Capitolo settimo: Il fondatore dell’impero
La vittoria etiopica, la proclamazione dell’impero e il riconoscimento del fatto compiuto implicito nella revoca delle sanzioni furono salutati in Italia con un entusiasmo che spesso toccò le vette dell’esaltazione. Mai il prestigio del «duce» era stato cosí alto e mai lo sarebbe stato negli anni successivi, salvo, forse, nei giorni della conferenza di Monaco, alla fine del settembre ’38; ma allora il contesto sarebbe stato tutto diverso e la motivazione sarebbe stata l’illusione che Mussolini avesse salvato la pace dell’Europa. Nella primavera-estate del ’36 il prestigio del «duce» si fondava su uno stato d’animo completamente diverso, che cinque anni dopo Mussolini – con un misto di compiacimento, di tristezza, e sufficiente retorica semplificatrice, ma, al tempo stesso, non lontana dalla verità – avrebbe cosí riassunto in Parlo con Bruno1:
L’Italia ha vissuto dal 2 ottobre 1935 al 9 maggio del 1936 uno dei periodi piú drammatici, piú intensi, piú luminosi della sua storia. Quegli otto mesi cantano in molte anime ancora come un’epopea vissuta. Tutto è stato fermo, deciso, virile, popolare e tutto, visto a distanza, sembra romantico tanta fu la bellezza, la poesia, lo splendore rivelatisi nell’animo degli italiani. Mai una guerra fu piú sentita di quella. Mai entusiasmo fu piú sincero. Mai unità di spiriti piú profonda. Una guerra a distanza di quattro e seimila chilometri; un nemico numeroso e crudele; un mondo inesplorato; la Società delle Nazioni ostile; la flotta inglese nel Mediterraneo; le sanzioni; e al 3 ottobre il passaggio del Mareb. Quindi le battaglie decisive della primavera e la fantastica marcia su Addis-Abeba. Tre adunate improvvise di popolo come non si ebbero nella storia e poi la notte trionfale del 9 maggio, la piú grande vibrazione dell’anima collettiva del popolo italiano.
Al vertice del regime cosí come nel paese nessuno metteva in dubbio che l’impero fosse una realizzazione tutta mussoliniana che il «duce» aveva voluto e diretto come nessun altro. Ormai dimenticati i timori dell’anno precedente, Vittorio Emanuele III volle dargliene pubblico e solenne riconoscimento insignendolo della piú alta decorazione militare del regno, la gran croce dell’ordine di Savoia, con questa motivazione:
Ministro delle forze armate, preparò, condusse e vinse la piú grande guerra coloniale che la storia ricordi, guerra che egli, capo del governo del re, intuí e volle per il prestigio, la vita, la grandezza della patria fascista.
E se Mussolini non l’avesse rifiutato («Maestà, io sono stato e voglio essere solo Mussolini... Le generazioni dei Mussolini sono state sempre generazioni di contadini e ne vado un po’ orgoglioso» 2) il re lo avrebbe insignito anche del titolo di principe. Quanto al Gran Consiglio, nella sua brevissima riunione del 9 maggio, convocata per formalizzare la decisione di proclamare la «piena ed intera» sovranità italiana sulla Etiopia e l’attribuzione al re del titolo di imperatore, esso – su proposta di De Bono – approvò per acclamazione una dichiarazione di «gratitudine della Patria al Duce» nella quale a queste parole ne seguivano altre tre che per Mussolini dovevano contare ben piú di qualsiasi titolo nobiliare il sovrano gli avesse potuto concedere : «fondatore dell’Impero» 3.
Dopo le incertezze e i timori che – come si è detto – avevano caratterizzato i mesi della preparazione della guerra, iniziate le ostilità, riportate nell’ottobre-novembre ’35 le prime vittorie e soprattutto ripresa la avanzata nel ’36, l’atteggiamento della gran maggioranza degli italiani verso il conflitto si era fatto non solo sempre piú partecipe, ma – nel complesso – patriotticamente impegnato, con punte non di rado accesamente nazionalistiche.
A creare questo clima aveva certo contribuito l’attentissima e solerte attività preventiva e repressiva di tutto il complesso e multiforme apparato poliziesco del regime, che, oltre tutto, era stato all’uopo notevolmente rafforzato. Con alcune abili e fortunate operazioni (delle quali avevano fatto le spese essenzialmente GL e i comunisti) e soprattutto con una sistematica azione di vigilanza e di prevenzione 4, esso era infatti riuscito sia a bloccare in larga misura l’introduzione e la diffusione in Italia della propaganda scritta antifascista sia a togliere dalla circolazione gran parte degli elementi politicamente sospetti (deferendoli al Tribunale speciale e confinandoli 5) e a ridurre pressoché al silenzio tanto quelli che erano riusciti a sfuggire alla sua vigilanza quanto quelli che, arrestati, erano stati successivamente ammoniti o diffidati e rimessi in libertà. Grazie a questa vasta attività i margini di manifestazione e di diffusione del dissenso erano stati ovviamente assai modesti. Sarebbe però profondamente sbagliato credere che fosse stata questa attività a determinare il clima di cui abbiamo parlato.
Questo, infatti, o era stato – soprattutto a livello borghese e giovanile – la conseguenza di un effettivo e sinceramente spontaneo fenomeno di partecipazione collettiva ai contenuti politici, sociali, patriottici, nazionalistici della guerra o era stato il frutto – soprattutto a livello popolare – di un misto di suggestioni e di influenze, alcune di tipo culturale, altre di tipo emotivo, in parte autonome, in parte molto maggiore determinate dall’ambiente e specialmente dal massiccio, ininterrotto e a suo modo abile martellamento della propaganda del regime. Né si può sottovalutare l’influenza che in questo senso aveva avuto l’atteggiamento assunto verso la guerra d’Etiopia dal clero a tutti i suoi livelli, dai príncipi della Chiesa piú in vista, ai vescovi delle diocesi minori, ai semplici parroci, ai cappellani militari. Un atteggiamento cosí compatto, unanime, spesso esaltato che non risparmiò neppure quei sacerdoti che solo quattro anni prima si erano schierati contro il fascismo o che sempre avevano avuto verso di esso una posizione dura e non gli avevano lesinato riserve e critiche. Tipico è il caso del vescovo di Vicenza, Rodolfi, che era arrivato sino a scomodare la provvidenza, ricordando ai suoi fedeli «che una provvidenza divina si eleva sopra la povera mente umana e domina le vicende dei popoli per vie a noi ignote e sempre a sapientissimi fini di misericordia e di bene»6. Un atteggiamento, ancora, che non di rado assumeva toni apertamente fascisti. Valga, per fare un solo esempio, questo ditirambico atto di fede in Mussolini del vescovo di Terracina, mons. Navarra7:
Coloro che si illudono di piegare, comunque, il nostro popolo, si ingannano, o Duce! Essi compiono sforzi vani, perché i tempi d’Italia sono mutati: oggi l’Italia è fascista e il cuore di tutti gli italiani batte all’unisono col vostro, e tutta la nazione è pronta a qualunque sacrificio per il trionfo della pace e della civiltà romana e cristiana... Iddio vi benedica, o Duce! Vi sostenga nel giornaliero, titanico lavoro, e vi conceda che... possiate... assistere alla vittoria, che non può mancare, delle armi italiane.
E qualche volta assumeva addirittura toni di crociata religiosa, come in questo discorso del vescovo di Ozieri, mons. Serci8:
Non si tratta di decidere su un problema coloniale, poiché il problema coloniale esiste solo tra l’Italia e l’Etiopia; non si tratta solo nemmeno di un problema politico, ma anche e soprattutto di un problema morale e religioso. È il protestantesimo, che, in combutta con la massoneria, col comunismo e con l’antifascismo, si sforza di abbattere la civiltà di Roma, perché è cattolica. Come potevano i protestanti vedere di buon occhio l’unità religiosa del popolo italiano, essi che sono divisi in cento e cento sette diverse? Come tutti costoro, insieme cogli antifascisti e i comunisti, potevano tollerare la meravigliosa disciplina del popolo italiano, i suoi principî morali e religiosi, l’unità della famiglia sorretta da tante provvide istituzioni dello Stato fascista, essi che sono tutti ultradivorzisti, e senz’altra morale che quella del proprio egoismo?
Anche sotto il profilo dell’allineamento del clero e dietro di esso della grandissima maggioranza dei cattolici sulle posizioni del regime, la guerra d’Etiopia aveva segnato un record che non sarebbe stato piú raggiunto, a ben vedere, neppure negli anni della guerra civile spagnola, che pure il fascismo e la Chiesa prospettarono in termini largamente analoghi, come lotta in difesa della religione e contro il comunismo. Sicché è estremamente difficile distinguere, specialmente dopo l’inizio delle ostilità, sostanziali differenze nella visione che della guerra dettero il clero e il regime e insieme valutare realisticamente se l’atteggiamento del primo finí per assumere un peso positivo particolare o fu solo un elemento aggiuntivo, importante, certo, perché evitò alla propaganda fascista di dover fare i conti con voci «fuori tono» o con imbarazzanti silenzi, ma non decisivo e, forse, addirittura corrispondente a quello dei fedeli. Cosa che, per altro, se pure questa dovesse essere stata la realtà delle cose, non toglie che col suo atteggiamento il clero giovò certamente molto al regime sul piano internazionale, soprattutto presso le comunità italiane all’estero, sia perché le confermò nella loro adesione alla causa italiana sia perché contribuí ad immunizzarle dagli argomenti contrari dell’antifascismo e di vasti settori dello stesso clero cattolico non italiano9.
Quanto al ruolo dell’apparato propagandistico del regime, dopo quello che abbiamo detto nel precedente capitolo, non ci dilungheremo su di esso. Piú di ogni nostra elencazione degli argomenti piú utilizzati, ci pare che per valutarlo si prestino meglio le parole che ad esso dedicò alla Camera ai primi di maggio il sottosegretario per la Stampa e propaganda Alfieri, che della propaganda durante la guerra fu il vero regista, dato che G. Ciano per lungo tempo fu in Africa come ufficiale d’aviazione10:
Questa propaganda ha dovuto... assumere una posizione di vero e proprio combattimento. Di fronte al mondo coalizzato contro di noi, bisognava dimostrare non solo il buon diritto dell’Italia, ma l’interesse che la civiltà, l’umanità stessa traevano dall’impresa italiana.
«Una posizione di vero e proprio combattimento»: in questa definizione è tutto riassunto, la forma come la sostanza, lo spirito martellante, intransigente, aggressivo che in quei mesi fu messo in ogni forma di propaganda, a tutti i livelli, contro tutti i «nemici», per prospettare qualsiasi obiettivo da raggiungere e soprattutto per coinvolgere psicologicamente tutto il paese nella lotta e farlo partecipe ad essa. Quest’ultimo aspetto è, anzi, a nostro avviso, il piú significativo, piú di quelli rappresentati dalla retorica esaltazione del diritto dell’Italia ad avere un impero, della missione civilizzatrice di Roma, del valore dei soldati italiani, ecc. Fu esso infatti quello che, in una società come l’italiana, per molti aspetti non ancora del tutto moderna e quindi ancora largamente unitaria e solidaristica sotto il profilo culturale, piú dovette contribuire a livello popolare a fare allineare gran parte degli incerti e dei riottosi all’atteggiamento collettivo e, poi via via, ad uniformarsi psicologicamente ad esso per non apparire estranei e al limite traditori. La frequenza e la sistematicità con le quali la stampa piú propriamente fascista fece leva sulla molla psicologica del tradimento che consumavano coloro che non sentivano la solidarietà nazionale e non collaboravano alla lotta contro le sanzioni sono per noi eloquenti. Alcuni esempi, tratti dal «Popolo d’Italia» dei primi mesi di guerra, ci sembra possano chiarire il nostro punto di vista:
6 novembre:
Leghista ed abissino, che è la stessa cosa, si rende colui che in questo momento preferisce senza necessità le produzioni dei paesi sanzionisti: è l’equivalente d’un tradimento.
22 novembre:
Madri italiane che avete i figli combattenti in Africa Orientale, ricordatevi che la maggior parte dei paesi sanzionisti inviano armi in Etiopia, contro i vostri cari. Vendicatevi boicottando le merci dei paesi sanzionisti.
13 dicembre:
Pugnalate alle spalle i nostri soldati combattenti nell’Africa Orientale se negate loro i mezzi per vincere. Per avere questi mezzi bisogna disporre di oro. Date il vostro oro alla Patria, se non volete tradire chi difende, nell’onore e negli interessi nazionali, l’onore e l’interesse dei vostri figli.
28 dicembre:
Il patriottismo piú vero e piú utile è quello convalidato dalle opere. Solamente i fatti contano. Avete dato alla Patria pur anche il minimo di oro di cui potete disporre? Se non avete questa matricola, voi che lo potete, non crediate di essere un degno italiano. E provvedete, quindi, ad evitare il rimorso e la vergogna: che vi accompagneranno per sempre. L’ora che corre non ammette esitazioni, egoismi, viltà.
Un altro punto su cui vogliamo richiamare l’attenzione è infine quello della violentissima carica anti-inglese che caratterizzò lo sforzo propagandistico fascista di quei mesi. Se infatti la polemica genericamente antisanzionista fu violentissima, giungendo sino a predicare e ad esaltare l’odio nazionale contro i paesi sanzionisti («La nostra lotta non deve avere limiti di tempo; dobbiamo preparare i figli nostri, i nostri nipoti a saper odiare negli anni e nei secoli i nemici della Patria», scrisse il 5 novembre ’35 «Il regime fascista») e ad auspicare un nuovo modo di comportarsi verso di essi anche nel futuro («Il popolo italiano, profondamente deluso sul valore di certe vantate amicizie tradizionali, deve per forza rivedere d’ora innanzi non solo il suo atteggiamento diplomatico, ma anche i suoi stessi sentimenti: quei sentimenti che, nei momenti critici della storia, prevalgono sopra ogni impegno di governo e trascinano le nazioni verso i loro destini istintivi e fatali», scrisse il 16 novembre ’35 il «Corriere della sera»), la polemica specificamente anti-inglese fu anche piú violenta. E per alimentarla nulla fu risparmiato, sino a giungere alla proibizione di rappresentare le opere di autori inglesi (con la sola eccezione di quelle di Shakespeare e di Shaw, che si era pronunciato in termini assai duri contro le sanzioni), ovvero a far cambiare a ditte e a luoghi pubblici il nome inglese (o supposto tale) o, addirittura, che urtava la suscettibilità nazionale italiana (fu questo il caso, per esempio, dell’Hotel Eden a Roma). E specie a livello borghese con risultati tutt’altro che modesti e, ciò che piú conta, con risultati che in parte si sarebbero rivelati duraturi. Sulla vastità del fenomeno tutti i diplomatici, i giornalisti, gli osservatori stranieri offrono testimonianze concordi11. Sul suo perdurare dopo la fine della guerra – anche quando la polemica anti-inglese fu via via attenuata dal regime e sembrò che questo, in certi momenti, come in occasione del gentlemen’s agreement del ’37 e dei cosiddetti «accordi di Pasqua» dell’anno successivo, fosse sul punto di riconciliarsi con «la perfida Albione» e persino quando l’ostilità popolare verso i tedeschi cominciò a farsi sempre piú viva – ci limiteremo per il momento a due sole osservazioni: a livello intellettuale e non solo di intellettuali fascisti ma, fatto ben piú significativo, anche di alcuni intellettuali nettamente antifascisti – tipico il caso di Gaetano De Sanctis12 – continuò spesso a manifestarsi la convinzione che «tutto sommato, l’Italia faceva bene ad opporsi all’egemonia inglese nel Mediterraneo»; e a un livello piú basso, ma anche piú ampio, se fra i combattenti della seconda guerra mondiale si possono cogliere delle costanti di atteggiamento, una di queste è proprio rappresentata da un diffuso spirito anti-inglese, a cui, sintomaticamente, non corrisponde nulla di simile verso gli altri popoli con i quali l’Italia era in guerra, francesi, greci, jugoslavi, russi13.
Se a questi elementi si aggiunge l’entusiasmo per la vittoria conseguita e per la fine della guerra si comprende facilmente l’esaltazione che contraddistinse a livello di opinione pubblica le giornate del maggio ’36 in tutta Italia14 e che a Roma si tradusse nelle adunate oceaniche del 5, del 9 e del 24 maggio, certo le piú grandiose e spontanee di tutta la storia del fascismo. Di quella del 9 maggio Ugo Ojetti ci ha lasciato una immagine15 che merita di essere citata ampiamente, sia perché ne rende bene l’atmosfera sia soprattutto perché costituisce, nel suo genere, un documento tra i piú significativi per rendersi conto del tipo di retorica imperiale e di super mussolinismo che si inaugurò in quei giorni16:
Roma, alle dieci di sera. Mentre s’aspettava l’apparizione del Duce al balcone di Palazzo Venezia, la calca nella piazza sotto le folate di luce dei proiettori pare che s’alzi e s’abbassi e quasi respiri come fa il mare quando sul sole volano le nubi. Ho la fortuna d’essere affacciato alla loggetta... del palazzo Misciatelli... Sotto noi la folla ha ancora corpi, volti, voci, gesti definiti, e gorghi e rigiri a ogni squadra che dietro una fanfara, una bandiera o un cartello tenta d’incunearsi nel folto e d’un tratto ha da fermarsi perché chi c’è fa muraglia; ma sotto i pini laggiú sulla via dell’Impero la pressa veduta di scorcio è tanto immobile e compatta che solo le teste appaiono, senza le spalle, accostate come i ciotoli d’un acciottolato. Sui ripiani del Monumento questo pavimento si fa piú regolare, una fila dietro l’altra: sono gli elmetti delle truppe allineate, arma per arma.
Sul Campidoglio tutto è simbolo, e stasera tutti i simboli sono limpidi... Piú tempo passa, piú questa elettricità ci penetra tutti. Non c’inebbria; anzi ci illumina e aguzza la mente, cosí che non solo il presente ma anche l’avvenire ci sembra chiaro e certo come è il passato: il passato di Roma... Talvolta il fascio d’una fotoelettrica s’innalza verticale, fruga il firmamento in cerca di non si sa che stella, e i volti s’alzano a fissare l’infinito come per decifrare, sul nero della notte, in cima a quell’asta di luce un presagio. Nell’alzarsi di mille e mille facce insieme, la calca si schiarisce d’un tratto, in roseo. Questi attimi d’unità anche fisica fanno felice la moltitudine. Essa tiene gli occhi puntati sul poggiolo col drappo rosso, cosí intensamente che sembrerebbe Mussolini dovesse uscirne per incanto, attratto da una volontà, una volta tanto, piú forte della sua. – Du ce, du ce, du ce –. Il grido comincia sempre dall’orlo di quel mare, come se i piú lontani tentassero d’avvicinarsi al palazzo con la voce non potendo avvicinarsi con la persona. Subito il ritmo si propaga, martella la piazza, placa la brama, anzi la smania di parlare, respirare, sperare, credere, amare, odiare, agire insieme, d’essere non centomila ma uno solo, forte come centomila.
Tre squilli di tromba. Laggiú non li hanno uditi e continuano a gridare, a chiamare, a invocare. Ed ecco lui, ritto, immobile, la faccia quadra, le mani sul marmo del parapetto. Quando è uscito? Quando è apparso? Sembra che sia stato sempre lí, che quelle larghe spalle sieno sempre state nel centro dell’alta finestra, di marmo come gli stipiti, come il davanzale.
Tutti tanto bene se lo immaginavano che a vederlo vivo e reale un attimo di stupore v’è stato, un attimo di silenzio attonito; poi gridi e applausi esplodono, rimbombando da una mole all’altra, riempendo d’echi l’aria, cosí che ad aprir la bocca si respira clamore, si spira clamore. Con la voce, con le braccia, coi fazzoletti, tutti sulla punta dei piedi cercano d’innalzarsi verso lui, di distinguersi; e se per un istante ristanno, sorridono felici quasi pensando: – M’ha udito, m’ha veduto –. Cartelli, bandiere, labari, gagliardetti, non sono che braccia piú lunghe, mani piú lunghe, agitate.
Per quanto Mussolini ha fissato quel popolo proteso? Per quanto s’è egli goduto il frangersi di quelle onde sul gran petto? Ha corrugato la fronte, ha gettato indietro il capo come a staccarsi dal fascino, ha alzato la destra. È il saluto; ma alla folla sembra un invito a procedere avanti nel mondo, nella vita del mondo, liberamente, coi ranghi serrati cosí, perché la strada ormai è aperta. E gli applausi ricominciano a crepitare, e il clamore a scrosciare.
Con la palma fa segno di cessare, di tacere. Poi sorride, col suo largo sorriso. Soltanto allora, a quel segno d’amorevole affetto, come paga d’aver sforzato il gran volto chiuso, la moltitudine si tace. Gli ultimi gridi si spengono sui margini lontani, verso i Fori imperiali.
Ed egli comincia: – Ufficiali, sottufficiali, gregari... – Sillaba le parole accompagnando anche le sdrucciole fino all’ultima vocale, pacato e sicuro, i fiati, come si dice nel canto, al loro posto, tanto bene che la voce netta e squillante, col salire e discendere e sostare a tempo, senza una mancanza, dà alle parole lapidarie una certezza viva, di salute. Ogni parola è come un passo avanti, cadenzato. «L’Italia ha finalmente il suo Impero».
L’attenzione della folla è tanto concorde e profonda che l’applauso scoppia sempre un istante dopo l’annuncio da applaudire, come se chi ascoltasse faccia uno sforzo per uscire dall’incanto, e rispondere. Mussolini ha già ricominciato a parlare, e l’applauso lo obbliga a interrompersi. Si passa una mano sulle labbra, fa ancora segno di tacere, un segno bonario con cui si direbbe che avverta: – Aspettate, perché v’è di meglio.
Talvolta sembra che egli ci legga nel cuore, formuli quello che noi sentiamo, muti il palpito in parola, la parola in comando... Ed ecco egli stesso ci annuncia «la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma»... Ed ecco Mussolini ad ammonire: «Questo grido è un giuramento sacro che v’impegna dinanzi a Dio...» Cosí è: d’annuncio in annuncio egli ci ha accesi di tanta fiamma, ci ha portati tanto in su che quella parola breve e infinita è apparsa sul popolo come una naturale invocazione di là dalla vita. Un grido gli risponde come a dire che, sí, Dio è già nel cuore di tutti. La piazza in quel momento sotto la gran cupola del cielo assomiglia a un tempio.
«Saluto al Re». Son le ultime parole, la mano alta. Il Duce torna immobile come al principio, le due mani strette sulla lastra di marmo del davanzale. Par che lo sostenga, non che vi s’appoggi.
Commentando l’entusiasmo e l’esaltazione di quei giorni, Ettore Conti annotò nel suo diario17:
Come è facile all’entusiasmo il nostro popolo; e come, ignaro degli «Annali» e delle «Storie» di Tacito, si esalta al richiamo dell’Impero! Devo constatare ancora una volta, e con amarezza, come Mussolini eserciti un ascendente, direi ipnotico, sulle masse. Mentre noi, classi cosidette dirigenti, che egli odia, sentiamo l’artificio delle sue concioni e della sua politica, che non abbiamo modo di contrastare, se non con sterili critiche, il popolo si affolla intorno a lui, in dimostrazioni di consenso che ora si chiamano, e sono davvero spesso, oceaniche, e si esalta, e lo esalta, confermandolo nella sua presunzione di infallibilità. Pericoloso!
Assieme all’annotazione, degli stessi giorni, del maresciallo Caviglia, citata nel precedente capitolo, questa dell’autorevole industriale e finanziere milanese ci permette di cominciare a guardare dietro la facciata, di cercare, cioè, di approfondire il vero significato di quell’entusiasmo e di quella esaltazione e di capire sino a che punto essi – e l’indubbio aumento di prestigio che ne derivò per la persona del «duce» – si traducevano in un effettivo consenso per la politica di Mussolini. Sarebbe infatti errato ritenere che l’entusiasmo e l’esaltazione e lo stesso accrescimento del prestigio personale di Mussolini si traducessero sic et simpliciter in una eguale intensità del consenso politico. Operare una netta distinzione tra le due facce del problema è però estremamente difficile, per non dire impossibile, sia per la scarsità di una documentazione veramente attendibile e tale da poter avere un valore generalizzabile non arbitrariamente, sia perché le due facce non erano quasi mai oggettivamente distinguibili neppure allora, dato che, se si prescinde dai limitati ambienti nettamente antifascisti (per i quali ovviamente mancava anche la faccia dell’entusiasmo), non è questione di stabilire se il consenso ci fosse o non ci fosse, ma di valutare in che misura esso fosse completo o piú o meno venato di riserve, di motivi critici, di preoccupazioni per il futuro (economico-sociale ed internazionale) e, ancora, quali fossero la potenzialità di queste riserve, di questi motivi critici, di queste preoccupazioni e, al tempo stesso, le soluzioni alternative che oggettivamente potevano essere prese in considerazione in un momento come quello, in cui pensare di abbattere il regime era un assurdo.
Che il fascismo e il regime uscissero dalla guerra d’Etiopia oggettivamente rafforzati è fuori dubbio. Persino l’antifascismo militante lo riconobbe a tutte lettere. Veramente significativo è a questo proposito quanto Carlo Rosselli scrisse all’indomani della sua conclusione18:
Meglio riconoscere con franchezza virile che il fascismo, almeno sul piano interno, che è poi quello che piú di ogni altro ci concerne, esce rafforzato, consolidato da questa crisi. Molta gente che ancora riteneva possibile una rapida soluzione e conservava vivi dei rancori si convertirà al fascismo. Altri si rassegneranno. L’urto sociale sarà deviato e contenuto. Si entra in una fase di liquidazione relativa per gli uni e di stabilizzazione relativa per gli altri. Una serie di fenomeni del dopoguerra che avrebbero potuto essere decisivi per l’opposizione avranno una importanza assai piú limitata e saranno facilmente dominati dal fascismo. Anche le difficoltà economiche e finanziarie, innegabili e crescenti, non saranno tali da minacciare il regime dopo il suo recentissimo successo. Le dittature non sono mai cadute per ragioni economiche e finanziarie. Le difficoltà economiche possono spingere, se mai, a cercare nella guerra un diversivo. Ma quando la guerra è vinta, il diversivo funziona e la crisi è contenuta.
Come «Il nuovo avanti» di Parigi (che nell’estate precedente si era illuso che la situazione italiana stesse progredendo in senso rivoluzionario19) aveva dovuto riconoscere sin dall’inizio dell’anno, la guerra aveva fatto quasi completamente franare le posizioni antifasciste e l’antifascismo piú o meno individuale o di piccoli gruppi di matrice liberal-democratica o riformista e portato, almeno per il momento, ad un loro recupero in chiave patriottica da parte del regime20. In un articolo dall’Italia21, un po’ schematico e semplicistico, ma nel complesso realistico, cosí l’organo del Partito socialista aveva prospettato il fenomeno:
L’antifascismo, in Italia, prima della crisi corrente, concentrava intorno a sé una larga complessità di correnti le piú disparate per provenienza, direzione e colore. Il regime fascista, accentrando nelle mani di pochi tutti i compiti e tutti i profitti dello Stato, aveva leso troppi interessi e ferito troppi orgogli: le fila dell’antifascismo erano particolarmente ingrossate e forse appesantite dagli ex-titolari di tali interessi e di tali orgogli. Costoro, per le cariche già occupate e per il loro passato politico, con il loro atteggiamento offeso di spodestati, avevano fatto equivocare sul reale contenuto del loro comportamento nei confronti del fascismo: si era presa per sostanza quello che non era altro che forma. Oggi, nel nuovo clima del conflitto italo-etiopico, sotto il tradizionale stormo delle campane che gridano la patria in pericolo, tutti questi avversari del regime si sono sentiti il cuore improvvisamente invaso di intransigente patriottismo, e con l’obolo delle loro medaglie e dei propri nastrini hanno passato il fiume e si sono accantucciati dall’altra parte. La perdita non è grave, presa in sé: ma il rumore reclamistico che intorno vi suscita la stampa fascista, può recarci davvero un danno considerevole presso le masse. Si ripete, infine, sia pure in una forma piú comoda e meno fragorosa, lo sbandamento del 1914: di fronte a una bandiera sventolata e a quattro squilli di fanfara, i ribelli si vanno emolliendo come cera, e le fila dei guerrafondai e degli oltranzisti s’ingrossano sempre piú.
Le forze dell’antifascismo, dunque, si sono andate quantitativamente affievolendo: il grido della patria in pericolo ha agito come un violento reagente chimico, facendo precipitare la situazione: le posizioni dubbie e gli atteggiamenti perplessi non hanno resistito: si è venuto determinando un taglio netto e deciso tra coscienze antifasciste, e le altre; e il quadro attuale delle cose è l’esatta riflessione del campo sul quale noi ci dobbiamo battere per il conseguimento dei nostri fini. Il regime fascista, sorto in un primo tempo come schermo della borghesia, divenuto monarchico per necessità tattica e fattosi frate nella fiducia di salvare il corpo e l’anima, assomma oggi nelle proprie mani le tre grandi energie organizzate del paese: l’esercito, il clero, e la finanza. È inutile farsi illusioni: il fascismo ha legato indissolubilmente intorno a sé queste tre grandi forze. Non sono mancati, è vero, all’inizio di questa crisi, accenni a scismi, scissure e abbandoni, ma in definitiva borghesia, chiesa e monarchia, nel timore del poi, hanno marciato di conserva per sostenere il regime sino in fondo.
Né le cose erano andate molto meglio per l’antifascismo militante organizzato che, già debole prima della guerra e sottoposto alla piú dura repressione, si era venuto a trovare vieppiú depauperato dei suoi migliori elementi, via via individuati e arrestati, e ancor piú isolato nel paese e – come ciò non bastasse – in sempre maggiori difficoltà a tenere effettivi rapporti sia con le centrali nell’emigrazione sia tra le sue stesse componenti nella clandestinità. Già nel dicembre ’35 questa situazione era cosí grave che il centro interno socialista doveva descriverla ai compagni della direzione parigina in questi termini22:
In tema di rapporti con le altre correnti antifasciste, vi informiamo che qui non abbiamo contezza dell’esistenza di formazioni facenti capo a G. L. o al Partito repubblicano. I nuclei liberali e democratici coi quali siamo in relazione non mostrano di avere legami con tali organizzazioni emigrate. Quanto ai comunisti, la situazione, quale a noi risulta, è la seguente. Il Partito ufficiale si trova in uno stato di grave disorganizzazione e prostrazione. A prescindere dagli elementi apertamente dissidenti, che in taluni centri prevalgono sugli ortodossi, noi abbiamo potuto avere solo contatti o con elementi del P.C. che non essendo in odore di santità, o dormienti, non hanno autorità rappresentativa, oppure con elementi che, ignorando ancora le nuove direttive degli staliniani, mantengono verso le altre correnti antifasciste l’antico atteggiamento ostile su tutta la linea.
L’insuccesso piú grave fu però quello costituito dalle sempre maggiori difficoltà che l’antifascismo incontrava (e non da ora) tra le masse popolari. La documentazione antifascista del tempo e la stessa stampa antifascista sono a questo proposito eloquenti. Dopo le illusioni e i baldanzosi propositi dei mesi precedenti l’inizio delle ostilità e le prime vittorie, il quadro che se ne ricava è sconsolante. Le masse popolari non si ribellavano alla guerra, erano «disorientate», «inerti» e «corrotte psicologicamente» dalla propaganda fascista. Anche laddove, tra gli operai anziani, questa era accolta con piú scetticismo e senso critico, «la paura generale e profonda di un prossimo conflitto europeo» le induceva «a solidarizzarsi nel paese e contro lo straniero»23. Sicché nel complesso, come riferiva a Parigi il centro interno socialista nel già citato rapporto del dicembre ’3524,
non solo nella massa non si nota alcun sintomo di risveglio in senso socialista; ma si osserva un’incredibile presa della propaganda demagogica e sciovinista del regime, specie nei suoi aspetti anti-inglesi. Il motivo dell’«egoismo britannico» che si mette di traverso alle «giuste» aspirazioni dell’Italia «proletaria» è innegabilmente sentito.
Né questa era la valutazione dei soli socialisti. A guerra finita «Lo Stato operaio» avrebbe infatti anch’esso riconosciuto che25
alcuni motivi della propaganda di guerra del fascismo, sebbene non originali, hanno esercitato una notevole suggestione tra importanti strati popolari, specialmente giovanili, perché si presentavano sotto la veste di verità ineccepibili e facili a comprendere. La distinzione tra nazioni ricche e povere, borghesi e proletarie, serve alla giustificazione della guerra proletaria, delle nazioni povere contro le nazioni ricche, della guerra per la «giustizia sociale fra le nazioni», che divida il mondo in modo piú ragionevole di quanto non lo è ora, e dia alle nazioni povere una parte di quanto oggi posseggono le nazioni ricche. Questi motivi, che mascherano la vera causa della miseria del popolo italiano e la vera causa della guerra, cioè il sistema capitalista, trovano una certa eco tra le masse che vivono nella miseria e senza domani, in particolare tra i giovani.
E oggi noi sappiamo che personalmente R. Grieco – in quel momento il responsabile politico del Partito comunista – era anche piú pessimista. A livello operaio, per lui si potevano distinguere tre gruppi: «una minoranza di vecchi operai militanti dei vari partiti di sinistra», per la quale in quel momento qualsiasi programma rivoluzionario era follia; «una vasta massa di operai influenzati dal fascismo», che era sensibile solo «al tema di modeste rivendicazioni materiali»; e «un gruppo di fascisti veri», a suo dire formato dagli elementi piú opportunisti26. In questo clima – anche a prescindere da una serie di errori tattici e psicologici commessi dall’antifascismo (diffusione di parole d’ordine troppo rozzamente disfattiste, di notizie non vere o esagerate sulla situazione interna italiana e su alcune manifestazioni di malcontento, che, in genere, erano solo espressione di realtà locali e di difficoltà economiche, di ricorrenti annunci dell’imminente crollo del regime, ecc.) – la guerra, invece di favorire la penetrazione e i contatti dei gruppi clandestini tra le masse popolari, li aveva resi piú difficili e meno produttivi che in passato27, al punto da costringere un po’ tutti a rivedere le proprie idee sulla realtà italiana e con esse, non di rado, i propri modi di lotta e persino le prospettive di questa. Tipico è il caso di C. Rosselli che nel già ricordato articolo del 15 maggio28 scrisse:
Il vecchio antifascismo è morto. Morte sono tutte le posizioni formali e organizzative che si trascinino dietro il peso o anche solo il fato della sconfitta o l’obbligo di una coerenza antistorica o il legame con impostazioni superate ed equivoche.
Il caso certo piú clamoroso fu però quello dei comunisti. Finalmente convintisi che puntare su una crisi a breve scadenza del regime era assurdo, delusi, per non dire traumatizzati, dall’atteggiamento delle masse popolari durante la guerra e desumendo da questo atteggiamento piú di quanto fosse oggettivamente lecito29, appena conclusosi il conflitto essi inaugurarono infatti una nuova linea politica che – esasperando la nuova strategia dei fronti popolari che il Comintern aveva ufficialmente sancito nel suo settimo congresso30 e che aveva dato cosí buoni risultati in Spagna e in Francia – rivoluzionava completamente i termini del loro approccio politico-propagandistico alla realtà italiana31. Questa nuova linea, infatti, non solo si proponeva di non offendere il sentimento nazionale esaltato a tutti i livelli dalla guerra d’Etiopia e tendeva a far leva sulla inconciliabilità delle attese popolari, esasperate dalla demagogia sociale del fascismo, colla politica del regime, ma si spingeva addirittura – per trovare nuovi legami con le masse – sino a rivendicare l’attuazione del programma diciannovista del fascismo e a cercare, su tale piattaforma, il collegamento con la base e persino con i quadri intermedi del fascismo per una lotta comune contro «l’oligarchia dei finanzieri, dei grandi industriali, dei grandi agrari», «un pugno di famiglie che sono i veri padroni del paese», che «è la causa delle nostre miserie, dell’oppressione in cui viviamo, della politica di guerra» e che «si oppone al mantenimento delle promesse fatte al popolo italiano, perché non vuole pagare»32. Da qui, in giugno, l’appello alla «riconciliazione del popolo italiano» con cui i comunisti si rivolsero direttamente alle masse fasciste33:
Noi tendiamo la mano ai fascisti, nostri fratelli di lavoro e di sofferenze, perché vogliamo combattere assieme ad essi la buona e santa battaglia del pane, del lavoro e della pace. Tutto quanto noi vogliamo, fascisti e non fascisti, possiamo ottenerlo unendoci e levando la nostra voce, che è la voce del popolo. Fascisti, ex combattenti d’Africa, conquistate al popolo il diritto di parlare in tutte le organizzazioni. Fate che ogni organizzazione, ogni circolo, ogni sindacato diventi il cuore pulsante della nazione riconciliata, contro i suoi nemici che l’affamano e l’opprimono, contro il pugno di parassiti che domina il nostro bel paese.
Noi comunisti vogliamo fare l’Italia forte, libera e felice. La nostra aspirazione è pure la vostra, o fascisti, cattolici, uomini italiani d’ogni opinione politica, d’ogni fede religiosa.
Uniamoci. Uniamoci in un solo cuore ed in una sola volontà.
Uniamoci dovunque ed in ogni ora. Parliamo un linguaggio solo: quello degli interessi del popolo e del paese. Lottiamo uniti, per il nostro pane, per il nostro lavoro, per la nostra pace, perché l’Italia sia strappata ai suoi nemici e restituita agli italiani, perché l’Italia sia salvata dalla catastrofe.
Questo appello venne solennemente ribadito in agosto con un lunghissimo documento, sottoscritto da tutto il gruppo dirigente comunista operante nell’emigrazione e pubblicato da «Lo Stato operaio» col titolo Per la salvezza dell’Italia e la riconciliazione del popolo italiano, in cui il programma fascista del ’19 era definito «un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori» e, rivolgendosi nel nome della «riconciliazione del popolo italiano», sia ai giovani fascisti sia a quelli della «vecchia guardia», si affermava:
Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi ed a tutto il popolo italiano per la realizzazione del programma fascista del 1919, e per ogni rivendicazione che esprima un interesse immediato, particolare o generale, dei lavoratori e del popolo italiano. Siamo disposti a lottare con chiunque voglia davvero battersi contro il pugno di parassiti che dissangua ed opprime la Nazione e contro quei gerarchi che li servono. Perché la nostra lotta sia coronata da successo dobbiamo volere la riconciliazione del popolo italiano ristabilendo l’unità della Nazione, superando la divisione criminale creata nel nostro popolo da chi aveva interesse a spezzarne la fraternità. Dobbiamo unire la classe operaia e fare attorno a questa la unità del popolo e marciare uniti, come fratelli. Per il pane, per il lavoro, per la terra, per la pace, la libertà.
E ancora a fine settembre il comitato centrale comunista si sarebbe mosso sulla stessa linea, nonostante le critiche che unanimemente venivano rivolte ad essa dal resto dell’antifascismo, tanto emigrato quanto clandestino34, e, soprattutto, nonostante che dalla metà di luglio in Spagna fosse in atto la guerra civile, con tutto ciò che essa significava sul terreno sia della radicalizzazione della contrapposizione fascismo-antifascismo sia dei suoi echi in Italia, tra quelle masse popolari che, nella loro impotenza e nel loro sconforto, i dirigenti comunisti nell’emigrazione consideravano assai piú integrate nel sistema e assai meno sensibili al richiamo della libertà di quanto in realtà fossero35.
Questo è infatti il vero nodo che bisogna sciogliere per comprendere l’effettivo atteggiamento dei ceti popolari e in particolare di quelli operai verso il regime, quale esso era al momento della conclusione della guerra d’Etiopia. Dire che questi ceti erano stati in gran parte coinvolti psicologicamente nella guerra dalla propaganda fascista e avevano in qualche misura condiviso sia le motivazioni che questa aveva dato della guerra sia le speranze, i miti di un futuro benessere che l’Italia tutta avrebbe tratto dall’impero, è limitarsi ad un solo aspetto del problema, anche se certo il piú appariscente. Ad esso se ne affiancava però un altro, reale quanto il primo, anche se meno appariscente, specie per chi giudicava la realtà italiana ormai quasi solo dall’esterno e in base ad un metro di giudizio in parte astrattamente ideologico e in parte ormai inadeguato a capire una realtà molto diversa da quella per il quale esso era stato elaborato e – per di piú – la giudicava sotto l’impressione traumatica di aver dovuto constatare che quei ceti si erano comportati di fronte alla guerra in modo contrario a tutte le sue convinzioni e previsioni. Un aspetto che, per altro, non sfuggiva all’occhiuta vigilanza – tutto realismo e pragmatismo – della polizia fascista e dei suoi informatori e di quella parte del PNF che viveva la vita dei lavoratori in fabbrica, nei sindacati, nei dopolavoro, nella realtà quotidiana. Tanto è vero che è da queste fonti che esso emerge piú chiaramente e con notevole anticipo rispetto ad altre. Riassumendo e generalizzando al tempo stesso, questo secondo aspetto è cosí individuabile. A livello di massa, il coinvolgimento psicologico dei ceti popolari e soprattutto di quelli operai nella guerra d’Etiopia non equivaleva ad un pieno consenso politico verso il regime fascista: le riserve (come gli apprezzamenti) rimanevano e con esse le preoccupazioni e le insoddisfazioni connesse alle condizioni di vita e di lavoro, i timori per i sacrifici e i rischi che la politica estera mussoliniana poteva ancora provocare e le aspirazioni ad un diverso assetto politico. Diverso assetto politico che – parlando sempre in generale e schematizzando – per gli anziani rimaneva pressoché sempre quello da essi vagheggiato in gioventú, talché avevano sostanzialmente ragione quegl’informatori dell’OVRA che in piena guerra d’Africa mettevano in rilievo che la grande maggioranza degli operai dei grandi centri industriali «quantunque apparentemente facente parte delle organizzazioni sindacali fasciste, e benché iscritta al Partito, è rimasta quella che era, cioè socialista e comunista per convinzione»36. Mentre per i giovani questo diverso assetto politico poteva essere lo stesso che per i padri (specie se si trattava di famiglie con una certa tradizione di milizia politica «sovversiva» o di non recente inurbamento) ma, piú spesso, era invece concepito nel quadro, nella prospettiva fascista e sovente piú propriamente mussoliniana, in cui per altro ciò che la caratterizzava era il porre in primo piano tutta una serie di suggestioni e di istanze, sociali, progressiste, piú o meno esplicitamente anticapitaliste, e di aspirazioni all’autogestione e alla democratizzazione della vita interna dei sindacati.
Se lo si vede in questa prospettiva, il problema dell’atteggiamento delle masse popolari verso il regime all’indomani della guerra d’Etiopia appare assai piú articolato, complesso e «aperto» di quello che può sembrare a prima vista e di come, sul momento, apparve a parte dell’emigrazione antifascista. E se lo si vede in questa prospettiva, si capisce come nel giro di pochi mesi – di fronte, prima alla vittoria del fronte popolare nelle elezioni francesi (che, confermando quella di pochi mesi prima del fronte popolare spagnolo, le diede una sorta di valore di tendenza) e poi, soprattutto, della guerra civile spagnola – i suoi termini cominciarono a subire alcuni mutamenti, non certo sconvolgenti, ma altrettanto certamente significativi, se non altro proprio perché essi dimostrano come la guerra d’Etiopia avesse inciso meno di quanto si fosse creduto e si potrebbe credere. E, in particolare, si capisce che esisteva ancora, sia pure latente o, se si preferisce, dormiente una serie di potenzialità antifasciste che in definitiva non attendevano altro che di essere rimesse in moto, ridestate, se appena vi fossero stati gli stimoli adatti e, ancor piú, delle concrete prospettive per un’azione antifascista.
La documentazione di polizia è anche a questo proposito estremamente eloquente. I primi segni che qualche cosa si muoveva sotto le ceneri si ebbero subito dopo le elezioni francesi. Già prima della fine di giugno a Roma pervenivano da varie regioni, soprattutto del Nord, segnalazioni che si possono riassumere con le parole usate in una di esse inviata da Milano il 25 giugno37:
Le realizzazioni in senso socialista verificatesi in Francia, con l’avvento al potere del Governo del «Fronte Popolare» nonché la situazione politica creatasi nella Spagna, hanno indubbiamente determinato, negli ambienti sovversivi, la speranza, se non la convinzione, di una immancabile ripercussione, favorevole ai partiti sovversivi, sulla situazione politica interna italiana.
Ciò risulta a quest’Ufficio da notizie fiduciarie e dal complesso degli elementi raccolti attraverso i vari servizi di investigazione.
Gli avvenimenti politici sopraccennati hanno ridestato nel campo sovversivo in genere, ed in taluni circoli in ispecie, la illusione che il rafforzarsi nei vicini stati europei del movimento di sinistra possa, presto o tardi, produrre in Italia le sue immancabili conseguenze, in danno del Regime Fascista.
Con l’estate, parallelamente all’inizio e alle primissime fasi della guerra civile spagnola, il fenomeno prese via via maggiore consistenza38, tanto è vero che nella relazione di fine anno sull’ordine pubblico redatta dal ministero dell’Interno39 si può leggere questa significativa affermazione:
Se l’impresa etiopica non ebbe alcun effetto in favore dei partiti politici antifascisti, ma anzi rafforzò lo spirito patriottico del popolo italiano e portò perfino ad un riesame di coscienza non pochi antifascisti, le vittorie dei «fronti popolari» nelle elezioni politiche francesi e spagnole prima e la guerra civile spagnola dopo hanno avuto una innegabile ripercussione in quella parte del popolo italiano che non ha aderito con pieno animo al Regime.
Questi echi degli avvenimenti francesi e soprattutto spagnoli non vanno sopravvalutati. Essi riguardarono infatti ambienti limitati e non crearono certo difficoltà al regime. Essi – lo ripetiamo – indicano però bene come l’entusiasmo e l’esaltazione determinati dalla vittoria africana furono brevi e non tali da determinare un nuovo tipo di consenso tra i ceti popolari, nel senso, almeno, di un suo effettivo rafforzamento, sicché, in definitiva, questo uscí dalla guerra d’Etiopia, se non indebolito – che affermare ciò sarebbe, a livello di massa, eccessivo – per lo meno piú minato di prima da motivi di insoddisfazione, di critica e da timori potenzialmente crescenti. Né questo fenomeno si verificò solo a livello dei ceti popolari. Sia pure con motivazioni parzialmente o totalmente diverse, lo stesso fenomeno si produsse infatti anche a quasi tutti gli altri livelli sociali. E in particolare tra i giovani, gli intellettuali, il mondo economico. Assai meno, invece, a livello piccolo e medio borghese, dove le motivazioni nazional-patriottiche (e spesso nazionaliste tout court), la retorica imperiale e l’esaltazione del «duce» furono – sempre generalizzando – piú diffuse, piú radicate e piú durevoli.
Particolarmente gravi per il regime furono le ripercussioni che la guerra ebbe tra i giovani e gli intellettuali. Pur con i limiti e i caratteri di cui abbiamo detto, la prima metà degli anni trenta aveva registrato una partecipazione degli uni e degli altri alla vita del regime che, se era stata inferiore a quello da esso voluto, non era stata tuttavia trascurabile. Il dibattito sui giovani, quello sul corporativismo, quello sul fascismo universale avevano avuto echi notevoli e avevano coinvolto ed appassionato un buon numero di energie giovanili ed intellettuali. Né, in piccoli gruppi, erano mancati tentativi piú o meno seri di elaborare nell’ambito del fascismo idee di revisione e di ricostruzione culturale e politico-sociale. Tra questi gruppi il piú noto è quello novista, del quale erano stati animatori Ruggero Zangrandi e Vittorio Mussolini40. Esso non era però stato l’unico. In qualche caso da questi dibattiti e da questi gruppi erano emerse posizioni piú o meno frondiste, che, per altro, si erano dimostrate incapaci di giungere a conseguenze estreme o che – se qualcuno vi era giunto – avevano portato alla pratica dissoluzione del gruppo in cui esse erano maturate, dato che per i piú un passaggio a posizioni antifasciste era inconcepibile41. Il bilancio, dunque, per il regime non era stato complessivamente passivo. Avvicinandosi l’inizio delle ostilità, Mussolini – che pure di questa partecipazione era stato uno dei maggiori fautori e l’aveva favorita lasciando, soprattutto ai giovani, un certo margine programmatico di critica e di «eresia» – aveva però deciso che – almeno per il momento – fosse necessaria una stretta di freni. Una simile decisione era tipica della mentalità del «duce». Per lui in tempo di guerra tutto doveva essere omogeneo, «totalitario», l’esistenza di voci «stonate» inconcepibile, dato che esse avrebbero rappresentato una nota discordante nel quadro del paese che era necessario offrire sia agli italiani sia agli stranieri42, e i giovani ora non dovevano discutere ma agire, combattere43. Né è affatto da escludere che sulla sua decisione influissero anche altre due preoccupazioni: l’interesse che la stampa antifascista dell’emigrazione aveva mostrato per alcune discussioni degli anni precedenti e per le posizioni critiche assunte da alcuni gruppi giovanili44 e il delinearsi tra i giovani fascisti della tendenza a porre, proprio in previsione della guerra, il problema dei nuovi contenuti che questa avrebbe dovuto finalmente dare al fascismo. E del resto è significativo che la stretta di freni del ’35 (che, tra l’altro, segnò la fine dell’«Universale» di B. Ricci e di «Cantiere»45) non fu rivolta solo contro i giovani e il fascismo di sinistra, ma colpí anche alcuni periodici e gruppi di «anziani» e del fascismo di destra: tipica in questo senso fu la vicenda del «Secolo fascista» di G. A. Fanelli46. Le conseguenze di questa decisione di Mussolini furono però estremamente gravi.
In un momento in cui molti giovani fascisti – convinti di essere dei precursori che, in un periodo di transizione, tendevano a creare un ordine nuovo nel mondo dello spirito e nella concreta realtà politica, economica e sociale – erano pronti alla lotta purché questa ne valesse veramente la pena, cioè potesse condurre ad un rinnovamento del fascismo e della società italiana, ed erano convinti di essere pienamente in grado di realizzare da «veri» fascisti la propria disciplina nella propria libertà47, ma – al tempo stesso – si ribellavano nel proprio intimo (un po’ consapevolmente un po’ esteticamente) ai formalismi, alla grettezza del fascismo e all’imperiosità, alla sicumera della sua propaganda48, in questo momento cosí delicato, la decisione di Mussolini di bloccare ogni discussione e di ridurre tutto al «credere, obbedire e combattere» provocò nella maggioranza di questi giovani una crisi gravissima. Molti furono infatti colti da un senso di insoddisfazione, di delusione, di frustrazione che si tradusse, a seconda dei casi, o in un disinteresse per la politica attiva e in un allontanamento da essa, o in un conformismo passivo ed opportunista, in un «menefreghismo passivo per mezzo del quale si attua quella forma di assenteismo che deriva dall’evitare le responsabilità, dallo scaricare il lavoro sugli altri, dal rimettersi ciecamente e perciò quasi sempre inintelligentemente agli ordini ed alle disposizioni»49. Nell’agosto del ’40, ripercorrendo le tappe del rapporto fascismo-cultura in una lunga lettera-relazione a Mussolini50, Bottai – che nel ’35-36 aveva cercato in qualche misura di farsi interprete dello stato d’animo dei giovani intellettuali fascisti51 – cosí avrebbe riassunto questo fenomeno e le sue conseguenze per il regime52:
Se è vero che in venti anni di Fascismo le nuove concezioni hanno sempre piú inciso sulla vita del Paese, trasformandola radicalmente, è pur vero, che, per quel che riguarda la cultura, s’è venuto approfondendo un contrasto, che ha irrigidito gl’intellettuali in uno sterile conservatorismo. D’un movimento culturale fascista s’è potuto parlare nei primi anni della rivoluzione, sulla base d’alcuni elementi nazionalistici e idealistici, concretatisi nelle riforme del 1925-26, e poi sboccato nelle prime affermazioni del corporativismo, prima e dopo la Carta del Lavoro. Col declino del nazionalismo e dell’idealismo, il movimento culturale fascista s’è orientato, poi, in senso sempre piú corporativistico, sviluppando il lato piú propriamente rivoluzionario della nuova concezione sociale. È stato, forse, questo, il periodo piú fecondo della collaborazione: quella frazione della cultura italiana, che v’ha partecipato, è riuscita a porsi davvero su di un piano rivoluzionario e a costringere la piú grande frazione conservatrice a scendere sul terreno della polemica e a collaborare anch’essa indirettamente. Gli anni, che vanno dal 1932 al 1935 sono, da questo punto di vista, i piú ricchi di risultati; e la nostra ideologia rivoluzionaria ha avuto, allora, un’influenza notevole anche all’estero, in primo luogo sul nazionalsocialismo, che, giunto al potere nel 1933, si rivolgeva al fascismo per seguirne l’esempio.
Ma, sopravvenuta la guerra d’Etiopia, la cultura italiana ha taciuto, rinunciando a ogni ulteriore collaborazione. Sul piano speculativo la critica sempre piú rigorosa condotta contro l’idealismo l’ha estraniata definitivamente dal processo rivoluzionario. Sul piano sociale la fine della discussione intorno ai principî del corporativismo ha arrestato l’elaborazione della nuova scienza politica ed economica. Messa a tacere la minoranza rivoluzionaria, la vecchia cultura conservatrice s’è trovata senza avversari, e s’è rafforzata sulle sue posizioni, mascherandosi in gran parte con un ossequio estrinseco e adulatorio nei confronti del regime... Sempre piú antirivoluzionaria, la classe intellettuale si ritirava sulle sue posizioni tradizionali. D’altra parte, le esigenze della rivoluzione sul piano politico, non secondate tra noi dal movimento culturale, erano costrette a far leva sulle ideologie del nazionalsocialismo, che procedeva rapidamente sul proprio cammino. Era, da nostra parte, un’implicita rinuncia alla primogenitura, che di fatto accentuava, a sua volta, l’ostilità della cultura, e alimentava un movimento di reazione, che s’estendeva alle classi popolari.
Senza seguire per il momento l’analisi di Bottai sui tempi lunghi, a questo punto ci basterà porre in rilievo che la conclusione della guerra modificò ben poco questa realtà, sia perché le conseguenze psicologiche e morali della decisione mussoliniana si attenuarono solo assai parzialmente, sia perché nella difficile situazione economica del paese molti giovani, assillati dal problema del proprio avvenire o si estraniarono sempre piú dalla politica o si rassegnarono a trovarsi una sistemazione nel PNF e nelle organizzazioni da esso dipendenti adeguandosi al clima che vi dominava53, sia infine perché le speranze di un rinnovamento del fascismo tornate a circolare subito dopo la vittoria e che, indubbiamente, ridiedero per qualche mese dinamismo ad alcuni ambienti giovanili e non solo giovanili54 ed intellettuali, si tradussero ben presto in un nuovo motivo di delusioni e di frustrazione, in una sensazione di esclusione, per sottrarsi alla quale uno dei pochi modi divenne per molti giovani la partecipazione ai Littoriali. Questi infatti col ’36 assunsero un carattere tutto particolare: per il regime, di valvola di sicurezza per scaricare in maniera abbastanza innocua l’insoddisfazione di buona parte di coloro che vi partecipavano; per questi, di sfogo della loro presunzione-illusione di essere il «vero» fascismo e di avere il diritto di dire come esso dovesse essere55. Significative per comprendere l’atteggiamento della parte migliore della gioventú e di certi intellettuali fascisti dopo la guerra d’Etiopia sono alcune posizioni che tra essi sarebbero emerse soprattutto nei primi mesi – prima cioè che la macchina propagandistica del regime imponesse la propria interpretazione –, ma, talvolta, anche dopo, in occasione della guerra civile spagnola56. In esse sono infatti presenti alcune notazioni, come quelle relative alle drammatiche condizioni di vita delle classi popolari spagnole, allo strapotere del clero nella società spagnola e alla sua eccessiva influenza sui nazionalisti, all’opportunità che questi non ripetessero gli errori che a suo tempo aveva fatto il generale Primo De Rivera (a proposito del quale non mancò chi ricordò le critiche che a suo tempo erano state mosse alla sua «dittatura») e soprattutto alla necessità di evitare di associare e confondere il «vero e autentico» fascismo «rivoluzionario» e mussoliniano al conservatorismo e alla pura reazione di quello spagnolo, e a proposito delle quali assai giustamente l’Aquarone ha scritto57:
Il tentativo di alcuni rappresentanti della cultura politica fascista di individuare le radici storiche profonde della crisi spagnola, respingendo la banale e unilaterale spiegazione della congiura internazionale del comunismo ateo alleato alla massoneria e mettendo a nudo le drammatiche contraddizioni sociali ed economiche del paese e le responsabilità della sua classe dirigente tradizionale, si inseriva almeno parzialmente in uno sforzo di rivalutazione del contenuto sociale della «rivoluzione» fascista e di sia pur larvata denuncia della fossilizzazione conservatrice del regime. Erano sovente discorsi, quelli fatti a proposito della guerra civile spagnola e delle sue origini, che sembravano fatti a nuora perché suocera intendesse; discorsi che si proponevano, piú o meno deliberatamente e articolatamente, di rilanciare temi e discussioni cari agli interpreti, diciamo cosí di «sinistra», del fascismo.
Un punto, infatti, si deve tenere ben presente. Nonostante tutto quello che abbiamo detto, sarebbe profondamente errato ritenere che – salvo casi individuali, significativi ma non caratterizzanti – a livello giovanile ed intellettuale si verificassero, subito dopo la guerra d’Etiopia, fenomeni di passaggio dal fascismo all’antifascismo. Né la cosa può meravigliare. A parte il fatto che a questo livello nessuno pensava in quel momento «che la ruota del fascismo potesse muoversi in direzione ad esso sfavorevole»58, lo impedivano, da un lato, il disprezzo per gli stati democratici (il cui comportamento durante la guerra e le loro recenti vicende interne non erano certo tali da attrarre loro simpatie) e, per estensione, per la stessa democrazia; da un altro lato, la convinzione che – nonostante tutti i suoi errori e le sue insufficienze – il fascismo avesse «impostato esattamente il problema del superamento del vecchio mondo democratico, disancorando la vita politica del paese da una formula ormai consumata»59. Tanto è vero, a questo secondo proposito, che se una curiosità, un interesse vi erano, essi, se mai, non erano per la democrazia ma per il comunismo, visto essenzialmente come risposta alla democrazia e come esperienza statuale, antitetiche a quelle fasciste ma che muovevano dalle stesse premesse antidemocratiche.
Il mondo economico aveva indubbiamente tratto – sia pure in misure diverse a seconda dei settori – utili non trascurabili dalla guerra d’Etiopia. Nel complesso però non si può certo dire che anch’esso non avesse i suoi problemi e uscisse dalla guerra senza preoccupazioni. Il problema per esso forse piú importante era quello delle esportazioni, grave per tutti, ma soprattutto per le imprese minori, dato che le disposizioni del febbraio ’35 sul controllo delle importazioni le avevano messe assai spesso in una condizione di inferiorità rispetto alle maggiori. A seconda dei settori il problema si presentava in modi diversi e con diversi possibili sbocchi; per tutti esso costituiva però la premessa necessaria per ridare slancio alla produzione e per recuperare quei mercati, soprattutto dell’Europa centrale e sud orientale, andati parzialmente perduti (in genere a vantaggio della Germania) durante il periodo delle sanzioni. Ad un rilancio delle esportazioni e, in genere, della produzione ostavano però varie difficoltà. In primo luogo quella rappresentata, specie dopo che alla svalutazione del dollaro e della sterlina si era aggiunta quella del franco francese e svizzero e del fiorino, dalla sempre minore competitività dei prodotti italiani determinata dall’ancoraggio della lira all’ormai insostenibile «quota novanta». In favore di una svalutazione della lira molte erano state le pressioni fatte sin dalla primavera-estate del ’35 (la FIAT in particolare aveva «tempestato» Mussolini e le autorità monetarie di richieste in tal senso e messo in atto manovre borsistiche che a Roma erano state giudicate un boicottaggio della preparazione bellica60). Ora queste pressioni si fecero ancora piú insistenti, al punto che – come si vedrà – Mussolini alla fine dovette cedere e autorizzare, il 5 ottobre ’36, una riduzione del 40,9 per cento del valore intrinseco della lira rispetto alla parità fissata nel ’2761. Altre preoccupazioni erano determinate dalle difficoltà che alcune imprese, che piú erano state coinvolte nello sforzo bellico, incontravano per riconvertire la produzione e – specie per le imprese minori e per alcuni settori che ancora non si erano completamente risollevati dalla crisi degli anni precedenti – dalla tendenza che il governo mostrava a voler avviare una politica di aumenti salariali (tra il luglio ’36 e il febbraio ’37 questi sarebbero mediamente aumentati del dieci per cento circa, avvicinandosi al valore reale di prima della guerra) e ad allentare il controllo sui sindacati (che, a loro volta, tendevano ad imprimere un maggior dinamismo alla loro attività). Né, ancora, può essere sottovalutato un altro aspetto: quello della valorizzazione economica dell’impero. Nelle intenzioni di Mussolini questa doveva essere avviata subito e condotta a termine per il 1942, in maniera da realizzare, per dirla con De Stefani62, la «saldatura economica italo-etiopica». In particolare la valorizzazione dell’impero doveva puntare a sei obiettivi: 1) creazione delle condizioni generali per la vita civile e lo sviluppo economico (in primo luogo attraverso la costruzione di una adeguata rete stradale e la creazione di alcuni centri urbani pilota); 2) produzione locale del fabbisogno per la popolazione, indigena e da far immigrare dall’Italia; 3) immigrazione permanente (di popolamento) e temporanea su vasta scala dalla madrepatria; 4) sviluppo per l’esportazione della produzione locale; 5) individuazione e messa in valore delle materie prime locali; 6) intercambio commerciale con la madrepatria e, in un secondo tempo, sviluppo del commercio estero dell’AOI. Nel paese le aspettative in questo senso erano molte. Basti dire che tra il ’36 e il ’38 le domande per andare a lavorare in Etiopia furono oltre seicentomila. Di esse, nello stesso periodo, ne furono però accettate solo poco piú di centonovantottomila e molti degli operai che alla fine della guerra erano in Africa orientale al seguito dell’esercito (e buona parte dei quali avrebbe voluto rimanervi piú o meno stabilmente) finirono per rimpatriare63. A parte settori particolari e relativamente poco importanti e a parte le imprese interessate agli appalti statali, il mondo economico italiano era però assai restio per non dire contrario ad impegnarsi nell’impero64, preferendo altri investimenti, piú tradizionali e sicuri. Da qui, in ossequio alla volontà del regime, un moltiplicarsi di studi e di piani per la sua valorizzazione, ma, in pratica, un impegno relativamente modesto e soprattutto in gran parte condizionato alla concessione da parte del governo di concreti aiuti e di contropartite di vario genere65. Tipica espressione di questo atteggiamento è la parte della relazione che Volpi tenne al consiglio della Confindustria nel dicembre ’36 dedicata a «l’industria e l’Impero»66. In essa, infatti, dopo molte genericità di tipo patriottico e dopo alcune generiche affermazioni di pieno consenso con le direttive del «duce», si legge questa veramente sintomatica pagina:
Ed ora consentitemi qualche breve considerazione sopra un argomento di interesse vitale per l’industria e per l’economia nazionale in genere.
Evidentemente la politica economica coloniale non ha il solo obiettivo di rifornire di materie prime le metropoli.
Essa dovrà pure proporsi il problema del popolamento con mano d’opera agricola metropolitana, tanto allo scopo di potenziare la colonia, quanto allo scopo di alleggerire la pressione demografica nel territorio nazionale.
Ciò non esclude, ben inteso, un certo grado di organizzazione industriale in Etiopia: e ciò, sia per l’attrezzatura civile e sociale del paese; sia per la produzione dei beni di consumo che per la loro natura debbono essere consumati entro un breve raggio dal centro di produzione; sia per la produzione dei beni che non possono sopportare la spesa di lunghi trasporti e che trovano sul luogo la materia prima necessaria; sia, infine, per quelle attività specialmente artigianali che soddisfano bisogni elementari della vita coloniale e che non richiedono impianti complessi, né mano d’opera specializzata numerosa.
Ma è seriamente da considerare, e non soltanto dal punto di vista economico, se esista veramente l’opportunità di promuovere lo sviluppo di altre attività industriali, sia per il consumo interno, sia, ancor piú, per l’esportazione.
Quando tanti mercati sono chiusi, completamente o quasi, ai commerci internazionali, vi è da domandarsi se le necessità dell’economia nazionale consigliano di far sorgere, nelle colonie, delle industrie capaci di escludere od anche soltanto di limitare l’importazione dei prodotti metropolitani, o, addirittura, di fare ad essi concorrenza sui mercati mondiali.
Vi è pure da domandarsi se, nei territori coloniali dell’Africa in genere, esistano gli elementi essenziali per una vera e propria organizzazione industriale, giacché è evidente che non basta, all’uopo, la disponibilità delle materie prime sul posto.
Del resto, l’attività agricola e industriale, intesa a mettere in efficienza la produzione di materie prime nei territori dell’Impero, sarà per l’Impero fonte di reddito, specialmente quando la produzione sarà prevalentemente esercitata da coloni, imprenditori e operai che vi abbiano fissato stabilmente la loro dimora. Questi redditi e questa ricchezza, aumentando la capacità di consumo di tutta la popolazione, permetteranno, con reciproco vantaggio, l’acquisto di prodotti industriali lavorati, che la Madre patria può fornire.
A questi motivi di preoccupazione se ne devono poi aggiungere altri due, entrambi di ordine generale, anche se si riferivano uno alla politica economico-sociale l’altro alla politica estera di Mussolini. A livello economico-sociale il «piano regolatore» dell’economia italiana enunciato dal «duce» il 23 marzo ’36 aveva, infatti, suscitato nel mondo economico e soprattutto industriale reazioni in genere tutt’altro che positive, anche se ufficialmente era stato salutato come un avvenimento storico. Già prima di esso non pochi industriali avevano mostrato – come riferiva a Roma il segretario federale fascista di Torino Gazzotti67 – «allarmismo», «preoccupazione», «timori» per il futuro. Dopo il discorso di Mussolini a questi timori se ne erano aggiunti altri e in particolare quelli per l’accentuazione dei contenuti sociali che avrebbe dovuto caratterizzare il nuovo corso della politica fascista, per l’insistenza con la quale il «duce» aveva parlato della necessità che lo Stato, attraverso le Corporazioni, controllasse e disciplinasse l’economia, per il ruolo particolare che veniva assegnato all’IRI e che assai difficilmente poteva armonizzarsi con i loro desideri e le loro richieste di una sua smobilitazione e, infine, quelli per l’annunciata svolta autarchica68. A livello di politica estera, infine, il passo del diario di Ettore Conti che abbiamo citato all’inizio di questo nostro discorso sull’atteggiamento delle varie componenti della società italiana subito dopo la fine della guerra d’Etiopia è emblematico. Per gravi che fossero, nessuna delle preoccupazioni che angustiavano il mondo economico italiano era effettivamente tale da scuotere veramente la sua fiducia in Mussolini. Un decennio e piú di esperienza stava lí a dimostrare che, sia pure con qualche difficoltà e qualche ferita superficiale, le grosse questioni alla fin fine potevano sempre essere sistemate con «reciproca soddisfazione» e soprattutto senza troppi danni per esso (e quasi sempre con qualche «soddisfacente» contropartita). Ora però – proprio mentre molti sintomi autorizzavano a pensare che per l’economia italiana potessero tornare, nonostante tutto, i tempi migliori – il quadro dei rapporti tra il mondo economico e il regime cominciava ad essere velato da un fatto nuovo, da una sorta di imponderabile che non poteva non destare, almeno nei piú avveduti e spregiudicati, malessere e preoccupazione: cosa veramente voleva Mussolini? si sarebbe accontentato del successo ottenuto e si sarebbe veramente allineato in una politica di pace con le altre potenze «soddisfatte» o, inebriato dal successo e sempre piú convinto della sua «infallibilità», si sarebbe nuovamente orientato verso nuove e piú rischiose avventure?
Questa domanda, del resto, non se la faceva solo il mondo economico. Non si esagera dicendo che se la facevano, sia pure con sentimenti e speranze diverse, tutti gli italiani. Non di rado arrivando sino a scrivergli direttamente per esaltarlo, professargli il proprio amore e la propria devozione, dargli consigli, suggerimenti, denunciargli situazioni da correggere, «immeritevoli» da punire, ecc. (la documentazione relativa conservata tra le carte della sua segreteria particolare è assai vasta e di notevole importanza per valutare e capire il prestigio di cui Mussolini godeva e le manifestazioni e i contenuti che, specie a livello popolare, questo aveva) e persino in qualche caso ricorrendo, per avere una risposta, all’astrologia69. E, a ben altro livello, se la facevano anche, all’estero, un po’ tutte le piú importanti cancellerie, per non parlare poi della stampa internazionale, nella seconda metà del ’36 piena, come mai prima e dopo, di articoli di ogni genere su Mussolini e la sua futura politica. Un dispaccio dell’ambasciatore De Chambrun a Flandin del 10 maggio70 mette bene a fuoco il punto – in definitiva ancor prima umano che politico – attorno al quale gran parte di questi interrogativi ruotavano: «jusqu’oú le chef du gouvernement peut se laisser conduire par des rêves de grandeur dont la lucidité et la pénétration de son esprit devraient pourtant lui révéler les dangers»? Che poi, a ben vedere, è lo stesso punto da cui successivamente, quando la parabola di Mussolini fu nella fase discendente e persino dopo, a ciclo tragicamente concluso, avrebbe preso le mosse una frase-giudizio largamente diffusa: «se dopo l’impero si fosse fermato... »
Tradotta in termini politici e riferita alla classe dirigente fascista, questa domanda si caricava di una serie di contenuti, alcuni già chiari, altri che si sarebbero chiariti in un secondo tempo.
Il primo contenuto e in definitiva decisivo – e sul quale all’interno del fascismo le divisioni cominciavano ormai a farsi nette, anche se i filotedeschi erano ancora nettamente in minoranza e si dividevano in due gruppi, i filonazisti veri e propri e gli anglofobi ad oltranza – era ovviamente quello connesso alla futura politica estera del regime e in particolare a quali sarebbero stati i prossimi rapporti da un lato con l’Inghilterra e dall’altro con la Germania, dato che ormai il dilemma si faceva sempre piú evidente e sempre meno evitabile, anche se, nonostante la vicenda etiopica, esso era ancora un dilemma aperto, risolvibile cioè nell’uno o nell’altro senso. Sicché il vero problema era di sapere se Mussolini si rendeva conto (ed era capace di agire in conseguenza) che – nonostante il grande successo riportato – quello era nulla piú che il suo «quarto d’ora», un momento cioè particolarmente favorevole per lui, che però sarebbe stato difficile e soprattutto rischioso pensare di poter perpetuare e che, quindi, doveva essere messo a profitto freddamente, realisticamente, senza farsi trascinare da assurdi sogni di altri successi71 o da rancori altrettanto assurdi, ma, al contrario, tenendo conto solo degli effettivi interessi nazionali e della necessità per il paese di un periodo di pace e di lavoro il piú lungo possibile.
Le vicende degli anni successivi, e cioè il fatto che Mussolini finí per avvicinarsi sempre di piú ad Hitler (per il quale, come ancora ai primi del gennaio ’37 l’ambasciatore Cerruti disse a Blum72, nutriva «una sorta di insormontabile repulsione»), per allearsi con lui e per seguirlo in guerra, non debbono far pensare che questo dilemma fosse all’indomani della conquista dell’Etiopia solo teorico e, di fatto, già oggettivamente risolto, predeterminato in direzione della Germania. Al contrario, nei mesi ai quali ci riferiamo e ancora per parecchio tempo (anche se, indubbiamente, piú tempo passava piú i margini della scelta si restringevano) esso fu una possibilità reale non solo soggettivamente (per Mussolini), ma, ciò che piú conta, oggettivamente (rispetto cioè alle possibilità che un ritorno dell’Italia nel «fronte di Stresa» aveva di realizzarsi).
Il fatto che il governo conservatore inglese fosse disposto a riaccordarsi con Mussolini è fuori discussione. Né le difficoltà che si frapponevano ad una riconciliazione erano di difficile superamento, tanto per quel che riguardava i rapporti di forza all’interno della maggioranza conservatrice, quanto per quella che sarebbe dovuta essere la parte del «duce» per facilitare l’operazione e aiutare il governo inglese a «salvare la faccia» il piú possibile. Quanto al governo francese, anche senza voler mettere in dubbio l’antifascismo programmatico ed ideologico delle varie componenti del fronte popolare, è un fatto che Parigi non poteva dissociarsi completamente da Londra (e tanto meno affidare le sue sorti solo all’alleanza con Mosca), per cui, se l’Inghilterra si fosse riaccordata con l’Italia, volente o nolente anch’essa avrebbe dovuto «mandare giú il rospo» in nome della propria sicurezza nazionale, della difesa dei propri amici dell’Europa centrale e sud orientale e, forse, del recupero di una parte dei propri oppositori interni. Né, a ben vedere, il problema si presentava molto diverso sul terreno dell’opinione pubblica.
È fuori dubbio che la guerra d’Etiopia aveva alienato al fascismo molte simpatie in quasi tutto il mondo. In tutti i paesi democratici nel ’35 e nel ’36 l’aggressione all’Etiopia aveva suscitato profondi contrasti nell’opinione pubblica. E se non erano certo mancate voci che avevano approvato o almeno giustificato Mussolini, un numero ben maggiore si era levato contro di lui, in virtú sia di una reazione morale e politica spontanea, sia dell’azione messa in atto dalle forze antifasciste, liberali e di sinistra, sia per l’atteggiamento assunto da gran parte della stampa d’informazione. Le tradizionali organizzazioni pacifiste e di difesa dei diritti civili si erano mobilitate dappertutto. Lo stesso era avvenuto per molte organizzazioni religiose, cattoliche, ebraiche e soprattutto protestanti. In molti paesi erano stati costituiti comitati ed associazioni per aiutare l’Etiopia e sostenere le sanzioni. In alcuni porti, specie degli Stati Uniti, i lavoratori avevano tentato di organizzare il boicottaggio delle navi dirette in Italia. Secondo notizie di stampa del tempo, oltre quindicimila erano stati coloro che si erano offerti volontari per andare a combattere a fianco degli etiopici (ma pare che di partenze non ve ne fossero). Negli Stati Uniti una vasta mobilitazione in favore dell’Etiopia si era avuta tra i negri, sfociando non di rado in violenti incidenti con gli italo-americani. E una notevole effervescenza anti italiana si era manifestata tra la gente di colore anche in Francia e in Inghilterra, mentre notevoli erano stati gli echi della guerra nei paesi arabi e tra le élites emergenti di quelli africani.
Il paese in cui l’ostilità verso l’Italia era stata piú forte e aveva assunto un carattere piú nettamente antifascista era stato forse la Francia, dove piú presente ed attiva era l’emigrazione antifascista italiana e dove, soprattutto, la guida politica dell’agitazione era stata assunta dalle forze politiche della sinistra e dell’estrema sinistra e dalla massoneria. La Francia era però stata anche il paese in cui la vicenda etiopica aveva suscitato i maggiori contrasti e, saldandosi con la crisi politica interna che aveva portato al potere il fronte popolare, aveva prodotto le contrapposizioni piú nette. E non solo tra antifascisti e fascisti o filofascisti, ma anche e, diremmo specialmente, tra sinistra e destra moderata, tra societari e antisocietari, tra pacifisti e nazionalisti; proprio quei nazionalisti che in passato piú erano stati ostili all’Italia, ma che, di fronte alla minaccia del revanchismo tedesco, ora non perdonavano all’Inghilterra di fare l’intransigente con Mussolini e per di piú di flirtare al tempo stesso con Hitler (l’accordo navale anglo-tedesco era stato a questo proposito decisivo); emblematica è in questo senso l’evoluzione di Tardieu, come estremamente significativa è la «guerra dei manifesti» che nell’ottobre ’35 era infuriata attorno al problema delle sanzioni: per i sanzionisti il problema era quello di imporre «il rispetto della legge internazionale» e la sua validità di fronte a tutte le razze umane; per gli antisanzionisti (tra i firmatari del loro manifesto erano, cosí come, del resto, tra coloro che sottoscrissero quello dei loro avversari, molti dei piú bei nomi della cultura francese del tempo73) di impedire un «conflitto fratricida», che non sarebbe stato solo «un crimine contro la pace, ma un attentato contro la civiltà dell’Occidente» e, in definitiva, «un suicidio»74.
La vastità delle reazioni negative suscitate nell’opinione pubblica dei paesi democratici dalla guerra d’Etiopia non deve però indurre a conclusioni affrettate e unilaterali. Se è infatti fuori dubbio che una parte notevole di queste reazioni negative si tradusse in un consapevole antifascismo, che non si sarebbe piú spento, per capire e valutare veramente il reale atteggiamento all’indomani della fine della guerra dell’opinione pubblica internazionale e in particolare dei grandi paesi democratici che qui ci interessano, bisogna però rendersi anche conto che per un’altra parte, altrettanto notevole (specie in alcuni paesi), di queste reazioni le motivazioni e soprattutto gli sbocchi furono diversi. Innanzi tutto – come acutamente il Diggins ha notato per gli Stati Uniti75, ma il discorso può essere esteso anche ad altri paesi – è necessario rendersi conto che in molti casi la guerra d’Etiopia rivelò all’opinione pubblica internazionale, che se ne indignò, il volto bellicista dell’Italia fascista e di Mussolini, cancellò l’immagine pacifica che spesso essa se ne era fatta negli anni precedenti; ma questa stessa opinione pubblica non collegò tale nuovo volto alla natura del fascismo, sicché ne rimase ferita nel suo pacifismo, senza tuttavia diventare per questo veramente antifascista e in ultima analisi si limitò in effetti a considerare l’Italia una potenza imperialista... come le altre. Ché, infatti, la sensibilità delle masse piú che dal fascismo era turbata dalla paura della guerra. Sicché, finita la guerra, rimaneva l’indignazione per l’aggressione perpetrata da Mussolini, ma, in definitiva, essa veniva in parte fatta passare in second’ordine dalla constatazione che la guerra, appunto, era finita, senza provocare ulteriori sconvolgimenti. Un elemento ancora piú essenziale che impediva a molti di passare su posizioni di consapevole antifascismo era poi costituito dal fatto che negli anni precedenti Mussolini e il fascismo si erano dimostrati decisamente antinazisti e che, nonostante tutto, tra i due regimi non vi era nemmeno ora vera collaborazione. Da qui, per alcuni, la impossibilità di vederli come qualche cosa di sostanzialmente simile e, addirittura, la speranza che Mussolini (la cui vittoria in Etiopia, oltre tutto, aveva accresciuto il suo prestigio militare) potesse continuare ad essere, come nel ’34, il gendarme che teneva a bada Hitler e collaborava in questo compito con le potenze democratiche. Sintomatico è a questo proposito il fatto che un sondaggio d’opinioni fatto negli Stati Uniti nell’autunno ’35, quando cioè le passioni e le reazioni negative contro l’Italia erano piú calde, per stabilire quali fossero i sentimenti degli americani verso gli altri paesi, indicasse al primo posto tra i piú invisi la Germania (17,3%) e mettesse l’Italia solo al terzo posto (col 6,7%), dopo anche il Giappone (11,2%)76. E per gli Stati Uniti la Germania era certo un pericolo molto meno incombente che non per i paesi europei. Senza poi dire di tutte quelle altre persone – meno ingenue o piú realiste, a seconda dei punti di vista – che, rendendosi meglio conto della realtà, facevano il ragionamento che, in definitiva, era meglio non rompere i ponti con Mussolini, anche a costo di dovergli pagare un prezzo che repugnava, pur di evitare che egli sentisse «il richiamo della foresta» e si alleasse con Hitler. Che è appunto il ragionamento fatto, in occasione del piano Laval-Hoare, da uomini ostili alle pretese mussoliniane sull’Etiopia, come W. Lippmann e A. Nevins, che avevano giustificato il piano con due argomenti: che era l’unico mezzo per evitare rischi di complicazioni e soprattutto per tenere il «duce» lontano da Hitler77. Il peso che questi argomenti avevano sull’opinione pubblica e, come si è or ora visto, anche su buona parte delle élites democratiche è per noi, oggi, spesso difficile da realizzare. Allora esso era però assai forte, tanto che nel marzo ’36 C. Rosselli si era lasciato andare a questa sconsolata affermazione: «il caso ideale sarebbe per noi che fascismo italiano e nazional-socialismo tedesco procedano uniti ...»78.
Stando cosí le cose, è impossibile affermare che la guerra d’Etiopia – nonostante il calo di simpatie e le ostilità verso l’Italia e Mussolini da essa provocati – avesse determinato a livello di opinione pubblica una vera, vasta coscienza antifascista, tale da poter influenzare veramente la politica internazionale. A ciò si sarebbe arrivati solo assai piú tardi, in seguito al massiccio intervento italiano in Spagna e soprattutto (e ancora in misura non assolutamente decisiva) dopo la firma del «patto d’acciaio». Per il momento – salvo, lo ripetiamo, nelle sinistre e in ambienti liberali e intellettuali abbastanza limitati – piú che altro era cambiato specialmente il giudizio che veniva dato su Mussolini e sull’Italia fascista: meno benevolo, meno venato di sufficienza, meno «di colore», piú preoccupato e, al limite, piú rispettoso. Certi atteggiamenti di Mussolini erano sempre fonte di ironia e di battute piú o meno salaci, nel complesso però pochi se la sentivano di considerarlo solo un «Cesare da carnevale», un tipico prodotto di un’Italia provinciale e che giuocava a fare la grande potenza. Per i piú, almeno a livello responsabile, era ormai un uomo che, a torto o a ragione, rappresentava un problema per l’Europa e per il suo avvenire. Un uomo di cui era difficile fidarsi e sul cui senso di responsabilità si potevano e dovevano avere dei dubbi, ma con cui bisognava fare i conti, dato che la sua amicizia o la sua ostilità potevano essere un fatto importante, in qualche caso forse addirittura decisivo, anche se sicuramente costoso. Di questa opinione in particolare erano molti francesi, che, pur non essendo fascisti o filofascisti, vedevano in Mussolini un possibile alleato al quale, nonostante tutto, la Francia non poteva rinunciare. Veramente indicativo è a questo proposito quanto ancora alla fine del dicembre ’36 avrebbe scritto un liberale nazionalista come Henri de Kerillis79:
L’Italia non si legherà di piú. Per la semplice ragione che il suo principio politico è di conservarsi le mani libere... Nessuna potenza ha praticato la politica del sacro egoismo altrettanto liberamente dell’Italia. E non saremo noi a biasimarla.
Mussolini è diviso tra due desideri: impedire il trionfo del pangermanesimo e beneficiare del vasto rimaneggiamento territoriale che farebbe seguito ad una grande guerra.
Vincitore con la Germania, Mussolini correrebbe il rischio di soccombere letteralmente sotto il peso della potenza tedesca accresciuta in modo formidabile. Ma egli beneficerebbe immediatamente di una parte delle spoglie della Francia, cioè della Corsica, di Nizza, della Tunisia e dell’Algeria. Eventualità che egli non respinge...
Vincitore contro la Germania, Mussolini farebbe del suo paese una delle nazioni piú grandi dell’Europa e raccoglierebbe nella sua parte di bottino il dominio del Danubio, dei Balcani, dell’Oriente mediterraneo. Eventualità che egli non respinge nemmeno.
La sola eventualità che la politica ultra realista del Duce respinge, è quella di essere dalla parte dei vinti. E questo significa che egli conserverà fino alla fine la possibilità di scegliersi il campo nel quale battersi...
Nell’Europa centrale, Mussolini, spinto dalle circostanze, ha dovuto abbandonare alla Germania alcune posizioni. Sarebbe inesatto concludere da ciò che la controversia italo-tedesca sia risolta o eliminata. Mussolini non è l’uomo da dire amen alla realizzazione di un Anschluss. Mussolini ha piú di noi forse il senso dell’equilibrio europeo. Egli sa, altrettanto bene di noi, che una Germania padrona dell’est tenderebbe a schiacciare l’Italia cosí come tenderebbe ad annientare la Francia.
L’Italia, d’altra parte – a meno di errori formidabili da parte degli inglesi – non entrerà mai definitivamente in un blocco ostile alla Gran Bretagna. Bisogna evitare, su questo punto, di farsi ingannare dagli insegnamenti troppo affrettati che si potrebbero trarre dalla guerra d’Etiopia. Certo! Il risentimento italiano è stato molto vivo contro l’Inghilterra, capofila delle nazioni societarie, e non è vietato pensare che esso permanga ancora nel popolo. Ma Mussolini, questo vigoroso realista, non è di coloro che si lasciano trascinare dai sentimenti incontrollati delle sue masse. Egli ha riflettuto senza dubbio profondamente e piú lungamente di chiunque altro sulle condizioni della sua magnifica vittoria. Egli ha vinto contro l’Inghilterra perché l’ha battuta in velocità e perché ha giuocato energicamente contro una nazione dai riflessi lenti e del resto indebolita militarmente. Ma egli non ignora che, in un conflitto armato, l’Inghilterra avrebbe alla lunga la meglio grazie a tutti i vantaggi strategici ed economici che le permettono di «incassare» dei colpi duri senza essere messa fuori combattimento e di resistere piú a lungo della sua rivale. Non per niente Mussolini ha meditato sulla storia di Bonaparte...
Blocco fascista, blocco antifascista, sono delle parole o piuttosto dei pretesti. Solo l’imperialismo hitleriano, da una parte, e l’illuminismo di alcuni folli democratici francesi, dall’altra parte, sognano di farne delle realtà. Ma tutti gli uomini che vanno al fondo delle cose capiscono quello che si nasconde dietro questi progetti ambiziosi. Sino a nuovo ordine, i paesi marciano per i loro interessi nazionali, e le mistiche che i grandi conduttori di popoli mettono in movimento non sono altro, sul piano politico, che i servitori degli imperialismi che trovano piú abile non confessare di essere tali.
Ma torniamo agli altri contenuti che caratterizzavano a livello della classe dirigente fascista quella che abbiamo definito la domanda che questa si faceva sulle intenzioni di Mussolini per l’immediato futuro, a quei contenuti cioè che concernevano la vita interna del regime. Se la guerra d’Etiopia apriva una nuova decisiva fase nella vicenda internazionale dell’Italia fascista, tutti, chi piú chi meno, si rendevano conto che anche sul piano interno essa costituiva o, almeno, avrebbe potuto costituire un momento altrettanto decisivo. Il prestigio personale di Mussolini e, per riflesso, del fascismo era infatti cosí alto che molte cose, che negli anni precedenti sarebbero state impensabili, ora erano o sembravano realizzabili.
Delle domande, delle attese sociali per un nuovo e piú concreto «tempo corporativo» abbiamo già parlato e, del resto, basta sfogliare i giornali e le riviste fasciste di quei mesi per rendersi conto non solo di quanto esse fossero vive, ma anche di come si esprimevano: per un verso interpretando il «piano regolatore» dell’economia italiana annunciato da Mussolini il 23 marzo, per un altro verso cercando di impostare il discorso in termini piú ampi sub specie di elaborazione della «nuova economia dell’Impero». Altre domande, altre attese, invece, o non trapelavano per niente o trapelavano solo in modo assai indiretto. Tra le prime, la piú grossa era quella relativa alla monarchia. Quale fosse l’intimo atteggiamento di Mussolini verso la monarchia nessuno lo sapeva. La spiegazione piú sincera che egli aveva dato del perché il fascismo era «monarchico» era però forse quella che esso si era identificato con la monarchia «per ragioni storiche contingenti e per ragioni di ordine pratico»; i Savoia avevano avuto una parte notevole nella storia nazionale, specialmente nel Risorgimento, e in alcune regioni la tradizione monarchica si era conservata viva: «perciò la Monarchia è un potente fattore dell’unità nazionale italiana che sarebbe follia respingere; perché... l’unità della Nazione è un principio fondamentale del fascismo. Per questo noi italiani siamo monarchici»80. Ma questo discorso Mussolini lo aveva fatto nel ’25, in un momento assai difficile per lui e per il suo potere, quando l’avallo della monarchia era per lui indispensabile. Ora la situazione era tutta diversa e si poteva credere che il vero fattore dell’unità nazionale ormai fosse Mussolini. Da qui, per alcuni vecchi fascisti rimasti nell’intimo sempre repubblicani e anche per alcuni dei piú giovani, l’idea che quello fosse finalmente il momento opportuno per liberarsi dell’ormai inutile ed ingombrante istituto monarchico81. Che senso aveva, infatti, continuare a tenersi un re che nulla di importante dava piú al regime, finiva per costituire l’unico punto di riferimento e d’intrigo per gli ultimi sparuti uomini del «vecchio regime», raccoglieva gloria e titoli che non era certo stato lui a guadagnarsi82, e che – e qui il discorso sulla monarchia si saldava con quello che, sinceramente o ambiziosamente poco importa, molti facevano pensando al momento in cui si sarebbe posto il problema della successione a Mussolini – avrebbe inevitabilmente avuto voce in capitolo quando, ritiratosi o, peggio, morto il «duce», si fosse dovuto scegliere chi avrebbe dovuto prendere il suo posto? Per molti la domanda ancora piú assillante riguardava però il carattere stesso del regime. La prova di unità e di fermezza data dagli italiani durante la guerra, il prestigio personale di Mussolini, l’ormai pressoché completa scomparsa di apprezzabili gruppi di oppositori interni non facevano sí che il regime potesse allentare la sua presa e liberalizzarsi? Questa esigenza era viva soprattutto tra gli intellettuali del partito e tra i piú giovani, che in qualche caso non ne facevano mistero. G. Artieri, per esempio, ha ricordato in un suo scritto dedicato alla sua partecipazione alla guerra d’Africa come militare-giornalista83 questo caratteristico episodio avvenuto ad Addis-Abeba poco prima che G. Ciano rientrasse in Italia:
Era il nostro ministro e ci riuní all’Hotel Imperiale... Ci chiese, singolarmente e collegialmente, quale fosse la nostra opinione sull’impresa e se concordassimo ch’essa era uscita dalla volontà e dalla fatica dell’intera nazione italiana... Stavamo tutti lí, attorno a lui, inviati di guerra dei giornali italiani, taluni colleghi mobilitati nelle divisioni (Aldo Borelli, Giovanni Ansaldo, Paolo Caccia Dominioni e mi pare Alessandrini, oggi ambasciatore, Raffaele Casertano, ch’era stato all’Asmara a capo dell’ufficio stampa, e altri). Ognuno disse la sua, ma dal complesso venne fuori un voto fortemente e curiosamente liberale. Sí, dicemmo quasi tutti sí: è l’Italia che ha vinto. Compensi il Duce l’Italia intera accordandole le libertà civili che essa merita.
A livello piú propriamente politico questo stato d’animo, questa esigenza di una liberalizzazione del regime si tradusse nella seconda metà del ’36 in un certo allentamento di alcuni freni e nell’autorizzazione di alcune iniziative e di alcune tolleranze che in altri tempi sarebbero state impensabili (per fare qualche esempio: alcuni giornalisti radiati dall’albo vi furono riammessi, M. Missiroli poté finalmente firmare i suoi articoli anche su autorevoli riviste, Bombacci fu autorizzato a pubblicare una propria rivista, ecc.), che, se per un verso suscitarono consensi e speranze, per un altro verso incontrarono anche molte ostilità, specie tra i vecchi fascisti piú condizionati da una certa mentalità, da antichi odi e piú timorosi che tutto ciò preludesse o portasse di fatto al proprio accantonamento84. E a un gradino piú alto, questa esigenza di liberalizzazione si tradusse in alcune manovre e cauti sondaggi su Mussolini che avevano per oggetto il futuro del Partito fascista. Ricostituita l’unità spirituale degli italiani, aveva ancora senso tenere in vita il PNF o, almeno, non era il caso di mutarne il carattere, di renderlo piú volontario, piú milizia-missione e al tempo stesso piú democratico, abbandonando il sistema delle gerarchie nominate dall’alto per quello della loro elezione (totale o sino ad un certo livello) dal basso? I sostenitori della prima soluzione, a quanto pare, dovevano essere abbastanza pochi; piú numerosi invece erano quelli della seconda.
Secondo le memorie di Acerbo85, entrambe le soluzioni dovettero, per un momento, essere tenute in considerazione da Mussolini, che – in attesa di prendere una decisione – avrebbe addirittura fatto sí che Starace, ostilissimo ad ogni liberalizzazione e – per quanto detestato – punto di riferimento di tutti coloro che, per convinzione o per interesse personale, erano contrari ad ogni mutamento, rimanesse il piú possibile in Etiopia e, quindi, fuori dalla possibilità di manovrare per impedire una sua eventuale decisione positiva. Alla fine però decise di lasciarle cadere entrambe. Una spiegazione di questa sua decisione va certamente trovata nella sua convinzione che la prima soluzione avrebbe incontrato forti opposizioni in gran parte dell’establishment del partito, in tutti coloro che – per dirla col capo dell’OVRA, G. Leto86 – vantando vecchie e nuove benemerenze e posando ad artefici della recente vittoria africana, «desideravano goderne i frutti con spirito settario ed esclusivista» e si adoperavano tenacemente per impedire l’immissione di nuovi elementi nel giro del potere e per non perdere la parte di esso che si erano assicurati. Un’altra spiegazione – valida per la seconda delle due soluzioni prese in considerazione – va quasi certamente trovata nel dibattito – cifrato, ma non per questo meno vivace – che si era acceso appena era trapelata la notizia che qualche cosa stava «bollendo in pentola». Basta considerare l’insistenza con la quale le principali riviste fasciste (tipico è il caso di «Critica fascista») avevano preso a discutere del partito, della sua funzione e dei suoi problemi e avevano continuato a farlo anche dopo che, in agosto, la rivista personale di Mussolini, «Gerarchia», aveva pubblicato una nota che era un chiaro ammonimento a non continuare a coltivare assurde speranze in una trasformazione del PNF. In essa, infatti, dopo un grande elogio del contributo del partito alla vittoria in Etiopia, si diceva87:
Il P.N.F. – sempre al passo con gli avvenimenti dell’ora – se non ha avuto bisogno di una speciale attrezzatura per essere efficacemente presente nei mesi del combattimento e delle sanzioni, non sente oggi la necessità di alterare i termini del suo programma o comunque di smobilitare le armi della sua organizzazione guerriera.
Insomma, anche questa volta dovettero prevalere in Mussolini la sua ostilità per il partito e il suo timore per tutto ciò che poteva in qualche modo turbare la monoliticità del regime o anche solo dare l’impressione che esso fosse meno totalitario di quanto addariva. Non potendo e non volendo scontentare troppi gerarchi ed urtare troppi interessi, come sarebbe avvenuto se avesse soppresso il PNF, non volle però neppure correre il rischio o di tornare ai tempi delle polemiche tra revisionisti ed intransigenti o di ridare vigore al partito, dopo aver fatto tanto per devitalizzarlo e ridurlo ad una delle tante componenti del regime. Né, infine, si può sottovalutare un’altra spiegazione, di carattere molto piú generale e che affonda le sue radici nella stessa condizione psicologica nella quale Mussolini si venne a trovare subito dopo la fine dell’impresa etiopica. Una spiegazione che proietta la sua scelta del queta non movere all’interno in una prospettiva assai piú vasta.
Conclusa la guerra d’Etiopia Rachele Mussolini tentò invano – facendo probabilmente anche leva sul dolore e l’accasciamento provocato in lui dalla grave forma di paralisi infantile che aveva colpito la piccola Anna Maria, mettendone in pericolo la vita stessa – di convincere il marito a concludere lí la sua carriera politica e a ritirarsi a vita privata: «Smettiamola, abbiamo avuto fin troppa fortuna. Andiamocene alla Rocca»; «la tua missione politica è forse finita: pensa un po’ anche a te e alla tua famiglia»88. Secondo le memorie della moglie89, la risposta di Mussolini a queste insistenze sarebbe stata: «No,... bisogna andare sempre avanti. Sento che ancora resta molto da fare, specialmente nel campo sociale e per assicurare le nostre conquiste. Alla casa pensi tu». Sebbene non molto diversa, forse piú attendibile psicologicamente ci pare la spiegazione che lo stesso Mussolini diede nell’estate del 1943 al vicebrigadiere dei carabinieri Giuseppe Accetta a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, ove era stato internato dal governo Badoglio. All’Accetta, con cui talvolta conversava per passare il tempo e che gli aveva detto – riecheggiando quello che, come si è visto, era allora un luogo comune per tanti italiani – che, se dopo la conquista dell’impero, si fosse ritirato dal governo o avesse evitato un’altra guerra, «sarebbe rimasto nella storia uno dei grandi benefattori del popolo italiano», egli replicò che «è insito in qualsiasi uomo l’amore della grandezza e il senso del progresso»90. Come spiegazione l’una e l’altra sono attendibili. Psicologicamente, dicevamo, la seconda ci pare metta però meglio a fuoco l’elemento dell’amore della grandezza che, a nostro avviso, dovette essere quello prevalente, anche se – come vedremo – non l’unico. Tanto piú che, se è fuori dubbio che Mussolini aveva sempre avuto una grande considerazione di sé e un’estrema fiducia nella sua sensibilità ed abilità politica, innumeri sono le testimonianze che il successo conseguito con la guerra d’Etiopia gliele aveva fatte aumentare ancora di piú e gli aveva dato una nuova sicurezza. Certe sue dichiarazioni nel corso di interviste politicamente non impegnative rilasciate nelle settimane successive alla vittoria in Etiopia sono a questo proposito indicative; esse lasciano infatti trasparire un senso di sicurezza tra fatalistico e predestinato, in precedenza mai cosí accentuato, scoperto, ostentato persino, con riferimenti di carattere personale che, non di rado, rimontavano sin alla sua infanzia. Tipica è l’intervista, da lui rilasciata il 10 maggio a I. Phayre e da questo pubblicata su «Current history» del gennaio ’37 e, in forma abbreviata, su vari giornali e periodici europei ed americani. In essa, a fianco di affermazioni sue tipiche e che già aveva fatto per esempio a Ludwig (anche se in termini un po’ meno drastici) come questa:
Ci vogliono la musica e le bandiere per infiammare gli entusiasmi. La folla è disgregata e dispersa come un branco di animali, sinché essa non sia disciplinata e guidata. Essa non ha bisogno di sapere; ma bisogna che la fede, che muove le montagne, scaturisca dall’anima dell’oratore e si trasfonda in quella della folla, come la radio, che può eccitare il mondo con un’idea grandiosa. In verità, la tendenza dei nostri uomini moderni a credere è... assolutamente incredibile!
se ne trova una serie di altre sulla sua «stella fatale», sul suo «fiuto» per gli eventi politici, sulla sua sicurezza di passare indenne attraverso tutte le traversie e tutti i pericoli, anche quelli di tipo personale:
I miei nemici, e ve ne sono di lontani e di vicini, ritengono che l’unico modo di distruggere il fascismo è quello di uccidere il suo Duce. Però, come soldato, bisogna che io sia pronto a correre qualunque rischio. D’altronde sento in me qualcosa che esulta quando avvengono delle cose di questo genere. Vivere pericolosamente è la mia gloria. Perciò i proiettili e le bombe mi sono passati vicini senza colpirmi; io sono convinto che morrò nel mio letto, quando sarà compiuta la mia opera per la piú grande Italia.
E altrettanto indicative del suo stato d’animo sono l’irritazione e la stizza che suscitava in lui l’apprendere che qualcuno, anche tra i suoi piú fedeli, si permetteva di criticare qualche suo atto o iniziativa o, peggio, non condivideva le valutazioni ufficiali circa i nuovi orizzonti che la vittoria etiopica aveva dischiuso all’Italia fascista e il ruolo decisivo che con essa questa aveva definitivamente acquistato nella politica internazionale. Anche a questo proposito un piccolo episodio può valere bene ad esempio. Il 25 maggio, attraverso una nota di un informatore trasmessagli dal partito, Mussolini venne a sapere che, durante una lezione alla Università di Roma, Gioacchino Volpe non solo aveva criticato l’«eccessiva forza polemica» con la quale il fascismo condannava il regime prefascista, ma aveva addirittura, parlando della vittoria etiopica, detto: «Non v’ha dubbio che oggi è il quarto d’ora di Mussolini». Leggere l’informazione e inferocirsi era stato tutt’uno; un appunto conservato nelle carte della sua segreteria è eloquente: «Non l’ho mai avuto in simpatia. Lo ho sopportato per i suoi sette figli. Freddo, grigio, antifascista. Mandare a De Vecchi, dicendogli la provenienza e chiedendogli quando va a riposo»91.
Umanamente, questa accentuazione di un aspetto già cosí marcato della personalità di Mussolini non può certo destare meraviglia. Pochi uomini della sua origine e formazione avrebbero avuto la capacità interiore e la consapevolezza del limite necessarie a non lasciarsi montare la testa da un successo tanto grande. Né va sottovalutato il fatto che tutto l’ambiente attorno a lui contribuiva ad esaltarlo e ad accrescere il suo senso di sicurezza in se stesso: l’entusiasmo popolare, gli osanna iperbolici della stampa, assai spesso anche piú servile e smisuratamente retorica di quanto veniva ad essa richiesto dall’alto, la piaggeria e l’esaltazione continue praticate nei suoi confronti dalla quasi totalità dei suoi collaboratori e, non ultimo, il tono della stessa stampa straniera. E non solo di quella a lui favorevole, ma anche di quella piú seria e responsabile che se non si nascondeva certo la gravità del momento e i pericoli insiti nella politica di Mussolini, non poteva però non soddisfare la nuova ondata di curiosità, di interesse, di pettegolezzi per il «duce» provocata tra i suoi lettori dalla vicenda etiopica e, quindi, era traboccante di articoli su di lui, sulla sua vita, sulle sue idee, ecc. E, al limite, persino l’atteggiamento dei suoi stessi avversari, che non di rado ricorrevano nell’attaccarlo ad iperboli tali, che finivano per contribuire anch’esse a farne un uomo eccezionale. Si pensi al caso del decano di Winchester che, nel corso di una funzione in presenza del negus, sarebbe arrivato a dire che92
il popolo italiano è stato invaso da uno spirito maligno di natura sovrumana... Colui che governa l’Italia crede di essere un Cesare, ma è il vero tipo dell’imperatore assiro Antioco, chiamato «il Brillante» e soprannominato «il Pazzo».
E, infine, ultimo elemento da considerare, che tra coloro che ostentavano la loro ammirazione per lui erano spesso anche uomini tutt’altro che banali, intellettuali di grido, grandi finanzieri, militari dal brillante passato93.
Estremamente importante umanamente e psicologicamente e per i riflessi che avrebbe avuto sulla sua azione politica, questa accresciuta sicurezza in se stesso e nella forza del suo potere ebbe anche una quasi immediata e crescente incidenza nel modo con cui Mussolini dirigeva la macchina del regime. Con la conclusione della guerra d’Etiopia infatti il suo interesse si accentrò sempre piú sulle questioni di ordine generale e soprattutto sulla politica estera. Gli affari quotidiani, la politica interna in particolare persero invece via via per lui sempre piú di interesse. Ormai convinto che il fascismo avesse realizzato l’unità degli italiani e che, in ogni caso, il suo prestigio personale fosse la garanzia e al tempo stesso l’elemento decisivo del consenso popolare attorno al regime, la politica interna non solo perse per lui di interesse, ma egli prese ad occuparsene personalmente sempre meno, lasciandola sempre di piú nelle mani di Buffarini-Guidi, di Bocchini, di Starace e, per tutta una serie di aspetti, della sua segreteria particolare. Lo studio delle carte, dei documenti da lui esaminati da quest’epoca in poi è a questo proposito rivelatore: il loro numero diminuisce notevolmente e progressivamente e con esso quello delle sue annotazioni su di essi, quasi li leggesse piú rapidamente, con meno impegno, piú per dovere d’ufficio che per tutto controllare e tutto sapere come in passato. Il che per altro non deve far credere che a ciò si accompagnasse una maggiore fiducia e considerazione per i suoi collaboratori, ché, anzi, queste – se possibile – diminuirono vieppiú. Solo che, ora, era convinto che i danni che costoro potevano fare erano minori, data la maggior solidità del regime, e si limitava perciò in genere a controllare piú che il loro operato politico quotidiano, il loro comportamento generale, la loro vita privata, in maniera da averli sempre in mano e, in caso di necessità, sapere come e dove colpirli94.
G. Bastianini ha colto bene nelle sue memorie alcuni tratti della nuova condizione psicologica di Mussolini e la loro incidenza sul suo modo di concepire la politica95:
Ogni esistenza umana ha bisogno di conforto e di consolazioni, ma quella degli uomini non comuni è assetata di molte altre cose che ad essi ripugna domandare. In quelle stanzette che a Villa Torlonia ospitano il focolare domestico di Mussolini la sua mente non riposa, il suo spirito non s’acqueta, l’animo non si apre perché disdegna di esprimersi, anzi reagisce in una muta collera che fa piú dura l’asprezza del carattere ed aggrava il difetto che piú gli pesa, quello di essere tanto timido da apparire sprezzante. Nell’accentuarsi fatale dei propri squilibri interiori l’uomo che tiene l’Italia nelle proprie mani, sempre piú si chiude in sé con l’alterigia dello stoico, con la superbia del cinico perché nessuno, egli crede, potrebbe capirlo a fondo e perché l’aprirsi interamente con i suoi collaboratori, lassú in quel palazzo severo dov’egli è tutto e non vuol essere il primo tra i suoi pari, gli parrebbe debolezza indegna di lui e negativa per il suo ruolo. Che questo suo tormento interiore vada influenzando la sua azione forse non se ne avvede ma intanto la realtà gli si deforma alla vista, ogni ostacolo comincia ad apparirgli come un’avversione alla sua persona, il mondo esterno gli appare come un coacervo di forze avverse non da comporre ma da stroncare. Cosí viene meno in lui la passione dello statista che nell’armonizzare le cose discordi cerca il successo, e prendono invece il sopravvento la fede cieca nel proprio istinto, la decisione subitanea e quel gusto di dare scacco a chiunque gli attribuisca un’intenzione che lo spingerà sempre piú alle improvvisazioni. Egli non è piú l’uomo del patto a quattro, di Stresa, degli accordi con la Francia, con la Grecia, con la Turchia, il negoziatore duttile e lungimirante che si contenta magari soltanto di preparare la trama sulla quale altri tesseranno, chi sa quando, la storia. Adesso è convinto che il mondo debba essere preso d’assalto...
Tutto quello che abbiamo detto a proposito delsuo crescente amore della grandezza non basta però da solo a spiegare perché Mussolini non accettò le esortazioni della moglie a ritirarsi dalla vita politica. E soprattutto, accontentarsi di questa spiegazione impedisce di comprendere e valutare pienamente un avvenimento estremamente importante nella storia del regime fascista che seguí immediatamente la conclusione della guerra d’Etiopia: la nomina di Galeazzo Ciano a ministro degli Esteri.
Il fatto che Mussolini non accolse le esortazioni della moglie non vuol dire che egli non pensasse che, in ogni caso, prima o poi avrebbe dovuto comunque lasciare la guida del regime. E non è neppure da escludere del tutto che – nonostante la sua passione per il potere e la grandezza – nell’intimo qualche volta lo desiderasse. Sebbene poco piú che cinquantenne e sebbene facesse ancora dello sport, il suo fisico non era piú quello di un tempo. La tensione psicologica degli ultimi due anni, in particolare, lo aveva logorato non poco. Il Phayre nel presentare ai suoi lettori l’intervista che egli gli aveva rilasciato descrisse bene sia il suo aspetto fisico («un uomo di corporatura massiccia, calvo, che va ingrossandosi, nonostante la dieta a cui si sottopone... miope») sia alcuni aspetti della sua personalità piú intima: «Mussolini è una figura triste, solitaria, nonostante tutta la sua gloria», che non riusciva ad adattarsi a «sentirsi chiuso» (da qui la sua passione per il volo, per le corse in motocicletta e in auto, e per lo sci) e che, nonostante la sua convinzione che sarebbe morto nel proprio letto, era «assolutamente contrario a qualsiasi discorso sulla morte, anche al piú lontano accenno ad essa», al punto che, se qualcuno gliene parlava, cambiava subito argomento. Questa sua particolare condizione umana può forse spiegare perché fu proprio verso l’ottobre del ’36 che la sua relazione con la Petacci cominciò ad assumere consistenza e a diventare un elemento importante della sua vita, come non erano mai state le precedenti. Certo spiega perché egli potesse pensare ad un suo ritiro a vita privata, sino ad arrivare ad accennarne ad una delle pochissime persone in cui riponeva fiducia e alla quale qualche rarissima volta apriva uno spiraglio del suo animo, a Costanzo Ciano.
Subito dopo la proclamazione dell’Impero – ha scritto Acerbo96 – egli disse un giorno a Costanzo Ciano che avrebbe fatto stupire il mondo con l’imitare l’esempio di Silla; e come costui, una volta restaurati gli ordini della repubblica, si era appartato per il resto dei suoi giorni, egli, dopo aver ridonato ai suoi cittadini la civica concordia e la pace interiore, e aver rianimato lo spirito nazionale e irrobustita l’economia del paese, si sarebbe ritirato a vita privata per lasciare che le forze da lui promosse e stimolate si esplicassero liberamente, emancipate da ogni tutela.
Ritirarsi a vita privata non era però per Mussolini affatto semplice. Anche ammettendo che, facendo forza su un aspetto della sua personalità, egli si inducesse a prendere una simile decisione, questa certo non poteva essere immediata, anche se, altrettanto certamente, quello poteva apparire il momento piú adatto per compiere un simile passo. A parte la gravità del momento internazionale – alla tensione con l’Inghilterra e ai non facili rapporti con la Francia a metà luglio a complicarlo ulteriormente venne la guerra civile spagnola – che ad un uomo come Mussolini doveva far ritenere ancora assolutamente indispensabile la propria presenza attiva sulla ribalta internazionale, «nocchiero sicuro» della politica estera italiana, a rendere per il momento irrealizzabile il passo era infatti un problema ben preciso ed inevitabile: a chi lasciare la guida del regime? chi designare suo successore?
A livello del vecchio fascismo nessuno avrebbe potuto prendere il posto di Mussolini. A parte la disistima che egli nutriva per tutti i possibili candidati alla successione (l’unico a cui avrebbe potuto, forse, pensare era Costanzo Ciano, ma il presidente della Camera era sessantenne, malandato in salute, politicamente poco piú che un notabile del regime e nel paese non era certo uno dei fascisti piú in vista), una scelta tra essi avrebbe voluto dire scatenare ogni sorta di gelosie, di lotte, di rancori che avrebbero suscitato una miriade di movimenti centrifughi e paralizzato il regime, se, addirittura, non lo avrebbero scardinato. Né la seconda generazione fascista offriva alcun elemento di tale spicco da giustificare il rischio di saltare tutti i vecchi, puntando sulla carta che, pur di non vedere preferito uno degli altri a se stesso, questi accettassero un homo novus. E poi, al solito, anche per i fascisti della seconda generazione Mussolini non aveva né stima né fiducia. Eppure il problema della successione non poteva, come si è détto, essere ignorato. Poteva essere rinviato, ma non eluso. Anche a prescindere dalla decisione di Mussolini di ritirarsi o no a vita privata, piú tempo fosse passato piú esso sarebbe diventato grave e, forse, decisivo per il regime.
È in questa prospettiva che bisogna vedere e valutare il significato del rimpasto ministeriale dell’11 giugno 1936. Con esso Mussolini si disfece di tre ministeri che aveva retto negli ultimi anni, quello delle Colonie a dirigere il quale fu promosso Lessona, sino allora sottosegretario, quello delle Corporazioni, che fu pure affidato al sottosegretario in carica Ferruccio Lantini, e quello degli Esteri, che fu affidato a Galeazzo Ciano, al cui posto, a capo del ministero per la Stampa e propaganda, fu promosso D. Alfieri. Apparentemente era un po’ un alleggerire il «duce» di una parte dei suoi molti dicasteri (manteneva ancora quello dell’Interno e i tre militari), un po’ una promozione di due sottosegretari, Lessona ed Alfieri, che durante la guerra si erano particolarmente distinti per il loro dinamismo e la loro efficienza. Il vero significato del rimpasto era però un altro e consisteva nella nomina di Galeazzo Ciano agli Esteri, di cui il resto del movimento non era che la mascheratura. Con questa nomina in pratica Mussolini aveva scelto il suo successore e cominciato ad aprirgli la strada. Non avendo veramente stima e fiducia di nessuno e non potendo fare una scelta politica tra gli uomini di primo piano del regime, aveva deciso di allevarsi il successore, scegliendo un giovane, figlio di una delle pochissime persone di cui aveva fiducia (e che quindi poteva avere una influenza su di lui) e soprattutto marito di sua figlia, intelligente, ma senza una propria personalità marcata (cosí da poterselo plasmare come voleva), sostanzialmente estraneo ai grandi giri del regime e che in Etiopia, come ufficiale d’aviazione, aveva dato buone prove di coraggio (che per la mentalità fascista non era cosa trascurabile) e, per aprirgli la strada ed affermarlo sia all’interno sia all’estero, gli aveva affidato il ministero a suo avviso piú prestigioso ed importante, del quale in sostanza egli si sarebbe ad ogni buon conto continuato ad occupare personalmente dietro le spalle del genero in maniera da guidarlo con la sua «mano sicura» e facendo cosí del nuovo ministro un esecutore fedele della sua politica.
Mussolini – lo si è detto – era un cattivo conoscitore dell’uomo-individuo e in particolare di quelli non della sua stessa generazione e formazione. Come pedagogo poi non aveva né capacità né esperienza e inoltre era portato a considerare l’individuo un po’ come considerava le masse, come un oggetto inerte da plasmare con le sue mani da «artista». Con queste premesse; la scelta di Ciano si rivelò assolutamente sbagliata.
Ciano97, lo si è detto, era un giovane (quando fu nominato ministro degli Esteri aveva da poco compiuti trentatre anni) intelligente, non privo di una certa cultura letteraria e di una certa spregiudicatezza, che in un primissimo momento gli avevano fatto carezzare l’idea di darsi al giornalismo e, poi, lo avevano portato a stabilire rapporti di amicizia piú con letterati e giornalisti (anche non in odore di santità fascista o in disgrazia, come Malaparte) che con l’establishment politico del regime (tra cui non mancava chi non aveva dimenticato il suo scarso zelo fascista dei primi anni). Di carattere, poi, era sostanzialmente un incerto, un fatuo, privo di senso morale e portato a fare molto affidamento sulla sua astuzia, in realtà piú presunta che reale. La sua esperienza diplomatica era scarsa. Entràto in carriera, era stato viceconsole in Brasile e in seguito addetto presso la legazione a Pechino, e in Cina era tornato dopo il suo matrimonio con Edda Mussolini, rimanendovi sino al ’33, quando, rientrato in Italia, era stato nominato dal suocero capo del suo Ufficio stampa, primo passo sulla strada che lo avrebbe portato nel ’35 a diventare ministro della Stampa e propaganda. Nell’ambiente romano aveva riannodato parte delle vecchie amicizie, ma soprattutto si era strettamente legato con alcuni ambienti dell’aristocrazia della capitale, che ne avevano fatto un po’ il loro enfant gâté. Durante la guerra d’Africa, come comandante di una squadriglia da bombardamento, la «Disperata», si era comportato coraggiosamente e aveva conseguito due medaglie al valore. Il suo atteggiamento politico, in Africa come in Italia, durante un periodo di licenza per malattia, non era stato però apprezzato da molti di coloro che avevano avuto occasione di sentirlo parlare. Sostanzialmente scettico e pessimista sulle prospettive dell’impresa etiopica, non aveva infatti mancato – per dirla con Lessona98 – di seminare «il seme velenoso del suo scetticismo con inconcepibile leggerezza».
La vittoria militare è da escludersi – aveva tra l’altro detto proprio a Lessona quando questo si era recato in Africa – perché in questo terreno montagnoso non vi possono essere soluzioni rapide. Intanto noi saremo strangolati dalle sanzioni. Bisogna trattare diplomaticamente con l’Inghilterra e subito... Vedo nero all’orizzonte.
E, appoggiandosi sia ad alcuni funzionari di palazzo Chigi sia soprattutto servendosi delle possibilità offertegli dal suo ministero, aveva condotto una subdola campagna di critiche contro Suvich, rimproverandogli di «non aver saputo approfittare della carta tedesca» per spaventare gli inglesi ed i francesi e indurli a modificare il loro atteggiamento verso l’Italia99.
Con queste premesse, non può meravigliare che la nomina di Ciano a ministro degli Esteri suscitasse in genere sorpresa, meraviglia e non poche critiche, sia nelle alte sfere del regime sia nel paese. Come è stato scritto100,
espressioni come «il generissimo», «il predestinato», «il conte genero», «il secondo personaggio d’Italia», «il cretino arrivato» furono un po’ sulla bocca di tutti. Si disse addirittura che era «il mantenuto morale di Edda».
Vecchie accuse di affarismo e di illeciti arricchimenti e di condotta immorale, che già erano serpeggiate in passato ed erano circolate quando era stato nominato per la prima volta ministro l’anno prima101, riemersero un po’ a tutti i livelli. Né la scelta del nuovo ministro trovò favore all’estero, dove molte cancellerie se ne preoccuparono, dato che le sue propensioni per una piú stretta intesa con la Germania erano note e il contemporaneo allontanamento da palazzo Chigi di Suvich (sostituito da Bastianini) e la quasi completa dispersione del gruppo di funzionari che sino allora aveva costituito l’ossatura del ministero degli Esteri102 confermarono queste preoccupazioni.
In realtà Ciano, pur auspicando – forse piú per ambizione personale che per convinzione – una politica piú dinamica verso Berlino, non pensava di capovolgere l’ormai classica politica del «peso determinante»; voleva renderla solo piú incisiva e «astuta», in maniera da costringere Londra e Parigi a riconoscere ufficialmente l’impero e a riprendere su nuove basi i vecchi rapporti con l’Italia; né, anche se lo avesse voluto, il «duce» gli avrebbe permesso di farne un’altra. E non solo perché Mussolini continuò, dietro le sue spalle, a tracciare lui le linee di fondo della «grande politica» estera, ma perché – almeno nei primi tempi – l’atteggiamento del neoministro verso il suocero fu caratterizzato da un misto di venerazione e di timore reverenziale, che non lasciava spazio né alla sua eventuale creatività ed iniziativa personali, né allo stabilirsi di qualsiasi forma di intimità e di vera collaborazione con un uomo come Mussolini, chiuso di natura e sempre piú incapace di uscire dal suo ruolo, dal suo fatalismo, dalla cortina di sicurezza e di sofismi con la quale sempre di piú era portato a giustificare i propri errori e a rintuzzare gli argomenti di quei pochi – e il genero non era certo tra essi – che osavano contraddirlo. Come ricorda Bastianini, che per tre anni fu vicino a Ciano a palazzo Chigi103,
dinanzi a Mussolini e perfino quando gli parlava al telefono il suo atteggiamento era sempre quello di prammatica: busto eretto, sguardo diritto, risposte ferme e brevi: «Sí Duce!» «Provvederò subito, Duce!» «Già disposto, Duce!»
Un atteggiamento, un tipo di rapporto che spiegano perché quando, ad un certo momento, la sudditanza psicologica verso il «duce» sarebbe venuta meno, anche la possibilità di una vera intesa tra i due uomini sarebbe definitivamente sfumata e al suo posto si sarebbe venuto a creare un reciproco, amaro disagio psicologico, che in Ciano si sarebbe via via trasformato in una sorta di irritazione profonda e in un criticismo insoddisfatto e frustrante e in Mussolini in un nuovo motivo di umana solitudine, di sfiducia in tutti, di autoconvincimento della propria insostituibilità ed eccezionalità.
A metà del 1936 tutto ciò era però ancora lontano ed imprevedibile e Mussolini, nonostante tutto, poteva credere di aver trovato per il suo impero se non un secondo «duce» – ché una tale eventualità, impensabile già nel ’32, era oggi per lui un assurdo – almeno un delfino, scelto ed espresso da lui. La parola d’ordine, l’obiettivo degli anni duri, durare, sembrava essere diventata una realtà.
Note
-
Cfr. Mussolini, XXXIV, p. 210. ↩
-
Cfr. R. Mussolini, La mia vita con Benito cit., pp. 128 sg.
Nella stessa linea dell’affermazione fatta al sovrano cfr. il discorso ai benemeriti della colonizzazione interna e della bonifica, pronunciato a palazzo Venezia il 26 ottobre ’35 (Mussolini, XXVII, pp. 175 sg.), e in particolare il seguente passo:
«Dovete dunque sapere che degli individui i quali vanno sempre a frugare tra le vecchie carte, credevano di farmi un grande piacere scoprendo che, fra i miei lontani nonni, bisnonni e arcibisnonni, ci sarebbero stati dei nobili. Allora io ho detto: finitela! Tutti i miei nonni, bisnonni, arcibisnonni erano dei lavoratori della terra, e perché non ci fosse alcun dubbio al riguardo, ho piantato una lapide sulla casa colonica dalla quale risulta che tutte le generazioni dei Mussolini precedenti la mia hanno sempre lavorato con le proprie mani la terra».
-
Cfr. PNF, Il Gran Consiglio del Fascismo cit., p. 607.
Su iniziativa di Starace l’espressione «fondatore dell’Impero» divenne ben presto parte integrante della formula ufficiale del «saluto al Duce». ↩
-
Per un quadro complessivo dell’attività delle forze di polizia durante tutto l’anno XIV (28 ottobre ’35 - 27 ottobre ’36) si veda la seguente tabella (ripresa dalla relazione annuale redatta nel novembre ’36 dal ministero dell’Interno: ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 242/R, «Gran Consiglio», sottof. 14, 1936, ins. C.); per valutarla giustamente va tenuto presente che in essa risultano anche le operazioni condotte da giugno ad ottobre del ’36, che non sono piú riferibili alla guerra d’Etiopia e che già risentono della nuova situazione determinata dall’inizio della guerra civile spagnola:
Operazioni anticomuniste: —— emissari arrestati —— Operazioni Giustizia e Libertà: —— emissari arrestati —— Operazioni di polizia politica in genere —— Denunciati Tribunale Speciale —— Provvedimenti di polizia adottati: / confinati —— Provvedimenti di polizia adottati: / ammoniti —— Provvedimenti di polizia adottati: / diffidati
Venezia Giulia —— 2 —— 1 —— – —— – —— 26 —— 13 —— 98 —— 49 —— 54
Venezia Tridentina —— – —— – —— – —— – —— 308 —— 18 —— 156 —— 152 —— 200
Venezia Euganea —— 1 —— – —— – —— – —— 14 —— 2 —— 96 —— 64 —— 87
Piemonte —— 5 —— 1 —— 1 —— – —— 41 —— 22 —— 58 —— 34 —— 62
Lombardia —— 12 —— 4 —— 1 —— 1 —— 104 —— 59 —— 145 —— 77 —— 73
Liguria —— 5 —— 2 —— – —— – —— 8 —— 12 —— 47 —— 43 —— 35
Emilia —— 6 —— – —— 1 —— 1 —— 54 —— 15 —— 110 —— 48 —— 43
Toscana —— 2 —— – —— 2 —— – —— 45 —— 4 —— 44 —— 26 —— 23
Marche —— 2 —— – —— – —— – —— 22 —— 10 —— 18 —— 17 —— 13
Umbria —— 3 —— – —— – —— – —— 9 —— 5 —— 47 —— 17 —— 11
Abruzzi —— 1 —— – —— – —— – —— 21 —— – —— 22 —— 14 —— 29
Lazio —— 3 —— – —— 1 —— – —— 48 —— 29 —— 96 —— 45 —— 33
Campania —— 3 —— – —— – —— – —— 11 —— 10 —— 49 —— 31 —— 22
Lucania —— – —— – —— – —— – —— 4 —— – —— 6 —— 7 —— 2
Puglie —— 4 —— – —— – —— – —— 5 —— 2 —— 34 —— 11 —— 14
Calabria —— – —— – —— – —— – —— 2 —— – —— 4 —— 6 —— 2
Sardegna —— – —— – —— – —— – —— 5 —— 1 —— 22 —— 13 —— –
Sicilia —— 4 —— – —— – —— – —— 26 —— 8 —— 60 —— 33 —— 75
53 —— 8 —— 6 —— 2 —— 753 —— 210 —— 1112 —— 687 —— 778 ↩
-
Particolare incremento ebbe il confino. Dalla già citata relazione ministeriale risultano le seguenti cifre:
Confinati politici presenti al 28 ottobre 1935 —— 1017
Confinati politici dal 28 ottobre 1935 al 27 ottobre 1936 —— 1242
Confinati politici liberati dal 28 ottobre 1935 al 27 ottobre 1936 —— 835
Confinatipolitici presenti al 27 ottobre 1936 —— 1424
I confinati liberati in seguito ai provvedimenti di clemenza adottati per celebrare la proclamazione dell’impero furono circa cinquecento.
La differenza nel numero dei confinati nel corso dell’anno XIV (1112 secondo la tabella alla nota precedente, 1242 secondo le cifre su riferite) si spiega col fatto che non di rado carcerati o confinati che avevano scontato la pena venivano inviati, invece di essere liberati, al confino o condannati ad un nuovo periodo di confino. ↩
-
Cfr. M. Reberschak, I cattolici veneti tra fascismo e antifascismo, in AA. VV., Movimento cattolico e sviluppo capitalistico, Padova 1974, p. 153. ↩
-
Cfr. «Il popolo d’Italia», 19 dicembre 1935. ↩
-
Cfr. E. Rossi, Il manganello e l’aspersorio cit., p. 317. ↩
-
La Santa Sede, come si è detto, tenne ufficialmente un atteggiamento piú cauto, piú neutrale, che, per altro, non impedí che alla sua ombra fiorissero varie iniziative apertamente dirette ad aiutare l’Italia. A livello economico, per esempio, un concreto beneficio il regime trasse dall’aiuto prestatogli da p. Antonio Stravino, l’amministratore della Compagnia di Gesú, che, grazie ai canali dei gesuiti e di alcune istituzioni religiose, assicurò allo Stato la possibilità di rifornirsi all’estero di valute pregiate. ↩
-
Cfr. Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, Discussioni, seduta del 18 maggio 1936, pp. 2722 sgg. ↩
-
Un elemento interessante che emerge da queste testimonianze è costituito dall’impressione riportata da piú di uno di questi osservatori stranieri che in realtà Mussolini fosse meno iperteso, e meno xenofobo del suo popolo, sia in generale sia rispetto all’Inghilterra. Cfr., per esempio, G. Boissy, Une visite à Mussolini, in «La tribune des nations», 16 gennaio 1936. Questa impressione fu di certo scientemente accreditata dallo stesso Mussolini. Tipico è quanto disse alla baronessa Lily Doblhoff (cfr. «Az Est», 25 dicembre 1935): «Nella piena coscienza della mia responsabilità rimango fedele a questo mio atteggiamento [volto a evitare che la guerra da coloniale diventasse europea], talvolta anche contro l’opinione bellicosa del popolo. Per quanto è possibile, attenuo le passioni...» Non è però da escludere che in parte Mussolini fosse sincero: l’esasperazione della polemica anti-inglese era per lui in quel momento indispensabile per mobilitare il popolo italiano a sostegno della sua politica; in prospettiva egli doveva però anche rendersi conto delle difficoltà che tale eccitazione avrebbe potuto procurargli se fosse arrivato il momento di un accordo generale con Londra. ↩
-
Cfr. la testimonianza in questo senso di G. Calogero in «La cultura», luglio 1966, p. 431. ↩
-
Cfr. B. Ceva, Cinque anni di storia italiana 1940-1945. Da lettere e diari di caduti, Milano 1964. ↩
-
Per un saggio di come queste giornate furono prospettate, secondate e suggestionate dalla stampa del regime cfr. M. Isnenghi, Il radioso maggio africano del «Corriere della sera», in «Il movimento di liberazione in Italia», luglio-settembre 1971, pp. 3 sgg. ↩
-
Tantalo [U. Ojetti], Stelle sull’impero, in «Corriere della sera», 17 maggio 1936, riprodotto in U. Ojetti, Cose viste, VII: 1934-1938, Milano 1939, pp. 115 sgg. ↩
-
Sulla retorica imperiale e sul mito di Roma presenti nel regime e in Mussolini manca qualsiasi studio scientificamente valido. Sotto il profilo meramente ideologico-culturale l’idea imperiale è stata, nel complesso, bene studiata da F. D’Amoja, La politica estera dell’impero cit., pp. 1 sgg.; superficiale è invece L. Bortone, Mito e storia di Roma durante il fascismo, in «Palatino», ottobre-dicembre 1967, pp. 407 sg., in cui, per altro, sono utilizzati alcuni documenti di un certo interesse.
Tutto il problema sarà da noi trattato nel prossimo volume. ↩
-
E. Conti, Dal taccuino di un borghese cit., p. 544. Ibid., p. 546, cfr. anche le considerazioni sui probabili motivi che – secondo Conti – dovevano aver indotto Mussolini a volere la conquista dell’Etiopia: «Mi sono chiesto molte volte perché Mussolini abbia voluto questa conquista che ci ha creato tanti nemici ed ha dato un suggestivo esempio di violenza. Forse egli ha creduto che la gloria ci avrebbe compensato della perdita della libertà; sarebbe dunque stato un modo di distrarre il Paese da tutte le preoccupazioni createci dalla dittatura: stordire i critici, se non ridurli al silenzio; guerra dunque non tanto voluta dal suo temperamento, che non credo bellicoso, quanto dal ragionamento, applicazione di un sistema. È il sistema che ha perduto Napoleone». ↩
-
Cfr. Realismo ancora, in «Giustizia e Libertà», 15 maggio 1936; nonché Realismo, ivi, 10 aprile 1936. ↩
-
Cfr. GIN, La situazione politica in Italia e soprattutto dello stesso Lo sviluppo della situazione politica italiana alla vigilia della nuova guerra d’Africa, in «Il nuovo avanti», 4 maggio e 13 luglio 1935. ↩
-
In questa prospettiva devono essere collocate probabilmente alcune incerte e contraddittorie notizie raccolte da informatori dell’OVRA nel gennaio ’36 su un progetto di I. Bonomi volto a cercare di ottenere da Mussolini l’autorizzazione a dar vita ad un’associazione di ex deputati antifascisti disposti a collaborare indirettamente con il regime. Nella piú dettagliata relazione, in data 24 gennaio ’36, su questi propositi si legge:
«Probabilmente la Direzione Generale di P. S. avrà avuto già sentore di colloqui e propositi tenuti ed espressi dall’ex Presidente del Consiglio e socialista riformista S. E. Bonomi.
«L’informatore n. 40 a questo proposito ha avuto un colloquio confidenziale con l’Avv. ....., oggi “braccio destro” di S. E. Bonomi.
«Secondo le confidenze dell’Avv. ..... sembra che S. E. Bonomi abbia il proposito di chiedere al Duce la possibilità di fondare un’associazione di fatto che dovrebbe raggiungere tutti gli ex deputati socialisti riformisti e gli ex deputati che, dimenticando il passato, possano aderire ai principî politicidella neo-associazione.
«Il neo-gruppo si dovrebbe chiamare “Associazione Socialista Nazionale”. Il fine... collaborazione indiretta col Regime Fascista sulla base corporativa e sindacale.
«S. E. Bonomi ha consegnato all’Avv. ....., una lista di personalità del passato Regime democratico, con l’incarico di avvicinare queste personalità e rilevare quante persone potranno aderire a questo ... nuovo sogno del predetto ex Presidente del Consiglio.
«Dalla lista, alla quale l’informatore N. 40 ha dato una rapida scorsa, risultano nomi di ex deputati socialisti come gli ex On. Bisogni, D’Aragona, Caldara ed ex dirigenti del fu partito demoliberale.
«Sono stati esclusi tutti coloro che ad avviso di S. E. Bonomi, si sono compromessi politicamente e cioè che hanno avversato l’attuale Regime.
«Fra gli esclusi vi è anche l’On. Bombacci!!» (ACS, RSI, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato, b. 69, fasc. 405, «Bonomi Ivanoe»). L’accenno finale a Bombacci si spiega col fatto che proprio in quei giorni l’ex deputato comunista stava preparando la pubblicazione di una propria rivista, «La verità», che vide la luce verso la fine dell’anno, suscitando lo sdegno e le proteste di alcuni settori del fascismo (e, secondo alcune voci, anche del Vaticano) che ne provocarono una breve sospensione delle pubblicazioni che però poi ripresero e continuarono per tutto il resto dell’arco del regime (ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. Polizia politica, categ. 1, b. 155, fasc. «Bombacci Nicola»; Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], fasc. H/R, «Bombacci Nicola»). ↩
-
Cfr. Vischi, Gli sviluppi della crisi, in «Il nuovo avanti», 4 gennaio 1936. ↩
-
Cfr. Documenti inediti dell’Archivio Tasca cit., p. 156. Per una convalida delle difficoltà nelle quali versavano i comunisti cfr. P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano cit., III, pp. 10 sg. e 103 sgg.; per GL, cfr., già nei primi mesi del ’35, la lettera di E. Lussu pubblicata da «Giustizia e Libertà» del 1º marzo 1935, nella quale si osservava sconsolatamente che «l’emigrazione politica diminuisce, anziché aumentare» e che in Italia «non si fa niente». ↩
-
Cfr. Documenti inediti dell’Archivio Tasca cit., p. 179. ↩
-
Cfr. ibid., pp. 153 sg. ↩
-
Cfr. La riconciliazione del popolo italiano è la condizione per salvare il nostro paese dalla catastrofe, in «Stato operaio», giugno 1936, riprodotto in Lo Stato operaio cit., II, pp. 420 sg. ↩
-
Cfr. P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano cit., III, p. 58. ↩
-
In relazione alle loro speranze e al loro attivismo, gli antifascisti durante Ja crisi etiopica conseguirono magri successi anche all’estero. Per molti tutto si ridusse pressoché solo ad un’attività di tipo propagandistico, che, per un verso, ottenne modesti successi a livello dell’emigrazione di lavoro e, per un altro verso, provocò vivaci polemiche interne tra i vari partiti e gruppi. I piú attivi furono probabilmente i comunisti che, nell’ottobre ’35, iniziarono in Francia la pubblicazione di un nuovo giornale «L’idea popolare» e promossero, d’intesa con i socialisti, a Bruxelles un Congresso degli italiani contro la guerra fascista in Abissinia, che avrebbe dovuto gettare le basi in Italia di un coordinamento delle azioni contro la guerra, ma che, in pratica, non ebbe quasi altro risultato che quello di aumentare i malintesi e i contrasti tra i vari partiti. GL, pur essendo assai critica verso i comunisti che accusava di attendismo e di minimalismo, tentò di dar vita con essi ad un’Alleanza rivoluzionaria italiana decisa a condurre un’azione offensiva e armata in Italia. La proposta fu però lasciata cadere dai comunisti e, a parte quella di stampa, l’attività di GL si ridusse in pratica ad organizzare attentati a Mussolini e, pare, al re e al principe ereditario (che non andarono oltre la fase della ideazione) e lanci di palloncini con manifestini antifascisti (che non poterono aver luogo, dato che le autorità italiane, informate della cosa, si rivolsero a quelle svizzere, dal cui territorio i lanci dovevano avvenire, che arrestarono ed espulsero dal paese le persone che dovevano effettuarli). Per le principali prese di posizione determinate dalla guerra d’Africa cfr. «l’Unità», febbraio 1935, n. 4 (primo appello del PCdI e del PSI in occasione dei primi richiami alle armi); «Giustizia e Libertà», 13 settembre 1935 (dichiarazione comune di tutti i partiti, gruppi e organizzazioni antifasciste); «Giustizia e Libertà», 20 settembre 1935 (manifesto di GL agli italiani); «L’idea popolare», 19 ottobre 1935 (relazione dei lavori del congresso di Bruxelles e proclama del Partito comunista al popolo italiano); per maggiori elementi cfr. A. Garosci, La vita di Carlo Rosselli cit., II, pp. 115 sgg.; P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano cit., III, pp. 40 sgg.; per i progettati attentati a Mussolini cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1920-45), 1935, b. 18, fasc. «Roma – Complotto contro S. E. Mussolini organizzato da “Giustizia e Libertà”»; 1936, b. 9, fasc. «Giustizia e Libertà: attività criminosa».
Di fronte a questo attivo cosí modesto, al passivo dell’emigrazione antifascista stettero due casi che fecero parecchio rumore e che la propaganda fascista seppe abilmente sfruttare sia ad uso interno sia all’estero. Il primo fu costituito dalla posizione che, di fronte alla guerra, assunse Arturo Labriola (che era iscritto al PSI, viveva a Bruxelles e aveva collaborato alla stampa della Concentrazione), prima con due articoli e una lettera (rispettivamente su «Ere nouvelle» del 18 giugno e del 1º settembre 1935 e su «Giustizia e Libertà» del 5 luglio 1935) in cui non rifiutò la tesi italiana di un pericolo di attacco etiopico all’Eritrea, poi – iniziate le ostilità – con una lettera all’ambasciatore italiano in Belgio nella quale lo assicurava dei suoi «sentimenti di piena solidarietà col mio Paese al disopra e al di là di tutte le mie preferenze politiche» e, infine, rientrando in dicembre in Italia. Cfr. L. Labriola, Storia e leggenda di Arturo Labriola, Napoli 1967, pp. 234 sgg.; nonché ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 168/R, «Labriola prof. Arturo». Il secondo caso fu costituito dalla posizione che assunse Mario Bergamo – indubbiamente meno clamorosa ma che egualmente rappresentò un brutto colpo per l’emigrazione antifascista – con una serie di scritti (raccolti nel dicembre in volume M. Bergamo, Un italien révolté, Paris 1935) in cui si schierò contro l’impresa mussoliniana, ma con altrettanto vigore anche contro l’ipocrisia della Società delle Nazioni e dell’Inghilterra in specie, accusandole di agire solo in base a gretti motivi d’ordine imperialistico. ↩
-
Cfr. Realismo ancora cit.
L’articolo di Rosselli e in particolare la frase qui citata furono subito sfruttati dal «Popolo d’Italia» che, il giorno dopo, il 16 maggio, pubblicò con rilievo una nota (che Rosselli attribuí personalmente a Mussolini) annunciante «la resa a discrezione politica dell’antifascismo italiano all’estero». A questa nota C. Rosselli (Risposta a Mussolini) replicò nel numero successivo di «Giustizia e Libertà», del 21 maggio, affermando tra l’altro: «La nostra missione è quella di tener duro quando tutti cedono; di alzare la fiaccola dell’ideale nella notte che circonda; di anticipare con l’intelligenza e l’azione l’immancabile futuro». ↩
-
Già nel maggio del ’36 R. Morandi, per il centro interno socialista, abbozzava dell’atteggiamento delle masse popolari italiane un’analisi piú realista, notando come tra esse si delineassero «un primo calo d’entusiasmo» e un riaffiorare di preoccupazioni e timori, sia per la possibile evoluzione della situazione internazionale sia per «la torbida condizione dell’economia» nazionale. Cfr. Documenti inediti dell’Archivio Tasca cit., p. 192. ↩
-
Cfr. P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano cit., III, pp. 18 sgg., e, piú in generale, Problemi di storia dell’Internazionale Comunista (1919-1939), a cura di A. Agosti, Torino 1974, pp. 193 sgg. e 215 sgg. In questo secondo volume (p. 226) di particolare interesse sono le osservazioni di F. Claudin a proposito della non specifica inclusione, nella risoluzione del VII Congresso «sui compiti dell’I. C. in relazione della preparazione da parte degli imperialisti di una nuova guerra mondiale», dell’Italia tra «i principali fomentatori della guerra» in quel momento (Germania, Giappone e Polonia); non inclusione che, secondo l’autore, si spiegherebbe con le buone relazioni bilaterali che a quell’epoca vi erano tra l’Italia e l’URSS e che questa avrebbe voluto preservare (nonostante i preparativi mussoliniani per la guerra d’Etiopia, che del resto Stalin avrebbe definito «un episodio») in funzione antitedesca. L’ipotesi del Claudin è tutt’altro che da respingersi a priori, specie se fosse confermata la notizia trasmessa l’anno dopo, in piena guerra, da von Hassell a Berlino che il 6 aprile ’36 l’ambasciatore sovietico a Roma.aveva promesso il fattivo appoggio di Mosca e di Parigi per risolvere la questione etiopica a vantaggio dell’Italia se questa si fosse associata all’alleanza franco-russa contro la Germania. Cfr. P. Pastorelli, La storiografia italiana del dopoguerra cit., pp. 609 sg. In questo caso sarebbe da domandarsi se sulla nuova linea inaugurata dal Partito comunista italiano dopo la fine della guerra d’Etiopia non abbiano influito anche considerazioni di politica estera sovietica. Cfr. a questo proposito il passo dello «Stato operaio» dell’agosto ’36 citato in P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano cit., III, p. 64. Quello che è comunque sicuro è che ancora il 2 novembre ’35 da parte italiana si doveva pensare che l’URSS non avrebbe applicato le sanzioni con rigore; non si spiega infatti altrimenti il seguente telegramma di quel giorno di Alfieri a tutti i prefetti: «Pregasi richiamare verbalmente attenzione direzioni giornali et riviste locali sulla opportunità politica che siano evitati attacchi contro personalità et rappresentanti Unione Repubbliche Sovietiche ritenuti nocivi nostre relazioni commerciali con quello Stato. Si gradirà assicurazione» (ACS, Min. Cultura popolare, b. 37, fasc. «Circolari», sottof. «Questioni di politica estera»). ↩
-
Per i precedenti di questa nuova linea e il diverso modo con cui doveva intenderla Togliatti, cfr. P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano cit., III, pp. 50 sgg.; per la sua prima elaborazione, in maggio-giugno, pp. 61 sgg. ↩
-
Cfr. La riconciliazione del popolo italiano cit., riprodotto in Lo Stato operaio cit., II, pp. 419 sgg. e specialmente pp. 426 sg. ↩
-
Cfr. ibid., pp. 428 sg. ↩
-
Per alcune delle piú significative prese di posizioni socialiste cfr. G. Lombardi [G. Faravelli], Diciannovismo ritardatario, in «Il nuovo avanti», 12 settembre 1936; Agostini [E. Colorni], Intorno al manifesto del P.C.I. La lotta all’interno del fascismo, ivi, 31 ottobre 1936; Reani, Ancora sul manifesto comunista, ivi, 5 dicembre 1936; nonché A. Agosti, Rodolfo Morandi cit., pp. 268 sgg.; per l’atteggiamento, invece, di GL cfr. F. Schiavetti, La «riconciliazione» e i suoi limiti, in «Giustizia e Libertà», 7 agosto 1936; Il manifesto della conciliazione, ivi, 4 settembre 1936.
Particolarmente interessante come testimonianza dell’assoluta intransigenza antifascista che animava gran parte dell’antifascismo e lo rendeva ostile ad ogni apertura verso i «fratelli in camicia nera» è lo scritto del Reani. In esso si affermava che il programma diciannovista aveva «portato alla dittatura fascista» ed era «servito al capitalismo per mascherare sotto una vernice democratica la reazione che si sviluppava» e per mobilitare a questo fine «larghi strati di giovani della piccola e media borghesia»; si negava inoltre che esistesse una sinistra fascista:
«Il manifesto parte dal presupposto affermativo, ma noi riteniamo che il Partito comunista sia, al riguardo, poco o male informato. Esistono certamente dei giovani frondisti, ma costoro sono degli sbandati, degli isolati che il regime a volta a volta, dopo aver loro concesso un certo sfogo verbale, relega al silenzio con provvedimenti disciplinari. Essi sono comunque una esiguissima minoranza e il loro abito mentale, formatosi negli ambienti del Guf o altre organizzazioni similari, li rende incapaci di una qualsiasi presa di posizione rivoluzionaria. I pochi appartenenti a questa categoria che avevano qualche reale capacità rivoluzionaria si sono già orientati verso di noi, gli altri sono stati sommersi dall’ondata sciovinistica della guerra d’Africa, e sarebbero del pari sommersi di fronte ad un eventuale nuovo conflitto.
«Parlare poi di “riconciliazione”, fare appello “ai volontari della guerra italo-etiopica”, alla “vecchia guardia fascista”, è un errore tattico in quanto contribuisce a disorientare le masse senza per questo portare alla nostra azione coloro che formano la base di massa del fascismo e soprattutto i giovani a cui fa piú presa la rigorosa intransigenza (che non è settarismo), che la politica della conciliazione e quella dell’embrassons-nous. I giovani hanno bisogno di idee chiare, hanno bisogno di sapere dove va la strada che percorrono. Se oggi sono incerti, disorientati, confusi, non è creando il disorientamento e basandosi sulla incoerenza che essi verranno a noi. Sfruttare il malcontento è abilità politica, ma presentarsi alle masse dicendo che il malcontento è la nostra politica, è errore da evitarsi. Il malcontento vi è, esiste in larghi strati della popolazione, quello che dobbiamo domandarci è il perché questo malcontento non si è quasi mai solidificato, perché questo malcontento, questa latente e sorda ostilità al regime non ha avuto manifestazioni tangibili, non si è concretata minimamente in una opposizione effettiva e reale. Che lotti pure il proletariato per le parziali rivendicazioni di ogni giorno nelle officine, nei cantieri, nei dopolavoro, nei sindacati, ma che esso non dimentichi mai dove arrivano i confini della sua battaglia. E questo sembra dimenticare, forse piú nella forma che nella sostanza, ma in questo caso il risultato è il medesimo, il recente manifesto del Partito comunista d’Italia». ↩
-
Cfr. P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano cit., III, pp. 95 sgg., dove sono pure esposte le critiche che anche il Comintern finí per muovere (in verità abbastanza tardivamente) a questa linea. ↩
-
La citazione è tratta da un rapporto sulla situazione torinese in data 17 marzo 1936 e si riferisce particolarmente alle maestranze della FIAT. ACS, PNF, Situazione politica delle provincie, fasc. «Torino». Concetti analoghi sono però frequenti anche per altre località. ↩
-
ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1920-45), 1936, b. 2. ↩
-
Per una prima informazione cfr. A. Aquarone, La guerra di Spagna e l’opinione pubblica italiana, in «Il cannocchiale», 1966, n. 4-6, pp. 26 sgg. ↩
-
ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1903-49), b. 387. ↩
-
Sul novismo cfr. oltre all’opuscolo programmatico, Novismo, Roma 1933, R. Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo. Contributo alla storia di una generazione, Milano 1962, pp. 33 sgg.; nonché ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris., sez. II, b. 46, fasc. «Movimento italiano novista», dal quale risulta, tra l’altro, che, nonostante la presenza in esso di Bruno e soprattutto Vittorio Mussolini, il gruppo era sorvegliato dalla polizia. ↩
-
Tipico è in questo senso il caso dei novisti, cfr. R. Zangrandi, Il lungo viaggio cit., pp. 93 sgg. ↩
-
Per una teorizzazione di questo punto di vista (senza alcun riferimento a Mussolini) cfr. G. Cavallucci, Premesse storiche per il problema fascista degli intellettuali, in «Il regime fascista», 20 febbraio 1935, riprodotto in Diorama. Problemi dello spirito nell’etica fascista, a cura di M. Tarchi, Roma 1973, I, pp. 238 sgg.; nonché, nello stesso senso, S. Panunzio, L’Africa italiana e i giovani, in «Critica fascista», 1º gennaio 1936, pp. 66 sgg. Per Mussolini personalmente cfr. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti. Memorie di un ambasciatore, Milano 1959, pp. 45 sgg. ↩
-
Cfr. in questo senso Collaudo delle generazioni giovani, in «Critica fascista», 1º gennaio 1936, pp. 65 sg. ↩
-
Particolare interesse tra gli antifascisti aveva suscitato il gruppo del «Cantiere» (trasformazione politica del «Saggiatore»), di cui vari redattori erano stati invitati a collaborare al «Popolo d’Italia». Per i comunisti cfr. P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano cit., III, pp. 12 sgg.; per GL cfr. [C. Rosselli], Salto nel 1935, in «Giustizia e Libertà», 1º gennaio 1935. ↩
-
Alla soppressione di «Cantiere» dedicò un commento P. Nenni, Mussolini a décapité la soi-disante aile gauche du fascisme, in «Le peuple» (di Bruxelles), 23 luglio 1935. ↩
-
«Il secolo fascista» fu soppresso nel giugno ’35. Secondo la motivazione che Mussolini e G. Ciano ne diedero a Fanelli, essa sarebbe stata determinata dal fatto che il periodico era «troppo monarchico» e indubbiamente tale era il numero del 26 maggio, che aveva – tra l’altro – in prima pagina un grande disegno del re con casco coloniale, tale dunque da poter far pensare che il sovrano volesse la guerra e non Mussolini. È però un fatto che «Il secolo fascista» in quello stesso numero e nei precedenti aveva pubblicato alcuni articoli che dovevano non essere piaciuti al «duce»; in particolare, nel numero del 31 marzo, di G. A. Fanelli, Paura della guerra, durissimo verso la Germania, al punto da sostenere la tesi di una guerra preventiva per «tagliare il carcinoma» «prima che sia troppo tardi»; nel numero del 7 aprile un altro sullo stesso tema di G. N. Serventi, Germania gorgonica; nel numero del 23 giugno un altro articolo di G. A. Fanelli, Dall’Abissinia alla rivoluzione, in cui, insieme ad altre in linea, si sosteneva una tesi per Mussolini (come si vedrà) inaccettabile: che, distinguendosi anche in questo dal colonialismo capitalistico, il nuovo impero realizzasse una sorta di collaborazione rivoluzionaria tra bianchi e neri. Conclusa la guerra, nel ’37 Fanelli avrebbe dato vita ad un nuovo periodico, accesamente antibolscevico, «La piazza» che sarebbe però duratopochi mesi. ↩
-
Una delle testimonianze piú significative di questo stato d’animo è costituita da G. S. Spinetti, L’Europa verso la rivoluzione, Roma 1936. ↩
-
Testimonianze significative in questo senso in F. Gambetti, Cronache del tempo fascista, Bologna 1936; Autobiografie di giovani del tempo fascista, Brescia 1947, passim, e specialmente pp. 12 e 18; La generazione degli anni difficili, a cura di E. A. Albertoni, E. Antonini, R. Palmieri, Bari 1962, p. 146. ↩
-
Cfr. F. Gambetti, Cronache del tempo fascista cit., p. 106. ↩
-
Cfr. G. Bottai, Vent’anni e un giorno cit., p. 190. ↩
-
Cfr. ID., Abissinia: impresa rivoluzionaria, in «Critica fascista», 15 luglio 1935, pp. 357 sgg.; ID., La marcia da Roma, ivi, 1º novembre 1935, pp. 3 sg. ↩
-
Cfr. ID., Vent’anni e un giorno cit., pp. 63 sgg. ↩
-
Cfr. a questo proposito M. Barbagli, Disoccupazione intellettuale e sistema scolastico in Italia, Bologna 1974, pp. 211 sgg. ↩
-
Per un concreto esempio di come certe aspirazioni ad un rinnovamento del regime furono presenti anche in alcuni elementi della seconda generazione fascista, cfr. L. Fontanelli, Sindacato in movimento, Roma 1936. ↩
-
Cfr. Autobiografie di giovani del tempo fascista cit., pp. 56 sg. ↩
-
Per un’analisi di esse cfr. A. Aquarone, La guerra di Spagna e l’opinione pubblica italiana cit. ↩
-
Cfr. ibid., p. 22. ↩
-
Cfr. D. Carella, Fascismo prima fascismo dopo, Roma 1973, p. 141. ↩
-
Cfr. Autobiografie di giovani del tempo fascista cit., p. 61. ↩
-
Cfr. V. Castronovo, Giovanni Agnelli cit., p. 557. ↩
-
Cfr. P. Guarneri, Battaglie economiche cit., II, pp. 84 sgg. ↩
-
Cfr. A. De Stefani, Commenti e discorsi, Bologna 1938, pp. 23 sgg. e 131 sgg. ↩
-
Alla fine del ’36 gli operai italiani in AOI erano 146 681, alla fine del ’37 75 688, un anno dopo 49 161, alla fine del giugno ’39 23 801. ↩
-
Per una eco tanto significativa quanto autorevole dello scetticismo di gran parte del mondo economico circa le possibilità di sfruttamento dell’impero, cfr. E. Conti, Dal taccuino di un borghese cit., p. 546. ↩
-
La letteratura sulla valorizzazione dell’impero è assai vasta. Per una informazione di massima cfr. G. Belluzzo, L’industria e l’Impero, Roma 1938; D. Fossa, Lavoro italiano nell’Impero, Milano 1938; G. E. Pistolese, L’economia dell’Impero, Roma 1937; V. Rivera, Prospettive agricole dell’Impero etiopico, Roma 1936; R. Trevisani, Politica economica fascista in A.O.I., Roma 1937; Conf. fasc. commercianti, Etiopia italiana. Aspetti e sviluppi della valorizzazione dell’A.O.I., Roma 1936.
Per la vita economica dell’AOI cfr. poi «Annali dell’Africa Italiana», dal 1938 al 1940; «Rassegna economica delle colonie», dal 1936 al 1940; «Rivista delle colonie», dal 1936. ↩
-
ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario (1922-43), fasc. 500 486, «Roma: Confederazione fascista degli industriali».
Per il periodo successivo cfr. L’Impero (A.O.I.), a cura di T. Sillani, Roma 1937, passim; Conf. fasc. industriali, L’industria dell’Italia fascista, Roma 1939, pp. 130 sgg. ↩
-
ACS, PNF, Situazione politica delle provincie, fasc. «Torino», rapporto in data 17 marzo 1936. ↩
-
Per la posizione di Agnelli cfr. V. Castronovo, Giovanni Agnelli cit., p. 543. ↩
-
Qualcuno di questi oroscopi fu persino inviato a Mussolini. Particolarmente curioso (ma anche significativo per il suo insistere, oltre che sulla politica estera, sul progresso sociale) è uno che gli fu mandato a fine luglio da Torino e che abbracciava i due anni successivi. In esso – che si concludeva con queste parole: «Gli uomini Vi nomano DUCE ma gli Astri invece indicano chiaramente chesiete il PROFETA DEL POPOLO» – si legge tra l’altro:
«Col mese di Giugno 1936 la Vostra Luna progressata è entrata nella settima casa radicale (connessa alle unioni, associazioni, alleanze, estero, etc.) ove abiterà fino al 1938. Durante questo suo transito sarete per concludere vantaggiose alleanze con l’estero, unioni e riconciliazioni personali, poiché questa influenza sarà per metterVi in contatto con coloro che hanno la vita in parallelo con la Vostra.
«Dal 29 Luglio 1936 al Luglio 1937 importanti avvenimenti Vi apportano molte soddisfazioni e prosperità Nazionale. Avrete una funzione mondiale e una grande ELEVAZIONE poiché ricostruirete il destino del Vostro Popolo e quello dell’Europa se lo vorrete.
«Sarete investito da un grande rinnovellato principio di riformare le condizioni esistenti a partire dagli operai per raggiungere la generalità» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Confinati politici, b. 24, fasc. «Amiconi Fulvio»). ↩
-
Cfr. DDF, s. II, II, pp. 295 sg. ↩
-
A proposito di questi sogni cfr. P. Aloisi, Journal cit., p. 382, dove, alla data dell’8 maggio ’36, si riferisce un accenno di Mussolini ai suoi progetti di creare un esercito etiopico di un milione di uomini, con cinquanta aeroporti e una industria metallurgica atta ad assicurare ad esso tutto il necessario e tale da poter liberare l’Africa orientale «dalla servitú del canale di Suez», realizzandone il congiungimento alla Libia tramite il Sudan. Sempre a proposito di questi sogni mussoliniani, va però detto che anche in uomini come Guariglia la vittoria etiopica aveva suscitato ulteriori appetiti. Cfr. R. Guariglia, Ricordi cit., pp. 316 sgg. ↩
-
Cfr. E. Bonnefous, Histoire de la Troisième République cit., VI, p. 403. ↩
-
Tra le due posizioni si inserí, con un proprio manifesto «per la Giustizia e la pace», un gruppo di intellettuali cattolici che, per un verso, condannava l’aggressione italiana e il «sofisma» dell’ineguaglianza delle razze, per un altro verso, affermava che «una nuova guerra europea sarebbe una catastrofe irreparabile», e per un altro verso ancora lasciava trasparire il suo scetticismo circa la capacità della Società delle Nazioni di essere «veramente utile all’ordine del mondo». Il manifesto fu criticato dalla «Civiltà cattolica», che lo tacciò di astrattismo. Per l’atteggiamento dei cattolici francesi di fronte alla guerra d’Etiopia cfr. F. Mayeur, L’Aube. Studio di un giornale d’opinione 1932-1940, Roma 1969, pp. 199 sgg.; A. Coutrot, Sept. Storia di un settimanale cattolico (1934-1937), Roma 1971, pp. 135 sgg. ↩
-
Per un quadro d’insieme delle reazioni alla guerra d’Etiopia cfr. R. Mori, Appunti sulla questione etiopica cit., pp. 75 sgg.; nonché, piú particolarmente, F. D. Laurens, France and the Italo-Ethiopian crisis 1935-1936 cit., passim; B. Harris jr, The United States and the Italo-Ethiopian crisis cit., passim; J. P. Diggins, L’America, Mussolini e il fascismo cit., pp. 375 sgg. Quanto all’azione messa in atto dal fascismo, specialmente in Francia e in Inghilterra, per manipolare a proprio vantaggio l’opinione pubblica e la stampa cfr. M. Gallo, Cinquième colonne (1930-1940), Paris 1970. Per una raccolta, infine, di dichiarazioni antisocietarie e filo italiane di personalità di tutti i principali paesi, cfr. Contro Ginevra, Milano 1936. ↩
-
Cfr. J. P. Diggins, L’America, Mussolini e il fascismo cit., pp. 386 sg. ↩
-
Cfr. ibid., p. 382 nota. ↩
-
Cfr. ibid., p. 381. ↩
-
Cfr. C. Rosselli, Dal conflitto italo-etiopico alla crisi europea, in «Giustizia e Libertà», 20 marzo 1936. ↩
-
Cfr. H. de Kerillis, Français, voici la guerre!..., Paris 1937, pp. 27 sg., 91 sg. e 94. ↩
-
Cfr. G. S. Barnes, Io amo l’Italia. Memorie di un giornalista inglese, Milano 1939, pp. 25 sg. ↩
-
Cfr. R. Mussolini, Benito il mio uomo cit., p. 148, e piú in generale L. Federzoni, Italia di ieri per la storia di domani cit., pp. 222 sgg. e specialmente pp. 227 e 233 sg. ↩
-
Di questa opinione era anche Mussolini. Sia A. Tamaro, Venti anni di storia cit., III, p. 217 nota, sia L. Federzoni, Italia di ieri per la storia di domani cit., p. 233, riferiscono che la notte del 9 maggio, quando alla fine del suo discorso la folla dopo averlo applaudito si avviò verso il Quirinale per applaudire anche il sovrano, egli ebbe uno scatto d’ira e, riferendosi all’atteggiamento iniziale del re verso la guerra, disse: «Ma che c’entra lui? Lui non ci voleva andare: ho dovuto forzarlo». ↩
-
G. Artieri, Quattro momenti di storia fascista, Napoli 1968, pp. 145 sg. ↩
-
Di queste ostilità si fece interprete il 27 gennaio 1937 Starace in una lunga lettera a Mussolini. In essa, dopo aver denunciato una serie di casi e di episodi che piú avevano, a suo dire, diffuso «uno stato di.turbamento» tra i vecchi fascisti cosí come tra i giovani, dato che davano «la sensazione che sia in atto il rigurgito di un passato che fortunatamente i fascisti non hanno dimenticato», il segretario del PNF, ormai sul punto di riprendere in mano la situazione dopo il periodo passato in Etiopia e dopo che era stata in forse la sua stessa permanenza a capo del Partito, cosí concludeva:
«Io vigilo Duce e Vi garantisco che ho la situazione alla mano, che non defletto e non mi stanco.
«La consegna che mi avete data è da me fedelmente osservata e fatta osservare.
«Compiuto il quinto anno di segreteria, perché cosí avete voluto, fate conto che nel Palazzo del Littorio sia entrato un nuovo Segretario del Partito, con energie fresche e, se fosse possibile, mastino piú che nel passato» (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], fasc. 242/R, «Starace Achille»).
Di un siluramento di Starace si era parlato soprattutto in luglio; da piú parti era stata caldeggiata, per sostituirlo, soprattutto la candidatura di E. Rossoni. Cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. 36/R, «Acerbo Giacomo», sottof. 2. ↩
-
Cfr. G. Acerbo, Fra due plotoni di esecuzione cit., pp. 382 sg. ↩
-
Cfr. G. Leto, OV RA cit., pp. 1 39 sgg. ↩
-
Cfr. Ugen, Traguardi rivoluzionari. Il P.N.F., in «Gerarchia», agosto 1936, pp. 553 sg. ↩
-
Cfr. B. D’Agostini, Colloqui con Rachele Mussolini cit., pp. 15 sg. ↩
-
Cfr. R. Mussolini, La mia vita con Benito cit., p. 132. ↩
-
ACS, Presidenza Consiglio Ministri, Alto Commissariato per le Sanzioni contro il fascismo, fasc. 1-65, Rapporto dei CCRR sull’inchiesta svolta nel luglio-settembre 1944 sulla detenzione e successiva liberazione di Mussolini al Gran Sasso da parte dei tedeschi. ↩
-
ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. W/R, «Volpe Gioacchino», sottof. 1. De Vecchi rispose premettendo che Volpe aveva ancora davanti a sé dieci anni di servizio e che «nei giorni della Vittoria era fuori di sé dall’esultanza», ma aggiungendo (con l’evidente intento di placare cosí il «duce») che «siccome è uno scollato, uno squinternato» non escludeva che avesse potuto pronunciare le frasi addebitategli e che, ad ogni modo, avrebbe indagato. ↩
-
Cfr. «Time», 29 marzo 1937, in un articolo sintomaticamente intitolato Il dittatore di cui piú si parla. ↩
-
Tipici, per fare due soli esempi tra i moltissimi che si potrebbero fare, possono essere considerati i casi dello scrittore Ferenc Körmendi, allora all’apice della sua fortuna letteraria, che – ricevuto da Mussolini il 13 luglio ’36 – scrisse su di lui un lunghissimo articolo-intervista che fu pubblicato in molti paesi (lo si veda, nel testo ridotto pubblicato dalla stampa italiana in Mussolini, XXVIII, pp. 42 sgg.), e del grande banchiere J. Harvey Durrel, che, in una intervista pubblicata dalla «The Dayton Review» del 23 luglio 1936, dichiarò che Mussolini era una vera «dinamo umana» e che, conosciutolo personalmente, si era convinto di «aver trovato finalmente il suo Superuomo». ↩
-
Sull’atmosfera esistente nella seconda metà del ’36 al vertice del regime, l’atteggiamento dei gerarchi verso Mussolini e quello del «duce» verso di loro cfr. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., pp. 39 sgg. ↩
-
Cfr. ibid., pp. 41 sg. ↩
-
G. Acerbo, Fra due plotoni di esecuzione cit., p. 381. ↩
-
Su Ciano cfr. D. Susmel, Vita sbagliata di Galeazzo Ciano, Milano 1962; O. Vergani, Ciano. Una lunga confessione, Milano 1974; G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., pp. 227 sgg. ↩
-
Cfr. A. Lessona, Memorie cit., pp. 239 sgg. Se si tiene conto di questo atteggiamento di Ciano, due annotazioni di P. Aloisi, Journal cit., p. 340, autorizzano forse a non escludere che nel gennaio ’36 alcuni ambienti economici piú preoccupati per la guerra e Volpi in particolare pensassero alla possibilità di far leva su Ciano per spingere verso una soluzione del conflitto in sede ginevrina. ↩
-
Cfr. R. Guariglia, Ricordi cit., pp. 328 sg.; D. Susmel, Vita sbagliata di Galeazzo Ciano cit., p. 52. ↩
-
D. Susmel, Vita sbagliata di Galeazzo Ciano cit., p. 57. ↩
-
Alcune lettere anonime contro Ciano e la sua famiglia, inviate a lui direttamente o a Mussolini, sono conservate in ACS, Min. Cultura popolare, b. 120, fasc. 4. Per farsi una idea del loro contenuto ne riproduciamo alcuni passi.
17 luglio 1935: da una anonima firmata «un contadino»:
«Caro Conte,
Vi trasmetto copia del vostro ritratto, affinché possiate riflettere che a prendere certe pose cadete nel ridicolo: Mussolini è tipo inconfondibile, quindi è inutile imitarlo, anche se è vostro suocero: questione di cervello! Lui è un gigante voi siete e rimarrete un pigmeo! Quindi d’ora innanzi niente piú quelle faccie che vorrebbero avere una certa rassomiglianza con la maschera Mussoliniana, chiamiamola cosí, ma facciamo il nostro viso naturale, come Iddio ce lo ha fatto: questo è il consiglio che vi dà un contadino autentico e modesto!...»
dicembre 1935:
«Eccellenza e Nobilissimo Conte
Non si è ancora appreso dai giornali che Ella abbia donato allo Stato qualcheduno di quei milioni che in XIII anni di regime di pacchia Ella ha estorto facendoseli offrire dai paggetti del Consiglio di Amministrazione delle Comunicazioni e dei tanti Consigli nei quali Ella con maschia figura ha... seduto.
«Attendiamo perciò di apprendere che, in questa ora Sacra della Nazione, Ella rigurgiti qualche milione; Ella che da pezzente in XIII anni è diventato milionario:
«Potrebbe anche con qualche milione essere nominato Duca e cosí il baratto non sarebbe del tutto passivo per V. E. grande confezionatore di discorsi patriottici.
«Le scrive un onesto Contribuente che non ha mai rubato elegantemente come V. E. che ha dato la sua fede al Regime senza avere mai chiesto nulla come mercato e che si accinge a versare il proprio povero oro nuziale alla Patria».
da un’anonima senza data inviata a Edda Ciano insieme ad una fotografia del marito e sua nella quale appariva in abito scollato e senza maniche:
«Signora Contessa
Le pare consono alla posizione che Lei occupa, mostrarsi in pubblico in queste condizioni? Non sembra nemmeno una cocotte, bensí come si dice a Firenze una vera “maiala”. Quando si ha la grande Fortuna di essere figlia d’un uomo grande come vostro Padre, bisognerebbe dimostrare di esserne degni. Basterebbe un po’ piú di buon gusto ed un tantino di amor proprio e di serietà. Ha capito?»
-
Suvich fu nominato ambasciatore negli Stati Uniti; Guariglia in Argentina; Aloisi lasciò la carica di capo di gabinetto e l’anno dopo fu collocato a riposo. In un primo tempo si pensò anche di rimuovere Grandi da Londra, ma poi l’idea fu abbandonata, dato che ci si dovette rendere conto che, se si volevano migliorare i rapporti con l’Inghilterra e giungere ad un accordo con quel governo, egli era sempre la persona piú adatta a rappresentarvi l’Italia. ↩
-
G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., p. 244. ↩