Capitolo IV
323–324

Capitolo quarto: Alla ricerca di una politica estera fascista

Nei volumi precedenti, se abbiamo fatto qualche rapido accenno alla politica estera del governo fascista1 è stato in riferimento alla politica interna mussoliniana, alle ripercussioni che alcune manifestazioni di quella ebbero su questa, ovvero – assai piú spesso – alla utilizzazione che il «duce» ne fece ai fini del consolidamento e dell’espansione del suo potere, soprattutto a livello di opinione pubblica. Oltre che da una ragione pratica – l’opportunità di trattare la politica estera il piú unitariamente possibile – questa scelta è scaturita da una convinzione di fondo ben precisa: sino verso il ’29 la politica estera fu nella strategia mussoliniana nettamente posposta e subordinata a quella interna e finanziaria. E ciò per almeno due ragioni fondamentali. Una soggettiva: la necessità per Mussolini, prima di dedicarsi ad una politica estera piú impegnativa e dinamica, di risolvere il problema interno, di rafforzare cioè il suo potere e di dotarlo delle istituzioni necessarie ad assicurargli la maggiore stabilità e i consensi piú vasti possibili. Un’altra oggettiva: la staticità della situazione internazionale che, anche volendolo, non permetteva a Mussolini una politica estera diversa (piú dinamica cioè) da quella – nel complesso sostanzialmente tradizionale – da lui attuata in questo periodo. A ciascuna di queste due ragioni fondamentali se ne ricollegava poi un’altra, ognuna al tempo stesso aspetto particolare e corollario della principale; alla prima quella che si può riassumere sotto il piú vasto denominatore dei rapporti tra governo fascista e grandi forze economiche; alla seconda quella che, invece, discende dal diverso modo con cui i vari governi stranieri giudicavano il regime fascista in quanto tale e, quindi, i propri rapporti con esso, nell’immediato e soprattutto sui tempi lunghi, dato che in materia di rapporti internazionali il diverso assetto politico e le diversità ideologiche avevano ovviamente scarsissima incidenza sulle relazioni quotidiane, ma potevano averla ben maggiore quando dal terreno della routine diplomatica si passava a quello dei grandi problemi internazionali e della loro sistemazione per il futuro.

324–325

Il problema dell’incidenza sulla politica estera fascista negli anni venti dei rapporti tra governo fascista e grandi forze economiche è stato trattato soprattutto dal Carocci, che ne ha messo in luce gli elementi essenziali2.

Dalla sua analisi risulta chiaramente che dalla maggioranza degli ambienti economici italiani del tempo la politica estera era sentita come «un problema piú lontano» e per essi meno vitale di quelli connessi alla politica interna, economica e sindacale. Ciò che interessava veramente loro era di poter aumentare le esportazioni di merci, nonostante le crescenti difficoltà degli scambi internazionali, e di potersi difendere dai cartelli internazionali. Al di là di questi due obiettivi,

la politica estera auspicata dalle forze dominanti della economia era una politica di collaborazione con le grandi potenze, con le quali maggiore era l’interscambio commerciale; ma, anche perché le esportazioni verso i loro mercati andavano restringendosi, costoro miravano ad estendersi verso i mercati dell’area danubiana, balcanica e mediterranea, e gradivano, in questi settori, una politica di prestigio e di forza, che facilitasse indirettamente la penetrazione economica, purché non oltrepassasse il limite della collaborazione con le altre potenze3.

In questa prospettiva, l’industria italiana era in particolare interessata a buone relazioni politiche con la Francia, sia perché, al contrario di quella tedesca, l’industria francese non le faceva concorrenza, sia perché importanti settori industriali italiani (e in primo luogo quello siderurgico per i rottami di ferro4) dipendevano largamente dalle esportazioni francesi. E lo stesso si può dire per la Jugoslavia, anche se le motivazioni economiche erano ovviamente diverse. Troppo rischiosi o scarsamente redditizi invece erano in genere considerati un po’ tutti gli investimenti all’estero (a cominciare da quelli in Etiopia invano sollecitati dal governo), sicché tra gli uomini d’affari e i grandi istituti bancari vi era una diffusa resistenza ad avventurarsi sulla loro strada «senza solidissime garanzie finanziarie, che non sempre il governo, nel tentativo di frenare la crescente spesa pubblica, era disposto, a sua volta, a concedere»5. Da qui una serie di resistenze e di frizioni che hanno giustamente indotto il Carocci a parlare di «una azione politica a cui mancava l’appoggio pieno e convinto delle maggiori forze economiche» e che era da queste «piú accettata che spontaneamente favorita» e talvolta considerata addirittura un prezzo da pagare al regime in cambio dei vantaggi che esso assicurava loro in politica interna, economica e sindacale6. Stante questa realtà di fatto, è chiaro che, anche a prescindere dalle altre ragioni delle quali si è detto, Mussolini sino al ’29 – sino a quando cioè l’economia italiana prese a risollevarsi dalla crisi connessa alla politica di «quota novanta» e, soprattutto, il regime non si fu in buona parte reso autonomo dalle grandi forze economiche e non ebbe concretamente affermato la preminenza della politica sull’economia7 – non avrebbe potuto sostanzialmente fare una politica estera molto diversa da quella che fece e, tanto meno, avrebbe potuto imprimere ad essa un carattere piú aggressivo e schiettamente imperialistico. Un carattere che, del resto, essa non assunse del tutto neppure negli anni immediatamente successivi al ’29, quando – sopravvenuta la «grande crisi» – il punto di saldatura tra la politica estera e la politica economica italiana divenne sempre piú l’azione volta a creare nella regione danubiano-balcanica dei mercati privilegiati per l’economia italiana.

325–326

Quanto all’altro problema, quello del giudizio e, quindi, dell’atteggiamento di fondo dei vari governi verso il regime fascista, anche se su di esso manca qualsiasi studio sistematico8, è fuori di dubbio che anch’esso ebbe una incidenza sulla politica estera mussoliniana (sulla sua credibilità presso gli altri governi e sui suoi margini di manovra) che non può essere sottovalutata. Una incidenza diversa a seconda dei periodi, ma che, a ben vedere, fu – anche se a prima vista può sembrare paradossale – maggiore soprattutto nel primo decennio, quando l’Italia fascista appariva meno pericolosa e il fascismo un fenomeno italiano e non europeo, che non nel successivo, dato che nel periodo di cui ci stiamo occupando la staticità della situazione internazionale e la mancanza di un reale polo d’attrazione antagonistico al sistema di Versailles rendevano meno necessario non solo accettare le pretese dell’Italia fascista di essere considerata e trattata come un’effettiva grande potenza ma persino ricercarne stabilmente l’amicizia.

326–327

La costituzione del governo Mussolini, nel ’22, non era stata in genere accolta dagli ambasciatori accreditati a Roma e dai loro governi con eccessivo allarmismo. Per qualcuno qualsiasi cosa era in definitiva meglio che il succedersi di deboli e vacillanti governi che aveva sino allora caratterizzato la vita politica italiana. Altri erano convinti che la difficile situazione interna italiana avrebbe per un pezzo assorbito tutte le energie del nuovo presidente del consiglio e si mostravano propensi a credere sia ai propositi «normalizzatori» del «duce» sia alle assicurazioni di Contarini e dello stesso Mussolini che una cosa erano le affermazioni sulla «nuova» politica estera fascista scritte nei giornali e gridate nelle piazze, un’altra l’effettiva politica che il fascismo, giunto al governo, avrebbe fatto. Anche coloro che guardavano al fascismo con qualche simpatia, convinti che esso avesse impedito all’Italia di cadere nelle mani del bolscevismo, si rendevano però tutti piú o meno conto della possibilità di un radicale mutamento della politica italiana in senso nazionalista. Come ha scritto il Rumi, riferendosi ai primi mesi dopo la «marcia su Roma»9,

dell’Italia parlamentare del primissimo dopoguerra non c’è rimpianto. Contarini – il personaggio con cui i diplomatici esteri hanno piú frequenti contatti – svolge la sua funzione di «moderatore», ma anch’egli appare proteso ad ottenere qualcosa; e talvolta, un po’ querulo, eccolo riandare alle delusioni patite dall’Italia, fin dai tempi della Triplice in qua... Ma è su Mussolini che s’incentra il discorso. Graham nota la somiglianza con... Napoleone; i diplomatici tedeschi osservano con ironia (e con qualche preoccupazione) le pose e le pretese imperiali. Nella politica italiana, innanzitutto, è mutato lo stile, e le conferme sono molte e appariscenti. Ma c’è subito qualcosa di piú. L’ordine restaurato si configura già come strapotenza e sopraffazione-fascista, come progressiva identificazione del partito con lo Stato. E le opposizioni, incerte e divise, appaiono comunque incapaci di rovesciare il corso degli avvenimenti.

A maggior ragione, sul piano della politica estera, i diplomatici non si fanno alcuna illusione. Il «niente per niente», l’ossessione di evitare le «mani nette», la volontà di espansione, sono ben colte nella loro corrispondenza. ... Ancora una volta ricompaiono i consueti punti di riferimento delle aspirazioni mediterranee fasciste, dal Dodecaneso al Levante, all’Africa; e neppure sfuggono taluni approcci coi nazionalisti croati, cogli estremisti d’Ungheria e di Baviera. Certo, non mancano talvolta giudizi affrettati od imprecisi; abbondano le semplificazioni di comodo, le forzature della complessa realtà italiana negli schemi abituali delle cancellerie. Ma le conseguenze, le novità, i pericoli del «fascismo» al potere, sono colte con immediatezza, con efficacia.

327

Tipico in questo senso è un lungo rapporto di R. Graham a lord Curzon in data 7 giugno ’23. Le relazioni italo-inglesi, osservava l’ambasciatore britannico a Roma, erano «del tutto eccellenti»: «non siamo soltanto rispettati ma graditi qui, sia individualmente che come nazione»; l’Italia era in quel momento forse l’unico importante paese continentale a cui si poteva veramente applicare una simile affermazione. Tutto ciò non doveva però far dimenticare che «la politica estera italiana non è basata su principî simili a quelli che guidano quella del governo di Sua Maestà. Essa è francamente opportunista ed egoista». «Al momento presente» Mussolini «è ben intenzionato a lavorare con noi, per motivi sia di simpatia che d’interesse»; egli però mirava soprattutto a «giuocherellare» le questioni internazionali in politica interna e ad ottenere vantaggi che rafforzassero la sua posizione; sicché non era da escludere che, non ottenendoli, mutasse o fosse costretto a mutare posizione e «a volgersi altrove»10.

Su questo giudizio d’insieme già cauto e in qualche caso, se non proprio preoccupato, almeno sospettoso la vicenda di Corfú e il delitto Matteotti avevano avuto l’effetto della benzina sul fuoco, determinando una pressoché generale levata di scudi contro il fascismo e Mussolini. In un memorandum del Foreign Office del 18 settembre ’23 si legge11:

La recente presa di Corfú e la sfida alla Lega delle Nazioni sono troppo recenti per abbisognare di commento. Egli non riconosce altra legge fuori della sua volontà, ed è un pericolo per l’Europa e per l’Italia. Il problema è che, nonostante la sua potenza, egli a fatica controlla i suoi movimenti. Egli ha suscitato un entusiasmo che non può ulteriormente controllare, e non ha la forza, e neppure la capacità, di volgere i pensieri dell’Italia alla pace ed al raccoglimento, che sono la sua sola speranza per il futuro.

Un giudizio sintomatico e che era stato assai probabilmente influenzato da quello di pochi giorni prima dell’incaricato d’affari a Roma Kennard: «Egli deve essere considerato piuttosto un cane idrofobo che può fare un male infinito prima di essere spacciato», un giudizio che, per altro, contiene però anche una osservazione assai significativa (in sé e sotto la penna di un diplomatico dichiaratamente antifascista) per comprendere il successivo atteggiamento di vari governi di fronte al delitto Matteotti e alle sue ripercussioni sulla vita politica italiana:

328–330

si potrebbe giudicare preferibile dare il colpo di grazia al cane idrofobo senza indugio, ma non si dovrebbe dimenticare che se Mussolini cadesse, non sarebbe semplicemente sostituito da qualche altro primo ministro come Giolitti, ma eventualmente risulterebbe un periodo di anarchia che sarebbe seguito da una dittatura militare o da qualche altra peggior forma di governo12.

Trattandosi di un fatto interno italiano, il delitto Matteotti ufficialmente non doveva incidere sulle relazioni diplomatiche con l’Italia. Oltre tutto, qualsiasi interferenza negli affari interni italiani avrebbe inevitabilmente provocato un deterioramento dei rapporti con Roma che ognuno voleva evitare, se non altro, per impedire che qualche altro governo piú spregiudicato ne approfittasse per assicurarsi un rapporto preferenziale con Mussolini. Significativo è a questo proposito il comportamento del governo laburista inglese che si affrettò a dichiarare di non avere alcuna intenzione di creare difficoltà alle relazioni italo-inglesi e di non condividere il significato di censura all’opera di Mussolini che era stato attribuito ad un ordine del giorno che era stato approvato (con la partecipazione di vari ministri) dal partito laburista; al contrario, come MacDonald disse ai Comuni, l’o.d.g. in questione era in armonia con le dichiarazioni dello stesso Mussolini e con i suoi propositi di fare giustizia13. Cosí come è significativa la spregiudicatezza con la quale in piena «crisi Matteotti» si comportò l’ambasciata sovietica a Roma, offrendo persino un pranzo in onore di Mussolini.

Detto questo, bisogna però altresí dire che – al di là degli aspetti formali – il delitto Matteotti e la crisi politica che ne seguí ebbero una notevole influenza anche sulla sostanza delle relazioni internazionali. In un certo senso, infatti, essi contribuirono non poco a fugare le prime incertezze e i primi dubbi – sommando con le reazioni suscitate dall’affare di Corfú – a determinare quel giudizio sull’Italia e il fascismo che, per vari anni e in qualche caso per tutta la durata del regime mussoliniano, avrebbe influenzato l’atteggiamento e la politica verso di essi di molti diplomatici e uomini politici dai quali direttamente o indirettamente dipendeva la politica estera dei piú importanti paesi europei. Un atteggiamento che – schematizzando al massimo – oscillava tra due poli estremi. Ad uno di questi poli vi erano coloro (numerosi soprattutto in Francia e, in una certa misura, in Germania, specialmente nei circoli vicini a Stresemann, e presenti anche in qualche paese minore, come la Cecoslovacchia) che mettevano l’accento essenzialmente sul carattere antidemocratico e nazionalista del fascismo, ne avrebbero salutato con gioia la caduta (e, in qualche caso, la ritenevano non lontana), guardavano con simpatia al fuoruscitismo non comunista e consideravano l’Italia fascista un elemento del quadro internazionale sul quale non era possibile fare affidamento per una politica di stabilità e di pace, date le sue ambizioni, l’assoluta strumentalità delle sue iniziative e prese di posizione politiche, la volubilità del «duce» e la sua continua ricerca di «successi» da utilizzare propagandisticamente. Avversi ideologicamente e politicamente al fascismo in linea di principio, costoro consideravano con diffidenza ogni iniziativa politica italiana e tendevano a mettere Mussolini nella condizione di doversi allineare alla politica delle grandi potenze democratiche in una posizione sostanzialmente subordinata e pressoché senza contropartite. E ciò tanto piú in quanto in molti di essi l’ostilità per le «manovre» diplomatiche del «duce» e per la sua proclamata volontà di condurre una politica estera ispirata all’«interesse nazionale» e al principio del do ut des si univa ad un giudizio «storico» negativo anche sulla politica estera prefascista, sicché, già prima dell’andata al potere di Hitler in Germania, essi nel fondo condividevano l’opinione di Herriot che l’Italia fosse – usando un eufemismo diplomatico – «una bella donna estrosa» che poteva essere colmata di doni e poteva concedere per un certo tempo i suoi favori, ma che nulla garantiva non mutasse repentinamente d’umore e, dunque, «il guaio è che, in caso di guerra, vi troverete l’Italia dalla parte opposta a quella nella quale si è mantenuta durante il periodo di pace» 14. Certo, col tempo, alcuni di costoro – tipico è il caso di Paul-Boncour 15 – pur rimanendo fermi nel loro antifascismo, avrebbero preso in considerazione e cercato di realizzare una politica di amicizia con l’Italia fascista; piú che la convinzione, a muoverli sarebbe stata però la necessità, con tutte le conseguenze che un simile atteggiamento comportava. All’altro polo erano coloro (numerosi soprattutto tra i conservatori inglesi) che giudicavano il fascismo «realisticamente». Tra essi i filo fascisti veri erano ben pochi, anche se, in genere, tutti erano convinti che fosse merito del fascismo aver stroncato il «dragone rosso» 16 e lo consideravano un esperimento «interessante» ed «audace» e, in un certo senso, meritevole per l’Italia di successo, anche se non lo avrebbero mai accettato nei loro paesi. Per tutti costoro, infatti, il fascismo era un fenomeno strettamente italiano, adatto, per non dire necessario, ad un popolo come l’italiano con una tradizione storica del tutto particolare e ancora sostanzialmente arretrato e politicamente immaturo per la democrazia (come del resto avevano dimostrato il giolittismo e l’Aventino), specie in un momento di grave crisi come quello attraverso il quale Mussolini era arrivato al potere. Tipico in questo senso – specie se si tiene conto delle particolari circostanze in cui fu pronunciato (una visita a Roma) – è il giudizio che del fascismo dette nel gennaio ’27 W. Churchill17:

330–331

Nazioni diverse hanno modi diversi di fare la stessa cosa. Termini e parole spesso inducono in errore. I valori e i significati attribuiti alle parole differiscono molto da paese a paese. Nessuna questione politica può essere giudicata indipendentemente dalla propria atmosfera e dal proprio ambiente. Se fossi stato italiano sono sicuro che sarei stato interamente con voi dal principio alla fine della vostra lotta vittoriosa contro i bestiali appetiti e le passioni del leninismo. Ma in Inghilterra non abbiamo avuto ancora da affrontare questo pericolo sotto la stessa forma micidiale. Noi abbiamo il nostro modo particolare di fare le cose. Ma su una cosa non ho il minimo dubbio, e cioè che noi riusciremo, nella lotta contro il comunismo, a strozzarlo.

Un popolo, per di piú, il cui carattere aveva un solo elemento stabile, l’opportunismo e che se si eccitava facilmente, altrettanto facilmente perdonava e dimenticava. Sicché, in ultima analisi, per citare un giudizio dell’ambasciatore Graham del luglio ’25, in Italia «tutti i governi o sono stati dittature o sono stati inefficienti»18. Certo, anche come fenomeno strettamente italiano, da non giudicare quindi in riferimento ai modelli dei paesi civilmente piú progrediti e dei regimi democratici classici, anche per costoro il fascismo non era senza difetti e senza pericoli. Tra i primi il piú irritante – specialmente per gli inglesi – era probabilmente la sua pretesa di far assumere all’Italia il ruolo di una vera grande potenza. Tra i secondi il piú grave, altrettanto probabilmente, era rappresentato dal fatto che nel fascismo, accanto ai moderati, vi erano degli estremisti dai quali ci si poteva attendere tutto, sia sul piano interno sia, ciò che piú contava, su quello internazionale. Proprio dalla consapevolezza di questo pericolo e dalla realistica convinzione che il fascismo fosse destinato a mantenersi a lungo al potere (alla quale si aggiungeva il timore che ad una sua eventuale caduta seguisse qualcosa di anche peggiore) derivavano in buona parte l’attenzione e la simpatia con le quali in questi ambienti si guardava a Mussolini, considerato pressoché unanimemente l’unico in grado di controllare e mediare il fascismo, di conciliarsi le simpatie popolari e, in ultima analisi, un moderato19. Da qui, per essi, l’opportunità di una politica di amicizia con l’Italia che servisse al tempo stesso a trarre vantaggio di volta in volta dall’appoggio italiano, a non mettere Mussolini in difficoltà con le tendenze piú estremiste del suo partito e a dargli quei riconoscimenti e quelle soddisfazioni necessarie a non irritarlo e a non fargli abbandonare la sua politica moderata, ma tutto ciò – e qui stavano l’illusione e la contraddizione interna di questa posizione – senza riconoscere effettivamente la sua pretesa di essere considerato non solo a parole come il rappresentante di una vera grande potenza, con tutto ciò che inevitabilmente il riconoscimento di una tale posizione comportava sul terreno concreto della risistemazione del potere internazionale; di un potere cioè che in concreto si misurava in ultima analisi ancora essenzialmente in termini territoriali, specie per un paese come l’Italia che non aveva grandi capitali da esportare e non era economicamente in grado, anche se paradossalmente le fossero state assicurate, di mantenere in Europa delle vere «riserve di caccia».

331–333

Prima di passare ad esaminare le linee di fondo della politica estera mussoliniana, è necessario affrontare un altro problema preliminare. Un interrogativo che ricorre spesso nella letteratura scientifica sul periodo fascista e che è stato riproposto con particolare vivacità in questi ultimi anni sotto la suggestione esercitata dalle ricerche condotte in Germania sulla politica nazionalsocialista in genere e hitleriana in particolare, è quello relativo alla possibilità o no di parlare di un «programma» mussoliniano di politica estera e, quindi, di spiegare l’evoluzione della politica estera fascista in base a linee e tempi di sviluppo rispondenti ad un disegno politico sostanzialmente unitario e razionalmente perseguito in funzione del conseguimento di determinati obiettivi. Per rispondere a questo interrogativo, la prima osservazione che ci pare si debba fare è questa: non solo Mussolini non ha mai scritto o detto nulla che possa, sia pure lontanamente, paragonarsi a livello di «teoria politica» e di «programma d’azione» al Mein Kampf e al cosiddetto Libro segreto di Hitler, ma è addirittura da escludere che quando nell’ottobre ’22 arrivò al governo avesse un programma di politica estera20. Certo – come si è visto nei precedenti volumi – come giornalista e uomo politico Mussolini aveva dimostrato un vivo interesse per le vicende internazionali e molto aveva scritto e detto su di esse, specie in relazione ai problemi della pace e ai contrasti tra l’Italia e i suoi alleati. Agli inizi del ’22 questo suo interesse si era fatto in un certo senso piú sistematico e approfondito. Da fine politico e profondo conoscitore della psicologia e degli umori delle masse Mussolini però, sino al momento della «marcia su Roma», aveva considerato la politica estera come un elemento demagogicamente assai importante ma, a ben vedere, secondario del suo giuoco politico. Un elemento che indubbiamente aveva contribuito a spianargli la via al potere, cattivandogli una serie di simpatie «patriottiche» e «nazionali», ma che non aveva comportato per lui (tranne che nel caso del trattato di Rapallo) la necessità di prese di posizione positive e di programmi che andassero oltre la generica, anche se altisonante, rivendicazione di una nuova posizione internazionale dell’Italia e di una riparazione delle «ingiustizie» patite e, soprattutto, che operassero una scelta anche solo tendenziale tra le varie alternative, le varie rivendicazioni, i vari programmi che a getto continuo venivano prospettati nell’area «nazionale», sulle colonne degli infiniti giornali e giornaletti fascisti e para fascisti e dello stesso «Il popolo d’Italia»21. È questo, a nostro avviso, un aspetto importante da tenere ben presente, se non si vuol sopravvalutare e prendere come manifestazioni e tendenze di un inesistente programma fascista (o peggio mussoliniano) di politica estera (mentre, al massimo, la si può considerare solo l’eco di uno stato d’animo e di un malessere tanto confusi quanto velleitari) la congerie di scritti e scrittarelli pubblicati nel periodo anteriore alla «marcia su Roma» da autori che rappresentavano solo se stessi o gruppi privi di qualsiasi peso effettivo su Mussolini e che questo ignorava completamente, limitandosi a raccogliere i frutti che sul piano politico immediato essi gli procuravano. In questo periodo, infatti, non solo Mussolini mancava di un programma di politica estera, ma considerava i temi di politica estera solo in funzione della politica interna e della sua azione per diventarne l’arbitro; una funzione cioè, da un lato di agitazione e di propaganda e, quindi, di proselitismo e, da un altro lato, di polemica e di distinzione rispetto alla politica estera dei vari governi Giolitti, Bonomi e Facta. Il che spiega come talvolta anch’egli si lasciasse andare a dire e a scrivere cose non solo tra di loro contraddittorie ma fuori da qualsiasi realtà, anche la piú accesamente «fascista».

333–334

Negare l’esistenza di un «programma» di politica estera non vuol però ovviamente dire che prima della «marcia su Roma» in Mussolini non fossero già operanti stati d’animo, motivi culturali, convinzioni (alcuni suoi tipici, altri frutto dell’ambiente di cui era partecipe) che avrebbero avuto un ruolo decisivo nel determinare la sua concezione dei rapporti internazionali e il suo modo di intendere il posto che l’Italia avrebbe dovuto avere tra le nazioni. Riassumendo, si può dire che i rapporti internazionali erano già a quest’epoca da lui visti in una chiave che si può definire darwinistica, per quel che riguardava sia la vita dei popoli e degli stati sia i rapporti di forza che li determinavano e governavano. L’imperialismo era per Mussolini «la legge eterna e immutabile della vita».

Esso – scriveva già all’inizio del ’1922 – in fondo non è che il bisogno, il desiderio e la volontà di espansione, che ogni popolo vivo e vitale ha in sé. È il mezzo con cui viene esercitato l’imperialismo, ciò che distingue, sia negli individui come nei popoli, l’uno imperialismo dall’altro. L’imperialismo non è come si crede, necessariamente aristocratico e militare. Può essere democratico, pacifico, economico, spirituale.

Quanto al pacifismo, esso era un mito non solo inattuabile e pericoloso, ma assurdo, poiché, negando la lotta, «che è l’origine di tutte le cose», in pratica negava il progresso e il dinamismo dei singoli come dei popoli. Su questo punto (come sul rifiuto del neutralismo, da lui considerato un’abdicazione a dominare gli avvenimenti e un rassegnarsi a subirli passivamente) Mussolini fu sempre fermissimo, prima e dopo la «marcia su Roma», nella buona come nell’avversa sorte. «La lotta è l’origine di tutte le cose perché la vita è tutta piena di contrasti» proclamò a Trieste il 20 settembre ’2023:

c’è l’amore e l’odio, il bianco e il nero, il giorno e la notte, il bene e il male, e finché questi contrasti non si assommano in equilibrio, la lotta sarà sempre nel fondo della natura umana, come suprema fatalità. E del resto è bene che sia cosí. Oggi può essere la lotta di guerra economica, di idee; ma il giorno in cui piú non si lottasse, sarebbe giorno di malinconia, di fine, di rovina. Ora, questo giorno non verrà. Appunto perché la storia si presenta sempre come un panorama cangiante. Se si pretendesse di ritornare alla calma, alla pace, alla tranquillità, si combatterebbero le odierne tendenze dell’attuale periodo dinamico. Bisogna prepararsi ad altre sorprese, ad altre lotte. Non ci sarà un periodo di pace sino a quando i popoli si abbandoneranno ad un sogno cristiano di fratellanza universale e potranno stendersi la mano oltre gli oceani e le montagne. Io, per mio conto, non credo troppo a questi ideali, ma non li escludo perché io non escludo niente: tutto è possibile, anche l’impossibile e l’assurdo. Ma oggi, come oggi, sarebbe fallace, pericoloso, criminoso costruire le nostre case sulla fragile sabbia dell’internazionale cristiano-socialista-comunista. Questi ideali sono rispettabili, ma sono anche molto lontani dalla realtà.

E dopo la «marcia su Roma», il 6 febbraio ’23, parlando alla Camera in sede di approvazione del trattato navale di Washington24, ribadí questa sua convinzione:

334–335

Io confesso che non credo alla pace perpetua; penso che nemmeno Kant ci credesse: aveva preso per titolo del suo libro il titolo di una insegna d’osteria, e l’insegna era un cimitero. Si capisce che nei cimiteri è la pace perpetua; ma tra i popoli, nonostante le predicazioni, nonostante gli idealismi, rispettabili, ci sono dei dati di fatto che si chiamano razza, che si chiamano sviluppo, che si chiamano grandezza e decadenza dei popoli, e che conducono a dei contrasti, i quali spesso si risolvono attraverso la forza delle armi.

E, come abbiamo visto a suo luogo, sostanzialmente negli stessi termini si espresse anni dopo nella Dottrina del fascismo. La concezione mussoliniana dei rapporti internazionali scaturiva praticamente tutta da questo giudizio del pacifismo e del neutralismo e dal concetto di imperialismo che era alla sua radice: per Mussolini, in una prospettiva «realistica», i rapporti internazionali dovevano essere vissuti e risolti nel tempo, parallelamente alla consapevolezza che di essi e della propria funzione storica i popoli erano capaci di acquistare; gli istituti internazionali, i trattati, le alleanze tra gli stati traevano infatti il loro valore e la loro durata da questa consapevolezza e dalla capacità dei singoli popoli di farne degli strumenti per consacrare i propri diritti e per affermare la propria vitalità e quindi la propria volontà di egemonia morale e materiale. Quanto poi in particolare all’Italia, un punto va messo bene in chiaro. Che Mussolini a quest’epoca ritenesse che l’Italia a Versailles avesse avuto mutilata la propria vittoria e dovesse pertanto tendere ad ottenere una revisione della condizione impostale dai suoi alleati è fuori di dubbio, cosí come è fuori di dubbio che, pensando a dove l’Italia dovesse estendere la propria egemonia, egli guardasse già soprattutto al Mediterraneo e all’Africa in particolare25. Il fulcro della sua posizione o, se vogliamo, l’intima giustificazione che egli dava dell’imperialismo italiano non crediamo vadano però ricercati tanto (o, almeno, solo) in questa, sia pur viva, aspirazione ad ottenere una riparazione dei «torti» subiti a Versailles, quanto nella sua convinzione che la guerra ’15-18 aveva cominciato a dare agli italiani – soprattutto alle nuove generazioni – una diversa coscienza di se stessi e una «nuova sensibilità nazionale», che il fascismo doveva incoraggiare, diffondere e concretizzare sia sul piano interno (da qui sorgerà il mito della «civiltà fascista») sia su quello esterno (da qui sorgerà l’altro mito chiave del fascismo, quello del nuovo «impero di Roma»). Tipico è in questo senso il seguente passo di un suo articolo della fine del ’18 (scritto dunque prima che si affermasse il mito della «vittoria mutilata»)26:

335–336

La vecchia generazione che si compiaceva nella politica del «piede di casa», che quasi ci godeva ad esibire agli stranieri una Italiuzza discreta, modesta, senza pretese, che si contentava di far l’albergatrice; questa generazione che fu flagellata da Carducci è morta. Gli uomini della mia generazione, anche quando si professano universalisti, socialisti, internazionalisti, sono dei «nazionalisti» nel senso migliore della parola. Noi – parlo di quelli che stanno fra i venti e i trent’anni – siamo degli esasperati di italianità. Noi sentiamo nelle nostre vene, in ciò che in noi c’è di piú intimo, il dinamismo dell’Italia. Lavoriamo per un’Italia piú grande dentro e oltre i confini. È la guerra che ha rivelato noi a noi stessi. Non andremo troppo oltre, con questi stati d’animo, perché il senso innato dell’equilibrio e delle proporzioni ci vieta di scivolare o nelle imitazioni o nella caricatura. Ma questo è il «dato» dell’anima italiana…

Se non si ha ben presente questa serie di stati d’animo, di motivi culturali e di convinzioni che Mussolini aveva maturati negli anni precedenti l’assunzione del potere si rischia di non riuscire piú a comprendere la sua politica estera, forse sino alla guerra civile spagnola, allorquando la politica degli «interessi nazionali» andò perdendo rapidamente terreno rispetto a quella degli «interessi ideologici», certo sino al 1929-1930, quando avvenne il primo vero mutamento della politica estera mussoliniana dall’ottobre ’22.

L’andata al governo di Mussolini segnò indubbiamente un mutamento di stile nella politica estera italiana; nella sostanza questa mutò però assai meno di quanto spesso si afferma, e quanto al «programma» è assolutamente da escludere che Mussolini se ne ponesse altri, tranne quello di sfruttare i temi di politica estera per consolidare la propria posizione politica e il proprio potere interno27. Se in Italia vi fu un periodo in cui la politica estera fu completamente subordinata e strumentalizzata a quella interna, questo periodo fu certamente quello apertosi con la «marcia su Roma». Né la cosa può meravigliare se appena si pensa ai problemi, politici, economici, sindacali, che Mussolini dovette affrontare negli anni immediatamente successivi l’andata al governo per mantenere, estendere e stabilizzare il suo potere. Oseremmo quasi dire che sino al ’29 Mussolini piú che di avere una propria politica estera si preoccupò degli echi e delle ripercussioni che l’immagine della politica estera fascista da lui accreditata in Italia suscitava tra gli italiani, del consenso che gli procurava (sia in forma diretta, sia deviando e compensando certe tensioni e insoddisfazioni suscitate dalla realtà interna), e della possibilità di sfruttarli per chiedere al paese, in nome della «grandezza» dell’Italia, una «ferrea disciplina», «una unica volontà nazionale», un appoggio «totalitario» al regime che si stava costituendo.

336

Da qui una politica estera che veniva presentata come volta soprattutto a riaffermare la «dignità» dell’Italia nel mondo, ad ottenere «l’eguaglianza perfetta» rispetto alle altre grandi potenze, a perseguire solo «l’utilità nazionale» e a non fare «nulla per nulla» e che a questo scopo aveva bisogno di iniziative a getto continuo che ne provassero il dinamismo e lo spirito nuovo e di successi immediati che comprovassero «nei fatti» il nuovo posto che il fascismo diceva di aver assicurato all’Italia nel mondo. Una politica estera che in qualche caso (soprattutto quello di Corfú) provocò all’Italia delle difficoltà notevoli e talvolta trasse in inganno persino esperti diplomatici stranieri sulle vere intenzioni di Mussolini, suscitando attorno a lui un’atmosfera di diffidenza che offrí buoni argomenti a coloro che – soprattutto in Francia – tendevano a vedere le relazioni con l’Italia non tanto nell’ottica dei rapporti tra stati quanto in quella del contrasto fascismo-democrazia. Una politica estera – ancora – che, come è noto, ha indotto piú di uno a definirla sostanzialmente frutto di improvvisazione e di incoerenza finalizzate ad obiettivi meramente demagogici e propagandistici. Tipico è a questo proposito il giudizio di Salvemini28:

Mussolini non dava nessuna importanza ai trattati internazionali che concludeva: li firmava, se ne scordava e faceva a modo suo quando li trovava incomodi. Quello che cercava erano successi immediati, poco importava se reali o apparenti, effimeri o duraturi, che gli servissero ad abbacinare «le cosí dette masse», cioè permettessero ai giornali da lui assoldati in Italia e all’estero di cantare le sue glorie.

337–338

Oggi, di fronte alla documentazione diplomatica venuta alla luce e dopo i nuovi studi da essa permessi, un simile giudizio non è piú accettabile. Se è infatti pacifico che la politica estera italiana in questi anni fu essenzialmente finalizzata in funzione della politica interna mussoliniana e da ciò ricevette alcuni caratteri ben precisi, è difficile affermare però – senza confondere lo stile, ad essa volutamente impresso da Mussolini, e l’immagine che, soprattutto ad uso interno, ne diede la propaganda fascista, con la sua sostanza – che per ciò solo essa fu improvvisata ed incoerente. Al contrario, ci pare si possa dire che, al di là del nuovo stile e delle inevitabili conseguenze negative (ma non irreparabili: si vedano i rapporti con l’Inghilterra dopo la crisi di Corfú, a proposito della quale non si debbono poi assolutamente dimenticare i notevolissimi frutti che il «duce» ne trasse sul piano interno) che esso produceva e della demagogica utilizzazione fattane da Mussolini ad uso interno e al di là delle incertezze e debolezze che ad essa, altrettanto inevitabilmente, derivavano dal non poter completamente non tenere conto di quell’«amalgama dei diversi stati d’animo, delle esigenze concorrenti e opposte, delle sollecitazioni contrastanti che la guerra aveva risvegliato o aveva provocato nello stato, come nella nazione e nella società»29, la politica estera italiana in questi anni fu nel complesso, a suo modo, cauta e ragionevole, tale da spiegare il giudizio che molti anni dopo ne ha dato, per fare un solo esempio, il segretario di stato americano Stimson: Mussolini «era in quegli anni in politica estera un leader responsabile e utile, non piú aggressivo nel suo nazionalismo di molti uomini di stato democratici»30. Una politica che – salvo nel caso dei rapporti con la Jugoslavia – evitò di soggiacere alle suggestioni che animavano certi gruppi e certa pubblicistica di stampo nazionalista o ultrafascista (ai quali significativamente Mussolini non impedí di sbandierare i loro programmi, ma che sostanzialmente disattese e tenne lontani da palazzo Chigi)31 sui quali troppo spesso ci si è fondati per ricostruire un «programma» fascista di politica estera in realtà inesistente; una politica che si mosse in buona parte ancora nelle linee tradizionali della politica estera prefascista; e che quando (col ’26-27) imboccò la via del revisionismo – da un lato, al solito, per uso interno (presentarsi come la guida dei paesi revisionisti) ma da un altro lato, per dirla con Guariglia32, per cercare di ricreare «quella possibilità di oscillazioni tradizionalmente per noi vantaggiosa» – lo fece, a ben vedere, con cautela, senza tendere troppo la corda. Se infatti si può discutere se questa politica aveva un carattere solo transitorio, imposto dalla situazione internazionale e da quella interna dell’Italia, come noi crediamo, e se era funzionale al sistema politico fascista o rispondeva solo alla personale strategia politica mussoliniana, è però – sempre secondo noi – fuori dubbio che non solo in questi anni ma sempre Mussolini escluse l’eventualità di un conflitto in Europa per conseguire successi locali in nome del revisionismo. A parte ogni altro argomento (e se ne potrebbero addurre vari), sta a dimostrarlo l’assenza in questo periodo di qualsiasi serio impegno sul terreno della preparazione militare.

338–339

Detto questo – sia ben chiaro – nulla è piú lungi da noi che voler sostenere che Mussolini escludesse in assoluto l’idea di una guerra, sia localizzata, cioè in pratica coloniale, sia intereuropea, attraverso la quale affermare la potenza italiana. Al contrario, egli era convinto che entrambe vi sarebbero state. E ciò sia in base a quella che potremmo definire la sua valutazione globale della situazione europea, sia per la sua convinzione che, senza un’azione di forza, le altre grandi potenze non avrebbero mai accondisceso ad un sostanziale rafforzamento dell’Italia, sia, infine, per una ragione di tipo ideologico. Mussolini, come abbiamo visto, non solo non credeva «alla pace duratura, perpetua, sempiterna»33, ma era convinto che la guerra fosse un «fenomeno che accompagna lo sviluppo dell’umanità». Un fenomeno che era al tempo stesso «il destino tragico che pesa sull’uomo», per cui «la guerra sta all’uomo come la maternità alla donna»34, e «la corte di cassazione fra i popoli»35. Come «è solo l’azione che dà la tempra alle anime»36, cosí infatti

solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtú di affrontarla. Tutte le altre prove sono dei sostituti, che non pongono mai l’uomo di fronte a se stesso, nell’alternativa della vita e della morte37. è stato a nostro avviso sostanzialmente frainteso: con esso Mussolini non si riferiva all’insorgere di una nuova crisi europea di tipo bellico, ma a una serie di scadenze internazionali (connesse al trattato di Versailles e al trattato navale di Washington) che egli era convinto avrebbero ridato dinamismo alla situazione europea e avviata una corsa agli armamenti (particolarmente tesa tra Italia e Francia)38. E all’inizio degli anni trenta e ancora sino alla metà di essi, delineatosi ormai il pericolo tedesco, compí l’errore di continuare a ritenere che la guerra non fosse alle porte e che essa sarebbe stata assai probabilmente combattuta dalla successiva generazione39. Un errore gravissimo che in parte si spiega con la sopravvalutazione (che per altro fu anche di molti osservatori ed uomini politici stranieri) dei tempi necessari alla Germania di Hitler per sentirsi pronta a passare all’azione e realizzare la sua politica aggressiva, ma che, in parte, ci pare debba essere spiegato in chiave psicologica.

339–340

Come abbiamo ampiamente visto nei capitoli precedenti, dopo i primi anni del regime Mussolini era giunto ben presto alla convinzione che, sebbene il fascismo avesse aperto ed indicato all’Italia una strada e una meta, gli italiani mancavano del «carattere» necessario ad essere veramente fascisti ed erano praticamente incapaci di percorrere quella strada e raggiungere quella meta. In questa situazione – lo si è visto – al «duce» sembrava che l’unica cosa da fare ormai fosse di trasformare il popolo italiano e soprattutto creare nuove generazioni, piú numerose, piú forti fisicamente e moralmente fasciste, veramente capaci di «osare» e di passare all’azione. Da qui la sua tendenza a proiettare tutti i suoi progetti piú ambiziosi e grandiosi, quelli che avrebbero dovuto consacrare il fascismo nella storia, sui tempi medi e lunghi, persino al di là della sua personale esistenza fisica. In questa prospettiva è evidente che una guerra coloniale localizzata era per Mussolini concepibile anche a breve scadenza, non cosí un grande conflitto intereuropeo, per il quale egli era convinto occorresse non solo la necessaria preparazione tecnica, ma quella preparazione morale e quella «virtú» che determinano la vittoria o la sconfitta e fanno della guerra un «esame comparativo» in cui i popoli rivelano i loro difetti e le loro capacità. Il che ci pare contribuisce a spiegare appunto in chiave psicologica perché Mussolini poté errare nel ritenere che la guerra non sarebbe scoppiata in Europa prima di molti anni. A questa considerazione, per valutare appieno la concezione nella quale Mussolini (e con lui la maggioranza dei suoi piú stretti collaboratori in questo campo) avrebbe calato negli anni trenta i tempi lunghi della sua politica estera (concezione che, per altro, andò prendendo corpo già nella seconda metà degli anni venti; si ricordi il sintomatico giudizio di Guariglia precedentemente citato a proposito della politica revisionistica), ci sembra indispensabile farne seguire, per avere un quadro d’insieme il piú completo possibile delle componenti di base della politica estera mussoliniana, un’altra relativa alle alleanze alle quali Mussolini pensava per la futura guerra intereuropea, dato che, ovviamente, un conflitto di tale importanza ed entità poteva essere affrontato dall’Italia solo nel quadro di uno schieramento di vaste dimensioni. Ebbene, per quanto la cosa possa, forse, destare meraviglia in chi è ancora legato ad una delle varie schematizzazioni sulla politica fascista, la nostra convinzione è che, non solo sino al «patto d’acciaio» ma sino alla primavera del ’40, sino alle grandi vittorie militari tedesche in Occidente, Mussolini, nonostante tutto, non fece mai una scelta veramente pregiudiziale, ma lasciò impregiudicata la questione (o, meglio, si illuse di lasciarla impregiudicata), pensando di poter in tal modo scegliere il campo per lui piú vantaggioso e, nel frattempo, raccogliere i frutti che una tale disponibilità gli procurava. Una strategia politica, questa, sulla quale – ancora una volta – si può certo discutere molto, in relazione sia al suo presunto realismo sia alla sua aderenza alla tanto conclamata «etica fascista», ma che è difficile – pur con tutte le dovute distinzioni storiche – considerare del tutto fuori della tradizione politica dell’Italia prefascista e in particolare di quella che è stata definita la tradizionale vocazione italiana per la politica dei «giri di valzer».

340–341

Se non ci si lascia condizionare dall’episodio di Corfú (indubbiamente grave e che, come si è detto, contribuí notevolmente a rafforzare in molti ambienti stranieri le iniziali diffidenze e i timori verso il fascismo, ma che rimase, appunto, un episodio) e se si valutano realisticamente alcuni piccoli episodi marginali, la prima fase della politica estera mussoliniana, quella che si concluse col patto di Locarno e le dimissioni di Contarini da segretario generale del ministero degli Esteri40, può essere considerata diversa da quella dei precedenti governi liberal-democratici soprattutto per quel che riguarda lo stile; per il resto essa, pur con alcuni ritocchi, si mosse sostanzialmente nella tradizione della Consulta e, in ogni caso, appare improntata alla volontà di evitare avventure ed estremismi, di assicurare al fascismo una patente di perbenismo e di scongiurare per l’Italia il pericolo di un isolamento internazionale.

341–342

Mussolini assunse personalmente il ministero degli Esteri, ma continuò a servirsi non solo di Contarini, politicamente non lontano dalle posizioni dei nazionalisti piú responsabili, ma anche di uomini come Romano Avezzana (nominato ambasciatore a Parigi) che certo non erano dei filofascisti. In un primissimo momento, come abbiamo detto, si dimostrò persino propenso a non accettare le dimissioni di Carlo Sforza. La fascistizzazione del ministero ebbe inizio solo con la nomina a sottosegretario, nel maggio ’25, di Dino Grandi e, almeno in una certa misura, fu decisa per dare una parziale soddisfazione all’ala intransigente del PNF che si agitava per la presenza a palazzo Chigi di troppi «antifascisti e disfattisti»41. Col valido aiuto (e per qualche aspetto con la guida) di questi esperti diplomatici, Mussolini – pur imponendo il suo stile e non mancando certo di far pesare la sua personalità e di imporre alcuni «aggiustamenti» suoi particolari alla loro visione delle linee di fondo della politica estera italiana – avviò una politica che nulla aveva a che vedere con quanto avrebbero voluto gli ultrafascisti e i nazionalisti piú accesi. Non a caso uno dei suoi primissimi atti come ministro degli Esteri fu quello di ammonire i fascisti fiumani a non tentare colpi di testa che avrebbero danneggiato la «causa nazionale». Tra il «duce» e la «carriera» si stabilí cosí una collaborazione che, pur non essendo sempre facile e senza scosse (come nel caso di Corfú), è difficile negare o ridurre, come per un certo tempo è stato sostenuto, ad una sorta di tutela di Contarini su Mussolini. Né la cosa deve meravigliare.

Nell’intimo Mussolini era indubbiamente partecipe di buona parte delle aspirazioni del suo partito. Se era assai meno antifrancese della maggioranza dei fascisti, sia per la sopravvivenza in lui, nonostante tutto, di alcuni motivi di tipo «giacobino-risorgimentale», sia soprattutto per la sua radicata paura della Germania42, egli certo condivideva la loro proiezione mediterranea (ma non quella anatolica43) e soprattutto africana del futuro dell’Italia; ugualmente, viva era in lui la pregiudiziale antijugoslava; né, probabilmente, era insensibile a certe suggestioni panitalianiste, già allora abbastanza diffuse44. Addirittura esasperata era poi in lui, come si è detto, l’idea che l’Italia fosse, dovesse agire e dovesse essere trattata come una grande potenza, uguale alla Francia e all’Inghilterra. Da politico realista si rendeva però conto che la situazione interna ed internazionale non gli lasciava che dei margini d’azione assai ristretti, pressoché obbligati: il tempo avrebbe giuocato a suo favore, nel frattempo era però necessario non fare passi falsi, non isolare l’Italia, accreditarla come una grande potenza responsabile, pacifica, anche se essa non doveva nascondere menomamente di avere e di voler realizzare dei crediti presso gli alleati del ’15-18; e tutto ciò tenendo sempre ben presenti due esigenze, quella di precostituirsi delle posizioni favorevoli per il momento in cui la situazione gli avesse permesso una politica piú dinamica e quella di poter sempre giuocare la carta della politica estera sul tavolo della politica interna: per dimostrare che fascismo voleva dire una nuova posizione e una nuova considerazione dell’Italia nel mondo e che esso aveva la capacità di ottenere ciò che i precedenti governi liberaldemocratici non erano riusciti ad avere, ma, al tempo stesso, senza far temere al paese che la sua politica potesse comportare rischi di guerra e senza frustrare troppo le attese del suo partito. Un asse d’equilibrio che, salvo l’episodio di Corfú – un mezzo scivolone che fu un po’ il suo delitto Matteotti della politica estera ma che, in definitiva, superò abbastanza bene, traendone persino alcuni risultati positivi, certo sul piano interno e probabilmente anche su quello internazionale45 –, egli percorse con notevole abilità.

343–344

Per quel che concerne il piano interno, i discorsi di Mussolini di questo periodo sono estremamente rivelatori di queste preoccupazioni. Il tema della pace è in essi ricorrente e si accompagna sempre a quelli del prestigio, della dignità e dell’autonomia della politica estera fascista rispetto a quella delle altre grandi potenze. Essi appaiono sin nel primo discorso presidenziale alla Camera, quello del 16 novembre ’2246:

Non possiamo permetterci il lusso di una politica di altruismo insensato o di dedizione completa ai disegni altrui. Do ut des.

L’Italia di oggi conta, e deve adeguatamente contare. Lo si incomincia a riconoscere anche oltre i confini. Non abbiamo il cattivo gusto di esagerare la nostra potenza, ma non vogliamo nemmeno, per eccessiva ed inutile modestia, diminuirla.

La mia formula è semplice: niente per niente. Chi vuole avere da noi prove concrete di amicizia, tali prove di concreta amicizia ci dia.

L’Italia fascista, come non intende stracciare i trattati, cosí per molte ragioni di ordine politico, economico e morale, non intende abbandonare gli Alleati di guerra.

E ritornano puntualmente nei successivi. Valgano per tutti queste due citazioni, tratte l’una dal discorso pronunciato in Senato, l’8 giugno ’2347:

Concludendo, mi piace ripetere che la politica estera italiana, mentre intende salvaguardare gli interessi nazionali, vuole anche costituire nello stesso tempo un elemento di equilibrio e di pace in Europa. Credo, con questa politica, di interpretare le tendenze ed i bisogni del popolo italiano.

l’altra da quello tenuto alla Camera il 15 novembre ’2448:

Quale è stata la premessa della mia politica estera? La premessa della mia politica estera consiste nella seguente proposizione assai semplice. L’Italia ha bisogno di un lungo periodo di pace: tutta l’Europa, tutto il mondo, ma anche l’Italia; oserei dire soprattutto l’Italia, perché l’Italia è una nazione che ha sopportato una ingente somma di sacrifici. Ed erano i suoi morti tutti italiani, di colore bianco. È un paese povero l’Italia. Bisogna cominciarselo a dire. Abbiamo fatto dei sacrifici ingenti e abbiamo cento miliardi di lire carta di debiti...

A questi temi se ne aggiunsero però ben presto altri. Uno era quello della valorizzazione dei primi successi conseguiti dalla politica fascista: l’annessione di Fiume, il riconoscimento definitivo del Dodecaneso all’Italia, la cessione sempre all’Italia dell’oasi di Giarabub e dell’Oltre Giuba. Un altro, strettamente connesso al precedente con l’evidente intento di giustificare la modestia di questi successi, ma anche di rispondere indirettamente a quei fascisti che avrebbero voluto una politica piú dinamica e «realizzatrice», era quello imperniato sull’origine dei trattati che erano alla base degli accordi che avevano reso possibili questi risultati e, piú in genere, sui condizionamenti che gravano su qualsiasi politica estera. «La politica estera è condizionata da circostanze obiettive di fatti, storiche e geografiche, morali e sentimentali; in politica estera si possono migliorare in modo sicuro le situazioni ma non si può piú capovolgerle»49. Il fascismo si era «trovato dinanzi a dei trattati», stipulati dai precedenti governi; poiché una grande potenza non può non rispettare i trattati che ha sottoscritto, egli si era dovuto muovere sulla loro base, per migliorarli e realizzare da essi il massimo possibile, ma pur sempre nel loro ambito. Un altro tema ancora completava, infine, il discorso mussoliniano ad uso interno sulla politica estera: il bisogno di pace che l’Italia aveva, la situazione internazionale del momento che induceva tutte le diplomazie e, quindi, anche quella italiana ad essere «guardinghe e circospette», la necessità che ci si convincesse che «non si può fare una politica estera se il paese non è disciplinato e se il paese non è armato»50; tutto ciò non poteva far dimenticare quali erano le condizioni dell’Italia e le sue necessità:

344–345

Siamo quaranta milioni serrati in questa nostra angusta e adorabile penisola, che ha troppe montagne ed un territorio che non può nutrire tutti quanti. Ci sono attorno all’Italia paesi che hanno una popolazione inferiore alla nostra ed un territorio doppio del nostro. Ed allora si comprende come il problema dell’espansione italiana nel mondo sia un problema di vita o di morte per la razza italiana. Dico espansione: espansione in ogni senso: morale, politico, economico, demografico51.

Cosí dosato in tutte le sue componenti, questo discorso generale poteva andar bene per l’opinione pubblica; meno accontentava però quella parte del fascismo che avrebbe voluto una politica estera piú decisa, che era rimasto deluso dagli accordi con la Jugoslavia e che non nascondeva i suoi propositi aggressivi e i suoi sogni di grandezza. Disattendere sostanzialmente l’attesa di questa partè del fascismo già creava a Mussolini non poche difficoltà, tanto è vero che qualche volta egli si vide costretto a darle, almeno formalmente, qualche soddisfazione; impedirle persino di esprimersi, di prospettare le sue tesi sarebbe stato pericoloso ed impolitico. Pericoloso perché, via via che il PNF perdeva potere e veniva svuotato politicamente e subordinato allo Stato, era necessario lasciare aperta qualche valvola di sicurezza, attraverso la quale lasciar sfogare nel modo meno dannoso per Mussolini e per il regime che andava sorgendo il rivoluzionarismo e l’intransigentismo fascisti, dando loro al tempo stesso l’impressione e l’illusione di far da battistrada al «duce» e di esprimere la «vera» anima fascista. Impolitico perché era bene per Mussolini che certi temi circolassero per il paese, contribuissero alla formazione dei giovani e prospettassero agli occhi degli italiani il futuro fascista, senza per altro impegnare personalmente il «duce» sui suoi tempi e sulla sua concreta localizzazione. Senza dire che queste voci a Mussolini servivano anche sul terreno internazionale; da un lato per dimostrare che gli italiani, tutti gli italiani, sentivano la necessità che l’Italia acquistasse un nuovo «peso» nel mondo e vedesse riconosciuti i suoi «diritti»; da un altro lato per mettere meglio in risalto la sua «moderazione», ma ammonire al tempo stesso gli altri governi che egli non poteva ignorare del tutto l’«anima dell’Italia»; da un altro lato ancora per poter lanciare, quando gli sembrava utile (e col tempo questo modus operandi sarebbe diventato sempre piú abituale), dei ballons d’essai e delle minacce senza assumersene in prima persona la responsabilità. Se non si comprende ciò non si capisce la grande libertà che Mussolini, anche dopo il ’25, lasciò in materia di politica estera alla stampa fascista, periodica e quotidiana, da quella piú propriamente nazionalista («Politica», «L’idea nazionale», «La tribuna») a quella piú propriamente fascista, ma su posizioni critiche e radicali rispetto alla politica di palazzo Chigi («Il Tevere», «Il corriere padano» e alcuni giornali giuliani e zaratini), né si comprende a fondo di come egli si serví a volta a volta di queste pubblicazioni e di altre, create talvolta ad hoc (come sarà il caso di «Antieuropa»)52.

345–347

Cosí sistemato l’aspetto interno della sua politica estera, Mussolini poté portare avanti per vari anni un’azione diplomatica diversa da quella che il suo partito sosteneva. Una politica – e con questo torniamo al punto da cui abbiamo preso le mosse per questo discorso particolare – che si differenziava nettamente nello stile da quella della Consulta e si distingueva in varie sfumature (per il momento quasi mai decisive ma certo indicative delle vere intenzioni del «duce» sui tempi medi e lunghi) da quella che la «carriera» avrebbe auspicato, ma che in definitiva non era sentita da questa come estranea al suo modo di concepire la linea portante della politica estera italiana e in qualche caso le sembrava anzi realizzarla meglio di quanto avevano fatto i precedenti governi. Nel suo complesso la «carriera» non aveva infatti mai aderito veramente alla politica estera di questi governi ed era grosso modo divisa in tre tendenze principali, due maggiori, quella dei disangiulianiani e quella dei nazionalisti moderati, ed una minore, quella degli ultimi sonniniani. A queste tendenze principali se ne affiancavano poi altre, come quella dei superstiti tittoniani. Tendenze diverse, ognuna delle quali portava avanti una propria linea, una propria concezione delle alleanze privilegiate e delle zone di maggior impegno, ma che potevano convivere facilmente tra loro e, in quel momento, potevano convivere bene anche con Mussolini. E ciò tanto piú che l’inesperienza diplomatica del «duce» e la sua, in parte sincera in parte strumentale, apparente buona disposizione ad ascoltare i loro consigli tecnici, illusero in un primo tempo molti di poter tenere sostanzialmente nelle proprie mani il timone degli affari politici e li portarono piú a sorridere che a preoccuparsi di certe sue gaffes e a sottovalutare alcuni sintomi che invece avrebbero dovuto allarmarli, se non altro per la spregiudicatezza del modo di intendere le relazioni internazionali che rivelavano. Si pensi alla tendenza che Mussolini subito mostrò ad affiancare alla diplomazia ufficiale una sorta di «diplomazia parallela», fuori dei canali tradizionali, attraverso propri uomini di fiducia e volta a stabilire contatti con esponenti e formazioni politiche filo fasciste o di destra per sondarne gli orientamenti e influenzarne (a volte anche con concreti sussidi finanziari) la politica verso i rispettivi governi o verso terzi paesi. Tipica in questo senso fu la missione svolta presso le destre tedesche nel marzo ’24 per conto di Mussolini dal generale Capello53. E egualmente si pensi all’altra tendenza, pure tipica di Mussolini, a far «lavorare» i corrispondenti stranieri in Italia e numerose pubblicazioni che si stampavano all’estero. Per non dire dell’azione di «supporto» alla sua politica che egli prese a far svolgere tra le comunità italiane all’estero e tramite i Fasci all’estero54. Alcune di queste pratiche non erano certo né una novità né erano sconosciute anche ai governi democratici di altri paesi e bisogna riconoscere che erano destinate a prendere sempre piú piede via via che i partiti assumevano importanza e il peso della pubblica opinione aumentava. È però un fatto che Mussolini e il fascismo ne fecero per primi un uso massiccio, spesso sproporzionato in confronto ai risultati ottenuti; certo con esiti sovente controproducenti e soprattutto impelagando la stessa diplomazia ufficiale in una serie di vicende non solo rischiose e dispendiose ma improduttive o quasi e per nulla giovevoli al buon nome dell’Italia e dello stesso regime fascista.

347–348

Ai suoi esordi la politica estera di Mussolini si mosse in una prospettiva strategica facilmente individuabile e che si ricollegava alla linea Di San Giuliano – Contarini – nazionalisti moderati. In base ad essa gli obiettivi da conseguire erano due: assicurarsi la sicurezza nella zona danubiano-balcanica e tendere all’espansione nel Mediterraneo ed in Africa. La prima direttiva ebbe come manifestazioni piú importanti, nel ’24 la politica di amicizia con la Cecoslovacchia55 e soprattutto gli accordi del gennaio con la Jugoslavia (entrambi questi atti tendevano anche a controbilanciare in qualche misura l’influenza francese sulla Piccola intesa) e sui tempi piú lunghi la sistemazione dell’annosa questione albanese, sulla base di un rapporto del tipo di quello tra l’Inghilterra e il Portogallo, di alleanza e di protezione al tempo stesso56. Poiché a questa sistemazione si giunse solo nel ’26-27, quando i rapporti con la Jugoslavia si erano intanto deteriorati, con essa Mussolini raggiunse anche il risultato di stringere il vicino regno slavo in una specie di morsa. Parzialmente collegato a questa politica di sicurezza nella zona danubiano-balcanica si può considerare anche il riconoscimento nel ’24 dell’Unione Sovietica, nel senso che contribuiva a «rimettere in circolo» la Russia e quindi a controbilanciare in qualche misura la presenza francese in queste regioni; gli accordi con l’Urss risposero però anche e forse piú a ragioni politiche piú generali (dimostrare che l’Italia fascista non si muoveva in base a considerazioni d’ordine ideologico e cercare di mettere in difficoltà le sinistre italiane) e d’indole economica. Piú complesso è sintetizzare l’altra faccia di questa politica, quella tendenzialmente espansionistica.

In quel momento pensare ad una iniziativa italiana autonoma era un assurdo. Le uniche possibilità per una politica di espansione erano connesse ai rapporti con l’Inghilterra e con la Francia e a trattative con questi due paesi per ottenere da essi dei compensi coloniali in base agli accordi stipulati nel ’15 e alla risistemazione «mandataria» del dopoguerra.

348–349

Persino verso l’Etiopia la politica italiana – che negli anni venti Mussolini concepí ed attuò come «una politica coloniale pacifica ed ordinata, basata sullo sviluppo dei rapporti di amicizia, commerciali ed economici»57 – non poteva prescindere da quella inglese e francese. Al trattato di amicizia italo-etiopico del 2 agosto ’28 si poté giungere infatti solo dopo una lunga preparazione diplomatica e, ciò che piú conta, dopo una serie di trattative tutt’altro che facili con Parigi e soprattutto con Londra: dopo la riconferma nel ’25-26 degli accordi del 1906 sui rispettivi interessi in Etiopia e dopo che nel marzo ’28 l’Italia, in cambio del consenso inglese a passare dai progetti di penetrazione economica al trattato politico, ebbe di fatto rinunziato a proseguire la propria penetrazione economica nello Yemen58.

Anche se non facilissima (soprattutto per l’intrico di questioni con le quali il problema coloniale era connesso e per la diversità dei punti di vista su varie di esse) la strada delle trattative con l’Inghilterra si dimostrò sostanzialmente percorribile e, pur con battute d’arresto, crisi e difficoltà varie, si giunse infatti alla fine alla conclusione di accordi che permisero a Mussolini di ottenere il miglioramento dei confini orientali della Cirenaica e, in Africa orientale, l’Oltre Giuba. Nonostante la diversità di vedute e di interessi su singoli problemi e nonostante l’episodio di Corfú (che provocò per qualche tempo un raffreddamento dei rapporti tra Roma e Londra) tra Italia e Inghilterra in quegli anni non vi erano gravi motivi di contrasto e, anzi, entrambi i governi erano interessati ad intrattenere buone relazioni. Il governo inglese (conservatore o laburista che fosse) era interessato all’amicizia italiana per molti motivi. Perché l’Italia, non avendo rivendicazioni sul continente europeo, era in quel momento un elemento di stabilità e di conservazione e, al tempo stesso, di parziale contrappeso all’egemonia continentale francese. Perché il suo espansionismo coloniale non poteva avere in definitiva che un carattere subalterno rispetto alla politica imperiale di Londra e, data la non mai del tutto sopita rivalità anglo-francese nel Mediterraneo, rappresentava anche in questo settore un utile contrappeso a Parigi. Perché, infine, rendendosi conto gli inglesi e Chamberlain in particolare del potenziale pericolo o, almeno, elemento di disordine che l’Italia fascista avrebbe potuto rappresentare in futuro, essi preferivano sorvegliare da presso Mussolini ed avere con lui buoni rapporti in maniera da poterlo influenzare nel modo piú efficace, servirsene come una pedina per il loro giuoco diplomatico (come fecero nel dicembre ’24, quando Mussolini in pratica silurò il protocollo «per il regolamento pacifico delle controversie internazionali» approvato dalla Società delle Nazioni che il governo inglese non voleva fosse ratificato) e deviare eventualmente il suo espansionismo laddove meno li danneggiava.

349–350

Se per l’Inghilterra l’Italia era una pedina di un giuoco che, nonostante tutto, faceva però sempre perno sull’accordo con la Francia, per Mussolini e per la «carriera» Londra era la chiave di volta di tutta la loro politica. Come ha scritto Guariglia59, l’Inghilterra

era la sola potenza che poteva prestarci efficace aiuto nella nostra politica coloniale, se avessimo, beninteso, condotta tale politica in armonia con la situazione europea e senza inutili scosse per il nostro paese. In Africa, come in Europa, non era concepibile per l’Italia di agire non dico contro, ma neanche al di fuori della politica britannica, il che non implicava però che il nostro contegno avrebbe dovuto essere completamente passivo e del tutto supino ai voleri di Londra. Ho sempre pensato che una ferma e saggia volontà italiana avrebbe potuto raggiungere seri risultati anche affrontando notevoli difficoltà col governo britannico, a patto soltanto di rispettare certi interessi britannici fondamentali, di cui occorreva ben comprendere i limiti e la portata.

Si spiegano cosí i loro sforzi – dopo un primissimo momento durante il quale Mussolini si illuse di poter agire in prima persona e fare da mediatore tra le maggiori potenze e soprattutto dopo che vide frustrati i suoi tentativi di trovare un terreno di intesa anche con i francesi – per realizzare una effettiva politica di amicizia con Londra, pur senza rinunciare completamente alla propria autonomia di movimento in alcuni settori marginali per l’Inghilterra e tradizionalmente d’interesse per l’Italia. Sforzi che furono alla fine coronati dal successo (a cui contribuí anche l’amicizia personale tra Mussolini e Chamberlain maturata nel corso degli incontri che i due ebbero a Roma nel dicembre ’24 e l’anno successivo in ottobre a Locarno e in dicembre a Rapallo) e che finirono per fare dell’amicizia italo-inglese uno dei capisaldi della politica estera italiana negli anni successivi.

Assai piú difficili e sostanzialmente infruttuosi furono, invece, i tentativi di avviare concrete trattative con la Francia. Nei primissimi mesi dopo la «marcia su Roma» Mussolini cercò insistentemente l’amicizia francese, appoggiando, anche pubblicamente, a piú riprese le tesi di Parigi in materia di riparazioni, sino a trovarsi tra Inghilterra e Francia praticamente sbilanciato a favore della seconda e a facilitare col suo atteggiamento l’occupazione della Ruhr da parte dei franco-belgi. Su una posizione cioè che non solo non era condivisa da molti ambienti fascisti, ma non era certo tale da spianargli il terreno con gli inglesi e che soprattutto (a parte un certo appoggio in occasione della crisi di Corfú) non gli valse neppure l’amicizia francese, sicché già verso la fine del febbraio ’23 egli si vide costretto a «rettificarla», prendendo le proprie distanze da Parigi e puntando sempre piú nettamente su Londra. E ciò specie dopo che la vittoria elettorale del cartel des gauches e il delitto Matteotti avevano reso evidente che, almeno per il momento, con Parigi era impossibile trovare un effettivo terreno d’accordo.

350

A parte le ragioni politico-ideologiche (destinate a moltiplicarsi per il problema dei fuorusciti), un accordo italo-francese era reso praticamente impossibile da due motivi principali, uno di indole generale e uno piú specifico. Il primo era costituito dalla politica di assoluta egemonia continentale perseguita dalla Francia e dalla sua intransigenza nell’opporsi ad ogni revisione della situazione realizzata con i trattati che avevano concluso il conflitto europeo. Con Poincaré questa politica si fondò sul puro principio della forza. Con Briand assunse un volto diverso, improntato ai principî di sicurezza, d’equilibrio, di collaborazione pacifica. La realtà non era però molto diversa; per Parigi era essenziale un sistema europeo che impedisse alla Germania di tornare ad essere una grande potenza e di ottenere una revisione delle condizioni impostele al tavolo della pace e che, al tempo stesso, assicurasse alla Francia l’egemonia in Europa. Una simile prospettiva era per Mussolini ovviamente inaccettabile, sia – innanzi tutto – in linea di principio, perché voleva dire condannare l’Italia ad una posizione di potenza di seconda classe, senza prospettive di manovra e di sviluppo, sia perché vi era sempre il pericolo che nel caso di una collaborazione franco-tedesca chi ne avrebbe fatto le spese sarebbe stata l’Italia, dato che se Parigi avesse dovuto fare delle concessioni a Berlino queste non potevano avere che un nome: Anschluss. Certo, sui tempi brevi Mussolini avrebbe anche potuto accettare provvisoriamente questa prospettiva (anche se essa gli avrebbe indubbiamente procurato grosse difficoltà interne, a livello di opinione pubblica e soprattutto col fascismo); ciò comportava però che la Francia fosse disposta a concedergli concrete contropartite coloniali. Come l’ambasciatore a Parigi Romano Avezzana disse a Painlevé il 27 aprile ’2560,

351–352

perché l’Italia potesse collaborare alla ricostruzione pacifica dell’Europa le occorreva di poter assicurare alla sua crescente popolazione convenienti sbocchi e rifornimenti di materie prime. La funzione che l’America aveva esercitata fin qui nei riguardi dell’Italia, si andava esaurendo, e, d’altra parte, il popolo italiano diveniva sempre piú insofferente dell’obbligo di condizionare alla perdita della nazionalità la possibilità di svolgere altrove la propria attività. Era perciò indispensabile di prendere nella necessaria considerazione le nostre aspirazioni per un dominio coloniale in Africa suscettibile di popolamento e di sviluppo economico.

Oltre alla sistemazione di questioni particolari, quali la partecipazione all’amministrazione internazionale di Tangeri e lo stato giuridico degli italiani in Tunisia, le richieste di Roma tendevano ad ottenere i compensi coloniali previsti dal patto di Londra soprattutto con la revisione e la ridistribuzione dei mandati postbellici e la istituzione di nuovi mandati61 da assegnare all’Italia. A queste richieste Parigi era però assolutamente sorda. Per la Francia la «contropartita» della sua amicizia doveva in pratica consistere – come fu evidentissimo nel ’25, in occasione delle trattative per il patto renano – nella garanzia che questa amicizia avrebbe assicurato all’Italia per la sua sicurezza sia al Brennero sia nell’Adriatico. L’Anschluss, secondo Parigi, era sí un pericolo per la Francia, ma ancor piú per l’Italia: la sicurezza francese e l’amicizia di Parigi corrispondevano dunque agli interessi italiani e Roma doveva pertanto collaborare a quella e sentirsi paga di questa. Quanto all’Adriatico, la sicurezza italiana – sempre secondo Parigi – non poteva che passare attraverso l’eliminazione dei motivi di attrito con la Jugoslavia e del pericolo di una restaurazione asburgica: da qui la necessità per Roma di concorrere al mantenimento dello statu quo nella regione danubiano-balcanica e di servirsi del tramite francese per trovare un modus vivendi stabile con Belgrado62.

Questo modo di impostare i rapporti tra Francia e Italia era per Mussolini ovviamente inaccettabile. Anche a prescindere dal rifiuto di Parigi di prendere in considerazione le richieste coloniali italiane, la conseguenza di esso sarebbe stata una sola: avrebbe privato la politica estera italiana di ogni effettiva capacità d’iniziativa, facendone un’appendice di quella francese, e avrebbe praticamente sancito ciò che il fascismo contestava con piú accanimento, che, cioè, l’Italia non era una vera grande potenza, ma solo una potenza di seconda classe. Il che spiega non solo l’evoluzione generale dei rapporti italo-francesi in questo periodo, e cioè il loro passare da una prima fase di ricerca da parte di Mussolini dell’amicizia francese a una seconda fase di manifesta freddezza (non priva di polemiche anche aspre), ma anche l’atteggiamento che Mussolini assunse di fronte al patto di Locarno.

352–354

Che Mussolini fosse interessatissimo a garantirsi la sicurezza della frontiera del Brennero e, quindi, ad evitare l’Anschluss è fuori dubbio. Che a questa epoca egli pensasse alla possibilità di accettare l’unione dell’Austria alla Germania in cambio di «specifici impegni per il rispetto del confine del Brennero» (come fu costretto a fare nel ’38) è da escludere: l’accenno in questo senso contenuto in un suo telegramma di istruzioni agli ambasciatori a Londra e a Parigi e al delegato italiano alla Società delle Nazioni in data 8 giugno ’2563 deve, a nostro avviso, essere inteso solo nel quadro della polemica con la Francia su quale dei due paesi sarebbe stato piú danneggiato dall’Anschluss e perciò solo come un bluff. L’atteggiamento di Mussolini nel corso delle trattative (febbraio-ottobre ’25) per il patto di sicurezza renano e di fronte alla sua stipulazione va visto però in un quadro piú ampio. Di fronte al riavvicinamento franco-tedesco messo in atto da Briand e da Stresemann (in cui era implicita la tendenza a scaricare verso sud la pressione tedesca, specie dato che, almeno formalmente, la frontiera orientale della Germania doveva essere in qualche misura stabilizzata con i paralleli accordi tedesco-polacchi e tedesco-cechi e Parigi avrebbe accettato meno sfavorevolmente una espansione tedesca a sud che non a danno dei suoi amici della Piccola intesa) e di fronte al rifiuto francese di compensare l’Italia in Africa per la sua partecipazione alla garanzia della frontiera renana, è assai probabile che Mussolini avrebbe accolto con favore in quel momento64 un accordo internazionale che confermasse in qualche modo (anche solo con un richiamo al trattato di Versailles, che all’articolo 80 aveva vietato espressamente l’eventualità dell’Anschluss) tutte le frontiere della Germania. A parte l’opportunità di non rimanere isolato (forse il motivo principale che alla fine lo indusse a partecipare nonostante tutto al patto di Locarno), in quel momento – stante cioè il riavvicinamento franco-tedesco – un tale accordo lo avrebbe infatti garantito dal pericolo, appunto, che la pressione tedesca si concretizzasse prima o poi, col tacito consenso franco-inglese, nell’unione dell’Austria alla Germania e portasse questa a premere direttamente sull’Italia e sulla penisola balcanica. Quando però, a maggio, fu chiaro che ad un esplicito richiamo al trattato di Versailles non si sarebbe arrivati, dato che Stresemann non l’avrebbe accettato, che Parigi non avrebbe per esso rinunciato né alla garanzia della sua frontiera orientale né al riavvicinamento a Berlino e che Londra era disposta ad impegnarsi solo per garantire la frontiera renana e che, in questa situazione, l’unica cosa che l’Italia avrebbe potuto ottenere sarebbe stata una garanzia «particolare» della frontiera del Brennero dalla Francia, per Mussolini il patto divenne piú dannoso che utile ed egli si arroccò su una posizione d’attesa, sperando nell’intimo che esso naufragasse. In quel momento internazionale il patto di sicurezza renano, infatti, si sarebbe tradotto per l’Italia fascista in una diminuzione di prestigio e in una sconfitta diplomatica o, almeno, in un impaccio per la politica estera mussoliniana, quale essa si andava delineando dopo l’accantonamento della politica di amicizia con la Francia. Visto in termini generali il patto di sicurezza non poteva essere gradito a Mussolini (e, almeno in un primo tempo, anche a Contarini, che però probabilmente alla fine dovette differenziare la sua posizione da quella del «duce») poiché creava due tipi di frontiere, quella renana garantita due volte (dal trattato di Versailles e dal patto di Locarno) e le altre (garantite solo dal trattato di Versailles), e ciò «avrebbe alterato gravemente la situazione scaturita dalla prima guerra mondiale»65, impegnando l’Italia a garantire le frontiere francesi e belghe senza una corrispondente garanzia a favore della propria. Certo – e con ciò veniamo al principale degli aspetti particolari della vicenda diplomatica connessa al patto di Locarno – per ovviare a ciò vi era l’offerta di Briand di una garanzia francese del Brennero; essa era però per Mussolini anche piú inaccettabile del patto stesso: dato che questo garantiva solo la frontiera renana, la sola e particolare garanzia francese avrebbe significato infatti due cose soprattutto: che, in linea di principio, Mussolini riconosceva la possibilità, nonostante l’articolo 80 del trattato Versailles, dell’Anschluss e che, di fronte a questa possibilità, l’Italia non aveva altra alternativa che la protezione francese. Di fronte a queste prospettive la cosa migliore per Mussolini era di rimanere fuori del patto di sicurezza; in tal modo egli non avrebbe contraddetto i sentimenti revisionistici e, quindi, ostili allo statu quo versagliese diffusissimi nel suo partito e si sarebbe assicurato notevoli margini per tentare di soppiantare o, almeno, di indebolire l’influenza francese nell’Europa orientale, danubiana e balcanica, dato che – nonostante gli accordi tedesco-polacchi e tedesco-cechi – era evidente che con il patto di sicurezza renano la Francia in effetti mostrava, se non proprio di disinteressarsi dei suoi amici in quelle regioni europee, di anteporre la propria sicurezza alla loro e ciò non poteva non favorire le tendenze revanchiste tedesche verso est (oltre che verso sud). Non è certo un caso che dopo Locarno Mussolini si fece sostenitore (riadattando questa strategia alla realtà determinata dalla stipulazione del patto di sicurezza renano) di un patto di sicurezza danubiano-balcanico che, in effetti, se fosse arrivato in porto avrebbe avuto un carattere antitedesco e antifrancese e, in funzione di ciò, egli si mostrò disposto a moderare le punte antijugoslave della sua politica; inoltre, se non avesse avuto paura di crearsi difficoltà negli Stati Uniti, tutto fa credere che Mussolini sarebbe stato anche disposto a rispondere positivamente alle avances sovietiche (l’URSS era un altro paese in cui il patto di Locarno suscitava preoccupazioni) per «un vero e proprio patto politico»66. Se alla fine Mussolini si convinse, sia pure assai controvoglia, a firmare il patto di Locarno ciò fu dovuto, oltre che alle insistenze della «carriera», alla necessità di non perdere il passo con l’Inghilterra, tanto piú che il patto di sicurezza rappresentava in ultima analisi un allentamento dell’alleanza franco-inglese e l’amicizia di Londra non solo gli era indispensabile, ma gli permetteva anche di poter inserire la sua iniziativa politica nella moderata fluidità delle relazioni internazionali che (al contrario di Parigi, tetragona nella politica dello statu quo) il Foreign Office prediligeva; inoltre, da un punto di vista formale l’adesione al patto poteva giovare al suo prestigio interno, dato che l’accordo metteva l’Italia sullo stesso piano dell’Inghilterra, facendo di entrambi i suoi garanti au-dessus de la mêlée. Significative sono a questo proposito le dichiarazioni che Mussolini fece al Senato il 28 maggio ’26, in apertura della discussione sulla politica estera in generale e sull’approvazione del patto di Locarno in particolare67:

354–355

L’architettura di Locarno è molto semplice: si tratta di due potenze, Francia e Germania, che si impegnano a non aggredirsi, che si impegnano a vivere in pace. Ma poiché questo impegno non basta, al loro lato ci sono due potenze che garantiscono l’impegno e sono l’Inghilterra da una parte e l’Italia dall’altra. Il quesito che si poteva porre prima dell’ottobre, se l’Italia doveva o no aderire a questa combinazione, io lo risolsi nel senso positivo e credo che il Senato sia unanime nel riconoscere che non si poteva agire altrimenti, che il non sottoscrivere il patto di Locarno sarebbe stato un errore colossale. Intanto, ci saremmo estraniati da un patto fondamentale, che impegna le nazioni potenti d’Europa. In secondo luogo, avremmo perduto l’occasione di metterci, in una circostanza memorabile, sullo stesso piano dell’impero inglese. Questo è molto importante e giustamente è stato detto... che questo patto è sufficiente per giustificare un moto legittimo di orgoglio nazionale.

355–356

Giusto un anno dopo, nel discorso dell’Ascensione, Mussolini, tornando a parlare del patto di Locarno e del cosiddetto «spirito di Locarno», delle speranze cioè che quel patto aveva fatto sorgere in Europa e soprattutto delle interpretazioni di coloro che lo avevano presentato come una «svolta» storica dalla quale avrebbero preso le mosse un nuovo modo di intendere i rapporti tra gli stati e un lungo periodo di collaborazione e di pace, non si limitò a constatare («senza nessuna intenzione di polemica» disse, ma, in realtà, con un trasparente compiacimento) che «lo “spirito di Locarno”, oggi, a due anni appena di distanza, è straordinariamente decolorato», ma lasciò chiaramente intendere che la responsabilità della difficile situazione internazionale doveva essere attribuita soprattutto alla Francia68:

Che cosa è accaduto? È accaduto che le nazioni, diremo cosí locarniste, si armano furiosamente per terra e per mare; è accaduto che in alcune di queste nazioni si è osato perfino parlare di una guerra di dottrine che doveva essere mossa dalla democrazia degli immortali principî contro questa irriducibile Italia fascista, antidemocratica, antiliberale, antisocialista e antimassonica.

L’accusa non era nuova; a livello di PNF era già stata ufficialmente formulata due mesi e mezzo prima dal «Foglio d’ordini»69; in Parlamento se ne erano fatti interpreti alcuni deputati, anche se di secondo piano; chi ne aveva fatto da tempo il suo cavallo di battaglia era stata soprattutto la stampa fascista, servendosi spesso di toni assai violenti. Basta scorrere i giornali del tempo, anche i piú autorevoli e piú direttamente ispirati dal «duce», per rendersene immediatamente conto. Essi offrono tutta la gamma degli argomenti messi in campo; da quelli piú generali, che prendevano spunto dalla cronaca internazionale per cantare il de profundis allo «spirito di Locarno»70, a quelli piú particolari, che denunciavano il revanchismo tedesco ma soprattutto la Francia di svolgere una politica anti italiana e antifascista, di sostenere i governi ostili all’Italia, di accusarla di militarismo e soprattutto di ospitare i fuorusciti antifascisti, facendo propri i loro argomenti e i loro calunniosi attacchi e permettendo loro di fare della Francia il centro di organizzazione dei loro «crimini» contro il fascismo e lo stesso Mussolini. Il tutto accompagnato da un continuo ribadire i «diritti» dell’Italia ad ottenere i compensi coloniali promessile nel ’15 e di cui essa aveva assoluto bisogno per assicurare lavoro e dignità ai suoi figli. Le rivendicazioni e le ipotesi formulate a questo proposito erano le piú disparate e a volte fantasiose (ciò nonostante esse sono però significative per cercare di individuare le tendenze che muovevano i vari gruppi che erano dietro ai giornali e alle riviste che le formulavano) e non di rado al coro si univano anche voci autorevoli (tra le altre quella di Arnaldo Mussolini), che non si può certo dire gettassero acqua sul fuoco. In questo clima, in occasione degli attentati Lucetti e Zamboni (nella seconda metà del ’26), si verificarono anche alcune violente manifestazioni contro consolati francesi (di Livorno, Venezia, Ventimiglia, Tripoli e Bengasi)71. Da qui, specie a livello di opinione pubblica, una notevole reciproca tensione, che raggiunse il suo massimo verso la fine del ’26, al punto che l’ambasciatore Romano Avezzana in un suo telegramma a Mussolini72 riferí che in Francia «la possibilità di una guerra con l’Italia che fino a poco tempo fa era considerata come impossibile, oggi comincia ad essere discussa come un avvenimento cui la Francia, pur riluttante, deve prepararsi perché voluta dall’Italia».

356–357

Che a quest’epoca vi fosse realmente il pericolo di un conflitto tra Italia e Francia è assolutamente da escludere. La campagna anti francese in atto in Italia era indubbiamente in buona misura voluta da Mussolini per motivi di politica interna, come diversivo, come elemento nazional-patriottico unificante in un momento particolarmente difficile come era quello della fondazione del regime, come espediente per giustificare la scarsità di concreti risultati della sua politica estera. In parte essa era però anche direttamente connessa alle polemiche, spesso aspre, che in questo periodo caratterizzarono a livello diplomatico i rapporti tra Roma e Parigi.

La responsabilità di queste polemiche è, in quasi tutti i casi, da attribuirsi all’Italia. Sulla base della documentazione ormai disponibile è indubbio che Mussolini non solo si adoperò in questo periodo a sabotare il sistema di Locarno, ma cercò costantemente di contrastare l’egemonia francese nella regione danubiano-balcanica, prima tentando, come si è detto, di varare il patto di sicurezza danubiano-balcanico, poi cercando di impedire la conclusione di un accordo diretto franco-jugoslavo (arrivando nel marzo ’26 a minacciare la possibilità di riesaminare la posizione dell’Italia «rispetto agli altri stati d’Europa legati al patto di Locarno»73) e soprattutto sforzandosi di mettere in crisi la Piccola intesa, sia dall’interno (tentando di influire sulla Romania)74, sia specialmente facendosi paladino del revisionismo ungherese.

357–358

Il trattato d’amicizia italo-ungherese, sottoscritto nell’aprile ’27 tra Mussolini e il conte Bethlen75, è in genere considerato un momento decisivo della politica estera fascista. Con esso si sarebbe completata la frattura tra la prima fase di questa politica, quella mussoliniano-contariniana, e quella piú propriamente mussoliniana; avviata tra la fine del ’25 e i primi del ’26 col sabotaggio del sistema di Locarno (in particolare attraverso l’accentuazione delle punte anti francesi e il tentativo di tenerne fuori la Germania, in modo da poterne sfruttare contro di esso il potenziale sovversivo) e con l’abbandono dei propositi di accordo con la Jugoslavia – che furono la causa delle dimissioni nel marzo ’26 di Contarini – la svolta mussoliniana si sarebbe infatti definita in tutti i suoi elementi nel ’27 con la scelta revisionista operata attraverso l’accordo con l’Ungheria. In questa periodizzazione-valutazione vi è certo del vero; a nostro avviso, ai fini di una valutazione concretamente storica del significato del trattato italo-ungherese del ’27 e, piú in genere, del revisionismo mussoliniano è necessario inserire questo problema in un quadro piú vasto, che ci riporta ai rapporti italo-francesi.

Gli anni immediatamente successivi al patto di Locarno costituirono certamente uno dei periodi piú critici dei rapporti fra Roma e Parigi. E, come abbiamo detto, soprattutto per volontà italiana. Parlare di francofobia di Mussolini è però sbagliato. Assai giustamente il Carocci, parlando delle relazioni italo-francesi in questi anni, ha scritto76:

Con la Francia «litigi, spesso; rottura no». Queste parole furono dette da Mussolini, nell’incontro di Livorno del settembre 1926, per rassicurare Chamberlain circa i rapporti, spesso cosí tempestosi, con la vicina d’oltralpe. Le parole erano sincere e riflettevano la verità: una verità che, se escludeva, almeno in quel periodo di anni, la rottura, ammettevano ampiamente i litigi.

Per comprendere il revisionismo mussoliniano e, piú in genere, tutta la politica del «duce» in questo periodo bisogna partire da una premessa che può sembrare assurda, paradossale, ma che è la chiave della sua strategia politica sino verso la metà degli anni trenta e, in parte, ancora dopo: Mussolini faceva una politica anti francese per giungere ad un accordo con la Francia.

358–359

In una situazione internazionale sostanzialmente statica come quella della seconda metà degli anni venti, per il «duce» la prospettiva della politica estera italiana – realizzato l’ancoraggio alla politica inglese – era ancora quella del periodo immediatamente successivo alla sua andata al potere: nonostante l’intransigenza di Parigi, egli vedeva l’obiettivo da raggiungere nell’amicizia con la Francia. Solo essa infatti poteva, in teoria, soddisfare sia le sue aspirazioni di espansione coloniale sia le sue necessità di sicurezza rispetto alla Germania. Se si esaminano da vicino le relazioni diplomatiche italo-francesi in questo periodo e, al tempo stesso, non ci si lascia suggestionare dagli aspetti esterni delle altre iniziative politiche mussoliniane parallele ad esse, è facile rendersi conto che Parigi era sempre la stella polare del «duce». Lo era quando polemizzava violentemente con gli austriaci e soprattutto con i tedeschi per l’Anschluss e per le condizioni della popolazione di lingua tedesca dell’Alto Adige: i due discorsi alla Camera e al Senato del 6 e del 10 febbraio ’2677 erano sí in polemica col presidente del consiglio bavarese, Held, e con Stresemann; il vero interlocutore di Mussolini era però Parigi, tanto è vero che – per renderne piú chiaro il significato – dopo due settimane Mussolini si affrettò a rilasciare al «Petit parisien» una intervista nella quale affermò78:

Era indispensabile denunciare questa minaccia di pangermanismo. Quella gente non ha dimenticato niente, non si è rassegnata a niente ed è ancora attaccata ai suoi sogni di ieri. Il pericolo germanico dovrebbe avvicinare sempre di piú l’Italia e la Francia. I loro interessi sono identici. Non c’è alcuna questione grave che le separi. Col loro blocco compatto di ottanta milioni di uomini, che controbilanciano il blocco germanico, Francia e Italia insieme possono imporre la pace.

E lo era anche quando egli si avvicinava all’Ungheria e si faceva sostenitore di un revisionismo «attivo». Al di là delle frasi altisonanti e ad uso interno (come quelle pronunciate in Senato il 5 giugno ’2879), il revisionismo mussoliniano era sostanzialmente moderato, fatto piú di parole che di effettiva disponibilità ad impegnarsi concretamente per portarlo avanti. Nello stesso rapporto con Budapest, se comune era il desiderio di fare dell’amicizia italo-ungherese una sorta di «baluardo antislavo e antidemocratico», per il resto gli obiettivi di Mussolini e di Bethlen erano assai diversi. Mentre Bethlen cercava in esso un concreto punto d’appoggio per realizzare le aspirazioni revisionistiche del suo paese, per Mussolini l’Ungheria doveva servirgli ad isolare e a mettere in difficoltà la Jugoslavia, a costituire, con l’Austria, un freno al revisionismo tedesco e soprattutto ad esercitare una pressione politica diretta ed indiretta (tramite la Piccola intesa) sulla Francia. Assai significativo è a questo ultimo proposito quanto si legge in una lunga relazione complessiva sulla politica estera italiana redatta assai probabilmente da L. Vitetti nella prima metà del luglio ’32, per fare il punto sulla nuova situazione determinatasi con la conferenza di Losanna80:

359–360

In realtà il nostro revisionismo per quanto riguarda l’Italia, ha sempre avuto e ha uno scopo preciso: quello di rivedere a nostro vantaggio la distribuzione dei territori coloniali. In Europa il nostro revisionismo ci ha servito a esercitare una pressione politica sulla Francia, non a soddisfare alcuna necessità nostra. Parlando di revisione dei Trattati il nostro animo si è volto sempre all’Africa, al Mediterraneo orientale, all’iniqua distribuzione dei mandati che fu fatta alla Conferenza di Parigi, alle condizioni di inferiorità nella quale si trova l’Italia rispetto alle altre Grandi Potenze vittoriose. Noi abbiamo sempre pensato che era utile eccitare e aumentare il pericolo tedesco in Europa, perché la Francia fosse costretta a rivedere in nostro favore la situazione coloniale. Non sono né i Tedeschi della Slesia che ci interessano, né gli Ungheresi della Transilvania. Sono gli Italiani ai quali bisogna dare terre e lavoro, campi da coltivare e mercati da sfruttare. Sia la Siria o sia il Camerun, noi abbiamo la nostra «revisione» che ci preme. Gli altri dovranno pensare a sé.

Nelle prossime pagine dovremo tornare su questa relazione, che, come si vedrà, costituisce un documento «interno» essenziale per comprendere la politica estera fascista della seconda metà degli anni venti e specialmente alcune ragioni della sostituzione, proprio nel luglio ’32, di Grandi alla guida del ministero degli Esteri. Qui, per il momento, ci basta sottolineare l’interesse dell’analisi retrospettiva che in esso è fatta del revisionismo mussoliniano e richiamare l’attenzione sulla spiegazione che ne viene data. Da esse emerge infatti chiaramente una strategia di fondo, indubbiamente tutta condizionata dall’idea dell’assoluta necessità di assicurare all’Italia un impero coloniale, ma fondata su un presupposto che non era certo quello di una troppo spesso asserita francofobia mussoliniana, ma, al contrario, su quello della necessità di giungere – servendosi di qualsiasi mezzo, anche dei piú spregiudicati e potenzialmente pericolosi – ad un accordo con Parigi.

360–361

La conferma di ciò è offerta dall’attenzione che Mussolini mise in questo periodo nell’evitare che i «litigi» con la Francia portassero ad una «rottura» e a non lasciarsi sfuggire l’occasione per passare dai «litigi» ad un accordo, possibilmente globale, che risolvesse cioè tutte le questioni aperte tra i due paesi, ma eventualmente anche solo parziale, che aprisse la strada alla loro risoluzione. E a questo proposito, anzi, va detto che non mancano elementi per pensare che Mussolini fosse piú disposto ad un accordo parziale che non la «carriera», piú propensa ad una maggiore fermezza per giungere ad un accordo globale. In questa prospettiva si comprende perché nel ’26 e nei primi mesi del ’27, mentre piú violente erano le polemiche pubbliche contro la Francia, il «duce» non chiuse mai completamente la porta alle proposte di riavvicinamento e di accordo che venivano di tanto in tanto dal Quai d’Orsay e dall’ambasciatore Romano Avezzana e tenne in vita le trattative avviate nel ’25 in occasione dei negoziati per il patto di Locarno. E si comprende perché – nonostante la conclusione del trattato di amicizia francojugoslavo (11 novembre ’27) da lui tanto avversato e le violente proteste che esso aveva suscitato in Italia – quando il 30 novembre ’27 Briand dichiarò alla Camera di essere fermamente convinto che, malgrado gli attriti e le dure polemiche, Francia e Italia potevano arrivare ad un accordo, egli colse subito la palla al balzo e si affrettò a rilasciare alla «Dépêche tunisienne» una intervista nella quale affermò81:

Dobbiamo tutti facilitare la costituzione di un vasto blocco latino. Non soltanto le nazioni iberiche, ma le Repubbliche latine rivolgono i loro sguardi verso Roma e Parigi. Federare queste forze multiple e questi popoli animati da una medesima fede, per i quali la stessa civiltà è una eredità comune, significa assicurare la pace del mondo e premunirsi contro la minaccia della barbarie... La Francia e l’Italia sono fatte per intendersi. Non parliamo di sangue latino: la razza è una entità assai vaga tante sono le mescolanze nel corso dei secoli; ma la civiltà, la cultura costituiscono un mirabile patrimonio comune... Ecco perché la famiglia franco-italiana potrà attraversare talora atmosfere tempestose, ma noi non giungeremo mai fino all’aperta discordia, perché siamo fratelli che litigano qualche volta, ma che si amano a dispetto di tutti.

E per rendere piú autorevole la démarche, il 16 dicembre la stampa italiana pubblicava un resoconto ufficiale della riunione del Consiglio dei ministri del giorno precedente in cui figuravano queste parole del «duce»82:

361–362

Io credo che sia possibile, utile e vorrei aggiungere necessaria, una lunga, cordiale, duratura intesa tra Francia e Italia; ma tale intesa, per essere solida, non può basarsi su motivi esclusivamente letterari o puramente sentimentali, bensí sulla eliminazione di quelli che possono costituire punti concreti di frizione fra i due paesi.

Dietro l’avance di Briand come dietro la pronta risposta di Mussolini vi era l’Inghilterra, preoccupata dalla tensione tra i due paesi e dal suo acutizzarsi in seguito ai trattati franco-jugoslavo e italo-albanese. È difficile però credere che la disponibilità di Mussolini sia dipesa solo dalle pressioni inglesi. Queste ebbero indubbiamente il loro peso; la loro maggiore influenza si esercitò però assai probabilmente sui francesi, nel senso, almeno, di far comprendere loro la necessità – se volevano veramente cercare di avviare una trattativa con Mussolini – di prendere in considerazione l’unica condizione preliminare alla quale egli non poteva rinunciare (sia per una questione di prestigio sia perché corrispondeva ad una questione sulla quale il partito fascista era intransigente), quella cioè di mettere un qualche freno all’attività dell’antifascismo italiano in Francia83. Per parte sua il «duce» non aspettava che l’occasione per avviare trattative e, appunto, un atto «di buona volontà» di Parigi che gli permettesse di tenere a freno gli elementi fascisti francofobi e di vantare un nuovo successo ad uso interno. È infatti difficile non notare la certo non casuale connessione temporale tra il discorso di Briand (30 novembre), il primo provvedimento del governo francese contro la stampa antifascista italiana (l’invito, il 5 o 6 dicembre, al direttore della «France de Nice et du Sud Est» a cessare di turbare le relazioni franco-italiane), l’intervista di Mussolini (rilasciata il 10 dicembre e pubblicata il 12) e il secondo provvedimento del governo francese contro la stampa antifascista (la proibizione del «Corriere degli italiani», decisa dal Consiglio dei ministri il 13 dicembre). Se proprio si vogliono cercare stimoli esterni alla disponibilità di Mussolini, piú che a insistere sulle pressioni di Londra, saremmo propensi a dare un certo peso, se mai, al timore che in Mussolini dovettero suscitare le notizie84 secondo le quali Stresemann sarebbe stato sul punto di cercare di sfruttare la tensione italo-francese per realizzare un riavvicinamento con Parigi, che sarebbe andato a tutto svantaggio delle possibilità di manovra italiane.

362–363

Del resto la disponibilità del «duce» è dimostrata da come egli impostò le conversazioni con i francesi. Un suo appunto in data 4 dicembre ’2785 ci permette di conoscere con precisione quali, secondo Mussolini, erano le questioni aperte tra Italia e Francia: Tangeri, Tunisi (rinnovo per venti anni delle convenzioni del 1896), confini meridionali ed occidentali della Tripolitania, mano libera nei Balcani e nel Mediterraneo orientale, snazionalizzazione degli italiani, «diritto di asilo» per i fuorusciti e revisione dei mandati. Sulla falsariga di questo appunto, prima che si avviassero le conversazioni F. Coppola e soprattutto V. Gayda86 prospettarono le condizioni alle quali si sarebbe potuto concludere l’accordo auspicato da Briand e dal «duce». Quando però, il 30 gennaio, Mussolini ebbe il primo incontro con l’ambasciatore Beaumarchais, le sue richieste e soprattutto il tono con cui le formulò furono assai piú moderati e scaglionati nel tempo87:

Esaminando la questione dei rapporti fra i due paesi, bisogna sapere da dove si parte, ma soprattutto bisogna stabilire dove si vuole arrivare. Si tratta di esaminare talune questioni di dettaglio, anche se delicate, per facilitare la strada ad una lunga stabilità politico-diplomatica dei due paesi o ci si vuole limitare soltanto all’esame delle questioni minori senza porsi il quesito, se tutto ciò debba sboccare, come io penso, in un vero e proprio trattato di amicizia, di non aggressione – eccetto i casi contemplati a Locarno – e che costituirebbe, insieme con altre soluzioni di ordine economico, la contropartita politica italiana? La bilateralità del patto! Chiamo minori le questioni di cui parlo, perché nessuna di esse riguarda il territorio metropolitano della Francia. Sono abbastanza intelligente per non mettere sul tappeto questioni del genere. I problemi minori sono Tangeri (virtualmente risolto), lo Statuto degli italiani di Tunisi (risolvibile), le rettifiche di confine in Tripolitania, la questione dei mandati, la posizione dell’Italia nei Balcani e nel Mediterraneo Orientale. Quanto ai mandati noi non vi chiediamo la Siria. Non la vorremmo nemmeno se ce la concedeste. Ma se domani, tutti i mandati fossero riposti sul tappeto, la Francia non dovrebbe opporsi alle legittime richieste dell’Italia. Un elemento che potrebbe entrare nell’insieme delle contropartite d’ordine politico, sarebbe l’Anschluss.

363–365

Dopo questo primo colloquio, le trattative continuarono a lunghi intervalli nei mesi successivi, sia a Roma, sempre tra Mussolini e Beaumarchais, sia a Parigi, tra il nuovo ambasciatore italiano Manzoni e il segretario generale del Quai d’Orsay Berthelot. Presto fu però chiaro che i francesi non erano disposti (a parte la questione di Tangeri, ormai in via di autonoma soluzione) ad accettare neppure in linea di principio le richieste italiane; ciò nonostante Mussolini continuò per un certo tempo a mostrarsi ottimista e conciliante88; al punto che se le trattative si fecero sempre piú rade e alla fine si insabbiarono ciò non fu dovuto tanto a lui ma alla «carriera» e specialmente al direttore generale per l’Europa e il Levante di palazzo Chigi, Guariglia, che – agendo probabilmente d’accordo con gli elementi piú oltranzisti del ministero delle Colonie89 – in almeno due occasioni pensò bene di silurarle, convinto che da un eventuale accordo l’Italia non avrebbe ottenuto nessun apprezzabile vantaggio e che, quindi, non fosse conveniente legarsi le mani90.

Alla base di questa scelta negativa della «carriera», alla fine fatta propria anche da Mussolini, sia pure probabilmente controvoglia per non scontentare la parte piú oltranzista del fascismo, fu indubbiamente la convinzione che il tempo lavorasse sostanzialmente a favore dell’Italia; che, cioè, prima o poi la Francia avrebbe dovuto accettare le richieste italiane: le necessità della sua sicurezza l’avrebbero, infatti, costretta alla fine a cercare l’amicizia di Roma e a pagarne il relativo prezzo pur di fronteggiare il sempre piú evidente revanchismo tedesco. In astratto non si può dire che fosse un calcolo sbagliato e neppure estraneo alla «buona» tradizione diplomatica. E, del resto, esso trovava già le prime conferme nel costituirsi in Francia di un nucleo di opinione pubblica che, di fronte alla sempre piú evidente labilità delle speranze di uno stabile modus vivendi con la Repubblica di Weimar, si andava appunto orientando verso l’idea della necessità di un accordo con l’Italia in funzione antitedesca. Se appena si pensa che per dare concretezza ad una simile politica era necessario, non solo impedire qualsiasi riavvicinamento franco-tedesco (di cui inevitabilmente l’Italia avrebbe fatto le spese), ma addirittura valorizzare in funzione antifrancese il revisionismo e il revanchismo tedeschi, appare però subito chiaro quanto essa fosse satura di rischi gravissimi e superiore alle oggettive capacità italiane. L’Inghilterra, con la sua posizione geografica e la sua potenza, poteva permettersi di favorire in Europa una situazione relativamente fluida, che evitasse lo stabilirsi dell’egemonia di una sola potenza continentale. L’Italia se aveva bisogno della Germania per indebolire la Francia e costringerla ad accordarsi con lei, aveva però al tempo stesso bisogno della Francia per contenere la crescente potenza ed aggressività tedesche. Data questa contraddizione oggettiva, per evitare che essa diventasse insanabile, sarebbe stato necessario che il dinamismo tedesco non andasse oltre un certo limite e fungesse solo da minaccia: se fosse diventato effettivo l’Italia avrebbe infatti perso il suo potenziale di ricatto rispetto alla Francia e con esso la sua libertà di manovra come «grande potenza»; sicché alla fine delle due l’una: o con la Francia senza altra contropartita che l’interesse per la comune sicurezza o con la Germania, in un rapporto alla lunga inevitabilmente precario, data la disparità oggettiva del peso rispettivo. Detto questo va altresí però detto che nel ’28-29 nulla realisticamente poteva far credere che il dinamismo tedesco si sarebbe affermato tanto presto e in una misura cosí massiccia come avvenne da lí a pochi anni, né poteva far prevedere il carattere particolare che esso avrebbe assunto. Ciò spiega, almeno in parte, l’errore di Mussolini e soprattutto della diplomazia italiana che, oltre tutto, era tradizionalmente abituata a muoversi in un sistema di pesi e contrappesi che sino alla guerra ’14-18 aveva dato buoni risultati e che dopo il ’19 essa aveva sempre in sostanza sperato di ricostituire e poter nuovamente sfruttare. Né d’altra parte, nonostante la paura di Mussolini per la Germania, il polo tedesco era stato sino allora trascurato da palazzo Chigi. Sicché il fatto che ora, di fronte all’intransigenza francese, si prese a guardare ad esso-con sempre maggior insistenza e il discorso revisionista fu sempre piú spesso applicato anche alla Germania non deve meravigliare; cosí come la relativa modestia dei passi fatti sulla strada di Berlino verso lo scorcio degli anni venti non deve far stabilire un nesso diretto, organico tra il loro successivo moltiplicarsi e l’affermazione del nazionalsocialismo in Germania: la politica di giuocare la carta tedesca per indurre la Francia ad un accordo fu concepita ed iniziata prima che l’astro di Hitler brillasse nel firmamento internazionale e a prescindere da un calcolo fondato su di esso; se in un primo momento non dette concreti risultati fu solo perché la situazione internazionale era ancora in buona parte statica e condizionata, nonostante tutto, dal fittizio riavvicinamento franco-tedesco operato all’ombra dello «spirito di Locarno».

365–366

Nelle pagine precedenti abbiamo cercato di individuare i momenti principali della politica estera italiana nei primi sette anni dopo la «marcia su Roma» e, al tempo stesso, di coglierne le motivazioni di fondo. Da quanto abbiamo detto si ricavano, a nostro avviso, alcuni punti fermi, cosí riassumibili:

  • in questi primi anni, per motivi generali (staticità della situazione internazionale) e particolari (situazione interna italiana), la politica estera di Mussolini fu scarsamente dinamica, priva di effettiva autonomia e concepita sostanzialmente in funzione della politica interna, come uno degli elementi, cioè, volti a suscitare il consenso attorno al regime che si andava costituendo;
  • in questo quadro generale, Mussolini e la «carriera»科学? mirarono soprattutto a realizzare una politica di sicurezza in Europa e una politica di espansione nel Mediterraneo orientale e specialmente in Africa;
  • entrambe queste politiche avevano come pre-condizione l’amicizia con l’Inghilterra e con la Francia, considerata necessaria sia per l’oggettiva realtà europea, sia perché l’espansione coloniale veniva ritenuta possibile solo attraverso una serie di accordi con queste due potenze volti ad attuare il «sospeso coloniale» del patto di Londra;
  • sia pure con qualche frizione momentanea, questa politica di amicizia poté essere realizzata con l’Inghilterra, non cosí invece con la Francia;
  • da qui una tensione, in certi momenti anche grave, con la Francia e l’affermarsi della tendenza a costringere Parigi ad un accordo, cercando di mettere in difficoltà il suo sistema di egemonia europea e di rendere l’Italia indispensabile alla sua sicurezza, favorendo prima il revisionismo ungherese, poi quello tedesco.

I risultati cosí conseguiti erano stati però assai modesti e, nel complesso, non avevano giovato al prestigio dell’Italia fascista nel mondo. Piú gravi erano poi state le conseguenze interne. A livello della «carriera» Mussolini aveva perso la collaborazione di un uomo di grande esperienza e prestigio quale Contarini e la sua disponibilità ad un accordo limitato con la Francia aveva suscitato le resistenze anche di uomini come Guariglia. A livello del gruppo dirigente fascista, ugualmente, la sua politica estera, se aveva trovato consensi nei momenti di maggiore «fermezza» (episodio di Corfú, polemiche per l’Alto Adige e con la Jugoslavia), nel complesso aveva deluso e qualche volta irritato molti e soprattutto le correnti piú accesamente francofobe e colonialiste. A livello di opinione pubblica, infine, se la «resa» di questa politica era stata indubbiamente migliore che non a livello del partito, alla lunga essa poteva ingenerare sia delusioni sia soprattutto timori: se, infatti, anche a questo livello non mancavano i supernazionalisti, nella loro grande maggioranza gli italiani erano per una politica di pace, per cui, se una certa dose di nazionalismo poteva costituire un elemento di coesione attorno al regime (soprattutto per la piccola e media borghesia che piú sentiva il «tradimento» subito al tavolo di Versailles), una troppo intensa polemica antifrancese o antijugoslava o una eccessiva insistenza sulle rivendicazioni coloniali potevano alla lunga diventare per il regime controproducenti.

366–367

Stante questa situazione, è comprensibile che, stabilizzato ormai il suo potere interno con la Conciliazione e il plebiscito, per Mussolini nella seconda metà del ’29 il problema della politica estera acquistasse una importanza notevolmente maggiore di quella che aveva avuto sino a quel momento e – senza ancora diventare l’aspetto centrale della sua politica – cominciasse ad assumere nell’economia di questa un peso crescente. E ciò tanto piú che, proprio nel ’29, da un lato le speranze e i timori in una prossima caduta del fascismo si dissolsero all’estero quasi completamente e si affermò di contro la convinzione che fosse necessario considerare Mussolini una realtà con la quale si sarebbero dovuti fare i conti per lungo tempo e, da un altro lato, la situazione internazionale prese a manifestare sintomi sempre piú evidenti di una minore staticità e, quindi, di prossimi decisivi mutamenti, che avrebbero permesso all’Italia maggiori margini di autonomia e di manovra in politica estera. Basterà a questo proposito ricordare: la sconfitta elettorale dei conservatori in Inghilterra e l’andata al governo, agli inizi di giugno, dei laburisti (tendenzialmente orientati verso una politica estera di tipo pacifista); il sempre piú manifesto esaurimento del fittizio riavvicinamento franco-tedesco (che la morte di Stresemann, il 3 ottobre, e l’aggravarsi delle tensioni interne tedesche avrebbero accelerato vieppiú); il riproporsi, con la scadenza del piano Dawes e le trattative per quello che fu poi il piano Young, del problema delle riparazioni e dei debiti di guerra; il riaffacciarsi alla ribalta della politica europea degli Stati Uniti; e, fatto indubbiamente meno significativo dei precedenti, ma per l’Italia importante, l’andata al potere in Austria in settembre del governo conservatore di Schober.

367–369

In mancanza di elementi precisi per stabilire quando Mussolini abbia concretamente maturato la decisione di dare alla politica estera fascista un carattere per vari aspetti diverso da quello che essa aveva avuto sino allora, l’atto formale che può essere assunto a indice del momento in cui attuò questa decisione è la nomina a ministro degli Esteri di Dino Grandi, il 12 settembre 1929. Essendo avvenuta nel quadro del vasto rimaneggiamento del governo attuato in quello stesso giorno, questa nomina sul momento non assunse per i piú un particolare significato, apparendo, per un verso, la conseguenza della piú generale decisione del «duce» di liberarsi dei molti, troppi ministeri di cui era venuto assumendo la guida e, per un altro verso, una naturale promozione di un sottosegretario che aveva negli anni precedenti dato buone prove di sé, una nomina non dissimile, dunque, da quelle di Bottai, Balbo, Gazzera e Sirianni. In un certo senso, si può dire anzi che per la nomina di Grandi a ministro questi motivi apparivano anche piú validi di quelli che potevano giustificare alcune delle altre promozioni. A parte il desiderio di Mussolini di scaricarsi della guida diretta e quotidiana di tanti ministeri (e quello degli Esteri era certo uno dei piú gravosi) e di responsabilizzare alcune competenze piú propriamente fasciste formatesi al suo fianco negli anni precedenti, occorreva, in un periodo in cui erano prevedibili importanti conferenze internazionali e una crescente attività diplomatica, che il titolare degli Esteri fosse in grado di partecipare personalmente e – come si dice oggi – a tempo pieno a questa attività. E ciò a Mussolini sarebbe stato impossibile, sia per i suoi molteplici impegni in Italia, sia per motivi di sicurezza personale. Lunghi e frequenti viaggi all’estero avrebbero infatti esposto troppo la sua vita al rischio di attentati antifascisti e costretto ad organizzare attorno a lui un tale servizio di sicurezza che, anche a prescindere dalle difficoltà tecniche, sarebbe stato politicamente controproducente. Né sarebbe stato possibile che egli si facesse sostituire frequentemente da un semplice sottosegretario, che, inevitabilmente, si sarebbe trovato in difficoltà in riunioni e incontri in cui gli altri paesi fossero stati rappresentati al livello dei ministri. E d’altra parte, dovendo nominare un ministro, l’unico a cui Mussolini poteva pensare era Grandi. Il ministro degli Esteri dell’Italia fascista non poteva essere che un fascista, noto ed autorevole. Su ciò Mussolini non aveva dubbi e, del resto, un’altra soluzione non sarebbe stata accettata dal PNF, che da tempo mordeva il freno e protestava per la scarsa fascistizzazione, a suo dire, di palazzo Chigi e della «carriera». Teoricamente, un candidato sarebbe potuto essere Federzoni (che, oltre tutto, godeva di un certo credito in alcuni ambienti conservatori stranieri, in Francia e soprattutto in Inghilterra); troppi erano però gli argomenti contro di lui: la sua mancanza di esperienza diplomatica, il suo esasperato colonialismo, il suo essere piú uomo della Corona che del fascismo e, soprattutto, l’ostilità sorda verso di lui da cui erano animati larghi settori del partito, dal vecchio intransigentismo squadrista al nuovo fascismo della seconda generazione. A favore di Grandi giuocavano invece tutti gli argomenti possibili. Era un vecchio e autorevole fascista; come fascista era un moderato, il suo arrivo, come sottosegretario, a palazzo Chigi aveva però significato l’inizio della fascistizzazione del ministero; intelligente, abile, duttile si era fatto apprezzare dalla «carriera» e si era bene inserito in essa anche umanamente, difendendola in un paio di occasioni dall’eccessiva invadenza del partito; come sottosegretario aveva dimostrato non comuni capacità e, dimessosi Contarini, aveva avuto cura di evitare che – dopo un breve periodo durante il quale Chiaramonte Bordonaro resse la segreteria generale del ministero – questa importante carica fosse coperta di nuovo, in maniera da accentrare nelle sue mani la effettiva direzione del ministero. Secondo Guariglia, cosí facendo, Grandi non avrebbe mirato solo ad assicurarsi la promozione a ministro, ma – in prospettiva – avrebbe guardato molto piú in alto. Attraverso la sua attività a palazzo Chigi, egli avrebbe teso a collocarsi «in una zona ben distinta dal resto del partito, piú elevata e meno vulnerabile, dalla quale soltanto, con l’aiuto del tempo e della fortuna, avrebbe potuto spiccare piú alti voli»91. Lasciando per il momento da parte questo discorso sui progetti di Grandi per il «dopo Mussolini» (che, del resto, quadrerebbero bene con la personalità dell’uomo, la sua ambizione e la sua concezione del fascismo come fenomeno transitorio92), è un fatto che nel ’29 la sua promozione a ministro fu pressoché obbligata e nulla induce a credere che decidendola il «duce» abbia avuto delle incertezze. In quel momento Grandi era per Mussolini l’uomo adatto non solo per i motivi detti, ma anche perché se quest’ultimo era convinto della necessità di attuare una razionalizzazione della politica estera sino allora perseguita e un adeguamento di essa alla nuova realtà internazionale che si andava delineando, assai probabilmente si rendeva altresí conto che ciò non avrebbe mancato però di suscitare perplessità e ostilità in campo fascista e, quindi, nella incertezza su come la situazione internazionale si sarebbe alla fine sviluppata, egli preferiva lasciare, almeno formalmente, la responsabilità di questa razionalizzazione e di questo adeguamento ad un altro; sia, per essere in grado, a seconda dei risultati, di farla ufficialmente propria o di respingerla, sia per riservarsi il piú possibile la libertà di far fare a Grandi un discorso per gli interlocutori esteri e di farne eventualmente uno diverso lui ad uso interno93. Né, d’altra parte, a quell’epoca Mussolini poteva nutrire verso Grandi sospetti o gelosie; le polemiche dei tempi del «patto di pacificazione» e i tentennamenti dell’ottobre ’22 erano ormai acqua passata, dai quali Grandi si era ampiamente riscattato negli anni successivi, prima con Federzoni al ministero dell’Interno, poi con lo stesso Mussolini agli Esteri; senza dire che se vi era un fascista di primo piano che a quell’epoca si mostrava completamente devoto al «duce», lo colmava di riconoscimenti e si dichiarava in politica estera suo allievo fedele, questo era proprio Grandi94.

369–370

Nell’estate del ’32, quando riassunse personalmente la direzione del ministero degli Esteri, Mussolini espresse sulla gestione Grandi un giudizio largamente negativo. Senza anticipare qui questo giudizio e i motivi che lo determinarono, il problema che ora ci sembra necessario affrontare – ancor prima di parlare delle piú importanti vicende della politica estera italiana in quei tre anni – è quello degli obiettivi che Grandi pose alla sua politica e della piú generale concezione della realtà internazionale che era alla base della sua strategia. Solo cosí è possibile cercare di cogliere il nesso tra la sua gestione della politica estera italiana e l’atteggiamento di Mussolini, sia per quanto concerne le sue prese di posizione di questi anni in materia di politica estera sia in riferimento alla sua decisione nel ’32 di riassumerne personalmente la direzione e al suo giudizio sulla gestione Grandi.

Ha scritto il Di Nolfo95:

Fino a questo momento l’attività di Mussolini come ministro degli esteri aveva comportato una responsabilità e una visione limitate unicamente alla considerazione degli interessi italiani. Su nessuno dei grandi problemi internazionali prospettatisi nel periodo 1922-29 (eccezion fatta per il memorandum sulle riparazioni del 1923) il governo italiano aveva preso una posizione autonoma e originale, contentandosi sempre Mussolini di seguire l’iniziativa altrui, e di restare al margine delle questioni. A partire invece dal 1929, le nuove conferenze delle riparazioni prima e poi quelle per il disarmo, ponendo in primo piano quei grandi problemi che... esprimevano la svolta avvenuta nella situazione mondiale, esigevano prese di posizione nuove da parte dell’Italia, le quali non potevano non essere, sulla base delle premesse poste dal fascismo, originali e autonome. Per la prima volta quindi Mussolini e il fascismo si trovavano di fronte a problemi che implicavano quella visione complessiva e organica della politica internazionale che Mussolini non era riuscito a formulare negli anni in cui aveva tenuto il ministero degli esteri. Il loro carattere particolare era che essi non potevano piú venir considerati da un punto di vista ristretto e unilaterale, ma richiedevano una prospettiva piú ampia, la considerazione di un interesse generale.

370–371

Che questa sia stata l’esigenza base della nuova fase avviata da Grandi come ministro non vi è dubbio, cosí come non vi sono dubbi su altri due punti: che Mussolini era pienamente d’accordo con Grandi su questa esigenza e che essa acquistò ben presto un valore sempre crescente via via che la «grande crisi» prese piede anche in Europa e fece sentire sempre piú i suoi morsi. Il problema da chiarire è un altro: quale era la visione complessiva e organica della politica internazionale e, quindi, dell’interesse generale che stava alla base di questa nuova fase? Per rispondere a questo interrogativo ci serviremo soprattutto delle relazioni che Grandi tenne tra il ’29 e il ’32 al Consiglio dei ministri e al Gran Consiglio del fascismo96 e dei suoi rapporti a Mussolini, di documenti, dunque, non pubblici, dai quali è piú facile cercare di enucleare il vero pensiero del loro estensore e trarre elementi per un confronto con quanto lo stesso Grandi e Mussolini contemporaneamente affermavano in pubblico.

Particolarmente significativa ai nostri fini è la relazione al Gran Consiglio del 2 ottobre ’30, sia perché a quest’epoca le linee di fondo di questa nuova fase erano pressoché completamente già delineate, sia perché, dovendo ribattere una serie di critiche che venivano mosse alla sua politica dall’interno del fascismo, in questa relazione Grandi affrontò un po’ tutti i problemi ad essa inerenti.

Per Grandi il problema dei problemi era innanzi tutto quello della razionalizzazione della politica estera italiana, ovvero, per usare le sue parole, di darle una unitarietà. La politica estera di una grande potenza non poteva essere affrontata in modo frammentario e «spesso incoerente», né poteva «dipendere da quella che è necessariamente la polemica, la politica e l’ideologia di un partito politico in fase di formazione e dove talvolta, seppure inconsapevolmente, i problemi contingenti della politica interna possono prevalere su quelli permanenti della politica estera». Di questo Grandi fu sempre convinto e non a caso su di esso egli tornò piú volte nella sua relazione del 2 ottobre ’30 con affermazioni che a molti membri del Gran Consiglio dovettero suonare come molto poco fasciste. Una cosa erano per lui i regimi politici e le ideologie, un’altra le relazioni politiche ed economiche tra gli Stati:

371–372

La politica estera di uno Stato consiste nell’utilizzare al massimo a vantaggio del proprio paese tutte le opportunità e tutte le possibilità, anche e soprattutto quelle offerte dallo stesso avversario.

Le pregiudiziali ideologiche non dovevano interferire in esse. Il riconoscimento dell’URSS e i buoni rapporti esistenti con Mosca, che Mussolini aveva voluto e che Grandi cercò di sviluppare in occasione di due incontri con Litvinov97, stavano a dimostrare non solo che ciò era possibile, ma che portava vantaggi non trascurabili. Facendosi forte di questo precedente, Grandi, fino a che fu ministro degli Esteri, cercò sempre – pur rivendicandone la natura fascista – di evitare una ideologizzazione della sua politica estera. Come disse in Gran Consiglio il 2 ottobre ’30,

una cosa infatti è l’ideologia di un partito politico, un’altra è l’azione di governo. Quella si muove nell’assoluto, questa in mezzo ai fatti reali, alle pratiche possibilità, a compiti e responsabilità piú vaste e parimenti piú definite per la difesa e per la tutela degli interessi, non solo vicini e immediati ma anche e soprattutto lontani e futuri, della Nazione.

A parte le occasioni positive che essa impediva di cogliere (non a caso Grandi si vantò sempre di essere riuscito con la sua politica per il disarmo a mettere le sinistre francesi contro i loro governi), il rischio maggiore di una politica estera ideologica era rappresentato dal fatto che, prima o poi, essa avrebbe inevitabilmente portato ad una contrapposizione frontale e ad uno scontro non determinato da interessi reali e permanenti ma, appunto, da motivi particolari (e, secondo la sua concezione del fascismo, momentanei) di tipo ideologico. Nella relazione del 2 ottobre ’30 Grandi fu a questo proposito esplicito:

372–373

Quello che taluno ha voluto chiamare la nuova politica dell’Italia verso la Russia sovietica non è, del resto, una novità. Una delle prime realizzazioni della politica estera di Mussolini all’indomani della Marcia su Roma fu precisamente l’accordo commerciale italo-sovietico del 1923 e l’istituzione di normali relazioni diplomatiche fra Roma e Mosca. L’Italia fascista fu la prima nazione europea a entrare in rapporti normali colla Russia, e ciò fece mentre ancora fumavano in Italia le macerie delle organizzazioni comuniste che il fascismo aveva distrutto. Fu quello un atto di coraggio e di alta saggezza il quale dimostrò che l’Italia non intendeva allora, come non intende oggi, subordinare all’interesse di una ideologia politica quelli che sono i permanenti interessi della Nazione. Il fascismo non è – ha detto e ripetuto Mussolini – un articolo di esportazione, né giammai ha inteso di essere un’idea universale e neppure una ideologia: esso è semplicemente un modo di vita dell’Italia, esso intende di essere la sintesi delle nostre esperienze storiche e delle aspirazioni e delle necessità particolari nazionali del nostro popolo e della nostra stirpe, esso intende di essere esclusivamente italiano, né pensa, né si attende o si interessa che altri paesi vogliano imitarlo, tanto piú che essendo il fascismo l’espressione tipica ed esclusiva della storia e della civiltà di un determinato popolo, qualunque eventuale imitazione che da altri venisse fatta, non può, né potrà mai essere del fascismo una imitazione fedele.

Guai ad ogni modo a quei regimi che costruiscono la loro azione internazionale su un programma di espansione di ideologie, ovvero sul contrasto fra la propria ideologia e quella di altri regimi di altre nazioni. Cosí si arriva fatalmente a guerre di religione e le guerre di religione, come dimostra la triste esperienza del secolo xvi e anche in parte di quella del periodo napoleonico, hanno insanguinato l’Europa senza raggiungere altro scopo se non quello di portare al parossismo la crudeltà e la ferocia degli uomini e di seminare dolori e miserie in tutte le Nazioni.

Nella concreta realtà del momento – internazionale e del fascismo – bandire le pregiudiziali ideologiche, per Grandi voleva dire sottolineare l’assurdità di qualsiasi politica che predicasse la guerra mentre si faceva una politica di pace, ovvero che predicasse la pace mentre si faceva una politica di guerra; oppure di una politica che valutasse il problema della pace e della guerra in relazione agli interessi particolari di un singolo paese. Il problema andava valutato nei suoi termini oggettivi, unitari e mondiali. Se lo si valutava in questi termini la risposta non poteva essere che una:

la pace è il problema generale del domani dell’Europa e del mondo: si tratta quindi di sapere quale deve essere e quale sarà la posizione dell’Italia in questo domani.

Se è vero che la pace perpetua è un’aspirazione irrealizzabile, è vero altresí che esistono lunghi ovvero brevi periodi di pace e che la pace è, forse, ancora piú della guerra, una fatica o conquista quotidiana la quale mette a dura prova, non meno che la guerra, i difetti e le virtú dei popoli e dimostra anche, non meno che la guerra, se questi popoli hanno effettivamente diritto alla grandezza. Il maggiore dovere degli statisti chiamati alla responsabilità di dirigere la sorte delle Nazioni è pertanto di assicurare ai popoli, quale massimo bene, periodi di pace il piú possibile lunghi e duraturi, escogitando ed esperimentando tutti i possibili rimedi clinici suggeriti dalla saggezza e dalla esperienza della politica e della diplomazia per curare i mali che affliggono il mondo, prima di ricorrere a quel terribile problematico, estremo rimedio chirurgico che è la guerra. La stessa civiltà moderna e particolarmente quella del nostro secolo ha fatto della guerra un flagello biblico, tremendo, senza precedenti nella storia umana.

D’altra parte,... la pace, la cosiddetta pace che nel 1919 ha creduto di porre fine alla guerra mondiale contiene germi cosí palesemente insidiosi e pericolosi da fare davvero dubitare della stabilità delle presenti condizioni del mondo e da indurre seriamente a riflettere se per avventura quella che noi abbiamo chiamato pace non sia altro se non un armistizio. Ma una guerra oggi fra le Nazioni d’Europa altro non si risolverebbe se non in una immane, catastrofica guerra civile, in un vero e proprio tramonto e suicidio del nostro vecchio e glorioso continente, con un solo probabile vittorioso: il bolscevismo e l’avverarsi della macabra profezia di Zinovieff: «La guerra di ieri ha portato alla vittoria del comunismo in Russia. La prossima guerra porterà alla vittoria del comunismo in tutta l’Europa».

373–374

Alla luce di questa pessimistica ma realistica diagnosi della situazione internazionale, per Grandi il fascismo – anche se la sua tradizione e i suoi stati d’animo lo portavano a muoversi in un senso diverso e contrario – doveva attuare una politica estera di pace, di disarmo, di collaborazione attiva con la Società delle Nazioni, di conciliazione, al limite, con le potenze democratiche. Questa era la vera politica estera rivoluzionaria che l’Italia fascista avrebbe potuto fare. La politica estera che corrispondeva agli interessi generali dell’Europa, che realisticamente l’Italia poteva in quel momento permettersi («I grossi eserciti, le potenti flotte, le grandi aviazioni sono, nella moderna età delle macchine, un diretto prodotto della ricchezza. Può l’Italia ricca di uomini, ma povera di mezzi materiali, competere su questo terreno con le altre grandi nazioni?»), che le avrebbe permesso di «mettersi in grado di porre davanti alle assise del mondo il problema fondamentale dell’espansione italiana, ossia il diritto di vita della nostra Nazione», era questa. Su questa strada si potevano incontrare momenti difficili, momenti di isolamento; essi non dovevano però spaventare l’Italia. Solo percorrendo con tenacia e coerenza questa strada l’Italia poteva infatti acquistare, da un lato, un posto, un ruolo autonomo nella politica internazionale e, da un altro lato, un peso determinante nella realtà europea, che le avrebbe permesso di realizzare i suoi obiettivi storici, ovvero la creazione di un vero e proprio impero coloniale.

È indubbio che secondo Grandi il destino, la grandezza dell’Italia si sarebbero dovuti realizzare in Africa, e lo dimostra la sua azione politica ed egli stesso lo affermò a piú riprese in tutte le sedi. Alla Camera, nel finale del suo ultimo discorso parlamentare come ministro degli Esteri, il 4 maggio ’32, alla Società delle Nazioni e nelle sue conversazioni diplomatiche e, assai piú esplicitamente, in Gran Consiglio, in piú occasioni. Nella già tante volte citata relazione del 2 ottobre ’30 disse:

374–375

L’Africa rimane l’ansia segreta e fedele della Nazione italiana. Un’Italia forte non può rimanere per sempre aggrappata, come siamo oggi in Eritrea, all’estremo ciglio dell’altopiano etiopico, ovvero ristretta, come lo siamo oggi in Somalia, tra il Giuba e i deserti petrosi dell’Ogaden. La nostra Nazione ha una missione di civiltà da assolvere nel continente nero, cosí come la nostra generazione ha un problema da risolvere: il problema coloniale. Si tratta per noi di riprendere di fronte alle grandi potenze che hanno fatto la pace di Versailles e che hanno misconosciuto questi diritti dell’Italia, la discussione brutalmente interrotta nel 1919 da Clemenceau, Wilson e Lloyd George, discussione che noi consideriamo tuttavia ancora aperta e ben lungi dall’essere definita. Questo è il significato e l’obiettivo della politica estera dell’Italia che stiamo conducendo, e a questo significato ed a questo obiettivo debbono essere riferiti non soltanto la nostra particolare azione nell’Africa Orientale, nel Mar Rosso, in Arabia e nell’Oceano Indiano ma altresí la nostra azione di politica generale in Europa ed in primo luogo il nostro contrasto colla Francia.

E, sempre in Gran Consiglio, ribadí gli stessi concetti cinque mesi dopo, il 5 marzo ’31:

I diritti, le aspirazioni, le rivendicazioni dell’Italia nel 1931, sono oggi, a tredici anni dalla fine della guerra mondiale, quelle stesse che l’Italia presentò a Parigi nel 1919 ai suoi alleati, non soltanto come legittima esigenza di una nazione vittoriosa, bensí come necessità improrogabile di vita per l’Italia. L’Italia ha bisogno di nuovi territori per risolvere il problema della sua povertà di materie prime e della sua esuberanza demografica: questi territori e queste materie prime sono in Africa.

È in Africa, non in Europa, dove noi potremo trovare la soluzione del nostro problema nazionale.

È dell’Africa che noi ci proponiamo di parlare alla Francia, domandando che la discussione fatta a Versailles nel 1919 sia riaperta nel nome della giustizia, per la concordia fra l’Italia e la Francia, nell’interesse della pace d’Europa.

La sua formazione intellettuale e la sua sensibilità lo portavano, come si è visto, a volgere lo sguardo soprattutto verso l’Etiopia; anche per lui, come per tanta parte del fascismo, era infatti in quelle terre che la «coscienza nazionale» attendeva di realizzare quel programma coloniale «che stanno a indicarci, quali sentinelle insonni, i nostri morti gloriosi e giammai dimenticati di Adua, di Macallé e di Amba Alagi»; non disdegnava però neppure altre possibilità: ancora l’8 luglio ’32, parlando a Ginevra con il sottosegretario francese agli Esteri Paganon, risollevò la questione del Camerun, tanto cara ad alcuni ambienti dei ministeri delle Colonie e degli Esteri. Sotto questo profilo non vi è dubbio che Grandi fosse partecipe dello stato d’animo prevalente tra i fascisti e in buona parte della classe dirigente liberal-nazionale fiancheggiatrice. Rispetto ai piú dei fascisti la sua posizione si differenziava però per il particolare sostrato su cui si fondava questo stato d’animo. Nella formazione ideologico-culturale di Grandi si possono individuare varie componenti, alcune presenti soprattutto in certi periodi, altre permanenti. Una però era in lui determinante, specie agli effetti del problema che qui ci interessa, quella rappresentata dal pensiero di Alfredo Oriani e in particolare dal suo modo di intendere l’Italia nell’Europa, i suoi rapporti storici con le altre nazioni e il suo ruolo tra esse. Per il fascismo Oriani era stato essenzialmente colui che aveva colto nel Risorgimento l’inizio di quel ritrovamento da parte del popolo italiano dei suoi veri valori spirituali che la grande guerra e soprattutto il fascismo avevano condotto poi a maturazione e che, meglio di ogni altro, aveva indicato all’Italia la sua missione civilizzatrice e colonizzatrice in Africa. Tipica in questo senso è la posizione di Mussolini98:

375–376

anche quando i tempi sembrano piú oscuri ed il tempo in cui la politica del piede di casa sembrava il capolavoro della saggezza umana, Alfredo Oriani sognò l’impero. Nei tempi in cui si credeva alla pace universale perpetua, Alfredo Oriani avvertí che grandi tempeste erano imminenti e che avrebbero sconvolti i popoli di tutto il mondo. In tempi in cui le classi dirigenti esibivano ogni debolezza piú o meno congenita, Alfredo Oriani fu l’esaltatore dell’Italia, lo spirito rigeneratore della razza.

Su Grandi l’influenza di Oriani era assai piú profonda; si potrebbe quasi dire che direttamente e qualche volta anche indirettamente (attraverso l’intermediazione missiroliana) essa avesse condizionato un po’ tutta la sua personalità e fosse alla base della sua visione della politica estera italiana, facendo un tutto unico con due altri motivi in lui pure assai vivi (anche se, a ben vedere, tra loro contraddittori), il motivo metternicchiano (nel senso che la politica estera non doveva subire condizionamenti ideologici e doveva fondarsi solo su elementi oggettivi) e quello machiavellico (la diplomazia come intrigo spregiudicato, condizionato solo dal fine da ottenere). Sicché per lui Oriani non significava solo Africa, impero, ma anche, come abbiamo detto, un certo modo di concepire tutta la politica dell’Italia. Adattando alla realtà post grande guerra le intuizioni di Oriani relative alla fine del XIX secolo99, per lui in Europa l’Italia aveva un «nemico immutabile» nella Germania e una «affinità» storica (e una potenziale «invincibile alleanza») con la Francia e doveva tendere al possesso dell’Adriatico e soprattutto ad una politica di «assoluta libertà» (rispetto alle altre grandi potenze) che avrebbe dischiuso ad essa un avvenire «fecondo di grandi iniziative». Se si tiene presente questa sua concezione si capisce cosa Grandi intendesse per politica del peso determinante e il valore che le attribuiva.

376–377

A livello politico responsabile, quasi tutti, anche coloro che piú parlavano della «nuova potenza italiana», erano convinti che la realizzazione delle aspirazioni coloniali italiane fosse legata ad un accordo con la Francia e l’Inghilterra. Nonostante i diffusi sentimenti antifrancesi e il gran parlare di revisionismo e dell’appoggio italiano ai paesi revisionisti, ben pochi erano coloro che pensavano alla possibilità di una modificazione della situazione europea cosí radicale da permettere all’Italia di conquistare l’impero contro la Francia e l’Inghilterra. A parte l’irrealtà in quel momento di una simile prospettiva, anche se se ne fossero create in futuro le premesse, ciò avrebbe comportato che in Europa all’egemonia francese si sostituisse quella tedesca e questa era una eventualità che anche i piú accesi colonialisti non potevano accettare e che nel paese sarebbe stata estremamente impopolare. Anche per i nazionalisti piú spregiudicati e per i francofobi piú esaltati, per il momento la politica revisionistica dell’Italia doveva in ultima analisi tendere quindi – oltre che a dimostrare che l’Italia era una grande potenza – solo a costringere la Francia a soddisfare le richieste coloniali italiane, ma pur sempre nel quadro di un nuovo rapporto tra le tre grandi potenze occidentali che fosse di parità e di amicizia (in funzione antitedesca per alcuni, antitedesca e antisovietica per altri) e non di rottura. Al di là dei compensi coloniali, l’Italia, al massimo, dalla sua politica revisionistica avrebbe potuto lucrare qualche vantaggio economico nel settore danubiano-balcanico e – secondo i piú accesi nazionalisti – una modifica della situazione jugoslava. Su questa linea si era mosso Mussolini e su di essa voleva continuare a muoversi Grandi. Dove la posizione di Grandi si differenziava da quella di Mussolini e da quella, piú variegata, del fascismo era nel valore e nella proiezione da dare a questa linea.

Anche ammettendo che la Francia (e dietro di essa l’Inghilterra) fosse costretta a fare delle concessioni e l’Italia potesse estendere il suo impero coloniale ad alcune regioni che soddisfacessero, oltre che le sue esigenze di potenza e di prestigio, le sue necessità di accedere direttamente ad alcune fonti di materie prime e di collocare la propria eccedenza di mano d’opera (l’idea di una colonizzazione di massa che assorbisse la crescente popolazione nazionale ed evitasse l’emorragia dell’emigrazione fu sempre la componente piú importante dell’ideologia colonialista italiana), raggiunto questo obiettivo quale sarebbe stato il futuro internazionale dell’Italia fascista? Anche escludendo per il momento ulteriori obiettivi «imperiali» piú ambiziosi, ovvero rimettendosi per la loro realizzazione alle «leggi della storia» e cioè alla «fatale» decadenza dei popoli «vecchi» (Francia e Inghilterra appunto) e all’emergere di quelli «giovani» (e, quindi, dell’Italia) era possibile pensare che a questo punto il fascismo e lo stesso Mussolini potessero praticamente rinunciare a prospettarsi una propria politica estera, diversa cioè da quella delle grandi potenze democratiche, e a realizzare il proprio impero anche sul terreno «spirituale»? E ciò, oltre tutto, quando il fascismo veniva presentato come una «nuova civiltà» e questa, anno dopo anno, sarebbe stata prospettata come portatrice di un nuovo sistema economico, in grado di scongiurare i mali del supercapitalismo e del comunismo, e come un fatto di valore «universale»?

377–378

Per Grandi, che concepiva il fascismo come un fatto transitorio ed esclusivamente italiano, che voleva evitare un conflitto intereuropeo temendo che avrebbe giovato solo al comunismo e per il quale la prospettiva di fondo della politica estera dell’Italia era quella indicata da Oriani, la risposta a questo complesso di interrogativi era semplice. La politica estera dell’Italia doveva essere la politica dell’interesse nazionale; pertanto, sui tempi brevi l’obiettivo doveva essere quello di costringere la Francia ad accettare, senza troppi traumi nazionali, le richieste italiane in materia coloniale; sui tempi piú lunghi l’obiettivo doveva poi essere quello di fare dell’Italia l’arbitro dello statu quo europeo, lucrando da questa posizione tutti i vantaggi morali e materiali connessi. Condizione necessaria per conseguire entrambi questi obiettivi e, in ogni caso, per evitare che un eventuale conflitto mettesse l’Italia a rimorchio di un’altra potenza o gruppo di potenze era, infine, che Roma mantenesse intatta la sua autonomia, la sua libertà di movimento, in maniera da poter fungere da ago della bilancia o, almeno, da poter liberamente scegliere il proprio campo in base solo al proprio interesse nazionale e cioè ai vantaggi che sarebbero stati offerti all’Italia per assicurarsi il suo peso determinante nel conflitto. Su questo concetto Grandi negli anni durante i quali fu ministro tornò piú volte e con una insistenza che rivela come esso fosse in pratica la chiave di volta di tutta la sua politica. Nella già ripetutamente citata relazione del 2 ottobre ’30 si legge:

La Nazione italiana non è ancora abbastanza potente, politicamente, militarmente ed economicamente, da potersi considerare come una nazione protagonista della vita europea, cosí come lo sono state indubbiamente nella storia recente del nostro secolo e potranno tornare ad esserlo Russia e Germania, e come tuttora lo sono Francia e Gran Bretagna. Ma la Nazione italiana è già tuttavia abbastanza forte per costituire col suo apporto politico e militare il peso determinante alla vittoria dell’uno o dell’altro dei protagonisti del dramma europeo. Posizione quindi di forza e di prestigio, posizione aperta a tutte le possibilità nel futuro, a condizione beninteso che l’Italia rimanga libera di scegliere il proprio posto in caso di conflitto a seconda di quelli che essa giudicherà al momento opportuno essere esclusivamente i suoi vitali interessi nazionali.

Noi siamo contro le alleanze militari, perché esse rappresentano, come la storia dimostra, il piú grave pericolo per la pace: esse non rappresentano infatti se non l’opposto schieramento di forze armate nell’imminenza dell’urto definitivo ed inevitabile. Cosí esse sempre sono state e cosí sempre saranno. Noi siamo contro tutte le alleanze, dell’Italia con altre Nazioni, di altre Nazioni fra di loro, perché il concetto che noi abbiamo dell’equilibrio europeo nel secolo xx è profondamente diverso da quello dell’equilibrio europeo che trova la sua ragion d’essere durante il secolo xix, nella costituzione di aggruppamenti di Potenze fra loro contrapposte. L’equilibrio europeo, quale noi lo concepiamo nel nostro interesse nazionale e nell’interesse di tutti gli Stati grandi e piccoli d’Europa, è proprio quello stesso equilibrio proclamato dal Patto della Società delle Nazioni il quale condanna le alleanze considerandole un pericolo per la pace e proclama l’eguaglianza di diritti e di doveri di tutti gli Stati in seno alla comunità internazionale. È chiaro che qualsiasi alterazione di questo equilibrio fra le Nazioni europee è nociva al nostro Paese.

378–379

Lo stesso concetto, sia pure piú sommariamente espresso, lo si ritrova nella relazione al Gran Consiglio di un anno dopo100. I riferimenti piú significativi ad esso sono però quelli conservati dai rapporti e dagli appunti scritti per Mussolini. Da essi la politica del peso determinante balza infatti in tutta la sua crudezza machiavellica e in tutto il suo realismo, libera dagli eufemismi teorici e da quel tanto di rispettabilità politica dei quali, persino di fronte al Gran Consiglio, Grandi sentiva il bisogno di ammant arla. Due esempi sono sufficienti a dimostrarlo. Il 31 agosto ’30, in procinto di partire per Ginevra, per partecipare ai lavori della Società delle Nazioni, cosí egli scriveva in un appunto per Mussolini101:

I miei contatti con Marinkovich sono l’unica cosa di reale interesse che mi porta a Ginevra. Tutto il resto è mediocre interesse. Non credo che il mio incontro con Briand sposterà di un centimetro l’attuale situazione di incertezza nei rapporti italo-francesi. Questa incertezza deve passare dallo stato acuto allo stato cronico. Ecco il nostro interesse. Se i francesi ci cercano, noi non rifiuteremo di discutere o magari di raggiungere un accordo (niente patti di amicizia, per come Tu mi hai detto). Ma debbono essere «i francesi» a venirci a cercare. E verranno. Dopo i francesi verranno i tedeschi. Ne sono sicuro, come sono sicuro che vivo. Tutto ciò, a mio avviso, se noi avremo la pazienza di aspettare. Il tempo lavora per noi. Noi saremo un giorno gli arbitri della guerra sul Reno. Nel frattempo dobbiamo prendere la piú alta quota possibile nella politica europea. Fare della diplomazia e dell’intrigo, applicare Machiavelli un po’ piú di quello che non abbiamo fatto sinora. Il Trattato di Locarno, un pezzo di carta inventato dalla democrazia, può diventare nelle nostre mani la biscia che morde il ciarlatano. Con tutti e contro tutti. Armarci ed isolarci sempre di piú, per venderci a caro prezzo nelle ore della grande crisi futura.

379–380

E il 17 maggio dell’anno dopo, in un rapporto da Ginevra102:

L’Italia si avvia ognora piú a costituire tra Francia e Germania quello che vorrei chiamare il «peso determinante». Si tratta, al momento buono, di farci pagare molto caro dall’una parte o dall’altra. In attesa di quel momento buono mi sembra che la condotta seguita a Ginevra in questi giorni sia la piú opportuna. Il contrasto con la Francia non ci impedisce di essere contro la Germania. Un eventuale contrasto colla Germania non ci impedisce di essere contro la Francia. Dimostrare che la nostra politica non è schiava della regola del tre. Poi vedremo domani.

Per valutare giustamente queste affermazioni bisogna considerare che il realismo e il machiavellismo con i quali erano formulate in parte servivano a Grandi per convincere Mussolini a superare la propria diffidenza e la propria ostilità ideologica verso istituzioni, formule e soluzioni politiche che egli aveva sempre criticato e combattute, a secondare la sua politica e a difenderla contro quei fascisti che l’accusavano di «pacifismo», «disarmismo», «locarnismo», «societarismo», «europeismo», in una parola di capitolazione alle ideologie democratiche e al sistema versagliese103; in parte, dunque, essi erano certamente strumentali e miravano – per adoperare le parole usate da Grandi nel già citato appunto del 31 agosto ’30 – a convincere Mussolini della necessità che il fascismo si abituasse «a distinguere esattamente fra diplomazia e politica»:

380–381

Questa è la Religione delle grandi verità, quella è semplicemente l’arte con cui si inganna il nemico, si preparano all’estero, e cioè fra i nemici, le condizioni migliori per far loro la guerra.

In parte, però, essi erano anche sinceri e corrispondevano bene alla concezione della politica estera di Grandi. Una concezione che, per voler essere non ideologica e aderente solo agli interessi nazionali italiani, sfociava inevitabilmente in un’azione che, da un lato, finiva per essere – pur muovendosi in una prospettiva sinceramente pacifica – cosí spregiudicata da apparire, al limite, anche piú ambigua di quella che effettivamente era e, quindi, da suscitare a livello europeo insieme a molti consensi strumentali altrettanti sospetti reali e, da un altro lato, finiva per non riuscire a sfuggire alla suggestione di spingere strumentalmente al massimo il momento machiavellico in tutta una serie di operazioni non solo particolari e spesso assai secondarie che ne aggravavano l’ambiguità verso l’esterno ma che erano anche in contrasto con la pregiudiziale anti ideologica dello stesso Grandi. Tipico in questo senso è il sempre maggior sviluppo che nel periodo durante il quale Grandi fu ministro assunsero – non solo nel quadro della «diplomazia parallela» ma anche di quella ufficiale – i contatti e i maneggi con uomini e formazioni politiche a torto o a ragione considerati filo fascisti (come le Heimwehren austriache e i croati di Ante Pavelić), per influenzare attraverso di essi la politica dei loro paesi e, addirittura, per provocare veri e propri rivolgimenti interni.

381–383

Solo in questo contesto è possibile cogliere, a nostro avviso, il significato complessivo della politica estera italiana e delle sue singole articolazioni durante la gestione Grandi, valutare sia i suoi risultati sia il perché della sua brusca interruzione nel luglio del ’32, e, soprattutto, ciò che ai fini del nostro discorso piú interessa, comprendere l’atteggiamento verso di essa di Mussolini.

Dopo quanto abbiamo detto, sul significato complessivo di questa politica non ci pare vi sia molto da insistere. Anche se mancano ancora studi monografici approfonditi sul periodo, è infatti facile rendersi conto che tutte le prese di posizione di Grandi furono in questi anni finalizzate ad un unico obiettivo: raggiungere con Parigi un accordo che «si estendesse a tutto il complesso delle questioni che interessano i rapporti italo-francesi» (e quindi comprendesse anche la normalizzazione dei rapporti italo-jugoslavi104) e ciò mettendo in difficoltà la Francia ovunque e con tutti i mezzi, minando le basi della sua egemonia continentale e facendo al tempo stesso dell’Italia una grande potenza pacifica e responsabile, che prospettava una politica non solo alternativa a quella francese ma piú moderna, piú consona cioè alle necessità del difficile momento politico ed economico che l’Europa stava attraversando e alle aspirazioni sia degli altri Stati sia di vasti settori dell’opinione pubblica internazionale.

Su questa direttrice l’azione di Grandi si concentrò soprattutto nello sforzo di fare dell’Italia fascista la vessillifera di una nuova politica di pace fondata sul disarmo. Questa politica, infatti, era quella che in quel particolare momento offriva al fascismo i maggiori vantaggi. Sul piano finanziario permetteva al regime di non immobilizzare in spese militari grosse cifre che avrebbero dovute essere sottratte ai progetti mussoliniani di ruralizzazione e al contenimento delle gravissime conseguenze – lo si è visto – dell’estendersi anche all’Italia della «grande crisi». Sul piano interno, a parte i fascisti piú scalmanati, andava incontro al generale desiderio di pace del popolo italiano e, quindi, contribuiva non poco ad impedire che il malcontento suscitato dalla situazione economica potesse essere orientato o si orientasse spontaneamente in senso antifascista. Sul piano internazionale serviva poi ottimamente a consolidare i buoni rapporti con l’Inghilterra, specie data la presenza al governo dei laburisti, per un verso antifascisti ma per un altro verso pacifisti e nell’intimo tutt’altro che propensi a discostarsi dal tradizionale atteggiamento del Foreign Office in materia di relazioni con l’Italia105. Né si possono sottovalutare le simpatie e le convergenze che questa politica suscitava negli Stati Uniti: la cura che Grandi mise in questi anni nel coltivare i migliori rapporti con il Dipartimento di Stato e i suoi cordiali rapporti, anche personali, con Stimson106 sono a questo proposito assai significativi. E, sebbene molto meno importanti, lo stesso si può dire per i buoni rapporti con l’URSS, se non altro per la confusione che essi suscitavano in campo comunista e le polemiche che provocavano tra i comunisti ufficiali e quelli dissidenti107. E, egualmente, non si possono certo trascurare i vantaggi (sintomaticamente piú volte addotti da Grandi in polemica con i critici e gli avversari in seno al fascismo della sua politica per rivendicarne la giustezza tattica) che al fascismo questa politica procurava sul piano propagandistico (interno ed internazionale), direttamente mettendo in crisi, almeno parzialmente, un certo giudizio sul fascismo stesso e indirettamente mettendo in difficoltà tutta una parte dell’antifascismo democratico europeo che si veniva a trovare di fatto su posizioni apparentemente simili a quelle dell’Italia fascista (e in Francia addirittura a polemizzare coi propri governi con argomenti non molto diversi da quelli fascisti). Nella logica della strategia di Grandi il vantaggio maggiore doveva però essere quello rappresentato dal fatto che ogni punto segnato a favore del disarmo era un colpo inferto all’egemonia francese in Europa e ciò, abilmente dosato con un moderato revisionismo, avrebbe aumentato proporzionalmente il peso determinante dell’Italia e costretto la Francia a cercare l’accordo con essa.

383–384

Non a torto Grandi era convinto che dopo Versailles l’egemonia francese in Europa era andata assumendo un carattere tutto particolare; in pratica essa si basava sull’affermazione del presupposto che la sicurezza della Francia fosse necessaria non solo alla Francia stessa ma a tutti quei paesi che avevano da temere dal revanchismo tedesco. Da qui la necessità per la Francia di essere militarmente la maggiore potenza europea e di garantire lo statu quo continentale, servendosi a questo scopo di tutti i mezzi, della sua potenza militare ed economica, della sua influenza politica e morale diretta ed indiretta – tramite cioè la Società delle Nazioni – e, appunto, del mito della sicurezza europea che si identificava con quella francese, sicché tutti i paesi dovevano collaborare ad essa e riconoscere quindi la sua egemonia. Mettere in crisi il presupposto che la sicurezza europea riposasse su quella francese voleva pertanto dire mettere in crisi l’egemonia di Parigi. Per fare ciò non vi era che un mezzo: affermare il principio che la sicurezza europea non poteva riposare su quella francese, sia perché sarebbe stata sempre precaria – dato che lo statu quo impediva l’eliminazione di tutta una serie di motivi di rancore e di contrasto nazionali – sia perché inevitabilmente avrebbe portato ad una corsa agli armamenti che i popoli non potevano né accettare né permettersi, specie in un periodo economicamente cosí drammatico. Al contrario, la sicurezza europea e quindi la pace potevano basarsi solo sul disarmo generale e sul ritorno della Società delle Nazioni ai suoi genuini caratteri originari, prima cioè che su di essa si affermasse l’egemonia francese e, in misura minore, inglese. Ciò avrebbe permesso a tutti gli Stati europei di parteciparvi e di trovare in essa la pacifica risoluzione dei loro problemi, primi tra tutti quelli aperti dai trattati di pace che avevano posto fine alla guerra ’14-18. Quanto all’Italia, facendosi promotrice di questa politica, essa avrebbe ottenuto un duplice successo; in termini di potenza, sarebbe diventata automaticamente l’ago della bilancia, il peso determinante tra le due potenze tendenzialmente egemoni, Francia e Germania; in termini morali, avrebbe «smascherato» la democrazia francese, mostrando all’Europa come il «pacifismo societario» di Parigi e l’affermazione di Léon Bourgeois a Versailles secondo la quale «les frontières de la France sont les frontières de la liberté» non fossero altro che espedienti per contrabbandare la volontà della Francia di dominare l’Europa e piegarla ai propri esclusivi interessi.

384–386

Il primo terreno su cui si dispiegò questa azione fu la Conferenza navale di Londra (21 gennaio - 22 aprile 1930). Nel ’21-22, alla Conferenza di Washington per la limitazione degli armamenti, le cinque maggiori potenze navali avevano raggiunto un accordo tendente a evitare – almeno per le navi di linea e le portaerei – una corsa agli armamenti, stabilendo una proporzione fissa tra le loro flotte. Il rapporto concordato era stato: Stati Uniti e Inghilterra 5, Giappone 3, Francia e Italia 1,67 per le navi di linea e 2,22 per le portaerei. Sia pure limitatamente al naviglio maggiore, l’accordo aveva quindi sancito la parità tra le flotte francese ed italiana. Negli anni successivi erano stati fatti vari tentativi per allargare le trattative al resto del naviglio di superficie e ai sottomarini, ma senza concreti risultati. Nel nuovo clima determinato dal patto Kellogg-Briand, dall’andata al potere dei laburisti in Inghilterra e dagli accordi Hoover-MacDonald, nell’ottobre ’29 gli inglesi e gli americani avevano però pensato che fosse giunto il momento di rilanciare il problema del disarmo e avevano invitato le altre tre potenze firmatarie del trattato di Washington a riunirsi a questo scopo a Londra. L’Italia, che due anni prima aveva declinato un simile invito, fu la prima ad accettare. Come dimostrarono i lavori della Conferenza di Londra, l’occasione per Mussolini e per Grandi era infatti ottima per mettere in atto la loro nuova politica «attiva». A parte che per Mussolini e per Grandi, come del resto per tutto il fascismo, la parità navale con la Francia era una questione di principio sulla quale non si poteva transigere, sia perché essi erano convinti che «il rango delle Nazioni è determinato dalla potenza delle flotte rispettive»108, sia perché era per essi inconcepibile che l’Italia fascista potesse essere considerata ad un livello inferiore di quello riconosciuto all’Italia liberale, l’occasione per mettere in difficoltà la Francia era troppo buona per lasciarsela sfuggire. Poiché Parigi era assolutamente ostile a ribadire ed estendere la parità con l’Italia e aveva avviato un programma navale che lo dimostrava chiaramente, ma non poteva né dirlo esplicitamente né tanto meno qualificarsi come l’unica potenza che non voleva disarmare (tanto è vero che giustificava il suo programma navale e il suo rifiuto della parità con l’argomento geografico della necessità di assicurare la sua presenza su vari mari mentre l’Italia aveva solo il Mediterraneo di cui preoccuparsi), la linea italiana fu semplicissima. Come Roma fece sapere ancor prima dell’apertura della conferenza e come Grandi ribadí sempre durante il suo svolgimento, l’Italia non negava le esigenze francesi di sicurezza. In qualsiasi genere di armamenti, navali, terrestri, aerei, la Francia era libera di fissare i livelli che credeva piú opportuni, anche i piú bassi, se avesse voluto fare una vera politica di disarmo; il governo italiano era «pronto ad assumere a priori come limite dei propri armamenti, cifre qualsiasi, anche le piú basse, purché non superate da nessun’altra potenza continentale europea». Impostata cosí, la posizione italiana metteva politicamente in cattiva luce la Francia, e le creava difficoltà con le altre grandi potenze: se infatti Parigi richiedeva per sé un limite troppo elevato (asserendo che queste erano le sue necessità imperiali) ciò avrebbe – dato il rapporto base tra le varie flotte – inevitabilmente messo in moto un meccanismo di nuove costruzioni statunitensi, inglesi e giapponesi (oltre che italiane) e la conferenza, invece che il disarmo, avrebbe sancito un riarmo. Ciò spiega perché, nonostante la durezza che durante i lavori londinesi assunse la contrapposizione italo-francese e il fallimento della conferenza per quel che concerneva la parte dell’accordo finale che avrebbe dovuto riguardare la Francia e l’Italia, da parte di Grandi e di Mussolini la «battaglia» di Londra fu considerata una vittoria politica italiana e un colpo inflitto al «falso» pacifismo e alle pretese di egemonia europea della Francia. Indubbiamente le altre potenze avrebbero preferito (e molto si adoperarono in questo senso) un atteggiamento piú «comprensivo» da parte italiana. Altrettanto indubbiamente l’Italia uscí però dalla conferenza di Londra politicamente rafforzata, poiché se il suo atteggiamento era stato per un verso – questione di principio – intransigente (e giuridicamente fondato, visto il precedente stabilito a Washington), per un altro verso esso era stato moderato e conciliante per quel che concerneva la ricerca di una soluzione che, facendo salva formalmente la parità, favorisse una limitazione degli armamenti o, almeno, permettesse una moratoria delle costruzioni navali per alcuni anni. E ciò tanto piú che – chiusa la conferenza – le trattative continuarono proprio su quest’ultima strada e se il 1º marzo ’31 non si arrivò ad un accordo sulla base della moratoria fu dovuto solo alla Francia che prima (sotto le pressioni inglesi e americane) lo accettò e subito dopo lo rimise in discussione adducendo argomenti chiaramente insostenibili che non le procurarono certo simpatie e consensi, sia internazionali sia da parte di vasti settori della propria stessa opinione pubblica109.

386–388

Grandi seguí, nel corso del ’30 e del ’31, una linea molto simile a quella inaugurata a Londra anche nelle altre sedi internazionali (Società delle Nazioni, Conferenza generale per il disarmo, ecc.)110; i risultati politici generali conseguiti furono però meno significativi, anche se, innegabilmente, per l’Italia fu un successo l’approvazione, nel settembre ’31, della proposta di Grandi per una moratoria di un anno nella fabbricazione di ogni tipo di armi. In astratto questa linea tendeva oggettivamente a far fare alla politica del disarmo dei concreti passi in avanti, alla lunga era però inevitabile che essa mostrasse la corda, rivelasse cioè l’intenzione particolaristica che al fondo l’animava. Nel suo contrasto con la Francia, l’Italia poteva anche avere ragione; il punto, via via che i mesi passavano e la situazione internazionale si deteriorava, diventava però per molti paesi sempre piú un altro: quale era l’effettivo vantaggio che la politica antifrancese dell’Italia portava alla causa della pace, in un momento in cui la minaccia di un ritorno in forze del nazionalismo e del revanchismo tedeschi cominciava ad apparire non piú come una prospettiva lontana, ma come una possibilità a breve scadenza? E ciò tanto piú che, per incalzare da presso la Francia, l’Italia allo stesso tempo si schierava praticamente contro ogni iniziativa «egemonica» di Parigi, come la proposta di Briand per dar vita ad una sorta di Unione federale europea, e ne approfittava per stabilire una collaborazione in sede di Società delle Nazioni con la Germania, sostenendone le richieste di revisione dei trattati di pace e di assoluta eguaglianza di diritti; e anche quando era costretta a prendere posizione contro Berlino, come nel caso del progetto di unione doganale austro-tedesca (una sorta di pre-Anschluss), aveva cura di differenziare la propria posizione da quella francese111, indebolendo cosí in prospettiva il fronte antitedesco. E, come se ciò non bastasse, si affrettava subito dopo ad adoperarsi per fugare nei tedeschi ogni sospetto che l’increscioso episodio potesse avere influito negativamente sui rapporti tra Roma e Berlino (visita a Roma del cancelliere Brüning e del ministro Curtius ai primi dell’agosto ’31 e, soprattutto, visita di Grandi a Berlino alla fine dell’ottobre successivo) e per convincerli dell’opportunità per la Germania di valutare piú positivamente di quanto aveva fatto sino allora la possibilità di una collaborazione con l’Italia. Non a caso, proprio mentre Grandi era a Berlino, a Napoli Mussolini sentiva il bisogno di pronunciarsi una volta ancora pubblicamente112 a favore dell’annullamento delle riparazioni e dei debiti di guerra, dell’eguaglianza giuridica tra le nazioni (tra gli Stati «armatissimi fino ai denti», cioè la Francia, e quelli «condannati ad essere inermi», cioè la Germania) e della revisione dei trattati di pace, a favore, dunque, delle fondamentali richieste portate avanti dalla Germania.

388–389

Sicché, in ultima analisi, ha avuto ragione Guariglia (che accompagnò Grandi a Berlino) quando ha scritto che – pur avendo formalmente un carattere anodino e di sondaggio – la visita di Grandi a Berlino dell’ottobre ’31 «fu in realtà il primo passo verso la Germania dato dall’Italia dopo la guerra 1914-18»113. Un passo, certo, cauto, come cauto era il revisionismo concepito da Grandi, e che piú che incoraggiare la Germania voleva spaventare la Francia, ma che in quel momento non poteva, altrettanto certamente, non portare una nube in piú nel già cosí poco sereno orizzonte internazionale e non poteva non essere dai piú inteso, nel migliore dei casi, che come una manovra, un «giro di valzer» con cui l’Italia per i suoi fini particolaristici rischiava di rendere ancora piú lenta e difficile la strada verso un accordo generale.

389–390

Sempre parlando in termini generali, se si considera tutto ciò e si tiene ben presente la serie di decisivi avvenimenti politici che si verificarono in Europa e fuori tra la metà del ’31 e quella del ’32, in connessione soprattutto all’aggravarsi della situazione economica mondiale (caduta del governo laburista, costituzione del governo di unità nazionale e fine del gold standard in Inghilterra, aggressione giapponese alla Cina in Manciuria, elezioni presidenziali, con relativo ballottaggio tra Hindenburg e Hitler, e successiva costituzione del governo Papen in Germania, vittoria elettorale delle sinistre e formazione del governo radical-socialista di Herriot in Francia), ci si può facilmente rendere conto come in questo periodo i margini di credibilità della politica estera italiana si andarono progressivamente restringendo e, soprattutto, andò diminuendo il limite di comprensione e di condiscendenza verso di essa degli Stati Uniti e specialmente dell’Inghilterra, delle due potenze, cioè, piú interessate (per tutta una serie di ragioni oggettive e particolaristiche) a fare uscire le trattative per il disarmo dall’impasse in cui si erano arenate e a frenare il progressivo deterioramento della situazione politica europea. In questo contesto, infatti, la pronta accettazione italiana in sede di Conferenza generale per il disarmo del progetto statunitense di riduzione degli armamenti presentato l’11 aprile ’32 assunse un valore quasi solo teorico-propagandistico, dato che, non avendo la Francia accolto a sua volta il progetto, le trattative si arenarono tosto nuovamente sulle secche dei mezzi tecnici con cui realizzare la riduzione degli armamenti e in questa fase da parte italiana venne risollevata (in sede di discussione sul disarmo aereo) la pregiudiziale della parità con la Francia. E ciò in un momento in cui, oltre tutto, i responsabili della politica inglese e statunitense tendevano soprattutto a condurre in porto in qualche modo la conferenza per usare il suo «successo» presso l’opinione pubblica americana al fine di renderle meno ostica l’accettazione della ormai inevitabile decisione – se si voleva cercare di porre freno alla crisi economica che travagliava la Germania e l’Europa – di cancellare le riparazioni e i debiti di guerra. E lo stesso, a ben vedere, si può dire anche della dichiarazione con la quale il 22 giugno successivo a Ginevra Grandi accettò «in tutte indistintamente le sue parti» il piano-appello presentato, in un estremo tentativo di non far fallire la conferenza, dal rappresentante degli Stati Uniti a nome del presidente Hoover114. Con tale dichiarazione, infatti, Grandi accettava sí il piano americano (dopo però che gli inglesi avevano fatto delle riserve, i tedeschi avevano ribadito la loro richiesta di ottenere l’eguaglianza di diritti con gli altri paesi e i francesi avevano praticamente tacciato il piano di semplicismo e chiesto che, comunque, fossero prima esaminate le loro proposte), ma indicava anche le misureche a suo avviso ne sarebbero dovute derivare115. E cioè, in pratica, ribadiva le proposte da lui già presentate in febbraio ed in aprile e che la Francia, anche con Herriot, non era disposta ad accettare.

390–391

Le conseguenze di questo atteggiamento, a parole determinato dalla volontà di fare una politica effettivamente pacífica, in realtà sempre teso a mettere in difficoltà la Francia, non tardarono a manifestarsi. Dal 16 giugno al 7 luglio, contemporaneamente alle trattative ginevrine per il disarmo, a Losanna si tenne una conferenza per cercare una soluzione alla situazione economica tedesca e in particolare al problema delle riparazioni che questo paese doveva ancora pagare, ma dichiarava di non poterlo piú fare. La conferenza – come è noto – si concluse (salvo un pagamento «a saldo» di tre miliardi di marchi oro) con un colpo di spugna sulle riparazioni e con un impegno a trovare entro l’anno successivo una soddisfacente soluzione al connesso problema dei debiti di guerra interalleati. Vista nella prospettiva della politica italiana, questa soluzione non poteva essere certo considerata un successo; dire, come pure fu detto, che era un completo insuccesso sarebbe però eccessivo, anche se non si può trascurare il fatto che, data la sua natura e le sue esigenze di prestigio, quello che per un altro regime avrebbe rappresentato solo un successo parziale (e, per di piú, con notevoli possibilità di essere completato in un prossimo futuro) per quello fascista costituiva indubbiamente quasi uno scacco, specie all’interno. Se era infatti vero che sino allora la Francia non aveva mai voluto sentire parlare di cessazione delle riparazioni, era però anche vero che dal ’22 la politica fascista si era sempre basata sulla inscindibilità del binomio riparazioni-debiti di guerra e Mussolini anche di recente aveva vigorosamente sostenuto questa tesi in due articoli su «Il popolo d’Italia»116 che la propaganda del regime aveva valorizzato al massimo. Il rinvio ad altra trattativa del problema dei debiti di guerra era dunque per l’Italia fascista uno scacco politico, che solo parzialmente era compensato dal successo in materia di riparazioni. Se a ciò si aggiungono le preoccupazioni suscitate in vari ambienti politici ed economici italiani dal timore delle difficoltà che, in un periodo già tanto critico per le finanze dell’Italia, sarebbero potute derivare dal fallimento o da un eccessivo protrarsi delle trattative relative alla sistemazione del problema dei debiti di guerra, si comprende perché il regime potesse difficilmente presentare all’opinione pubblica italiana gli accordi di Losanna come un proprio successo e temesse, addirittura, che facessero sorgere in essa l’idea che la sua politica estera avesse in pratica lavorato solo «per il re di Prussia».

391–392

Ma questo era, in un certo senso, ancora il minor male. L’andata al governo delle sinistre in Francia con Herriot, da un lato aveva un po’ ammorbidito l’intransigenza di Parigi in materia di disarmo, da un altro lato aveva aumentato la consapevolezza del crescente pericolo tedesco, determinando una nuova e piú concreta volontà di costituire attorno alla Germania un solido sistema di Stati interessati a tenerne a freno le velleità revanchiste. Elemento essenziale di questo sistema doveva essere una solida intesa franco-anglo-statunitense. Un altro suo elemento doveva essere un riavvicinamento franco-sovietico, già avviato, del resto, da Laval nei mesi precedenti. Quanto all’Italia – il cui peso in questo schema perdeva indubbiamente di importanza –, se per un verso Herriot non escludeva di raggiungere anche con essa un accordo e di farle qualche limitata concessione (di carattere essenzialmente economico e finanziario), per un altro verso essa doveva però prima fare una chiara scelta di campo; come scrisse l’ufficioso «Le temps» il 3 giugno, doveva cioè rinunciare ad ogni «collusione con le potenze dell’anarchia e del disordine». In altre parole, secondo Herriot insomma l’Italia doveva allinearsi alla Francia, perché solo nel sistema francese poteva trovare la propria sicurezza di fronte alla Germania e, al solito, doveva sostanzialmente ritenersi paga di ciò. Delle sue «legittime aspirazioni» si sarebbe parlato in un secondo tempo: ora doveva allinearsi con Parigi, Londra e Washington e aderire alla loro politica di contenimento della Germania117. Di fronte a questa decisa presa di posizione francese Grandi aveva cercato e cercò sino all’ultimo di portare sul concreto il discorso relativo alle «legittime aspirazioni» italiane e di tradurlo in qualche cosa di simile ad un impegno sul «sospeso coloniale».

392–393

A Losanna la situazione era però improvvisamente precipitata e si era verificato un fatto politico nuovo estremamente grave sia per il fascismo sia soprattutto per la sua politica: il riavvicinamento anglo-francese si concretizzò e si tradusse nella comune iniziativa delle due potenze di proporre all’Italia, alla Germania e al Belgio (in quanto firmatari del patto di Locarno, ma, sul momento, non fu nemmeno chiaro se la proposta non sarebbe stata poi allargata a tutti gli Stati europei) un patto consultivo volto a risolvere, nello stesso spirito degli accordi di Losanna, i problemi politici ed economici europei sul tappeto, disarmo compreso. Il rinnovo della stretta collaborazione anglo-francese (reso noto ufficialmente il 14 luglio) era per l’Italia un indubbio, grave scacco, che – a seconda delle lenti con cui lo si guardava – poteva essere valutato piú o meno drammaticamente, ma che, certamente, non poteva non comportare una revisione della politica sino allora perseguita da Grandi e il tramonto di molte speranze (fiorite, come vedremo, nell’ultimo anno) connesse ad un suo successo. Anche ammettendo che il patto consultivo non finisse per rilanciare – come in un primo momento fu temuto – l’idea di una unione federale europea avanzata da Briand due anni prima (che inevitabilmente avrebbe viepiú rafforzata l’egemonia francese), è fuor di dubbio che la rinnovata collaborazione anglo-francese (realizzata bilateralmente e solo successivamente allargata, con la proposta del patto consultivo, all’Italia, alla Germania e al Belgio) introduceva una nuova procedura nel modo di affrontare i problemi europei, facendone, in pratica, dipendere la trattazione dal preliminare accordo fra Londra e Parigi. A parte la questione di prestigio, cosí importante per Mussolini, ciò voleva dire un indebolimento dell’amicizia italo-inglese e soprattutto una riduzione assai grave dei margini di manovra della politica estera italiana e ciò, per di piú, in un contesto che sanciva un notevole rafforzamento della posizione della Germania (alla quale oltre tutto la Francia, volente o nolente, cominciava a mostrare l’intenzione di non negare piú a lungo l’eguaglianza dei diritti, che, infatti, la Germania ebbe teoricamente riconosciuta meno di cinque mesi dopo). In altri termini, voleva dire il fallimento o, almeno, il rinvio chi sa per quanto tempo della possibilità di costringere Parigi ad accordarsi con Roma alle condizioni di quest’ultima.

393

Una serie di fatti nuovi cosí gravi non poteva non avere conseguenze altrettanto gravi. La prima fu costituita dall’annuncio, il 21 luglio, della riassunzione da parte di Mussolini della guida della politica estera italiana e, una settimana dopo, della nomina di Grandi ad ambasciatore a Londra.

Nel 1944, nella Storia di un anno118, Mussolini dedicò all’allontanamento di Grandi dal ministero degli Esteri queste poche e neppur precise (si veda il riferimento al Patto a quattro) e tanto meno spassionate righe, che, per altro, costituiscono l’unica sua presa di posizione scritta in materia:

Dopo aver diretto per molti anni il Ministero degli Esteri, egli fu sostituito. Perché? Frequentando assiduamente Ginevra, egli si era alquanto mimetizzato in quel perfido ambiente. La sua linea era oramai «societaria». Non vi è dubbio che egli si era fatto un certo nome nel mondo internazionale. Aveva visitato quasi tutte le capitali europee, compresa Ankara. Lo si considerava un uomo di tendenze democratiche, un uomo di destra nella politica estera del Fascismo. La linea del Governo dopo il fallimento del patto a quattro, divergeva. Un giorno egli fu sostituito e mandato ambasciatore a Londra. Si può pensare che da quel momento egli cominciasse a covare un risentimento che lo avrebbe portato lontano. Tuttavia lo tenne accuratamente celato.

394

Il giudizio finale è certo largamente influenzato dalla vicenda del 25 luglio e dal ruolo in essa avuto da Grandi. La parte del passo che qui ci interessa corrisponde però sostanzialmente a quanto R. Cantalupo ha narrato avergli detto Mussolini nel ’32 a spiegazione dell’allontanamento di Grandi119:

Mussolini disse che Grandi aveva sbagliato tutto, in tre anni, tutto: si era lasciato imprigionare dalla Lega delle Nazioni, aveva praticato una politica pacifista e societaria, aveva fatto l’ultra-democratico e il super-ginevrino, aveva portato l’Italia fuori del binario rigido di una politica egoistica e realistica, aveva compromesso alcune ambizioni della nuova generazione, era «andato a letto con l’Inghilterra e con la Francia, e siccome i maschi erano quelli, l’Italia era rimasta gravida di disarmo», e la nostra politica estera era ora priva di libertà d’azione. Eravamo abbandonati su un binario morto dal quale era necessario che lui, Mussolini, ci tirasse fuori. Avrebbe avuto bisogno di qualche anno per rimediare alla «deleteria e democratica attività» di Grandi, ma ci sarebbe riuscito. Intanto l’Europa era inquieta e agitata, egli non intravvedeva affatto un prossimo futuro pacifico, «forse la guerra andava preparandosi spontaneamente» e intorno al 1940 si sarebbe determinata per l’Italia l’«ora cruciale» (qui il viso di Mussolini si faceva molto scuro e quasi si contraeva, e i suoi occhi diventavano non torbidi ma carichi di sguardi cupi e fissi). L’Italia sarebbe rimasta neutrale? sarebbe intervenuta? ... Questa futura realtà Mussolini descrisse in anticipo, con linguaggio estremamente plastico, disegnando un quadro ideologico, economico e militare dell’Europa, dominato dalla fatalità del conflitto tra mondo vecchio e mondo nuovo, tra conservatorismo e socialismo, tra Oriente e Occidente, tra individualismo e collettivismo. Londra alla testa degli uni, Mosca al comando degli altri, l’Italia eventuale conciliatrice nella lotta furibonda tra capitale e lavoro, tra libertà e dittatura. Non attribuiva all’America un ruolo di grande importanza; la considerava disinteressata all’evoluzione del mondo moderno... Aveva predetto la fine del parlamentarismo, «che sarà strangolato dal comunismo dove il comunismo trionferà, e altrove dalla necessità di opporsi al comunismo»: non capivo che un mondo stava per crollare e un secolo nuovo stava per sorgere? le democrazie occidentali non se ne avvedevano, e credevano in buona fede di poter rappresentare e incarnare, esse, sempre esse, il presente e il futuro? Illuse, sciocche, vecchie sciocche, troppo ricche di passato e di oro, troppo povere di idee nuove! Comunismo, fascismo, nazionalismo, socialismo: una sintesi di tutto ciò sarebbe scaturita, nel mondo, proprio dalla guerra. Perché non doveva esser l’Italia, latina e cattolica, piú equilibrata e piú disinteressata di altri, a tentarla sul piano storico? Stessimo in guardia, la grande ora era prossima: il fascismo, che aveva aperto gli occhi al mondo sulla necessità di conciliare capitale e lavoro, avrebbe dato al mondo la pace. Una cosa sarebbe stata necessaria, quel giorno: che l’Italia avesse a sua disposizione uomini internazionalmente accetti. Perché gli altri Stati, le altre ideologie, di destra e di sinistra, avrebbero costituito le estreme e sarebbero arrivate all’urto, sul terreno dell’inconciliabilità tra monopolio plutocratico e dittatura del proletariato, il fascismo avrebbe offerto a tutti, col sistema corporativo e con la struttura economica diretta dall’alto, la sola piattaforma possibile per la conciliazione.

395–396

Ci siamo dilungati in questa citazione perché essa offre vari elementi non solo per precisare le critiche mosse da Mussolini a Grandi, ma per capire anche le implicazioni ideologiche di queste critiche e il loro significato rispetto alla svolta che il «duce» impresse alla politica estera italiana allontanando Grandi da palazzo Chigi.

La motivazione «ufficiale» delle dimissioni di Grandi che circolò a livello politico «riservato»120 e che Mussolini dovette dare allo stesso interessato (che, a sua volta, la riferí al nuovo capo di gabinetto degli Esteri, barone Pompeo Aloisi121) fu quella di non aver saputo impedire l’accordo anglo-francese di Losanna. In realtà questa motivazione fu solo un pretesto, destinato ad attribuire al solo Grandi una responsabilità che in pratica egli condivideva con Mussolini e ad offrire a questo il destro per procedere ad un mutamento di rotta atteggiandosi addirittura a salvatore della situazione. Un mutamento di rotta, d’altra parte, che se fu voluto dal «duce», avvenne però col consenso e il contributo di almeno altre due forze di potere: un consistente settore del gruppo dirigente fascista e una buona parte della «carriera».

La «carriera» in senso stretto fu quella che ebbe il peso minore; il suo contributo non può però essere sottovalutato, specie se si considera l’influenza che – come si vedrà – il suo atteggiamento ebbe sulla successiva evoluzione della politica estera mussoliniana. Né si può sottovalutare che fu proprio essa ad avallare con le sue eccessive preoccupazioni la accusa a Grandi di aver pregiudicato la posizione internazionale dell’Italia. Che l’accordo anglo-francese di Losanna abbia suscitato vaste preoccupazioni e una reazione inconsulta in larga parte della «carriera» è documentabile sulla base soprattutto (ma non solo) della già ricordata analisi della politica estera di Grandi inviata a Mussolini sotto forma di un ampio memorandum da un autorevole diplomatico italiano (a nostro avviso Leonardo Vitetti122 dall’Aja non appena filtrarono le prime notizie dell’accordo. Questa parte della «carriera» (di formazione piú o meno nazionalista e contariniana) si era riconosciuta nella politica di Grandi e l’aveva sostenuta con convinzione soprattutto perché aveva visto in essa la maniera per realizzare ciò che le stava piú a cuore e a cui aveva finalizzato i suoi sforzi sin da prima che il fascismo arrivasse al potere: assicurare all’Italia un impero coloniale. Per il resto, per i mezzi con i quali realizzare questo obiettivo, essa era nell’intimo anche piú spregiudicata e machiavellica di Grandi e soprattutto molto piú disposta di lui a sottovalutare il fatto nuovo che – rispetto alla tradizionale politica prebellica – rappresentavano, da un lato, la Società delle Nazioni e, da un altro lato, il peso crescente dell’opinione pubblica. Per di piú, da circa un anno essa si era ormai convinta che, grazie alla politica di Grandi, la Francia si stesse avviando ad accedere alle richieste coloniali italiane e che, quindi, ottenere via libera in Africa fosse per l’Italia in pratica solo questione di poco tempo, specie se non si fosse mollata la presa e si fosse continuato ad incalzare la Francia.

396–397

Alla base di questa convinzione vi erano alcuni fatti indubbiamente non privi di significato, che stavano a testimoniare come nella classe politica francese si stesse facendo strada l’idea – specie presso alcuni uomini politici meno legati alle formule dominanti negli anni venti – della necessità di trovare un accordo con l’Italia. Una grande eco a palazzo Chigi avevano suscitato in particolare alcune affermazioni di uno dei piú interessanti e al tempo stesso discussi uomini nuovi della vita politica d’oltralpe, Pierre Laval, presidente del Consiglio dal gennaio ’31 al febbraio ’32. In conversazioni riservate con l’ambasciatore Manzoni e con altri diplomatici italiani, Laval si era dimostrato convinto dell’opportunità di una intesa franco-italiana, si era espresso su Mussolini con una comprensione per la sua azione che l’ambasciatore italiano diceva di non aver riscontrato in nessun altro uomo politico francese e aveva lasciato intendere che sarebbe stato assai lieto di recarsi a Roma per vedere il «duce» e «s’entendre» con lui123. Con Grandi, a metà luglio ’31, era andato anche piú in là. Gli avevaribadito la sua «ferma intenzione» di addivenire ad un accordo con l’Italia e – avendogli Grandi replicato che occorreva «innanzi tutto dare all’Italia una soddisfazione che acquieti una volta per sempre la nostra legittima inquietudine e ci compensi, sia pure in minima parte, delle amare delusioni patite» – lo aveva interrotto dicendo: «l’Etiopie par exemple...»124. Queste tre parole soprattutto avevano eccitato a palazzo Chigi molti animi e fatto credere che la Francia si accingesse finalmente a prendere in considerazione le richieste coloniali italiane, sia pure pensando di soddisfarle, invece che a spese del proprio impero coloniale, a spese dell’Etiopia125. Di questa avance di Laval Grandi aveva riferito a Mussolini con una lettera assai misurata da Ginevra il 25 luglio. Appena avutane notizia, Guariglia si era invece affrettato a scrivere a Grandi in termini entusiastici, costruendo su quelle tre parole tutto un piano di azione politico-coloniale, che costituisce un documento essenziale per capire l’intima realtà, le prospettive, la sensibilità politica di larghi settori della «carriera»126:

397–400

Io non credo che Laval, che non è diplomatico, che è nuovo alla politica estera e alle sue schermaglie, intenda di dare ai suoi espliciti e ripetuti accenni il semplice carattere dei consueti vaghi propositi del signor Briand.

Io credo invece, che, per la prima volta in Francia, un uomo politico di responsabilità e di potere si sia messo in testa l’utilità, il vantaggio, e, dirò di piú, la vitale necessità per la Francia di mettersi d’accordo con l’Italia. La mia convinzione si è che il Presidente Laval sia deciso a dare alla politica estera del suo Paese una impronta piú vigorosa, piú realistica, meno societaria, piú armata anche, per tenere in freno, domani piú che oggi, la minaccia germanica e per mantenere alla Francia la posizione che la guerra vittoriosa le ha dato nel mondo. Per realizzare questo programma di vigorosa politica che può indifferentemente chiamarsi, a seconda dei punti di vista, conservatrice o egemonica, pacifista o guerriera, egli ha compreso che occorre togliere di mezzo la questione italiana.

L’Italia, che, sebbene nelle questioni sostanziali sia stata finora costretta dai suoi stessi interessi a mettersi in definitiva dalla parte della Francia, pur tuttavia, con la sua politica autonoma, con la sua onnipresente opposizione ai disegni francesi, con le simpatie manifestate agli elementi nazionalisti tedeschi, con la sua attitudine che nelle recenti conferenze ha valso a togliere alla Francia la maschera collaborazionista e disarmista, l’Italia che in definitiva potrebbe anche divenire una potenziale alleata di una Germania in cerca di «revanches», costituisce oggi indubbiamente un grave, se non il maggiore ostacolo al raggiungimento dei fini sopraccennati...

Il mio subordinato avviso è che un modesto accordo su quello che è convenuto chiamare le questioni pendenti non sarebbe per noi vantaggioso... Io credo invece che sarebbe sommamente utile ai nostri interessi, in questo momento politico, un vasto e comprensivo accordo italo-francese.

Io sono fermamente convinto che se noi potessimo ottenere dalla Francia la garanzia adriatica, il riconoscimento jugoslavo della nostra posizione in Albania, la cessione sostanziale di Gibuti e mano libera in Abissinia, nonché il riconoscimento di speciali posizioni in Oriente, noi potremmo senza alcuna esitazione giungere alla chiusura della questione libica e alla liberazione della Tunisia dalla nostra ipoteca (corrispettivo territoriale per Gibuti): alla garanzia per il Mediterraneo occidentale e ad un accordo navale che concedesse alla Francia qualche soddisfazione, ed infine potremmo stringere un vasto accordo che avesse soprattutto larga portata economica, ed intese di doppia cittadinanza che ci permettessero di addivenire alle concessioni per la Tunisia senza commettere verso quei nostri valorosi connazionali un gesto di abbandono.

Un accordo di quel genere avrebbe tali ripercussioni nell’opinione pubblica dei due paesi che il fuoruscitismo ne resterebbe fortemente colpito e che la campagna per la snazionalizzazione, qualunque fosse la soluzione politica a cui si potesse giungere, sarebbe per vario tempo molto attenuata.

Un accordo di questo genere costituirebbe, per un certo numero di anni, un mutamento notevole, forse radicale della nostra politica.

È ovvio che per qualche anno si stabilirebbe una collaborazione abbastanza intima fra Italia e Francia, ciò che costituirebbe una attenuazione di quella politica di indipendenza che abbiamo finora seguita.

Ma bisogna considerare che la politica impostata sulle posizioni fissate dal Trattato di Locarno, e cioè in sostanza una politica di collaborazione stretta con l’Inghilterra per il mantenimento dell’equilibrio diventa sempre piú incerta nell’attuale situazione britannica – oscillante fra il laburismo che fa una politica germanofila piuttosto spinta, ed il partito conservatore – pienamente d’accordo col Foreign Office – che attende di tornare al potere per fare l’accordo con la Francia, ma soprattutto per la debolezza attuale della Gran Bretagna e per la forza della Francia.

Ma anche a prescindere da ciò, mi pare che un quinquennio di operoso raccoglimento, una politica sicura e redditizia sia oggi auspicabile al nostro paese.

Un quinquennio o un decennio di pace operosa all’interno senza gravi preoccupazioni estere...

In pari tempo, con le spalle al sicuro (Russia, e Germania non sono, per anni ancora, in istato di nuocere), completare l’opera nostra in Albania, ridurre al dovere Re e clique che sempre ci ricattano, forti della debolezza internazionale della nostra posizione nel loro Paese, unire per sempre alla vita e alla sicurezza d’Italia, il piccolo stato albanese.

Ma soprattutto, iniziare da nuove basi la penetrazione in Etiopia con probabilità serie di successo, poiché non ci troveremo piú, innanzi ad ogni nostra mossa, la fredda e nemica mano della Francia.

So che cosa si può obiettare. In Etiopia ci sono, fin dal tempo dell’Aida, gli Etiopi. Potrei rispondere che in India o al Marocco o all’Annam le cose non erano diverse, a parte razze e colori.

È certo che l’Abissinia è il solo sbocco demografico ed economico che sia ancora aperto per noi.

Per penetrarla occorrono denari – per prenderla, probabilmente la guerra. Ma nulla si ha al mondo senza sforzo e fatica. Se vogliamo l’Impero bisogna guadagnarcelo.

Comunque, i due vantaggi che ho accennato, uniti ad un immediato acquisto territoriale, e alle possibilità che si aprirebbero in Oriente (tralascio le magre probabilità anatoliche non però da dimenticare) mi fanno convinto che un simile accordo sarebbe tanto a nostro vantaggio da giustificare pienamente le concessioni che faremmo per corrispettivo.

Ed io considero che il nuovo orientamento di politica cui accennavo non sarebbe un mutamento, ma un coronamento felice della nostra politica e della nostra polemica antifrancese.

Giungere, senza guerra, a convincere l’avversario che è necessario fare concessioni: quale successo migliore?

Né saprei vedere che cosa di meglio potrebbe augurarsi negli anni a venire per il nostro Paese.

Quale migliore destino, per la generazione della guerra e del fascismo, per l’Italia di Mussolini, che preparare, in un operoso decennio, le basi di un impero africano, che lavare l’ultima macchia che deturpa ancora il nostro nome e la nostra bandiera, quella di Adua, che assicurarci per sempre lo sbocco e la sicurezza dell’opposta sponda adriatica?

Un’altra obiezione però può essermi fatta: che cosí facendo, si rinforza l’egemonia francese.

Rispondo: anzitutto, ben venga l’egemonia francese se ci dànno Gibuti, ci garantiscono l’Albania, e l’Adriatico, ci lasciano penetrare in Etiopia, non ci precludono l’Oriente Mediterraneo!

Secondo, un’egemonia francese non può durare in Europa, per il fatto stesso che 80 milioni di tedeschi, col solo peso del numero, la rendono impossibile, senza parlare dell’Italia, la quale è in posizione geografica tale che, debole e divisa, fu contesa ed invasa da tedeschi e francesi, ma unita e forte, potrà determinare in avvenire la prevalenza degli uni o degli altri.

Ciò senza porsi il quesito: se il giorno in cui la rinascita tedesca fosse un fatto compiuto e l’egemonia germanica ritorni a «planer» sull’Europa, Italia e Francia non sarebbero sospinte, sopra la stessa volontà degli uomini, dai comuni interessi e dai comuni pericoli quasi fatalmente a riunirsi ancora una volta contro la Germania.

Comunque, l’accordo con la Francia, anche per quanto concerne il nostro prestigio, se ci potrà un poco diminuire di fronte ad una nazione cui l’appellativo di primogenita ha sempre esercitato un fascino speciale, ci metterà però in situazione ben migliore di fronte a tutte le altre grandi Potenze. Innanzi a Francia e Italia d’accordo, le Potenze anglosassoni non avrebbero che a rinunciare ad imporre la loro volontà.

Un’ultima considerazione a favore di un accordo con la Francia.

Un solo pericolo grave se non mortale minaccia l’avvenire del nostro Paese, l’Anschluss. L’accordo con la Francia significa ritardarlo per tutto il tempo in cui l’accordo dura – salvo naturalmente il caso di guerra, che dovrebbe essere vittoriosa per la Germania. Ipotesi, dunque, remota.

Si obietta: è una cosa fatale. Deve avvenire.

Avverrà, in pace, solo se la Francia e l’Italia lo permetteranno. Comunque, i Tedeschi al Brennero, e il loro peso in Adriatico, è meglio averli il piú tardi possibile, e se non c’è altro da fare, cercare di farli pagare il piú caro possibile. Ma poiché non hanno ora nulla da pagare, ritardarli, nella ipotesi peggiore, almeno finché abbiamo liquidato la questione albanese ed iniziato a fondo quella etiopica, cosí che il nostro problema preminente possa essere di difesa e non piú di espansione.

400–401

Che Laval – uomo politico quanti altri mai realista e spregiudicato e assai consapevole del pericolo che la Germania avrebbe presto rappresentato per la Francia – pensasse ad un accordo con l’Italia e si rendesse conto che per intendersi con Mussolini fosse necessario concedergli sostanziali vantaggi coloniali è indubbio. Anche se mancassimo di altri elementi, stanno a dimostrarlo i suoi accordi con Mussolini del gennaio ’35. Né, del resto, questa era solo la sua opinione: nel ’31 vari altri uomini politici francesi e numerosi autorevoli organi di stampa erano orientati o si stavano orientando nella stessa direzione. Nel complesso l’opinione pubblica francese e le stesse principali forze politiche non erano però ancora mature per una svolta tanto importante, che avrebbe comportato anche psicologicamente tutta una revisione della politica francese dalla fine della guerra (almeno) in poi e che non poteva non avere ripercussioni sul giudizio della maggioranza dei francesi sul fascismo127. Ciò era stato capito da Grandi, che, infatti, non aveva mutato la sua politica per le avances di Laval. Lo stesso, probabilmente, non si può dire invece per quella parte della «carriera» che aveva accolto con tanto entusiasmo queste avances. Ciò spiega – a nostro avviso – come, diventato presidente del consiglio Herriot nel giugno ’32 e avendo fatto anche lui qualche vago accenno ad un auspicabile accordo franco-italiano, da un lato, le speranze della «carriera» fossero subito rifiorite mentre, da un altro lato, la delusione per l’accordo anglo-francese di Losanna avesse costituito per essa un vero e proprio trauma. Tanto piú che – al contrario dell’anno prima – questa volta anche Grandi doveva aver creduto che le possibilità di un accordo fossero aumentate e aveva giuocato su di esse il tutto per tutto per cercare di salvare la sua politica e il suo posto di ministro e aveva mostrato di considerare vicina una trattativa con Parigi, al punto da parlare pubblicamente di «destino dell’Italia in Africa» alla Camera e al Senato e, soprattutto, da avviare «sotto la sua personale responsabilità» (cioè senza la preventiva autorizzazione di Mussolini) conversazioni in questo senso con Herriot e Paganon128. In realtà nel ’32 le possibilità di un accordo franco-italiano nei termini voluti da Roma non erano maggiori che nel ’31 ed Herriot non era uomo da rischiare il suo prestigio tra le sinistre in una operazione che in quel momento non sembrava urgentissima e che il riavvicinamento con l’Inghilterra poteva far sperare di evitare anche in futuro.

401–402

Per gran parte della «carriera», spaventata dall’isolamento in cui l’accordo anglo-francese minacciava di ridurre l’Italia, abbacinata dalla idea di poter mettere le mani sull’Etiopia (e, forse, anche su altro, si ricordi la lettera di Guariglia a Grandi dell’anno prima), terrorizzata dalla prospettiva di un ritorno in forze della Germania, l’accordo con la Francia era però diventato ormai una specie di dogma, il toccasana della politica estera italiana che le avrebbe permesso di realizzare il tanto sognato impero coloniale e insieme l’avrebbe messa al riparo dal pericolo tedesco. Da qui il memorandum Vitetti con la sua drammatica richiesta di «subito por mano a ricostruire vigorosamente la nostra politica estera, mentre siamo ancora in condizione di farlo, e prima che la Germania Imperiale ci forzi su posizioni di necessità sulle quali noi saremo obbligati a sacrificare le necessità vitali della nostra espansione». Una richiesta che apparentemente poteva anche essere intesa come mirante solo a rendere piú dinamico l’aspetto centrale della politica di Grandi (il cui nome, significativamente, in tutto il memorandum non era mai fatto, anche se, ovviamente, tutto il discorso era una critica alla sua politica), ma che in realtà stravolgeva tutto il significato di essa (e non certo in meglio), poiché in sostanza accantonava la teoria del peso determinante e, pur di raggiungere con la Francia un accordo che permettesse all’Italia di realizzare la sua espansione coloniale, dava per scontato il perpetuarsi dell’egemonia francese in Europa (tra l’altro anche attraverso una radicale revisione della politica italiana verso la Piccola intesa) e affidava anche la realizzazione delle aspirazioni coloniali italiane ad un accordo bilaterale da concludersi praticamente fuori dai diritti acquisiti col patto di Londra e fuori dal sistema di sicurezza europeo (bene o male incentrato sulla Società delle Nazioni) e fuori dai territori sotto sovranità o mandato francesi e che, quindi, inevitabilmente, avrebbe vieppiú indebolito questo sistema e incoraggiato gli altri revisionismi a prescindere anche loro da esso129. Con questo la «carriera» non solo contribuiva oggettivamente a fornire a una parte del fascismo e a Mussolini ulteriori elementi per allontanare Grandi da palazzo Chigi, ma si schierava anche massicciamente, in modo diretto, a favore di una politica estera tutta incentrata sull’obiettivo Etiopia e, in modo indiretto, a favore di una politica estera che tendeva a risolvere i problemi internazionali fuori e contro la Società delle Nazioni, ritornando il piú possibile ad un sistema europeo fondato sul ruolo decisivo delle quattro grandi potenze.

402–404

Se la «carriera» ebbe nell’allontanamento di Grandi da palazzo Chigi una funzione di avallo tecnico della decisione di Mussolini (per quel che riguarda sia le critiche alla politica sino allora fatta sia la elaborazione di quella avviata poi con la svolta del luglio ’32), le critiche e le accuse che a Grandi venivano mosse dall’interno del fascismo offrirono al «duce» quell’avallo ideologico, l’eco del quale è evidente nelle sue parole a Cantalupo. Anche a prescindere dalle gelosie e dai rancori personali, è fuori dubbio che la maggioranza del fascismo piú che accettato aveva subito la politica di Grandi e solo perché essa era approvata da Mussolini e le veniva prospettata un po’ come una necessità, un po’ come un espediente machiavellico da cui l’Italia e il fascismo avrebbero tratto concreti vantaggi. E se lo avesse potuto, l’avrebbe sconfessata assai prima del luglio ’32. L’insistenza con cui Grandi si era dovuto negli anni precedenti difendere in Gran Consiglio dalle accuse di pacifismo, disarmo, societarismo, ecc. è a questo proposito eloquente. Né la cosa, a ben vedere, può meravigliare o apparire ingiustificata. Non può meravigliare perché da sempre il fascismo era stato intimamente e sinceramente ostile al pacifismo, al disarmo, alla Società delle Nazioni e aveva visto in essi la negazione di quelli che considerava alcuni dei proprî piú tipici valori ideali, ovvero gli strumenti con i quali la democrazia, il socialismo (e da un certo momento in poi il comunismo) e gli Stati che se ne facevano schermo conducevano la loro lotta contro il fascismo, avevano «mutilata» la vittoria del ’18 e continuavano a conculcare le «sacrosante» aspirazioni italiane. Non può apparire ingiustificata perché, al di là dei concreti vantaggi che avrebbe dovuto portare (ma non portava) sul piano internazionale, la politica di Grandi era – dal punto di vista fascista – controproducente sul piano interno. Una politica di pace giovava certo al regime perché andava incontro alle aspirazioni di gran parte del paese; egualmente una politica che contribuisse ad evitare una corsa agli armamenti giovava all’economia del paese e al regime che poteva utilizzare i capitali, altrimenti da destinare agli armamenti, per fronteggiare la crisi economica e renderne meno gravi le conseguenze sociali e, quindi, i rischi politici130. Il pacifismo, il disarmo, il societarismo assumevano però un valore ideologico, che contrastava con l’«etica fascista» e, piú in concreto, con quell’educazione fascista che il regime voleva imprimere al popolo italiano e in specie alle «nuove generazioni del Littorio». Senza poi dire che il societarismo, oltre che essere per un fascista ideologicamente inconcepibile, squalificava la politica estera italiana procurandole una patente di ingenuità intollerabile. Tipico è a questo proposito il seguente passo, tratto da un articolo pubblicato sul «Popolo d’Italia» a fine luglio da I. Balbo, uno dei piú decisi avversari di Grandi131:

404–405

Se Voltaire rivivesse, difficilmente troverebbe in tutta la penisola un «Candido» qualsiasi, disposto a prendere sul serio le iniziative universalistiche e umanitarie della Società delle Nazioni. Che cosa sia la macchina di Ginevra, tutti ormai sanno. Qualunque decisione esca dalla Società delle Nazioni, porta il segno ed il marchio di fabbrica del gruppo Francia-Inghilterra-America. Non so chi paragonò il consorzio ginevrino ad una società anonima, dove è bensí vero che ogni azionista ha pieno diritto di votare come vuole e di criticare l’operato del Consiglio d’Amministrazione, ma dove in sostanza prevale perennemente il parere e la volontà di coloro che detengono il pacchetto di maggioranza. L’America in forma indiretta, la Francia e l’Inghilterra in modo positivo e numericamente accertabile, dispongono dei due terzi dei delegati della Assemblea. Qualunque sforzo eserciti un gruppo distinto dal loro, per mutare questo stato di cose, non potrà dunque che essere vano...

Il blocco dei dominatori presenta adunque un fronte formidabile contro ai terzi, anche se nelle discussioni interne fra di loro non mancano le discrepanze o i dissidi. Del resto, la tecnica di Ginevra è arrivata a un tale grado di finezza, che permette qualsiasi giuoco fittizio. Solo gli ingenui possono prendere sul serio le parti forti, che a turno si distribuiscono i rappresentanti delle tre nazioni egemoniche. Si sa in anticipo che sono fuochi d’artificio, e che è già pronta nel cassetto la formula di compromesso destinata a ristabilire immediatamente l’accordo che sembrava perito. Questa organizzazione ha funzionato in modo mirabile durante i sei mesi della Conferenza. Né l’Italia, quantunque trattata apparentemente con ogni riguardo, vivamente applaudita allorché le sue tesi non ferivano i sostanziali interessi concomitanti delle tre potenze maggiori, ha potuto spostare alla fine di un millimetro le posizioni precostituite. Vi sono naturalmente delle sfumature, tra il metodo che adopera l’Inghilterra e il metodo che adopera la Francia, o il sistema a cui tiene l’America. Nei riguardi dell’Italia, le reazioni di questi paesi, nella simpatia come nella ostilità, sono diverse. Per forza. Forse, prese una per una, fuori dell’ambiente ginevrino, nella sfera libera delle competizioni politiche europee ed extraeuropee, il loro modo di trattare l’Italia è agli antipodi. Ma a Ginevra le cose mutano. Qui vi è un minimo comun denominatore, che rende solidali per forza gli interessi delle tre nazioni, e questo interesse minimo comune, prevale su qualsiasi considerazione.

405–406

Né, a maggior ragione, dei veri fascisti potevano accettare l’idea che l’Italia potesse fare una politica estera non ideologica (anche se essa veniva, ad uso interno, prospettata come fascista). Dal loro punto di vista, infatti, una tale politica non poteva avere che un risultato, quello di mettere l’Italia a rimorchio del «blocco dei dominatori» e di precluderle la possibilità di farsi effettivamente interprete di tutti quei paesi e di tutte quelle forze che, invece, un atteggiamento coerentemente fascista avrebbe stretto attorno ad essa. E ciò tanto piú nel ’32, quando l’affermazione che il fascismo non era una merce d’esportazione (non a caso ricordata nell’ottobre ’30 da Grandi per avvalorare la sua politica non ideologica e, assai probabilmente, pure non a caso già allora smentita pochi giorni dopo da Mussolini) era stata – almeno ad uso interno – messa da parte, il fascismo proclamava sempre piú spesso la sua «universalità» e la sua «missione» in Europa e nel mondo e lo stesso Mussolini si accingeva ad avallare ufficialmente questa nuova parola d’ordine. E questo in un momento in cui, dati i costanti progressi del nazionalsocialismo in Germania, il fascismo veniva per la prima volta a trovarsi nella necessità di prendere coscienza del fatto che in Europa esisteva un’altra grande forza politica, in procinto per di piú di giungere al potere, che, a torto o a ragione, si proclamava (e molti in Europa e nel mondo consideravano) animata dagli stessi suoi ideali e portatrice a livello internazionale di esigenze analoghe a quelle italiane e di interessi non in contrasto e anzi integrantisi con quelli italiani. Una forza, dunque, che se in molti fascisti, anche dell’élite dirigente, suscitava preoccupazioni ed incertezze per il suo radicalismo e soprattutto per la sua esplicita tendenza a farsi portatrice e ad esasperare tutti gli aspetti piú negativi e preoccupanti del pangermanesimo e dell’imperialismo tedesco, poteva però anche suscitare potenti suggestioni ideologiche e, soprattutto, radicare l’idea che, poiché l’andata al potere di Hitler avrebbe determinato una nuova situazione in Europa, fosse opportuno per l’Italia attendere il determinarsi di questa nuova situazione senza muovere ulteriori passi su una strada che – a parte tutto il resto – appariva senza sbocco e poteva pregiudicare i suoi futuri rapporti con la nuova Germania. Salvo scarse e non significative eccezioni, al vertice del PNF pochi allora pensavano ad un «blocco ideologico» con la Germania di Hitler. Per i piú l’andata al potere del nazionalsocialismo era vista essenzialmente nella nuova prospettiva che essa avrebbe dischiuso ai rapporti italo-francesi. Tipici sono in questo senso due articoli del «Corriere padano» del giugno ’32132. In polemica con «Le temps» e con l’invito di Herriot all’Italia a fare la propria scelta di campo, il giornale di Balbo scriveva infatti:

406–407

Noi possiamo continuare e sviluppare la politica che ci è imposta dalle circostanze – è appunto il nostro vero interesse – con la certezza di questa inevitabile conversione della Francia. E non tarderà il giorno in cui, contrariamente alle previsioni e alle presunzioni d’oltralpe, nelle tanto attese o fantasticate conversazioni franco-italiane, toccherà proprio alla Francia di assumere la parte di demanderesse. È questione di saper attendere e di continuare ad agire come se tale previsione non dovesse mai avverarsi. .. Noi preferiamo rimanere creditori... e conservare la nostra libertà d’azione nella politica estera... E allora noi vi diciamo che nella collaborazione ben naturale con le potenze di anarchia e di sconvolgimento, noi troviamo almeno la libertà, la dignità e tutte le possibilità dell’avvenire. E il tempo lavora piú a nostro che a vostro vantaggio, a giudicare almeno da codesti recenti, per quanto inefficaci, tentativi di adescamento piú che d’intesa.

Alla luce di quanto abbiamo detto, è facile capire come, appena Mussolini cominciò a non avallare piú esplicitamente la politica di Grandi o, meglio, cominciò a prendere le sue distanze da essa per poterla al momento opportuno liquidare senza doversene assumere la corresponsabilità, le critiche a Grandi si fecero all’interno del gruppo dirigente fascista sempre piú esplicite e numerose e – sia pure in maniere velate ed indirette, sotto forma cioè di prese di posizione ufficialmente volte a criticare taluni atteggiamenti delle maggiori potenze straniere – esse cominciarono a filtrare anche su taluni giornali del regime. Stabilire con precisione quando questo pronunciamento cominciò a delinearsi è assai difficile, per non dire impossibile. Leggendo tra le righe e soppesando le parole col bilancino dei veleni, si può, forse, già cogliere una sfumatura di critica a Grandi nel comunicato relativo alla riunione del Gran Consiglio del 2 ottobre ’31133. Assai piú esplicito, anche se si apre con l’approvazione dell’operato di Grandi, è però il comunicato relativo alla riunione dell’8 aprile ’32; in esso, infatti, ribadite le piú note posizioni fasciste in materia di politica estera, si muoveva una esplicita critica «alle troppo frequenti convocazioni di Conferenze internazionali, che suscitano ricorrenti speranze nei popoli seguite da delusioni sempre piú gravi e aumentano le superfici di attrito» e soprattutto si annunciava esplicitamente che, di fronte al perdurare dello stallo delle trattative tra le grandi potenze su tutti i problemi sul tappeto, «il Gran Consiglio si riserva di esaminare nella sua sessione di ottobre il problema della posizione dell’Italia fascista nella Lega delle Nazioni»134. Due affermazioni che, se a prima vista potevano apparire come volte a sostenere l’azione di Grandi, esaminate in un contesto piú articolato denunciano il mutamento di rotta che Mussolini andava preparando.

407

E veniamo a Mussolini. Per valutare giustamente la posizione del «duce» e la sua decisione di allontanare Grandi da palazzo Chigi bisogna ribadire innanzi tutto un concetto ben preciso. Grandi – lo abbiamo visto – aveva indubbiamente una propria concezione della politica estera in genere e di quella italiana in particolare. La sua azione come ministro degli Esteri – salvo le ultimissime conversazioni con Herriot e Paganon – si era però dispiegata sempre nella prospettiva tracciata da Mussolini e in pieno accordo con lui. L’insuccesso determinato dall’accordo anglo-francese di Losanna fu in questo senso un insuccesso tanto suo quanto di Mussolini e, d’altra parte, l’eventualità che la loro politica portasse ad un certo momento l’Italia in una situazione di contingente isolamento i due l’avevano messa in conto da tempo. L’allontanamento di Grandi, anche se spiegato con questo insuccesso, non dipese dunque da esso. Il motivo, i motivi anzi, furono altri e piú complessi.

Un primo motivo – il piú evidente – fu quello di fare di Grandi una sorta di capro espiatorio su cui dirottare il malcontento di larga parte del gruppo dirigente fascista e, soprattutto, di cui servirsi in negativo per giustificare la rettifica decisa da Mussolini della politica di «collaborazione» internazionale sino allora attuata.

408–410

Un secondo motivo – piú sostanziale – fu quello determinato dalla convinzione alla quale Mussolini era ormai pervenuto della necessità di imprimere (almeno formalmente, ché il suo radicato tatticismo gli impedí sempre di ancorare veramente la sua politica e specialmente quella estera a rigide formulazioni ideologiche) alla politica estera italiana un carattere piú marcatamente fascista, piú corrispondente cioè non solo alle richieste che venivano dal vertice del PNF, alle esigenze, per lui sempre piú prioritarie, della formazione delle nuove generazioni e alle indicazioni di base del «fascismo universale» dei vari gruppi intellettuali e giovanili fascisti135, ma anche e soprattutto alla sua personale concezione ideologica del fascismo, quale egli veniva delineando in quel periodo in connessione con tutta una serie di avvenimenti (in primo luogo il drammatico sviluppo assunto dalla «grande crisi») e di opportunità politiche. Di questa concezione (di cui una delle manifestazioni piú significative, la Dottrina del fascismo, fu pubblicata proprio nelle settimane a cavallo dell’allontanamento di Grandi) non è qui il caso di parlare, dato che lo abbiamo già fatto ampiamente nei precedenti capitoli. Qualche parola merita piuttosto – a proposito di quelle che abbiamo definito le opportunità politiche – l’incidenza che sul suo convincersi della necessità di dare alla politica estera un carattere piú marcatamente fascista dovettero avere, da un lato, i grandi progressi compiuti dal ’30 in poi in Germania dal nazionalsocialismo e, da un altro lato, i fermenti e le iniziative politiche che in questo stesso periodo tendevano – sinceramente o strumentalmente poco importa ai fini del nostro discorso – a cercare il superamento della crisi europea in una soluzione di tipo federalista.

Prescindendo per ora dal problema dei rapporti Hitler-Mussolini in questi anni e da quello dell’influenza che l’avanzata nazionalsocialista ebbe sul concreto svolgimento della politica estera italiana, questa incidenza va vista – per il primo aspetto – sotto un profilo ben preciso: quello della necessità per Mussolini di dare al fascismo un volto ideologico definito, da un lato per distinguerlo dal nazionalsocialismo (soprattutto in materia di razzismo e di antisemitismo) ed evitare cosí di accrescere le ostilità che esso aveva nel mondo democratico e, da un altro lato, per cercare di affermare, in prospettiva, oltre a quella derivante dalla primogenitura e dal suo prestigio personale, una sorta di sua leadership ideologica sugli altri movimenti fascisti e parafascisti europei e ciò per evitare sia che essi subissero la suggestione del nazionalsocialismo sia che – nel caso di contrasti nazionali con la Germania – una identificazione troppo stretta tra fascismo e nazionalsocialismo li allontanasse dall’orbita italiana136. Quanto al secondo aspetto, quello connesso ai fermenti e alle iniziative politiche in chiave federalista, il discorso va riferito non tanto ai vari movimenti come il Comitato federale della cooperazione europea di E. Borel, l’Unione doganale europea di Y. Le Troquer e la stessa Paneuropa di Coudenhove-Kalergi, quanto essenzialmente al progetto di Briand del ’30, dato che le altre iniziative, dal punto di vista di Mussolini, o non acquistarono mai un vero significato politico o furono assorbite da quella di Briand. Come scrisse il vicepresidente della Commissione finanze della Camera francese137, il progetto Briand incontrò subito «la sombre et funeste opposition de Mussolini et de ses émules», che, infatti, come abbiamo già detto, videro in esso un tentativo di estendere vieppiú e di mascherare al tempo stesso l’egemonia di Parigi in Europa. La questione che qui ci interessa non è però tanto questa, immediatamente politica, quanto quella dell’influenza che il progetto Briand e le altre iniziative europeiste (che pure in qualche caso cercarono l’appoggio di Mussolini o, almeno, di non inimicarselo138) ebbero sul «duce». Fu infatti anche per contrastare meglio queste iniziative che Mussolini sentí il bisogno di far assumere al fascismo una precisa posizione ideologica, in maniera da opporre ad esse la propria concezione dell’Europa e le proprie idee sul suo assetto futuro139.

411–413

Da qui il suo dar fiato (e, al tempo stesso, rettificare) al discorso antieuropeo (della nuova Europa fascista in contrapposizione alla vecchia Europa democratica) avviato già da qualche tempo – sotto l’influenza della tematica paneuropea di Coudenhove-Kalergi – da alcuni gruppi fascisti e in particolare da quello di Asvero Gravelli. Un discorso che a noi, oggi, può sembrare quasi irrilevante, ma che nella prima metà degli anni trenta ebbe per il fascismo una notevole importanza. Esso, infatti, costituí un elemento essenziale del piú vasto discorso del «fascismo universale», forse l’unico discorso ideologico-culturale che – come bene ha mostrato il Ledeen140 – per un certo tempo riuscí ad attivizzare un vasto settore della gioventú fascista e ad offrire ad essa la speranza che la «rivoluzione fascista» potesse riprendere il suo cammino e proiettarsi, come una sorta di «rivoluzione permanente», verso obiettivi sempre piú avanzati e universali. E contemporaneamente esso serví anche di supporto ideologico per tentare di fare dell’idea antieuropea fascista la base alla quale ancorare i vari fascismi europei, sulla quale costruire una Internazionale fascista, che avrebbe dovuto quindi ispirarsi essenzialmente al fascismo italiano e non al nazionalsocialismo, e sulla quale – come scrisse Gravelli nel ’30141 – «preparare nel continente il cammino delle idee fasciste».

Il motivo decisivo dell’allontanamento di Grandi fu però un altro, squisitamente politico e di cui il precedente non era, almeno in parte, che la conseguenza. Alla metà del ’32 Mussolini era ormai convinto che la situazione europea fosse sul punto di modificarsi radicalmente e di avviarsi quindi su dei binari assai diversi da quelli lungo i quali si era mossa sino allora. In tutti i principali paesi la lotta politica andava, sotto i colpi della crisi economica, radicalizzandosi e polarizzandosi a favore delle forze estreme, di destra e di sinistra. In Germania in particolare l’andata al potere del nazionalsocialismo era per Mussolini scontata ed egli era convinto che nulla ormai l’avrebbe evitata 142. Né, arrivate le cose a questo punto, tale soluzione era al «duce» sgradita, anche se egli non si nascondeva che essa avrebbe presentato incognite e rischi notevoli e in prospettiva avrebbe inevitabilmente portato ad un conflitto intereuropeo. Uno sbocco, questo, che egli nell’intimo temeva forse piú di ogni altra cosa 143 ma che, da un lato, considerava fatale ed inevitabile e, da un altro, riteneva però lontano nel tempo, molto piú lontano di quanto in realtà si dimostrò concretamente, e soprattutto abbastanza lontano da potergli permettere sia di porsi frattanto nella condizione migliore per affrontarlo sia di manovrare per rinviarlo il piú possibile nel tempo. Non gli era sgradita perché – sino a che la situazione tedesca era stata aperta a piú soluzioni – l’alternativa ad Hitler era sembrata quella comunista e, quindi, la vittoria nazionalsocialista finiva per apparire una prova della vitalità delle forze autoritarie, la conferma della loro necessità (e pertanto una indiretta riaffermazione della funzione storica del fascismo) e perché, bene o male, il «risveglio» della Germania rivitalizzava l’Italia, ne esaltava il contributo essenziale rispetto ai rapporti di forza intereuropei e, quindi, apriva alla sua azione nuovi orizzonti per realizzare concretamente la politica del peso determinante. E, infatti, è fuori dubbio che, allontanando Grandi, Mussolini in sostanza rinnovò assai poco la politica sino allora perseguita (al punto che non a torto il D’Amoja ha parlato di «una vecchia politica rimessa a nuovo» 144), limitandosi piú che altro a imprimere ad essa un tono piú «fascista» 145 e a non legarsi per il momento le mani né con la Francia né con la Germania, e rimase anche fedele alla filosofia del suo ex ministro degli Esteri, anche se – avendo rinunciato alla pregiudiziale a-ideologica – di fronte alle prime grosse difficoltà non avrebbe saputo trasfondere nella sua azione quel senso dell’identità che, oltre un certo limite, non vi poteva non essere tra interessi generali europei e interessi particolari italiani e che Grandi, almeno in teoria, aveva cercato invece di avere presente.

413–414

In questa prospettiva, per Mussolini, la politica estera dell’Italia fascista doveva essere concepita ed impostata in termini assai precisi. Sui tempi brevi – in attesa della completa definizione della situazione interna tedesca – essa doveva tendere: 1) a prendere le proprie distanze sia dalla Francia sia dalla Germania, assumendo un atteggiamento equidistante da entrambe, in maniera da mantenere intatte tutte le possibilità per una futura politica pendolare, dalla quale trarre, a seconda delle circostanze, ogni vantaggio possibile; 2) a mettere in difficoltà e possibilmente in crisi l’accordo anglo-francese di Losanna, in maniera da recuperare all’Italia l’appoggio inglese, sfruttando a questo fine l’assoluta ostilità dell’Inghilterra ad impegnarsi di piú sul continente e la sua paura che l’intransigenza francese aggravasse la situazione europea (alla importanza annessa da Mussolini a questo aspetto della sua politica ci pare si debba attribuire essenzialmente la nomina di Grandi ad ambasciatore a Londra, dove nessun altro diplomatico italiano avrebbe avuto obiettivamente tante possibilità per una simile azione); 3) a sfruttare il problema dei debiti di guerra per creare difficoltà al governo francese sia sul piano interno sia su quello dei rapporti con gli Stati Uniti; 4) a rinsaldare al massimo gli accordi con Budapest e Vienna, sia per creare difficoltà alla Francia e alla Piccola intesa, sia soprattutto per precostituire una barriera alla spinta politico-economica della Germania in quella regione; spinta già chiaramente delineatasi da un anno e piú, ma che si sarebbe certamente accentuata (specie sull’Austria) quando i nazionalsocialisti fossero arrivati al potere. Lo sbocco di questa politica doveva essere un accordo tra le quattro grandi potenze. Italia, Inghilterra, Francia e Germania dovevano costituire una sorta di direttorio europeo, che – riprendendo in un certo senso lo schema di Locarno ma adeguandolo alla nuova realtà europea e cioè dando ad esso un valore non statico ma dinamico, ovvero moderatamente revisionistico – assicurasse all’Europa almeno un decennio di sostanziale stabilità e di pace.

Un programma – come bene si comprende – ambizioso e oltremodo difficile e che avrebbe assicurato all’Italia e al regime fascista innegabili vantaggi di prestigio e materiali e che si basava sullo sfruttamento del potenziale peso determinante che l’Italia rappresentava nella nuova situazione europea, ma che indubbiamente dimostra un ancor vivo desiderio in Mussolini di rimanere ancorato al sistema di sicurezza europea post Versailles e di assegnare all’Italia fascista un ruolo di grande potenza responsabile e d’ordine, consapevole del pericolo che sovrastava l’Europa e della necessità di tenerlo per quanto possibile sotto controllo. Sicché non si può non concordare con R. Moscati146 quando – a proposito del Patto a quattro che di questo programma fu il tentativo, di lí a qualche mese, di concreta traduzione in pratica – scrive:

414–415

Le ragioni ispiratrici del «Patto a quattro» non debbono essere, a mio credere, ricercate – come è stato fatto – nel desiderio di Mussolini di crearsi una «ritirata strategica» dopo la politica verbalmente bellicosa dell’immediato periodo precedente, né i suoi moventi sono «poco chiari» come appaiono a taluni storici. Esse trovano una logica spiegazione se si riflette al momento preciso in cui avvenne la prima stesura del «patto», che ricalcava molti punti del famoso discorso di Torino del 23 ottobre 1932. Già in quell’occasione Mussolini aveva avanzato la proposta di una «collaborazione delle grandi Potenze occidentali» per avviare a soluzione la crisi politica ed economica dell’Europa. Le difficoltà in cui si dibatteva la conferenza del disarmo, la sfida del Giappone alla Società delle Nazioni, la tensione franco-italiana con le gravi ripercussioni nel settore delle esportazioni, l’ascesa infine di Hitler al potere avevano reso ancora piú evidente l’aggravarsi della tensione internazionale. È in questa situazione diveniva senza dubbio allettante la prospettiva per la soluzione dei problemi europei e mondiali – in cui, si badi, si tenesse adeguato conto delle istanze revisionistiche – di un «direttorio» delle quattro potenze, nel cui seno fosse affidata per di piú all’Italia, accanto alla vecchia Inghilterra, un’alta funzione equilibratrice e moderatrice piena di «onorabilità»: quella di tenere a freno la Germania accogliendone talune istanze, mentre dal suo canto la Gran Bretagna avrebbe smussato le asperità francesi, contribuendo a migliorarne i rapporti con l’Italia giunti ad un limite di rottura. Non che al patto si intendesse dare un chiaro significato antifrancese e antitedesco, ma certo è – come sottolineò con estrema chiarezza Mussolini e, seguendo le sue direttive, l’intera stampa ufficiosa fascista – che al binomio Inghilterra-Italia si attribuiva nei confronti di quello Francia-Germania una «speciale funzione». In altre parole, nella ipotesi mussoliniana, in un «direttorio» a quattro, alternativo o quantomeno correttivo della Società delle Nazioni, l’Italia, come stato equilibratore, avrebbe dovuto frenare la Germania nel settore danubiano-balcanico, ma nello stesso tempo erigersene a rappresentante per mediarne le esigenze nel campo della parità giuridica internazionale. Spettava all’Inghilterra avviare con la Francia un discorso costruttivo circa i problemi irresoluti con l’Italia.

Era proprio su questo punto – quello dei compensi coloniali italiani – che i tempi brevi della prospettiva politica mussoliniana si saldavano con quelli che possiamo considerare i suoi tempi medi e la strategia del «duce» si collegava a sua volta con quella che era diventata l’idea fissa di larga parte della «carriera». I compensi coloniali italiani, giuridicamente e moralmente, trovavano sempre la loro giustificazione nel «sospeso» del Patto di Londra. Realisticamente, Mussolini si rendeva però conto che la loro realizzazione sarebbe stata assai meno difficile se, invece che direttamente a spese dell’impero coloniale e del prestigio francesi, essa fosse avvenuta sulla pelle di qualche altro, specie se, al momento opportuno, fosse stato possibile dare a tutta l’operazione una «giustificazione» che – avallata dalle altre grandi potenze – potesse permettere di presentarla al mondo nei termini meno sfavorevoli. E ciò oggettivamente non poteva avvenire che in Etiopia, sia perché solo qui non si sarebbero lesi direttamente gli interessi di alcun paese europeo, sia perché esistevano precedenti accordi anglo-franco-italiani che avevano riconosciuto all’Italia particolari interessi in Etiopia e che avrebbero permesso a Londra e a Parigi di continuare a far valere i loro anche in un nuovo contesto, senza che ciò assumesse un significato diverso da quello che aveva avuto sino allora, sia perché – come si è visto – non mancavano sintomi significativi che se la Francia avesse dovuto alla fine cedere alle richieste italiane era proprio verso l’Etiopia che a Parigi si pensava sempre piú insistentemente di orientarle, sia – infine – perché la situazione interna etiopica poteva essere sfruttata per trovare giustificazioni abbastanza convincenti per prospettare all’opinione pubblica internazionale la necessità di un mutamento, parziale o totale, del suo status territoriale e politico. Se a tutto ciò si aggiunge poi che Mussolini non era certo – un po’ per la sua formazione culturale, un po’ per la sua convinzione che all’Italia occorressero soprattutto delle colonie di popolamento, ove poter insediare centinaia di migliaia di italiani, un po’ per non fare un atto che, bene o male, avrebbe assunto un sapore antitedesco, un po’ perché essa era stata sempre patrocinata da gruppi e ambienti politici, economici e burocratici fiancheggiatori e nazionalisti piú che genuinamente fascisti – un convinto assertore della linea di espansione Ciad-Camerun, mentre l’Etiopia era sentita non solo da lui come un fatto molto piú italiano, ma era presente nella coscienza nazionale italiana sin dai tempi di Dogali e di Adua come una «macchia» da lavare, si capisce perché, un impegno in quelle terre, da un lato, sarebbe stato psicologicamente piú facile da far accettare al paese e, da un altro lato, avrebbe costituito per il fascismo un duplice successo: avrebbe portato alla costituzione di un vero impero coloniale italiano e avrebbe dimostrato che l’Italia fascista era riuscita là dove i precedenti governi liberali erano falliti; se si tiene presente tutto ciò si comprende facilmente perché proprio col ’32, parallelamente al maturare della svolta del luglio e all’avvio del primo tempo della nuova fase della sua politica estera, Mussolini si indirizzasse nettamente verso l’Etiopia e ne facesse definitivamente il punto di riferimento per il secondo tempo di essa, la stella polare alla quale tendere in tutte le circostanze e sulla quale orientare tutta la politica italiana.

416–417

La prova migliore di questo interessamento di Mussolini per l’Etiopia ci è fornita dal diario di De Bono e, piú in genere, dalla rinnovata attenzione con la quale dal ’32 in poi le vicende etiopiche furono seguite da Roma. Dopo il trattato del ’28 i rapporti italo-etiopici si erano sviluppati lungo una linea di sostanziale buon vicinato, che non denota alcuna particolare arrière pensée italiana. Verso i primi del ’30 la situazione interna etiopica aveva mostrato alcuni segni di deterioramento, in particolare un endemico stato di insurrezione contro il governo centrale in varie regioni periferiche. Su questa nuova situazione De Bono, ministro delle Colonie, aveva cercato di attrarre l’attenzione di Grandi. Questo però aveva sostenuto la necessità di evitare qualsiasi peggioramento dei rapporti tra Roma e Addis Abeba e si era limitato ad autorizzare a tenere viva la cosiddetta «politica periferica» (i rapporti cioè con gli elementi ostili al Negus nelle regioni alle frontiere eritrea e somala) e a cercare di interessare Mussolini sull’opportunità di accordare all’Etiopia un prestito di venti milioni di lire (che il mercato finanziario italiano non era in grado di assicurare e che il ministero delle Finanze escludeva di potersi accollare) per evitare che esso fosse concesso dalla Francia e che ciò rinsaldasse ulteriormente i rapporti tra Parigi e Addis Abeba. Mussolini non aveva però mostrato molto interesse per la proposta. Né le cose erano gran che mutate nell’anno successivo. I primi segni di un vero interessamento del «duce» per l’Etiopia risalgono infatti al ’32, dopo cioè le avances di Laval e quando Mussolini cominciò a maturare l’idea della sua nuova politica. Il primo segno tangibile fu l’invio di De Bono in Eritrea in missione ispettiva e di studio della situazione. Al ritorno il quadrunviro presentò, il 22 marzo, una relazione a Mussolini nella quale, pur lasciando capire la sua propensione per un intervento armato che avrebbe risolto per anni la situazione, si espresse in definitiva per una azione non militare ma politica147:

Un nostro intervento armato in forze che ci desse un successo militare stabilizzerebbe per anni la nostra situazione.

Ma è inutile pensarci adesso. Esso comporterebbe un lungo lavoro di preparazione e centinaia di milioni di spesa, che sarebbero meglio impiegati altrove.

Resta quindi l’azione politica. Il «morfinizzamento» è riuscito pochino; la politica periferica di accordi coi Capi è fallita e non la ritengo piú possibile. Ci rimane l’accordo con la Francia e l’Inghilterra. Dare cioè una sostanza pratica e positiva all’accordo tripartito del 1925.

Se non avremo la Francia ostile e soffiatrice nel fuoco, l’Imperatore finirà col sentirsi isolato e le mene nazionalistiche non potranno avere conseguenze deleterie. Inoltre togliendo a Sellassiè l’appoggio europeo, egli ne scapiterà di fronte ai Ras, che è riuscito a mettere in soggezione, e costoro riacquisteranno quindi la passata potenza facendo opera disgregativa a noi vantaggiosa... Io ritengo che una decisione debba prendersi e presto, per non perdere terreno.

417–418

Sul momento Mussolini sembrò non tener conto della relazione, limitandosi a ringraziare De Bono e ad osservare anodinamente148:

le tue considerazioni d’ordine politico-militare meritano la piú grande attenzione. Sono lieto di constatare che, nel complesso, anche l’Eritrea cammina.

Durante la prima metà dell’anno l’unico altro fatto che può, forse, dimostrare un nuovo interesse per l’Etiopia sono le istruzioni che il 4 giugno Grandi impartí al governatore dell’Eritrea, invitandolo a seguire con attenzione la situazione etiopica e a «mantenere quei contatti con elementi periferici, indispensabili a tenere Regio Governo dettagliatamente al corrente, e per svolgere l’azione che si riterrà piú conveniente, a seconda degli avvenimenti149». Dopo luglio, entrato nel clima della sua nuova politica, Mussolini si affrettò ad incaricare De Bono di preparare un piano per una eventuale azione in Etiopia. A dicembre il piano era pronto e De Bono lo portò al «duce». Sotto la data del 15 dicembre ’32 egli annotava nel suo diario150:

Gli ho portato il progetto per un’eventuale azione in Abissinia. Gli è piaciuto. Comanderei, al caso, io... Dovrebbe essere pel 35, ma io temo non abbia ben calcolato spesa e conseguenze.

In queste poche parole di De Bono è la prova che Mussolini, mentre si apprestava a varare il Patto a quattro, aveva già ben chiaro che la mossa successiva doveva essere in Etiopia: la pace in Europa doveva fruttare all’Italia l’impero. Sempre da queste stesse poche parole sembrerebbe che l’accenno dello stesso De Bono nel suo libro di quattro anni dopo sulla preparazione e la prima fase della guerra in Etiopia secondo cui egli sarebbe stato a suo tempo favorevole a «fascisticamente osare»151, cioè a prendere l’iniziativa sin dal ’32, non sia stata che una piccola vanteria. Se però esso fosse vero e risultasse che De Bono presentando il suo progetto a Mussolini perorò effettivamente la causa di un intervento immediato, il rinvio di questo al ’35 sarebbe la miglior dimostrazione di quanto abbiamo affermato e che, cioè, il Patto a quattro e l’impero erano per Mussolini inscindibilmente uniti e che l’ampliamento delle colonie Eritrea e Somalia (ché di questo per lungo tempo si trattò, anche per il «duce», e non di una completa occupazione dell’Etiopia) non fu da lui concepito come un’operazione contro tutto e contro tutti, come finí per diventare, ma al contrario una operazione che doveva giovare all’Italia e al fascismo, ma – per paradossale che a noi possa sembrare oggi – doveva essere inserita in un quadro sostanzialmente pacifico, almeno per quel che riguardava le grandi potenze europee. Tutta la documentazione a nostra disposizione prova infatti che Mussolini cominciò a decidersi di passare all’azione in Etiopia solo nel febbraio ’34152, falliti sia il Patto a quattro sia la Conferenza generale per il disarmo e uscita la Germania dalla Società delle Nazioni, quando cioè egli si convinse che la situazione europea scivolava ormai sul piano inclinato della catastrofe153 e ritenne pertanto che l’Italia dovesse approfittare delle chances ancora aperte per realizzare il suo «destino imperiale» in modo da potersi poi dedicare completamente ai problemi europei, prima che la loro degenerazione gli precludesse ogni possibilità di iniziativa e di contrattazione.

418

La ricostruzione delle vicende diplomatiche attraverso le quali si sviluppò il tentativo mussoliniano di realizzare il primo tempo della sua «nuova» politica estera (a Ginevra in sede di Conferenza per il disarmo, nei rapporti bilaterali con le altre grandi potenze e con i governi dei paesi danubiano-balcanici e nelle varie sedi nelle quali, tra la seconda metà del ’32 e la fine del ’34, i responsabili della politica europea cercarono invano di fronteggiare la crisi che ormai minacciava il vecchio continente) non rientra ovviamente nell’economia di questo nostro lavoro. E, del resto, tali vicende sono nel loro complesso sufficientemente note per permetterci di far riferimento ad esse solo per accenni154. Piú importante in questa sede è piuttosto soffermarci su alcuni motivi di fondo e su alcuni momenti chiave di esse, indispensabili per comprendere l’azione di Mussolini, in riferimento sia alle sue motivazioni, ai suoi condizionamenti, al suo concreto significato storico, sia alla sua evoluzione e ai suoi sbocchi successivi.

Il primo problema da chiarire bene è quello dei rapporti Mussolini-Hitler e in particolare dell’atteggiamento del «duce» di fronte all’andata al potere in Germania del nazionalsocialismo. In esso è infatti in larghissima misura la chiave per comprendere la politica estera mussoliniana tanto in questo periodo quanto nel successivo.

419–420

In un precedente volume abbiamo già fatto brevemente cenno ai primissimi rapporti tra fascismo e nazionalsocialismo155. Ampliando un po’ il discorso, si può dire che se, indubbiamente, vi furono dei rapporti sin dal ’22, altrettanto indubbiamente sino al ’30 essi non incisero sulla politica estera fascista. Allo stato della documentazione, pare indubbio che l’iniziativa fu presa da Hitler, che poco prima della «marcia su Roma» inviò in Italia un suo uomo di fiducia, Kurt G. W. Ludecke, per prendere contatto con Mussolini. Lo stesso Ludecke alcuni mesi dopo fu incaricato di tenere i contatti con alcuni ambienti politici e giornalistici fascisti, riuscendo a far pubblicare un certo numero di articoli e di corrispondenze improntati ad una certa simpatia verso Hitler. Nel complesso si trattò però di rapporti episodici e politicamente irrilevanti; né mancarono da parte fascista prese di posizione contrarie al nazionalsocialismo, considerato una «parodia» del fascismo. In occasione del fallito putsch di Monaco del 9 novembre ’23 e anche successivamente si parlò piú volte di aiuti economici fascisti a Hitler; prove concrete non sono mai state però trovate e molti motivi inducono a escludere la cosa. A parte altre ragioni contingenti e d’opportunità, a rendere estremamente difficili effettivi rapporti tra i due movimenti ostava il fatto che il nazionalsocialismo, nella sua visione accesamente pangermanista del futuro della Germania, rivendicava l’Alto Adige e che se dopo la «marcia su Roma» Ludecke aveva convinto Hitler a rinunciare a questa parte del suo programma pur di cattivarsi l’amicizia di Mussolini, e in questo senso si era espresso pubblicamente sulla stampa fascista, nessuno in realtà credeva alla sincerità di questa rinunzia, tanto piú che non mancavano elementi positivi per considerarla solo strumentale ed in ogni caso non condivisa dalla gran maggioranza del nazionalsocialismo. Il fallito putsch di Monaco e la conseguente condanna di Hitler avevano poi screditato il nazionalsocialismo anche agli occhi dei pochi che nei mesi precedenti avevano dato qualche credito alle affermazioni di Ludecke e si erano mostrati interessati alla lotta del movimento hitleriano contro il comunismo e la democrazia di Weimar156. Per qualche anno i rapporti si erano perciò estremamente rarefatti (come, del resto, dopo la missione del gen. Capello e le polemiche del ’26 sull’Alto Adige, quelli con le destre tedesche in genere) e si potrebbe parlare addirittura di interruzione se essi non fossero continuati in Italia, soprattutto a livello di alcune personalità politiche di secondo piano e di alcuni intellettuali fascisti con alcuni amici e collaboratori di Hitler (come Göring) rifugiatisi nel nostro paese per sfuggire all’arresto. Per trovare indizi consistenti di una loro ripresa bisogna attendere praticamente il ’27, quando Hitler (tornato in libertà alla fine del ’24) prese a cercare con crescente insistenza contatti con i diplomatici italiani in Germania.

420–421

Secondo la concezione politica di Hitler157, la Germania, cosí come non aveva motivi storici di contrasto con l’Inghilterra (potenza non continentale ma oceanica), non ne aveva con l’Italia (potenza mediterranea, mentre la Germania era una potenza continentale proiettata verso nord-est), mentre entrambe avevano un nemico comune, la Francia. La questione dell’Alto Adige non doveva impedire la loro collaborazione: i tedeschi di questa regione non valevano l’inimicizia italiana ed egli era pronto a disinteressarsi ad essi pur di ottenere tale amicizia. E ciò tanto piú che l’Italia voleva dire fascismo e Mussolini. Che tra il fascismo e il nazionalsocialismo vi fossero delle differenze Hitler non lo negava. In particolare egli rimproverava al fascismo di non essersi ancora reso conto del pericolo giudaico, del «dissidio» esistente «fra le vedute della migliore politica nazionale [italiana] e la volontà del giudaismo borsistico» e della «profonda concordanza» realizzatasi in Francia tra le vedute «degli ebrei della Borsa» e quelle della «politica nazionale di mentalità sciovinistica»158. Allo stesso modo Hitler non considerava il suo movimento emanazione del fascismo. Come affermò molti anni dopo159, era però convinto che l’ascesa del nazionalsocialismo fosse stata largamente favorita dall’esistenza del fascismo:

il nostro programma è stato elaborato nel 1919, e in quell’epoca io non sapevo niente di lui [di Mussolini]. La nostra dottrina poggia su basi che le sono proprie, ma il pensiero di ogni essere è una risultante. Non si dica dunque che gli avvenimenti italiani non abbiano influito su noi. Probabilmente la Camicia Bruna non sarebbe mai esistita senza la Camicia Nera. La Marcia su Roma, nel 1922, fu una svolta decisiva della storia. Il semplice fatto che una cosa simile si sia potuta tentare e condurre felicemente a termine ci ha dato vigore. Poche settimane dopo la Marcia su Roma sono stato ricevuto dal ministro Schweyer. Il che non sarebbe certamente accaduto senza quell’avvenimento.

Se Mussolini fosse stato vinto in velocità dal marxismo, non so se noialtri saremmo riusciti a mantenerci in piedi. In quell’epoca il nazionalsocialismo era una ben gracile pianta.

Il punto essenziale era però per lui costituito dalla personalità di Mussolini; una personalità che non solo esercitava su di lui un enorme fascino, al punto che per anni avrebbe considerato il «duce» il suo maestro e avrebbe attribuito i suoi insuccessi alla debolezza (in senso razziale) della materia prima attraverso la quale doveva operare e ai condizionamenti della monarchia, ma che costituiva per lui una garanzia per il futuro: «una grande personalità» come Mussolini, cosí consapevole delle necessità nazionali e dei destini della sua patria e cosí immedesimata in essi non avrebbe non potuto comprendere il valore storico dell’amicizia e dell’alleanza tra le «rivoluzioni» nazionalsocialista e fascista. E, quindi, come lui era pronto a sacrificare sull’altare di questa amicizia e di questa alleanza i tedeschi dell’Alto Adige, cosí Mussolini avrebbe prima o poi compreso la necessità di non ostacolare l’unione dell’Austria alla Germania, sia perché si trattava di una necessità storica sia perché chi veramente aveva interesse ad evitare l’Anschluss non era l’Italia – naturale alleata della Germania – ma la Francia che, cosí facendo, voleva sí impedire che la Germania si rafforzasse, ma, al contempo, era anche convinta «di potere un giorno acquistare nello Stato austriaco un membro per l’alleanza franco-europea», cosí da farne la cerniera del suo sistema di egemonia europea, l’anello per collegarsi con i paesi della Piccola intesa.

421–423

Queste convinzioni Hitler le espresse nel maggio e nel dicembre ’27 all’addetto stampa italiano a Berlino. Anche piú importante è però il fatto che egli le esponesse sia nel Mein Kampf (che aveva cominciato a preparare in carcere e che venne pubblicato nel ’25-26), sia nel cosiddetto Libro segreto (scritto nel ’28 e rimasto inedito sino al secondo dopoguerra), sia in un opuscolo dal titolo Die südtiroler Frage und das deutsche Bündnisproblem (del 1926), sia in una serie di pubblici discorsi, che non trovarono consenzienti (per quel che riguardava l’Alto Adige) neppure tutti i nazionalsocialisti e che gli procurarono violenti attacchi da parte di larghi settori della destra; soprattutto da quelli piú accesamente pangermanisti e collegati con il movimento irredentista sudtirolese. Con il ’28 Hitler cominciò altresí, direttamente e attraverso alcuni intermediari, a premere presso l’ambasciata italiana a Berlino per ottenere la possibilità di avere un incontro a Roma con Mussolini. A queste avances la risposta di Mussolini fu però assai cauta. Ufficialmente fece rispondere di essere disposto a ricevere Hitler. L’incontro era però rimandato «ad epoca da stabilirsi», «comunque dopo le elezioni tedesche». «Un colloquio prima – telegrafò al console generale a Monaco – non gioverebbe se non agli avversari di Hitler»160. In pratica con questa formula «diplomatica», Mussolini non respinse l’avance, ma ne rinviò sine die la realizzazione, in attesa che la situazione interna tedesca si chiarisse meglio ed egli si potesse fare un’idea piú precisa del peso reale che in essa aveva il nazionalsocialismo (il 20 maggio, alle elezioni, Hitler raccolse 809 mila voti su 29 milioni e mezzo, pochi per essere considerato una forza reale). Sicché, per il momento, Hitler dovette accontentarsi di un non impegnativo incontro segreto in Baviera con il sen. Ettore Tolomei, un acceso fautore della politica di italianizzazione dell’Alto Adige. Nel corso dell’incontro, che ebbe luogo nell’agosto ’28, Hitler riconfermò il suo disinteresse per l’Alto Adige e la sua convinzione che Italia e Germania dovessero trovare una intesa (ma lasciò intendere di essere convinto che all’Anschluss si sarebbe inevitabilmente arrivati); non ottenne però in cambio nessun impegno di aiuti. Questa cautela di Mussolini è confermata dall’atteggiamento della stampa fascista del tempo. Sino al ’27 si può dire che essa fu ancora sotto l’impressione del fallimento del putsch di Monaco e non mostrò alcuna reale simpatia per il nazionalsocialismo. Il risultato delle elezioni del ’28 mitigò ma non modificò nella sostanza questo atteggiamento. Pochi furono i giornali che si indussero a seguire con maggiore attenzione le vicende politiche del partito hitleriano. Quanto ai risultati elettorali da esso conseguiti, vennero in genere valutati freddamente e senza entusiasmo. Se, parlando della situazione tedesca, fu posto l’accento su qualcosa, fu soprattutto sulla sua instabilità e insostenibilità, da cui – si diceva – la Germania sarebbe potuta uscire probabilmente solo attraverso un colpo di Stato. Scorrendo la stampa fascista, si ha però l’impressione che, nel caso di un colpo di Stato di destra, essa pensasse piú allo Stahlhelm, la potente organizzazione degli ex combattenti (che non a caso «Critica fascista» definiva «i cosidetti fascisti tedeschi»), o ai tedesco-nazionali che ai nazionalsocialisti. Né le cose mutarono gran che nel corso del ’29 e nella prima metà del ’30. In questo periodo da parte tedesca si vociferò ancora di una prossima visita di Hitler a Roma. Queste voci non furono però raccolte da parte italiana ed egualmente nessun seguito ebbe il progetto di un viaggio «di studio» in Italia di un gruppo di deputati nazionalsocialisti. Piuttosto che avventurarsi in contatti troppo formali, a Roma si preferí infatti continuare a mantenere i rapporti su un terreno meno impegnativo e indiretto (tramite il console a Monaco e, piú spesso, tramite intermediari anche meno compromettenti); tanto piú che proprio in questo periodo erano cominciate a circolare con una certa insistenza voci di finanziamenti italiani alla NSDAP e l’opinione pubblica tedesca seguiva con vivo interesse le vicende di un processo intentato da Hitler contro due giornali che avevano ripreso queste accuse in riferimento alle vicende del ’23, attribuendo ai presunti finanziamenti italiani la posizione «rinunciataria» di Hitler rispetto al problema altoatesino161. Pur tenendo conto di queste circostanze e della cautela che esse dovevano suggerire, è per altro significativo che proprio in questo periodo si fecero piú intensi i contatti con lo Stahlhelm162, il che fa pensare che a quest’epoca a Roma si nutrisse piú simpatia e fiducia verso questo movimento che non verso quello hitleriano, anche se esso, al contrario di questo, non si era mai ufficialmente pronunciato sul problema altoatesino e piú di una volta, anzi, i suoi appartenenti avevano partecipato a manifestazioni irredentistiche anti italiane163. In conclusione, allo stato della documentazione (ma non crediamo che nuovi elementi possano modificare sostanzialmente il quadro), ci pare si possa dire che, nonostante le ripetute dichiarazioni di Hitler in senso filo-italiano e filo-fascista e sull’Alto Adige e nonostante le sue avances per un incontro con Mussolini, l’interesse per il nazionalsocialismo fu negli anni venti assai scarso sia a palazzo Chigi, sia al vertice del PNF (è sintomatico che se fu inviato negli ultimi anni qualche rappresentante del partito ai congressi di Norimberga si trattò sempre di figure senza importanza, oscure addirittura), sia da parte di Mussolini e che i rapporti intrattenuti con alcuni dei suoi leaders non andarono mai oltre il tipo e il livello di quelli con altri esponenti di partiti e movimenti di estrema destra e filo-fascisti europei (e spesso si mantennero al disotto di essi) e risposero solo alla logica di «guardar dentro» alle vicende politiche tedesche, cercare di controbattere in qualche modo la propaganda antifascista dei partiti democratici e di sinistra e assicurarsi una certa influenza in ambienti che si considerava opportuno avere amici, sia per servirsene per creare difficoltà al governo tedesco (soprattutto all’odiato Stresemann) sia nella prospettiva di una partecipazione al potere delle destre. Un mutamento in questo atteggiamento si ebbe solo con il 1930.

423–424

Le elezioni politiche tedesche del 14 settembre ’30 segnarono un momento importante nella storia dei rapporti tra fascismo e nazionalsocialismo. Che esse avrebbero segnato un aumento dei voti delle destre e, quindi, anche dei nazionalsocialisti era prevedibile. Nessuno si era però immaginato che Hitler sarebbe balzato da 809 000 voti a 6 401 000 e che la crisi economica avrebbe fatto del suo partito il secondo partito tedesco. Da una lettera dell’ambasciatore a Berlino Orsini a Grandi del 28 luglio164 risulta che a due mesi dalle votazioni Hitler prevedeva di passare da dodici a cinquanta deputati (in realtà ne ebbe centosette); né le ultime settimane della lotta elettorale dovettero dargli la misura del successo che stava per cogliere, dato che il 16 settembre riconobbe col console a Monaco Capasso Torre che esso aveva sorpassato le sue stesse previsioni165. Assai significativi sono, per quel che riguarda il fascismo, i due commenti dedicati l’8 e il 19 settembre alle elezioni tedesche dal «Foglio d’ordini» del PNF166. Nel primo si legge:

424–425

Quelle del 1930 non sono ancora destinate a dare il tracollo alla bilancia dato che le urne diano responsi di siffatta portata. Ragione per cui ne attendiamo i risultati con indifferenza tranquilla. Le battaglie elettorali stimolano appena la nostra curiosità. La Germania del 1930 c’interessa soltanto in quanto precede, non soltanto nella cronologia, la Germania di domani.

Nel secondo si coglie tutto l’imbarazzo per l’inatteso clamoroso successo hitleriano. Se da un lato, infatti, si cercava di continuare a sostenere che le elezioni, non essendo state «risolutive», non avevano sostanzialmente modificato la situazione tedesca, da un altro lato si riconosceva che «dal punto di vista “indicativo” la loro significazione è straordinaria». E, riconosciuto il trionfo di Hitler, si metteva subito in rilievo che però anche i comunisti erano aumentati, per trarne almeno la conclusione che le elezioni avevano confermato la visione politica fascista: nel xx secolo le forze medie del liberalismo, della democrazia e del socialismo non avevano piú nulla da dare; la contrapposizione era ormai tra l’estrema destra e l’estrema sinistra, tra fascismo e bolscevismo.

Basta scorrere la stampa fascista dei giorni immediatamente successivi le elezioni per comprendere quanto il successo nazionalsocialista fu decisivo per indurre i fascisti a riconsiderare tutta la questione tedesca sotto una nuova prospettiva e quanto non corrispondesse a verità l’olimpica calma che al vertice del fascismo si cercava di ostentare di fronte alla nuova situazione creatasi in Germania. Significativi sono soprattutto i commenti delle riviste piú autorevoli. Quello della bottaiana «Critica fascista»167, per esempio, lascia trasparire uno stato d’animo piú timoroso che trionfalistico: in pratica, piú che ulteriori passi innanzi di Hitler e una rottura decisiva dell’equilibrio politico tedesco, esso auspicava – nella linea del revisionismo mussoliniano – una nuova politica delle grandi potenze verso la Germania che, soddisfatta la «dignità nazionale» tedesca, permettesse lo sviluppo delle «possibilità moderate» ancora vive nella società tedesca. Il commento di «Gerarchia» è per noi poi anche piú interessante, poiché lascia trapelare almeno una delle direttrici lungo le quali per qualche tempo si sarebbe mossa la politica di Mussolini verso le destre tedesche in genere e i nazionalsocialisti in particolare. In linea di massima l’articolo168 riconosceva che le elezioni erano state un trionfo di Hitler e non nascondeva un certo compiacimento per questo fatto:

425–426

ci soddisfa come fascisti constatare che un altro grande paese d’Europa si ribelli con milioni di voti al crollante mito democratico, e ci benefica come italiani godere della maggior libertà d’azione internazionale che deriva all’Italia dalla fine di quella intesa contro natura fra Francia e Germania che fu ideata da Briand e da Stresemann, e covata senza posa con obiettivi specialmente anti-italiani dalla demo-massoneria francese e tedesca, fino al giorno della sincerità, in cui Hitler ne ha fatto giustizia. L’idea fascista fa strada nel mondo.

Se dalla valutazione generale si passa ad esaminare l’articolo in tutte le sue affermazioni, due di esse appaiono però contraddire questo compiacimento. Una assai chiaramente, quella che richiamava l’attenzione sull’Anschluss e «sui propositi del partito social-nazionale, e sulle tendenze del popolo tedesco in materia». L’altra, meno esplicitamente, era lasciata cadere quasi per caso, ma non per questo meno significativamente: quella con la quale «vittoriosi» erano definiti «gli elmi d’acciaio», quasi a dire o insinuare che il successo di Hitler fosse stato sostanzialmente dovuto, oltre che ai giovani, votanti per la prima volta, allo Stahlhelm, ad una forza, cioè, in gran parte autonoma rispetto al nazionalsocialismo e che aveva riversato i suoi voti su di esso in occasione delle elezioni. Né, per valutare appieno il significato di questo commento di «Gerarchia», si può sottovalutare che nel fascicolo del novembre successivo la stessa rivista ospitò – certo non a caso – un articolo di W. von der Schulenburg, Esiste un’influenza dell’idea fascista sul risultato delle ultime elezioni politiche tedesche?, nel quale erano messe in rilievo assai piú le differenze che le analogie tra fascismo e nazionalsocialismo, si affermava che questo aveva un programma troppo rigido, se ne condannava l’antisemitismo e, sotto sotto, si finiva addirittura per insinuare l’idea che Hitler fosse una sorta di «demagogo» sul tipo di Halwart e di Lueger, che, alla fine del secolo precedente, avevano ottenuto «un certo successo al Parlamento» «con identici mezzi».

426–427

Né l’interesse per la situazione tedesca e per il nazionalsocialismo fu un fenomeno contingente, legato alle elezioni e al loro clamoroso risultato. Al contrario, col settembre ’30 esso divenne una costante di larga parte della stampa italiana e in particolare di quella fascista piú impegnata. Da qui un notevole numero di scritti che denotano uno stato d’animo contraddittorio ed incerto assai sintomatico. È evidente che da parte fascista si guardava al nazionalsocialismo in questo periodo con compiacimento e speranza, ma, al tempo stesso, con incertezza e addirittura con timore. Con compiacimento, perché l’apparizione di un altro grande movimento simile per numerosi aspetti al fascismo non poteva non essere considerato dai fascisti che positivamente, come una conferma, cioè, della validità universale della loro condanna del liberalismo, della democrazia e del socialismo e della loro lotta contro il bolscevismo. Con speranza, perché, indubbiamente, la crisi della democrazia di Weimar avrebbe dato alla politica estera fascista e al revisionismo una possibilità di movimento e di successo altrimenti impensabile. Ma, al tempo stesso, con incertezza e addirittura con timore, sia perché alla radice del nazionalsocialismo il pangermanesimo, il revanchismo e la volontà di potenza erano cosí forti ed evidenti da rendere difficile poter escludere che, giunto al potere, esso non avrebbe ripreso ed esasperato la politica imperiale dèl Reich guglielmino anche nei confronti dell’Italia e dei paesi che questa considerava nella propria zona di influenza e di penetrazione politico-economica (l’Austria in primo luogo e successivamente l’Ungheria); sia perché un’affermazione «fascista» in Germania avrebbe inevitabilmente, oltre ai vantaggi, procurato all’Italia fascista degli svantaggi, difficilmente valutabili, ma certo notevoli, avrebbe, per esempio, diminuito probabilmente le simpatie che essa godeva in molti ambienti conservatori europei e americani, avrebbe rafforzato la influenza francese su una serie di paesi che si sarebbero sentiti minacciati dalla Germania, avrebbe reso piú complesso il giuoco diplomatico tra Parigi e Berlino. Da qui quella serie di contraddizioni e di incertezze che, come si è detto, contraddistinguono l’atteggiamento della stampa fascista dalla seconda metà del ’30 al ’32 rispetto agli avvenimenti tedeschi e al nazionalsocialismo in particolare. Un atteggiamento che si può – a grandi linee – cosí riassumere: a) il nazionalsocialismo era il prodotto dell’errata politica delle grandi potenze vincitrici e della Francia soprattutto verso la Germania; b) esso si poneva nel senso dei nuovi tempi e del fascismo, ma era troppo particolaristicamente tedesco, troppo dogmatico e poco politico; gli mancava, insomma, la carica universale del vero fascismo, quello italiano, che a questo derivava dalla capacità di sintesi e di equilibrio, tipica di un popolo la cui antichissima civiltà si rifaceva alla romanità; c) piú che una vittoria nazionalsocialista in prima persona, era dunque auspicabile in Germania una vittoria del fronte delle destre nel suo complesso: tedesco-nazionali e Stahlhelm avrebbero infatti moderato Hitler, lo avrebbero indotto ad un maggiore realismo e, con la loro presenza, avrebbero dato vita ad una grande forza nazionale capace di darsi una politica e delle istituzioni veramente fasciste.

427–428

In questa prospettiva, nella vasta pubblicistica fascista del ’31-32 sul nazionalsocialismo, un significato particolare – dati i rapporti di Gravelli con Mussolini e la sua attività in questo periodo per gettare le basi della Internazionale fascista169 – ha la posizione di «Antieuropa», che, tra l’altro, prese l’iniziativa di realizzare una inchiesta sul nazionalsocialismo170 che ebbe vasta eco sia in Italia sia in Germania e della quale si occuparono anche numerosi giornali di altri paesi. Aperta con una «lettera» a Gravelli di un giornalista dell’«Allgemeine Rundschau», Anton Hilckmann, assai dura contro il nazionalsocialismo (accusato di essere fascista solo nella forma ma non nella sostanza ideale), l’inchiesta fu sviluppata soprattutto con una serie di interventi di politici e di intellettuali tedeschi del centro e della destra, nazionalsocialisti e no, cattolici e protestanti. Le conclusioni furono tratte dallo stesso Hilckmann che ribadí fermamente il suo punto di vista iniziale ed affermò senza mezzi termini che «i punti di contatto fra fascismo italiano e hitlerismo sono solo esteriori» e che tra i due partiti non vi erano in effetti «ponti».

428–429

Ci siamo dilungati sulle reazioni della stampa fascista perché esse sono indicative della grande eco che le elezioni tedesche del ’30 ebbero nel fascismo e dei problemi che posero ad esso e perché sulla loro base è possibile comprendere alcune ragioni di fondo che fecero sí che il voto del 14 settembre abbia avuto un peso decisivo sui rapporti fascismo-nazionalsocialismo e, alla lunga, su tutta la politica estera italiana. Se, infatti, sino allora questi rapporti avevano costituito un aspetto pressoché irrilevante della politica mussoliniana, a loro modo quasi un fatto di routine, da questo momento in poi essi ne costituirono un elemento sempre piú importante. La grande vittoria elettorale hitleriana e soprattutto il suo accrescersi nelle successive consultazioni dei due anni seguenti non potevano infatti non porre a Mussolini il problema sia di come cercare di servirsene a proprio vantaggio sia di come evitare che, dati i caratteri del nazionalsocialismo, a farne le spese fossero l’Italia e il fascismo.

A quest’epoca Mussolini non aveva certo per Hitler la considerazione personale che questo aveva invece per lui, né tanto meno subiva il fascino della sua personalità. Il «Führer» era per lui un uomo un po’ risibile e un po’ invasato, che aveva scritto un’opera, il Mein Kampf, «illeggibile», che nel ’23 si era coperto di ridicolo, che si contornava di uomini in gran parte fanatici e spesso immorali (per la mentalità virile di Mussolini l’omosessualità di vari capi nazionalsocialisti era una cosa inconcepibile) e, soprattutto, un uomo di non grande statura politica, privo della duttilità e della finezza cosí necessarie ad un vero politico, che si stava trovando sulla cresta dell’onda piú per la «logica della storia» che per la propria abilità. Un episodio narrato da Ludwig171 è assai significativo. Un giorno, nel ’32, mentre Ludwig stava intervistandolo per i Colloqui, Mussolini gli chiese all’improvviso: «Che cosa pensa di Hitler? Io abbassai la destra ad indicare l’altezza di un nano e dissi: Hitler? Cosí! Egli annuí, evidentemente soddisfatto, ma non disse motto, mi guardò con uno sguardo penetrante e aggiunse: Ma... ha sei milioni di voti». Oltre a ciò Mussolini non condivideva affatto il razzismo hitleriano, di cui coglieva tutta l’intima carica antilatina, e – pur non essendo certo un filo semita – non condivideva neppure il suo esasperato antisemitismo, che, oltre tutto, considerava politicamente controproducente. L’unico aspetto, per il «duce», veramente positivo della personalità di Hitler doveva essere la grande ammirazione politica e personale che egli nutriva per lui e che lo spingeva non solo a dichiararsi sempre piú spesso a favore di una politica di collaborazione con l’Italia (anche se ciò gli procurava non poche difficoltà, persino tra i suoi stessi compagni di partito), ma a considerarsi suo allievo e a mostrarsi desideroso di avere da lui consigli e suggerimenti. Il che spiega come Mussolini – stretto tra l’esigenza di dover fare i conti con la nuova situazione che si andava delineando in Germania e, quindi, di trovare un modus vivendi con il nazionalsocialismo e la consapevolezza dei rischi che per la sua politica e per la stessa Italia potevano rappresentare l’eccessivo dinamismo e l’intransigenza del revanchismo tedesco e il fanatismo con cui Hitler, arrivato al potere, avrebbe cercato di realizzare le sue aspirazioni pangermanistiche ed espansionistiche – se non rinunciò in partenza a battere anche altre strade e, ad ogni buon conto, non volle legarsi troppo le mani con Hitler, in pratica finí per illudersi che, in ultima analisi, dove non fosse potuto arrivare con la sua abilità politica, sarebbe potuto arrivare con la sua personalità, col suo prestigio e con l’influenza che essi gli avrebbero procurato sul «Führer». È in questa prospettiva che bisogna vedere tutto un aspetto – e il piú significativo – dei rapporti fascismo-nazionalsocialismo, quali essi si svilupparono dopo il settembre ’30.

429

Dopo le elezioni del 14 settembre questi rapporti presero subito a intensificarsi e a farsi progressivamente sempre piú sistematici e stretti, sia a livello dei due partiti, sia tramite uomini di fiducia dei due capi, sia attraverso contatti piú o meno discretamente tenuti dalle rappresentanze diplomatiche italiane in Germania, l’ambasciata a Berlino e il consolato a Monaco soprattutto. A proposito di questi ultimi è opportuna anzi una precisazione. Ovviamente le istruzioni relative ad essi furono impartite da Roma; la documentazione da noi consultata non denota però che da parte della «carriera» vi siano state verso di essi eccessive resistenze o preoccupazioni (salvo il desiderio che non trapelassero e non turbassero i rapporti ufficiali con il governo tedesco); né – piú importante ancora – non traspaiono pressoché mai atteggiamenti veramente ostili al nazionalsocialismo o sostanzialmente diversi da quelli piú propriamente fascisti; nel complesso si ha l’impressione che in questo periodo la politica tedesca di Mussolini fosse largamente condivisa dalla «carriera», almeno per quel che concerne i suoi rappresentanti in loco172.

430–431

A livello pubblico o semipubblico, la nuova situazione fu contrassegnata soprattutto dal moltiplicarsi tra la fine del ’30 e quella del ’32 dei rapporti tra i due partiti, sia con la creazione di organizzazioni stabili (per esempio fu permessa la costituzione di gruppi nazionalsocialisti tra i tedeschi residenti in Italia e fu autorizzata la creazione a Roma di un ufficio politico della NSDAP incaricato di mantenere i collegamenti con il PNF) sia specialmente con una intensificazione dei viaggi in Italia di esponenti hitleriani e, quindi, delle possibilità di rapporti diretti (fu in occasione di due di questi viaggi, nel ’31 e nel ’32, che Göring ebbe la possibilità di essere ricevuto da Mussolini). Assai meno numerosi furono invece i casi di viaggi in Germania di esponenti fascisti e di loro contatti con il gruppo dirigente nazionalsocialista; significativo a questo proposito è che sino al ’33 agli annuali congressi di Norimberga intervennero solo esponenti fascisti di terzo piano (a quello del ’33, invece, partecipò una delegazione di cui facevano parte Bottai e Marpicati, uno dei vice segretari del PNF). A proposito di questi contatti va però rilevato che contemporaneamente un notevole sviluppo ebbero anche quelli con altre formazioni politiche della destra tedesca e in particolare con lo Stahlhelm (con il quale anzi i contatti assunsero un carattere piú autorevole ed ufficiale che non con la NSDAP, al punto che alla fine del ’30 una delegazione dello Stahlhelm fu addirittura ricevuta da Mussolini).

Secondo l’Hoepke173, anche in questo periodo Mussolini avrebbe simpatizzato piú per la posizione politica dello Stahlhelm che per quella del nazionalsocialismo. Personalmente condividiamo questa affermazione, che, del resto, è suffragata da molti elementi. Roma aveva cominciato a guardare con insistenza allo Stahlhelm già prima del settembre ’30. Un rapporto dell’ambasciatore Orsini a Grandi del 28 aprile ’30174 ci informa che a questa data erano già stati presi contatti con alcuni esponenti di questa organizzazione e che questa si accingeva a modificare il proprio programma in relazione appunto con la opportunità di un piú stretto collegamento con l’Italia:

Nel nuovo programma apparirà manifesta la tendenza ad un avvicinamento all’Italia. La questione dell’Alto Adige sarà definitivamente messa da parte – e per quanto riguarda la politica economica, la organizzazione si dichiarerà favorevole ad accordi commerciali con l’Italia, in modo da favorire lo sviluppo dei rapporti fra i due Paesi – Italia e Germania. Gli «Elmetti d’acciaio», che mirano alla costituzione di un fronte nazionale, sono favorevoli ad accordi anche con altri paesi, fra i quali l’Inghilterra – esclusione fatta della Francia. Gli «Elmetti d’acciaio» mirano alla conquista del potere per vie legali, finché Hindenburg resta a capo della Repubblica. Ma, se questi venisse a mancare, essi pensano che si renda inevitabile una loro azione violenta, per la conquista del Governo e della Presidenza. Essi sperano, in questo caso, di avere amica la Reichswehr e simpatizzante l’Italia, in modo da averne aiuto, sotto forma di armi e munizioni.

Nonostante gli screzi e le polemiche nei giornali, un accordo virtuale, tacito, esiste tra gli «Elmetti d’acciaio», gli Hitleriani e il partito tedesco-nazionale...

431–432

Stanti queste buone disposizioni e questa situazione, già nel luglio G. Renzetti aveva preveduto la prossima costituzione di un fronte nazionale formato da tedesco-nazionali, nazionalsocialisti e Stahlhelm e aveva consigliato di favorirlo e di puntare su di esso175. Se a questi precedenti si aggiunge a) che lo Stahlhelm dava l’impressione di avere una organizzazione assai solida e vasti consensi nel paese; b) che, per esplicite ammissioni dello stesso Hitler, non solo la polizia ma anche la Reichswehr erano in quel momento contrari al nazionalsocialismo176; c) che la NSDAP era perpetuamente travagliata da crisi interne e da defezioni, anche di esponenti di primo piano, e ciò faceva dubitare della sua solidità come partito177 e sembrava talvolta brancolare nel buio178; d) che, soprattutto, a Roma, nel partito come nelle sfere governative e diplomatiche, il nazionalsocialismo era visto con sospetto e con timore, come qualche cosa che poteva essere indubbiamente molto utile ma anche pericoloso e controproducente179; non può destare meraviglia che subito dopo il 14 settembre Mussolini si facesse suggestionare da coloro – primo fra tutti il Renzetti – che concepirono l’idea di puntare, discretamente ma essenzialmente, sulla carta dello Stahlhelm, per cercare di farne il perno di una grande combinazione di destra, in grado di costituire un sicuro punto di riferimento per tutte le forze nazionali e di allargare quindi vieppiú il consenso popolare attorno ad esse; un gruppo insomma che potesse porsi come effettiva alternativa di potere, ma che servisse anche a stemperare alcuni degli aspetti piú eversivi e intransigenti del nazionalsocialismo, a renderlo piú malleabile e «politico»; il tutto senza però inimicarsi Hitler, ma anzi atteggiandosi a suoi amici e consiglieri, in modo da tenerlo come carta di riserva, essere sempre al corrente delle sue intenzioni e influenzarne il piú possibile la politica, sia direttamente sia attraverso i tedesco-nazionali e soprattutto lo Stahlhelm.

432–433

Oltre che l’ideatore, colui che – su incarico di Mussolini – si assunse il compito di realizzare questa politica fu il maggiore Giuseppe Renzetti. Già ufficiale presso la Commissione italiana per la Bassa Slesia, egli viveva da anni in Germania (dove Mussolini l’aveva conosciuto nel ’22) ed era molto bene introdotto in molti circoli politici della destra, nei quali contava anche numerosi amici personali. Ufficialmente risultava essere il presidente della Camera di commercio italiana di Berlino, da tempo egli era in effetti la longa manus del «duce» in Germania e una sorta di suo personale «ambasciatore parallelo» presso le destre tedesche180. I suoi rapporti181 costituiscono pertanto una fonte unica per cercare di ricostruire questa politica e per coglierne i successivi adeguamenti agli sviluppi della situazione tedesca, via via che la carta dello Stahlhelm e del fronte nazionale si dimostrò sempre piú debole e, di contro, assunse un peso sempre piú decisivo quella hitleriana.

433–434

Da essi risulta senza ombra di dubbio che dalla fine del ’30 in poi Renzetti si mantenne sempre in stretti rapporti con Hitler, Göring e i principali capi nazionalsocialisti e – forte della stima che godeva tra essi e della qualità di uomo di fiducia di Mussolini – cercò in tutti i modi di influire sulla loro politica nel senso desiderato a Roma e cioè, da un lato, caldeggiando un accordo di tutte le destre e, da un altro lato, scoraggiando le tendenze ad accordi, anche locali, con le forze di centro o con il governo (Brüning o Papen che fossero). Tra l’altro fu lui che organizzò il primo incontro di Göring con Mussolini, in occasione del quale ebbero inizio e i contatti personali diretti tra il «duce» e la leadership nazionalsocialista e i rapporti epistolari tra Mussolini e Hitler. Fu infatti dopo questo incontro che Hitler, l’8 giugno ’31, scrisse al «duce» la sua prima lettera, per ringraziarlo dell’invio, tramite Göring, di una sua fotografia con dedica. Un episodio, forse, apparentemente irrilevante, ma in realtà assai significativo tanto per il tono della lettera, quanto per valutare una volta ancora quale mutamento il successo elettorale nazionalsocialista del settembre precedente avesse determinato nell’atteggiamento di Mussolini verso Hitler: pochi anni prima, nel ’26-27, questo aveva sollecitato tramite l’ambasciata a Berlino l’«onore» di una fotografia con dedica del «duce», che allora gli era però stato rifiutato182. Inviandogli in contraccambio la sua fotografia, Hitler scriveva:

Eccellenza,

Vostra Eccellenza ha avuto la bontà di inviarmi, per il tramite del capitano Göring, una Sua fotografia con dedica. Ritengo ciò un grande onore per me. La simpatia che nella dedica la Eccellenza Vostra manifesta per il movimento nazionalsocialista, è da me sentita e da anni particolarmente forte per il Fascismo creato dalla Eccellenza Vostra. Le relazioni spirituali esistenti tra i canoni fondamentali ed i principî del Fascismo e quelli del movimento da me condotto, mi fanno vivamente sperare che dopo la vittoria del nazionalsocialismo in Germania, vittoria alla quale ciecamente credo, si potrà ottenere che anche tra l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista si formino le stesse relazioni per il bene delle due grandi nazioni.

Unisco il mio ringraziamento ai rispettosi auguri per la Persona della Eccellenza Vostra ed a quelli per l’Italia fascista che Vostra Eccellenza genialmente guida. Nel contempo mi permetto di inviarle il mio ritratto con la preghiera di volerlo gradire cordialmente.

Con la assicurazione della mia piú alta stima e le espressioni della mia piú viva ammirazione resto della Eccellenza Vostra

devotamente

Adolf Hitler

434–435

Per il momento questo fu però l’atto piú impegnativo che Mussolini si sentí di compiere. Dai rapporti di Renzetti risulta infatti che, dopo il viaggio a Roma di Göring, Hitler tentò invano di incontrarsi (anche segretamente) col «duce» e sollecitò piú volte in questo senso Renzetti. Mussolini a quest’epoca preferí però evitare un passo cosí impegnativo e che avrebbe potuto metterlo in difficoltà. Da qui la ripetizione dello stesso giuochetto già sperimentato nel ’28 (anche se ora qualche cosa trapelò e alla fine del ’31 da piú parti si parlò di un imminente incontro Mussolini-Hitler): alla prima richiesta (ottobre ’31) fu opposto un rifiuto piuttosto secco; poi, di fronte al ripetersi della richiesta, fu data un’accettazione di massima (novembre ’31), anche se con la precisazione che Hitler sarebbe stato ospite del PNF e non di Mussolini (del governo cioè); ma subito dopo (gennaio ’32) ecco il rinvio, motivato con la situazione interna tedesca (nel marzo si dovevano tenere le elezioni presidenziali); passato un po’ di tempo il giuoco ricominciò quasi negli stessi termini: di fronte ad un’ennesima richiesta di Hitler (che nel frattempo aveva raccolto in occasione del secondo turno delle elezioni presidenziali183 ben 13 400 000 voti) da Roma giunse un nuovo sí, ma, ancora una volta, esso fu accompagnato (giugno ’32) dal consiglio di rinviare la visita ad un momento piú opportuno, questa volta a dopo che si fosse chiarita la situazione internazionale.

Da questi stessi rapporti di Renzetti risulta però anche che, mentre si teneva in cosí stretti contatti con Hitler e i suoi, il loro autore si adoperava essenzialmente per valorizzare lo Stahlhelm e per dar vita prima e tentare di mantenere in piedi poi il tanto sognato fronte nazionale delle destre, per farne la forza alternativa ai partiti al governo e soprattutto per intrappolarvi Hitler e la NSDAP. Che questo infatti fosse il suo vero obiettivo si evince chiaramente dal seguente passo di un suo rapporto in data 20 novembre ’31:

435–436

Continuano gli screzi fra i Nazi e gli altri gruppi della destra. Per tentare di eliminarli, almeno in parte, riunirò a casa mia venerdí 27 i rappresentanti dei gruppi stessi.

Io vorrei giungere a far fondere il partito tedesco-nazionale in quello nazionalsocialista e a far diventare gli Elmetti la milizia del partito di Hitler. Pur sapendo che ostano a ciò difficoltà non lievi, non dispero di riuscire.

Tredici mesi dopo, al momento della nomina di Hitler a cancelliere, Renzetti avrebbe scritto tutto compiaciuto a Roma:

Seldte, Göring, Schacht e tanti altri mi hanno ieri ed oggi vivamente ringraziato per quanto io ho fatto allo scopo di far ottenere la unione delle forze nazionali. Il fronte di Harzburg è nato, come ho riferito in passato, in casa mia: l’accordo con gli Elmetti è dovuto in grandissima parte a me e agli incontri di Roma dello scorso novembre: la riunione del 1º scorso a casa mia infine ha avuto anch’essa la sua influenza e via via di seguito. E io sono lieto dei riconoscimenti calorosi solo perché fatti ad un fascista e ad un italiano per la opera compiuta in tanti anni.

In questa breve sintesi tutto in un certo senso è vero. Ciò che in essa viene sorvolato è che il fronte di Harzburg era stato appoggiato da Renzetti in funzione sí dello sviluppo delle destre, ma anche dell’imbrigliamento di Hitler e che sulla carta nazionalsocialista Renzetti si era concentrato solo nei primi mesi del ’32 quando il fronte stesso, dopo una serie di crisi che invano il rappresentante di Mussolini aveva cercato di sanare, era andato in pezzi alla vigilia delle elezioni presidenziali (quando i tedesco-nazionali e lo Stahlhelm, di fronte al rifiuto di Hitler di concedere loro, in caso di vittoria, il cancellierato e il ministero degli Interni, avevano presentato un proprio candidato nella persona di Duesterberg). Solo allora Renzetti si era impegnato completamente per il nazionalsocialismo e aveva preso a considerare la ricostituzione del fronte delle destre essenzialmente in funzione e come supporto della scalata di Hitler alla cancelleria. E ne era diventato uno dei consiglieri piú ascoltati e intransigenti, sia nel senso che gli aveva sempre suggerito di stare ben attento a non cadere, per troppa fretta, nei trabocchetti che i suoi avversari gli preparavano, sia in quello di incoraggiarlo a non avere debolezze verso quelli dei suoi vecchi compagni di lotta che si ponevano fuori dalla disciplina del partito184. Il che contribuisce a spiegare perché Hitler lo volle vicino a sé in occasione della grande sfilata con la quale i nazionalsocialisti festeggiarono la sua nomina a cancelliere e volle affidare a lui e non all’ambasciatore italiano il suo primissimo messaggio come neo cancelliere per Mussolini. Ecco come Renzetti, il 31 gennaio ’33, riferí a Roma questo colloquio per piú di un verso storico:

436–437

Hitler mi ha oggi chiamato alla Cancelleria per farmi le seguenti dichiarazioni:

Quale Cancelliere desidero dirle, perché Lei ne faccia oggetto di comunicazione a S. E. il Capo del Governo, che io dal mio posto proseguirò con tutte le mie forze quella politica di amicizia verso l’Italia che ho finora costantemente caldeggiato. Il Ministro Neurath personalmente condivide le mie idee su questo punto: vi sono però molti ostacoli da superare nel ministero stesso. Non mi è possibile quindi compiere subito tutto quanto vorrei. Lei sa che io non ho ancora gli elementi capaci per sostituire quelli che attualmente coprono le varie cariche nel ministero degli esteri. Ai miei uomini manca la esperienza. Ma io spero di poter gradatamente arrivare a circondarmi di miei fidi. Io vorrei avere un colloquio con Mussolini a cui intanto io La prego di trasmettere le mie espressioni di viva ammirazione e i miei omaggi. Ora posso andare dove voglio. Eventualmente io potrei recarmi in aeroplano a Roma e se occorre in via privata. Io sono arrivato a questo punto certo per il Fascismo. Se è vero che i due movimenti sono diversi, è pur vero che Mussolini ha realizzato la «Weltanschauung» che unisce i movimenti stessi: senza tale realizzazione forse non avrei potuto raggiungere questo posto. Se è vero che non si esportano idee o sistemi, è pur vero che le idee per loro conto si espandono cosí come fanno i raggi, le onde.

Io ho risposto:

Comunicherò a S. E. il mio Capo quanto Lei ha avuto la amabilità di dirmi. S. E. il Capo del Governo, che come Lei sa ha sempre seguito con la piú viva simpatia il Suo movimento e la opera Sua, sarà lieto del Suo successo e sarà anche lieto di ricevere la comunicazione che Lei mi prega di farGli. Io mi rendo perfettamente conto delle difficoltà che Lei dovrà vincere, ma sono certo, come sono stato certo in passato del Suo sicuro divenire, che Lei riuscirà a vincerle.

La politica italiana è semplice: mira a far raggiungere in Europa un accordo a quattro. Per ottenerlo, occorrerebbe che Italia, Germania ed Inghilterra riuscissero ad intendersi per costringere la Francia o a rimanere isolata o a entrare nella combinazione. L’accordo a quattro però non è raggiungibile se una Nazione conclude un’intesa a due con la Francia stessa.

L’Italia e la Germania oltre ad un accordo politico ed economico, possono stringerne un altro – culturale-ideale. Le due Nazioni mirano infatti, o meglio mireranno da oggi in poi, a realizzare in Europa una nuova dottrina, una nuova teoria politica. Occorre quindi che entrambe si intendano anche in questo campo per poter stringere i vincoli ideali, per poter lavorare in comune a favore della nuova idea rivoluzionaria la quale deve estendersi a tutta l’Europa per far iniziare una nuova Era.

Hitler ha ascoltato attentamente quanto gli ho detto, ha annuito varie volte ed infine mi ha pregato di restare a stretto contatto con Lui, con la stessa amicizia degli anni scorsi185.

437–438

Sebbene ormai fosse piú o meno scontata, la nomina di Hitler a cancelliere suscitò grande impressione e preoccupazioni altrettanto grandi in tutti i paesi europei. Né gli avvenimenti tedeschi dei mesi immediatamente successivi valsero certo a rasserenare gli spiriti. L’esito delle elezioni del 5 marzo e le prime manifestazioni d’antisemitismo di Stato furono forse i fatti che piú colpirono l’opinione pubblica; a livello politico responsabile essi non furono che la conferma della gravità della nuova situazione determinatasi e altrettante indicazioni che non c’era da attardarsi se si voleva tenere in qualche modo a freno il dinamismo hitleriano. Da parte francese l’andata al potere di Hitler e la vittoria elettorale del 5 marzo furono accolte con le piú nere previsioni sia per l’immediato futuro sia soprattutto per quello piú remoto e fecero riaffiorare i vecchi e mai sopiti timori di una revanche tedesca. Di una revanche, oltre tutto, che secondo molti avrebbe visto l’Italia non piú alleata della Francia ma della Germania. Quanto all’Inghilterra, anche in questo paese le reazioni furono violentissime e, in un certo senso, anche piú gravi che in Francia. In quel momento infatti l’Inghilterra non solo si dibatteva in una difficilissima situazione economica, ma era travagliata anche dalla questione indiana e aveva difficoltà con i Dominions e le colonie autonome per la politica economica da questi perseguita. Oltre a ciò, l’andata al potere di Hitler metteva in gravi difficoltà il governo poiché sconvolgeva tutti gli equilibri sui quali sino allora si era sostenuta la politica del Foreign Office186, determinando una situazione di confusione e di sgomento nella quale dalle stesse file della maggioranza venivano prospettate tesi in assoluto contrasto con la politica del governo.

438–439

L’andata al potere di Hitler suscitò anche in Italia una eco assai vasta. La stampa quotidiana le dedicò ampio spazio e ne diede una valutazione sostanzialmente positiva, sebbene vari giornali, anche autorevoli, come «Il popolo d’Italia» e il «Corriere padano», nelle settimane immediatamente precedenti avessero tenuto un atteggiamento vagamente neutro tra Hitler e Schleicher e qualche altro – soprattutto «Il regime fascista» – non avesse risparmiato strali a Hitler per il suo eccessivo parlamentarismo e i suoi tentennamenti. Alcuni titoli possono essere indicativi di come la nomina a cancelliere del «Führer» fu, in genere, prospettata al paese: «Il popolo d’Italia»: Il crollo dei vecchi sistemi demoliberali nel mondo. Adolfo Hitler assume il governo in Germania con la coalizione di tutte le forze nazionaliste e degli ex combattenti (31 gennaio), Hitler afferma che al glorioso esempio di Roma è dovuto il trionfo dell’idea nazionalsocialista (1º febbraio); «Il resto del carlino»: Sulle orme del fascismo. Hitler cancelliere del Reich guida al potere le giovani forze rinnovatrici della Germania (31 gennaio); «Il messaggero»: Volontà di rinnovamento. La soluzione Hitler (31 gennaio). Dopo queste primissime notizie, per trovare nella stampa fascista dei giudizi piú ampi e approfonditi bisogna però attendere le elezioni del 5 marzo. Al massimo si può notare che nell’imminenza di esse alcuni giornali (come il «Corriere padano» e «Il lavoro fascista») lasciarono trasparire la speranza che le urne sancissero una equilibrata vittoria della coalizione governativa, che cioè i nazionalsocialisti non stravincessero a danno dei loro alleati. Solo dopo le elezioni apparvero i primi veri commenti; a ben vedere, essi furono però nel complesso meno numerosi di quelli apparsi in precedenti occasioni e, quel che piú conta, continuarono ad avere in genere un tono cauto e poco impegnativo, specialmente a proposito dei futuri rapporti italo-tedeschi. Né si possono sottovalutare fatti come quello che «Il popolo d’Italia» il 7 marzo dedicasse il suo fondo non alle elezioni tedesche ma ad una dichiarazione di Roosevelt secondo la quale il neopresidente americano intendeva seguire una linea d’azione simile a quella di Mussolini e da ciò traesse spunto per esaltare l’universalità del fascismo. Sulla scia di una vaghissima dichiarazione emessa il 10 marzo dal Gran Consiglio («Il Gran Consiglio... riconosce nel moto fascista che si sviluppa oltre le frontiere d’Italia, l’affermarsi di uno spirito nuovo che – direttamente e indirettamente – trae alimento e guida da quel complesso solido di dottrine e istituti per cui l’Italia ha creato lo Stato moderno, Stato di popolo, inteso questo nella sua effettiva realtà storica, organica, vivente... »), anche pubblicazioni assai autorevoli come «Critica fascista» e la stessa «Gerarchia» (per la penna di Renzetti) si limitarono o a ricostruire la cronaca delle vicende che avevano portato Hitler al potere o a pochi generici accenni all’esistenza nel fascismo e nel nazionalsocialismo di un medesimo ideale punto di partenza.

439–440

Le spiegazioni che si possono dare di questo atteggiamento della stampa fascista sono varie. Non insisteremo, avendone già abbondantemente parlato, sulla contraddizione di fondo che, soprattutto dopo il ’30, caratterizzava la posizione del fascismo rispetto agli avvenimenti tedeschi e al nazionalsocialismo; è evidente che nella nuova situazione determinata dall’andata al potere di Hitler questa contraddizione si facesse sentire sempre piú chiaramente: se fino a quando il nazionalsocialismo era stato un partito di opposizione si poteva anche cercare di ignorarla, in attesa di vedere come la situazione tedesca si sarebbe evoluta e ritraendone, per il momento, solo i vantaggi; ora, però, ciò era sempre meno possibile e – chi piú chi meno – pure i fascisti se ne rendevano conto, anche se i piú non sapevano come districarsene. Un libretto pubblicato a Roma nei primi mesi del ’33, F. S. Giovannucci, La Germania di Hitler e l’Italia, è da questo punto di vista esemplare e mostra bene in quale crisi l’andata al potere di Hitler aveva messo molti fascisti. Per il suo autore, infatti, bisognava distinguere nettamente «fra Nazionalsocialismo-Partito e Nazionalsocialismo-Governo», dato che, andato Hitler al potere, il valore dei rapporti fascismo-nazionalsocialismo era cambiato completamente: prima il fatto che in Germania si sviluppasse un movimento a lui apparentemente affine poteva giovare in qualche misura al fascismo; ora il programma hitleriano, «razzista, unionista, revisionista, ultranazionalista», doveva spingere l’Italia a ben riflettere su cosa avrebbe significato la sua realizzazione187. Un’altra spiegazione va ricercata nell’orientamento dell’opinione pubblica. Anche se il fascismo monopolizzava o controllava tutta la stampa, questa non poteva non tener conto che l’andata al potere di Hitler aveva suscitato nel paese assai piú ostilità, o almeno timori ed incertezze, che simpatie e soprattutto una ridda di interrogativi, quali da tempo nessun altro avvenimento estero aveva suscitato, e che investivano direttamente anche Mussolini, almeno per quel tanto della politica estera fascista che riguardava i rapporti italo-tedeschi e i problemi direttamente e indirettamente ad essi connessi. A parte considerazioni piú propriamente politiche che, per altro, riguardavano solo settori abbastanza limitati, l’andata al potere di Hitler, di cui erano ben noti i propositi revanchisti, aveva infatti risvegliato in molti ex combattenti della guerra ’15-18 ricordi, timori, stati d’animo che non potevano essere sottovalutati; cosí come, a un altro livello, non poteva neppure essere trascurato il peso che nel giudizio sul nazionalsocialismo non potevano non avere le condanne che di questo movimento aveva pronunciato negli anni precedenti l’episcopato tedesco e delle quali la stampa, specie quella cattolica, non aveva mancato di dare a suo tempo notizia. Né, infine, in un paese sostanzialmente estraneo all’antisemitismo come l’Italia si poteva evitare di tener conto dell’impressione suscitata dal fatto che all’andata al potere di Hitler fossero subito seguite in Germania gravi manifestazioni di intolleranza antisemita; specie dato il clamore che esse avevano suscitato in molti paesi europei e americani188. La spiegazione di fondo dell’atteggiamento assunto dalla stampa italiana va però ricercata soprattutto nel carattere che Mussolini aveva subito impresso ai rapporti italo-tedeschi dopo il 30 gennaio.

440–441

Appena nominato cancelliere, Hitler – lo si è visto – aveva ripetuto a Renzetti il suo desiderio di incontrarsi con il «duce» e aveva ribadito la sua volontà di realizzare una politica di amicizia con l’Italia. Analoghi propositi erano stati trasmessi a Mussolini tramite l’ambasciata italiana a Berlino e quella tedesca a Roma. Una simile linea di comportamento da parte del «Führer» era talmente scontata che in varie capitali europee e specialmente a Parigi si fu subito convinti che Hitler tendesse innanzi tutto ad accordarsi con Mussolini. In un ampio rapporto-relazione sulla nuova situazione tedesca redatto l’8 febbraio ’33 dall’ambasciatore francese a Berlino François-Poncet si legge ad esempio189:

Innanzi tutto, la politica estera hitleriana è italofila. Per avvicinarsi al fascismo, Hitler non ha esitato a sacrificare, nel 1923, i Tedeschi del Tirolo meridionale, col pretesto che l’amicizia italiana varrebbe piú che qualche centinaio di migliaia di Tedeschi annessi a Roma a sud del Brennero. Oggi, l’intesa con Roma sembra continui ad essere la chiave di volta dell’edificio diplomatico hitleriano.

Messosi su questa linea di giudizio, François-Poncet ancora in giugno avrebbe parlato dell’ambasciatore italiano a Berlino come di una sorta di «lord protettore», di «inviato straordinario» che era «trattato come se fosse egli stesso un membro del governo del Reich» e di Hitler e del suo entourage come di un gruppo di persone «che vogliono, innanzi tutto, seguire le indicazioni di Mussolini, che essi considerano come loro tutore e loro maestro»190.

441–442

A parte le esagerazioni di François-Poncet, è fuori dubbio che Hitler volesse l’amicizia e, anzi, l’alleanza con l’Italia. L’amicizia italiana, infatti, non solo era per lui un punto fermo della sua teoria politica ma, in quel momento, gli era necessaria, sia per evitare l’isolamento internazionale, sia per distinguere la sua politica da quella che la Wilhelmstrasse (non ancora nazionalsocialistizzata) tendeva a fargli seguire, sia in prospettiva, come ponte di passaggio per cercare di realizzare l’isolamento della Francia e l’amicizia con l’Inghilterra. Diversa era però la posizione di Mussolini.

In quel momento il «duce» voleva soprattutto mantenersi libero da ogni impegno particolare ed evitare difficoltà in Europa. Una parziale e moderata realizzazione di qualcuna tra le piú pressanti rivendicazioni tedesche (e, parallelamente, ungheresi, sia per motivi di prestigio sia per tenere legata a sé Budapest e impegnarla il piú possibile in difesa dell’Austria) non era da lui esclusa e, anzi, era auspicata. Tanto è vero che il 2 marzo avrebbe fatto cenno con l’ambasciatore francese De Jouvenel all’opportunità di concedere «la contiguità territoriale fra le due parti della Germania» (a spese della Polonia) e di restituire «all’Ungheria i territori contigui alle sue attuali frontiere popolati prevalentemente da magiari»191. Tutto ciò doveva però avvenire col pieno accordo tra le grandi potenze e senza ricorrere a metodi forti. Oltre a ciò vi erano i suoi progetti per quello che sarebbe stato il Patto a quattro e le sue preoccupazioni per l’Austria, verso la quale la posizione nazionalsocialista era notissima e nulla assolutamente autorizza a pensare che egli fosse disposto ad accettare, sia pure solo come una prospettiva a lungo termine192. Da qui l’estrema cautela con la quale Mussolini rispose alle avances hitleriane e, quindi, la reciproca diffidenza che ben presto – contrariamente alle attese di molti – caratterizzò i rapporti tra Roma e Berlino, anche se Mussolini cercò per un certo tempo di dare loro un’apparenza migliore di quella che in realtà avevano (cosí da essere considerato dai francesi e soprattutto dagli inglesi il tramite necessario per mènager Hitler) e di far credere ad Hitler che attribuiva le «incomprensioni» che via via si manifestavano non alla sua volontà ma alla mentalità «vecchia» e sostanzialmente non favorevole all’Italia della Wilhelmstrasse (tipici furono in questo senso i suoi «inviti», in maggio, ad Hitler perché questi, per sanare il disordine della politica estera tedesca, ne assumesse personalmente la direzione193).

442–443

Alle primissime avances di Hitler Mussolini rispose quindi prendendo sostanzialmente tempo ed evitando di impegnarsi. Come riferí a Berlino l’ambasciatore a Roma von Hassell il 6 febbraio194, alla prima comunicazione del neocancelliere rispose che

Era oltremodo compiaciuto per la coalizione che alla fine era stata costituita. Il comportamento dei partecipanti che avevano costituito questa unione, sia Hitler sia Papen, meritava un alto elogio e l’ultimo si era dimostrato uomo di valore e gentleman perfetto; si doveva ancora una volta sentire un’ammirazione particolare per il Presidente del Reich, che era il pilastro del governo. Quando la coalizione di recente formata sarà stata rafforzata dalle elezioni di marzo, cosa che egli attende con sicurezza, la Germania e l’Italia, era convinto, sarebbero state in grado di adottare una politica molto vicina perché i loro interessi erano strettamente connessi su molti problemi importanti, come per esempio la politica per il disarmo, alla Conferenza economica e le posizioni concernenti l’Europa sudorientale.

Quanto alla richiesta di un incontro che Hitler aveva avanzato tramite Renzetti, contrariamente alle voci che erano subito cominciate a circolare e che volevano l’incontro imminente, essa fu lasciata per il momento cadere. A Roma, infatti, una visita di Hitler era in quel momento tutt’altro che desiderata. Non la si voleva certo prima di conoscere l’esito delle elezioni del 5 marzo e non la si volle neppure dopo, quando, da un lato, fu chiaro che il rapido radicalizzarsi della situazione interna tedesca stava suscitando in molti paesi e soprattutto in Inghilterra un allarme crescente e, da un altro lato, ci si rese conto che sul problema austriaco un accordo con Hitler sarebbe stato impossibile. In questa situazione, già all’inizio della seconda metà di marzo il progettato incontro Mussolini-Hitler era stato praticamente rinviato sine die e Roma e Berlino ripiegavano su una visita, nella seconda decade di aprile, di Göring e di von Papen che, per altro, non riuscí a dissipare menomamente l’atmosfera di reciproca diffidenza che ormai caratterizzava i rapporti tra i due governi. Già ai primi di aprile, persino François-Poncet si era dovuto cominciare a convincere che, nonostante le sue pessimistiche previsioni di due mesi prima, tra Roma e Berlino le cose non andavano molto bene:

443–444

la temperatura dell’amicizia germano italiana – aveva riferito a Parigi il 5 aprile195 – si è abbassata di parecchi gradi. Il viaggio del Cancelliere a Roma è aggiornato. Per quel che si può giudicare da Berlino, Mussolini sembra aver visto con piacere che la formula fascista abbia guadagnato il concorso di un grande stato come la Germania; ma sembra avere anche compreso che, se questa formula facesse fallimento, il fascismo italiano ne risentirebbe a sua volta il contraccolpo. Il Duce ha una fiducia assoluta nel genio di Hitler e nell’avvenire del suo governo? Non si potrebbe affermarlo. In ogni caso, la minaccia dell’insediamento a Vienna di un governo hitleriano ha posto davanti ai suoi occhi, contemporaneamente alla questione dell’Anschluss, il problema dell’influenza di una Germania nazionalista, sottomessa al predominio prussiano, nel bacino del Danubio; e la diplomazia italiana ha creduto dover prendere le sue distanze in un modo che non è sfuggito all’attenzione della Germania. D’altra parte, la campagna antiebraica ha fornito al governo di Roma, che aveva nettamente sconsigliato al gabinetto dell’Impero di lanciarsi su questa strada, un’altra ragione per mettere in dubbio la saggezza politica di Hitler...

Ora, dopo la visita a Roma di Göring e di von Papen, l’ambasciatore a Roma De Jouvenel (che sui rapporti tra Roma e Berlino era sempre stato meno pessimista del suo collega berlinese) osservava196:

Se ci si riporta all’atmosfera del mese di febbraio, quando la visita di Hitler e la sua «consacrazione a Roma», secondo le parole di François-Poncet, sembravano dover suggellare il trionfo dei fascismi uniti, non ci si può impedire di notare un singolare abbassamento di temperatura.

I rapporti italo-tedeschi non sono piú quelli che furono e ancor meno quelli che promettevano di diventare.

Per comprendere a fondo questo atteggiamento di Mussolini bisogna avere ben presente la stretta correlazione che in questi mesi intercorse tra i rapporti italo-tedeschi, la questione austriaca e le trattative per il Patto a quattro. È opinione comune che il primo accenno all’idea di quello che sarebbe dovuto essere il Patto a quattro Mussolini l’abbia fatto nel discorso di Torino del 23 ottobre ’32197. Su questo punto non ci pare possano esserci dubbi di sorta. Nel discorso di Torino, infatti, non solo si trova il primo accenno alla opportunità che la pace europea fosse assicurata da una collaborazione tra le quattro grandi potenze (Francia, Inghilterra, Italia e Germania), ma sono anche enunciati alcuni degli argomenti per i quali Mussolini riteneva necessario l’accordo tra di esse. In questa occasione198 il «duce», infatti, dopo aver negato che l’Italia avesse avuto alla Conferenza per il disarmo un atteggiamento machiavellico e aver affermato che essa «segue una politica di pace, di vera pace, che non può essere dissociata dalla giustizia, di quella pace che deve ridare l’equilibrio all’Europa, di quella pace che deve scendere nel cuore, come una speranza e una fede» e che sarebbe rimasta nella Società delle Nazioni, perché «oggi che essa è straordinariamente malata, non bisogna abbandonarne il capezzale», aveva detto:

444–445

Vi sono stati dei tentativi per disincagliare l’Europa da questa costruzione troppo universalistica. Ma io penso che, se domani, sulla base della giustizia, sulla base del riconoscimento dei nostri sacrosanti diritti, consacrati dal sangue di tante giovani generazioni italiane, si realizzassero le premesse necessarie e sufficienti per una collaborazione delle quattro grandi potenze occidentali, l’Europa sarebbe tranquilla dal punto di vista politico e forse la crisi economica, che ci attanaglia, andrebbe verso la fine.

Vi è un’altra questione, quella che concerne la domanda tedesca di parità. Anche qui il fascismo ha avuto delle idee e delle direttive precise. La domanda tedesca della parità giuridica è pienamente giustificata. Bisogna riconoscerlo, quanto piú presto, tanto meglio! Nello stesso tempo, finché dura la conferenza del disarmo, la Germania non può chiedere di riarmarsi in nessuna misura, ma quando la conferenza del disarmo sarà finita e se avrà dato un risultato negativo, allora la Germania non potrà rimanere nella Società delle Nazioni se questo divario che l’ha diminuita sin qui non viene annullato.

Non vogliamo egemonie in Europa. Noi saremo contro l’affermazione di qualsiasi egemonia, specialmente se essa vuole cristallizzare una posizione di patente ingiustizia.

Meno pacifica è, a nostro avviso, l’altra opinione – pure largamente diffusa – secondo la quale, dopo il discorso di Torino, l’idea del Patto a quattro sarebbe stata ripresa, perfezionata e cominciata a tradurre in atto da Mussolini solo ai primi del marzo successivo. Prima, il 2, nell’incontro con l’ambasciatore francese De Jouvenel, poi, il 4, alla Rocca delle Camminate, quando stese il primo schema del patto199 e, infine, il 9, quando fece cenno ad essa in Gran Consiglio. Secondo noi, infatti, sulla linea del patto Mussolini si mosse concretamente, certo dall’ottobre ’32, probabilmente anche da prima, da quando aveva riassunto la direzione del ministero degli Esteri200. Ne è prova indiretta l’organizzazione e l’impronta data al Convegno Volta e soprattutto ne sono prova evidente le parole con le quali, come si è visto, Renzetti rispose alla dichiarazione fattagli da Hitler appena insediato alla cancelleria; in esse, infatti, l’idea del Patto a quattro è esposta con tale precisione e preminenza che è assolutamente da escludere che si trattasse di una iniziativa personale di Renzetti, fondata solo sulla conoscenza del discorso di Torino. Al contrario, quelle parole sono la prova migliore che Mussolini già a fine gennaio si muoveva concretamente nella direzione del patto e che per lui esso era strettamente legato, determinato addirittura, all’evoluzione della situazione politica tedesca nel ’32 e alla eventualità – per il «duce» già scontata – dell’andata al potere di Hitler. E ciò tanto piú che risulta che ancor prima del 30 gennaio a Roma fu fatto cenno del patto probabilmente a De Jouvenel (nel primo incontro con Mussolini), certamente a von Hassell (quando Mussolini e Suvich lo informarono dell’incontro che il primo aveva avuto con il nuovo ambasciatore francese)201. Ai primi di marzo, in effetti, Mussolini non fece che passare dalla fase preparatoria a quella di realizzazione di una operazione in funzione della quale aveva praticamente finalizzato tutta la politica estera italiana degli ultimi mesi.

445–446

Il 22 marzo, Suvich – rifacendo a Grandi la storia dei primi passi del patto e della visita a Roma di MacDonald e Simon202 – scrisse:

Il Duce ha ritenuto come questo fosse il momento psicologico per chiamare le quattro Potenze occidentali ad una collaborazione nell’intento di assicurare la pace per un lungo periodo.

Che il momento fosse psicologicamente favorevole è indubbio. In Francia l’andata al potere di Hitler, se aveva fatto credere a molti che l’Italia si sarebbe allineata con Berlino e aveva acuito certe ostilità anti italiane, aveva però anche indotto coloro che volevano una chiarificazione ed un accordo con Roma ad accelerare i tempi per un estremo tentativo in questo senso, già avviato – del resto – con la nomina ad ambasciatore a Roma di un fautore di esso, Henry de Jouvenel203. Questo era giunto a Roma il 22 gennaio e si era subito messo all’opera per sondare le possibilità per un negoziato che risolvesse le questioni che dividevano i due paesi. Sino ai primi di marzo (in pratica sino alla vigilia delle elezioni tedesche, quando cioè fu ormai chiaro a tutti che Hitler stava per veder ratificato il suo potere dalla maggioranza del popolo tedesco) da parte italiana si era mantenuto però un atteggiamento evasivo e nella linea dell’equidistanza, limitandosi praticamente solo a smentire (il 15 febbraio) le voci relative ad un’alleanza segreta tra Roma, Berlino e Budapest. Si era giuocato in sostanza sul crescente timore francese per un accordo italo-tedesco e sulla convinzione che, al momento opportuno, da parte inglese si sarebbe agito su Parigi per indurla ad accantonare per il momento il problema dei rapporti bilaterali e ad accettare invece il punto di vista di Mussolini che cioè – se si voleva evitare la costituzione di blocchi contrapposti e tenere sotto controllo l’inevitabile riarmo tedesco – era necessario affrontare direttamente la questione dei rapporti tra le quattro grandi potenze e che solo lui, il «duce», era in grado di portare Hitler su questo terreno. E con questo Mussolini, sia ben chiaro, non rinunciava affatto all’idea di accordi bilaterali e quindi ad una sistemazione dei rapporti con la Francia; voleva però giungere ad essi dopo la stipulazione del Patto a quattro, quando la sua posizione sarebbe stata molto piú forte, quando Parigi non avrebbe potuto piú lasciarsi suggestionare da coloro che, per motivi nazionalistici o ideologici, ancora si opponevano ad un accordo con l’Italia o lo volevano solo sotto costo e gli contrapponevano la necessità di un «blocco delle democrazie», e quando tali accordi non avrebbero radicalizzato, come in quel momento, le posizioni e aggravato la situazione. Molti documenti interni dei mesi di marzo e aprile provano che questo era indubbiamente il punto di vista di Mussolini. Particolarmente chiaro è il verbale di una riunione, il 26 aprile, tra Mussolini, Suvich e il ministro a Belgrado Galli; da esso risulta che per il «duce»204

447–448

Accordi separati a due potranno e forse dovranno certamente seguire il Patto a Quattro, non precederlo. Senza questo Patto un accordo italo-germanico spingerebbe forse la Francia immediatamente alla guerra; uno franco-germanico non sarebbe né ammissibile né accettabile da noi che ci troveremmo in immediata posizione di inferiorità ed indifendibilità; uno franco-italiano insospettirebbe la Germania acutizzando la sua esasperazione. Tali accordi a due seguendo invece il Patto a quattro possono essere conclusi senza sospetto degli altri due contraenti, le quattro grandi Potenze essendo in comune legate ad esaminare e risolvere le questioni di interesse europeo ed a non ricorrere alla guerra.

Quanto alla Germania, anche per essa quello era il momento psicologicamente favorevole. Hitler si era venuto a trovare in una situazione assai difficile, diplomaticamente chiusa. Isolato da tutti e non potendo contare neppure sull’Italia, egli aveva bisogno di dare respiro in qualche modo alla sua politica estera, non perdere del tutto il collegamento con Roma e cercare di risalire la china con Londra. Pur contrastando per molti aspetti con i suoi progetti, il Patto a quattro avrebbe costituito per lui una via di uscita momentanea dal vicolo chiuso in cui si era venuto a trovare ed egli non avrebbe pertanto potuto opporsi ad esso. Bene in questo senso avrebbe visto François-Poncet, quando, il 5 aprile, nel già citato rapporto, osservava:

Bisogna porsi nel clima di delusione e di perplessità che ha in un certo senso circondato i primi passi della diplomazia hitleriana, per comprendere i sentimenti con i quali in Germania è stato accolto il progetto di patto di Mussolini. Senza dissimularsi gli eventuali inconvenienti di questo patto, che rischierebbe di imporre al movimento hitleriano un controllo, un freno, delle acquiescenze difficilmente compatibili con l’eccitazione del sentimento nazionale, la diplomazia tedesca ha visto comunque nelle proposte del Duce un mezzo per ritrovare i favori dell’Inghilterra e per ottenere, con il patrocinio e l’appoggio italiani, la realizzazione pratica dell’eguaglianza dei diritti, il riconoscimento pubblico della necessità di una revisione dei trattati, e l’ingresso della Germania nel consesso delle grandi potenze, di fronte ad una Polonia e a una Piccola Intesa che essa continua a detestare. Erano questi gli acquisti che non solamente avrebbero tratto dall’imbarazzo i dirigenti hitleriani, ma dei quali la loro abile propaganda si sarebbe servita per giustificare la politica del nuovo governo e per rafforzare il suo prestigio davanti al sentimento pubblico tedesco.

Né va sottovalutato il fatto che – a parte ogni altra considerazione – a Mussolini cominciava a scottare sotto i piedi il fuoco austriaco e, che quindi, coinvolgere la Germania nel Patto a quattro voleva per lui dire porre un freno ai programmi nazionalsocialisti di «graduale equiparazione» del regime interno austriaco a quello tedesco (in altre parole alla nazionalsocialistizzazione del regime austriaco) e, in prospettiva, di Anschluss. È infatti fuori dubbio che a questa epoca Mussolini era decisamente ostile a tale prospettiva e pronto, pur di scongiurarla, a qualsiasi passo, persino ad un accordo con la Jugoslavia (il cui re, a sua volta, pare pensasse: «J’aimerais mieux voir à Trieste les saucisses allemandes que les macaronis italiens»205). Ne è prova, ancora una volta, il verbale della riunione con Suvich e Galli del 26 aprile:

448–449

L’Anschluss è un pericolo al quale occorre opporsi – Von Papen e Goering sono venuti per un incontro. Ma anche per uno scontro. Non possiamo ammettere l’Anschluss ai nostri confini. Quindi difendere e sostenere l’Austria. Abbiamo poi una seconda linea di difesa, e cioè un accordo Roma-Belgrado-Budapest. Un’ulteriore difesa può prospettarsi in un secondo tempo nella quadruplice mediterranea Italia-Grecia-Bulgaria-Turchia. L’intesa con la Jugoslavia è essenziale agli effetti della minaccia che può venirci dall’Anschluss.

Quanto al disarmo occorre scegliere fra una Germania che riarma tacitamente ed a suo libido, ed una Germania che riarma per un accordo ed un controllo. Il Patto a Quattro garantisce piú di ogni altra disposizione la Francia che il riarmo germanico sarà sotto suo controllo.

La parità degli armamenti estesa alle altre Potenze vinte dalla guerra non modifica sostanzialmente il problema strategico jugoslavo, rumeno, cecoslovacco, e poiché non potrebbe avvenire che in un minimo di dieci anni (gradualità, garanzie, controlli, ecc.) non ha motivo di inquietare oggi la Piccola Intesa.

E lo prova, ancora di piú, questo veramente sintomatico dispaccio a Grandi, in data 31 maggio, quando cioè il patto parve sul punto di arrivare finalmente in porto206:

Non appena il patto a quattro sarà siglato e cessati i commenti che lo accompagneranno nei primi giorni, è necessario iniziare – a mezzo dei nostri amici – nei giornali inglesi un’azione in difesa dell’Austria, come Stato indipendente che ha la sua storia, la sua geografia, la sua funzione nel bacino danubiano.

Tu conosci perfettamente le mie idee circa e il Reno e il Danubio.

Quanto, infine, all’Inghilterra, essa era in quel momento il vero perno di tutta la strategia mussoliniana. Per quanto a Londra non mancassero coloro che avrebbero voluto una resurrezione dell’Entente207, il governo britannico in quel momento cercava anch’esso una via d’uscita, anche se non riusciva a trovarla. Quello era dunque il momento migliore per offrire a MacDonald e a Simon tale via d’uscita, impegnandoli a ménager Parigi in cambio dell’impegno italiano a fare altrettanto con Berlino, specie se, insieme a questo impegno, Roma era disposta – come lo era – a offrire loro la garanzia che in sede di Conferenza per il disarmo il governo fascista avrebbe sostenuto il piano inglese e non quello, assolutamente irrealistico, francese. Tanto piú che attendere oltre sarebbe stato pericoloso, sia per la piega che nel frattempo avrebbe potuto prendere la situazione austriaca, sia perché Mussolini era consapevole che se Londra avesse dovuto scegliere tra Roma e Parigi la scelta sarebbe stata sicuramente a favore di Parigi e, quindi, tendere troppo la corda sarebbe stato un rischio inutile.

449–450

In questa prospettiva si capisce perché Mussolini preferí tenere sotto pressione per un mese e mezzo circa De Jouvenel e, fattogli il 2 marzo un rapido accenno al suo piano (rapido ma sufficiente per guadagnarlo completamente ad esso e farne un convinto sostenitore della sua politica208), lanciare il suo progetto attraverso gli inglesi e si capisce anche perché dimostrò tanta buona volontà nell’accettare le proposte di modifica del testo del patto da lui redatto, avanzate prima dagli stessi inglesi poi, a piú riprese, sia dai francesi (i piú ostili e preoccupati) sia dai tedeschi. A parte i toni esaltati e incensatori, aveva infatti ragione Grandi quando da Londra il 24 marzo scriveva che, se anche il patto fosse stato modificato, ciò che contava era averlo proposto in quel momento e aver ottenuto un’adesione di massima delle altre grandi potenze; ciò che sarebbe seguito sarebbe stato in definitiva assai meno importante, sia sotto il profilo della eco suscitata nel mondo sia per la sterzata che in ogni caso esso non poteva non imprimere alla situazione europea e ai rapporti dell’Italia con la Germania e soprattutto con la Francia209:

450–452

Come ho già telegrafato stanotte, la seduta di ieri ai Comuni è stata la fotografica conferma del Tuo colossale successo diplomatico in queste storiche giornate di Roma. Il Piano da Te pensato e redatto (il Tuo stile non è imitabile) è, come documento diplomatico, un tale capolavoro di finezza da fare venire la voglia di battere le mani, e Tu hai giocato la carta con tale tempestiva abilità come solo un Genio può fare nei grandi momenti della vita del Paese che Egli possiede nel Suo pugno.

Anche se lo schema del Patto dovesse incontrare difficoltà, subire modificazioni, durante la strada che esso dovrà inevitabilmente percorrere prima della sua formale accettazione, ciò non ha ormai, a mio avviso, se non una modesta importanza. Lo scacco matto Tu già l’hai dato, e lo hai dato, a mio avviso, a tutti in una volta: all’Inghilterra, alla Francia e anche alla Germania. Nessuno potrà cancellare mai lo scatto di entusiasmo che tutto il mondo ha avuto per Te.

La vittoria di Hitler in Germania (5 marzo) stava determinando, attraverso lo sgomento suscitato dall’avvenimento, il blocco delle Potenze governate dalle Democrazie. Nella passata quindicina si parlava in questo Paese dell’Entente franco-inglese come se ne parlava alla vigilia della guerra del 1914, né piú, né meno. Il discorso aspro che Churchill ha ieri sera pronunciato ai Comuni è la conferma di questo fatto. Tu hai spezzato, con un colpo secco, i piani di alleanza delle democrazie francese e britannica e forse americana. Hai inferto un colpo mortale alla Francia. Hai mostrato alla Germania hitleriana che la Tua amicizia è basata esclusivamente sul Tuo prestigio e sulla Tua forza, e hai nell’istesso tempo avvertito Berlino, con cortese ma ferma maniera, di non fare, nel campo internazionale, sciocchezze «more teutonico».

Il lettore troverà in Appendice i testi del primo schema mussoliniano e del testo definitivo del Patto a quattro. Dal confronto tra i due testi è possibile farsi una idea precisa dei profondi mutamenti che il patto subí durante le lunghe ed estenuanti trattative che precedettero la sua firma. Poiché in questa sede non è ovviamente il caso di entrare nei particolari di queste trattative, ci limiteremo a coglierne solo gli aspetti piú significativi: Da parte inglese il progetto incontrò, specie in un primo momento, un notevole consenso. L’atteggiamento di Londra si fece infatti via via piú cauto di pari passo col crescere in Inghilterra delle ostilità contro la Germania (soprattutto per la questione dell’antisemitismo) e delle incertezze e dei contrasti all’interno della maggioranza governativa e del Foreign Office sulla opportunità o no di un accordo con Hitler se questo non chiariva prima la sua posizione sul disarmo e se il patto stesso avrebbe fatto correre all’Inghilterra il rischio di perdere lo stretto collegamento che aveva con la Francia. Già in occasione della visita di MacDonald e Simon a Roma, il 18 e 19 marzo – quando Mussolini presentò ufficialmente il suo progetto –, era stato del resto chiaro che gli inglesi erano preoccupati per l’accoglienza che i francesi avrebbero fatto al progetto stesso e, piú in genere, per le reazioni che sarebbero venute dagli altri paesi esclusi dalla trattativa. Da qui una serie di modifiche da essi richieste e che Mussolini accordò quasi senza battere ciglio, anche laddove esse potevano, in prospettiva, rendere piú difficile la realizzazione dei suoi progetti per il futuro, come nel caso della soppressione dell’accenno alle questioni coloniali in sospeso210. Nonostante ciò, è indubbio che, a parte ovviamente gli italiani, gli inglesi furono i piú favorevoli al patto e quelli che meno lesinarono le lodi a Mussolini (il 16 maggio, per esempio, Simon pregò Grandi di trasmettere al «duce» questo suo «preciso pensiero» «e che cioè l’Europa intera deve essere grata al Capo del Governo Italiano per l’opera da lui svolta in queste settimane difficili, sia a Parigi, sia a Berlino e anche a Vienna. È fuori dubbio che noi dobbiamo al Signor Mussolini e alla sua opera diplomatica di queste due settimane se l’Europa non ha perduto la testa»211). E, ciò che piú conta, furono sostanzialmente loro che, dopo il moderato discorso di Hitler al Reichstag del 17 maggio, diedero il via all’ultima, decisiva fase delle trattative, trascinandosi dietro anche i francesi212.

452–453

Per la Germania il patto aveva, lo si è detto, un valore soprattutto strumentale; di esso le interessavano specialmente gli aspetti revisionistici e quelli che potevano assumere un significato antisocietario e «gerarchico». Hitler e buona parte del gruppo dirigente nazionalsocialista vedevano poi in esso un mezzo per venire incontro a Mussolini, controbilanciare le conseguenze negative dei contrasti sull’Austria e rendere migliori i rapporti con l’Italia213. Sotto questo profilo tra essi e la Wilhelmstrasse vi era una diversità di opinioni, della quale Mussolini si era reso conto e sulla quale giuocò, sia mostrando ad Hitler di prendere a cuore il futuro del suo potere e dandogli a questo scopo tutta una serie di consigli214, sia appellandosi direttamente a lui nei momenti piú difficili, onde convincerlo ad assumere un atteggiamento piú realistico e a non frapporre ostacoli insormontabili alla conclusione delle trattative. Tipico in questo senso è quello che, il 13 maggio, incaricò l’ambasciatore Cerruti di riferire a suo nome ad Hitler215:

453–454

È mia opinione che bisogna affrettare la conclusione del Patto a quattro nell’interesse generale del ristabilimento di condizioni politiche piú tranquille in Europa, il che è nell’interesse di tutti, e specialmente nell’interesse della Germania che ha bisogno di un po’ di calma di fronte all’estero in un momento in cui deve tutta dedicarsi alla propria ricostruzione interna.

Ad ottenere questo fine mi pare che il Patto a quattro risponde nel miglior modo. Non occorre insistere nella considerazione che già al momento in cui ho proposto il Patto a quattro ho tenuto in considerazione – direi come elementi prevalenti – gli interessi della Germania, che dovevano essere tutelati per creare un miglior equilibrio fra le Potenze europee. Tali interessi ritengo di avere favorito in modo molto sensibile adottando nel Patto a quattro i seguenti principî:

  • 1) Discussione preliminare delle piú importanti e piú delicate questioni che interessano la politica estera europea e mondiale in un gruppo ristretto di Potenze dove il rapporto delle forze di fronte a quello della Società delle Nazioni è radicalmente cambiato a favore della Germania [rispetto a] quello che esiste nella Società delle Nazioni.
  • 2) Riaffermato in modo piú preciso il principio della possibile revisione dei Trattati di pace, dando allo stesso un carattere di attualità con la creazione dell’organo specifico in cui le relative questioni devono essere esaminate in un primo tempo.
  • 3) Affermato il diritto della Germania all’attuazione pratica del principio della parità di diritti nel campo degli armamenti con la indicazione di alcune regole di applicazione.

Se questi principî da me esposti attraverso il Patto a quattro dovevano considerarsi favorevoli alla Germania al momento in cui il Patto a quattro è stato proposto, mi pare che oggi le cose, date le maggiori difficoltà che la Germania incontra all’estero, abbiano acquistato una importanza ed un valore del tutto particolare...

Ora, appunto per le ragioni di tutte queste evidenti ed insopprimibili difficoltà, io avevo calcolato sul concorso e sull’appoggio della Germania, concorso e appoggio che, ripeto, a mio modo di vedere sarebbero andati in primo luogo a vantaggio della Germania stessa. Viceversa ho dovuto con mio rincrescimento constatare che l’atteggiamento della Germania, anziché facilitare il compito, me lo rende piú difficile. Su una materia cosí delicata come quella trattata dal Patto a quattro ed in un momento cosí pieno di elettricità – evidentemente non si può giungere ad una conclusione che adottando un certo spirito transattivo da parte di tutti gli interessati. Da parte della Germania invece io mi trovo di fronte ad un atteggiamento che complica continuamente la situazione coll’avanzare altre proposte le quali richiederebbero di riprendere la discussione dall’inizio, su una base del tutto nuova...

A prescindere da questo metodo di uscire continuamente con delle proposte radicalmente mutate, che rende difficile ogni discussione, a me pare che la preoccupazione della Germania di voler stabilire fin d’ora le soluzioni concrete che dovranno fare oggetto delle discussioni tra i quattro, sia un metodo non corrispondente allo scopo che si vuole raggiungere.

Per me l’importante è di riunirci fra i quattro su dei temi in discussione obbligata per poi cercare la migliore soluzione. Se la soluzione noi volessimo fissarla fin da ora in tema di discussione del Patto a quattro, io credo che non serviremmo l’interesse generale e nemmeno quello della Germania.

È evidente, per una serie di ragioni che è inutile ripetere, che in questo momento se si deve raggiungere un accordo su un programma concreto di riarmo della Germania, questo certamente non potrà accontentare le aspirazioni della Germania stessa mentre, stabilito che di questo tema si debba discutere fra i quattro con una pressione continua da parte della Germania e con dei successivi accordi, si potrà certamente arrivare a delle soluzioni molto piú favorevoli; valga d’altronde la pratica fatta in materia di riparazioni. Naturalmente ciò, premesso che si voglia seguire la via degli accordi, perché se la Germania intendesse invece seguire la via del riarmamento senza tener conto dei trattati e senza accordi con gli altri, allora bisognerebbe riesaminare la cosa da un punto di vista del tutto diverso.

454–455

Fu assai probabilmente proprio in seguito a questo messaggio del «duce» e alla convinzione che Mussolini, messo alle strette, avrebbe proceduto per la sua strada anche senza la Germania216 che Hitler al Reichstag ammorbidí la sua precedente posizione rispetto alle trattative ginevrine per il disarmo e si dichiarò a favore del Patto a quattro e, successivamente (preoccupato anche dalla proposta di Roosevelt di un «patto generale» tra tutte le potenze, che avrebbe significato un rinnovato interesse statunitense per l’Europa e un aumento dell’influenza della Francia e dei suoi alleati), inviò una seconda volta in missione speciale a Roma Göring – scavalcando praticamente la Wilhelmstrasse – per trovare un accordo sul testo del patto stesso e soprattutto per ottenere da Mussolini garanzie circa il funzionamento del patto dopo la sua entrata in vigore, in modo da assicurare alla Germania che il carattere revisionista che il patto era venuto praticamente perdendo attraverso le varie modifiche fatte introdurre dai francesi non sfumasse del tutto. A parte le solite generiche affermazioni sulla convergenza di fondo degli interessi italiani e tedeschi e sullo spirito di amicizia verso la Germania che animava il «duce», Göring in pratica non ottenne alcuna garanzia. Le cose erano però arrivate ormai ad un punto tale che Hitler non poteva piú tirarsi indietro. Il 31 maggio a palazzo Chigi il patto fu finalmente siglato da Suvich e dai tre ambasciatori a Roma. Come è noto la siglatura non pose però fine alle già tanto laboriose trattative. La Francia infatti sconfessò subito la firma di De Jouvenel, affermando che questo si era confuso e aveva accettato per l’articolo 3 un testo che il governo francese non aveva accettato.

455–457

Tra i partecipanti alle trattative i piú incerti e riottosi erano stati sin dall’inizio i francesi. Abbiamo detto delle preoccupazioni inglesi per tale atteggiamento. Mussolini per parte sua, consegnando personalmente il testo del suo progetto a De Jouvenel il 18 marzo, aveva cercato di presentarlo nel modo piú accettabile da Parigi217:

Se il regime si fortifica in Germania, riuscirà difficile contenere le ambizioni tedesche verso l’estero. Al contrario, Hitler in questo momento è sufficientemente occupato dalla politica interna perché si possa incitarlo a consacrarvisi... Sono persuaso che Daladier e Paul-Boncour sono convinti, come me, dell’interesse che ha la Francia ad intendersi con l’Inghilterra e con l’Italia per tenere la Germania imbrigliata. Vedete, la situazione è oggi tale che c’impone una scelta: o noi ci allineiamo due a due, Inghilterra e Francia da una parte, Italia e Germania dall’altra, per opporci blocco a blocco, e noi ci avviamo verso gli avvenimenti piú gravi; o noi c’intenderemo a quattro per collaborare, e l’Europa ed il mondo cominceranno a respirare.

Nonostante questo chiaro discorso di Mussolini e nonostante le evidenti propensioni per il patto di MacDonald e Simon, la posizione dei francesi fu sin dall’inizio ambigua. Parigi se da un lato fece, per bocca di Daladier e Paul-Boncour alla Camera, delle dichiarazioni di massima incoraggianti, da un altro lato assunse subito un atteggiamento assai critico verso il progetto cosí come formulato da Mussolini. Per il Quai d’Orsay (e sulla sua scia, via via, per molti uomini politici che all’inizio non erano stati ostili) il patto non solo favoriva la Germania e incoraggiava il revisionismo hitleriano, ma sconvolgeva anche tutto il sistema francese: indeboliva la Società delle Nazioni, allentava il rapporto speciale con l’Inghilterra, rovinava il sistema francese di alleanze, faceva perdere alla Francia la sua egemonia e la sua libertà di movimento in Europa e la privava della possibilità di trattare direttamente un eventuale riavvicinamento con Berlino218. Inoltre, a livello di classe politica e di grande stampa, molti ancora a Parigi non si fidavano dell’Italia e di Mussolini e, in ogni caso, avrebbero preferito che il contrasto franco-italiano fosse risolto prima e non dopo che la Francia avesse preso un impegno tanto importante219 e che Mussolini accettasse la politica danubiano-balcanica del Quai d’Orsay. Muovendo da premesse cosí miopi e sterili, da parte francese si cercò durante tutto il corso delle trattative di trasformare alla radice il patto, sí da farne uno strumento anodino e inefficace, e insieme il piú utile possibile alla propria politica tradizionale. E ciò sia agendo direttamente in sede di trattative quadripartite sia incoraggiando le diffidenze e le ostilità dei paesi esclusi dal patto, in primo luogo quelli della Piccola intesa e la Polonia, e facendosene portavoce. Da qui un progressivo irrigidimento della posizione di questi paesi, che, prima, cercarono – vantando la loro presunta qualità, collettiva o singola, di grandi potenze – di entrare anch’essi nel nuovo «Club della pace» (come lo aveva definito MacDonald), poi, visti frustrati i loro sforzi, si scagliarono contro di esso, accusandolo di essere (secondo l’espressione di un giornalista francese) un «Club des charcutiers» e di tendere a stabilire una gerarchia fra gli Stati e, quindi, a devolvere a sé, come ad una sorta di «direttorio» europeo, la direzione degli affari internazionali e le decisioni sul destino degli altri paesi220. Progressivo irrigidimento che contribuí non poco a rafforzare ed allargare il campo di coloro che in Francia erano contrari al patto e che, come Herriot, poterono sostenere che «o il Patto a quattro non significa nulla, o esso è preoccupante per la Polonia e la Piccola Intesa», sicché «o il Patto a quattro è inutile, o esso è pericoloso».

457–458

A questa seconda faccia della contromanovra francese – forse la piú pericolosa, certo quella piú difficile da controbattere e, in prospettiva, piú gravida di rischi per l’effettiva attuazione del patto – Mussolini cercò in un primo tempo di rispondere con un’azione di chiarificazione internazionale di cui è difficile contestare la buona fede221. Tipico è a questo proposito il seguente telegramma-circolare ad una serie di rappresentanze italiane con cui, il 2 aprile, egli tracciò le linee lungo le quali sviluppare nelle varie capitali i concetti informatori del patto e controbattere le critiche che gli venivano mosse222:

458–459

Riassumo qui appresso sommariamente contenuto articoli Patto discusso a Roma:

  • 1) Conferma solenne dei principî del Patto Kellogg e del «no force Pact» nelle relazioni delle quattro Potenze fra di loro e verso i terzi.
  • 2) Riconferma principio possibilità revisione Trattati previsto dal Patto della S.d.N. applicazione principio dovrà essere effettuata nel quadro della Società delle Nazioni e tenendo presenti interessi parti in causa.
  • 3) Nel caso che Conferenza Disarmo non arrivi a risultati concreti Germania sarebbe autorizzata a mettere in pratica il principio della parità di diritto gradualmente e a mezzo accordi concertati fra le quattro Potenze.
  • 4) Estende ad Austria, Ungheria e Bulgaria disposto articolo 3.
  • 5) Prevede cooperazione quattro Potenze per soluzione problemi economici europei e mondiali.
  • 6) Prevede ratifica del Patto da parte Parlamenti Stati interessati e ne fissa durata dieci anni rinnovabili salvo denunzia.
  • 7) Prevede deposito Patto alla Segreteria della Società delle Nazioni.

Attiro la sua attenzione sui seguenti punti:

    1. Il Governo Italiano si è reso chiaramente conto che processo storico attualmente in fase di sviluppo lasciato a se stesso porterebbe fatalmente costituzione gruppi contrapposti ritornando cosí situazione anteriore 1914. Governo Italiano è d’avviso che solo modo efficace arrestare tale processo ed assicurare Europa pace durevole è stabilire basi collaborazione e cooperazione quattro Potenze occidentali. Accordo è naturale sviluppo e completamento del Patto di Locarno;
    1. Progetto italiano non mira stabilire rigida gerarchia fra Potenze grandi e piccole a parte circostanza che Potenze come Russia, Stati Uniti e Giappone ne sono al di fuori, esso prende per base situazione che è sempre esistita in Europa e per cui pace e prosperità Europa non possono essere assicurate che dall’Accordo – non dalla divisione – delle quattro grandi Potenze.
    1. Solo accettazione Patto può salvare Conferenza Disarmo da completo fallimento creando atmosfera maggiore fiducia e comprensione e trasportando in altro campo soluzione principali questioni politiche il cui intrecciarsi con questione Disarmo propriamente detta ha portato Conferenza su attuale punto morto.
    1. Obiezione che è stata mossa al Patto è che esso viene a costituire una specie di Direttorio a cui politica europea verrebbe devoluta. Sta in fatto che esula dallo spirito del Patto ogni idea di coercizione mentre nella situazione attuale ogni questione che interessa terzi Paesi risente dello stato dei rapporti fra le quattro Potenze e non potrebbe quindi che essere difficilmente esaminata senza partito preso, risultato del Patto sarebbe che a mano a mano che questioni si presentano esse verrebbero considerate con criterio di obiettività e di cooperazione tenendo nel debito conto giusti interessi delle parti in causa.
    1. Osservo da ultimo che non è esatto che Patto significhi svalutazione Società Nazioni poiché nello spirito e nella forma esso si inquadra nell’organismo di Ginevra. Ella potrà a questo riguardo e nella forma che riterrà piú opportuna servirsi delle argomentazioni di cui al punto 4.
459–460

In un secondo tempo l’atteggiamento del «duce» si fece però piú duro ed egli attaccò esplicitamente la Piccola intesa in un articolo, scritto per una grande catena di giornali stranieri, in cui, dopo aver negato che essa potesse ambire al ruolo di «quinta grande potenza», si accusava Cecoslovacchia, Jugoslavia e Romania di essere i «nuovi ricchi» della zona danubiana e si ricordava loro che «l’idea revisionista è in marcia» e non sarebbero state loro a fermarla «perché il mondo vuole la pace, vuole un lungo periodo di pace, e sente che questo suo immenso desiderio rimarrà sterile, se la pace non sarà accompagnata dalla giustizia»223. A parte questa impennata224 nel corso di tutte le trattative Mussolini fu però estremamente disponibile, quasi remissivo, verso le richieste francesi. In pratica accettò quasi tutte le proposte di modifica del testo del patto, facendo di tutto perché esso giungesse in porto. Al punto che l’ambasciatore De Jouvenel (l’unico, tra i francesi, sincero sostenitore del patto e per questo piú volte in contrasto con il Quai d’Orsay) alla fine avrebbe osservato che tutto il testo del patto era divenuto francese, aveva cioè recepito quasi tutte le successive richieste di Parigi.

Nonostante ciò – come si è detto – subito dopo la sigla Parigi tentò ancora una volta di far naufragare il patto. Non altrimenti, infatti, si può spiegare la sconfessione della firma di De Jouvenel e l’incredibile proposta di Paul-Boncour di sopprimere – per evitare altre controversie – l’intero articolo 3, il solo che, dopo tante trasformazioni, contenesse ancora qualche cosa che stava a cuore alla Germania, il riferimento al principio dell’eguaglianza dei diritti ed alla sua realizzazione «per tappe»: l’unico senso che una tale iniziativa poteva pertanto avere era quello di provocare il ritiro della Germania dalle trattative. Di fronte ad un simile colpo di scena decisivo fu però l’accordo di base tra Italia ed Inghilterra. Simon intervenne energicamente su Parigi, facendo sapere che, insistendo il Quai d’Orsay nella sua linea di condotta, sarebbe stato costretto «a rendere pubblici i termini sui quali siamo disposti all’accordo e quali sono, viceversa, le difficoltà che si frappongono. Il che comporterebbe rivelazioni imbarazzanti che desidererei ovviamente evitare»225. Una dichiarazione assai simile Mussolini fece qualche giorno dopo, il 6 giugno, al Senato226:

460–461

I negoziati del Patto per la collaborazione e l’intesa fra le quattro potenze dell’occidente europeo sono giunti ad una fase che fra poco, in un senso o nell’altro, potrà essere conclusiva. Mi riservo per questo, se necessario, di parlare domani.

Simon, per le vie diplomatiche, aveva ammonito Parigi; dal banco del governo al Senato Mussolini si era rivolto invece a Berlino. Dopo il passo inglese era stato infatti concordato con i francesi un nuovo testo dell’articolo 3; esso era però talmente anodino e taceva completamente sull’eguaglianza dei diritti che i tedeschi non sembravano disposti ad accettarlo. Da qui l’ammonimento di Mussolini ad Hitler perché non frammettesse un nuovo e decisivo ostacolo alla conclusione della laboriosissima trattativa. E il giorno dopo il patto fu definitivamente siglato. Parigi aveva ulteriormente francesizzato il patto, la sua estrema manovra per farlo naufragare era però fallita. Nonostante ciò il parto in due tempi non era certo un buon auspicio per il nascituro che, infatti, non sarebbe riuscito praticamente a vivere. E, del resto, cosí come era nato dopo due mesi e mezzo di trattative, anche se fosse vissuto il suo valore sarebbe stato piú politico in senso lato (nel senso cioè che avrebbe potuto costituire la cornice nella quale inserire ulteriori accordi particolari) che effettivamente operativo. Il progressivo svuotamento di cui era stato oggetto lo schema originario lo aveva infatti reso praticamente privo di contenuto concreto e di capacità di servire direttamente a risolvere qualsiasi problema europeo sul tappeto.

Nonostante tutto ciò il Patto a quattro fu considerato non solo da Mussolini ma anche dalla diplomazia italiana un proprio successo. E non solo sotto il profilo propagandistico e del prestigio. Il 7 giugno pomeriggio, prima di recarsi alla cerimonia della sigla, Mussolini tenne al Senato il discorso che aveva annunciato il giorno prima. È un discorso che va esaminato da vicino, dato che offre alcuni elementi per comprendere le ragioni per le quali il «duce» considerava il patto un suo successo. In esso227 si possono distinguere grosso modo tre parti. La prima concerneva la genesi e la collocazione storico-politica del patto. Il patto veniva ricollegato strettamente con quello di Locarno e con gli impegni di collaborazione effettiva che da esso discendevano per le quattro grandi potenze. Questo collegamento serviva a Mussolini per ribadire come, a suo giudizio, «molte delle opposizioni suscitate dal Patto sono l’effetto di reazioni sentimentali, piú che di un meditato esame della realtà»: il patto non stabiliva infatti gerarchie definitive e immutabili, non era diretto contro nessuno, non voleva imporre a chicchessia nulla, non voleva gettare le basi di nessun potenziale fronte unico contro nessuno; esso si muoveva nello spirito e nella lettera del patto della Società delle Nazioni e mirava «a ristabilire l’equilibrio tra tutti gli articoli del Covenant, come è indispensabile che si voglia, se si deve fare opera costruttiva e duratura». Il patto tendeva solo ad assicurare la collaborazione tra le grandi potenze e, quindi, la pace. Solo in questo clima, Mussolini lasciava intendere, si sarebbe potuto procedere a quella revisione pacifica dei trattati che lo stesso patto ginevrino prevedeva:

461–462

Sta attualmente svolgendosi in taluni paesi una rumorosa campagna antirevisionistica, ma si dimenticano le ammissioni contenute nell’ampio recente discorso di Benèš, al Parlamento di Praga... Nel suo discorso... Benèš non si è dichiarato antirevisionista sub specie aeternitatis, ma ha subordinato ogni tentativo di revisione al preesistere di determinate condizioni, e cioè: un momento di tranquillità generale, la possibilità di contropartite e l’entità effettiva della revisione. Non nel mio schema primitivo, e meno ancora nei successivi, fu mai questione di imporre con la forza, da parte dei quattro, una qualsiasi revisione dei trattati. Dalla fine della guerra – di questa come di tutte quelle che l’hanno preceduta – è in atto un processo di adattamento dei trattati di pace. Sarebbe inutile, anzi pericoloso, nascondersi che tale processo esiste e che esso ha proceduto spesse volte attraverso difficoltà ben piú gravi di quelle che in un’atmosfera di maggiore, reciproca fiducia e comprensione sarebbero esistite.

La seconda parte del discorso – la piú debole di tutte – Mussolini la dedicò a tentare di dimostrare (sia per una questione di prestigio sia per dare una sorta di contentino ad Hitler e cercare di non fargli credere che, in ultima analisi, molte delle modifiche proposte dai francesi lo avevano trovato consenziente) che, nonostante tutte le trasformazioni, i principî fondamentali del suo schema originario erano rimasti immutati. Ben piú importante è per noi la terza parte, dedicata all’«apporto dato alla negoziazione dai singoli Stati e soprattutto dallo spirito col quale il negoziato si è svolto». Le parole, caldissime, dedicate all’Inghilterra non possono certo meravigliare, sia per l’effettivo ruolo che gli inglesi avevano avuto nelle trattative e nel sostenere la sostanza del punto di vista italiano, sia per la tradizionale politica di amicizia con Londra del «duce», sia perché Mussolini aveva tutto l’interesse a distinguere tra i quattro l’Italia e l’Inghilterra dalla Francia e dalla Germania per attribuire loro una certa posizione super partes. Significativa è a questo proposito l’ultima frase del pezzo del discorso dedicato al ruolo dell’Inghilterra:

462–463

La posizione d’equilibrio che per la loro situazione e per i fattori naturali che le caratterizzano, Inghilterra e Italia sono chiamate a rappresentare in Europa, e per la quale il patto di Locarno assegna loro una speciale funzione, trova nel Patto a quattro nuova espressione e nuove possibilità di fecondi e costruttivi sviluppi.

Quelle che, a prima vista, potrebbero meravigliare sono invece le parole dedicate alla Germania e soprattutto alla Francia. Alla Germania Mussolini dava atto di aver dimostrato un «vivo desiderio di collaborazione» e di volere la pace e non la guerra. Hitler, col suo discorso del 17 maggio, «discorso moralmente coraggioso e politicamente tranquillizzatore», aveva molto contribuito a dissipare gli interessati timori, i «fantasmi di guerra», fatti balenare dai suoi avversari. La Germania era una realtà da cui non si poteva prescindere; questo per Mussolini era pacifico, cosí come era pacifico che fosse «per lo meno azzardato» considerare la Germania nazionalsocialista «col metro della Germania dell’anteguerra». Il suo discorso non si spingeva però per il momento oltre: stava infatti alla Germania dimostrare di essere veramente nella linea del discorso di Hitler del 17 maggio:

La Germania esiste nel cuore dell’Europa con la sua massa imponente di sessantacinque milioni di abitanti; con la sua storia, la sua cultura, le sue necessità; una politica veramente europea e diretta al mantenimento della pace non si può fare senza la Germania, e, peggio ancora, contro la Germania; tanto meno si potrà condurre siffatta politica quanto piú la Germania orienterà la sua azione internazionale, secondo i punti essenziali contenuti nel programmatico discorso di Hitler.

Sono parole queste che dànno un significato tutto particolare a quanto Mussolini aveva detto in precedenza, parlando dei vari articoli del patto.

Secondo la formula concordata – aveva detto – i quattro Governi riaffermano all’articolo 3 la volontà di fare ogni sforzo perché la conferenza del disarmo giunga a risultati favorevoli.

La dichiarazione dell’11 dicembre 1932 relativa alla parità dei diritti nei riguardi della Germania e degli altri Stati disarmati per trattato deve avere una portata effettiva secondo è inteso con la dichiarazione medesima. È evidente che se la conferenza non riuscisse, si determinerebbe una situazione assai grave, anzi insostenibile. L’ipotesi non può essere avanzata che per escluderla; ma, poiché, nonostante tutto, questa eventualità potrebbe verificarsi, il Patto la prende in considerazione e vi provvede. L’articolo 3 stabilisce, cosí, che per questioni che la conferenza non risolvesse, Francia, Germania, Gran Bretagna ed Italia ne riprenderebbero l’esame tra di loro, naturalmente con devoto rispetto per tutto quello che concerne gli altri Stati mediante l’applicazione del Patto di intesa e di collaborazione a fine di assicurare la soluzione nei modi appropriati.

463–464

Alla luce del passo precedentemente citato, ci pare difficile non intendere anche questo come un ammonimento ad Hitler. E ciò tanto piú che, parlando del ruolo della Francia, Mussolini, nonostante tutto quello che era avvenuto, usava un tono sostanzialmente diverso. Si abbandonava ad un grande elogio del governo francese e del ruolo della Francia in Europa:

Voci tendenziose e contraddittorie sono state diffuse circa l’atteggiamento della Francia davanti al Patto a quattro. La verità è diversa. Il ministero Daladier non ha mai opposto un fin de non recevoir alla iniziativa del Governo italiano. Nessuna meraviglia che il Governo francese abbia voluto accuratamente pesare il pro e il contro del progetto... Bisogna lealmente riconoscere che il Governo francese ha strenuamente lottato contro corrente, contro, cioè, interessi, sentimenti, preoccupazioni esistenti nello spirito francese ed ha superato tutto ciò perché intimamente convinto della bontà dei principî che stanno alla base del Patto. La Francia ha fornito un esempio di collaborazione sul piano europeo del quale bisogna renderle atto.

E, quel che piú conta, lasciava chiaramente intendere che, mentre per la Germania riteneva che essa dovesse dimostrare ancora la sua effettiva volontà di tradurre in pratica le affermazioni programmatiche hitleriane del 17 maggio, per la Francia le cose stavano altrimenti e si poteva già passare alla fase della risoluzione delle questioni bilaterali:

Nella migliorata atmosfera del Patto a quattro è perfettamente possibile una sollecita liquidazione di talune particolari questioni che dividono l’Italia dalla Francia, già auspicata dal signor Herriot, come di altre che possono interessare la Germania e la Francia. Stabilita con la firma del Patto una nuova situazione di fiducia reciproca e di collaborazione, le questioni pendenti tra Francia ed Italia assumono, infatti, nel nuovo quadro della politica europea, un carattere diverso da quello che hanno avuto finora, e piú agevoli diventano le possibilità di soluzione.

Come giustamente ha notato il D’Amoja228, questa distinzione che Mussolini operava tra Francia e Germania indica chiaramente come con la conclusione delle trattative per il Patto a quattro l’equidistanza dell’Italia si fosse fatta meno rigida di quanto era stata nei mesi precedenti; ancora in occasione del discorso di Torino – quando cioè ancora Hitler non era andato al potere – essa era «concretamente diretta contro la Francia e solo virtualmente o in potenza rivolta in un lontano futuro contro la Germania»; ora «le parti sembravano e si erano invertite; la scala di pericolosità essersi rovesciata». A ciò avevano certo contribuito notevolmente la rapida degenerazione che, dopo l’andata al potere di Hitler, aveva subito – come vedremo – la situazione austriaca e le ripercussioni che essa aveva avuto sui rapporti tra Roma e Berlino. È difficile però pensare che l’atteggiamento di Mussolini fosse mutato solo per questo. Oggettivamente, bisogna convenire che questo atteggiamento aveva radici piú antiche e prospettive, europee e coloniali, piú ampie e, in una certa misura, piú realistiche di quelle che avevano mosso – checché Mussolini mostrasse di voler far credere parlando in Senato – la Francia durante le trattative per il Patto a quattro e che ancora l’avrebbero animata nei mesi successivi. Sicché, nelle grandi linee almeno229, ci pare abbia sostanzialmente ragione il Serra quando scrive230:

464–465

Per quanto imprevedibile potesse essere ogni atteggiamento di Mussolini,... sembra difficile negare che la diplomazia francese abbia fatto in questa fase il gioco della Germania. Da una parte contribuendo a ristabilire la scossa amicizia tra Hitler e Mussolini, e dall’altra svuotando di ogni contenuto un patto che avrebbe potuto servire, forse, a disciplinare le ambizioni di Hitler (che tre mesi dopo decideva l’uscita della Germania dalla S.d.N.), o quanto meno a mantener viva la disponibilità del duce.

Per valutare appieno il significato non solo tattico ma strategico che il Patto a quattro aveva per Mussolini e come esso si inseriva nel contesto generale della sua politica non ci si può però limitare all’esame delle vicende che portarono alla sua stipulazione, né alla valutazione che il «duce» ne diede in Senato. Al contrario, bisogna estendere l’esame anche alle vicende diplomatiche dei mesi successivi, a quelle direttamente connesse al patto231 e cioè verificatesi entro la metà del novembre ’33, ma anche a quelle successive, relative a tutto il 1934. Da questo complesso di vicende si può infatti ricavare una serie di elementi che permette di farsi un’idea precisa delle linee di fondo lungo le quali Mussolini si mosse nei due anni successivi all’andata al potere di Hitler e rendersi conto di come in questo periodo la sua politica sostanzialmente continuò ad essere quella del peso determinante, anche se, ovviamente, adattata alla nuova situazione. In particolare, si può dire:

465–467
  • a) dopo la conclusione del Patto a quattro, anche se fece di tutto per non darlo a vedere, Mussolini continuò ad allontanarsi sempre di piú dalla Germania, sicché in realtà l’asserita equidistanza di Roma da Parigi e da Berlino fu solo un’apparenza che a livello diplomatico non ingannava nessuno, ma che al «duce» serviva per motivi di ordine sia interno sia internazionale: per continuare a recitare il ruolo, che si era dato proponendo il Patto a quattro, di mediatore, ovvero – come ebbe a dire, con una evidente punta di sarcasmo, un diplomatico belga – di «Principe della Pace»; per distinguere anche in politica estera il fascismo dalla democrazia e dal nazionalsocialismo; per non impegnarsi con la Francia prima di aver ottenuto reali contropartite (e nella speranza di lucrare, intanto, qualche cosa anche dalla Germania) che, tenendo le cose in sospeso, doveva pensare di rendere anche piú consistenti; e, infine, come era nel suo carattere, per non compromettersi irrimediabilmente anzi tempo e, quindi, per un verso precludersi la possibilità di un ripensamento (al limite, in quel momento forse anche giustificabile stante la riottosità dell’Inghilterra ad impegnarsi oltre un certo punto sul continente) e, per un altro verso, rinunciare a prospettare una propria politica, autonoma da qualsiasi altra;
  • b) in conseguenza di ciò, pur allontanandosi sempre di piú dalla Germania, Mussolini cercò, fino a che gli fu possibile (luglio ’34), di non contrastarla apertamente e in particolare di evitare una formale crisi dei suoi rapporti personali con Hitler e, soprattutto, di differenziare pubblicamente la politica italiana da quella della Francia e dell’Inghilterra, in maniera da farla apparire il piú possibile autonoma e darle, a seconda delle circostanze e dei problemi, un carattere elastico, super partes, di mediazione, pendolare; tipico in questo senso è l’accenno finale nel già citato dispaccio a Grandi del 31 maggio ’33 al Reno e al Danubio, ovvero alla opportunità di una politica piú vicina a Berlino per questioni come quella del disarmo e piú vicina a Parigi per questioni come quella austriaca;
  • c) il fulcro, il polo di riferimento di questa politica si confermò via via essere la questione austriaca, che in questo periodo costituí per Mussolini il problema dei problemi, quello in funzione del quale dovevano essere visti tutti gli altri, dato che questi avrebbero assunto un valore e una prospettiva diversi conformemente a come quello fosse stato risolto; la questione austriaca – a seconda della sua evoluzione – avrebbe potuto persino consigliare un riequilibrio dell’equidistanza o addirittura una inversione di tendenza e, quindi, un avvicinamento a Berlino, ovvero al limite opposto – se sistemata secondo le intenzioni di Mussolini – avrebbe dimostrato che la posizione speciale dell’Italia non era – come sosteneva Vansittart232, un «bene deperibile», che col tempo avrebbe perso dunque valore – ma un elemento decisivo della nuova situazione europea con il quale tutti avrebbero dovuto fare i conti e che, quindi, avrebbe permesso all’Italia di sistemare i suoi problemi in sospeso con la Francia non solo alle migliori condizioni, ma, in pratica, senza rinunciare completamente per questo alla sua autonomia e, quindi, alla possibilità di far valere ancora, in futuro, il suo peso determinante;
  • d) in questa prospettiva, per Mussolini, le trasformazioni subite prima dal suo progetto e le difficoltà incontrate poi dal Patto a quattro, sino alla sua mancata entrata in vigore in seguito al ritiro, il 19 ottobre ’33, della Germania dalla Società delle Nazioni (che lo rese inapplicabile, dati i collegamenti che in esso erano stabiliti con il Covenant ginevrino), è evidente avessero una importanza assai relativa; a parte gli aspetti piú propriamente propagandistici e di prestigio, ciò che per lui contava era che il patto avesse impedito il costituirsi di due blocchi contrapposti e offerto all’Italia di poter assumere e veder praticamente riconosciuta la sua posizione speciale233; né è da escludere che la sua mancata entrata in vigore fosse da lui vista con favore, dato che gli permetteva per il momento di rinviare la conclusione dell’accordo bilaterale con Parigi, lasciandogli al tempo stesso la possibilità – se lo avesse stimato utile – di rilanciare l’idea del patto, sia con gli stessi partner sia solo a tre sia a cinque o piú partecipanti, a seconda dello scopo a cui avrebbe dovuto servire234.
467–468

Dopo le polemiche del ’24-26 e il loro strascico del ’28, i rapporti italo-austriaci erano entrati con la fine del ’29, allorché era diventato cancelliere il conservatore Schober, in una nuova fase, notevolmente diversa da quella degli anni precedenti, quando il timore dell’Anschluss, la questione altoatesina e la presenza di un forte partito socialdemocratico avevano fatto sí che da Roma si guardasse con estremo sospetto e ostilità all’Austria. Superato il momento di crisi del progetto austro-tedesco di «assimilazione economica» del ’31, l’anno successivo la nomina a cancelliere del cristiano-sociale Dollfuss, incline piú ad una posizione di destra che di centro e decisamente contrario all’Anschluss, non solo aveva migliorato i rapporti tra Roma e Vienna, ma aveva contribuito notevolmente a dare alla politica mussoliniana un importante punto di riferimento e una prospettiva, se non nuova, certo piú concreta.

Sino allora il pericolo dell’Anschluss era stato fronteggiato dall’Italia per via diplomatica. Solo attorno al ’29 nella politica austriaca di palazzo Chigi avevano cominciato ad assumere un certo peso altri strumenti «paralleli» per influire su Vienna. Attraverso contatti segreti (specie all’inizio assai ambigui, dato che ad essi non erano estranei neppure i nazionalsocialisti) con le Heimwehren – una organizzazione paramilitare di destra – e con uno dei loro maggiori esponenti, il principe Starhemberg – una strana figura di gran signore, nazionalista, conservatore e filo-fascista che, per altro, durante la seconda guerra mondiale avrebbe combattuto nell’aeronautica alleata –, da parte italiana si era infatti cominciato a pensare alla possibilità di premere sul governo austriaco per una piú netta chiusura verso gli elementi pangermanisti, che in Germania e in Austria si adoperavano per l’Anschluss e, piú in genere, per una politica piú decisamente filo-italiana235. Nel complesso questa strada non aveva però portato a risultati tangibili e aveva presentato un margine notevole di ambiguità e di rischio, dato che una parte delle Heimwehren aveva rapporti anche con i nazionalsocialisti e questi, a loro volta, tendevano a dar vita ad un blocco elettorale unitario con esse236. La nomina di Dollfuss a cancelliere (maggio ’32) e l’andata al potere otto mesi dopo di Hitler in Germania avevano aperto la strada e avevano imposto una completa revisione di tutta la politica austriaca italiana. In essa Starhemberg e il suo movimento avevano assunto un ruolo sempre crescente, sia come forza politica parlamentare della quale Dollfuss non poteva fare a meno, sia come strumento di pressione su di lui, sia, infine, come elemento di contrapposizione all’espandersi del nazionalsocialismo. Il fulcro della politica mussoliniana era divenuto però lo stesso Dollfuss.

468–469

Dollfuss – un uomo politico tutt’altro che inesperto, buon patriota e, certo, troppo maltrattato dalla storiografia che in genere non ha saputo valutare realisticamente la drammatica realtà in cui egli dovette operare – prima del 30 gennaio ’33 aveva lasciato cadere le sollecitazioni italiane per un incontro con Mussolini e aveva cercato di mantenere in equilibrio la politica austriaca tra Roma e Parigi, nonostante le pressioni di Starhemberg a favore della prima. Dopo l’andata al potere di Hitler la situazione del suo governo e dell’Austria si era però fatta cosí difficile che, pur non perdendo i collegamenti con Parigi e Londra, egli non aveva piú potuto sottrarsi alle avances italiane. In Austria il nazionalsocialismo era in notevole progresso e riceveva tutti gli aiuti possibili dalla Germania. Quanto ad Hitler, egli considerava Dollfuss un nemico dell’Anschluss e il suo governo una «mostruosità» da eliminare al piú presto e tendeva a far sí che in Austria si tenessero entro breve tempo nuove elezioni e si realizzasse un fronte nazionale che aprisse la strada ad una «equiparazione» del regime interno austriaco a quello tedesco e, possibilmente, ad una «unione personale» dei due governi nella persona dello stesso cancelliere (lui stesso) o, almeno, ad una situazione che rendesse l’Anschluss inevitabile e praticamente scontato a scadenza piú o meno breve. In questi frangenti la carta italiana non poteva certo essere trascurata da Dollfuss. Oltre al fatto che l’Italia era tra le grandi potenze quella piú immediatamente interessata alla difesa dell’indipendenza austriaca e che Dollfuss sapeva da Starhemberg (che era stato ricevuto a Roma da Mussolini il 15 febbraio237) che a Roma si puntava su di lui come sull’uomo piú adatto a fronteggiare i nazionalsocialisti e Hitler, Mussolini era l’unico uomo verso il quale il «Führer» mostrasse rispetto personale e alla cui amicizia veramente tenesse e, quindi, colui che piú aveva la possibilità di trattare con lui la questione austriaca da una posizione relativamente forte.

469–470

Il punto di vista di Roma sulla situazione austriaca è reso bene da un ampio «appunto» redatto in data 27 marzo da P. Cortese, un alto funzionario di palazzo Chigi. In esso238 si legge:

Volendo rappresentare la situazione politica austriaca in termini figurativi, dirò che gli hitleriani sono sull’offensiva, i socialisti sulla difensiva, e il Governo, sostenuto dal movimento delle Heimwehren, sulla controffensiva.

I nazional-socialisti hanno fatto enormi progressi e attaccano con uno slancio insolito in Austria e che si spiega con l’ispirazione germanica e col trionfo di Hitler nel Reich.

La gioventú scolastica, che non ha vissuto i tempi beati della duplice monarchia, è tutta imbevuta di nazismo e di germanesimo. La piccola borghesia che, specie nella Capitale, dipende dagli ebrei, i quali in un modo o in un altro ne controllano quasi tutto il movimento economico, considera il partito nazional-socialista come l’unico capace di liberarla dallo stato di soggezione in cui vive. Nessuno si preoccupa di quello che accadrà dopo dell’Anschluss. Poco importa, purché finisca la «Judenwirtschaft», che ha devastato Vienna. I cristiano-sociali non sono in grado di farlo, essi sono gli eredi spirituali degli Absburgo, che hanno sempre protetto i capitalisti israeliti. Gli ebrei non si cacciano che con la violenza, i cattolici non vogliono né sanno adoperarla.

Solo per calcolo si auspica quindi da parte del mondo degli impiegati privati il successo del nazismo in Austria. L’antipatia per il Reich e particolarmente per il prussianesimo sussiste come nel passato e si è anzi acuita durante la guerra, ma nelle condizioni attuali, di fronte alla speranza di liberazione dal controllo ebraico, passa in seconda linea.

I socialisti si difendono. Odiano gli hitleriani e si azzuffano spesso con loro. Non parlano piú di «Anschluss» ma lo hanno solo rinviato ad epoca migliore. Strepitano contro il Governo ma non troppo, considerando il partito cristiano-sociale, che ne costituisce la piattaforma, come l’alleato di domani contro i nazi.

Il partito cristiano-sociale non si è evoluto. L’educazione cattolica e la mentalità burocratica gli vietano di scendere in piazza. Esso tende per natura al compromesso. Non vi è dubbio che persistendo su questa via, i cristiano-sociali siano destinati ad essere travolti dagli hitleriani.

Chi ancora potrebbe salvarli sono Dollfuss e le Heimwehren. Ma a questo scopo occorre che il primo si serva delle seconde, come di cosa propria, che non si sfrutta, ma si utilizza. Il Cancelliere deve valorizzare le Heimwehren, sí da farle diventare il vivaio del partito cristiano-sociale.

Le Heimwehren a loro volta devono mettersi agli ordini del Governo e intensificare la loro propaganda, prendendo come parola d’ordine la lotta contro l’austro-marxismo. Non sembra prudente aggiungervi quella dell’indipendenza dell’Austria perché fra le stesse Heimwehren vi sono molti annessionisti e poi perché esse, pel momento, sono ancora troppo deboli per provocare i nazional-socialisti.

A ciò si aggiunge la considerazione che assegnando per ora alle Heimwehren il semplice compito di lotta anti-marxista, l’Italia smentirebbe l’accusa di incoerenza che le viene oggi rivolta in quanto osteggia in Austria quello stesso movimento hitleriano che ha sempre favorito in Germania. Si renderebbe cosí invece evidente essere ciò dovuto non ad incoerenza, ma al vantaggio di utilizzare in Austria un movimento nazionale, uscito dal combattentismo, anziché uno di importazione.

Chi potrà e dovrà invece cogliere ogni buona occasione per riaffermare la fede nell’idea statale austriaca, è il Governo della Repubblica.

Riconquistate attraverso la propaganda e con l’aiuto del Cancelliere almeno in parte le vecchie posizioni del 1929 e 1930, partendo dalla magnifica base tirolese, le Heimwehren potranno, al momento dato, in pieno accordo con Dollfuss fare il colpo di mano sul Comune di Vienna, senza il quale non si è padroni dell’Austria. Oggi sarebbe sicuramente prematuro qualsiasi genere di putsch da parte delle Heimwehren. Esse verrebbero sconfessate dallo stesso Dollfuss, ciò che del resto si è già visto in occasione della recente concentrazione di Heimwehren a Vienna. Il Cancelliere è infatti deciso ad agire con energia contro i socialisti e contro i nazi, senza troppo badare alla lettera della Costituzione, ma a patto che gli si forniscano i pretesti necessari.

470–471

Di fronte a questa realtà, per Cortese l’«unica pratica via da seguire da parte di chi volesse tentare l’estremo salvataggio dell’indipendenza austriaca» era quella di:

    1. Sostenere Dollfuss;
    1. Sorreggere le Heimwehren nel loro sforzo di riconquista di quel tanto di posizioni perdute, senza di cui è impossibile qualunque loro utilizzazione;
    1. Darsi da fare perché si stabilisca una intesa sincera e completa fra il Cancelliere e Starhemberg;
    1. Non perdere un sol giorno nello sforzo per l’attuazione dei punti precedenti. Tener sempre presente allo spirito che ogni ora che passa è oggi a vantaggio dei nazi.

La stessa via dunque che tendenzialmente Mussolini aveva già imboccato e che continuò a seguire per tutto il periodo di cui ci stiamo occupando con una tenacia che in qualche caso dovette sembrare ad alcuni uomini della «carriera» perfino eccessiva239 e che prova l’importanza da lui attribuita alla questione austriaca in generale e alla necessità di tenere i tedeschi lontani dal Brennero in particolare. Una via che – ancora – spiega bene sia perché la questione austriaca fosse divenuta ben presto il maggiore motivo di scontro con Hitler (che in un primo momento si era illuso di ammorbidire la posizione italiana su di essa accettando l’idea del Patto a quattro) sia perché Dollfuss non avesse potuto sottrarsi alle offerte d’aiuto italiane, anche se – contrariamente a quanto può apparire a prima vista – aveva cercato in tutti i modi di non dare ai suoi rapporti «obbligati» con l’Italia quel carattere esclusivo desiderato da Mussolini. E ciò nei confronti sia della Francia e dei suoi alleati della Piccola intesa (alle cui suggestioni Mussolini avrebbe voluto sottrarlo) sia dell’Ungheria.

471–472

Per avere una idea precisa della politica mussoliniana verso l’Austria, a quanto detto nell’«appunto» Cortese bisogna infatti aggiungere un altro elemento essenziale, quello relativo ai rapporti italo-ungheresi e alla loro armonizzazione con la politica italo-austriaca. L’idea di una stretta collaborazione economica (sino ad una vera e propria unione doganale) tra Italia, Ungheria ed Austria era stata ventilata sin dall’inizio del ’32, senza che, per altro, facesse effettivi progressi per i timori delle prevedibili reazioni tedesche e per le preoccupazioni dell’Austria e della stessa Ungheria di peggiorare o inasprire cosí i rapporti con Parigi e la Piccola intesa. Con la costituzione dei governi Dollfuss e Gömbös, con l’aggravarsi della situazione economica e soprattutto con il precipitare di quella internazionale, l’idea era stata ripresa da italiani ed ungheresi nel novembre ’32, quando Gömbös si era recato in visita a Roma. Ma nella prima fase della questione austriaca dopo l’andata al potere di Hitler (gennaio-giugno ’33) vere e proprie trattative in questa direzione non ve ne erano state, anche se se ne era parlato sia in occasione della visita a Roma del ministro degli esteri ungherese De Kanya (il 17 marzo)240 sia di quella di Dollfuss un mese dopo.

472

Il primo incontro tra Mussolini e Dollfuss aveva avuto luogo il 12 aprile. L a presenza a Roma del cancelliere era stata giustificata con le trattative in corso con la Santa Sede per il Concordato austriaco; essa aveva coinciso però non a caso con quella di Göring e di von Papen ed aveva assunto subito un chiaro significato antinazista che aveva reso anche piú aspra la trattativa tra tedeschi e italiani241. Il resoconto dell’incontro steso dallo stesso Mussolini rende bene i punti essenziali del colloquio tra i due uomini politici242:

473–474

Dopo i convenevoli d’uso, mi parla della situazione in Austria, del nazismo locale e germanico; dei socialisti che hanno – oggi – terrore dell’Anschluss, dei cristiano-sociali che in queste ultime settimane hanno consolidato le loro file, di Starhemberg che marcia perfettamente d’accordo con Dollfuss. Il cui programma è semplice e netto: l’Austria ha una sua personalità storica definita, un suo compito nel bacino danubiano e vuole rimanere indipendente, pur mantenendo colla Germania quei rapporti speciali che derivano dalla comunità della razza e dalla cultura. Io gli dico che approvo pienamente questa posizione di Dollfuss e aggiungo che su questo terreno può contare sull’amicizia mia e sull’appoggio dell’Italia. I rapporti coll’Ungheria sono ottimi. La situazione economica non è peggiorata. Dollfuss mi parla anche dei suoi progetti di riforma costituzionale che io nell’insieme approvo. Mi dice che la «stimmung» viennese è buona nei suoi confronti ed io gli dico che questa «stimmung» migliorerà quanto piú egli sarà energico e conseguente. Da ultimo, il Dollfuss – pur premettendo che non vuole assolutamente immischiarsi nella nostra politica interna, ma sollecitato anche dai suoi ricordi di Bolzano dove egli avrebbe trascorso il suo servizio militare, – mi prega di andare incontro ai desideri austriaci per quanto concerne il «privatunterricht» nella provincia di Bolzano. Mi limito a rispondergli che mi ricorderò di quanto mi ha detto e che quando io seguo una politica di amicizia verso uno stato, sono disposto anche a darne le prove.

Il Dollfuss – malgrado la sua minuscola statura – è un uomo d’ingegno, dotato anche di volontà e nell’insieme produce una buona impressione.

Nonostante la sua cordialità e la larga comunanza di idee, per il momento l’incontro non aveva però avuto vere ripercussioni sulla politica di Dollfuss. Preoccupato di non inasprire i rapporti con la Francia e la Cecoslovacchia e della diversità di vedute che il suo programma autoritario suscitava nel suo stesso partito, questo, infatti, per qualche tempo aveva cercato di non impegnarsi esplicitamente né nella lotta contro la socialdemocrazia né in una politica troppo apertamente filo-italiana. Quando però, nella seconda metà di maggio, Hitler aveva deciso di usare contro di lui la maniera forte prendendo una serie di provvedimenti finanziari e commerciali che minacciavano di soffocare l’economia austriaca e inducendo i nazionalsocialisti locali ad una lotta senza quartiere contro il suo governo, insistere su questa linea di comportamento era diventato per Dollfuss praticamente impossibile. Era stato a questo punto – alla vigilia della sigla del Patto a quattro – che i rapporti italo-austriaci avevano cominciato a muoversi sempre piú rapidamente verso una nuova fase, anche se il cancelliere cercò di impedire che essi si traducessero in una sorta di tutela esclusiva dell’Italia sull’Austria e, in un primo momento, di interessare attivamente alla difesa dell’indipendenza austriaca anche Parigi e Londra.

Dal 2 al 6 giugno Dollfuss fu per la seconda volta a Roma. Anche se non abbiamo il verbale dei suoi colloqui con Mussolini, sappiamo che il «duce» lo incoraggiò ad agire con decisione sia contro i nazionalsocialisti sia contro i socialdemocratici (in maniera da non poter essere accusato di colpire in una sola direzione e di fare una politica non «patriottica») e gli offrí inoltre la garanzia militare italiana contro ogni tentativo diretto od indiretto nazionalsocialista di Anschluss. Dollfuss sul momento non volle però prendere impegni243. Da Roma passò a Londra – dove si trovava anche Daladier – e cercò di convincere gli inglesi a provocare un passo comune anglo-franco-italiano a Berlino per moderare Hitler. La proposta era dal punto di vista austriaco indubbiamente abile, ma gli inglesi la lasciarono cadere, prevedendo che avrebbe creato difficoltà con Roma e perché i francesi preferivano che Vienna deferisse la sua controversia con la Germania alla Società delle Nazioni. Una soluzione, questa, che però gli italiani consideravano inaccettabile. A questo punto Dollfuss, tornato a Vienna, attuò il primo dei suggerimenti di Mussolini. Il 19 giugno mise fuori legge i nazionalsocialisti. Data la situazione di tensione esistente nel paese e le sue sempre piú gravi ripercussioni sull’ordine pubblico, continuamente turbato da incidenti, attentati, sconfinamenti di terroristi, radiodiffusioni, lanci di manifestini incitanti all’insurrezione armata ad opera di aerei provenienti dalla Germania, ecc., il provvedimento non era certo ingiustificato. È chiaro però che esso non poteva non aggravare la situazione e non poteva non essere che un primo passo sulla strada suggerita da Mussolini. E ciò tanto piú che proprio nello stesso periodo gli ungheresi – che da qualche mese avevano cominciato un processo di avvicinamento alla Germania – avevano preso l’iniziativa di una mediazione tra Italia e Germania per l’Austria, cosa che, anche se i primi risultati non erano stati incoraggianti, poteva, forse, portare ad un’attenuazione della pressione tedesca sull’Austria, ma, piú probabilmente, poteva però anche presentare rischi non facilmente valutabili per il governo di Dollfuss244.

475–476

Ciò nonostante, perché il cancelliere austriaco si decidesse a procedere oltre sulla strada suggeritagli da Roma, fu necessario un nuovo, energico intervento di Mussolini, accompagnato da un non celato impegno a prendere da parte italiana l’iniziativa per sgombrare le nubi che sembravano minacciare i buoni rapporti tra Vienna e Budapest e per realizzare una loro stretta collaborazione.

476–477

L’intervento assunse la forma di una lunga lettera del «duce» a Dollfuss in data primo luglio ’33. La lettera245 si apriva con la riconferma che «qualsiasi cosa possa avvenire, l’aiuto italiano non verrà a mancare». Seguivano alcune frasi di compiacimento per l’idea del cancelliere di dar vita ad un fronte patriottico in cui si sarebbero dovuti sciogliere «i vari partiti che combattono per l’interesse nazionale dell’Austria» e per la collaborazione che si era stabilita tra Dollfuss e le Heimwehren e di approvazione per l’energica reazione del governo austriaco «contro i criminosi assalti che sono stati recentemente perpetrati in Austria e dei quali i nazionalsocialisti sono responsabili, anche se dovesse sboccare in uno stato d’assedio». Fatta questa premessa, la lettera di Mussolini passava ad enunciare alcuni suggerimenti, che mostrano senza ombra di dubbio come il «duce» intendesse risolvere la questione austriaca, sul piano interno e su quello internazionale. Sul piano interno era indispensabile che Dollfuss trasformasse l’Austria in uno stato fascista:

Allo stesso tempo sono dell’opinione che, proprio perché V. E. è costretta ad adottare questa urgente azione politica, si rende sempre piú necessario in questa circostanza di svolgere un programma di effettive e basilari riforme interne in senso decisamente fascista. Questa per me sembra la prima misura da prendersi, sia per evitare che si possa sostenere che l’Austria segua una politica di soppressione unicamente contro un movimento che, bene o male, si ammanta della bandiera nazionale, sia per attirare la gioventú – sulla quale il Fronte patriottico deve contare senza riserve – con lo splendore di un’idea capace di offrire la prospettiva di un avvenire per l’Austria… Non sono ignaro delle ragioni di opportunità che fino adesso hanno indotto V. E. a non prendere una posizione decisa contro il partito socialdemocratico, azione che fa parte del Vostro programma per la ricostruzione interna dell’Austria. Tuttavia ritengo che timori di natura parlamentare siano adesso d’importanza secondaria. Anzi, riguardo alla riforma costituzionale progettata, ritengo che il partito socialdemocratico, in vista del maggior pericolo del nazismo e nell’interesse di una restaurazione di una vita politica normale in Austria al piú presto possibile, sarà costretto, come sempre, a marciare secondo la linea tracciata da V. E. Se invece il partito socialdemocratico sarà trattato con considerazione, ritengo che esista il pericolo molto maggiore e piú concreto che, in conseguenza di ciò, l’arma anti-marxista passi nelle mani dei nazisti e che questi, ad un dato momento, potranno rappresentare la parte dei salvatori. Che questa, l’arma piú temuta, possa essere neutralizzata nelle loro mani e che si possa quindi ottenere la sparizione del nazismo in Austria, dipende da V. E. Sono convinto che appena Voi Vi appellerete a tutte le sane forze nazionali in Austria e colpirete i socialdemocratici nella loro roccaforte, Vienna, ed estenderete l’epurazione a tutti i centri e vi opporrete contro le tendenze sovvertitrici dei principî autoritari dello Stato, allora molti di quelli che oggi sono attivi nei ranghi del nazismo passeranno nella cerchia del fronte nazionale.

477–478

Dopo questo discorso sulla situazione interna austriaca (ma che per Mussolini poteva avere, in prospettiva, un valore assai piú ampio, dato che se, cosí facendo, l’Austria avesse salvato la propria indipendenza e sgominato il nazionalsocialismo locale, indubbiamente la soluzione fascista avrebbe acquistato nuove suggestioni per altri paesi, che avrebbero potuto vedere in un loro adeguamento politico all’Italia una sorta di assicurazione contro la Germania e il nazionalsocialismo) la lettera passava ai problemi internazionali e in specie a quello dei rapporti con l’Ungheria.

A me sembra – scriveva senza mezzi termini Mussolini – che la cosa piú urgente sia un accordo piú stretto tra Austria ed Ungheria… Questo non ha niente a che fare col mettere le basi per un’unione personale dell’Austria ed Ungheria e con la restaurazione degli Absburgo, come fantasticamente certa stampa riferisce in questi giorni attribuendone l’origine alla politica italiana. L’Italia si rifiuta di accettare tale soluzione perché la ritiene dannosa ad ambedue i paesi ed all’interesse generale dell’Europa.

La politica di una stretta collaborazione tra Austria ed Ungheria, tanto in questioni politiche quanto in questioni economiche, deve iniziarsi, secondo il punto di vista italiano, con un formale accordo tra i due paesi per seguire una politica comune.

Per me questo accordo è il presupposto necessario per altri interessanti e molto promettenti sviluppi. Sotto gli auspici e con l’attivo aiuto dell’Italia, tale accordo permetterà ad ambedue i paesi di entrare in negoziati con i paesi vicini senza per questo essere soggetti ad un’eccessiva pressione economica e senza che appaia che, in conseguenza di ciò, essi siano soggetti ad altri paesi piú forti. Questo permetterà di facilitare in seguito la creazione di un sistema di trattati con i paesi della Piccola Intesa, da una parte, e con la Germania, dall’altra, giacché l’Austria e l’Ungheria, grazie ai loro intimi rapporti con l’Italia, eviteranno il pericolo di uno scoperto o coperto assorbimento. Io desidererei che si procedesse molto velocemente su questa strada, ma non desidero prendere alcuna iniziativa fino a che non ci sia un assoluto e completo accordo tra i nostri due governi e l’Ungheria. Allora si dovrà considerare – ed in tale momento ho intenzione di assumerne io stesso la direzione – come creare un’atmosfera favorevole tra gli altri Stati interessati a questa iniziativa ed anche in rapporto ai piú vasti sviluppi cui ho accennato prima.

478–480

Contemporaneamente a questa lettera Mussolini ne scrisse un’altra anche a Gömbös246. Poiché il «duce» ne aveva accennato a Dollfuss, questi ne trasse occasione per ritardare il piú possibile la sua risposta, adducendo la scusa di voler attendere che il presidente del consiglio ungherese si mettesse in contatto con lui247. Alla fine, però, il 22 luglio, dovette rassegnarsi a rispondere. Il tono della sua lettera248 lascia intendere chiaramente che Dollfuss in realtà avrebbe preferito procedere sulla strada indicatagli da Mussolini senza fretta e con minore drasticità cosí da non legarsi troppo le mani e, addirittura, avrebbe visto con piacere la possibilità di mantenere aperto il discorso con la Francia e l’Inghilterra e di tenere la carta italiana in serbo come ultima ratio; e altrettanto evidente è la sua scarsa propensione per un accordo troppo rigido con Budapest (che inevitabilmente avrebbe provocato un peggioramento dei suoi rapporti con la Piccola intesa), specie se esso avesse comportato – come era nelle intenzioni ungheresi ed egli non poteva escludere fosse anche in quelle italiane – una partecipazione alla combinazione anche della Germania, se prima non fossero stati assolutamente chiariti i rapporti tra Vienna e Berlino. In tema di politica interna era quindi d’accordo «che il governo federale austriaco non deve tollerare per un solo istante la sospensione di un’attività diretta al raggiungimento di una ferma autorità pubblica» e pronto ad assicurare Mussolini che si stava «occupando per dare una forma costruttiva a queste idee» e che, del resto, «la creazione di un forte regime autoritario» era nelle sue intenzioni sin dall’anno prima. A questo scopo aveva già incaricato l’ex cancelliere Ender di studiare e realizzare una riforma costituzionale e si stava adoperando per stabilire le premesse corporative di essa. E anche qui – va notato – sottolineando che egli da molti anni era un convinto fautore dell’idea corporativa249, insinuando o cercando almeno di insinuare cioè che ciò che si accingeva a fare lo avrebbe fatto non solo e non tanto perché suggeritogli da Mussolini, ma perché corrispondeva da tempo alle sue idee e alle sue intenzioni. Piú sfuggente la lettera si faceva però quando arrivava a trattare della socialdemocrazia. In sostanza Dollfuss era ancora restio ad usare la maniera drastica con essa, sicché la sua lettera, invece di accettare il suggerimento di Mussolini, si dilungava a spiegare come l’attuazione dei suoi progetti di riforma costituzionale avrebbe avuto l’«infallibile» conseguenza di provocare uno sfaldamento della socialdemocrazia, mentre la costituzione del fronte patriottico quella di una sua emarginazione. Quanto, infine, ai rapporti con l’Ungheria Dollfuss era anche piú esplicito. Egli era un convinto fautore «della collaborazione piú stretta possibile tra Austria ed Ungheria nella sfera economica» e credeva che «una comune linea di condotta nella maggior parte delle questioni di politica estera» sarebbe scaturita da intimi e continui scambi di vedute tra i due paesi; voleva però mettere in chiaro, onde evitare malintesi,

480

che naturalmente alcuni immediati problemi dei due paesi, Austria ed Ungheria, sono al momento estranei allo scopo della discussione che rende possibile una politica comune in Vienna ed in Budapest – per esempio, il problema della Russia Sovietica, la questione della revisione dei termini dei trattati di pace, e disgraziatamente anche la questione degli attuali rapporti con la Germania nazionalsocialista. Qui potrei aggiungere, in parentesi, che anche l’Austria ha il massimo interesse di conservare amichevoli rapporti con la Germania, ma, s’intende, alla condizione di avere la sicurezza che l’indipendenza dell’Austria e degli organi del suo governo sia garantita e rispettata senza riserve dal governo del Reich tedesco. Prima di poter arrivare ad una chiarificazione della situazione, tale rispetto deve manifestarsi con la dimostrazione che il governo del Reich e la direzione della NSDAP, che è un sinonimo di detto governo, siano persuasi di attuare la decisione di considerare e di trattare il movimento nazionalsocialista in Austria come un movimento austriaco, unito ai tedeschi al massimo da legami di simpatia, e di assumere finalmente una posizione ben definita contro il promuovere o tollerare qualsiasi propaganda diretta contro l’Austria o qualsiasi intromissione negli affari interni dell’Austria.

Tre giorni dopo che Dollfuss gli ebbe scritto questa lettera, Mussolini doveva ricevere a Roma Gömbös e De Kanya. Non è dunque difficile immaginare il disappunto con cui dovette leggerla, specie se si pensa che – in un ultimo tentativo di non legarsi troppo a Roma – il 24 luglio Dollfuss prese una iniziativa tutt’altro che gradita a palazzo Chigi: prendendo spunto dall’organizzazione da parte nazionalsocialista di una Legione austriaca pronta a passare la frontiera con l’Austria alla prima occasione, ritirò fuori l’idea che il mese prima aveva accennato agli inglesi e, senza preavvisare Roma, inviò a Inghilterra, Francia e Italia tre note analoghe invitanti i tre governi a richiamare Berlino al rispetto del trattato di Versailles e a chiederle assicurazione che avrebbe subito cessato ogni atto in dispregio di esso. La trappola austriaca fu abilmente evitata da Roma, che – battendo in velocità Londra e Parigi – si mosse autonomamente su Berlino, ottenendo generiche assicurazioni su alcuni aspetti particolari del contrasto austro-tedesco (che, invece, Berlino non diede agli inglesi e ai francesi) rese pubbliche dall’Agenzia Stefani, con il risultato a) di distinguere la posizione italiana da quella anglo-francese; b) di fare apparire l’intervento italiano il solo fattivo; c) di far sapere al mondo che Hitler aveva ceduto a Mussolini250. Nonostante la sua conclusione, l’episodio è indicativo degli sforzi che ancora Dollfuss faceva per non qualificarsi agli occhi del mondo come una specie di satellite dell’Italia.

481–482

I colloqui tra Mussolini e Gömbös (25-28 luglio) si svolsero in una atmosfera tutt’altro che distesa. Gli ungheresi volevano soprattutto mantenere buoni rapporti sia con la Germania sia con l’Italia e, a questo scopo, miravano ad ottenere da Mussolini un atteggiamento piú duttile sulla questione austriaca; oltre a ciò essi – specie dopo l’avvicinamento dell’URSS alla Piccola intesa – erano assolutamente contrari a qualsiasi iniziativa della Francia nel settore danubiano, dato che ciò inevitabilmente avrebbe costituito un freno alle loro aspirazioni revisionistiche a spese della Piccola intesa, e dovevano valutare con sospetto la notizia, data loro dal «duce», di un prossimo trattato di amicizia italo-sovietico. Mussolini, per parte sua, se da un lato non voleva un indebolimento del rapporto con Budapest (di cui si sarebbe avvantaggiata soprattutto la Germania) e, anzi, voleva farne la base del piú vasto accordo italo-austro-ungherese, da un altro lato non poteva non tener conto della posizione di Dollfuss e non voleva precludersi la possibilità di muoversi in qualche misura d’accordo colla Francia «sul Danubio» e di neutralizzare l’avvicinamento in atto tra Mosca e Parigi, specie se, cosí facendo, poteva anche mettere in difficoltà Hitler251. Alla fine, comunque, una base d’accordo fu trovata. Il documento finale sottoscritto da Mussolini e Gömbös252 si articolò in cinque punti: a) «riavvicinamento sempre piú intimo fra l’Austria e l’Ungheria, ma niente “unione personale” tra i due Paesi e nessuna restaurazione absburgica»; b) disposizione delle parti a realizzare una unione doganale a tre, Italia, Austria, Ungheria, e, in mancanza di essa, ad «attivare sempre di piú le loro relazioni economiche»; c) politica di amicizia colla Germania «tanto piú facile se si determinerà una “distensione” fra Germania ed Austria» e riconoscimento del comune interesse al ritorno della normalità nei rapporti tra questi due paesi, «beninteso col rispetto e la salvaguardia dell’indipendenza dello Stato austriaco e con la rinuncia effettiva da parte tedesca ad intervenire nella politica interna austriaca»; d) accordo a respingere i piani della Piccola intesa per una collaborazione economica limitata ai cinque Stati danubiani; e) riaffermazione – nel quadro del Patto a quattro – del diretto interesse ungherese all’«ancora insoluto problema del disarmo» e, «in un secondo tempo», alla revisione dei trattati, «revisione che – per quanto soprattutto riguarda l’Ungheria – resta sempre una delle direttive programmatiche fondamentali della politica estera italiana».

482–483

Sarebbe eccessivo affermare che le conversazioni con Gömbös e De Kanya potessero essere considerate da Mussolini come un suo successo. A prescindere dal costo delle concessioni economiche che da parte italiana erano state fatte per ammorbidire la posizione degli ungheresi, esse, infatti, avevano confermato l’ambiguità di fondo del loro atteggiamento e in particolare la volontà degli ungheresi di non essere coinvolti nel contrasto italo-tedesco e di opporsi ad ogni apertura o distensione nel bacino danubiano-balcanico con la Piccola intesa e la Francia. Ciò nonostante, gli incontri romani con gli ungheresi avevano dimostrato anche che Budapest non poteva fare a meno dell’Italia e che, quindi, non si sarebbe rifiutata di seguire Mussolini sul terreno di una intesa a tre con l’Austria, anche se, certamente, avrebbe cercato di portare le trattative per le lunghe e avrebbe fatto di tutto per dare ad esse un carattere politicamente il meno vincolante ed esclusivo possibile. Una prospettiva, questa, tutt’altro che ottimale certo, ma che nella situazione del momento, nella quale per Mussolini ciò che contava era di rafforzare in qualsiasi modo Dollfuss e di difendere la propria sfera di influenza e di penetrazione economica danubiana dalle sempre crescenti spinte tedesche, senza precludersi al tempo stesso la possibilità di trovare, in caso di necessità, un modus vivendi tra il proprio sistema in quelle regioni e quello francese, era pur sempre, altrettanto certamente, tale da permettergli di procedere oltre e, cioè, di mettere in moto le trattative necessarie a far aderire Vienna agli accordi di massima presi con gli ungheresi e a passare alla concreta realizzazione di essi. Da qui la necessità di un nuovo incontro con Dollfuss che gli facesse superare le sue incertezze e ritrosie ad accettare integralmente le sollecitazioni che egli gli andava facendo dall’aprile.

Il terzo incontro Mussolini-Dollfuss ebbe luogo a Riccione il 19-20 agosto. Un appunto italiano relativo alle questioni da sottoporre a Dollfuss e alcune note di questo sui colloqui stessi253 permettono di farci una idea abbastanza precisa su come esso si svolse. Per Mussolini era essenziale che il cancelliere procedesse subito alla completa fascistizzazione del suo regime e che, appena tornato a Vienna, annunciasse i suoi propositi e procedesse ad un rafforzamento del suo governo, includendovi alcuni capi delle Heimwehren tra cui Starhemberg (che, evidentemente, nelle intenzioni del «duce» avrebbero dovuto controllarlo e impedirgli di portare ancora le cose per le lunghe)254. Quanto alla politica estera, nell’appunto italiano si legge:

483–484
  • a) Dichiarazione di amicizia verso tutte le nazioni vicine, compresa la Germania, ed enunciazione delle storiche ed inalienabili funzioni di un’Austria indipendente.
  • b) Riconoscimento delle particolari relazioni con l’Ungheria e l’Italia.
  • c) Possibilità e necessità di cooperazione con la Piccola Intesa in questioni economiche.
  • d) Preannunzio della possibilità di un convegno tripartito (Italia-Austria-Ungheria) per rendere piú stretti i legami dei tre Stati in tutte le sfere.

A queste richieste Dollfuss rispose nel solito modo, cercando di sfuggire un impegno troppo rigido: si impegnò ad accelerare i tempi della fascistizzazione del regime austriaco, ma evitò di impegnarsi riguardo al rimpasto governativo e si mantenne sul vago per gli aspetti di politica estera, insistendo per un preliminare miglioramento delle relazioni economiche italo-austriache. Che i colloqui di Riccione non siano stati veramente conclusivi è dimostrato, del resto, dal fatto che il 9 settembre Mussolini sentí il bisogno di scrivere a Dollfuss una nuova lettera nella quale – adducendo la gravità della situazione austriaca e il pericolo di un colpo di mano nazionalsocialista e portando a sostegno di ciò anche l’opinione di Starhemberg – lo stimolò a dare «un tono piú deciso ed ardente alla politica austriaca di rinnovamento»255.

Detto questo per prospettare nei suoi giusti termini il rapporto Mussolini-Dollfuss, va per altro detto che, comunque, dopo i colloqui di Riccione il cancelliere austriaco cominciò finalmente a muoversi nel senso voluto da Mussolini. L’11 settembre, nel corso di una manifestazione di massa all’ippodromo di Vienna, annunciò i suoi propositi di dar vita ad uno «Stato tedesco cristiano-sociale dell’Austria a base corporativa» e si scagliò violentemente contro i nazionalsocialisti e i socialdemocratici e alcuni giorni dopo rimaneggiò il suo governo, promuovendo vice cancelliere uno dei capi delle Heimwehren, il maggiore Fey. Due giorni dopo, il 22 settembre, scrisse a sua volta a Mussolini, facendogli notare che aveva seguito i suoi «buoni consigli», che il rimaneggiamento del governo costituiva «un ulteriore passo nello svolgimento del programma» tracciato a Riccione e aggiungendo che sperava di potere in breve tempo «attuare le convenienti e fondamentali riforme» annunziate nel suo discorso256. Per il momento però l’azione a fondo contro i socialdemocratici non ebbe luogo. E perché Dollfuss arrivasse ad essa Mussolini dovette attendere sino al 12 febbraio ’34257. Tra settembre e febbraio progressi aveva fatto però la politica estera. Tra il 18 e il 20 gennaio Suvich era stato a Vienna, nella prima decade del mese successivo Dollfuss si era recato a Budapest, dove una quindicina di giorni dopo era andato anche Suvich. Nel corso di questi contatti triangolari l’accordo italo-austro-ungherese aveva cominciato a prendere lentamente corpo, anche se Dollfuss aveva continuato a sperare di limitarne le conseguenze per il suo paese e gli ungheresi, a loro volta, avevano cercato di riequilibrarsi facendo sapere a Berlino che la loro amicizia con la Germania rimaneva invariata e che, in definitiva, essi erano convinti che la «equiparazione» del regime austriaco a quello tedesco era «una necessità naturale che superando ogni resistenza si sarebbe fatta valere»258. Sicché in marzo Mussolini poté considerare finalmente giunto il momento di dare al progettato accordo la prima sanzione ufficiale.

484–485

Per valutare l’atmosfera internazionale nella quale si realizzarono gli accordi italo-austro-ungheresi di Roma e il loro effettivo significato è assai utile il diario di P. Aloisi. Un’annotazione in data 12 marzo rende bene la prima: «Noi beneficiamo di una buona atmosfera internazionale per questa riunione di Roma: la Piccola Intesa è meno ostile, la Francia si riavvicina e l’Inghilterra approva. Ostilità della Germania però anche»259. Quanto al loro effettivo significato, le annotazioni di Aloisi lasciano trasparire chiaramente come i tre protocolli firmati «dopo mille tergiversazioni e modificazioni» la sera del 17 marzo (due tra tutti e tre i paesi, uno limitato solo ad alcuni problemi economici italo-austriaci) furono il frutto di un generale compromesso e, quel che piú conta, che ognuno dei tre sottoscrittori dava loro un valore ed una prospettiva diversi. Per Dollfuss erano una necessità alla quale, se avesse potuto, si sarebbe sottratto volentieri e che, probabilmente, capiva quanto fosse satura di pericoli per il suo paese. Per gli ungheresi (a proposito dei quali il 13 marzo Aloisi annotava: «Questo paese comincia a diventare un vero peso per la nostra politica estera») erano un mezzo per accrescere le loro richieste d’ordine economico e per non perdere l’amicizia italiana; ma essi non facevano mistero che non avrebbero mai agito contro la Germania, sia perché «contro la Cecoslovacchia abbiamo bisogno dell’amicizia attiva della Germania», sia perché «l’Ungheria si sente chiamata a fare una politica propria nella valle del Danubio, appoggiandosi a sud del Danubio all’Italia e a nord del Danubio alla Germania» e che, quindi, le loro preferenze (e pertanto le loro prospettive di sviluppo degli accordi stessi) erano – fatta salva l’indipendenza austriaca – per un accordo politico ed economico tra Berlino, Roma, Vienna e Budapest, sicché essi auspicavano un miglioramento dei rapporti con la Germania. Oltre a ciò gli ungheresi guardavano con scarsa simpatia al riavvicinamento in corso tra Roma e Parigi e non ammettevano alcun accordo con la Jugoslavia se questa non accettava prima il principio della revisione dei trattati. E ciò mentre per Mussolini – sempre piú preoccupato per la situazione austriaca e per la pressione verso il sud messa in atto a tutti i livelli dalla Germania – i protocolli di Roma dovevano avere un valore essenzialmente anti tedesco e si sarebbero dovuti sviluppare nella direzione di una loro estensione alla Jugoslavia e di una revisione, con l’accordo tra Italia e Francia, delle influenze di questi due paesi nella zona danubiano-balcanica a spese soprattutto delle aspirazioni tedesche. Questo non voleva dire per Mussolini rinunciare al principio revisionista, ma certo ridurlo a ben poco (almeno in relazione alle aspirazioni ungheresi) e graduarlo notevolmente nel tempo.

485–486

Sicché si comprende bene come nei protocolli sottoscritti da Mussolini, Dollfuss e Gömbös gli impegni politici non andarono oltre l’affermazione della comune volontà «di concorrere al mantenimento della pace e alla restaurazione economica in Europa, sulla base del rispetto dell’indipendenza e dei diritti di ogni Stato» e l’impegno «a concertarsi su tutti i problemi che particolarmente li interessano e su quelli di ordine generale, allo scopo di svolgere, nello spirito dei trattati di amicizia esistenti tra di loro; una politica concorde, diretta a promuovere la collaborazione effettiva fra gli Stati europei e particolarmente fra l’Italia, l’Austria e l’Ungheria, persuasi che di tal guisa sia possibile stabilire le premesse reali per una piú larga cooperazione con gli altri Stati». E si comprende anche perché gli impegni economici lasciarono cadere, per il momento almeno, l’obiettivo iniziale dell’unione doganale e si limitarono ad una serie di accordi particolari per facilitare le rispettive esportazioni e sviluppare il carattere complementare delle rispettive economie260. Quanto abbiamo detto, comunque, non deve far pensare che con essi Mussolini non raggiungesse in pratica alcun risultato. Al contrario, bene ha visto il Ránki261 quando ha scritto che

486–487

nonostante ciò la firma del patto tripartito volle dire che Mussolini era riuscito a far valere i propri argomenti di modo che la stampa italiana poté parlare, e non senza ragione, di un gran successo della politica estera italiana.

La questione austriaca e, piú in genere, la politica mussoliniana volta a contenere la spinta tedesca verso sud-est erano giunte a questo punto quando, a fine marzo, si ricominciò a parlare di un prossimo incontro Mussolini-Hitler. La iniziativa di fare conoscere personalmente i due uomini e di cercare, attraverso un loro incontro diretto, di fare uscire le relazioni italo-tedesche dalla impasse e dalla tensione nelle quali si trovavano fu una iniziativa prevalentemente personale (nel senso che non è chiaro se in essa ebbe parte anche l’ambasciatore a Roma von Hassell) di von Papen. Il vice cancelliere aveva conosciuto Mussolini l’anno prima e ne era rimasto assai favorevolmente impressionato. Come avrebbe scritto nelle sue memorie262, aveva trovato in lui «un uomo di una levatura molto differente da quella di Hitler»:

Basso di statura, ma con un’aria di grande autorità, la sua testa massiccia dava l’impressione di una notevole forza di carattere. Trattava le persone come un uomo abituato a vedere i suoi ordini obbediti, ma emanava un immenso fascino e non dava l’impressione di un rivoluzionario. Hitler aveva sempre una leggera aria d’incertezza, come se cercasse la sua via, mentre Mussolini era calmo, dignitoso e si dimostrava completamente padrone di qualsiasi argomento venisse in discussione. Ritenni che avrebbe avuto una buona influenza su Hitler; egli aveva molto piú dell’uomo di Stato, e mi ricordava piuttosto un diplomatico della vecchia scuola che un dittatore. Parlava ottimamente francese e tedesco e questo facilitava notevolmente gli scambi d’idee.

Nella seconda metà di marzo egli si trovava in Italia per trascorrervi le vacanze pasquali. Il 28 marzo all’Opera si incontrò col «duce», con cui ebbe un rapido scambio di idee che i due continuarono piú approfonditamente nei giorni successivi. Di questi colloqui abbiamo tre versioni. Secondo von Papen263:

Avevo preso un palco all’Opera per quella sera e fui sorpreso di trovare Mussolini nel palco accanto. Hassell lo aveva informato della mia visita in incognito, e, durante l’intervallo, come poi alla fine dello spettacolo, ebbi una lunga discussione con il Duce, che era molto preoccupato per l’atteggiamento dei nazisti in Austria e per la piega che prendevano le cose in Germania. Gli dissi dei nostri sforzi per controllare gli estremisti e del mio cruccio per il peggioramento delle nostre relazioni internazionali. Chiesi al Duce se sarebbe stato disposto ad invitare Hitler per una visita ufficiale al fine di cercare di fargli modificare i suoi sistemi e di convincerlo della necessità di una politica estera pacifica. Sapevo che Hitler aveva una grande ammirazione per la personalità di Mussolini e per i risultati da lui ottenuti e speravo che il Duce avrebbe potuto esercitare su di lui una efficace pressione. Mussolini acconsentí di tutto cuore al mio suggerimento e mi chiese di trasmettere ad Hitler un invito ufficiale.

487–488

Data la particolare posizione di von Papen rispetto al nazionalsocialismo (per piú di un aspetto simile a quella di molti fiancheggiatori italiani rispetto al fascismo), non è affatto da escludere che egli abbia fatto a Mussolini il discorso su riferito. Dal rapporto inviato dall’ambasciatore von Hassell (che dell’idea dell’incontro divenne subito un deciso sostenitore) a Berlino il 3 aprile264 risulta per altro che il discorso tra i due uomini politici andò molto piú in là. E ciò spiega perché von Papen, scrivendo dopo la seconda guerra mondiale, abbia preferito tacere su questa seconda parte. Il vice cancelliere, infatti, trattò con Mussolini tutto il complesso dei rapporti italo-tedeschi e si fece sostenitore non solo, e non tanto della necessità di una loro chiarificazione, ma di un loro nuovo corso. In particolare, mise l’accento sulla priorità delle questioni economiche rispetto a quella degli armamenti, sostenendo che gli accordi che l’Italia aveva sottoscritto con l’Austria e l’Ungheria (a proposito dei quali non nascose il sospetto con cui erano visti a Berlino) sarebbero rimasti incompiuti se ad essi non avesse partecipato anche la Germania e che, piú in generale, la politica espansionistica italiana non poteva essere realizzata d’accordo con la Francia ma solo con la Germania, sicché Mussolini doveva decidere con chi stare e non giuocare una volta la carta francese e un’altra quella tedesca. Da qui la sua proposta di un incontro Mussolini-Hitler, che non è chiaro quanto il «duce» accettasse con piacere, dato che dalla terza fonte a nostra disposizione – il diario di P. Aloisi265 – risulta che diede ad essa il suo assenso solo durante il terzo colloquio con von Papen, il 30 marzo, e dal rapporto di von Hassell si evince che, da un lato, si preoccupò di impostarlo subito non nella prospettiva, «interessante ma poco utile», di un esame delle affinità e delle differenze tra i due regimi, ma di un confronto dei rispettivi punti di vista sui concreti problemi politici europei, da un altro lato disse a von Papen che avrebbe inviato Suvich a Londra per informarne gli inglesi, e, da un altro ancora, preferí non dare ad esso un carattere troppo ufficiale, di visita di Stato, ma quello solo di un incontro personale (da qui la scelta di Venezia), per conoscersi direttamente. Sempre secondo il rapporto di von Hassell, risulta altresí che prima di accettare la proposta Mussolini volle fosse concordato un abbozzo di agenda: a) disarmo; b) estensione dei protocolli economici tripartiti di Roma; c) coordinamento del rispettivo atteggiamento verso i problemi centro europei; d) Austria. E sulla questione austriaca, se riconobbe il carattere tedesco dell’Austria e si mostrò soddisfatto delle assicurazioni che Hitler non voleva l’Anschluss, mise però in chiaro che, ciò nonostante, temeva che i nazionalsocialisti austriaci lo volessero realizzare de facto e che pertanto Dollfuss avrebbe potuto far loro posto nel governo solo se fosse stato sicuro che essi non avevano piú rapporti con i tedeschi.

488–490

Come si vede facilmente e come a Berlino ci si rese subito chiaramente conto (da qui alcune iniziali incertezze se dare seguito all’iniziativa di von Papen) ciò che interessava piú di tutto a Mussolini era la questione austriaca (alla quale in definitiva si riferivano tre dei quattro punti dell’abbozzo di agenda); meno, in sostanza, gli interessava quella del riarmo (ovvero, come eufemisticamente veniva detto, del disarmo) tedesco, per lui ormai in effetti scontato, dato che dal suo punto di vista l’atteggiamento italiano su questa dipendeva in gran parte da come sarebbe stata sistemata quella. A Berlino la scala dei valori era invece completamente rovesciata, poiché si contava sull’Italia per avviare un discorso diverso con l’Inghilterra ed isolare la Francia. Sulla questione austriaca sia la Wilhelmstrasse sia lo stesso Hitler si erano ormai convinti che – se si voleva un accordo con Mussolini – era necessario, per il momento, transigere e si sarebbe stati disposti a farlo anche subito se non si avesse avuto il timore che, cosí facendo, ci si sarebbe trovati di fronte ad una richiesta italiana di collaborare al sostegno dell’economia austriaca che, ovviamente, non poteva essere accettata perché avrebbe rafforzato Dollfuss e reso in prospettiva piú difficile l’Anschluss266; solo transigendo, ci si rendeva comunque ben conto, si sarebbe potuto cercare di impedire che l’Italia continuasse a avvicinarsi progressivamente alla Francia.

Che l’Italia, pur sostenendo di fare una politica di equidistanza, si stesse avvicinando a Parigi era fuori dubbio. A parte la questione austriaca e la relativa dichiarazione anglo-franco-italiana a sostegno della indipendenza dell’Austria del 17 febbraio ’34, tutto l’atteggiamento italiano degli ultimi nove-dieci mesi stava a dimostrarlo. Lo dimostrava la evasività di Roma su una serie di questioni che interessavano Berlino e che palazzo Chigi aveva rinviato con varie scuse; lo dimostrava l’allineamento alle tesi francesi in sede di Conferenza economica di Londra; lo dimostrava soprattutto il fatto che alla ripresa – dopo la conclusione del Patto a quattro – della Conferenza sul disarmo l’Italia aveva accettato gran parte delle nuove proposte concordate tra Francia éd Inghilterra (accettando di conseguenza persino la potenziale superiorità quantitativa delle forze armate francesi rispetto a quelle italiane) e si era mostrata di fatto solidale con Londra e Parigi nel negare alla Germania la possibilità di riarmare, al punto che – pur avendo formalmente presentato una serie di proposte tecniche volte a sostenere la parità parziale e graduale della Germania267 – al momento decisivo, il 14 ottobre ’33, si era trovata al loro fianco, determinando quel completo isolamento della Germania che aveva indotto Hitler ad abbandonare la conferenza e la stessa Società delle Nazioni268. Un atto questo che Mussolini non si attendeva, non rientrava nei suoi piani e gli dava fastidio sotto vari profili, non ultimo quello ideologico, dato che marcava uno stacco netto tra il revisionismo e l’antisocietarismo fascisti, sostanzialmente di parole, e quelli hitleriani, concreti e senza tatticismi269. Tanto è vero che quando Hitler, per placarlo, aveva mandato a Roma, il 6 novembre, Göring con un messaggio personale per il «duce», assai moderato nel tono, estremamente abile e cattivante nella forma e distensivo nella sostanza270, la manovra non aveva sortito alcun pratico risultato. Né Berlino poteva farsi illusioni per il fatto che successivamente Roma aveva sulla questione del disarmo distinto nuovamente la propria posizione da quelle di Londra e soprattutto di Parigi e riequilibrato formalmente cosí la propria equidistanza. A parte le considerazioni di ordine tattico, tipiche del modus agendi mussoliniano, la nuova posizione italiana si spiegava infatti bene col diffuso senso di sfiducia e con il desiderio di un certo disimpegno che la crisi dell’ottobre ’33 aveva suscitato in vari paesi, come gli USA e l’Inghilterra, e con l’interesse di Roma a secondare la politica duttile di Londra piuttosto che quella rigida di Parigi. Né, infine, Berlino poteva sottovalutare il significato dell’avvicinamento italiano all’URSS e ignorare gli sfoghi contro la sua politica ai quali di tanto in tanto (sinceramente o ad arte poco importa) il «duce» si abbandonava nei suoi colloqui con i diplomatici stranieri e gli ammonimenti che talvolta le inviava indirettamente (tramite soprattutto gli ungheresi). E ciò senza dire della assoluta inefficacia che avevano avuto le assicurazioni che ai primi di dicembre Hitler aveva personalmente dato a Suvich, recatosi in visita a Berlino, che per la Germania l’Anschluss non era urgente e che, in ogni modo, la questione austriaca doveva essere risolta di comune accordo e non doveva rovinare i rapporti italo-tedeschi271.

490–491

In questa situazione è facile capire come nelle settimane che precedettero l’incontro Mussolini-Hitler tanto a Roma quanto a Berlino si cercò di predisporre le cose nel senso che ad ognuna delle due parti piú stava a cuore e di sondare le rispettive posizioni. Da parte tedesca il passo forse piú importante fu costituito dalla visita a Roma, a metà maggio, di Ribbentrop per esporre a Mussolini il punto di vista germanico sulla questione del disarmo e per sondare appunto il suo atteggiamento in materia272. Significativi sono però anche alcuni sondaggi (uno dei quali fatto personalmente da Göring con Cerruti273) per cercare di stabilire quale fosse la posizione di Mussolini su alcuni problemi particolari e capire che peso si dovesse dare ad alcune prese di posizione della stampa italiana. Per rendersi conto dello stato d’animo degli ambienti tedeschi, specialmente nei giorni immediatamente precedenti l’incontro, assai interessanti sono soprattutto i rapporti (talvolta giornalieri) di Renzetti da Berlino. Da essi274 risulta infatti bene come a nessuno sfuggisse l’importanza che l’incontro avrebbe potuto avere per i successivi sviluppi dei rapporti tra i due paesi. Tipico è quanto Renzetti riferiva il 13 giugno, nel momento in cui Hitler si accingeva a partire per l’Italia:

491–492

L’incontro di Hitler con il Duce, del quale si parla già da parecchio tempo nella intimità dei circoli politici bene informati, ha fatto passare in seconda linea le altre questioni di politica interna ed estera.

Nessuno qui si nasconde la enorme importanza storico-politica dell’avvenimento dal quale moltissimi si ripromettono favorevoli conseguenze pur rendendosi conto delle difficoltà da superare.

Hitler, l’ho già detto, è ben lieto dell’incontro e a mio modesto avviso, sinceramente lieto. Perché egli non solo finalmente conoscerà il Duce che ammira profondamente, ma potrà con il Duce stesso trattare quelle questioni che forse nemmeno con i suoi piú intimi collaboratori discute (ho osservato che varie volte Hitler a me aveva detto cose che nemmeno ai suoi compagni aveva confidato) e che lo tengono in agitazione (prima di prendere la decisione di uscire dalla società delle nazioni ad es. Hitler per tre giorni e tre notti quasi senza dormire, rimase solo per valutare i pro ed i contro).

Hitler spera naturalmente di riuscire ad avere dei risultati positivi per il proprio paese. Ma nel suo intimo io ritengo che egli sia lieto dell’incontro, anche perché spera che esso abbia utilità per il principio rivoluzionario. Senza contare poi la soddisfazione che egli prova per vedere sfatate tutte le chiacchiere in giro secondo le quali il Duce non avrebbe mai voluto incontrarsi con Hitler in quanto non ne aveva alcuna stima.

È mia impressione personale che Hitler subirà il fascino e la potenza del Duce: che Hitler voglia arrivare ad una comprensione italo-tedesca. Il Cancelliere sente il problema europeo e quello della razza bianca: la solidarietà italo-tedesca e quella fascista-nazi potrebbe condurre ad una azione comune intesa a far proiettare nelle altre nazioni il Fascismo per giungere poi ad una grande intesa dei vari Paesi fascisti. (È sintomatico a questo proposito che i giornali tedeschi, nel riferire i movimenti rivoluzionari in altri Paesi, scrivano di gruppi e di movimenti «fascisti» cosa che lascia supporre come in fondo qui si senta la priorità, la superiorità e la forza di espansione della nostra idea). Hitler, cosí mi ha dichiarato varie volte anche recentissimamente, è disposto a fare delle concessioni sul terreno economico a quei Paesi con cui la Germania si trova in cordiali relazioni. A mio avviso però, qualora si giungesse ad una comprensione, occorrerebbe subito realizzare praticamente le conseguenze della comprensione stessa, senza lasciare prendere il sopravvento dai funzionari tedeschi che si basano su paragrafi e su statistiche piú o meno esatte (le statistiche o sono tali o sono bugie, ha detto qualcuno!) per provocare ritardi ecc. Hitler, ritengo, ha tutta la intenzione di giungere a risultati pratici: egli cosí vedrebbe realizzarsi una parte del suo programma nel quale è previsto l’accordo con l’Italia. Il Cancelliere ora sospetta che noi si abbia delle mire territoriali al di là delle Alpi. Io per mio conto e ritengo non senza risultato, ho sostenuto che l’Italia non pensava a ciò. Tranquillizzato su questo punto, credo che il Cancelliere potrebbe indursi a concedere almeno una parte di quanto gli si richiede. Se si raggiungesse la detente, Hitler potrebbe porsi con maggior calma al’opera di retta alla risoluzio ne dei tanti problemi interni ed esteri. L’intesa farebbe tacere i non pochi oppositori che hanno criticato e criticano la politica estera finora fatta: potrebbe rendere possibile un modus vivendi con il Vaticano; (si sa e me lo hanno confidato delle personalità che verbalmente potrei nominare che Neurath non è contento della politica che si fa, che von Papen è stufo ecc.) potrebbe insomma l’intesa provocare una distensione interna (a prescindere dai vantaggi in campo internazionale) desideratissima e infinitamente utile al Regime nazi e alla nazione tedesca275.

492–493

Da parte italiana in questo stesso periodo si tese essenzialmente a mettere in chiaro due punti. Il primo era quello relativo all’Austria. Tipico è il telegramma con il quale il 1º giugno Roma informò l’ambasciatore a Berlino della conclusione delle conversazioni preliminari e della fissazione della data dell’incontro276:

Secondo accordi presi attraverso questo Ambasciatore Germania noto incontro avrebbe luogo 14 corrente a Venezia.

Intanto ripresa terrorismo nazista in Austria manifestamente diretta e alimentata oltre confine e di cui vengono segnalati ogni giorno nuovi episodi, non accenna a diminuire. Ciò non giova certo a preparare atmosfera piú propizia all’incontro.

Prego V. E. farlo opportunamente rilevare costà.

E anche parlando con von Hassell Mussolini fu a questo proposito esplicito: se l’incontro voleva essere costruttivo, doveva essere innanzi tutto franco e, quindi, era assurdo pensare di evitare la discussione sul problema austriaco, dato che esso era connesso e non separabile dagli altri ed era l’unico su cui Italia e Germania erano in conflitto. L’Italia voleva l’indipendenza dell’Austria, era però anche consapevole che questa, raggiunto un accordo in tal senso, non avrebbe dovuto fare una politica antitedesca; stava ai nazionalsocialisti rendere possibile l’accordo smettendo di agire contro Dollfuss277. Il secondo punto su cui Mussolini piú insistette, sia in via diplomatica sia in alcune prese di posizione pubbliche, era quello del disarmo. A ben vedere queste sue prese di posizione, specie quelle pubbliche, piú che ai tedeschi278 si rivolgevano però all’opinione pubblica internazionale in genere e a Londra e a Parigi in particolare e tendevano a suscitare in esse una qualche adesione alle sue proposte volte a conciliare le opposte tesi in contrasto e, al tempo stesso, a mettere alla prova la buona fede di Hitler (che presentava le sue richieste come una questione di principio, morale, e assicurava che non aveva né intenzione né possibilità di armare piú di trecentomila uomini) e a cercare di legargli il piú possibile le mani per qualche anno. Assai significativo è a questo proposito l’articolo Verso il riarmo da lui pubblicato sul «Popolo d’Italia» il 18 maggio ’34, subito dopo la visita di Ribbentrop. In esso, dopo avere riassunto lo stato delle trattative per il disarmo e illustrato i vari punti di vista, cosí si esprimeva:

493–494

Al punto a cui sono arrivate le cose... non ci sono alternative: o si accetta il piano italiano o ricomincia la corsa agli armamenti. I vantaggi del piano italiano sono i seguenti: esso non richiede disarmo alcuno alle potenze attualmente armate;... la Francia conserva quindi la sua superiorità in fatto di potenziale bellico. E questo, al disopra di ogni protocollo, costituisce la vera base di ogni sicurezza.

Ma i francesi mentre accettano la prima parte del memorandum italiano, respingono la seconda, quella che accoglie le richieste tedesche. È vero che il memorandum italiano propone di accettare, senza sofisticare all’infinito, le richieste tedesche, ma è altrettanto vero che l’accettazione di queste richieste ha una contropartita considerevole, la quale consiste:

  • a) nella trasformazione della Reichswehr, da esercito di professionali in un esercito ordinario a ferma breve;
  • b) nel controllo che Hitler accetta anche per le formazioni paramilitari;
  • c) nel ritorno della Germania nella Lega delle nazioni...

Nel progetto italiano, la convenzione dovrebbe avere una durata fra un minimo di sei anni e un massimo di dieci. Ora che sono state riesposte le linee fondamentali del progetto italiano, si può antivedere quale situazione si determinerà, se la conferenza del disarmo dovrà, alla fine, proclamare ufficialmente il suo fallimento. Le nazioni armate non solo manterranno il loro livello attuale di armamenti, ma lo accresceranno e la Germania farà altrettanto: cioè la Germania, libera da ogni vincolo di convenzione, organizzerà e moltiplicherà le sue forze e i suoi apprestamenti bellici. C’è qualcuno che vorrà impedirlo? Non credo. Comunque non v’è che un mezzo: il ricorso a quella guerra «preventiva» che può essere balenata come ipotesi a taluni circoli, ma che il popolo francese non può guardare con simpatia. L’esperienza della Ruhr insegni...279.

494–495

Queste essendo state nella fase preparatoria l’atmosfera e le mosse principali compiute dalle due parti, veniamo ora all’incontro. Esso ebbe luogo il 14 giugno a Stra, nella villa Pisani, e continuò il giorno dopo a Venezia, al Lido. Né da parte italiana né da parte tedesca ne fu tenuto il verbale, dato il carattere personale che si volle dare ai colloqui che i due uomini politici ebbero tête à tête e nel corso delle varie cerimonie e ricevimenti che li accompagnarono. Poiché Hitler parlava solo il tedesco e non fu ritenuta opportuna la presenza di un interprete, le conversazioni si svolsero in tedesco, una lingua che – contrariamente a quanto spesso affermato – Mussolini conosceva abbastanza bene, anche se parlava con una certa lentezza280. Per ricostruire i termini di queste conversazioni è quindi necessario rifarsi a quanto Hitler e Mussolini ne riferirono ai loro collaboratori e alle poche altre notizie trapelate allora o successivamente281. Nonostante ciò la loro sostanza è ricostruibile con notevole approssimazione e senza ombra di dubbio per quel che concerne il loro concreto significato rispetto sia ai rapporti tra i due paesi sia a quelli tra i due dittatori.

Il primo colloquio, di oltre due ore, fu dedicato pressoché completamente all’Austria e fu «molto movimentato»282. Hitler cercò di buttare tutta la responsabilità su Dollfuss, alla fine si dimostrò però disposto ad un accordo e si impegnò ad indicare il giorno dopo per scritto cinque punti che sarebbero potuti servire di base ad esso. E cioè: 1) nessun interesse tedesco per l’Anschluss, perché, come problema, non era acuto e non era realizzabile internazionalmente; 2) sostituzione di Dollfuss con un uomo non legato ad alcun partito; 3) nuove elezioni al piú presto; 4) inclusione dei nazionalsocialisti nel governo uscito da tali elezioni; 5) stretta collaborazione italo-tedesca per tutte le questioni economiche austriache. Oltre a ciò Hitler desiderava che l’Italia ritirasse la sua «mano protettrice» dall’Austria. Secondo le fonti tedesche Mussolini prese solo nota di queste richieste. Secondo Aloisi ognuno rimase sulle proprie posizioni. In questa prospettiva acquistano un notevole valore le caute ma significative parole pronunciate da Mussolini a piazza San Marco, a Venezia, dopo il secondo colloquio con Hitler283:

495–496

Hitler ed io ci siamo incontrati qui non già per rifare e nemmeno modificare la carta politica dell’Europa e del mondo o per aggiungere altri motivi di inquietudine a quelli che già turbano tutti i paesi dall’estremo Oriente all’estremo Occidente. Ci siamo riuniti per tentare di disperdere le nuvole che offuscano l’orizzonte della vita politica europea.

Quanto agli altri argomenti, trattati soprattutto nel secondo colloquio, essi andarono da quello del disarmo e della Società delle Nazioni a quello della politica francese e sovietica, alla situazione interna tedesca, in riferimento sia al nazionalsocialismo, sia alla lotta antisemita, sia ai rapporti con la Chiesa284. Nel complesso, come annotò Aloisi nel suo diario, «senza grandi risultati». Sul disarmo Hitler rimase fermo sulle sue precedenti posizioni. Quanto alla Società delle Nazioni, disse di non essere contro di essa ma di considerarla inutile e quindi di volerne rimanere fuori. Mussolini, per parte sua, affermò di non voler prendere piú iniziative per il disarmo e calcò l’accento sul fallimento delle trattative con la Francia per la questione navale informando Hitler della sua decisione di costruire due navi da battaglia da trentacinquemila tonnellate. Fece pure cenno alla sua convinzione che fosse sempre necessaria una collaborazione tra le grandi potenze e parlò di estendere il Patto a quattro alla Polonia e possibilmente agli USA e al Giappone. Anche come prima presa di contatto personale e giro d’orizzonte non si può dire certo che i risultati furono – anche a parte la questione austriaca, che, pure, come fu ripetutamente affermato, non doveva influire sugli altri problemi in discussione – incoraggianti e tanto meno notevoli. A parte sempre l’Austria, si ha l’impressione che piú che una vera e propria discussione e trattativa fu una esposizione dei rispettivi punti di vista su alcuni problemi. Come avrebbe scritto anni dopo von Papen285,

496–498

i due capi passarono molto del loro tempo parlando uno all’altro piuttosto che l’uno con l’altro. Hitler specialmente si abbandonò ad un fiotto ininterrotto di parole che rese impossibile ogni discussione.

Quanto all’aspetto piú propriamente personale, umano, le reazioni dovettero essere assai diverse; in pratica questo primo incontro non ebbe anche sotto questo profilo altro risultato che di confermare le precedenti valutazioni; estremamente positiva quella che Hitler ebbe del «duce», sostanzialmente critica quella di Mussolini per il «Führer». Il «duce» fu colpito soprattutto dal lucido fanatismo del suo interlocutore. «Un furore di logica all’infinito, e all’infinita ricerca di un corpo, di un sangue originario e feroce, di qua dalla ragione», come disse alla sorella286. E dal suo dottrinarismo: «invece di parlarmi dei problemi attuali... mi ha ridetto a memoria il suo Mein Kampf»287. Per l’impressione suscitata da Mussolini in Hitler la testimonianza piú significativa è, forse, quella conservataci da uno dei soliti rapporti di Renzetti, scritto subito dopo il rientro a Berlino del cancelliere288:

Ho partecipato oggi ad una colazione intima da Hitler che ho trovato raggiante. Nel lungo colloquio avuto prima della colazione, egli mi ha detto di essere entusiasta dell’incontro con il Duce. Io, ha seguitato, conoscevo ed ammiravo già Mussolini attraverso i suoi discorsi, i suoi scritti e le sue opere: sono felice che l’incontro mi abbia dato la possibilità non solo di confermare la mia opinione, ma altresí di ampliarla. Uomini come Mussolini, nascono una volta ogni mille anni e la Germania può esser lieta che egli sia italiano e non francese.

Io, ed è naturale, mi sono trovato alquanto impacciato (befangen) con il Duce, ma sono felice di aver potuto parlare lungamente, di aver sentito le sue idee e d’avergli esposto le mie. Che sorta di oratore è Mussolini, ha esclamato! E quale potenza esercita sul popolo! Io ho osservato la massa e da intenditore quale credo di essere, ho constatato che gli italiani sono veramente dietro al loro grande Capo.

Nella conversazione (Hitler mi è parso sincero; egli non è abituato a fare dei complimenti formali, almeno con me), il Cancelliere sembrava trasformato. E tale mia impressione, è stata confermata poi dalle descrizioni che ieri ed oggi, cosí coloro che lo accompagnavano, come altre personalità del mondo politico, mi hanno fatto e degli avvenimenti di Venezia e dei racconti di Hitler stesso.

La misura o, se si preferisce, la riprova di quanto poco l’incontro Mussolini-Hitler incise sui rapporti italo-tedeschi e di come esso, da parte italiana, fu interpretato come la conferma della impossibilità di giungere ad un accordo con Berlino non volendo accettare l’eliminazione di Dollfuss e quindi, in prospettiva, l’Anschluss e il fallimento di tutta la politica danubiana fascista, è offerta in modo lampante dagli avvenimenti delle settimane immediatamente successive. Anche a prescindere dalla crisi dei rapporti Hitler - von Papen e dalla profonda eco che anche in Italia ebbero i tragici fatti del 30 giugno (liquidazione politica delle SA, uccisione di Röhm e dei suoi principali collaboratori e, con essi, del gen. Schleicher e di varî altri personaggi invisi al regime)289, che, pure, contribuirono non poco ad aumentare in Mussolini la diffidenza per il nazionalsocialismo e, al tempo stesso, a indurlo a domandarsi se Hitler fosse effettivamente in grado di controllare a lungo la situazione tedesca; anche a prescindere da tutto ciò è infatti estremamente significativo che l’incontro non solo non mutò nulla nella politica austriaca di Mussolini, ma, in un certo senso, la radicalizzò. Lo prova il fatto che – come i tedeschi subito notarono290 – i cinque punti di Hitler sull’Austria furono considerati a palazzo Chigi poco piú di un punto di vista di cui prendere nota e che Mussolini – a cui giungevano intanto notizie sempre piú preoccupanti da Vienna291 – informò von Hassell di non poter consigliare Dollfuss ad iniziare negoziati con Berlino perché nessun governo avrebbe potuto accettare di negoziare in quelle condizioni292. E lo prova soprattutto il fatto che il «duce» si affrettò a congratularsi con Dollfuss per il nuovo giro di vite che proprio in questo periodo egli impresse alla vita politica austriaca e, quel che piú conta ai fini del nostro discorso, volle consigliare personalmente al ministro Fey i mezzi piú adatti per stroncare il «terrorismo nazista». Il 15 luglio telegrafò infatti al rappresentante italiano nella capitale austriaca293:

498–500

Dal momento che Fey ha assunto la direzione della lotta contro il terrorismo nazista e poiché io lo credo uomo capace di condurla, desidero che V. S. gli trasmetta – a mio nome – queste considerazioni, facendogli anche osservare che sono il risultato di una esperienza vissuta dal regime fascista, quando riuscí a stroncare tra il 1928-30 ogni tentativo di terrorismo dei fuorusciti e della mano nera.

1) è necessario che il Governo austriaco non emetta altre ordinanze, poiché la loro frequenza ricorda troppo da vicino oramai le spagnuole «grida» di manzoniana memoria; 2) bisogna applicare invece le ordinanze esistenti e ripulire magistratura e polizia; 3) bloccare nella maniera piú assoluta il confine colla Germania; 4) scuotere con ogni mezzo – di propaganda o di denaro – la passività veramente vile della popolazione, passività che diventa vera e propria complicità: conclusione agire in silenzio, ma agire.

In questa situazione già cosí precaria il 25 luglio ’34 i nazionalsocialisti austriaci passarono improvvisamente all’offensiva attuando un tentativo di putsch volto ad abbattere il governo Dollfuss e a realizzare l’Anschluss. Il putsch, come è noto, fu stroncato dalle forze lealiste e fallí in brevissimo tempo; durante esso trovò però la morte il cancelliere Dollfuss, ucciso da un gruppo di rivoltosi che aveva assalito la Cancelleria. Ancora oggi è difficile affermare con sicurezza se Hitler fosse informato del putsch e lo avesse approvato o se, invece, ne fosse all’oscuro. Egli proclamò subito di essere completamente estraneo ad esso e lo condannò esplicitamente. L’ipotesi piú probabile è che effettivamente Hitler ne fosse personalmente all’oscuro e che esso non rientrasse nei suoi piani. Piú difficile è escludere che al putsch fossero estranei elementi, forse anche di qualche rilievo, del partito nazionalsocialista tedesco. Se, infatti, è chiaro e comprensibile che i nazionalsocialisti austriaci, nel loro odio feroce contro Dollfuss e nel loro fanatismo unionista, avessero deciso di passare all’azione per forzare la mano ad Hitler e che a questa decisione avesse contribuito la convinzione che l’incontro tra il «duce» e il «Führer» aveva, bene o male, per il momento fatto cadere le altre possibilità di realizzare l’Anschluss, molto meno facile è pensare che – dati gli strettissimi rapporti esistenti tra i due partiti – ciò potesse essere avvenuto senza che i nazionalsocialisti tedeschi ne sapessero nulla. Né è da escludere – come alcuni dissero e come pare fosse propenso a credere anche Renzetti294 – che per parte tedesca il putsch fosse, in parte almeno, da riconnettere alle lotte interne alla NSDAP e all’eccitazione suscitata dalla strage del 30 giugno. Per comprendere e valutare le reazioni italiane al putsch il problema delle singole responsabilità è però ovviamente secondario. A Roma, dopo un primo momento di confusione, i piú dovettero essere dell’opinione di Aloisi, che cioè «il governo tedesco, pur non essendo direttamente implicato nell’assassinio di Dollfuss, s’è lasciato raggirare da elementi irresponsabili che avrebbe dovuto tenere in mano»295. Sia per palazzo Chigi sia per Mussolini (che, oltre tutto, aveva per Dollfuss una personale amicizia, da questo contraccambiata, al punto che morendo disse che gli affidava la moglie e i figli296) ciò che in definitiva contava era che gli avvenimenti del 25 luglio dimostravano la impossibilità di prestare fede alle assicurazioni di Hitler circa la non attualità dell’Anschluss e, quindi, la necessità per l’Italia di cautelarsi contro il ripetersi del tentativo, senza far conto su Berlino e anche contro Berlino, dato che non era affatto sicuro che in circostanze diverse Hitler non assumesse un atteggiamento favorevole ai nazionalsocialisti austriaci.

500–501

In questa prospettiva è facile capire perché Mussolini impostò subito la risposta italiana al putsch nei termini piú duri, favorí a livello di opinione pubblica nazionale ed internazionale l’affermarsi della convinzione che dietro i nazionalsocialisti austriaci ci fossero la Germania ed Hitler e, sul piano diplomatico, cercò di guadagnare alla sua posizione di intransigenza il consenso non solo inglese e francese ma anche della Piccola intesa.

In tutti i paesi il putsch suscitò la riprovazione unanime della stampa e dell’opinione pubblica. Forse in nessuno essa fu però cosí violenta come in Italia e, soprattutto, cosí rivolta contro la Germania. E ciò sia nel primissimo momento sia nei giorni successivi, anche quando Berlino – con la nomina di von Papen ad ambasciatore straordinario a Vienna – cercò di riassicurare il mondo circa la propria buona volontà di realizzare una nuova politica verso l’Austria. Un simile atteggiamento della stampa italiana corrispondeva certamente ai sentimenti dell’opinione pubblica italiana, altrettanto certamente esso era però voluto e stimolato dal governo fascista, che se non lo avesse ritenuto opportuno aveva tutti i mezzi necessari ad impedirlo o a moderarlo. E, del resto, si può dire che il la glielo aveva dato lo stesso Mussolini rendendo noto il testo del telegramma da lui inviato, appena saputo dell’assassinio di Dollfuss, al vice cancelliere austriaco. In esso infatti il «duce» toccava in un certo senso tutti i punti che caratterizzarono l’atteggiamento della stampa italiana di quei giorni: il dolore per la tragica morte di un uomo di eccezionali qualità, la rivendicazione della indipendenza austriaca come di «un principio che è stato difeso e sarà difeso dall’Italia ancor piú strenuamente», la condanna morale dei responsabili «diretti e lontani» del putsch297. Il che spiega la freddezza e la durezza con le quali, il 28 luglio, Suvich respinse le proteste dell’ambasciatore von Hassell per il tono usato contro la Germania dalla stampa italiana e le sue spiegazioni circa il significato da dare alla nomina di von Papen298.

501–504

L’atto piú clamoroso compiuto da Mussolini, appena avuta notizia degli avvenimenti di Vienna, fu però quello (anch’esso reso noto non a caso attraverso la stampa299) di mettere in allarme quattro divisioni acquartierate nella regione tra il Brennero e il Tarvisio e di far avvicinare alcuni loro reparti alla frontiera. Come Aloisi annotò nel suo diario300, si trattava certamente di «misure assai gravi» e che – aggiungiamo noi – se in parte erano probabilmente volte a confermare nell’opinione pubblica l’immagine di un fascismo forte, intransigente tutore degli interessi nazionali piú sentiti dagli italiani, presentavano però anche alcuni rischi. Fatto il primo passo, se la situazione austriaca avesse avuto altri sussulti o se, in un secondo momento, si fosse verificato un nuovo putsch, Mussolini infatti non avrebbe piú potuto – a meno di non perdere la faccia – non agire in conseguenza. E ciò, a parte i rischi di un conflitto (già il 25 luglio, alle primissime notizie da Vienna, Aloisi aveva visto riaffacciarsi il fantasma di Serajevo301) e di gravi complicazioni con la Jugoslavia (che avrebbe visto con estrema ostilità un intervento italiano e avrebbe a sua volta probabilmente cercato di mettere le mani sulla Carinzia302) e con la stessa Austria (in cui un intervento italiano avrebbe assai probabilmente risvegliato vecchi rancori e, ciò che piú conta, i mai sopiti sentimenti di appartenenza alla grande comunità tedesca), non sarebbe riuscito gradito a nessuno, specialmente ai francesi, ai quali un intervento unilaterale italiano avrebbe creato enormi imbarazzi e, al limite, sarebbe stato forse piú sgradito di un intervento tedesco (piú facile da contrastare politicamente e, nel caso, anche militarmente)303; sicché Mussolini si sarebbe venuto a trovare in una situazione assai difficile. Di ciò a Roma ci si rendeva bene conto. Per il «duce» l’occasione era però troppo preziosa per lasciarsela sfuggire solo per non rischiare, specie dato che in quel momento il putsch sembrava ormai fallito e Hitler non appariva disposto a compiere atti che avrebbero vieppiú aggravato la situazione. É ciò tanto piú che le ultime vicende austriache avevano dimostrato che, nonostante tutti gli sforzi di Dollfuss (e ora Dollfuss non c’era piú e i suoi successori, volenti o nolenti, assai probabilmente avrebbero fatto una politica meno filo italiana304), la situazione interna di quel paese sarebbe andata sempre piú deteriorandosi e allontanandosi dalla via sulla quale Mussolini si era illuso di avviarla305. Sicché, prima che l’Anschluss tornasse concretamente sul tappeto e diventasse praticamente impossibile impedirlo306, era necessario per la politica mussoliniana approfittare del momento favorevole per poter pendolare al massimo verso Parigi e giungere con essa al tanto sospirato accordo, sfruttando sia la doppia paura che attanagliava i francesi, quella della Germania e quella di una iniziativa unilaterale italiana, sia la posizione particolare che, ancora una volta, Roma si trovava ad avere rispetto ad una Inghilterra che non voleva l’Anschluss ma non voleva impegnarsi sul continente oltre quanto aveva già fatto con la dichiarazione tripartita del 17 febbraio e ad una Francia alla quale la «guardia al Brennero» italiana serviva, anche se la preoccupava, e che non voleva compromettersi con essa e voleva scaricarne gli oneri, diretti ed indiretti, sulla «sorella latina». Un corsivo, anonimo ma scritto da Mussolini, del «Popolo d’Italia» del 31 luglio307 è estremamente rivelatore dei propositi e della tattica del «duce». Prendendo spunto dai tentativi francesi per varare il patto di sicurezza balcanico e con chiara allusione alla necessità per la Francia di compensare adeguatamente l’amicizia italiana, egli scriveva infatti:

504–505

Quo vadis, Francia? Il mondo cammina. La storia non ha per ultimo episodio le carte segnate nello scopone di Versaglia. Non ci si può illudere che un popolo vincitore nella guerra e nella rivoluzione per la salvezza del mondo, dimenticando talvolta il proprio futuro, regga il sacco ricolmo di un bottino che trabocca, e dia una mano alla costruzione di un orizzonte chiuso nella difesa Maginot, al cui centro brucia, in attesa dell’ora fosca e propizia, il focherello delle «garanzie».

505–506

In questa prospettiva è chiaro che l’intransigenza che nei mesi successivi al putsch di Vienna la stampa italiana continuò a mostrare verso la Germania, nonostante gli sforzi tedeschi di realizzare una détente, non va spiegata – come in genere è stato fatto – con l’irritazione personale del «duce» per il subdolo comportamento tedesco e per la mancanza di parola di Hitler nella questione austriaca, quanto – assai piú realisticamente – con la precisa volontà di Mussolini di dimostrare ai francesi che tra fascismo e nazionalsocialismo vi erano profonde differenze (soprattutto di «civiltà») e che tra Italia e Germania esisteva un dissidio profondo; al tempo stesso, essa mirava anche a preparare psicologicamente gli italiani all’idea di un accordo con la Francia. Ed è anche chiaro perché, per dare piú autorità a questa doppia operazione, lo stesso Mussolini si impegnò personalmente in essa con una serie di scritti (quasi tutti anonimi, ma che essendo pubblicati dal «Popolo d’Italia» acquistavano un particolare significato, specie via via che prese a trapelare chi ne era l’autore) volti quasi tutti a contestare e a mettere in ridicolo il nazionalsocialismo nei suoi aspetti piú unanimemente riprovati e che piú ferivano il senso comune e la sensibilità civile e nazionale degli italiani (razzismo, antisemitismo, «tradimento» italiano nel ’14-15)308 e persino con qualche pubblico exploit oratorio di sicuro effetto demagogico, che assunse il valore della pennellata del maestro nel quadro che la scuola veniva tracciando. Tipico quello, il 6 settembre, a Bari309:

Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà talune dottrine di oltr’Alpe, sostenute dalla progenie di gente che ignorava la scrittura, con la quale tramandare i documenti della propria vita, nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto.

Questo atteggiamento della stampa e della propaganda italiana suscitò in Germania vivaci reazioni a livello sia governativo sia di opinione pubblica310. Ai fini di una giusta comprensione del modus operandi di Mussolini si deve però notare che se, dopo il putsch di Vienna, i rapporti diplomatici italo-tedeschi andarono perdendo – per usare un’espressione tratta da un’ampia relazione dell’ambasciatore Cerruti del 26 settembre sulla Situazione politica in Germania e suoi rapporti con l’estero311 – «la loro intimità» e assunsero un tono di freddezza, essi furono però mantenuti da parte italiana ben lontani dall’asprezza che contemporaneamente caratterizzava l’atteggiamento della stampa italiana. A parte quella austriaca sulla quale era intransigente, sulle altre questioni (tipica quella della Saar) palazzo Chigi o non mutò atteggiamento o lo mutò assai poco e mai portò le cose in modo da rischiare pur lontanamente una vera rottura. Ciò sarebbe stato infatti non solo imprudente ed inutile in quel particolare momento, ma – ciò che piú conta – avrebbe fatto perdere all’Italia quella sua posizione speciale sulla quale si fondava tutta la strategia mussoliniana. In quel momento essa doveva essere realizzata sul tavolo delle trattative con la Francia; in prospettiva, sui tempi piú lunghi cioè, se voleva – come voleva – continuare a realizzarla ancora, Mussolini avrebbe dovuto inevitabilmente tornare in qualche modo ad una posizione di equidistanza tra Parigi e Berlino; da qui la necessità di non rompere con la Germania e di circoscrivere, sia pure in un quadro di durezza, il contrasto con Hitler essenzialmente alla questione austriaca, in modo che un accordo su di essa potesse in un futuro aprire la strada ad un nuovo movimento pendolare della politica italiana alla fine del quale, a seconda delle circostanze, il pendolo avrebbe trovato il suo nuovo punto di sosta...

506–507

* * *

Subito dopo la sigla del Patto a quattro, il 9 giugno ’33, l’ambasciatore De Jouvenel aveva sollecitato palazzo Chigi ad affrontare e risolvere definitivamente i rapporti bilaterali italo-francesi312. Mussolini aveva però preferito per il momento lasciare cadere la proposta e rinviare tutto a dopo la firma del patto. Un mese dopo, l’11 luglio, De Jouvenel era tornato alla carica con un pro memoria in quattro punti, secondo il quale Parigi e Roma dovevano: a) dichiarare di non nutrire ambizioni territoriali nell’Europa centrale; b) impegnarsi al mantenimento della indipendenza austriaca; c) evitare ogni atto che ostacolasse la realizzazione di una intesa tra l’Austria, l’Ungheria e la Piccola intesa; d) riconoscere che un accordo sul disarmo e, quindi, sulla «parità» della Germania non poteva prescindere da un adeguato sistema di controlli e da un periodo di prova. Come si vede e come avevano osservato subito con preoccupazione gli inglesi che – considerando un accordo anglo-franco-italiano l’unico effettivo baluardo per la difesa della pace – desideravano e sollecitavano un reale chiarimento dei rapporti franco-italiani, con questa proposta Parigi metteva «il carro avanti ai buoi», proponendo a Roma un accordo generale prima di aver sgombrato il terreno dalle questioni bilaterali ancora in sospeso. Ciò nonostante Mussolini aveva accettato i primi due punti della proposta francese e per gli altri due si era limitato a chiedere, per il terzo, che Roma e Parigi partecipassero attivamente al processo di realizzazione dell’intesa e, per il quarto, che i francesi precisassero meglio il loro punto di vista sul problema del periodo di prova (che sapeva decisamente avversato da Berlino)313. Dopo questo accordo di massima il discorso si era nuovamente interrotto, in attesa che, conclusasi la missione a Roma di De Jouvenel, a palazzo Farnese si insediasse il suo successore, De Chambrun, anche se, a riprova dei buoni rapporti tra i due paesi, da piú parti si era cominciato a parlare di una prossima visita a Roma di Daladier. Né, arrivato in sede De Chambrun, si erano fatti progressi, dato che, pur avendo Mussolini accettato, come si è visto, le modifiche anglo-francesi al progetto inglese per il disarmo e, quindi, il 14 ottobre si fosse allineato con Londra e Parigi contro Berlino, da parte loro i francesi avevano continuato ad insistere soprattutto sulla collaborazione da realizzare nell’Europa centrale, evitando le altre questioni sospese. Ad un avvio delle trattative su queste questioni si era cosí arrivati solo alla fine dell’anno, quando i francesi avevano cercato di riprendere i negoziati navali. Dopo le primissime battute le trattative si erano però subito arenate, dato che da parte italiana si era cercato di abbinare a quelle sul problema della parità navale (impostato oltre tutto in termini assai rigidi) quelle sui compensi coloniali314. L’aggravarsi della situazione politica interna francese e la sua instabilità governativa (tra il novembre ’33 e il febbraio ’34 si succedettero cinque governi, scoppiò il «caso Stavisky» e il 6 febbraio Parigi fu teatro di una grande manifestazione di destra che travolse il neocostituito secondo ministero Daladier e nel corso della quale si ebbero numerosi morti e feriti) avevano poi contribuito alla loro pratica interruzione.

507–509

Nonostante questa interruzione, tutto però spingeva ormai ad un accordo. In Francia in particolare aumentava notevolmente il numero di coloro che, preoccupati dalla minaccia tedesca, erano ormai disposti ad un accordo con l’Italia. A livello politico, poi, nel senso di un accordo agivano sempre piú due circostanze assai importanti: la ritrosia dell’Inghilterra ad impegnarsi vieppiú sul continente (e quindi la necessità di assicurarsi almeno un chiaro appoggio italiano) e le difficoltà che, sotto la spinta tedesca, il sistema francese nell’Europa centro orientale incontrava ogni giorno di piú (sintomatici erano in questo senso il patto di non aggressione tedesco-polacco stipulato il 26 gennaio ’34 e i sempre piú cordiali rapporti tra la Germania e la Jugoslavia); difficoltà che, a loro volta, rendevano piú difficile la realizzazione di quel «patto orientale» con il quale Parigi sperava, per un verso, di creare una sorta di «cordone sanitario» ad est della Germania e, per un altro verso, di collegare il proprio sistema in quelle regioni a quello italiano e al Patto balcanico costituitosi nel febbraio ’34 tra Grecia, Turchia, Romania ed Jugoslavia315. A parte le difficoltà interne francesi però, se le trattative languivano ciò dipendeva solo dalla scarsa volontà di Mussolini a mostrarsi troppo interessato ad esse, in maniera che fosse la Francia a doversi indurre a sollecitarle, e dalla persistente speranza di Barthou, il nuovo ministro degli esteri francese dal 9 febbraio ’34, di potere, prima di trattare con Roma, varare il «patto orientale» per includere nelle trattative anche la sistemazione dei reciproci interessi nella regione danubiano-balcanica. Significativo è a questo proposito che, nonostante l’interruzione delle trattative, i francesi per bocca dello stesso presidente del Consiglio Doumergue avevano continuato a dirsi convinti della necessità di uno stretto accordo tra i due paesi316 e, soprattutto, che Mussolini – come si è visto – aveva ritenuto giunto il momento di cominciare a pensare all’Etiopia come ad un problema da affrontare a scadenza abbastanza breve. Ed è egualmente significativo inoltre che, stabilito l’incontro con Hitler, Mussolini si fosse affrettato, a scanso di equivoci e fraintendimenti, ad informarne subito i francesi.

509–510

Questa situazione di fatto spiega perché, ristabilitasi un po’ la situazione interna francese e in vista della ripresa della conferenza ginevrina sul disarmo, il 25 maggio ’34 Barthou, parlando alla Camera sulla politica estera del governo, non solo aveva tenuto a ricordare la dichiarazione anglo-franco-italiana a sostegno dell’indipendenza austriaca del febbraio, ma aveva anche detto che gli sembrava impossibile che la Francia e l’Italia non si accordassero in una intesa cordiale, leale e definitiva317 e due settimane dopo, a Ginevra, aveva annunciato che, dopo la conferenza, si sarebbe recato a Belgrado e a Bucarest (dove avrebbe caldeggiato un riavvicinamento di quei governi all’Italia) e che era sua intenzione incontrarsi successivamente a Roma con Mussolini, probabilmente in luglio. Contemporaneamente il ministro della Marina, Pietri, parlando con Theodoli, era andato piú al concreto, accennando anche alle questioni coloniali318.

In vista della visita di Barthou, a metà luglio palazzo Chigi aveva deciso la linea di condotta da tenere sulle questioni coloniali. Dal diario di Aloisi319 risulta che era stato deciso «di sbarazzare subito il terreno dalle due questioni della Libia e di Tunisi per permettere in seguito di parlare di Gibuti». «Di fatti – annotava sempre Aloisi – questa ultima questione è bruciante, viste le tendenze piuttosto bellicose che si manifestano da tutti i lati verso l’Abissinia». Questa annotazione (seguita in data 20 luglio da un’altra dalla quale siamo informati che Aloisi in quel giorno aveva parlato con De Chambrun della questione tunisina e dei confini libici, ricavandone l’impressione che i francesi fossero ostili ad una estensione di questi sino al lago Ciad, dato che ciò avrebbe diviso in due il loro impero africano, e fossero invece, forse, piú favorevoli ad un arrotondamento dei possedimenti italiani in Africa orientale320) rende però solo in minima misura quale fosse, sui tempi brevi come su quelli lunghi, l’effettiva linea italiana in materia coloniale. Per avere una idea precisa di cosa a palazzo Chigi si pensasse a quest’epoca su tale materia bisogna rifarsi ad un appunto preparato il 16 luglio, alla fine delle consultazioni tra Suvich, Aloisi e Buti. Data la sua estrema importanza lo riproduciamo integralmente321:

510

In relazione all’eventuale visita di Barthou a Roma, sembra che le soluzioni che potrebbero prospettarsi per definire con la Francia i due problemi di Tunisi e dei compensi coloniali potrebbero ispirarsi ai seguenti criteri:

a) in primo luogo dovrebbe esporsi il concetto che la soluzione delle due questioni anzidette dovrebbe preparare una intesa italo-francese nel campo coloniale di maggior respiro che abbia come basi l’interesse francese di rassodare e rendere piú omogeneo il suo dominio coloniale nel Nord Africa e l’interesse italiano di venire in possesso di un territorio atto a soddisfare i nostri bisogni di sbocco demografico e di rifornimento di materie prime. In breve: disinteressamento italiano nel Nord Africa Francese; disinteressamento francese nell’Africa Orientale, Etiopia compresa.

(Laval disse nel 1932: «L’Italie renoncera au droit de regard sur l’Afrique du Nord comme la France fermera les yeux sur la politique et l’action coloniale de l’Italie en Afrique orientale»).

Come l’accordo coloniale anglo-francese del 1904 (disinteressamento inglese in Marocco, disinteressamento francese in Egitto) ha eliminato per una lunga serie di anni attriti nel campo coloniale tra Francia e Inghilterra, cosí un accordo italo-francese (come espressomi da Pietri) di vasto respiro, eliminerebbe motivi di dissenso e di scontento, darebbe modo a Francia e Italia di lavorare senza intralci per decenni nei campi d’azione rispettivi, costituirebbe la base per una collaborazione nei campi d’azione rispettivi, costituirebbe la base per una collaborazione italo-francese in altre zone africane (come dico sotto) e faciliterebbe infine una intesa nel campo piú generale della politica europea e mondiale con vantaggio della pace.

b) entrando i francesi in quest’ordine di idee, dovrebbe per il momento mirarsi alla soluzione delle questioni coloniali pendenti colla Francia, ispirandosi all’eventualità di un accordo piú generale nel senso suesposto.

Conseguentemente:

1º Tunisi

Proporre ai Francesi il rinnovo delle Convenzioni dal 1896 per 10 anni.

Se ci si chiedesse quale sorte avrebbero le Convenzioni stesse alla scadenza di tale periodo, occorrerebbe rispondere che la loro sorte dipenderebbe, eventualmente anche prima che tale periodo fosse trascorso, dalla conclusione o meno con la Francia del piú ampio accordo coloniale sopra cennato.

511–512

2º COMPENSI DOVUTICI DALLA FRANCIA IN BASE ALL’ART. 13 del Patto di Londra.

L’accordo Bonin-Pichon del 1919 regolò a vantaggio dell’Italia la vertenza italo-francese circa la sovranità non ancora ben definita su due salienti (Bec-de-Canard) alle frontiere occidentali della Libia, l’uno fra Gadames e Ghat, e l’altro fra Ghat e Tummo. Con detto accordo furono assicurate all’Italia le comunicazioni dirette fra Gadames e Ghat e fra Ghat e Tummo.

In sede di applicazione dell’accordo Bonin-Pichon, sussiste tuttavia una divergenza sull’appartenenza di In Ezzan che i Francesi contestano appartenere alla Libia ed occupano tuttora malgrado le nostre proteste.

Ad ogni modo l’accordo Bonin-Pichon non concede all’Italia che un lievissimo acconto sui compensi coloniali dovutici dalla Francia in base all’art. 1 del Patto di Londra. Infatti lo stesso accordo Bonin-Pichon esplicitamente riconosceva che la questione dei compensi doveva essere ulteriormente esaminata.

L’art. 13 del Patto di Londra, con lo stabilire che «gli equi compensi coloniali da attribuirsi all’Italia dovessero ricercarsi esplicitamente (nommement) nel regolamento in nostro favore delle questioni concernenti le frontiere delle colonie italiane», implica che detti compensi possono esserci attribuiti, invece che alle frontiere libiche, in altra zona.

Difatti nelle nostre primitive richieste di compensi coloniali alla Francia era compresa la cessione di Gibuti con tutta la Costa francese dei somali, ma a tale richiesta la Francia oppose allora un netto rifiuto, facendo presente che Gibuti costituisce uno scalo indispensabile per le comunicazioni francesi con l’Indocina e con il Madagascar (conversazione fra Tittoni-Clemenceau-Theodoli-Pichon dell’agosto 1919).

D’altra parte il Regio Ministero delle Colonie nella definizione della questione delle frontiere meridionali libiche sembra miri ad ottenere, non tanto un aumento di territorio desertico, quanto un confine munito di punti d’appoggio per la necessaria sorveglianza.

Per questa considerazione ed anche perché la definizione della questione dei compensi coloniali abbia a preparare, d’intesa con la Francia, una maggiore nostra affermazione territoriale nell’Africa Orientale parrebbe opportuno richiedere i compensi dovutici in questa zona.

Nelle conversazioni Theodoli - De Caix - Berthelot, svoltesi a titolo privato nel 1932-33, si è dimostrata da parte francese [sic] e si è anche parlato della possibile cessione all’Italia di una striscia di territorio della Costa francese dei somali. Ugualmente nel giugno 1933 Theodoli, nel rispondere ad una domanda dell’Ambasciatore de Jouvenel, ebbe ad accennargli alla possibilità che, onde chiudere la questione dei compensi dovutici dalla Francia, e quale primo passo per giungere eventualmente ad una sistemazione definitiva delle questioni coloniali che soddisfi il bisogno italiano di territori di popolamento e di materie prime, la Francia cedesse all’Italia tutta la costa francese dei somali salvo Gibuti, scalo considerato necessario dalla Repubblica per le sue comunicazioni con l’Indocina e il Madagascar.

Theodoli ha ugualmente nel giugno 1934 a Ginevra avuto occasione di accennare la cosa ai Signori Barthou e Pietri, senza scontrarsi ad un’opposizione di principio.

Al riguardo, si osserva che la Costa francese dei Somali è un territorio semidesertico, di per sé di nessuna importanza economica; ma la sua cessione all’Italia avrebbe notevolissima portata politica in quanto interromperebbe la contiguità territoriale fra l’Etiopia e il possesso francese di Gibuti, e ci darebbe modo di controllare il traffico della ferrovia Gibuti - Addis Abeba, un tratto della quale rimarrebbe in territorio italiano.

Tale cessione costituirebbe inoltre una iniziale dimostrazione del disinteresse francese nei riguardi dell’Etiopia, e ci permettcrebbe di procedere piú attivamente nel creare nostri interessi economici nell’Impero, lasciandoci d’altra parte liberi di determinare se e quanto ci convenga di agire in Etiopia.

Sembra quindi, in massima, conveniente prospettare al Governo francese, come una possibile soluzione della questione dei compensi coloniali, la cessione all’Italia di tutto il Somaliland francese, Gibuti escluso.

Nel caso che tale soluzione trovi in massima favorevole accoglienza al Quai d’Orsay, occorrerebbe studiare accordi di dettaglio circa la ferrovia di Gibuti e circa il mantenimento dei diritti francesi su talune regioni etiopiche, in relazione alle disposizioni dell’Accordo tripartito del 1906.

Si potrebbe in un secondo tempo – nella piú ampia, eventuale intesa coloniale italo-francese sopra cennata – tentare di ottenere la rinuncia da parte della Francia ai suoi diritti in Etiopia abbandonando da parte nostra quei speciali diritti di cui ancora godiamo in Tunisia e nel Marocco francese.

512–513

Da questo appunto risultano chiare due cose. A metà del luglio ’34 sia al ministero degli Esteri (e ciò non desta meraviglia dopo quanto abbiamo detto sugli entusiasmi e le speranze che vi avevano suscitato le parole di Laval a Grandi giusto tre anni prima322), sia a quello delle Colonie (dove evidentemente con l’allontanamento di Federzoni i sostenitori della linea Ciad-Camerun avevano perso terreno) tutti gli sguardi erano ormai rivolti all’Etiopia. Al tempo stesso, però, a quest’epoca la politica etiopica di palazzo Chigi si muoveva ancora in una prospettiva di tempi sostanzialmente lunghi, che anche Mussolini – a meno di non pensare ad una sua voluta reticenza anche con Suvich, del resto difficilmente spiegabile – doveva in pratica condividere. Perché, se è vero che già l’8 febbraio il «duce» aveva detto a De Bono e a Badoglio che bisognava agire in Etiopia, è anche vero che a questa affermazione non era seguito alcun concreto atto positivo (che non fosse cioè solo nella linea, inaugurata un anno e mezzo prima, della elaborazione degli schemi operativi e degli studi relativi alle necessità logistiche per una eventuale campagna, ovvero in quella, adottata ora, di rafforzare in uomini e mezzi gli organici indigeni in Eritrea) e che ancora in settembre Suvich avrebbe riferito ad Aloisi323 che secondo Mussolini la guerra in Etiopia sarebbe avvenuta tra un paio di anni, dato che non si poteva far nulla senza una «preparazione internazionale adeguata». Questo fa pensare che quando fu steso l’appunto di cui stiamo parlando palazzo Chigi non faceva che mettere sostanzialmente su carta le direttive del «duce» e che la decisione, a fine dicembre, di passare all’azione su tempi brevi sia stata determinata in buona parte dalla realizzazione di due fatti nuovi ed imprevisti: il putsch di Vienna, che indusse la Francia a sentire ancor piú la necessità di accordarsi con l’Italia e, quindi, di essere larga nelle contropartite, e l’assunzione agli Esteri di Laval che, essendo piú duttile e spregiudicato di Barthou e da tempo orientato verso l’idea di dirottare l’Italia verso l’Etiopia e di soddisfarla in quelle terre, si dimostrava disposto a dare concretamente mano libera a Mussolini in Africa orientale pur di legarlo finalmente a sé.

513–514

Sul momento, comunque, l’appunto del 15 luglio era rimasto lettera morta. Il putsch di Vienna aveva infatti costretto Barthou a rinviare la sua visita a Roma. In compenso esso aveva però rafforzato ancora in Francia il fronte dei sostenitori dell’accordo con l’Italia e indotto Mussolini a rivedere la sua posizione verso la Jugoslavia, convincendolo a cercare un riavvicinamento con Belgrado324, in maniera da poter contrastare la crescente amicizia che si andava stabilendo tra jugoslavi e tedeschi (e che spiega perché, al momento del putsch di Vienna, le truppe erano state avvicinate non tanto al Brennero quanto al Tarvisio, in modo da poter essere eventualmente impiegate in Carinzia, contro gli jugoslavi, e non solo contro i tedeschi) e liberare al tempo stesso la strada dell’accordo con Parigi dall’ostacolo dei cattivi rapporti italo-jugoslavi. La dichiarazione anglo-franco-italiana del 27 settembre sull’indipendenza austriaca, i colloqui che nella fase elaborativa di essa si erano svolti a Ginevra fra Aloisi e Barthou e le pressioni inglesi su Parigi e Roma325 avevano a loro volta fatto compiere altri passi in avanti, tanto è vero che la visita del ministro degli Esteri francese a Roma, prevista per la fine di ottobre, era ormai vista da ambo le parti in una luce assai positiva. Per palazzo Chigi l’unico punto oscuro rimaneva ormai l’insistenza di Barthou sul «patto orientale». Questo solo problema non poteva però piú costituire un ostacolo ad un accordo che entrambe le parti – sia pure per motivi assai diversi – ormai volevano realizzare e che da parte italiana non si voleva piú ritardare, poiché ci si rendeva benissimo conto che quello era il momento migliore tanto politicamente quanto psicologicamente. Tanto è vero che l’iniziativa di spianargli la strada dagli ultimi ostacoli, per la prima volta dopo tanti mesi, la prese a questo punto Mussolini. A Milano il 6 ottobre, parlando di fronte ad una immensa folla, non solo affermò di desiderare vivamente un accordo con la Francia, ma, ciò che piú conta, dichiarò che, nonostante le polemiche con le quali da «oltre Nevoso» e «oltre Adriatico» venivano avvelenati i rapporti italo-jugoslavi, egli era convinto che tra i due paesi vi era ancora la possibilità di una intesa «per la quale esistono condizioni precise di fatto»326.

514–516

Secondo Aloisi questo era «un invito netto alla Jugoslavia»327 e, infatti, come tale fu inteso sia a Parigi sia a Praga. Sul momento la démarche non ebbe però alcun risultato pratico. Tre giorni dopo, il 9 ottobre, a Marsiglia re Alessandro di Jugoslavia cadeva sotto i colpi di un attentatore ustaša e con lui trovava la morte anche Barthou.

L’assassinio di Marsiglia creò non poche difficoltà al governo italiano. Gli ustaša, autonomisti estremisti croati, avevano da vari anni stretti rapporti con le autorità italiane. Ante Pavelić, uno dei principali esponenti del movimento e suo futuro capo, aveva preso contatti sin dal ’27 con Roma. Dopo il colpo di stato di re Alessandro del gennaio ’29, molti di essi si erano rifugiati in Bulgaria, Ungheria, Austria e Germania, da dove avevano continuato la loro propaganda in favore dell’indipendenza della Croazia e dato vita ad una vasta rete clandestina terroristica che, in collegamento con gli elementi in patria, aveva organizzato numerosi attentati e sabotaggi. Rapporti erano stati pure stabiliti con gruppi locali di estrema destra (nazionalsocialisti compresi) e soprattutto con il governo ungherese che subito aveva visto negli ustaša una importante pedina per mettere in difficoltà la Jugoslavia e, attraverso essa, la Piccola intesa. Molti si erano rifugiati anche in Italia o ne avevano fatto una delle loro principali basi d’appoggio e tra essi Pavelić (condannato a morte in Jugoslavia per alto tradimento). Ufficialmente le autorità italiane avevano via via riunito gli esuli croati in alcuni «campi di raccolta» in località fuori mano; gli ustaša avevano però goduto della massima libertà di movimento e alcuni campi si erano trasformati in campi di addestramento. Sia il ministero dell’Interno sia quello degli Esteri (dove sin da prima del fascismo non mancavano coloro che accarezzavano l’idea di mettere in crisi lo stato jugoslavo giuocando sui contrasti che opponevano ai serbi le altre nazionalità jugoslave) avevano infatti stabilito stretti rapporti con i capi ustaša, al punto da creare a palazzo Chigi un Ufficio Croazia e uno speciale fondo (settanta mila lire mensili) per sostenerne le attività e al punto da fornire armi e munizioni per i gruppi che agivano all’interno della Jugoslavia. Tipico esempio di quelle «attività parallele» sempre piú in auge al ministero degli Esteri via via che procedeva la sua fascistizzazione, i rapporti con gli ustaša erano diventati un elemento – mai decisivo, ma pericolosamente presente, se non altro come carta di riserva – della politica italiana verso il vicino regno balcanico e come tali erano stati piú volte trattati anche nelle conversazioni con gli ungheresi. In concreto, Roma aveva dato mano libera a Pavelić una volta sola, nell’autunno ’32, quando gruppi armati di ustaša erano penetrati dallo Zaratino nella zona di Lika per tentare una insurrezione, senza per altro riuscirvi. Dopo questo episodio a palazzo Chigi si era diventati però piú cauti, sia perché esso aveva dimostrato che – contrariamente a quanto sperato – la Jugoslavia era ancora lontana da uno stato di dissoluzione interna, sia per le complicazioni diplomatiche e per il discredito che operazioni di questo genere potevano procurare. Ciò non vuole per altro dire che si fosse rinunciato all’idea di poter un giorno giungere almeno alla creazione di uno stato cuscinetto croato, unito doganalmente all’Italia e, quindi, che si fossero rotti i rapporti con gli ustaša (che intanto si erano collegati anche con i macedoni). Ai primi del ’34 Suvich e Aloisi, nella nuova realtà dei rapporti italo-francesi, avevano però deciso di accantonare la politica croata e il 27 aprile lo stesso Mussolini aveva dato istruzioni al secondo nel senso che «è tempo di farla finita con questo raggruppamento [gli ustaša] inutile e pericoloso»328.

516–517

Alla luce di questi elementi e, piú in genere, dell’interesse che in quel momento l’Italia aveva a non drammatizzare e anzi a normalizzare in qualche misura i rapporti con Belgrado è assai difficile, per non dire impossibile, pensare che dietro gli uccisori di re Alessandro e di Barthou vi fosse la mano ispiratrice degli italiani. E, del resto, quando, caduto il fascismo, si è cercato di fare luce sulle asserite responsabilità italiane, gli elementi raccolti329 sono stati cosí vaghi da non poter essere seriamente presi in considerazione. Al contrario, non è affatto da escludere che l’uccisione, pur rientrando da tempo nei piani degli ustaša (che già avevano organizzato altri attentati contro il re), fosse stata incoraggiata e favorita da chi in quel momento particolare piú aveva interesse ad impedire un riavvicinamento italo-jugoslavo e a far naufragare l’accordo italo-francese. E cioè i tedeschi (Göring intervenne ai funerali di re Alessandro e fece dichiarazioni a sostegno della intangibilità delle frontiere jugoslave) e soprattutto gli ungheresi330. E non è certo privo di significato che a Roma non solo la tragedia di Marsiglia fu considerata un fatto che «arresta tutti i nostri progetti immediati», dato che «Barthou doveva... incitare il re di Jugoslavia ai negoziati con l’Italia che erano nelle nostre intenzioni»331, ma furono fatte anche entrambe le ipotesi suddette, in base, anche, ad alcuni elementi raccolti dai servizi segreti, certo non decisivi ma, pur tuttavia, abbastanza significativi332. Sicché ci sembra impossibile condividere la sicurezza con la quale Sforza e Salvemini333 hanno parlato di «delitto del regime di Mussolini» e riteniamo, invece, sia nel giusto (a parte la sottovalutazione dell’elemento ungherese) il Duroselle334 quando scrive:

517–518

Autori dell’assassinio erano dei terroristi croati appartenenti alla società segreta «Ustaša». Il suo capo, Ante Pavelić, aveva lasciato la Jugoslavia nel 1929 e si era rifugiato soprattutto in Italia ed in Ungheria. Hitler era in buone relazioni con gli Ustaša... ma il vero sostegno degli Ustaša era Mussolini. Tuttavia, nell’ottobre 1934, il Duce, ancora preoccupato per la minaccia di Anschluss, non aveva interesse ad incoraggiare un attentato come quello di Marsiglia. Barthou doveva recarsi a Roma ed un accordo tra la Francia e l’Italia era in preparazione. Se l’assassinio di Marsiglia non era dovuto ad un’iniziativa croata, era solo l’influenza tedesca che aveva potuto esercitarsi. Ma si tratta di un’ipotesi non verificabile. Si sa che, alla vigilia dell’assassinio, Pavelić aveva improvvisamente lasciato Berlino per Milano. Egli fu arrestato a Torino, il 18 ottobre, con un altro cospiratore, Kvaternik. Mussolini rifiutò d’altra parte di accordare loro l’estradizione. Egli incontrò Pavelić la prima volta solamente nell’aprile 1941.

In termini politici immedi ati e soprattutto di opinione pubblica, tutto ciò era però praticamente irrilevante. Ciò che contava era che i rapporti tra il governo italiano e gli ustaša erano ben noti, come era nota la libertà che questi godevano in Italia, e che essi erano stati denunciati già da tempo dalla stampa jugoslava e non solo da essa. E ancor piú contava il fatto che gli assassini risultavano essere uomini di Pavelić, che si trovava in Italia, ed essere arrivati in Francia dall’Italia, doveerano stati addestrati e si erano procurati le armi. Il che spiega la levata di scudi contro l’Italia (oltre che contro l’Ungheria) che subito si verificò in Jugoslavia e che investí anche larghi settori della stampa occidentale, soprattutto di sinistra che, sulla falsariga di «Le populaire» dell’11 e 12 ottobre, immediatamente mise in relazione l’assassinio di Marsiglia con le mene italiane in Jugoslavia e parlò di collusione tra gli ustaša e i fascisti nell’attentato335.

In una situazione politica europea diversa una campagna di stampa di questo tipo avrebbe certamente inciso profondamente non solo sui rapporti italo-jugoslavi, ma anche su quelli italo-francesi. In quel momento l’interesse per l’accordo tra Francia e Italia era però, tanto a Parigi quanto a Londra e persino a Praga, cosí forte che – passati i primi giorni di eccitazione – la tendenza prevalente fu quella di seppellire al piú presto non solo le vittime dell’attentato di Marsiglia ma anche il caso politico che esse rappresentavano e soprattutto di evitare che a farne le spese fossero i rapporti tra Parigi e Roma. Mentre in Italia veniva disposto l’arresto di Pavelić e di alcuni suoi collaboratori (di cui venne però negata l’estradizione richiesta dai francesi con l’argomento che essa non era prevista per i reati politici) e veniva istituita una stretta sorveglianza sugli ustaša336, Parigi e persino Praga si adoperarono per moderare gli jugoslavi e, in pratica, per dirottare le loro proteste verso Budapest. E quando gli jugoslavi portarono la questione davanti alla Società delle Nazioni tutti gli sforzi furono indirizzati a liquidare il contrasto jugoslavo-ungherese nel modo piú indolore possibile e in maniera tale che Mussolini non si sentisse costretto, per salvare il suo prestigio e la sua influenza su Budapest, a dover prendere posizione troppo duramente a favore dell’Ungheria. Decisivo fu in questo senso il ruolo di Laval, che, in seguito alla morte di Barthou, aveva assunto la direzione del ministero degli Esteri e, ciò che piú conta, l’aveva continuata a reggere anche quando, caduto l’ormai troppo indebolito governo Doumergue, il 13 novembre si era costituito quello Flandin. Come ha scritto la Ormos337,

518–519

per sua ammissione, fu lui che diede al governo jugoslavo l’idea di prendersela con l’Ungheria e spiegò contemporaneamente a tutti i ministri degli esteri dei paesi della Piccola Intesa che essi dovevano parlare solo della complicità ungherese nell’affare dell’attentato, poiché i suoi progetti e la sua politica italiana non permettevano di coinvolgere Roma in questo affare. Essendo assodato che questa stessa politica non permetteva neppure un intervento troppo energico contro l’Ungheria, alleata dell’Italia, alla Società delle Nazioni Laval assunse, a fianco di Anthony Eden, il ruolo di mediatore per indurre la Jugoslavia alla moderazione nei riguardi dell’Ungheria. I ministri degli esteri della Cecoslovacchia e della Romania sostennero – si disse – questa manovra e malgrado la forte pressione della sua opinione pubblica il governo jugoslavo si decise egualmente a rassegnarsi, benché tutti fossero convinti che i fili dell’attentato fossero stati tirati da Roma.

Sicché, alla fin fine, si potrebbe, paradossalmente, quasi dire che, passato il primo momento delle accuse clamorose, l’uccisione di re Alessandro finí per giovare a Mussolini, poiché – dato lo stato d’animo dell’opinione pubblica jugoslava – Parigi non poté piú insistere nella richiesta di abbinare il riavvicinamento italo-jugoslavo agli accordi franco-italiani e si dovette accontentare di prendere atto delle buone intenzioni di Mussolini per il futuro. Cosí come l’uccisione di Barthou gli giovò anch’essa, dato che il suo successore, Laval, non solo era anche piú deciso di lui ad accordarsi con l’Italia, ma era anche meno legato alla prospettiva del «patto orientale» e, soprattutto, era un politico estremamente spregiudicato e realista, molto piú duttile e pronto a molte piú transazioni pur di realizzare una politica alla quale credeva fermamente e sulla quale puntava le sue fortune politiche. La prova migliore di ciò è nell’andamento delle trattative che precedettero e prepararono la visita di Laval a Roma.

519–520

La fase decisiva delle trattative ebbe inizio il 15 novembre, quando i francesi riassunsero per iscritto la loro posizione sui vari problemi sino allora discussi e trasmisero il tutto a Roma. Cinque giorni dopo, il 20 novembre, Flandin riceveva l’ambasciatore italiano a Parigi e gli confermava la volontà del suo governo di giungere ad un accordo. Stando al resoconto dell’incontro inviato a Roma338, Flandin, dopo aver esordito affermando che era «ormai tramontato, e non risorgerà, il periodo dell’antifascismo e dell’ostilità massonica» verso l’Italia («ogni Paese ha il regime che gli accomoda, un regime non si “calque” da Paese a Paese») e che «la Francia desidera trattare l’Italia da pari a pari», si soffermò essenzialmente su due punti: 1) il suo governo desiderava una intesa con Roma e Londra «che metta di fronte alla Germania, tutte le volte ch’essa sorpassasse la misura, il blocco delle tre grandi potenze»; 2) il governo italiano aveva tutto l’interesse che la Jugoslavia non «cada in grembo alla Germania» e, quindi, a «comporre le sue quisquilie con la Jugoslavia e a valersi dell’opera della Francia per questo riavvicinamento». Contemporaneamente, a Roma Mussolini riceveva De Chambrun e discuteva con lui le proposte francesi di cinque giorni prima. Di questo colloquio non abbiamo il resoconto; il suo succo si può però desumere dal dispaccio che il giorno dopo l’ambasciatore Pignatti trasmise a Roma, dopo essersi incontrato a sua volta col segretario generale del Quai d’Orsay339:

Il Signor Leger mi ha pregato di passare da lui per informarmi del contenuto delle controproposte francesi e della conversazione che il Conte di Chambrun ha avuto ieri con il Capo del Governo italiano.

I. DISARMO.

  • a) La Francia ha domandato che l’Italia s’impegni a conversazioni preliminari nel caso in cui la questione del riarmamento della Germania fosse posta nuovamente sul tappeto. Risposta d’accordo.

  • b) Nell’eventualità che la questione del disarmo ritorni in discussione, la Francia domanda che le sia riconosciuta una superiorità d’armamenti sulla Germania per compensare il vantaggio di questa ultima in fatto di potenzialità industriale.

    1. Austria. Il Duce è d’accordo nell’idea avanzata dalla Francia di garantire convenzionalmente l’indipendenza dell’Austria. L’accordo che dovrebbe essere poggiato, almeno moralmente, a Ginevra comprenderebbe l’Italia, Francia, Inghilterra, se possibile, e gli Stati limitrofi all’Austria sul piede di eguaglianza. L’Ambasciatore ha nominato espressamente la Piccola Intesa.
    1. Jugoslavia. La Francia ha domandato che i nostri rapporti con la Jugoslavia siano migliorati. Leger mi ha parlato di un Patto di amicizia che potremmo concludere coi nostri vicini. Il Duce non avrebbe avanzato obiezioni di massima. Egli avrebbe però dichiarato che intende aspettare che si sia formata un’atmosfera propizia all’accordo, atmosfera che per il momento non esiste. Il Duce ha dichiarato che riunirà i croati nell’isola di Lipari.
    1. Confini libici. D’accordo in massima. L’intesa potrà facilmente realizzarsi dopo esame della questione da parte dei tecnici italiani.
    1. Tunisi. Il telegramma di de Chambrun non è chiaro su questo punto. Il Duce ha detto che gli occorre un periodo assai lungo, ma l’Ambasciatore non dice se il Capo del Governo italiano abbia accettato o no, che, dopo il periodo di transizione, l’ipoteca italiana sulla Tunisia sia tolta interamente. Il Quai d’Orsay domanderà a de Chambrun di chiarire meglio questo punto.
    1. Costa dei Somali. È sembrato che il Duce non prestasse molta attenzione alla questione della ferrovia. L’Ambasciatore ha offerto di portare, da uno a due, i rappresentanti italiani nel Consiglio di Amministrazione della Ferrovia. Fino ad ora il rappresentante italiano era fittizio, ora diventerebbe effettivo. Ci sarebbe trapasso, a noi, di azioni o obbligazioni. Circa la rettifica di frontiera offerta, il Duce ha domandato che sia visibile sulla carta. La presente offerta francese non è invece visibile.
    1. Abissinia. Il Duce ha prestato molto interesse a questo punto della conversazione. La Francia è disposta a non intralciare la nostra azione economico-commerciale, limitando la propria alla zona di influenza francese. Secondo Leger, Roma avrebbe domandato il passaggio di truppe italiane sulla ferrovia.
520–521

L’impressione generale di de Chambrun è stata buona. La grossa difficoltà consiste nei rapporti italo-jugoslavi. Per Tunisi bisogna aspettare le chieste delucidazioni.

Da questo dispaccio e dalla documentazione italiana relativa ai colloqui che ebbero luogo a Roma (tra Mussolini, Suvich, De Chambrun e Bérenger) e a Ginevra (tra Aloisi e Laval) tra la fine di novembre e la metà di dicembre risulta chiaramente che in questa prima fase delle trattative da parte francese si cercò ancora di muoversi in quella che doveva essere stata la prospettiva di Barthou; si cercò cioè di dare all’accordo un carattere il piú generale possibile, in maniera da risolvere tutte le questioni controverse o comunque aperte (compresa quella dei mandati), e soprattutto da ottenere l’inclusione della Piccola Intesa o, almeno, della Cecoslovacchia e della Jugoslavia tra i paesi garanti dell’indipendenza austriaca e giungere cosí per questa via ad una sistemazione sia dei rapporti particolari italo-jugoslavi sia di quelli generali franco-italiani relativi al settore danubiano. La stessa documentazione mostra altrettanto chiaramente che da parte italiana si cercò però di contrastare questa prospettiva, dato che essa, se accettata, da un lato avrebbe ridotto l’autonomia di manovra di Roma nel settore balcanico-danubiano e comportato il pratico abbandono delle posizioni acquisite in Ungheria e, da un altro lato, avrebbe reso difficile riaprire in un secondo tempo la trattativa coloniale a piú largo raggio con Parigi. Da qui il non voler chiudere definitivamente la questione tunisina e il non voler accettare l’impostazione francese della questione siriana e – soprattutto – l’opposizione ad associare la Piccola Intesa alla garanzia all’Austria e a fare della questione danubiana il punto praticamente centrale della trattativa. Tra i vari documenti che a questo proposito si potrebbero citare340, il piú illuminante è il seguente appunto di Mussolini, trasmesso da Suvich a De Chambrun l’11 dicembre341:

521–522

10 dicembre, 1934.

  1. Per quanto concerne l’Austria non si comprende perché la sua indipendenza debba essere garantita anche dalla Cecoslovacchia e dalla Jugoslavia. Ciò non fu mai domandato dalla Francia. Le dichiarazioni precedenti furono sempre a tre: Francia, Inghilterra, Italia.

Qualora vi si aggiungesse la Germania, la garanzia sarebbe perfetta. L’importante è che Italia e Francia abbiano una direttiva comune e siano pronte a riaffermarla per la terza volta.

Non si tutela l’indipendenza di uno Stato cominciando col minorarlo politicamente e moralmente.

  1. Nelle circostanze attuali, finché non sia chiarita tutta la situazione determinatasi in seguito all’attentato di Marsiglia e specialmente dopo la espulsione degli ungheresi dalla Jugoslavia, non intendo fare dichiarazione alcuna nei confronti di Belgrado. Anche qui, occorre che si formi una atmosfera, che oggi non esiste.

Belgrado sa – vedi mie dichiarazioni a Drummond riferite ad Henderson – che l’Italia non nutre intenzioni aggressive nei confronti di Belgrado. Questo può bastare per il momento.

3.

Come non si chiede alla Francia di abbandonare la Jugoslavia e in genere la Piccola Intesa, in conseguenza o in simultaneità dell’accordo coll’Italia; cosí non si deve chiedere all’Italia di abbandonare l’Austria e l’Ungheria. La Francia teme che la Jugoslavia possa entrare nell’orbita di Berlino: ma lo stesso timore si può nutrire nei confronti dell’Austria e dell’Ungheria, quando fossero abbandonate dall’Italia. L’accordo Francia-Italia deve farsi senza sacrificio delle rispettive costellazioni danubiane: può, anzi, questo accordo fornire il metodo per riavvicinarle. Comunque non bisogna chiedere all’Italia di passare da Belgrado per raggiungere Parigi.

522–523

Stante questa perdurante contrapposizione di fondo, a metà dicembre le trattative sembrarono giunte ad un punto pressoché morto. Il diario di Aloisi è a questo proposito eloquente e mostra bene le preoccupazioni che questa contrapposizione suscitava nella «carriera» e il suo desiderio di una maggiore duttilità da parte di Mussolini342. Dopo una certa stasi nelle trattative, negli ultimi giorni dell’anno queste però ripresero con nuovo vigore e, anche se fino all’ultimo momento non mancarono le preoccupazioni per una sempre possibile rottura, il 2 gennaio ’35 un accordo preliminare di massima fu finalmente raggiunto. Due giorni dopo Laval arrivava a Roma per incontrarsi con Mussolini e perfezionare l’accordo stesso.

Per comprendere come si giunse all’accordo preliminare e al viaggio di Laval è necessario capire quanto l’accordo fosse indispensabile sia a Mussolini sia a Laval. Se si capisce questo ci si rende facilmente conto come tutte le contrapposizioni della prima fase delle trattative non fossero state in realtà che delle schermaglie messe in atto da entrambe le parti per cercare di dover pagare un prezzo minore e per assicurarsi delle «merci di scambio» sulle quali al momento opportuno transigere e poter cosí dimostrare la propria buona volontà e la propria disposizione ad incontrarsi a mezza strada. Per Mussolini l’accordo era assolutamente necessario, dato che senza di esso non avrebbe potuto dare inizio alla sua politica etiopica e dato che, d’altra parte, il «duce» si rendeva ben conto che le circostanze favorevoli per realizzare tale politica non sarebbero durate a lungo, poiché non appena la Germania avesse avuto a disposizione una forza armata degna di questo nome la situazione europea si sarebbe irrimediabilmente deteriorata e per l’Italia non vi sarebbe piú stata alcuna possibilità di distoglierle da essa le sue attenzioni e le sue forze. Da qui – fatta salva l’esigenza di non dare a vedere al PNF, che non lo avrebbe tollerato343, che pur di accordarsi con Parigi era passato per Belgrado o, anche solo, aveva in qualche misura ceduto alle richieste jugoslave – la sua disponibilità a transigere e a fare concessioni alla Francia su tutta una serie di questioni e, in definitiva, a correre il rischio di non realizzare tutto il realizzabile pur di ottenere da Parigi l’assenso di massima ai suoi programmi etiopici. Da qui, ancora, quando verso Natale la contrapposizione sembrava tale da far temere un fallimento delle trattative, da un lato, il suo assumere un atteggiamento possibilista al massimo (al punto da dirsi disposto ad incontrarsi dal 3 gennaio in poi con Laval, se appena si fosse raggiunto un accordo preliminare) e il suo dichiararsi disposto ad accettare in linea di principio per l’Etiopia «la formule de désistement proposée par Mr. Laval... dictée par des raisons de prudence», salvo rivederla «suivant le desir de l’Italie» direttamente col ministro degli Esteri francese344, e, da un altro lato, il suo ricorrere contemporaneamente alle minacce piú o meno esplicite. Non altrimenti ci pare infatti si possa interpretare l’ultima parte del resoconto, redatto da Suvich, del colloquio che il 27 dicembre Mussolini, lo stesso Suvich e De Chambrun ebbero sullo stato delle trattative. In essa si legge345:

523–524

Il Capo del Governo osserva che le concessioni relative alla Somalia e all’Eritrea sono fondamentali. La Francia ha già un impero coloniale vastissimo che le garantisce l’avvenire. L’Italia trova chiuso tutto il mondo; ha una possibilità di espansione, con molte difficoltà, in Abissinia; non le si deve chiudere anche questo sbocco se si vuole che l’Italia possa essere un elemento per il mantenimento dell’equilibrio generale; altrimenti «nous pourrions gâter la fête, au moins par notre inquiétude».

È importante che la Francia delimiti la sua zona di influenza commerciale in una striscia lungo la ferrovia disinteressandosi per tutto il resto.

La prova migliore che questo fosse il reale stato d’animo di Mussolini è dimostrato dal fatto che, appena fu sicuro che l’accordo si sarebbe fatto e che Laval gli avrebbe dato mano libera in Etiopia, il 30 dicembre – ancor prima che Laval dunque venisse a Roma e l’accordo fosse perfezionato – egli, come vedremo in un prossimo capitolo, diede praticamente il via alla concreta preparazione delle operazioni militari in Africa orientale. Questo per quel che riguarda Mussolini. Non si deve però assolutamente credere che per Laval l’accordo con l’Italia fosse meno necessario e indifferibile. A parte il fatto – già di per sé sintomatico – che si sa che Laval, concluso l’accordo, si vantò con il suo governo di averlo pagato meno di quanto era stato autorizzato a concedere a Mussolini346, è infatti indubbio che Laval aveva due ottime ragioni per voler anche lui concludere ad ogni costo positivamente le trattative. Come ministro degli Esteri voleva concluderle perché, di fronte alle vicende austriache, alle notizie relative al riarmo segreto avviato da Hitler e alla minaccia che la Germania potesse mettere in crisi il sistema francese in Europa, la Francia politicamente e psicologicamente aveva bisogno di sentirsi l’Italia vicina e alleata, specie dato che, per molti aspetti, l’accordo con l’Italia poteva servire a Parigi per vincere in parte almeno le ritrosie inglesi ad impegnarsi ulteriormente sul continente. Come uomo politico poi, voleva concluderle perché sapeva bene che Herriot non lo avrebbe voluto al Quai d’Orsay e che lo stesso Flandin, strettamente legato al leader radical-socialista, non desiderava che egli vi si radicasse e avrebbe preferito concludere lui l’accordo con Mussolini; sicché per Laval l’accordo non era solo la realizzazione della sua politica, ma anche il modo piú sicuro per rafforzare il suo prestigio personale e rassodare definitivamente la sua posizione nel governo francese.

524–525

Laval – come si è detto – giunse a Roma il 4 gennaio, nella serata; con lui era, tra gli altri, il segretario generale del Quai d’Orsay, Léger. I vari punti degli accordi che egli avrebbe dovuto perfezionare con Mussolini erano stati definiti nel corso di un susseguirsi quasi frenetico di incontri (anche notturni) che dal 27 dicembre al momento dell’inizio dei colloqui tra i due uomini politici avevano visto impegnati soprattutto Suvich e Buti da parte italiana e De Chambrun da parte francese. Mussolini e Laval ebbero due conversazioni ufficiali (delle quali esistono i resoconti redatti da Suvich347, che partecipò ad entrambe cosí come De Chambrun), la prima il 5 gennaio dalle dieci alle undici e quarantacinque del mattino, la seconda il giorno dopo alla stessa ora. Nonostante l’interesse di entrambe le parti a concludere, questi due colloqui non portarono ancora all’accordo definitivo. Durante il primo i due parlarono soprattutto della situazione tedesca ed austriaca e delle questioni coloniali. Sulla gravità della situazione tedesca le valutazioni furono concordi, specie a proposito dell’effettivo riarmo che Hitler aveva segretamente avviato. Per impedirlo non vi era che la possibilità di una guerra. Ciò non era però possibile e – secondo Mussolini – «anche una guerra fatta soltanto per punire la Germania di non aver mantenuto le clausole dei trattati, sarebbe impopolare». Sicché

525–526

il mezzo migliore sarebbe quello di negoziare con la Germania il riconoscimento di tale suo riarmo prendendo per conto nostro le dovute garanzie, le quali potrebbero essere il ritorno della Germania nella Società delle Nazioni, il controllo di un margine di superiorità per noi. Va notato però che il controllo non è facile.

Laval si dichiarò d’accordo, anche se non si nascondeva che una tale soluzione avrebbe incontrato difficoltà «da parte dell’ambiente politico e di parte della stampa e dell’opinione pubblica francese». L’accordo proposto per l’Austria sarebbe potuto essere un passo su questa strada, anche se i due si trovarono in disaccordo sulla sua durata ottimale, per Mussolini dieci anni, per Laval «un periodo minimo di venticinque anni». Quanto alle questioni coloniali, da parte italiana si insistette sul concetto che le offerte francesi erano insufficienti (sia nel Sud della Libia, sia nella Somalia francese), mentre da parte francese si affermò che il periodo di transizione previsto per la definitiva liberazione della Tunisia dagli oneri del 1896 era troppo lungo. Le questioni coloniali furono trattate però essenzialmente da Suvich. Mussolini si limitò quasi solo, verso la fine del colloquio, a mettere l’accento sull’Etiopia. Secondo il resoconto di Suvich,

Il Capo del Governo fa presente che la questione principale per lui è la questione della mano libera in Etiopia, il cosidetto «désistement».

Laval è perfettamente d’accordo con tale principio. Egli vuole soltanto trovare una formula che presenti l’atteggiamento francese come corretto anche quando domani fosse pubblicata.

Suvich rileva che si sta studiando tale formula che verrà presentata domani all’approvazione.

Durante il secondo colloquio, il giorno dopo, Laval pose sul tappeto la situazione danubiana e i rapporti italo-jugoslavi. Dapprima informò Mussolini che Beneš lo aveva incaricato di fargli sapere che in tutti gli accordi della Piccola intesa nulla vi era che fosse diretto contro l’Italia e che avrebbe gradito che il «duce» gli rilasciasse una dichiarazione, possibilmente scritta, sulla non esistenza di alcuna alleanza militare tra Italia ed Ungheria. Mussolini confermò che nessuna alleanza di questo tipo esisteva, ma rifiutò di rilasciare dichiarazioni scritte. Quanto alla Jugoslavia, le richieste riferite da Laval erano: una forma di consultazione per l’Austria, dato «che essa non potrà mai consentire che in caso di disordini l’Italia entri da sola in Austria»; una soddisfazione per l’attentato di Marsiglia; che l’Italia cessasse di «mantenere i terroristi» e fossero sottoposti a processo i croati compromessi e dimoranti in Italia; e che i protocolli italo-austro-ungheresi del marzo ’34 fossero aperti anche ad altri paesi. Le repliche italiane a queste richieste sono indicative della doppia preoccupazione di Mussolini di non fare concessioni formali, che il suo prestigio non poteva permettere e che gli avrebbero creato difficoltà con larga parte del PNF, ma, al tempo stesso, di rassicurare Laval e, tramite suo, la Jugoslavia, facendole capire che ad un accordo si sarebbe giunti in un prossimo futuro, appena calmate le acque agitate dalle recenti polemiche:

526

Il Capo del Governo trova che queste note jugoslave, fatte in tono comminatorio e perentorio sono gravi. Egli ha già dichiarato che è disposto ad esaminare un miglioramento dei rapporti con la Jugoslavia quando sarà venuto il momento opportuno e in circostanze favorevoli. Non può però accettare domande fatte in questa forma e con termini precisi.

Il Ministro Laval si affretta a rilevare che nelle ultime conversazioni avute con Jeftic, il tono è cambiato, e che Jeftic gli ha detto di desiderare molto il successo delle trattative di Roma e di sperare che le stesse avranno per conseguenza un avvicinamento italo-jugoslavo.

Il Capo del Governo ripete che ritiene un avvicinamento tra l’Italia e la Jugoslavia una conseguenza logica e desiderabile della intesa italo-francese, ma lo stesso non potrà avvenire che quando ci sarà la certezza che esso possa portare dei risultati favorevoli.

Bisogna intanto che da parte jugoslava si muti atteggiamento. Deve cessare la propaganda irredentistica che ha avuto una espressione cosí manifesta al Congresso della emigrazione jugoslava di Maribor.

Il Capo del Governo farà tenere al Ministro Laval una relazione su tale congresso.

Il Ministro Laval chiede se è intenzione del Governo italiano di mettere sotto giudizio Pavelić e Kvaternic.

Il Capo del Governo risponde che ciò dipenderà dalle prove sulla loro presunta colpevolezza, prove che deve fornire la Francia.

Il Ministro Laval ritiene che sarebbe opportuno iniziare un processo senza attendere l’esito del processo di Marsiglia.

Il Capo del Governo risponde che ciò dipenderà appunto dall’esame dei documenti che dovranno essere forniti.

Per quanto riguarda l’accennata estensione dei Protocolli di Roma del marzo fa presente che gli stessi hanno un carattere specifico e sono adattati alle relazioni intercorrenti tra l’Italia, l’Austria e l’Ungheria.

Suvich avverte la pratica impossibilità di estendere i Protocolli a terzi, essendo i protocolli stessi fatti a due a due tra i singoli Paesi interessati.

L’accordo con la Jugoslavia sarebbe stato inoltre raggiungibile soprattutto se Laval si fosse dimostrato effettivamente disponibile ad accettare il punto di vista italiano sull’Etiopia, vera chiave di volta per Mussolini di tutto l’accordo. Non a caso il resoconto del colloquio registra che, appena concluso l’esame dei rapporti con la Jugoslavia, il «duce» ritornò sull’importanza che egli annetteva al «désistement», ottenendo in cambio da Laval una ambigua ma al tempo stesso eloquente strizzatina d’occhio:

527

Laval riconferma che ha capito benissimo il concetto italiano e che, a parte gli interessi di carattere economico che la Francia vuole salvaguardare, il suo Paese non intende intralciare l’opera di penetrazione italiana in Abissinia.

Parallelamente a questi due colloqui aveva luogo una fittissima serie di contatti tra le due delegazioni, alla ricerca di una definizione delle varie questioni e dei documenti nei quali l’accordo doveva essere tradotto. Dal diario di Aloisi risulta che il 6 gennaio, sia nella mattinata sia nel pomeriggio, molti punti erano ancora controversi348. All’accordo definitivo si arrivò infatti solo nella nottata: dopo una cena, offerta da Laval a palazzo Farnese, Mussolini e il suo ospite si appartarono e risolsero tête à tête le questioni ancora sospese. Il giorno dopo l’accordo era firmato e l’8 gennaio Laval ripartiva per Parigi tra grandi manifestazioni di reciproca amicizia.

Gli accordi italo-francesi del 7 gennaio ’35 constavano di ben sette accordi particolari, alcuni dei quali furono resi pubblici, mentre altri o furono fatti conoscere solo a certi governi o furono mantenuti segreti. Apriva la serie una dichiarazione generale nella quale, premesso che era stato «assicurato il regolamento delle principali questioni» in sospeso e in particolare di quelle connesse all’articolo tredici del patto di Londra e che eventuali controversie future «troveranno la loro soluzione sia per la via diplomatica, sia a mezzo delle procedure stabilite dal Patto della Società delle Nazioni, dallo Statuto della Corte permanente di giustizia internazionale e dall’atto generale di arbitrato», si affermava il proposito dei due governi «di sviluppare la tradizionale amicizia che unisce le due nazioni e di collaborare, in uno spirito di reciproca fiducia, al mantenimento della pace generale»349. Seguiva un processo verbale con il quale i due governi si dichiaravano d’accordo nel raccomandare agli Stati maggiormente interessati la conclusione di un accordo di «non ingerenza» nei rispettivi affari interni; inizialmente l’accordo avrebbe dovuto essere concluso tra Italia, Germania, Ungheria, Cecoslovacchia, Jugoslavia e Austria ed essere aperto all’adesione della Francia, Polonia e Romania. Oltre a ciò, Francia e Italia rendevano noto che, nella eventualità che «l’indipendenza e l’integrità» dell’Austria fossero minacciate, i due governi si sarebbero consultati fra loro e con quello austriaco «in vista delle misure da prendere» per salvaguardarle e avrebbero esteso le consultazioni, «al fine di assicurarsene il concorso», agli altri Stati350. Il terzo documento trattava il problema del disarmo.

528–529

Le notizie diffuse su di esso si riferirono genericamente alla comune decisione dei due governi di ritenere che «nessun paese può modificare per atto unilaterale le sue obbligazioni in materia di armamenti e che, nel caso in cui questa eventualità dovesse verificarsi, essi si consulterebbero»351. In realtà il documento era assai meno anodino, si riferiva esplicitamente alla Germania e stabiliva altresí che nel caso si potesse concludere una convenzione generale per la limitazione degli armamenti i due governi si sarebbero concordemente adoperati perché essa stabilisse cifre che «assurent aux deux Pays, par rapport à l’Allemagne, les avantages qui seraient justifiés par chacun d’eux»352. A questi primi tre documenti di carattere generale ed europeo seguivano i quattro concernenti le questioni coloniali. Di essi uno era dedicato alle rettifiche delle frontiere libica ed eritrea. Nel Sud libico l’Italia otteneva una zona, in buona parte desertica e scarsissimamente abitata, di circa 114 mila chilometri quadrati. Quanto alla frontiera tra l’Eritrea e la Somalia francese essa veniva modificata in modo da includere nella prima un tratto di costa (circa 21 mila chilometri quadrati) fronteggiante lo stretto di Bab el Mandeb; oltre a ciò la Francia riconosceva la sovranità italiana sull’isola Dumerrah. Un annesso protocollo segreto concedeva all’Italia il libero traffico per lo stretto di Bab el Mandeb. Quanto poi alla questione tunisina, essa era trattata nel successivo accordo e risolta sulla base, da un lato, della proroga totale o parziale della regolamentazione relativa ai problemi della nazionalità degli italiani di quella regione e delle loro scuole prevista dalle convenzioni del 1896 sino al 1945, 1955, 1965 (a seconda dei casi) e, da un altro lato, della liberazione, dopo queste proroghe, della Francia da ogni impegno ed onere verso l’Italia353.

Sin qui, come si vede, sia il «sospeso» del patto di Londra sia la questione tunisina erano regolati a tutto vantaggio della Francia, che si liberava di due gravosissime ipoteche con una spesa minima e certamente del tutto inadeguata a soddisfare le richieste che da parte italiana erano state avanzate in sede diplomatica e sbandierate in sede politica, storica, propagandistica per anni. Per il «sospeso» si poteva ben dire che Mussolini si era accontentato del classico piatto di lenticchie; per la questione tunisina, date le premesse e le dichiarazioni tante volte ripetute, si poteva addirittura parlare (e questa fu appunto la reazione di molti italiani di Tunisia) di vero e proprio tradimento. E non a caso commenti in questo senso circolarono sotto sotto anche in Italia, specie negli ambienti piú accesamente nazionalisti. Né certo si poteva pensare che la bilancia tornasse a traboccare dal lato italiano solo perché – come annunciava il comunicato ufficiale diramato dopo la conclusione degli accordi – nel quadro della nuova collaborazione italo-francese volta a sviluppare le relazioni economiche tra i rispettivi territori metropolitani e coloniali entrava «pure una partecipazione italiana nella ferrovia Gibuti - Addis Abeba»354. Bene a questo proposito ha riassunto la situazione il Baer quando ha scritto355:

529–530

La misura delle concessioni coloniali di Mussolini era notevole. Per tutte le loro precedenti richieste relative al credito del 1915, gli italiani si accontentavano di ricevere l’umiliante boccone d’una piccola porzione di deserto senza valore e d’una minuscola striscia costiera sul Mar Rosso. Le 2500 azioni della ferrovia di Gibuti erano un pegno insignificante, che non portava al controllo della società. Piú tardi Laval disse che un granello di deserto libico non solo era servito a pagare le clausole del trattato di Londra, ma ch’era stato dato in cambio dell’abolizione dei diritti italiani in Tunisia. E nulla, negli accordi del 7 gennaio, colpisce di piú di questa capitolazione, di questa manifesta rinuncia al sogno italiano di dominio in Tunisia. Cosí Laval riassunse in modo appropriato quel sacrificio: «La Tunisia è per l’Italia quel che per la Francia era l’Alsazia-Lorena». Ora quelle antiche aspirazioni, che tanto a lungo avevano fatto parte del pensiero italiano, quelle rivendicazioni a un privilegio o, almeno, al riconoscimento dell’identità nazionale nella vicina terra di Tunisia, erano pubblicamente abbandonate.

In realtà l’utile per Mussolini c’era ed era anche grande, tale da fargli sacrificare persino le aspirazioni tunisiache di tanta parte del fascismo e che egli stesso aveva piú volte avallato356, e consisteva nel «désistement», nella «mano libera» concessagli in Etiopia da Laval nel corso del loro colloquio personale nella notte del 6 gennaio. Formalmente l’accordo fu, per volontà di Laval, mantenuto nel generico e si concretizzò in questa lettera segreta di Mussolini allo stesso Laval357:

530

Roma, 7 gennaio, 1935

Signor Presidente,

Ho l’onore di accusare ricevimento della Sua lettera in data odierna cosí redatta:

«Après examen de la situation de l’Italie et de la France en Afrique Orientale, particulièrement en ce qui concerne les intérêts de l’Erythrée et de la Somalie italienne, d’une part, de la Côte Française des Somalis, d’autre part, et dans le désir de pratiquer la politique de collaboration amicale que les deux Gouvernements poursuivent au voisinage de leurs possessions africaines, le Gouvernement français déclare au Gouvernement italien que, dans l’application de l’arrangement du 13 décembre 1906, et de tous les accords cités à l’art. Ier dudit arrangement, le Gouvernement français ne recherche en Ethiopie que la satisfaction d’autres intérêts que des intérêts économiques relatifs au tracé du chemin de fer de Djibouti à Addis Abeba dans la zone telle qu’elle est définie à l’annexe ci-jointe; toutefois, le Gouvernement français ne renonce pas là aux droits que ses ressortissants et protégés tiennent du Traité franco-éthiopien du 10 janvier 1908, ni aux concessions qu’ils ont obtenues sur les parties du territoire éthiopien situées en dehors de la zone ci-dessus visée, non plus qu’au renouvellement des dites concessions.

Le Gouvernement français attacherait du prix à ce que le Gouvernement italien voulût bien lui confirmer son accord sur ce qui précède et s’engageât à respecter, en ce qui le concerne, les droits et intérêts définis ci-dessus.

Il Governo italiano, confermando il proprio accordo su quanto precede, prende atto della dichiarazione fattagli dal Governo francese circa l’applicazione dell’Accordo del 13 dicembre 1906 e di tutti gli accordi citati all’art. 1° di detto Accordo; si impegna a rispettare gli interessi economici relativi al traffico della ferrovia Gibuti – Addis Abeba nella zona che è definita nell’annesso qui unito, come pure i diritti sopra specificati dei cittadini francesi.

Gradisce ecc.

Forte dell’ambiguità di questa lettera, Laval avrebbe successivamente sostenuto di non aver mai voluto dare «mano libera» a Mussolini in Etiopia tranne che sotto il profilo economico358. Le sue numerose dichiarazioni in questo senso sono però del tutto inaccettabili. G. W. Baer ha scritto a questo proposito359:

531–532

È esatto che formalmente Laval non avesse stretto nessun accordo segreto relativo al futuro politico dell’Etiopia ed è altresí vero che egli non dette a Mussolini alcuna approvazione ufficiale a una guerra d’aggressione, ma, al di fuori di questo, i dinieghi di Laval non possono essere accettati alla lettera. La verità è che a Roma Laval era disposto a dare a Mussolini mano libera in Abissinia, ad abbandonargliela, perché considerava che valeva la pena di pagare a quel prezzo l’amicizia italiana. Per Laval l’Etiopia era semplicemente un paese africano senza importanza che non conosceva, e che era disposto a veder sacrificato se poteva, con quel mezzo, garantire in maggior misura la sicurezza della Francia in Europa. Certamente, egli si accorse che nel gennaio ’35 Mussolini si stava preparando alla guerra contro l’Abissinia. La gravità dell’incidente di Ual-Ual gli era stata illustrata dal delegato etiopico a Ginevra nel dicembre ’34. Ma, in gennaio, gli pareva una pazzia irritare Mussolini per via di «quella meschina piccola sorgente... in capo al mondo»... Pertanto, pur non avallando una guerra d’aggressione contro l’Etiopia, Laval non disapprovò un certo qual impiego della forza da parte italiana. Quel tenersi di proposito nel vago, nell’ambiguo, la calcolata imprecisione della condotta di Laval su questo punto, gli consentivano di essere, a stretto rigore, preciso nelle sue smentite d’aver avallato la guerra, ma al tempo stesso Mussolini poteva trarre l’altrettanto esatta conclusione che l’Italia aveva l’adesione e la simpatia della Francia. Joseph Paul-Boncour descriveva il modo come Laval poté dare la sua approvazione al Duce: «con una scrollata di spalle, oppure ammiccando... Laval poté far intendere a Mussolini che non l’avrebbe criticato troppo, se avesse tentato una spedizione militare». Qualunque sia stato il mezzo cui Laval ricorse, il suo contegno convinse Mussolini che la Francia non avrebbe sbarrato la strada alla campagna d’Abissinia e lasciò che Mussolini accettasse la piú larga, piú generosa interpretazione di quel suo «ammiccare». Bastava quello per accontentare Mussolini e per determinare l’intesa franco-italiana del 7 gennaio 1935.

Sino ad ieri questa ricostruzione-spiegazione del Baer era quanto di piú equilibrato e attendibile fosse stato scritto in materia. Oggi è però nostra convinzione che si possa andare oltre ed asserire senza mezzi termini che Laval a Roma diede piena mano libera a Mussolini, anche se, da un lato, volle cautelarsi non rilasciando alcun chiaro impegno in tale senso e, da un altro lato, è assai probabile che consigliasse veramente il «duce» ad usare il piú possibile la mano leggera. La documentazione diplomatica italiana mostra infatti chiaramente che Laval pensava da anni a «dirottare» l’Italia in Etiopia e che tutte le trattative che precedettero e accompagnarono gli accordi di Roma furono fatte ruotare da parte italiana attorno al «désistement»; sicché è assurdo pensare che un politico della statura e della spregiudicatezza di Laval potesse equivocare o farsi illusioni di altro genere. L’elemento per noi decisivo è però costituito dal testo del «désistement» redatto il 4 gennaio tra italiani e francesi in preparazione dei colloqui Mussolini-Laval. Da esso risulta infatti senza ombra di dubbio che i francesi e quindi Laval conoscevano e – in linea di massima – accettavano il punto di vista italiano. Il fatto che poi si sia preferito ripiegare sulla formula meno impegnativa e piú ambigua della lettera di Mussolini a Laval non toglie nulla in importanza sotto questo profilo al documento; se mai, conferma indirettamente che i francesi – ben consci di cosa si accingevano ad accordare – cercarono di non lasciare tracce troppo esplicite del loro consenso. Ecco il testo del «désistement», datato 4 gennaio e indicato come segreto360; in esso decisivo è al numero due l’esplicito accenno al «cas de modifications du statu quo dans la région en question», che pone fine ad ogni possibilità di attribuire alla «mano libera» in Etiopia un valore solo economico:

532–533

Les Gouvernements Italien et Français,

après examen de la situation de l’Italie et de la France en Afrique Orientale, particulièrement en rapport aux intérêts de l’Erythrée et de la Somalie Italienne d’une part, de la Côte Française des Somalis de l’autre, et des Pays avoisinants,

désireux de pratiquer la politique de collaboration amicale qu’ils poursuivent au voisinage de leurs possessions africaines;

sont d’accord sur les dispositions suivantes:

  • 1) Le Gouvernement Français reconnait, en ce qui le concerne, que, sous réserve des droits et intérêts qui appartiennent à la Grande Bretagne en vertu des Traité et Accords en vigueur, l’Italie a des intérêts préponderants sur tout le territoire de l’Ethiopie, exception faite pour les intérêts économiques français relatifs à l’exploitation du Chemin de fer Djibouti - Addis Abeba.
  • 2) Le Gouvernement Français s’engage en conséquence vis à vis de l’Italie – même dans le cas de modifications du statu quo dans la région en question – à ne rechercher aucun avantage en Ethiopie autres que ceux d’ordre économique indiqués ci-dessus, et le Gouvernement Italien s’engage à son tour à garantir, dans toute eventualité, les intérêts économiques français relatifs à l’exploitation du Chemin de fer Djibouti - Addis Abeba.
  • 3) Les deux Gouvernements déclarent qu’en convenant les dispositions ci-dessus ils ont été animés du désir de préciser le contenu des accords et traités relatifs à la région en question, accords et traités qui restent confirmés dans toute leur validité.

Sulla base di questo documento e di tutto quanto siamo venuti dicendo, ci pare sia evidente che gli accordi italo-francesi del gennaio ’35 ebbero per le due parti un significato ben preciso: per Laval dovevano assicurare l’appoggio italiano alla Francia contro la Germania e il riconoscimento del sistema francese in Europa; per Mussolini dovevano assicurare all’Italia la possibilità di espandersi in Africa orientale. Ben convinte di ciò che stava ad ognuna a cuore, le due parti non fecero altro che mercanteggiare il piú possibile il proprio assenso alle rispettive richieste. Chi in assoluto ci guadagnò di piú fu la Francia, dato che Mussolini se era interessato in quel momento essenzialmente all’Etiopia non poteva però neppure sottovalutare l’importanza dell’amicizia francese in Europa e il rischio, sia pure improbabile, di rimanere isolato tra Parigi e Berlino. Nella sua logica politica anche per Mussolini il guadagno fu però notevolissimo. Il che – forse – spiega perché, nell’ultimissima fase della trattativa, quando Laval si decise a dare finalmente il suo assenso alle ambizioni coloniali del «duce», questo dovette finire per accettare un altro impegno, che non figurava nei documenti preparatori e non sarebbe apparso in quelli finali, ma che pure fu in linea di massima preso proprio in quell’occasione (anche se, come vedremo piú avanti, fu perfezionato nei mesi successivi): quello di realizzare una stretta collaborazione militare tra i due paesi.

Note


  1. Cfr. Mussolini il fascista cit., I, pp. 539 sgg., II, pp. 439 sgg. ↩

  2. Cfr. G. Carocci, Appunti sull’imperialismo fascista negli anni ’20, in «Studi storici», gennaio-marzo 1967, pp. 113 sgg.; ID., La politica estera dell’Italia fascista (1925-1928), Bari 1969, pp. 1 sgg.; e, piú in generale, ID., Contributo alla discussione sull’imperialismo, in «Il movimento di liberazione in Italia», gennaio-marzo 1971, pp. 3 sgg. ↩

  3. Cfr. G. Carocci, Appunti cit., p. 129. ↩

  4. Per il ruolo di questi interessi in occasione delle trattative connesse al patto di Locarno, cfr. M. Angelini, La politica estera italiana e il patto renano del 1925, in «Annali della Facoltà di Scienze politiche» di Perugia, n. 10 (1968-70), pp. 229 sgg. ↩

  5. Cfr. G. Carocci, Appunti cit., p. 117. ↩

  6. Ibid., pp. 116 sgg. ↩

  7. Cfr. su questo problema, per l’aspetto teorico, F. Neumann, Lo stato democratico e lo stato autoritario, Bologna 1973, pp. 297 sgg. e specialmente pp. 307 sgg., per i precedenti in occasione della «quota novanta», Mussolini il fascista cit., II, pp. 222 sgg. ↩

  8. L’unico che ha sfiorato il problema per l’immediato esordio del governo Mussolini è stato G. Rumi, Alle origini della politica estera fascista (1919-1923), Bari 1968, pp. 225 sgg. Piú numerosi sono invece gli studi sulle reazioni dell’opinione pubblica e soprattutto della stampa straniera agli esordi del fascismo e del potere mussoliniano. In genere cfr. E. Di Nolfo, L’opinione pubblica europea e l’ascesa al potere di Mussolini, in «Il mulino», ottobre 1954, pp. 635 sgg. Per l’Inghilterra cfr. A. Berselli, L’opinione pubblica inglese e l’avvento del fascismo, Milano 1971; E. Fasano-Guarino, Il «Times» di fronte al fascismo, in «Rivista storica del socialismo», maggio-dicembre 1965, pp. 155 sgg.; R. J. B. Bosworth, The British Press, the Conservatives, and Mussolini (1920-1934), in «Journal of contemporary history», 1970, n. 2, pp. 163 sgg. Per la Francia cfr. P. Milza, L’Italie fasciste devant l’opinion française (1920-1940), Paris 1967; C. Vivanti, La stampa francese di fronte al fascismo (luglio 1922 - gennaio 1925), in «Rivista storica del socialismo», gennaio-aprile 1965, pp. 52 sgg. Per il Belgio C. Pinzani, Socialdemocrazia belga e fascismo italiano, in «Movimento operaio e socialista», gennaio-marzo 1966, pp. 9 sgg. Per la Germania cfr. K. P. Hoepke, La destra tedesca e il fascismo, Bologna 1971; K. E. Lonne, Il fascismo italiano nel giudizio del cattolicesimo politico della Repubblica di Weimar, in «Storia contemporanea», dicembre 1971, pp. 697 sgg. Per gli Stati Uniti cfr. J. P. Diggins, L’America, Mussolini e il Fascismo, Bari 1972. ↩

  9. Cfr. G. Rumi, Alle origini della politica estera fascista cit., pp. 263 sg. ↩

  10. Ibid., pp. 290 sgg. ↩

  11. Ibid., p. 310. ↩

  12. Ibid., p. 303. ↩

  13. Cfr. A. Berselli, L’opinione pubblica cit., pp. 168 sgg. ↩

  14. Cfr. FRUS, 1932, I, p. 136 (maggio ’32). ↩

  15. Cfr. J. PAUL-BONCOUR, Entre deux guerres. Souvenirs sur la IIIᵉ République, II, Paris 1945, pp. 337 sg. ↩

  16. L’espressione è tratta dal titolo di un fortunato libro scritto dall’inviato speciale del «Daily Mail» in Italia P. PHILLIPS, The «Red» Dragon and the Black Shirts, London 1923. Questo giudizio era però largamente diffuso e se ne trovano eloquenti testimonianze non solo coeve ma anche successive. Tra l’altro, esso è presente anche nella pagina della The Second World War (V, p. 42) nella quale W. S. CHURCHILL, parlando del 25 luglio, dà la sua valutazione complessiva di Mussolini e della sua politica: «Cosí terminò la dittatura di Mussolini in Italia durata ventun anni, durante i quali egli aveva sollevato il popolo italiano dal bolscevismo nel quale avrebbe potuto sprofondare nel 1919 a una posizione in Europa quale mai l’Italia era arrivata prima... L’alternativa al suo governo avrebbe potuto essere un’Italia comunista, che avrebbe causato pericoli e disgrazie di tipo diverso sia per il popolo italiano che per l’Europa». ↩

  17. Cfr. «Il corriere della sera», 21 gennaio 1927. ↩

  18. Cfr. A. Berselli, L’opinione pubblica cit., p. 204. ↩

  19. Per l’ambiente diplomatico inglese cfr. P. G. Edwards, The Foreign Office and Fascism (1924-1929), in «Journal of Contemporary history», 1970, n. 2, pp. 153 sgg. ↩

  20. Cfr. nello stesso senso E. Di Nolfo, Mussolini e la politica estera italiana (1919-1933), Padova 1960, pp. 35 sgg. ↩

  21. Per un dettagliato quadro di quanto scritto da questa stampa cfr. G. Rumi, Alle origini della politica estera fascista cit. Contrariamente da noi, il Rumi trae da questo quadro la conclusione che al momento della «marcia su Roma» esisteva un programma fascista di politica estera, di cui Mussolini sarebbe stato sostanzialmente partecipe. ↩

  22. Cfr. B. Mussolini, Primo dell’anno prima divagazione, in «Il popolo d’Italia», 1º gennaio 1919; ↩

  23. Cfr. Mussolini, XV, pp. 216 sg. ↩

  24. Mussolini, XIX, p. 126. ↩

  25. Per un sintomatico accenno alla scarsezza dei possedimenti coloniali italiani rispetto a quelli delle altre nazioni europee cfr. il discorso pronunciato il 23 marzo in occasione della costituzione dei Fasci di combattimento, in Mussolini, XII, p. 323. Per il triennio successivo cfr., fra gli altri, l’articolo Ideali e affari, del 20 aprile 1919 (Mussolini, XIII, pp. 70 sgg.), il discorso pronunciato a Fiume il 22 maggio 1919 (ibid., pp. 142 sgg.), quello pronunciato a Pola il 24 settembre 1920 (lo si veda riprodotto in G. A. Chiurco, Storia della rivoluzione fascista [1919-1922], II, Firenze 1929, pp. 267 sgg.) e l’articolo Italia e Mediterraneo. L’Egitto indipendente?, del 2 marzo 1922 (Mussolini, XVIII, pp. 76 sgg.), che documentano bene come già a quest’epoca Mussolini considerasse il Mediterraneo una delle zone nelle quali l’Italia avrebbe dovuto sviluppare la sua penetrazione economica e cercare uno «spazio vitale». ↩

  26. Cfr. B. Mussolini, Blocco latino. Italia e Francia, in «Il popolo d’Italia», 3 dicembre 1918, in Mussolini, XII, p. 43. ↩

  27. Per un quadro della letteratura storica sulla politica estera fascista e delle discussioni attorno ad essa cfr. P. Pastorelli, La storiografia italiana del dopoguerra sulla politica estera fascista, in «Storia e politica», ottobre-dicembre 1971, pp. 575 sgg., e J. Petersen, La politica estera del fascismo come problema storiografico, in «Storia contemporanea», ottobre-dicembre 1972, pp. 661 sgg. ↩

  28. Cfr. G. Salvemini, Preludio alla seconda guerra mondiale, a cura di A. Torre, Milano 1967, p. 79. Il giudizio riprende quanto scritto a questo proposito da R. Guariglia, Ricordi (1922-1946), Napoli 1949, pp. 13 e 39 sg. ↩

  29. Cfr. F. D’Amoja, Declino e primacrisi dell’Europa di Versailles. Studio sulla diplomazia italiana ed europea (1931-1933), Milano 1967, p. 29. ↩

  30. Cfr. H. Stimson - M. Bundy, On Active Service in Peace and War, New York 1948, pp. 269 sg. ↩

  31. Sulla non coincidenza della politica estera mussoliniana con quella auspicata dai nazionalisti e dagli ultrafascisti cfr. G. Carocci, La politica estera dell’Italia fascista cit., pp. 23 sgg., 29 sg. e 110.

    Vogliamo sostenere solo che negli anni venti Mussolini non era in grado di prèvedere ancora neppur vagamente l’epoca di queste guerre. L’accenno nel discorso dell’Ascensione agli anni ’35-40 come ad «un punto cruciale della storia europea» in cui l’Italia avrebbe potuto far sentire la sua voce e avrebbe visto «finalmente» riconosciuti i suoi «diritti» ↩

  32. Cfr. R. Guariglia, Ricordi cit., p. 82. ↩

  33. Cfr. Mussolini, XXI, p. 443 (4 novembre 1925). ↩

  34. Mussolini, XXVI, p. 259 (26 maggio 1934). ↩

  35. Ibid., p. 308 (24 agosto 1934). ↩

  36. Mussolini, XXV, p. 147 (25 ottobre 1932). ↩

  37. Mussolini, XXXIV, p. 124 (Dottrina del fascismo). ↩

  38. Significative sono a questo proposito le dichiarazioni fatte nella primavera del ’26 da Mussolini a B. Strong, della Federal Reserve Bank di New York, secondo le quali solo tra una generazione si sarebbe posto il problema di un conflitto europeo per por rimedio alle ingiustizie del trattato di Versailles. Cfr. G. G. Migone, La stabilizzazione della lira: la finanza americana e Mussolini, in «Rivista di storia contemporanea», aprile-giugno 1973, p. 173. ↩

  39. Cfr. per lo stesso errore da parte dei «migliori collaboratori del duce» le osservazioni di G. Carocci, La politica estera dell’Italia fascista cit., pp. 242 sg. ↩

  40. Per un quadro d’insieme di questa fase cfr. E. Di Nolfo, Mussolini e la politica estera italiana cit., pp. 39 sgg.; A. Cassels, Mussolini’s Early Diplomacy, New Jersey 1970; e soprattutto G. Carocci, La politica estera dell’Italia fascista cit. In questa ultima opera cfr. alle pp. 18 sgg. le giuste osservazioni sulla collaborazione Mussolini-Contarini e su come valutarla ai fini di una comprensione storica di questo periodo. ↩

  41. Cfr. Mussolini il fascista cit., II, p. 52 nota. La nomina di Grandi fu suggerita da Federzoni, che lo aveva come sottosegretario agli Interni, ma doveva sostituirlo con un elemento piú accetto all’ala intransigente. Cfr. ibid., pp. 60 sg., nota e R. Guariglia, Ricordi cit., p. 47, che scrive: «Contarini... consigliato da Federzoni, suggerí il nome del Grandi... Il Grandi gli era stato dipinto come uomo duttile e comprensivo, tale da potersi uniformare a quelle direttive che presiedevano alla politica estera fino allora seguita da Palazzo Chigi, anzi tale da poter efficacemente collaborare per convincere Mussolini a rimanervi fedele». Sull’opera di Grandi come sottosegretario cfr. G. Carocci, La politica estera dell’Italia fascista cit., pp. 23 sgg. ↩

  42. Sempre viva (tanto che verso gli inizi della primavera del ’19 «Il popolo d’Italia» aveva già accennato all’opportunità di un’alleanza franco-italiana contro i settanta milioni di tedeschi) tale paura era stata confermata in Mussolini dal suo viaggio in Germania del marzo ’22 (cfr. Mus- solini il fascista cit., I, pp. 232 sgg., nonché S. Casmirri, Il viaggio di Mussolini in Germania nel marzo del ’22, in « Storia e politica», gennaio-marzo 1973, pp. 86 sgg.) di ritorno dal quale aveva espresso su «Gerarchia» (Mussolini il fascista cit., I, p. 237 e piú ampiamente Mussolini, XVIII, pp. 119 sgg.) la sua opinione: «Maschera è la repubblica; maschera il pacifismo... La Germania è pacifica perché “non può” fare la guerra... La totalità dell’opinione tedesca... considera [il trattato di Versailles] come un patto d’infamia e di vergogna; come un patto di schiavitú e di miseria. È ineseguibile, per giunta... Da questa convinzione del popolo tedesco al, segreto, ma irrefrenabile, desiderio della vendetta, è logico e fatale il passo... » ↩

  43. Cfr. a questo proposito R. Guariglia, Ricordi cit., p. 95. ↩

  44. A queste suggestioni, alle pressioni di alcuni suoi compagni di partito e diplomatici nazionalisti e al desiderio di conoscere meglio le relative questioni e, al tempo stesso al suo desiderio di fascistizzare gli italiani all’estero e farne dei sostenitori della sua politica, si devono collegare alcune iniziative – lasciate per altro quasi subito per il momento cadere – di Mussolini degli ultimi mesi del ’22 e dei primi del ’23 (erroneamente sopravvalutate da G. Rumi, Alle origini della politica estera fascista cit., pp. 235 sgg.) volte a raccogliere elementi sugli italiani di Malta, del Canton Ticino e della Corsica, a concedere aiuti ad alcuni gruppi irredentisti e a promuovere una certa attività propagandistica di tipo, appunto, panitalianista. ↩

  45. Cfr. a questo proposito le acute osservazioni di P. Pastorelli, La storiografia italiana cit., pp. 593 sgg., che collocano l’episodio di Corfú nel piú vasto quadro delle relazioni italo-inglesi del momento, e di G. Carocci, La politica estera dell’Italia fascista cit., p. 21, sull’influenza che lo stesso episodio ebbe nell’ammorbidire la riluttanza di Belgrado a soddisfare la perentoria richiesta italiana di annettere Fiume. ↩

  46. Cfr. Mussolini, XIX, p. 19, nonché, per un altro passo dello stesso discorso, Mussolini il fascista cit., I, p. 560. ↩

  47. Cfr. Mussolini, XIX, p. 251. ↩

  48. Cfr. Mussolini, XXI, p. 165. ↩

  49. Ibid., p. 229 (11 dicembre 1924). ↩

  50. Mussolini, XIX, pp. 130 (10 febbraio 1923), e p. 146 (16 febbraio 1923); XX, p. 211 (23 marzo 1924). ↩

  51. Mussolini, XIX, p. 191 (31 marzo 1923). ↩

  52. Cfr. il preciso quadro tracciato da G. Carocci, La politica estera dell’Italia fascista cit., pp. 29 sgg. ↩

  53. Sulla «missione Capello» cfr. R. De Felice, I rapporti tra fascismo e nazionalsocialismo fino all’andata al potere di Hitler (1922-1933), Napoli 1971 (corso litografato), pp. 48 sgg. È probabile che la missione abbia contribuito a confermare Mussolini nella sua paura della Germania. Nella relazione scritta per il «duce» dal generale Capello al ritorno dalla Germania si legge che nelle destre tedesche Mussolini era assai popolare e che tutti avrebbero voluto un Mussolini anche in Germania e che, per il momento, ne sollecitavano l’amicizia e l’aiuto (anche in armi). Nonostante ciò, a piú riprese il gen. Capello lasciava capire che a suo avviso era meglio non fidarsi delle destre tedesche o, almeno, bisognava cautelarsi al massimo verso il loro revanchismo. «Questa gente – scriveva nella sua relazione – aspira veramente ad intendersi con l’Italia con sincerità. Sentono che questo orientamento della politica collima con i loro interessi. Sono anche pronti a riconoscere qualche loro errore passato nei nostri riguardi, ma a quando a quando torna a galla la loro mentalità del 1871. Nemmeno la triste esperienza della guerra e del dopoguerra è riuscita completamente a sopirla. Ed allora affiorano nuovamente le idee pangermaniche nella persuasione, forse sincera in essi, che tale tendenza sia di vantaggio non solo germanico, ma mondiale, ed allora estendono anche le loro brame verso il nostro Alto Adige… Comunque bisogna tener presente che quella gente non ha grande sensibilità diplomatica. Sono assoluti, caparbi ed infatuati. In questi stessi difetti sta però una parte della loro forza». ↩

  54. Questa tendenza fu l’unica che suscitò proteste da parte della «carriera». Alla fine la questione fu parzialmente risolta nel ’28 con una formula di compromesso. Cfr. G. Carocci, La politica estera dell’Italia fascista cit., pp. 27 sg. ↩

  55. Cfr. V. Kybal, Czechoslovakia and Italy: my negotiations with Mussolini, in «Journal of Central European Affairs», gennaio e aprile 1954, pp. 352 sgg. e 65 sgg. ↩

  56. Cfr. P. Pastorelli, Italia e Albania 1924-1927. Origini diplomatiche del Trattato di Tirana del 22 novembre 1927, Firenze 1967. Secondo G. Zamboni, Mussolini Expansionpolitik auf dem Balkan, Hamburg 1970, il trattato italo-albanese avrebbe corrisposto invece a una logica del tutto diversa, tipicamente imperialista e avrebbe costituito un primo passo verso l’occupazione del ’39. ↩

  57. Cfr. G. Vedovato, Gli accordi italo-etiopici dell’agosto 1928, Firenze 1956, p. 32. ↩

  58. Sulle relazioni italo-etiopiche cfr., oltre al citato studio del Vedovato, G. Carocci, La politica estera dell’Italia fascista cit., pp. 228 sgg. e (per lo Yemen) 219 sgg. ↩

  59. Cfr. R. Guariglia, Ricordi cit., p. 45. La conferma di questa valutazione è, per gli anni dei quali ci stiamo occupando, nelle vicende diplomatiche connesse al trattato di Tirana del 1927, ostacolato dall’Inghilterra (che ne temeva le ripercussioni antijugoslave) ma poi accettato senza che rimanessero strascichi nelle relazioni tra i due paesi. Cfr. a questo proposito l’eccellente studio di P. Pastorelli, Italia e Albania 1924-1927 cit. ↩

  60. Cfr. DDI, s. VII, III, pp. 540 sg.; nonché, sempre nello stesso senso, pp. 553 sg. e 556 sg. ↩

  61. Nelle conversazioni con Painlevé e con Briand (aprile-maggio ’25) l’ambasciatore Romano Avezzana fece esplicito riferimento a questo proposito alle colonie portoghesi che, data la decadenza dell’impero di Lisbona, necessitavano di una nuova sistemazione. ↩

  62. Tra la fine del ’24 e i primi del ’25 i rapporti italo-jugoslavi si erano intorbidati a causa di una serie di maneggi jugoslavi in Albania, volti ad alterare a svantaggio dell’Italia la situazione in quel paese. Da qui l’offerta francese, nel ’25, di allargare alla Francia (quale mediatrice e garante) l’accordo italo-jugoslavo dell’anno precedente. Cfr. P. Pastorelli, Italia e Albania 1924-1927 cit., pp. 63 sgg. ↩

  63. Cfr. DDI, s. VII, iv, p. 19. ↩

  64. Cfr. a questo proposito G. Carocci, La politica estera dell’Italia fascista cit., pp. 41 sg. ↩

  65. Cfr. P. Pastorelli, La storiografia italiana del dopoguerra, ecc. cit., p. 599. ↩

  66. Per le principali vicende diplomatiche connesse al progettato patto di sicurezza danubiano-balcanico cfr. G. Carocci, La politica estera dell’Italia fascista cit., pp. 49 sgg. e soprattutto P. Pastorelli, Italia e Albania 1924-1927 cit., cap. V e specialmente pp. 253 sgg.; per i rapporti con l’URSS cfr. G. Carocci, La politica estera dell’Italia fascista cit., pp. 57 sgg. e Mussolini il fascista cit., II, p. 26 nota. ↩

  67. Cfr. Mussolini, XXII, pp. 148 sg. ↩

  68. Ibid., pp. 385 sg. ↩

  69. Cfr. Locarno e il suo «spirito», in «Foglio d’ordini», n. 25, 3 marzo 1927 (anonimo, ma stilato da Mussolini), riprodotto in PNF, I «Fogli d’ordini» cit., p. 131. ↩

  70. Per un quadro d’insieme del periodo post-Locarno cfr. J. Jacobson, Locarno Diplomacy-Germany and the West (1925-1929), Princeton 1972. ↩

  71. Per un quadro d’insieme cfr. G. Salvemini, Preludio alla seconda guerra mondiale cit., pp. 92 sgg., 101 sgg., 121 sgg. ↩

  72. Cfr. DDI, s. VII, IV, p. 389 (25 novembre 1926).

    Oltre alle prese di posizione antifrancesi della stampa fascista e alle manifestazioni contro i consolati francesi, a creare questa situazione psicologica contribuí non poco la contemporanea oscura vicenda che portò all’arresto in Francia di Ricciotti Garibaldi e di un agente della polizia italiana operante negli ambienti dei fuorusciti. Cfr. G. Salvemini, Preludio alla seconda guerra mondiale cit., pp. 121 sgg. ↩

  73. Cfr. DDI, s. VII, iv, p. 196 (11 marzo 1926). ↩

  74. Sulla Piccola intesa cfr. E. Campus, Mica Intelegere, Bucaresti 1968; O. Carmi, La Grande Bretagne et la Petite Entente, Genève 1972; nonché G. Carocci, La politica estera dell’Italia fascista cit., pp. 57 sgg. e 128 sgg. ↩

  75. Cfr. G. Carocci, La politica estera dell’Italia fascista cit., pp. 78 sgg. e 124 sgg.; nonché M. Ormos, L’opinione del conte Stefano Bethlen sui rapporti italo-ungheresi (1927-1931), in «Storia contemporanea», aprile-giugno 1971, pp. 283 sgg. ↩

  76. Cfr. G. Carocci, La politica estera dell’Italia fascista cit., p. 102. ↩

  77. Cfr. Mussolini, XXII, pp. 68 sgg. e 74 sgg. ↩

  78. L’intervista non è riprodotta nell’Opera omnia di Mussolini; cfr. G. Salvemini, Preludio alla seconda guerra mondiale cit., p. 98. ↩

  79. Cfr. Mussolini, XXIII, p. 174: «L’Ungheria può contare sull’amicizia dell’Italia. Si può riconoscere che si è tagliato troppo sul vivo, nelle determinazioni territoriali del trattato del Trianon, e si può aggiungere che nel bacino danubiano l’Ungheria assolve da un millennio a una missione storica di ordine essenziale. Il popolo ungherese, fervido di patriottismo, conscio della sua forza, tenace lavoratore in tempo di pace, merita miglior destino. Non solo da un punto di vista dell’equità universale, ma anche nell’interesse dell’Italia, è bene che si realizzi questo migliore destino del popolo magiaro». ↩

  80. In Archivio Vitetti. La relazione è datata Aja, 10-11 luglio 1932. La si veda in appendice, documento n. 5. ↩

  81. Cfr. Mussolini, XXIII, pp. 73 sg. L’intervista fu pubblicata dal giornale francese il 12 dicembre e dal «Popolo d’Italia» il giorno dopo. ↩

  82. Mussolini, XXIII, pp. 75 sg. ↩

  83. Cfr. in DDI, s. VII, v, pp. 585 sg. il rapporto in data 28 novembre ’27 dell’ambasciatore a Londra Chiaramonte Bordonaro sul suo colloquio dello stesso giorno con Chamberlain sui rapporti franco-italiani, da cui risulta chiaramente che il ministro degli Esteri inglese era al corrente di quanto da parte italiana il problema dei fuoriusciti fosse considerato importante. Per un riepilogo di un decennio di accuse e di lamentele italiane verso la Francia per il problema dei fuoriusciti cfr. la relazione preparata (probabilmente in vista della visita di Laval a Roma) dal ministero dell’Interno e trasmessa a quello degli Esteri il 21 novembre ’34 in ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. Polizia Politica, cat. 1, b. 141. ↩

  84. Cfr. DDI, s. VII, v, p. 594 (2 dicembre 1927). ↩

  85. Ibid., p. 601. ↩

  86. Cfr. V. Gayda, Primi punti, in «Il giornale d’Italia», 17 dicembre 1927; F. Coppola, Esame in profondità, in «La tribuna», 22 dicembre 1927.

    Connesso a queste due prese di posizione massime si deve probabilmente vedere l’articolo intervista pubblicato il 19 gennaio 1928 dal «Paris-midi» in cui era affermato – per rassicurare evidentemente i francesi – che chi in Italia «agiva e governava» era «solo» Mussolini. Cfr. G. Salvemini, Preludio alla seconda guerra mondiale cit., pp. 156 sg. A questa indiretta presa di posizione distensiva e rassicurante ne seguí dieci giorni dopo un’altra, altrettanto significativa: il «Foglio d’ordini» del PNF attenuò la polemica antijugoslava. ↩

  87. Cfr. DDI, s. VII, vi, pp. 68 sg. Per parte francese cfr. R. de Dampierre, Dix années de politique française à Rome (1925-1935), in «La revue des deux mondes», novembre-dicembre 1953, p. 25. ↩

  88. Cfr. DDI, s. VII, VI, pp. 213 sg.: Mussolini a Manzoni, 13 aprile 1928, da cui risulta che a quest’epoca il «duce» pensava ancora che si potesse «portare il negoziato ad una rapida conclusione» ed era disposto a ridurre al minimo le sue richieste. ↩

  89. Il ministero delle Colonie aveva trasmesso a palazzo Chigi un pro-memoria di Federzoni sulla base del quale Guariglia aveva stilato un appunto in data 30 marzo ’28 in cui erano contenute le richieste territoriali in Africa. Nella loro formulazione massima tali richieste prevedevano l’espansione italiana sino a comprendere il bacino del lago Ciad e la contiguità territoriale, quindi, con il mandato del Camerun (sulla costa atlantica), che, a sua volta, doveva essere trasferito all’Italia. Cfr. DDI, s. VII, VI, pp. 177 sgg. Tale richiesta, anche nella sua formulazione minima (arrivare al Ciad) fu subito dichiarata inaccettabile dai francesi. Cfr. ibid., p. 226. ↩

  90. Cfr. R. Guariglia, Ricordi cit., pp. 71 sg.; nonché, in generale, G. Carocci, La politica estera dell’Italia fascista cit., pp. 110 sgg. ↩

  91. Cfr. R. Guariglia, Ricordi cit., p. 49. ↩

  92. Cfr. Mussolini il rivoluzionario, p. 607; E. Di Nolfo, Mussolini e la politica estera italiana cit., p. 251. ↩

  93. Cfr. E. di Nolfo, Mussolini e la politica estera italiana cit., p. 252, dove è riportata una frase che il «duce» avrebbe detto una volta a Grandi in risposta ad una sua osservazione sulle difficoltà che i discorsi infuocati di Mussolini creavano alla sua politica: «Che importa quello che dico alle mie folle? Per che ragione pensi che io ti abbia fatto ministro se non per poter parlare qui proprio come mi piace?» ↩

  94. In questo atteggiamento Grandi persistette anche da ministro. Valga come esempio questo passo tratto da un suo rapporto da Londra a Mussolini in data 13 aprile 1930, alla fine della conferenza navale:

    «Lasciami dire, Presidente, mentre mi appresto a rientrare, dopo tre mesi di cozzo e di clamore, nella “zona del silenzio” che Tu sai essere la casa preferita del mio spirito, questo: “Credo di essere stato un fedele alla Tua consegna. Spero che Tu non sia scontento del Tuo scolaro di cinque anni di Palazzo Chigi”.

    «È la prima volta infatti che l’Italia fascista si è presentata all’Estero colla “sua diplomazia” senza piú ricorrere all’esperienza e ai servizî dell’antico liberalismo italiano.

    «La Diplomazia – arte sottile, non facile, sconosciuta o quasi alla tremebonda anima dell’Italia liberale e papalina – è un’altra creazione della Tua Arte di Governo, cui Tu stai educando la nuova classe dirigente». Cfr. DDI, s. VII, VIII, p. 602. ↩

  95. E. di Nolfo, Mussolini e la politica estera italiana cit., pp. 252 sg. ↩

  96. Per queste relazioni ci serviremo delle copie conservate dallo stesso Grandi e che dovevano essere incluse in un volume di scritti e discorsi dello stesso Grandi (mai pubblicato) col corredo di molti e importanti documenti diplomatici coevi. Salvo indicazioni in contrario, le relazioni che citeremo si riferiscono a queste copie in Archivio Grandi. ↩

  97. Grandi ebbe due incontri con Litvinov, a Milano il 24 novembre 1930 e a Ginevra il 22 maggio 1931. Dai verbali redatti da Grandi, risulta che entrambi furono assai cordiali ed improntati ad una larga comunanza di posizioni, specialmente sulla questione del disarmo e sulla valutazione della politica francese. Il commissario sovietico agli Esteri considerava la Francia in quel momento «il vero pericolo alla pace d’Europa» e si mostrò «quasi ansioso di sottolineare i punti di contatto fra la politica italiana e quella russa, ed il reciproco interesse di intensificare questa politica comune nel quadro di un grande blocco revisionista europeo». Grandi per parte sua si preoccupò soprattutto di incoraggiare l’URSS ad aderire alla Società delle Nazioni, in modo da rafforzare il fronte antifrancese. Asae, Russia, 1930, p. 1558; e Segreteria Generale, 383. ↩

  98. Mussolini, XX, p. 245 (27 aprile 1924). ↩

  99. Cfr. soprattutto di A. Oriani, La lotta politica in Italia e, in particolare, le pagine conclusive. ↩

  100. «Si tratta, tranquillamente, di aspettare. Il tempo lavora per noi. Noi non siamo ancora i protagonisti della vita dell’Europa. Ma i protagonisti non possono fare senza di noi. L’Italia è chiamata, e sarà per il giorno in cui l’attrezzatura militare della Nazione sarà compiuta, a decidere della vittoria o della sconfitta. La politica dell’Italia è la politica del “peso determinante” (2 ottobre 1931).» ↩

  101. Asae, Segreteria generale, 341. ↩

  102. Ibid., 383. ↩

  103. Echi significativi delle resistenze e delle ostilità che la politica di Grandi incontrò all’interno del fascismo sono presenti nelle relazioni dello stesso Grandi al Gran Consiglio. In quella del 2 ottobre ’30, per esempio, si parla esplicitamente di «dubbi e perplessità che sarebbe fuori luogo sottovalutare o sottacere» e molte pagine di esse sono dedicate proprio a controbattere questi «dubbi» e queste «perplessità», talvolta con argomenti d’ordine politico generale e particolare ineccepibili, talvolta con considerazioni tendenti a giustificare strumentalmente gli aspetti piú ostici alla mentalità e alle aspirazioni fasciste della sua politica, sempre mettendo avanti, a mo’ di avallo, il consenso del «duce» e le indicazioni da lui precedentemente date nello stesso senso. Veramente tipica è a questo proposito la relazione del 2 ottobre ’31. Valga come esempio questo passo, tra i molti che si potrebbero citare, tratto da essa e che si riferisce all’atteggiamento assunto dall’Italia alla Società delle Nazioni in favore di una tregua degli armamenti e, in prospettiva, di una politica di disarmo europeo: «La Francia si è aspramente battuta, usando ogni mezzo, per impedire che la proposta italiana, anche ridotta nei limiti modesti della risoluzione che conoscete, fosse accettata dall’Assemblea. Non ci è riuscita... Il Fascismo è entrato a testa alta, circondato da unanime rispetto, nel massimo teatro ginevrino riservato sin’ora agli spettacoli della democrazia... Il grosso sasso lanciato dall’Italia fascista ha seminato il disordine e la zizzania nel pantano dove stavano gracchiando le rane della democrazia. “Non bisogna permettere a Mussolini e al fascismo d’organizzare la pace nel mondo”, stampava a caratteri di scatola il piú velenoso giornale cartellista di Parigi, e il Direttorio della II Internazionale d’Amsterdam si è riunito in fretta per lanciare, pure lui (!?) un appello per la tregua degli armamenti... Non diverso è il terrore nel pollaio quando entra la volpe o nella chiesa quando entra l’eretico a predicare in nome di Dio. Cosí la nostra azione cominciata durante la Conferenza navale di Londra, tendente a rompere in due il fronte dell’antifascismo internazionale, è continuata recentemente a Ginevra. A Londra, due anni or sono, abbiamo isolato il laburismo dall’antifascismo delle democrazie continentali, portando il Segretario della II Internazionale in pellegrinaggio nella Sala del Mappamondo. Oggi a Ginevra, nello stesso recinto sacro ai successi internazionali della democrazia continentale, il Fascismo è entrato a creare una nuova debolezza e un nuovo scompiglio. La democrazia si era ormai abituata a combattere un fascismo che attaccava di fronte gli Immortali princípi. Non prevedeva che il Fascismo si sarebbe ad un certo punto servito proprio degli Immortali principi per battere in breccia la democrazia. Di qui un disorientamento di cui noi, nella nostra tattica che per riuscire deve essere mobile, duttile, empirica, dobbiamo profittare.

    «Ginevrismo, pacifismo, disarmismo parole vuote di senso, idoli di cartapesta. Apriamo bene gli occhi, come del resto li ha benissimo aperti il popolo italiano, che ha perfettamente capito, e intuisce nel suo istinto sicuro dove il Duce vuole arrivare. Siamo intelligenti almeno quanto lo è l’uomo della strada che sente col fiuto del cane.

    «Noi continuiamo a combattere nel terreno internazionale, senza tregua, la nostra battaglia rivoluzionaria, per il Fascismo e per il Regime. Nulla è cambiato nelle mete lontane da raggiungere, nulla è cambiato nella direttrice strategica che il Duce persegue ostinatamente. La tattica solo è cambiata, perché oggi il Duce preferisce attaccare il nemico proprio nel suo covo, per snidarlo e Ginevra è un grosso covo. Poi, se Iddio ci aiuterà, comincerà la caccia».

    Per valutare questo modus operandi di Grandi bisogna altresí notare che egli non ricorreva a questi argomenti strumentali e tattici solo con Mussolini e con il Gran Consiglio ma, talvolta, anche con uomini politici stranieri contrari all’egemonia franco-inglese sulla Società delle Nazioni. A Litvinov, il 22 maggio ’31, per esempio disse: «Circa la vostra partecipazione alla S.d.N. io mi rendo perfettamente conto delle difficoltà di principio che si oppongono all’entrata dell’URSS. Ma credo che vi siate reso conto ormai che bisogna essere presenti a Ginevra, se si vuol combattere la S.d.N. Altrimenti, limitandosi a negarla di fuori, si è costretti a subirla. Meglio accettarla genericamente e adattarla il piú possibile alle nostre necessità limitando l’influenza, disturbando il potere dei padroni di casa, evitando insomma il maggior male che essa può farci. Occorre che la Russia riprenda il suo posto di grande potenza nell’equilibrio europeo». ↩

  104. La necessità – se si fosse giunti ad un accordo globale con la Francia – di normalizzare i rapporti con Belgrado fu sostenuta da Grandi nella seduta del Gran Consiglio del 2 ottobre ’30. Se non si fosse trattato dei rapporti con Parigi anche Grandi, come molti fascisti, avrebbe però visto con piacere la dissoluzione della Jugoslavia. Da una relazione preparata per il Consiglio dei ministri datata 5 novembre 1929 (Usa, roll. 329) risulta infatti che anche per lui l’interesse dell’Italia sarebbe stato quello di «piantare la nostra influenza oltre Adriatico e oltre le montagne dell’Illirico». «L’Adriatico – aveva scritto in questa relazione – non è piú sufficiente a difendere dalle razze slave la nostra indipendenza di razza mediterranea. Occorre che oltre Adriatico e sulle rive dell’Adriatico, che è veramente una trincea la quale divide l’Oriente dall’Occidente, si costituisca una catena di stati, che debbono essere dal Canale di Otranto fino al Nevoso, altrettante teste di ponte comandate dall’Italia. Abbiamo fatto l’Albania, dobbiamo fare la Croazia. È l’antica politica di Cesare, è la politica contemporanea di Napoleone, è la politica attuale di Mussolini. Il destino vuole che i confini fra Occidente ed Oriente siano ancora sulla Sava, che fu il confine segnato da Diocleziano fra l’Impero di Oriente e l’Impero di Occidente. La Sava è anche il confine che divide dal Congresso di Nicea ad oggi, il cattolicesimo di Roma dalle Chiese di Oriente». Data questa pregiudiziale, non può certo meravigliare che, in assenza dell’accordo globale con la Francia, durante la gestione Grandi i contatti e gli aiuti ai movimenti «nazionali» jugoslavi anti serbi e in particolare ai Croati continuassero e si sviluppassero notevolmente. ↩

  105. In sede di Gran Consiglio, il 2 ottobre ’30, Grandi arrivò a sostenere che nell’ultimo anno l’amicizia con l’Inghilterra aveva avuto «il piú efficace collaudo dalla fine della guerra mondiale in poi» e che «coi laburisti inglesi noi abbiamo indubbiamente trovato modi di intenderci piú agevolmente che coi precedenti governi conservatori, prodighi piú di parole che di fatti verso l’Italia e non ancora del tutto sottratti all’atmosfera dell’entente cordiale colla Francia». ↩

  106. L’importanza di avere sempre piú cordiali rapporti con gli Stati Uniti, specie ora che questi si riavvicinavano ai problemi europei e lo facevano «non attraverso Parigi, bensí attraverso Londra» e nella prospettiva di una politica di disarmo, Grandi la aveva sostenuta già in Gran Consiglio il 2 ottobre ’30. «Noi – disse – dobbiamo costituire la Nazione di avanguardia in questo momento di ripresa fra l’America e l’Europa».

    Il segretario di Stato Stimson fu a Roma dal 7 al 14 luglio ’31 ove ebbe ripetuti incontri con Mussolini e con Grandi, nel corso dei quali furono esaminati i problemi del disarmo, delle riparazioni e dei debiti di guerra (in giugno l’Italia aveva prontamente aderito alla proposta del presidente Hoover di sospendere per un anno i debiti intergovernativi connessi alla guerra ’14-18) e quelli relativi ai rapporti italo-americani. Alla fine della visita Stimson espresse la sua viva soddisfazione per i risultati ottenuti a Roma, definendoli superiori alle sue aspettative (cfr. Agenzia Stefani, 15 luglio 1931). Nella seconda metà del novembre successivo Grandi si recò a sua volta negli Stati Uniti ove ebbe con Hoover, Stimson, Mellon e i maggiori responsabili della politica americana una serie di incontri che confermarono nei governanti americani una valutazione largamente positiva della politica italiana. Non a torto Grandi nella relazione sul suo viaggio a Mussolini scrisse che «l’Italia ha oggi in America, cosí nella classe dirigente come nel popolo, una posizione di prestigio e di autorità politica e morale mai raggiunta sinora». Indicativo dell’atteggiamento del governo americano verso l’Italia in questo periodo è il fatto che, all’inizio del primo dei quattro colloqui con Grandi, il presidente Hoover sentí il bisogno di rammaricarsi con lui perché alcuni antifascisti avevano inscenato delle manifestazioni contro la sua visita: «Costoro – gli disse – non esistono per noi americani e non esisteranno neppure per voi, statene certo. Spero che voi non darete alcuna importanza a questo miserabile dettaglio». Cfr. la lunga e dettagliatissima relazione a Mussolini, datata «Da bordo dell’Augustus, Gibilterra, 2 dicembre 1931» (in Archivio Grandi). ↩

  107. Una eloquente prova della confusione e delle critiche suscitate tra i comunisti italiani da questi buoni rapporti è costituita dall’articolo di Feroci [A. Leonetti], La politique extérieure de

    l’état prolétarien. Sur la rencontre Litvinov-Grandi à Milan, in «La verité», 5 dicembre 1930. Da buon trotzkysta, Leonetti spiegava questi rapporti, da parte italiana, con l’interesse della borghesia italiana a commerciare con l’Urss e, da parte sovietica, con la degenerazione staliniana della politica bolscevica. ↩

  108. Cfr. DDI, s. VII, VIII, p. 603. La decisione di sostenere intransigentemente il principio della parità fu presa nel Consiglio dei ministri dell’8 novembre ’29. Dal relativo verbale (ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Verbali, sub data) risultano chiaramente due elementi: a) che la decisione fu presa, oltre che per ragioni politiche «di principio», per ragioni tecniche: la difficoltà dei rifornimenti via mare e le necessità della loro protezione; b) che (come si verificò anche successivamente) il piú strenuo sostenitore di essa fu l’ex nazionalista Rocco. ↩

  109. Sulla Conferenza di Londra e i suoi precedenti, nonché per gli sviluppi successivi del problema degli armamenti navali cfr., in generale, Armamenti navali e conferenza di Londra 1935, Milano 1935; in particolare, Min. Affari Esteri, Dagli Atti della Conferenza di Washington per la limitazione degli armamenti (novembre 1921 - febbraio 1922), Roma s. d.; Id., Alcune dichiarazioni relative alla limitazione degli armamenti navali (1926-1929), Roma s. d.; Id., Documenti relativi alla politica navale dell’Italia (1922-1930), Roma 1934; Id., Dagli Atti della Conferenza navale di Londra (21 gennaio - 22 aprile 1930), Roma s. d.; DDI, s. VII, VIII, passim; D. Grandi, L’Italia fascista nella politica internazionale, Roma 1930 (ove sono riprodotti gli interventi pubblici in sede di conferenza); nonché le relazioni di Grandi al Gran Consiglio del 2 ottobre ’30, 5 marzo ’31 e 2 ottobre ’31 e la presa di posizione nel «Foglio d’ordini» n. 62 del PNF Navi e mare, del 13 gennaio 1930. ↩

  110. Questa linea è bene riassunta in questo passo di un rapporto inviato a Mussolini da Grandi il 9 settembre 1931 da Ginevra per fare il punto sullo stato dei lavori della Società delle Nazioni e informarlo sulle reazioni (in genere favorevoli, salvo da parte francese) del suo discorso del giorno prima:

    «Come Tu hai visto non ho detto nulla di nuovo o di peregrino. Ho cercato semplicemente di fissare, per la prima volta nell’Assemblea ginevrina, configurandoli il piú nettamente possibile, alcuni principî della politica estera dell’Italia fascista, quali sono fissati nei Tuoi discorsi, nelle Tue dichiarazioni, nelle esposizioni di politica estera fatte in Parlamento.

    «1. Opposizione a nuovi sistemi di impegni collettivi, quali la Francia concepisce (mutua assistenza, interpretazione dell’art. 16 ecc.) presentandoli sotto l’aspetto di allargamento o interpretazione del Patto della Società delle Nazioni.

    «2. Difesa del principio della perequazione su livelli minimi della potenza militare degli Stati (v. parità ecc.).

    «3. Necessità di una compensazione fra i debiti e le riparazioni.

    «4. Critica del sistema delle intese regionali, o aggruppamenti separati di qualsiasi specie, continentali, militari, economici (v. Unione europea, alleanze militari tra la Francia e le Potenze dell’Est europeo, Unione doganale austro-tedesca). I problemi politici e problemi economici interdipendenti. Essi vanno risolti su un piano mondiale, non particolare (v. intesa franco-tedesca).

    «5. Gli Stati non membri della Società delle Nazioni non debbono essere dimenticati (v. Russia e Turchia).

    «6. La guerra non ha soltanto distrutto. Essa ha suscitato dei grandi valori morali di cui i popoli debbono tener conto nell’opera di ricostruzione ecc. (grossa novità questa, per questi imboscati di Ginevra!)

    «Piú o meno questi i capisaldi. Ho poi creduto opportuno di far scivolare tra le gambe dell’Assemblea le conclusioni cui Tu e Stimson siete giunti nell’incontro di Nettuno, e cioè l’idea di una vacanza negli armamenti (leggi “armamenti navali” i soli per cui grosso modo, esiste una misura atta ad applicare provvisoriamente un criterio di vacanza), presumendo arbitrariamente che la Conferenza possa durare un anno, il che è molto improbabile. Tutti ormai sono d’accordo che la Conferenza si riunirà per un’accademia di discorsi, e quindi sospenderà i suoi lavori dando vita ad una serie di commissioni inconcludenti». Cfr. Asae, Segreteria generale, 323. ↩

  111. Che questa impressione fosse ben fondata è dimostrato da tutta una serie di documenti interni del tempo. Per quel che riguarda l’atteggiamento assunto verso la proposta di Briand è significativo il seguente passo tratto da un rapporto di Grandi a Mussolini da Ginevra in data 21 gennaio ’31:

    «1. La Francia, per la prima volta, si è sentita seriamente ostacolata a Ginevra, nella sua politica europea, dall’Italia. L’azione anti-francese dell’Italia non aveva mai osato spingersi sinora entro il sacro recinto ginevrino, che Briand si era ormai abituato a considerare come una specie di riserva di caccia chiusa entro i confini della quale l’Italia non aveva mai osato di entrare. L’idea che l’Italia fascista ha osato attaccare violentemente l’infallibilità del Pontefice Briand, nel massimo conclave societario, ed innalzare la bandiera dell’eresia, ha determinato l’inizio di una nuova situazione dialettica e polemica, che fermenterà, se noi continuiamo su questa strada. Ginevra è il miglior campo aperto alla nostra necessaria azione antifrancese. Per dare agli altri del coraggio, bisogna per qualche tempo dimostrare di averne per proprio conto. L’abbiamo fatto. Il resto verrà. A poco a poco il coraggio, che è un’epidemia come la viltà, verrà anche negli altri. Intanto abbiamo, per la prima volta, costretto la Germania ad osare.

    «2. I rapporti italo-tedeschi escono rinforzati da quella collaborazione iniziale. La Germania non può rimanere indietro. Lo fa per ora, con imbarazzo e con fatica. Per la prima volta dacché la Germania si trova nella Società delle Nazioni il Ministro degli Esteri del Reich è venuto ufficialmente a fare una visita al Ministro degli Esteri italiano. La Società delle Nazioni può essere un terreno non solo utile per sviluppare la nostra azione anti-francese ma soprattutto per costituire una preparazione efficace all’intesa italo-tedesca. Tu hai visto i commenti della stampa tedesca, ... le délégué italien marchait en flèche de la délégation allemande». Asae, Segreteria generale, «Fondo non inventariato», 4.

    Per quanto invece riguarda il progetto di unione doganale austro-tedesca si possono citare: a) quanto scritto da Grandi a Mussolini da Ginevra il 17 maggio ’31: «L’accordo austro-tedesco ci ha sorpreso nel momento in cui stavamo per raccogliere il primo frutto tangibile di parecchi anni di polemica italo-francese, nel momento in cui eravamo riusciti a determinare, per la prima volta, dopo la guerra, un principio di collaborazione concreta italo-tedesca sulla base del principio della revisione dei trattati...» (Asae, Segreteria generale, 383); b) quanto affermato dallo stesso Grandi in Consiglio dei ministri il 23 maggio ’31: «Era per verità difficile, o quanto meno assai imbarazzante per il governo italiano di costituire, proprio in quel momento cosí delicato dei rapporti fra Parigi e Roma, un fronte comune italo-francese, senza con ciò indebolire tutte le nostre posizioni polemiche e dialettiche nei confronti della Francia medesima. Questo “automatico” verificarsi di un fronte comune italo-francese era considerato come una dimostrazione di quanto molti francesi sostenevano a riprova di una pretesa inutilità di venire ad un chiarimento e ad un accordo coll’Italia, dato che quest’ultima si sarebbe sempre vista costretta per necessità ad affiancarsi, volente o nolente, alla politica francese... Le linee sulle quali doveva svolgersi l’azione italiana nelle riunioni di Ginevra erano quindi le seguenti: sostenere che la Germania e l’Austria, con la conclusione del protocollo di una unione doganale, hanno violato le obbligazioni internazionali. Confermare l’opposizione italiana all’Anschluss. Mantenere alla condotta italiana un carattere differenziato da quella francese. Dare rilievo alla concordanza di vedute tra la politica italiana e quella britannica e non compromettere possibilmente i rapporti di collaborazione stabiliti colla Germania in seno alla Società delle Nazioni»; c) quanto detto, sempre da Grandi, il 24 giugno ’31 all’ambasciatore di Germania: «Il problema dell’unione fra la Germania e l’Austria è il problema determinante nei rapporti tra Italia e Germania. Io non vorrei che da parte tedesca si ripetessero antichi errori di valutazione politica che hanno portato, in tempi non lontani, a conseguenze impreviste da parte degli uomini responsabili della politica tedesca. Ho l’impressione che la Germania stia facendo del suo meglio perché Italia e Francia possano superare le divergenze di sentimenti e di interessi che le hanno sinora divise» (Archivio Grandi). ↩

  112. Cfr. Mussolini, XXV, pp. 49 sg. (25 ottobre 1931). ↩

  113. Cfr. R. Guariglia, Ricordi cit., p. 130; nonché le osservazioni a questo proposito di F. D’Amoja, Declino e prima crisi dell’Europa di Versailles cit., p. 46, che chiariscono bene il senso da dare a questa affermazione in relazione alle precedenti avances della diplomazia italiana su Berlino. ↩

  114. Il piano americano era concepito in questi termini:

    «L’ora è suonata per noi di tagliar corto con i particolari e adottare un metodo largo e concreto per la riduzione delle spese schiaccianti sugli armamenti. Possiamo fare aumentare i sentimenti di pace evitando per un periodo di dieci anni uno sperpero di almeno dieci miliardi di dollari. Propongo una riduzione di un terzo circa degli armamenti terrestri. Per limitare il carattere offensivo degli armamenti terrestri propongo l’adozione dei progetti già sottoposti alla Conferenza che mirano all’abolizione totale dei carri d’assalto, della guerra chimica e della artiglieria pesante mobile. Propongo l’abolizione di un terzo di qualunque esercito terrestre che sorpassi le forze di polizia. Le disposizioni del Trattato di Versailles e degli altri Trattati di pace hanno ridotto le forze armate della Germania, dell’Austria, dell’Ungheria e della Bulgaria ad un esercito considerato adeguato al mantenimento dell’ordine interno. Propongo che tutti gli Stati accettino come forze rispondenti alle necessità di polizia, una forza armata proporzionata a quella della Germania con le modificazioni che la situazione delle Potenze coloniali esige. Propongo l’abolizione totale degli aeroplani da bombardamento. Propongo di ridurre di un terzo il numero e il tonnellaggio globale delle corazzate; di un quarto il tonnellaggio delle navi porta-aerei, degli incrociatori e delle torpediniere; di un terzo il tonnellaggio dei sottomarini, per i quali nessuno Stato dovrà conservare un tonnellaggio superiore a 35 000 tonnellate. Il Trattato di Londra ha determinato i limiti e le proporzioni delle forze navali degli Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone. Propongo che Francia e Italia concorrano al disarmo navale aderendo al Trattato di Londra sulla base dell’accordo italo-franco-britannico del 1º marzo 1931. Queste proposte sono semplici e dirette. Esse permetteranno a ciascuna Nazione di fare grandi economie e di ridurre la potenza offensiva di tutti gli Stati in proporzione. Gli Stati Uniti considerano queste proposte come atte a venire incontro all’aspettativa dei popoli e ne assumono la responsabilità». ↩

  115. La parte piú significativa della dichiarazione di Grandi suonava cosí:

    «L’Italia accetta in tutte indistintamente le sue parti il piano di disarmo che la delegazione americana ha oggi presentato alla Commissione generale.

    «Questa accettazione è incondizionata. Noi cioè, accettiamo, non solo nei principî che li ispirano, ma nelle conseguenze che ne derivano, le seguenti misure:

    «Nel campo terrestre: 1) abolizione delle artiglierie mobili pesanti; 2) abolizione totale dei carri armati; 3) riduzione degli effettivi in base ai criteri enunciati.

    «Nel campo navale: 1) riduzione di un terzo del numero e del tonnellaggio globale delle navi di linea stabilito nei trattati in vigore; 2) riduzione di un quarto del tonnellaggio delle navi porta-aerei; 3) riduzione di un quarto delle quote stabilite per gli incrociatori ed i cacciatorpediniere nel Trattato di Londra e nelle Basi di accordo del Trattato italo-franco-britannico del 1º marzo 1931; 4) riduzione di un terzo del tonnellaggio dei sommergibili stabilito nel Trattato di Londra e la limitazione in ogni caso a 35 mila tonnellate del tonnellaggio massimo globale.

    «Nel campo aereo: Abolizione dell’aviazione da bombardamento e la proibizione del bombardamentoaereo.

    «In tutti i campi: Abolizione della guerra chimica e batteriologica.

    «Non aggiungo altro. Ho voluto con questi semplici riferimenti sottolineare il carattere concreto dell’adesione che noi diamo al progetto americano. Esso, del resto, coincide in gran parte con il piano che la Delegazione italiana ebbe a presentare alla Conferenza nel mese di febbraio ultimo scorso» (in Archivio Grandi). ↩

  116. Cfr. Mussolini, XXV, pp. 74 sgg. (Decidersi!, 12 gennaio 1932) e 76 sgg. (Discorso all’America, 14 gennaio 1932). Entrambi gli articoli apparvero anonimi, ma fu cura della diplomazia e della propaganda fascista far conoscere il nome del loro autore. ↩

  117. Cfr. P. D’Amoja, Declino e prima crisi dell’Europa di Versailles cit., pp. 64 sgg. ↩

  118. Cfr. Mussolini, XXXIV, p. 401. ↩

  119. Cfr. R. Cantalupo, Fu la Spagna. Ambasciata presso Franco. Febbraio-aprile 1937, Milano 1948, pp. 42 sgg. ↩

  120. Mussolini, ufficialmente, non volle dare alla rimozione di Grandi alcun significato politico particolare. A questo scopo la mimetizzò in un piú vasto rimaneggiamento del Governo e la presentò come un normale «avvicendamento» volto a formare nuovi uomini «capaci di assumere responsabilità di governo». Cosí lo stesso Grandi lo spiegò tra l’altro all’ambasciatore statunitense Garrett, cercando di convincerlo a «non attribuire assolutamente alcun significato politico» ad essa, come a tutto il movimento ministeriale. Cfr. D. Grandi a Mussolini, 22 luglio 1932, in ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 205/R, «Grandi Dino», sottof. 4. La spiegazione non convinse nessuno, neppure in Italia. Significativa è questa annotazione di Ojetti, alla data del 26 luglio ’32: «Continua nei giornali nostri la menzogna circa le ragioni dei mutamenti di ministri. L’Ufficio Stampa del Capo vuole che per forza il mondo creda essere stata la defenestrazione di Grandi un atto d’ordinaria amministrazione, e subito dopo Losanna e alla vigilia delle ultime sedute a Ginevra pel cosí detto disarmo: il cambio della guardia, come si dice ormai anche sul Foglio d’ordini, con una frase a uso delle bambinaie in piazza Monte Cavallo. Sono queste ingenuità a far perdere la pazienza a noi lettori di provincia. La nostra politica internazionale è fallita su tutti i punti, meno che in Ungheria e, pare, in Turchia…» Cfr. U. Ojetti, I taccuini cit., pp. 395 sg. ↩

  121. Cfr. P. Aloisi, Journal (25 juillet 1932 - 14 juin 1936), Paris 1957, p. 5 (alla data del 28 luglio ’32), nonché pp. 3-4, ove si dice che Mussolini sentiva cocente il «doppio scacco» di Ginevra e di Losanna e considerava il patto anglo-francese tendenzioso e ostile nei riguardi dell’Italia. ↩

  122. Nel luglio ’32 Leonardo Vitetti era agente aggiunto del governo italiano alla Corte permanente di Giustizia internazionale dell’Aja per la controversia relativa allo statuto di Memel. Nel settembre fu nominato segretario generale della delegazione italiana alla XIII Assemblea della Società delle Nazioni. L’analisi-relazione alla quale ci riferiamo è conservata in copia non firmata nelle carte private del conte Vitetti. ↩

  123. Cfr. in particolare Asae, Francia, 1931, pp. 1 e 2: G. Manzoni a D. Grandi, Parigi 17 febbraio e 30 aprile 1931; Lancellotti, c. 222, «Francia»: gen. P. R. Piccio a D. Grandi, Roma 5 agosto 1931 e sen. G. De Michelis a D. Grandi, Ginevra 25 settembre 1931. Nel rapporto di De Michelis si legge tra l’altro:

    «Il sig. Laval dice di nutrire per S. E. Mussolini una grande ammirazione. Egli afferma che il mondo, o almeno l’Europa, gli devono essere riconoscenti per avere nel 1922 fermato la marcia bolscevica. Il fascismo non lo impressiona. Hanno torto quei francesi di “gauche” che scaldano nel loro seno i fuorusciti e che combattono il fascismo come se si trattasse di una frazione politica francese. Il fascismo è il Governo d’Italia; è un regime. Il est là; il faut l’accepter et le respecter. Perciò gli italiani antifascisti dimoranti in Francia sono stati avvertiti di starsene tranquilli, se non vogliono esser cacciati fuori della frontiera.

    «Laval è compreso di due necessità assolute per la Francia: tentare con ogni mezzo di “intendersi” colla Germania e coll’Italia. Verso la prima il Governo è spinto dalle “gauches”; verso la seconda dagli altri gruppi. Se si arriverà ad intendersi colla Germania questi gruppi si lasceranno convincere anch’essi della necessità di una politica di questo genere; se si arrivasse ad un’intesa coll’Italia le “gauches” sarebbero anch’esse attirate nel movimento. E cosí le preoccupazioni equilibriste del sig. Laval – uomo di Governo – sono tranquillizzate.

    «Nessuno dei dirigenti della politica francese – dichiara – è piú convinto di lui della assoluta necessità di una cordiale ed intima unione coll’Italia. Egli desidera che S. E. Mussolini e S. E. Grandi sappiano che il raggiungimento di questo fine è non solo nei suoi propositi, ma che egli è animato, anche, dalla ferma volontà di realizzarli. Bisogna, dunque, egli ha aggiunto, approfittare di lui, che è uomo di volontà, e parlargli chiaro. Che cosa vuole l’Italia, che cosa bisogna fare per mettersi d’accordo e “marcher la main dans la main”?» ↩

  124. ACS, Fondo Susmel, «Carte Grandi», D. Grandi a B. Mussolini, 25 luglio 1931. ↩

  125. Questa impressione potevano suscitare anche le parole dette dal ministro delle Finanze Flandin al gen. Piccio e da questo riferite a Grandi nel citato rapporto del 5 agosto ’31:

    «L’Italia, ha detto Flandin, ha avuto nella sua storia un uomo insigne che non può essere dimenticato: Machiavelli.

    «Perché si domanda la Francia l’Italia tiene talmente ad ottenere i territori reclamati fino al Tibesti, mentre, ancora per una sua ultima esplorazione, essa si è convinta che tali territori non hanno alcun valore?

    «Le ragioni addotte non sembrano sufficienti e ciò può far piuttosto supporre che l’Italia abbia nel suo programma l’estensione della sua dominazione nell’Africa centrale sui possedimenti attualmente francesi.

    «Questo soltanto giustificherebbe l’insistenza in tale direzione.

    «La Francia riconosce di dover dare soddisfazione su questo punto all’Italia, ma desidererebbe farlo in altro campo.

    «Sarebbe accetto, ad esempio, all’Italia che la Francia si impegnasse a lasciarle mano libera in Abissinia?

    «In ogni modo, su questo o su altro, la Francia è pronta a trattare». ↩

  126. Asae, Lancellotti, c. 222, «Francia», s. d., ma degli ultimi giorni del luglio ’31. ↩

  127. Per l’evoluzione della situazione politica francese in questo periodo e i nuovi orientamenti di alcuni settori dell’opinione pubblica cfr. E. Bonnefous, Histoire politique de la Troisième République, V, 1930-1936, Paris 1962; R. Remond, La destra in Francia dalla Restaurazione alla V Repubblica (1815-1968), Milano 1970, pp. 211 sgg.; J. L. Loubet Del Bayle, I non-conformisti degli anni trenta, Roma 1972. In questa cornice cfr. anche M. Simonatti, On prépare un crime: la guerre franco-italienne, Paris 1930, e C. Marabini, Le problème France-Italie, Paris 1931, che rispecchiano bene l’azione messa in atto da parte italiana per «orientare» nel senso voluto da Roma l’opinione pubblica francese; nonché – per parte francese – G. Roux, Les Alpes ou le Rhin?, Paris 1928, e H. Béraud, Ce que j’ai vu à Rome, Paris 1930. ↩

  128. Gli elementi piú significativi su queste conversazioni sono offerti dagli appunti su di esse redatti dallo stesso Grandi. Con Herriot il colloquio piú significativo ebbe luogo a Losanna il 7 luglio ’32. Secondo Grandi, il presidente del Consiglio francese disse che «l’intesa con la Gran Bretagna e con l’Italia» era «il punto essenziale» della politica francese in quel momento; «l’accordo Francia e Italia deve essere un accordo sostanziale, completo, senza arrière pensées e questioni in sospeso. Esso deve essere basato sulla necessità di rimediare alle ingiustizie fatte dagli ex alleati e particolarmente da Clemenceau all’Italia nei trattati di pace, nonché deve tener conto della esistenza di un problema italiano consistente nel nostro eccesso demografico e nella mancanza di territori che ci assicurino l’indispensabile rifornimento di materie prime». Con Paganon, a Ginevra il giorno dopo, il discorso sarebbe stato anche piú esplicito: il sottosegretario francese avrebbe infatti detto che il governo francese era «disposto a riconoscere i vostri diritti in Abissinia». E Grandi, in un estremo tentativo – evidentemente – di rendere il discorso piú concreto e tornare a Roma con una parvenza di pre-impegno, si era abbandonato ad una perorazione sulla necessità di non far sí che la revisione dei trattati diventasse l’ideologia dell’Italia fascista («Voi sapete dove a poco a poco conduce la logica delle ideologie. Le coscienze popolari seguono le idee che si presentano come delle bandiere. La nostra revisione dei trattati diventerà fatalmente un principio di sovvertimento piú generale, tanto piú pericoloso quanto piú impreciso. È interesse vostro, è interesse nostro e di tutti di non arrivare troppo tardi») e, al tempo stesso, ad una minaccia tutt’altro che velata: «I tedeschi sono nei riguardi dell’Italia piú abili dei francesi. Essi lavorano, mentre voi perdete del tempo prezioso» (in Archivio Grandi). ↩

  129. Per il testo integrale del memorandum Vitetti cfr. appendice, documento n. 5. ↩

  130. Alla fine del ’32 e del ’33, per far fronte alla situazione economica interna, i bilanci provvisori furono rivisti e in entrambe le occasioni le variazioni piú significative avvennero a danno dei bilanci militari.

    1933-34 – totale / 20 614 milioni —— 1934-35 – totale / 20 636 milioni

    Guerra —— -340 —— -100

    Marina —— -180 —— -174

    Aeronautica —— -58 —— +14

    Comunicazioni —— -62 —— –

    Lavori pubblici —— +158 —— -93

    Agricoltura e foreste, —— +78 —— +63

    Interno —— – —— -15

    Colonie —— – —— -10

    Educazione nazionale —— +70 —— –

    Finanze —— +908 —— +303

    ACS, Presidenza Consiglio Ministri, Verbali, 19 dicembre 1932 e 9 dicembre 1933. ↩

  131. ¹ Cfr. I. Balbo, Disarmo ginevrino, in «Il popolo d’Italia», 31 luglio 1932.

    L’articolo suscitò la piú violenta reazione in Grandi, che scrisse subito a Mussolini per dirsi «profondamente ferito» e per protestare, definendolo «una canagliata» e una «vigliaccheria». Mussolini gli rispose invitandolo a non drammatizzare l’episodio e dicendogli che l’articolo era stato da lui approvato «previa conveniente censura di alcuni periodi eccessivi», ma aggiungendo al tempo stesso: «Tu sei fuori questione. Tu hai eseguito le mie istruzioni». Il passo piú importante censurato da Mussolini era un vero e proprio attacco personale a Grandi, cosí concepito (tra parentesi quadre la parte soppressa):

    «L’ambiente di Ginevra, come dicevamo in principio, è propizio alla cura dello snervamento. È difficile che senza sforzo e controllo continuo, una posizione di intransigenza resista alla lusinga dei contatti, dei complimenti, della falsità che sono di rigore nelle cosiddette regole della cortesia diplomatica. [Oh, non sarebbe difficile ottenere a Ginevra successi clamorosi, farsi applaudire alla unanimità, essere consacrato genio politico, uomo europeo, statista lungimirante! Basterebbe accordarsi senza troppo resistere al carro dei vincitori. Allora si sarebbe innalzati immediatamente ai cieli di una gloria effimera. Ma in guardia! Bismarck sosteneva che era costretto a un rude esame di coscienza e si chiedeva in qual modo avesse tradito il proprio paese, ogni qualvolta gli avversari della Germania lo applaudivano. Logica inesorabile]. Bisogna invece avere il coraggio della impopolarità e della durezza – quel coraggio di cui da dieci anni dà prova la politica di Mussolini nel mondo».

    Grandi replicò a Mussolini con una lunga lettera, nella quale, dopo avere accettato l’invito («Hai perfettamente ragione. Non bisogna drammatizzare nulla») ma avere ribadito il suo giudizio su Balbo («Balbo è un povero vigliacco. So quello che ti dico. Al momento buono dirò piú. C’è tempo per tutto»), si lanciava in una serrata difesa della sua azione come ministro degli Esteri per concludere:

    «Io ho fatto tre anni di dura trincea. Per una grande azione di contrattacco, come quella che Tu stai ora svolgendo in modo mirabile, le truppe che sono state molto tempo in trincea ed hanno resistito anche valorosamente contro il nemico, hanno bisogno del cambio. È la elementare legge della guerra. Occorre per l’offensiva un esercito fresco, e che esca all’attacco sapendo di essere direttamente comandato dal Re. Io seguo da questo interessante osservatorio, giorno per giorno – com’è mio dovere di ufficiale di vedetta qui distaccato dal mio comandante – gli avvenimenti internazionali. La stampa quotidiana, non solo britannica, ma anche francese, tedesca e americana dànno al mio occhio e alla mia sensibilità – troppo abituati ed esperti ormai – la misura esatta delle reazioni che la Tua azione diritta, abile, tempestiva e decisa sta determinando, giorno per giorno, direttamente e indirettamente nei vari settori della politica mondiale.

    «Che qui siano preoccupati di questa azione, va benissimo, ed è la prima prova tipica del Tuo successo. Ed è bene che lo siano anche di piú. La politica estera italiana non è stata mai cosí forte, non ha mai avuto tante «chances», tante vaste possibilità di movimento e raggio di azione, come in questo momento. E Tu stai giuocando le Tue carte da quel genio politico che sei. Ecco tutto». ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 205/R, «Grandi Dino», sottof. 4.

    ↩

  132. Cfr. Miròn [G. Colamarino], La Francia e noi, in «Il corriere padano», 18 e 22 giugno 1932. ↩

  133. Il comunicato abbinava infatti in una unica approvazione l’operato sia di Grandi, alla Società delle Nazioni, sia di Bottai, al BIT; per l’opera di Grandi si diceva però solo che era riuscita «a porre la questione internazionale degli armamenti sopra un piano realistico e concreto»; per quella di Bottai, invece, si diceva che «nel campo dei rapporti economici» aveva portato «con la sua proposta sul piano di un’azione internazionale istituti tipici creati dalla Rivoluzione fascista» (il corsivo è nostro). Cfr. PNF, Il Gran Consiglio del Fascismo, ecc. cit., p. 495. ↩

  134. Ibid., pp. 507 sg. ↩

  135. Cfr. M. A. Ledeen, L’Internazionale fascista cit. ↩

  136. La crisi economica determinò in Europa un notevole sviluppo delle forze di sinistra, socialdemocratici e comunisti. Ciò suscitò, specialmente tra i ceti medi, una crescente paura del comunismo, che si tradusse in una tendenza alla polarizzazione degli schieramenti politici e, non di rado, in un diffondersi di simpatie per il fascismo e dei movimenti fascisti e para fascisti locali. Sul problema avremo occasione di tornare ampiamente. Ai fini del nostro discorso e per valutare l’influenza che questo fenomeno dovette avere, psicologicamente ancor prima che politicamente, su Mussolini, è interessante vedere cosa già il 24 settembre ’30 Cornelio Di Marzio, di ritorno da un viaggio nell’Europa centro-settentrionale, scriveva a Mussolini (i due capoversi tra asterisco sono nell’originale sottolineati di pugno del «duce»):

    «Eccellenza, avendo attraversata mezza Europa, da Vienna ad Oslo, ed avendo osservato, con attenti occhi fascisti, le situazioni e le crisi che travagliano i vari stati, sento il dovere di sottoporre a V. E. alcune considerazioni che mi sembrano del piú alto interesse.

    «A parte il clamoroso ed inaspettato successo degli hitleriani, il cosiddetto partito dei sergenti, in Germania e la rinascita che ormai persuade anche gli scemi dell’orgogliosa anima teutonica si fa larghissimamente strada tra l’opinione pubblica tedesca, il disprezzo piú assoluto per le forme democratiche e tutte le formule massoniche. Mastice tra i gruppi antidemocratici e bandiera per tale rivolta è il fascismo ed il nome di V. E. Poiché, dovunque si vada, due cose sole, oggi, interessano: Mussolini ed il fascismo.

    «A seconda dei popoli e della loro psicologia la parola fascismo verrà poi suddivisa in tanti studi particolari e curiosi, per quante sono le sue varie manifestazioni e per ognuno dei suoi aspetti, ma a tali suddivisioni fa sempre e dovunque da denominatore comune il nome di Mussolini.

    «Cosí, e non me l’aspettavo, in Isvezia, preoccupati della minaccia bolscevica che tenta di affacciarsi sul Baltico, e che come propaganda s’infiltra anche nei paesi piú ricchi e riluttanti, ci sono ufficiali che mi han chiesto notizie sulla Milizia e mi han domandato come si potrebbe istituirne una, o cercare di ricorrervi in caso di pericolo.

    «Né, anche nella pacifica Scandinavia, si pensa che il pericolo sia poi tanto lontano come i pacifisti vorrebbero far credere.

    «In Norvegia e in Danimarca l’ordinamento corporativo invece, nonostante la fama che questi due paesi hanno di essere all’avanguardia della legislazione sociale, è ritenuto come qualcosa di piú alto e geniale che non una semplice intuizione. Essi sentono infatti che su quest’ordinamento passerà la nuova Europa ed io mi son sentito veramente orgoglioso di vedere come di fronte alle leggi sociali e socialisteggianti dei paesi del nord questa nostra legislazione voli come aquila.

    «E pulcini mi parevano gli interlocutori nel dialogo tra me e loro; ossia tra il fascismo e la socialdemocrazia, tra Mussolini ed il resto del mondo.

    «Perfino nei paesi ammorbati dallo “spirito panteganico” dell’Austria ho notato, pur tra una abbondante dose di rabbia impotente, un progresso intenso nella considerazione e nel prestigio del nome Vostro, unito al piú acuto interesse per certi aspetti del fascismo.

    • «Eccellenza, batte una grande ora per il Duce e per il fascismo, oggi, in Europa. Ed io mi sarei risparmiata questa lettera se non avessi pensato che bisogna, forse, fare qualcosa di piú, di quanto oggi non facciamo, nello stringere contatti, fare opera di propaganda, diffondere conoscenze, tradurre libri, scrivere articoli etc.

    «Il nome di Mussolini, scusi Eccellenza il paragone, è moneta d’oro con la quale si può acquistare, dovunque, quello che si vuole *.

    «Non crede V. E. che si potrebbe iniziare questo lavoro di approfondimento con contatti, viaggi, traduzioni?

    «Io ho portato con me, possibilmente da tradurre, un volume di Rosenberg sul credo di Hitler, uno di Hartmann sulla nuova giovinezza europea che spero di tradurre. Intanto la rivista berlinese “Der Querschnitt” pubblicherà in novembre un numero tutto dedicato all’Italia e scritto in gran parte da Italiani.

    • “Antieuropa” stessa pur nella scarsezza dei suoi mezzi è un altro buon sintomo. Ma, mi pare che occorrerebbe allargarne l’opera: potenziarla, metterla su basi di prestigio e di responsabilità maggiori di quanto oggi non si sia potuto ancora fare.

    «L’Europa, oggi piú che mai, attende il suo conquistatore morale e dalle città del Nord a me, è parso, di vederla questa nostra Europa come agitata da un unico soffio e da un’unica idea; quella che viene da Voi, Eccellenza, e dal Vostro Nome.

    «Ripromettendomi di scrivere qualcosa su quanto Le ho devotamente esposto mi auguro, Eccellenza, piú che scrivere di poter fare.

    «Fare, dietro i Vostri ordini ed alla Vostra luce.

    «E mi creda per il suo devt.mo» (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], fasc. H/R, «Di Marzio Cornelio»). Si capisce come in questa situazione Mussolini potesse già nell’ottobre ’30 dire ai direttori federali del PNF: «La lotta fra i due mondi non ammette compromessi: il nuovo ciclo che comincerà con l’anno IX pone ancor piú in risalto la drammatica alternativa. O noi o loro. O le nostre idee o le loro. O il nostro Stato o il loro! ... Ciò vi spiega come la lotta si svolga ormai sopra un terreno mondiale e come il fascismo sia all’ordine del giorno in tutti i paesi, qua temuto, là implacabilmente odiato, altrove ardentemente invocato» (Mussolini, XXIV, p. 283). ↩

  137. Cfr. J. Locquin, Le projet français d’Union fédérale européenne et la «Combinazione» italienne, in «La France active», 15 dicembre 1930. ↩

  138. Particolarmente interessanti sono i rapporti di Mussolini con il conte Richard Coudenhove-Kalergi. Questi era stato dapprima in contatto con elementi antifascisti. Nell’ottobre ’26 al primo congresso di Paneuropa F. S. Nitti aveva fatto parte della presidenza d’onore. In occasione del secondo, nel maggio ’30, Coudenhove-Kalergi aveva però fatto passi presso l’ambasciatore a Berlino Orsini per informarlo che non solo non voleva dare al congresso un carattere antifascista (e quindi aveva rinunciato ad avere tra gli oratori C. Sforza) ma avrebbe voluto una partecipazione dell’«Italia nuova» (aveva proposto i nomi di A. Pirelli e G. Manacorda). L’avance non era stata però accolta, dato che in quel momento la posizione di Coudenhove-Kalergi corrispondeva praticamente a quella di Briand. Nel maggio ’33 e nel maggio ’36 Coudenhove-Kalergi (che già nel ’23 aveva cercato di interessare il «duce» alle sue idee) ebbe tre incontri con Mussolini; dai suoi resoconti sembra dedursi che il «duce» non fosse sostanzialmente ostile all’idea paneuropea, ma considerasse la posizione di Coudenhove-Kalergi inattuale e fosse, piuttosto, «favorevole all’idea di un’unione latina con la Francia, quale baluardo contro il Terzo Reich». Nel ’36 pare che autorizzasse il fondatore di Paneuropa a fare un sondaggio a Parigi (dove era da poco andato al governo il Fronte popolare) per un accordo in questo senso.

    Tra la fine degli anni venti e la metà del successivo decennio Coudenhove-Kalergi ebbe contatti anche con A. Gravelli, che, in un primo momento, subí certo la suggestione delle sue idee, ma poi polemizzò vivacemente con esse in nome dell’Antieuropa fascista. Ciò nonostante, Gravelli – nel pieno della polemica italo-tedesca per l’Austria – nel ’35 intervenne al quarto congresso di Paneuropa, che fu tenuto significativamente a Vienna ed ebbe un carattere chiaramente antinazista. Cfr. R. Coudenhove-Kalergi, Una vita per l’Europa, Milano 1965, passim, e specialmente pp. 212 sgg. e 231 sgg., nonché ID., Storia di Paneuropa, Milano 1964, pp. 79 e 23 sgg. (introduzione di G. Ferro). ↩

  139. In questa prospettiva importanza notevole ebbe il Convegno Volta sul tema L’Europa organizzato nel novembre 1932 dall’Accademia d’Italia, su indicazione di Mussolini, nella prospettiva di «additare con romana saggezza vie nuove per fondare una nuova sintesi storica dell’Europa, per creare un ordine europeo nuovo, che sostituisca alle lotte intestine devastatrici l’imperativo della solidarietà feconda». Al convegno parteciparono o aderirono intellettuali e uomini politici di rilievo di molte nazioni. Le relazioni politicamente piú significative furono quelle di F. Coppola e di E. Bodrero. Esse vanno viste tanto nella prospettiva mussoliniana della preparazione del «patto a quattro», quanto in quella dei suoi sforzi per prendere le proprie distanze da Hitler e presentare il fascismo in una luce diversa dal nazionalsocialismo. Lo dimostra, tra l’altro, indirettamente il fatto che A. Rosenberg (che intervenne al convegno con Göring) si trovò costretto, di fronte alla relazione Coppola, a scendere in polemica diretta con essa, contrapponendo la propria visione razzistica e aggressiva dei rapporti tra i popoli europei a quella conciliante e collaborazionista del relatore. Per i lavori del convegno cfr. i due volumi degli atti, pubblicati dalla R. Accademia d’Italia. Fondazione A. Volta, Convegno di Scienze morali e storiche (14-20 novembre 1932 - XI). L’Europa, Roma 1933. ↩

  140. Cfr. M. A. Ledeen, L’Internazionale fascista cit. ↩

  141. Per la posizione del gruppo di Gravelli, oltre a quanto scritto dal Ledeen, si vedano soprattutto A. Gravelli, Verso l’Internazionale fascista, Roma 1932; ID., Panfascismo, Roma 1935, e, ovviamente le collezioni di «Antieuropa» e di «Ottobre». ↩

  142. La convinzione che il nazionalsocialismo, da solo o in coalizione con altre formazioni di destra, fosse destinato a giungere al potere dovette cominciare a farsi strada in Mussolini dopo le elezioni tedesche del 14 settembre 1930. Cfr. il suo anonimo commento xx contro xix secolo, nel «Foglio d’ordini», n. 77, del 19 settembre ’30. Significativa è anche la chiusa del già citato suo articolo Decidersi!, in «Il popolo d’Italia» del 12 gennaio ’32. ↩

  143. R. Cantalupo, Fu la Spagna cit., pp. 46 sg., sempre in riferimento al già citato colloquio con Mussolini, scrive:

    «Soprattutto non mi liberavo dall’impressione della fisionomia drammatica di quel Mussolini non desideroso di guerra, ma ossessionato dall’idea della guerra. Per dire tutto, egli mi era apparso come un uomo che della guerra avesse paura, unicamente paura. (Quattro anni dopo, quando mi accadsero le cose che in questo libro sto per narrare, dovetti domandarmi spesso se egli non stesse per andareincontro alla guerra solo a furia di averne paura,come i sofferenti di vertiginevengonoattratti nei precipizi avendone orrore, o come arriva all’atto irreparabile il “perseguitato persecutore”)». ↩

  144. Cfr. F. D’Amoja, Declino e prima crisi dell’Europa di Versailles cit., pp. 95 sgg. ↩

  145. Che la «svolta» del ’32 avesse nelle intenzioni di Mussolini questo carattere è, tra l’altro, dimostrato sia dagli oculati criteri del movimento diplomatico che, in agosto, la accompagnò sia soprattutto dalla scelta di Fulvio Suvich come sottosegretario agli Esteri e di Pompeo Aloisi come capo di gabinetto. Due uomini assai diversi come temperamento, ma entrambi possibilisti e moderati, buoni conoscitori dei problemi centro europei e balcanici e tutt’altro che propensi personalmente a prestare orecchio alla sirena hitleriana. Cfr. a questo proposito F. D’Amoja, Declino e prima crisi dell’Europa di Versailles cit., pp. 95 sgg., e l’introduzione di M. Toscano al Journal cit. di P. Aloisi. ↩

  146. Cfr. R. Moscati, Dal Patto a quattro all’Asse Roma-Berlino, in «Clio», aprile-settembre 1972, p. 161. ↩

  147. Cfr. G. Bianchi, Rivelazioni sul conflitto italo-etiopico, Milano 1967, p. 131. ↩

  148. Ibid., p. 12. ↩

  149. In Archivio Grandi. ↩

  150. ACS, E. De Bono, Diario, q. 38. G. Bianchi, Rivelazioni sul conflitto italo-etiopico cit., p. 17, pubblica il passo in un testo leggermente diverso e non lo data. ↩

  151. Cfr. E. De Bono, La conquista dell’Impero. La preparazione e le prime operazioni, Roma 1937, p. 32. ↩

  152. Cfr. ACS, E. de Bono, Diario, q. 38, alla data dell’8 febbraio 1934: «Finalmente il Capo si è scosso per l’Abissinia. Si è fatta una riunione da lui con Badoglio e Suvich. Conclusioni: bisogna agire». ↩

  153. Cfr. Mussolini, XXVI, p. 134 (2 gennaio 1934). ↩

  154. Per tali vicende, viste in una prospettiva attenta soprattutto alle loro implicazioni italiane, cfr. F. D’Amoja, Declino e prima crisi dell’Europa di Versailles cit., pp. 88 sgg. ↩

  155. Cfr. Mussolini il fascista cit., I, pp. 234 sg. ↩

  156. Cfr. K. G. W. Ludecke, I Knew Hitler, London 1938, pp. 71 sgg. e 138 sgg.; nonché piú in particolare R. De Felice, I rapporti tra fascismo e nazionalsocialismo cit., pp. 19 sgg., dove sono date notizie relative anche alla stampa fascista nel 1922-23 e alla documentazione diplomatica italiana. ↩

  157. Per tale concezione cfr., oltre a A. Hitler, La mia vita e La mia battaglia, Milano 1941 e Il libro segreto, Milano 1962, E. Jackel, La concezione del mondo in Hitler, Milano 1972. ↩

  158. Cfr. A. Hitler, La mia battaglia cit., p. 309. ↩

  159. Cfr. Id., Conversazioni segrete, Napoli 1954, p. 11. ↩

  160. Cfr. DDI, s. VII, VI, p. 284. ↩

  161. Le accuse alle quali si riferiva il processo erano – come si è già detto – quasi certamente infondate. Cfr. a questo proposito DDI, s. VII, VII, pp. 438 sg., 445 sg. e 500 sg. Non si può però escludere che aiuti finanziari, sia pure probabilmente non molto consistenti, vi siano stati nel ’29, tramite un funzionario del consolato a Monaco. Cfr. A. De Marsico, Arringhe, IV, Napoli 1971, pp. 302 sgg. ↩

  162. Sullo Stahlhelm cfr. v. R. Berghahn, Der Stahlhelm. Bund der Frontsoldaten (1918-1935), Düsseldorf 1966. Sulle destre tedesche piú in genere cfr. K. P. Hoepke, La destra tedesca e il fascismo, Bologna 1968. ↩

  163. Per tutto questo periodo cfr., oltre a DDI, s. VII, I-VIII, passim, R. De Felice, I rapporti tra fascismo e nazionalsocialismo cit., pp. 34 sgg. ↩

  164. Cfr. Asae, Serie politica, «Germania», 1183. La lettera è di grande interesse dato che in essa è riassunto un colloquio di pochi giorni prima di Hitler con Manfredi Gravina nel corso del quale il primo aveva esposto le sue idee sulla situazione europea e tedesca e sulla politica «orientale e nord-orientale» che egli avrebbe attuato dopo la sua andata al potere. ↩

  165. Cfr. Asae, Serie politica, «Germania», 1183. ↩

  166. Cfr. Elezioni tedesche e xx contro xix secolo cit., in PNF, I «Fogli d’Ordini» cit., pp. 335 e 338 sg. ↩

  167. Cfr. U. Nani, La Germania ad una svolta?, in «Critica fascista», 1º ottobre 1930. ↩

  168. Cfr. G. Bevione, Il trionfo di Hitler, in «Gerarchia», settembre 1930. ↩

  169. Nei mesi immediatamente successivi alle elezioni tedesche del settembre ’30 A. Gravelli svolse una intensa attività di contatti con esponenti dello Stahlhelm e delle Heimwehren austriache e in vista della possibile organizzazione di una Internazionale fascista. In una lettera a Mussolini del 6 dicembre ’30 scriveva a questo proposito: «Noi non vogliamo essere soltanto un paradosso gettato all’Europa, ma vogliamo essere una forza vigilante e attiva per V. E. e per la rivoluzione. Spianeremo cosí la strada alle nostre giovani generazioni, provocando attorno ad esse le alleanze delle gioventú Europee. Lenin fondava sui giovani la sua propaganda in Europa: noi dobbiamo fare ancor piú dei bolscevichi. Con quali nomi potremo chiamare questa organizzazione? Alleanza? Concentrazione? Internazionale? Sta a V. E. stabilirlo. Quel che occorre, dopo riconosciuta e dichiarata la forma universale del Fascismo è:

      1. Provocare l’alleanza con le forze fasciste o similari che si trovino in identiche necessità spirituali, politiche ed economiche nei vari paesi d’Europa.
      1. La instaurazione di una solida unione con tutte le forze diffuse nel mondo per la propagazione e la dilatazione delle concezioni fasciste.
      1. Organizzare su base rivoluzionaria, insurrezionale, aggressiva, le forze a carattere fascista in Europa.
      1. Preparare queste forze all’azione diretta per la conquista del potere.
      1. Stabilire la dittatura in Europa».

    Alla lettera era unito un vero e proprio programma politico-organizzativo sulla cui base dar vita alla Internazionale, che era stato richiesto a Gravelli dallo stesso Mussolini in seguito ad una precedente lettera di questo del 30 ottobre. A proposito di questa lettera è significativo notare che in essa, tra l’altro, Gravelli aveva informato il «duce» dell’esistenza di «una diffusa e continua relazione epistolare tra il Rosenberg e il barone Evola (esaltatore delle razze nordiche su di noi) e da me a suo tempo denunciato al Tribunale Speciale». Il che fa comprendere quanto poco Gravelli ritenesse opportuno che un fascista avesse rapporti con Rosenberg. Cfr. per tutto ciò ACS, RSI, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato, fasc. 312/R, «Gravelli Asvero». ↩

  170. L’inchiesta apparve nei numeri di «Antieuropa» del periodo marzo-settembre 1931 e fu successivamente raccolta in un volumetto col titolo Inchiesta su Hitler, Roma 1932. ↩

  171. Cfr. E. Ludwig, Colloqui con Mussolini cit., pp. XLIX 58. ↩

  172. È sintomatico che il nuovo ambasciatore a Berlino, Cerruti, verso la fine del ’32 si riferisse ad Hitler come all’uomo in cui si poteva trovare quella sintesi fra le uniche forze «veramente vive della Germania, e cioè le forze armate, e le forze non solo nazionali, ma antidemocratiche e antiparlamentari», da cui «unicamente poteva dipendere l’avvenire della Germania stessa». Cfr. G. Giordano, La diplomazia italiana e la crisi tedesca del 1932, in «Clio», ottobre-dicembre 1972, p. 399. ↩

  173. Cfr. K. P. Hoepke, La destratedesca e il fascismo cit., pp. 299 sg. Per i rapporti tra lo Stahlhelm e il fascismo cfr. ibid., pp. 320 sgg., nonché R. De Felice, I rapporti tra fascismo e nazionalsocialismo cit., pp. 144 sg. ↩

  174. Cfr. Asae, Serie politica, «Germania», 1183. ↩

  175. Cfr. ibid., 1184, G. Renzetti a A. Turati, Berlino 15 luglio 1930, trasmessa in copia dall’ambasciatore Orsini a Roma il 4 agosto 1930. ↩

  176. Cfr., per esempio, le sue dichiarazioni al console a Monaco del 18 giugno ’31 (trasmesse a Roma due giorni dopo) in R. de Felice, I rapporti tra fascismo e nazionalsocialismo cit., pp. 154 sg. ↩

  177. Le vicende interne della NSDAP erano attentamente seguite da Mussolini attraverso i rapporti inviatigli dalla Germania. In qualche occasione – come quella del «caso Mukke» – risultano sue annotazioni richiedenti ulteriori notizie. ↩

  178. Questo giudizio appare in un rapporto su «Il movimento nazional socialista in Germania» inviato a Roma da Berlino il 3 gennaio ’31 (lo stesso in calce al quale Mussolini scrisse la richiesta di ulteriori notizie sul «caso Mukke»). Anche in questo rapporto si dava grande importanza alla mancanza di penetrazione nell’esercito, nella polizia, e alla sostanziale refrattarietà della burocrazia e delle confederazioni professionali. Cfr. Asae, Serie politica, «Germania – 1931», 1. ↩

  179. Per valutare questo atteggiamento sono utili due documenti interni, uno del novembre ’32 e l’altro dell’aprile ’34, il primo redatto dal Servizio politico del ministero dell’Interno, il secondo dal Servizio Storico-Diplomatico di quello degli Esteri.

    Nel primo (cfr. R. de Felice, I rapporti tra fascismo e nazionalsocialismo cit., pp. 163 sgg.), dopo la drastica affermazione che «nulla è piú erroneo di quella identità che alcuni vogliono creare tra nazional-socialismo e fascismo, tra le tesi di Mussolini e quelle piuttosto anonime del partito di Hitler» e dopo una illustrazione delle differenze politico-sociali tra i due programmi, si legge:

    «Il nazional-socialismo, checché sogliano dire alcuni, non sarà mai un sincero amico dell’Italia. Le sue rivendicazioni in tutti i campi anche lontanamente attinenti alla questione di sangue, sono troppo spinte per consentirgli di dimenticare l’Alto Adige, che già in molte occasioni Hitler stesso ebbe caso di chiamare non un problema concernente l’Austria ma un problema riguardante la Baviera. Con ciò egli intendeva spostare la questione in un campo nel quale egli sarebbe stato in ogni momento padrone dei propri movimenti. Oggi egli fa finta aver dimenticati i propositi battaglieri di un tempo, perché l’amicizia italiana gli è preziosa, ma quell’ipocrisia larvata, subdola, insita in ogni tedesco non mancherà di farsi strada e di affiorare appena le circostanze lo permetteranno.

    «Il “Völkischer Beobachter”, organo ufficiale del partito, evita parlare del fatto e mostra igno-

    rarlo, ma i giornali secondari non perdono occasioni per sollevare amari commenti, per rinvangare una questione che ormai non avrebbe neppur piú il diritto di esistere. Essi non sanno perdonare all’Italia il “tradimento” del 1914, e l’entrata in guerra a fianco delle potenze dell’intesa. Essi credevano che l’Italia doveva ad ogni costo aiutarli. Nel loro sconfinato orgoglio credono ancora oggi che i patti avrebbero obbligato l’Italia a collaborare al loro trionfo, a spargere il sangue in favore di un’idea che non era quella d’Italia, in favore di un nemico atavico e di una razza che non aveva mancate occasioni per attraversare le vie d’Italia, nelle sue piú legittime rivendicazioni.

    «Essi oggi ci accarezzano poiché credono che l’identità di politica estera li riavvicina all’Italia. Essi speculano sulla inimicizia italo-francese e ci fanno dei sorrisi, come possibili alleati di domani, ma se la Francia dovesse mutar tono, dovesse piegarsi a riconoscere quelle che alla fin fine sono le piú legittime rivendicazioni nostre, ed il nostro atteggiamento dovesse assumere un altro aspetto, Hitler, come sino ad oggi ci accarezzò, domani non mancherebbe di colpirci con quelle medesime contumelie di cui copre francesi, inglesi, polacchi, ecc., tutti affratellati nel suo livore pangermanistico.

    «I metodi che vuol porre in atto Hitler sono troppo diversi da quelli usati nella politica estera italiana, sono troppo spesso contrari ai nostri interessi perché il domani non debba trovarci rivali, non debba porci gli uni di fronte agli altri, avversari irriducibili, nemici sicuri».

    Per il secondo «Movimenti Fascisti Esteri», cfr. il paragrafo dedicato alla «Germania» in appendice, documento n. 8 che riproduce la parte centrale del documento. ↩

  180. Tra il giugno ’31 e il settembre ’32 G. Renzetti pubblicò su «Gerarchia» cinque articoli sulla situazione tedesca. Gli articoli sono assai importanti sia per valutare la personale posizione del loro autore rispetto a tale situazione sia per farsi una idea di come Mussolini tendeva in questo periodo a prospettarla in Italia. ↩

  181. I rapporti di Renzetti da noi rinvenuti sono conservati parte in ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 442/R, «A. Hitler» e Min. Cultura Popolare, b. 165, fasc. 20, «G. Renzetti», parte in Asae, fondi vari, uno, infine, quello che accompagna la lettera di Hitler a Mussolini dell’8 giugno 1931, presso il Trinity College di Hartford (USA). Un certo numero, tra i piú importanti del periodo 1931-33, sono pubblicati in R. De Felice, I rapporti tra fascismo e nazionalsocialismo cit., pp. 146, 151 sg., 155 sgg. e 170 sgg. ↩

  182. Cfr. M. Danosti, Mussolini e l’Europa, Roma 1945, p. 80. ↩

  183. L’atteggiamento della stampa italiana in occasione delle elezioni presidenziali del marzo-aprile ’32 è indicativo degli orientamenti dei vari ambienti italiani rispetto alla situazione tedesca. La stampa cattolica lasciò in genere trapelare abbastanza chiaramente la sua scarsa propensione per Hitler, allineandosi in gran parte dietro l’«Osservatore romano». Il resto della stampa si espresse quasi sempre a favore di Hitler, anche se spesso si ha l’impressione che questa scelta dipendesse dal fatto che su Hindenburg erano confluiti il centro cattolico e soprattutto i socialdemocratici e che Duesterberg non aveva evidentemente possibilità di affermazione. A proposito del candidato dello Stahlhelm è però significativo che in genere si tendesse a parlarne poco ovvero (il «Corriere della sera») a lasciar trasparire il rincrescimento per la rottura del fronte nazionale di Harzburg. Tra i giornali piú propriamente fascisti significativo (anche in riferimento alla posizione di Balbo) è l’atteggiamento assunto dal «Corriere padano», contrario nettamente a Hindenburg per il significato che la sua vittoria avrebbe avuto a livello europeo, favorendo cioè la politica francese, ma al tempo stesso contrario anche alla sinistra nazionalsocialista, alla quale in pratica attribuí la sconfitta di Hitler, e critico quindi verso questo per non essersi liberato in tempo di essa. Cfr. Goebbels e Strasser sono i responsabili della mancata vittoria (15 marzo 1932). ↩

  184. Renzetti incoraggiò Hitler alla massima intransigenza verso Gregor Strasser ed è probabile che abbia cercato anche di convincerlo della opportunità di liquidare politicamente Röhm, adducendo come argomento che la sua omosessualità screditava il partito e le SA (cfr. il suo rapporto del 23 gennaio 1933). A proposito di Röhm va ricordato che secondo K. G. W. Ludecke, I Knew Hitler cit., p. 678, a Venezia, nel ’34, anche Mussolini avrebbe messo in guardia Hitler contro di lui affermando che rovinava la reputazione del nazionalsocialismo. Appena Hitler fu nominato cancelliere Renzetti gli consigliò di indire al piú presto le elezioni per ottenere «una grandiosa affermazione» e liquidare i tedesco-nazionali, da lui considerati il punto debole della coalizione. ↩

  185. Alcuni giorni dopo, a Monaco, Hitler, parlando col console italiano, ripeté i suoi propositi di amicizia verso l’Italia e confermò il suo disinteresse per l’Alto Adige. Assicurò altresí che era sua intenzione di agire in accordo anche con l’Inghilterra per realizzare una «essenziale pacificazione», ma insistette soprattutto sul concetto che «a Ginevra o fuori Ginevra, la Germania affermerà il suo diritto, sicura di contare sulla comprensione e la collaborazione italiana. Il Fascismo è una forza che si deve imporre al mondo; questo ideale comune ci farà sempre piú forti e uniti». Cfr. R. De Felice, I rapporti tra fascismo e nazionalsocialismo cit., pp. 206 sgg. ↩

  186. Un lucido quadro della situazione venne tracciato da Grandi il 21 aprile ’33 in una lunga lettera: «In questi anni la politica del Foreign Office si è sempre bilanciata fra questi due estremi – il revisionismo radicale dei laburisti da una parte e il rigido conservatorismo imperiale dei die hards [sic] dall’altra.

    «Nessun governo laburista – né il primo né il secondo Gabinetto MacDonald – sono stati abbastanza forti da imporre al Parlamento una politica di revisione, nessun governo conservatore è stato tanto forte da potersi sottrarre all’influenza di quelle correnti di opinione pubblica che chiedevano un intervento dell’Inghilterra a limitare in Europa la potenza francese e a favorire il risollevamento della Germania. Su queste correnti si è sempre fondata la politica di quegli uomini di stato inglesi – da Lloyd George a MacDonald – che hanno fatto o tentato del revisionismo, e da queste correnti essi hanno attinto la forza necessaria per resistere alla pressione dei conservatori imperialisti.

    «Ora il fatto è che questa forza è venuta meno. L’equilibrio si è rotto. Il passaggio dei laburisti e dei liberali da una politica di favore a una politica di ostilità alla Germania, ha aperto la via alla reazione di quei conservatori anti-revisionisti, che, in questi giorni, si sono gettati all’attacco di MacDonald». Cfr. Asae, Fondo Lancellotti, 156. ↩

  187. Oltre al libro del Giovannucci, per valutare gli atteggiamenti verso il nazionalsocialismo del fascismo, sono da vedere P. Solari, Hitler e il Terzo Reich, Milano 1932; G. Bortolotto, Fascismo e Nazionalsocialismo, Bologna 1933, e soprattutto F. Ciarlantini, Hitler e il fascismo, Firenze 1933. ↩

  188. Utili elementi per precisare questo quadro possono essere desunti dai rapporti informativi della polizia politica. Cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. Polizia politica, categ. 1, b. 40; alcuni di questi rapporti, relativi alle primissime reazioni, sono pubblicati in R. De Felice, I rapporti tra fascismo e nazionalsocialismo cit., pp. 201 sgg. ↩

  189. Cfr. DDF, s. I, II, pp. 583 sg. ↩

  190. Cfr. ibid., III, pp. 644 e 648 sg. ↩

  191. Cfr. ASAE, Fondo Lancellotti, 45, verbale del colloquio con De Jouvenel del 2 marzo 1933 redatto dallo stesso Mussolini; nonché P. Aloisi, Journal cit., pp. 77 sgg. ↩

  192. A metà marzo la questione austriaca era già un tale motivo di contrasto tra Roma e Berlino che Renzetti, il 18, riferiva: «Da parte di alcune personalità nazionalsocialiste che finora hanno costantemente dimostrato viva simpatia per noi, mi è stato detto che l’Italia aiuta e protegge gli avversari dei nazionalsocialisti in Austria, tattica questa errata a loro parere, in quanto presto o tardi le camicie brune si impossesseranno del potere. Le predette persone hanno aggiunto che il principe Starhemberg è fortemente indebitato, che ha pochissimo seguito (personalmente non nutro soverchia fiducia verso di lui), che i nazi non pensano affatto a compiere l’Anschluss. Mi sono limitato a prendere atto di quanto sopra». Cfr. ASAE, Fondo Lancellotti, 130, «Austria». ↩

  193. Cfr. Asae, Fondo Lancellotti, 234, B. Mussolini all’ambasciatore Cerruti, 17 maggio 1933. ↩

  194. Cfr. Dgfp, s. C, I, pp. 25 sg. ↩

  195. Cfr. DDF, s. I, III, pp. 165 sgg.

    Il passo italiano per sconsigliare ad Hitler di insistere nella campagna antisemita è probabilmente quello che Mussolini fece fare il 31 marzo dall’ambasciatore Cerruti presso lo stesso «Führer»; cfr. per esso e per la risposta negativa di Hitler R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo cit., pp. 128 sgg. Che la campagna antisemita fosse stata un errore fu riconosciuto invece da von Papen nel suo colloquio con Mussolini del 10 aprile. In precedenza Mussolini aveva suggerito ad Hitler di prendere provvedimenti contro gli eccessi commessi dai suoi seguaci e di cercare un accordo con la Santa Sede. Cfr. Asae, Fondo Lancellotti, 45 e 134. ↩

  196. Cfr. DDF, s. I, III, pp. 270 sgg. ↩

  197. Sul Patto a quattro sono da vedere, oltre al sempre utile F. Salata, Il patto Mussolini, Milano 1933, F. D’Amoja, Declino e prima crisi dell’Europa di Versailles cit., pp. 259 sgg.; K. H. Jarausch, The Four Power Pact, Madison 1966; J. Petersen, Hitler-Mussolini. Die Enstehung der Achse Berlin-Rom (1933-1936), Tübingen 1973, pp. 137 sgg.; nonché W. N. Medlicott, Britain and Germany: The Search for Agreement (1930-1937), London 1969.

    Per la letteratura italiana del tempo cfr. F. Coppola, Il Patto a Quattro, in «Politica», febbraio-aprile 1933, pp. 241 sgg.; P. Quaroni, Il Patto a Quattro, in «Rivista di studi politici internazionali», gennaio 1934; G. Vedovato, Organizzazione internazionale e Patto a Quattro, Firenze 1939 (ma già pubblicato nel 1935). ↩

  198. Cfr. Mussolini, XXV, pp. 141 sgg. ↩

  199. Per le successive stesure del patto cfr. P. Salata, Il patto Mussolini cit., pp. 161 sgg. ↩

  200. Nel discorso del 7 giugno ’33 al Senato Mussolini stesso disse che l’idea del patto «si fece chiara nelle mie riflessioni dopo la chiusura, nell’estate scorsa, della prima fase della conferenza del disarmo, chiusura negativa o quasi». Cfr. Mussolini, XXV, p. 239. ↩

  201. Cfr. F. D’Amoja, Declino e prima crisi dell’Europa di Versailles cit., p. 211 n. ↩

  202. Cfr. Asae, Fondo Lancellotti, 134. ↩

  203. Per la missione di De Jouvenel, cfr. F. D’Amoja, Declino e prima crisi dell’Europa di Versailles cit., pp. 209 sgg., e H. Lagardelle, Mission à Rome. Mussolini, Paris 1955, pp. 3 sgg. ↩

  204. ¹ Cfr. Asae, Segreteria generale, 360. Piú avanti il verbale cosí continuava:

    «Come al Patto a Quattro può far seguito un Patto italo-francese che regoli le questioni pendenti tra Italia e Francia, cosí esso può trovare il suo completamento in un accordo italo-jugoslavo. Perciò la possibilità di tale accordo non deve essere esclusa, anzi sempre prospettata. Io ho detto che i nostri attuali rapporti con la Jugoslavia sono di indifferenza. Non è mia intenzione di andare indietro a renderli piú difficili. Quindi delle tre ipotesi, esclusa questa, non resta che la continuazione dello stato attuale e poi l’avvicinamento. Per il quale io non abbisogno di passare da Parigi, perché, quando lo voglia, non ho che intendermi direttamente con Re Alessandro.

    «Nei riguardi del revisionismo l’Italia non avanza alcuna rivendicazione in confronto della Jugoslavia. Lo farebbe solo se tutta la carta d’Europa dovesse cambiarsi. Ma oggi io non ho nulla da domandare.

    «Il revisionismo tocca la Jugoslavia soltanto nei suoi rapporti con l’Ungheria, ma per una parte trascurabile ed insignificante. Io ho le richieste precise e scritte di Gömbös. Toccano una minima parte della Jugoslavia, quella dove si trovano popolazioni ungheresi compatte.

    «La utilità per la Jugoslavia di esaminare con spirito comprensivo tali modeste domande ungheresi, permetterebbe loabilirsi di un pieno accordo con l’Ungheria, quindi con l’Italia, agli scopi suindicati, anti-Anschluss. Ma un accordo con noi esige anche un chiarimento della situazione interna jugoslava e specialmente la eliminazione della questione croata. Questa questione o deve arrivare al suo sviluppo (poiché è nostro interesse avere al nostro confine una polvere di stati, piuttosto che uno Stato forte e solido) o deve essere eliminata col modificarsi della situazione interna jugoslava. Questa eliminazione permetterà la ripresa di trattative e la conclusione di un accordo». ↩

  205. Cfr. H. Lagardelle, Mission à Rome cit., p. 6. ↩

  206. Cfr. Asae, Fondo Lancellotti, 124. ↩

  207. Cfr. D. Grandi a B. Mussolini, Londra, 24 marzo 1933, in Archivio Vitetti. ↩

  208. ¹ Per i contatti di Mussolini e della diplomazia italiana con De Jouvenel ai primi di marzo, oltre al verbale dell’incontro del giorno 2 (pubblicato nel diario di P. Aloisi) sono da vedere due relazioni del 3 marzo (di Mussolini) e del 5 marzo (probabilmente di Theodoli) in Asae, Fondo Lancellotti, 2/3. Nella seconda di queste due relazioni l’atteggiamento di De Jouvenel dopo l’incontro del 2 marzo è cosí riassunto:

    «Ho trovato de Jouvenel, dopo il suo incontro con Mussolini giovedí sera 2 corrente, completamente cambiato e pieno di ottimismo.

    «Ha rinunziato per ora ad andare a Parigi, come mi aveva detto mercoledí scorso di voler fare, consigliato per telefono dai suoi amici al Governo, onde non svigorire la sua azione e non creare allarmi.

    «“Mussolini m’a donné l’impression d’une absolute franchise! Il m’a inspiré la confiance. Je croyais entendre parler le bon sens même, le bon sens d’un homme de génie, qui vient du peuple”.

    «Egli mi ha detto che Mussolini non ha soltanto l’istinto e la comprensione dell’opinione pubblica italiana, ma l’istinto dell’opinione pubblica generale!

    «Per Mussolini le questioni tra la Francia e l’Italia non sono primordiali. Per lui tutti i punti divergenti, Tunisi, Libia, Albania ecc., “sont à envisager comme faisant partie d’un arrangement local. Ce sont des querelles de village, comparées à des questions de continents!”

    «Le réglement franco-italien doit s’insérer dans le réglement général que Mussolini a en tête”.

    «De Jouvenel mi ha dichiarato esser pieno di fiducia, perché quanto gli ha detto Mussolini rientra nel quadro che si era fatto a Parigi delle possibilità di riuscita della sua missione, meditando il discorso di Torino e rileggendo le interviste accordate a Bérenger, Roche, Dupuy ecc.

    «Soltanto nel colloquio di giovedí egli è rimasto ammirato da “l’esprit de solution”. Nelle interviste Mussolini vedeva i problemi in modo generale, mentre parlando con lui ha intraveduto delle soluzioni precise. Soluzioni che si applicano ai problemi i piú difficili dell’Europa. Ma se sono d’applicazione difficile, non sono però insolubili, e de Jouvenel spera nei risultati. Sarà un cammino lungo, arduo, bisognerà prendere ogni sorta di cautele, ma da Mussolini l’Europa ritrarrà degli enormi benefici. I grandi uomini costano cari, ma Mussolini è un grande uomo “qui rapportera énormement à l’humanité”.

    «Le precauzioni non sono mai troppe; rimaniamo d’accordo che la prima condizione di successo è il segreto il piú assoluto.

    «Secondo Jouvenel, un’altra necessaria precauzione è la modifica dello spirito pubblico, che egli spera di vedere realizzata in una “détente de presse”...»

    ↩

  209. Cfr. D. Grandi a B. Mussolini, Londra, 24 marzo 1933, cit. ↩

  210. ¹ Un quadro delle trattative romane fu tracciato da Suvich a Grandi nella già citata lettera del 22 marzo: «Gli inglesi apparivano molto preoccupati della possibile opposizione francese ed hanno chiesto alcune modificazioni che avrebbero potuto, secondo la loro idea, rendere il progetto piú accettabile per Parigi.

    «Tali osservazioni in massima sono state accettate. Esse si sono riferite: per quanto riguarda l’articolo 2 alla riaffermazione della intangibilità dei trattati, pur riaffermando il principio della revisione. L’ultima parte di questo articolo, quella relativa all’applicazione pratica del principio della revisione, è riuscita nel testo concordato dagli inglesi forse piú efficace di quanto ancora non lo fosse nel testo originale.

    «Per quanto riguarda l’articolo 3, hanno chiesto – e ciò era anche nelle nostre intenzioni – di riaffermare la buona volontà di portare avanti per quanto è possibile la conferenza del disarmo. Si è anche modificata la redazione in modo da dare la possibilità di accedere alle deliberazioni delle quattro Potenze sul disarmo anche agli altri Paesi.

    «Per quanto riguarda l’articolo 4, hanno chiesto – e noi abbiamo acconsentito – che fosse soppresso l’accenno alle questioni coloniali che in Inghilterra avrebbe sollevato delle fortissime opposizioni. In questo articolo si è messa in evidenza la collaborazione nel campo economico – su domanda sempre dell’Inghilterra – in quanto ciò può facilitare una buona partenza per la conferenza economica a cui MacDonald tiene in modo particolare.

    «Per ménager l’America, che altrimenti avrebbe potuto essere male impressionata da questa sua esclusione in materia economica, si è voluto parlare in primo luogo di rapporti economici tra le quattro Potenze.

    «Questo in breve lo spirito delle conversazioni.

    «Per quanto riguarda l’atmosfera in cui le conversazioni si sono svolte, va rilevato che il tono è stato sempre quello della massima cordialità.

    «Come avrai rilevato dalle dichiarazioni ai giornalisti e dalla relazione sulle visite (esposizione fascista e altre) MacDonald si è molto sbilanciato e non ha risparmiato le espressioni di ammirazione per il Regime e per il Duce».

    Da Londra il 31 marzo MacDonald scrisse a Mussolini per riconfermargli la sua approvazione e per riferirgli le sue impressioni circa le reazioni francesi. In particolare gli suggerí di cercare – per spianare la strada al patto – di dissipare i sospetti di Parigi, eliminando gli attriti in materia navale, con i paesi della Piccola intesa e soprattutto con la Jugoslavia. A questa lettera Mussolini rispose il 10 aprile dichiarandosi pienamente d’accordo sulla convenienza di «fare opera chiarificatrice» per dissipare i sospetti e le prevenzioni contro il patto e pronto ad accettare varie richieste di modifica. Tenne però a mettere in chiaro che «il Patto deve restare integro nelle sue linee fondamentali» e mantenere il suo carattere di «atto politico» e non trasformarsi «attraverso una faticosa elaborazione in un atto meramente giuridico ed inoperante». Quanto ai suggerimenti specifici, la nuova atmosfera politica che il patto avrebbe determinato, avrebbe fatto sí che «opportune trattative dirette potranno nel momento voluto rispondere efficacemente allo scopo». Cioè – come chiarí a Grandi inviandogli la sua lettera per la consegna – gli attriti con la Francia e i suoi alleati sarebbero stati eliminati in futuro, «mediante trattative dirette, ad esclusione quindi di intermediari». Cfr. Asae, Fondo Lancellotti, 167; nonché Dbfp, s. II, v, pp. 66 sgg., 122 sgg. e 133 sgg. ↩

  211. Cfr. Asae, Fondo Lancellotti, 134, D. Grandi a B. Mussolini, Londra, 16 maggio 1933. ↩

  212. Il 21 maggio MacDonald disse a Grandi: «Non appena letto discorso Hitler mio primo impulso è stato prendere penna e scrivere al Duce per dirgli quello che è mia profonda convinzione: Europa deve a Mussolini, soltanto a Mussolini, e alla sua personale influenza su Hitler, inaspettato e fortunato cambiamento situazione. È questo grande servizio reso da Mussolini alla pace del mondo. Vi prego di ripetere ciò al Duce da parte mia». Cfr. Asae, D. Grandi al ministero, tel. 2252/R, Londra, 22 maggio ’33. ↩

  213. Cfr. quanto scrisse a questo proposito a Parigi François-Poncet il 4 giugno, DDF, s. I, III, p. 648. ↩

  214. Tipico in questo senso è il verbale di un colloquio, in aprile, tra Mussolini e Renzetti, presente Suvich: «S. E. il Capo del Governo incarica il Maggiore Renzetti di far sapere ad Hitler che egli è convinto della stabilità del regime nazional-socialista. Ora bisogna marciare verso un regime totalitario staccandosi dai partiti coi quali non c’è affinità e assorbendo invece quelli affini. Bisogna risolvere la questione del centro sulla base del concordato: un concordato unico per tutto il Reich in luogo dei concordati coi singoli Länder. Ciò costituirà un nuovo elemento dell’unità dell’Impero tedesco. Occorre poi marciare rapidamente verso l’organizzazione economica sociale del Paese sulla base del corporativismo. Vi sono tante pubblicazioni tedesche (fra altre quella di Werner Radarer – Der Standstaat). È l’unico mezzo per inserire le organizzazioni professionali e sindacali nello Stato: non c’è che da seguire il sistema italiano.

    «La propaganda anti-semita è stata un errore: conviene eliminare l’impressione di una lotta di razza che ha sempre un po’ un sapore di Medio Evo. Vi sono tanti mezzi per ottenere l’epurazione desiderata dai Nazi senza ricorrere alla forma estrema della persecuzione.

    «Non bisogna che Hitler si faccia delle illusioni sulla situazione internazionale: fuori dell’Italia tutto il mondo è contro di lui: non bisogna però neanche che si preoccupi di questo. Noi abbiamo fatto anche la nostra esperienza in questo campo ed abbiamo visto che la migliore cosa è quella di andare per la propria strada senza tenere eccessivo conto delle opinioni dei terzi. Va rilevato che l’Italia in questo momento ha assistito francamente ed apertamente il partito nazionalsocialista. Bisogna evitare doppioni, come quello di un ufficio per gli affari esteri creato in seno al partito ed affidato a Rosenberg; occorre assolutamente ricordare che il Partito deve agire soltanto nell’interesse dello Stato e comunque bisogna chiarire i rapporti fra l’uno e l’altro: o deve comandare il Partito come in Russia o deve comandare lo Stato come in Italia.

    «Per quanto riguarda il Patto a quattro bisogna che Hitler si persuada che la Germania ha tutto l’interesse ad aderirvi: per la Germania è del massimo interesse e soprattutto nella situazione di isolamento in cui si trova attualmente ad entrare in tale Patto a parità di diritti con gli altri: i due punti principali del Patto, cioè quello relativo alla revisione e quello relativo al disarmo, sono rimasti intatti anche attraverso il successivo annacquamento che il Patto ha subito. Neanche ciò per la Germania può essere indifferente. Ci sono poi le considerazioni di ordine economico che devono anche spingere la Germania ad entrare nell’accordo: è probabile che tale accordo possa dare la spinta ad una ripresa economica mondiale della quale la Germania, anche per ragioni politiche e per la stabilità del regime ha assoluto bisogno. D’altra parte l’accordo dà alla Germania quel respiro che le è necessario per il consolidamento interno e per l’eventuale riarmo previsto dal Patto stesso.

    «Per quanto riguarda l’Anschluss bisogna che Hitler, che ha già riconosciuto l’inattualità della questione, regoli in conformità anche la propria politica; si può lasciare che il Cancelliere Dollfuss svolga la propria opera rafforzandola nelle sue tendenze anti-marxiste. In un secondo tempo ci sarà la possibilità di prendere degli accordi con la Germania per una politica di intesa nel Bacino danubiano, sempre sulla base dell’indipendenza dell’Austria» (Asae, Fondo Lancellotti, 45). ↩

  215. Cfr. B. Mussolini a V. Cerruti, Roma, 13 maggio 1933, in Asae, Fondo Lancellotti, 134. ↩

  216. Un sintomo e, allo stesso tempo, un avvertimento in questo senso erano state a fine aprile le conversazioni a tre, senza cioè l’ambasciatore tedesco, sulle controproposte francesi autorizzate da Mussolini dopo l’irrigidimento tedesco sul problema del disarmo. ↩

  217. Cfr. DDF, s. I, III, p. 18. ↩

  218. Ibid., III, p. 21. ↩

  219. Un rapporto in data 27 maggio, del marchese Theodoli (Asae, Fondo Lancellotti, 2/3) autorizza a pensare che ancora nel pieno delle trattative da parte francese si sia cercato di fare dei sondaggi e, forse, delle avances nel senso di una ripresa delle conversazioni sui rapporti bilaterali franco-italiani, puntando sullo specchietto dei compensi coloniali. Di questi passi erano, a quanto risulta dallo stesso rapporto, in qualche modo al corrente anche gli inglesi, che, a loro volta, cercarono di sondare gli italiani. Pensando a quanto avverrà di là a due anni, può essere interessante conoscere il seguente passo del suddetto rapporto, che si riferisce ad un colloquio tra il suo estensore e un certo Tracy Philipps (sembra del Colonial Office):

    «Io lo lasciavo parlare non immaginando quale fosse lo scopo del suo viaggio a Roma né la ragione della sua visita a me, quando di punto in bianco mi domandò in francese, mentre si era sempre servito della sua lingua materna: “Que pense M. de Jouvenel de vos aspirations abyssines? Est-ce que les Français ne reconnaissent pas leur erreur d’avoir fait entrer l’Abyssinie dans la S.d.N. uniquement pour vous embêter?”, e poi con tono faceto mi ha domandato se non potessimo servirci d’accordo della “natives and aborigines Protection Society” per sollevare la questione della schiavitú che permane nell’Impero del Negus onde intervenire negli affari abissini. Io, ridendo, ho esclamato: “I was sure that Machiavelli was an englishman, now I have the proof that he belongs to your Colonial Office!”

    «Dopo rinnovate dichiarazioni di amicizia e allo scopo di trovare soddisfazione alle giuste richieste coloniali nostre, onde applicare il Patto a quattro con una Italia soddisfatta ed una Germania rabbonita per 10 anni almeno, il Sig. T. Philipps mi domanda che cosa io pensi del Giappone, del suo mandato e dell’avvenire delle 750 isole ex tedesche del Pacifico.

    «Non gli dissimulai la mia meraviglia, ed egli, senza esitazione, mi progettò di far rendere dai Giapponesi le suddette isole alla Germania mentre l’Europa, e per essa il Consiglio della S.d.N. si mostrerebbe conciliante per il regolamento del conflitto cinogiapponese. Poi aggiunse che con un Patto a 4 operante si può contare sull’arrendevolezza della S.d.N. per una sistemazione dell’Abissinia (ch’egli ben conosce) e che cosí non può svilupparsi. “Dal momento che i Francesi non avranno difficoltà a disinteressarsi a vostro favore della parte meridionale ed orientale e che noi vogliamo sistemare la questione del lago Tsana, perché l’Italia, pur senza un mandato scritto, non eserciterebbe la missione affidataci dall’art. 22 del Patto della S.d.N.?”

    «Continuando egli mi ha illustrato le condizioni deplorevoli di quelle provincie, l’assoluta mancanza di qualunque principio di giustizia, ordine e disciplina tra i capi che egli ben conosce per esperienza propria e per informazioni sicure.

    «L’Abissinia ha bisogno di denaro. Non può trovar prestiti all’estero perché non ha porti sui quali concedere le dogane in garanzia. La Francia e l’Inghilterra non vogliono interessarsi alle sue questioni interne. L’Italia può dare i denari, prendere in mano lo sviluppo del paese garantendosi cosí efficacemente e risolvendo pacificamente il suo problema coloniale il cui impero est-africano andrebbe da Cassala al Giuba.

    «Io, guardandolo bene negli occhi, gli ho domandato a nome di chi mi parlava, ed egli mi ha risposto di rivolgermi al mio collega Lord Lugard (delegato inglese alla Commissione Permanente dei Mandati) per sapere quali fossero i suoi amici e quali gli ambienti sui quali egli ha influenza.

    «“L’opinione inglese dev’essere preparata e curata, mettiamoci d’accordo e dividiamoci le parti. Pensate a quel che vi ho detto e ci rivedremo qui od a Ginevra tra qualche mese”.

    «Non ho bisogno di dire che tale conversazione mi ha lasciato perplesso, specialmente in quanto avvenuta una settimana dopo l’intervista col Comandante Lyeutey...»

    Nel colloquio col Lyeutey, fiduciario dei ministeri francesi delle Colonie e degli Esteri, questi aveva accennato alla possibilità di discutere la questione della contiguità territoriale tra la Somalia e l’Eritrea «se gli Inglesi, co-firmatari degli accordi del 1906 e del 1925, si disinteressassero della Abissinia centrale e meridionale». ↩

  220. Sull’atteggiamento della Piccola intesa verso il Patto a quattro cfr. soprattutto O. Carmi, La Grande-Bretagne et la Petite Entente cit., pp. 208 sgg. Utili elementi anche in F. D’Amoja, Declino e prima crisi dell’Europa di Versailles cit., passim. ↩

  221. Utile in questo senso è un confronto tra il telegramma di Mussolini del 2 aprile (cfr. nota seguente) e, da un lato, le dichiarazioni fatte dallo stesso Mussolini in Gran Consiglio il 5 aprile (cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], fasc. 242/R, «Gran Consiglio», sottof. II [1933], ins. B.) e, da un altro lato, il già piú volte citato verbale della riunione del 26 aprile tra Mussolini, Suvich e Galli. In questo verbale si legge a proposito del Patto a quattro:

    «Esso è imposto dalla necessità di giungere ad una effettiva pacificazione e semplificazione di problemi che discussi fra 53 Potenze alla S.d.N. non possono trovare una chiara decisione fattiva. Occorre uscire dalla generalità e scendere al concreto, come occorre impedire che l’Europa si divida definitivamente in due tronchi che fatalmente giungerebbero ad un conflitto armato, il quale nelle presenti condizioni europee potrebbe determinare anche un termine della civiltà...

    «La stessa questione del disarmo che nella assemblea di 53 Stati non arriverà mai a nessuna possibile conclusione, o perde di importanza se esiste il Patto a quattro, o finisce col trovare con esso il suo assetto definitivo.

    «È errato credere che il Patto a quattro voglia essere una specie di direttorio che impone le sue decisioni. Esso vuole anzitutto decidere fra le quattro Potenze e poi liberamente associare alle sue decisioni le Potenze minori, ma senza coercizioni. Si dimentica del resto che già il Covenant ha stabilito una graduatoria ed una gerarchia fra le Potenze, poiché soltanto le grandi hanno un seggio permanente alla S.d.N. È quindi una situazione già esistente che si vuole formalmente riaffermare e rafforzare per assicurare la pace.

    «Il Patto a quattro conferma la necessità della revisione, ma nell’ambito e con la procedura della S.d.N., procedura cauta, lentissima e circondata da ogni possibile garanzia, quindi anche dalla presenza e dal consenso della Potenza toccata dal revisionismo, non mai contro di essa ed all’infuori di essa. Ed il revisionismo non vuole capovolgere la situazione e rimediare ad una ingiustizia creandone una nuova, ma solo nei limiti dell’umano, rimediare a qualche ingiustizia per togliere il massimo possibile dei punti dolenti che possono fatalmente condurre alla guerra, quindi eliminare questi punti permanenti in vista della economia di una guerra. Se una guerra possa essere

    evitata togliendo una delle cause costanti che possono condurvi, non è dubbio che ogni sforzo deve essere fatto volenterosamente e con mutua comprensione delle circostanze.

    «In concreto due soli problemi sono stati posti: quello del Corridoio Polacco e quello dell’Ungheria. È assurdo dividere in due una Nazione, uno Stato. Vi deve essere unità territoriale fra le due parti della Germania. Quanto all’accesso al mare questo è assicurato dalle ferrovie e dai porti, non è detto che uno Stato debba possedere una striscia di territorio per giungere al mare! Allora la Svizzera dovrebbe possedere territorio francese quando si vale di Marsiglia, ed italiano quando di Genova.

    ««Rispetto all’Ungheria non è giusto che in eterno piú milioni di ungheresi siano avulsi dalla loro patria. Questa è una causa permanente di conflitto ed un costante pericolo di guerra, occorre eliminarla. Non è agevole né facile né semplice specie nei riguardi rumeni. Tuttavia tale necessità deve essere esaminata dalle due parti con mutua comprensione. Convengo che la revisione di frontiere potrebbe essere accompagnata dallo scambio di popolazioni.

    «(Si è infatti, a questo proposito, accennato nella conversazione allo scambio di popolazioni turco-greche, greco-bulgare e ricordato che Re Alessandro era disposto ad accogliere in Jugoslavia le popolazioni allogene che si trovano nella Venezia Giulia)». ↩

  222. Cfr. ASAE, Fondo Lancellotti, 134, B. Mussolini a tutte le rappresentanze, Roma, 2 aprile 1933. ↩

  223. Cfr. in Mussolini, XXV, pp. 221 sgg.: Piccola Intesa e pace europea (13 aprile 1933). ↩

  224. Cfr. P. Aloisi, Journal cit., p. 109 (13 aprile), dove si esprime un giudizio estremamente favorevole sull’articolo di Mussolini, e p. 110 (17 aprile), dove si riferisce che Mussolini si era pentito dell’articolo, scusandosi dell’errore dicendo che lo aveva scritto in marzo ed era stato pubblicato con ritardo. ↩

  225. Cfr. DBFP, s. II, v, pp. 310 sg. ↩

  226. Mussolini, XXV, p. 239. ↩

  227. Ibid., pp. 239 sgg. ↩

  228. Cfr. F. D’Amoja, Declino e prima crisi dell’Europa di Versailles cit., p. 335. ↩

  229. Diciamo nelle grandi linee, perché dei due argomenti addotti, mentre il secondo ha un valore immediato, il primo acquista valore solo sui tempi lunghi. ↩

  230. Cfr. E. Serra, La Francia, l’Italia e il Patto a quattro, in «Affari esteri», gennaio 1971, p. 155; nonché le osservazioni di R. Moscati, Dal Patto a quattro all’Asse Roma-Berlino cit., pp. 163 sgg. Per il giudizio opposto, che vede nel Patto a quattro «un patto a tre, fra Inghilterra, Italia e Germania, le quali invitavano il quarto socio, la Francia, a romperla con tutti i suoi possibili amici e ad entrare in una trappola nella quale i suoi tre soci l’avrebbero svaligiata», dopo di che sarebbe venuto il turno della Russia e delle potenze minori, cfr. G. Salvemini, Preludio alla seconda guerra mondiale cit., pp. 287 sgg. ↩

  231. Il Patto a quattro fu firmato a Roma il 15 luglio. L’Italia lo ratificò pochi giorni dopo con r.d. pubblicato il 29 luglio. Il Parlamento inglese lo approvò pure rapidamente; anche il governo tedesco ne avviò la procedura di ratifica; solo quello francese al momento dell’uscita della Germania dalla Società delle Nazioni non aveva ancora portato il patto davanti alla Camera. ↩

  232. Cfr. Dbfp, s. II, V, pp. 537 e 549 (24 e 28 agosto 1933).

    Secondo Vansittart la questione austriaca poteva mettere tutti di fronte ad una prossima crisi. Hitler cercava di mettere l’Italia contro la Francia e l’Inghilterra. Non era d’altra parte chiaro come l’Italia avrebbe reagito ad un’eventuale azione di forza tedesca, probabilmente entrando anch’essa in Austria e contrapponendo putsch a putsch; non era però neppure da escludere che il tutto potesse sfociare in una spartizione dell’Austria stessa, con l’occupazione da parte italiana del Tirolo e della Carinzia del Sud. Chiaro era solo che «l’Italia è molto sinceramente e vigorosamente d’accordo con noi nel nostro desiderio di preservare l’indipendenza austriaca». Il rischio era però rappresentato – sempre secondo Vansittart – dal fatto che l’Italia, aggrappandosi «al suo bene deperibile della sua posizione speciale», «non ha ancora la capacità visiva o il coraggio di far fronte ai fatti, che mostrano chiaramente che la Germania sta giuocando con lei e con noi». «Se allora i tedeschi fossero improvvisamente e in pratica sul Brennero, mentre l’Italia fosse ancora tranquilla e mentre la cieca tergiversazione e la taccagneria politica della Francia avesse ancora lasciato l’Italia non convertita al rapprochement franco-italiano, io temerei il peggio. E il peggio sarebbe che, di fronte a un successo tedesco cosí grande e con un potente vicino al suo confine, il Signor Mussolini fosse tentato a voltare le spalle a qualsiasi idea di collaborazione con la Francia – e anche col Governo di Sua Maestà – e di usare la sua posizione speciale per trattare con il suo vanitoso avversario mentre gli era di ostacolo». Senza pensare al peggio, sul momento ad una politica di collaborazione franco-italiana (che Londra auspicava ed incoraggiava) ostava per altro indubbiamente il reciproco sospetto circa i fini delle rispettive politiche austriache. «Gli italiani sospettano i francesi di usare il pericolo austriaco come un pretesto per costringere l’Austria e l’Ungheria a una federazione economica danubiana dominata politicamente dalla Piccola intesa e quindi dalla Francia. I francesi sospettano gli italiani di desiderare di formare un bloc economico austro-ungherese, appoggiato dall’Italia e dalla Germania in diretta opposizione politica alla Piccola Intesa. Il guaio è che c’è un certo fondamento per tutti e due questi sospetti» (ibid., pp. 548 sg. e 554).

    Per maggiori elementi sulla posizione di Vansittart e sul suo ruolo al Foreign Office cfr. I. Colvin, Vansittart in Office, London 1965. ↩

  233. Per i principali riferimenti di Mussolini al Patto a quattro in questo periodo cfr. Mussolini, XXVI, pp. 36 sgg. (29 luglio 1933) e 91 (14 novembre 1933). ↩

  234. Per alcuni accenni in questo senso cfr. F. D’Amoja, Declino e prima crisi dell’Europa di Versailles cit., pp. 435 sgg.; nonché il seguente telegramma ministeriale (Asae n. 4763) del 25 ottobre 1933 all’ambasciatore a Varsavia: «Vedo dalla stampa e dalle comunicazioni di V. E. che i polacchi continuano a manifestarsi inquieti.

    «Per norma di linguaggio, Le confermo che di Patto a Quattro non se ne è parlato né per ora se ne parla. Ma quando riaffiorerà, noi stessi ci faremo iniziatori della trasformazione in Patto a Cinque, con l’inclusione della Polonia. Ne dia pure assicurazione». ↩

  235. Dalla documentazione italiana, assai ricca, sui rapporti con Starhemberg e le Heimwehren risulta che, verso la fine del ’30, queste ventilarono anche la possibilità di un colpo di stato. Utili elementi su questo periodo come sul successivo in E. R. Starhemberg, Between Hitler and Mussolini, London - New York 1942. ↩

  236. Alla fine del ’31 si parlò persino di una fusione. La proposta fu però respinta da Starhemberg che accettò solo una «collaborazione parallela» contro il governo. Secondo quanto il principe disse ad un rappresentante italiano e questi riferí in data 5 novembre a Roma (Asae, Fondo Lancellotti, 131), egli avrebbe rifiutato di impegnarsi in una politica comune, poiché non riteneva che «debba pensarsi oggi all’Anschluss», perché non era d’accordo con Hitler «sui presupposti religiosi, desiderando non urtare i sentimenti cattolici delle masse austriache» e perché riteneva – contrariamente a quello che Hitler pensava – che «qui occorre una soluzione di forza». ↩

  237. Mussolini aveva ricevuto Starhemberg già nel ’30. Per questo incontro cfr. E. R. Starhemberg, Between Hitler and Mussolini cit., pp. 104 sgg.; P. Aloisi, Journal cit., pp. 64 sgg.; F. D’Amoja, Declino e prima crisi dell’Europa di Versailles cit., pp. 225 sgg.

    Dopo l’incontro le relazioni tra i capi delle Heimwehren e quelli nazionalsocialisti in Austria subirono un rapidissimo deterioramento; il 9 marzo E. Monreale riferiva a Roma che esse «possono considerarsi ormai rotte». Cfr. Asae, Fondo Lancellotti, 111. ↩

  238. Cfr. Asae, Fondo Lancellotti, 131. ↩

  239. Significativo è a questo proposito il maggior possibilismo, nella prima fase dello scontro con i tedeschi, di un uomo come l’ambasciatore a Berlino Cerruti, che risulta evidente dal seguente telegramma inviato a Roma il 20 marzo ’33: «La situazione in Austria viene considerata da V. E. e dal Cancelliere Hitler sotto punti di vista divergenti. Parlo di Hitler personalmente, perché il pensiero del Governo tedesco concorda con quello del Governo fascista. La divergenza consiste, se non erro, in ciò che V. E. desidererebbe appoggiare l’attuale Cancelliere Dollfuss ed aiutarlo a costituire un Governo forte con un fronte nazionale formato dalle Heimwehren, dal Landbund, dai socialnazionali e dai cristiano-sociali. Hitler per contro non ha fiducia in Dollfuss il quale, a suo avviso, commise troppi errori, egli vuole la caduta del Cancelliere austriaco e la convocazione dei comizî elettorali, dai quali si ripromette un successo notevole dei nazional-socialisti, la constatazione della scarsa forza delle Heimwehren e del Landbund e la consacrazione del vecchio partito cristiano-sociale che, secondo lui, non potrebbe in alcun caso fare un accordo con i social-democratici.

    «In altre parole tanto il Governo fascista quanto il Cancelliere Hitler desiderano la costituzione in Austria di un fronte nazionale, ma noi vorremmo che il nuovo Governo austriaco fosse composto dei varî elementi del fronte unico, senza nuove elezioni onde evitare la prevalenza dei nazionalsocialisti, mentre Hitler sembra aspirare, attraverso le elezioni, al potere dei suoi condiviso unicamente con i cristiano-sociali, col sacrificio completo delle Heimwehren e del Landbund.

    «Non c’è dubbio che l’aspirazione del Cancelliere rappresenti un serio pericolo, ch’egli del resto non ha nemmeno cercato di nascondere, conversando meco. Hitler vuole che il futuro Governo austriaco sia prevalentemente nazionalsocialista, che si stacchi dalla Francia e sia intieramente dedito a Berlino, che esso, secondo la sua frase testuale, “si rivolga colà dov’è naturale si rivolga, cioè alla Germania”. Egli non menzionò l’Italia in questa occasione e disse solo in fine del colloquio che l’Austria doveva salvarsi dal pericolo di essere asservita alla Francia e alla Piccola Intesa, aggiungendo che questo era un interesse comune dell’Italia, della Germania e dell’Ungheria.

    «Dopo aver riflettuto alla cosa ed avere assunto maggiori informazioni sopra la situazione in Austria, mi permetto sottoporre all’E. V. una proposta conciliativa. A mio giudizio non sarà infatti possibile evitare per lungo tempo la caduta del Cancelliere Dollfuss. Si dovrebbe dunque non continuare a dargli il nostro appoggio ma fare in modo che, prima ancora che siano indetti i comizî elettorali e costituito un nuovo Governo, presieduto da Rintelen o da Janconchig o da un altro, si formasse anche in Austria un fronte nazionale – secondo l’esempio tedesco – costituito dai nazionalsocialisti, dalle Heimwehren, dal Landbund e dai cristiano-sociali, senza presentazione di una lista elettorale unica, ma con una ripartizione preventiva dei posti nel nuovo Gabinetto, in modo che ogni partito vi fosse rappresentato secondo la propria forza presunta.

    «Ove V. E. non negasse il proprio consenso ad una simile formula compromissoria, si potrebbe intrattenerne il Cancelliere Hitler insistendo sul valore morale che avrebbe, ancor prima delle elezioni, lo spiegamento delle forze nazionali austriache e la costituzione di un Governo in cui fossero rappresentati non due soli partiti, ma tutti quanti quelli austriaci dell’ordine. Un’azione opportuna dovrebbe essere svolta anche a Vienna verso i partiti e gli uomini politici che sarebbero chiamati ad assumere la successione di Dollfuss» (ASAE, Fondo Lancellotti, 184). ↩

  240. Nel colloquio che De Kanya ebbe con Mussolini e Suvich si parlò innanzi tutto della Jugoslavia e dei rapporti con i croati e i macedoni, sui quali gli ungheresi soprattutto facevano affidamento per mettere il governo di Belgrado in difficoltà. Sull’Austria fu trovato un accordo nel senso di sostenere Dollfuss e le Heimwehren (con le quali anche gli ungheresi avevano stretti rapporti), di evitare nuove elezioni e di accettare l’immissione di una rappresentanza nazionalsocialista nel governo solo se questi si fossero impegnati a non sollevare la questione dell’Anschluss. Cfr. il relativo verbale in Asae, Fondo Lancellotti, 45. Piú in genere cfr. L. Kerekes, Abenddämmerung einer Demokratie. Mussolini, Gömbös und die Heimwehr, Wien-Frankfurt-Zürich 1966. ↩

  241. Göring, tornato in Germania e parlando dei suoi colloqui romani con l’ambasciatore Cerruti, non nascose il suo disappunto per la «diffidenza» con la quale da parte italiana erano state accolte le sue assicurazioni sull’Austria e non mancò di far capire quanto lo avesse indisposto la presenza di Dollfuss. Come Cerruti riferiva il 2 maggio a Mussolini (Asae, Fondo Lancellotti, 234), per Göring, «l’unico punto nero erano stati i suoi colloqui con S. E. Suvich. Il Ministero degli Affari Esteri non gli si era mostrato amico ed aveva dimostrato di non aver fiducia nelle sue promesse.

    «L’arrivo improvviso a Roma di quel dannato (verfluchte) Dollfuss aveva complicato ancora di piú le cose.

    «Egli non riusciva a capire che cosa si volesse in Italia. Gli si era parlato di divergenze di vedute italo-tedesche per la questione dell’Austria mentre egli escludeva che ci fosse tale diversità di vedute. Scorgeva solo l’esistenza di un problema politico che poteva e doveva essere risolto fra Mussolini e Hitler e che a suo parere lo era anzi già, visto che V. E. gli aveva dichiarato chiaramente che l’Italia non avrebbe potuto ammettere, nel momento presente, l’Anschluss dell’Austria alla Germania e ch’egli le aveva risposto dandole ogni affidamento in proposito, assicurandola cioè che sarebbe stato impartito l’ordine ai nazional-socialisti, tanto in Germania che in Austria, di non parlare dell’Anschluss per ora e sino a che l’Italia vi si opponesse, ed aggiungendo che della questione dell’Alto Adige non si sarebbe parlato mai piú.

    «Invece S. E. Suvich era sempre ritornato sull’argomento del pericolo che i nazional-socialisti austriaci, qualora avessero voce in capitolo a Vienna, sventolassero la bandiera dell’Anschluss ed a nulla erano valse le ripetute sue assicurazioni in proposito». ↩

  242. Cfr. Asae, Fondo Lancellotti, 45. ↩

  243. Cfr. F. D’Amoja, Declino e prima crisi dell’Europa di Versailles cit., pp. 329, 357, 395. ↩

  244. Gli ungheresi nella primavera del ’33 svolsero una intensa attività per rendere piú solidi i loro rapporti con Berlino e armonizzarli con quelli che avevano con l’Italia. Per l’Austria cercarono invano di convincere Hitler a collaborare con Dollfuss onde scongiurare minacce da parte della sinistra. A parte questo aspetto, le avances ungheresi furono accolte con favore dai tedeschi, che videro in esse una via per ridurre l’influenza italiana su Budapest, sviluppare la propria politica di espansione politico-economica nell’Europa danubiano-balcanica ed indebolire l’amicizia italo-austro-ungherese e spianare cosí la via all’Anschluss. A metà giugno Gömbös si recò personalmente a Berlino. La visita (che a Vienna fu considerata una coltellata alle spalle e a Roma poco opportuna) non ottenne però i risultati sperati: per l’Austria la mediazione ungherese non ebbe esito, quanto al revisionismo ungherese, Hitler si mostrò favorevole ad esso per ciò che concerneva la Cecoslovacchia, sostanzialmente contrario per ciò che concerneva invece la Jugoslavia e la Romania (con le quali Hitler non voleva guastarsi, con la prima, probabilmente, per poterla eventualmente usare come carta di disturbo nei confronti dell’Italia, con la seconda per i suoi progetti di penetrazione economica nel Sud-Est europeo). Rientrato a Budapest Gömbös scrisse, il 24 giugno, una lettera abbastanza imbarazzata a Mussolini. In essa si diceva tra l’altro: «Questo viaggio ha qui da noi, specialmente in Parlamento, e presso alcune imprese giornalistiche, provocato costernazione, ma i larghi strati della popolazione e i leader realisti hanno compreso completamente questo viaggio. Credo di avere agito giustamente sia dal punto di vista dell’Ungheria sia dal punto di

    vista degli stati mitteleuropei, in primo luogo l’Austria e l’Italia. Io sono cioè convinto che soltanto un rapporto chiaro ed amichevole tra l’Austria, l’Italia e l’Ungheria conduce alla meta e credo che lo strumento creato da V. E. – il patto delle quattro potenze – sarà atto a realizzare sistematicamente tutti i nostri piani tanto piú che le cosiddette conferenze mondiali non sembrano condurre al successo. I compiti che tali conferenze mondiali si prefiggono infatti non sono quasi superabili con forze umane. Secondo il mio parere dunque bisogna ridurre a confini piú stretti e questa riduzione a limiti piú stretti consiste nel patto a quattro e nella cooperazione armonica tra Roma, Berlino, Vienna e Budapest (Londra). Credo che dobbiamo stare attenti che il rapporto tra l’Austria e la Germania non si guasti in misura tale da rendere impossibile il compromesso».

    L’imbarazzo di Gömbös si spiega facilmente sia con il sostanziale insuccesso del suo passo a Berlino, sia con il timore che il disappunto che esso aveva provocato a Roma potesse spingere Mussolini a rivedere la sua politica verso l’Ungheria, privilegiando il rapporto con Vienna. Per quel che concerne piú propriamente il «duce», è da notare che in previsione del secondo incontro con Dollfuss egli in un primo tempo aveva pensato a far partecipare ad esso anche Gömbös (e in questo senso aveva scritto al ministro italiano a Budapest); successivamente aveva cambiato idea e si era limitato, l’8 giugno, a scrivere al presidente ungherese la seguente lettera:

    «De Hory e Colonna Le hanno detto perché io abbia ritenuto preferibile nella situazione presente che l’intervista con Dollfuss non assumesse carattere di intervista a tre.

    «L’intervista con Dollfuss ha messo piú che mai in evidenza la necessità di continuare nei riguardi dell’Austria nella linea di condotta sulla cui opportunità or è qualche tempo convenimmo e che V. E. ed io abbiamo concordemente praticato, trovando rispondenza e comprensione nel Governo austriaco. Una apposita informazione di stampa ha già reso pubblica l’assicurazione da me data a Dollfuss di mettere senz’altro a sua disposizione la parte italiana del prestito internazionale a favore dell’Austria.

    «Quanto ai rapporti con la Germania, mentre ho appoggiato la linea di Dollfuss di opporsi ad ogni indebita intromissione nella vita pubblica dell’Austria e ad ogni tentativo diretto contro la sua indipendenza, ho convenuto con lui sulla opportunità che tra Berlino e Vienna si ristabiliscano al piú presto relazioni normali. Mi riservo prossimamente di interessare in questo senso il Governo tedesco.

    «Questi i punti fondamentali dei miei colloqui col Cancelliere austriaco che niente innovano, ma confermano e rinsaldano pertanto la politica che i nostri due Paesi seguono nei riguardi dell’Austria.

    «Circa il Patto a quattro, Le invio qui unito copia del testo parafato ieri e del discorso da me pronunciato in tale occasione al Senato, dove sono illustrati l’origine del Patto, il suo contenuto e la sua portata.

    «L’art. 3 ha ritardato di alcuni giorni la firma. Per un malinteso incorso tra questa Ambasciata di Francia ed il suo Governo, la redazione concordata a Roma, a cui tutti i quattro Governi avevano dato la loro adesione, non è stata poi accettata in definitiva dal Governo francese. Colonna La informerà dei particolari relativi alle ragioni e al modo per cui si è giunti alla nuova redazione; e nel mio discorso Ella troverà indicata l’interpretazione che l’Italia dà all’attuale art. 3.

    «È chiaro che l’importanza per l’Ungheria consiste nel fatto che di tutti i problemi del disarmo si dovrà discutere nelle riunioni a quattro, nelle quali sarà certamente sollevata la questione della parità dei diritti nei riguardi di tutti gli Stati.

    «Nel mio discorso, ho accennato in modo particolare ai rapporti con l’Ungheria, ma non ne ho fatto oggetto di una menzione isolata per evidenti ragioni di opportunità.

    «Analogamente per l’art. 19. Ne ho trattato a parte col paragrafo che incomincia “dalla fine della guerra è in atto un processo di adattamento ecc.” e ho ripreso lo stesso concetto in diversi altri punti del discorso. Non ho tuttavia creduto di soffermarmi piú lungamente; e ho anzi fatto parte anche ai principî del “non ricorso alla forza” e della non imposizione di volontà di alcuni Stati nei confronti di altri. Mi è parso infatti che occorresse alleggerire e chiarire l’atmosfera nell’interesse dei fini che il Patto si propone progressivamente di raggiungere.

    «D’altronde il discorso segue le linee del Patto che sancisce chiaramente l’obbligo di “concertarsi”; riprende il principio dell’art. 19 per la prima volta dopo la firma del Covenant; e provvede pel caso in cui la Conferenza del Disarmo dovesse fallire al suo scopo.

    «L’impegno delle quattro Potenze di “concertarsi” pone finalmente la politica europea su un piano ben diverso e ben piú rispondente alla realtà di quello in cui essa si è trovata finora, e se anche in definitiva non obbliga nessuna delle quattro Potenze ad accettare la volontà delle altre, pur rappresenta evidentemente un notevole progresso. Se infatti è vero che nessuna decisione non potrà non essere presa altro che d’accordo, è altrettanto vero che nessuna decisione non potrà nem-

    meno non essere influenzata direttamente dalla volontà di tre delle quattro Potenze firmatarie, ciò che, nella situazione esistente e ai fini del Patto assume, per evidenti ragioni, un’importanza tutta particolare nei riguardi di Stati come la Germania, l’Ungheria ecc.

    «Per misurare la portata dell’accordo raggiunto e delle sue possibilità future, si deve pure tener presente la situazione quale esisteva nel marzo passato, quando si discuteva come di cosa possibile di “guerra preventiva”. Il Patto ha inoltre una portata economica e deve far sentire i suoi effetti sulla situazione economica mondiale direttamente collegata alla “fiducia” che il Patto tende a ristabilire, e sui lavori della Conferenza economica che sarebbero stati votati a sicuro insuccesso se la tensione che esisteva or sono alcuni mesi fosse non dico aumentata, ma anche solo continuata.

    «A proposito della conferenza economica sono anzi d’avviso – e credo di interpretare in questo pienamente anche il modo di vedere di V. E. – che le nostre due Delegazioni e quella austriaca si tengano in stretto rapporto in vista degli interessi che i tre Paesi hanno nelle questioni in discussione.

    «Per quanto se non tutte, molte di queste considerazioni appaiano evidenti dall’esame del Patto ed io le abbia esposte al Senato, ho tenuto a scriverne all’E. V. in omaggio ai rapporti di salda amicizia che legano i nostri due Paesi e che il Patto in ultima analisi è destinato, secondo il mio fermo proposito, a sviluppare e a rafforzare sempre maggiormente nell’interesse dell’Italia e dell’Ungheria e in quello della ricostruzione europea».

    Per questo insieme di problemi e di avvenimenti cfr. G. Ránki, Il patto tripartito di Roma e la politica estera della Germania (1934), in «Studi storici», aprile-giugno 1962, pp. 343 sgg.; nonché piú approfonditamente M. Ormos, Franciaország és a Keleti Biztonság (1931-1936), Budapest 1969; Allianz Hitler-Horthy-Mussolini, Dokumente zur Ungarischen Aussenpolitik (1933-1944), a cura di L. Kerekes, Budapest 1966, pp. 108 sgg. e 112 sg. e Asae, Fondo Lancellotti, 131. ↩

  245. Se ne veda il testo completo in Mussolini, XXVI, pp. 405 sgg. ↩

  246. La si veda in Allianz Hitler-Horthy-Mussolini cit., pp. 113 sg. Essa era cosí concepita: «Signor primo ministro, ho letto con interesse la sua lettera del 24 del mese scorso e la ringrazio per le notizie ivi contenute come anche per quelle mandatemi tramite Colonna.

    «Se interpreto giustamente il suo pensiero allora il viaggio a Berlino di V. E. che ella aveva intrapreso per concludere un trattato economico vantaggioso per l’Ungheria e per valutare la forza del movimento nazista e la sua consistenza non cambia la linea di condotta stabilita con l’assenso di V. E. per una organizzazione dell’Europa centrale. Essa rimane dunque il fulcro e il punto di partenza di ogni ulteriore sviluppo dell’Europa danubiana: una collaborazione tra l’Ungheria e l’Austria.

    «Bisogna riconoscere che il cancelliere Dollfuss di cui V. E. ebbe a parlare a suo tempo con simpatia e fiducia ha corrisposto alle aspettative, ha compiuto un meritevole lavoro per salvaguardare l’indipendenza austriaca e seguita a lavorare in tale senso.

    «Da parte mia ho cercato, sempre rimanendo sulla linea concordata in questo senso con V. E., di aiutarlo e gli feci sapere che anche in futuro egli potrà contare sul mio appoggio. Credo però che sia arrivato il momento di accelerare i tempi. Attualmente siamo arrivati ad un momento infinitamente delicato per organizzare un’Europa centro orientale. Le posizioni che si occuperanno nei tempi piú prossimi sono probabilmente decisive ed esse per molto tempo avranno una influenza determinante sullo sviluppo futuro degli eventi in questa parte dell’Europa.

    «Sarebbe quindi necessario attuare immediatamente la prima tappa dell’azione da noi stabilita, cioè una piú stretta collaborazione (patto) tra l’Austria e l’Ungheria su base economica e politica.

    «A questo punto vorrei sottolineare che l’Italia è e rimane contro la restaurazione degli Asburgo del cui patrocinio specialmente in questi ultimi giorni ci ha accusato una campagna scaturita da fonti tendenziose. L’Italia è contraria, è inutile ripeterlo, poiché essa ritiene tale possibilità dannosa per ambedue i paesi anche dal punto di vista dei generali interessi europei. Un piú stretto avvicinamento tra l’Austria e l’Ungheria, che l’Italia ritiene auspicabile, dovrebbe partire dal punto che ambedue i governi si impegnano di condurre una politica comune.

    «L’Italia potrebbe fare da tramite in base alle sue possibilità economiche e alla sua influenza politica. In una seconda tappa, data la piú stretta unione dei due stati e il diretto intervento dell’Italia, il gruppo austro-ungarico cosí rafforzato potrà estendere le sue trattative anche ai paesi vicini, in primo luogo agli stati della Piccola Intesa e alla Germania.

    «Tali legami potrebbero facilmente essere stabiliti senza qualsiasi pressione politica o economica che sottoponesse i piccoli stati a quelli piú grandi.

    «Se possiamo procedere su questa strada mi serve da ambedue gli stati interessati, Austria e Ungheria, una dichiarazione precisa e inequivocabile.

    «Nel contempo mi rivolgo anche al cancelliere Dollfuss per sentire anche la sua opinione in merito.

    «Prego V. E. di comunicarmi il suo punto di vista in forma precisa e il piú presto possibile.

    «In possesso di una risposta di principio riterrei opportuno un incontro che come V. E. sa da molto tempo ho in programma per metterci d’accordo sull’attuazione pratica del programma sopra indicato». ↩

  247. Gömbös si incontrò con Dollfuss il 9 luglio; gli accordi raggiunti furono assai generici: amicizia con l’Italia, tendenza comune a stabilire rapporti amichevoli con la Germania, difesa comune contro le «aspirazioni egemoniche» della Piccola intesa. Cfr. G. Ránki, Il patto tripartito di Roma cit., p. 350. ↩

  248. Lo si veda in P. R. Sweet, Mussolini e Dollfuss. Un episodio di diplomazia fascista, in appendice a J. Braunthal, La tragedia dell’Austria, Firenze 1955, pp. 204 sgg. ↩

  249. Per l’atteggiamento ideologico-politico dei cristiano-sociali e di Dollfuss e la riforma costituzionale del 1934 cfr. A. Diamant, I cattolici austriaci e la prima repubblica (1918-1934), Roma 1964. ↩

  250. Cfr. F. D’Amoja, Declino e prima crisi dell’Europa di Versailles cit., pp. 360 sg. e 368 sgg. ↩

  251. Per tutte le questioni attinenti, direttamente e indirettamente, i rapporti italo-sovietici dal ’30 in poi e il trattato di amicizia, non aggressione e neutralità tra l’Italia e l’URSS, sottoscritto il 2 settembre ’33 cfr. F. D’Amoja, Declino e prima crisi dell’Europa di Versailles cit., pp. 373 sgg.; nonché l’articolo Italia e Russia (30 settembre 1933) in Mussolini, XXVI, pp. 61 sgg., in cui è da notare lo stretto collegamento che il «duce» stabiliva tra il Patto a quattro e il trattato del 2 settembre; un collegamento che – nell’atmosfera del momento – aveva significato solo se inteso nella chiave antitedesca. ↩

  252. Cfr. L. Kerekes, Abenddämmerung einer Demokratie cit., pp. 220 sg.; G. Ránki, Il patto tripartito di Roma cit., pp. 351 sgg. ↩

  253. Cfr. P. R. Sweet, Mussolini e Dollfuss cit., pp. 209 sgg. ↩

  254. Mussolini ottenne altresí la nomina ad ambasciatore a Roma di Anton Rintelen, da molti considerato un oppositore della politica di Dollfuss e un suo possibile successore nella eventualità della costituzione di un governo aperto ai nazionalsocialisti. Rintelen fu infatti nel luglio ’34 l’uomo che gli autori del fallito putsch nazionalsocialista avrebbero voluto portare al potere al posto di Dollfuss. È evidente da parte di Mussolini la volontà di tenere il piú possibile sotto controllo Rintelen e di allontanarlo da Vienna.

    Pochi giorni dopo la visita di Dollfuss Mussolini ricevette anche Starhemberg. ↩

  255. Cfr. P. R. Sweet, Mussolini e Dollfuss cit., pp. 212 sg. ↩

  256. Cfr. ibid., pp. 215 sg. ↩

  257. La repressione fu preparata in provincia, attraverso una serie di azioni locali. Particolarmente gravi furono gli incidenti a Linz con le locali formazioni paramilitari socialdemocratiche. Le repressioni furono allora estese a Vienna, dove gli scontri, assai sanguinosi, durarono tre giorni. Dollfuss procedette allora allo scioglimento del partito e dei sindacati socialdemocratici e dichiarò decaduti i deputati del disciolto partito. Per le conseguenze politiche interne cfr. J. Braunthal, La tragedia dell’Austria cit., pp. 99 sgg. ↩

  258. Per questo complesso di contatti cfr. P. R. Sweet, Mussolini e Dollfuss cit., pp. 191 sgg. e 216 sgg.; G. Ránki, Il patto tripartito di Roma cit., pp. 357 sgg.; nonché J. Gehl, Austria, Germany and the Anschluss (1931-1938), London 1963, pp. 69 sgg. ↩

  259. Cfr. P. Aloisi, Journal cit., p. 182. ↩

  260. Cfr. ibid., pp. 182 sgg., e anche pp. 177 e 179 sg.; L. Kerekes, Abenddämmerung einer Demokratie cit., pp. 187 sg.; Allianz Hitler-Horthy-Mussolini cit., pp. 115 sg.; G. Ránki, Il patto tripartito di Roma cit., pp. 362 sgg. ↩

  261. Cfr. G. Ránki, Il patto tripartito di Roma cit., p. 365. ↩

  262. F. von Papen, Memorie, Bologna 1952, p. 330. ↩

  263. Ibid., p. 391. ↩

  264. Cfr. Dgfp, s. C, II, pp. 704 sgg. ↩

  265. Cfr. P. Aloisi, Journal cit., p. 185. ↩

  266. Cfr. DGFP, s. C, II, pp. 735 sg. ↩

  267. Cfr. a questo proposito l’articolo di Mussolini, del 5 ottobre ’33, Disarmo e Ginevra in Mussolini, XXVI, pp. 70 sgg. ↩

  268. Cfr. F. D’Amoja, Declino e prima crisi dell’Europa di Versailles cit., pp. 355 sgg. ↩

  269. È alla luce di queste difficoltà ideologiche provocategli dall’uscita di Hitler dalla Società delle Nazioni che si devono vedere le dichiarazioni in materia di politica estera fatte da Mussolini il 14 novembre ’33 al Consiglio nazionale delle corporazioni e in particolare le critiche alla Società delle Nazioni (cfr. Mussolini, XXVI, p. 91), che anticipano chiaramente la dichiarazione del 5 dicembre successivo con la quale il Gran Consiglio condizionò l’ulteriore permanenza dell’Italia nella organizzazione ginevrina «a una radicale riforma» di essa. Cfr. PNF, Il Gran Consiglio del Fascismo cit., p. 550. Lo studio di un progetto di riforma della Società delle Nazioni fu affidato da Mussolini ad Alfredo Rocco (cfr. P. Aloisi, Journal cit., p. 166). ↩

  270. Il messaggio di Hitler (in data 2 novembre 1933) si apriva con una serie di affermazioni sull’ammirazione che suscitavano in lui gli «storici sforzi» del «duce», sulla opportunità della collaborazione tra i due paesi, sui loro «identici interessi» e sulla volontà di pace della Germania. Seguiva un lungo discorso sul disarmo considerato sotto il profilo morale piú che politico che questo problema aveva per la Germania, dato che coinvolgeva l’onore nazionale e il diritto della Germania a vedere rispettati i suoi diritti sanciti dal trattato di Versailles, avendo essa adempiuto agli obblighi impostigli da esso. La parte centrale suonava quindi cosí:

    «1. La Germania ha un diritto incontestabile ad avere l’eguaglianza dei diritti.

    «2. Gli stati grandemente armati non pensano in nessun caso di rinunziare ai propri armamenti.

    «Per quel che concerne gli stati grandemente armati, perciò, io vedo nel migliore dei casi una sola possibilità e cioè abbandonare il vero disarmo e fissare e mantenere i loro armamenti all’attuale livello per la durata di una specifica convenzione. A questo proposito posso rassicurare V. E. che l’interesse della Germania a questa soluzione è minore di quello degli stessi stati grandemente armati. Qualsiasi aumento degli armamenti attuali non può essere inteso contro la Germania. La Germania non si sente minacciata assolutamente da ciò piú di quel che è minacciata comunque. Se la Francia riceve poche migliaia di cannoni in aggiunta al suo totale di 20 o 30 mila, se essa aumenta i suoi 4000 carri armati di poche altre migliaia, se porta i suoi 3000 aeroplani a 5 o 10 mila, raddoppia il numero dei suoi sottomarini, ecc., per la Germania vi è poca differenza. Sono solo gli stessi stati grandemente armati che possono avere un interesse nel fermare questa guerra degli armamenti, che riguarda solo loro.

    «Ora penso che sia piú realizzabile fermare la corsa agli armamenti che ridurre quelli esistenti.

    «La Germania che in sostanza non ha altro desiderio che di essere in grado, in pace e tranquillità, di occuparsi del proprio progresso interno, non parteciperebbe assolutamente a questa corsa per produrre armi di aggressione. Noi però parteciperemmo nell’ambito di una convenzione che potrebbe essere conclusa per un periodo abbastanza lungo di anni, sulla base di:

    • «a) riconoscimento da parte delle altre Potenze della reale eguaglianza dei diritti;
    • «b) un volontario impegno da parte della Germania di usare questa eguaglianza solo in un modo limitato e moderato tale da non arrecare pericolo di attacco ad altri stati».

    Cfr. Dgfp, s. C, II, pp. 63 sgg. ↩

  271. Cfr. ibid., pp. 224 sg. ↩

  272. Cfr. ibid., pp. 826 sgg. ↩

  273. Ai primi di giugno Göring chiese a Cerruti se era vero che l’articolo Storia per decreto pubblicato da «Il popolo d’Italia» del 13 maggio fosse di Mussolini. La domanda trovava la sua ragione nel fatto che a Berlino si sapeva che il «duce» amava spesso scrivere per il suo giornale articoli e trafiletti polemici anonimi e in qualche caso (per esempio quelli in Mussolini, XXVI, pp. 41 sg., 42 sg. e soprattutto 69 sg.) anche sulla Germania. Da Roma si fece rispondere che non sempre i corsivi del «Popolo d’Italia» erano di Mussolini e che quello in questione era di un giovane pubblicista che collaborava alla detta rubrica. Cfr. Asae, Fondo Lancellotti, 144. ↩

  274. Questi rapporti di Renzetti sono conservati in parte in Asae, Fondo Lancellotti, 234, e in parte in ACS, Min. Cultura Popolare, b. 165, fasc. 20. ↩

  275. Significativi sono anche altri due rapporti dello stesso periodo; uno del 12 giugno, in cui Renzetti riferiva l’opinione del principe di Rohan secondo la quale «se il colloquio... porterà ad una comprensione italo-tedesca, il problema austriaco si potrà considerare come risolto», poiché i tedeschi «dovranno fare delle concessioni e rinunciare alla politica di prestigio»; ma «se non si giunge ad un accomodamento, in Austria scoppierà la rivoluzione» ad opera dei nazionalsocialisti; un altro del 14 giugno, si riferisce invece allo stato d’animo tedesco nell’attesa di conoscere i risultati dell’incontro ormai in corso; in esso si legge tra l’altro: «In qualche ambiente si teme che Hitler subisca “troppo” la influenza del Duce: sono i timori di coloro i quali hanno se non la fobia, il terrore della supremazia di Roma giudicata dannosa per lo sviluppo e l’avvenire della vita tedesca. Molti di costoro non sono né antifascisti, né antitaliani, ma semplicemente timorosi della perdita della indipendenza spirituale tedesca, timorosi di una affermazione maggiore della chiesa cattolica.

    «Hitler esporrà certamente al Duce – qualora nella questione austriaca venga trovato un componimento, cosa che io reputo possibile –, i problemi interni tedeschi e forse anche, – ciò dipenderà dal come si svilupperanno i colloqui, – la possibilità di addivenire ad una intesa nelle questioni dottrinarie, in quelle di razza ed infine in quella pendente con il Vaticano. Hitler sente molto la personalità del Duce ed io credo che egli sinceramente gli esporrà idee ed opinioni, forse come nemmeno ai suoi collaboratori fa. Ciò viene compreso negli ambienti di cui sopra, nei quali si spera sí in un favorevole svolgimento delle conversazioni, ma nello stesso tempo si teme un troppo favorevole andamento delle medesime.

    «Negli ambienti meno nazi ed in quelli di opposizione, si è sollevati: si spera che Mussolini dia ad Hitler dei consigli tali da far rinsavire i nazi piú fanatici. Non si deve dimenticare che qui molti si rendono conto, anche se non lo dicono apertamente (e ciò anche tra i nazi), della superiorità del Duce, Uomo ormai universale». ↩

  276. Cfr. Asae, Fondo Lancellotti, 121. ↩

  277. Cfr. Dgfp, s. C, II, pp. 854 sg. ↩

  278. Cfr. soprattutto ibid., pp. 826 sgg. e 854 sg. ↩

  279. Cfr. Mussolini, XXVI, pp. 224 sgg.; nonché anche pp. 258 sg. ↩

  280. Oltre altre testimonianze meno attendibili, circa la conoscenza di Mussolini del tedesco sono significative quella di von Papen, già riferita, e quella di K. von Schuschnigg, Un requiem in rosso-bianco-rosso, Milano 1947, p. 258: «Il duce di solito parlava tedesco: con un accento duro, molto lentamente e ben articolando ogni sillaba; e si notava che lo parlava volentieri». ↩

  281. Cfr. soprattutto Dgfp, s. C, III, pp. 10 sgg.; P. Aloisi, Journal cit., pp. 197 sgg. ↩

  282. Secondo A. Theodoli, A cavallo di due secoli, Roma 1950, p. 146, Mussolini, parlando con lui, gli disse: «Sono andato ad un incontro richiesto da Hitler, che è finito in uno scontro». ↩

  283. Cfr. Mussolini, XXVI, p. 264. ↩

  284. Della parte dedicata ai rapporti tra Hitler e la Chiesa siamo informati da una lettera inviata da Mussolini a De Vecchi, nella sua qualità di ambasciatore presso la Santa Sede, il 22 giugno: «Caro De Vecchi, nel mio secondo colloquio con Hitler, l’ho portato sul terreno dei rapporti fra nazismo e Vaticano. Ti trascrivo quasi stenograficamente quanto egli mi ha detto. «“Mi rendo perfettamente conto della utilità di evitare un ‘Kulturkampf’, ma non si deve dimenticare che i cattolici rappresentano soltanto un terzo della popolazione del Reich. Io sono cattolico. Perché il concordato funzioni è necessario: 1) che la Chiesa faccia soltanto la Chiesa e nient’altro: né sport, né sindacalismo, né teatro, né assistenza sociale; 2) che i suoi capi non assumano un contegno di fronda come ha fatto il Cardinale Faulhaber di Monaco; 3) che non si compiano gesti inutili quale la messa all’indice del libro di Rosenberg, libro che sarebbe passato inosservato, senza il clamore cattolico; libro che impegna, comunque, l’Autore e niente affatto il nazismo; 4) che non si dia l’impressione di uno slittamento dei quadri e dello stile del ‘Zentrum’ nelle gerarchie religiose”. «È inutile che io riferisca quello che gli ho detto. Ritengo Hitler piuttosto irritato contro le gerarchie cattoliche – anche per quanto accade in Austria – ma è possibile, forse, di condurlo a piú miti consigli. «Ti saluto cordialmente» (ACS, Segreteria particolare del Duce, Autografi del Duce, b. 7, fasc. XII [1934], sottot. B). ↩

  285. Cfr. F. von Papen, Memorie cit., p. 392. ↩

  286. Cfr. E. Mussolini, Mio fratello Benito cit., p. 147. ↩

  287. Cfr. P. Monelli, Mussolini piccolo borghese cit., p. 202. ↩

  288. Cfr. Asae, Fondo Lancellotti, 234 (in data 19 giugno ’34). ↩

  289. ¹ Per il dissidio Hitler - von Papen è significativo questo telegramma inviato il 21 giugno da Mussolini a Cerruti: «Trovi modo di far sapere a von Papen che il suo recente discorso (censurato da Goebbels) mi ha molto interessato e che desidererei di leggerlo nel testo integrale. L’episodio mi è sembrato un indice eloquente della confusione e del disagio spirituale affiorante in Germania». (Asae, Fondo Lancellotti, 143). Per la reazione di Mussolini alla strage del 30 giugno cfr. E. Mussolini, Mio fratello Benito cit., p. 147. Sugli avvenimenti del 30 giugno Renzetti inviò il 14 luglio una lunga ed assai interessante relazione, molto dura nei confronti di Röhm e, quindi, – a parte la considerazione che «la repressione certo poteva essere condotta in altra maniera» – sostanzialmente giustificatrice dell’operato di Hitler. Cfr. Asae, Fondo Lancellotti, 234. ↩

  290. ² Cfr. Dgfp, s. C, III, pp. 173 sg. e 193 sg. ↩

  291. ³ Assai illuminante è a questo proposito un lungo rapporto «riservatissimo» da Vienna in data 24 giugno ’34 in Asae, Fondo Lancellotti, 142. Secondo il rappresentante italiano nella capitale austriaca (che si era abboccato nei giorni precedenti con il ministro Hornbostel), non solo non vi era da attendersi alcun miglioramento dei rapporti con la Germania, ma la stessa situazione interna andava deteriorandosi gravemente. Il governo Dollfuss non era riuscito ad allargare la sua base nel popolo, il terrorismo continuava, mentre il governo centrale non riusciva, fuori Vienna, a centralizzare e a far agire unitariamente gli organi di polizia. Anche il Fronte patriottico andava male, sottoposto come era a incomposte e nocive spinte localistiche e particolaristiche, mentre l’attività dei nazionalsocialisti, appoggiati dalla Germania, era in ulteriore sviluppo. Da qui la sconsolata conclusione del rapporto:

    «Dal punto di vista politico poco rimane allo Stato austriaco per difendersi da questa lotta dall’estero. Non si può reagire coi semplici mezzi politici normali fino a quando la pressione di Monaco continuerà. La popolazione non può essere condotta a ragione con le belle parole e la sua organizzazione non è possibile nell’attuale situazione psicologica. Si può solo fiancheggiare i circoli popolari di sentimenti austriaci rafforzando al tempo stesso la parte sana dell’apparato statale e proseguendo senza nervosismo l’epurazione dell’apparato statale, migliorando il rendimento dei metodi difensivi e attendendo o il cambiamento della politica del Reich tedesco o uno svolgimento internazionale del problema austriaco, nel caso che gli attacchi dovessero intensificarsi al punto da minacciare realmente l’esistenza e l’indipendenza dell’Austria. Finora i veri e proprî nervi vitali di un’Austria indipendente non sono stati colpiti. Naturalmente col tempo potrebbe venire il momento critico in cui tutto potrebbe degenerare. Anche con un cambiamento di regime, con cambiamenti personali nel Governo, con rimpasti nulla può mutarsi alla situazione predominante, quando l’aggressore non sta all’interno ma all’estero. La lotta prosegue e forse in autunno potrà raggiungersi il punto critico. Trattative di accordo tra Vienna e Berlino sono attualmente di nessun valore pratico».

    ↩

  292. Cfr. DGFP, s. C, III, pp. 131 sg. ↩

  293. Cfr. Asae, Fondo Lancellotti, 121. ↩

  294. ¹ Il 30 luglio ’34 Renzetti inviò da Berlino un rapporto in cui si legge: «Nei riguardi interni tedeschi, i recenti avvenimenti austriaci rappresentano un nuovo colpo inferto al nazismo da alcuni dei suoi elementi piú fanatici e meno chiaroveggenti.

    «È superfluo, per ora, indagare come e perché sia potuto succedere quanto è noto e se parte dell’accaduto rappresenti un’eredità del regime Röhm (ricordo il di lui viaggio in Jugoslavia, i colloqui circa una eventuale cessione della Carinzia, rifornimenti di armi e munizioni da parte degli S. A. e organizzazione della Legione S. A. austriaca).

    «Il fatto importante – a prescindere dalle ripercussioni internazionali – è quello del nuovo colpo ricevuto dal nazionalsocialismo. Hitler non ha saputo o voluto liberarsi in tempo dagli elementi piú facinorosi: questa è la colpa che gli viene attribuita... So soltanto che la questione austriaca va collegata alle tante altre interne ed estere della Germania, alle ambizioni e alle deficienze di personaggi di primo e di secondo piano, al nazionalismo spinto di quei circoli tedesconazionali e conservatori che in passato avevano accusato Hitler di tradimento per la sua posizione nei riguardi dell’alto Adige. So altresí che ora si tenta di far sparire le traccie dell’opera svolta in Baviera: ad es. la centrale telefonica è stata fatta scomparire qualche giorno fa, e gli uomini che la servivano sono stati inviati, sembra, nella Germania del Nord». Nello stesso rapporto Renzetti non escludeva che, nell’eccitazione che regnava in Germania dopo gli avvenimenti austriaci, si potessero verificare attentati sia contro Hitler o altre personalità del governo sia contro Mussolini (ACS, Min. Cultura Popolare, b. 165, fasc. 20). In tema di possibili attentati contro Mussolini è da notare che il 9 agosto ’34 il «Deutsche Zukunft» di Vienna pubblicò un articolo (Propaganda assassina nazista contro l’Italia) in cui si affermava che era stata costituita un’organizzazione terroristica nazista, che sotto la guida «di membri particolarmente autorevoli delle SS», e in collegamento con «anarchici dell’emigrazione italiana a Parigi», si proponeva di compiere attentati in Italia. L’articolo suscitò subito l’interesse della polizia italiana che prese contatti con il direttore del giornale viennese e ne riferí subito a Roma. Cfr. ACS, Min. Interno, Dir. Gen. PS, Div. Polizia politica, categ. 1, b. 84, rapporto datato Klagenfurt, 10 agosto 1934. ↩

  295. ² Cfr. P. Aloisi, Journal cit., p. 207. ↩

  296. ³ Cfr. K. von Schuschnigg, Autriche, ma patrie, Paris 1938, pp. 201, 206 e 208.

    Al momento del putsch la moglie di Dollfuss con i figli erano a Riccione, dove dovevano essere raggiunti pochi giorni dopo dal cancelliere, ospiti per le vacanze di Mussolini (a cui toccò informarli di quanto era avvenuto). Rientrata subito a Vienna per i funerali del marito la signora Alwine Dollfuss, il 30 agosto scrisse a Mussolini la seguente lettera: «Desidero ringraziarLa, Eccellenza, ringraziarLa dal piú profondo del cuore. Non mi è possibile trovar parole per ciò che io sento. Ma una cosa deve sapere Vostra Eccellenza: ciò che poteva essere per me un conforto in questo periodo terribile, quello Ella mi ha offerto. Questa vera amicizia personale che Ella portava al mio caro Marito e che ha riversato con piena fedeltà su me e sui bambini, dimostra che egli non si era sbagliato nell’ultima ora della sua vita quando, di fronte alla morte, aveva pensato a Vostra Eccellenza come al nostro protettore. La Sua nobile partecipazione alla nostra sventura mi ha dato molta forza; il Suo amabile invito a Riccione, che doveva recarci schietta gioia, è diventato per noi un asilo del conforto.

    «Mi permetto pregare Vostra Eccellenza, di cuore, di voler conservare a me ed ai miei figli orfani per tutto l’avvenire la Sua protezione e la Sua amicizia che conforta» (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], fasc. 455/R, «Dollfuss»). ↩

  297. Cfr. Mussolini, XXVI, p. 422. Contemporaneamente palazzo Chigi diramava alle proprie rappresentanze all’estero queste ancor piú eloquenti istruzioni:

    «Notizie stampa e radio diffuse da fonti interessate tendono a dare ad opinione internazionale impressione che avvenimenti svoltisi ieri a Vienna siano episodi di un moto generale rivoluzionario che si svolge col consenso e l’adesione del paese. Versione è completamente tendenziosa. Tutte notizie confermano che Governo domina situazione, che popolazione è tranquilla e reagisce ad inqualificabili violenze. Neanche un uomo delle forze armate (esercito, polizia, Heimwehren) ha defezionato. Non si tratta di un colpo di Stato ma dell’attività criminosa di una banda di terroristi che trova disgraziatamente ispirazione e consensi fuori del territorio austriaco.

    «È opportuno che Ella veda di far prevalere costí tale valutazione della situazione orientando codesta stampa e circoli diplomatici e politici. Occorre rendersi conto che interpretazione diversa fa il giuoco della propaganda nazista» (Asae, Fondo Lancellotti, 121). ↩

  298. Sul colloquio Suvich-Hassel cfr. Dgfp, s. C, III, pp. 268 sg., nonché il resoconto stesone da Suvich (Asae, Fondo Lancellotti, 122):

    «L’Ambasciatore mi ha detto della grande costernazione prodotta in Germania dall’atteggiamento della stampa italiana che ha attaccato in modo violentissimo il Governo tedesco, il Cancelliere e tutta la Nazione tedesca; egli mi cita in modo particolare il “Popolo di Roma” e il “Marc’Aurelio”. Egli spera tuttavia che oramai la fase piú acuta sia passata e che si possa rientrare in una certa calma. Egli ha fiducia che gli avvenimenti di questi giorni non creeranno l’irreparabile fra i due Paesi. Gli rispondo che la stampa ha espresso l’indignazione che in questi giorni è esplosa nell’opinione pubblica italiana e in genere in quella di tutto il mondo. Mi pare difficile fare una gradazione di violenza fra il contegno della stampa dei diversi Paesi, perché in fondo tutti dicono le stesse cose e la responsabilità piú o meno diretta del Reich è tirata in ballo da tutti. L’opinione pubblica e la stampa italiana hanno reagito con particolare prontezza perché il pericolo dell’incitamento tedesco ai Nazi austriaci era stata da noi infinite volte, e particolarmente negli ultimi tempi, chiaramente denunciato.

    «L’Ambasciatore, come segno del proposito aggressivo della stampa italiana contro la Germania, mi cita i commenti relativi alla missione di von Papen, che in altri Paesi e nell’Austria stessa era stata accolta come una prova di buona volontà del Governo tedesco.

    «Gli rispondo che anche la missione von Papen è stata interpretata circa allo stesso modo in tutti i Paesi; le circostanze che hanno accompagnato la nomina di von Papen non paiono atte a tranquillizzare l’opinione pubblica mondiale sulle intenzioni veramente amichevoli della Germania nei riguardi dell’Austria. Gli cito la pubblicazione della nomina senza aver atteso il gradimento, la dipendenza diretta dal Cancelliere anziché dal Ministero degli Esteri, il mancato scioglimento della Legione austriaca e dell’“anello di combattimento austriaco”. Tutte queste circostanze danno l’impressione che i rapporti tedesco-austriaci non siano per entrare nella normalità di quelli che devono essere i rapporti tra Potenza e Potenza; si ha l’impressione che la Germania continui a trattare l’Austria come qualche cosa di subordinato.

    «L’Ambasciatore conchiude con la frase: “Insomma qualunque cosa faccia la Germania, è sempre mal fatto”». ↩

  299. Contemporaneamente la stampa pubblicava anche la notizia che Mussolini, appena rientrato a Roma da Riccione, aveva ricevuto i sottosegretari alla Guerra e all’Aereonautica generali Baistrocchi e Valle. ↩

  300. Cfr. P. Aloisi, Journal cit., p. 206. ↩

  301. Ibid., p. 205. ↩

  302. Per il pericolo di un contro intervento jugoslavo cfr. ibid., p. 207. ↩

  303. La documentazione diplomatica italiana relativa ai contatti tra Roma e Parigi nell’ultima settimana del luglio ’34 (Asae, Fondo Lancellotti, 121; ma cfr. anche P. Aloisi, Journal cit., p. 208) prova senza ombra di dubbio le preoccupazioni francesi per un’azione unilaterale italiana e un costante sforzo per la realizzazione di una politica unitaria anglo-franco-italiana verso Berlino. Estremamente significativo è a questo proposito un lungo telegramma (T. 2800 R/335-36-37) dell’ambasciatore a Parigi al ministero degli Esteri in data 31 luglio:

    «La situazione è considerata grave al Quai d’Orsay.

    «Si è convinti che la Germania non intenda desistere dalla azione e che i partigiani dell’Anschluss sono numerosi e agguerriti anche in Austria.

    «Quai d’Orsay ha approvato atteggiamento risoluto dell’Italia ma si domanda ora che cosa farebbe il Governo italiano nel caso che la minaccia dell’Anschluss si rinnovasse in forma piú grave.

    «Un’azione isolata dell’Italia è considerata qui pericolosissima.

    «Se Governo italiano facesse avanzare le truppe oltre confine senza avere avuto un esplicito mandato, la Jugoslavia occuperebbe la Carinzia.

    «Ieri sera dopo avere spedito il mio telegramma N. 333 ho mandato il Consigliere di Legazione da Massigli.

    «Quest’ultimo ha detto a Fransoni che bisognerebbe in ogni caso evitare l’occupazione di territorio austriaco.

    «Ha aggiunto che la notizia del presunto sconfinamento di una pattuglia italiana in Austria aveva messo subbuglio Belgrado e che Parigi aveva dovuto intervenire con risolutezza presso il Governo jugoslavo per imporre la calma.

    «Le preoccupazioni del Quai d’Orsay derivano anche dal fatto che mentre sa che il nostro Governo non è disposto a fare un passo diplomatico a Berlino, ignora quali siano i propositi dell’Italia per un’azione ulteriore nell’eventualità che la situazione si aggravasse nuovamente.

    «Insomma il Governo francese chiede di essere illuminato sulle intenzioni dell’Italia, depreca un’azione nostra isolata e considera oltremodo pericolosa una occupazione del territorio austriaco».

    Quanto agli inglesi, il loro punto di vista è bene riassunto in quest’altro dispaccio, trasmesso a Roma dall’ambasciatore a Londra il 28 luglio (Asae, Fondo Lancellotti, 121, T. 2750 R/510): «Ho illustrato stamane al Foreign Office sulla base del nostro comunicato e telegramma di V. E. n. 197 misure militari da noi adottate al confine italo-austriaco.

    «Tali informazioni sono state accolte con la maggiore soddisfazione e Sargent mi ha detto anzi che Governo britannico si rende perfettamente conto della nostra posizione e intende ragioni e spirito delle nostre misure precauzionali.

    «Spera solo che situazione vada rapidamente verso la normalità e questo anche in vista del nervosismo che voci di movimenti militari hanno destato nella opinione pubblica inglese.

    «Sargent ha aggiunto che vi erano due punti sui quali Foreign Office ritiene essere in pieno accordo con l’Italia e che esso desidera mettere in rilievo:

    «1. Che Governo britannico intende restare fedele al principio della indipendenza dell’Austria, persuaso piú che mai della possibilità preservarla e necessità difenderla;

    «2. Che Governo britannico ritiene che le tre Potenze che con dichiarazione febbraio hanno fissato atteggiamento comune di fronte indipendenza dell’Austria debbono mantenersi costantemente in contatto e agire di concerto.

    «Sargent ha soggiunto che Governo francese ha fatto presente al Foreign Office utilità che Italia Francia e Inghilterra svolgano assieme, in uno spirito di prudenza e di calma, opera comune per attenuare presente tensione e pericoli... (gruppo indecifrabile) ha dato al Governo francese le maggiori assicurazioni.

    «Quanto alla Germania in risposta Sargent mi ha detto che essa non ha fatto sapere nulla.

    «Ambasciatore von Hoesch è andato da lui a protestare contro la versione che Simon ha dato degli avvenimenti Austria con riferimento all’azione svolta dal Ministro di Germania a Vienna.

    «È evidente – mi ha detto Sargent – il Governo tedesco fa il possibile per attenuare le sue responsabilità, ma queste sono precise e incancellabili.

    «Né le misure adottate dalla Germania e le dichiarazioni pubbliche possono ingannare nessuno.

    «Siamo di fronte ad un cambiamento di metodo, non ancora di direttive politiche.

    «Invio di von Papen a Vienna – a parte ragioni personali che possono aver consigliato Hitler ad allontanare Vice Cancelliere dalla Germania – mostra solo che Governo tedesco è spaventato dalla situazione nella quale si è venuto a trovare e cerca riparare ad essa con una offensiva pacifista che, ai fini dell’indipendenza dell’Austria, potrà nell’avvenire essere non meno pericolosa dei sistemi del terrore e alla quale l’Italia la Francia e l’Inghilterra dovranno essere in condizione di far fronte». ↩

  304. Nel corso del ’34 Mussolini si incontrò due volte col nuovo cancelliere austriaco Schuschnigg, a Firenze il 21 agosto e a Roma il 19 novembre. Per questi incontri e soprattutto per il primo cfr. K. von Schuschnigg, Un requiem in rosso-bianco-rosso cit., pp. 266 sgg.; nonché Mussolini, XXVI, pp. 381 sg.; e P. Aloisi, Journal cit., pp. 210 sg. ↩

  305. Per valutare la precarietà della situazione austriaca dopo il putsch e per una serie di giudizi sul presidente Miklas, il cancelliere Schuschnigg e il vice cancelliere Starhemberg, utili elementi sono offerti da un rapporto di A. Bocchini in data 4 luglio ’35 (ACS, Min. Interno, Segreteria del Capo della Polizia, fasc. 13). ↩

  306. Che la situazione austriaca fosse considerata ormai da Mussolini estremamente precaria, tanto che secondo lui l’Anschluss sarebbe stato prima o poi inevitabile, è documentato chiaramente da P. Aloisi, Journal cit., pp. 213 sg. Alla data del 1º settembre ’34 si legge tra l’altro: «... il Duce ha parlato dell’Austria mostrando poca speranza di poter impedire l’Anschluss, ma solamente di ritardarlo». In questa prospettiva la soluzione migliore era quella di un patto di garanzia dell’indipendenza austriaca tra Italia, Francia e Inghilterra, al quale tentare di far aderire anche la Germania e da estendere in un secondo tempo alla Cecoslovacchia, Ungheria e Jugoslavia. Ciò risulta chiaramente dal seguente appunto in data 7 ottobre ’34 (Asae, Fondo Lancellotti, 121), redatto quindi dopo la dichiarazione ginevrina del 27 settembre (in pratica l’unico atto positivo comune che si riuscí a concretizzare) con cui Francia, Inghilterra e Italia avevano ribadito la precedente dichiarazione sull’indipendenza austriaca del 17 febbraio:

    «Dopo la recente dichiarazione di Ginevra nella questione dell’Austria è necessario fare un ulteriore passo avanti: bisogna cioè arrivare ad una effettiva forma di garanzia della indipendenza austriaca. La Dichiarazione del 17 febbraio e la recente Dichiarazione di Ginevra contengono una affermazione di principio e la dichiarazione che a questo principio gli Stati intendono ispirare la loro politica, ma non contengono alcun impegno preciso per un intervento nel momento necessario a difesa della indipendenza e della autonomia dell’Austria.

    «L’impegno, come era stato già previsto nel nostro schema, dovrebbe riferirsi a due punti:

    «1. proibizione da parte degli Stati garanti sul proprio territorio di organizzazioni o movimenti tendenti a minacciare l’indipendenza o l’autonomia dell’Austria;

    «2. intervento con tutti i mezzi, non esclusi quelli militari, a salvaguardia della indipendenza e dell’autonomia dell’Austria.

    «Per chiarire la situazione va rilevato fin da ora che per tali impegni non si può in modo assoluto contare sull’Inghilterra. Si potrà forse ottenere che la Gran Bretagna faccia una dichiarazione di adesione – puramente platonica – alla politica di garanzia effettiva dell’Austria.

    «Altro punto da fissare fin d’ora è che sarebbe sommamente desiderabile che la Germania partecipasse a tali garanzie. Se poi la Germania, invitata a partecipare, vi si rifiuta, la sua posizione diverrà ancora piú difficile, perché tale rifiuto offrirà pretesto per dimostrare la sua cattiva volontà nei riguardi dell’Austria. Va rilevato però – lo si osserva qui incidentalmente – che la Germania avrà un facile pretesto per rifiutare la propria adesione affermando che è pronta a garantire una situazione austriaca che risponda ai veri desideri del popolo, ma non una situazione artificiosa come lei sostiene essere l’attuale: quindi prima plebiscito o elezioni e poi garanzia.

    «Rimane ora da vedere quali sono gli Stati che dovrebbero partecipare a tale accordo di garanzia.

    «Pare desiderabile che in linea principale tale garanzia sia data dall’Italia, dalla Francia e dalla Germania con l’adesione – nella forma detta piú sopra – della Gran Bretagna.

    «In un secondo tempo, in via di estensioni, l’accordo potrà essere aperto agli altri vicini dell’Austria (esclusa la Svizzera) cioè Cecoslovacchia, Ungheria, Jugoslavia. Bisogna che l’Italia in questa situazione mantenga la parte predominante e dirigente il che potrà essere ottenuto con opportune disposizioni della convenzione (comitato per l’Austria residente a Roma, riserva della iniziativa per un’azione all’Italia ecc.).

    «Il mantenimento della situazione attuale presenta i seguenti inconvenienti:

    «1. in caso di una minaccia contro l’Austria, l’Italia può trovarsi da sola, anzi con l’ostilità della Jugoslavia, il che può rendere il suo compito difficile.

    «2. l’intervento della sola Italia può dare credito alle voci che l’Austria, per sottrarsi alla Germania, passi sotto il dominio dell’Italia, e quindi mettere in imbarazzo i circoli patriottici austriaci.

    «3. un’azione della sola Italia può dare l’impressione che la questione della indipendenza austriaca non sia una questione di interesse generale e di equilibrio europeo ma rappresenti un interesse esclusivamente italiano». ↩

  307. Cfr. Quo vadis?, in Mussolini, XXVI, pp. 291 sg. ↩

  308. Cfr. in particolare Mussolini, XXVI, pp. 298 (Fallacia ariana), 309 sg. (Alla fonte), 315 sg. (Sempre alla fonte), 327 sg. (Razza e razzismo); nonché anche pp. 344 sg. e 399 sgg. ↩

  309. Cfr. Mussolini, XXVI, p. 319. ↩

  310. Un articolato quadro di tali reazioni e della loro evoluzione nel tempo è tracciato in un ampio e informato rapporto sulla «Situazione interna in Germania, con particolare riferimento alle relazioni italo-tedesche» trasmesso a Roma in data 5 dicembre ’34 dall’addetto navale a Berlino, capitano di vascello R. De Courten (ACS, Min. Marina, Gabinetto [1934-1950], b. 9, fasc. «Germania»). Di particolare interesse è in tale rapporto l’analisi dell’atteggiamento della Reichswehr, che subito espresse il desiderio di eliminare «ogni causa di attrito, che fosse suscettibile di far perdere l’appoggio dell’Italia». ↩

  311. In Archivio Vitetti. ↩

  312. Cfr. P. Aloisi, Journal cit., p. 132. ↩

  313. Cfr. F. D’Amoja, Declino e prima crisi dell’Europa di Versailles cit., pp. 353 sg.; nonché per la posizione inglese DBFP, s. II, v, pp. 483 sgg. ↩

  314. Cfr. P. Aloisi, Journal cit., pp. 169 sg. e 173 sgg. ↩

  315. Per tutto questo aspetto cfr. E. Campus, Mica Intelegere cit., passim, e specialmente pp. 129 sgg.; O. Carmi, La Grande-Bretagne et la Petite Entente cit., pp. 261 sgg.; E. Popisțeanu, România și Antanta Balcanică, București 1968, passim, e specialmente pp. 145 sgg.; nonché, in generale, M. Ormos, Sur les causes de l’échec du pacte danubien (1934-35), in «Acta historica Academiae Scientiarum Hungaricae», 1968, nn. 1-2, pp. 21 sgg. ↩

  316. In Archivio Vitetti è conservata copia di una relazione datata Parigi 22 aprile 1934 relativa ad un colloquio tra l’estensore (non individuato) e Doumergue che si apre con queste parole:

    «Il Presidente del Consiglio, dopo alcune parole di cortesia indirizzate al Capo del Governo italiano, mi ha fatto una lunga disquisizione sulla necessità e la fatalità che i nostri due Paesi, Italia e Francia, siano uniti nella stessa politica: i malintesi e le divergenze di opinioni sono di carattere passeggero, ma le grandi linee sono concordanti. Questa solidarietà italo-francese è determinata dalla posizione che ha sempre assunto e che assume tuttora la Germania, posizione che rappresenta l’antitesi di quella che è la civiltà latina e mediterranea. La romanità è stata difesa in Italia e in Gallia contro i germani, il cattolicesimo che ha forma ed espressione romana e latina è penetrato molto piú tardi in Germania che negli altri paesi, e la Germania, alcuni secoli piú tardi, ha approfittato della riforma per prendere una posizione antitetica contro il mondo latino; oggi i tedeschi ritornano alle loro concezioni primitive, alla mentalità di Arminio e al paganesimo del Walhalla tedesco.

    «Il Presidente Doumergue dice che a Sua Eccellenza Mussolini, che è dotato di particolare senso storico, non possono sfuggire queste circostanze».

    ↩

  317. Cfr. E. Bonnefous, Histoire politique de la Troisième République cit., V, pp. 247 sgg. ↩

  318. Dal resoconto steso da Theodoli (Asae, Fondo Lancellotti, 213) risulta che, su questo punto, il colloquio (durante il quale si parlò anche della questione del disarmo e di quella navale) si sarebbe svolto nei seguenti termini: «Questioni coloniali: Pietri mi ha detto che il Governo francese è disposto a dare piena soddisfazione all’Italia sulla questione delle Convenzioni tunisine.

    «Circa i compensi coloniali Pietri ha accennato ai confini meridionali della Libia: gli ho risposto che questo problema doveva venire abbordato con ampiezza di vedute e tenendo presenti anche gli scambi di idee che io già avevo avuto gli scorsi anni con De Caix circa l’Africa orientale.

    «Ho creduto interpretare cosí rispondendo, e pur dichiarando di non poter assumere responsabilità al riguardo, quello che credo sia il punto di vista di Palazzo Chigi in merito a questo problema, lasciando comprendere che l’Italia, a quindici anni dalla fine della guerra non può venire soddisfatta con qualche chilometro di sabbia al sud della Libia, ma che a noi interesserebbe forse poter trovare una base d’intesa anche nell’Africa orientale.

    «Pietri si è mostrato con me molto ottimista circa la possibilità di dare soddisfazione all’Italia nella questione di Tunisi e in quella dei compensi coloniali che, onde evitare equivoci, egli consiglia però di precisare prima dell’incontro di Roma, evitando possibilmente le difficoltà che possono venire create dai cosí detti competenti.

    «Barthou e Pietri ritengono inoltre necessario incorporare queste due questioni, alle quali peraltro non mi hanno dato l’impressione di attribuire soverchia importanza, in una intesa piú larga che abbracci anche i seguenti tre problemi: Anschluss, relazioni con la Jugoslavia, vasti accordi commerciali italo-francesi, dato che l’incontro Asquini-Lamoureux non ha dato apprezzabili risultati». ↩

  319. Cfr. P. Aloisi, Journal cit., pp. 202 sg. (alla data del 12 luglio ’34). ↩

  320. Ibid., pp. 204 sg. ↩

  321. Cfr. Asae, Fondo Lancellotti, 213. Per l’accenno alle conversazioni Theodoli - De Caix - Berthelot cfr. A. Theodoli, A cavallo di due secoli cit., pp. 173 sgg. ↩

  322. Per gli sviluppi successivi di quello stato d’animo cfr. R. Guariglia, Ricordi cit., pp. 165 sgg. e soprattutto pp. 763 sgg. ↩

  323. Cfr. P. Aloisi, Journal cit., p. 224. ↩

  324. Cfr. ibid., pp. 213 sg. ↩

  325. Per le conversazioni ginevrine cfr. P. Aloisi, Journal cit., pp. 215 e 218 sgg. Per l’atteggiamento inglese è significativo il seguente resoconto di un colloquio con Vansi ttart avuto da Vitetti il 12 settembre e trasmesso il giorno stesso a Suvich (in Archivio Vitetti):

    «Stamane Sir Robert Vansittart mi ha pregato di passare da lui, e mi ha chiesto se avevo notizie da dargli circa la visita di Barthou a Roma, e le possibilità che tra l’Italia e la Francia si venga a un chiarimento di rapporti, come è da tempo nelle sincere ed amichevoli speranze del Governo britannico, e a un regolamento delle questioni in pendenza tra i due paesi. Egli aveva seguito con molto interesse i segni di un riavvicinamento franco-italiano, e gli pareva che vi fosse in questo momento negli uomini di stato francesi, e particolarmente in Barthou, una migliore comprensione della situazione dell’Italia e della necessità di andare incontro alla politica italiana. Questo gli dava speranza che Barthou andando a Roma avrebbe potuto concludere qualche cosa di concreto, nel senso di un soddisfacente regolamento di quelle questioni – statuto degli Italiani in Tunisia, confini libici, armamenti navali – che sono rimaste insolute con danno non solo dei rapporti franco-italiani, ma della situazione generale dell’Europa. Egli aveva espresso piú volte chiaramente agli uomini di stato francesi il suo pensiero, e francamente aveva loro detto quanto la politica francese, in particolare nella questione navale, avesse dovuto ispirarsi a una valutazione piú realistica della situazione e dei bisogni dell’Italia.

    «Ora, sulla questione dell’Austria un sostanziale accordo politico tra l’Italia e la Francia si è verificato. L’Inghilterra si augura che questo accordo si consolidi e si sviluppi, persuasa che solo cosí può essere assicurata l’indipendenza dell’Austria, che il Governo britannico ritiene elemento essenziale della sicurezza e dell’equilibrio dell’Europa.

    «L’atteggiamento assunto dalla Jugoslavia di fronte al problema austriaco non può non preoccupare il Governo britannico. Vi sono oramai segni precisi di una tendenza jugoslava ad avvicinarsi alla Germania, seguendo in questo il movimento già iniziato dalla Polonia. Se la Jugoslavia passasse definitivamente nell’orbita della politica tedesca, il problema austriaco diventerebbe subito piú grave: l’Austria sarebbe presa tra due fuochi. I metodi della politica balcanica verrebbero ad aggiungersi ai metodi nazisti per rendere insostenibile la posizione di qualunque Governo in Austria. La Jugoslavia aprirebbe alla Germania la via dei Balcani.

    «Io so, mi ha aggiunto Vansittart, che questa nostra preoccupazione è divisa dal vostro Governo. Il barone Aloisi ne ha parlato con Murray. È perciò che voglio farvi sapere come la pensiamo noi. Noi crediamo che non bisogna perdere la Jugoslavia. Per quanto a noi non risulti che la Jugoslavia abbia degli impegni politici con la Germania, il suo atteggiamento di fronte alla crisi austriaca ha destato delle apprensioni; ed è certo che la diplomazia tedesca lavora a Belgrado. A Belgrado bisogna che lavoriamo anche noi. Io non voglio minimamente dare l’impressione che l’Inghilterra vi faccia dei suggerimenti. Voi conoscete meglio di noi i vostri interessi, e la maniera come proteggerli. Se noi abbiamo un voto da esprimere è solo che la Jugoslavia si persuada che i suoi interessi la portano a un miglioramento delle sue relazioni con l’Italia e non con la Germania e che insieme con un chiarimento dei rapporti italo-jugoslavi [sic]. Evidentemente la situazione sarebbe diversa se la Jugoslavia avesse già contratto degli impegni con la Germania, ma – secondo le informazioni del Foreign Office – a tali impegni ancora non si è giunti. Ad ogni modo è una situazione che deve essere sorvegliata, poiché è comune intetesse delle Potenze Occidentali impedire la costituzione di una intesa orientale – dalla Polonia alla Jugoslavia – sotto l’egida della Germania». ↩

  326. Cfr. Mussolini, XXVI, pp. 357 sg. ↩

  327. Cfr. P. Aloisi, Journal cit., p. 225. ↩

  328. Per la prima fase dei rapporti con gli ustaša cfr. F. D’Amoja, Declino e prima crisi dell’Europa di Versailles cit., pp. 151 sgg. e i corrispondenti volumi dei DDI; per la successiva cfr. P. Aloisi, Journal cit., pp. 48 sg., 60 sg., 177, 187, 213 sg. Per una informazione d’insieme cfr. anche A. Tasso, Italia e Croazia, I, 1918-1940, Macerata 1967. ↩

  329. Cfr. Il processo Roatta, Roma 1945. A p. 55 sono riferite alcune voci circa una responsabilità di Bocchini e di Anfuso. ↩

  330. Cfr. M. Ormos, Sur les causes de l’échec du pacte danubien cit., pp. 29 sgg. ↩

  331. Cfr. P. Aloisi, Journal cit., p. 225 (alla data del 9 ottobre ’34). ↩

  332. Cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1920-45), 1935, b. 25, fasc. «Marsiglia – Attentato al Re Alessandro di Jugoslavia», specialmente rapporto datato Londra 24 novembre 1934; Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. Polizia politica, categ. 1, b. 84, specialmente i rapporti datati Milano 27 novembre e 3 dicembre 1934.

    L’ipotesi di «mene naziste» nell’attentato fu insinuata anche da E. M., Il regicidio di Marsiglia, in «Affari esteri», 1º novembre 1934 (la rivista era organo ufficioso di palazzo Chigi). ↩

  333. Cfr. C. Sforza, Jugoslavia. Storia e ricordi, Milano 1948, pp. 190 sg.; G. Salvemini, Preludio alla seconda guerra mondiale cit., pp. 323 sgg. ↩

  334. J. B. Duroselle, Storia diplomatica dal 1919 al 1970, Roma 1972, pp. 159 sg. ↩

  335. Oltre ai maggiori giornali dei giorni successivi all’attentato sono da vedere, per un quadro di insieme di queste accuse, l’opuscolo, edito dal Comité national de lutte contre la guerre impérialiste et le fascisme, P. L. Darnar, Lettre à l’homme de la rue sur les dessous de l’attentat de Marseille, Paris s. d.; e il memoriale diffuso dai giornalisti jugoslavi nel febbraio ’36, in occasione del processo per l’attentato Les responsabilités de l’Italie et de la Hongrie dans l’attentat de Marseille, s. l., s. d.

    Per il successivo punto di vista cfr. soprattutto V. Miličević, Der Königsmord von Marseille. Das Verbrechen und seine Hintergründe, Bad Godesberg 1959. ↩

  336. Per la decisione dell’arresto cfr. P. Aloisi, Journal cit., p. 227 (alla data del 16 ottobre ’34); nonché ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 461, «Pavelić Ante», e Min. Interno, Gabinetto, Ufficio cifra, Tell.mi in arrivo, 18 ottobre 1934 e 25-30 marzo e 23 ottobre 1936. Pavelić fu tenuto in carcere a Torino sino alla fine del marzo ’36; scarcerato dopo aver scritto a Mussolini e fatto uno sciopero della fame, fu prima ricoverato in clinica e poi per alcuni mesi confinato a Cava dei Tirreni (altri ustaša furono confinati invece a Lipari). ↩

  337. Cfr. M. Ormos, Sur les causes de l’échec du pacte danubien cit., pp. 30 sg. Per altri elementi cfr. F. P. Walters, A History of the League of Nations, London 1960, pp. 599 sgg.; E. Campus, Mica Înţelegere cit., pp. 188 sgg.; P. Aloisi, Journal cit., pp. 229 sgg. ↩

  338. Cfr. ASAE, Fondo Lancellotti, 247. ↩

  339. Cfr. ibid., 220. ↩

  340. Cfr. ibid., 103: «Colloquio con l’Ambasciatore di Francia – 3 dicembre 1934»; 220: «Colloquio con l’Ambasciatore di Francia – 1º dicembre 1934»; «Appunto (Trattative con la Francia), Roma 3 dicembre 1934»; Mussolini ad Aloisi, tel. 19361/R/64, Roma 7 dicembre 1934; «Colloquio con l’Ambasciatore Chambrun – 7 dicembre 1934»; «Colloquio con l’Ambasciatore di Francia – 11 dicembre 1934»; «Colloquio col Senatore Bérenger – 11 dicembre 1934»; nonché Segreteria Generale, 362: Aloisi a Mussolini, tel. 177, Ginevra 5 dicembre 1934. ↩

  341. Cfr. Asae, Fondo Lancellotti, 220, allegato al resoconto del colloquio Suvich - De Chambrun dell’11 dicembre ’34, cit. ↩

  342. Cfr. P. Aloisi, Journal cit., pp. 237 sgg. ↩

  343. Per l’opposizione del PNF ad ogni cedimento di fronte alla Jugoslavia cfr. P. Aloisi, Journal cit., p. 238 (alla data del 14 dicembre ’34). ↩

  344. Cfr., al primo proposito, il resoconto dell’incontro Mussolini - Suvich - De Chambrun del 27 dicembre; al secondo, il resoconto dell’incontro Suvich - De Chambrun del 28 dicembre e l’appunto sullo stato delle trattative al 31 dicembre, in Asae, Fondo Lancellotti, 220. ↩

  345. Cfr. il citato resoconto in Asae, Fondo Lancellotti, 220. ↩

  346. Cfr. R. Guariglia, Ricordi, p. 221. Il giudizio fu espresso da Laval in un telegramma a Flandin decifrato dai servizi segreti italiani. ↩

  347. Cfr. Asae, Fondo Lancellotti, «Libro verde Francia», c. 1. ↩

  348. Cfr. P. Aloisi, Journal cit., pp. 245 sg. ↩

  349. Cfr. Mussolini, XXVII, pp. 331 sg. ↩

  350. Cfr. ibid., p. 330.

    A proposito di questo documento è da notare che nel testo proposto dai francesi il 27 dicembre, i paesi ai quali era aperta l’adesione all’accordo di «non ingerenza» erano la Francia, l’Inghil-

    terra e la Romania e che la sostituzione del secondo di essi con la Polonia fu voluto dagli italiani con l’argomento di limitare l’accordo ai paesi confinanti con l’Austria (eccezion fatta per la Francia ovviamente) o «successori». Cfr. Asae, Fondo Lancellotti, 220. ↩

  351. Cfr. Mussolini, XXVII, p. 331. ↩

  352. Cfr. Asae, Fondo Lancellotti, 220. A proposito di questo documento è da notare che sino alla fine i francesi cercarono di ottenere che nel capoverso dedicato alla eventualità che la Germania modificasse unilateralmente i suoi obblighi, il concetto di mutuo appoggio avesse il valore piú estensivo possibile, non limitato (come invece è nel testo definitivo) allo svolgimento dei negoziati per stabilire l’atteggiamento da assumere. ↩

  353. Cfr. Mussolini, XXVII, pp. 329 sg. ↩

  354. Cfr. ibid., pp. 330 sg. In realtà con una lettera segreta Laval si impegnò a cedere all’Italia 2500 azioni della compagnia concessionaria (circa il 7 per cento dell’intero pacchetto) e ad adoperarsi per «allargare» la rappresentanza italiana nei suoi organismi direttivi. ↩

  355. Cfr. G. W. Baer, La guerra italo-etiopica e la crisi dell’equilibrio europeo, Bari 1970, p. 98. ↩

  356. Per una prima informazione sulla questione tunisina cosí come essa era stata impostata sino allora da parte nazionalista e fascista cfr. C. Tumedei, La questione tunisina e l’Italia, Bologna 1922; A. Solmi, Italia e Francia nei problemi attuali della politica europea, Milano 1931; G. Morpurgo, Italia Francia Tunisia, Livorno 1935.

    Tra le prese di posizione di Mussolini la piú caratteristica è forse costituita dalla sua prefazione (a firma Latinus) al volume di M. Sarfatti, Tunisiaca, Milano 1924 (riprodotta in Mussolini, XXXV, pp. 76 sgg.).

    Per valutare lo shock provocato in molti fascisti dalla pratica rinuncia alla rivendicazione della Tunisia è significativa la giustificazione tutta tattica che dell’operato di Mussolini è stata data da A. Tamaro, Venti anni di storia cit., III, pp. 113 sg. Secondo tale «giustificazione», «fissando al 1945 o al 1965 l’entrata in vigore del nuovo regime per gli italiani di Tunisi, egli pensava che i termini erano abbastanza lontani per supporre con tutta fiducia che altri avvenimenti sarebbero intanto intervenuti a rendere possibile un mutamento o una decadenza di quegli accordi prima della loro entrata in vigore». ↩

  357. La lettera, come gli altri documenti riguardanti i problemi coloniali che costituiscono il pacchetto dell’accordo italo-francese, è riprodotta in J.-L. Miège, L’impérialisme colonial italien de 1870 à nos jours, pp. 356 sgg. La lettera di Mussolini, in realtà uno scambio di lettere, da cui essa riproduce quella precedente di Laval, ai fini del diritto internazionale aveva valore di un vero e proprio accordo vincolante. Tutta la documentazione originale in Asae, Fondo Lancellotti, 220. ↩

  358. Per il dibattito in merito cfr. soprattutto W. C. Askew, The secret agreement between France and Italy on Ethiopia, January 1935, in «The Journal of modern history», marzo 1953, pp. 47 sgg.; H. Lagardelle, Mission à Rome, cit., pp. 105 sgg.; C. A. Macartney, The secret Laval-Mussolini agreement of 1935 on Ethiopia, in «The Middle East Journal», inverno 1961, pp. 69 sgg.; G. W. Baer, La guerra italo-etiopica, cit., pp. 92 sgg. ↩

  359. Cfr. G. W. Baer, La guerra italo-etiopica, cit., pp. 102 sgg. e 104. ↩

  360. Cfr. Asae, Fondo Lancellotti, 220. ↩