Capitolo sesto: La guerra d’Etiopia
Raffaele Guariglia ha scritto nei suoi Ricordi1 che la guerra d’Etiopia «costituí non solo una bellissima pagina militare ma anche una azione politica, audace sí ma brillante e fortunata», il cui merito «spettò indubbiamente a Mussolini, tanto dal punto di vista militare che da quello politico», e che i suoi «risultati sarebbero stati utilissimi per il nostro popolo se le ulteriori vicende politiche non li avessero frustrati, principalmente a causa della situazione determinatasi in Europa per opera della Germania e della Russia ed in parte a causa degli errori di calcolo fatalmente compiuti dallo stesso uomo che aveva conquistato al lavoro italiano un vasto e fecondo campo, atto per lo meno ad alleviare il dramma demografico italiano». Questo giudizio è per noi estremamente interessante, sia perché nel ’35-36 Guariglia coordinò a palazzo Chigi l’attività dei vari uffici che si occupavano della questione etiopica e, pertanto, ne conobbe direttamente e a fondo le vicende, sia perché egli ha espresso su altri aspetti della politica estera mussoliniana valutazioni assai piú caute e critiche, che, quindi, dànno un particolare valore a questo giudizio, soprattutto a quella parte di esso che si riferisce all’aspetto politico della vicenda etiopica e al ruolo personale del «duce», sia, infine, perché vi sono molti elementi per ritenere che l’atteggiamento verso l’impresa etiopica di Guariglia non sia stato molto diverso da quello di gran parte della «carriera».
Guariglia era – lo si è visto – e rimase sempre un convinto assertore dell’idea che «l’Italia per la sua posizione geografica, per la quantità e la qualità della sua popolazione, era destinata ad essere una potenza coloniale africana e doveva far di tutto per diventarala e per accrescere il piú possibile la sua sfera d’azione in quel continente» e, in particolare, dell’idea che il naturale teatro dell’espansione italiana dovesse essere, per tutta una serie di motivi storici, politici e psicologici, l’Etiopia2. Nell’estate del ’32, al momento di lasciare palazzo Chigi per l’ambasciata a Madrid in conseguenza del riassetto del ministero degli Esteri connesso alla sostituzione di Grandi, egli aveva scritto per il suo successore questo «testamento»3:
In sostanza Eritrea e Somalia, per quanto vasta sia venuta ad essere la loro estensione e per quanto completo possa essere il loro fortunato sfruttamento agricolo ed industriale, non possono considerarsi ancora che degli scali marittimi, delle punte avanzate verso il retroterra, che è l’Abissinia. Noi non avremo delle vere colonie nell’Africa orientale, fin quando da quei due simulacri coloniali che si chiamano l’Eritrea e la Somalia non saremo penetrati, sotto qualsiasi forma, nel retroterra abissino...
Se noi vogliamo dare un’espansione coloniale al nostro Paese, anzi, per dire una parola grossa, formare un vero Impero coloniale italiano, non possiamo cercare di fare ciò in altro modo che spingendoci verso l’Etiopia. I posti al sole e specialmente al sole africano (che sono quelli che piú ci interessano) sono tutti accaparrati. Per le colonie portoghesi bisogna fare i conti col Portogallo e non si riesce a vedere per ora con quale mezzo, con quale pretesto si potrebbe cominciare a farli, anche a prescindere dalle pretese dell’Unione Sud Africana e perfino dagli impegni esistenti con questa. Per le colonie ex-tedesche bisognerà fare i conti con la Germania. Ma poi nessuno di questi territori si salderebbe cosí naturalmente con interessi nostri preesistenti, con sacrifici nostri già compiuti, con il filo logico di una attività coloniale già iniziata.
E quindici anni dopo, nei Ricordi4, nonostante tutto quello che nel frattempo era avvenuto, ribadí questa sua convinzione:
per la piccola parte che mi riguarda personalmente, affermo in modo esplicito che io ho sempre considerato l’acquisto dell’Abissinia (acquisto pratico e sostanziale, s’intende, e sotto qualsiasi forma utile, cioè collaborazione, controllo, mandato, protettorato, poco o nulla importando il titolo e la organizzazione imperiale) come assai vantaggioso economicamente alla nostra Patria, «grande proletaria», e tale da dare alle nostre colonie un valore economico e non esclusivamente politico.
Se ci si fermasse a questo tipo di affermazioni o ad altre – come quella (che si legge in una lettera a Grandi del 19 febbraio ’325) che «se è vero che nulla di grande si fa nel mondo senza imbrattarsi le mani di sangue, ciò è indiscutibilmente vero nella storia della colonizzazione» – si dovrebbe concludere che il giudizio di Guariglia dal quale abbiamo preso le mosse è del tutto ovvio, scontato e per nulla interessante: né piú né meno che la riaffermazione di una radicata vocazione colonialista, tanto viva da rendere Guariglia incapace di dare una valutazione storica del significato della conquista dell’Etiopia persino dopo la conclusione della vicenda fascista e della seconda guerra mondiale. In realtà il discorso etiopico di Guariglia, sia negli anni trenta sia nei Ricordi, è assai piú complesso ed interessante e va tenuto ben presente se si vuol capire come Mussolini e la parte piú responsabile della diplomazia italiana concepirono l’impresa etiopica e come tesero ad inserirla nel piú generale contesto della politica estera italiana.
Dal ’31-32 la posizione di Guariglia (e con lui di buona parte della «carriera») rispetto all’Etiopia fu, a suo modo, lineare. L’Italia doveva espandersi in Etiopia (in che forma era secondario, si sarebbe visto in concreto al momento opportuno). Ciò poteva e doveva avvenire solo d’accordo con la Francia e l’Inghilterra e nel rispetto degli interessi che queste due potenze avevano in quel paese. Su questo punto – il vero cardine di tutta l’operazione – Guariglia era stato estremamente esplicito sin dal ’32. Nel «testamento» per il suo successore a palazzo Chigi si legge6:
l’Italia non può affrontare da sola la questione etiopica, sia per la situazione europea generale ed i pericoli che ne derivano, sia per la insidiosa situazione politica e militare locale. Impossibile di farlo in contrasto con la Francia e l’Inghilterra, indispensabile di farlo d’accordo con esse.
Se questo accordo e questo rispetto dovevano essere la chiave di volta di tutta l’operazione, la sua ragion d’essere «politica» doveva risiedere nell’amicizia e nell’alleanza di Roma con Parigi e Londra contro Berlino, mentre la sua premessa «di diritto» doveva risiedere nell’accordo tripartito del 1906, con il quale Inghilterra, Italia e Francia avevano indicato e si erano impegnate a rispettare le rispettive zone di interessi in Etiopia7. L’accordo tripartito del 1906 era per Guariglia «la magna charta dei nostri diritti e delle nostre aspirazioni»8. Per quel che riguardava l’Inghilterra, il suo significato era stato confermato e ribadito nel dicembre ’25 con lo scambio di note intercorso tra Graham e Mussolini: con tali note i due governi si erano infatti impegnati ad aiutarsi vicendevolmente per ottenere da quello di Addis-Abeba la concessione a costruire uno sbarramento idraulico nel lago Tana, una strada automobilistica dalla frontiera sudanese allo sbarramento (per l’Inghilterra) e una ferrovia congiungente l’Eritrea e la Somalia attraverso l’Ovest etiopico (per l’Italia) e l’Inghilterra si era impegnata, una volta ottenuto ciò che le stava a cuore, a riconoscere il diritto italiano ad ottenere «l’esclusività dell’influenza economica nell’Ovest dell’Abissinia ed in tutto il territorio attraversato dalla ferrovia»9. Per quel che riguardava la Francia, poi, il significato dell’accordo tripartito era stato cònfermato e ribadito ben piú esplicitamente dagli accordi Laval-Mussolini del gennaio ’35. In questa prospettiva, per Guariglia l’operazione Etiopia non doveva solo servire a dare all’Italia il modo di espandersi in Africa, ma era necessaria per realizzare altri due obiettivi, squisitamente politici e non meno importanti10:
- 1) creare una piú forte ragione di solidarietà con l’Inghilterra e con la Francia nella condotta politica tendente ad evitare futuri conflitti europei, oppure, se questi si fossero dimostrati inevitabili, nella nostra partecipazione alle lotte destinate a risolverli conformemente agli interessi europei e in particolare ai nostri interessi;
- 2) rafforzare anziché indebolire l’efficienza militare dell’Italia in Africa, cioè nel teatro di guerra che in caso di conflagrazione fatalmente si sarebbe aperto a fianco del teatro europeo.
Di ciò Guariglia rimase sempre profondamente convinto, al punto che nei suoi Ricordi11 ha scritto:
Se questi scopi non sono stati raggiunti non è stato perché l’Italia ha fatto la guerra all’Abissinia o perché l’Italia voleva «farsi un impero» come ha detto il ministro inglese Bevin «ad un costo che non poteva sostenere» (giacché il costo sarebbe stato sostenibilissimo se l’Italia avesse cercato credito politico in Inghilterra e se questa si fosse convinta della utilità di offrirglielo), ma perché la Germania riuscí a convincere Mussolini della sua strapotenza e perché questi, sotto il dominio di tale convinzione, dette libero sfogo ai propri risentimenti ed alle proprie teorie politiche fino al punto di bruciarsi dietro i vascelli.
La conquista dell’Abissinia ha avuto nella condotta politica italiana soltanto due nefasti aspetti, e cioè: 1) che essa fu compiuta con forme e metodi che irritarono l’opinione pubblica mondiale, pur dovendosi riconoscere che tale irritazione venne scioccamente fomentata, anziché calmata, dal governo di Londra e dagli antifascisti di Parigi per uno sbagliato calcolo politico; 2) che essa creò personalmente in Mussolini la convinzione di essere, oltre che un grande capo politico, un grande capo militare. Innegabilmente la condotta militare della guerra in Etiopia venne fatta con una larghezza di concetti e di mezzi di cui il merito deve attribuirsi proprio a Mussolini, tanto che esperti militari americani non esitarono a definirla la piú brillante operazione coloniale fino allora compiuta, mentre si trovarono fondamentalmente sbagliati i giudizi e le previsioni pessimistiche che le autorità militari tedesche, fra cui primo il generale Blomberg, avevano formulato. Ma il giusto sentimento di soddisfazione che provò Mussolini per la rapida riuscita dell’impresa etiopica lo spinse ad affrontare con una esagerata fiducia nelle proprie capacità militari e politiche le contese europee quando esse assunsero proporzioni di gran lunga superiori alle sue capacità di politica estera e non soltanto a quelle sue.
Ci siamo soffermati ad illustrare il punto di vista di Guariglia perché esso mette in evidenza due cose che è necessario tenere ben presenti se si vuol comprendere la vicenda etiopica, sia nella sua genesi, sia nel suo svolgimento, sia nel significato che essa ebbe ed assunse successivamente alla sua conclusione per i responsabili della politica estera italiana e, sostanzialmente, per lo stesso Mussolini. Prima: che a palazzo Chigi (dove essa nacque e fu gestita politicamente) tutti coloro che ebbero parte effettiva nella vicenda etiopica, Mussolini per primo, si imbarcarono in essa non solo sicuri che i governi di Parigi e di Londra fossero troppo interessati all’amicizia e alla solidarietà italiane sul continente europeo per opporsi ad una sistemazione della questione etiopica conforme ai desideri di Roma (tanto piú che questi stessi governi da anni avevano piú o meno esplicitamente riconosciuto i prevalenti interessi italiani in Etiopia e loro esponenti ed emissari avevano lasciato intendere di considerare inevitabile che l’Italia prima o poi realizzasse concretamente questa ipoteca), ma anche convinti della necessità di agire in accordo con essi. Il progressivo, netto discostarsi della vicenda etiopica dallo schema entro il quale era stata concepita e la violenza delle polemiche pubbliche che finirono per contrapporre l’Italia alla Francia e soprattutto all’Inghilterra non devono trarre in errore. Come vedremo piú avanti, anche quando questo schema saltò completamente, entrambe le suddette convinzioni rimasero alla base della strategia italiana: se, infatti, sulla prima si fondò il «rischio calcolato» su cui Mussolini basò la sua decisione di «tirare diritto», di procedere cioè manu militari nonostante l’opposizione della Società delle Nazioni e cioè di Londra e (con molta minor decisione e convinzione) di Parigi, ciò non deve però far credere che questo abbia comportato l’abbandono della seconda; al contrario, a livello, almeno, di tendenza, questa restò a palazzo Chigi viva e, a ben vedere, operante, nel senso almeno di evitare concrete iniziative politiche (come l’uscita dalla Società delle Nazioni) che avrebbero potuto aggravare la tensione con Londra. Seconda: che persino dopo la «conquista dell’Impero» e nonostante che questa si fosse realizzata in maniera (e in misura) assai diversa da come inizialmente previsto e soprattutto con gravissimo nocumento dei rapporti italo-franco-inglesi, la parte piú responsabile della diplomazia italiana (proveniente specialmente dalla «carriera», ma in qualche caso anche dal fascismo) e in definitiva lo stesso Mussolini (anche se tra incertezze, machiavellismi, contraddizioni ed impennate personalistiche) continuarono a pensare ancora per parecchio tempo che la crisi dei rapporti con Londra (ché ad un ritorno all’amicizia del ’35 con Parigi ostava, almeno per il momento, la presenza al governo del «fronte popolare» e, in ogni modo, era chiaro che al dunque la Francia avrebbe finito per seguire l’Inghilterra) potesse essere ricucita e l’Italia potesse tornare – a seconda dei diversi punti di vista – o ad una politica di accordo con l’Inghilterra in funzione antitedesca o (e questa era l’intenzione, tra gli altri, del «duce») alla politica pendolare o del peso determinante; continuarono cioè a pensare che, nonostante tutto, la vicenda etiopica non avesse fatto fare all’Italia una scelta di campo effettiva e che non avesse precluso ad essa la possibilità di riprendere il discorso con Londra e prima o poi con Parigi al punto in cui esso era giunto all’inizio del ’35 e, per di piú, da una posizione di maggiore forza, perché l’Italia aveva conquistato il suo impero e si dichiarava soddisfatta e la Germania era ormai esplicitamente proiettata sulla via del riarmo.
Messo in chiaro – sia pure solo in via preliminare – questo punto fondamentale, la prima questione che si pone a chi studi l’impresa etiopica è quella relativa al momento in cui Mussolini decise di darle effettivo avvio, precipitando una situazione internazionale che sembrava evolvere nel senso da lui voluto, al punto che è stato ritenuto da alcuni non arbitrario pensare che una piú accorta e graduale preparazione diplomatica avrebbe potuto rendere la soluzione del problema etiopico assai meno drammatica12.
Che Mussolini pensasse da tempo che l’Italia fascista, per tutta una serie di motivi, di prestigio, di potenza, economici e demografici, dovesse espandersi in Africa è fuori discussione e lo abbiamo già detto. Ugualmente fuori discussione è che egli localizzasse questa espansione soprattutto in Etiopia. Né questa preferenza può certo meravigliare. L’Etiopia era infatti l’unico paese africano praticamente disponibile, non sottomesso cioè in qualche modo ad altre potenze coloniali; su di esso, per di piú, l’Italia vantava, come si è visto, alcuni diritti di vecchia data che, almeno formalmente, sia l’Inghilterra sia la Francia le riconoscevano; geograficamente, poi, l’Etiopia era certo il paese piú adatto ad una espansione italiana, tanto sui tempi brevi quanto su quelli lunghi: sui primi data la presenza a nord e a sud di essa delle vecchie colonie della Eritrea e della Somalia, che potevano servire come basi di penetrazione politica, economica e militare; sui secondi per una eventuale saldatura con la Libia attraverso il Sudan. E, infine, c’era – lo abbiamo pure già accennato – tutta una serie di motivi storici e psicologici ai quali, per un verso, Mussolini e il fascismo erano particolarmente sensibili e che, per un altro verso, potevano essere fatti giuocare da essi per mobilitare emotivamente gli italiani e dar loro una «coscienza coloniale» certo piú facilmente che per qualsiasi altra terra africana. Detto questo, va per altro anche detto che per un decennio Mussolini non fece nulla per tradurre in atto questi suoi propositi di espansione, né sul terreno politico né su quello economico. Lo stesso accordo con l’Inghilterra del dicembre ’25 piú che da Mussolini fu voluto da Londra nel quadro di un proprio complesso giuoco di interessi. In questo periodo palazzo Chigi perseguí sostanzialmente una politica di amicizia verso l’Etiopia e se a volte nell’atteggiamento italiano si nota qualche sbandamento, ciò va riferito essenzialmente ad una certa diversità di vedute tra il ministero degli Esteri e quello delle Colonie. Né questa valutazione complessiva può essere messa in dubbio sulla base delle istruzioni impartite da Mussolini al ministro delle Colonie Lanza di Scalea il 10 luglio ’2513:
Prepararci militarmente e diplomaticamente ad approfittare di un eventuale sfasciamento dell’Impero etiopico... Nell’attesa, lavorare in silenzio – sia dove sia possibile in collaborazione agli inglesi e cloroformizzare il mondo ufficiale abissino.
Queste istruzioni, infatti, non solo rientravano nella piena normalità della politica coloniale del tempo, ma vanno giudicate sulla base dei preparativi fatti per approfittare della eventualità alla quale si riferivano. E questi preparativi furono praticamente inesistenti. Basti pensare che sino al ’31 le forze italiane in Eritrea e in Somalia furono scarsissime (alla fine del ’31 tra coloniali ed indigeni non arrivavano ad ottomila uomini), le vie di comunicazione del tutto rudimentali e che attorno al ’30 gli stanziamenti militari per l’Eritrea furono addirittura ridotti14.
Sino al ’32 è impossibile trovare tracce tangibili di un effettivo interesse di Mussolini per l’Etiopia. Persino a livello del dibattito politico-pubblicistico e della propaganda interna, nulla sino a quest’epoca autorizza a pensare ad una consapevole azione volta a preparare gli animi, a «creare una coscienza, una volontà coloniale»15 e a mettere all’ordine del giorno il problema dell’espansione in Etiopia. Le prese di posizione su questi problemi non uscirono dal generico e non andarono oltre la tradizionale rivendicazione del «diritto» dell’Italia a vedere rispettati gli impegni presi dai suoi alleati del ’15 in materia coloniale e l’altrettanto tradizionale insistenza sulla necessità per l’esuberante mano d’opera italiana di trovare sbocchi fuori dai confini del regno. Ed anche qui con connotazioni sintomatiche, dato che se, in genere, si insisteva su una serie di discorsi che portavano a sostenere l’esigenza di assicurare all’Italia il possesso di colonie di popolamento, non mancavano tuttavia coloro che ancora prospettavano il discorso coloniale nei termini che esso aveva avuto tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento – tra Adua e la ripresa colonialista che aveva portato alla conquista della Libia –, nei termini cioè di una sistematica colonizzazione di determinate zone dell’America latina o, piú di rado, dell’Africa, che non comportava ovviamente un possesso delle zone in questione, ma che doveva servire, oltre che di sbocco al lavoro italiano, a sviluppare il commercio estero con esse.
I primi segni di un vero interesse di Mussolini per l’Etiopia nel ’32 sono collegati chiaramente alle prime avances di Laval e al maturare in Mussolini dell’idea di quella nuova politica che doveva portarlo a farsi promotore del Patto a quattro. Il primo di questi segni è costituito dalla missione ispettiva in Eritrea affidata a De Bono e dal piano per una eventuale azione in Etiopia che questi preparò per incarico di Mussolini. Come già si è detto, dal diario di De Bono risulta per altro che il «duce», ricevendo il piano (che si basava sul presupposto di un’azione condotta con l’assenso francese ed inglese), accennò al ’35 come all’anno della sua eventuale attuazione. Questo accenno, unito al fatto che per il momento non si andò oltre lo studio dei piani operativi e nulla fu fatto sul terreno della concreta preparazione delle forze e delle strutture logistiche indispensabili per un’azione militare, lascia intravvedere che per Mussolini il problema etiopico se era all’ordine del giorno non era però ancora entrato nella fase matura, della pratica risoluzione. E, infatti, sino al ’34 nulla fu fatto che possa essere considerato un ulteriore passo sulla via della concreta decisione di agire su tempi brevi. Salvo – e questo se è una conferma dell’interesse di Mussolini per l’Etiopia, è anche una conferma dei tempi relativamente lunghi sui quali egli pensava di muoversi – avviare, un po’ a tutti i livelli, una campagna politico-propagandistica volta a dare maggiore autorevolezza alle rivendicazioni coloniali italiane, a sensibilizzare l’opinione pubblica italiana ai problemi coloniali e ad orientarne l’attenzione verso l’Etiopia16. Per valutare giustamente l’atteggiamento mussoliniano in questo periodo e cogliere il nesso che legava il discorso coloniale ed etiopico alla nuova realtà della situazione internazionale e all’intima logica del Patto a quattro, va per altro tenuto presente il fatto, assai sintomatico, che in questa campagna politico-propagandistica il discorso venne portato avanti a ventaglio, con una problematica cioè aperta ad una serie di possibilità. Infatti esso insisteva sui «diritti» e sulla necessità dell’Italia ad una espansione coloniale e ad una risoluzione dei suoi problemi demografici in Africa, ma non mancava di prospettare – anche nelle sedi piú autorevoli, per esempio in occasione del già ricordato Convegno Volta sull’Europa – tutta una serie di soluzioni alternative a quella della pura e semplice espansione dell’impero coloniale italiano. Significativa è a questo proposito l’insistenza con la quale in questo periodo si sostenne la necessità di una «intesa europea sul terreno africano» e di un «fronte unico della colonizzazione europea in Africa» volti a risolvere la crisi economica del vecchio continente, a contrastare il «pericolo giallo» in Africa e a combattere l’incipiente «rivoluzione coloniale» e la «penetrazione bolscevica» nel continente nero attraverso una collaborazione di tutti i paesi europei sulla base di una piú equa «ridistribuzione coloniale» e di una vasta partecipazione allo sfruttamento dell’Africa, che avrebbe potuto contribuire anche ad una distensione tra le grandi potenze17.
In pratica la questione etiopica entrò in un nuovo stadio solo col ’34. Da quanto risulta dal diario di De Bono, Mussolini, come si è detto, prese la decisione di agire ai primi di febbraio, ma in realtà si trattò di una decisione per il momento di massima, che ebbe solo la conseguenza di affrettare l’elaborazione dei piani militari per tradurla in pratica e di dare il via ai primi stanziamenti straordinari, in aprile, per la preparazione bellica in Eritrea. Una decisione quindi, come riconosce il Rochat18, non ancora irreversibile e – aggiungiamo noi – che non prevedeva un’attuazione rapida, tanto è vero che (e anche di questo abbiamo già parlato) ancora in settembre Mussolini pensava che la guerra contro l’Etiopia sarebbe avvenuta tra un paio di anni, dato che occorreva prima provvedere ad una «preparazione internazionale adeguata» e – come aveva scritto il 10 agosto ai massimi capi militari19 – era convinto che, data la situazione europea conseguente al fallimento della conferenza per il disarmo e i conflitti in Estremo Oriente, «tutte le forze armate italiane devono essere tenute in vigile efficienza per poter affrontare nelle migliori condizioni gli avvenimenti che si possono produrre anche improvvisamente com’è accaduto alla fine dello scorso luglio» e che, quindi, «qualsiasi impresa che in questo momento sottragga importanti forze militari allo scacchiere europeo deve essere ritenuta come sommamente dannosa e come producente una pericolosa diminuzione del nostro potenziale bellico». Una decisione, ancora, che non aveva alle sue spalle neppure una precisa scelta degli obiettivi strategico-politici che si volevano realizzare: si trattava di preparare una guerra totale, volta a distruggere l’impero etiopico e ad impossessarsene completamente o una guerra limitata, volta ad ottenere solo alcuni vantaggi territoriali particolari?20. In questa situazione – se non di incertezza, certo molto aperta – si arrivò al 30 dicembre, quando Mussolini impartí a Badoglio, capo di Stato maggiore generale, e agli altri suoi principali collaboratori le direttive21 e il «piano d’azione per risolvere la questione italo-abissina».
Dalla lettura di queste direttive è possibile ricavare alcuni concetti che a stretto rigore dovrebbero essere considerati rispecchianti il punto di vista di Mussolini e, dunque, tali da spiegare le ragioni della sua improvvisa decisione di bruciare i tempi e di ritenere perciò superati gli ostacoli che quattro-cinque mesi prima lo avevano indotto a pensare che un’azione in Etiopia era in quel momento «sommamente» dannosa e pericolosa e necessitasse di un paio d’anni di preparazione. Al punto che, come si legge nel primo paragrafo delle direttive a Badoglio, egli era ora convinto che
Il problema dei rapporti italo-abissini si è spostato in questi ultimi tempi su un piano diverso: da problema diplomatico è diventato un problema di forza; un problema «storico» che bisogna risolvere con l’unico mezzo col quale tali problemi furono sempre risolti: coll’impiego delle armi.
Il primo di questi concetti riguardava la situazione interna dell’Etiopia. Per il «duce» essa era caratterizzata da un progressivo sostanziale rafforzamento statale, politico e militare del governo di Addis-Abeba.
Tenendo conto di quanto precede – egli scrive – bisogna trarre la prima logica conclusione: il tempo lavora contro di noi. Piú tardi ancora a liquidare il problema e piú sarà difficile il compito e maggiori i sacrifici. Seconda non meno logica conclusione: bisogna risolvere il problema il piú presto possibile, non appena cioè i nostri apprestamenti militari ci diano la sicurezza della vittoria.
Il secondo riguardava la situazione internazionale. Ad essa era dedicato tutto l’ottavo paragrafo:
Condizione essenziale, ma non pregiudiziale, della nostra azione è quella di avere alle spalle un’Europa tranquilla almeno per il biennio 1935-36 e 1936-37 che dovrebbe essere il periodo risolutivo. Un esame della situazione quale si presenta agli inizi del 1935, permette di prevedere che nei prossimi anni, sarà evitata la guerra in Europa, come è stata evitata nel luglio e nell’ottobre del 1934. Elementi di stabilizzazione sono: gli accordi dell’Italia con la Francia. Tali accordi allontanano il pericolo di un nuovo attacco della Germania all’Austria. D’altra parte la conseguenza inevitabile degli accordi italo-francesi è il miglioramento delle relazioni italo-jugoslave. La crisi politica durerà a lungo. Questo indebolirà per molto tempo Belgrado, che dovrà dedicarsi ai problemi politici di ordine interno. Altrettanto dicasi della Germania il cui apparato militare è lungi da quell’efficienza che può consentire di prendere iniziative di guerra, senza contare le ragioni di ordine interno che consigliano alla Germania di fare per qualche tempo ancora, una politica di pace. La Polonia che pare dovesse diventare una pedina del gioco tedesco, sta facendo un molto pronunciato movimento di conversione verso la Francia. Ciò funziona da rallentatore al dinamismo del Terzo Reich. La conclusione che si può ricavare da questo esame sommario è che ci sarà in Europa un ulteriore periodo di pace.
Da questa analisi della situazione etiopica ed internazionale derivavano a loro volta altri tre concetti estremamente importanti. Il primo riguardava gli obiettivi strategico-politici da conseguire. Dando le sue direttive Mussolini era a questo proposito esplicito:
Decisi a questa guerra, l’obiettivo non può essere che la distruzione delle forze armate abissine e la conquista totale dell’Etiopia. L’impero non si fa altrimenti.
Il secondo riguardava i tempi dell’operazione. Questa doveva essere non solo definitiva ma anche rapida. Si dovevano predisporre quindi «grandi mezzi» militari e «un’azione politica anche nell’interno della Abissinia allo scopo di dividere e indebolire l’impero, suscitando con tutti i mezzi le opposizioni di quei capi che sembrano insofferenti». Tutti questi preparativi dovevano essere ultimati per l’autunno del ’35. Sino allora «la politica deve impedire tutti gli incidenti che potrebbero anticipare il conflitto». Dopo questa data le operazioni dovevano essere portate avanti con la massima energia e rapidità:
Piú sarà rapida la nostra azione e tanto minore sarà il pericolo di complicazioni diplomatiche. More nipponico non ci sarà nemmeno bisogno di dichiarare ufficialmente la guerra e, in ogni caso, si insisterà sul carattere puramente difensivo delle operazioni.
A questo scopo si sarebbe fatto largo uso di mezzi meccanizzati, di aerei e di gas asfissianti. Nelle direttive l’accenno a questi ultimi è indiretto ma non per questo meno esplicito:
Bisogna concentrare almeno 250 apparecchi in Eritrea e 50 in Somalia. Carri armati 150 in Eritrea e 50 in Somalia. Superiorità assoluta di artiglierie e di gas. Dovizia di munizioni...
Il terzo concetto che scaturiva dall’analisi generale della situazione internazionale riguardava, infine, l’atteggiamento delle altre grandi potenze. Un primo significativo accenno lo si trova già nel settimo paragrafo:
La Francia democratica e massonica ha liquidato con una guerra in piena regola Abd el Krim. Ha approfittato del momento in cui la Germania era ancora inerme o quasi.
Pur nella sua brevità, il senso di questo riferimento storico è eloquente. Da esso risulta chiaro come Mussolini vedesse l’impresa etiopica strettamente condizionata ad una sua realizzazione prima che la Germania fosse stata militarmente in grado di approfittarne per prendere iniziative in Austria o altrove. Nel decimo paragrafo (dopo aver insistito sulla necessità di un’azione rapida e decisiva) Mussolini enunciava poi quello che – secondo lui – sarebbe stato l’atteggiamento franco-inglese:
Nessuno ci solleverà delle difficoltà in Europa, se la condotta delle operazioni militari determinerà rapidamente il fatto compiuto. Basterà dichiarare all’Inghilterra e alla Francia che i loro interessi saranno riconosciuti. Dal punto di vista diplomatico sono le uniche nazioni che hanno preso accordi con noi circa l’Etiopia. Imbarazzi da parte della Società delle Nazioni non ne avverranno o saranno tali da non impedirci di condurre a fondo l’impresa.
L’ultimo paragrafo delle direttive era, infine, dedicato alla situazione interna italiana. Anche su di essa Mussolini si mostrava assolutamente ottimista:
Nessuna preoccupazione dal punto di vista «interno». Nelle masse fasciste è oramai diffusa la convinzione della ineluttabilità dell’urto e anche la convinzione che piú si tarda e piú ardua diventa l’operazione.
Nelle masse giovanili il «tono» è ancora piú elevato. I residui del vecchio mondo temono «l’avventura» perché credono che la guerra sarebbe condotta coi loro sistemi, ma s’ingannano e inoltre non contano politicamente e socialmente nulla. È dal 1885 che questo problema esiste. L’Etiopia è l’ultimo lembo d’Africa che non ha padroni europei. Il nodo gordiano dei rapporti italo-abissini va aggrovigliandosi sempre piú. Bisogna tagliarlo prima che sia troppo tardi!
Apparentemente chiarissimo e, a suo modo, esauriente, questo documento, in realtà serve solo a provare a) che, decisa «l’azione», Mussolini era convinto della necessità di tradurla in pratica e di concluderla nel piú breve tempo possibile ed era pronto a questo scopo ad impiegare tutti i mezzi, senza risparmio alcuno. E che era convinto: b) che – sia pure per motivi diversi – nessuna delle grandi potenze si sarebbe concretamente opposta alla sua iniziativa; c) che la Società delle Nazioni non si sarebbe mossa o non avrebbe potuto fare nulla di veramente efficace per impedirla. E, ancora: d) che, apparentemente, egli sembrava anche convinto che l’Etiopia si andava rafforzando in misura tale da rendere col passare del tempo difficile e pericolosa un’azione che in quel momento, invece, non presentava grandi difficoltà; sicché era sua convinzione e) che per risolvere il problema dell’espansione italiana in Etiopia non vi fosse altro mezzo che una azione militare, in grande stile e portata a fondo, sino alla completa occupazione dell’impero etiopico. Sulla sincerità delle prime tre convinzioni crediamo che non si possano avere dubbi. Molte riserve facciamo invece a proposito della quarta e della quinta. Anche se è indubbio che nel corso del ’34 negli ambienti militari e coloniali italiani circolarono notizie che potevano far pensare ad un progressivo rafforzamento del governo di Addis-Abeba e del suo esercito, ci pare difficile credere che Mussolini pensasse veramente alla possibilità di un rafforzamento dell’Etiopia tale da rendere problematica un’azione militare italiana in tempi piú remoti. E d’altra parte il senso delle sue direttive è tutt’altro: anche se esse si aprivano con l’esame della situazione etiopica, il vero nerbo del ragionamento era nella parte dedicata alla situazione internazionale, sicché, in definitiva, la decisione di agire era motivata solo in base alla realtà europea; il fatto che in futuro l’Etiopia fosse piú o meno forte diventava perciò irrilevante, dato che quel che sarebbe venuto meno sarebbe stata la premessa essenziale. Ugualmente, troppi elementi inducono a mettere in dubbio anche la sincerità della quinta convinzione. In realtà, come si vedrà, Mussolini non doveva a quest’epoca affatto escludere che un atteggiamento energico e un abile negoziato internazionale potessero evitare il conflitto. Per il momento, basti a questo proposito quanto scritto da A. Lessona nelle sue memorie, proprio ad illustrazione delle direttive del 30 dicembre (delle quali fu uno dei destinatari, in quanto sottosegretario alle Colonie)22:
Volle Mussolini deliberatamente la guerra per la guerra? Non si può affermare. Mussolini conveniva che i nostri rapporti con l’Etiopia dovevano essere definitivamente chiariti, ma avrebbe preferito risolverli attraverso una via pacifica. Quando accadde l’incidente di Ual-Ual egli non pensava alla guerra, tanto è vero che fece richieste di riparazioni accettabilissime, che il Negus Neghesti, consigliato dal Ministro d’Inghilterra ad Addis Abeba, rifiutò di accettare. Fu allora che la questione, portata su un piano europeo a Ginevra, impegnò il prestigio dell’Italia non piú in una banale questione coloniale, e fu allora che si incominciò a prospettare l’ipotesi della guerra. Ma io posso affermare in tutta verità che, anche quando i nostri preparativi militari erano iniziati, il Capo del Governo sarebbe stato proclive ad una soluzione pacifica della vertenza la quale, ormai, non poteva però piú riguardare l’incidente di Ual-Ual, ma tutto l’insieme dei rapporti italo-abissini.
Quando il gen. De Bono partí il 7 gennaio 1935 per prendere possesso della carica di Alto Commissario in Africa Orientale, le ultime direttive del Duce furono di prepararsi alacremente alla guerra, ma a me soggiunse: «Perché soltanto vedendoci decisi ad andare fino in fondo si indurranno a lasciarsi risolvere la questione con onore e senza guerra».
Al di là di questi punti, le direttive del 30 dicembre non portano alcuna luce e non servono minimamente a spiegare perché Mussolini ritenesse che la situazione fosse cosí mutata da rendere possibile ciò che quattro-cinque mesi prima non lo era. Da qui la necessità di allargare la nostra indagine e cercare di risalire, per cosí dire, alla ragione prima della decisione di Mussolini, in maniera da capire quanto su di essa influirono le singole motivazioni. E, successivamente, cercare di comprendere il perché del tono, per lo meno reticente, delle direttive del 30 dicembre.
Vari studiosi, italiani e stranieri (e già all’epoca alcuni settori politici della sinistra internazionale e dell’emigrazione antifascista), hanno sostenuto che la vera ragione dell’aggressione mussoliniana all’Etiopia andrebbe ritrovata nella grave situazione e nelle contraddizioni economico-sociali dell’Italia nel ’34-35. In questo senso, per esempio, si sono pronunciati il Catalano, il Rochat e il Baer. Secondo il Catalano23, la «grande crisi» era stata ed era cosí duramente sentita dall’Italia che per fronteggiarla sarebbero stati necessari energici provvedimenti che Mussolini e il regime non volevano e non potevano adottare. Tra questi, innanzi tutto, una svalutazione della lira, che il «duce» rifiutava in assoluto, perché sarebbe stata la sconfessione della politica della «quota novanta» e, quindi, un gravissimo colpo per il suo prestigio che il regime non poteva affrontare, dato che sarebbe equivalso ad accendere una mina sotto se stesso:
svalutando la moneta, avrebbe dovuto concedere, poi, aumenti salariali in modo da compensare l’inevitabile aumento del costo della vita; ma, con gli aumenti salariali, temeva che le classi lavoratrici acquistassero maggior coscienza di se stesse e della loro dignità umana, e, pertanto, giungessero a porre in questione il clima di «pace sociale» – cioè di soppressione del diritto di sciopero.
Da qui – sempre secondo il Catalano – la scelta, logica ed obbligata per il fascismo e per Mussolini, della guerra: solo la strada del riarmo e della guerra, infatti, «avrebbe potuto rimettere in moto il sistema economico italiano mediante le commesse belliche alle industrie». Sulla stessa linea interpretativa, il Rochat24 da un lato ha parlato anche lui della guerra d’Etiopia come di una operazione di Mussolini che si «inseriva nella sua politica di interventi economici a fondo perduto, destinati a vivificare per un breve periodo la produzione»; da un altro lato l’ha vista nascere «dall’esigenza di rilanciare il regime scosso dalla crisi economica, con una mobilitazione di massa intorno ad una guerra di vaste dimensioni e di sicuro e travolgente successo». Ciò che premeva a Mussolini sarebbe stato
«tonificare» le masse italiane, rilanciare propagandisticamente il regime, ricreare quel clima di mobilitazione nazionale in cui era piú facile la compressione delle classi popolari e l’esaltazione fine a se stessa della media e piccola borghesia.
Né il discorso del Baer è molto diverso. Anche per questo studioso l’aggressione all’Etiopia sarebbe stata sostanzialmente dettata da ragioni di ordine interno connesse alla crisi economica e al fallimento della politica sociale fascista25:
Quasi certamente l’avventura etiopica fu, almeno in parte, escogitata come un’alternativa alla riforma sociale: era un mezzo per glorificare il Duce e distogliere di conseguenza l’attenzione del pubblico dai problemi interni. Nel 1934 Mussolini si trovò di fronte a un crescente malcontento popolare, il quale esigeva uno sfogo prima che potesse diventare una minaccia alla dittatura. L’Italia fu gravemente colpita dalla crisi economica mondiale degli inizi degli anni trenta. Apparve manifesto che, benché il fascismo avesse recato benefici ai proprietari, lo Stato fascista non era garante, rispetto a operai e contadini, della loro protezione... Alla pressione dei lavoratori disoccupati delle fabbriche e dei campi s’aggiungeva ora la tensione che la disoccupazione portava in seno alla classe media urbana: piccoli commercianti erano soffocati dalla maggiore concentrazione di capitale, possessori di titoli di Stato subivano una riduzione nel tasso d’interesse e appartenenti alle professioni liberali e laureati non potevano trovare impiego... Anziché fruire di benefici sotto il fascismo, la piccola borghesia italiana, come gli operai e i contadini, stava vivendo in condizioni di insicurezza crescente. Ciò, naturalmente, era fonte d’un possibile pericolo per Mussolini, il quale aveva sfruttato, dopo la guerra, analoghe tensioni nella sua conquista del potere politico... Ed eccoci giunti alla grande svolta nella storia del fascismo italiano: Mussolini mancò in quella circostanza di attuare per l’Italia un programma globale di riforma sociale ed economica, e quindi non gli restò nessun’altra scelta, tranne che ribadire gli sterili slogan del fascismo: l’attivismo, il militarismo, il nazionalismo combattivo... Per evitare le conseguenze del suo fallimento nel risolvere i problemi di politica interna, Mussolini cercò di coinvolgere la nazione nella conquista dell’Etiopia.
Altri studiosi hanno visto il problema in modo parzialmente o anche radicalmente diverso. Alcuni, e non solo tra gli italiani, si sono rifatti essenzialmente al carattere imperialista, accesamente nazionalista e colonialista che, secondo essi, avrebbe costituito la radice primaria o, almeno, una delle radici piú caratterizzanti del fascismo. In questa prospettiva è per essi ovvio che Mussolini aspettasse da sempre l’occasione di realizzare l’impero e naturale che pensasse all’Etiopia, sia perché era l’unico paese africano disponibile, sia perché – per dirla con il Gallo26 – essa rappresentava per gli italiani un problema che affondava le sue radici nel profondo della coscienza nazionale (almeno a livello di classe dirigente) come per i francesi quello dell’Alsazia e della Lorena tra il 1871 e il 1914: un problema a cui si pensava sempre, anche se non se ne parlava, una ferita che bruciava sempre. Ed è ovvio, dunque, che quando Mussolini credette – dopo gli accordi con Laval – che l’occasione fosse finalmente giunta, vi si impegnò a fondo per non lasciarsela sfuggire. Altri hanno sposato questa interpretazione a quella che abbiamo visto emergere, anche se in un contesto diverso, dal discorso del Rochat e del Baer: la guerra d’Etiopia sarebbe stata voluta da Mussolini perché rispondeva, oltre che al carattere imperialista del fascismo, alle sue esigenze di prestigio e di successi clamorosi su cui fondare il proprio ascendente sulle masse e il proprio potere personale. Tipica in questo senso può essere considerata la posizione di F. Chabod. Trattando dei motivi della guerra d’Etiopia, egli ha scritto infatti27:
Per spiegare la guerra, i giornali affermano che essa è una necessità vitale per l’Italia, dato l’eccesso di popolazione. Il problema esiste... Tuttavia non fu questo il principale motivo che indusse Mussolini ad iniziare la campagna d’Etiopia; e neppure la necessità di trovare un diversivo alla grave situazione economica interna. È probabile che questa preoccupazione non fosse del tutto assente, ma solo in via subordinata. Essenziale è invece nel pensiero di Mussolini il motivo politico, cioè la potenza, il prestigio della nazione, dell’Italia… Ciò che lo occupa ora è il nazionalismo. Sempre piú volge lo sguardo verso l’esterno, la mente rivolta alla potenza, al prestigio dell’Italia, il che fa tutt’uno con la sua potenza e col suo prestigio personale. È la legge fatale delle dittature: il successo all’esterno destinato a compensare la perdita della libertà all’interno.
Spiegare la guerra d’Etiopia sulla base della situazione economica italiana del ’34-35 è a nostro avviso arbitrario. Quando Mussolini la decise la crisi – lo si è visto – si era già attenuata ed era anzi in fase di superamento ed è impossibile stabilire un rapporto tra il rilancio congiunturale dell’economia italiana e il conflitto africano. Ugualmente, è impossibile affermare che il regime si trovasse in difficoltà e addirittura dovesse paventare la possibilità di una crisi di credibilità interna: al contrario, a livello di massa, esso stava godendo del suo momento di maggior consenso e se qualche cosa poteva temere era, al limite, proprio che questo consenso fosse incrinato dalla prospettiva di una guerra, specie se questa fosse apparsa lunga, onerosa economicamente e in vite umane e tale da far rischiare all’Italia decisive complicazioni con le altre grandi potenze. In linea del tutto astratta, la conquista dell’impero avrebbe certo potuto essere considerata una prospettiva che avrebbe tonificato alcuni settori del partito e della gioventú fascista; in concreto, pur tenendo ben presente l’importanza che Mussolini dava al problema dei giovani, è però eccessivo pensare che ciò fosse sufficiente ad indurre il «duce» ad una impresa che suscitava resistenze ed opposizioni in larghi settori del vertice del regime e timori nel paese. La vasta unità attorno al regime in occasione delle sanzioni e l’entusiasmo conseguente alle prime vittorie militari e alla trionfale conclusione del conflitto non debbono infatti trarre in inganno: come vedremo piú avanti, in un primo momento – prima cioè che apparisse chiaro che la reazione delle grandi potenze non sarebbe andata oltre la condanna morale e le sanzioni economiche – timori e critiche a causa dell’iniziativa mussoliniana non mancarono. Allo stesso modo, anche le spiegazioni fondate sul carattere accesamente nazionalista ed imperialista del fascismo e sulle esigenze di prestigio e di successi di Mussolini, se, indubbiamente, hanno una loro validità, non sono in sé e per sé sufficienti. Dato per pacifico e scontato il ruolo di entrambi questi fattori, resta tuttavia il fatto ben preciso – e per noi decisivo – che l’impresa etiopica poteva sí esaltare al massimo Mussolini e il fascismo sul piano interno, ma poteva anche determinarne la caduta e con essa la riduzione dell’Italia ad un livello balcanico. E ciò non poteva sfuggire a Mussolini, specie in un momento in cui il regime era solido, e non vi era quindi la necessità di giuocare il tutto per tutto per tenerlo in piedi, e la situazione internazionale non era cosí compromessa e dicotomica da comportare per un uomo come Mussolini una decisione, un impegno improcrastinabili. Da ciò la nostra convinzione che è impossibile cercare la spiegazione della guerra d’Etiopia solo in motivi di politica interna. Questi indubbiamente non possono essere né negati né sottovalutati, sia a livello ideologico-culturale, sia a livello psicologico; la spiegazione di fondo, quella che veramente permette di comprendere la logica della decisione mussoliniana va però ricercata non in motivi di politica interna ma, essenzialmente, in motivi di politica estera. Va ricercata nella convinzione che Mussolini aveva maturato che solo in quel momento nessuna delle grandi potenze gli avrebbe potuto impedire di espandersi in Etiopia e che dal loro comportamento di fronte alla sua iniziativa egli si sarebbe potuto fare una idea precisa per il futuro del loro reale atteggiamento non solo verso l’Italia ma anche verso il fascismo.
La ragione prima della decisione presa da Mussolini con le direttive del 30 dicembre ’34 (nel momento stesso cioè in cui fu sicuro che l’accordo con la Francia sarebbe stato concluso formalmente tra qualche giorno) va individuata nella convinzione del «duce»: a) che con l’accordo franco-italiano si stava finalmente realizzando in Europa quel rapporto delle forze (reali ma soprattutto politiche, che indubbiamente la Francia era militarmente piú forte della Germania, ma non poteva per tutta una serie di motivi soggettivi ed oggettivi far valere la sua forza) che avrebbe reso il ruolo dell’Italia determinante, specialmente in funzione della sicurezza della Francia; b) che in quel momento, data la sproporzione delle forze reali esistenti in Europa, l’Italia poteva limitarsi ad esercitare il suo peso determinante in termini politici, senza cioè doversi impegnare a fondo anche in termini di presenza militare sul vecchio continente; c) che tale duplice realtà favorevole era però destinata a mutare via via che il riarmo tedesco (già iniziato) fosse diventato una realtà; d) che se l’Italia voleva espandersi in Etiopia quello era l’unico momento possibile, dato che la Germania non era sufficientemente forte per approfittare dell’impegno militare italiano in Africa, neppure per minacciare le posizioni dell’Italia in Austria ed in Ungheria, e la Francia e l’Inghilterra non potevano impedirlo, perché – specie la prima – erano convinte di non poter fare a meno dell’amicizia e dell’alleanza italiane contro la Germania; e) che – nonostante questa convinzione – sia la Francia sia l’Inghilterra non avrebbero mai spontaneamente accondisceso ad un sostanziale rafforzamento dell’Italia, sia perché oggettivamente contrario ai loro interessi, sia perché ciò avrebbe creato ai loro governi difficoltà molteplici e di vario genere, interne, internazionali e di principio; f) che, stando cosí le cose, per l’Italia non vi era altra via che quella di forzare la mano a Parigi e Londra, costringendole a subire una iniziativa unilaterale italiana, senza per altro ledere i loro interessi diretti in Etiopia e, anzi, garantendoli esplicitamente, cosí da coinvolgerle il piú possibile in tutta l’operazione e dimostrare loro al tempo stesso la volontà di Roma di farne il banco di prova della comune amicizia e della comune solidarietà.
Allo stato della documentazione, è impossibile dire con certezza se decidendo l’azione in Etiopia Mussolini prese in considerazione l’eventualità che Parigi e soprattutto Londra reagissero al tentativo di forzar loro la mano cosí come fecero. Sebbene vari elementi inducano a ritenere che egli non si attendesse una reazione tanto dura, è però difficile credere che Mussolini pensasse che la sua iniziativa fosse incassata dall’Inghilterra senza batter ciglio. Troppo viva, infatti, era in lui la convinzione che la politica e i rapporti internazionali si fondassero esclusivamente su considerazioni di forza, di opportunità e di prestigio. E, d’altra parte, il suo modus operandi nei primi mesi del ’35 (specie rispetto all’Inghilterra ma anche rispetto alla Francia28) mostra un desiderio di non mettere chiaramente le carte in tavola e di guadagnare tempo, che induce a credere che egli pensasse concretamente alla possibilità di una reazione negativa almeno di Londra. Detto ciò, è tuttavia assai probabile che egli si sia in un primo momento illuso che il realismo degli inglesi e i buoni uffici di Laval – alla cui politica l’amicizia italiana era indispensabile e che, anzi, tendeva chiaramente a trasformarla in una vera e propria alleanza29 – gli avrebbero, se non proprio spianato la strada, certo evitato di dover affrontare difficoltà troppo grosse, forse addirittura il ricorso alle armi, aiutandolo a trovare una formula che – fatti salvi i loro interessi – assicurasse all’Italia un effettivo controllo diretto ed indiretto sull’Etiopia, senza dover formalmente estromettere il governo del negus (una formula cioè sul tipo di quelle che avevano assicurato alla Francia il possesso del Marocco e all’Inghilterra il controllo dell’Egitto). Il che non vale però ad escludere a priori che sin dall’inizio egli non abbia previsto anche l’ipotesi peggiore e sin d’allora non abbia considerato il tutto sotto il profilo di quello che abbiamo definito il «rischio calcolato» di una crisi assai grave con Londra e forse con Parigi che, per altro, non riteneva che sarebbe potuta giungere alle estreme conseguenze data la realtà della situazione europea. Ciò che in ogni caso è certo, è che egli dovette credere che in quel momento la cosa migliore per lui fosse ostentare sicurezza e decisione e lasciare agli altri la scelta delle ulteriori mosse, limitandosi per parte sua a sfruttare l’incidente di Ual-Ual30, sia per sondare le intenzioni degli inglesi e dei francesi, sia per preparare l’opinione pubblica italiana all’eventualità del futuro conflitto e vincere le resistenze e i timori che la sua politica africana suscitava al vertice dello stesso regime.
Gli ultimi mesi del ’35 e la prima metà del ’36 videro il popolo italiano stretto attorno a Mussolini e al regime come non mai, in una sorta di esaltazione e di entusiasmo collettivi, crescenti via via che le vittorie militari e le difficoltà nelle quali si dibattevano la Società delle Nazioni e i governi di Londra e di Parigi davano esca all’esaltazione patriottica e all’orgoglio nazionale. Come si è già accennato, nei primi mesi del ’35 le reazioni dell’opinione pubblica furono però diverse. Certo già a quest’epoca non mancavano coloro che subito si esaltarono per la prospettiva di fare l’impero, di riscattare Adua, di far vedere al mondo cosa fosse veramente l’Italia, di realizzare finalmente l’affermazione del fascismo nel mondo. Allo stesso modo, sin dall’inizio, non mancarono – specie nella borghesia – coloro i quali, pur rendendosi conto della gravità e dei rischi del momento e senza assumere toni esaltati ed isterici, videro favorevolmente la possibilità di una espansione in Etiopia e diedero ad essa un significato, dei valori che se erano indubbiamente fascisti, affondavano però anche le loro radici in una tradizione e in una cultura nazional-patriottica assai piú antica. Tipica in questo senso può essere considerata la posizione di un R. Paolucci, quale risulta dalle sue memorie31:
Io ero favorevole alla guerra d’Etiopia. Ero venuto su bambino nel clima di Adua, avevo assistito alla sofferenza di mio padre durante il triste periodo che seguí a quella disfatta, cui era stato completamente estraneo il valore italiano, e mio padre era stato a Massaua nella sua lontana giovinezza. Forse in Etiopia, senza togliere nulla alle altre nazioni europee, avremmo potuto trovare sfogo e lavoro per la nostra popolazione esuberante.
Molti furono però anche coloro, persino tra i fascisti, che in quei mesi guardarono all’avvenire con preoccupazione e con timore, tutt’altro che convinti che fosse proprio tanto importante conquistarsi un impero, specie in un momento economicamente cosí poco favorevole32 e soprattutto col rischio di gravi e forse drammatiche ripercussioni sui rapporti internazionali. La minaccia del revanchismo tedesco, drammaticamente posta all’ordine del giorno dagli avvenimenti austriaci del luglio ’34, induceva non pochi a chiedersi se fosse proprio il caso di compromettere i buoni rapporti con quelli che, in caso di bisogno, dovevano essere i naturali alleati dell’Italia contro la Germania. Né – specie a livello popolare – mancavano di farsi sentire le reazioni piú semplici ed elementari, quelle tipiche degli uomini e delle donne comuni di fronte alla prospettiva di una guerra; di una guerra, per di piú, non per difendere i proprî confini, ma da combattere in terre lontane e praticamente sconosciute. I documenti di polizia di quei mesi rivelano a questo proposito una realtà che, se non va esagerata, certo era diversa da quella che veniva prospettata dalla propaganda del regime e che spesso è stata recepita anche dagli storici. Se è naturale che le prime voci di guerra abbiano offerto la possibilità all’antifascismo militante (soprattutto ai comunisti e a GL) di cercare di rilanciare – anche se con risultati assai modesti33 – la propria attività e di sfruttare il pericolo di guerra ai fini della propria lotta34 e se è pure comprensibile che i primi provvedimenti di mobilitazione (relativi alla classe del 1911) abbiano provocato casi di renitenza e di espatrio clandestino, soprattutto tra gli allogeni, sia tedeschi dell’Alto Adige sia sloveni della Venezia Giulia35, piú significativo per valutare lo stato d’animo di parte della popolazione è sapere che in questo periodo le forze di polizia si trovarono a dover constatare, un po’ a tutti i livelli sociali, tutta una serie di «vociferazioni», di «diffusione di notizie false», di «manifestazioni di disfattismo», di «incettazione e speculazioni sui generi alimentari» e di «panico»36. In qualche località, soprattutto nell’Italia meridionale, si ebbero persino casi di diffusione di manifestini a stampa a carattere chiaramente pacifista. A Benevento, per esempio, fu diffusa una «A preghiera a S. Antonio a tutte e surdate e l’Abissinia» la cui prima strofa era cosí concepita37:
Oi bella già sendite
chi e vera cristiana
facite na preghiera
a tutti stu surdate
e se vicinate lore
ca iesce stu decreto
precate a Sant’Antonio
che nuu se fa sta guerra
tutte quante a ita pregà
nun va vita scunfirà
tutte e sere na Vemmaria
a sti surdate d’Abissinia.
E che questi casi non fossero meramente episodici ma rispondessero ad uno stato d’animo abbastanza diffuso ci pare dimostrato, oltre che dalle numerose tracce che ne sono rimaste nelle carte di polizia38 e persino nei documenti diplomatici39, da due documenti che, per la loro origine, testimoniano la preoccupazione che la constatazione di tale stato d’animo dovette suscitare nelle autorità e nei fascisti piú attenti e sensibili politicamente. Il primo è una nota fiduciaria dal titolo «Vociferazioni circa le truppe in A. O.» che Carmine Senise sentí sintomaticamente il bisogno di trasmettere il 20 giugno ’35 al Sottoseg retariato per la stampa e la propaganda, evidentemente per suggerirgli gli argomenti ai quali intonare la propria azione di chiarificazione40:
Lo stato dell’opinione pubblica in merito all’ormai sicura campagna militare nell’Africa Orientale non è del tutto soddisfacente. A prescindere dalle già notificate apprensioni di carattere finanziario ed economico che agitano l’animo delle categorie di persone che hanno qualcosa da perdere, è diffuso anche negli altri strati numerosi della popolazione un senso di inquietitudine e di disappunto. Ho già detto in miei precedenti rapporti che nell’uno e nell’altro ambiente vi sono numerose eccezioni costituite da coloro che credono o sperano di avere qualcosa da guadagnare, ma in generale si può affermare che l’opinione pubblica non è in questa contingenza, favorevole al Governo. Si ha la sensazione netta che, in definitiva, si tratta da parte nostra di una spedizione guerresca di conquista, e si tende a dare piuttosto ragione che non torto alle critiche che i nostri giornali riportano comparse nella stampa estera a nostro riguardo. Manca insomma completamente, malgrado l’intelligenza politica del popolo italiano, la comprensione delle cause profonde che inducono il Governo all’attuale atteggiamento e che possono anche giustificare il minore rispetto di molte convenzioni umanitarie. Non mancano fra le persone colte di qui, gli individui capaci di comprendere e di valutare con intuizione politica l’importanza di queste profonde ragioni di azioni da parte del Governo Italiano. Ma queste persone sono una esigua minoranza. Per la grande massa del pubblico è mancata finora e manca tuttora una guida intelligente che in questo caso dovrebbe essere rappresentata dalla stampa italiana. Le deplorazione di queste manchevolezze, le quali sono d’importanza quasi altrettanto grande quanto manchevolezze che si rilevassero nel campo della preparazione tecnica, mi sono state fatte rilevare ancora l’altro giorno dal Sig. Carlo Prochownick il quale è buon amico di parecchi ufficiali superiori fra i quali S. E. il Gen. Zoppi, Comandante d’Armata. Mi diceva il Prochownick appunto che da parecchi altri ufficiali gli è stata rilevata la deficienza di ordine logico e morale dell’atteggiamento della stampa nel guidare l’opinione pubblica in questa contingenza.
Il parlare di provocazioni Abissine è ritenuto dal pubblico come un puerile pretesto, insufficiente in ogni caso a giustificare una guerra. L’accennare alla futura liberazione dei due milioni di schiavi, non ha per se stessa alcun senso, quando non la si completi con un vasto programma di lavoro tendente ad organizzare e a devolvere ad utili fini la massa di forma di lavoro cosí resa disponibile. Infine la stessa occupazione militare che appare inevitabile a tutti e lo stabilimento di una specie di nostro protettorato nell’Abissinia avrebbe dovuto essere apertamente dichiarato al popolo mettendo in evidenza gli enormi vantaggi che da essa potranno, in futuro, derivare a noi ed agli abissini stessi. Esiste quindi in questo campo molto da fare, diversamente e meglio di quanto non si sia fatto finora.
Il secondo documento è una lettera «confidenzialissima» scritta da Farinacci a Mussolini l’8 febbraio, poco dopo che era stato dato inizio ai preparativi per inviare in Africa i primi reparti di Camicie nere. In essa41 si legge:
siccome molti non hanno il coraggio di dirtelo, solo per il timore di non essere sufficientemente disciplinati, lascia che io con la piú affettuosa devozione ti porti a conoscenza lo stato d’animo che si viene creando in seguito all’ordine di far partire per l’Abissinia, Battaglioni di Camicie Nere.
Del Raggruppamento che fa capo a Milano dovrebbe partire per ora il solo Battaglione di Cuneo che ritengo il meno fascisticamente preparato.
Indipendentemente dalla maturità politica di questi reparti, vi è anche una questione morale che si impone. Nei Battaglioni non vi sono soltanto i giovani ardimentosi e pronti a tutto, ma anche gli anziani, coloro che hanno famiglia, di cui sono l’unico sostegno.
Sarà inevitabile che, quando l’ordine di partire verrà dato al Battaglione di Cuneo, molte Camicie Nere si affretteranno a chiedere di essere dispensate affacciando numerose questioni di famiglia e di salute.
Io che ti conosco profondamente già immagino il tuo scatto: «ma allora cosa contano i Battaglioni se, nel momento di servire il paese, creano mille difficoltà?» Ma, caro Presidente, non è possibile non ammettere che un conto è una guerra di difesa o una guerra in Europa, un conto è un’impresa coloniale che avviene lontano lontano, e che il viaggio, il clima, le malattie ecc. ecc. rendono – almeno nella fantasia delle famiglie – piú difficile e preoccupante.
E allora, anziché veder partire un Battaglione fra i pianti di figli, mogli, madri ecc. con discapito di quell’entusiasmo che deve animare i partenti e anche i restanti, perché non si crea un battaglione completamente nuovo, scegliendo dai vari Battaglioni del Raggruppamento i giovani piú entusiasti, i meno vincolati da interessi familiari e quindi piú adatti?
Con la scusa che ogni provincia debba essere rappresentata, avresti un reparto di volontari omogeneo e di massimo rendimento. E si verrebbe a suscitare fra i giovani delle varie provincie uno spirito di emulazione utile a tener vivo l’entusiasmo di tutti. Occorrendo un secondo, un terzo Battaglione, si potrebbe seguire lo stesso sistema.
Io ho parlato con Generali e Ufficiali superiori della Milizia e tutti sono di questo parere.
Fattori decisivi nel determinare il passaggio (con un processo di tipo liberatorio) da questo stato d’animo di preoccupazione e di timore a quello di entusiasmo patriottico e di esaltazione nazionalistica che caratterizzò gli ultimi mesi del ’35 e tutta la prima metà del ’36 furono – lo si è detto – la constatazione che il pericolo di uno scontro diretto con l’Inghilterra si allontanava e scompariva e le vittorie militari sugli etiopici. Per valutare giustamente le dimensioni di questi due successivi stati d’animo – il fatto che il primo rimase essenzialmente latente e poi si dissolse e il secondo, invece, crebbe ed esplose in forme e manifestazioni senza eguali in tutto l’arco del regime – bisogna però tenere ben presente il ruolo importantissimo che in tutto il periodo della preparazione della guerra ebbe, rispetto all’atteggiamento delle masse e alla sua evoluzione, l’apparato propagandistico del regime. Mai come in questa occasione infatti il fascismo riuscí a mobilitare e ad utilizzare a fondo le possibilità offertegli dal monopolio dell’informazione e dalle moderne tecniche della propaganda di massa42. Tutti gli strumenti furono utilizzati al massimo: stampa, radio, cinema, organizzazioni di massa, scuola, ecc. Tutte le categorie di cittadini furono investite. Tutte le corde psicologiche e culturali furono fatte vibrare. Tutti gli argomenti furono utilizzati in tutti i possibili toni, da quelli piú sottili a quelli piú grossolani. Le leve sulle quali piú insistentemente si agí furono però due: l’orgoglio nazionale e la speranza in un futuro migliore che l’«egoismo» e la «paura» dei «popoli ricchi» avrebbero cercato caparbiamente di negare all’Italia. Le grandi potenze e anche molti stati minori avevano un vero impero, da cui traevano grandi ricchezze; solo l’Italia non lo aveva e glielo si voleva negare nonostante essa ne avesse estremo bisogno per dare terra e lavoro alla sua popolazione in continuo aumento. Tra i moltissimi argomenti messi in campo, questo fu indubbiamente uno di quelli che ebbero maggior successo: per molti italiani l’Etiopia divenne la terra dove finalmente essi avrebbero potuto avere quell’appezzamento, quella fattoria che non avevano in patria e grazie alla quale i propri figli – come quelli degli inglesi, dei francesi, dei belgi, degli olandesi – avrebbero goduto di una condizione economica migliore di quella che avevano loro. Corrado Alvaro nel suo diario43 racconta di soldati che andavano in Africa portandosi un «sacchetto di sementi d’una specie selezionata e familiare»: in questa piccola notazione è una delle chiavi per capire cosa per tanti italiani fu la guerra d’Etiopia e il consenso che attorno ad essa si stabilí. Un altro argomento assai diffuso fu quello di una presunta minaccia etiopica contro l’Eritrea e la Somalia. Né, infine, si può passare sotto silenzio tutta un’altra serie di argomenti ruotanti attorno alla contrapposizione «civiltà italiana, romana e cristiana» – «barbarie e schiavismo etiopici» e, quindi, all’opera di progresso che l’Italia avrebbe svolto in Africa. Via via che la situazione si radicalizzava il tema centrale divenne però sempre piú quello dell’«egoismo» e della «perfidia» inglese (la perfida Albione) e dell’antifascismo societario, simboleggiati nella figura di Eden. Specie con la seconda metà del ’35, la polemica anti inglese si può dire divenne il fulcro della campagna propagandistica del regime. Le contraddizioni della politica inglese e alcune sue mosse psicologicamente errate, perché non traducibili in pratica, come l’invio della Home Fleet nel Mediterraneo a solo scopo dimostrativo, fornirono ottimi argomenti a questa polemica, facendone un po’ a tutti i livelli un fattore decisivo ai fini della mobilitazione e della esasperazione dell’orgoglio nazionale e dell’eccitazione nazionalistica e contribuirono in misura determinante a convogliare consensi sempre maggiori attorno a Mussolini44. Tipico è il comportamento di D’Annunzio. In un primo momento il poeta, tutto dominato com’era dall’odio per «il marrano Adolf Hitler» e dall’amore per la «sorella latina» Francia, aveva guardato con preoccupazione e sospetto alla politica africana di Mussolini; se in un secondo momento mutò atteggiamento ciò fu dovuto proprio al montare in lui dell’odio verso i «perfidi Inghilesi».
I miei legionari di Fiume – scrisse il 21 gennaio ’36 ad un suo vecchio compagno d’armi45 – partono tutti per l’Africa bilingue. In sul principio io soleva placare l’eccesso dell’ardore persuadendoli come quella non fosse guerra nazionale ma soltanto coloniale. Oggi la grigia imbecillità inghilese e la immonda cupidigia e l’ingiustizia testarda mi eccitano a dichiararla nazionale, anzi latina, anzi romana.
E, a livello popolare, come non ricordare ancora una volta il diario di Alvaro46?
Un momento in cui si ride fragorosamente d’un potente davanti a cui si era sempre stati in rispetto. È quello che lusinga oggi l’amor proprio italiano di fronte agl’inglesi, per l’Abissinia.
Né, per avere un quadro completo di quei mesi, si può sottovalutare l’influenza che sull’orientamento dell’opinione pubblica ebbe l’atteggiamento della Chiesa. Ufficialmente la Santa Sede tenne durante tutta la vicenda etiopica un atteggiamento di neutralità. Pio XI, in occasione del concistoro segreto del 1º aprile ’35, deplorò che l’orizzonte fosse «oscurato da nubi minacciose e solcato da sinistri bagliori» e disse che una guerra sarebbe stata un delitto «enorme» e una manifestazione di furore «folle» e ancora a fine luglio riaffermò la sua speranza «nella pace di Cristo». Un mese dopo ribadí ancora questa speranza47. Nella sostanza la posizione della Santa Sede fu però sempre di fatto favorevole alla politica italiana, anche se ufficialmente il Vaticano cercò di non compromettersi con manifestazioni e prese di posizione pubbliche troppo unilaterali, che, oltre tutto, sarebbero riuscite sgradite a settori non trascurabili del mondo cattolico fuori d’Italia. Coloro che, viceversa, sin dall’inizio si impegnarono sostanzialmente e sempre piú esplicitamente a favore della politica mussoliniana furono, nella loro quasi totalità, l’episcopato, il clero, la stampa cattolica e, sulla loro scia, gran parte delle organizzazioni del laicato cattolico. Le prese di posizione in questo senso furono già nel ’35 assai numerose e tali da non poter non avere una profonda influenza sui fedeli e sull’opinione pubblica in genere, dato che esse facevano proprie molte delle tesi che contemporaneamente venivano prospettate dalla propaganda del regime. E ciò tanto piú che tra i loro autori erano anche religiosi e laici che sino a qualche anno prima avevano avuto verso il regime un atteggiamento critico o, addirittura, ostile48. Specie negli ultimi mesi, a cavallo dell’inizio delle operazioni militari, l’allineamento del mondo cattolico fu sostanzialmente totale e gli sforzi di distinguere la posizione cattolica da quella fascista ridotti in limiti cosí modesti da riuscire, a livello di opinione pubblica, praticamente inavvertibili. Una citazione, tra le molte che si potrebbero fare, ci sembra particolarmente indicativa. Tratta dall’omelia pronunciata il 28 ottobre ’35 nel Duomo di Milano dal cardinale Schuster, in essa si legge49:
Nulla è piú totalitario della vita. Se quindi il catechismo insegnato nelle scuole per volontà del Duce rappresenta la dottrina e la Fede degli italiani, non si può ammettere nella educazione della gioventú e nella vita della Nazione quanto non si accorda punto colla morale del Vangelo o, crea semplicemente un pericolo per i buoni costumi.
Ecco soprattutto la collaborazione che reclama da noi Gesú Cristo: «Dei sumus adiutores». Ecco la collaborazione che esige da noi la Patria, se è pur vero che nell’Italia nuova il cittadino si identifica col cattolico, e che la dottrina insegnata nelle scuole per volontà del legislatore deve insieme identificarsi colla vita vissuta da tutti i cittadini per grazia di Dio e per volontà della Nazione.
È questa stessa buona volontà della Nazione di cui ha bisogno la Patria per risolvere, ad esempio, il grave problema demografico. E lo risolverà, educando a purezza i giovani e tutelandolo contro tutti i lenocinii dell’arte e dell’industria il casto connubio dei coniugi.
A questa stessa buona volontà degli uomini è ripromesso divinamente un premo, che l’ora presente rende soprattutto desiderabile e prezioso. «Pax hominibus bonae voluntatis» Pace agli uomini di buona volontà.
Questa volontà nel bene costituisce a sua volta tuttavia come un duplice dovere per tutti noi: dovere di cristiani e dovere di cittadini. Non è punto tollerabile un’antinomia tra la scuola e la società statale, tra la Dottrina Cattolica, Apostolica, Romana e la vita italiana, che riesce integrale solo nella comunione de Fede con Tommaso d’Aquino, con Bonaventura e con Dante che diviene totalitario solo nell’osservanza della morale cattolica insieme col Manzoni, col Volta e con Cristoforo Colombo.
«Dei sumus adiutores». Sia questo il frutto spirituale dell’odierna solennità. Cooperiamo pertanto con Dio in questa missione nazionale e cattolica di bene, soprattutto in questo momento in cui sui campi d’Etiopia il vessillo d’Italia reca in trionfo la Croce di Cristo, spezza le catene degli schiavi, spiana le strade ai Missionari del Vangelo. Coltiviamo in noi e negli altri questa buona volontà, e Dio darà il premio: la pace. «Pax hominibus bonae voluntatis». Darà che quella pace che Isaia descrive siccome frutto esclusivo della giustizia: «Opus iustitiae pax» Pace ai caduti, che però spirano nel compimento del dovere e nella Fede e nella grazia di Gesú Cristo. Pace e protezione all’esercito valoroso, che in ubbidienza e intrepido al comando della Patria, a prezzo di sangue apre le porte di Etiopia alla Fede Cattolica e alla civiltà romana. Pace a tutte nella vita, nella carità e nella giustizia, secondo la venerata parola del Pontefice Sommo; quella pace, dico, che dalla Città dei sette Colli già consacrati dal Sangue di Pietro e di Paolo, a guisa di fertile fiumana, ormai da 20 secoli da Roma promulga al mondo quel verbo che abolisce la schiavitú, risuscita le tenebre delle barbarie, dona Dio ai popoli, inonda il mondo di civiltà religiosa e di vero bene. È la perpetua missione dell’Italia Cattolica e di quella Roma antesca del Cristo e Romano.
In questa atmosfera, quando ai primi di ottobre le truppe italiane attaccarono l’Etiopia e la Società delle Nazioni decise le sanzioni economiche, se vi erano ancora settori non trascurabili dell’opinione pubblica preoccupati per le conseguenze dell’azione intrapresa da Mussolini e tutt’altro che convinti della sua opportunità, la maggioranza del paese era però già allineata. Largamente allineata era soprattutto la borghesia, piú fascistizzata e piú sensibile ai richiami patriottici e nazionalistici. Allineato era anche in gran parte il mondo cattolico. Le zone d’ombra erano presenti, invece, soprattutto a livello popolare, specie tra gli operai dei maggiori centri industriali e, in particolare, tra gli anziani, ché tra i giovani la penetrazione fascista era già sensibile (oltre alle preoccupazioni direttamente connesse alla guerra, diffuse erano quelle suscitate dalle sanzioni, che si temeva potessero incidere sull’occupazione), e poi in alcuni ambienti intellettuali e in taluni settori del mondo economico50. L’inizio delle ostilità provocò però un ulteriore mutamento della situazione. A livello, per cosí dire, di opinione pubblica indifferenziata, di massa, di fronte alla constatazione che la guerra rimaneva circoscritta all’Etiopia e procedeva vittoriosa, le preoccupazioni si dissolsero in poche settimane e al loro posto si affermò uno stato d’animo di euforico consenso e di esaltante nazionalismo che investí anche larga parte del mondo operaio, tanto che qualche mese dopo «Lo stato operaio» doveva riconoscere che51
il fascismo è riuscito per il momento a fanatizzare non soltanto larghi strati di piccola borghesia ma anche una parte non indifferente della gioventú proletaria. Le parole d’ordine demagogiche del fascismo, nella particolare situazione italiana, sono riuscite a trascinare larghi strati della popolazione lavoratrice.
A livello di quei settori della classe dirigente che avevano avuto sino allora un atteggiamento critico e perplesso, la realtà della guerra ormai in atto fece scattare la molla morale del patriottismo, del dovere di ogni cittadino di porre la Patria al disopra di tutto e di sacrificarsi se necessario per essa; giusta o ingiusta, opportuna o inopportuna che fosse, la guerra metteva ormai in giuoco il destino stesso dell’Italia, il suo avvenire, il suo posto tra le altre nazioni: per la stragrande maggioranza della classe dirigente italiana, allevata e nutrita al culto dei valori nazionali e alla tradizione nazional-patriottica risorgimentale, ciò eliminava alla radice ogni altro problema e in certi casi rendeva l’impegno morale anche piú forte, una sorta di sacrificio della propria personalità individuale a quella collettiva della Patria; di una Patria che, in quanto tale, trascendeva lo stesso fascismo. Se non si capisce questa situazione morale (che in buona parte, come vedremo, si riprodusse anche nel ’40) è impossibile rendersi conto veramente del perché attorno alla guerra d’Etiopia si realizzò una unità degli italiani tanto vasta da coinvolgere o lambire anche molte persone che fasciste non erano e talvolta persino degli antifascisti. Non si comprende o, peggio, si fraintende (dando un giudizio di opportunismo) che uomini che certo non erano dei fascisti siano andati a combattere come volontari in Africa, convinti di fare cosí il maggior sacrificio possibile alla Patria e, forse, di contribuire ad una futura trasformazione del regime52. Non si comprende perché un uomo come V. E. Orlando sentisse il bisogno di dichiarare pubblicamente che in quel momento «ogni italiano deve essere presente per servire»53; perché il generale R. Bencivenga scrivesse a Mussolini54
leggo che tutte le forze dell’antifascismo straniero si stanno «coagulando» attorno alla vicenda italo-etiopica. Per quanto mi sembri superfluo, pure prego V. E. prendere atto che respingo qualsiasi solidarietà con dette forze, essendo in giuoco la fortuna e la sicurezza della Patria;
e perché B. Croce, pur affermando esplicitamente di non approvare «la politica del Governo» accogliesse, «in omaggio al nome della Patria», l’invito della presidenza del Senato a contribuire con la propria medaglietta di senatore alla raccolta dell’oro promossa dal regime in risposta alle sanzioni55.
Se non si penetra questa atmosfera e non se ne individuano e comprendono le varie componenti e il loro intereagire si rischia di non rendersi conto del clima che attorno alla vicenda etiopica si venne creando nel ’35 e, ciò che piú importa, il significato che questo clima ebbe non solo nel determinare le grandi adunate e manifestazioni popolari che accompagnarono l’avvicinarsi del conflitto, l’entrata in guerra, le sanzioni, le prime vittorie militari ovvero il successo di grandi iniziative essenzialmente politico-propagandistiche del regime come la «giornata della fede» (il 18 dicembre) e la raccolta dell’oro e del ferro «per la Patria»56, ma ci si impedisce anche di valutare giustamente come e in che misura questa atmosfera agí a sua volta sia a livello politico del vertice del regime, sia a livello internazionale, sia sullo stesso Mussolini.
Per valutare come l’impresa etiopica fu vista al vertice del regime, bisogna innanzi tutto prendere le mosse da quello che fu l’atteggiamento del re. Umberto II ha dichiarato che essa costituí il «felice... coronamento d’una iniziativa che l’Italia unita aveva preso a svolgere molti decenni prima» e che in occasione di essa l’accordo tra la Corona e Mussolini fu «completo»57. A sostegno di questa affermazione si possono citare vari episodi. È indubbio, per esempio, che, quando da parte inglese si cercò di distinguere polemicamente tra il governo fascista e la Nazione italiana, Vittorio Emanuele III colse la prima occasione pubblica per replicare altrettanto polemicamente che il governo italiano era il governo del re, cosí come questo era il governo italiano e che in occasione della «giornata della fede» la regina Elena volle essere la prima ad offrire la propria vera. Questi episodi furono però successivi all’inizio delle operazioni militari e, del resto, non possono assumere un valore particolare, trattandosi, né piú né meno che di atti, per cosí dire, dovuti. Assai piú importante è piuttosto che il re abbia dato la sua approvazione alla decisione di Mussolini di iniziare le operazioni militari pur sapendo che sia nelle gerarchie militari sia in quelle del regime numerosi erano gli incerti e gli oppositori e che lo abbia fatto, il 30 settembre, senza mezzi termini e senza formalizzarsi, a quanto pare, per il fatto che Mussolini gli avesse chiesto la sua approvazione dopo avere già impartito a De Bono l’ordine di passare all’attacco il 3 ottobre58:
Sapevo, Eccellenza, quasi tutto quello che lei m’ha schiettamente riferito. So pure dell’opposizione, cauta ma viva, che si è diffusa tra i suoi principali collaboratori. M’hanno informato e so i nomi di molti generali e ammiragli che paventano e discutono troppo. Ebbene: adesso proprio che gli inglesi sono nel nostro mare e credono di averci spaventati, adesso il suo vecchio Re le dice: «Duce, vada avanti: ci sono io alle sue spalle... Avanti, le dico!»59.
Fermarsi a questa constatazione non è però possibile. Troppi elementi, infatti, dimostrano che Vittorio Emanuele fu a lungo contrario all’impresa etiopica e ciò rende quindi necessario spiegare perché egli cambiò alla fine idea.
L’ostilità del re è innanzi tutto documentata dal diario di De Bono. In esso, alla data del 15 febbraio ’3460, si legge:
Il Re si è mostrato impressionato per il pericolo di guerra con l’Abissinia; il Capo ha voluto che io lo acquietassi e per questo sono stato ricevuto una mezzora prima della firma 15 giorni fa. Con l’occasione ho accennato anche al viaggio in Somalia: contento, ma teme sempre succeda qualche cosa in Europa;
e a quella del 18 luglio ’3461:
Il Re... messo al corrente di quanto si sta facendo non è contento e lo ha scritto a Mussolini. Si capisce: in ogni avventura la posta dei re è la Corona.
Un altro accenno si trova nel diario del maresciallo Caviglia, alla data del 21 febbraio ’3562:
Pare che la guerra con l’Abissinia sia decisa... Ma ciò che mi sorprende è la condotta del Re. In un’udienza da me provocata l’anno scorso, dopo il suo ritorno dall’Asmara, mi parlò in modo nettamente contrario a una guerra con l’Abissinia: «Si illudono, mi disse, che l’Abissinia si divida tra tanti ras in guerra fra di loro. Succederà invece che, quando saremo in guerra si uniranno tutti contro di noi». Io confermavo, preoccupato delle conseguenze della guerra questa sua opinione. L’esempio del 1896, preveduto da Baldissera fin dal 1889, è un esempio formidabile. Poi il Re diceva: «In questo momento non dobbiamo indebolirci in Europa, e le difficoltà per una guerra grossa sono molte e lunghe, e si aggravano quanto piú ci si allontana dalle basi di operazione. La scarsità d’acqua limita l’impiego della forza preponderante che possediamo in Italia, e la stessa aviazione ottiene minori effetti morali e materiali su quelle popolazioni».
Invece nell’ultima mia udienza del dicembre scorso il Re mi parve cambiato. La visita alla Somalia aveva modificato le sue idee.
In realtà, contrariamente a quanto pensava Caviglia, il viaggio in Somalia non aveva affatto indotto il re a modificare le sue idee. Proprio in Somalia aveva infatti detto al governatore di quella colonia che le imprese abissine non erano di suo gusto e che bisognava, piuttosto, «avere gli occhi e le mani pronte in Europa»63. Questa era appunto la sua maggiore preoccupazione; una preoccupazione che neppure gli accordi italo-francesi del gennaio ’35 dissolsero, dato che, oltre tutto, personalmente Vittorio Emanuele diffidava dei francesi e pensava che Mussolini si fidasse troppo di loro64. Significativo è l’allarme che in lui avrebbe suscitato la rimilitarizzazione della Renania, al punto da indurlo a premere su Mussolini perché considerasse l’opportunità di cercare una composizione del conflitto etiopico65. Se a questa preoccupazione si aggiungono i suoi timori per i rischi diretti (d’ordine militare, in Etiopia) ed indiretti (con l’Inghilterra) e per lo sforzo economico necessario66 e il fatto che egli ben sapeva come la politica del «duce» suscitasse perplessità e preoccupazioni non solo nel paese, ma anche in larga parte delle gerarchie militari e persino in alcuni esponenti fascisti di rilievo (qualcuno, come Giuriati, giunse sino al punto di parlare con lui di «disastro nazionale» a cui si sarebbe andati incontro67) è facile comprendere perché per buona parte del ’35 il sovrano non incoraggiò la politica mussoliniana e non nascose i suoi timori verso di essa.
Stabilire con precisione quando Vittorio Emanuele cambiò idea e finí per accettare la prospettiva di Mussolini è, allo stato della documentazione, impossibile68. Quello che ci pare si possa dire è che ai primi d’agosto egli doveva essere ancora seriamente preoccupato che l’Inghilterra potesse rispondere all’aggressione italiana all’Etiopia impegnandosi direttamente. Ciò ci sembra provato dal fatto che il 7 agosto sentí il bisogno di scrivere a Mussolini69:
È mia ardente speranza che troverete il modo di evitare un urto violento con l’Inghilterra. Questa sarebbe una faccenda della massima gravità per l’Italia dati i dubbi che si potrebbero nutrire riguardo all’atteggiamento della Francia. Io sono d’avviso che, se la Francia dovesse scegliere tra l’amicizia nostra e quella con la Gran Bretagna, finirebbe col scegliere quest’ultima.
E che una quindicina di giorni dopo Vittorio Emanuele non condividesse ancora la convinzione di Mussolini che – al dunque – l’Inghilterra non si sarebbe mossa o – al massimo – si sarebbe solo limitata a far approvare dalla Società delle Nazioni l’applicazione delle sanzioni economiche, ci pare si possa logicamente desumere dal fatto che sembra che verso il 20 agosto un gruppo di autorevoli senatori, tra i quali Badoglio (persone, dunque, che dovevano non solo conoscere le vecchie preoccupazioni del sovrano ma anche sapere che egli ancora le nutriva), si proponeva di fare un passo su di lui perché ponesse un freno all’«intransigenza» di Mussolini70. Secondo un rapporto informativo di una decina di giorni dopo71,
Da persona che è esponente di primo piano della Massoneria giustiniana apprendiamo che «verso il 20 Agosto u. s. in Roma, e mentre S. E. il Capo del Governo era sul teatro delle grandi manovre dell’Esercito, si sarebbero riuniti alcuni Senatori, inseriti nel Fascismo, ma tendenzialmente avversari della politica del Duce, per esaminare la situazione del nostro Paese nei rapporti con l’Estero e per compiere un passo verso S. M. il Re d’Italia allo scopo di precisare le proprie responsabilità nel caso che il Capo del Governo persistesse, in odio ad ogni tentativo di conciliazione offerto all’Italia, ad affrontare l’alea della guerra in Abissinia».
Sempre secondo il nostro informatore confidenziale, alla riunione avrebbero partecipato, oltre all’On. Federzoni, il Senatore Casati, Caviglia, Badoglio ed altri, notoriamente fedeli alla Monarchia, di cui non ci si è voluto dire i nomi. Gli adunati, esaminata minutamente la situazione interna in rapporto alle nostre possibilità economiche e finanziarie nonché alla propaganda comunista e antifascista che si è fatta piú sensibile nel Paese; considerato che «la politica di intransigenza di Mussolini porterebbe al completo isolamento dell’Italia e alla conseguente organizzazione d’un potente blocco di Stati antifascisti che renderebbe piú difficile e piú dura la nostra guerra; avrebbero deliberato di compiere un passo collettivo verso il Re per suggerirgli, nello interesse dell’avvenire della Nazione, di consigliare al Duce, una linea di condotta meno aspra e meno provocatrice verso la Gran Bretagna e l’istituto ginevrino, accontentandoci per ora di avere quello che ci potrebbe venire per via diplomatica e rimandando a miglior tempo il compimento del nostro programma di espansione coloniale». Nella stessa riunione qualcuno avrebbe avanzata la proposta di far sapere al Re che sarebbe consigliabile, visto che molti Stati, nel trattare con il nostro Paese fanno una pregiudiziale antifascista e chiedono addirittura la sostituzione dell’attuale Regime Mussoliniano, di togliere al Duce il timone dello Stato per passarlo ad un uomo che goda le simpatie straniere: Mussolini, tanto per non distruggerne il mito, diventerebbe Presidente del Consiglio senza portafoglio, e tutti i Dicasteri che Egli tiene oggi nelle mani passerebbero ad uomini capaci e preparati ad assumere le sue responsabilità nel momento difficile che il Duce attraversa.
A S. M. il Re la Commissione Senatoriale porrebbe o avrebbe già imposta questa condizione, avente valore di dilemma: «O si accettano le nostre proposte, o noi da questo momento decliniamo le responsabilità, tutte le responsabilità, su quello che nell’interno del Paese potrebbe accadere durante o dopo la guerra che Mussolini sta per scatenare».
Sulla base di questi elementi, ci pare assai probabile che l’allineamento di Vittorio Emanuele III si sia concretamente realizzato solo alla vigilia della decisione di iniziare le ostilità. Se, come crediamo, i tempi furono questi, ci pare assai probabile l’ipotesi che sul mutamento di atteggiamento del sovrano non abbia influito solo la suggestione delle argomentazioni e della sicurezza di Mussolini (della cui lucidità aveva una vera ammirazione 72) ma anche quella di altri fattori: la reazione suscitata in lui dalla dimostrazione di forza inscenata dall’Inghilterra con l’invio nel Mediterraneo della Home Fleet, invio che egli – come Mussolini – sapeva essere in realtà solo un bluff, non essendo le navi inglesi in grado tecnicamente di affrontare un eventuale conflitto73, e la consapevolezza che l’opinione pubblica interna era sempre piú largamente orientata per la guerra e, a questo punto, sarebbe stato difficile e forse pericoloso per la Corona fermare Mussolini. Né, infine, si deve sottovalutare il fatto che al re doveva essere noto che nelle stesse Forze Armate vi erano settori che vedevano di buon occhio la eventualità della guerra e che, pertanto, non era escluso che un suo puntare i piedi all’ultimo momento avrebbe potuto suscitare frizioni e contrastanti giudizi al loro interno.
È noto che tra le gerarchie militari esistevano ostilità contro la politica etiopica di Mussolini e il «duce» non solo dovette constatarlo, ma lo aveva preveduto sin da quando aveva cominciato a pensare ad essa. E ciò è tanto vero che, per controllare il piú possibile la situazione, sin dal ’33 si era preoccupato di riassumere personalmente i tre ministeri militari (come fece nel gennaio ’35 con quello delle Colonie) e di nominare sottosegretari tre uomini (Baistrocchi, Cavagnari e Valle) scelti tra i piú vicini al fascismo, che l’anno dopo nominò anche capi di Stato maggiore delle rispettive armi, in modo da accentrare nelle loro mani piú poteri possibili per evitare al massimo contrasti e dualismi nella gestione della politica militare. Del resto è logico che nelle Forze Armate vi fossero dei critici e degli avversari di un’azione militare in Etiopia. Oltre alle ragioni che erano comuni agli altri ambienti, per un buon numero di generali e di ammiragli un eventuale conflitto in Etiopia doveva essere visto negativamente sia per le sue difficoltà tecniche, sia perché avrebbe indebolito la presenza militare italiana in Europa, sia per il timore che esso comportasse una maggiore ingerenza del fascismo nelle Forze Armate. Né, infine, va sottovalutato il fatto che su molti militari influiva l’atteggiamento contrario alla guerra del sovrano. A parte un accenno un po’ sibillino (e neppure molto preciso) di Lessona nelle sue memorie74, nessuno, invece, ha allargato il discorso sino ad affrontare il problema se, al di là dei casi personali, si possa parlare di una qualche diversità di atteggiamento tra le tre armi.
Le preoccupazioni e le ostilità erano soprattutto vive nell’Esercito. Persino Baistrocchi, che qualcuno ha voluto considerare «il vero vincitore» della guerra d’Etiopia 75 per l’impegno da lui messo nella sua organizzazione, per la decisione e l’assenza in lui di quei tentennamenti e timori che colsero invece Badoglio nel corso delle operazioni di fronte ad alcune difficoltà, in un primissimo tempo ebbe delle perplessità. Il piú ostile fu a lungo però Badoglio.
Il capo di Stato maggiore generale 76 sin dal primo momento, quando il progetto etiopico era ancora vago e soprattutto non si parlava di scadenze precise e, quindi, il suo compito era essenzialmente quello di vagliare e perfezionare i piani operativi preparati sotto la direzione di De Bono (compito che portò a termine nell’estate ’34), non nascose menomamente la propria avversione all’idea di attaccare l’Etiopia e la sua tendenza, ad ogni buon conto, a cercare di rimandarla il piú possibile nel tempo. Sotto il profilo tecnico le critiche da lui mosse ai piani preparati e le sostanziali modifiche ad essi apportate (si pensi che De Bono aveva previsto l’impiego, oltre a quelli già in colonia, di 60 mila soldati indigeni e di 20 mila nazionali, mentre Badoglio ne previde rispettivamente 30 e 100 mila con un largo impiego di mezzi terrestri ed aerei) erano ineccepibili. Assolutamente eccessiva era però la sua previsione che occorressero per realizzarne la preparazione tre anni77. Né in questa prima fase Badoglio si limitò a cercare di proiettare tutto in un futuro il piú possibile remoto. La sua corrispondenza ufficiale di questo periodo mostra infatti che egli, da un lato, insistette sulla necessità di agire d’intesa con la Francia e con l’Inghilterra e, da un altro lato, non fece mistero della sua ostilità alla progettata azione, accampando tutta una serie di argomenti78. Significativo è a quest’ultimo proposito quanto scriveva (assai probabilmente facendosi interprete di quello che sapeva essere il punto di vista del sovrano) il 12 maggio ’34 a De Bono79:
La guerra con l’Abissinia è un avvenimento che noi dovremo affrontare se obbligati, ma che, anche con risultato a noi pienamente favorevole, rappresenterà sempre per il paese uno sforzo onerosissimo.
Calcoli pure approssimativi danno una spesa non lontana dai sei miliardi, ossia all’incirca un terzo della nostra riserva aurea. Basta questa cifra per dire quanto nell’attuale stato della nostra finanza sia grave il compito che verremmo ad assumerci.
Siffatta grave incisione nella finanza apporterà come conseguenza che tutto il materiale (equipaggiamento, munizionamento, quadrupedi, ecc.) che si sarà deteriorato nella campagna non potrà essere sostituito che assai lentamente nelle dotazioni dell’esercito, come accadde nella spedizione libica.
L’esercito quindi attraverserà una doppia crisi: durante le operazioni, per la considerevole sottrazione di forze; dopo la campagna, per il lento rifornimento delle dotazioni.
Situazione questa assai delicata proprio in momenti come quelli attuali, e come saranno probabilmente anche in un prossimo futuro, nei quali l’instabilità dell’orizzonte politico può portare ad un cambiamento molto rapido delle situazioni, e tale da richiedere ad ogni stato di essere nella massima pienezza dei propri mezzi.
In conclusione la polarizzazione del nostro sforzo in Africa avrà come conseguenza immediata quella di renderci meno efficienti in Europa per un tempo piuttosto lungo.
Bisogna inoltre tener presenti gli utili che da tale azione noi potremmo ricavare. È indubbio che nel caso, ripeto probabilissimo, di un nostro successo, metteremmo a tacere le velleità abissine almeno per un cinquantennio; il che certo è da ritenersi come risultato apprezzabilissimo.
Meno favorevole invece si presenta la questione di un eventuale ingrandimento della nostra colonia, giacché, a parte il poco rendimento che potranno dare quelle terre che noi conosciamo già sino ad Amba Alagi, sta il fatto che il bilancio coloniale si trova già ora in grande difficoltà per le necessità sempre crescenti delle attuali colonie e dovrebbe attingere alla esausta finanza altre somme per la sollecita attrezzatura della parte conquistata.
È proprio il caso, qui, di dire se il gioco varrà la candela.
Queste considerazioni io mi sono permesso di sottoporre all’esame di vostra eccellenza per venire alla conclusione e cioè che: a noi non convenga di provocare, di deliberato proposito, una guerra con l’Abissinia, ma invece occorra prepararci con il duplice scopo che i nostri apprestamenti frenino qualsiasi velleità del negus, o, al caso peggiore, ci pongano in grado di uscire sicuramente vittoriosi dalla dura prova.
Questo concetto, a mio avviso, deve essere quello che deve regolare la linea nostra di condotta verso l’Abissinia, linea di condotta cioè materiata di alto senso di nazionale fierezza, senza però mai trascendere ad atti che rendano inevitabile una rottura, se questa eventualità può essere evitata.
Né, d’altra parte, va trascurato il fatto che già in questo periodo l’atteggiamento di Badoglio denota, ad ogni buon conto, due chiari tentativi volti a mettere le mani avanti nel caso Mussolini avesse insistito nei suoi progetti etiopici: a) quello di sottrarre, a favore dello Stato maggiore generale, il coordinamento e l’effettiva direzione della politica etiopica al ministero delle Colonie; b) quello di evitare che la direzione delle operazioni militari fosse affidata a De Bono80.
La lettera testè citata è estremamente importante non solo per capire quale fosse la posizione di Badoglio, ma anche perché spiega la veemenza con la quale Mussolini nelle sue direttive del 30 dicembre successivo insistette – tatticamente, per togliere, cioè, a Badoglio e a chi la pensava come lui uno dei loro atout polemici maggiori – sul concetto che obiettivo della guerra doveva essere la distruzione dell’esercito etiopico e la conquista totale dell’Etiopia.
D’altra parte bisogna riconoscere che, anche dopo le direttive mussoliniane del 30 dicembre, Badoglio non mutò parere. Il 19 gennaio ’35, in risposta ad esse, tornò infatti a sostenere che non era possibile iniziare le operazioni in ottobre e che bisognava rinviarle almeno all’autunno del ’3681. E, assai sintomaticamente, inviò copia della lettera scritta su questo argomento a Mussolini anche al generale Asinari di Bernezzo, primo aiutante di campo di Vittorio Emanuele III perché la facesse conoscere al sovrano82. Successivamente trasmise al «duce» uno studio sulle direttive strategiche da attuare in Etiopia, tecnicamente pregevole, ma tutto teso in sostanza a mettere in rilievo e a gonfiare le difficoltà che si sarebbero incontrate nel tradurle in pratica e a chiedere praticamente il raddoppio delle forze dapprima previste83. E, come ciò non bastasse, continuò a prospettare (ad evidente scopo dilatorio) le richieste – dato il momento internazionale – piú assurde (come quella di avviare trattative con l’Inghilterra e l’Egitto «per il sorvolo e l’approdo e per la organizzazione dei rifornimenti sui campi dell’Egitto e del Sudan»84) e, ancora in agosto e in settembre, a rivolgersi a Mussolini per ammonirlo che, dato l’atteggiamento inglese, la situazione era «di gran lunga la piú grave che mai il nostro paese abbia attraversato nella sua fortunosa storia di formazione e di consolidamento nazionale» e invitarlo pertanto, se non voleva «esporre il paese ad un disastro, che ci piomberebbe ad un livello balcanico», a «trovare una soluzione onorevole all’angoscioso problema attuale, che eviti una guerra coll’Inghilterra»85 e, cioè, in parole povere a non iniziare le ostilità in Africa. Questo nella sua qualità di capo di Stato maggiore generale; quanto poi ai suoi maneggi politici, di essi abbiamo già detto trattando della posizione di Vittorio Emanuele III.
Tecnicamente preparato e capace, Badoglio non era uomo di principî saldissimi ed era estremamente ambizioso. Viene dunque naturale chiedersi come si debba spiegare il fatto che – dopo essersi tanto esposto nell’avversare la guerra d’Etiopia – egli abbia finito per accettarla e per assumerne la direzione poco dopo il suo inizio, allorché De Bono ebbe mostrato chiaramente le sue scarse capacità di condurla avanti vittoriosamente e soprattutto con celerità. Lasciando da parte l’ambizione (che pure dovette avere un qualche peso), le risposte possono essere almeno due, forse autonome l’una dall’altra, piú probabilmente però in sostanza cospiranti.
La prima e piú ovvia è che Badoglio86 abbia subito – come Vittorio Emanuele e forse parallelamente a lui (il maresciallo espresse il suo parere positivo all’inizio delle operazioni il 17 settembre) – un processo di progressivo allineamento alle tesi politiche di fondo sulle quali Mussolini basava la sua convinzione che l’Inghilterra non si sarebbe mossa e si sia quindi convinto che – circoscritta all’Etiopia – la guerra era tecnicamente affrontabile senza gravi rischi: se infatti Mussolini era assolutamente deciso ad intraprenderla e a darle inizio in ottobre, appena terminata la stagione delle piogge87, egli era però anche pronto a mettere a disposizione tutte le truppe ed i mezzi che Badoglio richiedeva ed anche di piú. Inizialmente, lo si è detto, De Bono aveva previsto di impiegare, oltre alle truppe indigene e a quelle già in Eritrea e Somalia, 20 mila nazionali; successivamente la forza nazionale prevista era stata portata da Badoglio a 100 mila uomini, largamente dotati di mezzi e di appoggio aereo; già ai primi di marzo, di fronte alle preoccupazioni e alle difficoltà prospettate dallo stesso Badoglio, Mussolini si era infatti detto pronto a mandare entro settembre-ottobre dieci divisioni, 300 carri armati e da 300 a 500 aerei e a costituire in Italia una riserva di 100 mila uomini88, oltre alle truppe necessarie a garantire le frontiere e la sicurezza metropolitana. E che non fossero mere promesse è dimostrato dal fatto che quando le operazioni ebbero inizio l’Italia aveva alle armi circa 800 mila uomini e in Africa orientale due corpi di spedizione forti di circa 220 mila uomini (di cui oltre 135 mila nazionali) e che, alla fine delle ostilità, in Africa e nell’Egeo vi erano oltre 400 mila italiani e 90 mila coloniali, con 14 600 mitragliatrici, 1600 pezzi d’artiglieria, 500 tra carri armati e autoblinde, 19 mila automezzi, l’86 per cento circa dei quali in Etiopia (ove erano anche 386 aerei).
La seconda risposta ci riporta al problema, al quale abbiamo già fatto cenno, della diversità di atteggiamento tra le tre armi, in particolare tra l’Esercito – e Badoglio era certamente l’interprete degli orientamenti di buona parte delle sue gerarchie – e la Marina e l’Aeronautica. Oltre che dal rapido e un po’ sibillino accenno di Lessona, qualche elemento in questo senso emerge anche dalla documentazione già nota. In particolare, essa lascia intravvedere un allineamento e una buona volontà ad uniformarsi ai desiderata di Mussolini della Marina e dell’Aeronautica molto maggiori che per l’Esercito. Le osservazioni che gli Stati maggiori di queste due armi prospettarono nel ’35 ai piani che si andavano preparando furono esclusivamente tecniche e non科学/mirarono mai a creare difficoltà e a provocare rinvii. Nel gennaio ’35, quando Badoglio tergiversava e sosteneva che le operazioni non sarebbero comunque potute iniziare prima dell’autunno dell’anno successivo, sia la Marina sia l’Aeronautica si dicevano invece in grado di essere pronte al piú tardi (la seconda) per il novembre ’3589. E se, ai primi di settembre, anche la Marina, di fronte alla minacciosa presenza della Home Fleet nel Mediterraneo, non mancò di far presenti le difficoltà e i rischi ai quali si sarebbe potuto andare incontro90, non solo le sue preoccupazioni caddero non appena si seppe della reale situazione nella quale si trovavano le navi inglesi, ma nulla autorizza a pensare che in quelle preoccupazioni, cosí come in quelle dell’Aeronautica, vi fosse un sottofondo di tipo politico. Che l’Aeronautica fosse allineata non meraviglia: creatura prediletta del fascismo, plasmata praticamente da Balbo, delle tre armi essa era certamente la piú fascistizzata. Piú complesso è il discorso sulla Marina, che tra le tre armi era considerata la piú legata alla Corona, la meno fascistizzata, la piú tradizionalista. E non a torto. Solo che, in aggiunta a questi elementi, bisogna considerarne anche altri che possono aiutare a spiegare il suo allineamento. In particolare: a) la Marina era stata negli anni precedenti la piú sacrificata delle tre armi, sia sotto il profilo del prestigio e del «peso politico» all’interno delle Forze Armate (l’abbinamento, nel ’25, delle cariche di capo di Stato maggiore generale e di capo di Stato maggiore dell’Esercito era stato per essa un affronto che aveva provocato le dimissioni da ministro del grande ammiraglio Thaon di Revel e che neppure la separazione – nel ’27, per dare soddisfazione alle sue proteste e a quelle dell’Aeronautica – delle due cariche aveva fatto completamente dimenticare) sia sotto il profilo dei normali stanziamenti di bilancio; b) la Marina da tempo caldeggiava una propria valorizzazione e un proprio notevole sviluppo, che solo recentemente aveva potuto cominciare a realizzare, anche se in misura minore di quello da essa desiderato. Decisivo era poi il fatto che a capo della Marina, nella duplice veste di sottosegretario e di capo di Stato maggiore era l’ammiraglio Cavagnari che sin dall’inizio si era mostrato fautore dell’impresa etiopica e si era esplicitamente espresso con Mussolini a favore di una sua realizzazione in quel momento, in grande stile e a fondo, sino alla completa occupazione di tutto il paese. Cavagnari non si era mai nascosto che una tale iniziativa avrebbe sollevato molte ostilità e incontrato difficoltà anche-notevoli e aveva, anche lui, sostenuto proprio per questo la necessità di un esplicito accordo, oltre che con la Francia, con l’Inghilterra. Un suo lungo e argomentatissimo memoriale a Mussolini in data 15 gennaio ’3591 è particolarmente significativo, tanto piú che in esso l’autore spaziava ampiamente in tutti i principali campi politici e indicava le ragioni per le quali era necessario agire e i modi con i quali bisognava farlo. Esso pertanto non solo mostra assai bene quali fossero le convinzioni di Cavagnari e la profonda differenza della sua posizione rispetto a quella di Badoglio, ma permette anche di comprendere sia le ragioni politiche di fondo dell’allineamento della Marina da lui coerentemente realizzato, sia perché – date le sue convinzioni – Cavagnari, una volta sicuro che l’Inghilterra, anche volendo, non sarebbe potuta intervenire militarmente, non dovette avere alcuna esitazione ad accettare il punto di vista di Mussolini, anche se era venuta meno quell’intesa con Londra che, inizialmente, gli era sembrata necessaria.
Alla luce di questi elementi non ci pare da escludere che la spiegazione del comportamento di Badoglio possa essere trovata anche nel diverso atteggiamento delle tre armi rispetto alla politica mussoliniana. Se queste fossero state concordi, i margini di manovra del capo di Stato maggiore generale (e di coloro che nelle gerarchie militari ne condividevano le preoccupazioni) sarebbero stati probabilmente maggiori e Badoglio avrebbe, forse, potuto esercitare la sua influenza anche su Vittorio Emanuele III; essendo invece su posizioni diverse, è evidente che per Badoglio pochissimo, anche volendo, vi era da fare, specialmente data l’evoluzione che nel frattempo, come si è visto, aveva subito l’opinione pubblica e dato che ormai anche le perplessità e i timori tra le gerarchie fasciste mostravano la tendenza a placarsi o, almeno per il momento, a rientrare. Sicché appare a suo modo naturale che, da quel politico tempista che era, Badoglio non abbia voluto correre personalmente rischi e abbia preferito invece giuocare le sue carte per poter essere, nonostante tutto, l’uomo che avrebbe raccolto sul campo di battaglia gli allori etiopici.
Questo per quel che concerne il comportamento personale di Badoglio. Quanto alle sue conseguenze, è facile capire come esso debba aver contribuito a dare l’ultimo e decisivo colpo a tutta la situazione politica ai vertici del regime: con l’allineamento di Badoglio infatti non potevano non cadere gli eventuali ultimi scrupoli del re e con essi le velleità di resistenza di quei gerarchi fascisti (Giuriati, De Stefani, Federzoni, ecc.) che non condividevano la politica di Mussolini, ma erano troppo deboli per poter fare alcunché, e di quei diplomatici della «carriera» che, di fronte al sempre piú netto irrigidimento inglese, cominciavano a temere che Mussolini avesse sbagliato i suoi calcoli e che – comunque fosse andato a finire – l’affare etiopico avrebbe sconvolto irrimediabilmente tutti i presupposti sui quali si fondava la politica estera italiana. Né, infine, si può sottovalutare un’altra conseguenza, quella di aver sgombrato a Mussolini la strada dall’ultimo ostacolo che ancora avrebbe potuto rendergli difficile l’attuazione della sua decisione di «tirare diritto» anche se – contrariamente alle sue iniziali speranze – era ormai evidente che non sarebbe stato possibile procedere d’accordo con Parigi e soprattutto con Londra. Con tutte le implicazioni psicologiche che ciò aveva in lui.
Ai fini della comprensione della personalità di Mussolini e del peso decisivo che su essa ebbe la guerra d’Etiopia, sia immediatamente sia successivamente, queste implicazioni sono a nostro avviso assai importanti. In riferimento proprio alla politica estera di Mussolini e ai successi che a lungo essa conseguí e in polemica tanto con coloro che hanno negato questi successi quanto con chi ha troppo sminuito la personalità e l’abilità politica del «duce», A. C. Jemolo, con l’acutezza e l’equilibrio storico che lo contraddistinguono, ha scritto92 che in Mussolini «un intuito formidabile, del tipo di quello proprio al giocatore d’azzardo: sapere se l’avversario sosterrà la posta, non gettare la carta se si pensa che l’altro ne abbia una che conta di piú» si sommò per anni ad un realistico «senso del limite». Se, come siamo convinti, questa affermazione è giusta, giustissima essa ci appare riferita al ’35-36, alla guerra di Etiopia, e, soprattutto, essenziale per penetrare la condizione psicologica di base che dominò in tale periodo Mussolini, lo sorresse anche nei momenti piú difficili – quando dubbi e timori colsero anche alcuni dei suoi piú intimi collaboratori –, gli diede la certezza che l’Inghilterra, al dunque, non si sarebbe veramente opposta alla sua politica etiopica e gli forní il coraggio per giuocare fino in fondo una partita che – se questa certezza si fosse dimostrata sbagliata – aveva per posta il suo potere e il futuro dell’Italia in quanto grande potenza. Se infatti fu il suo intuito politico a dargli la certezza che avrebbe vinto la partita, fu grazie al suo senso del limite che riuscí (anche nei momenti piú drammatici e quando l’irritazione contro gli inglesi giungeva in lui al massimo) a non recidere mai il sempre piú esile filo del collegamento con Londra e ad evitare che, nonostante tutto, si potesse mettere in dubbio il suo interesse di fondo a non rompere irrimediabilmente la solidarietà con la Francia e l’Inghilterra a livello europeo. In termini di capacità di autocontrollo personale e di utilizzazione di quelle qualità di tattico spregiudicatissimo e finissimo che già Gobetti aveva cosí bene individuato in lui, non vi è dubbio che la guerra d’Etiopia fu il capolavoro politico di Mussolini. Limitarsi ad attribuire il suo successo a queste sue capacità sarebbe però insufficiente. La guerra d’Etiopia fu il capolavoro politico di Mussolini e il suo maggior successo perché egli credette in essa profondamente, come probabilmente in nessun’altra sua iniziativa politica. E vi credette non solo strumentalmente, in funzione del suo prestigio personale o, se si preferisce, della logica della sua visione dei rapporti internazionali e della pòlitica estera italiana, ma intimamente, come qualche cosa che corrispondeva alla ragion d’essere della sua figura storica; sicché essa assunse per lui il valore di una missione che doveva far sí che la Nazione (presente e futura) riconoscesse nella sua la propria vocazione, il proprio dovere assoluto, e si realizzasse quindi quella identificazione tra vox ducis e vox populi che sino allora il fascismo era stato incapace di realizzare veramente93. Da qui (lasciamo stare per il momento la questione degli sviluppi che questa condizione psicologica e morale ebbe dopo il successo conseguito in Africa) la tensione anche morale con la quale egli visse gli avvenimenti del ’35-36 e la capacità di dominarli tatticamente di volta in volta, anche quando essi sembravano smentire le sue previsioni e portare verso sbocchi diversi da quelli inizialmente previsti e auspicati, senza per questo turbarsi e tanto meno rinunciare ai suoi propositi. A Ludwig che nel ’32 gli aveva chiesto se, volgendo lo sguardo indietro, gli sembrava che ciò che aveva realizzato era conforme a quanto aveva progettato, Mussolini aveva risposto94:
Non è la medesima strada che ho previsto, ma è ancora il medesimo viandante. La via si è cambiata, perché cosí fa la storia: l’individuo rimane lo stesso... Il materiale dell’uomo politico, l’uomo, è appunto una materia viva... Tutto il materiale è talmente flessibile che le conseguenze di un’azione non possono affatto essere sempre tali quali si previdero.
In questa convinzione, oltre che nella giustezza della sua intuizione di fondo, che, per altro, da sola non sarebbe stata sufficiente, è a nostro avviso la chiave per comprendere – al di là della mera abilità tattica, importante ma non decisiva – le ragioni del successo della politica mussoliniana in Etiopia, ovvero, se si preferisce, la sua superiorità rispetto a quella inglese, troppo incapace di uscire da una serie di schemi troppo rigidi e tra di loro contraddittori e troppo legata ad alcune previsioni che, a torto o a ragione, non si volevano o non ci si sentiva moralmente e politicamente in grado di riconoscere superate dalla realtà degli avvenimenti.
* * *
Delineato il contesto interno, passiamo ora a vedere quello diplomatico, attraverso il quale maturò e si sviluppò la guerra d’Etiopia. Dato il carattere particolare del nostro studio e poiché le vicende diplomatiche connesse al conflitto italo-etiopico sono sostanzialmente note95, la nostra trattazione non si soffermerà in dettaglio su queste vicende, ma si limiterà a cercare di individuare in esse solo i momenti e gli aspetti essenziali per ricostruire e comprendere il modus operandi di Mussolini.
Per il «duce» – lo si è detto – l’espansione italiana in Etiopia divenne un fatto attuale e concretamente realizzabile solo in seguito agli accordi con la Francia del 7 gennaio ’35. La mano libera ottenuta da Laval non coinvolgeva minimamente l’Inghilterra. Di ciò a Roma si era ben consapevoli, cosí come si era ben consapevoli che l’Inghilterra non sarebbe stata disposta a favorire né l’espansione né, tanto meno, l’occupazione dell’Etiopia. Un appunto di Suvich dedicato alla «Preparazione diplomatica nei riguardi della Gran Bretagna» (non datato ma del gennaio ’35)96 è a questo proposito esplicito. Esso mostra però altresí che a palazzo Chigi si riteneva possibile giungere ad un accordo con Londra e non si escludeva l’eventualità di cedere agli inglesi una parte del territorio etiopico, anche se l’optimum veniva considerato un protettorato italiano – con relativa occupazione esclusiva del territorio etiopico – con ampie garanzie agli inglesi per i loro diritti economici. Data l’estrema importanza di questo appunto, lo riportiamo integralmente:
La Gran Bretagna non è certamente ben disposta a favorire la nostra espansione, e tanto meno la nostra occupazione, in Etiopia.
La costituzione di un Impero italiano tra la linea longitudinale dell’Africa, Cairo-Capetown, e la via delle Indie, non può essere scevra di preoccupazioni per la politica inglese.
D’altra parte l’Inghilterra, che sente rallentarsi sempre piú i vincoli coi suoi domini e possedimenti nelle altre parti del mondo, si attacca con sempre maggiore energia all’Africa.
C’è poi tutto il Bacino del Nilo che occupa alcune delle regioni piú importanti dell’Etiopia dove gli interessi inglesi sono diretti ed evidenti.
Per queste ragioni non è da attendersi un disinteressamento dell’Inghilterra per l’Abissinia, come invece è avvenuto da parte della Francia.
D’altra parte la questione dell’espansione italiana in Abissinia è impostata da tempo e la Gran Bretagna deve averne tenuto conto nei suoi calcoli.
Gli argomenti che abbiamo ragione di far valere e che non possono lasciare indifferente la Gran Bretagna, sono riassuntivamente i seguenti:
- Situazione di inferiorità fatta all’Italia nella spartizione delle colonie dopo la guerra;
- necessità per l’Italia di avere uno sbocco per la sua espansione demografica ed economica;
- esempio dell’Inghilterra che ha conquistato quanto serviva alla sua espansione imperiale;
- precedenti relativi a un predominio italiano in Etiopia (Patto di Uccialli);
- Principio già ammesso di un’eventuale spartizione dell’Etiopia (accordo tripartito);
- esistenza della schiavitú in Etiopia, disorganizzazione del Paese, mancanza di controllo sui capi, mancata delimitazione dei confini ecc.;
- esistenza nell’Impero abissino di altre razze sottomesse di recente e tuttora tenute in freno colla forza delle armi.
Ragioni queste che potrebbero servire a superare le opposizioni dell’Inghilterra ad un’azione italiana in Abissinia. Ci sono però due elementi che rendono difficile e delicata la situazione:
- 1) il fatto dell’appartenenza dell’Etiopia alla S.d.N.;
- 2) l’eventuale pretesa della Gran Bretagna a una partecipazione nel dominio dell’Etiopia.
Per quanto riguarda il punto 1) va tenuto conto del fatto che l’Inghilterra potrà dare dei fastidi alla Società delle Nazioni anche non intervenendo direttamente ma facendo agire altre Potenze che non mancheranno di prendere a Ginevra un atteggiamento favorevole all’Etiopia.
Ora qui si presentano due vie:
- o regolare l’azione in modo da poterci mantenere sempre – almeno relativamente – entro le regole di Ginevra;
- o trascurare del tutto Ginevra, decisi ad abbandonarla quando si verificherà l’immancabile reazione.
Va tenuto presente che anche nel caso di uscita dalla S.d.N., gli altri Paesi possono applicare i provvedimenti previsti dal Covenant.
Ci sarebbe anche una terza eventualità, ma non pare possa avere nel momento attuale prospettive di riuscita: quella di ottenere l’espulsione dell’Etiopia dalla S.d.N. valendoci del fatto che esiste la schiavitú, della mancata organizzazione statale ecc.
Per seguire la via d’intesa con Ginevra bisognerà evitare una dichiarazione di guerra (va tenuto presente anche il Patto Kellogg) ed apparire aggrediti. Fin qui la cosa può non presentare soverchie difficoltà. La fase piú difficile sarà quella di evitare l’intervento di Ginevra con le procedure di conciliazione, con le commissioni di inchiesta e coi rapporti, intervento che ci toglierebbe qualunque libertà di azione.
Il Giappone si è trovato in tale situazione, per cui in un determinato momento ha dovuto abbandonare la Lega.
Ciò che potrà facilitare moltissimo il nostro compito a Ginevra sarebbe un accordo chiaro e preciso con la Francia e con la Gran Bretagna.
Ad ogni modo per il momento pare che si debba seguire la linea di:
- trovare un accordo con la Gran Bretagna oltre che con la Francia per avere, per quanto possibile, mano libera;
- mettere in rilievo tutti gli elementi che possano far apparire le insufficienze ed i torti abissini;
- evitare che la nostra azione possa avere il carattere di aggressione o di sopraffazione;
- continuare a Ginevra a mantenere la questione sul tema delle trattative dirette evitando però per quanto possibile di venire all’arbitrato.
Veniamo ora al secondo punto: quello relativo agli interessi diretti della Gran Bretagna in Etiopia.
Non c’è dubbio che la questione in tale riguardo è per noi compromessa: abbiamo una serie di trattati con la Gran Bretagna – il piú importante il tripartito – che fissano le rispettive zone di influenza e che garantiscono dei diritti, anche territoriali, alla Gran Bretagna in caso di una disintegrazione dell’Abissinia.
Si presenta ora il problema: in caso di una conquista dell’Abissinia con una nostra azione e con nostri sacrifici le disposizioni dei trattati a favore della Gran Bretagna rimangono valide? La risposta dovrebbe essere affermativa. Gli inglesi potrebbero opporsi a che noi si entri nel territorio riconosciuto come di loro interesse. Per quanto riguarda tale territorio, va rilevato che oltre la parte fuori contestazione, a sud del 6º parallelo e ad ovest del 35º meridiano è in contestazione la regione del Nilo e del Lago Tana. Tale opposizione dell’Inghilterra potrebbe limitarsi a una protesta verbale, salvo poi a discutere la cosa di fronte al fatto compiuto, o potrebbe anche essere tradotta in atto con l’occupazione di tutto o parte del territorio a lei riservato dai trattati (si parla già di un certo concentramento nel Sudan). Per ciò sarà conveniente trattare questo punto con la Gran Bretagna. Le trattative potrebbero prendere un duplice aspetto:
- o trattare sulla base di una occupazione esclusiva da parte nostra di tutto il territorio abissino sia pure in forma di protettorato, garantendo all’Inghilterra i suoi diritti economici;
- o concordare una azione comune con la Gran Bretagna lasciando alla stessa una parte del territorio abissino nei limiti piú ristretti possibili.
Sulla convenienza dell’uno e dell’altro sistema bisognerà decidere in corso di trattative sulla base degli elementi che da queste risulteranno. È evidente per noi l’interesse alla prima soluzione. Per quanto riguarda la seconda, va tenuto conto che una partecipazione inglese potrà facilitare molto il nostro compito e il raggiungimento dei nostri obiettivi sulla massima parte del territorio etiopico.
Estremamente esauriente per comprendere gli argomenti e la tattica su cui la diplomazia italiana voleva impostare le trattative con Londra, l’appunto di Suvich tace però il problema a monte di tutta l’operazione: quello del perché, date le premesse, si riteneva che fosse possibile non solo trattare ma giungere ad un accordo con l’Inghilterra. Per colmare questo vuoto è necessario rifarci alla convinzione di Mussolini che l’Inghilterra non si sarebbe potuta opporre ai suoi propositi e che pertanto, se non si poteva sperare di ottenere da lei concessioni preventive del genere di quelle ottenute dalla Francia, le si poteva però forzare la mano, giuocando sul fatto che il governo di Londra non poteva compromettere per l’Etiopia l’amicizia anglo-franco-italiana in Europa: e ciò, per un verso, mettendola di fronte alla ineluttabilità di dover cedere alle sue pretese, per un altro verso, facendo leva sui buoni uffici presso di lei del governo francese, per il quale l’accordo con l’Italia era anche piú importante che per quello britannico97, e, per un altro verso ancora, lasciando capire a Londra che, soddisfatta in Etiopia, l’Italia non avrebbe avuto altre rivendicazioni, sicché sarebbe stato facile raggiungere un accordo generale relativo sia all’Europa (ribadendo l’amicizia anglo-franco-italiana e il comune atteggiamento di fronte alla Germania) sia al Mediterraneo. Per far ciò era però indispensabile dimostrare agli inglesi (e ai francesi) che nulla avrebbe impedito all’Italia di realizzare i suoi propositi etiopici e, pertanto, era necessario prepararsi militarmente per il momento in cui, venuta la stagione favorevole, si sarebbero potute iniziare le operazioni (possibilmente creando qualche incidente di frontiera che, almeno formalmente, le giustificasse); e tutto ciò cercando intanto di guadagnar tempo a livello diplomatico, evitando cioè per quanto possibile di mettere chiaramente in tavola le carte con Londra circa le effettive pretese italiane e lasciando ad essa l’iniziativa di trovare eventualmente una via d’uscita, una formula di compromesso; tanto piú che la controversia in atto tra Roma ed Addis-Abeba per l’incidente di Ual-Ual offriva tutte le possibilità per trattare, volendo, la questione e trovarle una soluzione. Ché, infatti, una cosa deve essere ben chiara: durante tutta la vicenda etiopica per le grandi potenze l’Etiopia fu sempre e solo un oggetto del loro giuoco politico, maneggiato da esse solo in funzione di questo, senza scrupolo alcuno e soprattutto senza alcuna reale preoccupazione per i suoi interessi, i suoi desiderata, il suo stesso destino.
Alla luce di questa linea di condotta, si capisce bene perché da parte italiana si lasciò che ad informare gli inglesi della sostanza degli accordi del 7 gennaio fossero i francesi, perché il primo passo a Londra fu fatto solo il 29 gennaio e in forma non ufficiale e in termini abbastanza vaghi per quanto concerneva gli obiettivi italiani e perché la decisione di cominciare a mettere le carte in tavola con gli inglesi Roma la prese solo a fine aprile (da qui, ai primi di maggio, il primo accenno di Grandi ad un congiungimento territoriale dell’Eritrea e della Somalia), quando, cioè, i preparativi militari italiani erano a tutti ormai noti e da piú di due mesi vi era chi, come l’ambasciatore statunitense a Roma, parlava di grandi mire italiane in Etiopia e di guerra in autunno98 e, ciò che piú conta, solo dopo che – in contrasto con il silenzio mantenuto a Stresa – alla Società delle Nazioni il 15 aprile Simon aveva mostrato di voler prendere le distanze dalla politica italiana99.
Questi fatti ed altri minori sui quali per brevità non ci soffermiamo mostrano chiaramente che Mussolini – convinto com’era che l’Inghilterra di fronte ad un suo atteggiamento fermo e deciso non si sarebbe potuta opporre ai suoi propositi di espansione – preferí non affrontare lui il problema e lasciare al governo di Londra la prima mossa e cioè quella di prospettargli esso i termini di una sistemazione della questione etiopica (e poter quindi eventualmente trattare al rialzo, mentre, se a prospettarli fosse stato lui, l’Inghilterra avrebbe certamente trattato al ribasso), sia per quel che concerneva i rispettivi interessi, quali scaturivano dall’accordo tripartito del 1906, sia per il modo di realizzare tale sistemazione. Essi mostrano anche che, quando Mussolini si mosse, lo fece solo perché non si pensasse ad un suo bluff100 e per cercare di evitare che un iter troppo spedito della procedura arbitrale potesse provocare uno sfasamento dei tempi tra la trattativa diplomatica e la preparazione militare.
Per il resto si affrettò a spiegare all’ambasciatore Drummond che per l’Italia era necessario risolvere «con qualsiasi mezzo» il problema etiopico «per avere libertà d’azione in Europa»101 e a ribadire pubblicamente, al Senato e alla Camera, questo suo impegno europeo. A poco piú di due mesi dalla decisione di Hitler del 16 marzo di denunziare unilateralmente la parte del trattato di Versailles relativa al disarmo tedesco e a poco piú di un mese dal convegno di Stresa convocato per ribadire e suggellare la comune politica anglo-franco-italiana di fronte al riarmo tedesco e per assicurare la pace in Europa, queste pubbliche prese di posizione mussoliniane se, per un verso, volevano ribadire la volontà dell’Italia di rimanere fedele all’amicizia e agli accordi per l’Europa con Parigi e Londra, per un altro verso volevano però sottolineare che, nella nuova situazione europea venutasi a determinare con l’iniziativa hitleriana, a maggior ragione Roma considerava assolutamente necessario risolvere a suo favore la questione etiopica. Al Senato, il 14 maggio, Mussolini espose questi concetti in modo fermo, ma anche sostanzialmente pacato102. Undici giorni dopo, alla Camera, il suo linguaggio fu invece piú duro. Prendendo le mosse dalla situazione tedesca e in particolare dal problema dell’Austria, da lui definito «il solo problema» ma «di basilare importanza» che comprometteva i rapporti italo-tedeschi, disse103:
Non sarà però inopportuno, arrivati a questo argomento, di dedicare alcune parole a coloro i quali ci vorrebbero pietrificare al Brennero per impedirci di muoverci in qualsiasi altra parte del vasto orbe terracqueo.
Anche a questo proposito bisognerà dire una volta per tutte e nella maniera piú esplicita che il problema dell’indipendenza austriaca è un problema austriaco ed europeo, e, in quanto europeo, anche particolarmente italiano, ma non esclusivamente italiano.
In altri termini l’Italia fascista non intende circoscrivere la sua missione storica a un solo problema politico, a un solo settore militare quale è quello della difesa di una frontiera, anche se importantissima, come quella del Brennero, poiché tutte le frontiere, e le metropolitane e le coloniali, sono indistintamente sacre, devono essere vigilate e difese contro qualsiasi, anche soltanto potenziale, minaccia.
Sono al punto che voi, camerati, ne sono sicuro, attendevate. Il complesso dei problemi che vi ho prospettati, voi li dovete considerare in rapporto a quanto può accadere nell’Africa Orientale, e in rapporto con gli atteggiamenti che i singoli Stati europei assumeranno, offrendoci l’occasione di dimostrarci la loro completa e non soltanto superficiale o verbosa amicizia. Ma, in primo luogo, dobbiamo contare su noi stessi.
Ora la minaccia alle nostre frontiere dell’Africa Orientale non è potenziale ma effettiva, ma in atto, in proporzioni ogni giorno crescenti e tali da porre il problema italo-etiopico nei termini piú crudi e radicali... Lo scontro di Ual-Ual è stato il campanello segnalatore di una situazione che viene maturando da tempo, situazione che impone all’Italia fascista l’adempimento di imprescindibili doveri... Solo uomini in malafede, solo dei nemici subdoli o palesi dell’Italia fascista possono fingere stupore e simulare proteste per le misure militari che abbiamo prese e per quelle che prenderemo... Cosí nessuno deve sperare di fare dell’Abissinia una nuova pistola, che sarebbe puntata perennemente contro di noi e che in caso di torbidi europei renderebbe insostenibile la nostra posizione nell’Africa Orientale: ognuno si metta bene in mente che quando si tratta della sicurezza dei nostri territori e della vita dei nostri soldati noi siamo pronti ad assumerci tutte, anche le supreme responsabilità.
Per capire la diversità di linguaggio rispetto al discorso di undici giorni prima (alla quale però si accompagnò un ammorbidimento della posizione italiana relativa all’avvio della procedura arbitrale per l’incidente di Ual-Ual, che mostra la volontà di Mussolini di non chiudere il dialogo con Londra sull’Etiopia) bisogna rifarsi alle vicende dei rapporti italo-inglesi in quei giorni e, piú in genere, all’atteggiamento dell’Inghilterra di fronte alla politica etiopica di Mussolini.
Che questo atteggiamento sia stato per tutto l’arco della vicenda etiopica tutt’altro che lineare ma, anzi, contraddittorio e, nonostante tutto, incerto, persino quando apparentemente sembrò piú fermo ed intransigente, è oggi praticamente pacifico, al punto che non è mancato chi – come Salvemini – lo ha definito sostanzialmente connivente con la politica di Mussolini. Un giudizio cosí drastico è, a nostro avviso, eccessivo e, come tale, non accettabile. Ciò non toglie per altro che si può affermare che nel ’35-36 Londra non ebbe una visione chiara e coerente dei suoi rapporti con Roma, e che se un giudizio si può dare sulla politica inglese verso l’Italia in questo periodo è che Mussolini aveva visto giusto quando si era convinto che l’Inghilterra al dunque non si sarebbe potuta veramente opporre ai suoi progetti etiopici, anche se – almeno in un primo tempo – egli si era eccessivamente illuso sull’effettiva resistenza che il governo britannico avrebbe opposto ad essi. E ciò perché, nella sua concezione iper-realistica dei rapporti internazionali come mero fatto di potenza e di interesse, non aveva considerato che un governo democratico non poteva, anche volendolo, ignorare il peso della propria opinione pubblica e doveva, in qualche modo, dare ad essa uno sfogo ed una soddisfazione se non voleva esserne travolto.
All’inizio della seconda metà degli anni trenta i problemi che dominavano la politica inglese erano, oltre a quelli connessi con la situazione economica, quelli che travagliavano l’Impero, quello dell’Estremo Oriente (l’espansionismo giapponese) e quello tedesco. In questo quadro l’Italia aveva un posto secondario, sia perché essa veniva vista solo come una componente del problema tedesco, sia perché, dopo Corfú, la politica italiana era considerata sostanzialmente al rimorchio di quella inglese e Mussolini, pur con tutte le sue iniziative ed impennate, non aveva mai costituito un vero problema rispetto alla grande politica di Londra. In questo quadro, gli accordi Laval-Mussolini erano stati accolti con entusiasmo, come un contributo assai importante all’equilibrio europeo. Specie dopo il plebiscito saarrese e le conseguenze esaltanti che esso aveva avuto in Germania, l’obiettivo principale della politica dell’Inghilterra in Europa era diventato quello di far tornare la Germania nella Società delle Nazioni e di trovare con essa un modus vivendi che non fosse quello della mera forza perseguito dai francesi, specie se questo doveva voler dire una valorizzazione ed una europeizzazione dell’URSS. Da qui l’aspirazione inglese di porsi come arbitro della situazione europea e di realizzare una politica che fosse al tempo stesso di contenimento della Germania (con l’ausilio della Francia e dell’Italia) ma di accordo con essa, in modo da tenere fuori dall’Europa l’URSS e da non essere eccessivamente coinvolta sul continente dalla Francia che avrebbe voluto fare del Reno la frontiera orientale dell’Inghilterra. Tipica espressione di questa visione particolaristica che animava la politica estera inglese e della sua tendenza a realizzare un appeasement con Berlino fu l’accordo navale con la Germania concluso nel giugno ’35 in aperto contrasto con gli accordi di Stresa e che suscitò in Francia le reazioni e i timori piú vivi e contribuí non poco a indurre Parigi a non voler assolutamente scontentare Mussolini e, addirittura, ad affrettare la conclusione, nonostante l’affare etiopico, degli accordi militari con l’Italia104.
In questo contesto il governo inglese non solo era stato sostanzialmente colto di sorpresa dalle pretese italiane in Etiopia e soprattutto dalla decisione con la quale Mussolini mostrava di volerle realizzare, ma – quel che piú conta – non era riuscito a trovare una linea di condotta coerente ed efficace verso di esse.
In Etiopia l’Inghilterra aveva indubbiamente degli interessi e non è neppure da escludere che fossero in corso contatti con il negus per addivenire ad uno scambio di territori (parte dell’Ogaden in cambio di un corridoio che desse all’Etiopia uno sbocco al mare attraverso il Somaliland) che avrebbe assicurato all’Inghilterra un notevole ingrandimento del Somaliland e avrebbe soprattutto posto fine alla tendenza italiana ad estendere di fatto i confini della Somalia verso nord (come nella zona di Ual-Ual)105. Come risultò dal «rapporto Maffey», uno studio fatto elaborare dopo le prime avances italiane di fine gennaio ad un comitato interministeriale in cui erano esperti del Foreign Office, delle Colonie, dei Dominions e dei dicasteri militari, l’Inghilterra non aveva però in Etiopia «interessi vitali», tali da indurla ad opporsi necessariamente ad una conquista italiana. Il rapporto era a questo proposito esplicito:
Non esistono vitali interessi britannici nell’Etiopia e nelle sue vicinanze tali da imporre al Governo di S. M. la resistenza ad una conquista dell’Etiopia da parte dell’Italia. Il controllo italiano dell’Etiopia da alcuni lati sarebbe per noi vantaggioso (per esempio per quello che riguarda la sicurezza delle zone di frontiera), per altri non lo sarebbe (per esempio nei riguardi del commercio). Parlando in generale per quanto riguarda i locali interessi britannici è indifferente che l’Etiopia rimanga indipendente o venga assorbita dall’Italia.
Dal punto di vista della difesa imperiale un’Etiopia indipendente sarebbe preferibile ad un’Etiopia italiana, ma la minaccia ad interessi britannici dipenderebbe soltanto da una guerra tra noi e l’Italia, guerra che sembra per ora assai improbabile.
Gli unici veri interessi inglesi erano costituiti dal lago Tana e dal bacino del Nilo. Per tutelare questi interessi, suggeriva il rapporto, il governo inglese, in caso di scomparsa dell’Etiopia come stato indipendente, doveva assicurarsi il controllo territoriale del lago Tana od ottenere dall’Italia la loro salvaguardia106.
Per importante che sia, il «rapporto Maffey» non è però sufficiente per valutare l’effettivo interesse dell’Inghilterra per l’Etiopia. Senza entrare in troppi particolari, basterà ricordare che per gli inglesi la questione etiopica presentava – oltre a quella immediatamente politica della quale parleremo piú avanti – altre due implicazioni: quella militare e quella imperiale in senso lato. Militarmente parlando, l’Inghilterra era nel ’35 in una situazione assai difficile, dato che la politica di disarmo perseguita negli anni precedenti e le difficoltà economiche connesse alla «grande crisi» avevano notevolmente indebolito la consistenza e l’efficienza delle sue forze armate. In termini quantitativi e qualitativi (salvo forse per l’aeronautica e i mezzi d’assalto della marina) gli inglesi erano e si sentivano certamente in grado di fronteggiare e vincere l’Italia, per il cui esercito, oltre tutto, avevano una scarsa considerazione morale e materiale. Il problema era però un altro. Per un verso, dato che il Mediterraneo era la loro principale via di comunicazione con l’India e il Pacifico, essi temevano che un conflitto con l’Italia avrebbe per un certo tempo reso difficili se non impossibili le comunicazioni con l’Oriente e che ciò avrebbe potuto incoraggiare il Giappone ad approffittare delle loro momentanee difficoltà per tentare qualche azione di forza. Per un altro verso, agiva su di loro il timore del costo che un conflitto, sia pur vittorioso, con l’Italia avrebbe potuto avere per la loro flotta e, quindi, dell’indebolimento che ne sarebbe conseguito per essi sia nel Mar del Nord (rispetto alla Germania) sia in Estremo Oriente (rispetto al Giappone). In questa prospettiva l’amicizia italiana era per l’Ammiragliato (che, oltre tutto, non aveva alcuna fiducia nel sistema di sicurezza collettiva societario e pensava che l’Inghilterra dovesse far conto solo sulle proprie forze) estremamente importante e, in pratica, irrinunciabile. E ciò tanto piú via via che apparve chiaro che la Francia non aveva intenzione di prendere precisi impegni per collaborare con la Marina britannica nel Mediterraneo nel caso di complicazioni con l’Italia. Sotto il profilo imperiale, poi, la questione etiopica si presentava in termini anche piú complessi. Se vi era il timore che essa potesse offrire nuova esca alle tendenze nazionalistiche ed antimperialistiche (e, in qualche caso, comuniste) che serpeggiavano nel mondo coloniale e in particolare agitavano gli arabi, specialmente in Palestina e in Egitto, non mancava però chi considerava una ripresa colonialista in termini favorevoli, in quanto riteneva che la scomparsa o l’umiliazione dell’unico importante stato indipendente africano avrebbe inferto un grave colpo a queste stesse tendenze e dato respiro, per riflesso, anche al colonialismo britannico. Inoltre vi era infine chi pensava che l’imperialismo italiano, una volta acquistata l’Etiopia, avrebbe moltiplicato i suoi appetiti e la sua spregiudicatezza e avrebbe – specie se esaltato dalla convinzione di aver vinto malgrado l’ostilità inglese – rivolto i suoi sguardi verso altre zone, ben piú importanti per l’Inghilterra dell’Etiopia: verso l’Egitto, la Palestina e, forse, anche oltre il Mar Rosso, verso lo Yemen107. Né, per quanto eccessivi, questi timori erano ingiustificati. Da un paio d’anni Mussolini e il regime avevano infatti cominciato a mostrare per il Vicino e persino per il Medio ed Estremo Oriente un interesse certo assai maggiore di quello che la politica estera fascista aveva manifestato nel suo primo decennio, anche se i suoi effettivi contorni rimanevano vaghi ed ambigui e non lasciavano scorgere quanto in esso vi fosse di episodico, di strumentale, di propagandistico e quanto, invece, di reale. Per quel che riguarda personalmente Mussolini, in Inghilterra (come anche in Francia) non erano passate inosservate le parole che il 22 dicembre ’33108 egli aveva rivolto in Campidoglio ai partecipanti al primo convegno studentesco asiatico (patrocinato dai GUF109) e aveva ribadito meno di un mese dopo in un articolo scritto per la catena dell’Universal Service110 e, in particolare, la sua affermazione che il fascismo italiano vedeva riflesso il proprio volto «nei mali di cui si lagna l’Asia, nei suoi risentimenti, nelle sue reazioni» e che
Come già altre volte, in periodo di crisi mortali, la civiltà del mondo fu salvata dalla collaborazione di Roma e dell’Oriente, cosí oggi, nella crisi di tutto un sistema di istituzioni e di idee che non hanno piú anima e vivono come imbalsamate, noi, italiani e fascisti di questo tempo, ci auguriamo di riprendere la comune, millenaria tradizione della nostra collaborazione costruttiva.
E ciò tanto piú dato che alle parole del «duce» corrispondevano alcune iniziative politiche e di propaganda fasciste (e di penetrazione economica che, però, in genere sul momento passarono inosservate) che avevano per oggetto l’oriente mediterraneo e che non potevano non mettere in sospetto e preoccupare gli inglesi, che in questa regione avevano già tante difficoltà con gli arabi e con gli ebrei per non considerare una intromissione italiana in essa come una vera iattura. In questa sede basterà solo ricordare sia le avances che in questi anni Mussolini fece con Weizmann e con altri esponenti sionisti, offrendo loro il suo aiuto per la creazione di uno Stato ebraico nella parte meridionale della Palestina111, sia l’azione di avvicinamento e di sostegno (anche non dissimulato: per esempio attraverso le emissioni in arabo di Radio Bari, che molto allarmarono gli inglesi) dei movimenti nazionali arabi messa in atto a vari livelli dal regime con risultati nel complesso non irrilevanti112. Due linee di azione che solo in apparenza possono sembrare contraddittorie: a parte le difficoltà che questa politica poteva procurare agli inglesi (e durante la guerra d’Etiopia esse furono per quel che riguarda gli arabi notevoli, anche se non vanno sopravvalutate, perché Londra in parte le drammatizzò ad arte e in parte se ne spaventò troppo e finí per dar corpo ad una strategia mediterranea di Mussolini che non esisteva o, al massimo, era proiettata in un futuro assai remoto), essa ha, a ben vedere, una sua chiara logica: giungere alla creazione di uno Stato ebraico abbastanza piccolo da essere accettato dagli arabi, eliminando cosí con il conflitto arabo-ebraico ogni giustificazione per la permanenza dell’Inghilterra in quella regione e, quindi, ottenere il triplice risultato di cattivarsi sia le simpatie ebraiche sia quelle arabe, di scalzare il mandato britannico e di assicurarsi (facendo anche leva sulla questione dei Luoghi santi) una posizione di privilegio nel Vicino Oriente.
Per rilevanti che fossero, queste considerazioni e preoccupazioni acquistarono però peso solo in un secondo momento, quando i rapporti italo-inglesi si fecero tesi. All’inizio, maggiore incidenza sull’atteggiamento del governo di Londra ebbero quelle piú immediatamente politiche, connesse alla realtà europea e a quella interna britannica. Tanto dal governo MacDonald-Simon quanto da quello Baldwin-Hoare-Eden che gli successe ai primi di giugno, la questione etiopica fu vista e trattata essenzialmente in una sola prospettiva: giungere ad una soluzione di compromesso con Mussolini, soddisfacendo in qualche modo le sue pretese e le sue esigenze di prestigio, in maniera cosí a) da salvare l’amicizia e la collaborazione anglo-franco-italiana in Europa ed evitare il rischio di un avvicinamento italo-tedesco e, peggio, di un prevalere in Mussolini della logica delle suggestioni ideologiche su quella degli interessi nazionali; b) da non mettere a repentaglio i propri interessi imperiali nel Mediterraneo ma, al tempo stesso, salvare anche il sistema ginevrino di sicurezza collettiva. In realtà, a livello della classe dirigente «nazionale» che esprimeva sia il governo MacDonald sia quello Baldwin, il sistema ginevrino non aveva ormai moltissimi strenui sostenitori. Agli Eden, ai Vansittart (per il quale l’indipendenza austriaca rimaneva la chiave di volta di tutto) si contrapponevano infatti sempre piú numerosi, tanto tra i politici quanto tra i militari e i coloniali, coloro che avevano cessato di confidare nella Società delle Nazioni e ritenevano che l’Inghilterra dovesse affidare la propria sicurezza agli strumenti tradizionali della politica internazionale e soprattutto alle proprie forze armate. E, persino tra i «societari», quasi tutti erano convinti della necessità di mantenere buoni rapporti con Mussolini, sia perché l’amicizia italiana era indispensabile per contenere Hitler e cercare di indurlo ad un accordo, sia perché solo una stretta collaborazione ed alleanza franco-italiana poteva evitare all’Inghilterra di impegnarsi eccessivamente sul continente con la Francia e, al tempo stesso, indurre i francesi a non legarsi troppo con l’URSS. Quasi tutti si rendevano però anche conto che l’orientamento prevalente dell’opinione pubblica era sostanzialmente pacifista, contrario ad una politica di riarmo e a favore della sicurezza collettiva e della Società delle Nazioni. E si rendevano anche conto che su questo orientamento prevalente, sostenuto da una serie di gruppi (tra i quali la League of Nations Union che nell’ottobre ’34 aveva organizzato un referendum sui problemi della pace), i laburisti avrebbero potuto, se fosse stata lasciata solo nelle loro mani la bandiera della sicurezza collettiva e dell’opposizione alla politica di riarmo, ottenere un grande successo elettorale e persino capovolgere i rapporti di forza parlamentari. Da qui la convinzione che non fosse possibile abbandonare la politica di sostegno del sistema ginevrino e che, anzi, bisognasse sforzarsi di rilanciarla (per esempio cercando di riportarvi la Germania). Chi tra gli italiani colse subito bene questo nodo della politica inglese fu soprattutto Grandi. In una sua lunga lettera a Mussolini da Londra in data 21 gennaio ’35 si legge113:
Questa idea che il ritorno della Germania a Ginevra sia un obiettivo essenziale della politica inglese ha uno sfondo essenzialmente di politica interna, e non può essere intesa esattamente che in relazione alle direttive del Governo britannico di fronte alla critica della quale l’opposizione laburista investe la politica estera e militare del Gabinetto.
Nel corso del 1934 il Governo si è trovato di fronte ad un fenomeno assai singolare. Nonostante che le condizioni economiche dell’Inghilterra siano andate rapidamente migliorando, che la disoccupazione sia diminuita, che il bilancio sia stato portato ad avere un avanzo, che si siano ristabiliti almeno parzialmente gli stipendi degli impiegati e che vi sia in genere nel Paese un piú fiducioso aumento degli affari, tuttavia nelle elezioni politiche ed amministrative i candidati dell’Unione Nazionale sono stati quasi ovunque battuti. Il movimento si è andato di recente accentuando. In questi ultimi quat tro mesi i laburisti hanno riguadagnato cinque collegi e non ne hanno perduto alcu no. Il numero dei voti raccolti dai candidati «nazionali» è stato – anche nei Collegi nei quali non hanno perduto il seggio – costantemente inferiore di almeno il 60% dei voti raccolti nel 1931. In gran parte dei collegi da essi mantenuti, i candidati «nazionali» hanno avuto maggioranze minime rispetto al 1931, e finalmente, nelle elezioni municipali il novembre scorso essi [laburisti] hanno non solo riguadagnato le posizioni che avevano nel 1929-30, ma hanno superato considerevolmente tali posizioni.
Nell’esaminare le cause di questo spostamento di valori elettorali il Governo è venuto alla conclusione che le vittorie laburiste sono dovute alla propaganda pacifista che i candidati del Labour Party attivamente conducono. Che questo sia vero o no, è una questione assai discutibile. Ma comunque il Governo crede che sia cosí e che sia su questo terreno che esso deve controbattere l’azione dei laburisti. Questa azione politica si fonda su due critiche una diretta al programma degli armamenti inglesi e alle spese militari sempre crescenti, l’altra si fonda su quello che nel paese è giudicata una insufficiente azione dell’Inghilterra in favore della S.d.N.
Ora, poiché il Governo non ha la minima intenzione di rallentare il ritmo degli armamenti, specialmente per quello che riguarda la difesa aerea e poiché il fallimento delle trattative navali ha aperto l’ipotesi di una corsa agli armamenti anche nel campo navale, al Governo britannico non resta, per rispondere al laburismo, che intensificare le sue manifestazioni in favore della collaborazione europea e della S.d.N. Il Gabinetto si prepara dunque nel 1935 a mettere in valore la sua azione nel campo internazionale, come essenzialmente diretta ad un rafforzamento della S.d.N. e, in genere, della politica di collaborazione europea.
Potersi presentare alle elezioni opponendo alle critiche, del resto assai generiche dei laburisti, alcuni fatti concreti come potrebbero essere l’entrata dell’U.R.S.S. nella S.d.N., il ritorno della Germania a Ginevra e la soluzione del problema degli armamenti tedeschi e una sia pure modesta conclusione della Conferenza del Disarmo, significherebbe disfare le basi stesse della critica laburista alla politica estera del Gabinetto Nazionale...
Tanto io credo che il Governo britannico tiene a poter giungere ad una soluzione del problema degli armamenti e del ritorno della Germania nella S.d.N. che a mio avviso esso è disposto, qualora si possa in questi mesi arrivare a raggiungere l’uno e l’altro scopo, ad affrettare le elezioni in modo che esse vengano tenute subito, ché con questi avvenimenti internazionali esso possa mostrare al Paese le realizzazioni del Governo Nazionale nel campo di quella politica pacifista sulla quale i laburisti si preparano ad attaccarlo...
Se non si ha ben presente questo nodo di politica interna e se non si vede la sua politica estera attraverso il prisma del sempre piú netto delinearsi di questo orientamento della pubblica opinione, è impossibile comprendere veramente l’atteggiamento del governo inglese rispetto alla questione etiopica e spiegarsene l’ambiguità, le oscillazioni, la tendenza a guadagnar tempo, nella speranza di raggiungere un compromesso con Mussolini e nello sforzo di doppiare senza danno il capo delle elezioni generali del 14 novembre ’35.
Come ha scritto il Taylor114,
il governo Nazionale non aveva il benché minimo desiderio di mettersi contro l’Italia; non condivideva affatto l’ostilità che nei confronti di Mussolini, in quanto «fascista», nutriva il partito laburista. Egli era suo prezioso compagno nel fronte di Stresa. I capi militari, che avevano già sulle braccia il problema del Giappone e della Germania, insistevano perché l’Italia non venisse aggiunta sulla lista dei possibili nemici.
In questa prospettiva anche i «societari», quando si resero conto che non era possibile dissuaderlo, avrebbero voluto trovare il modo di accordarsi con Mussolini; il vero problema era per essi, come per il resto della classe dirigente «nazionale», riuscire a farlo senza ferire il sistema societario e senza subirne i contraccolpi politici interni. Tipica, in questo senso, può essere considerata a lungo la posizione di Eden. Da ciò quella che Hoare (riferendosi alla propria politica, ma la formula può essere applicata anche a quella del suo predecessore al Foreign Office, Simon) ha definito nelle sue memorie la «duplice linea» inglese verso l’Italia: cercare un compromesso diretto con Mussolini che permettesse di risolvere la questione etiopica e di non pregiudicare l’amicizia anglo-italiana e, al tempo stesso, difendere il principio della sicurezza collettiva e la funzione della Società delle Nazioni115. Una politica difficilissima a perseguirsi in una situazione relativamente normale, nella quale il governo si fosse potuto muovere senza troppe preoccupazioni interne ed internazionali, ma che era irrealizzabile in una situazione come quella inglese ed europea di quei mesi; con una opinione pubblica inglese che si mostrava sempre piú contraria ad una estromissione o ad un cedimento della Società delle Nazioni di fronte all’Italia; con una Germania pronta a sfruttare spregiudicatamente ogni occasione a proprio vantaggio; con un Mussolini – sempre piú sicuro della giustezza della propria convinzione base, grazie appunto all’ambiguo atteggiamento del governo di Londra – che, per un verso, si impegnava nella questione etiopica sempre di piú e sempre piú clamorosamente, in modo che, anche se lo avesse voluto, il suo prestigio gli avrebbe impedito di non «tirare diritto» e che, per un altro verso, sottovalutava completamente (nonostante gli ammonimenti di Grandi) il peso che l’opinione pubblica aveva sul governo inglese e non si rendeva conto che, cosí facendo, lo costringeva ad irrigidirsi anche piú di quanto avrebbe voluto.
Alla luce di questa politica è inoltre possibile capire perché, di fronte alla richiesta etiopica di portare a Ginevra l’incidente di Ual-Ual e i rapporti con l’Italia, Londra (con l’appoggio di Parigi e dello stesso segretario generale dell’organizzazione ginevrina, Avenol) si adoperò subito per evitare che la questione fosse deferita alla competenza della Società delle Nazioni (sostenendo la tesi delle trattative bilaterali e dell’arbitrato sulla base del trattato del ’28 e facendola accettare al governo di Addis-Abeba); e se, ad un certo punto, con il discorso di Simon, intervenne apparentemente a favore dell’Etiopia fu perché, dato l’ostruzionismo italiano, non poteva farne a meno, poiché, se la procedura arbitrale non si fosse avviata, il negus sarebbe tornato alla carica per sottoporre tutta la questione alla Società delle Nazioni116; e ciò era proprio quello che si voleva evitare, dato che, portata ufficialmente la questione a Ginevra, per il governo inglese sarebbe stato praticamente impossibile trovare un compromesso con Mussolini e, al tempo stesso, atteggiarsi a paladino della Società delle Nazioni. Alla luce di questa politica è possibile, in definitiva, spiegare anche l’atteggiamento inglese a Stresa. A fil di logica, il convegno di Stresa (11-14 aprile) sarebbe stato la sede ideale per discutere a fondo la questione etiopica; sia perché riuniva attorno allo stesso tavolo i massimi responsabili della politica inglese, francese ed italiana: MacDonald, Simon, Vansittart, Flandin, Laval, Léger, Mussolini, Suvich e Aloisi; sia perché, essendo stato indetto per trattare l’atteggiamento comune verso la Germania dopo l’iniziativa hitleriana del 16 marzo, lo si sarebbe potuto fare senza rumore e senza creare allarmi. Del resto che se ne sarebbe parlato tutti l’avevano nell’intimo pensato, tanto è vero che nelle delegazioni inglese ed italiana erano stati inclusi i rispettivi esperti di essa. In realtà a Stresa gli inglesi attesero che Mussolini la sollevasse e gli italiani attesero che a farlo fossero gli inglesi. E quando il «duce», in sede di approvazione della dichiarazione comune, provò indirettamente a provocare una presa di posizione degli inglesi, questi non raccolsero l’invito. Di quel decisivo momento esistono varie ricostruzioni, tutte nella sostanza concordi. La piú esauriente è probabilmente quella del Barros117:
La frase conclusiva della dichiarazione originariamente affermava che «le tre potenze, l’obiettivo della cui politica è il mantenimento collettivo della pace nel contesto della Società delle Nazioni, si trovano completamente d’accordo nell’opporsi, con tutti i mezzi possibili, a qualsiasi ripudio unilaterale dei trattati che possa mettere in pericolo la pace ed agiranno in stretta e cordiale collaborazione a questo scopo». Quando questa venne letta, Mussolini propose che la dichiarazione fosse modificata cosí: «che possa mettere in pericolo la pace dell’Europa». La proposta del Duce era chiara per tutti. Vi fu silenzio. MacDonald guardò Simon e cosí fece sir Robert Vansittart, il sottosegretario permanente al Foreign Office. Nel settore francese del tavolo la richiesta di Mussolini «provocò un sorriso saputo sulle labbra del sig. Laval». Il primo ministro francese, Pierre-Etienne Flandin, rimase silenzioso. Non fu sollevata nessuna obiezione e la proposta del Duce fu accettata.
Sei mesi dopo, ai Comuni, Hoare spiegò il silenzio inglese dicendo che a Stresa118,
si nutrivano forti speranze di una soluzione amichevole fra l’Italia e l’Etiopia, mentre l’obiettivo immediato e su tutti preminente era di assicurare l’unità in Europa tra Francia, Italia e Regno Unito. Anzi si sperava che quel risultato, non facile da raggiungere, sarebbe stato considerato come un prezioso stimolo a non far nulla che potesse comprometterlo.
Contro questa spiegazione e, piú in generale, contro il silenzio inglese a Stresa si sono appuntati pressoché unanimi gli strali dei contemporanei e degli storici: il silenzio dei leaders inglesi – è stato detto – fu interpretato da Mussolini come un tacito consenso e lo incoraggiò a perseguire nella sua politica; una chiara presa di posizione, in quel momento, prima che il «duce» si impegnasse pubblicamente troppo, avrebbe potuto invece avere forse un risultato ben diverso e, in ogni caso, avrebbe costituito un elemento di chiarezza politica. Il discorso ci pare un po’ semplicistico, anche a prescindere da quanto abbiamo detto circa l’atteggiamento di Mussolini e dalla considerazione – che pure ci pare si debba fare – che in ottobre Hoare certo non poteva esporre pubblicamente tutti i motivi che avevano indotto MacDonald e Simon a tacere. Se è infatti indubbio che sul momento il «duce» interpretò effettivamente il silenzio inglese come un tacito consenso119 è però altrettanto vero che Simon, con la sua presa di posizione di due giorni dopo a Ginevra, rettificò subito questa impressione: il fatto che Mussolini se ne adontò dimostra bene che egli capí che il ministro degli Esteri inglese voleva sí evitare che la Società delle Nazioni fosse investita della questione etiopica, ma non era però disposto a lasciargli via libera. Né, ancora, ci pare si debba giudicare il silenzio inglese a Stresa solo in relazione ai rapporti anglo-italiani. Al contrario, la sua vera ragione è per noi da ricercare in quelli anglo-francesi. A Stresa i piú interessati a ribadire l’unità tripartita erano certamente i francesi120: sollevare in quella sede la questione etiopica non avrebbe voluto dire correre il rischio di pregiudicare i rapporti tra Londra e Parigi e di far allineare ancor piú Laval a Mussolini, dando a questo la sensazione di essere riuscito ad isolare l’Inghilterra? Di fronte a questo rischio, non era meglio tacere e – invece di inasprirli – cercare di legare il piú possibile alla propria politica i francesi nel prosieguo delle trattative con Roma (specie sapendo di stare trattando con la Germania l’accordo navale)? Senza dire, infine, che un eventuale scontro con Mussolini sull’Etiopia difficilmente sarebbe potuto rimanere segreto e, in ogni caso, avrebbe reso piú difficile al governo inglese di tirare le cose per le lunghe e di cercare una soluzione extrasocietaria della questione.
In questa prospettiva, per valutare l’atteggiamento inglese e capire le reazioni che esso suscitò in Mussolini, piú che all’episodio di Stresa ci pare si debba guardare ai colloqui londinesi e romani dei primi di maggio e soprattutto a quelli dell’ultima decade dello stesso mese: a Roma tra Mussolini e Drummond e a Ginevra tra Aloisi, Eden e Laval (e Avenol). È infatti questa serie di colloqui che spiega il nuovo linguaggio adottato da Mussolini nel suo discorso alla Camera del 25 maggio. Da essi121 emersero chiaramente quattro cose: la irrevocabilità della decisione di Mussolini di risolvere la questione etiopica (anche se sui reali limiti di questa sistemazione da parte italiana ci si dimostrò vaghi e sostanzialmente possibilisti ed è da escludere che Mussolini pensasse ad una soluzione totalitaria); l’atteggiamento sostanzialmente pro italiano di Laval, anche se fu chiaro che i francesi non volevano perdere i collegamenti con Londra; la decisione inglese di non avallare in alcun modo e, se necessario, di condannare esplicitamente un’azione di forza italiana; ma, al tempostesso, la volontà del governo di Londra di evitare in tutti i modi di rompere con Mussolini e di cercare di venire incontro alle sue richieste con una soluzione possibilmente extrasocietaria della controversia. Da qui l’irritazione di Mussolini contro gli inglesi (via via accresciuta dalle critiche sempre piú vivaci e dagli attacchi della stampa d’oltre Manica e dagli accenni alle difficoltà interne che la sua politica incontrava), ma anche il confermarsi in lui della convinzione di avere, al fondo, visto giusto, anche se le difficoltà da superare sarebbero state maggiori del previsto e con esse i margini di rischio da affrontare. Da qui tutta una serie di conseguenze assai importanti e, via via, tali da modificare profondamente il disegno mussoliniano.
Innanzi tutto la conseguenza di indurre Mussolini ad assumere un atteggiamento sempre piú duro ed intransigente. Soprattutto in pubblico: personalmente, nei suoi discorsi (sia per dimostrare all’estero che non bluffava, sia per sensibilizzare l’opinione pubblica italiana e prepararla al conflitto e ad una prova di forza con l’Inghilterra e la Società delle Nazioni)122, e, piú in generale, dando il via ad una sempre piú dura campagna di stampa contro l’Etiopia e soprattutto contro l’Inghilterra che si opponeva alle «sacrosante» esigenze «di difesa» e di «espansione» italiane e non voleva riconoscere nell’Italia una nuova grande potenza europea e mediterranea con la quale accordarsi su un piede di parità per la difesa della pace e della giustizia internazionali. Ché a livello diplomatico, almeno formalmente, il suo comportamento fu piú duttile e – per quanto sia difficile credere che egli pensasse ancora alla possibilità di trovare un accordo con l’Inghilterra prima di averle forzato la mano con un’azione militare in Etiopia – tale da lasciare un certo spazio ai tentativi della «carriera» di escogitare una soluzione diplomatica extraginevrina o addirittura ginevrina che potesse risolvere la questione etiopica per via diplomatica, sfruttando le contraddizioni della politica britannica, i buoni uffici di Laval e le preoccupazioni di Avenol per le conseguenze che l’affare etiopico avrebbe potuto avere e per la Società delle Nazioni e per l’equilibrio europeo (in riferimento specialmente all’Austria)123. Tanto piú che, cosí facendo, Mussolini otteneva tutta una serie di risultati, secondari ma non trascurabili: portare le trattative diplomatiche per le lunghe e non trovarsi a dover fronteggiare una sfasatura dei tempi rispetto alla preparazione militare, rassicurare in qualche misura la «carriera», assai preoccupata per la piega che le cose stavano prendendo124, mostrare al re e ai vertici del regime che faceva ogni sforzo per evitare una rottura con Londra. Per avere un quadro preciso della situazione, bisogna inoltre tenere nella debita considerazione il fatto che questa formale duttilità diplomatica di Mussolini cominciò proprio in questo periodo ad accompagnarsi ad una crescente intensificazione dei contatti e dei maneggi (soprattutto segreti) con il mondo arabo (specialmente in Egitto, in Palestina, nello Yemen), allo scopo di creare difficoltà in quei paesi agli inglesi e incutere loro il timore che in caso di gravi complicazioni o, al limite, di un conflitto con l’Italia si sarebbero trovati nella condizione di dover fronteggiare una difficile situazione proprio nel cuore del loro sistema imperiale.
Un’altra conseguenza fu quella di indurre Mussolini a volersi in qualche modo cautelare rispetto alla Germania, assumendo verso di essa un atteggiamento piú duttile e conciliante, in maniera da ridar fiato alle speranze di Hitler in un riavvicinamento italo-tedesco125. È da escludere però che, a meno di trovarsi con le spalle al muro, Mussolini pensasse veramente di potersi avviare su questa strada. Ai primi di maggio, parlando col console a Monaco Pittalis, egli si diceva convinto che con la Germania tutti i ponti erano ormai rotti e che l’Italia era «completamente a fianco delle potenze occidentali»126 e non vi sono elementi che inducano a credere che non fosse sincero. Anche a prescindere dalla sua strategia pendolare, è però ovvio che, nella eventualità che la crisi dei rapporti con l’Inghilterra fosse andata oltre il limite da lui inizialmente previsto, egli, pur volendo mostrarsi pronto a tutto (e da qui il grande spiegamento di forze e l’eccezionale rilievo dato alle grandi manovre tenute, non a caso, a fine agosto nel Trentino e nell’Alto Adige) voleva però anche migliorare i rapporti con Berlino. Egli doveva pensare infatti che cosí facendo poteva procurarsi un duplice vantaggio: premere indirettamente su Londra e soprattutto su Parigi, facendo balenare loro il pericolo di un suo abbandono del «fronte di Stresa» e indurre Hitler a non creargli difficoltà in quel difficile momento. Né è da escludere che – convinto com’era della inevitabilità che Hitler cancellasse tutte le clausole del trattato di Versailles che limitavano la sovranità tedesca e informato, come lo era da Cerruti e Renzetti, che il prossimo passo su questa via sarebbe stato la rimilitarizzazione della Renania – Mussolini pensasse che dal suo particolare punto di vista fosse in definitiva piú utile incoraggiare indirettamente Berlino ad agire in questo senso in concomitanza con la sua azione in Etiopia, dato che questo avrebbe legato completamente le mani ai francesi e agli inglesi. Da qui, con la metà di maggio, tutta una serie di caute ma invitanti aperture verso Berlino (compreso il trasferimento a Parigi dell’inviso Cerruti) e di prese di posizione piú concilianti che per il passato (tra cui quella, già ricordata, alla Camera con la quale Mussolini sottolineò che tra Italia e Germania il solo problema aperto era quello austriaco)127 che sarebbero sfociate nella dichiarazione fatta dal «duce» all’ambasciatore von Hassell il 6 gennaio ’36 che il «fronte di Stresa» era ormai «morto per sempre» e che egli non avrebbe sollevato obiezioni se l’Austria, pur rimanendo formalmente indipendente, si fosse posta nella scia della Germania e avesse avuto una politica estera «parallela a quella tedesca»128. In questa dichiarazione è stato visto un vero e proprio mutamento dell’atteggiamento mussoliniano verso l’Anschluss129. Per importante che sia, interpretarla in questo senso in riferimento a quel particolare momento ci pare però eccessivo: alla luce di tutta la posizione mussoliniana in quel momento – ripetiamo – è nostra convinzione che essa fosse solo un mero espediente tattico, dettato da opportunità contingenti (tra le quali quella di cercare di porre un freno all’ambigua politica etiopica di Hitler130), che in quanto tale essa non costituisse un mutamento di rotta effettivo rispetto alla politica mussoliniana di collaborazione e di un accordo generale con Londra e che, quindi, vada giudicata sulla base di quanto – nella primavera del ’35 – Mussolini disse ad Ernst Niekisch, nel corso di un colloquio che mostra bene quanto in lui fossero vive le preoccupazioni e le ostilità per la politica nazionalsocialista. Di questo colloquio abbiamo solo il resoconto fattone da Niekisch nelle sue memorie; la posizione politico-ideologica di Niekisch al momento della pubblicazione induce però a credere nella loro aderenza alla realtà. Stando ad esse131,
Mussolini accennò anche alla questione dell’Anschluss austro-germanico. Era d’accordo sul fatto che l’Austria si adeguasse alla Germania sul piano della politica costituzionale, economica e culturale, ma, in nessun caso, poteva tollerare l’Anschluss costituzionale. Non era lecito che la Germania si spingesse fino alle frontiere italiane. Il peso della Germania era troppo forte perché l’Italia potesse accettare una pressione tedesca immediata sul suo confine del Brennero. Ciò aveva piú volte fatto sapere a Berlino; ma Hitler non comprendeva l’ABC della politica, consistente nel principio del «do ut des»; Hitler voleva sempre soltanto prendere senza mai dare. Il che era senz’altro molto comodo, ma egli presto non avrebbe piú trovato un socio pronto ad impegnarsi in situazioni cosí unilaterali.
Viste in questa prospettiva, è difficile considerare le dichiarazioni di Mussolini a von Hassel come un mutamento di atteggiamento rispetto all’eventualità dell’Anschluss o come l’indice di una effettiva volontà o anche solo predisposizione del «duce» a cambiare campo.
In terzo luogo, infine, un’altra conseguenza dei colloqui anglo-franco-italiani del maggio fu quella di indurre Mussolini a respingere tutte le offerte che gli inglesi gli fecero nei mesi immediatamente successivi nel tentativo di risolvere pacificamente la questione etiopica: sia perché troppo limitate, sia perché con esse Londra intendeva chiudere la questione e – soddisfatte in qualche misura le sue pretese e le sue esigenze di prestigio – ripristinare la situazione precedente. Una situazione cioè di sostanziale leadership della politica britannica rispetto a quella italiana, senza prendere in considerazione le avances mussoliniane per un accordo generale e, quindi, per un nuovo rapporto su basi di parità.
La prima offerta fu decisa subito dopo la costituzione del governo Baldwin e la consegna ad esso del «rapporto Maffey», nella seconda decade di giugno. Incaricato di trasmetterla personalmente a Mussolini fu il ministro per i rapporti con la Società delle Nazioni, Eden, che arrivò a questo scopo a Roma la sera del 23 giugno, dopo una breve sosta a Parigi, durante la quale non aveva fatto minimamente cenno ai francesi dell’offerta che si accingeva a presentare. Mussolini ed Eden ebbero due incontri, la mattina del ’24 e il pomeriggio del ’25; il ministro inglese ebbe altresí vari colloqui con Suvich e Aloisi. Nei mesi e negli anni successivi, sia a livello pubblicistico-propagandistico sia specialmente a livello di opinione pubblica, sarebbero fiorite su questi due incontri le storie piú fantastiche e – specie in Italia – piú adatte a soddisfare l’orgoglio nazionale e ad esaltare la figura del «duce». E ciò contribuisce a spiegare perché per anni la propaganda del regime finí quasi per fare di Eden (politicamente oltre tutto una scialba figura, obiettivamente inferiore alle responsabilità affidategli e alla fama che a lungo godette) la personificazione, il simbolo del perfido inglese, antifascista e nemico dell’Italia. In realtà i due colloqui132 non ebbero affatto un tono drammatico e, pur dovendo registrare una sostanziale divergenza di vedute, si mantennero su un tono estremamente corretto e Mussolini non perse affatto la calma e non pensò neppure lontanamente di umiliare o minacciare il suo interlocutore.
Durante il primo colloquio, Eden, dopo aver premesso che il governo inglese era «irrevocabilmente impegnato» verso la Società delle Nazioni e non poteva quindi «restare indifferente dinanzi ad avvenimenti che avrebbero potuto gravemente pregiudicare il futuro della lega» e che a questo proposito non vi erano divergenze nell’opinione pubblica inglese, prospettò la sua offerta:
La Gran Bretagna, conscia che l’Abissinia tiene enormemente ad avere uno sbocco al mare, è decisa di cedere all’Abissinia la piccola baia di Zeila ed un tratto di territorio che costituisce un corridoio tra Zeila ed il retroterra abissino per indurre l’Abissinia a fare delle notevoli concessioni all’Italia. Tali concessioni potrebbero essere: la cessione della provincia dell’Ogaden, concessioni di carattere economico ed altri vantaggi da determinare.
La risposta di Mussolini fu immediata e totalmente negativa. La soluzione proposta avrebbe rafforzato l’Etiopia, facendone un paese marittimo e dandole la possibilità di rifornirsi ancora piú facilmente di armi; non avrebbe permesso il collegamento tra l’Eritrea e la Somalia; avrebbe fatto dell’Inghilterra «il protettore e benefattore» dell’Etiopia, sicché questa avrebbe potuto cantare vittoria e avrebbe vieppiú odiato l’Italia, che – invece – voleva por fine una volta per tutte alle ricorrenti minacce contro le sue colonie. Anche l’Italia avrebbe potuto offrire una rada all’Etiopia, ma questa non voleva accordarsi con l’Italia. «Essi ci detestano e non si fidano di noi e noi non ci fidiamo di loro». E perché non vi fossero dubbi sul significato delle sue parole, tenne a precisare:
a) che non vedeva che due soluzioni:
Una soluzione pacifica vorrebbe dire la cessione in nostro diretto dominio di tutti i paesi che non sono di razza etiopica e che sono stati conquistati per l’Abissinia da Menelik e dai suoi successori, piú il controllo sul nucleo centrale. Una soluzione con la guerra vorrebbe dire eventualmente la cancellazione dell’Etiopia dalla carta geografica;
b) che egli aveva vagliato tutte le conseguenze di questa seconda soluzione, quelle che investivano i rapporti con la Società delle Nazioni e quelle che concernevano piú direttamente i rapporti italo-inglesi; e che, ciò nonostante, non poteva che respingere l’offerta fattagli.
Nonostante questa secca risposta e nonostante Mussolini gli fosse apparso animato da una sorta di «tetro fatalismo», sicché era sua impressione che «per smuoverlo ci voglia ben piú della forza del ragionamento», appena concluso il colloquio Eden (che, secondo Aloisi133, era a sua volta «cupissimo» e quasi «messo a terra» dall’incontro con Mussolini) si affrettò a sollecitarne tramite Suvich un altro. L’andamento di questo secondo colloquio, unito al fatto che nell’intervallo Eden mostrò di interessarsi alle proposte di Aloisi per un’azione concordata italo-franco-inglese per espellere l’Etiopia dalla Società delle Nazioni134, conferma l’asserzione di Eden nelle sue memorie135 che per gli inglesi il rigetto della loro offerta non doveva essere del tutto inatteso e, soprattutto, che non avevano affatto l’intenzione di rinunciare a trovare un’altra base d’accordo con Mussolini, a lui ovviamente piú favorevole. Se poi si considera l’equivoco comportamento tenuto con i francesi quando Eden, all’andata, si era fermato a Parigi non facendo loro cenno di nulla (e, tra l’altro la cessione di Zeila, irrilevante per gli inglesi, avrebbe molto danneggiato economicamente Gibuti) e la proposta loro fatta nel viaggio di ritorno di sostituirsi al governo inglese nell’«azione mediatrice» (pur sapendo che Laval era del parere di arrivare ad un protettorato italiano sull’Etiopia136), viene quasi da pensare che al fondo della missione di Eden vi fosse, piú che la speranza che Mussolini accettasse la proposta fattagli137, il desiderio di sondare i propositi del «duce» e di farsi una idea precisa dei suoi obiettivi territoriali; e ciò spiegherebbe anche la cura messa nel non coinvolgere la Francia nel tentativo, sia – come a Stresa – per evitare che essa si dissociasse esplicitamente da Londra sia soprattutto per poter in un secondo momento cercare di far prendere ad essa altre iniziative che il governo inglese considerava troppo impopolari e, quindi, preferiva accollare a Parigi. Nel pomeriggio del 25 giugno Eden si preoccupò infatti essenzialmente di stabilire con precisione quali fossero le richieste e le proposte di soluzione del «duce», ottenendo che questi gli indicasse su una carta geografica i territori che voleva occupare direttamente e quelli che intendeva lasciare al negus (Tigré, Goggian e Scioa) e gli dicesse che per questi voleva «un regime tipo Egitto o Marocco». E saputele, se per un verso disse che «purtroppo il punto di vista italiano non è condiviso dalla Gran Bretagna», da un altro verso affermò che «tuttavia abbiamo ancora tempo avanti a noi ed è sperabile che possa intervenire qualche fatto nuovo che renda possibile una soluzione pacifica». E, incontratosi prima di ripartire da Roma con De Chambrun e Drummond, non pare abbia mosso obiezioni a quanto gli disse l’ambasciatore francese (col sostegno del suo collega britannico), che, cioè, «gli Italiani non potevano accettare quelle proposte e che bisogna fare un ulteriore sforzo»138.
La seconda offerta fu fatta a metà agosto nel corso di una serie di conversazioni tra Laval, Eden e Aloisi, riuniti a Parigi nella loro qualità di rappresentanti delle potenze firmatarie dell’accordo Tripartito del 1906. Nel frattempo la situazione si era però notevolmente deteriorata.
In Inghilterra, lo stesso giorno in cui Eden era rientrato a Londra da Parigi e Roma, il 27 giugno, il comitato promotore del già ricordato referendum sui problemi della pace (il famoso Peace Ballot) aveva reso noti i risultati definitivi della sua iniziativa. Al referendum avevano partecipato oltre undici milioni e mezzo di persone; di esse quasi il 96 per cento si era dichiarato per la permanenza dell’Inghilterra nella Società delle Nazioni e oltre il 90 per cento per un disarmo generale e controllato; quanto poi al quesito relativo a come, se una nazione voleva attaccarne un’altra, le altre nazioni avrebbero dovuto agire per obbligarla a desistere dai suoi propositi, l’86,8 per cento si era dichiarato a favore di misure economiche e il 58,7 anche, se necessario, di misure militari. Un orientamento apparentemente cosí netto dell’opinione pubblica139 aveva reso il governo estremamente cauto, timoroso di prendere iniziative che in sede elettorale potessero giuocare a favore dei laburisti. E ciò specie dopo che, trapelata l’offerta che Eden aveva fatto a Mussolini, aveva dovuto constatare che l’impressione da essa suscitata non era stata affatto positiva. Come giustamente ha scritto il Baer140, il Peace Ballot «non fece del governo l’alfiere della Società delle Nazioni»; esso infatti non fece certo mutare opinione ai governanti «nazionali» né attenuò lo scetticismo di molti di loro verso l’organizzazione ginevrina; «ma ora divenne piú difficile per il governo giustificare all’interno le concessioni a Mussolini, mentre diveniva politicamente opportuno accrescere in qualche modo l’appoggio alla Lega». Da qui, in concreto, un accentuarsi della sua tendenza ad arroccarsi (pur continuando al massimo il lavorio diplomatico) su una posizione d’attesa e a cercare di indurre Laval ad un atteggiamento «piú energico e leale» a sostegno della politica britannica e della Società delle Nazioni e a far pressioni su Mussolini per dissuaderlo dal ricorrere alla forza e per fargli accettare una soluzione di compromesso. Proprio quello che Laval (che nel frattempo era diventato presidente del consiglio) voleva evitare, pronto com’era a tutti gli ammonimenti e agli inviti generici alla moderazione, ma tutt’altro che disposto a fare qualcosa che potesse (specie dopo l’accordo navale anglo-tedesco) pregiudicare i suoi rapporti con Roma. Tanto è vero che se con la fine di luglio l’atteggiamento di Mussolini verso l’Inghilterra era diventato tanto intransigente e sospettosamente ostile da indurlo non solo a scrivere sul «Popolo d’Italia» che l’Italia avrebbe risolto il problema etiopico «con Ginevra, senza Ginevra, contro Ginevra»141, ma anche a prendere addirittura in seria considerazione l’eventualità di uno scontro armato con l’Inghilterra (al punto da dare disposizioni a Badoglio di studiare le relative misure militari), ciò era stato provocato, forse piú che dall’accentuazione pro societaria della politica inglese dopo il Peace Ballot, dal fatto che Laval aveva fatto conoscere ad Aloisi un promemoria inglese che sembrava avvalorare l’idea che Londra volesse impedire ad ogni costo una iniziativa militare italiana, autorizzava a considerare insincere le dichiarazioni inglesi che, in linea di principio, ammettevano il bisogno italiano di espandersi e conteneva addirittura giudizi ed apprezzamenti sulla politica italiana, su Mussolini e sullo stesso popolo italiano assai critici e persino oltraggiosi142.
In questo clima le conversazioni parigine di metà agosto non potevano non fallire. Mussolini le aveva accettate un po’ per guadagnar tempo, un po’ per giungere ad una chiarificazione dei rapporti con l’Inghilterra e la Francia in vista della sessione ginevrina di settembre, per molti aspetti decisiva, dato che ad essa dovevano essere sottoposte le conclusioni della commissione arbitrale per l’incidente di Ual-Ual, un po’ perché in questo senso avevano spinto – nella speranza di un accordo – Avenol, De Chambrun, Drummond e Grandi. La sua posizione era però intransigente. Al punto in cui erano arrivate le cose, la guerra poteva essere evitata solo assegnando all’Italia un mandato o protettorato sull’Etiopia. Questa richiesta era stata trasmessa già il 10 luglio da Grandi a Vansittart143 ed era alla base delle istruzioni date ad Aloisi al momento della sua partenza per Parigi e delle quali il rappresentante italiano aveva subito informato Laval144. Al confronto di questa richiesta l’offerta escogitata dagli inglesi e fatta accettare ai francesi e ad Avenol era per il «duce» non solo troppo limitata, ma di cosí difficile, lunga ed incerta concretizzazione da risultare chiaramente inaccettabile. Tanto piú che per Mussolini essa presentava un difetto e un pregio assai importanti. Il difetto era quello – come il «duce» telegrafò ad Aloisi145 – di arrivare troppo tardi: otto-dieci mesi prima, quando la macchina militare italiana non era stata ancora messa in moto o era alle battute iniziali, essa, forse, avrebbe potuto rappresentare una base per trattare; ora la sua accettazione, al punto in cui era arrivata la preparazione propagandistica interna, avrebbe finito per apparire il classico topolino partorito dalla montagna e avrebbe nociuto al suo prestigio e gli avrebbe inoltre creato gravi difficoltà, senza una sufficiente contropartita. A parte i due miliardi già spesi, che avrebbe fatto del milione di uomini che aveva sotto le armi, delle commesse che avevano preso ad affluire alle industrie? Non è certo un caso che un mese dopo, con l’ambasciatore statunitense che lo sollecitava a non respingere le ultime proposte che la Società delle Nazioni stava per prospettargli, uno degli argomenti centrali da lui addotti per negare la possibilità di un compromesso sarebbe stato proprio questo.
Egli non vuole una via d’uscita. – Avrebbe riferito a Washington Breckinridge Long146 – Si propone di tirare diritto, a dispetto di tutti e contro chiunque... È inflessibile. È irrimediabilmente deciso e serenamente calmo e si accinge a tuffarsi in una tempesta che, o lo rovinerà e porterà il suo paese al disastro, o lo innalzerà effettivamente sul piedistallo sul quale lo pongono sentimentalmente i suoi seguaci fanatici.
Una delle sue prime osservazioni quando ebbi finito di parlare, è stata: «Che fare del mio esercito d’un milione di uomini?» Cosa farne? Smobilitarli sarebbe semplicemente creare un milione di disoccupati. Fermare in fabbrica le commesse belliche metterebbe altri sul lastrico e aumenterebbe il numero dei senza lavoro, aggiungendo possibilità di malcontento locale e fomentando i disordini. Egli non ha ora nessun disoccupato, tutti sono impegnati e l’intero paese organizzato. È sospinto dalla necessità economica. Speranza di fama e di ricchezza in Africa illuminano il cammino. La grandezza dell’impero e il sogno di gloria lo tengono a galla. La sua decisione di aprirsi a forza la strada per rompere il cerchio della povertà economica e il suo timore di dover affrontare le fasi sociali, economiche e politiche di un voltafaccia hanno tracciato la linea della sua avanzata.
Quanto, invece, al pregio, esso era quello di confermarlo nella convinzione che l’Inghilterra non voleva o non poteva147 spingere la crisi sino ad una vera e propria rottura148; non altrimenti, infatti, si poteva spiegare il fatto che fosse disposta ad un compromesso che – comunque lui lo giudicasse dal proprio punto di vista – costituiva certamente un gravissimo colpo al prestigio e alla stessa ragion d’essere della Società delle Nazioni. Il machiavello diplomatico-societario proposto da Eden e Laval mirava infatti a risolvere la questione affidando alla Francia, all’Inghilterra e all’Italia (alla quale le prime due avrebbero riconosciuto una posizione di privilegio e concesso una sorta di delega) una specie di missione civilizzatrice in Etiopia per conto della Società delle Nazioni... E cioè149:
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- L’Etiopia potrebbe rivolgersi alla S.d.N., in vista della collaborazione e assistenza estera per lo sfruttamento economico e l’organizzazione amministrativa del paese.
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- Questa assistenza dovrebbe essere collettiva.
- Tale assistenza potrebbe meglio effettuarsi mediante la cooperazione delle potenze confinanti coll’Etiopia.
- L’opera potrebbe essere effettuata in uno dei due modi seguenti:
- a) il Consiglio della S.d.N. delegherebbe la missione di assistenza e riorganizzazione; la decisione del Consiglio dovrebbe naturalmente essere presa d’accordo coll’Etiopia;
- b) la conclusione di un trattato fra le quattro Potenze dovrebbe essere comunicata al Consiglio per la sua approvazione, trattato che sostituirebbe quello del 1906;
- Sia nell’un caso che nell’altro le questioni che verrebbero trattate in base alla nuova sistemazione potrebbero essere le seguenti:
- a) Concessioni per lo sfruttamento delle risorse economiche;
- b) Sviluppo del commercio estero;
- c) Ammissione di stranieri in vista del loro collocamento in località adatte;
- d) Costruzione di vie di comunicazione e lavori pubblici in generale;
- e) Modernizzazione dei servizi amministrativi, con speciale riferimento alla giustizia, le prigioni, l’igiene pubblica, le poste e i telegrafi, ecc.;
- f) Istruzione pubblica;
- g) Misure contro la schiavitú;
- Le su indicate sistemazioni rispetterebbero il principio dell’indipendenza e della sovranità dell’Etiopia, oltreché della porta aperta nel campo economico;
- Questo programma non escluderebbe in alcun modo la possibilità di rettifiche territoriali;
- Restava inteso che la suggerita sistemazione dovrebbe prendere in considerazione gli interessi economici speciali riconosciuti dell’Italia nello sfruttamento economico e la riorganizzazione amministrativa dell’Etiopia, senza pregiudizio agli speciali diritti riconosciuti della Francia e della Gran Bretagna.
Con il fallimento delle conversazioni parigine del 16-18 agosto150 la questione etiopica entrò nella fase piú drammatica e decisiva. Nessuno si poteva piú fare illusioni che fosse possibile impedire a Mussolini di mettere in atto i suoi propositi di guerra di là a poche settimane, non appena la stagione avesse reso possibile l’inizio delle operazioni militari. E, infatti, proprio in questo senso il «duce» si era pronunciato il 20 agosto in un telegramma segreto a De Bono («Conferenza tripartita di Parigi è fallita. Ora c’è Ginevra, ma la situazione diplomatica è ormai esaurita. Puoi trarne le conclusioni»151) a cui il giorno dopo era seguita una lettera nella quale si legge: «Io credo che dopo il 10 settembre tu debba senz’altro aspettare la mia parola d’ordine»152. Tergiversare non era dunque piú possibile e bisognava che la Società delle Nazioni e soprattutto l’Inghilterra (senza la quale l’organizzazione ginevrina era una forma senza sostanza) decidessero una linea di condotta, quale cioè dovesse essere la risposta all’aggressione italiana. Fu a questo punto che i nodi delle contraddizioni della politica inglese vennero al pettine.
Il governo inglese, pur non nascondendosi la gravità della situazione e sebbene l’opinione pubblica britannica si orientasse sempre di piú in senso antifascista ed antitaliano e sembrasse largamente disposta ad accettare un atteggiamento fermo e deciso153, non seppe e non poté por fine alla sua ambigua politica. Non seppe perché – come ha scritto il Baer154 – a livello della classe politica «nazionale» ma anche di alcuni autorevoli esponenti dell’opposizione,
per paura della guerra, o per desiderio di conservare la forza britannica in vista del pericolo tedesco, o per radicata riluttanza, fra quanti erano d’orientamento piú pacifista, ad ammettere che l’unico modo di proteggere la Società delle Nazioni dalla distruzione era l’impiego della forza secondo giustizia, nessuno voleva la guerra con l’Italia e tutti continuavano ad accettare l’idea che il procedimento della sicurezza collettiva potesse essere in qualche modo condotto ad operare i propri miracoli senza la guida attiva della Gran Bretagna.
Non poté perché, anche se avesse voluto portare alle estreme conseguenze la sua opposizione alla politica mussoliniana, la sua iniziativa avrebbe dovuto procedere in pieno, totale accordo con i francesi e ciò non era possibile, dato che per ottenere l’allineamento di Parigi sulle sue posizioni il governo inglese avrebbe dovuto rivoluzionare completamente tutta la sua strategia politica, non solo verso l’Italia, ma anche e soprattutto verso la Germania (rinunciando all’appeasement e agli sforzi per riportare Berlino nella Società delle Nazioni) e verso l’Europa.
Parigi era ben consapevole di non poter fare a meno dell’amicizia e della entente con Londra; sapeva però altrettanto bene anche due altre cose: che Londra non voleva prendere ulteriori impegni sul continente e che, in caso di necessità, l’aiuto militare inglese non sarebbe potuto essere tempestivo. Secondo il ministero degli Esteri italiano (che probabilmente si basava su dichiarazioni francesi), perché questo aiuto diventasse effettivo occorrevano addirittura dagli otto ai dieci mesi. Stando cosí le cose, per Parigi l’amicizia e l’alleanza con l’Italia (proprio nei giorni della crisi finale della questione etiopica Badoglio restituí a Gamelin la visita che questo aveva fatto a Roma in giugno) erano tanto importanti (e sicure155) che Laval (e non solo Laval) vi avrebbe potuto rinunciare solo a condizione di un impegno solenne ed esplicito dell’Inghilterra contro la Germania, impegno che il governo britannico non era disposto a concedere. Tanto piú che l’opinione pubblica francese era sulla questione etiopica assai piú divisa di quella inglese, anche se, in teoria, in Francia l’antifascismo era assai piú vivo ed operante che oltre Manica156. In mancanza di tale impegno (che Laval sollecitò invano due volte, ufficiosamente il 2 settembre ed ufficialmente il 10 settembre) il governo francese non aveva nessuna intenzione di legarsi mani e piedi all’Inghilterra, anche se – come Laval disse ad Eden sin dall’agosto – «riteneva che sarebbe stata inevitabile una qualche forma di condanna dell’azione italiana». In questa situazione per Londra ogni iniziativa, non potendo prescindere dalla necessità di essere presa d’accordo con Parigi, doveva perciò giuoco-forza adattarsi al passo dei francesi e questo era un passo praticamente non armonizzabile con iniziative di esplicita rottura e di scontro frontale con Roma. Lo si vide alla Società delle Nazioni, ai primi di settembre, quando, «privo di una garanzia inglese di appoggio sul continente, Laval tentò di dirottare gli inglesi da ogni idea di resistenza attiva contro l’Italia e decise di incoraggiare le preferenze di Hoare per una soluzione negoziata»157; lo si vide nella seconda metà dello stesso mese, quando gli inglesi cercarono invano di ottenere dai francesi un impegno di collaborazione con la loro flotta nel Mediterraneo158; e, ancor piú chiaramente, lo si vide dopo l’inizio delle ostilità in Etiopia.
Da qui la scelta «obbligata» del governo inglese: per un verso dichiararsi decisamente contrario ad ogni azione unilaterale e ad ogni aggressione italiana e pronto a condannarla senza mezzi termini nel nome della sicurezza collettiva e della Società delle Nazioni; per un altro verso, ad ogni buon conto, favorire per il momento in tutti i modi un estremo tentativo di conciliazione in sede ginevrina (da qui la salomonica soluzione adottata dalla commissione arbitrale per Ual-Ual, escludente che nell’incidente vi fossero state responsabilità dirette sia italiane sia etiopiche, e la successiva proposta della commissione dei cinque del 18 settembre di una «carta di assistenza» societaria all’Etiopia, ovvero – come in privato si espresse il presidente della stessa commissione, De Madariaga – di un mandato internazionale, che si rifaceva sostanzialmente alle offerte anglo-francesi di metà agosto159), ma pronto, se questo fosse fallito, a dichiararsi a favore di una azione collettiva per far rispettare il covenant ginevrino (profonda fu a questo proposito l’impressione prodotta dal discorso di Hoare a Ginevra dell’11 settembre) e persino ad una dimostrazione unilaterale di forza per intimorire Mussolini (con l’invio nella seconda decade di settembre della Home Fleet nel Mediterraneo). Per un altro verso ancora, infine, dare però al concetto di azione collettiva, invece che un concreto valore politico, un contenuto cosí largo e unanimistico da farlo diventare praticamente inefficace e tale da ricondurre inevitabilmente la risoluzione della questione etiopica (nonostante lo stato di guerra ormai in atto) allo stadio dei negoziati diplomatici extrasocietari e della ricerca di un compromesso a tutto vantaggio dell’Italia. E che queste non siano delle illazioni è dimostrato da due fatti ben precisi. Primo: che nei colloqui segreti del 10-11 settembre Hoare e Laval si trovarono d’accordo nel ritenere che una guerra contro l’Italia era un rischio «troppo pericoloso e a doppio taglio per l’avvenire dell’Europa» e nel prevedere, quindi, solo la eventualità di applicare all’Italia delle sanzioni economiche, escludendo quelle militari e cosí pure un blocco navale e la chiusura del canale di Suez, «in una parola – come avrebbe detto Laval – tutto quanto potesse portare alla guerra»160. Se- condo: che la sostanza di tale accordo fu fatta addirittura conoscere negli ultimi giorni di settembre a Mussolini e non solo da Laval ma anche dagli inglesi161.
Per avere un quadro il piú possibile completo del sottofondo politico sul quale si basava la collaborazione anglo-francese e, quindi, l’impegno societario di Londra e di Parigi, non va, infine, trascurata la diversa prospettiva nella quale i due governi concepivano le sanzioni da applicare all’Italia in quanto paese aggressore. Per quel che si può desumere dalla documentazione disponibile, è infatti evidente che – al di là della facciata, della valorizzazione del principio della sicurezza collettiva e dell’istituto ginevrino – inglesi e francesi si ponevano di fronte alle future trattative per sistemare la questione etiopica con prospettive diverse e che ciò determinava un diverso modo di intendere il valore sostanziale delle sanzioni, cosí come di tutte le altre iniziative da essi prese in questo periodo. Tipico è a quest’ultimo proposito il caso dell’invio della Home Fleet nel Mediterraneo.
Su questo invio si è molto discusso. Il 20 settembre Drummond con Mussolini e ancora all’inizio di novembre Vansittart con Grandi lo giustificarono con i violenti attacchi all’Inghilterra ai quali si abbandonava la stampa fascista. Questa giustificazione è inaccettabile; come Grandi rispose a Vansittart, era inverosimile che gli articoli di Gayda e dei suoi epigoni avessero costretto l’Ammiragliato a raddoppiare le unità britanniche nel Mediterraneo e nel Mar Rosso162; né a renderla credibile è sufficiente – come pure è stato fatto – aggiungere all’atteggiamento della stampa fascista le voci sull’eccitazione degli animi tra i fascisti e i «propositi» di alcuni piú esaltati di attaccare gli inglesi nel Mediterraneo, a Malta e in Egitto, e spiegare l’invio della Home Fleet come una iniziativa presa in un momento di panico dall’Ammiragliato, senza consultarsi preventivamente col Foreign Office163. A parte ogni altra considerazione, basta a dimostrarlo il fatto che l’invio si inquadrò in tutto un contesto di iniziative che andavano dal concentramento, tre settimane prima, della Mediterranean Fleet ad Alessandria e ad Aden al completamento delle guarnigioni di Malta e di Aden. E, soprattutto, contro tale spiegazione osta il fatto che – come Mussolini subito seppe dal SIM164 – l’Home Fleet non era tecnicamente in grado di tenere il mare in caso di guerra, sia perché priva di una efficiente protezione antiaerea, sia – e questo era l’elemento decisivo – perché il suo munizionamento era di solo mezz’ora di fuoco. È pensabile che in queste condizioni di inefficienza bellica l’Ammiragliato – se veramente avesse temuto un colpo di testa italiano – avrebbe inviato le sue migliori navi nel Mediterraneo, per tenervele inattive o, peggio, esporle ai rischi piú gravi? Ugualmente poco credibile (almeno in sé e per sé) è la spiegazione secondo la quale l’invio sarebbe stato deciso essenzialmente per motivi di politica interna, elettorali, per dare cioè soddisfazione all’opinione pubblica inglese e non esporsi ad accuse di passività da parte dell’opposizione. Il vero motivo dell’invio deve dunque essere stato un altro e cioè quello di esercitare un estremo tentativo per indurre Mussolini ad accettare un compromesso e far credere al mondo che l’Inghilterra, se era ferma nel principio che ogni decisione ed ogni impegno dovevano essere presi collettivamente dalla Società delle Nazioni, era però disposta – in tale ambito – ad impegnarsi a fondo.
Il malessere, la confusione e i timori che l’apparizione nel Mediterraneo della Home Fleet suscitò in alcuni ambienti del regime e anche a palazzo Chigi165, al punto che le ambasciate straniere raccolsero persino voci che non escludevano un ritiro di Mussolini e indicavano in Badoglio uno dei suoi possibili successori166, lasciano capire quanto la prima parte del calcolo avesse buone prospettive di riuscire se Mussolini non fosse stato messo al corrente dal SIM della reale efficienza bellica delle navi che stavano affluendo. E ciò contribuisce, forse, a spiegare perché il «duce» non disse niente a molti dei suoi piú stretti collaboratori di quanto aveva saputo dal servizio segreto167: lasciandoli all’oscuro, infatti, poteva valutare meglio la loro «tempra» di fascisti e la loro fiducia nel suo «genio politico» e, al tempo stesso, valorizzare in un secondo tempo al massimo e questo e la sua «fermezza d’animo». E, sempre procedendo per ipotesi, spiega forse anche perché quei pochi che doveva aver informati della reale efficienza della Home Fleet spingessero ad un rapido inizio delle operazioni militari in Africa, onde evitare che il malessere, la confusione e i timori potessero aumentare e creare complicazioni interne (e fu questo il caso, il 14 settembre, dei componenti il Consiglio dei ministri168) ovvero non si intimorissero per la messa in scena inglese e, anzi, se ne indignassero e non si opponessero alla decisione di Mussolini di iniziare le operazioni (e fu questo il caso, lo si è visto, del sovrano). La seconda parte del calcolo in base al quale dovette essere deciso l’invio della Home Fleet nel Mediterraneo non comporta, dopo quanto abbiamo detto sull’atteggiamento inglese successivo al fallimento delle conversazioni tripartite di Parigi di metà agosto, che ci si dilunghi ad illustrarla. La sua logica è infatti evidente. Qualche parola merita piuttosto quello che si può definire il risvolto piú propriamente italiano di questa seconda parte del calcolo inglese, ché, infatti, la presenza nel Mediterraneo di buona parte della flotta britannica se serviva ad accreditare agli occhi del mondo una certa idea dell’impegno inglese a sostegno della Società delle Nazioni, voleva anche esercitare sull’Italia una seconda forma di pressione, meno evidente, forse, della prima, ma per Londra certo piú importante. Se nonostante tutto Mussolini avesse «tirato diritto», la presenza della Home Fleet doveva servire (oltre che come deterrente per i nazionalisti arabi nel caso che avessero pensato di poter approfittare della situazione per scuotere il dominio inglese) a ricordargli che il Mediterraneo era e restava la maggiore e piú importante linea di comunicazione imperiale dell’Inghilterra e che, se questa, volente o nolente, poteva chiudere un occhio sulle sue ambizioni etiopiche, mai gli avrebbe permesso però di alterare lo statu quo mediterraneo.
Questa preoccupazione inglese ci riporta al problema da cui abbiamo preso le mosse per questa digressione sul significato dell’invio della Home Fleet nel Mediterraneo e cioè alla sostanziale diversità con la quale Londra e Parigi concepirono le sanzioni.
Il governo inglese, lo si è detto, aveva scartato l’eventualità di impedire con la forza a Mussolini di scendere in guerra contro l’Etiopia ed era disposto a trovare un compromesso che soddisfacesse in qualche misura il «duce». Questa scelta era però per cosí dire condizionata ad altre due scelte ben precise, che riguardavano una direttamente la questione etiopica, l’altra l’insieme dei rapporti anglo-italiani, e che si possono cosí sintetizzare. In Etiopia: limitare al massimo le concessioni che si sarebbero dovute fare a Mussolini. In generale: non permettere assolutamente al «duce» di approfittare della guerra per alterare lo statu quo mediterraneo e nelle regioni rivierasche del Mar Rosso (cioè in pratica nello Yemen) e, piú in genere, di impostare i rapporti italo-inglesi in termini nuovi, a danno cioè degli interessi britannici e della leadership della politica inglese rispetto a quella italiana. La posizione speciale dell’Italia in Europa poteva indurre l’Inghilterra a fare delle concessioni a Mussolini, non poteva però assolutamente tradursi in una sua crisi di prestigio e in un indebolimento delle sue posizioni imperiali. In questa prospettiva le sanzioni, anche se solo economiche, avevano per Londra una funzione ben precisa: dovevano mettere l’economia italiana in difficoltà tali da influire sulla sua stessa capacità di sostenere uno sforzo militare prolungato in Africa (ché anche gli inglesi, come del resto moltissimi e tra essi anche autorevoli tecnici militari francesi e tedeschi, erano convinti che per piegare l’Etiopia sarebbero occorsi agli italiani almeno due anni, se non di piú169) e, quindi, costringere Mussolini ad accettare una soluzione riduttiva del conflitto e a convincersi della impossibilità per lui di ignorare la volontà dell’Inghilterra e di forzarle la mano. Per il governo inglese, dunque, le sanzioni economiche erano un’arma contro l’Italia. Per il governo francese e per Laval in particolare la prospettiva era invece tutta un’altra, pressoché opposta. Innanzi tutto – per paradossale che possa sembrare – le sanzioni non erano per Laval un’arma contro l’Italia, ma – in quella situazione oggettiva – un «aiuto» ad essa: come cercò in tutti i modi di far capire a Roma, in quella situazione – volendo mantenere «integralmente l’amicizia italiana» ma dovendo «indulgere alle necessità della politica societaria» –, per lui «buttarsi sulle sanzioni economiche» voleva dire «potersi opporre decisamente a quelle militari» ed evitare (come disse il 15 ottobre all’ambasciatore Cerruti) che un veto francese potesse indurre l’Inghilterra a ritirarsi dalla Società delle Nazioni. In secondo luogo i suoi sforzi tesero a ritardare l’effettiva attuazione delle sanzioni e quindi a frenare la tendenza ad allargarle al petrolio e ad altre materie prime inizialmente escluse. In terzo luogo, infine, Laval non intendeva affatto costringere Mussolini ad accettare una composizione riduttiva del conflitto. Come è ammesso dalla stessa documentazione italiana del tempo170, per lui
occorreva che l’Italia ottenesse una grande vittoria, in seguito alla quale sarebbe stato possibile far piegare il Negus ad accettare le condizioni italiane. Egli si proponeva di mettere nel frattempo un freno alla procedura societaria per dare all’Italia il tempo necessario per ottenere un successo militare decisivo.
Alla luce di questo atteggiamento anglo-francese si spiega bene quello di Mussolini, sia nelle settimane immediatamente precedenti l’inizio delle operazioni in Etiopia sia in quelle successive; certo sino al fallimento del piano Laval-Hoare, ma, a ben vedere, sostanzialmente anche dopo; anche se, indubbiamente, le dimissioni di Hoare (18 dicembre ’35) e la sua sostituzione al Foreign Office con Eden e la caduta del governo Laval (22 gennaio ’36)-mutarono in una certa misura il contesto politico generale e costrinsero Mussolini a modificare parzialmente la sua politica e anche se, ai primi del marzo ’36, la rimilitarizzazione della Renania da parte di Hitler introdusse ulteriori nuove varianti, tanto nell’atteggiamento anglo-francese quanto in quello di Mussolini.
Schematizzando, l’atteggiamento di Mussolini può essere riassunto attorno a tre linee d’azione, due aventi per obiettivo l’Inghilterra, la terza la Francia.
La prima linea verso l’Inghilterra tendeva a rassicurare il governo e l’opinione pubblica d’oltre Manica operando una netta distinzione tra i problemi europei e la questione etiopica: l’Italia non poteva rinunciare alla sua sicurezza e alla sua espansione in Africa orientale, ciò non voleva per altro assolutamente dire che Mussolini non volesse rispettare in toto i suoi impegni europei e non volesse mantenere inalterata la tradizionale amicizia tra i due paesi; al contrario, egli voleva rafforzarla, farne – con quella con la Francia – il fondamento della sicurezza e dell’equilibrio continentali e, in prospettiva, la premessa per realizzare una collaborazione piú vasta che assicurasse anche la sicurezza e l’equilibrio mediterranei; chi si opponeva alle richieste italiane lo faceva pertanto o per gretto spirito imperialistico o per faziosità antifascista, senza rendersi conto di mettere a repentaglio la pace europea. Su questa linea fu concepito il comunicato relativo alla riunione del Consiglio dei ministri del 28 agosto (tenuto in via eccezionale a Bolzano in coincidenza con le grandi manovre nel Trentino e nell’Alto Adige). In esso si legge infatti171:
Dopo avere illustrato l’atteggiamento di talune correnti inglesi, il capo del Governo ha dichiarato che la Gran Bretagna non ha nulla da temere da quella che sarà la politica italiana verso l’Etiopia. La politica dell’Italia non minaccia, né direttamente, né indirettamente, gli interessi imperiali inglesi, per cui il tendenzioso allarme suscitato in taluni circoli è semplicemente assurdo.
L’Italia ha una questione con l’Etiopia; non ha, né vuole avere questioni con la Gran Bretagna, con la quale durante la guerra mondiale, successivamente a Locarno e recentemente a Stresa fu realizzata una collaborazione di indubbia importanza per la stabilità europea.
Il Governo fascista pensa che la sua questione coloniale non deve avere riflessi sulla situazione europea, a meno che non si voglia correre il pericolo di scatenare una nuova guerra mondiale, per evitare che una grande potenza come l’Italia metta ordine in un vasto paese ove regnano la schiavitú piú atroce e primitive condizioni di esistenza.
Quanto al problema delle «sanzioni», che dovrebbero essere eventualmente approvate dalla Lega, il Consiglio dei ministri dichiara al popolo italiano ed agli altri popoli che parlare di «sanzioni» significa porsi su un piano inclinato dal quale si può sboccare nelle piú gravi complicazioni.
Gli stessi concetti vennero piú volte ribaditi dal «Popolo d’Italia», anche per la penna dello stesso Mussolini (sia pure in forma anonima) e la loro sostanza fu ripresa nel comunicato relativo alla riunione del Consiglio dei ministri del 28 settembre, l’ultima prima dell’inizio delle ostilità172:
il Consiglio dei ministri dichiara ancora una volta, come già a Bolzano, che la politica dell’Italia non ha mire immediate o remote che possano ferire gli interessi della Gran Bretagna... Il popolo inglese deve sapere, al disopra di tutte le mistificazioni antifasciste, che il Governo italiano ha comunicato a quello britannico di essere pronto a trattare per ulteriori accordi che tranquillizzino per quanto concerne gli interessi legittimi dell’Inghilterra nell’Africa Orientale. Il Governo fascista dichiara nella maniera piú solenne che eviterà tutto quello che può allargare su un piú vasto terreno il conflitto italo-etiopico.
Oltre che gli inglesi, queste pubbliche prese di posizione avevano come destinatari anche gli italiani e servivano al regime per completare il quadro che della situazione internazionale e dei rapporti italo-inglesi esso voleva accreditare all’interno, onde far apparire l’Italia il piú possibile vittima della egoistica prepotenza dei popoli ricchi. In questo senso esse non possono essere viste disgiunte dalla sempre piú violenta campagna anti-inglese che l’apparato propagandistico del regime portò avanti in questo stesso periodo e alla quale contribuí personalmente anche il «duce» con alcuni articoli anonimi sul «Popolo d’Italia», che in piú di un caso le dettero anzi il là173. Di questa campagna esse furono certamente parte integrante, in quanto ne costituivano l’aspetto italiano, positivo e responsabile, in contrapposizione a quello inglese, negativo e irrespon- sabile, che veniva prospettato essenzialmente in base ad alcuni argomenti che servivano a loro volta da avvio per tutte le altre variazioni sul tema: l’Inghilterra non voleva un’espansione coloniale italiana, aveva essa stessa mire sull’Etiopia ed era dietro all’atteggiamento aggressivo del negus; l’Inghilterra maneggiava a suo piacere la Società delle Nazioni e si serviva del suo paravento per coprire una politica mirante esclusivamente a difendere i suoi interessi imperiali; l’imperialismo inglese agiva in stretto collegamento con l’antifascismo massonico internazionale che voleva umiliare e battere il fascismo e si serviva a questo scopo di tutti gli alleati (compreso il bolscevismo) e di tutte le armi, anche di quelle, come le sanzioni, che non erano mai state usate in altre circostanze, piú gravi (aggressione giapponese alla Cina nel ’31), o che avevano visto di fronte due paesi di eguale grado di civiltà (guerra del Chaco nel ’32), ma che non avevano riguardato un paese fascista. Nonostante la loro funzionalità rispetto al tipo di mobilitazione psicologica del paese che il regime voleva realizzare, sarebbe però sbagliato ritenere che queste prese di posizione «distensive» e «rassicuranti» fossero solo strumentali e propagandistiche. In realtà esse non furono che alcune delle manifestazioni di quella che abbiamo definito la prima linea d’azione verso l’Inghilterra messa in atto da Mussolini e dalla diplomazia italiana un po’ a tutti i livelli e che aveva effettivamente l’obiettivo di sdrammatizzare il contrasto con Londra e di permettere una ripresa delle trattative per giungere ad una composizione del conflitto con l’Etiopia appena ciò fosse stato possibile e cioè appena – come Mussolini sin dal 19 agosto lasciò capire all’incaricato d’affari statunitense Kirk174 – le truppe italiane avessero riportato un primo tangibile successo su quelle etiopiche.
Con grande meraviglia di Aloisi, il 1º ottobre Mussolini disse che se gli avessero dato «le grandi regioni vassalle dell’Abissinia, l’affare si sarebbe potuto forse sistemare»175. A meno di pensare ad un estremo momento di resipiscenza e di timore per le conseguenze della guerra che stava per scatenare di là a due giorni, è difficile credere che il «duce» ritenesse – lo si è detto – di poter ottenere pacificamente ciò che desiderava. Al punto a cui erano arrivate le cose era infatti impensabile che l’Inghilterra potesse concedere piú di quanto Eden aveva offerto a Roma, a Parigi e a Ginevra176 senza che le fosse forzata esplicitamente la mano. Pur essendo deciso a fare la guerra, Mussolini si rendeva conto dei rischi e dei sacrifici che essa comportava sia sotto il profilo politico sia sotto quello economico.
Dopo l’atteggiamento assunto dall’Inghilterra, la guerra poteva isolare l’Italia e, ridando fiato alle vecchie diffidenze ed ostilità mai completamente sopite verso il fascismo, poteva nuocere non poco al prestigio politico dell’Italia e cancellare l’immagine pacifica e responsabile che del suo regime egli era venuto accreditando. E soprattutto poteva far diventare cronica quella crisi dei rapporti con l’Inghilterra che la preparazione diplomatica della guerra aveva già determinato, rendendo sempre piú difficile salvaguardare la posizione speciale dell’Italia e specialmente la realizzazione di quell’accordo generale con Londra che, via via che la questione etiopica gli si complicava e gli si trasformava nelle mani, diventava per lui l’obiettivo in prospettiva sempre piú importante, dato che senza di esso i successi che avrebbe conseguito in Africa si sarebbero dimostrati assai precari e la posizione internazionale dell’Italia si sarebbe in sostanza piú indebolita che rafforzata. Quanto all’aspetto economico (del costo della guerra d’Etiopia e delle sue ripercussioni sull’economia italiana parleremo nel prossimo volume), se la guerra avrebbe offerto al regime la possibilità di conseguire alcuni vantaggi (specialmente con la diminuzione della disoccupazione, soprattutto industriale, e, secondariamente, sotto il profilo di una certa razionalizzazione del sistema economico nazionale, sia in termini oggettivi sia rispetto al tipo di economia e di intervento dello Stato che esso tendeva a realizzare), assai superiori sarebbero però stati gli svantaggi, specialmente sui tempi brevi. Per una economia come quella italiana, che da poco aveva cominciato ad uscire dalla «grande crisi», l’onere di una guerra moderna in grande stile – come era indispensabile affrontare sia per essere sicuri del successo sia per affrettarlo il piú possibile – era di per sé gravosissimo e diventava pressoché drammatico nella eventualità che le sanzioni economiche potessero avere una seria applicazione e si prolungassero per un lungo periodo. E se poi esse fossero state totali, avessero cioè riguardato tutte le materie prime, è evidente che avrebbero, per dirla con Mussolini, equivalso alla «pena di morte per asfissia» per l’economia italiana e reso impossibile il proseguimento della guerra.
In questa situazione, la guerra per Mussolini doveva essere in primo luogo breve e militarmente risolutiva. Da qui la sua decisione non solo di impegnarvi un esercito numeroso ed assai forte e di non risparmiare i mezzi messi a sua disposizione (si pensi, per fare un solo esempio, che la benzina consumata giornalmente in Etiopia fu di un sesto superiore a quella usata giornalmente nella prima guerra mondiale), ma di autorizzare il ricorso a tutti i mezzi e gli espedienti ritenuti adatti a rendere piú rapide e travolgenti le operazioni, dalla corruzione e acquisizione di alcuni capi etiopici, alla utilizzazione dei gas asfissianti contro le truppe nemiche, ai bombardamenti indiscriminati delle retrovie177.
In secondo luogo per Mussolini la guerra – checché egli avesse scritto nelle sue direttive del 30 dicembre ’34 e detto sei mesi dopo ad Eden – doveva mirare non a far scomparire l’Etiopia dalla carta geografica – una eventualità che avrebbe voluto dire umiliare l’Inghilterra e rendere difficilissima una ripresa dei rapporti amichevoli con essa –, ma a costringere il negus, cioè l’Inghilterra e con essa la Società delle Nazioni, a venire a patti e ad accettare le sue richieste e cioè il possesso diretto di tutte o di buona parte delle regioni «periferiche» dell’Etiopia e il controllo del nucleo centrale amarico. Da qui le sue raccomandazioni-istruzioni a De Bono del 20.ottobre ’35 che rispecchiano appieno i suoi piani178:
Questo telegramma è un po’ lungo, ma è fondamentale e ne esaminerai il contenuto insieme con Badoglio e Lessona. Come saprai, la Società delle Nazioni ha deciso di raccomandare ai Governi di adottare varie sanzioni contro l’Italia. Ci sono dei Governi che adotteranno al cento per cento le raccomandazioni leghiste; altri che le adotteranno al cinquanta per cento; altri ancora che non ne faranno nulla, senza contare gli Stati fuori della Lega, come Brasile, Germania, Giappone, Stati Uniti. Non credo che le sanzioni economiche avranno un’influenza sulle nostre operazioni militari o sulla resistenza del popolo italiano, formidabilmente unito e risoluto. Esiste un pericolo tuttavia, e cioè che, vista l’inefficienza delle sanzioni economiche, si passi a quelle di carattere militare. Inglesi e francesi me lo hanno formalmente escluso, hanno cioè dichiarato che non hanno mai pensato al blocco, alla chiusura di Suez, ma io mi fido poco degli uni e degli altri. Si può pensare in ogni modo che, prima di passare dalle sanzioni economiche a quelle militari, passerà un certo periodo di tempo. Mentre a Ginevra cingevano d’assedio l’Italia, io ho fatto conoscere a Laval alcune richieste minime dell’Italia in Abissinia e cioè:
- Annessione pura e semplice alle nostre colonie dei territori conquistati;
- Mandato all’Italia, o qualche cosa di equivalente, sui territori non amarici dell’Abissinia;
- Rettifiche territoriali nella Dankalia e nell’Ogaden;
- Partecipazione dell’Italia al mandato societario sugli amara;
- Disarmo controllato dell’Abissinia.
Queste richieste in Abissinia saranno respinte. Bisogna persuadersi che noi avremo sicuramente soltanto quello che avremo occupato. A queste condizioni di fatto bisogna adeguare nel modo e nel tempo la nostra azione militare. Non ci saranno complicazioni in Europa prima delle elezioni inglesi, fissate per la metà novembre. Ebbene, per quella data, tutto il Tigré sino a Macallé o oltre deve essere nostro. Nella tua lettera del 6 ottobre mi chiedevi un mese di tempo e un mese di tempo è a tua disposizione. Nell’attesa del mio ordine, che potrà giungerti fra il 1º e il 5 novembre, manda avanti l’occupazione del territorio, occupazione tipo macchia d’olio, in modo che ultimo sbalzo non sia di lunghezza eccessiva. Ho anche il dovere di ricordarti che con la fine dell’embargo armi moderne e munizioni arrivano in gran quantità in Etiopia, per cui il tempo lavora contro di noi. D’altra parte una troppo ritardata occupazione di Macallé può imbaldanzire i nemici e cagionare perplessità negli amici. Dopo averne parlato con Badoglio e Lessona, rispondimi.
Da qui, ancora, il suo affiancare all’impegno militare e all’azione diplomatica alcune iniziative tanto spregiudicate e addirittura rocambolesche quanto destinate – alla prova dei fatti – a sicuro insuccesso che se, da un lato, sono una ennesima riprova di quanto abbiamo detto a proposito della sua tendenza ad utilizzare tutti i mezzi (anche i meno ortodossi diplomaticamente e politicamente) ritenuti atti a spianargli la strada verso il raggiungimento dei suoi obiettivi, da un altro lato confermano ulteriormente però quanto a Mussolini stesse a cuore una conclusione rapida e concordata del conflitto. Tipici in questo senso sono gli accordi che nella prima metà del dicembre ’35 il SIM prese con un avventuriero palestinese-messicano, Jacir bey, che si diceva amico di Hailè Selassiè. Secondo tali accordi179, in cambio di un compenso di cento milioni di lire, Jacir bey si impegnava o a convincere il negus a concludere a certe condizioni180 la pace con l’Italia entro il 15 febbraio ’36 o, se ciò non fosse stato possibile, a organizzare «un atterraggio forzato» in territorio occupato dalle forze italiane dell’aereo personale su cui il sovrano etiopico usava spostarsi da una località all’altra del suo impero...
In terzo luogo, infine, per Mussolini la guerra in Etiopia non doveva assolutamente portare ad una crisi totale dei rapporti con Londra. Sotto questo profilo il modus operandi del «duce» non era sostanzialmente diverso da quello che negli anni precedenti egli aveva adottato verso la Francia e si riassumeva nella formula crisi sí, rottura no. Da qui le assicurazioni pubbliche delle quali abbiamo detto e quelle anche piú numerose trasmesse direttamente ed indirettamente (soprattutto tramite la Francia, ma anche attraverso altri canali, compreso quello della Santa Sede181) al governo inglese di voler tenere nettamente distinta la questione etiopica da quella europea, di non pensare assolutamente ad uscire dalla Società delle Nazioni, di voler rispettare in toto gli interessi britannici in Etiopia e di non aspirare ad obiettivi piú vasti di quelli enunciati ad Eden e, anzi, lasciando capire di potersi accontentare anche di meno. E specialmente che a tutto pensava meno che a volere una guerra con l’Inghilterra. Tipico è in questo senso l’atteggiamento assunto verso le sanzioni. La stampa del regime, da quando se ne era cominciato a parlare, aveva preso a scrivere: «le sanzioni significano la guerra»182.
Sia dunque stabilito, senza equivoci e per tempo, che quei giornali britannici che si fanno fiammeggianti apostoli delle sanzioni lavorano per la guerra... Guerra decisa, spietata, di distruzione per terra, per mare e per cielo, quale può essere quella di un popolo virile ed esasperato, il quale ha la coscienza della sua ragione di fronte alla storia, e difende il suo diritto di vita e di lavoro e il suo onore che non conta meno del suo pane183.
Quando però fu chiaro che le sanzioni sarebbero state applicate, il discorso si fece subito diverso. Le sanzioni delle quali si parlava erano, almeno per il momento, quelle economiche: la minaccia che potessero portare alla guerra fu allora trasferita da quelle economiche a quelle militari184 e quando, con l’inizio delle operazioni in Africa, il problema si fece reale, essa fu ulteriormente graduata e sfumata. E non solo per le vie diplomatiche, ma, pubblicamente, dallo stesso Mussolini nel discorso con il quale il pomeriggio del 2 ottobre, dal balcone di palazzo Venezia, annunciò l’inizio delle ostilità185:
Alla Lega delle nazioni, invece di riconoscere i nostri diritti, si parla di sanzioni... Alle sanzioni economiche opporremo la nostra disciplina, la nostra sobrietà, il nostro spirito di sacrificio.
Alle sanzioni militari risponderemo con misure militari.
Ad atti di guerra risponderemo con atti di guerra.
Nessuno pensi di piegarci senza avere prima duramente combattuto.
Apparentemente dura e minacciosa, questa dichiarazione sta in realtà a provare come per il «duce» le sanzioni economiche fossero ormai non solo un fatto scontato, ma che in definitiva avrebbe giovato alla sua politica. Come infatti giustamente sosteneva Guariglia186,
Le sanzioni economiche, pur causandoci alcuni danni, avrebbero in realtà funzionato come valvole di sicurezza. Il vapore carico di timori, di odi, di errati calcoli politici che si era andato accumulando pericolosamente durante gli ultimi mesi si sarebbe sfumato attraverso tale valvola, allontanando il pericolo dello scoppio della caldaia. La stessa Inghilterra avrebbe avuto cosí modo di «salvare la faccia» al momento opportuno, ed intanto le nostre operazioni militari ci avrebbero dato in mano dei solidi pegni per le future trattative politiche e diplomatiche.
E che chiudere al piú presto l’affare etiopico, rinormalizzare i rapporti con l’Inghilterra ed avviare con essa il discorso per un accordo generale fosse proprio ciò che piú importava a Mussolini è dimostrato dall’insistenza che – come si vedrà piú avanti – egli mise in ottobre e in novembre, parallelamente al dispiegarsi delle prime operazioni offensive in Etiopia, nel sollecitare in tutti i modi Londra ad abbandonare il terreno della rigida e «leale» adesione alla politica societaria su cui si era arroccata e a scendere su quello di una trattativa bilaterale «realistica». E, piú in generale, lo dimostra la funzionalità che rispetto a questa linea d’azione «rassicurante» e «distensiva» verso l’Inghilterra ebbero non solo la sua politica verso la Francia in questo stesso periodo, ma – a ben vedere – anche quella che abbiamo definito la seconda linea d’azione verso Londra.
A prima vista, quella che per noi fu la seconda linea d’azione verso l’Inghilterra può apparire come una mera contraddizione interna alla prima, nel migliore dei casi, come il frutto o di una improvvisa impennata antibritannica, dettata dalla delusione o dal rancore per l’atteggiamento intransigente assunto dagli inglesi e per l’invio della Home Fleet nel Mediterraneo, o di un momento di panico. Come spiegare altrimenti che, volendo perseguire una politica «rassicurante» e «distensiva» verso l’Inghilterra, Mussolini intensificasse col settembre ’35 la propaganda e i maneggi nel mondo arabo e addirittura rafforzasse le truppe di stanza in Libia inviandovi due altre divisioni? Compisse cioè una serie di atti chiaramente ostili all’Inghilterra, che vi vide una minaccia all’Egitto e al cuore del suo sistema imperiale e che molto se ne preoccupò (come prova la documentazione britannica ancora in gran parte inedita) in forme e in misure eccessive e in un certo senso isteriche, ma non per questo ingiustificate, dato che non vi è dubbio che l’aggravamento della situazione palestinese e di quella egiziana verificatosi l’anno dopo fu certo favorito dalle difficoltà create all’Inghilterra dalla guerra d’Etiopia e, in qualche misura, anche dai maneggi e dal denaro italiani187. In realtà questa serie di atti (su cui non ci soffermiamo per ovvi motivi di spazio) non fu, secondo noi, né in contraddizione con la linea «rassicurante» e «distensiva» né frutto di una impennata antibritannica o di un momento di panico. Al contrario, essa fu concepita e messa in atto freddamente come una seconda linea d’azione «deterrente» a sostegno della prima «rassicurante» e «distensiva». In pratica con quella serie di atti Mussolini non fece, insomma, che ripetere anche qui quello che negli anni precedenti aveva fatto con la Francia: cercò di indurre l’Inghilterra ad un accordo (per il momento sull’Etiopia, ma tenendo però anche l’occhio al tanto sospirato accordo generale) creandole piú difficoltà possibili laddove era piú vulnerabile e dove già doveva fronteggiare una situazione difficile. Tanto è vero che – messa in moto questa seconda linea d’azione «deterrente» – Mussolini si affrettò però a giustificarla (per quanto riguardava l’invio delle due divisioni in Libia) con l’arrivo della Home Fleet nel Mediterraneo e con il rafforzamento delle guarnigioni britanniche in Egitto e soprattutto si affrettò a riconfermare subito la sua volontà di non ledere in alcun modo gli interessi britannici nel Mediterraneo e a proporre un ritiro parallelo della Home Fleet e delle due divisioni come primo passo sulla via di una distensione e di un successivo accordo188. E negli stessi termini continuò ad esprimersi anche dopo l’inizio delle ostilità in Etiopia.
Per completare il quadro dell’atteggiamento di Mussolini rispetto a quello inglese e francese a cavallo dell’inizio delle operazioni in Africa, non ci resta ora che parlare di quella che abbiamo definito la sua linea d’azione francese. Poche parole saranno sufficienti. Verso la Francia la politica di Mussolini fu infatti in questo periodo chiara e rettilinea, senza machiavellismi e, sostanzialmente, riserve mentali di alcun tipo.
Personalmente il «duce» aveva per Laval stima e simpatia ed era convinto della buona fede della sua politica verso l’Italia. A parte varie testimonianze assai attendibili 189, al limite lo dimostrano le stesse due lettere di polemica, sulla interpretazione che Laval aveva dato in Parlamento del désistement del 7 gennaio, che il «duce» gli scrisse il 25 dicembre ’35 e il 19 febbraio ’36 190. Mussolini era infatti troppo buon politico e troppo realista per non rendersi conto che Laval non poteva fare altro che quello che faceva e che sarebbe stato assurdo pretendere da lui in quel momento di piú. Egli si rendeva però altresí conto che – per usare una espressione tratta da un documento ufficiale di palazzo Chigi, che, per altro, è significativamente tutto un riconoscimento e un elogio della buona fede di Laval 191 – il presidente del consiglio e ministro degli Esteri francese era costretto dalla situazione internazionale e da quella parlamentare francese «a fare la politica del filo teso», dell’equilibrista tra Inghilterra ed Italia, tra nazionalisti francesi e antifascisti. Da qui per Mussolini la necessità – l’espressione è questa volta di Guariglia 192 – di lavorarsi costantemente Laval, in maniera da impedire un suo improbabile ma non escludibile allineamento sulle posizioni inglesi e da utilizzarlo come elemento al tempo stesso moderatore delle iniziative inglesi e societarie e mediatore per raggiungere un compromesso con Londra, sia per l’Etiopia sia per il successivo accordo generale.
Coerentemente a questa visione, la politica italiana verso la Francia fu improntata alla massima lealtà. Se Mussolini non era disposto a dare ascolto alle esortazioni di Laval a non fare ricorso alla forza, per il resto egli non cercò menomamente di ingannarlo sull’entità degli obiettivi territoriali e politici che voleva realizzare e fece di tutto sia per rassicurarlo sulla sua volontà di rispettare lealmente gli impegni presi per l’Europa (alle assicurazioni trasmesse da Aloisi il 18 agosto ne seguirono reiteratamente altre nello stesso senso), sia per dargli atto – anche pubblicamente 193 – dell’apprezzamento italiano per l’atteggiamento francese, sia, ancora, per secondarne per quanto possibile l’azione a Ginevra (assicurandogli che non avrebbe lasciato la Società delle Nazioni e facendo assumere alla delegazione italiana una linea di condotta «moderata», cosí da rendere possibile la costituzione della commissione dei cinque) e per venire incontro ad alcuni suoi desiderata piú pressanti (come quello che gli italiani si impegnassero, in caso di guerra, a non bombardare la ferrovia Gibuti - Addis-Abeba).
Se a questa azione a livello diplomatico si aggiungono l’orientamento della stampa fascista verso la Francia, completamente diverso nella forma e nella sostanza da quello verso l’Inghilterra (il primo autorevole attacco a Laval si ebbe solo il 29 dicembre, ad opera del «Regime fascista», ed irritò profondamente Mussolini) e la cura messa dal «duce» personalmente (attraverso una serie di interviste) e dai competenti uffici del ministero degli Esteri e di quello della Stampa e propaganda per influenzare l’opinione pubblica e la stampa francesi (già di per sé orientate in larghi settori in senso favorevole all’accoglimento delle richieste coloniali italiane e ostili alla egoistica e pericolosa politica antitaliana dell’Inghilterra e alle speculazioni antifasciste delle sinistre) a favore dell’Italia e a sostegno della politica di Laval, ci si può fare una idea abbastanza precisa dell’importanza che nella strategia di quei mesi ebbe la Francia e, per contrasto, la gravità del colpo che per la politica mussoliniana significarono prima (nella seconda metà del gennaio ’36) la estromissione di Laval dal governo e poi soprattutto la vittoria (il 3 maggio ’36) del fronte popolare. Infatti, la caduta di Laval privò Mussolini di un sincero amico, mentre la vittoria del fronte popolare lo privò del sostegno diplomatico attivo della Francia.
Le operazioni militari in Etiopia ebbero inizio alle ore cinque del 3 ottobre. Esse non furono né precedute né accompagnate da una formale dichiarazione di guerra, dato che ufficialmente vennero giustificate con l’ordine di mobilitazione generale firmato il 28 settembre dal negus. Mussolini ne aveva però dato l’annuncio nel tardo pomeriggio del 2 ottobre con un discorso dal balcone di Palazzo Venezia, radiotrasmesso in tutta Italia e per ascoltare il quale il partito aveva mobilitato tutti gli italiani194. Come tutti i piú importanti discorsi del «duce», anche questo era stato meditato in tutti i suoi passaggi. Breve, duro, esaltante, ma al tempo stesso moderato, dato che, come abbiamo già detto, in esso si lasciava cadere la minaccia di rispondere alle sanzioni economiche con la guerra e si ribadiva esplicitamente la volontà del regime di evitare che il conflitto potesse trasformarsi da coloniale in europeo195:
Un’ora solenne sta per scoccare nella storia della patria. Venti milioni di uomini occupano in questo momento le piazze di tutta Italia.
Mai si vide nella storia del genere umano, spettacolo piú gigantesco. Venti milioni di uomini: un cuore solo, una volontà sola, una decisione sola.
La loro manifestazione deve dimostrare e dimostra al mondo che Italia e fascismo costituiscono una identità perfetta, assoluta, inalterabile...
Da molti mesi la ruota del destino, sotto l’impulso della nostra calma determinazione, si muove verso la meta: in queste ore il suo ritmo è piú veloce e inarrestabile ormai!
Non è soltanto un esercito che tende verso i suoi obiettivi, ma è un popolo intero di quarantaquattro milioni di anime, contro il quale si tenta di consumare la piú nera delle ingiustizie: quella di toglierci un po’ di posto al sole.
Quando nel 1915 l’Italia si gettò allo sbaraglio e confuse le sue sorti con quelle degli Alleati, quante esaltazioni del nostro coraggio e quante promesse! Ma dopo la vittoria comune, alla quale l’Italia aveva dato il contributo supremo di seicentomila morti, quattrocentomila mutilati e un milione di feriti, attorno al tavolo della esosa pace non toccarono all’Italia che scarse briciole del ricco bottino coloniale altrui.
Abbiamo pazientato tredici anni, durante i quali si è ancora piú stretto il cerchio degli egoismi che soffocano la nostra vitalità. Con l’Etiopia abbiamo pazientato quarant’anni! Ora basta!...
Ma sia detto ancora una volta, nella maniera piú categorica – e io ne prendo in questo momento impegno sacro davanti a voi – che noi faremo tutto il possibile perché questo conflitto di carattere coloniale non assuma il carattere e la portata di un conflitto europeo. Ciò può essere nei voti di coloro che intravvedono in una nuova guerra la vendetta di templi crollati, non nei nostri...
La risposta della Società delle Nazioni fu immediata. Sotto la spinta britannica, il 7 ottobre l’organizzazione ginevrina condannò l’Italia come paese aggressore e quattro giorni dopo cinquantadue suoi stati membri decisero l’applicazione delle sanzioni economiche (gli unici stati che si dissociarono furono l’Austria, l’Ungheria e l’Albania): embargo sulle armi e munizioni dirette all’Italia, proibizione di qualsiasi prestito o credito, divieto di importare merci italiane e di esportare in Italia tutta una serie di prodotti necessari all’industria di guerra. La lista di questi prodotti fu approntata nei giorni successivi: per il momento fu deciso che ne fossero esclusi il petrolio, alcool industriale e alcuni altri prodotti di larga utilizzazione per l’industria civile. Contemporaneamente, su proposta del rappresentante belga, fu deciso di affidare alla Francia e all’Inghilterra il compito di tentare un regolamento del conflitto, possibilmente prima ancora dell’entrata in vigore delle sanzioni, fissata per il 18 novembre.
A Roma l’adozione delle sanzioni economiche era scontata e da tempo si era cercato di porvi, nei limiti del possibile, riparo. Provvedimenti in vista, prima, delle esigenze belliche e, poi, dell’eventualità di dover fronteggiare le sanzioni erano stati presi da molti mesi. Già a metà febbraio il nuovo ministro delle Finanze P. Thaon di Revel (succeduto il mese prima a Jung) aveva sottoposto tutte le importazioni ad una rigidissima disciplina. In precedenza era stato ripristinato il monopolio del commercio dei cambi e fatto obbligo a tutti (banche, ditte, società, persone giuridiche) di cedere allo Stato i loro crediti esteri. In maggio uno dei tecnici finanziari piú preparati, Felice Guarneri, era stato nominato sovraintendente allo scambio delle valute (nel gennaio ’36 la Sovraintendenza fu elevata a Sottosegretariato alle dipendenze della Presidenza del Consiglio) con poteri, per esplicita volontà di Mussolini, pressoché dittatoriali196. Due mesi dopo, per potenziare al massimo l’acquisto all’estero delle materie prime e dei prodotti necessari e per predisporne le relative scorte, era stato sospeso l’obbligo per la Banca d’Italia di avere una riserva in oro e divise pregiate non inferiore al 40 per cento del circolante197. Contemporaneamente era stato istituito il Commissariato generale per le fabbricazioni di guerra, a dirigere il quale era stato chiamato il gen. Alfredo Dallolio, che durante la prima guerra mondiale si era occupato dello stesso settore e che aveva avuto attribuiti poteri e competenze vastissimi, tali da farne, con Guarneri, uno dei massimi responsabili dell’economia nazionale198. Iniziate le ostilità, a questi provvedimenti se ne aggiunsero altri, volti a conseguire le maggiori economie possibili da parte dello Stato, ad utilizzare tutte le risorse nazionali, evitare gli sperperi e i consumi voluttuari e ad attivizzare politicamente in questo senso l’opinione pubblica (raccolta dell’oro, dei rottami di ferro, ecc.), a fronteggiare almeno in parte l’inevitabile aumento dei prezzi199, incrementare la produzione e l’occupazione200 e pianificare lo sforzo economico necessario, tenendo conto, oltre che delle necessità belliche immediate, anche delle sue ripercussioni a livello sociale e delle possibilità che esso offriva di approfittare dell’assedio economico per avviare il paese verso l’«autonomia economica», per allargare la sfera d’intervento statale nell’economia201 e, al tempo stesso, per rinverdire l’immagine di un fascismo sul punto di riprendere la marcia anche sul terreno sociale e dare soddisfazione a quei fascisti che vedevano nella conquista dell’impero l’inizio di un nuovo «tempo» del fascismo non solo e non tanto sul piano internazionale ma anche e soprattutto su quello economico-sociale202.
Sotto il profilo politico generale, questo secondo gruppo di provvedimenti anticipava quella che sarebbe stata la politica autarchica e si collegava inoltre al tentativo di definire meglio e di concretizzare i compiti e le finalità dell’assetto corporativo. Poiché di questi problemi dovremo trattare ampiamente nel prossimo volume, qui è sufficiente ricordare il discorso che Mussolini dedicò il 23 marzo ’36, in occasione della seconda assemblea nazionale delle Corporazioni, alle nuove prospettive aperte dalle sanzioni alla politica economica del regime. In esso203, infatti, il «duce» non solo affermò che con il 18 novembre ’35 – data ufficiale d’entrata in vigore delle sanzioni – era iniziata «una nuova fase della storia italiana» dominata da un nuovo postulato: «realizzare nel piú breve termine possibile il massimo possibile di autonomia nella vita economica della nazione», ma tenne anche a dare di questa nuova fase sia la giustificazione politica di fondo sia una prefigurazione per grandi linee.
Per quel che concerneva la giustificazione politica, Mussolini era tanto sicuro quanto drastico: era ineluttabile che prima o poi l’Italia fosse chiamata ad un grande «cimento bellico»:
Quando? Come? Nessuno può dire, ma la ruota del destino corre veloce. Se cosí non fosse, come si spiegherebbe la politica di colossali armamenti inaugurata da tutte le nazioni? Questa drammatica eventualità deve guidare tutta la nostra azione. Nell’attuale periodo storico il fatto guerra è, insieme con la dottrina del fascismo, un elemento determinante della posizione dello Stato di fronte all’economia della nazione.
In questa prospettiva, era evidente che, se l’ideale dell’assoluta autonomia economica era irrealizzabile e probabilmente non utile, ogni nazione dovesse però cercare «di liberarsi nella misura piú larga possibile delle servitú straniere». Ed egualmente evidente era che lo Stato dovesse cercare di controllare e disciplinare l’economia nazionale allo scopo di raggiungere prima e nel miglior modo possibile questo obiettivo:
Come dissi a Milano nell’ottobre ’34, il regime fascista non intende statizzare o, peggio, funzionarizzare l’intera economia della nazione; gli basta controllarla e disciplinarla attraverso le corporazioni, la cui attività da me seguita è stata di grande rendimento ed offre le condizioni di ulteriori metodici sviluppi. Le corporazioni sono organi dello Stato, ma non organi semplicemente burocratici dello Stato.
Quanto alla prefigurazione di quella che sarebbe dovuta essere la nuova fase della storia italiana, il discorso era ovviamente meno esplicito, anche se Mussolini parlava di un vero e proprio «piano regolatore dell’economia italiana nel prossimo tempo fascista» ed evitava accuratamente di sfiorare anche solo il problema di come questo «piano regolatore» poteva essere armonizzato – al di là delle esigenze belliche presenti e future – ideologicamente e politicamente con quanto egli stesso aveva sostenuto nel recente passato, quando aveva fatto della politica ruralistica e della lotta al «supercapitalismo» il cardine dell’«umanesimo fascista». A parte un abbastanza generico impegno ad «affrontare e risolvere» il problema del bracciantato, dal discorso di Mussolini l’agricoltura usciva infatti come il settore in cui lo Stato sostanzialmente meno pensava di innovare e, in definitiva, di impegnarsi, salvo che per farle raggiungere «medie sempre piú alte di produzione»:
Il fondamentale settore dell’agricoltura non è, nella sua struttura, suscettibile di notevoli cambiamenti. Nessuna innovazione sostanziale alle forme tradizionali dell’economia agricola italiana: esse rispondono bene allo scopo, che è quello di assicurare il fabbisogno alimentare del popolo italiano e fornire talune materie prime alle industrie. L’economia agricola resta quindi un’economia a base privata, disciplinata e aiutata dallo Stato perché raggiunga medie sempre piú alte di proSoltanto le colture possono essere, e debbono essere razionalizzate per quanto concerne la produzione, ed armonizzata attraverso le corporazioni con tutto il resto dell’economia nazionale. V’è da affrontare e risolvere il problema dell’avventiziato agricolo o bracciantato, su linee che il fascismo ha già tracciato.
Quanto alle altre attività economiche, il credito («che sta all’economia come il sangue all’organismo umano») doveva essere «di assoluta pertinenza dello Stato»204; lo stesso si poteva dire per il commercio estero; mentre per quello interno in pratica nulla o quasi sarebbe mutato; lo stesso sarebbe avvenuto (a parte una maggiore «autodisciplina corporativa», valida per tutti i settori) per l’artigianato e la piccola e media industria. Le uniche vere innovazioni si sarebbero in pratica dovute verificare a livello della grande industria, sia privata sia irizzata:
Quanto alla grande industria che lavora direttamente o indirettamente per la difesa della nazione ed ha formato i suoi capitali con le sottoscrizioni azionarie, e per l’altra industria sviluppatasi sino a divenire capitalistica o supercapitalistica – il che pone dei problemi non piú di ordine economico, ma sociale – essa sarà costituita in grandi unità corrispondenti a quelle che si chiamano le industrie-chiavi ed assumerà un carattere speciale nell’orbita dello Stato. L’operazione in Italia sarà facilitata dal fatto che lo Stato già possiede, attraverso la IRI, forti aliquote e talora la maggioranza del capitale azionario dei principali gruppi di industrie che interessano la difesa della nazione.
L’intervento statale in queste grandi unità industriali sarà diretto o indiretto? Assumerà la forma della gestione o del controllo? In taluni rami potrà essere gestione diretta, in altri indiretta, in altri un efficiente controllo. Si può anche pensare ad imprese miste, nelle quali Stato e privati formano il capitale e organizzano le gestioni in comune.
È perfettamente logico che nello Stato fascista questi gruppi di industrie cessino di avere anche de jure quella fisionomia di imprese a carattere privato che de facto hanno, dal 1930-31, del tutto perduta.
Queste industrie, e per il loro carattere e per il loro volume e per la loro importanza decisiva ai fini della guerra, esorbitano dai confini dell’economia privata per entrare nel campo dell’economia statale o parastatale. La produzione che esse forniscono ha un unico compratore: lo Stato. Andiamo verso un periodo durante il quale queste industrie non avranno né tempo né possibilità di lavorare per il consumo privato, ma dovranno lavorare esclusivamente o quasi per le forze della nazione.
V’è anche una ragione di ordine squisitamente morale che ispira le nostre considerazioni: il regime fascista non ammette che individui e società traggano profitto da quell’evento che impone i piú severi sacrifici alla nazione. Il triste fenomeno del pescecanismo non si verificherà piú in Italia.
Questa trasformazione costituzionale di un vasto importante settore della nostra economia sarà fatto senza precipitazione, con calma, ma con decisione fascista.
Circa le implicazioni sociali e politiche di questo «piano regolatore», Mussolini ne indicava nella ultima parte del suo discorso essenzialmente due. Ed entrambe in termini assai generici. A livello sociale si sarebbe realizzata una maggiore giustizia:
In questa economia dagli aspetti necessariamente vari, come è varia l’economia di ogni nazione ad alto sviluppo civile, i lavoratori diventano, con pari diritti e pari doveri, collaboratori nell’impresa allo stesso titolo dei fornitori di capitali o dei dirigenti tecnici. Nel tempo fascista il lavoro, nelle sue infinite manifestazioni, diventa il metro unico col quale si misura l’utilità sociale e nazionale degli individui e dei gruppi.
Un’economia come quella che vi ho tracciato in linee maestre deve poter garantire tranquillità, benessere, elevazione materiale e morale alle masse innumeri che compongono la nazione e che hanno dimostrato, in questi tempi, il loro alto grado di coscienza nazionale e la loro totalitaria adesione al regime. Devono raccorciarsi e si raccorceranno, nel sistema fascista, le distanze fra le diverse categorie di produttori, i quali riconosceranno le gerarchie del piú alto dovere e della piú dura responsabilità. Si realizzerà nell’economia fascista quella piú alta giustizia sociale che dal tempo dei tempi è l’anelito delle moltitudini in lotta aspra e quotidiana con le piú elementari necessità di vita.
A livello politico il nuovo assetto dell’economia si sarebbe tradotto nell’abolizione della vecchia e ormai anacronistica Camera dei deputati e nella sua sostituzione con una nuova Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Su di essa Mussolini si mantenne però assolutamente nel vago, evitando accuratamente qualsiasi anticipazione un po’ impegnativa:
I modi coi quali la nuova assemblea rappresentativa e legislativa si formerà, le norme per il suo funzionamento, le sue attribuzioni, le sue prerogative, il suo carattere costituiscono problemi di ordine dottrinale e anche tecnico, che saranno esaminati dall’organo supremo del regime: il Gran Consiglio.
Quest’assemblea sarà assolutamente «politica», poiché quasi tutti i problemi dell’economia non si risolvono che portandoli sul piano politico. D’altra parte le forze che si potrebbero, forse un poco arbitrariamente, chiamare extraeconomiche, saranno rappresentate dal Partito e dalle Associazioni riconosciute.
Ora mi domanderete quando questa profonda, ma già matura trasformazione costituzionale si verificherà, e io vi rispondo che la data non è lontana, pur essendo legata all’epilogo vittorioso della guerra africana e agli avvenimenti della politica europea205:
Dopo questo breve accenno ai provvedimenti del secondo gruppo – quelli meno contingenti e non immediatamente legati alle necessità della guerra in Etiopia – ritorniamo ora al nostro discorso principale e alle conseguenze delle sanzioni. A proposito di queste conseguenze un punto ci pare si debba mettere bene in chiaro: le sanzioni, cosí come furono stabilite dalla Società delle Nazioni in ottobre, erano certo tali da creare all’economia italiana notevoli difficoltà; esse non potevano però – sia perché non comprendevano alcune materie prime essenziali, come il petrolio, sia per le contromisure prese dall’Italia – impedire a Mussolini di sostenere ed alimentare la sua guerra, certo per tutto il ’36 e, sia pure con aggravi crescenti, anche piú a lungo206. E ciò tanto piú che molti elementi autorizzavano a ritenere che parecchi Stati sanzionisti non le avrebbero applicate rigorosamente (dato che esse danneggiavano il loro commercio e, in prospettiva, potevano portare ad una loro estromissione dal mercato italiano ad opera di altri paesi) e soprattutto perché alle sanzioni non partecipavano l’Austria, l’Ungheria e l’Albania e – fatto ben piú importante – esse non vincolavano gli Stati che non facevano parte della Società delle Nazioni e in particolare la Germania, gli Stati Uniti, il Brasile e il Giappone207. In questa situazione il vero problema per Mussolini non era tanto quello delle sanzioni approvate in ottobre, quanto quello che – nonostante l’opposizione francese e di una parte della stessa classe dirigente inglese – il governo di Londra, sotto la spinta della propria opinione pubblica e di alcuni ambienti della maggioranza «nazionale» che avevano il loro rappresentante piú autorevole in Eden, finisse prima o poi per decidere di indurre la Società delle Nazioni ad inasprirle, estendendole anche ai prodotti – come il petrolio – inizialmente esclusi, e per impegnarsi a fondo per convincere il Brasile e soprattutto gli Stati Uniti a prendere anch’essi provvedimenti contro il commercio estero italiano. In questo caso, infatti, la situazione economica dell’Italia si sarebbe fatta rapidamente insostenibile e Mussolini – come egli stesso confessò qualche anno dopo ad Hitler208 – avrebbe dovuto «battere in ritirata» in Etiopia, con tutte le conseguenze che un simile scacco avrebbe avuto per il regime fascista e il suo stesso potere.
Se si tiene presente questa drammatica prospettiva (ben piú reale di quella di un conflitto diretto con l’Inghilterra, che Mussolini non poteva assolutamente affrontare e a cui il governo inglese non aveva nessun bisogno di ricorrere, dato che, se si fosse convinto che era indispensabile ed utile fermare ad ogni costo il «duce», gli sarebbe bastato mettere alle strette la Francia e far approvare dalla Società delle Nazioni l’estensione delle sanzioni), ci si rende conto come i problemi immediatamente economici determinati dalle sanzioni non furono per Mussolini certo i piú importanti che egli dovette affrontare nei mesi della guerra. In questa sede non è certo possibile entrare nei particolari né di ciò che fu fatto per cercare di sopperire alla diminuzione degli scambi commerciali con l’estero né di come si cercò (e in parte si riuscí) ad evadere le sanzioni (spesso con l’esplicita o tacita connivenza degli stessi paesi sanzionisti)209 né soprattutto di come si provvide ad incrementare gli scambi con quelli non sanzionisti. Per farsi una idea abbastanza precisa di come le sanzioni incisero sul commercio estero italiano e su come i vari paesi le applicarono (ovvero incrementarono i loro scambi con l’Italia in relazione ad esse) il lettore potrà consultare le due tabelle (pp. 702-5). La prima210 riassume l’andamento mensile del commercio estero italiano dal novembre ’35 all’ottobre ’36, mettendo a confronto i relativi dati con quelli dell’anno precedente. La seconda211 riassume gli stessi dati per il periodo 1º gennaio - 31 maggio ’36 in riferimento ai vari paesi212.
Tabella I. Riassunto del commercio con l’estero (escluse le Colonie) dal novembre 1935/xiv all’ottobre 1936/xiv (esclusi l’oro e le monete – in migliaia di lire).
| Principali paesi sanzionisti / imp. | Principali paesi sanzionisti / esp. | Principali paesi sanzionisti / differenza | Principalipaesi assimilati ai non sanzionisti / imp. |
Principalipaesi assimilati ai non sanzionisti / esp. |
Principalipaesi assimilati ai non sanzionisti / differenza |
|
|---|---|---|---|---|---|---|
| Novembre | 302 462 | 221 169 | +81 293 | 43 749 | 47 121 | -3 372 |
| Dicembre | 223 192 | 31 558 | +191 634 | 42 271 | 34 762 | +7 509 |
| Gennaio | 148 468 | 4 584 | +143 884 | 35 138 | 25 944 | +9 194 |
| Febbraio | 102 104 | 4 992 | +97 112 | 29 704 | 28 359 | +1 345 |
| Marzo | 84 281 | 7 496 | +76 785 | 36 109 | 27 896 | +8 213 |
| Aprile | 85 004 | 10 738 | +74 266 | 37 542 | 29 965 | +7 577 |
| Maggio | 78 342 | 45 321 | +33 021 | 34 047 | 33 388 | +659 |
| Giugno | 114 335 | 20 486 | +93 849 | 49 124 | 43 337 | +5 787 |
| Luglio | 67 697 | 20 818 | +46 879 | 22 314 | 40 121 | -17 807 |
| Agosto | 104 964 | 64 127 | +40 837 | 20 833 | 44 546 | -23 713 |
| Settembre | 96 124 | 109 407 | -13 283 | 29 645 | 45 449 | -15 804 |
| Ottobre | 115 537 | 155 646 | -40 109 | 26 421 | 49 410 | -22 989 |
| Totale nov. 1935 - ott. 1936 | 1 522 510 | 696 342 | +826 168 | 406 897 | 450 298 | -43 401 |
| Confronto con il corrispondente periodo dell’anno precedente. | ||||||
| Novembre | 290 164 | 175 503 | +114 661 | 43 741 | 46 544 | -2 803 |
| Dicembre | 336 869 | 222 698 | +114 171 | 68 963 | 61 589 | +7 374 |
| Gennaio | 278 298 | 146 994 | +131 304 | 34 341 | 45 978 | -11 637 |
| Febbraio | 254 894 | 148 621 | +106 273 | 32 642 | 22 275 | +10 367 |
| Marzo | 262 431 | 158 806 | +103 625 | 46 418 | 43 102 | +3 316 |
| Aprile | 262 051 | 155 673 | +106 378 | 49 051 | 46 832 | +2 219 |
| Maggio | 211 743 | 136 762 | +74 981 | 41 390 | 39 526 | +1 864 |
| Giugno | 270 925 | 173 176 | +97 749 | 72 821 | 45 089 | +27 732 |
| Luglio | 238 000 | 131 023 | +106 977 | 41 142 | 40 989 | +153 |
| Agosto | 252 935 | 176 203 | +76 732 | 35 308 | 37 677 | -2 369 |
| Settembre | 275 496 | 152 794 | +122 702 | 49 083 | 35 514 | +13 569 |
| Ottobre | 281 338 | 200 371 | +70 967 | 43 995 | 40 191 | +3 804 |
| Totale nov. 1934 - ott. 1935 | 2 315 144 | 1 978 624 | +1 236 520 | 558 895 | 505 286 | +53 589 |
Tabella I (segue).
| Principali paesi non sanzionisti / imp. |
Principali paesi non sanzionisti / esp. |
Principali paesi non sanzionisti / differenza |
Altri paesiᵃ / imp. | Altri paesiᵃ / esp. | Altri paesiᵃ / differenza | Complesso (escluse le Colonie italiane) / imp. |
Complesso (escluse le Colonie italiane) / esp. |
Complesso (escluse le Colonie italiane) / differenza |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| 293 277 | 177 756 | +115 521 | 106 080 | 58 299 | +47 781 | 745 568 | 504 345 | +241 223 |
| 306 217 | 173 286 | +132 931 | 98 881 | 30 333 | +68 548 | 670 561 | 269 939 | +400 622 |
| 293 571 | 130 851 | +162 720 | 78 367 | 13 206 | +65 161 | 555 544 | 174 585 | +380 959 |
| 217 289 | 152 710 | +64 579 | 70 616 | 14 781 | +55 835 | 419 713 | 200 842 | +218 871 |
| 247 731 | 142 019 | +105 712 | 60 251 | 11 110 | +49 141 | 428 372 | 188 521 | +239 851 |
| 243 123 | 128 219 | +114 904 | 56 072 | 13 307 | +42 765 | 421 741 | 182 229 | +239 512 |
| 229 722 | 115 222 | +114 500 | 58 574 | 22 114 | +36 460 | 400 685 | 216 045 | +184 640 |
| 300 685 | 186 739 | +113 946 | 82 760 | 20 221 | +62 539 | 546904 | 270 783 | +276 121 |
| 236 299 | 135 707 | +100 592 | 53 645 | 23 990 | +29 655 | 379 955 | 220 636 | +159 319 |
| 297 879 | 149 391 | +148 488 | 47 706 | 27 247 | +20 459 | 471 382 | 285 311 | +186 071 |
| 265 029 | 150 865 | +114 164 | 63 299 | 40 369 | +22 930 | 454 097 | 346 080 | +108 007 |
| 236 927 | 203 273 | +33 654 | 54 232 | 46 953 | +7 279 | 433 117 | 455 282 | -22 165 |
| 3 167 749 | 1 846 038 | +1 321 711 | 830 483 | 321 930 | +508 553 | 5 927 639 | 3 314 598 | +2 613 031 |
| 203 718 | 156 797 | +46 921 | 58 833 | 27 014 | +31 819 | 596 456 | 405 858 | +190 598 |
| 273 662 | 137 362 | +136 300 | 86 521 | 68 901 | +17 614 | 766 015 | 490 556 | +275 459 |
| 205 391 | 123 041 | +82 350 | 94 177 | 47 958 | +46 219 | 612 207 | 363 971 | +248 236 |
| 213 238 | 121 208 | +92 030 | 121 211 | 76 701 | +44 510 | 621 985 | 368 805 | +253 180 |
| 229 931 | 121 642 | +108 289 | 116 881 | 39 780 | +77 101 | 655 661 | 363 300 | +292 331 |
| 228 716 | 118 036 | +110 680 | 100 946 | 57 846 | +43 100 | 640 764 | 378 387 | +262 377 |
| 195 397 | 102 844 | +92 553 | 91 369 | 44 760 | +46 609 | 539 899 | 323 892 | +216 007 |
| 281 617 | 138 913 | +142 704 | 92 251 | 44 451 | +47 800 | 717 614 | 401 629 | +315 985 |
| 201 961 | 113 294 | +88 667 | 84 783 | 44 007 | +40 776 | 565 806 | 329 313 | +236 573 |
| 197 932 | 108 543 | +89 389 | 81 378 | 46 029 | +35 349 | 567 553 | 368 452 | +199 101 |
| 245 157 | 118 797 | +126 360 | 95 045 | 58 654 | +36 391 | 664 781 | 365 759 | +299 022 |
| 255 943 | 164 102 | +91 841 | 101 418 | 44 752 | +56 666 | 682 694 | 449 416 | +233 278 |
| 2 732 663 | 1 524 579 | +1 208 084 | 1 124 813 | 600 859 | +523 954 | 7 631 515 | 4 609 368 | +3 022 147 |
ᵃ A partire dal mese di gennaio le isole italiane dell’Egeo sono comprese tra le Colonie italiane.
Tabella 2. Valore delle merci importate ed esportate dal 1º gennaio al 31 maggio degli anni 1936 e 1935 (migliaia di lire).
| Principali paesi | Importazione / 1936 / a | Importazione / 1935 / b | Importazione / differenza / a-b | Esportazione / 1936 / c | Esportazione / 1935 / d | Esportazione / differenza / c-d |
|---|---|---|---|---|---|---|
| Sanzionisti | ||||||
| Belgio-Lussemburgo | 46 019 | 71 313 | -25 294 | 2 490 | 42 347 | -39 857 |
| Bulgaria | 11 278 | 10 498 | +780 | 1 245 | 7 318 | -6 073 |
| Cecoslovacchia | 16 448 | 34 193 | -17 745 | 4 533 | 28 189 | -23 656 |
| Danimarca | 2 270 | 9 254 | -6 984 | 214 | 13 848 | -13 634 |
| Francia | 58 563 | 159 434 | -100 871 | 8 083 | 129 157 | -121 074 |
| Gran Bretagna e Irlanda sett. | 22 745 | 273 889 | -251 144 | 2 053 | 181 705 | -179 652 |
| Grecia | 1 372 | 8 904 | -7 532 | 1 328 | 17 484 | -16 156 |
| Jugoslavia | 13 595 | 77 689 | -64 094 | 1 290 | 50 946 | -49 656 |
| Paesi Bassi | 20 660 | 51 091 | -30 431 | 1 592 | 41 317 | -39 725 |
| Polonia-Danzica | 35 241 | 49 211 | -13 970 | 40 356 | 24 781 | +15 575 |
| Portogallo | 4 041 | 14 192 | -10 151 | 59 | 7 645 | -7 586 |
| Romania | 79 063 | 51 666 | +27 397 | 400 | 26 335 | -25 935 |
| Spagna | 14 260 | 49 076 | -34 816 | 4 824 | 45 438 | -40 614 |
| Turchia | 17 853 | 18 850 | -997 | 111 | 11 375 | -11 264 |
| Urss | 54 905 | 79 280 | -24 375 | 971 | 23 699 | -22 728 |
| India | 41 402 | 120 542 | -79 140 | 301 | 26 748 | -26 447 |
| Algeria | 2 547 | 13 183 | -10 636 | 20 | 3 536 | -3 516 |
| Egitto | 23 351 | 72 704 | -49 353 | 1 243 | 33 532 | -32 289 |
| Tunisia | 17 882 | 43 007 | -25 125 | 931 | 6 249 | -5 318 |
| Unione Sud Africa | 7 259 | 46 361 | -39 102 | 31 | 18 552 | -18 521 |
| Canadà | 7 771 | 17 558 | -9 787 | 604 | 8 119 | -7 515 |
| Totale | 498 525 | 1 271 895 | -773 370 | 72 679 | 748 320 | -675 641 |
| Principali paesi | Importazione / 1936 / a | Importazione / 1935 / b | Importazione / differenza / a-b | Esportazione / 1936 / c | Esportazione / 1935 / d | Esportazione / differenza / c-d |
|---|---|---|---|---|---|---|
| Assimilati ai paesi non sanzionisti | ||||||
| Svizzera | 81 093 | 86 304 | -5 211 | 97 668 | 149 587 | -51 919 |
| Argentina | 91 527 | 125 863 | -34 336 | 47 875 | 69 920 | -22 045 |
| Totale | 172 620 | 212 167 | -39 547 | 145 543 | 219 507 | -73 964 |
| Non sanzionisti | ||||||
| Albania | 8 723 | 8 140 | +583 | 8 580 | 7 984 | +5 961 |
| Austria | 149 140 | 92 401 | +56 739 | 73 782 | 53 593 | +20 189 |
| Germania | 587 645 | 483 749 | +103 896 | 367 727 | 330 070 | +37 657 |
| Ungheria | 93 192 | 45 268 | +47 924 | 46 116 | 39 211 | +6 905 |
| Brasile | 57 194 | 43 656 | +13 538 | 23 150 | 21 948 | +1 202 |
| Stati Uniti | 335 523 | 399 460 | -63 937 | 149 967 | 133 966 | +16 001 |
| Totale | 1 231 417 | 1 072 674 | +158 743 | 669 322 | 586 772 | +82 550 |
| Altri paesi | 325 454 | 518 677 | -193 223 | 84 700 | 247 439 | -162 739 |
| Totale generale | 2 228 016 | 3 075 413 | -847 397 | 972 244 | 1 802 038 | -829 794 |
| Colonie italiane | ||||||
| Eritrea | 14 145 | 16 804 | -2 659 | 420 157 | 64 685 | +355 472 |
| Libia | 17 552 | 8 593 | +8 959 | 114 278 | 58 656 | +55 622 |
| Somalia | 21 642 | 19 901 | +1 741 | 84 875 | 36 070 | +48 805 |
| Totale | 53 339 | 45 298 | +8 041 | 619 310 | 159 411 | +459 899 |
| Complesso | 2 281 355 | 3 120 711 | -839 356 | 1 591 554 | 1 961 449 | -369 895 |
Cosí come per il problema delle sanzioni, è difficile includere tra i problemi piú importanti che Mussolini dovette affrontare quello militare, e pertanto, dopo quanto abbiamo detto nelle pagine precedenti, il discorso su di esso può essere relativamente breve213. Per paradossale che possa a prima vista sembrare, per il «duce» – al punto al quale erano giunti la situazione internazionale in genere e i rapporti con l’Inghilterra in particolare al momento dell’inizio delle ostilità – l’aspetto militare della guerra era diventato secondario rispetto a quello politico-diplomatico. Anche escludendo sia un allargamento del conflitto sia l’estensione delle sanzioni (due eventualità che avrebbero mutato radicalmente il corso delle operazioni o avrebbero posto loro fine ipso facto), l’obiettivo che a livello militare Mussolini, all’inizio delle ostilità e per mesi ancora dopo, praticamente sino alla vigilia del crollo etiopico e della fuga del negus, si riprometteva di raggiungere era ormai (e, a nostro avviso, era stato sostanzialmente sempre) non quello di riportare una vittoria totale e di annettersi tutta l’Etiopia, ma quello, ben piú limitato, che gli suggeriva anche Laval: riportare alcune grandi vittorie e occupare le regioni che piú lo interessavano, in modo da costringere e il negus e l’Inghilterra-Società delle Nazioni a trattare una composizione del conflitto piú vantaggiosa di quelle già propostegli. E ciò tanto piú che in una guerra lampo egli non solo non doveva credere (dato che pressoché unanimemente tutti gli esperti militari la ritenevano impossibile e con essi anche i suoi stessi generali214) ma neppure doveva politicamente volerla (anche se, a cose fatte, la esaltò e se ne compiacque), dato che su di essa sarebbero quasi certamente naufragate le sue mai abbandonate speranze di ricucire i rapporti con l’Inghilterra e di venire ad un accordo generale con essa. In questa situazione le operazioni militari finivano in buona parte per perdere ai fini della vittoria il loro valore di strumento primario e decisivo (e, quindi, anche una parte della possibilità di essere impostate in base ad una strategia chiaramente finalizzata) per diventare un elemento di sostegno del giuoco politico-diplomatico mussoliniano, al quale, quindi, dovevano essere il piú possibile correlate. Tipica è in questo senso la netta priorità in ordine di importanza che all’inizio fu data al fronte eritreo (che gravitava sulle regioni che piú stavano a cuore a Mussolini) rispetto a quello somalo, che acquistò importanza solo in un secondo tempo e in buona parte per iniziativa di Graziani e per motivi personalistici connessi alle gelosie e ai contrasti di potere all’interno del gruppo dirigente fascista215. E ancora piú tipico è il modo con cui il «duce» intervenne nella gestione delle operazioni militari.
Iniziate le ostilità, il 6 ottobre le truppe provenienti dall’Eritrea occuparono Adua. Psicologicamente la conquista di questa località era indubbiamente un grande successo propagandistico, specie all’interno, dove il nome di Adua parlava a tutti i cuori. Militarmente si trattava però di un successo modesto, tanto piú che ad Adua praticamente l’avanzata si esaurí; politicamente poi esso era irrilevante, dato che in vista di eventuali trattative (e per affrettarle) a Mussolini occorreva assicurarsi il possesso almeno di gran parte del Tigrai (e possibilmente dimostrare che quella popolazione preferiva l’Italia all’Etiopia, motivo questo di tutti gli sforzi fatti per assicurarsi la sottomissione dei discendenti del negus Giovanni e la nomina di ras Gugsà a capo civile dei territori occupati). Furono queste necessità a dettargli l’immediata richiesta a De Bono di procedere subito alla conquista di Axum (che, per il suo carattere di città sacra per gli etiopici, l’Inghilterra non voleva assolutamente includere nei territori da cedere all’Italia) e, presa Axum il 16 ottobre, di riprendere l’offensiva ai primi di novembre in modo da essere a Macallé per la metà del mese, quando cioè – svoltesi le elezioni inglesi ed entrate in vigore le sanzioni – si poteva fondatamente prevedere che il meccanismo politico-diplomatico si sarebbe rimesso in moto. E, conquistata il 9 novembre Macallé, quella ulteriore di spingersi ancora piú a sud, sino all’Amba Alagi (altro nome, oltre tutto, eloquente per gli italiani quasi quanto quello di Adua) e, quasi contemporaneamente, l’autorizzazione a Graziani di far uso, se necessario per sbloccare la situazione sul fronte sud, dei gas: «autorizzo impiego gas come ultima ratio per sopraffare resistenza nemico e in caso di contrattacco». Di fronte a queste insistenti pressioni, si è spesso affermato che Mussolini andava affannosamente a caccia di successi per motivi di prestigio. In assoluto l’affermazione non è certo errata. È infatti ovvio che al «duce» in quel difficile momento facevano assai comodo dei successi militari e per di piú dei successi che risvegliassero e cancellassero antichi tristi ricordi negli italiani. Limitarsi a questa spiegazione sarebbe però sbagliato. Mussolini non era né cosí miope né cosí desideroso di successi ad ogni costo. Lo dimostra la disponibilità che, nonostante tutto, dimostrò nell’accettare piú di una volta il punto di vista di De Bono e i rinvii e le giustificazioni tecniche da lui addotte per non soddisfare subito le sue richieste e, soprattutto, lo dimostra la seconda parte del suo telegramma allo stesso De Bono del 12 novembre: «nell’attesa che funzionamento trattative politiche riesca a conclusivo fine, rafforza la linea di Macallé e sistema rapidamente le retrovie».
Oggi noi sappiamo che in quello stesso giorno Mussolini aveva deciso di sostituire nel comando del fronte eritreo De Bono con Badoglio216. Ciò non autorizza però a ritenere che questa decisione abbia determinato l’invio del telegramma or ora citato. Non lo autorizza la logica, perché, se si accetta il punto di vista di coloro che hanno sostenuto che egli era a caccia di successi per motivi di prestigio, è impossibile pensare che il «duce» fosse disposto a rinunciare a continuare le operazioni sino a quando Badoglio non avesse preso in mano il comando e non lo autorizza soprattutto il diario di Aloisi che già alla data del 28 ottobre ci informa che Mussolini aveva l’intenzione di sospendere le operazioni militari dopo la presa di Macallé217 e di trovare un punto d’accordo con gli inglesi.
Alla luce di queste considerazioni, è evidente che molte opinioni correnti sulla guerra d’Etiopia debbono essere riviste. Rivista deve essere in primo luogo quella che Mussolini puntasse alla completa conquista di quel paese: al contrario bisogna convincersi che alla fine del ’35 i suoi programmi erano assai piú limitati, ciò che spiega – come vedremo – perché egli sarebbe stato disposto ad accettare il piano Laval-Hoare e perché, anche dopo che questo sfumò e persino dopo la rimilitarizzazione della Renania, che eliminò gli ultimi pericoli di un irrigidimento inglese, egli avrebbe sino alla fine voluto un accordo col negus e con l’Inghilterra che assicurasse all’Italia la preponderanza politica ed economica in Etiopia e l’occupazione diretta di una vasta zona del paese, ma che tenesse formalmente in vita un piccolo stato etiopico. E rivista deve essere, forse, anche la vicenda particolare della sostituzione di De Bono con Badoglio.
Nel quadro delle opinioni correnti questa sostituzione ha una sola logica: De Bono non solo era troppo cauto e riottoso a passare decisamente all’offensiva, ma godeva in genere di scarsissima stima come stratega, era mal visto da Badoglio e da parte dei suoi stessi collaboratori, non aveva un gruppo di potere alle sue spalle. Badoglio, invece, dava maggiori garanzie tecniche, godeva di prestigio e poteva rassicurare e dare soddisfazione alla corona, agli ambienti piú tradizionalisti e, al tempo stesso, a larghi settori dell’opinione pubblica: in una parola, con lui la guerra d’Etiopia da guerra fascista diventava guerra nazionale. In tutto ciò vi è certo del vero. Alla luce di quanto abbiamo detto, un interrogativo però si impone: sostituendo il quadrunviro De Bono con il maresciallo Badoglio Mussolini pensava veramente soprattutto alle future operazioni e alle future vittorie che questo avrebbe conseguito o – ritenendo conclusa sostanzialmente la fase delle grandi operazioni militari – voleva essenzialmente dare un contentino all’esercito (e allo stesso Badoglio che non faceva mistero di voler prendere lui il posto di De Bono), pensando per altro di aver assicurato al partito fascista i veri allori della guerra e di lasciare a Badoglio le briciole della gestione dell’ultimo e meno importante ciclo delle operazioni, quello, in pratica, destinato solo a contrappuntare la fase decisiva dei negoziati diplomatici che riteneva sarebbero cominciati dopo le elezioni inglesi?218. E ciò tanto piú che a sostegno di questo interrogativo militano due fatti a nostro avviso tutt’altro che trascurabili. Il primo riguarda la scelta di Badoglio come successore di De Bono: è possibile credere che, se avesse pensato ad una guerra ancora lunga e irta di possibili complicazioni con l’Inghilterra, Mussolini si sarebbe privato del suo miglior capo militare, che, oltre tutto, era anche il capo di Stato maggiore generale, mandandolo a migliaia di chilometri di distanza? Il secondo riguarda l’insistenza con la quale Mussolini in dicembre sollecitò Badoglio a riprendere l’offensiva e ad occupare l’Amba Alagi; una insistenza che potrebbe sembrare in contraddizione con la nostra affermazione che egli considerava a quell’epoca praticamente finito il ciclo delle grandi operazioni. In realtà questa insistenza è piú che logica: in dicembre, infatti, l’eventuale occupazione dell’Amba Alagi avrebbe costituito per il «duce» un successo assai importante, dato che proprio in quei giorni stava maturando il piano Laval-Hoare e una spintarella agli etiopici e, indirettamente, a coloro che a Londra non vedevano di buon occhio il piano ne avrebbe facilitato l’entrata in porto. Ciò non vuole per altro dire che in quel momento Mussolini pensasse ad una ripresa tout court delle operazioni su vasta scala. Questa decisione egli la prese infatti solo in gennaio – quando la possibilità di raggiungere una composizione del conflitto sulla base del piano Laval-Hoare era sfumata – e allora non fece però particolari pressioni perché Badoglio ne accelerasse i tempi o cercasse ad ogni costo lo scontro in grande stile. E da quest’epoca in poi, le sue interferenze nella direzione delle operazioni furono essenzialmente solo politiche, volte ad autorizzare o impedire quelle forme di guerra o quelle iniziative particolari (uso dei gas asfissianti, bombardamenti di rappresaglia, attacchi alla ferrovia Gibuti - Addis-Abeba, stabilimento di basi sul lago Tana, ecc.) che, a seconda del particolare momento politico internazionale, egli riteneva opportuno o controproducente adottare219. Questo costituisce una ulteriore conferma che il vero problema per lui era essenzialmente quello politico-diplomatico, rispetto al quale tutti gli altri, anche quello militare, erano o secondari o subordinati. Tanto è vero che dopo la battaglia del lago Ascianghi (fine marzo - primi aprile ’36), che sotto il profilo militare decise le sorti del conflitto, i suoi maggiori sforzi furono rivolti – come si vedrà – ad avviare una trattativa diretta con il negus e solo quando si rese conto che ciò era impossibile egli si indusse ad incitare Badoglio e Graziani a bruciare le ultime tappe e a marciare sulla capitale220.
E veniamo al piano politico-diplomatico, quello che costituí il vero problema di Mussolini per tutto il periodo della guerra e che suscitò in lui le maggiori preoccupazioni e piú di un momento di incertezza e di pessimismo221.
L’inizio delle operazioni militari era stato deciso dal «duce» perché, al punto al quale si era spinto, rimanere inattivo avrebbe voluto dire perdere di credibilità sia all’interno sia all’estero, autorizzare chiunque a dire che bluffava e tutto ciò, data l’intransigenza inglese, senza vantaggio alcuno, poiché è evidente che, dopo aver respinto per tre volte le offerte fattegli da Londra, solo un’azione di forza poteva indurre l’Inghilterra ad alzare il prezzo che era disposta a pagare. Nonostante la sua convinzione che Londra non si sarebbe direttamente impegnata, egli si rendeva però assai bene conto della pericolosità del passo che intraprendeva. Sin dall’inizio tutti i suoi sforzi furono pertanto volti non solo a rassicurare il governo inglese della sua volontà di non infrangere il «fronte di Stresa» e di trovare un accordo per risolvere al piú presto il conflitto, ma anche ad operare concretamente in questo senso.
Nella prima direzione l’atto forse piú significativo fu costituito dalla lettera fatta consegnare da Grandi ad Hoare il 4 ottobre, nella quale Mussolini ribadiva di voler cooperare con l’Inghilterra nella politica europea, proponeva una «reciproca e simultanea» smobilitazione del Mediterraneo e affermava di essere pronto a cercare una soluzione del problema etiopico. La sostanza politica di questa lettera fu lasciata trapelare il giorno dopo dallo stesso Mussolini nel corso di una intervista all’inviato del «Paris-soir», Jules Sauerwein222. Nella seconda direzione l’iniziativa piú importante fu certo quella, il 16 ottobre, di comunicare a De Chambrun su quali termini l’Italia era disposta a trattare la risoluzione del conflitto, in modo che Laval potesse concretamente porsi come intermediario e mediatore con gli inglesi223. In sostanza i termini d’accordo trasmessi a Parigi ricalcavano le richieste precedenti: cessione definitiva e piena dei territori etiopici settentrionali occupati dalle truppe italiane, revisione delle frontiere dankala e somala a favore dell’Italia, mandato o altra forma di amministrazione sulle zone periferiche non amariche dell’Etiopia in maniera da stabilire la contiguità territoriale tra l’Eritrea e la Somalia, sbocco commerciale per l’Etiopia ad Assab224.
Contemporaneamente a queste avances in direzione di Londra, gli sforzi di Mussolini e di palazzo Chigi in questo periodo furono rivolti essenzialmente in due altre direzioni: a premere sui vari governi sanzionisti per ottenere un’applicazione amichevole delle sanzioni (mettendo altresí in rilievo le gravi conseguenze che una loro eventuale estensione avrebbe avuto) e, ancor piú, a sventare il pericolo di un embargo da parte degli Stati Uniti.
In tutta la vicenda italo-etiopica Washington tenne sempre un atteggiamento assai cauto. La prima presa di posizione statunitense si era avuta il 1º agosto, quando il presidente americano aveva espresso la sua speranza che si trovasse una soluzione amichevole e che la pace fosse preservata. Successivamente Roosevelt aveva inviato un messaggio a Mussolini in questo senso e fatto approvare la neutralità del suo paese verso entrambi i contendenti e l’embargo su ogni fornitura di armi e munizioni. In occasione delle conversazioni parigine di metà agosto il governo statunitense aveva offerto i suoi buoni uffici per contribuire ad un accordo e poco dopo Roosevelt aveva fatto fare dall’ambasciata a Roma un nuovo passo in senso moderatore. In pratica gli USA avevano però cercato di non farsi invischiare nella controversia. Tipico è a questo proposito l’atteggiamento assunto dal Dipartimento di Stato quando scoppiò il «caso Rickett»: Washington consigliò subito l’annullamento del contratto. Né questa posizione si era sostanzialmente modificata con l’inizio delle ostilità. Da qui le pressioni degli inglesi per indurre gli americani ad un atteggiamento piú attivamente intransigente e degli italiani per scongiurarlo. In questa duplice azione chi ebbe praticamente la meglio fu però Mussolini e ciò costituí uno dei suoi maggiori successi, che ebbe una influenza assai importante su tutto l’andamento della guerra, poiché l’atteggiamento statunitense finí per contribuire notevolmente a rafforzare la posizione di coloro che erano contrari all’estensione delle sanzioni, dato che una decisione del genere avrebbe perso molto del suo significato se non fosse stata condivisa da Washington e l’Italia si fosse potuta continuare a rifornire di petrolio e di altre materie prime in America. Per capire questo atteggiamento del governo statunitense si debbono tenere presenti essenzialmente tre motivi: innanzi tutto l’orientamento largamente profascista degli italiani e, ciò che piú conta, degli italo-americani che vivevano negli USA, un atteggiamento che in quel particolare momento, alla vigilia delle elezioni presidenziali, rendeva il «voto italiano» particolarmente prezioso per Roosevelt; in secondo luogo la convinzione largamente diffusa che, se si fosse giunti ad un embargo sul petrolio, questo sarebbe stato rispettato dalle grandi società produttrici, ma assai difficilmente dalle minori; e infine dall’atteggiamento sostanzialmente pro italiano dell’ambasciatore a Roma, B. Long, per il quale la situazione si riassumeva praticamente cosí: la guerra era immorale ed era giusto che l’Italia fosse stata condannata, la condanna della Società delle Nazioni era avvenuta però solo grazie alle pressioni inglesi e l’Inghilterra non aveva maggiori giustificazioni morali di quelle che aveva l’Italia; la situazione era gravissima e gli Stati Uniti ne dovevano rimanere fuori; del resto l’Inghilterra riforniva sotto banco l’Italia di petrolio, tramite la Germania, e direttamente le navi italiane a Suez225.
Da parte inglese sul primo momento l’accoglienza riservata alle avances mussoliniane fu decisamente negativa. Il precipitare della crisi dei rapporti anglo-italiani era stato visto da larga parte della classe dirigente conservatrice con preoccupazione e disappunto. Come ha scritto Taylor226, di fronte alla decisione ginevrina di applicare le sanzioni,
i conservatori in Inghilterra rimasero costernati; i capi delle forze armate brontolarono e il ministero degli esteri fece altrettanto. Winston Churchill rimase fuori dell’Inghilterra per tutto l’autunno, evitando cosí di pronunciarsi pro o contro l’Italia. Amery denunciò la Società e sostenne la causa dell’Italia.
Le voci che sostennero l’Italia furono però poche e furono soverchiate da quelle contrarie. Le elezioni erano ormai alle porte: anche a prescindere dalle contraddizioni di fondo della sua politica verso l’Italia, i laburisti e i liberali e, ciò che piú conta, larga parte dell’opinione pubblica erano troppo ostili all’Italia e al fascismo perché il governo potesse arrischiarsi a prendere in considerazione le avances mussoliniane; sicché sia Baldwin sia Eden assunsero un atteggiamento intransigente227. Solo Hoare, parlando il 17 ottobre con Grandi, si dimostrò possibilista: a Grandi che accusava l’Inghilterra di preparare la guerra contro l’Italia, smentí categoricamente questa interpretazione della politica del suo governo e si dichiarò disposto a prendere in considerazione eventuali proposte italiane per una soluzione del conflitto228. Ciò nonostante, date le pressioni francesi, due esperti (l’inglese Peterson e il francese Saint-Quintin) esaminarono le richieste italiane, giungendo alla conclusione che si sarebbe potuta prendere in considerazione l’idea di alcune rettifiche di frontiera e di un mandato italiano su tutto il territorio etiopico al di sotto dell’ottavo parallelo (in cambio di uno sbocco al mare ad Assab o a Zeila). Queste proposte furono però nettamente respinte dal governo inglese il 30 ottobre. Dopo le elezioni di metà novembre, che confermarono al potere la maggioranza «nazionale», liberandola cosí dall’assillo della concorrenza dei laburisti e delle varie associazioni pacifiste, filo societarie e piú o meno chiaramente antifasciste ad essi collegate, il discorso fu però riavviato, anche se una parte del governo, con Eden in testa, continuava a mostrarsi contraria ad ogni compromesso e, anzi, sosteneva la necessità di un’applicazione rigorosa delle sanzioni e di una loro estensione al petrolio229. I piú decisi a trovare una composizione del conflitto erano soprattutto Hoare e Vansittart230. In questo clima di contrasto tra i dirigenti inglesi nacque il piano Laval-Hoare.
La prima fase della sua preparazione avvenne in gran segreto (pare che gli unici informati ne fossero, da un lato, Baldwin e Hoare e, dall’altro, Mussolini) nell’ultima decade di novembre e nei primissimi giorni di dicembre ad opera di Vansittart231 e di Grandi. Per la sua abilità, per la stima che godeva tra i dirigenti britannici e per il vivo desiderio di evitare che la crisi tra i due paesi si trasformasse in una completa e definitiva rottura, che avrebbe finito per liquidare la Società delle Nazioni, alterare tutti gli equilibri europei e gettare Mussolini nelle braccia di Hitler, l’ambasciatore a Londra era per parte italiana certo l’uomo piú adatto a tentare un accordo232. Lo stesso vale per il segretario permanente al Foreign Office, per il quale l’equilibrio europeo e l’indipendenza austriaca contavano in quel momento piú di ogn’altra cosa.
Le conversazioni furono tutt’altro che facili. In un primo momento Vansittart non sembrò disposto ad andare oltre questi cinque punti:
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- Rettifica di frontiera dell’Eritrea con l’annessione di Adua e Adigrat (escluso Aksum).
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- Annessione all’Italia della Dankalia e dell’Ogaden.
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- Concessione all’Italia in monopolio economico di alcuni territori ad Est del 38º meridiano e a Sud dell’8º parallelo.
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- Regime d’assistenza internazionale all’Etiopia con preponderanza italiana.
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- Cessione all’Etiopia in territorio italiano di uno sbocco al mare e di un congiungimento tra questo sbocco al mare e l’Etiopia.
In un secondo tempo la sua posizione si fece però piú morbida. In un’ampia relazione complessiva sulle trattative che il 7 dicembre Grandi redasse per Mussolini233 si legge infatti:
V. E. avrà rilevato come a poco a poco nel corso delle conversazioni avute con lui, Vansittart sia andato allargando le sue idee: da una meschina rettifica di confine nella regione di Adua e di Adigrat, egli è passato all’idea di un distacco dall’Etiopia delle regioni Tigrine che noi attualmente occupiamo, e all’annessione di tali regioni all’Italia mediante l’applicazione del principio dell’autodecisione; dalla concessione in sovranità all’Italia dell’Ogaden, e in regime di monopolio economico di qualche territorio ad Est del 38º meridiano, egli è passato a considerare la possibilità di un distacco dall’Etiopia di tutti i territori a Sud dell’8º parallelo, accettando l’idea che a Ovest del 39º meridiano i territori passino sotto la giurisdizione dell’Italia, e i territori a Est del 39º meridiano sotto la sovranità piena italiana. Infine egli si è indotto ad accettare di discutere il congiungimento territoriale dell’Eritrea e della Somalia attraverso l’Harrar e l’Aussa, senza escludere, come aveva fatto sino ad ora, che il Governo Britannico possa consentire a risolvere tale problema per noi essenziale.
In conclusione, dopo esser partito dalla dichiarazione che il Governo Britannico considerava senz’altro come inaccettabili ai fini di ogni e qualunque negoziato le idee esposte dal Duce a Chambrun il 16 ottobre, Vansittart è andato tuttavia facendo, una dopo l’altra se non delle concessioni, almeno delle ammissioni preziose, che nel loro insieme costituiscono un sensibile avvicinamento alle Basi d’Accordo del Duce del 16 ottobre.
Dopo questa decisiva fase preparatoria234, l’elaborazione del piano passò nelle mani dei due uomini politici dai quali prese poi il nome235. Il 7 dicembre Hoare (ufficialmente in viaggio per la Svizzera per trascorrervi un periodo di vacanza) si recò a Parigi. Qui, presente anche Vansittart, il ministro degli Esteri inglese mise a punto con Laval il piano. La sera del giorno successivo un comunicato congiunto rendeva noto che i due uomini politici, «animati da eguale spirito di conciliazione e ispirati dall’intima amicizia franco-britannica» (quell’amicizia che, insieme alla risoluzione del conflitto, piú stava a cuore ad Hoare e dovette essere forse la molla piú forte che lo indusse a forzare la mano ad una parte dei suoi colleghi di governo), avevano cercato «le formule che potrebbero servire come base per un’amichevole soluzione della disputa italo etiopica». Le loro conclusioni sarebbero state sottoposte al governo inglese e, se approvate, ai governi interessati e alla Società delle Nazioni. Il governo inglese si riuní la sera del 9; alcuni suoi membri erano riluttanti ad approvare il piano, poiché esso dava praticamente piena soddisfazione a Mussolini e, bene o male, avrebbe costituito un gravissimo scacco per il sistema ginevrino. Secondo il piano Laval-Hoare236 l’Etiopia avrebbe dovuto cedere all’Italia il Tigrai orientale e una serie di territori ai confini tra la Dankalia e l’Eritrea e tra l’Ogaden e la Somalia (specificamente indicati), ricevendo in cambio uno sbocco al mare «preferibilmente» ad Assab. Oltre a ciò l’Italia si sarebbe vista assegnare una zona «di espansione economica e colonizzazione» in territorio sotto sovranità etiopica e piú precisamente nel territorio delimitato ad est dal nuovo confine somalo-etiopico, a nord dall’8º parallelo, ad ovest dal 35º meridiano e a sud dal confine fra l’Etiopia e il Kenia (vedi cartina 1). Alla fine il piano fu però approvato, sia per non sconfessare Hoare, sia soprattutto per evitare un ulteriore deterioramento dei rapporti con la Francia, dato che Laval mostrava l’intenzione di dissociarsi dalle sanzioni se esso non fosse stato mandato avanti (e nelle prime ore del 10 fece formalmente sapere a Londra che voleva un esplicito impegno che se l’Etiopia non avesse accettato il piano non si sarebbe piú parlato di estensione delle sanzioni).
Finalmente varato, il piano Laval-Hoare fu trasmesso l’11 dicembre a Roma e ad Addis-Abeba (il cui governo lo respinse il 18) e il giorno dopo a Ginevra. Già prima che esso fosse consegnato agli interessati, sulla stampa inglese e francese cominciarono a circolare (assai probabilmente ad iniziativa di uomini del Quai d’Orsay ostili a Laval per ragioni di politica interna) però indiscrezioni e valutazioni in genere poco favorevoli sia al suo contenuto sia al suo significato politico. Nel giro di pochi giorni queste prese di posizione negative si fecero sempre piú numerose, anche grazie agli interessati maneggi di coloro che all’interno del governo inglese volevano approfittare dell’occasione per liberarsi di Hoare, e in poco piú di una settimana si ebbe il fallimento – forse immeritato237 – del piano Laval-Hoare sotto un uragano di proteste238 che, da un lato, consentirono ad Eden e a coloro che ne condividevano la posizione di riaprire in sede di governo la discussione su di esso, determinando le dimissioni, il 18 dicembre, di Hoare (che fu sostituito al Foreign Office dallo stesso Eden), da un altro lato, il suo rigetto da parte della Società delle Nazioni239 e, da un altro lato ancora, un notevole indebolimento in Francia della posizione politico-parlamentare di Laval (che infatti fu costretto a sua volta alle dimissioni un mese dopo, per una serie di motivi, tra i quali anche quello della sua partecipazione all’iniziativa del piano).
A Roma, come si è detto, il piano era stato trasmesso l’11 dicembre, nel pomeriggio. A palazzo Chigi se ne conoscevano già da Parigi i termini generali. Suvich ne aveva discusso a lungo il giorno stesso con Mussolini, che – secondo Aloisi240 – lo aveva trovato «assai cattivo» e aveva deciso di sottoporlo al Gran Consiglio. Già questa decisione autorizza a pensare che, in realtà, egli non fosse contrario ad accettarlo, sia pure solo in linea di massima, sperando cioè di ottenere qualche cosa di piú in sede di trattative. Se poi fosse confermato quanto afferma Eden241, che cioè quando a Parigi Hoare e Laval lo avevano redatto, il presidente francese aveva piú volte interpellato telefonicamente il «duce», questa supposizione diventerebbe pressoché una certezza. In questo caso, le critiche che ad esso mossero in una lunga riunione tenuta il 14 dicembre Suvich, Aloisi, Guariglia, Buti e altri responsabili di palazzo Chigi e che il primo riassunse in un ampio appunto «per Sua Eccellenza il Capo del Governo»242 perderebbero ovviamente molto del loro significato e avrebbero solo un interesse per lumeggiare quali erano le ambizioni africane della «carriera» e come essa però si rendesse conto delle conseguenze negative che il rigetto del piano poteva avere per l’Italia. Comunque sia, il risultato delle meditazioni di Mussolini e dei suoi collaboratori tra l’11 e il 15 dicembre fu l’invio alle ambasciate di Parigi e di Londra di un telegramma in cui, dopo aver affermato che «in linea di massima» Mussolini era disposto a «discutere possibili soluzioni del problema etiopico», si impartivano istruzioni per sondare Laval e gli inglesi su una serie di punti, che, in sostanza, avrebbero dovuto preludere ad un miglioramento delle frontiere nel Tigrai, in Dankalia e nell’Ogaden, ad una piú precisa definizione del concetto di «espansione economica e colonizzazione» e, soprattutto, a far inserire l’obbligo del disarmo per l’Etiopia. Quando però a queste richieste Laval replicò che il suo compito era esaurito e che esse dovevano, se mai, essere presentate a Ginevra e, a titolo puramente personale, aggiunse un invito ad accettare il piano243, la reazione di Mussolini fu assai eloquente: telegrafò a Londra che non avrebbe potuto dare una risposta sino a dopo la riunione del Gran Consiglio – convocato per la sera del 18 – e chiedendo che, considerato ciò e considerato che il 19 ai Comuni doveva esservi un dibattito sulla politica estera che avrebbe potuto influenzare la decisione ginevrina, la discussione in sede di Società delle Nazioni sul piano stesso fosse rinviata244.
Come giustamente ha scritto Guariglia245, tutto induce a credere che sin dall’inizio Mussolini fosse intenzionato ad accettare il piano Laval-Hoare. Il «duce» sentiva solo
il bisogno di ottenere una adesione esplicita da parte dei suoi, per impedire che costoro potessero addurre la propria irresponsabilità; voleva comprometterli a sostenere la sua politica, ben sapendo che ove questa non fosse stata coronata da successo, se li sarebbe trovati tutti contro, o almeno tutti pronti a lavarsene le mani.
Da qui la sua decisione di sottoporre, almeno formalmente, il piano al Gran Consiglio, anche se era tanto convinto dell’opportunità di accettarlo che nel pomeriggio precedente la riunione egli preparò con Suvich l’ordine del giorno da diramare la mattina dopo alla stampa:
Il Gran Consiglio del Fascismo, riunito la sera del 18 dicembre anno XIV, per esaminare l’appello rivolto dai governi di Francia e d’Inghilterra al Duce, dichiara di apprezzare lo spirito amichevole al quale è stata ispirata la comunicazione fatta dai due sopradetti governi al governo italiano per cercare una soluzione del conflitto italo-abissino.
Prende nota delle esplicite dichiarazioni fatte dai governi britannico e francese che definiscono il carattere di tali proposte.
Decide di considerare le proposte in parola come possibile base di discussione, lasciando al governo di formulare le riserve necessarie a salvaguardare i diritti della Nazione.
Quest’ordine del giorno non vide però mai la luce. Il rinvio della decisione formale di rispondere positivamente a Londra e Parigi (per quanto non ingiustificato, dato che, di fronte alla campagna di stampa scatenata dagli avversari del piano, era logico che Mussolini volesse prima vedere se Laval e Hoare erano in grado di controllare la situazione e se la sentivano ancora di premere sul negus) finí, infatti, per far naufragare il piano Laval-Hoare, che se fosse stato subito accettato da Mussolini sarebbe quasi certamente andato in porto, dato che buona parte dei suoi avversari di fronte all’alternativa pace o guerra avrebbe trovato il modo di prendere le proprie distanze dai piú oltranzisti e di giustificare il proprio passaggio tra i suoi fautori.
Il Gran Consiglio, come d’uso, si riuní nella serata del 18 dicembre, presenti tutti i suoi componenti tranne Balbo, Bottai e Grandi, rispettivamente in Libia, Etiopia e Inghilterra. Nella mattina Mussolini aveva presenziato alla inaugurazione di Pontinia, il terzo comune dell’«Agro romano redento». In questa occasione aveva pronunciato un discorso di circostanza nel quale figuravano alcune frasi sulla guerra in corso del tipo «un popolo di quarantaquattro milioni non soltanto di abitanti, ma di anime, non si lascia impunemente iugulare e meno ancora mistificare» e «il regime tirerà diritto»246 che, pur essendo pura retorica, egli aveva dovuto pronunciare con l’intento di poter poi scaricare, se necessario, la responsabilità della decisione di qualche ora dopo sul Gran Consiglio. Ciò spiega in parte alcune perplessità e divergenze di vedute che emersero nel supremo organo del PNF. In Gran Consiglio il dibattito fu ampio e vivace. Come De Bono annotò nel suo diario247, la maggioranza si pronunciò per l’accettazione del piano. Tra questi furono coloro, come De Stefani, Federzoni, Volpi che sin dall’inizio erano stati contrari alla guerra248; ad essi si aggiunsero però anche altri che in un primo tempo erano stati favorevoli alla guerra. E se il loro numero non fu maggiore ciò fu dovuto alla suggestione del discorso di Pontinia e al modo aperto, problematico per non dire ambiguo, con cui Mussolini aveva introdotto la discussione, soffermandosi per di piú insistentemente sulle grandi possibilità militari dell’esercito che combatteva in Africa249. Tra i contrari furono Farinacci e Cianetti. Comunque ad una decisione formale non si arrivò. Verso mezzanotte, infatti, mentre parlava De Stefani250, Mussolini fu informato che Grandi aveva telefonato da Londra la notizia delle dimissioni di Hoare. Di fronte a questo fatto nuovo Mussolini volle prendere tempo e rinviò la decisione alla seduta di due sere dopo.
Secondo la vulgata fascista, il giorno dopo Mussolini avrebbe ostentato il suo compiacimento per come il piano Laval-Hoare era andato a finire e avrebbe detto a Lessona che si era recato da lui per il rapporto quotidiano: «Avete visto, Lessona, il negus e l’Inghilterra ci hanno tolto d’imbarazzo. Cosí non siamo noi a far fallire il piano Hoare-Laval»251. In realtà per due giorni, sino a quando non fu chiaro che il piano era effettivamente fallito, a palazzo Chigi non fu presa alcuna decisione e si pensò ancora seriamente di accettarlo, se non altro per dar prova di buona volontà, migliorare la posizione dell’Italia rispetto ad una eventuale proposta di estensione delle sanzioni, precostituirsi un punto di partenza «in una eventuale possibile ripresa di trattative»252. Né, a ben vedere, un esplicito rigetto del piano fu inserito nell’ordine del giorno approvato dal Gran Consiglio nella seduta del 20 dicembre. In esso253, infatti, si parlava di «ripudio da parte inglese», si ricordava che il 18 il piano era stato «sottoposto ad ampio esame» (senza, per altro, dire con che risultato), si proclamava che «l’azione dell’Italia fascista proseguirà con inflessibile decisione, per il necessario raggiungimento delle mete segnate dal Duce al destino della Patria», ma nulla piú. In pratica gli italiani seppero ufficialmente che il piano Laval-Hoare era considerato dal «duce» «ben lungi dal soddisfare le esigenze minime dell’Italia soprattutto dal punto di vista della sicurezza delle frontiere e dei sudditi italiani» solo dal comunicato relativo alla riunione del Consiglio dei ministri del 30 dicembre, in cui, oltre tutto, si sottolineava esplicitamente che «comunque» il piano era caduto prima che il Gran Consiglio avesse potuto esaminarlo e che le cause della sua caduta erano «tutte da ricercare oltre le frontiere dell’Italia»254. Lo vennero a sapere, dunque, solo quando Mussolini fu certissimo che il piano era morto ed irresuscitabile255. E questo non è certo privo di significato.
Quanto il «duce» avesse contato sul piano Laval-Hoare per chiudere la vicenda etiopica è indirettamente dimostrato dallo scoraggiamento che lo colse subito dopo il suo fallimento e soprattutto dalle gravi difficoltà nelle quali venne a trovarsi la sua politica. Per varie settimane Mussolini e i suoi piú stretti collaboratori si dibatterono infatti in una situazione non solo assai difficile, ma che per piú di un aspetto sembrava senza uscita e affidata solo alla sorte delle armi. Una sorte, in quel momento, tutt’altro che invitante all’ottimismo, sia per la stasi delle operazioni militari (i primi successi si ebbero solo a metà gennaio ad opera di Graziani e all’inizio di una svolta vera e propria si poté cominciare a sperare seriamente un mese dopo, con le vittorie di Badoglio del Tembien e l’occupazione dell’Amba Alagi), sia perché in una situazione politica senza prospettive immediate anche eventuali successi militari rischiavano – specie dopo l’eccitazione degli animi suscitata in vari paesi e negli ambienti ginevrini dalla vicenda del piano Laval-Hoare e dalle violentissime polemiche ad essa connesse e dopo l’insediamento di Eden al Foreign Office – di aggravare la situazione stessa, nel senso di favorire l’adozione di ulteriori misure volte a fermare l’Italia. Di questa possibilità si era ampiamente discusso in novembre e nei primissimi giorni di dicembre, ma il piano Laval-Hoare l’aveva fatta per un momento accantonare; ora però essa tornava di attualità e ancor piú lo divenne con la terza decade di gennaio, un po’ in relazione con il calendario dei lavori ginevrini e ancor di piú in seguito alla caduta del governo Laval che diede nuove speranze e nuovo vigore a coloro che tendevano ad una estensione delle sanzioni e a sfruttare a questo fine tutte le possibilità, non ultime quelle offerte dalla indignazione di larghi settori dell’opinione pubblica internazionale per i metodi di guerra usati dagli italiani in Africa (impiego dei gas asfissianti, bombardamenti indiscriminati e di rappresaglia) e per alcuni episodi particolari (in genere piú involontari che scientemente voluti) quali il bombardamento di alcuni ospedali da campo etiopici, in cui, per di piú, lavoravano medici e personale europeo o arabo 256. Né in questo quadro complessivo della situazione all’immediato indomani del fallimento del piano Laval-Hoare si possono sottovalutare (anche se non vanno certo esagerate) le preoccupazioni che in Mussolini dovevano suscitare alcuni sintomi di una certa apatia e di un certo scoraggiamento che si andavano diffondendo, dopo gli entusiasmi per i primi successi di De Bono, nel paese per la stasi delle operazioni militari e per l’evoluzione del contesto internazionale 257.
In questa situazione, i primi mesi del ’36, dopo un primissimo momento di scoraggiamento, d’incertezza sul da fare e di ripensamento di quanto fatto 258, furono caratterizzati essenzialmente da una serie di iniziative piú o meno casuali e «rancoroso-propagandistiche» (quali la pubblicazione, voluta personalmente da Mussolini, del «rapporto Maffey») ma anche da una duplice sistematica azione diplomatica, la prima in direzione di Parigi, la seconda di Berlino.
Lo sforzo piú serio ed impegnativo fu quello diretto verso Parigi; se, infatti, la Francia era sempre stata la chiave di volta della politica etiopica di Mussolini, ancor piú essa lo divenne con la seconda metà del gennaio ’36, quando al governo di Laval successe quello di Sarraut, con Flandin al Quai d’Orsay. Con l’opinione pubblica internazionale sempre piú ostile all’Italia e al fascismo anche se in maggioranza pacifista (nel senso di contraria all’idea di una estensione del conflitto) e via via piú ricettiva alle parole d’ordine e alle campagne di stampa dei partiti antifascisti e di sinistra, con un orientamento marcatamente anti italiano di tutto un gruppo di piccoli stati presenti a Ginevra, con un governo inglese che non sapeva scegliere una strada chiara (salvo a livello dei responsabili militari che, preoccupati per l’inadeguatezza e l’arretratezza tecnica dei propri apprestamenti nel Mediterraneo, diedero proprio nel ’36 l’avvio ad un vasto e sistematico piano di trasformazione e di potenziamento del sistema difensivo britannico in questo settore vitale per l’Inghilterra) e, in pratica, alla mercè della politica (ma, spesso, sarebbe meglio dire delle oscillazioni umorali) di Eden e – in questo contesto – con sopra la testa la spada di Damocle dell’estensione delle sanzioni, della quale dopo la battuta d’arresto del dicembre si era ripreso a parlare con insistenza e a studiarne in sede di Società delle Nazioni la concreta realizzazione; in questo drammatico contesto, dicevamo, la carta francese – Laval o non Laval – era per Mussolini e per palazzo Chigi l’unico punto fermo, l’unica ancora di salvezza. Da qui la loro intensa attività per tenersi stretta la Francia in tutti i modi, con le assicurazioni sulla loro volontà di tenere in vita l’amicizia italo-francese e il «fronte di Stresa» e di non indebolire vieppiú la Società delle Nazioni, con le promesse di essere, in caso di necessità, piú europei di quanto si mostravano disposti ad essere gli inglesi, ma anche con le minacce di fare tutto il contrario se costretti da un eccessivo avvicinamento di Parigi a Londra e soprattutto da un’accettazione francese dell’estensione delle sanzioni259. Nella ultima decade di febbraio questo discorso si fece addirittura ultimativo. Di fronte alla possibilità sempre piú reale che a Ginevra il problema delle sanzioni passasse dal terreno delle conversazioni tecniche a quello della discussione politica della loro estensione, Cerruti a Parigi e Aloisi, Suvich e lo stesso Mussolini a Roma non usarono mezzi termini: se il governo francese permetteva l’estensione delle sanzioni, l’amicizia italo-francese ne avrebbe subito risentito i contraccolpi e, innanzi tutto, proprio sul punto che ai francesi stava piú a cuore, gli accordi Gamelin-Badoglio e Denain-Valle, in altre parole verso la Germania260. Il 27 febbraio, con l’ambasciatore De Chambrun, Mussolini fu particolarmente esplicito261:
Siamo arrivati ad un punto dove bisogna assumersi le proprie responsabilità e mettere questa situazione in chiaro. Io non sono meno indignato di tutti gli italiani contro le sanzioni di già cosí pesanti che sono state prese contro il mio paese e tuttavia io non ho per questo modificato la mia linea di condotta politica in Europa. Ben lontano da questo, io sono sempre, e voi potete dirlo al signor Flandin, nella linea di Stresa… Io posso assicurarvi che non vi è a tutt’oggi nella sfera politica assolutamente niente tra la Germania e me. Il mio modo di vedere sulla Germania rimane esattamente quello che era l’anno passato in aprile. Ma dopo i mesi che sono passati e gli sviluppi che ha preso questa crisi, qualsiasi aggravamento delle sanzioni rigetterà necessariamente l’Italia in un isolamento, da cui il suo governo avrà il dovere imperioso di farla uscire. Spetta alla Francia e all’Inghilterra di non respingerci. Si vuole attualmente dare un nuovo giro di vite alle sanzioni. In seguito si sognerà un altro giro di vite. Tutto ciò non può portare che alla guerra e non bisogna per altro illudersi sull’efficacia di misure che, accentuandosi, vanno sempre piú nella direzione opposta dello scopo che è loro assegnato, perché esse non fanno che indurire la nazione italiana nella sua resistenza e rafforzare la sua unità morale. Io so con certezza che tanto negli Stati Uniti quanto in Inghilterra e in Francia si comincia a pensare che si è andati molto lontani su questa via e che è venuto il momento di arrestarsi. Il pericolo a questo riguardo non è in definitiva a Parigi né a Londra, ma a Ginevra stessa, dove le piccole nazioni irresponsabili e i cui interessi non sono direttamente in gioco si immaginano a torto di difendere la propria sicurezza avvenire precipitando nelle attuali circostanze la marcia del meccanismo che è stato messo in moto. La Francia, la cui autorità è decisiva, non potrebbe usare la sua influenza per illuminarle e dissipare le loro apprensioni? Io devo dichiararvi senza ambiguità che, se la riunione ginevrina del 2 marzo sfocerà in un aggravamento delle sanzioni già in vigore, l’Italia è decisa a reagire e che essa risponderà innanzi tutto con il rifiuto di firmare ogni accordo navale, con la sua uscita dalla Società delle Nazioni e con la denuncia delle disposizioni convenute da una parte tra il generale Gamelin e il maresciallo Badoglio e da un’altra parte tra il generale Denain e il generale Valle.
Di fronte ad un atteggiamento cosí duro, il governo francese in un primo momento cercò di fare opera di moderazione (soprattutto presso Londra) e insieme si arroccò dietro l’argomentazione che un’eventuale estensione delle sanzioni non avrebbe avuto pratici risultati, dato che gli USA non avrebbero partecipato ad un embargo contro l’Italia, tanto è vero che, dopo qualche incertezza, si erano limitati a ribadire la loro precedente posizione. In un secondo momento l’atteggiamento di Parigi si fece anche piú netto ed attivo. A ciò contribuí certo la volontà di evitare un ulteriore deterioramento dei rapporti con Roma, specie in un momento in cui aumentavano le preoccupazioni per la politica hitleriana e per l’ambiguo atteggiamento di Londra verso di essa. Non va però trascurata l’influenza di un altro fattore. In Africa, a fine febbraio, le operazioni militari avevano ormai preso una piega del tutto favorevole agli italiani. Ciò nonostante Mussolini, parlando con De Chambrun, aveva affermato che, se fossero state date all’Italia soddisfazioni sufficienti e Ginevra si fosse orientata in modo piú ragionevole verso l’Italia, egli era pronto a chiudere la partita etiopica senza imporre un diktat al negus262. E a indiretta – ma al tempo stesso pubblica – conferma di questa affermazione il 1º marzo «Il popolo d’Italia» aveva pubblicato un editoriale (che De Chambrun attribuí a Mussolini personalmente263) in cui si diceva che con la conquista dell’Amba Alagi i vecchi conti tra l’Italia e l’Etiopia erano ormai regolati militarmente e moralmente. Né si può escludere assolutamente che a Parigi ci si fosse resi conto che, nonostante il fallimento del piano Laval-Hoare, Roma aveva sempre continuato a pensare ad una soluzione concordata del conflitto264 e, ciò che piú conta, si fosse in qualche misura informati di qualcuno dei vari tentativi che proprio in quei giorni da parte italiana erano messi in atto – soprattutto a Gibuti e ad Atene – per dar pratica realizzazione a questi propositi prendendo contatto con personalità dell’entourage del negus265. Alla luce di tutti questi elementi e, ancora, del timore che Mussolini potesse accordarsi con Hitler si comprende perché nei primissimi giorni di marzo, alla vigilia della possibile decisione ginevrina di estendere le sanzioni, l’atteggiamento francese si fece, come si è detto, piú netto e attivamente pro italiano, al punto che Parigi subordinò in pratica la sua eventuale adesione alla decisione sulle sanzioni ad un preciso impegno britannico a sostenerla nel caso che la Germania volesse approfittare della situazione266 e – essendo ovviamente sfuggita l’Inghilterra a tale impegno – a Ginevra fece aggiornare la discussione del progetto di ulteriore aggravamento delle sanzioni e approvare al suo posto l’invio a Roma e ad Addis-Abeba di un invito a cercare una nuova base di conciliazione.
Per Mussolini non era certo un successo da poco, anche se, altrettanto certamente, la mossa francese non eliminava affatto il pericolo sul versante sanzionistico e lo esponeva al rischio di dover rinunciare al tavolo delle trattative a una parte piú o meno cospicua di quanto si era nelle ultime settimane assicurato sul campo di battaglia e, ancora, si sarebbe potuto assicurare in breve termine267.
Tre giorni dopo la sua approvazione, l’invito proposto dai francesi fu accettato in linea di massima dal negus; due giorni dopo a Ginevra veniva annunciata anche l’analoga accettazione italiana. Per il momento la cosa non ebbe però seguito alcuno: quello stesso giorno, infatti, Hitler procedeva alla rimilitarizzazione unilaterale della Renania; l’Europa e la Società delle Nazioni avevano ben altro di cui occuparsi.
La rimilitarizzazione della Renania ci riporta a quella che, come abbiamo detto, fu in questi stessi primi mesi del ’36 la seconda linea di azione diplomatica di Mussolini, quella verso Berlino.
Abbiamo già parlato, in questo stesso capitolo, dell’atteggiamento duttile e conciliante che il «duce» sin dalla primavera del ’35 aveva impresso alla sua politica verso la Germania e ne abbiamo spiegato i motivi. Se si tiene presente quanto abbiamo detto in quelle pagine, si può comprendere facilmente come dopo il fallimento del piano Laval-Hoare piú di uno dei collaboratori del «duce», non pochi fascisti268 e lo stesso Mussolini cominciassero – in qualche caso strumentalmente, in qualche altro pensando ad una vera e propria svolta della politica fascista – a guardare a Berlino per fare uscire in qualche modo l’Italia dalla posizione di stallo e dalle difficoltà nelle quali si trovava. A livello dei diplomatici chi forse piú spinse in questa direzione fu l’ambasciatore a Berlino Attolico. Già in novembre-dicembre egli aveva caldeggiato l’opportunità di cercare l’appoggio tedesco269. In gennaio le sue insistenze si fecero maggiori, arrivando al punto di tradursi nell’invio a G. Ciano di copia di un rapporto riservato redatto per palazzo Chigi in cui – sia pure strumentalmente, per mettere cioè in allarme gli anglo-francesi, creare loro difficoltà e renderli piú duttili – suggeriva di perseverare nel moderato riavvicinamento a Berlino iniziato nei mesi precedenti e diventato piú esplicito proprio in quel gennaio, tanto da essere notato e suscitare preoccupazioni in molte cancellerie e specialmente a Parigi270.
In realtà i rapporti italo-tedeschi erano stati sino allora assai poco limpidi e oggi – documentazione tedesca alla mano – possiamo affermare che da parte tedesca erano stati addirittura ambigui, per non dire ostili. Da qualunque lato lo si esamini, l’interesse di Hitler era che la guerra in Etiopia fosse per Mussolini lunga, difficile e che scavasse un solco incolmabile tra l’Italia e le altre grandi potenze occidentali. Operando sott’acqua a questo fine Hitler poteva infatti conseguire piú risultati positivi: a) favorire l’isolamento internazionale dell’Italia e, quindi, la necessità per Mussolini di sfuggire ad esso avvicinandosi a lui; b) privare la Francia e l’Inghilterra dell’amicizia o dell’alleanza italiana; c) indebolire l’Italia economicamente e militarmente; d) approfittare del suo impegno africano e delle sue ristrettezze economiche per scalzare alcune delle posizioni in Austria e in Ungheria e cercare di prendere economicamente il suo posto nella penisola balcanica. Né, infine, è da escludere che tra i propositi nazisti rientrasse anche quello di egemonizzarla in qualche misura a livello ideologico, approfittando (e fomentandolo) del diffondersi in molti ambienti fascisti della convinzione che l’orientamento anti italiano e antifascista di vasti settori dell’opinione pubblica internazionale connesso alla guerra e l’ostilità di una serie di uomini politici e di governo fossero frutto di una congiura orchestrata dalla massoneria e dal bolscevismo internazionali271.
Date queste premesse, il governo tedesco – che oltre tutto doveva anche tenere conto dei sentimenti se non della propria opinione pubblica almeno dei quadri del partito (specie a livello medio-basso tutt’altro che favorevoli verso l’Italia, specialmente per gli echi ancora vivi delle polemiche del ’34)272 – se aveva affermato di condannare la politica mirante ad abbattere il fascismo273 non si era però certo impegnato a fondo per aiutare e sostenere l’economia italiana in difficoltà per le sanzioni e – sotto sotto – aveva preferito approfittare dell’occasione per scalzarne le posizioni nell’Europa centrale e sudorientale. Per le armi, una legge del 6 novembre ’35, stabilí formalmente il divieto di esportazione sia verso l’Italia sia verso l’Etiopia. Diciamo formalmente perché oggi sappiamo che in realtà nei mesi immediatamente precedenti la guerra d’Africa la Germania riforní segretamente l’Etiopia (via Belgio-Norvegia) di armi e di munizioni per un importo di 1 200 000 marchi e qualche fornitura avvenne anche dopo l’inizio delle ostilità274. Oltre alla legge del 6 novembre, dieci giorni dopo ne fu poi promulgata un’altra che stabiliva il divieto generale di esportazione senza autorizzazione statale per i generi alimentari e le materie prime. La giustificazione ufficiale, in parte vera ma in parte di comodo, fu quella di voler evitarne l’incetta da parte di altri paesi. Gli scambi commerciali tra Germania ed Italia in connessione con la guerra subirono pertanto un incremento notevole ma non notevolissimo, certo non tale quale qualcuno in Italia aveva sperato e, fatto non privo di significato, da parte tedesca ci si preoccupò di trarne il maggior utile economico e di favorire il saldo del clearing a proprio vantaggio. Sicché non ha torto il Funke quando ha scritto275:
In realtà l’Italia non ricevette dalla Germania un sostegno materiale in cui si potesse ravvisare la prova di un amichevole legame politico tra i due sistemi totalitari.
Ciò nonostante, per uscire in qualche modo dall’isolamento in cui si trovava e ancor piú per procurarsi uno strumento di pressione e di minaccia verso la Francia, col gennaio ’36 Mussolini avviò una politica di riavvicinamento alla Germania. Il passo piú significativo lo fece personalmente nella notissima udienza concessa il 6 gennaio all’ambasciatore von Hassell276. Ad essi ne seguirono altri a vari livelli. Quasi contemporaneamente la stampa italiana cominciò a mutar tono verso la Germania, lasciandosi andare ad alcuni significativi apprezzamenti.
Questa nuova posizione fu subito al centro dell’attenzione di varie cancellerie e in particolare di quella francese, suscitando perplessità e preoccupazioni, nonché, in alcuni casi, esplicite richieste di chiarimenti. Tra coloro che le chiesero furono in prima fila i francesi. Dopo vari sondaggi con Suvich e Aloisi277, De Chambrun affrontò direttamente il problema con Mussolini il 27 febbraio, ricevendo anche da lui, come si è visto, le piú esplicite assicurazioni che nulla era cambiato nella sua politica verso Berlino e che nulla sarebbe cambiato se i paesi ginevrini non lo avessero costretto a farlo. I documenti diplomatici francesi dimostrano che, in linea di massima, Parigi fu portata a dar credito alle assicurazioni italiane. Certo ciò non impedí che dubbi, incertezze, preoccupazioni continuassero a sussistere, ma questo era appunto quello che Mussolini e palazzo Chigi volevano. Fermissimo a non voler andare al di là di alcune prese di posizione e di alcuni «giri di valzer» del tutto momentanei e strumentali era soprattutto Suvich, per il quale la Germania era il maggior pericolo per l’Italia, l’Austria la chiave di volta del sistema europeo e la ricostituzione dell’amicizia anglo-franco-italiana, con il recupero della ormai tradizionale autonomia della politica estera italiana e del suo «peso determinante», l’obiettivo principale da realizzare appena possibile. I suoi appunti a Mussolini sono espliciti. In uno del 7 febbraio, dedicato all’Austria, Suvich sviluppava questi concetti. «Sacrificare l’Austria sarebbe, a mio modo di vedere, un colossale errore». A parte le considerazioni d’ordine morale, «il giorno in cui l’Austria fosse annessa alla Germania e la Germania si affacciasse al Brennero e sulle Alpi Giulie, quel giorno la nostra via sarà nettamente segnata perché noi saremo legati alla solidarietà col gruppo antigermanico contro la minaccia tedesca». Come si vede, Suvich non prendeva neppure in considerazione la possibilità di un accordo con Berlino. «Sarebbe una illusione pericolosa quella di credere che la Germania, arrivata al Brennero e a Tarvisio, si arresti su queste posizioni senza tendere a oltrepassarle... Bisogna non tener conto della storia tedesca ed ignorare la mentalità del popolo tedesco per pensare che la Germania non farà tutti gli sforzi per superare i cento chilometri che la divideranno allora dall’Adriatico». D’altra parte, «nessun accordo servirà o sarà mantenuto di fronte alla spinta dell’espansione tedesca»278. E se dalla questione austriaca e dal problema generale della valutazione della naturale politica tedesca si passa alla interpretazione del significato di quel particolare momento della politica estera italiana il discorso si fa per noi al limite ancor piú illuminante. In un altro dei suoi appunti al «duce», datato 29 gennaio, si legge279:
Si diffonde nell’opinione pubblica italiana il convincimento che la politica italiana stia per cambiare abbandonando il programma di una intesa con le Potenze occidentali per passare dalla parte della Germania. Questa eventualità non è neanche vista male da una parte dell’opinione pubblica italiana che trova in questa evoluzione la soddisfazione per il dispetto e l’indignazione che nel Paese ha provocato la politica delle sanzioni. Questa impressione diffusa è naturalmente sentita anche all’estero e provoca una certa inquietudine particolarmente in Francia e in Austria.
Ho avuto in questi giorni occasione di parlare dell’avvicinamento italo-germanico con quasi tutti i rappresentanti stranieri che sono venuti a visitarmi a Palazzo Chigi e che me ne hanno fatto esplicita richiesta.
Ho risposto invariabilmente che l’avvicinamento è di carattere puramente psicologico senza nessun substrato di accordi segreti o di preparativi di accordi futuri. Ho spiegato questo movimento dello spirito pubblico come una naturale reazione per il fatto che la Germania per la sua situazione di indipendenza è fuori della politica sanzionista.
Queste mie dichiarazioni hanno convinto qualcuno ed hanno lasciato in altri una certa incredulità.
Poiché l’Ambasciatore di Francia mi ha fatto qualche accenno piú preciso a questo avvicinamento italo-tedesco, credo opportuno fare al riguardo qualche considerazione:
Una politica sostanziale di avvicinamento alla Germania, che porti ad accordi di carattere politico-militare, non pare in questo momento realizzabile; la Germania al momento attuale non dimostra nessuna voglia di abbandonare la piú stretta neutralità; potrà arrivare a qualche dichiarazione di solidarietà dei due regimi (è il meno che possa fare nelle presenti circostanze), ma non pare disposta ad andare piú oltre. Quindi bisogna esaminare la politica di un nostro avvicinamento alla Germania per gli effetti morali che può avere e soprattutto il riflesso che può avere sull’atteggiamento delle altre Potenze.
In quanto si voglia dare l’impressione di un miglioramento dell’atmosfera fra Italia e Germania nel senso delle dichiarazioni da me fatte ai rappresentanti stranieri sopra riferiti, nulla da ridire.
Esamino invece il caso di quelle che potrebbero essere le conseguenze di un nostro atteggiamento politico quando si volesse dare l’impressione che noi si manovri verso un sistema italo-germanico in opposizione a Ginevra e al sistema delle Potenze occidentali. Dovrei escludere che in questo momento una tale mossa possa spaventare Francia e Inghilterra al punto da darci dei maggiori vantaggi in una eventuale soluzione societaria del conflitto italo-etiopico; è molto piú probabile invece che se le due sopradette Potenze dovessero perdere la speranza di una nostra collaborazione futura nel sistema della pace e della sicurezza europea, esse sarebbero indotte ad aggravare la nostra situazione per indebolirci al massimo grado e per metterci fuori giuoco per gli anni futuri. Una politica di avvicinamento alla Germania – oltre i limiti sopra indicati – non ci procurerebbe nessun aiuto attuale da parte della Germania, che non può e non vuole darcelo e ci farebbe perdere l’aiuto efficace che al momento opportuno ci potrà essere dato efficacemente dagli altri paesi che hanno interesse ad uscire dalla situazione attuale che pesa su tutti e a mantenere l’Italia efficiente per l’avvenire. L’interesse tedesco di mettere l’una control’altra le Potenze di Stresa è evidente, ma noi, pur mantenendo la nostra indipendenza per l’avvenire, non abbiamo alcun interesse a cadere nel giuoco tedesco.
Altrettanto sfavorevole, secondo me, sarebbe l’impressione che la politica italiana filo-germanica susciterebbe in Austria; la reazione potrebbe esscre duplice: l’idea di un abbandono italiano dell’Austria o darebbe l’Austria in mani ai Nazi, o la getterebbe nelle braccia del sistema Francia - Piccola Intesa: nell’un caso o nell’altro noi saremmo tagliati fuori. Non si può dimenticare che, ad onta di qualche ostilità contro di noi, insormontabile in alcune parti dell’Austria, la politica ufficiale austriaca è stata ed è la piú leale e la piú coraggiosa nei riguardi dell’Italia.
C’è infine un’altra considerazione; quella che, dopo la fine della nostra azione etiopica, avremo con tutta probabilità bisogno di capitale straniero per il consolidamento finanziario interno e per lo sfruttamento dei territori che andremo a prendere in Etiopia. Una stretta intesa con la Germania ci isolerebbe dalle grandi correnti finanziarie internazionali e ci renderebbe piú difficile una operazione del genere.
In conclusione, per quanto la situazione attuale – (Ginevra e rapporti con le Potenze occidentali) – sia penosa, conviene non rompere i ponti con tale sistema, almeno fino a che non abbiamo la convinzione assoluta di poter andare colle sole nostre forze, a dispetto dell’ostilità degli altri, fino in fondo.
Opportune istruzioni dovrebbero essere date anche alla stampa italiana, che tende ad andare oltre i limiti di uno schiarimento dell’atmosfera.
Né, allo stato della documentazione, vi sono elementi per ritenere che Mussolini non condividesse l’impostazione e la stessa visione generale che Suvich dava ai rapporti italo-tedeschi, anche se, date le difficoltà del momento, era sul piano tattico piú duttile di lui, piú pronto cioè a concedere qualche cosa a parole, nella speranza di poter evitare effettive concessioni ai tedeschi allorché la situazione generale fosse migliorata.
Quando scoppiò la bomba della rimilitarizzazione della Renania molti si chiesero se Mussolini ne fosse stato preavvertito da Hitler e se i due fossero d’accordo. In realtà Mussolini fu informato dell’iniziativa tedesca da von Hassell la mattina del 7 marzo come gli altri capi di governo locarnisti. Come si è già detto, egli però sapeva da Attolico e Renzetti che essa bolliva in pentola e se, per un verso, se ne preoccupava, per un altro, non doveva vederla male. Essa, infatti, gli procurava un po’ di respiro sul fronte ginevrino, metteva in gravi difficoltà Londra e soprattutto Parigi e, ciò che piú importa, poteva aprire la strada ad un nuovo corso dei suoi rapporti con la Francia, nel senso di costringerla ad impegnarsi piú a fondo nella liquidazione della questione etiopica e per una rapida ed effettiva rivitalizzazione del «fronte di Stresa». Come De Chambrun avrebbe riferito a Flandin il 27 marzo280, secondo Mussolini la piena ricostituzione della solidarietà franco-italiana sotto la minaccia tedesca avrebbe potuto esercitare una forte attrazione sull’Inghilterra e indurla a rivedere la sua politica verso l’Italia. Si capisce quindi che già il 7 marzo Aloisi annotasse di considerare il gesto tedesco «come per noi favorevole»281. E, soprattutto, si capisce la linea di condotta che Roma assunse.
Hitler aveva sperato che l’Italia ripudiasse il patto di Locarno. Mussolini, invece, si guardò bene dal farlo. Assunse un atteggiamento dilatorio e temporeggiatore. Ai tedeschi diede assicurazioni che non avrebbe partecipato a misure contro di loro; «come Paese sanzionato» – dichiarò Cerruti il 10 marzo nel corso di una riunione dei rappresentanti dei governi locarnisti – l’Italia non poteva «impegnarsi preventivamente ad un’azione di qualsiasi natura, militare, politica od economica». Nelle successive riunioni, via via che fu chiaro che Francia ed Inghilterra avevano posizioni opposte (per l’intransigenza la prima, per l’appeasement la seconda), l’atteggiamento italiano si fece però piú duttile, sino ad associarsi, il 19 marzo, alla condanna della Germania, sia pure con alcune riserve. E mentre ai tedeschi diceva che il «fronte di Stresa» era morto, faceva sapere ai francesi che, se avessero tolto le sanzioni, avrebbero avuto il suo pieno appoggio, che avrebbe voluto rifare il «fronte di Stresa» e soprattutto che pensava ad una reincarnazione a cinque (con la Polonia) del «patto a quattro». E intanto, ad ogni buon conto, si affrettò ad incontrarsi con Gömbös e Schuschnigg (a Roma dal 20 al 24 marzo) per ribadire e rafforzare gli accordi del ’34282.
A palazzo Chigi si era ben consapevoli del fatto che in questa linea politica vi era un’aperta contraddizione, cosí come ci si rendeva conto che con essa si scontentavano un po’ tutti e si alimentavano i sospetti di tutti283. In quel momento essa sembrava però la piú adatta a premere sulla Francia e ad impegnarla ad operare concretamente per risolvere la questione etiopica, sia bloccando definitivamente i progetti di estensione delle sanzioni (in Francia in marzo-aprile gli antisanzionisti riacquistarono mordente e si accrebbero e il 14 aprile Laval in una intervista ne avrebbe caldeggiato l’abrogazione tout court) sia adoperandosi per por fine al conflitto.
Intanto, durante i giorni della crisi renana, in Africa – con la battaglia del lago Ascianghi – la guerra era stata, in termini militari, praticamente decisa: l’esercito etiopico era in rotta e nulla piú poteva impedire a Badoglio di puntare direttamente su Addis-Abeba. In questa situazione per palazzo Chigi diventava urgentissimo prendere una decisione su come cercare di risolvere politicamente il conflitto, dato che era evidente che se vi erano varie possibilità non si poteva certo prescindere da quelle che sarebbero state le reazioni internazionali, a Parigi, a Ginevra e soprattutto a Londra, e ognuna di esse andava valutata anche e soprattutto in riferimento all’indirizzo che il regime avrebbe voluto dare alla propria strategia politica dopo la conclusione del conflitto stesso. Uno dei soliti appunti di Suvich284 ci offre la possibilità di conoscere le alternative che furono prese in esame sui tempi brevissimi. Data la sua importanza lo riproduciamo integralmente:
Badoglio dichiara cessate le ostilità e offre a nome del Governo trattative di pace al Negus.
Rispondere entro X giorni.
- a) il Negus risponde affermativamente.
- b) il Negus risponde di essere disposto a trattare nell’ambito di Ginevra e nello spirito del Patto.
- c) il Negus risponde di non trattare fino a che noi siamo nel territorio etiopico o qualche cosa di simile.
Nel caso a) si iniziano i negoziati e si vedrà poi il da farsi.
Nel caso b) non si accettano le condizioni del Negus e si considera la sua risposta negativa.
Nel caso c) non si prende neanche in considerazione la risposta del Negus.
Nei casi b) e c) si dichiara esaurita ogni possibilità di accordi: si proclama la decadenza della dinastia etiopica; e subentrata al suo posto la dinastia italiana, o si annette tutta l’Abissinia o si sottomette l’Abissinia alla Sovranità italiana.
Quali i vantaggi e quali gli svantaggi di questa soluzione?
Vantaggi: È la soluzione integrale.
Chiude per noi definitivamente la partita abissina, ci toglie dall’imbarazzo della pressione per la conciliazione.
Svantaggi: Poiché il nostro gesto sarà considerato un atto di sfida, provocherà una forte reazione a Ginevra e in particolar modo in Gran Bretagna. Neutralizza l’effetto favorevole della cessazione delle ostilità.
Cosa può avvenire a Ginevra:
- 1) non riconoscimento del nostro fatto compiuto.
- 2) nostra espulsione dalla S.d.N. (la Gran Bretagna può mettere l’aut: o fuori noi o fuori lei – per l’espulsione ci vuole l’unanimità meno l’interessato – le astensioni non si contano).
- 3) aggravamento delle sanzioni attuali.
- 4) imposizione di nuove sanzioni.
- 5) galvanizzazione dell’ambiente sanzionista, rafforzamento e allargamento della tendenza anti-italiana nella Gran Bretagna.
Se invece non si arrivasse alla dichiarazione di annessione e di sovranità italiana (sia pure prendendo tutte le misure di carattere amministrativo che non lascino dubbi sulle nostre intenzioni finali) la situazione presenterebbe i seguenti vantaggi e svantaggi.
Vantaggi: Non ci sarebbe la reazione immancabile che un atto di sfida come quello dell’annessione porterebbe.
La situazione di fatto permanendo abituerebbe già gli altri Paesi alla soluzione di diritto che poi maturerebbe naturalmente.
Possibilità che avvengano o si provochino avvenimenti in Abissinia di carattere tale o pronunciamento di atti di adesione all’Italia ecc. che la nostra pretesa di sovranità appaia legittima.
Si farebbe sentire in pieno l’influenza favorevole della nostra dichiarazione di cessazione delle ostilità – non escluso che alcuni Stati in seguito a questa, arrivino all’abbandono delle sanzioni. Si creerebbe una situazione di progressivo indebolimento della posizione societaria che ci consentirebbe forse di arrivare in un secondo tempo alla soluzione integrale senza la scossa che la stessa provocherebbe ora.
Svantaggi: 1) pressione che si farebbe su noi a Ginevra perché si inizino le trattative col Negus nello spirito societario, pressione a cui bisognerebbe naturalmente resistere.
2) possibilità che maturino ulteriori eventi in Europa e nel mondo che rendano piú difficile la soluzione integrale.
Non c’è dubbio che la prima soluzione di forza è la piú attraente e quella anche di piú facile esecuzione. Non pare ci sia il pericolo che la stessa possa portare ad una guerra, almeno come conseguenza immediata; può invece prolungare lo stato di tensione e di ostilità contro l’Italia e anche le sanzioni (attuali o aggravate con le loro conseguenze); è forse piú da questo lato della resistenza finanziaria ed economica del Paese che va esaminata la cosa. È certo tuttavia che le sanzioni non sono eterne e che quindi dopo qualche tempo per forza bisognerà trovare una sistemazione.
Rimanendo stabilito che ad ogni modo si proclamerebbe la cessazione delle ostilità, si può lasciare ancora in sospeso per qualche giorno la decisione relativa all’offerta delle trattative e alle conseguenze di una risposta negativa.
Sulla base di questo complesso di considerazioni, ai primi di aprile Mussolini prese la sua decisione. Data la posizione intransigente assunta da Eden e condivisa da numerosi governi minori, pensare di trovare una composizione del conflitto sulla base della dichiarazione adottata dalla Società delle Nazioni su proposta dei francesi all’inizio di marzo era impossibile, sia per motivi di prestigio, sia perché a Ginevra la vittoria militare conseguita sul campo di battaglia sarebbe stata trasformata pressoché in una sconfitta diplomatica che il regime non poteva accettare. Al tempo stesso respingere in toto l’invito ginevrino a una composizione del conflitto sarebbe stato pericoloso, dato che una simile decisione avrebbe alienato all’Italia le simpatie francesi, delle quali Mussolini non poteva fare a meno, reso difficile un componimento della controversia e fatto sfumare definitivamente i suoi progetti di realizzare una distensione con Londra, e, in prospettiva, di giungere al tanto sospirato accordo generale, che, nonostante tutto, rimaneva l’obiettivo strategico della sua politica. D’altra parte il negus non era piú in grado di prolungare la resistenza, a meno di non affidarsi alla guerriglia e sperare in una sospensione delle operazioni militari o, almeno, in un loro rallentamento determinato dall’ormai prossimo sopraggiungere della stagione delle grandi piogge. Prova ne era che il governo etiopico si era affrettato, in marzo, ad aderire all’invito ginevrino a cercare una base di conciliazione con Roma e il 3 aprile aveva trasmesso a Londra un pressante appello di aiuto. In questa situazione nella prima decade di aprile Mussolini decise di tentare un accordo sostanzialmente extrasocietario in extremis che contemperasse le esigenze militari e le esigenze di prestigio del regime. Con la collaborazione di palazzo Chigi, del ministero delle Colonie (forse il piú riluttante ad una soluzione non totalitaria del conflitto) e del generale Gabba, capo di Stato maggiore di Badoglio in Africa, elaborò un progetto di compromesso sulla base del quale avviare trattative con il negus ed impegnare Parigi a sostenerlo sia a Londra sia, successivamente, a Ginevra.
Di questo progetto siamo informati da piú parti. Un primo accenno è reperibile nel diario di Aloisi, alla data del 7 aprile. In esso285 si legge:
Mussolini [mi] ha parlato del Comitato dei 13 e delle sue intenzioni a proposito della pace. 1º Egli ha detto che noi non abbandoneremo mai i territori conquistati per cinque ragioni: a) perché la loro conquista ci è costata del sangue e del denaro; b) perché noi siamo stati accolti come liberatori dalle popolazioni; c) perché ritirandoci non potremmo abbandonare a delle rappresaglie queste popolazioni che sono venute verso di noi; d) perché in tutti i territori occupati noi abbiamo portato la civiltà, costruendo delle strade, degli ospedali, ecc.; e) perché l’abbandono dei territori occupati avrebbe una grave ripercussione sulle popolazioni indigene dell’Eritrea e della Somalia. Dunque tutto ciò che è stato conquistato deve restarci; 2º niente da fare per collegare Assab all’Etiopia centrale con un corridoio. Tutto al piú ad Assab un regime come quello di Fiume; 3º il resto dell’Etiopia non occupato deve essere «irakizzato», come ha detto Chambrun. Avere un regime di tipo marocchino o irakeno.
Di questo progetto ha parlato anche F. Charles-Roux286 che, nella sua veste di rappresentante francese presso la Santa Sede, si occupò di informare e trasmettere al governo francese la proposta italiana, tanto piú che ad essa si interessava attivamente il cardinale Pacelli. Ha scritto Charles-Roux:
Nel pomeriggio del 9 aprile, Giovedí Santo, l’ambasciatore d’Italia presso il Vaticano era andato, secondo la prassi, a visitare alcune chiese di Roma, quando fu raggiunto da uno dei suoi segretari, che lo cercava da due ore: Mussolini lo faceva chiamare d’urgenza. Il conte Pignatti fu ricevuto nella serata dal Duce, che gli tratteggiò a grandi linee le condizioni alle quali avrebbe concluso la pace con il negus e lo incaricò di darne notizia al cardinale Pacelli, perché egli ne mettesse al corrente Parigi e Londra.
Le giornate sante non sono dei giorni molto adatti per parlare di politica ad un principe della Chiesa, sia pure segretario di Stato... Pertanto il conte Pignatti riuscí a vedere il cardinale Pacelli il sabato mattina di buon’ora, perché in quel giorno il segretario di Stato mi fece pregare di passare al suo ufficio verso mezzogiorno.
Il momento, mi disse, era considerato dagli italiani come «decisivo». Ciò che li preoccupava non era piú lo sviluppo delle operazioni in Abissinia, ma il regolamento stesso della questione abissina. La loro risoluzione ben ferma era di regolarla con un accordo diretto tra loro e il negus, senza lasciare alla Società delle Nazioni di sostituirsi a loro per risolverla. Tutti i tentativi, sia a Ginevra, sia a Londra, per prendere in mano la questione avrebbero rischiato dunque di tendere ancor piú la situazione internazionale, che lo era già troppo. Ma Mussolini aveva chiesto alla Santa Sede di comunicare in anticipo alla Francia e all’Inghilterra le sue condizioni di pace con l’Abissinia: esse mi sarebbero state trasmesse l’indomani.
L’indomani, che era il giorno di Pasqua, il cardinal Pacelli mi ricevette dopo la grande messa che egli aveva celebrato pontificalmente a San Pietro. Arrivato all’appuntamento con lui, lo vidi entrare nel suo ufficio in cappa magna, vestito di moire rosso e d’ermellino; fu la sola volta che egli parlò con me in questo imponente apparato.
Le condizioni di pace delle quali mi diede lettura distinguevano ancora tre zone nel territorio dell’impero etiopico: ma i diritti dell’Italia in ciascuna erano dosati molto piú generosamente. La zona annessa era piú estesa. Il negus sarebbe stato sotto completa tutela nella zona periferica e sotto controllo anche nella zona centrale. Non vi era piú questione di mandato internazionale. Questa comunicazione mi fu fatta a titolo di semplice trasmissione, senza alcuna raccomandazione. Il cardinal Pacelli fu il primo a osservare che esse differivano grandemente dalle proposizioni italiane dell’ottobre precedente e dall’offerta anglo-francese del 10 dicembre 1935. La differenza si spiegava, d’altronde, col fatto che l’esercito del maresciallo Badoglio, guadagnando ogni giorno terreno, non era piú che a qualche tappa da Addis-Abeba.
Un accenno, infine, si trova anche negli scritti di A. Lessona, piú ampio in Verso l’Impero, piú conciso e sfuggente nelle memorie287. Rispetto ai precedenti, esso offre la possibilità di precisare meglio la proposta di Mussolini (che, del resto, bene è evidenziata dalla cartina n. 2, tracciata da Gabba e Lessona e conservataci dalle carte di Graziani288). Sulla sua base essa risulta cosí articolata:
- Territori da annettere all’Eritrea:
- a) il Tigrai, in senso largo, sino al lago Ascianghi;
- b) il Uag, il Lasta, l’Jeggiú, il Uollo, il Bassopiano orientale, abitato dalle popolazioni dancale consanguinee delle nostre, annessione necessaria per formare il retroterra economico ad Assab e per sviluppare una linea indipendente dalla ferrovia di Gibuti;
- c) la regione Beghemeder, Quarà, Alefà, necessarie per dare il dominio del Tana.
- Territori da annettere alla Somalia: Sidama, Borana, Bale, Ogaden, Hararghié per troncare l’azione svolta dal Chenia verso l’Etiopia e troncare allo Scioa ogni speranza di sbocco al mare, l’Hararghié per la giunzione territoriale tra le colonie e per assicurare oltre i supposti giacimenti petroliferi, il controllo della ferrovia di Gibuti.
- Territori sotto protettorato italiano: il Goggiam restituito alla famiglia originaria.
- Tutte le regioni comprese nel basso corso del Nilo Azzurro fino al lago Rodolfo, come Beni Sciangul, Uommega, Gimma, Gherar, Limma, Caffa, affidate in mandato tipo C.
- Un regno nello Scioa autonomo, ma disarmato e sotto nostro controllo, con l’attuale famiglia regnante.
Nonostante l’impegno messo nel sostenerlo, il progetto mussoliniano fallí però completamente, perché le operazioni militari non potevano essere troppo rallentate dato che si sarebbe corso il rischio che il negus ne approfittasse per riorganizzare il suo esercito e dato l’avvicinarsi della stagione delle grandi piogge e, soprattutto, perché il governo etiopico non voleva accettarlo, sperando in un estremo intervento inglese, e il governo di Londra – egemonizzato da Eden e condizionato dall’atteggiamento anti italiano della propria opinione pubblica e di larghi settori di quella internazionale – non volle prenderlo in considerazione e, anzi, vi vide la prova di una inesistente paura di Mussolini a spingere a fondo per una soluzione totalitaria e la conferma della convinzione, assai diffusa in molti ambienti, che gli italiani non fossero in grado di portare a termine vittoriosamente la guerra entro la primavera. Da qui, nell’ultima decade di aprile, la decisione di Mussolini, da un lato, di bruciare i tempi sul piano militare, spingendo non solo Badoglio a marciare decisamente su Addis-Abeba, ma incalzando anche Graziani a puntare senza indugio verso nord («Conquistata Harrar – gli telegrafò il 26 aprile289 – Vostra Eccellenza vi troverà il bastone di maresciallo d’Italia») e, da un altro lato, di esercitare un ultimo, deciso sforzo su Parigi per distaccarla da Londra.
Il 6 aprile, ai Comuni, Eden aveva detto che il governo inglese avrebbe sostenuto a Ginevra l’estensione delle sanzioni. Questa dichiarazione aveva preoccupato non solo i francesi che, ormai, volevano la fine della guerra e realisticamente si rendevano conto che, al punto a cui erano arrivate le cose, vi erano solo due alternative, o negoziare o ricorrere a misure militari, una soluzione, questa, che consideravano «una follia» alla quale non si sarebbero potuti associare290, ma anche Avenol, che – a parte ogni altra considerazione – temeva che la situazione potesse finire per sfociare in un accordo franco-italiano piú o meno contrapposto ad un altro tra l’Inghilterra e la Germania291. Né, per quel che riguarda i francesi, si può sottovalutare che al Quai d’Orsay ci si era ormai convinti che Eden mancava di una politica, agiva in base a motivazioni contraddittorie ed inconciliabili tra loro (come quella di volere un ritorno al «fronte di Stresa» e, al tempo stesso, di fare di tutto per irritare Mussolini), e ragionava un po’ per motivi di prestigio (nazionali e personali), un po’ sotto la suggestione dell’indignazione e dell’imbarazzo, un po’ sotto l’influenza di informazioni ottimistiche ed errate e di circoli politici ed intellettuali che riducevano tutto ad una contrapposizione fascismo-antifascismo292; sicché la sua «politica» incontrava crescenti critiche sia nei circoli della maggioranza nazionale sia persino all’interno del Foreign Office e del governo inglese e ridava fiato agli ambienti anti sanzionisti e apertamente filofascisti. Consapevole di questa situazione, il 18 aprile, Mussolini convocò De Chambrun e mise le carte in tavola. Dopo aver premesso che, per quanto riguardava l’eventualità di un attacco tedesco alla Francia, Parigi poteva fare completo affidamento sulla garanzia italiana, dato che egli considerava pienamente in vigore gli accordi Gamelin-Badoglio, egli disse che solo un conflitto anglo-italiano gli avrebbe potuto impedire di intervenire «con tutte le sue forze» per difendere la linea del Danubio e l’Austria in particolare per rintuzzare una minaccia tedesca («Non che il cuore mi spinga – gli disse – perché l’Italia non è amata in Austria, ma è l’interesse vitale del mio paese che mi impone questo atteggiamento. I tedeschi sono gelosi di tutti gli sforzi che l’Italia può tentare per accrescere la propria influenza in Austria. Vi è uno scontro di due dinamismi e il dinamismo italiano non è affatto disposto a cedere di fronte a quello tedesco»)293. Il significato di questa dichiarazione era chiarissimo. Toccava ora ai francesi trarne le conseguenze. E queste si videro a Ginevra. Di fronte al fermo atteggiamento di Parigi, Eden moderò il suo linguaggio e si piegò a chiedere l’aiuto francese per tentare di indurre Mussolini a moderare a sua volta le sue pretese e a facilitare una soluzione che non infliggesse alla Società delle Nazioni un colpo «troppo rude». Nonostante questa apparente buona volontà di Eden, l’ultima settimana di aprile fu per piú di un aspetto drammatica: la stampa inglese continuò nei suoi ferocissimi attacchi all’Italia, al fascismo e a Mussolini, alimentando nell’opinione pubblica uno stato di sovraeccitazione che risvegliò in Eden propositi di intransigenza e lo indusse a non prendere alcuna iniziativa nella speranza che la vittoria del fronte popolare nelle ormai imminenti elezioni francesi ridesse fiato alla sua politica. Frutto di tutto ciò a livello di opinione pubblica inglese – che oltretutto era sotto lo stimolo di un complesso stato d’animo in cui si fondevano la frustrazione per l’incapacità mostrata dalla «grande» Inghilterra a bloccare la «piccola» Italia, la paura per il riavvicinamento italo-tedesco, l’insoddisfazione per l’ambiguità e l’inettitudine, ormai sempre piú evidenti, della politica del governo di Londra (che, persino con Eden mentre si era mostrato intransigente con Mussolini, non aveva però mosso un dito contro Hitler e non faceva mistero di voler trovare con lui una base d’accordo, anche se ciò voleva dire un ulteriore deterioramento dei rapporti con Parigi294) e un nuovo modo di giudicare Mussolini e l’Italia conseguente al diffondersi (ad opera soprattutto di alcuni gruppi dell’estrema sinistra e di intellettuali295) di un consapevole antifascismo anche in ambienti che sino a qualche mese prima erano stati estranei ad esso o ne erano stati influenzati solo superficialmente – fu un ulteriore sussulto di intransigenza, che arrivò sino ad indurre lord Davies, liberale, e lord Strabolgi, laburista, a proporre ancora una volta alla Camera dei Lords l’estensione delle sanzioni e, addirittura, la chiusura del canale di Suez.
In questa situazione, è evidente che per Mussolini – lo volesse o no – non vi era che puntare ad una soluzione totalitaria, sia pure cercando di drammatizzare il meno possibile la situazione e specialmente di non scontentare troppo il governo francese, soprattutto in previsione di un suo prossimo cambiamento. E ciò tanto piú che ormai Badoglio stava per entrare ad Addis-Abeba (e la conquista della capitale era sollecitata da vari governi preoccupati per i saccheggi e le violenze ai quali, nello stato di caos che ormai vi regnava, erano esposti i loro sudditi e i loro beni) e ogni possibilità di trattare con gli etiopici era sfumata dato che il negus il 1º maggio era partito per Gibuti (da dove sarebbe proseguito, via Haifa, per l’Europa su una nave da guerra messagli a disposizione dal governo britannico) e non esisteva piú un’autorità in grado di trattare. Tra le varie iniziative che provano la volontà di Mussolini di non drammatizzare la situazione politica due devono essere particolarmente ricordate. In primo luogo il notevole attenuamento delle polemiche anti inglesi da parte della stampa del regime. In secondo luogo l’incontro, voluto personalmente da Mussolini, di Grandi il 29 aprile con il re d’Inghilterra, Edoardo VIII, per manifestargli i timori per una ulteriore degenerazione dei rapporti italo-inglesi che avrebbe potuto rendere difficile se non impossibile un ritorno nel prossimo futuro alla tradizionale amicizia tra i due paesi296. A queste due iniziative si devono poi aggiungere due interviste rilasciate in quei giorni da Mussolini. Nella prima, rilasciata il 4 maggio a Ward Price del «Daily Mail» e pubblicata da questo giornale due giorni dopo e dal «Popolo d’Italia» l’8 maggio297 in una versione abbreviata ed edulcorata (tra l’altro fu soppresso uno dei passi che all’estero fece piú clamore, quello in cui si affermava che la vittoria in Africa orientale aveva posto l’Italia nel «gruppo delle potenze soddisfatte»298), egli si soffermò – con un misto di sincerità, di impudenza e di iattanza veramente eccezionale – su una serie di questioni che stavano molto a cuore all’opinione pubblica inglese e avevano fatto grande impressione su di essa. Innanzi tutto quella della Società delle Nazioni. L’Italia, disse, era, come molti altri paesi, del parere che l’istituto ginevrino dovesse essere riorganizzato su nuove basi ed era pronta a collaborare a questo fine. Nonostante le sanzioni, l’Italia era poi disposta – specie dopo la rimilitarizzazione della Renania – a realizzare «un riavvicinamento franco e concreto tra i paesi dell’Occidente, i quali devono finalmente intendersi, perché non possono combattersi fra loro, pena il crollo dell’intera civiltà europea»: l’Italia voleva innanzi tutto la pace. Quanto ai rapporti con l’Inghilterra,
sono stato sempre pronto e sono e sarò sempre pronto a riconfermare, nelle forme che si riterranno le piú convenienti, che la mia politica non ha mai inteso, né intende apportare qualsiasi danno agli interessi dell’impero britannico. Solo individui accecati dalla malafede possono pensare il contrario.
L’Italia non ha alcuna, nemmeno remota, aspirazione sull’Egitto, che io considero un paese indipendente, non africano, ma piuttosto mediterraneo e col quale l’Italia è stata e sarà sempre in ottimi rapporti.
Nessun interesse politico ha l’Italia nel Sudan e nessuno in Palestina. È falso quindi attribuire all’Italia una qualsiasi responsabilità nei torbidi tra arabi ed ebrei.
Ammetto che la stampa italiana ha polemizzato con quella britannica, ma ciò era inevitabile dato l’atteggiamento assunto da molti circoli inglesi e che ha profondamente sorpreso la totalità degli italiani.
Le ambulanze inglesi non furono mai bombardate deliberatamente dagli aviatori italiani; i missionari delle diverse Croci Rosse sono stati uccisi o feriti dagli abissini, i quali sono troppo arretrati per rispettare dei simboli.
Quanto ai gas, Aloisi, a Ginevra, ha parlato molto chiaro sull’argomento. Il dottor Winkler, della Croce Rossa Olandese, ha curato, su centinaia di feriti, «uno solo» che si riteneva colpito da gas.
Quanto ai metodi di guerra impiegati dagli etiopi sono sempre gli stessi e hanno fatto inorridire il mondo. Se la massa degli inglesi vedesse le fotografie degli operai massacrati del cantiere Gondrand, si farebbe finalmente una idea chiara del livello di crudeltà a cui gli scioani possono arrivare.
E lo stesso giorno il quotidiano giapponese «Asahi Shinbun» pubblicava un’altra intervista di Mussolini nella quale spiccavano tre affermazioni. Con la prima voleva rendere chiaro che – pur non potendo per il momento dire nulla sulla futura costituzione etiopica – «i legittimi diritti delle Potenze saranno rispettati fino all’ultimo punto». Con la seconda affermava che:
il mio atteggiamento verso l’Inghilterra era necessario per la difesa della Patria. Se la situazione non cambiasse dovrei continuare a mantenere tale atteggiamento. Ma questo non è una politica invariabile. Mi auguro anzi che venga il giorno in cui sia possibile per l’Italia di ristabilire buoni rapporti con l’Inghilterra. Ciò non dipende che dall’atteggiamento inglese.
E, infine, l’ultima:
No. Non credo che scoppi una nuova guerra europea nel prossimo avvenire. L’Italia non provocherà mai una guerra in Europa.
Il 5 maggio, nella mattina, Badoglio occupava Addis-Abeba. Sotto il profilo delle operazioni regolari, la resistenza etiopica era infranta e praticamente cessata299. Al tramonto, due ore dopo che in tutta Italia le sirene avevano chiamato ad adunata la popolazione, dal balcone di palazzo Venezia Mussolini ne diede l’annuncio ad una folla strabocchevole (valutata attorno alle duecentomila persone):
Durante i trenta secoli della sua storia, l’Italia ha vissuto molte ore memorabili, ma questa di oggi è certamente una delle piú solenni.
Annuncio al popolo italiano e al mondo che la guerra è finita.
Annuncio al popolo italiano e al mondo che la pace è ristabilita.
Non è senza emozione e senza fierezza che, dopo sette mesi di aspre ostilità, pronuncio questa grande parola. Ma è strettamente necessario che io aggiunga che si tratta della nostra pace, della pace romana, che si esprime in questa semplice, irrevocabile, definitiva proposizione: l’Etiopia è italiana! Italiana di fatto, perché occupata dalle nostre armate vittoriose; italiana di diritto, perché col gladio di Roma è la civiltà che trionfa sulla barbarie, la giustizia che trionfa sull’arbitrio crudele, la redenzione dei miseri che trionfa sulla schiavitú millenaria...
Nell’adunata del 2 ottobre, io promisi solennemente che avrei fatto tutto il possibile onde evitare che un conflitto africano si dilatasse in una guerra europea. Ho mantenuto tale impegno, e piú che mai sono convinto che turbare la pace dell’Europa significa far crollare l’Europa.
Ma debbo immediatamente aggiungere che noi siamo pronti a difendere la nostra folgorante vittoria con la stessa intrepida ed inesorabile decisione con la quale l’abbiamo conquistata...
Una tappa del nostro cammino è raggiunta. Continuiamo a marciare nella pace, per i compiti che ci aspettano domani e che fronteggeremo con il nostro coraggio, con la nostra fede, con la nostra volontà...300.
Quella sera stessa, nel suo diario, Aloisi annotava301:
discorso profondo, studiato in dettaglio, corretto, ma che lascia presentire tutto il suo programma. Ormai in effetti si impone l’annessione completa. Con la fuga del negus e del governo non vi è piú autorità centrale abilitata a concludere la pace. La S.d.N. diventa incompetente a trattare e noi dobbiamo sostenere la tesi della sua incompetenza. Naturalmente però dovremo affrontare l’opposizione violenta dell’Inghilterra e della Francia. La nostra pace non sarà riconosciuta e probabilmente le sanzioni mantenute. Ma ormai il dado è tratto.
Quasi contemporaneamente i l maresciallo Caviglia, che della guerra non era certo stato un sostenitore, l’aveva prevista lunga e difficile e aveva temuto che Mussolini portasse l’Italia alla rovina – dato che se «nella calma dello spirito ragionava bene, vedeva le cause essenziali, i mezzi disponibili, le possibilità di organizzazione, il modo di superare gli ostacoli» e, quindi, era «duttile, flessibile e capace di sgusciare dalle situazioni piú difficili», quando però era in giuoco il suo prestigio perdeva il senso della misura e si abbandonava alle reazioni piú dannose e pericolose302 –, scriveva a sua volta nel proprio diario303:
Le sue parole furono abili, perché egli mostrò che non voleva turbare la pace. È indubitato che il merito della vittoria è suo... Mussolini ha ragione di essere orgoglioso della sua vittoria.
Ormai la sua posizione è sicura, e nulla potrà piú scuoterla, se... Se non si monterà la testa sotto le nuvole inebrianti di incenso; se saprà non prestare il fianco alle arti dell’Inghilterra che vorrà vendicarsi; se non commetterà errori di megalomania piú gravi di quelli commessi finora; se riuscirà a ristabilire le condizioni economiche e finanziarie dell’Italia, ridotta alla miseria ed oberata da gravami che tendono ad inaridire le sue sorgenti di ricchezza, giacché l’agricoltura, da sola, non basta in Italia a dar vita a 43 milioni di persone. Non si deve dimenticare che per mettere in valore l’Etiopia ci vogliono due o tre generazioni e molti miliardi che non abbiamo.
In queste annotazioni, dovute a due uomini diversissimi sia per il loro atteggiamento verso Mussolini, sia per le possibilità che avevano di conoscerne e valutarne le intenzioni, sia per il tipo di sensibilità che muoveva i loro giudizi, sono in un certo senso riassunte le motivazioni di fondo, tanto politiche quanto psicologiche, che – occupata Addis-Abeba – indussero il «duce» ad accantonare le ultime speranze in un accordo e a decidere l’annessione pura e semplice dell’Etiopia, anche se cosí facendo era chiaro che la possibilità di un miglioramento dei rapporti con Londra diventava ancora piú difficile e lontana e che anche le relazioni con Parigi ne avrebbero risentito negativamente, tanto piú che in quegli stessi giorni il fronte popolare aveva vinto le elezioni e Sarraut era sul punto di essere sostituito alla guida del governo francese dal leader della nuova maggioranza, Léon Blum.
Le ragioni psicologiche della decisione di Mussolini sono evidenti. Anche senza sopravvalutare la delusione e il rancore da lui accumulati in tanti mesi verso l’Inghilterra e il suo desiderio di prendersi una rivincita clamorosa – che pure dovette costituire un elemento importante della sua decisione –, è chiaro che, a quel punto, non annettere puramente e semplicemente l’Etiopia e non proclamare Vittorio Emanuele III imperatore304 avrebbe voluto dire dare l’impressione di temere le conseguenze di questo atto e imbarcarsi inoltre in una trattativa con la Società delle Nazioni che non solo si sarebbe trascinata chi sa per quanto tempo, ma che avrebbe fatto dell’Italia vittoriosa un imputato costretto a difendere il suo buon diritto, una posizione che Mussolini aveva rifiutato sette mesi prima, quando aveva iniziato le ostilità: una prospettiva tanto umiliante da non poter essere nemmeno presa in considerazione dal prestigio mussoliniano. Quanto alle ragioni politiche, anche esse sono assai chiare: sfumata la possibilità di una trattativa bilaterale con il negus e non volendo riconoscere alla Società delle Nazioni alcun diritto ad intervenire nella risoluzione del conflitto (al punto da arrivare a pensare di uscirne se essa avesse insistito nella sua politica intransigente305) ed essendo chiaro che il governo inglese – sia per una questione di principio sia per salvare in qualche misura la faccia – avrebbe trattato solo tramite Ginevra e, infine, essendo piú che probabile una inversione di tendenza della politica francese nell’immediato futuro, portare per le lunghe la decisione di annettere tutta l’Etiopia sarebbe stato non solo inutile ma controproducente. Assai meglio dunque era bruciare i tempi: ribadire sia la propria volontà di pace e di ricostruire il «fronte di Stresa» sia di aver cercato in tutti i modi, finché era stato possibile, di trattare direttamente col negus, ma, contemporaneamente, dichiarare finita la guerra ed annettersi puramente e semplicemente tutta l’Etiopia, lasciando ogni decisione agli altri; al tempo stesso però giuocarli sul tempo, in maniera da approfittare della confusione e delle incertezze del momento (e non a caso fu proprio questo il suggerimento che il 7 maggio lo stesso Churchill diede ad A. Pirelli: «l’annessione sarà difficile a digerire tanto a Londra che a Ginevra; ma se Mussolini ha intenzione di procedervi, lo faccia subito, mentre dura la confusione e prima che il governo inglese abbia preso posizione»306) e contare, per attutire il contraccolpo dell’iniziativa, su quei paesi e quei settori dell’opinione pubblica internazionale che ormai tendevano soprattutto a chiudere la partita etiopica, a riattivare i propri commerci con l’Italia e a reinserirla nel quadro europeo (in qualche caso per impedire che Mussolini si avvicinasse troppo ad Hitler, in qualche altro per la paura suscitata dalla vittoria del fronte popolare in Francia e dalla prospettiva che ciò si traducesse in un’accentuazione dei legami tra Parigi e Mosca).
Alla luce di queste considerazioni si spiega perché – dopo una formale rapidissima consultazione del Gran Consiglio e del Consiglio dei ministri – il 9 maggio nelle prime ore della notte Mussolini si affrettò – nonostante gli sforzi francesi per dissuaderlo307 – a proclamare «dopo quindici secoli, la riapparizione dell’impero sui colli fatali di Roma» e ad annunciare che Vittorio Emanuele III assumeva «per sé e per i suoi successori» il titolo di imperatore d’Etiopia308.
Compiuto questo passo, per Mussolini il problema piú importante per porre realmente fine alla questione etiopica rimaneva quello delle sanzioni. Pensare che la Società delle Nazioni riconoscesse formalmente in quel momento l’impero era assurdo; l’atteggiamento che l’organizzazione ginevrina avrebbe preso rispetto alle sanzioni – abrogandole o mantenendole – era però per il «duce» della massima importanza, dato che da esso sarebbe in gran parte dipesa la sua futura politica estera e, in particolare, la possibilità di potere riavviare prima o poi il dialogo politico con Londra e, possibilmente, di cercare di salvare in qualche misura quello con Parigi, ovvero – essendo per lui impensabile un isolamento dell’Italia – la necessità di dare effettiva concretezza al riavvicinamento degli ultimi mesi con Berlino. La documentazione diplomatica relativa ai rapporti con Parigi, Londra e Berlino nei mesi di maggio e di giugno è a questo proposito estremamente significativa e mostra chiaramente quanto Mussolini – pur ostentando la massima sicurezza e (ad uso interno) intransigenza – tenesse a ricucire le relazioni con le due potenze occidentali, guardasse con sospetto alla Germania e considerasse un vero e proprio accordo con essa come l’ultima ratio.
In vista della decisione ginevrina (il 12-13 maggio la Società delle Nazioni, dopo aver implicitamente ribadito la condanna dell’Italia e rifiutato di riconoscere l’impero, rinviò ogni decisione al 16 giugno) l’impegno maggiore di Mussolini, che voleva probabilmente approfittare del fatto che, almeno pro tempore, era ancora al governo Sarraut, fu rivolto a rassicurare l’opinione pubblica e il governo francesi circa le sue reali intenzioni. Sull’opinione pubblica cercò di agire soprattutto rilasciando alcune interviste improntate ai toni piú pacifici e distensivi, a «Le matin», al «Petit Parisien» e a «L’intransigeant», che le pubblicarono rispettivamente il 16, il 23 e il 25 maggio309. Sul governo agí con una serie di contatti diretti ed indiretti con la diplomazia francese, tutti impostati su un duplice leit motiv: quello della sua preferenza per una politica di «franca collaborazione» italo-francese e quello, se Parigi si fosse sottratta ad essa, della necessità per lui di rivolgersi verso la Germania310. E non senza esito, dato che nella seconda metà di maggio il Quai d’Orsay si adoperò per indurre il Foreign Office a prendere in seria considerazione l’opportunità di por fine alle sanzioni e di evitare che Mussolini cercasse l’appoggio tedesco311 e, ciò che piú conta, su questa linea continuò a muoversi in giugno anche con il governo Blum. Verso il governo del fronte popolare, del resto, Mussolini non mancò di adoperarsi forse anche piú impegnativamente che verso quello di Sarraut. Particolare importanza rivestirono in questo senso i colloqui che egli ebbe il 1º giugno con B. de Jouvenel e il 22 giugno con l’ex ministro radical-socialista L. Malvy312. Al secondo disse che non avrebbe insistito perché la Società delle Nazioni riconoscesse l’impero, ma che non avrebbe accettato che essa prendesse una decisione che escludesse nettamente tale riconoscimento in un futuro e ribadí la sua volontà, tolto di mezzo il problema delle sanzioni, di collaborare strettamente con la Francia313.
La situazione attuale – gli disse – mi obbliga a cercare altrove le sicurezze che ho perdute dal lato della Francia e dal lato dell’Inghilterra, al fine di ristabilire a mio vantaggio l’equilibrio infranto.
A chi indirizzarmi, se non ad Hitler?
Io vi devo dire che ho già avuto da lui delle ouvertures. La condotta della Germania verso l’Italia è stata d’altronde perfettamente corretta e comprensiva durante tutta la crisi etiopica.
Fin qui io mi sono riservato.
Io valuto perfettamente ciò che succederà se io m’intendo con Hitler. Innanzi tutto sarà l’Anschluss a breve scadenza. Poi, con l’Anschluss, sarà la Cecoslovacchia, la Polonia, le colonie tedesche, ecc.
Per dire tutto, è la guerra inevitabilmente.
È per questo che io ho esitato ed esito ancora ad impegnarmi su questa via. Vi ho fatto pregare di venirmi a trovare perché voi possiate informare il vostro governo della situazione che vi ho esposto. Io attenderò qualche tempo ancora. Ma se prossimamente l’atteggiamento del governo francese a mio riguardo e a riguardo del regime fascista e dell’Italia non si modifica e non mi dà le assicurazioni di cui ho bisogno, allora accetterò le proposte di Hitler. L’Italia diventerà l’alleata della Germania.
Con De Jouvenel Mussolini si dovette invece spingere assai piú in là. Ecco come una nota «confidenzialissima» del direttore aggiunto per gli affari politici del Quai d’Orsay, R. Massigli, riassunse alcuni giorni dopo314 i termini del colloquio:
Il signor Mussolini resta convinto in linea di principio che una intesa franco-italiana è per l’Italia la migliore politica. Egli si rende conto che ogni accordo con la Germania sarà precario: «la Germania mi può garantire contro l’Anschluss per cinque anni; ma in seguito cosa succederà?» Se l’Italia si oppone ad una iniziativa di Anschluss, essa si urterà con la Jugoslavia la cui ostilità non può essere neutralizzata che con l’intesa con la Francia.
Ma vi sono delle possibilità di intesa con la Francia?
Il capo del governo italiano pensa che il nuovo governo francese è composto da uomini che sono suoi avversari. Dubita d’altra parte della forza francese nelle attuali circostanze. Le recenti occupazioni di fabbriche hanno, in particolare, prodotto su lui una grande impressione. In una parola, le prospettive di un tentativo di intesa con la Francia gli sembrano poco incoraggianti.
Il signor de Jouvenel ha in queste condizioni l’opinione che, senza entusiasmo, il signor Mussolini è poco a poco tratto all’idea di una intesa con la Germania. Alcuni suoi collaboratori ve lo spingono, per esempio il signor Rossoni che si esprime in termini ditirambici sui risultati ottenuti dall’hitlerismo.
Il signor de Jouvenel non ha quindi raccolto a Roma alcuna precisazione sullo stato dei pourparlers [con la Germania] che potrebbero essere iniziati...
Interrogato sulle prove che potrebbe dare sulla sua disponibilità a collaborare a un sistema di sicurezza collettiva, il signor Mussolini, dopo aver affermato la sua volontà di pace in termini che ricordavano quelli che usa il cancelliere Hitler, avrebbe detto che, se fossero tolte le sanzioni, egli sarebbe pronto ad entrare in accordi d’assistenza reciproca in Europa che diano alle grandi potenze pesanti responsabilità e comportino, d’altra parte, impegni d’arbitrato; la questione di un patto mediterraneo non è stata espressamente affrontata. Ma le sanzioni esasperano il capo del governo italiano, anche se egli dichiara che esse non lo turbano. Invece, il signor Mussolini avrebbe detto che se la Società delle Nazioni adottasse, in quel che riguarda l’Etiopia, una risoluzione analoga a quella che essa ha adottato per il Manciukuò, ciò gli sarebbe indifferente.
Il signor de Jouvenel riferisce infine che alla domanda per sapere se, nel caso in cui le sanzioni non fossero abrogate a Ginevra, l’Italia lascerebbe la Società delle Nazioni, il signor Mussolini ha risposto che egli non attenderebbe forse questo momento se la dichiarazione [programmatica] ministeriale del governo francese contenesse sull’Italia delle frasi di cui egli dovesse prendere ombra.
Se però si deve dar credito a quanto De Jouvenel affermò due anni dopo, nel marzo del ’38, in occasione del secondo congresso del Parti populaire français e in una intervista ampiamente ripresa dalla stampa francese, Mussolini sarebbe stato assai piú esplicito, giungendo sino ad incaricare il suo interlocutore di far sapere a Blum che era disposto a riconfermare esplicitamente gli accordi dell’anno precedente con Laval e, in definitiva, persino ad allargarne la portata315:
Dite a Blum che io voglio trattare con la Francia, indipendentemente dal suo regime interno...
La Germania, che ha rioccupato la Renania, con l’aiuto di fortificazioni vi contiene dall’altra parte dei ponti del Reno. Voi, francesi, non potrete piú niente il giorno in cui l’Austria, la Cecoslovacchia saranno minacciate nella loro integrità, nella loro indipendenza. Il vostro ruolo nell’Europa centrale sarà dunque reso impossibile... Per arrivare ai vostri protetti o ai vostri alleati, resta una sola strada: il Piemonte e, di conseguenza, l’Italia. Ebbene! Se la Francia consente a riconoscere la conquista italiana dell’Etiopia, l’Italia è pronta a lasciarvi passare, a lasciar passare le vostre truppe, a mettersi al vostro fianco il giorno in cui l’indipendenza dell’Austria sarà compromessa... Con voi, io difenderò la Cecoslovacchia, con me voi difenderete l’Austria. Non vi è altro mezzo per arrestare la conquista dell’Europa centrale... Ditelo a Blum.
Sull’autenticità di questa seconda versione del colloquio con De Jouvenel (che, tra l’altro, non fu smentita da Massigli) è ovviamente impossibile esprimere un giudizio preciso. A non escluderla autorizzerebbero comunque due considerazioni: la scelta dell’uomo di cui servirsi per l’avance, un giornalista e non un uomo politico o un diplomatico, tipica del modus operandi di Mussolini e tale da permettergli un sondaggio del tutto informale e politicamente non impegnativo e che pertanto poteva essere raccolto o lasciato cadere, ma che non comportava una risposta ufficiale e, quindi, il rischio di uno scacco per il suo prestigio, specie essendo rivolto ad un avversario dichiarato del fascismo; e il fatto che formalmente gli accordi Gamelin-Badoglio e Denain-Valle durante tutto il periodo del fronte popolare non furono mai denunciati. Né, infine, va sottovalutato il fatto che, come si è detto, nonostante il suo carattere programmaticamente antifascista, l’atteggiamento del governo Blum di fronte al problema delle sanzioni rimase sostanzialmente lo stesso di quello del precedente e, cioè, favorevole alla loro revoca.
Verso l’Inghilterra Mussolini mise in atto un’azione non molto diversa, salvo nei tempi, da quella intrapresa verso la Francia. Mentre su Parigi si mosse subito e continuò a muoversi sempre, sino a quando la Società delle Nazioni non deliberò l’abrogazione delle sanzioni, su Londra la sua azione fu essenzialmente concentrata negli ultimi giorni di maggio, quando fu chiaro che, nonostante le pressioni francesi e i primi segni di sbandamento in seno al fronte sanzionista ginevrino (proposta del Cile di revocare le sanzioni, propensione della Polonia e di Haiti a seguirne l’esempio, accentuarsi dei casi di violazione delle sanzioni da parte di numerosi paesi, malcontento verso la Società delle Nazioni dell’Argentina e di altri governi latino americani, ecc.), Eden tendeva a non prendere alcuna iniziativa, a rimandare ogni decisione a settembre e, intanto, a far procedere i negoziati per la costituzione di un «patto mediterraneo» che, pur riprendendo un vecchio progetto circolante da anni nelle cancellerie europee, tendeva chiaramente – facendo perno sul sistema di accordi e di garanzie con le minori potenze rivierasche messo in piedi dall’Inghilterra nei mesi precedenti in funzione anti italiana – ad ingabbiare l’Italia e a frustrare i propositi mussoliniani di giungere ad un accordo diretto e generale con Londra. In questa situazione e in vista di una prossima decisione del governo britannico a proposito della posizione da assumere a Ginevra il 16 giugno, nella ultima settimana di maggio Mussolini decise di muovere all’attacco della politica di Eden, convinto che se questa aveva non poche possibilità di essere fatta propria dal governo inglese, ne aveva però ancora molte che potesse essere battuta in breccia, dato che all’interno della maggioranza governativa aumentava di giorno in giorno il numero di coloro che ritenevano fosse meglio porre fine alla fase «calda» dei rapporti con l’Italia, e della stessa opinione erano gran parte dei circoli economici della City e molti capi militari e persino a livello di opinione pubblica sembrava stesse per delinearsi un attenuamento delle ostilità verso l’Italia che avevano caratterizzato le settimane precedenti e dato fiato ad Eden.
Il 26 maggio Grandi si recò per la seconda volta da Edoardo VIII per confermargli il desiderio di Mussolini di migliorare le relazioni tra i due paesi316. Il giorno dopo lo stesso Grandi fece un’analoga dichiarazione ad Eden317. Il 28 maggio, infine, il medesimo giorno in cui il governo inglese doveva riunirsi per discutere la situazione, il «Daily Telegraph» pubblicò una lunga intervista del «duce» volta a rassicurare in tutti i modi gli inglesi e a controbattere, pur senza citarle esplicitamente, le principali tesi di Eden e di coloro che volevano una prosecuzione della politica intransigente. In essa Mussolini – dopo aver ripetuto l’affermazione già fatta al «Daily Mail» una ventina di giorni prima che «la fine delle sanzioni segnerà l’entrata dell’Italia nelle file delle potenze soddisfatte»318 – si soffermava soprattutto su sei punti, che erano poi quelli che piú turbavano la classe dirigente conservatrice e quella parte dell’opinione pubblica britannica che non giudicava i rapporti anglo-italiani solo ed esclusivamente in base ad una motivazione antifascista:
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- le piccole potenze mediterranee non avevano assolutamente nulla da temere dall’Italia; con alcune di esse, Grecia e Turchia, questa aveva dei trattati e intendeva rispettarli;
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- allo stesso modo, l’Italia non aveva mire sull’Albania; il suo solo obiettivo era quello di «mantenere e rispettare l’indipendenza di questo piccolo Stato»;
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- fino a quando le sanzioni fossero durate, l’Italia non avrebbe preso alcuna iniziativa riguardo ad un accordo mediterraneo, «ma quando le sanzioni saranno finite, noi esamineremo questi problemi con il desiderio di raggiungere una intesa e con uno spirito di collaborazione e di pace»;
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- le truppe in Libia sarebbero state richiamate in patria non appena l’Home Fleet fosse stata ritirata dal Mediterraneo;
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- un riavvicinamento anglo-italiano era non soltanto desiderabile ma necessario: «per parte mia farò tutto quello che sta in mio potere per arrivarvi»;
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- la fine delle sanzioni (da cui Mussolini lasciava intendere che dipendeva la permanenza o meno dell’Italia a Ginevra, mentre – risolta la questione – Roma non avrebbe avuto nulla contro la Società delle Nazioni, specie se questa si fosse, come anche altri ormai auspicavano, riformata) avrebbe prodotto un miglioramento generale della situazione europea ed aperto prospettive favorevoli «alla stabilizzazione e alla collaborazione nell’Europa».
In una situazione già per se stessa difficile e in equilibrio precario come quella inglese e grazie anche all’abilità con la quale Grandi nei giorni successivi seppe lavorarsi una serie di giornali e sostenere le tesi italiane negli ambienti piú adatti (né è possibile sottovalutare l’influenza, sia pure solo accessoria, di alcune manifestazioni di piazza organizzate a Londra dalla Lega antisanzionista e dal movimento di Mosley), i risultati di questi tre passi furono – nella sostanza se non nei tempi – quelli che a Roma ci si era attesi. In poco piú di dieci giorni anche il fronte interno sanzionista inglese prese a scricchiolare e a livello della maggioranza conservatrice addirittura a franare. I colpi forse piú duri alle tesi intransigenti furono costituiti dal discorso con cui (inaspettatamente, perché in altre circostanze, come in occasione del piano Laval-Hoare, egli aveva sostenuto Eden) il 10 giugno N. Chamberlain si pronunciò per la revoca delle sanzioni e dal rientro nel governo di Hoare come primo lord dell’Ammiragliato. Di fronte a questa nuova situazione, Eden riuscí a manovrare in maniera da far approvare dalla Società delle Nazioni il rinvio del dibattito fissato per il 16 giugno al 30 giugno, ma, il 18 giugno ai Comuni, pur affermando che gli effettivi nel Mediterraneo non sarebbero stati diminuiti e che gli accordi contratti con i paesi rivieraschi sarebbero rimasti in vigore, non poté non dichiarare che il governo inglese avrebbe raccomandato alla Società delle Nazioni l’abrogazione delle sanzioni.
Sotto un profilo, questa decisione del governo di Londra costituiva per Mussolini un clamoroso successo, in pratica essa gli dava la sicurezza che la partita con Ginevra per le sanzioni fosse ormai vinta. Sotto un altro profilo, l’atteggiamento di Eden e, soprattutto, il fatto che, al contrario che per Hoare sei mesi prima, la sua sconfitta non aveva avuto come conseguenza la sua estromissione dal Foreign Office, rendevano per lui questo successo piú formale, di prestigio, che reale: politicamente la dichiarazione di Eden del 18 giugno e la decisione del mese successivo della Società delle Nazioni non chiudevano che assai parzialmente, per quel che riguardava i rapporti anglo-italiani, la questione etiopica (specie dal punto di vista del riconoscimento britannico dell’impero319), facevano fondatamente prevedere un periodo piú o meno lungo di difficili relazioni tra Roma e Londra (rese ancor piú difficili dal non poter piú fare affidamento sui buoni uffici di Parigi o, almeno, su una realistica azione francese per affrettarne e facilitarne il miglioramento) e, quindi, rendevano – almeno sui tempi brevi e probabilmente anche su quelli medi – impensabile di poter avviare trattative per il tanto auspicato accordo generale. Né, infine, si può sottovalutare un altro fatto e cioè la delusione e la pessima impressione (e il timore che Eden volesse approfittarne per cercare di ricapovolgere la situazione a proprio vantaggio) che a Roma suscitò il rinvio della riunione ginevrina già fissata per il 16 giugno.
Se non si tiene ben presente questo aspetto del problema si corre il rischio di fraintendere il vero significato dei rapporti che in questo stesso periodo intercorsero tra Roma e Berlino.
In corrispondenza con la conclusione della guerra d’Etiopia nelle cancellerie europee circolò con insistenza la preoccupazione di un nuovo, imminente tentativo tedesco di annettere l’Austria. Rispetto a quanto avvenne nelle altre cancellerie, queste preoccupazioni a palazzo Chigi furono assai minori. Ciò non toglie che Mussolini fosse, sui tempi medi, assai preoccupato per il destino dell’Austria, tanto è vero che il 13 maggio disse ad Aloisi che l’Italia era sulla strada «di perdere completamente l’Austria»320. Questa sua convinzione, unita all’altra che – comunque si fossero sviluppati nel futuro – per un certo periodo i rapporti con l’Inghilterra sarebbero stati cattivi, spiega perché tra maggio e luglio, ossessionato com’era dall’idea di rimanere isolato, egli cercò di puntellare, almeno provvisoriamente, il regime di Schuschnigg e di assicurarsi l’amicizia di Hitler. Decisivo in questa prospettiva fu il lungo incontro che Mussolini ebbe alla Rocca delle Camminate il 5 giugno con Schuschnigg321. In questa occasione, essendosi il cancelliere dovuto piegare a far buon viso a cattivo giuoco e a dirsi convinto della necessità di una ripresa della «naturale amicizia dell’Austria con il Reich tedesco», il «duce» – pur confermando l’interesse italiano per l’assoluta indipendenza austriaca – si disse d’accordo con lui, dando cosí via libera a quello che sarebbe stato il trattato austro-tedesco del successivo 11 luglio, in base al quale la Germania riconobbe la piena sovranità austriaca e si impegnò a non interferire negli affari interni della vicina repubblica, ottenendo in cambio l’impegno che Vienna (pur rimanendo fedele ai protocolli con l’Italia e l’Ungheria del marzo ’34 e del marzo ’36) avrebbe adeguato la sua politica al fatto di essere uno Stato tedesco, avrebbe riammesso nella legalità ed inserito nel governo i nazionalsocialisti, concesso loro un’amnistia e permesso l’entrata nel paese di alcuni giornali tedeschi322. È difficile pensare che dando via libera al riavvicinamento austro-tedesco Mussolini si illudesse di salvare l’indipendenza austriaca. Come aveva detto qualche giorno prima a De Jouvenel, al massimo egli sperava di guadagnare cosí qualche anno di tempo, e, aggiungiamo noi, di bloccare un sempre possibile riavvicinamento anglo-tedesco323 e, ancora, di riuscire nel frattempo a ristabilire buoni rapporti con Londra e, possibilmente, con Parigi, in modo da potersi opporre al momento opportuno all’Anschluss. Sul momento è fuori dubbio che, cosí facendo, egli si assicurava certo un po’ di respiro, evitava l’isolamento e aumentava le proprie speranze di accrescere il suo coefficiente di interesse presso quella parte della classe dirigente britannica che concepiva la politica inglese essenzialmente nella prospettiva di salvaguardare l’equilibrio continentale e di impedire un accordo italo-tedesco, ma, volontariamente o no, finiva per legarsi a Hitler; e questo per due ordini di motivi: perché quest’ultimo – specie dopo che la vittoria in Etiopia aveva suscitato grande impressione in Germania e provocato un notevole rialzo delle azioni italiane e fasciste – era disposto a fargli ponti d’oro pur di legarlo a sé (tipica è in questo senso la dichiarazione che von Hassell fece a Ciano il 29 giugno che «il Führer lo aveva incaricato di far conoscere che, quando si giudicherà matura la questione del riconoscimento [dell’impero], egli sarà disposto a prenderla senz’altro in favorevole considerazione e senza chiedere alcuna contropartita» 324); e perché Mussolini se, da un lato, poteva sperare appunto di accrescere il suo coefficiente di interesse presso certi ambienti britannici, da un altro, accresceva però parallelamente le diffidenze e le ostilità che verso di lui nutrivano altri ambienti inglesi e non solo inglesi e – anche qui lo volesse o no poco importa – caratterizzava la propria politica estera in un modo sempre piú ideologico, privandola di quella carica o apparenza realistica che fino allora le avevano valso la considerazione positiva (se non addirittura l’apprezzamento) di molti; inoltre, cosí facendo, egli finiva per dare fiato a coloro – e ormai non erano piú tanto pochi – che all’interno del regime guardavano alla «soluzione tedesca» con sempre maggiore simpatia, poiché vedevano in essa un po’ la risposta all’incomprensione britannica ed internazionale verso l’impresa etiopica, un po’ un mezzo per rilanciare e dare nuovo vigore alla rivoluzione fascista.
Fu in questo clima che a fine giugno si arrivò finalmente alla riunione della Società delle Nazioni nella quale doveva essere discusso il problema delle sanzioni. Apertasi per il regime sotto una cattiva stella (dato che la presenza del negus provocò una inconsulta ed incivile gazzarra inscenata da un gruppo di giornalisti fascisti, pare su irresponsabile suggerimento di G. Ciano 325, che suscitò una ondata di indignazione e di proteste), la riunione scorse però per esso nel migliore dei modi. Il 6-7 luglio, infatti, l’assemblea ginevrina decise la revoca, con decorrenza 15 luglio, delle sanzioni326. A questa decisione seguí il 9 luglio quella del governo inglese di ritirare l’Home Fleet dal Mediterraneo.
Solo con queste due decisioni la guerra d’Etiopia si poteva dire definitivamente conclusa a livello internazionale. Non a caso Mussolini volle commentarle e salutarle con una intervista rilasciata ai giornali del gruppo Hearst (riprodotta da gran parte della stampa internazionale il 16-17 luglio327), nel complesso – date le circostanze – di tono abbastanza pacato, nella quale spiccavano in positivo alcune delle affermazioni già fatte al «Daily Telegraph», e con un breve discorso pronunciato dal balcone di palazzo Venezia la sera del 15 luglio, di tono assai piú esultante e categorico328:
Oggi, 15 luglio dell’anno XIV, sugli spalti del sanzionismo mondiale è stata innalzata la bandiera bianca.
Non è soltanto il segno della resa, ma si vorrebbe che fosse un sintomo del ritorno al senso comune.
Il merito di questa grande vittoria sul fronte dell’economia va tutto e integralmente al popolo italiano (la folla gridò: «A voi, Duce!»); va agli uomini, va alle donne, va ai fanciulli di tutta Italia.
Nessuno ha tremato, nessuno ha piegato: tutti erano pronti a qualsiasi sacrificio, pur coltivando nel cuore la certezza che, alla fine, la civiltà e la giustizia avrebbero trionfato in Africa e in Europa.
Cosí è avvenuto; cosí, sotto i simboli del Littorio invincibile, avverrà domani e sempre.
Note
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R. Guariglia, Ricordi cit., p. 235. ↩
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Cfr. ibid., pp. 172 sg. ↩
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Cfr. ibid., pp. 763 e 769. ↩
-
Cfr. ibid., pp. 173 sg. ↩
-
Cfr. ibid., p. 168. ↩
-
Cfr. ibid., p. 769. ↩
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Secondo l’art. 4, «Nel caso che gli avvenimenti venissero ad alterare lo statu quo previsto dall’art. 1, la Francia, la Gran Bretagna e l’Italia faranno ogni sforzo per mantenere l’integrità dell’Etiopia. In ogni caso, basandosi sugli accordi elencati al detto articolo, si concerteranno per salvaguardare:
- «a) gli interessi della Gran Bretagna e dell’Egitto nel bacino del Nilo, e piú specialmente per quanto concerne la regolamentazione delle acque di questo fiume e dei suoi affluenti (con particolare riguardo agli interessi locali), sotto riserva degli interessi italiani menzionati al paragrafo b);
- «b) gli interessi dell’Italia in Etiopia in rapporto all’Eritrea e alla Somalia (compreso il Benadir), e piú specialmente per quanto riguarda l’hinterland dei suoi possessi e l’unione territoriale tra essi ad ovest di Addis-Abeba;
- «c) e gli interessi francesi in Etiopia in rapporto al Protettorato francese della Costa dei Somali, all’hinterland di questo Protettorato e alla zona necessaria per la costruzione e il traffico della ferrovia da Gibuti ad Addis-Abeba».
Per il testo completo cfr. A. Lessona, Verso l’Impero. Memorie per la storia politica del conflitto italo-etiopico, Firenze 1939, pp. 229 sgg. ↩
-
Cfr. R. Guariglia, Ricordi cit., p. 764. ↩
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Per il testo completo delle due note cfr. A. Lessona, Verso l’Impero cit., pp. 237 sgg. ↩
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Cfr. R. Guariglia, Ricordi cit., p. 174. ↩
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Cfr. ibid., pp. 174 sg.
Per un primo consuntivo delle previsioni e dei commenti della stampa militare internazionale cfr. A. Bollati, La Campagna italo-etiopica nella stampa militare estera, Roma 1938; il volumetto è preceduto da una breve prefazione di Mussolini, assai polemica verso quei «critici militari» – numerosi in verità – che non avevano creduto alla possibilità di una rapida vittoria italiana o avevano espresso giudizi negativi, spesso sulla base di notizie imprecise o false, sull’andamento delle operazioni. ↩
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Per un primo approccio, in termini generali e in riferimento soprattutto al dibattito storiografico attorno alla politica estera fascista, cfr. J. Petersen, La politica estera del fascismo come problema storiografico cit., pp. 696 sgg. ↩
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Cfr. G. Carocci, La politica estera dell’Italia fascista cit., p. 272, nota 52. ↩
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Cfr. ibid., pp. 48 sgg. e 228 sgg.; G. Vedovato, Gli accordi italo-etiopici dell’agosto 1928 cit.; E. Canevari, La guerra italiana cit., I, p. 348; G. Rochat, Militari e politici nella campagna d’Etiopia. Studio e documenti 1932-1936, Milano 1971, pp. 21 sgg. ↩
-
Quanto poco il problema coloniale fosse ancora a metà del ’33 sentito dalle masse risulta chiaramente da queste parole di A. Lessona, pronunciate a Milano l’11 giugno ’33 in occasione di una manifestazione indetta dall’Istituto coloniale fascista: «Bisogna lavorare dunque a creare una coscienza, una volontà coloniale; perché è inutile che noi uomini politici seguitiamo a portare sui palcoscenici dei consessi internazionali il problema coloniale italiano se non siamo sostenuti dalla popolazione». Cfr. A. Lessona, Scritti e discorsi coloniali, Milano 1935, p. 149. ↩
-
Nella vasta pubblicistica in questo senso, sono – per una idea panoramica dei principali argomenti addotti – da mettere a confronto in particolare, a livello ufficiale, le prese di posizione del sottosegretario alle Colonie A. Lessona, Scritti e discorsi coloniali cit., passim, a livello pubblicistico-politico, il volumetto miscellaneo Africa. Espansionismo fascista e revisionismo, a cura di A. Gravelli, Roma 1933. ↩
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Cfr., per esempio, A. Lessona, Scritti e discorsi coloniali cit., pp. 107 sgg., 133 sgg., 151, 173, 190 sgg.; R. Accademia d’Italia, Fondaz. A. Volta, Convegno di Scienze Morali e Storiche, L’Europa cit., I, pp. 482 sg., 488, 676 sgg.; Africa cit., pp. 66, 74 sgg., 169 sgg. ↩
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Cfr. G. Rochat, Militari e politici cit., p. 40. ↩
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Cfr. ibid., pp. 356 sg. ↩
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Cfr. ibid., p. 95. ↩
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Le si vedano ibid., pp. 376 sgg. ↩
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A. Lessona, Memorie, Roma 1963, pp. 171 sg.
Assai significativo è altresí il seguente passo di un articolo di P. Nenni, La nouvelle guerre d’Afrique, in «Le Peuple», 10 giugno 1935: «En effet, dès qu’on pose en dogme l’exigence d’une expansion italienne en Afrique, deux objectifs seulement peuvent être envisagés. Ou bien une répartition intereuropéenne des vieilles colonies, ce qui présuppose la collaboration entre les impérialismes ou l’anéantissement d’un impérialisme au profit d’un autre, ou bien la guerre contre l’Abyssinie. Mussolini a longuement hésité entre les deux solutions théoriquement possibles». ↩
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Cfr. F. Catalano, L’economia italiana di guerra (1935-1943), Milano 1969, pp. 3 sgg. ↩
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Cfr. G. Rochat, Militari e politici cit., pp. 105 sgg.; ID., Il ruolo delle forze armate nel regime fascista: conclusioni provvisorie e ipotesi di lavoro, in «Rivista di storia contemporanea», gennaio-febbraio 1972, p. 191. ↩
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Cfr. G. W. Baer, La guerra italo-etiopica cit., pp. 39 sgg. ↩
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Cfr. M. Gallo, L’affaire d’Ethiopie aux origines de la guerre mondiale, Paris 1967, pp. 113 sgg. ↩
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Cfr. F. Chabod, L’Italia contemporanea (1918-1948), Torino 1961, pp. 91 sg. ↩
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Significativa è a questo proposito la seguente affermazione che si legge nella relazione segreta per l’anno 1935 sui rapporti con la Francia redatta dal MIN. AFFARI ESTERI, DIR. GEN. AFFARI GENERALI - UFFICIO V, Francia. Situazione politica nel 1935, s. l. né d., ma Roma 1936, p. 16: «È da ritenersi che nei primi tempi il Governo francese non abbia ben realizzato ciò che a breve scadenza la “mano libera” accordata poteva e doveva significare». ↩
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Nel gennaio ’35 a Roma Laval, come si è detto, gettò le basi di una stretta collaborazione militare franco-italiana. Da questi primi contatti scaturirono la convenzione aeronautica del 13 maggio e gli accordi segreti Badoglio-Gamelin del 19 e 28 giugno, che prevedevano una stretta collaborazione contro la Germania nel caso che questa avesse agito contro l’Austria e l’invio di truppe italiane tra Belfort e la Svizzera e di truppe francesi nel Veneto. Cfr. P. Aloisi, Journal cit., pp. 270 e 284; M. Gamelin, Servir, Paris 1946, II, pp. 161 sgg. ↩
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I pozzi di Ual-Ual erano assai importanti per la vita delle popolazioni nomadi della regione. Come in quasi tutto il sud etiopico, la frontiera con la Somalia non era stata in quella zona mai delimitata. L’Etiopia li considerava propri, in quanto situati nell’Ogaden, l’Italia parte della Somalia, in quanto già appartenenti ad una tribú dipendente dal sultano di Obbia, prima protettorato italiano e poi annesso alla Somalia. Dal ’25 erano stati occupati dall’Italia. Il 5-6 dicembre ’34 a Ual-Ual si verificò un sanguinoso scontro tra il presidio somalo e un grosso contingente etiopico (che fu messo in fuga) che si era accampato nelle vicinanze per un’azione dimostrativa e al quale sino a pochl giorni prima era stata aggregata una commissione mista anglo-etiopica incaricata ufficialmente di delimitare la frontiera tra il Somaliland e l’Etiopia [!], che però si era successivamente ritirata. Appena avuto notizia dell’incidente, sia l’Etiopia sia l’Italia avevano protestato. Il governo italiano aveva presentato a quello etiopico una vibrata protesta, riaffermando l’appartenenza di Ual-Ual alla Somalia, accusando gli etiopici di aver attaccato il presidio italiano senza aver subito alcuna provocazione e chiedendo una indennità, gli onori alla bandiera e la punizione dei colpevoli. Cfr. per maggiori elementi G. W. Baer, La guerra italo-etiopica cit., pp. 59 sgg. Negli anni precedenti e nello stesso ’34 si erano verificati alle frontiere etiopiche vari altri incidenti, anche se meno gravi, in genere con gli italiani, ma anche con i francesi e gli inglesi. È stato sostenuto che l’incidente di Ual-Ual sia stato organizzato dagli italiani. L’affermazione non è però suffragata da elementi di qualche consistenza e, soprattutto, non si vede perché in quel momento Roma dovesse ritenere opportuno un simile incidente, che disturbava il suo giuoco politico. Se mai l’incidente poteva tornare piú utile al governo etiopico, specie per coinvolgervi in qualche misura gli inglesi. ↩
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¹ R. Paolucci, Il mio piccolo mondo perduto, Bologna 1952, pp. 399 sg. ↩
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² Questo tipo di critiche doveva essere non solo uno dei piú frequenti ma anche dei piú antichi, se A. Lessona (Scritti e discorsi coloniali cit., pp. 120 sg.) aveva sentito il bisogno di controbatterlo pubblicamente sin dall’estate del ’32. ↩
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³ I risultati conseguiti nel corso del ’35 dalle organizzazioni clandestine antifasciste furono però assai scarsi. Ugualmente scarse furono le agitazioni a carattere spontaneo. Nella relazione generale sull’anno testè trascorso redatta dal ministero dell’Interno nel gennaio ’36 si legge:
«Durante tutto l’anno 1935 l’ordine pubblico è stato assolutamente normale.
«Si è verificata qua e là qualche agitazione che ha avuto, però, carattere prettamente ambientale, che quanto che [sic] è stata determinata o dall’applicazione di tasse comunali, o da vertenze relative ad usi civici ed a questioni d’indole sindacale, o da altri motivi locali. Dette agitazioni sono state sempre limitate ad un ristretto numero di aderenti; non hanno avuto neppure un lontanissimo scopo politico, né uno sfondo comunque degno di particolare rilievo.
«Anche il lavoro ha proceduto sempre nella massima regolarità, e con ritmo fermo ed incessante, nei vari campi delle attività produttrici...
«Per le speciali circostanze che si sono venute maturando nello scorso anno, i partiti antifa-
scisti hanno cercato di intensificare al massimo la loro propaganda, oltre che tra gli emigrati all’estero, anche nel Regno, con mezzi clandestini, ritenendo di potere avere facile presa sulla popolazione per la campagna che essi conducono contro la guerra nell’A. O.
« Particolarmente attjvi si sono mostrati il Partito comunista ed il movimento “Giustizia e Libertà”, i quali hanno la convinzione, come traspare dalla loro stampa, con la quale cercano di trasfonderla nei loro adepti, che l’anno corrente debba essere il decisivo per la realizzazione dei loro fini di sovvertimento sociale. Essi ed altri partiti sovversivi minori, per dare maggiore incremento alla propaganda e per rafforzare la lotta contro il Regime, hanno costituito il “Fronte comune” e di tale alleanza si è avuto qualche recente sintomo nelle forme clandestine di propaganda e nei tentativi di organizzazione di gruppi sovversivi nel Regno.
«Uno dei mezzi di propaganda preferiti dal partito comunista e da “Giustizia e Libertà” è la introduzione clandestina nel Regno di manifestini ed opuscoletti stampati in carta sottilissima con relative buste per essere inoltrate a mezzo della posta a persone residenti nel Regno, ma l’opportuna vigilanza disposta ha portato al sequestro della massima parte degli esemplari di tali stampati; d’altra parte, poiché come è risultato da ripetuti accertamenti, i destinatari non sono scelti tra i sovversivi, ma sono persone i cui indirizzi sono stati appresi con mezzi vari dagli speditori, quasi tutti gli stampati che sono sfuggiti al controllo della polizia sono stati consegnati dai destinatari stessi, essendo nell’assoluta maggioranza persone devote al Regime. Si è constatato invece un sensibile rallentamento nella diffusione dei suddetti stampati a mezzo del gettito in luoghi pubblici, segno questo che starebbe a dimostrare che le misure di vigilanza e di repressione già adottate dalla polizia, per tale piú grave forma di propaganda, sono state efficaci.
«Il partito comunista, come già negli anni scorsi, ha persistito nel suo tentativo di formare organizzazioni clandestine nel Regno e di infiltrare i suoi fiduciari nei sindacati fascisti. Tali tentativi si sono verificati specialmente nelle provincie di Torino – Novara – Vercelli – Milano – Mantova – Udine – Trieste – Padova – Bologna – Modena – Parma – Firenze – Livorno – Roma – Bari e Foggia, ma sono stati tempestivamente scoperti e repressi dagli organi ordinari e speciali di polizia, denunziando i principali colpevoli al Tribunale Speciale e colpendo gli altri con provvedimenti di polizia.
«Il partito comunista ha inoltre impartito istruzioni ai propri organi di profittare dei richiami alle armi per insinuare propagandisti nelle forze armate, scegliendo all’uopo di preferenza i richiamati rimpatriati dall’estero, dove sono stati preventivamente ammaestrati. Ma l’alto spirito patriottico che anima i richiamati alle armi e la vigilanza della polizia hanno reso vano ogni tentativo.
«Anche “Giustizia e Libertà” ha fatto tentativi di organizzare nel Regno centri di propaganda, agendo particolarmente nella classe dei professionisti e puntando specialmente su Torino, Milano, Roma e Venezia, ma la sua azione ha avuto sempre un seguito trascurabile, per l’intervento della polizia che si è messa in grado di seguire le iniziative di tale movimento.
«La Polizia inoltre si è preoccupata di seguire costantemente le mosse degli anarchici e dei repubblicani, i quali, benché scarsi di numero, sono i partigiani piú convinti dell’azione violenta, anche individuale, che hanno la possibilità di studiare nei conciliaboli che frequentemente tengono all’estero, negli stati che li ospitano.
«In rapporto al conflitto italo-abissino, la polizia, in accordo con gli altri organi competenti ha adottato speciali misure di precauzione per salvaguardare da atti di sabotaggio gli stabilimenti di produzione militare, i trasporti marittimi e le navi adibite al trasporto delle truppe nell’A. O. Cosí pure ha portato la propria attenzione sui numerosi operai ed imprenditori che si recano nell’A. O., in modo da impedire che tra essi si celino propagandisti sovversivi, in attuazione delle direttive che il partito comunista avrebbe in proposito impartite». Cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1903-49), b. 387. ↩
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I primi a mobilitarsi, dal gennaio, furono i comunisti. Particolarmente rilevante fu il loro sforzo a livello di invio ed introduzione in Italia di stampa clandestina. Oltre alle solite pubblicazioni, con l’aprile, fu introdotto anche un giornaletto «Grigio verde», dedicato alla propaganda tra le reclute e i militari in genere. Le posizioni anti imperialiste e disfattiste del PCI furono ampiamente illustrate nell’aprile nell’appello redatto dal comitato centrale, riprodotto da tutta la stampa comunista. Intensificati furono gli sforzi per realizzare una politica entrista nelle organizzazioni fasciste, specialmente sindacali. GL si dedicò prevalentemente all’azione negli ambienti professionistici ed intellettuali, specialmente nel settentrione. Un grave colpo per GL fu la scoperta nel maggio ’35 del centro piemontese (Torino, Cuneo e diramazioni a Sassari e Roma): 42 furono gli arrestati, dei quali 11 vennero deferiti al Tribunale speciale (tra cui M. Giua e A. Monti), 7 assegnati al confino, 10 ammoniti e 14 diffidati. Cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1920-45), 1935, b. 2, fasc. «Movimento antifascista nel Regno contro intervento italiano in Abissinia»; Id., 1936, b. 35; nonché, per notizie piú particolari, i fascicoli del ’35 per province. ↩
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Cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1920-45), G. 1, «Conflitto italo-etiopico»; b. 11, fasc. «Espatri clandestini dei richiamati».
L’atteggiamento ostile delle popolazioni alloglotte e in particolare di quelle dell’Alto Adige era stato previsto. Dal verbale della dodicesima sessione della Commissione suprema di difesa (Roma, 12-20 febbraio ’35) risulta che in tale occasione fu stabilito che in caso di guerra in Europa si sarebbe dovuto «operare un rastrellamento immediato, fulmineo, rigorosissimo, con punizioni esemplari contro qualsiasi accenno di resistenza, in modo da non avere nulla da temere alle spalle»; sin da ora si dovevano stabilire le località ove far affluire e concentrare gli elementi pericolosi slavi e soprattutto tedeschi, ritenuti da Mussolini molto piú pericolosi, perché di carattere piú tenace. ACS, Min. Africa Italiana, Dir. gen. affari politici (1900-43), b. 9. ↩
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Cfr. ACS, Min. Africa Italiana, Dir. gen. affari politici (1900-43), b. 1, «Disposizioni di massima»; b. 10, «Propalazione di false notizie»; b. 11, fasc. «Elenco delle persone che hanno subito provvedimenti di polizia per manifestazioni di disfattismo – false notizie ed altro». Tra i diffidati risultano anche un generale ed un ammiraglio. ↩
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ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1920-45), C 1, b. 3, fasc. «Arresti ed altre misure di polizia per vendita e distribuzione di stampe contro la guerra in Etiopia». ↩
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Oltre che dai documenti di polizia, elementi significativi per cogliere lo stato d’animo di quei mesi possono essere rintracciati anche nella memorialistica. Tipico, per esempio, è quanto scritto da U. Ojetti, I taccuini cit., p. 464, da cui traspare chiaramente il duplice timore per le difficoltà militari e un possibile allargamento del conflitto. ↩
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Tra i vari ambasciatori accreditati a Roma quello che, forse, meglio nei suoi rapporti rese l’evoluzione dell’opinione pubblica italiana fu lo statunitense. Il 15 febbraio riferiva che non vi
era entusiasmo per la guerra in Etiopia. Ai primi di settembre (rapporti del 6 e del 10) osservava che via via questo stato d’animo era mutato: ormai tutti odiavano l’Inghilterra e anche l’uomo della strada era con Mussoli ni. Carte Roosevelt, PSF, Italy: B. Long 1933-36. ↩
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ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1920-45), C 1, fasc. «Mobilitazione classe 1911». ↩
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ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 242/R, «Farinacci Roberto», sottof. 14. ↩
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Per fronteggiare i nuovi compiti determinati dalla preparazione del conflitto, il 23 giugno 1935 il sottosegretariato per la Stampa e la propaganda, sino allora alle dipendenze della Presidenza del consiglio, fu trasformato in ministero e il suo titolare, G. Ciano, promosso ministro. ↩
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Cfr. C. Alvaro, Quasi una vita cit., p. 163. ↩
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Cfr. A. Lessona, Memorie cit., p. 178. ↩
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Cfr. Carteggio D’Annunzio-Mussolini cit., pp. LXI sg. ↩
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Cfr. C. Alvaro, Quasi una vita cit., p. 151. ↩
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Cfr. «L’Osservatore romano», 1-2 aprile, 29 luglio, 28 agosto 1935. ↩
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Per un quadro di queste prese di posizione cfr. E. Rossi, Il manganello e l’aspersorio, Firenze 1958, pp. 301 sgg.; nonché, per una valutazione complessiva dell’atteggiamento della Chiesa, A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia cit., p. 490; P. Scoppola, La Chiesa e il fascismo cit., pp. 306 sgg. ↩
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La si veda in «Annuario Cattolico Italiano», xv, 1936-37, Roma 1937, pp. 79 sgg. ↩
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ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. polizia politica, categ. I, b. 75. Torino fu uno dei centri ove la preoccupazione era piú viva e si mantenne anche per parte del ’36 a livello sia operaio sia di ambienti industriali. Cfr. ACS, PNF, Situazione politica delle provincie, fasc. «Torino». ↩
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Lettera da Roma. Borghesia, piccola borghesia ed intellettuali di fronte alla guerra, in «Lo stato operaio», febbraio 1936, p. 110. ↩
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Cfr., per esempio, per il caso di S. Benelli, Schiavitú, Milano 1945, pp. 123 sgg.; e piú in generale, Id., Io in Africa, Milano 1936. ↩
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Cfr. «Il popolo d’Italia», 7 dicembre 1935. ↩
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ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 168/R, «Bencivenga gen. Roberto», lettera in data 15 settembre 1935. ↩
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Cfr. B. Croce, Epistolario, I, Napoli 1967, p. 187, lettera in data 5 dicembre 1935. Su 419 senatori quelli che offrirono la loro medaglietta furono 414. ↩
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La «Giornata della fede» e piú in genere la raccolta dell’oro e del ferro si protrassero per molto tempo e, specie nelle prime settimane, costituirono una delle manifestazioni piú clamorose del consenso riscosso dalla politica mussoliniana. Secondo i dati ufficiali al 31 gennaio ’36 furono raccolti 33 622,487 kg di oro, 93 473,362 kg d’argento, 15 262,45 ql di rame e 1 092 875,32 ql di rottami metallici. La raccolta fu estesa anche ad altri «valori» e si protrasse sempre piú stancamente sino al 1938. A quest’epoca (31 marzo) essa aveva raggiunto i seguenti totali (esclusi il rame e i rottami):
Oro —— kg —— 36 895,370 960
Argento —— kg —— 115 131,160
Contante —— L. —— 1 543 134,05
Valuta estera —— L. —— 296 410,90
Titoli di Stato —— L. —— 430 415
Titoli privati —— L. —— 43 544,20
Polizzecombattenti / Libretti soprassoldi / Medaglie al v. m —— L. —— 13 346 812,60
Oltre a quello donato, la Banca d’Italia acquistò dai privati oro per altri 27 577 kg. Cfr. ACS, PNF, Direttorio, b. 134. ↩
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Cfr. S. Maurano, Mussolini e il re mio padre cit., IV, 10 gennaio 1959. ↩
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Il 29 settembre Mussolini aveva telegrafato a De Bono:
«Sua Eccellenza De Bono, Asmara. Segreto. Nessuna dichiarazione di guerra nel primo tempo. Davanti mobilitazione generale che Negus ha già annunciato ufficialmente a Ginevra, bisogna troncare assolutamente gli indugi. Ti ordino di iniziare avanzata nelle prime ore del tre (dico tre) ottobre. Attendo immediatamente conferma. Mussolini». Cfr. Mussolini, XXVII, pp. 297 sg. ↩
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Cfr. N. d’Aroma, Vent’anni insieme. Vittorio Emanuele e Mussolini, Bologna 1957, p. 235. ↩
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ACS, E. De Bono, Diario, q. 38. ↩
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Ibid., q. 39. Nello stesso quaderno vi sono altri due accenni piú rapidi nello stesso senso. ↩
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Cfr. E. Caviglia, Diario (aprile 1925 - marzo 1945), Roma 1952, p. 127. ↩
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Cfr. N. d’Aroma, Vent’anni insieme cit., p. 230. ↩
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Cfr. ibid., p. 233. ↩
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Cfr. ibid., p. 239. ↩
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Cfr. ibid., p. 233. ↩
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Cfr. A. De Stefani, Diplomatici e politici nella questione etiopica, in «Corriere della sera», 13 ottobre 1965 (lettera al direttore). ↩
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I contatti diretti tra Mussolini e il re nel ’35 furono assai scarsi. Nella fase cruciale (aprile-novembre) il sovrano fu assai spesso lontano dalla capitale. A parte le consuete udienze per la firma dei decreti (sei-sette al mese) al Quirinale, durante le quali le possibilità di un’ampia discussione della situazione erano assai scarse, e a parte quattro brevi incontri in Trentino (27, 28, 30, 31 agosto) in occasione delle grandi manovre, le udienze personali furono sei: il 18 aprile, a Villa Savoia, il 16 giugno, l’8 e il 30 settembre, il 21 ottobre e il 2 novembre al Quirinale. Da segnalare anche una udienza, il 15 agosto a S. Anna di Valdieri, al gen. F. Dall’Ora, intendente presso il comando superiore in Africa orientale, «inviatogli dal Capo del Governo». Va per altro detto che, in occasione di avvenimenti particolarmente importanti (come la conferenza di Stresa e la visita di Eden a Roma), Mussolini inviò al sovrano brevi resoconti scritti. ↩
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Cfr. G. Salvemini, Preludio alla seconda guerra mondiale cit., pp. 414 sg. ↩
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Che a metà agosto il re nutrisse ancora preoccupazioni notevoli è affermato anche da N. D’Aroma, Vent’anni insieme cit., p. 233. ↩
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ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. Polizia politica, categ. 1, b. 141, rapporto in data 11 settembre 1935. Dell’esistenza del gruppo e della riunione fu informato anche Starace, che, in un appunto «per il Duce» in data 23 ottobre, scriveva: «Il gruppetto dei Senatori vociferatori si è squagliato. Si notano pochi isolati». ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1943), fasc. 242/R, «A. Starace», sottof. 1. ↩
-
Cfr. S. Scaroni, Con Vittorio Emanuele III, Verona 1954, p. 137 (il giudizio è del ’35). ↩
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Sulla assai probabile evoluzione in senso anglofobo del re in quest’ultimo periodo cfr. N. D’Aroma, Vent’anni insieme cit., p. 233. ↩
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A. Lessona, Memorie cit., p. 60: «I punti di vista contrastanti si manifestarono soprattutto fra il mio Ministero e quelli della Guerra e dell’Aeronautica. Con l’Ammiraglio Cavagnari, s.segretario alla Marina, non vi fu mai motivo di discussione e la collaborazione fu piena e cordiale. Devo onestamente riconoscere che il Ministero della Marina si appalesò il meglio preparato in quella difficile circostanza e il piú scrupoloso e serio nell’adempiere il proprio dovere». Per un inquadramento dell’atteggiamento delle Forze armate rispetto alla guerra d’Etiopia, anche in riferimento al piú ampio problema dei loro rapporti con il regime, cfr. l’ottimo M. Mazzetti, La politica militare italiana fra le due guerre mondiali (1918-1940), Salerno 1974, specialmente pp. 119 sgg. ↩
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Cfr. E. Canevari, La guerra italiana cit., I, p. 391. ↩
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De Bono, che, anche a prescindere dalla gelosia personale, non amava Badoglio e diffidava di lui, come, del resto, moltissimi fascisti, nel ’33 aveva suggerito a Mussolini di assumere personalmente la carica di capo di Stato maggiore generale. Cfr. G. Rochat, Militari e politici cit., pp. 33 sg.
Sempre in tema delle mai sopite ostilità fasciste contro Badoglio, assai significativa è una lettera di Farinacci a Mussolini dell’11 settembre ’36. In essa si legge: «Non ti sembra che il Maresciallo Badoglio abbia perso ogni controllo? Il Fascismo mastica amaro perché sa benissimo due cose:
«Primo: che la guerra l’ha voluta, l’ha guidata e l’ha vinta Mussolini;
«Secondo: che Badoglio era contrario all’impresa e nel primo periodo suo africano affermava che non si poteva avanzare che soltanto 60 centimetri al giorno.
«La guerra con lo spirito che animava le divisioni inviate laggiú, con la larghezza dei mezzi messi a disposizione dal Regime l’avrebbe vinta chiunque.
«Badoglio aveva preparato la presa dell’Amba Aradam, come fu organizzata la presa del Sabotino.
«Riversò su quel monticiattolo ben 80 milioni di lire in proiettili. Era evidente che sotto un fuoco di questo genere nessuna forza nemica avrebbe resistito.
«Ma è talmente vero che egli non credeva ad ulteriori successi che non organizzò l’inseguimento del nemico che si sbandò completamente dopo la battaglia.
«Fu soltanto dopo e cioè quando l’Aviazione per chilometri e chilometri vide il terreno sgombro da nemici, che egli ideò le famose colonne celeri.
«Infatti da Quoram a Dessié, da Dessié ad Addis Abeba e da Omager a Gondar non fu sparato un colpo di fucile.
«Ti dirò anche che la battaglia di Passo Meccan, gli andò bene per puro miracolo. Egli aveva preparato l’offensiva per l’8 di Aprile e l’Artiglieria e le truppe dovevano essere in posizione per il giorno 6.
«Fortunatamente negli ultimi del mese di Marzo, fu intercettato un radio-telegramma del Negus alla moglie, in cui si diceva che egli alla testa di 30 mila uomini avrebbe attaccate le nostre truppe l’uno o il due di Aprile.
«Si ebbe cosí modo di rafforzare immediatamente il fianco sinistro dove certamente l’armata imperiale avrebbe sfondato.
«L’unica occasione in cui Badoglio poteva dimostrare le sue qualità di sttatega è stata la battaglia del Tembien.
«Egli annunciò clamorosamente l’accerchiamento di Ras Cassa e della sua armata, ma si accorse 48 ore dopo che Ras Cassa e quasi tutti i suoi uomini erano riusciti a liberarsi senza impegnare un serio combattimento.
«Come vedi chiunque nelle sue condizioni avrebbe fatto altrettanto.
«Siamo d’accordo nell’esaltare, per ragioni politiche il Capo militare vittorioso, ma questi non deve andare oltre una certa misura.
«Ha avuto gli assegni percepiti in Africa a vita, ha avuto ville ed altri onori potrebbe accontentarsi e potrebbe finirla di parlare di Fascismo, lui che nel ’22 ci voleva mitragliare tutti.
«È stato quasi un mese a Fiuggi e ha dedicato 4 ore al giorno per gli autografi. Si vantava di averne fatti 18 mila...» P. Pieri - G. Rochat, Pietro Badoglio, Torino 1974, pp. 720 sgg.; nonché per il suo inquadramento, pp. 710 sgg. ↩
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Cfr. G. Rochat, Militari e politici cit., pp. 350 (29 maggio 1934) e 375 (18 dicembre 1934). ↩
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Cfr. ibid., p. 298. ↩
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Cfr. ibid., pp. 325 sg. ↩
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Cfr. ibid., pp. 45 sgg. e 301 e 304. ↩
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Cfr. ibid., pp. 381 sgg. e specialmente pp. 387 sg. ↩
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Cfr. ibid., p. 120 n. e per il testo ACS, P. Badoglio, b. 4, fasc. 6. ↩
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Cfr. G. Rochat, Militari e politici cit., pp. 392 sgg. ↩
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Cfr. ibid., p. 411. ↩
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Cfr. ibid., pp. 226 sgg.; nonché F. Rossi, Mussolini e lo Stato Maggiore, Roma 1951, pp. 24 sgg. ↩
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Tra l’altro, anche Badoglio – almeno a quest’epoca – doveva come il sovrano sentire notevolmente la suggestione della personalità di Mussolini. Come disse piú tardi, Mussolini «era un uomo che possedeva uno charme ed aveva un’intelligenza non comune. Era dotato di un intuito politico notevole e di una straordinaria prontezza nel percepire i problemi piú disparati. Ma di lui bisogna distinguere due periodi. Fino al 1936-37 Mussolini fu grande e in un certo senso si lasciò anche guidare. Mussolini non era un sanguinario e non voleva la guerra. Ma l’impero gli diede alla testa. E poi c’è un veleno che corrode le dittature: l’incenso...» Cfr. V. Vailati, Badoglio risponde, Milano 1958, p. 236. ↩
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Cfr. G. Bianchi, Rivelazioni sul conflitto italo-etiopico cit., pp. 164 sg. e 172 sg. ↩
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Cfr. G. Rochat, Militari e politici cit., pp. 405 sg. ↩
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Cfr. ibid., pp. 113 sgg. ↩
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Cfr. F. Rossi, Mussolini e lo Stato Maggiore cit., pp. 24 sgg. ↩
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ACS, Min. Marina, Gabinetto (1935-40), b. 199, «La questione italo-abissina»:
«I problemi demografici, in unione alle crisi di carattere economico e commerciale, spingono a ricercare quei punti del globo ove una espansione, concepita nel suo piú vasto senso, sia ancora possibile.
«Estendere la propria sovranità su altri territori o popoli, diventa impresa ogni giorno piú
difficile, appunto per la generale concorrenza a creare, ovunque sia ancora possibile, correnti di interessi che costituiscono ipoteche politiche sui paesi da sfruttare.
«Queste osservazioni si possono integralmente applicare all’Etiopia la quale, oltre che essere soggetta, in forma ogni giorno piú spiccata, alle brame di altri paesi, si trova in stadio di graduale sviluppo specialmente per quanto si riferisce alla sua preparazione militare.
«Conseguenza di tali rilievi si è che, nei riguardi di una nostra espansione in Abissinia, si può concludere: oggi o non piú.
«Deve sparire ogni esitazione; ma il successo che non può e non deve mancare, impone di preparare e sviluppare la pre-azione e l’azione in grande stile...
«Questa, svolgendosi nell’attuale momento storico, nel quale teorie demagogiche ed idee pacifiste sono sposate da una rilevante percentuale di strati sociali, troverà critiche aspre ed accuse violente al pari di qualsiasi gesto di forza, comunque giustificato.
«L’antidoto a tale reazione sembra potersi trovare in una illuminata propaganda da svilupparsi essenzialmente all’estero che, senza costituire un preventivo allarme, crei correnti di opinioni favorevoli o quanto meno neutrali, verso l’impresa da noi prevista. Tale propaganda dovrebbe innanzi tutto segnalare gli attacchi subiti, da parte di forze etiopiche, lungo i confini, per dedurne che si tratta di fatto storico ineluttabile, scaturente dalla necessità di por fine ad una situazione di precaria tranquillità delle tribú confinanti, soggette alla nostra sovranità, oggi esposte alla razzia ed al saccheggio, sostituendo a metodi barbari quelli conformi alla nostra superiore civiltà...
«Fra le conseguenze che occorre prevedere, come effetto della nostra azione, vi è quella di un appello alla Società delle Nazioni, basato sopra uno degli articoli del Patto.
«A questo riguardo non ci si deve fare delle illusioni: l’appello avrebbe il supporto dei rappresentanti dei Paesi pacifisti o a regime liberale o social-comunista, con ampia applicazione dei ben noti metodi retorici ginevrini.
«I consueti tribuni de Madariaga, Politis, Mowinckel ed altri, non mancherebbero di salire alla tribuna per sostenere i diritti dei piccoli popoli e iniziare una campagna ai nostri danni.
«Nel pro-memoria allegato n. 430 U. T. in data 18 luglio 1934 – XII – Copia n. 9 fu chiarita la necessità di agire senza dichiarazione di guerra.
«Non per questo, l’azione della Società delle Nazioni è da supporsi trascurabile.
«Amici veri non ne avremo molti e, nel caso contingente, è bene fare i conti su correnti decisamente ostili.
«Deriva da quanto sopra la necessità di assicurarci l’appoggio di quelle Potenze che, notoriamente, hanno nel Consesso di Ginevra il massimo ascendente e la cui volontà trova, sempre, modo di affermarsi...
«Il quadro che precede ci porta a concludere che l’azione militare deve essere preceduta e poi fiancheggiata da passi intesi a:
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- rinsaldare le esistenti amicizie conseguendo precise assicurazioni di disinteressamento;
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- tenere a bada gli indifferenti e gli altri Paesi ritenuti spettatori ma la cui attitudine potrebbe essere dubbia nel caso che i loro interessi venissero ad essere colpiti;
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- sorvegliare coloro che prevedibilmente potranno esserci ostili.
«Divise le Potenze nelle tre esposte categorie, passiamo in rapida rassegna quali possono assegnarsi all’una o all’altra di esse.
«Nella prima si è oggi portati ad ascrivere la Francia; l’acquisito consenso di tale Potenza dovrebbe facilitare l’adesione inglese.
«Discende da quanto sopra che, in forza delle costellazioni politiche esistenti, potremmo attenderci una Piccola Intesa neutrale.
«L’avvenuto accordo generico, Italo-Francese, potrà avere per effetto immediato un riavvicinamento della Polonia al sistema francese.
«Quali sicuri amici potremo contare sull’Austria e sull’Ungheria. Circa gli Stati Uniti, la bontà delle nostre relazioni, ci dà affidamento che essi non interverranno con spirito ostile.
«Nella seconda categoria possiamo includere la Russia, i Paesi della Intesa Balcanica, la Bulgaria, l’Olanda, la Svezia, la Norvegia, la Danimarca, la Finlandia, la Svizzera cui occorre prevedere l’aggiunta di alcuni stati dell’America Latina.
«Nella terza ed ultima categoria sembra doversi includere la Germania ed il Giappone: la prima, perché attualmente in campo politico opposto; il secondo, perché ha già disteso una rete di interessi in Etiopia e perché, avendo problemi proprî da regolare, tenterà il ricatto politico-economico, onde conseguire il nostro nulla osta per le sue finalità in Estremo Oriente (riconoscimento del Manciukuò – problema navale).
«Nei riguardi della Germania si deve osservare che, attualmente, essa si trova quasi isolata; se aderirà, a riconoscere l’integrità austriaca, ed al Patto Orientale, anche nei riguardi di tale Potenza, il momento sembra propizio.
«Con la scorta della statistica che precede risulta piú facile valutare l’importanza di quanto possa scaturire da Ginevra.
«Pure escludendo che altri Stati prendano attitudine a noi contraria, fino all’estrema conseguenza di una ostilità armata, rimane sempre nell’orbita della S.d.N. la applicazione delle sanzioni previste dagli articoli del Patto.
«Tali sanzioni potrebbero assumere forme ed aspetti diversi.
«Si ritiene di poter quasi escludere la misura, che avrebbe gravissime conseguenze, della chiusura del Canale di Suez, relativamente al passaggio delle nostre forze militari...
«Comunque, visto che tale passaggio è praticamente in mano degli Inglesi, ne scaturisce un ulteriore motivo per la convenienza di una intesa preventiva con l’Inghilterra nei riguardi delle operazioni allo studio.
«Fra le risoluzioni che potrebbero essere adottate a Ginevra va considerato l’embargo, non solo sulle armi (ciò che sarebbe per noi un vantaggio, dato che l’Abissinia è tributaria dell’estero) ma esteso anche alle materie prime, indispensabili per condurre la guerra.
«Da ciò la necessità di accantonare quantitativi rilevanti per far fronte ad ogni eventualità.
«Malgrado tale precauzione, si ritiene che il metodo piú salutare sia quello di evitare di essere presi nell’ingranaggio ginevrino; scaturisce, come si vede, nuovamente, la necessità di avere consenzienti in modo esplicito Francia ed Inghilterra...
«Vediamo ora quali sono gli ostacoli di carattere politico che potrebbero impacciare la nostra azione, come conseguenza dei trattati esistenti.
«Il trattato tripartito del 13 dicembre 1906, associa Italia, Francia ed Inghilterra, nei riguardi dei loro interessi, di fronteall’Etiopia.
«L’azione allo studio potrà svolgersi tanto piú liberamente, quanto maggiore sarà il disinteresse degli altri contraenti.
«I recenti accordi conclusi a Roma, sembrano dover togliere ogni preoccupazione circa l’attitudine francese, sul territorio in questione.
«Nei riguardi dell’Inghilterra recenti informazioni hanno segnalato qualche movimento di truppa lungo la frontiera etiopico-sudanese.
«Gli accordi in vigore (Trattato tripartito di Londra del 1906 e Note scambiatesi a Roma nel dicembre 1925 fra S. E. il Capo del Governo e l’Ambasciatore Britannico) contemplano diritti idraulici per l’Egitto e il Sudan, nel sistema del Lago Tana, che interessa le sorgenti del Nilo bianco e del Nilo azzurro. Inoltre, in detto scambio di Note relative al Lago Tana, è stato riconosciuto il diritto all’Inghilterra di costruire e mantenere una strada automobilistica, per il passaggio di merci e personale dalla frontiera del Sudan allo sbarramento del Lago.
«Da ciò si deduce che sono in gioco interessi inglesi di notevole portata e, ad evitare che il Governo Britannico pensi a prendere l’iniziativa di salvaguardare i suoi diritti, durante il corso della no. tra azione, facendo penetrare sue truppe, anche in numero limitato, nel territorio Etiopico, appare necessario far precedere all’azione una intesa che eviti la possibilità che si profilino incidenti dai quali potrebbero derivare situazioni difficili con conseguenze dannose ai nostri fini.
«L’ingresso in Etiopia di truppe inglesi potrebbe anche influire, in modo dannoso per noi, sopra le tribú simpatizzanti.
«Lo spirito conservatore della diplomazia inglese può essere modificato attraverso trattative circa eventuali compensi in altri settori (fusione del Kenia-Uganda-Tanganika, fino ad oggi osteggiata dall’Italia).
«Sembrerebbe opportuno concludere che, dagli accordi esistenti, dovrebbero derivare, per gli altri Paesi, dei benefici di ordine economico, ma non dei benefici di ordine politico territoriale.
«La necessità di chiarire preventivamente tale punto, sembra evidente.
«La nostra vittoria sarebbe mutilata se, dopo un grave sacrifizio di uomini e di mezzi, dovessimo spartire con altri Stati il territorio conquistato». ↩
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Cfr. A. C. Jemolo, Anni di prova cit., p. 152. ↩
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Per un esame di questi meccanismi psicologici cfr. J. Kornis, L’homme d’Etat. Analyse de l’esprit politique, Paris 1938. Quest’opera è da vedere anche sotto un altro profilo: esplicitamente e indirettamente essa è infatti una testimonianza preziosa per valutare a) la grande misura del prestigio personale raggiunto da Mussolini come uomo di Stato subito dopo la guerra d’Etiopia; b) l’importanza che ai fini della ricostruzione della sua personalità di statista ebbero i Colloqui di Ludwig; c) la diversa valutazione che ancora a quest’epoca veniva data di Mussolini e di Hitler, a tutto vantaggio del primo. ↩
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E. Ludwig, Colloqui con Mussolini cit., pp. 180 sgg. ↩
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Per un quadro generale di queste vicende è da vedere soprattutto il già citato G. W. Baer, La guerra italo-etiopica. Per il punto di vista fascista sono pure da tenere presenti: A. Lessona, Verso l’Impero cit., e L. Villari, Storia diplomatica del conflitto italo-etiopico, Bologna 1943. Per gli aspetti piú propriamente societari cfr. anche: F. P. Walters, A History of the League of Nations cit., pp. 623 sgg.; A. Cohen, La Société des Nations devant le conflit Italo-Ethiopien, Genève-Paris 1960; J. Barros, Betrayal from within. Joseph Avenol, Secretary-general of the League of Nations (1933-1940), New Haven - London 1969, pp. 53 sgg. ↩
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Asae, Fondo Lancellotti, «Etiopia», sottof. «Appunti per il Duce: Suvich». ↩
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Al di fuori del problema etiopico ma in chiara funzione di esso, i rapporti tra Roma e Parigi dopo la visita di Laval furono caratterizzati dalla manifesta volontà di Mussolini di giungere ad una détente dei rapporti con la Jugoslavia e di secondare gli sforzi francesi per realizzare il tanto sospirato patto danubiano. Per quel che riguarda la Jugoslavia le istruzioni impartite da Mussolini il 26 febbraio ’35 al nuovo ministro a Belgrado, Viola (e da questi riassunte in un appunto per Suvich), non lasciano dubbi:
«La sua missione in Jugoslavia dovrà avere anzitutto lo scopo di produrre una “détente” nei rapporti italo-jugoslavi.
«Bisogna creare un’atmosfera favorevole per un patto di amicizia e di “non aggressione”.
«Ella potrà assicurare intanto che noi non diamo ulteriormente ricetto a infiltrazioni di fuorusciti croati, salvo per quanto possa consentirlo un principio generico di ospitalità e un senso di umanità. Quanto ai fuorusciti che trovansi concentrati alle Lipari si troverà il mezzo per liquidarli, in parte assorbendoli, e in parte dando loro il mezzo di emigrare altrove.
«Quanto alla stampa ho disposto che si astenga da riprodurre notizie sfavorevoli alla Jugoslavia e che riproduca solamente le notizie che non possano dare luogo a risentimenti. Esigo però che la stampa jugoslava da parte sua faccia altrettanto e soprattutto, al presente, si astenga da commenti sfavorevoli sulla nostra azione in Abissinia.
«La sua azione di carattere immediato si concreterà nel raggiungimento delle premesse necessarie alla conclusione del patto di amicizia di cui le ho detto.
«Come azione mediata si potrà ulteriormente pensare a un accordo anche con carattere di alleanza militare.
«Ella sorveglierà attentamente i rapporti tedesco-jugoslavi e darà opera a impedire una intesa tedesco-jugoslava. La Jugoslavia deve rendersi conto della portata che ha per essa, assai piú che per noi, il pericolo tedesco. Naturalmente Ella si adopererà a impedire l’adesione jugoslava all’Anschluss; ma se l’unione dell’Austria alla Germania dovesse fatalmente avvenire, sia per movimento spontaneo, sia in seguito a una azione violenta, la Jugoslavia deve essere persuasa della sua convenienza di essere unita a noi per fronteggiare e ostacolare la marcia tedesca.
«Quanto all’Ungheria, noi non intendiamo abbandonarla ma essa non può fare indefinitamente una politica a molte faccie; e nel giorno in cui sia avvenuto un accordo tra noi e la Jugoslavia essa dovrà comprendere la sua convenienza di accordarsi con Belgrado. Questo ravvicinamento non potrà però avvenire simultaneamente con l’avvicinamento italo-jugoslavo, né dovrà avvenire direttamente tra Belgrado e Budapest; ma dovrà avvenire attraverso di noi e come conseguenza dell’avvenuto accordo italo-jugoslavo. Avere dunque di mira il trinomio: Vienna, Budapest, Belgrado e nella peggiore ipotesi il binomio: Budapest, Belgrado.
«S. E. il Capo del Governo, avendomi invitato a dire se desideravo rivolgergli alcuna domanda di schiarimento, Gli ho chiesto se avessi potuto eventualmente tener presenti come tuttora validi e attuali i punti che avevano formato oggetto delle conversazioni svoltesi nell’autunno 1933 tra il signor Avakumovic e il signor Cosmelli, in vista di un riavvicinamento.
«Questi punti sono i seguenti:
- 1) accordo della durata da dieci a quindici anni, estensibile fino a vera e propria alleanza militare;
- 2) accordo per impedire la restaurazione Asburgica;
- 3) accordo per impedire in ogni caso l’Anschluss;
- 4) accordo per l’Albania con riconoscimento della prevalenza economica italiana in relazione ai sacrifici fatti e ai diritti acquisiti;
- 5) accordi culturali in genere con speciale riguardo alla cultura e alla tradizione italiana in Dalmazia;
- 6) accordo economico-commerciale;
- 7) consorzio portuale per una collaborazione nell’attività del porto di Fiume-Sussak.
«S. E. il Capo del Governo ha dichiarato che questi vari punti possono tuttora essere tenuti presenti». Asae, Carte Lancellotti, Libro verde Jugoslavia, cassetta 1.
Quanto al patto danubiano, un telegramma a Suvich, da Riccione, del 23 luglio ’35 attesta che il «duce» lo considerava a questa data «soddisfacente» ed era pronto ad accettarlo (con qualche modifica). ACS, B. Mussolini, Autografi, Telegrammi, b. 5, fasc. 13 (1935). ↩
-
Carte Roosevelt, PSF, Italy: B. Long 1933-36, 15 febbraio 1935. ↩
-
Cfr. G. W. Baer, La guerra italo-etiopica cit., p. 176. ↩
-
Che la politica di Mussolini verso l’Etiopia potesse essere in tutto o in buona parte un bluff fu sostenuto per vari mesi da molti, persino da alcuni antifascisti italiani. Cfr. G. Salvemini, Scritti sul fascismo, II, Milano 1966, pp. 555 sgg. (articolo in data 21 giugno 1935). ↩
-
Cfr. R. Guariglia, Ricordi cit., p. 235. ↩
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Mussolini, XXVII, pp. 72 sgg. ↩
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Ibid., pp. 78 sgg. ↩
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Cfr. P. Brundu Olla, Le origini diplomatiche dell’accordo navale anglo-tedesco del giugno 1935, Milano 1974; e piú in generale W. N. Medlicott, Britain and Germany: The search for agreement (1930-1937), London 1969. ↩
-
Cfr. G. W. Baer, La guerra italo-etiopica cit., pp. 66 sg. ↩
-
Il rapporto Maffey aveva ovviamente un carattere segreto; esso cadde però in mano al SIM e Mussolini lo fece divulgare nella seconda metà del febbraio ’36 per mettere in difficoltà l’Inghilterra. In Italia fu pubblicato dal «Giornale d’Italia» del 20 febbraio ’36. I passi piú importanti sono riprodotti anche da A. Lessona, Verso l’Impero cit., pp. 92 sgg. ↩
-
Cfr. G. W. Baer, La guerra italo-etiopica cit., pp. 233 sg., 337 sgg. e 464 sg.; A. J. P. Taylor, Storia dell’Inghilterra contemporanea cit., pp. 463 sgg.; T. Pilesi, Profilo storico-politico dell’Africa, Roma 1973, pp. 215 sgg. ↩
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Cfr. Mussolini, XXVI, pp. 127 sg. Mussolini rivolse un altro indirizzo di saluto agli studenti asiatici anche in occasione del loro secondo congresso, tenutosi pure esso a Roma alla fine del ’34. Cfr. «Jeune Asie», gennaio-marzo 1935, pp. 21 sg. ↩
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Il convegno si tenne a Roma dal 21 al 28 dicembre ’33 e vi parteciparono i rappresentanti degli studenti asiatici che frequentavano università e istituti superiori in Europa (circa 600, di cui un buon numero, oltre 150, in Italia). I giovani (in prevalenza cinesi, indiani e arabi) erano organizzati nella Confederazione degli studenti orientali, il cui organo «Jeune Asie» si pubblicò a Roma dal marzo ’34 al marzo ’35. La rivista pubblicava articoli in chiave politico-culturale, improntati alla rivendicazione dell’indipendenza nazionale. Nel complesso il tono prevalente era nonostante ciò pacifista e non ostile alla Società delle Nazioni. In ciò si deve probabilmente trovare la spiegazione della crisi dei rapporti tra la Confederazione e il fascismo con la guerra d’Etiopia e la conseguente cessazione delle pubblicazioni a Roma del suo organo. Gli atti dei due congressi e i principali documenti dell’attività della Confederazione si possono vedere, per questo periodo, in «Jeune Asie». È da notare che la diffusione di questa rivista in Siria fu proibita nel ’34 dall’alto commissario francese a Damasco (cfr. «Oriente moderno», 1934, pp. 199 sg., 223 sg. e 377). ↩
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Cfr. Mussolini, XXVI, pp. 153 sgg. Come indica il suo titolo, Estremo Oriente, l’articolo si occupava soprattutto di questa zona dell’Asia e in particolare della Cina e del Giappone. Per un suo primo inquadramento cfr. M. R. Godley, Fascismo e nazionalismo cinese: 1931-1938 cit. ↩
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Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo cit., pp. 163 sgg.; D. Carpi, L’attività politica di Chaim Weizmann in Italia durante gli anni 1923-1934 (in ebraico), in «Zionism», II, pp. 169 sgg.; G. Cohen, Mussolini e la politica italiana in Palestina: 1933-35 (Un capitolo della storia della idea di partizione) (in ebraico), ivi, II, pp. 346 sgg.; S. I. Minerbi, Gli ultimi incontri Weizmann-Mussolini (1933-34), in «Storia contemporanea», luglio-settembre 1974, pp. 431 sgg. ↩
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I contatti tra il fascismo e il nazionalismo arabo assunsero sempre maggiore importanza ed estensione col ’33. In genere a ricercarli furono all’inizio soprattutto gli arabi e in particolare gli esponenti piú attivi ed intransigenti del movimento panislamico. Tipico esempio di questa azione può considerarsi quanto dalla delegazione italiana a Ginevra veniva riferito a Roma il 1º maggio ’33 a proposito delle avances fatte con B. Lanza d’Ajeta da Abdon bey Keutchecajan, segretario particolare di Abbas-Hilmi, ex kedivé d’Egitto:
«È venuto infatti a parlare del movimento panislamico. A tale proposito mi ha fatto un quadro generale del movimento tutto indirizzato a minare in Africa ed in Asia gli imperialismi francese ed inglese. I maomettani troverebbero, secondo lui, ovunque e specialmente nel vicino Oriente, l’appoggio piú completo dell’URSS, che, capita l’importanza del movimento, lo valorizzerebbe per i suoi fini.
«A questo punto Abdon bey, ricordandomi che mi parlava in via del tutto amichevole, mi ha chiesto come mai l’Italia non si servisse di questo movimento per penetrare anch’essa nella vita politica dell’Oriente specie nelle regioni dove storicamente era piú facile un’affermazione dell’influenza italiana (Arabia, Siria, Palestina, Tunisia, Marocco).
«Vivendo al seguito di S. A. Abbas-Hilmi, persona secondo lui tuttora influentissima nel mondo islamico e che ha rilevantissimi interessi economici e politici in Siria, nell’Irak, in Palestina e nel Regno arabo saudiano, Abdon bey avrebbe avuto occasione varie volte di osservare come sarebbe facile per l’Italia di cattivarsi le simpatie dei mussulmani e come i vitali interessi della politica italiana potrebbero spesso coincidere colle finalità del movimento panislamico.
«A questo proposito egli mi ha accennato di avere avuto ultimamente una conversazione con Tabatabai, segretario generale del Congresso panislamico, che avrebbe espresso la medesima opinione sulla possibilità della politica italiana nel mondo islamico. (A conferma vedi rapporto del dott. Enderle).
«Volendo però valorizzare le latenti simpatie delle nuove generazioni mussulmane nel vicino Oriente, la politica italiana avrebbe dovuto, secondo Abdon bey, mutare radicalmente sistema ed organizzazione.
«A tale proposito si permetteva di attirare l’attenzione di S. E. Aloisi sui seguenti punti:
«1) Modificare completamente i nostri quadri diplomatici nel vicino Oriente, inviando in questi paesi persone capaci di comprendere la mentalità mussulmana... 2) Appoggiare la politica italiana su Capi che abbiano una reale forza politica. (A questo proposito ha accennato alla inutilità di una politica fondata su esponenti di scarso valore politico ed ha invece parlato come degli unici rappresentanti di reali forze politiche nel mondo mussulmano di Ibn-Saud e di Abbas-Hilmi). Ha inoltre fatto rilevare l’importanza eccezionale della Mecca come centro di irradiazione delle direttive politiche del movimento panislamico. 3) Si è lamentato che in Italia non si desse la dovuta importanza alla nomina del futuro Califfo. 4) Come una delle possibilità attuali e concrete della Italia per conquistare una popolarità nel mondo mussulmano, il mio interlocutore mi ha indicato la possibilità che il Patriarca di Gerusalemme, opportunamente influenzato dall’Italia, elevi una solenne protesta contro l’invadenza ebraica in Palestina che praticamente si risolve in una vera e propria espropriazione terriera di arabi e contemporaneamente in una affermazione anticristiana...
«Conclusione – Dall’insieme della conversazione ho avuto l’impressione che l’ex Kedivé, per bocca di Abdon bey Keutchecajan abbia voluto far sapere a S. E. Aloisi le sue aspirazioni al califfato e alla direzione di un movimento mussulmano anti-francese e anti-britannico nell’orbita della politica italiana». ASAE, Segreteria Generale, 368.
I risultati piú significativi conseguiti con i nazionalisti arabi in questo periodo furono quelli con il gruppo che faceva capo all’emiro Schekib Arslan, uno dei maggiori esponenti del movimento pan arabo. Di origine siriana (condannato a morte in contumacia dai francesi), l’Arslan pare si fosse incontrato con Mussolini nel ’22 e che da questo incontro il «duce» avesse preso ispirazione per l’articolo Italia e Oriente. Libertà alla Siria, pubblicato nel «Popolo d’Italia» del 16 giugno 1922 (cfr. «Rivista della stampa araba», 21 agosto e 26 settembre 1936). Tra la fine degli anni venti e l’inizio degli anni trenta egli aveva però condotto una violenta campagna politico-giornalistica contro l’Italia denunciando ripetutamente le atrocità commesse dalle truppe del gen. Graziani nel corso delle operazioni di repressione del movimento arabo in Cirenaica (a proposito delle quali cfr. G. Rochat, La repressione della resistenza araba in Cirenaica nel 1930-31, nei documenti dell’Archivio Graziani, in «Il movimento di liberazione in Italia», gennaio-marzo 1973, pp. 3 sgg.) e la politica italiana in Libia. Successivamente il suo atteggiamento era però parzialmente mutato. Il 13 e 15 febbraio ’34 era stato ricevuto da Mussolini (con cui sarebbe rimasto in rapporti sino al 1943) e sia sulla stampa araba sia sulla rivista «La Nation arabe» che pubblicava con Ihsan bey el-Giabiri a Ginevra (come organo della delegazione siro-palestinese presso la Società delle Nazioni) aveva assunto una posizione piú possibilista verso la politica italiana, tanto in Libia (affermando che era piú umana di quelle inglese e francese e, successivamente vantandosi di essere stato lui ad ottenere da Mussolini tutta una serie di atti di clemenza e di miglioramenti per i libici) quanto in generale. Successivamente, delineatasi la crisi etiopica e iniziate le ostilità, sostenne che gli arabi non dovessero parteggiare per l’Etiopia (che trattava i musulmani peggio dell’Italia) e tanto meno per l’Inghilterra (che opprimeva gli arabi e sfruttava il conflitto etiopico per perpetuare l’occupazione dell’Egitto, della Palestina, della Transgiordania e del Sud dello Yemen): gli arabi non potevano approvare la conquista italiana, ma – ciò nonostante – era loro interesse mantenersi neutrali, sia perché Mussolini aveva nelle sue mani «importanti interessi musulmani», sia perché «il troppo eccitarsi per l’Abissinia implica l’approvazione della politica britannica» e perché gli inglesi sfruttavano «questa situazione, per la loro politica e la prendono come una prova per dimostrare che la nazione araba segue solo e sempre l’Inghilterra e che, quindi, le accuse, mosse dagli arabi agli inglesi per aver dato la Palestina agli ebrei, non hanno piú nessun effetto» (cfr. «Rivista della stampa araba», 12 dicembre 1935). Questa posizione dell’Arslan, pur rimanendo minoritaria e suscitandogli contro violentissime accuse di essere al soldo dell’Italia (il «Doar Hayom» di Gerusalemme, il 20 gennaio ’36, arrivò a scrivere che, per le sue benemerenze stava per essere nominato re della Tripolitania), trovò in non pochi ambienti arabi vasti consensi (tra i quali quelli del Mufti di Gerusalemme e di re Ibn Saud) che preoccuparono molto gli inglesi. Questi consensi aumentarono nel corso del ’36 via via che sembrò che gli inglesi fossero costretti a una politica meno dura in Palestina e in Egitto. Significativo è un articolo del «Ghihad» di Aleppo del 10 aprile ’36 in cui si affermava che «se l’Italia dovesse uscire sconfitta dalla guerra d’Abissinia, le potenze mandatarie ne approfitterebbero per ritirare tutte le concessioni già fatte» sotto la minaccia della situazione determinata dal conflitto; e che avevano avuto ragione coloro che, come Arslan, avevano negato che la campagna anti italiana inscenata da buona parte delle organizzazioni arabe servisse al nazionalismo arabo e avevano sostenuto che, al contrario, essa serviva solo agli inglesi e che il vero interesse degli arabi sarebbe stato di approfittare dell’occasione per scuotere il giogo europeo. ↩
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Asae, Fondo Lancellotti, 156. ↩
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Cfr. A. J. P. Taylor, Storia dell’Inghilterra contemporanea cit., p. 468. ↩
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Cfr. Viscount Templewood [S. Hoare], Nine Troubled Years, London 1954, p. 168. ↩
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Cfr. G. W. Baer, La guerra italo-etiopica cit., pp. 129 sgg. ↩
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Cfr. J. Barros, Betrayal from within cit., pp. 67 sg. ↩
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Cfr. o. R., Parliamentary Debates – House of Commons, 22 ottobre 1935, c. 26. ↩
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In questo senso tutti gli storici del periodo, dai piú impegnati, come Churchill, ai piú distaccati, come il Baer e il Barros, sono concordi. ↩
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Per l’atteggiamento sostanzialmente scettico di Mussolini verso il convegno di Stresa cfr. Mussolini, XXVII, pp. 51 sg. e 53 sg. Si tratta di due brevi pezzi anonimi apparsi su «Il popolo d’Italia» del 2 e dell’11 aprile nei quali si insisteva sulla tesi che l’incontro non sarebbe potuto andare piú in là di una generica riconferma dell’identità di vedute delle tre potenze occidentali. Impossibile sarebbe stato invece stabilire una vera linea di azione comune e mettere «un punto fermo nel mare agitato della politica europea». E ciò per le preoccupazioni di politica interna francesi ed inglesi e per il fatto che solo l’Italia aveva saputo rinunciare «alle perniciose utopie del disarmo». In questa situazione era assurdo cullare speranze miracolistiche e l’unica cosa per l’Italia era contare sulla propria forza militare. ↩
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Cfr. G. W. Baer, La guerra italo-etiopica cit., pp. 199 sgg.; P. Aloisi, Journal cit., pp. 271 sgg.; R. Guariglia, Ricordi cit., pp. 236 sgg. ↩
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Per queste prese di posizione cfr. Mussolini, XXVII, pp. 84 sg. (8 giugno), 86 sg. (10 giugno), 102 sgg. (6 luglio), 110 sg. (31 luglio), 114 sg. (18 agosto), 118 sg. (31 agosto), 119 sgg. (31 agosto), 123 sg. (8 settembre). Il tono e la sostanza di queste prese di posizione oratorie e giornalistiche vanno confrontati con quelli delle numerose interviste che in questo periodo concesse alla stampa estera. Di esse nell’Opera omnia ne sono riprodotte solo tre, una a H. De Kerillis, dell’«Echo de Paris», una a L. Gerville-Réache, del «Matin» e una a J. Munro, del «Morning Post», che furono riprodotte anche dalla stampa italiana, rispettivamente il 23 luglio, il 18 e il 19 settembre (cfr. Mussolini, XXVII, pp. 106 sgg., 136 sgg. e 139 sgg.). Per un quadro piú esauriente e per un confronto del tono usato a seconda della nazionalità dei giornali, si vedano anche quelle a A. O’Hare McCormick («New York Times», 24 maggio), H. de Manfreid («Le jour», 31 maggio), F. Taylor («New York Herald Tribune», 11 luglio), H. Pemberton («Daily Express», 20 luglio), B. Meloney («New York Herald Tribune», 20 luglio), P. Benoit («New York American», 31 luglio), S. Berkson («Washington Herald», 5 agosto), E. L. Keen («News Chronicle», 24 agosto), W. Price («Daily Mail», 26 agosto), R. Recouly («Gringoire», 13 settembre), A. Mallet («Petit journal», 29 settembre). Alcune di queste interviste ebbero vasta eco e furono riprodotte da piú giornali. ↩
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Durante gli incontri ginevrini della seconda metà di maggio e del giugno avuti – insieme a Theodoli – con Avenol, Aloisi si convinse che – se con l’appoggio anglo-francese, l’arbitrato per Ual-Ual fosse stato favorevole all’Italia – la soluzione della questione etiopica sarebbe potuta essere raggiunta ottenendo dalla Società delle Nazioni l’espulsione dell’Etiopia (eventualità, come si è vista, già presa in considerazione ma anche scartata come inattuale da Suvich nel suo appunto-programma) per indegnità e mancanza dei requisiti necessari a farne parte (schiavitú, incapacità a reggersi come stato indipendente, ecc.) e, quindi, la sua tutela a nome della stessa Società delle Nazioni. Sulla base di questa convinzione, verso i primi di luglio, Suvich redasse il seguente «progetto d’azione»: «L’arbitrato per Ual-Ual dà ragione a noi. Sfruttamento della sentenza favorevole che giustifica le denuncie fatte dall’Italia. Presentazione a Ginevra d’un esposto motivato sull’indegnità dell’Abissinia. Alla prima occasione dichiarazione da parte nostra che non intendiamo discutere a Ginevra su piede di parità con l’Abissinia. Eventuale inizio da parte della S.d.N. di una procedura contro l’Abissinia, sulla base della nostra denuncia, procedura di cui non dovremo prendere nota.
«Agli appelli che l’Abissinia continuerà a fare a Ginevra in base agli articoli 10, 11, 15 del Covenant, dovrà essere risposto in un primo tempo che è in corso la procedura di arbitrato, in un secondo tempo che è in corso la procedura di indegnità.
«Contemporaneamente
«Trattative con gli Inglesi e i Francesi sulle seguenti basi: a) l’Italia ha diritto di avere assicurata la sicurezza e lo sviluppo dei propri possessi nell’A. O. b) l’Abissinia ha dimostrato di non poter reggersi e progredire da sé e quindi ha bisogno di una tutela.
«Per quanto riguarda la lettera a) l’Italia ha bisogno di un’ampia rettifica di frontiera che le dia fra l’altro la comunicazione tra le sue due colonie;
– ha bisogno inoltre che l’Abissinia sia disarmata e che il disarmo sia mantenuto.
«Per quanto riguarda la lettera b) la zona periferica (in quanto ne rimanga dopo la rettifica delle frontiere) deve essere sottratta al diretto controllo dell’Abissinia, che l’ha sfruttata e spopolata, e affidata all’amministrazione di una delle Potenze confinanti;
– l’Abissinia propriamente detta deve essere sottoposta al controllo di uno degli Stati confinanti.
«L’Italia sarà il Paese incaricato di disarmare l’Abissinia e di controllare il mantenimento del disarmo;
– sarà inoltre incaricata del controllo generale sulla Abissinia stessa (compresa anche la rappresentanza all’Estero e alla Società delle Nazioni).
«All’Italia (ed eventualmente per qualche parte alla Gran Bretagna) sarà affidata l’amministrazione della zona periferica (residuante dopo le rettifiche di frontiera di cui piú sopra).
«Fra l’Italia e la Gran Bretagna si prenderanno accordi per la tutela degli interessi inglesi sulla base degli accordi esistenti.
«Gran Bretagna e Francia faranno pressioni sul Negus perché accetti la sistemazione di cui sopra.
«Se no l’Italia avrà mano libera, sempre per arrivare alla soluzione di cui sopra (sarà tenuto conto nel riconoscere i diritti agli inglesi dei maggiori sacrifici fatti dall’Italia).
«Se per ipotesi inconcessa il Negus accettasse una simile sistemazione troveremo sempre modo di provocare un incidente per giustificare una nostra azione militare che ci porti per lo meno nel Tigré.
«Se il Negus, com’è probabile, non accetterà, l’azione militare verrà da sé.
«Il Ministero degli Esteri, d’accordo con quello delle Colonie, dovrà preparare al piú presto: 1) l’esposto sui motivi di indegnità dell’Abissinia; 2) accordo con gli inglesi per assicurare i loro diritti: a) nel caso di soluzione pacifica; b) nel caso di soluzione con le armi» (ASAE, Fondo Lancellotti, «Etiopia», sottof. «Appunti per il duce: Suvich»). Per ulteriori elementi cfr. P. ALOISI, Journal cit., pp. 283 sgg.; R. GUARIGLIA, Ricordi cit., pp. 238 sgg., e J. BARROS, Betrayal from within cit., pp. 77 sgg. ↩
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Per le preoccupazioni della «carriera» e per i suoi sforzi per moderare Mussolini e trattenerlo da atti che avrebbero aggravato vieppiú la tensione (come la denunzia del trattato italo-etiopico del ’28) cfr. P. ALOISI, Journal cit., pp. 272 sgg., passim. Una eco collaterale delle preoccupazioni presenti nella «carriera» può essere considerata la sospensione delle pubblicazioni imposta a metà agosto ad «Affari Esteri», una rivista che rifletteva la posizione di alcuni gruppi piú aperti della «carriera» e di cui alcuni articoli erano stati segnalati all’estero proprio come indicativi di queste preoccupazioni. ↩
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Sulle speranze di Hitler in un riavvicinamento italo-tedesco e, piú in genere, sull’atteggiamento tedesco verso l’Italia cfr. quanto riferiva da Berlino l’11 aprile ’35 il maggiore Renzetti. Dei rapporti di Renzetti di questi mesi il piú importante è quello del 21 giugno, inviato subito dopo un colloquio con Hitler. Il colloquio era stato aperto da Hitler con un durissimo attacco all’ambasciatore Cerruti di cui il cancelliere chiese il richiamo, accusandolo di falsare le dichiarazioni che egli gli faceva, al punto «che se io dovessi ricevere il vostro attuale rappresentante, che in passato ho colmato di cortesie e verso il quale ho mostrato un’arrendevolezza che non ho avuto con altri, lo farei solo contornato dal ministro degli Esteri e almeno da un altro testimone». Dopo questo sfogo, il colloquio – secondo il resoconto fattone da Renzetti – proseguí in questi termini:
«Io l’ho pregato, a questo punto, di non voler vedere i rapporti italo-tedeschi sotto tale punto di vista. Mi ha risposto che lui è piú che mai dolente che si sia giunti alla nota tensione. “Io non ho colpa dei fatti del 25 luglio – ha detto. – Appena avvenuti tali fatti (se il putsch fosse stato appoggiato dai tedeschi, esso avrebbe avuto successo e non si sarebbe svolto nella maniera nota), io ho dato degli ordini precisi ai nazi. Göring sarebbe venuto subito in Italia latore di una mia lettera per il Duce, nella quale avrei spiegato i fatti pregando di vederli quali essi erano in realtà: un’azione di disperati (io son ben dolente dell’uccisione di Dollfuss), conseguenza dei preparativi di Röhm”.
«“La violenta campagna di stampa condotta contro di me e contro la Germania mi ha stupito e addolorato – (non cito qui le numerose mie interruzioni per spiegare le ragioni del nostro contegno) – perché io non ho affatto pensato ad annettermi l’Austria, ad inviare divisioni – e lo avrei potuto fare agevolmente – colà. Perché io allora piú che mai ero persuaso che la Germania e l’Italia, legate da problemi comuni, da situazioni quasi identiche, da regimi consimili, avrebbero dovuto procedere insieme. La politica fatta è quella desiderata dai francesi e dagli inglesi, dalle nazioni insomma che hanno da perdere”.
«Ho detto che una politica di collaborazione italo-tedesca avrebbe potuto ancora iniziarsi a malgrado del passato ed ho ripetuto gli argomenti esposti due giorni fa a Göring. L’Austria ci divide: due grandi uomini possono risolvere tale quistione con una parola leale. Non deve essere la presenza di un rappresentante sgradito ad impedirlo. Hitler mi ha risposto che egli è pronto a rivedere la questione. Non ho ritenuto né opportuno né necessario insistere in particolari a malgrado che egli sia stato verso di me cordiale, dirò anzi affettuoso come in passato. Io gli ho spiegato, per rispondere ad una sua osservazione fatta due o tre volte nel corso del colloquio, che nessuno in Italia lo ritiene per “dumm” (stupido), gli ho fatto presente che la Germania in Italia è stimata e rispettata. Ho insomma, affermando calorosamente quanto dicevo, voluto sgombrare il terreno da ogni preconcetto, da ogni risentimento. Ho detto anche che io ero tornato dall’Italia prima ancora che si iniziasse la campagna contro l’Inghilterra e che del resto si è sempre pensato giusto nei riguardi di Hitler. “In Italia, come altrove, si è dubitato degli ‘Unterführer’ non di Voi – ho aggiunto. – Ora si sa che la situazione si è qui sensibilmente migliorata nel senso che la Autorità legale ha preso definitivamente il sopravvento: che la Vostra parola ha valore reale e decisivo e non può venire infirmata da alcuno”. “L’Italia – ho aggiunto – non vuole andare in Austria né vuole esercitarvi influenze politiche. Desidera come Voi che l’Austria rimanga uno Stato indipendente, a fondo tedesco, fra i nostri due Paesi: desidera che colà dei mestatori non provochino rivoluzioni”.
«Hitler ha dichiarato, sempre nel corso del colloquio, che non gli si può domandare di sconfessare coloro che si sentono attaccati al nazionalsocialismo. “Si lasci che anche i nazi – se l’Austria lo vorrà – partecipino al potere – ha detto – il loro numero non importa”. “Del resto – ha soggiunto – io non penso affatto ad annessioni. La Germania non ha i mezzi per mantenere l’Austria. Noi abbiamo, come Voi Italiani, del resto, altri scopi: quelli di cercare sbocchi per la popolazione crescente e per il rifornimento di materie prime. Non sperate di trovare eccessivi appoggi da parte della Francia e dell’Inghilterra che vorrebbero inchiodarvi al Brennero”. Gli ho fatto notare che il Duce si era opportunamente liberato dalla parte del guardiano: che l’Inghilterra non avrebbe potuto piú opporsi alla nostra azione in Abissinia (sull’Inghilterra gli ho ripetuto del resto quanto ho detto a Göring): ho anche prospettate le varie considerazioni su un blocco europeo e via di seguito. Hitler mi ha detto infine: “Io non sono pazzo o stupido come qualcuno mi ritiene. Lavoro per eliminare la disoccupazione che spero far discendere prossimamente a un milione e mezzo, cifra questa molto inferiore di quella inglese: non mi porrò in un’avventura per annettere l’Austria. Ho interesse che una guerra in Europa non avvenga. Sono veramente dolente che non mi si comprenda”. “Noi possiamo addivenire ad una comprensione, però occorre che il Vostro rappresentante non vi entri”.
«Ho risposto che se a questa comprensione si dovesse giungere, sarebbero necessari incontri fra uomini politici, e del tempo. Io, quale privato, ho cercato di sgombrare il terreno da equivoci e malintesi». ACS, Min. Cultura popolare, b. 165, fasc. 20. ↩
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Cfr. P. Aloisi, Journal cit., p. 269. ↩
-
Cfr. G. W. Baer, La guerra italo-etiopica cit., pp. 211 sgg., 358, 419 sg.; nonché M. Funke, Sanzioni e cannoni cit., pp. 37 sgg. ↩
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Cfr. DGFP, s. C, IV, pp. 974 sgg. ↩
-
Cfr. per tutti P. Pastorelli, La storiografia italiana del dopoguerra sulla politica estera fascista cit., p. 609. Sostanzialmente piú cauto M. Toscano, Storia dei trattati e politica internazionale, I, Torino 1963, pp. 236 sg. che rileva come von Neurath reagí negativamente alla dichiarazione di Mussolini, vedendo in essa «un diversivo nei confronti delle potenze occidentali e un tentativo di limitare la libertà d’azione del governo tedesco nei riguardi della politica interna austriaca». ↩
-
Per questa politica, volta a creare difficoltà all’Italia, a contribuire al peggioramento dei suoi rapporti con Londra e Parigi e ad impantanarla in una defatigante guerra in Africa allo scopo di indurla ad avvicinarsi alla Germania cfr. M. Funke, Sanzioni e cannoni cit., pp. 43 sgg. ↩
-
E. Niekisch, Gewagtes Leben (Begegungen und Begebnisse), Köln-Berlin 1958, p. 264. ↩
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Per i verbali dei due colloqui cfr. M. Toscano, Eden a Roma alla vigilia del conflitto italo-etiopico, in ID., Pagine di storia diplomatica contemporanea, II, Milano 1963, pp. 133 sgg.; e A. Eden, Memorie. Di fronte ai dittatori (1931-1938), Milano 1962, pp. 282 sgg. ↩
-
Cfr. P. Aloisi, Journal cit., pp. 282 e 283. ↩
-
Cfr. ibid., p. 283. ↩
-
Cfr. A. Eden, Memorie cit., pp. 281 sg. ↩
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Cfr. M. Toscano, Pagine di storia diplomatica contemporanea cit., II, pp. 152 sgg. ↩
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Quanto l’offerta inglese fosse inaccettabile è dimostrato dalla reazione che esse suscitarono in R. Guariglia (Ricordi cit., pp. 245 sg.): «Mussolini seppe conservare tutta la sua calma di fronte a questa manifestazione inglese dove non si poteva piú dire se predominasse l’ottusità, l’improntitudine o il disprezzo assoluto non tanto verso la politica italiana quanto verso il popolo italiano, fascista o non fascista che fosse, della cui intelligenza non si faceva da parte inglese il benché minimo conto. Mussolini invece fu veramente ammirevole per la sua pazienza, mentre io confesso che ebbi una violenta reazione, quando seppi la sera stessa come era andato il colloquio, e manifestai il mio parere con una nota critica delle proposte di Eden nella quale, pure basandomi su ovvi argomenti politici, non seppi celare l’indignazione di fronte ad un gesto che era in realtà quasi offensivo per l’Italia, pur ammettendo che tale non avrebbe voluto essere l’intenzione del governo britannico». ↩
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Cfr. M. Toscano, Pagine di storia diplomatica contemporanea cit., II, p. 151. ↩
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Sull’atteggiamento dell’opinione pubblica e della stampa inglesi cfr. R. Mori, Appunti sulla questione etiopica, Roma 1970 (corso litografato), pp. 75 sgg. ↩
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Cfr. G. W. Baer, La guerra italo-etiopica cit., pp. 269 sg. ↩
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Cfr. Mussolini, XXVII, pp. 110 sg. (31 luglio 1935, anonimo). ↩
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Cfr. R. Guariglia, Ricordi cit., pp. 249 sg.; P. Aloisi, Journal cit., pp. 290 sgg. ↩
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Nell’Archivio Vitetti è conservato il lungo rapporto sull’incontro con Vansittart che Grandi inviò a Roma il giorno stesso, assai interessante per valutare sia la reazione inglese sia lo scetticismo già a quest’epoca di Grandi per i risultati che avrebbero potuto avere altre proposte di soluzione. Nella parte finale del rapporto si legge: «Vansittart ha replicato dicendo che ove l’Inghilterra aderisse all’idea di un mandato o protettorato italiano sulla Abissinia, egli teme vi sarebbe a Ginevra la rivolta delle Piccole Potenze. Ho risposto dicendo che egli non conosce affatto Ginevra. L’appoggio dato dalle Piccole Potenze due anni or sono alla Grande Cina ha lasciato il tempo che ha trovato, e d’altra parte nessuna Piccola Potenza vorrà mai in alcun caso rischiare, difendendo l’Abissinia, di essere considerata al livello di quel paese di schiavisti e di selvaggi.
«Vansittart mi ha a questo punto domandato quali erano state le mie impressioni della mia conversazione con Hoare, e particolarmente sul punto relativo ad un possibile scambio di idee fra le Tre Potenze firmatarie dell’Accordo Tripartito, il che rappresenterebbe un ulteriore tentativo di esame della questione fuori di Ginevra. Ho risposto a Vansittart quello che avevo risposto a Hoare. È troppo tardi. La situazione è sostanzialmente diversa da quella che non fosse al mese di gennaio. La decisione del Duce è irrevocabile e l’ultima parola il Duce l’ha detta nel suo incontro con Eden. Il Duce, respingendo l’offerta di Zeila, ha posto a Eden delle alternative chiare, nette e precise, e il Governo inglese non ha che a riferirsi e a riflettere su quelle». ↩
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Cfr. per esse L. Villari, Storia diplomatica del conflitto italo-etiopico cit., pp. 184 sg.; P. Aloisi, Journal cit., p. 295. ↩
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Cfr. P. Aloisi, Journal cit., p. 297. ↩
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Cfr. G. W. Baer, La guerra italo-etiopica cit., p. 452. ↩
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Per le difficoltà militari inglesi significativa è la seguente lettera di D. Grandi da Londra del 15 agosto ’35 (in Archivio Vitetti): «Duce, Da persona che è assai vicina a Baldwin, e le cui informazioni datemi sinora sono state in genere corrispondenti a verità, mi è stato riferito stamane un particolare che desidero Tu conosca al piú presto.
«Durante l’ultima riunione del Gabinetto il Ministro Eden il quale insieme a Vansittart è diventato il centro dell’azione britannica contro di noi, e la cui mentalità di politicante meschino e fanatico non rifugge da alcuna possibile aberrazione ha espressamente insistito presso i suoi colleghi del Gabinetto perché si domandasse all’Ammiragliato di esaminare sin d’ora l’eventualità che la flotta britannica del Mediterraneo potesse essere chiamata ad agire contro l’Italia.
«L’Ammiragliato ha domandato qualche giorno per studiare la situazione, ed ha inviato quindi una risposta che il Gabinetto ha ricevuto il giorno prima della partenza di Eden e di Vansittart per Parigi. In questa risposta sarebbe detto chiaramente che l’Ammiragliato sconsiglia nel modo piú deciso il Gabinetto e il Foreign Office di portare la situazione al punto in cui potesse essere richiesto l’intervento della flotta britannica per operazioni di guerra contro l’Italia, e ciò perché lo stato di efficienza bellica delle unità navali britanniche nel Mediterraneo non è tale da garantire il successo di operazioni di guerra contro le unità della Marina Italiana e l’Armata Aerea dell’Italia. L’Ammiragliato avrebbe aggiunto che le posizioni di offesa e di difesa britanniche nel Mediterraneo non sono oggi, di fronte alla preparazione ed all’efficienza bellica dell’Italia, quali potevano essere considerate soltanto qualche tempo fa.
«Questa risposta dell’Ammiragliato avrebbe – sempre secondo il mio informatore – irritato assai Eden, alla cui iniziativa e personali istruzioni devonsi anche il perfido e ricattatorio articolo del “Times” di mercoledí scorso, ed in genere la ripresa dello starnazzamento della stampa di martedí, mercoledí e giovedí contro di noi, nonché del tono intimidatorio della medesima contro Laval.
«Con devozione fascista. Grandi». ↩
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In questa convinzione, del resto, Mussolini era già stato confermato dai colloqui di giugno con Eden. «Ho tratto l’impressione che la G. Bret. ci darà qualche fastidio, ma d’ordine puramente societario» aveva scritto a proposito di essi il 26 giugno a De Bono (cfr. G. Bianchi, Rivelazioni sul conflitto italo-etiopico cit., p. 172). ↩
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Cfr. L. Villari, Storia diplomatica del conflitto italo-etiopico cit., pp. 123 sg. ↩
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Cfr. G. W. Baer, La guerra italo-etiopica cit., pp. 344 sgg. ↩
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Mussolini, XXVII, p. 295. ↩
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La si veda in G. Bianchi, Rivelazioni sul conflitto italo-etiopico cit., pp. 183 sg. La lettera è assai importante anche per due altre affermazioni che seguono immediatamente quella citata: «Per quell’epoca tu avrai già in Eritrea le due Div. CC. NN. e un’altra sessantina di aeroplani. Le forze sono sufficienti per il primo scatto e per il raggiungimento degli obiettivi stabiliti. Sulla linea conquistata ti fermerai e ti sistemerai per organizzare le retrovie e attendere gli eventi sul piano internazionale. Nel caso di gravi complicazioni colla Gran Bretagna riceverai degli ordini, ma è chiaro sin da questo momento che dovresti metterti sulla difensiva».
In precedenza, il 26 giugno, Mussolini aveva scritto a De Bono «la marcia su Adua comincerà il 24 ottobre» (ibid., pp. 172 sg.); dato questo spostamento dei termini, De Bono il 2 settembre scrisse al «duce» che per il 10 settembre sarebbe stato possibile un «colpo di mano», ma non «la occupazione dell’intera posizione prefissata» e il 7 settembre gli telegrafò per comunicargli che non si sarebbe potuto muovere prima del 18-20 settembre. Questo termine fu accettato da Mussolini con due telegrammi, uno del 9 settembre (Mussolini, XXVII, p. 286) e uno, piú esplicito, del 13 settembre: «È mia convinzione derivante da un esame obiettivo della situazione internazionale e interna, che nostre operazioni devono cominciare entro la terza decade del mese e precisamente qualche giorno dopo la fine dell’Assemblea di Ginevra». Il carteggio Mussolini – De Bono dal 21 agosto al 17 settembre ’35 (assai importante anche sotto il profilo dell’approfondimento di quanto scritto dal Rochat) è in buona parte ancora inedito ed è conservato nel verbale della seduta del Consiglio dei Ministri del 18 settembre 1935 (in occasione della quale il «duce» lo comunicò agli altri ministri): ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Verbali. Nello stesso verbale è riprodotta anche la lettera di Badoglio a Mussolini del 17 settembre, dalla quale si evince che il maresciallo pensava che le operazioni sarebbero potute cominciare verso metà ottobre (cfr. G. Rochat, Militari e politici cit., p. 230). ↩
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Cfr. per l’atteggiamento delle Trade Unions e del Labour Party G. W. Baer, La guerra italo-etiopica cit., p. 403; nonché, piú in generale, R. Mori, Appunti sulla questione etiopica cit., pp. 99 sgg. ↩
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Cfr. G. W. Baer, La guerra italo-etiopica cit., p. 349. ↩
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Alla vigilia delle conversazioni parigine di metà agosto, sia l’ambasciatore Cerruti sia Aloisi assicurarono a Laval che l’Italia non aveva alcuna intenzione di venir meno alla sua politica di amicizia con la Francia. Queste assicurazioni furono confermate nel telegramma con il quale Mussolini (il 17 agosto) ordinò ad Aloisi di respingere l’offerta anglo-francese («Vogliate ringraziare Laval a nome mio per gli sforzi compiuti da lui e aggiungere che, malgrado il loro insuccesso, io non intendo modificare la linea di condotta sanzionata dai protocolli di gennaio, linea di amicizia franca e concreta con la Francia») e pochi giorni dopo in una lettera personale del «duce» (cfr. P. Aloisi, Journal cit., pp. 297 e 299) e indussero Laval a dire a Cerruti: «Dite a Mussolini che io sono deciso a fare tutto per l’Italia, che deve poter estendere il proprio dominio sui territori che le occorrono, ma che non si deve parlare di guerra e non si deve mettere a repentaglio l’esistenza della Società delle Nazioni». Cfr. MIN. AFFARI ESTERI, DIR. GEN. AFFARI GEN., UFFICIO V, Francia. Situazione politica 1935 cit., p. 19. ↩
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Sull’opinione pubblica francese cfr. R. Mori, Appunti sulla questione etiopica cit., pp. 117 sgg. e piú ampiamente F. D. Laurens, France and the Italo-Ethiopian Crisis 1935-1936, Hague-Paris 1967. Significativi per cogliere l’evoluzione di tale opinione pubblica sono in particolare gli articoli su «Le Figaro» di W. d’Ormensson. ↩
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Cfr. G. W. Baer, La guerra italo-etiopica cit., p. 423 e, piú in generale, pp. 420 sgg. ↩
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Cfr.ibid., pp. 476 sgg. ↩
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Cfr. ibid., pp. 396 sg., 401 sgg. e specialmente 447 sgg. ↩
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Cfr. ibid., pp. 426 sg. ↩
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Cfr. ibid., pp. 474 sgg.; L. Villari, Storia diplomatica del conflitto italo-etiopico cit., pp. 142 sgg. ↩
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Cfr. G. W. Baer, La guerra italo-etiopica cit., p. 467; Grandi a ministero Esteri, 2 novembre 1935, tel. n. 8073R, in Archivio Vitetti. ↩
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Cfr. G. W. Baer, La guerra italo-etiopica cit., pp. 463 sgg. ↩
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Cfr. L. Villari, Storia diplomatica del conflitto italo-etiopico cit., p. 141; V. Vailati, Badoglio risponde cit., pp. 257 sg.; e soprattutto M. Toscano, Problemi particolari della storia della seconda guerra mondiale, in ID., Pagine di storia diplomatica contemporanea cit., II, p. 82 e, piú in genere, pp. 81 sgg., nelle quali si insiste giustamente sulla importanza, oggettiva e psicologica, che per Mussolini ebbe il fatto di poter conoscere tempestivamente la documentazione segreta inglese che il SIM, assai efficiente, gli procurava, tra l’altro, in questo periodo, aprendo periodicamente la cassaforte dell’ambasciata britannica a Roma e fotografandone il contenuto. ↩
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R. Guariglia, Ricordi cit., pp. 269 sg. testimonia che l’ingresso nel Mediterraneo della Home Fleet suscitò anche a palazzo Chigi forti timori, tanto che alcuni e tra essi anche Aloisi si mostrarono favorevoli ad una accettazione, pur «con dei se e con dei ma», della proposta della commissione dei cinque. ↩
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Cfr. G. W. Baer, La guerra italo-etiopica cit., p. 471. ↩
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Cfr. R. Guariglia, Ricordi cit., p. 270. ↩
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ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Verbali, sub data. ↩
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Per un quadro d’insieme delle previsioni (a volte catastrofiche) circa le difficoltà che gli italiani avrebbero incontrato in Etiopia cfr. Errate previsioni della stampa internazionale sulla campagna italo-etiopica, Roma 1935; questo opuscolo è utile anche per farsi una idea di come la stampa francese, inglese, tedesca, svedese e statunitense seguí l’andamento delle operazioni militari. ↩
-
Per l’atteggiamento francese e per comprendere come esso fu valutato a palazzo Chigi sono particolarmente illuminanti Min. Affari Esteri, Dir. Gen. Affari Gen., Ufficio V, Francia. Situazione politica 1935 cit., passim, e specialmente pp. 22 e 25 sg.; nonché due appunti di Suvich per Mussolini, uno dell’11 ottobre e l’altro del 1º novembre ’35 concernenti l’atteggiamento di Laval (Asae, Fondo Lancellotti, «Etiopia», sottof. «Appunti per Duce: Suvich»). Il secondo (approvato da Mussolini) era cosí concepito:
«La tattica del signor Laval appare chiara: dare in questo momento alla Gran Bretagna le soddisfazioni chieste che consistono in una promessa di collaborazione per mare, per terra, per aria,
nel caso che la Gran Bretagna fosse attaccata dall’Italia. Queste assicurazioni hanno un valore puramente formale perché il signor Laval è persuaso che questo caso, mai si verificherà.
«Il signor Laval considera che queste assicurazioni, a cui l’Inghilterra tiene in modo particolarissimo, rispondono ad un doppio fine: 1) legare l’Inghilterra al sistema di pace continentale, il che domani servirà contro la Germania; 2) data soddisfazione alla Gran Bretagna sui punti sopradetti, sarà piú facile ottenere dalla stessa una maggiore comprensionè del punto di vista italiano.
«Sebbene il signor Laval in questa sua politica sia andato (per leggerezza e per faciloneria) troppo avanti, si dovrebbe tuttavia dargli ancora del credito». ↩
-
Cfr. Mussolini, XXVII, p. 116. ↩
-
Cfr. ibid., p. 153. ↩
-
Cfr. ibid.: per il periodo immediatamente precedente l’inizio delle ostilità, pp. 149 sg., 150 sgg. e 157 sg.; per quello immediatamente successivo, pp. 163 sgg., 165 sgg., 168 sg., 170 sg., 171 sgg., 173 sgg., 180 sg., 184 sg., 201 sg., 205 sg. ↩
-
Cfr. G. W. Baer, La guerra italo-etiopica cit., pp. 361 sg. ↩
-
Cfr. P. Aloisi, Journal cit., p. 310. ↩
-
Uno dei soliti appunti di Suvich (Asae, Fondo Lancellotti, «Etiopia», sottof. «Appunti per il Duce: Suvich») in data 19 settembre aveva cosí fissato i «Punti principali da affermare per poter prendere in considerazione le proposte di Ginevra»:
- «I. Cessione piú larga possibile della zona periferica in modo da escludere contatti con altri Paesi e sbocco al mare (se mai attraverso le nostre colonie quando avessimo un reale controllo sull’Abissinia).
- II. Assicurazione formale e vincolativa, in ogni evenienza, che avremo l’esclusività pratica del controllo sul nucleo centrale.
- III. Possibilità di adoperare le nostre truppe per l’esercito regolare, la Polizia e la Gendarmeria.
- IV. In caso di torbidi è l’esercito italiano che sarebbe incaricato di ristabilire l’ordine in aiuto delle organizzazioni locali di polizia e militari».
-
Per le istruzioni di Mussolini a questo proposito si vedano i suoi telegrammi a De Bono, Badoglio e Graziani in Mussolini, XXVII, pp. 298 sgg.; essi vanno per altro integrati con quelli pubblicati dal «Giorno» 11-21 novembre 1968. Per i gas cfr. anche ACS, Min. Aeronautica, bb. 64 e 67. ↩
-
Cfr. Mussolini, XXVII, p. 300. ↩
-
Cfr. C. Conti, Servizio segreto, Roma 1946, pp. 71 sgg. e 195 sgg.; nonché, piú in breve, Il processo Roatta cit., pp. 258 sgg. e G. Salvemini, Preludio alla seconda guerra mondiale cit., pp. 573 sgg. ↩
-
Secondo il testo dell’accordo-contratto stipulato tra il SIM e Chubay Jacir bey, le condizioni di pace sarebbero dovute essere le seguenti:
-
- l’Etiopia sarebbe rimasta indipendente, ma avrebbe dovuto accettare un consigliere militare (incaricato di organizzare l’esercito e la polizia) e una serie di consiglieri civili à côté dei suoi ministri degli Esteri, delle Finanze, dell’Agricoltura e delle Miniere e avrebbe dovuto a) accordare all’Italia ogni facilitazione per l’immigrazione e lo sfruttamento delle risorse minerarie; b) instaurare un sistema di governo centralizzato; c) abolire la schiavitú e riorganizzare il sistema tributario; in cambio l’Italia avrebbe garantito al negus il mantenimento del potere a lui e alla sua dinastia e di tutti gli onori di cui godeva e l’attribuzione di una corrispondente lista civile da parte del governo italiano;
-
- l’Etiopia avrebbe ottenuto uno sbocco sul mar Rosso ad Assab, collegato all’entroterra con un corridoio di venti km di larghezza;
-
- l’Etiopia avrebbe ceduto completamente o come protettorato (tipo Marocco francese) all’Italia il Tigré, la Dankalia e il Direr (all’Eritrea) e il Borana, il Sidamo, il Bale, l’Arussi, l’Harratghié e l’Aussa (alla Somalia);
-
- l’accettazione di queste condizioni doveva essere comunicata prima del 15 febbraio ’36 dal negus all’Italia, alla Società delle Nazioni e agli Stati che non facevano parte dell’organizzazione ginevrina.
-
-
Cfr. F. Charles-Roux, Huit ans au Vatican (1932-1940), Paris 1947, pp. 139 sgg. ↩
-
«Corrieredella sera», 23 agosto 1935. ↩
-
«Il giornale d’Italia», 23 agosto 1935. ↩
-
Cfr. Mussolini, XXVII, p. 139 (intervista al «Matin»). ↩
-
Cfr. ibid., p. 159.
Contemporaneamente venivano prese precauzioni per evitare incidenti con gli inglesi che potessero aggravare o fare precipitare la situazione. In campo navale, per esempio, il 9 ottobre l’ammiraglio Cavagnari diede istruzioni alla Marina perché fossero disposte «severe cautele atte evitare qualunque occasione di incontro con unità britanniche navali od aeree e qualunque atto di vigilanza troppo manifesto sui movimenti di dette unità» (ACS, Min. Marina, Gabinetto 1943-50, b. 174). Anche da parte inglese, del resto, si presero precauzioni del genere, arrivando sino a comunicare, il 24 ottobre, che l’arrivo nel Mediterraneo di una nuova nave da battaglia, la Ramillies, era dettato solo dalle necessità di sostituire la Resolution, che doveva tornare in patria per riparazioni, e a specificare – a scanso di equivoci – che in ogni modo «il cambio verrà effettuato in modo che le due navi non si troveranno contemporaneamente in Mediterraneo» (ibid., b. 175). ↩
-
R. Guariglia, Ricordi cit., p. 276. ↩
-
Per un quadro d’insieme cfr. Y. Bauer, The Arab revolt of 1936, in «The Outlook», 1966, nn. 6 e 7; L. Goglia, La rivolta araba in Palestina nel 1936, in «Palestina», 1970, nn. 5-8; L’Egypte indépendant, I, Paris 1938, pp. 81 sgg.; J. Marlowe, Anglo-Egyptian relations (1800-1956), London 1965, pp. 289 sgg. ↩
-
Cfr. G. W. Baer, La guerra italo-etiopica cit., pp. 468 sgg., 473 sgg. e 485. ↩
-
Cfr. in particolare H. de Lagardelle, Mission à Rome cit., passim. ↩
-
Cfr. Mussolini, XXVII, pp. 279 sgg. e 285 sgg. ↩
-
Cfr. Min. Affari Esteri, Dir. Gen. Affari Gen., Ufficio v, Francia. Situazione politica 1935, p. 21. ↩
-
Cfr. R. Guariglia, Ricordi cit., pp. 263 sgg. ↩
-
Cfr. il comunicato ufficiale, relativo alla riunione del Consiglio dei ministri del 14 settembre ’35, in Mussolini, XXVII, p. 128. ↩
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Il preannuncio dell’«adunata generale delle forze del regime» era stato dato sin dal 10 settembre. Il «Foglio d’Ordini» n. 141 aveva infatti ordinato: «Nel giorno stabilito l’ordine dell’adunata sarà dato col suono a stormo delle campane delle torri dei Fasci di combattimento e delle civiche torri, con l’urlo delle sirene e col rullo dei tamburi, ai quadrivi delle città e delle campagne. Al segnale di adunata gli iscritti alle Organizzazioni che inquadrano le Forze del Regime indosseranno l’uniforme e si aduneranno nelle rispettive sedi o nelle località che saranno indicate dai segretari federali; la Milizia si adunerà nelle Caserme... Le Forze rimarranno sul posto dell’adunata fino alla mezzanotte, a meno che non venga ordinato altrimenti; gli iscritti all’ONB fino alle ore 21. Ulteriori istruzioni saranno impartite all’atto in cui sarà ordinata l’adunata». Cfr. PNF, I «Fogli d’Ordini» cit., p. 702. ↩
-
Cfr. Mussolini, XXVII, pp. 158 sgg. ↩
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Cfr. F. Guarneri, Battaglie economiche cit., I, pp. 1 sgg. Secondo l’incaricato d’affari francese a Roma, Blondel, Guarneri divenne una sorta di deus ex machina della vita economica italiana, sulla quale esercitava una vera «dittatura» attraverso il contingentamento delle divise. Cfr. DDF, s. II, 1, p. 56 (12 gennaio 1936). ↩
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Questo provvedimento suscitò nell’opinione pubblica perplessità e timori, che traspaiono dalla cura messa dalla stampa del regime nel sottolineare che esso era solo transitorio e che negli altri paesi la riserva prevista era inferiore (in genere tra il 25 e il 30 per cento, anche se non erano mancati casi di riserve attorno al 5 per cento). In un rapporto fatto pervenire a Mussolini, contro questi timori si espresse L. Einaudi, affermando che la sospensione dell’obbligo «deve considerarsi conforme a logica» e augurandosi che esso «diventi permanente nell’interesse della futura ripresa del cambio a vista». ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. H/R, «Einaudi Luigi». ↩
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Per valutare l’ampiezza dei compiti del gen. Dallolio è assai illuminante la lettera che, su proposta di Guarneri, Mussolini scrisse il 15 novembre ’35 ai tre sottosegretari militari e allo stesso Dallolio per tracciare loro le direttive in materia di «politica delle forniture militari». In essa si legge tra l’altro: «Le commesse militari dovranno d’ora in poi funzionare da volano del lavoro nazionale in modo da correggere le influenze sfavorevoli che sul grado di occupazione delle fabbriche eserciteranno la ridotta disponibilità di materie prime estere e la contrazione che le esportazioni subiranno per effetto delle sanzioni». E a questa affermazione di principio seguiva una serie di indicazioni su come tradurla in atto: stabilire termini di consegna che evitassero il ricorso ad ore straordinarie di lavoro, ritornare alla settimana di quaranta ore, suddividere le commesse – specie quelle interessanti le industrie manifatturiere – «tra il maggior numero possibile di aziende anche minori, con speciale riguardo a quelle che rappresentano il fulcro dell’attività economica di determinati centri». Cfr. F. Guarneri, Battaglie economiche cit., I, pp. 397 sgg. ↩
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L’indice dei prezzi delle merci sul mercato internazionale ebbe tra l’agosto ’34 e la seconda metà del ’36 un aumento del 14 per cento; nello stesso periodo i prezzi interni aumentarono del 36,7 per cento. L’indice del costo della vita e dei salari reali subí le seguenti variazioni:
Costo della vita —— Salario reale mensile
1934 —— 77,2 —— 106,1
1935 —— 78,3 —— 95,2
1936 —— 84,2 —— 92,7
1937 —— 92,2 —— 98,7 ↩
-
L’indice della produzione industriale (1929 - 100) passò da 80 nel 1934 a 91 nel 1935 e a 86,6 nel maggio 1936 (79,5 nell’agosto).
Quello delle ore lavorative (sempre nell’industria) da 77,88 nel 1934 a 81,04 nel 1935 e a 82,75 nel maggio 1936 (97,68 nell’agosto).
Quanto, infine, a quello dell’occupazione operaia, esso passò da 82,89 nel 1934 a 93,95 nel 1935 e a 93,64 nel maggio 1936.
Complessivamente l’andamento della disoccupazione fu il seguente:
Totale —— Industriale
1934 —— 963 667 —— 692 288
1935 —— 739 712 —— 524 753
1936 —— 700 483 —— 493 160 ↩
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Tra i piú tipici provvedimenti in questo senso fu il decreto legge del 16 aprile ’36 (convertito in legge l’anno successivo con alcune sintomatiche varianti che, insieme al vivace dibattito parlamentare, mostrano bene gli intenti del governo e le resistenze degli industriali) relativo alle norme alle quali dovevano sottostare i consorzi volontari di produzione e di vendita. Con esso il regime cercò di esercitare un controllo sulla produzione e, possibilmente, sui prezzi e i profitti all’origine e, piú in genere, sulla pianificazione privatistica che, attraverso i consorzi volontari, l’industria era andata sviluppando fuori di ogni controllo statale e corporativo con i primi sintomi di ripresa economica. ↩
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Per un quadro complessivo della politica economica in questo periodo cfr. S. La Francesca, La politica economica del fascismo cit.; pp. 75 sgg.; F. Guarneri, Battaglie economiche cit., I, pp. 375 sgg. Utili elementi offre il discorso-relazione tenuto dal presidente della Confindustria G. Volpi al consiglio della stessa nel dicembre ’36 ed inviato in preventiva visione a Mussolini. Cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario (1922-43), fasc. 500 486, «Roma – Conf. Fasc. degli Industriali».
Per avere una idea del tipo di aspettative e di proposte che andavano affacciandosi in alcuni ambienti fascisti e non solo in quelli piú marginali e giovanili ma anche in gruppi qualificati e vicini a Mussolini, è sufficiente un sommario esame della stampa periodica di questo periodo. Da essa traspare evidente l’attesa che alla guerra d’Etiopia si accompagnasse e seguisse un rilancio sociale del fascismo e un rinnovamento della sua stessa classe dirigente (i giovani che stavano combattendo in Africa avrebbero finalmente avuto anch’essi i loro meriti fascisti e rivoluzionari...); spesso, in questa prospettiva, le sanzioni venivano viste come l’occasione per realizzare compiutamente il corporativismo. Cfr. in questo senso G. Casini, Accelerazione rivoluzionaria, in «Critica fascista», 1º dicembre 1935, pp. 37 sg.; Critica fascista, Collaudo delle generazioni giovani, ivi, 1º gennaio 1936, pp. 65 sg.; Id., Ritmo rivoluzionario, ivi, 1º febbraio 1936, pp. 97 sg.; nonché, con prospettive assai piú avanzate e che il discorso di Mussolini del 23 marzo ’36 avrebbe frustrato completamente, l’editoriale Riforma agraria di «Ottobre» (direttore A. Gravelli), del 2 febbraio 1936, in cui si legge: «Superata la polemica estera, è tuttavia consigliabile guardare, al lume delle sanzioni, la situazione interna italiana: le condizioni forzosamente imposte al poco criterio delle Cancellerie agiscono come una lente di ingrandimento sulle nostre necessità, mettendo in evidenza – attraverso il momento anormale – i veri problemi, elevati a fase critica, che si verificano anche in periodi di cosiddetta normalità.
«Senza chiudere gli occhi, né aver paura delle parole, intanto c’è una verità indiscutibile, la quale appare chiarissima a chi gira per i campi e conosce i contadini: l’agricoltura italiana non è in condizioni tali, da permettere di vivere su uno stesso pezzo di terra a due persone, a due entità, a due economie; cioè al proprietario e al lavoratore. L’uno dei due deve scomparire: i proprietari, se vogliono sopravvivere, debbono trasformarsi in lavoratori. La proprietà coltivatrice, piccola o grande, si impone, a meno di non creare e mantenere in piedi indecorosi tenori di vita. Queste non sono enunciazioni ideologiche, ma mere, semplicissime constatazioni di fatto, di cui ciascuno si può accertare con una visita coscienziosa in campagna.
«Un’anacronistica catena, complicatissima di fittanze, di enfiteusi, di usi civici appesantisce gravemente l’agricoltura e complica molte soluzioni alle quali si potrebbe addivenire con relativa semplicità, qui si fa necessaria l’azione del legislatore. Inoltre, la distribuzione corporativa, che recentemente ha inquadrato la piccola proprietà coltivatrice nelle fauci di chi piú è interessato a sopprimerla o a non farla nascere, deve essere riveduta con quella pronta energia, che caratterizza i veri fascisti nelle esperienze e nelle riforme ad esse successive.
«Al principio dell’anno Tredici, Benito Mussolini aveva intrapreso decisamente il cammino verso la giustizia sociale: gli avvenimenti sopravvenuti hanno lasciato credere a taluno che ci si potesse attendere un rinvio. Ma la situazione, invece, partendo da esigenze internazionali, è maturata in modo tale, da affrettare, anziché ritardare, l’avvento delle nostre piú coerenti conquiste». ↩
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Cfr. Mussolini, XXVII, pp. 241 sgg. ↩
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Per gli sviluppi di questa politica nel settore del credito e, in particolare, dell’assetto bancario cfr. S. Cassese, La preparazione della riforma bancaria del 1936 in Italia, in «Storia contemporanea», gennaio-marzo 1974, pp. 3 sgg. ↩
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Per una primissima valutazione degli echi suscitati dal discorso di Mussolini in quei fascisti che si attendevano un rilancio sociale del regime cfr. gli interventi Dopo il discorso di Mussolini apparsi su «Critica fascista» del 1º aprile (S. Panunzio e G. Casini) e del 15 aprile (F. M. Pacces). ↩
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Secondo l’ambasciatore degli USA a Roma, che fece sulla situazione economica italiana studi piuttosto approfonditi, le misure prese dal governo assicuravano all’Italia una possibilità di resistenza di due anni. Cfr. Carte Roosevelt, PSF, Italy: B. Long 1933-36, rapporto al segretario di Stato in data 12 novembre 1935. Nello stesso rapporto si affermava che gli italiani, a dispetto del loro temperamento, avevano accettato le sanzioni con calma ed erano totalmente fiduciosi nei loro capi. ↩
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La Svizzera costituí un caso a sé. Membro della Società delle Nazioni ma tradizionalmente neutrale, essa applicò le sanzioni in un modo tutto particolare: attuò l’embargo per le armi e le munizioni sia all’Italia sia all’Etiopia e non si associò alle misure finanziarie e a quelle relative all’importazione delle merci italiane, impegnandosi per altro a non superare il livello del ’34. Questa decisione provocò vivaci contrasti interni tra socialisti e filofascisti e non risparmiò alla Svizzera violenti attacchi da parte della stampa italiana. Cfr. L. Villari, Storia diplomatica del conflitto italo-etiopico cit., pp. 207 sgg., e G. Wagniere, Dix-huit ans à Rome. Guerre mondiale et fascisme (1918-1936), Genève 1944, pp. 228 sgg. e 247 sgg. ↩
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«Se la Lega delle Nazioni – confessò Mussolini ad Hitler in occasione della conferenza di Monaco – avesse seguito il consiglio di Eden ed esteso al petrolio le sanzioni contro l’Italia, nello spazio di otto giorni avrei dovuto battere in ritirata in Abissinia. Sarebbe stata per me un’indicibile catastrofe». Cfr. P. Schmidt, Da Versaglia a Norimberga, Roma 1951, p. 318. ↩
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Per un quadro d’insieme cfr. L. Villari, Storia diplomatica del conflitto italo-etiopico cit., pp. 193 sgg. ↩
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ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1934-36), b. 910, fasc. 3.2.15/117. ↩
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ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario (1922-43), fasc. 509 560, «Roma. Ist. Centr. di Statistica». ↩
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Per valutare giustamente il valore delle cifre riportate nelle due tabelle, è opportuno tenere presente che nei primi dieci mesi e mezzo del ’35 le importazioni italiane, specie di materie gregge e semilavorate, erano state notevolmente incrementate per costituire delle scorte. L’importazione delle materie prime era passata da 18 414 000 tonnellate nel ’34 a 20 207 000 nel ’35; quella di materie semilavorate da 2 566 000 a 2 830 000.
Nel periodo delle sanzioni le riduzioni piú significative nelle importazioni di materie prime furono: estratti tannici per concia 92%; minerali di ferro 75%; lana e bitumi 63%; caolini 61%; argille 60%; acciaio in lingotti 52%; cotone, benzina e pelli 50%; legni per tinta e concia 47%; ferri e acciai in lamiere 40%; juta 38%; rottami di ferro e paraffina 30%; cellulosa 23%; carbone e semi oleosi 20%. ↩
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Per un quadro sintetico delle operazioni militari cfr. A. Del Boca, La guerra d’Abissinia 1935-1941, Milano 1965; per un quadro piú ampio cfr. le relazioni del ministero della Guerra e dell’Ufficio storico dello Stato maggiore. Nella vasta letteratura memorialistica cfr. E. De Bono, La preparazione e le prime operazioni cit.; P. Badoglio, La guerra d’Etiopia, Milano 1936; R. Graziani, Il fronte sud, Milano 1938; Q. Armellini, Con Badoglio in Etiopia, Milano 1937; P. Dall’Ora, Intendenza in A. O., Roma 1937. ↩
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Ancora a fine gennaio Mussolini doveva ritenere che le operazioni non si sarebbero concluse cosí presto come avvenne. Cfr. le sue affermazioni in sede di Consiglio dei Ministri a proposito dell’invio in corso di 50 mila operai in Africa orientale per mettere in grado i servizi logistici di funzionare «anche durante il periodo estivo delle grandi piogge». ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Verbali, seduta del 30 gennaio 1936. ↩
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Cfr. G. Rochat, Militari e politici cit., pp. 238 sgg. e pp. 474 sgg. ↩
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Cfr. A. Lessona, Verso l’Impero cit., p. 191, e ID., Memorie cit., pp. 221 sg. ↩
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Cfr. P. Aloisi, Journal cit., pp. 317 sg. L’annotazione di Aloisi rende esplicito l’intimo significato del già citato telegramma di Mussolini a De Bono del 20 ottobre. Cfr. anche G. Bianchi, Rivelazioni sul conflitto italo-etiopico cit., p. 107: dal diario di De Bono, alla data del 24 ottobre. ↩
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A proposito degli allori africani, è interessante notare che Mussolini volle e rese possibile la partecipazione alla guerra del maggior numero possibile di personalità del fascismo, anche di alcune che per i loro incarichi politici e addirittura di governo a rigore si sarebbe dovuto ritenere fosse piú utile rimanessero in Italia. Oltre a noti esponenti politici, come Bottai e Farinacci, parteciparono alla guerra il segretario del PNF, Starace, a capo di una colonna motorizzata, e ministri come G. Ciano. Questa partecipazione si fece piú intensa nel ’36, tanto che c’è da supporre che Mussolini (che già dall’inizio aveva stabilito si facesse tra le truppe largo spazio alla MVSN) l’abbia voluta per evitare che la seconda fase della guerra apparisse come una impresa dei soli militari di carriera. ↩
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Cfr. per tutta questa parte Mussolini, XXVII, pp. 298 sgg., e a sua integrazione 120 telegrammi inediti di Mussolini sulla guerra d’Etiopia, a cura di A. Del Boca, in «Il giorno», 11-21 novembre 1968; G. Bianchi, Rivelazioni sul conflitto italo-etiopico cit., pp. 100 sgg. e 186 sgg.; Q. Armellini, Con Badoglio in Etiopia cit., pp. 98 sg. ↩
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È interessante notare che, mentre Mussolini cercava una trattativa col negus, Badoglio si preoccupava invece che un eventuale armistizio gli impedisse di avanzare sino ad Addis-Abeba. Un accenno in questo senso in A. Lessona, Verso l’Impero cit., p. 218; assai piú espliciti sono però i telegrammi inviati da Badoglio a Roma per ricordare il precedente del ’18, quando le operazioni militari non furono interrotte sino alla conclusione delle trattative armistiziali. ↩
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Per lo stato d’animo di Mussolini in questi mesi cfr. gli accenni di P. Aloisi, Journal cit., passim. Pubblicamente e nei suoi incontri con gli stranieri che, assai numerosi, lo visitarono in questo periodo egli ostentò sempre la massima calma e sicurezza. Ne fanno testimonianza i ricorrenti accenni che si ritrovano negli scritti coevi dei suoi visitatori. Numerose interviste alla stampa estera rilasciate in questo periodo da Mussolini non sono, al solito, comprese nell’Opera omnia; citiamo tra le piú significative: a A. Silbert («L’ordre») del 7 ottobre ’35; a A. Rohe («The Sun») del 12 ottobre ’35; a L. Doblhoff («Az Est») del 25 dicembre ’35; a J. e J. Tharaud («Paris soir») del 4 febbraio ’36; a A. Wilson («Observer») del 9 febbraio ’36; e a P. Bonardi («Excelsior») del 6 marzo ’36. ↩
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Cfr. «Paris-soir», 7 ottobre 1935.
L’intervista fu parzialmente pubblicata il giorno successivo dal «Popolo d’Italia». I tagli apportativi personalmente da Mussolini sono assai indicativi per valutare ciò che egli voleva far sapere agli italiani e l’immagine che della propria politica voleva accreditare all’interno. Ne segnaliamo i piú significativi:
- «Sono in conversazioni con l’Inghilterra».
- «Se, in cambio di una certa smobilitazione della flotta, la Gran Bretagna mi chiede una riduzione dei nostri effettivi in Libia, si può forse trovare su questa base un terreno d’intesa. Mi sembra che la Gran Bretagna si sia allarmata senza motivo per l’aumento dei nostri effettivi. Quando provvedimenti reciproci di questo genere avranno creato un’atmosfera piú serena, dando nello stesso tempo la prova che la fiducia è ristabilita, si potrà allora affrontare, tra le Potenze interessate, il vero e proprio problema etiopico. Come ho detto altre volte, si può trovare la soluzione con Ginevra, senza Ginevra o contro Ginevra».
- «Regolare il problema dell’Etiopia è il compito preciso degli Stati membri della Lega».
- «Mai si è affacciata allo spirito di un inglese, fino a questi ultimi tempi, l’idea che l’Italia potesse avere una volontà propria, una completa indipendenza di fronte all’Impero britannico».
- «Quando l’Inghilterra si sarà ben resa conto della forza che rappresenta l’Italia e della somma di volontà e di eroismo che possiedono gli italiani, riconoscerà il posto al quale noi abbiamo diritto e non vi saranno piú difficoltà tra lei ed il nostro Paese».
Per rendere impossibile o piú difficile la «moda idiota quanto antifascista oltre che contraria ad ogni piú elementare norma di carattere finanziario», l’11 ottobre ’35 Starace impartí disposizioni a tutti i segretari federali del PNF acciocché vigilassero e reprimessero, sia pure «con ogni accortezza» la lettura dei giornali stranieri (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], fasc. 242/R, «Starace Achille», sottof. 1). La introduzione in Italia di alcuni giornali piú accesamente «anti-italiani» fu successivamente vietata esplicitamente. Insieme alle citate disposizioni sulla lettura dei giornali stranieri, Starace ne diramò altre che meritano di essere ricordate, sia per la loro sostanza sia per il loro tono. Una raccomandava di illuminare adeguatamente gli italiani («in forma piana dando a tale... attività piú che altro la impronta di propaganda spicciola, cameratesca, non cattedratica, a sfondo confidenziale...»), specie in campagna, sulla situazione militare. Un’altra ordinava alle gerarchie dirigenti del PNF di «ritenersi mobilitate» al massimo e in ogni settore, senza nulla trascurare: «la fiducia che il Duce ripone in noi ci impegna fino all’infinito. Non un solo minuto della giornata deve essere perduto. Durante le sette ore di riposo bisogna dormire con un occhio aperto...»
Per valutare appieno lo stretto collegamento che per il regime esisteva tra politica interna ed estera e comprendere come, se a livello della prima si favoriva e eccitava la psicosi anti inglese con tutti gli strumenti propagandistici, si era però attentissimi a che questa psicosi non andasse oltre un certo limite, al di là del quale sarebbero potute sorgere complicazioni diplomatiche col governo di Londra, è significativo un altro telegramma di Starace ai segretari federali (non a caso diramato d’intesa con Bocchini) il 15 novembre ’35 per informarli che non erano autorizzate manifestazioni in occasione, il 18 successivo, dell’entrata in vigore delle Sanzioni e per ordinare loro di «tenere particolarmente alla mano universitari e medi ed evitare incidenti di qualsiasi genere» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. [1920-45], categ. C 1, «Conflitto etiopico», b. 1). Dove è chiaro che gli incidenti che si volevano evitare erano contro istituzioni e cittadini «sanzionisti» e inglesi in specie. ↩
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In termini sostanzialmente analoghi si pronunciarono sia Aloisi con Laval e Hoare a Ginevra il 1º novembre, sia di nuovo Cerruti con Laval una ventina di giorni dopo. Sul problema della reciproca smobilitazione del Mediterraneo Mussolini tornò invece personalmente il 12 novembre con Drummond. Cfr. P. Aloisi, Journal cit., pp. 318 sg., 324 sg. e 322. ↩
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Essi si desu mono da un lunghis simo rapporto a Musso lini redatto il 7 dicembre ’35 da Grandi per fare il punto sulle sue conversazioni segrete dei giorni precedenti con Vansittart (per il quale vedi piú avanti). ↩
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Per l’atteggiamento degli USA cfr. B. Harris jr, The United States and the Italo-Ethiopian Crisis, Stanford 1964, nonché J. P. Diggins, L’America, Mussolini e il fascismo cit., pp. 375 sgg. e Carte Roosevelt, PSF, Italy: B. Long (1933-36), ottobre ’35 sgg. Per la situazione interna statunitense cfr. A. M. Schlesinger jr, L’età di Roosevelt cit., III, pp. 510 sgg. ↩
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Cfr. A. J. P. Taylor, Storia dell’Inghilterra contemporanea cit., pp. 469 sgg. ↩
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Secondo quanto Grandi riferí a Roma il 9 ottobre il passo del discorso di Eden a Ginevra nel quale si distingueva – con chiaro accenno al fascismo – tra Italia e governo italiano sarebbe stato suggerito da W. Steed e da C. Rosselli (in Archivio Vitetti). ↩
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Cfr. D. Grandi a ministero Esteri, Londra, 18 ottobre 1935 (in Archivio Vitetti). ↩
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Per la posizione del ministro per i rapporti con la Società delle Nazioni in tutto questo periodo cfr. A. Eden, Memorie (1931-1938) cit., pp. 357 sgg. ↩
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In novembre, subito dopo le elezioni, il generale Ezio Garibaldi fu a Londra in missione ufficiosa per cercare di avviare trattative, sfruttando la popolarità del nome che portava e le molte relazioni che aveva in Inghilterra. Tra gli altri si incontrò con MacDonald e con Hoare, che dichiarò che le richieste di Mussolini erano inaccettabili, in quanto eccessive, e lasciò capire che però il governo ingleseavrebbepotuto negoziare su basi piú ridotte, specie se si fosse trattato direttamente tra Roma e Londra, senza passare per il tramite di Parigi. Cfr. R. Guariglia, Ricordi cit., pp. 286 sgg. Parallelamente a questi sondaggi erano sempre continuati quelli intrapresi sin dalla fine di settembre dalla Santa Sede. Cfr. F. Charles-Roux, Huit ans au Vatican cit., pp. 143 sgg. ↩
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Per la posizione di Vansittart (che Eden giudicava «piú francese dei francesi») cfr., oltre alle sue memorie, R. Vansittart, The mist procession, London 1958, A. L. Goldman, Sir Robert Vansittart’s search for italian cooperation against Hitler (1933-36), in «Journal of contemporary history», luglio 1974, pp. 93 sgg. ↩
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Durante la crisi etiopica D. Grandi si adoperò in tutti i modi per l’amicizia italo-inglese, sfruttando a questo scopo tutti i mezzi e impegnandosi in un’attività intensissima, sia a livello politico, sia mettendo a frutto le sue relazioni, sia lavorando la stampa locale. Non sempre il suo attivismo fu approvato da Mussolini, che a piú riprese lo giudicò eccessivo e troppo personalistico. ↩
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Debbo la consultazione di questo importante documento al dr. D. Susmel. Esso non è tra quelli che lo stesso dr. Susmel ha successivamente ceduto all’Archivio Centrale dello Stato.
Nella parte conclusiva del suo rapporto Grandi si dilungava sull’atteggiamento inglese in quel momento e su come esso influiva sulla questione etiopica e sul progettato accordo:
«Per quanto riguarda quest’ultimo punto credo di essere nel vero affermando che l’attuale momento si presenta relativamente come il piú favorevole fra quanti si siano presentati finora per un effettivo tentativo di conciliazione. Nel dispaccio n. 10 160, V. E. avanza molte ipotesi su quella che appare essere in questo momento l’attitudine del governo britannico. Anzitutto piuttosto che di vere e proprie “disposizioni” favorevoli da parte del Governo Britannico, si tratta piuttosto di un “clima” piú favorevole a un tentativo di conciliazione. Le dichiarazioni fattemi man mano da Hoare e da Vansittart durante queste due ultime settimane ne sono l’indice, e ancora piú l’ambiente in cui si è svolta la discussione giovedí 5 corrente, alla Camera dei Comuni, e il favore con cui la maggioranza del Parlamento ha accolto non solo i passaggi del discorso di Hoare concernenti l’Italia, ma soprattutto gli importanti discorsi di A. Chamberlain e E. Grigg. (Mi si assicura che il discorso di A. Chamberlain è stato fatto previa un’intesa personale con Hoare e Vansittart). Le cause? Esse sono, a mio avviso, diverse e complesse. Anzi tutto la generale constatazione che le sanzioni, invece d’indebolire, come qui si sperava, hanno al contrario raddoppiato la forza del Regime e la resistenza morale dell’Italia. Tutti sono ormai qui persuasi che l’Italia Fascista, se costretta dagli eventi, è pronta ad affrontare quella che qui è definita la sua “rovina economica e finanziaria”, e molti ritengono che l’Italia sia pronta, se costretta, ad affrontare quello che qui è definito il “gesto disperato di una Nazione assediata”. Lo spettacolo meraviglioso che offre il Popolo italiano fa seriamente riflettere gl’Inglesi. Il convincimento che l’Italia fascista non esiterebbe di fronte a nulla per difendere l’onore della Nazione, pone gli Inglesi davanti ad una serie di interrogativi circa le ripercussioni gravi che tutto ciò potrebbe determinare nella già inquieta situazione europea. A questo aggiungasi la naturale stanchezza della pubblica opinione in seguito a dieci mesi di polemica a base di Etiopia, ed inoltre il calcolo, nel Partito Conservatore, dopo essere riuscito vittorioso nelle recenti elezioni, che la posizione polemica dell’Inghilterra ha ormai dato tutti i frutti possibili che da essa si potevano ricavare nel campo della politica interna e nel campo della politica imperiale. La sensazione da ultimo che l’Inghilterra ha interesse a chiudere questo episodio per dedicarsi a problemi di capitale importanza come quello dell’Estremo Oriente e il problema della Germania. Detto tutto questo ritengo sarebbe tuttavia un errore di credere che l’Inghilterra è pronta ad accettare una qualsiasi soluzione della questione abissina. Non bisogna neppure credere che l’Inghilterra sia eccessivamente preoccupata dalle conseguenze che deriverebbero dall’applicazione dell’embargo sul petrolio. L’Inghilterra valuta, non c’è dubbio, la gravità della situazione, ma essa è presa nel cerchio degli avvenimenti che essa stessa ha provocato. L’Inghilterra ha sin qui giocato grosso nella questione abissina, e continuerà a giocare grosso se riterrà di non poterne fare a meno. Il Governo Britannico ha ormai messo come posta nella bilancia il prestigio della Gran Bretagna di fronte ai popoli dell’Impero. Tuttavia il Governo Britannico, avendo già realizzato dalla questione abissina molto di quanto voleva ottenere nel campo della sua politica interna, imperiale e estera, si mostra in questo momento disposto a ricercare un Accordo “honorable” come qui si dice, per l’Italia, per la Lega delle Nazioni e per l’Abissinia (leggi soltanto per l’Italia e per l’Inghilterra). Questo Accordo sarà, ho detto piú sopra, tanto piú sostanzialmente favorevole all’Italia quanto piú esso potrà venir formulato secondo le esigenze formalistiche del puritanesimo anglo-sassone, e presentato alla pubblica opinione anglo-sassone come una soluzione societaria: la Lega delle Nazioni è diventata – non bisogna dimenticarlo – lo strumento della politica britannica non solo nei confronti delle altre Nazioni, ma soprattutto nei confronti dei Dominions, o meglio, delle “Nazioni che fanno parte della Commonwealth Britannica”.
«Giudicando la situazione da questo settore importante del nostro fronte, che è il fronte inglese, io ritengo ci convenga, non foss’altro sul terreno tattico, di non respingere in questo momento quelle che appaiono essere delle concrete intenzioni da parte del Governo Britannico per un effettivo tentativo di conciliazione. Se non lo facessimo, certo daremmo ai nostri avversari antifascisti qui in Inghilterra nuovo incentivo alla loro azione decisamente drastica e intransigente contro di noi. Per convincersene basta tener presente la reazione astiosa delle correnti liberali, laburiste e societarie alle voci corse in questi giorni di un possibile negoziato coll’Italia.» ↩
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Per l’atteggiamento di Mussolini verso le conversazioni Vansittart-Grandi cfr. P. Aloisi, Journal cit., pp. 326 sg. ↩
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Sul piano Laval-Hoare e le sue vicende cfr. viscount Templewood [S. Hoare], Nine Troubled Y ears cit., pp. 177 sgg.; A. Eden, Memorie (1931-38) cit., pp. 371 sgg.; E. L. Presseisen, Foreign policy and Britis h public opinion: the Hoare-Laval pact of 1935, in «World Affairs Quarterly», ottobre 1958, pp. 256 sgg. ↩
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Se ne veda il testo in L. Villari, Storia diplomatica del conflitto italo-etiopico cit., pp. 225 sgg.; ibid. (pp. 224 sg.) anche il testo della nota con la quale il piano fu trasmesso a Roma. ↩
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Il piano Laval-Hoare costituiva indubbiamente un premio all’aggressore. Eppure – come giustamente ha scritto R. Moscati, Dal Patto a Quattro all’Asse Roma-Berlino cit., p. 168 «quell’estremo tentativo non era privo di sensatezza: avrebbe potuto porre termine alla guerra, adottando una linea che rispondeva nella sostanza alla piú prudente politica di palazzo Chigi di cui si facevano portavoci i tecnici della carriera tuttora legati alla tradizione contariniana, soddisfacendo in tal modo parzialmente l’Italia, ma lasciando all’Abissinia un territorio piú omogeneo e meglio amministrabile. La mediazione avrebbe per di piú – ed era la cosa piú importante – lasciata un’iniziativa nelle mani dell’Inghilterra e della Francia, e non le avrebbe costrette, come dovettero fare di lí a poco, a riconoscere il fatto compiuto, dando a Mussolini ed alla propaganda fascista la sensazione che tutto si potesse osare contro le “decrepite democrazie”». ↩
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Per valutare il quadro che della realtà politica inglese in relazione al piano Laval-Hoare e al suo fallimento ci si dovette fare a Roma, assai importante è una lunga relazione complessiva che il 27 dicembre ’35 D. Grandi inviò al ministero degli Esteri (ACS, Fondo Susmel, «Carte Grandi», sottof. 1935). Lo si veda in appendice, documento n. 10 a) Ad integrazione del quadro offerto da Grandi si pubblica anche b) un rapporto di pochi giorni dopo dell’addetto navale a Londra, assai significativo anche sotto il profilo di un confronto di sostanza e di forma con il precedente (ACS, Min. Marina, Gabinetto [1934-50], b. 175). ↩
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Per valutare quanto il rigetto del piano da parte della Società delle Nazioni fu influenzato se non addirittura determinato dalla violenta campagna di stampa scatenata (in parte ad arte) contro di esso e dall’atteggiamento, per lo meno ambiguo, di Eden verso di esso a Ginevra, è significativo (anche in riferimento ai successivi sviluppi della questione etiopica) quanto riferí a Roma la delegazione italiana alla Società delle Nazioni in quei giorni:
17 dicembre: «Eccellenza Pilotti ha comunicato quanto segue:
«Avenol mi ha parlato della situazione che egli giudica assai confusa. Ritiene che proposta franco-inglese sia sostanzialmente equa, ma che sarebbe stato a suo parere piú opportuno formarne base di un preliminare negoziato condotto con discrezione tra Italia Gran Bretagna Francia ed Etiopia.
«Gli ho osservato che tutto ciò avrebbe presupposto che non fosse stata in corso minaccia circa nuova sanzione sopra petrolio e che all’uopo non fosse stato fissato con tanta ingiustificata precipitazione riunione del Comitato dei 18 per 21 corrente.
«Ha risposto che effettivamente a questo riguardo vi è stato un errore di psicologia da parte inglese, come dal principio del conflitto ve ne sono già stati tanti altri.
«Ha insistito su manchevolezza e contraddizioni della diplomazia britannica, che troppo tardi si decise a compiere a Roma un intervento per evitare guerra (missione Eden), lo eseguí imprudentemente e lasciò subito contro ogni buona norma cadere idea di un amichevole accomodamento invece di riprenderlo sotto forma nuova e con una presentazione migliore.
«Mi ha confermato che da parte di alcuni medi e piccoli Stati vi è un movimento di reazione contro Inghilterra, accusata di obbligarli a sacrifici notevoli lanciandoli sulla strada delle sanzioni contro aggressore presunto per poi cercare di accordarsi con l’Italia evidentemente quando si è accorta che suo stesso interesse le consigliava quest’altra linea di condotta.
«Avenol non sa prevedere cosa succederà al Consiglio prossimo.
«Non si meraviglierebbe se qualche delegato sostenesse che Consiglio non deve entrare in argomento, poiché le proposte di pace riguardano direttamente solo le due parti in conflitto e queste hanno dimostrato o scarso favore per le proposte stesse od ostilità».
18 dicembre: «Impressione di molti delegati con i quali ho parlato è che progetto franco-inglese dopo dichiarazioni di Eden possa considerarsi come sepolto.
«Madariaga con brutale chiarezza mi ha detto “se non è un funerale è un aborto”. Tuttavia Madariaga ritiene che un “renflouement” del progetto sarebbe ancora possibile e ciò in dipendenza delle decisioni che prenderà stasera il Gran Consiglio e della discussione che si svolgerà domani ai Comuni.
«Beck si è espresso presso a poco negli stessi termini.
«Mi ha detto però che un punto restava acquisito a nostro esclusivo vantaggio: dell’embargo sul petrolio non si sarebbe piú parlato. Qualche altro delegato, fra cui Vicuna, Potemkine, mi hanno detto che le due dichiarazioni Eden-Laval non sono antitetiche, come potrebbero sembrare a prima vista, ma esse rispecchiano esattamente la diversa posizione dei due Governi.
«Impressione generale comunque è che progetto potrebbe essere ancora ripreso».
Cfr. Archivio Vitetti. ↩
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Per la vicenda italiana del piano cfr. P. Aloisi, Journal cit., pp. 327 sgg.; R. Guariglia, Ricordi cit., pp. 291 sgg. ↩
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Cfr. A. Eden, Memorie (1931-38) cit., p. 388. ↩
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ASAE, Fondo Lancellotti, «Etiopia», sottof. «Appunti per il Duce: Suvich», riprodotto in appendice, documento n. 9. ↩
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In Archivio Vitetti, l’ambasciata a Parigi al ministero degli Esteri, 16 dicembre 1935. ↩
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Ivi, 17 dicembre 1935. ↩
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Cfr. R. Guariglia, Ricordi cit., pp. 294 e sg. ↩
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Cfr. Mussolini, XXVII, pp. 202 sg. ↩
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Cfr. G. Bianchi, Rivelazioni sul conflitto italo-etiopico cit., p. 114. ↩
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Sia in Italia che all’estero nel ’35-36 circolò con insistenza la voce che anche Balbo fosse stato sin dall’inizio contrario alla guerra. Dire se tali voci fossero fondate è impossibile. È certo però che, almeno in un primo tempo, Balbo dovette fare alla politica estera mussoliniana delle critiche, non sappiamo quanto solo di dettaglio. Lo testimonia un accenno («tu ricordi benissimo su quali punti verteva la mia onesta critica se pur critica si può chiamare un superiore senso di responsabilità verso il Capo e la Patria») in una sua lettera ad Alfieri del 6 marzo ’36 in risposta ad un appunto che questi gli aveva mosso per la sua passività di fronte alle affermazioni della stampa straniera che affermava che egli disapprovava la guerra e ne criticava la preparazione diplomatica e l’onere finanziario. In seguito a questo appunto Balbo rilasciò poco dopo una intervista al «Paris-soir» nella quale affermava di ritenere giusto che si fosse posta sul tappeto nel ’35 la questione etiopica («perché nel 1940 certamente gli europei della Lega avrebbero finito per armare il negus in un modo formidabile») e di pensare, «come tutti gli italiani», che si doveva andare sino in fondo, «costi quel che costi». ACS, Min. Cultura popolare, b. 13, fasc. 171. ↩
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La cosa risulta chiaramente da una lettera che Cianetti scrisse il giorno dopo a Mussolini. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 138, «Cianetti Tullio». ↩
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De Stefani fu tra i componenti il Gran Consiglio forse quello che piú decisamente sostenne l’accettazione del piano Laval-Hoare. Sin dall’inizio ostile alla guerra, nei giorni immediatamente precedenti aveva preparato, con la collaborazione del geografo Roberto Almagià, una nota sul progetto, nella quale – per renderlo piú accettabile sotto il profilo delle possibilità di cercare in Etiopia delle zone di popolamento – si proponevano modifiche di dettaglio, e aveva avuto contatti con un funzionario dell’ambasciata inglese a Roma che lo aveva rassicurato sull’effettiva intenzione inglese di trovare una soluzione del conflitto favorevole all’Italia in sede di Società delle Nazioni. La nota De Stefani – Almagià fu trasmessa dal primo a Suvich il 16 dicembre e a Mussolini il 20, nella speranza che potesse ancora essere presa in considerazione. Cfr. Archivio De Stefani. ↩
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Cfr. A. Lessona, Verso l’Impero cit., p. 193, e ID., Memorie cit., p. 247. ↩
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Cfr. l’appunto preparato a questo proposito da Suvich per Mussolini il 19 dicembre, in cui si prospettava l’idea di dare l’adesione nello stesso giorno, prima cioè che si concludesse il dibattito ai Comuni e si proponevano due forme per farlo: «– o facendo apparire che la seduta di ieri del Gran Consiglio, pure essendo mantenuta segreta, ha dato in massima parere favorevole all’adesione e quindi oggi il Governo fa la comunicazione come da allegato A).
– «o il Gran Consiglio di ieri, pure essendo stato in massima disposto favorevolmente, non è venuto ad un pre voto, dati i nuovi sviluppi della situazione. Il Governo interpretando la discussione del Gran Consiglio, è disposto in massima ad aderire, quando però la situazione generale lo consentisse, allegato B)» (Asae, Fondo Lancellotti, «Etiopia», sottof. «Appunti per il Duce: Suvich»). Per l’anodino comunicato poi pubblicato cfr. PNF, Il Gran Consiglio del Fascismo cit., p. 595. ↩
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Cfr. PNF, Il Gran Consiglio del Fascismo cit., pp. 596 sg., nonché il commento, anonimo ma
di Mussolini, che ad esso dedicò «Il popolo d’Italia» il 22 dicembre ’35 (Mussolini, XXVII, pp. 205 sg.). ↩
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Cfr. Mussolini, XXVII, pp. 207 sg. ↩
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Anche se in essa vi fu certamente una dose di opportunismo politico (dare soddisfazione a Laval e tenerselo ben legato, ma non si può neppure sottovalutare che in quei giorni a palazzo Chigi il presidente francese era dato per quasi praticamente spacciato), per valutare la posizione di Mussolini è da tener presente quanto egli scrisse il 25 dicembre a Laval. Nella sua lettera il «duce», dopo aver cercato di respingere l’accusa che il piano Laval-Hoare fosse caduto per il suo ritardo a dare ad esso una risposta «immediata e spontanea», affermava esplicitamente che, «se la seduta del Gran Consiglio del 18 dicembre avesse potuto avere il suo svolgimento normale, la risposta non sarebbe stata sfavorevole». Cfr. Mussolini, XXVII, pp. 279 sgg. ↩
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A queste accuse da parte italiana si replicò, sia a livello diplomatico sia soprattutto a livello propagandistico, un po’ negando i fatti, un po’ minimizzandoli e specialmente contrapponendo ad esse quelle contro gli etiopici di commettere atrocità contro i prigionieri italiani e di far uso di proiettili esplosivi (le cosiddette pallottole dum-dum) espressamente vietati dalle convenzioni internazionali. ↩
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Oltre che nella stampa internazionale (in genere assai male informata della reale situazione interna italiana e spesso apertamente faziosa), notizie sullo stato d’animo popolare si trovano nei rapporti diplomatici del tempo. Tra questi i piú equilibrati e vicini al vero sono quelli francesi. Caricati e imprecisi sono invece in genere quelli britannici; basti dire che, come riferiva l’ambasciatore francese a Londra, al Foreign Office ai primi del gennaio ’36 si riteneva che Mussolini e il suo governo fossero in pericolo. Cfr. DDF, s. II, I, pp. 44 sgg. ↩
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Tracce eloquenti in questo senso sono conservate dal diario di Aloisi, in cui non mancano annotazioni assai pessimiste come queste: «è doloroso sentirsi enumerare tutti gli errori commessi sino ad oggi senza poter rispondere niente» (4 gennaio); «noi siamo in un momento politico dei piú imbrogliati, oserei dire, d’aberrazione» (6 febbraio), alla luce delle quali va visto il moltiplicarsi dei progetti di conciliazione, chiaramente inattuabili, in un momento come quello assolutamente sfavorevole per l’Italia e il fascismo, e di iniziative piú o meno cervellotiche (a cui furono interessati il ministro delle Colonie, il SIM, Balbo, ecc.) per risolvere il conflitto. Cfr. P. Aloisi, Journal cit., passim, e specialmente pp. 339 sg., 348 e 352 sg. ↩
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Cfr. DDF, s. II, I, pp. 157, 202 sgg., 252 sg. e passim. Utili integrazioni in ACS, Min. Marina, Gabinetto (1935-50), b. 175, rapporti dell’addetto navale a Parigi in data 11 febbraio e 6 marzo 1936, nei quali si riferisce su alcuni incontri dell’ambasciatore Cerruti con Flandin e Sarraut del 4 e 5 febbraio e del 5 marzo. ↩
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Cfr. D.D.F., s. II, I, pp. 312 sg., 318 sgg. e 336 sg. ↩
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Cfr. ibid., pp. 336 sg. ↩
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Cfr. ibid., p. 337. ↩
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Cfr. ibid., p. 367. ↩
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Il desiderio, per non dire la speranza, di poter trovare una nuova base per trattare una soluzione del conflitto risulta chiaramente da uno dei soliti preziosissimi appunti di Suvich a Mussolini, non datato, ma certamente del gennaio ’36, in cui è esaminata, in tutti i suoi vari aspetti e problemi, la situazione dopo il fallimento del piano Laval-Hoare (cfr. ASAE, Fondo Lancellotti, «Etiopia», sottof. «Appunti per il Duce: Suvich»). Sul problema che qui ci interessa si legge in questo appunto: «3) Si chiede se noi dobbiamo prendere qualche iniziativa in questo momento. Se da una parte il tempo stringe, data l’opportunità di venire a una soluzione prima della stagione delle piogge, d’altra parte, dopo i tentativi fatti e falliti, bisogna misurare bene il tempo e la possibilità prima di prendere una iniziativa del genere. Fatto un passo di questa natura da parte nostra, senza successo, non si vede la possibilità di riprenderlo in un tempo relativamente breve.
«Nel momento attuale le condizioni non paiono favorevoli per un tentativo di conciliazione per i seguenti motivi:
- «La reazione alle proposte Hoare-Laval è troppo recente perché si possa riprendere quelle proposte o qualche cosa di analogo. Qualunque altra proposta societaria sarebbe peggiore.
- «La nostra situazione militare attuale ha dato l’impressione che noi abbiamo perduto l’iniziativa. Non è una buona premessa per avanzare delle proposte.
- «L’impressione generale è che il momento non sia maturo per riprendere le proposte di conciliazione e questo non è incoraggiante.
- «La posizione del governo francese è quanto mai incerta. È però questa una considerazione che ha valore relativo perché la crisi politica francese è allo stato permanente.
- «Il mondo è ancora sotto l’impressione della violenta campagna condotta contro di noi per i bombardamenti degli ospedaletti e per i bombardamenti a gas; è meglio attendere che ciò si calmi e che noi possiamo sferrare la nostra campagna per le atrocità abissine che avverrà tra giorni, appena saremo in possesso del relativo materiale documentario.
«Può essere invece che tra qualche tempo queste circostanze si modifichino in modo da creare una situazione favorevole per una iniziativa di conciliazione. Contribuirà a ciò sopratutto la ripresa della nostra offensiva sul fronte etiopico, che anche se non si risolverà in una azione decisiva, darà tuttavia l’impressione della ripresa dell’iniziativa da parte nostra e della ineluttabilità della disfatta abissina a piú o menolunga scadenza.
«È anche da attendersi che nei prossimi tempi si possa avere qualche manifestazione della disorganizzazione interna abissina che è certamente in atto (mancanza di disciplina, mancanza di danaro, malattie, rivolte).
«4) Se non pare che una nostra iniziativa possa avere successo in questo momento, si chiede se ci può essere qualche iniziativa d’altra parte.
«Si può rispondere per le ragioni elencate al punto precedente e nell’ultimo rapporto che anche su una iniziativa da parte di terzi c’è poco da contare. Ci saranno indubbiamente delle manifestazioni piú sincere da parte di alcuni (Stati sud-americani) meno sincere da parte di altri (Turchia, Romania) favorevoli alla ricerca di una conciliazione. Anche se, per le ragioni che si è detto, tali manifestazioni sono destinate al momento attuale a rimanere in un campo puramente accademico, tuttavia vanno coltivate perché al momento opportuno potranno costituire la base piú larga necessaria da cui far partire dei tentativi seri.
«5) Sul contenuto di tale progetto di conciliazione che potrebbe sorgere al momento opportuno, si è già detto nel rapporto precedente. L’ipotesi piú probabile rimane sempre quella che si debba partire da una base non dissimile da quella del Comitato dei Cinque. È evidente l’opportunità di poter riprendere in esame le proposte Hoare-Laval, le quali rappresentano già un notevole progresso di fronte alle proposte del Comitato dei Cinque. In altre parole se dalla base del Comitato dei Cinque a una proposta accettabile per noi la differenza è di 10, dalla base delle proposte Hoare-Laval a una proposta accettabile per noi la differenza non è che di 5. È quindi evidente l’opportunità di non esaurire i nostri sforzi per conquistare quei 5 punti che il progetto Hoare-Laval ha già superati.
«Questa considerazione ci riporta al punto trattato piú sopra che in questo momento, non essendo ancora possibile disseppellire le proposte Hoare-Laval è difficile trovare una base per negoziare». ↩
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Per il primo di questi tentativi, quello di Gibuti, tramite l’ex ambasciatore etiopico a Roma, Afework, cfr. R. Guariglia, Ricordi cit., pp. 304 sg.; per quello a Ginevra, tramite il medico personale del negus, Zervos, cfr. invece E. Canevari, La guerra italiana cit., I, pp. 375 sg. Per un accenno complessivo a questi tentativi e ad altri di minor interesse cfr. P. Aloisi, Journal cit., pp. 352 sg. (ibid. anche p. 366, per tentativo tramite Zervos). ↩
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Cfr. DDF, s. II, 1, pp. 396 sgg. ↩
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A fine febbraio, secondo l’ambasciatore francese a Roma, negli ambienti del ministero delle Colonie si era convinti che, salvo complicazioni internazionali, la conclusione della guerra sarebbe stata «relativamente assai rapida», tanto che si diceva – sempre secondo le informazioni in possesso di De Chambrun – che essa sarebbe finita in sei settimane. Cfr. DDF, s. II, 1, p. 363.. ↩
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A livello del gruppo dirigente fascista uno dei primissimi che aveva guardato alla Germania era stato F. Giunta. Sin dal dicembre ’34 egli aveva pensato ad un avvicinamento tra i due regimi. In un memoriale che allora aveva inviato ad «un altissimo Personaggio» del regime e che – assai sintomaticamente – rinviò nel gennaio ’36 a G. Ciano (ACS, Min. Cultura Popolare, b. 171, fasc. 80), egli aveva caldeggiato il recupero del «programma storico» del fascismo e il ritorno a una posizione verso l’Europa di Versailles «nettamente rivoluzionaria». In questa prospettiva aveva sostenuto l’opportunità di una stretta collaborazione tra l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista:
«Quali sarebbero stati i vantaggi di una stretta collaborazione fra l’Italia e la Germania? Grandissimi per noi, facilmente calcolabili per la tranquillità dell’Europa. Dal mare del Nord alle coste dell’Africa si stende lo schieramento italo-tedesco calcolato a circa centodieci milioni di uomini, guidati da due Capi di eccezione, aventi ordinamenti politici quasi comuni, usciti da una rivoluzione che si alimentò dello stesso spirito, demograficamente inflazionisti, ricchi di materie prime e di possibilità agricole, aventi gli stessi bisogni e le stesse aspirazioni, capaci di mettere in campo quindici milioni di soldati. Un tale schieramento divide l’Europa occidentale dalla orientale e strategicamente le domina entrambe. L’Austria, l’Ungheria, la Polonia già passata alla Germania, l’Albania, la Bulgaria avrebbero concorso a tenere a freno i danubiano-balcanici della coalizione francese.
«Per ragioni evidenti un simile aggruppamento sarebbe stato dominato dalla personalità di Mussolini, ed avrebbe rappresentato una cosí terribile minaccia, da far riflettere le nazioni plutocratiche d’occidente e la Russia bolscevica, determinando forse per un secolo i destini d’Europa. Praticamente poi avremmo potuto realizzare il nostro bisogno di espansione sia chiedendo, col diritto della forza, la Tunisia, la Corsica e l’Albania; sia amplificando le nostre relazioni commerciali ed allargando le nostre zone di influenza. Inutile andare in Abissinia a cinquemila chilometri di distanza, fra le angustie del canale di Suez, quando da Tunisi a Tripoli, da Bengasi a Tobruk si stende una magnifica fascia di terra, piú vasta dell’Italia, dove può essere allogata gran parte della nostra gente. Perché l’Italia imperiale deve essere mediterranea.
«Dal punto di vista rivoluzionario la forza delle cose portava senza esitazione all’unione dell’Italia fascista con la Germania nazista, l’Italia prolifica con la prolifica Germania. E insieme avremmo potuto bandire il mito della rivoluzione universale, proclamando il principio della lotta fra le nazioni povere e le nazioni ricche, col fine di giungere ad una piú equa distribuzione dei beni del mondo. Tutto ciò non rappresentava un sogno, ma un disegno che avrebbe potuto avere possibilità di esecuzione e, nel tempo, di realizzazione».
Giunta era arrivato sino a sostenere l’inopportunità di sacrificare questa linea politica sull’altare dell’indipendenza austriaca, affermando che cosí facendo si rendeva solo un servigio «a terzi» e si condannava l’Italia ad uno «splendido isolamento»:
«L’indipendenza dell’Austria vale l’amicizia della Germania?
«È il caso per una grande nazione come l’Italia di impegnare a fondo il proprio prestigio e le proprie forze sopra un cadavere come è l’Austria?
«Quale interesse abbiamo noi di difendere l’indipendenza dell’Austria?
«Siamo sicuri di aver fatto il nostro interesse o non quello di terzi?
«È ovvio che se avessimo potuto realizzare la coalizione di popoli di cui ho accennato, e alla testa della quale avrebbe dovuto essere Mussolini, sarebbe stato grave errore pregiudicarla per l’indipendenza dell’Austria. Anche perché l’Austria sarebbe stata inclusa nella coalizione stessa. D’al-
tra parte l’Austria è un troncone d’impero che va alla deriva, è un organismo gravemente ammalato e i suoi mali si chiamano miseria e instabilità politica. Dice un proverbio arabo che non si deve mettere mai la sella sopra un cammello destinato a morire. Ma si obietta: non potevamo avere i tedeschi al Brennero... O al Brennero o a Mittelwaldt la situazione non cambia. Non sarebbero i trenta chilometri dal Brennero alla frontiera germanica, popolati di nemici convinti dell’Italia, che potrebbero impedire ai tedeschi di prendere contatto con i nostri alpini. Né sarebbe serio pensare che il nostro intervento in Austria sia stato deciso dal fine di concludere accordi economici a vantaggio di Trieste. La politica estera di una grande nazione non si fa per aumentare di qualche migliaio di quintali il commercio di transito di un porto di mare». ↩
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Cfr. R. Guariglia, Ricordi cit., pp. 284 sg. ↩
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ACS, Min. Cultura Popolare, b. 113, fasc. 4. ↩
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Per il diffondersi di queste convinzioni anche a livelli qualificati cfr. P. ALOISI, Journal cit., pp. 326, 328, 330, 332 e 364. In questa prospettiva si possono, forse, vedere gli accordi Himmler-Bocchini del 1º aprile 1936, volti, appunto, a cooperare nella comune azione antimassonica, anticomunista e contro gli antifascisti. Su tali accordi cfr. R. DE FELICE, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo cit., pp. 244 sg. e soprattutto 532 sgg., dove sono riprodotti sia il testo degli accordi stessi sia la relazione sui colloqui con Himmler redatta da Bocchini. ↩
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Sino alle prime vittorie militari del ’36 persino l’atteggiamento di buona parte della stampa tedesca fu scarsamente amichevole e spesso ostile all’Italia e volto a valorizzare la resistenza etiopica. Un interessante esame dell’atteggiamento tedesco, sia della stampa, sia dell’opinione pubblica, sia delle sfere dirigenti (governo, partito, esercito, aeronautica, marina, ministero degli Esteri) fu fatto da M. Magistrati e trasmesso a G. Ciano da Berlino il 30 dicembre ’35. Lo si veda in ACS, Min. Cultura Popolare, b. 113, fasc. 4. ↩
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Cfr. M. FUNKE, Sanzioni e cannoni cit., p. 62. ↩
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Ibid., p. 71. ↩
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Ibid., p. 83. ↩
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Ibid., pp. 104 sgg. ↩
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Cfr. DDF, s. II, 1, pp. 307 sg. e 318 sgg. ↩
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Asae, Fondo Lancellotti, «Etiopia», sottof. «Appunti per il Duce: Suvich». ↩
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Ibid.; nonché in F. D’Amoja, La politica estera dell’impero. Storia della politica estera fascista dalla conquista dell’Etiopia all’Anschluss, Padova 1967, pp. 182 sgg., nota. ↩
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Cfr. DDF, s. II, 1, pp. 688 sgg. ↩
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Cfr. P. Aloisi, Journal cit., p. 356. ↩
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Cfr. ibid., pp. 355 sgg.; R. Guariglia, Ricordi cit., pp. 305 sgg.; M. Punke, Sanzioni e cannoni cit., pp. 102 sgg. (per i rapporti piú propriamente con la Germania); DDF, s. II, 1, pp. 410 sgg. (per quelli con la Francia). Cfr. in generale anche J. Petersen, Hitler-Mussolini cit., pp. 474 sgg. ↩
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A questa «aperta contraddizione» è dedicato un lucido appunto di Suvich in data 26 marzo ’36. Asae, Fondo Lancellotti, «Etiopia», sottof. «Appunti per il Duce: Suvich». ↩
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Ibid. ↩
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P. Aloisi, Journal cit., p. 367. ↩
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Cfr. F. Charles-Roux, Huit ans au Vatican cit., pp. 151 sgg.; nonché il dispaccio inviato il giorno dopo da Charles-Roux a Flandin, che non offre ulteriori importanti elementi, salvo una maggiore specificazione del regime a cui dovevano essere sottomesse le due zone formalmente lasciate al negus: in quella centrale, assegnata al suo diretto dominio, la sovranità etiopica doveva essere «larvatissima», «in maniera da permettere un’occupazione militare italiana e la presenza di funzionari italiani come nel caso, dicevano gli italiani, per gli inglesi nell’Irak e in Egitto e per noi stessi nel Marocco». Quanto all’altra zona, «sottomessa alla sovranità del negus sotto il controllo dell’Italia», questa doveva avere il diritto di avervi «delle guarnigioni in certi punti». Inoltre le condizioni italiane dovevano comportare il disarmo dell’Etiopia e uno sbocco commerciale per questo paese ad Assab. È altresí da notare che, secondo il dispaccio, per Pacelli «queste condizioni di pace non era detto che non fossero trattabili e riducibili e che, a dire del cardinale, se le proposte che la Santa Sede aveva trasmesse tra la fine del settembre e l’inizio dell’ottobre precedente fossero state prese in considerazione da Londra, «molte complicazioni sarebbero state risparmiate a tutti» ed era opportuno evitare una rottura troppo violenta tra l’Italia e l’Inghilterra, sicché egli sperava che il governo francese si sarebbe adoperato per fare ciò che era nelle sue possibilità per aiutare una conciliazione. Cfr. DDF, s. II, II, pp. 109 sg. ↩
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Cfr. A. Lessona, Verso l’Impero cit., pp. 213 sg., e Memorie cit., p. 252. ↩
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ACS, R. Graziani, fasc. 171, sottof. 3. ↩
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Mussolini, XXVII, p. 319. ↩
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Cfr. DDF, s. II, II, pp. 110 sg. e 115. ↩
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Cfr. ibid., pp. 121 sg. ↩
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Cfr. ibid., passim, e specialmente pp. 294 e 332. ↩
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Ibid., pp. 148 sg. ↩
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Un quadro immediato ed assai eloquente delle contraddizioni della politica estera britannica nel ’36 è offerto da H. Nicolson, Diaries and Letters (1936-1942), London 1966. ↩
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Cfr. a questo proposito N. Branson - M. Heinemann, L’Inghilterra negli anni trenta cit., pp. 353 sgg. e passim. ↩
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Cfr. R. Guariglia, Ricordi cit., pp. 308 sg. ↩
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Cfr. Mussolini, XXVII, pp. 262 sg. ↩
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Tra le interviste rilasciate da Mussolini nell’ultima fase della vicenda etiopica non comprese nell’Opera Omnia va segnalata, oltre a quella dell’«Asahi Shinbun», quella a M. Montabré («L’intransigeant»), 25 maggio ’36. ↩
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La guerriglia, piú o meno organizzata ed endemica, in varie regioni non ebbe praticamente mai termine e causò non poche difficoltà agli italiani. Sulle cosiddette operazioni di «grande polizia» volte a stroncarla manca qualsiasi studio organico, salvo alcune pagine, abbastanza generiche in A. Del Boca, La guerra d’Abissinia cit. Per una prima informazione cfr. Governo gen. A.O.I., Stato maggiore, Uff. storico, Il primo anno dell’Impero, Addis-Abeba 1939 (2 voll.) e soprattutto U. Cavallero, Gli avvenimenti militari nell’Impero. Dal 12 gennaio 1938 - XVI al 12 gennaio 1939 - XVII, Addis-Abeba 1939 e ID., Gli avvenimenti militari nell’Impero dal 13 gennaio 1939 - XVII al 14 aprile 1939 - XVII, Addis-Abeba 1940 (in tutto 6 voll.); nonché Documents on Italian War Crimes submitted to the United Nations War Crimes Commission, Addis-Abeba 1949 (a cura del governo etiopico) e C. Poggiali, Diario AOI (15 giugno 1936 - 4 ottobre 1937), Milano 1971 (a carattere memorialistico). Dalla fine del ’38 al ’40 alla resistenza etiopica partecipò anche un piccolo gruppo di comunisti italiani, guidati da Barontini, che organizzò la guerriglia nella zona del lago Tana. Cfr. B. Anatra, Uno dei nostri con la resistenza abissina, in «Rinascita», 7 maggio 1960. ↩
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Cfr. Mussolini, XXVII, pp. 265 sg. ↩
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Cfr. P. Aloisi, Journal cit., p. 381. ↩
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Cfr. E. Caviglia, Diario cit., pp. 137 sgg. ↩
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Ibid., pp. 143 sg. ↩
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Alla possibilità di proclamare il re imperatore d’Etiopia Mussolini aveva pensato sin dal luglio dell’anno precedente, dopo gli incontri con Eden (cfr. P. Aloisi, Journal cit., p. 287); la prospettiva, allora, era stata però del tutto diversa, dato che era collegata a quella della istituzione di un protettorato italiano sull’Etiopia che non avrebbe comportato la completa estromissione del negus. ↩
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Cfr. P. Aloisi, Journal cit., p. 385. ↩
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Cfr. R. Guariglia, Ricordi cit., p. 312. ↩
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Cfr. per questi sforzi DDF, s. II, II, pp. 263 sgg.; nonché, per l’immediata reazione francese, ibid., pp. 287 sg. e 291 sg. ↩
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Cfr. Mussolini, XXVII, pp. 268 sg.
Contemporaneamente Badoglio veniva nominato vicerè. Il maresciallo ricoprí però questa carica solo per pochi giorni: al suo rientro in Italia essa fu trasferita a Graziani. ↩
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Di queste tre interviste solo la prima fu riportata dalla stampa italiana (e in misura estremamente ridotta). Cfr. Mussolini, XXVIII, p. 1. Per un confronto tra il tono, ad uso esterno, di queste interviste e quello, ad uso interno, di alcuni brevi discorsi pronunciati nello stesso periodo da Mussolini cfr. ibid., p. 4. ↩
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Cfr. DDF, s. II, II, passim, e specialmente p. 364. ↩
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Per la posizione del Quai d’Orsay cfr. ibid., pp. 331 sgg. e 424 sgg. ↩
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Oltre a questi colloqui, nello stesso periodo Mussolini ne ebbe vari con H. de Lagardelle e con il generale De Castelnau, cfr. ibid., pp. 429, 433, 538 sg. e 443 sg. ↩
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Cfr. ibid., pp. 513 sg. e soprattutto il resoconto del colloquio pubblicato – sulla base dei Carnets inediti di L. Lamoureux, che ne fu informato dallo stesso Malvy – da E. Bonnefous, Histoire politique de la Troisième République cit., VI, pp. 410 sg. ↩
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Cfr. DDF, s. II, II, pp. 432 sg. Nella nota il colloquio è datato al 3 giugno. Nel ’38 de Jouvenel disse che era avvenuto il 1º giugno e questa data è confermata dalla documentazione della segreteria particolare di Mussolini. È naturale chiedersi se si tratta di un lapsus calami di Massigli o di un errore di stampa dei DDF o se, invece, si devono ipotizzare due incontri, uno segreto (non a palazzo Venezia), durante il quale il «duce» avrebbe affidato a de Jouvenel il suo messaggio per Blum, e un altro, due giorni dopo, di cui fu informato anche il Quai d’Orsay. ↩
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Cfr. «Jour» e «Journal», rispettivamente del 13 e 14 marzo 1938.
Secondo sempre De Jouvenel, il Quai d’Orsay era stato subito informato dell’offerta di Mussolini ed egli stesso aveva cercato di avere un incontro col presidente del Consiglio, senza per altro riuscirvi, e, successivamente, aveva saputo da R. Massigli che «gli accordi elettorali» impedivano a Blum di prendere in considerazione l’offerta. ↩
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Cfr. R. Guariglia, Ricordi cit., p. 314. ↩
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Cfr. A. Eden, Memorie (1931-1938) cit., p. 486; L. Villari, Storia diplomatica del conflitto italo-etiopico cit., pp. 286 sg. ↩
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Come la volta precedente questa affermazione fu soppressa (insieme ad alcune altre meno significative) nel testo dell’intervista pubblicato il 29 maggio dalla stampa italiana. Cfr. Mussolini, XXVIII, pp. 5 sgg. ↩
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Il primo Stato a riconoscere l’impero era stato, il 15 maggio, l’Austria. A proposito di questo problema è interessante che l’ambasciatore statunitense a Roma B. Long, in procinto di lasciare il suo incarico in seguito ad una grave operazione allo stomaco, in una delle sue ultime comunicazioni a Washington, il 23 giugno, si dichiarasse dell’opinione che fosse opportuno che gli USA riconoscessero l’impero. Carte Roosevelt, PSF, Italy: B. Long (1933-36). ↩
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Cfr. P. Aloisi, Journal cit., p. 385. ↩
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Cfr. K. von Schuschnigg, Un requiem in rosso-bianco-rosso cit., pp. 261 sg. e 277 sg.; P. Aloisi, Journal cit., p. 388; G. Ciano, L’Europa verso la catastrofe, Verona 1948, p. 76. ↩
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Cfr. DGFP, s. D, I, pp. 278 sgg. ↩
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Cfr. M. Funke, Sanzioni e cannoni cit., pp. 171 sgg. ↩
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Cfr. G. Ciano, L’Europa verso la catastrofe cit., p. 28. ↩
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Cfr. in particolare A. Signoretti, «La Stampa» in camicia nera (1932-1943), Roma 1968, pp. 94 sgg. ↩
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Cfr. L. Villari, Storia diplomatica del conflitto italo-etiopico cit., pp. 297 sgg.; per i successivi, immediati rapporti con la Società delle Nazioni e, in particolare, per il ruolo in essi avuto da Avenol (che nella prima decade di settembre fu anche a Roma «a titolo personale»), interessato soprattutto ad una completa risoluzione della questione etiopica anche sul piano della definizione del problema della rappresentanza etiopica a Ginevra e dello status dell’Etiopia e ad una ricostituzione del «fronte di Stresa» cfr. J. Barros, Betrayal from within cit., pp. 126 sgg. ↩
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Cfr. Mussolini, XXVIII, pp. 23 sgg., che la riproduce dal «Popolo d’Italia» del 16 luglio ’36 che, al solito, la pubblicò però in forma ridotta. Per il testo integrale cfr. tra gli altri «Paris-soir», 17 luglio 1936. ↩
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Cfr. Mussolini, XXVIII, p. 26. ↩