Capitolo V
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Capitolo quinto: Mussolini e l’Europa

Carmine Senise ha scritto nei suoi ricordi che l’accordo del gennaio ’35 con la Francia fu il fatto politico a cui Mussolini piú tenne durante il suo governo. Il giudizio può a prima vista sembrare eccessivo; in realtà è assai probabile che formulandolo il successore di Bocchini non si sbagliasse. L’accordo con Laval infatti non fu per Mussolini solo la premessa necessaria per la successiva «conquista dell’Impero», ma – fatto altrettanto importante – una «specie di avallo che al regime veniva da un paese di vecchia democrazia e culla di una rivoluzione che aveva rinnovato il mondo» e, in quanto tale, «una patente di nobiltà conferita al fascismo»1.

Di tutti i maggiori paesi dell’Occidente la Francia era stato certamente quello in cui l’Italia fascista e Mussolini erano stati visti per anni, per quasi un decennio, con piú sospetto, diffidenza e ostilità. Per anni in Francia i fascisti e, a ben vedere, anche i filo fascisti erano stati pochissimi, dato che al formarsi di una opinione pubblica favorevole al fascismo avevano ostato, da un lato, la presenza di un forte movimento di sinistra, nettamente antifascista e collegato con l’emigrazione antifascista italiana, da un altro lato, un sentimento democratico largamente diffuso nel paese e, da un altro lato ancora, una altrettanto diffusa ostilità verso le rivendicazioni «nazionali» fasciste e le pretese di Mussolini di dare all’Italia una nuova posizione internazionale, che si traduceva in una reazione, a seconda dei casi, di tipo pacifista o di tipo nazionalista. Persino a destra il fascismo – salvo qualche acceso anticomunista che si beava del fatto che il fascismo avesse stroncato la rivoluzione comunista e ripristinato l’ordine sociale2 – non aveva goduto di vere simpatie, sia perché considerato troppo «rivoluzionario»3, sia soprattutto perché ritenuto un elemento di disordine internazionale e potenzialmente perturbatore della pace europea e del sistema e della egemonia francesi. Lasciando da parte tanto gli antifascisti decisi quanto i pochi aperti filofascisti, è significativo che, scorrendo la letteratura degli anni venti dedicata all’Italia e al fascismo da quegli autori che tenevano a presentarsi come imparziali, se si trovano degli apprezzamenti per l’opera del regime questi riguardano solo alcuni aspetti della politica interna (ordine, opere pubbliche, ecc.) e, in ogni caso, non sono mai tali da condizionare il giudizio complessivo. Da un lato infatti questo giudizio è sempre determinato da una piú o meno esplicita condanna del carattere antidemocratico del regime fascista – parzialmente scusato, al massimo, con la mancanza di una vera tradizione democratica e di una vera idea della libertà (da cui gli eccessi che avevano determinato la vittoria del fascismo e poi l’acquiescenza ad esso) in un popolo ancora arretrato e «giovane» come l’italiano4 – da un altro lato esso è accompagnato quasi sempre da una anche piú esplicita condanna di quelli che venivano considerati pressoché unanimemente gli obiettivi bellicosamente nazionalistici di Mussolini. Due esempi, tra i molti che si potrebbero fare, rendono bene questo atteggiamento. Per Ludovic Naudeau, se sul piano interno si poteva dire che il fascismo avesse fatto bene all’Italia, nel senso che l’aveva disciplinata, bisognava però dire che l’aveva disciplinata sovraeccitandone le ambizioni verso l’esterno e promettendole una sorta di ingresso nel paradiso terrestre; sicché per il momento il giudizio sul regime mussoliniano non poteva che basarsi sui pericoli diretti ed indiretti che derivavano da questa sovraeccitazione nazionalistica:

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Unilaterale, riservato all’Italia, il fascismo, vera cultura della forza, è un pericolo per le democrazie vicine. Piú esso disciplina l’Italia e piú la disciplina in un senso ostile agli stranieri. Reciproco, generalizzato a tutta l’Europa, il fascismo asservirà la civiltà occidentale al nazionalismo piú fanatico e la voterà alla fatalità di uno sfrenato bellicismo. L’ordine interno italiano è riorganizzato solo in funzione delle ambizioni esterne italiane. Queste ambizioni, costi quel che costi, tenteranno di realizzarsi...5.

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E un giudizio piú ampio, di tipo storico, sarebbe in definitiva dipeso dalla sua capacità di realizzare queste sue ambizioni:

Se il fascismo giunge un giorno a delle vittorie clamorose e a degli acquisti territoriali, tutto quello che avrà fatto, in via preparatoria, sembrerà avere il marchio del genio. Se dopo varie avventure, egli trascina la nazione in una di quelle catastrofi con cui il destino talvolta ama castigare i presuntuosi, tutto ciò che avrà fatto dopo il 1922 sarà giudicato come una buffonata. Quel che oggi il fascismo vale esiste solo in funzione di questa incognita che il suo risultato finale rivelerà6.

E per Louis Roya, che giudicava l’ordine fascista ben piú duramente, né piú né meno di quello famoso di Varsavia, il problema si poneva in termini anche piú netti e nazionalisticamente apocalittici:

se Napoleone divenne padrone d’Italia e generò un re di Roma, Mussolini spera certamente di stendere sulla Francia una mano imperiale e di inviare a Parigi presto o tardi un proconsole o un «ras». Ed è egualmente ai quattro angoli barbari dell’Europa che la missione fascista deve giungere rinnovatrice. A meno che egli non preferisca venire a installarsi lui stesso a Parigi come Giuliano l’Apostata7.

Né, dopo quanto abbiamo visto nelle pagine precedenti, si può certo dire che questo atteggiamento dell’opinione pubblica e delle forze politiche francesi non avesse trovato una sostanziale corrispondenza per anni nella politica dei governi che si erano succeduti alla guida della Francia. Poincaré, Briand, Herriot, Tardieu, Daladier, Paul-Boncour, Barthou, pur dovendo fare i conti con la realtà e le necessità quotidiane dei rapporti internazionali e pur dovendosi piegare alle loro esigenze, non avevano mai nascosto di considerare il fascismo un sistema politico difforme ed ostile rispetto a quello democratico di cui essi erano espressione e non avevano fatto mistero delle loro diffidenze e dei loro timori per la spregiudicatezza con cui l’Italia fascista si muoveva a livello internazionale e per i rischi insiti nel carattere nazionalistico della sua politica estera.

Con questi precedenti è naturale che – al di là degli sviluppi che da esso si riprometteva – l’accordo con la Francia del gennaio ’35 costituisse per Mussolini un successo politico di primaria grandezza: la fine della quarantena per il fascismo e della minore età per l’Italia tra le grandi potenze. Esso, infatti, stava a dimostrare che anche la democrazia francese – la piú tipica e, a suo modo, la piú intransigente – si era dovuta rassegnare a riconoscere la necessità di collaborare da pari a pari con il fascismo italiano e, addirittura, che l’Italia fascista era non solo un elemento dell’equilibrio europeo da cui non si poteva prescindere, ma anche un elemento al quale bisognava far ricorso se si voleva garantire quella pace, quel sistema europeo, quella sicurezza francese che sino allora si era detto che essa voleva infrangere. E ciò tanto piú perché se l’accordo Mussolini-Laval era stato indubbiamente dettato da considerazioni e necessità politiche – che per altro sancivano il prevalere del realismo fascista sull’ideologismo democratico – esso si inseriva in un contesto assai piú ampio che, a prima vista, poteva lasciar pensare che il suo significato andasse oltre queste considerazioni e necessità, politiche e quindi contingenti, e fosse il primo passo sulla strada di un nuovo modo di porsi da parte dei paesi democratici di fronte al fascismo. Un modo non dettato solo dal realismo politico, ma conseguente anche ad un diverso modo di giudicare il fascismo: non un sistema politico negativo, non un sistema politico accettabile sino a quando riguardava solo l’Italia, ma un sistema politico a cui si doveva guardare e dal quale vi era anche da imparare.

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Se si vede il problema sotto questo profilo, è fuori dubbio che l’accordo con Laval costituí per Mussolini non solo un grande successo politico (che giustifica in pieno il giudizio di Senise) ma anche il vertice del prestigio e, per certi aspetti particolari, addirittura del consenso raggiunti dal fascismo e da Mussolini in Europa e nel mondo. Già tre mesi dopo, a Stresa, l’ombra dei sempre piú tesi rapporti italo-etiopici avrebbe cominciato ad offuscare la popolarità del «duce» e ad indicare un inizio di inversione della tendenza a guardare con occhi diversi al fascismo. La aggressione all’Etiopia avrebbe completato questo processo e ricondotto il rapporto fascismo-democrazia ai suoi termini tradizionali: da un lato di contrapposizione ideologica e morale, da un altro lato di realistici interessi di politica nazionale. Resta però il fatto che nel periodo che, grosso modo, era andato dalla conclusione del Patto a quattro a quella dell’accordo Mussolini-Laval il fascismo poteva aver dato l’impressione di essere riuscito a guadagnarsi una sua cittadinanza e una sua rispettabilità nel mondo democratico non solo a livello di real politik ma anche a livello ideologico-politico piú ampio. E ciò può contribuire a spiegare molte cose, a proposito delle quali sovente viene ancora fatta confusione o sulle quali vengono espressi giudizi storicamente infondati; tra le altre, perché l’accordo con l’Italia fascista poté essere accettato non solo da larga parte della classe politica francese, ma anche da larghi settori dell’opinione pubblica d’oltralpe fino a pochi anni prima su posizioni fermamente democratiche; perché Mussolini poté per un momento credere non solo di aver vinto la sua battaglia a livello diplomatico (e, quindi, di poter bruciare i tempi della sua politica africana), ma di stare per vincerla anche a livello dell’opinione pubblica europea (e, quindi, di essere nel giusto quando affermava che il fascismo era ormai il vero protagonista e l’avvenire del XX secolo); e perché la figura del «duce» acquistò in questo periodo anche fuori d’Italia un prestigio quale mai aveva avuto e mai avrebbe avuto e, soprattutto, suscitò attorno a sé un interesse ed una curiosità senza pari.

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Per dare una spiegazione non unilaterale del nuovo modo con cui in questo periodo fu visto il fascismo nel mondo occidentale bisogna tenere presente tutta una serie di elementi, particolari e al tempo stesso inter-reagenti tra loro. Schematizzando (una trattazione articolata esula dai limiti di questo lavoro e comporterebbe centinaia di pagine), è evidente che, a livello di opinione pubblica media (meno politicizzata), fattori significativi di questo mutamento furono:

  • il tempo: a dieci anni e piú dalla sua andata al potere, il fascismo era diventato un elemento abituale del panorama internazionale; fatti come il delitto Matteotti e la crisi di Corfú, che tanto avevano scosso la opinione pubblica, erano stati se non dimenticati certo sempre piú ridotti ad episodi sui quali il tempo esercitava la sua usura, favorito, per un verso, dal non ripetersi di fatti tanto brutali e clamorosi e, per un altro verso, dal moltiplicarsi nel mondo di atti di violenza, individuali e collettivi, che provocavano un appiattimento, un pareggiamento delle singole responsabilità, una sorta di assuefazione ad essi; contemporaneamente il consolidarsi del regime e il suo durare nel tempo, da un lato determinavano una sorta di processo di legittimizzazione del regime stesso, da un altro lato inducevano a cercare di penetrarne le ragioni (significativo è in questo senso il moltiplicarsi alla fine degli anni venti dei servizi giornalistici e dei libri sull’Italia fascista) e ad individuarle sempre piú spesso in due direzioni: quella della immaturità democratica degli italiani, che li portava ad accettare il fascismo e ad esaltarsi per Mussolini, e quella dei benefici materiali realizzati dal regime con la sua «organizzazione sociale» del paese;
  • l’atteggiamento della classe dirigente democratica e delle grandi fonti di informazione: all’origine dell’atteggiamento via via piú possibilista di molti ambienti democratici europei e americani verso l’Italia vi erano indubbiamente motivazioni assai diverse: per alcuni si trattava di una necessità oggettiva dettata da opportunità di ordine politico ed economico, le stesse che li inducevano ad abbandonare la politica dura messa in atto negli anni precedenti verso l’Urss, ad intrattenere relazioni commerciali e ad accordarsi con essa a seconda delle esigenze politiche e delle necessità economiche appunto, senza che ciò volesse dire rinunciare alle proprie posizioni ideologiche; per altri si trattava di una mera accettazione di una realtà che, non riguardando il proprio paese e la propria condizione di vita, veniva ritenuta non contraria ai propri interessi e quindi oggettivamente accettabile, mentre erano imprevedibili le conseguenze di un suo eventuale sovvertimento; per altri ancora si trattava di una effettiva simpatia per la capacità dimostrata dal fascismo nel liberare l’Italia dal pericolo comunista; altrettanto indubbiamente tutte queste motivazioni (e altre secondarie sulle quali non ci soffermiamo) a livello di opinione pubblica media venivano però recepite, amalgamate tra loro e quindi assumevano culturalmente un valore che – con linguaggio politico di oggi – si può definire di distensione e di coesistenza pacifica; né, sempre in quest’ambito di suggestioni culturali, possono essere sottovalutati due sub fattori particolari che contribuivano a completare lo amalgama: a) l’influenza che nei paesi e nelle comunità cattolici aveva avuto la Conciliazione, anche se va detto che l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche e soprattutto del clero verso il fascismo era assai spesso diverso e piú articolato in quelli che non in Italia; b) la convinzione, largamente diffusa e in buona parte legata all’idea che il fascismo fosse un fenomeno tipicamente italiano, connesso alla mentalità e all’arretratezza civile degli italiani, che in sostanza si poteva credere a Mussolini quando diceva che il fascismo non era una merce d’esportazione;
  • l’influenza diretta ed indiretta della propaganda fascista: anche se in questo periodo l’organizzazione della propaganda fascista all’estero non era ancora giunta al suo massimo, è fuori dubbio che anche questo fu un fattore importante, soprattutto in due direzioni, quella delle comunità italiane all’estero (alcune delle quali e specialmente quella statunitense avevano un peso non trascurabile sulla vita politica dei rispettivi paesi) e quella di alcuni giornali di opinione (soprattutto inglesi e statunitensi) sui quali, attraverso i loro corrispondenti in Italia e le rappresentanze diplomatiche all’estero, il regime riusciva ad esercitare una certa influenza, che, non essendo in genere né troppo esplicita né continuativa, finiva per risultare la piú produttiva; se nella prima metà degli anni trenta il quadro dell’Italia che prese a circolare all’estero fu caratterizzato sempre piú da una messa in valore degli aspetti positivi del regime e da un tono, in genere, discreto nel trattare quelli negativi (e, per di piú, quasi sempre con una sorta di ricorso piú o meno esplicito al leit motiv dell’immaturità civile degli italiani) ciò fu dovuto anche a questo ménagement diretto ed indiretto della stampa internazionale;
  • l’affermazione del nazionalsocialismo in Germania: la vittoria di Hitler, dopo il primissimo momento di incertezza, giuocò a tutto vantaggio del fascismo, sia perché nel confronto tra i due regimi quello mussoliniano apparve subito piú umano, liberale, pacifista, conservatore dello statu quo europeo di quello hitleriano (alla fine del ’33 la stampa ebraica degli USA fece un sondaggio di opinione per stabilire chi avesse sostenuto piú efficacemente i diritti civili e politici degli ebrei: Mussolini fu tra i dodici prescelti), sia perché l’atteggiamento antitedesco assunto da Mussolini e specialmente la sua reazione al putsch di Vienna fecero convergere sull’Italia non poche simpatie e speranze che, certo, erano frutto di paura ma, altrettanto certamente, fecero passare in second’ordine molte prevenzioni verso il fascismo e contribuirono non poco ad accreditare la convinzione che esso fosse un elemento di ordine e non di disordine internazionale.
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Questi fattori e altri minori sui quali per brevità non ci intratteniamo contribuirono tutti, singolarmente e collegati tra loro, a favorire in varia misura l’affermarsi in vasti settori dell’opinione pubblica occidentale media nella prima metà degli anni trenta di un nuovo modo di guardare al fascismo e all’Italia e quindi di giudicarli. Fermarsi ad essi sarebbe però assolutamente errato, offrirebbe un quadro distorto e soprattutto impedirebbe di cogliere il vero significato che storicamente ebbe la «fortuna» del fascismo in questi anni nella società occidentale e la differenza esistente tra questa particolare «fortuna» e quella che, già in questo periodo, ma specialmente nel successivo, esso ebbe invece in alcuni ambienti dei paesi del Medio e dell’Estremo Oriente. Per cogliere questo significato è necessario rifarsi alle conseguenze che la «grande crisi» ebbe in Occidente, non solo e, al limite, non tanto a livello economico, ma anche e soprattutto a livello morale, culturale e politico. Solo in questo contesto ben piú vasto e drammatico è infatti possibile comprendere le ragioni di fondo dell’effimera fortuna del fascismo in quegli anni e valutare giustamente sia il contributo degli altri fattori sia la loro capacità di espansione.

Lo stretto rapporto che lega l’espansione del fenomeno fascista alla «grande crisi» è troppo noto perché ci si debba qui soffermare su di esso. Il caso piú evidente e macroscopico in questo senso è costituito dalla improvvisa e grandiosa crescita, dal ’30 in poi, del nazionalsocialismo e dalla sua andata al potere nel ’33 in Germania, nel paese europeo che, cioè, piú era attanagliato dalla crisi e in cui esistevano le premesse storiche, morali e politiche piú adatte e piú marcate per dar vita appunto ad un regime di tipo fascista8. Non bisogna però dimenticare che nello stesso periodo sorsero anche in altri paesi europei i piú importanti movimenti fascisti minori o che si definirono in senso piú propriamente fascista alcuni dei movimenti autoritari preesistenti. Per limitarci ai maggiori paesi, basta ricordare che in Inghilterra la British Union of Fascists fu fondata da O. Mosley nel ’329 e che le prime due vere organizzazioni fasciste francesi, il Francisme di M. Bucard e la Solidarité française di J. Renaud (alle quali due anni dopo sarebbe seguito il Parti populaire français di J. Doriot), furono fondate nel ’3410. Il problema che qui ci interessa di piú non è però quello relativo a questi movimenti. Agli effetti della «fortuna» del fascismo italiano questa efflorescenza di partiti fascisti minori è, infatti, un aspetto secondario, su cui per altro torneremo, certo meno importante di altri.

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Già piú importante, anche se anch’esso secondario, è se mai un altro aspetto: quello dell’ammirazione e del consenso che in numerosi ambienti democratici e liberali suscitò la politica economica attuata in Italia per fronteggiare la crisi. Voci in questo senso si levarono un po’ dappertutto, in Europa come in America, e non di rado allargando il discorso dai singoli interventi messi in atto dal governo fascista al corporativismo, come avvio di un nuovo e piú razionale sistema economico. Per quel che riguarda gli USA, bene il Diggins ha sintetizzato lo stato d’animo da cui queste voci prendevano le mosse11:

Negli anni trenta lo Stato corporativo sembrò una fucina di fumanti industrie. Mentre l’America annaspava, il progresso dell’Italia nella navigazione, nell’aviazione, nelle costruzioni idroelettriche e nei lavori pubblici offriva un allettante esempio di azione diretta e di pianificazione nazionale. In confronto all’inettitudine con cui il presidente Hoover affrontò la crisi economica, il dittatore italiano appariva un modello di attività.

Si spiega cosí come nel maggio ’32 una rivista come «Fortune» scrivesse:

Nella crisi mondiale contrassegnata dallo smarrimento e dall’incertezza del governo, Mussolini rimane saldo. Egli presenta, anche, la virtú della forza e di un governo centralizzato che opera subito e senza incontrare opposizione per il bene dell’intera nazione.

E si spiega anche perché due mesi dopo la liberale e antifascista «Nation» arrivasse ad auspicare un Mussolini anche per gli Stati Uniti12. Né questo atteggiamento mutò sostanzialmente dopo l’elezione di Roosevelt alla presidenza. Che Roosevelt fosse un sincero democratico è fuori dubbio. Per lui a quest’epoca Mussolini e Stalin erano «fratelli di sangue»13. Ciò non gli impediva però di considerare il «duce» un «vero galantuomo», di tenersi in contatto con lui e di dirsi «molto interessato e profondamente impressionato da ciò che egli ha realizzato e dal suo comprovato onesto sforzo di rinnovare l’Italia e di cercare di impedire seri sconvolgimenti in Europa»14. E se il presidente guardava con curiosità ed interesse alla politica economica fascista (specie in materia di sicurezza sociale), il corporativismo, specialmente nella interpretazione interventista e pianificatrice datane da Bottai15, interessò in questo periodo non pochi studiosi e tecnici americani, tra i quali alcuni dei massimi dirigenti della NRA, come J. Farley (che nel ’33, di ritorno da un viaggio di studio in Italia, scrisse a Roosevelt una entusiastica relazione sui progetti mussoliniani di bonifica) e come il suo stesso capo H. Johnson (che al momento di lasciare la sua carica avrebbe fatto esplicito riferimento al «nome luminoso» di Mussolini)16. Un esempio assai significativo di questo interesse è offerto dal numero speciale sul corporativismo italiano pubblicato nel ’34 da «Fortune». Esso offre infatti bene la possibilità di rendersi conto sia dei caratteri e dei limiti dell’interesse americano per il corporativismo, sia delle riserve che l’andamento dell’economia italiana suscitava oltre oceano, sia infine di cosa intendessero coloro che affermavano che «lo Stato corporativo sta a Mussolini come il New Deal sta a Roosevelt»17. Né si deve credere che l’ammirazione e il consenso per la politica economica fascista fossero solo un fatto americano. Esempi significativi nello stesso senso si possono cogliere in Francia18 e soprattutto in Inghilterra. E in questo paese non solo a destra, tra liberali e conservatori, ma anche tra gli stessi laburisti. Tipiche in questo senso sono due interviste, una di Lloyd George al «Manchester Guardian» del 17 gennaio ’33, nella quale il vecchio leader liberale affermò che lo stato corporativo mussoliniano era «la piú grande riforma sociale dell’epoca moderna» e applaudí alla politica fascista di ritorno alla terra, dato che essa era l’unica che potesse risolvere il problema della disoccupazione19, l’altra del capo dell’opposizione laburista Landsbury al «News Chronicle» del 16 febbraio ’33, nella quale, sempre in tema di disoccupazione, egli affermava:

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Io non riesco a vedere che due metodi, e questi sono già stati indicati da Mussolini: lavori pubblici o sussidi. A mio avviso vi è una enorme quantità di opere che possono essere compiute nel campo dell’agricoltura e della bonifica, nelle strade, nelle comunicazioni e nelle miniere... Se io fossi dittatore, io farei come Mussolini: sceglierei cioè gli uomini che sappiano tracciare dei piani di opere pubbliche effettivamente utili al Paese e continuerei risolutamente sulla mia strada fino a portare una completa riorganizzazione nella vita nazionale20.

Né, ancora, si deve credere che l’ammirazione e il consenso per la politica economica fascista riguardassero solo dei politici o dei tecnici alla ricerca di soluzioni pratiche con le quali fronteggiare la crisi. Esempi significativi nello stesso senso si possono infatti trovare anche a livello di intellettuali e di studiosi puri, non impegnati operativamente nella gestione politica o economica. Tipico è il caso di W. Sombart, che, alla fine del ’32, dichiarò21:

Uno dei meriti piú alti del fascismo consiste, secondo me, nell’aver completamente superato il concetto della lotta di classe, di aver invece ammesso il saggio contemperamento del principio dell’iniziativa individuale e della libera produzione col principio dell’organizzazione e del corporativismo, sí da evitare, nello stesso punto, lo scoglio di una centralizzazione livellatrice, statolatrica, bolscevizzante... Se il secolo scorso è per me caratterizzato dal primato dell’economia – la ipertrofia capitalistica della quale ha suscitato il mito marxista della lotta di classe in senso assoluto – il secolo attuale io sono convinto che sarà caratterizzato da un nuovo predominio dell’elemento politico sull’elemento economico, non in senso assolutistico e assorbitore, ma in senso, come ho detto, razionalizzatore e regolatore, oltreché nel senso di collegare le forze dell’economia privata ad un piano piú alto di fini, ove esse non sono annullate, ma integrate.

È per questo che io considero la nuova Italia e la sua notevolissima creazione, lo Stato corporativo, con ammirazione di uomo e con attenzione di scienziato. Essa mi offre invero l’esempio della prima realizzazione costruttiva del dopoguerra che non potrà non significare anche una pietra miliare per la via che ogni altra Nazione tesa alla propria integrazione politica ed economica non potrà non seguire.

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Per capire veramente la «fortuna» del fascismo nella prima metà degli anni trenta bisogna però rifarsi soprattutto a quella che è stata definita la crisi della democrazia in questo periodo. Di questa crisi le manifestazioni piú evidenti sembrano oggi essere state quelle di tipo immediatamente politico: il declino, sotto i colpi della crisi economica, dello slancio rivoluzionario e della capacità di reazione del movimento sindacale e delle sinistre nel loro complesso (che in alcuni paesi si tradusse anche in un vero e proprio crollo elettorale: clamoroso fu in questo senso il caso dei laburisti inglesi che da 259 deputati nel ’29 passarono a 46 nel ’31, per risalire solo fino a 154 nel novembre ’35), l’insorgere all’interno del movimento socialista di tendenze oggettivamente estranee alle sue tradizioni e alle sue linee di sviluppo classiste (si pensi al neosocialismo francese di Déat, Marquet e Renaudel e al planismo di H. de Man), il distacco dai partiti di sinistra di larga parte degli aderenti ed elettori piccolo e medio borghesi per arroccarsi, in un primo momento, su posizioni di sostegno dei governi che praticavano una politica deflazionista e, successivamente, per orientarsi piú o meno esplicitamente verso soluzioni di tipo fascista, la divisione tra occupati e disoccupati e la tendenza rispettiva a collocarsi politicamente in modo diverso e, infine, la radicalizzazione delle posizioni a vantaggio soprattutto delle estreme22. Senza volere in nulla svalutare l’importanza dell’aspetto politico della crisi, bisogna per altro non dimenticare un altro aspetto di essa, quello morale, altrettanto e forse anche piú importante, perché – in generale – esso ebbe una vastità assai maggiore, dato che riguardò, oltre che vari settori della sinistra, gran parte del liberalismo e della democrazia classica e influenzò largamente l’opinione pubblica media del tempo e perché – in particolare – è esso, appunto, che permette di comprendere veramente il nesso esistente tra la crisi della democrazia e la momentanea «fortuna» del fascismo in Occidente.

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In un famoso libro del tempo, Democrazia in crisi di H. J. Laski23, si leggono affermazioni come queste:

La temperie generale del mondo è una disillusione profonda e diffusa. Sembra che la nostra generazione abbia perduto la scala dei valori. Certo l’ha sostituita il cinismo, come la speranza ha ceduto il posto alla disperazione... Le istituzioni che, una generazione fa, venivano raramente discusse... adesso vengono sottoposte a critiche cosí ostilmente acri che esse sono sempre in uno stato di permanente difensiva. I nostri desideri sono come in preda a una fretta febbrile, a una trascuraggine, a un’assenza di calma, che dimostra la nostra ignoranza di quel che si ha da cercare nella vita. Lo spirito che nega è prevalso sullo spirito che afferma. E non è tutto. I fondamenti della nostra civiltà sono sottoposti a critiche mai viste dall’epoca in cui il Rousseau irruppe sull’attonito secolo decimottavo. Nessuno dei nostri profeti è della sua statura, ma la maggior parte gli rassomigliano nel furibondo ripudio dell’ordinamento esistente e nella loro romantica ansia per i principî di un nuovo equilibrio... Il modo di vivere occidentale è nel crogiuolo di prova... La mancanza di rispetto verso l’autorità non è dovuta a qualche improvviso scoppio di entusiasmo per l’anarchia; essa trova la sua radice nell’esser venuta meno la fede nei principî per i quali l’autorità era stata organizzata nella società capitalistica...

Questa crisi dei valori, in un certo senso già latente ma che era stata fatta precipitare dalla «grande crisi» e in particolare dalla insicurezza e dalla disperazione determinate da essa, sui tempi medi si sarebbe tradotta in un rilancio politico dei partiti comunisti (soprattutto attraverso la formula dei fronti popolari) e avrebbe trovato una risposta, specialmente a livello ideologico-politico, anche all’interno delle forze democratiche, liberali e conservatrici, soprattutto attraverso l’apporto delle nuove generazioni24. Sui tempi brevi essa assunse però assai spesso il carattere di una ricerca di correttivi e di mutamenti del sistema che investí tutti i campi e in particolare quello dell’economia capitalistica, senza lasciare indenne neppure quello piú propriamente della politica. Comune un po’ a tutti i paesi dell’Occidente, questo fenomeno fu però particolarmente rilevante in Francia e trovò ovunque una larga eco sulla grande stampa di informazione, grazie alla quale la tematica della crisi del capitalismo e della democrazia rimbalzò, sminuzzata e ridotta spesso in formule estremamente semplificate e in schematizzazioni grossolane, a tutti i livelli della pubblica opinione, contribuendo non poco ad aumentare la confusione e, ciò che in questa sede piú ci interessa, a porre il discorso sul fascismo in una prospettiva nuova e in buona parte distorta anche rispetto a come esso veniva formulato a livello etico e culturale dai gruppi piú seri e consapevoli della stessa «cultura della crisi».

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L’aspetto francese della «cultura della crisi» è stato ampiamente studiato sia nelle sue manifestazioni particolari piú significative sia nel suo complesso. Fondamentale è a quest’ultimo proposito la ricerca di J. L. Loubet Del Bayle sui «non-conformisti» della prima metà degli anni trenta. Da questi studi risulta chiaramente come questa cultura, rimettendo tutto in discussione, dall’assetto capitalistico della società, al sistema politico, ai valori che sino allora erano stati bene o male alla base della società occidentale, alla stessa organizzazione internazionale e alla posizione della Francia in Europa, giungesse a parlare di una «crisi totale di civiltà» e, volendo combattere le cause del «disordine stabilito» della società contemporanea e cioè «l’egoismo ottuso del mondo borghese e liberale», «il materialismo economico e spirituale» e «l’impotenza di una politica senza spirito e senza anima», finisse per sostenere la necessità di una «terza via» tra capitalismo e comunismo e, in alcuni casi, tra destra e sinistra e, quindi, per trovarsi o per dare l’impressione di essere su una linea non dissimile da quella del fascismo. Pochi esempi possono spiegare meglio questa posizione. In campo internazionale la «cultura della crisi» era critica verso il trattato di Versailles, la Società delle Nazioni, l’internazionalismo e il pacifismo. In campo politico la sua critica e la sua sfiducia si appuntavano sia contro i partiti, sia contro il parlamentarismo, sia contro la democrazia liberale, accusati tutti di essere corrotti e falsati dal giuoco del capitalismo. Come ha scritto Loubet Del Bayle25:

Per tutti, la democrazia parlamentare era diventata sinonimo di menzogna, di debolezza, di mediocrità, di compromesso, di bassezza.

Per «Ordre nouveau» (febbraio ’34):

Non c’è piú politica; ci sono solamente dei politicanti, seicento parolai sia incoscienti, sia troppo maligni, sempre impotenti. Eleggere un deputato significa oggi troppo spesso dare l’immunità parlamentare ad uno sfruttatore, ad un ricettatore, ad un pericoloso imbecille.

Per «Esprit» (marzo ’33):

Non c’è piú città, non c’è piú Stato, non c’è piú governo. Le potenze del denaro hanno invaso tutto il sistema. Un immenso parassita è sui paesi, immobilizza i loro parlamenti, la loro informazione, la loro volontà e avvelena irresistibilmente i cuori.

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Per E. Mounier su «L’aube» del 27 febbraio ’34:

L’ideologia che combattiamo, è l’ideologia dell’89... Ecco ciò che combattiamo: l’individuo svuotato di ogni sostanza e di ogni attacco carnale e spirituale, costruito di risentimenti e di rivendicazioni, considerato come un assoluto; la libertà considerata come fine a se stessa, senza rapporto a ciò che vuol raggiungere, sino a giudicare le scelte stesse e la fedeltà come delle impurità; l’uguaglianza vuota tra individui neutri e intercambiabili (secondo la quale il proletariato è il coronamento del cittadino); il liberalismo politico ed economico che si divora da se stesso; l’ottimismo devoto della sovranità nazionale; l’opposizione puramente negativa al socialismo; l’attaccamento ad un parlamentarismo astratto e menzognero che, d’altra parte, si scredita di giorno in giorno. Una tale democrazia misconosce sia l’originalità e la pienezza della persona sia la comunità organica che deve riunire le persone: la storia degli ultimi centocinquanta anni ne è la testimonianza... La libertà capitalistica ha abbandonato la democrazia, utilizzando le sue formule e le sue armi, nelle mani dell’oligarchia dei ricchi... Lo Stato politico non rappresenta degli uomini o dei partiti, ma delle masse di gente «libera» indifferenziata, stanca, che vota in qualsiasi modo, sottomettendosi spontaneamente sotto il dominio delle potenze capitaliste che, con la stampa ed il Parlamento, mantengono il cerchio di questo asservimento.

Critiche ancora piú dure si appuntavano contro il sistema capitalistico. Su questo punto tutte le voci dei «non conformisti» erano unanimi; «Jeune Droit», «Reaction pour l’ordre», la «Revue française», «Ordre nouveau», «Esprit», «L’aube» facevano dell’anticapitalismo il fulcro del loro discorso filosofico e morale ancor prima che economico e politico; sicché non aveva certo torto Mounier quando nel ’36, nel suo Manifeste au service du personnalisme avrebbe scritto: «La storia indicherà senza dubbio l’anticapitalismo come il luogo comune che ebbe piú fortuna negli anni 1930». Tipica in questo senso è la posizione di «Esprit» che Loubet Del Bayle ha cosí riassunto26:

L’anticapitalismo veniva espresso in queste riviste in modo particolarmente aggressivo e violento. Per «Esprit», era il fondamento della sua denuncia del disordine stabilito. Il regime capitalista le sembrava in effetti rispondere a tutti i criteri che la morale cattolica ritiene necessari per definire la tirannia: «Nel regime capitalista, scriveva Mounier, noi sappiamo il motivo della crisi e delle guerre, della corruzione, degli scioperi e degli odi. Non si pone piú il problema per noi di sapere se il regime risponde alla definizione della tirannia. Bisogna piuttosto dire che mai un tiranno dispone di un potere altrettanto universale nello schiacciare gli uomini con la miseria o con la guerra, da un capo all’altro della terra, che mai tiranno accumulò, nel silenzio della normalità, tante rovine e tante ingiustizie». E concludendo, dopo aver notato che un «regime come il capitalismo moderno è una specie di peccato sociale»: «La nostra rivolta contro il mondo del 1932 implica senza alcuna riserva la condanna ed il rovesciamento attraverso tutti i mezzi, soprattutto i mezzi illegali, cioè efficaci, del regime capitalista attuale». Come vediamo, le posizioni di «Esprit» non lasciarono spazio all’equivoco.

548–549

Da qui uno stato d’animo, un velleitarismo rivoluzionario che bene J.-P. Maxence, un tipico rappresentante di questa cultura della prima metà degli anni trenta, ha cosí ricordato nella sua Histoire de dix ans27:

Di fronte ad un mondo politico avvilito, impotente, di fronte ad una società creatrice di ingiustizie con le sue stesse istituzioni, di fronte ad un capitalismo ai limiti della crisi, di fronte ad un’arte, una letteratura che si perdevano per dissociazione in analisi senza sbocco o in vani gesti, di fronte alla perdita quasi generale del senso dell’uomo e del suo destino; alla soglia del 1931, sui due piani della dottrina e dell’azione, nascono una coscienza, una volontà rivoluzionaria. Le vie diverse, le rivoluzioni opposte, i combattimenti ingaggiati, le ingiurie scambiate, non devono farcelo dimenticare: alla fine del 1930, non uno spirito fiducioso, non un uomo libero che accettasse il mondo qual era, non uno che non volesse, con una «rivoluzione efficace e profonda», cambiarlo.

Da qui, ancora, un grande interesse per le esperienze italiana, sovietica e tedesca, non di rado messe sullo stesso piano come aspetti differenti, a causa delle diversità storiche e ambientali, «della rottura con il mondo antico e della ricerca di un ordine», come grandi rivoluzioni, importanti tanto quanto quella francese, attraverso le quali era stato tentato di creare una umanità nuova, un nuovo quadro politico e sociale e un nuovo atteggiamento globale di fronte alla vita. Grande interesse che non comportava che queste rivoluzioni fossero considerate come dei modelli da imitare, ma che certamente in questo periodo fece sí che la «cultura della crisi», soprattutto nelle sue manifestazioni giovanili di punta, guardasse alla Russia sovietica, all’Italia fascista e alla Germania nazionalsocialista con occhi nuovi, non scevri di simpatia, di ammirazione e di invidia, se non altro in quanto in esse era stato consacrato il fallimento e la condanna di ciò che si opponeva alla «vera rivoluzione». Il che spiega, da un lato, le pesanti accuse di fascismo che ad essa furono mosse da parte comunista (contro la Politique de la personne scesero in campo anche le «Izvestija», definendo D. de Rougemont «uno dei capi dell’avanguardia del fascismo francese») e, da un altro lato, perché un certo numero dei suoi esponenti (in genere tra i meno significativi) alla lunga finí su posizioni effettivamente filo-fasciste e collaborazioniste.

Nel complesso la parte migliore della «cultura della crisi» nonostante il suo interesse per il fascismo (che nel maggio ’35 si concretizzò tra l’altro nella partecipazione di vari «non conformisti» ad un congresso sulle istituzioni corporative organizzato a Roma dal PNF) e la sua tendenza, per dirla con R. Aron28, a rifiutare sia «un atteggiamento di adesione» sia «un atteggiamento puramente critico e disdegnoso» verso di esso, non solo mosse sin dall’inizio tutta una serie di critiche al fascismo (accusandolo, tra l’altro, di essere una nuova forma di materialismo, di statalismo, di gretto nazionalismo e soprattutto di non «rivedere in profondità le dimensioni stesse del capitalismo: primato del profitto, fecondità del denaro, potenza dell’oligarchia economica»), ma finí anche abbastanza presto per condannarlo esplicitamente e per orientarsi verso tutt’altre soluzioni29.

549–550

Detto questo va però altrettanto chiaramente detto che questo discorso vale essenzialmente a livello culturale, quello del resto al quale in genere si collocava la battaglia dei «non conformisti» e di gran parte della «cultura della crisi». Diverso esso diventa se si vedono le ripercussioni, gli echi che la tematica di questi intellettuali ebbe a livello di opinione pubblica media e attraverso la intermediazione della pubblicistica politica e della stampa d’informazione. A questi livelli, infatti, è fuori dubbio che la «cultura della crisi» in genere e le sue prese di posizione sul fascismo e le rivoluzioni del XX secolo in particolare giuocarono un ruolo oggettivamente pro fascista, contribuendo notevolmente a dar vita ad una sorta di «cultura politica» che in realtà era un mélange di stati d’animo, di luoghi comuni, di frustrazioni e di velleitarismi in cui convergevano le suggestioni e le esigenze piú diverse e contraddittorie. E ciò soprattutto in due modi: avallando con le proprie accuse e condanne della democrazia e delle sue istituzioni quelle fasciste e accreditando l’immagine di un fascismo tendenzialmente anticapitalistico e, cosí facendo, contribuendo a disarmare moralmente ed ideologicamente settori notevoli dell’opinione pubblica occidentale (e anche dei paesi ideologicamente dipendenti dall’Europa, come quelli latino-americani) rispetto al fascismo: dalla volgarizzazione della tematica della «cultura della crisi» questo, infatti, usciva come uno dei grandi tentativi dell’età contemporanea per rinnovare l’uomo e la società; un tentativo non ancora riuscito, ma non per questo non migliorabile e perfezionabile e, in ogni caso, nella linea del progresso e della emancipazione dell’uomo e, in sostanza, né migliore né peggiore di altri. Un tentativo, pertanto, che, nel migliore dei casi, non doveva indurre i paesi democratici a farlo proprio, ma che non per questo doveva essere condannato in assoluto e, anzi, doveva in pratica essere accettato come una realtà di fatto; tanto piú che, solo rendendosi conto che, «nello stato attuale del mondo la standardizzazione delle costituzioni politiche è una utopia», era possibile realizzare quella collaborazione tra tutte le nazioni – democratiche, fasciste, comuniste – che sola poteva assicurare a tutte un minimo di pace e di prosperità30. Un tentativo che, non di rado, non solo era accettato e spesso giustificato per l’Italia (come il comunismo per la Russia e il nazionalsocialismo per la Germania), ma veniva anche collocato in una dimensione e in una prospettiva del tutto distorcenti e pericolosissime: quelle che solo la dittatura poteva assicurare l’autorità necessaria a fronteggiare situazioni di crisi e, in questo senso, costituisse una sorta di necessità storica. Indicativo è a questo proposito il gran numero di articoli, dichiarazioni, libri che in questi anni un po’ in tutti i paesi trattarono il problema della dittatura e illustrarono le vicende dei vari dittatori, dall’antichità ai tempi moderni, sí da farne – consapevolmente o no poco importa – una sorta di filo rosso della storia dei popoli. A livello, per cosí dire, culturale può valere da esempio quanto nel ’35 Jacques Bainville, dell’Académie française, scriveva nell’introduzione al suo Les dictateurs, un affresco per il vasto pubblico che andava da Solone a Cesare, da Cromwell a Napoleone, da Bolivar a Lenin, Stalin, Atatürk, Mussolini ed Hitler:

550–551

I dittatori contemporanei sono apparsi l’indomani del giorno in cui il presidente Wilson aveva detto: «Rendete il mondo sicuro per la democrazia»... Di fronte al primo dittatore che si presentò si rimase increduli. A stento gli si accordò qualche giorno di regno e, in Francia, un uomo politico ebbe l’imprudenza di trattarlo, dall’alto della tribuna, da «Cesare da Carnevale». Poi, quando la moda si diffuse, ci si compiacque di pensare che, se c’era un’epidemia, essa si sarebbe arrestata alle porte dei grandi stati, quelli che avevano una tradizione liberale, dei partiti di sinistra ben organizzati. Eppure non si ignorava cosa era l’inflazione e la moneta malata, ma venivano considerate come una piaga riservata ai paesi poveri, primitivi o molto male amministrati. Non si ammetteva che dei paesi ricchi, provvisti di una vera organizzazione finanziaria, potessero essere colpiti da questa specie di cancrena da ospedale.

Tutto questo è risultato falso. La moneta è caduta malata anche là dove aveva fama di sfidare tutto. Sono sorte dittature nei luoghi dove erano considerate incredibili. Esse si sono installate saldamente nel momento in cui, da parecchio tempo, i dittatori, allorché erano ancora dei semplici agitatori, non erano nemmeno stati presi sul serio.

Del resto, non è un caso che noi accostiamo il male monetario all’instaurarsi di regimi d’autorità. L’uno precede e genera spesso l’altro perché è per le folle il sintomo piú avvertibile del disordine.

Ed è egualmente una delle ragioni per cui la dittatura non ha cause uniformi. Éssa può essere una reazione di difesa contro l’anarchia e la rovina e contro gli effetti della democrazia portata alle sue ultime conseguenze, che sono il socialismo o il comunismo. Essa può essere, al contrario, per la democrazia egalitaria e anticapitalista, il mezzo per vincere le forze che le resistono e per imporsi.

Vi sono dunque dittature diverse. Ce n’è per tutti e un po’ per tutti i gusti. Coloro che ne respingono l’idea con orrore vi si adatterebbero molto bene e, spesso, si avviano sulla sua strada senza accorgersene. Coloro che la desiderano talvolta sarebbero molto delusi se trionfasse.

Che la si invochi o la si detesti, è dunque essenziale conoscerla sotto i diversi volti che ha preso nel corso della Storia, e poi, ai giorni nostri, in paesi tanto numerosi e lontani gli uni dagli altri che si avrebbe probabilmente torto a vedervi solo una specie di moda mentre essa è l’effetto di una legge o di una necessità.

551–552

Un simile discorso è rivelatore di tutto un modo di intendere la realtà della «grande crisi» e del modo di reagire ad essa. Sotto la penna di un letterato e, per di piú, conservatore, si potrebbe però essere tentati di considerarlo un fatto episodico, marginale. In realtà discorsi di questo genere erano tutt’altro che rari in quegli anni e anche uomini politici democratici non la pensavano di rado in maniera molto diversa. Tra i vari esempî che si potrebbero fare uno ci pare forse il piú tipico, dato che permette di istituire subito una precisa correlazione tra questi discorsi e quelli fascisti. Sul «Petit Journal» dell’11 marzo ’33 Maurice Colrat, già ministro della Giustizia con Herriot, affermava senza mezzi termini:

Dopo Mussolini, Stalin, Mustafà Kemal, Pilsudsky,Hitler, ecco che il Presidente Roosevelt reclama i pieni poteri di un dittatore. Basta gettare gli occhi su questa lista per accorgersi che la dittatura assume diverse forme; ma che vi sia bisogno ovunque di autorità, nessuno può negarlo. Questo bisogno si manifesta anche nei paesi repubblicani e democratici. La dittatura ha origini repubblicane e democratiche...

Sono parole che potrebbero suggerire molte considerazioni; meglio di tutte vale però un semplice confronto con quello che il 28 giugno dello stesso anno Mussolini scriveva sul «Popolo d’Italia»31:

Il Congresso americano... ha concesso i pieni poteri a Roosevelt. Si tratta veramente di pieni, anzi di pienissimi poteri. Quella del Presidente è una dittatura... Il curioso, in tutto ciò, è che gli stessi esaltatori del regime democratico trovano che l’attuale sviluppo assolutamente dittatoriale della politica americana è nell’ordine fatale delle cose... Non è fascismo; è per ora, semplice negazione del sistema, non soltanto politico... Milioni di uomini si domandano: a che servono gli immortali principî, se nelle ore di crisi essi appaiono e sono insufficienti?

Né, per avere un quadro articolato di come in questo clima si guardava all’Italia e al fascismo, si possono sottovalutare prese di posizione come la seguente, apparsa nella «Contemporary Review» nel luglio ’33 e dovuta a lord Ponsonby, sottosegretario agli Esteri nel primo governo MacDonald e leader laburista alla Camera dei Lords:

Noi rifuggiamo dall’idea di una dittatura, e del resto non abbiamo nessuno che potrebbe occupare l’ufficio di dittatore. Ma segretamente noi invidiamo i metodi della dittatura quando vediamo come energicamente essa funziona altrove. I paesi retti a dittatura forse non fanno quello che noi vogliamo, ma agiscono, si muovono, si trasformano, tentano esperimenti nuovi, mentre noi siamo affondati in un pantano e attaccati a un sistema antiquato, che, ove fallisca, può portarci al disastro. C’è voluto un anno a ricostruire una gran parte di Roma, e noi abbiamo impiegato tre anni a non costruire due nuovi ponti a Londra.

552–553

È in questo contesto da noi tratteggiato che si devono collocare la personale «fortuna», il prestigio, il successo, l’interesse, la curiosità che Mussolini godette in questi anni. Una «fortuna» che nella prima metà degli anni trenta non ebbe probabilmente eguali, ma che si spiega bene se, oltre a questo contesto, si tengono presenti altri due elementi: il desiderio di pace delle grandi masse e, soprattutto, la personalità dell’uomo.

Di questi due elementi, il primo fu certamente non solo il piú effimero ma anche quello che in definitiva giuocò meno come componente della «fortuna», mentre fu decisivo nel determinare il crollo di essa, quando, con l’aggressione all’Etiopia, fu chiaro che Mussolini non era affatto un pacifista, ma, nel migliore dei casi, un politico spregiudicato che se non voleva un conflitto europeo era perché non era in grado di affrontarlo e che, ad ogni modo, costituiva con la sua sola presenza un pericolo per la pace, se non altro perché indeboliva il fronte antitedesco e dava, volente o nolente, ad Hitler la possibilità di sfruttare le occasioni offertegli da questo indebolimento. Ciò premesso, rimane pur tuttavia il fatto che nella prima metà degli anni trenta e particolarmente nel ’33-’34 la «fortuna» di Mussolini nel mondo e soprattutto in Europa fu in una certa misura aiutata anche dal diffondersi dell’idea che se egli non era proprio il «principe della pace» era pur tuttavia un elemento importante per preservare la pace, un uomo di Stato responsabile, preoccupato delle minacce che si addensavano su di essa (vedi Patto a quattro), deciso a tenere a freno chi voleva turbarla (vedi atteggiamento in occasione del putsch di Vienna) e pronto a questo scopo a trovare un componimento anche a vecchi e difficili contrasti tra l’Italia e le altre potenze pacifiche (vedi accordo con la Francia). A controbattere nettamente questa visione ottimistica della politica mussoliniana nel ’33-34 rimasero cosí relativamente in pochi. Tra questi in prima linea erano gli antifascisti italiani e i comunisti. Tutta la loro azione politico-propagandistica era infatti rivolta a denunciare i pericoli per la pace insiti nella politica e nella ideologia fasciste, a mettere in luce l’affinità di fondo tra fascismo e nazionalsocialismo, la strumentalità delle iniziative mussoliniane, gli errori di valutazione, la disinformazione sulla realtà italiana, il miope conservatorismo e il gretto anticomunismo che erano alla radice di questa visione ottimistica. Paradossalmente, a livello di opinione pubblica media ciò finí però piú per giovare che per nuocere al fascismo. Questa azione e in particolare quella promossa dai comunisti, infatti, per un verso permise al fascismo di replicare ad essa con l’argomento che si trattava di accuse infondate e prive di valore, dato che a muoverle erano dei nemici aprioristici del regime e di Mussolini per i quali nulla di ciò che questi facevano era accettabile, e per un altro verso indusse molti di coloro che erano spaventati, ancor piú che dalle prospettive internazionali, dalla situazione economica e dalle agitazioni operaie, a considerare le denuncie e gli ammonimenti dei partiti antifascisti dettate da tutt’altri motivi: non da sincera preoccupazione per le sorti della pace, ma dal desiderio di combattere in tutti i modi una soluzione politica che sembrava la piú efficace ad impedire l’espandersi del comunismo in Europa. E ciò tanto piú che ad accreditare indirettamente questo tipo di svalutazione degli argomenti dei partiti antifascisti contro la politica di pace di Mussolini contribuivano le numerose dichiarazioni di apprezzamento per l’azione anticomunista del fascismo che, in questo periodo di grave tensione sociale, venivano fatte da parte conservatrice un po’ in tutti i paesi32. Sicché non di rado anche una parte di coloro che seguivano piú da vicino la politica fascista e non nutrivano eccessiva fiducia nell’effettivo pacifismo di Mussolini finí per convincersi o, almeno, per sperare che in definitiva il realismo del «duce» fosse una garanzia di pace, che egli volesse trarre il massimo vantaggio dalla favorevole situazione nella quale si trovava senza per altro compiere passi avventati, senza andare cioè oltre un certo limite; per cui, se si era disposti a pagarlo, si poteva contare sulla sua non ostilità e forse sul suo appoggio. Tipico in questo senso è quanto scriveva nel ’32 E. Schreiber33:

553–554

All’estero il Duce appare in una luce piuttosto inquietante a causa delle sue dichiarazioni contraddittorie, talvolta pacifiste a volte bellicose. Pur tuttavia Mussolini, sinora, ha tenuto chiuse le porte del tempio di Giano. Per quanto sia difficile prevedere l’avvenire, non sono lontano dal credere che egli aspiri molto di piú ad ottenere, in caso di un nuovo conflitto europeo, dei compensi territoriali importanti per il suo popolo in cambio della sua neutralità, piuttosto che trascinarlo in una guerra il cui sbocco può essere disastroso e comunque incerto.

Né, per completare il quadro, si può sottovalutare un altro fatto. Nella prima metà degli anni trenta il vero pericolo per la pace era considerato da tutti Hitler. Mussolini di per sé non era ritenuto veramente pericoloso. Dopo il putsch di Vienna l’atteggiamento assunto dall’Italia verso la Germania, il riavvicinamento alla Francia e le violente prese di posizione della stampa fascista e dello stesso Mussolini contro il nazionalsocialismo34 indussero moltissimi a ritenere infondati i timori che in un primo momento erano stati nutriti su un allineamento italo-tedesco e contribuirono a far vedere da molti il «duce» in una luce nuova: non come un guerrafondaio e neppure come un pacifista astratto, ma come un realista che riusciva a conciliare gli interessi del proprio paese con quelli di quella parte della collettività europea che si preoccupava per i pericoli ai quali la pace era esposta dalla politica hitleriana.

554–555

Anche se la proposta fu avanzata da alcuni ungheresi, dalla Facoltà di Giurisprudenza e di Scienze politiche dell’Università Elisabettiana di Pecs, è significativo che in questo clima vi fu persino chi ventilò l’idea di proporre Mussolini per il Premio Nobel per la pace35.

Per comprendere la personale «fortuna» di Mussolini in questi anni è però necessario rifarsi soprattutto a come, nel contesto che abbiamo delineato, giuocò – a livello di opinione pubblica media specialmente, ma anche in alcuni ambienti socialmente e culturalmente qualificati – la personalità del «duce», come cioè essa fu prospettata e recepita nel mondo occidentale od occidentalizzato non solo e non tanto dalla propaganda fascista e dai filo-fascisti veri e propri, ma da giornali, gruppi di intellettuali e settori dell’opinione pubblica che filo-fascisti non erano veramente (e soprattutto non avrebbero accettato il fascismo nei loro paesi) ma che, nel particolare clima del momento, caratterizzato da un generale malcontento per la realtà della società occidentale e da un altrettanto generale senso di incertezza e di timore per i suoi possibili sviluppi, da tutta una serie di miti piú o meno populistici e piú o meno autoritari e da una diffusa polemica contro l’economia, la politica, le istituzioni, le classi dirigenti e la concezione stessa della vita sino allora dominanti, considerarono Mussolini una delle espressioni piú caratteristiche (in bene e in male) della nuova realtà europea, un tipo umano per piú di un aspetto pittoresco ma, proprio per questo, diverso dal cliché classico dell’uomo politico tradizionale e, quindi, pieno di interesse e soprattutto tale da poter essere visto sotto i profili piú svariati, da poter suscitare le suggestioni «culturali» piú diverse, a seconda delle varie nazioni e dei vari ambienti e da poter essere, data la molteplicità e la pragmaticità demagogico-realistica delle sue prese di posizione, preso a esempio caratteristico di un nuovo tipo di uomo politico che si andava moltiplicando nel mondo e col quale, dunque, lo si accettasse o no, bisognava fare i conti, capire, misurarsi. Un tipo umano, oltre tutto, che a livello giornalistico offriva spunti infiniti, suscitava curiosità e passioni contrastanti sulle quali si poteva fare sicuro affidamento e che si prestava assai bene non solo ad assicurare il successo alle iniziative imperniate sul suo nome, ma a prospettare in forma indiretta all’opinione pubblica soluzioni e formule conservatrici in modo non impegnativo e spesso «mediano», tale cioè da poter essere recepite in un contesto formalmente democratico o comunque diverso da quello delle istituzioni fasciste.

555–556

Volendo abbozzare un’analisi di questo aspetto particolare della «fortuna» di Mussolini è relativamente di secondaria importanza fare un discorso sugli uomini di governo, sulla classe politica piú alta. Da un lato, infatti, è naturale che gli uomini politici di destra guardassero con interesse a Mussolini e talvolta ne tessessero pubblicamente le lodi. Anche se non ne condividevano in toto la politica o cercavano di dare alla loro un certo margine di autonomia rispetto a quella italiana o di adattare il modello fascista alla realtà dei loro paesi, è piú che comprensibile che un Dollfuss o un Gömbös considerassero Mussolini un uomo politico da imitare e si esprimessero pubblicamente con rispetto ed ammirazione per lui; come è logico che il generale Primo De Rivera arrivasse al punto da rivolgersi a lui per avere un giudizio sul progetto di nuova costituzione che voleva introdurre in Spagna36 o che il generale Chiang Kai-shek si dichiarasse suo sincero ammiratore37. Da un altro lato, egualmente, non ci si può certo meravigliare o scandalizzare per il fatto che uomini politici di paesi democratici, anche di vecchia democrazia, esprimessero giudizi positivi in pubblico ed in privato sulla politica mussoliniana e sulla stessa personalità del «duce»: anche prescindendo dal fair-play diplomatico e dalla convinzione che in alcune circostanze qualche elogio personale fosse assai producente per disporre favorevolmente il «duce» verso di loro, sarebbe ingenuo pensare che nel clima della prima metà degli anni trenta una parte della classe politica occidentale, specie a livello governativo, non guardasse a Mussolini con interesse. Anche prescindendo dal fatto che spesso anch’essa non era estranea alla diffusa atmosfera di crisi morale, culturale e politica che caratterizzava questo periodo e che la sua sensibilità democratica era talvolta appannata dalla urgente necessità di cercare soluzioni e persino espedienti atti a rafforzare la propria autorità morale e materiale e a fronteggiare la crisi economica e politica che metteva a cosí dura prova tutti i paesi europei e non pochi di quelli extraeuropei (per non parlare dell’equilibrio europeo), bisogna rendersi conto che questo interesse era in gran parte determinato dal desiderio di comprendere e di valutare le ragioni del successo che il fascismo sembrava in quel momento avere e l’effettivo valore della sua «risposta» a quelli che sembravano essere i mali di fondo della società occidentale. Questo, per altro, non vuol dire che, in genere, tale interesse, se poteva assumere a proposito di singoli aspetti della politica mussoliniana il carattere di un consenso di tipo tecnico, comportasse un ripudio delle proprie convinzioni democratiche e che certi elogi e riconoscimenti rivolti alla persona di Mussolini possano essere intesi in un quadro diverso da quello determinato, come abbiamo detto e ripetuto, dall’idea, in questi anni particolarmente viva, che il fascismo fosse un fenomeno tipico dell’Italia, ovvero dalla convinzione o dalla speranza che il «duce» costituisse un elemento importante, se non proprio dello statu quo, dell’equilibrio europeo.

556–557

Piú significativo, anche se piú difficile, è, se mai, ai fini della nostra analisi, cercare di stabilire la parte che nella «fortuna» di Mussolini in questo periodo ebbero certe prese di posizione di alcuni intellettuali di rilievo. Un elenco di affermazioni pro fasciste e pro mussoliniane, in questo caso, avrebbe scarso significato. Ciò che storicamente importa non è infatti tanto individuare l’atteggiamento personale di alcuni intellettuali europei e americani di fronte al fascismo38 e alla personalità di Mussolini, ma cercare di cogliere ciò che di peculiare era alla radice di questo atteggiamento, il significato cioè che in questi anni una parte del mondo intellettuale occidentale attribuiva al fascismo e al suo «duce». Solo cosí è possibile risalire da una somma di casi individuali ad un atteggiamento il piú possibile comune; ad un atteggiamento cioè che, per un verso, esplicitizzava e radicalizzava ciò che in altri ambienti era latente e confuso e, per un altro verso, influenzava in qualche misura un certo tipo di pubblicistica politica e un certo giornalismo «d’opinione» che erano poi quelli che in effetti piú influenzavano a loro volta l’opinione pubblica media; e, assai spesso, operando una riduzione ad personam del fascismo dalla quale questo usciva praticamente identificato in Mussolini e il «duce» a sua volta assumeva quasi un valore eponimo e, quindi, una dimensione, in bene e in male (ma in questo periodo piú in bene che in male), sproporzionata, suscitatrice di curiosità spesso ridicole e morbose39, di assurdi parallelismi storici40 e di grottesche immagini «eroiche» che nulla avevano a che fare con la realtà, ma che, a ben vedere, costituirono uno degli elementi essenziali sui quali si fondò all’estero il mito, la «fortuna» di Mussolini.

558

Un primo punto da chiarire a proposito dell’atteggiamento di questi intellettuali è quello della loro posizione rispetto al comunismo. Che in esso entrasse una motivazione anticomunista è certo; questa, se contribuí non poco alla diffusione di certe loro tesi, non basta però a spiegare da sola il loro atteggiamento verso il fascismo. Tra questi intellettuali, infatti, la contrapposizione classica destra-sinistra non aveva grande successo e non di rado il fascismo era visto come qualcosa che andava oltre questa contrapposizione. Certo molti, messi alle strette di una scelta, preferivano il fascismo al comunismo, ma spesso quasi controvoglia. Tipica può essere considerata la posizione di Eliot41:

Confesso di preferire in pratica il fascismo... e non ammetterò mai che questa preferenza sia del tutto irrazionale. Credo che la forma di irrazionalità del fascismo sia meno lontana dalla mia di quella dei comunisti, ma la mia forma di irrazionalità è una forma ragionevole.

Ciononostante Eliot riteneva il fascismo «un regime italiano, fatto per gli italiani, un prodotto della mentalità italiana», non adatto per l’Inghilterra, alla quale, invece, si addiceva un «torismo» che avesse «non soltanto una sua dottrina sui rapporti tra gli affari temporali e quelli spirituali nella Chiesa e nello Stato... ma anche un fondamento religioso sul quale poggiasse la sua filosofia politica»42. Dato che Eliot era profondamente cattolico, è possibile equivocare su cosa doveva essere questo fondamento religioso. Un concetto simile si trova però in moltissimi di questi intellettuali. Dopo la caduta del fascismo Santayana cosí ha riassunto la sua posizione personale43:

Naturalmente non sono mai stato fascista nel senso di appartenere al partito italiano o a qualunque altro partito nazionalistico o religioso. Ma considerata, come dev’esserlo da parte di un naturalista, quale un prodotto dell’ordine della società in via di sviluppo, una istituzione nazionalistica o religiosa avrà probabilmente i suoi lati buoni e sarà forse migliore dell’alternativa che può presentarsi in un determinato momento e in un determinato luogo. Questo è ciò che pensavo e tuttora penso sia stata la dittatura di Mussolini per la politica interna dell’Italia, confrontata con il disordinato socialismo che la precedette e con l’impotente caos partitico che le è succeduto... Ma Mussolini, personalmente, era un malvagio, e l’Italia un organismo politicamente arretrato; e la politica estera militante adottata dal fascismo è stata rovinosa nella sua artificiosità e nella sua follia. Però internamente, finché non furono adottate quella politica estera e le sue folli speranze, l’Italia era un paese piú forte, piú felice e piú unito di quanto lo è oggi o di quanto fosse mai stato. Le dittature sono operazioni chirurgiche, ma alcune malattie le richiedono; soltanto che il chirurgo deve essere un esperto, non un avventuriero.

559

Qui, come si vede, il fondamento religioso di Eliot assume per Santayana un significato piú vasto, si potrebbe dire che si laicizza. E proprio ciò può servire per capire l’elemento forse piú essenziale e unificante delle posizioni di molti intellettuali che all’estero ebbero nel periodo che qui ci interessa un atteggiamento pro fascista o, almeno, aperto al fascismo. La suggestione che su di essi il fascismo e la personalità di Mussolini esercitavano va infatti spiegata soprattutto con questa ricerca, con questa aspirazione ad un fondamento religioso della vita e della politica. Nella crisi dei valori che sembrava tutto attaccare, corrompere e travolgere, per questi intellettuali il fascismo si presentava come una risposta morale a questa crisi, come qualche cosa che dava alla vita, individuale e collettiva, un senso e specialmente dei valori (per alcuni restaurando quelli tradizionali, per altri cercandone dei nuovi, piú adatti alla società moderna), ricostruiva una unità civica e un senso collettivo e gioioso di appartenenza. E a determinare l’apprezzamento per questa risposta morale contribuivano, a seconda della personalità degli intellettuali in questione, le motivazioni e le suggestioni piú disparate e soprattutto un radicalismo moralistico che raramente assumeva caratteri effettivamente politici (di adesione esplicita al fascismo) ma piuttosto si appuntava in genere contro i veri o presunti mali della società che abbiamo già visto al centro della polemica della «cultura della crisi».

Per alcuni (assai spesso coloro che sarebbero diventati effettivamente fascisti) le motivazioni erano di principio, di tipo ideologico-culturale (negazione del progresso, convinzione che la civiltà occidentale fosse irrimediabilmente in decadenza, scetticismo nella «naturale» bontà dell’uomo, disprezzo per le ideologie, ecc.). Per i piú esse erano però di altro tipo, piú legate al particolare momento di crisi, alle polemiche che esso suscitava e alle soluzioni per superarlo. Per alcuni era una motivazione antiborghese. Lo spirito borghese si era ormai inaridito e trasformato in conformismo, in egoismo, in ipocrisia: il fascismo era antiborghese e soprattutto aveva il coraggio di fare e di teorizzare ciò che gli altri facevano vergognandosi di farlo e cercando di nasconderlo. Tipiche sono a questo proposito le posizioni di uno Shaw o di un Chesterton. Per quest’ultimo Mussolini

fa apertamente quello che i governi liberali illuminati compiono di nascosto... fa e giustifica ciò che essi fanno ma non difendono. Essi nascondono; fanno le stesse cose perché ritengono che siano convenienti, ma non le difendono perché le credono insostenibili. Mussolini agisce seguendo i suoi princípi fascisti; essi invece agiscono contro i loro princípi di libertà44.

560–561

E per Shaw, col suo gusto abituale per il paradosso:

Si crederebbe che i nostri ministeri di oligarchi non abbiano mai sospeso l’habeas corpus o soppresso un giornale o perseguitato un Cobbett o un Kirkwood. All’oligarca britannico, a quel che pare, è lecito rubare un cavallo mentre al dittatore italiano non è lecito stare a guardia della propria siepe. Eppure la sola differenza visibile fra l’oligarchia britannica e il dittatore italiano è che quella dà un calcio ai diritti costituzionali per assicurare il predominio della propria classe, mentre questo lo fa per ottenere che i pubblici servizi siano condotti con diligenza per il bene pubblico45.

Per altri era una motivazione anticapitalista. Questo era il caso, per esempio, di un Drieu La Rochelle, a quest’epoca non ancora fascista, per il quale «il fascismo crea ... una civiltà transitoria nella quale il capitalismo inteso nella forma che aveva durante la sua maggiore prosperità, viene rapidamente portato alla distruzione»46, e, ancora, di Shaw, che già nel ’2747 scriveva:

Alcune delle cose che Mussolini ha fatto ed altre che minaccia di fare vanno nella direzione del socialismo piú avanti di quanto il Labour Party inglese oserebbe fare se andasse al potere. Quelle opere condurranno Mussolini prima o poi a un serio conflitto con il capitalismo, e non è certo affar mio né di un socialista indebolirlo in previsione di questo conflitto.

La suggestione maggiore era però quella che derivava dalla somma di due idee: che il fascismo sapesse cosa voleva e, pur con i suoi limiti, fosse pertanto una risposta a suo modo valida, anche se imperfetta, alla crisi della società occidentale e che fosse particolarmente fattivo, laddove gli altri regimi o non sembravano esserlo piú (quelli liberal democratici) o sembravano troppo barbari e sopraffattori o troppo estranei alla tradizione occidentale (quello comunista). Tipica per la prima di queste due idee è la ricostruzione fattane per Wells dall’Hamilton48:

Secondo H. G. Wells esso aveva «qualcosa di piú duraturo di quanto si poteva trovare nella maggior parte dei regimi che avevano sostituito i sistemi parlamentari». Il suo contenuto intellettuale era «limitato, nazionalistico e romantico»; i primi metodi di Mussolini furono deplorevoli ma «il regime sorse non come una usurpazione personale ma come espressione di una organizzazione avente un proprio scopo e una sua dottrina»; «esso metteva l’accento sulla disciplina e sul servizio pubblico dei suoi membri. Si presentava come contro-movimento a un caotico comunismo, ma il suo appoggio alla Chiesa e alla monarchia rimasta ancora viva veniva qualificato da un considerevole coraggio nel gestire l’istruzione e la proprietà privata a beneficio della collettività. Il fascismo in realtà non fu del tutto un male. Esso fu una buona cosa malfatta e Mussolini ha lasciato il suo segno nella storia».

561–562

Le opere pubbliche del regime, la bonifica delle paludi pontine, i lavori di trasformazione urbanistica e di valorizzazione dei monumenti classici fatti a Roma sembravano altrettante prove inconfutabili della fattività del fascismo. E poi vi erano soprattutto l’«operosità concreta» dell’Italia, il suo «ordine», il suo «decoro». Tutte cose che per questi intellettuali non si trovavano piú negli altri paesi e che, a conti fatti, facevano passare in second’ordine gli aspetti piú «discutibili» e «negativi» del fascismo. In questi paesi, per dirla con Lacretelle49, «fuggendo dalle difficoltà, la libertà si è legata all’interesse personale e all’indolenza»; gli uomini, i giovani soprattutto non si curavano che dell’esistenza quotidiana e del loro particolare interesse, mancavano di ideali, di sensibilità, di valori civici, di energia tanto fisica che morale; lo stesso proletariato, su cui la sinistra riponeva le sue speranze, non si sottraeva a questa crisi.

Vi sono soltanto gli sfruttatori e gli sfruttati – scriveva nel ’35 Céline50 – e ogni vittima dello sfruttamento vuol soltanto sfruttare a sua volta. È l’unica cosa che comprende. Il mito eroico del proletariato non esiste. È solo un sogno vuoto. Il proletario è un borghese fallito.

La letteratura europea di questi anni e specialmente quella francese è piena di osservazioni di questo tipo. Da qui un interesse, una simpatia per l’Italia fascista, la cui realtà sembrava a questi intellettuali muoversi in una direzione opposta, nella direzione della restaurazione di vecchi e della scoperta di nuovi valori capaci di dare un senso collettivo alla vita di un popolo e di creare un nuovo tipo di gerarchie sociali in grado di evitare l’individualismo borghese e il collettivismo comunista, assicurando al tempo stesso una rinnovata cosciente partecipazione delle masse alla vita dello Stato. Un interesse, una simpatia – si badi – che arrivavano in questo periodo a toccare anche uomini sinceramente democratici e che non avrebbero mai approvato il fascismo. Trattando il caso di uno di essi, Jules Romains, l’Hamilton51 ci ha dato un esempio di quanto fosse vasto e variegato l’arco delle motivazioni di questo interesse e di questa simpatia e di come nel giudicare certe posizioni rispetto al fascismo della prima metà degli anni trenta si debba stare ben attenti a non cadere in generalizzazioni non solo ingiuste ma pericolosamente distorcenti sotto il profilo di un’effettiva comprensione storica. Pacifista convinto, antifascista deciso (al congresso del ’33 del PEN Club chiese l’esclusione dei delegati nazionalsocialisti), Jules Romains quando i nazionalsocialisti giunsero al potere vinse la sua ripugnanza per Hitler e pubblicò una serie di articoli nei quali diceva ai francesi che in un tale momento di crisi la democrazia aveva molto da imparare dal fascismo. «Non permetteremo che una naturale antipatia per le apparenze esterne e per molti obiettivi della rivoluzione fascista in Italia e in Germania ci impedisca di renderci conto che essa non costituisce soltanto un ritorno al passato, un episodio completamente negativo di regressione e di stanchezza, ma è anche il tentativo di trovare una possibile soluzione ai problemi moderni, proprio a quei problemi che il marxismo ha ignorato o ridicolizzato». Secondo Romains era il momento di restaurare la gerarchia e, quali che fossero i difetti, il fascismo affermava proprio di voler restaurare una «vera e naturale gerarchia dei valori».

562–563

Un’altra colpa della società moderna era la mancanza di ciò che Jules Romains aveva chiamato «euforia collettiva»: l’uomo moderno è miserabile; il lavoratore considera la fabbrica una prigione; il burocrate vede il suo ufficio come una fortezza assediata. La struttura sociale, secondo Romains, era minacciata dal mito della lotta di classe, ma il fascismo stava cercando di risolvere anche questo problema. «Esso sta cercando di costruire una società moderna nella quale ognuno è al posto giusto e si dichiara felice di farne parte. La Francia non è obbligata a abbandonare la democrazia» concludeva Romains, «ma essa dovrebbe accogliere le idee audaci e sagge che può trovare nel fascismo e nel bolscevismo. Quando, grazie a una sintesi le cui basi sono fornite dal regime attuale, mostreremo al mondo che una democrazia può essere costruita su un sistema gerarchico, regolato da leggi diverse da quelle del denaro, e che è possibile ritornare all’euforia collettiva senza sacrificare le libertà umane, torneremo ad essere quelli che siamo stati tante volte in passato: la guida delle altre nazioni e i fondatori dell’ordine nuovo».

L’origine prevalentemente moralistica di questo atteggiamento verso il fascismo trova conferma in due fatti. Da un lato nella caduta che questo tipo di simpatie intellettuali per il fascismo registrò nella seconda metà degli anni trenta, via via che, di fronte alla guerra d’Etiopia, all’intervento in Spagna, all’avvicinamento alla Germania e all’introduzione della politica razziale, il regime mussoliniano rivelò un volto sempre piú diverso e moralmente (oltre che politicamente) sempre meno corrispondente all’idea che di esso un certo numero di intellettuali si era venuto facendo negli anni precedenti. Da un altro lato nella relativamente scarsa personalizzazione del fascismo in Mussolini operata da molti di questi intellettuali, che pure guardavano con interesse e simpatia all’esperienza italiana. Con questo – sia ben chiaro – non vogliamo certo dire che gli intellettuali non abbiano contribuito anche loro alla «fortuna» di Mussolini, né che tra essi non si contino suoi ammiratori ed esaltatori. In realtà anche tra essi non pochi soggiacquero al fascino della sua personalità e la esaltarono, augurandosi «un Mussolini» anche per i loro paesi. Che Mussolini avesse «concepito e realizzato miracoli» e che la sua persona emanasse una impressione di forza che spiegava la fattività del regime non fu certo una convinzione del solo Sacha Guitry52.

563–564

Altri intellettuali si espressero suppergiú negli stessi termini in questo periodo. Nel complesso però, a livello intellettuale e specialmente tra i maggiori e piú genuini intellettuali, l’interesse e la simpatia per il fascismo, comparativamente a quello che avveniva ad altri livelli piú bassi, rimasero piú che altro delle forme di apprezzamento per alcuni aspetti «moralmente consapevoli» e «coraggiosamente rinnovatori» dell’opera del fascismo; aspetti che, certamente, venivano collegati anche alla personalità del «duce», ma senza che ciò in genere comportasse né una incondizionata ammirazione per Mussolini (alcune «ombre» e alcuni elementi contraddittori della sua personalità non sfuggirono a taluni di questi intellettuali) né una riduzione del fenomeno fascista alla sua persona, quasi che tutto ciò che avveniva in Italia scaturisse dal suo «genio» e fosse opera della sua volontà.

Se si esamina con attenzione tutto quello che venne scritto all’estero negli anni che qui ci interessano, bisogna constatare che – salvo alcuni casi limite particolari – questa riduzione non fu operata dagli intellettuali che si interessarono al fascismo o simpatizzarono con esso, ma a livello giornalistico e specialmente dalla stampa «di opinione» (usiamo questo termine nella sua accezione piú lata, tale da comprendere sia alcuni periodici piú «autorevoli» e «seri», sia i giornali popolari) e soprattutto da quella anglosassone, che non solo piú si sbizzarrí in questo particolare genere di giornalismo (un po’ politico ma specialmente scandalistico-sensazionale e bassamente commerciale, volto cioè a sfruttare un filone di sicuro rendimento, dato che vellicava un po’ tutti gli stati d’animo dei lettori), particolarmente adatto per quei paesi in cui gli italiani erano ritenuti un popolo ancora arretrato e quindi incapace di realizzare alcunché di nuovo e di positivo se non con il ricorso alla politica del «bastone e della carota» da parte di una personalità eccezionale e anch’essa in bene e in male tipicamente «italiana».

Casi di esaltazione e di mitizzazione della figura di Mussolini – specie da parte della stampa conservatrice piú corriva al sensazionale – si erano già avuti nella prima metà degli anni venti. Tipico può essere considerato in questo senso un articolo di G. Ward Price della fine del ’23 sul «Daily Mail» in cui si legge53:

È un elisabettiano. Se si tiene conto dei cambiamenti delle circostanze, egli è per l’Italia moderna ciò che Raleigh e Drake erano per l’Inghilterra dei tempi della Regina Elisabetta. Egli incarna il nuovo spirito che si è impadronito della sua nazione e tra l’Italia del principio del XX secolo e l’Inghilterra del principio del XVII vi è molta somiglianza spirituale: la stessa intensa fierezza nazionale, lo stesso ottimismo senza limiti, lo stesso senso del destino in giuoco, lo stesso temperamento pronto e sensibile, la stessa tendenza all’intrepidezza, lo stesso ardore generoso di una nazione che ha coscienza della sua giovinezza e della sua forza.

Io sono persuaso di una cosa: Mussolini non è l’uomo di cui ci si può sbarazzare chiamandolo dal fondo di una poltrona di Downing Street «un Napoleone di cartapesta». Egli è un grande fattore nell’Europa di oggi e, come tale, merita che si pensi a lui seriamente e che non lo si gratifichi di un piccolo sorriso educato.

Come testimoniano le caricature inglesi del periodo napoleonico, è facile ridicolizzare le attitudini di un grande uomo. Ma nessuno avrebbe potuto fare ciò che Mussolini ha di già fatto senza essere grande – sotto certi rapporti almeno – grande per la forza di volontà, per il coraggio, per l’ideale che assegna ad un uomo un nobile scopo.

564

Sino verso la fine degli anni venti, specialmente in Europa, questo tipo di exploits giornalistici erano stati però relativamente rari e confinati in genere nella stampa conservatrice o piú o meno apertamente filofascista. Il resto della stampa aveva mantenuto – sempre in generale – un atteggiamento molto piú cauto e, nel complesso, piú critico che favorevole a Mussolini. Né, a livello sia giornalistico sia di opinione pubblica media, erano state senza risultato le vivaci polemiche e l’azione di demistificazione e di denuncia del fascismo e di certi atteggiamenti filo-mussoliniani serpeggianti nella stampa europea condotte dall’antifascismo italiano. Diversa già in questi anni era stata invece la situazione in America e soprattutto negli Stati Uniti.

Contrariamente all’Europa, dove la presenza di forti partiti di sinistra e di un elevato numero di emigrati italiani recenti (politici e di lavoro), che avevano vissuto profondamente e in prima persona il dramma della conquista del potere da parte del fascismo, e dove una concezione piú ideologica della democrazia e un diverso tipo di cultura di massa costituivano un ostacolo al fiorire di atteggiamenti apertamente filo-fascisti e filo-mussoliniani, negli Stati Uniti (e, sia pure in misura minore, nei paesi dell’America Latina) il fascismo e Mussolini in particolare beneficiarono sin dal principio di un atteggiamento piú favorevole sia dell’opinione pubblica – media ma anche qualificata – sia della stampa che, oltre tutto, incontrò minori resistenze e contraddittori che non al di qua dell’Oceano e che poté giovarsi dell’appoggio crescente di gran parte degli emigrati italiani e degli italo-americani, per i quali il fascismo significava una sorta di «rivalsa» psicologica e un elemento di auto-qualificazione rispetto alla società nella quale vivevano e all’interno della quale si collocavano ad uno dei gradini piú bassi. Come giustamente ha scritto il Diggins54,

565–566

qualunque sia oggi la reputazione di Mussolini, è certo che dalla marcia su Roma all’inizio della guerra etiopica egli fu un personaggio stimato. Gli americani, in particolare, videro in lui certe qualità durature che ne facevano un «grand’uomo» non soltanto del suo tempo ma di tutti i tempi. Molte delle immagini con cui fu descritto nella stampa, erano quelle di un uomo dal carattere eroico, e le qualità proiettate da queste immagini erano specifiche e peculiari del sistema di valori americano.

Per quanto tipicamente americane, queste immagini meritano di essere ricordate. Alcune di esse, per non dire tutte, infatti, nella prima metà degli anni trenta furono recepite in qualche misura anche in Europa e contribuirono non poco alla «fortuna» di Mussolini. Seguendo il Diggins55, si può dire che esse erano soprattutto sei: quella del redentore (in questa prospettiva vi fu chi paragonò la «marcia su Roma» all’episodio evangelico di Cristo che scaccia i mercanti dal tempio), quella del tipico self-made man, quella dell’uomo politico realista e pragmatico, quella dello sportivo, vivo e scattante nel corpo come nell’azione politica, quella dell’uomo virile ed intellettuale al tempo stesso e quella del grande amatore. Sei immagini che, per vie diverse, concorrevano tutte a creare quella del moderno eroe che finalmente portava anche nella politica quelle «virtú» nelle quali l’americano medio piú credeva e sulle quali fondava le proprie aspirazioni di successo e il proprio comportamento sociale. Un moderno eroe che non mancava certo di aspetti negativi e grotteschi (sui quali non a caso si sbizzarrivano i caricaturisti), che però non nocevano al suo successo presso l’americano medio, sia perché essi erano attribuiti piú che a lui personalmente al suo essere italiano e al dover governare un popolo come l’italiano (non a caso se Mussolini era sovente paragonato a Cesare, Napoleone, Cromwell e... T. Roosevelt, molti parlando di lui ricordavano però anche i «condottieri» italiani del Rinascimento56), sia perché ciò faceva sí che certe sue dichiarazioni e sparate, che avrebbero dovuto suscitare allarme e preoccupazione, non fossero prese sul serio e considerate a puro «uso interno», sia, infine, perché tutto ciò veniva riscattato dalle sue «doti umane». Bene ha visto a questo proposito il Diggins quando ha scritto57:

In verità, l’ammirazione dell’America per Mussolini era anche contrassegnata da «una odiosa connessione» tra i suoi notevoli risultati e i suoi metodi ripugnanti. Osservando il duce in lotta per raggiungere con mezzi ingiusti quelli che essi ritenevano dei fini giusti, gli americani potevano compiacersi di se stessi per la presunta superiorità morale del loro paese, dove tali metodi non venivano adottati.

Gli americani capivano che Mussolini non era uomo di specchiata moralità, ma non erano tanto ingenui da non avvertire che in Italia, ancor piú che in America, «l’immoralità può condurre alla grandezza». «Un proverbio italiano – scrisse Emerson – dice che “per riuscire non bisogna essere troppo buoni”».

Va anche sottolineato che l’immagine di Mussolini in America non era cosí sinistra come cercarono in seguito di farla apparire gli antifascisti equiparandolo a Hitler. È vero che Mussolini veniva spesso dipinto dalla stampa popolare come un forte capo dotato di qualità quasi sovrumane; ma questa caratterizzazione veniva riequilibrata dalla toccante rappresentazione di Mussolini come «uomo medio», sensibile alle emozioni umane e capace di sincero affetto. Tutto lo scalpore fatto intorno al suo amore per i bambini e per gli animali, alla sua passione per la musica e per lo sport, alle sue origini modeste e alla sua simpatia per i contadini, servivano, intenzionalmente o no, ad addolcire la sua immagine di uomo rude. Piú che un vero despota crudele, Mussolini – Will Rogers assicurava agli americani – era soltanto un «bravo tipo»; nella sua iattanza non era molto diverso da un senatore americano, e stava facendo per l’Italia proprio quello che Henry Ford faceva per gli Stati Uniti. «Penso a lui come a uno degli esseri piú umani ch’io abbia mai visto – e uno dei piú grandi», disse Irving Cobb, che considerava il primo ministro italiano come una specie di Cincinnato, un umile guerriero che salvava il suo paese senza lasciarsi corrompere dal potere. Cosí, sotto la sua rude ostinazione, gli americani scoprivano un cuore umano: il capo dalle capacità superlative era anche l’uomo del popolo. Per quanto possa sembrare paradossale, l’equilibrio tra tutte queste sue molteplici immagini dava al dittatore la possibilità di atteggiarsi a eroe «democratico», quello che Walter Bagehot chiamava un uomo comune dalle non comuni capacità.

566–567

Pur rimanendo tipica degli Stati Uniti e dei paesi latino-americani piú influenzati dalla stampa e dalle grandi agenzie statunitensi, nella prima metà degli anni trenta questa immagine di Mussolini ebbe una certa fortuna anche in Europa e – anche se restò sostanzialmente minoritaria – è indubbio che, a un certo livello di opinione pubblica media, contribuí non poco ad accrescere la curiosità e l’interesse per l’uomo Mussolini e a dare consistenza ed «umanità» all’immagine che di qua dall’oceano (ma anche in America: il 5 novembre ’32 la «Pittsburg Press» scriverà «Mussolini è un ardente avvocato della pace, del disarmo e della santità dei trattati di pace... Duce di uno stato rinato, degno di succedere all’antico impero romano, Mussolini ha cambiato completamente il carattere italiano» e, il 15 marzo ’34, il ben piú autorevole «New York Times» osserverà tutto compiaciuto che Mussolini tirava tutti i fili della politica europea) caratterizzò in questo periodo la «fortuna» del «duce»: quella del costruttore di una nuova realtà politico-sociale, sempre all’avanguardia nella ricerca di nuove soluzioni atte a far progredire il suo paese e quella del difensore della pace.

La stampa popolare e «d’opinione» europea del tempo è a questo proposito eloquente. Un suo spoglio per ricavarne un florilegio di citazioni ispirate a questi due temi e agli altri minori, che anche in Europa contribuirono a fare della figura di Mussolini la piú presente tra quelle dei politici nelle pagine della stampa e a creare attorno ad essa quell’interesse che fu alla base della sua «fortuna», non è però nelle nostre intenzioni. Ai fini del nostro discorso, piú che una serie di citazioni di questo tipo, ci pare utile cercare di cogliere in cosa questo atteggiamento filo-mussoliniano si differenziasse a seconda dei principali paesi e quanto in esso vi fosse, per cosí dire, di spontaneo e quanto invece si possa in qualche misura far risalire ad una sorta di abilità propagandistica del regime.

567

Per il primo dei due problemi or ora accennati, una differenza abbastanza netta si può cogliere tra la stampa inglese e quella francese. Se si prescinde dai giornali piú o meno apertamente filo-fascisti – per altro sempre piú numerosi – la stampa francese fu, nel suo complesso, meno facile ad abbandonarsi all’esaltazione di Mussolini di quella inglese. L’uomo Mussolini, in genere, non ebbe oltralpe il successo che invece ebbe in Inghilterra. Quanto alla sua politica, se certo non mancarono coloro che guardarono con favore e con invidia alla sua fattività e a come egli aveva «trasformato» gli italiani, ciò non riuscí però quasi mai a far stendere un velo di completo oblio sul carattere antidemocratico del regime fascista e, sin verso l’estate del ’34, a dissipare del tutto i vecchi timori verso l’irrequieto vicino. Ciò, per altro, non vuol dire che dopo l’andata al potere di Hitler anche molti giornali democratici non annacquassero il loro antifascismo e non lo sacrificassero quasi completamente sull’altare dell’amicizia franco-italiana. E che, parallelamente a questo, si verificasse un aumento anche delle simpatie e degli elogi per il «duce». Se, infatti, la «fortuna» di Mussolini in Francia si distingue in qualche cosa nettamente da quella in altri paesi è proprio nel maggior peso che su di essa ebbero le motivazioni politiche rispetto a quelle «umane» e, tra quelle politiche, quelle connesse alla evoluzione della situazione internazionale. Mussolini difensore della pace fu tra il ’33 e il ’35 il Mussolini che ebbe veramente successo in Francia. I commenti della stampa francese al Patto a quattro (il giorno dopo la sua firma l’«Ere nouvelle» significativamente inneggiò a Mussolini e, ancor piú significativamente scrisse «soltanto ieri la guerra è finita»), agli avvenimenti austriaci del 25 luglio ’34, agli accordi Laval-Mussolini sono a questo proposito estremamente significativi. Il 6 dicembre ’34 Jules Sauerwein sul «Paris-soir», in un articolo chiaramente preparatorio alla visita di Laval a Roma, cosí scriveva, con termini che bene rendono l’atteggiamento medio della stampa francese del tempo verso il fascismo, Mussolini e soprattutto in riferimento alla necessità di un accordo tra i due paesi in funzione antitedesca:

568–569

L’intesa tra i due stati e l’accordo tra i due popoli sono cosí logici e naturali che questa politica, una volta cominciata, proseguirà certamente... Durante dodici anni, Mussolini, giovane e con un’audacia quasi rivoluzionaria, ha lavorato a ridar vita a questa Italia cosí vecchia per la sua storia, ma cosí capace di rinascita pratica. Il Duce, edotto dall’esperienza e dalle prove, non intende piú dirigere questa passione di creazioni nuove né all’interno né all’esterno delle frontiere. Egli vuole che il suo paese diventi, sull’esempio del suo capo, saldo e raccolto. Seguendo la stessa evoluzione secondo la quale il bolscevismo è diventato conservatore, l’Italia è condotta irresistibilmente oggi a diventare al nostro fianco una delle basi della stabilità e la garanzia preziosa della pace europea. Posto dal destino a metà strada tra i parlamentarismi decrepiti e le dittature sfrenate, Mussolini, con la sua volontà e la sua esperienza e con la sua chiara mente romana, è per eccellenza l’uomo di stato con il quale, secondo la felice formula del signor Pierre Laval, noi dobbiamo «dividere quotidianamente le responsabilità europee».

Nella stampa inglese il rapporto tra l’immagine del difensore della pace e del costruttore è invece capovolto, cosí come del resto un po’ in tutti i paesi europei per un verso piú conservatori e per un altro verso meno direttamente esposti alla minaccia tedesca. I due esempi che seguono possono dare una idea dell’atteggiamento della stampa inglese. Ricordando il decennale della «marcia su Roma», il 28 ottobre ’32 il «Daily Mail» scriveva:

L’immensa fede in se stesso e nella sua missione gli ha reso tutto possibile. Il segreto del suo successo sta nel fatto che egli ha ispirato tale fede negli italiani. La gente ignorante e settaria parla dell’Italia come di un paese soggetto alla tirannia, che sarebbe lieta di rovesciare. Se questo fosse vero, i dieci anni trionfali di Mussolini al potere sarebbero ancora una piú grande meraviglia. Ma può alcuno, sano di mente davvero, credere che la pura coercizione potrebbe aver portato il popolo italiano dal disordine anarchico al piú alto grado di ordine scientifico nazionale? È mai concepibile che uno Stato che naviga in modo cosí impressionante e regolare nella presente tempesta industriale, e che costantemente aggiunge nuovi trionfi nell’aria, sul mare, in tutti i campi in cui si esercita lo sforzo umano, stia perpetuamente e impotentemente dibattendosi contro l’arbitrio e l’oppressione?

E secondo il «Morning Post» del 29 novembre ’32:

Nell’ultima settimana di ottobre del 1922 fu proiettata nel cielo d’Italia la figura di un uomo, che, nel cospetto delle nazioni, circondato ora dalla malignità, ora dall’invidia, è poi emerso e giganteggia sull’orizzonte dell’Europa... Ma dopo un decennio il Duce d’Italia domina il suo paese piú saldamente che mai, e considera i detrattori alla stessa stregua che la statua gigantesca di Hindenburg si dava pensiero dei chiodi che i patrioti berlinesi conficcavano in essa durante la guerra mondiale.

Com’è che un inglese deve considerare Mussolini e il suo fascismo? Il miglior modo di formulare un giudizio è quello di riflettere sui risultati, e allora, certamente, si dovrà dire che il fine giustifica i mezzi. Dieci anni orsono l’Italia minacciava di erompere come uno dei suoi vulcani; oggi essa è un Regno unito e potente.

Il figlio del fabbro ha temprato e plasmato le fazioni in lotta, formando un popolo schietto e unito. Se è stato soppresso qualcosa di buono, grandi mali sono stati impediti. La dittatura è migliore del disgregamento e, con il suo rigido governo, Mussolini ha distribuito piú regolarmente la ricchezza, ha disciplinato e organizzato l’industria in corporazioni, ha ridato vita all’agricoltura e ha conciliato lo Stato italiano con il Vaticano. Che lo si approvi o no, il risultato è magnifico e la sua opera poggia su basi tali da apparire durevole.

La storia, ricordando la rinascita dell’Italia iniziata nell’ottobre 1922, potrà scrivere il nome di Mussolini fra quelli dei romani piú nobili che siano mai esistiti.

569–570

Né il quadro cambia se si guarda alla Svizzera. Per il «Journal de Genève» (3 gennaio ’32) Mussolini era una «personalità formidabile» che si rivelava «nel gesto, nello sguardo, nella parola». Quanto alla «Revue de Lausanne» (5 aprile ’32), egli era «un uomo in marcia»:

Prima della guerra h a firmato una serie di articoli col pseudonimo: l’uomo che cerca. Questa ricerca perpetua è il vero segno di Mussolini.

Abbiamo scelto queste citazioni col criterio di offrire al lettore alcuni esempi caratteristici delle piú comuni prese di posizione e dei piú frequenti giudizi che si possono leggere nella stampa occidentale della prima metà degli anni trenta e, al tempo stesso, del loro tono, per cosí dire, medio. Con la seconda metà del decennio precedente l’ufficio stampa del «duce» aveva cominciato a raccogliere sistematicamente quanto nel mondo veniva scritto su Mussolini. Questa massa di materiale è fortunatamente passata in buona parte indenne attraverso le vicende (e la dispersione ad esse connessa) degli archivi mussoliniani58 e costituisce una documentazione indispensabile per valutare la «fortuna» di Mussolini nei vari periodi e paesi. Al di là delle singole citazioni ed esemplificazioni che se ne possono trarre, essa documenta ampiamente quello che abbiamo piú volte affermato in queste pagine, che, cioè, la «fortuna» di Mussolini toccò in Occidente il suo vertice nella prima metà degli anni trenta, registrando non di rado toni esplicitamente esaltatori. Il suo valore maggiore è, però, a nostro avviso un altro; quello di permettere di cogliere il vero significato (e quindi i limiti) del «mussolinismo» che in questi anni caratterizzò buona parte della stampa occidentale.

Pur presentando caratteristiche e sfumature diverse da paese a paese, l’atteggiamento della stampa d’informazione occidentale in questo periodo può essere schematicamente riassunto attorno a due tendenze: quella a dare poco rilievo alla sostanza antidemocratica e repressiva del fascismo e a privilegiare, invece, alcuni aspetti operativi, tecnici, innovatori della politica del regime, considerati positivi per l’Italia e, non di rado, prospettati in un modo che lasciava trapelare non solo interesse e consenso, ma anche una sorta di invidia per le possibilità di governare effettivamente il paese e di determinarne l’impegno morale e materiale nel senso voluto dal governo che il fascismo aveva e che mancavano invece ai governi democratici; e quella ad attribuire assai spesso tutto ciò alla personalità di Mussolini, alla sua capacità di realizzare la propria politica con il consenso e la partecipazione della gran maggioranza del popolo italiano, al suo dinamismo, al suo realismo, alla sua spregiudicatezza nel mettere in discussione ciò che non era piú adeguato ai tempi, senza per altro aver paura di andare contro corrente quando si trattava di preservare e rivitalizzare valori e istituti che considerava utili alla realizzazione dei suoi fini. Sebbene spesso strettamente confuse tra loro, queste due tendenze, a ben vedere, di rado si fondevano veramente. Questa constatazione è, a nostro avviso, la chiave per comprendere e valutare giustamente il vero significato della «fortuna» di Mussolini, quale appare dalla stampa del tempo, e, insieme, l’influenza che essa ebbe sull’opinione pubblica e le ragioni del suo crollo nella seconda metà degli anni trenta.

570–571

Dopo quanto abbiamo detto nelle pagine precedenti, non ci soffermeremo sul quadro generale: è evidente che per comprendere e valutare giustamente il significato della «fortuna» di Mussolini non si può assolutamente prescindere dal momento particolarissimo in cui essa si manifestò, dalla crisi economica e dalle sue ripercussioni a livello morale, culturale e politico, e, quindi, dalle speranze e dalle illusioni che il fascismo (o, meglio, gli aspetti positivi di esso) potesse indicare una «terza via» sia in politica sia in economia; cosí come non si può prescindere dal contesto internazionale e dai timori suscitati dal pericolo rappresentato per la pace e per l’equilibrio europeo dall’andata al potere del nazionalsocialismo e, quindi, dalle speranze e dai tatticismi verso l’Italia che essi incoraggiavano. Nello stesso tempo – e anche di questo abbiamo già detto – va sempre tenuto ben presente che tutte queste precondizioni si manifestavano nella stampa quasi sempre in forme, in traduzioni estremamente semplificate e schematiche, che rendevano il discorso sul fascismo quasi sempre avulso dalla sua effettiva realtà, da come in concreto il fascismo si manifestava in Italia: per un verso generico e teorizzante (la necessità dell’autorità, la dittatura, ecc.), per un altro verso astrattamente moralistico (la necessità di nuovi valori, l’anticapitalismo, ecc.), per un altro verso ancora allusivo (sia quando si insisteva sul carattere tipicamente italiano del fascismo, quasi a suggerire che presso popoli piú evoluti non avrebbe avuto bisogno di certe forme, sia quando ci si riferiva a quanto veniva realizzato in Italia per mettere indirettamente in rilievo ciò che nella realtà dei propri paesi si giudicava negativamente).

571–573

A quanto abbiamo detto a questo proposito ci pare si debbano fare solo due chiose particolari. La prima riguardante la realtà italiana. Leggendo oggi la stampa occidentale di quegli anni e in particolare ciò che essa scriveva sull’Italia, non bisogna mai dimenticare che quello fu effettivamente il periodo che a degli osservatori stranieri poteva piú suggerire una visione meno pessimistica e per certi aspetti addirittura ottimistica del regime fascista: a parte fatti grandi e piccoli (ma non per questo meno shockanti, specie per persone che in genere avevano una opinione assai bassa degli italiani), come la bonifica delle paludi pontine, il «risanamento» urbanistico-archeologico di Roma, le trasvolate atlantiche di Balbo, il record del Rex, i primati e le vittorie nelle competizioni aeronautiche, che molto colpirono gli stranieri e contribuirono in misura decisiva ad accreditare l’idea della fattività del regime e della sua capacità di realizzare grandi progressi tecnici e sociali; a parte l’influenza di questi fatti, già di per sé significativi per capire quel tipo di visione, non bisogna sottovalutare infatti quella di tutta una serie di altri fatti: 1) dopo il delitto Matteotti non si erano piú verificati casi d i violenza estrema che avessero avuto all’estero una eco lontanamente simile a quella suscitata dalla uccisione del leader riformista: ciò aveva favorito il diffondersi della convinzione che il delitto Matteotti fosse stato solo un episodio e che, in ogni modo, il regime si fosse ormai liberalizzato ed umanizzato; 2) in confronto ad altri paesi occidentali, il regime fascista dava l’impressione di fronteggiare bene la «grande crisi»; 3) mentre gli antifascisti avevano per anni parlato di una imminente caduta del regime, questo non solo appariva ben solido, ma forte di un vasto consenso popolare; 4) il sistema corporativo era ancora nella fase della sua elaborazione culturale ed istituzional-organizzativa: in una fase, dunque, nella quale non emergevano ancora che in misura minima i suoi difetti e la sua inefficienza, mentre il fervore delle discussioni che attorno ad esso si sviluppavano, il battage propagandistico del regime e la suggestione di certe apparenti affinità con altri tentativi che si venivano facendo nel mondo per fronteggiare la crisi e correggere il capitalismo potevano indurre a credere in esso.

A questa prima chiosa, relativa alla realtà italiana e a come essa poteva apparire e assai spesso appariva agli osservatori stranieri, si collega strettamente la seconda, che potremmo definire relativa alle possibilità che questi osservatori avevano di farsi una idea propria, piú precisa e meno superficiale della realtà italiana e del regime fascista. Il problema va visto, secondo noi, a due livelli: quello di coloro che seguivano le vicende italiane dall’estero e quelli, assai meno numerosi, che avevano in qualche misura una conoscenza diretta dell’Italia. Il giudizio dei primi dipendeva in larga misura, oltre che dall’atmosfera generale del momento, da quello dei secondi e dalle notizie che venivano diffuse, direttamente ed indirettamente, dal regime attraverso i suoi vari canali di informazione e di propaganda. Nell’uno come nell’altro caso esso era dunque notevolmente condizionato dall’immagine che il fascismo riusciva a dare di se stesso. È infatti fuori dubbio che nella maggioranza dei casi anche il quadro della realtà italiana e il giudizio che di essa veniva dato dai corrispondenti e dagli inviati speciali in Italia erano in buona parte influenzati dal regime o, almeno, risentivano largamente dell’atmosfera ufficiale della vita italiana. Per i corrispondenti bisogna rendersi conto delle condizioni nelle quali dovevano operare. A parte i controlli (in realtà in questo periodo non molto severi) ai quali erano sottoposti, a parte alcune forme dirette ed indirette di corruzione spicciola o di benevolenza messe in atto verso di loro, a parte una certa dose di autocensura che molti attuavano per conservare i propri buoni rapporti con le autorità fasciste o per non creare difficoltà alle proprie ambasciate59, nella maggioranza dei casi i corrispondenti stranieri in Italia traevano le loro informazioni e si facevano le loro opinioni soprattutto dalla stampa italiana, dai comunicati della Stefani, dalle notizie diramate dagli uffici stampa dei vari organi del regime; raramente avevano contatti con realtà che non fossero quelle piú o meno ufficiali della capitale o di poche altre grandi città; rarissimamente con personalità estranee al regime e, in ogni caso, mai con uomini dei gruppi antifascisti politicamente attivi nella clandestinità. In questa situazione non può meravigliare che i loro giudizi sull’Italia fossero quasi sempre superficiali e di maniera, scarsamente personali (al punto che talvolta erano piú critici gli editoriali e i commenti scritti in patria dai loro colleghi che le loro corrispondenze) e le notizie da loro trasmesse riguardassero essenzialmente la vita ufficiale del regime (e specialmente la politica estera) e assai poco l’effettiva condizione del paese. E soprattutto che molti di essi finissero per farsi inconsapevolmente condizionare dall’ordine, dalla laboriosità, dal consenso che l’atmosfera ufficiale del regime trasudava e, quindi, per perdere buona parte della loro capacità critica. Anche peggiore era la situazione per gli inviati speciali. Venendo in Italia per brevi periodi, spesso per pochi giorni, le loro possibilità di comprendere e giudicare la realtà italiana erano infatti anche minori, dato che piú forte era la suggestione della prima impressione, maggiore il condizionamento delle cortesie di cui erano fatti oggetto e meno valutabili criticamente i discorsi e le previsioni sui futuri sviluppi del fascismo delle personalità del regime con le quali entravano in contatto. Per non dire della profonda suggestione che, come vedremo, quasi sempre esercitava su di loro una eventuale udienza di Mussolini. Né, infine, si deve credere che quanto abbiamo detto si debba applicare solo al mondo della stampa. In linea di massima, infatti, un discorso molto simile deve essere fatto anche per altri osservatori, spesso culturalmente e socialmente piú qualificati e smaliziati, non di rado tutt’altro che ben disposti verso il fascismo. A meno che non avessero una lunga dimestichezza con la realtà italiana, anche per essi un breve soggiorno non solo era insufficiente a dar loro una idea di cosa fosse effettivamente il regime fascista, ma spesso provocava in essi impressioni non molto diverse da quelle che poteva provare un inviato speciale. Tipica può essere considerata la reazione che, sullo scorcio degli anni venti, provocò a Julien Luchaire (un tipico intellettuale francese che, oltre tutto, aveva vissuto a lungo in Italia prima e durante la guerra) un breve soggiorno per conto dell’organizzazione culturale della Società delle Nazioni, con relativa udienza da Mussolini60:

573–574

Molte cose mi urtavano in Italia. Ma là, come ovunque la incontravo, io apprezzavo la volontà di cambiamento; questo era per il mondo il momento non già di essere, ma di divenire. Io lavoravo ad una rivoluzione che era, per piú di un punto, all’opposto del fascismo; ma il desiderio di creare un ordine nuovo, qualsiasi fosse, era un terreno sul quale ci si poteva intendere, almeno provvisoriamente... Mussolini che non era in origine né un militare né un finanziere ma in definitiva una sorta di intellettuale, maneggiatore d’idee quanto di uomini, non sottovalutava il genere d’affari che io gli presentai. Quel giorno, in qualche minuto di conversazione, tutto fu regolato; ottenni tutte le promesse che volevo; ivi compresa quella di un concorso in denaro; e dovetti apprezzare i vantaggi del potere assoluto; quindici giorni dopo tutte le promesse erano realizzate.

Stante questa situazione, che spiega bene le ragioni dell’atteggiamento prevalente della stampa occidentale verso il fascismo nella prima metà degli anni trenta, se qualche cosa in questo atteggiamento acquista veramente significato non è tanto il fatto che – come si è detto – questa stampa desse poco rilievo alla sostanza antidemocratica e repressiva del fascismo e si esprimesse favorevolmente per gli aspetti tecnici, innovatori, realizzatori del regime, quanto piuttosto il poter constatare che, nonostante ciò, questa stessa stampa in ultima analisi non si lasciò mai sedurre dall’idea che gli aspetti positivi del fascismo potessero indurre a negare ogni importanza a quelli negativi; ovvero, in altre parole, a considerare il fascismo come qualche cosa che valesse la pena di imitare in tutto e che potesse, quindi, essere importato nei loro paesi. E questo spiega, a nostro avviso, due cose: la facilità con la quale questo atteggiamento mutò non appena il carattere antidemocratico e sopraffattore del fascismo tornò nuovamente in primo piano ed assunse per di piú una dimensione non già meramente nazionale ma internazionale; e perché di una vera «fortuna» del fascismo nella prima metà degli anni trenta non si può realmente parlare per l’Occidente mentre è incontestabile che si può parlare di quella di Mussolini e, in ultima analisi, si può dire addirittura che se a quest’epoca (ché, infatti, per il periodo successivo il discorso deve essere capovolto) il fascismo godé in Occidente di una serie di simpatie e suscitò un notevole interesse (fuori da alcuni ambienti intellettuali e da gruppi già fascisti o sulla strada di diventare tali) ciò fu prevalentemente un riflesso del prestigio, delle simpatie, della «fortuna» del suo «duce».

574–575

Nelle pagine precedenti abbiamo già parlato delle varie immagini che caratterizzarono di là e di qua dell’Atlantico la «fortuna» di Mussolini. Negare che queste immagini non avessero alcun fondamento, non scaturissero cioè da certi particolari tipi di «cultura» e di sensibilità del tempo ovvero non avessero un rapporto con la politica mussoliniana o, almeno, con l’interpretazione che di essa veniva data piú comunemente, sarebbe assurdo. Spiegare la «fortuna» di Mussolini solo in questa chiave sarebbe però assolutamente insufficiente. Cosí facendo, infatti, si perderebbe la possibilità non solo di coglierne tutta una serie di componenti, ma – ciò che piú conta – di capire perché essa assunse dimensioni tanto vaste e crollò cosí rapidamente.

Una spiegazione non parziale deve, a nostro avviso, muovere da una domanda: a livello di opinione pubblica media chi creò la «fortuna» di Mussolini, chi suscitò l’interesse, la curiosità per la sua persona, chi ne fece una figura di prestigio mondiale? La risposta, al solito, non può essere univoca. La «fortuna» di Mussolini nel mondo occidentale ebbe certamente molti padri. Ad essa contribuirono in varia misura la propaganda fascista all’estero, la presenza in vari paesi di grosse comunità italiane che, specie in alcuni casi, ne costituirono una sorta di cassa di risonanza, le polemiche degli esuli antifascisti, gli attacchi della stampa di sinistra e antifascista in genere, l’attenzione crescente che la stampa internazionale mostrò con la fine degli anni venti per la politica estera italiana. Né si possono sottovalutare altri fatti, apparentemente secondari o che già cominciavano a far sentire le loro conseguenze nel periodo di cui ci stiamo occupando, anche se essi avrebbero avuto maggiore importanza nel successivo. Si pensi, da un lato, all’effetto indiretto di propagandisti come Pirandello, Balbo o Carnera e, da un altro lato, all’influenza (in positivo e in negativo) del costituirsi dei primi partiti fascisti in Europa e nelle Americhe, piccoli ma rumorosi e tali da attrarre l’attenzione della stampa e dell’opinione pubblica non solo su di sé ma anche sul loro modello ideale e politico. Tutti questi padri, singolarmente ed insieme, non ebbero però l’importanza che ebbe la stampa di informazione e di opinione con la miriade di articoli, servizi, interviste, vignette non immediatamente politici ma, a ben vedere, di colore, piú o meno a sensazione, piú o meno incentrati sul «tipo umano», sull’«uomo nuovo» o comunque «diverso». A livello di opinione pubblica di massa chi creò veramente la «fortuna» di Mussolini, facendone rimbalzare un po’ dappertutto il nome, l’immagine, le vicende politiche e personali, le idee sulle questioni piú disparate e facendone un personaggio ancor piú e ancor prima che un uomo politico, fu proprio questa stampa. E assai spesso non tanto per fini politici quanto e soprattutto per motivi commerciali, perché costituiva un soggetto, una merce che, date le sue particolari caratteristiche, era di sicuro successo e – in anni in cui la stampa quotidiana impegnata era in crisi e soppiantata da quella d’informazione, tutta tesa al «colpo» giornalistico e alla corsa al sensazionale – offriva a getto continuo la possibilità di essere sfruttata all’infinito e, quindi, la sicurezza di trovare acquirenti, all’incirca come i grandi divi del cinema o i grandi campioni dello sport, con il vantaggio su di essi di costituire un genere nuovo, particolarmente appetitoso perché senza concorrenza e perché solleticava oltre che le curiosità umane anche la sensibilità politica dei lettori e permetteva loro di fare tutti i confronti possibili con gli altri tipi di uomini politici ai quali erano abituati.

575–576

In questo senso il caso piú tipico e al tempo stesso il caso limite fu costituito dalla stampa statunitense. Come ha scritto il Diggins61,

consapevolmente o no, i giornalisti americani «fecero» Mussolini mediante il controllo di quello strumento di ipnosi che è la pubblicità, ed essi «fecero» lui semplicemente perché lui faceva notizia.

Il fenomeno non fu però solo statunitense, in misura minore fu comune anche alla stampa di altri paesi. E, d’altra parte, dato il peso delle grandi agenzie americane, i collegamenti tra le varie catene giornalistiche, il prestigio di alcuni giornalisti e inviati speciali che piú si dedicarono al genere (sovente traendo successivamente dai loro servizi e dalle loro interviste dei libri, che spesso avevano l’ambizione di comparare e mettere a confronto i vari dittatori del tempo e che ebbero tutti grande successo) e la suggestione imitativa che il giornalismo statunitense suscitava nella stampa mondiale, molto di ciò che si stampava oltre oceano rimbalzava direttamente ed indirettamente anche in Europa. Se non si capisce questo fenomeno non solo è impossibile avere una idea realistica del carattere particolarissimo che nella prima metà degli anni trenta ebbe – a livello di opinione pubblica di massa – la «fortuna» di Mussolini, ma non ci si può neppure rendere conto del perché essa subí, come si è detto e ripetuto, un crollo cosí drastico ed improvviso. Questo infatti fu sí conseguenza della reazione morale e politica suscitata all’estero dalla guerra d’Etiopia e dalla successiva politica mussoliniana e, in quanto tale, ebbe una motivazione immediatamente e squisitamente etico-politica; ma non si valuta giustamente la sua imponenza se non ci si rende conto che – a livello di opinione pubblica di massa – essa dipese anche e soprattutto dal carattere particolarissimo che sino allora aveva avuto la «fortuna» di Mussolini. Un carattere particolarissimo che spiega, appunto, perché – appena la grande stampa capovolse il proprio atteggiamento – la «fortuna» si trasformò in «sfortuna» per gran parte dei suoi lettori. Il che bene è stato riassunto per la stampa statunitense dal Diggins quando ha scritto62:

576

Che la stampa, dopo la guerra d’Etiopia, potesse fare a pezzi l’immagine di Mussolini, indica che il prestigio del dittatore era in grandissima parte un prodotto della stampa americana.

Sempre in tema di padri della «fortuna» di Mussolini, tra essi se ne deve infine annoverare un altro, assai importante, talvolta decisivo per comprendere perché il «duce» si presentasse per la grande stampa di informazione come un personaggio tanto interessante e perché questa stessa stampa non solo sfruttò al massimo il genere, ma, salvo rari casi, soggiacque chiaramente anch’essa alla suggestione del suo eroe, spesso in forme assai maggiori di quelle necessarie per vendere la sua merce. Questo padre fu lo stesso Mussolini, che non a caso Salvemini definí «il genio della propaganda», assai superiore sotto questo profilo a qualsiasi uomo politico del suo tempo, persino allo stesso Hitler, che se lo superò nella utilizzazione e nell’efficienza dei mass-media ad uso interno, rimase però molto al di sotto di lui quanto ai risultati ottenuti dal suo apparato propagandistico all’estero63. Al punto che c’è da domandarsi se il personaggio Mussolini sarebbe potuto veramente esistere se Mussolini stesso non si fosse adoperato in tutti i modi a crearlo, perfezionarlo e alimentarne di continuo la suggestione non solo attraverso l’apparato propagandistico del regime, ma anche personalmente.

577–578

Nel prossimo volume ci occuperemo della immagine del «duce» che il regime e lo stesso Mussolini cercarono di accreditare in Italia. Qui per il momento ci limiteremo solo a vedere il problema nel suo aspetto per l’estero e in riferimento al periodo che stiamo trattando. Ciò comporta però l’anticipazione di una constatazione: tra l’immagine ad uso interno e quella ad uso esterno vi furono sempre, e soprattutto negli anni trenta, delle sfumature abbastanza notevoli. La prima era quella di un uomo d’azione chiaroveggente, che sapeva cosa voleva e lo realizzava senza incertezze e dubbi; sicuro, intransigente, ma al tempo stesso paterno e attento alle necessità e alle aspirazioni del popolo. La seconda era quella di un uomo di stato che era però anche un intellettuale che, in solitudine, elaborava la sua politica in base ad una precisa scala di valori che, al fondo, erano gli stessi dell’Occidente; consapevole di quali fossero gli obiettivi da raggiungere, deciso tutore e realizzatore degli interessi nazionali italiani, ma anche realisticamente sempre in grado di capire quali fossero le difficoltà, i problemi, dei quali era irta la strada e dei quali, quindi, doveva tener conto come italiano e come occidentale. Spesso queste sfumature erano tanto evidenti da rendere diverse tra loro le immagini stesse. E ciò spiega perché tutta una serie di prese di posizione o di iniziative adottate ad uso esterno furono tenute celate all’interno. Tra gli esempi che si potrebbero fare, tipici in questo senso sono i casi di articoli e, ancor piú spesso, di interviste scritti da Mussolini per la stampa estera o rilasciate a giornalisti stranieri di cui (contrariamente a quanto in genere avveniva) non fu data notizia (o, al massimo, fu fatto solo un rapido accenno) dalla stampa del regime. Senza dire del piú tipico di tutti: la My Autobiography, che, diffusissima nel mondo, in Italia non fu mai pubblicata e non poté circolare neppure in lingua straniera.

I mezzi usati per accreditare all’estero una certa immagine di Mussolini furono molteplici e non ci attarderemo qui in un loro esame. Basterà ricordare la diffusione di articoli e di «veline» relativi alla sua vita, al suo pensiero, ai suoi scritti; la diffusione, diretta ed indiretta, della biografia scritta dalla Sarfatti (tradotta in moltissime lingue), l’incoraggiamento e la valorizzazione di scritti e di studi di autori stranieri su Mussolini e di dichiarazioni e di attestazioni di stima e di ammirazione verso di lui fatte da personalità politiche e culturali dei vari paesi. Né si può assolutamente passare sotto silenzio la massiccia ed assai abile utilizzazione che venne fatta della immagine cinematografica e specialmente fotografica del «duce»: Mussolini sportivo, Mussolini e i fiori, Mussolini e gli animali, Mussolini musicista, Mussolini e i bambini, Mussolini tra il popolo, Mussolini che trebbia a dorso nudo, Mussolini aviatore, ecc. fu diffuso in tutto il mondo in migliaia di fotografie (assai spesso vagliate e scelte dal diretto interessato) che, riprodotte in centinaia di migliaia di copie di giornali, contribuirono non poco a suscitare e tener vivo l’interesse per il «duce», a popolarizzarne la figura, a fornirne l’immagine piú adatta ai vari paesi ed ambienti, in una parola a sollecitarne la «fortuna».

578–579

Per attivo che fosse l’apparato propagandistico del regime, il miglior propagandista di Mussolini fu però, come si è detto, Mussolini stesso, con la sua eccezionale capacità di costruire, ad uso degli stranieri, quella propria immagine che per alcuni anni, consapevolmente o no, la grande stampa d’informazione finí per recepire e, quindi, in sostanza per riproporre: l’immagine del nuovo uomo di Stato, autoritario ma democratico, realizzatore ma pensoso, dinamico ma realista, nazionalista ma occidentale.

Un contributo importante a questa autorappresentazione ad uso esterno diede, specialmente nei paesi anglosassoni, la My Autobiography (scritta da Arnaldo, rivista dal fratello e ritoccata in sede di traduzione in inglese dall’ex ambasciatore degli Stati Uniti a Roma R. W. Child) che apparve prima a puntate sul «Saturday Evening Post» di Filadelfia nel ’28, poi su vari giornali europei e infine in volume, ottenendo un notevole successo di vendite (la sola edizione pocket inglese raggiunse le centomila copie). Un contributo, certo minore, ma non trascurabile, diedero anche i due drammi storici Cesare e soprattutto Campo di maggio (nella versione francese, Les cent jours recitata da Gémier, uno dei maggiori attori francesi del momento) che all’estero vennero, come si è detto, presentati – al contrario che in Italia, dove apparvero con il solo nome del primo – come opere di Forzano e di Mussolini, se non altro grazie alle polemiche e alle proteste che essi suscitarono in parte della stampa e tra gli spettatori64. Né, ancora, può essere sottovalutato il contributo degli articoli che Mussolini scriveva di tanto in tanto per alcuni giornali stranieri (il «Figaro», il «Berliner Boursen Cörier», ecc.) e soprattutto per la catena che faceva capo all’Universal Service. In un periodo in cui i maggiori uomini politici assai raramente cercavano di entrare in contatto direttamente con «l’uomo della strada» degli altri paesi, questi articoli di Mussolini ebbero infatti una loro funzione, nel senso che contribuirono anch’essi a diffondere l’idea che il «duce» fosse uno statista diverso, meno legato alle forme tradizionali della politica internazionale e soprattutto servirono a tenere desto l’interesse dell’opinione pubblica media per la sua persona.

579

L’atout piú efficace di cui Mussolini si serví per influenzare la stampa internazionale e, quindi, l’opinione pubblica straniera (ma anche quella italiana, dato che gran parte di ciò che si scriveva su di lui all’estero veniva poi utilizzato dalla propaganda del regime all’interno) secondo l’immagine che in questi anni egli voleva dare di sé furono però le interviste che in questo periodo (come, del resto, nel triennio successivo) egli concesse numerose alla stampa internazionale ed in particolare a quella statunitense e francese. Su queste interviste è pertanto necessario soffermarsi un po’, tanto piú che il discorso che si deve fare per esse può essere in buona parte esteso anche alle innumerevoli65 udienze, individuali e collettive, che Mussolini soleva concedere a singole personalità ma anche a gruppi di stranieri, abbastanza insignificanti sotto l’immediato profilo della qualificazione politica o culturale, udienze il cui significato reale potrebbe altrimenti sfuggire, mentre in effetti anch’esse contribuirono a costruire la sua «fortuna». Basti pensare, per un verso, all’insistenza con la quale molti tra coloro che in quest’epoca visitavano l’Italia cercavano di ottenere una udienza dal «duce» («Praticamente ogni americano che va in Italia vuole avere una udienza» dichiarò esasperato un funzionario del Dipartimento di Stato, assediato dalle continue richieste che gli pervenivano66), per un altro verso, al fatto che molte delle dichiarazioni piú entusiaste su Mussolini vennero proprio da questi visitatori individuali e collettivi e, per un altro verso ancora, che l’impressione suscitata da Mussolini in questi visitatori collimava in genere con quella suscitata nei suoi intervistatori, sicché è facile capire quanto – influenzandosi e confortandosi tra loro – tutte queste impressioni contribuissero ad affermare a livello di opinione pubblica una certa immagine largamente positiva del «duce», una immagine, per di piú, che, essendo sostanziata soprattutto di elementi umani, riduceva grandemente il peso di quelli politici che avrebbero potuto renderla meno accetta a tanti. Valgano da esempio queste quattro dichiarazioni di altrettanti visitatori di Mussolini:

Margaret Beavan, sindaco di Liverpool67:

Mai ho avuto un’emozione simile in vita mia. Non ho mai visto un uomo cosí diverso da tutti gli altri, né una personalità cosí magnetica. È tutto cosí imponente che non so trovare parole per parlarne. Sono commossa in ogni fibra dalla sua dominante, magnetica, imponente, immensa personalità.

580

L’aviatrice lady Heath68:

Mussolini è piú che un uomo, è un monumento nazionale. Come l’Egitto dipende dal Nilo, l’Inghilterra dal dominio dei mari e l’Arabia dal deserto, allo stesso modo l’Italia dipende da Mussolini.

Henry Bordeaux, dell’Académie française69:

Io non ripeterò le parole d’amicizia per la Francia che conclusero questa udienza del Duce, esse sono connesse alle conversazioni diplomatiche presenti e future. Ma esse furono pronunciate con quel sorriso che distende la maschera volontariamente assunta. Il conte Molé diceva che egli non aveva conosciuto che due sorrisi irresistibili: quello di Napoleone e quello di Chateaubriand. Io aggiungerei volentieri quello di Mussolini.

E, infine, Maurice Grimard, membro di una delegazione dell’Union des fraternelles de l’Armée de campagne, un’associazione di ex combattenti belgi70:

Il 10 settembre alle sei, perché questa è una data, entrammo in questa mole rosa del palazzo governativo, dove il Duce lavora nella calma alla grandezza del suo paese. Noi non l’avevamo visto che nelle fotografie e l’immaginavamo, diciamolo francamente con molti altri, come chi vuol posare a Cesare. Ma appena egli entrò nel salone ove ha l’abitudine di ricevere l’impressione cambiò. Avvicinandosi a noi, egli ebbe – è vero – ciò che è istintivo in lui, il movimento dominatore del mento, che non è in realtà che una manifestazione di forza. Qualche minuto fu sufficiente però perché egli prendesse un’aria semplice e buona.

John Gunther, un giornalista che – scrivendo nel ’36 – tendeva a mostrarsi disincantato e meno succube di tanti suoi colleghi al fascino della personalità di Mussolini71, scrisse a proposito delle interviste mussoliniane72:

581–583

Mussolini sa che le interviste sono la migliore forma di propaganda; è per questo che ne è cosí prodigo. Molti giornalisti e anche direttori di giornali sono incapaci di resistere alla lusinga di un incontro con un dittatore o con un capo di Stato; ricevuti da Mussolini o da Hitler, essi provano un sentimento di gratitudine che turba il loro giudizio. È assai difficile a un giornalista medio di dire male di un uomo importante e assai occupato che gli ha fatto dono di un’ora di amichevole conversazione.

Riprendendo questo passo del Gunther, il Diggins, a sua volta, ha recentemente scritto73:

Di tutte le blandizie che i funzionari fascisti riuscivano a offrire ai giornalisti ospiti, la piú efficace era un’intervista personale con il primo ministro. Ex giornalista lui stesso, Mussolini sapeva benissimo quale arma fosse l’adulazione durante un’intervista esclusiva, e non mancava mai di colpire in tal senso i suoi ferventi interlocutori. Perciò molti scrittori che avevano avuto il bene di un colloquio personale venivano via tronfi di orgoglio e pieni di un duraturo rispetto verso il dittatore... L’intervista finiva invariabilmente col minare l’obiettività del giornalista e con lo smussare la carica polemica delle sue domande. Di solito il risultato era un’insipida inchiesta che permetteva a Mussolini di sciorinare le solite banalità patriottiche e i piú stucchevoli luoghi comuni. «In che modo l’arte di governo e il giornalismo possono collaborare reciprocamente per il bene dell’umanità e per il loro proprio?» gli chiese Edward Price Bell, uno dei numerosi giornalisti sedotti dalla puntualità di Mussolini e dal suo cortese interessamento. Il dittatore, da buon cinico qual era, dové essere divertito e al tempo stesso stupito dall’ingenuità di Bell, e cosí gli rispose: «Con un’aggressiva e instancabile affermazione di energia morale e intellettuale. Col dire sempre la verità. Col non temere mai nulla se non il tradimento della verità. Con una costante disposizione a sacrificare se stessi e i propri seguaci». Lo spettacolo del giornalista che lascia Mussolini predicare sulla «fedeltà alla verità» mentre in realtà pratica la censura, dimostra quanto fosse facile cadere vittime della «magia nera» del dittatore fascista.

In queste affermazioni vi è certamente un fondo di verità. Fermarsi ad esse è però insufficiente; il discorso è infatti piú complesso e articolato.

Ricevendo degli stranieri e soprattutto concedendo delle interviste alla stampa internazionale, Mussolini indubbiamente recitava una parte, volta a dare agli interlocutori la migliore immagine di sé, a colpirne l’immaginazione e conquistarne la simpatia, dando loro una impressione di imponenza e di forza, ma al tempo stesso di equilibrio e di realismo e presentandosi come un uomo di Stato deciso e consapevole ma, insieme, anche come un vero intellettuale che si rendeva conto di ciò che era alla radice della politica e come una sorta di grande pater familias che non perdeva mai il contatto con la realtà quotidiana e con i suoi aspetti e i suoi limiti umani. A creare questa immagine contribuivano e la scenografia dell’ambiente in cui in genere avevano luogo questi incontri, la grande sala del suo studio a palazzo Venezia (che non a caso tanto spesso ricorre negli articoli e nelle dichiarazioni dei suoi visitatori e intervistatori), e il tono informale, personale che egli dava quasi sempre a questi incontri e che offriva ai visitatori una immagine di lui assolutamente diversa da quella che si erano potuti fare e che avevano visto nelle manifestazioni ufficiali pubbliche74. Una immagine che, come giustamente ha notato Salvemini75, predisponeva subito favorevolmente l’interlocutore, sia perché ne solleticava l’amor proprio, sia perché lo portava ad attribuire l’altro comportamento, quello ufficiale e pubblico, non già tanto a Mussolini quanto al carattere degli italiani e alla necessità per il «duce» di adeguarsi formalmente ad esso. Ugualmente, è indubbio che, attribuendo grande importanza a questo tipo di «pubbliche relazioni», Mussolini vi si impegnava notevolmente, anche se ufficialmente posava a non dar peso a ciò che all’estero si scriveva di lui76. E questo sia cercando di stabilire un rapporto personale il piú cordiale possibile con il mondo della stampa (sino a mostrare per esso la comprensione dell’ex collega) e i suoi rappresentanti piú prestigiosi77, sia mostrandosi assai disponibile ad ogni richiesta di intervista, anche di giornalisti poco noti, e persino di collaborazione (sino al caso limite dei Colloqui con Ludwig, un col po senza precedenti per il loro autore, ma anche per Mussolini e per la sua «fortuna» all’estero), sia dando – come si è detto – in questi incontri il meglio di sé, come verve, come cortesia e simpatia umana, come impegno intellettuale; mostrandosi sempre assai bene informato sul suo interlocutore e sui problemi, anche assai particolari, che piú gli stavano a cuore e lo interessavano78; non senza al caso qualche piccola civetteria volta a conquistarlo vieppiú, a indurlo poi a scrivere su quel particolare argomento79, ovvero a fargli presentare nel migliore dei modi punti di vista e questioni sui quali non erano d’accordo e soprattutto predisporlo in ogni caso favorevolmente verso la sua persona. Un tipico esempio di questa sua abilità a presentarsi nella luce migliore è costituito da Fascisme an VII, il libro sull’Italia scritto da Maurice Bedel. Abbiamo già visto a suo luogo come l’autore di questo reportage finisse il suo libro ribadendo la sua fede nella libertà e la sua gioia, nonostante tutto, di essere francese e non un italiano costretto a vivere nell’Italia fascista. Eppure in questo stesso libro, quando l’autore parla del suo incontro con Mussolini il tono è di sostanziale simpatia e nulla lascia intendere che per Bedel il vero Mussolini non fosse quello da lui conosciuto personalmente80:

583–584

Vi assicuro che egli è tutt’altro che come i suoi ritratti lo mostrano... io lo ho visto sorridere... io lo ho inteso ridere; io vi assicuro che allora egli distende i suoi lineamenti, disserra i suoi denti, si esprime con la voce piú dolce del mondo, in un francese leggermente modulato, cantato, quasi cinguettato. No, quest’uomo non passa la sua vita in un tetro palazzo a scrivere le liste dei proscritti oppure su un balcone ad arringare dei berretti neri e delle bandiere tricolori con una bocca convulsa d’eloquenza popolare.

Se tutto ciò, come si diceva, è indubbio, se cioè è certo che con i visitatori stranieri e soprattutto con coloro che sapeva avrebbero scritto su di lui Mussolini recitò quasi sempre una parte, sfruttando con estrema abilità tutte le chances che gli venivano dalla sua eccezionale capacità di afferrare la psicologia delle persone, di suscitarne l’interesse e di presentarsi nella luce migliore, cosí da essere lui a guidare sempre la conversazione senza darlo troppo a vedere, in maniera da imporre la propria personalità; altrettanto indubbiamente però ci pare impossibile spiegare solo con la sua abilità, col suo istrionismo se si vuole, i tanti successi da lui conseguiti in questi rapporti diretti con individui che talvolta erano tutt’altro che degli sprovveduti e che spesso avevano una grande conoscenza degli uomini politici del tempo e potevano fare come nessun altro il confronto tra questi e Mussolini. Per comprendere questi successi non basta allineare le solite spiegazioni: l’incapacità degli altri a sottrarsi all’implicita lusinga-riconoscenza per averlo potuto incontrare, la suggestione dell’ambiente, l’acquisizione e il perfezionamento diabolico della tecnica dell’intervista, l’istrionismo, ecc. Bisogna riuscire a fare un passo ulteriore, che, per altro, non voglia dire rifugiarsi nella spiegazione – che in realtà non spiega niente – della «magia nera» del Diggins, bisogna cogliere le effettive componenti di questa «magia nera».

584–585

In primo luogo bisogna rendersi conto che – anche a prescindere dall’impegno che vi metteva e dal suo innato istrionismo – Mussolini in questo tipo di contatti riusciva benissimo, dato che essi erano oltremodo congeniali alla sua psicologia e soddisfacevano tutta una serie di aspetti della sua personalità: lo interessavano, lo distendevano e lo divertivano, lo solleticavano nel suo orgoglio. L’impegno che vi metteva non era dunque solo strumentale, ma spontaneo e sentito. Sicché era proprio in questo genere di contatti che egli, in genere, si sentiva piú a suo agio e rendeva il meglio di sé, sia intellettualmente sia umanamente. Specie in quelli individuali, nei quali – mancandogli la platea, la folla da far vibrare e trascinare e l’autoesaltazione che il contatto e il colloquio con le masse gli provocavano e, al tempo stesso, non dovendosi quasi mai troppo preoccupare né per la natura dei problemi trattati né degli sviluppi futuri del rapporto – la sua partecipazione alla conversazione acquistava toni distesi e procedeva quasi sempre semplice e piana, giovandosi di tutte le possibilità che gli derivavano dal gran numero di letture fatte e dalla sua eccezionale capacità di ricordare una infinità di particolari e di cogliere e sintetizzare subito il punto di vista dell’interlocutore. Né, infine, bisogna dimenticare che questi erano per Mussolini gli anni psicologicamente, culturalmente e fisicamente migliori, in cui il declino non era ancora cominciato e i successi africani, che tanto avrebbero influito sulla sua personalità, di là da venire.

Questi incontri lo interessavano (come i giornali e i rapporti che, come si è detto, leggeva in gran quantità) perché soddisfacevano il suo vivissimo desiderio di essere informato su quello che avveniva negli altri paesi, di capire cosa all’estero si pensava della situazione internazionale, delle sue cause, dei suoi possibili sviluppi e di conoscere quali fossero le opinioni sull’Italia, sul fascismo, su di lui e, ancora, perché attraverso di essi pensava sempre di poter valutare l’attendibilità di quanto gli veniva riferito dalle sue rappresentanze e dai suoi inviati all’estero. Si potrebbe quasi dire che in molti casi questi incontri risvegliassero in lui il giornalista e fossero affrontati quasi fosse lui l’intervistatore e non, assai spesso, viceversa. Lo distendevano e lo divertivano perché costituivano altrettante pause nella routine del suo lavoro, gli permettevano di parlare di argomenti che, dato l’isolamento in cui viveva e la mancanza di amicizie, o non avrebbe potuto altrimenti affrontare o doveva trattare professionalmente, ex cathedra, lo mettevano a contatto con una umanità composita, interessante, a suo modo pittoresca, cosí diversa da quella che era abituato a vedere e a trattare. Lo solleticavano nel suo orgoglio perché gli apparivano (e in buona parte erano effettivamente) altrettante prove del suo prestigio e della sua importanza e altrettante riaffermazioni del successo della sua personalità.

585–586

Sulla personalità di Mussolini, sul fascino o, almeno, la suggestione che essa esercitava molto è stato scritto, qualche volta a proposito, piú spesso a sproposito; esaltandola oppure negandola e riducendola a pura infatuazione o a mero frutto di istrionismo. In realtà il problema è, al solito, assai piú complesso e non può essere risolto in nessuna di queste due maniere estreme. Negare che la personalità di Mussolini suscitasse una suggestione particolare è impossibile. Troppe ed univoche sono le testimonianze in questo senso ed esse provengono dalle parti piú disparate, da amici come da avversari, da italiani come da stranieri, da persone che lo conobbero appena e da persone che lo conobbero assai bene. Né a spiegarla, e in pratica a negarla, è sufficiente rifarsi all’influenza dei mass-media, della propaganda, alla suggestione ripetitiva da essi messa in atto. Che una tale suggestione abbia agito è indubbio e non solo nei confronti degli italiani, che ad essa erano piú esposti, ma anche di molti stranieri, specie dove e sino a quando essa fu piú favorita, appunto, da una certa atmosfera politico-culturale e soprattutto da un certo atteggiamento della grande stampa. Ad essa si deve in larga misura la parte notevole che la componente personalità ebbe nella «fortuna» di Mussolini nel mondo occidentale e quindi anche la sua influenza su molti tra coloro che in questi anni lo avvicinarono, nel senso di condizionarli e predisporli a constatarla e persino a esserne vittime. Tutto ciò però non basta a negare che in Mussolini vi fosse qualcosa che effettivamente colpiva chi entrava in contatto con lui; negarlo vorrebbe infatti dire che tutti coloro che ne hanno parlato sarebbero stati vittime di un fenomeno di suggestione, di condizionamento collettivi; e questo è indubbiamente eccessivo. D’altra parte se si cerca di precisare a cosa in particolare si riferivano coloro che hanno provato a definire la personalità di Mussolini in termini che andavano al di là di un generico riferimento alla «forza di carattere» o al «magnetismo» che egli avrebbe sprigionato81, ci si trova di fronte ad alcuni elementi cosí ricorrenti che è difficile non pensare che fossero proprio questi a costituire quella personalità di cui tanto essi parlavano. L’aria sicura, i movimenti bruschi, una grande vitalità, un tono di voce morbido, un modo di fare franco, impaziente di fronte ad ogni opposizione e un po’ assertivo ma non per questo arrogante e anzi ben disposto alle schermaglie dialettiche. Questo è il ritratto piú comune che i suoi visitatori stranieri ce ne hanno lasciato, gli aspetti esteriori della sua personalità sui quali in genere tutti si sono piú frequentemente soffermati, quasi sempre profondamente colpiti dalla differenza tra quest’uomo, come essi lo avevano conosciuto in privato, e quello che appariva nelle cerimonie pubbliche, al balcone di palazzo Venezia, quando arringava le folle. E poi gli occhi, il loro accompagnare e sottolineare le parole, anticiparle e commentarle. Quegli occhi che secondo H. Massis «nessuno che li abbia sentiti una sola volta fissi su di lui può dimenticare»82 e che ispirarono a Frank Fox, del «Morning Post», queste ditirambiche parole83:

586–587

Avvicinarsi a quegli occhi era una prospettiva che intimidiva un poco... Avete mai osservato il sole quando tramonta d’estate sul mare in una foschia rossastra che sembra un turbolento cratere dalla fiamma velata e par che dica: «Potete guardarmi tranquillamente ora, ma ho raggi infuocati che possono accecare»? Cosí è l’occhio di Mussolini. Maometto, per quel che possiamo immaginare, doveva avere occhi simili.

A parte ovviamente queste sciocchezze ditirambiche, se si vuole capire l’impressione che Mussolini suscitava nei suoi visitatori stranieri oltre che italiani84 e quindi la loro insistenza poi nel parlare della sua personalità, è impossibile trascurare anche questo elemento. E ciò specialmente se si pensa che, nel periodo di cui ci stiamo occupando, questo elemento, unito agli altri dei quali pure abbiamo parlato, diventava assai spesso essenziale nel confronto diretto ed indiretto che molti tra coloro che entravano in rapporto con Mussolini frequentemente finivano per fare tra il «duce» ed Hitler. Un confronto che in questi anni (e spesso anche nei successivi) era a tutto vantaggio del primo non solo sotto il profilo politico ma anche per quel che concerneva l’umanità e la personalità dei due dittatori85.

587–588

Per completare il quadro che abbiamo delineato in questo capitolo, l’ultimo aspetto che ci rimane da vedere è quello che concerne piú propriamente la diffusione del fascismo in quanto movimento politico vero e proprio, al di là cioè degli stati d’animo, delle insoddisfazioni, delle paure, delle velleità e dei miti che in questo periodo determinavano – come si è visto – un nuovo modo di guardare all’Italia fascista, al fascismo e in specie a Mussolini.

Già abbiamo detto che in questi anni si verificò la costituzione dei primi veri movimenti fascisti inglesi e francesi. Il fenomeno fu però assai piú vasto, interessò in qualche misura un po’ tutti i paesi europei (salvo ovviamente l’URSS) e vari extra europei ed ebbe il suo momento piú dinamico (almeno sotto il profilo della formazione di nuove organizzazioni fasciste o parafasciste) nel ’33-34. Basti pensare che al ministero degli Esteri italiano86 nell’ottobre ’33 risultavano esistere movimenti di tipo fascista in ventitre paesi, sei mesi dopo in trentanove: in tutti quelli europei (eccezion fatta per la Jugoslavia), in otto americani (Argentina, Brasile, Canada, Cile, Cuba, Panama, Perú e USA), in cinque asiatici (Cina, Giappone, Iraq, Manciuria e Siria), in uno africano (Sudafrica) e in Australia.

Alcuni di questi movimenti erano in realtà pressoché inesistenti, altri si sarebbero dimostrati assai effimeri. In vari paesi esistevano piú organizzazioni che si richiamavano al fascismo (ovvero talvolta piú propriamente al nazionalsocialismo) e che non di rado erano tra loro in concorrenza. Spesso esse erano altresí travagliate da contrasti interni e da personalismi che le screditavano e ne diminuivano l’efficienza. Ancora piú spesso il loro richiamarsi al fascismo era piú nominale che sostanziale e in realtà si trattava di movimenti autoritari o di destra radicale, con tradizioni e caratteristiche locali molto forti e difficilmente conciliabili tra loro. Ciò non toglie che il fenomeno, specie se visto dal di fuori, potesse fare impressione e, a seconda dei punti di vista, suscitare preoccupazione o compiacimento. Tipico a quest’ultimo proposito è quanto scriveva Q. Mazzolini nella prefazione alla pubblicazione riservata che il Servizio storico-diplomatico (Ufficio I) del ministero degli Esteri nell’aprile ’34 dedicò ai Movimenti fascisti esteri87:

588–589

Che il Fascismo si adatti in forme e modi adeguati alle tradizioni e ai costumi sociali e politici dei vari paesi, è cosa comprensibile; l’essenziale è di rilevare come dinanzi alle vecchie teorie liberali si ergano i nuovi principî di ordine e di autorità, mercè i quali è possibile governare i popoli, ed a questi nelle difficili contingenze della loro vita, difendersi dalle difficoltà, vincerle e vivere.

Gli antagonismi, quasi sempre dovuti alle personali ambizioni, fra taluni movimenti, identici nel fine ma differenti nei mezzi, nulla tolgono alla importanza della rivoluzione di pensiero che è in atto. Le Camicie Nere d’Italia; le Camicie Nere d’Inghilterra e d’Argentina; le Camicie Azzurre di Polonia e del Portogallo; le «Gonne» azzurre della Cina e le Camicie d’argento degli Stati Uniti; le Camicie Brune di Germania e del Canadà; e le Camicie Verdi di Siria e di Cuba, sono il segno manifesto che l’idea fascista ha oggi pervaso tutti i continenti... Cosí, se anche le copie non sono sempre felici, la elasticità della dottrina segna in tutti il primo capitolo di una nuova storia, perché siamo oggi di fronte ad una relazione nuova tra società civili e leggi naturali; all’apparire nell’evoluzione umana d’una associazione d’idee piú alte, ad un rapporto fra diritti della Società e doveri dei singoli che entra per la prima volta nella coscienza mondiale.

In un’Europa che, dieci anni dopo l’avvento del fascismo in Italia, aveva assistito all’andata al potere di Hitler in Germania e che doveva constatare la presenza di regimi apertamente filo-fascisti in Austria e in Ungheria e autoritari in Polonia, in Jugoslavia e in vari altri paesi orientali, ciò che piú colpiva era specialmente il diffondersi anche in Inghilterra e in Francia del fascismo e di una serie di movimenti di estrema destra, tutti piú o meno caratterizzati in senso antidemocratico ed autoritario, che mal si distinguevano dal fascismo e che, soprattutto, era difficile pensare che, se fossero arrivati al potere, non avrebbero dato vita ad un regime simile a quello fascista88. E ciò tanto piú che era proprio in questi due paesi e soprattutto in Francia che questi movimenti sembravano essere piú consistenti e piú aggressivi, in grado di raccogliere non solo vasti consensi, ma anche un buon numero di militanti attivi, pronti a scendere in piazza e a ricalcare le orme dei fascisti e dei nazionalsocialisti, e proprio quando il movimento operaio e i suoi partiti sembravano ridotti sulla difensiva e travagliati da una grave crisi (con la possibilità di sbocchi anche in senso fascista) e tra le forze tradizionalmente liberali e democratiche sembravano a loro volta prendere vieppiú piede o lo scoramento o le tendenze piú involutive.

589–591

Gli echi, le ripercussioni, psicologiche e politiche, di questa fioritura di fascismi e di parafascismi furono molteplici ed incisero a tutti i livelli, in vario modo. Quello che però, ai fini del nostro discorso, piú ci importa di rilevare è che questo fenomeno ebbe una influenza notevolissima anche sul fascismo italiano e su Mussolini in particolare. Nei precedenti capitoli ci siamo soffermati sulle motivazioni ideologiche e politiche che indussero in questo periodo Mussolini ad abbandonare la concezione del fascismo non merce d’esportazione per quella del fascismo fenomeno universale. Alla luce di quanto abbiamo detto in questo capitolo ci pare però difficile non pensare che alla base di questa «svolta» non ci sia stata anche una motivazione di tipo psicologico. Ci pare cioè difficile credere che alla base della nuova concezione «universale» del fascismo non ci sia stata anche la suggestione dell’idea che – al di là di quelli che potessero essere i programmi, le intenzioni, le ambizioni di Mussolini e le sue necessità politiche pratiche, sia rispetto alla politica interna sia rispetto a quella estera – il fascismo si stesse ormai affermando in Europa e forse nel mondo e che questa affermazione fosse vicina a realizzarsi e che, quindi, fosse necessario per la politica mussoliniana prepararsi in tutti i modi a gestire questa prossima affermazione, sia per trarne tutti i vantaggi possibili sia per evitare che essa fosse gestita da altri e, piú precisamente, dai nazionalsocialisti.

Quanto questa idea, questa previsione fossero errate e si basassero su elementi effimeri e contingenti è oggi evidente. Se ci rifacciamo alla atmosfera del momento è però anche possibile comprendere come esse si siano potute affermare. Con tutto il suo pragmatismo, il fascismo era una concezione ideologica e in quanto tale era evidente che i fascisti fossero – specialmente in quel particolarissimo momento – portati a dare una valutazione ideologica di ciò che avveniva davanti ai loro occhi, a prendere per buono quello che veniva detto e scritto all’estero sul fascismo e su Mussolini, a interpretare univocamente ciò che turbava tanti paesi, a sopravvalutare fatti che erano indubbiamente manifestazioni di una crisi assai profonda ma che non per questo erano irreversibili ed incontrollabili. Quanto al «duce», la sua convinzione che fosse fatale che i regimi democratici dovessero «saltare» uno per uno perché non erano in grado di fronteggiare la crisi e che il fascismo dovesse parallelamente espandersi sempre di piú89, se per un verso era incoraggiata da questo errore di valutazione, per un altro verso trovava ampio conforto nella sua tendenza a concepire l’evoluzione politico-sociale della Europa e del mondo in termini che – con un’espressione d’oggi – potremmo definire «epocale»; una concezione che egli aveva prospettato già nel febbraio ’22, nell’articolo Da che parte va il mondo?90, e che proprio in questi anni non a caso ribadí, come si è detto, piú volte. Né, per quel che riguarda il suo errore di valutazione, bisogna trascurare il fatto che, oltre tutto, a renderlo piú facile dovette contribuire il fatto che se Mussolini mancava di qualsiasi esperienza diretta della realtà degli altri paesi e doveva basare il suo giudizio su elementi di seconda e di terza mano, lo stesso errore facevano anche però molti dei suoi collaboratori, persino alcuni dei piú intelligenti e che, conoscendo direttamente quella realtà, avrebbero dovuto valutarla piú realisticamente91. Assai significativo è a questo proposito che anche un politico fine come Grandi, che, oltre tutto, conosceva bene la realtà inglese e non aveva una concezione ideologica del fascismo, arrivasse a partecipare a questo tipo di valutazione e scrivesse a Mussolini92:

592–594

Qualche giorno fa, avendo a Palazzo Venezia la fortuna di parlarTi ma soprattutto di ascoltarTi e di sentirTi, ho detto che qualcosa di lento ma vasto e forse definitivo – come la marea in questi grigi mari del Nord – sale anche qui. Fare delle previsioni sul come gli avvenimenti si svolgeranno in questo Paese illogico e paradossale è ancora difficile. Ma non erro nel giudicare che il movimento è cominciato. Quando mi reco alla Camera dei Lords e dei Comuni e vedo la statua di Cromwell che sta proprio lí davanti, come tranquillamente aspettando, mi domando talvolta se non vedremo presto questa statua, di cui la Gran Bretagna parlamentare finge di non accorgersi, adorna dei fiori che i buoni cittadini di Londra amano portare quasi ogni giorno ai monumenti di quelli fra i loro eroi tradizionali che l’istinto popolare considera viventi, presenti e necessari allo spirito della vecchia Inghilterra.

Sul terreno politico, le conseguenze immediate della fioritura di fascismi e di parafascismi verificatasi in questo periodo che, nell’ambito del discorso che in questo momento ci interessa, ebbero piú rilevanza furono essenzialmente due. La prima fu quella di accentuare, a livello sia di partito sia di ministero degli Esteri, la tendenza a stabilire rapporti piú stretti e sistematici con questi movimenti, arrivando spesso sino a sovvenzionarli piú o meno sistematicamente, in maniera da favorirne l’attività e l’espansione e cercare al contempo di legarli il piú possibile al fascismo italiano e sottrarli alla suggestione e all’influenza hitleriane. La seconda fu quella di indurre Mussolini e il fascismo a tentare di elaborare una piattaforma politico-ideologica minima del «fascismo universale» adatta a tutti i fascismi e che potesse servire da premessa alla costituzione di una sorta di Internazionale fascista, in grado di collegarli tra loro e di dare ad essi una prospettiva di massima unitaria e ispirata al modello italiano e, quindi, non in contrasto con la politica mussoliniana. Nella prima direzione gli sforzi maggiori furono fatti in Francia e forse ancor piú in Inghilterra, su Mosley e il suo movimento93; nelle roccheforti cioè del sistema liberaldemocratico. È per altro indubbio che nella prima metà degli anni trenta questo tipo di sforzi fu messo in atto o accresciuto in quasi tutti i paesi europei e anche fuori d’Europa; anche se bisogna dire che le sue manifestazioni furono in genere assai diverse da paese a paese e specialmente a seconda si trattasse di paesi retti da governi democratici o da governi autoritari: nel primo caso, infatti, essi si indirizzarono soprattutto verso i partiti di tipo fascista o parafascista, nel secondo, invece, furono, in genere, indirizzati verso quelle forze che piú potevano giovare alla politica mussoliniana, senza guardare troppo per il sottile al loro fascismo e, in qualche caso, preferendo addirittura quelle autoritarie tradizionali a quelle piú propriamente fasciste (specie se queste avevano simpatie per il nazionalsocialismo)94. Nella seconda direzione le iniziative piú significative furono tentate nel ’34 e nei primi mesi del ’35 ed ebbero il loro momento culminante il 16-17 dicembre ’34 nel congresso di Montreux.

594–595

Promosso dai CAUR, il congresso di Montreux sembrò per un momento dare l’impressione che si potesse varare una Internazionale fascista orientata nella prospettiva mussoliniana. In una prospettiva cioè che, per dirla col Ledeen95, può essere cosí riassunta:

Primo, il tentativo di coinvolgere i movimenti stranieri garantendo loro indipendenza e integrità; secondo, una teoria dello Stato corporativo che forniva l’unica soluzione per la crisi economica dell’Europa; e terzo, una dottrina universale, cristiana, ma tollerante, pronta a resistere a ogni pretesa di superiorità razziale o di predominio regionale sul continente.

Al congresso non intervennero sintomaticamente i nazionalsocialisti tedeschi (e neppure i fascisti inglesi), ma furono rappresentati – oltre al PNF – quindici partiti e movimenti fascisti di tredici paesi europei, apparentemente disposti ad accordarsi per gettare le basi di una organizzazione di collegamento tra di loro e aperta agli altri movimenti che avessero voluto aderirvi, fondata sulla comune accettazione di tre principî, che avrebbero dovuto risolvere la contraddizione insita nel proposito di armonizzare l’idea nazionale, che era alla radice di ogni fascismo, con il proposito di dar vita ad un «fascismo universale»: lotta delle giovani generazioni europee al materialismo bolscevico, all’egoismo capitalistico e al paganesimo; adesione all’idea corporativa; rispetto per le caratteristiche nazionali dei singoli movimenti e partiti e – nell’ambito di una politica di pace – dei rispettivi interessi nazionali. Al di là delle apparenze, il congresso di Montreux e le due sole riunioni di una certa importanza che ad esso seguirono (a Parigi il 30 gennaio e ad Amsterdam il 1º aprile ’35) dimostrarono in realtà quanto le speranze italiane di portare sulle proprie posizioni i movimenti fascisti degli altri paesi fossero irrealizzabili96. A parte i sospetti (non ingiustificati del resto) che dietro l’iniziativa dei CAUR si nascondesse una manovra di tipo egemonico degli italiani, le riunioni interfasciste del ’34-35 misero infatti in luce gli ostacoli e le divisioni che rendevano impossibile un effettivo accordo tra i vari movimenti e partiti fascisti. In primo luogo l’assurdità della pretesa italiana di escludere dal campo fascista i nazionalsocialisti (e cioè l’unico altro governo che si proclamasse apertamente fascista), dato che questa esclusione poteva essere giustificata solo in base ad argomenti di opportunità e di interesse politico nazionale, che potevano trovare sensibili solo alcuni fascismi, mentre era insostenibile sotto ogni altro profilo; in secondo luogo (ma in realtà piú che di una questione a sé si trattava di un aspetto particolare della precedente) la impossibilità di trovare un effettivo punto d’accordo sulla «questione razziale» e sull’atteggiamento da assumere verso la «questione ebraica».

595–596

Per Mussolini, a quest’epoca, il problema ebraico e piú in genere quello della razza erano problemi non solo non sentiti, ma che, politicamente, egli vedeva in maniera antitetica a come li vedeva Hitler; sia perché si rendeva conto della impopolarità e degli odi che essi suscitavano contro la Germania, sia perché le teorie razziali naziste tendevano piú o meno esplicitamente a sottolineare la superiorità della razza germanica rispetto a tutte le altre razze, quella italiana compresa, con le conseguenze morali e politiche che ciò comportava. In vari movimenti fascisti (in genere dell’Europa orientale) la componente antisemita era però assai forte e, quindi, la suggestione della posizione nazionalsocialista assai viva, anche se molto spesso chi era d’accordo con i nazionalsocialisti in materia di antisemitismo era però in disaccordo con essi in materia razziale, si mostrava assai geloso della propria integrità ed indipendenza nazionale e partecipe di una comune civiltà occidentale che nulla aveva a che fare con la Weltanschauung nazionalsocialista del primato della razza ariana e aveva, invece, molti punti in comune con la concezione fascista italiana, che, per altro, aveva il difetto – almeno per i piú coerenti – di dividere il fronte fascista, laddove essi lo volevano rafforzato al massimo perché si rendevano conto (e col ’35-36 se ne sarebbero sempre piú resi conto) che non era affatto detto che l’affermazione del fascismo si sarebbe realizzata attraverso una pacifica conquista delle nuove generazioni ai suoi ideali e non comportasse invece uno scontro frontale – interno ed internazionale – con l’altro aspirante alla successione alla società democratico-capitalistica: il comunismo. Da qui l’impossibilità non solo di dar vita ad una Internazionale fascista, ma anche di fare del «fascismo universale» la piattaforma ideologico-politica attorno a cui far gravitare i vari fascismi: diventato «merce d’esportazione» il fascismo non poteva sottrarsi alle «leggi del mercato» e, tra gli elementi del «mercato», quello italiano non era certo, almeno potenzialmente, il piú forte. Sicché per Mussolini l’«esportazione» del fascismo, se indubbiamente costituiva un motivo di prestigio e gli dava alcune carte utili al suo immediato giuoco politico, lo poneva però anche e soprattutto di fronte ad una prospettiva drammatica per il futuro: o farsi fascista tra i fascisti, accettando la logica e i rischi di una identificazione con i nazionalsocialisti (soluzione per lui perniciosa sul piano internazionale) o rinunciare nella sostanza ad identificare il fascismo con una delle grandi alternative storiche della civiltà contemporanea (soluzione per lui altrettanto perniciosa sul piano interno). In altre parole, il fallimento del «fascismo universale» lasciava intravvedere quella che prima o poi sarebbe stata l’alternativa per Mussolini: una scelta di campo tra fascismo e interessi nazionali, tra fascismo e civiltà occidentale, una scelta dunque che in ogni caso avrebbe significato in pratica la negazione del fascismo storico italiano, dato che o avrebbe portato al suo travaso nel ben piú vasto fascismo europeo, inevitabilmente egemonizzato dal nazionalsocialismo, o alla sua riduzione da fatto rivoluzionario e rinnovatore della civiltà occidentale a fatto riformistico della società italiana.

Note


  1. Cfr. C. Senise, Quando ero Capo della Polizia (1940-1943), Roma 1946, p. 37. ↩

  2. Tipica in questo senso la posizione di F. Coty, Contre le communisme, Paris 1927, passim, e specialmente pp. 117 sgg. e 189 sg. ↩

  3. Ancora nell’ottobre ’33, per esempio, H. de Kerillis in una serie di articoli su «L’Echo de Paris», scritti al ritorno da un viaggio in Italia, considerava «inquietante» la politica sociale del fascismo, definiva «onnipotente» il sindacalismo fascista e Rossoni un «estremista», dato che gli aveva detto che in Francia si subiva il giogo invisibile del grande capitalismo e che la rivoluzione fascista era appena cominciata. ↩

  4. Tipico M. Bedel, Fascisme an VII, Paris 1929, pp. 121 sg.: «È da molto che noi abbiamo commercio con la libertà; è un rapporto vecchio. Sappiamo cosa bisogna prenderne e cosa lasciarne; non siamo come quei giovani popoli ai quali essa fa girar la testa come la prima sigaretta ad un collegiale. A noi essa non giuoca quei tiri che ha giuocato agli italiani; e cosí noi non sentiamo il bisogno di perderla mentre l’Italia ne ha applaudito la scomparsa e non ne pretende il ritorno.

    «“Non si può esportare il fascismo fuori d’Italia” ha detto Mussolini. È certo che esso ha là la sua cornice, che esso ha là la sua grandezza e la sua bellezza. È là che esso forse ha anche la sua necessità.

    «Ma lasciate l’Italia dopo un soggiorno di qualche settimana, passate la frontiera e ditemi se l’aria non vi sembrerà piú libera nei polmoni, se non vi prende la voglia di circolare per il piacere di farlo, nei corridoi del treno finalmente liberi dai militi in armi; ditemi se non vi metterete subito alla ricerca di un compagno di viaggio con cui criticare ad alta voce la politica del signor Poincaré, tanto per sparlare del governo senza rischiare l’esilio o la deportazione. Ditemi se non sarete felice di esserefrancese». ↩

  5. L. Naudeau, L’Italie fasciste ou l’autre danger, Paris 1927, pp. 276 sgg., e specialmente 281 sg. ↩

  6. Cfr. ibid., p. 277. ↩

  7. L. Roya, Histoire de Mussolini, Paris 1926, pp. 182 sgg., e specialmente 187. ↩

  8. Per una informazione sulla tematica relativa al fenomeno fascista cfr. R. De Felice, Le interpretazioni del fascismo, Bari 1974⁵. ↩

  9. Sul fascismo inglese cfr. C. Cross, The Fascists in Britain, London 1961, nonché O. Mosley, My life, London-Edinburgh 1968. ↩

  10. Sul fascismo francese cfr. J. Plumyène - R. Lasierra, Les fascismes français (1923-1963), Paris 1963, e soprattutto R. Rémond, La destra in Francia dalla Restaurazione alla Vª Repubblica (1815-1968), Milano 1970, pp. 224 sgg. ↩

  11. Cfr. J. P. Diggins, L’America Mussolini e il fascismo cit., p. 45. ↩

  12. Cfr. P. Y. Anderson, Wanted: A Mussolini, in «Nation», 6 luglio 1932. ↩

  13. Cfr. A. M. Schlesinger jr, L’età di Roosevelt, III: Gli anni inquieti (1935-36), Bologna 1965, p. 666. ↩

  14. Cfr. J. P. Diggins, L’America Mussolini e il fascismo cit., p. 365.

    Nelle Carte Roosevelt (PSF, Italy, 1933-38, box 12) sono conservate due lettere autografe di Mussolini a Roosevelt, una del 24 aprile 1933 (con la quale gli presenta il ministro G. Jung e gli invia due edizioni di Virgilio e di Orazio) e una del 19 novembre 1936 (con la quale si congratula per la sua rielezione a presidente). Nello stesso fondo è conservata copia della risposta, assai cordiale, di Roosevelt alla prima lettera (14 maggio 1933). ↩

  15. Assai interessante in questo senso è l’articolo di G. Bottai, Corporate State and N.R.A., in «Foreign Affairs», luglio 1935, pp. 612 sgg. ↩

  16. Cfr. J. P. Diggins, L’America Mussolini e il fascismo cit., p. 367. ↩

  17. Ibid., pp. 206 sgg. Per il filofascismo politico negli USA in questo periodo cfr. A. M. Schlesinger jr, L’età di Roosevelt cit., III, pp. 71 sgg. ↩

  18. Cfr., per esempio, la serie di articoli di E. Guyot, nella «Volonté» del 10-14 gennaio 1933, nel secondo dei quali si auspicava una nuova forma sociale nella quale lo stato corporativo e quello democratico si penetrassero e si illuminassero vicendevolmente in un clima di libertà. ↩

  19. Per una valutazione complessiva dell’atteggiamento verso il fascismo di Lloyd George è significativo il seguente passo di una lettera da Londra, in data 22 giugno 1933, di D. Grandi a Mussolini (in Archivio Vitetti):

    «Io ho incontrato ieri sera, ad un pranzo a Corte, Lloyd George. Lo rivedevo per la prima volta dopo la firma del Patto di Roma e il Tuo grande discorso al Senato. Lloyd George mi è venuto incontro per dirmi che egli desiderava io Ti ripetessi ancora una volta le espressioni della sua sincera ammirazione. Lloyd George ha continuato “O il mondo si decide a seguire Mussolini, ovvero il mondo è perduto. Non c’è che il vostro Capo il quale abbia delle idee chiare, e che cammini sicuro sulla strada segnata dalla Sua volontà. Il Suo Discorso al Senato che io ho letto parola per parola, è un capolavoro di dirittura morale e di forza politica. Non vi sembra strano”, ha esclamato ad un certo punto, “che un vecchio liberale come me pensi e dica cose di Colui che è il giustiziere del Liberalismo?”

    «Ho risposto a Lloyd George che non è affatto strano che egli pensi e dica cosí del Duce. È strano invece che egli continui a credersi un vecchio liberale. Nulla è infatti piú errato, ho aggiunto, nell’attuale tempo rivoluzionario che l’intero mondo attraversa, di classificare il proprio pensiero servendosi di nomenclature politiche morte e trapassate. Bisogna avere il coraggio, se si vuol essere compresi e seguiti, non soltanto di pensare in senso moderno, ma altresí di usare il dizionario politico vivente ed aggiornato dalla nostra generazione.

    «Lloyd George ha sorriso dicendo: “Forse avete ragione. Ma i vecchi hanno i loro innocenti e tenaci pudori. Ad ogni modo il Liberalismo è morto, ma io ancora no”.

    «Alla conversazione assisteva il Principe Giorgio, figlio del Re, l’Ambasciatore di Polonia, il Ministro dell’Interno Sir John Gilmour, e quattro o cinque membri della Camera dei Lords». ↩

  20. Per altre significative prese di posizione di questo genere di questo stesso periodo cfr. L. Lojacono, Il Fascismo nel mondo, Roma 1933, e Universalità del Fascismo, Firenze 1933. ↩

  21. Cfr. Universalità del Fascismo cit., pp. 342 sg. ↩

  22. Per un esame di questi fenomeni cfr. Mouvements ouvriers et dépression économique de 1929 à 1939 cit.; e G. D. H. Cole, Storia del pensiero socialista, specialmente V: Socialismo e Fascismo (1931-1939), Bari 1968. ↩

  23. Cfr. H. J. Laski, Democrazia in crisi, Bari 1935, pp. 8 sgg. e 130. ↩

  24. Cfr. H. Macmillan, Winds of Change, London 1966, p. 283. ↩

  25. Cfr. J. L. Loubet Del Bayle, I non conformisti degli anni trenta cit., p. 257. ↩

  26. Cfr. ibid., pp. 283 sg. ↩

  27. Cfr. J.-P. Maxence [P. Godmé], Histoire de dix ans (1927-1937), Paris 1939, p. 159. ↩

  28. In «Ordre nouveau», ottobre 1935, p. 21. ↩

  29. Per un esame piú dettagliato di questo atteggiamento cfr. J. L. Loubet del Bayle, I non conformisti degli anni trenta cit., passim, e specialmente pp. 396 sgg. ↩

  30. Tipica in questo senso è la conclusione di E. Schreiber; Rome après Moscou, Paris 1932, pp. 213 sgg. ↩

  31. Cfr. Mussolini, XXVI, p. 10. ↩

  32. Valga come esempio la seguente dichiarazione fatta il 18 febbraio ’33, in occasione del venticinquesimo anniversario della Lega Antisocialista britan nica, da W. Churchill: «Il genio romano impersonato in Mussolini, il piú grande legislatore vivente, ha mostrat o a molte nazioni come si può resistere all’incalzare del socialismo e ha indicato la strada che una nazione può seguire quando sia coraggiosamente condotta. Col regime fascista, Mussolini ha stabilito un centro di orientamento dal quale i Paesi che sono impegnati nella lotta corpo a corpo col socialismo non devono esitare ad essere guidati». ↩

  33. Cfr. E. Schreiber, Rome après Moscou cit., p. 117. ↩

  34. Il discorso ci pare valido sia per l’opinione pubblica media sia, in forma piú sfumata, per larghi settori delle classi dirigenti occidentali. Significativo in questo senso è quanto (nel ’43) R. G. Vansittart, Insegnamenti della mia vita, Torino 1946, p. 46, scriveva a proposito delle sfuriate antitedesche di Mussolini in questo periodo: «Ho detto che egli era germanofobo – e lo era davvero – persino piú di me. Egli godeva di una maggior latitudine di espressioni e se ne serviva in un modo da dare la pelle d’oca ai nostri germanofili. Se dovessi raccogliere un’antologia delle sue sfuriate, i suoi alleati sarebbero stupiti nell’accorgersi di non avere nessun posto in questo pianeta, senza parlare del sole!»

    A livello di opinione pubblica media una prova di quanto fosse considerata viva ed operante l’ostilità di Mussolini per Hitler è offerta dalla spiegazione che nel ’36 un autorevole e popolare giornalista americano, neppure tra i piú favorevoli a Mussolini, diede della conquista dell’Etiopia: «Mussolini detesta Hitler perché non può tollerare che vi siano altri dittatori... Egli si è sforzato, non solamente di vincere e di battere Hitler (per esempio, in Austria, dopo l’assassinio di Dollfuss), ma anche di sorpassarlo. Hitler abbandona la S.d.N., ma Mussolini in piú la combatte. Hitler domanda dolcemente delle colonie e non le ottiene; Mussolini si sente in dovere di tagliarsene una in Etiopia». Cfr. J. Gunther, Les pilotes de l’Europe (trad. franc. di Inside Europe), Paris 1936, p. 181. ↩

  35. ACS, Presidenza Consiglio, Gabinetto, Atti (1934-36), fasc. 5/1, n. 3276, «Conferimento del Premio Nobel per la pace 1935 a S. E. il Capo del Governo». Mussolini, informato dell’idea, diede parere negativo. ↩

  36. Cfr. DDI, s. VII, VII, pp. 512 e 599 (luglio-agosto 1929). ↩

  37. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario (1922-43), b. 143, fasc. 155.428, «Chiang-Hai Scek – Generale cinese» (1934). Per i rapporti italo-cinesi in questo periodo cfr. M. R. Godley, Fascismo e nazionalismo cinese: 1931-1938. Note preliminari allo studio dei rapporti italo-cinesi durante il periodo fascista, in «Storia contemporanea», dicembre 1973, pp. 739 sgg. ↩

  38. ¹ Per un quadro d’insieme cfr. A. Hamilton, L’illusione fascista. Gli intellettuali e il fascismo: 1919-1945, Milano 1972; T. Kunnas, Drieu La Rochelle, Céline, Brassilach et la tentation fasciste, Paris 1972; J. P. Diggins, I.’America Mussolini e il fascismo cit. ↩

  39. La segreteria di Mussolini e le rappresentanze diplomatiche all’estero ricevevano le richieste di notizie su Mussolini piú strane: cosa mangiava, che sport praticava, quale era la sua vita familiare, il suo modo di lavorare, ciò che pensava delle donne, se credeva alla metempsicosi, se era vero che la sua famiglia era di origine ebraica, ovvero egiziana (un settimanale egiziano «Ed Dunia» aveva pubblicato una accanto all’altra una sua fotografia con l’elmetto e una di una statua di un dignitario della corte del faraone Cheope, chiedendosi se, data la somiglianza e i contatti tra egiziani e romani in epoca classica..., Mussolini non discendesse da un antico egiziano), ecc. Per valutare come questo interessamento (di cui, del resto, vi è larga traccia anche sui giornali dell’epoca) era considerato da parte fascista, un esempio significativo è offerto dal seguente passo di una lettera di Grandi a Mussolini da Londra in data 17 agosto ’33 (trasmettendogli una lettera inviatagli da Oxford per conoscere quale fosse la dieta che Mussolini seguiva): «Invio, per Tua curiosità, una lettera pervenutami che, a mio avviso, ha un indubbio interesse. In questo Paese dove la gente passa le sue giornate e le sue notti mangiando e bevendo, vi è una corrente fortissima che attribuisce precisamente al troppo mangiare e al troppo bere gran parte dei mali che affliggono l’Inghilterra. La prima domanda che ogni inglese mi fa cominciando a parlare di Te è quasi sempre la stessa: – Mussolini fa molto sport? E quale sport? E cosa, e quanto mangia?

    «Io scriverò a questo signore (sul quale ho chiesto informazioni) una generica lettera cortese, ma non Ti nascondo che se Tu mi autorizzassi a dire qualcosa su quello che è il cibo quotidiano del Duce, sarei sicuro che ciò riuscirebbe di estremo interesse per il popolo inglese. Aggiungo che tutto quanto si riferisce alla Tua veramente eccezionale ed eclettica attività sportiva dovrebbe essere oggetto di piú frequenti corrispondenze e notizie sulla stampa inglese. Non bisogna dimenticare che giornali politici come il “Times” vengono letti da qualche decina di migliaia di persone, ma i giornali di informazione tipo “Daily Mail”, “Express”, “Herald” sono letti da milioni e milioni di lettori, i quali spesso saltano a piè pari le notizie politiche per soffermarsi esclusivamente sulle notizie di interesse umano. Tu sei per la classe dirigente britannica il piú grande statista che il mondo abbia conosciuto e il creatore dello Stato Moderno. Ma i 40 milioni di inglesi sono interessati alla “Umanità” di Mussolini, cosí come alle formidabili opere che Tu hai compiuto e stai compiendo per l’Italia e per il Mondo» (in Archivio Vitetti). ↩

  40. Il piú comune era quello con Napoleone, ma non ne mancavano altri con i personaggi storici piú imprevedibili, da Bismarck a Jefferson, da Cesare a vari capitani di ventura del Rinascimento. Tra le opere di personaggi a vario titolo noti ricordiamo, a mo’ di esempio, C. H. Sherrill autore di un Bismarck and Mussolini (1931), tradotto anche in italiano: Bismarck e Mussolini. Studio sulla volontà di potenza, Bologna 1932, nonché di una sorta di vite parallele di Kamal Roosevelt e Mussolini (trad. it. Bologna 1936), e E. Pound, Jefferson and/or Mussolini. L’idea statale. Fascism as I have seen it, London 1935. ↩

  41. Cfr. «The Criterion», luglio 1929, p. 691. ↩

  42. Cfr. A. Hamilton, L’illusione fascista cit., p. 284. ↩

  43. Cfr. J. P. Diggins, L’America Mussolini e il fascismo cit., pp. 273 sg. ↩

  44. Cfr. G. K. Chesterton, The Resurrection of Rome, London 1930, p. 36. ↩

  45. Cfr. «Daily News», 24 gennaio 1927. ↩

  46. Cfr. «La grande revue», marzo 1934. ↩

  47. Cfr. «Manchester Guardian», 13 ottobre 1927. ↩

  48. Cfr. A. Hamilton, L’illusione fascista cit., p. 266. Le citazioni da H. G. Wells, The Shape of Things to Come, London 1933. ↩

  49. Cfr. J. de Lacretelle, L’écrivain public, Paris 1936, p. 154. ↩

  50. Cit. in A. Hamilton, L’illusione fascista cit., p. 209. ↩

  51. Ibid., pp. 216 sg. Le citazioni da J. Romains, Problèmes européens, Paris 1933. ↩

  52. Cfr. «Il popolo d’Italia», 23 febbraio 1934. ↩

  53. Il passo è riportato dallo stesso G. W. Price, nel suo I Know These Dictators, trad. franc. Je connais ces dictateurs, Paris 1938, pp. 285 sg. ↩

  54. Cfr. J. P. Diggins, L’America Mussolini e il fascismo cit., p. 74. ↩

  55. Ibid., pp. 73 sgg. ↩

  56. All’interno di questo parallelo «Condottieri» – Mussolini è interessante notare la distinzione tra «condottiero» e «gangster» che nel ’34 fu fatta da Chesterton, proprio in riferimento a Mussolini-Condottiero. ↩

  57. Cfr. J. P. Diggins, L’America Mussolini e il fascismo cit., pp. 83 sg. ↩

  58. Questa parte «stampa» degli archivi mussoliniani è oggi conservata presso l’autore di quest’opera. ↩

  59. Cfr. per i giornalisti statunitensi J. P. Diggins, L’America Mussolini e il fascismo cit., pp. 51 sgg. ↩

  60. Cfr. J. Luchaire, Confession d’un français moyen, II: 1914-1950, Florence 1965, p. 116. ↩

  61. Cfr. J. P. Diggins, L’America Mussolini e il fascismo cit., p. 68. ↩

  62. Ibid. ↩

  63. Cfr. G. Salvemini, Preludio alla seconda guerra mondiale cit., pp. 263 sgg. ↩

  64. Particolarmente vivaci furono le polemiche in occasione delle rappresentazioni di Campo di maggio in Cecoslovacchia (che fu dato a Praga e a Brno, mentre ad Aussig la rappresentazione fu impedita da una violenta campagna della stampa socialista). Cfr. «Prager Montagsblatt», 24 settembre 1934. ↩

  65. Secondo J. Gunther, Les pilotes de l’Europe cit., p. 170: «Mussolini è il piú accessibile degli uomini di Stato d’Europa; egli vede un’enormità di gente». ↩

  66. Cfr. J. P. Diggins, L’America Mussolini e il fascismo cit., p. 59. ↩

  67. Cfr. «Daily Mail», 31 maggio 1928. ↩

  68. Intervista all’«International News», riprodotta nel «Corriere padano» del 16 maggio 1928. ↩

  69. Cfr. H. Bordeaux, Impression d’Italie. Mussolini, in «Echo de Paris», 30 dicembre 1934. ↩

  70. Cfr. M. Grimard, Le voyage de l’U.F.A.C. en Italie, in «L’Union-Eendracht», 1º novembre 1934, p. 11. ↩

  71. Nonostante questa sua intenzione J. Gunther (Les pilotes de l’Europe cit., pp. 155 sgg., e specialmente pp. 171 sgg.) esprimeva su Mussolini tutta una serie di giudizi positivi (in buona parte soppressi o ridimensionati nelle edizioni del suo scritto apparse dopo la seconda guerra mondiale). Mussolini era per lui un ottimo giornalista; nessuno degli uomini di stato moderni, salvo forse Masaryk, era al corrente come lui della letteratura contemporanea. «Come la maggioranza delle persone che amano leggere, egli ama anche scrivere e scrive notevolmente bene. Egli ha concentrato nella dozzina di pagine del suo pamphlet sul fascismo l’equivalente di ciò che Hitler ha espresso nelle seicento pagine del Mein Kampf. Egli è di molto il meglio preparato e il piú colto dei dittatori; è il solo capo moderno che si possa veramente chiamare un intellettuale...» «Innanzi tutto possiede solidità e durezza in un paese che spesso ne manca. Malgrado tutte le sue rodomontate e le sue fanfaronate, la sua intelligenza è fredda, analitica, deduttiva ed estremamente realistica... Egli è innanzi tutto uomo d’azione... La sua intuizione personale e politica è sensibile... Le sue doti di commediante sono eminenti. Nessun politico moderno, salvo forse Trockij, è cosí buon attore. Ha certamente un senso universale della politica. Hitler pensa alla Germania come ad un mondo a parte; Mussolini sa molto bene – e ciò gli ha causato delle noie – che l’universo contiene altre cose oltre l’Italia. Soprattutto egli possiede un magnetismo fisico intenso. La sua vitalità si esprime in ognuno dei suoi gesti...» ↩

  72. Cfr. J. Gunther, Les pilotes de l’Europe cit., p. 172. ↩

  73. Cfr. J. P. Diggins, L’America Mussolini e il fascismo cit., pp. 57 sg. ↩

  74. Cfr. per esempio C. H. Sherrill, Kamal Roosevelt Mussolini cit., p. 46: «Egli mi invitò ad andare al suo ufficio in Palazzo Chigi per trattare privatamente alcuni particolari di quelle discussioni su argomenti sportivi che aveva ascoltato nelle nostre riunioni in Campidoglio. Vi andai un paio di volte, e fui molto colpito dalla differenza fra il portamento quasi altero del Mussolini ufficiale al Palazzo del Quirinale, dove la sua conversazione con me – americano – era stata tutta imperniata sull’America, e il suo modo di trattare spontaneo e semplice nei nostri colloqui privati – che da allora si ripeterono quasi ogni anno – durante i quali soltanto ciò che riguarda l’Italia ha il potere di interessarlo. La prima volta, egli era stato un Primo Ministro che si intratteneva con uno straniero; le altre parlammo da uomo ad uomo». E, anche piú esplicitamente, cfr. nello stesso senso G. W. Price, Je connais ces dictateurs cit., p. 214 («Se Mussolini posa davanti alla folla, egli è anche altrettanto poco affettato e poco artificiale nella sua vita privata») e H. Massis, Chefs, Paris 1939, p. 51 («Dirò che l’uomo col quale io ho discusso di Peguy, di Georges Sorel, che questo Mussolini solitario, meditativo, non è quello che si vede dalla piazza quando egli arringa la folla ammassata sotto le sue finestre? Dal suo tavolo di lavoro al balcone dove si erge davanti al popolo, vi sono solo venti passi appena; ma appena ha chiuso la porta egli è stato ripreso subito dalla solitudine, dal silenzio che pesano su questa sala immensa e vuota. È questo il Mussolini che io ho visto»). ↩

  75. Cfr. G. Salvemini, Preludio alla seconda guerra mondiale cit., p. 274. ↩

  76. Cfr. Mussolini, XXII, p. 99 (28 marzo 1926). ↩

  77. Tipici sintomi dell’importanza che Mussolini annetteva ai buoni rapporti con la stampa estera possono essere considerati i seguenti episodi: a) la lettera personale che scrisse l’11 novembre ’26 a G. W. Price (che lo aveva intervistato qualche settimana dopo l’assassinio Matteotti) per congratularsi con lui per la sua nomina a direttore del «Daily Mail» (se ne veda la riproduzione del testo autografo, curiosamente un po’ in inglese, un po’ in francese e un po’ in italiano, in G. W. Price, Je connais ces dictateurs cit., p. 269); b) la cordialità che il 28 ottobre ’34 tenne pubblicamente ad ostentare incontrando, alla inaugurazione del Museo Napoleonico a Roma, P. Gentizon che pure aveva violentemente attaccato su «Il popolo d’Italia» (cfr. Mussolini, XXVI, pp. 27 sg.) per un articolo in cui si diceva che l’hitlerismo, dopo aver trovato la sua ispirazione nel fascismo, avrebbe finito per sopraffarlo (cfr. P. Gentizon, Da Napoleone a Mussolini, in «Meridiano d’Italia», 26 novembre 1950); c) i tentativi fatti al ministero degli Esteri per cattivarsi le simpatie di W. Lippmann (cfr. J. P. Diggins, L’America Mussolini e il fascismo cit., pp. 62 sg. e soprattutto DDI, s. VII, VII, pp. 240 sg. e 584 sgg.). ↩

  78. A H. Bordeaux (Impressions d’Italie. Mussolini cit.) che si mostrava sbalordito per questa sua conoscenza di dati e di notizie particolari, anche relativi a questioni secondarie, disse: «Un capo deve conoscere tutti i dettagli... Il dettaglio è il mezzo per comporre gli insiemi». ↩

  79. Tipico può essere considerato il caso dell’intervista con H. Massis (riprodotta in Chefs cit., pp. 49 sgg.) del 26 settembre 1933, durante la quale Mussolini, cogliendo al balzo un accenno dell’interlocutore ad una lettera che egli gli aveva scritto cinque anni prima e fingendo di non ricordarsene piú il contenuto, riuscí a portare il discorso sul tema di quella lettera e ottenere un’esplicita affermazione della sua validità. Questa intervista può essere considerata tipica, sia per farsi una idea dell’atteggiamento del «duce» di fronte ad un interlocutore di tipo intellettuale, sia per valutare le reazioni di questo stesso tipo di intervistatore e il suo modo di prospettarle ai lettori. Ugualmente tipica – a un livello del tutto diverso, piú frivolo, ma con un interlocutore non predisposto favorevolmente al modo di vedere e di giudicare il problema trattato da Mussolini – è quella di C. Drexel, Mussolini. Ce qu’il pense des femmes, in «La patrie» (canadese), 15 dicembre 1934. Per entrambe si veda appendice, documento n. 7 a. e b. ↩

  80. Cfr. M. Bedel, Fascisme An VII cit., p. 10. ↩

  81. Tipico in questo senso G. W. Price, Je connais ces dictateurs cit., p. 213: «Penetrate nella sala delle dinamo di una fabbrica di forza motrice e il vostro cuoio capelluto comincia a crepitare sotto l’effetto dell’elettricità della quale l’aria è satura. Trovarsi in presenza di Mussolini produce sullo spirito un effetto identico. Ancora prima che egli abbia cominciato a parlare si è colpiti dalla sua forza di carattere». ↩

  82. Cfr. H. Massis, Chefs cit., pp. 49 sg. ↩

  83. Cit. in G. Salvemini, Preludio alla seconda guerra mondiale cit., p. 275. ↩

  84. Affinché il lettore abbia la possibilità di farsi direttamente una idea di come una udienza di Mussolini fosse descritta da un italiano e fare un confronto con quanto scritto allo stesso proposito da degli stranieri, riproduciamo in appendice, documento n. 7 c., insieme ai resoconti delle interviste di H. Massis e C. Drexel, quella di V. Brancati, La mia visita a Mussolini, in «Critica fascista», 1º agosto 1931, pp. 292 sg. ↩

  85. Cfr. per esempio G. W. Price, Je connais ces dictateurs cit., pp. 2 sgg. ↩

  86. Min. Affari Esteri, Appunti sui movimenti fascisti esteri, in ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris., 1933, sez. II, b. 65; ID., Movimenti fascisti esteri, Roma 1934 (lo si veda riprodotto nella sua parte centrale in appendice, documento n. 8; sono riprodotte le pp. 1-80, dedicate alle notizie sui vari movimenti; sono state tralasciate la prefazione, del console Q. Mazzolini, la bibliografia, le recensioni a libri sul fenomeno fascista e i cenni biografici sui dirigenti dei vari movimenti fascisti). ↩

  87. Min. affari esteri, Movimenti fascisti esteri cit., pp. 1 sg. ↩

  88. Tipico può essere considerato il caso delle Croix de Feu, che – sotto la guida del colonnello De La Rocque – ebbero in questo periodo un certo successo, dato che dettero vita ad una serie di associazioni di categoria a loro collegate, sino a diventare nel ’35 «un potente movimento di massa, la lega piú considerevole, capace di radunare imponenti uditori, di muovere vere folle, di mettere in piedi grazie ad un’organizzazione precisa, efficace, minuziosa, impressionanti raduni» (R. Remond, La destra in Francia cit., p. 236). Organizzate su base paramilitare e nettamente orientate a destra, esse (trasformatesi nel ’36, dopo il loro scioglimento ad opera del governo Blum, in Parti Social Français) assai difficilmente possono essere considerate fasciste, anche se tali furono definite allora dalla sinistra francese. Cfr. ibid., pp. 233 sgg.; A. Hamilton, L’illusione fascista cit., pp. 213 sgg.; F. Veuillot, La Rocque et son parti, Paris 1938. ↩

  89. Oltre alle dichiarazioni già citate nei precedenti capitoli, cfr. Mussolini, XXVI, p. 66 (intervista concessa ai primi dell’ottobre ’33 a H. de Kerillis per l’«Echo de Paris»). ↩

  90. Cfr. Mussolini, XVIII, pp. 66 sgg. ↩

  91. Tra gli uomini vicini a Mussolini uno dei piú cauti nel valutare la situazione dei vari paesi che visitava periodicamente per le necessità del suo lavoro di presidente dell’Agenzia Stefani era Manlio Morgagni. Dopo i suoi viaggi egli era solito redigere per Mussolini delle dettagliate relazioni sui principali aspetti politici, economici e sociali dei paesi visitati. Significative ai fini del nostro discorso sono quelle sulla Francia in data 20-22 gennaio 1933, 14 febbraio e 1º giugno 1934 (ACS, Agenzia Stefani, b. 1, nn. 19, 30 e 32A). Nella prima di queste relazioni si legge: «Il cittadino francese guarda con invidioso desiderio alla Nazione vicina che, retta da mano che non trema, s’avvia verso un promettente avvenire. Arriva sin anco ad accarezzare il pensiero della dittatura pur di uscire dal marasma attuale. – Cosí non si può durare! – è la lamentela che ho sentito sovente ripetere. Voci autorevoli si sono espresse per un mutamento di regime e il Decano della Camera, inaugurando la sessione, ha strappato gli applausi accennando a tale riforma. Gaston Doumergue, a sua volta, ha approvato a chiare parole la tesi di un autore che dimostra in un suo libro la necessità di riformare la costituzione». Questo aspetto della realtà francese non induceva però Morgagni né a ritenere sicura l’affermazione del fascismo né a sopravvalutare i movimenti francesi fascisti o comunemente ritenuti tali. Nella relazione scritta una settimana dopo i fatti del 6 febbraio ’34, non solo sottolineava che questi non avevano avuto «nulla di rivoluzionario», ma si mostrava assai scettico anche sulle possibilità future delle destre e, piú che a una prossima affermazione fascista, sembrava pensare ad un lento processo di crisi dagli sbocchi difficilmente prevedibili, salvo che sotto un profilo, quello del collasso dell’imperialismo francese: «E le destre? Le destre sono quello che sono e la botte non può dare che il vino che ha.

    «Le organizzazioni di destra hanno ciascuna a sé uno scopo diverso. Le “croix de feu” sono bene altra cosa della “jeunesse française” e dei “francistes”, i quali hanno adottato, oltre che il saluto fascista, la formazione squadrista italiana. Daudet e Maurras sono molto letti ma hanno, come mi si assicura, una influenza limitata ed un assai ristretto campo d’azione; e poi sono vecchi... Occorrerebbe che le cinque o dieci organizzazioni patriottiche convergessero verso un obiettivo comune, con disciplina organizzata, con fede e con capi sicuri, per giungere a qualche cosa di concreto. Ma siamo molto lontani da una simile realtà: forse anche perché cosí è nell’indole insofferente di obbedienza della natura francese. Per questo lo sciopero generale, nel suo svolgimento

    riuscito, non lo si può negare, non ha avuto nemmeno le opposizioni tangibili di questa parte della popolazione francese, che è dalle sinistre gabellata per Fascista. Cosí che se è vero – ed è vero – che i manifestanti del Ponte della Concordia con un capo ardito e pronto avrebbero sfondato qualsiasi cordone difensivo e si sarebbero impadroniti di Palazzo Borbone, è altrettanto vero, e me ne vado sempre piú convincendo per quello che ho veduto, che se Jouhaux o Blum, o uno qualsiasi dei loro, non fossero quei ciurmatori che sono e avessero una piú maschia virilità, potrebbero essere oggi i padroni della situazione.

    «Dal complesso svolgersi di tutti questi avvenimenti e dalle impressioni immediate che essi suscitano, si può – anche per quanto intendo da altri che sono meglio al corrente delle cose per una piú lunga permanenza in luogo – si può, ripeto, riassumere la situazione attuale nel modo seguente: la preoccupazione del Governo, a mio parere, è il Fascismo, come della casta militare ne sono le conseguenze. Gli occhi del Governo e dello Stato Maggiore sono rivolti a Roma e a Berlino.

    «La casta militare vuole una buona volta uscire dalla presente situazione internazionale, in cui ritiene che la Francia, per l’abilità di Mussolini, la rudezza di Hitler e la doppiezza di MacDonald, si trovi in posizione non degna della sua potenza e delle sue tradizioni di egemonia. Urge, a questo preciso scopo, non accendere focolai pericolosi di ostilità preconcetta, per non turbare una eventuale mobilitazione. Da questo si avrebbe la spiegazione, mi si dice, delle condiscendenze, chiamiamole cosí, dell’attuale Governo verso i socialisti ed i partiti di estrema, quantunque sia opinione generale, da diverse fonti confermatami, che il popolo francese, virtualmente contrario alla guerra, dopo un solo mese di propaganda, risponderebbe in massa alla chiamata alle armi.

    «Dunque la preoccupazione del Governo e della casta militare si incontra con quella non meno viva delle organizzazioni radical-socialiste, socialiste e comuniste. Unite convergono al medesimo fine ed additano un comune pericolo: le Fascisme! voilà l’ennemi! Come per una parola d’ordine affermano che bisogna a tutti i costi salvare l’ultimo baluardo democratico europeo. E questo può spiegare perché sono oggi sul medesimo piano – sia pure con finalità opposta – Herriot ed “Echo de Paris”, Jouhaux e Cachin…

    «Sento intorno a me, con chiunque io parli, come se una oscura minaccia gravasse sulla Francia repubblicana e borghese. È unanime sensazione che giorni assai gravi si preparino per il Paese…

    «Chi vivrà vedrà! dicono i piú. Certo che vi è aria di incognite. Fare pronostici? È una parola. Vivendo a Parigi in questi giorni, si ha l’impressione del… caos. Ritengo che anche coloro che risiedono a Parigi e per la quotidiana azione sono in contatto con le sfere dirigenti, ben poco possano orizzontarsi nel guazzabuglio di fatti che si succedono. Virtualmente è una semianarchia che sovraneggia la Francia ed un fatto è positivo, indubitabile, certo: che il principio della fine è già iniziato e che per l’imperialismo francese è giunta l’ora della chiusura».

    Una crisi, ancora, a proposito della quale Morgagni (nella terza relazione) due cose vedeva però abbastanza chiaramente; che, nonostante tutto, le masse popolari erano sempre ostili al fascismo e lo consideravano «la guardia bianca del capitalismo e un regime di schiavitú» e che i comunisti sembravano invece costituire «una forza in cammino, da non sopravvalutare ma neppure da prendere sotto gamba». ↩

  92. Cfr. ACS, Fondo Susmel, «Carte Grandi», sottof. 1933, D. Grandi a B. Mussolini, Londra, 9 agosto 1933. Per valutare appieno il significato di questo passo è utile integrarlo con il seguente, tratto da un’altra lettera dello stesso Grandi a Mussolini del 31 luglio ’33 (in Archivio Vitetti): «Il movimento sotterraneo della vita politica inglese, che ho avvertito da parecchi mesi attraverso certi sintomi che per me non lasciavano come non lasciano dubbio, ha affiorato qua e là con manifestazioni non prive di significato. Tu sai quello che penso in proposito: questi cinesi dell’Occidente preparano, con sicura lentezza, la loro Rivoluzione. Saranno gli ultimi, forse, in ordine di tempo, ma la Rivoluzione se la troveranno fatta ad ogni modo, e non mi stupirei se la loro complicata psicologia di conservatori maniaci li portasse a negare magari d’averla fatta. Ma non importa. C’è rumore di piccone anche qui. L’ala giovane dei laburisti parla apertamente di mettere in soffitta il Parlamento, Lloyd George fa il vecchio profeta solitario che dall’altare sulla montagna proclama la fine del vecchio mondo, che è poi il suo mondo. Mosley cazzotta per le strade, la massa dei giovani conservatori è in aperta ribellione ed il motivo di tutti i gruppi, tendenze, partiti è ormai il seguente: bisogna concentrare il potere dello Stato in poche persone, e limitare le attribuzioni del Parlamento. La paura dei vecchi di perdere terreno aiuta il movimento, perché adesso anche i vecchi vogliono concentrare i poteri, nell’illusione di conservarli e nella illusione di impiegare gli strumenti dello Stato contro la nuova classe dirigente che si avanza. In questi giorni il “Times” ha avuto un articolo che sarebbe stato inconcepibile solo qualche mese fa. Saprò fra qualche giorno chi lo ha ispirato. Il “Times” non fa nulla di propria iniziativa, ma passa naturalmente, per il giornale della “libera pubblica opinione (?! ...) britannica”. Non parlo del “Daily Mail” nel quale Lord Rothermere sta svolgendo una campagna apertamente fascista. E siccome Rothermere, prima di essere un simpatico politicante, è un accortissimo uomo d’affari, ciò significa che la propaganda fascista in Inghilterra è già considerata un buon affare anche nel campo, cosí sensibile, della tiratura di un grande giornale. Sintomo molto interessante questo, a mio giudizio, non Ti pare? » ↩

  93. Nella già citata lettera di Grandi a Mussolini del 31 luglio ’33 si legge: «Ieri ho veduto lungamente Mosley, il quale era ansioso di conoscere qualcosa sulle Tue impressioni circa l’azione che egli sta qui svolgendo. L’ho assicurato che tu segui il movimento fascista in questo Paese con particolare interessamento. Mosley ti esprime, a mio mezzo, la sua profonda gratitudine per l’aiuto prezioso che tu periodicamente gli invii. Anche con Mosley siamo rimasti d’accordo che il metodo migliore è il seguente: il denaro, in valuta qualsiasi (diversa dall’italiana o dall’inglese) viene spedito a me per mezzo dell’ordinaria valigia diplomatica, e il Dott. Enderle viene qui a ritirarlo per consegnarlo personalmente nelle mani di Mosley. Ho detto a Mosley essere preferibile che egli personalmente e non altri riceva in mano il denaro. Con tale sistema credo che in un prossimo tempo forse si potrà fare a meno anche del viaggio periodico dell’Enderle.

    «Abbiamo esaminato insieme il programma d’azione estivo-autunnale che Mosley si ripromette di svolgere. Sopra i miei consigli e suggerimenti egli ha preparato l’unito programma che Ti accludo, per la Tua approvazione...» ↩

  94. Sui rapporti tra il fascismo e i movimenti fascisti e parafascisti europei mancano quasi completamente studi specifici. Gli unici di cui si dispone riguardano i paesi baltici: P. Łossowski, Kraje bałtyckie na drodze od demokracji parlamentarnej do diktatury (1918-1934), Wrocław 1972, e soprattutto J. W. Borejsza, L’Italie et les tendences fascistes dans les pays baltes (1922-1940) (di imminente pubblicazione negli «Annali» della Fondazione Einaudi). Da questi studi risultano bene i caratteri di questi rapporti e il significato antinazista che a quest’epoca da parte italiana si dava loro. Scrive a questo proposito il Borejsza: «Il territorio dei paesi baltici costituiva, tra gli altri, il campo dove si manifestarono le differenze e le rivalità tra il nazismo e il fascismo italiano. L’aspetto di questa differenza e di questa rivalità era tuttavia incomparabilmente piú moderato che in Austria e in Jugoslavia – paesi nei quali essi hanno persino minacciato talvolta dei conflitti armati – e non costituiva un problema altrettanto essenziale per l’Italia di quello in Bulgaria e in Romania, cosa che non impedisce che esse vi si rivelassero nondimeno ben presto egualmente evidenti.

    «Il modello del fascismo italiano aveva non solo nei paesi baltici una forza di attrazione molto piú grande di quella del nazismo. Sino a quando i tedeschi non instaurarono con la forza il loro sistema in Austria, in Slovacchia e, piú tardi, in Ungheria, una simpatia netta a favore del modello rappresentato da Mussolini dominava questi paesi. Numerosi fattori contribuivano a ciò: l’Italia offriva all’Europa centrale ed orientale l’esempio di uno stato autoritario che, opponendosi al comunismo, realizzava e prospettava un certo programma piú o meno coerente di riforme economiche e di progresso sociale. Lo si introduceva in un paese arretrato, molto piú vicino alla struttura dell’Ungheria, della Romania, della Jugoslavia e degli Stati baltici di quella di una Germania. Il grado della emancipazione politica era colà egualmente per la maggior parte molto piú basso di quello della Germania e persino dell’Italia. Ciò influiva necessariamente sulla forma dei governi autoritari, mentre gli uomini politici della destra al potere venivano reclutati preferibilmente dall’antica scuola tradizionalista e non dalle trincee o dalla sinistra come Hitler e Mussolini. Per i paesi baltici si trattava soprattutto delle Università “guglielmine” o dell’epoca di Nicola o anche delle scuole militari. Il “duce” – rispettando la monarchia, la gerarchia ecclesiastica e militare e parecchi elementi della tradizione nazionale e saldando anche in un tutto i fattori dell’antico e del nuovo sistema e dell’apparato di potere – era molto piú degno di essere accettato e imitato da uomini della specie dei Smetona, Rastikis, Ulmanis, Päts, Horthy o persino Mannerheim che un demolitore totale del passato come Hitler.

    «L’attrattiva che esercitava l’Italia di Mussolini consisteva nel fatto che vi si vedeva uno stato autoritario che tuttavia non si serviva del terrore nella misura usata nella Germania nazista. Per quel che concerne Mussolini in persona, gli fu attribuito il mito di avere propositi da fascista moderato che frena e impedisce le impennate dei militanti e degli estremisti del partito – mito del resto spesso giustificato nel corso degli anni 1921-25. Era una cosa che poteva influire sulle idee che si facevano sul “duce” uno Smetona, un Ulmanis, un Päts o un Laidoner che hanno conquistato il loro potere autoritario sbaragliando i movimenti estremisti fascisti del tipo “Lupi di ferro”, “Perkonkrustz” o WABSE.

    «La consapevolezza di una minaccia permanente da parte dei propri vicini ha giuocato, come si sa, uno dei ruoli piú importanti nella costituzione dei regimi autoritari dei paesi baltici... Visto da Kaunas, da Riga o da Tallin il fatto che l’Italia mussoliniana tra le due guerre mondiali cercava di presentarsi come difensore della pace in Europa, e protettore delle piccole nazioni ebbe la sua parte nel bacino baltico.

    «Negli anni venti, l’Italia fascista ebbe un peso sui movimenti nazionalisti e autoritari nel bacino del Baltico per il solo fatto di esistere, per la forza del suo esempio. Nella prima metà degli anni trenta gli italiani esercitarono direttamente una propaganda attiva in favore del modello di quel fascismo rappresentato dal loro paese: a questa azione parteciparono, a fianco dei diplomatici, i rappresentanti dei CAUR, delle organizzazioni culturali e della stampa italiana. Tuttavia questa azione non è proseguita in maniera sistematica e pianificata. Dopo la guerra d’Abissinia, l’Italia perse rapidamente la sua influenza in Lettonia, in Estonia e in Finlandia, a favore del suo alleato tedesco, incomparabilmente piú forte sul piano economico e militare e, soprattutto, legato direttamente al bacino baltico. Osservando la diffusione del fascismo italiano nei paesi baltici se ne percepisce nettamente la funzione antibolscevica, ma anche, specialmente in Lituania, la funzione antihitleriana. Nei paesi baltici l’orientamento verso un riavvicinamento con la lontana Italia rifletteva visibilmente una scelta ideologica e non solamente una scelta politica, la quale ultima dissimulava, come nel caso dell’hitlerismo, la pressione diretta di una grande potenza». ↩

  95. M. A. Ledeen, L’Internazionale fascista cit., p. 151. ↩

  96. Per la preparazione, lo svolgimento e gli sviluppi successivi del congresso di Montreux e le principali discussioni relative cfr. M. A. Ledeen, L’Internazionale fascista cit., pp. 139 sgg. ↩