Capitolo III
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Capitolo terzo: Gli anni del consenso: il regime

Sotto il profilo costituzionale l’Italia fu governata dal ’22 al ’43 da un unico «ministero Mussolini» che subí però durante un ventennio tanti rimpasti (o, come si preferí allora definirli, tante «rotazioni ministeriali») che, di fatto, si può parlare di vari ministeri presieduti ininterrottamente da Mussolini. Se si accetta tale criterio di distinzione interna, si può affermare che tra tutti questi ministeri quello nato dal rimpasto del 12 settembre 1929 fu assai probabilmente non solo il piú ricco di titolari effettivi dei vari dicasteri, ma anche quello piú significativo e autorevole per il prestigio politico e le competenze tecniche dei suoi componenti.

Dopo il «plebiscito», tutti attendevano una serie di mutamenti della compagine governativa. Nessuno però aveva previsto un rimpasto tanto vasto, da mutare praticamente il volto del governo. Dei vecchi ministri tre soli furono infatti confermati: Rocco alla Giustizia, Mosconi alle Finanze e Ciano alle Comunicazioni. Al ministero dell’Economia nazionale, che venne privato di una serie di competenze trasferite al ministero delle Corporazioni e fu trasformato in ministero dell’Agricoltura, Martelli fu sostituito con Acerbo; alla Pubblica istruzione, ribattezzato ministero dell’Educazione nazionale, Belluzzo fu sostituito con B. Giuliano. I mutamenti maggiori o che, almeno, fecero piú impressione si ebbero però nei ben otto dicasteri che Mussolini era venuto via via cumulando nella sua persona. Di essi il «duce» ne conservò uno solo, quello dell’Interno, in cui si affiancò come sottosegretario ma, di fatto, titolare del dicastero L. Arpinati. A reggere sei degli altri furono promossi i rispettivi sottosegretari: Grandi agli Esteri, Gazzera alla Guerra, Sirianni alla Marina, Balbo all’Aeronautica, De Bono alle Colonie e Bottai alle Corporazioni. L’ottavo ministero retto da Mussolini, quello dei Lavori pubblici, fu assegnato a M. Bianchi, sino allora sottosegretario all’Interno1. Sottosegretario alla Presidenza fu confermato F. Giunta.

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L’ampiezza del rimpasto e soprattutto il fatto che Mussolini avesse rinunciato a controllare personalmente la maggioranza dei dicasteri (e tra essi quelli militari considerati tra i piú importanti) spiegano come, nel particolare clima che si era determinato subito dopo il «plebiscito»2, sia in Italia sia persino all’estero non mancarono coloro che si illusero che la politica mussoliniana fosse alla vigilia di una svolta e che il rimpasto preludesse ad una liberalizzazione del regime. In un discorso pronunciato il 14 settembre3 Mussolini si affrettò a smentire queste illazioni:

Qualcuno – disse – non cadrà nell’errore, veramente imperdonabile, di credere che la sistemazione del governo significhi una modificazione delle sue direttive. È un governo con una maggiore accentuazione di fascismo: le direttive non possono essere quindi che accentuatamente fasciste. Solo dei rimbambiti nostalgici o tiepidamente convertiti o comunque rimorchiati, possono vaneggiare o pargoleggiare di «tempi» a colorazione o scivolamento demoliberale. Non mai come in questo momento io ho misurato la miserevole vanità e la patente menzogna del demoliberalismo. Non mai come in questo momento ho sentito tutta la viva attualità della nostra dottrina dello Stato, accentrato e autoritario. Questa, che gli idolatri del numero informe chiamano, con gesto di vana esecrazione, «dittatura», noi la riconosciamo: la dittatura è nei fatti, cioè nella necessità del comando unico, nella forza politica, morale, intellettuale dell’uomo che la esercita, negli scopi che si prefigge.

Nonostante questa netta presa di posizione mussoliniana, non tutte le illusioni svanirono. Ancora per parecchio tempo, sia in Italia sia all’estero4, si continuò infatti a pensare ad un possibile revirement mussoliniano e a interpretare in questo senso atti ed iniziative governative che, in realtà, non avevano altro scopo che quello di porre un freno a singoli abusi e a disfunzioni dell’apparato politico o burocratico5. La facilità e la frequenza con le quali queste illusioni tornarono a mostrarsi negli anni successivi – nel ’32, in occasione dell’amnistia del «decennale», nel ’34, dopo la nuova «consultazione elettorale» del 25 marzo e il «caso Caldara», e soprattutto in occasione della conquista dell’Etiopia – dimostrano bene, da un lato, quanto l’esigenza di una liberalizzazione del regime fosse ancora sentita e, da un altro lato, quanto poco, ancora a quest’epoca, molti avessero compreso la vera natura del regime fascista, il suo significato storico e l’intima, inscindibile connessione che – nonostante tutto il prestigio e il potere personale del «duce» – vi era tra esso e l’iniziativa politica di Mussolini o, se si preferisce, tra la realtà oggettiva e sostanzialmente statica del regime e il margine di autonomia dell’iniziativa politica del «duce». Che Mussolini sin verso il ’36 abbia di tanto in tanto vagheggiato l’idea di una certa liberalizzazione del regime non è da escludere e non mancano elementi per ritenerlo probabile. Come abbiamo già avuto occasione di dire6, questa liberalizzazione non sarebbe potuta essere però che assai limitata e, in ogni caso, per essere realizzabile aveva bisogno di due premesse, difficili a realizzarsi singolarmente e praticamente impossibili a realizzarsi entrambe, poiché l’una di fatto escludeva l’altra: che l’opposizione antifascista democratica – o almeno una parte significativa di essa – la reputasse accettabile e che, al tempo stesso, le varie componenti del regime non solo l’accettassero anch’esse, ma l’accettassero nei termini che la rendevano accettabile agli antifascisti. Questo spiega perché i vagheggiamenti di Mussolini non si concretizzarono mai in una iniziativa che potesse far pensare ad una effettiva volontà di cercare di tradurli in pratica e, se qualcosa fu fatto, si ridusse al tentativo di «catturare» politicamente qualche elemento antifascista piú moderato o isolato, allo scopo soprattutto di poterne sfruttare propagandisticamente l’adesione al regime e di mettere in difficoltà l’opposizione antifascista. Oltre a ciò bisogna tenere presente un altro fatto non meno importante. Gli avvenimenti spagnoli del ’30 (caduta di Primo De Rivera) e del ’31 (proclamazione della Repubblica) fecero su Mussolini una grande impressione. Tra i fascisti la reazione piú diffusa fu quella di accollarne la responsabilità piú che a De Rivera (definito in genere un falso dittatore, «strumento e espediente della politica del monarca») ad Alfonso XIII, accusato di avere avallato, prima, la dittatura in funzione delle proprie tentazioni assolutistiche e, poi, di aver dato ascolto ai malumori dei vecchi uomini politici e di conseguenza di trarne pretesto per ammonire indirettamente Vittorio Emanuele III e la monarchia italiana a non farsi tentare ad imitare il sovrano spagnolo: come scrisse il «Corriere padano» sin dal febbraio del ’307,

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la caduta di un autentico dittatore in regime monarchico implicherebbe la caduta della monarchia. In un paese ricco di energie vitali, politicamente sveglio ed educato, dittatura e monarchia non potrebbero separare i loro destini; simul stabunt o simul cadent.

La caduta della monarchia spagnola suggerí a Mussolini alcune considerazioni o, come egli le chiamò, «aforismi», rimasti sino ad oggi inediti8, che ci permettono di farci una idea abbastanza precisa delle reazioni psicologiche e politiche che questo avvenimento suscitò in lui e dell’influenza che essi ebbero sul suo atteggiamento politico rispetto ad almeno tre questioni fondamentali. Rispetto alla monarchia, la crisi spagnola indusse Mussolini a dare sempre minore importanza al problema istituzionale: se il re sentiva veramente il significato e la funzione della monarchia, «oggi non è piú questione di repubblica o di monarchia, ma di comunismo o fascismo». Se la monarchia, insomma, non veniva meno al suo «patto» col fascismo, il problema della sua sopravvivenza era, almeno per il momento, uno pseudo problema, del tutto secondario rispetto a quello della lotta al comunismo e al suo battistrada, la democrazia (che sintomaticamente Mussolini mostra di interpretare come un prodotto delle città che avevano sopraffatto in Spagna le campagne). Piú importante, dopo la lezione spagnola, diventava invece il problema dei rapporti con la Chiesa. Da vecchio socialista anticlericale, sino allora Mussolini aveva ritenuto che la Chiesa fosse un potentissimo instrumentum regni, necessariamente schierato a fianco dei regimi «d’ordine». Uno degli aforismi suggeritigli dagli avvenimenti spagnoli del ’31 lascia chiaramente intendere che questi avvenimenti lo indussero a rivedere questa sua convinzione e, quindi, a riporre meno fiducia sia nella importanza politica della Chiesa sia nella sua capacità di formare effettivamente degli uomini d’ordine, refrattari alle suggestioni democratiche. Nell’aforisma in questione si legge infatti:

Anche in Italia taluno si meraviglia che il clero spagnuolo e i cattolici di Spagna abbiano mollato la Monarchia. Ciò è accaduto esattamente una settimana dopo le cerimonie della Pasqua durante le quali il Re aveva lavato i piedi ai mendicanti e era andato in processione. S. M. Cattolica di Spagna non ha avuto difensori tra i cattolici. Questo è il fatto. Ma quali i motivi? Motivi d’ordine storico: la Chiesa non fa una vera e propria questione di istituzioni politiche, se non in linea estremamente teorica: ma giudica le istituzioni dall’atteggiamento ch’esse tengono di fronte alla Chiesa. Non v’è dubbio che la Monarchia spagnuola favoriva la Chiesa. Tutta via l’appoggio è mancato. Bisogna convincersi che i Vescovi non sono capi politici e generali d’esercito, ma pastori: gli uomini ch’essi dirigono formano il gregge, un gregge di pecore. Ora un lupo solo sgomina un milione di pecore.

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La terza questione è quella che in questo momento ci interessa piú direttamente. L’esperienza spagnola dimostrava chiaramente che prima De Rivera poi il re erano caduti perché non avevano coerentemente perseguito una politica dittatoriale e perché avevano liberalizzato quel po’ di regime dittatoriale a cui avevano dato vita. Alla luce di questa esperienza il problema non poteva, dunque, essere quello di liberalizzare il regime ma, al contrario, quello di rafforzarlo:

Un regime non si difende alla ultima ora: si difende sin dalla prima e successivamente in tutte le ore e in tutti i minuti e anche all’ultima ora, ma in questo caso con la decisione piú inesorabile: che cosa sono un migliaio di morti (ma potrebbe bastare una scarica a salve) se si è convinti che il trionfo di un certo principio significhi la rovina di un popolo e la probabilità di un numero infinitamente maggiore di vittime, domani?

Detto questo, va subito detto che nel settembre ’29 – anche se, ovviamente, l’esperienza spagnola non aveva ancora potuto influenzarlo – rimaneggiando il suo governo, Mussolini a tutto pensava tranne che a porre le premesse per una liberalizzazione del regime. Checché alcuni sperassero, i suoi propositi in quel momento erano tutt’altri. La situazione politica interna era saldamente nelle sue mani e ormai avviata entro binari che garantivano un lungo periodo di stabilità e di sicurezza per il regime; quella del PNF era anch’essa saldamente nelle mani di Turati e, a parte singoli casi cronici di «beghismo» locale9, non destava preoccupazioni, persino Farinacci sembrava ormai disposto a por fine o, almeno, a moderare alquanto la sua polemica10; quella economica (a settembre nessuno prevedeva la tempesta che stava per abbattersi sull’economia statunitense e, per riflesso, su quella mondiale) era avviata verso un miglioramento e un progresso sicuri; quella internazionale, infine, era anch’essa apparentemente priva di sostanziali difficoltà per l’Italia; pertanto in questa situazione generale l’avvenire per Mussolini non era mai stato tanto favorevole e sicuro ed egli poteva realisticamente pensare che il regime potesse ormai passare dalla fase della definizione dei suoi caratteri e dei suoi istituti primari a quella della realizzazione di quelli che egli considerava ormai i suoi compiti «storici» e cioè a piú lungo termine: la trasformazione delle caratteristiche di base e della dinamica di sviluppo socio-economico-demografico della società italiana e la sua fascistizzazione integrale, nel presente e soprattutto nel futuro, attraverso la sistematica formazione delle nuove generazioni «nello spirito del littorio». In questa prospettiva, il significato che il rimpasto governativo (a cui, non lo si dimentichi, avrebbe fatto da pendant nelle settimane immediatamente successive il riassetto del PNF, realizzato – come si è visto – con il nuovo statuto del partito e la modifica della legge sul Gran Consiglio11) aveva per Mussolini può, grosso modo, essere cosí riassunto: a) sottolineare il carattere fascista del governo anche attraverso la sua composizione e in particolare la presenza di ben tre quadrumviri12; b) dare sempre piú alla figura del «duce» il carattere di quella del capo, liberandola di quasi tutte le responsabilità particolari che era venuta via via assumendo (il fatto che Mussolini mantenesse il ministero dell’Interno può essere visto come una manifestazione della sua volontà di controllare direttamente quello che in tutti i regimi autoritari è il dicastero chiave, ma anche come la conseguenza di una preoccupazione piú politica: far sí che in caso di contrasti tra partito e Stato, come ai tempi di Farinacci e di Federzoni, questo fosse rappresentato dal primo dei fascisti e non si ponesse, quindi, neppure la questione di chi dovesse avere l’ultima parola), in modo da far sí che, anche formalmente, Mussolini non rassomigliasse piú in nulla al vecchio presidente del consiglio dell’età liberale, che era solo primus inter pares; c) decentrare e responsabilizzare piú direttamente, in base alle loro funzioni e competenze ministeriali, quelli che sino allora erano stati i principali collaboratori in sottordine di Mussolini nei dicasteri da lui nominalmente retti; d) assicurare anche formalmente la continuità della direzione di quei dicasteri (Giustizia e Finanze, ché la permanenza di Ciano alle Comunicazioni aveva probabilmente un altro significato, quello di mantenere nel governo il successore in pectore del «duce») che non avevano ancora esaurita la realizzazione del programma politico loro assegnato nella precedente fase del regime; e) sottolineare (sia mutando sin il nome di alcuni ministeri e assegnando loro nuovi titolari, sia creando nuovi sottosegretari ad hoc, come quello per la Bonifica integrale e quello per l’Educazione fisica e giovanile) l’importanza e i nuovi compiti attribuiti d’ora in poi alla politica agricola e a quella verso le giovani generazioni; f) riconfermare il principio dell’autogoverno tecnico delle forze armate e della separazione istituzionale da esse della MVSN13; g) dimostrare che il fascismo faceva effettivamente «largo ai giovani» anche nelle piú importanti cariche dello Stato (Balbo aveva trentatre anni, Bottai trentaquattro).

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Al di là della normale amministrazione, gli obiettivi essenziali che, sul piano interno, Mussolini pensava di realizzare in questo nuovo «ciclo di governo» possono essere raggruppati in quattro categorie. Da un lato vi erano alcune «riforme» tipicamente fasciste che nel precedente ciclo non erano state portate a termine e che andavano realizzate al piú presto, in maniera da completare le strutture portanti del regime. Tra queste «riforme» la piú importante era certamente costituita dalla modifica, dall’adeguamento cioè al nuovo clima politico, dei codici ed in particolare di quelli penale e civile. Per il momento Rocco sarebbe riuscito però a portare a compimento solo la riforma del primo: il nuovo codice penale e, con esso, quello di procedura penale poterono entrare in vigore, infatti, col 1º luglio 193114; i lavori preparatori per il nuovo codice civile e per quello di procedura civile (pur essendo la revisione dei vecchi codici del 1865 pressoché unanimemente sentita come necessaria) si sarebbero invece trascinati assai in lungo, tra polemiche e contrasti di vario genere, sicché i due codici sarebbero entrati in vigore solo il 21 aprile 194215.

Da un altro lato vi era il grosso problema del bilancio dello Stato.

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Da quando, nel ’24-25, De Stefani era riuscito a eliminare il disavanzo, il bilancio si era mantenuto sempre in attivo16 e ciò aveva costituito uno dei maggiori vanti del regime. Con la crisi della quota novanta la situazione si era fatta via via piú difficile; in pieno accordo con Mussolini17, Volpi e soprattutto Mosconi (che era succeduto a Volpi alle Finanze nel luglio ’28, nella stessa occasione in cui Martelli aveva preso il posto di Belluzzo all’Economia nazionale) con una rigida politica di economie erano riusciti in un primo momento a fronteggiarla; ora, con l’esercizio ’29-30 il rischio di una riapparizione del deficit si era fatto però assai grave, suscitando apprensioni in tutti, sia per motivi di prestigio, sia perché la grave situazione del bilancio minacciava di costringere ad un ridimensionamento dei lavori pubblici e di bonifica progettati, sia perché – anche al di là della questione di prestigio – Mussolini, Mosconi, e soprattutto l’influentissimo ragioniere generale dello Stato V. De Bellis erano, conformemente alle piú accreditate teorie economiche del tempo, convinti assertori della tesi che il pareggio del bilancio fosse il miglior sintomo di una sana situazione economica. D’altra parte, mentre le uscite aumentavano le entrate tendevano a diminuire e lo stesso comitato intersindacale, con l’appoggio di Turati, chiedeva nuove diminuzioni fiscali che il Consiglio dei ministri nell’estate del ’29 aveva concesso (nella misura di mezzo miliardo) solo perché Mussolini si era imposto a Mosconi18. Sebbene la situazione economica generale del paese fosse in via di miglioramento, secondo Mosconi si doveva prevedere che il bilancio ’30-31 avrebbe registrato un «forte» deficit19. In questa situazione per il governo si trattava, per un verso, di sostenere il bilancio e, per un altro verso, di non sacrificare al pareggio le spese per i lavori pubblici e le bonifiche, che costituivano uno dei capisaldi della politica del regime per il nuovo «ciclo di governo» e una delle premesse di un altro degli obiettivi di fondo che in questo periodo Mussolini voleva realizzare, la «ruralizzazione» della società italiana. Un problema, come si vede, difficilmente risolvibile in tempi abbastanza normali, assolutamente insolubile nella situazione che si venne a determinare di lí a poco con la «grande crisi», che sconvolse rapidamente tutto il quadro economico, moltiplicando le spese e facendo diminuire le entrate effettive.

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Secondo i rendiconti ufficiali, l’esercizio ’29-30 fu l’ultimo ancora in attivo, sia pure di poco (170 milioni). La tabella a piè di pagina riporta la situazione del bilancio nei cinque esercizi successivi (in milioni di lire)20.

Pur senza entrare nei dettagli della politica finanziaria fascista di questi anni, se si vuol valutare il suo significato politico è necessario farsi una idea di come – abbandonato per il momento21, giocoforza, il principio di difendere ad ogni costo il pareggio del bilancio – il governo fronteggiò questa situazione e a che prezzo. Via via che la crisi procedeva, la necessità di fronteggiarla si venne riassumendo – come già si è visto nel precedente capitolo – soprattutto attorno a tre tipi di interventi volti rispettivamente a contenere la disoccupazione mediante una sempre piú vasta politica di lavori pubblici, ad aiutare e a salvare, direttamente o indirettamente, le imprese in difficoltà o in dissesto e a realizzare una progressiva deflazione economica22, tendente, in un primo tempo (novembre ’30), a ridurre prezzi, costi e retribuzioni al rapporto 1-4 rispetto all’anteguerra e, successivamente (estate ’33), al rapporto 1-3, sempre rispetto all’anteguerra23. Singolarmente nessuno dei tre obiettivi fu completamente conseguito, i sacrifici imposti al paese – specialmente ai gradini piú bassi della scala sociale – furono assai rilevanti e il superamento della crisi, come si è visto, comportò tempi assai piú lunghi di quelli previsti. Ciò nonostante i risultati parziali ottenuti non possono essere sottovalutati, specie se si confronta la situazione italiana con quella degli altri paesi europei e in particolare con quella francese. Relativamente alle condizioni dell’economia italiana, alla gravità del deficit della bilancia commerciale e dei pagamenti e alle risorse alle quali il governo poteva attingere, il disavanzo del bilancio dello Stato fu mantenuto entro limiti, per il momento, ancora sopportabili. Ricorrendo, da un lato, ad una serie di inasprimenti fiscali (nel ’34 Mussolini dovrà riconoscere «che la pressione fiscale è giunta al suo limite estremo e che bisogna lasciare per un po’ di tempo assolutamente tranquillo il contribuente italiano e, se sarà possibile, bisognerà alleggerirlo, perché non ce lo troviamo schiacciato e defunto sotto il pesante fardello»24), da un altro lato, ad una serie di economie (sulle retribuzioni e sulle spese generali e di amministrazione e procedendo anche alla riduzione di una parte degli stanziamenti richiesti dai dicasteri militari e, in un primo momento, loro concessi)25, da un altro lato ancora, ad una serie di operazioni volte ad abbassare il costo del denaro (riduzione progressiva del saggio di sconto sino al 3 per cento), a rastrellarlo (emissione di nuovi buoni del tesoro novennali al 4 per cento) e soprattutto ad alleggerire gli oneri che gravavano sul bilancio (nel febbraio ’34, procedendo alla conversione del debito consolidato al 5 per cento e di quello, pure al 5 per cento, del Littorio in un nuovo prestito redimibile al 3,50 per cento26), Mosconi e il suo successore (dal luglio ’32) G. Jung riuscirono a far fronte alle necessità piú urgenti, soprattutto a quelle volte a frenare la disoccupazione, senza compromettere irrimediabilmente la possibilità di ripresa futura del bilancio e senza aumentare la circolazione (che, anzi, dal ’29 al ’35 passò da 16 774 milioni a 13 028). Significativa è a questo proposito la classificazione delle spese effettive27 secondo i servizi elaborata dal Repaci, da essa risulta infatti chiaramente la misura dello sforzo fatto in questi anni per incrementare i vari tipi di attività che potevano dar lavoro alla mano d’opera rimasta senza occupazione (cfr. tabella).

Esercizio
finanziario
Entrate
effettive
Spese
effettive
Disavanzo
1930-31 20 387 20 891 504
1931-32 19 324 23 191 3867
1932-33 18 217 21 766 3549
1933-34 18 056 24 434 6377
1934-35 18 817 20 847 2030
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A questo punto del nostro discorso, non è il caso di affrontare il problema, su cui torneremo, dei limiti di queste scelte di politica finanziaria, del loro significato politico-economico, della loro connessione con la decisione di Mussolini di non distaccare la lira dalla sua base aurea, neppure dopo la svalutazione della sterlina nel ’31 e del dollaro nel ’33, dei dissensi che esse suscitarono nel gruppo dirigente fascista. Allo stesso modo, non ci pare il caso di addentrarci ora nell’analisi degli altri aspetti della politica economica attuata dal governo negli anni della «grande crisi» e della loro incidenza sull’evoluzione del regime. Per il momento ci basta accennare ad un solo problema, strettamente connesso alla politica di bilancio della quale abbiamo parlato: quello del suo prezzo. E, anche a questo proposito, il discorso ci pare si possa limitare a due soli aspetti piú significativi, quello del prezzo immediatamente economico di questa politica per lo Stato e quello, invece, del prezzo piú propriamente politico, delle conseguenze che essa ebbe rispetto ai primitivi piani di Mussolini e del governo da lui varato nel settembre 1929.

Sul primo aspetto il discorso può essere molto breve e può ridursi alla constatazione che, per attuare la sua politica di relativo contenimento del disavanzo del bilancio dello Stato, Mussolini si vide costretto a sottoporre le riserve auree della Banca d’Italia ad un salasso (da 10 341 milioni al 31 dicembre ’29 a 5883 al 31 dicembre ’34) che avrebbe avuto conseguenze assai gravi per tutta la politica del regime28. Non a caso lo stesso Mussolini a metà del ’34, in una lunga lettera a Jung che era una sorta di bilancio economico dell’ultimo anno29, definí il problema delle riserve quello «piú grave» e affermò che non era possibile scendere al disotto dei sei miliardi. Sul secondo aspetto è necessario dilungarci un po’ di piú. Sin dai primi anni dopo l’andata al potere, il fascismo aveva dato un notevole incremento alla politica dei lavori pubblici, tanto che uno dei cavalli da battaglia della sua propaganda divenne quello che nei primi dieci anni del suo governo esso aveva speso in questo importantissimo campo piú di quanto i governi liberaldemocratici avevano speso in sessant’anni 30. E indubbiamente molto fu fatto, anche se spesso in modo disordinato e con criteri discutibili. Negli anni della «grande crisi» – come si è detto – questa politica non fu interrotta ma, anzi, fu potenziata (nel momento piú difficile, nel ’31, fu fatto uno stanziamento straordinario di un miliardo e trecentocinquanta milioni); i dati elaborati dal Repaci sono a questo proposito eloquenti. Alcuni, sia tra i maggiori esponenti del mondo economico sia anche tra i politici (per esempio A. Turati31), avrebbero preferito che, invece di stanziare nuovi fondi per le opere pubbliche, il governo aiutasse di piú l’industria e l’agricoltura, consentendo cosí ad esse di fronteggiare meglio la crisi, impiegare piú mano d’opera e far circolare piú il denaro. Mussolini però si mostrò sempre ostile a questi suggerimenti. Per lui, infatti, la politica delle opere pubbliche, oltre che corrispondere bene alla sua psicologia attivistico-populistica32, presentava almeno due aspetti positivi: da un lato, per dirla con un sintomatico titolo di un articolo di «Gerarchia»33, gli serviva per dare all’Italia, nonostante la crisi, l’aspetto di un «cantiere sonante», per offrire cioè agli italiani e agli stranieri una prova immediata, concretamente visibile dell’attività realizzatrice del regime; da un altro lato, gli serviva per contenere in qualche misura la disoccupazione e far merito di ciò direttamente a sé e al suo «provvido» governo34. La crisi e le difficoltà del bilancio ad essa connesse non interruppero, dunque, ma, anzi, potenziarono la politica dei lavori pubblici. A ben vedere però, quello che, a prima vista, potrebbe sembrare un successo – e che come tale fu sostanzialmente presentato dalla propaganda del regime –, in realtà fu per Mussolini un grave scacco.

Esercizio finanziario Organi e servizi generali
dello Stato
Servizi finanziari Giustizia Difesa Costruzione
strade ferrate
Opere pubbliche Servizi economici Pubblica istruzione Colonie Beneficenza
e assistenza sociale
Servizi di culto Servizi all’estero Servizi di polizia Sovvenzioni
aziende autonome
ed enti locali
1929-30 383 1838 495 4289 290 1832 658 1394 494 166 75 182 1009 133
1930-31 410 2192 508 5013 300 2229 865 1508 490 152 207 236 1060 127
1931-32 400 1896 502 4890 641 5143 936 1611 441 164 82 192 998 1322
1932-33 410 1798 511 4882 226 3864 1180 1777 464 180 76 201 1006 903
1933-34 415 2696 509 4301 216 4033 1284 1768 456 212 80 183 928 950
1934-35 399 1756 484 4186 72 5898 1225 1697 447 203 70 166 879 840

Tabella originale

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Parte essenziale della politica dei lavori pubblici era per il regime la bonifica integrale. Nel ’27 il «duce» aveva detto35:

Con questo quinquennio si chiude la politica a favore delle città, che hanno avuto dal Regime tutti i contributi e tutti i concorsi per il loro abbellimento e i loro bisogni. Bisogna quindi intensificare da oggi la politica a favore del villaggio. Fra «stracittà» e «stravillaggio», io sono per lo «stravillaggio». Ma per questa politica rurale occorrono maggiori mezzi. Si devo no particolarmente tenere presenti: primo, la necessità delle sistemazioni forestali ed idrauliche; secondo, l’opportunità di svolgere una politica bonificatrice integrale.

Occorre anche integrare le opere di bonifica con opportune irrigazioni, dato che i luoghi bonificati non possono restare dei deserti. Per tutto questo bisogna dare il sufficiente credito alle sane e razionali iniziative rurali.

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In questa prospettiva, alla fine dell’anno successivo era stata varata la cosiddetta «legge Mussolini» per la bonifica integrale (n. 3134 del 24 dicembre 1928, integrata e rivista col r. d. 13 febbraio 1933, n. 215), la cui applicazione aveva avuto inizio col primo luglio 1929. Nonostante la complessità del suo meccanismo e delle procedure previste, la legge era stata concepita da Arrigo Serpieri, uno dei migliori tecnici che ebbe il fascismo, con criteri moderni e, per certi aspetti, addirittura d’avanguardia, che andavano ben oltre i tradizionali obiettivi di risanamento idraulico e di lotta contro la malaria e miravano a realizzare un complesso di opere di trasformazione agraria globale in grado di mettere in valore le zone agricole piú arretrate del paese. L’onere di questo complesso di lavori doveva gravare soprattutto sullo Stato36 ed era in pratica di ben sette miliardi in quattordici anni. Nel settembre ’29, quando Mussolini rimpastò il governo, la bonifica integrale (per la cui realizzazione fu creato, come si è detto, un sottosegretariato ad hoc affidato a Serpieri) aveva costituito uno dei punti piú importanti e caratterizzanti del nuovo «ciclo di governo». Il «duce», illustrandone il piano «gigantesco», ne aveva parlato come di «uno sforzo, che può inorgoglire un popolo e creare un titolo imperituro di gloria per il regime fascista»37. Un piano tanto vasto ed impegnativo, per essere veramente realizzato e dare risultati duraturi aveva bisogno però soprat’tutto di due cose: che l’impegno economico dello Stato si realizzasse in maniera puntuale e costante, senza perdere una battuta e senza scoordinamenti nei tempi, e che lo Stato fosse in grado di convincere e, se necessario, costringere i proprietari privati delle zone di bonifica ad osservare gli obblighi che la legge loro imponeva a completamento dello sforzo pubblico. Nei primi tre anni, l’applicazione della legge avvenne in maniera abbastanza sistematica e dette buoni risultati38. Con il ’32 cominciarono però le difficoltà. Nonostante tutti i tentativi di Serpieri per convincere Mussolini e i responsabili delle Finanze che una riduzione dei programmi avrebbe reso impossibile conseguire risultati organici anche se ridotti rispetto a quelli preventivati e, quindi, avrebbe avuto conseguenze negative sia sul piano politico sia su quello economico, sotto i colpi della crisi e di tutta una serie di esigenze contingenti e locali, l’erogazione dei fondi per la bonifica integrale subí dilazioni e riduzioni a favore di altre iniziative e investimenti per lavori pubblici di immediata attuazione e che potevano impiegare in modo piú «politico» la mano d’opera rimasta senza lavoro. Da qui la necessità di una serie di ritocchi e di ridimensionamenti dello stesso quadro generale della bonifica integrale39. Se a ciò si aggiunge poi che, in questa situazione, la gran parte dei proprietari privati si sottrasse agli obblighi che la legge prevedeva per essi, adducendo in genere come scusa le difficoltà economiche del momento e la parziale inadempienza dello Stato (il non completamento di certe opere o il loro ritardo), si comprende perché abbiamo parlato di grave scacco per Mussolini. Indubbiamente la bonifica – sia pure ridimensionata – fu portata avanti e ottenne risultati generali non sottovalutabili (specialmente laddove – Agro pontino, Tavoliere di Puglia, Basso Volturno – per motivi di prestigio o per particolari situazioni locali, lo Stato seppe superare le resistenze agrarie e procedere ad espropri e lottizzazioni)40 e in alcuni casi certamente di rilievo. Fu questo il caso in particolare dell’Agro pontino, la cui bonifica e colonizzazione, con la creazione di Littoria (dicembre ’32), di Sabaudia (agosto ’33) e, successivamente, di Pontinia e di Aprilia, ebbero una grandissima eco in Italia e all’estero e costituirono uno dei maggiori successi politici del fascismo41. È però altrettanto vero che, nel complesso, i risultati della bonifica integrale furono inferiori non solo a quanto previsto dall’originario piano di Serpieri (che, non a caso, nel gennaio ’35, dopo aver tentato invano di rilanciarlo, lasciò il sottosegretariato alla bonifica integrale42), ma anche alle aspettative suscitate nel paese dal battage propagandistico messo in atto e finirono per non corrispondere all’entità dello sforzo economico sostenuto43. Oltre a ciò – e con questo arriviamo alla terza categoria di obiettivi che, come si è detto, Mussolini pensava nel settembre ’29 di realizzare nel nuovo «ciclo di governo» – è fuori di dubbio che, per quel che riguardava piú direttamente il «duce», il ridimensionamento dell’originario programma della bonifica integrale e gli effettivi risultati ottenuti concorsero a far naufragare miseramente i suoi progetti di trasformazione delle caratteristiche di base e della dinamica di sviluppo della società italiana, o – se si preferisce usare una espressione assai frequente nella pubblicistica politica fascista e nella propaganda del regime di quegli anni – di ruralizzazione dell’Italia.

146–147

Da quanto abbiamo detto or ora sulla bonifica integrale e nel precedente capitolo sulla gravità della situazione dell’agricoltura negli anni della «grande crisi», insistere a trattare ampiamente dei propositi di ruralizzazione mussoliniani potrebbe a prima vista sembrare pressoché inutile. In realtà la tematica ruralistica ebbe in questi anni nella concezione politica mussoliniana un posto cosí importante che è impossibile liquidarla con pochi rapidi cenni e con la constatazione del fallimento dei tentativi fatti per tradurla in atto; un fallimento cosí totale che la società italiana nel secondo decennio fascista si sviluppò, nonostante gli iniziali propositi e gli sforzi del regime, lungo una linea praticamente opposta a quella che, sullo scorcio degli anni venti, Mussolini aveva deciso di farle seguire, e della politica ruralistica le uniche componenti che sopravvissero alla bufera della «grande crisi» furono quella «disciplinatrice» delle migrazioni e soprattutto quella demografica, in sé, forse, la piú assurda e, in ogni caso, sempre piú intesa non già come un aspetto della messa in valore della terra e del potenziamento dell’agricoltura, ma come l’elemento base di una politica di espansione-colonizzazione e di potenza militare.

147–148

Le origini della politica di ruralizzazione sono chiare e, a modo loro, non mancano di una certa logica, anche se solo apparente. Per Mussolini la necessità di una politica di ruralizzazione trovava origine in una serie di considerazioni, d’ordine sia ideologico-culturale, sia pratico. Da un lato, essa affondava le radici nella convinzione che, come si è visto nel primo capitolo, il «duce» si era fatto che la «crisi della civiltà occidentale» potesse essere scongiurata contenendo ed addirittura invertendo la tendenza al «supercapitalismo», all’«urbanesimo industriale» e all’«insterilimento demografico». Da un altro lato, essa trovava alimento in una duplice constatazione di fatto: che il processo inflazionistico era determinato da un troppo rapido sviluppo industriale e quindi urbano e che l’agricoltura, nonostante il successo della «battaglia del grano», non riusciva a risollevarsi e si depauperava sia di braccia sia di capitali. Da un altro lato ancora, Mussolini si rendeva conto che – sul terreno politico immediato – la stabilità e la compattezza del regime avevano il loro punto debole nel settore industriale (sia nel campo operaio sia in quello imprenditoriale), nelle tendenze centrifughe che esso sviluppava rispetto al tipo di equilibrio socio-economico su cui il fascismo si fondava. Da qui, sempre secondo Mussolini, la necessità di una trasformazione delle caratteristiche di base e della dinamica di sviluppo della società italiana, da realizzare (oltre, ovviamente, che sul piano della «formazione» negli italiani e soprattutto nelle nuove generazioni di una «vera» «coscienza fascista» e di una «sana» «consapevolezza ruralistica») attraverso: a) il potenziamento e lo sviluppo massiccio dell’agricoltura sotto tutti i profili, della superficie coltivata, degli addetti, della meccanizzazione, degli investimenti, della produzione, anche se questa ultima avesse dovuto perdere di valore («io sono per l’abbondanza dei prodotti anche se costeranno – come è fatale – di meno. L’abbondanza è sempre una fortuna se è vero, e fin qui fu sempre vero, che la carestia è sinonimo di fame e miseria»44; b) il ridimensionamento dell’industria, fondato, da un lato, sul contenimento di quella di grandi dimensioni e, da un altro lato, su un sano sviluppo di quella piccola e media (specialmente di quella collegata all’agricoltura: «una agricoltura ricca costituisce nella nazione un incentivo allo sviluppo dell’industria, essendo questa, in molte sue branche [meccanica, chimica, tessile, ecc.] legata a quella»)45; c) la creazione di una economia mista, nella quale una vasta agricoltura incentivasse e al tempo stesso regolasse lo sviluppo industriale e l’industria curasse piú il mercato interno che quello estero. Significativo a quest’ultimo proposito è che ancora nel novembre 1933, quando la politica di ruralizzazione era ormai in gran parte fallita, Mussolini, parlando al Consiglio nazionale delle Corporazioni, affermasse46:

148–150

L’Italia a mio avviso deve rimanere una nazione ad economia mista, con una forte agricoltura, che è la base di tutto, tanto è vero che quel piccolo risveglio delle industrie che si è verificato in questi ultimi tempi è dovuto, come è opinione unanime di coloro che se ne intendono, ai raccolti discreti dell’agricoltura in questi ultimi anni; una piccola e media industria sana, una banca che non faccia speculazioni, un commercio che adempia al suo insostituibile compito, che è quello di portare rapidamente e razionalmente le merci ai consumatori.

Solo cosí l’Italia avrebbe potuto darsi una economia veramente sana ed equilibrata, al riparo dalle crisi ricorrenti e soprattutto in grado di sfuggire ai guasti irrimediabili del «supercapitalismo», in primo luogo a quelli che, come si è visto, Mussolini considerava le manifestazioni piú evidenti ed incontrovertibili della «crisi della civiltà occidentale», l’urbanesimo e la decadenza demografica. Solo cosí l’Italia fascista avrebbe potuto, da un lato, dimostrare la propria superiorità morale sulle tradizionali grandi potenze europee (Francia e Inghilterra), che – realizzato da secoli il loro processo unitario – erano ormai «esaurite e finite», e, da un altro lato, essere in grado di tener testa alle «masse compatte di tedeschi e di slavi» che premevano alle sue frontiere47 e, quindi, giustificare le sue aspirazioni ad una propria funzione storica e ad un proprio impero, morale e politico-territoriale. Insomma, ruralizzando, Mussolini tendeva a risolvere insieme tutti i problemi della «vecchia» Italia e tutte le aspirazioni della «nuova» Italia; ruralizzare – per quanto la cosa possa apparire a noi assurda, anacronistica e antistorica, un confuso miscuglio, tipicamente piccolo borghese, di motivi e di suggestioni diversissime – voleva dire per lui trasformare alla radice le caratteristiche stesse piú intime della società italiana, quelle economiche come quelle morali, e, al tempo stesso, gettare le premesse («il numero è potenza») di un nuovo ruolo e di una nuova potenza dell’Italia nel mondo.

150–151

Una impresa di tanta portata («colossale» come ebbe a definirla Mussolini con Giuriati) necessitava ovviamente, oltre che di tempo, di mezzi finanziari enormi. Di ciò il «duce» si rendeva conto; nessun prezzo gli sembrava però troppo alto in confronto alla grandiosità e alla portata «storica» che la sua realizzazione avrebbe avuto. Il 24 marzo 1927, in una lettera a G. Giuriati, allora ministro dei Lavori pubblici, che gli aveva trasmesso la relazione conclusiva dei lavori preparatori svolti dal Comitato permanente per le migrazioni interne, aveva affermato senza mezzi termini: «bisogna ruralizzare l’Italia, anche se occorrono miliardi e mezzo secolo»48. Ed è proprio a questa data che si può far risalire l’inizio della fase di concreta preparazione della politica di ruralizzazione, destinata – secondo i propositi mussoliniani – a passare a quella dell’effettiva realizzazione con il nuovo «ciclo di governo» apertosi nel settembre 1929. Non a caso ancora fu proprio dopo questa data che Mussolini prese a parlare e a scrivere sempre piú spesso della necessità di ruralizzare l’Italia, di porre l’agricoltura «al primo piano dell’economia nazionale», di determinare un «ritorno alla terra», di combattere l’urbanesimo, di potenziare le bonifiche e la colonizzazione interna e, soprattutto, di attuare una decisa politica demografica, che andasse ben oltre i provvedimenti sino allora presi (introduzione della tassa sui celibi, sviluppo dell’assistenza alla maternità e all’infanzia, ecc.): tutta una serie di prese di posizione che ebbe il suo culmine nel saggio-prefazione (Il numero come forza) alla traduzione italiana dello studio di R. Korherr, Regresso delle nascite: morte dei popoli, anticipato sulle pagine di «Gerarchia» (settembre ’28) e ampiamente ripreso e illustrato da tutta la stampa del regime49. E non a torto, dato che non vi è dubbio che questo scritto possa e debba essere considerato il manifesto ideologico del ruralismo mussoliniano. Assai significativa è in questo senso la sua chiusa, dalla quale risultano bene i principali aspetti e le principali implicazioni politiche della concezione ruralistica del «duce»50:

151–152

Si tratta di vedere se l’anima dell’Italia fascista è o non è irreparabilmente impestata di edonismo, borghesismo, filisteismo. Il coefficiente di natalità non è soltanto l’indice della progrediente potenza della Patria, non è soltanto come dice Spengler, «l’unica arma del popolo italiano», ma è anche quello che distinguerà dagli altri popoli europei, il popolo fascista, in quanto indicherà la sua vitalità e la sua volontà di tramandare questa vitalità nei secoli. Se noi non rimonteremo la corrente, tutto quanto ha fatto e farà la Rivoluzione fascista, sarà perfettamente inutile perché, ad un certo momento campi, scuole, caserme, navi, officine non avranno piú uomini. Uno scrittore francese che si è occupato di questi problemi ha detto: per parlare di problemi nazionali occorre in primo luogo che la Nazione esista. Ora una Nazione esiste non solo come storia o come territorio, ma come masse umane che si riproducono di generazione in gener azione. Caso contrario è la servitú o la fine. Fascisti italiani: Hegel, il filosofo dell o Stato, ha detto: Non è uomo chi non è padre!

In una Italia tutta bonificata, coltivata, irrigata, disciplinata: cioè fascista, c’è posto e pane ancora per dieci milioni di uomini. Sessanta milioni d’italiani faranno sentire il peso della loro massa e della loro forza nella storia del mondo.

Per realizzare questa impresa i settori chiave sui quali il regime si proponeva di intervenire e di esercitare il massimo sforzo erano quattro. I risultati ottenuti in essi avrebbero infatti dovuto via via fare sentire la loro influenza reciproca e avrebbero dovuto agire da correttivi e da riequilibratori anche su tutti gli altri settori, sino a determinare il mutamento della dinamica di sviluppo della società italiana nel suo complesso. Il primo settore era quello piú direttamente e immediatamente agricolo: l’agricoltura doveva beneficiare del massimo di agevolazioni e di interventi da parte dello Stato, in modo da estendere al massimo la produzione, modernizzarsi e diventare economicamente piú redditizia. Il secondo settore era quello della bonifica integrale e, a integrazione di essa, dell’edilizia rurale e dei lavori pubblici: si trattava, attraverso questo complesso di opere, di dilatare la superficie coltivabile, di permettere nuove colture, di migliorare le condizioni di vita dei ceti agricoli e, quindi, di rendere possibili sempre nuovi stanziamenti, sia nelle zone bonificate sia, in genere, in quelle agricole. Il terzo settore era quello delle migrazioni: in attesa del rilancio dell’agricoltura e di poter colonizzare le zone bonificate, bisognava impedire che la popolazione rurale continuasse ad essere attratta dalle grandi città, dalle industrie e, addirittura, bisognava sollecitare un processo di disurbanizzazione e di ritorno alla terra. Il quarto settore, infine, era quello demografico: bisognava porre fine alla diminuzione della natalità (piú sensibile a mano a mano che si passava dalle zone agricole ai grandi centri urbani) e, anche qui, bisognava invertire la tendenza, in maniera da accrescere la popolazione, soprattutto quella agricola e dei centri medi e piccoli. In realtà, un po’ per il sopraggiungere della «grande crisi», un po’ per la sproporzione (anche se questa non fosse sopravvenuta) tra gli obiettivi che si volevano raggiungere e i mezzi di cui si poteva effettivamente disporre e, soprattutto, per l’anacronismo e l’intima assurdità (sia sotto il profilo economico sia, ancor piú, sotto quello umano) dell’obiettivo finale che si voleva realizzare51, in nessuno di questi quattro settori il regime riuscí a conseguire un successo e, tanto meno, Mussolini poté veder realizzate anche solo le premesse della tanto bramata ruralizzazione dell’Italia.

152–153

L’agricoltura realizzò indubbiamente un non sottovalutabile processo di ristrutturazione capitalistica (soprattutto attraverso lo sgretolamento della proprietà fondiaria non imprenditrice a favore della piccola proprietà coltivatrice e una certa concentrazione di quest’ultima nella grande azienda capitalistica), cosí come, altrettanto indubbiamente, fece considerevoli progressi tecnici e nel settore della cerealicoltura (e in particolare della granicoltura) la produzione registrò un notevole aumento, tanto che per la prima volta l’Italia riuscí a raggiungere l’autosufficienza cerealicola52; negli altri settori (tranne alcune coltivazioni di qualità o da esportazione garantite da una serie di accordi commerciali) la situazione, nel complesso, fu caratterizzata da un diffuso ristagno, mentre le produzioni zootecniche registrarono un netto peggioramento53. Gli sforzi del regime ottennero buoni risultati sul piano dell’estensione della superficie coltivata54, della utilizzazione della mano d’opera e della produzione (lo sbilancio passivo agricolo che nel ’26 superava il 60 per cento di quello totale, nel ’38 si sarebbe ridotto a circa il 15 per cento). Nonostante ciò, la situazione reale dell’agricoltura nel suo complesso non realizzò i miglioramenti voluti e, rispetto agli altri settori, quello agricolo finí per risultare il piú svantaggiato, come dimostrano chiaramente il reddito decrescente della terra e il crollo del saggio di incremento del valore aggiunto dell’agricoltura55. Quanto, infine, alle condizioni di vita e di lavoro delle varie categorie agricole, è facile capire come, in una situazione generale di questo tipo, esse non registrarono sostanziali mutamenti e, anzi, sul piano immediatamente economico subirono spesso un peggioramento56.

153–154

Quanto alla bonifica integrale, dopo quello che già abbiamo detto, basterà aggiungere che, secondo le stime del Bandini, i terreni soddisfacentemente trasformati, «realizzando notevoli risultati produttivi, congiunti a piú densi insediamenti colonici», si aggiravano al 1938 attorno ai 220-250 mila ettari, mentre su altri 100 mila ettari fu realizzato un completo sistema irriguo, «che ha incrementato le produzioni senza però creare nuove sedi di vita». Di fronte a questi risultati positivi, va per altro tenuto presente che l’attività bonificatrice del regime si era nello stesso periodo dispiegata completamente (nel senso che le relative opere pubbliche e private erano state ultimate) su circa 2 600 000 ettari, sicché – come ha notato ancora il Bandini – si può concludere che solo dal 10 per cento circa della superficie bonificata furono in pratica tratti «frutti cospicui». «Nel rimanente o non si sono avuti frutti per niente, o si sono determinati modesti vantaggi produttivi, senza visibili trasformazioni degli ordinamenti agricoli e della vita rurale»57.

154

Anche nel campo della disciplina delle migrazioni interne e della lotta all’urbanesimo i risultati conseguiti furono sostanzialmente modesti. Una serie di provvedimenti ad hoc, predisposti sia dalla PS sia dal Commissariato per le migrazioni interne (dal 1930 alle dirette dipendenze del «duce»)58, riuscirono indubbiamente a frenare il fenomeno, non però ad arrestarlo né tanto meno a provocare un’inversione di tendenza. Il flusso migratorio dal Sud e dalle isole, specialmente quello diretto verso le regioni del Nord, fu notevolmente frenato. La popolazione urbana però continuò ad aumentare (nel ’21 era il 45 per cento, nel ’31 il 51 per cento, nel ’36 arrivò a quasi il 55 per cento) e soprattutto aumentò quella dei centri maggiori, dove relativamente scarso era l’incremento naturale e piú marcato invece quello cosiddetto sociale, cioè conseguente all’immigrazione (proveniente non tanto dai comuni minori quanto da quelli di media grandezza). Il fenomeno si verificò in tutti i capoluoghi di compartimento (regioni) e nei comuni oltre i centomila abitanti, ove l’afflusso avvenne soprattutto dalle località viciniori; dal ’31 al ’36 l’aumento della popolazione fu in questi comuni del 9,92 per cento (media nazionale 4,23 per cento) e fu dovuta per i tre decimi all’incremento naturale e per i sette decimi a quello sociale. Questo fu fortissimo soprattutto nel Lazio (61,1 per mille), in parte per la colonizzazione dell’Agro pontino, ma specialmente per l’emigrazione verso Roma. Nonostante tutti i provvedimenti governativi, Roma, con Milano, Genova e Torino, continuò infatti per tutti gli anni trenta ad attrarre un notevole flusso migratorio. Roma, che dal ’21 al ’30 aveva registrato un saldo attivo tra immigrazione ed emigrazione di 215 878 unità, dal ’31 al ’40 ne registrò uno di ben 358 049 unità59. A tutto il ’33 la disciplina delle migrazioni interne ottenne i migliori risultati altrove, nella organizzazione e realizzazione degli spostamenti dei lavoratori disoccupati in località nelle quali potevano essere utilmente impiegati, soprattutto nell’agricoltura e nei lavori pubblici (dal ’29 al ’33 oltre 1 711 000), nella colonizzazione delle zone di bonifica (oltre 5500 famiglie), della Libia (circa 500 famiglie) e nella sistemazione di 1876 famiglie in altrettante case cantoniere dell’Azienda autonoma strade statali60.

155–156

Quanto, infine, alla «battaglia demografica», anche i suoi risultati furono piuttosto modesti, certo assai inferiori alle speranze di Mussolini e all’impegno che in essa il regime mise, sia sotto il profilo propagandistico61 sia sotto quelli legislativo e finanziario (tassazione dei celibi, privilegi per i coniugati con prole e per i coniugati in genere rispetto ai celibi, prestiti alle coppie in procinto di sposarsi, premi di natalità, sussidi e facilitazioni per le famiglie numerose, assistenza alle madri e ai fanciulli, ecc.). I risultati maggiori si ebbero sul piano della diminuzione della mortalità, sia generale sia infantile, e, col ’36, su quello della nuzialità. Nel complessó, però, tanto la natalità quanto l’accrescimento naturale (l’eccedenza delle nascite sulle morti cioè) continuarono a decrescere, come risulta chiaramente dalla tabella a piè di pagina.

Si deve altresí notare che nessun risultato apprezzabile fu ottenuto sul terreno di un rilancio demografico della popolazione urbana: nonostante tutti gli sforzi messi in atto dal regime, le zone piú feconde rimasero quelle meridionali ed insulari (soprattutto la Puglia e la Lucania), mentre i centri urbani, soprattutto quelli maggiori, continuarono a registrare quozienti di natalità nettamente inferiori alla media (nel ’34, per esempio, il quoziente dei comuni con piú di centomila abitanti fu del 17 per cento inferiore a quello nazionale). L’unica eccezione tra le cinque città piú popolose (oltre mezzo milione di abitanti) fu costituita da Roma, un po’ per la massiccia presenza di forti aliquote di popolazione di recente immigrazione (e quindi legate ancora ad una concezione tradizionale della famiglia) e un po’ per il gran numero di impiegati e di funzionari dello Stato, necessariamente piú «sensibili» alle sollecitazioni demografiche del regime: nel ’38-39, essendo l’incremento naturale nazionale medio del 9,94 per mille, Roma registrò un incremento del 12,32 per mille, Napoli dell’8,23, Milano del 5,01, Torino dell’1,83 e Genova dell’1,47.

Quozienti per mille abitanti / nuzialità Quozienti per mille abitanti / natalità Quozienti per mille abitanti / accrescimento
naturale
1911-14 7,4 31,7 12,6
1926-30 7,3 26,8 10,8
1931-35 6,8 23,8 9,8
1936-40 7,6 23,6 9,4
156–157

Questo – nelle grandi linee – il bilancio della politica di ruralizzazione. Un bilancio che la propaganda del regime riuscí parzialmente a far apparire in attivo (soprattutto valorizzando al massimo l’aspetto delle bonifiche e in particolare di quella pontina) e che sotto il profilo sociale ed economico presenta certo alcuni aspetti parzialmente positivi, ma che sotto il profilo degli obiettivi di fondo che Mussolini si era proposto di realizzare deve essere considerato assolutamente negativo: è infatti indiscutibile che non solo la politica di ruralizzazione non riuscí a trasformare le caratteristiche di base e la dinamica di sviluppo della società italiana nel senso voluto da Mussolini, ma, al contrario, avvenne «questo fatto singolare: che l’Italia divenne paese industriale proprio durante gli anni della ruralizzazione fascista»62.

Di fronte ad un fatto cosí macroscopico e di tanto momento rispetto ai progetti mussoliniani, è evidente che non è possibile limitarsi alla sua registrazione, cosí come non è possibile liberarsi della politica ruralistica con un generico riferimento alla sua intrinseca assurdità e all’anacronismo della pretesa mussoliniana di frenare lo sviluppo naturale dell’economia italiana verso una sempre maggiore modernizzazione e una crescente industrializzazione e, quindi, verso una riduzione (invece che un rafforzamento) dell’incidenza del settore agricolo. Ai fini di una effettiva comprensione della natura del regime fascista in questi anni e in particolare della politica mussoliniana, è necessario rendersi il piú possibile conto di come – al di là della facciata propagandistica e delle dichiarazioni ufficiali – il «duce» e le varie componenti della classe dirigente italiana reagirono di fronte ad un fatto di cosí grande portata. E non solo di questo: che la politica della ruralizzazione fosse assurda e anacronistica e, quindi, necessariamente destinata alla lunga al fallimento è fuori dubbio, sia oggettivamente, sia in relazione agli strumenti politici di intervento di cui il regime disponeva; è però difficile pensare che essa sarebbe fallita cosí rapidamente e totalmente in un’altra situazione economica generale, in una situazione del tipo cioè di quella nella quale Mussolini l’aveva concepita ed iniziata. Sotto questo profilo decisiva fu, a nostro avviso, la circostanza che la politica di ruralizzazione ebbe in sorte di essere avviata alla vigilia della «grande crisi» e, quindi, dovette scontrarsi con le conseguenze di essa, ancor prima che con ogni altra resistenza endogena alla società italiana. La crisi infatti non solo costrinse Mussolini a ridimensionare e a diluire nel tempo gli stanziamenti primitivamente destinati all’agricoltura e alla politica di ruralizzazione in genere e ad intervenire invece massicciamente in favore dell’industria per salvarla dalla crisi stessa e per frenare il dilagare della disoccupazione, ma offrí nuovi ed inattesi margini di manovra a quegli ambienti economici e politici che guardavano alla politica di ruralizzazione con preoccupazione e spesso con ostilità, e che in condizioni normali avrebbero incontrato notevoli difficoltà ad opporsi ad essa e a prospettarne efficaci «correttivi».

157–158

Sotto i colpi della crisi, il mondo industriale – in cui la politica di valorizzazione dell’agricoltura aveva sin dal suo primo delinearsi suscitato diffidenze e dubbi, nonostante i vantaggi immediati che alcuni importanti settori industriali ne avrebbero tratto – ebbe buon giuoco nel chiedere ed ottenere dallo Stato non solo gli aiuti e i salvataggi atti a fronteggiare nel modo per esso immediatamente piú vantaggioso la nuova situazione, ma anche tutta una serie di facilitazioni che in una situazione normale difficilmente sarebbero state concesse con la stessa larghezza e facilità e che indubbiamente rafforzarono la posizione economica dei gruppi piú potenti e trainanti. E se non riuscí ad ottenere di piú, fu soprattutto (si ricordi il già citato giudizio dell’Abrate) per la sua povertà di idee, per l’eccessiva prudenza e per l’incapacità di conciliare i contrastanti interessi settoriali e di elaborare una strategia unitaria. Questo giudizio non deve ovviamente indurre a sottovalutare la portata dei successi conseguiti dalla grande industria negli anni della crisi in una serie di questioni per essa assai importanti, da quelle attinenti la concentrazione industriale e la cartellizzazione a quelle che si possono ricondurre sotto il denominatore comune della strumentazione acorporativa (sostanzialmente svincolata cioè dal controllo e dal coordinamento governativo) degli interventi statali d’emergenza, a quelle – piú in genere – connesse alla elaborazione dell’assetto corporativo. Per limitarci solo a queste ultime, è infatti fuori dubbio che in questo periodo la grande industria e per essa la Confindustria riuscirono – grazie anche ad una sorta di segreta alleanza con «gran parte delle amministrazioni dello Stato operanti nel settore della produzione, degli scambi, del credito, le quali temevano che l’intervento delle corporazioni dovesse limitare la loro facoltà di iniziativa o rendere piú difficile e piú pesante il loro compito, in un momento in cui erano piú che mai necessarie prontezza di decisioni e rapidità di attuazione»63 – a sfruttare la gravità del momento per rallentare e in parte bloccare la elaborazione e la messa in funzione delle istituzioni corporative e, soprattutto, per impedire che queste (di per sé già scarsamente funzionali) potessero acquistare un’effettiva autonoma iniziativa quali supremi organi regolatori dell’economia italiana. Sicché – come giustamente ha scritto il Guarneri64 –

158–159

le corporazioni, strutturalmente pesanti, imbavagliate da una procedura macchinosa, circondate dalla diffidenza dei produttori e delle stesse amministrazioni dello Stato, iniziarono la loro vita come istituti campati nel vuoto, senza presa né sull’organizzazione dello Stato, di cui erano organi, né su quella della produzione, di cui avrebbero dovuto divenire strumenti disciplinatori e coordinatori.

Questi successi della politica confindustriale non vanno – lo ripetiamo – sottovalutati. È però un fatto – e l’Abrate, sempre acuto e realista, lo ha bene messo in luce65 – che proprio in questi anni se i gruppi industriali piú potenti poterono rafforzare la propria posizione economica e fronteggiare con successo i pericoli che temevano potessero venir loro dal corporativismo, non riuscirono però ad impedire un sempre crescente intervento diretto (non corporativo cioè) dello Stato nel campo dell’economia66 e, a ben vedere, finirono per pagare ciò che ottenevano (spesso solo settorialmente o addirittura individualmente) sul terreno economico con una notevole perdita di autonomia e di coesione, cioè di potere, sul terreno politico.

Quanto agli ambienti piú propriamente politici, non vi è dubbio che la «grande crisi» ebbe un ruolo decisivo nel favorire e in parte persino suscitare l’ampio dibattito che in questi anni si sviluppò attorno alla tematica corporativa e, piú in genere, al modo di fronteggiare la situazione economica italiana, nonché attorno ai caratteri e ai limiti del capitalismo; dibattito che – come si è visto – ebbe il suo culmine nel convegno di Ferrara del ’32 e offrí il destro per prospettare soluzioni e idee che spesso muovevano da premesse che poco avevano in comune con la politica ruralistica e di fatto la trascendevano addirittura. In questa prospettiva ci pare si debba vedere in particolare l’impegno del gruppo che faceva capo a «Critica fascista» e che serviva a Bottai – oltre che a raccogliere attorno a sé alcuni elementi piú vivaci culturalmente e politicamente del fascismo e, in specie, della seconda generazione fascista – a mettere in circolazione alcune ipotesi di modernizzazione della società italiana e a saggiare le reazioni ad esse di Mussolini e della élite del regime. In particolare serviva a prospettare la necessità per il fascismo di cessare di identificarsi con l’antisocialismo67 e di dar finalmente vita ad una nuova politica economica e sociale – il corporativismo – concepita in termini moderni e progressivi, aperta a nuove, anche radicali esperienze economiche e in specie, da un lato, ad un sempre maggior intervento dello Stato in tutti i settori della vita economica68 e, da un altro lato, ad una rivalutazione dei sindacati69. In questo contesto tutt’altro che rari erano le critiche e gli attacchi piú o meno espliciti contro la grettezza conservatrice delle grandi forze economiche, il loro parassitismo e «antifascismo»70 e – sul versante opposto – contro l’assenza di una coerente e consapevole prospettiva di politica economica al vertice del fascismo71. Tra i leader fascisti chi piú si fece portavoce a livello politico di queste idee e di questi fermenti – almeno sino al ’32, quando le polemiche suscitate dal convegno di Ferrara prima e il suo allontanamento dal governo poi lo indussero ad un atteggiamento piú cauto – fu Bottai, attorno al quale del resto si era raccolta – come si è detto – buona parte di quei fascisti che auspicavano un nuovo corso politico e soprattutto sociale del regime e che la «grande crisi» aveva contribuito potentemente ad orientare in senso piú o meno esplicitamente anticapitalista.

159–160

Tipico della posizione di Bottai in questo periodo è il suo editoriale Ri- presa rivoluzionaria nel numero del 1º aprile 1931 di «Critica fascista». In esso si legge:

160

Abbiamo la sensazione che in tutto il mondo la crisi attuale sia ormai giunta al limite, in cui il problema del suo superamento è, piú che un problema tecnico, un problema morale, che esige risoluzioni in profondità. Bisogna abituarsi al pensiero che vi sono dei ritorni impossibili; che l’ordine economico, nella cui saldezza s’è fin qui creduto, è rotto per sempre; che il tentare di ricostruirlo sarebbe una vana impresa; che s’à da sostituirlo con un ordine economico nuovo. Un’attitudine di passiva aspettazione o di attiva mormorazione, mentre la tempesta dura, per poi tornare alle vecchie consuetudini, sarebbe, tra tutte, la meno intelligente e proficua... L’ordinamento corporativo, considerato dai piú come un mero ordinamento giuridico, appare ormai il sistema ideale di una nuova civiltà politica. Discutibile nei particolari della sua pratica attuazione, esso è indiscutibile nella sua essenza di ordinamento rinnovatore della politica economica moderna... Le crisi politiche portano alla eliminazione, totale o parziale, delle classi dirigenti politiche, che si sono rivelate impari ai compiti nuovi richiesti dai tempi mutati; le crisi economiche portano, forse con maggiore gradualità per il carattere diverso dei fenomeni, alla eliminazione delle classi dirigenti economiche... Questa crisi deve avere... oltre gli effetti salutari di ogni crisi, come sarebbero l’assetto su basi reali dell’organizzazione produttiva e l’eliminazione degli incapaci, effetti suoi propri di selezione politica e morale... Questo significa (giova ricordarlo agli immemori, che amano, sí, la Carta del Lavoro, ma a frammenti) l’affermazione: «l’organizzazione dell’impresa è responsabile dell’indirizzo della produzione dinanzi allo Stato», e l’altra del «lavoro dovere sociale» in cui riecheggia una sentenza saint-beuviana «la proprietà è un privilegio, di cui è d’uopo, a ogni generazione, rinnovare e giustificare i titoli col lavoro». La proprietà, che non assolvesse la sua funzione nazionale, sarebbe un privilegio antistorico, in un Regime come il nostro, che è, si ricordi bene, non il restauratore di vecchie concezioni dello Stato, ma il fondatore di uno Stato moderno esemplare.

Un discorso, questo di Bottai, che, sfrondato dagli orpelli retorici e dagli estremismi verbali e rapportato alla concreta azione da lui esplicata come ministro delle Corporazioni, permette di farsi una idea abbastanza precisa della sua posizione di fondo e di capire il retroterra concretamente politico del suo corporativismo; un corporativismo che – almeno in quella concreta fase storica del fascismo – era da Bottai sostanzialmente inteso (oltre, ben si intende, che come il sistema per realizzare, sotto l’egida dello Stato, l’autodisciplina economica e la conciliazione degli interessi delle varie categorie dei produttori in funzione dell’interesse della Nazione, senza soffocare l’economia privata) come una politica di intervento sistematico e programmatico dello Stato nell’economia al fine di coordinare, disciplinare e, in effetti, dirigere la produzione e, in prospettiva, lo sviluppo e la modernizzazione del paese72.

161–162

Eloquente è a questo proposito la delineazione del ruolo e delle funzioni che secondo Bottai il ministero delle Corporazioni avrebbe dovuto assumere:

Il Consiglio Nazionale delle Corporazioni – disse al Senato il 27 maggio ’30, in occasione della discussione del bilancio del ministero delle Corporazioni73 – ha, secondo la legge 20 marzo 1930, la sua cabina di comando nell’istituto del Capo del Governo; ma ha il suo apparecchio motore, ha tutte le leve del suo funzionamento, nel Ministero delle Corporazioni, dimodoché questo si collega, attraverso la presidenza del Capo del Governo, ad una posizione di centralità nell’amministrazione generale dello Stato. L’economia nazionale, quindi, trova il suo centro nel Ministero e assume, attraverso di esso, un’impostazione di carattere politico. Onde il Ministero è un Ministero economico, non nel senso tecnico ma nel senso politico della parola. È – come già dissi testè alla Camera – il Ministero della politica economica del regime. L’economia trova riflessi importantissimi e svariati in tutti gli altri Ministeri e in alcuni singolarmente, che rispecchiano problemi particolarmente importanti dal punto di vista economico. Ma non vi è problema dell’economia italiana che, pur facendo capo ai vari Ministeri dal punto di vista della tecnica, non faccia poi capo alla competenza politica del Ministero delle Corporazioni.

Alla luce di affermazioni di questo genere è chiaro come nella concezione bottaiana il ministero delle Corporazioni avrebbe dovuto avere la funzione di un vero e proprio ministero della programmazione economica. Ugualmente è fuori dubbio che – sempre secondo Bottai – gli interventi che in questo periodo lo Stato prodigava in favore delle imprese in difficoltà non potevano essere fine a se stessi, ma concessi e utilizzati in base a criteri di potenziamento e di razionalizzazione della futura attività economica. Sempre in occasione della discussione del bilancio del ministero delle Corporazioni, il 20 maggio ’30 alla Camera Bottai a questo proposito disse74:

La maggiore o minore durata della crisi dipenderà, in buona parte, dalle nostre direttive, dalla loro rispondenza alle nostre possibilità, alle necessità della nostra situazione. Esse impegnano l’azione del governo, l’azione dei singoli produttori e l’azione delle organizzazioni professionali ed economiche.

Compete al governo di creare le condizioni piú acconce al vigoreggiare dell’iniziativa privata, mettendo solo dei limiti al suo degenerare nell’arbitrio personale, che spezza l’equilibrio della necessaria solidarietà nazionale... Credo che sia ora di intenderci su questo punto: l’intervento diretto dello Stato nella produzione economica, inteso come controllo o come gestione diretta, ha – lo dice la dichiarazione IX della Carta del Lavoro – carattere eccezionale; e carattere eccezionale deve avere il suo intervento sotto forma di incoraggiamento. Bisogna pur dire, ai timorati difensori di un’iniziativa privata, che nessuno si sogna di violare, che a tale regola mai è venuto meno lo Stato fascista, con controlli o con gestioni. È venuto meno solo con incoraggiamenti. Poiché accade di sovente che quelli stessi che gridano allo scandalo dinanzi alle possibili applicazioni dell’art. 12 della legge sul Consiglio delle Corporazioni, chieggano di essere «incoraggiati» ossia sorretti da quell’intervento dello Stato, che deprecano in teoria e ricercano in pratica. È proprio il caso di dire che costoro concepiscono l’intervento dello Stato come una forma di incoraggiamento... a delinquere.

E bisogna pur aggiungere che, nonché comprimerla, è proprio sull’iniziativa privata che lo Stato punta per il superamento della crisi, per il potenziamento a venire della nostra attività economica... Ma aggiungo che grave errore sarebbe quello di considerare lo sforzo necessario per superare l’attuale fase avversa della congiuntura come fine a se stesso, destinato cioè ad esaurirsi, con l’epilogo della crisi medesima. Occorre, invece, che le energie sieno, per cosí dire «consolidate».

È nella natura delle oscillazioni cicliche economiche di preparare nella fase discendente i fattori della successiva ascesa e nella fase ascendente i fattori della successiva depressione.

A noi è d’uopo non solo uscire dal pelago (e questa sorte ci è comune con gli altri popoli), ma prepararci a camminare sulla riva, con marcia celere e spedita, per rimediare e contrastare ai malanni del nostro tardivo arrivo nell’agone internazionale, alle audacie dei popoli giovani, in specie del continente americano, formidabilmente agguerriti.

Il problema da risolvere è quello della nostra efficienza economica. Popolo giovane, nell’ordine economico, con una popolazione ancora in aumento, ma con una misera eredità di ricchezze dalle passate generazioni, noi abbiamo la necessità di portare al massimo rendimento la nostra capacità di lavoro e di produzione.

162–163

Ci siamo dilungati sulla posizione di Bottai e di quei fascisti che si muovevano nella sua orbita non perché essa fosse l’unica emersa in questo periodo, né, tanto meno, per il peso che essa ebbe effettivamente. Negli anni di cui stiamo parlando la tematica corporativa e, piú in genere, i problemi dell’economia italiana furono, indubbiamente, visti e dibattuti anche con altre prospettive, spesso assai diverse da quella bottaiana; né questa riuscí certo ad affermarsi, sia a livello di opinione (che, anzi, fu inflazionato da tutta una serie di teorizzazioni corporative, talvolta cervellotiche e fuori della realtà o che nulla avevano di nuovo rispetto alle tradizionali posizioni liberiste o protezioniste se non l’uso mistificante di una generica fraseologia corporativa) sia a livello politico (tanto è vero che Bottai non riuscí ad incidere che in misura minima sulle scelte politiche del regime e ben presto fu addirittura allontanato dal governo). È però un fatto che se il fascismo in questo periodo attivizzò veramente una certa quantità di energie e suscitò in alcuni settori del mondo intellettuale e tecnico (e in qualche raro imprenditore o burocrate piú aperto ai problemi dello sviluppo economico e sociale) e specialmente tra i giovani un certo effettivo consenso verso di sé, certe speranze e persino un certo entusiasmo, ciò fu dovuto in buona parte proprio alla suggestione della posizione bottaiana, che – quindi – va considerata come uno degli elementi che – in questi settori almeno – piú contribuirono a suscitare quel consenso che in questi stessi anni il regime indubbiamente godette (e il suo declino o il suo trovare alimento in altri aspetti della realtà del regime, piú emotivi e che evadevano i concreti problemi del paese, non a caso coincisero con la constatazione del fallimento dell’ipotesi politica bottaiana). Né, ancora, si può sottovalutare il fatto che se il corporativismo e, quindi, per riflesso il fascismo godettero nella prima metà degli anni trenta di un certo prestigio all’estero (tipico il caso degli Stati Uniti), ciò fu dovuto in buona parte proprio alla suggestione esercitata in certi ambienti dalla teorizzazione corporativa bottaiana, alla quale spesso questi stessi ambienti ricollegarono la successiva esperienza dell’IRI.

163–164

E veniamo a Mussolini. Per comprendere l’atteggiamento del «duce» rispetto alla nuova situazione determinata dalla «grande crisi» e alle ripercussioni di essa sull’economia italiana in genere e sui suoi programmi di ruralizzazione in particolare è necessario innanzi tutto mettere in chiaro che – contrariamente a quanto talvolta è stato affermato – è fuori dubbio che Mussolini si rese conto assai presto non solo della gravità della crisi e della sua sostanziale diversità rispetto alle solite crisi congiunturali, ma anche del fatto che il suo decorso sarebbe stato lungo (il 1º ottobre ’30 al Consiglio nazionale delle Corporazioni ammoní che il «ciclo della ripresa» non sarebbe potuto essere inferiore a tre anni75) e avrebbe comportato da parte del regime un impegno di energie e di mezzi assai notevole per fronteggiarla senza contraccolpi d’ordine politico.

Oltre a questo primo punto, è poi necessario metterne in chiaro preliminarmente un secondo, altrettanto importante per capire la politica mussoliniana in questo periodo: di fronte alla gravità e alla prevista lunghezza della crisi e ai potenziali pericoli d’ordine politico, Mussolini si vide ben presto costretto a ridimensionare i suoi precedenti programmi ruralistici e, in particolare, ad intervenire a favore delle industrie in difficoltà; ciò non deve però assolutamente far credere ad un accantonamento o addirittura ad un abbandono della politica ruralistica. A questa Mussolini, nel suo intimo, non rinunciò probabilmente mai, certo non negli anni di cui ci stiamo occupando, che, anzi, lo videro convincersi sempre di piú che le ragioni profonde della crisi a livello mondiale fossero il supercapitalismo e la sua incapacità di evitare la rottura dell’equilibrio fra la produzione (illimitata e incontrollata) e il consumo (limitato) e che se l’Italia, in proporzione ad altri paesi, risentiva relativamente meno della crisi ciò era dovuto al fatto che la sua economia non era ancora prevalentemente industriale. Da qui – almeno nella primissima fase della crisi – la sua riottosità ad intervenire in aiuto delle imprese «che non avevano polmoni sufficientemente robusti»76. Da qui, soprattutto, il suo rimanere fermo nel convincimento che l’Italia dovesse restare «una nazione ad economia mista» e che – nonostante tutte le difficoltà e, anzi, proprio contro di esse – fosse necessario non rinunciare alla politica di ruralizzazione, per lui sempre piú l’unica atta, da un lato, ad evitare di precipitare lungo la china del supercapitalismo e, da un altro lato, ad aumentare la popolazione e cioè la capacità di consumo77. E ciò anche a prezzo di dover sostenere per lungo tempo i costi sociali negativi di una tale politica, come una cronica disoccupazione industriale.

164–165

La crisi è venuta. – Scriveva ai primi del luglio ’33 a questo proposito, ribadendo sin nel titolo il concetto della necessità di un Ritorno alla terra78. – Queste masse imponenti di ex contadini e di ex abitanti delle piccole borgate rurali, hanno probabilità di essere riassorbiti in una ripresa dell’industria? Le probabilità sono assolutamente incerte. Bisogna rassegnarsi a subire un’aliquota piú o meno forte di disoccupazione cronica. È possibile di ricondurre ai loro villaggi questa massa di ex contadini che li abbandonò? È possibile, ma non bisogna farsi molte illusioni.

Solo gli inurbati degli ultimi anni, solo gli inurbati, che prima ancora di assumere la psicologia cittadina sono stati sorpresi dalla crisi, possono sentire ancora la nostalgia del ritorno ai campi. Coloro che da oltre un decennio si sono stabiliti nelle città, anche se lo desiderassero, non potrebbero piú tornare, data la rete degli interessi, delle conoscenze, delle parentele nuove che hanno messo in ombra le antiche. Solo colui che ha ancora la psicologia del rurale può tornare e sempre è necessario che sia pungolato e avvilito da molti anni di disoccupazione e di miseria. In Italia, sino dal 1926 io ho adottato delle misure drastiche per deflazionare le grandi agglomerazioni urbane, ma i risultati, pur essendo confortanti, data la disciplina del popolo e l’energia con la quale si applicano le ordinanze fasciste, sono ben lungi dall’aver eliminato il fenomeno. Naturalmente io continuerò questa politica, ma dove mi riprometto di avere e ho già avuto i piú fecondi risultati, è nell’altro programma che vuol trattenere i rurali sulla terra.

Alla luce di questo perdurante ruralismo mussoliniano, è assai significativo che, ancora nel ’35, in una situazione dunque ormai tutta diversa, Gino Olivetti – uno dei piú autorevoli esponenti del mondo industriale a cui, certo, non erano ignote le posizioni del «duce» – sentisse il bisogno – trattando del rapporto agricoltura-industria in Italia – di spezzare varie lance in difesa dell’industria e in particolare della necessità di un suo sviluppo «parallelo» a quello dell’agricoltura e dovesse ricorrere per sostenere questa tesi ad ogni sorta di argomenti, da quelli apparentemente piú ovvi a quelli che piú potevano far breccia in Mussolini, da quello che il miglioramento delle condizioni di vita delle masse «sia molto piú attribuibile allo sviluppo delle industrie che non all’attività agricola» a quello che «soltanto una forte e completa attrezzatura industriale può oggidí mettere una nazione in grado di provvedere alla sua difesa in caso di conflitto armato»79.

165–167

Un terzo punto da mettere preliminarmente in chiaro concerne, infine, l’atteggiamento di Mussolini rispetto al problema dell’intervento dello Stato nell’economia e rispetto, quindi, alle tendenze che abbiamo visto delinearsi in questo periodo in alcuni ambienti politici fascisti a favore di una economia «programmatica». Le prese di posizione mussoliniane in materia non sono in verità né molte né molto esplicite; le piú significative poi non si riferiscono direttamente alla realtà italiana, ma traggono spunto o dalla lettura di qualche nuovo libro o dall’esame di altre realtà, in genere quella statunitense; ciò nonostante alcune motivazioni di fondo ci pare possano essere colte abbastanza chiaramente. In termini generali, si può affermare che Mussolini, se era completamente estraneo ad ogni vera suggestione anticapitalista e non pensava menomamente a cercare di modificare l’assetto privatistico dell’economia italiana (impresa per la quale, del resto, non avrebbe avuto neppure la forza politica), non era invece affatto ostile alla idea di estendere anche al mondo dell’economia e soprattutto alla banca e alla grande industria (verso la piccola e la media il suo atteggiamento era in buona parte diverso, poiché in esse vedeva il prodotto di uno dei settori piú «sani» della società italiana, espressione dei caratteri piú positivi della «razza» italiana, l’intraprendenza, la tenacia, lo spirito di sacrificio, la semplicità, il senso realistico del lavoro80) la massima del regime «tutto nello Stato, niente fuori dello Stato, nulla contro lo Stato». Su questa strada doveva già essersi messo ai tempi della «quota novanta» e della prova di forza che aveva dovuto sostenere per imporla: già allora dovevano essersi risvegliate in lui le vecchie diffidenze verso la grande industria e soprattutto l’«alta banca», mentre le sue simpatie piú recenti (quanto sincere o quanto strumentali è difficile dire) per lo «stato manchesteriano» dovevano essersi assai affievolite. Né, nel periodo precedente la crisi, certe riserve del mondo industriale verso la politica di ruralizzazione e certe voci che correvano persino all’estero, in grandi ed accreditati giornali81, a proposito del malcontento che la sua politica suscitava negli ambienti della finanza e imprenditoriali, dovevano certo aver contribuito a dissipare le sue diffidenze; tanto piú che a tenerle vive pensavano non solo alcuni fascisti intransigenti e sindacalisti, ma persino i pochissimi uomini «senza grilli in capo» in cui Mussolini riponeva assoluta fiducia, come il fratello Arnaldo82. Si capisce bene quindi perché – sopravvenuta la crisi – di fronte al disagio del mondo economico, alle sue sempre piú numerose, pressanti e mai soddisfatte richieste di provvedimenti in proprio favore e alle sue «riservate» (ma non per questo meno insistenti) critiche alla politica economica del regime (soprattutto in materia finanziaria e dei lavori pubblici), Mussolini fosse sempre piú spesso portato a considerare tutto ciò, da un lato, frutto di egoismo, insensibilità, irriconoscenza, scarsa adesione al regime e, da un altro lato, dimostrazione di una incapacità a comprendere che i vecchi criteri di gestione economica erano ormai in gran parte superati, e a convincersi perciò della necessità di esercitare un maggior controllo sulla vita economica, di «metterla al passo» con la politica del regime e, addirittura – secondo una sua espressione che fece, come vedremo, molto rumore –, di «spezzare i diaframmi di interessi di gruppi e di singoli» che ostacolavano tale politica. In questo contesto i giudizi che Mussolini venne esprimendo (spesso anonimamente) dalle colonne de «Il popolo d’Italia» su alcuni libri dedicati alla situazione economica internazionale e alle politiche messe in atto in altri paesi e in particolare negli Stati Uniti per superare la crisi offrono importanti elementi per ricostruire la sua posizione e per valutare quanto gli interventi che egli veniva facendo nell’economia italiana rispondessero ad una coerente visione di fondo della situazione e dei mezzi per controllarla o rientrassero solo nella logica dell’emergenza e di una serie di provvedimenti presi caso per caso per tappare le falle piú gravi. Da essi risulta che per Mussolini l’economia liberale aveva ormai fatto il suo tempo e che bisognava realizzare una «nuova economia», lontana tanto «dall’economia incontrollata e anarchica dell’individuo» quanto da quella «monopolizzata dallo Stato»83. La proprietà privata non doveva essere messa in questione; quanto all’iniziativa privata, anch’essa doveva, nei limiti del possibile, essere rispettata; «ma l’esercizio del diritto di proprietà non può prescindere dagli interessi di ordine generale»: «lo Stato non può disinteressarsi della sorte dell’economia, perché equivarrebbe a disinteressarsi delle sorti del popolo». Queste ultime affermazioni, in sé già significative, assumono un valore ancora maggiore per il loro specifico contesto: un’ampia e assai favorevole esposizione della tematica economica generale e dei capisaldi della politica di intervento programmatico rooseveltiani, illustrati dallo stesso Roosevelt nel suo Looking forward84. Queste ed altre prese di posizione mussoliniane (confermate dalle testimonianze di alcuni dei suoi piú vicini collaboratori di questi anni) non lasciano praticamente dubbi sull’intenzione e la volontà del «duce» di realizzare anche in Italia una politica di crescente intervento dello Stato nell’economia e, in prospettiva, di controllo di alcuni suoi meccanismi chiave (indispensabile, tra l’altro, per un rilancio della politica di ruralizzazione).

167–168

A questo punto s’affaccia però un interrogativo a cui non è possibile non dare una risposta: perché, se era nettamente favorevole ad una politica di intervento (e, quel che piú conta, attuandola su vasta scala), Mussolini non imboccò mai la via (sulla quale pure la parte piú viva del fascismo lo avrebbe seguito con entusiasmo) di una vera e propria pianificazione degli interventi e programmazione degli obiettivi da realizzare (lui, oltre tutto, che amava affrontare certi problemi come altrettante «battaglie» e attivizzare attorno ad essi tutto l’apparato della propaganda del regime) e preferí invece ricorrere ad una serie di provvedimenti, anche assai significativi – si pensi alla costituzione dell’IMI e dell’IRI –, ma, in apparenza e in vari casi sostanzialmente episodici, spesso non ben coordinati e talvolta in contraddizione tra loro, tanto da dare l’impressione che essi fossero presi piú in base a necessità via via dettate dall’urgere della crisi che secondo una consapevole strategia d’insieme? perché non secondò Bottai e, volendo dar vita all’ordinamento corporativo, non ne fece un effettivo strumento di controllo e di programmazione dell’economia, come, appunto, avrebbe voluto il ministro delle Corporazioni? A questo interrogativo ci sono a nostro modo di vedere tre tipi di risposte, tutte egualmente importanti e nessuna delle quali può essere trascurata, una risposta politica, una risposta psicologica, una risposta ideologica.

168–169

La risposta politica ci riporta al problema degli equilibri interni del regime fascista. Nonostante questo si fosse nel corso ormai di circa un decennio notevolmente rafforzato e avesse acquistato margini di autonomia via via piú consistenti, le sue basi poggiavano pur sempre su alcuni compromessi di fondo che ne costituivano il baricentro; in caso di necessità il «duce» poteva ridimensionare questa o quella componente del regime, riducendone l’influenza complessiva e i margini di autonomia (fu questa la sorte che toccò nel ’31 alla Chiesa con la crisi per l’Azione cattolica); poteva modificare l’incidenza di una componente, minandone la coesione interna e provocando cosí una diminuzione del suo potere contrattuale; poteva persino realizzare una sorta di avvicendamento, di rotazione delle influenze e servirsene per soddisfare a turno le varie esigenze e, cosí facendo, erodere lentamente a proprio vantaggio sempre nuovi margini di potere e, soprattutto, riaffermare vieppiú la propria funzione di unico indispensabile arbitro e di ago della bilancia del sistema; poteva fare tutto ciò, ma non poteva mettere in crisi l’equilibrio generale su cui si fondava il sistema stesso. In questa situazione uno scontro frontale con le grandi forze economiche era pressoché impensabile. E lo era ancora di piú in un momento di crisi, in un momento cioè in cui Mussolini voleva soprattutto evitare un aggravamento traumatico della crisi economica (per fronteggiare la quale il bilancio dello Stato era ormai giunto quasi al limite di rottura e, quindi, non sarebbe stato in grado di sostenere nuovi massicci oneri) e una sua trasformazione in crisi sociale e politica; in un momento, ancora, in cui il suo orizzonte politico – come vedremo nel prossimo capitolo – si andava allargando sempre di piú ai problemi internazionali e per lui cresceva pertanto la necessità di evitare ad ogni costo divisioni all’interno del paese e del regime. Stando cosí le cose e sapendo bene che il mondo economico, nonostante tutto il suo «disagio» e tutte le sue critiche alla politica economica del regime, aveva bisogno del sostegno diretto ed indiretto dello Stato e non pensava menomamente ad un cambio di cavalli proprio nel momento del guado, per Mussolini era molto piú preferibile, in luogo di uno scontro frontale con esso, una politica di intervento e di controllo strisciante, realizzata via via che se ne presentavano l’occasione e la necessità; con la duplice possibilità, per di piú, di presentarla ai diretti interessati come un sacrificio compiuto dallo Stato per venire loro incontro (è significativo che l’IRI, al momento della costituzione, fu presentato come una istituzione provvisoria) e chiedere loro, quindi, qualche cosa in cambio, e al paese come un sacrificio compiuto per salvare l’economia nazionale e, quindi, da un lato, chiedere ad esso di sostenerne gli oneri e, da un altro lato, poterlo mobilitare psicologicamente in caso di bisogno contro l’«egoismo» e la «scarsa sensibilità sociale» della finanza e della grande industria.

169–171

Tipico in questo senso è il discorso che Mussolini pronunciò il 25 ottobre 1931 a Napoli e durante il quale disse85:

E quanto tempo dovrà ancora passare per convincerci che nell’apparato economico del mondo contemporaneo c’è qualche cosa che si è incagliato e forse spezzato?... Nella politica interna la parola d’ordine è questa: andare decisamente verso il popolo, realizzare concretamente la nostra civiltà economica, che è lontana dalle aberrazioni monopolistiche del bolscevismo, ma anche dalle insufficienze stradocumentate della economia liberale. Non abbiamo nulla da temere. Le plutocrazie degli altri paesi hanno troppe difficoltà in casa loro per occuparsi delle nostre questioni e dell’ulteriore sviluppo che vogliamo dare alla nostra rivoluzione. Se ci fossero dei diaframmi che volessero interrompere questa comunione diretta del regime con il popolo, diaframmi di interessi di gruppi e di singoli, noi, nel supremo interesse della nazione, li spezzeremmo!

La crisi mondiale, che non è piú soltanto economica, ma è ormai, soprattutto, spirituale e morale, non ci deve fermare in uno stato di abulia e di inerzia: tanto maggiori sono gli ostacoli e tanto piú precisa e diretta deve essere la nostra volontà di superarli.

Demagogia a parte, ciò che in questo discorso piú colpisce e, del resto, fu ripreso ampiamente dalla stampa del regime è l’accenno ai diaframmi che avrebbero cercato di impedire la marcia del regime verso il popolo. Per vari giorni esso fu al centro di infiniti commenti che davano l’impressione si fosse alla vigilia di una «svolta» nella politica economica del regime e tra i quali non ne mancavano alcuni assai duri verso le «classi abbienti», la grande industria e la banca, identificate nei diaframmi dei quali aveva parlato il «duce»86. Poi, quasi improvvisamente come era cominciato, il clamore cessò e con esso ogni accenno ad una possibile «svolta» nella politica economica del regime. Nel frattempo però si erano verificati tre avvenimenti che spiegano bene il perché dell’accenno minaccioso di Mussolini e della campagna di stampa orchestrata attorno ad esso: il 30 ottobre il Comitato corporativo centrale, riunitosi sotto la presidenza di Mussolini, aveva autorizzato alcuni ritocchi salariali; il 4 novembre era stata resa nota l’integrale smobilitazione del pacchetto di azioni industriali in possesso della Banca commerciale e il suo trasferimento ad un ente parastatale, la Sofindit: una classica operazione di salvataggio, che però aveva suscitato sino all’ultimo resistenze e contrasti87 e che politicamente preludeva alla liquidazione dell’autonomia della Banca commerciale (e delle altre grandi banche di interesse nazionale) e del suo consigliere delegato, G. Toeplitz, tanto potente quanto odiato da larghi settori del fascismo88; il 9 novembre, infine, era stato istituito l’Istituto mobiliare italiano (IMI), era stato cioè compiuto l’atto sino a quel momento piú importante in materia di intervento dello Stato nell’economia; cosí importante e controverso che quando, il mese dopo, fu insediato il consiglio d’amministrazione del nuovo ente, il suo presidente T. Mayer non poté fare a meno di accennare ai «molti malintesi» ai quali la creazione dell’IMI aveva dato luogo («si era parlato persino di un processo di statizzazione delle industrie») e Mussolini si affrettò a precisare:

171–172

Considerare l’Istituto mobiliare italiano come uno strumento creato onde promuovere catastrofiche trasformazioni nella struttura economica della società italiana è assurdo; ma considerare l’Istituto mobiliare italiano come un mezzo per avviare energicamente l’economia italiana verso la fase corporativa è esatto: cioè a un sistema che rispetta fondamentalmente la proprietà privata e l’iniziativa privata, ma le vuole anch’esse dentro lo Stato, che solo può l’una e l’altra proteggere, controllare, vivificare89.

Né questo può essere considerato un caso particolare, al massimo anzi fu solo il piú clamoroso. Se infatti si esaminano da vicino le principali prese di posizione pubbliche di Mussolini e le piú clamorose campagne di stampa in materia economica di questo periodo e le si correlano con le piú significative iniziative governative nella medesima materia, non è difficile notare un costante, anche se – a seconda dei casi – piú o meno evidente, modus operandi. Mussolini poneva sul tappeto una questione generale, di cui drammatizzava l’importanza e la gravità, senza per altro indicarne i termini precisi e le concrete soluzioni, e facendo qualche volta un generico ma minaccioso accenno a non meglio definiti interessi e gruppi che si sarebbero opposti alla sua soluzione. Su queste parole del «duce» la stampa del regime imbastiva la sua brava campagna e qualche giornale si spingeva sino ad identificare chi sarebbero stati gli oppositori. Solo dopo questa preparazione-intimidazione veniva in genere dato l’annuncio di nuovi provvedimenti (spesso definiti proprio nel momento piú caldo della campagna giornalistica). Non è certo privo di significato che nell’aprile ’35 – superata ormai la crisi e apertasi nei rapporti tra il regime e il mondo economico una nuova fase – Vittorio Cini (uno dei piú autorevoli rappresentanti del mondo economico italiano e, al tempostesso, uno dei piú vicini al regime) sentisse il bisogno di elevare in Senato90 una protesta, timida e a posteriori, ma non per questo meno rivelatrice, per i «giudizi sfavorevoli» che negli anni precedenti erano stati messi in circolazione «a carico delle categorie produttrici e particolarmente di quelle industriali». E che lo facesse nel contesto di un discorso il cui tema centrale era sostanzialmente il destino delle industrie passate all’IRI, delle quali chiedeva senza troppe perifrasi «il ritorno all’economia privata» in nome, formalmente, dell’interesse dello Stato («lo Stato, liberato da tutto, potrà meglio assolvere la sua funzione di supremo regolatore dell’economia, sanando l’attuale conflitto di essere spesso giudice e parte in causa nei provvedimenti che è chiamato a prendere»), in realtà in nome della difesa della nuova linea sulla quale la maggioranza del mondo industriale si era ormai dovuta arroccare: l’intervento dello Stato «sotto forma di disciplina e di controllo» poteva essere accettato (sia pure facendo di necessità virtú), l’intervento dello Stato «sotto forma di gestione» no.

172–173

Quanto abbiamo detto ci pare spieghi perché Mussolini parlasse relativamente poco della politica di intervento dello Stato nell’economia e quando ne parlava lo facesse in termini abbastanza generici, con motivazioni fumosamente sociali e nazionali e soprattutto come di una pratica sostanzialmente straordinaria e provvisoria, imposta dalla gravità della situazione; ma, al tempo stesso, praticasse una politica di progressiva espansione dell’intervento statale. Non spiega però, da un lato, la scarsa organicità di questa politica e, da un altro lato, perché gli interventi piú significativi non fossero inseriti in alcun modo nel contesto dell’ordinamento corporativo, che in quello stesso periodo si andava faticosamente cercando di delineare e che, logicamente, avrebbe dovuto innanzi tutto estendere la propria competenza ai settori dell’economia nazionale a vario titolo controllati dallo Stato in modo da farne il banco di prova della funzione rinnovatrice del sistema corporativo e il volano dello sviluppo economico nazionale.

La spiegazione di questo aspetto della politica di Mussolini è, a nostro avviso, in parte politica e in parte psicologica. È politica laddove va ricercata nella volontà del «duce» a) di evitare che i provvedimenti di intervento che venivano attuati potessero – se affidati per la loro realizzazione agli organi corporativi – essere considerati non straordinari e provvisori ma rispondenti alla logica corporativa e, quindi, potessero turbare vieppiú il mondo economico (già abbastanza preoccupato per i propositi corporativi del fascismo, per i primi passi del relativo ordinamento e per la tendenza e le pressioni di alcuni ambienti fascisti a considerare certi «salvataggi» come le premesse per realizzare una politica di pianificazione corporativa91) e provocarne un ulteriore irrigidimento; b) di assicurare ai provvedimenti adottati quella funzionalità, tempestività ed elasticità di attuazione che Mussolini pensava potessero venir loro dall’essere affidati, a seconda dei casi, o a istituzioni create ad hoc o alla burocrazia delle amministrazioni tradizionali dello Stato (dipendenti esclusivamente dal potere centrale e gelose delle proprie prerogative), mentre temeva che – affidati agli organi corporativi (per di piú ancora non ben definiti ed organizzati) – la loro attuazione sarebbe stata probabilmente non solo meno pronta ed efficace, ma minacciata dal pericolo che in essi si producessero paralizzanti conflitti di interessi; c) di non dare un effettivo ed eccessivo potere, dal suo punto di vista, agli organi corporativi e gettare cosí le premesse di uno svuotamento dello Stato fascista a favore dello Stato corporativo, un dualismo che avrebbe diminuito i poteri centrali a favore di istituzioni e di interessi periferici e settoriali92; d) di impedire la nascita anche in Italia di una tecnocrazia (sub specie corporativa), che avrebbe inevitabilmente teso a riassumere nelle proprie mani le redini dello Stato93.

173–174

La spiegazione è, invece, piú propriamente psicologica quando si considera che su queste motivazioni d’ordine politico giuocava però anche una sostanziale, anche se ovviamente non dichiarata, incertezza di Mussolini sull’effettivo significato che nella struttura del regime avrebbe dovuto assumere l’ordinamento corporativo (e, quindi, su come realizzarlo e sui poteri da dargli) e, ancora piú in genere, sulle linee di fondo da imprimere alla nuova politica economica del regime.

174–175

Psicologicamente e umanamente – lo si è detto – Mussolini si era andato sempre piú chiudendo in se stesso ed isolando da tutti; parallelamente a ciò erano andati accentuandosi in lui la diffidenza, lo scetticismo, la sfiducia negli uomini, l’idea che tutto l’edificio del regime e il destino dell’Italia dipendessero solo da lui e, in aggiunta a ciò, la convinzione che il suo «fiuto» fosse tanto infallibile riguardo alle masse quanto facile a ingannarsi sugli uomini singolarmente presi. Questa sua solitudine e questa sua psicologia si acuirono ancor piú dopo che, alla fine del ’31, morí il fratello Arnaldo. Privo dell’appoggio, discreto ma costante, del fratello, l’assillo di dover provvedere a tutto, di dover tutto sapere e controllare e di non poter fare alcun errore divenne in Mussolini un motivo decisivo e caratteristico della sua personalità; un motivo che lo spinse sempre piú a sfruttare il fascino e la suggestione che sapeva di esercitare su uomini e folle e a ostentare una grande sicurezza, ma, al tempo stesso, a muoversi con grande circospezione, lasciandosi aperte (fin quando gli riuscí) piú vie d’uscita possibili e ciò soprattutto in quelle materie – come appunto quella economica – piú tecniche e quindi a lui meno familiari, di cui capiva però l’enorme importanza ai fini del suo potere e del suo prestigio. Tanto piú che, a forza di informarsi, leggere, ascoltare le persone e i punti di vista piú diversi e spesso contrastanti e di registrarne le varie preoccupazioni, finiva inevitabilmente per essere suggestionato dal loro contrasto e dalla loro inconciliabilità e, quindi, per essere sempre piú incapace di farsi una propria idea sicura e di affidarsi al giudizio di qualcuno, specie se si trattava di politici o di uomini che facevano parte in prima persona del mondo economico e che, perciò stesso, suscitavano la sua diffidenza. Da qui, pertanto, le sue incertezze sulla politica da seguire e, di conseguenza, la sua riottosità psicologica oltre che politica ad imboccare decisamente una strada precisa e, a maggior ragione, ad avventurarsi sul terreno di una esplicita programmazione degli interventi; da qui, invece, la sua tendenza a procedere con circospezione e per singoli interventi (non eccessivamente impegnativi sul piano dell’indirizzo generale e che potevano essere presentati, a seconda delle circostanze, in prospettive diverse), a limitare il piú possibile l’autonomia decisionale degli organi premessi alla politica economica, riservandosi in pratica il loro controllo e, infine, a servirsi per l’attuazione delle sue direttive, piú che di uomini politici di un certo prestigio, di personalità che, a torto o a ragione, considerava dei «puri tecnici», capaci ma privi di peso politico proprio, meno legati ai grandi «giri» economici e sostanzialmente meno portati a sconfinare dai propri settori di competenza nella «grande politica».

175–176

Distinguere nettamente nella politica economica mussoliniana l’incidenza di queste motivazioni psicologiche e di quelle, invece, piú propriamente politiche è ovviamente impossibile. Non ci pare però azzardato vederne il riflesso in varie manifestazioni piú caratteristiche di essa; per fare solo tre casi maggiori, ci pare per esempio che se ne possa vedere il riflesso: a) nel sostanziale rifiuto di Mussolini di definire i caratteri dell’ordinamento corporativo e nell’insistenza nell’affermare che quanto veniva fatto in materia corporativa era sperimentale94; b) nella cura da lui posta nel fare della figura del Capo del governo la chiave di volta dell’ordinamento corporativo stesso – almeno come esso si venne delineando dal ’30 al ’3495 –, cosí da darle il massimo di poteri, di controllo e di assenso (per esempio per quel che concerneva la normazione in materia economica) sui principali atti corporativi96; c) nel progressivo mettere da parte tutti quei fascisti che in materia corporativa ed economica avevano una propria precisa posizione e godevano di un prestigio personale (Turati nel ’30, Rocco e Bottai nel ’32, Arpinati nel ’33) e nell’utilizzare invece uomini di indubbio valore, ma che certo non puntavano essenzialmente ad uno sviluppo della politica corporativa (tipici i casi di Jung e di Beneduce) e che, in quanto «puri tecnici», Mussolini pensava avrebbero diretto l’economia italiana secondo criteri puramente tecnici, lasciando a lui (che non a caso quando liquidò Bottai riassunse in prima persona il ministero delle Corporazioni) il compito di orientare come le circostanze politiche e le esigenze del suo potere avrebbero meglio richiesto la politica corporativa. In questo senso è estremamente significativo che prendendo la decisione di dar vita all’IRI – nel momento cioè di varare l’iniziativa di politica economica piú importante di questi anni – fu mosso solo da considerazioni di ordine economico e non pensò menomamente a stabilire un rapporto tra l’iniziativa che stava prendendo e la politica corporativa. Ne fa fede la lettera che il 9 gennaio 1933 (l’IRI fu costituita il 23 gennaio successivo) egli scrisse al ministro delle Finanze Jung per riassumere le loro precedenti conversazioni in materia e dargli le direttive definitive. Da essa risulta che Mussolini si riprometteva dalla costituzione dell’IRI (nella lettera chiamata IF) una «svolta» nella situazione economico-industriale, che avrebbe voluto il nuovo istituto anche piú ampio di quello che poi fu e che – contrariamente a quanto fu affermato per evidenti preoccupazioni d’ordine politico – non lo considerava affatto uno strumento provvisorio. Nulla assolutamente risulta invece a proposito di qualsiasi forma di collegamento con la politica corporativa. Né ci pare si possa pensare ad una voluta autocensura su questo punto, dato il carattere riservatissimo ma esplicito della lettera97. Né, d’altra parte, le successive vicende dell’IRI98 mostrano alcuna traccia di una volontà mussoliniana di realizzare un tale collegamento.

176–177

A questo punto, per completare l’analisi dell’atteggiamento di Mussolini di fronte ai problemi economici nel periodo di cui ci stiamo occupando, è necessario soffermarci un momento su quella che abbiamo definito la spiegazione ideologica dei motivi che indussero il «duce» a non imboccare la via di una vera e propria pianificazione e programmazione degli interventi pubblici. In caso contrario, dopo quanto abbiamo detto a proposito delle motivazioni politiche e psicologiche, potrebbe persino ingenerarsi la convinzione che Mussolini in sostanza non credesse al corporativismo e si limitasse a proclamarne la necessità solo a fini demagogici e di potere. Al contrario, è fuori dubbio ed ampiamente documentato che Mussolini era un convinto assertore del «sistema corporativo» e lo considerava l’unico sistema in grado di evitare le contraddizioni tipiche del «supercapitalismo» senza che si dovesse per ciò stesso cadere nella soluzione comunista e, al tempo medesimo, in grado di costituire «la via dell’accordo e dell’equilibrio» tra le varie categorie sociali dei produttori e tra esse e lo Stato, rappresentante, invece, i consumatori, e, quindi, la premessa indispensabile per un nuovo sistema politico veramente «democratico» e «rappresentativo». Solo che questa convinzione si scontrava in lui non solamente con le sue incertezze e i suoi timori «psicologici» e le sue contingenti necessità «politiche», ma anche con un’altra sua tipica convinzione, di carattere, questa volta, «ideologico», che, per di piú, negli anni della «grande crisi» si andò rafforzando in lui parallelamente al suo convincersi che la crisi non era nel sistema ma del sistema capitalistico in atto.

177–178

Come abbiamo visto a suo luogo99, sin dagli anni giovanili Mussolini aveva letto Nietzsche e si era entusiasmato per il suo pensiero. Col passare del tempo, la sua passione per il filosofo tedesco non era diminuita; al contrario il suo pensiero o, almeno, alcuni aspetti di esso erano diventati una delle componenti piú caratteristiche della cultura e della personalità mussoliniane100, grazie anche – proprio nel periodo che qui ci interessa – all’intermediazione spengleriana. Oltre la teoria della funzione della personalità e della sua potenza creatrice, ciò che di Nietzsche piú aveva colpito Mussolini era stata la sua nozione di civiltà, il suo pensare in termini di civiltà e l’idea che una civiltà crei soprattutto uno «stile di vita». Consapevolmente o no (ma è significativo che proprio in questo periodo Mussolini riprendesse a scrivere di Nietzsche101 e si proclamasse addirittura suo «discepolo»102), questa idea di civiltà si fece in lui sempre piú decisiva ed operante negli anni della «grande crisi». Se la crisi era del sistema, «allora siamo davanti a un trapasso da un’epoca di civiltà ad un’altra»103. In questo caso però le iniziative materiali per far fronte alla crisi e per cercare di dirigerne l’evoluzione, per necessarie che fossero, erano pur sempre insufficienti, non veramente risolutive, e ogni nuovo assetto provvisorio e parziale: il vero superamento della crisi del sistema, cioè la nascita di un nuovo sistema, si sarebbe realizzato infatti solo nella nuova civiltà e questa non sarebbe sorta tanto da iniziative materiali quanto da una trasformazione morale degli uomini, dal sorgere di un nuovo «stile di vita». Gli echi di questa ideologizzazione della «grande crisi» non sono rari negli scritti e nei discorsi di Mussolini (soprattutto del ’33-34104) e sono per noi assai significativi, sia che li si ricolleghi alla piú generale problematica mussoliniana dei «tempi lunghi» sui quali il fascismo doveva puntare e lavorare per formare le nuove generazioni, sia che li si ricolleghi invece alla questione particolare dalla quale abbiamo preso le mosse per questa digressione. In entrambi i casi essi permettono di capire come, anche sotto un profilo «ideologico», Mussolini fosse sostanzialmente portato a considerare la compiuta realizzazione dell’ordinamento corporativo come un problema piú del futuro («l’intero secolo sta innanzi a noi»: con queste parole il 13 gennaio ’34 concluse in Senato il suo discorso sulla costituzione e le funzioni delle Corporazioni105) che dell’immediato presente (in cui si trattava solo di gettarne le premesse e di sperimentarne alcuni meccanismi, senza avventurarsi in affrettate e pericolose applicazioni ad una realtà economica in trasformazione), piú che delle presenti generazioni delle successive, formate secondo un vero «stile di vita» fascista.

178–181

Con quest’ultima precisazione la delineazione della posizione del «duce» di fronte ai problemi economici e politici suscitati dalla «grande crisi» e alle ripercussioni di essa sui suoi primitivi progetti ci pare sostanzialmente compiuta, cosí come ci pare delineato il nesso che per Mussolini collegava la parte immediatamente politica ed economico-sociale del suo programma per il nuovo «ciclo di governo» apertosi nel settembre ’29 all’ultimo punto di questo stesso programma di cui ci resta ancora da parlare, quello relativo alla fascistizzazione della società italiana e alla formazione delle nuove generazioni.

Lasciato da noi per ultimo solo per comodità di esposizione, questo punto è in realtà della massima importanza, sia sotto il profilo di una compiuta ricostruzione della posizione e della concreta azione politica di Mussolini sia sotto quello, piú generale, della comprensione delle successive vicende interne del regime e delle cause piú reali e intime della sua debolezza e della sua crisi, ancor prima e al di qua di quelle connesse agli ultimi sviluppi della politica mussoliniana, cioè all’alleanza con la Germania e alla guerra. Sotto questo secondo profilo, infatti, il modo con cui fu portato avanti il programma di fascistizzazione integrale e di formazione delle nuove generazioni e i risultati conseguiti furono piú significativi e ricchi di conseguenze negative per il regime dello stesso fallimento dei propositi ruralistici di Mussolini, anche se questo può apparire piú totale. Il fallimento dei propositi di ruralizzazione ebbe certamente un grande significato per Mussolini e contribuí indubbiamente ad orientare la sua strategia politica verso obiettivi che, in parte, erano il riflesso della nuova situazione internazionale determinata dall’andata al potere nel ’33 di Hitler in Germania, ma in parte erano anche la conseguenza del desiderio e della necessità per Mussolini di cercare sul terreno della politica estera una rivalsa agli scacchi subiti su quello della trasformazione dei caratteri di base della società italiana. Al di là delle ambizioni e dei programmi del «duce», la politica economica messa in atto per fronteggiare la crisi non indebolí però il regime e, anzi, finí oggettivamente per rafforzarlo; sia perché estese notevolmente il controllo diretto e indiretto dello Stato sull’economia (nel ’34 Mussolini arrivò a dire che «i tre quarti dell’economia italiana industriale e agricola sono sulle braccia dello Stato»106: un’affermazione certamente esagerata, ma che rifletteva la consapevolezza di ciò che di là ad un paio di anni sarebbe risultato evidente a tutti, che cioè lo Stato italiano ormai «possedeva una parte dell’industria proporzionalmente piú ampia che ogni altro Stato europeo, a eccezione dell’Unione Sovietica» e controllava grandissima parte del sistema creditizio nazionale107), sia perché di fatto contribuí a far compiere all’economia italiana quel salto qualitativo che le permise di assumere finalmente «una dimensione moderna e progressiva»108, indispensabile – checché ne pensasse Mussolini – non solo per un effettivo, futuro, progresso civile del paese, ma anche per rendere in qualche misura plausibile agli occhi del mondo la stessa pretesa mussoliniana di far giuocare all’Italia fascista il ruolo di «grande potenza». Al contrario, la politica di fascistizzazione della società italiana – pur dando risultati apparentemente molto piú corrispondenti alle intenzioni e ai programmi concretamente messi in atto da Mussolini – fu per il regime assai piú fallimentare e gravida di conseguenze negative. A saper vedere al di là delle apparenze, i risultati da essa conseguiti furono, infatti, non solo meno totalitari di quanto a prima vista sembrava che il fascismo fosse riuscito a realizzare, ma – quel che piú conta – furono cosí epidermici e condizionati da tutta una serie di motivazioni contingenti e pratiche, che, alla prova dei fatti, si dimostrarono in larga misura solo provvisori e transitori, esposti a tutti i rischi e a tutti i contraccolpi tipici di un «consenso» sostanzialmente tradizionale, fondato, appunto, quasi solo su motivazioni contingenti e pratiche e/o su reazioni psicologiche momentanee, senza un minimo di radici di consapevolezza o di fede. Sul momento a Mussolini questo tipo di consenso poteva anche bastare, tanto piú che il «duce» – lo si è detto –, nel suo scetticismo e nel suo ormai aprioristico e sostanziale disprezzo per gli italiani del suo tempo, puntava soprattutto sulle nuove generazioni, convinto di poterle plasmare secondo il vero «stile fascista». Sul momento, infatti, questo tipo di consenso assicurava a Mussolini e al regime la precondizione essenziale per fronteggiare la crisi e portare avanti, per quello che in tale situazione era possibile, i propri programmi politici a piú breve scadenza, senza troppe preoccupazioni di ordine interno. Ben presto però l’insufficienza, la precarietà, i limiti oggettivi e politici di questo consenso cominciarono ad essere colti sempre piú chiaramente e con essi i pericoli che ne derivavano per il regime non solo nel presente, ma soprattutto proprio in quel futuro su cui Mussolini invece voleva proiettare e realizzare compiutamente la sua opera. Per formare le nuove generazioni era pur sempre necessario (lasciamo stare altre considerazioni altrettanto di fondo ma che non rientravano nella sensibilità e nella logica mussoliniana) poter disporre di una classe dirigente che, bene o male, rispondesse alle esigenze dell’impresa, vi credesse e, quindi, potesse assumersi in prima persona e con una certa dose di convinzione e di entusiasmo il compito di educare i giovani secondo una visione morale, culturale e politica e uno «stile di vita» veramente fascisti. Di una simile classe dirigente, però, il fascismo sostanzialmente mancava e, quel che era peggio, la prova dei fatti dimostrava che il regime – nonostante tutti i suoi sforzi – non solo non era capace di crearla, ma era esso stesso la causa, principale e quindi ineliminabile, di questa incapacità. Da qui il dramma del regime e la sua piú intima ed effettiva condanna alla autodistruzione, ancor prima e a prescindere da quelle che furono poi le cause «esterne» della sua fine (che esse anticiparono nel tempo e resero piú drammatica ma che, se non fossero sopravvenute, non sarebbe stata con ciò evitata, ma sarebbe solo avvenuta in forme diverse); da qui, ancora, il progressivo e crescente affannarsi del regime per uscire da questa situazione, ricorrendo a soluzioni e a provvedimenti che, invece, la aggravavano sempre di piú e la rendevano piú precaria anche sotto il profilo del consenso. E da qui, infine, la necessità in sede storica di rendersi conto del perché, pur essendo favorito dall’esistenza di un indubbio, sia pur superficiale consenso di massa e dalla disponibilità di tutti gli strumenti atti, da un lato, a stimolare la crescita di questo consenso e, da un altro lato, a stroncare o almeno a circoscrivere entro misure non preoccupanti il dissenso attivo, il regime non riuscí a concretizzare sul piano della creazione di una propria classe politica questa situazione a lui apparentemente tanto favorevole e – a ben vedere – finí sostanzialmente per fallire assai prima sul terreno di quei ceti borghesi che avrebbero dovuto essere il suo punto di forza che non sul terreno dei ceti operai e contadini.

181

Gli strumenti a disposizione del regime per fascistizzare la società italiana erano numerosi, alcuni piú propriamente specifici (la scuola, le organizzazioni di massa, i sindacati, il PNF); altri, piú che verso singole categorie di cittadini, agivano, se cosí si può dire, sull’ambiente, si sforzavano cioè di creare e tener sempre viva una certa «atmosfera» generale in armonia con la politica mussoliniana. Tra questi ultimi vanno annoverate certamente le forze di polizia, i carabinieri, l’OVRA, la MVSN ai quali spettava la cura della parte preventiva e repressiva del lavoro per creare e tener viva questa atmosfera generale e che vi provvedevano con uno zelo e un’efficienza che sarebbe sbagliato giudicare solo in base alle azioni piú clamorose, dato che queste non erano certo piú importanti di quelle di routine (sorveglianza di locali pubblici, dei confinati, degli ammoniti, dei diffidati, dei vari tipi di vigilati e dei sospetti in genere, perquisizioni, raccolta di informazioni, rapporti con i confidenti, intercettazioni di stampe clandestine e di corrispondenza sospetta, cancellazione di scritte «sediziose», ecc.) di cui assai spesso erano anzi la conseguenza; a questo punto del nostro discorso il momento repressivo del «consenso» deve però, per cosí dire, rimanere sullo sfondo; non vi è infatti dubbio che a livello di massa esso, pur avendo una importanza che non può essere sottovalutata, ne ebbe molto meno rispetto a quelli che potremmo definire di formazione e di attivizzazione del consenso, premesse indispensabili per un’azione di fascistizzazione in profondità. In questo senso il compito piú importante fu quello assolto dalla stampa e, via via che vennero sviluppate, dalle radiodiffusioni109.

182–183

Consapevole della grande importanza che la stampa avrebbe avuto ai fini della sua politica, il regime aveva rivolto ad essa la sua «vigile cura» prestissimo. I provvedimenti repressivi della libertà di stampa del ’25 e del ’26, con i quali la stampa antifascista fu prima pressoché imbavagliata e infine completamente soppressa, non erano stati che i primi passi sulla via della fascistizzazione della stampa. Anche soppressa la stampa antifascista, molti giornali sfuggivano infatti ancora al controllo diretto del fascismo e tra essi anche alcuni a notevole tiratura. Da qui la necessità per esso di porre in atto tutta una serie di operazioni economico-politiche per mettere direttamente le mani su questi giornali o per ottenerne comunque l’effettivo controllo politico110 e, al tempo stesso, di eliminare dall’attività giornalistica gli elementi politicamente avversi o infidi111 e sostituirli con dei fascisti. Alla fine degli anni venti, commentando questa «rivoluzione giornalistica», il segretario del Sindacato nazionale fascista dei giornalisti, Ermanno Amicucci, cosí descriveva la nuova realtà della stampa italiana a meno di tre anni dal «giro di vite» della fine del ’26112:

Naturalmente il nuovo assetto giuridico dato dal Fascismo alla stampa italiana ha provocato, per forza di cose, una vera e propria «rivoluzione giornalistica». Per costruire, come in tutti gli altri campi, anche nel giornalismo, il Regime ha dovuto anzitutto distruggere.

I giornali e i giornalisti che erano sorti e vivevano secondo i principî dell’onnipossenza della stampa al disopra e contro lo Stato, al disopra e contro la Società, hanno dovuto sparire o piegarsi all’ordine nuovo.

I giornali che lottavano contro lo Stato non hanno avuto piú la libertà di compiere la loro nefanda azione antinazionale.

I giornalisti che si ritenevano gli intangibili despoti del famigerato «quarto potere», hanno dovuto deporre la penna. Molti giornali sono scomparsi. Molti giornalisti che ebbero – sotto il vecchio regime – la piú grande – e quasi sempre nefasta – influenza nella vita politica italiana, sono stati esclusi dall’esercizio della professione. Alcuni giornali e alcuni giornalisti del liberalismo e della democrazia, che hanno invece compreso i compiti nuovi dal Fascismo imposti alla stampa, si sono inquadrati nella realtà e nella disciplina fascista.

Ciò non vuol dire tuttavia che la stampa italiana sia completamente fascista. Il Regime consente, ad esempio, che si pubblichi a Genova un giornale come «Il lavoro» che è espressione di un gruppo di ex-capi della Confederazione Generale del Lavoro, i quali hanno accettato l’ordine nuovo, riconoscendone l’importanza storica, senza peraltro inserirsi nelle file delle organizzazioni fasciste. Né sono fascisti, sebbene lealmente aderenti al Regime, i giornali del Centro Nazionale e dell’Azione Cattolica.

Dalla «rivoluzione giornalistica» è uscita una stampa nazionale, che opera nell’orbita dello Stato e sottopone naturalmente la sua azione al controllo e alle sanzioni dello Stato, ed una stampa fascista, che è strumento politico del Regime, arma pronta, sicura, formidabile della Rivoluzione fascista.

Il Gran Consiglio, occupandosi, nel dicembre del 1927, dei rapporti tra stampa e Regime, riaffermò la funzione educativa della stampa e la necessità che essa sia permeata e modellata dallo spirito fascista, pur con le necessarie differenziazioni. Il «Foglio d’Ordini» del Partito, commentando le risoluzioni del Gran Consiglio Fascista intorno al problema della stampa, ha scritto appunto che la stampa, come la scuola, deve diventare uno strumento del Regime.

183–184

Questo quadro – già di per sé assai eloquente – potrebbe essere integrato con tutta una serie di altri elementi. Per brevità ci limitiamo però solo a citare alcuni passi del discorso tenuto da Mussolini il 10 ottobre ’28 a settanta direttori di quotidiani del regime convocati a Roma per prendere direttamente dal «duce» le direttive alle quali «intonare» la loro attività113; da essi, infatti, risulta bene quale fosse per Mussolini il compito della stampa e come egli intendesse che fosse realizzato. Compito primario doveva essere quello di costituire «una forza al servizio del regime». Su questo Mussolini era intransigente:

In un regime totalitario... la stampa è un elemento di questo regime, una forza al servizio di questo regime; in un regime unitario, la stampa non può essere estranea a questa unità. Ecco perché tutta la stampa italiana è fascista e deve sentirsi fiera di militare compatta sotto le insegne del Littorio. Partendo da questo incontrovertibile dato di fatto si ha immediatamente una bussola di orientamento per quanto concerne l’attività pratica del giornalismo fascista. Ciò che è nocivo si evita e ciò che è utile al regime si fa. Ne consegue che, sopra tutto e potrebbe dirsi esclusivamente in Italia, a differenza di altri paesi, il giornalismo, piú che professione o mestiere, diventa missione di una importanza grande e delicata, poiché nell’età contemporanea, dopo la scuola che istruisce le generazioni che montano, è il giornalismo che circola tra le masse e vi svolge la sua opera d’informazione e di formazione.

In questa prospettiva la stampa doveva dedicarsi soprattutto ai «vari e grandi aspetti e problemi» della vita degli individui e del popolo e a preparare il paese a recepire le grandi iniziative del regime; il resto era frivolo, stantio, inutile, dannoso. Attento e sensibilissimo come era alla importanza e alla necessità di creare l’ambiente, per Mussolini l’informazione e ancor piú «la critica» (che a quest’epoca egli affermava di non negare in assoluto, anche se diceva che essa doveva esercitarsi «limitatamente» e in modo costruttivo e, in ogni caso, non a proposito delle «questioni strettamente politiche» o «che sono fondamentali nella rivoluzione») non dovevano «fornire alimento alla causa degli avversarî» e dovevano essere improntate alla consapevolezza di «servire il regime». Pertanto quei giornalisti che davano troppo spazio alla cronaca nera non rendevano un servizio al regime («si sente il bisogno di far sapere che “un giovane professore ha sparato sulla moglie”, come se ciò interessasse particolarmente il genere umano, oltre i portinai e i prossimi parenti; ... la cronaca nera deve essere lasciata ai commissari verbalizzanti delle Questure, salvo casi speciali nei quali l’interesse umano o sociale o politico sia prevalente»)114, cosí come non lo rendevano quelli che «mancano di discrezione, specie in materia di politica estera e di finanze»115, che nella polemica scendevano «al personalismo diffamatorio e cannibalesco», che si abbandonavano al «catonismo generico» e al «moralismo irresponsabile».

184–185

Che tipo di stampa potesse venir fuori da una simile impostazione è facile immaginare e, del resto, la prova migliore di quanto veniamo dicendo è nelle collezioni dei giornali del tempo: una stampa che, salvo rare eccezioni, trattava solo i problemi e pubblicava solo le notizie che servivano al regime, che ne esaltava tutte le iniziative (al punto che lo stesso Mussolini si vedeva talvolta costretto a intervenire per evitare che fossero create attese controproducenti116) e accreditava quotidianamente il quadro di una società italiana entusiasticamente unita dietro al fascismo e al «duce» e, nonostante tutte le difficoltà, sempre in marcia verso nuovi traguardi politici, economici e civili, di una società ordinata, disciplinata, sana, consapevole delle difficoltà e dei sacrifici che doveva affrontare, ma consapevole anche di godere di una esistenza migliore rispetto a quella degli altri paesi. Una stampa, dunque, che, avendo praticamente il monopolio dell’informazione (i giornali stranieri avevano una circolazione assai limitata e circoscritta in pratica ad ambienti molto ridotti e «responsabili» e le radio straniere a quest’epoca non facevano trasmissioni in lingua italiana), condizionava progressivamente i lettori, contribuiva enormemente alla fascistizzazione del paese e soprattutto l’abituava a pensare sempre piú solo quello che il regime voleva che esso pensasse. Una stampa, infine, che, pur essendo sostanzialmente fascistizzata, non lo era però ancora al cento per cento (specialmente per quel che riguardava i problemi tecnici e la cultura) e che, essendo a livello politico in parte espressione di alcuni grandi personaggi del fascismo che avevano proprie posizioni personali da difendere, si poteva permettere un certo margine di manovra e di critica (anche se sempre piú spesso «in chiave», in maniera da non essere comprensibile alla massa dei lettori) e che, quindi, non escludeva del tutto qualche voce «diversa» che serviva da sfiatatoio a poco prezzo e accontentava quelle minoranze che sarebbero state ferite da un’assoluta uniformità polifonica e trovavano in queste voci «diverse» un motivo di soddisfazione delle proprie velleità critiche e un aristocratico alibi intellettuale e morale alla loro accettazione della situazione di fatto.

185–187

Una stampa piú «intonata» e, soprattutto, piú funzionale ai fini del regime è difficile immaginarla; sicché non si sbaglia certo quando si afferma che essa ebbe negli anni di cui ci stiamo occupando un ruolo notevolissimo nel rafforzare ed estendere il consenso attorno al regime e al «duce» e, quindi, nella fascistizzazione di sempre piú larghi settori del paese. Eppure ben presto essa apparve a Mussolini «sfasata» e troppo poco partecipe del clima «totalitario» del fascismo. Di fronte al perdurare, sotto l’apparente monoliticità del regime, di tutta una serie di modi di intendere il fascismo e i suoi sviluppi futuri, al sussistere di un certo numero di «zone grigie» (di spoliticizzati, di afascisti, di critici, oltre che di antifascisti veri e propri) e, soprattutto, di fronte alla constatazione che, mentre il regime bene o male riusciva a socializzare e ad integrare le masse, le élites e in particolare quella che sarebbe dovuta essere la nuova classe dirigente fascista si mostravano in larga misura inadeguate al compito «storico» che nei suoi programmi aveva loro assegnato, Mussolini nella prima metà degli anni trenta (suggestionato anche da quanto il nazismo stava facendo in Germania) si convinse che per fascistizzare veramente l’Italia e metterla all’unisono colla sua politica fosse necessario passare da questo tipo di controllo e di organizzazione della stampa ad una vera e propria azione sistematica di propaganda di massa, concepita al centro in strettissimo collegamento con le esigenze politiche del regime e realizzata alla periferia con disciplina e uniformità militaresche attraverso tutta una serie di iniziative propagandistico-culturali articolate per settori e livelli particolari117. Si convinse, cioè, della necessità di avviare il regime sulla strada di un sistematico accentramento e di una gestione in prima persona di tutta la «cultura di massa» o, come si sarebbe detto, della cultura popolare. In questa nuova prospettiva la stampa finí ben presto per perdere quasi del tutto quel poco di personalità e di autonomia che si erano salvate nel corso della «rivoluzione giornalistica» degli anni precedenti118, divenne sempre piú e sempre piú platealmente solo uno strumento della propaganda di massa del regime e all’orientamento dei vari giornali, specialmente dei quotidiani, su tutta una serie di problemi, politici e no, piú che i singoli direttori (che sempre piú di rado osarono assumere posizioni personali su questioni di un certo interesse e spesso si adeguarono alla situazione con una squallida gara al piú zelante) pensò l’Ufficio stampa della Presidenza del Consiglio (non a caso nell’agosto ’33 affidato alla direzione del genero del «duce», Galeazzo Ciano)119, che istituzionalizzò la prassi di indicare ai giornali con apposite «veline» (il cui numero andò col tempo sempre aumentando) come «intonare» i commenti, quali notizie valorizzare, quali pubblicare o no e persino con che tipo di titoli.

187–188

Imboccata questa strada, negli anni successivi il regime l’avrebbe percorsa sino in fondo, illudendosi forse, certo dando l’impressione a molti, di essere capace di imporre la propria volontà totalitaria non solo agli avversari ma anche agli stessi fascisti. Prescindendo per il momento da un esame dei reali risultati cosí ottenuti (al di là di quello ovvio e piú appariscente, ma anche meno probante, di eliminare le dissonanze e di offrire un quadro sempre univoco ed entusiasta della realtà italiana e della politica mussoliniana), ci pare però difficile negare che imboccando questa strada il «duce» implicitamente riconoscesse che l’opera di fascistizzazione intrapresa – nonostante alcuni indubbi risultati positivi – non procedeva secondo le sue intenzioni, non riusciva ad essere veramente totalitaria e, quel che era piú grave, che per spingerla ulteriormente innanzi non era possibile affidarsi alla consapevolezza e al senso di responsabile partecipazione dei fascisti, ma si doveva far ricorso a sistemi burocratici e sostanzialmente coercitivi proprio nei confronti della stessa classe dirigente fascista.

Detto questo in generale, per un piú concreto ed articolato bilancio dei risultati della politica di fascistizzazione messa in atto da Mussolini è però necessario allargare il discorso e soffermarci un momento a esaminare quelli che abbiamo definito gli strumenti specifici a disposizione del regime per fascistizzare la società italiana e, quindi, le realtà particolari che essi investivano. E ciò anche se ci rendiamo bene conto che ognuna di queste realtà avrebbe bisogno di uno studio ad hoc che qui, ovviamente, non è possibile fare e che, pertanto, il nostro discorso potrà avere solo un valore indicativo.

Per la scuola il discorso è abbastanza facile. Sulla importanza decisiva che la fascistizzazione della scuola aveva per Mussolini è inutile soffermarci dopo quanto abbiamo detto a proposito della funzione che il «duce» assegnava alle nuove generazioni nel quadro della creazione della «civiltà fascista». Già alla fine del ’25, inaugurando i lavori del congresso nazionale della Corporazione fascista della scuola, Mussolini era stato esplicito120:

il governo esige che la scuola si ispiri alle idealità del fascismo, esige che la scuola non sia, non dico ostile, ma nemmeno estranea al fascismo o agnostica di fronte al fascismo, esige che tutta la scuola, in tutti i suoi gradi e in tutti i suoi insegnamenti, educhi la gioventú italiana a comprendere il fascismo, a rinnovarsi nel fascismo e a vivere nel clima storico creato dalla rivoluzione fascista… La scuola italiana deve essere informativa del carattere italiano. La scuola italiana deve rappresentare l’antitesi di tutto quello che sono le tare del carattere italiano: cioè il semplicismo, la faciloneria, il credere che tutto andrà bene.

188–189

In conformità a queste direttive il programma di fascistizzazione della scuola aveva proceduto a tappe veloci, anche se ciò portava a tradire assai spesso lo spirito della riforma Gentile, che fu oggetto di tutta una serie di «ritocchi» che la sfigurarono pressoché completamente121 e provocarono le proteste e il progressivo scoraggiamento, e in qualche caso l’allontanamento dal fascismo, di numerosi uomini di scuola che gli si erano avvicinati perché convinti che esso potesse finalmente rinnovare la scuola e rialzarne il livello122. Mussolini, che a suo tempo aveva definito la riforma «veramente rivoluzionaria», in un primo momento (sino verso il ’29) l’aveva in qualche misura difesa, sia per una questione di principio, sia perché pungolato da Gentile che non mancava occasione per ricordargli la necessità per il regime di formare una nuova classe dirigente moralmente e culturalmente all’altezza delle tradizioni nazionali e della funzione che l’Italia avrebbe dovuto avere in Europa123, sia, infine, perché si rendeva conto che lo spirito che muoveva molti critici della riforma ben poco in realtà aveva di fascista; in un secondo momento però, di fronte alle difficoltà che la riforma creava ad una rapida ed integrale fascistizzazione della scuola (soprattutto media e superiore), finí per considerarla «un errore dovuto ai tempi e alla forma mentis dell’allora ministro»124 e si schierò con coloro che volevano ritoccarla. I risultati non erano però stati pari alle attese, specie per quel che concerneva la scuola media e l’università, tanto è vero che il Gran Consiglio alla fine del ’27 aveva dovuto riconoscere che se i risultati erano «eccellenti» per la scuola primaria (dove il livello degli insegnanti era piú basso, il fascismo piú presente125 e le autorità scolastiche e il PNF avevano mezzi piú efficaci per far realizzare le loro direttive) erano invece solo «soddisfacenti» per quella media e per l’università e che, se si era verificato «un avviamento alla fascistizzazione della scuola», molto però ancora restava da fare126. Al solito, il vero problema si dimostrava essere «nel manico»; per una effettiva fascistizzazione della scuola mancavano (specie via via che si saliva verso i suoi gradi superiori) gli uomini adatti a fascistizzarla veramente: persino tra gli insegnanti fascisti, relativamente pochi erano quelli che spingevano il loro consenso verso il regime sino ad accettare che la scuola perdesse la sua vera funzione, diventasse scuola di conformismo e non di spirito critico, di cronaca politica e non di cultura. Che questo fosse il vero problema, del resto, risulta anche dalla stampa fascista dell’epoca, nella quale uno dei motivi ricorrenti è, appunto, quello della mancanza di insegnanti veramente fascisti e della necessità di formarli. Tipico, per fare un solo esempio, è quanto scriveva nel ’27 «Critica fascista»127:

190–192

è necessario non illuderci; quella che noi chiamiamo scuola fascista richiede tempo, selezione e formazione accuratissima... La scuola fascista manca ancora... d’insegnanti che sentano in sé lo spirito nuovo, lo spirito fascista; la maggior parte ignora persino quale sia il compito della nuova scuola, quale lo spirito della riforma fascista... L’educatore che deve contribuire a formare la nuova scuola dev’essere di fede fascista. L’educatore deve essere fascista, non amico del fascismo... Gli italiani si stanno ancora facendo... ma gli educatori che occorrono, non si possono formare che lentamente.

Per cercare di ovviare a questa situazione e bruciare cosí i tempi della fascistizzazione nel ’26-28 il regime aveva preso tutta una serie di provvedimenti nei confronti degli insegnanti, tra i quali l’obbligo del giuramento per i maestri elementari e l’autorizzazione a dispensare dal servizio coloro che «per manifestazioni nella scuola o fuori» non dessero garanzie di adempiere il proprio dovere o «si ponessero in condizioni di incompatibilità con le generali direttive politiche del governo»128. Nel ’28 era stato anche deciso di approntare e introdurre con l’anno scolastico ’30-31 il «libro unico di Stato» per le scuole elementari129. Il provvedimento piú importante era stato però, nel ’26-27, la costituzione dell’Opera nazionale balilla.

Scopo dell’ONB era di curare l’assistenza e l’educazione fisica e morale «secondo i principî e gli ideali abbracciati dal fascismo» dei giovani dagli otto ai diciotto anni di età. In teoria la partecipazione all’ONB era volontaria, in pratica – poiché negli intenti del regime essa doveva servire a dare ai ragazzi il «senso collettivo della vita» e a realizzare quella fascistizzazione della gioventú in cui la scuola si mostrava carente – prima cura del ministero della Pubblica istruzione fu di invitare i provveditori e le autorità scolastiche ad adoperarsi per una stretta collaborazione tra la scuola e l’ONB e perché, specialmente alle elementari, tutti i ragazzi e le ragazze si iscrivessero ad essa; a questo scopo fu inoltre stabilito che posti, borse di studio, premi, sussidi, ecc. fossero concessi con preferenza agli iscritti all’ONB. In tal modo gli iscritti, che alla fine del ’27 erano circa 800 mila, nel ’29 erano già piú di 1 230 000.

Lo sviluppo maggiore l’ONB lo ebbe però nella prima metà degli anni trenta (nel ’34 i suoi iscritti furono oltre 3 650 000 e ad essi vanno aggiunti i membri dei Fasci giovanili, che inquadravano i giovani dai diciotto ai ventuno anni, e dei Gruppi universitari fascisti, nel complesso poco meno di altre 600 mila unità, su una popolazione scolastica, compresi i bambini di sei-sette anni, di circa 5 300 000 unità), quando Mussolini, trasformato il ministero della Pubblica istruzione in ministero dell’Educazione nazionale per sottolineare lo stacco che anche in materia scolastica il nuovo «ciclo di governo» iniziatosi nel settembre ’29 doveva segnare, decise di far procedere di pari passo alla lotta contro l’analfabetismo, all’aumento della scolarità e al potenziamento della scuola in tutti i suoi ordini e gradi130 l’ulteriore fascistizzazione della scuola stessa e, per attuare questa seconda parte del suo programma, puntò soprattutto sul potenziamento delle organizzazioni giovanili fasciste e sul loro sempre maggiore inserimento nella vita della scuola131. In questi anni la parola d’ordine per il regime in fatto di scuola divenne lo slogan mussoliniano «libro e moschetto». L’educazione fisica, l’istruzione militare, la partecipazione alle vicende e alle manifestazioni del regime divennero in pratica parte integrante della vita scolastica, che vide il suo momento tradizionale e fondamentale, quello dell’istruzione, costretto a far largamente posto a quello della cosiddetta educazione, dell’indottrinamento e della formazione politica cioè dei giovani132. Ancora una volta i risultati effettivi per il regime furono però, a ben vedere, meno positivi di quanto a prima vista apparivano. In pratica la scuola finí per essere amministrata in una sorta di mezzadria di fatto tra insegnanti e ONB, che se, da un lato, non giovò certo alla serietà e all’impegno scolastici dei giovani, da un altro lato lasciò però agli insegnanti piú seri e volenterosi la possibilità di continuare il loro insegnamento (a parte qualche ovvia concessione – a volte non sentita neppure come tale – al trionfalismo mussoliniano imperante, del resto, data l’atmosfera generale, di scarso significato) secondo la loro coscienza e i loro metodi tradizionali e, da un altro lato ancora, rese di fatto impossibile il prevalere del momento attivistico-politico su quello culturale e, in definitiva, rese quindi superficiale la fascistizzazione della gioventú – almeno della sua parte migliore –, specie a mano a mano che questa procedeva verso i gradi superiori dell’istruzione. Questo spiega perché della fascistizzazione della scuola si continuò in pratica a parlare ancora come di un problema sempre aperto (e qualcuno piú coraggioso parlò addirittura di crisi della scuola133) e perché Mussolini, quando nel gennaio ’35 decise di intraprendere un ulteriore massiccio sforzo per risolverlo, puntò a debellare il male alle radici: da un lato concentrò gli sforzi soprattutto nella direzione di una effettiva «bonifica» della cultura (cioè dell’insegnamento superiore, piú direttamente responsabile della formazione dei nuovi insegnanti e, in genere, della nuova classe dirigente) e, da un altro lato, – dopo aver sperimentato in dieci anni di regime quattro ministri provenienti tutti dal mondo dell’insegnamento superiore e dalle fila dei «fiancheggiatori» – scelse per attuarla un vecchio fascista come C. M. De Vecchi, che con la scuola e la cultura – a parte qualche civetteria – ben poco aveva in comune, ma che aveva tutti i numeri per portarvi lo stile militaresco e duro del «vero» fascista e che già da un po’ non nascondeva il suo convincimento che se «l’azione disciplinatrice del regime» aveva «forse avuto ragione della scuola primaria e secondaria» non altrettanto si poteva dire per «la zona dell’alta cultura», sicché era «arrivata l’ora di mettere in opera i mezzi adeguati perché», anche in questo settore della scuola, «la meta possa venire conseguita nella sostanza e nello stile»134.

192–193

I risultati sostanzialmente positivi conseguiti dalla politica di fascistizzazione della scuola media e soprattutto di quella elementare contribuiscono certo a spiegare come negli anni trenta il fascismo – a mano a mano che la nuova generazione educata sotto il regime cresceva e si inseriva nella vita produttiva – riuscí a fare breccia e ad allargare notevolmente il proprio consenso negli ambienti popolari, tra i contadini e specialmente tra gli operai. Il fenomeno è però di tale importanza che questa spiegazione, da sola, non è sufficiente, cosí come non è sufficiente integrarla con un generico richiamo al clima di generale smobilitazione e di reintegrazione sociale che già da vari anni si era venuto sviluppando parallelamente al radicarsi del regime nel paese. Per avere un quadro realistico della situazione, a queste spiegazioni se ne debbono aggiungere altre, che vanno ricercate nel successo (non definitivo, ma certo per quasi un decennio innegabile) che arrise all’azione messa in atto dal regime per fascistizzare le masse lavoratrici attraverso alcuni strumenti ad hoc, quali i sindacati e, ancor piú, le numerose organizzazioni sociali create o potenziate dal regime stesso in una prospettiva che era al tempo medesimo sinceramente sociale (e in questo senso, anche se presentati come realizzazioni del regime, si trattava in realtà di provvedimenti e di istituzioni che andavano sviluppandosi piú o meno rapidamente anche in altri paesi ed erano, sostanzialmente, un portato dei nuovi tempi) e strumentalmente politica (rispondeva cioè alla necessità per il regime di organizzare attorno a sé il consenso e di estendere il piú possibile il proprio controllo su tutti i momenti della vita associativa dei lavoratori e dei cittadini in genere). Sottovalutare – come spesso è avvenuto – questo successo e con esso gli strumenti con i quali fu realizzato è, per una comprensione storica della realtà del regime, un errore assai grave135.

193–197

Un tipico caso di questa sottovalutazione è costituito dal giudizio che in genere viene dato a proposito dei sindacati fascisti. Secondo questo giudizio, i sindacati durante il regime non avrebbero avuto praticamente altra funzione che quella di inquadrare e controllare i lavoratori, di prevenire qualsiasi manifestazione di autodifesa di classe e di accreditare, con la loro presenza e con la loro acquiescenza alle decisioni governative (e, addirittura, alle richieste padronali), una fittizia adesione dei lavoratori al regime stesso. In realtà, è indubbio che per il regime i sindacati furono uno degli strumenti dell’organizzazione del consenso e che non mancarono sindacalisti che subordinavano tutto alla necessità di una «collaborazione degli sforzi» per aumentare la produzione e condizionavano a questa necessità ogni problema di redistribuzione del reddito, sino al punto di parlare, per i sindacati dei prestatori d’opera, genericamente di difesa dei «diritti fondamentali» dei lavoratori, ma per quelli dei datori di lavoro assai piú significativamente di «arginare il movimento avversario nei limiti segnati dal proprio diritto di produttori e di direttori tecnici dell’azienda economica»136; altrettanto indubbio è però che se per vari anni i sindacati esercitarono la funzione che il regime aveva loro assegnato, ciò fu dovuto soprattutto al fatto che – nei limiti consentiti dalla realtà nella quale agivano – una funzione positiva per i lavoratori, bene o male, essi la svolsero e i piú tra i loro dirigenti (specialmente tra quelli della vecchia leva, arrivati al fascismo dalle preesistenti organizzazioni sindacali, ché quelli della piú giovane, in genere di estrazione borghese, formatisi praticamente durante il regime erano piú legati ad una concezione burocratica del sindacato) cercarono a piú riprese di arginare le pretese della controparte, di respingere gli attacchi che al movimento sindacale venivano dagli ambienti piú conservatori (economici, politici, burocratici poco importa) e di sfruttare la funzione che il regime aveva di fatto assegnato ai sindacati per dare a questi un ruolo e un posto piú rilevante nella vita del regime. Per limitarci al periodo che qui ci interessa, è fuori dubbio che se nella prima metà degli anni trenta il fascismo riuscí a fare breccia tra i lavoratori e gli operai in particolare (e non solo delle categorie tradizionalmente piú corporative) e a trovare in essi crescenti consensi, ciò fu in buona parte dovuto proprio al progressivo rilancio che i sindacati ebbero dalla primavera del ’30 in poi137 e al fatto che – sull’onda di esso – il loro gruppo dirigente poté, da un lato fronteggiare in qualche misura l’offensiva padronale e riacquistare cosí credito tra la base138 e, da un altro lato – sfruttando, invece, l’esigenza di Mussolini di qualificare il regime in senso «popolare» e di raccogliere cosí il paese attorno ad esso (anche, come si è visto, per indurre piú facilmente il mondo economico ad accettare la sua politica di intervento nella economia) – poté respingere i tentativi di coloro che avrebbero voluto approfittare del varo dei primi provvedimenti corporativi per svuotare ulteriormente i sindacati di ogni potere e di ogni residua autonomia139. Né ci pare si possa sottovalutare il fatto che proprio sullo scorcio di questo periodo dalle fila dei sindacalisti fascisti si levarono alcune voci che reclamavano ai sindacati un maggiore spazio nel regime e addirittura una funzione propulsiva rispetto alla sua evoluzione futura (tipico è il caso di Luigi Fontanelli140): voci che – è vero – non riuscirono in genere ad incidere veramente nella situazione reale, ma che contribuirono ad accrescere e a dare espressione ad una atmosfera di attesa e di partecipazione141 (che non sfuggí a quella parte dell’antifascismo che seguiva con piú attenzione l’evolversi della situazione italiana) che certamente in quel momento giovò molto al regime sul piano del consenso, ma che giovò anche ai lavoratori, nel senso almeno che contribuí a indurre Mussolini a tener conto piú che in passato delle loro attese e richieste almeno sul terreno economico.

197–199

Un contributo anche maggiore (e, al solito, spesso sottovalutato) all’integrazione nel regime e alla fascistizzazione delle masse lavoratrici fu poi quello dato dalle numerose istituzioni che agivano sul terreno dell’assistenza, della previdenza e dell’organizzazione del tempo libero e che dipendevano direttamente o indirettamente dallo Stato, dal PNF, dai sindacati. Grazie a queste istituzioni, infatti, il regime riuscí in questo periodo a compensare i lavoratori di una parte almeno delle riduzioni salariali subite con una serie di servizi sociali e ad offrire loro un notevole numero di possibilità ricreative, sportive, culturali, sanitarie, individuali e collettive, sino allora sconosciute o quasi in Italia e che influenzarono largamente il loro atteggiamento verso il fascismo e soprattutto quello dei giovani e dei giovanissimi che piú ne usufruirono. Si pensi, per fare un esempio tra i piú noti, al gran numero di ragazzi e ragazze che poterono usufruire della vastissima organizzazione di colonie e di campeggi, specialmente estivi, messa in atto dal regime e via via potenziata di anno in anno (le colonie estive passarono da circa 150 mila presenze nel ’30 a oltre 475 mila nel ’34). Tra queste istituzioni142 la piú importante politicamente fu certo l’Opera nazionale dopolavoro, costituita nel ’25 e rapidamente potenziata sino a diventare l’organizzazione di massa piú importante del regime143. Nel ’26 l’OND contava poco piú di 280 mila iscritti, in un decennio essi divennero però 2 780 000, suddivisi in poco meno di ventimila sodalizi, e alla vigilia della seconda guerra mondiale sarebbero stati circa 5 milioni in 24 500 sodalizi statali, aziendali, rurali, comunali e di quartiere. Tramite il Dopolavoro i lavoratori (nel ’26 gli impiegati erano il 57 per cento degli iscritti e i lavoratori manuali il 43 per cento, nel ’32 il rapporto era già capovolto: i lavoratori manuali erano il 67 per cento e gli impiegati il 33 per cento) godevano, oltre ad alcune forme di assistenza sociale integrative di quella normale, della possibilità di usufruire di varie facilitazioni e sconti e soprattutto di una ricca serie di attività sportive, ricreative, turistiche, artistiche e culturali: alla fine del primo decennio di attività l’OND contava, tra l’altro, 1227 teatri, 771 sale cinematografiche, 2066 filodrammatiche, 2130 orchestre, 3787 bande, 994 scuole corali, 10 302 associazioni professionali e culturali, 6427 biblioteche, 11 159 sezioni sportive «dopolavoristiche» (con oltre 1 400 000 partecipanti) e 4704 sezioni sportive «agonistiche» (con oltre 243 mila partecipanti). Attraverso questa vastissima e capillare rete organizzativa (rispetto alla quale qualsiasi confronto con le organizzazioni prefasciste è praticamente impossibile e che non aveva nulla di simile in nessun altro paese capitalistico) il Dopolavoro costituiva l’istituzione di massa piú caratteristica e piú importante di cui il regime disponeva per avvicinare e legare a sé i lavoratori e in particolare i piú giovani tra essi, soddisfacendo alcuni loro bisogni economici e soprattutto sociali e dando ad essi la sensazione di godere di una situazione e di una considerazione nuove. Il che spiega bene l’impegno messo dal regime nel potenziare (nonostante le difficoltà economiche del momento) l’OND e nel propagandarla come una delle sue maggiori realizzazioni144.

199

Per completare questa rapida panoramica dei principali strumenti sui quali il regime fondava la sua politica di fascistizzazione manca a questo punto un solo elemento, il piú importante e, al tempo stesso, quello che, a ben vedere, mancò piú di tutti gli altri al compito assegnatogli: il partito fascista. Se è lecito introdurre una distinzione tra consenso e fascistizzazione o, se si preferisce, tra fascistizzazione piú o meno passiva (fare degli italiani dei «buoni cittadini», ligi al governo, che non si opponevano alla politica del regime, ne accettavano sostanzialmente le motivazioni e le prospettive di fondo, intonavano ad esse il loro comportamento e la loro attività quotidiana, senza spingere le loro eventuali critiche e riserve sino a pensare alla possibilità di un mutamento di regime, ma che, al tempo stesso, non partecipavano attivamente alla vita politica o, se vi partecipavano, lo facevano limitatamente alle sue manifestazioni piú esteriori o tali da far loro godere di alcuni benefici e da non essere danneggiati nella loro attività rispetto ad altri cittadini piú zelanti) e fascistizzazione attiva (formare, cioè, dei veri fascisti, attivi come tali nella vita del paese a tutti i livelli della loro attività quotidiana ed inseriti nelle strutture del regime come elementi propulsivi), è evidente che gli strumenti dei quali abbiamo sin qui parlato potevano corrispondere quasi esclusivamente al primo tipo di fascistizzazione; pochissimo, invece, potevano fare nel secondo senso, salvo preparare, per cosí dire, il terreno all’azione successiva di altri strumenti e cioè, appunto, del partito; solo il PNF, infatti, poteva assumersi il compito di una piena attivizzazione politica degli italiani e in primo luogo dei giovani, della futura classe dirigente necessaria ad una completa e definitiva fascistizzazione del paese. Da qui la grande importanza che ai fini del nostro discorso assume il problema del ruolo che al PNF fu assegnato nell’ambito della politica del regime e di come esso poté realizzarlo.

Tra l’autunno del ’29 e la fine del ’34 – il periodo di cui ci stiamo occupando – al vertice del PNF si avvicendarono tre segretari generali: Augusto Turati sino al 7 ottobre 1930, Giovanni Giuriati sino al 7 dicembre 1931 e Achille Starace da questa data in poi. La presenza di questi tre uomini a capo del PNF corrispose a tre momenti ben definiti della storia del partito e del regime.

200–201

Con Turati, lo abbiamo visto145, Mussolini aveva trovato nel ’26 non solo l’uomo piú adatto per dirigere il partito e affiancare la sua opera di organizzazione del regime, ma anche il miglior segretario che il PNF ebbe in tutta la sua piú che ventennale esistenza. Con la Conciliazione e il «plebiscito» il ciclo di Turati si era però praticamente concluso. Durante tre anni, politicamente parlando, egli era stato il miglior collaboratore del «duce»; insieme a Bocchini (che, del resto, pare Turati facesse strettamente sorvegliare146), l’interprete piú efficiente della sua politica: aveva «inquadrato» il partito e l’aveva inserito nel regime come era nelle intenzioni di Mussolini, con fermezza ma anche con discrezione; sia al vertice sia alla periferia il pericolo di un dualismo tra Stato e partito era stato da lui sostanzialmente eliminato alla radice e il PNF era ormai solo uno strumento del regime, in cui i vecchi fascisti e gli ex fiancheggiatori si erano cominciati ad amalgamare e se esistevano ancora delle correnti, esse si configuravano ormai piú come gruppi di pressione e di opinione che come realtà organizzate capaci di tentare di influire sulle scelte politiche di fondo. Turati, lo si è pure visto, non era però stato un interprete, un realizzatore meramente passivo della politica di Mussolini; pienamente d’accordo con il «duce» sulle linee di fondo, egli dissentiva o aveva delle riserve su vari aspetti particolari di essa e, soprattutto, era animato da un moralismo che Mussolini, nel suo tatticismo e nella sua sfiducia negli uomini, considerava astratto e, al limite, pericoloso. In questa situazione, era pertanto inevitabile che, risolti o avviati a soluzione i principali problemi politici e organizzativi sui quali i due erano pienamente d’accordo, lentamente fossero i motivi di divergenza ad assumere importanza nei loro rapporti; motivi sia reali, sia suscitati ad arte da quegli esponenti fascisti che, a torto o a ragione, si consideravano vittime della gestione politica di Turati e non attendevano che l’occasione per prendersi la rivincita o aspiravano a soppiantare lui e il suo entourage al vertice del partito o temevano che Turati potesse rafforzarsi troppo nella sua posizione di «vice duce», cosí da rendere inevitabile una sua successione nel caso di una prematura scomparsa di Mussolini. Stando cosí le cose, il 19 marzo ’29 Turati aveva offerto a Mussolini le sue dimissioni:

Duce! Il 7 aprile si compiono tre anni dalla mia assunzione alla carica di segretario. Il bilancio della mia modesta opera lo conoscete: credo di aver servito con fedeltà e coscienza. Qualunque sia il vostro comando, voi sapete che io risponderò come tre anni fa: sta bene! Perciò lasciate che anch’io vi dica il mio animo. Ritengo che meglio sia ch’io me ne rientri nei ranghi. È necessario, Duce, che qualcuno dia questo esempio: andarsene senza chiedere nessun’altra poltrona e nessuna pensione: andarsene mettendosi sull’«attenti!» e dicendovi grazie per avermi consentito di servire e per avermi dato piú di quello che io non meritassi per le mie qualità.

201–202

In quel momento Mussolini non poteva però allontanare Turati dalla segreteria del partito147; a parte la difficoltà di sostituirlo con una personalità altrettanto autorevole, ad un suo allontanamento dalla segreteria del partito ostavano almeno tre motivi: a) l’«inquadramento» del PNF iniziato da Turati negli anni precedenti non era ancora completato nei suoi elementi essenziali (non era stato ancora approvato il nuovo statuto e non era stata ancora rivista la composizione del Gran Consiglio); b) poiché il segretario del partito non era un intransigente in materia di rapporti tra Stato e Chiesa, la sua sostituzione, in quel momento, avrebbe potuto assumere un significato che Mussolini voleva evitare per non drammatizzare o correre il rischio di riaprire la polemica con la Santa Sede seguita alla Conciliazione; c) ugualmente, in quel momento l’allontanamento di Turati, che si era sempre dimostrato un deciso difensore del partito, avrebbe potuto essere interpretato come un primo concreto passo sulla via della sua liquidazione e avrebbe potuto dar fiato alle tendenze in tale senso. Mussolini aveva quindi respinto le dimissioni e il 14 settembre, in occasione del «gran rapporto del fascismo» durante il quale aveva indicato le linee programmatiche del nuovo «ciclo di governo», aveva dato lettura della lettera e aveva fatto un vero e proprio elogio di Turati e della sua opera come segretario del PNF148. Per nessun altro gerarca vivente Mussolini aveva e avrebbe pronunciato parole di elogio cosí incondizionato e assoluto. Ciò nonostante i motivi di disaccordo tra i due uomini politici non solo non cessarono ma andarono via via aumentando ed acuendosi. Quando si era trattato di prendere in mano il partito e di «inquadrarlo», Turati non aveva avuto né incertezze né debolezze; era intervenuto con la massima intransigenza, pienamente convinto che ciò che contava era la «qualità» e non la «quantità» degli iscritti, che il PNF andava riplasmato a fondo se lo si voleva rendere compatibile al tipo di società che Mussolini mirava a realizzare e che l’autorità dello Stato dovesse prevalere sempre su quella del partito. Ciò non doveva però tradursi per Turati in uno svuotamento del partito stesso, in una riduzione della sua importanza e delle sue funzioni: al PNF dovevano competere compiti esecutivi e ideologici importantissimi, da quelli costituzionali sanciti dalla legge sull’ordinamento e le attribuzioni del Gran Consiglio del ’28, a quelli relativi al controllo politico di tutte le organizzazioni di massa (sindacati compresi), a quelli connessi alla formazione della nuova classe dirigente. In questa prospettiva, per Turati era necessario che il PNF dopo essere stato «inquadrato» venisse insomma rivitalizzato (è assai significativo che nel ’29, in preparazione del rimpasto ministeriale destinato ad avviare il «nuovo ciclo» della politica mussoliniana, Turati tentasse di unificare nella stessa persona le due cariche di segretario del PNF e di sottosegretario agli Interni, restando il «duce» ministro di questo dicastero) e in particolare che, da un lato, il partito non perdesse i contatti con la parte piú genuina del fascismo e questa si amalgamasse con gli ex fiancheggiatori ma non venisse sacrificata ad essi o, addirittura, praticamente affogata in essi (da qui la sua decisione nel ’28 di chiudere le iscrizioni – con possibili deroghe solo per gli allogeni della provincia di Bolzano che avessero prestato servizio militare e per gli ufficiali che lasciavano il servizio effettivo – e di procedere a nuovi reclutamenti solo tramite le annuali «leve fasciste» dei giovani) e, da un altro lato, che il partito imponesse ai suoi membri non solo una disciplina ferrea, ma un comportamento e uno «stile di vita» «veramente fascisti». Su questa impostazione del problema del partito Mussolini, però, concordava con Turati piú in teoria che in pratica, sia perché, al fondo, diffidava sempre del partito e temeva che nella prospettiva turatiana esso potesse rivitalizzarsi troppo e creargli quindi nuovamente delle difficoltà, sia perché – come abbiamo detto – considerava certe preoccupazioni del segretario del PNF moralistiche e poco realistiche politicamente.

202–203

Su due questioni in particolare Mussolini non era mai stato d’accordo con Turati. Nei confronti del vecchio fascismo – che pure Turati aveva epurato ed imbrigliato senza esitazioni – avrebbe preferito un’azione anche piú drastica di quella attuata dal segretario del PNF, senza troppe preoccupazioni per le conseguenze che ciò avrebbe avuto sugli equilibri interni e sul carattere del partito. E, in specie, avrebbe voluto che Turati avesse assunto verso Farinacci una posizione piú intransigente e non si fosse sempre rifiutato di prendere in considerazione l’idea di allontanarlo dal partito. Questo motivo di contrasto era rimasto latente nei primi anni del segretariato di Turati; scoppiata però nel ’30 la vertenza Farinacci-Belloni e cominciate a circolare le voci che volevano Arnaldo Mussolini coinvolto in alcune delle operazioni che l’ex segretario del PNF contestava all’ex podestà di Milano, il fatto che Turati rifiutasse ancora di prendere provvedimenti drastici contro Farinacci e, anzi, tendesse a sottolineare il suo atteggiamento «imparziale» rispetto ai protagonisti della vertenza149, suscitò in Mussolini un vero rancore verso Turati che, indubbiamente, contribuí al maturare della decisione di estrometterlo dalla guida del PNF, specie quando fu chiaro che dalla vertenza Farinacci sarebbe riuscito vincitore e politicamente rafforzato. Un altro motivo di contrasto era poi costituito dal diverso modo con cui, secondo Mussolini e Turati, dovevano essere affrontati e risolti i casi «morali» e, in genere, gli scandali che affliggevano la vita del regime e dei quali erano protagonisti dei fascisti. A parole Mussolini era per una intransigenza morale assoluta. Come disse il 10 luglio ’29 ai gerarchi milanesi, il partito doveva «pretendere la probità piú assoluta in coloro che rivestono cariche politiche ed amministrative»150:

203–204

Il fascismo è una casa di vetro, nella quale tutti debbono e possono guardare. Guai a chi profitta della tessera e indossa la camicia nera per concludere affari che altrimenti non gli riuscirebbe di condurre a termine.

Questa regola in realtà l’applicava però solo con i «pesci piccoli», quando la denuncia di qualche caso spicciolo non poteva suscitare scandalo e anzi pensava che la punizione dei colpevoli potesse giovare al regime e dare l’impressione che esso fosse sempre pronto a intervenire e a punire chi veniva meno al proprio dovere151. Tutt’altro atteggiamento teneva, invece, nei casi piú gravi, che riguardavano personalità in vista e che potevano suscitare scandalo. Di fronte ad essi i suoi propositi moralizzatori cedevano quasi sempre il campo al timore di compromettere il quadro – tutto di maniera – che la propaganda dipingeva ogni giorno di una Italia fascista completamente diversa rispetto all’Italia prefascista e ai paesi democratici, una Italia nella quale tutto procedeva nel migliore dei modi, la corruzione era stata estirpata, ogni carica, piccola e grande che fosse, era in mano di uomini competenti, sicuri ed integerrimi, a uomini che – grazie al fascismo – pensavano solo al bene dello Stato e dei cittadini, conducevano una vita morigerata ed esemplare, tutta lavoro e famiglia, e dovevano essere d’esempio a tutti. Sicché nella grande maggioranza dei casi, soggettivamente, finiva per mettere ogni episodio sul conto della fragilità umana e si confermava nella convinzione che non vi fosse nulla o quasi da fare con quel materiale umano e, in concreto, – aperto un dossier sull’interessato in modo da potersene eventualmente servire un giorno riservatamente – metteva tutto a tacere, spesso senza prendere provvedimenti contro i responsabili. Tipico è a questo proposito un episodio narrato nelle sue memorie da Antonio Mosconi in una pagina dedicata al proprio allontanamento dal ministero delle Finanze152:

204–207

Lasciai il governo particolarmente in conseguenza di un disaccordo di grave natura con Mussolini. Di concerto con lui avevo disposto due inchieste, le quali giunsero a conclusioni sfavorevoli a carico di persone che occupavano posti importanti, e che non è il caso qui di nominare.

Egli mi promise di sostituirle; ma, non avendolo poi fatto, io diedi le dimissioni. Ricordo un colloquio vivace di allora, parmi nella seconda metà del 1931, in cui, avendomi egli osservato che bisognava evitare uno scandalo, gli replicai citando la frase della Chiesa oportet ut eveniant scandala, mentre diversamente, dissi, si incoraggiano le malefatte, cosí che con questo sistema il Paese sarebbe stato un giorno tutto uno scandalo, e lui ne sarebbe stato il responsabile!

Nonostante ciò egli rispose che avrebbe accolto le mie dimissioni solo dopo esaurita l’operazione del secondo prestito già in corso per Buoni del Tesoro, che avrei dovuto condurre io a termine.

Questo modo di affrontare e risolvere i «casi morali» non era condiviso da Turati. Il segretario del partito era convinto che essi andassero prevenuti con una piú accurata selezione morale dei quadri e con un piú assiduo controllo di essi e che – qualora si fossero verificati – si dovessero adottare severi provvedimenti e non rifuggire dall’intervenire per paura dello scandalo; inoltre Turati era assai scettico sui risultati concreti che, sia sul piano morale sia, piú in generale, su quello politico, sarebbero alla lunga derivati al regime tanto da un simile modo di affrontare il problema, quanto dall’incoraggiare di fatto il diffondersi di una doppia morale, puritana e bacchettona nella forma, lassista e corrotta nella sostanza, anche quando non si traduceva in vere e proprie mancanze o abusi sul piano dei doveri pubblici. Da qui una serie di inchieste da lui riservatamente fatte eseguire sul conto di vari gerarchi e anche di un ministro in carica che avevano aumentato le già numerose ostilità di cui era oggetto e che avevano indispettito Mussolini, sempre timoroso che ne potessero scaturire nuovi scandali. A questi due motivi di disaccordo col ’30 se ne aggiunsero almeno altri due che – uniti ai precedenti e alla sorda campagna messa in atto presso Mussolini dagli avversari del segretario del PNF che lo accusavano di cercare di accrescere la propria popolarità e il proprio potere personale per rendersi indispensabile e poter cosí succedere al «duce» – determinarono la sostituzione di Turati al vertice del partito. Il primo concerneva la politica messa in atto per fronteggiare le prime ripercussioni della «grande crisi». Secondo Turati di fronte alla crisi vi era una sola linea politica possibile: ridurre drasticamente le spese e attuare una reflazione controllata, destinando i capitali disponibili non ai lavori pubblici e al contenimento della disoccupazione ma ad aiutare direttamente l’industria e l’agricoltura153. Su questa strada (sembra che Turati arrivasse sino ad esprimersi in Gran Consiglio a favore di un abbandono della «quota novanta») è evidente che il «duce» non si sarebbe mai messo (un giorno, dopo averne discusso con Turati, pose bruscamente fine alla conversazione affermando stizzito: «Vuol dire che domattina io manderò i disoccupati a casa sua!»154) e che la collaborazione tra i due doveva prima o poi naufragare. Il secondo punto di disaccordo riguardava invece la politica verso i sindacati. Per Turati infatti per nessun motivo il partito avrebbe dovuto allentare il suo controllo sui sindacati e nulla era piú pericoloso che ridare ad essi anche solo una parte di quella autonomia e di quel potere che erano state tolte loro con lo «sbloccamento» della confederazione rossoniana155; e ciò non perché egli fosse ostile ad una valorizzazione dei sindacati da parte del regime, ma perché da un lato era convinto che essi fossero ancora troppo impregnati di mentalità classista, da un altro lato perché temeva che, allentando il controllo sui sindacati, si dovesse finire inevitabilmente per rinunciare ad ogni proposito di «inquadrare» i datori di lavoro, andando contro a tutta la logica dello Stato fascista, che, invece, era quella di eliminare tutti i dualismi e concentrare tutta l’autorità nello Stato, e, da un altro lato ancora, perché era assai preoccupato per l’elefantiasi burocratica che stava caratterizzando sempre di piú l’organizzazione sindacale e minacciava di far naufragare il corporativismo in una sorta di corporocrazia156. Ma in quel momento Mussolini – lo abbiamo visto – se aveva una preoccupazione essa era quella di cercare di legare a sé le masse lavoratrici e di scongiurare la minaccia, dal suo punto di vista piú immediata e concreta, che la crisi potesse incidere negativamente sull’atteggiamento verso il regime dei lavoratori; in questa situazione, egli si stava orientando proprio nel senso opposto a quello verso cui andavano le preoccupazioni di Turati, verso una rivalutazione dei sindacati e una concessione ad essi di maggiori margini di intervento, ed era, forse, disposto anche a tollerare una limitata, controllata e contingente ripresa classista se questa poteva servirgli successivamente come moneta di scambio con il mondo economico ed industriale per ottenere da esso un atteggiamento meno ostile verso la sua politica della spesa pubblica.

207–208

Evolvendo cosí le cose, è evidente che la collaborazione tra Mussolini e Turati aveva ormai i giorni contati. Si capisce quindi perché, ben consapevole della precarietà della situazione, il 14 settembre 1930, il segretario del PNF – prevedendo un attacco concentrico che i suoi avversari erano in procinto di sferrare contro di lui presso il «duce» e che non avrebbe avuto la forza di respingere – preferí rassegnare nuovamente le dimissioni, sicuro che questa volta Mussolini non le avrebbe respinte, e, anzi, gli sarebbe. stato grato di avergli permesso di liberarsi di lui nel migliore dei modi157. Assai significativo a questo ultimo proposito è che Mussolini, pur avendogli Turati comunicato subito la sua intenzione di «lasciare definitivamente la vita politica» e di darsi «all’attività professionale e privata»158, nello stesso momento in cui ne accettò le dimissioni lo nominò membro del Gran Consiglio (insieme a Ciano, De Stefani e, evidentemente per sottolineare il suo nuovo atteggiamento verso i sindacati, Rossoni); nei mesi successivi – sino a quando nell’estate ’32 il rancore dei suoi implacabili avversari non riuscí a liquidarlo definitivamente con un vero e proprio linciaggio morale159 – mantenne con lui, nonostante alcune momentanee divergenze di opinioni160, rapporti sostanzialmente buoni, al punto da tollerare che gli inviasse continuamente lettere e promemoria (in genere piuttosto critici, specialmente verso il suo successore alla segreteria del PNF) sulla situazione politica generale e su singole situazioni locali, stilati con la mentalità ancora del segretario del partito per di piú inacidito dal vedere «tradita» la propria linea politica; lasciò che fosse chiamato a dirigere un grande quotidiano come «La Stampa» di Torino161; e, infine, quando Starace (che era stato uno degli avversari piú tenaci di Turati) fu allontanato dalla segreteria del PNF, non mosse obiezioni alla sua riabilitazione e alla sua riammissione nel partito (da cui era stato allontanato dopo lo «scandalo» del ’32) da parte di Ettore Muti.

208–210

A sostituire Turati alla segreteria del PNF Mussolini chiamò Giovanni Giuriati. Una scelta a prima vista non facilmente comprensibile e che merita di essere esaminata da vicino. Giuriati era in quel momento presidente della Camera, aveva fatto parte del governo di coalizione costituito da Mussolini dopo la «marcia su Roma» in qualità di ministro delle Terre liberate e aveva retto il ministero dei Lavori pubblici tra il ’25 e il ’29; ciò nonostante non poteva essere considerato veramente una figura di primo piano del fascismo. Irredentista (era stato anche presidente della Trento e Trieste), valoroso combattente, capo di gabinetto di D’Annunzio a Fiume nel primo periodo dell’occupazione, era arrivato al fascismo solo nel ’21 e non aveva avuto parte nello squadrismo e, anzi, era stato uno dei negoziatori del «patto di pacificazione»; in un certo senso lo si potrebbe definire un nazionalista confluito nel fascismo due anni prima della fusione. Personalmente onesto, era un fascista sincero, alieno dall’assumere atteggiamenti estremistici, sostanzialmente fuori dalle correnti e dai clan fascisti, che in genere videro subito in lui un estraneo, il cui «ciclo» sarebbe stato breve e che non era il caso di prendere troppo sul serio. Un notabile del regime, dunque, piú che un vero esponente del partito. Un uomo, infine, di cui Mussolini non doveva in definitiva avere una completa fiducia se – come lo stesso Giuriati ha scritto nelle sue memorie – sentí il bisogno di imporgli due collaboratori da lui «non desiderati». Tale essendo la figura di Giuriati, la sua scelta ci pare si possa spiegare in un modo solo. Dopo due personalità – cosí diverse tra loro ma indubbiamente notevoli ed espresse dai ranghi del vecchio fascismo – come quelle di Farinacci e di Turati, Mussolini – fermamente deciso ormai a fare del PNF uno strumento sottomesso al cento per cento alla sua volontà, con compiti meramente tecnici e di facciata e senza nessuna autonomia politica – non poteva in quel momento affidare il partito che ad un uomo come Giuriati. Una scelta come quella di Starace, che egli avrebbe fatto quattordici mesi dopo e che probabilmente già aveva deciso, avrebbe rappresentato un passaggio troppo brusco, che non avrebbe mancato di provocare confronti necessariamente troppo sfavorevoli con i predecessori; senza dire che, in quel momento, una tale scelta avrebbe suscitato troppi malcontenti, sia nell’ancor forte gruppo turatiano (che vedeva in Starace uno dei maggiori responsabili della sorda lotta al proprio leader) sia tra gli altri aspiranti alla segreteria del partito. Meglio dunque una figura di trapasso, dotata di un proprio ma non eccessivo prestigio, senza un proprio rassato ove radicarsi, fuori dalle correnti e dai clan e, al tempo stesso, nota per le sue posizioni politiche moderate, ma anche per un certo piglio militaresco e che – proprio per la sua estraneità e alla mentalità del vecchio fascismo delle squadre e ai vari gruppi di potere all’interno del partito – fosse in grado di portare finalmente a termine l’«inquadramento» del PNF secondo la volontà di Mussolini. Da qui la scelta di Giuriati, «un uomo di poche parole e di molte opere, organizzatore e lavoratore instancabile»162; da qui il compito che pubblicamente Mussolini assegnò a Giuriati il 27 ottobre ’30, alla vigilia del nuovo «anno fascista» e in previsione del «decennale» del regime163:

210–211

Mentre il popolo che lavora guarda con accresciuta simpatia al fascismo, gli irriducibili sono i rottami della cosiddetta borghesia liberale e professionistica. Taluni di essi sono riusciti negli anni scorsi a infiltrarsi nel partito o nelle istituzioni del regime specialmente alla periferia. Camerata Giuriati, voi avete la consegna di snidarli! È zavorra che ci appesantisce la marcia. È gente che può tradire e che nell’intimo tradisce. È meglio averli di fronte che al fianco. Non sono oggi un pericolo, ma sono certo una molestia, e in dati casi possono diventare una insidia. Il fascismo è un esercito in cammino; dev’essere dunque garantito con le piú elementari misure di sicurezza... Per il 1932, camerata Giuriati, voi mi avrete aumentato ancora di piú la forza morale e materiale del partito. L’opera di epurazione deve continuare. A questo proposito, le attenuanti devono essere sempre accordate alle camicie nere della vigilia, ai camerati che sono ancora pronti a rischiare la vita per il fascismo, non agli eroi della sesta giornata, che sono venuti al fascismo quando oramai le ore di tempesta erano passate, capaci di tagliare la corda se quelle ore tornassero!... Data l’ampiezza e la durezza crescente della lotta fra fascismo e antifascismo, tutto ciò che può appesantire o diminuire il partito, dev’essere evitato. Non è piú il momento delle piccole cose: le questioni locali non devono assorbire piú tempo ed energie di quanto non sia strettamente necessario. Chi non intende o non si piegherà a questa inderogabile esigenza, si pone automaticamente al di fuori della mentalità e dei ranghi del fascismo.

Durante il segretariato di Turati l’epurazione e l’«inquadramento» del PNF avevano avuto come principale obiettivo il vecchio fascismo, intransigente, localistico, a suo modo democratico (per quel che concerneva la vita interna del partito), quello cioè che in quel momento piú preoccupava Mussolini per la sua indisciplina e rissosità e per le sue velleità di porsi come il vero fascismo, quello a cui spettava di portare avanti la «rivoluzione fascista» e di prendere in mano tutto il potere sino a diventare esso stesso lo Stato. Grazie a Turati questa parte del fascismo negli anni precedenti era stata costretta, con le buone o con le cattive, a sottomettersi allo Stato e ad «inquadrarsi» nel partito o a lasciarlo. Minore attenzione, invece, Turati aveva prestato – almeno sul piano selettivo – al fascismo moderato, al fascismo degli ex fiancheggiatori e, in genere, di coloro che erano affluiti nel PNF nella ultimissima fase della lotta per il potere e soprattutto dopo la «marcia su Roma» e il consolidamento del potere; salvo casi particolari e macroscopici, egli aveva infatti preferito, da un lato, non dover fronteggiare un doppio tipo di ostilità (col rischio che si potessero coalizzare contro di lui) e, da un altro lato, non depauperare il partito di una serie di competenze tecniche e di presenze nella vita civile del paese che assai difficilmente si sarebbero potute in quel momento adeguatamente sostituire e alle quali non era opportuno rinunciare. A Giuriati spettava ora il compito di procedere oltre su questa strada e di portare definitivamente a termine l’«inquadramento» interno del PNF e la sua inserzione nel regime come voleva Mussolini (subordinato, cioè, in tutto e per tutto allo Stato, senza piú velleità autonomistiche e di iniziativa politica di qualsiasi genere) cosí da farne lo strumento attraverso il quale formare e selezionare i futuri quadri del regime. In particolare a Giuriati spettava il compito:

211–212
  • di completare l’epurazione di alcuni gruppi non ancora domati del vecchio intransigentismo, in primo luogo di quello farinacciano;
  • di estendere l’epurazione ad alcuni settori degli iscritti piú recenti, affluiti al fascismo per motivi opportunistici e per conservare vecchie posizioni di potere, la cui presenza nel partito era ormai diventata controproducente, sia a livello di opinione pubblica, sia perché offriva il destro ai vecchi fascisti e a Farinacci in specie per atteggiarsi a vittime delle vecchie consorterie e soprattutto a moralizzatori, con le loro critiche, del fascismo, sia, infine, perché assai spesso era proprio in questi settori di ex fiancheggiatori che il procedere della crisi economica suscitava il maggior disagio e il maggior malcontento per la politica economica mussoliniana e per certi suoi orientamenti piú recenti;
  • di potenziare il PNF nei settori che erano stati meno curati da Turati, i giovani, gli universitari, le donne, le organizzazioni e le istituzioni da esso dipendenti;
  • di rendere il PNF capace di costituire lo strumento morale, organizzativo e propagandistico atto a creare nel paese quel «clima duro» che, secondo Mussolini164, era necessario per unire tutti gli italiani dietro al regime e per battere in breccia, isolare, far tacere, mettere in difficoltà e screditare i «vigliacchi», i «poltroni», i «profittatori», i «delusi», tutti coloro, insomma, che piú o meno palesemente criticavano la politica del regime.

I risultati conseguiti da Giuriati in poco piú di un anno in queste quattro direzioni non furono certo trascurabili, nel complesso non dovettero però soddisfare pienamente Mussolini e diedero luogo ad alcuni scontri tra i due (in seguito ad uno di essi, agli inizi del giugno ’31, Giuriati chiese addirittura di essere esonerato dall’incarico, ma Mussolini rifiutò di sostituirlo165) che, probabilmente, contribuirono a rendere tanto breve il «ciclo» di Giuriati. L’epurazione del PNF fu affrontata dal nuovo segretario con un’energia e una decisione che nulla avevano da invidiare a quelle messe in atto da Turati. Secondo le memorie dello stesso Giuriati166 i radiati furono 120 mila; per avere un quadro completo dell’operazione, al numero degli espulsi si dovrebbe però aggiungere quello di coloro che – anche in questa occasione – spontaneamente non chiesero il rinnovo della tessera, prevenendo cosí la radiazione, e quello di coloro che furono sospesi dal partito per periodi piú o meno lunghi; a proposito dei primi manchiamo però di qualsiasi dato, quanto ai secondi l’unico elemento a nostra disposizione è costituito dalle cifre provvisorie rese note da Giuriati in un discorso pronunciato a Milano il 20 aprile 1931: secondo il segretario del PNF sino a quella data i radiati erano 56 738 e i sospesi 34 022; in questa carenza di dati complessivi l’unico elemento un po’ indicativo può scaturire dal confronto tra il numero degli iscritti alla vigilia dell’allontanamento di Turati e quello al momento della sostituzione di Giuriati con Starace. Da esso (si veda la tabella a piè di pagina) risulta che mentre durante il segretariato di Giuriati il numero degli iscritti ai Fasci femminili, alle Giovani fasciste e ai Gruppi universitari fascisti aveva avuto un aumento, quello degli iscritti ai Fasci veri e propri, quelli maschili, sui quali soli in pratica si esercitò l’azione epuratrice, diminuí di quasi 215 mila unità, molto piú, dunque, di quello che Giuriati afferma essere stato il numero dei radiati, specie se si considera il contemporaneo apporto annuale della «leva fascista».

212–213

Oltre all’epurazione vera e propria Giuriati procedette anche ad una sistematica revisione di molti casi personali, soffermandosi in particolare sul punto anzianità. Dopo la «marcia su Roma» a molti nuovi iscritti erano state riconosciute anzianità retrodatate sulla base di vere ma spesso anche presunte precedenti «benemerenze» fasciste. Questo procedimento aveva suscitato molte critiche e proteste. Da qui la decisione del nuovo segretario di riesaminare i singoli casi e di rettificare quelli evidentemente frutto di favoritismi o di troppa larghezza. Anche a questo proposito manchiamo però di dati complessivi atti a valutare con una certa precisione i risultati di questa azione; l’unica cifra di cui si dispone ha solo un valore parzialmente indicativo e fu riferita da Giuriati nel suo già ricordato discorso milanese del 20 aprile: a questa data le anzianità rettificate erano 23 334167.

31.7.1930 7.12.1931 28.10.1932 31.12.1937 28.10.1939
Fasci maschili 1 040 508 825 754 1 007 231 2 027 400 2 633 514
Fasci femminili 106 756 121 087 145 210 1 344 737 774 181
Fasci giovanili – 480 845 608 669 } 1 270 435 1 627 793
Giovani fasciste 21 055 30 986 39 314
Gruppi universitari 41 680 46 756 57 996 75 436 105 181

Tabella originale

213–215

Questo complesso di provvedimenti – che colpí soprattutto gli iscritti piú recenti – fu accolto in genere favorevolmente. Giudizi favorevolissimi furono in particolare espressi dal vecchio fascismo, che da anni reclamava una revisione degli iscritti e che – dopo essere stato sotto Turati quello che piú aveva fatto le spese della politica mussoliniana di «inquadramento» del partito – vide in essi un riconoscimento della fondatezza delle proprie denunzie e richieste e, forse, si illuse in un primo momento che l’azione sarebbe stata anche piú vasta e si sarebbe tradotta in un aumento del proprio peso politico. Tra le molte prese di posizione che si potrebbero citare a questo proposito, ne ricorderemo due sole, a mo’ di esempio, l’editoriale Deflazione nel Partito, scritto da Cornelio Di Marzio, del «Corriere padano» del 1º novembre ’30 (all’indomani del discorso con cui Mussolini aveva indicato i compiti assegnati a Giuriati) e il commento, pure sotto forma di editoriale (Ritorniamo in carreggiata), con cui «Il regime fascista» si schierò il 21 aprile ’31 a favore del discorso di Giuriati del giorno precedente. Questi giudizi favorevoli sull’azione epuratrice e moralizzatrice di Giuriati e, piú in genere, sul potenziamento delle organizzazioni dipendenti dal partito e dei fasci femminili e giovanili da lui realizzato non devono però far pensare che il nuovo segretario del PNF riuscisse a riassorbire il latente, anche se ormai non piú pericoloso malcontento di buona parte dei vecchi fascisti e in particolare dei farinacciani. Per costoro infatti il ruolo subalterno in cui il partito era stato confinato da Mussolini e da Turati rimaneva sempre il problema essenziale, di fronte al quale i provvedimenti adottati da Giuriati non erano che palliativi volti a sanare un aspetto particolare e piú clamoroso della situazione, ma che a nulla veramente sarebbero serviti dato che per il resto il nuovo segretario del partito si manteneva sulla linea di Mussolini e (anche se in odio a Turati essi non volevano riconoscerlo) piú pedissequamente del suo predecessore168. Da qui, in genere, il loro perdurare in una posizione di piú o meno esplicita critica verso Mussolini e il loro abbandonarsi anche contro Giuriati ad una subdola azione di denigrazione e ad una lotta sotterranea, contro la quale il segretario del PNF finí ben presto per dimostrarsi praticamente impotente, dato che Mussolini se, da un lato, avrebbe voluto che egli agisse a fondo contro Farinacci e lo espellesse dal partito (cosa che Giuriati si rifiutò ben tre volte di fare, essendo convinto che «Farinacci, nella sostanza, aveva ragione e perché avrei provocato in seno al partito una crisi di cui sarebbe stato molto arduo prevedere le conseguenze» 169), da un altro lato, rifiutava il suo assenso a provvedimenti sistematici contro gli scontenti e i frondisti della vecchia guardia fascista ormai politicamente sconfitti e, a causa dei loro contrasti interni e delle loro reciproche gelosie, incapaci di qualsiasi effettiva azione non meramente negativa; sicché, per Mussolini, l’atteggiamento piú «politico» era quello di lasciare «bollire la pentola», dato che gli inconvenienti che ne potevano derivare erano neutralizzati e compensati dai vantaggi del controllo reciproco che gli scontenti e i frondisti esercitavano gli uni sugli altri, condannandosi da se stessi all’immobilismo e risparmiando al «duce» lo scandalo di dover pubblicamente riconoscere che tra lui e una parte dei suoi vecchi compagni di lotta non vi era piú accordo 170. Un atteggiamento, questo di Mussolini, che contribuisce a spiegare anche perché, dopo aver dato al segretario del PNF istruzioni per epurare il partito dalla «zavorra», il «duce» fece poi rapidamente macchina indietro. Ne è un chiaro sintomo l’atteggiamento critico ben presto assunto dal «Popolo d’Italia» verso coloro che plaudivano troppo ai propositi epuratori di Giuriati e chiedevano che il bisturi del segretario del partito incidesse sempre piú a fondo 171. Alla luce di questo atteggiamento si capisce perché Mussolini, messo di lí a poco di fronte all’ampiezza dei provvedimenti presi, li considerò eccessivi (stando alle memorie di Giuriati, nelle valutazioni iniziali del «duce» gli «indegni» da espellere non avrebbero dovuto essere piú di diecimila 172), cioè, in altre parole, politicamente controproducenti, e finí per sentire sempre piú vivamente il bisogno di bruciare i tempi del «ciclo Giuriati» e di affidare il partito ad un uomo che lo dirigesse in tutto e per tutto secondo i suoi criteri e fosse solo un mero esecutore della sua volontà.

215–216

Se si considera che a questi motivi di contrasto sulla gestione del PNF se ne erano presto aggiunti anche altri d’ordine piú generale, specie allorché Giuriati si era permesso di intromettersi nelle questioni militari, sottoponendo (come vedremo piú avanti) al «duce» una serie di proposte volte a riorganizzare su nuove basi lo Stato maggiore e le forze armate, e, addirittura, aveva osato suggerire la nomina di Balbo a capo di Stato maggior generale al posto di Badoglio, si comprende perché Mussolini, appena gli si presentò l’occasione (l’insorgere di alcuni contrasti all’interno del Direttorio tra Giuriati, Marinelli e Starace) ne approfittò per por fine al segretariato di Giuriati e per chiamare Starace a reggere il partito.

216–217

La gestione di Starace fu la piú lunga di tutta la storia del PNF: il successore di Giuriati – un ex ufficiale dei bersaglieri, valoroso combattente e fascista della prima ora, che aveva partecipato con funzioni direttive ad importanti azioni squadristiche nel Trentino e in Puglia e che aveva ricoperto la carica di vicesegretario del PNF dall’ottobre ’21 all’ottobre ’23 e poi ininterrottamente dall’aprile ’26 sia con Turati sia con Giuriati – diresse, infatti, il partito per quasi otto anni, dall’8 dicembre 1931 al 31 ottobre 1939. Un vero primato, ma non l’unico. Il segretariato di Starace – o l’«era Starace», come qualcuno ha definito questi otto anni, data la loro importanza nella storia del regime – fu anche quello che batté tutti gli altri quanto a critiche, ad impopolarità, ad irrisione persino, collezionando giudizi negativi a tutti i livelli e in tutti gli ambienti: nel paese, tra i fascisti, gli afascisti e gli antifascisti, tra gli anziani e i giovani, all’estero, nella pubblicistica, nella memorialistica e nella storiografia; al punto che non è mancato chi – proprio sulla base di questa unanime valutazione negativa – ha addirittura scritto che la data della sua nomina alla segreteria del PNF173

deve essere considerata come funesta per il partito fascista, poiché quel giorno incominciò l’attività dell’uomo; che, coi suoi grandi errori, fu tra gli elementi che piú contribuirono alla dissoluzione della potenza del regime.

Specie se riferito alla politica mussoliniana, un discorso sul segretariato di Starace non può però limitarsi alla mera recezione di un simile giudizio.

Che Starace fosse un uomo di scarsa intelligenza, animato da una mentalità grettamente militaresca e niente affatto politica, che lo portava a scambiare la forma esteriore, l’apparenza delle cose con la loro sostanza è pacifico. Da qui il suo appagarsi ed entusiasmarsi per risultati apparentemente grandiosi ma in realtà effimeri, quali un inquadramento di masse di anno in anno sempre piú numerose ma organizzate con criterî essenzialmente burocratici, una partecipazione di esse alla vita del regime solo su basi emotive e coreografiche (in parte coattive), uno «stile di vita» che – mancando di contenuti veramente sentiti ed espressi dall’intima consapevolezza di operare per una società nuova e di poter contribuire al suo formarsi con un proprio apporto creativo – era quasi sempre il frutto solo di un generico adattamento, esteriore, superficiale e spesso opportunistico, ad un rituale, ad una retorica, ad una pianificazione dall’alto dei successivi gradi del cursus fascista, che, pertanto, erano sentiti come qualcosa di estraneo e di imposto e suscitavano, a seconda dei casi, noia, insofferenza, scetticismo, irrisione. Ugualmente, è fuori dubbio che la presenza di un tale uomo a capo del PNF incise alla lunga su tutto il tessuto morale del regime ed ebbe su di esso una influenza indubbiamente negativa. Su questo tipo di valutazione non è possibile non concordare con i critici anche piú radicali di Starace. Per rilevante che sia stato questo aspetto dell’«era Starace», bisogna però constatare che piú importante è il fatto che durante gli anni trenta il regime subí alcune trasformazioni – forse a prima vista non evidenti, ma certamente sostanziali – che ne modificarono addirittura gli equilibri interni e – contrariamente alle apparenze – non a favore di Mussolini; trasformazioni rispetto alle quali non è possibile, come si è detto, limitarsi a recepire il giudizio di coloro che ne hanno attribuito sic et simpliciter la responsabilità a Starace.

217–220

Non vi è dubbio che a causa di Starace il regime fu oggetto di un diffuso discredito, che non può essere sottovalutato ma che non deve neppure essere – almeno sul piano immediato – sopravvalutato, poiché, a ben vedere, assai spesso esso trovò in Starace una sorta di parafulmine che, attirando su di sé gran parte della impopolarità, delle critiche e dei sarcasmi, in pratica ne preservò in larga misura Mussolini (non è privo di significato che nell’enorme fioritura di barzellette su Starace quasi sempre se il segretario del partito era lo sciocco, Mussolini era invece colui che lo metteva in difficoltà e ne rivelava la sciocchezza); e ciò è tanto vero che quando Starace fu finalmente liquidato la sua estromissione dalla segreteria del PNF si tradusse subito in un plebiscito di lodi per la decisione del «duce» che dimostra come sostanzialmente ai piú fosse sfuggito il vero significato del suo segretariato e ci si illudesse che, eliminato il responsabile, le cose si potessero rimettere in carreggiata; al di là di questo particolare tipo di discredito (diffuso soprattutto negli ultimi anni del segretariato di Starace) a nostro avviso le manifestazioni e le conseguenze piú importanti per il regime delle trasformazioni verificatesi negli anni trenta e soprattutto sullo scorcio di essi furono di tre specie, cosí sintetizzabili:

  • la depoliticizzazione e la burocratizzazione del PNF e la sua trasformazione in una super organizzazione di massa in funzione del consenso (si veda nell’annessa tabella l’insieme delle forze inquadrate nel PNF alla fine del segretariato di Starace) privarono Mussolini dell’unico, vero, proprio strumento di organizzazione politica e, in caso di necessità, dell’unica forza propria; date le caratteristiche del regime, la conseguenza prima della completa liquidazione politica del PNF realizzata da Starace fu che le singole componenti del regime e in particolare quelle piú tradizionaliste, in primo luogo la burocrazia, fagocitarono di fatto il fascismo e, cosí facendo, svuotarono alla radice la concezione mussoliniana dello Stato fascista; lo Stato mussoliniano, infatti, anche se formalmente tutto in camicia nera e in orbace, si trovò a poggiare su basi, su forze tradizionali che, se sul momento lo sostenevano e si elidevano a vicenda con i loro contrapposti interessi e avevano bisogno di Mussolini come arbitro, in circostanze diverse, che le inducessero a trovare un minimo comun denominatore tra loro, nulla impediva veramente che si coalizzassero contro Mussolini, poiché lo Stato in realtà lo controllavano loro e il «duce» non aveva piú un proprio strumento di autodifesa, dato che il PNF in quanto tale era stato liquidato, la MVSN, senza alle proprie spalle un partito degno di questo nome, era anch’essa in gran parte una forza amorfa e, in ogni caso, soggettivamente ed oggettivamente incapace di sostenere una eventuale prova di forza con l’esercito, e la polizia non era un corpo autonomo, con propri interessi specifici e una propria ideologia (come nella Germania nazista e nell’Urss) inscindibilmente legati a quel regime, ma, anch’essa era una componente di quel sistema su cui si fondava il regime mussoliniano, partecipe degli stessi problemi delle altre sue componenti;
  • in questa situazione, via via che veniva meno il partito come effettivo strumento politico e, in conseguenza di ciò, anche il gruppo dirigente fascista si trasformava in tanti notabili senza reale potere proprio e, quindi, da un lato, praticamente alla mercè degli umori del «duce» e, da un altro lato, senza concrete possibilità di influire sulla sua politica, il fascismo sfociò sempre piú chiaramente – un po’ per la logica tipica dei moderni regimi autoritari di massa, un po’ per una scelta consapevole di Mussolini, favorita e tradotta in pratica da Starace con un fervore e una sistematicità (non di rado grotteschi) che influenzavano e condizionavano gran parte della vita pubblica degli italiani – nel mussolinismo e il regime si identificò ogni anno di piú con la persona del «duce»; grazie a questa identificazione – tenuta costantemente viva dal controllo assoluto dei mezzi di comunicazione di massa e dal periodico ricorso alla suggestione emotiva delle sempre piú frequenti adunate oceaniche e dei discorsi-colloquio che il «duce» teneva alle folle – la figura di Mussolini fu oggetto negli anni trenta di una esaltazione continua e crescente che, indubbiamente, giovò in misura decisiva al suo prestigio e, quindi, al suo potere (che ne trasse una sorta di avallo collettivo) ma che, altrettanto indubbiamente, costrinse Mussolini ad un tipo di politica a cui era sempre necessario uno stato di tensione emotiva delle masse e che, quindi, non poteva concedersi pause, doveva porsi sempre nuovi obiettivi da realizzare come altrettante battaglie e, soprattutto, non poteva assolutamente permettersi sconfitte, perché – per la sua stessa natura – un rapporto sostanzialmente carismatico come era quello che in questo periodo legava a Mussolini la maggioranza degli italiani non avrebbe retto ad una evidente sconfitta: e, venuto meno il rapporto carismatico, il «duce» si sarebbe trovato privo di ogni effettivo potere, esposto, da un lato, all’ostilità delle masse deluse e tradite e, da un altro lato, alle insidie delle varie componenti del regime, desiderose di non essere travolte dal suo crollo e ben liete che l’avvenuta identificazione del regime con la persona di Mussolini permettesse loro di cercare di scindere le proprie responsabilità da quelle del «duce» e, quindi, di riprendere la propria libertà di manovra;
  • liquidato politicamente il PNF e ridotto il regime al potere personale di Mussolini, anche gli sforzi per creare la nuova classe dirigente fascista – l’unico modo per cercare di scongiurare i pericoli insiti nella nuova realtà del regime e per poter pensare ad una sopravvivenza del fascismo o, meglio, ad una nuova «civiltà fascista» dopo Mussolini – naufragarono miseramente, e proprio tra coloro che avrebbero dovuto costituire questa nuova classe dirigente cominciarono a delinearsi i primi fermenti critici e a farsi piú numerosi i casi di piú o meno esplicito antifascismo.
219

Forze inquadrate nel PNF e nelle organizzazioni dipendenti al 28 ottobre 1939.

Gioventú italiana del Littorio (GIL) 7 891 547
 Figli della Lupa 1 546 389
 Balilla 1 746 560
 Piccole italiane 1 622 766
 Avanguardisti 906 785
 Giovani italiane 441 254
 Giovani fascisti 1 176 798
 Giovani fasciste 450 995
Gruppi universitari fascisti (GUF) 105 883
Fasci maschili 2 633 514
Fasci femminili 774 181
Massaie rurali 1 481 321
Operaie e lavoranti a domicilio 501 415
Associazione fascista della scuola 170 573
 Scuola elementare 121 437
 Scuola media 40 896
 Assistenti universitari 2 468
 Professori universitari 3 272
 Belle arti e Biblioteche 2 500
Associazione fascista del pubblico impiego 294 265
Associazione fascista dei ferrovieri 137 902
Associazione fascista dei postelegrafonici 83 184
Associazione fascista addetti aziende industriali dello Stato 120 205
Opera nazionale dopolavoro (OND) 3 832 248
Comitato olimpico nazionale italiano (Coni) 809 659
Lega navale italiana (LNI) 198 522
Unione nazionale ufficiali in congedo (Unuci) 259 865
Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra 200 116
Associazione nazionale combattenti 802 468
 Reparti d’arma 1 309 600
220–221

Se si passa dal generale al particolare, dalla valutazione d’insieme all’analisi ravvicinata delle sue iniziative piú significative, il segretariato di Starace appare caratterizzato – specie nel periodo che qui piú ci interessa – da un massiccio sforzo in due direzioni: da un lato per realizzare il definitivo «inquadramento» del PNF e, attorno al partito, del paese; da un altro lato per fare del partito il luogo-strumento nel quale e attraverso il quale doveva completarsi l’educazione morale e politica delle nuove generazioni e, quindi, realizzarsi concretamente la formazione dei nuovi quadri del regime, della nuova classe dirigente fascista cioè.

Nella prima di queste due direzioni, il nuovo segretario – chiusa definitivamente la fase epurativa e decisa la riapertura delle iscrizioni da lí ad un anno, in occasione delle celebrazioni del «decennale» della «marcia su Roma» – si dedicò subito e con la massima energia: a) a riorganizzare il PNF in modo da assumerne saldamente il controllo, eliminare dai posti chiave gli elementi intransigenti o comunque ostili alla sua politica e sostituirli con altri a lui personalmente legati o, almeno, pronti ad ubbidirgli senza indugi e – quindi – a mettere il partito in condizioni da accogliere senza scosse i nuovi iscritti che sarebbero di lí a poco affluiti; b) ad estendere al massimo il controllo del PNF su tutta una serie di organizzazioni, che già dipendevano da esso o che egli voleva potenziare e inserire nella sua orbita, in maniera da fare del partito la chiave di volta, il centro organizzatore e disciplinatore di sempre piú vasti settori della vita nazionale. Un programma – data la strada scelta – in sé non sbagliato, ma che basta sfogliare il «Foglio d’ordini», il «Foglio di disposizioni» e gli «Atti del PNF» (la cui pubblicazione fu uno dei primissimi atti di Starace) per rendersi conto di come il segretario del partito lo concepiva e lo realizzò: non con criteri ed intenti politici effettivi (volti cioè a favorire una reale partecipazione e un impegno personale capace di sviluppare nuove energie, nuove idee, nuovi quadri), ma con una prospettiva burocratico-militaresca che non andava al di là del mero momento organizzativo, inteso praticamente solo come strumento di centralizzazione, di rigido controllo gerarchico di tutto e di tutti e di pianificazione dall’alto di una «disciplinata» partecipazione (spesso secondo un preciso rituale174 e una regia di tipo coreografico) del maggior numero possibile di italiani alla vita del regime, intesa a sua volta, soprattutto, come una serie di manifestazioni collettive che dovevano esaltare il consenso che circondava Mussolini e la sua politica e dimostrare la capacità del fascismo a legare a sé e a inquadrare nelle proprie file tutte le energie, tutte le forze, vive e meno vive. Le prime attraverso una spontanea adesione, le seconde in virtú dell’ambiente, dell’atmosfera creati attorno a loro e soprattutto di un’opera sistematica di tipo coercitivo-propagandistico, grazie alla quale Starace era convinto si potesse alla fine creare una sorta di abitudine, destinata – sotto gli stimoli dell’adattamento ripetitivo e della emulazione individuale – a diventare da passiva attiva. Indicativo è a questo proposito il seguente passo di una lettera scritta da Starace nell’estate ’37 a Mussolini175, per controbattere le accuse che da piú parti gli erano state mosse per aver reso obbligatorio, in occasione delle manifestazioni organizzate dal partito, l’uso delle transenne, in modo da assicurare «uno spettacolo di vibrantissima fede ma anche di ordine e di disciplina» ed evitare «eventuali movimenti incomposti di masse non inquadrate»; tanto piú che da esso risulta anche bene quale, secondo il segretario del partito, dovesse essere il rapporto ideale tra il «duce» e gli italiani:

222–224

Questa faccenda delle «transenne», sulla quale si è indubbiamente tentata la piccola speculazione, trova del resto riscontro, a mio modo di vedere, in altri episodi, ormai superati da tempo.

Quando, in base alle Vostre direttive, mi accinsi ad inquadrare gli Italiani e a dare loro un’uniforme, sembrava, stando ai commenti, che tutto dovesse andare a rovescio. Quando ventilai l’idea di dare un’uniforme anche alle donne, mi dettero per sepolto dieci metri sotto terra, con relativa pietra tombale, sulla quale si sarebbe dovuto incidere l’epigrafe seguente: «Qui giace Starace vestito di orbace – requiescat in pace».

Oggi è una gara e tutti sentono l’orgoglio della divisa. Anche le donne hanno chiesto di indossare la sahariana ed io ne ho consentito l’uso facoltativo (modello allegato).

Quando a Roma furono divelte le rotaie dei tramvai e fu prescritta la circolazione silenziosa, sembrava che la capitale dovesse sprofondare. Oggi i tramvai dànno il fastidio che dà il rumore della ferraglia e quando un autista incorre nell’errore di fare squillare il segnale, i passanti si fermano per lo meno incuriositi.

Sono certo che, tra qualche tempo, le «transenne» entreranno nell’uso comune e tutti saranno lieti di questa trovata che, come ho scritto innanzi, garantisce anche la incolumità personale dei partecipanti alle manifestazioni.

D’altra parte dovrebbe essere una piacevole novità, a tutti gli effetti, se non proprio la soppressione dei cordoni, che ci ricordano i tempi andati, per lo meno il loro alleggerimento, che con questo sistema potrà essere rilevante.

Infine, anche ammesso che il Partito, al quale spetta l’organizzazione delle manifestazioni, sia stato costretto a ricorrere ad una misura, ritenuta eccessiva, sta a dimostrare che, alla fine dei primi quindici anni di Regime fascista, durante i quali, oltre tutto, una guerra ha avuto inizio e termine, un’altra è in corso di svolgimento e una terza potrebbe spuntare all’orizzonte da un momento all’altro, il popolo italiano, al cospetto del Duce, deve essere contenuto nel migliore dei modi per evitare che, col suo entusiasmo, sempre crescente, travolga Colui che lo guida, alla mano del quale deve dimostrare viceversa di essere in ogni circostanza.

Coerentemente con questa sua concezione del partito, prima cura di Starace fu quella di adottare nuovi rigidi ordinamenti per i Fasci giovanili, per i GUF, per i Fasci femminili e per le organizzazioni nazionali fasciste della scuola, del pubblico impiego, dei ferrovieri, dei postelegrafonici, degli addetti alle aziende industriali dello Stato. Fatto questo, approntò un nuovo statuto del PNF, apparentemente non molto diverso dal precedente del ’29, ma che rispecchiava bene il nuovo carattere e i nuovi compiti che il partito doveva assumere e soprattutto la sua completa subordinazione politica a Mussolini176. Le innovazioni principali introdotte nel nuovo statuto (che rimase in vigore sino al ’38, anno in cui fu sostituito con un altro ancora, destinato a durare, con alcune successive modifiche di dettaglio177 sino al luglio ’43) riguardarono infatti la figura e i poteri del «duce» (definito in questo modo in tutti gli articoli, anche in quelli che trattavano dei suoi rapporti con la Corona, a proposito dei quali nello statuto del ’29 era usata invece la formula «Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato»178): nello statuto del ’29 (art. 3) si diceva che il PNF esplicava la sua azione «sotto la guida suprema del Duce e secondo le direttive segnate dal Gran Consiglio»; nel nuovo statuto questa formula era mantenuta (art. 5), ma il suo valore era assai diminuito dalla nuova redazione dell’articolo primo, che – ignorando completamente il Gran Consiglio – sanciva definitivamente l’assoluta dipendenza del PNF da Mussolini: «Il Partito Nazionale Fascista è una Milizia civile, agli ordini del DUCE, al servizio dello Stato Fascista»179. A conferma dei nuovi compiti, essenzialmente organizzativi e propagandistici e di formazione delle nuove generazioni, che il partito doveva assumere, il nuovo statuto precisava poi quali erano le organizzazioni dipendenti dal PNF, oltre quelle da noi già indicate parlando dei nuovi ordinamenti precedentemente preparati, l’OND e il Coni, alle quali negli anni successivi ne furono aggiunte numerose altre180. Contemporaneamente Starace dava un notevole impulso all’ONB e a tutto il movimento giovanile fascista, avviando quel processo di progressiva dilatazione dell’inquadramento della gioventú che sarebbe sfociato nel ’37 nella costituzione di una unica organizzazione, la GIL, che avrebbe raccolto l’eredità sia dell’ONB sia dei Fasci giovanili e delle Giovani fasciste e avrebbe inquadrato tutti i giovani di ambo i sessi dai sei ai ventuno anni181. In questo contesto anche i GUF furono notevolmente potenziati, soprattutto attraverso la valorizzazione delle attività sportive ed agonistiche (i Littoriali dello sport), considerate da Starace lo strumento piú idoneo per attivizzare e legare al regime la massa dei giovani universitari.

224–226

L’atto politicamente piú significativo compiuto da Starace fu però certamente la riapertura, in occasione delle celebrazioni del «decennale», delle iscrizioni al partito. In un anno furono presentate circa 500 mila domande, che furono in gran parte accettate e che fecero balzare il numero degli iscritti da 1 007 231 nell’ottobre ’32 a 1 415 407 nell’ottobre ’33. Un aumento di quasi il 50 per cento che, se da un lato costituí per il regime una sorta di sondaggio di massa dell’opinione pubblica in vista delle nuove «elezioni» che si sarebbero tenute nel ’34, da un altro lato – trasformando il PNF in una pletorica organizzazione senza omogeneità e personalità, nella quale il superstite vecchio fascismo182 era affogato in una massa di nuovi iscritti affluiti assai spesso solo per un generico patriottismo o, peggio, per mero opportunismo183 – permise a Starace di realizzare finalmente l’intento di Mussolini di rendere il partito completamente incapace di ogni autonoma iniziativa politica. Tant’è che non si sbaglia certo se si afferma che fu con il ’33 che il PNF venne politicamente liquidato in maniera definitiva e rimase solo nella retorica fascista una delle colonne portanti del regime.

A questo punto della nostra esposizione, prima di passare a parlare della seconda direzione nella quale Starace orientò la sua opera come segretario del PNF, è necessario fare una breve sosta, essenziale per comprendere sia la profonda crisi che negli anni successivi al ’33 cominciò a travagliare progressivamente il regime nei suoi rapporti con una serie di ambienti sui quali invece Mussolini contava per il suo sviluppo, sia le effettive responsabilità di questa crisi. A chi oggi ripercorre e approfondisce criticamente le vicende del PNF negli anni trenta è chiaro il nesso strettissimo, di causa ed effetto, che collega la depoliticizzazione e la burocratizzazione del partito con la crisi del PNF come strumento della politica mussoliniana e come colonna portante del regime. E ciò sebbene nelle intenzioni del «duce» e di Starace la depoliticizzazione del PNF (di cui la burocratizzazione fu in gran parte una conseguenza) non avrebbe dovuto tradursi affatto nella liquidazione (ma al contrario nel potenziamento) del partito come strumento «politico» di organizzazione di massa e di educazione della nuova classe dirigente e, quindi, delle nuove generazioni. Di fronte a questi due dati di fatto, accontentarsi di una pseudo spiegazione come quella fondata sull’influenza nefasta e deleteria e sugli errori di Starace non è assolutamente possibile. Starace fu certamente un personaggio politicamente – come sensibilità politica cioè – quasi inesistente (e Mussolini ne era consapevole e lo aveva scelto, oltreché per la sua anzianità di servizio come vicesegretario, proprio per questo, per non avere piú a che fare con segretari dotati di una forte personalità politica e, quindi, portati a rivendicare un proprio ruolo e una propria autonomia) e, per di piú – lo abbiamo già detto –, di scarsa intelligenza e con una mentalità grettamente militaresca. Da qui la sua mania per lo «stile», per le uniformi, per le manifestazioni coreografiche, il suo caporalismo, la sua pretesa di dirigere il partito come qualcosa a metà ministero e a metà caserma, la sua incontenibile borsa retorica, il suo voler predisporre tutto dall’alto in maniera «totalitaria»; da qui, insomma, tutto ciò che finí per farne una figura quasi grottesca e per attirargli innumerevoli sarcasmi ed odi e – quel che piú conta – per diffondere un po’ a tutti i livelli della gerarchia fascista lo staracismo, il suo particolare modo, cioè, di intendere ed esercitare il potere e, piú che il potere, il comando, preoccupandosi piú dell’apparenza che della sostanza e senza rendersi conto delle conseguenze negative che ciò aveva non solo per l’educazione e la morale del paese, ma anche per il prestigio del regime e del fascismo184. Starace però durante gli otto anni circa in cui resse il PNF e, attraverso esso, determinò tutta una serie di aspetti della vita del regime e del paese, si mosse sempre all’unisono con Mussolini, praticamente non ebbe mai veri contrasti con lui per il suo modo di concepire e di realizzare la funzione del partito; se Mussolini ebbe a lamentarsi con lui fu solo per questioni marginali (soprattutto per qualche eccesso di zelo, per qualche iniziativa che aveva provocato reazioni controproducenti185), mai per questioni politicamente significative e di fondo e se – alla fine – lo allontanò dalla segreteria del partito fu perché riteneva che otto anni di potere lo avevano logorato e fosse ormai necessario fare «largo ai giovani» anche al vertice del partito e soprattutto perché si era reso conto che il discredito che Starace aveva accumulato su di sé e che ormai era dilagato in tutto il paese rischiava, se non interveniva, di riverberarsi su di lui.

226–227

Su tutte le questioni di fondo Starace non fu in pratica che un fedele e zelante esecutore della politica tracciata da Mussolini. La decisione di por fine all’epurazione del PNF, di riaprire le iscrizioni e di non limitarle a pochi elementi selezionati, ma, al contrario, di dare ad esse il carattere di un plebiscito di massa, il «duce» l’aveva annunciata ancora prima di affidare il partito a Starace. Il 24 ottobre ’31 a Napoli, parlando ai direttori federali del PNF, aveva infatti detto186:

È tempo che non si cerchi di interpretare piú come un privilegio l’aver militato nelle file del Partito da maggior numero di anni. È questo un legittimo orgoglio di coloro che tanto sacrificarono e tanto operarono per il trionfo della rivoluzione delle camicie nere, ma non può costituire un ostacolo all’irrompere di nuove forze nelle file del fascismo, come non può essere argomento sufficiente a nuove revisioni degli iscritti al Partito...

Il 12 dicembre successivo, insediando il nuovo Direttorio nazionale del partito187, Mussolini aveva dato a Starace una consegna ben precisa: in quel momento il compito del partito e di tutte le organizzazioni da esso dipendenti doveva essere quello di mobilitarsi «per fronteggiare la crisi economica e per alleviare, col funzionamento degli Enti e delle Opere assistenziali, la situazione degli strati di popolazione che si trovano in maggior disagio»:

227–228

Ogni camerata ha lo stretto dovere di adottare una regola di vita corrispondente alla situazione e quello non meno stretto di combattere ogni disfattismo, ogni profittismo, ogni vociferazione e di identificare quanti tentassero, sotto qualsiasi veste o motivo, di speculare sull’attuale stato economico. Tali nemici devono cadere sotto le leggi del regime ed essere eliminati dalla circolazione.

Il Partito deve svolgere nel contempo una intensa opera di propaganda allo scopo di specificare quanto è stato fatto in Italia per alleggerire la crisi, predisponendo le opere pubbliche e l’assistenza, la quale deve avere il carattere non di elemosina, ma quello di un’opera di solidarietà umana, nazionale, fascista.

Una consegna, come si vede, di carattere meramente esecutivo, circoscritta al campo propagandistico, assistenziale e poliziesco e che taceva completamente su qualsiasi forma di partecipazione del partito non solo alla direzione dello Stato – e ciò era ovvio data la posizione di Mussolini a questo proposito – ma persino alla elaborazione delle soluzioni e dei provvedimenti per fronteggiare la crisi e che – con la scusa della gravità del momento economico e della necessità di occuparsi soprattutto di esso – evitava accuratamente di accennare anche solo di sfuggita all’eventualità che, superata la crisi, il PNF potesse avere affidati altri compiti, piú propriamente politici. Una consegna, dunque, di gran lunga meno «attiva» ed entusiasmante di quella che – poco piú di un anno prima – Mussolini aveva dato a Giuriati; allora – pur ponendo già al centro di tutto la situazione economica e i compiti che essa creava per il PNF – il «duce» aveva fatto balenare agli occhi del partito un «futuro da conquistare» e aveva parlato di un «proiettarsi oltre l’oggi» e di una «instancabilità» che dovevano essere «il segno eroico della fede fascista»188; ora, invece – tacendo completamente sui compiti futuri del partito –, aveva lasciato trasparire quella che era la sua vera intenzione: anche superata la crisi economica, al PNF dovevano spettare essenzialmente solo compiti esecutivi, di attuazione a livello di massa delle sue direttive e della sua politica. A queste direttive di fondo, cosí come alle altre che via via Mussolini gli dava, Starace si uniformò sempre con uno scrupolo, una fedeltà, uno zelo che – non a caso – indussero il «duce» a definirlo il suo fedele «mastino».

Stando cosí le cose, è evidente che attribuire tout court a Starace la responsabilità della crisi che negli anni del suo segretariato e in particolare dopo il ’33 cominciò a travagliare il regime dall’interno non è giusto: se la crisi dipese da degli errori questi furono certamente soprattutto di Mussolini e lo stesso staracismo fu in effetti il prezzo che Mussolini – finché esso non divenne per lui insostenibile – pagò pur di non privarsi di un esecutore tanto fedele della propria politica. Parlare di errori, sia pure di Mussolini e non di Starace, è però a nostro avviso fuorviante e troppo semplicistico. Che Mussolini abbia commesso degli errori è indubbio; la crisi che in questi anni prese a travagliare il regime – nonostante il miglioramento della situazione economica e il successo della guerra d’Etiopia – non dipese però che in misura minima da questi errori, che – al massimo – ne affrettarono solo i tempi. Le sue cause erano infatti piú profonde, insite nella natura stessa del regime e nelle contraddizioni che hanno minato tutti i regimi piú o meno compiutamente totalitari del nostro tempo.

228–229

Liquidando politicamente il PNF Mussolini – lo si è detto – indebolí notevolmente il regime e, in prospettiva, il suo stesso potere personale e si autocostrinse ad una politica sempre piú attivistica e sempre piú condizionata dalla ricerca e dal conseguimento del successo. Allargando per un momento il nostro orizzonte a tutto l’arco storico del regime, ci pare però evidente che con la sua scelta – della quale del resto abbiamo già visto le motivazioni psicologiche e politiche, sia remote sia recenti – Mussolini non fece altro che affrettare i tempi della crisi, cosí come – in ultima analisi – avrebbero fatto la partecipazione alla seconda guerra mondiale a fianco della Germania e la sconfitta militare. La vera ed unica ragione della crisi del regime, quella che, anche senza gli errori di Mussolini, anche senza la causa traumatica della sconfitta militare, lo avrebbe portato ugualmente alla sua fine – anche se ovviamente in un piú lungo arco di tempo e per evoluzione-trasformazione e non per morte violenta – fu un’altra: fu l’impossibilità, per la contraddizione «che nol consente», di creare quella propria nuova classe dirigente che sola gli avrebbe permesso di perpetuarsi nelle nuove generazioni e proiettarsi quindi nel futuro. In questa prospettiva il fallimento della politica di Starace – cioè, al solito, di Mussolini – volta appunto a fare del PNF lo strumento per educare e formare i nuovi quadri fascisti è veramente esemplare.

Il problema dei giovani, del loro inquadramento nel PNF e soprattutto della loro attiva partecipazione alla vita del regime era già stato posto al tempo di Turati, soprattutto ad opera del gruppo di «Critica fascista», il primo, forse, che ne aveva parlato esplicitamente, certo quello che piú di tutti gli altri ne aveva compreso l’importanza decisiva per il fascismo. Sull’onda delle prime prese di posizione della rivista bottaiana, nella seconda metà del ’29 il discorso si era rapidamente allargato un po’ a tutti gli ambienti e a tutti i principali organi fascisti, suscitando varie reazioni; se, infatti, molti avevano accolto favorevolmente l’idea di una valorizzazione dei giovani, non erano però mancati neppure coloro che se ne erano preoccupati e non avevano nascosto un duplice timore: che i giovani finissero per soppiantare e mettere da parte i vecchi nelle cariche che questi ricoprivano, ovvero – meno meschinamente ma non per questo meno vivamente – che i giovani potessero spingere il fascismo e il regime fuori dai placidi binari sui quali questi si erano ormai avviati e sospingerli verso chi sa quali pericolose avventure sociali. La discussione in breve si era fatta cosí vivace che nel gennaio del ’30 Mussolini aveva sentito il bisogno, se non proprio di porvi fine, di orientarla con una nota che apparve anonima sul «Foglio d’ordini» del 20 gennaio, ma che «Critica fascista», per darle piú rilievo, dieci giorni dopo pubblicò nel testo autografo189. Sotto il titolo Punti fermi sui giovani, Mussolini, dopo aver affermato che il regime era e doveva rimanere «un regime di giovani» aveva sottolineato in particolare tre concetti:

229

Il Regime intende preparare spiritualmente tutta la gioventú italiana, dalla quale, per successive selezioni, deve sorgere la serie delle classi dirigenti dell’Italia fascista di domani, e all’uopo ha creato, accanto alla milizia civile del Partito, le organizzazioni dei Balilla, degli Avanguardisti, dei Gruppi Universitari Fascisti. Il principio totalitario dell’educazione giovanile – rivendicato sistematicamente dal Fascismo – risponde a questa suprema necessità della Rivoluzione fascista che intende «durare» cioè «essere continuata nel futuro».

Accanto a questa preparazione d’ordine generale, i giovani, e i piú giovani, cioè quelli che non hanno potuto fare la guerra e la rivoluzione, devono essere risolutamente avviati al tirocinio nelle gerarchie della vita politica, amministrativa, sindacale, giornalistica, cooperativa, scolastica, militare, sportiva, dopolavoristica, ecc., senza sciocche gelosie o preconcetti timori.

All’esame severo della vita, i meno idonei soccomberanno, i migliori andranno ai posti, sempre piú alti, di comando e di responsabilità.

I giovani – piú degli altri – devono sapere ubbidire, per acquistare il diritto, o piuttosto il dovere, di comandare; piú degli altri debbono saper osare; piú degli altri debbono spregiare un ideale di vita – individuale o collettiva – di indifferenza o, peggio, di «comodità».

230–232

Poste queste condizioni i giovani di oggi e di domani saranno i continuatori – nello spirito e nelle forme – della Rivoluzione dell’Ottobre ’22. Rivoluzione ancora in movimento ascensionale, poiché molte mete si devono ancora raggiungere.

Su questa strada, Turati aveva subito provveduto ad integrare quasi tutti i direttori federali del partito con un rappresentante dei GUF. Il suo successore, Giuriati, aveva a sua volta costituito i Fasci giovanili (che erano stati affidati a Carlo Scorza) e aveva provveduto a dotarli anche di un proprio settimanale illustrato a grande tiratura, «Gioventú fascista». Durante il segretariato di Giuriati, a livello giovanile, lo sforzo maggiore del fascismo era stato però rivolto a dilatare al massimo il controllo politico-culturale e organizzativo sulla gioventú e in particolare su quella universitaria. Tra il ’26 e il ’28 i GUF avevano soppiantato e assorbito tutte le vecchie organizzazioni universitarie, sia quelle tradizionali e piú o meno apolitiche sia l’antifascista Unione goliardica per la libertà; l’unica sopravvissuta era quella cattolica, la Fuci; da qui la violenta azione intrapresa nel ’31 da Giuriati e soprattutto da Scorza per ordine di Mussolini contro la Fuci, che, se – come si vedrà piú avanti – non portò alla sua eliminazione, ne limitò però notevolmente la capacità di penetrazione tra i giovani universitari e riuscí, per il momento almeno, a spoliticizzarne quasi del tutto l’attività. Il massiccio impegno messo in questa azione aveva però avuto come conseguenza immediata un parziale rallentamento di quella piú generale volta a valorizzare i giovani fascisti190, che, infatti, entrò nella sua fase di realizzazione sistematica soprattutto dopo il ’31, sotto la gestione Starace.

Come abbiamo già avuto occasione di dire, prima cura di Starace fu di inquadrare piú rigidamente le varie organizzazioni giovanili e di potenziarle al massimo. Grande attenzione il nuovo segretario del PNF rivolse in particolare al meccanismo dell’annuale «leva fascista», sforzandosi di ridurre le «enormi dispersioni» che si verificavano nel momento in cui i giovani dovevano passare al partito191. Lo sforzo maggiore Starace lo fece però sul terreno della preparazione politico-ideologica dei giovani e soprattutto degli universitari, prendendo tutta una serie di iniziative (potenziamento della Scuola di mistica fascista Sandro Italico Mussolini, istituzione di turni di servizio dei giovani presso le federazioni del partito e di corsi biennali di preparazione politica, incoraggiamento della stampa universitaria e giovanile192, creazione del Teatro sperimentale dei GUF, sviluppo dei Cine-Guf e delle sezioni teatrali, radiofoniche e musicali dei GUF, ecc.) che raggiunse il suo culmine nel ’32, quando fu deciso di affiancare ai Littoriali dello sport quelli della cultura e dell’arte. Di questa importante iniziativa – certo la piú significativa tra quelle prese dal regime per attivizzare i giovani universitari e per immettere energie nuove e politicamente orientate nel mondo della cultura – avremo occasione di parlare ampiamente nel prossimo volume. Per ora ci basta dire che – tenuti per la prima volta nel 1933 (non a caso nel momento in cui il dibattito corporativo, e cioè sul futuro sociale del regime, tendeva ad entrare in una nuova fase) – i Littoriali della cultura e dell’arte si andarono di anno in anno (sino al ’40, quando, a causa della guerra, furono tenuti per l’ultima volta) sviluppando, sia come numero di partecipanti e di temi affrontati193 sia come iniziative piú o meno collegate ad essi (nel ’34 furono istituiti i Ludi juveniles, nel ’35 i Littoriali del lavoro, nel ’40 i Littoriali femminili della cultura, dell’arte e del lavoro), e divennero il maggiore strumento a disposizione del regime per selezionare i quadri della nuova classe dirigente e soprattutto per rendersi conto delle tendenze e degli orientamenti politico-culturali che andavano maturando tra le giovani generazioni.

232–233

Grazie a questo complesso di iniziative, verso la metà degli anni trenta l’inquadramento nel PNF e il rapporto con il regime della nuova generazione, quella – per dirla con Mussolini – che non aveva fatto né la guerra ’15-18 né la «rivoluzione» fascista, si fecero indubbiamente vasti ed intensi. Se non ci si ferma ad una visione superficiale della realtà e non ci si fa suggestionare dalla grandiosità delle cifre e soprattutto dalle continue affermazioni della stampa e della propaganda del regime secondo le quali i giovani erano ormai diventati la spina dorsale del fascismo e ne costituivano il patrimonio piú sicuro per l’avvenire, non si può non rilevare però che questo inquadramento e questo rapporto erano in realtà, nonostante tutti gli sforzi del regime, assai meno totalitari e specialmente assai meno effettivi di quello che Mussolini avrebbe voluto e – quel che piú conta – che, proprio verso la metà degli anni trenta, cominciò a manifestarsi tra i giovani uno stato d’animo che non poteva non allarmare chi si poneva il problema della sopravvivenza sui tempi lunghi del fascismo e si rendeva conto che ciò sarebbe inevitabilmente dipeso dall’atteggiamento delle nuove generazioni. Uno stato d’animo che col passare degli anni divenne sempre piú netto e diffuso e che – anche se a livello di massa non si traduceva in un ripudio del fascismo e in un passaggio all’antifascismo – si concretizzò, nella maggioranza di coloro che avrebbero dovuto costituire la nuova classe dirigente fascista, da un lato, in una partecipazione superficiale ed opportunistica (in funzione della propria sistemazione individuale) alla vita del regime e, da un altro lato, in una sorta di malessere morale, difficile a definire con precisione e a generalizzare, ma che nelle grandi linee può essere sintetizzato come la risultante di due convinzioni contrastanti: quella che fosse ormai giunto il momento che il fascismo ripensasse se stesso in termini nuovi, non piú legati all’esperienza e alle necessità degli anni della presa del potere e del suo consolidamento, alle alleanze di allora194 e alle formule economico-sociali che ne erano scaturite, e imboccasse concretamente la strada di una sostanziale rivoluzione, di un rinnovamento effettivo dei valori morali e culturali di base e di un nuovo assetto, socialmente piú giusto e piú democratico, della società italiana, tale da costituire veramente una rottura non solo col prefascismo ma anche con l’opera di restaurazione perseguita sin lí dal regime e l’inizio di una «civiltà» effettivamente nuova, in grado di autosvilupparsi anche dopo la scomparsa di Mussolini; e quella – invece – che ogni anno che passava il fascismo, invece di diventare piú dinamico, diventava piú statico, sempre meno capace di iniziative ardite e di rottura e soprattutto di rinnovarsi, sicché l’apporto alla politica del regime di quei giovani che avrebbero dovuto costituire la nuova classe dirigente (e che, per dirla con Spampanato195, volevano farsi una propria coscienza e dar vita ad un regime in cui fosse loro permesso «di circolare non come automi smemorati e freddi e nemmeno come soldati ciechi e silenziosi, ma come autori e interpreti del loro tempo») se da un lato veniva sollecitato, da un altro lato veniva costretto nell’ambito di quella realtà (morale, culturale, burocratica, sociale) che essi volevano rinnovare e superare e, quindi, si riduceva a poco meno che ad una petizione di principio.

233–234

Uno stato d’animo, pertanto, che – in entrambi i casi – annullava in gran parte gli sforzi del regime per creare una nuova classe dirigente attivamente ed entusiasticamente impegnata a portarne avanti la politica; nel primo caso, infatti, esso si traduceva in un atteggiamento di indifferenza e di routine burocratica che escludeva ovviamente la possibilità di un vero impegno e di un comportamento che servissero di modello ai piú giovani; nel secondo caso, invece, esso finiva per tradursi o in un appartarsi ed estraniarsi per la delusione dall’attività politica o in un atteggiamento di insofferenza e di critica verso le iniziative e le manifestazioni piú retrive e bolse del regime o, nel migliore dei casi, in una posizione di fronda piú o meno accentuata e che, in alcune circostanze (col tempo piú numerose), poteva anche finire sul piano inclinato di un vero e proprio antifascismo, oppure su quello di un fascismo sempre piú attivistico e, a suo modo, moralistico, per il quale la guerra diventava una prova di forza morale e di fede e, al tempo stesso, un mezzo per realizzare l’impero «nella piena estensione metafisica e geografica del termine», per rendere il fascismo tanto forte da poter imboccare la strada della rivoluzione e per assicurare ai giovani le benemerenze necessarie ad uscire dallo stato di minorità morale e politica in cui – nonostante le dichiarazioni in contrario – tendevano a mantenerli i vecchi fascisti che avevano «fatto la rivoluzione» e portato Mussolini al potere.

234–235

La migliore documentazione relativa a questo stato d’animo e alle sue conseguenze a livello di comportamento politico e di atteggiamento psicologico e morale verso la realtà fascista la si può ricavare da un esame sistematico della stampa fascista della prima metà degli anni trenta. Non tanto di quella quotidiana e piú ufficiale, che già tendeva chiaramente a trattare il «problema dei giovani» in termini trionfalistici e, quindi, preferiva passare sotto silenzio tutto ciò che non rientrava nel quadro che si voleva ad ogni costo accreditare; ma di quella politico-culturale che faceva capo o agli stessi gruppi giovanili o ad alcuni gruppi che si collocavano, sotto il profilo generazionale e dell’inserimento psicologico e politico, a cavallo tra la prima e la seconda generazione fascista (tipici i casi del «Selvaggio» e dell’«Universale»196) o, ancora, ad alcuni esponenti dello stesso establishment fascista, piú aperti e sensibili al significato che per il futuro del regime avrebbe avuto l’atteggiamento delle giovani generazioni (tipico il caso di «Critica fascista»). Su questa stampa è possibile trovare esplicite ammissioni della crisi che cominciava a travagliare i giovani197, nonché tutta una serie di prese di posizione che consentono di farsi una idea precisa sia dei caratteri generali di questa crisi, sia della misura e dei tempi della sua diffusione (chiaramente collegati allo smorzarsi delle speranze e delle attese suscitate, tra il ’29 e il ’33, prima dalle ipotesi e dalle polemiche attorno al corporativismo e poi dalla costituzione dell’IRI), sia delle sue manifestazioni piú caratteristiche. Ciò che qui però piú ci interessa è che da un attento esame di questa stampa è possibile cogliere chiaramente il delinearsi, sin dalle prime manifestazioni di questo nuovo stato d’animo dei giovani, di un duplice modo di recepire e di giudicare il suo significato e le sue implicazioni a livello politico; un modo che potremmo definire «revisionista» e un modo che potremmo, invece, definire «intransigente».

235–236

Per i primi, se si voleva veramente affrontare e risolvere positivamente il «problema dei giovani» e fare di questi la nuova classe dirigente fascista, ciò che contava era saper capire e venire incontro alle loro esigenze e non frustrarne l’anelito, per dirla con Bottai, a ripensare tutto, anche il fascismo, e a far valere in un confronto da pari a pari le loro idee rispetto a quelle dei vecchi fascisti. Ciò che importava era che i giovani si volevano impegnare e volevano portare il loro contributo di fascisti al fascismo. Gli altri aspetti, le altre manifestazioni del loro atteggiamento erano sostanzialmente secondari, frutto di esuberanza e di estremismo giovanili e quindi transitori, o conseguenze della loro insoddisfazione e della loro delusione di non vedersi compresi e messi veramente alla prova su un piede di parità con i piú anziani; talvolta persino la conseguenza di come il partito aveva impostato e condotto innanzi la politica del «largo ai giovani»198. Tipico in questo senso è quanto si legge nell’editoriale del 15 ottobre 1930 di «Critica fascista» dedicato ai Giovani nel Partito:

Perché un principio buono non abbia a generare fatti nocivi, è bene convincersi subito che l’efficacia dei Fasci Giovanili sarà legata non solo alla severità della disciplina, non solo ad una vigorosa e accurata opera di selezione, quanto al grado di vitalità che si saprà infondere in queste nuove formazioni, e che dovrà farle ritenere dai giovani come il naturale loro campo di azione e di esplicazione delle idee, dei sentimenti, della vita morale... Né bisogna dimenticare che nei giovani esiste acutissimo lo spirito eversore, per cui essi intendono di rifare ciò che è stato fatto, di distruggere per ricostruire di nuovo, di criticare in base ad un ottimismo che è loro connaturale. Mortificare questo spirito, chiudendolo nei limiti ferrei di una disciplina precostituita, equivarrebbe a compromettere l’esperimento o a snaturarlo profondamente. Assai piú saggio sarà il trarne misuratamente partito, disponendo i giovani fascisti a quell’opera di continuo rinnovamento, di cui ogni rivoluzione ha bisogno.

Coerentemente a questo modo di vedere il problema, gruppi come quelli di «Critica fascista», dell’«Universale», del «Selvaggio», per citare solo i piú importanti, pur non lesinando le critiche a singole prese di posizione e a certe intempestive richieste, non solo evitarono di trattare il «problema dei giovani» nella maniera trionfalistica o meramente burocratico-disciplinare con la quale il PNF e i maggiori organi di stampa in genere lo trattavano, ma si sforzarono di venire incontro a quelle che erano in effetti le esigenze, le richieste, le lamentele di fondo dei giovani; in primo luogo a quelle che trovavano origine nella loro ritrosia ad accettare passivamente le verità rivelate che il partito e la stampa ufficiale pretendevano di ammannire e di far recepire loro «disciplinatamente», nel nome di una «ortodossia» che non poteva essere messa in discussione.

236–237

Evitiamo di catechizzare i giovani: il primo moto spirituale dei giovani che cominciano a pensare da sé è, si sa, d’indipendenza e di ribellione a ciò che è stato loro imposto o insegnato e all’ambiente che li circonda. I giovani sono per loro natura frondisti ed è bene che siano cosí. Non facciamo, quindi, del fascismo un dogma impartito attraverso la scuola, ma diamo ai giovani una disciplina sana dello spirito e forniamo loro i mezzi culturali e dottrinali, mediante i quali, attraverso un processo critico seriamente e serenamente maturato, aderiscono liberamente e coscientemente al fascismo e facciamo di esso una realtà viva e operante nel loro spirito199.

Troppa ortodossia, dicevamo. Troppo unisono: e non è detto che l’unisono sia accordo. Vantaggi? Vi sono: ma ci sono anche i pericoli. Primissimo quello d’un impero della mediocrità. A nessuno è dato rappresentare perfettamente un’epoca, come ai mediocri. Rappresentare e non esprimere, beninteso; né tanto meno accrescere... E non crediamo sia proprio obbligatorio scegliere tra l’uniformità presente e quella passata, che ancora qua e là sopravvive; tra la cattiva letteratura politica dell’anno decimo e quella del secolo decimonono; in breve, tra il disco fascista e il disco liberale. C’è qualcosa di meglio e forse di piú fascista, al di fuori dei dischi. C’è in Italia un po’ di gente, gente giovane – e cominciano ormai a conoscersi e a contarsi – che non si sente nata a far da fedelissimo a nessuno; che saggia, sonda, sposta la visuale, rasenta a volte l’eresia, e preferisce lo sbagliarsi al dondolarsi tra gli agevoli schemi; che parla un linguaggio proprio, e ha proprie e ben riconoscibili idee; che considera il presente unicamente in funzione del futuro; che ha buone gambe e una tremenda voglia di camminare. Necessità e opportunità politiche, circostanze dell’ambiente e del momento, possono legittimamente frenare codeste compromettenti avanguardie: ché non avessero a combinare qualche guaio. Ma a nessuno è concesso ignorarne la esistenza, non tenerne calcolo nella stima d’un avvenire che si prospetta carico di compiti un po’ superiori a quelli dei fedelissimi interpreti, e tale da richiedere soprattutto individualità, ardimento di pensiero e d’azione, uomini oltre le schiere200.

Ammonimenti, esortazioni come questi erano nella prima metà degli anni trenta tutt’altro che infrequenti e spiegano bene come le riviste che li pubblicavano si facessero contemporaneamente eco di alcune delle manifestazioni piú elementari, ma anche piú significative, dell’insofferenza giovanile, per esempio di quella, assai diffusa, per il tono banalmente propagandistico-esaltatorio della stampa quotidiana e di gran parte di quella periodica, per la sua ufficialità vacua e senza idee, per la sua ortodossia ad oltranza e per la sua faciloneria. Critiche, anche dure, a questo modo di concepire l’informazione e l’educazione morale e politica delle masse si erano già avute negli anni precedenti201, con il ’30-31 il discorso sulla stampa divenne però uno dei leit-motiv attraverso i quali si manifestava il malessere della seconda generazione fascista e si affacciò sempre piú spesso anche sulle riviste politico-culturali «revisioniste». Se sull’«Universale» (novembre ’31) Berto Ricci lo riduceva quasi ad una battuta, polemica e irritata, «Un’adunata non è Austerlitz, un treno festivo non è la marcia su Roma. Chiediamo alla stampa buon senso e misura», «Critica fascista» ne faceva un problema di costume morale e politico e – pur non andando alla sua radice – lo metteva piú a fuoco di ogni altra rivista dell’establishment fascista: denunciava il fenomeno e metteva in guardia contro la «malattia nazionale» del «pindarismo banale» e del continuo ricorso all’uso di «autentiche trombonate» – oltre tutto inutili, «giacché anche alla piú forte salsa si fa il palato, e alla fine va giú che pare insipida»202 – ma abbozzava anche una sia pur timida analisi di alcune delle sue cause, quelle stesse che venivano indicate in genere dalla stampa giovanile203:

237–238

La stampa interessa ormai poco l’opinione pubblica perché è troppo uniforme. Non è una novità ma è, comunque, una verità. I quotidiani riducono spesso le loro funzioni alla cronaca. A quella di prima pagina i migliori; a quella di quarta gli altri. Pochi, pochissimi, sono i direttori che scrivono il classico articolo di fondo e che, nell’articolo, stillano idee e concetti di qualche valore. Fra i settimanali la situazione è migliore, ma di poco. Perché una grande percentuale di questi ultimi è fatta con le forbici o coi bollettini dei Consigli provinciali dell’economia.

È comunque il Regime responsabile di questa uniformità della stampa?

Non credo, ed è il caso di dire una parola franca in proposito: perché le leggi sulla disciplina della stampa non autorizzano nessuno a dire, ad affermare, a mormorare, che la libertà della stampa stessa abbia cessato di essere a un determinato momento.

Gli unici uomini che hanno il diritto di dare direttive politiche generali – il Duce e il Segretario del Partito – hanno affermato piú volte che discutere si può, che discutere si deve... Salvo due sole eccezioni: quella di discutere il Duce, perché non lo tollererebbero 42 milioni d’italiani; quella di mettere in discussione pochissime idee fondamentali del Regime.

Tutto il resto, per il Governo come per il Partito, è discutibile. Se cosí non fosse questa stessa rivista sarebbe in difetto giacché appunto nelle sue colonne molte discussioni hanno avuto inizio e sviluppo.

Perché, allora, poco si discute mentre molto si mormora?

Perché, anche, discutere presuppone il possesso di idee e il coraggio di esporle, quelle idee. Dico coraggio essendo troppi coloro che temono una qualsiasi disavventura che possa mettere a repentaglio la «carriera» cui si credono destinati.

Perché, specie nella stampa, discutere può costituire un pericolo in quanto vi è sempre qualcuno piú realista del Re, e la interpretazione della volontà centrale non sempre è perfetta alla periferia. Il che dà incremento a una tal quale... mancanza di coraggio degli uomini che, per forza di cose, devono talvolta opporre alle idee l’interesse materiale rappresentato dallo stipendio mensile; il quale è in pericolo quando, come spesso accade, il consigliere-delegato della Società proprietaria del giornale preferisce il direttore inattivo che non dà noie a quello che al giornale dona vita con tutte le possibili conseguenze della vitalità stessa.

238–239

Messisi su questa strada, per i «revisionisti» il «problema dei giovani» non poteva, insomma, essere risolto che in un solo modo: liberalizzando il fascismo, rimettendo concretamente in valore l’apporto individuale e ridando al PNF il carattere di un partito in cui il «gregario» dava la fede, ma non era solo «una qualunque comparsa da precettare per le adunate, una qualsiasi tessera da rinnovare in principio d’anno, uno dei tanti che assicurano con la loro solidarietà lo sviluppo delle iniziative d’assistenza», ma un uomo che dava una partecipazione «attiva e diretta»204. Come scriveva nel ’33 Agostino Nasti205, il fascismo «per formare gli uomini, cittadini e dirigenti, per dare un’impronta agli italiani», aveva dovuto «unificare, accentrare, mettere tutto sotto il proprio controllo», insegnare tutto, «da come si rispetta la bandiera nazionale a come si viaggia in treno», e, quindi, «mettere le mani dovunque», «far tacere tante voci, perché discordi o perché non intonate», «limitare e sopprimere autonomie o possibilità di iniziative»; sulla necessità di tutto ciò non vi poteva essere, in linea di principio, dubbio alcuno; bisognava però anche convenire che «accade, qualche volta, di avvertire, qua e là, dei punti di stridore, degli stati di disagio, che fanno pensare, e pongono un problema»:

Si ha, cioè, l’impressione che si sia lasciata troppo piccola parte all’espressione dell’individualità. E sarebbe molto strano, che pur con un ordinamento in cui sono realizzate istituzioni che cosí bene attuano il contemperamento dell’esigenza individualista e di quella statale, nella pratica, poi, si dovesse constatare che questo contemperamento, di fatto, non si abbia... Come mai, nella pratica, si rompe l’equilibrio fra l’esigenza autoritaria direttiva e quella autarchica individuale? fra l’autorità e la libertà? fra le necessità educatrici e quelle della spontanea – e cioè solida e duratura – formazione della coscienza politica individuale?

La domanda non è oziosa perché il problema non è indifferente. Una prevalenza dello Stato, a scapito della libera formazione individuale, non rischia di inaridire la coscienza individuale? di mortificare lo spirito d’iniziativa? di indulgere – anziché correggerlo – al carattere italiano che aspetta tutto passivamente dallo Stato? Su questo punto, specialmente bisogna stare attenti, perché fino a quando lo Stato apparisce non come creazione propria, costituente un continuo dovere, ma come realtà esterna ed estranea, esistente di per sé, non si formerà nei cittadini una coscienza politica, e lo Stato non esisterà che come impalcatura burocratica. E questa non è, certo, l’ideale meta della Rivoluzione.

239–240

Un discorso come si vede chiaro e che recepiva positivamente i motivi di fondo del malessere che travagliava tanta parte della gioventú e le impediva di inserirsi realmente nella vita del regime come la sua vera espressione e la sua nuova organica classe dirigente. Un discorso, per altro, che mancava di ogni prospettiva politica reale perché o finiva per confluire nella vecchia polemica sul carattere e il ruolo del PNF, una polemica che, imboccata la strada dell’iperpartito che tendeva ad abbracciare la totalità dei cittadini, era ormai sempre piú sterile, come dimostra il suo trascinarsi per tutta la durata del regime206 senza incidere menomamente nella sua realtà; o si riduceva ad una esortazione al fascismo a porsi il problema della necessità di risolvere in un modo piú funzionale il nesso unità dello Stato - iniziativa dell’individuo, un’esortazione che probabilmente era sincera, ma che ormai, nel momento in cui il fascismo si stava avviando sul terreno del totalitarismo, che – per dirla con Bottai207 – «portando l’istanza dell’unità ai suoi limiti estremi, e spesso valicandoli, accentra e concentra poteri, funzioni, compiti, in un progrediente impoverimento e annichilimento d’iniziative», o era un assurdo o doveva necessariamente portare chi si fosse proposto di tradurla in pratica su un terreno che nulla aveva in comune con quello del fascismo. A quest’ultimo proposito, veramente indicativi sono quattro ampi articoli pubblicati tra la fine del ’31 e la metà del ’32 da Camillo Pellizzi sul «Selvaggio» sotto forma di lettere al direttore (M. Maccari). L’analisi della condizione morale e della evoluzione politica di tanti giovani fatta in essi208 è quasi certamente ciò che di piú lucido e lungimirante sia stato scritto da parte fascista; senza volerlo, essa costituisce però anche la miglior dimostrazione della intrinseca impossibilità per il fascismo di dar vita ad una propria organica classe dirigente in grado di perpetuarlo.

240–241

Per Pellizzi l’atteggiamento dei giovani andava capito non deplorato. Bisognava rendersi conto che essi non avevano partecipato agli avvenimenti che avevano fatto compiere ai loro padri la scelta fascista e che si trovavano a vivere una realtà per essi caratterizzata: a) da una élite fascista che per lo piú era rimasta alla psicologia di quattordici anni prima, «necessarissima allora, deleteria oggi e negativa»; b) dalla pretesa che tutti i grandi problemi politici e sociali fossero già stati risolti nella teoria e avviati a soluzione nella pratica, mentre per essi erano ancora in gran parte aperti o insufficientemente affrontati; c) da una situazione di fatto nella quale non solo non si richiedeva loro alcun contributo attivo (lo stesso ordinamento corporativo, cioè lo strumento piú tipico della nuova società fascista, «è oggi una burocrazia alquanto dispendiosa, armata di leggi e decreti e tribunali, che soprassiede, ossia sta seduta sopra alla vita economica, e quindi sociale e morale, delle moltitudini, e le moltitudini non vi hanno nessuna parte diretta»), ma solo di essere degli esecutori, e chi faceva «sul serio e in buona fede» non era detto non dovesse temere prima o poi i fulmini di qualche gerarca o «l’intervento di un commissario di Pubblica Sicurezza». In questa situazione pensare che stesse formandosi una classe dirigente politica fascista era una illusione:

In realtà ha cominciato a costituirsi una nuova classe chiusa di funzionari politici e corporativi. Una classe politica è altra cosa: significa uno strato vasto della popolazione, per il quale un dato regime politico rappresenti una spontanea e perentoria esigenza, morale e pratica. Questa classe politica, non solo non esiste nel regime, ma non accenna a formarsi; né lo potrebbe, coi metodi che si son seguiti finora. Il regime fino ad ora si riassume in tre parole: Mussolini, lo squadrismo, e una burocrazia. I giovani vengono educati a non dubitare e non discutere, e ciò non è male del tutto; ma quando cominciano poi a voler pensare da sé, si vede chiaramente che non hanno il carattere né l’allenamento per farlo, senza cadere nelle piú vane e ridicole eterodossie; dalle quali passano, in un secondo tempo, ad un atteggiamento tra l’abulico e l’ipocrita dentro una esteriore disciplina.

Da tutto ciò si conclude che una rivoluzione, come la nostra, deve educare a sé tanto i giovani che gli adulti; ma deve educarli agitando apertamente davanti a loro, e in loro, i problemi della realtà; e non imponendo soltanto formule convenzionali e forme esteriori. Occorre un intenso e vivace moto, del tutto scoperto, di idee; e il correlativo moto degli uomini (perché le idee nascono dagli uomini, e non viceversa). Di veri uomini intorno all’Uomo.

Da ciò – sempre per Pellizzi – la necessità di por fine al «fascismo quadrate-legioni», al «fascismo-frateria», al «fascismo - pubblica sicurezza», al «fascismo-beneficenza» e di realizzare il «fascismo-rivoluzione», senza il quale non solo il fascismo si sarebbe ridotto ad un mero episodio storico, ma era tutt’altro che improbabile che la gioventú si orientasse verso soluzioni antitetiche a quella fascista. I giovani «piú intelligenti e vivi», infatti, se non diventavano dei veri fascisti, prima o poi sarebbero diventati comunisti:

241–242

Sai tu, Maccari, – scriveva nel secondo articolo-lettera, – quali sono le segrete simpatie dei giovani piú intelligenti e vivi tra le nuovissime generazioni? Tu lo sai, ma io te lo ripeto lo stesso: sono per il comunismo. Pericolo? No; ma sintomo grave certo. Tu ed io siamo venuti alla luce in tempi di pseudolibertà e di disordine, di viltà ufficiale e di sfiducia privata; siamo di quella generazione che, nella guerra e nel dopoguerra, ha dovuto conquistarsi, si può dire dal nulla, una patria, uno stato, un principio positivo e creativo di vita civile. Per noi il fascismo è una cosa voluta e perciò un valor positivo; ma pei giovanissimi, che della guerra, stando a casa, hanno visto solo l’aspetto negativo e peggiore, e cui il fascismo è stato, diremo cosí, sovraimposto da noi, si tratta soltanto di scegliere fra una od un’altra forma di subordinazione o servitú. E i giovani, soprattutto, scelgono sempre quello che non hanno: quello che è lontano, ignoto, e perciò magnifico. Non possono leggere un giornale o una rivista dove non si ripetano tutti i giorni le medesime cose; non apre bocca un gerarca che non ripeta gli stessi ritornelli; non esce un libro fascista dove non sia rifritto un’altra volta il medesimo cibo: nulla ha contribuito a sviluppare in quei giovani il sentimento dell’autonomia spirituale, della libertà. E se schiavismo dev’essere, vanno a cercare quello piú lontano, piú duro, piú integrale e tragico: se rinuncia e sacrificio debbon essere, agognano una totale e universale rinuncia, un completo sacrificio di sé.

Sin qui la parte piú propriamente analitica degli articoli di Pellizzi. Per valutarne appieno il significato è però necessario approfondire cosa il loro autore intendesse per «fascismo-rivoluzione». Nel suo discorso, infatti, se questa espressione serviva a prospettare varie esigenze tipiche del fascismo di sinistra nella sua accezione piú propriamente giovanile, una però andava notevolmente oltre quanto si poteva leggere anche sulle piú estremistiche pubblicazioni giovanili. Tra le prime esigenze, due erano le piú significative, quella relativa alla necessità che il corporativismo si evolvesse e prendesse finalmente corpo in un «comunismo libero»209 e quella che Pellizzi riassumeva nel paradosso, «non poi tanto paradossale», della necessità di por fine alle solite rotazioni dei gerarchi («la rotazione, con perfetta analogia geometrica, ha sempre luogo sul medesimo quadrante, e fra la stessa rosa di candidati») e di procedere invece ad una «sostituzione integrale dei gerarchi», in modo da adeguare l’élite del regime alla nuova realtà del paese, inserire concretamente i giovani in essa e dare a Mussolini i quadri necessari a portare avanti la sua politica («Mussolini è vivo; ed ha una legge e una missione nella sua vita; ma chi non è anch’egli vivo non capisce quella legge e non può, nemmeno come ultimo fra i gregari, condividere quella missione»). Per significative che siano, queste esigenze di rinnovamento sono, ai fini del nostro discorso, certo meno significative dell’altra che caratterizza tutta l’analisi di Pellizzi e ne costituisce il succo; quella cioè di una politica ispirata al «principio positivo e fertilizzante» della libertà.

242–243

Una politica a base di amore, di tutti-d’accordo e di embrassons-nous – affermava infatti Pellizzi – è stata e sarebbe sempre una coglioneria; cosí una politica a base di libertà. Ma non reggerebbe una politica la quale esplicitamente contravvenisse al principio e alla forza spirituale dell’amore; cosí una politica ostile allo spirito della libertà, in ultima analisi, non può condurre a grandi e durevoli risultati.

Un’affermazione – come si vede – indubbiamente ambigua nella forma (laddove tendeva a distinguere lo spirito della libertà dalla libertà tout court), ma inequivocabile nella sostanza, specie se la si vede alla luce di quanto lo stesso Pellizzi scriveva nella Postilla alle lettere e che, cioè, «il fascismo, nella sua radice prima, nel suo valore profondo, nella sua destinazione ultima, si esprime con la parola libertà». Se infatti è vero che Pellizzi – forse spaventato dalle conseguenze teorico-politiche che la sua affermazione poteva avere – nel seguito dell’ultimo articolo cercava di risolvere il problema dell’espressione dello spirito della libertà nella realizzazione del suo corporativismo; è altrettanto vero che la sua spiegazione storica dell’identità fascismo-libertà in termini di reazione individuale al clima di illibertà determinato nel dopoguerra dal «disordine rosso e di altri colori» e di reazione collettiva «a salvare la spontanea personalità storica dell’Italia e degl’Italiani, minacciata da tendenze e dogmi alienissimi alla nostra coscienza, alla nostra antica, ma sempre ben viva natura spirituale di popolo» – storicizzando il concetto di libertà – negava in pratica alla radice la possibilità per il fascismo di creare una propria organica classe dirigente. Anche ammettendo, infatti, che il fascismo riuscisse ad esprimere una politica piú aderente alle aspirazioni delle nuove generazioni, è evidente che nella logica del discorso di Pellizzi queste si sarebbero sempre poste di fronte al fascismo con uno «spirito di libertà» diverso da quello del fascismo mussoliniano. Per «viva» che fosse, infatti, la concezione che Mussolini poteva avere del fascismo, il nodo centrale del regime rimaneva pur sempre l’esigenza di «armonizzare» unità dello Stato e iniziativa dell’individuo e ciò escludeva a priori la possibilità per lo «spirito di libertà» di realizzarsi veramente. Da cui l’una: o le nuove generazioni non sarebbero state fasciste o il loro fascismo sarebbe stato tutt’altra cosa da quello che Mussolini tendeva a realizzare e in funzione del quale le nuove generazioni stesse venivano educate; sicché, alla fine, il problema della libertà rimaneva il vero problema del regime, il vero ostacolo per il fascismo a formare una propria organica classe dirigente.

243

La soluzione «revisionista» del «problema dei giovani», come si vede, o non era dunque una soluzione ovvero – se veniva portata alle sue estreme conclusioni logiche – conduceva prima o poi (intendendo per poi il «dopo Mussolini») fuori dal fascismo. È facile pertanto comprendere l’accanimento che gli «intransigenti» mettevano nel combatterla, sia sotto il profilo generazionale (per il timore cioè di molti anziani di essere sacrificati ai giovani)210 sia sotto quello ideologico-politico che qui piú ci interessa. Per essi il fascismo doveva essere monolitico e totalitario tanto quantitativamente quanto qualitativamente. Nulla, nessuno doveva sottrarsi alla sua disciplina e al suo inquadramento. I «ripensamenti della ragione», «residui intellettuali dell’ambiente storico contro cui il fascismo era insorto con la sua reazione spiritualistica», non dovevano inquinare il «moto fascista». Coloro, vecchi e soprattutto giovani, che, cedendo alla loro suggestione, «equivocavano» sulla parola «rivoluzione» e tendevano a far «slittare» l’«azione mussoliniana» «sul piano inclinato di un naturalismo e di un immanentismo assoluti che portano diritto ad un nazionalismo socialista o ad un bolscevismo internazionale» erano di fatto dei controrivoluzionari, dei disorganizzatori del fascismo, «in flagrante intelligenza coi nemici della sua rivoluzione». Da qui la necessità di agire contro di essi con la massima energia ed intransigenza:

244–245

L’equivoco che si tende, da qualche tempo, ad alimentare nel fascismo – scriveva, per esempio, «Il Secolo fascista»211 –, esige una pronta dispersione, giacché è assurdo supporre che in un moto storico come questo possano coesistere due idee dispare ed avverse, servite da uomini che parlano un linguaggio affatto opposto, come se il fascismo potesse essere ad un tempo antifascismo.

In questa situazione, ufficialmente Mussolini non sposò mai la posizione degli «intransigenti» e, a parole, amò anzi mostrarsi particolarmente aperto alle esigenze dei giovani; ostentò simpatia e protezione per gruppi e riviste giovanili «di punta» e piú di una volta se ne serví addirittura per avviare polemiche e sondaggi che gli stavano particolarmente a cuore e che gli servivano a «tastare il polso» o a preparare il terreno per qualche sua iniziativa. In effetti la sua posizione fu però di sostanziale sordità e chiusura verso ogni richiesta di liberalizzazione del regime o anche solo volta ad ottenere la possibilità per le nuove generazioni di esprimere liberamente il loro fascismo, il loro modo di sentirsi fascista e di concepire l’evoluzione, la «marcia» del fascismo. Se si tengono presenti il suo scetticismo sugli uomini in genere e gli italiani in particolare, il suo timore per tutto ciò che poteva denunciare crepe e imperfezioni nella struttura «monolitica» del regime e provocare scandalo, e la delusione provocata in lui anche dalla nuova generazione fascista, tutto autorizza a pensare che per il «duce» l’obiettivo da conseguire non doveva essere quello – per il momento, almeno, ancora irrealizzabile – di un consenso fatto di effettiva e consapevole partecipazione, ma solo quello – apparentemente piú facile a realizzare e a conservare – di un consenso di tipo irrazionale, religioso. Il consenso, per dirla con uno degli autori piú cari a Mussolini, Nietzsche, del «credente»: la fede. Quella fede che, per dirla con un altro autore caro al «duce», Le Bon, solo i grandi capi – quale Mussolini era convinto di essere – sapevano e dovevano creare negli uomini e che, una volta creata, determinava in tutta una generazione un dato modo di sentire e di agire212. Quella fede che, da un lato, era «una necessità della “debolezza”» e, da un altro, faceva del «credente» un uomo che «non si appartiene», che «non può essere altro che mezzo, deve essere adoperato, ha bisogno di qualcuno che lo adoperi», un uomo il cui istinto «professa il massimo omaggio a una morale di sacrificio»213.

Alla luce di quanto abbiamo detto, non può certo meravigliare che Mussolini finisse verso la metà degli anni trenta per convincersi della necessità di estendere sempre di piú il controllo del regime su tutte le manifestazioni della vita pubblica italiana e, in particolare, su quelle connesse alla partecipazione ad essa dei giovani, sino a farne una delle componenti essenziali della sua concezione dello «Stato totalitario». Nel gennaio ’30 – lo si è visto – aveva parlato di «principio totalitario dell’educazione giovanile». Negli anni successivi il significato di questa espressione si andò via via precisando sempre meglio, sia nei suoi contenuti «ideologici» (un passo importante in questo senso fu costituito dalla pubblicazione della Dottrina del fascismo) sia nella sua concreta realizzazione politica. Il regime doveva controllare, organizzare e «formare» tutta la gioventú; alla base della formazione dei giovani doveva essere una sola e ben precisa dottrina del fascismo, alla quale doveva intonarsi tutto il comportamento delle nuove generazioni in qualsiasi manifestazione della loro partecipazione alla vita collettiva del regime. Nelle intenzioni di Mussolini, infatti, tutta la vita del fascista, dai sei ai sessant’anni, doveva essere vissuta collettivamente e in funzione di quella, piú alta e piú essenziale, dello Stato. Tipico è quanto si legge a questo proposito nei Colloqui di Ludwig214:

245–246

noi tendiamo a questo, di fare dell’Italia non precisamente una imitazione dell’antica Prussia, bensí un popolo altrettanto fortemente disciplinato. Noi abbiamo un concetto non analitico ma sintetico della nazione. Chi marcia, non si diminuisce... ma si moltiplica attraverso tutti quelli che marciano con lui. Noi siamo, come in Russia, per il senso collettivo della vita, e questo noi vogliamo rinforzare, a costo della vita individuale. Con ciò noi non giungiamo al punto di trasformare gli uomini in cifre, ma li consideriamo soprattutto nella loro funzione nello Stato. Questo è un grande avvenimento nella psicologia dei popoli, poiché viene fatto da un popolo del Mediterraneo, che era tenuto come inadatto a ciò. Là, nella vita collettiva, sta il nuovo fascino. Era forse diversamente nell’antica Roma? Al tempo della Repubblica il cittadino non aveva che la vita di Stato, e con gli imperatori, sotto i quali questo mutò, venne appunto la decadenza. Sí, questo è quello che il fascismo vuol fare della massa: organizzare una vita collettiva, una vita in comune, lavorare e combattere in una gerarchia senza gregge. Noi vogliamo l’umanità e la bellezza della vita in comune... L’uomo già a sei anni viene tolto in certo senso alla famiglia, e viene restituito dallo Stato a sessant’anni. L’uomo non vi perde nulla, lo creda pure: viene moltiplicato.

Grazie a questa vita collettiva e a questa assoluta integrazione nello Stato di tutti gli italiani, il regime avrebbe potuto realizzare quella unità di intenti, quella disciplina, quella fede comune che sole gli avrebbero permesso di fare degli italiani e soprattutto dei giovani dei «credenti» e, quindi, di conseguire la sua piena realizzazione e di proiettarsi nel futuro. Solo creandosi attorno un’atmosfera religiosa, un’«altissima tensione ideale», il fascismo avrebbe potuto realizzarsi veramente. Assai significative sono a questo proposito le parole con le quali il 14 novembre ’33 Mussolini concluse il suo discorso al Consiglio nazionale delle Corporazioni215:

246–248

per fare il corporativismo pieno, completo, integrale, rivoluzionario, occorrono tre condizioni.

Un partito unico, per cui accanto alla disciplina economica entri in azione anche la disciplina politica, e ci sia al di sopra dei contrastanti interessi un vincolo che tutti unisce, in fede comune.

Non basta. Occorre, dopo il partito unico, lo Stato totalitario, cioè lo Stato che assorba in sé, per trasformarla e potenziarla, tutta l’energia, tutti gli interessi, tutta la speranza di un popolo.

Non basta ancora. Terza ed ultima e piú importante condizione: occorre vivere un periodo di altissima tensione ideale.

È in questa prospettiva della progressiva presa di coscienza da parte di Mussolini del fallimento dei suoi sforzi per creare una nuova classe dirigente veramente fascista e del tentativo di ovviare ad esso inquadrando tutto il paese nello «Stato totalitario» e attivizzandolo tutto (specialmente i giovani) sul piano di un consenso di massa irrazionale e «religioso» al regime e al suo «duce» che, a nostro avviso, bisogna vedere, nei suoi termini generali, l’avviarsi del fascismo nella prima metà degli anni trenta sulla via dello staracismo e, in particolare, tutta una serie di iniziative e di avvenimenti politici e burocratico-organizzativi che, altrimenti, riesce difficile connettere logicamente tra di loro.

Tipica è in questo senso la crisi che nel ’31 contrappose il fascismo alla Chiesa per la questione dell’Azione cattolica. All’origine di questa crisi furono indubbiamente molti motivi; alcuni che affondavano le radici nel tempo e che la Conciliazione non aveva eliminato del tutto; altri che si riconnettevano al contrasto che era insorto subito dopo la firma degli accordi lateranensi e che la sua composizione aveva lasciato sostanzialmente insoluti; altri che trovavano la loro origine in avvenimenti piú recenti ancora e, in particolare, nella piega che negli ultimi due anni avevano preso i rapporti tra il fascismo e la Chiesa. Tra i motivi che piú influirono su Mussolini notevole rilevanza ebbe certamente la delusione suscitata in lui dalla constatazione che questi rapporti erano sí migliorati, ma non quanto egli si era atteso. Avendo concepito tutta l’operazione Conciliazione in termini esclusivamente politici e nella convinzione di poter legare con essa a sé la Chiesa e farne un cardine del suo potere, il «duce» mal sopportava di dover constatare quanto la Santa Sede fosse invece tutt’altro che disposta a condividere e sostenere incondizionatamente la sua politica, sia in Italia sia soprattutto all’estero. La documentazione diplomatica relativa ai rapporti con la Santa Sede nel ’30-31216 è eloquente. Da essa risulta chiaramente che da parte italiana notevole delusione e irritazione suscitò la constatazione che, nonostante la Conciliazione, un certo numero di ecclesiastici e persino qualche vescovo217 continuavano a tenere verso il fascismo un atteggiamento «poco amichevole», di «incomprensione» e addirittura ostile e, soprattutto – che la Santa Sede – mentre da un lato avanzava continue richieste al governo italiano sul piano interno218 – rifiutava sistematicamente di assumere sul piano internazionale un atteggiamento in linea con quello fascista, al punto da dare l’impressione di voler prendere le distanze da esso. Non è certo privo di significato che, quando la crisi si fece rovente, da parte italiana a piú riprese si rinfacciarono alla Santa Sede episodi particolari come la mancata deplorazione dell’atteggiamento assunto l’anno prima dal vescovo di Zagabria e da numerosi ecclesiastici jugoslavi in occasione dei provvedimenti repressivi e dei processi contro gli irredentisti slavi della Venezia Giulia219 e – piú in generale – il fatto che «la Santa Sede in tutti i paesi retti a regime socialdemocratico sostiene i governi e combatte quindi le correnti politiche vicine, piú o meno, al fascismo»220 e in particolare sembrava mettere maggior energia nel protestare con il governo italiano che con quello spagnolo, sebbene le violenze subite da quei cattolici fossero di gran lunga assai piú gravi di quelle subite da alcune organizzazioni cattoliche italiane221.

248–250

Tutti questi motivi ebbero però nel determinare la crisi solo una importanza secondaria, collaterale. La causa primaria della crisi va ricercata nel contrasto determinato dalla volontà di Mussolini e del fascismo di non permettere assolutamente che al regime fosse sottratta la formazione morale e politica di una parte delle nuove generazioni e, quindi, in prospettiva, l’influenza sulla futura classe dirigente.

Come abbiamo già visto nel precedente volume222 uno dei problemi che piú aveva reso complicate le trattative per la Conciliazione e che era riaffiorato anche nelle polemiche immediatamente successive all’11 febbraio ’29 era stato quello delle organizzazioni giovanili cattoliche. Allora Mussolini era riuscito a eliminare all’ONB la concorrenza degli Esploratori cattolici223, ma aveva dovuto piegarsi ad accettare e a riconoscere esplicitamente l’esistenza dell’Azione cattolica e, ciò che per lui era piú grave, della Gioventú cattolica italiana. Grazie a questo esplicito riconoscimento le organizzazioni cattoliche e soprattutto quelle giovanili avevano avuto dopo la Conciliazione un notevole rilancio, favorito dalla grande cura che la Chiesa e Pio XI in particolare avevano loro dedicato, poiché vedevano in esse lo strumento piú efficace per contrastare i propositi mussoliniani di fascistizzare tutta la società italiana e di confinare il cattolicesimo nel campo sempre piú ristretto della mera educazione religiosa e del culto e, sui tempi lunghi, per formare una propria classe dirigente che potesse a suo tempo raccogliere a livello politico-sociale la successione del fascismo. Alla vigilia dello scoppio della crisi, da parte fascista si calcolava che l’insieme delle organizzazioni cattoliche contasse circa un milione di aderenti e toccasse con la propria stampa quotidiana circa cento mila lettori, mentre la stampa parrocchiale costituiva spesso l’unica lettura di buona parte degli altri. Quanto alla Gioventú cattolica, i dati ufficiali resi pubblici alla fine del ’30224 documentano un costante incremento degli iscritti e una notevole vitalità, che si estrinsecava anche attraverso una serie di iniziative culturali, ricreative e sportive. Ciò aveva però provocato in campo fascista e nelle stesse autorità governative malumori, sospetti e preoccupazioni, subito tradottisi in una occhiuta vigilanza e in una serie di iniziative, talvolta apertamente repressive (sequestri di singoli numeri di giornali e bollettini, intimidazioni contro dirigenti locali cattolici o contro giovani iscritti alle organizzazioni cattoliche, ecc.), che sin dalla fine del ’29 avevano provocato a loro volta malumori tra i cattolici e anche proteste ufficiali di vescovi (per esempio nel gennaio ’30 da parte del cardinale Schuster, arcivescovo di Milano) e della stessa Segreteria di Stato e persino un pubblico accenno del papa (il 24 dicembre ’29 in occasione della presentazione degli auguri natalizi da parte del Sacro Collegio)225. In questa prima fase, pur non dissimulando Mussolini il suo malcontento (soprattutto per lo sconfinamento delle organizzazioni giovanili cattoliche nel campo sportivo226), la situazione non si era però troppo inasprita e Augusto Turati, nel corso di una udienza concessagli il 6 febbraio ’30, l’aveva potuta esaminare personalmente con Pio XI in termini abbastanza pacati e distesi: ognuno dei due era rimasto sulle proprie posizioni, nulla però aveva lasciato presagire la crisi che sarebbe scoppiata da lí ad un anno227.

250–251

Alla crisi si arrivò in seguito a tre fatti, due di ordine interno e uno di ordine internazionale, che acquistarono consistenza o si produssero nel corso del 1930 e dei primi mesi del 1931. Il primo e piú importante di essi fu l’affiorare sempre piú chiaramente in seno all’Azione cattolica e alle organizzazioni da essa dipendenti di una tendenza che – un po’ per reazione all’atteggiamento fascista, un po’ sull’onda dei successi conseguiti e sotto la spinta della necessità di non frenare e disperdere con un atteggiamento debole e con una attività ridotta le energie e l’entusiasmo dei giovani che avevano aderito e che ancora potevano essere attratti nelle file delle associazioni cattoliche, un po’ per l’influenza di molti elementi ex popolari presenti negli organismi direttivi, centrali e periferici, di queste associazioni, un po’ per la suggestione esercitata dall’intransigente posizione di Pio XI e di alcuni cardinali ed ecclesiastici a lui vicini in materia di educazione della gioventú e di rivendicazione dei valori cristiani in contrapposizione con quelli sostenuti dal fascismo – mirava, da un lato, ad estendere sempre piú l’area di intervento dei cattolici in quanto tali nella vita civile e sociale italiana, da un altro lato, a dare a questo intervento caratterizzazioni sempre piú intransigenti e non di rado, consapevolmente o no, addirittura antifasciste o, almeno, notevolmente critiche verso il fascismo e, da un altro lato ancora, ad aggirare, per cosí dire, il divieto stabilito dal Concordato per esse di far politica, distinguendo tra politica attiva, di partito e politica in senso assoluto e filosofico: se – come ebbe ad affermare mons. G. Pizzardo, assistente generale dell’Azione cattolica e autorevole membro della Segreteria di Stato, in una relazione tenuta nel ’30 alla Settimana di studio degli assistenti ecclesiastici diocesani – la politica, in assoluto, era l’arte di realizzare il bene comune, poiché questo non poteva essere realizzato che con leggi e istituti conformi ai principî cristiani e in questo senso si confondeva con l’etica e col precetto cristiano della carità, allora era chiaro che l’Azione cattolica doveva fare politica. In questa prospettiva complessiva si collocavano iniziative e prese di posizione che il regime non poteva certo tollerare e che persino in alcuni ambienti ecclesiastici non mancarono di suscitare preoccupazioni o dichiarazioni che erano al tempo stesso moniti, consigli alla prudenza e precisazioni volte a rassicurare il governo e a prendere le distanze dalle posizioni piú scoperte e di punta. Tra le prime si debbono ricordare almeno la istituzione da parte dell’Azione cattolica di sezioni e raggruppamenti professionali e il progressivo affermarsi nella Gioventú cattolica e soprattutto nella organizzazione universitaria della tendenza a considerare di fatto incompatibile la doppia iscrizione alla FUCI e ai GUF228. Tra le seconde si debbono ricordare, per la loro sintomaticità, quella del fondo Passo di corsa dell’«Avvenire d’Italia» del 3 agosto 1930, esortante l’Azione cattolica a sentire la febbre «di invadere, di esplorare, di imporsi», e quella che nel giugno – nel corso di un Convegno dei Consigli superiori delle organizzazioni di Azione cattolica tenuto a Roma – aveva sostenuto, discutendo proprio delle neocostituite sezioni professionali, la necessità di «esercitare una influenza, affinché l’orientamento della vita sociale della nazione sia corrispondente alla dottrina cattolica»; un’affermazione, quest’ultima, che nel particolare clima del momento, caratterizzato da tutta una serie di iniziative cattoliche volte a celebrare in termini entusiastici il quarantesimo anniversario della Rerum novarum229, aveva un evidente significato di critica al corporativismo fascista, e che, probabilmente, giustifica la valutazione che ne diede in un lungo rapporto confidenziale sulla situazione in seno all’Azione cattolica un autorevole informatore della polizia: una manifestazione di «malrepresso antifascismo», che rivelava il progetto di svuotare, a poco a poco, le strutture del regime «per cui si avrebbe con il crollo immancabile di questo il regime desiderato»230.

251–253

Il secondo fatto, in sé molto meno importante, ma che acquistava importanza e significato se connesso al primo, che condusse alla crisi fu l’apparizione nel ’30 – già ne abbiamo parlato – sulla scena italiana dell’Alleanza Nazionale con la sua propaganda antifascista in chiave monarchico-cattolica e la scoperta dei legami che vi erano tra i suoi promotori e padre Rosa (che, non a caso, nelle giornate piú calde della crisi sarebbe stato piú volte minacciato di morte tanto che, prudentemente, sarebbe stato inviato a compiere un viaggio in Spagna). Di fronte a un fatto del genere, che induceva persino l’«Avanti!» a parlare dell’esistenza tra le forze antifasciste di un «gruppo conservatore cattolico»231, è evidente che Mussolini non potesse non porsi il problema di intervenire alla radice del male prima che questo si diffondesse ulteriormente e potesse far leva sulla grave situazione di disagio e di crisi economica che travagliava il paese e soprattutto le campagne, dove, per di piú, l’influenza della Chiesa era maggiore232. E ciò tanto piú – e con questo arriviamo al terzo fatto che fu all’origine della crisi del ’31 – che ormai il «duce» si stava convincendo, di fronte agli sviluppi della situazione interna spagnola e all’atteggiamento che il clero e i cattolici di quel paese assumevano rispetto ad essi, di aver sbagliato i suoi calcoli sulla Chiesa. La Conciliazione era stata e rimaneva per lui un grosso fatto politico largamente positivo; a due anni da essa era però chiaro ormai che la Chiesa non era affatto disposta a confondersi con il regime e ad appoggiarlo incondizionatamente: era pronta a farlo solo fino a quando lo avesse ritenuto utile a se stessa, senza però rinunciare per questo a svolgere in prima persona il proprio ruolo e cercando di allargare progressivamente la sua influenza sulla vita civile e sociale dell’Italia attraverso una sempre piú vasta e agguerrita presenza cattolica nel paese, sempre pronta a favorire l’affermarsi di questa presenza anche a livello politico, col fascismo e, meglio, al posto del fascismo. D’altra parte gli avvenimenti spagnoli dimostravano a loro volta (e Mussolini se ne andava convincendo sempre piú di giorno in giorno e ne avrebbe avuto la prova nell’aprile ’31, quando si arrivò alla proclamazione della repubblica) almeno due cose: che l’educazione cattolica e l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche non riuscivano piú a determinare il comportamento politico di un paese cattolico e che non pochi cattolici, anche organizzati, e persino alcune frange del clero si muovevano politicamente in maniera autonoma da quella che era la posizione della Chiesa, davano al loro impegno valori di tipo democratico e, cosí facendo, influivano anche sull’atteggiamento del clero. Gli Aforismi da lui scritti dopo la partenza dalla Spagna di Alfonso XIII sono estremamente significativi, cosí come è significativo che nelle settimane della crisi piú volte la stampa fascista si soffermasse sulla situazione spagnola per sottolineare come i cattolici spagnoli non avessero tentato «una qualsiasi resistenza» e l’Azione cattolica in Spagna non avesse «mosso un dito, quando piú necessaria ed urgente sarebbe stata un’opera energica fino al sacrificio e fino all’eroismo da parte dei militi volontari dell’Azione Cattolica»233.

253–254

Stando cosí le cose, è evidente che per il «duce» i motivi per rivedere la sua politica verso la Chiesa diventavano ancora piú numerosi e pressanti. A parte il malcontento che serpeggiava nelle file fasciste, dove sempre piú numerosi erano coloro che cominciavano a pensare che Mussolini avesse fatto troppe concessioni ai «preti», pregiudicando cosí l’ulteriore sviluppo della rivoluzione fascista, il fascismo non poteva permettere né la costituzione di una sorta di opposizione cattolica occulta e strisciante (non a caso nel pieno della crisi persino da parte governativa si parlerà in documenti ufficiali di carattere «piú che massonico» di alcune riunioni di dirigenti dell’Azione cattolica234), ben piú pericolosa di quella antifascista vera e propria, né che, attraverso le varie organizzazioni cattoliche (per di piú largamente in mano ad ex popolari), una parte non trascurabile della gioventú fosse educata a principî diversi e spesso in contrasto con quelli fascisti, a dei principî che – anche a prescindere dalle operazioni politiche che i cattolici antifascisti potevano imbastire su di essi – erano per il «duce» i piú contrari all’affermazione di quella «virtus» che egli voleva infondere nelle nuove generazioni. Non aveva proprio Nietzsche scritto che il «vizio piú nocivo» era il cristianesimo, dal momento che aveva dato vita a un tipo d’uomo domestico e infermiccio e aveva «fatto un ideale della opposizione agli istinti di conservazione della vita sana»235?

254–256

Le prime battute della crisi furono giornalistiche ed ebbero per protagonista la stampa fascista corporativa e sindacale. Dopo un primo monito di «Critica fascista»236 in cui, prendendo lo spunto dal gran parlare che i cattolici facevano della Rerum novarum, si contestava il diritto della Chiesa ad intervenire nella vita sociale, passò all’attacco «Il lavoro fascista» con un duro articolo del suo direttore, Gherardo Casini, contro le sezioni professionali, accusate di «invadere il campo dell’ordinamento sindacale e corporativo del fascismo»237. A questo articolo ne seguirono nei giorni successivi altri sempre piú duri contro l’Azione cattolica, accusata esplicitamente di tentare di «formare i quadri che possano domani sostituire i quadri dirigenti del fascismo» e di servirsi a questo scopo di «uomini che un passato ormai troppo inglorioso dovrebbe aver tolto di mezzo»238. A conferma di queste accuse il 31 marzo «Il lavoro fascista» pubblicava una circolare della federazione romana della Gioventú cattolica nella quale si invitavano i circoli dipendenti a costituire dei segretariati operai. E intanto al quotidiano dei sindacati si univano negli attacchi anche «La tribuna» (che ben presto avrebbe accusato l’Azione cattolica di essere inquinata dal popolarismo e di incomprensione, se non addirittura di ostilità, verso il regime239) e il settimanale giovanile «Gioventú fascista» (che avviò una serrata polemica sui principî dell’educazione dei giovani, durante la quale sarebbe arrivato ad affermare che da parte cattolica si tendeva «alla costituzione di un vero e proprio partito politico incanalando – o tentando d’incanalare – una parte della gioventú italiana dietro i vecchi programmi e i marciti rottami del mondo sturziano»240). In un primo momento da parte cattolica si cercò di non replicare a questi attacchi. Persino la proibizione di due convegni universitari cattolici decisa dal governo sulle prime non suscitò proteste. Solo il 10 aprile «L’osservatore romano» rendeva noto che due giorni prima la giunta centrale dell’Azione cattolica aveva reputato la circolare pubblicata da «Il lavoro fascista» «non corrispondente alle direttive impartite dagli organi responsabili dell’Azione cattolica». E il giorno dopo pubblicava la notizia delle dimissioni dello sconfessato presidente della federazione romana. Continuando e moltiplicandosi gli attacchi, non scendere in polemica non era però possibile; tanto piú che ormai la Santa Sede non poteva piú nutrire dubbi sulla volontà di Mussolini di portare avanti la campagna di stampa241 e di determinare con essa un clima di ostilità verso le organizzazioni cattoliche in maniera da indurla ad accettare tutta una serie di condizioni ritenute da lui necessarie per mettere su nuove basi i rapporti tra il regime e la Chiesa. In un incontro con il nunzio, mons. Borgongini Duca, l’ambasciatore presso la Santa Sede, il quadrumviro De Vecchi, l’8 aprile aveva infatti informato il rappresentante vaticano delle richieste di Mussolini; le piú importanti concernevano la stampa cattolica (che Mussolini chiedeva fosse «moderata»), l’Azione cattolica (che la Chiesa avrebbe dovuto curare che «non divenga, come sta diventando, un partito politico, ma resti nei termini del Concordato e abbandoni qualsiasi provocazione sindacalista») e i «caporioni» popolari (che dovevano essere allontanati da Roma, incominciando da De Gasperi)242. Avendo la Santa Sede respinto queste richieste243, la polemica si fece violentissima244, coinvolgendo direttamente lo stesso pontefice che scese personalmente in campo piú volte245. Il primo intervento di Pio XI avvenne il 19 aprile, in occasione di una udienza concessa ai rappresentanti delle organizzazioni cattoliche romane e fu tutta una difesa della «legittimità», della «necessarietà» e della «insurrogabilità» dell’Azione cattolica e una riaffermazione del suo diritto ad intervenire non solo nelle «questioni di moralità individuale e domestica», ma anche in quelle di «moralità sociale»246. Il secondo e piú importante intervento fu costituito da una lettera inviata il 26 aprile al card. Schuster e resa nota dall’«Osservatore romano». Una settimana prima, parlando a Milano, il segretario del PNF, G. Giuriati, premesso che il fascismo voleva «educare i giovani nella religione dei padri», aveva polemizzato con quei cattolici che volevano arrogarsi il compito di salvare ciò che era già stato salvato dal fascismo e che si appellavano a questo scopo al Concordato; a costoro, aveva detto, bisognava ricordare che «il Concordato è stato dalla Santa Sede stipulato col Regime totalitario fascista e con lo Stato corporativo fascista»247. La lettera di Pio XI248 rispondeva a queste affermazioni. Per l’educazione dei giovani il papa accusò praticamente il fascismo di corrompere la gioventú esponendola «ad ispirazioni d’odio e di irriverenza, rendendo difficile e quasi impossibile la pratica dei doveri religiosi con la contemporaneità di tutt’altri esercizi, permettendo pubblici concorsi di atletismo femminile, dei quali anche il paganesimo mostrò di sentire le sconvenienze ed i pericoli». E quanto all’Azione cattolica nel suo complesso ribadí la tesi che essa dovesse «portarsi anche sul terreno operaio, lavorativo, sociale» in maniera da salvaguardare ovunque il bene delle anime.

256–257

La reazione fascista a queste prese di posizione del pontefice fu in genere oltremodo violenta. In alcune località del nord (a Torino, in Romagna e soprattutto a Parma) vi fu anche qualche manifestazione, assai probabilmente spontanea: nel fascismo troppi erano gli anticlericali e troppo vasta eco aveva avuto, specialmente tra i giovani, la campagna giornalistica dei giorni precedenti perché le parole del papa non suscitassero reazioni249. Su due delle repliche merita soffermarci un momento: l’anonimo articolo Soprannaturale e naturale del «Tevere» del 29 aprile e il fondo di Arnaldo Mussolini Il divino e il profano sul «Popolo d’Italia» del 2 maggio. Apparentemente di tono diverso, duro il primo, pacato il secondo, ma entrambi attenti piú a quanto, nelle parole del papa, vi era di conciliante che di intransigente, questi due articoli rispecchiano infatti bene quella che era la posizione del «duce» (al quale crediamo che il primo si debba attribuire o, almeno, considerare da lui direttamente ispirato). Per «Il Tevere» «il punto focale» della lettera del papa erano il riconoscimento del principio che lo Stato agiva nell’ordine naturale e civile e l’Azione cattolica sul terreno spirituale e soprannaturale e l’affermazione che, se deviazioni vi erano state, erano state disapprovate e corrette. Un accordo era dunque possibile. Bastava che fosse chiaro che «lo Stato rivendica a sé, alla propria totalitarietà tutto ciò che è nell’ordine naturale e civile; cioè anche il controllo di quanto l’Azione Cattolica compie nell’ordine naturale e civile per perseguire i suoi fini d’ordine spirituale e soprannaturale»; stabilito questo, «piú che una questione d’Azione Cattolica, noi pensiamo che ci sia una questione di uomini d’Azione Cattolica»; «di uomini non di principî». Una posizione, a parte il tono, non molto diversa da quella del fratello del «duce», per il quale ciò che contava era che si stabilissero bene le rispettive sfere di influenza. Che Mussolini non volesse far degenerare il contrasto in aperto conflitto è logico e naturale. Un conflitto aperto non poteva giovare al regime sotto nessun profilo250 e lo avrebbe danneggiato anche all’estero, senza dire del pericolo che la situazione gli potesse sfuggire di mano o, almeno, potesse ridare fiato ed iniziativa alla parte intransigente del partito. Sintomatico è a questo proposito il telegramma che il 28 maggio avrebbe inviato a tutti i prefetti251:

257–258

Nell’attesa che situazione tra Regime ed Azione Cattolica sia chiarita, non devono accadere incidenti specie di natura tale da colpire sentimento religioso popolazioni. Avvertire gerarchie partito in tutti i gradi.

Messe le carte in tavola, per lui era ormai venuto il momento delle trattative dirette per concludere un accordo che si fondasse sulle richieste che l’8 aprile erano state trasmesse alla Santa Sede. Non a caso, appena «L’osservatore romano» il 6 maggio, commentando il fondo di Arnaldo Mussolini, scrisse di essere d’accordo di lasciare parlare ed agire, cioè trattare, «le supreme autorità in quel modo ch’Esse crederanno opportuno», la polemica giornalistica per una decina di giorni si placò. A livello diplomatico in questa decina di giorni non avvenne però nulla. Il 16 maggio «Il lavoro fascista» mostrò allora di voler riavviare la polemica. Questa in realtà scoppiò però nuovamente furiosa solo col 21 e ad opera soprattutto dell’«Osservatore romano», che replicò al quotidiano dei sindacati e soprattutto pubblicò una strana cronaca della speciale udienza concessa dal papa ai dirigenti della Fuci. Contemporaneamente «La tribuna» iniziava la pubblicazione, continuata ed esasperata nei giorni successivi dal «Lavoro fascista», di una serie di rivelazioni (sulla autenticità delle quali si accese una furiosa polemica con l’organo vaticano) su quattro riunioni dei maggiori dirigenti dell’Azione cattolica che si erano tenute a Roma tra il 12 e il 17 maggio e che, secondo i due giornali fascisti, dimostravano inconfutabilmente l’antifascismo e le mene sovversive dell’Azione cattolica252. Contemporaneamente, in varie località d’Italia e nella stessa Roma si verificavano numerosi casi di violenza contro sedi e giovani cattolici, spesso al grido di «Abbasso i preti, la Fuci, i popolari» e di «Abbasso il papa»253. Il 29 maggio, infine, dopo che «Il popolo di Roma» aveva parlato di «aperte divergenze» sorte in Vaticano per «l’atteggiamento antifascista dell’Azione Cattolica», la sera alle venti e trenta Mussolini comunicava telegraficamente a tutti i prefetti la decisione di sciogliere e vietare le «associazioni giovanili di qualsiasi natura e grado di età che non facciano direttamente capo alle organizzazioni del PNF o all’ONB» e ordinava loro di procedere immediatamente alla chiusura dei relativi locali, al sequestro del materiale in essi contenuto e alla diffida dei loro dirigenti254.

259–260

L’ordine venne eseguito tra il 30 e il 31 senza che si verificassero gravi incidenti. Data la gravità del provvedimento, le reazioni furono modeste: molti vescovi, ai quali la Santa Sede aveva prontamente dato disposizioni perché assumessero «la tutela e la direzione» dell’Azione cattolica, protestarono255 e il papa si uní ad essi, cogliendo l’occasione di due pubbliche cerimonie in Vaticano256 per affermare che si stava facendo «scempio» «di quello che forma la predilezione notissima del Cuore Nostro e del Cuore di quel Dio del quale teniamo le veci»257. Violenze ed intimidazioni maggiori si ebbero piuttosto subito dopo la riunione del Direttorio del PNF tenuta a Roma, sotto la presidenza di Mussolini, il 3 giugno, nella quale era stato approvato un ordine del giorno che, riaffermato il rispetto per la religione cattolica, dichiarava la volontà del fascismo di «non tollerare che sotto qualsiasi bandiera, vecchia o nuova, trovi rifugio e protezione l’antifascismo residuato e sin qui risparmiato»258.

Per completare il quadro delle nostre conoscenze su questi avvenimenti è necessario sapere altresí che, dopo i primi gravi casi di violenza e in particolare dopo quelli avvenuti a Roma, il 29 maggio il nunzio aveva trasmesso al governo italiano una dura protesta che si concludeva con la richiesta di una «risposta scritta che valga a rassicurare la Santa Sede dentro il termine di 24 ore dalla consegna della presente nota». Contemporaneamente, all’ambasciatore De Vecchi veniva fatto sapere, «d’ordine del Santo Padre», che era «pregato» di astenersi dal visitare il cardinale segretario di Stato. Dura la protesta, altrettanto dura era stata la replica: il giorno dopo Grandi aveva infatti comunicato al nunzio che la nota era irricevibile «a causa della inammissibile e offensiva intimazione in essa contenuta»: «il governo italiano non può accettare termini perentori da chicchessia». A parte l’aspetto formale, di prestigio, Mussolini era però pronto a trattare e a trovare un accordo, sostanzialmente senza pretendere dalla Santa Sede cose che essa non avrebbe potuto concedere. Lo dimostra un suo appunto in data 1º giugno che avrebbe dovuto servire a Grandi per avviare le trattative:

260
  • a) il regime fascista vuol vivere in pace – se possibile – con tutti gli Stati, ivi compreso lo Stato della Città del Vaticano.
  • b) del complesso dei Trattati lateranensi, due non hanno dato luogo a inconvenienti all’atto della loro applicazione – il Trattato vero e proprio e la convenzione monetaria.
  • c) del Concordato – articoli importantissimi come il matrimonio e l’insegnamento (oltre a tutto il resto) sono stati applicati senza incidenti.
  • d) un solo articolo – il 43 – del Concordato ha dato e darà luogo a controversie: è su questo articolo, quindi, che bisogna chiarire le idee e le posizioni pratiche.
  • e) la decisione del Papa, di mettere l’A. C. alla diretta dipendenza dei Vescovi, può offrire l’occasione per conversazioni, il cui fine dovrebbe essere una Convenzione o accordo supplettivo circa l’interpretazione dell’articolo 43.
  • f) nell’attesa sarebbero sospese le polemiche giornalistiche e occorrerebbe che il Pontefice non le rianimasse con discorsi a suoi visitatori.
  • g) le misure di scioglimento delle organizzazioni giovanili cattoliche, adottate dal Governo, si imponevano anche per evitare fatti piú gravi: nel loro complesso gli incidenti non hanno avuto grande ampiezza né come danni alle persone né come danni alle cose; ma sono stati tuttavia fortemente significativi come rivelatori di uno stato d’animo profondo e diffuso, contrario ad ogni organizzazione od immissione del clero nella vita politica e sociale della Nazione.

A ben vedere, piú intransigente si dimostrò la Santa Sede. In giugno essa si imbarcò infatti in una puntigliosa polemica diplomatica che – anche tenendo ben presente quella che doveva essere l’irritazione del pontefice e la necessità di non partire svantaggiata nelle future trattative – non era certo la via piú adatta per raggiungere un accordo di compromesso. Riavviati i contatti, si disse disposta ad iniziare conversazioni per precisare meglio l’articolo 43 del Concordato, quello riguardante appunto l’Azione cattolica; in pratica lasciò però comprendere di attendere prima non già piú di essere rassicurata, ma una esplicita deplorazione degli ultimi avvenimenti: conoscendo Mussolini, era una richiesta veramente un po’ eccessiva; e subito dopo, il 28 giugno, ritenne a sua volta irricevibile l’ultima nota italiana perché in essa figuravano «l’epiteto di piú che massonico dato alle riunioni dell’Azione cattolica e l’affermazione che suona anche ironia: avere il R. Governo reso un servizio alla Chiesa sciogliendo tali organizzazioni dell’Azione Cattolica»259.

261–262

Lo stesso giorno Borgongini Duca scriveva poi a De Vecchi che nelle ultime dichiarazioni pubbliche governative «il Santo Padre non ha potuto non vedere... quasi una preparazione di premesse e di formazione delle opinioni pubbliche in vista di eventuali trattative e pensa di fare qualche cosa anche Egli nello stesso senso. Ha voluto però prevenire, perché non riesca una sorpresa».

Era l’annuncio della imminente pubblicazione (avvenuta il 5 luglio, in data però del 29 giugno) dell’enciclica Non abbiamo bisogno260. Divisa in due parti, l’enciclica261 nella prima era volta a confutare gli argomenti addotti dal fascismo contro l’Azione cattolica e per giustificare lo scioglimento delle organizzazioni giovanili; nella seconda il discorso riguardava soprattutto il problema «essenziale» dell’educazione della gioventú. La Chiesa non poteva infatti che respingere

il proposito – già in tanta parte eseguito – di monopolizzare interamente la gioventú, dalla primissima fanciullezza fino all’età adulta, a tutto esclusivo vantaggio di un partito, di un regime, sulla base di una ideologia, che dichiaratamente si risolve in una vera e propria statolatria pagana, non meno in pieno contrasto coi diritti naturali della famiglia, che coi diritti soprannaturali della Chiesa. Proporsi a promuovere un tale monopolio, perseguitare in tale intento, come si veniva facendo da qualche tempo, piú o meno palesemente o copertamente, l’Azione Cattolica, colpire a tale scopo, come ultimamente si è fatto, sue associazioni giovanili, equivale ad un vero e proprio impedire che la gioventú vada a Gesú Cristo, dacché è impedire che vada alla Chiesa, perché dov’è la Chiesa ivi è Gesú Cristo e si arrivò a strapparla con gesto violento dal seno dell’una e dell’altro... Voi sapete, Venerabili Fratelli, vescovi d’Italia, per vostra esperienza pastorale, che gravissimo ed esiziale errore sia credere e far credere che l’opera della Chiesa svolta nell’Azione cattolica e mediante l’Azione cattolica sia surrogata e resa superflua dall’istruzione religiosa nelle scuole e dalla ecclesiastica assistenza alle associazioni giovanili del partito e del regime. L’una e l’altra sono certissimamente necessarie; senza di esse la scuola e le dette associazioni diventerebbero inevitabilmente e ben presto, per fatale necessità logica e psicologica, cose pagane; necessarie adunque, ma non sufficienti; infatti con quella istruzione religiosa e con quell’assistenza ecclesiastica la Chiesa di Gesú Cristo non può esplicare che un minimum della sua efficienza spirituale e soprannaturale, e questo in un terreno e in ambiente non da essa dipendenti, preoccupati da molte altre materie d’insegnamento e da tutt’altri esercizi, soggetti ad immediate autorità spesso poco o punto favorevoli e non rare volte esercitanti contrarie influenze con la parola e con l’esempio della vita... Una concezione dello Stato, che gli fa appartenere le nuove generazioni, interamente senza eccezione dalla prima età all’età adulta, non è conciliabile per un cattolico col diritto naturale della famiglia. Non è per un cattolico conciliabile con la cattolica dottrina, pretendere che la Chiesa, il Papa devono limitarsi alle pratiche esterne di religione (messa e sacramenti) e che il resto dell’educazione appartiene totalmente allo Stato... Diciamo che non si è cattolici, se non per il battesimo e per il nome, in contraddizione con le esigenze del nome e con gli stessi impegni battesimali, adottando e svolgendo un programma, che fa sue dottrine e massime tanto contrarie ai diritti della Chiesa di Gesú Cristo e delle anime, che misconosce, combatte e perseguita l’Azione Cattolica, che è dire quanto la Chiesa e il suo Capo hanno notoriamente di piú caro e prezioso.

262

A questa parte centrale del discorso del pontefice seguiva una condanna della formula del giuramento fascista, in quanto essa imponeva di eseguire ordini che potevano essere anche «la manomissione dei diritti della Chiesa e delle anime» e di servire «una rivoluzione che strappa alla Chiesa e a Gesú Cristo la gioventú e che educa le sue giovani forze all’odio, alla violenza, alla irriverenza, non esclusa la persona stessa del Papa»:

Conoscendo le difficoltà molteplici dell’ora presente e sapendo come tessera e giuramento sono per moltissimi condizione per la carriera, per il pane e per la vita, abbiamo cercato mezzo che ridoni tranquillità alle coscienze riducendo al minimo possibile le difficoltà esteriori. E Ci sembra potrebbe essere tal mezzo per i già tesserati fare essi davanti a Dio ed alla propria coscienza la riserva: «salve le leggi di Dio e della Chiesa» oppure «salvi i doveri del buon cristiano», con fermo proposito di dichiarare anche esternamente una tale riserva, quando ne venisse il bisogno. Là poi donde partono le disposizioni e gli ordini vorremmo arrivasse la Nostra preghiera, la preghiera di un Padre che vuole provvedere alle coscienze di tanti suoi figli in Gesú Cristo; che cioè la medesima riserva sia introdotta nella forma del giuramento, quando non si voglia far meglio, molto meglio, e cioè omettere il giuramento, che è per sé un atto di religione, e non è certamente al posto che piú conviene in una tessera di partito.

L’enciclica, infine, si concludeva con questa precisazione:

... con tutto quello che siamo venuti finora dicendo, Noi non abbiamo voluto condannare il partito ed il regime come tali. Abbiamo inteso segnalare e condannare quanto, nel programma e nell’azione di essi, abbiamo veduto e constatato contrario alla dottrina ed alla pratica cattolica e quindi inconciliabile col nome e con la professione di cattolici.

263–264

Quest’ultimo passo dell’enciclica – una mano tesa, come ha scritto lo Jemolo262, al regime – e il fatto, di cui si è detto, che il 28 giugno Pio XI avesse fatto sapere a Mussolini di pensare di fare «qualche cosa» per la «formazione delle opinioni pubbliche in vista di eventuali trattative» inducono a pensare che l’intransigenza messa in atto dalla Santa Sede e la stessa enciclica pontificia Non abbiamo bisogno avessero sostanzialmente lo scopo di drammatizzare la situazione, fare capire a Mussolini che non avrebbe potuto contare su un’arrendevolezza della Chiesa e mobilitare psicologicamente i cattolici italiani e stranieri intorno al pontefice in modo da creare difficoltà al fascismo sia all’interno sia all’estero. Questa spiegazione è probabilmente la piú plausibile. In tale prospettiva il fatto che ai primi di settembre si arrivò ad un accordo che, se apparentemente risolveva la crisi senza né vincitori né vinti263, in realtà costituiva un successo per Mussolini, non può avere che una spiegazione, quella che l’enciclica non riuscí veramente a mobilitare i cattolici contro il regime e, anzi, ottenne, se mai, un risultato controproducente: fece l’impressione di una iniziativa che turbava la situazione italiana in un momento, per di piú, già tanto grave e faceva pertanto solo il giuoco dei nemici del fascismo; sicché, da un lato cementò i fascisti attorno a Mussolini, da un altro, fu male accolta dai fiancheggiatori e dagli afascisti piú o meno laici, che videro in essa una indebita interferenza clericale nella vita italiana, e, da un altro lato ancora, paralizzò i cattolici, turbando l’equilibrio delle loro coscienze che si era creato con la Conciliazione a sostanziale vantaggio della sua componente moderato-nazionale. In questo senso sono indicativi i rapporti che Mussolini subito chiese ai prefetti sulle reazioni suscitate dall’enciclica nella popolazione. Da essi risulta infatti che, in genere, l’enciclica fu accolta con molte perplessità e nel complesso sfavorevolmente e che a tale stato d’animo non si sottrasse neppure una parte del clero: ciò che la grande maggioranza dei cattolici piú paventava era una rottura tra il regime e la Chiesa ed essa si augurava pertanto una composizione della crisi264.

A questa spiegazione – la cui logica premessa è quella che la crisi del ’31 sia stata essenzialmente voluta da Mussolini – se ne potrebbe però, in via di ipotesi, affiancare anche un’altra, a sostegno della quale pure non manca qualche elemento e che, se accolta, dovrebbe indurre a ritenere che alla origine della crisi del ’31 non vi sia stata solo la volontà di Mussolini, ma che questa si sia in qualche misura incontrata e sommata a qualcosa di simile maturato in campo cattolico. Gli elementi principali a sostegno di questa ipotesi sono:

264–265
    1. l’impressione che nelle accuse fasciste circa il carattere antifascista delle riunioni dei dirigenti dell’Azione cattolica del 12-17 maggio qualche cosa di vero vi fosse;
    1. il fatto che in maggio in Vaticano vi era chi considerava il regime fascista in gravissime difficoltà, forse addirittura in pericolo; a parte altri accenni sporadici in rapporti di informatori, ciò risulta soprattutto dal resoconto che De Vecchi scrisse per Grandi del suo incontro del 9 giugno con il segretario di Stato, cardinale E. Pacelli, e col nunzio Borgongini Duca; in esso265 si legge infatti:

Il Cardinale... teneva poi a rispondere ad una osservazione da me fatta nei giorni scorsi alle varie persone attraverso le quali non ho mai lasciato né perdere né illanguidire i contatti: che cioè egli mi aveva fatto comprendere che riteneva essere il fascismo molto compromesso e vicino a finire la propria missione di governo. Egli spiegava che infatti il venerdí 22 maggio mi aveva piú di una volta domandato se il Governo era sicuro di se stesso e se si sentiva forte, ottenendo da me la risposta che aveva ottenuto; ma che una tale domanda aveva mossa semplicemente per farmi conoscere che circolavano qua e là vociferazioni di pericolo.

A tale spiegazione ho voluto subito rispondere che avevo rilevate simili domande; ma non tanto per lagnarmene, quanto perché quelle fornivano una riprova, assai autorevole se pure non necessaria, della poco pia illusione e dei conti fondamentalmente sbagliati di vari elementi dirigenti della Azione Cattolica, i quali in quei giorni andavano cantando il Miserere al Fascismo. Che d’altra parte le domande dell’eminentissimo Cardinale non costituivano la sola conferma ufficiale di un simile illusorio stato d’animo dei nemici del Regime annidati nella Azione Cattolica. Un’altra prova altissima e non equivocabile di simili deplorevoli dicerie e della loro origine mi era stata precedentemente fornita dal documento che tempo addietro Monsignor Borgongini mi aveva letto per ordine del Santo Padre, dichiarandomene l’Augusta ed Apostolica paternità. Tale documento, ed il Cardinale poteva quando voleva rileggerlo, dice testualmente cosí: «Il fascismo ha già perduto moltissimo e perde ogni giorno di piú. Ascoltate questo consiglio che vi diamo da amici». Il Cardinale, a simile dimostrazione si accontentava di soggiungere sorridendo: «Però il consiglio vi è stato dato da amici!» – «Certamente, replicavo, ma ciò rendeva tanto piú necessario prendere i provvedimenti contro coloro che hanno date informazioni tali da provocare i consigli da amico del Santo Padre e le domande non meno amichevoli del Cardinale Segretario di Stato».

    1. l’esistenza in Vaticano e nello stesso Sacro Collegio di una tendenza certamente piú oltranzista rispetto ad un’altra piú moderata; a parte le rivelazioni de «Il popolo di Roma» e gli elementi che si ricavano dal già citato resoconto di De Vecchi a Grandi del 9 giugno (in cui si afferma che i cardinali Pacelli e Gasparri erano assai piú moderati del nunzio e del vicario di Roma, card. Marchetti, e tenevano a farlo notare), significativo è a questo proposito che ciò risulta anche dallo studio che alla crisi del ’31 ha dedicato padre A. Martini266.
265–266

Alla luce di questi elementi, l’ipotesi che alla origine della crisi del ’31 non sia stata solo la volontà di Mussolini (anche se certamente fu questa a metterne in movimento il meccanismo) ma anche una errata valutazione di alcuni ambienti vaticani e di alcuni dirigenti cattolici delle effettive possibilità di Mussolini e del regime di affrontare e superare una prova di forza con la Chiesa non ci pare da escludere a priori. Tanto piú che tale ipotesi ha il vantaggio di dare una spiegazione logica del modus operandi della Chiesa in alcuni momenti della crisi stessa, spiegazione che, invece, risulta difficile se si parte dal presupposto che la crisi fu voluta solo da Mussolini e che la Santa Sede si limitò a difendere le organizzazioni cattoliche.

Le preoccupazioni e i limitati consensi suscitati tra i cattolici dall’enciclica, insieme al desiderio di Mussolini di concludere la vicenda, spiegano quasi certamente la relativa brevità delle polemiche scatenate dalla sua pubblicazione (ad agosto esse ormai languivano) e il tono in sostanza meno acceso rispetto alle precedenti. Dopo la prima violenta reazione (nel corso della quale non mancarono tentativi di collegare l’atteggiamento della Chiesa con presunte manovre dalla Francia di don Sturzo e di affacciare l’ipotesi della denuncia del Concordato267) la stampa fascista si impegnò soprattutto nella difesa e nella esaltazione dell’ONB e della sua funzione: «il tessuto giovane capace di far perdere le rughe alla vecchia Italia provinciale e faziosa» come la definí Arnaldo Mussolini268. Quanto a Mussolini e al fascismo due furono le iniziative piú importanti prese: la revoca della compatibilità tra iscrizione all’Azione cattolica e al PNF, resa nota dalla stampa il 10 luglio, e l’approvazione il 14 da parte del Direttorio del partito di tre dichiarazioni assai vibrate ma sostanzialmente di scarso significato, una per protestare contro l’affermazione dell’enciclica che il giuramento fascista era spesso prestato opportunisticamente, un’altra affermante che Vaticano e Massoneria sarebbero stati legati nella comune ostilità allo Stato fascista, la terza in difesa dell’ONB, «forza, orgoglio e certezza del regime fascista»269.

266–267

I primi quindici giorni successivi alla pubblicazione dell’enciclica passarono cosí in un clima teso, nel quale le due parti si scrutavano l’un l’altra e insieme definivano il rispettivo atteggiamento nei riguardi dei propri settori piú oltranzisti. Fu in questo periodo che circolarono, un po’ ad arte, un po’ per riflesso delle varie posizioni e quindi dei loro propositi e dei loro timori, le voci e le ipotesi piú gravi ed allarmanti. In campo fascista la situazione si può dire che si chiarí però completamente con la riunione del Direttorio del 14 luglio.

Stando alla documentazione giunta sino a noi, è da ritenere che Mussolini abbia pensato sino all’ultimo di dare al pontefice una risposta assai dura e minacciosa. A fargli cambiare idea dovettero contribuire notevolmente due fatti, un accorato biglietto fattogli pervenire dal cardinal Gasparri, in cui il cardinale della Conciliazione, esortandolo a non prendere «deliberazioni che possano aggravare la situazione politico-religiosa in Italia, già cosí grave e dolorosa per tutti»270, gli lasciava indirettamente intendere che un accordo con la Santa Sede era tutt’altro che impossibile, e l’atteggiamento di numerosi componenti del Direttorio, contrari a drammatizzare vieppiú il contrasto. Solo cosí è possibile spiegare il tono politico sostanzialmente anodino delle dichiarazioni approvate dal Direttorio e soprattutto la loro profonda differenza dalle tre che Mussolini aveva steso inizialmente di suo pugno e portate in discussione davanti al Direttorio stesso271. Di queste dichiarazioni una in particolare era durissima, quella (Appello al clero) che tendeva chiaramente a mettere il clero contro il papa:

Il Direttorio del P.N.F. – interprete sicuro del sentimento di milioni di italiani – rivolge un appello ai vescovi, ai sacerdoti, ai parroci, agli appartenenti agli ordini religiosi, a tutti coloro che si sentono italiani, che non hanno voluto confondere il sacro col profano, né ereditare i vecchi rancori e le superate ideologie del Partito popolare diventato Azione Cattolica perché si rendono conto della gravità estrema di quanto è accaduto con il recente vero e proprio «appello allo straniero» contro l’Italia fascista, appello caduto nel vuoto poiché oggi l’Italia – potenza mondiale – può sorridere davanti a siffatti medioevalistici conati; appello – però – che ha turbato profondamente il popolo e lo stesso clero italiano.

Uomini appartenenti al clero dalla piú alta alla minore delle gerarchie, il D[irettorio] del P.N.F. vi invita urgentemente a riflettere su questa alternativa: il Regime Fascista desidera sinceramente la Pace ma non teme la guerra. Quando questa sarà scoppiata la conduce a fondo con un’indomabile energia e lo ha dimostrato.

267–268

Quanto alla Santa Sede, la decisione di porsi sul terreno delle trattative fu presa il 23 luglio, nel corso di una riunione del Sacro Collegio che vide la maggioranza dei cardinali schierarsi appunto per l’avvio di «una seria trattativa, condotta da negoziatori abili»272 e, aggiungiamo noi, non considerati a palazzo Venezia ostili al fascismo273. La scelta, ancora una volta, cadde su padre Tacchi-Venturi: chiamato il giorno dopo da Pio XI e ricevute da lui le istruzioni, il gesuita si incontrò il giorno stesso con Mussolini e gli lesse un messaggio del pontefice. Il tono del messaggio era duro, minaccioso: sino allora il papa si era astenuto da formali condanne, gli ultimi avvenimenti e i commenti piú autorizzati e ufficiali all’enciclica lo avevano però convinto purtroppo di ciò che fino a poco prima non gli era sembrato ancora dimostrato con certezza; pertanto egli «si vede posto (ma non per fatto Suo) nella morale necessità, ossia nel preciso dovere innanzi ai cattolici di tutto il mondo, di addivenire all’esplicita riprovazione di principî che sono in contrasto con la dottrina e con i diritti della Chiesa». Per avviare negoziati era certo uno strano modo, ma Mussolini stette al giuoco: se il papa voleva «salvare la faccia» lo facesse pure; l’importante era trattare e, sul momento, non mostrarsi meno intransigente e minaccioso di lui. Nella relazione di Tacchi-Venturi si legge:

Com’ebbe finito, l’on. Mussolini, che senza la menoma interruzione aveva il tutto attentamente ascoltato, non perdendo affatto la padronanza di sé, ma pure mostrandosi come percosso da inaspettato funestissimo annuncio e in sembiante e parole d’uomo addolorato all’apprensione di un estremo male imminente, prese a dare sfogo ai profondi svariati sensi che la minacciata condanna papale gli aveva suscitato nell’animo esterrefatto. Disse parergli quasi sognare, apprendendo ciò che pure allora gli era avvenuto di udire. In un momento cosí tragico per le sorti di tutta Europa, anzi di tutto il mondo, quando il bolscevismo batteva alle porte della Germania, quando la fame, pessima consigliatrice, lasciava presagire tremendi cataclismi nell’ordine sociale, e l’anticlericalismo collegato con le sette massoniche avrebbe dovuto consigliare la concordia e l’unione delle due potestà ecclesiastica e civile, il farsi ed attuare propositi come quelli nel messaggio invece di arginare tanti mali imminenti veniva a romper le dighe e scatenare in Italia e sul mondo la violenza, a stento infrenata, del bolscevismo e dell’anticlericalismo.

Non potere lui assicurare se gli verrebbe fatto di impedire o di contenere le piú barbariche rappresaglie e di provvedere al mantenimento dell’ordine pubblico. Esortare quindi il Padre, che volesse avere riguardo alla somma gravità di un passo dal quale dovevasi sicuramente attendere un cumulo d’immensi danni per tutta l’Italia. Esso, volesse Sua Santità considerarlo, equivaleva ad una vera e propria dichiarazione di guerra; sovente le perdite dei vincitori equilibrarsi con quelle dei vinti; sembrargli infine prudenza non dimenticare che se pur ad ogni costo si voleva fare la guerra, egli, Mussolini, avrebbe saputo mostrare a tutto il mondo che la sapeva fare.

268–269

Entrati con questo singolare modo in argomento, i due cominciarono quindi a parlare… di pace. Tacchi-Venturi presentò una propria proposta di dichiarazione programmatica, Mussolini l’accettò. Le trattative cominciarono sul serio il giorno dopo. Non furono sempre facili, ma neppure mai veramente difficili. In undici incontri si arrivò all’accordo. Verso la metà delle trattative la Santa Sede volle una soddisfazione preliminare, che «i locali, le insegne, i registri e quanto altro si trova tuttora in mano delle Autorità di P.S.» già appartenenti alle disciolte organizzazioni giovanili cattoliche fossero consegnati ai vescovi. Mussolini accettò la richiesta, ma a condizione che la cosa rimanesse segreta e che i vescovi non facessero uso alcuno di ciò che veniva loro consegnato sino a nuovo ordine… L’accordo fu firmato il 2 settembre e subito reso noto274. Esso era cosí concepito:

In seguito alle conversazioni svoltesi fra la S. Sede e il Governo Italiano, concernenti l’avvenuto scioglimento dei Circoli Giovanili facenti capo all’Azione Cattolica Italiana, e in genere all’attività della medesima, si è addivenuti ad un accordo nei termini seguenti:

    1. L’Azione Cattolica Italiana è essenzialmente diocesana e dipende direttamente dai Vescovi i quali ne scelgono i dirigenti ecclesiastici e laici. Non potranno essere scelti a dirigenti coloro che appartennero a partiti avversi al Regime. Conformemente ai suoi fini di ordine religioso e soprannaturale l’Azione Cattolica non si occupa affatto di politica e nelle sue forme esteriori organizzative si astiene da tutto quanto è proprio e tradizionale di partiti politici. La bandiera delle Associazioni locali dell’A. C., sarà la nazionale.
    1. L’Azione Cattolica non ha nel suo programma la costituzione di associazioni professionali e sindacati di mestiere; non si propone quindi compiti di ordine sindacale. Le sue sezioni interne professionali attualmente esistenti, e contemplate dalla legge 3 aprile 1926, sono formate a fini esclusivamente spirituali e religiosi, e si propongono inoltre di contribuire a che il Sindacato giuridicamente riconosciuto risponda sempre meglio ai principî di collaborazione fra le classi e alle finalità sociali e nazionali che in paese cattolico, lo Stato coll’attuale ordinamento si propone di raggiungere.
  1. I Circoli Giovanili facenti capo all’Azione Cattolica si chiameranno Associazioni di Azione Cattolica. Dette Associazioni potranno avere tessere e distintivi prettamente corrispondenti alla loro finalità religiosa, né avranno per le diverse Associazioni altra bandiera all’infuori della Nazionale e dei propri stendardi religiosi.

Le Associazioni locali si asterranno dallo svolgimento di qualsiasi attività di tipo atletico e sportivo limitandosi soltanto a trattenimenti d’indole ricreativa ed educativa con finalità religiose.

269–270

Per Mussolini l’accordo fu indubbiamente un successo. Pio XI aveva dovuto rinunciare completamente a far valere le riserve sul giuramento fascista, pure poste tanto in rilievo nella sua enciclica. Di esse l’accordo non faceva neppure cenno. Quanto all’Azione cattolica essa usciva dall’accordo ridimensionata a livello diocesano; in altre parole perdeva, almeno giuridicamente, la propria unità e veniva affidata alla guida di ecclesiastici che, bene o male, avevano verso il regime tutta una serie di posizioni. Quanto ai suoi dirigenti, l’esplicito divieto a sceglierli tra coloro che avevano appartenuto «a partiti avversi al Regime» eliminava tutti gli ex popolari e con essi, almeno per il momento, quasi tutti gli elementi piú politicizzati, attivi e capaci275. Le veniva altresí vietata ogni attività di tipo sindacale e se salvava le «sezioni interne professionali», l’accordo stabiliva però ad esse limiti ben precisi di attività e, quel che piú conta, le legava ai principî e alle finalità dell’«attuale ordinamento» dello Stato, rendeva cioè loro assai difficile e rischioso tentare di contrapporre il corporativismo cattolico a quello fascista. Le organizzazioni giovanili cattoliche soppresse a fine maggio venivano ricostituite sotto altro nome; ad esse veniva però sottratta la possibilità di svolgere qualsiasi attività di tipo atletico e sportivo (veniva cioè tolta loro ogni possibilità di concorrenza con l’ONB su un terreno certo non secondario per avvicinare i giovani) e venivano confinate nel settore delle attività ricreative ed educative «con finalità religiose». Una condizione che, per un verso, era molto piú arretrata rispetto a quella precedente la crisi, specie se si considerano le tendenze a sviluppare la loro attività che si erano delineate negli ultimi anni, e che, per un altro verso, le rendeva molto meno interessanti per i giovani e piú facilmente controllabili da parte del regime.

270–271

Secondo un informatore fascista che a Parigi era riuscito a conoscere le prime reazioni di don Sturzo all’accordo del 2 settembre276, anche per l’ex leader del Partito popolare il vincitore era stato Mussolini. Nella sua relazione si legge infatti:

Don Sturzo non ha mostrato alcuna sorpresa della avvenuta riconciliazione fra Fascismo e Vaticano, perché egli ha sempre ritenuto che avrebbero finito col trovare una via di intesa, non avendo nessuno dei due contendenti interesse a spingere le cose fino in fondo. Sarebbe occorso un Gregorio Magno, dice egli, il quale avrebbe fatto veramente il vero interesse della Chiesa, affrontando la lotta ed i danni attuali, sicuro però di preparare il trionfo finale della sua causa.

Poiché Sturzo pensa e dice apertamente che la attuale intesa rappresenta un completo trionfo dello Stato Fascista sulla Chiesa, la quale ha abbassato la sua bandiera, in modo tanto piú evidente e vergognoso, in quanto si era levata con una fierezza e veemenza singolari per proclamare l’intangibilità dei suoi giovani.

Dice che il Papa si è lasciato giocare una seconda volta: la prima quando ha ascoltato troppo superficialmente i referti che lo spinsero ad iniziare le ostilità e non approfondí allora la vera portata finale dei movimenti che si stavano determinando nella azione cattolica; ed attualmente dato che si era messo decisamente per questa via di rivendicazione delle sue facoltà, a non insistervi maggiormente, ed ha errato considerando e limitando al campo italiano una questione che era diventata internazionale e che il mondo cattolico aveva accettato come tale.

Adesso il Papa avrà un bel gridare se gli succederanno col Fascismo altri inconvenienti: è diventata la storia di «al lupo al lupo»; lo lascieranno gridare ma il consenso dei cattolici non ci sarà piú come prima. Si è, insomma svalutato, e questo per ascoltare troppo i consiglieri ancien regime i quali hanno persuaso il Papa, dice Don Sturzo, che col suo atteggiamento egli faceva il gioco della massoneria e della democrazia, e deplora come di antitattico ed antipolitico tutto ciò che fu da queste correnti pubblicato, fatto e detto all’epoca della rottura.

Secondo Don Sturzo lo avere cosí accentuato in quel periodo la gioia per il conflitto apertosi, ha molto contribuito a persuadere il Papa che egli inimicandosi col Fascismo faceva il gioco degli altri suoi avversari massoneria e democrazia.

Riassumendo, il pensiero di Don Sturzo è che questa riconciliazione rappresenta nettamente un successo per Mussolini, e ne ha preso occasione per ripetere ai suoi amici quello che ha sempre loro detto e sostenuto e cioè che si fanno delle illusioni quando attribuiscono al Fascismo una vita (sempre rinnovantesi) di pochi mesi ancora.

Il Fascismo, conferma Don Sturzo, avrà vita ancora lunga, anche se succedesse il fattaccio a Mussolini, perché è troppo penetrato in tutta la vita della Nazione e troppi interessi si sono creati intorno a lui. C’è da domandarsi, aggiunge, chi avrebbe il fegato di assumere una successione nello stato di disastro economico che incombe, per concludere che è bene aspettare gli eventi e lasciare che il Fascismo se la sbrighi dalle immense difficoltà nelle quali ha fortemente contribuito a mettere l’Italia.

271–272

Una valutazione, ovviamente, del tutto diversa fu data dagli ambienti vaticani. Per la «Civiltà. Cattolica»277 in particolare l’accordo, da un lato, dimostrava l’infondatezza delle accuse d’invadenza politica che erano state mosse all’Azione cattolica (e quindi alla Chiesa) e, da un altro lato, sanciva la ferma volontà del papa di impedire ogni manomissione o lesione dell’Azione cattolica e delle associazioni da essa dipendenti. Mai il papa avrebbe infatti potuto accettare una situazione che fosse in contrasto con quanto egli aveva «sempre cosí altamente proclamato, rivendicato, difeso»278.

In realtà che l’accordo abbia costituito in quel momento per la Chiesa una sconfitta ci pare storicamente indiscutibile. Di questa opinione è, in ultima analisi, anche la migliore storiografia cattolica. Per lo Scoppola279, per esempio,

gli accordi del settembre segnano nel complesso un certo arretramento nelle posizioni dell’Azione Cattolica di fronte al regime: il compito esclusivamente religioso e spirituale dell’Azione Cattolica sembra ribadito in forme tali da limitare o compromettere anche la possibilità di una efficace opera di formazione culturale a problemi politici e sociali. D’altro canto le sezioni professionali dell’Azione Cattolica si impegnavano a favorire gli orientamenti sociali e nazionali dello Stato fascista. La apoliticità si risolveva ancora una volta nella esclusione di ogni azione contraria al regime esistente ed implicava invece l’appoggio ad esso da parte delle organizzazioni religiose.

272

Ugualmente è fuori dubbio che con la crisi del ’31 tramontarono le speranze di coloro che, all’interno della Chiesa, avevano pensato di poter cattolicizzare il fascismo e di servirsene per una restaurazione dello Stato e della società in senso cattolico280. L’accordo deve però essere visto e valutato anche in una prospettiva piú ampia, in quella cioè delle sue ripercussioni e dei suoi sviluppi nei tempi piú lunghi sui cattolici italiani e sulla Chiesa nei loro rapporti con il regime.

Ufficialmente, dopo l’accordo del 2 settembre i rapporti tra il Vaticano e palazzo Venezia furono per vari anni, grosso modo sino al ’38 (quando peggiorano nuovamente per il riproporsi della questione dell’Azione cattolica e per l’insorgere di quella della razza281), ottimi. Il sigillo, che doveva mostrare al mondo che la crisi era ormai sepolta e che un nuovo periodo di amicizia e di collaborazione si era aperto, fu in questo senso costituito dalla visita che l’11 febbraio 1932, nel terzo anniversario della Conciliazione, Mussolini fece a Pio XI in Vaticano282.

273–274

Lungamente preparata – tra l’altro con il conferimento al «duce» dell’ordine dello Speron d’oro – la visita fu voluta soprattutto dal pontefice283. In realtà, nel profondo, l’accordo non valse a fugare in nessuna delle due parti né le diffidenze né i rancori. Valse solo a convincerle entrambe della opportunità – stante una certa situazione italiana ed internazionale – di evitare altri contrasti e di collaborare il piú possibile entro quei limiti, in realtà non molto vasti, nei quali era possibile farlo senza pregiudicare il compromesso raggiunto sul piano dei rispettivi principî e cercando, al contempo, di sfruttare questa collaborazione per erodere, ognuno secondo i propri interessi, qualche piccolo miglioramento dello status quo a proprio vantaggio. Insomma, valse solo a dare ai rapporti tra la Chiesa e il regime sempre piú il carattere di un matrimonio di interesse, in cui ognuno dei partners con un occhio controllava la situazione patrimoniale e con l’altro scrutava il futuro per anticipare eventualmente l’altro sulla via del divorzio, se non avesse piú avuto vantaggi a rimanere legato ad esso.

274–275

Piú complesso è il discorso per i cattolici italiani. Come ha giustamente notato lo Scoppola284, la maggioranza di essi non ebbe dopo il ’31 «una chiara visione della realtà», non si rese conto cioè del contrasto di fondo che vi era tra la posizione cattolica e quella fascista e non perse l’illusione che il regime fosse «uno Stato fascista e cattolico insieme»; da qui la vasta adesione dei cattolici italiani al regime. A parte il piccolo gruppo «guelfo» (che, del resto, non mancava neppure esso di una componente integralista e che fu presto stroncato dalla polizia) se, fino verso il ’38, vi fu una opposizione cattolica questa non fu sostanzialmente di tipo antifascista ma, piuttosto, di tipo integralista, piú o meno ricollegantesi cioè alle tradizionali posizioni del cattolicesimo prepopolare e antipopolare che si era opposto allo Stato liberale. All’interno di questa opposizione se si vennero delineando posizioni piú moderne e piú simili ad una sorta di antifascismo, fu solo abbastanza tardi e in limitati gruppi che facevano in genere parte della Fuci e del Movimento laureati di Azione cattolica (creato nel ’33). Lo Scoppola ha parlato per esse di «una intuizione, anche se confusa, del valore religioso della libertà come valore universale» distinta dalla tradizionale rivendicazione della libertà della Chiesa come privilegio: specie per il periodo al quale ci riferiamo, parlare di vero antifascismo non sarebbe possibile, salvo passare da un discorso a carattere generale all’esame di alcuni casi di tipo personale o quasi. Stante questa realtà di fatto è naturale domandarsi che influenza ebbero su di essa la crisi del ’31 e il modo con cui essa si concluse. Allo stato degli studi una risposta precisa è impossibile. Gli elementi di cui disponiamo ci pare inducano però a pensare che la riconciliazione del 2 settembre abbia avuto una influenza e un peso tutt’altro che trascurabili. Eliminando o riducendo di molto l’influenza popolare, essa favorí indubbiamente il rafforzamento delle tendenze profasciste e integraliste tradizionali; d’altra parte essa favorí anche l’approfondimento del distacco, dell’isolamento dei cattolici organizzati nell’Azione cattolica dagli altri cattolici. Se a ciò si aggiunge che gli avvenimenti del ’31 provocarono, specie tra le associazioni non giovanili, se non una crisi certo una stasi psicologica ed organizzativa nelle file della Azione cattolica e smorzarono in larga misura l’entusiasmo e l’attivismo che erano stati suscitati dalla Conciliazione285, si può facilmente comprendere la gravità delle conseguenze per il mondo cattolico della riconciliazione del ’31 e, quindi, si può valutare meglio l’importanza politica del successo riportato da Mussolini. Certo, sui tempi lunghi, il fatto che l’Azione cattolica e in particolare le sue associazioni giovanili riuscirono bene o male a superare la bufera del ’31 avrebbe dato i suoi frutti. Come vedremo nel prossimo volume, è però un fatto che se questi frutti ci furono, e copiosi – basta pensare all’esplosione della Democrazia cristiana dopo la caduta del fascismo e all’origine dei suoi quadri meno anziani –, ciò fu dovuto soprattutto alla nuova situazione italiana e internazionale determinatasi verso la fine degli anni trenta: senza questo mutamento della situazione è difficile dire se, dopo la sconfitta del ’31, la sola esistenza dell’Azione cattolica sarebbe stata sufficiente ad evitare un progressivo perdere di importanza, un progressivo sfaldamento, una progressiva perdita di identità dei cattolici in quanto tali nella vita italiana. Per il momento però Mussolini riuscí a bloccare e a far retrocedere la penetrazione cattolica tra i giovani e il pericolo di una sua concorrenza sul terreno della formazione della nuova classe dirigente.

275

Un successo, questo, che, a ben vedere, rende ancora piú grave lo scacco della sua politica verso i giovani, poiché conferma che questa fallí essenzialmente per l’intima contraddizione che era alla sua base e non per le resistenze o le alternative che ad essa venivano opposte dall’esterno.

276–277

Con questo excursus sulla crisi del ’31 tra il fascismo e la Chiesa possiamo considerare sostanzialmente delineato il quadro complessivo del regime negli anni ’29-34, sia per quanto concerne la sua realtà di fondo, i maggiori problemi che esso dovette affrontare, il suo sviluppo tendenziale e le principali contraddizioni insite in questo sviluppo, sia soprattutto per quanto concerne il ruolo che nel determinare questa realtà di fondo ebbe Mussolini. Il quadro cosí delineato si riferisce però essenzialmente a quello che potremmo definire l’aspetto esterno del regime, alla sua proiezione verso il paese visto nel suo complesso. Per completarlo è quindi necessario ora soffermarci sugli aspetti piú propriamente interni, su quelli che cioè attengono soprattutto (ma, ovviamente, non in modo esclusivo, ché, anzi, spesso ebbero echi notevoli nel paese e contribuirono a determinarne l’atteggiamento verso il regime), da un lato, alla organizzazione del potere statale, da un altro lato, alle diverse componenti del regime viste nei loro rapporti con esso e nel loro peso sulle scelte politiche del «duce» e, da un altro lato ancora, alla fisionomia del gruppo di potere fascista attorno a Mussolini: tre aspetti della realtà del regime nel ’29-34 per molti versi distinti ma che crediamo opportuno trattare in questa seconda parte del capitolo il piú possibile unitariamente, dato che solo visti nel loro insieme ci pare acquistino quella connessione e quella reciproca reattività che, in definitiva, finirono per avere agli effetti della piú generale vicenda del regime e, quindi, dell’azione politica di Mussolini.

«Io posso togliere qualche cosa dalle liste che mi presentano; ma aggiungere, mai»286. In questa risposta di Vittorio Emanuele III all’ex ministro Anile che avrebbe voluto essere nominato senatore è riassunta bene la posizione del sovrano rispetto a Mussolini in questo periodo. Col re Mussolini era formalmente correttissimo e nei momenti piú gravi (come in occasione della crisi del ’31 con la Chiesa) teneva ad informarlo della situazione e dei suoi sviluppi anche al di fuori delle periodiche udienze di prammatica e delle comunicazioni di routine. L’iniziativa politica positiva di Vittorio Emanuele era però praticamente nulla. Il «duce» tendeva a tenere il piú possibile fuori dalle scelte e dalle decisioni politiche il sovrano e questo, un po’ per la sua concezione della funzione del re, un po’ per evitare attriti, si asteneva quasi sempre dal mettervi bocca, limitandosi in qualche caso a consigliare prudenza e, se mai, a cercare di influire su quei fascisti dell’entourage di Mussolini a lui piú legati e di sentimenti rigidamente monarchici. Dire questo non significa però affermare che Vittorio Emanuele fosse politicamente assente. A parte che una delle sue maggiori preoccupazioni era proprio quella di non apparire assente, di non farsi dimenticare o di fare il giuoco di chi tendeva a dimenticarlo volutamente287, i suoi interventi politici, diretti ed indiretti, erano al contrario tutt’altro che inesistenti; solo che – come rivela anche la risposta ad Anile – erano soprattutto negativi, volti cioè a impedire iniziative che avrebbero potuto indebolire vieppiú le sue prerogative, i suoi poteri ovvero le istituzioni che li sostenevano, in primo luogo il Senato e le Forze armate. Se non si tiene ben presente questo modus operandi del re è difficile comprendere sia i termini effettivi, le basi, sui quali, proprio nel periodo di cui ci stiamo occupando, si venne stabilendo al vertice del regime la diarchia sovrano - «duce»288, sia uno dei motivi piú importanti (e in alcuni casi l’unico) che determinarono da parte di Mussolini l’abbandono o il rigetto di una serie di progetti volti a precisare meglio e a completare la struttura del regime: a ben vedere si trattava sempre di progetti che intaccavano piú o meno alla radice proprio quelle istituzioni che Vittorio Emanuele III non voleva messe in discussione ed effettivamente fascistizzate, poiché su di esse si fondava il suo residuo potere e che, quindi, Mussolini sapeva che il re avrebbe difeso ad oltranza, anche a costo di una crisi interregime che – comunque si fosse conclusa – il «duce» voleva per il momento evitare, sicuro che il tempo lavorava per lui e non per la monarchia.

277–279

In questa luce bisogna vedere la sorte alla quale andarono incontro nel periodo che qui ci interessa i vari progetti di riforma costituzionale, sia quelli parziali sia quelli piú organici e totalitari. Tra il ’30 e il ’31 la Corte dei Conti, l’Avvocatura generale dello Stato e il Consiglio di Stato furono trasferiti alle dipendenze della Presidenza del Consiglio dei ministri. Inizialmente il progetto era stato però ben piú vasto. Nella seconda metà del ’29 si era infatti pensato di costituire un vero e proprio ministero della presidenza del Consiglio289. Dal testo del provvedimento preparato ad hoc e dalla relativa relazione risulta che, facendo leva sulla legge del ’25 relativa alle attribuzioni del capo del governo, l’intenzione era quella di attribuire alla specifica competenza del capo del governo tutte le materie di carattere generale; tutte quelle materie cioè che non erano di competenza specifica di un ministero ma interessavano tutti i ministeri e che richiedevano una azione di coordinamento e di integrazione. Oltre alla Corte dei Conti, all’Avvocatura generale dello Stato e al Consiglio di Stato, dovevano altresí passare alle dipendenze del nuovo ministero i prefetti e la polizia e dovevano essere istituiti due nuovi organi: un ufficio legislativo della presidenza, addetto alla redazione tecnica dei disegni di legge e dei regolamenti, e un ispettorato centrale, «con il compito di esaminare tutte le domande, richieste e reclami che pervengono al Capo del governo dal popolo direttamente o per tramite delle autorità locali e di eseguire le ispezioni e le inchieste che il primo ministro ritenga di disporre»290. Dopo varie tergiversazioni e rinvii il progetto fu alla fine abbandonato (dell’Ufficio legislativo si continuò però a parlare ancora per anni). Nell’ottobre ’31, in sede di Gran Consiglio, Mussolini affermò però e fece mettere a verbale che in una successiva riunione il supremo organo del fascismo si sarebbe dovuto occupare del problema della riforma dello Statuto. Sulla base di questa decisione il segretario del PNF, Giuriati, ebbe l’incarico di studiare il problema. Ai primi di luglio del ’33 Giuriati inviò a Mussolini una prima serie di proposte, riguardanti l’assetto legislativo e secondo le quali le Camere dovevano essere ridotte ad una sola, per metà nominata per decreto reale su proposta del Gran Consiglio e per metà eletta dalle Corporazioni col sistema del doppio grado di elezione. Ricevuta questa prima proposta Mussolini, il 10 luglio, scrisse a Giuriati:

279–280

ho letto non solo con attenzione, il tuo scritto circa la riforma del nostro apparato legislativo. La tua diagnosi è perfetta. Le conclusioni vanno meditate. Comunque ti ringrazio e ti saluto con la vecchia cordialità.

Se del progetto Giuriati non si parlò piú291, non fu cosí invece della riforma costituzionale. Significativi sono in questo senso l’attenzione e il rilievo che «Il popolo d’Italia» aveva mostrato all’inizio del ’33 per le proposte pubblicamente fatte dal procuratore generale della Corte di cassazione, S. Longhi, di saldare strettamente l’ordinamento corporativo con quello dello Stato (con relativa fusione del Consiglio nazionale del PNF e della Camera dei deputati in una unica Camera corporativa)292 e, piú in genere, l’ampio spazio che il regime lasciò alla discussione tecnico-politica attorno all’opportunità di una riforma costituzionale e, in particolare, della rappresentanza293. In questo contesto non può quindi meravigliare che – dopo le «elezioni» del 25 marzo294 – il nuovo ministro di Grazia e Giustizia De Francisci (succeduto nel luglio ’32 a Rocco) presentasse nell’aprile ’34 a Mussolini un nuovo progetto di riforma costituzionale295 il cui «punto di partenza concettuale» era che «come in fatto anche in diritto si debba in regime fascista considerare come assolutamente superata la dottrina della divisione dei poteri»:

280–281

esiste un solo e unitario potere sovrano di governo, che si esercita fissando norme giuridiche (funzione legislativa), provvedendo alla loro esecuzione e all’amministrazione (funzione esecutiva e amministrativa) e procedendo alla repressione delle violazioni e alla eliminazione dei conflitti (funzione giurisdizionale).

Muovendo da questa premessa, De Francisci scriveva:

Il Parlamento attuale mantiene tuttora la sua antica struttura di organo costituito per controllare ed, eventualmente, per arrestare coi suoi voti l’attività del potere esecutivo. Struttura la quale è in netto contrasto colla sua volontà, di cui ha dato innumerevoli prove, di essere invece uno strumento di collaborazione col Governo.

La riforma che io propongo tende appunto ad adeguare la struttura giuridica a questa situazione di fatto, trasformando il Parlamento in un corpo consultivo (salvo i casi in cui il Capo del Governo intenda attribuirgli la facoltà di deliberare intorno ad un provvedimento), che insieme col Gran Consiglio collaborerà all’esercizio della funzione legislativa (Art. 1).

In questo nuovo corpo consultivo, al quale – ma il nome non ha per ora importanza – ho dato il nome di Consiglio Nazionale, vengono fusi sia il Senato sia la Camera dei Deputati, sia anche il Consiglio delle Corporazioni.

È chiaro che a nulla varrebbe riformare la Camera dei deputati, se dovesse conservarsi la Camera vitalizia colla struttura e colle funzioni attuali; d’altra parte non pare conforme allo spirito del Regime intaccare o ridurre la prerogativa regia della nomina dei membri vitalizi.

Perciò nel Consiglio Nazionale si troverebbero insieme, e in numero che per ora non viene stabilito, sia membri vitalizi di nomina Regia, sia membri scelti dal Gran Consiglio per un periodo quinquennale (Art. 2)...

Secondo l’art. 7 tutte le norme aventi forza di legge sono emanate per decreto reale, previa approvazione del Consiglio dei Ministri: sentito il Gran Consiglio del Fascismo per le leggi costituzionali secondo l’art. 12 della legge 9 dicembre 1928, sentito il Consiglio Nazionale (la cui consultazione è obbligatoria solo nei due casi di cui all’art. 8 delle mie proposte), o sentite le Sezioni del Consiglio Nazionale a seconda di quanto disporrà il Capo del Governo. Ma è bene ripetere che secondo la proposta (salvo i casi di cui all’art. 8), nemmeno la consultazione del Consiglio Nazionale è obbligatoria: sicché il provvedimento approvato dal Consiglio dei Ministri, sanzionato e promulgato dal Re, ha piena efficacia di legge dello Stato.

In tal modo tutte le questioni circa la forma dei provvedimenti legislativi a seconda delle materie, questioni vive ancora oggi dopo la legge 31 gennaio 1926, n. 100 sulla facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche, sono eliminate: e si elimina pure anche una delle ultime sopravvivenze della divisione dei poteri.

Riterei pertanto che in due casi sia utile e politicamente opportuno stabilire l’obbligatorietà della consultazione del Consiglio Nazionale, casi che investono tutta la vita dello Stato, e cioè le riforme costituzionali e i bilanci, nonché il conto consuntivo: anche perché si tratta di temi nei quali una discussione ampia può tornare vantaggiosa al Governo. Tuttavia anche questo obbligo stabilito nell’art. 8 può venir meno in casi di assoluta e urgente necessità, secondo quanto prevede appunto l’art. 9.

281–282

Nonostante l’apparente rispetto per le prerogative sovrane e il collegamento con l’ordinamento corporativo che andava nascendo, anche il progetto De Francisci non ebbe però seguito. E quando, come si vedrà, con la fine del ’36 il problema del collegamento costituzionale della rappresentanza corporativa con quella politica venne finalmente sul tappeto e furono gettate le basi della Camera dei fasci e delle corporazioni il Senato (ormai anacronistico) non fu menomamente toccato, sebbene, oltre tutto, una sua eliminazione o, almeno, un suo inglobamento nella Camera avrebbe potuto servire da contentino per quei fascisti che lo avevano sempre guardato con sospetto come un rifugio di «vecchioni», tiepidi se non avversi al fascismo296, e che, d’altra parte, erano ostili alla creazione della Camera corporativa, perchè vedevano in essa un ulteriore strumento volto a svalutare il PNF e a creare un regime sempre piú «Regime» e sempre meno «Stato fascista»297.

282–283

Ugualmente, sempre alla luce dei rapporti con la monarchia e della volontà di Mussolini di risolverli senza scosse e col tempo – quando cioè il suo peso nella diarchia fosse diventato superiore a quello del re e, assai probabilmente, quando, con la morte di Vittorio Emanuele III, il problema fosse venuto naturalmente sul tappeto – è da vedere l’analoga sorte che in questi stessi anni ebbero i progetti di riordinamento e di fascistizzazione effettiva delle Forze armate prospettati al «duce» (che, significativamente, non solo non li prese in considerazione ma non li sollecitò neppure, il che dimostra come fosse convinto che toccare le Forze armate era anche piú pericoloso che toccare il Senato e lo stesso Statuto) da alcuni fascisti piú consapevoli del rischio per il regime di lasciare praticamente il mondo militare (almeno l’Esercito e la Marina ché l’Aeronautica era, data la sua recente costituzione e l’influenza che su di essa aveva la presenza alla sua testa di Balbo e di un gruppo di ufficiali fascisti) nelle mani di uomini che, in gran maggioranza, o erano piú monarchici che fascisti o pensavano solo alla propria carriera. Il momento cruciale per questi progetti fu tra il ’31 e il ’33, non a caso proprio quando Mussolini aveva rinunciato a reggere personalmente i tre dicasteri militari. Negli anni precedenti Mussolini si era limitato, sfruttando i contrasti tra Cavallero e Badoglio, a confinare il secondo (tutt’altro che popolare tra i fascisti e considerato da molti un elemento infido) nella funzione di un suo «consulente tecnico»298. In questo periodo se un problema fu in discussione fu quello della MVSN, che numerosi esponenti fascisti avrebbero voluto incorporare nell’Esercito, sia per evitare pericolosi dualismi sia per immettere nell’Esercito stesso le «forze vive della rivoluzione»299. Verso la fine del ’30 (si ricordi la lettera del gen. Grazioli a Mussolini del 10 novembre) alcuni esponenti militari e soprattutto alcuni grossi esponenti fascisti cominciarono però a cercare di convincere Mussolini della necessità di affrontare alla radice il problema militare. Fu in questo periodo che, circolando la voce di prossime dimissioni di Gazzera, in alcuni ambienti si prese a ventilare la nomina a ministro della Guerra di Augusto Turati; questa ipotesi suscitò però vivaci proteste tra gli ambienti militari (il maresciallo Caviglia scrisse ai suoi colleghi marescialli proponendo loro che in tale eventualità intraprendessero un comune passo di protesta, dichiarandosi per parte sua pronto ad arrivare sino alle dimissioni300) sicché in breve non se ne parlò piú. Il passo piú significativo fu fatto da Giuriati il 22 febbraio ’31 con un lungo promemoria al «duce»301 i cui punti essenziali erano due.

283–284

Primo: la denuncia del mancato funzionamento del Comando supremo (affidato a Badoglio) e, cosa ancor piú grave, delle deficienze dello Stato Maggiore dell’esercito. Per rimediare a questa situazione il segretario del PNF (dopo aver insistito sul concetto che lo Stato Maggiore «deve essere non un corpo, ma un servizio; non una casta alla quale possano giungere soltanto determinati ufficiali, ma una organizzazione a cui tutti gli ufficiali, “compresi quelli di complemento”, possano portare il loro contributo») sosteneva a tutte lettere la necessità di fascistizzare a fondo l’esercito; sia perché

dimenticando che le forze morali sono sempre, qualunque sia il progresso delle armi, l’elemento capitale della vittoria, l’alto comando ha guardato alla rivoluzione con mal celata sfiducia e si è chiuso nei suoi metodi antichi, non migliorati dalla piú recente esperienza, preparando la guerra all’infuori e ad onta del fascismo. Con che la rivoluzione corre questo pericolo: di trovarsi, quando fosse necessario, senza le sue baionette;

sia perché

a differenza di ciò ch’è accaduto nelle guerre del secolo scorso, la guerra ultima è stata guerra di popoli e tanto piú lo sarà la guerra futura. «Guerra di popoli» significa che non soltanto gli eserciti intervengono alla condotta delle ostilità e alla risoluzione, ma vi concorre ciascun popolo nella sua interezza. Mentre quindi si comprende come per gli eserciti d’un tempo la politica fosse considerata un veleno pericoloso, oggi è evidente che la politica è diventata arma di guerra principalissima. Uno Stato Maggiore che sia spiritualmente separato dal regime che serve, che non segua i rivolgimenti degli altri stati, che non studi la mentalità degli altri popoli e non si preoccupi d’identificarne i «locus minoris resistentiae», è uno Stato Maggiore del secolo XIX e prepara, secondo la classica ironia del generale Mangin... la guerra passata.

284

Secondo: la denuncia della irrazionalità, date le modeste disponibilità finanziarie dell’Italia, delle spese militari («press’a poco, quattro per l’Esercito, due per la Marina, uno per l’Aeronautica») e la necessità, quindi, di rivedere radicalmente la politica (e la strategia) relativa alle tre armi:

Ci siamo domandati se, data la scarsità dei nostri mezzi e la impossibilità di sostenere la gara coi piú probabili nostri nemici, non sarebbe piú razionale cercare la possibilità di vittoria in uno spostamento di queste proporzioni? È evidente che, imitando i probabili nemici nella proporzione delle spese, noi opporremo un giorno, vista la loro superiorità finanziaria, un esercito meno potente ad uno piú potente, una marina meno potente ad una piú potente, un’aviazione meno potente ad una piú potente, cioè scenderemo in guerra in condizioni di assoluta inferiorità. L’inverso succederebbe se concentrassimo il massimo nostro sforzo in quella parte in cui ci fosse possibile diventare decisamente superiori al nemico. Mantener viva, sí, la nostra pretesa alla parità navale visto che il mondo si è fissato a concentrare sugli armamenti navali la discussione; ma preparare per aria la piú potente armata del mondo. Duemila aereoplani possono valere piú di una «dreadnought». Possono determinare la vittoria prima che il Paese risenta i danni derivanti dalla chiusura dello stretto di Gibilterra.

Coerentemente a questa impostazione, quando discusse il suo promemoria con Mussolini, Giuriati suggerí la nomina a capo di Stato maggior generale al posto di Badoglio di Italo Balbo, fascista sicuro, esperto di cose aeronautiche e figura assai popolare in Italia e all’estero.

Balbo – gli disse – è stato nominato maresciallo dell’aria: ciò dimostra che lo ritieni competente di cose militari. Balbo, con la crociera atlantica, ha provato di essere un organizzatore formidabile e si è conquistato una fama mondiale. Poi Balbo è fascista, mentre Badoglio non lo è; tu hai bisogno di preparare le forze armate della rivoluzione fascista, non quelle di un qualunque Stato liberale.

285–286

Nulla valse però a convincere il «duce». Se il passo di Giuriati ebbe un risultato questo fu praticamente solo di accrescere la sua diffidenza e, forse, la sua gelosia per il quadrumviro. Se in questo periodo Mussolini pensò ad una riforma delle forze armate, assai probabilmente non si spinse mai oltre l’idea di unificare in uno solo i tre dicasteri militari e anche questa rimase praticamente inattuata o, meglio, fu da lui realizzata nella maniera peggiore e piú burocratica: riassumendo personalmente la direzione dei dicasteri, quello della Guerra nel luglio ’33, gli altri due nel novembre successivo. E non è certo privo di significato che la riassunzione dei ministeri della Marina e dell’Aeronautica avvenisse a poche settimane di distanza da quando Balbo – appena rientrato dalla seconda trasvolata atlantica – gli aveva presentato (pare con l’avallo di Caviglia, Grazioli e Carletti) un dettagliato progetto per la riorganizzazione e la modernizzazione delle forze armate, il potenziamento dell’aeronautica, la unificazione dei dicasteri militari in uno solo (affidato a Mussolini) e la modifica dei poteri del capo di Stato maggior generale, in modo da farne l’effettivo responsabile della preparazione delle forze armate, e si era candidato a questa carica in sostituzione di Badoglio302. Di fronte ad una coincidenza cosí evidente e se si pensa al modo con cui avvennero l’allontanamento di Balbo dal ministero dell’Aeronautica e la sua nomina a governatore della Libia303, nomina che il quadrunviro prese come una sorta di dorato esilio304, è naturale chiedersi se la decisione di Mussolini di riassumere tutti i dicasteri militari non sia stata un espediente per bloccare al tempo stesso il progetto e le ambizioni di Balbo305. Pensare – come pure qualcuno ha pensato306 – che la decisione del «duce» sia stata dettata, oltre che da gelosia personale, dal timore che una grande riforma militare fosse in quel momento intempestiva, perché avrebbe potuto interferire nella preparazione della guerra etiopica, è, a nostro avviso, impossibile: nel novembre ’33 l’impresa etiopica era ancora, come si vedrà, in una fase di preparazione del tutto embrionale, tale comunque da non poter essere tecnicamente danneggiata nella sua preparazione dall’adozione della riforma Balbo. A meno di non spostare l’accento dal piano tecnico a quello politico; a meno cioè di non pensare che Mussolini, prevedendo la riottosità del sovrano e di uomini come Badoglio ad imbarcarsi in un eventuale conflitto coloniale, non pensasse che non era il momento per suscitare ulteriori motivi di polemica con Vittorio Emanuele III e con i capi dell’esercito. Ma con ciò non si fa che ritornare alla nostra tesi di fondo e confermarla vieppiú: si torna a dire che Mussolini non voleva toccare le forze armate perché sapeva che ciò gli avrebbe creato gravi difficoltà con la monarchia.

286–288

Sulla base di quanto abbiamo detto, è facile capire che, a nostro avviso, non può essere condiviso il punto di vista di chi ha sostenuto che «Mussolini mirò sempre a dare ai suoi rapporti con i militari (e non solo con essi) un carattere personale, rivolgendosi agli uomini e non alle cariche e graduando la fiducia accordata in base alla devozione ed al consenso tributatigli»; sicché «egli soleva scegliere i suoi collaboratori non per le loro idee o capacità, ma per la loro idoneità ad inserirsi nella sua politica di potere personale; lasciava infatti loro una grande libertà d’azione (limitandosi in fondo a suggellare le decisioni piú spettacolari), ma esigeva che fosse riconosciuto e rafforzato il suo ruolo di capo infallibile e insostituibile» 307. Se riferito ai militari si può condividere questo punto di vista solo se è ben chiaro che – non potendo spingere in profondità la fascistizzazione delle forze armate per evitare urti con il re – per Mussolini in pratica non vi era altra via che quella dei rapporti personali e, in qualche caso, della piú o meno esplicita corruzione per controbilanciare in qualche misura l’influenza della monarchia sulle gerarchie militari. Se, poi, lo si vuole dilatare a canone di interpretazione dei rapporti del «duce» anche con gli altri suoi collaboratori e in particolare con i fascisti veri e propri, esso è completamente da rifiutare. In realtà Mussolini non accordò mai – specie dopo il ’24 – una vera fiducia a nessuno dei suoi collaboratori, né, tanto meno, lasciò ad essi libertà d’azione. Al contrario, tutti strumentalizzò e guardò con sospetto, un po’ per la sua radicata sfiducia negli uomini, un po’ perché temeva che essi potessero mettere radici troppo profonde in una determinata carica e crearsi attorno ad essa una sorta di proprio rassato, di proprio feudo, che avrebbe diminuito il suo potere personale; un po’ per gelosia, per timore che potessero acquistare troppo prestigio, fare ombra al suo mito e, anche senza insidiare il suo potere, tentare di precostituirsi posizioni successorie che, inevitabilmente, avrebbero suscitato gelosie e lotte di fazioni e determinato il costituirsi di pericolose aggregazioni di interessi attorno all’uomo o agli uomini «di domani». Da qui la sua convinzione che ognuno dovesse avere nelle cariche che ricopriva un «ciclo» non molto lungo (raramente piú di quattro-cinque anni) e che vi dovessero essere periodiche «rotazioni» e «cambi della guardia» nelle varie cariche. Da qui – proprio nel periodo di cui ci stiamo occupando – la necessità per lui di disfare nel giro di pochi anni il «grande ministero» che aveva costituito nel settembre ’29, di privarsi cosí di alcuni degli uomini migliori che aveva chiamato al governo e di riassumere in prima persona buona parte dei ministeri che aveva lasciato; un po’ per la pretesa che tutti fossero solo degli esecutori della sua volontà, senza indipendenza di giudizio e senza proprie convinzioni, se queste non corrispondevano alle sue; un po’ per tagliar corto con le polemiche e le contrapposizioni di opinioni ed interessi sostituendo la sua opinione a quella, assai piú discutibile, di un qualsiasi ministro; un po’ per togliere di mezzo coloro che gli sembravano acquistare troppo prestigio.

288–289

Del caso di Balbo abbiamo appena parlato. Esso non fu però in questi anni l’unico. Un altro, nel luglio ’32, fu quello di Grandi, di cui parleremo nel prossimo capitolo. Insieme a Grandi furono sostituiti Rocco, con De Francisci, Mosconi, con Jung, Giuliano, con Ercole, e Bottai, con lo stesso Mussolini; sostituito fu pure Giunta, come sottosegretario alla Presidenza, con Rossoni308. Di queste quattro sostituzioni, una, quella di B. Giuliano non aveva alcun particolare significato politico, al massimo poteva indicare un certo rialzo della posizione personale di Gentile. Quella di A. Rocco era a sua volta praticamente scontata: ministro di Grazia e Giustizia dal 5 gennaio ’25, Rocco (che morirà nel ’35) aveva ormai abbondantemente compiuto il suo «ciclo»; se proprio si vuol cercare nella sua sostituzione anche una motivazione politica, essa può essere trovata nelle difficoltà che il suo rigido reazionarismo ideologico-giuridico poteva creare a Mussolini e nel suo tendere a dare al regime un assetto giuridico-costituzionale rigido che il «duce» non capiva, ma sentiva che poteva ingabbiarlo. Quanto a quella di A. Mosconi, a parte che anche questo ministro era ormai da quattro anni in carica, essa fu dovuta un po’ alle insistenze dello stesso Mosconi, un po’ ai suoi contrasti con Mussolini sul problema della conversione della rendita, un po’ alla necessità per il «duce» di avere alle Finanze un uomo, per un verso, piú introdotto nel mondo economico-finanziario italiano ed internazionale e, per un altro, piú adatto a fronteggiare la crisi economica e in particolare a difendere ad ogni costo la lira. Da qui la scelta di Guido Jung, che, come ha scritto il Guarneri309 – «segnò l’inizio di una politica di piú deciso intervento dello Stato nella vita economica del paese» e, aggiungiamo noi, forní a Mussolini l’uomo adatto per realizzare quella politica di «pervicace mantenimento della lira a quota novanta» (anche se l’Inghilterra aveva già svalutato la sterlina e gli Stati Uniti si accingevano a fare altrettanto col dollaro) di cui egli era deciso a fare una sorta di propria «bandiera»310. Un discorso diverso va fatto per la sostituzione di Bottai.

289–290

Bottai sarà, con Grandi, uno dei due soli esponenti fascisti di primo piano che, dopo una prima esperienza di governo come ministro, tornerà anni dopo a reggere un dicastero. Per lui, dunque, non si può parlare di accantonamento; limitarsi però a pensare che anche per lui si sia trattato di un normale avvicendamento a conclusione del suo «ciclo» alle Corporazioni sarebbe troppo semplicistico. Nel luglio ’32 l’ordinamento corporativo era ancora in alto mare, sicché una ulteriore permanenza di Bottai nel governo sino al suo definitivo varo non avrebbe avuto nulla di strano, come nel ’29 non l’aveva avuto la conferma di Rocco, che pure era ministro da cinque anni. Anche se manchiamo di documenti precisi che lo provino, è nostra convinzione che la sostituzione di Bottai ebbe per Mussolini (che non a caso riassunse personalmente il ministero delle Corporazioni) un ben preciso significato. Questo significato non va però ricercato, come pure è stato fatto da alcuni, nell’«infortunio» del convegno di Ferrara: Mussolini aveva conosciuto in anticipo la relazione Spirito e non l’aveva impedita; Bottai non ne poteva dunque essere ritenuto dal «duce» responsabile e, oltre tutto, l’aveva subito esplicitamente criticata. I motivi della sostituzione di Bottai vanno cercati altrove. Da un lato, in una sua certa spregiudicatezza di comportamento e in una sua certa autonomia di giudizio, anche se queste doti si accompagnavano ad un notevole «senso dell’opportunità» e ad una altrettanto notevole capacità di cogliere il limite oltre il quale non era per lui prudente spingersi e, addirittura, era meglio rientrare disciplinatamente «nei ranghi»311. Da un altro lato, nelle ostilità che Bottai si era attirato negli ultimi mesi tra i grandi industriali con il «progetto Faggella» per la riforma della legislazione sulla proprietà industriale312 e con le sue prese di posizione contro lo spirito e la pratica con i quali molti industriali intendevano e realizzavano i consorzi obbligatori (da lui prima criticati, poi accettati, purché si trattasse di un provvedimento contingente ed eccezionale e coordinato dagli organi corporativi) e si rivolgevano per aiuti allo Stato. Tra queste prese di posizione particolarmente dura ed esplicita era stata quella alla Camera il 24 febbraio ’32313. «L’ostacolo maggiore ad un’armonica costruzione corporativa» – aveva detto in quella occasione – veniva dalla sostituzione della lotta delle categorie alla lotta di classe e da quei settori che «o conservano la mentalità individualistica e monopolistica o amano il quieto vivere sulle posizioni acquistate»:

290–291

Vi sono taluni produttori, di corta vista, che da anni auspicano e praticano una politica economica girante su soli due perni: la diminuzione del salario e la protezione doganale. Nell’ipotesi di potere piú largamente esportare, ma nella certezza che si sarebbero cosí diminuiti i salari reali, talune correnti dell’industria sono state inflazioniste fin quando hanno potuto; quando non hanno piú potuto, si sono rivolte agli aumenti delle tariffe doganali. Ora, tutto questo è l’antitesi dello spirito corporativo... Non meno viva è, in altre categorie, la tendenza monopolistica, mascherata dalla mentalità consorziale. È venuto di moda, non appena si ha la sensazione che in un determinato settore le cose non vanno, di chiedere un consorzio... Quando non siano indirizzate e regolate dall’intervento ordinatore dello Stato, le tendenze ai consorzi sono sempre antitetiche con il principio corporativo. Noi non siamo affatto disposti a prestarci al facile giuoco di mettere l’etichetta corporativa su formazioni economiche, che possono fiorire tranquillamente all’ombra di un qualsiasi Stato liberale; o, meglio, di uno qualsiasi di quegli Stati che si illudono o cercano di illudere di essere ancora liberali.

291–292

Ancora un altro motivo della sostituzione di Bottai va ricercato, infine, nella sua concezione del corporativismo e in particolare nella sua ostilità per le sempre piú numerose iniziative acorporative che venivano autorizzate o prese direttamente da altri ministeri e, inoltre, nella sua tendenza a fare del suo dicastero una sorta di ministero della programmazione economica314. Tutte cose sulle quali – come abbiamo già detto e spiegato ampiamente – Mussolini non voleva o non poteva pubblicamente concordare con lui e che gli creavano una serie di intralci in troppi ambienti per poter permettere che Bottai rimanesse al suo posto. Estremamente significativo è a questo proposito che – allontanato Bottai – l’ordinamento corporativo, se, per un verso, riprese il suo cammino e fu ufficialmente varato tra la fine del ’33 e quella del ’34, con un gran battage propagandistico, come «lo strumento che, sotto l’egida dello Stato, attua la disciplina integrale, organica ed unitaria delle forze produttive, in vista dello sviluppo della ricchezza, della potenza politica e del benessere del popolo italiano»315, per un altro verso, esso nacque nel modo peggiore possibile: una macchina farraginosa, malata di elefantiasi burocratica, che avrebbe sempre funzionato male e spesso addirittura non avrebbe funzionato del tutto e, quindi, non avrebbe risolto nessuno dei problemi che si affermava avrebbe risolti e che anzi non di rado finí per aggravare; una macchina che, passato il primo momento di entusiasmo, di speranza e di timori, finí all’atto pratico per essere sfruttata soprattutto dagli interessi economici (non a caso nel ’43 V. Cini avrebbe definito il corporativismo «l’ultima trincea del capitalismo»316), per non giovare ai lavoratori né direttamente né indirettamente317 e per non servire neppure al regime318. Una macchina, per altro, che non legava affatto le mani a Mussolini, ma che anzi, sul momento almeno, gli permetteva di dichiarare che il fascismo era sempre piú «in marcia» sulla via sociale e che, concentrando sull’esperimento italiano l’attenzione di tutto il mondo, accresceva notevolmente il suo prestigio319.

292–293

La sostituzione piú importante e drammatica fu però quella, l’anno dopo, di Leandro Arpinati. Arpinati non era solo il sottosegretario agli Interni, in pratica il ministro; era anche uno degli uomini piú in vista del fascismo: ancora nel ’41 G. Ciano nel suo diario scriverà: «tra gli uomini del Regime, Arpinati è qualcuno»320. Impulsivo, forse non molto intelligente e dotato della cultura tipica dell’autodidatta, era però un uomo personalmente molto retto, spregiudicato, molto legato a Mussolini ma senza piaggeria alcuna, politicamente un «puro»; dall’originario anarchismo individualista si era via via spostato sul terreno di un fascismo caratterizzato soprattutto, per un verso, da un forte liberismo alla Pantaleoni e, per un altro verso, da un profondo senso dello Stato; nonostante il suo fascismo e la carica che ricopriva, non aveva interrotto i suoi rapporti con vari antifascisti321. Come sottosegretario aveva cercato di frenare certe tendenze piú smaccatamente illegalistiche, di contenere le ingerenze del partito nello Stato, di assicurare un esercizio corretto della pubblica amministrazione comunale e provinciale e di combattere i profittatori e gli arrivisti. In contrasto con la tendenza generalmente invalsa, per esempio, aveva permesso che ai concorsi banditi dagli enti locali e parastatali non fosse richiesta ai partecipanti l’iscrizione al PNF e che nella scelta dei vincitori si assumesse il primo della terna, senza discriminazioni tra iscritti e non iscritti. Questo suo carattere e questo suo comportamento, uniti al grande potere e prestigio acquistati, gli avevano naturalmente suscitato contro molte ostilità e gelosie, che talvolta giungevano sino a presentarlo come «lo Stalin del fascismo» (cosí come per alcuni Balbo sarebbe stato «il Trotzky») e il «vice duce», aspirante alla successione. All’inizio impotenti, i suoi avversari si erano fatti piú forti e numerosi dopo la nomina di Starace – che lo detestava – a segretario del partito. Per forti e numerose che fossero, queste ostilità non avrebbero potuto però determinarne la caduta se Mussolini non si fosse schierato contro di lui.

293–294

Nella scelta di Arpinati nel ’29 per il sottosegretariato agli Interni Mussolini doveva aver visto anche un espediente per risolvere la situazione bolognese: allontanare Arpinati dal suo rassato e, al tempo stesso, non metterlo localmente in una condizione di inferiorità rispetto a Grandi. Alla base della scelta vi era stata però soprattutto una personale valutazione positiva dell’uomo e del fascista, tanto è vero che – secondo A. Iraci, che di Arpinati fu capo di gabinetto – aveva persino pensato di nominarlo ministro tout court e se non lo fece fu solo su suggerimento dello stesso Arpinati. E, una volta tanto, non si era sbagliato. Col tempo era diventato chiaro che su molte questioni i due avevano idee diverse. In particolare Arpinati era un avversario tenacissimo del corporativismo e di ogni forma, esplicita o larvata, di intervento dello Stato nell’economia. In questa sua posizione egli non era certo solo; al vertice del regime il corporativismo era visto con sospetto da non pochi: sia pure con sfumature e motivazioni diverse, per esempio da Turati, da Giuriati, da Rossoni, da De Bono. Solo che, diversamente da costoro, Arpinati esternava pubblicamente la sua avversione. Il 10 agosto ’31, durante un discorso pronunciato a Pistoia, era arrivato a dire:

lo Stato non può far tutto, non può provvedere a tutto. Se il mondo è in crisi, nessun paese può vivere fuori della crisi e nella prosperità, per quanto grandi siano l’autorità e la volontà dello Stato... Bisogna difendersi da certe tendenze che vorrebbero conferire allo Stato quei compiti e quei doveri, che sono esclusivi dei privati. Nessuno Stato fu mai buon industriale o buon commerciante. Tutti gli esperimenti in questo senso sono costati e costano gravi sacrifici e non meno gravi delusioni... Lo Stato, quando non interviene per aiutare i vecchi e i bambini, finisce sempre per sostenere i meno meritevoli, i negligenti, gli inetti, gli incapaci, a tutto danno dei volonterosi, degli abili, degli attivi. Tutto ciò determina un marasma, che mentre danneggia e avvilisce i buoni, aumenta il numero dei parassiti che sperano di vivere eternamente a carico della collettività. Ed è facile prevedere come tali concezioni portino, presto o tardi, al generale disinganno e alla generale rovina. Il fascismo ha fatto la sua rivoluzione contro queste tendenze e per impedire che il nostro paese fosse travolto da quella sinistra utopia, che sta devastando un gran popolo e un grande paese.

294–295

Di fronte ad una presa di posizione cosí esplicita Mussolini si era sentito in dovere di dare ad Arpinati una risposta altrettanto esplicita e pubblica. Otto giorni dopo, parlando in Campidoglio per celebrare il centenario del Consiglio di Stato, aveva ribadito a tutte lettere che lo Stato fascista era corporativo, «anzi fascista perché corporativo e viceversa, poiché senza la costituzione corporativa... non vi è rivoluzione fascista», aveva definito una «concezione filistea piccolo borghese della rivoluzione fascista», «da respingere come una parodia e un insulto», quella di coloro che riducevano la rivoluzione fascista alla «semplice costituzione di un governo forte che può garantire, in ogni evenienza, l’ordine pubblico» e aveva drasticamente concluso322:

discutere ancora se la sfera dell’economico rientri nello Stato e appartenga allo Stato è semplicemente, nella migliore delle ipotesi, assurdo e inattuabile. Nessuna sfera della vita individuale e collettiva può essere sottratta allo Stato; ogni sfera, anzi, rientra nello Stato e vive in quanto è nello Stato.

Rimesse cosí le cose a posto di fronte a tutti, per Mussolini la vicenda non ebbe però piú seguito: la mattina dopo il discorso in Campidoglio Arpinati gli presentò le proprie dimissioni da sottosegretario, egli però non le accettò e gli confermò il proprio apprezzamento per la sua collaborazione. E lo stesso fece l’anno dopo, ai primi di maggio, quando Arpinati ripresentò le dimissioni, questa volta per ragioni strettamente personali (un incidente automobilistico in cui aveva trovato la morte una persona senza colpa, sembra, di Arpinati). Alla luce di questi fatti è, dunque, difficile pensare che la sostituzione di Arpinati e la sua successiva distruzione politica siano stati solo la conseguenza della diversità di opinioni che su molte questioni vi era tra lui e Mussolini; tanto piú che non risulta che negli ultimi mesi di permanenza di Arpinati al Viminale vi siano stati gravi attriti tra i due.

Agostino Iraci, che di Arpinati fu stretto collaboratore ed amico e che ne ha scritto la biografia, ha sostenuto che Mussolini non amava il gerarca bolognese ma comprendeva l’utilità della sua collaborazione e, in definitiva, sperava «che avrebbe finito per piegare questo “pupillo indisciplinato”» e che la situazione sarebbe alla fine precipitata anche contro la sua volontà323. Si tratta a nostro avviso di un giudizio sostanzialmente equilibrato ed accettabile e che solo apparentemente è contraddetto dagli accenni ad Arpinati di Mussolini riferiti da G. Ciano nel suo diario324, che, sempre a nostro avviso, non provano affatto il persistere di un odio verso l’ex sottosegretario (di cui, in ogni caso, andrebbe stabilita l’origine, se legata alle vicende dell’aprile ’33 ovvero al successivo fiero atteggiamento di Arpinati), ma vanno intesi come un riferimento all’invio al confino a cui potevano essere assoggettati anche uomini politicamente tanto importanti come era stato Arpinati. Il vero artefice della rovina di Arpinati, infatti, fu Starace (che doveva averla preparata almeno dalla seconda metà del ’32); Mussolini la sanzionò senza entusiasmo e dopo aver cercato di evitarla (probabilmente soprattutto per scongiurare uno «scandalo») in parte costrettovi dalla stessa impulsività di Arpinati nel reagire contro Starace, in parte per evitare una prova di forza tra i due che si sarebbe conclusa inevitabilmente in uno «scandalo» ancor piú clamoroso delle dimissioni di Arpinati e che in ogni caso non avrebbe potuto non comportare la fine politica di uno dei protagonisti (e, tra il fedele Starace, segretario del PNF per di piú, e il sottosegretario agli Interni cosí poco in linea, per il «duce» la scelta era praticamente obbligata).

295–296

Il pretesto scelto da Starace per attaccare Arpinati fu l’insistenza che questo metteva in atto per far concedere a M. Missiroli la tessera del PNF. Mussolini, come molti vecchi fascisti, non aveva nessuna simpatia per l’ex direttore del «Resto del carlino» e del «Secolo» (nel ’27, scrivendo al fratello325 lo aveva definito «un cervello disintegratore»); Arpinati, invece, era suo amico, ne subiva l’influenza culturale e lo considerava un grande giornalista. A questa accusa facevano corona varie altre, tra le quali quella di contrastare la politica economica del regime ed in particolare il corporativismo e quella di sparlare dei familiari del «duce». Come ha spiegato Iraci, quest’ultima accusa trovava la sua origine nel fatto che, avendo la moglie del «duce» appoggiato uno degli aspiranti alla concessione delle Terme di Castrocaro ed essendosi il prefetto di Forlí rivolto ad Arpinati per consigliarsi sul da fare, questo gli aveva risposto: «l’Italia non è un feudo della famiglia Mussolini». Il 27 aprile ’33 Mussolini, in occasione del consueto rapporto mattutino, contestò queste accuse ad Arpinati; questo le respinse e, probabilmente, la questione si sarebbe potuta risolvere senza danno, se, impulsivo com’era, subito dopo l’udienza il gerarca bolognese non avesse scritto a Starace un durissimo bigliettino in cui gli dava del «mentitore» e del «vile». La conseguenza logica non poteva essere che un duello tra i due, ma Mussolini ovviamente non ne volle sentire parlare e, non volendo sacrificare Starace, il 1º maggio chiese ad Arpinati di rassegnare le dimissioni. Forse il destino di Arpinati a questo punto non era ancora compromesso del tutto. Ma a far precipitare la situazione venne, al posto della consueta lettera deferente e grata con la quale i dimissionati erano usi dimettersi, un altro secchissimo biglietto di Arpinati («Caro Presidente, a seguito ed in conformità dell’invito rivoltomi con lettera in data odierna, rassegno le mie dimissioni da S. S. di Stato per l’Interno. Con immutata devozione. Arpinati») che invano il capo della segreteria di Mussolini e altri esponenti fascisti cercarono di fargli modificare326 e che permise a Starace di sferrare l’ultimo decisivo attacco, sotto forma di una lunga lettera-requisitoria al «duce» datata 3 maggio nella quale erano raccolte tutte le possibili accuse contro Arpinati. In otto fitte pagine erano mosse una ventina di accuse, tra le quali quella di star preparando la propria successione al «duce» e, dulcis in fundo, si insinuava persino l’idea che Arpinati avesse avuto parte nell’attentato Zamboni del 31 ottobre ’26 a Bologna:

296–297

l’atto di solidarietà, compiuto dall’Arpinati verso il Missiroli, mi ha fatto riflettere a tutti i suoi atteggiamenti, non escluso quello assunto in occasione dell’attentato Zamboni, durante il processo e dopo, atteggiamenti che vigilavo da un anno e ai quali avevo dato una relativa importanza, conoscendo il temperamento e la mentalità dell’uomo. I dubbi sono subito cessati. Arpinati aveva dimostrato di possedere una mentalità diversa dalla mia e cioè una mentalità non fascista. E Ve l’ho denunziato, con sicura coscienza di avere, come sempre, compiuto il mio dovere.

La sera del 4 maggio un comunicato ufficiale rendeva noto che Arpinati si era dimesso «per motivi di ordine personale» e che Mussolini aveva chiamato a sostituirlo come sottosegretario agli Interni l’on. Guido Buffarini-Guidi.

297

A livello governativo la vicenda di Arpinati si conclude a questo punto. A livello di partito e personale essa ebbe però un seguito anche piú drammatico. Come nel caso di Augusto Turati, alla fine politica anche per Arpinati seguí poco dopo la distruzione personale. I suoi nemici, infatti, non disarmarono fino a quando, nel luglio dell’anno successivo, non riuscirono prima a farlo espellere dal PNF, poi a farlo arrestare, insieme ad alcuni suoi amici bolognesi327, sotto l’accusa di indisciplina e di «aver assunto e mantenuto atteggiamento palesemente contrario alle direttive e all’unità del regime», e quindi condannare a cinque anni di confino. A questo punto si ripropone però l’interrogativo sul ruolo di Mussolini in questa seconda parte della vicenda Arpinati. Che le accuse fossero sostanzialmente false è fuori di dubbio. Se una «colpa» poteva essere fatta all’ex sottosegretario era solo quella di non aver accettato di umiliarsi e di avere assunto un atteggiamento fiero e sdegnoso. Lo stesso da lui mantenuto negli anni successivi (i primi due a Lipari, gli altri tre nella sua proprietà agricola alla Malacappa) e che gli valse, allo scadere della condanna, il suo rinnovo per altri cinque anni328.

È assai significativo che nel rapporto del questore di Bologna con cui il 25 maggio ’39 venne proposto per un nuovo quinquennio di confino si insista soprattutto sul fatto che Arpinati non aveva offerto «nessun segno di ravvedimento», che andava dicendo che non avrebbe mai chiesto la grazia e, appena libero, «avrebbe domandato conto al Duce delle ragioni per cui era stato confinato» e che in occasione della conquista dell’Etiopia aveva rifiutato sdegnosamente di inviare a Mussolini – come gli suggerivano alcuni amici, sicuri che sarebbe stato «risolutivo della sua posizione» – un telegramma cosí concepito: «Duce, il mio grande dolore, in questo momento, è di non poter essere tra la folla ad applaudirti»329. In questo stesso rapporto è pure esplicitamente affermato:

298–299

l’Arpinati, tramontato definitivamente quale uomo politico, ed estraniato dal Regime, non ha personalmente alcuna risonanza nell’opinione pubblica.

Anche nella situazione locale egli è da tempo completamente superato, sicché il suo caso non costituisce motivo di speciale preoccupazione.

Per il comportamento di Mussolini non vi è, a nostro avviso, che una sola spiegazione. Il «duce» non era un uomo crudele; molti negli anni del regime furono gli atti di clemenza da lui autorizzati o decisi personalmente; in qualche caso arrivò sino ad aiutare o lasciar aiutare i suoi avversari di ieri o i loro familiari a rifarsi una vita. Tutto ciò doveva però essere accompagnato da un atto di pentimento, da un appello alla sua comprensione, da un riconoscimento della sua magnanimità. Se l’avversario di ieri, se la vittima era disposta a piegarsi, a riconoscersi vinto e a ricorrere alla sua clemenza, Mussolini era a sua volta pronto a perdonare e persino ad aiutare. Ma Arpinati non era uomo da piegarsi, da riconoscersi colpe che non sentiva di avere, da comprendere le «superiori ragioni» di Mussolini per non rompere prima completamente con lui e per ottenere clemenza poi. Da qui la sua fine politica e la sua distruzione, che, però, se per anni irritarono profondamente il «duce» (al punto che se Muti ottenne di poter riabilitare Turati non riuscí a far liberare Arpinati dal confino), al fondo dovettero mantener vivo in lui il rispetto per l’uomo; tanto è vero che – come vedremo – ai tempi della RSI ne avrebbe invano ricercato la collaborazione.

Da quanto siamo venuti dicendo ci pare si possa concludere che la sostituzione di Arpinati e la sua fine politica ebbero soprattutto una causa di tipo personalistico. A determinarle non furono tanto i dissensi su alcune questioni politiche con Mussolini, quanto il clima, le lotte di potere tipici dei regimi autoritari e che con la gestione militaresco-burocratica di Starace andavano diventando sempre piú torbidi e, appunto, personalistici: dopo la vicenda di Turati, quella di Arpinati è emblematica soprattutto della degenerazione che cominciava ormai ad intaccare il regime al suo interno e che, a ben vedere, faceva passare i contrasti politici e di idee in secondo piano, a tutto vantaggio di quelli di mero potere. Indirettamente la sostituzione di Arpinati ebbe però conseguenze non irrilevanti anche per il regime. Nella sua appassionata difesa di Arpinati, A. Iraci ha scritto che330,

dopo la cacciata d’Arpinati, tutto cambiò nel fascismo, specie nei suoi quadri piú alti, che, del resto, ormai erano completamente rinnovati, e non certo con un’elevazione delle qualità morali degli investiti. Essi compresero che potevano agire impunemente. L’occhio vigile del «censore disarmato» – come poi si disse – non c’era piú. Rimaneva il pericolo delle «informative» di Bocchini. Ma questi, che desiderava soprattutto rimanere al suo posto, e, del resto, in materia di moralità non aveva interessi, poteva essere facilmente addomesticato da chi era potente. E cosí fu. Nel secondo periodo del fascismo, e poi sempre piú verso la fine, l’abuso dell’autorità e del pubblico denaro da parte di chi aveva il potere divenne la regola; non vi fu piú discrezione né controllo. E il fenomeno, del resto caratteristico di ogni epoca di decadenza, assunse aspetti e proporzioni, che spiegano quella fama di disonestà generale che, forse anche in misura superiore al giusto, è rimasta attributo del regime fascista...

Sempre secondo Iraci331, un elemento importante di questo cambiamento sarebbe stata la nomina a sottosegretario agli Interni al posto di Arpinati di Buffarini-Guidi:

299–300

questo toscano, grasso e rubicondo, scaltro e in telligente, privo di principî e di scrupoli, fu proprio il tipo adatto per completare Starace. Il Ministero dell’Interno, appena vi entrò Buffarini, accompagnato da una folta schiera di clienti, mutò fisionomia... Come abbiamo avuto occasione di dire, il Ministero dell’Interno era stato sempre, pur nel fascismo, il controllore piuttosto severo di tutto ciò che avveniva nel paese, e anche l’estrema garanzia del cittadino offeso nei suoi diritti. Da allora divenne il complice, il compartecipe, il garante di tutti gli abusi, le illegalità, le prepotenze, le immoralità, che con ritmo crescente si perpetrarono in nome del fascismo.

In sede storica una simile spiegazione, un cosí diretto e meccanico rapporto di causa ed effetto tra l’eliminazione di Arpinati, la sua sostituzione con Buffarini-Guidi e l’instaurarsi di un clima radicalmente diverso nel fascismo, non possono ovviamente essere recepiti; farli propri sarebbe una schematizzazione estremamente semplicistica. Ciò non toglie che l’Iraci abbia colto bene come oggettivamente la vicenda di Arpinati si collochi nel momento in cui il regime, al proprio interno, stava cominciando la parabola discendente, cominciava a corrompersi nella propria intima sostanza, diremmo quasi nella propria particolare moralità; nel momento in cui la logica del potere dittatoriale cominciava ad intaccare profondamente Mussolini e a renderlo sempre piú prigioniero del proprio mito e della propria grandezza. Una grandezza che aveva bisogno assoluto sia di sempre nuovi successi sia di una facciata totalitaria, senza crepe e senza ombre di nessun genere, e che, pertanto, non poteva affidarsi che alle mani di esecutori mediocri o senza scrupoli, convinti o disposti a tutto per realizzarla, senza rendersi conto (o senza osare dirlo) dei rischi futuri e del costo immediato che essa aveva non solo per il paese ma per il regime stesso, che si accontentavano della facciata senza curarsi delle fondamenta (o curandosene solo in maniera burocratica e repressiva) e che, assai spesso, tendevano a far coincidere l’«interesse» del regime col proprio personale e concreto interesse e, cosí facendo, corrompevano via via con il loro esempio e con l’omertà, attiva e passiva, implicita nel loro comportamento le strutture superiori e centrali del regime, che inevitabilmente non potevano a loro volta non corrompere progressivamente quelle inferiori e periferiche. Iraci ha fatto dell’eliminazione di Arpinati lo spartiacque al di qua del quale il regime sarebbe cambiato; altri, lo si è visto, hanno individuato questo stesso spartiacque nell’affermarsi dello staracismo; altri ancora lo hanno visto nelle grandiose e non di rado ridicole celebrazioni, nel ’32, del «decennale» dell’andata al potere del fascismo332. I punti di riferimento sono a prima vista diversi, in realtà essi si collocano tutti in un arco di tempo sostanzialmente comune e hanno in effetti al fondo un tipo di giudizio comune. Questo si spiega con la particolare prospettiva con la quale osservatori e storici si sono posti ognuno di fronte alla stessa realtà e, al tempo stesso, con la difficoltà di individuare veramente simili spartiacque, che in quanto tali sono la somma di tutta una serie di fatti e di momenti particolari. Resta però il fatto che per tutti lo spartiacque si pone grosso modo tra il ’32 e il ’34; resta cioè il fatto che il regime al suo interno cominciò la parabola discendente nel momento in cui godeva nel paese del maggior consenso, prima delle grandi iniziative di politica estera, prima che per Mussolini iniziasse il declino fisico. Entrare nel merito di questi spartiacque non sarebbe dunque solo inutile, ma anche assurdo.

300–301

Su uno solo, in questa sede, non si può sorvolare. È stato detto che la morte di Arnaldo Mussolini avrebbe avuto un’influenza assai notevole sulla evoluzione della personalità e sulla stessa azione politica (nel senso che con essa sarebbe venuto meno l’unico elemento veramente moderatore) del fratello. Poiché Arnaldo Mussolini morí improvvisamente il 21 dicembre 1931, è naturale chiedersi se veramente la sua scomparsa ebbe sul fratello l’importanza che qualcuno le ha attribuito.

Mussolini era molto affezionato ad Arnaldo e riponeva in lui assoluta fiducia. Si potrebbe quasi dire che, dopo il ’24, il fratello fu l’unica persona in cui ebbe veramente fiducia (sintomatica è la frase che il giorno del funerale disse a M. Ferraguti con un misto di tristezza e di amaro sarcasmo: «ora dovrò fidarmi di tutti...»333) e con cui era in confidenza: l’unico suo vero amico. Persino nelle questioni riguardanti la propria famiglia e in particolare i figli aveva piú confidenza con lui (e con la sorella Edvige) che con la moglie. Il matrimonio di Edda con Galeazzo Ciano, nel ’30, per esempio, fu – almeno nella primissima fase – pensato da Arnaldo, per venire incontro al desiderio del fratello di trovare (dopo un paio di semifidanzamenti che non aveva approvato) un marito alla irrequieta e bizzarra figlia334. Dalla costituzione del governo nel ’22 Arnaldo aveva diretto «Il popolo d’Italia» («Gerarchia», invece, era stata affidata a Margherita Sarfatti). Come il «duce» scrisse nella Vita di Arnaldo335, i due fratelli si consultavano quotidianamente:

301–302

Tutte le sere, da nove anni, verso le ventidue, io chiamavo Arnaldo al telefono. La nostra conversazione si svolgeva nei termini seguenti: «Che cosa c’è di nuovo?» «Che cosa fai per domattina?» «Mi piacerebbe che tu scrivessi un articolo sulla tale questione». «Il tuo articolo di stamani mi è piaciuto moltissimo. Intonato, chiaro, efficiente».

Arnaldo era fierissimo di questi elogi ed altrettanto si immalinconiva per i miei «rabbuffi», che quasi sempre si riferivano alle inevitabili piccole deficenze che io riscontravo talora nel complesso del giornale, che andavano da errori di stampa a doppioni di notizie.

Quando Arnaldo aveva dei dubbi e temeva cioè che il suo articolo potesse creare imbarazzi alla mia azione di governo, egli me lo mandava da vedere o nel manoscritto o nelle bozze.

Pur con questo stretto collegamento col fratello, Arnaldo sino al giorno della sua morte era stato però l’effettivo direttore del «Popolo d’Italia»336. Vari suoi articoli, per esempio i piú tra quelli scritti durante la crisi del ’31 con la Chiesa, erano stati pubblicati senza un preventivo accordo con il fratello ed esprimevano il suo personale punto di vista. Se, infatti, Arnaldo era stato per circa dodici anni un prezioso collaboratore e consigliere del fratello (e una sorta di sua longa manus nel capoluogo lombardo da dove teneva discreti contatti con tutta una serie di ambienti, soprattutto economici), non era stato però un suo mero portavoce337. Il carteggio tra i due mostra chiaramente come – pur ammirando il fratello ed essendo in sostanziale accordo con lui – egli avesse avuto una propria posizione, avesse attivamente partecipato alla vita politica del regime, prendendo nettamente posizione in pubblico e in privato sui vari problemi e sugli uomini in essi coinvolti, ed esercitando una notevole influenza sul fratello. Su alcuni di questi problemi le sue lettere lo rivelano non di rado duro ed intransigente, talvolta sollecitatore di interventi drastici contro avversari e fascisti non in linea. Nel complesso, al di là cioè di singoli casi, è però assai probabile che la sua influenza e i suoi consigli fossero riusciti a mo derare in qualche misura le asprezze del carattere e l’egocentrismo del fratello338.

302

L’improvvisa morte di Arnaldo colpí duramente Mussolini339. «La scossa è stata cosí improvvisa e grave che ci vorrà molto tempo prima che i miei nervi abbiano potuto riprendere l’equilibrio. Ho pianto e piango», scrisse quattro giorni dopo alla sorella Edvige340. E questa testimonianza diretta è confermata da quelle della moglie e di coloro che in quei giorni ebbero occasione di vederlo e parlargli. Lo stesso giorno, come atto di omaggio alla memoria del fratello scomparso, cominciò a scrivere la Vita di Arnaldo, che fu messa in circolazione nell’autunno successivo. Sotto il profilo politico questo scritto è di scarso interesse e anche sotto quello biografico non porta molti elementi nuovi, anche se i primi capitoli, dedicati all’infanzia e all’adolescenza comuni, non mancano di una certa soffusa commossa tristezza. Il suo interesse sta piuttosto nella costante valorizzazione dell’umanità di Arnaldo e della sua collaborazione giornalistica e politica col fratello; il tutto fatto con indubbia sincerità e talvolta con passione (come nella pagina, già ricordata, nella quale si fa cenno al «caso Belloni» e alle accuse che allora erano state mosse alla correttezza personale di Arnaldo) e mettendo sempre in rilievo l’affetto e la fiducia che li avevano legati. Pur nel suo tono un po’ retorico, tipica in questo senso è la chiusa del volumetto341:

303–304

mobilizza la storia, ma ne sviluppa le forze. La rivoluzione nel nostro pensiero è una creazione che alterna la grigia fatica della costruzione quotidiana, ai momenti folgoranti del sacrificio e della gloria. Sottoposto a questo travaglio che segue la guerra, è già possibile vedere, e sempre piú si vedrà, il cambiamento fisico e morale del popolo italiano. Ecco iniziata la quarta grande epoca storica del popolo italiano, quella che verrà dagli storici futura chiamata epoca delle camicie nere. La quale vedrà i fascisti integrali, cioè nati, cresciuti e vissuti interamente nel nostro clima: dotati di quelle virtú che conferiscono il privilegio del primato nel mondo.

Le «votazioni» ebbero luogo il 25 marzo. Il loro esito fu veramente plebiscitario: la percentuale dei votanti fu del 96,25 per cento; i voti favorevoli 10 025 513, quelli contrari 15 265 (i partiti antifascisti e soprattutto i comunisti avevano diffuso la parola d’ordine di non astenersi ma di votare «no»342), i voti nulli e dispersi 1219.

Una prova eloquente della sostanziale corrispondenza dell’esito del «secondo plebiscito» alla realtà italiana di quel momento è offerta dal travaglio e dalla crisi che contemporaneamente si verificavano in una parte cospicua di quegli antifascisti che sin allora, pur essendo rimasti in Italia, non avevano abdicato alle loro idee (tanto che alcuni di essi erano stati al confino), erano restati dignitosamente appartati dalla vita pubblica e, in vari casi, avevano mantenuto rapporti con la Concentrazione antifascista di Parigi e con il gruppo socialista clandestino lombardo. La stabilità del regime, l’avvio dell’ordinamento corporativo prima e l’esito delle «elezioni» del 25 marzo poi, spinsero infatti molti di questi antifascisti a riconsiderare sia la propria posizione verso il regime sia soprattutto la concreta realtà nella quale questo era ormai radicato e che nulla in quel momento faceva ragionevolmente ritenere potesse mutare per lungo tempo; in pratica a porsi il problema di operare lealmente nella realtà del regime dal suo stesso interno e con gli strumenti che essa offriva loro, ma, al tempo stesso, in una prospettiva socialista, per non perdere completamente i contatti con le masse e per cercare di far sviluppare i germi di una vera rivoluzione sociale insiti nel tello aveva sempre guardato come al «duce», anche se, a differenza degli altri, senza piaggerie, e ne aveva sostanzialmente approvato la politica, limitandosi al massimo a discuterne singoli aspetti particolari. È pertanto difficile pensare che, se non fosse prematuramente morto, Arnaldo avrebbe potuto determinare un diverso sviluppo della politica del fratello.

304

Tra il ’32 e il ’34 il regime – lo abbiamo detto – cominciò la sua parabola discendente. Questa è però una constatazione che possiamo fare noi oggi, in sede storica, tenendo conto di tutta una serie di elementi e di sintomi. Allora nessuno non solo se ne rese conto, ma neppure fu sostanzialmente sfiorato da una simile idea e ciò sia in Italia sia all’estero, sia tra i fascisti sia tra gli antifascisti piú seri (lasciamo ovviamente fuori dal nostro discorso, perché ai suoi effetti irrilevanti, coloro per i quali da anni il fascismo era sempre nell’ultimo semestre del suo potere). Al contrario, tutti gli elementi esterni inducevano a ritenere che il regime non fosse mai stato tanto solido e non avesse mai goduto di un consenso cosí vasto, sia all’interno sia a livello internazionale.

La sanzione per cosí dire «ufficiale» di questa solidità e del relativo consenso interno fu costituita per Mussolini e per il regime dal secondo plebiscito, dalle «elezioni» del 25 marzo 1934.

Per il fascismo il risultato delle «elezioni» era ovviamente scontato in partenza. Ciò non toglie che dal ’32 tutta una serie di iniziative del regime e di prese di posizione di Mussolini si possano ritenere concepite in funzione di esse, come una sorta di grande campagna elettorale propagandistica volta a gettare le basi del successo, a rendere piú vasto e plebiscitario il consenso, attraverso una massiccia ed abile opera di manipolazione di massa del paese, tesa a radicare l’idea che il regime fosse come non mai saldo, che fosse suo merito l’esser riuscito a pilotare nel migliore dei modi la navicella dell’economia italiana attraverso i marosi della «grande crisi», e che, in fase ormai di superamento la crisi, esso fosse sul punto di riprendere la marcia sulla via di uno sviluppo economico e di un progresso sociale che, non solo avrebbero costituito l’atteso «terzo tempo» del fascismo, ma avrebbero indicato a tutto il mondo quale strada andava battuta per superare le contraddizioni e le crisi del capitalismo e per evitare il comunismo; e tutto ciò senza mancare di vellicare opportunamente anche il sentimento nazionalistico e le aspirazioni coloniali vivi in una parte della borghesia con una serie di accenni al posto che spettava all’Italia tra le grandi potenze e alle aspirazioni frustrate dal trattato di Versailles.

305–306

L’inizio della «campagna elettorale» fu costituito dalle celebrazioni del «decennale»: una grande e capillare esaltazione dei meriti e delle conquiste del regime e una proiezione di esso nel futuro, durante la quale si fece ricorso su vastissima scala a tutti i piú moderni strumenti della propaganda di massa e Starace ebbe ampiamente modo di esprimere (assai spesso nelle forme piú bolse, grottesche e retoriche) le sue capacità di organizzatore e di coreografo di masse343. In occasione di queste celebrazioni avvenne, come già si è detto, la riapertura delle iscrizioni al PNF, nella quale piú di un osservatore volle vedere una sorta di preplebiscito344. Questo valore fu certo dato dal fascismo e dallo stesso Mussolini alle sottoscrizioni di buoni del Tesoro che si aprirono nell’aprile ’32 e nel gennaio ’34 e che conseguirono ottimi risultati, dato che in pochissimi giorni entrambe le emissioni fruttarono somme assai maggiori di quelle previste345. Sempre in occasione del «decennale», alla fine del ’32, fu concessa un’amnistia e indulto estesi anche ai reati politici: secondo i dati ufficiali, su 1056 condannati per reati politici, coloro che riacquistarono la libertà grazie al provvedimento di clemenza furono 639; oltre ad essi furono liberati 595 confinati politici. Vennero inoltre revocati i provvedimenti con i quali nel gennaio ’26 era stata inflitta la perdita della cittadinanza a una serie di fuoriusciti, tra i quali G. Salvemini, A. De Ambris, G. Donati, C. Rossi e A. Fasciolo. Il significato politico dell’atto di clemenza è evidente: con esso il regime voleva dimostrare al tempo stesso sia la sua forza sia la sua generosità e, quindi, di avere ormai conseguito la piena vittoria sull’antifascismo346.

306–307

In questo clima e in questa prospettiva bene si inquadrano le affermazioni che Mussolini fece alla Camera il 16 novembre ’32, celebrando ufficialmente il «decennale»347:

Lo scadere del primo decennio sui dieci preventivati e certissimi trova la rivoluzione fascista piú potente che mai, perché dura e continua... Il significato delle celebrazioni del decennale è duplice ed immenso, ed io richiamo su di esse la vostra intenta meditazione. Da una parte il popolo italiano, in masse compatte e formidabili di milioni di uomini, ha fatto un deciso balzo in avanti; ed io, anima contro anima, sento di averlo interpretato come non mai. Dall’altra parte, le dottrine, gli istituti e le opere compiute dalla rivoluzione delle camicie nere, sono all’ordine del giorno di tutti i paesi di Europa. Poiché in questo mondo oscuro, tormentato e già vacillante, la salvezza non può venire che dalla verità di Roma e da Roma verrà.

E altrettanto bene si inquadra tutta un’altra serie di prese di posizione e di iniziative con le quali il «duce» costellò gli anni ’32-34. Su quelle connesse al varo dell’ordinamento corporativo non è il caso di soffermarci, avendone già parlato; basterà ricordarne i momenti piú importanti e ai quali la propaganda del regime diede maggior rilievo: il discorso per lo Stato corporativo del 14 novembre ’33 al Consiglio nazionale delle Corporazioni, l’articolo Il 1934, scritto per la stampa americana e pubblicato il 2 gennaio ’34 anche dal «Popolo d’Italia» (in cui si affermava che il 1934 sarebbe stato l’anno dell’idea corporativa in tutti gli Stati), e il discorso del 13 gennaio ’34 al Senato348. Ugualmente, basterà solo segnalare che in questo periodo, e soprattutto dall’estate del ’33 in poi, Mussolini piú volte si impegnò sul «Popolo d’Italia»349 con articoletti e note (in genere anonimi) volti a mettere in rilievo e a deridere la fallacia delle previsioni che la stampa antifascista italiana all’estero andava facendo sulla solidità del regime e su una sua prossima crisi e a contrapporre ad esse le divisioni e le polemiche che travagliavano il fuoruscitismo. A questo genere di polemica, a lui assai congeniale, il «duce» si era dedicato anche in altri periodi350; la sistematicità e la frequenza con le quali si impegnò in essa nel ’33-’34 sono però tali che non è possibile non vedervi un preciso intento: quello di convincere gli scettici e i riottosi che l’antifascismo era ormai solo un fatto folcloristico, pochi fanatici senza futuro e fuori dalla realtà, destinati a divorarsi tra loro. Un discorso un po’ piú lungo merita, invece, l’insistenza con la quale Mussolini dalla fine del ’32 cominciò a parlare di «universalità» del fascismo e di una prossima fascistizzazione dell’Europa.

307

In realtà Mussolini qualche accenno in questo senso l’aveva fatto sin dal ’25-26. Alla Camera, il 18 novembre ’25351, aveva detto:

Da Tokio a New York, dal nord al sud, in tutti i continenti, in tutti i paesi, si discute pro e contro il fascismo. E mentre io affermo che non è possibile all’estero copiare il fascismo perché diverse sono le condizioni storiche, geografiche, economiche e morali, affermo però che ci sono nel fascismo fermenti di vita il cui carattere universalistico non può essere negato.

Il 7 aprile dell’anno successivo aveva parlato di un «principio nuovo» da agitare nel mondo e da far trionfare352. E l’anno dopo, nella prefazione al saggio di J. S. Barnes, The universal aspects of Fascism, aveva scritto353:

Il fascismo è fenomeno prettamente italiano nella sua estrinsecazione storica, ma i suoi postulati dottrinari sono di carattere universale. Il fascismo pone e risolve dei problemi che sono comuni a molti popoli, e precisamente a tutti i popoli che hanno vissuto e sono stanchi dei regimi demoliberali e delle menzogne convenzionali annesse.

308

E il 27 ottobre ’30 era stato anche piú esplicito354:

Oggi io affermo che il fascismo in quanto idea, dottrina, realizzazione è universale; italiano nei suoi particolari istituti, esso è universale nello spirito, né potrebbe essere altrimenti. Lo spirito è universale per la sua stessa natura. Si può quindi prevedere una Europa fascista, una Europa che ispiri le sue istituzioni alle dottrine e alla pratica del fascismo. Una Europa cioè che risolva, in senso fascista, il problema dello Stato moderno, dello Stato del xx secolo, ben diverso dagli Stati che esistevano prima del 1789 o che si formarono dopo. Il fascismo oggi risponde ad esigenze di carattere universale.

In questa stessa occasione Mussolini aveva negato («è troppo banale; fu adattata da qualcuno a lettori di giornali che per capire hanno bisogno di espressioni della pratica mercantile») di aver mai detto la famosa frase «il fascismo non è merce d’esportazione». In realtà questa frase egli l’aveva effettivamente usata il 3 marzo ’28, parlando alla Camera sulla questione altoatesina355. E, ciò che piú conta, la usò di nuovo, dopo questa smentita, con Ludwig o, almeno, lasciò che questo gliela attribuisse nei Colloqui356. E se essa divenne cosí nota e popolare fu in larga misura proprio per la diffusione che le dette l’opera di Ludwig. Col discorso milanese del 25 ottobre ’32 le affermazioni mussoliniane si fecero però univoche e sempre piú frequentemente il «duce» prese a parlare di una prossima fascistizzazione dell’Europa e di una «missione» in questo senso dell’Italia. A Milano disse357:

Oggi, con piena tranquillità di coscienza, dico a voi, moltitudine immensa, che il secolo xx sarà il secolo del fascismo, sarà il secolo della potenza italiana, sarà il secolo durante il quale l’Italia tornerà per la terza volta ad essere la direttrice della civiltà umana, poiché fuori dei nostri principî non c’è salvezza né per gli individui, né tanto meno per i popoli.

Fra dieci anni, lo si può dire senza fare i profeti, l’Europa sarà modificata. Si sono commesse delle ingiustizie, anche contro di noi, soprattutto contro di noi. E niente di piú triste del compito che qualche volta ci spetta di dover difendere quello che è stato il sacrificio di sangue di tutto il popolo italiano!... Tra un decennio l’Europa sarà fascista o fascistizzata! L’antitesi in cui si divincola la civiltà contemporanea non si supera che in un modo, con la dottrina e con la saggezza di Roma!

E un anno dopo, il 28 ottobre ’33, a Roma (mentre «Il popolo d’Italia» pubblicava la sua consegna per il nuovo anno fascista alle camicie nere, «consegna... piú severa perché la rivoluzione fascista non è soltanto il privilegio e lo sforzo dell’Italia, ma la parola d’ordine e la speranza del mondo»358), inaugurando la via dei Trionfi,

309–310

Queste strade, non senza un profondo significato – disse rivolgendosi ai decorati al valore359 – sono state inaugurate dalle rappresentanze della nazione, perché tutto quello che si fa a Roma è nazionale ed universale... Oggi 28 ottobre dell’anno XI voglio darvi una dura, una severa, una magnifica consegna: la consegna del primato italiano.

L’Italia fascista deve tendere al primato sulla terra, sul mare, nei cieli, nella materia e negli spiriti. Piantatevi nel cuore questa certezza suprema e fate che essa diventi non soltanto certezza, ma volontà concorde di tutto il popolo italiano.

Anche a prescindere dalla contraddizione iniziale tra un fascismo non esportabile e l’universalità del fascismo360, si trattava indubbiamente di affermazioni che oggi per noi hanno un significato chiaro e – anche senza cadere in posizioni meramente aprioristico-ideologiche – preannunciano quelli che sarebbero stati gli sviluppi della politica fascista. Allora ben pochi in Italia ne colsero però il significato premonitore o anche solo la pericolosa equivocità. Lasciando per il momento da parte il discorso su quei giovani fascisti, su quelle riviste (soprattutto «Antieuropa» di A. Gravelli) e su quelle organizzazioni (soprattutto i CAUR) che sull’«universalismo fascista» fondarono la loro azione e le loro speranze di farne lo strumento per rinnovare e ridare dinamismo al fascismo361, per la maggioranza degli italiani cogliere questo significato non era affatto facile. Per la massa il punto di riferimento poteva essere quasi solamente la politica estera fascista e questa in quel momento – lo abbiamo detto – si presentava sí come una politica di prestigio, ma anche come una politica di pace e soprattutto era presentata in questo modo da tutto l’apparato propagandistico del regime che faceva coro al «duce» quando questo proclamava362:

Sia chiaro comunque, che noi ci armiamo materialmente e spiritualmente per difenderci, non per attaccare. L’Italia fascista non prenderà mai l’iniziativa della guerra. La nostra stessa politica di revisione dei trattati – che non è di ieri ma fu prospettata sin dal giugno del 1928 – è diretta ad evitare la guerra, a fare l’economia, l’immensa economia di una guerra. La revisione dei trattati di pace non è un interesse prevalen temente italiano, ma europeo, ma mon diale. Non è una cosa assurda e inattuabile dal momento che è contemplata, questa possibilità di revisione, nello stesso patto della Società delle nazioni. Di assurdo c’è soltanto la pretesa della immobilità dei trattati.

Sicché cogliere le contraddizioni e gli avventurismi di cui quella politica era intessuta, per i piú era praticamente impossibile. Ai livelli piú elevati giuocavano poi molti altri elementi. Giuocavano le teorizzazioni che della universalità della concezione fascista avevano già fatto anche uomini come un Maraviglia e un Gentile363. Giuocava il collegamento che Mussolini364 e la propaganda del regime stabilivano di continuo tra il corporativismo, unico mezzo per contrastare la crisi del sistema capitalistico ed evitare il comunismo, e l’universalità del fascismo. Giuocava soprattutto il fatto che il discorso sull’universalità del fascismo e della sua prossima affermazione in Europa era strettamente connesso a quello sull’impero e a quello su Roma e la romanità. Sul discorso su Roma avremo occasione di tornare ampiamente, qui basterà ricordare che a quest’epoca esso era prospettato (e soprattutto recepito) essenzialmente come simbolo di certi valori e come mito animatore e suscitatore di energie morali, come ricordo di un’epoca in cui Roma era stata maestra di civiltà e realizzatrice della pax romana. Quanto a quello sull’impero, l’accento batteva anche per esso soprattutto sui contenuti civili, morali, spirituali, culturali, lasciando nel vago quelli materiali, territoriali. Tipico è quanto Mussolini aveva scritto – ricollegandosi idealmente a quanto aveva detto nel ’25365 – nell’ultima pagina della Dottrina del fascismo366:

310

Lo Stato fascista è una volontà di potenza e d’imperio. La tradizione romana è qui un’idea di forza. Nella dottrina del fascismo l’impero non è soltanto una espressione territoriale o militare o mercantile, ma spirituale e morale. Si può pensare a un impero, cioè a una nazione che direttamente o indirettamente guida altre nazioni senza bisogno di conquistare un solo chilometro quadrato di territorio. Per il fascismo la tendenza all’impero, cioè all’espansione delle nazioni, è una manifestazione di vitalità; il suo contrario, o il piede di casa, è un segno di decadenza: popoli che sorgono o risorgono sono imperialisti, popoli che muoiono sono rinunciatari. Il fascismo è la dottrina piú adeguata a rappresentare le tendenze, gli stati d’animo di un popolo come l’italiano che risorge dopo molti secoli di abbandono o di servitú straniera.

E al «duce» faceva eco tutta una schiera di corifei che ripetevano che «un impero è, prima di tutto, un’idea»367, che «il vero impero che l’Italia ricerca è quello dello spirito, è quello del dominio spirituale nel mondo»368,-che «l’impero prima di tutto è luce; poi è garanzia assoluta di giustizia per tutti; in terzo luogo è pace»369, che – come scriveva Bodrero370,

311–312

l’Impero è un grande fatto morale. Impero significa il dono che un popolo fa dopo un suo travaglio, dopo un suo martirio, a tutti gli altri popoli della terra, il dono di una grande Idea la quale risolve un problema intorno a cui questi popoli si siano travagliati per secoli. Questo è l’Impero a cui l’Italia aspira, questo solo, poiché l’Italia solo in questo senso è imperialista.

È alla luce di tutto questo complesso di avvenimenti, di prese di posizione, di affermazioni e della loro utilizzazione ai vari livelli della formazione della pubblica opinione che si devono anche vedere e valutare i risultati del «secondo plebiscito» del 1934. Solo se si hanno presenti tutte le tessere del mosaico, tutte le motivazioni dirette ed indirette cioè, è possibile comprendere e la cura messa dal regime nel prepararlo e il suo esito. Un esito – lo ripetiamo – per tanti versi scontato e che indubbiamente fu condizionato dalla particolare situazione di illibertà in cui si svolse e dalle precauzioni prese dal fascismo per garantirne la plebiscitarietà371, ma che, altrettanto indubbiamente, corrispose nel suo complesso al reale consenso che in quel momento caratterizzava – sia pure con motivazioni e stati d’animo diversi e molteplici – l’atteggiamento verso il regime e soprattutto verso Mussolini372 della grande maggioranza degli italiani.

La Camera dei deputati fu sciolta il 19 gennaio ’34. Il 2 marzo il Gran Consiglio approvò la lista dei futuri deputati373. Il 18 marzo fu convocata a Roma la seconda assemblea quinquennale del regime, di fronte alla quale Mussolini tenne un discorso-rapporto sulla politica fascista nell’ultimo quinquennio. Un discorso374, nel complesso, piuttosto di routine, in cui venivano riepilogati rapidamente i principali aspetti della politica interna ed estera italiana. Solo verso la fine, dichiarata la morte dell’antifascismo e annunciato che i «traditori», i «vociferatori» e gli «imbelli» sarebbero stati eliminati «senza pietà», il «duce» passava ad indicare un nuovo pericolo che minacciava il regime, lo «spirito borghese», «spirito cioè di soddisfazione e di adattamento, tendenza allo scetticismo, al compromesso, alla vita comoda, al carrierismo»:

312–313

Il fascista imborghesito – disse, quasi a riprendere le critiche di certa stampa giovanile fascista – è colui che crede che ormai non c’è piú nulla da fare, che l’entusiasmo disturba, che le parate sono troppe, che è ora di assettarsi, che basta un figlio solo e che il piede di casa è la sovrana delle esigenze. Non escludo l’esistenza di temperamenti borghesi, nego che possano essere fascisti. Il credo del fascista è l’eroismo, quello del borghese l’egoismo.

Contro questo pericolo non v’è che un rimedio: il principio della rivoluzione continua. Tale principio va affidato ai giovani di anni e di cuore. Esso allontana i poltroni dell’intelletto, tiene sempre desto l’interesse del popolo: non immobilizza la storia, ma ne sviluppa le forze. La rivoluzione nel nostro pensiero è una creazione che alterna la grigia fatica della costruzione quotidiana, ai momenti folgoranti del sacrificio e della gloria. Sottoposto a questo travaglio che segue la guerra, è già possibile vedere, e sempre piú si vedrà, il cambiamento fisico e morale del popolo italiano. Ecco iniziata la quarta grande epoca storica del popolo italiano, quella che verrà dagli storici futuri chiamata epoca delle camicie nere. La quale vedrà i fascisti integrali, cioè nati, cresciuti e vissuti interamente nel nostro clima: dotati di quelle virtú che conferiscono il privilegio del primato nel mondo.

313–314

Le «votazioni» ebbero luogo il 25 marzo. Il loro esito fu veramente plebiscitario: la percentuale dei votanti fu del 96,25 per cento; i voti favorevoli 10 025 513, quelli contrari 15 265 (i partiti antifascisti e soprattutto i comunisti avevano diffuso la parola d’ordine di non astenersi ma di votare «no»375), i voti nulli e dispersi 1219.

Una prova eloquente della sostanziale corrispondenza dell’esito del «secondo plebiscito» alla realtà italiana di quel momento è offerta dal travaglio e dalla crisi che contemporaneamente si verificarono in una parte cospicua di quegli antifascisti che sino allora, pur essendo rimasti in Italia, non avevano abdicato alle loro idee (tanto che alcuni di essi erano stati al confino), erano restati dignitosamente appartati dalla vita pubblica e, in vari casi, avevano mantenuto rapporti con la Concentrazione antifascista di Parigi e con il gruppo socialista clandestino lombardo. La stabilità del regime, l’avvio dell’ordinamento corporativo prima e l’esito delle «elezioni» del 25 marzo poi, spinsero infatti molti di questi antifascisti a riconsiderare sia la propria posizione verso il regime sia soprattutto la concreta realtà nella quale questo era ormai radicato e che nulla in quel momento faceva ragionevolmente ritenere potesse mutare per lungo tempo; in pratica a porsi il problema di operare lealmente nella realtà del regime dal suo stesso interno e con gli strumenti che essa offriva loro, ma, al tempo stesso, in una prospettiva socialistica, per non perdere completamente i contatti con le masse e per cercare di far sviluppare i germi di una vera rivoluzione sociale insiti nel corporativismo. Se si deve prestar fede ad una dichiarazione sul «caso Caldara» fatta pervenire a Parigi nel giugno dal centro interno socialista376, alcuni di costoro, nell’intimo, erano oltre tutto rimasti

314

dei socialisti «mussoliniani» che pensano e dicono che egli «è rimasto quello», e che marcerebbe verso il socialismo se i socialisti non lo lasciassero solo, costringendolo ad appoggiarsi alla borghesia.

Da qui la loro convinzione che il «duce» non avrebbe lasciato cadere nel vuoto una loro avance e avrebbe concesso loro uno «spazio» politico in cui potersi muovere, se non proprio come partito, almeno come un gruppo organizzato.

Dire con precisione chi prese l’iniziativa di avviare i contatti è difficile. Secondo Faravelli377, tra i socialisti in Italia si sarebbe affermato che Rossoni si era «sbracciato in particolar modo come ispiratore, facendo sapere che è sempre un rivoluzionario e che il regime s’incammina verso il socialismo». Ciò che è sicuro è che l’idea maturava da tempo e che i primi ad averla avuta erano stati, ancora al confino, Carlo Silvestri e Domenico Viotto che, tornati in libertà, l’avevano caldeggiata con vari amici socialisti, trovando numerosi consensi specialmente nel gruppo attorno all’ex sindaco di Milano Emilio Caldara e a Nino Levi. Il 27 febbraio ’34 Caldara si era alla fine rivolto a Carlo Missiroli, scrivendogli di essersi convinto a chiedere un colloquio personale a Mussolini e pregandolo di occuparsi di organizzarlo e di anticipare il contenuto del suo pensiero che, aggiungeva, «tu sai che, con qualche sfumatura, è comune ad una vera moltitudine»378:

Vi sono non pochi cittadini, che da anni sono stati doverosamente in disparte, mantenendo equilibrio di pensiero e di condotta e fede alle loro idealità socialiste. Ora, di fronte agli sviluppi che il Regime intende dare allo Stato corporativo, orientano realisticamente verso questi sviluppi il loro pensiero politico. Direbbero volentieri ai lavoratori una parola di fede e di persuasione. Se il Regime crede utile che essi abbiano la libertà di farlo, questi cittadini – premesso che essi non vogliono alcuna posizione o alcun vantaggio personale – lo faranno e unicamente con i loro mezzi. Se si crederà il contrario, essi si terranno ancora in disparte, pur seguendo con simpatia gli sviluppi dello Stato corporativo.

315–316

La richiesta a Mussolini fu inoltrata a Roma, il 5 marzo, da Luigi Veratti, un medico socialista vecchio amico del «duce», che, per altro, si mantenne molto sulle generali: «l’avv.to Caldara insieme con il Prof. Nino Levi ti domandano un colloquio per esporti cose di natura politica interessanti». Il colloquio ebbe luogo dopo le «elezioni», il 18 aprile. Di esso non sappiamo che quanto Caldara nelle settimane successive disse ad alcuni amici e che uno di essi riferí alle autorità a Roma in una serie di rapporti sugli sviluppi di quello che subito divenne il «caso Caldara». In uno di questi rapporti si legge:

L’Avv. Caldara mi riferisce che anzitutto egli ha chiesto al Duce se un vecchio socialista pur mantenendo intatto il suo patrimonio ideale politico, possa oggi decidersi ad aderire al Corporativismo.

Il Duce ha risposto (secondo Caldara) di sí ed ha aggiunto: «bisogna anzi tener presente che noi ci troviamo soltanto ad un punto di partenza».

Caldara ha detto che tra i vecchi socialisti è andata sempre crescendo la corrente di coloro i quali intendono abbandonare le vecchie pregiudiziali e collaborare col Fascismo. La detta collaborazione però riesce ancora difficile, anche quando se ne abbia la volontà.

Caldara dice di aver proposto al Duce che tutti i vecchi organizzatori socialisti entrino nei Sindacati Fascisti ed incitino i lavoratori che ancora fossero restii ad entrarvi. Caldara però dice (tanto a me, che ai suoi compagni ai quali ha riferito sul colloquio) di aver proposto al Duce che gli ex socialisti, invece di giurare fedeltà incondizionata al Fascismo, la giurino al Corporativismo od allo Stato Corporativo.

Su questo punto (secondo la relazione Caldara) il Duce non gli avrebbe data una risposta precisa, anzi non gli avrebbe risposto nemmeno.

Caldara dice di aver toccato un altro punto e precisamente quello del minimo di libertà che deve essere assicurata ai cittadini e particolarmente ai lavoratori.

Il Duce avrebbe risposto, questa volta decisamente e vivacemente: «libertà al gruppo, non all’individuo!»

L’Avv. Caldara insisteva sul modo cordiale e generoso, con cui era stato ricevuto e trattato dal Duce (generoso in quanto lo stesso Caldara rammenta di essere stato venti anni senza aver avuto dei contatti col Duce e di averlo anzi spesso a suo tempo incontrato senza salutarlo).

Da altri rapporti e dalle notizie che circolarono sulla stampa antifascista dell’emigrazione risulta che Caldara avrebbe chiesto a Mussolini anche il permesso di pubblicare una rivista. La notizia è probabilmente vera, risulta infatti che verso la metà del giugno successivo il gruppo attorno all’ex sindaco e deputato socialista stava preparando una rivista dal titolo «Nuovo Stato». Sembra anche che Mussolini si informasse sui rapporti esistenti tra il gruppo di Caldara e quello, attorno a R. Rigola, di «Problemi del lavoro», lasciando intendere che avrebbe gradito una intesa tra essi.

Nel complesso il colloquio dovette avere però soprattutto un carattere interlocutorio. Mussolini, salvo forse a proposito della rivista (che non vide tuttavia la luce), non dovette impegnarsi per il momento in alcun modo. Lo dimostra il fatto che il 14 maggio Veratti fece un timido tentativo per sollecitare una sua decisione («mi pare che sia utile favorire questo movimento che, per la verità, è nato... al confino!») e il 23 giugno lo stesso Caldara scrisse a Mussolini per «ripetere una domanda: possiamo dare il nostro nome e la nostra attività, ciascuno al proprio sindacato, senza dichiarazioni politiche e pur con l’impegno della piú ferrea disciplina sindacale e nazionale?» Dal contesto di questa lettera sembra desumersi che Mussolini avesse chiesto a Caldara «un programma preciso e completo» sui problemi che il corporativismo avrebbe dovuto affrontare, e che Caldara e i suoi amici stessero preparandoglielo. Ma a questa data il «duce» doveva però avere praticamente accantonato l’idea di portare avanti il discorso. Lo prova il laconico biglietto con cui il suo segretario particolare, Sebastiani, il 5 agosto rispose a Caldara:

316

il Capo del Governo non ha risposto alla sua lettera date le gravi occupazioni di questi ultimi tempi. Si riserva di farlo in un momento di maggior calma.

In quei giorni, certo, con la questione austriaca drammaticamente sul tappeto, Mussolini aveva altro a cui pensare. Rimane però il fatto che il momento per rispondere a Caldara non lo trovò mai e quando lo fece – tramite Veratti – fu per fargli sapere che non riteneva opportuno «per ora» che Caldara e i suoi esplicassero «quell’opera fiancheggiatrice del movimento corporativo» della quale avevano parlato in aprile e che, per il momento, consigliava a lui e ai suoi amici di iscriversi individualmente ai sindacati e di appoggiare l’opera di Rigola e del suo gruppo. Un consiglio, date le premesse dalle quali Caldara e i suoi amici avevano preso le mosse e le polemiche che intanto si erano accese attorno ad essi, praticamente inaccettabile379, ma che Mussolini doveva aver dato pour cause, nell’intento proprio di chiudere la vicenda.

317–318

A questo punto, prima di cercare di dare una spiegazione di questa decisione di Mussolini, è necessario fare una precisazione. Il «caso Caldara» è stato in genere considerato come un episodio, politicamente grave, di cedimento di fronte al fascismo in quel momento vittorioso, ma in sostanza un episodio riguardante solo un piccolo gruppo di socialisti riformisti che rappresentavano solo se stessi. Questa opinione va modificata. A parte gli echi notevolissimi che ebbe all’estero e che giuocarono a tutto vantaggio di Mussolini e a parte le violente polemiche che suscitò nell’emigrazione antifascista, il «caso Caldara» si presenta allo storico come un iceberg la cui parte maggiore rimase allora sconosciuta. Esso, infatti, non suscitò solo molto clamore ma – ciò che qui piú ci interessa – toccò un numero di persone e di ambienti assai piú vasto di quello che si crede. I numerosi rapporti e documenti ad esso relativi provano che, nei mesi successivi all’incontro Mussolini-Caldara, il gruppo attorno all’ex sindaco di Milano ebbe contatti con molti antifascisti di varie regioni d’Italia, in genere socialisti riformisti, ma anche ex massimalisti ed ex popolari, che approvarono quasi sempre la sua iniziativa e assicurarono ad essa il loro appoggio se fosse maturata. Stando a questa documentazione, Caldara e Levi ebbero contatti, tra gli altri, con l’ex sindaco di Molinella, Bentivogli, con Massarenti, Romita, Viotto, Schiavi, Valmaggi, Melandri, Grandi, Meda, Mauri e con molti esponenti e gruppi locali. A metà ottobre, per esempio, Carlo Missiroli inviò a Mussolini un promemoria sulle adesioni che l’iniziativa di Caldara andava raccogliendo in Romagna a cui era accluso, per il benestare del «duce», il testo di una dichiarazione che un gruppo di ex iscritti al Partito socialista delle provincie di Forlí e di Ravenna chiedevano di poter far sottoscrivere dai loro ex compagni di partito380. Sembra che persino uno dei maggiori leader socialisti austriaci, Ellenbogen, avesse espresso un giudizio favorevole all’iniziativa, assai probabilmente nella speranza di un mutamento della posizione di Mussolini verso il suo partito.

318–319

Stando cosí le cose, chi meglio allora seppe cogliere il vero significato del «caso Caldara» non furono coloro che cercarono di spiegarlo ricollegandolo alla crisi economica381 o, tanto meno, coloro che lo liquidarono come un cedimento o come una manovra controrivoluzionaria382 volta a ostacolare la rivoluzione proletaria, ma fu Lelio Basso sulla parigina «Politica socialista»383:

319–320

Le polemiche scandalistiche che sono state condotte intorno a questo gesto – da ritenersi tanto piú coraggioso quanto piú «impolitico» – sono una prova di piú della scarsa conoscenza della reale situazione italiana di certi ambienti di fuorusciti, a cui non intendo ora replicare, anche perché li considero politicamente inconsistenti e superati. Si può dissentire totalmente da Caldara, ma non è lecito ignorare che il suo atteggiamento non è che un aspetto di una situazione politica, che non è piú quella del 1922 o del 1926.

Bisogna avere una volta per tutte il coraggio di riconoscere che le antitesi Fascismo-Antifascismo, Dittatura-Democrazia, non hanno piú fortuna in Italia, che le formule vuote di giustizia o di libertà non attecchiscono piú...

Non è qui una tendenza, una simpatia, un desiderio che si esprime: è l’obbiettiva constatazione di una realtà di fatto... Ora in Italia i 12 anni di fascismo che sono passati e gli altri che si preparano, son venuti formando e finiranno col plasmare una generazione, per la quale le espressioni «democrazia», «liberalismo» saran vuote di senso, una generazione interamente avvezza a considerare i problemi politici e sociali nei termini in cui glieli presenta la realtà di ogni giorno.

I giovani che oggi, a 30 anni, vengono a poco a poco assumendo i posti di responsabilità nella vita civile e politica, nella scuola, nel giornalismo, nelle aziende, nelle libere professioni, erano in liceo all’epoca della marcia su Roma, e non hanno della lotta politica di un tempo che un ricordo confuso e, in genere, non gradito. Un fenomeno analogo, se non in tutto identico, si può riscontrare anche nella massa operaia.

Non voglio dire con questo che tutti gli italiani siano fascisti: tutt’altro. Alle realizzazioni miracolose del Regime non crede quasi piú nessuno, come press’a poco nessun prete crede ormai ai dogmi cattolici, ma tanto meno si crede all’antifascismo. I pochi convinti sono forse soltanto certi piccoli gruppi di giovani mistici del sindacalismo fascista, che vanno parlando di socialità e di collettivismo e credono in buona fede di potervi arrivare attraverso l’esperienza del corporativismo fascista. Per il resto del popolo il fascismo è ormai un’ab,itudine, una realtà magari anche importuna, della quale si può brontolare o ridere volta a volta, ma che nessuno penserebbe affatto seriamente a mettere in discussione.

Parlare oggi agli italiani di «difesa delle libertà democratiche» è parlare un linguaggio che non intendono piú. Bisogna rinunciare a difendere e puntellare un edificio che crolla da ogni parte se si vuol veramente costruire l’edificio del socialismo. E costruire non è possibile senza una massa alla quale non si può parlare se non di cose che essa conosce, delle esperienze che vive, dei problemi che la angustiano ogni giorno, di tutto quanto insomma forma da anni ormai e formerà per anni ancora la sostanza della sua attività.

Bisogna convincersi una volta per tutte che il fascismo è una realtà di fatto della quale si deve tener conto, e che non i problemi di venti anni fa ma quelli che il fascismo lascia oggi aperti possono essere la matrice da cui scaturiranno le soluzioni di domani. Diversamente si è dei sopravvissuti.

Le sconfitte della socialdemocrazia su quasi tutti i fronti di Europa, l’involuzione del comunismo, ci permettono finalmente di liberarci dai pesi morti, dalle formule, dai luoghi comuni per iniziare veramente un lavoro nuovo con animo realistico e spregiudicato, totalmente sgombro da nostalgie e da soluzioni già pronte. Ritrovare Marx sotto le incrostazioni pseudomarxistiche dei lunghi decenni parlamentari e democratici.

Al di là del «caso Caldara» vi è questo ansioso desiderio dei socialisti, che credono ancora nell’avvenire, di riprendere contatto con le vaste masse della gioventú, ben piú concretamente che non attraverso una sterile propaganda clandestina, di portarle, dai bisogni insoddisfatti di oggi alle sperate conquiste di domani. Perché il domani socialista non può esser frutto e conquista che di questa gioventú.

320–321

Se, al di là delle singole affermazioni, in qualche caso assai opinabili, si tiene presente il senso profondo di questa analisi è possibile cercare di spiegare perché Mussolini lasciò cadere le avances di Caldara e dei suoi amici. Al «duce» la loro adesione avrebbe certo fatto giuoco, in altri tempi l’avrebbe considerata certo un grande successo di prestigio, da propagandare ai quattro venti: ancora in quel momento gli avrebbe indubbiamente permesso di affermare la piena validità del corporativismo e di portare una nuova prova sull’esattezza della propria affermazione che l’antifascismo era ormai battuto. Ma sull’altro piatto della bilancia vi era la reazione del fascismo e non tanto quella del vecchio intransigentismo (che il 12 giugno fece sentire la sua voce dalle colonne del «Regime fascista»), ormai non piú in grado di porre veti, quanto quella dei piú giovani. A questi giovani che auspicavano un fascismo piú dinamico e rivoluzionario e ai quali egli aveva indicato come il nuovo pericolo da combattere fosse lo spirito borghese, a questi giovani che aspiravano a prendere nelle loro mani il fascismo per rivitalizzarlo e farlo procedere oltre e che mordevano il freno persino di fronte ai vecchi squadristi imborghesiti Mussolini non poteva né dare la sensazione che per realizzare il corporativismo occorresse l’apporto di vecchi uomini del riformismo e dell’antifascismo, sia pure «illuminati sulla via di Damasco», né posporli ad essi nei sindacati e negli organismi corporativi; il trauma sarebbe stato troppo grave, avrebbe equivalso ad una dichiarazione di fallimento e, al tempo stesso, di sfiducia nelle giovani generazioni. Non a caso prima «Ottobre» di Gravelli (il 9 giugno) poi, piú esplicitamente, «L’universale» di Berto Ricci erano insorti contro la prospettiva di un accordo con Caldara.

È certo che una parte della borghesia – aveva scritto «L’universale»384 – viene alle Corporazioni con una mentalità anti-rivoluzionaria. Bisogna tenere presente questo fatto per evitare che certi posti di grande importanza strategica siano affidati a uomini i quali possano costituire un ostacolo alla marcia rivoluzionaria... Non bisogna... confondere la gradualità degli sviluppi corporativi con lo spirito riformista. Il gradualismo è questione di tattica; ma conosce le mete da raggiungere e ad esse tende inflessibilmente. Il riformismo invece vorrebbe fare delle Corporazioni un inutile ed ibrido pasticcio, tra il liberalismo e il socialismo di Stato, un posto di medicazione, insomma, dell’economia individualista... È bene anche intenderci quando si parla di riformisti. Questi nemici della rivoluzione si trovano non solo tra gli elementi della borghesia industriale, agricola e commerciale che vorrebbero fare delle Corporazioni l’istituto di salvataggio del capitalismo, ma anche tra i neo-convertiti della borghesia intellettuale, provenienti dal riformismo puro sangue del socialismo. Insistiamo sul termine «borghesia intellettuale», e non lavoratori, perché il riformismo fu nel socialismo una clausola tipicamente borghese e intellettualistica. Alcuni di codesti signori, i quali avevano a lungo diffidato del Fascismo, si sono accorti finalmente che esso non solo tiene fede ai suoi principî, affermati fin dal lontano 1919, ma va oltre questi stessi principî, o meglio dà ad essi gli sviluppi che le diverse situazioni richiedono. Ed ecco i signori del riformismo riconoscere finalmente che il Fascismo non ha tradito le aspirazioni sociali del popolo italiano: fin qui tutto bene. Il difficile comincia quando essi vorrebbero dare il contributo del loro pensiero e della loro azione alla rivoluzione corporativa. Allora bisogna sorvegliarli: vedere cioè se vengono al Fascismo per accettarne il contenuto rivoluzionario e imperiale; oppure se sperano di portare a noi di contrabbando la loro concezione della vita e della politica... Bisogna dir loro che se la politica fascista all’interno in questi anni punta soprattutto sui problemi sociali, il Fascismo non si esaurisce in essi e non tende solo al benessere materiale del popolo, ma soprattutto alla sua grandezza morale. La spiritualità del Fascismo è la premessa della sua concezione imperiale: se i borghesi del riformismo volessero portare con l’adesione formale alle Corporazioni un’attenuazione dello spirito politico del Fascismo a favore di un’interpretazione sociologica e antimperiale della vita, bisognerà contro di loro appellarci ancora allo spirito squadrista, che nel socialismo non combatte il nemico della borghesia, ma precisamente la concezione materialista di origine borghese che si opponeva alla missione imperiale del popolo italiano.

321–322

In un altro momento, forse, Mussolini avrebbe potuto ignorare questo stato d’animo e trarre dal «caso Caldara» tutti i benefici immediati che esso poteva offrirgli senza preoccuparsi di reazioni che, col tempo, sarebbero rientrate e sarebbero state dimenticate. Se si guarda alla data del numero dell’«Universale» in cui uscí l’attacco ai riformisti, il 25 novembre 1934, è però subito chiaro che in quel momento egli non poteva frustrare cosí clamorosamente lo spirito «imperiale» della gioventú fascista: in quegli stessi giorni, alla frontiera tra la Somalia e l’Etiopia, stava maturando quell’«incidente di Ual-Ual» da cui sarebbe scaturita la «conquista dell’impero». Meglio dunque, in quel particolare momento, accontentarsi dei frutti che il «caso Caldara» già gli aveva dato, soprattutto all’estero, sul terreno propagandistico, senza però spingere oltre l’operazione, in modo da non scontentare nessuno e non legarsi in alcun modo le mani. Di fronte ai nuovi, grandiosi obiettivi imperiali che la sua politica si poneva per i mesi immediatamente futuri, il «caso Caldara», da un lato, aveva ormai dato al «duce» tutto ciò che poteva dargli, e, da un altro lato, diventava un episodio quasi irrilevante, di cui non valeva la pena per lui occuparsi oltre, specie se ciò poteva comportare il rischio di velare in qualche misura il volto imperiale del fascismo e di incrinare quel consenso di cui esso era stato in definitiva un frutto e che, alla vigilia di una prova cosí impegnativa, andava rafforzato e non indebolito. Da qui, assai probabilmente, la sua rinuncia a portare avanti i contatti con Caldara e i suoi amici e l’invito rivolto loro ad accontentarsi di entrare individualmente nei sindacati fascisti e di appoggiare l’azione di fiancheggiamento «tecnico» del gruppo di Rigola.

Note


  1. M. Bianchi morí di lí a poco, il 3 febbraio 1930; a sostituirlo al ministero dei Lavori pubblici fu chiamato dieci giorni dopo A. Di Crollalanza. ↩

  2. Cfr. Mussolini il fascista cit., II, pp. 477 sgg. ↩

  3. Mussolini, XXIV, p. 139. ↩

  4. È significativo che a piú riprese ancora nel ’30 e nel ’31 alcuni giornali stranieri, come il «Libre Belgique» e il «Berliner Tageblatt» parlarono di tentativi mussoliniani per ottenere la partecipazione al governo di Filippo Meda. A queste notizie Mussolini stizzitissimo replicò due volte (il 23 ottobre ’30 e il 28 febbraio ’31) impartendo disposizioni al prefetto di Milano perché inducesse Meda a smentire la notizia: «la cosa è talmente cretina che si smentisce da sé. Tuttavia poiché la notizia è stata riportata da molti giornali inviti on. Filippo Meda a mandare al giornale Libre Belgique una netta categorica smentita. Per me Filippo Meda politicamente è stramorto». ACS, B. Mussolini, Autografi-Telegrammi, b. 3, fasc. 8 (1930) e fasc. 9 (1931). ↩

  5. Una interpretazione «liberale» fu, in alcuni ambienti parlamentari, data persino alle disposizioni che nel ’31 – in seguito alle proteste di alcuni senatori e deputati – Mussolini impartí per limitare il ricorso sempre massiccio ai decreti legge (nel ’28 questi avevano rappresentato il 64 per cento degli atti legislativi emanati, nel ’29 il 55 per cento, nel ’30 il 41 per cento). ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1931-33), b. 555, fasc. 1. 1. 26. Per i precedenti della questione e un suo inquadramento cfr. Mussolini il fascista cit., II, pp. 40 sg. ↩

  6. Cfr. Mussolini il fascista cit., II, pp. 478 sgg. ↩

  7. Cfr. Miròn [G. Colamarino], Destino di una dittatura cit. ↩

  8. ACS, Segreteria particolare del Duce (1922-43), Autografi del Duce (1931), b. 6, fasc. IX, sottof. F, riprodotti in appendice, documento n. 3. ↩

  9. Anche negli anni immediatamente successivi, gravi casi a livello di situazioni locali non ve ne furono. I contrasti interni piú vivaci si ebbero forse nel ’31 nelle federazioni di Modena e di Udine, nulla però di paragonabile con i gravi casi di dissidenza che si erano verificati cosí spesso negli anni precedenti. Al vertice, invece, le lotte e i contrasti, personali e di gruppo, furono piú vivaci e persistenti, specie in occasione della sostituzione al vertice del PNF prima di Turati e poi di Giuriati; neppure queste lotte e questi contrasti assunsero però la gravità di quelle di qualche anno innanzi. ↩

  10. Nel settembre ’29, pur mostrandosi deluso per non essere convenientemente utilizzato nelle gerarchie del regime e pur dicendosi perseguitato da Turati, Farinacci aveva ridimensionato la sua fronda e, secondo A. Mussolini – in piena sincerità. (Cfr. Carteggio Arnaldo-Benito Mussolini, a cura di D. Susmel, Firenze 1954, pp. 177 sgg.). Col 1930 il «caso Farinacci» si fece però di nuovo incandescente. Nell’estate dell’anno prima il ras di Cremona aveva duramente attaccato l’on. Belloni, podestà di Milano (e di cui si parlava come possibile nuovo ministro dell’Economia nazionale), accusandolo di affarismo (cfr. «Il regime fascista», 11, 13, 14 luglio 1929). Per queste accuse (che secondo alcuni colpivano indirettamente anche A. Mussolini) Farinacci era stato ufficialmente deplorato e poi escluso dal Gran Consiglio; in un primo momento la vicenda era sembrata doversi concludere qui; nel febbraio ’30 Belloni querelò però Farinacci, probabilmente sperando di costringerlo a ritrattare le accuse e, forse, fidando nel fatto che uno smacco di Farinacci avrebbe comportato la sua fine politica, troppi essendo coloro che erano interessati a ciò e tra essi lo stesso Mussolini, che non perdonava all’ex segretario del partito di avere in qualche modo coinvolto il fratello (per una chiara eco del risentimento mussoliniano cfr. quanto scrisse nel ’32 nella Vita di Arnaldo, in Mussolini, XXIV, pp. 153 sg.); ne seguí un processo (che il partito e in special modo Turati cercarono in un primo momento di evitare, tentando di non far concedere dalla Camera l’autorizzazione a procedere) che si concluse nell’ottobre con l’assoluzione di Farinacci e, quindi, la revoca della deplorazione inflittagli l’anno prima (cfr. «Il regime fascista», 17, 18, 20 febbraio, 19 marzo, 9, 10 maggio, 15 giugno, 29, 30 settembre, 1-12 ottobre 1930). La vicenda – oltre ad avere una larga eco – offrí a Farinacci l’occasione per presentarsi come il moralizzatore del fascismo e il vessillifero «della lotta del fascismo autentico contro il pseudo fascismo» (cfr. R. Farinacci, Dopo il processo di Cremona, in «La vita italiana», ottobre 1930, pp. 321 sgg.) e di avere un rilancio tra i vecchi fascisti scontenti. Ciò, unito al rancore di Mussolini nei suoi confronti (rancore che ebbe anche parte nella sostituzione di Turati alla segreteria del partito, essendosi questi rifiutato a suo tempo di espellere Farinacci dal PNF) e ad una sorda campagna contro di lui dei suoi avversari vecchi e nuovi, mise per lungo tempo il capo del fascismo cremonese in una difficilissima situazione politica, che, per altro non lo indusse a cedere le armi e a moderare le critiche da «Il regime fascista» a tutta una serie di iniziative del governo e del partito. (Assai significativa è a questo proposito la ricchissima documentazione in ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], fasc. 242/R, «Farinacci avv. Roberto», in cui è anche il carteggio di questi anni con Benito e Arnaldo Mussolini, con Turati e con Giuriati). Praticamente l’eclissi politica di Farinacci durò sin verso il 1935-36, quando, nella nuova situazione politica interna ed internazionale determinata dalla guerra d’Africa e dall’avvicinamento del fascismo al nazionalsocialismo, la sua posizione riprese – come si vedrà – quota. Per maggiori elementi cfr. H. Fornari, Mussolini’s Gadfly. Roberto Farinacci, Nashville 1971, pp. 147 sgg. ↩

  11. Cfr. Mussolini il fascista cit., II, pp. 311 sgg. ↩

  12. Ibid., pp. 311 sgg.

    In questa nuova fase del regime Mussolini tenne sempre di piú a sottolineare in tutti i modi e in tutte le occasioni il carattere fascista del governo. Il 16 aprile 1932 arrivò al punto di diramare a tutti i prefetti una circolare in cui era detto: «Sono costretto a far presente ancora una volta che – quando in relazioni, atti e discorsi, di qualsiasi genere, si cita il Governo emanazione del Regime – ciò deve essere fatto con la precisa denominazione di “Governo Fascista”.

    «Sopprimere l’appellativo di “Fascista”, ovvero sostituirlo od unirlo ad altri, vuol dire eliminare o snaturare la qualifica che caratterizza l’essenza politica del Governo scaturito dalla Rivoluzione...» ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1931-33), fasc. 5018, n. 1.1.30. ↩

  13. Del problema delle Forze armate e del loro rapporto con il regime si parlerà piú avanti. Qui basterà accennare al fatto che già nel ’29 (cfr. un indiretto accenno anche in Mussolini, XXIV, p. 138) e ancora negli anni successivi, almeno sino al novembre ’33, da parte di alcuni ambienti fascisti, che facevano capo soprattutto a Balbo e a Farinacci, ma che avevano collegamenti anche con altri esponenti fascisti (per esempio con De Bono) e con alcuni settori delle gerarchie militari piú politicizzati, o piú ostili al gruppo di potere badogliano, che di fatto controllava l’esercito, o sostenitori di una revisione organizzativa, tecnica e strategica dell’esercito secondo criterî piú moderni, fu sostenuta la tesi della unificazione dei tre dicasteri militari in un unico ministero della Difesa nazionale da affidare ad I. Balbo (che, sfumata questa soluzione, alcuni avrebbero voluto almeno capo di Stato maggior generale). Da qui una serie di contrasti e di polemiche che, sub specie tecnica, dilagarono anche sulla stampa non specializzata. Per una prima informazione cfr. E. Canevari, La guerra italiana. Retroscena della disfatta, Roma 1948, I, pp. 198 sgg.; nonché, per il 1931 (soprattutto nei mesi da luglio a settembre) la «Nuova antologia», «La vita italiana», «Il regime fascista» (che pubblicò addirittura una serie di articoli dal titolo Lo spirito e la materia), il «Giornale d’Italia», il «Corriere della sera» e lo stesso «Popolo d’Italia». Per l’atteggiamento del gen. Gazzera, contro il quale in pratica si appuntavano questi attacchi, cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 271/R, «Gazzera gen. Pietro». Nello stesso fondo, fasc. 91/R, «Grazioli gen. F.S.», è conservata una lettera a Mussolini del gen. Grazioli (comandante designato della 3ª armata) in data 10 novembre 1930, dalla quale risulta bene quale fosse la posizione di coloro che avrebbero voluto imprimere alle Forze armate e all’esercito in particolare un nuovo carattere, tecnico e politico. In essa si legge: «La nostra preparazione militare, a mio parere, procede metodicamente, e, senz’alcun dubbio, ogni anno guadagna buon terreno. Ma sarebbe desiderabile che, in ogni ramo, essa fosse condotta con spirito piú vibrante, piú vivo, piú animatore, piú genialmente riformatore, affinché tutti gli elementi nuovi, spirituali e materiali, che la rinnovata vita italiana ora ci offre, possano trovare campo libero e aperto, per esplicarsi e dare il loro maggior rendimento.

    «Ed allora, inevitabilmente, data la sostanziale tipica versatilità del nostro popolo, tutto il ritmo della nostra preparazione militare prenderebbe un’altra andatura e un altro slancio; la fredda dottrina ufficiale si animerebbe nei singoli e nella collettività, di quel fresco alito di audace e generosa intraprendenza, di marca nettamente fascista, che a me pare indispensabile infondere nelle nostre forze armate, affinché la politica estera a largo respiro dell’E. V. possa contare ad ogni momento, e per ogni evenienza, su uno strumento offensivo, sia pur misurato nelle dimensioni e nel peso, ma vibrante come una lama d’acciaio nel pugno di una Nazione che vuol farsi largo ad ogni costo nel Mondo».

    Questi concetti il Grazioli avrebbe voluto esporre sotto forma di un articolo-recensione ad un libro del maresciallo Giardino che non aveva però potuto pubblicare perché «sconsigliato» dal ministro Gazzera; copia dell’articolo il gen. aveva però inviato a Mussolini che, dal seguente biglietto di risposta, sembra concordasse invece in buona parte con le sue tesi:

    «Illustre Generale,

    ho letto col piú vivo interesse il suo articolo e voglio credere che soli motivi di opportunità personale ne abbiano sconsigliata la pubblicazione. Sarebbe stato utile fare sentire l’altra campana, altera pars. Ho tuttavia l’impressione che stiamo ricalcando le vecchie orme della guerra di ieri, senza tener conto – almeno – degli insegnamenti dell’ultima fase – la decisiva – della guerra stessa.

    «Mi creda, suo

    Mussolini

    «Roma, 12 nov. 1930 IX».

    ↩

  14. Per le principali vicende e per un giudizio complessivo sulla codificazione penale fascista, frutto, da un lato, delle esigenze politiche del regime (tipico il caso della reintroduzione della pena di morte) e, da un altro lato, della ostilità della scuola tecnico giuridica contro quella naturalistico-positivista, cfr. A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario cit., pp. 234 sgg., nonché, piú in generale, B. Cassinelli, Prospetto storico del diritto penale, Milano 1954; per il problema della pena di morte cfr. A. Rocco, La pena di morte nel nuovo codice penale italiano, in «Gerarchia», novembre 1930, pp. 881 sgg. ↩

  15. Per la codificazione civile cfr. A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario cit., pp. 281 sgg.; nonché la ricca documentazione in ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario (1922-43), b. 277, fasc. 500 012, «Min. Grazia e Giustizia». ↩

  16. Cfr. F. A. Repaci, La finanza pubblica italiana nel secolo 1861-1960 cit., p. 125 e, per una analisi dettagliata, pp. 123 sgg. ↩

  17. Per la posizione di Mussolini, tipica è questa sua lettera in data 20 novembre 1927 a Volpi, in risposta ad un promemoria di De Bellis sulla preparazione del bilancio di previsione per il ’28-29 che il ministro gli aveva trasmesso: «rispondo alla sua comunicazione concernente i preventivi dei singoli ministeri per il bilancio 1928-29. La situazione mi sembra ed è di una delicatezza estrema, per cui io sono pronto all’adozione delle misure piú draconiane allo scopo di salvare, almeno il pareggio, pilastro dello Stato.

    «Concordo quindi nella eliminazione dei 150 milioni richiesti dall’Aeronautica, dei 48 richiesti dall’Interno; nella riduzione dello stanziamento per i terremoti e per le Colonie. A proposito di questo ultimo Ministero, le ricordo le lettere che io ho scritto al Collega Federzoni, circa la necessità di smobilitare l’apparato guerresco libico, imponente come se si trattasse della guerra mondiale.

    «Concordo anche nella falcidia al Bilancio dei LL.PP. Le regioni meridionali – poiché di esse si tratta – possono sostare per un anno. Abbiamo fatto laggiú cose grandissime e talune forse non di stretta utilità. Abbiamo speso miliardi. Abbiamo fatto in tre anni quello che non si fece in cinquanta. Il ritardo è stato in gran parte recuperato. Ora si può rallentare e attendere.

    «Parola d’ordine: il pareggio del bilancio, anzitutto e soprattutto. Tagli dunque, senza cerimonie. Poiché la materia non consente indulgenze le quali rischiano di porre in gioco tutto lo sforzo quinquennale del Regno». ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1931-33), b. 532 bis, fasc. «Bilanci» (nello stesso fascicolo è anche il promemoria di V. De Bellis). ↩

  18. ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Verbali, sedute del 17 e 24 luglio 1929. Tra i piú decisi avversari di diminuzioni fiscali si era dimostrato A. Rocco che nella seduta del 23 settembre avrebbe sostenuto che «l’Italia, contrariamente a quanto si dice, è il paese meno tassato in Europa» e auspicato un irrobustimento del bilancio «perché l’Italia fa e deve fare una politica di grande Nazione». ↩

  19. ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Verbali, seduta del 27 settembre 1929. ↩

  20. Cfr. F. A. Repaci, La finanza pubblica italiana cit., p. 125 e, per una analisi dettagliata, pp. 123 sgg. ↩

  21. Per tutto il periodo della crisi Mussolini non abbandonò mai la speranza di potere – superata la crisi – riportare il bilancio in pareggio. Cfr. Mussolini, XXVI, p. 244 (26 maggio 1934): «Bisogna realizzare il pareggio del bilancio, assolutamente, perché né una famiglia né uno Stato può vivere facendo ininterrottamente dei debiti». ↩

  22. Per le motivazioni economiche e politiche che il regime dette alla deflazione cfr. soprattutto A. O. Olivetti, Deflazione economica, in «Il popolo d’Italia», 28 novembre 1930. ↩

  23. Cfr. a questo proposito Mussolini, XXIV, p. 293 (18 novembre 1930), e la lettera al ministro G. Jung del 25 giugno 1934 citata piú avanti, pp. 140 sg.

    Per comprendere lo spirito con il quale Mussolini concepí e affrontò questa politica è significativa la circolare da lui inviata a tutti i prefetti il 20 novembre 1930, due giorni dopo la riunione del Consiglio dei ministri nella quale era stata decisa l’«adeguazione di tutta la vita economica della nazione» al rapporto 1-4 rispetto all’anteguerra:

    «È questo il momento in cui i Prefetti non devono farsi rimorchiare ma devono prendere subito l’iniziativa nell’adozione di tutte le misure necessarie all’adeguazione di tutti gli elementi della vita economica nazionale alla misura 1- e 4-. La parola d’ordine è stata data dal Consiglio Ministri. Prezzi dei viveri, tasse comunali e provinciali, salari, stipendi, pigioni, onorari, servizi, compensi di qualsiasi natura, devono essere posti vigorosamente e immediatamente in movimento verso la quota fissata. Dalla attività dei Prefetti, Capi della Provincia e quindi capi di tutte le forze politiche ed economiche del Regime nelle provincie, dipende in gran parte il felice risultato di questa grande operazione strategica che deve dare e darà un piú solido assesto a tutta l’economia italiana. Desidero di essere telegraficamente e minutamente informato». ACS, B. Mussolini, Autografi-Telegrammi, b. 3, fasc. 8 (1930).

    ↩

  24. Mussolini, XXVI, p. 246. I principali aggravi fiscali riguardarono la tassa sugli scambi (portata da 0,50 a 1,50 per cento), la tassa di bollo e la tassa di successione nell’ambito familiare. Nel complesso, tra il 1929-30 e il 1934-35 la suddivisione tra le varie entrate tributarie ed extratributarie dello Stato e tra i vari tipi di entrate tributarie fu la seguente (in miliardi di lire):

    Esercizio finanziario —— Entrate tributarie / imposte dirette —— Entrate tributarie / imposte scambi —— Entrate tributarie / imposte indirette sui consumi —— Entrate tributarie / mono- poli di Stato —— Entrate tributarie / lotto —— Entrate tributarie / totale —— Entrate extratri- butarie —— Totale generale

    1929-30 —— 5192 —— 3168 —— 5321 —— 2939 —— 554 —— 17 174 —— 2663 —— 19 837

    1930-31 —— 5004 —— 3674 —— 5593 —— 3088 —— 526 —— 17 885 —— 2501 —— 20 386

    1931-32 —— 4897 —— 3726 —— 5074 —— 3023 —— 515 —— 17 235 —— 2089 —— 19 324

    1932-33 —— 4645 —— 3582 —— 4644 —— 2989 —— 483 —— 16 342 —— 1865 —— 18 207

    1933-34 —— 4539 —— 3442 —— 4555 —— 2952 —— 519 —— 16 007 —— 1039 —— 18 046

    1934-35 —— 4539 —— 3620 —— 4892 —— 2919 —— 450 —— 16 419 —— 1388 —— 18 807 ↩

  25. Durante tutto il periodo della crisi la Ragioneria generale dello Stato e il ministero delle Finanze intervennero ripetutamente per l’attuazione di una rigida politica di economie, per ottenere una riduzione delle spese già decise e per proporre nuove tasse e maggiori riduzioni delle retribuzioni. L’11 agosto ’31, per esempio, V. De Bellis propose l’introduzione di una imposta straordinaria sul patrimonio «analoga a quella che, nel dopo guerra, diede al riassetto finanziario un contributo di non scarsa importanza»; quattro mesi dopo, il 10 dicembre, lo stesso De Bellis suggerí un raddoppio della complementare o della tassa sui celibi, un aumento della riduzione degli stipendi dal 12 al 15 per cento, e una riduzione delle competenze accessorie dal 12 al 25 per cento e delle pensioni del 25 per cento. Altri proposero invece l’introduzione della nominatività dei titoli e di una tassa sulle cedole. ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1931-1933), bb. 532 bis, fasc. «Bilanci», e 558, fasc. 1.1.27/4480. ↩

  26. Mussolini (che la considerava un passo importante sulla strada del pareggio del bilancio) aveva pensato alla conversione sin dal ’30-31, ma Mosconi si era opposto ad essa sostenendo che essa avrebbe scosso il credito dello Stato. Essa fu realizzata nel ’34 da Jung ma con scarso successo, tanto che due anni dopo si dovette ricorrere alla riconversione del redimibile 3,50 per cento in una nuova rendita al 5 per cento. Cfr. A. MOSCONI, La mia linea politica, Roma 1932, pp. 22 sg., e F. A. REPACI, La finanza pubblica italiana cit., pp. 286 sg. ↩

  27. F. A. REPACI, La finanza pubblica italiana cit., pp. 168 sg. Nella stessa opera (p. 170) cfr. pure le medie quadriennali dei rapporti percentuali delle spese dei servizi normali:

    1923-24 1926-27 —— 1927-28 1930-31 —— 1931-32 1934-35

    Difesa —— 31,60 —— 31,81 —— 25,03

    Servizi finanziari —— 15,07 —— 13,95 —— 11,32

    Opere pubbliche —— 12,18 —— 14,16 —— 24,56

    Organi e servizi generali —— 1,27 —— 2,91 —— 2,20

    Pubblica istruzione —— 11,45 —— 10,20 —— 10,59

    Polizia —— 7,46 —— 7,41 —— 5,28

    Giustizia —— 3,81 —— 3,56 —— 2,20

    Servizi economici —— 4,79 —— 4,47 —— 6,48

    Strade ferrate —— 2,90 —— 1,95 —— 1,83

    Beneficenza e assistenza sociale —— 1,22 —— 1,12 —— 1,06

    Servizi all’estero —— 1,00 —— 1,36 —— 0,98

    Colonie —— 4,00 —— 3,84 —— 2,51

    Servizi di culto —— 0,62 —— 0,58 —— 0,40

    Sovvenzioni aziende e spese straordinarie —— – —— 1,78 —— 5,57

    Totale —— 100,00 —— 100,00 —— 100,00 ↩

  28. Cfr. F. Guarnieri, Battaglie economiche cit., I, pp. 243 sgg. e 339 sgg. ↩

  29. «Caro Jung,

    il giorno 24 agosto 1933 – anno XI, noi discutemmo insieme le seguenti questioni: situazione del bilancio e nuova adeguazione della vita economica italiana al rapporto 1-3; situazione aziende industriali dissestate; comuni irreparabilmente indebitati; situazione grandi banche; deficit delle ferrovie; importazione grano ungherese; eventuale monopolio zuccheri. Questo ordine di argomenti è consegnato ad una carta che ho conservato, colla mia diligenza di attento impiegato dello Stato.

    «Sono passati dieci mesi e possiamo fare un consuntivo:

    «a) Nella marcia necessaria (e inarrestabile) verso il pareggio del bilancio abbiamo compiuto quattro brillanti tappe colla conversione del consolidato (operazione che appare sempre piú grandiosa e feconda coll’allontanarsi dalla data in cui fu operata); coll’abolizione del fondo d’integrazione alle provincie; colla riduzione degli stipendi agli impiegati; coll’aumento della tassa sui celibi; colle altre economie realizzate, bisogna dirlo volenterosamente, dalle singole amministrazioni: io credo che il 50 per cento del disavanzo previsto per l’esercizio ’34-35 sia coperto, tenuto conto degli imprevisti e di un modesto programma straordinario di lavori pubblici (125 milioni) che bisognerà imbastire per alcune provincie (Udine, Trento, Modena, Reggio E., Bergamo, Brescia, Massa Carrara, Reggio C.) dove la lunga disoccupazione ha spinto le popolazioni alla vera e propria fame.

    «Fattori che possono migliorare ancora l’andamento dell’esercizio sono il gettito doganale sulla importazione del grano (si può valutare tra i 300-400 milioni) e un piú favorevole andamento delle entrate, ferme restando le spese. Ma io richiamo ancora una volta la sua attenzione sopra una voce che aggrava in maniera pesante il bilancio dello Stato ed è il passivo dell’esercizio ferroviario: passivo che per l’esercizio ’33-34 sale a ben 800 milioni. È su questo settore che bisogna oramai convergere le nostre batterie. Fatta l’ipotesi massima di una eliminazione di questo deficit, il pareggio nel bilancio dello Stato sarebbe raggiunto o quasi. L’Azienda delle ferrovie è un’azienda industriale, bisogna adottare e nel piú breve termine di tempo possibile tutte le misure necessarie per riportarla in equilibrio fra entrate e spese. (Qual’è il tasso d’interesse che le ferrovie pagano allo Stato?)

    «b) L’operazione di adeguazione della vita economica nazionale al rapporto 1-3 è stata questa volta molto piú laboriosa che nel 1930. Segno che i margini sono diminuiti: anche la deflazione ha i suoi limiti, oltre i quali i vantaggi si tramutano in inconvenienti, come accade anche alla piú salutifera delle medicine quando si prende in dosi anormali. Ma la maggiore difficoltà consiste nel fatto che noi vogliamo realizzare – al tempo stesso – due politiche clamorosamente contraddittorie: prezzi alti all’ingrosso, prezzi bassi al minuto. Noi facciamo il possibile e l’impossibile, per tenere alti i prezzi del grano, del bestiame, dell’olio, del riso, del burro e poi vogliamo che il pane, la carne, la pasta etc., siano venduti a prezzi bassi.

    «Ciò può andare sino a un certo punto, poiché il regime ha i mezzi persuasivi e coercitivi per influire sui “corpi intermedi”, ma anche questa delicata operazione ha i suoi limiti, perché non si può pensare di tramutare il commercio in un’opera di filantropia e pretendere che il dettagliante venda a sei quel che gli costa otto.

    «Il prezzo dei bozzoli nell’anno di grazia 1934, sta là a dimostrare che la pretesa di sottrarre i prezzi interni alla tendenza dei prezzi mondiali, riesce alla fine, completamente sterile. (Ma questo potrebbe essere l’inizio di una ripresa).

    «D’altra parte non si possono abbandonare a se stessi i prezzi all’ingrosso dei prodotti dell’agricoltura senza accumulare dei disastri su scala vastissima e irreparabile; per diminuire i prezzi all’ingrosso e quindi al minuto e rendere per ciò possibile una ulteriore adeguazione della vita economica, occorre dare i compensi equilibratori all’agricoltura e su tal settore i compensi sono: alleggerimento dei debiti, sgravi fiscali. È urgente, quanto al primo, procedere, entro settembre, alla conversione dei mutui fondiari; quanto al secondo si tratta di distendere altrove, il carico totale o parziale che grava sull’agricoltura.

    «c) il problema delle riserve è oggi il piú grave. Malgrado i provvedimenti adottati l’emorragia continua: non è piú esterna, non vediamo piú la lira venduta da 20-25 banche parigine; ma è interna. Bisogna in primo luogo governare la circolazione, cioè ridurla, dai 13 miliardi attuali a 11 miliardi, che data la proporzione uno a tre deve essere sufficiente (la proporzione attuale è uno – sei), ma questo non basta; questo basta a migliorare un rapporto, ma non aumenta non solo, ma non impedisce la ulteriore emorragia dell’oro. A un certo punto l’ancora avrà perduto il suo oro, poiché mentre la riduzione della circolazione finisce per giungere a un limite insuperabile, la massa d’oro può ridursi a zero (vedi Germania). Noi perdiamo oro in quantità superiore al deficit accusato dalla bilancia commerciale: le esportazioni, i noli (leggo in questo momento che il Rex parte da N. Y. con 1800 passeggeri; ma nemmeno le società parastatali passano i loro noli alla B.a Italia?), il turismo, le rimesse degli emigranti, non giovano dunque affatto? Non vengono piú, nemmeno in quantità minima, divise straniere in Italia? Continuerà ancora molto tempo il trucco degli importatori che chiedono le divise come importatori e non restituiscono divise quali esportatori? È un punto sul quale bisogna andare in fondo, anche per non fare la figura degli imbecilli.

    «Si può andare al disotto dei sei miliardi d’oro? No. Una nazione come l’Italia, non può correre questo rischio, specie in questi tempi calamitosi con la tensione politica che divide oramai gli Stati europei. È l’ipotesi non piú chimerica di una guerra che ci vieta di andare all’ablativo assoluto in fatto d’oro: unica moneta colla quale domani potremo rifornirci in caso di guerra. Bisogna dunque dare per i bisogni accertati, ma rastrellare le divise degli esportatori, del turismo, dei noli, delle rimesse degli emigranti. Caso contrario ci troveremo un giorno davanti al dilemma veramente drammatico: o perdere l’oro o disancorare per conservarlo.

    «e) per quanto concerne le industrie abbiamo marciato: molti gruppi d’industrie, Terni, Puricelli, Sip, Unes, Cerpelli etc. sono riassestate. Desidero averne dall’Iri e dall’Imi un elenco completo. Resta sempre il problema dell’Italm. e della Cogne.

    «f) le tre principali banche sono a posto; ve ne sono in seconda linea altre per le quali bisognerà decidersi.

    «g) a che punto siamo coi Comuni insolvibili? Il finitimo Comune di Cattolica ad esempio è praticamente fallito.

    «h) il problema di altri monopoli (combustibili liquidi, zuccheri, energia elettrica) possono essererimandati a miglior tempo.

    «i) il dott. Pirelli, accompagnato ad Acutis mi ha presentato un promemoria per lo sviluppo dell’auto in Italia, promemoria che è molto interessante, anche convincente e che la prego di mettere all’ordine del giorno del prossimo rapporto.

    «Perché i nervi degli italiani si distendano del tutto durante i mesi estivi, dopo quello del 30 giugno, il Consiglio dei Ministri si terrà verso il 15 settembre.

    Mussolini

    «Riccione 25 giugno XII».

    ACS, Segreteria particolare del Duce, (1922-43), Autografi del Duce, (1934), b. 7, fasc. XII, sottof. B. ↩

  30. Nei primi dieci anni l’ammontare delle spese per i lavori pubblici si aggirò sui 24 miliardi e 700 milioni e riguardò un po’ tutti i settori, strade, ferrovie, bonifiche, opere idrauliche, edilizia pubblica e popolare, ecc. Per un quadro dettagliato cfr. MIN. LAVORI PUBBLICI, Opere pubbliche 1922-1932, Roma 1933. Nel periodo suddetto gli Istituti per le case economiche e popolari costruitono circa 50 mila appartamenti. Come termine di confronto si tenga presente che in tutto il primo ventennio questi stessi Istituti costruiranno 106 335 alloggi, per 277 106 vani e una spesa di lire 3 124 489 222,48 (e allo scadere del ventennio erano in costruzione altri 24 393 alloggi per 64 047 vani e L. 928 806 517,58). Cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario (1922-43), fasc. 165 763, «Istituto case popolari, Appunto per il Duce», in data 21 ottobre xx. ↩

  31. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. W/R, «Turati Augusto», sottof. 1, A. Turati a B. Mussolini, 28 luglio 1932. ↩

  32. Tipico della psicologia mussoliniana è questo telegramma, in data 12 febbraio 1933, al prefetto di Roma: «Non è senza qualche sorpresa che ho constatato de visu come qualmente il Comune di Monte Flavio non abbia ancora la luce elettrica. È inteso che V. S. si recherà il 21 aprile p. v. o la domenica 23 immediatamente successiva a inaugurarvi la illuminazione elettrica. Faccia quindi tutto quanto occorre e mi informi». ACS, B. Mussolini, Autografi-Telegrammi (1933), b. 4, fasc. II. ↩

  33. A. di Crollalanza, Il cantiere sonante, in «Gerarchia», novembre 1930, pp. 892 sgg. ↩

  34. Il problema della mano d’opera impiegata nei lavori pubblici divenne in questi anni per Mussolini uno dei piú assillanti. Spesso telegrafava ai prefetti per essere informato sullo stato dei lavori e sul numero degli operai effettivamente impiegati, durante i suoi viaggi e spostamenti in macchina raccoglieva notizie e non tralasciava occasione per controllare personalmente l’attuazione delle sue disposizioni. Tipico è il seguente telegramma al rettore dell’Università di Roma A. Rocco in data 23 gennaio 1933: «Invece dei duemila operai che mi avevano detto possibile di occupare nei lavori della nuova Università, ieri ne ho fatti contare 190 manovali, 10 muratori, 3 assistenti: totale 203. Ti prego di far attivare al massimo tali lavori poiché anche a Roma la disoccupazione specialmente edile è notevole». ACS, B. Mussolini, Autografi-Telegrammi (1933), b. 4, fasc. II. ↩

  35. Cfr. G. Tassinari, La bonifica integrale nel decennale della legge Mussolini, Roma 1939, p. 18. ↩

  36. Per il meccanismo della bonifica integrale cfr. Min. dell’agricoltura e foreste, La bonifica integrale, Roma 1935, pp. 14 sgg.:

    «Le bonifiche sono caratterizzate da un complesso di opere, da eseguire coordinatamente in base ad un piano generale, in territori classificati e delimitati dallo Stato (comprensori), per rilevanti fini igienici, demografici, economici e sociali. Esse implicano una radicale trasformazione dell’ordinamento della produzione terriera, o per sostituire forme estensive di godimento del suolo con forme di sfruttamento intensivo, o per impedire che forme piú o meno intensive di coltura degradino verso condizioni arretrate.

    «In questo concetto vengono cosí comprese le varie categorie di opere precedentemente riservate alle cure dello Stato, e cioè il prosciugamento delle terre paludose; il riassetto di bacini e terreni montani dissestati nei riguardi idrogeologici e forestali; e la trasformazione di terreni estensivamente utilizzati per gravi cause di ordine fisico o sociale. Per di piú resta affidata allo Stato l’esecuzione, nei comprensori di bonifica, di tutte le opere fondamentali occorrenti al fine di attuare o conservare un progredito ordinamento produttivo.

    «I miglioramenti fondiari sono invece rappresentati da singole opere, da eseguire indipendentemente da un piano generale di bonifica, che servono a perfezionare, senza radicali trasformazioni, l’ordinamento produttivo esistente, e per le quali, essendo meno rilevante il fine di interesse pubblico, l’intervento dello Stato è meno ampio.

    «La legge distingue i comprensori di bonifica in due categorie: gli uni da classificare per legge, gli altri per decreto reale, includendo fra i primi quelli che hanno eccezionale importanza ai fini della colonizzazione. La distinzione risponde a una direttiva fondamentale della politica rurale del Fascismo, in quanto consente per i comprensori di prima categoria una piú larga partecipazione dello Stato nella spesa, e l’imposizione di particolari obblighi per l’impiego della mano d’opera immigrata.

    «Tanto per i comprensori di prima quanto per quelli di seconda categoria deve essere redatto il piano generale della bonifica, il quale contiene sia il progetto di massima delle opere di competenza statale, sia le direttive fondamentali per le opere di trasformazione agraria, necessarie a realizzare i fini della bonifica; e quindi dà modo di valutare i presumibili risultati della intera opera.

    «Nei comprensori di bonifica si eseguono, pertanto, opere di competenza statale e opere di competenza privata: le prime, a cura e spese dello Stato, con contributi dei proprietari; le seconde a cura obbligatoria ed a spese dei proprietari, ma col sussidio finanziario dello Stato.

    «Nei comprensori di prima categoria la spesa per le opere statali è sostenuta dallo Stato fino all’84% nell’Italia settentrionale e centrale esclusa la Venezia Giulia, la Maremma e il Lazio, e fino al 92% in queste e nelle altre regioni. Nei comprensori di seconda categoria, invece, la spesa è a carico dello Stato rispettivamente per il 75 e per l’87,50%.

    «Sono però a totale carico dello Stato le opere di sistemazione montana in ogni caso, e quelle di sistemazione dei corsi d’acqua di pianura, quando siano da eseguire in alcune determinate regioni dove l’esecuzione offre maggiori difficoltà.

    «Lo Stato può cosí eseguire nei comprensori di bonifica tutte le opere che trascendano l’interesse dei singoli proprietari e siano necessarie per raggiungere la trasformazione dell’ordinamento produttivo, interessando l’intero comprensorio o una parte notevole di esso.

    «Restano di competenza dei proprietari, e sono per essi obbligatorie, tutte le altre opere integrative di miglioramento e di sistemazione, giudicate necessarie ai fini della bonifica integrale. Ma lo Stato assegna per l’esecuzione di queste opere, a cura dei privati, un sussidio, che è normalmente del terzo della spesa, ma può essere elevato al 38% quando si tratti di miglioramenti fondiari di pascoli montani o di opere ricadenti in determinate regioni, al 45% quando si tratti d’impianti di distribuzione di energia elettrica ad uso agricolo, e al 75% per la costruzione degli acquedotti rurali.

    «Per assicurare il piú possibile la coordinata ed integrale esecuzione delle opere pubbliche e di quelle private, e quindi per impedire che la bonifica si arresti senza conseguire pienamente i propri fini, viene affidato ad un medesimo organo sia il compito pubblico che quello privato della bonifica, e questo organo è il consorzio dei proprietari interessati. Esso ha personalità giuridica pubblica: può essere costituito anche d’ufficio dal Ministero qualora manchi l’iniziativa dei proprietari per la sua costituzione; ed ha il potere d’imporre sui consorziati contributi, costituenti onere reale sui fondi, per la regolare attuazione dei suoi fini istituzionali.

    «Al Consorzio dei proprietari interessati lo Stato normalmente concede l’esecuzione delle opere pubbliche di propria competenza; e gli può anche imporre di eseguire, a spese dei proprietari, le opere per essi obbligatorie, qualora essi spontaneamente non intendano eseguirle». ↩

  37. Cfr. Mussolini, XXIV, p. 133 (14 settembre 1929). ↩

  38. Il 29 luglio 1932 cosí Serpieri riferiva a Mussolini: «L’applicazione della legge Mussolini sulla bonifica integrale ha avuto inizio il primo luglio 1929. Nei tre esercizi finanziari da allora decorsi, il complesso delle opere di bonifica integrale autorizzate, e perciò oggi ultimate o in corso di esecuzione, ascese all’importo risultante dal seguente prospetto:

    Natura delle opere —— Esercizi finanziari / 1929-30 milioni —— Esercizi finanziari / 1930-31 milioni —— Esercizi finanziari / 1931-32 milioni —— Totale in milioni di lire

    Opere di «competenza statale»

    1. Bonifiche idrauliche e opere complementari di difesa idraulica, stradali, irrigue, di sistemazione montana e di provvista di acqua potabile —— 740 —— 603,5 —— 545,3 —— 1888,8

    2. Sistemazioni montane —— 76 —— 43,2 —— 42,5 —— 161,7

    3. Trasformazioni fondiarie di pubblico interesse —— 46 —— 27,5 —— 28,0 —— 101,5

    4. Strade di trasformazione fondiaria —— – —— 2,4 —— 11,3 —— 13,7

    5. Sistemazioni idrauliche connesse con le bonifiche —— 23 —— – —— – —— 23

    Totale —— 885 —— 676,6 —— 627,1 —— 2188,7

    Opere di «competenza privata» sussidiatedallo Stato

    1. Irrigazioni —— 89 —— 102,3 —— 142,3 —— 336,6

    2. Acquedotti rurali —— 16 —— 41,4 —— 8,2 —— 65,6

    3. Strade interpoderali —— – —— 5,4 —— 5,4 —— 10,8

    4. Borgate e fabbricati rurali nel Mezzogiorno e nelle Isole —— – —— 9,0 —— 23,8 —— 32,8

    5. Dissodamenti meccanici —— 8 —— 5,1 —— 5,5 —— 18,6

    6. Piccole sistemazioni fondiarie —— 78 —— 26,7 —— 1,4 —— 106,1

    7. Bonificamento Agro Romano e Pontino —— 46 —— 45,5 —— 10,3 —— 101,8

    8. Provvista acqua potabile —— – —— – —— 0,8 —— 0,8

    Totale —— 237 —— 235,4 —— 197,7 —— 670,1

    Totale generale —— 1122 —— 912 —— 824,8 —— 2858,8

    «Non sono comprese nelle cifre esposte le opere di miglioramento fondiario dei pascoli montani, di competenza tecnica della Milizia Forestale, che furono autorizzate per milioni 13 nel 1929-1930, per mil. 10,3 nel 1930-31, e per mil. 1,7 nel 1931-32, e cosí in totale per milioni 25.

    «Non vi sono inoltre comprese le opere di miglioramento fondiario che si eseguono coi mutui di favore concessi dal Consorzio nazionale di credito di miglioramento, dagli Istituti speciali di credito agrario, dalla Cassa Nazionale Assicurazioni sociali e da altri Istituti autorizzati: nell’esercizio 1929-30 furono concessi mutui per mil. 282, nel 1930-31 per mil. 280, nel 1931-32 per mil. 179, e cosí in totale per mil. 741». ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1931-33), b. 607, fasc. 3.1.1/1669.1.1. ↩

  39. Per le principali vicende a livello governativo e interministeriale della bonifica integrale in questi anni cfr. ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1931-33), fasc. 3.1.1/1669, fasc. 3.1.1/2275; fasc. 3.1.2/7297; ibid., 1934-36, fasc. 7.1.1/1261; ibid., 1935-36, fasc. 6.1/3331. ↩

  40. Per un quadro analitico cfr. G. Tassinari, La bonifica integrale nel decennale della legge Mussolini cit. ↩

  41. Sulla bonifica dell’Agro pontino cfr. A. Di Crollalanza, Le paludi pontine, Bergamo 1934; A. Mazzocchi, La conquista dell’Agro Pontino, Roma 1938; L. Menassé, La bonificazione pontina, Latina 1965. ↩

  42. Per la posizione di Serpieri cfr. soprattutto A. Serpieri, La legge sulla bonifica integrale nel I [II, III, IV, V] anno di applicazione, Roma 1930-35. ↩

  43. Nel complesso dal 1922 al 1º luglio 1938 lo Stato finanziò le seguenti opere di bonifica:

    Importo delle opere —— Contributo dello Stato

    Opere di bonifica —— 6 089 000 000 —— 3 413 650 000

    Opere di sistemazione montana —— 494 400 000 —— 494 400 000

    Miglioramenti fondiari sussidiati —— 2 917 600 000 —— 972 333 000

    Opere di miglioramento eseguite con mutui di favore —— 1 496 000 000 —— 344 080 000

    Totale —— 10 993 000 000 —— 7 226 663 000

    ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario (1922-43), b. 265, fasc. 500 003, «Min. Agricoltura», «Appunto per il Duce» di G. Tassinari, in data 16 dicembre 1938 (da esso risulta altresí che nello stesso periodo i contributi per l’agricoltura ed attività ad essa connesse e per la pesca aumentarono a 1 296 176 789 lire). ↩

  44. Il passo è tratto da un telegramma in data 29 giugno 1932, tramite il prefetto di Bologna, al direttore del «Resto del Carlino» che aveva pubblicato un articolo di politica agraria che non doveva essere piaciuto a Mussolini. ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1931-1933), b. 782, fasc. 20.11 / n. 2066. ↩

  45. ACS, t. Cianetti, b. 4, fasc. «Comitato Centrale Intersindacale». ↩

  46. Mussolini, XXVI, p. 92. ↩

  47. Il concetto fu piú o meno esplicitamente espresso piú volte da Mussolini in questi anni. Tra le dichiarazioni piú esplicite è certo quanto ebbe a scrivere il 25 gennaio 1933 in una circolare «riservata ed importante» inviata a tutti i prefetti per sollecitarli a contribuire con ogni mezzo al successo della campagna demografica: «Richiamo colla massima urgenza la vostra attenzione sui dati demografici per l’anno 1932, pubblicati nel Bollettino del corrente mese di gennaio, dell’Istituto Centrale di Statistica, confrontati con quelli del 1931 e 1930.

    Nati —— Nel 1932 —— 983 250

    1931 —— 1 021 638

    1930 —— 1 092 678

    Morti —— Nel 1932 —— 603 293

    1931 —— 606 489

    1930 —— 576 751

    Supero delle nascite —— Nel 1930 —— 515 927

    1931 —— 421 149

    1932 —— 329 937

    «Da queste cifre risulta che in soli due anni, la natalità è diminuita di ben 109 428 unità, mentre le cifre relative discendono da 26,7 per mille del 1930 a 24,9 per mille nel 1931; a 23,6 per mille nel 1932. Il senso di queste cifre è chiaro: in questi ultimi tempi il moto della decadenza demografica della Nazione ha accelerato il suo ritmo, in una maniera drammatica e se elementi reagenti non intervengano, è facile prevedere che fra due o tre anni, l’Italia – che non ha ancora un secolo di vita nazionale e che ha masse compatte di tedeschi e di slavi alle sue frontiere – sarà caduta al livello di quelle nazioni unite da secoli e che la nostra orgogliosa polemica chiamava esauste e finite.

    «Anche davanti a questo fenomeno – doloroso e preoccupante per ogni italiano e soprattutto per ogni fascista – noi respingiamo l’agnosticismo liberale e provvediamo ad agire, opponendo al complesso delle altre forze, la nostra volontà. Il regime ha creato l’Opera Nazionale per la Maternità e l’Infanzia: quest’anno – per mia decisione – il bilancio di questa istituzione è stato aumentato in misura notevole: è su quest’opera che il regime deve fare perno per la sua azione sul settore demografico. Quest’opera deve essere rianimata in tutti i Comuni e deve praticamente ed effettivamente e dinamicamente funzionare. È soprattutto attraverso l’Op. che bisogna salvare il maggior numero di nati; è attraverso l’Op. che la maternità, senza distinzioni, dev’essere tangibilmente aiutata e moralmente onorata; è attraverso l’Op. Naz. M. e Inf. che si deve tenere alimentata l’atmosfera favorevole al raggiungimento dei nostri scopi che io riassumo ancora una volta nella formula “massimo di natalità, minimo di mortalità”. Accanto all’Op. e in coordinazione con essa, possono e devono agire tutte le altre istituzioni del regime, promovendo opportune iniziative, come quelle prese in questi ultimi teinpi ad esempio dalla Fed. Nov. fascista (50 premi di mille lire a 50 C.C. N.N. che sposino entro l’anno) o dell’Istituto Case PP. di Genova (riduzioni di pigione alle nuove coppie) o del Dopolavoro della Rinascente (viaggio gratuito ai giovani sposi), o dei premi di natalità come quelli di Firenze, Roma, Milano (la casa alla famiglia che ha avuto il maggior numero di figli) etc.

    Metodo da seguire

    «Quest’azione dev’essere quotidiana, metodica, coordinata e molteplice, ma non deve assumere aspetti chiassosi e superficiali. Non è questa materia per assemblee, o comitati o ordini del giorno. Qui bisogna lavorare in silenzio e in profondità. Il compito è fondamentale: si tratta di creare, salvare, dilatare la vita della razza italiana e quindi la sua forza e il suo futuro: perché nella vita tutto è contenuto; ma nel suo opposto, è il tramonto, il nulla. La storia, anche in questo campo, è straordinariamente ammonitrice. Le spiegazioni e giustificazioni contingenti del fenomeno sono insufficienti. La verità è che la potenza delle nazioni organizzate fu, è e sarà in ragione diretta della loro massa. La dottrina del Fascismo è nettissima e definitiva sull’argomento.

    «Già la stampa avversaria di oltre frontiera ha constatato con evidente gioia, il declino della nostra natalità. Nei rapporti mensili desidero di essere minutamente informato sul funzionamento dell’O.N.M. e Inf. e su quanto è oggetto della presente circolare. Come sempre, i Prefetti del Regno, dimostreranno di essere all’altezza del loro compito, di interpreti ed esecutori della volontà del Regime e delle necessità supreme dello Stato». ACS, Segreteria particolare del Duce, Autografi del Duce, b. 7, fasc. XI (1933), sottof. F. ↩

  48. Cfr. Mussolini, XXII, pp. 360 sgg. (discorso dell’Ascensione, 26 maggio ’27); XXIII, pp. 70 sgg., 235 sgg., 246 sg., 256 sgg., 348; XXIV, 173 sgg., 188 sgg. ↩

  49. Oltre al saggio-prefazione di Mussolini (lo si veda riprodotto in Mussolini, XXIII, pp. 209 sgg.), sono da vedere almeno G. B. Pellizzi, Fecondità è potenza, Milano 1929; C. Gini, Nascita evoluzione e morte delle nazioni, Roma 1930; M. Missiroli, Il numero è potenza, in ID., Studi sul fascismo, Bologna 1934, pp. 29 sgg. Per alcuni echi delle prime discussioni e di alcune piú o meno velate prese di posizione critiche rispetto all’aspetto demografico della politica fascista cfr. G. B. Pellizzi, Alcune realtà nel problema demografico, in «Critica fascista», 1º febbraio 1930, pp. 52 sgg. Per gli sviluppi successivi della politica demografica e le sue varie implicazioni cfr. F. Loffredo, Politica della famiglia, Milano 1938. ↩

  50. Lo si veda in Mussolini, XXIII, p. 216. ↩

  51. Una critica serrata e coraggiosa alla politica di ruralizzazione fu mossa da U. Spirito, Ruralizzazione o industrializzazione?, in «Archivio di studi corporativi», 1930, n. I, pp. 131 sgg., riprodotto in ID., Il Corporativismo cit., pp. 447 sgg. In questo scritto Spirito richiamava l’attenzione soprattutto su due questioni. Prima, che la politica della ruralizzazione, se era valsa a richiamare l’attenzione del paese sull’importanza dell’agricoltura, non doveva indurre a credere «che essa significhi senz’altro la necessità per l’Italia di un indirizzo economico prevalentemente agricolo». «Il suo fine contingente, che è quello di reagire ad un abbandono piú o meno accentuato dei campi e di instaurare un migliore equilibrio tra le varie energie della Nazione, corre il rischio di tramutarsi in un fine assoluto facendo perdere di vista che l’ideale di ogni paese moderno dev’essere quello di un’industrializzazione ad oltranza e che industria e progresso o industria e civiltà sono termini equipollenti... Un paese agricolo è oggi un anacronismo, e non perché l’agricoltura non abbia somma importanza, ma perché rappresenta solo il primo gradino della vita economica, e cioè quello su cui non si impegna piú la vera concorrenza internazionale tutta caratterizzata da ben altre competizioni...» Seconda, che la politica di ruralizzazione, «lungi dal consentire l’incremento demografico, ne è l’ostacolo maggiore e pressoché insuperabile», perché l’agricoltura «è destinata ad aver sempre minor bisogno di contadini e perché lo sviluppo della popolazione è connesso alla ricchezza del paese e questa aumenta con l’allargarsi e il perfezionarsi dell’industria e non col dilatarsi dell’agricoltura che, invece, produce un reddito decrescente». ↩

  52. Nel 1929-34 la produzione granaria fu in media di 69 088 000 quintali e negli anni successivi crebbe sino a 81 838 000 (nel 1938). Per la valorizzazione di questi successi da parte del regime cfr., a mo’ d’esempio, Min. dell’agricoltura e foreste, Le comunicazioni del Capo del Governo e del Ministro dell’Agricoltura e delle Foreste al Comitato permanente del grano nella seduta del 24 settembre 1932-X a Forlí, Roma 1932. ↩

  53. Cfr. M. Bandini, Cento anni di storia agraria cit., pp. 122 sgg. ↩

  54. Tipico, per comprendere il fanatismo fideistico con cui Mussolini volle fosse perseguita la valorizzazione agraria di ogni superficie, è il seguente telegramma da lui inviato il 20 giugno 1928 a tutti i prefetti: «Estensione città sottrae continuamente terreno fecondo alle campagne. Significhi ai Podestà che dovunque sia possibile case operaie o economiche o di abitazione civile non devono avere meno di cinque piani, escluso il pianterreno». ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1931-33), b. 783, fasc. 20.11/2066. ↩

  55. Cfr. G. Orlando, Prognosi e difficoltà dell’agricoltura, in Lo sviluppo economico in Italia cit., III, pp. 20 e 32 sgg. ↩

  56. Un certo miglioramento, nel senso soprattutto di una maggior tutela rispetto ad eventuali tentativi della parte padronale di forzare a proprio vantaggio il rapporto, fu realizzato dalla categoria dei mezzadri. Dopo una lunga fase di studio del problema mezzadrile e un altrettanto lungo iter legislativo, alla fine del ’33 fu infatti approvata la cosiddetta «Carta della mezzadria», con la quale veniva estesa al rapporto di mezzadria la disciplina giuridica dei contratti collettivi di lavoro. Il provvedimento (che per fini in parte diversi, molto stava a cuore sia a A. Serpieri sia alla Confederazione nazionale dei sindacati fascisti dell’Agricoltura e in particolare al suo presidente L. Razza) era stato dapprima studiato e discusso ampiamente dall’Accademia dei Georgofili, dove, invano, Serpieri aveva cercato di introdurre il principio che fosse data al contadino la possibilità di diventare compartecipe nella proprietà del capitale di esercizio e di non escludere neppure la possibilità che, in casi particolari, la direzione dell’azienda potesse essere tenuta dal contadino (cfr. «Atti della R. Accademia dei Georgofili», aprile-luglio 1929); passato alla Camera nel maggio 1930 era stato approvato dopo un dibattito inusitatamente ampio, ma si era poi arenato al Senato per tre anni, poiché da varie parti si temeva che esso potesse costituire un pericoloso precedente, atto a turbare «il normale svolgimento dei rapporti economici e giuridici che si ricollegano alla proprietà terriera» e tale da poter essere invocato anche a proposito di altri rapporti economici e giuridici. Cfr. ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1931-33), b. 555, fasc. 1.1.26; nonché, in generale, M. Bandini, Cento anni di storia agraria italiana cit., pp. 168 sgg. ↩

  57. Cfr. M. Bandini, Cento anni di storia agraria italiana cit., pp. 156 sgg. e specialmente 160 sg. ↩

  58. Per l’attività del Commissariato cfr. Pres. cons. ministri – comm. per le migrazioni e la colonizzazione, Disposizioni per la disciplina delle migrazioni e del collocamento, Roma 1941. ↩

  59. Cfr. soprattutto, Min. interno – Dir. gen. demografia e razza, Correnti migratorie e urbanesimo, Roma 1942. ↩

  60. ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1934-36), b. 810, fasc. 1.1.23 / n. 32 99.2 A, e in particolare la relazione «A S. E. Il Capo del Governo» datata dicembre 1933. ↩

  61. Un aspetto assai significativo non solo della «battaglia demografica», ma anche della politica dell’occupazione determinata dalla «grande crisi» è costituito dalla massiccia azione educativo-propagandistica messa in atto dal regime per scoraggiare il lavoro femminile – specie nell’industria e nell’impiego – e affermare una concezione tutta familiare delle funzioni della donna, «sposa e madre». Tipico in questo senso è il seguente telegramma inviato il 29 giugno ’34 da Mussolini al prefetto di Bologna:

    «Leggo sul "Carlino" di oggi una sollecitazione dell’Aereo-Club alle donne bolognesi perché si iscrivano ai corsi di pilotaggio aereo. Faccia sapere ai dirigenti dell’Aereo-Club che almeno nell’Italia fascista la cosa piú fascista che le donne possono compiere è quella di pilotare molti figli, il che non impedisce che esse volino per necessità o diporto, ma il pilotaggio è un’altra cosa molto seria che dev’essere lasciata agli uomini i quali in Italia, finora almeno, non mancano».

    ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1937-39), fasc. 20.11 / n. 1761. ↩

  62. Cfr. P. Melograni, Gli industriali e Mussolini. Rapporti tra Confindustria e fascismo dal 1919 al 1929, Milano 1972, pp. 261 sg. ↩

  63. F. Guarneri, Battaglie economiche cit., I, p. 282. ↩

  64. Ibid., I, p. 283. ↩

  65. M. Abrate, Remarques sur l’analyse de la conduite des entrepreneurs en Italie pendant la grande dépression cit., pp. 4 sg. ↩

  66. Cfr. F. Guarneri, Battaglie economiche cit., I, p. 286. ↩

  67. Tipico in questo senso è un corsivo anonimo, Il gusto della Rivoluzione, sul primo numero del 1932 di «Critica fascista»: «Dieci anni fa il Fascismo significava per molti antisocialismo, reazione; oggi che non può piú significare questo si capisce come debba essere e farsi sempre piú Rivoluzione e cioè spodestamento di alcuni ceti, di alcune abitudini, di certa mentalità morale, economica e politica e acquisto o meglio conquista di un nuovo spirito, inizio di una nuova storia». ↩

  68. Oltre che su «Critica fascista», prese di posizione significative in questo senso sono riscontrabili su altre riviste del tempo. Tipico l’articolo di F. Bresadola, Verso la nuova economia nel quarto fascicolo del 1933 della rossoniana «La stirpe»: «già si delinea l’economia di domani nella quale all’agricoltura sarà riservato al massimo il principio della proprietà privata, naturalmente controllata, mentre nell’industria e nelle banche l’intervento governativo, attraverso le corporazioni, si manifesterà molto piú vasto e piú profondo. E lo Stato finirà per conservare ed avocare a sé, direttamente, le industrie e le attività base della nazione, le ferrovie, l’energia elettrica, gli istituti sociali e altro ancora». ↩

  69. In questo senso cfr., per esempio, A. Fioretti, Il Consiglio Nazionale delle Corporazioni e i lavoratori dell’industria, in «Critica fascista», 15 aprile 1930; R. Passeretti, Produzione e salari nell’economia corporativa e Elementi della ricostruzione economica, ivi, rispettivamente 1º marzo e 15 maggio 1930; U. Manunta, Sindacalismo e realtà economica, ivi, 15 novembre 1931; nonché l’intervista di G. Bottai a «Il popolo d’Italia», 24 febbraio 1931. ↩

  70. Tra le polemiche ricorrenti in questi anni una delle piú significative fu quella contro gli idroelettrici. Attacchi e addirittura proposte di nazionalizzazione del settore erano stati fatti già nel ’28 (cfr. P. Melograni, Gli industriali e Mussolini cit., pp. 246 sg.); tra il ’30 e il ’32 la polemica contro l’industria idroelettrica fu piú volte riproposta: l’episodio piú clamoroso fu costituito tra la fine di ottobre e i primi di novembre del ’31 da alcuni articoli de «La Stampa», allora diretta dall’ex segretario del PNF, Augusto Turati, che suscitarono una vasta eco e provocarono un intervento del presidente dell’Unfiel, G. Motta, su Mussolini (che invitò Turati a sospendere la polemica). Cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. W/R, «Turati Augusto», sottof. 1. ↩

  71. È difficile non credere che Bottai pensasse a Mussolini quando il 1º febbraio 1930 scriveva su «Critica fascista» (L’ordinamento corporativo ordinamento politico): «Noi non apparteniamo alla schiera piú o meno ardimentosa di coloro che pensano unica regola valida per dei rivoluzionari di razza essere quella di vivere alla giornata, lasciandosi guidare dal capriccio degli eventi». ↩

  72. Su Bottai, le sue concezioni del corporativismo e il suo ruolo nel regime fascista l’unico studio serio, anche se solo per grandi linee, è quello di S. Cassese, Un programmatore degli anni trenta: Giuseppe Bottai, in «Politica del diritto», 1970, pp. 404 sgg.

    Per i principali scritti di questo periodo cfr. altresí G. Bottai, L’economia fascista, Roma 1930;

    Fascismo e capitalismo, Roma 1931; Il Consiglio Nazionale delle Corporazioni, Milano 1933; Esperienza corporativa (1929-1935), 2ª ed., Firenze 1935. Per un ripensamento post-regime dell’esperienza fascista cfr. ID., Vent’anni e un giorno, Milano 1949 (per il corporativismo soprattutto pp. 45 sgg.).

    Per il contesto piú generale nel quale inquadrare la tematica dirigista di Bottai cfr. B. de Jouvenel, L’économie dirigée, Paris 1928; H. de Man, Réflexions sur l’économie dirigée, Paris 1932; AA. VV., L’economia programmatica, Firenze 1934. ↩

  73. Cfr. G. Bottai, Esperienza corporativa, 2ª ed. cit., p. 532 sgg. ↩

  74. Ibid., pp. 162 sgg. ↩

  75. Cfr. Mussolini, XXIV, p. 261. ↩

  76. Cfr. ibid., p. 191 (30 gennaio 1930); nonché, per il successivo abbandono di questa posizione in nome dell’«interesse della Nazione» e della salvaguardia dell’occupazione ibid., pp. 324 sg. (18 dicembre 1930). ↩

  77. Cfr. Mussolini, XXVI, pp. 52 sg. ↩

  78. Cfr. ibid., pp. 16 sgg. ↩

  79. G. Olivetti, Agricoltura e Industria, Roma 1935, passim e specialmente pp. 21 sg., 26 e 30. ↩

  80. Questo atteggiamento psicologico non era, del resto, raro neppure in uomini di ben diversa preparazione e sensibilità economica. Si pensi a cosa, per fare un solo esempio, scriveva nella seconda metà del ’32 nella «Riforma sociale» L. Einaudi:

    «L’Italia è stata relativamente poco provata dalla crisi perché noi possediamo molte oasi in cui i movimenti non sono vincolati dai regolamenti imposti dalla gente perita. Nessuno ha ancora studiato in quali proporzioni il flusso annuo del reddito nazionale italiano sia frutto della grande impresa regolata disciplinata vincolata ovvero della piccola e media impresa industriale ed agricola famigliare la quale conosce il mondo esteriore soltanto attraverso l’esattore a cui paga le dovute imposte. Probabilmente il peso relativo della piccola impresa famigliare, pudicamente condotta fuori degli occhi curiosi degli statistici, è grandissimo, superiore a quanto si immagina dai piú. Forse quel peso è crescente. Contro i piani internazionali, contro i consigli dei periti, la sanità fondamentale italiana ha reagito concentrandosi nella infrangibile unità famigliare. Ogni giorno si ha l’esperienza di lavori impossibili a compiersi, a costi in equilibrio con i prezzi correnti, osservando le regole imposte dai contratti collettivi dai regolamenti dai periti. Ma il lavoro, inesplicabilmente, è compiuto da un capo famiglia, aiutato da figli generi nipoti ed amici intimi. Quale sia il segreto, essi non dicono; ma è agevole indovinarlo. Costoro si adattano alle contingenze mutate; non denunciano ai periti le infrazioni a piani che ignorano. Contro i piani, contro i vincoli, girando attorno ai punti fissi, creano lavoro e prosperità. Laddove i grandi imprenditori, irretiti nelle maglie degli argini e delle dighe inventate dai periti per trarre il mondo dalla crisi, lavorano ad orario ridotto, hanno i magazzini colmi di rimanenze invendute e chiudono i bilanci in perdita, i piccoli venturieri dell’impresa non bastano alle chiamate, devono resistere, per prudenza, alle tentazioni di assumere lavoro superiore alle forze proprie dei famigliari; e durano, senza lamentarsi, in mezzo alla bufera. In silenzio, essi prosperano. Laddove, in tutto il mondo, le ferrovie legate da vincoli di tariffe, di orari, di corse obbligatorie decadono e perdono, i venturieri della pubblica strada, possessori di un auto-carro e di un rimorchio, corrono giorno e notte e costruiscono modeste solide fortune» (L. Einaudi, Saggi, Torino 1933, p. 515, ma anche pp. 427 e sgg.). ↩

  81. Cfr. in particolare una serie di articoli del «Daily News and Westminster Gazette» del febbraio 1929; nonché P. Melograni, Gli industriali e Mussolini cit., pp. 250 sgg. ↩

  82. Cfr. Carteggio Arnaldo-Benito Mussolini cit., pp. 289 sg. ↩

  83. Cfr. Mussolini, XXVI, p. 126 (22 dicembre 1933, anonimo). ↩

  84. Cfr. ibid., pp. 22 sgg. (7 luglio 1933). ↩

  85. Cfr. Mussolini, XXV, p. 50. ↩

  86. Tra i piú caratteristici commenti al discorso di Napoli di Mussolini è una serie di quattro articoli, a firma O. Mosca, pubblicati da «Il popolo di Roma» del 31 ottobre, 1, 8 e 11 novembre 1931. Nel primo di essi (Diaframmi), dopo un primo accenno alla possibilità che, se la proprietà e l’iniziativa privata «si rivelassero strumenti di danno e di rovina per la vita nazionale, il Fascismo un giorno potrebbe adottare verso quelle zone del capitalismo che persistessero nella loro testarda resistenza provvedimenti radicali», si leggeva:

    «Una cosa sola è necessaria: che la Nazione viva e prosperi e ascenda ogni giorno piú; e a tale scopo tutti i mezzi sono buoni, e se a tale scopo è necessario allargare le briglie alla proprietà pri-

    vata e alla iniziativa privata, si allarghino, e se invece è necessario stringerle, si stringano. È questione di tempo, di misura, di tempestività.

    «Ora, non è possibile negare che molta, troppa gente aveva dato finora a questa dottrina del Fascismo valore puramente teorico e astratto, e praticamente seguitava a vivere e ad agire come se il Fascismo fosse quel tale difensore delle casseforti borghesi pel quale molti, piú o meno in buona fede, lo presero nove anni fa, quando andò al potere. Fedele al suo spirito tempistico, gradualistico, figlio della natura del genio italiano, che è genio di misura e di armonia, il Fascismo non ha voluto bruciare le tappe, ha voluto confidare nell’intelligenza, nel buon volere, nel patriottismo, nel beninteso interesse delle classi abbienti. Sarebbe esagerato dire che queste si sono sempre chiuse nel loro cieco egoismo di classe. Ma sarebbe anche esagerato dire che abbiano sempre mostrato verso il Fascismo quella intelligente comprensione, quella arrendevolezza, quella cedevolezza che il Fascismo avrebbe avuto il diritto di attendersi dalla sua generosità.

    «Donde lo scatto del Duce a Napoli quando ha alluso a diaframmi opachi interponentisi ostinatamente tra il Fascismo e il popolo, e ha imperiosamente gridato che, se occorre, si spezzeranno, si abbatteranno senza pietà.

    «Il tempo delle grandi decisioni è venuto. La fine del capitalismo è, forse, ancor lontana. Ma, certo, la fine del liberalismo economico non è piú da venire perché è già avvenuta. Esso è morto nelle anime prima che nella realtà sociale».

    Nei successivi si passava quindi a indicare alcuni diaframmi da spezzare: le società elettriche, le banche e le industrie «che pretendevano di vivere sulla pelle degli operai e degli impiegati chiedendo ad essi continue riduzioni di stipendio», i padroni di case e le società edilizie «che preferiscono tenere vuote le loro case piuttosto che fittarle a prezzi proporzionati ai minori guadagni di tutti», ecc. ↩

  87. Cfr. a questo proposito E. Conti, Dal taccuino di un borghese, Milano 1946, pp. 465 sgg. e specialmente p. 467. ↩

  88. G. Toeplitz si dimise da consigliere delegato, su espresso invito del governo (cfr. ibid., p. 499), l’8 marzo ’33 e fu eletto vicepresidente, carica che dovette lasciare l’anno dopo. L’ostilità di Mussolini per Toeplitz è chiaramente motivata nel verbale del Consiglio dei ministri del 9 novembre ’31: «Il Capo del Governo espone la situazione della Banca Commerciale e la portata dei provvedimenti recentemente presi. Dichiara che la Banca non avendo smobilitato, quand’era tempo, i suoi impegni ingenti e ciò nella lusinga di una svalutazione della lira, era giunta quasi al fallimento» (ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Verbali, seduta del 9 novembre 1931). A parte l’errore tecnico (sul quale cfr. anche il giudizio di quindici anni dopo del sen. A. Frassati, in Min. della Costituente, Rapporto della Commissione economica cit., II, Industria, II: Appendice alla relazione, p. 341), per Mussolini, ovviamente, la colpa maggiore di Toeplitz era quella di non aver sostenuto la «quota novanta» e di aver puntato addirittura sul suo fallimento. Di un «conflitto» Banca Commerciale – Mussolini si era parlato all’estero sino dal dicembre 1930 (cfr. in particolare il «Neues Wiener Extrablatt»). Sulle reazioni fasciste e degli ambienti economici all’allontanamento di Toeplitz dalla guida effettiva della BCI, cfr. la ricca documentazione in ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. Polizia politica, categ. 1, b. 175. In molti ambienti fascisti Toeplitz era sempre stato considerato ostile al regime e ispiratore, dietro le quinte, della resistenza del mondo economico alla sua politica; particolarmente accanito contro di lui era stato sin dal ’24 Farinacci, per non parlare di quei fascisti, come Preziosi, che avevano partecipato alle polemiche contro di lui ai tempi della neutralità e nel dopoguerra. ↩

  89. Sulla costituzione dell’IMI cfr. le prime prese di posizione ufficiali di A. Mussolini, Forze convergenti, in «Il popolo d’Italia», 12 novembre 1931, e di G. Bevione, Banche, Industrie e l’Istituto Mobiliare Italiano, in «Gerarchia», gennaio 1932 (in cui sono riferiti anche i discorsi di Mayer e di Mussolini). ↩

  90. Cfr. Atti parlamentari, Senato, Discussioni, seduta del 1º aprile 1935, pp. 1021 sgg. Per l’«egoismo» e il «tono marxista» del discorso di Cini, specie per quel che riguardava il rapporto salari-produzione, cfr. il duro attacco, Un discorso in Senato, de «Il secolo fascista» del 7 aprile 1935. ↩

  91. Tipica è in questo senso la posizione di «Critica fascista» di fronte alla creazione dell’IRI. La rivista di Bottai, infatti, l’accolse come un concreto passo sulla via di una «economia programmatica» e, soprattutto in una serie di articoli di F. M. Pacces, condusse una vivace campagna in favore di un vero e proprio «piano economico corporativo», al punto da essere accusata da altri ambienti fascisti e in particolare da «Vita nova» di Bologna di «estremismo» e di tendere in economia verso «un sindacalismo russo» e un «socialismo di Stato». Cfr. Critica fascista, Statalismo corporativo, in «Critica fascista», 1º febbraio 1933; F. M. Pacces - G. Bottai, Verso un piano economico-corporativo, ivi, 15 marzo 1933; F. M. Pacces, Premesse alla ricostruzione industriale, ivi, 15 aprile 1933; G. P. Calgari, Un piano economico?, in «Vita nova», maggio 1933; G. B[ottai], Il ricatto liberale contro il corporativismo, in «Critica fascista», 15 giugno 1933; F. M. Pacces, Verso un piano economico-corporativo, ivi, 1º luglio 1933. ↩

  92. Queste preoccupazioni erano vive anche in vari esponenti del fascismo conservatore e di destra, cfr., per esempio, C. Costamagna, Unità fascista, in «Lo Stato», febbraio 1931. ↩

  93. Per l’atteggiamento di Mussolini verso la tendenza al formarsi di una tecnocrazia è assai significativo un suo articolo L’uomo, la macchina e la tecnocrazia pubblicato il 5 febbraio 1933 dal «Berliner Börsen Courier» e non pubblicato invece in Italia. Nell’articolo (non raccolto nell’Opera omnia) Mussolini prendeva nettamente posizione contro questa tendenza, affermando che essa portava inevitabilmente al tentativo di un solo «gruppo» a dominare lo Stato, sulla base dei propri limitati interessi. Al contrario – sempre secondo Mussolini – il concetto di «politica» nello Stato moderno sarebbe formato di troppi elementi diversi perché un solo «gruppo» possa ascriversi il diritto di guidare la collettività. Cosí come si è dimostrato errato e fittizio il concetto, creato dagli economisti, dell’homo oeconomicus cosí – sempre secondo Mussolini – si è dimostrato che l’uomo facente parte di un «popolo» o di una «Nazione» può essere guidato solo da una organizzazione in cui siano incorporati tutti gli interessi, i bisogni e i sentimenti della collettività. Su tale principio erano state create le Corporazioni; il potere, tuttavia, non può non essere nelle mani dell’uomo di Stato, che deve mantenere l’equilibrio tra gli interessi tecnici, economici e materiali quando insorgano dei conflitti e deve anche e principalmente tutelare gli interessi sociali e il patrimonio di idealità del popolo, del passato, del presente e del futuro. ↩

  94. Che l’ordinamento corporativo fosse ancora in una «fase sperimentale», che sarebbe potuta anche essere lunga, Mussolini lo affermò tra l’altro esplicitamente nel novembre ’34, in occasione della prima assemblea generale delle Corporazioni: cfr. Mussolini, XXVI, p. 379. Per altre affermazioni mussoliniane di questo periodo sulla necessità di muoversi con «circospezione» nel campo dell’economia e di non precipitare i tempi dell’ordinamento corporativo cfr. anche ibid., pp. 147 e 151 (13 gennaio ’34). ↩

  95. Per i lavori preparatori, le leggi e i decreti istitutivi, la composizione e l’insediamento degli organi corporativi cfr. G. Bottai, Il Consiglio Nazionale delle Corporazioni cit.; Min. delle Corporazioni, Le Corporazioni, Roma 1935; per la piú seria analisi critica coeva cfr. L. Rosenstock-Frank, L’economie corporative fasciste en devenir et en fait. Ses origines historiques et son évolution, Paris 1934. ↩

  96. Cfr. a questo proposito S. Cassese, Corporazioni e intervento pubblico nell’economia, in «Quaderni storici delle Marche», settembre 1968, pp. 415 sg., in cui si parla addirittura di «invadenza» della figura del capo del governo. ↩

  97. Ecco il testo secondo la minuta (in ACS, Segreteria particolare del Duce, Autografi del Duce, b. 7, fasc. XI [1933], sottof. C):

    «Caro Jung,

    avendo riflettuto nelle ore notturne come io stesso assunsi l’argomento principale della nostra conversazione di ieri – 8 gennaio 1933 – mi sono convinto che l’utilità dell’IRI sia mediocre, se noi non uscissimo dal campo puramente tattico, per effettuare invece una operazione a linee strategiche nel campo dell’economia italiana.

    «E cioè l’If non deve soltanto assorbire l’Istituto di liquidazione, ma anche tutti gli altri organismi che fanno direttamente o indirettamente del credito alle industrie e cioè il Consorzio per Sovvenzioni su valori industriali, l’Istituto di Credito navale, il Consorzio fn. opere pubbliche (Benduce) e altri, se esistono.

    «Cosí l’operazione si presenta non soltanto sotto l’aspetto di un cambio di etichetta come sarebbe se limitata al solo assorbimento dell’Istituto di liquidazione, ma si presenta come la unificazione di istituti similari, per il potenziamento di quelli che siano in loro singoli. L’If potrebbe – come mezzi – contare sui 200-250 milioni anche che sino ad oggi rilevabili dallo Stato, piú sulla emissione di obbligazioni a premi garantite dallo Stato.

    «L’Italia avrebbe, quindi, gli istituti ordinari per i finanziamenti normali a corto termine; l’Imi per i finanziamenti a medio termine (dieci); l’If per i finanziamenti a lungo termine (dieci-quindici).

    «Che l’If continui ad avere sino al 1940, quale sovvenzione dallo Stato che aveva l’Istituto di liquidazione, è perfettamente normale e non può sollevare critiche.

    «Costituito l’If, esso dovrebbe fare una emissione di un miliardo di obbligazioni, nel febbraio e nel mese ottobre. Che lo Stato dovrebbe inibire il mercato, per le sue eventuali deficienze di cassa previste per il luglio, le quali dovrebbero essere fronteggiate privatim cioè con istituti parastatali.

    «Se vi sono difficoltà di ordine formale per questa grande operazione che io propongo, si possono e si devono superare. Quanto agli uomini, l’If potrà essere diretto o da Beneduce o da Zuccoli. I nomi che esaminammo ieri non vanno per un istituto che dovrebbe avere l’ampiezza e l’importanza di quello che io progetto.

    «È mia profonda convinzione che l’If segna una svolta nella nostra situazione economico-industriale, tonificherà potentemente il mercato, libererà da ogni residuo ingombro l’Istituto di emissione e riattivando lavoro, traffici, scambi, gioverà in definitiva anche alla Bilancia dello Stato.

    «All’opera, dunque, con decisione poiché non si può perdere tempo.

    Mussolini.»

    ↩

  98. Sulle origini e l’attività dell’IRI cfr. Min. industria e commercio, L’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), III: [P. Saraceno], Origini, ordinamento e attività svolta, Torino 1956; nonché le osservazioni di S. La Francesca, La politica economica del fascismo, cit., pp. 66 ss. ↩

  99. Cfr. Mussolini il rivoluzionario, pp. 39 sgg. ↩

  100. Non escluderemmo che – al di là di una certa predisposizione naturale – la stessa ostentata passione di Mussolini per la musica e per il violino (cfr. R. De Rensis, Mussolini musicista, Mantova s. d., ma 1930) non fossero che un riflesso, una conseguenza della sua passione per Nietzsche. ↩

  101. Itinerario nietzschiano in Italia, in «Il popolo di Roma», 4 gennaio 1930, in Mussolini, XXXV, pp. 89 sgg. ↩

  102. Mussolini, XXVI, p. 235 (26 maggio 1934). ↩

  103. Mussolini, XXV, p. 136 (16 ottobre 1932). ↩

  104. Cfr. per esempio, Mussolini, XXVI, pp. 22 sgg. (7 luglio 1933); pp. 146 sgg. (13 gennaio 1934); pp. 300 sgg. (17 agosto 1934). ↩

  105. Cfr. ibid., p. 151. ↩

  106. Cfr. ibid., p. 256. ↩

  107. R. Romeo, Breve storia della grande industria in Italia cit., pp. 173 e 168. ↩

  108. S. La Francesca, La politica economica del fascismo cit., p. 70. ↩

  109. Per una prima informazione, cfr. P. V. Cannistraro, The Radio in Fascist Italy, in «Journal of European Studies», 1972, pp. 127 sgg. ↩

  110. Alcuni elementi documentari relativi a questa operazione in V. Castronovo, La stampa italiana dall’Unità al Fascismo, Bari 1970, pp. 361; per una documentazione piú sistematica e talora anche piú significativa sono però da vedere soprattutto le memorie e le comparse dell’Avvocatura generale dello Stato relative ai vari procedimenti intentati nel secondo dopoguerra sia in materia di avocazione di profitti di regime sia per ottenere la retrocessione dei pacchetti azionari alle vecchie proprietà spossessate. ↩

  111. Decisivo fu a questo proposito il r. d. 26 febbraio 1928, n. 384 che stabiliva la non iscrizione o la cancellazione dall’albo dei giornalisti di «coloro che abbiano svolto attività in contraddizione con gli interessi della Nazione». Precedentemente, il 16 novembre ’27, il Gran Consiglio, udita una relazione di E. Amicucci (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], fasc. 242/R, «Gran Consiglio», sottof. 5, ins. C.) aveva affermato esplicitamente che nella stampa «i posti di direzione e di comando devono essere affidati a Camicie Nere fedelissime» (cfr. PNF, Il Gran Consiglio del Fascismo nei primi quindici anni dell’era fascista, Bologna 1938, p. 369). ↩

  112. E. Amicucci, Il giornalismo nel Regime Fascista, Roma 1930, pp. 60 sg. ↩

  113. Lo si veda in Mussolini, XXIII, pp. 230 sgg. ↩

  114. Il particolare interesse di Mussolini per la cronaca nera si spiega bene con la sua preoccupazione di dare, all’interno e all’estero, una visione dell’Italia come di un paese in cui, grazie al fascismo, non solo la vita politica procedeva nel migliore dei modi, ma erano scomparsi o andavano scomparendo le cause di malessere morale e sociale, il tenore di vita migliorava costantemente e con esso le condizioni igieniche e sanitarie del popolo. Tipiche sono a questo proposito le istruzioni fatte trasmettere dal «duce» alla stampa perché non fossero pubblicate le notizie riguardanti i suicidi, i parti mostruosi, le condanne al confino, delitti particolarmente efferati, ecc. ↩

  115. Un esempio tipico dell’importanza che Mussolini attribuiva al fatto che non fossero pubblicati commenti o notizie sulla situazione economica non collimanti con la sua politica è offerto dal seguente telegramma del 12 dicembre 1930 al prefetto di Milano subito dopo aver letto l’articolo di M. Alberti, Tipi di «Cagliostro», Le mistificazioni dell’«homo oeconomicus», nel fascicolo del novembre ’30 della «Vita italiana» (che sintomaticamente non pubblicò dopo di allora altri articoli a firma dell’Alberti):

    «Chiami immediatamente il dott. Mario Alberti e gli faccia intendere che articoli come quello pubblicato sull’ultimo numero di Vita Italiana danneggiano gravemente e hanno infatti danneggiato il credito e la finanza nazionale. Specie in questo periodo di crisi universale, specie in questo momento in cui le forze plutocrazia antifascista cercano suscitare moto sfiducia nostra situazione, articoli come quello Alberti sono sommamente deplorevoli ed è non meno deplorevole che un uomo come Alberti il quale ha avuto missioni importanti da parte del governo fascista non se ne renda conto. Diffidi formalmente il dott. Mario Alberti a desistere da una attività che può avere le piú rovinose incalcolabili conseguenze. Gli legga questo mio telegramma e gli faccia intendere che al disopra degli individui c’è il credito della Nazione che non può non dev’essere sabotato e compromesso». ACS, B. Mussolini, Autografi-Telegrammi, b. 3, fasc. 8 (1930). ↩

  116. Tipico il seguente telegramma al prefetto di Torino in data 23 novembre 1930: «Moderi atteggiamento ultra-demagogico della Gazzetta che facendo attendere i miracoli finisce per sabotare opera del governo». ACS, B. Mussolini, Autografi-Telegrammi, b. 3, fasc. 8 (1930). ↩

  117. Significativo è in questo senso il discorso che Mussolini pronunciò il 14 ottobre ’33 ricevendo a palazzo Venezia i giornalisti che avevano partecipato ai lavori del Consiglio nazionale del loro sindacato. Il discorso non fu reso ufficialmente noto ma la sua sostanza e singoli passi furono riferiti qualche giorno dopo dal «Popolo d’Italia» e pubblicati in P. Pedrazza, Giornalismo di Mussolini, Milano 1937, pp. 99 sgg. ↩

  118. A questo giro di vite non si sottrasse alcun giornale, neppure il «Corriere della sera» che in un primo momento Mussolini non aveva voluto fosse messo completamente «in camicia nera», probabilmente pensando che – essendo l’unico giornale italiano un po’ diffuso all’estero – fosse per il momento piú politico fascistizzarlo ma senza fargli perdere la sua tradizionale compostezza e quindi autorità. Rispetto al resto della stampa, il «Corriere della sera» conservò però «un tono generalmente sobrio». Cfr. l’introduzione di P. Melograni a Corriere della sera (1919-1943), Bologna 1965, pp. LXXV sg. Un margine minimo di autonomia mantennero solo «Il regime fascista» di R. Farinacci e il «Corriere padano» di I. Balbo.

    Quanto ai giornalisti il discorso è piú complesso: indubbiamente la maggior parte si adeguò al nuovo clima e molti senza scrupolo alcuno; pur nei limiti assai ridotti di autonomia che le pressioni che venivano dall’alto e le «veline» di Roma lasciavano, non mancavano però coloro che nell’adeguamento alle superiori disposizioni riuscirono a evitare atteggiamenti eccessivamente corrivi; non è certo privo di significato che ad un certo momento il ministero per la Stampa e Propaganda prese l’abitudine di distribuire periodicamente ai giornalisti «biasimi» ed «encomi», il che dimostra che, in ultima analisi, volendo, ai singoli giornalisti rimaneva pur sempre un margine sia pure ridottissimo di autodecisione nell’applicazione delle direttive. ↩

  119. L’Ufficio stampa fu trasformato nel settembre ’34 in sottosegretariato per la Stampa e la Propaganda che, a sua volta, nel giugno successivo fu elevato al rango di ministero, sempre sotto la direzione di G. Ciano. Nel maggio ’37, infine, fu costituito il ministero della Cultura popolare. Cfr. P. V. Cannistraro, Burocrazia e politica culturale nello stato fascista: il Ministero della cultura popolare, in «Storia contemporanea», giugno 1970, pp. 273 sgg. ↩

  120. Mussolini, XXII, p. 23 (5 dicembre 1925). ↩

  121. I «ritocchi» si protrassero praticamente sino al 27 luglio ’33 quando Mussolini ritenne per un momento che la scuola avesse trovato ormai un assetto abbastanza stabile e funzionale e in questo senso scrisse al ministro F. Ercole:

    «Caro Ercole, cogli ultimi provvedimenti – passaggio Scuole elementari allo Stato, testo unico per l’istruzione superiore, istituzione di nuovi istituti, ritocchi dei programmi (i quali ritocchi hanno dato lo spunto all’Osservatore Romano di stampare che si “riformava la riforma Gentile”) – ritengo che la scuola italiana abbia ormai raggiunto in tutti i suoi gradi un assetto, che, se non definitivo, dev’essere considerato stabile per molto tempo. Il programma di riforma, riassetto, adeguamento è esaurito. Ora non c’è piú nulla da inventare all’infuori del ripristino dei provveditori agli studi per ogni provincia, che si farà quando l’erario potrà sopportare la spesa. Ora si tratta di amministrare la Scuola, di farla cioè praticamente funzionare in modo che dia tutto il rendimento desiderabile e dal punto di vista dei professori e da quello degli allievi.

    «L’opera di fascistizzazione è e sarà il risultato di questa amministrazione. Non voglio quindi piú sentir parlare ancora di “ritocchi”, di nuovi provvedimenti etc. Adesso occorre un lungo periodo di stabilità e di calma. L’opera legislativa nel campo scolastico è finita, comincia la esecutiva e l’amministrativa. Credo che V. E. converrà con queste mie considerazioni.

    Mussolini

    «P.S. Desidero presentare a S. M. il Re per un possibile laticlavio, uomini del mondo universitario (Rettori, professori, etc.). Me ne mandi una lista corredata dal “curriculum vitae” di ognuno di essi e tenga il massimo riserbo» (ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Serie Speciali, «Senatori», b. 3).

    ↩

  122. Assai significativo è quanto, di fronte al progressivo svisamento della riforma Gentile e alla continua bassa politicizzazione della scuola, scriveva E. Codignola, Scuola e politica, in «La nuova scuola italiana», 15 settembre 1928: «chi si illude di educare politicamente con le parate, con le manifestazioni, con il distrarre di continuo alunni e maestri dal loro compito quotidiano nazionale e, peggio ancora, con l’inquisizione poliziesca del sacrario della coscienza... non ha nulla a che vedere con il fascismo». ↩

  123. L’ultima significativa presa di posizione pubblica di Gentile contro i continui «ritocchi» e svisamenti della sua riforma fu un duro articolo in polemica col ministro Belluzzo e i suoi progetti di una scuola media unica, cfr. G. Gentile, Un ministro calunniato, in «Corriere della sera», 12 ottobre 1928. A proposito di questo articolo cfr. anche quanto il 1º novembre successivo Gentile scrisse a E. Codignola: «la controriforma è crollata... e il grande riformatore è a terra; sono sempre a contatto con M[ussolini], il quale questa volta pare fermissimo» (Ernesto Codignola in cinquant’anni di battaglie educative cit., p. 86). ↩

  124. Il giudizio è riferito nel verbale della seduta del Consiglio dei ministri del 18 marzo ’31. In tale occasione Mussolini propose di «riformare la scuola» nuovamente e si pronunciò specialmente contro l’esistenza delle scuole private. Chi difese in un certo senso la riforma Gentile fu B. Giuliano che, pur aderendo alla richiesta di Mussolini, disse di ritenere piú opportuno «non sostituire del tutto la riforma Gentile, ma correggerla dove appare manchevole o contraria a certi principi» (ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Verbali, seduta del 18 marzo 1931). Quello che indusse Mussolini a cambiare cosí radicalmente idea sulla riforma Gentile dovette assai probabilmente essere il suo progressivo convincersi che il regime non poteva tollerare alcuna forma di libertà di insegnamento. A una simile interpretazione ci pare possa autorizzare la chiusa di una lettera di Mussolini a B. Giuliano in data 18 settembre ’29 nella quale è riepilogato il programma per il ’29-30 del ministero dell’Educazione nazionale: «Nell’insieme bisogna restare fedeli nella lettera e nello spirito alla riforma Gentile. Fra qualche tempo verrà la questione della libertà o meno dell’insegnamento. È evidente che quando lo Stato si toglie dal piano della istruzione pura e semplice per salire al piano della educazione, la libertà dell’insegnamento torna di nuovo al tappeto. Ma di ciò potremo calmamente riparlare» (ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti [1931-33], b. 678, fasc. 678, fasc. 3-5/4023). ↩

  125. Nell’ottobre ’27 su 95 mila insegnanti elementari 72 mila erano iscritti all’Associazione nazionale insegnanti fascisti. ↩

  126. Cfr. Mussolini, XXIII, p. 61; il comunicato relativo a questa riunione (tenuta il 10 novembre 1927) non è pubblicato nella raccolta degli atti del Gran Consiglio. ↩

  127. Magister, Per la scuola fascista, in «Critica fascista», 1º aprile 1927, pp. 128 sgg. ↩

  128. La scarsa fascistizzazione dell’università e della scuola media (mancata epurazione degli insegnanti, mancata nomina di «autentiche camicie nere» a presidi e provveditori, «svalorizzazione degli elementi veramente fascisti» da parte delle autorità scolastiche, scarsa presenza dei fascisti nelle commissioni, «rivalorizzazione» di elementi massonici, ecc.) fu denunciata nel maggio ’27 da A. Turati a Mussolini. Fedele, investito della questione, respinse l’accusa, affermando che «un’aria nuova si respira ora nelle aule scolastiche», vantando quanto da lui fatto per fascistizzare la scuola. Cfr. ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto (1931-33), fasc. 5/5-6829. ↩

  129. Della preparazione del «libro unico di Stato» Mussolini si occupò personalmente sino ad entrare nel merito delle scelte degli autori (ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti [1931-33], b. 678, fasc. 3-5/4023). ↩

  130. Alcuni utili elementi in E. Luzzati, Introduzione allo studio delle spese pubbliche per l’istruzione in Italia (1862-1965), in Fondazione L. Einaudi, «Annali», IV (1970), pp. 75 sgg. ↩

  131. Per il programma piú propriamente culturale del nuovo ciclo di politica scolastica cfr. B. Giuliano, La fascistizzazione della scuola, in «Gerarchia», maggio 1930. ↩

  132. In questi anni non mancarono fascisti che avrebbero voluto una prevalenza assoluta della formazione politica su quella culturale. Tipica è in questo senso l’accusa mossa nel ’33 sul «Secolo fascista» da G. A. Fanelli al ministro F. Ercole di non aver valorizzato a sufficienza l’ONB e, in particolare, di averle negato i fondi necessarî al suo sviluppo per darli invece alla scuola: «La lotta contro l’analfabetismo è un pregiudizio democratico, a cui il ministero immola tre quarti di tutto il bilancio dell’educazione nazionale, quasi che il dovere dello Stato fosse quello di illuminare, con l’istruzione, l’intelletto individuale piú che dirigere, con l’educazione, la volontà collettiva... Si dovevano almeno triplicare le entrate dell’ONB vera unica fucina di caratteri creata dal Fascismo, affinché potesse provvedere in modo piú vasto e permanente a fortificare la volontà dei cittadini, all’inizio della vita, e invece avete cresciuto il numero delle scuole primarie e secondarie, dove s’impartisce un’istruzione stantia non un’educazione viva, dove s’illumina alla peggio l’intelletto non si sana la volontà...» Cfr. G. A. Fanelli, Contra Gentiles cit., pp. 130 sg. ↩

  133. Assai significativo è in questo senso l’editoriale Il problema della scuola del fascicolo di «Critica fascista» del 15 aprile 1935, in cui si parla esplicitamente di «scuola senza ordine, senza un principio preciso, una fede centrale, un motivo animatore, sbandata, ondeggiante fra vecchio e nuovo, tra istituti e ordinamenti imposti dalla riforma e lo spirito che era rimasto quello che era»; di una scuola che andava avanti in forza all’«ondeggiamento dei principi, la confusione delle idee, la diarchia o la triarchia dell’autorità»; sicché «nella pratica e nella teoria, insomma, siamo vissuti, fino ad oggi, dietro centomila questioncelle da correggere e da rivedere, per nulla preoccupati d’organizzare ogni momento della vita scolastica secondo un piano armonico ed una visione integrale, e di promuovere dal ceppo della riforma – che pure ci offriva una tale possibilità – la scuola del Fascismo. Nella migliore delle ipotesi – ma è stata la retorica a farsi la festa – abbiamo avuto un dilagare di tecnicismo...» ↩

  134. Cfr. C. M. De Vecchi di Valcismon, Bonifica fascista della cultura, Verona 1937, p. 35 (la citazione è tratta da un discorso pronunciato il 16 dicembre 1933 per l’inaugurazione dei corsi di Cultura fascista a Milano). La posizione di De Vecchi non era affatto isolata: cfr., per fare un solo esempio, C. Costamagna, Arte e scienza nel Fascismo, in «Lo Stato», marzo 1933. ↩

  135. Tra i contemporanei l’unico che comprese la grande importanza delle organizzazioni di massa fasciste fu P. Togliatti, che ne trattò ampiamente nelle sue lezioni sul fascismo, tenute nei primi mesi del ’35 alla scuola leninista di Mosca. In esse il leader comunista esaminò lucidamente la questione di come il fascismo riuscisse ad affrontare positivamente il problema del rapporto con le masse, senza nascondere i successi che il regime era stato capace di conseguire anche tra i lavoratori. Significativo è, per esempio, il suo riconoscimento che nel ’32 e soprattutto nel ’33-34 molti operai erano affluiti nel PNF. Cfr. P. Togliatti, Lezioni sul fascismo, a cura di E. Ragionieri, Roma 1970, pp. 56 sg. ↩

  136. Cfr., per esempio, N. Mezzetti, Mussolini e la questione sociale, Roma 1931, pp. 207 sgg. ↩

  137. A livello politico la ripresa sindacale di questi anni trovò in genere piú diffidenze e ostilità che simpatie un po’ in tutti gli ambienti del PNF. A. Turati, per esempio, se in un primo momento difese i sindacati dal «vento di fronda antisindacalista» che spirava da parte imprenditoriale (cfr. A. Turati, Antisindacalismo, Punti di vista sindacali e La realtà e la teoria, in «Corriere della sera», 18 e 25 novembre e 10 dicembre 1930; nonché le secche repliche di Farinacci Motivo sindacale e ... e tre, in «Il regime fascista», 19 novembre e 11 dicembre 1930, e di M. Carli, Il giornalista Turati, in «Oggi e domani», 1º dicembre 1930), in un secondo momento però, il 10 giugno 1931, evidentemente preoccupato che i sindacati riacquistassero autonomia rispetto al partito, cosí scriveva a Mussolini:

    «Il problema dei sindacati diventa ogni giorno piú scottante. Se nessuno ve lo dice, nasconde la verità. È necessario che il partito alla periferia, riprenda il comando assoluto su tutti questi piccoli uomini, che oggi sfuggono a tutti i controlli rifugiandosi sotto le capaci ali romane. Io vi ripeto cose già dette, ma la soluzione è questa: Casa del Fascio con dentro tutti gli uffici sindacali. È bene che tutti: datori di lavoro e lavoratori, passino dalla porta del fascismo dove montano la guardia le camicie nere della rivoluzione» (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], fasc. W/R, «Turati Augusto»).

    Quanto a Farinacci, le sue preoccupazioni erano invece per il fatto che i sindacati non solo mostrassero una pericolosa tendenza alla demagogia e «a far bella figura» presso i proprî organizzati, ma adissero troppo spesso alla Magistratura del lavoro, invece che comporre amichevolmente le vertenze o accettare le basi di accordo proposte dalle autorità governative. Da qui il suo allarme:

    «Avremmo fallito al nostro compito se lo Stato Corporativo si dovesse ridurre soltanto alla Magistratura del Lavoro, se non si fosse formata una vera coscienza sindacale fascista nei dirigenti, se il Ministero non fosse capace di imporre la sua volontà nell’interesse di tutti indistintamente i cittadini inquadrati nei Sindacati e nell’interesse della Nazione.

    «In questi ultimi anni ci siamo un po’ immersi nel mare magno della letteratura e filosofia corporativa. Ognuno aveva una nuova ricetta, ognuno un nuovo riferimento storico, ognuno profe-

    tizzava il domani, ma nessuno si è preoccupato della realtà!» (cfr. R. Farinacci, Severa realtà sindacale, in «La vita italiana», aprile 1932, pp. 393 sgg.).

    Quanto, infine, a Bottai la sua posizione era senza dubbio piú sfumata ma, a ben vedere, anch’essa sostanzialmente critica. Partito e sindacato erano per lui una «inscindibile unità» che racchiudeva «possibilità forse non ancora del tutto esplorate, di svolgimenti istituzionali, tali da superare le ultime residue forme del vecchio Stato parlamentare»; in quanto tale egli diceva di vedere nel sindacato uno degli organi formativi della nuova classe dirigente; non il solo però e sempre che il sindacato affinasse i suoi mezzi e perfezionasse «il suo apparecchio fino al punto d’intendere le piú lievi variazioni della vita economica e sociale». Una frase, questa di Bottai, che – come si vede – poteva intendersi come ognuno voleva, ma che difficilmente non può non intendersi come una patente di immaturità e, sostanzialmente, di scarsa sensibilità per i problemi dell’economia e, cioè, come un’accusa velata di gretto economicismo particolaristico. (Cfr. G. Bottai, Il binomio Fascio-Sindacato, in «Critica fascista», 15 maggio 1933). ↩

  138. In occasione della prima riduzione generale dei salari, nel 28 novembre ’30, le resistenze al vertice della Confederazione nazionale dei sindacati fascisti dell’industria furono tali che, per raggiungere l’accordo, il ministro delle Corporazioni dovette costringere alle dimissioni il suo presidente A. Fioretti. Con Fioretti furono fatti dimettere anche i presidenti della Confederazione degli agricoltori e di quella dei professionisti ed artisti, G. Cacciari e G. Di Giacomo; non è chiaro se perché condividessero la posizione di Fioretti o se per cercare di presentare i mutamenti al vertice dei sindacati come un normale avvicendamento. Secondo un rapporto informativo in data 12 novembre ’30 Fioretti non faceva mistero della causa delle sue dimissioni:

    «L’On. Fioretti va giustificando le sue dimissioni per il fatto che si è voluto mantenere intransigente, nella tutela degli interessi degli operai da lui diretti.

    «Egli afferma che il Ministero delle Corporazioni lo aveva invitato a compiere opera di persuasione verso le masse operaie, affinché accettassero una nuova diminuzione di paga, diminuzione, voluta dagli industriali di Torino e piú precisamente da Agnelli.

    «Queste riduzioni di salari avrebbero dovuto raggiungere proporzioni fino al 30% sulle attuali paghe.

    «Come pure dice che la riduzione sulle mercedi, dovute fare recentemente agli operai tessili del 15 per cento, sono state a lui imposte dal Ministero delle Corporazioni» (Carte Arpinati).

    Dallo stesso rapporto risulta che anche E. Malusardi, dirigente dei sindacati di Torino, avrebbe assunto un «atteggiamento intransigente» e preteso, per allinearsi, un esplicito ordine da Roma. La notizia è tutt’altro che inattendibile. Ancora un anno dopo Malusardi risulta su posizioni assai critiche verso l’ambiente industriale torinese e in particolare la FIAT, a proposito della quale redasse una relazione che il questore di Torino comunicò subito a Roma definendola «una requisitoria contro la Fiat, per i suoi sistemi tecnici ed industriali». Secondo Malusardi la crisi avrebbe veramente colpito la FIAT solo nel ’31 e se era stata tanto grave ciò sarebbe dipeso in buona parte dalla mancanza di una efficace direzione tecnica generale che si sarebbe praticamente esaurita «in una accanita riduzione del costo della mano d’opera, con un dispendio enorme di energia e di mezzi, instaurando un sistema costoso ed inadeguato che ha raggiunto il maggiore e negativo risultato nella generale e profonda avversione della massa dei lavoratori». Per ovviare alla situazione di crisi in cui versava la FIAT Malusardi proponeva la messa in produzione di una piccola macchina utilitaria a basso costo: «riteniamo – scriveva a questo proposito – che se la FIAT potesse lanciare sul mercato una vetturetta ben riuscita che potrebbe essere venduta anche a 8000 lire, se prodotta in gran serie, sfruttando le possibilità del suo perfetto impianto, la situazione dell’Industria potrebbe capovolgersi con infinito vantaggio dell’intera nazione». Cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. Polizia politica, Carteggio 1, b. 175, nonché – per l’atteggiamento della Fiat in questo periodo v. Castronovo, Giovanni Agnelli cit., pp. 482 sgg. ↩

  139. In questo senso è chiara, per esempio, la posizione di L. Razza, come appare da una serie di articoli pubblicati nel ’33 su «La terra» e sul «Lavoro fascista» (e raccolti in L. Razza, La Corporazione nello Stato fascista cit.), in cui la difesa delle Corporazioni di produzione contro le Corporazioni di categoria assume un duplice significato: da un lato, di difesa del sindacato dai tentativi di svuotamento corporativo e, da un altro lato, di rilancio del sindacato stesso a livello politico (che sfocerà l’anno dopo nella richiesta di sostituire il Consiglio nazionale delle Corporazioni alla Camera dei deputati). Tipico è in questo senso l’articolo Azione sindacale e corporazione, pubblicato il 3 ottobre 1933 nel «Lavoro fascista», in cui si legge:

    «Sorto come reazione alle degenerazioni capitalistica e collettivistica; affermazione di una nuova realtà economica che si profilava dopo il fallimento delle leggi “bronzee” della economia, contro la vecchia scuola degli antichi economisti rimasti ad aggirarsi curiosi intorno al Mammuth economico del preguerra; per il Fascismo il sindacato non poteva non essere che lo strumento tecnico della sua azione politica, cosí come le squadre d’azione erano lo strumento militare d’urto e d’assalto rivoluzionario.

    «Concepito cosí il sindacato non è fine a se stesso. Segue costantemente l’azione politica del Fascismo. È dinamico ed attivo strumento di azione e di realizzazione rivoluzionaria, e subisce quelle evoluzioni che il Partito-Insurrezione prima, il Partito-Regime poi, comportano.

    «Cosí la legge sul riconoscimento giuridico dei sindacati e la obbligatorietà dei contratti collettivi ha la sua giustificazione storica. Essa non ha nulla a che fare con lo Stato dei sindacati – che non è l’ideale fascista – ed in se stessa avendo i germi, sia pure informi, della Corporazione, nell’enunciarla, la proclama organo dello Stato.

    «Dello Stato cioè fascista perché corporativo. In quanto la Corporazione è la meta finale del Fascismo il quale è, non soltanto azione politica, ma rivoluzione economica. Ché – ha sempre proclamato il Capo – non c’è economia avulsa dalla politica, e fare la politica significa dettare le leggi e le norme per l’azione economica di una collettività.

    «Ora se il sindacato è strumento e arma rivoluzionaria del Fascismo, esso non può avere per compiti ed obiettivi solo l’azione contrattuale e quella propagandistica dell’inquadramento. La quale ultima, in verità, se solo un’azione contrattuale dovesse limitare e circoscrivere l’attività sindacale, non si concepirebbe, cosí come non si sa che cosa sia in Regime fascista la “elevazione” spirituale delle masse quando l’ideale sindacale sia solo un salario e delle condizioni di disciplina di lavoro e di assistenza sociale “umani”.

    «La verità è che al sindacato sono affidati squisiti compiti di preparazione e di organizzazione, di disciplina “politica” che superano o per lo meno si confondono con l’azione contrattuale. E i rapporti economici tra le due categorie: datori di lavoro e lavoratori costituiscono un episodio, e non certo il fine determinante dell’azione sindacale fascista.

    «Ed allora ecco che gli affossatori del sindacato nella Corporazione – sia che in questa credano, sia che subendola sperino di ottenere una innocua formazione che sleghi e spezzetti la organizzazione sindacale del Fascismo – sono effettivamente fuori della realtà.

    «Cosí come non altrimenti lo erano quei “superfascisti” che pretendevano, poiché lo Stato ormai era fascista ed il Regime totalitario, di sopprimere il Partito, sminuzzandone le funzioni nei diversi organi e servizi ministeriali.

    «La mentalità è sempre la stessa, e gli obiettivi reconditi, antirivoluzionari, identici.

    «Basta osservare quanto sta avvenendo proprio in questi giorni nel campo delle organizzazioni sindacali, e quale sia stata l’azione evolutiva del sindacato, del resto, per accorgersi della assoluta necessità politica della sua esistenza ai fini concreti dell’azione corporativa.

    «Ché la Corporazione non può né deve avere funzioni sindacali.

    «Essa è strumento di direzione, di disciplina, di ordinamento economico. Di controllo e di stimolo della cosí detta iniziativa privata. Tutte funzioni che non hanno nulla a che vedere con la organizzazione e i compiti sindacali.

    «Ed è per questo che ci siamo nettamente opposti alla Corporazione sindacale formata semplicisticamente dai datori di lavoro e dai lavoratori di una determinata branca dell’attività economica.

    «E sbagliano coloro i quali pensano che sia possibile un cosí detto “sindacalismo-corporativo” in cui l’arbitrato “corporativo” escluda l’azione collaborazionistica dei sindacati sul terreno economico-sociale e contrattuale.

    «Ci sono problemi di disciplina, di preparazione, di coordinamento tecnico dei singoli e delle collettività che non possono essere affidati ad altri che alle organizzazioni sindacali. Ed in queste c’è una necessaria unità delle categorie affini di produzione i cui bisogni essendo identici creano delle risoluzioni e delle attività coordinate.

    «Anche se per avventura si dovesse dar vita alle Corporazioni – organi di collegamento arbitrale tra due gruppi di datori di lavoro e di lavoratori di una branca di attività – non per questo

    il sindacato avrcbbe cessato di vivere, e con esso le piú ampie formazioni di collegamento che sono le Confederazioni.

    «La loro azione unitaria ha ben altre ragioni che non siano, ripeto, quelle semplicisticamente considerate dei contratti collettivi di lavoro e della generica assistenza sociale.

    «Certo per uscire però da questa mentalità che è classista, anche se non confessata, bisogna avere una visione concreta ed organica delle funzioni che nel Regime e nello Stato fascista, le categorie sono chiamate ad assolvere. Specie sotto il profilo delle realizzazioni concrete del Fascismo». Per ulteriori notizie su Razza e la sua posizione cfr. G. Gattamorta, Luigi Razza, Roma 1936. ↩

  140. L. Fontanelli si mise in luce nel gennaio ’33 intervenendo in sede di Consiglio nazionale delle Corporazioni in difesa dei sindacati e contro i tentativi di svuotamento graduale messi in atto da varie parti sotto lo schermo corporativo. Concludendo la seduta Mussolini rifuse le sue argomentazioni e le fece praticamente proprie. Successivamente Fontanelli sviluppò in una serie di articoli (raccolti in un volumetto dal titolo Logica della Corporazione, Roma 1934, in cui è pubblicato anche l’intervento al Consiglio nazionale delle Corporazioni) varie proposte per sviluppare «l’iniziativa rivoluzionaria del sindacato» contro gli «indispensabili e fatali elementi di resistenza alla trasformazione corporativa della economia e dello Stato, cioè alla realizzazione della Rivoluzione», costituiti dalle organizzazioni padronali. La «rivoluzione fascista», se voleva essere veramente una rivoluzione, non poteva tendere per Fontanelli che al superamento del sistema capitalistico; la pariteticità tra le organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori non poteva pertanto essere che una «posizione formale e giuridica» non politica; l’obiettivo da perseguire era quello dello «sbloccamento della figura del capitalista» cioè la scomparsa del detentore di denaro («che non ha piú una funzione attiva nel campo produttivo, essendo la economia corporativa una economia di produttori diretti e responsabili e dovendo necessariamente la disciplina della produzione presupporre la disciplina del risparmio») e la sopravvivenza e la valorizzazione invece del tecnico. «Superato il capitalista come detentore di denaro – concludeva Fontanelli – e subentrato al suo posto, come elemento regolatore della produzione, lo Stato, gli elementi della corporazione si ridurrebbero a due: lavoro e tecnica. Ma la tecnica che cosa è? La tecnica è il lavoratore stesso che è salito, che ha fatto l’università, il lavoro sistematizzato, il lavoro consapcvole». Le tesi di Fontanelli suscitarono subito un vivace dibattito (lo si veda nella ristampa della Logica della Corporazione e relative polemiche, 7ᵃ ed. Roma 1941). Successivamente Fontanelli pubblicò un altro volume che pure destò un certo interesse: Sindacato in movimento, Roma 1936. Sulla sua posizione cfr. C. Pellizzi, Una rivoluzione mancata, Milano 1949, pp. 91 sgg.; e ID., La tecnica come classe dirigente, Roma s. d. (ma 1968). ↩

  141. Di questa atmosfera finirono per essere partecipi anche alcuni fascisti di solito restii ad assumere posizioni di punta e a prospettare soluzioni rivoluzionarie. Tipico in questo senso è il caso di S. Panunzio che il 15 febbraio 1933 su «Ottobre» (La rivoluzione, domani. Vogliamo accrescere nelle masse il senso dell’unità sociale e della loro devozione allo Stato. La «partecipazione» dei lavoratori alle imprese agricole e industriali) sostenne la tesi della «partecipazione» dei lavoratori alle imprese agricole e industriali, attraverso una sorta di estensione del sistema mezzadrile all’industria. ↩

  142. Per un quadro d’insieme cfr. F. Gazzetti, Assistenza e previdenza in Italia, Roma 1937. ↩

  143. Per l’organizzazione, i settori di iniziativa e il suo sviluppo cfr. L’Opera Nazionale Dopolavoro, Roma 1937. Per la sua origine cfr. P. Cordova, Le origini dei sindacati fascisti, Bari 1974, pp. 237 sgg. e 402 sgg. ↩

  144. Assai significativa e interessante è l’analisi del Dopolavoro fatta da P. Togliatti, Lezioni sul fascismo cit., pp. 97 sgg. ↩

  145. Cfr. Mussolini il fascista cit., II, pp. 176 sgg. ↩

  146. Cfr. G. Leto, OVRA. Fascismo-Antifascismo, Bologna 1952, p. 34. ↩

  147. Un appunto autografo di Mussolini di questo periodo, in cui è indicata una nuova composizione del direttorio del PNF con Starace alla segreteria e Scorza, Melchiori e Marghinotti alla vice segreteria, dimostra che il «duce» dovette per un momento pensare a sostituire Turati. ACS, B. Mussolini, Autografi del Duce, b. 5, fasc. VII, sottof. F (1929). ↩

  148. Cfr. Mussolini, XXIV, pp. 140 sg. ↩

  149. Per precisare questo suo atteggiamento, nel febbraio 1930, Turati scrisse anche una lettera a Mussolini. Cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. W/R, «Turati Augusto», sottof. 4. ↩

  150. Mussolini, XXIV, p. 124. ↩

  151. Tipico è il seguente telegramma inviato da Mussolini il 9 giugno 1930 al prefetto di Milano: «Mi dia notizia dell’incidente avvenuto all’angolo di via Dante con via Meravigli fra un sottufficiale della MVSN – probabilmente Boattini – e un ciclista. Tale incidente deplorevole avrebbe richiamato una folla di alcune centinaia di persone le quali avrebbero commentato con sdegno il fare prepotente del Boattini». ACS, B. Mussolini, Autografi-Telegrammi, b. 3, fasc. 8 (1930). ↩

  152. Cfr. A. Mosconi, La mia linea politica cit., pp. 23 sg. ↩

  153. Su queste posizioni Turati rimase anche dopo il suo allontanamento dalla segreteria del PNF. Lo prova il seguente passo di una lettera da lui scritta a Mussolini il 28 luglio 1932 da Torino:

    «Alcuni pensano invece che Voi abbiate assunto le Corporazioni per troncare la politica dei lavori pubblici, nella gran parte contingente e passiva, per instaurare quella di potenziamento dell’agricoltura e dell’industria.

    «Si attende il Piano Decennale Fascista che avrà inizio con l’anno XI. Io sono tra costoro: un miliardo speso in lavori pubblici (se si toglie la bonifica) rappresenta trecento milioni di lire circa di lavoro e settecento milioni di lire circa di opere che non producono ricchezza; un miliardo dato di aiuto all’industria e all’agricoltura tonifica e consente largo impiego di mano d’opera e maggiore circolazione del denaroche oggi ristagna.

    «Resta il problema del denaro occorrente; è il problema piú grave.

    «Il mio parere è quello che già conoscete e già avete dichiarato errato.

    «Aumentare il potere circolante del denaro anche se non si vuole aumentare la circolazione e ridurre il Debito Pubblico alla metà.

    «Voi potete per fortuna Vostra fare tutto in Italia, anche queste due operazioni difficili e pericolose.

    «Il denaro dato allo Stato non può rendere piú di quello esposto al rischio dell’impresa privata. Se si pensa poi che con tale operazione si spingerà il denaro verso le imprese private, il piano di potenziamento industriale verrà favorito» (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], fasc. W/R, «Turati Augusto», sottof. 1). ↩

  154. L’episodio è tratto dalle memorie di A. Turati, in possesso della famiglia e ora pubblicate a cura di A. Fappani: A. Turati, Fuori dell’ombra della mia vita. Dieci anni nel solco del fascismo, Brescia 1973 (l’episodio cit. a p. 141). ↩

  155. Significativo è un articolo di A. Turati, Partito e Sindacato, pubblicato sul «Lavoro fascista» e ripreso ampiamente da gran parte della stampa il 20 aprile 1930 in cui, tra l’altro, si legge: «Che cosa deve fare il Partito di fronte ai sindacati? Vigilare. Può darsi che venga quel giorno – e noi ne saremo lieti – in cui tutto questo nuovo orientamento e tutta questa attività che nascono possano avere un libero sviluppo.

    «Non avremo piú nessuna funzione di controllo da stabilire perché lo Stato nostro, lo spirito del Partito, l’idea, avrà permeato di sé ogni elemento della vita economica e sindacale del Paese. Non vi sarà piú possibilità di antitesi, perché gli urti troveranno nella loro stessa forza la ragione di composizione. Ma fino a quel giorno il Partito guarderà con attenzione vigile a tutto questo movimento di idee e di interessi, con una sola preoccupazione: cioè che lo Stato resti veramente una potenza assoluta e inscindibile». ↩

  156. Per comprendere la posizione di Turati verso i sindacati (specie in riferimento agli ultimi due punti succitati) è assai importante il seguente appunto da lui inviato a Mussolini in data 1º gennaio 1930 (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], fasc. 242/R, «Gran Consiglio del Fascismo», sottof. 8 [1930], ins. A):

    «Credo doveroso dichiarare innanzi tutto che non si è mai stati cosí vicini alla Corporazione come quando l’organizzazione sindacale è stata una manifestazione diretta ed unitaria del Partito. Quando cioè il Segretario Federale era il capo della Milizia e di tutti i sindacati dei datori di lavoro e dei lavoratori. Da allora non abbiamo fatto che allontanarcene in perfetta buona fede.

    «La realtà di oggi è pesante. Un complesso troppo complesso di organismi che legittimano la loro esistenza soprattutto complicando le cose.

    «Sono nati i tecnici, i glossatori, gli esperti, i giuridici, i professionali.

    «Una confederazione è a posto quando ha un ufficio legale che funziona bene.

    «Un organizzatore è abile quando riesce a schermire fino a far perdere la pazienza all’altro.

    «Non intendo con questo sminuire il lavoro e l’ordinamento fatto dal Ministero delle Corporazioni, di cui seguo ed ammiro la fatica. È la natura della fatica che non approvo.

    «A parte che tutto questo costa molto agli Italiani e le cifre sono veramente imponenti, resta il fatto che tutto questo meccanismo ingombra in una situazione che ha bisogno di elasticità massima e di sincronismo perfetto di organismi.

    «Io non vedrei le difficoltà ad una soluzione che ho già proposto: I consigli provinciali dell’Economia, passati alle dipendenze dei Prefetti o del Partito (a mio avviso meglio la seconda soluzione) e costituiti dalle rappresentanze dirette delle categorie.

    «Il problema vivo del sindacalismo e della Corporazione è uno solo: il patto di lavoro.

    «Ora io non comprendo perché non possa essere discusso dalle parti, sotto l’azione regolatrice dello Stato (Prefetti o Segretari Federali), parti rappresentate da datori di lavoro e lavoratori autentici. E se il problema centrale è questo ed è risolubile in tal modo, tutta la burocrazia sindacale che ci resta a fare?

    «A fare il tesseramento?

    «Basta riscuotere, mi sembra, i contributi obbligatorii attraverso gli organismi fiscali già esistenti.

    «A svolgere l’assistenza?

    «C’è il Dopolavoro, che ha fin qui assolto il suo compito egregiamente, ottenendo risultati che non sono – a mio avviso – sufficientemente valutati.

    «Il Ministero delle Corporazioni può restare, ma io lo chiamerei piú semplicemente il Ministero della Produzione e dovrebbe soprattutto curare la legislazione dell’economia nazionale – assorbire l’Ente dell’Esportazione, vigilare le grandi imprese e disciplinare le concorrenze.

    «Fare cioè la grande politica economica e controllare l’opera assistenziale.

    «Evidentemente molti strilleranno che si vuol strozzare il movimento corporativo.

    «Realmente non si ucciderà che la corporocrazia.

    «Il problema non è formalistico come può apparire: ma sostanziale. In ogni modo, qualunque siano le soluzioni, bisogna ridurne gli stipendiati.

    «Una ultima dimostrazione ed ho finito.

    «Fino a ieri, in tutti i comuni della Valle Padana hanno funzionato gli uffici di collocamento agricoli, che non costavano un soldo, costituiti da commissioni di agricoltori e di contadini e presieduti dal Segretario del Fascio.

    «Oggi si sono costituiti degli Uffici di collocamento di Zona, con personale stipendiato, che credo non potrà d’altra parte assolvere il suo compito». ↩

  157. Cfr. per lo scambio di lettere ufficiali che sancí le dimissioni di Turati il «Foglio d’ordini» del PNF n. 78 del 24 settembre 1930. Sui commenti e le voci suscitate dal «cambio della guardia» alla segreteria del PNF una ricca serie di relazioni informative è conservata nelle Carte Arpinati. ↩

  158. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. W/R, «Turati Augusto», sottof. 4, A. Turati a B. Mussolini, 16 settembre 1930. ↩

  159. Augusto Turati fu liquidato politicamente nell’estate del ’32 in seguito ad una subdola violentissima campagna scandalistica messa in atto contro di lui prima in Francia e poi in Italia negli ambienti politico-giornalistici torinesi (Turati dirigeva allora «La Stampa») e a Roma: Turati, che a Torino aveva una vita sentimentale piuttosto disordinata, fu accusato di ogni sorta di atti immorali e di costituire un gravissimo ed intollerabile motivo di scandalo per tutto il regime (cfr. i documenti conservati nelle Carte Arpinati). Da queste accuse i suoi avversari – una composita coalizione della quale facevano parte uomini delle piú diverse correnti fasciste e che erano mossi dai motivi e dai rancori piú disparati – trassero argomento per reclamare e ottenerne – senza che egli potesse praticamente discolparsi – l’allontanamento dalla direzione della «Stampa», l’espulsione dal PNF e, dopo un tentativo di farlo passare per matto e di ricoverarlo in una clinica, il confinamento (sia pure con tutti i riguardi dovuti al suo passato rango) nell’isola di Rodi (ove impiantò una impresa agricola). Pur prostrato e ferito da queste vicende Turati mantenne sempre un atteggiamento molto dignitoso, come testimonia questo rapporto del 26 novembre ’32 del governatore dell’Egeo a Roma: «Turati continua a comportarsi benissimo come dal primo giorno. Riservatissimo – non vede nessuno – non chiede niente – pieno di dignità – pensa alla famiglia – fa dello sport e lavora.

    «Neppure l’ombra di vittimismo.

    «Non ha fatto al Governatore la piú piccola recriminazione. Come ho già informato ebbe soltanto a dirgli:

    «“Io per 5 anni ho predicato la disciplina. Il Capo mi ha colpito. Niente da dire”» (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], fasc. W/R, «Turati Augusto», sottof. 3). Nelle sue memorie (scritte molti anni dopo, verso il 1946-47 con evidenti intenti di autogiustificazione) Turati tende ad accentuare la parte che nelle sue disavventure politiche e personali avrebbe avuto Mussolini, per gelosia e per meschino moralismo. Pur ricche di notizie interessanti, le sue memorie sono però caratterizzate da un diffuso rancore che le rende spesso inattendibili. ↩

  160. Due furono le principali divergenze in questo periodo. La prima, alla fine del ’30, per la serie di articoli sulla situazione sindacale ed economica scritta da Turati per il «Corriere della sera»; la seconda per la campagna intrapresa, nell’ottobre-novembre successivo, dalla «Stampa» contro gli idroelettrici. In entrambi i casi (ai quali abbiamo già fatto cenno) Mussolini intervenne ordinando a Turati di por fine ai suoi attacchi. È per altro da notare che, almeno nel primo caso, agli inizi Mussolini doveva aver condiviso la posizione di Turati e se, a un certo punto, lo condannò dovette essere piú per opportunità contingente e per il tono degli scritti in questione, che non per una radicale divergenza di opinioni. Nel primo caso è significativo che Mussolini (che aveva espresso a Turati il suo consenso per il primo articolo della serie) intervenne solo dopo la pubblicazione del terzo (e le violente repliche di Farinacci) e lo invitò a non scrivere piú articoli del genere con questa motivazione: «Per la sostanza e soprattutto per il tono e la forma hanno dato a me e ad altri l’impressione di un Turati ritirato sotto la tenda per rivedere le bucce al regime su questioni di dettaglio e del resto già discusse e discutibili dagli organi del Regime.

    «Quando si è avuto il privilegio di dirigere il Partito per quasi un quinquennio, non si esordisce da una tribuna come quella del Corriere per fare della critica e nient’altro» (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggioriservato [1922-43], fasc. W/R, «Turati Augusto», sottof. 4, B. Mussolini a A. Turati, 12 dicembre 1930, insieme alla lettera di Turati del giorno dopo dalla quale risulta che Mussolini aveva fatto sapere a Turati il suo consenso per il primo articolo della serie). ↩

  161. Per la permanenza di Turati a «La Stampa» cfr. V. Castronovo, Giovanni Agnelli cit., pp. 490 sgg. ↩

  162. Cfr. Mussolini, XXIV, pp. 263 sg. (con queste parole il «duce» presentò Giuriati al Direttorio del PNF in occasione dello scambio delle consegne tra lui e Turati). ↩

  163. Cfr. Mussolini, XXIV, pp. 278 sgg. e specialmente 282 e 284. ↩

  164. Cfr. Rivoluzione: clima duro (29 marzo 1931), in Mussolini, XXV, pp. 4 sg. Nello stesso senso è da vedere il seguente telegramma inviato già il 20 agosto 1930 da Mussolini ai prefetti del Piemonte, Liguria, Lombardia, Tre Venezie, Emilia, Toscana e Marche: «Mentre regime sta compiendo sforzo poderoso per fronteggiare problemi economici specialmente disoccupazione, mentre regime ha mandato oltre centomila figli popolo al mare e ai monti, mentre situazione mondiale è nel complesso piú grave che in Italia, mentre tutto ciò accade, notasi opera subdola disfattismo economico assumente varie forme che vanno dalla notizia infondata alla previsione catastrofica. Esigo che questa propaganda venga energicamente controllata e stroncata». ACS, B. Mussolini, Autografi-Telegrammi, b. 3, fasc. 8 (1930). ↩

  165. Cfr. G. Giuriati, La parabola di Mussolini, in «La settimana Incom illustrata», 21 gennaio 1956. ↩

  166. Ibid., parte inedita, in Archivio Giuriati. ↩

  167. Nel periodo in cui diresse il PNF Giuriati cercò – in verità con scarso successo – di affrontare altri due problemi che travagliavano il partito e avevano echi assai negativi nel paese: quello del cumulo delle cariche da parte di numerosi gerarchi e quello della sperequazione tra il trattamento economico dei membri del governo e dell’amministrazione statale e il trattamento (doppio, triplo e talvolta addirittura quadruplo) di cui godevano quei fascisti che, invece, svolgevano la loro attività al vertice delle organizzazioni parastatali, corporative, confederali, ecc. e alla direzione dei maggiori organi di stampa. Questo secondo problema fu addirittura portato da Giuriati in Gran Consiglio e impostato in tutti i suoi aspetti, morali, politici e tecnici sia particolari sia generali. L’appunto che in questa occasione Giuriati preparò per Mussolini è del massimo interesse, poiché in esso il segretario del partito allargava il discorso ad un’altra serie di aspetti della vita del partito e del regime in cui il problema specifico si inquadrava, da quello della difficoltà di convincere chi già aveva una buona posizione professionale ad abbandonarla per la carriera politica a quello del criterio di sistemazione personale che spesso veniva adottato nella assegnazione degli incarichi e, di conseguenza, a quello, ancora, delle difficoltà che, in questa situazione, si incontravano nel rimovere dai loro incarichi coloro che non si dimostravano adatti ad essi. Scriveva infatti Giuriati nel suo appunto: «La incertezza insita negli incarichi politici e i gravi danni che possono derivare dalla interruzione delle proprie precedenti attività, tengono moltissimi uomini di valore lontani dalla vita pubblica. A ciò forse è dovuta la mediocrità della Camera attuale.

    «Si diffonde inoltre il convincimento fra coloro che hanno accettato un primo incarico di aver diritto, quando sieno stati dimessi, ad un altro posto retribuito. In molti casi la preoccupazione di gettare sul lastrico una famiglia ha impedito di liberare il Regime dagli inetti o dagli immorali. In molti altri, uomini che hanno servito senza meritare censure sono stati licenziati in condizioni morali e materiali tutt’altro che liete e ben diverse da quelle in cui erano al tempo in cui sono stati assunti.

    «Il tema è importante. Poiché il Regime è destinato a lungamente durare, conviene porlo in discussione se non si vuole compromettere il problema dei quadri che è il primo problema di ogni buona organizzazione» (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], fasc. 242/R, «Gran Consiglio del fascismo», sottof. 9 [1931], inserto A). Nonostante le buone intenzioni di Giuriati, tutto rimase però come prima e la situazione andò negli anni successivi sempre piú aggravandosi, sebbene Mussolini piú riprese affermasse che andava affrontata e risolta ad ogni costo (cfr., per il cumulo delle cariche, un suo telegramma a tutti i prefetti del 9 luglio ’34 in cui si diceva che non risolvendolo «ne verrebbe alla fine un disagio spirituale e materiale sempre piú accentuato e quindi nocumento all’ordine del Regime»). Su questa strada si arrivò al punto che nel ’39 un ministro dimissionato anzitempo chiese a Mussolini (che per il momento non prese in considerazione la richiesta dicendo al suo segretario: «mettere a dormire – in caso gli daremo cento») 300 mila lire perché, nella persuasione di rimanere a lungo al governo, si era comprato una villetta vicino Roma e ora non sapeva piú come pagarla... ↩

  168. Tipica espressione del perdurare di questo stato d’animo è la nota di R. Farinacci, Vita di partito, in «La vita italiana», settembre 1931, pp. 258 sg., in cui – sicuramente senza saperlo – l’autore, a conclusione di un duro attacco alla politica mussoliniana di depoliticizzazione del PNF e di completa subordinazione di esso allo Stato, faceva la stessa proposta che, invano, Turati aveva fatto a Mussolini nel ’29, di unificare cioè in una stessa persona le cariche di segretario del partito e di sottosegretario agli Interni: «dopo che si è affermata la supremazia assoluta del prefetto sul Segretario federale e poiché questi deve essere considerato alla stregua di un funzionario di prefettura, ci domandiamo se non sia logica e indispensabile la unificazione dei poteri al centro. Se i Segretari federali debbano ubbidire ai prefetti, i prefetti sono, di conseguenza, i capi del Partito in Provincia. E il prefetto da chi riceve ordini, se non dal Ministero degli Interni? Quale funzione diretta ha allora il Segretario del Partito sui dipendenti gerarchi?... Se il Partito non deve avere libertà di manovra, se le famose assemblee, nelle quali emergevano gli uomini e nelle quali il controllo e le critiche servivano di sprone e di consiglio ad agire meglio nell’interesse della grande causa, se le assemblee non debbono ad altro, oggi, servire che per la lettura di monotone relazioni morali e finanziarie, meglio sarebbe che il Ministro degli Interni o, meglio ancora, il Sottosegretario agli Interni fosse anche il Segretario del Partito.

    «Il dilemma si impone e piú il tempo passa e piú si rende indispensabile la sua soluzione». ↩

  169. G. Giuriati, La parabola di Mussolini, parte inedita, in Archivio Giuriati. ↩

  170. Ibid. ↩

  171. Cfr. in particolare A. Mussolini, I solitari, in «Il popolo d’Italia», 22 novembre 1930, in cui il fratello del «duce» polemizzava aspramente con coloro che erano stati presi «dal senso nostalgico della poca e fiera brigata» e avrebbero voluto ridurre il partito a «un manipolo di camerati disposti a tutto osare ed a nulla chiedere». ↩

  172. Dal diario di De Bono si desume che Giuriati, se avesse potuto, avrebbe spinto l’epurazione del PNF assai piú a fondo: «Giuriati ha detto – ed io la penso come lui – che 700 mila fascisti dovrebbero essere eliminati dal partito». ACS, E. De Bono, Diario, quaderno 36, alla data del 25 settembre 1930. ↩

  173. Cfr. A. Tamaro, Venti anni di storia (1922-1943), II, Roma 1954, p. 456. ↩

  174. La tendenza di Starace a regolare la vita del PNF e del regime secondo un preciso rituale si manifestò subito. Il 12 dicembre ’31, a palazzo Venezia, in occasione dell’insediamento del nuovo Direttorio, tra lo stupore e il divertimento di molti presenti in attesa dell’arrivo di Mussolini, inventò e mise in atto per la prima volta la cerimonia del «saluto al duce», d’allora in poi resa obbligatoria. ↩

  175. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 242/R, «Starace Achille», sottof. 1, A. Starace a B. Mussolini, 7 agosto 1937. ↩

  176. Lo si veda in A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario cit., pp. 518 sgg. ↩

  177. Per le successive modifiche dello statuto del ’32 e poi di quello del ’38 (riprodotto nel testo in vigore nel luglio ’43 in appendice, documento n. 4) cfr. ACS, Presidenza del Consiglio dei mi- nistri, Gabinetto (1919-36), b. 425, fasc. 1/7, n. 9469, «Statuto del PNF»; nonché la «Gazzetta Ufficiale», 19 gennaio 1937, 18 maggio 1938, 13 febbraio 1939, 27 luglio 1939, 16 febbraio 1940, 28 febbraio 1941 (supplemento) e il «Foglio d’ordini» del 30 aprile 1943.

    Allo statuto del ’38 fu ufficialmente premessa la prima parte della Dottrina del fascismo, quella dovuta a Mussolini, senza le note successivamente aggiuntele. ↩

  178. Nel nuovo statuto il termine «duce» era scritto a tutte lettere maiuscole per sottolineare la «grande e sostanziale differenziazione» che doveva essere fatta tra Mussolini e ogni altro italiano (anche il sovrano, dunque, di cui nello statuto pure si parlava). Come scrisse «Il popolo d’Italia» del 12 ottobre 1932 (Considerazioni) infatti, «È il Duce che in ogni cosa, in ogni nostra manifestazione ed espressione che lo riguardi, appare piú grande, piú luminoso, piú distanziato da noi dal suo passo, dal suo genio, dal suo cuore, dalla sua passione, che sempre piú ingigantiscono, sí che tutta la nostra pur incommensurabile fede e tutta la nostra inesauribile passione, non ci consentano di raggiungerlo, ma anzi ogni giorno piú ci dànno la sensazione di quanto poca cosa noi siamo di fronte a lui, che è tutto per noi, è tutto per quarantadue milioni di Italiani». L’uso di scrivere «duce» in tutte lettere maiuscole fu reso obbligatorio per tutti gli «atti di ufficio» del PNF da Starace nel febbraio ’33 e fu sempre piú spesso adottato anche dalla stampa quotidiana. ↩

  179. A rendere piú esplicito ancora il significato di questo articolo, nello statuto del ’38 il successivo articolo due precisava: «Il Duce è il Capo del PNF. Impartisce gli ordini per l’azione da svolgere e, quando lo ritiene necessario, convoca a Gran Rapporto le Gerarchie del PNF». ↩

  180. Tra le organizzazioni dipendenti col ’38 figurò anche l’Unione Nazionale Fascista del Senato. Sino alla fine del regime alcune decine di senatori non furono iscritti al PNF (al 30 settembre 1942 su 457 senatori i non iscritti erano 34, tra i quali sei ebrei); da qui la necessità di organizzare gli altri in un organismo, con natura di ente pubblico, a cui delegare di fatto l’esclusiva iniziativa di designare al presidente del Senato i nominativi per le commissioni e le delegazioni. Cfr. Isle, Indagine sulla funzionalità del Parlamento, I, Milano 1968, p. 80. ↩

  181. Per il decreto istitutivo della GIL, e per il suo ordinamento e inquadramento cfr. «Foglio d’ordini» n. 187 del 29 ottobre 1937.

    La GIL inquadrava i giovani di ambo i sessi dai 6 ai 21 anni, organizzati in una serie di categorie a seconda dell’età: Figli della lupa (di ambo i sessi) dai 6 agli 8 anni, Balilla (da 8 a 11 anni); Piccole italiane (da 8 a 14 anni), Balilla moschettieri (da 11 a 13 anni), Avanguardisti (da 13 a 15 anni), Giovani italiane (da 14 a 17 anni), Avanguardisti moschettieri (da 15 a 17 anni), Giovani fascisti (da 17 a 21 anni), Giovani fasciste (da 17 a 21 anni). ↩

  182. La riapertura delle iscrizioni e la pressoché indiscriminata accettazione delle domande presentate (l’unico controllo un po’ severo riguardò l’atteggiamento che i candidati all’iscrizione avevano tenuto nella seconda metà del ’24 e nel ’25) suscitarono tra i vecchi fascisti un notevole malumore, che per altro di rado si manifestò pubblicamente e non riuscí assolutamente a influire sulle procedure di ammissione. Se si considera che la maggioranza delle federazioni era retta ancora da fascisti antemarcia, il fatto è indicativo dello scarso peso effettivo che ormai i vecchi fascisti avevano nel partito. Per una idea degli argomenti e delle preoccupazioni di costoro cfr. l’editoriale Idee sul partito del «Secolo fascista» del 30 settembre 1932. ↩

  183. L’adesione opportunistica al PNF fu del resto stimolata in pratica dal regime stesso, quando, nel ’33, fra i requisiti richiesti per l’ammissione agli impieghi pubblici fu inclusa la iscrizione al partito e agli iscritti furono concesse particolari facilitazioni di carriera. ↩

  184. In ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. W/R, «Starace Achille», sottof. 1, sono conservate numerose lettere anonime inviate a Mussolini da gente del popolo e comuni cittadini per chiedere, invocare talvolta, la rimozione di Starace e per denunciare il discredito che egli procurava al fascismo. Queste lettere, insieme a quelle di tripudio scritte all’indomani dell’allontanamento di Starace dalla segreteria del PNF, sono rivelatrici della diffusa ostilità popolare contro Starace e dimostrano, al tempo stesso, come fosse diffusa la convinzione che Mussolini non sapesse cosa avveniva nel partito e nel paese e fosse, addirittura, tradito dai suoi collaboratori. ↩

  185. Alcuni esempi possono dare una idea della portata di queste lamentele. Alla fine del ’33 Mussolini redarguí Starace perché il partito aveva iniziato una campagna di abbonamenti al «Popolo d’Italia» che Mussolini fece sospendere trattandosi del suo giornale (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], fasc. 242/R, «Starace Achille», sottof. 1); piú tardi Mussolini si irritò molto per una disposizione impartita da Starace secondo la quale tutta la corrispondenza di lavoro doveva concludersi con la frase «Viva il Duce!»; si racconta che Mussolini convocò subito il segretario del partito e, prima di ordinargli di revocare la disposizione, lo apostrofò sarcasticamente: «Egregio signore, vi comunico che vostro figlio caporale si è rotto una gamba. Viva il Duce!», «Egregio signore, vi comunico che siete licenziato. Viva il Duce!»... (A. Gambino, Storia del PNF, Milano 1962, p. 158).

    Un altro motivo di lamentele, almeno nei primi anni, fu costituito dall’abitudine, incoraggiata da Starace, di intitolare al nome di Mussolini ogni sorta di opere pubbliche. Di ciò Mussolini si lamentò piú volte con Starace e, il 29 dicembre ’34, continuando la cosa, prese personalmente l’iniziativa di telegrafare a tutti i prefetti:

    «In questi ultimi anni sono stati intitolati al mio nome stadi, ospedali, scuole, bacini portuari, campi sportivi, piazze, vie etc. Desidero che anche e sopratutto nei miei riguardi sia applicata la legge e invito quindi a far sostituire il mio nome con quello di Caduti in guerra o per la Rivoluzione aut con una delle seguenti date 23 marzo, 21 aprile, 24 maggio, 28 ottobre, 4 novembre. Nei casi dubbi telegrafare e darmi conferma» (ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti [1937-39], fasc. 20-1/5668). ↩

  186. Cfr. Mussolini, XXV, p. 46. ↩

  187. Cfr. ibid., p. 72. In base a questa «consegna» col giugno ’34 (cfr. «Foglio di disposizioni» n. 258 del 16 giugno 1934) fu dato mandato ai segretari federali del PNF di compilare i listini di vendita per il controllo dei prezzi. ↩

  188. Cfr. Mussolini, XXIV, p. 279. ↩

  189. Nell’editoriale dello stesso numero, Avviamento alle responsabilità, in «Critica fascista», 1º febbraio 1930, la rivista di Bottai non nascondeva la sua gioia per l’intervento di Mussolini, che avallava autorevolmente la campagna da essa condotta nei mesi precedenti. In particolare la rivista insisteva su un concetto: «Un regime che non voglia irrigidirsi in un metodo, imprigionarsi nei preconcetti, precludersi ogni possibilità di perfezionamento e di rinnovamento della propria classe dirigente, deve spiritualmente e praticamente mantenersi in contatto con le generazioni giovani. La riprova della verità di quest’affermazione ci è data proprio dal regime di De Rivera, che essendosi fondato esclusivamente sulla generazione dei cinquantenni, è fallito alla prova dei fatti soprattutto per essersi trovato contro i giovani delle Università che ha considerato lontani ed estranei alla propria esperienza». ↩

  190. In occasione del primo annuale della costituzione dei Fasci giovanili, l’8 ottobre 1931 «Il popolo d’Italia» pubblicò un messaggio di Mussolini ai giovani fascisti in cui il «duce», oltre a definire la nuova organizzazione pienamente rispondente agli obiettivi per i quali era stata voluta, affermò che «queste formazioni [giovanili] dànno al Partito e al regime il grande privilegio di non cadere nella semplice amministrazione, come è destino di tutti i regimi nei cui tronchi le linfe periodicamente non si rinnovino». ↩

  191. Cfr. in questo senso quanto Starace scriveva ancora il 19 marzo 1935 a Mussolini (ACS, Se- greteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], fasc. 242/R, «Starace Achille», sottof. 1).

    A valutare i risultati dell’impegno organizzativo messo da Starace nella sua azione possono servire i dati quantitativi della «leva fascista»:

    Avanguardisti passati al PNF e alla MVSN

    1927 —— 47 018

    1928 —— 75 438

    1929 —— 89 000

    1930 —— 90 020

    1931 —— 90 592

    1932 —— 101 399

    Avanguardisti passati ai Fasci giovanili —— Giovani fascisti e Universitarifascisti passati al PNF e alla MVSN

    1933 —— 108 686 —— 148 209

    1934 —— 126 528 —— 191 853

    1935 —— 147 092 —— 243 712

    1936 —— 152 382 —— 271 609

    1937 —— 201 095 —— 294 786

    1938 —— 248 572 —— 328 651

    1939 —— 267 745 —— 274 397 ↩

  192. Organo nazionale dei GUF era il settimanale «Libro e moschetto»; in molte sedi universitarie si pubblicavano però organi locali gufini. Col gennaio 1937 la stampa universitaria fu riordinata e ai principali organi furono affidati compiti specifici: a «Roma fascista» (del GUF della capitale) i problemi politici e culturali e l’attività dei GUF all’estero e delle sezioni studenti stranieri; a «I Littoriali» (del GUF di Venezia) la preparazione dei Littoriali in senso stretto; a «Nuova gerarchia» (del GUF di Bologna) i rapporti con le organizzazioni universitarie straniere; a «Goliardia fascista» (del GUF di Firenze) lo sport universitario; a «L’appello» (del GUF di Palermo) i problemi coloniali e dell’Impero; a «Sud-Est» (del GUF di Cagliari) il teatro, il cinema e il turismo universitari; a «Il Bo» (del GUF di Padova) i problemi corporativi, le questioni professionali dei laureati e l’assistenza; a «Il Lambello» (del GUF di Torino) i corsi di preparazione politica e la Milizia universitaria; a «Eccoci!» (del GUF di Cremona) i problemi e i rapporti con le altre organizzazioni giovanili del PNF; a «Il campano» (del GUF di Pisa) i rapporti con l’Università e i problemi della cultura e dell’arte fascista.

    Quasi inesistente fu invece la stampa giovanile a livello di scuola media superiore. L’unico periodico di una certa importanza fu quello creato a Roma, al Liceo Tasso, da Vittorio Mussolini, «La penna dei ragazzi», poi «Anno XII», «Anno XIII». ↩

  193. I Littoriali della cultura e dell’arte (organizzati sulla base di selezioni locali e di una prova nazionale) comprendevano convegni, concorsi, mostre e prove di complessi artistici. Per una informazione d’insieme cfr. F. Mezzasoma, Essenza dei GUF, Genova 1937; G. S. Spinetti, Difesa di una generazione, Roma 1948 (con un elenco dei migliori classificati nelle prove di carattere politico-culturale). ↩

  194. Oltre a quelle piú propriamente politico-sociali, tra le alleanze da rimettere in discussione per alcuni gruppi di giovani fascisti vi erano anche quelle con la Chiesa e con la cultura idealistico-gentiliana. Nel primo senso tipica è per esempio la posizione dell’«Universale»; nel secondo quella della «Sapienza» e di molti dei giovani raccolti attorno al «Secolo fascista» e «Battaglie fasciste» di Perugia. ↩

  195. Cfr. B. Spampanato, Democrazia fascista cit., p. 168. ↩

  196. Per una caratterizzazione di questi gruppi cfr. I. Montanelli, Noi giovani, in «L’Universale», dicembre 1933; riprodotto in «L’Universale», a cura di D. Brocchi, Milano 1969, pp. 61 sgg. Per la tematica dei giovani cfr. L. Mangoni, L’interventismo della cultura. Intellettuali e riviste del fascismo, Bari 1974, pp. 197 sgg. ↩

  197. Valga a mo’ di esempio quanto scriveva R. Bilenchi, Indifferenza dei giovani, in «Critica fascista», 15 aprile 1933, pp. 144 sg.:

    «... non trascurabile è il fatto che i giovani ora hanno cambiato il significato del me ne frego nuovo stile di vita italiana come scrive il Duce e si sono foggiati un altro me ne frego nuovissimo e abbastanzacomodo.

    «Infatti, a conclusione di discussioni o che so altro, troppi giovani, sui quali si spera, dicono francamente che cercano di sistemarsi specie attraverso il Partito e alla politica e poi messisi a posto di non volersi interessare piú di nulla. Si fregheranno anche della politica, delle aspirazioni e della fede degli altri.

    «Facendo una rassegna di questi miei coetanei li vedo quasi tutti uguali, ché le eccezioni son poche, correre all’impiego, al posticino e poi sparire dalla vita, morire. In città e in campagna, tutto il mondo è paese. Bramano d’essere messi a posto, di far carriera, s’ingannano l’un l’altro, questuano raccomandazioni e appoggi dal Segretario federale, dal Segretario politico, dal Console, ecc. Hanno preso il Partito per un’agenzia di collocamento. Mettersi a posto per fregarsi di tutto è diventata frase di moda...» ↩

  198. Tipico in questo senso l’articolo di R. A. Righetti, Colpevole condiscendenza, in «Critica fascista», 1º febbraio 1935, pp. 132 sg. ↩

  199. Cfr. G. Fioridi della Lena, Università e Fascismo, in «Critica fascista», 1º agosto 1930, p. 289. ↩

  200. Cfr. B. Ricci, Avvisi, in «L’Universale», maggio 1932; riprodotto in ID., Avvisi, Firenze 1943, pp. 55 sgg. ↩

  201. Nel ’29, per esempio, A. Volpicelli (L’educazione politica dell’Italia e il Fascismo, Palermo 1929, passim e specialmente pp. 9 e 23) rielaborando e ripresentando in veste unitaria alcuni suoi scritti degli anni precedenti, aveva sentito il bisogno di dare molto spazio alla polemica contro «la retorica di certi giornalisti [che] ha raggiunto il massimo della gratuità e insincerità, screditando e minando il fascismo» e di affermare a tutte lettere la necessità di «parificare e adeguare la stampa al suo compito, restituirla alla sua missione caratteristica di espressione della coscienza politica del popolo nella sua quotidiana formazione, di specchio vivo dei bisogni dell’epoca, di consapevole e onesto, realistico e spregiudicato cimento coi problemi, le difficoltà senza limiti, le aspirazioni sempre nuove da soddisfare della vita nazionale». ↩

  202. Cfr. A. Nasti, Avvenimenti e idee, in «Critica fascista», 1º febbraio 1931, p. 58. ↩

  203. Cfr. G. Giovanelli, Conversazione?, ivi, 15 marzo 1931, p. 105. ↩

  204. Cfr. M. Rivoire, Il fascista nel Partito, ivi, 15 febbraio 1935, pp. 150 sgg. ↩

  205. A. Nasti, Problemi del secondo decennio, ivi, 15 febbraio 1933, pp. 61 sgg. ↩

  206. Sulla ripresa, negli ultimi tempi del regime, della polemica sul partito torneremo nel prossimo volume. Per una rapida informazione sui suoi ultimi sviluppi e i suoi collegamenti con il «problema dei giovani», per ora è sufficiente rinviare a C. Pellizzi, Il partito educatore, Roma 1941; U. Indrio, Idee sul partito unico, in AA. VV., Nuova civiltà per la Nuova Europa, Roma 1942, pp. 243 sgg.; G. Bottai, Vent’anni di Critica Fascista, in «Primato», 15 maggio 1943, pp. 159 sgg. ↩

  207. Cfr. G. Bottai, Vent’anni di Critica Fascista cit., p. 162. ↩

  208. Cfr. C. Pellizzi, Lettera con vari ragionamenti (30 ottobre 1931); Seconda lettera sopra gli stessi argomenti della prima (30 dicembre 1931); Terza lettera (31 marzo 1932); Postillaalle lettere. Il Fascismo come libertà (1º maggio 1932). Oltre alle quattro lettere-articoli di Pellizzi sono da vedere la risposta alla seconda di M. Maccari, Risposta a volta di corriere (30 dicembre 1931) e in «Critica fascista» la nota del doganiere [G. Casini], Verità pacifiche (15 dicembre 1931) e l’editoriale Esortazioni al realismo (15 febbraio 1932). ↩

  209. Per la concezione del corporativismo a cui Pellizzi si richiamava significativo è quanto si legge nel quarto e ultimo articolo-lettera:

    «Il fascismo è nato come il supremo sforzo di un popolo civile (anzi, del popolo piú intimamente civile fra tutti) per attuare una forma di comunismo civile. Ossia risolvere il problema del comunismo dentro il maggior problema della civiltà; ma poiché non è civiltà senza la spontanea manifestazione di quei valori individuali, antichi e sempre rinnovantisi, di cui si è detto, noi concludiamo che il fascismo è, nella sua intima ed universale significazione, un comunismo libero; nel quale, per intendersi, comunistico o collettivistico è il mezzo, l’organismo empirico, lo strumento d’azione rispondente al problema di un determinato momento della storia, mentre il fine reale, la destinazione ultima, è la civiltà, ossia, nel senso ormai detto e ripetuto, la libertà. Se fallisce a questa sua funzione, che appare duplice ma invece è unica nel concreto, il fascismo passa alla storia come un episodio, come un esperimento, e non come una rivoluzione. Ed è sempre gravissimo lo scotto che si deve pagare, nella storia, per un esperimento fallito.

    «Il comunismo fascista si chiama corporativismo. E qui, dentro la vita stessa del sistema corporativo, si ripresenta il problema uno e bino del fascismo tutto, che è problema di libertà, nel collettivismo, e di collettivismo nella libertà».

    ↩

  210. Tipico in questo senso E. Daquanno, Diana dei quarant’anni, in «Il secolo fascista», 1-15 gennaio 1934, in cui si parla esplicitamente di un «problema di anziani» che il fascismo avrebbe dovuto risolvere anche prima di quello «dei giovani» e che invece non veniva avvertito o era negletto; sicché il regime non poteva giovarsi di tante energie dei vecchi fascisti e questi vedevano deluse le loro aspettative di partecipare attivamente alla sua vita. Per gli argomenti opposti a questo tipo di discorso della seconda generazione fascista è indicativo L. Fontanelli, Mussolini, lo spirito della borghesia e le nuove generazioni, in «La stirpe», aprile 1933, in cui si afferma che la vecchia generazione, a parte «pochi uomini di eccezione», non era in grado di portare avanti la rivoluzione, sia perché ormai logorata sia perché formata in gran parte da elementi che avevano aderito al fascismo dopo la «marcia su Roma» e, profondamente borghesi «nella mentalità e nei metodi», erano assolutamente incapaci di realizzare la «sborghesizzazione completa dell’Italia e del Fascismo» e non sapevano fare altro che frenare e frustrare le tendenze rivoluzionarie dei giovani, facendo di questi dei «vecchi di spirito, pieni di personali preoccupazioni [che] cercano di arrivare, tra gli scogli dei casi personali, al loro piccolo porto... » ↩

  211. Cfr. G. A. Fanelli, Le due rivoluzioni, in «Il secolo fascista», 1º marzo 1934. ↩

  212. Cfr. G. Le Bon, Psicologia delle folle, Milano 1970, pp. 155 sgg. e 178. ↩

  213. Cfr. F. Nietzsche, L’Anticristo, Milano s. d., pp. 136 sg. ↩

  214. E. Ludwig, Colloqui con Mussolini cit., pp. 122 sg. ↩

  215. Cfr. Mussolini, XXVI, p. 96. ↩

  216. Cfr. per tale documentazione Asae, Serie politica – Santa Sede (1930) e (1931); nonché A. Martini S. J., Studi sulla Questione romana e la Conciliazione, Roma 1963, pp. 131 sgg. ↩

  217. Il caso piú clamoroso fu probabilmente quello del vescovo di Vicenza, sul conto del quale il prefetto inviò a Mussolini, il 30 aprile 1930, un rapporto che venne subito trasmesso a Grandi in quanto ministro degli Esteri. Per l’atteggiamento successivo di questo vescovo cfr. S. Accame, Una lettera del 1931. Importanza scientifica e politica del documento, in «Studium», maggio 1972, pp. 382 sgg., nonché in generale G. De Rosa, La società e la parrocchia vicentina all’epoca del vescovo Ferdinando Rodolfi (1911-1943), in «Ricerche di storia sociale e religiosa», gennaio-giugno 1973, pp. 5 sgg. Della vicenda diede ampia notizia anche Giustizia e Libertà, che pubblicò e diffuse in un foglio volante la protesta di monsignor Rodolfi al federale di Vicenza. ↩

  218. Una richiesta, assai pressante e ripetuta nel ’29 e nel ’30 (la prima volta da Gasparri a Mussolini, la seconda del nunzio Borgongini Duca a Grandi), fu quella di abolire la festività del 20 settembre. A un provvedimento del genere Mussolini era contrario, temendo che avrebbe scontentato parecchi italiani, anche fascisti, e avrebbe offerto una facile arma polemica agli antifascisti. Da qui, in un primo tempo la sua replica che fosse meglio attendere e lasciare che la festività «cadesse da sé» e, nel ’29, l’espediente di esporre insieme sul Campidoglio e sulla sede della Nunziatura le bandiere italiana e vaticana. Poi però aveva dovuto cedere e con una legge del dicembre ’30 aveva abolito la festività sostituendola con quella dell’11 febbraio.

    Un’altra richiesta, non accettata, fu quella di allontanare dall’insegnamento universitario i professori Giuseppe Saitta e Mariano Maresca, applicando ad essi retroattivamente l’art. 5 del Concordato. Altre riguardavano la stampa «pornografica» e la penetrazione protestante che la Santa Sede avrebbe voluto fossero combattute piú energicamente. ↩

  219. All’accusa fatta da parte italiana nella nota verbale presentata dall’Ambasciata presso la Santa Sede il 24 giugno ’31, la Segreteria di Stato replicò tramite il nunzio quattro giorni dopo in questi termini:

    «Quanto poi alla notificazione dell’Arcivescovo di Zagabria ho l’incarico di farle presente:

    «La Santa Sede subito dichiarò alla domanda verbale della Eccellenza Vostra che la notificazione era dell’Arcivescovo (il quale, come Ella ben sa, governa la diocesi a nome proprio e non della Santa Sede, a differenza del Prefetto che regge la provincia come rappresentante del Governo), e la Santa Sede come il Nunzio Apostolico di Belgrado avevano conosciuto la notificazione dopo che era stata pubblicata, tanto che ne erano rimasti sorpresi e addolorati.

    «Quanto alla pubblica deplorazione, domandata pure oralmente, la Santa Sede fece sapere al R. Governo che si trovava nell’impossibilità di farla, perché non poteva far credere ai cattolici di tutto il mondo che approvava le disposizioni adottate da tempo dal R. Governo contro il clero slavo, sottoposto a misure di ammonizione e di confino ad insaputa degli Ordinari, contro le associazioni cattoliche della Regione, contro gli istituti slavi dipendenti dall’Autorità ecclesiastica, specialmente la Sacra Famiglia e l’Aloysianum, contro la Federazione delle casse rurali cattoliche slovene, che erano in pericolo di fallire, e sopratutto contro l’uso della lingua materna nell’assistenza religiosa dei fedeli, prescritto dall’art. 2 del Concordato. Su tutte tali materie erano in corso parecchie Note di questa Nunziatura presso il R. Governo, prima ancora che si delineasse la vertenza circa l’Arcivescovo di Zagabria, la maggior parte delle quali è rimasta senza risposta.

    «Se dunque il Santo Padre avesse deplorato la notificazione dell’Arcivescovo di Zagabria, avrebbe dovuto in coscienza deplorare anche le misure del R. Governo nella Venezia Giulia per quello in ispecie che riguarda l’assistenza religiosa dei fedeli; e tale duplice deplorazione avrebbe certamente finito per inasprire la situazione». ↩

  220. L’accusa fu mossa da G. Giuriati all’avvocato Francesco Pacelli nel corso di un colloquio segreto che ebbe luogo il 10 giugno 1931 e di cui il segretario del PNF redasse un resoconto conservato in ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 242/R, «Giuriati on. Giovanni». ↩

  221. L’accusa (riscontrabile anche in alcuni giornali fascisti) fu adombrata in particolare nella nota verbale presentata il 9 giugno ’31, alla quale la Santa Sede replicò il 12 seguente in una lettera del nunzio a Grandi, negandola e mettendo in rilievo che dopo le «energiche proteste» fatte a Madrid, il governo spagnolo «appena stabilito e colto alla sprovvista» aveva «immediatamente separato le proprie responsabilità da quelle dei facinorosi» e che in Spagna «tutte le forze del bene e la Chiesa tentano faticosamente di arginare [la crisi paurosa] perché non sbocchi nel bolscevismo». ↩

  222. Cfr. Mussolini il fascista cit., II, pp. 399 sgg., 413 sg., 429 sgg. ↩

  223. Per le vicende degli Esploratori cattolici e, in particolare, per quelle relative al loro scioglimento cfr. M. Sica - C. Scabazzi, Storia dell’A.S.C.I., in «Estote parati», ottobre-novembre 1966, pp. 5 sgg. e specialmente 33 sgg. ↩

  224. Cfr. Assemblea Generale delle Società della Gioventú Cattolica Italiana. Roma 31 ottobre-1-2 novembre 1930, Roma s. d., pp. 46 sg.:

    Attivi —— Aspiranti

    1928 —— 121 763 —— 84 647

    1929 —— 131 465 —— 91 291

    1930 —— 145 028 —— 101 346 ↩

  225. Per la protesta del card. Schuster, provocata da una circolare riservata della Federazione fascista di Milano invitante i segretari politici e i fiduciari rionali fascisti della provincia a sorvegliare con speciale attenzione quanto pubblicato dai bollettini parrocchiali, cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. W/R, «Ravasio Carlo».

    Per le proteste della Santa Sede sono da vedere soprattutto i documenti scambiati tra la Segreteria di Stato, il ministero degli Esteri e Mussolini tra l’ottobre 1929 e l’aprile 1930. In essi la Santa Sede protestava soprattutto: a) per le inchieste che polizia e carabinieri svolgevano sull’atteggiamento politico e l’attività del clero e sulle organizzazioni cattoliche; b) per i sequestri di cui erano oggetto varie pubblicazioni cattoliche; c) per le difficoltà frapposte alla pubblicazione di alcuni discorsi del pontefice (specialmente quello del 24 dicembre ’29); d) per le istruzioni che alcuni comitati provinciali dell’ONB impartivano per contrastare il proselitismo cattolico tra i giovani, sostenendo la tesi della incompatibilità tra appartenenza alle organizzazioni cattoliche e appartenenza a quelle fasciste. Cfr. D.D.I., s. VII, VIII, pp. 149 sg., 291, 296 sgg., 402 sgg., 595 sgg. Per la sorveglianza esercitata sull’Azione cattolica e le sue attività cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1920-45), G. I, b. 146. ↩

  226. Sintomatico è questo passo della risposta ad una serie di questioni sollevate dalla Santa Sede inviata da Mussolini a Grandi l’8 febbraio 1930 (D.D.I., s. VII, VIII, p. 404): «Il Governo ritiene che dette associazioni [cattoliche] possano soltanto avere finalità d’istruzione e di assistenza religiosa, concentrandosi nell’insegnamento della dottrina cattolica; nella preparazione spirituale ai Sacramenti, nell’esercizio di pratiche di culto e, cioè, in tutto quello che ri-

    guarda la religione. Invece, in realtà, le Organizzazioni cattoliche nelle loro numerosissime forme, hanno in molti luoghi creduto di assumere le piú diverse iniziative: e cosí hanno istituito filodrammatiche, cinematografi, palestre ginnastiche e persino campeggi e colonie estive. È evidente che tali iniziative esulano completamente dai fini propri dell’Azione Cattolica. Comunque, se lo Stato può usare qualche tolleranza per le filodrammatiche e altri mezzi di ricreazione, non può però permettere che le associazioni cattoliche svolgano iniziative riguardanti direttamente ed esclusivamente l’educazione fisica, quali le palestre ginnastiche e i campeggi, che devono essere riservate soltanto agli organi del Regime. Lo Stato Fascista non può prescindere dai suoi principî, per i quali l’educazione fisica e morale delle nuove generazioni spetta allo Stato. ↩

  227. Cfr. il testo della relazione sull’udienza fatta da Turati a Mussolini in Y. De Begnac, Palazzo Venezia. Storia di un regime, Roma 1950, pp. 700 sgg. ↩

  228. Quest’ultima tendenza – denunciata in molti documenti di polizia, dalla stampa fascista e persino in alcuni documenti diplomatici – risulta anche da studi quali A. Baroni, Igino Righetti, Roma 1948, pp. 92 sgg., e soprattutto G. Marcucci Fanello, Storia della F.U.C.I., Roma 1971, pp. 133 sgg. ↩

  229. Per la reazione di Mussolini a queste celebrazioni è sintomatico un suo biglietto a Bottai in data 11 marzo ’31 in cui si legge: «... Anche il battage per la Rerum Novarum è tendenzioso. Sta di fatto che la enciclica leonina è rimasta per anni 40 lettera morta!» (in Archivio Bottai).

    Il momento culminante delle celebrazioni del quarantesimo anniversario della Rerum novarum fu, in termini politici, costituito dalla pubblicazione, il 15 maggio 1931, dell’enciclica Quadragesimo anno, che in pratica contrapponeva (o tendeva a indicargli la strada) al corporativismo fascista ancora in gestazione il vero corporativismo cattolico. ↩

  230. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1920-45), G. 1, b. 146, fasc. «Azione Cattolica – Affari generali», relazione datata Roma, 2 ottobre 1930. ↩

  231. Cfr. La via del socialismo, in «Avanti!» (ed. franc.), gennaio 1932, in cui si afferma che in Italia si schieravano contro il fascismo tre gruppi, quello comunista, quello socialista-repubblicano e quello conservatore cattolico. Questo «tende a far rivivere il vecchio Stato giolittiano, possibilmente sotto l’insegna della monarchia, conservando in sostanza il presente ordinamento economico e magari certi vantaggi conseguiti durante la dittatura. Questo gruppo, per gli stessi suoi fini, vuole ad ogni costo evitare una rivoluzione popolare, e manovra sott’acqua con le forze su cui crede di poter contare (esercito, Azione Cattolica, ecc.) per creare una situazione di compromesso». ↩

  232. È interessante notare che, scoppiata la crisi, se dai documenti di polizia e diplomatici trapela una preoccupazione non generica ma specifica per le condizioni dell’ordine pubblico questa si riferisce alle zone rurali; soprattutto allorquando Pio XI proibí per protesta le tradizionali processioni e festeggiamenti religiosi per il Corpus Domini. Come notò il prefetto di Bari in una riservata del 15 giugno ’31 al gabinetto del ministro dell’Interno, tale proibizione, oltre a turbare profondamente il sentimento religioso popolare, ledeva infatti molti interessi commerciali, dato che le festività del Corpus Domini erano accompagnate da fiere e feste (ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. [1920-45], G. 1, b. 97). Una eco di queste preoccupazioni trapela anche da un appunto di Mussolini per la preparazione della già citata nota verbale presentata il 9 giugno alla Santa Sede. In esso si afferma che la proibizione pontificia aveva lo «scopo di sollevare contro il regime le popolazioni specialmente rurali» e si ricorda che in occasione di una processione tenuta a Busto Arsizio il 31 maggio un gruppo di donne aveva cantato una preghiera nella quale si diceva tra l’altro: «O Vergin dei figli | de l’Italo suol | i gravi perigli | Ti movano e il duol – Ave || In alto le grida | leviamo e i sospir | accorri: ci guida | siam presso a perir – Ave || Perir? No: la fede | di Cristo non muor | di Pietro alla sede | Piú cresce l’amor – Ave || Ma solo di pianto | il giusto ha mercè | virtude or, no, vanto | d’Italia non è – Ave || Ah! Cade venduta | la patria a Satan | O Vergin, l’aiuta | le stendi la man – Ave || Tradita la scola, | spogliato l’altar | oppressa la stola... | ci vieni a salvar – Ave || La guerra se freme, | o bella Vision | tu sei dolce speme | di gloria cagion – Ave || Tu parla o Sapiente... | e libero, il ver | risuoni potente, | di pace forier – Ave || Devoto al Pastor | d’Italia il vessil, | dimostri l’amore | di tenero ovil – Ave || Ascolta, è preghiera | di popol fedel | la patria fa vera | imago del ciel – Ave». Asae, Serie politica – Santa Sede (1931), p. 12. ↩

  233. Cfr. G. [Casini], E l’Azione Cattolica?, in «Il lavoro fascista», 16 maggio 1931. ↩

  234. L’espressione appare nel testo della nota verbale presentata alla Segreteria di Stato il 24 giugno 1931. Contro di essa la Santa Sede protestò vivamente nella lettera inviata quattro giorni dopo dal nunzio, monsignor Borgongini Duca, all’ambasciatore De Vecchi. Cfr. Asae, Serie politica – Santa Sede (1931), p. 12. ↩

  235. Cfr. F. Nietzsche, L’Anticristo cit., passim e specialmente pp. 54 sgg. ↩

  236. Cfr. B. Spampanato, Vecchie cose nuove, in «Critica fascista», 1º febbraio 1931. ↩

  237. Cfr. G. C[asini], Professionisti cattolici o cattolici di professione?, in «Il lavoro fascista», 19 marzo 1931. ↩

  238. Cfr. ID., Manovre cattoliche, ivi, 26 marzo 1931. ↩

  239. Cfr. R. F[orges] D[avanzati], L’errore piú vasto, in «La tribuna», 14 aprile 1931. ↩

  240. Cfr. C. S[corza], Note chiarissime, in «Gioventú fascista», 26 aprile 1931. ↩

  241. Per farsi una idea di come la polemica giornalistica fosse diretta dall’alto, significativo è il seguente «Appunto per S. E. il Capo del Governo»:

    «Il Marchese Crispolti riferisce di essere stato chiamato ieri sera ad ora tarda a Palazzo Chigi dall’on. Grandi il quale gli ha ordinato di inserire nel proprio articolo un invito categorico alla denuncia del Concordato.

    «Il Crispolti ha dovuto obbedire a questo ordine e rifare l’articolo che già, nel corso della giornata, aveva compilato su ben altre basi» (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], fasc. 251/R, «Il Messaggero», sottof. 2). L’articolo in questione è quello del 9 luglio 1931 sul «Messaggero», apparso anonimo, Italia e Vaticano. Una soluzione necessaria. ↩

  242. Cfr. A. Martini, Studi sulla Questione romana e la Conciliazione cit., pp. 136 sgg. ↩

  243. Ibid., pp. 138 sgg. ↩

  244. Una raccolta assai ampia dei principali articoli e delle piú autorevoli prese di posizione avutesi tra il 19 marzo e il 4 giugno è in La polemica su l’Azione Cattolica Italiana, un volumetto di 211 pagine pubblicato dalle edizioni dell’«Osservatore romano» nel 1931 e che è di particolare interesse per le note di replica e confutazione apposte a molti articoli fascisti ripubblicati. ↩

  245. L’impegno posto da Pio XI nella battaglia per l’Azione cattolica fu estremo. Da un rapporto di De Vecchi a Grandi del 9 giugno risulta che nel momento piú rovente della crisi il papa, al card. Serafini che gli parlava del disappunto del governo italiano per i suoi continui discorsi, avrebbe risposto «manifestando l’intenzione di dedicare a simile esercizio oratorio non meno di tre ore al giorno e per tutta la vita». «Ciò corrisponde – commentava De Vecchi – alla dichiarazione fatta a me due anni addietro che Egli si disponeva a fare la diplomazia aprendo le finestre e gridando in piazza San Pietro». Cfr. Asae, Serie politica – Santa Sede (1931), p. 12. ↩

  246. Cfr. La polemica su L’Azione Cattolica Italiana cit., pp. 49 sgg. ↩

  247. Cfr. «Il popolo d’Italia», 21 aprile 1931. ↩

  248. Cfr. La polemica su L’Azione Cattolica Italiana cit., pp. 67 sgg. ↩

  249. Tipica espressione di questo stato d’animo è l’opuscolo di E. Settimelli, Preti adagio!, Firenze s. d., ma 1931. Sempre dal gruppo attorno a Settimelli (Ottone e Bruno Rosai, Remo Chiti, ecc.) in luglio, dopo la pubblicazione dell’enciclica Non abbiamo bisogno, fu dato alle stampe un altro violentissimo opuscolo dal sintomatico titolo Svaticanamento. Altri opuscoli contro il papa furono Duello col papa di Berto Ricci e Giudizio sui preti di Gioacchino Contri. La polemica anticlericale risvegliò anche la musa di alcuni poeti fascisti come il futurista Gino Ersoch e Gualtiero Gorini. Cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1920-45), G. 1, b. 131 e «Il 420», 19 luglio 1931. ↩

  250. Il 5 maggio, da Torino, A. Turati scriveva a Mussolini: «La preoccupazione per la polemica tra il Regime e il Papa è intensa. Molti dicono chiaramente che non valeva la pena di fare il Concordato e che la situazione attuale non è di tale natura da consentire un dissidio che sarebbe pericoloso». ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. W/R, «Turati Augusto», sottof. 1. ↩

  251. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1920-45), G. 1, b. 146, fasc. «Azione Cattolica – Affari generali».

    Nello stesso spirito sono da vedere le istruzioni alle rappresentanze all’estero diramate da palazzo Chigi il 30 maggio (con l’indicazione di trasmetterle alla stampa locale):

    «Attuale stato di grave tensione fra Italia e S. Sede è dovuto seguente causa. Trasformazione dell’Azione Cattolica in un partito politico con tessere, distintivi, bandiere, uniformi, con spirito di opposizione Regime e con relazioni internazionali. Incidenti non gravi avvenuti a Roma e in altre località sono stati determinati da spontanea reazione di studenti e popolazione. Insistere soprattutto sul fatto che S. Sede pretendeva da Governo fascista soppressione propaganda protestante e libertà di credenze religiose, pretese alle quali si è rifiutato e si rifiuterà. Per tutto il resto situazione è normalissima come sempre. Mussolini» (Asae, Serie politica – Santa Sede [1931], p. 12). ↩

  252. Cfr. soprattutto «La tribuna», 21 e 24 maggio, e «Il lavoro fascista», 27 e 28 maggio 1931. Il secondo di questi articoli (Fascismo cattolico e cattolici antifascisti) del quotidiano dei sindacati esordiva:

    «Delle vere intenzioni dell’Azione Cattolica non è piú lecito ormai dubitare, dopo le gravissime rivelazioni del documento da noi pubblicato ieri. Se attraverso manifestazioni e affermazioni ufficiali si era tentato di far credere che l’organizzazione cattolica in Italia era perfettamente ossequiente alle leggi e allo spirito del Regime, risulta chiaro oggi che questo apparente ossequio nascondeva intenzioni altrimenti ispirate.

    «Su due fatti insistiamo: primo, la partecipazione dei capi responsabili dell’Azione Cattolica ad una discussione imperniata su motivi antifascisti; secondo, la definizione di una tattica di attesa, di raccolta preparazione, di rafforzamento dei quadri, quale è stata definita nelle riunioni dei giorni 12, 16 e 17 aprile [sic]».

    ↩

  253. Cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1922-43), G. 1, b. 146, fasc. «Azione Cattolica - Affari generali»; b. 151, fasc. «Federazione universitaria Cattolica Italiana - Affari generali»; b. 131, fasc. «Roma - Associazioni Giovanili Cattoliche»; nonché, nella stessa serie, i fascicoli relativi alle varie località. Cfr. anche le Cronache dell’«Osservatore romano» dal 22 al 31 maggio 1931 e il riepilogo di esse in La polemica su L’Azione Cattolica Italiana cit., p. 159 nota. ↩

  254. Cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1920-45), G. 1, b. 146, fasc. «Azione Cattolica - Affari generali». Ulteriori notizie e utili elementi su tutta la fase precedente della crisi nella lezione tenuta nel 1956 allo Studium Actionis Catholicae da A. R. Jervolino, Lo scioglimento dei Circoli della Gioventú Cattolica Italiana nel 1931 (edizione litografata), in Archivio dell’Azione Cattolica. ↩

  255. Per un quadro di tali proteste cfr. i rapporti dei prefetti in ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 242/R, «Riunioni del Direttorio del PNF», sottof. 1, inserto C. La protesta piú clamorosa fu quella dei dieci vescovi della provincia di Torino, che il 3 giugno resero nota una lunga lettera di protesta. La si veda in ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1920-45), G. 1, b. 95. ↩

  256. Cfr. La polemica su l’Azione Cattolica Italiana cit., pp. 199 sgg. e 204 sgg. ↩

  257. Pio XI per protesta sospese altresí la partecipazione del cardinal legato alle feste antoniane a Padova, il Congresso eucaristico diocesano a Roma e le processioni del Corpus Domini. ↩

  258. Cfr. «Il popolo d’Italia», 4 giugno 1931; nonché nel numero del giorno successivo dello stesso giornale il fondo di A. Mussolini, Settori religiosi e politici. Per la riunione del 3 cfr. anche ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 242/R, «Riunioni del Direttorio del PNF», sottof. 1. ↩

  259. Nella nota verbale trasmessa alla Santa Sede il 24 giugno il passo a cui qui ci si riferiva suonava, nel suo complesso, cosí:

    «Il Regio Governo non crede il caso di riporre in discussione le misure prese nei riguardi delle Associazioni giovanili cattoliche, il cui spirito si era ormai orientato contro lo Stato fascista. Non solo questi gruppi avevano dato alle loro funzioni l’aspetto tipico del Partito, ma la loro terminologia militare (non si escludevano neppure le “trincee di seconda linea”) dava ormai l’impressione di organizzazioni che si preparavano a svolgere attività sediziosa. Il Regio Governo è intervenuto perché l’attività svolta da tali Associazioni non era consentita dalle Leggi dello Stato e perché “l’andatura” psicologica e politica di quei gruppi stessi era tale che avrebbe potuto portare a serî conflitti. Con lo sciogliere e vietare queste formazioni, il Regio Governo ha reso in tempo utile un servizio anche alla Chiesa, che domani sarebbe stata ben di piú compromessa dal rancore che cova nell’animo degli ex uomini del Partito popolare, oggi in quasi tutte le località d’Italia dirigenti dell’Azione Cattolica, e spesso ricoverati, a guisa di fuorusciti, nella stessa Città del Vaticano. Basti citare l’esempio dell’ex deputato De Gasperi, già Segretario del Partito popolare, arrestato a suo tempo per tentativo di espatrio clandestino colla complicità di una organizzazione straniera».

    Per questo documento, come per gli altri sui quali si basa questa ricostruzione dell’aspetto diplomatico della crisi tra la fine di maggio e la fine di giugno cfr. Asae, Serie politica – Santa Sede (1931), p. 12: nonché A. Martini, Studi sulla Questione romana e la Conciliazione cit., pp. 141 sgg. ↩

  260. Mussolini attendeva l’enciclica già da qualche giorno, forse grazie a qualche autorevole informatore vaticano. Il 27 giugno, parlando ai giornalisti venuti a Roma per il congresso del loro sindacato, fece infatti un accenno assai sintomatico: «Io sono un macigno. Non mi commuovono né i petardi, né le encicliche, né i discorsi». Cfr. G. Pini, Filo diretto con palazzo Venezia, Bologna 1950, p. 43, e soprattutto Carteggio Arnaldo-Benito Mussolini cit., p. 210. Ovviamente la stampa, riferendo l’udienza, non fece cenno alla frase. Cfr. «Il popolo d’Italia», 28 giugno 1931. ↩

  261. Cfr. Chiesa e Stato attraverso i secoli, a cura di S. Z. Ehler e J. B. Morrall, Milano 1958, pp. 484 sgg. ↩

  262. Cfr. A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino 1963, p. 487. ↩

  263. Ibid., p. 488. ↩

  264. Cfr. ACS, Min. Interno, Gabinetto, Ufficio cifra, tell. in arrivo dei giorni 9 luglio 1931 e seguenti. ↩

  265. Cfr. Asae, Serie politica – Santa Sede (1931), p. 12. ↩

  266. Cfr. A. Martini, Studi sulla Questione romana e la Conciliazione cit., pp. 154 sgg. ↩

  267. L’iniziativa di far ventilare dalla stampa la possibilità di una denuncia del Concordato fu biasimata da Mussolini. Lo prova questa lettera di Grandi del 9 luglio ’31 (per i cui precedenti si ricordi quanto da noi riferito alla p. 255, nota 1):

    «Caro Presidente, L’on. Ferretti mi ha accennato che tu saresti stato assai dispiaciuto per l’articolo di stamane sul Messaggero.

    «Mea culpa. Ve ne domando sinceramente scusa. Avendo tu elogiato l’articolo di Gayda d’ieri sera ho creduto di poter dire a Crispolti di insistere sulla stessa linea stamane. Naturalmente Crispolti è stato troppo pesante ed è andato forse un poco oltre.

    «Sono dispiacente che la cosa abbia potuto darti disappunto, ed esserne stato io – involontariamente – la causa. Tuo Grandi» (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-1943], fasc. 251/R, «Il Messaggero», sottof. 2). ↩

  268. Cfr. A. Mussolini, Punti fermi, in «Il popolo d’Italia», 10 luglio 1931. Nei giorni precedenti il fratello del «duce» aveva dedicato alla confutazione dell’enciclica tre articoli (7, 8, 9 luglio); nei giorni successivi (11, 14, 16 luglio) ne pubblicò altri tre su temi connessi. Si possono vederli riprodotti in Id., La Conciliazione, Milano 1935, pp. 231 sgg. Per altri autorevoli e sintomatici commenti all’enciclica cfr. C. Crispolti, Da Roma al Vaticano: La psicologia di un contrasto, in «Gerarchia», luglio 1931; A. Volpicelli, L’enciclica pontificia e il problema dello Stato moderno, in «Nuovi studi di diritto, economia e politica», maggio-agosto 1931; G. Gentile, Le dichiarazioni del Direttorio e il Concordato, in «Educazione fascista», luglio 1931; Quirinus, Commento profano a Papa Ratti, in «Critica fascista», 1º agosto 1931. ↩

  269. Cfr. «Il popolo d’Italia», 15 luglio 1931. ↩

  270. Cfr. A. Martini, Studi sulla Questione romana e la Conciliazione cit., pp. 153 sgg. ↩

  271. La si veda in ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 242/R, «Riunioni del Direttorio del PNF», sottof. 2, ins. B. ↩

  272. Cfr. A. Martini, Studi sulla Questione romana e la Conciliazione cit., pp. 155 sgg. ↩

  273. Indispensabile era evitare di svolgere le trattative tramite le normali vie diplomatiche, dato che ciò avrebbe voluto dire servirsi inevitabilmente anche del nunzio mons. Borgongini Duca, che durante i mesi precedenti aveva avuto un atteggiamento che lo avrebbe certo messo in una difficile posizione nelle trattative e che era considerato da tempo antifascista. ↩

  274. Per tutte queste vicende cfr. A. Martini, Studi sulla Questione romana e la Conciliazione cit., pp. 157 sgg. ↩

  275. La situazione di tutti i quadri, centrali e periferici, dell’organizzazione dell’Azione cattolica in tutte le sue associazioni e diramazioni era stata oggetto nelle settimane precedenti di una approfondita e capillare inchiesta ordinata dal ministero dell’Interno il 18 giugno 1931. Con tale inchiesta si voleva avere:

    «1. L’elenco completo dei dirigenti degli organi centrali, diocesani, parrocchiali e delle associazioni locali.

    «L’elenco dovrà contenere brevi cenni biografici di ciascun dirigente (presidenti e membri alle giunte e consigli amministrativi), con speciale riguardo alla loro attività politica e all’atteggiamento nei riguardi del Regime.

    «I cenni biografici dovranno inoltre comprendere le seguenti indicazioni:

    «a) generalità complete dei dirigenti;

    «b) se abbiano appartenuto in passato a partiti politici e a quali;

    «c) se ricoprono o abbiano ricoperto cariche pubbliche, e se appartengono o abbiano appartenuto all’amministrazione civile, militare o giudiziaria dello Stato o all’amministrazione delle provincie e dei comuni e con quale grado;

    «d) se abbiano svolto in passato attività sindacale e sotto quale veste;

    «e) se, insieme all’Azione Cattolica, siano iscritti o siano stati iscritti al P.N.F.;

    «f) se appartengano o abbiano appartenuto alla M.V.S.N.;

    «g) se appartengano al Regio Esercito, alla Regia Marina o alla R. Aeronautica nelle varie categorie di ufficiali in congedo.

    «2. Il numero completo degli iscritti alle associazioni cattoliche di ciascuna provincia, con un triplice elenco dei soci:

    «a) che siano iscritti al Partito Fascista;

    «b) che appartengano alla Milizia;

    «c) che siano Ufficiali in congedo delle Forze Armate dello Stato.

    «3. Notizie sull’attività delle singole associazioni: in ispecie se, oltre alla attività palese, risulti che esse svolgano attività politica e con quale atteggiamento nei riguardi delle Istituzioni e del Regime. Se, in particolare, si interessino di attività sindacale e se, all’uopo, svolgano influenza sui soci iscritti alle associazioni sindacali dello Stato; se abbiano sezioni speciali per gli appartenenti alle varie professioni, arti e mestieri. Se i soci si riuniscano periodicamente e quale sia l’oggetto delle riunioni. Se hanno locali propri o se si riuniscono in locali pertinenti al Culto.

    «4. Notizie sull’atteggiamento degli appartenenti alle associazioni giovanili disciolte ed, in ispecie, se risulti o si sospetti che l’attività di dette associazioni continui a svolgersi larvatamente sotto il pretesto di esercizi religiosi e spirituali». Cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1920-45), G. 1, b. 146, fasc. «Azione Cattolica – Affari generali». ↩

  276. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1930-31), sez. 1, b. 47, il rapporto è datato Parigi, 5 settembre 1931. ↩

  277. Cfr. L’accordo tra la Santa Sede e il Governo italiano per l’Azione Cattolica, in «Civiltà Cattolica», 19 settembre 1931, p. 549. ↩

  278. Per il commento ufficiale fascista all’accordo cfr. A. Mussolini, Soluzione integrale, in «Il popolo d’Italia», 3 settembre 1931, nonché A. Solmi, L’accordo per l’Azione Cattolica e gli atti lateranensi, in «Gerarchia», settembre 1931.

    Per le valutazioni successive cfr. soprattutto: V. Morello, Il conflitto dopo la Conciliazione, Milano 1932; E. Martire, Ragioni della Conciliazione. Postille e note ad un libro del sen. V. Morello, Roma 1932; L. Cornaggia Medici, Il conflitto dopo la Conciliazione. Lettera aperta al senatore Vincenzo Morello (Rastignac), Roma 1932. Nella collezione «Polemiche», diretta da G. Bottai e G. Casini, sarebbero dovuti uscire due volumi sulla crisi del ’31, La genesi di un’Enciclica. Funzioni e fini dell’Azione Cattolica, e A. Bruers, Stato e Chiesa dopo la Conciliazione; la loro pubblicazione fu annunziata da «Critica fascista» (che del primo annunziò anche la data, il 10 settembre 1931) ma fu sospesa dopo l’accordo del 2 settembre. ↩

  279. Cfr. P. Scoppola, La Chiesa e il fascismo. Documenti e interpretazioni, Bari 1971, pp. 265 sg. ↩

  280. Cfr. ibid., p. 283. ↩

  281. Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino 1972, pp. 285 sgg. ↩

  282. Dell’incontro Mussolini fece un resoconto (cfr. A. Corsetti, Dalla preconciliazione ai Patti del Laterano. Note e documenti, in «Annuario 1968 della Biblioteca Civica di Massa», Lucca 1969, pp. 222 sgg.) cosí concepito:

    «Colloquio col Papa, ore 11 del giorno 11 febbr. 1932 in Vaticano. Le prime battute sembrano imbarazzate. Il S. P. mi porge la mano e mi invita a sedere. “Le porgiamo il benvenuto in questa che essendo la Casa del Padre è la casa di tutti”. In primo luogo mi domanda notizie di Edda a Sciangaii. Il pensiero è molto gentile ed io lo ringrazio profondamente. “Sono molto lieto di questo incontro e per il fatto in sé e per il giorno. Ciò mi dà l’opportunità di esprimerle il mio compiacimento, la mia soddisfazione et la mia riconoscenza per il modo col quale le cose vanno almeno da qualche tempo a questa parte e dovunque, salvo eccezioni. Mi compiaccio che sia stato processato e punito il direttore dell’Araldo della Verità, di Firenze che aveva tenuto un linguaggio assolutamente indegno nei confronti della S. S. e miei”.

    «“Ma sulla propaganda protestante si converge la mia attenzione, poiché essa fa progressi, in quasi tutte le diocesi d’Italia come risulta da una inchiesta che ho fatto fare dai Vescovi. I protestanti tengono un contegno audace, e parlano di ‘missioni’ da svolgere in Italia. A ciò ha giovato la legge sui culti ammessi – invece che tollerati”.

    «Io osservo che secondo i dati dell’ultimo censimento, i protestanti sono appena 135 mila, dei quali, trentasettemila stranieri contro quarantadue milioni di cattolici.

    «“È vero, continua il S. Padre, l’Italia è fondamentalmente cattolica e questo è una condizione di privilegio anche dal punto di vista nazionale, ma appunto perciò bisogna vigilare”.

    «Avendogli chiesto quali erano i punti piú particolarmente dolenti di questa situazione il S. P. mi ha citato Firenze, Spezia, Piazza Armerina (Riesi) e mi ha consegnato un apposito memoriale sulla questione.

    «“Mi compiaccio anche per le misure adottate onde ai giovani della premilitare e ai Balilla sia resa possibile l’osservanza del precetto festivo, ma certo ‘vademecum’ che si è distribuito fra i premilitari e gli avanguardisti, non è che fomite e avviamento di corruzione. Sono i padri cristiani che mi fanno prima di ogni altro segnalazioni del genere. Comprendo che in questo mondo né tutto il bene si può fare, né tutto il male evitare. Sono anche soddisfatto che si sia frenata la licenziosità di certa stampa che circola anche fra i giovani, con effetti deleteri. Sono lieto dell’interessamento del Governo per la costruzione o ricostruzione nelle zone terremotate, delle Case parrocchiali, che

    mancano quasi totalmente in talune zone d’Italia. Sono ben 4000 e piú che bisognerebbe costruire. Speriamo coll’aiuto della Provvidenza di riuscire. Ma ci sarà lavoro anche per i nostri successori. Una chiesa aperta è una salvaguardia non solo per le anime, ma anche per il paese. I buoni cristiani-cattolici, non possono essere che degli ottimi cittadini». «Debbo anche esprimere la mia soddisfazione per la rapidità con cui in questi ultimi tempi, si è risposto dal Governo per nomine dei Vescovi. Alcune grandi diocesi sono cosí andate a posto, senza lunghe ‘vacanze’ che non giovano ad alcuno. Spero che accadrà la stessa cosa per le nomine future». «Sono lieto che si sia ristabilita la compatibilità fra il Partito fascista e l’Az. Cattolica. Se mai, le difficoltà avrebbero dovuto partire da parte cattolica. Ma io non vedo, nel complesso delle dottrine fasciste – tendenti all’affermazione dei principî di ordine, di autorità, di disciplina – niente che sia contrario alle concezioni cattoliche». «E mi spiego anche la sua reiterata affermazione – un po’ meno frequente in questi ultimi tempi – del totalitarismo fascista. Nell’ambito dello Stato questo totalitarismo si comprende, ma oltre gli interessi materiali, ci sono quelli delle anime, e qui entra in azione il ‘totalitarismo cattolico’». «Il S. P. a questo punto prende un libro, cerca una pagina e quindi riprende. «Ecco un libro di Manzoni, non abbastanza conosciuto ‘La morale cattolica’. Manzoni, in genere, è uno scrittore cauto e moderato, ma in questo periodo sembra stringere il pugno. Quando, dice Manzoni, Cristo disse agli apostoli ‘Eunte et docete omnes gentes’ affidò alla Chiesa un mandato divino, un ordine che la Chiesa deve rispettare (eseguire)». «Io condivido l’opinione del S. P. – Stato e Chiesa agiscono su due “piani” diversi e possono quindi – delimitate le loro reciproche sfere di attività – collaborare insieme. «Il Santo P. ritiene questa collaborazione tanto piú necessaria in questi tempi di crisi e di grande miseria. «Ricevo, continua il S. P., missive di ogni genere e tutte chiedenti soccorso. Le nazioni che una volta offrivano oggi chiedono. Il mondo è turbato. Quello che accade nell’estremo oriente nasconde forse una lotta piú grande per il dominio del Pacifico». «Il S. Padre mi domanda quindi notizie di Ginevra. Gli rispondo che, dopo specialmente il discorso Grandi, le azioni disarmo sono in aumento. «Sono stato io, dice il S. Padre, che ho invitato a chiamare sull’Oss. Rom., ‘coraggiose’ le proposte di Grandi». «Certo una parola di Vostra Santità, darebbe un impulso fortissimo al problema». «Il Santo Padre “Dirò domani in San Pietro qualche cosa sull’argomento senza naturalmente scendere in dettagli”. «A questo punto io aggiungo che oltre alla riduzione degli armamenti, occorre la cancellazione dei debiti (e riparazioni), l’abbassamento delle frontiere doganali, la smobilitazione dell’oro perché la crisi si risolva. «Il Santo Padre consente e osserva che nella storia ci sono state delle crisi, la cui cronicità è durata dei secoli, come quella che contristò il mondo nei secoli V, VI, VII e che si risolse al tempo di Carlo Magno. Certo che una crisi non può diventare “cronica” senza mettere in pericolo la stessa vita dei popoli. «Accanto a queste ragioni di ordine generale che Ci contristano, continua il Santo Padre, vi è un triangolo dolente che aumenta il Nostro dolore: il Messico, paese infeudato totalmente alla Massoneria; la Spagna dove lavorano bolscevismo e Massoneria, e la Russia che procede nella sua opera di scristianizzazione di quel popolo. Ho ricevuto, proprio in questi giorni, il terzo volume della biblioteca anti-religiosa russa. Sotto vi è anche l’avversione anti-cristiana del giudaismo. Quando io ero a Varsavia, vidi che in tutti i reggimenti bolscevichi, il commissario civile o la commissaria erano ebrei. In Italia, tuttavia, gli ebrei fanno eccezione. Ho avuto – un tempo – dimestichezza col vecchio Massarani, che era il padrone di Balsamo Monzese, e che donò la Chiesa del Paese da una Via Crucis; con Elia Lattes; e sono stato anche scolaro del rabbino di Milano, da Fano, quando volli penetrare certe ‘nuances’ della lingua ebraica”. «Ora le voglio dare a ricordo di questa giornata tre medaglie, due delle quali ricordano la Conciliazione e la terza la radio. Talvolta, penso, come sarebbe stata facilitata la propaganda di Pietro e Paolo, se avessero avuto a loro disposizione questo mezzo. È incredibile il cammino che essi compirono, giovandosi dei mezzi del loro tempo!» «In questi giorni, ho pregato e ho fatto pregare per l’anima di suo fratello e di suo nipote». ↩

  283. Da una lettera di p. Tacchi-Venturi a Mussolini scritta l’11 febbraio 1932, dopo la visita, risulta che il gesuita aveva cominciato a sollecitarla sin dalla mattina del 2 settembre (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], fasc. 404/R, «Tacchi Venturi Pietro», sottof. 2, ins. A). Fissata in un primo tempo per la metà di settembre, era stata poi rinviata alla prima metà di novembre e successivamente all’11 febbraio. Questi rinvii furono causati, un po’ dalla volontà di Mussolini, che preferiva non fare la visita troppo presto, un po’ dalla necessità di procedere prima alla sostituzione di alcuni esponenti del PNF (Giuriati e Scorza) che, essendosi piú impegnati nelle polemiche contro la Chiesa, non vedevano di buon occhio la visita. Significativa è a questo proposito la corrispondenza di questi mesi tra Tacchi-Venturi e Crispolti (in Archivio Crispolti). Di questi successivi rinvii qualcosa trapelò; lo dimostra una notizia della Press Ellispost di New York in data 1º ottobre. ↩

  284. Cfr. P. Scoppola, La Chiesa e il fascismo cit., pp. 306 e 283 sgg. ↩

  285. Sino a tutto il ’34 e parzialmente ancora nella prima metà del ’35 i rapporti di polizia e degli informatori sull’Azione cattolica sono pressoché concordi nel parlare, specie per le associazioni degli adulti, di grave crisi. ↩

  286. C. Alvaro, Quasi una vita cit., p. 104. ↩

  287. Per gli aspetti piú esterni, pubblici, di questa preoccupazione cfr. A. Tamaro, Venti anni di storia cit., III, pp. 43 sg.

    Piú significativo politicamente è quanto avvenne il 5-6 settembre ’33. Mussolini, che aveva già deciso di tenere l’anno dopo il secondo plebiscito, telegrafò al re, a San Rossore, nei seguenti termini: «sabato uscirà il foglio d’ordine del P.N.F. con il calendario del Regime per l’anno XII. Mentre non è stabilita data scioglimento Camera è invece fissata convocazione elettorale per domenica 25 marzo e inaugurazione ventottesima legislatura il successivo 28 aprile. Permettomi chiedere se la Maestà Vostra ha obiezioni aut osservazioni circa questo piano. Prego la Maestà Vostra di ricevere i miei devoti omaggi».

    Punto sul vivo, il re, firmandosi «aff.mo cugino Vittorio Emanuele», rispose subito:

    «Mille grazie del Suo gentile telegramma. Non ho nulla da osservare riguardo alle date indicate. Faccio però presente che l’annunzio delle elezioni generali e della convocazione della nuova Camera è sempre stato dato al Paese colla pubblicazione del decreto reale che portava anche lo scioglimento della Camera. Ella naturalmente avvedrà per il meglio. Cordiali saluti».

    In seguito a questo telegramma il «Foglio d’ordini» n. 110 (del 9 settembre ’33) uscí senza alcuna indicazione relativa alle prossime elezioni. Cfr. USA, roll. 329. ↩

  288. Anche secondo L. Federzoni, Italia di ieri per la storia di domani cit., p. 229, il «sistema diarchico» si affermò in questo periodo e soprattutto dal 1932 in poi; per i rapporti Mussolini-monarchia vedi in genere pp. 228 sgg. ↩

  289. L’idea si ricollegava in parte alle indicazioni della Commissione dei diciotto, in parte ai vari progetti ventilati in campo fascista negli anni precedenti di trasformare il presidente del consiglio in una sorta di cancelliere. È interessante notare che il 17 aprile ’29 De Bono annotava: «Pare si parli di Ministero della Presidenza o di Cancellierato con Interni, Esteri e Colonie» (ACS, E. De Bono, Diario, q. 34, sub data). ↩

  290. Cfr. E. Rotelli, La Presidenza del Consiglio dei Ministri, Milano 1972, pp. 333 sgg., e piú particolarmente ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1937-39), fasc. 1-1-4/4542. Secondo il progettato decreto, il ministero della Presidenza del Consiglio si sarebbe dovuto organizzare nel seguente modo:

    • «a) Gabinetto;
    • «b) Ufficio Stampa;
    • «c) Ufficio Studi e Legislazione;
    • «d) Ufficio Araldico;
    • «e) Direzione Generale degli Affari Generali e del Personale;
    • «f) Direzione Generale della Pubblica Sicurezza;
    • «g) Direzione Generale degli Enti Nazionali.

    «Fanno, altresí, parte del Ministero della Presidenza del Consiglio, fermi restando l’attuale loro ordinamento e la diretta dipendenza di essi dal Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato:

    • «a) il Servizio Speciale Riservato;
    • «b) l’Istituto Centrale di Statistica;
    • «c) la Commissione Suprema di Difesa;
    • «d) il Comitato di Mobilitazione Civile;
    • «e) il Comitato permanente del grano».

    ↩

  291. Cfr. G. Giuriati, La parabola di Mussolini, parte inedita, in Archivio Giuriati. ↩

  292. Cfr. «Il popolo d’Italia», 8 gennaio 1933. ↩

  293. Cfr. A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario cit., pp. 271 sgg.; nonché L. Paladin, Il problema della rappresentanza nello Stato fascista, in «Jus», 1968, pp. 46 sgg. ↩

  294. Una eco dei latenti contrasti tra fascismo e corona in materia di riforma costituzionale si ebbe in occasione della inaugurazione della XXIX legislatura. Il re nel «discorso della corona» si limitò ad accennare al fatto che i «compiti nuovi» che spettavano allo Stato non potevano «non condurre a trasformazioni nell’ordine costituzionale» (28 aprile ’34 alla Camera). Il 30 aprile, nel suo discorso di insediamento come presidente del Senato, L. Federzoni si affrettò a ribadire «la inesauribile vitalità, meglio, la insostituibile funzione» del Senato, «emanazione diretta della monarchia», e ad affermare che la Camera alta avrebbe proseguito nella sua opera di saldatura tra la «causa della Patria» e «quella della Rivoluzione fascista». A queste affermazioni rispose il giorno dopo nel suo discorso di insediamento il presidente della Camera, C. Ciano; con indiretta polemica egli mise infatti in rilievo che la Camera sarebbe stata «pronta e disinteressata», quando fosse venuto il momento «della necessaria rinnovazione dell’istituto parlamentare con l’avvento della Corporazione», «ad assicurare al Regime il nuovo ordinamento costituzionale rispondente alle nostre premesse dottrinali e all’avvenire del popolo italiano». La sottile polemica insita nei discorsi dei due presidenti non sfuggí agli osservatori del tempo. Una nota informativa del 6 maggio riferisce infatti:

    «Nei vari ambienti della Capitale vengono commentati e messi in raffronto i due passi dei discorsi dell’On. Federzoni al Senato e dell’On. Ciano alla Camera dei Deputati, riguardanti la eventualità di riforme costituzionali.

    «Infatti, riferendosi alle dicerie corse in questi ultimi tempi circa un preteso intervento della Corona contrario alla soppressione della Camera dei Deputati, si vuol vedere nelle parole pronunciate dall’On. Federzoni (che si vede sotto il profilo di fedelissimo a casa Savoia) un ulteriore ribadirsi di detta tendenza: alle parole dell’On. Federzoni si vuole che si sia voluto far rispondere con le frasi dell’On. Ciano, quanto di piú chiare ed inequivocabili al riguardo» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. Polizia politica, categ. 1, b. 159). ↩

  295. Cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario (1922-43), fasc. 533 219, «De Francisci Pietro». ↩

  296. Durante tutto l’arco del regime fu fatto uno sforzo continuo per fascistizzare il Senato, sia immettendovi elementi sicuri sia cercando di attirare nel PNF i senatori che non erano iscritti ad esso. Un tentativo abbastanza massiccio fu fatto in questo senso nell’ottobre ’32, in occasione del «decennale»: il direttorio dell’Unione nazionale fascista del Senato si rivolse a molti senatori per sollecitarne l’iscrizione al partito. A quest’epoca i senatori fascisti erano 223, i non iscritti 148: solo 28 aderirono all’invito (tra essi undici nominati dal 1924 in poi). Cfr. ACS, P.N.F., Senatori e Consiglieri Nazionali, fasc. «Fedele Pietro». Nel settembre ’42 i senatori non fascisti erano 34, di cui sei ebrei. A parte gli 8 principi reali, 119 erano funzionari dello Stato, 101 agricoltori, industriali, commercianti, 95 militari, 69 professori universitari, 65 liberi professionisti. Un appunto per il «duce» di G. Suardo, prospettata questa realtà, osservava:

    «Da queste succinte osservazioni si potrebbero dedurre alcune conclusioni, da tener presenti al momento in cui si procederà alle nomine dei nuovi Senatori, e cioè:

    «1. Tutti i Senatori di nuova nomina devono essere iscritti al Partito.

    «In un Regime totalitario, come quello Fascista, sarebbe assolutamente inconcepibile derogare a questo principio, tanto piú che, dopo 20 anni dall’avvento del Regime, il numero dei Senatori non iscritti è ancora abbastanza elevato (34);

    «2. Il criterio dell’età minima di 60 anni dovrebbe essere abbandonato, onde eliminare l’inconveniente della progressiva senilità dell’Assemblea.

    «È senza dubbio nello spirito istituzionale dell’Assemblea che questa sia composta di persone, non soltanto di riconosciuta competenza ma anche di matura esperienza, per l’efficace contributo che ne deriva nell’esame di questioni politiche di carattere generale e della sostanza e della forma dei provvedimenti legislativi attraverso i quali si attuano le direttive del Regime. È altrettanto indubbio che una accentuata senilità dell’Assemblea potrebbe determinare qualche incomprensione di quegli atteggiamenti dinamici che il Regime assume, ponendo all’avanguardia del movimento i giovani. Gli uomini troppo vecchi, se non divengono reazionari, tendono a divenire conservatori; e questa tendenza – in un ordinamento bicamerale – può, tutt’al piú, essere contenuta nei limiti di una forza equilibratrice, ma non mai divenire una forza oppositrice, specialmente nell’attuale Regime, che deve ancora realizzare certi postulati della Rivoluzione Fascista.

    «3. Le nomine di generali ed ammiragli dovrebbero essere contenute entro limiti molto discreti, e lo stesso dicasi per i funzionari in genere (magistrati, Prefetti, ecc.). La scelta in queste categorie dovrebbe essere limitata ai piú eminenti rappresentanti di esse; sia perché la mentalità dei militari, e dei funzionari in genere – nel lungo corso della carriera – subisce una deformazione professionale, per la quale i problemi che toccano le amministrazioni dalle quali costoro provengono sono supervalutati nella loro importanza e nella loro entità; sia perché, in costoro, è piú fortemente accentuato l’abito conservatore;

    «4. Nella categoria dei liberi professionisti, come in quella dei professori universitari si dovrebbero ricercare uomini di singolare valore – di provata fede fascista, è superfluo dirlo – particolarmente idonei a trattare problemi di indole generale, con visione piú ampia della pura specializzazione burocratica professionale;

    «5. Una categoria di utile reclutamento di Senatori sarà certo quella dei Consiglieri Nazionali, purché la scelta sia fatta con criterio strettamente fascista accoppiato a quello della capacità e competenza; con il vantaggio di accentuare la fisonomia dell’Assemblea e di arricchirla di elementi esperti della procedura legislativa;

    «6. Le rappresentanze dell’economia generale del paese – industriali agricoltori commercianti – dovrebbero essere contenute entro limiti piuttosto ristretti, onde evitare – specialmente se si tenga conto della larga rappresentanza che queste categorie hanno nella Camera dei Fasci e delle Corporazioni – una prevalenza di interessi di categorie rispetto agli interessi generali dello Stato.

    «È questo uno dei punti piú delicati da tenere presenti nella nomina dei nuovi Senatori, poiché intorno ai grandi rappresentanti della economia, e specialmente a quelli della plutocrazia, si creano, se non delle vere e proprie clientele, degli orientamenti che qualche volta possono assumere la forma di piccole costellazioni, aventi per centro interessi evidentemente particolari. E questi nuclei se anche non si costituiscono in vere e proprie forze di reazione, possono divenire forze di resistenza passiva, delle quali è bene che non sia, a priori, sottovalutata l’importanza, specialmente quando, a guerra vinta, il Regime accentuerà le direttive di andare verso il popolo». Cfr. ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto (1940-43), b. 470. ↩

  297. Per il periodo che qui ci interessa, una significativa prova di questa ostilità è offerta dal duro commento dedicato da Farinacci su «La vita italiana» (gennaio 1933, pp. 3 sg.) alla proposta di S. Longhi. In esso si legge: «Quando però si accenna alla Camera corporativa ci sembra che la questione meriti l’attenzione di tutti... Come riteniamo errato e contrario ai principî fondamentali della nostra rivoluzione parlare di Stato corporativo, cosí riteniamo errato parlare di Camera Corporativa. Siamo per lo Stato fascista. Lo Stato non è che una sintesi alla quale le Corporazioni, se sono elementi necessari, non sono elementi sufficienti perché non dotati di vita propria e di finalità proprie. Il Corporativismo non può avere il sopravvento su quelle che sono le funzioni dello Stato... Uno Stato fascista quindi non può avere che una Camera fascista, che è la espressione, la sintesi di tutti i problemi che interessano un popolo». ↩

  298. Cfr. L. Ceva, L’Alto Comando da Badoglio a Cavallero (1925-1941), in «Il movimento di liberazione in Italia», gennaio-marzo 1973, pp. 47 sgg. Un certo sospetto verso Badoglio traspare ancora da una relazione a Mussolini di Starace del 14 settembre ’34. Cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 242/R, «Starace Achille», sottof. 1. ↩

  299. Il problema fu discusso in sede di Gran Consiglio e di Consiglio dei ministri nell’ottobre 1930 (cfr. ACS, E. de Bono, Diario, q. 36, alla data dell’11 ottobre ’30, e Presidenza del Consiglio dei ministri, Verbali, seduta del 30 ottobre ’30); precedentemente era stato oggetto di una lettera di A. Turati a Mussolini in data 1º gennaio 1930 (la si veda in A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario cit., pp. 530 sgg.). ↩

  300. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 398 bis / R, «Caviglia Enrico». Per le reazioni suscitate nell’ambiente militare dalle ricorrenti voci di propositi di fascistizzazione dell’esercito cfr. L’Esercito e il Fascismo, in «Giustizia e Libertà», opuscolo n. 31, datato Roma 1931. ↩

  301. Cfr. G. Giuriati, La parabola di Mussolini, III, in «La settimana Incom illustrata», 14 gennaio 1956; nonché ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 242/R, «Giuriati Giovanni», sottof. 1. ↩

  302. Cfr. E. Canevari, La guerra italiana cit., I, pp. 219 sgg. Canevari fu l’estensore del progetto. ↩

  303. Mussolini annunciò a Balbo le sue decisioni con una cordiale e lusinghiera lettera, scritta il 16 ottobre, datata 31 ottobre e recapitata il 5 novembre ’33. Il 12 novembre successivo gli scrisse una seconda lettera, di tono tutto diverso, quasi ricattatorio: «Caro Balbo, nella tua visita di congedo del giorno 7 mi dicesti che mi lasciavi un totale di 3125 apparecchi. Tale numero figura anche nel quaderno delle consegne da te e da Valle firmate. Ho proceduto alla necessaria discriminazione e ne consegue che tale numero si riduce a quello di 911 apparecchi, efficienti dal punto di vista bellico, alla data odierna. Aggiungo subito che considero tale situazione come soddisfacente. Cordiali saluti. Mussolini». A questa lettera Balbo replicò subito, il 14, con una sua tutt’altro che remissiva: «Caro Presidente, ricevo la tua del 12, alla quale non posso non rispondere, visto che si tratta di una questione tanto importante e delicata come la consegna della flotta aerea. Premetto che mi sono limitato alla consegna del materiale trascurando quella dell’aviazione civile e quella del personale, per non aver l’aria di presentare un conto morale proprio a te, che sino all’atto dirò del... congedo (spero passibile di richiamo!) non mi hai certo lesinato onori ed elogi. Ho voluto compiere un atto amministrativo, e mi sono preso il lusso di far scrivere i verbali di consegna dal mio successore nella continuità ministeriale e cioè dal generale Valle. Ora, mio capo, la cosa è troppo importante perché io possa accettare in silenzio una sia pur benevola smentita.

    «Gli apparecchi (comprese le commesse in corso che, seguendo le consuetudini, ho sempre calcolate in tutte le mie relazioni, perché rappresentano uno stato di fatto ed escono dalle officine nel corso dell’esercizio, indipendentemente dalla volontà dell’eventuale successore) sono 3125. E preciso: caccia 703, bombardamento 578, ricognizione 484, imbarcati 59, apparecchi scuola 344, da turismo e allenamento 957. Totale 3125. Permettimi di aggiungere con Cristo: “est est, non non”.

    «In quanto alle discriminazioni per l’efficienza bellica, i criteri di valutazione sono troppi e non conosco quelli ai quali ti sei attenuto. Tuttavia i 1824 apparecchi da guerra, di cui ho specificato sopra le specialità, senza contare i 344 scuola e i 957 da allenamento, sono, a mio parere, efficienti al combattimento. Su questa affermazione si può contendere, ma è certo ad ogni modo che l’efficienza bellica è sempre in rapporto alla potenzialità dell’avversario. Contro un nemico privo o “privato” nei primi giorni di guerra della flotta aerea, diventano bellici anche gli apparecchi da turismo, che, come ti confermerà Valle, possono portare le installazioni della ricognizione terrestre. Ti ringrazio, infine, per aver trovato soddisfacente la situazione. Scusami se ho ribattuto, ma ho creduto mio dovere offrirti uno schiarimento. Con assoluta devozione, tuo affezionatissimo». Cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 362/R, «Ministero dell’Aeronautica: Balbo Italo», e 278/R, «Balbo Italo». ↩

  304. Cfr. ibid., fasc. 362/R, sottof. 7, «Dimissioni da Ministro dell’Aeronautica e nomina a Governatore della Libia», nonché E. De Bono, Diario, p. 38, alla data del 16 gennaio 1934. ↩

  305. Commenti in questo senso furono fatti anche all’estero, soprattutto in Inghilterra. Il corrispondente romano del «Daily Herald» commentò: «Il Duce ha ora virtualmente nelle sue mani tutta la vita politica e militare del Paese. Per quanto il posto di governatore della Libia sia importante, incidentalmente ciò ha anche l’effetto di tener lontano Balbo da Roma per i prossimi 5 anni. Mussolini ha sempre trattato questo brillante giovane in modo generoso. Ma è curioso come tutti gli uomini che incominciano a brillare, forse un po’ troppo, vengano allontanati: cosí Grandi circa due anni fa, come Ambasciatore a Londra, cosí ora Balbo, come governatore nella piccola città di Tripoli, al confine del deserto Sahara».

    Quanto all’Agenzia Reuter: «La drammatica riorganizzazione del gabinetto Italiano dà a Mussolini il completo controllo di tre Ministeri militari.

    «La detronizzazione del generale Balbo era del tutto inaspettata perché si credeva che qualunque cosa potesse accadere agli altri, il Duce non avrebbe rimosso Balbo dal suo piedistallo di forte e vivida personalità italiana, piedistallo su cui si trovò al trionfale ritorno a Roma, dopo il volo Transatlantico.

    «Si diceva perfino che Balbo sarebbe stato il prossimo dittatore italiano nel caso che fosse successo qualche cosa a Mussolini» (ACS, Segreteria particolare del Duce. Carteggio riservato [1922-43], fasc. 362/R, sottof. 7). ↩

  306. E. Canevari, La guerra italiana cit., I, pp. 221 sg. ↩

  307. Cfr. G. Rochat, Mussolini e le forze armate, in «Il movimento di liberazione in Italia», aprile-giugno 1969, pp. 12 sg. ↩

  308. Il 28 luglio, a meno di una settimana dal rimpasto, A. Turati scriveva a Mussolini: «Vi mando le impressioni raccolte sul movimento ministeriale. Gioia quasi generale per l’allontanamento di Bottai e di Giunta; rincrescimento e sorpresa per quello di Grandi.

    «Per le nuove nomine ha stupito quella di Rossoni. Si dice da tutti che sarà il vero Ministro delle Corporazioni. I suoi amici gongolano di gioia; i nemici, e ne ha troppi, trepidano.

    «Ottima impressione Jung e De Francisci. Gli agricoltori temono però che Jung farà una politica finanziaria piú industriale che agricola.

    «Ercole è giudicato unanimemente un trombone; si tratta di vedere se Gentile saprà suonarlo bene.

    «Generalmente il movimento è giudicato una grande vittoria di Arpinati...

    «Molti ritengono che Voi abbiate assunto il Ministero delle Corporazioni per fare quella politica che avete annunciata a Napoli ma che poi avete dovuto, per necessità contingenti, riporre nel cassetto.

    «Io resto dell’avviso che dalla situazione non si esce se nel campo economico non si fanno riforme decisamente rivoluzionarie.

    «Non è certo con l’Istituto Mobiliare e con la Sofindit che si risolve il problema.

    «A proposito del Ministero delle Corporazioni molti attendono da Voi disposizioni chiare sulla corporazione integrale o meno, sui consorzi e sugli interventi in genere dello Stato...

    «Alcuni pensano invece che Voi abbiate assunto le Corporazioni per troncare la politica dei lavori pubblici, nella gran parte contingente e passiva, per instaurare quella di potenziamento dell’agricoltura e dell’industria.

    «Si attende il Piano Decennale Fascista che avrà inizio con l’anno XI». Cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. W/R, «Turati Augusto». ↩

  309. Cfr. F. Guarneri, Battaglie economiche cit., I, p. 300. ↩

  310. Cfr. S. La Francesca, La politica economica del fascismo cit., pp. 60 sgg.

    Per la teorizzazione della difesa ad oltranza della lira cfr. C. E. Ferri, La bandiera, in «Il popolo d’Italia», 24 novembre 1931. Questo articolo è da ricollegare alle discussioni che tra settembre e novembre si ebbero in campo industriale e commerciale (e che ebbero chiari echi al Consiglio Nazionale delle Corporazioni, allorché fu discussa la politica doganale) in vista di una moderata svalutazione che favorisse un rilancio delle esportazioni (cfr. a questo proposito anche il secco ordine del giorno approvato il 1º ottobre dal Gran Consiglio, in PNF, Il Gran Consiglio del Fascismo cit., p. 491).

    È da notare per altro che la difesa della lira trovò a lungo il consenso anche di autorevoli economisti non fascisti. L. Einaudi, Trincee economiche e corporativismo, in «La riforma sociale», novembre-dicembre 1933, pp. 651 sg., per esempio scriveva: «Finché la lira rimane quella che è, ossia un peso d’oro fisso, di grammi 0,079 191 13, e finché è piena in tutti la consapevolezza dell’importanza somma di tenere fermo questo vero caposaldo della vita economica italiana, dichiarato nel discorso di Pesaro, l’ipotesi della sicurezza è razionalmente legittima. Sulla base di una unità monetaria uguale ad un dato peso di oro fino, gli uomini risparmiano, investono, contrattano, dànno a mutuo. Poiché se esiste sicurezza, il contadino semina ed il padre di famiglia risparmia; si fanno investimenti e migliorie, si costruisce. Continuano dunque ad esistere sul mercato corporativo saggi di interesse a breve, media e lunga scadenza, saggi di capitalizzazione, prezzi dei beni capitali. Esistono i legami tra il presente e l’avvenire, il cui valore è in funzione del valore attribuito nella sub-coscienza degli uomini ordinari al grado di presenza dell’idea impalpabile ma potentissima della sicurezza. Ogni qualvolta gli uomini hanno disperato della sicurezza, la società economica si è dissolta… La lira, fermamente ancorata, in una società corporativa ansiosa di durare, al peso d’oro fino di grammi 0,079 191 13, vuol dire che gli uomini possono fare calcoli economici non solo per oggi, ma per domani e per l’avvenire». ↩

  311. Tipica della personalità di Bottai e del suo modo di improntare i suoi rapporti con Mussolini è la lettera che gli scrisse il 19 luglio ’32, dopo essere stato dimissionato: «Caro Presidente, accolgo il tuo invito con animo sereno. Quando tu, or sono piú di cinque anni, mi chiamasti a questo posto, non altrettanto sereno era il mio animo, lo turbava la consapevolezza precisa delle difficoltà del compito. Il tuo consiglio, la tua guida, il tuo comando mi hanno consentito di superarla, meritando, qualche volta, il tuo elogio. È questo il compenso, che, nell’atto di tornare alla mia vita, mi dà un’intima tranquillità.

    Mi assalirà solo, talvolta, la nostalgia del Capo, della tua presenza, del tuo ordine. Cercherò di superarla, pensando che anche nella mia vita privata, come ormai da tanti anni, Mussolini opererà come una forza incessante di miglioramento e di perfezionamento.

    Con devozione infinita. Bottai».

    ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 438/R, «Movimento Ministri e Sottosegretari», sottof. 8. ↩

  312. Cfr. ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1931-33), b. 555, fasc. 1-1-26. ↩

  313. Lo si veda riprodotto in G. Bottai, Esperienza corporativa, 2ª ed. cit., pp. 189 sgg. Su questa stessa linea cfr. anche ibid., pp. 153 sgg. (discorso del 20 maggio ’30 alla Camera): «È proprio la pratica dello Stato liberale che ha generalizzato la convinzione che allo Stato ci si possa, da parte dei produttori, rivolgere per chiederne l’intervento o la partecipazione diretta, in varie guise, nella vita economica, nello svolgimento stesso degli affari, mentre nella nostra concezione deve essere il supremo disinteressato regolatore e coordinatore». Cfr. anche le giuste osservazioni di S. Cassese, Un programmatore degli anni trenta: Giuseppe Bottai cit., pp. 422 sgg. ↩

  314. Bottai continuò a sostenere alcune di queste tesi anche dopo l’allontanamento dal governo, cfr. G. Bottai, Esperienza corporativa, 2ᵃ ed. cit., pp. 192 sgg. e 217 sgg. ↩

  315. Cfr. Mussolini, XXVI, p. 85 (13 novembre 1933). ↩

  316. Cfr. A. Tamaro, Venti anni di storia cit., III, p. 62. ↩

  317. È sintomatico che, dopo gli ultimi dibattiti, tra il dicembre ’33 e il febbraio ’34, sui principî dell’ordinamento corporativo, i sindacalisti fascisti che avevano sostenuto la gestione corporativa dell’apparato produttivo (come Razza e De Marsanich) furono allontanati dai loro incarichi sindacali. ↩

  318. Per una valutazione piú ampia cfr. A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario cit., pp. 203 sgg. ↩

  319. Anche tra gli antifascisti sulle prime l’annuncio dell’avvio del corporativismo ebbe echi significativi. Tipico è il commento (Dighe di sabbia. Mussolini scopre la crisi del sistema capitalista ma smarrisce la corporazione integrale) dedicato dall’«Avanti!» del 25 novembre 1933 al discorso di Mussolini del 14 novembre. Dopo avere esordito affermando che «la montagna ha partorito il topo» e avere constatato l’abbandono di ogni velleità di realizzare la corporazione integrale, «cioè proprietaria» e quindi le conclamate «conquiste sociali della rivoluzione fascista», il giornale socialista scriveva infatti: «Quanto alle Corporazioni che cosa concludere? Dopo di aver dimostrato che esse lasciano intatta la struttura dello Stato di classe e della società capitalista, dopo di aver dimostrato che gli operai restano operai e che il lavoro continua ad essere sfruttato dal capitale, diremo noi che non c’è niente di niente?

    «Sarebbe un sistema troppo spiccio. In fondo nessuno sa ancora quel che saranno le Corporazioni, visto che, per il momento, abbiamo soltanto dei discorsi. Ma ogni riserva fatta sulla concreta forma che prenderanno le Corporazioni, due considerazioni si impongono.

    «La prima è questa: effettivamente il capitalismo muore, se dopo di aver suscitato il fascismo per salvarsi, è costretto, ora, ad assistere impotente all’ampliarsi dei poteri dello Stato sulla economia e sulla produzione e la distribuzione. Queste due ultime, sono state le piú gelose rivendicazioni del capitalismo, rivendicazioni che esso ha difeso ad un tempo contro lo Stato e contro il lavoro (lotta contro le Commissioni interne, contro i Consigli di fabbrica, contro il controllo d’officina). Oggi il capitalismo deve subire questo controllo pur scegliendosi il controllore. Ma una breccia è aperta nella corazza.

    «La seconda considerazione è questa: nella vita fisica l’organo crea la funzione. Se le Corporazioni di categoria saranno organizzate, la loro funzione, contro la stessa volontà del regime, potrebbe poco a poco estendersi e prendere forme che, in breve, diventerebbero incompatibili con l’esistenza del diritto di proprietà. Allora, per la breccia aperta, potrebbe passare la Corporazione integrale, la Corporazione proprietaria, la gestione diretta di categoria. Come Marx diceva e come forse è il caso di ripetere, “la révolution a plus d’un loup dans son sac”». ↩

  320. Cfr. G. Ciano, Diario, II, 1941-43, Milano 1946, p. 74. ↩

  321. Fu questa, forse, la ragione che indusse alcuni a ritenere che Arpinati fosse stato eliminato perché «favorevole ad un cambiamento della politica fascista nei confronti della socialdemocrazia». Cosí, per esempio, si espresse P. Togliatti nell’«Internationale communiste», del 5 ottobre 1934. Questa spiegazione (sulla quale può avere influito anche il successivo «caso Caldara») non appare piú nelle Lezioni sul fascismo di pochi mesi successive. In esse il «caso Arpinati» è ricollegato invece al «malcontento della piccola e media borghesia agraria dell’Emilia» la quale aveva costituito la base del fascismo ma che ora sarebbe stata «impoverita dai fitti troppo elevati, dalla rovina della piccola proprietà, dalla diminuzione dei prezzi dei prodotti agricoli... [e] dalla concorrenza delle grandi aziende». Cfr. P. Togliatti, Lezioni sul fascismo cit., pp. 174 e 55 sg. e 77. ↩

  322. Cfr. Mussolini, XXV, p. 26 (18 agosto 1931). ↩

  323. Cfr. A. Iraci, Arpinati l’oppositore di Mussolini, Roma 1970, pp. 169 e 171. Salvo indicazioni specifiche, tutta la nostra esposizione del «caso Arpinati» si appoggia documentariamente su quest’opera. Di qualche utilità anche G. Cantamessa Arpinati, Arpinati mio padre, Roma 1968. Cfr., infine, oltre ad ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. W/R, «Arpinati Leandro», e fasc. 242/R, «Starace Achille», sottof. 1, le Carte Arpinati. ↩

  324. Cfr. soprattutto G. Ciano, Diario 1937-1938, Bologna 1948, pp. 135 e 191: «Alla Camera, col Duce e Starace, abbiamo parlato di Balbo e abbiamo riferito certi suoi atteggiamenti. Il Duce lo odia. Ha detto che gli farà fare la fine di Arpinati» (18 marzo 1938).

    «Gli riferisco il colloquio con Balbo. Reagisce fortemente. Dice “quell’uomo farà la fine di Arpinati, e anche peggio. Se tenterà di muovere un dito gli metto le manette”» (18 giugno 1938). ↩

  325. Cfr. Carteggio Arnaldo-Benito Mussolini cit., p. 102. ↩

  326. Cfr. soprattutto G. Cantamessa Arpinati, Arpinati mio padre cit., pp. 81 sg. Nelle Carte Arpinati è conservato il testo, autografo, datato 1º maggio e sottoscritto, di un’altra lettera di dimissioni, che non è possibile stabilire se fu scritta prima del bigliettino poi inviato a Mussolini o se – piú probabilmente – non sia invece stata preparata dopo, sotto le insistenze di Chiavolini e degli amici recatisi da lui, e poi non consegnata in sostituzione della precedente. Essa è cosí concepita: «Caro Presidente, a seguito della situazione determinatasi fra me ed il Segretario del Partito non credo di poter ancora restare utilmente al mio posto. Rassegno pertanto le mie dimissioni da S. S. agli Interni. Con immutata fede. Devotissimo Arpinati». ↩

  327. Contro gli amici di Arpinati fu condotta nel ’34 una lotta senza quartiere. È sintomatico che dopo gli arresti del luglio Starace in un rapporto a Mussolini del 15 settembre affermasse di ritenere che «atti di clemenza, in questo momento, non varranno certo a favorire l’assestamento della situazione»: «Dare adito a delle speranze o create, sia pure attraverso la semplice concessione di un posto o di un sussidio, dei privilegiati, nel gruppo di quanti sono responsabili di ciò che è accaduto, significa rendere piú lenta e faticosa l’indispensabile opera di risanamento, che va effettuandosi in base a precise direttive da me segnate al Segretario federale. Direttive che mirano anche a relegare al piú presto, nel passato, il ricordo della non lieta vicenda» (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], fasc. 242/R, «Starace Achille», sottof. 1).

    Vari furono i confinati; altri furono estromessi dalle loro cariche o allontanati dai loro uffici e trasferiti ad incarichi minori. ↩

  328. Arpinati fu liberato dal confino quando l’Italia entrò nel secondo conflitto mondiale e si arruolò volontario. ↩

  329. Cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris., Confinati politici, fasc. «Arpinati Leandro». ↩

  330. Cfr. A. Iraci, Arpinati l’oppositore di Mussolini cit., pp. 127 sg. ↩

  331. Ibid., p. 204. ↩

  332. Tra le iniziative prese in occasione del «decennale» vi fu l’apertura a Roma della «Mostra della Rivoluzione Fascista». La visita alla mostra fu favorita in tutti i modi e furono organizzate da tutta Italia visite collettive. Starace, per rendere piú significativa la mostra, arrivò al punto di organizzare il rito della «guardia», fece cioè montare a turno la guardia ad essa ai rappresentanti di tutte le categorie, dai senatori e deputati, ai consiglieri di Stato, ai professori, ai pompieri, ai metallurgici, ai postini, ecc. ↩

  333. Cfr. R. Collier, Duce! Duce! Ascesa e caduta di Benito Mussolini, Milano 1971, p. 125. ↩

  334. Cfr. E. Mussolini, Mio fratello Benito, Firenze 1957, pp. 121 sgg. ↩

  335. Cfr. Mussolini, XXIV, pp. 156 sg. ↩

  336. Dopo la morte di Arnaldo Mussolini l’effettivo direttore del «Popolo d’Italia» fu il redattore capo Sandro Giuliani; a lui con la fine del ’36 successe Giorgio Pini. Direttore ufficiale fu Vito Mussolini. Con Giuliani e Pini Mussolini continuò col sistema delle telefonate serali, per dare loro istruzioni e notizie. Cfr. G. Pini, Filo diretto con palazzo Venezia cit. ↩

  337. «Arnaldo è stato durante dodici anni il mio piú prezioso collaboratore. Dapprima nell’amministrazione del giornale, poi nella direzione. Collaboratore nel senso piú esteso della parola. Assiduo, intelligente, riservato. Collaboratore nei grandi e nei piccoli problemi. Egli portava ogni giorno la sua pietra al mio edificio. Ci incontravamo di frequente a Roma, a Milano, in Romagna. Ogni volta era un esame della situazione nei suoi aspetti generali o nei dettagli. Egli mi portava notizie, mi riferiva colloqui, mi consegnava dei plichi di lettere, di suppliche, di memoriali, mi segnalava degli stati d’animo formati o in formazione. I nostri apprezzamenti qualche volta, ben di rado però, non coincidevano totalmente, ma quasi sempre nel seguito, dovevo constatare ch’egli aveva ragione. A lui faceva capo una infinità di gente. Spesso, egli mi liberava dal peso di pratiche che poteva sbrigare da solo... Un uomo politico può dubitare del suo piú fido collaboratore, vedersi

    rinnegato, magari, dal figlio; ma il fratello è sicuro, ma Arnaldo era l’anima nella quale potevo di tanto in tanto ancorare la mia, trovando qualche istante di fuggevole quiete». B. Mussolini, Vita di Arnaldo, in Mussolini, XXXIV, pp. 173 e 184 sg. ↩

  338. È significativo che fino a quando Arnaldo fu vivo «Il popolo d’Italia» evitò le esaltazioni piú bolse e mirabolanti della personalità e dell’opera del «duce», sempre piú numerose invece nella grande maggioranza della stampa del regime e sulla stessa «Gerarchia» (si veda, per esempio, l’incredibile articolo di O. DINALE, Il dominatore della filosofia, nel fascicolo del luglio 1930). A questo scopo Arnaldo usava intervenire anche direttamente sui collaboratori piú entusiasti. Valga comeesempio quanto scrisse a G. Pini: 5 gennaio 1927: «Il vostro articolo “Mussolini e gli intellettuali” ha un carattere cosí apologetico che pubblicato sul Popolo d’Italia presterebbe il fianco alle critiche»; 4 novembre 1930: «Il vostro articolo è scritto molto bene. Tuttavia un parallelo storico fra Mussolini, Cesare e Napoleone nel giornale stesso del Duce può apparire inopportuno per il tono apologetico» (in Archivio Pini). ↩

  339. Alla morte di Arnaldo fu dato ampio rilievo da tutta la stampa del regime. Per i primi necrologi cfr. SINDACATO NAZ. FASC. DEI GIORNALISTI, Alla memoria di Arnaldo Mussolini, Roma 1932. Negli anni successivi fiorí tutta una letteratura apologetico-rievocativa sul «fratello del Duce». ↩

  340. Cfr. E. MUSSOLINI, Mio fratello Benito cit., p. 126. ↩

  341. Cfr. MUSSOLINI, XXXIV, p. 192. ↩

  342. Cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Dir. affari gen. e ris. (1903-49), D, b. 5, fasc. «Elezioni politiche. Propaganda di opposizione in Liberta»; «Elezioni politiche. Propaganda comunista»; «Elezioni politiche. Propaganda socialista».

    I comunisti (cfr. anche «L’Unità», n. 1 del 1934) lanciarono la parola d’ordine «Lavoratori! Non astenetevi! Votate no!» e cercarono soprattutto di condurre la loro azione nel nome del «fronte unico contro il fascismo e la guerra». A questo scopo si costituí in Francia un apposito comitato che lanciò un appello che era composto da due comunisti (tra cui G. Di Vittorio), due repubblicani (R. Rossetti e S. Schettini), due riformisti (E. Bianco e A. Talatin), due massimalisti (G. Salvi e un certo Carloni), un anarchico e un «senza partito». Giustizia e Libertà cercò di diffondere in Italia dei francobolli con le fotografie di antifascisti condannati dal regime da applicare sul «sí» nella scheda di votazione. I socialisti, in un manifestino diffuso clandestinamente in Italia, lasciarono liberi i loro simpatizzanti sia di non votare sia di votare «no»; l’«Avanti!» del 3 marzo ’34 (pubblicato nell’emigrazione) si pronunciò invece per il «no». ↩

  343. Per le celebrazioni piú importanti (durante il mese d’ottobre del 1932), tra le quali l’inaugurazione di tutta una serie di grandi opere pubbliche (per esempio l’acquedotto del Monferrato, il ponte sulla laguna di Venezia, le autostrade Torino-Milano, Trieste-Fiume, Firenze mare, i monumenti della Roma imperiale e il Foro Mussolini), cfr. il «Foglio d’ordini», n. 95, del 19 luglio 1932, in PNF, I «Fogli d’ordini» cit., p. 458. ↩

  344. Da una informazione di partito in data 9 gennaio ’32 risulta che, per esempio, il primo segretario dell’Ambasciata di Francia a Roma, Charles Rochat, aveva dichiarato: «Il Governo Fascista ha voluto, secondo me, anticipare le elezioni. L’apertura delle inscrizioni al Partito Fascista costituisce, infatti se si fa attenzione, una specie di censimento generale, a duplice obbiettivo, o per meglio dire, una specie di consultazione nazionale e di referendum. Nella Spagna dittatoriale, Primo De Rivera dovette procedere a questa consultazione, in condizioni ben piú difficili di quelle in cui si trova il Fascismo, ed essa gli riuscí nefasta. Nell’Inghilterra, si è costituito un governo nazionale. Soltanto in Italia, non si aveva finora nessuna manifestazione del genere, di cui a quanto sembra, si sarebbe riconosciuta la necessità. Coloro che si iscrivono al Partito Fascista danno a questo una adesione formale, con l’aggiunta del giuramento, la cui formula è inscritta sulla tessera. Sicché, ai fini della politica estera, il Governo potrà affermare che oramai la grande maggioranza della nazione è fascista. Come esisteva un tempo, lo Stato liberale, potrà esistere, in avvenire, lo Stato Fascista, con le sue varie tendenze, che andranno dall’estrema destra alla estrema sinistra. Ma ciò, evidentemente, potrà avverarsi in un avvenire che appare ancora assai remoto. Ai fini della politica interna, il Governo sarà in possesso delle adesioni, anche di quelli che non verranno praticamente inscritti per i motivi enunciati dall’on. Starace. Coloro invece che non domanderanno di essere inscritti saranno considerati come irriducibili avversari del Regime» (ACS, PNF, Situazione politica delle provincie, fasc. «Roma»). ↩

  345. Cfr. PNF, Il Gran Consiglio del Fascismo, ecc. cit., pp. 505 sgg. (8 aprile ’32).

    Per i dati relativi alle due emissioni cfr. F. A. Repaci, La finanza pubblica italiana cit., pp. 289 sg. L’emissione del gennaio ’34, prevista in 4 miliardi, fruttò 6893 milioni in contanti e 2893 milioni in buoni (di cui 893 milioni acquistati sul mercato dalla Banca d’Italia dopo la chiusura della sottoscrizione, che, dato il gran numero di sottoscrittori – 885 mila – durò solo quattro giorni). ↩

  346. Significativa è la circolare «riservatissima» che il ministero dell’Interno diramò il 10 novembre ’32 a tutti i prefetti e ai comandi generali dei CC. RR. e della MVSN: «Con l’amnistia in favore dei detenuti e confinati politici il Governo Fascista ha offerto a illusi e smarriti la possibilità della completa riabilitazione.

    «È ora intendimento del Ministero che a quest’opera di redenzione, di cui non può sfuggire l’altissimo significato politico e sociale, collaborino nella sfera della rispettiva competenza, gli organi tutti della polizia.

    «Il passato di coloro che l’amnistia ha restituito alla libertà non deve costituire ostacolo a un loro sincero ravvedimento; molti di essi furono onesti cittadini, prima di essere traviati da idee malsane, e il loro ritorno sul retto cammino deve essere secondato dagli organi stessi della polizia. Occorre, pertanto, favorire le buone inclinazioni, agevolarne la ripresa del lavoro, evitare quelle misure moleste di prevenzione che rischiano di determinate in coloro che ne siano oggetto la persuasione che anche un radicale mutamento di condotta sia vano; tener presente, in una parola, che il provvedimento di clemenza voluto da S. E. il Capo del Governo, è, nell’insieme, un atto di forza e di generosità, ed è diretto allo scopo altissimo di una vasta rigenerazione morale e politica.

    «Naturalmente, le autorità di polizia eserciteranno attenta ed oculata vigilanza su tutti coloro che, già detenuti, confinati o ammoniti politici, sono stati o sono per essere, dall’amnistia, restituiti in piena libertà; ma la vigilanza dovrà essere serena e senza ostili prevenzioni; e non dovranno essere prese iniziative di nuovi provvedimenti di polizia se non quando i beneficiati di oggi, mostrandosi, con atti e fatti concreti, refrattari a ben fare, e persistendo nella loro pericolosità politica, diano effettiva prova di essere meritevoli del rigore piú che della clemenza del Regime.

    «In conclusione: vigilare tutti, favorire le buone tendenze al ravvedimento, essere rigorosi e inflessibilicoi recidivi» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris., 1932, sez. 2ᵃ, b. 36). ↩

  347. Cfr. Mussolini, XXV, p. 164. ↩

  348. Cfr. Mussolini, XXVI, pp. 86 sgg., 133 sgg. e 146 sgg. ↩

  349. Cfr. ibid., pp. 2 sg., 4 sg., 8 sgg., 11 sg., 12 sg., 15 sg., 32 sg., 34 sg., 51 sg., 79 sg., 106 sg., 110 sg., 197 sg., 229 sg., 285 sg., 375 sg. e 389. ↩

  350. A Mussolini vanno tra l’altro attribuite le due pagine sui fuorusciti pubblicate dal «Popolo d’Italia» il 17 ottobre 1930 e il 24 marzo 1932 e ripubblicate nel ’32, sempre anonime, a cura della Direzione del PNF in opuscolo col titolo L’imbecillità profetica dei fuorusciti. L’opuscolo si conclude annunciando indirettamente che i due pezzi avrebbero avuto un seguito l’anno dopo. Nelle carte di Mussolini (ACS, Mussolini, Autografi, b. 7, fasc. X, sottof. F) è conservato il materiale documentario (al gennaio ’33) raccolto da Mussolini per un nuovo scritto (poi non preparato), sotto il titolo Profezie e idiozie dei fuorusciti. ↩

  351. Cfr. Mussolini, XXII, p. 10. ↩

  352. Cfr. ibid., p. 110. ↩

  353. Cfr. Mussolini, XXIII, p. 3. ↩

  354. Cfr. Mussolini, XXIV, p. 283. ↩

  355. Cfr. Mussolini, XXIII, p. 122. ↩

  356. Cfr. E. Ludwig, Colloqui con Mussolini cit., p. 159. ↩

  357. Cfr. Mussolini, XXV, pp. 147 sg. ↩

  358. Cfr. Mussolini, XXVI, p. 424. ↩

  359. Ibid., pp. 81 sg. ↩

  360. Tra i tentativi per spiegare e sanare questa contraddizione va notato soprattutto quello di R. Ducci, La diffusione del fascismo nel mondo, in «Politica», giugno-agosto 1933, pp. 17 sgg. e specialmente 32 sgg. ↩

  361. Cfr. M. A. Ledeen, L’Internazionale fascista, Bari 1973. ↩

  362. Cfr. Mussolini, XXIV, p. 281 (27 ottobre 1930). ↩

  363. Cfr. M. Maraviglia, Alle basi del regime, Roma 1929, pp. 23 sgg.; G. Gentile, Origini e dottrina del fascismo, Roma 1929, pp. 57 sgg. ↩

  364. Cfr. per esempio, Mussolini, XXVI, pp. 185 sg. (18 marzo 1934). ↩

  365. Cfr. Mussolini il fascista cit., II, p. 442. ↩

  366. Cfr. Mussolini, XXXIV, p. 131. ↩

  367. Cfr. G. Pesce, Da Lenin a Mussolini, Roma 1928, p. 142. ↩

  368. Cfr. D. Lischi, Arte e politica, Bari 1928, p. 180. ↩

  369. Cfr. M. Campana, L’impero fascista, Firenze 1933, p. 158. ↩

  370. Cfr. E. Bodrero, Vittorie dottrinali del fascismo, Firenze 1927, pp. 11 sg. ↩

  371. Sugli «elettori» fu esercitato quasi ovunque un occhiuto controllo per evitare un troppo elevato numero di astensioni o di voti contrari e soprattutto per individuare i dissenzienti. A Genova la MVSN riuscí, per esempio, a individuare molti di coloro che votarono «no». Cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1903-49), D, bb. 4 e 5. ↩

  372. Per questa distinzione tra fascismo e Mussolini operata da molti italiani (sulla quale torneremo) cfr. A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario cit., p. 173 nota. ↩

  373. Dei 400 deputati «eletti» nel ’29, 17 erano nel frattempo morti, tra essi alcuni di primo o di secondo piano, come M. Bianchi, D. Bagnasco e D. Lupi. 23 furono nominati subito senatori; tra essi G. Belluzzo, E. Bodrero, B. Giuliano, G. Giuriati, A. Martelli e A. Rocco. 105 non furono ripresentati. A parte quelle, per cosí dire ovvie, di Turati, Arpinati e Belloni, le esclusioni significative furono poche. Dei «grandi» del regime fu escluso A. De Stefani, che Mussolini già nel ’29 aveva immesso nel Gran Consiglio solo per le insistenze di Turati e che era da lui guardato con sospetto per la sua indipendenza di giudizio e per il suo atteggiamento di riserva verso il corporativismo. Esclusi furono anche due ex sottosegretari E. Rosboch e A. Sardi, nonché alcuni sindacalisti, tra i quali G. Cacciari e L. Pezzoli. Tra i nuovi designati pochissimi furono i nomi di qualche rilievo, G. Arias, T. Cianetti e qualche altro, piú che altro per le loro successive vicende (per esempio C. A. Biggini e A. Pavolini).

    Per l’inclusione nella lista dei «candidati» si verificò a un po’ tutti i livelli un armeggio e una lotta che in molti casi dovettero suscitare perplessità e preoccupazioni. Non altrimenti si possono spiegare i moniti di Starace nel «Foglio di disposizioni» del PNF. «Ricordo che mi devono essere segnalati coloro i quali, affetti da frenesia elettoralistica, pensano di poter far sentire la loro influenza, da Roma o localmente, nelle rispettive provincie e, a volte, in quelle limitrofe» (n. 201, 29 gennaio 1934); «Una dozzina di deputati uscenti, tutti individuati, si agitano, presi dalla preoccupazione di non ritornare a Montecitorio ... Se costoro si considerassero soltanto Fascisti comandati a prestare servizio quali deputati l’ipotesi di un eventuale incarico in altro settore non costituirebbe certo il dramma della loro vita» (n. 203, 2 febbraio 1934); «È cominciata l’attività dei patrocinatori degli aspiranti alla medaglietta, molto meno intensa in confronto a quella del 1929, VII. Ciò nonostante è sempre un’attività fastidiosa, che serve unicamente a far perdere tempo, e mette in evidenza i residuati del passato, patrocinatori e patrocinati: da questo punto di vista è un utile segno diagnostico. Mi limito, per ora, a prendere nota degli uni e degli altri, senza escludere, a priori, la possibilità della pubblicazione di una interessantissima lista. È bene quindi si sappia che l’unico mezzo per rovinare l’aspirante, se a rovina è il caso di pensare, è proprio quello di segnalarlo attraverso il corridoio (termine di infausta memoria, che serviva ad indicare la sede dove proprio in questo campo piú efficacemente si lavorava). Resta fermo che, tanto in questo settore come in qualsiasi altro settore della vita del Regime, o si fila sulle rotaie nettamente segnate o si deraglia: deragliare significa, nella migliore delle ipotesi, fracassarsi le costole» (n. 204, 8 febbraio 1934); «Si sono trasferiti dalle provincie a Roma, accampandosi negli alberghi, nelle pensioni, negli atri dei palazzi o nelle adiacenze, da dove fanno la spola con tutte le anticamere e con tutti gli uffici, alcuni aspiranti frenetici. Sono facilmente riconoscibili, anche perché rivelano il nervosismo che proviene dall’ansiosa attesa. Sono muniti di pubblicazioni con dediche affettuose e sviolinatrici fino alla nausea, di programmi d’attuare che trovano riscontro, il piú delle volte, con l’inseguimento delle farfalle sotto l’arco di Tito, di relazioni sull’attività svolta, dell’immancabile curriculum vitae ecc. La consegna, quando raggiungano il gerarca prescelto, è accompagnata con calde parole preparate da lunga mano. Altri ancora, da Roma, fanno invece delle puntate nelle provincie di origine. Per questi ultimi non occorre aggiungere altro. Alcuni sono stati individuati: sono stati invitati a rientrare nelle rispettive provincie e viceversa, con tutte... le conseguenze di legge! Si tratta di residuati marginali, di rottami del passato, ancora galleggianti, ma fatalmente condannati ad andare alla deriva» (n. 207, 11 febbraio 1934).

    Dal «Foglio di disposizioni» n. 211 (19 febbraio 1934) risulta il ritiro della tessera a quattro fascisti con la seguente motivazione «Affetto da frenesia elettoralistica, dimostrava di non possedere le qualità che costituiscono lo spirito tradizionalmente fascista». Da quello n. 214 (2 marzo 1934) risulta che l’anzianità di partito dei 145 nuovi designati per la Camera era:

    1919 —— 16

    1920 —— 29

    1921 —— 35

    1922 —— 27

    1923 —— 16

    1924 —— 11

    1925 —— 4

    1926 —— 6

    1932 —— 1 ↩

  374. Cfr. Mussolini, XXVI, pp. 185 sgg. e specialmente 192 sg. ↩

  375. Cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Dir. affari gen. e ris. (1903-49), D, b. 5, fasc. «Elezioni politiche. Propaganda di Giustizia e Libertà»; «Elezioni politiche. Propaganda comunista»; «Elezioni politiche. Propaganda socialista». I comunisti (cfr. anche «L’Unità», n. 1 del 1934) lanciarono la parola d’ordine «Lavoratori! Non astenetevi! Votate no!» e cercarono soprattutto di condurre la loro azione nel nome del «fronte unico contro il fascismo e la guerra». A questo scopo si costituí in Francia un apposito comitato che lanciò un appello e che era composto da due comunisti (tra cui G. Di Vittorio), due repubblicani (R. Rossetti e S. Schettini), due riformisti (E. Bianco e A. Talatin), due massimalisti (G. Salvini e un certo Carloni), un anarchico e un «senza partito». Giustizia e Libertà cercò di diffondere in Italia dei francobolli con le fotografie di antifascisti condannati dal regime da applicare sul «sí» nella scheda di votazione. I socialisti, in un manifestino diffuso clandestinamente in Italia, lasciarono liberi i loro simpatizzanti sia di non votare sia di votare «no»; l’«Avanti!» del 3 marzo ’34 (pubblicato nell’emigrazione) si pronunciò invece per il «no». ↩

  376. Cfr. Documenti inediti dell’Archivio Angelo Tasca. La rinascita del socialismo italiano cit., p. 97, ma cfr. anche pp. 91 sgg. Nella lettera di G. Faravelli a P. Rugginenti sul «caso Caldara» che accompagnava la suddetta dichiarazione è espresso un giudizio negativo sulla iniziativa; dal suo contesto risulta però una notevole preoccupazione per essa e la speranza di poter evitare che facesse troppo clamore. ↩

  377. Ibid., p. 97. ↩

  378. Salvo indicazioni particolari, la documentazione relativa al «caso Caldara» è desunta da ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. H/R; «Caldara Emilio», e Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris., Confinati politici, fasc. «Silvestri Carlo». Parte di questa documentazione è stata utilizzata da G. Cartiglia, I fiancheggiatori del fascismo: l’episodio Caldara del 1934, in «Rivista di storia contemporanea», luglio-settembre 1973, pp. 374 sgg. ↩

  379. Il 24 dicembre ’34 Caldara scriveva a Mussolini: «Caro Mussolini, a quanto mi riferisce l’amico Veratti, non sarebbe opportuno per ora esplicare quell’opera fiancheggiatrice del movimento corporativo della quale ti avevo parlato nell’aprile scorso. Naturalmente non ho nulla da obbiettare, tanto piú che ciò non distrugge la utilità della preparazione spirituale che mi ero assunta e di cui i risultati sono maggiori e migliori delle mie stesse speranze. Ad ogni modo, tu sai quale è e quale rimane il mio pensiero.

    «Invece tengo a chiarire due punti:

    «1. A tuo avviso, noi dovremmo far opera individuale nei Sindacati. È giusto, e sarebbe davvero nell’interesse del corporativismo che purtroppo è osteggiato da sopravvivenze e nostalgie individualistiche persino tra i cosiddetti intellettuali: i miei colleghi avvocati ne dànno ora l’esempio. Ma tu ricorderai che a questo proposito io avevo domandato un minimo di rispetto alla nostra coscienza; ed ora devo anche domandare qualche affidamento perché non ci si chiuda la porta in faccia, come è già avvenuto a qualche impaziente.

    «2. Hai pure detto che potremmo appoggiare l’opera di Rigola e de’ suoi amici. Premesso che questi sono d’accordo con i propositi nostri, non insisto a rilevare la diversità delle due cose e mi fermo ad una considerazione realistica. L’opera di Rigola, a ragione o a torto, è fatalmente condannata a non permeare oltre una data profondità e una data estensione le masse lavoratrici; e non vale proprio la pena che noi facciamo un passo grave di responsabilità se esso non deve servire a [parola illeggibile] la maggioranza dei lavoratori verso il corporativismo.

    «Vorrai scusarmi se ti rubo del tempo prezioso, mentre sono certo che non occorre chiederti scusa se parlo senza veli e senza reticenze.

    «Ti mando, con tutto il cuore, saluti e auguri aff.mo E. Caldara». ↩

  380. Eccone il testo: «I sottoscritti, appartenenti al disciolto Partito Socialista Italiano delle Provincie di Forlí e di Ravenna;

    • «trovano nel discorso pronunciato dal Capo del Governo “agli operai milanesi” la definizione esatta della crisi che travaglia il sistema liberale-capitalista;
    • «considerano la soluzione corporativa come logica direttiva e inevitabile sbocco nell’attuale laborioso trapasso a nuova civiltà;
    • «si compiacciono della glorificazione del lavoro che fu celebrata a Milano, ispirata ad una visione chiarissima del gioco delle forze operanti nel complesso sociale;
    • «si dichiarano convinti che attraverso alla disciplina corporativa del processo produttivo e distributivo della ricchezza, si possa conseguire un’alta giustizia sociale, della quale dovranno beneficiare soprattutto le masse lavoratrici, chiamate ad operare in primo piano mediante la integrale applicazione delle Leggi vigenti in materia sindacale-corporativa;
    • «persuasi che cosí restano soddisfatti i presupposti sostanziali delle loro aspirazioni;
    • «esprimono piena fiducia nel solenne impegno assunto dal Capo del Governo davanti all’Italia ed al mondo;
    • «ritengono sia dovere categorico di tutti gli uomini, non inquinati da malsani egoismi, il confortare e potenziare con adesione esplicita l’opera innovatrice proclamata e voluta da Benito Mussolini».

    Per altri elementi cfr., oltre al citato fascicolo «Caldara Emilio», quello, sempre in ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), X/R, «Missiroli Carlo». ↩

  381. Cfr. soprattutto G. L., 1935, in «Quaderni di G. L.», n. 12, gennaio 1935, pp. 7 sg. Caldara e i suoi erano secondo l’autore della nota, quasi certamente C. Rosselli, dei «machiavellini da strapazzo» che avevano offerto «con tre anni di ritardo una merce già avariata» a Mussolini; questo, infatti, non aveva alcun bisogno di loro per fare del riformismo, che sapeva fare benissimo da solo. Se la crisi fosse aumentata, era addirittura «probabile che Mussolini vada piú in là del riformismo con un semi-bolscevismo di Stato, a piani, monopolio del commercio estero e magari gestione statale di qualche industria»; tanto piú che «già esiste... una ala bolscevica nel fascismo». ↩

  382. Cfr. soprattutto L. Gallo [L. Longo], Polemiche tra filo-fascisti e fascisti dissidenti, in «Vita operaia», 23 giugno 1934. L’articolo tendeva a mettere praticamente sullo stesso piano il gruppo Caldara e i socialisti nell’emigrazione (soprattutto Nenni e Modigliani) e a coinvolgere in una unica condanna anche Giustizia e Libertà. «Le polemiche iniziate dopo la rottura della Concentrazione per “differenziazioni”, per “tornare se stessi”, dicono i socialdemocratici, non portano [sic] su nessuna questione di principio, di programma. Esse si sono svolte attorno alla posizione da prendere rispetto al gruppo dei socialdemocratici all’interno, ai gruppi di Rigola e Caldara. Non una voce è stata detta contro questi gruppi, né da una parte né dall’altra, che li condanni dal punto di vista politico, di principio, per la essenza controrivoluzionaria filo-fascista, non per il modo della loro politica. Anzi, sia i socialdemocratici emigrati che “Giustizia e Libertà” ammettono la natura, la intenzione antifascista, socialista persino, dell’attività del gruppo Rigola-Caldara. Segno che con la natura politica del rigolismo e socialdemocratici e “Giustizia e Libertà” concordano perfettamente, non rivelano con esso nessuna incompatibilità di classe.

    «Solo per le necessità contingenti della manovra contro il fronte unico, i socialdemocratici emigrati si sono visti obbligati a condannare, a fior di labbra, la iniziativa di Caldara, perché essa è “frutto di un intrigo cortigiano”. Non la sostanza politica, ma il modo li offende – almeno, cosí dicono.

    «Egli è, che non solo la sostanza filofascista della politica rigoliana, ma essi approvano completamente anche le forme con cui è oggi realizzata da Rigola e Caldara. Infatti, mentre Nenni e Modigliani fanno riempire il Nuovo Avanti di sciocchezze filosofiche letterarie dal rinnegato Tasca, vanno predicando, tra i loro aderenti, la necessità di “essere teoricamente e dottrinalmente meno rivoluzionarî” (Modigliani); assicurano che il socialismo “potrà vivere anche a fianco del fascismo” (Nenni). Che cosa sono, queste, se non le posizioni illustrate e difese da Rigola nei Problemi del Lavoro? Quando Nenni, Modigliani e Buozzi si decideranno a trarre da queste posizioni le deduzioni pratiche già tratte da Rigola e Caldara? Come si vede, tra i socialdemocratici all’interno e quelli emigrati non vi è nessuna incompatibilità politica; essi sono tutti su uno stesso terreno, sul terreno di un attivo filo-fascismo.

    «Solo formalmente, “Giustizia e Libertà” ha una posizione piú intransigente verso il gruppo Rigola. Ma anche essa non lo condanna per ragioni di principio, ma perché la opposizione legale al fascismo di Rigola e Caldara è una illusione, una “pericolosa illusione”. Quindi, anche per gli intransigentissimi di “Giustizia e Libertà” Rigola e Caldara non sono dei filo-fascisti, ma dei “socialisti” illusi. Per questo, “Giustizia e Libertà” vuole differenziarsi dai socialdemocratici rigoliani e emigrati per il modo – semplicemente! – della sua azione...

    «Gli uni e gli altri: “Giustizia e Libertà” e i socialdemocratici, lavorano per la conservazione del regime borghese, contro il fronte unico e contro la rivoluzione proletaria. “Giustizia e Libertà” e i socialdemocratici della Concentrazione, dividendosi, si sono divisi meglio il lavoro controrivoluzionario. Le loro polemiche attuali sono le polemiche non tra antifascisti, ma tra filo-fascisti e

    fascisti dissidenti sul modo migliore di fare ostacolo alla rivoluzione proletaria». Per la posizione dei socialisti cfr. l’«Avanti!» del 19 e 26 maggio 1934 e «Il nuovo Avanti» del 7 luglio e dell’8 settembre 1934. ↩

  383. Cfr. s. d., Al di là del caso Caldara (dall’Italia), in «Politica socialista», dicembre 1934, pp. 178 sgg. Per l’attribuzione a L. Basso cfr. Documenti inediti dell’Archivio Angelo Tasca. La rinascita del socialismo italiano, ecc. cit., pp. 23 e 110.

    Dell’articolo parlò – per le sue critiche al fuoruscitismo – «Il popolo d’Italia» del 22 dicembre 1934. ↩

  384. Cfr. A. Ghiron, Fascismo e Riformismo, in «L’universale», novembre 1934, riprodotto in «L’Universale» cit., pp. 82 sgg. ↩