto del domani e cioè del post-Fascismo.

L’entourage del Duce non è certo del nostro avviso; soprattutto perché ha giuocato tutto per tutto sulla pelle del Duce, facendogli mantenere una politica di rigore talvolta non necessaria o esagerata.

Noi invece vogliamo che il Duce passi alla storia non come «Uomo della reazione»; ma come «UOMO DEL POPOLO».

Egli deve convincersi che [col] perdurare nell’attuale politica negativa si va incontro a giorni funesti; egli invece deve poter discendere fra il popolo senza i mille sgherri di cui oggi ha bisogno ineluttabilmente.

Quindi per questo nostro programma, ultra-fascista e post-fascista occorre preparare lentissimamente il terreno per il domani, senza scosse e senza rinunzie, ma serenamente e con la certezza che il domani sarà nostro ancora. Ma con la normalità politica, senza rigorismi e senza seminare ancora tempeste inutili e dannose.

9–10

A queste attese ed aspirazioni moderate, sempre assai caute e mai esplicitamente prospettate in pubblico, si contrapponevano quelle intransigenti e piú propriamente «rivoluzionarie» e dei piú giovani. Da piú parti si parlava di un «terzo tempo» della «rivoluzione fascista», da realizzare sia sul terreno politico sia soprattutto su quello sociale. Nonostante da tempo il fascismo avesse accantonato i primitivi progetti di soppressione o di trasformazione del Senato e nonostante la recente «riforma» della rappresentanza politica (con la quale era stato tenuto il «plebiscito»), vi era chi si rifiutava di considerare questo assetto come definitivo e avrebbe voluto ulteriormente fascistizzare il Parlamento e soprattutto trasformare o abolire il Senato, dove sedevano troppi «tiepidi» o avversari del fascismo. E, allo stesso modo, numerosi erano coloro che erano convinti della necessità di epurare e fascistizzare a fondo le forze armate, la magistratura, la scuola, l’università, la pubblica amministrazione. Né, infine, mancava chi, sotto sotto, attendeva ancora il momento in cui Mussolini si sarebbe, finalmente, liberato della monarchia10.

Piú che sul terreno immediatamente politico, il «terzo tempo» era però visto e auspicato su quello sociale. Qui il fulcro di ogni discorso diventava l’attuazione del sistema corporativo, su cui circolavano ed erano esposte pubblicamente le idee piú diverse e spesso radicalmente contrastanti. Di fronte al problema di quale contenuto si dovesse dare al corporativismo e di quali dovessero essere i suoi obiettivi economico-sociali, ognuna delle varie «anime» del fascismo si sentiva infatti indotta – piú che su ogni altra questione – a prendere posizione; tanto piú che – essendo il corporativismo uno dei grandi temi all’ordine del giorno del fascismo – intervenire su di esso era un diritto-dovere di ogni buon fascista e quindi, almeno in un primo tempo (grosso modo fino verso la metà del 1933), non vi erano difficoltà ad esporre i propri punti di vista pubblicamente e soprattutto in riviste specializzate e in periodici locali e giovanili. Né va sottovalutato il fatto che il discorso sul corporativismo, a quest’epoca, poteva facilmente offrire l’occasione per fare tutta una serie di altri discorsi, che altrimenti non sarebbe stato possibile svolgere: per esempio quelli sul sistema liberale e soprattutto sul sistema sovietico, sulle sue realizzazioni e peculiarità. E infatti di questi discorsi tra il ’30 e il ’32 ne furono fatti molti, tanto che già verso la fine del ’30 vi era chi mostrava di preoccuparsene (per esempio U. D’Andrea che su «Politica»11 scriveva stizzosamente: «È venuto di moda nella stampa italiana, e piú specialmente nei giornali che vogliono rappresentare le tendenze piú giovanili, di domandare la obiettività nei riguardi delle cose russe»); e in parecchi casi questi discorsi rivelavano la tendenza a giudicare il regime sovietico con l’occhio rivolto piú alle sue realizzazioni concrete che all’ideologia bolscevica, a metterlo quasi sullo stesso piano del fascismo corporativo, in quanto entrambi superamento del sistema liberaldemocratico (leggi capitalismo), e addirittura a prospettare la possibilità di un futuro incontro con Mosca. Tra le varie citazioni che si potrebbero fare in questo senso, ci limitiamo ad una sola, tratta per altro non da uno dei tanti periodici giovanili, interessanti e significativi ma privi di autorità, ma da «Critica fascista», dalla rivista, in quel momento, del ministro delle Corporazioni12:

10–11

... lungi da me l’idea di una esaltazione comunista, ma lungi pure quella di una aprioristica condanna di una teoria, solo perché essa si chiama comunista ed io mi sento fascista... Russia e Italia sono unite nello sforzo creatore di un nuovo ordinamento ed in questo sforzo sta per me la bellezza della loro opera. Oggi una crociata di Roma contro Mosca si risolverebbe inevitabilmente in un’ondata di reazione, e questo il fascismo, tipica evoluzione, non può volere; bisogna che prima Roma possa irradiare la propria luce fra gli altri popoli, che fra essi penetri a fugare le larve del passato, additando le vie di un futuro, che per noi è realtà in atto del presente.

Ma frattanto il comunismo russo sarà forse passato dal suo integralismo teorico, attraverso una graduale attenuazione dei suoi principî, ad una forma di finale equilibrio non molto lontana dalla nostra; ed allora l’antitesi Roma o Mosca avrà perduto cammin facendo la sua ragion di essere. Perché frattanto le due vie si saranno trovate unite, anche se partite da poli opposti, anche se l’una avrà fatto la sua deviazione verso destra in forza di eventi sovrastanti ad ogni umana volontà, e l’altra avrà poggiato a sinistra in virtú del suo fondamentale pensiero creatore.

11–12

Nel periodo che qui ci interessa il corporativismo era ancora ai primi passi e, al di là delle affermazioni e degli slogan meramente politico-propagandistici, nessuno – sia a livello politico, sia a livello teorico – aveva veramente idea di ciò che sarebbe stato, di come avrebbe potuto concretamente funzionare. Molte erano però le speranze, le preoccupazioni, i timori (per non dire delle ambizioni) che la prospettiva della sua attuazione suscitava. Da qui, appunto, gli sforzi e le velleità di influenzarne in qualche modo la nascita e soprattutto di determinarne l’incidenza economico-sociale e, quindi, il significato politico. Sforzi e velleità che si tradussero in una vastissima letteratura e pubblicistica corporativa13 e in una serie di iniziative editoriali e di studio e di dibattiti che si protrassero per alcuni anni e che giunsero al loro acme col convegno di Ferrara del maggio ’32, nel corso del quale tutte le principali posizioni vennero chiaramente in luce, dimostrando, da un lato, la loro sostanziale inconciliabilità, da un altro lato, l’altrettanto sostanziale velleitarismo dei propositi di coloro che avevano sperato di potere influenzare le decisioni governative e, da un altro lato ancora, l’assurdità della pretesa di fare del corporativismo un sistema economico vero e proprio da contrapporre sia a quello capitalistico (liberale si preferiva dire) sia a quello comunista. Ciò spiega in parte perché dopo il convegno di Ferrara e il vivace strascico polemico che esso ebbe nei mesi immediatamente successivi, le discussioni sul corporativismo diminuirono d’intensità e di interesse. Bisogna, per altro, tenere presente che dopo il convegno di Ferrara un freno alle discussioni fu posto anche dalle autorità; lasciare ancora che esse continuassero sarebbe stato infatti per il regime ormai controproducente: l’effetto psicologico-propagandistico essendo ormai stato raggiunto, lasciare continuare le discussioni avrebbe finito solo per mettere vieppiú in luce l’inconciliabilità delle posizioni e l’incapacità del regime a imboccare una via ben precisa e a percorrerla con effettiva volontà politica. Non è certo un caso che quando, tra l’autunno del ’33 e la primavera del ’34, il corporativismo sarebbe stato finalmente varato, di tutto il fermento di idee degli anni precedenti non si sarebbe quasi piú avuta eco e le scelte dell’esecutivo si sarebbero mosse su un terreno assai diverso.

Detto questo, non è certo possibile dilungarci qui ad esaminare in dettaglio quali furono tra il 1928-29 e il 1932-33 le varie posizioni emerse a proposito del corporativismo. Ai fini del nostro discorso è sufficiente riassumere l’effettivo significato che queste posizioni hanno oggi per chi, attraverso esse, voglia cogliere gli orientamenti di fondo della classe dirigente fascista in relazione ai problemi economici e politico-sociali di base dell’Italia del tempo.

12–13

Una prima posizione, quantitativamente certo la piú ricca di sostenitori autorevoli e di prestigio (esponenti del mondo economico e industriale, giuristi, economisti, grossi burocrati, ecc.), era quella che concepiva restrittivamente il corporativismo come uno strumento sostanzialmente giuridico volto a rendere sempre piú efficace la risoluzione dei rapporti di lavoro e ad assicurare una migliore distribuzione della produzione, che accettava un limitato intervento «razionalizzatore» dello Stato nella produzione, ma negava nel modo piú netto ogni controllo statale dell’economia e ogni limitazione della iniziativa privata e, ovviamente, della proprietà. Secondo l’on. Gino Olivetti, segretario generale della Confindustria e, col prof. Gino Arias14, forse il piú esplicito ed intransigente sostenitore di questa posizione, il sistema corporativo doveva, anzi, potenziare e valorizzare l’una e l’altra15.

A questa concezione restrittiva e conservatrice del corporativismo si contrapponeva una vasta gamma di formulazioni che andavano dalla proposta di singoli provvedimenti «corporativi» (tipico il caso del prof. R. Benini che a Ferrara sostenne la necessità di una «finanza di carattere eminentemente corporativo» e cioè una riforma tributaria altamente progressiva16) sino alla elaborazione di veri e propri sistemi corporativi «integrali» (tutti piú o meno inattuabili anche se avessero avuto un concreto sostegno politico17) che affondavano le loro radici in humus culturali diversi e che, a ben vedere, non riuscivano sostanzialmente ad uscire mai da una logica di fondo di tipo o liberista o socialista. Tutte queste formulazioni avevano però in comune l’intento di dare al corporativismo una funzione dinamica e acceleratrice, di rinnovamento rispetto allo sviluppo economico e sociale del paese. In questa prospettiva i loro sostenitori, pur non mettendo in discussione in modo radicale il principio dell’iniziativa privata, affermavano la necessità di porre ad esso dei limiti sociali; e, ancora, caldeggiavano forme di controllo e di intervento dello Stato sempre piú attive, concrete e programmate sia sull’economia sia sulla produzione. Il campo dei sostenitori di questo tipo di corporativismo era certamente il piú numeroso. Nelle sue file vi erano molti giovani, spesso dalle idee confuse e velleitarie, ma anche vecchi fascisti, intellettuali, tecnici e burocrati e persino uomini come Serpieri, De Stefani, Amoroso, Benini che non erano certo dei «rivoluzionari» ma che, ognuno nel proprio campo, pensavano che il corporativismo potesse essere lo strumento per mettere l’economia italiana al passo con le esigenze di una società ormai avviata sulla strada della modernizzazione. Espressioni di questa tendenza erano poi, sia pure con caratteristiche assai diverse, quattro riviste: «Critica fascista», che cercava di contemperare le istanze corporativiste piú vive e rinnovatrici con le esigenze politiche personali del suo direttore, G. Bottai; «Lo Stato», fondata nel 1930 e diretta da E. Rosboch e C. Costamagna; «Il secolo fascista», fondata nel 1931 e diretta da G. A. Fanelli; e «Nuovi problemi di politica, storia ed economia», fondata alla fine del 1930 e diretta da N. Quilici e G. Colamarino. A differenza delle altre tre, questa rivista (che si muoveva sostanzialmente nell’orbita di I. Balbo) era in un certo senso la meno politica e la piú scientifica e il suo discorso corporativo si muoveva lungo due direttrici principali, una piú teorico-economica (soprattutto grazie ai contributi di N. M. Fovel18) e una piú storica (ad opera soprattutto dei due suoi direttori). Sulle sue pagine apparve nel ’32, quasi contemporaneamente al convegno di Ferrara, quello che a nostro avviso fu il piú importante tentativo storico-politico fatto in questi anni di collocare e di dare significato al corporativismo nel quadro dello sviluppo della società italiana del tempo, un lucido saggio del Colamarino sulla Natura storica del corporativismo italiano, in cui era messo in luce l’unico significato che il corporativismo poteva avere veramente. Scriveva infatti il Colamarino19:

13

I teorici e i giuristi del corporativismo, lavoratori dell’astratto sostanzialmente poco curati e stimati dalla società fascista, anche se non mancano loro ufficiali attestati, si affaticano tormentosamente a costruire la dottrina dello Stato corporativo sul piano dell’assoluto e dell’eterno. Impresa particolarmente ardua e disperata...

14–16

Il motivo polemico piú insistente in questa letteratura che è per tre quarti polemica e negazione, è quello antiliberale... Che c’è di vero in questa proposta antitesi? Certo, dal punto di vista formale, lo Stato corporativo in cui il potere esecutivo è sostanzialmente indipendente dal potere legislativo e a questo superiore; lo Stato-partito che domina, coordina e guida tutte le forze del Paese, non ha niente da vedere con lo Stato liberale nel senso giuridico tradizionale. Ma, a non voler tener conto dei giuristi della scuola idealistica, i quali, identificando filosoficamente individuo e Stato, annullano alla radice questa antitesi giuridica e istituzionale, ricomponendo una nuova sintesi liberale, la vera questione che suscita la posta antitesi di corporativismo-liberalismo è un’altra, ed è precisamente storica.

Per dare all’opposizione dei due termini suddetti un significato positivo, di certezza e di norma anche giuridica, bisognerebbe dimostrare che il corporativismo fascista, che il nostro corporativismo, cosí come è sorto e si è sviluppato in concreto nella società italiana – e non già il corporativismo teorico, astratto, astorico – si sia aperta la strada lottando contro il liberalismo e abbia trionfato su questo... Il fascismo sorge sulla crisi del giolittismo, trionfa della paralisi del giolittismo, ed assume in pieno i compiti del socialismo in un sistema politico imperniato sopra una meccanica esteriore d’interessi; e cosí facendo, si assume la funzione di comporre e armonizzare le forze che giacevano stanche o vagavano nel disordine molecolare. Non trionfa sul liberalismo, di cui il giolittismo era la piú radicale negazione, e che non ha mai imperato nel costume e nella coscienza degl’italiani... I fascisti non ebbero da fare i conti che coi socialisti...

E la conclusione è che l’antitesi corporativismo-liberalismo non ha senso storico per la società italiana...

Il corporativismo, esperienza tipicamente italiana, vive delle condizioni che ne hanno determinato la nascita, ed è legato alle condizioni storiche che abbiamo rapidamente accennato.

Nello Stato fascista, il problema della libertà è posposto e sottomesso all’esigenza di un accanito lavoro di accumulazione di forze materiali e di strumenti tecnici, diretto a riparare le deficienze di una nazione nata troppo tardi, e che non può offrirsi il lusso di sperperi attraverso disordini civili che, nell’assenza di tradizioni e di costumi liberali, le riuscirebbero fatali. Ma in questo duro lavoro, che è come una battaglia (tutte le imprese del fascismo sono battaglie), lo Stato fascista, nel mentre è costretto a imporre ai cittadini una disciplina quasi militare, ha pure il costante bisogno dell’adesione delle masse popolari. Perciò il suo motto è sempre quello di «andare verso il popolo».

Il vero problema del corporativismo, in queste condizioni, consiste nel far sentire il compito dello Stato fascista come una necessità nazionale e proletaria insieme.

La terza posizione corporativa emersa in questo periodo, quella di Ugo Spirito e, in genere, del gruppo di «Nuovi studi di diritto, economia e politica» (che fu pubblicata dalla fine del ’27 sotto la direzione dello stesso Spirito e di A. Volpicelli), può essere considerata – a seconda dei punti di vista – o uno sviluppo o una esasperazione della precedente. I suoi sostenitori dichiarati furono assai pochi; nonostante ciò tra il 1930 e il 1932 essa fu al centro di vivacissime polemiche che culminarono, a Ferrara, nella sua sconfessione ad opera dello stesso Bottai (che la giudicò «sbagliata, scientificamente, nelle sue conclusioni che non segnano un passo innanzi nel corporativismo, ma un passo fuori del corporativismo»)20, che pure aveva in precedenza mostrato di condividere alcune delle tesi dello Spirito (e di cui, anche dopo il convegno di Ferrara, continuò ad ospitare gli scritti in «Critica fascista»), e in una serie di feroci attacchi come «socialista» e addirittura «comunista»21. Secondo Spirito22, i fatti dimostravano che negli ultimi tempi «la vita economica si trasforma con ritmo rapidissimo da individualista e disorganica in collettivista e organica»; il crescere della collettività interessata alla vita sociale, a sua volta, esasperava sempre piú il dualismo tra privato e pubblico, inducendo sempre piú frequentemente lo Stato ad intervenire per salvare gli interessi della collettività «nazionalizzando le perdite di aziende private». In questa situazione, «privato e pubblico o individuo e Stato si sono confusi senza veramente fondersi e hanno finito per accrescere la reciproca distanza». Il fascismo aveva intuito che l’ulteriore passo da compiere era quello di eliminare progressivamente queste contraddizioni. Il corporativismo era un primo passo in questo senso, esso non poteva però arrestarsi laddove i piú credevano. Se il primo passo doveva essere quello di eliminare i principali contrasti di classe, il successivo doveva però affrontare a fondo il problema di un «centro sistematico» che risolvesse il rapporto tra impresa, sindacato, corporazione e Stato. E ciò, sempre secondo Spirito, poteva essere risolto solo attraverso la «corporazione proprietaria» e i «corporati azionisti della corporazione»:

16

È una soluzione che, almeno sulla carta, risolve le antinomie sopra accennate, unisce il capitale e il lavoro, elimina il sistema dualistico, fonde l’azienda con la corporazione e infine consente un’effettiva immedesimazione della vita economica individuale con quella statale. Se, infatti, immaginiamo la trasformazione di una grande società anonima in una corporazione, ci avvediamo subito del radicale mutamento di tutti i rapporti economici e della possibilità di giungere a un sistema veramente armonico. Il capitale passa dagli azionisti ai lavoratori, i quali diventano proprietari della corporazione per la parte loro spettante in conformità dei particolari gradi gerarchici: il che importa che i corporati non si sentano stretti, come nel sindacato, da una necessità di difesa che è ai margini della vita economica e trascende nel politicantismo, ma siano uniti dal vincolo della comproprietà, attraverso il quale la corporazione acquista concretezza di organismo e piena consapevolezza del proprio compito economico-politico. Il capitalista non è piú estraneo e non ignora come si amministra la sua proprietà, ma l’amministra egli stesso coincidendo con la figura del lavoratore: e il lavoratore, d’altra parte, viene ad essere immediatamente interessato al rendimento del suo lavoro, in quanto esso si converte in aumento di reddito del suo capitale. La figura dell’imprenditore, poi, non si presenta piú ai margini del capitale e del lavoro, ma passa, nella stessa identità dei termini e quindi nello stesso piano degli altri corporati, al vertice della gerarchia corporativa. Lo Stato, infine, non ha piú bisogno di controllare o di intervenire dall’esterno, ed è sempre presente per il fatto stesso che la corporazione è un suo organo ed è un organo che si innesta nell’organismo attraverso il Consiglio nazionale delle Corporazioni. Lo Stato non entra piú come giudice conciliatore o come impresa di salvataggio, ma è la realtà stessa della corporazione vista nel sistema nazionale.

A queste tre concezioni del corporativismo se ne deve, infine, aggiungere – per avere un quadro veramente completo e per comprendere i successivi sviluppi dell’atteggiamento di alcuni settori del sindacalismo fascista verso il corporativismo – una quarta, che, in genere, chi ha trattato il problema di cui ci stiamo interessando ha trascurato: quella dei sindacalisti. Anche se relativamente scarse ed episodiche, le testimonianze relative ad essa sono, a ben vedere, sufficienti ad individuarne gli elementi caratteristici. Il piú evidente e marcato, anche perché in quel momento il piú attuale, era quello relativo alla preoccupazione che il corporativismo potesse portare ad un ulteriore svuotamento del sindacato, a nuove forme di controllo, e quindi di freno, sulla sua azione e, in prospettiva, addirittura ad un’assunzione dei suoi compiti da parte del ministero delle Corporazioni. Significativo è in questo senso ciò che scriveva sul «Popolo d’Italia» del 28 marzo 1931 E. Rossoni23:

17–18

Il Sindacalismo deve essere fatto dai Sindacati. È lapalissiano. La rappresentanza delle classi organizzate spetta ai Sindacati e non agli organi burocratici dello Stato. Lo Stato non deve fare il sindacalismo ma controllare l’azione e la propaganda sindacalista. Lo Stato deve pure far rispettare la lettera e lo spirito della legge e far funzionare sotto la sua alta autorità la Magistratura del Lavoro, strumento mirabile che non deve arrugginirsi ma sveltirsi e rispondere in pieno al suo grande compito.

Dallo stesso articolo si ricava altresí che per Rossoni se il corporativismo non poteva pretendere di «intaccare e spostare le basi dell’economia capitalistica», doveva però evitare di trasformarsi in «un semplice strumento burocratico per chiudere le porte del cantiere produttivo in faccia al lavoro» e costituire, al contrario, un «nuovo sistema produttivo», una «nuova economia». E che questa non fosse una posizione personale di Rossoni ma fosse comune a molti vecchi sindacalisti fascisti lo dimostra l’insistenza con la quale in questi anni da parte sindacalista si sostenne la necessità che il corporativismo realizzasse un effettivo controllo sulla produzione (in particolare sulla quantità, la qualità e i costi di essa, sulla estensione e il funzionamento delle imprese e sulla formazione e le origini dei capitali)24 e che le Corporazioni – se si voleva diventassero uno «strumento di elaborazione della nostra nuova economia» e non un organismo burocratico privo di effettiva capacità di intervento – non organizzassero solo le categorie ma i settori produttivi. Come scriveva L. Razza25,

18–19

costituendo le Corporazioni di produzione, non si dà vita infatti ad un organismo burocratico, temporaneo o permanente, il quale deve dare pareri. Si istituisce un organo dello Stato che delibera. E che, costituito dai rappresentanti di tutte le categorie e dei gruppi interessati ad una determinata branca di attività produttiva, opera con la visione non di un contingente interesse, ma della definitiva soluzione dei problemi d’un determinato ramo della produzione. Si impone cosí una disciplina permanente che utilizzi l’iniziativa individuale, proteggendola anche dagli egoismi dei concorrenti, nell’interesse collettivo del Paese, consumatori compresi.

Di fronte a questo complesso e contraddittorio groviglio di speranze e di timori, di interessi, di aspirazioni, di primi bilanci, di ripensamenti e di stati d’animo che caratterizzava la classe dirigente del paese e il partito fascista (delle masse popolari e dell’antifascismo parleremo piú avanti) quale era l’atteggiamento di Mussolini? Quali erano i suoi propositi mentre il fascismo si apprestava a tagliare il traguardo del suo primo decennio di potere? Quale strada il «duce» pensava di imboccare, ora che il regime aveva, bene o male, affondato saldamente le sue radici nella realtà italiana ed egli poteva guardare al futuro senza l’assillo di preoccupazioni immediate per la stabilità del suo potere?

Rispondere a questo interrogativo non è facile; sia perché, come abbiamo già avuto occasione di rilevare26, è assai difficile scrutare nell’intimo della personalità di Mussolini; sia per la mancanza del sussidio di testimonianze veramente attendibili; e non perché quelle delle quali si dispone non lo siano mai, ma perché, dato il carattere di Mussolini, la sua mancanza di vera confidenza e fiducia verso chicchessia (con la sola eccezione del fratello, che, per altro, non ha lasciato nessuna testimonianza al di là del carteggio con Benito, troppo episodico per costituire una fonte veramente soddisfacente) e il suo modus operandi27, esse finiscono per essere tutte piú o meno superficiali, epidermiche, si limitano a documentare il Mussolini «esterno», quale voleva apparire assai piú che quale era; sia, infine, perché le stesse prese di posizione mussoliniane sono di scarso aiuto, tutte volte come erano – a ben vedere – a ostentare, da un lato, la massima sicurezza e i propositi piú fermi e a lasciare, da un altro lato, al loro autore un margine assai ampio di manovra e di adeguamento agli sviluppi della situazione.

Ciò che si può dire con sicurezza è che Mussolini conosceva bene la situazione e si rendeva conto delle contraddizioni e degli aspetti negativi di essa, cosí come delle preoccupazioni, delle delusioni, delle speranze e delle aspettative che circolavano nel paese e nella classe dirigente. Troppi documenti e numerose testimonianze ne fanno fede perché se ne possa dubitare. Affermare ciò però non basta. Per cercare di capire le reazioni di Mussolini, il suo comportamento e la sua concreta azione di governo in questi anni bisogna prima cercare di stabilire il suo atteggiamento morale e psicologico verso la realtà italiana del tempo. E per fare ciò è opportuno prendere il discorso alla larga.

19–20

È risaputo che la vita politica, specialmente ai livelli piú alti, è estremamente assorbente e pretende dedizione e sacrificio. Pochi uomini di Stato si sono, per altro, dedicati alla loro attività con l’intensità, l’esclusivismo di Mussolini, specialmente negli anni che qui ci interessano. La sua vita privata era assai semplice e ridotta, limitata quasi esclusivamente alla famiglia, specialmente dopo che questa, a metà del novembre ’29, si trasferí a Roma e prese alloggio a villa Torlonia, sulla via Nomentana28. Sebbene affezionato alla famiglia29, alla moglie (una buona massaia che rimase sostanzialmente sempre tale e che quasi mai s’immischiò nella grande politica)30 e ai figli (e in particolare alle due figlie femmine, Edda, perché la piú simile a lui come carattere e la piú intelligente, e Anna Maria, specialmente dopo che, a sette anni, fu colpita da paralisi infantile e fu sul punto di morire)31, trascorreva in casa pochissimo tempo e nel quasi assoluto isolamento. Pochissimi e rari visitatori erano ammessi a villa Torlonia (e alla Rocca delle Camminate, a Predappio, e a Riccione ove Mussolini soleva trascorrere brevi periodi di riposo)32: il «duce» non sentí mai il desiderio di un «salotto», come quello che, invece, si raccoglieva attorno ad Hitler e che cosí bene ha rievocato Albert Speer nelle sue memorie; e, d’altra parte, poiché era assai parco in fatto di cibo e, per di piú, dopo la grave malattia del ’25, era stato messo dai medici a un regime assai rigido (si nutriva soprattutto di frutta, verdura e pochi farinacei), neppure i pranzi gli offrivano l’occasione di vedere qualcuno. In casa Mussolini in genere leggeva, lavorava o, piú di rado, si dedicava ai figli; qualche volta giuocava a tennis. Col tempo avrebbe preso l’abitudine, la sera, di far proiettare per sé e per i suoi dei films, senza per altro vederli quasi mai sino alla fine, salvo si trattasse dei suoi preferiti, in particolare quelli di Ridolini, Charlot, Stan Laurel e Oliver Hardy33. A parte qualche breve cavalcata mattutina e, assai piú di rado, qualche serata a teatro, qualche corsa in automobile e qualche breve volo34, il tempo che non passava a casa lo dedicava quasi tutto all’attività politica, in genere una decina di ore al giorno e anche piú35.

20–21

Nella sua attività Mussolini era ordinato, metodico ed instancabile; raramente si prendeva qualche brevissima pausa distensiva. Nel ’25 aveva scritto a D’Annunzio di essere il «mulo nazionale», «gravato di molte some»36, e analoghe valutazioni della propria attività diede anche in altre occasioni. E, in effetti, la sua attività era in questi anni enorme e quantitativamente tale da giustificare, una volta tanto, l’esaltazione che ne faceva la propaganda fascista. Solo che – come abbiamo già avuto occasione di rilevare parlando dei primi anni di governo37 – essa era in larga misura male impiegata e condizionata da un miscuglio di stati d’animo che, superati i momenti piú difficili dei primi anni di governo appunto, invece di dissiparsi, tendevano ad assumere il valore di norme di governo: la diffidenza, lo scetticismo, la sfiducia negli uomini, anche nella stragrande maggioranza dei propri collaboratori, la convinzione di dover tutto sapere e controllare personalmente, la fiducia nel proprio «fiuto» e nel proprio ascendente sulle masse. E si potrebbe anzi dire che, piú tempo passava, piú gli aspetti negativi del suo modo di concepire i suoi doveri di supremo e indispensabile capo del regime e di tradurli in attività pratica si accentuavano, con la conseguenza di una sempre maggiore dispersione di tempo e di energie, di un sempre maggiore esautoramento politico e psicologico dei suoi collaboratori e, quindi, di un sempre maggiore accentramento nella sua persona di ogni decisione e di una sempre minore possibilità di approfondire adeguatamente i problemi veramente importanti, dato che essi gli si presentavano frammisti ad una infinità di altri, secondari e in buona parte del tutto assurdi per un capo di governo; si pensi che, su questa china, negli ultimi tempi del regime si sarebbe arrivati al punto che – tutto dovendo essere deciso dal «duce» – il capo della polizia si sarebbe rivolto a lui per ottenere che a causa della cattiva stagione i metropolitani di Roma fossero autorizzati a mettere la divisa invernale prima della data prevista dal regolamento...38.

21–22

Sebbene il partito, la polizia, i carabinieri, l’OVRA, i ministeri competenti lo informassero regolarmente e spesso giornalmente di tutto ciò che accadeva nel paese39, quello di essere a giorno di tutto e di controllare le sue fonti di informazione, la loro «sensibilità» ed efficienza era per Mussolini un assillo costante. Un altro era quello di assicurarsi che i suoi ordini fossero attuati tempestivamente e alla lettera. Un altro ancora che nulla potesse fare il giuoco degli antifascisti o screditare l’Italia e il fascismo all’estero o anche solo dare di essi un’immagine diversa da quella da lui voluta: tutto doveva essere disciplinato, perfetto, senza una stonatura. E questi assilli determinavano una parte notevole della sua attività. Sotto il loro stimolo, infatti, Mussolini dedicava ore alla lettura di un numero incredibile di rapporti, di informazioni e soprattutto di giornali e riviste italiani e stranieri; li segnava e postillava e prendeva i provvedimenti del caso: dava ordini, inviava biasimi (meno spesso encomi), stilava comunicati, precisazioni, smentite, chiedeva ulteriori informazioni o indagini; talvolta ne traeva spunti per articoli o corsivi (in genere anonimi) sul «Popolo d’Italia»; piú spesso trasmetteva i suoi spunti a qualche giornale fascista romano, perché vi imbastisse su una polemica (i giornali prescelti erano, in genere, «L’Impero» e, dopo la sua fine, «Roma fascista» o «Il Tevere»). Insomma, per varie ore al giorno faceva l’ufficio stampa di se stesso. Se a ciò si aggiunge che talvolta stilava personalmente i comunicati relativi ad alcune udienze da lui concesse o a singole iniziative o vicende del governo o del regime e che qualsiasi episodio della sua giornata (persino qualcosa che aveva visto dalla finestra del suo ufficio40 o durante uno spostamento in macchina41) poteva offrirgli il destro per un intervento in prima persona, crediamo debba risultare chiaro quanto la sua attività fosse dispersiva e personalistica. Per non parlare poi della qualità di molti di questi interventi, cosí banali da mancare di ogni giustificazione e rendere ancora piú evidente l’assurdità del fatto che il capo del governo perdesse con essi il suo tempo. Qualche esempio a caso varrà a dimostrarlo42:

22–23

11 settembre 1930 – Al prefetto di Milano

Dica al professore Francesco Coletti che prossimo articolo faccia una postilla per dire che popolazione presente in Italia al 31 maggio u. s. era di 41 710 000 come risulta da Bollettino Mensile Statistiche mese di agosto e non di 41 340 000 com’egli dice nell’articolo di ieri. Ciò per evitare equivoci e inesattezze.

18 settembre 1930 – Al prefetto di Milano

Mi informi se sia vero che il Podestà di Vimodrone tale Agnelli Luigi ha il figlio non iscritto nell’ONB.

27 settembre 1930 – Al prefetto di Terni

Gli stemmi posti sulle Case Popolari di cui a mio precedente telegramma sono superridicoli. Sembrano due francobolli da un centesimo. Poiché la inventiva ternana non è brillante prendete a modello i fasci del Campo Sportivo del Littorio e mettetene uno a destra e uno a sinistra dei portoni con relativo Anno VIII E. F.

27 luglio 1931 – Al prefetto di Milano

Emetta immediata ordinanza di sequestro contro l’Ambrosiano esclusivamente per il titolo dello articolo «L’arcisantissima camorra». La parola camorra ha in lingua italiana un significato tradizionale specifico definitivo deplorevole e nefasto diventato poi un luogo comune nel mondo. Luogo comune di scherno e di diffamazione degli italiani. Metterlo in circolazione in Italia è un errore, una imbecillità e un nocumento al prestigio morale della Nazione. È anche tempo di stoppare colla discussione sul 900 sulla quale già specula l’antifascismo d’oltre confine.

10 febbraio 1932 – Al prefetto di Genova

Dica a quell’innocuo ritardatario di Giovanni Macaggi che ho letto la sua rievocazione della Repubblica romana nella cronaca del Lavoro et che va benissimo salvo l’oblio di un piccolo dettaglio et cioè che la pallottola che uccise Goffredo Mameli era repubblicana, repubblicanissima perché fusa nel piombo gallico degli immortali principi.

6 maggio 1932 – Al prefetto di Torino

Dica al Direttore della Gazzetta del Popolo che l’intervista coll’ex Kaiser è semplicemente scema e che per quello che mi riguarda gli elogi di quel signore non li desidero affatto. Dica all’on. Amicucci – gli dica testualmente – di frenare il giornale che è già sulla china della quotidiana insulsaggine in molte delle sue pagine.

17 aprile 1933 – Ai prefetti di Pisa, Lucca, Massa

Testimoni oculari e serissimi mi informano che vi è una ripresa intensissima dell’accattonaggio specialmente infantile. Le automobili anche straniere ferme ai passaggi a livello vengono assediate da torme di bambini. I commenti sono facilmente intuibili. Esigo che questo accattonaggio sia represso. Se gli G.O.A. non funzionano o non hanno piú mezzi mi si informi.

23–24

Esaminando l’attività di Mussolini in questo periodo si ha l’impressione che, proporzionalmente, l’impegno, sia come quantità sia come intensità, posto negli affari politici veri e propri fosse quasi minore e soprattutto che esso si applicasse e si esaurisse pressoché completamente nella ordinaria amministrazione, nel disbrigo dei problemi che si presentavano giorno per giorno. Colpisce specialmente il fatto che – a parte settori particolari e piú propriamente tecnici, come, per esempio, quelli dei lavori pubblici e della politica agraria – raramente è documentabile uno sforzo di elaborazione di una linea politica proiettata sui tempi lunghi e con finalità non meramente contingenti; che qualche raro caso in cui è evidente l’intenzione di giungere ad un’effettiva riforma non sotto lo stimolo di esigenze contingenti ma in funzione di un preciso obbiettivo politico risulta quasi sempre lasciato ad un certo momento cadere, senza che sia possibile coglierne appieno le ragioni; e che, infine, quasi tutte le iniziative politiche di qualche importanza appaiono prese quasi all’improvviso, senza un’adeguata preparazione, quasi frutto di decisioni repentine, spesso rese possibili da circostanze contingenti.

24–25

Trarre da quanto siamo venuti dicendo la conclusione che Mussolini, pur conoscendo bene la situazione italiana, non sapesse come padroneggiarla, si limitasse sostanzialmente all’ordinaria amministrazione e, addirittura, mancasse di una prospettiva politica di fondo, sarebbe però sbagliato. I limiti, i difetti di cui abbiamo parlato erano certamente reali e avevano tutta una serie di conseguenze negative ben precise, che già si facevano pesantemente sentire e ancor piú si sarebbero fatte sentire col passare degli anni. Attribuirli solo al carattere, alla impreparazione, alla mancanza di una solida cultura, all’assenza di un vero principio morale ispiratore sarebbe però semplicistico e, in definitiva, errato. Tanto piú che, se esaminate da vicino, queste presunte cause non appaiono – sia singolarmente prese sia nel loro insieme – cosí decisive come a qualcuno sono sembrate. Pur con tutte le sue ombre, il carattere di Mussolini poggiava pur sempre su un fondo solidamente contadino, meschino se si vuole ma alieno dal freddo fanatismo e dalla feroce determinazione di un Hitler, di uno Stalin o, per altri versi, di un Churchill. Quanto all’impreparazione, tutto il discorso tante volte fatto su di essa dalla letteratura antifascista va a nostro avviso ridimensionato: in quasi dieci anni di potere una certa preparazione Mussolini se la era ormai fatta e, in ogni caso, pur non sottovalutando il personalismo mussoliniano, in uno stato di tipo moderno, assai piú che le competenze specifiche, a livello decisionale conta la capacità politica, e questa Mussolini certo non l’aveva perduta. Quanto poi alla cultura – un altro cavallo da battaglia della pubblicistica e dell’aneddotica antimussoliniana –, se è pacifico che Mussolini non era un uomo di studi sistematici e organici, criticamente smaliziato, ma un autodidatta e, per di piú, legato a certi moduli culturali spesso ormai superati, era pur sempre un uomo di vaste (anche se disordinate) letture e di una notevole curiosità intellettuale e che verso la cultura aveva una sorta di complesso di inferiorità. Anche qui, dunque, come «intellettuale» si collocava a varie spanne al di sopra non solo di un Hitler o di uno Stalin, ma anche di vari «politici» democratici praticoni del suo tempo. Sotto questo profilo particolare, chi, per sensibilità di mestiere, ha probabilmente giudicato meglio Mussolini sono stati i grandi inviati speciali e i grandi giornalisti del tempo, che avevano la possibilità di fare un confronto effettivo tra i leader e i capi politici contemporanei. Si pensi a un Ludwig, a un Ward Price, a un Gunther. Ultima e piú delicata questione: l’assenza di un vero principio morale ispiratore. Che esso a Mussolini mancasse è, in sede storica, fuori discussione e, del resto, abbiamo già avuto occasione di metterlo nel suo giusto rilievo in uno dei precedenti volumi43. In sede di ricostruzione della personalità e dell’opera di Mussolini limitarsi a questa constatazione sarebbe però sbagliato o, almeno, parziale. Noi, oggi, in sede storica, possiamo e dobbiamo giungere a questa conclusione; se vogliamo però veramente capire l’uomo e il politico Mussolini non possiamo d’altra parte ignorare e non tenere nel debito conto che una sua moralità Mussolini l’aveva – anche se noi la giudichiamo negativamente – e, anzi, essa era in lui molto forte ed operante. Si può addirittura dire che se non ci si rende conto di ciò e se non lo si tiene nella dovuta considerazione non è possibile né capire veramente l’uomo Mussolini né – quel che piú conta – la sua politica.

25–26

Assai viva e vigile sul piano immediatamente personale44, la moralità di Mussolini aveva una serie di caratteri e di motivazioni ben precisi anche sul piano politico. Come abbiamo visto nel precedente volume45, col 1927-28 l’ottica politica di Mussolini aveva subito una profonda trasformazione, era passata da una concezione tattica estremamente dinamica sui tempi brevi, brevissimi, a una strategia sui tempi lunghi, lunghissimi, alla cui radice era tutta una serie di motivi oggettivi e soggettivi, psicologici e, a modo loro, realistici; critici, pessimisticamente critici, nei confronti degli italiani e – secondo lui – della loro tendenza a «vegetare» e a non comprendere la grande possibilità che il fascismo offriva loro di «riscattarsi» e diventare finalmente una grande nazione «adulta»; e, al tempo stesso, autocritici nei confronti del fascismo, anch’esso sostanzialmente inadeguato ai suoi compiti, e del regime, giunto ad una situazione di stallo e di immobilismo, dalla quale – a meno di fatti in quel momento imprevedibili – non sarebbe potuto per lungo tempo uscire, salvo voler rischiare una crisi che avrebbe potuto provocarne la trasformazione ma anche la dissoluzione. In pratica Mussolini aveva spostato il terreno della realizzazione della sua politica dall’oggi al domani: non riuscendo ad incidere a fondo negli italiani d’oggi aveva puntato su quelli di domani, sulle nuove generazioni, convinto di poterle plasmare secondo i suoi desideri e di metterle quindi in grado di realizzare nel futuro quella «vera» Italia fascista che egli si rendeva conto di non essere riuscito e di non poter piú riuscire veramente a creare. Quanto una simile prospettiva «politica» fosse assurda, innaturale e, in particolare, culturalmente ingenua ed estranea ad ogni idea di umana capacità di giudizio e di autocoscienza delle masse, non vi è bisogno di sottolinearlo. Non si può però contestare che alla sua radice vi fosse una idea morale; una idea morale che noi non possiamo sottoscrivere, ma sulla quale – almeno in questo periodo – Mussolini fondò la sua azione in una prospettiva che non era grettamente nazionalistica (concretamente sopraffattrice cioè di altri popoli) e tanto meno razzista, ma – come vedremo – a suo modo spiritualistica e che – anche se non si può sottovalutare l’egocentrismo mussoliniano – trovava una sua qual «dignità» nel fatto di proiettarsi in un futuro in cui il suo ideatore non sarebbe piú stato là a raccoglierne gli eventuali frutti.

26–28

Per comprendere e valutare appieno questa «idea morale» e le prospettive politiche che da essa seguivano, è necessario soffermarci un momento ad esaminare quale era in questo periodo la posizione intellettuale di Mussolini e quali suggestioni culturali agissero piú nettamente su di lui. Tanto piú che, se si può parlare di un «momento culturale» della personalità di Mussolini, esso fu certamente questo, tra la fine degli anni venti e la metà degli anni trenta: sia perché fu questo il periodo in cui il «duce» piú nettamente mostrò la velleità di atteggiarsi e di voler essere considerato un intellettuale, sia perché fu in questo stesso periodo che la sua formazione culturale giunse praticamente a compimento, acquistò cioè le sue connotazioni essenziali e, da allora in poi, sostanzialmente caratterizzanti.

Che Mussolini si atteggiasse ad uomo di cultura è noto e può essere documentato variamente. Significativi sono, ad esempio, oltre ad alcuni passaggi di certi suoi discorsi, alcuni interventi critici, in genere privati, ma che talvolta furono resi anche pubblici. Tra questi ultimi si possono ricordare il giudizio sull’Elegia dell’Ambra di Ardengo Soffici (gennaio 1927) e la lettera sui dialoghi platonici al prof. Giuseppe Modugno (giugno 1927)46. Quanto a quelli che, invece, rimasero per il momento inediti, non solo essi sono forse i piú significativi, ma mostrano bene come Mussolini ambisse prendere posizione su ogni genere di questioni, su quelle storiche – piú direttamente collegate a problemi di giudizio politico47 – come su quelle letterarie, artistiche, filosofiche. Uno di essi – un telegramma del 27 dicembre 1930 ad Ada Negri dopo la lettura di Vespertina – è stato recentemente reso noto da S. Comes che ne ha sottolineato il «gusto pronto a cogliere la provenienza di spunti, di immagini, di voci»48. Tra gli altri ricorderemo solo due lettere assai tipiche, una a Gentile e una a Pastonchi. La prima, del 31 agosto 1931, diceva49:

28–29

Caro Gentile,

voglio dirle che in questi giorni sulla spiaggia solitaria di Castel Porziano, ho letto il suo libro La filosofia dell’arte, con grande interesse da cima a fondo. Ella non vuole che si dica che la sua concezione dell’Arte sia «definitiva», però apre degli orizzonti, segna delle grandi «direttrici» di marcia per la ulteriore ricerca e offre una soluzione al problema cosí appassionante ed eternamente attuale.

Mi piacerebbe che il libro – tradotto – fosse piú ampiamente conosciuto nel mondo degli studiosi.

E la seconda, di piú di tre anni dopo, del 26 dicembre 1934, a proposito di una tragedia di Pastonchi50:

Caro Pastonchi,

nel silenzio propizio e notturno di Villa Torlonia ho letto la vostra tragedia: l’ho letta con calma, soffermandomi su ogni pagina, talora su qualche verso.

Dal punto di vista letterario la tragedia è bella, la sua trama afferra: dialogo, cori, movimento delle masse sono tali da suscitare l’interesse e l’attenzione del pubblico. Anche commuoverlo.

Al fondo del dramma è un’antitesi: Simma-Brea; bianco-nero; maestro-discepolo; passato-futuro; aristocrazia-massa; l’antitesi sbocca nella rovina del tempio.

Dal punto di vista teatrale (è per il teatro che l’avete scritta, la tragedia: non per inchiuderla nelle pagine di un libro) un pericolo esiste ed è la forma «poetica» del lavoro.

Gli artisti finiranno per cantare, come si trattasse di un’opera lirica, alla quale manca soltanto un po’ di orchestrazione. Canteranno. C’è il rischio di stancare gli uditori. Bisognerebbe «tradurre» in prosa la vostra tragedia: intendo una prosa secca, lineare, disadorna quale dovrebbe essere la prosa dei costruttori, architetti, maestranze di Pontia.

Ed ora qualche rilievo. Quel Batiello che voi chiamate emporiota, non è, tutto sommato, che un esercente e per essere un esercente (sia pure ex sportivo) parla troppo fino, sino a dire «piú magno del suo magno maestro».

Anche i suoi battibecchi colla Cecia sono «esercenteschi» all’estremo. A pag. 26 non mi piace che voi definiate la «vittoria come una bestia con una lunga coda di nostalgia verso la tana». Riflettete e troverete che l’immagine non è bella. A pag. 119 voi parlate della vita come «di una imbandita di molte vivande». Anche questo non è bello. Se fossi in voi, io, a pag. 121 toglierei quelle «faccie feroci di fede» che potrebbero ricordare ai maligni (i quali non mancano mai) le «faccie feroci» di borbonica memoria.

Qualcuno potrebbe osservare che sono troppo vaghi a pag. 122 i versi nei quali voi dite che «una cosa creata è un silenzio sacro a cui si torna sempre». A pag. 121 io toglierei questi due versi non degni della vostra Musa «Davanti a noi che abbaglia e ci conduce – Vittorioso è un angelo di luce». A pag. 165 i due versi «Una febbretta, o spavaldo ed eccoti sorcio in trappola» non sono all’altezza degli altri che precedono e seguono in quella scena di forte pathos. Altre piccole osservazioni si potrebbero fare qua e là, ma di fronte a questi rilievi, stanno moltissime, bellissime e nuove immagini.

Sono sicuro che in ulteriori letture voi perfezionerete ancora il testo (Caressez votre phrase: elle finira pour vous sourire – A. France).

Altro problema di primissimo ordine dato il carattere della tragedia: la messa in scena.

Conclusione = trovate una compagnia ed io vi aiuterò perché il lavoro sia dato nel prossimo aprile a Roma, all’Argentina.

Ed ora, prima di salutarvi molto cordialmente, vi prego di non prendermi alla lettera come critico letterario, o teatrale che dir si voglia.

29–30

La testimonianza piú significativa è però forse quella offertaci dalla seguente lettera ad Emilio Bodrero dell’8 gennaio 192851:

Caro Bodrero,

ho letto e le restituisco il Suo studio. È interessante e in fondo rispondente alla realtà. Si può aggiungere che la mia coltura, non è generale o, peggio, generica: ma sistematica per ogni questione. Appunto perché la coltura mi serve, non io la servo. Mezzo, non fine. Arma, non adornamento. Si poteva anche dire che ho un debole per la filosofia e piú precisamente per la storia della filosofia.

Vedi, una recente lettera sui tre dialoghi platonici: Entifione, Critone, Fedone. Ma, infine, Ella ha colto nel segno. La ringrazio.

Oltre che da questi interventi critici, la volontà di Mussolini di atteggiarsi a uomo di cultura traspare chiaramente da molti altri fatti. Per esempio, da una certa tendenza a mostrarsi «liberale» verso gli uomini di cultura (chi capí bene questo aspetto della sua personalità fu Paul Valéry, che, alla fine del 1927, rivolgendogli una supplica in favore di un suo parente italiano detenuto per motivi politici, non mancò di vellicare opportunamente questa corda: «les poètes sont faits pour demander les grâces; et les grands chefs des nations sont établis pour adoucir les souffraces humaines»52) e non solo verso coloro che militavano nel fascismo, potevano giovare al prestigio italiano all’estero53 o ne solleticavano la vanità54, ma anche verso alcuni di sentimenti antifascisti. In questa luce ci pare si debbano vedere alcune sue prese di posizione come quella, nel giugno 1929, di diffidare – su sollecitazione di Emma Gramatica – i fascisti e la stampa napoletani a non creare incidenti in occasione della prima dei Pazzi di Roberto Bracco55; quella, nel febbraio dell’anno successivo, di ordinare che G. A. Borgese potesse riprendere all’Università di Milano le sue lezioni, all’indomani degli incidenti e delle violenze inscenate e ancora minacciate dai fascisti locali56; e, ancora, la sua propensione (nonostante le sdegnate pressioni di ambienti ex nazionalisti) a non drammatizzare l’incidente a cui aveva dato luogo il 14 maggio 1931 a Bologna il rifiuto di Toscanini a iniziare un concerto con gli inni nazionali (con Giovinezza cioè)57. Né, in questa prospettiva, ci pare si possa sottovalutare il carattere culturale che Mussolini tenne a dare in questo periodo ai suoi rapporti, diretti ed epistolari, con personalità della cultura, quali D’Annunzio58 e, a un altro livello, Ada Negri59.

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Sempre in questo periodo, il fatto piú significativo fu però costituito dalla collaborazione artistica che legò Mussolini a Giovacchino Forzano (da lui conosciuto tramite D’Annunzio) e dalla quale, tra il 1929 e il 1931, nacquero due drammi storici, Campo di maggio e Villafranca, e in un secondo tempo un terzo, il Cesare; tre drammi ai quali non mancò (anche all’estero dove furono rappresentati come opere di Forzano e di Mussolini, mentre in Italia il «duce» non volle che, ufficialmente, il suo nome figurasse) un certo successo, sia pure prevalentemente di curiosità, e dai primi dei quali furono tratti anche due film. Salvo minimi ritocchi, i tre copioni furono interamente opera di Forzano; gli spunti e gli elementi essenziali delle trame furono invece di Mussolini, che per il primo trasse l’ispirazione dal Napoleone di E. Ludwig e per il secondo dal Diario di G. Massari60. Un loro esame dettagliato potrebbe offrire qualche elemento di interesse, sia sotto il profilo genericamente psicologico, sia, piú propriamente, per quel che riguarda i loro temi centrali: tre grandi personalità politiche, Napoleone, Cavour e Giulio Cesare, viste nel momento decisivo della loro vita e, in sostanza, della loro sconfitta sotto i colpi dell’incomprensione e del tradimento. In questa sede i tre drammi ci pare debbano però essere visti soprattutto come una precisa testimonianza del «momento culturale» che Mussolini stava vivendo e come un primo elemento per cercare di cogliere la sua sostanza. Non vi è dubbio infatti che – al di là della questione, psicologicamente interessante ma storicamente di scarso significato, se possano essere intesi come sintomi di una inconscia convinzione di dover essere tradito dai suoi fedeli e di dover soccombere politicamente ad opera della monarchia – i tre drammi storici frutto della collaborazione artistica tra Mussolini e Forzano lasciano trasparire abbastanza chiaramente la tendenza di Mussolini a proiettare la propria figura e la propria azione in una prospettiva «storica», quella dell’uomo «solo», consapevole di perseguire una grande meta, ma di doverla perseguire tra l’incomprensione e l’inadeguatezza morale di chi lo circondava e avrebbe dovuto coadiuvarlo e, per di piú, consapevole di dover agire sfruttando e forzando tutte le occasioni, in una sorta di corsa anche piú drammatica di quella con la morte: la corsa col «ciclo».

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E con questo siamo giunti al secondo – e piú importante – punto del nostro discorso, a quello relativo alla formazione culturale di Mussolini, quale si venne sostanzialmente definendo in questo periodo e alle sue connotazioni essenziali e piú caratteristiche, quelle, cioè, che avevano e avrebbero maggiormente influenzato la sua azione politica.

Su alcune delle principali componenti della cultura di Mussolini, specie su quelle di piú antica data, che affondavano cioè le loro radici nella sua formazione giovanile o degli anni della guerra e del dopoguerra, abbiamo già avuto occasione di soffermarci nei precedenti volumi. Su di esse non sarà dunque il caso di tornare di nuovo, essendo sufficiente richiamarle brevemente. Riassumendo al massimo, si può dire che la cultura di Mussolini poggiava su tre elementi costitutivi principali, un positivismo elementare, un volontarismo neoidealista con forti coloriture pragmatiche e un relativismo assoluto, sui quali – a loro volta – si innestavano abbastanza coerentemente varie suggestioni particolari tratte dalla lettura di autori come Nietzsche (per quel che riguardava la funzione della personalità e la sua potenza creativa e il concetto di civiltà), Sorel, Pareto, Renan (il Renan dei Dialogues et fragments philosophiques, che ha rinunciato alle giovanili idee democratiche e respinge la caratterizzazione industriale ed egalitaria che ha assunto la società moderna61), Le Bon, nonché di alcuni storici come Michelet e Carlyle (spesso «tradotti» in chiave carducciana62). Tra la fine degli anni venti e l’inizio degli anni trenta a queste suggestioni principali se ne vennero aggiungendo alcune altre, i cui echi è possibile cogliere qua e là negli scritti e nei discorsi mussoliniani del tempo. Suscitate in genere da qualche occasionale lettura63, nella grande maggioranza dei casi esse non entrarono però quasi mai a far veramente parte del patrimonio culturale di Mussolini e, dopo un momento di occasionale fortuna, finirono per perdere mordente; sicché è inutile soffermarci qui su di esse. Per valutare appieno il peso effettivo di queste occasionali suggestioni, basta dire che agli inizi degli anni trenta Mussolini, nella sua vorace curiosità intellettuale, nonché, forse, per il gusto di fare un piccolo dispetto al Vaticano, si interessò per un brevissimo momento all’attività della «Rivista italiana di psicoanalisi»64, salvo, di là a poco, a definire la psicoanalisi una «impostura nuovissima»65 e a non impegnarsi a fondo per contrastare le manovre ecclesiastiche che portarono alla sospensione della pubblicazione della rivista. Su due altre componenti, una già delineatasi nel pieno degli anni venti, l’altra proprio in questo periodo, non è possibile però assolutamente sorvolare, poiché, sia pure in misura diversa, esse costituirono l’ultimo e in un certo senso decisivo arricchimento della formazione culturale del Mussolini della maturità ed ebbero – specie la seconda – una influenza decisiva sulla sua politica.

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La prima e piú nota di queste due componenti fu quella gentiliana. Le ragioni profonde, culturali e ideologiche dell’adesione di Giovanni Gentile al fascismo e della sua sostanziale fedeltà ad esso sino alla morte, nonostante le delusioni e gli smacchi subiti dal filosofo siciliano, sono state lucidamente chiarite da A. Del Noce66. Il gentilianesimo di Mussolini non solo non è stato invece sino ad oggi veramente approfondito, ma vi è stato persino chi lo ha drasticamente negato. In questo senso la presa di posizione piú tipica e nello stesso tempo piú recente è quella di Giudice, che – parlando della prima parte della voce Dottrina del Fascismo nell’Enciclopedia Italiana redatta da Gentile – l’ha definita un «ornamento cartaceo» della dittatura mussoliniana e ha, addirittura, prospettato l’immagine di un Gentile che sarebbe stato «una specie di metafisico di corte»67. In realtà, specie nel periodo che qui ci interessa, il gentilianesimo fu indubbiamente una componente importante e autentica della cultura mussoliniana. E volerlo negare è un assurdo, nel migliore dei casi è un’applicazione meccanica della famosa battuta crociana secondo la quale il fascismo sarebbe stata una onagrocrazia, ma, piú probabilmente, è uno dei frutti di quell’antimussolinismo postumo, conformistico e di maniera, di tanti intellettuali a proposito del quale, giustamente, R. Mazzetti ha scritto che «il conformismo antifascista ha la stessa natura, la stessa carica di impersonalità, di inautenticità, di equivoco morale e intellettuale, di sostanziale menzogna di sé a se stesso, di sostanziale ipocrisia che ebbe il conformismo fascista»68. Che Mussolini abbia subito la suggestione di alcuni motivi principali del gentilianesimo e, a modo suo, vi abbia aderito è innegabile. Tra l’altro, se lo si nega, non si comprende piú perché Mussolini – attento com’era a non costringersi mai in posizioni, in schemi rigidi che potessero ridurre la sua possibilità di manovra e persino, se gli fosse stato utile, di affermare il contrario di quello che aveva detto in precedenza – abbia voluto, lasciando redigere a Gentile la prima parte della voce Dottrina del Fascismo (le «Idee fondamentali») e avallandone sostanzialmente l’impostazione di fondo nella seconda parte (quella dedicata alla «Dottrina politica e sociale») da lui stesso redatta e firmata insieme alla prima69, impegnarsi cosí nettamente su una posizione che, da un lato, smentiva la sua tante volte ribadita affermazione che il fascismo non aveva consapevolmente voluto isterilirsi in un sistema dottrinario e che, da un altro lato, sapeva osteggiata sia dalla Chiesa70 (che già da tempo era in polemica con le posizioni gentiliane71, che, non a caso, si preoccupò per alcune affermazioni della Dottrina del fascismo72 e che nel ’34 avrebbe addirittura messo all’indice l’opera omnia di Gentile) sia da larghi settori dello stesso fascismo73. A ben vedere, la Dottrina del fascismo, sia nella parte redatta da Gentile sia in quella scritta da Mussolini, che della prima è una sorta di commento storico-autobiografico, sostanzialmente fedele, e di traduzione in termini piú immediatamente politico-sociali74, mostra chiaramente cosa il «duce» avesse accettato del pensiero gentiliano: la condanna, non solo in termini politico-pratici ma anche dottrinari, del liberalismo classico, del socialismo e della democrazia, la concezione dello «Stato etico» e, quindi, della Nazione come espressione, anzi, come creazione dello Stato, l’idea che il fascismo, in quanto concezione religiosa e storica, non fosse «soltanto datore di leggi e fondatore d’istituti, ma educatore e promotore di vita spirituale», capace di «rifare l’uomo» sin nel suo carattere75. E se poi si allarga ancor piú il discorso, ci pare si possa dire che se Mussolini aderí indubbiamente a quegli aspetti della concezione gentiliana che piú si adattavano alla sua idea della «funzione storica» del regime, aderí però soprattutto allo spirito generale di essa, alla «filosofia della vita» che essa esprimeva. Bene in questo senso aveva già visto nel ’28 G. Melhis quando aveva scritto76:

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E cosí non è certamente casuale il rapporto tra l’azione politica di Mussolini e la filosofia dell’atto di Giovanni Gentile. Questi, avvicinandosi alla teoria del Fichte, ha posto l’atto al centro della conoscenza. L’inazione è il piú grande peccato dello spirito. Idee e valori non restano appartati fuori della vita, ma possono venire integrati dalle nostre azioni nella vita. L’ozio e la passività ci tengono lontani dai valori essenziali, e, per conseguenza, dalla realtà e dalla vera vita. Ogni atto ed ogni creazione fanno parte della vera vita spirituale.

Valore ideale, realtà e vita vengono messi in istrettissimo rapporto dal concetto di attività. In tanto io ho un valore, in quanto agisco; o – per dirla diversamente – soltanto nell’azione si esplica la mia realtà. La vita sta non nel sogno e nella speculazione, nel contemplare le cose e nel rappresentarcele, bensí nell’azione risoluta. Il compimento di un’azione e di un’opera dovuta ad una retta volontà, questa irradiazione di energia nella vita sociale, è non soltanto un criterio per la realtà, ma la realtà stessa. Non ci si limita a dire: «agisco, dunque sono», ma: «nell’azione stessa risiede la mia realtà». Tali teorie filosofiche, come si vede, invadono il campo dell’attività pratica: in tanto vivo la mia vera vita, in quanto mi esplico nella vita presente. Occorre soprattutto non farsi sfuggire il momento propizio, ed essere sempre in grado di far valere la propria individualità nella vita sociale. Il passato non è piú; l’avvenire non è ancora. Nel presente fortemente sentito sta la realtà e il significato della vita.

Se per la componente gentiliana si può fare tutta una serie di riferimenti, anche assai significativi ed autorevoli, in primis alla Dottrina del fascismo, per l’altra componente della cultura mussoliniana di questo periodo, quella che potremmo definire spengleriana, il discorso è piú difficile. Sia perché l’influenza di Oswald Spengler su Mussolini non è mai stata presa veramente in considerazione, sia perché gli espliciti riferimenti mussoliniani all’autore de Il tramonto dell’Occidente sono relativamente scarsi, sia, infine, perché l’atteggiamento del «duce» verso le tesi di Spengler non fu di mera adesione, ma di accettazione e, al tempo stesso, di rifiuto: di accettazione dello schema generale, ma di rifiuto della conclusione-profezia con la quale Spengler affidava al popolo tedesco (in quanto il meno logoro, l’ultimo ad essersi maturato fra i popoli bianchi) la missione storica di esercitare sul mondo occidentale la sua funzione unificatrice e instauratrice di un nuovo «impero», che avrebbe rappresentato l’ultimo stadio della Zivilisation occidentale sino a quando anch’esso non fosse stato distrutto da nuovi popoli «vergini» capaci di esprimere una nuova Kultur77.

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Quando Mussolini sia entrato in contatto con il pensiero di Spengler non si può dire con precisione. Poiché prima di quest’epoca nei suoi scritti, nei suoi discorsi e nelle sue carte manca ogni riferimento esplicito a Spengler e non ci pare vi si possa neppure cogliere alcuna traccia di suggestione delle sue opere, propendiamo a credere che la «scoperta» dello scrittore tedesco da parte di Mussolini debba rimontare alla seconda metà degli anni venti, forse al 1925, quando Spengler gli inviò in omaggio i suoi scritti d’interesse politico78, o – piú probabilmente – al 1927-28, quando V. Beonio Brocchieri pubblicò i suoi studi su di lui ed espose ampiamente le tesi principali del Tramonto dell’Occidente79, quando anche in Italia divenne di moda il tema della «crisi» dell’Europa e presero ad essere discusse (oltre a quelle di Spengler) le opere di H. Massis, di R. Guénon, ecc.80. In questa convinzione ci confermano almeno tre fatti: che nella seconda metà del ’28 fu pubblicata la traduzione italiana del Regresso delle nascite: morte dei popoli di R. Korherr con la doppia prefazione di Mussolini e di Spengler81; che con la fine degli anni venti Mussolini cominciò a fare degli accenni che possono fare pensare ad una conoscenza (diretta o indiretta, attraverso la traduzione francese del Tramonto dell’Occidente o solo attraverso Beonio Brocchieri, non si può dire) delle teorie di Spengler; che sulla stampa fascista si cominciò in questo periodo a stabilire qualche collegamento tra alcune affermazioni di Mussolini sul problema dell’Occidente e le teorie di Spengler. Su uno di questi primi collegamenti è, anzi, il caso di soffermarci un momento, dato che esso se, da un lato, è uno dei meno espliciti e dei meno favorevoli allo scrittore tedesco, da un altro lato mette involontariamente in rilievo uno dei motivi principali per cui Spengler dovette risultare a Mussolini culturalmente «familiare» e tale da poter essere facilmente incorporato nel suo patrimonio culturale. Come scriveva l’autore dell’articolo in questione, il futuro etnologo Ernesto De Martino82,

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il superuomo di Nietzsche – a cui fa riscontro in Ernesto Renan una sorta di super pianeta ove si realizzerebbe l’esperienza fallita sulla terra – il superuomo di Nietzsche tradisce uno sconcerto per i risultati della civiltà occidentale; la mentalità apocalittica di Nietzsche, come di Renan, sono il preludio del profetismo di Osvaldo Spengler che senza veli e sfacciatamente s’è piantato nel bel mezzo della cultura europea.

Con gli anni trenta le suggestioni spengleriane si fecero poi in Mussolini numerose ed evidenti, anche se scarsissimi rimasero gli espliciti riferimenti a Spengler; la cosa però si spiega facilmente col fatto che, essendo Spengler noto soprattutto come assertore della «missione storica» del popolo tedesco (nonché per le sue simpatie per il nazionalsocialismo), Mussolini non poteva correre il rischio di equivoci. Estremamente significativo è il fatto che, pur stando cosí le cose, quando nel 1933 Spengler pubblicò Jahre der Entscheidung Mussolini non solo volle che fosse tradotto in italiano83, ma – sia pure senza firmarlo – gli dedicò un articolo sul «Popolo d’Italia» estremamente favorevole84. Anzi in questa duplice decisione è in un certo senso l’indicazione di quale tra i molti punti della teoria spengleriana fosse quello che piú aveva colpito Mussolini.

I punti della teoria di Spengler che potevano trovare il consenso di Mussolini erano numerosi. Innanzi tutto – adusato com’era ad un certo Sorel (quello della polemica contro le illusioni del progresso) e a un certo Pareto – doveva riuscirgli congeniale la concezione generale ciclico-naturalistica che Spengler aveva della civiltà e della storia tout court e che lo portava a teorizzare una storia dell’umanità spezzata in cicli conclusi e corrispondenti ad altrettante irripetibili civiltà. Non a caso l’idea del «ciclo» storico è cosí frequente in Mussolini; ed è riferita non solo ai varî popoli e al loro ruolo egemone, il che potrebbe fare pensare anche solo ad un espediente dialettico-propagandistico (la Francia, l’Inghilterra, la stessa Germania in un certo periodo, che hanno ormai esaurito il loro ciclo e l’Italia, invece, che sta solo iniziandolo), ma allo stesso fascismo85. E, passando dal generale al particolare, assolutamente congeniali dovevano essergli e, addirittura dovevano suonargli come altrettante conferme di quanto già egli stesso pensava e sosteneva, tesi come quelle sulla superiorità morale della campagna sulla città86, sulla sterilità dell’uomo «della civilizzazione» (cioè in pratica della città) e sulle sue rovinose conseguenze per i «destini» dei popoli87, sul valore, sulla funzione etica di una consapevole concezione di «razza», non intesa per altro in termini materialistico-darwinistici, ma psichici-spiritualistici, come una sorta di «tecnica cosciente del comunicare» fondata su un sentimento concordante rispetto a certi «segni», a certi «valori»88. Non a caso nell’articolo anonimo del «Popolo d’Italia» Mussolini avrebbe individuato in questa concezione della «razza» uno degli aspetti notevoli del pensiero spengleriano e, con chiaro riferimento ai nazionalsocialisti, avrebbe sottolineato che «Spengler vuole nettamente differenziare il suo punto di vista da quello volgare, darwinistico o materialistico che è oggi di moda fra gli antisemiti d’Europa e d’America»89. Né – ancora – al pessimismo e al machiavellismo spicciolo di Mussolini poteva certo dispiacere di trovare nell’autore del Tramonto dell’Occidente la conferma, la teorizzazione addirittura, della validità storica di una spregiudicata politica di pura potenza: «la storia ha sempre sacrificato la verità e la giustizia alla potenza, alla razza, condannando a morte gli uomini e i popoli per i quali la verità è stata piú importante dell’azione e la giustizia piú essenziale della potenza»90. Tutti questi punti della teoria di Spengler non costituivano però che delle concordanze, certo significative, ma pur sempre solo delle concordanze; rispetto alla cultura di Mussolini non rappresentavano apporti nuovi; al massimo potevano costituire altrettante conferme di certe sue convinzioni e potevano arricchirle di nuovi argomenti. L’apporto vero, piú caratteristico della scoperta di Spengler, era altrove e la conferma l’abbiamo – come già detto – nell’interesse vivissimo che in Mussolini suscitò la lettura di Jahre der Entscheidung, un’opera che nella produzione di Spengler ha certo un posto assai meno importante del Tramonto dell’Occidente e che non aggiunge pressoché nulla alla concezione delineata in questo scritto, ma che, rispetto a questo, aveva per Mussolini il gran pregio, oltre che di essere di lettura e di comprensione assai piú facili ed immediate, di porre piú nettamente in luce il concetto, la teoria storica spengleriana del «cesarismo» e di farlo in un contesto meno teorico-generale, piú attuale, e facendo riferimento allo stesso Mussolini91.

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Secondo il sistema ciclico spengleriano, il «cesarismo» sarebbe lo stadio finale della fase della «civilizzazione», l’estrema lotta degli «individui cesarei», degli eroi, per frenare la decadenza della loro civiltà. Quando una «civilizzazione», col falso splendore delle città cosmopolite nelle quali si celebra l’ultimo e supremo trionfo dello spirito, delle teorie, della tecnica e del denaro, è giunta al suo punto piú artificiale e raffinato, inevitabilmente – secondo Spengler92 – «la realtà scioltasi dalle idee si ripresenta nuda e gigantesca» e «il ritmo cosmico eterno supera definitivamente le tensioni spirituali di alcuni secoli». È a questo punto che contro il denaro, il quale, dopo aver distrutto gli antichi ordinamenti della «civiltà», aveva trionfato «sotto forma di democrazia», emergevano gli uomini di statura cesarea: «essi infrangono l’onnipotenza del denaro», pongono fine alla politica determinata dallo spirito e dal denaro, cioè alla democrazia, e realizzano la loro volontà «puramente politica»:

L’avvento del cesarismo spezzerà la dittatura del danaro e della sua arma politica, la democrazia. Dopo un lungo trionfo dell’economia cosmopolita e dei suoi interessi sulla forza politica creatrice, l’aspetto politico della vita dimostrerà di essere, malgrado tutto, il piú forte. La spada trionferà sul danaro, la volontà da signore piegherà di nuovo la volontà da predatore.

Questo in generale. In particolare poi per Spengler – sia nel Tramonto dell’Occidente sia, anche piú nettamente, in Jahre der Entscheidung – tutto autorizzava ad affermare che l’Occidente fosse ormai alle soglie della sua età cesarea. Tra l’altro, dimostrava due fatti, che l’epoca delle teorie, dei grandi sistemi (liberalismo e socialismo), volgeva ormai alla fine93 e che il partito, in quanto forma politica, stava scomparendo94.

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Il fascino che una simile teoria-profezia doveva esercitare su Mussolini è facile da immaginare e, del resto, nei suoi scritti e nei suoi discorsi di questo periodo non è difficile trovare affermazioni che riecheggiano chiaramente un po’ tutti i piú tipici argomenti della polemica spengleriana contro la società democratica di massa e in particolare la teoria del «cesarismo». Tra i molti casi che si potrebbero citare ci limiteremo a tre soli, ma assai significativi. Il primo è l’ampio accenno alla crisi della società occidentale contenuto nell’articolo Decidersi!, apparso anonimo nel «Popolo d’Italia» del 12 gennaio ’32:

Le orecchie abituate a percepire non soltanto i rombi delle tempeste, ma anche i rumori sordi delle lime sotterranee, sentono che qualche cosa scricchiola; che molti vincoli si sono allentati; che taluni postulati tradizionali e basilari – come il rispetto della vita, della casa, della proprietà altrui – franano; che la sfiducia nel domani conduce a teorizzare il carpe diem e la disperazione sbocca da una parte nell’avarizia e dall’altra nella dissipazione. Se a questi aggiungete altri sintomi che ricordano, con un’analogia piú che singolare, quanto accadde nelle epoche di decadenza di altre civiltà, sintomi che vanno, ad esempio, dalla efferatezza e dalla frequenza di certi delitti alla stupidità di certe gare, voi intuirete che non solo un determinato aspetto della nostra civiltà è in-gioco, ma che tutta la civiltà della razza bianca può disintegrarsi, indebolirsi, oscurarsi nel disordine senza scopo, nella miseria senza domani.

Il secondo caso si riferisce invece piú propriamente al concetto del trapasso da una civiltà ad un’altra ed è anch’esso contenuto in un articolo, firmato questa volta, apparso sul «Popolo d’Italia» (22 agosto 1933) e su vari giornali statunitensi, col sintomatico titolo Fra due civiltà. In quest’articolo, parlando del movimento d’idee «che la rivoluzione fascista ha provocato durante questi primi undici anni della sua storia», Mussolini scrisse:

Siamo entrati in pieno in un periodo che può chiamarsi di trapasso da un tipo di civiltà a un altro. Le ideologie del secolo XIX stanno crollando e non trovano piú difensori.

Quanto al terzo, esso è costituito da un altro articolo anonimo scritto per «Il popolo d’Italia» (6 luglio 1933) in occasione della inaugurazione lungo via dell’Impero a Roma di una copia della famosa statua di Giulio Cesare conservata a Rimini; articolo in cui, tra l’altro, si legge questa affermazione veramente rivelatrice:

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Questa, anche questa, è un’epoca che può dirsi cesarea, dominata com’è dalle personalità eccezionali che riassumono in sé i poteri dello Stato, per il bene del popolo, contro i parlamenti, cosí come Cesare marciò contro l’oligarchia senatoriale di Roma, senza cadere negli eccessi della demagogia di Mario.

In un certo senso, si potrebbe addirittura sostenere che proprio solo grazie al concetto spengleriano di «cesarismo» i vari elementi psicologici e culturali che contribuivano a determinare l’«idea morale» che in questi anni animò la politica di Mussolini trovarono il loro cemento; cosí come è assai probabile (ed è significativo che ciò sia confermato da un riscontro sul periodo in cui una certa tematica divenne in Mussolini piú presente ed addirittura insistente) che il concetto spengleriano di «cesarismo» abbia in qualche misura contribuito anche ad accentuare sino all’esasperazione in Mussolini l’esaltazione della romanità e della funzione di Roma come affermatrice nel mondo di una nuova civiltà (che, non a caso, non era mai quella repubblicana, ma quella dell’età cesariana e augustea). E volendo, si potrebbe forse giungere sino al punto di chiedersi – almeno in via di ipotesi – se il profilo di Giulio Cesare tratteggiato da Spengler non abbia avuto qualche influenza sul comportamento di Mussolini, sul suo modo di trattare gli affari di politica interna. Secondo Spengler95,

Mommsen disconosce completamente il senso dei tempi nella sua acuta analisi della «diarchia» creata da Augusto e della relativa divisione di poteri fra Princeps e Senato. Un secolo prima questa costituzione sarebbe stata qualcosa di reale, ma appunto perciò essa non si era nemmeno affacciata alla mente delle figure dispotiche di quel tempo. Ora essa altro non significava che un tentativo di deboli personalità che ricorrendo a mere forme vollero crearsi illusioni intorno a fatti irrevocabili. Cesare riconobbe le cose come esse erano, mise da parte ogni sentimentalismo e fondò il suo dominio su vedute concrete. La legislazione degli ultimi mesi della sua vita contemplava esclusivamente disposizioni per nessuna delle quali era stata pensata una reale durata. Proprio questo è stato sempre perduto di vista. Cesare conosceva troppo a fondo le cose per presumere di prevedere in quel momento, alla vigilia della spedizione contro i Parti, gli sviluppi a venire e per fissare forme definitive.

Sulla base di quanto siamo venuti dicendo a proposito della cultura mussoliniana e delle principali suggestioni che ormai la caratterizzavano, è ora finalmente possibile cercare di definire in concreto quale fosse l’«idea morale» sulla quale in questo periodo Mussolini sostanzialmente fondò la propria azione politica. Ad una simile definizione si può pervenire solo seguendo due strade parallele ma convergenti. In termini generali la si deve dedurre da quanto siamo venuti sin qui dicendo; in termini particolari, nel suo articolato concreto cioè, la si deve ricavare da quanto lo stesso Mussolini andava, oltre che facendo, scrivendo e dicendo nelle piú varie occasioni e circostanze, anche in quelle apparentemente meno pertinenti. E a questo proposito è nostra convinzione che non ci si debba limitare ad attingere solo agli scritti editi ed inediti di Mussolini e ai suoi discorsi ufficiali, ma anche a quelli privati e tra essi in primo luogo ai Colloqui con Mussolini di Emil Ludwig. È infatti nostra convinzione che i Colloqui con Mussolini siano sotto questo profilo una fonte importante e sostanzialmente attendibile, anche se piú di uno, tra i fascisti come tra gli antifascisti, lo abbia negato.

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I Colloqui, come è noto, furono pubblicati in Italia da Mondadori96 all’inizio della seconda metà del 1932, in una tiratura per il tempo indubbiamente notevole (ventimila copie), e quasi contemporaneamente anche in Austria (l’edizione in tedesco, anzi, uscí un po’ prima di quella in italiano), Francia e Stati Uniti. Ludwig, uno dei maggiori e piú noti giornalisti del tempo, nel ’28, sul «Telegraf», aveva tracciato un parallelo tra Mussolini e Napoleone97; l’anno dopo, in marzo, aveva fatto al «duce» una prima intervista. Successivamente, dopo aver intervistato Stalin e mentre stava raccogliendo in volume le conversazioni col dittatore bolscevico, aveva pensato di scrivere un nuovo volume, che facesse da pendant ad esso, sul dittatore fascista. Da qui la richiesta di una serie di incontri con Mussolini, che ebbero luogo quasi quotidianamente dal 23 marzo al 4 aprile 1932 e dopo i quali Ludwig in un paio di settimane scrisse in tedesco i Colloqui con Mussolini. Il testo fu subito sottoposto a Mussolini, che vi apportò minimi e sostanzialmente insignificanti ritocchi: cancellò alcune frasi e cambiò diciotto parole98. Mentre il libro era in stampa, Mussolini fu però colto da alcuni scrupoli e, se avesse potuto bloccare le edizioni straniere, avrebbe assai probabilmente impedito che il libro vedesse la luce in Italia. Poi però dovette rassegnarsi, anche se diffidò l’editore a non ristamparlo, adducendo come scusa il pessimo italiano in cui, a suo dire, era stato tradotto. Da Forlí il 30 giugno ’32 telegrafò infatti al prefetto di Milano99:

Avverta, anzi diffidi formalmente l’editore Mondadori a non ristampare, esaurita la prima edizione, una sola copia del libro di Ludwig senza che io l’abbia ritradotto in comprensibile lingua italiana, poiché quella del testo attuale sarà tedesca, croata, greca, giudaica, ostrogota, ma non è italiana. Siamo intesi e mi informi.

46–47

Che l’italiano della traduzione non fosse che una scusa è dimostrato dal fatto che, quando, in un secondo momento, autorizzò una seconda edizione e rivide in previsione di essa il testo della prima, le correzioni stilistiche furono pochissime, mentre numerose e significative furono quelle di sostanza, comprese soppressioni di interi e lunghi passi100.

Queste traversie editoriali dei Colloqui, unite, da un lato, al fatto che Mussolini assunse subito verso Ludwig (alla cui opera stava arridendo in tutto il mondo un enorme successo) un atteggiamento di critica, lasciando capire e anche dicendo in privato che lo scrittore tedesco aveva svisato e addirittura talvolta falsato il suo pensiero e gli aveva messo in bocca affermazioni non vere101, e, da un altro lato, agli attacchi che in privato e qualche volta anche in pubblico e sulla stampa molti fascisti mossero a Ludwig, hanno fatto sí che da piú parti si sia sostenuto – come abbiamo detto – che i Colloqui con Mussolini non sarebbero una fonte attendibile per ricostruire il pensiero di Mussolini. La nostra opinione invece è – come si è detto – opposta. Se Mussolini si pentí di avere autorizzato la pubblicazione dei Colloqui nel testo in cui essi videro la luce, non fu certo per qualche inesattezza di Ludwig, o per qualche ingenuità o sua piccola bugia, facilmente individuabile102, né – tanto meno – perché essi falsassero effettivamente il suo pensiero. Si pentí (e quindi cercò, visto che ormai non c’era piú nulla da fare, di insinuare l’idea che fossero inattendibili e di farli circolare in Italia il meno possibile) perché nelle conversazioni con Ludwig, un po’ per non sembrare reticente, un po’ perché lusingato dall’insistenza di un giornalista tanto noto, era stato troppo brutalmente sincero e si era lasciato andare a dire cose che politicamente sarebbe stato meglio si fosse tenuto per sé. Questa, in ultima analisi, fu l’opinione anche di Ludwig molti anni dopo103. Ma anche considerando poco probante l’opinione di Ludwig, perché sospettabile di essere interessata, assai significativo, decisivo diremmo, è per noi il fatto che, quando, nel settembre ’32, Mussolini decise di ripubblicare in volume a sé stante la Dottrina del fascismo104 e ritenne opportuno di far corredare in questa sede la prima parte della voce dell’Enciclopedia Italiana (quella scritta da Gentile) con un’ampia serie di note bibliografiche e di citazioni tratte dai suoi scritti e discorsi (evidentemente per por fine alle indiscrezioni che già circolavano sulla paternità di Gentile e non di Mussolini della prima parte della voce e alle relative insinuazioni e accuse che essa non rispondesse al pensiero di Mussolini), alcune di queste furono tratte proprio dai Colloqui. E lo furono col pieno ed esplicito consenso del «duce» al quale, a scanso di gaffes, il 26 settembre Gentile aveva fatto chiedere dal suo segretario particolare se fosse d’accordo nel citare passi dei Colloqui105. Il che, bene o male, equivaleva ad un avallo, oltre che dei passi citati, di tutta l’opera, che, per di piú, ufficialmente non fu sconfessata.

47–48

Chiarito anche questo problema, possiamo ora vedere in cosa consisteva l’«idea morale» sulla quale in questo periodo si fondava l’azione politica mussoliniana. Il nucleo centrale è presto detto. La civiltà occidentale, soprattutto quella europea, era ovunque in crisi: «in tutti i paesi regnano l’incertezza, l’inquietudine, il disagio morale che si aggiunge a quello materiale; popoli anche di antica civiltà sembrano senza guida e sono incerti sul loro destino»106. I grandi imperi europei o erano stati travolti dalla guerra ’14-18 o erano in crisi e mancavano sostanzialmente dell’intima capacità di risalire la china, sia con i mezzi tradizionali107 sia elaborando nuovi valori e nuovi sistemi di egemonia. «L’Europa non è piú il continente che dirige la civiltà umana. Questa è la constatazione drammatica che gli uomini che hanno il dovere di pensare debbono fare a se stessi e agli altri. C’è stato un tempo in cui l’Europa dominava politicamente, spiritualmente, economicamente il mondo... Ma oltre Atlantico si è sviluppata la grande impresa industriale e capitalistica. Nell’Estremo Oriente è il Giappone che... avanza a grandi tappe verso l’Occidente»108. L’economia, dilaniata dai contrasti tra capitale e lavoro e giunta alla fase del «supercapitalismo» («l’utopia dei consumi illimitati: l’ideale del supercapitalismo sarebbe la standardizzazione del genere umano dalla culla alla bara»), era ormai arrivata anch’essa – soprattutto dopo lo scoppio della «grande crisi» – ad un punto tale di crisi per cui non si poteva piú parlare di crisi nel sistema, ma di crisi del sistema: «la crisi è penetrata cosí profondamente nel sistema che è diventata una crisi del sistema»109. L’urbanesimo e la denatalità crescenti erano i sintomi piú evidenti di questa crisi morale e materiale: «l’urbanesimo industriale porta alla sterilità le popolazioni; ... tutte le nazioni e tutti gli imperi hanno sentito il morso della loro decadenza quando hanno visto diminuire il numero delle loro nascite; ... la popolazione è uno dei fattori della ricchezza nazionale, essa costituisce la forza fisica e reale dello Stato, essendo il numero degli abitanti la sola misura della potenza di uno Stato»110. A livello politico, infine, la crisi generale della civiltà occidentale aveva il suo corrispettivo in quella dei grandi sistemi ottocenteschi: il liberalismo, il socialismo, la democrazia. Sicché si poteva ben dire che l’Occidente era giunto alla vigilia di un nuovo ciclo della sua civiltà.

48–49

Sempre per Mussolini, la crisi non era però giunta allo stesso stadio di gravità in tutti i paesi e – soprattutto – i paesi «piú giovani» dal punto di vista nazionale e pertanto piú poveri e piú abituati al sacrificio avevano ancora la possibilità non solo di contrastarle il passo, ma – forti delle loro giovani energie – di affermare la loro potenza vitale, la loro forza morale, il loro «imperio». In prima fila tra questi paesi «giovani» potenzialmente era l’Italia. Su di essa gravava però il peso di un lungo servaggio prima e, poi, di una serie di governi deboli ed inetti che per lungo tempo ne avevano fatto un paese «gesticolatore, chiacchierone, superficiale, carnevalesco»111, inconsapevole delle proprie potenzialità e del posto che avrebbe potuto avere nel mondo. La grande guerra prima e il fascismo dopo avevano scosso l’Italia dal suo torpore e le avevano aperto ed indicato una strada ed una meta. Il fascismo (e, su un terreno antitetico, il comunismo sovietico112) era il grande fatto nuovo del XX secolo, la salvezza dell’Italia e, in sostanza, dell’Europa: «il fascismo è l’unica cosa nuova che i primi trent’anni di questo secolo abbiano visto nel campo politico e sociale»113; «l’Italia fascista si affaccia al meriggio del XX secolo, come l’unica nazione che ha una parola ed una dottrina di salvezza e di vita da dare a tutti i popoli civili della terra114;... noi siamo convinti che il fascismo sarà il tipo di civiltà europea e italiana di questo secolo»115.

49–50

Se, da un lato, Mussolini credeva che il fascismo avesse aperto e indicato all’Italia una strada e una meta, da un altro lato, egli era però ormai convinto che gli italiani erano praticamente incapaci di percorrere quella strada e di raggiungere quella meta. A parte «gli angoli morti della vita nazionale» ancora da fascistizzare116, gli italiani erano per Mussolini un popolo «dal troppo facile ottimismo, dalla negligenza che segue talvolta una troppo rapida ed eccessiva diligenza», facile a «lasciarsi ingannare dopo la prima prova», portato a «credere che tutto sia compiuto mentre non è ancora incominciato»117. Un popolo, insomma, che mancava del «carattere» necessario ad essere veramente fascista e a comportarsi fascisticamente. Tanto vero, che lo stesso partito fascista riproduceva nel suo interno quei limiti e quei difetti che erano del popolo. Da qui per Mussolini l’esigenza, la necessità, il dovere di chi invece si rendeva conto della posta in giuoco – di coloro che Spengler definiva gli «individui cesarei», cioè, in sostanza, del «duce» – di indurre il popolo italiano ad essere veramente fascista e a percorrere sino alla meta la strada che gli era stata aperta innanzi. E ad indurlo con tutti i mezzi che il fine giustificava, anche i piú estremi e coattivi; e senza frapporre indugi, poiché, da un lato, la crisi europea non ne consentiva e, da un altro lato, perché Mussolini (col suo tipico miscuglio di egocentrismo e di realismo) si rendeva conto – come disse a Ludwig118 – che «un duce numero due» non ci sarebbe stato e che, in ogni caso, «se venisse, l’Italia non lo sopporterebbe».

Da questo complesso di convinzioni discendevano, infine, tutte quelle conclusioni che, in pratica, sostanziavano alla radice la prospettiva politica mussoliniana. Da un lato, si trattava, al solito, di «durare»; ad ogni costo, con ogni mezzo, consolidando il consenso con una politica che andasse «al popolo» (e che all’atto pratico era caratterizzata soprattutto dal tentativo di contenere i prezzi al minuto e la disoccupazione, in genere col ricorso all’impiego della mano d’opera nei lavori pubblici, e dallo sviluppo dell’assistenza sociale) e tenesse desto il mito carismatico del «duce»119. In questo senso, per valutare appieno l’atteggiamento psicologico e culturale di Mussolini e il suo tradursi in norma d’azione politica, estremamente significative sono le dichiarazioni dello stesso Mussolini a Ludwig sulle masse, i loro sentimenti e il loro «trattamento» da parte dell’uomo politico, ed è assai probabile che proprio di alcune di queste dichiarazioni, una volta stampate, egli si dovette pentire per essersele lasciate sfuggire di bocca120.

50–51

La massa – disse a Ludwig – ama gli uomini forti. La massa per me non è altro che un gregge di pecore, finché non è organizzata. Non sono affatto contro di essa. Soltanto nego che essa possa governarsi da sé. Ma se la si conduce, bisogna reggerla con due redini: entusiasmo e interesse. Chi si serve solo di uno dei due, corre pericolo. Il lato mistico e il politico si condizionano l’un l’altro. L’uno senza l’altro è arido, questo senza quello si disperde nel vento delle bandiere. Non posso pretendere dalla massa la vita incomoda: essa è solo per pochi121… Musiche e donne sono il lievito della folla e la rendono piú leggera. Il saluto romano, tutti i canti e le formule, le date e le commemorazioni, sono indispensabili per conservare il pathos ad un movimento. Cosí è già stato nell’antica Roma… Solo la fede smuove le montagne, non la ragione. Questa è uno strumento ma non può essere mai la forza motrice della massa. Oggi meno di prima. La gente ha oggi meno tempo di pensare. La disposizione dell’uomo moderno a credere è incredibile… Tutto dipende da ciò, dominare la massa come un artista.

Da un altro lato – fatte aderire le masse al «vangelo fascista», i due trinomi «autorità, ordine, giustizia» e «credere, obbedire, combattere»122 – si trattava, invece, di trasformare il popolo italiano, creando nuove generazioni, piú numerose, piú forti fisicamente e moralmente «fasciste», senza i limiti e i difetti di quelle sulle quali Mussolini aveva dovuto e doveva ancora fondare la sua azione. Questa, in definitiva, era la vera grande carta sulla quale Mussolini puntava a quest’epoca pressoché tutte le sue speranze, con una convinzione, un impegno, un fanatismo che giungevano sino all’assurdo di pensare, di pretendere, di cambiare non solo il modo di vivere e di pensare degli italiani, ma persino il loro carattere. Nel novembre 1931, parlando al terzo congresso del sindacato fascista dei medici affermerà senza mezzi termini123:

Io sono profondamente convinto che il nostro modo di mangiare, di vestire, di lavorare e di dormire, tutto il complesso delle nostre abitudini quotidiane, deve essere riformato. Bisogna fare agire gli elementi della natura sul nostro corpo; prima di tutto l’aria, il sole ed il movimento, se vogliamo veramente – secondo la immagine carducciana – scendere tra le grandi ombre, senza il petto meschino ed il polmone contratto.

E, coi corpi, voleva cambiare le menti e gli spiriti124:

Noi dobbiamo scrostare e polverizzare, nel carattere e nella mentalità degli italiani, i sedimenti depositati da quei terribili secoli di decadenza politica, militare, morale, che vanno dal 1600 al sorgere di Napoleone. È una fatica grandiosa. Il Risorgimento non è stato che l’inizio, poiché fu opera di troppo esigue minoranze; la guerra mondiale fu invece profondamente educativa. Si tratta ora di continuare, giorno per giorno, in questa opera di rifacimento del carattere degli italiani.

51–52

Se fosse stato possibile, il vero ideale di Mussolini, come egli stesso aveva confessato sin dal ’25125, sarebbe stato quello di creare in laboratorio le nuove generazioni:

Portando nella vita tutto quello che sarebbe grave errore di confinare nella politica, noi creeremo, attraverso una opera di selezione ostinata e tenace, le nuove generazioni, e nelle nuove generazioni ognuno avrà un compito definito. A volte mi sorride l’idea delle generazioni di laboratorio, di creare cioè la classe dei guerrieri, che è sempre pronta a morire; la classe degli inventori, che persegue il segreto del mistero; la classe dei giudici; la classe dei grandi capitani di industria, dei grandi esploratori, dei grandi governatori. Ed è attraverso questa selezione metodica che si creano le grandi categorie, le quali a loro volta creano gli imperi.

Quanto siamo venuti dicendo, ci pare dimostri come sarebbe sbagliato ritenere che alla fine degli anni venti e all’inizio degli anni trenta Mussolini mancasse ormai di una prospettiva politica di fondo e fosse sostanzialmente in grado solo di arroccarsi su una politica di ordinaria amministrazione che non teneva conto delle aspirazioni, dei ripensamenti, degli stati d’animo che, invece, caratterizzavano l’atteggiamento della classe dirigente e del partito fascista. E ancora piú sbagliato sarebbe dedurre da questo errato convincimento la spiegazione del fatto che in questo stesso periodo Mussolini cominciò ad impegnare sempre di piú l’Italia nel campo della politica internazionale, stabilendo cosí un esplicito rapporto tra la presunta stasi dell’iniziativa del «duce» in politica interna e il suo nuovo interesse per quella estera; quasi, insomma, che questo fosse dettato essenzialmente dalla necessità di creare una serie di diversivi che distogliessero gli italiani dai problemi interni e, al tempo stesso, dessero nuovo lustro all’ormai appannantesi figura del «duce». Poiché della politica estera mussoliniana tratteremo ampiamente nei prossimi capitoli, è inutile anticipare qui le ragioni del nostro rifiuto ad accettare la seconda di queste due presunte spiegazioni. Quanto alla prima – dopo quello che siamo venuti dicendo e poiché alle vicende interne degli anni ’29-34 è dedicato tutto il prossimo capitolo – ora ci interessa mettere in rilievo solo i caratteri d’insieme, generali, che in questo periodo Mussolini avrebbe voluto imprimere e in parte impresse alla sua politica interna; caratteri che se appaiono a prima vista poco chiari ed evidenti ciò è dovuto a due ragioni ben precise: a) alle difficoltà di fondo che l’iniziativa politica mussoliniana incontrava nel dispiegarsi sul terreno economico-sociale per il perdurare, nonostante il progressivo rafforzamento del regime, della precarietà dell’equilibrio politico-sociale realizzatosi tra il fascismo e la preesistente classe dirigente italiana con il compromesso che aveva contribuito a rendere possibile il consolidamento al potere di Mussolini dopo la «crisi Matteotti»; b) all’aggiungersi a queste difficoltà di fondo di quelle, assai gravi, provocate all’economia italiana e, per riflesso, in una certa misura anche al regime, dalla «grande crisi» americana del ’29 e dal suo estendersi anche all’Italia, come del resto a tutta l’Europa e a gran parte dei paesi extraeuropei.

52–53

Contrariamente alle prime apparenze, in realtà Mussolini – conclusa con la Conciliazione e il «plebiscito» una ben precisa fase del suo governo – aveva per gli anni immediatamente futuri una sua politica, a suo modo anche ben definita. Solo che essa non va ricercata sul terreno immediatamente o anche mediatamente (quello del corporativismo per esempio) politico. Su questo terreno, infatti, Mussolini si poneva solo obiettivi che erano sostanzialmente quelli di mantenere e perfezionare lo status quo; anche se ciò non significava una rinuncia a priori a sfruttare eventuali possibilità offertegli dalla situazione, e, ancor piú, a erodere, se se ne fosse presentata l’occasione, i margini di autonomia e di potere che le altre componenti del regime si erano assicurate. Il terreno di attuazione dell’iniziativa politica mussoliniana in questa nuova fase era un altro, direttamente o indirettamente connesso alla nuova dimensione, ai nuovi tempi, alla nuova prospettiva nei quali Mussolini andava ormai collocando se stesso e il fascismo: era quello della politica agraria, della politica demografica, di quella dei lavori pubblici e soprattutto dell’«educazione nazionale» della gioventú e della «cultura popolare» di massa per gli italiani in genere. Rispetto a questi, tutti gli altri problemi, per importanti che fossero, in questo momento per Mussolini passavano sostanzialmente in secondo piano.

Il 16 settembre 1929 Mussolini trasferí la sua sede ufficiale di capo del governo da palazzo Chigi (che rimase sede del ministero degli Affari esteri, cosí come il Viminale era rimasto sede del ministero dell’Interno quando egli si era trasferito a palazzo Chigi) a palazzo Venezia. Talvolta degli atti in sé semplici, addirittura banali, assumono – come si sa – un valore particolare, simbolico. Non vi è dubbio che trasferendosi a palazzo Venezia Mussolini volle compiere un gesto che marcasse l’inizio di un nuovo periodo del suo governo: Mussolini si sentiva ormai sotto tutti i profili il «duce», l’«individuo cesareo» che determinava la storia della nuova Italia; anche la sua sede ufficiale doveva essere storica – per il passato e per il presente –, isolata e al tempo stesso a contatto diretto con le vestigia di quella Roma dei Cesari che Mussolini voleva emulare. E, a ben vedere, in questo periodo Mussolini non solo mutò la propria sede ufficiale, ma cercò, se non proprio di mutare, certo di modificare la sua stessa «figura». Sino allora gli italiani lo avevano conosciuto soprattutto come il combattente, come il capo del fascismo, come il politico sicuro e lungimirante. D’ora in poi a questa immagine se ne venne progressivamente sovrapponendo un’altra, quella del costruttore di una nuova civiltà, di Mussolini, per dirla con un famoso titolo di uno dei piú tipici libri dell’apologetica mussoliniana della seconda metà degli anni trenta, «motore del secolo».

Note


  1. Sui caratteri di questo consenso cfr. Mussolini il fascista, II, pp. 369 sgg. ↩

  2. B. Spampanato, Crescit eundo, in «Critica fascista», 1º agosto 1930. ↩

  3. A quest’epoca era però ancora possibile leggere nella stampa fascista, soprattutto in quella non quotidiana, articoli e corsivi vivacemente e spregiudicatamente critici verso queste tendenze. Le cose andarono via via mutando dopo le celebrazioni del «decennale» e soprattutto dopo la guerra d’Etiopia. Allora il tono della stampa e soprattutto della radio fascista si fece sempre piú uniforme, esaltatorio e osannante e le voci critiche (a parte certe riviste giovanili) non ebbero quasi piú possibilità di farsi udire, a meno che il discorso non fosse mantenuto in termini generici e non avesse come obiettivo la «borghesia» afascista e la sua scarsa adesione al fascismo. ↩

  4. G. Bottai, Giovani e piú giovani, in «Critica fascista», 1º gennaio 1930. ↩

  5. L. Federzoni, Italia di ieri per la storia di domani, Milano 1967, pp. 17 sgg. ↩

  6. Cfr. Mussolini il fascista cit., II, p. 479 nota, nonché ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 242/R, «Farinacci avv. Roberto», sottof. 15, rapporto riservato in data 10 marzo 1931. Da tale rapporto appare che anche Farinacci sarebbe stato contrario alla proroga del Tribunale speciale e che in Gran Consiglio, quando fu presa la deliberazione della proroga, quasi tutti sarebbero stati contrari e l’avrebbero approvata solo «per viltà». ↩

  7. Cfr., per esempio, cosa scriveva A. Podestà, Cattedre della rivoluzione, in «Il Primato», 31 maggio - 15 giugno 1931: «Nella nostra, diversamente da quelli che sono gli insegnamenti delle storie precedenti delle rivoluzioni, la conquista del potere ha precorso la costruzione di una precisa coscienza rivoluzionaria, perciò a nove anni di distanza, il fascismo è soltanto privilegio spirituale di pochi e le idee rivoluzionarie non hanno ancora sostanzialmente permeato le masse». ↩

  8. Il timore che Mussolini potesse morire improvvisamente era diffusissimo in tutti gli ambienti fascisti; cfr., per esempio [R. Farinacci], Di parer contrario..., in «Il Regime fascista», 24 settembre 1930. ↩

  9. ACS, P.N.F., Situazione politica delle provincie, fasc. «Roma», rapporto datato Roma 30 dicembre 1931. ↩

  10. Per un sintetico quadro di queste posizioni cfr. F. Paoloni, Sistema rappresentativo del Fascismo, Napoli 1934, passim e soprattutto pp. 45 sgg. Per una indiretta risposta, invece, in chiave fascista moderata, alle velleità antimonarchiche e antiparlamentari di certo intransigentismo estremistico fascista, si veda N. Quilici, L’equivoco istituzionale della borghesia italiana, in «Nuovi problemi di politica, storia ed economia», aprile-giugno 1932. Assai significativamente, in questo saggio è ripresa, a proposito del Parlamento e della opportunità di averlo mantenuto in vita (pp. 201 sg.), la sostanza dell’articolo Non troppo zelo che, come si è visto (Mussolini il fascista cit., II, pp. 319 sg.) Balbo (da cui non a caso «Nuovi problemi» era ispirata) avrebbe voluto pubblicare nel 1927. ↩

  11. Cfr. «Politica», ottobre-dicembre 1930, p. 172. ↩

  12. R. Fiorini, A proposito dell’antitesi Roma o Mosca, in «Critica fascista», 15 ottobre 1931. L’articolo fu pubblicato nel quadro di una serie intitolata «Roma o Mosca? Una discussione aperta». ↩

  13. Sulla ideologia corporativa fascista manca uno studio d’insieme approfondito. Per alcune linee generali cfr. C. Vallauri, Le radici del corporativismo, Roma 1971. Per un quadro della letteratura cfr. A. Gradilone, Bibliografia sindacale corporativa (1923-I – 1940-XVIII), Roma 1942. ↩

  14. Per la sua posizione cfr. G. Arias, L’economia nazionale corporativa, Roma 1929, e piú esplicitamente Min. delle corporazioni, Atti del Primo Convegno di Studi Sindacali e Corporativi (Roma 2-3 maggio 1930), II, Roma 1930, pp. 153 sgg. e 238 sgg.; Id., Atti del Secondo Convegno di Studi Sindacali e Corporativi (Ferrara 5-8 maggio 1932), I, Roma 1932, pp. 67 sgg. e specialmente pp. 100 sgg. ↩

  15. Per la posizione di G. Olivetti cfr. Min. delle corporazioni, Atti del Secondo Convegno di Studi Sindacali e Corporativi cit., III, pp. 144 sgg. e 215 sgg.; nonché il suo bilancio-commento del convegno di Ferrara nella «Stampa» del 20 maggio 1932. ↩

  16. Cfr. Min. delle corporazioni, Atti del Secondo Convegno di Studi Sindacali e Corporativi cit., I, pp. 323 sgg. (nonché le critiche di G. Olivetti, ibid., III, pp. 215 sgg.). ↩

  17. In questo senso è da vedere soprattutto la posizione di G. A. Fanelli in Saggi sul corporativismo fascista, Roma 1933, e in Il capitale salariato, Roma 1934, nonché nei suoi interventi ferraresi, in Min. delle corporazioni, Atti del Secondo Convegno di Studi Sindacali e Corporativi cit., III, pp. 49 sgg. e 269 sg. ↩

  18. Di N. M. Fovel cfr. soprattutto Economia e Corporativismo, Ferrara 1929; Camera corporativa e redditi di gruppo, Ferrara 1930, e Struttura teorica del corporativismo come «Economia di produttore», in «Nuovi problemi di politica, storia ed economia», aprile-giugno 1932. ↩

  19. G. Colamarino, Natura storica del corporativismo italiano, in «Nuovi problemi di politica, storia ed economia», gennaio-marzo 1932, pp. 36 sgg. ↩

  20. Cfr. Min. delle corporazioni, Atti del Secondo Convegno di Studi Sindacali e Corporativi cit., III, pp. 310 sgg.; nonché Critica fascista, La verità di un dissenso, in «Critica fascista», 1º giugno 1932.

    Per le critiche alla posizione di Spirito cosí come formulata precedentemente alla relazione svolta a Ferrara cfr. soprattutto l’intervento di G. Arias in Min. delle corporazioni, Atti del Primo Convegno di Studi Sindacali e Corporativi cit., II, p. 156. ↩

  21. Per le critiche in sede di convegno cfr. Min. delle corporazioni, Atti del Secondo Convegno di Studi Sindacali e Corporativi cit., III, pp. 107 sgg., passim. Per le successive sono da vedere soprattutto i commenti dedicati al convegno dalle principali riviste fasciste, «Gerarchia» (maggio 1932), «Critica fascista» (15 maggio 1932), «Nuovi problemi di politica, storia ed economia» (aprile-giugno 1932), «Il secolo fascista» (15 maggio, 15 giugno e 30 giugno 1932), ecc., e da numerosi quotidiani.

    Per gli ulteriori sviluppi della polemica contro Spirito e per il tentativo di allargarla a tutta la «sinistra fascista», includendo in questa non solo uomini indubbiamente vicini a Spirito, come A. Volpicelli, ma anche altri, come F. Vassalli, A. Nasti e B. Spampanato, che con lui ben poco o nulla avevano in comune, si veda soprattutto G. Cavallucci, Il Fascismo è sulla via di Mosca?, Roma 1933. ↩

  22. Cfr. la sua relazione a Ferrara in Min. delle corporazioni, Atti del Secondo Convegno di Studi Sindacali e Corporativi cit., I, pp. 179 sgg., nonché la sua replica alla sconfessione da parte di Bottai, U. Spirito, Dentro e fuori, in «Critica fascista», 1º luglio 1932, e, piú in genere, i suoi scritti di questi anni raccolti in ID., Capitalismo e Corporativismo, Firenze 1933, e in ID., Il Corporativismo, Firenze 1970, ai quali sono da aggiungere Verso l’economia corporativa e Benessere individuale e benessere sociale, entrambi pubblicati in «Nuovi studi di diritto, economia e politica», settembre-ottobre 1929 e gennaio-febbraio 1931.

    Per una ricostruzione della posizione dello Spirito si vedano A. Negri, Dal Corporativismo comunista all’Umanesimo scientifico (Itinerario teoretico di Ugo Spirito), Manduria 1964, specialmente pp. 51 sgg.; S. Lanaro, Appunti sul fascismo «di sinistra». La dottrina corporativa di Ugo Spirito, in «Belfagor», settembre 1971, pp. 577 sgg.; G. Santomassimo, Ugo Spirito e il Corporativismo, in «Studi storici», gennaio-marzo 1973, pp. 61 sgg. ↩

  23. E. Rossoni, Riflessioni sulla Rivoluzione Fascista. La Corporazione come idea, in «Il popolo d’Italia», 28 marzo 1931.

    Per valutare appieno il valore di questo articolo è da tenere presente un rapporto che su di esso e sulla valutazione che della situazione sindacale e corporativa dava il suo autore fu redatto il 4 aprile successivo da un informatore che aveva all’uopo «intervistato» Rossoni. Nel rapporto (lo si veda in ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], fasc. W/R, «Rossoni Edmondo», sottof. 2) si legge che col suo articolo l’ex segretario generale dei sindacati fascisti aveva voluto criticare la politica di Bottai verso i sindacati:

    «Ho detto nel mio articolo che il sindacalismo deve essere fatto dai Sindacati, ciò perché il Ministero ama troppo spesso – anziché limitarsi ad esercitare un’azione di controllo secondo le sue competenze – sostituirsi agli organi sindacali nelle loro funzioni e nella loro precipua ragione di essere.

    «Ho affermato che lo Stato deve fare funzionare la Magistratura del Lavoro, che non deve arrugginirsi, ma sveltirsi e rispondere in pieno al suo grande compito, perché lo stesso Ministero avoca troppo spesso a sé la soluzione di vertenze imponendo di fatto, se non formalmente, un’arbitrato extra legale, che frequentemente finisce per nuocere agli interessi dei lavoratori, tenuto conto anche dell’attuale momento economico.

    «D’altro canto non è concepibile che si perduri nel lasciare impunite tutte le ripetute e sempre piú frequenti infrazioni ai patti di lavoro, se non ci si vuole limitare a delle semplici ed infeconde affermazioni giuridiche, non certo sufficienti a tutelare in giusta misura gli interessi delle masse ed il prestigio dello stesso Regime che le Leggi volle perché fossero da tutti rispettate...

    «I Sindacati sono svuotati di ogni contenuto, poiché i lavoratori non partecipano piú alla vita delle organizzazioni; non essendo ad essi concessa effettivamente tale partecipazione...

    «I lavoratori vanno sempre piú allontanandosi spiritualmente dal nostro movimento, se pure le tessere vengono vendute con ogni mezzo.

    «Essi non credono alla capacità dei loro dirigenti ed alla strada percorsa faticosamente dalle organizzazioni che li rappresentano, pur essendo rimaste disciplinate e devote al Fascismo ed al suo Capo al quale guardano con senso di grande fiducia ed ammirazione...

    «Le riduzioni salariali erano una necessità dalla quale non si poteva né doveva derogare. Ai lavoratori doveva essere imposto la loro parte di sacrificio, poiché anche l’industria non naviga in buone acque.

    «Ma i sistemi, le direttive, i criteri che si sono seguiti per praticare dette riduzioni, le sperequazioni verificatesi, dimostrano assai chiaramente che coloro, cui spetta l’applicazione delle norme impartite dal Capo del Governo, non conoscono neppure sommariamente quale sia, in realtà, la situazione economica, le condizioni di lavoro, in una parola, la vita delle singole categorie». ↩

  24. Cfr. per esempio V. Galbiati, Le Corporazioni di categoria nelle aspirazioni dei lavoratori, Roma 1933, specialmente pp. 107 sgg. ↩

  25. L. Razza, La Corporazione nello Stato fascista, Roma 1934, pp. 33 sg., passim (il volume raccoglie una serie di articoli e discorsi degli anni 1925-34). ↩

  26. Cfr. Mussolini il fascista cit., I, pp. 461 sgg. ↩

  27. Cfr. ibid., pp. 472 sgg. ↩

  28. Villa Torlonia fu offerta a Mussolini dal principe Torlonia, in cambio di un fitto simbolico di una lira l’anno. ↩

  29. Nel settembre 1932 si trasferí a Roma anche la sorella Edvige, con la quale Mussolini fu sempre in affettuosi rapporti. Si veda E. Mussolini, Mio fratello Benito, Firenze 1957.

    Per una valutazione dei rapporti e delle «gerarchie» all’interno del piú vasto gruppo dei parenti di Mussolini, può essere di qualche utilità indiretta una circolare riservatissima del ministro della Cultura popolare (ma non è improbabile che altre analoghe siano state fatte anche dagli altri ministri) a tutte le direzioni generali dipendenti del 6 dicembre 1939 (ACS, Ministero Cultura popolare, b. 11, fasc. 151) nella quale si legge:

    «Pervengono frequentemente lettere da parte di persone che si qualificano per parenti del Duce, e si presentano talora ai vari uffici del Ministero, persone che esibiscono la stessa qualifica.

    «Mentre si comunica in via del tutto riservata che dovranno aver corso le segnalazioni o le pratiche che riguardino i figli del Duce, Donna Edvige Mancini Mussolini, Vito Mussolini, Alfredo Mussolini e Augusto Moschi, si fa presente che le lettere che pervengono da altri parenti non dovranno aver corso e dovranno essere immediatamente rimesse a questo Gabinetto.

    «Come pure dovrà essere immediatamente segnalata al Gabinetto, con circostanziato appunto, la visita agli uffici del Ministero di parenti non compresi nell’elenco sopra menzionato». ↩

  30. Sulla sua vita col marito Rachele Mussolini ha dettato varie testimonianze e rilasciato varie interviste. Cfr. soprattutto B. D’Agostini, Colloqui con Rachele Mussolini, Roma 1946; R. Mussolini, La mia vita con Benito, Milano 1948, e ID., Benito il mio uomo, Milano 1958. ↩

  31. Per farsi una idea dell’atteggiamento di Mussolini verso i figli e per alcuni squarci di vita familiare, è significativa una mazzetta di telegrammi da lui inviati tra il dicembre ’30 e il settembre ’31 a Edda, in quel periodo a Shanghai, dove il marito era console generale. ACS, B. Mussolini, Autografi-Telegrammi, b. 3, fasc. 8 e 9, riprodotti in Appendice, documento 1. ↩

  32. Attorno a queste abitazioni del «duce», cosí come a palazzo Venezia e, in genere, attorno alla sua persona era organizzato uno strettissimo servizio di vigilanza e di protezione, affidato a speciali reparti di polizia. Per fare un esempio la spesa di casa Mussolini era fatta da tre sottufficiali motociclisti, che avevano ordine di non dire mai a chi erano destinati gli acquisti, di cambiare spesso i fornitori e di scegliere sempre personalmente i generi e rifiutare quelli loro offerti. A piú riprese la polizia redasse precise norme per la protezione di Mussolini e dei suoi familiari. Le ultime (Uff. speciale di PS di Palazzo Venezia, Ordinanza dei servizi di vigilanza disposti per il Duce e la sua famiglia, Roma 1943) furono raccolte in un fascicolo a stampa di 70 pagine, in cui erano previste tutte le eventualità e stabiliti i contingenti di scorta e di sorveglianza. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1903-1949), b. 380, «Servizio di vigilanza per la tutela di S. E. il Primo Ministro». ↩

  33. Il compito di rifornire giornalmente villa Torlonia (e nel periodo estivo la villa di Riccione) di un film fu assunto dal ministero della Cultura popolare, che, salvo specifiche richieste, vi provvedeva scegliendo possibilmente tra le pellicole presentate per la censura. ACS, Ministero Cultura popolare, b. 11, fasc. 151. ↩

  34. Mussolini, che già aveva il brevetto civile, prese quello di pilota militare il 12 gennaio 1937. Nel 1936 aveva fatto 29 ore di volo su vari tipi di aerei terrestri e idrovolanti. ACS, Ministero Aeronautica, b. 1 (1937), fasc. «S. E. il Ministro». ↩

  35. Il 19 febbraio 1937 Mussolini rilasciò una intervista scritta al giornalista dell’United Press Webb Miller sul proprio modo di vivere e di lavorare. La si può vedere, leggermente abbreviata, in Mussolini, XXVIII, pp. 136 sgg. ↩

  36. Cfr. Carteggio D’Annunzio-Mussolini (1919-1938), a cura di R. De Felice e E. Mariano, Milano 1971, p. 170. ↩

  37. Cfr. Mussolini il fascista cit., I, pp. 472 sg. ↩

  38. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario (1922-43), b. 278, fasc. 500 014, «Min. Interno», appunto per il Duce in data 28 settembre 1942. ↩

  39. In genere la prima parte della mattinata di Mussolini era dedicata (dalle 9,30 alle 11,30) alle udienze al comandante dei CCRR, al capo dell’OVRA, al capo della polizia, al sottosegretario alla presidenza, al ministro (o sottosegretario) agli Esteri, al ministro della Cultura popolare, al segretario del PNF, al sottosegretario all’Interno. ↩

  40. Cfr. Q. Navarra, Memorie del cameriere di Mussolini, Milano 1946, pp. 115 sgg. ↩

  41. Tra il ’30 e il ’33 Mussolini ebbe una specie di mania per le condizioni e la segnaletica delle strade statali. Non vi era spostamento in auto che non gli offrisse l’occasione per telegrafare critiche, suggerimenti e disposizioni ai prefetti o al direttore dell’AA. SS. Valgano come esempio i seguenti telegrammi: 2 giugno 1930: «Faccia palificare gli alberi piantati lungo la strada da Lodi a Piacenza prima che il vento dopo averli contorti li spezzi. Mi informi».

    27 settembre 1930: «La scritta Casa Cantoniera varia per formato da regione a regione. In talune vi è anche il nome della località. In altre nulla. In talune le lettere sono in rilievo in altre no. Credo che le Case Cantoniere debbano essere numerate».

    27 settembre 1930: «Ripeto a un mese di distanza che strada tra Fossombrone e Foligno è piana e dura come un biliardo. Non ha bisogno di cilindratura ma di una applicazione di bitume che tolga l’implacabile fastidio della polvere tanto piú sentito quanto piú si procederà nella sistemazione e bitumazione della rete stradale».

    30 dicembre 1933: «Mettere finalmente all’unisono i tre cartelli di chilometraggio all’inizio della Flaminia da Fano. Due segnano 286 Kmetri, un altro 284 alla distanza di venti metri. Metterne uno solo grande e finalmente esatto. Credo che questa sia la mia terza o quarta segnalazione ed è deplorevole».

    ACS, B. Mussolini, Autografi-Telegrammi, b. 3 (fasc. 8) e b. 4 (fasc. 11). ↩

  42. Ibid., b. 3 (fasc. 8) e b. 4 (fasc. 10 e 11), e Pres. Consiglio Ministri, Gabinetto, Atti (1931-1933), b. 783, fasc. 20-11/2066. ↩

  43. Cfr. Mussolini il fascista cit., I, p. 465. ↩

  44. Personalmente Mussolini non trasse dal potere alcun illecito profitto, né si può dire che, nel complesso, i suoi familiari e parenti si distaccarono notevolmente da questa norma di vita. Su questo terreno i Mussolini non diedero certo adito a scandali e a pettegolezzi quali, invece, suscitarono numerosi gerarchi fascisti. La famiglia Mussolini condusse sempre una vita relativamente modesta, commisurata agli emolumenti del «duce», ai proventi esteri dei suoi scritti (l’Autobiografia fu tradotta in numerose lingue e, nel 1929, Mussolini autorizzò la traduzione in Germania e in Spagna, oltre che in Inghilterra, della Claudia Particella, mentre negò quella del Giovanni Huss) e agli utili derivanti dal complesso editoriale del «Popolo d’Italia».

    Questa la tiratura mensile rispettivamente del «Popolo d’Italia» (senza l’edizione del lunedí) e di «Gerarchia»:

    «Il Popolo d’Italia»

    1929 —— 1933 —— 1941 —— 1942

    1 980 800 - 2 528 300 —— 2 431 300 - 3 787 100 —— 8 711 229 - 9 564 368 —— 8 342 183 - 9 463 072

    «Gerarchia»

    10 000 - 12 000 —— 8 400 - 9 500 —— 19 600 - 20 600 —— 20 550 - 21 250

    Assai peggio andavano invece l’«Illustrazione fascista», la «Domenica dell’agricoltore» e il «Balilla», tanto che le ultime due pubblicazioni nel 1930 vennero soppresse. Ciò nonostante gli utili del complesso editoriale del «Popolo d’Italia» furono in continua ascesa: l’ultimo rendiconto, al 31 marzo 1943, segnava un utile netto di 1 021 233,04. È da notare che a piú riprese (per esempio nel 1928 e nel 1937) risulta che Mussolini intervenne personalmente per impedire «qualsiasi sollecitazione diretta o indiretta per abbonamenti al “Popolo d’Italia” e sue pubblicazioni». In particolare il 25 gennaio 1937 cosí telegrafò al prefetto di Milano: «Mi risulta che fiduciari gruppo sono stati convocati per ricerca abbonamenti “Popolo d’Italia”. Disapprovo nella maniera piú energica tali metodi. Chiami immediatamente Parenti e lo inviti a desistere nella maniera piú netta da qualsiasi attività in materia et altrettanto dicasi per i suoi collaboratori. Attendo conferma».

    Cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. «Popolo d’Italia»; ibid., fasc. W/R, «Barella G.», sottof. 1; B. Mussolini, Autografi-Telegrammi, b. 5, fasc. 15. ↩

  45. Cfr. Mussolini il fascista cit., II, pp. 357 sgg. ↩

  46. Cfr. Mussolini, XXII, pp. 306 sg., e XXIII, pp. 291 sg.

    Inedita invece è questa letterina al francese J. Bainville in data 14 ottobre 1925:

    «Mon cher Bainville, Je vien de lire votre “18 Brumaire”. C’est un recit délicieux. Je vous prie d’agréer mes sincères et cordiales salutations» (ASAE, Archivio di Gabinetto [1922-1929], p. 111). ↩

  47. In questo senso sono da vedere, per esempio, le lettere scritte da Mussolini a A. Salandra, dopo la lettura del suo L’Intervento, e a G. Volpe, dopo quella del suo saggio Partiti e gruppi politici italiani alla vigilia della guerra (in «Nuovi studi di diritto, economia e politica», marzo-giugno 1929). Al Volpe il 14 giugno 1929 Mussolini scrisse (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], fasc. W/R, «Volpe Gioacchino», sottof. 1):

    «Caro Volpe, ho letto il suo articolo sulla rivista Nuovi Studi di diritto etc. È molto importante. Finalmente c’è uno storico che spiega ciò che avvenne nei primi mesi della guerra mondiale. Neutralismo e interventismo furono per me due successive posizioni rivoluzionarie. La prima si esaurí nell’ottobre del 1914, col mio articolo Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante (e non perdurante com’è stato stampato nel suo articolo).

    «Cordiali saluti».

    A Salandra, Mussolini (che già nel ’28 aveva dato parere favorevole alla pubblicazione della Neutralità) il 7 luglio 1931 espresse ugualmente il suo consenso, osservando – a proposito dell’interrogativo con cui l’ex presidente del Consiglio aveva concluso il libro e che adombrava una sostanziale critica all’operato del comando supremo nel ’15 –: «Quanto al quesito finale, è mia convinzione che il “tempo” fu giusto, ma il “modo” no. È ormai pacifico che si poteva sfondare: si segnò il passo o quasi. Quando si volle fu tardi» (ibid., fasc. H/R, «Salandra prof. Antonio»).

    Suppergiú dello stesso tipo è anche il tono di un’altra lettera al gen. Grazioli del 27 gennaio 1930 (ibid., fasc. 91/R, «Grazioli F. S.», sottof. 2):

    «Caro Generale, dopo i libri del Remarque e del Renn, ho letto le pagine ch’Ella ha voluto inviarmi. Pagine che mi hanno vivamente interessato e che sono animate da un interno fuoco di passione, come quelle dedicate alla battaglia di Gorizia. Tuttavia, le debbo dire che il suo libro non può avere la popolarità degli altri citati. È il libro di un generale. Remarque e Renn (per ricordare i piú “stampati” nel 1929) sono dei piccoli ufficiali o semplici soldati che descrivono la guerra com’essi l’hanno vissuta. Il pubblico pensa – forse a torto – che essi “la guerra” l’abbiano descritta nella sua realtà.

    «Ma a prescindere da queste valutazioni di ordine prevalentemente letterario e comparativo, io penso che il suo libro sarà letto con molto profitto, specialmente dagli Ufficiali, i quali vi troveranno molte osservazioni e notazioni – frutto di dura esperienza – e perciò degne di attenta meditazione.

    «Importante, poi, è la documentazione degli eroici sacrifici di sangue delle nostre gloriose Brigate di fanti!

    «Mi creda, illustre Generale, suo

    Mussolini

    «Roma 27 gennaio 1930 VIII

    «P.S. Il volume può essere pubblicato dalla Libreria del Littorio. Ne parlo coll’on. Ferretti presidente del Comitato di Lettura di detta libreria». ↩

  48. Cfr. S. Comes, Ada Negri da un tempo all’altro, Milano 1970, pp. 138 sg. ↩

  49. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 7/R, «Gentile sen. prof. Giovanni», sottof. 9. ↩

  50. Ibid., Autografi del Duce, b. 7, fasc. XII. ↩

  51. Ibid., fasc. W/R, «Bodrero Emilio», sottof. 1. La lettera è stata parzialmente pubblicata da F. G. van der Poll, Benito Mussolini. Portret contra zelfportret, Groningen 1964, p. 269. Lo studio a cui Mussolini si riferiva, La coltura del Duce, lo si può vedere (con inserito un capoverso sulla lettera «sui tre dialoghi platonici») in E. Bodrero, La fine di un’epoca, Bologna 1933, pp. 57 sgg. ↩

  52. Asae, Archivio di Gabinetto (1922-29), p. 143. La supplica fu accolta tempestivamente. Un altro caso simile fu quello della commutazione della pena a dieci anni di reclusione inflitta dal Tribunale speciale a Giuseppe Mario Germani nella assegnazione al confino, stabilita da Mussolini ai primi del ’33 in seguito ad una richiesta in questo senso inviatagli da Stefan Zweig. Cfr. S. Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, Milano 1946, pp. 355 sgg. ↩

  53. Tipico in questo senso fu il suo atteggiamento verso Pirandello. Cfr. G. Giudice, Pirandello, Torino 1963, specialmente pp. 413 sgg.; inaccettabile storicamente invece G. F. Venè, Pirandello fascista, Milano 1971. ↩

  54. Si veda a questo proposito cosa il 19 maggio 1932 Ugo Ojetti scriveva a Mussolini (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], fasc. 168/R, «Ojetti Ugo», sottof. 1):

    «Eccellenza, torno da un breve viaggio in Germania, a Francoforte. Nell’angoscia di tutti là, degli ultimi ricchi e dei nuovi poveri, di chi ancora ha la fortuna di poter lavorare e di chi ormai spera solo nel miracolo di Losanna o di Ginevra, si parla di vostra Eccellenza e dell’Italia come

    di due miracoli e ci si pongono domande che nella loro semplicità e ingenuità rivelano la disperazione di chi interroga ma riempiono d’orgoglio chi è interrogato.

    «L’Italia è per tutti un paese esemplare: il paese di Mussolini. Ed è il paese dell’ordine e della sicurezza, con altri oratori di sei diverse nazioni di Goethe. Solo l’inglese Gilbert Murray professore di letteratura greca a Oxford, e lo abbiamo parlato nelle nostre lingue. Bevevamo l’italiano come un vino generoso. – Potessimo venire in Italia, potessimo interrogare Mussolini.

    «Giorni indimenticabili, che moltiplicano la fede e l’ardore al lavoro.

    «E sento il bisogno di dirlo a lei, per ripeterle: Grazie.

    «Con fedeltà, devotamente».

    Per maggiori elementi cfr. C. Quarantotto, Ojetti e Mussolini, in «La destra», giugno 1973, pp. 63 sgg.

    ↩

  55. Cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. H/R, «Bracco Roberto», tel. in data 14 giugno 1929 all’Alto commissario per Napoli:

    «Emma Gramatica mi scrive che fra giorni metterà in scena I Pazzi di Bracco. Non devono aver luogo incidenti. Lavoro dovrà essere valutato dal punto di vista puramente teatrale. Di ciò renda edotti i fascisti e stampa onde non abbiano luogo incidenti i quali spiacebbero a una fascista di antica data et fede come est Signora Gramatica».

    ↩

  56. Cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. H/R, «Borgese prof. Giuseppe Antonio». Il 10 febbraio 1930 Mussolini telegrafava al prefetto di Milano:

    «Domani prof. Borgese deve riprendere sue lezioni alla Università. Esigo che ciò che avvenga senza minimo incidente. Lo faccia sapere al Segretario federale et al Segretario del Prof. et nella eventualità di incidenti prenda misure contro responsabilità».

    ↩

  57. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. H/R, «Toscanini M° Arturo». ↩

  58. Per i rapporti Mussolini-D’Annunzio, per le loro varie fasi e il carattere ad essi dato da Mussolini una volta superato il momento critico, cfr. Carteggio D’Annunzio-Mussolini, cit., e la nostra prefazione ad esso. ↩

  59. Il carteggio Mussolini-Negri è stato pubblicato da S. Comes, Ada Negri da un tempo all’altro cit., pp. 115 sgg. A proposito di esso, non è privo di significato che nelle carte dell’ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 290/R, «Negri Ada», sia conservato un pro-memoria del 4 novembre 1944 che può fare fondatamente ritenere che Mussolini avesse avuto per un momento l’idea di far pubblicare il carteggio stesso. Per valutare l’atteggiamento della Negri verso Mussolini è da vedere soprattutto la lettera che essa gli scrisse il 19 giugno 1924, all’indomani cioè della scomparsa di Matteotti:

    «Eccellenza e Amico mio,

    in questo momento, ch’è certo il piú doloroso della vostra vita, permettetemi di dirvi una parola di devozione, di fiducia, di fedeltà.

    «Illimitata è la fede che i buoni italiani hanno in Voi, illimitata la certezza che Voi saprete,

    a costo di tutto, purificare l’ambiente, e usare del ferro chirurgico sino in fondo. Siete stato tradito; ma siete infinitamente piú forte del tradimento e dei traditori. Forte perché puro. E invitto, sempre.

    «Io null’altro posso fare che pregar Dio, per l’Italia e per Voi, Prego. La vostra devota serva». ↩

  60. Cfr. G. Forzano, Mussolini autore drammatico, Firenze 1954 (nel volume sono riprodotti i testi dei tre drammi); nonché U. Ojetti, I caccuini (1914-1943), Firenze 1954, pp. 362 sgg. (sotto la data del 5 maggio 1931), E. Ludwig, Colloqui con Mussolini, Milano 1950, p. 204 e ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. W/R, «Forzano Giovacchino». In questo fascicolo sono conservate numerose lettere di Forzano dalle quali appare chiaro lo spirito di assoluta aderenza alle tracce mussoliniane con il quale Forzano scrisse i drammi. A proposito del Cesare, il 14 febbraio 1932 cosí Forzano iniziava una delle sue lettere:

    «Eccellenza, sono due giorni che studio il suo “Cesare” e sento il desiderio di dirLe tutta la mia ammirazione; è una sintesi superba per chiarezza ed efficacia; in poche pagine dattilografate Ella ha martellato una serie di bassorilievi che, in movimento, porteranno per il mondo tutto un gloriosissimo mondo. Meraviglioso. Del resto accade sempre cosí quando l’E. V. considera teatralmente un determinato momento storico. (E anche quando non lo considera teatralmente).»

    «Grazie di aver pensato a me per la esecuzione materiale».

    E qualche anno dopo, nell’ottobre 1938, quando si pensava a una trasposizione cinematografica anche del Cesare:

    «Duce, permettete che Vi dica tutta la mia riconoscenza per avermi concesso di scrivere il Cesare.

    «In 34 anni di lavoro non ho mai sentito come questa volta tanta passione tanto tormento e tanta speranza.

    «Certo il momento storico che Voi ci fate vivere è il piú adatto alla comprensione di questo Dio latino, è orribile leggere oggi quello che tanta gente stimata come valorosissima ha scritto su Lui. Non avevano capito niente: forse il clima politico in cui vivevano era nebbioso. Per fortuna lo stesso Shakespeare [sic], vivendo in un momento in cui il luteranesimo attaccava le grandi autorità non ha potuto sottrarsi a respirare quell’aria e la grandezza di Cesare nella tragedia non appare e incensato appare il nobile Bruto che pure prestava i denari al 48 per cento.

    «Ho detto per fortuna perché ogni volta che il terrore mi prende e rileggo la tragedia dello Shakespeare non mi appare fra le sue cose migliori.

    «Scusatemi Duce, questo sfogo e ancora grazie.

    «So che siete alla Rocca: oso ricordarvi una semi-promessa: vorrei, senza disturbarvi, riprendere i luoghi presso la Rocca e poi 3 cose sole:

    • il Duce pota un albero.
    • il Duce a tavola con la famiglia
    • il Duce che scende in auto dalla Rocca

    con quello che c’è già mi basterebbe.

    «Vorrete concederlo?

    «Con tante scuse e devoti ossequi Forzano».

    L’autografo di questa lettera reca un’annotazione della Segreteria che, evidentemente doveva servire per la risposta: «è troppo presto riprenderci nelle vesti di Cincinnato». ↩

  61. Sull’influenza culturale di alcune formulazioni del Renan della maturità su Mussolini, cfr. H. Massoul, Mussolini chez Renan, in «Le Temps», Paris, 22 marzo 1933. ↩

  62. Assai significativo per i suoi echi carducciani, oltre che come testimonianza della concezione mussoliniana della politica, è il seguente frammento inedito, scritto da Mussolini il 1º settembre 1933 (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], Autografi del Duce, b. 7, fasc. xi, sottof. F):

    «Ho definito nel 1926 inaugurando a Milano una manifestazione artistica che anche la politica era ed è un’arte, la sovrana e la piú difficile delle arti perché si applica alla piú difficile delle materie: l’uomo.

    «La politica è quindi psicologia. Un politico deve essere uno psicologo. Se gli manca questa capacità, gli manca l’elemento fondamentale. Bisogna conoscere la psicologia degli uomini e seguirne le variazioni, in relazione al tempo e allo spazio. Ma per conoscere gli uomini e soprattutto la loro psicologia di masse bisogna avere vissuto fra di loro. Colui che crede di governare stando sulla troppo letteraria “torre d’avorio” corre il rischio dell’insuccesso. Io considero il governo come lo Stato Maggiore della Nazione. Ebbene lo Stato Maggiore deve vivere a contatto immediato colle truppe, se vuole conoscerne il “morale”. Questo contatto fra governo e popolo è stata la praxi che io ho costantemente seguito in questi ultimi undici anni della Rivoluzione fascista.

    «Quando dico “contatto” intendo non qualche cosa di fugace, di “detaché”, ma vero e proprio contatto fisico, mescolanza immediata colla massa, la quale deve poter vedere da vicino colui che la guida. Il grande elemento che spiega le vittorie napoleoniche è che, a differenza dei generali austriaci, gli ufficiali francesi – figli della Rivoluzione – marciavano all’attacco in testa alle truppe e vivevano nelle ore di sosta in perfetto cameratismo coi loro uomini. Come potevano i soldati non seguire ciecamente un capo come il Murat che si lanciava alla carica in alta uniforme o un Ney che i suoi uomini chiamavano il Lion Rouge o un Lannes che cade in combattimento o un Desaix o un Kellermann che tramutano in una portentosa vittoria la cosí incerta, agli inizi, giornata di Marengo? Anche nei tempi di pace, anche nei tempi che si chiamano di ordinaria amministrazione, l’uomo di governo deve essere in rango, alla testa dei suoi uomini. Deve dare l’esempio e perché l’esempio sia efficace deve essere immediatamente veduto e compreso dalle masse». ↩

  63. Con gli anni trenta, soprattutto con la metà di essi, divenne da parte di molti editori italiani quasi una consuetudine inviare al «duce» una e spesso due copie di tutte le opere da essi edite. Lo stesso avvenne successivamente anche per buona parte della produzione discografica. Gran parte di questi libri veniva in genere donata da Mussolini all’Accademia d’Italia. Una parte costituí invece le biblioteche di palazzo Venezia, di villa Torlonia e della Rocca delle Camminate, andate nel ’43-45 quasi pressoché disperse e in buona parte distrutte. Un piccolo spezzone della biblioteca di Mussolini è oggi conservato presso l’Archivio Centrale dello Stato, in Roma («Collezione Mussolini») e comprende un certo numero di volumi segnati e annotati da Mussolini (spesso con l’indicazione dei giorni in cui furono letti).

    Nel corso delle sue letture – specie se si trattava di opere di autori contemporanei noti che contenevano affermazioni che urtavano la sua suscettibilità – Mussolini non di rado soleva scrivere le sue osservazioni o rimostranze agli autori. Riproduciamo, a mo’ di esempio, una sua lettera a H. De Man del 21 luglio 1930 (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], Autografi del Duce, b. 6, fasc. 8, sottof. C):

    «Monsieur,

    je viens de lire le premier volume de votre livre Au de là du Marxisme, dans l’édition italienne Il superamento del marxismo (Edizione Laterza, 1929).

    «Il m’a fortement intéressé. Votre critique au marxisme est pérnetrante et j’oserais dire définitive. Les événements depuis 1914 ont fait le reste

    «Mais il y a à page 143 de votre livre une affirmation que ma conscience m’oblige de rectifier. En reportant un jugement de Trotsky sur ma personne et sur la Révolution fasciste vous dites que “ l’esprit du communisme russe est celui de sympatiser avec toute espèce de révolution, même si elle a de visées nationalistes et veut porter au pouvoir une caste militaire et féodale ”

    «Or, la Révolution fasciste n’a pas porté, ne veut pas porter, ne portera jamais au pouvoir une caste militaire et féodale, pour ces trois bonnes raisons: primo les chefs de la Révolution fasciste ne sont ni militaires, ni féodaux; secondo le programme de la Révolution fasciste n’a jamais eu rien de semblable; terzo: la matière première nous manque pour ce qui concerne ces deux catégories sociales.

    «Evidemment je dois constater que vos renseignemens sur la Révolution fasciste ne sont pas up to date. Une révolution comme celle fasciste qui à son actif

    • «a) la législation sociale la plus avancée, selon le témoignage non suspect de Mᵉᵘʳ Albert Thomas du B.I.T. de Genève.
    • «b) la loi 3 avril 1926 sur le réglement juridique des conflits collectifs du travail
    • «c) la Carte du Travail du 21 avril 1927
    • «d) la loi sur le Conseil National des Corporations oú les représentants du Capital et du Travail siègent à la même table en parfaite parité de devoirs et de droits – éliminant cette distance psíycologique dans la quelle, plus que dans l’antithèse des intérêts, vous voyez le germe de la lutte des classes

    une Révolution qui a ces lois fondamentales ne peut pas être exécutée en quatre mots comme un retour au moyen-âge (dont les systèmes de travail sont, du reste, assez bénévolement jugés par vous qui les comparez à la mécanisation outrée de certaines branches de l’industrialisme moderne).

    «Cela dit, je vais lire le deuxième volume de votre ouvrage.

    «Agréez, Monsieur, mes salutations distinguées.

    Mussolini

    «Roma 21 luglio 1930-VIII». ↩

  64. Qualche elemento sull’atteggiamento di Mussolini verso il gruppo della «Rivista italiana di psicoanalisi» e sui suoi «rapporti» con Freud si può avere da E. Jones, Vita e opere di Freud, III, Milano 1966, pp. 212 sg., 233, 254 sg., 266 e 405, e da E. Weiss, Sigmund Freud come consulente, Roma 1971, pp. 41 sgg. e 96 sg. (che precisa alcuni particolari della narrazione del precedente). Piú in generale si può anche vedere M. David, La psicoanalisi nella cultura italiana, Torino 1966.

    Nel 1933 Freud (forse per proteggere la «Rivista italiana di psicoanalisi», ma non si può neppure escludere una simpatia) inviò a Mussolini una copia del suo Why war? con la seguente dedica: «Benito Mussolini mit dem ergebenen Gruss eines alten Mannes der im Machthaber den Kultur Heros erkennt. Wien, 26 April 1933 – Freud». Dopo l’Anschluss pare che Mussolini abbia fatto un passo – rimasto senza esito – presso Hitler in favore di Freud, quasi certamente dietro richiesta di G. Forzano. In una lettera di questo a Mussolini del 14 marzo 1938 sui recentissimi avvenimenti austriaci si legge infatti: «Raccomando a Vostra Eccellenza un vecchio glorioso di 82 anni che tanta ammirazione ha per l’Eccellenza vostra: è Freud – ebreo» (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], fasc. W/R, «Forzano Giovacchino»). ↩

  65. Mussolini, XXVI, p. 11 (Labirinto comunista, in «Il popolo d’Italia», 29 giugno 1933). ↩

  66. Cfr. A. Del Noce, L’idea del Risorgimento come categoria filosofica in Giovanni Gentile, in «Giornale critico della filosofia italiana», aprile-giugno 1968. ↩

  67. G. Giudice, Benito Mussolini, Torino 1969, p. 504. Sempre a proposito della voce Fascismo, ma riferendosi questa volta alla seconda parte di essa, quella dovuta a Mussolini, il Giudice nella stessa pagina ha scritto che il «duce» con essa «volle rimaneggiare, integrare e annotare il testo gentiliano» con «note e aggiunte» che sarebbero «dure zampate inferte al già fragile discorso di Gentile». ↩

  68. R. Mazzetti, Quale Umanesimo? Ipotesi su Croce, Gentile, Ugo Spirito, Mussolini, Roma 1966, p. 136. ↩

  69. Per una valutazione dell’apporto piú propriamente gentiliano alla Dottrina del fascismo può essere utile un confronto tra quanto scritto dal Gentile nella voce dell’Enciclopedia Italiana e il suo precedente volumetto Origini e dottrina del fascismo, Roma 1929. ↩

  70. Pensare che Mussolini volesse polemizzare a distanza con il Vaticano e avere in un certo senso l’ultima parola nella grave controversia sull’Azione cattolica dell’anno prima è, a nostro avviso, da escludere. Il volume con la voce Fascismo fu stampato nel giugno 1932 e messo in vendita il mese successivo e le due parti di essa furono pubblicate dalla stampa l’11 giugno e il 5 agosto. Mussolini sapeva però da piú di due anni che la voce sarebbe stata redatta in parte da Gentile e già nel giugno 1930 – prima cioè della crisi per l’Azione cattolica – si era impegnato con Gentile e con G. Treccani a collaborare alla voce stessa. Cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 251/R, «Enciclopedia Treccani», G. Treccani a B. Mussolini, 23 giugno 1930. ↩

  71. Per alcuni momenti meno recenti della polemica Gentile – Chiesa cattolica cfr. Mussolini il fascista cit., II, pp. 387 sg. e 405 sgg. Piú recentemente, nel marzo 1930, la polemica era tornata a farsi rovente in seguito a una conferenza tenuta da Gentile all’«Università fascista di Bologna». Parlando sul tema «Stato e cultura», Gentile non solo aveva difeso a spada tratta la sua posizione filosofica, ma si era lasciato andare ad alcuni accenni piuttosto pesanti nei confronti del papa, incapace – a suo dire – di comprendere la filosofia pura, idealistica, e maestro solo di tomismo e di concezioni che finivano per essere «materialistiche». La conferenza (poi pubblicata in versione purgata dalla stampa) aveva suscitato vivaci proteste, in primo luogo da parte dell’arcivescovo di Bologna, card. Nasalli Rocca, che aveva mandato una protesta all’«Osservatore romano» che, però, non fu pubblicata (ne fu fatto solo un rapidissimo accenno), pare per diretto intervento di Pio XI. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 7/R, «Gentile prof. Giovanni», note informative dalla Città del Vaticano in data 13 e 15 marzo 1930. ↩

  72. Cfr. A. Tamaro, Venti anni di storia (1922-1943), II, Roma 1954, p. 480. ↩

  73. Per le ostilità in campo fascista a Gentile si vedano, oltre a Mussolini il fascista cit., II, p. 194, G. A. Fanelli, Contra Gentiles. Mistificazioni dell’idealismo attuale nella rivoluzione fascista, Roma 1933 (in cui si negava sostanzialmente che Gentile fosse un vero fascista, lo si accusava di «aver stravolto il Fascismo e fatto della nostra rivoluzione un neo-liberalismo reazionario e gottoso» e si concludeva: «tra Fascismo e attualismo nessuna conciliazione è possibile, che anzi il Fascismo riguarda l’attualismo come un nemico della sua fede religiosa e politica, della sua morale e della sua patria»), e, in genere, giornali come «Il secolo fascista», «Oggi e domani», «Il Tevere», «Roma Fascista». L’antigentilianesimo era anche diffuso al livello dei giovani universitari fascisti. A Roma esso fu particolarmente propugnato dalla rivista giovanile «La Sapienza», diretta da G. S. Spinetti, che nel 1933 arrivò ad organizzare nella capitale un Convegno antidealista, tutto in chiave antigentiliana. Si vedano a questo proposito G. de Simma [G. S. Spinetti], Antidealismo, Roma 1934, e G. S. Spinetti, Cultura impegnata e crisi di civiltà, Roma 1961, pp. 60 sgg. Numerosi articoli polemici contro Gentile e l’attualismo furono anche pubblicati, tra il 1928 e il 1934, dalla rivista di G. Preziosi «La vita italiana». ↩

  74. Dalle carte di Mussolini (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], fasc. 251/R, «Enciclopedia Treccani») non risulta nessuna diversità di rilievo tra le idee di Mussolini e di Gentile per quel che concerne la preparazione della voce Dottrina del Fascismo. L’unico punto che fra i due fu discusso fu quello in cui si parlava della guerra. Tra l’originale mussoliniano e il testo stampato vi è a questo proposito una lievissima differenza:

    Testo originario —— Testo stampato

    «Anzitutto il Fascismo, per quanto riguarda l’avvenire e lo sviluppo dell’umanità, non crede alla possibilità e nemmeno alla utilità della pace perpetua. Respinge quindi il pacifi- —— «Anzitutto il fascismo, per quanto riguarda, in generale, l’avvenire e lo sviluppo dell’umanità, e a parte ogni considerazione di politica attuale, non crede alla possibilità né al-

    smo che nasconde una rinuncia alla lotta e una viltà di fronte al sacrificio. Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtú di affrontarla. Tutte le altre prove, sono dei sostituti, che non pongono mai l’uomo di fronte a se stesso, nell’alternativa della vita e della morte. Una dottrina quindi, che parta dal postulato della pace, è estranea al Fascismo; cosícome estranee allo spirito del Fascismo anche se accettate dal punto di vista della opportunità politica, sono tutte le costruzioni internazionalistiche e societarie, le quali, come la storia dimostra si disperdono al vento, quando elementi sentimentali, ideali e pratici muovano a tempesta il cuore dei popoli…» —— l’utilità della pace perpetua. Respinge quindi il pacifismo che nasconde una rinuncia alla lotta e una viltà di fronte al sacrificio. Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtú di affrontarla. Tutte le altre prove sono dei sostituti, che non pongono mai l’uomo di fronte a se stesso, nell’alternativa della vita e della morte. Una dottrina, quindi, che parta dal postulato pregiudiziale della pace, è estranea al fascismo; cosí comeestranee allospirito del fascismo, anche se accettate per quel tanto di utilità che possono avere in determinate situazioni politiche, sono tutte le costruzioni internazionalistiche e societarie, le quali, come la storia dimostra, si possono disperdere al vento quando elementi sentimentali, ideali e pratici muovano a tempesta il cuore dei popoli…»

    A questa attenuazione del passo si giunse dopo che la pubblicazione sulla stampa della prima parte della voce (quella redatta da Gentile), l’11 giugno, aveva suscitato le proteste della Santa Sede. Mussolini (che già sul dattiloscritto aveva apportato alcune attenuazioni al passo) il 12 giugno fece telefonare a Gentile «di voler sospendere la stampa o comunque l’uscita del 14° vol. dell’Enciclopedia essendo desiderio di S. E. medesima togliere la sua firma dalla voce “fascismo” e provvedere ad una nota aggiunta di sapore politico». Gentile sospese subito l’uscita del volume (di cui erano state distribuite pochissime copie subito ritirate) e risottopose il testo a Mussolini. Riavute le bozze, al momento di restituirle, Mussolini – il 23 giugno ’32 – fece chiedere l’opinione di Gentile «sulla opportunità di tale passo con riferimento al nostro attuale atteggiamento nelle conferenze internazionali». Gentile, interpellato telefonicamente, disse subito di non ravvisare «alcuna inopportunità» e, in ogni modo, lo stesso giorno gli scrisse la seguente lettera, accluse alla quale erano le varianti che poi apparvero nel testo definitivo:

    «Eccellenza,

    nel passo sulla guerra si può attenuare ancora il tono delle affermazioni e si può distinguere in modo esplicito il punto di vista teorico e generale da quello politico attuale introducendo qualche frase del genere di quelle che qui Le propongo. Ma ogni equivoco è da escludere affatto, almeno per ogni lettore intelligente, essendo ovvio che altro è non credere alla possibilità ed utilità della pace perpetua altro volere la guerra oggi o domani. Altro è il pacifismo (che è la pace sempre e ad ogni costo), altro la pace (quando è necessaria).

    «Crederei pertanto che il passo si debba mantenere. Esso è essenziale alla individuazione della dottrina fascista».

    Apportata questa modifica, Mussolini dovette ritenere che non vi fossero piú ostacoli a che la voce apparisse come sua. ↩

  75. Mussolini, XXXIV, p. 121. La citazione è tratta dall’ultimo paragrafo della prima parte della Dottrina del Fascismo, quella redatta da Gentile. ↩

  76. G. Melhis, Il pensiero di Mussolini e il significato del Fascismo, trad. it., Milano 1930, pp. 79 sg. ↩

  77. Come noto, Spengler distingueva nettamente tra Kultur («civiltà») e Zivilisation («civilizzazione»), da lui intese come due momenti successivi e qualitativamente diversi. Nella sua concezione ciclica della storia universale, la «civilizzazione» si aveva quando un ciclo superava il suo apice e entrava, quindi, nella fase della decadenza. Sulla concezione spengleriana cfr. B. Croce, Conversazioni critiche, V, Bari 1939, pp. 294 sgg.; H. Stuart Hughes, Coscienza e società. Storia delle idee in Europa dal 1890 al 1930, Torino 1967, pp. 364 sgg.; nonché, per una rapida sintesi di essa, la prefazione di J. Evola a O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente, Milano 1970, pp. 9 sgg. ↩

  78. Spengler, che di Mussolini fu un grande ammiratore, fu nel 1925 due volte in Italia e, in occasione del primo soggiorno inviò al «duce» (che lo ringraziò, il 24 maggio, con un biglietto assai formale e che non induce a credere che a quell’epoca egli conoscesse direttamente gli scritti di Spengler) varie sue opere: Der Staat, Die Wirtschaft, Preussentum und Sozialismus, Neubau des Deutschen Reiches e Politische Pflichten der Deutschen Jugend. Cfr. A. M. Koktanek, Oswald Spengler in seiner Zeit, München 1968, pp. 331 sg.; nonché, per il biglietto di Mussolini, O. Spengler, Briefe 1913-1936, München 1963, p. 391. ↩

  79. Cfr. soprattutto V. Beonio Brocchieri, Spengler. La dottrina politica del pangermanesimo postbellico, Milano 1928. ↩

  80. Cfr. a questo proposito C. Curcio, Europa. Storia di un’idea, II, Firenze 1958, pp. 789 sgg. ↩

  81. Cfr. Mussolini il fascista cit., II, p. 379. ↩

  82. E. De Martino, La decadenza dell’Occidente, in «Rivista», agosto 1929, p. 27. ↩

  83. Cfr. J. Evola, introduzione cit., p. 19; nonché ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario (1923-42), fasc. 554 88, V. Beonio Brocchieri. La traduzione, col titolo Anni decisivi, apparve nel 1934. ↩

  84. Spengler, in «Il popolo d’Italia», 15 dicembre 1933. L’articolo terminava con le seguenti parole: «Il professor Beonio Brocchieri dell’Università di Pavia, che già sunteggiò brillantemente e fedelmente l’Untergang des Abendlandes, può curare la traduzione di questo libro che la letteratura politica italiana contemporanea non può ignorare». ↩

  85. Cfr. R. Benjamin, Mussolini et son peuple, Paris 1937, p. 254, che riferisce questa frase dettagli da Mussolini: «Tout régime connaît trois phases: l’exaltation qui prépare et qui crée; l’installation qui consolide; la décadence... destin fatal, et dont nous n’avons pas, je répète, à nous soucier! Le fascisme finira, mais il aura vécu... face à l’exaltation, et l’exaltation c’est moi!» ↩

  86. Per Spengler le grandi città dell’epoca della civilizzazione avevano prodotto, al posto di un vero popolo, «un nuovo nomade, un parassita... il puro uomo pratico senza tradizione, ripreso in una massa informe e fluttuante, l’uomo irreligioso, inintelligente, infecondo», un qualcosa che rappresentava «un passo gigantesco verso l’anorganico, verso la fine». Sempre secondo Spengler: «Il contadinato, ancora legato al suolo fuor della cinta delle grandi città... non conta piú... Il contadino non è un democratico... per cui esso viene trascurato, deriso, disprezzato. Dopo lo scomparire delle antiche caste, della nobiltà e del clero, egli è tuttavia l’unico uomo organico, l’unica sopravvivenza della precedente civiltà» (Il tramonto dell’Occidente cit., pp. 80 sg. e 551). ↩

  87. Cfr. a questo proposito, oltre a Il tramonto dell’Occidente cit., pp. 819 sgg., la prefazione di Spengler a R. Korherr, Regresso delle nascite: morte dei popoli, Roma 1928, pp. 28 sg.: «La salute di un corpo vivo si estrinseca con la fecondità. La prolificità è una forza politica. Questo principio vale tanto per una famiglia di contadini, quanto per un grande popolo. La grande portata di questo fatto è stata compresa in Europa, finora, solamente da Mussolini...» ↩

  88. Cfr. a questo proposito Il tramonto dell’Occidente cit., pp. 830 sgg. ↩

  89. Cfr. Mussolini, XXVI, pp. 122 sg. ↩

  90. Cfr. a questo proposito Il tramonto dell’Occidente cit., p. 1417. ↩

  91. In questo senso sono da vedere in Anni decisivi soprattutto le pp. 57 sgg. (in cui si nega che un popolo possa mai governarsi da sé), 60 sgg. (in cui si nega che l’economia possa assumere una importanza maggiore della politica), 218 sgg. (in cui la critica ai partiti si estende anche all’idea del partito unico e si lega strettamente al concetto di «cesarismo», con espliciti riferimenti a Mussolini).

    L’edizione italiana di Jahre der Entscheidung è da vedere anche per l’introduzione di V. Beonio Brocchieri che indica bene quali motivi della teoria spengleriana non potessero essere accettati o, addirittura, fossero respinti radicalmente dal fascismo e, quindi, da Mussolini. ↩

  92. Cfr. O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente, passim, e specialmente pp. 1314 sg. e 1416 sg. ↩

  93. Ibid., pp. 1347 sg. ↩

  94. Ibid., pp. 1343 sgg. Per la critica al partito è da vedere però soprattutto Anni decisivi cit., pp. 218 sgg. In quest’opera, infatti, Spengler condannava ogni tipo di partito, anche quello unico (per lui impossibile, in quanto qualsiasi tipo di partito presuppone un contropartito e in quanto, eliminati tutti gli altri partiti, la lotta si trasferisce inevitabilmente all’interno dell’unico sopravvissuto) e contrapponeva al sistema dei partiti o del partito unico il «cesarismo» che – a suo dire – «lotta soltanto per la potenza, per un impero e contro ogni genere di partito» (p. 225); per lui, infatti, «il perfetto cesarismo è dittatura; non però dittatura di un partito, bensí quella di un solo uomo contro tutti i partiti, specialmente contro il proprio. Ogni moto rivoluzionario giunge alla vittoria con una avanguardia di pretoriani, i quali dopo non sono piú utilizzabili e sono soltanto pericolosi. Il vero capo si rivela nel modo con cui li licenzia, senza riguardi né riconoscenza, mirando unicamente al suo scopo, per il quale deve anzitutto trovare gli uomini adatti e sa trovarli» (pp. 226 sg.). ↩

  95. Il tramonto dell’Occidente cit., pp. 1316 sg. ↩

  96. Le vicende editoriali dei Colloqui con Mussolini sono state narrate nel 1950 dallo stesso Arnoldo Mondadori nella sua «Breve cronistoria della genesi della prima e della seconda edizione dei "Colloqui con Mussolini"», premessa alla pubblicazione, in quello stesso anno, «delle bozze della prima edizione con le correzioni autografe del duce» (Milano 1950). ↩

  97. L’articolo fu riprodotto dal «Popolo d’Italia» del 12 febbraio 1928. ↩

  98. Si veda in proposito l’edizione dei Colloqui del 1950, ove cancellazioni e cambiamenti sono riprodotti fotograficamente dalle prime bozze della edizione del 1932. Si vedano anche le due introduzioni di Ludwig, all’edizione del ’32 e a quella del 1950 (questa scritta e pubblicata anticipatamente nel ’46). ↩

  99. Il testo è riprodotto nella «Breve cronistoria» di A. Mondadori, senza però la data, da noi desunta dall’autografo in ACS, B. Mussolini, Autografi-Telegrammi, b. 4, fasc. 10. ↩

  100. Si veda in proposito l’edizione dei Colloqui del 1950, dove le soppressioni e le modificazioni sono indicate con sottolineature in rosso, continue per le prime e tratteggiate per le seconde. Le soppressioni politicamente piú significative sono quelle riguardanti il cristianesimo, la Chiesa e la religione in genere. Su di esse si veda G. Salvemini, Ludwig e Mussolini, in «Il Ponte», marzo 1951, pp. 251 sgg. ↩

  101. Cfr., per esempio, R. Benjamin, Mussolini et son peuple cit., p. 249. ↩

  102. Cfr. U. Ojetti, I taccuini (1914-1943) cit., pp. 391 sg. ↩

  103. Cfr. la sua prefazione all’edizione dei Colloqui del 1950. Per l’evoluzione del giudizio di Ludwig su Mussolini, oltre a quanto da lui scritto nel ’28-29 e poi nei Colloqui, bisogna vedere almeno l’articolo Hitler e Mussolini pubblicato il 9 febbraio 1938 sul giornale ebraico di Leopoli «Chwile» (interessante soprattutto per l’affermazione che, mentre Mussolini – «italiano tipico, diplomatico e realista» – non avrebbe mai provocato una guerra in Europa per l’espansione dell’Italia, ma – se mai – avrebbe profittato di una guerra scatenata da Hitler, questo tendeva alla supremazia della Germania e sapeva «che non potrà né avere né dare pace fino a quando non avrà riportato una vittoria sulla “Galerie de Glaces”, come nel 1871») e la serie di tre articoli Adieu Mussolini nel «Lyon-Républicain» del 18-20 dicembre 1938, una sorta di commento-ripensamento ai Colloqui alla luce della politica mussoliniana degli ultimi cinque anni. ↩

  104. Cfr. B. Mussolini, La dottrina del fascismo. Con una storia del movimento fascista di Gioacchino Volpe, Milano-Roma 1933. Le note nelle quali si fa riferimento ai Colloqui sono la 5, la 6, la 10, la 13 e la 19, alle pp. 30, 31, 33 e 35. ↩

  105. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 251/R, «Enciclopedia Treccani». Sulla lettera di Gentile a Chiavolini è scritto di pugno di Mussolini: «va bene». ↩

  106. Mussolini, XXV, pp. 146 sg. (25 ottobre 1932). ↩

  107. Significativo è in questo senso il giudizio favorevole che Mussolini espresse nel 1931 su Gandhi (che gli aveva reso visita) e sulle sue possibilità di realizzare l’indipendenza dell’India con i metodi non violenti. Cfr. R. Mussolini, La mia vita con Benito cit., pp. 110 sg. ↩

  108. Mussolini, XXVI, p. 91 (14 novembre 1933). ↩

  109. Ibid., p. 87; nonché E. Ludwig, Colloqui con Mussolini cit., p. 144. ↩

  110. Mussolini, XXII, pp. 360 e 365 (26 maggio 1927); XXVI, p. 191 (18 marzo 1934). ↩

  111. Mussolini, XXIV, p. 143 (14 settembre 1929). ↩

  112. Cfr. E. Ludwig, Colloqui con Mussolini cit., p. 149. ↩

  113. Mussolini, XXIV, p. 145 (14 settembre 1929). ↩

  114. Mussolini, XXVI, p. 48 (24 agosto 1933). ↩

  115. Ibid., p. 359 (6 ottobre 1934). ↩

  116. Mussolini, XXV, p. 136 (16 ottobre 1932). ↩

  117. Mussolini, XXII, p. 100 (28 marzo 1926). ↩

  118. E. Ludwig, Colloqui con Mussolini cit., p. 131. Per un’affermazione simile cfr. anche Mussolini, XXVI, p. 66 (intervista a H. de Kerillis, rilasciata ai primi di ottobre del 1933). ↩

  119. Cfr. a questo proposito Mussolini il fascista cit., II, pp. 364 sgg. ↩

  120. E. Ludwig, Colloqui con Mussolini cit., pp. 64, 119 sg., 121 e 125. ↩

  121. Cfr. anche Q. Navarra, Memorie del cameriere di Mussolini cit., p. 86, dove è riferita un’affermazione mussoliniana anche piú drastica: «per governare gli italiani ci vogliono assolutamente due cose: i poliziotti e le musiche in piazza». ↩

  122. Mussolini, XXVI, p. 362 (8 ottobre 1934). ↩

  123. Mussolini, XXV, p. 61 (22 novembre 1931). ↩

  124. Mussolini, XXIV, p. 283 (27 ottobre 1930). ↩

  125. Mussolini, XXI, p. 363 (22 giugno 1925). ↩