Capitolo secondo: Gli anni del consenso: il paese
Con la seconda metà del 1929 il regime fascista entrò – lo abbiamo già detto – in una nuova fase della sua storia, la fase che può essere definita della sua maturità. Almeno sul piano interno, esso aveva ormai fatto le sue scelte di fondo, aveva definito i suoi equilibri e il suo assetto, si era dato le sue strutture piú caratteristiche. Sui tempi brevi e, in sostanza, anche su quelli medi, era assai difficile prevedere che – a meno di avvenimenti eccezionali e in quel momento imprevedibili – queste scelte, questi equilibri, questo assetto e queste strutture potessero subire mutamenti sostanziali. Sia il regime in quanto tale, sia i caratteri peculiari che esso era venuto assumendo nei quasi sette anni che il governo Mussolini aveva ormai alle spalle mancavano infatti di qualsiasi effettiva alternativa. La situazione internazionale non era certo tale da mettere il regime in difficoltà. Quanto a quella interna, realisticamente bisogna dire che mai essa, pur con tutte le sue difficoltà (soprattutto economiche), fu per il regime tanto buona quanto durante il quinquennio successivo al «plebiscito» e alla Conciliazione. In anni posteriori, specialmente sull’onda degli entusiasmi nazionalistici per la «conquista dell’Impero», il regime godette certamente ancora di grande prestigio; si trattò però – come vedremo – di periodi brevi, nei quali l’adesione popolare fu assai rumorosa ma, a ben vedere, meno plebiscitaria e soprattutto venata di preoccupazioni per il futuro e specialmente di un bisogno di «riprendere fiato» e di «tirare i remi in barca», che rivelavano l’affiorare, nell’ambito del consenso, di posizioni e soprattutto di stati d’animo piú sfumati e meno disposti ad un’accettazione carismatica della politica del regime nel suo complesso. Tra il ’29 e la fine del ’34 il consenso non raggiunse le vette di entusiasmo e di esaltazione che avrebbe toccato nel ’36, in effetti fu però piú esteso e soprattutto piú totalitario o, se si preferisce, meno venato di riserve, di motivi critici, di preoccupazioni per il futuro. L’autorità statale non era sostanzialmente messa in discussione dalla grande maggioranza degli italiani; il «modello morale» del fascismo era largamente accettato e non suscitava nei piú contrasti tra il pubblico e il privato; la politica del regime nel suo complesso non appariva né pericolosa né irrazionale e, pertanto, nella burocrazia e nell’élite tecnica non si era verificata ancora quella diminuzione di efficienza che si sarebbe prodotta piú tardi, parallelamente all’affiorare e al prendere consistenza di un nuovo stato d’animo, caratterizzato dallo scetticismo e, addirittura, dalla sfiducia nella validità delle scelte tecniche dei politici; il cittadino qualunque, «il buon cittadino», infine, aveva ancora relativamente pochi contatti diretti col partito, sicché la sua vita privata non ne era toccata – per il momento – che assai raramente e in maniera non pesante, sicché per esso i benefici, veri o presunti, che il regime gli procurava erano nel complesso maggiori degli svantaggi.
È per questo che, volgendoci oggi indietro a considerare l’intero arco del periodo fascista senza altre preoccupazioni che quella di comprenderlo storicamente senza lasciarci suggestionare dal clamore che certe vicende suscitarono in Italia e all’estero, crediamo che – tutto considerato – sia giusto affermare che il quinquennio ’29-34 fu per il regime fascista e, in sostanza, anche per Mussolini il momento del maggior consenso e della maggiore solidità. Né, del resto, questa valutazione è solo nostra; altri la hanno già espressa. Assai significativo – per fare un solo esempio – è trovarla in un libro come I frutti del fascismo del corrispondente dall’Italia del «New York Times» Herbert L. Matthews, scritto durante la seconda guerra mondiale e non certo sospettabile di parzialità verso il fascismo. In esso1 si può infatti leggere il seguente giudizio su questo periodo:
Il Duce ebbe in quegli anni realmente un enorme consenso popolare; tributo che veniva pagato piú a lui personalmente che non al regime, sebbene per quel che si ha modo di giudicare, la maggior parte della gente fosse anche indubbiamente favorevole al fascismo. Gli italiani sono un popolo pratico e realistico, che doveva sostenere od avversare il fascismo in proporzione del suo successo o fallimento materiale. Negli anni di cui sto scrivendo il fascismo, in complesso, soddisfaceva alle esigenze della maggior parte degli italiani, dai quali non si poteva aspettare che intendessero i caratteri distruttivi del sistema che stava per condurli alla rovina.
Affermare che il quinquennio ’29-34 fu per Mussolini e per il regime il periodo del maggior consenso non è però sufficiente; da un lato, perché – in termini generali – una tale affermazione non può prescindere da un tentativo di cogliere i caratteri e i limiti di questo consenso e le sue motivazioni rispetto sia alle varie componenti della società italiana del tempo, sia alla politica del regime e alla figura di Mussolini; da un altro lato, perché – in termini piú specifici – il quinquennio ’29-34 corrispose al periodo della «grande crisi» e fu proprio in questo lasso di tempo che il regime dovette fronteggiare le conseguenze della maggiore depressione economica della sua storia, con tutte le difficoltà tipiche dei periodi di crisi, disoccupazione, riduzioni dei salari, agitazioni, ecc., che – a prima vista – male si inseriscono in un quadro generale caratterizzato dal consenso.
Sulle ripercussioni e l’andamento della «grande crisi» in Italia manca a tutt’oggi uno studio d’insieme. Salvo aspetti particolari (come, per esempio, quello dell’andamento dei salari reali e soprattutto di quelli agricoli) e salvo, forse, la questione della valutazione comparata del grado di incidenza che la «grande crisi» ebbe sull’economia italiana e sulle economie degli altri maggiori paesi europei, i dati e gli studi particolari2 di cui si dispone sono però sufficienti a dare un quadro abbastanza preciso di essi. Schematizzando, si possono stabilire alcuni punti di riferimento abbastanza precisi e indicativi.
Le prime avvisaglie della «grande crisi» cominciarono a sentirsi in Italia sullo scorcio del ’29. Per piú di un aspetto la «grande crisi» venne cosí ad inserirsi e a saldarsi sulle ultime battute della crisi connessa alla «quota novanta». Va per altro detto che, se alla fine del ’29 l’economia italiana non era ancora uscita dalla crisi della stabilizzazione, questa era però ormai in avanzata fase di superamento.
Il ’29 era stato nel complesso un anno di ripresa che, in altre condizioni generali, avrebbe fatto sperare bene per il futuro3. Il reddito nazionale pro capite era risalito, anche se di poco: da 3046 a 3079 lire. Anche se i prezzi dei prodotti agricoli avevano subito notevoli ribassi e, nel complesso, avevano continuato ad essere poco remunerativi, la produzione agricola era in aumento pressoché generale4 e il suo valore (in milioni di lire e in base ai prezzi del 1913) era notevolmente aumentato: nel 1926 era stato pari a 8138, nel 1927 a 7165, nel 1928 a 7752, nel 1929 era salito a 9038 (nel 1930 sarebbe disceso a 8259). Quanto all’industria, persino la Confindustria, sempre portata a tratteggiare un quadro della situazione assai cauto e ricco piú di ombre che di luci (soprattutto per quel che concerneva i profitti), doveva riconoscere che, «considerata nel suo complesso, l’attività industriale del 1929 è risultata, ad ogni modo, alquanto piú intensa che nell’anno precedente»5. Basti dire che l’indice dell’attività industriale, calcolato in base alle ore di lavoro prestate dalle maestranze, che da 100 nell’ottobre 1927 era sceso un anno dopo a 94,61, nell’ottobre del ’29 era risalito a 120,39, mentre la disoccupazione media era passata da 324 422 unità nel ’28 a 300 786 nel ’29 e la semioccupazione si era dimezzata. Quanto alle importazioni di materie prime, esse erano aumentate dell’11,15 per cento, mentre le esportazioni di prodotti lavorati erano aumentate del 10,67 per cento. Questo quadro, nel complesso abbastanza incoraggiante, aveva però anche le sue ombre, alcune di antica data, altre piú recenti6; per tentare di eliminarle o, almeno, ridurle sarebbero occorsi tempo e soprattutto il perdurare della tendenza alla crescita della produzione che – nonostante la flessione dovuta alla stabilizzazione – aveva caratterizzato gli anni dalla fine della guerra in poi.
In questa situazione la «grande crisi» non solo impedí il definitivo superamento degli ultimi postumi della politica della «quota novanta», ma gettò tutta l’economia italiana in una crisi assai piú grave di quella dalla quale si sperava essere ormai vicini ad uscire; in una crisi dalla quale essa si sarebbe ripresa completamente solo nel ’37-38, dopo che alla crisi vera e propria era seguito un periodo di stagnazione (comune del resto a tutta l’economia occidentale), e che, specie nel primo quinquennio circa, la mise a durissima prova. Su questa valutazione d’insieme tutti gli studiosi sono sostanzialmente concordi e quanto ai dati complessivi e agli indici via via elaborati (dal ministero delle Corporazioni, dall’Istituto centrale di statistica, dalla Confindustria e da singoli studiosi), è da dire che, se essi presentano diversità talvolta anche notevoli, sono però tutti univoci nel confermare che, salvo settori particolari, l’economia italiana solo nel ’37-38 riuscí a recuperare le posizioni, i livelli del ’29. La tabella A raccoglie alcuni dati e indici di base piú significativi e ci pare possa offrire utili elementi indicativi dell’andamento generale dell’economia italiana nel decennio ’29-38, negli anni cioè della «grande crisi» e della successiva stagnazione.
Un minor accordo si riscontra, invece, quando si cerca di stabilire un confronto tra l’incidenza della crisi sull’economia italiana e su quelle degli altri paesi europei. A questo proposito le poche valutazioni delle quali si dispone sono in genere assai caute e piú discordanti di quelle relative all’andamento e alle conseguenze della crisi sull’economia italiana. Un confronto di questo genere può essere però di notevole interesse ai fini del nostro discorso; esso può essere infatti molto utile per cercare di valutare l’efficacia che ebbero i provvedimenti adottati dal governo fascista per fronteggiare la crisi e – piú in genere – come questa influí sull’atteggiamento verso il regime delle varie componenti della società italiana e in primo luogo di quelle meno integrate in esso; da qui l’opportunità di tener presenti – sia pure a scopo largamente indicativo – tutti gli elementi e i punti di riferimento dei quali si dispone. Uno di questi punti di riferimento può essere costituito dall’andamento dei vari redditi nazionali7 (cfr. tab. B).
Altri elementi possono essere costituiti dagli indici relativi alla produzione industriale. Secondo le valutazioni di Paretti e Bloch8, per esempio, la produzione industriale italiana sarebbe stata nel ’29 pari all’8,2 per cento di quella dell’Europa occidentale e nel ’37 pari all’8 per cento; nello stesso periodo il prodotto industriale per abitante passava da un indice 28 all’indice 31, nonostante un notevole aumento della popolazione, mentre l’indice complessivo dell’Europa occidentale passava da 60 a 67 (ma quello francese crollava da 72 a 64). Negli anni della «grande crisi» e della successiva stagnazione si sarebbe cioè interrotto il rapido sviluppo registrato negli anni precedenti (nel 1901-13 e nel 1920-29 l’indice italiano aveva subito un incremento piú veloce di quello europeo) senza per altro che la produzione industriale italiana perdesse sostanzialmente il passo con quella europea (dal ’29 al ’37 l’indice italiano passò da 88 a 101, mentre quello dell’Europa occidentale passava da 86 a 102) e l’economia italiana nel suo complesso avrebbe addirittura migliorato la propria produttività: il prodotto netto reale per uomo-ora sarebbe infatti passato, secondo i calcoli di C. Clark9, da 0,229 unità internazionali nel ’26-30 a 0,231 nel ’31-35 e a 0,252 nel ’36-40. E ciò è sostanzialmente confermato, sui tempi lunghi, anche dalle conclusioni alle quali è pervenuto W. A. Lewis a proposito dell’andamento mondiale della produzione manifatturiera; «fra il 1913 e il 1936-39 – egli ha scritto10 – aumentò l’incidenza percentuale della Russia, del Giappone, dell’India, della Svezia e della Finlandia..., mentre l’incidenza dell’Italia rimase immutata, e quella degli Stati Uniti, della Germania, del Regno Unito, della Francia, del Canadà e del Belgio diminuirono». E sui tempi brevi – che qui piú ci interessano – è confermato dalla tabella a piè di pagina, relativa agli indici generali della produzione industriale di alcuni dei maggiori paesi industriali dell’Europa occidentale nel decennio ’29-38 (1938 = 100).
Tabella A.
| Reddito nazionale pro capite lire |
Risparmio % a prezzi 1939 |
Investimenti lordi milioni di lire |
Prodotto lordo privato per attività milioni di lire / agricoltura |
Prodotto lordo privato per attività milioni di lire / industria |
Prodotto lordo privato per attività milioni di lire / attività terziarie |
Produzione lorda vendibile: agricoltura e allevamento 1939 = 100 |
Produzione industriale 1881 = 100 |
|
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| 1929 | 3079 | 10,1 | 27 705 | 45 506 | 30 045 | 40 593 | 100,0 | 1095 |
| 1930 | 2845 | 5,1 | 19 527 | 34 105 | 35 406 | 40 460 | 88,9 | 986 |
| 1931 | 2823 | 6,8 | 16 446 | 29 844 | 29 443 | 37 817 | 92,7 | 821 |
| 1932 | 2916 | 7,2 | 16 355 | 30 914 | 26 892 | 36 484 | 101,9 | 765 |
| 1933 | 2868 | 3,9 | 14 399 | 24 743 | 27 528 | 35 027 | 94,8 | 802 |
| 1934 | 2829 | 4,9 | 15 335 | 24 464 | 27 751 | 35 764 | 90,2 | 800 |
| 1935 | 3075 | 10,1 | 23 252 | 29 723 | 31 081 | 37 263 | 98,4 | 717 |
| 1936 | 3022 | 8,9 | 21 738 | 28 538 | 34 745 | 40 483 | 88,6 | 833 |
| 1937 | 3228 | 11,2 | 30 285 | 37 681 | 42 525 | 44 112 | 99,9 | 990 |
| 1938 | 3201 | 9,6 | 28 741 | 40 138 | 45 745 | 47 881 | 100,0 | 1100 |
Tabella B.
| Italia | Francia | Inghilterra | Germania | Belgio | Svezia | Svizzera | Cecoslovacchia | Ungheria | Polonia | Romania | Stati Uniti | |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| 1930 | 93,1 | 99,2 | 71,6 | 92,5 | 100,0 | 99,0 | 98,7 | 101,2 | 85,6 | – | 74,0 | 85,8 |
| 1931 | 93,1 | 93,5 | 87,6 | 75,7 | – | 89,9 | 90,9 | 94,2 | 73,0 | – | 56,4 | 67,4 |
| 1932 | 96,7 | 84,1 | 84,7 | 59,5 | 73,0 | 83,2 | 81,1 | 83,9 | 68,8 | – | 52,8 | 47,7 |
| 1933 | 95,8 | 81,2 | 90,0 | 61,3 | – | 83,2 | 81,3 | 79,6 | 66,9 | 54,8 | 50,7 | 45,3 |
| 1934 | 95,1 | 75,1 | 94,6 | 69,4 | 72,6 | 94,7 | 80,2 | 78,9 | 69,2 | – | – | 55,6 |
| 1935 | 104,0 | 70,2-73,5 | 99,8 | 77,2 | – | 100,9 | 78,4 | 77,9 | 75,5 | – | – | 65,0 |
| 1936 | 102,9 | 77,1-81,6 | 105,7 | 86,7 | 87,3 | 110,8 | 78,7 | 78,1 | 83,4 | – | – | 74,1 |
| 1937 | 110,7 | 102,0-122,4 | 110,8 | 97,2 | 95,3 | 125,0 | 85,5 | 88,8 | 86,7 | – | – | 84,3 |
| 1938 | 110,6 | 153,1 | 111,1 | 108,2 | 95,2 | 130,2 | 86,6 | 83,8 | 91,6 | 62,5 | – | 77,1 |
Reddito 1929 = 100,0. Per il Belgio si è fatto uguale a 100,0 il reddito del 1930.
Negli anni cruciali della crisi (in pratica sino al ’33-34) nessun settore dell’economia italiana riuscí a rimanere indenne. Non tutti furono però colpiti dalla crisi nella stessa misura. I primi contraccolpi del crollo di Wall Street, alla fine dell’ottobre ’29, in Italia furono risentiti dal mercato azionario. Come ha scritto l’Aquarone11,
| Italia | Belgio | Francia | Germania | Inghilterra | Svezia | |
|---|---|---|---|---|---|---|
| 1929 | 88 | 107 | 121 | 76 | 79 | 65 |
| 1930 | 82 | 100 | 120 | 65 | 74 | 66 |
| 1931 | 74 | 89 | 104 | 55 | 68 | 63 |
| 1932 | 68 | 78 | 90 | 45 | 70 | 58 |
| 1933 | 73 | 82 | 101 | 52 | 75 | 61 |
| 1934 | 75 | 84 | 96 | 63 | 83 | 72 |
| 1935 | 87 | 94 | 94 | 73 | 90 | 81 |
| 1936 | 87 | 102 | 101 | 83 | 99 | 89 |
| 1937 | 101 | 111 | 108 | 93 | 107 | 99 |
| 1938 | 100 | 100 | 100 | 100 | 100 | 100 |
tra il 1929 e il 1932 il corso dei titoli azionari subí una svalutazione di poco piú di un terzo circa. Flessione non drammatica, se paragonata soprattutto a quanto era accaduto negli Stati Uniti ed anche altrove. Ciò fu dovuto in parte al fatto che le borse italiane trattavano quasi esclusivamente titoli italiani, mentre per converso questi erano pressoché inesistenti nelle borse straniere; in parte al fatto che le grandi banche, che erano le principali detentrici dei titoli maggiormente trattati, si affrettarono ad intervenire attivamente sul mercato borsistico al fine di tenere per quanto possibile alti i corsi. Cosí facendo, però, se contribuirono in larga misura ad impedire un crollo vero e proprio dei valori, aggravarono la loro situazione di immobilizzo e si resero cosí piú vulnerabili alle conseguenze dell’imminente crisi industriale.
Assai piú gravi furono le conseguenze che la crisi ebbe sin dagli inizi sul commercio con l’estero ed in particolare sulle esportazioni: nel ’29 le nostre esportazioni erano state pari a 14 767 milioni, nel ’30 esse calarono a 12 119 milioni, per continuare a scendere sino a 5224 milioni nel ’35; contemporaneamente le importazioni subivano una contrazione anche piú drastica: da 21 303 milioni nel ’29 a 7675 milioni nel ’34. Altrettanto grave fu il crollo dei prezzi all’ingrosso: l’indice di essi passò da 102 nel ’29 a 75 nel ’33, con riduzioni anche piú sensibili nel settore agricolo, che non solo fu quello piú colpito, ma quello che si sarebbe ripreso piú lentamente, con maggior fatica e in alcune sue parti (soprattutto la zootecnia) neppure completamente. Alcuni dati lo dimostrano meglio di ogni lungo discorso: il prezzo all’ingrosso del frumento tenero (a q) passò da 130 lire nel ’29 a 86 nel ’34, quello del frumento duro da 140 a 101, quello dell’avena da 86 a 54, quello del granoturco da 98 a 55, quello del risone da 97 a 54, quello dell’olio da 604 a 504, quello del vino (a hl) da 112 a 76, quello della canapa da 392 a 312, quello delle arance da 119 a 64, quello del latte (a hl) da 81 a 36, quello dei vitelli da 609 a 300 e quello dei suini da 646 a 340. In questa situazione il reddito agrario nel giro di pochi anni subí una flessione di circa il 50 per cento, mentre le esportazioni subirono anch’esse una sensibile diminuzione. Da qui un generale peggioramento delle condizioni di vita di tutti i ceti rurali e persino un certo regresso della piccola proprietà coltivatrice, soprattutto di quella di piú recente formazione (secondo alcune stime il fenomeno riguardò nell’Italia settentrionale circa il 30 per cento e nelle altre regioni circa il 10 per cento delle 125 mila piccole proprietà formatesi complessivamente dal dopoguerra in poi).
Nel settore industriale la caduta dei prezzi fu, in confronto a quello agricolo, meno marcata12; ciò nonostante le conseguenze della crisi furono anche per esso assai pesanti. Abbiamo già visto l’indice generale della produzione industriale per questi anni. Per un quadro piú articolato può essere utile tenere presente anche l’indice, per settori, elaborato dalla Confindustria (base 1929 = 100), anche se in esso non figurano settori assai importanti, quale quello estrattivo e soprattutto quello chimico (cfr. tabella).
Conseguenza diretta del crollo dei prezzi all’ingrosso, sia di quelli agricoli sia di quelli industriali, fu una diminuzione generale dei prezzi al minuto. Sebbene notevole, essa fu però – nonostante numerosi interventi governativi per favorirla e farla rispettare – piú lenta di quella dei prezzi all’ingrosso e proporzionalmente meno forte.
Conseguenza inevitabile della massiccia contrazione della produzione fu, invece, una crescente disoccupazione che, sia pure in proporzioni diverse, colpí tutti i settori della vita economica e specialmente quello industriale e, all’interno di questo, soprattutto le piccole e medie industrie. Va per altro notato che l’onere sostenuto dall’agricoltura fu maggiore di quanto appare a prima vista: all’onere diretto della disoccupazione e della sottoccupazione bisogna infatti aggiungere quello indiretto, determinato dallo scaricarsi sull’agricoltura di una parte della disoccupazione industriale. Una serie di dati, rilevati dalle organizzazioni sindacali (specialmente dalla Confindustria), dalla Cassa nazionale per le assicurazioni sociali, dal ministero delle Corporazioni e da quello dell’Interno13, permettono di stabilire con buona approssimazione l’andamento generale della disoccupazione negli anni piú duri della crisi, nonché l’incidenza del fenomeno sui vari settori. Sulla base di questo complesso di dati si può affermare che nell’ottobre ’29, all’immediata vigilia cioè delle prime ripercussioni della crisi americana, i disoccupati erano circa 304 mila; nel dicembre dello stesso anno il loro numero era già arrivato a oltre 426 mila e aveva preso a salire con un ritmo (tenendo conto delle normali variazioni stagionali alle quali l’occupazione era soggetta) sostanzialmente costante e che raggiunse il suo massimo nell’inverno ’33-34. La tabella a piè di pagina indica l’andamento della disoccupazione nel ’30-33.
| Indice generale |
Tessile | Metallur- gico |
Meccanico | Cartario | Costru- zioni |
Energia | |
|---|---|---|---|---|---|---|---|
| 1930 | 91,8 | 89,9 | 84,0 | 91,3 | 98,9 | 93,7 | 104,1 |
| 1931 | 77,6 | 80,5 | 70,8 | 79,6 | 92,4 | 62,8 | 102,9 |
| 1932 | 66,8 | 66,3 | 65,3 | 67,8 | 94,4 | 56,5 | 103,7 |
| 1933 | 73,7 | 75,0 | 79,1 | 68,8 | 103,5 | 66,9 | 111,9 |
| 1934 | 79,9 | 72,4 | 82,5 | 72,6 | 112,8 | 97,4 | 117,8 |
| 1935 | 93,8 | 75,5 | 100,9 | 98,0 | 130,8 | 116,3 | 127,5 |
| 1936 | 87,5 | 68,9 | 95,3 | 115,4 | 115,4 | 65,8 | 131,9 |
| 1937 | 98,4 | 82,3 | 102,6 | 126,7 | 140,4 | 68,7 | 145,0 |
Il numero dei disoccupati cominciò a decrescere solo con il ’34, senza per altro riuscire a ritornare al livello del ’29: nel ’35 i disoccupati erano, infatti, ancora oltre 765 mila. Stando alle rilevazioni delle quali si dispone, la quota parte dell’agricoltura, caccia e pesca all’interno della intera massa dei disoccupati fu in media di circa 103 mila unità nel ’30 (89 mila circa nel ’29), 165 mila nel ’31 e oltre 200 mila nel ’32-33. Per avere un quadro preciso della situazione, a queste cifre si debbono aggiungere quelle relative alla sottoccupazione (lavoratori a orario ridotto o che effettuavano turni di lavoro), che può essere stimata nel ’30-33 tra il 20 e il 31 per cento degli occupati, con punte anche piú alte in alcuni settori, per esempio quello tessile14. Per l’industria è possibile spingere piú a fondo l’analisi, ricorrendo ai dati che il ministero delle Corporazioni rilevava mensilmente in circa 6500 stabilimenti ripartiti su ventiquattro settori industriali. In riferimento al complesso dell’occupazione nell’industria, questi dati permettono di elaborare il seguente indice (settembre ’26 = 100): dicembre ’29: 95,7; dicembre ’30: 84,9; dicembre ’31: 74,2; dicembre ’32: 68,7; ottobre ’33: 69,9. In riferimento ai settori e alle ripartizioni geografiche, gli stessi dati hanno consentito la elaborazione delle tabelle A e B, indicanti l’andamento generale dell’occupazione.
| 1930 | 1931 | 1932 | 1933 | |
|---|---|---|---|---|
| Febbraio | 483 900 | 859 979 | 1 230 298 | 1 302 675 |
| Aprile | 401 132 | 748 031 | 1 061 630 | 1 072 554 |
| Giugno | 360 651 | 617 200 | 905 097 | 883 621 |
| Agosto | 392 053 | 754 271 | 866 839 | 829 863 |
| Ottobre | 511 263 | 879 270 | 913 326 | 928 791 |
| Dicembre | 742 235 | 1 070 552 | 1 077 205 | 1 189 723 |
Tabella A.
| Settori industriali | Stabilimenti censiti |
% del totale operai occupati rispetto al sett. 1926 = 100 nell’ultima settimana di: / dic. 1929 |
% del totale operai occupati rispetto al sett. 1926 = 100 nell’ultima settimana di: / ott. 1933 |
% operai con orario superiore al normale rispetto al totale degli occupati nell’ultima settimana di: / dic. 1929 |
% operai con orario superiore al normale rispetto al totale degli occupati nell’ultima settimana di: / ott. 1933 |
% operai con orario ridotto rispetto al totale degli occupati nell’ultima settimana di: / dic. 1929 |
% operai con orario ridotto rispetto al totale degli occupati nell’ultima settimana di: / ott. 1933 |
|---|---|---|---|---|---|---|---|
| Trattura seta | 776 | 86,2 | 36,5 | 19,0 | 1,1 | 4,0 | 14,1 |
| Tessitura seta | 198 | 95,5 | 62,7 | 2,9 | 3,6 | 9,9 | 24,9 |
| Industria del rayon | 27 | 139,4 | 67,1 | 8,9 | 3,8 | 7,6 | 24,9 |
| Industria cotoniera | 1090 | 92,4 | 62,8 | 8,2 | 2,4 | 9,1 | 23,5 |
| Industria laniera | 520 | 102,5 | 100,4 | 15,0 | 12,7 | 13,9 | 18,6 |
| Industria lino e canapa | 134 | 85,4 | 60,6 | 6,1 | 4,7 | 27,0 | 39,5 |
| Industriajutiera | 46 | 107,1 | 79,8 | 19,7 | 28,1 | 26,8 | 17,7 |
| Calzifici | 217 | 120,6 | 89,2 | 16,6 | 12,2 | 8,6 | 15,0 |
| Maglifici | 186 | 106,5 | 88,6 | 14,5 | 26,5 | 12,3 | 13,4 |
| Cappellifici | 120 | 109,6 | 71,2 | 7,5 | 2,8 | 44,3 | 67,8 |
| Industria siderurgica | 71 | 88,6 | 76,4 | 13,1 | 8,4 | 9,0 | 13,9 |
| Fonderie di seconda fusione | 294 | 101,4 | 72,1 | 19,8 | 10,5 | 10,4 | 22,6 |
| Industria automobilistica | 21 | 85,8 | 71,1 | 8,5 | 2,5 | 26,1 | 11,2 |
| Officine materiale ferroviario | 65 | 81,3 | 53,6 | 17,9 | 9,4 | 7,2 | 10,9 |
| Officine materiale elettrico | 153 | 106,9 | 84,6 | 32,4 | 15,4 | 2,9 | 18,8 |
| Officine meccaniche specializzate | 347 | 95,5 | 83,5 | 19,6 | 10,7 | 9,1 | 18,0 |
| Officine meccaniche varie | 690 | 99,4 | 74,6 | 18,3 | 12,7 | 8,0 | 14,0 |
| Cantieri navali | 33 | 84,1 | 48,6 | 43,0 | 22,4 | 2,0 | 16,0 |
| Industria della gomma | 37 | 105,3 | 105,3 | 20,4 | 12,3 | 20,0 | 13,5 |
| Industria dei perfosfati | 87 | 73,8 | 89,0 | 11,1 | 10,3 | 5,9 | 5,3 |
| Industria conciaria | 335 | 95,7 | 89,8 | 8,1 | 14,1 | 14,6 | 12,6 |
| Industria della carta | 271 | 100,0 | 86,2 | 10,5 | 5,0 | 6,5 | 17,9 |
| Industria dei cementi | 138 | 96,1 | 65,8 | 7,1 | 4,0 | 11,9 | 12,3 |
| Industria paste alimentari | 645 | 106,6 | 92,9 | 11,2 | 11,8 | 16,6 | 20,8 |
| Totali | 6501 | 95,7 | 69,9 | 14,1 | 8,5 | 10,6 | 19,3 |
Un’altra conseguenza della crisi fu una generale riduzione degli stipendi e dei salari. Questi, come si è visto nel precedente volume, avevano già subito diminuzioni notevoli nel ’27-28, in occasione del momento di maggiore incidenza della crisi di stabilizzazione. Ciò nonostante, dopo i primi contraccolpi della crisi americana il mondo imprenditoriale italiano e le sue rappresentanze avevano subito preso a chiedere con crescente insistenza nuove diminuzioni salariali, sostenendo che senza di esse non si potevano evitare drastiche diminuzioni di mano d’opera e in molti casi addirittura la sospensione della produzione, a loro dire, ormai quasi in perdita. Nonostante qualche tentativo di resistenza da parte dei sindacati fascisti, in alcuni settori (come, per esempio, quello della seta naturale e della seta artificiale, che da soli riguardavano poco meno di 200 mila lavoratori) già nel primo periodo della crisi gli imprenditori riuscirono ad imporre non trascurabili riduzioni. Diminuzioni si ebbero anche nello stesso periodo nell’agricoltura (l’indice del salario nominale che, secondo la Confederazione nazionale dei sindacati fascisti dell’agricoltura, era nel ’29 pari a 532,48 nel ’30 scese a 513,34). Approssimandosi l’inverno ’30-31, le richieste di riduzioni salariali erano cosí generalizzate che il governo fu costretto ad intervenire15, autorizzandole in nome della necessità di aiutare l’economia italiana in crisi e della diminuzione del costo della vita in atto nel paese16. Il 28 novembre ’30 le confederazioni dell’industria furono cosí autorizzate a sottoscrivere un accordo in virtú del quale dal 1º dicembre le retribuzioni globali degli operai erano ridotte dell’8 per cento17. La riduzione non si applicava agli uomini oltre i diciotto anni che avevano un guadagno giornaliero minore di 12 lire nelle città con oltre 200 mila abitanti e di 8 lire nelle altre località e a quelli che lavoravano solo tre giorni o meno alla settimana. Agli operai che nell’ultimo semestre avevano già subito riduzioni salariali, l’accordo veniva applicato solo per le eventuali differenze. Sempre dal 1º dicembre, le retribuzioni degli impiegati venivano a loro volta ridotte dell’8 e del 10 per cento se superiori rispettivamente a 300 e a 1000 lire mensili. L’accordo diede immediatamente l’avvio, da un lato, ad una serie di accordi simili per le altre categorie di lavoratori (particolarmente pesante fu quello per i braccianti e salariati fissi dell’agricoltura che stabilí riduzioni oscillanti, a seconda delle zone, tra il 10 e il 25 per cento)18 e, da un altro lato, ad alcuni tentativi – andati per altro a vuoto – dei sindacati fascisti dei prestatori d’opera di contenere e ridurre in qualche misura le riduzioni stabilite, interpretando in senso restrittivo gli accordi sottoscritti19. Nel complesso, fu calcolato20 che le riduzioni colpirono circa due milioni e mezzo di dipendenti dall’industria (su poco meno di 3 100 000), con un risparmio per gli imprenditori di circa un miliardo annuo, circa 2 900 000 dipendenti agricoli, con un risparmio per i proprietari di circa 1218 milioni l’anno, circa 528 mila dipendenti dallo Stato, oltre quelli degli enti locali e parastatali, con un risparmio per il solo Stato di 725 milioni annui.
Tabella B.
| Stabilimenti censiti |
% del totale operai occupati rispetto al sett. 1926 = 100 nell’ultima settimana di: / dic. 1929 |
% del totale operai occupati rispetto al sett. 1926 = 100 nell’ultima settimana di: / ott. 1933 |
% operai con orario superiore al normale rispetto al totale degli occupati nell’ultima settimana di: / dic. 1929 |
% operai con orario superiore al normale rispetto al totale degli occupati nell’ultima settimana di: / ott. 1933 |
% operai con orario ridotto rispetto al totale degli occupati nell’ultima settimana di: / dic. 1929 |
% operai con orario ridotto rispetto al totale degli occupati nell’ultima settimana di: / ott. 1933 |
|
|---|---|---|---|---|---|---|---|
| Piemonte | 1415 | 97,3 | 74,4 | 10,5 | 6,9 | 13,5 | 16,7 |
| Liguria | 348 | 91,0 | 68,7 | 26,0 | 12,5 | 4,8 | 17,0 |
| Lombardia | 2299 | 94,0 | 65,4 | 10,7 | 6,3 | 9,3 | 20,7 |
| Veneto, Venezia Giulia e Zara | 616 | 97,5 | 70,1 | 19,7 | 9,3 | 11,7 | 23,0 |
| Emilia | 199 | 100,4 | 73,5 | 15,4 | 15,5 | 14,5 | 21,2 |
| Italia settentrionale | 4877 | 95,3 | 69,1 | 13,0 | 7,6 | 10,6 | 19,5 |
| Toscana | 474 | 95,2 | 83,2 | 18,7 | 15,1 | 11,4 | 18,6 |
| Marche | 126 | 90,1 | 57,2 | 9,7 | 12,8 | 3,9 | 8,0 |
| Umbria | 34 | 96,8 | 64,5 | 5,7 | 2,3 | 19,4 | 8,4 |
| Lazio | 128 | 145,9 | 102,7 | 25,1 | 18,4 | 4,7 | 10,1 |
| Abruzzi e Molise | 38 | 87,2 | 78,9 | 6,3 | 5,4 | 3,5 | 2,5 |
| Italia centrale | 800 | 99,9 | 79,5 | 17,0 | 14,0 | 10,1 | 15,1 |
| Campania | 484 | 90,2 | 65,4 | 26,9 | 14,1 | 11,0 | 25,1 |
| Puglie | 110 | 119,3 | 93,2 | 23,5 | 14,2 | 10,2 | 25,6 |
| Lucania | 66 | 67,1 | 60,5 | 23,5 | – | ||
| Calabria | 25 | 75,4 | 51,8 | 88,0 | 13,5 | 1,5 | 2,4 |
| Sicilia | 171 | 118,7 | 72,8 | 24,7 | 10,6 | 19,8 | 18,3 |
| Sardegna | 28 | 106,8 | 81,0 | 9,7 | 3,8 | 4,7 | 11,2 |
| Italia meridionale e insulare | 824 | 95,5 | 68,5 | 27,1 | 13,5 | 11,7 | 23,6 |
| Regno | 6501 | 95,7 | 69,9 | 14,1 | 8,5 | 10,6 | 19,3 |
Queste riduzioni non soddisfecero però i datori di lavoro. Verso la metà del ’31 non solo le richieste di nuove riduzioni si fecero di nuovo numerose e insistenti, ma tutta una serie di riduzioni era già stata realizzata alla spicciolata, sotto la minaccia di sospendere il lavoro o, almeno, di ridurre ancora l’occupazione, e altre erano in corso, specialmente nell’industria21. In questa situazione, approssimandosi l’inverno, Bottai si vide costretto a rimettere ogni decisione in merito al livello dei salari personalmente a Mussolini, stilando un «appunto per S. E. il Capo del Governo»22 che vale la pena di riprodurre integralmente:
Il problema della politica salariale da seguire nei prossimi mesi deve essere considerato separatamente per l’Industria e per l’Agricoltura
Industria
Dall’ultima volta che il Comitato Corporativo Centrale ebbe ad occuparsi di politica salariale fino ad oggi, la situazione dell’industria in alcuni pochi settori è rimasta stazionaria, in molti altri si è aggravata; e conseguentemente il livello dei salari si è ancora abbassato. L’accordo interconfederale del 28 novembre faceva seguito ad altre riduzioni, che, precedentemente, avevano, in varia misura, colpito i salari e avrebbero dovuto costituire un definitivo o, per lo meno, un duraturo adeguamento del costo della mano d’opera alle nuove condizioni create dalla crisi. Invece, all’indomani della sua conclusione, dopo una brevissima tregua, si iniziò un grande e quasi generale cedimento delle mercedi operaie, per cui si può dire che esso sia stato soltanto il principio del nuovo e piú grande processo di riduzione, processo che è tuttora in corso e non accenna ad arrestarsi.
Questo Ministero è riuscito, nonostante i tempi difficilissimi, a far concludere alcuni contratti collettivi di grande importanza e a risolvere moltissime controversie sindacali; ma ha dovuto constatare che la sua opera diventava, giorno per giorno, sempre piú difficile, mano mano che le parti erano ridotte a difendere, piú che interessi in misura maggiore o minore elastici, le loro stesse condizioni di esistenza.
Nella sua azione il Ministero si è ispirato ad una direttiva che sembrava l’unica possibile: ha cercato, cioè, di dare sollievo agli sforzi di resistenza dell’attività industriale, senza peraltro inasprire i sacrifici dei lavoratori oltre i limiti consentiti dalla Carta del Lavoro e da un senso di umana sopportazione, e cioè cercando di evitare, per quanto possibile, che i salari scendessero al disotto dei minimi previsti dai contratti collettivi. Oggi il processo di livellamento e di adeguamento ai minimi contrattuali può dirsi compiuto: ma altre ragioni di difficoltà per l’industria sono apparse, non ultima quella del tracollo della sterlina, che, facilitando le esportazioni inglesi, non potrà non creare ostacoli nuovi ad alcune nostre produzioni.
Pertanto al punto cui si è giunti è necessario avere innanzi a sé una via sicura e chiara, da poter seguire senza esitazioni: devesi permettere che la trincea dei minimi salariali previsti dai contratti, la quale, si noti, è stata già rotta in piú punti, sia definitivamente travolta o la si deve ancora difendere?
Ragioni di ordine politico contrastano con ragioni economiche e rendono assai incerta la scelta.
Dal punto di vista politico è, senza dubbio, desiderabile che continui a vivere il maggior numero possibile di aziende affinché trovi collocamento il maggior numero possibile di lavoratori, quindi anche con salari inferiori ai minimi contrattuali. E a questa considerazione conferisce rilievo l’imminenza di un inverno duro e apportatore di nuova disoccupazione.
Dal punto di vista economico, invece, sarebbe desiderabile che le aziende malsane o non vitali, scomparissero. Sono esse, di solito, che chiedono ed ottengono per prime riduzioni salariali, nella speranza di potere cosí resistere alla concorrenza delle altre solide e sane o non oppresse dal peso di interessi passivi. Ma la riduzione, una volta concessa ad una azienda, deve, prima o poi, essere estesa a tutte: sicché subito risorgono immutate le differenze fra le une e le altre aziende, e si riproducono immutate quelle ragioni di disagio che le prime, attraverso la riduzione, avevano tentato di eliminare.
Comunque, poiché di una direttiva generale si sente imperiosa e pressante la necessità e poiché il problema involge la politica e l’atteggiamento del Governo e del Paese di fronte alla crisi, sarebbe opportuno che su di esso fosse chiamato ad esprimere il suo parere il Comitato Corporativo Centrale sotto l’alta presidenza di V. E.
Agricoltura
Anche nel settore agricolo la crisi tuttora perdurante anzi aggravata, specie in alcuni settori (esempio: risicoltura, produzioni zootecniche) ha avuto la sua ripercussione nel regime salariale; e anche in questo campo le riduzioni operate mediante l’accordo interconfederale del 1º dicembre 1930 e che pure sono state in alcune branche particolarmente gravi, sono state susseguite da nuove richieste di riduzioni salariali da parte dei datori di lavoro, i quali sostengono che, specie in talune regioni, i salari agricoli sono ancora ad un livello che consente ulteriori riduzioni; e che queste sono indispensabili per poter dare all’economia agricola il mezzo di superare vittoriosamente l’attuale periodo di crisi.
Il Ministero delle Corporazioni ha, anche nel campo agricolo, esplicato in questi ultimi mesi efficace opera di conciliazione riuscendo a concludere, in sede di revisione di taluni patti di lavoro agricolo, degli accordi in base ai quali sono state concesse agli agricoltori ulteriori riduzioni salariali. Senonché, attualmente, mentre i datori di lavoro ritengono, come si è già detto, che ulteriori adeguazioni potrebbero e dovrebbero essere portate, i rappresentanti sindacali dei lavoratori sostengono invece che le tariffe salariali si sono adeguate alla necessità della produzione, sino a giungere ad un limite che non è suscettibile di ulteriori decurtazioni.
La Confederazione dei Sindacati Fascisti dell’Agricoltura anzi, ha proposto che, a mezzo dell’azione conciliatrice del Ministero si giunga, con la Confederazione degli Agricoltori, ad un accordo di carattere generale per il quale la durata dei contratti collettivi di lavoro per i salariati e i braccianti agricoli sia prorogata, con un provvedimento di portata generale, per un anno, onde assicurare la stabilità per tale periodo di tempo delle tariffe salariali attualmente vigenti.
Essa ha inoltre richiesto, per fronteggiare la disoccupazione agricola, che anch’essa si presenta con caratteri abbastanza gravi per il prossimo inverno, l’estensione, con gli adattamenti che appariranno piú opportuni in rapporto alle diverse condizioni locali, [del]l’imponibile di mano d’opera; e che sia reso obbligatorio il sistema dei turni, oltre che per i lavori di campagna, anche per i lavori pubblici, destinati a fronteggiare la disoccupazione, e che sono compiuti in grande maggioranza da lavoratori appartenenti all’agricoltura.
Tale proposta che, se accolta, porterebbe ad una tregua contrattuale e salariale per il periodo di un anno, e potrebbe, quindi, risolvere nel settore agricolo il problema della politica salariale, per eguale periodo di tempo, sembra opportuno sia sottoposta all’esame e al parere del Comitato Corporativo Centrale che potrà, sotto la guida dell’Eccellenza Vostra, indicare le direttive piú opportune da seguire.
Nonostante le pressioni del ministro delle Corporazioni, Mussolini non prese però alcuna decisione diretta; non autorizzò una nuova riduzione generale dei salari, ma non fece però nemmeno nulla per impedire veramente ai datori di lavoro di continuare nella loro lenta ma sistematica opera di sgretolamento delle retribuzioni23. Gli unici suoi atti positivi, ma indiretti, furono due; da un lato, impartí nuove e piú severe istruzioni alle autorità centrali e periferiche perché favorissero in ogni modo l’adeguamento dei prezzi al minuto ai nuovi prezzi all’ingrosso e sorvegliassero il loro rispetto da parte di intermediari e dettaglianti; da un altro lato diede disposizioni affinché la Magistratura del lavoro snellisse le proprie procedure d’intervento e risolvesse rapidamente le vertenze sottopostele dagli uffici legali delle Unioni provinciali sindacali24. In questi termini la situazione si trascinò praticamente sino al 26 aprile ’34, quando fu autorizzato un nuovo accordo (sul quale si allinearono tosto anche gli altri settori) che, con decorrenza 15 maggio, stabiliva che i salari dell’industria che non avevano subito riduzioni oltre quelle stabilite il 28 novembre ’30 fossero ulteriormente ridotti del 7 per cento e che quelli già ridotti fossero adeguati a questa percentuale. Dato un certo miglioramento della situazione generale (almeno come tendenza) e venendo incontro ad una insistente richiesta dei sindacati, fu però stabilito che la riduzione era subordinata alla stipulazione, nelle aziende che ne erano ancora sprovviste, dei contratti collettivi di lavoro25. Sei mesi dopo, in ottobre, due nuovi accordi interconfederali stabilivano altresí l’introduzione della settimana lavorativa di quaranta ore (quest’accordo, che tendeva soprattutto ad aumentare l’occupazione e diminuire la disoccupazione e che, infatti, portò al riassorbimento di circa 222 mila lavoratori, fu successivamente sanzionato con una legge) e, come riequilibrio alla riduzione dei salari settimanali provocata da questo accordo, l’introduzione degli assegni familiari26. Dopo questi accordi, stipendi e salari rimasero fermi ma per poco, dato che da parte padronale si tentò in molti casi di provocare nuove riduzioni. Ma, migliorata ormai la situazione economica e mutato il quadro politico generale, ciò provocò la disdetta dal 1º ottobre ’35 da parte della Confederazione fascista dei lavoratori dell’industria dell’accordo dell’aprile dell’anno prima27 e l’avvio di una nuova fase retributiva: col ’36 stipendi e salari ripresero finalmente a salire; nel giro di quattro anni quelli dell’industria aumentarono del 34-40 per cento (a seconda si considerino i salari mensili o quelli orari)28.
Da quanto siamo venuti dicendo risulta evidente che negli anni della «grande crisi» gli stipendi29 e soprattutto i salari dei lavoratori italiani subirono una notevole decurtazione, che – limitandoci a considerare solo le due generali riduzioni del ’30 e del ’34 – per l’industria fu del 15 per cento, mentre per l’agricoltura fu molto maggiore, anche se è difficile – allo stato degli studi – azzardare cifre e percentuali, data la diversità delle situazioni agrarie locali e la proliferazione dei contratti e delle categorie30, in ogni caso oscillante tra il 20 e il 40 per cento31. Questi dati – nel complesso ottimistici, specie in relazione alle imprese minori – per acquistare significato debbono ovviamente essere considerati in un contesto piú vasto, alla luce di almeno due elementi di importanza decisiva, il numero di ore effettivamente lavorate e quindi pagate (che per l’industria conosciamo con buona approssimazione32, ma che praticamente ignoriamo per l’agricoltura) e il costo della vita, a proposito del quale, come è noto, disponiamo di vari indici che però sono stati oggetto di critiche e vanno presi con una certa cautela, in quanto assai probabilmente troppo ottimisti33. Oltre a questi due elementi – ma qui il discorso si fa molto piú ampio – bisogna ovviamente tenere presente l’incidenza della disoccupazione sulla condizione generale dell’intera classe lavoratrice e, tanto per cominciare, sui bilanci familiari. Ora, se si tiene conto dei primi due elementi suddetti, i dati di cui disponiamo inducono a due diversi modi di valutare la condizione dei lavoratori italiani. Da un lato abbiamo l’andamento generale delle retribuzioni sui tempi lunghi: sotto questo profilo va sottolineato il fatto che nel 1938 l’indice complessivo delle retribuzioni reali era praticamente lo stesso del 1913 (1913 = 100; 1938 = 100,5), molto inferiore cioè alla punta massima del ’21 (127)34. Sotto il profilo immediatamente salariale non vi è dubbio dunque che negli anni del regime le condizioni dei lavoratori non migliorarono e, anzi, peggiorarono rispetto a quanto questi avevano ottenuto nel «biennio rosso», anche se questa valutazione deve essere parzialmente corretta alla luce dei vantaggi non immediatamente salariali35, ma non per questo trascurabili ed irrilevanti, che nello stesso periodo larghi settori dei lavoratori conseguirono e dei quali si parlerà piú avanti. Da un altro lato abbiamo l’andamento particolare delle retribuzioni negli anni della crisi. Sotto questo profilo gli indici piú attendibili tra quelli di cui si dispone impongono di fare due discorsi diversi per i lavoratori agricoli da una parte e per i lavoratori dell’industria e i dipendenti civili dello Stato dall’altra. L’unico indice un po’ indicativo che si ha per l’agricoltura documenta una progressiva diminuzione tra il ’30 e il ’37 dei salari reali: da 100 nel 1930 a 86,61 nel 1937. Gli indici relativi ai lavoratori dell’industria e ai dipendenti civili dello Stato mostrano invece che, nonostante le riduzioni che le retribuzioni nominali subirono tra il ’30 e il ’34, le retribuzioni reali in questo periodo non diminuirono, ma, addirittura quelle orarie specialmente sarebbero aumentate (e, in proporzione, quelle dei dipendenti civili dello Stato in un decennio riguadagnarono buona parte del terreno che avevano perduto, rispetto a quelle dei lavoratori dell’industria, dagli anni della grande guerra in poi). La tabella a piè di pagina – elaborata dal Vannutelli36 – è indicativa.
E ancora piú indicativa è se – allargando i termini del nostro discorso – si confrontano gli indici del salario reale in essa riprodotti con quello che si ricava correlando la produzione col lavoro e cioè il reddito nazionale col salario; anche in questo caso, infatti, l’indice delle retribuzioni reali dell’industria indica un aumento delle retribuzioni reali dal 1929 (115,4) al 1935 (117,2), con una punta massima nel 1934 (123,6) e una diminuzione sotto il livello del ’29 solo con il 1936 e gli anni seguenti37.
Indice del salario nominale e reale degli operai dell’industria 1928 = 100.
| Salario orario |
Salario mensile |
Costo della vita |
Salario reale orario |
Salario reale mensile |
|
|---|---|---|---|---|---|
| 1929 | 99,5 | 100,6 | 101,6 | 97,9 | 99,0 |
| 1930 | 98,6 | 95,8 | 98,4 | 100,2 | 97,4 |
| 1931 | 92,9 | 87,7 | 88,9 | 104,5 | 98,7 |
| 1932 | 91,0 | 84,9 | 84,9 | 107,1 | 100,0 |
| 1933 | 88,6 | 85,6 | 81,4 | 108,8 | 105,1 |
| 1934 | 85,7 | 81,9 | 77,2 | 111,0 | 106,1 |
| 1935 | 84,3 | 74,5 | 78,3 | 107,6 | 95,1 |
| 1936 | 89,5 | 78,1 | 84,2 | 106,3 | 92,7 |
| 1937 | 100,5 | 91,0 | 92,2 | 109,0 | 98,8 |
| 1938 | 107,6 | 95,1 | 99,3 | 108,3 | 100,8 |
Anche ritenendo che gli indici di cui si dispone per il costo della vita e per i salari industriali (per quel che concerne il rispetto degli accordi interconfederali e dei minimi salariali nelle aziende minori) siano ottimistici38, di fronte a questa serie di dati39 è difficile sostenere che le condizioni di vita dei lavoratori dell’industria (e il discorso vale anche e con maggiore documentazione statistica attendibile per i dipendenti dallo Stato e dagli enti locali e parastatali) occupati siano notevolmente peggiorate negli anni della «grande crisi». Lo conferma, tra l’altro, l’andamento nello stesso periodo dei consumi privati: se si considerano la situazione generale dell’economia italiana, le gravi condizioni della popolazione contadina e il gran numero di disoccupati e sottoccupati, una diminuzione dei consumi privati dalle 2545 lire del quinquennio ’26-30 alle 2440 del ’31, 2492 del ’32, 2526 del ’33, 2455 del ’34, 2483 del ’35 (nel quinquennio ’36-40 la media sarà di 2522 lire) non ci pare infatti tale da autorizzare a pensare ad un vero e proprio tracollo delle retribuzioni40. Sicché ci pare che la conclusione piú corretta sia vedere il problema delle condizioni di vita della popolazione lavoratrice italiana negli anni della «grande crisi» in maniera articolata: a) a causa del numero senza precedenti di disoccupati e sottoccupati determinato dalla crisi il monte salari e retribuzioni complessivo subí una notevolissima contrazione; b) in questa situazione, le condizioni di vita dei disoccupati e dei sottoccupati furono estremamente precarie (anche se il numero complessivo dei disoccupati fu in parte contenuto attraverso una vasta politica di lavori pubblici), anche per il fatto che molti disoccupati non potevano usufruire del sussidio di disoccupazione e questo, in ogni caso, era limitato ad un massimo di novanta giorni; c) assai gravi furono anche le condizioni dei lavoratori agricoli, sia per la forte diminuzione, anche in termini reali, delle loro retribuzioni, sia per il piú ridotto regime assistenziale rispetto a quello di cui godevano i lavoratori dell’industria, sia, infine, perché fu sull’agricoltura che si riversò buona parte dei disoccupati dell’industria; d) sostanzialmente diversa fu, invece, la condizione dei dipendenti pubblici (piú difficile è esprimere un giudizio per quel che concerne i dipendenti da imprese commerciali e del settore terziario in genere) e degli operai e impiegati dell’industria (specie in quella di maggiori dimensioni) le cui retribuzioni reali aumentarono o rimasero praticamente inalterate o, in alcuni settori, se diminuirono diminuirono di poco, dato che la diminuzione del costo della vita – determinato dal crollo dei prezzi all’ingrosso e favorito con ogni mezzo dal governo – compensò le loro pur notevoli riduzioni nominali41. A questo ultimo proposito, è significativo che se si esaminano con attenzione la stampa sindacale, gli atti dei congressi delle federazioni di categoria e della Confederazione nazionale sindacati fascisti dell’industria e, in genere, i documenti sindacali del tempo42, ciò che caratterizza il malcontento e le rivendicazioni sindacali appare non tanto la contestazione del principio dell’adeguamento dei salari al diminuito costo della vita, quanto altre questioni: quelle piú generali del basso livello che i salari avevano già raggiunto prima della crisi, con le riduzioni del ’27-28, e del troppo elevato carico fiscale43 e quelle, piú specifiche ma assai sentite, della manipolazione dei cottimi operata da moltissime imprese per aumentare la produzione senza aumentare le retribuzioni e soprattutto della sempre piú vasta adozione per accrescere la produttività dei cosiddetti metodi scientifici di organizzazione del lavoro (in particolare quello Bedaux), che aumentavano la fatica fisica e il logoramento psichico dei lavoratori senza nessun vantaggio economico per essi44.
In questo contesto economico generale bisogna valutare le agitazioni e le manifestazioni collettive degli anni della crisi. La tabella A riporta, secondo le rivelazioni della polizia45, le agitazioni (astensioni dal lavoro, scioperi, scioperi bianchi, serrate) tra il ’29 e il ’33; la tabella B le dimostrazioni di carattere collettivo nello stesso periodo.
Da queste due tabelle risulta evidente che mentre le varie forme di sciopero, di astensioni dal lavoro cioè da parte di lavoratori occupati, ebbero il loro massimo nel ’30-31, le dimostrazioni collettive46 – che riguardavano soprattutto disoccupati che chiedevano lavoro o assistenza o lavoratori che si agitavano per motivi economici (soprattutto contro l’onere complessivo delle tasse o l’introduzione o l’aggravio di singole tasse) non però connessi al loro posto di lavoro – nel ’31 furono quasi il doppio dell’anno prima e nel ’32 segnarono un ulteriore forte aumento. Il che rispecchia bene tanto l’andamento generale della crisi nel quadriennio ’30-33, quanto lo scaglionamento nel tempo delle piú dirette conseguenze della crisi sulle masse lavoratrici e, al tempo stesso, il differenziarsi dei tempi della crisi stessa per i lavoratori occupati e per quelli disoccupati o comunque colpiti da essa non tanto nel salario quanto sotto il profilo del costo della vita. In altre parole, l’andamento statistico generale documentato nelle due tabelle rispecchia o, almeno, lascia intravvedere ciò che risulta con tutta evidenza da un esame dei singoli casi di «agitazioni» e di «dimostrazioni di carattere collettivo»: il fatto che le agitazioni dei lavoratori occupati (per cercare di impedire diminuzioni salariali, di personale, di orario, aggravi di lavoro, ecc.) quasi mai si legarono a quelle dei disoccupati o contro il carico fiscale (tipiche delle zone agricole) e, addirittura, che le prime diminuirono quando le seconde divennero piú numerose.
Tabella A.
| 1929 | 1930 | 1931 | 1932 | 1933 | |
|---|---|---|---|---|---|
| Gennaio | 6 | 5 | 15 | 11 | 11 |
| Febbraio | 3 | 10 | 18 | 8 | 4 |
| Marzo | 5 | 15 | 17 | 12 | 7 |
| Aprile | 6 | 22 | 12 | 21 | 8 |
| Maggio | 8 | 17 | 17 | 10 | 7 |
| Giugno | 11 | 11 | 28 | 16 | 11 |
| Luglio | 15 | 13 | 15 | 11 | 7 |
| Agosto | 20 | 23 | 13 | 7 | 5 |
| Settembre | 12 | 15 | 14 | 11 | 8 |
| Ottobre | 9 | 8 | 9 | 6 | 10 |
| Novembre | 4 | 8 | 6 | 8 | 2 |
| Dicembre | 10 | 29 | 8 | 8 | 2 |
| Totali | 109 | 176 | 172 | 129 | 82 |
Tabella B.
| 1929 | 1930 | 1931 | 1932 | 1933 | |
|---|---|---|---|---|---|
| Gennaio | 10 | 6 | 26 | 76 | 36 |
| Febbraio | 2 | 10 | 30 | 55 | 26 |
| Marzo | 0 | 15 | 18 | 42 | 25 |
| Aprile | 8 | 16 | 31 | 65 | 34 |
| Maggio | 8 | 9 | 25 | 71 | 40 |
| Giugno | 1 | 12 | 20 | 45 | 12 |
| Luglio | 8 | 15 | 15 | 33 | 18 |
| Agosto | 2 | 7 | 15 | 33 | 14 |
| Settembre | 4 | 7 | 22 | 29 | 9 |
| Ottobre | 8 | 6 | 13 | 25 | 7 |
| Novembre | 9 | 16 | 39 | 20 | 16 |
| Dicembre | 8 | 30 | 33 | 26 | 14 |
| Totali | 68 | 149 | 287 | 520 | 251 |
Questo andamento e questa prima caratterizzazione generale dei vari tipi di agitazioni provocate dalla crisi negli anni della sua maggiore intensità indicano – a nostro avviso – ciò che, d’altra parte, risulta chiaramente da una analisi sistematica delle singole agitazioni, di quelle maggiori47 come di quelle minori, di quelle operaie come di quelle contadine, di quelle messe in atto da lavoratori occupati come di quelle (piú numerose) inscenate da disoccupati: tutte queste agitazioni furono determinate da motivi squisitamente economici, ovvero da forme elementari di esasperazione e di stanchezza per una situazione economica sempre piú pesante, ed ebbero per la grandissima maggioranza dei loro partecipanti solo fini economici e di generica protesta, senza assumere mai un carattere, un significato politico definito – antifascista cioè –, anche se in alcuni casi (pochi e in genere piú frequenti tra le agitazioni messe in atto da lavoratori occupati nell’industria, che non tra quelle condotte da lavoratori agricoli – tra le quali l’unica eccezione di rilievo fu probabilmente costituita dalle agitazioni, nel giugno ’31, delle mondine delle zone di Novara e Vercelli – e da disoccupati) è riscontrabile la presenza tra i lavoratori in agitazione di elementi politicizzati, soprattutto comunisti, che, per altro, non riuscirono mai a imprimere alle agitazioni alle quali partecipavano e che, in qualche caso, riuscivano a dirigere, un effettivo e durevole significato politico. Non è certo privo di significato che, in campagna, alcune agitazioni, contro proprietari o amministratori locali, fossero condotte al grido «viva Mussolini». E ancora piú significativo è che neppure le agitazioni di disoccupati e di donne che ebbero luogo a Torino alla fine del novembre 193048 – tra tutte forse quelle che, sul momento, preoccuparono piú il regime e che piú avrebbero potuto assumere un carattere politico, data la città, la meno fascistizzata d’Italia, le tradizioni della classe operaia torinese e la presenza di gruppi antifascisti attivi – vennero sostanzialmente meno al carattere comune a questo tipo di agitazioni in quegli anni49. Secondo alcuni giornali stranieri, persino a Torino molte donne che, bambini in braccio, manifestavano con i loro uomini per le vie del centro avrebbero gridato «viva il duce! ma noi vogliamo mangiare!»50.
Né questa è solo la nostra opinione. Dello stesso avviso erano anche le autorità, centrali e periferiche, di polizia e della MVSN del tempo. Per averne la prova basta scorrere i vari rapporti sulle singole agitazioni, gli «appunti» mensili della direzione generale della PS al ministro dell’Interno e le relazioni annuali di Bocchini al «duce». In queste ultime, per esempio, non solo la parte dedicata all’attività antifascista era sempre sintomaticamente tenuta nettamente distinta da quella dedicata all’ordine pubblico (nell’ambito della quale era trattato l’andamento delle «agitazioni» e delle «dimostrazioni di carattere collettivo»51), ma il giudizio complessivo sul significato non politico delle agitazioni era netto ed esplicito. Nella relazione annuale per il 1930 si legge:
Non sono mancate, anche in tale periodo, agitazioni di carattere popolare: occorre però subito avvertire che nessuna di esse, se se ne eccettui quella di Martina Franca (Taranto), può dirsi degna di rilievo. Comunque nessuna di esse è stata determinata da motivi politici, ma soltanto da ragioni economiche, – come per il pagamento di tasse comunali (quella di Martina Franca per l’imposta consumo di vino) – e ciò anche in dipendenza della situazione del mercato del lavoro... In ogni caso tali agitazioni sono state immediatamente sedate senza ulteriori ripercussioni nella vita locale52.
E analoghe valutazioni risultano in tutte le successive relazioni annuali, sino a quella per il 1934 nella quale si legge53:
Le pochissime agitazioni che si sono qua e là verificate, hanno avuto un carattere prettamente ambientale, in quanto sono state determinate o dall’applicazione di tasse comunali o da altri motivi locali. Esse, poi, sono state sempre limitate ad un ristretto numero di aderenti; non hanno avuto, neppure lontanamente, uno scopo politico, né uno sfondo comunque degno di particolare rilievo.
Del pari il lavoro ha proceduto sempre regolarmente e con ritmo fermo ed incessante, nei vari campi delle attività produttrici.
L’azione della Polizia è stata sempre e dovunque vigile; ove necessario, essa non ha mancato d’intervenire prontamente per reprimere illegalità commesse e punire i colpevoli.
La mancata politicizzazione in senso antifascista delle agitazioni aveva cause molteplici. Pensare a una sostanziale adesione al regime delle masse lavoratrici e degli operai in specie sarebbe sbagliato. Certo, come ha giustamente notato lo Spriano54, per valutare la reazione operaia in questi anni «bisogna considerare piú attentamente il fatto che tutta una nuova generazione era entrata nel processo produttivo; una generazione indottrinata, stordita dai motivi fascisti sin dai banchi di scuola, e in tutte le organizzazioni del regime, una generazione che non ha ricevuto nessuna educazione di coscienza di classe in senso socialista e che è cosí piú facilmente portata a prendere per buone queste contraffazioni, a credere in questi miraggi, specialmente nei suoi strati piú arretrati». Ma, a fianco della nuova generazione in buona parte fascistizzata, vi era pur sempre una massa di lavoratori piú anziani che solo in parte avevano rinnegato nei loro animi i vecchi sentimenti. Nei rapporti dei prefetti del periodo che qui ci interessa spesso si trovano esplicite ammissioni in questo senso: «la massa degli operai metallurgici meccanici è disciplinata ma conserva in parte notevole l’antica mentalità politica»; «nel suo complesso la massa degli operai edili può ritenersi disciplinata, ma conserva l’antica mentalità politica e prevalgono fra essi gli elementi di tendenza anarchica o comunista»; «tra gli operai permangono numerosi coloro che nel profondo coltivano le loro antiche propensioni politiche, anche se si mantengono disciplinati e laboriosi»; ecc. Se le agitazioni non assunsero un carattere politico e non crearono difficoltà particolari al regime i motivi furono anche e soprattutto altri.
Da un lato ciò fu certamente dovuto all’occhiuta vigilanza dell’apparato poliziesco del regime55 e alla vasta azione preventiva e repressiva messa in atto da esso, specialmente dopo le manifestazioni torinesi56, in tutto il paese e soprattutto negli ambienti operai. Oltre a scoraggiare eventuali propositi di singoli individui o piccoli gruppi spontanei di lavoratori antifascisti di collegarsi tra loro e di cercare di dare un carattere politico alle agitazioni economiche dei loro compagni di lavoro, l’opera della polizia riuscí in questi anni a infliggere alle organizzazioni clandestine antifasciste e soprattutto alla piú attiva e pericolosa tra esse, quella comunista, colpi gravissimi e, per il momento, decisivi. In corrispondenza della «grande crisi» il Partito comunista si impegnò a fondo con tutte le sue forze nel tentativo di approfittare della situazione per dilatare la propria base organizzativa in Italia e per orientare e dirigere politicamente le masse lavoratrici preoccupate e malcontente per le difficoltà di lavoro, le riduzioni salariali, la disoccupazione. A questo scopo i migliori militanti già emigrati furono rimandati in patria, la rete organizzativa del partito in Italia fu tessuta e ritessuta senza soste con un coraggio e uno spirito di sacrificio senza pari e la stampa clandestina fu potenziata al massimo: oltre a «L’unità», a «Avanguardia», a «Lo Stato operaio», i comunisti introducevano e talvolta stampavano in Italia tutta una serie di giornali diretti ad ambienti e categorie particolari, «Battaglie sindacali», «La risaia», «Il lavoratore del mare», «Compagna», «Il fanciullo proletario», «Caserma», «Soccorso rosso», ecc., nonché un gran numero di opuscoli e di fogli volanti di orientamento politico e di lotta. Grazie a questo enorme sforzo e nonostante alcuni gravi errori politici commessi57, il Partito comunista riuscí in due anni a dilatare notevolmente (in proporzione, ovviamente, alle possibilità esistenti in quella situazione storica) la propria organizzazione clandestina, ristabilendo i contatti con un certo numero di ex militanti della sinistra e stabilendone dei nuovi, soprattutto con gruppi di giovani. Verso la metà del ’30 i militanti comunisti erano circa 3000, nell’aprile successivo erano saliti a circa 4500, a metà luglio ’32 il loro numero complessivo (adulti e giovani) era di circa 9800, il massimo che l’organizzazione clandestina comunista raggiunse in tutto il periodo fascista (si pensi che alla vigilia della Resistenza gli iscritti al PCI non avrebbero superato i 5000)58. Nonostante questo innegabile successo, i risultati pratici non furono per i comunisti politicamente adeguati né allo sforzo messo in atto né al prezzo pagato. Nella grande maggioranza dei casi, infatti, le agitazioni popolari e le lotte dei lavoratori di questi anni furono e rimasero – come si è già detto – fatti spontanei, che nacquero e si svilupparono fuori da ogni influenza comunista e anche quelle nelle quali i comunisti si inserirono e che, in qualche caso, diressero, non assunsero praticamente mai, non diciamo un carattere insurrezionale, di guerra civile – che in quella situazione sarebbe assurdo pensare potesse avvenire – ma neppure un carattere apertamente e chiaramente antifascista. Come riconobbe lo stesso Togliatti nel settembre ’3159,
tutti i movimenti che hanno avuto carattere spontaneo, originati da motivi economici immediati, si sono fermati prima di riuscire ad assumere un carattere e delle forme tali che portassero alla rottura aperta ed evidente della legalità fascista. La massa in movimento non riesce ancora a rompere la legalità fascista.
Sicché, all’atto pratico, il significato politico concreto di tanti sforzi e di tanti sacrifici compiuti dal Partito comunista in questo periodo fu assai scarso e, anche laddove furono stabiliti, i legami che l’organizzazione comunista riuscí a realizzare in alcuni limitati ambienti di lavoratori si dimostrarono sostanzialmente occasionali, organizzativamente di breve momento e politicamente esili. E questa valutazione negativa (in termini politici ben si intende) non può che essere ribadita se, oltre ai risultati concreti, si considera il prezzo pagato dai comunisti per ottenerli. Un prezzo tanto alto che nel ’34 il Partito comunista, nonostante le adesioni raccolte negli anni precedenti, non contava in Italia piú di 2400 militanti in grave crisi organizzativa e doveva rinunciare ad avere un efficiente «centro interno»60. Gli anni della «grande crisi» e specialmente il periodo tra la metà del ’30 e il ’33 furono infatti un continuo susseguirsi di arresti di funzionari, di corrieri61 e di militanti, che squassarono alla radice tutta l’organizzazione clandestina comunista, al vertice come alla base. L’arido linguaggio delle cifre è piú eloquente di ogni discorso: dal 1º gennaio ’31 al 30 settembre ’32 i comunisti arrestati dalla polizia e dall’OVRA furono 2348; a questi arresti nel corso dell’anno x (’31-32) ne seguirono altri 1614 e altri 1780 nell’ultimo periodo, sino a tutto il 193462. Un salasso, come si vede, cosí pesante che, realisticamente, lo Spriano ha parlato per la situazione determinatasi con il ’33 di una «profonda crisi organizzativa del PCI» e di esaurimento della spinta organizzativa realizzata dal partito con la cosidetta «svolta» del ’3063 e che giustifica pienamente il vanto e il compiacimento per l’efficacia della propria azione che punteggiano tutte le relazioni riassuntive di questi anni della polizia64.
Da quanto siamo venuti dicendo, appare evidente che la sorveglianza e l’intervento, preventivo e repressivo, della polizia costituiscono certamente un elemento importante per comprendere perché le agitazioni e, piú in genere, il malcontento di larghi settori popolari negli anni della crisi non assunsero un carattere politico e, in pratica, non crearono al regime difficoltà particolari. Come abbiamo detto che sarebbe sbagliato spiegare la mancata politicizzazione in senso antifascista delle agitazioni con l’argomento che ormai a quest’epoca le masse lavoratrici avessero sostanzialmente aderito al fascismo, bisogna però dire chiaramente che anche questo secondo argomento, da solo, è insufficiente a dare una spiegazione storicamente valida e falserebbe unilateralmente la realtà. Per comprendere e valutare appieno l’atteggiamento delle masse popolari e lavoratrici in particolare bisogna tenere presenti anche altri elementi, alcuni di ordine generale, altri concernenti specifici settori della popolazione lavoratrice.
Tra gli elementi di ordine generale il piú importante e, in un certo senso, riassuntivo anche degli altri è connesso al carattere mondiale della «grande crisi». Di fronte alla vastità e all’eccezionalità della crisi – abilmente messe subito in risalto dalla stampa e dalla propaganda fasciste con dovizia di particolari (che, in un paese come l’Italia ove non vi era pressoché località che non avesse un certo numero di emigrati, trovavano puntuale conferma diretta, oltre che dalle notizie di parenti e amici dall’estero, dai non pochi emigrati costretti a rientrare in patria per la crisi) sugli sviluppi della crisi stessa nei singoli paesi e sulle ripercussioni di essa sui salari e soprattutto sulla occupazione – l’atteggiamento prevalente fu quello tipico in queste circostanze, quello del contadino di fronte alle grandi calamità naturali, un atteggiamento, cioè, di impotenza, di rassegnazione, di speranza in un prossimo ritorno di tempi migliori; un atteggiamento in cui, certo, non mancavano – lo si è visto – scoppi di esasperazione, ricerche di evasione65 e tentativi di difendere le proprie condizioni di vita, ma sostanzialmente senza che tutto ciò, nella stragrande maggioranza dei casi, si traducesse in un razionale atto di accusa al governo, al regime, senza, cioè, che il malcontento, la preoccupazione, la stessa protesta si politicizzassero. Tanto piú che si vedeva che da parte del governo e del PNF66 uno sforzo per alleviare la situazione (specialmente con l’inverno ’30-31) veniva fatto (e ampiamente propagandato) e tanto piú che, al tempo stesso, molti lavoratori si rendevano conto che in quella situazione qualche vantaggio dalle organizzazioni fasciste si poteva pur sempre ricavarlo e, anche questo, per poco che fosse, era sempre meglio di niente.
Da parte del governo lo sforzo maggiore per cercare di lenire le conseguenze della crisi e in particolare la disoccupazione fu fatto sul terreno delle opere pubbliche, dei lavori stradali, delle costruzioni ferroviarie e idrauliche, dell’edilizia, delle bonifiche, ecc. In questo modo lo Stato e gli enti locali riuscirono a dar lavoro ad un certo numero di disoccupati. Secondo i dati della Presidenza del Consiglio67 la mano d’opera fu complessivamente impiegata cosí come riportato nella tabella.
A un’altra iniziativa governativa di questo periodo abbiamo già fatto cenno; ci riferiamo alle istruzioni che Mussolini impartí nella primavera del ’30 per snellire e rendere piú solleciti gli interventi della Magistratura del lavoro e, quindi, per una piú rapida risoluzione delle vertenze di lavoro collettive e soprattutto individuali. Sulla sfiducia diffusa tra i lavoratori verso la Magistratura del lavoro a causa dell’estrema lentezza dei suoi interventi e del fatto che, quando non vi erano contratti collettivi, le controversie individuali non potevano giovarsi dei vantaggi procedurali previsti negli altri casi, l’attenzione di Mussolini era già stata richiamata dal responsabile del movimento sindacale fascista milanese Pietro Capoferri, uno dei piú seri e sensibili organizzatori sindacali fascisti del tempo68, verso la fine dell’aprile ’30, con una lettera invocante pronti e decisi interventi69. Decisivo fu però il fatto che Mussolini, recatosi un mese dopo a Milano e a Sesto San Giovanni, dovette constatare personalmente una diffusa freddezza dell’ambiente operaio, soprattutto di quello di Sesto San Giovanni, verso il regime e la sua stessa persona. Come ha ricordato Capoferri nelle sue memorie70 a Sesto San Giovanni,
Mussolini intrattenne gli operai su problemi di attualità politico-sociale. Malgrado la sua oratoria efficace e le sue affermazioni di spiccata marca progressista, la folla degli operai ed impiegati rimaneva muta: gli applausi erano limitati ai fascisti ed ai dirigenti, schierati dinanzi al palco del Duce.
«Profondamente deluso», subito dopo il discorso Mussolini volle discutere con Capoferri la situazione sindacale. Ecco come questi ha raccontato il colloquio71:
Colsi l’occasione per prospettargli che lo stato d’animo manifestato da quegli operai era stato un atto di sincerità e rispecchiava una situazione di marasma generale... Feci presente che si continuava a perpetuare l’errore, da parte degli organi preposti alla tutela dell’ordine pubblico, di considerare la legge operante solo ai fini di colpire, con le sanzioni in essa previste, le sospensioni di lavoro; senza preoccuparsi mai, né di indagare sulle cause che le avevano originate, né di intervenire nei confronti di coloro che ne risultavano i responsabili.
Precisai che si rendeva urgente eliminare gli ostacoli che rendevano inoperante la legge, nella lettera e nello spirito, se si voleva veramente sradicare dalla mente delle masse la convinzione che essa non era che uno strumento di repressione.
Feci presente che quello che si era potuto realizzare nel settore contrattuale e nella soluzione di vertenze, era dovuto, in gran parte, alla buona volontà ed alla comprensione di quegli industriali che, per senso di umanità o per educazione politica, erano convinti che i principî di collaborazione di classe richiedevano la medesima comprensione dei diritti del lavoro. Osservai che quando i sindacati si erano trovati di fronte a rifiuti palesi od a pretesti per respingere, in sede di stipulazione di contratti o di esame di vertenze, le piú eque richieste non trovavano nella legge, a causa delle procedure previste dai regolamenti che ne avevano annullato l’efficacia e per il mancato funzionamento della Magistratura, i mezzi per far trionfare la giustizia.
Le organizzazioni territoriali, quelle cioè che vivevano a contatto diretto con le masse si vedevano spesso esautorate sul piano del gioco delle procedure, che consentivano di tirare in lungo le vertenze, ricorrendo con facilità ai verbali di mancato accordo, per iniziare la via crucis dell’esame in sede di Sindacati o di Federazioni nazionali, dalla quale ci si liberava con altro verbale di mancato accordo, per condurre l’esame in sede di Confederazione o di Ministero. Procedimento, questo, che esigeva mesi e mesi di tempo.
In una parola, mi fu possibile provare che, non solo si paralizzava la funzione dei sindacati, ma, in buona o mala fede, si svuotava del suo contenuto etico e del suo valore politico, morale e sociale quella stessa legge che avrebbe dovuto avviare verso una soluzione pacifica e legale i contrasti fra gli industriali ed i lavoratori.
Mussolini rimase vivamente sorpreso di fronte a questa esposizione che risultò contrastante in modo stridente con il suo convincimento e con le direttive da lui impartite piú volte in materia di giustizia, nel delicato settore della disciplina dei contratti di lavoro... [e] mi chiese, col suo fare conciso, quali fossero le disposizioni che – a mio avviso – si sarebbero rese necessarie per porre termine alle gravi lacune denunciate... Proposi quindi:
- che la Magistratura del lavoro fosse resa funzionante, con la creazione di sezioni staccate dai tribunali e dalle preture, con appositi magistrati che, nell’esercizio di questo mandato, avrebbero potuto acquisire una particolare esperienza e specializzazione;
- autorizzare i sindacati dei lavoratori a creare appositi uffici legali, da affidarsi ad avvocati assunti stabilmente dalle organizzazioni sindacali, con lo scopo di: a) assicurare ai lavoratori, tanto per le controversie collettive, quanto per quelle individuali, l’assistenza legale gratuita da parte dell’organizzazione, che nel contributo sindacale obbligatorio poteva attingere comodamente i mezzi per assolvere questo servizio; b) assicurare la presenza del sindacato anche in sede legale;
- una modifica ai regolamenti ed alla prassi procedurale, per conferire alle organizzazioni territoriali la facoltà di adire al magistrato, senza obbligo di sentire il parere delle organizzazioni nazionali, per eliminare le cause da cui derivavano la maggior parte degli inconvenienti lamentati.
Mussolini condivise ed approvò queste proposte...
Ci siamo dilungati sul colloquio Mussolini-Capoferri perché in esso è praticamente riassunto tutto il complesso dei provvedimenti che, con la primavera del ’30, furono presi in materia sindacale, prima a Milano e in Lombardia, poi in quasi tutto il resto d’Italia; e perché da questi provvedimenti non solo derivò un certo miglioramento della situazione generale (sia perché i tempi di risoluzione ne risultarono effettivamente abbreviati di molto, sia soprattutto perché, in questo nuovo clima, da un lato, gli operai acquistarono fiducia nella Magistratura del lavoro e vi ricorsero piú sovente e, dall’altro lato, molti imprenditori, che sino allora avevano giuocato sulla lentezza e, spesso, sull’inconcludenza dei procedimenti legali, si mostrarono meno intransigenti e preferirono trovare soluzioni concordate in sede di sindacati provinciali)72, ma anche un notevole aumento di fiducia nei sindacati (e quindi nel regime73) da parte degli operai; aumento di fiducia74 che, a sua volta, ridiede al sindacalismo fascista (ormai da vari anni sulla difensiva e sempre piú incapace di preservare la propria autonomia di iniziativa dalle interferenze governative) una certa fiducia in se stesso e, quindi, un certo maggior margine di autonomia e di intervento.
Ben presto, nel giro di alcuni mesi – ha scritto Capoferri75 – si ebbero a riscontrare decisi, favorevoli orientamenti delle masse verso i sindacati, e la fiducia negli istituti preposti alla tutela degli interessi del lavoro andò diffondendosi, creando una atmosfera di favorevole attesa per la soluzione dei problemi piú gravi.
Questo nuovo clima di fiducia generale, che da un lato suscitò l’entusiasmo negli organizzatori, che si sentivano piú rinfrancati nello svolgimento della loro funzione, e, dall’altro, una benevola attesa delle masse, favorí l’estensione del collegamento fra operai e sindacati.
Il progressivo aumento degli iscritti ai sindacati conferma questa valutazione-testimonianza di Capoferri, anche se, indubbiamente, una parte delle nuove iscrizioni fu dettata dalle maggiori possibilità di ritrovare lavoro che avevano, in caso di licenziamento, i lavoratori organizzati nei sindacati rispetto agli altri (cfr. tabella).
| Confederazioni | 1930 | 1931 | 1933 |
|---|---|---|---|
| Agricoltura | 1 231 952 | 1 334 291 | 1 799 228 |
| Industria | 1 208 207 | 1 661 874 | 1 813 463 |
| Commercio | 346 931 | 321 457 | 368 175 |
| Credito | 33 506 | 21 705 | 34 791 |
| Trasporti terrestri | 157 914 | 191 883 | 201 791 |
| Trasporti marittimi e aerei | 67 387 | 40 771 | 23 829 |
E, d’altra parte, un esame ravvicinato dell’attività sindacale dalla seconda metà del ’30 in poi mostra un notevole risveglio di essa, soprattutto nel settore operaio e soprattutto nel Centro-Nord76. Le manifestazioni di questo risveglio sono varie, cosí come numerosi e significativi sono gli echi che se ne possono cogliere sin sulla stampa clandestina comunista77, nelle notizie da essa riferite e specialmente nelle discussioni sull’opportunità o no per i comunisti di entrare nei sindacati fascisti e di servirsi degli strumenti che essi potevano offrire loro per portare avanti la penetrazione tra gli operai78. Tra le prime sono da ricordare in particolare, oltre a un generale risveglio di vita sindacale interna (riunioni, discussioni, anche assai vivaci, convegni territoriali e di categoria) e ad un certo ritorno a forme di democrazia interna (che si concretizzò nella seconda metà del ’34 nel nuovo statuto della Confederazione fascista dei lavoratori dell’industria79 contemplante non piú la nomina dall’alto ma l’elezione dal basso dei dirigenti80), la riapparizione di fatto nelle maggiori aziende industriali dei fiduciari di fabbrica (né mancò qualche tentativo, per esempio nel Modenese, di creare dei fiduciari di villaggio) designati assai spesso dagli operai e, soprattutto, una maggiore decisione e fermezza nel contrastare le scelte e le decisioni padronali in materia di riduzione dell’occupazione e dei salari, di scomposizione delle paghe, di fissazione dei cottimi e di ristrutturazione del lavoro e delle categorie; maggiore decisione e fermezza che in numerosi casi riuscirono, se non ad impedire, a ridurre e a contenere la tendenza dei datori di lavoro ad un progressivo sgretolamento dei livelli salariali e ad un maggiore sfruttamento del lavoro81 e, soprattutto, servirono di premessa alla ripresa salariale e normativa che, come si è detto, seguí la disdetta, il 1º ottobre ’35, da parte della Confederazione fascista dei lavoratori dell’industria dell’accordo dell’aprile dell’anno prima82. In questa prospettiva si comprende come Mussolini, che nel ’27 aveva dovuto riconoscere che il proletariato industriale era «in gran parte ancora lontano [dal regime], e, se non piú contrario come una volta, assente», nell’ottobre ’34 arrivò ad affermare: «le masse degli operai italiani dal 1929 ad oggi si sono avvicinate alla rivoluzione fascista»83.
Con quanto abbiamo detto, crediamo di avere dato – sia pure solo nelle grandi linee – una idea delle condizioni generali e dell’atteggiamento dominante verso il regime fascista delle masse lavoratrici tra la fine del ’29 e quella del ’34. Se si cerca di fare lo stesso tipo di analisi per il resto della società italiana, il quadro complessivo non solo non cambia, ma si accentuano quegli elementi che, in apertura di questo capitolo, ci hanno indotti ad affermare che il periodo in questione corrispose agli anni del maggior consenso del regime nel paese.
Indubbiamente i morsi della crisi si fecero sentire a tutti i livelli della scala sociale; è però altrettanto indubbio che, a mano a mano che questa scala saliva, i morsi erano meno dolorosi, sia perché meno profondi (per esempio, le riduzioni degli stipendi degli impiegati raramente andarono oltre quelle ufficialmente stabilite nel ’30 e nel ’34 e, in ogni caso, ciò non avvenne per i dipendenti pubblici), sia perché chi ne soffriva aveva in genere margini economici piú consistenti per fronteggiarli e renderli piú sopportabili, nonché – ai gradini piú alti – strumenti adeguati per scaricare parte degli oneri su coloro che occupavano quelli piú bassi ovvero sullo Stato. Ai gradini medio-bassi il disagio, le preoccupazioni, il malcontento talvolta, erano soprattutto determinati, oltre che dalle riduzioni delle retribuzioni84, dal ritardo con cui i prezzi al dettaglio si adeguavano (e mai effettivamente) ad esse, dalle diminuzioni dei redditi agricoli e immobiliari85, dalle difficoltà nelle quali si venivano a trovare il commercio, l’artigianato e le piccole aziende (notevole in questi anni fu l’aumento dei protesti e dei fallimenti), dalla scarsità e dall’alto costo del danaro e soprattutto dalla pesantezza degli oneri tributari. Da qui una serie di timori e di reazioni che aggravavano la situazione, quale, per esempio, una certa tendenza a ritirare il danaro dalle banche, a non impiegarlo, a non trasformarlo in titoli e, se possibile, a tentare di farlo emigrare all’estero. Alcuni di questi motivi di disagio e di preoccupazione (scarsità e alto costo del danaro, carico fiscale troppo elevato) erano presenti anche ai gradini piú alti. A questo livello il disagio e le preoccupazioni erano però determinate soprattutto da altri motivi: a) dalla irriducibile avversione di Mussolini per ogni sorta di manovre monetarie e, anche dopo l’abbandono della parità aurea da parte della sterlina, per ogni idea di svalutazione della lira; b) dalla idea, piuttosto diffusa nel ceto industriale, che la politica del governo fosse troppo sensibile agli interessi agrari; c) dall’idea, pure notevolmente diffusa, che il governo mostrasse «scarsa comprensione» per la «necessità» delle aziende di diminuire l’occupazione e le retribuzioni e, quindi, tendesse, da un lato, a non intervenire energicamente sui sindacati per indurli a un maggiore «spirito di collaborazione» e, da un altro lato, ad impegnarsi eccessivamente nella politica dei lavori pubblici invece che in una sistematica serie di investimenti piú produttivi; d) dai diversi e a volte contrastanti interessi che muovevano i vari settori e condizionavano quindi i loro atteggiamenti particolari di fronte alle scelte di fondo del governo; tipici sono a questo proposito i contrasti – e quindi i malumori – che, nel primo periodo della crisi, suscitò la politica commerciale e doganale, la cui revisione era auspicata dai ceti agricoli per difendere le proprie produzioni maggiori dalla concorrenza estera ed era osteggiata da larga parte del mondo industriale che non voleva abbandonare il sistema della «nazione piú favorita» per timore di esporre il proprio commercio estero all’applicazione di trattamenti differenziali meno favorevoli; e) dal periodico riaffiorare di incertezze e timori sulle reali intenzioni del governo e di diffidenze verso i possibili sviluppi della politica corporativa e (nella seconda fase della crisi, dopo la costituzione dell’IRI) di quella connessa ai salvataggi industriali. In realtà – nonostante queste preoccupazioni e i ricorrenti malumori da esse suscitati – la grande industria e i settori economici ad essa collegati (e, in misura minore, anche l’agricoltura economicamente piú moderna e sviluppata) non solo poterono, complessivamente, fronteggiare bene le difficoltà immediate e dirette della crisi e poterono a questo fine giovarsi di un effettivo e tutt’altro che trascurabile aiuto dello Stato, ma poterono approfittare della situazione per avviare un notevole processo di ristrutturazione e di modernizzazione dell’economia italiana e dell’industria in particolare.
Un esempio tipico in questo senso è costituito dal massiccio incremento che negli anni della crisi ebbero le iniziative86 (in un primo tempo spontanee poi favorite e, infine, rese spesso obbligatorie dal governo) volte a stabilire – sia nell’agricoltura sia nella industria – intese, fusioni, concentrazioni e consorzi tra imprese operanti negli stessi settori, al fine di coordinare la produzione, disciplinare i prezzi, controllare il mercato, scoraggiare e addirittura impedire la concorrenza87. I risultati, immediati e a lungo termine, di questo processo di ristrutturazione e di modernizzazione non furono certamente sempre positivi; in alcuni casi, infatti, essi – come ha notato il Romeo88 – segnarono un avvio, anche nell’economia italiana, «verso quelle forme dell’oligopolio che sono caratteristiche delle forme piú mature del capitalismo»; in altri aggravarono però certe contraddizioni tradizionali dell’economia italiana e in particolare della nostra industria, restringendone i margini di espansione e facendone scontare i benefici diretti ai consumatori. Detto questo, bisogna per altro dire anche che se questo processo non ebbe per la grande industria e per i settori economici ad essa collegati tutti i risultati positivi che avrebbe potuto avere, ciò non fu tanto per incapacità del governo (che in effetti negli anni della crisi vera e propria attuò una politica economica che, nel complesso, si avvalse – a parte il settore sindacale – degli stessi strumenti dei quali si servirono gli altri paesi capitalistici89) o per una sua precisa scelta in senso contrario (che, come si vedrà, ci fu solo in parte e, in ogni modo, fu tarda e non sistematica, piú determinata da una serie di circostanze e di singole decisioni, singolarmente dettate da necessità contingenti), quanto per gli interessi contrastanti che vi erano tra alcuni settori e, soprattutto, per la miopia e – per dirla con l’Abrate90 – «la povertà di immaginazione e l’eccessiva prudenza» degli stessi imprenditori, che, sostanzialmente, non seppero né prendere né suggerire al governo iniziative veramente proprie e, limitandosi a chiedere aiuti e salvataggi piú o meno indiscriminati, finirono per ridursi da soli in una condizione di inferiorità politica sempre maggiore.
Quanto siamo venuti dicendo non deve assolutamente far credere che le difficoltà nelle quali durante gli anni della «grande crisi» si vennero a trovare tutte le componenti della società italiana abbiano avuto tra i ceti medi e tra la grande borghesia ripercussioni politiche piú accentuate in senso antifascista di quelle che – come si è visto – esse ebbero tra le masse lavoratrici. Dare al disagio, alle preoccupazioni, ai malumori che serpeggiavano in questi anni anche negli strati intermedi e superiori della società italiana un significato politico sarebbe infatti profondamente errato. Salvo casi particolari, quantitativamente irrilevanti e sostanzialmente circoscritti ad alcuni settori intellettuali estranei al fascismo, la «grande crisi» o non influí affatto sull’atteggiamento politico di questa parte della società italiana o, se influí, fu nel senso che contribuí a serrare vieppiú attorno al regime quella parte della borghesia, ed era la grandissima maggioranza, che negli anni precedenti aveva aderito ad esso o ad esso si era già avvicinata o l’aveva, piú o meno passivamente, subito. Sotto questo profilo, chi, allora, colse meglio la realtà italiana non fu l’emigrazione democratica antifascista classica, i gruppi che avevano dato vita alla Concentrazione di Parigi, che piú di una volta – basandosi, appunto, sugli echi di questo disagio, di queste preoccupazioni e di questi malumori – credettero nella possibilità che il consenso borghese alla politica del regime e al fascismo stesse incrinandosi e potesse entrare addirittura in crisi, ma furono i comunisti, che – già nel ’31, per bocca di Giorgio Amendola91 – affermarono senza mezzi termini che «la borghesia» era tutta stretta attorno al fascismo, e Giustizia e Libertà.
L’affermazione di Amendola, se la si sottopone ad una critica approfondita, è certamente troppo drastica e politicamente di parte. Con essa infatti i comunisti tendevano a negare ogni validità, a cancellare praticamente dalla realtà italiana l’antifascismo democratico e liberale e a ridurre la lotta antifascista a una contrapposizione esclusiva tra borghesia = fascismo e proletariato = comunismo. Non a caso in questo stesso periodo sempre G. Amendola pubblicava su «Lo Stato operaio» il famoso articolo Con il proletariato o contro il proletariato? che, dopo aver duramente attaccato l’antifascismo non comunista e in particolare Benedetto Croce («rimasto in Italia egli si serve della sua grande influenza personale su tutta la gioventú intellettuale italiana, a lui legata dalla educazione idealista, dal suo grande esempio di serietà scientifica, dalla sua continua opera di studioso, per impedire che l’impostazione radicale della lotta antifascista giunga al suo logico sbocco rivoluzionario»), concludeva con questa esortazione ultimativa92:
È questo il momento in cui gli uomini di lotta debbono prendere il loro posto: dalla parte della borghesia, alla difesa di un sistema putrefatto e corrotto, incapace piú oltre di risolvere i piú elementari problemi della vita civile, alleati con il fascismo e con il socialfascismo, o dalla parte del proletariato per la difesa della prima democrazia proletaria, per la difesa della Russia, per l’instaurazione in Italia della dittatura del proletariato, che, schiacciando implacabilmente le forze della reazione, farà l’unica vera «rivoluzione antifascista», la sola che possa dare una soluzione progressiva, liberale ai problemi fondamentali della vita italiana. Da una parte o dall’altra: bisogna decidersi... Tutti coloro che hanno compreso queste verità debbono sapere che sul fronte proletario-contadino della rivoluzione antifascista c’è posto per essi.
Se non la si piglia alla lettera e la si spoglia della sua carica politica contingente, se, cioè, si tiene ben fermo il punto che l’opposizione antifascista in Italia non era solo quella comunista, ma era anche – e forse piú – quella democratica e liberale, l’affermazione comunista che a quest’epoca «la borghesia italiana» era stretta attorno al fascismo è però indubbiamente, come valutazione dell’atteggiamento dominante nella stragrande maggioranza sia dei ceti medi sia della borghesia vera e propria, da accettare in pieno. Non a caso, valutazioni sostanzialmente non dissimili si riscontrano, sia pure con un leggero ritardo, anche sui «Quaderni di “Giustizia e Libertà”», ad opera sia di esuli come E. Lussu93 sia di militanti che vivevano in Italia94. Assai significativo, per esempio, è quanto scriveva sui «Quaderni» (dicembre 1932) Augusto Monti (Venturio):
«A sostegno del fascismo sta tutta la borghesia», ha detto Tirreno nel suo articolo Orientamenti sul Quaderno del giugno ’32. Verissimo. Gli argomenti addotti da Tirreno sono assolutamente persuasivi; piú persuasivo di tutti questo: che anche là dove non agisce il «terrore fascista», cioè all’estero, i borghesi italiani sono col fascismo.
Io amplio l’argomento e dico: che anche all’interno, senza l’azione del «terrore», la borghesia, tutta la borghesia, è di fatto col fascismo. Il fascismo il «terrore» non l’ha esercitato con i ceti borghesi, ma solo con i ceti umili... Che poi questi borghesi, e magari tutti i borghesi, a quattr’occhi parlando, vi dican male del fascismo, questa è un’altra situazione loro particolare e generale.
E poiché ho parlato di borghesi antifascisti voglio dire di costoro una buona volta tutta la verità. C’è una cosa che il borghese italiano antifascista odia soprattutto, ed è il fascismo; ma c’è un’altra cosa che il borghese antifascista in Italia teme soprattutto, ed è la caduta del fascismo. Sistematicamente, dal ’24 a ieri, tutte le volte che il regime fascista è stato, o è parso, in pericolo, sempre costoro, posti nell’alternativa di scegliere tra il fascismo e il suo antagonista, sempre dentro di sé o anche fuori di sé, hanno scelto il fascismo: «piuttosto il fascismo che l’Aventino» dissero nel ’24, «piuttosto il fascismo che i cattolici» dissero nel ’31; quando piú nulla di imminente minaccia il loro odiosamato signore, allora hanno sempre il rifugio e la consolazione di dire: «meglio il fascismo che il comunismo».
Né, del resto, la fondatezza di queste valutazioni può, a ben vedere, destare meraviglia.
A parte il fatto che oggi noi sappiamo che negli anni della «grande crisi» in tutta l’Europa centro-occidentale si verificò un rafforzamento delle tendenze conservatrici e autoritarie, è infatti difficile pensare che la borghesia italiana potesse perdere fiducia nel fascismo o sentirsi addirittura spinta ad allontanarsi da esso proprio nel momento in cui – per dirla con H. Stuart Hughes95 – «le grandi democrazie dell’Europa occidentale apparivano ammalate e nessuno sapeva quale farmaco le avrebbe potute curare», l’avvenire si presentava oscuro ed incerto e la gravità della crisi poteva far temere torbidi e tensioni sociali, che, in realtà, furono ovunque minori di quelli temuti, ma che certamente costituivano un decisivo deterrente allo stesso solo prospettarsi della possibilità di un mutamento politico in quel momento96. E inoltre, poi, anche a prescindere dalle paure suscitate dalla crisi, dal desiderio, sempre piú vivo in quei frangenti, di ordine e di stabilità interna e dal bisogno di aiuti dal governo, persino tra coloro che personalmente avrebbero visto volentieri un ritorno non rivoluzionario ad un regime di libertà era diffusa la convinzione che «quando un regime si è affermato per dieci anni, è inutile illudersi di poterlo scuotere e travolgere»97. E lo stesso discorso vale anche per i ceti medi che, oltre tutto, rappresentavano pur sempre la parte della società italiana piú fascistizzata o, almeno, piú condizionata dalla propaganda di massa del regime (tutta tesa a prospettare la situazione italiana come, nonostante tutto, assai migliore di quella degli altri paesi, ad esaltare i provvedimenti e i «successi» del fascismo e a sbandierare i «riconoscimenti» che ad esso venivano dall’estero, anche da autorevoli esponenti dei paesi democratici98) e piú facilmente portata a trovare alle difficoltà del momento compensazioni e rivalse individuali e collettive di ordine psicologico. Significativo, a quest’ultimo proposito, è, per esempio, l’entusiasmo, piú che sportivo nazionalistico, che suscitarono i successi individuali e collettivi dello sport e della tecnica italiani di questi anni ed in particolare quelli di essi piú immediatamente legati al regime, quali le grandi trasvolate atlantiche di Italo Balbo99. Né, infine, si può sottovalutare l’incidenza che sull’atteggiamento verso il fascismo di parte dei ceti medi e della borghesia avevano in questo periodo alcuni fatti assai importanti a livello di gruppi intellettuali e, in modo particolare, di quelli di età piú giovane.
La cultura italiana degli anni del regime è stata oggetto nell’ultimo venticinquennio di prese di posizione e di polemiche anche vivaci, nel corso delle quali si è fatto un gran parlare, in relazione ad essa, di «cultura» e «non cultura», di «colpe», di «limiti» e di «meriti», di «impegno» e di «disimpegno», di «fughe» (per esempio, per i letterati, nell’ermetismo), di «delega della politicità ai politici in cambio dell’autonomia della pura cultura per gli intellettuali» e via dicendo. Tutti questi discorsi sono stati condotti muovendo piú da una prospettiva di tipo immediatamente ideologico-politico che sulla base di studi e di analisi particolari (di gruppi, di riviste, di organismi di cultura) o di settore (per discipline, per materie, per «generi»), che sono ancora scarsissimi e che, invece, appaiono sempre piú indispensabili sia per avere un quadro effettivo della cultura italiana in quegli anni, sia per non ridurre il discorso d’insieme a schematizzazioni, non solo generiche, ma fondate su una distorcente proiezione a livello generale di situazioni, di esperienze, di casi significativi (ma non sempre per quel momento, ché spesso essi trovano il loro significato negli sviluppi successivi alla crisi, se non addirittura alla caduta, del fascismo), ma particolari e, quindi, non generalizzabili. Pressoché nulla, invece, è stato fatto nella direzione di un inserimento della cultura degli anni del regime nel quadro del «sistema politico» fascista, della sua capacità, cioè, di estrarre e regolare – per dirla con la terminologia dell’Almond100 – le «domande» provenienti dalla società del tempo e, quindi, di socializzare gli intellettuali. In altre parole, pressoché nulla è stato fatto nella direzione di uno studio della cultura come una istituzione del regime, di una istituzione nella quale piú del contenuto (almeno sino a quando esso non superava un certo «limite di guardia», che, per altro, non fu sempre lo stesso e si abbassò col tempo, parallelamente al progredire del processo di totalitarizzazione del regime e di sclerotizzazione dell’ideologia fascista e, quindi, al diminuire delle capacità di incanalare non coercitivamente il consenso e, in particolare, le «domande» degli intellettuali) contavano il suo inserimento e il suo agire nel tessuto connettivo della società italiana come fattore di organizzazione in primo luogo dei giovani e, piú latamente, degli intellettuali (dando a questa definizione il significato piú estensivo). L’unico serio tentativo in questa direzione è costituito sino ad oggi da una relazione sulla socializzazione dei giovani nei regimi fascista e franchista presentata nel ’68 da G. Germani ad un simposio tenutosi negli Stati Uniti sui sistemi politici a partito unico. A conclusione della sua analisi, l’autore ha individuato quattro stadi evolutivi nell’atteggiamento della gioventú rispetto al fascismo:
Il primo stadio corrisponde al periodo di lotta per instaurare il regime. In questo periodo il grado di impegno politico della gioventú è naturalmente piú alto del normale (in riferimento al livello prevalente in ogni cultura politica nazionale), e la popolazione (compresi i giovani) sarà fortemente orientata in favore o contro il nascente movimento fascista. Nel secondo stadio, una volta che il regime si è consolidato e stanno venendo fuori le prime generazioni politicamente socializzate sotto il nuovo ordine, la propensione all’impegno politico tenderà ad essere molto minore, di fatto la depoliticizzazione può prevalere. A questo livello di potere il regime si guarderà dal creare una leale e dinamica élite. Invece recluterà sempre piú burocrati e giovani, motivati solo da ambizioni personali. Nel terzo stadio, mentre vengono fatti sforzi per ricreare lo «spirito» originario del movimento in modo da dare nuove motivazioni al leale e attivo sostegno dei giovani, il giovane politicamente impegnato tenderà verso qualche forma di «deviazionismo». Infine, nel quarto stadio, la gente si rende conto una volta di piú che il regime non può essere cambiato dal «didentro», la minoranza dei giovani con alta propensione per la politica si volgerà sempre piú verso un totale rifiuto e un’attiva opposizione al sistema101.
Nonostante il suo intento generalizzatore, a nostro avviso questo schema del Germani corrisponde sostanzialmente bene alla realtà del caso italiano e trova in essa conferme anche assai piú numerose e significative di quelle sulla base delle quali il suo autore lo ha elaborato; e le trova sia a livello della pubblicistica del tempo, in particolare di quella connessa alla discussione del cosiddetto «problema dei giovani», che fu uno dei temi centrali della stampa fascista degli anni trenta e di cui soprattutto il Germani si è servito per suffragare le sue affermazioni, sia a livello della successiva memorialistica (meno utile risulta, invece, a questo proposito la storiografia che, con la sola eccezione del Santarelli102, ha trattato il problema dei giovani in maniera assai rapida), sia, ancora, a livello della documentazione archivistica (di polizia come di partito).
Se si accetta questo schema, non vi è dubbio che tutti gli elementi a nostra disposizione inducono a collocare il periodo che qui ci interessa nella fase di trapasso tra il secondo e il terzo stadio; in una fase, quindi, che era partecipe delle caratteristiche di entrambi questi stadi, anche se, da un lato, quelle del secondo tendevano ormai ad essere soppiantate da quelle del terzo e, da un altro lato, queste, a loro volta, non essendosi ancora compiutamente realizzate, non davano per il momento adito all’emergere di quelle contraddizioni di fondo che avrebbero caratterizzato la piena maturità del terzo stadio e determinato il passaggio al successivo ed ultimo. Contraddizioni che il Germani ha colto assai finemente in una pagina che è bene tener presente, in riferimento sia al periodo ’29-34, in cui se ne venivano gettando le premesse, sia al periodo successivo – grosso modo sino al ’41-42 – in cui esse caratterizzarono l’atteggiamento di sempre piú larghi settori della gioventú:
Per assicurare la continuità del regime, il partito favoriva una partecipazione creativa dei giovani e promoveva l’emergere di una autentica élite politica (cioè, non soltanto una burocrazia di arrivisti); i meccanismi fondamentali usati per questo scopo comprendevano due elementi principali. Da una parte la speranza di una evoluzione «sociale» del regime in termini di giustizia sociale e di cambiamenti drastici nella sfera economica, dall’altra la promessa fatta alle nuove generazioni di esercitare un ruolo innovatore attraverso la critica, la «circolazione delle idee» e un effettivo cambiamento delle istituzioni e degli uomini. Ma queste componenti – il cambiamento sociale e la liberalizzazione – erano in profondo contrasto con gli scopi fondamentali del regime. Il persistere della sua iniziale «ragion d’essere», la difesa e la conservazione dei principali interessi acquisiti nel sistema sociale esistente e la smobilitazione delle classi inferiori bloccavano il cambiamento sociale. Una volta eliminata questa possibilità, ogni «liberalizzazione» sarebbe apparsa la fonte di deviazioni pericolose e un ostacolo immediato alla stabilità del regime. La politica del partito nei riguardi dei giovani non riuscí perciò mai durante la sua storia a sfuggire a questa intima contraddizione. Piú questi meccanismi dinamici avevano successo e piú il partito era costretto a limitarli o a eliminarli. Le nuove generazioni scoprirono successivamente che il futuro promesso in realtà non esisteva e si preoccuparono di questi limiti inerenti; allora il loro «lungo viaggio attraverso il fascismo» giunse al termine: il conformismo passivo o l’aperta ribellione erano i risultati di questo processo, e la via scelta dipese dall’azione reciproca delle circostanze personali e delle esteriori condizioni storiche103.
Nel periodo ’29-34 questo processo era però ancora agliinizi. La grande maggioranza dei giovani o era depoliticizzata e, quindi, subiva passivamente il fascismo, senza mostrare alcun interesse reale né per esso né per soluzioni alternative, e pensava solo alla propria sistemazione (tipica, in questo senso, è la testimonianza offerta dagli Indifferenti di Alberto Moravia104), o – se politicizzata – lo era in senso fascista, poco importa ai fini del particolare discorso che stiamo facendo, se per mero opportunismo carrieristico e per ambizione105 o se per sincera convinzione e con la volontà di contribuire a trasformare il regime e la società italiana in senso piú sociale e progressista, «piú fascista», come si diceva. Quello che importa qui è che, in questa situazione, negli anni ’29-34 la grande maggioranza della gioventú e soprattutto quella intellettuale era anch’essa, attivamente o passivamente, con il fascismo o dietro di esso, non contro, aveva ancora fiducia in esso o se ne disinteressava, ma senza cercare o mostrare anche solo interesse per altre soluzioni politiche106.
Con ciò non vogliamo certo negare che tra i giovani il regime trovasse oppositori. Questi indubbiamente c’erano anche tra i giovani, solo che per gli anni in questione non si può parlare ancora di una «opposizione giovanile», di una opposizione, cioè, che avesse le sue radici nei giovani in quanto giovani formatisi e maturatisi sotto il regime fascista e che, quindi, si differenziasse, sia per le particolari esperienze morali, culturali, politiche e psicologiche dei suoi esponenti, sia per gli sbocchi politici ipotizzati e spesso perseguiti attivamente, dall’opposizione ancora viva nelle generazioni piú anziane, quelle che erano già alla ribalta della società italiana quando il fascismo era arrivato al governo e aveva dato vita al regime e quelle che, se non avevano fatto in tempo a vivere consapevolmente la crisi e la fine dello Stato liberal-democratico, si erano però sostanzialmente formate moralmente, culturalmente e politicamente ancora nel suo clima. Per gli anni in questione, dunque, il discorso sui giovani deve essere praticamente riassorbito in quello sugli intellettuali tout court, ovvero in quello piú generale (già delineato nei suoi termini essenziali) sui vari ceti sociali ai quali i giovani appartenevano. E con questo il nostro discorso torna al punto dal quale abbiamo preso le mosse, torna cioè al problema dell’atteggiamento rispetto al regime del cosiddetto mondo della cultura o, se si preferisce, degli intellettuali nel senso piú lato di questo termine.
La ricostruzione di questo atteggiamento – è quasi inutile dirlo – presenta difficoltà notevolissime. Per un verso, perché gli «intellettuali» costituiscono (e, anche piú di oggi, costituivano negli anni tra le due guerre mondiali) una realtà quante altre mai sfuggente, composita e non omogenea, con caratteri proprî, ma, al tempo stesso, partecipe di richiami, suggestioni e condizionamenti sociali e psicologici – oltre che culturali – molteplici e che affondano le loro radici in situazioni ambientali e in tradizioni diversissime; per un altro verso, perché, tra quelli di tutte le componenti della moderna società, l’atteggiamento degli «intellettuali» è il piú difficile a cogliere in un sistema politico di tipo autoritario, che – data la sua natura – ha tra le sue peculiarità piú esasperate quella di controllare, limitare e addirittura impedire107 che le manifestazioni attraverso le quali si esplica l’attività degli «intellettuali» – la diffusione del proprio pensiero con la parola e gli scritti – possano assumere o anche solo lasciar trapelare un significato di opposizione o di critica al sistema stesso, possano prospettare soluzioni alternative ad esso sul terreno ideologico e politico e, soprattutto, possano creare ostacoli alla formazione e alla socializzazione delle nuove generazioni.
Ciò premesso, a nostro avviso è però possibile indicare almeno due problemi di fondo assai importanti per cercare di ricostruire l’atteggiamento degli «intellettuali».
Il primo è quello relativo alla necessità di operare una netta distinzione tra i livelli piú bassi e periferici del microcosmo intellettuale e quelli piú elevati, identificabili sostanzialmente nell’alta cultura, accademica e no. Ai primi non mancavano certo i motivi di scontento, di preoccupazione, di critica verso il regime, cosí come tra essi certamente non mancavano gli oppositori piú o meno convinti; nella grandissima maggioranza dei casi, però, questi «intellettuali» si comportavano politicamente alla stessa maniera della comunità sociale cui partecipavano e in cui erano integrati a tutti gli effetti; e, molto spesso, proprio in quanto «intellettuali», erano portati a esasperare e a farsi portavoce degli atteggiamenti dominanti in queste comunità. Essi erano, dunque, assai spesso fascisti, erano iscritti al PNF e fornivano ad esso un buon numero di quadri, soprattutto di quelli periferici, ma anche di quelli centrali. Ai livelli piú alti la situazione era indubbiamente diversa. I fascisti e i filo fascisti (spesso sub specie conservatrice, nazionalista, gentiliana) anche qui erano numerosi, ma a fianco di essi non mancavano né i critici e gli oppositori convinti, né soprattutto coloro che, pur essendo partecipi dell’establishment sociale e politico, erano portati dalla loro formazione culturale ad assumere verso il regime un atteggiamento di adesione distaccata, a suo modo critica, che – sotto il profilo immediatamente politico – sovente si esauriva in una sorta di insofferenza per la mancanza di «stile» del regime, per la grossolanità e l’ignoranza di tanti gerarchi, per l’arrivismo e il gregarismo burocratico-militaresco imperversante nel partito e nelle organizzazioni da esso dipendenti, per la mancanza di misura e di «buon gusto» della propaganda, per le conseguenze diseducative e corruttrici che avevano le spesso neppure richieste manifestazioni di bassa e turibolante esaltazione del regime e del «duce» di certi loro colleghi, ecc. Sotto un altro profilo, quello cioè del loro comportamento e del loro essere uomini di cultura, questo atteggiamento di adesione distaccata si traduceva spesso in una sorta di resistenza individuale a questi aspetti deteriori della società fascista e in particolare in un impegno di serietà culturale e a non «derogare» sul piano dell’onestà e della serietà scientifiche, che – specie se la loro attività si svolgeva a contatto con i giovani –, se non aveva un immediato valore politico, aveva però il grandissimo merito di costituire un esempio e un termine di confronto e di contribuire a formare dei giovani in grado di comprendere il valore universale e liberale della cultura e, quindi, di trarre da esso una norma di vita e, eventualmente, anche di giudizio politico. Veramente significativa è a questo proposito una affermazione che si legge nel già citato rapporto della PS del 19 maggio ’31 sulla situazione universitaria torinese108:
L’esimio luminare della scienza filosofica che regge la cattedra di questa Università, impartisce lezioni correttissime sotto ogni punto di vista, né data la sua alta posizione sociale, le benemerenze, la indiscussa italianità, il provato patriottismo, è personalità sulla quale si possa fare la minima censura, pure in seguito all’insegnamento della scienza filosofica, la coscienza politica dello studente si plasma e si forma decisamente contraria ai postulati ed ai metodi del Regime.
Il secondo problema che è necessario chiarire, se si vuole cercare di ricostruire e comprendere storicamente l’atteggiamento degli «intellettuali» nel periodo che qui ci interessa, è quello relativo al grado di controllo sulla cultura esercitato dal regime tra il ’29 e il ’34. Verso la cultura Mussolini – specie in questi anni – aveva un duplice atteggiamento. Da un lato – lo si è visto nel precedente capitolo – amava atteggiarsi ad uomo di cultura e ad avere contatti e rapporti con gli intellettuali piú in vista, verso i quali non mancava, a volte, di mostrarsi comprensivo e liberale. Da un altro lato la sua concezione della cultura era essenzialmente strumentale e quindi, sostanzialmente illiberale. La cultura, a tutti i suoi livelli e in tutte le sue manifestazioni e organizzazioni, aveva per lui un valore, un significato eminentemente politico: doveva contribuire al prestigio dell’Italia e del fascismo all’interno e all’estero e, al tempo stesso, doveva servire alla formazione delle nuove generazioni nel senso voluto dal regime. Alla luce di questa concezione di fondo vanno viste e valutate sia le principali iniziative e realizzazioni culturali del fascismo, quali – per limitarci alle piú note e importanti – l’appoggio, morale e materiale, alla pubblicazione dell’Enciclopedia Italiana e la fondazione dell’Accademia d’Italia, sia la relativa libertà concessa ai responsabili di alcune di queste iniziative di servirsi, in funzione della loro riuscita109, anche di studiosi non fascisti e, in qualche caso, addirittura noti come antifascisti moderati, sia – specie negli anni di cui stiamo parlando – l’apparente contraddittorietà del modus operandi del regime rispetto al mondo della cultura: a volte cattivante e largo di onori e di prebende110, a volte quasi liberale o, almeno, restio ad interventi che sarebbero potuti riuscire controproducenti sul piano del prestigio (significativa in questo senso è la linea di condotta adottata verso B. Croce, cui permise di continuare indisturbato la pubblicazione di «La critica»), a volte, invece, specialmente quando si trattava di uomini di cultura ad immediato contatto con i giovani111 o di questioni che potevano essere interpretate come atti di debolezza del regime, drasticamente autoritario e repressivo. Tipico in questo senso è il caso dell’obbligo imposto, verso la fine del ’31, ai professori universitari di prestare giuramento di fedeltà al re e al regime fascista e di non appartenere ad associazioni e partiti «inconciliabili» con essi112. Ai fini pratici del regime il giuramento era praticamente inutile: i professori che rifiutarono di prestarlo (piú per una questione di principio che, in vari casi, per antifascismo vero e proprio) e preferirono lasciare l’insegnamento furono meno di venti su oltre mille e duecento113 e tra quelli che giurarono ve ne furono numerosi non fascisti o antifascisti che ritennero di non dover disertare la loro missione di insegnanti e di non dover lasciare completamente libero il campo al politicantismo fascista; oltre a ciò il provvedimento era una operazione politicamente controproducente, specie all’estero, ove fu sfruttato dalla emigrazione antifascista contro il regime e suscitò una impressione tutt’altro che favorevole anche in ambienti che simpatizzavano col fascismo114; ciò nonostante fu imposto, da un lato, perché in quel momento Mussolini sentiva la necessità di dare un contentino e, al tempo stesso, una indiretta risposta polemica all’intransigentismo fascista che da un po’ di tempo aveva preso a tacciare il regime di eccessiva tolleranza e, addirittura, di «deferenza» verso gli intellettuali antifascisti115 e, da un altro lato, per dimostrare alla Chiesa (il provvedimento fu preso all’indomani del contrasto per l’Azione cattolica) che anche i cattolici dovevano ubbidire allo Stato fascista.
Detto questo, è però importante precisare che sino al ’34-35 la pressione del regime sull’alta cultura – nonostante episodi in contrario, indicativi di una tendenza, ma che molti ritennero allora provocati, piú che da una precisa volontà del regime di affermare un rigido indirizzo culturale «militante», dall’antifascismo «politico» di coloro che ne furono le vittime – fu nel complesso mantenuta in termini relativamente sopportabili, certo non paragonabili con quelli che essa assunse negli anni successivi e – ciò che piú conta ai fini del nostro discorso – con quello che, nell’ultima fase del periodo di cui stiamo parlando, avveniva in Germania, a seguito dell’andata al potere del nazionalsocialismo. In questo periodo molte riviste di cultura si erano già allineate e dalle loro pagine venivano spesso mossi attacchi, anche assai duri, contro gruppi e singoli intellettuali accusati di incomprensione e di resistenza ai nuovi «valori» della cultura fascista. Ricorrendo ad una certa cautela e dissimulazione e correndo qualche rischio (e talvolta pagando il prezzo di un rimaneggiamento redazionale), alle riviste non conformiste non era però ancora impossibile sopravvivere e portare avanti un certo discorso culturale diverso da quello dominante. Si pensi, per fare qualche esempio piú significativo, alla «Riforma sociale» e alla «Cultura» (costrette a sospendere le pubblicazioni nel ’35), alla «Nuova Italia», a «Civiltà moderna» e, su terreni diversi e in misure diverse, alla «Rivista di pedagogia», a «Solaria» al «Saggiatore». Attorno a queste riviste poteva ancora raccogliersi il meglio della cultura «liberale» che rifiutava di piegarsi e di irreggimentarsi, gli Einaudi, i Russo, i Codignola, i Ruffini, gli Jannaccone, gli Omodeo, i Calogero, i Banfi, ecc. E sulle loro pagine circolava ancora una problematica «europea» e anticonformisticamente moderna in cui erano presenti Keynes e la psicoanalisi, Joyce e Maria Montessori (col suo appello per l’educazione alla pace) e tanti altri autori non certo facili da inserire in una prospettiva fascista116. Il che non era certo poco, né sotto il profilo culturale né sotto quello personale, anche se, ovviamente, nessuna di queste riviste in effetti si può considerare in senso stretto una rivista di opposizione politica. Chi ha inquadrato bene il significato di queste riviste è stato, anni or sono, A. Carocci, tracciando un breve profilo di «Solaria» e della sua esperienza tra il ’26 e il ’36117:
Non vorrei essere frainteso. Non intendo dire che «Solaria», rivista di letteratura, svolse un’attività di opposizione politica al regime, e neppure un’attività di opposizione sul piano ideologico. Sarebbe attribuirle dei meriti che essa non ha avuto. Essa, molto piú modestamente, e con l’accettare l’isolamento in cui la letteratura ufficiale la relegava (i lettori di «Solaria» furono sempre quattro gatti; la sua tiratura non raggiungeva le 700 copie; né ricordo che essa ricevesse mai l’onore di essere citata dai giornali del tempo) svolse tutt’al piú una funzione di obiettore di coscienza. La letteratura ufficiale celebrava il genio italico, il primato d’Italia, le glorie della stirpe; e tutte le pagine di «Solaria» manifestavano la persuasione che la letteratura italiana contemporanea non era che una provincia della piú vasta letteratura europea, e neanche la provincia piú splendida. La letteratura ufficiale affermava che in seno all’Italia esistevano tutte le premesse e tutti i risultati ai quali una cultura moderna poteva ambire; e «Solaria» riconosceva umilmente che le espressioni piú originali della letteratura moderna erano fiorite altrove, si chiamassero esse Proust o Joyce o Kafka, e affermava sí che anche gli scrittori italiani erano voci degne di considerazione, ma che erano parte e soltanto parte di un piú vasto colloquio europeo.
Se non si ha ben presente – oltre al quadro politico generale del paese e internazionale – questa situazione particolare della cultura, è difficile ricostruire e comprendere l’atteggiamento degli «intellettuali» italiani negli anni tra il ’29 e il ’34 e si finisce, assai spesso, per esprimere giudizi ingiusti e storicamente non validi. In particolare, non si capisce perché in quegli anni l’opposizione al regime fosse anche tra gli intellettuali relativamente limitata e circoscritta, mentre piú diffuso era – specie negli ambienti dell’alta cultura – un atteggiamento che potremmo definire, per un verso, di non opposizione e, per un altro verso, largamente caratterizzato da due convinzioni o speranze a seconda dei casi: che fosse possibile preservare la cultura da un’eccessiva politicizzazione in senso fascista e trasmettere ai giovani il rispetto per alcuni suoi valori fondamentali e che non fosse opportuno lasciare il campo culturale (e, per riflesso, almeno per alcuni, quello politico) nelle mani del fascismo piú intransigente e rozzo, ma, al contrario, fosse opportuno appoggiare quella parte del fascismo in cui certi valori culturali non erano stati sopraffatti dall’impegno politico. In questo atteggiamento, minoritario ma piuttosto diffuso, della cultura del tempo oggi noi possiamo certamente cogliere tutta una serie di spunti per un discorso piú ampio sui caratteri e i limiti del ceto intellettuale di allora; la sua individuazione è però in questa sede indispensabile soprattutto ai fini di un altro discorso, assai piú importante per comprendere la realtà del tempo: quello sull’atteggiamento e la funzione che ebbero, in questo periodo ma anche negli anni successivi, lungo tutto l’arco del regime, Benedetto Croce e il gruppo della «Critica», sia in quanto gruppo di opposizione politico-culturale al fascismo con una propria fisionomia e una propria attività, sia in quanto punto di riferimento, consapevolmente o no, per quegli intellettuali non fascisti ma neppure antifascisti di cui abbiamo parlato, la cui posizione e soprattutto la successiva evoluzione nella seconda metà degli anni trenta fu in larga misura influenzata e talvolta determinata proprio dall’esistenza di questo punto di riferimento, quasi come una sorta di coscienza morale e culturale.
È noto che poche figure del nostro antifascismo democratico, certo nessuna delle maggiori, furono cosí diverse sotto tutti i profili come quelle di Croce e di Salvemini; ugualmente note sono le polemiche che a piú riprese si accesero tra questi due uomini, specie per iniziativa di Salvemini, che di Croce fu un critico tanto vivace quanto spesso ingiusto. Eppure, è proprio a Salvemini che si deve il giudizio sull’antifascismo di Croce e soprattutto sul ruolo del filosofo napoletano negli anni del regime non solo piú equanime e non sospetto di parzialità, ma storicamente piú valido.
Gli italiani – scrisse Salvemini nel febbraio 1946 in occasione di una vivacissima polemica contro Croce118 – non dovrebbero mai dimenticare la gratitudine che debbono a Croce per la sua resistenza al fascismo dal 1925 al 1943. Ogni altra voce in Italia era soffocata nelle carceri, sequestrata a domicilio coatto, costretta a stare in esilio. Lo stesso suo silenzio era una protesta. Resistenza e silenzio venivano dalla stratosfera, senza dubbio. Ma il loro effetto era potente. Molti giovani furono confortati dal suo insegnamento e dal suo esempio a credere nella libertà, per quanto ognuno intendesse la libertà in modo proprio e in forme che Croce non approvava. Ma quel che importava era che quella libertà non era il fascismo. Quel che importava era che Mussolini trovasse il maggior numero possibile di resistenze invincibili, anche se passive. Molte di queste resistenze furono dovute all’insegnamento e all’esempio di Croce. Questo merito gli spetta, e nessuno dovrebbe dimenticarlo neanche oggi quando è necessario dissentire da lui.
Nei limiti del discorso che qui ci interessa, ogni commento a questo giudizio è sostanzialmente superfluo. Piú importante è sentire, dalle parole dello stesso interessato e, cioè, da una sua lettera degli inizi del ’28119, come Croce intese la propria funzione in Italia sotto il fascismo:
La verità – scrisse a G. Lombardo Radice – è che nei tempi di calma i pratici curano la pratica e gli studiosi gli studi. Nei tempi di crisi i pratici si smarriscono o sono eliminati; e gli uomini di studio assumono la parte dei critici ed educatori per l’avvenire.
Come nel caso precedente, anche qui ogni commento è in questa sede inutile. Meglio è limitarsi a cercare, da un lato, di vedere se e in che modo Croce adeguò la sua azione a questa sua convinzione e a questo suo programma e, da un altro lato, di valutare quali furono i frutti di tale azione.
Al primo quesito la risposta è tanto facile quanto sicura: durante tutto l’arco del regime Croce uniformò costantemente il suo comportamento personale e i suoi interventi, sia privati sia pubblici, sia in Italia sia all’estero, ad un duplice e ben preciso intento, quello di scongiurare alla vita morale e culturale italiana la paralisi e la corruzione, alla lunga mortali, derivanti dall’isolamento, dal conformismo e dalla politicizzazione impostile dal fascismo e quello di offrire alla cultura italiana e soprattutto ai giovani un esempio, un insegnamento, una voce, il piú possibile capaci di costituire una indicazione critica e alternativa rispetto a quelli ufficiali, gli elementi essenziali, insomma, per un’autonoma educazione alla libertà morale e intellettuale e ai valori spirituali della vera cultura. In questo senso, si può dire che – proprio negli anni di cui stiamo parlando – il «manifesto» dell’opposizione, della resistenza crociana al fascismo fu costituito dal discorso che Croce pronunciò ad Oxford il 3 settembre 1930 in occasione del VII Congresso internazionale di filosofia e che pubblicò subito dopo nella «Critica». In esso, infatti, sono enunciati con estrema chiarezza e coraggio tutti gli elementi essenziali del discorso che Croce svolse negli anni del regime e la condanna dell’antistoricismo moderno, dell’irrazionalistico rigetto della storicità assume il carattere di una esplicita condanna del fascismo120:
… l’odierno antistoricismo è tutto sfrenatezza di egoismo o durezza di comando, e par che celebri un’orgia o un culto satanico… L’antistoricismo odierno, dunque, par che sia non già un rovescio e un simbolo negativo di nuova sanità, ma impoverimento mentale, debolezza morale, eretismo, disperazione, nevrosi, e, insomma, un’infermità, da superare con la pazienza e con la costanza, come tutte le infermità. Di questo suo carattere d’infermità può recare conferma l’altro fatto che, insieme con l’antistoricismo, accade di osservare, e che intrinsecamente forma tutt’uno con esso: la decadenza dell’ideale liberale, la quale in alcuni paesi ha avuto anche per effetto la formazione di regimi antiliberali, ma che si nota un po’ dappertutto nelle parole e negli atti, nei libri e nei metodi politici, e piú ancora negli irrequieti desideri. Sentimento storico e sentimento liberale sono, in verità, inscindibili, tanto che della storia non si è potuta dare altra migliore definizione che di «storia della libertà», perché solo da questa essa ottiene un senso e solo per essa si fa intelligibile. Senza dubbio, nella storia si vedono altresí regimi teocratici e regimi autoritari, regimi di violenza e reazioni e controriforme e dittature e tirannie; ma quel che solo e sempre risorge e si svolge e cresce è la libertà, la quale, ora in quelle varie forme si foggia i suoi mezzi, ora le piega a suoi strumenti, ora delle apparenti sue sconfitte si vale a stimoli della sua stessa vita... Per noi, filosofi e storici, lo storicismo – che vuol dire civiltà e cultura – è il valore che ci è stato confidato e che abbiamo il dovere di difendere, tenere forte ed ampliare: lo storicismo, nodo del passato con l’avvenire, garanzia di serietà del nuovo che sorge, blasfemato come libertà, ma che, come libertà, ha sempre ragione di chi gli si rivolge contro.
Su questa linea (della quale sono conferme, indirette ma significative, sia gli attacchi mossigli dai fascisti e dai loro fiancheggiatori cattolici piú intransigenti o politicamente piú rozzi e sprovveduti, sia i tentativi, almeno per un certo periodo, di alcuni settori del fascismo piú avveduto e politicamente intelligente – come il gruppo di «Critica fascista» – volti a riassorbire certi aspetti del suo pensiero in una prospettiva fascistica121) si collocano indubbiamente le grandi opere storiche del Croce pubblicate in questi anni e, piú continuativamente, «La critica», sia attraverso i personali contributi dello stesso Croce, sia attraverso quelli degli altri suoi collaboratori, soprattutto dei piú impegnati ed assidui tra essi e, in particolare, di G. De Ruggiero e di A. Omodeo. Per quanto grande sia stata la funzione di opere come la Storia d’Italia e la Storia d’Europa, non bisogna dimenticare che lo strumento con cui il gruppo crociano (un gruppo in realtà meno omogeneo di quello che sembrava, come dimostrò la sua rottura negli ultimi tempi del fascismo e nei primissimi del postfascismo, ma che, allora, era cementato dalla comune convinzione della assoluta necessità di condurre avanti ad ogni costo la battaglia politico-culturale intrapresa) operò maggiormente fu soprattutto «La critica»; grazie alla rivista, esso poteva, infatti, svolgere quel continuo lavoro di critica e di puntualizzazione culturale, indispensabile per mantenere vivo il legame con i lettori e fornire loro un punto di riferimento costante per essere informati e poter valutare ciò che via via avveniva nel mondo culturale italiano e straniero122. Nella stessa prospettiva di fondo, infine, vanno visti e valutati anche i numerosi interventi privati con i quali Croce nello stesso periodo si adoperò per incoraggiare ed orientare l’attività editoriale della casa editrice Laterza, che negli anni del regime fu in pratica sempre allineata sulle posizioni del gruppo crociano e ne fiancheggiò attivamente l’azione culturale123, nonché singoli uomini di cultura e giovani ai primi passi sulla via degli studi e dell’impegno etico-politico; non esclusi gli interventi fatti in occasione della richiesta del giuramento ai professori universitari nel 1931: alla domanda di un consiglio su come comportarsi di fronte a questa richiesta, a vari professori, ai quali repugnava l’idea di giurare, Croce – come è noto – coerentemente alla linea di condotta che aveva scelto, suggerí di valutare freddamente le conseguenze della scelta che si accingevano a fare e soprattutto quelle che sarebbero derivate da un eventuale abbandono al monopolio fascista e clerico-fascista dell’insegnamento, cioè della piú immediata possibilità per essi di contatto con le nuove generazioni124.
Quanto al secondo quesito, quello relativo ai frutti di questa azione, tutti – anche i critici piú tenaci di Croce e della sua funzione culturale durante il secondo quarto del nostro secolo – sono oggi concordi nel rispondere con una valutazione nel complesso nettamente positiva. E, del resto, essa risulta chiaramente anche dai giudizi del tempo, da quelli di coloro che, grazie al magistero del gruppo crociano, in quegli anni trovarono la loro strada di uomini di cultura e di uomini liberi (e poco importa se, allora o dopo, parte di essi procedette verso soluzioni ideologico-culturali e politiche che non erano quelle crociane, perché ciò che veramente conta rimane il fatto che, se a ciò poterono arrivare, fu grazie alla mediazione liberatrice dell’insegnamento crociano), da giudizi, velenosi o preoccupati a seconda dei casi, dei fascisti e da quelli di coloro che, in una prospettiva politico-culturale tutta diversa e antitetica, già allora si sforzavano di sottrarre l’antifascismo borghese e dei giovani all’«egemonia culturale» di Croce. Veramente significativo è, in quest’ultimo senso, quanto A. Gramsci il 25 aprile ’32 scriveva dal carcere alla cognata125.
Mentre tanta gente perde la testa e brancola tra sentimenti apocalittici di panico intellettuale, Croce diventa un punto di riferimento per attingere forza interiore per la sua incrollabile certezza che il male metafisicamente non può prevalere e che la storia è razionalità. Bisogna tener conto inoltre che a molti il pensiero di Croce non si presenta come un sistema filosofico massiccio e di difficile assimilazione come tale. Mi pare che la piú grande qualità di Croce sia sempre stata questa: di far circolare non pedantescamente la sua concezione del mondo in tutta una serie di brevi scritti nei quali la filosofia si presenta immediatamente e viene assorbita come buon senso e senso comune. Cosí le soluzioni di tante questioni finiscono col circolare divenute anonime, penetrano nei giornali, nella vita di ogni giorno e si ha una grande quantità di «crociani» che non sanno di esserlo e che magari non sanno neppure che Croce esista.
Da quanto siamo venuti dicendo ci pare che dovrebbe risultare chiara una cosa: la profonda differenza che negli anni tra il ’29 e il ’34 vi era in Italia tra la posizione di B. Croce e del gruppo raccolto attorno alla «Critica» e quella del resto del mondo intellettuale, non solo – ovviamente – di quello fascista o apertamente fiancheggiatore, ma anche di quella parte di esso che, come si è detto, era in questo periodo ancora in un atteggiamento di non opposizione verso il regime, senza, per altro, accettarne in toto la politica, specie per quel che riguardava la cultura. Rispetto a queste posizioni quella del gruppo crociano era l’unica chiaramente antifascista e che si traduceva in una precisa azione di opposizione immediatamente culturale e mediatamente politica.
A questo punto, per concludere il nostro quadro dell’atteggiamento di fronte al regime dei vari ceti e settori della borghesia, non rimane che parlare della opposizione antifascista piú propriamente politica e della sua penetrazione e presenza nel paese. A proposito dell’opposizione interna durante tutto l’arco del regime, B. Croce espresse nel 1946 un giudizio assai netto e preciso. Parlando di Carlo Rosselli e di Giustizia e Libertà (da lui definita «l’unico prodotto tonificante dell’emigrazione italiana»), egli operò una netta distinzione tra l’opposizione all’estero, nell’emigrazione, e quella operante all’interno, in Italia. Sulla prima espresse un giudizio sostanzialmente limitativo, negando che, date le condizioni nelle quali aveva dovuto agire, essa fosse riuscita «a disegnare ed eseguire un’azione politica fattiva»; sulla seconda, invece, il suo giudizio fu assai diverso: «di gran lunga piú importante e piú feconda era l’opposizione italiana dell’interno, dove si tastava quotidianamente il polso al popolo, dove ogni giorno qualcosa, ancorché piccola, veniva fatta contro l’oppressore, ogni giorno si poteva lavorare a conservare quanto piú era possibile della tradizione, della civiltà e della cultura italiane, preparando la riscossa e, piú o meno vicino che fosse, un migliore avvenire»126. Un giudizio, quest’ultimo, indubbiamente positivo, ma che, sotto la penna di Croce, assumeva inevitabilmente un valore tutto particolare; è difficile, infatti, pensare che formulandolo il filosofo non pensasse e non si riferisse in sostanza soprattutto al suo stesso gruppo e all’opposizione degli intellettuali in genere e sottintendesse quindi una sorta di identificazione tra questa opposizione particolare e l’opposizione al fascismo tout court. L’interrogativo che ne deriva è dunque chiaro: anche limitatamente ai soli ambienti borghesi del tempo, è possibile considerare questo giudizio storicamente valido?
Limitando per il momento la nostra analisi al periodo ’29-34, a quelli che abbiamo definito gli anni del consenso, il giudizio di Croce è a nostro avviso sostanzialmente valido. A livello della borghesia del tempo non vi è dubbio che la penetrazione e l’influenza comuniste erano pressoché inesistenti e i pochissimi casi sui quali siamo documentati sono pressoché tutti da riportare in un ambito che, a ben vedere, è quello indicato da Croce. Si trattava cioè di giovani intellettuali, tipico il caso di G. Amendola, delusi dai partiti antifascisti e dal «moderatismo» di Croce, che si erano orientati verso il marxismo, senza per altro riuscire a collegarsi veramente tra loro e a svolgere una vera azione organizzata, salvo aderire al Partito comunista e lavorare nelle sue organizzazioni dell’emigrazione o clandestine, che, però, a livello borghese, non avevano effettiva capacità di penetrazione e, se l’avevano, era attraverso la mediazione dell’opposizione crociana. Quanto ai partiti antifascisti democratici della Concentrazione di Parigi, la loro presenza era anche minore. Il duro giudizio che di essi dava G. Amendola («staccati dalle loro basi, incapaci di comprendere il corso degli avvenimenti in Italia, diventavano veramente dei fuoriusciti, degli usciti fuori dal vivo della realtà italiana»)127, anche se in parte unilaterale, in quanto non teneva conto del significato politico-morale e di testimonianza che la Concentrazione aveva agli occhi della democrazia mondiale128, non era certo sbagliato – in relazione alla situazione interna italiana – e trova ampia conferma nei documenti di polizia del tempo. Un accenno di ripresa, sempre per altro limitata a piccoli gruppi prevalentemente costituiti da giovani intellettuali, si ebbe solo sulla fine del periodo che qui ci interessa con la costituzione, verso la metà del ’34 a Milano, del Centro interno socialista attorno a R. Morandi129. I suoi frutti si ebbero però negli anni successivi e in un contesto, internazionale e nazionale, ben diverso.
A parte i comunisti, che agivano però quasi esclusivamente tra gli operai e i contadini, gli unici che in Italia svolgessero una certa attività antifascista erano alcune formazioni, assai poco numerose, che se anche avevano, in varia misura, collegamenti con la Concentrazione (Giustizia e Libertà dal ’31 aveva addirittura una delega da essa per agire in Italia), in realtà si muovevano soprattutto nell’ambito di gruppi ed elementi intellettuali che si ricollegavano, piú che ai partiti tradizionali, alle esperienze di Gobetti, dell’Italia Libera, del «Non mollare», ecc. e puntavano su mezzi di lotta diversi da quelli tipici dei partiti che avevano dato vita alla Concentrazione. Tra queste formazioni debbono essere ricordate l’Alleanza Nazionale per la Libertà, la Giovane Italia e soprattutto Giustizia e Libertà. Tre formazioni per alcuni aspetti diverse, ma in vario modo collegate direttamente o indirettamente tra loro.
L’Alleanza Nazionale ebbe vita brevissima. Costituita a Roma nel giugno 1930 tra Lauro De Bosis, Mario Vinciguerra e Renzo Rendi, con l’incoraggiamento e l’aiuto di uomini come G. A. Colonna di Cesarò, B. Croce, U. Zanotti Bianco, il banchiere R. Ferlosio e padre E. Rosa della «Civiltà cattolica» e una piattaforma costituzionale monarchico-cattolica130, la sua attività si ridusse in pratica alla diffusione di nove circolari clandestine131 e fu stroncata alla fine dello stesso anno con l’arresto e la successiva condanna di Vinciguerra e di Rendi132. De Bosis, in quel momento all’estero, sfuggí all’arresto. L’anno dopo, il 3 ottobre ’31, con un aereo partito dalla Francia raggiunse il cielo di Roma e lasciò cadere sulla capitale un gran numero di manifestini invitanti gli italiani a stringersi attorno all’Alleanza Nazionale e il re a tornare ad essere «il campione della libertà». Sulla via del ritorno l’aereo però si inabissò in mare133.
La Giovane Italia era un’organizzazione di tutt’altro tipo: aveva un orientamento decisamente repubblicano e, stando almeno alle conclusioni alle quali pervenne la polizia – che, anche in documenti interni, le attribuí la paternità della preparazione e dell’attuazione di tutta una serie di azioni dinamitarde a scopo dimostrativo e del famoso «caso Bovone»134 – non era aliena dal ricorrere a metodi di lotta terroristici135. Secondo alcuni, sul suo tronco si sarebbe innestato ad un certo momento a Torino, e forse in altre località dell’Italia settentrionale, uno dei primi gruppi di Giustizia e Libertà; è certo, invece, che nulla essa aveva in comune con l’omonima organizzazione, di orientamento liberale, attiva nel ’27-28. Comunque sia, anche la sua penetrazione fu praticamente nulla e la sua attività – stroncata dalla polizia tra il ’31 e il ’32 – fu piú di danno che di vantaggio per l’antifascismo, poiché offrí alla propaganda del regime il destro per accusarlo di essersi ridotto al terrorismo fine a se stesso.
Per Giustizia e Libertà il discorso è in parte diverso, ma in parte lo stesso. È diverso per quel che riguarda il significato etico e politico che questo movimento ebbe, soprattutto nella formulazione del suo leader, Carlo Rosselli136; basta a questo proposito pensare al giudizio che – come si è visto – ne ha dato B. Croce e ai contatti che con Giustizia e Libertà ebbero uomini come lo stesso Croce, De Ruggiero e Sturzo. E, ancora, è diverso anche sotto il profilo della vitalità che Giustizia e Libertà ebbe e seppe conservare sia in Italia sia nell’emigrazione. È invece, almeno in parte, lo stesso se ci si riferisce all’attività che Giustizia e Libertà svolse tra il ’30 e il ’34 in Italia, alla sua capacità di penetrazione e soprattutto ai risultati pratici e politici che in questo periodo ebbe la sua attività. In un primo momento alcune iniziative propagandistiche di Giustizia e Libertà, come il volo di Bassanesi su Milano, l’11 luglio 1930137, ebbero una certa efficacia politica; cosí come non vi è dubbio che, a livello intellettuale, il programma politico del nuovo movimento incontrò alcune simpatie e valse a coagulare attorno a Giustizia e Libertà vari piccoli gruppi di antifascisti non comunisti piú attivi ed intransigenti, desiderosi di portare piú a fondo la loro lotta contro il fascismo e di stabilire contatti anche con la classe lavoratrice. Ben presto però, un po’ per smania d’azione, un po’ per l’influenza di alcuni elementi anarchici con i quali il movimento era in contatto sia in Italia sia soprattutto nell’emigrazione, un po’ per reagire ai primi gravi colpi infertigli dalla polizia fascista, anche Giustizia e Libertà si fece attrarre sulla strada dell’azione sensazionale e della ricerca di «colpi» clamorosi che facessero impressione sull’opinione pubblica italiana e internazionale e sminuissero il mito che il regime aveva costruito attorno al proprio apparato poliziesco, sulla strada, insomma, del terrorismo138. Le conseguenze di questo nuovo orientamento furono gravissime: i risultati positivi furono scarsissimi, quelli negativi, invece, assai pesanti. Esso, infatti, da un lato, provocò una immediata, frenetica contro-azione della polizia (nel ’32 la psicosi giellista negli ambienti del regime era tale che Mussolini, a cui il musicista I. Pizzetti aveva inviato in lettura il libretto dell’Orséolo, restituendoglielo lo invitò a evitare «il facile riferimento» delle parole Giustizia e Libertà che apparivano in un verso139), sotto i cui colpi finirono per cadere tutti i principali gruppi di Giustizia e Libertà attivi a Milano, Genova, Torino e Roma, nonché quello dei cattolici «neo-guelfi» che, a Milano, era in contatto con essi140. Da un altro lato, diede alla propaganda fascista la possibilità di inscenare una vasta e politicamente assai fruttifera campagna contro tutto l’antifascismo, accusandolo di anarchismo e di terrorismo e citando a sostegno di questa tesi tutta una serie di fatti che, accozzati l’un l’altro, non mancavano certo di drammaticità: il 24 ottobre 1929 a Bruxelles F. De Rosa aveva sparato al principe ereditario Umberto, il 3 febbraio 1931 a Roma era stato arrestato M. Schirru, accusato di voler attentare alla vita di Mussolini, il 2 luglio dello stesso anno, dopo che a Milano erano già stati intercettati due plichi esplosivi diretti al «Popolo d’Italia» e al «Corriere della sera», a Roma, allo scalo Tiburtino, si era verificata un’esplosione in cui erano periti due dipendenti delle ferrovie, il 29 novembre sempre del ’31 a Oneglia era stato scoperto altro materiale esplosivo introdotto clandestinamente dalla Francia, il 4 giugno 1932 a Roma era stato arrestato un altro presunto attentatore di Mussolini, A. Sbardellotto, sempre a Roma, infine, il 25 giugno 1933 si era verificato un piccolo attentato terroristico nella basilica di San Pietro141. Da un altro lato ancora, il nuovo orientamento di Giustizia e Libertà, infine, suscitò all’interno dello stesso fronte antifascista perplessità e critiche che, alla lunga, si ripercossero sulla stessa Concentrazione di Parigi e contribuirono alla sua fine142.
Alla luce di questo complesso di fatti e poiché – a parte quelle di cui abbiamo detto – altre attività di opposizione di un minimo di peso nel periodo ’29-34 o non ve ne furono143 o riguardavano situazioni del tutto particolari che non potevano influire sulla gran massa della popolazione o, se influivano, era in senso sostanzialmente profascista (ci riferiamo ai movimenti di opposizione «irredentista» attivi nelle minoranze di lingua tedesca nell’Alto Adige e soprattutto slave nella Venezia Giulia144), o si muovevano su un terreno del tutto diverso, per cui non possono essere assimilate all’opposizione antifascista vera e propria (ci riferiamo a certi ambienti cattolici di cui parleremo nel prossimo capitolo), alla luce di questo complesso di fatti, ripetiamo, è difficile negare al giudizio di Croce, da cui abbiamo preso le mosse per questo nostro breve excursus sull’antifascismo non comunista all’interno, una sua realistica validità: è infatti difficile affermare che – sotto il profilo di una effettiva penetrazione antifascista tra le masse e in particolare tra la borghesia – questo tipo di azione antifascista abbia avuto effettivo successo; in realtà, questo tipo di antifascismo non solo fu pagato ad un altissimo prezzo, in morti e in arrestati, ma si mosse su piccoli gruppi ed individui già politicamente orientati, senza riuscire a fare sostanzialmente breccia fuori di essi, mentre a livello dell’opinione pubblica o non modificò la situazione o giovò al fascismo; proprio il contrario di quello che, invece, l’opposizione «liberale» di tipo crociano alla lunga riuscí a realizzare col suo quotidiano lavoro di educazione morale e culturale.
Il panorama della situazione italiana negli anni tra la fine del ’29 e quella del ’34 può dirsi a questo punto pressoché completo, almeno nei suoi aspetti piú significativi e, in particolare, per quel tanto che può servire a dare una idea d’insieme dell’atteggiamento delle varie componenti della società italiana rispetto al regime. Nel prossimo capitolo esamineremo quale fu, nello stesso periodo, la politica fascista e potremo cosí valutare l’influenza che essa ebbe nel determinare meglio questo atteggiamento. Anticipando un solo problema a mo’ di esempio, è infatti fuori dubbio che, accanto a quanto si è già detto, una influenza tutt’altro che scarsa nel determinare quel clima di consenso che si stabilí in questi anni attorno al regime non poco contribuí il grande impegno, propagandistico ma anche effettivo, che questo mise nella politica d’intervento e di presenza nella vita economica e sociale del paese145 e soprattutto dei lavori pubblici e di bonifica: la bonifica dell’Agro pontino, la creazione di Littoria e di Sabaudia furono per Mussolini e il regime successi di cui non si deve assolutamente sottovalutare l’importanza. Cosí come non si può sottovalutare l’influenza che sul prestigio interno del regime ebbe, sempre in questo periodo, la politica estera mussoliniana, della quale parleremo nel quarto capitolo. Pur con tutte le sue contraddizioni e un certo suo innato avventurismo (che, per altro, solo raramente trasparivano e potevano essere colti dalla gran maggioranza degli italiani), in questi anni essa fu sostanzialmente una politica di prestigio, ma di pace: la piú adatta, cioè, a trovare il consenso popolare. Né va sottovalutato il fatto che, se l’avvento al potere di Hitler in Germania alla fine del gennaio ’33 suscitò in un primo momento timori e perplessità tra gli italiani anche per quel che riguardava i futuri rapporti tra i due regimi, la cautela con cui Mussolini si mosse nelle sue relazioni con la Germania nel ’33 e nella prima metà del ’34 e la fermezza, poi, con la quale fronteggiò nell’estate ’34 le mire nazionalsocialiste sull’Austria trovarono il consenso unanime – ben lo si può dire – degli italiani. E non solo dei fascisti, dei fiancheggiatori, della massa socializzata e inquadrata dal regime, ma anche di buona parte di coloro che, in varie forme, erano all’opposizione. Per aiutare a comprendere quanto l’andata al potere di Hitler in Germania e la nuova situazione internazionale cosí determinatasi influirono sull’atteggiamento della gran massa degli italiani, due piccoli, ma significativi esempi ci pare possano essere utili. Il primo ci è offerto da un passo di una lettera inviata a Mussolini da Luigi Einaudi il 6 luglio 1933 per chiedere la revoca della decisione di allontanare F. Ruffini e lui stesso dalla vice presidenza e dalla segreteria della R. Deputazione storica di Torino. Assai sintomaticamente esso diceva146:
La tolleranza fin qui usata verso i Ruffini, gli Einaudi e gli altri ad essi simiglianti può darsi non sia stata tuttavia del tutto infeconda. L’E. V. consenta che io Le esponga il motivo di questa mia impressione. In questi ultimi mesi, oltre il Patto a quattro e piú, direi, il Suo discorso, un altro fatto ha esaltato grandemente il nome e il governo dell’E. V. Esso non ha avuto naturalmente altrettanta risonanza nel grande pubblico internazionale; anzi è sentito per ora solo nella ristretta cerchia degli accademici, degli scrittori, di coloro che pensano e per cui la ricerca del vero è l’unico scopo della vita. Costoro contano poco come numero; alla lunga formano l’opinione del gregge umano.
Costoro sono rimasti scandolezzati ed inorriditi quando videro che cosa accadeva in Germania. E, per contrasto, il loro pensiero corse all’Italia. «La Germania hitleriana – riassumo quel che si lesse e si sentí – è la barbarie, è l’orda unna accampata in mezzo all’Europa, è il piú nero medio evo redivivo. L’Italia è cosa tutta diversa. Mussolini non perseguita gli ebrei; non licenzia a centinaia i professori. Ha chiesto ad essi bensí un giuramento, ma poi li lascia liberi nelle loro opinioni scientifiche; non dà ascolto agli asini, che da sé si dicono fascisti, per cacciar di seggio studiosi innocui accusati come antifascisti. Mussolini non brucia libri sulle pubbliche piazze e lascia ad Hitler il vanto di ripetere l’incendio della biblioteca di Alessandria. Egli non epura le Accademie e rispetta la scienza».
Non conosco abbastanza i fatti per erigermi a giudice dell’hitlerismo. Sta di fatto che l’opinione degli intellettuali di tutto il mondo pone ora un contrasto profondo tra i due regimi. Sta, ed è un esempio solo fra i tanti, che l’Einzig, autore di un libro recente sul fascismo, assai lodato dalla stampa italiana, ha creduto necessario, per non urtare contro un muro di diffidenza creato dalla recente esperienza tedesca, assicurare i lettori inglesi che egli, avversissimo all’hitlerismo, è invece estimatore del fascismo italiano, perché dal primo tutto diverso. Sta che l’E. V. ed il Suo governo riscuotono oggi plauso particolare in quella sezione dell’opinione pubblica mondiale, che è sempre stata la piú critica e difficile da guadagnare.
Il tema potrebbe essere assai piú largamente svolto se di una verbale esposizione si trattasse e non di una lettera, già fin troppo lunga. Le Sue vedute lungimiranti di pacificazione internazionale e di tolleranza interna sono contrastate non certo dagli uomini anziani, che si sono tratti in disparte; ma dagli omuncoli, i quali si arrampicano sulle spalle del fascismo per attendere alla soddisfazione di ambizioni, degne se giustificate dal merito, spregevoli se alla meta si giunge attraverso ad esclusive e pretesti, in cui in ogni tempo eccelsero gli azzeccagarbugli camuffati da giuristi.
Il secondo esempio – altrettanto sintomatico, in quanto mostra come persino negli antifascisti piú decisi si affacciasse ormai l’idea che il fascismo, se avesse saputo giocare bene le sue carte in politica estera, avrebbe potuto anche non cadere – è tratto da un rapporto informativo da Parigi nel quale, in data 2 settembre ’33, era riferita una dichiarazione di G. E. Modigliani sulla situazione internazionale e le prospettive che essa poteva aprire per il futuro del regime fascista. Parlando dell’atteggiamento di Mussolini verso Hitler, Modigliani avrebbe detto147:
Fino a che punto egli si è legato alla Germania di Hitler? Lo seguirà verso la inevitabile catastrofe, o farà macchina indietro orientandosi verso la Francia e l’Inghilterra? Saprà cogliere il giusto momento o arriverà troppo tardi, quando non ci sarà affatto bisogno di lui, e si troverà, cosí, isolato? Se a questo momento Mussolini seguirà Hitler la sorte del fascismo italiano è decisa; se lo abbandonerà al suo destino e si orienterà verso la Francia e l’Inghilterra potrà salvarsi.
Su tutti questi problemi torneremo ampiamente nei prossimi capitoli. Vi abbiamo voluto fare però qui cenno per completare provvisoriamente il quadro che siamo venuti delineando e richiamare l’attenzione anche su di essi, data l’importanza che essi ebbero nel creare attorno al regime quel consenso di massa che si tradusse nel risultato plebiscitario delle elezioni del 25 marzo 1934. Un risultato – certo – ottenuto in un clima illiberale e che quindi non può essere preso alla lettera, ma che rispecchiava grosso modo l’orientamento prevalente in quel momento tra gli italiani.
Note
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H. L. Matthews, I frutti del fascismo, Bari 1946, p. 257. ↩
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Oltre a singole opere alle quali si farà riferimento di volta in volta, si possono vedere, per un quadro d’insieme: Ist. centr. statistica, Sommario di statistiche storiche dell’Italia (1861-1965), Roma 1968; Id., Indagine statistica sullo sviluppo del reddito nazionale dell’Italia dal 1861 al 1956, Roma 1957; Svimez, Statistiche sul Mezzogiorno d’Italia (1861-1953), Roma 1954; B. Barbieri, I consumi nel primo secolo dell’Unità d’Italia (1861-1960), Milano 1961; Min. per la Costituente, Rapporto della Commissione Economica presentata all’Assemblea Costituente, Roma 1946-47, 13 voll.; S. B. Clough, Storia dell’economia italiana dal 1861 ad oggi, Bologna 1965; AA. VV., L’economia italiana dal 1861 al 1961, Milano 1961; Lo sviluppo economico in Italia, a cura di G. Fuà, Milano 1969, 2 voll.; F. A. Repaci, La finanza pubblica italiana nel secolo 1861-1960, Bologna 1962; U. Calderoni, I cento anni della politica doganale italiana, Padova 1961; P. Grifone, Il capitale finanziario in Italia, Torino 1971; M. Bandini, Cento anni di storia agraria italiana, Roma 1963; R. Romeo, Breve storia della grande industria in Italia, Bologna 1967; S. La Francesca, La politica economica del fascismo, Bari 1973; utili sono anche i volumi corrispondenti agli anni della «grande crisi» delle Prospettive economiche di G. Mortara, e degli annuari della Conf. Gen. Fasc. dell’industria italiana. Per un discorso generale sulla «grande crisi», si possono infine vedere: W. A. Lewis, Breve storia economica del mondo 1919-1939, Napoli 1968; J. K. Galbraith, Il grande crollo. La crisi economica del 1929, Milano 1966; AA. VV., Mouvements ouvriers et dépression économique de 1929 à 1939, Assen 1966. ↩
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Cfr. per esempio, G. Mortara, Prospettive economiche 1930, Milano 1930, pp. XVI sgg., e (piú cauto) Conf. Gen. Fasc. dell’industria italiana, Annuario 1930-VIII, Roma 1930, pp. 53 sgg. ↩
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Cfr. la tabella in Mussolini il fascista cit., II, p. 259. ↩
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Conf. gen. fasc. dell’industria italiana, Annuario 1930-VIII cit., p. 82. ↩
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Per una delineazione delle principali di queste ombre sono interessanti alcuni «Appunti sulla situazione economica italiana» redatti per Mussolini da Giorgio Mortara il 5 febbraio 1930, quando cioè l’economia italiana cominciava ormai a risentire della crisi statunitense e il governo stava studiando i primi provvedimenti per fronteggiare la nuova situazione (ACS, Segreteria particolare del Duce, Autografi del Duce, 1930, b. 6, fasc. 8, sottof. A). Secondo il Mortara, i principali fattori di disagio economico non legati alla crisi americana erano:
- l’alto saggio dell’interesse (derivante «dal contrasto fra la lenta accumulazione del risparmio in Italia e l’attiva richiesta di capitale da impiegarsi a fini produttivi, sia da parte dello Stato e di enti pubblici vari, sia da parte privata»); 2. il gravoso carico tributario (in relazione al reddito privato, «piú grave che in ogni altro paese» e riducibile solo con una grande diminuzione delle spese pubbliche); 3. la protezione doganale («le molteplici protezioni doganali sui vari prodotti, neutralizzandosi a vicenda, se non totalmente, almeno parzialmente, suscitano sempre nuove richieste di maggiore protezione; e gravando le industrie non protette, suscitano sempre nuove richieste di piú estesa protezione. È una valanga che tende ad ingrossare di continuo»); 4. i vincoli posti alla modificazione di alcuni elementi del costo di produzione e in primo luogo al costo della mano d’opera, «impedimenti che rendono piú arduo il superamento dei periodi di crisi e che si oppongono all’attuazione di piú razionali ordinamenti della produzione»; 5. l’eccessivo costo dei trasporti ferroviari; 6. l’incertezza sull’avvenire della moneta nazionale («moltissima gente ancora crede possibile e desiderabile un “ritocco” alla parità aurea della lira»), che, tra l’altro, impediva il rientro dall’estero di una certa quantità di capitali; 7. l’incertezza di fronte alle direttive del governo rispetto alle imprese private («il timore che lo Stato intervenga ad esercitare esso medesimo industrie – ad esempio quella elettrica – o a controllare rigidamente i prezzi dei prodotti di alcune industrie – es. elettrica, concimi – o ad imporre date condizioni di gestione in condizioni sfavorevoli del mercato – es. automobili – rende il pubblico diffidente verso investimenti in azioni o in obbligazioni anche di prim’ordine»); 8. la difettosa organizzazione di alcuni rami dell’attività economica (soprattutto nel campo commerciale, a causa della pletora e della pessima qualità degli intermediari); 9. «un certo disagio morale – inevitabile date le continue interferenze fra politica ed economia –, derivante dalla inferiorità di diritto e di fatto di una parte dei cittadini di fronte ad un’altra parte», e che «è cagione di scoraggiamento e di inerzia».
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I dati riprodotti nella tabella sono ricavati (salvo quelli relativi all’Italia) dalle stime pubblicate dal Bureau de Statistique delle Nazioni Unite in Statistiques du Revenu National de divers Pays (1938-1947), Lake Succes - New York 1948, pp. 129 sgg. Altri utili elementi comparativi si possono trovare in Economic development and Cultural change (Huter College Library, Periodicals Documents Division – University of Chicago), V, n. 1, ottobre 1956 (S. Kuznets ed.), pp. 5-79. ↩
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V. Paretti - G. Bloch, La production industrielle en Europe Occidentale et aux Etats-Unis de 1901 à 1955, in «Moneta e credito», ottobre-dicembre 1956, pp. 255 sgg. ↩
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Cfr. a questo proposito C. Clark, Lo sviluppo dell’economia italiana (L’incremento del reddito reale per uomo ora dal 1901 al 1953), ivi, luglio-settembre 1954, pp. 261 sgg. ↩
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W. A. Lewis, Breve storia economica del mondo (1919-1939) cit., p. 197. ↩
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A. Aquarone, Italy: the crisis and corporative economy, in «Journal of Contemporary history», ottobre 1969, p. 38. ↩
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Il rapporto percentuale dell’indice dei prezzi all’ingrosso dell’agricoltura all’indice dei prezzi dell’industria negli anni 1929-38 fu il seguente: 1929: 97; 1930: 92,1; 1931: 92; 1932: 92,9; 1933: 83,4; 1934: 87,1; 1935: 90,2; 1936: 86,6; 1937: 89,8; 1938: 84,7. ↩
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Le rilevazioni della Cassa nazionale per le assicurazioni sociali sono riepilogate in prospetti mensili, nei quali sono raccolti i dati relativi ai disoccupati e sottoccupati, divisi per regioni e per settori e categorie di industrie. Cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris., 1932, sez. II, bb. 39 e 47. Le rilevazioni del ministero delle Corporazioni sono riepilogate in rapporti riservati, prima bimestrali, poi trimestrali, sulle condizioni delle industrie in Italia, assai precisi ed informati, redatti sulla base degli elementi raccolti mensilmente dall’Ispettorato corporativo in circa 6500 stabilimenti e 24 rami di industria. Di questi rapporti una copia veniva regolarmente trasmessa a Mussolini. Cfr. ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1931-33), bb. 651-53, fasc. 3.2.15/377.
Le rilevazioni del ministero dell’Interno sono riepilogate in prospetti statistici mensili relativi sia alla situazione industriale in genere, sia alla disoccupazione operaia e al mercato del lavoro in particolare. Questi prospetti sono assai utili per seguire l’andamento delle chiusure e delle riaperture degli stabilimenti, l’apertura di nuovi, il numero di quelli che lavoravano a turni e con personale ridotto. Cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris., 1932, sez. II, bb. 39 e 47.
Secondo la Confindustria (si veda un suo «Pro-Memoria sull’attendibilità delle statistiche della disoccupazione», in data 21 settembre 1934, trasmesso lo stesso giorno da A. Pirelli a Mussolini) il numero dei disoccupati sarebbe stato in realtà minore; nelle statistiche ufficiali infatti sarebbero state conteggiate «persone che non possono, a rigore, considerarsi tali», persone computate piú volte (perché iscritte a piú uffici di collocamento) e persone che non erano piú disoccupate (ma che, essendosi iscritte in piú uffici, risultavano ancora tali in alcuni). ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario (1922-43), fasc. 500 486, «Roma - Conf. Fascista degli Industriali». ↩
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Il sistema di ridurre le ore lavorative per evitare il piú possibile i licenziamenti fu nel periodo della crisi teorizzato e praticato ampiamente. Non mancarono neppure coloro che avrebbero voluto sostituire negli uffici e nelle fabbriche le donne con gli uomini o che sostennero la tesi che si dovessero ridurre le ore lavorative, aumentare la mercede oraria e creare cosí posti di lavoro per i disoccupati. A parte le difficoltà economiche, questa tesi fu per altro osteggiata da piú parti (anche da cattolici) con l’argomento che le ore di «ozio» avrebbero potuto avere per i lavoratori «effetti morali disastrosi». Cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario (1922-43), fasc. 6028. ↩
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In data 31 ottobre 1930 G. Bottai, trasmettendo a Mussolini la solita rilevazione trimestrale sulle condizioni dell’industria, cosí scriveva:
«In relazione all’aggravamento verificatosi negli ultimi mesi nella crisi economica mondiale, determinato principalmente dalla nuova caduta dei prezzi delle materie prime e dal persistente andamento sfavorevole degli altri fattori che hanno determinato la crisi, la situazione delle nostre industrie, che già da circa un anno era difficile, ha subíto una ulteriore depressione.
«È da rilevare peraltro che le materie prime che interessano le nostre branche industriali, e specialmente quelle tessili e quelle metallurgiche, hanno raggiunto prezzi talmente bassi che non sembrano suscettibili di ulteriori riduzioni, ed è quindi da ritenere che non potrà tardare molto una ripresa, che varrebbe a risvegliare prontamente gli affari e l’attività delle nostre fabbriche, le quali non sono gravate da notevoli stocks di magazzino.
«In relazione allo squilibrio fra i costi di produzione ed i prezzi offerti dal mercato – squilibrio che non è ancora stato possibile eliminare malgrado l’adozione di notevoli riforme tecniche e le riduzioni apportate alle spese generali – è andata diffondendosi nel ceto industriale la convinzione della urgente necessità di addivenire a notevoli diminuzioni dei salari; in alcune zone sono già intervenuti in proposito speciali accordi, ed alcune ditte hanno, anche senza preventivo accordo, apportato direttamente riduzioni di mercede, dando luogo a vertenze.
«Il mercato interno permane tuttora sensibilmente depresso in relazione principalmente al disagio che attraversa l’economia agricola, alle restrizioni del consumo cui sono costrette le classi operaie e alle difficoltà del credito. Anche le esportazioni risultano alquanto difficili, né presentano per ora sintomi di ripresa.
«Mentre in un primo tempo alla crisi del mercato ed alla conseguente notevole contrazione dell’attività delle fabbriche si fece fronte con il licenziamento di un limitato numero di operai e con una sempre piú estesa applicazione dello short-time, negli ultimi mesi, in considerazione del fatto che ancora non si delinea una fase di ripresa, è andata accentuandosi fra i gruppi industriali che gestiscono e controllano piú stabilimenti la tendenza a procedere alla sospensione totale del lavoro in alcune fabbriche per concentrare la produzione in quelle che, per la loro posizione geografica o per la piú moderna attrezzatura tecnica, sono in grado di produrre piú economicamente. Tale programma ha già avuto una parziale applicazione negli scorsi mesi» (ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti [1919-1936], b. 406). ↩
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Secondo i dati medi rilevati dal ministero delle Corporazioni l’andamento dei prezzi al minuto dei principali generi di consumo popolare sarebbe stato il seguente:
1926 / nov. —— 1927 / nov. —— 1928 / nov. —— 1929 / nov. —— 1930 / ott. —— 1930 / nov. —— 1930 / dic.
Pane —— 2,56 —— 1,72 —— 1,76 —— 1,79 —— 1,87 —— 1,81 —— 1,67
Farina —— 2,72 —— 1,82 —— 1,84 —— 1,95 —— 2,01 —— 1,87 —— 1,74
Farina di granturco —— 1,67 —— 1,28 —— 1,46 —— 1,38 —— 1,22 —— 1,11 —— 0,94
Riso —— 2,89 —— 1,74 —— 1,89 —— 1,88 —— 1,62 —— 1,53 —— 1,28
Fagioli —— 2,27 —— 2,00 —— 3,18 —— 3,02 —— 2,25 —— 1,91 —— 1,59
Pasta —— 3,58 —— 2,69 —— 2,60 —— 2,61 —— 2,60 —— 2,65 —— 2,42
Patate —— 0,87 —— 0,82 —— 0,88 —— 0,77 —— 0,63 —— 0,66 —— 0,58
Carnebovina —— 11,99 —— 8,19 —— 8,27 —— 9,93 —— 10,48 —— 10,63 —— 9,77
Carnesuina —— 11,49 —— 10,08 —— 11,07 —— 11,39 —— 11,53 —— 10,72 —— 9,41
Salami —— 21,68 —— 21,13 —— 21,60 —— 21,89 —— 21,54 —— 21,46 —— 19,54
Baccalà —— 6,49 —— 4,71 —— 4,89 —— 5,10 —— 4,85 —— 4,87 —— 4,33
Uova (dozz.) —— 10,84 —— 8,75 —— 8,83 —— 8,58 —— 7,12 —— 8,35 —— 7,94
Lardo —— 10,97 —— 9,00 —— 10,09 —— 10,25 —— 9,32 —— 9,21 —— 8,08
Formaggio —— 21,80 —— 20,02 —— 19,01 —— 18,68 —— 16,65 —— 15,90 —— 14,23
Strutto —— 10,46 —— 8,39 —— 8,76 —— 8,62 —— 7,69 —— 7,67 —— 6,71
Burro —— 21,39 —— 18,06 —— 18,24 —— 17,67 —— 15,57 —— 15,91 —— 11,07
Olio —— 11,60 —— 10,30 —— 9,06 —— 7,14 —— 6,28 —— 6,74 —— 6,43
Zucchero —— 7,60 —— 7,09 —— 6,87 —— 6,91 —— 6,59 —— 6,49 —— 6,47
Caffè —— 36,18 —— 29,67 —— 30,42 —— 30,26 —— 31,39 —— 30,90 —— 29,10
Latte —— 1,80 —— 1,45 —— 1,48 —— 1,50 —— 1,43 —— 1,20 —— 1,15
Carbone (Mg) —— 7,26 —— 6,62 —— 6,35 —— 6,64 —— 6,24 —— 6,01 —— 5,58
Questi prezzi non divergono molto dalle medie annue elaborate dall’ISTAT e riportate in Sommario di statistiche storiche dell’Italia cit., pp. 119 sg.
Secondo i dati ufficiali del tempo la diminuzione del costo della vita tra la fine del novembre e gli inizi del dicembre ’30 si sarebbe aggirata tra il 12 e il 10 per cento. Del 10 per cento fu anche la riduzione stabilita tra il ’30 e il ’31 per i fitti urbani, che subirono un’altra riduzione nel ’34. ↩
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Il 29 novembre Mussolini telegrafò a tutti i prefetti dell’Alta Italia: «Riferirmi come è stata accolta ambienti operai riduzione otto per cento loro salari». Le risposte furono in genere rassicuranti; secondo i prefetti le riduzioni erano state accolte «con disciplina»; secondo alcuni, erano attese, secondo altri, erano state accettate «pur di ottenere continuità lavoro», secondo altri ancora, erano considerate «sopportabili, purché armonizzate con ribasso generi di consumo e pigioni». Cfr. ACS, Min. Interno, Gabinetto, Ufficio cifra (1930), tel. in partenza 29 novembre, n. 35 317, e tell. in arrivo novembre-dicembre. ↩
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A questi accordi si deve aggiungere la riduzione del 12 per cento di tutti gli stipendi dei dipendenti dello Stato e degli enti locali e parastatali. ↩
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Si veda a questo proposito Conf. gen. dell’industria italiana, Annuario 1931-32 - X, Roma 1932, pp. 883 sgg. ↩
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ACS, Segreteria particolare del Duce, Autografi del Duce, 1930, b. 6, fasc. 8, sottof. A. ↩
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Nel consueto rapporto trimestrale sulle condizioni delle industrie del ministero delle Corporazioni per i mesi di aprile-giugno ’31 si diceva:
«La gravità della situazione economica ha determinato in questi ultimi mesi un notevole movimento da parte degli industriali inteso ad ottenere nuove riduzioni salariali, che le organizzazioni operaie non hanno potuto, nella maggior parte dei casi, evitare. I datori di lavoro fanno particolarmente osservare che in alcuni rami di industria, piú colpiti dalla crisi e che presentano notevoli sperequazioni fra i salari delle aziende dislocate nelle varie regioni, è necessario addivenire sollecitamente ad un migliore assestamento dei salari, con eventuali riduzioni nelle zone a salario piú elevato, e ciò allo scopo di evitare la rovinosa chiusura delle aziende dislocate in dette zone, che in genere sono fra le meglio attrezzate.
«Gli industriali affermano inoltre che la necessità di queste riduzioni diventa in alcuni casi impellente, perché esse costituiscono l’unico mezzo di immediata efficacia atto a ridurre i costi di produzione, e che in ogni caso, agli effetti degli interessi generali della produzione, è sempre da preferire che le riduzioni salariali, ritenute indispensabili, vengano disciplinate in modo da evitare gravi differenze fra zona e zona non strettamente giustificate, invece che le stesse vengano attuate senza coordinazione e sotto la pressione di gravi contingenze, con la conseguenza di aumentare il turbamento della situazione generale dei singoli rami e di disorientare il mercato, nonché di rendere precaria la continuità del lavoro in qualche azienda.
«È da rilevare peraltro che le riduzioni dei salari portano in un primo tempo ad una ulteriore depressione del mercato interno, ma a ciò si obietta dagli industriali che esse possono valere contemporaneamente a risvegliare le esportazioni, come si è già verificato in alcuni rami, e principalmente per la industria laniera, la quale, specialmente in seguito alle sensibili riduzioni salariali praticate da diverso tempo, ha potuto sviluppare notevolmente in questi ultimi mesi le sue esportazioni». ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1931-33), b. 651, fasc. 3.2.15/377. ↩
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ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1931-33), b. 651, fasc. 3.2.15/377. ↩
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A proposito delle conseguenze di questa riduzione alla spicciolata è da notare quanto si legge nel rapporto trimestrale per i mesi di gennaio-marzo ’32 del ministero delle Corporazioni:
«La concorrenza sul mercato interno ha assunto da qualche tempo, specialmente per le indu-
strie manifatturiere, fornite di notevole asprezza. Poiché il salario è l’unico coefficiente importante che, con le sue variazioni, può avere una immediata ripercussione sui prezzi, la concorrenza ha determinato una continua richiesta di successive riduzioni salariali, motivate da sperequazioni piú o meno esistenti fra le varie zone o fra le aziende. Però i vari contratti di lavoro che in seguito a tali richieste sono stati successivamente stipulati, hanno talora contribuito a perturbare l’andamento delle industrie ed a disorientare il mercato, dato che gli industriali di volta in volta favoriti da riduzioni salariali ne hanno approfittato per praticare prezzi di vendita inferiori a quelli cui erano costrette le aziende il cui salario rimaneva invariato, dando luogo a nuove richieste di riduzioni da parte di queste. «È pertanto di notevole importanza, nel presente momento, il problema di imprimere alla regolamentazione dei salari direttive tali da assicurare eguali oneri salariali per zone quanto piú estese possibile, contenendo le differenze che si rendessero necessarie fra le varie regioni, per condizioni speciali, entro limiti ristretti». ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1931-33), b. 651, fasc. 3.2.15/377. ↩
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Nell’industria le controversie sorte in sede di applicazione dei contratti collettivi furono nel 1929 24 499 (risolte 16 698), nel 1930 35 001 (risolte 24 433), nel 1931 49 807 (risolte 34 431). ↩
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Per una valutazione della contrattazione collettiva negli anni del regime cfr. G. Giugni, Esperienze corporative e post-corporative nei rapporti collettivi di lavoro in agricoltura, in «Il mulino», nn. 51-52, febbraio 1956, pp. 3 sgg.; per un esame tecnico-giuridico cfr. invece P. Marrani, Il contratto collettivo di lavoro, Padova 1935. ↩
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Per il testo dell’accordo (compresi i punti sui quali le due organizzazioni rimasero in disaccordo) cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario (1922-43), fasc. 300 486, «Roma - Conf. Fascista degli Industriali». ↩
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Cfr. Conf. fasc. lavoratori dell’industria, L’organizzazione dei lavoratori dell’industria 1934-1935 - Xii-XIII, Roma 1936, pp. 316 sgg. ↩
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Per una visione di insieme cfr. C. Vannutelli, Les conditions de vie des travailleurs italiens au cours de la période 1929-1939, in AA. VV., Mouvements ouvriers et dépression économique cit., pp. 302 sgg. ↩
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Per quelli dei dipendenti civili dello Stato cfr. Sommario di statistiche storiche dell’Italia cit., p. 129. ↩
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Analisi delle condizioni salariali in agricoltura sono state tentate, tra gli altri, da G. Salvemini, Sotto la scure del Fascismo, Torino 1948; da G. Gaddi, La misère des travailleurs en Italie fasciste, Paris 1938; e da G. Merlin, Com’erano pagati i lavoratori durante il fascismo, Roma 1970. ↩
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Qualche elemento in Conf. naz. degli agricoltori, Dieci anni di attività sindacale (Mcmxxii-MCMXXXII), Roma XI. ↩
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Per le ore di lavoro nell’industria i dati piú attendibili, riferiti al numero medio mensile di esse, sono quelli di cui si è servito il Vannutelli (Les conditions de vie des travailleurs italiens cit., p. 314):
1929 —— 182 —— 1934 —— 172
1930 —— 175 —— 1935 —— 159
1931 —— 170 —— 1936 —— 157
1932 —— 168 —— 1937 —— 163
1933 —— 174 —— 1938 —— 159 ↩
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Polemiche in questo senso si ebbero già in periodo fascista. Una delle piú interessanti ed indicative fu suscitata dalla pubblicazione da parte della Confederazione nazionale dei sindacati fascisti dell’agricoltura di un volume su I salari nell’agricoltura tratti dai contratti di lavoro dal 1913 al 1931, Roma 1931, con prefazione di L. Razza. In questa pubblicazione la CNSFA si serví, invece che degli indici elaborati dall’Istituto centrale di statistica, per il salario nominale di un indice costruito in base a delle proprie rilevazioni e per il costo della vita del ben noto indice costruito dal Comune di Milano. Come appare dalla tabella seguente, il quadro della situazione salariale in agricoltura risultante dall’adozione di questi due indici era assai diverso da quello accreditato dall’Istituto centrale di statistica. Da qui le proteste del presidente di questo, Corrado Gini, presso lo stesso Mussolini e una vivace polemica con Luigi Razza, presidente della Cnsfa (che nel corso di essa definí «unilaterali» le statistiche dell’ISTAT «aventi riflessi con la politica salariale e in genere operaia» e ricordò come l’indice del Comune di Milano fosse adottato anche dal B.I.T. e da tutti gli enti e organi stranieri). Per la lunga e vivace polemica cfr. ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1931-33), fasc. 3.2.6/3033.
Indice del salario nominale / a —— Indice del costo della vita / di Milano / b —— Indice del costo della vita / nazionale / c —— Indice del salario reale in base all’indice del costo della vita / di Milano / 100 a/b —— Indice del salario reale in base all’indice del costo della vita / nazionale / 100 a/c
1919 —— 437,1 —— 327,3 —— 268,1 —— 133,5 —— 163,0
1920 —— 485,0 —— 442,3 —— 352,3 —— 109,7 —— 137,7
1921 —— 552,1 —— 541,4 —— 416,8 —— 102,0 —— 132,5
1922 —— 538,6 —— 500,7 —— 414,3 —— 107,6 —— 130,0
1923 —— 530,0 —— 494,0 —— 411,9 —— 107,3 —— 128,7
1924 —— 529,4 —— 527,1 —— 426,4 —— 100,4 —— 124,2
1925 —— 581,7 —— 610,8 —— 479,0 —— 95,2 —— 121,4
1926 —— 586,2 —— 654,2 —— 516,7 —— 89,6 —— 113,5
1927 —— 576,5 —— 587,9 —— 472,4 —— 98,1 —— 122,0
1928 —— 537,2 —— 529,8 —— 437,8 —— 101,4 —— 122,7
1929 —— 532,5 —— 545,1 —— 445,6 —— 97,7 —— 119,5
1930 —— 513,3 —— 530,1 —— 430,5 —— 96,8 —— 119,2
1931 (I sem.) —— 431,8 —— 492,0 —— 395,9 —— 87,8 —— 109,1 ↩
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Cfr. C. Vannutelli, Occupazione e salari dal 1861 al 1961, in L’economia italiana dal 1861 al 1961, Milano 1961, p. 570; e vedi anche la tabella a pp. 593-94. ↩
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Sul problema torneremo piú avanti; per una prima informazione cfr. L. Riva - Sanseverino Gilardi, La législation sociale en Italie pendant la période comprise entre 1929 et 1939, in Mouvements ouvriers et dépression économique cit., pp. 274-588. ↩
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Cfr. C. Vannutelli, Les conditions de vie des travailleurs italiens cit., p. 313. ↩
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Cfr. ID., Occupazione e salari dal 1861 al 1961 cit., p. 594. ↩
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Il costo della vita è, in genere, rilevato per i prezzi al consumo sulla base dei dati del «Bollettino mensile dei prezzi» pubblicato come supplemento della «Gazzetta ufficiale». I prezzi riportati dal bollettino erano quasi sempre inferiori a quelli realmente praticati. Sintomatico è a questo proposito l’articolo di A. De Stefani, Prezzi, in «Corriere della sera», 6 marzo 1934 (riprodotto in ID., L’ordine economico nazionale, Bologna 1935, pp. 83 sgg.), in cui, rilevata la discordanza tra i prezzi del bollettino e quelli effettivamente praticati, è detto: «Qualcuno potrebbe andarsene al mercato con questo fascicolo sotto il braccio e controllarvi i prezzi del bottegaio o della venditrice di cavoli e di lattuga. Ne tornerebbe a casa con dei dispiaceri spirituali certamente. Il bottegaio non ne ha voluto sapere dei prezzi ufficiali del suo cliente. Prezzi medi. I prezzi veri, si sa, devono valere spesso qualche cosa di piú...» ↩
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Questi dati trovano conferma nelle ripetute affermazioni della Confindustria secondo le quali negli anni della «grande crisi» i salari industriali non solo non erano diminuiti, ma, anzi, erano mediamente aumentati. Cfr., per esempio, Conf. gen. fasc. dell’industria italiana, Annuario 1931-32 – X cit., pp. 873 sgg. ↩
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Cfr. B. Barbieri, I consumi nel primo secolo dell’Unità d’Italia (1861-1960), Milano 1961, p. 62. ↩
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Per alcuni elementi di confronto tra le condizioni di vita degli operai francesi e italiani negli anni in questione cfr. J. Lhomme, L’évaluation du revenu global de la classe ouvrière en France de 1929 à 1939, in Mouvements ouvriers et dépression économique cit., pp. 220 sgg. ↩
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Cfr. per esempio, Conf. naz. sindacati fascisti dell’industria, Congresso nazionale (aprile 1933), Roma 1933. ↩
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Nel decennio ’30-40, tra imposte erariali e locali, si giunse a sfiorare il 30 per cento del reddito nazionale al costo dei fattori. Secondo C. Clark, Lo sviluppo dell’economia italiana cit., p. 264, questo rapporto era il «piú alto nel mondo per quell’epoca». ↩
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Per i termini generali del problema cfr. C. S. Maier, Between Taylorism and Technocracy: European ideologies and the vision of industrial productivity in the 1920s, in «Journal of Contemporary history», marzo-aprile 1970; P. Fiorentini, Ristrutturazione capitalistica e sfruttamento operaio in Italia negli anni venti, in «Rivista storica del socialismo», gennaio-aprile 1967. ↩
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ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1930-31), (1932), (1933), sez. II, bb. 61, 63, 67. ↩
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Le cifre relative alle dimostrazioni a carattere collettivo non debbono essere prese nel loro valore assoluto, ma solo come indicative di un andamento generale. Sotto tale denominazione, infatti, le autorità di PS rubricavano qualsiasi genere sia di manifestazione di protesta sia di turbamento dell’ordine pubblico ad opera di piú persone (quali, per esempio, incidenti in occasione di una partita di calcio, proteste per il trasferimento di un parroco, di un ufficio pubblico, per un momentaneo disservizio, per il degenerare di una rissa, ecc.). Negli anni ’30-33 assai frequenti tra i casi di dimostrazioni a carattere collettivo si fecero le manifestazioni contro la disoccupazione e contro il carico fiscale. A mo’ di esempio si riproduce qui di seguito il dettaglio delle 14 «dimostrazioni di carattere collettivo» del dicembre ’33 (ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. [1933], sez. II, b. 67):
Elenco delle dimostrazioni di carattere collettivo verificatesi durante il mese di dicembre 1933. XII.
Belluno. 2 dicembre 1933. XII
Villagrande. Ottanta donne ed ottanta scolari recaronsi davanti all’edificio scolastico ed al Municipio per protestare contro il trasferimento del maestro Vecellic.
L’Arma ristabilí la calma.
Bologna. 16 dicembre 1933. XII
Imola. Circa settanta contadini in seguito a sospensione lavoro si sono recati al Municipio per ottenere che la giornata fosse considerata lavorativa. L’Arma provvide ad allontanarli ristabilendo l’ordine.
Cagliari. 28 dicembre 1933. XII
Fordongianus. Circa sessanta persone riunivansi allo scopo di recarsi al Municipio e protestare contro l’amministrazione delle tasse.
L’Arma sciolse il gruppo dei dimostranti ristabilendo l’ordine.
Catania. 10 dicembre 1933. XII
Sciare comune Giarre. Cento contadini abbatterono 300 metri di muro della strada comunale tagliando viti ed alberi con danno di privati.
L’Arma ristabilí l’ordine procedendo contro i responsabili.
Chieti. 11 dicembre 1933. XII
Montazzoli. Circa cento persone riunivansi per protestare contro l’applicazione della tariffa per vaccinazione suini e visita caprini ritenuta esagerata.
L’Arma ha sciolto i dimostranti ed ha ristabilito l’ordine.
Ferrara. 28 dicembre 1933. XII
Comacchio. Un centinaio di disoccupati si recò al Municipio per invocare soccorsi. Si sciolsero pacificamente avendo avuta promessa di aiuti dalle opere assistenziali.
Foggia. 8 dicembre 1933. XII
Margherita di Savoia. Circa cento scaricatori saline inscenarono dimostrazione di protesta contro ordine di eseguire per via terra il trasporto del sale. L’Arma sciolse i dimostranti ristabilendo l’ordine.
Grosseto. 18 dicembre 1933. XII
Porto Santo Stefano. Circa cento scaricatori del Porto disoccupati si sono presentati a quel Capitano di Porto chiedendo lavoro. Dopo assicurazioni si sciolsero senza incidenti.
Messina. 17 dicembre 1933. XII
Tripi. Circa duecento persone presentaronsi quel Podestà per protestare contro l’applicazione della tassa focatico. Allontanaronsi poi spontaneamente senza incidenti.
Napoli. 13 dicembre 1933. XII
Frattamaggiore. In seguito al passaggio della gestione del Canapificio circa duecento operai chiesero al Direttore l’indennità di licenziamento. Una operaia lanciò un pezzo di vetro contro il Direttore. L’Arma ristabilí l’ordine denunziando l’operaia. Il lavoro è stato ripreso.
Reggio Calabria. 5 dicembre 1933. XII
Ardore. Circa centocinquanta persone asportarono statue sacre da chiesa baraccata invasa dalle acque in altra in muratura. Poiché l’arciprete si oppose si accese una manifestazione ostile che l’Arma stroncò in tempo ristabilendo l’ordine pubblico.
Trento. 9 dicembre 1933. XII
Ossana. Una cinquantina di persone si recarono davanti al Municipio per protestare contro l’applicazione della tassa di famiglia.
L’opera pacificatrice del Commissario prefettizio fece ritornare la calma, e ristabilire l’ordine.
Viterbo. 6 dicembre 1933. XII
Onano. Circa sessanta operai muniti di attrezzi di lavoro si son presentati a quel Comandante la Stazione dei RR. CC. per essere accompagnati al lavoro nel taglio del bosco in sostituzione di altri operai forestieri. L’Arma procedette al fermo dei sobillatori allontanando gli altri. Disposta vigilanza per reprimere eventuale perturbamento dell’ordine pubblico.
Viterbo. 17 dicembre 1933. XII
Vignanello. Circa duecento persone davanti all’ufficio dell’imposte di consumo emettendo fischi e grida di protesta contro quell’agente ritenuto responsabile del guasto della bascula e conseguente frode in danno dei proprietari dei suini mattati. L’Arma ristabilí l’ordine. ↩
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Le principali agitazioni furono quelle verificatesi il 3-4 aprile 1930 a Martina Franca (Taranto) per protesta contro l’imposta di consumo sul vino (gravi incidenti, con intervento di militi e marinai e 114 arresti); il 3 luglio e il 9 settembre, rispettivamente a San Benedetto dei Marsi e a Linguaglossa, per protesta contro le tasse comunali; a Torino il 24-26 novembre 1930, ad opera di disoccupati; il 5 febbraio 1931 a Lurate Caccivio (Como), per uno sciopero di tessili; il 13 febbraio 1931 a Novoli (Lecce), per protesta contro le tasse comunali; il 25 febbraio 1931 a Napoli, per uno sciopero alle Cotoniere Meridionali; il 26 febbraio 1931 a Mariano Comense, per uno sciopero di tessili; il 23 marzo 1931 a Poggio a Caiano (Firenze), per protesta contro una serie di sfratti collettivi; il 18-21 marzo 1931 a Legnano, per uno sciopero di protesta per l’annunciata diminuzione dei salari delle operaie del Cotonificio Cantoni (in totale si astennero dal lavoro sino ad un massimo di 800 dipendenti); il 15 maggio 1931 a Nembro (Bergamo), per uno sciopero ai Cotonifici Crespi; nel giugno 1931 nel Vercellese, Novarese e Pavese, per un grande sciopero delle mondine; nell’ottobre-novembre 1931 in varie località della provincia di Trapani, per uno sciopero per ottenere la revisione delle affittanze agrarie (con gravi incidenti, «spari d’arma contro case rurali, incendi, comparse di gruppi armati, apposizione di croci e di scritti intimidatori»; e a piú riprese durante buona parte del 1932 in varie località della provincia di Bari (Bitetto, Casamassima, Corato, Noci, Putignano, ecc.), per proteste contro la disoccupazione, le basse paghe e le tasse troppo elevate.
Di quasi tutte qucste agitazioni (e di molte altre di minore importanza) trapelarono notizie anche all’estero, soprattutto ad opera della stampa antifascista. Per alcune di esse si possono vedere le rievocazioni, in genere un po’ agiografiche, fatte dopo la liberazione: per esempio, quelle di T. Lupi, Nelle fabbriche spezzine, e di M. Lizzero, Sciopero a Cividale, in AA. VV., Il prezzo della libertà. Episodi di lotta antifascista, Roma 1958, pp. 168 sgg. e 182 sgg. Per l’agitazione di Martina Franca cfr., invece, P. Robotti - G. Germanetto, Trent’anni di lotte dei comunisti italiani (1921-1951), Roma 1952, pp. 92 sg. ↩
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A Torino (cfr. i documenti pubblicati da A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario, Torino 1965, pp. 541 sgg.) nella seconda quindicina del novembre 1930 i disoccupati erano oltre 25 mila (tra cui 6200 donne) e oltre 11 mila erano i lavoratori a orario ridotto alla sola Fiat (su circa 28 mila addetti). La mattina del 24 novembre circa 300 disoccupati dopo aver invano chiesto lavoro all’Ufficio di collocamento, si avviarono verso la prefettura al grido «vogliamo pane e lavoro»; la manifestazione fu sciolta pacificamente, ma si ripeté il giorno dopo forte di un migliaio di partecipanti; si ebbero incidenti, arresti e tentativi di liberare un arrestato. Un’altra manifestazione, con incidenti e arresti, si ebbe anche il 26. Il 27 l’ordine venne definitivamente ristabilito, sia grazie ad un notevole spiegamento di forze di polizia e a numerosi arresti (nei tre giorni oltre 200) sia grazie a una serie di provvedimenti, quali la distribuzione di buoni viveri e l’assunzione di un certo numero di disoccupati per lavori autostradali. Nei giorni successivi – su ordine venuto da Roma – fu iniziato il rastrellamento e il rimpatrio sistematico dei disoccupati originari di altri comuni (a ogni disoccupato venne dato un sussidio di 25-200 lire a seconda se solo o con famiglia). Il 27 novembre sera i rastrellati da rimpatriare erano già 3000, oltre i familiari. I rimpatri si succedettero a ritmo piú o meno costante sino a tutto il 1931.
La notizia delle manifestazioni torinesi, per quanto le autorità fasciste cercassero di tenerla nascosta, ebbe all’estero vasta eco. Dopo i fatti del novembre ’30 la situazione rimase a Torino a lungo pesante per il perdurare della disoccupazione e per i provvedimenti repressivi presi contro alcuni disoccupati locali (i provvedimenti contro gli immigrati furono invece accettati in genere con simpatia). Ancora alla fine del ’31 il comando della MVSN del capoluogo torinese riferiva a Roma:
«La situazione politico-economica di Torino purtroppo continua a mantenersi in crisi.
«Il malcontento degli operai e del personale impiegatizio è generale. Tale malcontento è dovuto al trattamento economico, alle poche giornate lavorative settimanali ed alla tema di venire licenziati dal lavoro da un momento all’altro.
«Come già dissi altre volte, nelle passate relazioni, la situazione di Torino è molto difficile, anche perché le classi intellettuali e borghesi non solo non coadiuvano il Partito nelle sue opere di ricostruzione, ma lo avversano, lo criticano, lo odiano, con la vana speranza di poter far rivivere un giorno i tempi ormai lontani e tramontati della liberal-democrazia.
«Torino, salvo la piccola percentuale di iscritti al PNF, non è stata mai Fascista, e se in un
primo tempo fu simpatizzante lo fu per paura di una rivoluzione bolscevica e con la certezza che il movimento fascista fosse un fenomeno transitorio e di trascurabile importanza».
Solo col migliorare della situazione economica, anche lo stato d’animo dei lavoratori torinesi e di alcuni settori del ceto medio tornò quello di prima delle agitazioni del ’30. In un rapporto della fine di novembre del ’33 si legge:
«In un sopraluogo effettuato a Torino, la situazione politica ed economica di questa provincia, mi è apparsa completamente cambiata da quella già fatta nota precedentemente. Al senso di malessere e di timore che esisteva fino a poco tempo fa, subentra ora uno stato di fidente attesa e di fiducia notevole che viene in gran parte giustificato con il fatto che la Fiat prosegue anche in questo periodo una forte produzione e che in genere i maggiori stabilimenti hanno limitato i licenziamenti a cifre inferiori a quelle del corrispondente periodo dell’anno precedente.
«Il complesso delle opere eseguite dalle pubbliche amministrazioni, il fatto che Torino è stata prescelta come sede di importanti manifestazioni, sono stati coefficienti che hanno in fondo toccato la psicologia del torinese e hanno creato un nuovo orgoglio cittadino che si dimostra in una piú fervorosa attività e quasi in un sentimento di gratitudine verso le autorità che hanno saputo ottenere dal Regime quei riconoscimenti che, a quanto si dice, Torino attendeva». Cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1930-31), sez. II, b. 68, «Torino»; PNF, Situazione politica delle provincie, b. «Torino» (oltre ai documenti pubblicati dall’Aquarone). ↩
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Assai significativo è a questo proposito quanto scrisse nel numero del settembre 1931 di «Lo Stato operaio» L. Longo (L. Gallo, Le manifestazioni di strada):
«Manifestazione dei disoccupati di Torino. Non vi è stata una vera e propria organizzazione della manifestazione. Il primo elemento di organizzazione è stato dato dal fascismo stesso, che ha fatto trovare assieme 400 o 500 disoccupati. Questi, spontaneamente, si sono mossi e hanno manifestato per le strade, trascinandosi dietro alcune migliaia di lavoratori. Dei capi improvvisati, non collegati tra loro, hanno diretto la manifestazione. Per iniziativa dei manifestanti stessi la manifestazione si è ripetuta per alcuni giorni. La mancanza di una organizzazione, nella manifestazione, ha impedito di approfittare di questo primo movimento per allargarlo e indirizzarlo verso obbiettivi di lotta» (p. 457). ↩
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Cfr. per esempio, Les chômeurs manifestent à Turin, in «Le soleil», di Marsiglia, 1º dicembre 1930; le notizie, datate da Mentone, fanno pensare a una corrispondenza di un giornalista presente alle manifestazioni e recatosi quindi oltre frontiera per trasmetterla. ↩
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Nella parte dedicata all’ordine pubblico venivano inclusi i dati relativi agli incidenti politici a carattere individuale, offese al re e al «duce», canti «sediziosi» (soprattutto di «Bandiera rossa»), in genere fatti in stato di ubriachezza, «denigrazione del regime», ecc. Eccone il riepilogo per gli anni 1930-33 (per il ’30 mancano quelli relativi ai mesi da agosto a dicembre):
1930 —— 1931 —— 1932 —— 1933
Gennaio —— 18 —— 9 —— 15 —— 3
Febbraio —— 15 —— 9 —— 13 —— 7
Marzo —— 14 —— 11 —— 7 —— 5
Aprile —— 13 —— 12 —— 10 —— 1
Maggio —— 19 —— 20 —— 7 —— 7
Giugno —— 7 —— 23 —— 12 —— 7
Luglio —— 47 —— 13 —— 7 —— 7
Agosto —— – —— 18 —— 7 —— 2
Settembre —— – —— 9 —— 5 —— 8
Ottobre —— – —— 9 —— 5 —— 3
Novembre —— – —— 12 —— 3 —— 3
Dicembre —— – —— 6 —— 3 —— 3
Totale —— – —— 151 —— 94 —— 56 ↩
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ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1903-49), b. 387. A proposito dell’imposta di consumo sul vino, alla quale nella relazione si fa cenno come causa dell’agitazione di Martina Franca, cfr. A. de Stefani, La tassa sugli scambi e l’imposta sul vino, in «Corriere della sera», 8 agosto 1930 (riprodotto in ID., La deflazione finanziaria nel mondo, Milano 1931, pp. 204 sgg.). ↩
-
ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1903-49), b. 387. ↩
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P. Spriano, Storia del partito comunista italiano, II, Torino 1969, p. 344. ↩
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Per dare una idea della vastità e capillarità dell’azione svolta dalle forze di polizia, basta dire che la sola polizia politica in questo periodo procedeva settimanalmente a circa 20 mila interventi (visite a locali e esercizi pubblici, perquisizioni personali e domiciliari, ecc.), che spesso si concludevano con centinaia di fermi, arresti e sequestri di armi e di pubblicazioni straniere e clandestine. Come esempio riproduciamo i dati per zone relativi ad una settimana che può essere considerata media rispetto alla normale attività; essi sono tratti dal prospetto riassuntivo dei «Risultati dei servizi preventivi di Polizia Politica ottenuti nella settimana dal 21 al 27 dicembre 1930 (IX)», in ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1930-31), sez. II, b. 63:
Visite ai locali e esercizi pubblici —— Fermi —— Arresti —— Perquisizioni / perso- nali —— Perquisizioni / domi- ciliari —— Sequestri / armi —— Sequestri / stampe
Ancona —— 333 —— 20 —— 11 —— 82 —— 12 —— – —— –
Bari —— 1006 —— 9 —— 10 —— 311 —— 56 —— 7 —— –
Bologna —— 915 —— 39 —— 27 —— 472 —— 43 —— 3 —— –
Brescia —— 1798 —— 49 —— 16 —— 144 —— 159 —— 4 —— –
Catania —— 1515 —— 5 —— 14 —— 92 —— 11 —— 2 —— –
Firenze —— 949 —— 22 —— 12 —— 1406 —— 64 —— 1 —— –
Fiume —— 405 —— 9 —— 5 —— 40 —— 3 —— – —— –
Genova —— 1060 —— 179 —— 58 —— 571 —— 54 —— – —— –
Livorno —— 313 —— 10 —— 6 —— 446 —— 7 —— – —— –
Messina —— 2060 —— 22 —— – —— 376 —— 41 —— 4 —— 40
Milano —— 3172 —— 163 —— 40 —— 832 —— 60 —— 14 —— –
Napoli —— 322 —— 22 —— – —— 143 —— 3 —— – —— –
Palermo —— 568 —— 7 —— 14 —— 105 —— 36 —— – —— –
Torino —— 1204 —— 400 —— 29 —— 96 —— 20 —— 1 —— –
Trieste —— 753 —— 40 —— – —— 571 —— 12 —— – —— –
Venezia —— 871 —— 91 —— 11 —— 235 —— 6 —— – —— –
Verona —— 530 —— 27 —— 11 —— 52 —— 25 —— – —— – ↩
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Dopo le manifestazioni torinesi, il 29 dicembre 1930 il ministero dell’Interno diramò a tutti i prefetti del Regno la seguente circolare:
«Si ripetono da qualche tempo manifestazioni pubbliche disoccupati che chiedono lavoro e sussidi. Tali manifestazioni pur non avendo apparente carattere sovversivo o di protesta, costituiscono innegabile pericolo ordine pubblico. Necessita quindi prevenirle e occorrendo energicamente impedirle. Incidenti fin qui verificatisi avrebbero forse potuto evitarsi se autorità PS avessero a tempo avuto conoscenza degli assembramenti che venivano formandosi e fossero quindi tempestivamente intervenute. Perché inconveniente non si ripeta deve essere esercitata continua vigilanza presso luoghi et uffici ove possono convenire disoccupati, come ad esempio, Prefetture, Municipi, Uffici sindacali et collocamento mano opera, grandi stabilimenti industriali, opere assistenziali per disoccupati, etc. et dare tassative disposizioni affinché, appena comincino radunarsi disoccupati in pubblico, senza speciale ragione che giustifichi loro presenza, siano immediatamente allontanati, in modo da impedire formazione assembramenti et procedere subito con la forza qualora assembramenti siano ciò nonostante riusciti a formarsi, et impedendo in ogni caso cortei et passeggiate dimostrative. Manifestazioni suddette tendono di solito a riprodursi piú giorni consecutivi: pertanto, quando siasi verificato qualche incidente del genere autorità polizia debbono attendersene sempre ripetizione giorni successivi, prevedendo ogni possibile evento et provvedendo adeguatamente et tempestivamente.
«Et poiché anche manifestazioni disoccupati non possono avvenire senza loro previo concerto est necessario sempre identificarne promotori pei provvedimenti del caso. Importanza et delicatezza argomento rende superflua qualsiasi raccomandazione rigorosa esecuzione presenti istruzioni. Assicurino». ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1932), sez. II, b. 39. ↩
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I principali di questi errori politici furono – a nostro avviso – varî. Innanzi tutto quello di aver dato, almeno in un primo tempo, una prospettiva insurrezionale all’agitazione e alle lotte economiche di questo periodo. In questo senso le critiche che D. Manuil’skij mosse ai dirigenti del
PCI nel luglio ’30 nella sua qualità di autorevole membro della Terza Internazionale (le si veda in P. Secchia, L’azione svolta dal partito comunista in Italia durante il fascismo [1926-32], in «Annali 1969» dell’Istituto G. G. Feltrinelli, pp. 320 sgg.) erano certo fondate. Da questo errore di prospettiva discendevano gli altri, quello di avere agitato parole d’ordine che non potevano assolutamente essere raccolte dalle masse e le facevano addirittura ritrarre da lotte che per esse avevano solo fini economici, quali – per esempio – quelle dello sciopero generale antifascista (cfr. «l’Unità», 10 giugno 1933 e «Battaglie sindacali», giugno 1932) e della guerra civile (cfr. «Avanguardia», 1º maggio 1930). Un altro errore fu quello di avere molto insistito su un tema evidentemente assurdo, quello che l’Italia fascista preparava la guerra contro l’URSS insieme alle altre potenze capitaliste e al Vaticano (cfr. «l’Unità», marzo 1931). Un altro ancora quello di sminuire e combattere politicamente le altre forze antifasciste (tipico il caso di Giustizia e Libertà), seminando cosí divisione e confusione tra i lavoratori. ↩
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Per l’atteggiamento politico e l’attività in Italia del PCI in questo periodo cfr. P. Spriano, Storia del partito comunista italiano cit., II, pp. 287 sgg.; P. Secchia, L’azione svolta dal partito comunista in Italia cit., pp. 274 sgg. ↩
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Cfr. P. Spriano, Storia del partito comunista italiano cit., II, p. 296. ↩
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Dal 1927 al 1932 la polizia fascista riuscí a distruggere per sei volte il «centro interno» comunista. ↩
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La falcidia dei corrieri comunisti, che mantenevano i contatti tra il «centro esterno» e l’organizzazione clandestina fu particolarmente grave nella seconda metà del ’32, dopo che, per incentivare lo zelo degli agenti di polizia di servizio alle frontiere, fu stabilito che le somme di denaro sequestrate agli «emissari» comunisti individuati e arrestati fossero ripartite tra gli agenti che avevano operato l’arresto: al valico di Domodossola dal 26 giugno al 30 luglio ’32 furono arrestati quindici «emissari», ai quali furono sequestrate oltre 21 mila lire. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1932), sez. II, b. 33, fasc. «Partito Comunista», sottof. «Emissari comunisti – Affari generali». ↩
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ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1932), sez. I, b. 27, fasc. «Movimento comunista», sottof. «Statistica riassuntiva delle organizzazioni comuniste»; ibid. (1903-49), b. 387. ↩
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Cfr. P. Spriano, Storia del partito comunista italiano cit., II, pp. 298 e 339. Anche piú severo è il giudizio di G. Galli, Storia del Partito Comunista Italiano, Milano 1958, pp. 151 sgg., che parla di «regali per Portolongone», con i quali il PCI avrebbe bruciato i suoi ultimi quadri, sino a dover cessare del tutto col ’34 ogni forma di attività organizzata in Italia. ↩
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Queste relazioni offrono anche notizie generali ed elementi particolari per valutare la consistenza e soprattutto l’attività in questo periodo delle altre formazioni antifasciste, che, comunque, non solo svolsero un’azione di gran lunga meno importante di quella svolta dal Partito comunista, ma la svolsero, salvo casi eccezionali, non tanto negli ambienti popolari e tra i lavoratori, quanto in quelli borghesi e soprattutto intellettuali.
Tra le varie formazioni antifasciste, quella che piú preoccupava la polizia erano gli anarchici, specialmente dopo l’arresto di M. Schirru, sia per la loro notoria intenzione di assassinare Mussolini (intenzione che la polizia attribuiva anche a Giustizia e Libertà), sia per la difficoltà di prevenire e reprimere un’attività tutta fondata sull’iniziativa individuale. Preoccupazioni destava pure Giustizia e Libertà, la cui attività era considerata «veramente pericolosa». «Lo stesso – si legge nella relazione relativa all’anno x – non può dirsi per gli altri partiti politici antifascisti che, poveri di mezzi e poverissimi di uomini, non possono che far qualche conato di propaganda, spesso represso e subito seguito da lunghe stasi». Un giudizio, come si vede, assai drastico, ma – in sostanza – realistico, se persino Angelo Tasca sul «Nuovo Avanti» del 23 giugno 19 34 (La commedia degli equivoci) scriveva: «Sappiamo d’essere staccati dalle masse, e perciò crediamo che il compito principale di oggi sia quello di creare dei quadri di militanti capaci di lavorare politicamente per cominciare a smuovere le masse». ↩
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Un caso tipico in questo senso è rappresentato da ciò che avvenne dopo che il 13 agosto 1930 Mussolini, un po’ per alleggerire il peso della disoccupazione un po’ per un machiavellico calcolo politico, ordinò che si rilasciasse senza difficoltà il passaporto per qualsiasi paese, salvo gli Stati Uniti, «a qualsiasi operaio isolato che ne faccia domanda purché non abbia obblighi di leva o conti da rendere alla giustizia» (ACS, Segreteria particolare del Duce, Autografi del Duce, 1930, b. 6, fasc. 8, sott. C). In un primo momento le richieste di espatrio furono numerose, appena si seppe però che i primi emigrati avevano trovato all’estero le stesse e anche maggiori difficoltà di lavoro di quelle lasciate in Italia il flusso cessò quasi completamente e, anzi, si ebbero molti rimpatri. Cfr. a questo proposito anche Mussolini, XXIV, p. 313.
Nel complesso nel 1930 gli emigrati furono 280 097, nel 1931 165 864; negli stessi anni i rimpatri furono 129 022 e 107 744. ↩
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Con l’inverno ’30-31 il PNF organizzò (direttamente o tramite gli organi prefettizi o alcune delle maggiori imprese) nelle località industriali piú colpite dalla disoccupazione varie forme di assistenza, distribuendo ai disoccupati pane e minestra o, secondo le circostanze, buoni viveri e pacchi di generi di prima necessità. Il 1º dicembre Mussolini telegrafava a questo proposito al prefetto di Torino: «Buono viveri è insufficiente. Mezzo chilo di pane ai disoccupati senza famiglia sta bene, ma i disoccupati con famiglia devono avere oltre il pane il riso, condimento e carbone. Bisogna dare qualche cosa di piú del semplice pezzo di pane. Mi dica come si conducono le classi abbienti locali di fronte ai contributi per Opera Assistenza Invernale» (ACS, B. Mussolini, Autografi-Telegrammi, b. 3, fasc. 8). ↩
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ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1931-33), fasc. 3.2.15/572, «Statistica degli operai occupati in opere pubbliche»; Atti (1934-36), fasc. 3.2.15/120, «Prospetto riassuntivo dei dati relativi all’impiego di mano d’opera nei lavori di conto dello Stato». Per altri elementi cfr. anche Atti (1928-30), fasc. 3.2.15/10234; Atti (1931-33), fasc. 3.2.15/573 e 3.2.15/657; Atti (1934-37), fasc. 7.1.1/126, «Opere pubbliche a sollievo della disoccupazione»; Atti (1934-36), fasc. 3.2.15/122. Per ulteriori elementi e per l’aspetto propagandistico dato ai provvedimenti in questione, oltre alla stampa quotidiana, è da vedere il «Foglio d’ordini» del PNF, nn. 83, 84, 85, 86.
Stato —— Enti locali
Giugno ’30 —— 108 123 —— 31 016
Gennaio ’31 —— 125 305 —— 38 040
Giugno ’31 —— 151 692 —— 47 575
Gennaio ’32 —— 141 213 —— 26 999
Maggio ’32 —— 161 755 —— 37 021
Dicembre ’32 —— 153 974 —— 27 490
Maggio ’33 —— 201 040 —— 40 898
Novembre ’33 —— 151 323 —— 30 977
Gennaio ’34 —— 118 023 —— 20 948
Giugno ’34 —— 163 865 —— 31 609 ↩
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Capoferri (un ex operaio stuccatore, ex socialista, poi corridoniano, interventista, mutilato di guerra, che nel ’39 sarebbe stato nominato presidente della Confederazione nazionale fascista dei lavoratori dell’industria) fu uno dei pochissimi dirigenti sindacali che nell’aprile ’34 alle prime voci relative alla imminente seconda riduzione generale dei salari, si rivolse direttamente a Mussolini per cercare di scongiurarla, scrivendogli che una nuova riduzione sarebbe uscita «dall’ambito di quell’equità che è una delle caratteristiche piú spiccate della politica sociale del Fascismo». ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. W/R, «Capoferri Pietro». ↩
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Ibid.; la lettera, datata Milano 24 aprile 1930, diceva:
«Perdoni se mi rivolgo direttamente alla E. V. ma l’argomento è tale che giustifica il mio ardire.
«Debbo informare V. E. che una delle ragioni che maggiormente ha influito sulle masse operaie milanesi facendo nascere un diffuso senso di sfiducia verso l’opera dell’organizzazione è dovuta alla mancata risoluzione delle molte vertenze di lavoro individuali portate davanti alla Magistratura e soprattutto per i rinvii che si sono verificati in grande quantità nella discussione di controversie per somme del valore di 50 e di 100 lire.
«Si verifica anche che, mentre il numero delle inadempienze contrattuali con l’entrata in vigore di sempre nuovi contratti di lavoro segna un notevole aumento, le denuncie da parte degli interessati si vanno facendo in numero minore e, per quanto mi è risultato da una minuziosissima indagine che ho svolto in questi giorni, ciò è dovuto appunto alla mancanza di fiducia ingeneratasi fra gli operai circa l’efficacia dell’intervento dei Sindacati presso la Magistratura, tutto questo indipendentemente dalla capacità e buona volontà dei miei predecessori dell’opera dei quali non ho che a compiacermi.
«Dal canto mio ho disposto perché siano ricercati tutti quegli operai che non hanno avuto modo di vedere riconosciuti i loro diritti e sto attrezzando l’Ufficio Legale in modo che risponda in pieno ai bisogni di Milano. Ma questo a poco varrebbe se a Milano non venisse, come è urgente di fare, aumentato il numero dei Magistrati e se in occasione della prossima ripartizione dei compiti ai diversi funzionari, in conformità alla recente legge approvata dalle due Camere, non si tenesse conto della grande industriale importanza di Milano.
«Il funzionamento della Magistratura è quello che ci dà in questo momento le maggiori preoccupazioni e se l’attuale stato di cose avesse a perdurare ne deriverebbe un gravissimo contraccolpo oltreché sindacale anche politico.
«Mi consenta l’E. V. di esporre un pensiero che Ella giudicherà e terrà nel conto che crede.
«A mio avviso la fiducia nei nuovi ordinamenti sindacali dipende in gran parte dall’azione piú o meno sollecita del magistrato. Infatti l’operaio che si vede ridotte le giornate di occupazione per scarsità di lavoro brontola, ma si rende conto che le cause di questo sono spesso piú forti delle piú forti volontà degli uomini. Il misconoscimento invece di un diritto che sa di aver acquisito dopo il dovere compiuto costituisce un motivo per il lavoratore di grave delusione e di disappunto.
«Io credo che il Governo debba affrontare il sacrificio di un aumento del personale della Magistratura di Milano, in quanto per la vitalità stessa della Legge Sindacale ciò si rende indispensabile.
«È inutile dire che nonostante si tratti sempre di piccole vertenze queste traggono la loro importanza dal loro grandissimo numero che significa anche una grandissima ripercussione dell’esito che le vertenze stesse possono sortire.
«Le vertenze individuali devono essere risolte prontamente perché i rinvii di mesi e di mesi inducono l’operaio ad abbandonare la strada dell’organizzazione.
«Confido pienamente nell’intervento di V. E. perché l’Istituto della Magistratura del Lavoro abbia a Milano nuovo vigore in modo da essere una dimostrazione lampante dell’impegno con cui il Regime intende far applicare le sue leggi».
Sull’importanza di «creare nei lavoratori una coscienza sindacale, primo indispensabile elemento per la formazione di una coscienza corporativa» e sulla necessità – per ottenere ciò – di «far vivere» ai lavoratori una vera vita sindacale e non quella burocratica ed asfittica che dominava invece i sindacati fascisti, aveva pure richiamato l’attenzione del governo pochi giorni dopo, il 14 maggio, alla Camera l’on. E. Rotigliano. Cfr. Atti parlamentari, Camera dei Deputati, Discussioni, seduta del 14 maggio 1930. ↩
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P. Capoferri, Venti anni col fascismo e coi sindacati, Milano 1957, p. 58.
Per l’atteggiamento dei lavoratori di Sesto San Giovanni e di Milano (dove l’accoglienza fu migliore, poiché il «duce» non parlò solo a degli operai ma a una folla genericamente cittadina, tra la quale erano i fascisti locali mobilitati in massa) sono da vedere anche i resoconti della stampa antifascista dell’emigrazione, che, per altro, accentuò troppo l’ostilità popolare e i provvedimenti preventivi della polizia; in particolare cfr. La verité sur la visite de Mussolini à Milan, nel bollettino «Italia», 18 giugno 1930, pp. 4 sg. Per i discorsi tenuti da Mussolini cfr. Mussolini, XXIV, pp. 241 sg. e 245 sgg. ↩
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P. Capoferri, Venti anni col fascismo e coi sindacati cit., pp. 59 sgg. ↩
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La nuova politica sindacale ebbe anche altre ripercussioni, tra l’altro sull’atteggiamento delle autorità di polizia (che con la seconda metà del ’30 in molti casi di sciopero si limitarono a denunciare solo i promotori e gli elementi piú attivi) e della magistratura (che in varie occasioni sentenziò non doversi procedere, perché il fatto non costituiva reato, contro lavoratori imputati di «abbandono in comune del lavoro»). ↩
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Sintomatica fu l’accoglienza, assai diversa da quella del maggio ’30, che Milano tributò a Mussolini, quando questi vi tornò alla fine dell’ottobre ’32, tra l’altro per inaugurare la nuova sede dei sindacati. Cfr., per i suoi discorsi, Mussolini, XXV, pp. 145 sgg. ↩
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Questa va intesa – ben si intende – in termini generali e di tendenza. Il miglioramento della situazione sindacale non fu infatti né generale né senza ritorni improvvisi ai metodi burocratici e anche apertamente antisindacali che avevano caratterizzato il periodo precedente. Tipico in questo senso è quanto documentato da A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario cit., pp. 545 sgg. per Carrara nell’aprile-marzo 1932. In termini generali si può dire che la situazione sindacale migliorò soprattutto al Nord e al Centro e che in queste regioni il miglioramento riguardò specialmente il settore operaio e assai meno quello contadino. ↩
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P. Capoferri, Venti anni col fascismo e coi sindacati cit., p. 66. ↩
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Il risveglio sindacale non riguardò, in genere, le imprese minori, piú esposte alla pressione padronale, e tanto meno quelle a mano d’opera femminile. Il lavoro femminile fu infatti durante tutto il periodo della crisi il piú sacrificato e anche i sindacalisti lo sottovalutarono, considerandolo accessorio se non addirittura concorrenziale a quello maschile. ↩
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Cfr. soprattutto: Ercoli [P. Togliatti], Ancora del lavoro sindacale in condizioni di illegalità, in «Lo Stato operaio», gennaio-febbraio 1932; L. Gallo [L. Longo], Esperienze di lavoro nei sindacati fascisti, ivi, agosto 1932; G. Di Vittorio, L’esperienza del movimento sindacale clandestino in Italia, ivi, aprile 1933; Gli insegnamenti di sei anni di attività sindacale illegale, in «Lotte sindacali», gennaio-febbraio 1933; CGdL, La lotta degli operai metallurgici pel nuovo contratto di lavoro, s. l. e d. (ma 1934). ↩
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Specie nei primi tempi la politica «entrista» dei comunisti dovette ottenere un certo successo. Da un appunto della polizia del 30 dicembre ’30 risulta che nei mesi precedenti su 173 comunisti arrestati a Bologna 68 erano risultati iscritti ai sindacati, su 190 arrestati a Ravenna, Forlí e Ferrara 94, su 38 arrestati a Reggio Emilia 24, su 35 arrestati a Parma 5 e su 19 arrestati a Livorno 4. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1930-31), sez. I, b. 32, fasc. «Comunisti iscritti ai sindacati fascisti». ↩
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Nel maggio ’34 le Confederazioni dei sindacati fascisti dei trasporti interni e della gente del mare e dell’aria erano state unificate in quella dei lavoratori dell’industria. ↩
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Tutte le cariche, salvo quella del presidente confederale, che rimase di nomina governativa, furono rese elettive. Cfr. i nuovi statuti della Confederazione e delle Federazioni nazionali di categoria in Conf. fasc. lavoratori dell’industria, L’organizzazione dei lavoratori dell’industria cit., pp. 591 sgg. e 25 sg. Non sempre le elezioni si svolsero però regolarmente.
Per le reazioni comuniste cfr. «l’Unità», nn. 11 e 12 del 1934, e G. Di Vittorio, Sui nuovi statuti dei sindacati fascisti, in «Lo Stato operaio», novembre 1934. ↩
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È significativo che nel ’34 l’Unione sindacale di Torino formalmente riuscí ad ottenere l’abolizione del sistema Besnard negli stabilimenti Fiat. Cfr. Conf. fasc. lavoratori dell’industria, L’organizzazione dei lavoratori dell’industria cit., pp. 370 sg. ↩
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Non mancarono neppure casi di scioperi promossi da sindacalisti fascisti, che però furono subito sconfessati dalle superiori gerarchie e fatti cessare dalle autorità. A proposito di uno di essi si conserva il violento e stizzito telegramma che Mussolini personalmente inviò per farlo cessare (al prefetto di Ferrara il 6 aprile 1931): «Dica ai dirigenti politici e sindacali ferraresi che sciopero Po’ di Volano per ottenere aumento di salario è grottesco e criminoso tanto piú trattandosi di lavori pubblici finanziati col sudore e col sangue dai contribuenti italiani. Se domattina lavoro non sarà ripreso con massima disciplina darò ordine perché lavoro stesso sia sospeso sine die. Scioperare quando ci sono 700 mila disoccupati che cercano invano lavoro da mesi è atto di incoscienza sovversiva che rivela persistenza vecchia mentalità e che va quindi immediatamente stroncata. Istigatori sciopero devono essere esemplarmente condannati» (ACS, B. Mussolini, Autografi-Telegrammi, b. 3, fasc. 9). Secondo quanto si ricava da documenti della polizia, non è neppure da escludere che, nel momento piú drammatico della crisi, in qualche categoria economicamente piú arretrata si siano verificati casi di sindacalisti fascisti che abbiano segretamente suggerito e organizzato scioperi o agitazioni, sia perché convinti della assoluta impossibilità per i loro organizzati di accettare le nuove retribuzioni imposte loro dai datori di lavoro, sia per non perdere il loro ascendente sugli organizzati stessi ed essere, in qualche caso, scavalcati da militanti comunisti presenti tra i lavoratori. Ecco, per esempio, quanto riferiva il 9 luglio 1931 il prefetto di Pavia al sottosegretario all’Interno Arpinati con telegramma riservatissimo: «Occasione mia ultima venuta costí, informai capo gabinetto e segretario particolare V. E. come da varii indizii ed a fonte confidenziale avessi appreso che astensione lavoro mondariso avvenute questa provincia nello intervallo fra conclusioni procuratore generale e sentenza Magistratura lavoro sarebbero state provocate dai dirigenti sindacali lavoratori agricoli a mezzo diffusione fra mondariso stesse dei giornali recanti dette conclusioni et commentante alle interessate subdolamente come decisione definitiva. È qui generale convinzione che sulla misura paghe mondariso, stabilita Magistratura lavoro e che fu ritenuta suprema ogni loro speranza, abbia influito agitazione mondariso seguita conclusione procuratore generale et provocata appunto da sindacati lavoratori agricoli. Denunziata autorità giudiziaria da me disposta, come informai telegramma 19 giugno diretto Direzione generale PS e Ministero Corporazioni, fu motivata anche da tale illecita manovra, la quale, se non stroncata subito, avrebbe potuto avere, come V. E. bene intende, gravissime ripercussioni sull’ordine pubblico, dato imponente numero (circa 30 mila) mondariso occupate in tutta provincia. Sentenza magistratura lavoro fu accolta con amarezza dagli agricoltori, e anche dai dirigenti federazione agricoltori mi fu segnalato confidenzialmente essere persuasi che agitazione mondariso era stata provocata dai dirigenti sindacati lavoratori agricoli. Mi affrettai pertanto a svolgere opera persuasiva presso dirigenti federazione agricoltori ottenendo consenso invio S. E. Capo Governo telegramma 19 giugno n. 1183. Giorni dopo, ricevei lettera personale con cui on. Razza mi rivolgeva premure per ritiro denunzia autorità giudiziaria. Tale passo mi convince ancor piú di qualsiasi altra circostanza che agitazione mondariso era stata provocata appunto dai dirigenti sindacati lavoratori agricoli, i quali preoccupati delle dichiarazioni che avrebbero fatto mondarisi dinanzi autorità giudiziaria per scolparsi imputazioni, avevano interessato on. Razza perché intervenisse presso di me. Come ebbi a far presente al capo gabinetto e al segretario particolare di V. E., mi riservavo riferirne a V. E. dopo avere esaurito la riservata inchiesta iniziata per poter irrefutabilmente dimostrare a V. E. origine agitazione e richiamare attenzione Governo sulla pericolosa tattica di una organizzazione sindacale contro ogni senso di disciplina e di responsabilità. Nel frattempo avevo già annuito alle premure rivoltemi, a nome dello on. Razza, dal signor Abhemo, segretario generale sindacati lavoratori provincia perché autorità giudiziaria non affrettasse istruttoria in merito denunzia. Preso accordi con autorità giudiziaria medesima nel senso ordinato da S. E. Capo Governo». ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1930-30), sez. II, b. 48. ↩
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Mussolini, XXII, p. 384; XXVI, p. 357. ↩
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Tipico è quanto scriveva il 15 aprile ’34 Omodeo alla moglie commentando l’ultima riduzione degli stipendi: «Aver lavorato Dio sa quanto per un’intera vita per esser sempre con un senso d’angoscia nel cuore!» Cfr. A. Omodeo, Lettere 1910-1946, Torino 1963, pp. 518 sg. ↩
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Il malcontento dei proprietari di case d’affitto si tradusse in una serie di passi presso il governo, sia da parte della Federazione nazionale fascista della proprietà edilizia, sia da parte della Confindustria, che, dopo avere invano cercato di scongiurare la diminuzione dei fitti, sostennero che – essendo questa troppo sensibile – il governo avrebbe dovuto almeno concedere ai proprietari facilitazioni fiscali. Cfr. ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1931-33), b. 68, fasc. 3.2.11/823.
Quanto il malcontento dei proprietari fosse giustificato è assai dubbio: le riduzioni degli affitti furono spesso lente e dettero adito a numerose controversie e polemiche, che trapelarono anche sulla stampa e provocarono anche duri attacchi di alcuni giornali fascisti ai proprietari. Per una informazione generale cfr. L. Bortolotti, La proprietà edilizia e il fascismo, in «Studi storici», ottobre-dicembre 1971, pp. 718 sgg. ↩
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Nel già citato rapporto trimestrale sulle condizioni delle industrie in Italia per i mesi di gennaio-marzo ’32 del Ministero delle Corporazioni si legge:
«L’aggravamento della crisi e l’accennato rincrudimento della concorrenza ha determinato negli industriali una sempre piú diffusa tendenza a trovare la salvezza nella costituzione di intese e consorzi aventi lo scopo di contingentare la produzione in rapporto alla diminuita capacità di consumo e di disciplinare i prezzi.
«Questa tendenza, mentre in linea teorica trova consenziente la grande maggioranza degli industriali interessati, nella pratica attuazione incontra fortissime difficoltà data la troppo diversa situazione delle varie aziende in rapporto alla organizzazione tecnica-commerciale di esse ed alla loro potenzialità finanziaria.
«Sta d fatto che mentre finora è stato possibile costituire i cartelli per rami di industria la cui produzione è relativamente standardizzata in un limitato numero di tipi facilmente controllabili nei loro requisiti tecnici (stabilimenti siderurgici, fonderie di stagno, fabbriche di lampadine elettriche, fabbriche di contatori ecc.) e potrebbero essere costituiti per altre categorie di aziende, come ad esempio i cementifici, altrettanto non è avvenuto nel campo dei calzifici, maglifici, tessiture ecc., nei quali rami il controllo della qualità, della entità della produzione, dei prezzi e delle modalità di pagamento presenta difficoltà quasi insormontabili» (ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti [1931-33], b. 651, fasc. 3.2.15/377). ↩
-
Cfr. R. Romeo, Breve storia della grande industria in Italia cit., pp. 160 sg.; nonché F. Guarneri, Battaglie economiche, I, Milano 1953, pp. 270 sgg. ↩
-
R. Romeo, Breve storia della grande industria in Italia cit., p. 161. ↩
-
Cfr. P. Sylos Labini, La politica economica del fascismo e la crisi del ’29, in «Nord e Sud», ottobre 1965, pp. 59 sgg. ↩
-
M. Abrate, Remarques sur l’analyse de la conduite des entrepreneurs en Italie pendant la grande dépression, in «Annales Cisalpines d’histoire sociale», n. 1, 1970, p. 10. ↩
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Cfr. P. Spriano, Storia del partito comunista italiano cit., II, p. 320. ↩
-
G. Amendola, Con il proletariato o contro il proletariato? (Discorrendo con gli intellettuali della mia generazione), in «Lo Stato operaio», giugno 1931; riprodotto in Lo Stato operaio (1927-1939), a cura di F. Ferri, Roma 1964, I, pp. 443 sgg. ↩
-
Cfr. Tirreno [E. Lussu], Orientamenti, in «Quaderni di “Giustizia e Libertà”», giugno 1932, pp. 43 sgg. ↩
-
Cfr. Venturio [A. Monti], Orientamenti, Consensi a «Tirreno», ivi, dicembre 1932, pp. 14 sgg.; Risposte all’inchiesta di «Giustizia e Libertà» (in particolare la risposta di Agostini, pp. 104 sgg.), ivi, marzo 1933. ↩
-
H. Stuart Hughes, Storia dell’Europa contemporanea, Milano 1968, p. 301. ↩
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A un certo livello, notevole eco ebbero in questo periodo in Italia le vicende spagnole, la caduta della dittatura di De Rivera prima e della monarchia dopo e, infine, la schiacciante vittoria delle sinistre nelle elezioni del novembre ’33 (cfr. G. Brenan, Storia della Spagna 1874-1936. Le origini sociali e politiche della guerra civile, Torino 1970, pp. 75 sgg.). Abilmente sfruttate dalla stampa fascista (tipici in questo senso i due articoli di Miròn [G. Colamarino], Destino di una dittatura, in «Corriere padano», 9 e 11 febbraio 1930), queste vicende influirono non poco a favore del fascismo, come dimostrazione delle conseguenze che avrebbe avuto una sua eventuale caduta. ↩
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Cfr. L. Russo, Il dialogo dei popoli, Firenze 1953, p. 355. ↩
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Si veda, per esempio, quanto il 22 dicembre ’32 Lloyd George disse alla Camera dei Comuni in un discorso sulla disoccupazione in Inghilterra:
«Altri paesi, con risorse assai minori dell’Inghilterra stanno compiendo uno sforzo positivo. Il Times ha già illustrato l’opera di Mussolini nel campo della Bonifica. L’Italia è un paese povero. Piú povero di noi. Ma ecco che cosa Mussolini ha fatto: egli ha mostrato coraggio, egli ha affrontato ed affronta le difficoltà. Egli ha bonificato delle centinaia di migliaia, se non addirittura dei milioni di acri. Egli ha tratto dalla terra pane e lavoro per migliaia e migliaia di persone». ↩
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Sulle trasvolate, mediterranee e atlantiche, cfr. dello stesso I. Balbo, Stormi d’Italia sul mondo, Milano 1934. ↩
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Cfr. G. A. Almond - G. B. Powell, Politica comparata, Bologna 1970. ↩
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G. Germani, La socializzazione politica dei giovani nei regimi fascisti: Italia e Spagna, in «Quaderni di sociologia», gennaio-giugno 1969, p. 58. ↩
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Cfr. E. Santarelli, Storia del movimento e del regime fascista, Roma 1967, 2 voll., passim. ↩
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G. Germani, La socializzazione politica dei giovani cit., pp. 31 sg. ↩
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Acutamente E. Rocca, Tappe del romanzo tedesco e letteratura italiana, in «Critica fascista», 1º settembre 1929, p. 344, osservava che «il recente incontestabile successo» del romanzo di Moravia dipendeva «dall’aver questo giovanissimo scoperto e reso con incredibile acutezza notomizzatrice una zona forse ristretta ma innegabilmente esistente e individuabile della moderna società borghese in cui la vecchiaia è immonda per incapacità di rinunzia e la gioventú, precocemente resa inaccessibile all’entusiasmo dall’irrisione di ogni ideale romantico, è a tutto indifferente ma capace di tutto sacrificare a un proprio innato e atrocemente insensibile arrivismo».
Su Gli indifferenti, cfr. anche l’articolo, sempre di E. Rocca, sul «Lavoro fascista», 24 agosto 1929. ↩
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Gli accenni all’opportunismo e al carrierismo di molti giovani fascisti sono nella stampa di questi anni tutt’altro che rari. Tra i molti casi che si potrebbero citare, cfr., a mo’ di esempio, G. P. Callegari, Cariche ai giovani ovvero giovani alla carica, in «Critica fascista», 1º ottobre 1930, in cui, tra l’altro, si legge (p. 367):
«I piú furiosi sono i giovanotti dell’ultima ora e specialmente quelli detti intellettuali: escono dall’Università con la fissazione della carica e se la raggiungono... si gonfiano come un dirigibile, autoproclamandosi “gerarchi”; nel caso opposto, eccoli sbraitare “ma si dovrà pur cambiare! E gli intellettuali dove li mettiamo? Quando smetterà il trionfo dell’ignoranza?” Consideriamo: sono quelli stessi che alla laurea vengono per chiedere la tessera, giusta quella famigerata disposizione che gliela concede e per farsi fare insieme il primo dei 500 certificati di ottenuta iscrizione da sventolare in ogni concorso. Costoro sono gli insopportabili e i peggiori gregari: uno scopo soltanto li ha chiamati, il lascia-passare per un viaggio migliore, e la loro incontentabilità sarà piú pericolosa perché tutelata dal distintivo».
Analoghe valutazioni si possono trovare anche nei documenti di polizia. Tipico è, per esempio, quanto si legge in un rapporto, in data 19 maggio ’31, sulla situazione universitaria torinese:
«Negli ambienti universitari si considera l’appartenenza al GUF quale condizione necessaria ed anzi indispensabile per proseguire gli studi con maggior facilità di riuscita e per scansare sabotaggi, perciò tutti vi aderiscono, pochi però ne sono gli entusiasti che anzi, appunto l’iscrizione in massa degli studenti ha determinato un senso di disgusto fra coloro che in un primo tempo avevano aderito per spontanea elezione. Questo fatto di iscrizione collettiva ha bensí aumentato enormemente le file, ma ha creato antagonismi, diffidenze e demoralizzazioni». ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1930-31), sez. I, b. 1.
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Un quadro abbastanza realistico degli orientamenti culturali e spirituali delle nuove generazioni è offerto dall’Inchiesta sulla nuova generazione svoltasi dal marzo ’32 al gennaio ’33 sulla rivista «Il saggiatore» (direttori D. Carella, L. De Crecchio, G. Granata e N. Perrotti). All’inchiesta parteciparono numerosi intellettuali di diverso orientamento culturale e anche non fascisti, tra i
quali A. Anile, C. Alvaro, U. Betti, M. Bontempelli, G. A. Borgese, G. Bottai, F. Burzio, E. Codignola, U. D’Andrea, P. De Francisci, J. Evola, A. Ge melli, F. T. Marin etti, M. Missiroli, M. Sarfatti, B. Tecchi e A. Tilgher. L’inchiesta ebbe vasta eco nella stampa del tempo e suscitò anche alcune polemiche, per esempio da parte del gruppo cattolico del «Frontespizio» (cfr. soprattutto P. Bargellini, Il raccatta broccoli, dicembre 1933). ↩
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Cfr., a proposito del clima di sospetto e di timore che la sorveglianza della polizia suscitava nel 1930 in alcuni ambienti intellettuali non allineati, c. Alvaro, Quasi una vita, Milano 1951, pp. 52 sg. ↩
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ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1930-31), sez. I, b. 1. Nello stesso rapporto sono espressi giudizi assai significativi anche sull’atteggiamento degli insegnanti delle scuole medie superiori: «Per quanto ho potuto conoscere – scrive il suo estensore – gli entusiasmi sono scarsi e problematici, le indifferenze sono piú marcate: in complesso si bada a mantenere quell’esteriorità necessaria per non dare motivo a sospetti od a rimarchi ed in ogni caso si eseguiscono passivamente gli ordini che pervengono dalle gerarchie». ↩
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Esempi tipici sono i casi dell’Enciclopedia Italiana e della Scuola di Storia moderna e contemporanea presso l’Istituto Storico Italiano. All’Enciclopedia collaborarono e lavorarono redazionalmente vari studiosi antifascisti. La cosa fu piú volte denunciata a Mussolini; una volta gli fu segnalato che tra i collaboratori vi sarebbero stati 85 firmatari del «manifesto Croce»; un’altra volta gli fu detto che l’Enciclopedia era considerata «come uno degli ultimi rifugi degli antifascisti». A questa accusa G. Gentile rispose (l’8 luglio 1933) con la seguente lettera con la quale Mussolini ritenne chiusa la questione:
«Eccellenza, il Comm. Chiavolini mi ha oggi comunicato d’incarico dell’E. V. una nota in data 1º Luglio contenente l’affermazione che tra i collaboratori della Enciclopedia Italiana vi sono ancora parecchi antifascisti, e che, in generale, nella Enciclopedia si lascerebbe mano libera ai compilatori “di cui sono note le idee antifasciste”.
«Mi permetto di rammentare all’E. V. che dopo il giuramento dei professori universitari io fui autorizzato esplicitamente da V. E. a mantenere tra i collaboratori interni dell’opera i Proff. Gaetano De Sanctis e Giorgio Levi Della Vida (quest’ultimo semplice revisore di bozze, che rivede a casa sua), data la natura puramente tecnica del loro ufficio.
«Del personale addetto alla Redazione io mi sono sempre preoccupato con specialissima cura; e quelli che erano sprovvisti di tessera, quantunque da me personalmente conosciuti come lealmente aderenti al Fascismo, quando sono state riaperte le iscrizioni, non ho mancato di invitare ad iscriversi al Partito.
«Delle peripezie toccate al Prof. Almagià ho parlato due volte all’E. V.; e sono rimasto tranquillo per l’assicurazione ricevuta che egli sarà accettato nel Partito.
«Intorno a coloro che non hanno la tessera, quantunque addetti a mansioni affatto tecniche, per le quali non è dato di inserire di proprio una sola parola nel testo della Enciclopedia, siamo già d’accordo con i dirigenti del nuovo Istituto della Enciclopedia Italiana di proporre il caso al Consiglio, del quale fa parte S. E. l’On. Starace. E io mi atterrò scrupolosamente alle decisioni del Consiglio che si convocherà dentro questo mese appena tornato a Roma S. E. Marconi.
«Nella scelta dei collaboratori esterni posso assicurare che si tiene il massimo conto delle tendenze politiche degli scrittori scartando tutti gli antifascisti. Come posso altresí assicurare che nessun collaboratore, in nessuna materia, ha mano libera; e tutti gli articoli sono soggetti a rigorosa revisione.
«Quanto alle critiche, non sempre spassionate e disinteressate e troppo spesso improntate a evidente incompetenza, le quali tendono a dimostrare che nella Enciclopedia siano passate idee non conformi a quelle del Duce, credo di potere facilmente provare, quando ciò sia necessario che tali critiche sono del tutto arbitrarie e infondate.
«Sono agli ordini dell’E. V. per tutti i chiarimenti che potesse ritenere utili».
Sull’Enciclopedia Italiana, cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1943), fasc. 251/R, «Enciclopedia Treccani», e fasc. 7/R, «Gentile prof. Giovanni», nonché G. Volpe, L’Italia che fu, Milano 1961, pp. 283 sgg.; G. Levi Della Vida, Fantasmi ritrovati, Vicenza 1966, pp. 213 sgg.; G. De Sanctis, Ricordi della mia vita, a cura di S. Accame, Firenze 1970, pp. 149 sg.; e, per alcuni precedenti, Mussolini il fascista cit., II, p. 194 sg. Per un discorso piú generale cfr., infine, G. Turi, Il progetto dell’Enciclopedia Italiana: l’organizzazione del consenso fra gli intellettuali, in «Studi storici», gennaio-marzo 1972, pp. 93 sgg.
Per la Scuola di Storia moderna e contemporanea, diretta da G. Volpe e dove, tra gli altri, prestò servizio Nello Rosselli cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1943), fasc. W/R, «Volpe Gioacchino»; nonché G. Volpe, Storici e maestri, Firenze 1967, pp. 455 sgg. ↩
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Cfr. per Mussolini quanto scritto (in riferimento al 1934) da C. Alvaro, Quasi una vita cit., p. 123:
«L’ultimo ricevimento del venerdí di Margherita Sarfatti... Restati soli lei e io, trassi da uno scaffale il libro di Aniante su Mussolini. Era segnato di molte note della mano di Mussolini. Mi stupí vedere con quanta diligenza lo aveva letto, postillandolo energicamente. Le sue postille lo giustificavano di alcune affermazioni e rettificavano alcuni errori. Nel capitolo che riguardava la vita degli uomini di cultura sotto il regime, a ogni nome era aggiunto, di mano del duce, i benefizi che ne avevano avuto. Al mio nome era scritto: “Ha avuto il premio della Stampa”». ↩
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Tipico in questo senso è il seguente telegramma di Mussolini al ministro dell’Educazione nazionale in data 26 maggio 1931: «È urgente ripulire liceo Berchet da tutti i professori antifascisti tipo Mondolfo, Ghisalberti, Huntersteiner. Vostra Eccellenza riceverà in proposito un grave dettagliato rapporto della PS». ACS, B. Mussolini, Autografi-Telegrammi, b. 3, fasc. 8 (1931). ↩
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Cfr. A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario cit., pp. 178 sgg. ↩
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Il numero dei professori universitari che non giurarono è controverso (in genere si afferma siano stati undici o dodici) e difficilmente accertabile con precisione. E ciò perché l’allontanamento dal servizio avvenne con motivazioni diverse, non sempre esplicite. Per la precisione, furono accettate le dimissioni di P. Sraffa e di E. Ruffini; furono dispensati dal servizio E. Buonaiuti, G. Levi Della Vida, G. De Sanctis, V. Volterra, M. Carrara, L. Venturi, B. Nigrisoli, F. Luzzatto; furono collocati a riposo a domanda per avanzata età e anzianità di servizio A. Rossi, G. Vicentini, G. Ferrera, F. Ruffini, F. Atzeri Vacca; furono collocati a riposo per avanzata età e anzianità di servizio V. E. Orlando e A. De Viti De Marco; fu collocato a riposo per comprovati motivi di salute P. Martinetti. Tutti questi provvedimenti furono presi tra il 20 ottobre 1931 e il 5 febbraio 1932. Successivamente, il 29 ottobre ’34, fu dichiarato dimissionario anche G. A. Borgese, sino allora a disposizione in quanto insegnante negli USA. ↩
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Che Mussolini fosse consapevole di questo rischio è dimostrato dal seguente telegramma che inviò il 6 dicembre 1931 a tutti gli ambasciatori e ministri plenipotenziari all’estero: «Si sta inscenando con punto di partenza Ginevra una nuova montatura contro il governo fascista a proposito giuramento professori università. Per norma V. S. aut E. cose stanno in termini seguenti: i professori delle Università del gruppo C cosiddette libere sono stati dispensati da tale giuramento ma hanno voluto giurare egualmente. Giuramento riguardava professori università regie et semi-regie. Tutti i professori hanno regolarmente e spontaneamente giurato. Uscirà fra poco un comunicato che dimostrerà come i professori abbiano giurato nella loro quasi totalità. Se occorre bisogna sventare questa nuova campagna tendenziosa antifascista». ACS, B. Mussolini, Autografi-Telegrammi, b. 3, fasc. 8 (1931). ↩
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Tra i piú insistenti e aggressivi ad impostare questa campagna era stato G. Preziosi dalle pagine della sua «La vita italiana» sin dal 1930, prima ripubblicando gli elenchi dei sottoscrittori del «manifesto Croce» e di altri appelli antifascisti del periodo aventiniano, successivamente con alcuni violenti articoli, ripresi da vari giornali intransigenti. Cfr. in particolare «La vita italiana» 1930, pp. 481 sgg., 595 sgg. e 599 sgg.
Per la posizione della stampa fascista moderata cfr. invece quanto scriveva «Critica fascista», 1º agosto 1930, pp. 288 sg., 1º novembre 1930, pp. 407 sg., e – piú in genere – 15 aprile 1931, pp. 141 sgg.
L’insoddisfazione dei fascisti piú intransigenti per gli scarsissimi risultati pratici conseguiti col giuramento è dimostrata dal continuare negli anni successivi delle denuncie e degli attacchi contro i professori antifascisti e già firmatari del «manifesto Croce» e degli altri appelli antifascisti. Cfr., per esempio, La penna e la spada, in «Il secolo fascista», 15 febbraio - 1º marzo 1933, pp. 85 sgg. ↩
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Su quasi tutte queste riviste mancano studi specifici in relazione al periodo fascista. Utili elementi solo in A. Broccoli, La Nuova Italia e Civiltà Moderna: il momento della crisi, in Ernesto Codignola in 50 anni di battaglie educative, Firenze 1967, pp. 99 sgg., e G. Sasso, La «Cultura» nella storia della cultura italiana, in «La cultura», 1963, pp. 7 sgg., 151 sgg. e soprattutto 258 sgg. ↩
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Antologia di Solaria, a cura di E. Siciliano, Milano 1958, pp. 10 sg. ↩
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G. Salvemini, Che cosa è un «liberale» italiano nel 1946, in AA. VV., Benedetto Croce, Boston s. d. (ma 1946), p. 13. ↩
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Cfr. R. Colapietra, Lettere inedite di Benedetto Croce a Giuseppe Lombardo Radice, in «Il ponte», agosto 1968, p. 994. ↩
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B. Croce, Antistoricismo, in «La critica», 20 novembre 1930, pp. 401 sgg. ↩
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Cfr., sia per gli uni sia per gli altri, R. Colapietra, Benedetto Croce e la politica italiana, Bari 1970, II, pp. 588 sgg. ↩
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A «La critica» erano ai primi del ’33 abbonate tutte le Università, moltissimi ginnasi-licei e numerosi istituti medi. Ricevuta una segnalazione in proposito, il 3 marzo ’33 Mussolini indignato la trasmise al ministro F. Ercole con uno stizzatissimo biglietto: «Caro Ministro Ercole, ecco una notizia che appartiene al genere delle “incredibili”. Mussolini» (ACS, SPD, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato, fasc. 77, «Croce Benedetto»). La lettera di Croce a Ercole del 18 settembre 1933 (B. Croce, Scritti e discorsi politici [1943-47], II, Bari 1963, pp. 105 sgg.), che Croce inviò in copia anche a Mussolini, si riferisce in parte evidentemente anche a questo episodio e in specie alla circolare che, dopo il biglietto del «duce», il ministro aveva diramato ai capi di istituto per invitarli a disdire gli abbonamenti a «La critica». ↩
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Con il 1934, sul versante antifascista della cultura, all’attività editoriale della Casa Laterza si aggiunse, pur senza raggiungere la stessa importanza e autorità culturale, la Casa Einaudi. Già in un rapporto di polizia del 9 marzo ’34 la Einaudi era indicata come «una nuova casa editrice torinese la quale avrà il compito di diffondere pubblicazioni antifasciste abilmente compilate e attorno alle quali da ora in avanti si andranno raggruppando gli elementi antifascisti del mondo intellettuale». Quanto al gruppo che si raccoglieva attorno alla nuova casa editrice l’informatore riferiva che:
«L’organizzazione di questa editrice è avvenuta recentemente cioè verso la fine dello scorso mese di Gennaio ed è stata portata a buon fine in questi giorni dopo tre riunioni avvenute in tre città: Torino, Milano e Firenze. Le tre adunanze hanno avuto lo scopo di aggruppare gli azionisti o sovventori (poiché non so se sia costituita in anonima) i cui massimi esponenti sono Nello Rosselli fratello del fuoruscito; il Senatore Ruffini, Luigi Einaudi, il Senatore Della Torre. Oltre queste personalità vi sono dei professionisti torinesi e milanesi naturalmente aderenti alle correnti di opposizione. Mi si dice anche che fa parte del Comitato direttivo un noto professore di diritto milanese che per non prestare giuramento si ritirò dall’insegnamento. Gli autori che dovranno pubblicare verranno scelti dagli stessi finanziatori e già in merito sono stati officiati Mario Praz, Cabiati (che ha già pubblicato qualche cosa), Agostinone e il generale Bencivenga, ma quest’ultimo mi consta non ha voluto saperne» (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-1943], fasc. 168/R, «Bencivenga gen. Roberto»).
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Cfr. A. C. Jemolo, Anni di prova, Vicenza 1969, pp. 145 sg.; G. De Sanctis, Ricordi della mia vita cit., pp. 148 sg. ↩
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A. Gramsci, Lettere dal carcere, a cura di S. Caprioglio e E. Fubini, Torino 1965, pp. 612 sg. ↩
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Cfr. «Quaderni della “Critica”», agosto 1946, pp. 113 sg. ↩
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G. Amendola, Con il proletariato o contro il proletariato? cit., in Lo Stato operaio (1927-1939) cit., I, p. 439. ↩
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Questa funzione politico-morale di testimonianza antifascista i partiti democratici in esilio la mantennero sempre, anche quando, con la seconda metà del ’31, ebbe inizio la loro crisi organizzativa tra gli emigrati, sia politici sia soprattutto di lavoro (molti si distaccarono da essi per stanchezza morale o opportunismo, altri passarono nelle organizzazioni comuniste) e, il 5 maggio ’34, la Concentrazione fu sciolta. Sullo scioglimento della Concentrazione antifascista di Parigi cfr. A. Garosci, Storia dei fuoriusciti, Bari 1953, pp. 55 sgg., nonché in appendice il documento n. 2, la relazione inviata in tale occasione da G. E. Modigliani alla II Internazionale (ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. [1920-45], [1934], b. 28).
Assai significativa è a questo proposito una relazione su «I fuoriusciti» inviata da Parigi al ministero dell’Interno a Roma (ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. [1930-34], sez. I, b. 12) da un informatore nell’ottobre del ’30, subito dopo la celebrazione a Bruxelles del processo contro F. De Rosa per l’attentato dell’anno precedente contro il principe ereditario Umberto. In essa si legge infatti:
«Sarebbe disonesto artificio polemico, o sterile ottimismo, negare che i fuoriusciti compiano una opera efficiente contro l’Italia. Essi rappresentano per noi un danno continuo e un vero pericolo, non già per quello che possono fare direttamente, ma perché sono i veri propagatori infaticabili di tutte le cose piú losche e di tutte le manovre piú sleali contro l’Italia fascista.
«Il processo di Bruxelles ha rappresentato la loro “grande parata”. Bisogna dire subito che quanto vi è stato detto, ha superato in violenza quanto si era finora tentato contro l’Italia fascista. I giudici, quasi tutti massoni, hanno assistito impassibili a un’orgia di diffamazione e di menzogna in cui si è come sempre distinto Nitti. Il quale, a Parigi, usa spesso tener cattedra in un crocchio nella Libreria Hachette, declamando contro l’oppressione e il terrore che regna in Italia.
«Nel processo di Bruxelles sono passate tutte le figure dell’antifascismo attivo, avallate e accreditate dalla solidarietà di illustri scrittori francesi, molti dei quali sono in buona fede e si commuovono al pensiero del “martirio” di Nitti e dei suoi amici.
«Devo dire a questo punto, riferendo il pensiero obbiettivo di molti italiani autorevoli che vivono in Francia e in Belgio, che essi lamentano la scarsa e imperfetta azione svolta dalle nostre rappresentanze diplomatiche e consolari per contrastare l’opera dei fuoriusciti. Si dice cosí che per il processo di Bruxelles non è stato fatto nessun passo preparatorio colla stampa, sebbene fosse facile con un lieve sacrificio assicurarsi la benevolenza o almeno la neutralità di molti giornali. Si dice che le autorità all’estero non fanno che dell’“alta burocrazia” senza seguire da vicino gli ambienti italiani. Riferisco tutto questo per dare un quadro obbiettivo della situazione.
«Insomma i fuoriusciti da qualche tempo guadagnano terreno invece di perderne. Essi riescono a inzuppare sempre di piú il terreno della politica e della cultura francese, ricevuti in ambienti dove prima non potevano entrare, e preparano cosí un ambiente sempre meno idoneo ad accordi coll’Italia». ↩
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Cfr. Documenti inediti dell’Archivio Angelo Tasca. La rinascita del socialismo italiano e la lotta contro il fascismo (1934-1939), a cura di S. Merli, Milano 1963; A. Agosti, Rodolfo Morandi. Il pensiero e l’azione politica, Bari 1971, pp. 211 sgg. ↩
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In una circolare riservatissima a tutti i prefetti cosí la Direzione generale della PS il 29 ottobre 1930 riassumeva la linea politica e il modus operandi dell’Alleanza Nazionale:
«Dal luglio ultimo si è iniziata, come è già noto alle EE. LL., la diramazione nel Regno di una serie di circolari quindicinali di una cosí detta “Alleanza Nazionale della Libertà” della quale si sconoscono, fino a questo momento, la sede e i componenti.
«Programma dell’alleanza è di coordinare le forze antifasciste in un unico fronte, al quale possano aderire i superstiti avanzi degli antichi partiti politici, al fine di provocare la caduta del Regime e di assicurare la successione del Governo alla fazione politicamente piú moderata dell’antifascismo, costituita dagli aderenti agli antichi partiti costituzionali.
«A quanto finora risulta, l’azione dell’Alleanza si limiterebbe alla diramazione quindicinale delle circolari delle quali si è fatto cenno, col sistema cosí detto a catena, che implica, com’è noto, in colui che riceve la circolare l’impegno di mandarne un certo numero ad altre persone: sei, secondo il programma enunciato dall’Alleanza, delle quali due ad appartenenti al partito Nazionale Fascista, e da dirigersi sempre alle stesse persone, le quali, a loro volta, dovrebbero provvedere alla ulteriore diffusione delle circolari con lo stesso sistema e cosí via, in modo che, nel programma degli ideatori, la concatenazione della propaganda si estenda illimitatamente.
«Finora sono stati diramati sei numeri circolari: il primo, che porta la data del 1º luglio scorso, e che compendia il programma dell’Alleanza; il secondo, con la data del 15 luglio, che ammonisce essere grave errore la propaganda antimonarchica ed anticlericale degli antifascisti, la quale non ha altro risultato che di rinsaldare i vincoli tra Regime, Corona e Vaticano, mentre è indispensabile il concorso di queste due Istituzioni per l’abbattimento del Regime; il terzo in data 1-15 agosto riproducente l’articolo di Ludwig Bauer intitolato: “La Marcia sull’Europa di Mussolini”, il quarto, in data 1º settembre nel quale si tende a dimostrare l’infondatezza della opinione, universalmente sentita nel Paese, che Fascismo e comunismo siano due forze antitetiche e che la caduta del Fascismo importerebbe l’instaurazione in Italia del regime bolscevico, mentre, secondo le deplorevoli insinuazioni dell’Alleanza, bolscevismo e Fascismo sarebbero due aspetti di un unico fenomeno, e, all’infuori del comunismo, esisterebbero ben altre forze contrarie al Regime: Monarchia, Esercito, Azione Cattolica; il quinto, dell’1-15 ottobre che dipinge a fosche tinte la situazione finanziaria del Paese» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris., F1, 1930, b. 169, «Alleanza Nazionale per la Libertà»). ↩
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L’intera serie delle circolari è riprodotta in L. De Bosis, Storia della mia morte, Torino 1948, pp. 5 sgg. ↩
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Fermi ed arresti di elementi, in genere cattolici, collegati con l’Alleanza Nazionale ebbero luogo anche a Verona ed Ancona. Tra gli arrestati fu Gaetano Gelmetti (autore di una circolare contro il cardinale Schuster) condannato a tre anni. Vinciguerra e Rendi furono condannati a quindici anni e scarcerati (avendo beneficiato di due amnistie) nel dicembre ’36. Nel dicembre ’33 un gruppo di personalità straniere, tra cui A. Huxley e P. Valéry, aveva indirizzato a Mussolini un appello per la loro liberazione. ↩
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Cfr. M. Vinciguerra, L’«Alleanza Nazionale» e Lauro De Bosis, in Trent’anni di storia italiana (1915-1945), Torino 1961, pp. 170 sgg.; L. De Bosis, Storia della mia morte cit.; G. Prezzolini, L’Italiano inutile, Firenze 1964, pp. 265 sgg., 345 sgg.; R. Ferlosio, Cinquant’anni. Storia vissuta, Roma 1954, pp. 200 sgg. ↩
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A Genova, il 5 settembre 1931, in un appartamento abitato da Domenico Bovone e dalla madre si verificò un’esplosione. Il Bovone rimase gravemente ferito, la madre decedette. Tra i rottami la polizia trovò i resti di alcune bombe a orologeria; altro materiale esplosivo fu rinvenuto in un mulino a Rivarolo Ligure di proprietà del Bovone, insieme a documenti comprovanti suoi rapporti con il fuoruscitismo e che, pare, autorizzassero a pensare che il Bovone preparava un attentato contro Mussolini. Sottoposto a interrogatorio il Bovone si confessò successivamente autore di alcuni attentati dinamitardi verificatisi in precedenza a Genova, Torino e Bologna. Giudicato dal Tribunale speciale fu condannato a morte e giustiziato. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. polizia politica, categ. 1, b. 141. ↩
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Nella relazione sull’attività svolta dalla polizia nell’anno x per stroncare le attività antifasciste in Italia (ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. [1903-49], b. 387) si legge:
«Gli elementi repubblicani piú attivi e giovani, stanchi delle logomachie dei santoni della Concentrazione e pur non disponendo, né di mezzi finanziari notevoli, né di dovizia di uomini, sia all’estero che in Italia, hanno sopperito con assoluta assenza di scrupoli a tutte le deficienze, cercando di seminare il panico nel Regno, con attentati terroristici, panico che avrebbe dovuto costituire il lievito della rivoluzione. Pochi uomini, quindi, ma intelligenti e votati all’azione, costituiscono, prima in seno alla Concentrazione e poi fuori di essa e talvolta in opposizione ad essa, l’associazione segreta denominata “Giovane Italia”». ↩
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Cfr. C. Rosselli, Socialismo liberale, Roma-Firenze-Milano 1945; nonché A. Garosci, La vita di Carlo Rosselli, Roma-Firenze-Milano 1945; nonché E. Aga Rossi, Il movimento repubblicano, Giustizia e Libertà e il Partito d’Azione, Bologna 1969. ↩
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ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. polizia politica, categ. 1, b. 141, nonché A. TARCHIANI, Il volo di Bassanesi su Milano e il processo di Lugano, in Trent’anni di storia italiana cit., pp. 166 sgg. Nel novembre 1931 Bassanesi organizzò un nuovo volo, che, però, non ebbe luogo per l’intervento delle autorità tedesche venute a conoscenza del progetto. Cfr. J. PETERSEN, Gli antifascisti italiani in Germania e il volo di Bassanesi del novembre 1931, in «Il movimento di liberazione in Italia», ottobre-dicembre 1968, pp. 37 sgg. ↩
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Cfr. D. ZUCARO, Il «caso» Germani. Diciotto lettere di Benedetto Croce, in «Il ponte», gennaio 1968, pp. 51 sg.; nonché la testimonianza di F. FANCELLO, Un’azione fallita di Giustizia e Libertà (1930), in Trent’anni di storia italiana cit., pp. 177 sg. ↩
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ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario, fasc. 538 707, «Pizzetti Ildebrando». ↩
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Sul movimento «neo-guelfo», che ebbe i suoi principali esponenti in G. Malavasi e P. Malvestiti e fu stroncato dalla polizia nel 1933, cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1933), sez. I, b. 4; nonché G. MALAVASI, Il processo dei guelfi, in Fascismo e Antifascismo, I, Milano 1962, pp. 250 sgg., e – piú in generale – P. Malvestiti, Parte guelfa in Europa, Milano 1945. ↩
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Su tutta questa serie di attentati e tentati attentati si veda soprattutto ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. Polizia politica, categ. 1, b. 141, dove, tra l’altro, risulta che la polizia fascista credette di poter collegare tutti questi e altri casi in una unica trama politica, facente capo ad alcuni esponenti di secondo piano di Giustizia e Libertà. Sia Schirru sia Sbardellotto, sebbene non avessero potuto mettere in atto i loro propositi, furono condannati a morte dal Tribunale speciale e giustiziati. ↩
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Sull’attività in Italia di Giustizia e Libertà manca uno studio d’insieme. Vastissima è invece la documentazione di polizia. Oltre alle notizie complessive nelle relazioni annuali della PS, si vedano per questo periodo i fascicoli Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1933), sez. I, b. 4; 1920-45, 1934, bb. 3, 21, 47. ↩
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Dalle carte di polizia risulta l’esistenza in questo periodo di altri gruppi antifascisti, come, per esempio, un fantomatico movimento massonico dei «Tigrotti» (presente a Genova, Torino e Milano). La loro effettiva importanza era però praticamente nulla. ↩
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L’opposizione «irredentista» slava nella Venezia Giulia fu in questo periodo assai piú vivace e pericolosa di quella altoatesina e ebbe talvolta contatti sia con quella comunista sia con quella democratica. Dopo gli episodi del 1929, in occasione del «plebiscito», le azioni piú importanti si ebbero nel 1930 ad opera dei nazionalisti della Tigor. La repressione fascista fu assai dura. Per i processi celebrati dal Tribunale speciale (che in questo periodo, comminò 4 condanne a morte, eseguite) cfr. A. Dal Pont, A. Leonetti, P. Maiello, L. Zocchi, Aula IV, Roma 1961: 1930, sentenze 1, 2, 17, 28, 29; 1931, sentenza 71; 1932, sentenza 7; nonché ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1920-45), bb. 3, 4, 31; M. Pacor, Confine orientale, Milano 1964, pp. 124 sgg.; E. Apih, Fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia (1918-1943), Bari 1966, pp. 311 sgg. Per una sintesi del movimento slavo cfr. L. Cermelj, Life and death struggle of a national minority, Lubiana 1945 (spesso, però, poco preciso); nonché per le reazioni della stampa internazionale al piú importante processo, quello conclusosi con le quattro condanne a morte, J. Goricar, Bazovica 6.IX.1930, Maribor 1931, e, per l’atteggiamento della Concentrazione di Parigi, P. Nenni, Le esecuzioni di Trieste, Paris s. d. (ma 1930-31).
Il movimento irredentista slavo, a carattere prevalentemente terrorista, suscitò a Roma molte preoccupazioni. La sua attività fu una delle ragioni principali che spinsero Mussolini a prorogare l’attività del Tribunale speciale (significativamente è di questa opinione anche il Cermelj). È per altro da notare che, personalmente, Mussolini pare si sia dimostrato nella repressione antislava di questo periodo meno feroce di altri fascisti. Da una relazione del gennaio 1946, fatta nel quadro dell’attività dell’Alto commissariato per la punizione dei delitti fascisti, sui metodi usati dal governo fascista nella Venezia Giulia (provocata assai probabilmente dalla pubblicazione del libro del Cermelj) risulta infatti che nel ’29 in occasione del processo per i fatti verificatisi in occasione del «plebiscito» (conclusosi con una condanna a morte), mentre il Tribunale speciale avrebbe voluto che il comando del corpo d’armata di Trieste «non inoltrasse» le domande di grazia degli eventuali condannati a morte, Mussolini avrebbe dato istruzioni che, ove le condanne a morte fossero state piú di una, si desse esecuzione a quella del maggior responsabile e si inoltrassero le domande di grazia degli altri condannati. ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Alto commissariato per le sanzioni contro il fascismo, fasc. I-70. ↩
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Cfr. a questo proposito le giuste osservazioni di R. Ruffilli, La questione regionale dall’Unificazione alla dittatura (1862-1942), Milano 1971, pp. 413 sgg. ↩
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ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. H/R, «Einaudi prof. Luigi». ↩
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ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1933), sez. I, b. 15, fasc. «Concentrazione antifascista (1933) – Francia». ↩