Interventi di De Marsico
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Interventi di De Marsico

Lettera di De Marsico a Federzoni1

11.6.956

Caro ed illustre Amico e Maestro,

ho pensato che il meglio è mandarti ciò che in un mio piccolo libro sul 25 luglio (scritto nel gennaio-febbraio ’44, e che non mi sono mai deciso a pubblicare) ho scritto riassumendo i miei due discorsi in quella seduta del Gran Consiglio.

Ne prenderai ciò che vorrai, trascrivendolo anche, in tutto o in parte, se ti piacerà. (In questo ultimo caso ti compiacerai solo accennare al carattere di primizia che acquisteranno questi brani).

Credo opportuno dirti che io conservo il foglio di carta (l’unico), che trovammo nell’Aula del Gran Consiglio con gli appunti che vi presi dei discorsi pronunciati, nell’ordine esatto che si seguirono: ordine che non ho visto rispettato in alcuna delle pubblicazioni sul tema. Se vuoi, ti posso mandare copia dell’elenco.

Con l’antica devota ammirazione e con saluti cordialissimi,

tuo

De Marsico

Primo intervento di De Marsico2

[Testo originale dattiloscritto]

Toccò a me dimostrare che, nelle congiunture presenti, altro mezzo, per riavvicinare la Nazione alla guerra, non vi era che l’appello al Sovrano.

Osservai anzi tutto che la relazione del Duce, riducendosi ad una frammentaria illustrazione di alcuni momenti della guerra, non aveva potuto rispondere neppure ai più gravi interrogatori che questa sollevava. Anche se si fosse estesa a molti altri avrebbe fino ad un certo punto chiarito questo o quel lato materiale della nostra situazione bellica ma non avrebbe né spiegato la catena lunga ed ininterrotta dei nostri rovesci né indicato i mezzi per spezzarla né ispirato una ragionevole speranza di meglio. Il processo alla guerra e la ricerca completa delle responsabilità non potrà essere fatto che dall’avvenire, quando, chiusa la conflagrazione, tutto il materiale necessario sarà definito, raccolto, valutabile. Quale importanza può avere oggi deplorare che questo o quel consiglio non sia stato seguito? o se in questo o quell’episodio di una vastissima conflagrazione la radice delle sventure potrebbe essere l’errore dell’inizio, nel tempo o nello spazio? o, scavando più nel profondo, la sufficienza della preparazione tecnica o diplomatica, od il calcolo sbagliato delle forze da impegnare in tutta una fase della campagna? o, scavando più nel profondo ancora, nella convenienza della partecipazione alla guerra?, mentre la guerra dura, non si ha il diritto di occuparsi di questo ultimo che, fra tutti, è il compito supremo di ogni processo a una guerra, non lo si ha neppure di occuparsi di quegli aspetti della condotta positiva della guerra che non mirino a studiare ed additare le vie per migliorarne i risultati o per consigliarne l’epilogo. Io vedevo il campo della discussione ristretto a quello della capacità delle forze politiche attuali a guidare la guerra, soddisfarne le esigenze». Troppi segni avevano già dimostrato [4] che alla sufficienza, almeno, della preparazione tecnica non può essere giovato il lungo, oneroso cumulo di portafogli politici e militari nelle mani di un uomo solo, anche se dotato di eccezionale attitudine alla sintesi dei problemi ed all’esercizio del comando. Questo cumulo, utile in principio per coordinare la tecnica alla politica, doveva poi fatalmente nuocere, poiché la tecnica è specializzazione, e con la specializzazione riescono a vedersi, tutte ed esattamente, le necessità di un ramo del Governo. Cavour, che fra il ’52 e il ’59 gettò le basi dello Stato unitario, non sacrificò i diritti della specializzazione a questo suo programma di lavoro, che pur richiedeva unità di vedute nella politica e nell’amministrazione, e si limitò a tenere il ministero dell’agricoltura, e per sei mesi soltanto anche il ministero della marina, per istituirlo e passarlo subito in altre mani. Ed era uno Stato tanto più modesto, erano tempi tanto meno irti di complicazioni internazionali! Mussolini invece aveva dedicato le sue forze, non comuni certo, per venti anni, quasi ininterrottamente, ai ministeri degli interni e degli esteri ed a tutti i portafogli militari; con un pericolo di logoramento delle energie, almeno, che su chiunque, per privilegiato che fosse, peserebbe, e con l’aggiunta di due guerre, quelle di Etiopia e di Spagna, che avevano già richiesto una maggiore tensione. Ma l’inconveniente più grave che dal cumulo dei portafogli era derivato si ripercoteva proprio sul terreno delle responsabilità, ed era un nodo che veniva precisamente ora al pettine

Per la legge sul Primo Ministro, i ministri sono della loro attività responsabili verso di lui ed egli è di tutti responsabile verso il Re: in frangenti di crisi, quindi, il mutamento di un ministro può ancora salvare verso il Re e verso la Nazione [5] il Primo Ministro, e ispirare alla nazione una benevola attesa nell’attività di un successore. Quando invece è il Primo Ministro che ha assommato nelle proprie mani parecchi portafogli, la responsabilità dell’insuccesso colpisce personalmente lui. Tanto più quando il comando dei ministeri, che la legge costituzionale prevede nel suo spirito avere una eccezione, è divenuto una realtà, e il Primo Ministro si è reso responsabile non solo della esecuzione di un piano militare ma della sua più lontana e graduale preparazione.

Sicché ora, restava solo da vedere se ricorresse uno di quei momenti in cui si ha il dovere di rendere il conto politico della propria attività, di sollecitare un giudizio costituzionale sulle responsabilità. Ciò dissi testualmente mi appariva indiscutibile. Il divario tra le previsioni, anzi le promesse, che si era fatta nel corso della guerra e gli avvenimenti era enorme. Nel febbraio 1941, dopo le umilianti sconfitte in Grecia, il Duce aveva, in un discorso che voleva essere scarnamente logico [illeggibile] addirittura le ragioni per cui l’Inghilterra non avrebbe potuto aspirare alla vittoria, ed aveva concluso che, se taluno avesse creduto possibile una invasione sul continente, costui sarebbe stato un folle. L’invasione invece era adesso un fatto compito. Saltando molte tappe, dopo la perdita dell’Etiopia non solo non si era mantenuta e si era dimostrata inattuabile la promessa di tornarvi, ma si era perduta la Libia, e per rialzare il cuore della Nazione, si era promessa una resistenza infrangibile prima in tutta la Tunisia, poi, rapidamente occupate le zone meridionali e centrali, nella sua parte nordica montuosa; ed anche qui il valore del generale Messe e delle sue truppe avevano salvato il nostro prestigio; ma, impari i mezzi allo scopo, un’altra disfatta ci era toccata. Il 5 luglio, inutile il decantato paracarro di Pantelleria, il [6] Duce aveva fatto pubblicare un suo discorso al direttorio nazionale de Partito, nel quale non solo prometteva di dire “un giorno” le ragioni di questa guerra avvalorando il motivo essenziale della propaganda disfattista, che il popolo combatte senza capirne il perché, ma lanciava una vera sfida al nemico di tentare lo sbarco, “unico mezzo che gli restava per salvare il suo amore proprio” e la minaccia di stenderlo orizzontalmente sulla zona del “bagnasciuga”. Il nemico era invece, da ventiquattr’ore, a Palermo, senza che il popolo avesse ritrovato la sua anima garibaldina, senza che un colpo, a quanto si diceva, fosse stato sparato da una intera divisione posta a sua difesa.

Se una frattura profonda si era quindi aperta non fra partito e nazione ma fra nazione e regime, era forse colpa della nazione? Colpa della nazione poteva essere, ed era, non aver dato sempre alla guerra l’adesione che avrebbe dovuto dare, ed essersi concesso in molti suoi torti il diritto della critica quando non v’era che il dovere di agire; ma, anche senza osservare che alcune fra le ragioni di questo micidiale sviamento potevano risalire alle responsabilità del Governo, massima fra tutte la identificazione tra fascismo e patriottismo che, se si aveva in mente una guerra come questa, ne era stata la più infausta premessa, ora bisognava pensare ai modi di provvedere, non a giudicare; ad eliminare errori non ad aggravarli.

Era possibile che la frattura fosse colmata, che la fusione tra partito e nazione fosse operata dalle forze costitutive, partito e governo? o non bisogna superare il regime e richiamarsi alla nazione? E chi avrebbe potuto farlo se non il Re, che, se ha accettato il regime, rappresenta però la nazione, e accettandolo solo per il bene della nazione, [7] è il solo che possa fare appello al popolo quando il regime non basti? in questa [tre parole cancellate, illeggibili] molte cose che si era creduto seppellire rinascevano. Rinasceva sopra tutto il diritto del popolo a far sentire la sua voce. Se gl’istituti parlamentari, ed ecco il motivo dell’accenno nella nostra mozione, fossero esistiti, non sarebbero stati gli strumenti e gl’interpreti. In mancanza loro, il Gran Consiglio non poteva che constatare la sua insufficienza ed inidoneità a risolvere la crisi di oggi, ch’era morale e politica, della guerra e degli spiriti, poiché esso, organo della rivoluzione creato per coordinare le forze, nulla può fare per problemi che presupponessero la sosta, se non la fine, della rivoluzione a rivolgersi al Re, unico, ultimo organo e garante dei destini di tutto il paese. Se noi non trovavamo nella macchina del regime altre leve da usare, se l’unica molla di cui si potesse sollecitare lo scatto era fuori di essa, e se questa macchina ne restava minacciata nel suo potere, era conseguenza della grandezza degli eventi, nulla poteva esimerci dal dovere di denunciarne l’insufficienza. Solo io mi auguravo, conclusi che gl’intenti dei firmatari della mozione non fossero travisati.

Essi non erano di pace immediata, di pace ad ogni costo, di pace a prezzo anche di vergogna, come era toccato in altra sede, un mese e mezzo innanzi, e alle richieste di due ministri uno dei quali proprio oggi, in accoglimento della sua domanda, era stato sostituito nel Governo, «(rivendicai così la fierezza di Cini, poiché al mio affetto per lui ripu- [pagina non numerata] gnava ch’egli passasse per un escluso mentre era un dimissionario)» quali potevano considerarsi il primo inizio del dibattito di oggi e meritano essere accolte subito, senza un lungo ritardo. I nostri intenti erano invece di trepida cura degl’interessi morali della Nazione che deve essere richiamata, nei suoi strati civili e nelle sue forze armate, dal solo che lo può ad una virile comprensione del momento, al dovere di resistere e di combattere, alla giusta fiducia in un Governo sollecito non solo degli obblighi verso l’alleato, ma dal sacro diritto della Patria di non perire, e dei modi di assicurarne per le vie dell’onore la salvezza.

3 [Testo nella versione modificata dalle correzioni a mano] DE MARSICO sostiene che, nelle congiunture presenti, non vi è altro mezzo, per riavvicinare la Nazione alla guerra, che l’appello al Sovrano.

Osserva che la relazione del Duce, essendosi ridotta ad una frammentaria illustrazione di alcuni momenti della guerra, non ha potuto rispondere neppure ai più gravi interrogativi che questa solleva. Anche se si fosse estesa a molti altri momenti e aspetti, avrebbe fino ad un certo punto chiarito questo o quel lato materiale della nostra situazione bellica ma non avrebbe né spiegato la catena lunga ed ininterrotta dei nostri rovesci né indicato i mezzi per spezzarla né ispirato una ragionevole speranza di meglio. Il processo alla guerra e la ricerca completa delle responsabilità non potrà essere fatto che dall’avvenire, quando, chiusa la conflagrazione, tutto il materiale necessario sarà definito, raccolto, valutabile. Quale importanza può avere oggi deplorare che questo o quel consiglio non sia stato seguito o se in questo o quell’episodio di una vastissima conflagrazione la radice delle sventure potrebbe essere l’errore dell’inizio, nel tempo o nello spazio? o, scavando più nel profondo, la insufficienza della preparazione tecnica o diplomatica, od il calcolo sbagliato delle forze da impegnare in tutta una fase della campagna? o, scavando più nel profondo ancora, nella convenienza della partecipazione al conflitto? Mentre la guerra dura, non si ha il diritto di occuparsi di questo ultimo che, fra tutti, è il compito supremo di ogni processo a una guerra. Il campo della discussione è dunque ristretto al problema della capacità delle forze politiche attuali a guidare la guerra, soddisfarne le esigenze. Troppi segni avevano già dimostrato [4] che alla sufficienza, almeno, della preparazione tecnica non può avere giovato il lungo, oneroso cumulo di portafogli politici e militari nelle mani di un uomo solo, anche se dotato di eccezionale attitudine alla sintesi dei problemi ed all’esercizio del comando. Questo cumulo, utile in principio per coordinare la tecnica alla politica, doveva poi fatalmente nuocere, poiché la tecnica è specializzazione, e con la specializzazione riescono a vedersi, tutte ed esattamente, le necessità di un ramo del Governo. Cavour, che fra il ’52 e il ’59 gettò le basi dello Stato unitario, non sacrificò i diritti della specializzazione a questo suo programma di lavoro, che pur richiedeva unità di vedute nella politica e nell’amministrazione, e si limitò a tenere il ministero dell’agricoltura, e per sei mesi soltanto anche il ministero della marina, per istituirlo e passarlo subito in altre mani. Ed era uno Stato tanto più modesto, erano tempi tanto meno irti di complicazioni internazionali!

Ma l’inconveniente più grave derivato dal cumulo dei portafogli si è ripercosso proprio sul terreno delle responsabilità, ed è un nodo che viene precisamente ora al pettine. Per la legge sul Primo Ministro, i ministri sono della loro attività responsabili verso di lui ed egli è di tutti responsabile verso il Re: in frangenti di crisi, quindi, il mutamento di un ministro può ancora salvare verso il Re e verso la Nazione [5] il Primo Ministro, e ispirare alla nazione una benevola attesa per l’attività di un successore. Quando invece è il Primo Ministro che ha assommato nelle proprie mani parecchi portafogli, la responsabilità dell’insuccesso colpisce personalmente lui. Tanto più quando il cumulo dei ministeri, che la legge costituzionale prevede nel suo spirito essere una eccezione, è divenuto una costante realtà, e il Primo Ministro si è reso responsabile non solo della esecuzione di un piano militare ma della sua più lontana e graduale preparazione.

Sicché ora, resta solo da vedere se ricorre uno di quei momenti in cui si ha il dovere di rendere il conto politico della propria attività, di sollecitare un giudizio costituzionale sulle responsabilità. Ciò appare indiscutibile all’oratore. Il divario tra le previsioni, anzi le promesse, fatte nel corso della guerra e gli avvenimenti è stato enorme. Nel febbraio 1941, dopo le sconfitte in Grecia, il Duce aveva, in un discorso che voleva essere scarnamente logico, elencato addirittura le ragioni per cui l’Inghilterra non avrebbe potuto aspirare alla vittoria, ed aveva concluso che, se taluno avesse creduto possibile una invasione sul continente, costui sarebbe stato un folle. L’invasione invece è adesso un fatto compito. Saltando molte tappe, dopo la perdita dell’Etiopia non solo non si è mantenuto e si è dimostrato inattuabile l’impegno di ritornarvi, ma si è perduta la Libia, e per rialzare il cuore della Nazione, si preannunziò una resistenza infrangibile prima in tutta la Tunisia, poi, rapidamente occupate le zone meridionali e centrali, nella sua parte nordica montuosa; ed anche là il valore del generale Messe e delle sue truppe hanno salvato il nostro prestigio; ma, impari i mezzi allo scopo, abbiamo sofferto un’altra disfatta. Il 5 luglio, rivelatosi inutile il decantato paracarro di Pantelleria, il [6] Duce fece pubblicare un suo discorso al direttorio nazionale de Partito, nel quale discorso non solo prometteva di dire “un giorno” le ragioni di questa guerra avvalorando il motivo essenziale della propaganda disfattista, cioè che il popolo combatte senza saperne il perché, ma lanciava una vera sfida al nemico di tentare lo sbarco, “unico mezzo che gli restava per salvare il suo amore proprio” e la minaccia di stenderlo orizzontalmente sulla zona del “bagnasciuga”. Il nemico è invece, da ventiquattr’ore, a Palermo, senza che il popolo abbia ritrovato la sua anima garibaldina, senza che un colpo, a quanto si dice, sia stato sparato da una intera divisione posta a sua difesa.

Se una frattura profonda si è quindi aperta fra Nazione e regime, è forse colpa della Nazione? Colpa della Nazione può essere, ed è, non aver dato sempre alla guerra l’adesione che avrebbe dovuto dare, ed essersi concesso in molte occasioni il diritto della critica quando non v’era che il dovere di agire; ma, anche senza osservare che alcune fra le ragioni di questo micidiale sviamento possono risalire alle responsabilità del Governo (massima fra tutte la identificazione tra fascismo e patriottismo che, se si aveva in mente una guerra come questa, ne è stata la più infausta premessa), ora bisognava pensare ai modi di provvedere, non a giudicare; ad eliminare errori non ad aggravarli.

È possibile che la frattura sia colmata, che la fusione tra Partito e Nazione sia operata, dalle forze costitutive, Partito e Governo? o non bisogna superare il regime e richiamarsi alla Nazione? E chi potrebbe farlo se non il Re, che, se ha accettato il regime, rappresenta però la Nazione, e avendolo accettato solo per il bene della Nazione, [7] è il solo che possa fare appello al popolo quando il regime non basti? In questa crisi molte cose che si era creduto seppellire rinascono. Rinasce sopra tutto il diritto del popolo a far sentire la sua voce. Se gl’istituti parlamentari, ed ecco il motivo dell’accenno nella nostra mozione, fossero esistiti, ne sarebbero stati gli strumenti e gl’interpreti. In mancanza loro, il Gran Consiglio non può che constatare la sua insufficienza ed inidoneità a risolvere la crisi di oggi, ch’era morale e politica, della guerra e degli spiriti, poiché esso, organo della rivoluzione creato per coordinare le forze, nulla può fare per problemi che presuppongano la sosta, se non la fine, della rivoluzione stessa. Soluzione necessaria quindi rivolgersi al Re, unico, ultimo organo e garante dei destini di tutto il paese.

L’oratore si augura, concludendo, che gl’intenti dei firmatari della mozione non siano travisati.

Essi non sono di pace immediata, di pace ad ogni costo, di pace a prezzo anche di vergogna, travisamento subito in altra sede, un mese e mezzo innanzi, e alle richieste di due ministri (uno dei quali proprio oggi, in accoglimento della sua domanda, è stato sostituito nel Governo), le quali richieste possono considerarsi il primo inizio del dibattito di oggi e meritano essere accolte subito, senza un lungo ritardo. I nostri intenti3 sono invece di trepida cura degl’interessi morali della Nazione che deve essere richiamata, nei suoi strati civili e nelle sue forze armate, dal solo che lo può ad una virile comprensione del momento, al dovere di resistere e di combattere, alla giusta fiducia in un Governo sollecito non solo degli obblighi verso l’alleato, ma dal sacro diritto della Patria di non perire, e dei modi di assicurarne per le vie dell’onore la salvezza.

[pagina non numerata]4 (A questo punto, nel mio piccolo libro ricordo che parlò Mussolini, avvertendoci che la caduta sua sarebbe stata la caduta di tutti; – che Scorza presentò il suo ordine del giorno; – che Suardo, dichiarando di accettarlo, ci rivolse il preciso invito di dichiarare a nostra volta le ragioni per cui non lo avremmo, eventualmente, accettato)

Secondo intervento di De Marsico5

[pagina dattiloscritta non numerata] DE MARSICO dichiara inaccettabile l’ordine del giorno Scorza perché rimpicciolisce i limiti del dibattito, ne elude le conseguenze necessarie, addita rimedi inadeguati. È possibile fermarsi a chiedere perfino riforme legislative, lente anche per le vie più brevi, mentre l’invasione del nemico incalza?

La crisi non è nel partito, ma del partito e del regime: lo scopo non è guarirne il partito, ma provvedere all’onore nazionale, riaccendere in tutto il paese il sentimento del dovere verso la Patria in guerra, rialzare in esso la volontà di resistenza, nell’esercito la combattività. Il Duce, senza escludere la frattura nel paese, le ha assegnato cause cui oggi nessuno bada, tutti ponendo attenzione non alle censure contro i gerarchi, sebbene molte tutt’altro che ingiustificate, ma ai mille problemi della guerra, dai fini alla preparazione, dalle armi alla alimentazione, dalla finanza alla condotta dell’alleato. Ostinarci nell’aver fede solo in noi stessi, nel chiamare il paese ad obbedire ai nostri ordini senza riconoscerne i diritti, far finire lo Stato alle gerarchie e fermarci di qua dalla nazione, renderebbe più acuto il male: la reazione del popolo si sfogherebbe scemandone ancor più i consensi. Solo il Re, che lo riassume, potrebbe chiamarlo allo sforzo supremo e farsi seguire: il fascismo non potrebbe che ripetersi nei suoi appelli ma ripetersi, tra una marea che sale, è peggio che tacere. Inoltre, dobbiamo spingere lo sguardo verso il futuro e decidere se i sacrifici e, occorrendo, la rinunzia possono arrestarci, quando la scelta è tra la speranza di poter ancora salvare l’onore del paese e la quasi certezza di vederlo cadere nel baratro da cui risalirebbe come ogni paese sconfitto, attraverso lo sfacelo e, forse, altro sangue.

[pagina dattiloscritta non numerata] Parlò Scorza. Con semplicità anche più trasparente di Galbiati, egli additò le ripercussioni inevitabili che la mozione avrebbe avuto sul partito e quindi sul regime. L’opera di vent’anni non doveva andare perdura, né v’era ragione di perderla: il partito aveva coscienza della sua forza, anche oggi; della sua capacità di stringere, animare e indirizzare gli animi della nazione. Non v’era ragione di cercare fuori del partito soluzioni che potevano trovarsi al di dentro. A questo concetto egli s’ispirava presentando il suo ordine del giorno: ed esprimendo la speranza ch’esso bastasse a far raggiungere gli scopi che ci proponevamo col nostro: il Gran Consiglio prendeva atto della gravità del momento e chiedeva al Duce di apportare “nelle leggi, negli organi dello Stato, nel governo” le modificazioni necessarie per affrontarla. Da ciò la fiducia nel Duce e l’autorità del partito sarebbero uscite rafforzate, e la nazione, se avesse avuto bisogno di stimoli per sentire meglio la guerra e farsi più compatta, li avrebbe trovati nella riaffermata solidità del regime. La logica del partito parlò con Scorza come quella della milizia aveva parlato con Galbiati: erano i due aspetti di una stessa tesi. Ma Scorza, che pure sa essere talora un oratore efficace, non riuscì questa volta a liberarsi da quel tono espositivo che agghiaccia la maggior parte dei discorsi dettati dai doveri della carica e tradisce l’incredulità nella loro utilità. Cominciò a far girare il suo ordine del giorno per le firme; l’invito fu rivolto a me per il primo, che sedevo alla sua sinistra, e risposi che, qualunque fosse stato l’atteggiamento degli altri non recedevo dal mio.

Un convertito fu Giacomo Suardo, Presidente del Senato. Egli che aveva firmato l’ordine del giorno Grandi si levò a dichiarare che le previsioni di Scorza circa gli effetti di esso sull’avvenire del partito non [2] lo lasciavano indifferente; ch’egli riteneva sufficiente l’ordine del giorno Scorza a rispecchiare la necessità dell’ordine e promuoverne il soddisfacimento; che ritirava quindi la sua adesione al primo e si decideva per il secondo, ed invitava i colleghi a seguire il suo esempio, od a dire perché non credessero farlo.

Chiesi allora nuovamente la parola. Ma Mussolini la diede prima a Carlo Alberto Biggini, carattere femineo, entusiasticamente pronto ai richiami della disciplina quando non è avara di onori, dotato forse di una cultura scolastica, dura e miope. Tutto ciò che lo attrasse in un dibattito come questo, che stava per dare all’Italia un abrivio impensato, fu di potere impartire – egli credette – una lezioncina di diritto costituzionale, osservando che nella nostra mozione figurava il termine “Parlamento” cancellato ormai dalla terminologia del fascismo. Al povero e bravo Biggini sfuggì che era proprio lì il valore dell’argomento!

Il ministro della cultura popolare Gaetano Polverelli parlò un minuto: quanto gli bastò per dire che ogni discussione gli era estranea: egli restava con Mussolini, nella fedeltà assoluta che gli aveva giurata e della quale era testimonianza la sua ferita per la rivoluzione. Il concetto apodittico servì a chiarire anche meglio, se ve ne fosse stato bisogno, che l’appello al Re metteva, a dir poco, in grave pericolo la permanenza di Mussolini al potere ma sollevò le proteste di alcuni che temettero potesse il sentimento per il capo prevalere sulla forza delle cose e ricordarono che i più tra i presenti avevano per Mussolini e la rivoluzione affrontato il furore delle piazze e il pericolo della morte.

Parole brevissime, quasi semplici dichiarazioni di voto, pronunciarono il ministro delle finanze Giacomo Acerbo, il sottosegretario agli interni [3] Umberto Albini, il presidente della confederazione dei lavoratori del commercio Luciano Gottardi, quello della confederazione dei lavoratori agricoli Annio Bignardi. Altre il ministro delle corporazioni Tullio Cianetti, così incerte da sembrare che un secondo caso Suardo stesse per verificarsi.

Dopo ciò, Mussolini mi autorizzò a replicare. Dissi che avrei trattenuto ancora per qualche minuto l’attenzione del Gran Consiglio per appagare il desiderio di Suardo e spiegare perché non mi sembrava possibile mutare strada.

Note


  1. Una pagina manoscritta su carta intestata Senato della Repubblica, con allegati i due successivi interventi di De Marsico. ↩

  2. Testo dattiloscritto di pp. 6 numerate a mano in rosso partendo da 3, modificato da numerosissimi interventi a mano. Per chiarezza si è preferito riportare il testo originale dattiloscritto e a seguire la versione risultante dalle correzioni a mano. ↩

  3. Segue uno spazio bianco e altra pagina appiccicata con le righe successive. ↩

  4. La pagina inizia con quindici righe manoscritte cancellate, con a fianco, perpendicolare al testo, un’indicazione manoscritta circolettata: “Sintesi del 1° discorso de Marsico, scritta dallo stesso Autore”: «Tre punti, come credo si veda, mi ero prefisso di porre in risalto ed ebbi coscienza di farlo nettamente: la frattura tra partito e nazione; la necessità costituzionale dell’appello al Re; il transito inevitabile di questo appello a un superamento del regime. Quest’ultimo non fu più ripreso da alcuno (non era, del resto, manifestazione gravissima di distacco dal regime?) ma non posso affermare che fosse mio personale. Almeno Federzoni e De Stefani lo dividevano se nei cinque minuti di riposo che verso la mezzanotte ci concedemmo, mi si avvicinarono per esprimermi la loro solidarietà. Quasi me lo attendevo: in Federzoni ho sempre visto un grande italiano che aveva nelle conquiste del Risorgimento il nucleo e nel sogno di ingrandirle i fini della sua coscienza politica; e De Stefani, come un suo libro ultimo indicava, era agitato dalla urgenza di ricollegare l’attività politica a leggi morali trascendenti che lo portavano necessariamente a ridestare principi dimenticati da molti anni. E su questo terzo punto tornai io stesso più tardi». A seguire il brano manoscritto tra parentesi. ↩

  5. Due pagine non numerate, che presentano la stessa notazione a penna: «2° discorso De Marsico»; altre due pagine numerate; tutte dattiloscritte su una sola facciata. La prima pagina è fittamente corretta a mano e si riporta di seguito il testo originale: «Io era contro l’ordine del giorno Scorza perché rimpiccioliva i limiti del dibattito, ne chiudeva le conseguenze necessarie, additava rimedi inadeguati. Era possibile fermarsi a chiedere perfino riforme legislative, lente anche per le vie più brevi, mentre l’invasione del nemico incalzava?

    La crisi poi non era nel partito, ma del partito e del regime: lo scopo non era guarirne il partito, ma provvedere all’onore nazionale, riaccendere in tutto il paese il sentimento del dovere verso la patria in guerra, rialzare in esso la volontà di resistenza, nell’esercito la combattività. Mussolini, senza escludere la frattura nel paese, le aveva assegnato cause cui oggi nessuno badava, tutti ponendo attenzione non alle frontiere dei gerarchi, sebbene molte tutt’altro che giustificate, ma ai mille problemi della guerra, dai fini alla preparazione, dalle armi alla alimentazione, dalla finanza alla condotta dell’alleato. Ostinarci nell’aver fede solo in noi stessi, nel chiamare il paese ad obbedire ai nostri ordini senza riconoscerne i diritti, far finire lo Stato alle gerarchie e fermarci di qua dalla nazione, avrebbe reso più acuto il male: la reazione del popolo si sarebbe sfogata descrivendo ancor più i duri della guerra. Solo il Re, che lo riassume, avrebbe potuto chiamarlo allo sforzo supremo e farsi seguire: il fascismo non avrebbe potuto che ripetersi nei suoi appelli ma ripetersi, tra una marea che sale, è peggio che tacere. Inoltre, dovevamo spingere lo sguardo verso il futuro e decidere se i sacrifici e, occorrendo, la rinunzia potevano arrestarci, quando la scelta è tra la speranza di poter ancora salvare l’onore del paese e la quasi certezza di vederlo cadere nel baratro da cui sarebbe come ogni paese sconfitto, risalito attraverso lo sfacelo e, forse, altro sangue». ↩