Interventi di Grandi
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Interventi di Grandi

Lettera di Dino Grandi a Federzoni1

Roma, 26 giugno 1956

Caro Gigi,

ti accludo il testo del mio discorso pronunciato in Gran Consiglio il 24 luglio 1943, nonché il testo di un mio secondo “intervento” successivo nella discussione dopo discorsi di Scorza (Suardo), il secondo “intervento” di Mussolini.

Fanne, ti prego, l’uso che riterrai migliore.

Ti abbraccio

f.to Grandi

Primo intervento di Grandi2

Ho l’onore di sottoporre al Gran Consiglio il seguente ordine del giorno il quale porta oltre la mia firma quella dei camerati Federzoni, De Bono, De Vecchi, De Marsico, Acerbo, Pareschi, Cianetti, Ciano, Balella, Gottardi, Bignardi, De Stefani, Rossoni, Bottai, Marinelli, Alfieri, Albini, Bastianini.

L’ordine del giorno dice: “Il Gran Consiglio riunendosi in questi giorni di supremo cimento, volto innanzi tutto il suo pensiero agli eroici combattenti d’ogni arma che, fianco a fianco con la fiera gente di Sicilia in cui alta risplende l’univoca fede del popolo italiano, rinnovano le nobili tradizioni di valore e spirito di sacrificio delle nostre gloriose Forze Armate. Esaminata la situazione interna e internazionale e la condotta politica e militare della guerra proclama il dovere sacro per tutti gli italiani di difendere ad ogni costo l’unità, l’indipendenza, la libertà della Patria,i frutti dei sacrifici e degli sforzi di quattro generazioni dal Risorgimento ad oggi, la vita e l’avvenire del popolo italiano: afferma la necessità dell’unione morale e materiale di tutti gli italiani in quest’ora grave e decisiva per i destini della Nazione; dichiara che a tale scopo è necessario l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali; invita il Capo del Governo a pregare la Maestà del Re, verso la quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinchè Egli voglia per l’onore e per la salvezza della Patria assumere con l’effettivo comando delle forze armate di terra, di mare e dell’aria, secondo l’articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia.”

Illustrerò il più brevemente possibile l’ordine del giorno, le ragioni che lo hanno determinato, non sottacendo le impressioni che la relazione del Capo del Governo, testé comunicataci, ha suscitato in me quale Presidente [2] della Camera, come italiano e come soldato.

Nulla dirò di nuovo che il Capo del Governo già non sappia: ciò che ho avuto già occasione di dichiarare al Duce a tu per tu con lealtà e franchezza, ripeterò esattamente oggi di fronte al Gran Consiglio che la legge dello Stato definisce l’«organo supremo del Fascismo», alla cui autorità e deliberazioni i suoi membri, dal Duce che lo presiede a noi tutti, siamo tenuti ad obbedire.

Sicuro di interpretare il pensiero di tutti noi, esprimo anzitutto il profondo rammarico che il Gran Consiglio non sia stato convocato da quasi quattro anni e cioè da sei mesi prima dello scoppio della Guerra, quando, senza sentire il Gran Consiglio e neppure il Consiglio dei Ministri, venne irrevocabilmente presa la fatale decisione di entrare in guerra a fianco della Germania.

L’ultima volta che il Gran Consiglio si riunì fu infatti il 7 dicembre 1939: in quella occasione il Gran Consiglio espresse la sua convinzione che gli interessi della Nazione esigevano una politica di neutralità di fronte al tremendo cataclisma scatenatosi tra i tedeschi, che sono i Sassoni della terra e gli inglesi che sono i Sassoni del mare.

Il Gran Consiglio confermò solennemente in quella sua ultima riunione la nostra attitudine di “non belligeranti” già deliberata dal Consiglio dei Ministri il 1° settembre 1939 e diede mandato al Ministro degli Esteri di illustrare in Parlamento le ragioni di questa decisione cui si impegnavano il Consiglio dei Ministri quale organo supremo del governo e il Gran Consiglio quale organo supremo del Regime.

Da allora in poi abbiamo sovente domandato al Capo del Governo, sempre purtroppo inutilmente, la convocazione del Gran Consiglio, convocazione che la legge riserva come facoltà e diritto soltanto al Capo del Governo.

Taluno ha osato insinuare che tale richiesta sulla quale hanno di nuovo recentemente insistito molti membri del Gran Consiglio a seguito dei gravi avvenimenti militari in Sicilia, può essere fraintesa come un “pronunciamento”.

[3] Dichiaro subito che sarebbe stato per noi più facile il rifugiarsi nell’alibi effettivo della non responsabilità da parte del Gran Consiglio così come del Consiglio dei Ministri nella decisione dell’entrata in guerra dell’Italia.

Ed infatti noi, quali Ministri del Re, e membri del Gran Consiglio apprendemmo attraverso la radio la notizia che la nostra Patria era entrata in guerra il 10 giugno 1940 contro la Francia e l’Inghilterra e altrettanto dicasi per quando l’Italia un anno dopo entrò in guerra contro la Russia e l’America. Né il Consiglio dei Ministri né il Gran Consiglio, i quali erano stati interpellati nel settembre e nel dicembre 1939 per la decisione di neutralità e non belligeranza, furono interpellati per la decisione di entrare in guerra. Né vennero mai interpellati successivamente per quanto concerne la condotta politica e militare della guerra, di cui la dittatura ha voluto assumersi tutte le iniziative e tutte le responsabilità.

In quest’ora drammatica che l’Italia attraversa, mentre il nemico ha invaso già il sacro suolo della Patria, noi intendiamo invece che il Gran Consiglio assuma la responsabilità che attraverso la legge lo stesso Duce del Fascismo gli ha affidato.

Né si dica, come taluno ha osato sussurrare, che così facendo noi rischiamo di venire meno al giuramento di fedeltà e di obbedienza fatto al Duce del Fascismo. Questa non può essere che l’interpretazione di qualche pretoriano ignorante. Il giuramento fatto al Duce del Fascismo altro non è se non il giuramento fatto alle leggi che lo stesso Duce del Fascismo ha voluto e che il Re e il Parlamento hanno approvato. Né mai il Duce ha detto o fatto alcunché possa indurre noi fascisti a pensare che egli abbia inteso diversamente il significato di questo giuramento il quale è tutt’uno con il giuramento di fedeltà che Mussolini e noi abbiamo fatto come Ministri, come cittadini e come soldati al Re il quale impersona, nell’ambito delle Costituzioni e delle leggi, l’Italia.

Taluno ha detto inoltre che noi vogliamo la resa a discrezione al nemico. Non è vero. Il nemico che avanza ha dichiarato brutalmente che esso [4] intende distruggere soltanto un regime politico. Ma noi non ci facciamo illusioni: sono in pericolo l’unità, l’indipendenza, la libertà della Patria, i frutti dei sacrifici e degli sforzi di quattro generazioni dal Risorgimento ad oggi, la vita e l’avvenire del popolo italiano.

Non è pertanto alla salvezza del Regime cui pensiamo. Un regime ed un partito altro non sono e non furono per noi che un mezzo ed uno strumento per la fortuna e per la grandezza del Paese.

I partiti ed i regimi sono effimeri, o quanto meno transitori: solo la Patria è eterna! E’ soltanto ed esclusivamente all’Italia cui si rivolge in questo momento la nostra preoccupazione e la nostra ansia. E se per salvare la Patria noi dovessimo sacrificare e regime e partito e noi stessi, non avremmo per certo un solo attimo di esitazione. Debbo dichiarare con onestà che - all’oscuro come ogni cittadino italiano sulla effettiva situazione della guerra - io ritenevo, fino al momento in cui ho ascoltato la relazione testé fattaci dal Capo del Governo, che la nostra situazione militare non fosse così disperata come il Duce, Comandante supremo delle Forze Armate, ce l’ha descritta.

E’ Mussolini stesso il quale oggi ci dichiara di dubitare che una valida resistenza sia umanamente e materialmente possibile. Ma allora bisogna avere il coraggio di guardare freddamente in faccia la situazione e agire con audaci decisioni, oserei dire colla temerarietà che può dare soltanto la coscienza del pericolo, e nell’esclusivo quadro degli interessi supremi della Nazione.

Il Capo del Governo ci ha parlato di imperdonabili errori commessi dai capi militari e dalle Forze Armate che egli stesso personalmente comanda. Mentre egli parlava risovveniva tristemente alla mia memoria lo sfortunato comunicato del Generale Cadorna sugli avvenimenti militari di Caporetto negli ultimi giorni dell’ottobre del 1917. Il Capo di S.M. dell’Esercito Italiano in quella occasione additava pubblicamente la II armata come responsabile del nostro disgraziato insuccesso militare. Quel triste comunicato di Cadorna ha pesato per molti decenni sul nostro prestigio [5] politico e militare. Guai a quel comandante di Forze Armate che accusa i propri dipendenti ed i propri soldati! E Cadorna aveva avuto se non pochi mesi a propria disposizione per organizzare e preparare quell’esercito che diede subito dopo prove superbe di valore sul Podgora, sul Sabotino, sugli Altipiani. Mussolini, Capo del Governo e Ministro dei Dicasteri Militari, ha avuto ben 17 anni per creare, formare, preparare, selezionare le forze armate nei quadri, nelle truppe, nei materiali: diciassette anni bastano ad un capitano per essere promosso generale. Gli Stati Maggiori che il Capo del Governo oggi accusa come responsabili della sconfitta altro non sono che gli Stati Maggiori che egli ha formato e preparato attraverso esperienze e selezioni durante 17 anni. Non è possibile separare in questo momento la responsabilità dei quadri da quella del comandante supremo: non è possibile e non sarebbe generoso attribuire la fortuna a sé e ad altri la sfortuna. Mussolini denuncia oggi le gravi deficienze nella nostra organizzazione militare. Ma di chi la colpa? Non si può «soggettivare» il successo e «oggettivare» la sconfitta. Né si può dire certo che il conflitto mondiale è scoppiato all’improvviso cogliendo l’Italia di sorpresa.

Da molti anni il conflitto era preveduto e Mussolini stesso aveva persino indicato profeticamente l’anno della crisi definitiva affermando che l’Italia non avrebbe potuto esimersi dal partecipare, come protagonista, all’immane dramma che andava maturando. Il dovere della preparazione militare costituiva pertanto il dovere massimo per chi aveva la fortuna e l’onore di dirigere le sorti della Nazione. Disorganizzazione nei quadri, insufficienza nella preparazione dei mezzi materiali necessari, deficienze nella direzione strategica e tattica. A ciò si aggiungano una serie di errori elementari nella condotta politica e morale della guerra, errori che per essere essi di natura squisitamente politica, rimangono incomprensibili ed aggravano la responsabilità della dittatura fascista.

Noi abbiamo udito il Duce parlarci testé di guerra ideologica, di guerra di religione. Egli ha aggiunto, a spiegare l’innegabile malcontento [6] della Nazione, che “nessuna guerra fu mai popolare”. Questo errore capitale è alla radice della situazione drammatica in cui il nostro paese si trova.

Anzitutto non è vero che nessuna guerra fu popolare. L’intera storia d’Italia sta a dimostrare il contrario. Popolari furono le guerre del Risorgimento nelle quali gli eserciti piemontesi e garibaldini vennero costantemente sorretti dal consenso delle rivoluzioni popolari in tutte le regioni italiane. Popolare fu la guerra del 1914-18 e nessuno meglio di Mussolini, che fu uno degli animatori dell’intervento, può ricordarlo.

Popolare è stata la guerra d’Africa che ha trovato tutto il popolo italiano in piedi pronto a lottare, a resistere, a vincere contro il blocco nemico di 50 nazioni. I popoli avvertono e “sentono” sempre nella loro coscienza la giustizia ovvero l’ingiustizia della causa per la quale sono chiamati a combattere. Con pari istintiva lucidità la coscienza popolare si rende immediatamente conto se una guerra è necessaria ovvero inutile, se essa risponde ovvero no agli interessi vitali della Nazione.

Dal giorno in cui questa guerra venne dichiarata il popolo italiano ha immediatamente sentito che questa non era la “sua” guerra, non era la guerra alla quale la Nazione era chiamata dall’imprenscindibile (sic) necessità di difendere la sua unità, la sua indipendenza, la sua libertà ovvero per raggiungere i fini ideali che animano sempre la vita collettiva di un popolo. Il popolo italiano ha subito compreso, prima ancora che i vari propagandisti della guerra si incaricassero di confermarlo pubblicamente dimostrando una mancanza assoluta di senso politico e pedagogico nonché della psicologia popolare, che questa era una guerra cui il popolo era trascinato senza la fede in un ideale, senza la coscienza di una causa giusta, senza la consapevolezza di una necessità imprescindibile e inevitabile. Una guerra dalla quale noi saremmo usciti battuti e coi nostri interessi nazionali gravemente compromessi da qualsiasi parte vi fosse stata la vittoria. Il popolo italiano non ha creduto e non crede in questa guerra, alla quale ha preso parte non colla fede di un esercito bensì colla paziente rassegnazione di un gregge.

Gli episodi luminosi di eroismo di cui hanno dato prova le nostre forze armate, episodi di valore tanto più luminosi quanto si consideri la [7] povertà e inadeguatezza dei nostri mezzi militari rimarranno a dimostrazione perenne delle virtù militari del popolo italiano e della sua grandezza nella sfortuna e nella sventura. Ad avvalorare la consapevolezza istintiva del popolo, sono venuti i propagandisti nazi-fascisti della guerra a spiegare che questa è una guerra ideologica, è una guerra rivoluzionaria, è una guerra di partito, è la guerra di Mussolini, la guerra fascista.

Quale imperdonabile errore, e quale incomprensione della storia d’Italia. Vi sono, è vero, popoli che furono mossi o “portati” alla guerra perché animati da una causa religiosa o ideologica, ma questo non si è mai verificato nella storia d’Italia. Il popolo italiano ha dimostrato di possedere sempre una lucida, equilibrata coscienza dei propri interessi nazionali. Il popolo italiano ha sempre accettato senza esitazione rischi e sacrifici, ma ciò sempre e soltanto quando il suo buon senso storico e il suo istinto pratico lo ha convinto che ciò era inevitabile per necessità ovvero giovevole agli interessi della nazione. Giammai l’attaccamento ad una ideologia e gli interessi vitali della Nazione si sono rivelati in contrasto nello spirito pratico degli italiani. Parlare di una ideologia fascista come molla, ragione e fine della guerra attuale è disconoscere le doti peculiari della nostra razza e la nostra esperienza storica millenaria. E’ stato precisamente questo assurdo concetto di “guerra” ideologica, guerra di partito, guerra “fascista” il tarlo roditore della resistenza del paese. Le innumerevoli giovani vite sacrificate in Italia, in Africa, in Russia, in Albania, in Grecia, in Jugoslavia, nel Mediterraneo, hanno tutti una madre, una vedova, una sorella, un’amante.

Nessuna fra le madri dei seicentomila caduti della nostra guerra del 1915-18 fu indotta giammai a pensare che il proprio congiunto fosse morto per Salandra, o per Orlando, o per Nitti; esso era morto per la Patria! Questo era il sublime conforto al dolore, il quale ha lenimento soltanto nella speranza che il sacrificio della vita sia frutto per il bene di coloro che rimangono.

Le donne in gramaglie di questa guerra, anche se vengono ad applaudire per le strade inquadrate dai gerarchi, sono intimamente persuase che [8] i loro morti non siano caduti per la Patria, ma sacrificati dalla volontà di Mussolini. Quale triste retaggio di rancori ciò porterà alle future generazioni!

Si è detto che i nostri soldati non si battono oggi col fervore con cui si erano battuti i loro padri nella prima guerra mondiale, e si è data come spiegazione il fatto che i nostri soldati non “odiano” abbastanza il nemico. Si è cercato in conseguenza di instillare artificialmente questo odio mediante una stupida propaganda la quale ha dato risultati precisamente contrari. Nessun popolo fa la guerra perché mosso dall’odio. Neppure le guerre provocate dal fanatismo mussulmano erano giustificate dall’odio verso l’infedele. Maometto predicava: “Uccidete per amore”. Ed infatti soltanto l’amore per una causa, per un ideale, per una bandiera possono giustificare nel cuore degli uomini il sacrificio supremo della vita. Si è irriso alle nostre gloriose tradizioni nella credulità sciocca di poter fare incominciare la nostra storia nazionale dal 28 ottobre 1922. E’soltanto di qualche giorno fa una disposizione del Ministero per la Cultura Popolare emanata a due riprese con cui si proibisce alla stampa di ricordare per nessuna ragione, proprio in questi giorni di tragico pericolo per l’Italia mentre il nemico sta penetrando nel suolo di Sicilia, le epiche e leggendarie resistenze dell’esercito italiano durante le guerre del Risorgimento e durante la prima guerra mondiale sulle rive del Piave. Il ricordo del Risorgimento e del Piave, dell’eroismo di cui dettero prova i nostri padri e la nostra generazione di fronte al nemico incalzante appare oggi un sacrilegio, mentre esso avrebbe potuto costituire una molla preziosa atta a risollevare gli spiriti dubbiosi, a fare brillare le ultime speranze, a chiamare a raccolta sull’esempio dei nostri maggiori lo spirito e il cuore dei nostri soldati sfiduciati, rianimandoli al sacrificio come supremo dovere nazionale.

Al richiamo proibito da parte dei nostri inefficienti servizi ministeriali di propaganda alla gloriose pagini militari del Risorgimento e del [9] Piave, il Segretario del Partito ha sostituito, or son 10 giorni, una serie di “rapporti” regionali ossia di “adunate” regionali delle gerarchie del Partito. Chi parla in questo momento ha ricevuto l’ordine (apprendendolo dai giornali come di consueto) di recarsi a Bologna a parlare nel “rapporto” alle gerarchie fasciste di Emilia e Romagna. Mi sono rifiutato e questo rifiuto di obbedienza è sembrato uno scandalo per non dire un atto di ribellione temeraria. Il mio rifiuto non è stato determinato - il che sarebbe stato pur comprensibile e umano - dalla circostanza innegabile che dall’ormai lontanissimo 1924, ossia da 20 anni a questa parte, le somme autorità del partito non mi hanno giammai consentito di parlare ai fascisti della mia terra.

Ma che cosa, vivaddio, avrei io potuto dire oggi in coscienza serena nell’assemblea dei Fasci di Combattimento di Emilia e Romagna da me fondati ventitré anni or sono, quando il fascismo era, sì, una fede, un ideale, ed i nostri gagliardetti raccoglievano il fiore della gioventù italiana ansiosa di combattere e di vincere il nemico interno, restaurando i valori minacciati o dimenticati della Nazione e dello Stato?

Questi miei compagni di allora e le giovani leve sopraggiunte dopo, dal fascismo educate e inquadrate, avrebbero avuto ben ragione di domandarmi di spiegare loro il perché della contraddizione stridente tra la nostra accesa e sincera predicazione d’allora e gli opposti risultati di 23 anni di rivoluzione e di regime.

Perché sorgemmo in piedi 23 anni or sono? Perché da pochi che eravamo divenimmo in breve volgere di tempo un popolo in armi che consegnò al fascismo, attraverso un plebiscito unanime, il governo della Nazione?

Proclamammo allora che eravamo contro la dittatura e scrivemmo sulla nostra bandiera il motto “Libertà e Patria” quale solenne pegno di restaurazione delle libertà civiche conculcate. Abbiamo finito con l’instaurare una dittatura sostituendo all’antico motto della nostra giovinezza entusiasta e gagliarda quello del conformismo grigio “Credere, obbedire [10] e combattere”.

Eravamo contro il sindacalismo politico ed abbiamo aggravato i sistemi del sindacalismo politico, soffocando sul nascere quel sistema corporativo che restaurando la libertà nella costituzione rinnovata avrebbe potuto risolvere in una sintesi fortunata il conflitto fatale tra il secolo liberale e il secolo socialista, e rimanere come il maggior titolo di aristocrazia e di giustificazione storica del fascismo.

Siamo insorti contro una burocrazia statale pletorica, impigrita e imbaldanzita dalla sua irresponsabilità e ne abbiamo accresciuto i difetti sino a trasformarla in strumento della dittatura nell’opera di distruzione degli ultimi residui della classe politica e parlamentare che dittatura e burocrazia insieme hanno inteso dapprima di soffocare e poscia di sopprimere.

Siamo insorti contro una classe dirigente che si era dimostrata incapace di organizzare le forze armate e lo spirito militare della Nazione e ci troviamo oggi alla soglia di perdere quello che la generazione dei nostri nonni e dei nostri padri hanno guadagnato all’Italia in territori, province, prestigio internazionale. Noi, vissuti nella giovinezza in un clima antimilitarista, antiguerriero, pacefondaio a tutti i costi, ci arruolammo volontari alla guerra in un impeto di entusiasmo e di emulazione dei nostri nonni, volontari delle guerre dell’Indipendenza, ignorando persino quando corremmo alle armi la notte del 24 maggio 1915 il funzionamento del fucile 91 (questo fucile 91 che ancor oggi nell’età delle macchine, dei carri armati, dei quadrimotori, dei fucili mitragliatori, è rimasta l’arma di cui è provveduto l’esercito italiano, quel fucile 91 che ha compiuto il suo cinquantenario durante la guerra sul fronte greco).

La gioventù di oggi educata sin dall’infanzia al gioco delle armi, alla rumorosa retorica del militarismo e delle uniformi, ha smarrito a poco a poco la poesia del semplice dovere militare compiuto umilmente nella disciplina e nel silenzio.

In politica estera criticammo aspramente una attitudine di asservimento [11] ad un determinato gruppo di potenze per cadere alla fine nell’asservimento ad altre potenze; proclamammo essere la libertà dell’Italia da qualsiasi legame di alleanza militare il canone fondamentale della nostra politica estera; per legarci alla fine alla Germania Nazista in una posizione di vassalli, tollerati quando non addirittura disprezzati.

Insorgemmo contro la dittatura del proletariato per scivolare poco a poco da un provvisorio regime “di emergenza” ovvero “dei pieni poteri” giustificata dall’eccezionalità delle circostanze, ad una dittatura di Partito, basata su una pseudo-dottrina presa a prestito dal nazismo tedesco nello stesso momento in cui questo ultimo, copiando l’ordinamento gerarchico del comunismo russo dava ad intendere a noi di assumere come modello il fascismo italiano e gli insegnamenti del nostro Capo.

Abbiamo creduto nel fascismo quale movimento politico innovatore, restauratore di tutti i valori nazionali, matrice di una nuova classe politica dirigente consapevole dei suoi doveri, antiretorica, realizzatrice. Così il fascismo nacque e maturò e fu infatti prima che la dittatura lo uccidesse. Quando si operò questo distacco, questa “uccisione” del fascismo? Nel 1932, in occasione del decennale della Rivoluzione, quando venne soppresso il Partito quale organo politico governato dalle proprie gerarchie liberamente elette nelle assemblee e nei congressi, quando al principio fondamentale che aveva sino ad allora guidato la nostra attività internazionale (“il fascismo non è un articolo di esportazione”) venne sostituito il principio apocalittico e sovvertitore dell’”universalismo fascista” e di un fascismo matrice di una nuova rivoluzione mondiale. Fu in quello stesso anno in cui Hitler e il Nazismo si affermarono in Germania come partito politico preponderante, e questo avvenimento segnò l’inizio della corruzione del nostro fascismo italiano nazionale, di quel fascismo che tutto il mondo ci aveva sino ad allora invidiato così come tutto il mondo ci aveva a ragione invidiato Mussolini. Da quel momento nasce la dittatura di Partito, il capovolgimento di tutto quello che era stato il fascismo nei suoi primi gloriosi 10 anni di vita, l’involuzione del fascismo, la decadenza della rivoluzione.

[12] Il Partito, da movimento politico animatore e creatore, divenne a poco a poco una cattiva polizia e una cattiva burocrazia. E’ assurdo credere che una classe dirigente possa formarsi anziché nelle Assemblee politiche del Parlamento e dei Partiti, nelle scuole burocratiche dei gerarchi! Grottesco tentativo il quale prova la incapacità di intendere quali sono le esigenze profonde di un popolo come il popolo italiano, povero di materie prime e di beni materiali, ma ricco, straordinariamente ricco di tutte le esperienze politiche e spirituali; abituato a soffrire, ma anche a risorgere; pronto ad accettare i benefici di un regime cui sorrideva la buona stella e la buona fortuna, ma non per questo persuaso nell’intimo che potesse durare, perché tarlato e corroso nelle radici e nel tronco.

La classe dirigente di un paese deve tener conto non solo delle virtù ma anche dei difetti di una stirpe, equilibrarli, fonderli assieme senza rimanere prigionieri di schemi dottrinali che sono agli antipodi colla mentalità italiana.

La dittatura ha ucciso la rivoluzione continuando a parlare demagogicamente di “rivoluzione permanente”, frase la più pericolosa di tutte, la più abusata di tutte, la più antirivoluzionaria e reazionaria di tutte, inquantoché crea essa stessa la sensazione sulla provvisorietà delle leggi promosse ed emanate.

Quando una rivoluzione ha preso possesso dello Stato, è lo Stato e soltanto lo Stato che essa deve difendere, a pena di smarrire il senso storico che ne ha giustificato la esistenza. Una rivoluzione che si dice permanente è una rivoluzione che non crede in se stessa, è l’incitamento perenne alla demagogia risorgente è, infine, l’eccitamento alla disobbedienza civile.

Tre sono stati, ahimé, i tedeschi corruttori dello spirito italiano: Carlo Marx, che ha corrotto il vecchio e glorioso socialismo patriottico italiano di Giuseppe Garibaldi e di Andrea Costa facendolo deviare nell’arido pseudo-scientifico internazionalismo senza patria; Federico [13] Nietzsche, che ha corrotto il buono spirito provinciale di Benito Mussolini facendogli credere che l’Übermensch può sostituirsi a quelle che sono le insopprimibili forze collettive della Storia ed alla volontà della Nazione; Adolfo Hitler che ha corrotto lo spirito del fascismo italiano.

Perché italiano e “nostro” è stato fino al 1932 il fascismo, da noi creato e tanto amato un tempo dal popolo italiano con cui si identificava, prima che Hitler, scimmiottando il saluto romano – l’unica cosa che il Nazismo ha copiato dal fascismo – ci ha regalato l’attrezzatura militaresca del nazismo tedesco.

Il Fascismo del secondo decennale nulla ha a che fare con il Fascismo del secondo [leggasi primo] decennale, così come nulla ha a che fare il Mussolini del secondo decennale col Mussolini che eleggemmo nostro capo nel 1919, nel 1920, nel 1921 e che, quale Capo del Governo e primo ministro del Re, portò l’Italia ad essere il paese ammirato e invidiato da tutti.

È di questo Mussolini di cui noi abbiamo ancor oggi la nostalgia, è questo Mussolini che ancora oggi noi vorremmo, se fosse possibile. Non il Mussolini delle uniformi, della greca di Maresciallo dell’Impero delle manifestazioni e delle adunate coreografiche in cui non crede nessuno.

Non è questo il Mussolini che abbiamo obbedito e seguito.

Strappati o Duce, la greca di Maresciallo e ritorna quello che eri; il Capo di un Partito politico e il primo ministro del Re.

La dittatura ha ucciso la Rivoluzione, ha ucciso il Fascismo e una frattura insanabile e ognora vieppiù profonda si è a poco a poco operata tra il fascismo e il popolo italiano. Il Partito è in peccato mortale verso la Rivoluzione Fascista. Un regime di dittatura, quando eretto a dottrina e sistema, quando non più giustificato da necessità nazionali straordinarie e impellenti è sempre storicamente immorale. Soltanto il successo può giustificarlo. Ora è sconfitto e sulla scia della propria sconfitta, minaccia di trascinare la Nazione nella sventura. [14] Perché – mi si domanderà – questo crudo e tardivo processo alla dittatura, al Partito, al regime fatto stasera in Gran Consiglio? Per dividere le nostre dalle altrui responsabilità? Per un tentativo di sopravvivere e di salvare noi stessa, a guisa di topi i quali cercano di evadere dalla nave che minaccia di affondare? Per crearci di fronte al destino incalzante un nostro alibi? No.

Il Duce sa e conosce perfettamente il nostro pensiero e quale fu sempre il “nostro fascismo” sin dal 1921 quando per un imperativo della nostra fede e della nostra coscienza non esitammo a pubblicamente esprimere nelle Assemblee del partito il nostro aperto dissenso. E così parimenti fu nel 1922 nel Congresso di Napoli alla vigilia della marcia su Roma. Eravamo torturati allora dall’eventualità che l’insurrezione potesse degenerare in guerra civile, e la guerra civile è stata sempre fatale agli italiani. Ci sbagliammo. Non avevamo preveduto e soppesato la vigliaccheria dell’antifascismo parlamentare il quale non esitò un istante a fare causa comune con [il] Capo dell’insurrezione vittoriosa, dandogli senza esitare quali collaboratori in ostaggio i propri uomini e i propri poteri. Nascevano così, per diretta colpa dell’antifascismo parlamentare i germi e la giustificazione alla dittatura futura. Fummo allontanati da ogni attività politica ma ciò non ci impedì tuttavia di schierarci più tardi, nel 1924, al fianco di Mussolini, tra i pochissimi rimasti fedeli a lui, nell’ora triste del delitto Matteotti quando la tempesta parve trascinare in un gorgo di odi e di rancori ad artificio creati, la fortuna del fascismo e la persona stessa del Duce.

Un anno dopo, nel 1925, l’ala estremista e intollerante del Partito prendeva il sopravvento ed io fui trasferito dal mio posto di Sottosegretario agli Interni alle funzioni di Sottosegretario agli Esteri, coll’obbligo di disinteressarmi di problemi di politica interna e di abbandonare ogni attività di partito. Era la terza sconfessione. Obbedii. Scomparvi dalla politica interna. Come sottosegretario e Ministro degli Esteri tentai, in dissenso coll’indirizzo da Mussolini seguito, di attuare [15] una politica rivolta alla pacificazione europea, alla stretta unione colle Nazioni anglosassoni, riuscendo a conciliare il fascismo col laburismo britannico e colla democrazia francese. Mi si accusò di “ginevrino” di “societario” di “pacifista” soltanto perché sostenni che la pace era il maggior interesse dell’Italia e che la questione italiana doveva essere presentata con metodo cavouriano, nei Consessi internazionali come uno dei grandi ed inevitabili problemi collettivi della ricostruzione e della pace europea. Hitler guadagnò quindi nel 1932 le elezioni generali in Germania e montò quindi al potere.

Venne la quarta sconfessione e il mio congedo da Ministro degli Esteri.

La politica estera mutò sostanzialmente indirizzo. L’Italia entrò a poco a poco nell’orbita del nazismo tedesco. Rimanemmo, sia pure da lontano, fedeli a Mussolini ostaggio della dittatura, ma pieni di fiducia e di speranza che il senso della realtà e delle proporzioni, l’indiscusso amore di Mussolini per l’Italia avrebbe finito col prevalere sui suoi disegni di potenza e di grandezza.

Tornato, alla vigilia della guerra europea, come Guardasigilli, dopo otto anni di assenza, trascorsi quale ambasciatore a Londra, non riconobbi più nulla di quello che era stato il vecchio Fascismo e lo stesso Consiglio dei Ministri di cui ero stato già membro dal 1929 al 1932.

La dittatura aveva corroso ed eroso i nostri istituti costituzionali, pur lasciando formalmente intatti i pilastri della Costituzione.

I miei tre anni di Ministro Guardasigilli sono stati indubbiamente i tre anni più penosi della mia vita di uomo politico, nel tentativo quotidiano di difendere gli istituti della tradizione e della Costituzione e di limitare al massimo le ingerenze e le interferenze che le gerarchie irresponsabili del Partito esercitavano ad ogni momento nelle attività degli organi dello Stato, creando confusione, disordine e determinando il congelamento delle iniziative e delle responsabilità negli organi statali.

[16] Lontani nel tempo apparivano ormai i programmi antichi approvati nei congressi fascisti del 1920-21 quando il Partito era inteso e definito come un’associazione politica con un solo duplice compito: l’educazione politica del popolo e la formazione delle classi dirigenti.

Questa è infatti la funzione che legittimi la vita di un partito dello Stato Moderno. Nel Consiglio dei Ministri del 1°settembre 1939, a giustificare la nostra deliberazione sulla non belligeranza, che era di fatto neutralità, il Capo del Governo non esitò a dichiarare che il Nazismo tedesco ci aveva tradito, che non era rimasto fedele ai suoi patti, che Hitler aveva fatto scoppiare il conflitto senza neppure preavvertirlo, facendolo trovare davanti al fatto compiuto.

Mi permisi allora di prendere la parola in quella seduta dicendo che ciò non mi meravigliava in quantoché era la ripetizione esatta della condotta tedesca nel 1914. Aggiunsi che mi auguravo che non si ripetessero nel 1939 gli errori compiuti dalla nostra diplomazia nel 1914 quando dopo aver saggiamente proclamato la neutralità dell’Italia non si ebbe contemporaneamente il coraggio di pubblicamente giustificarla davanti agli occhi del mondo.

Non si disse abbastanza al mondo che allora, come oggi, la Germania del Kaiser aveva tradito i suoi patti con l’Italia alleata. E così è accaduto che per trent’anni il nostro Paese è stato a torto accusato di essere venuto meno ai suoi obblighi di Nazione alleata.

Durante la seduta del Consiglio dei Ministri del 1° settembre domandai pertanto di denunciare il tradimento del Nazismo giustificando con ciò, e per colpa tedesca, la fine dell’alleanza militare italo-tedesca e la ripresa della nostra libertà internazionale. Così come nel 1914, una seconda volta nel 1939, la condotta tedesca ci permetteva provvidenzialmente di riguadagnare la nostra indipendenza.

Né mancai poche settimane prima che la guerra fosse dichiarata di additare al Duce i pericoli di un nostro intervento prematuro, insistendo nella ferma convinzione che era nell’interesse dell’Italia di mantenere la nostra posizione di neutralità armata di fronte all’uno [17] e all’altro dei contendenti.

Non abbiamo rimorsi e sentiamo di avere verso la persona del nostro Capo adempiuto al nostro dovere di fedeltà e di franchezza da venticinque anni a quest’oggi.

Ma non per questo ci sentiamo esenti da responsabilità. I regimi politici sono nelle ore gravi e difficili, dei blocchi inscindibili che non permettono il “distinguo saepe” delle discussioni in tempi di bonaccia.

Nelle ore drammatiche della storia è puerile di pensare di dosare e sceverare le proprie dalle altrui responsabilità. Siamo tutti fascisti, lo fummo, lo siamo e lo saremo nella buona e nella cattiva fortuna.

Questa è l’ora delle responsabilità collettive, ed è appunto per questo che abbiamo insistito per la convocazione del Gran Consiglio e che insistiamo perché il Gran Consiglio, organo supremo del Fascismo prenda stasera deliberazioni gravi e definitive che dovranno impegnarci tutti, dal Capo all’ultimo gregario.

Non si tratta di salvare noi stessi, le nostre persone, e neppure il regime o il partito. Si tratta di salvare l’Italia e di salvare in pari tempo gli ideali che animarono la nostra giovinezza fascista e la nostra generazione, ideali che non potranno giammai morire anche se provvisoriamente soffocati dalla ostilità avversaria, dalla deviazione ideologica, dall’interpretazione o applicazione errata, dalla crudeltà degli eventi.

Guai se il Gran Consiglio dovesse stasera uscire da questa riunione discorde e diviso. Qualunque saranno per essere le nostre deliberazioni, ad esse obbediremo. Giunti a questo punto taluno potrà domandare: sta bene: accettiamo per un momento la vostra diagnosi di malattia mortale: credete forse di rimediare a questa malattia con la medicina di un ordine del giorno? [18] Che cosa significa il nostro ordine del giorno? Significa che il Gran Consiglio, organo supremo del Fascismo delibera decaduto il regime di dittatura, perché esso ha compromesso i vitali interessi della Nazione, ha portato l’Italia sull’orlo della sconfitta militare, ha tarlato e corroso nel tronco la rivoluzione e il fascismo medesimo. Il Gran Consiglio delibera nello stesso tempo che siano ripristinati (sic) nella loro autorità e responsabilità insostituibile tutte le funzioni statali alle quali la Dittatura si era una dopo l’altra sostituita, attribuendo anzitutto alla Corona, al Gran Consiglio, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie costituzionali.

Alla Corona anzitutto, restituendo ad essa le prerogative e le responsabilità di comando, di iniziativa, di decisione suprema che lo Statuto alla Corona attribuisce nelle ore in cui è in gioco il destino della Nazione. La Corona, privata delle sue alte prerogative e responsabilità altro non è oggi se non un ostaggio in prigionia della dittatura. Il Duce ci ha testé rivelato la parte determinante che il Maresciallo Badoglio Capo di Stato Maggiore Generale insieme con gli altri capi militari hanno svolto alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia per strappare al Sovrano le prerogative costituzionali di Comandante effettivo delle nostre Forze Armate, rendendo così inefficaci la lettera e lo spirito dell’art. 5 dello Statuto, al trasferire proprio essi, i custodi della tradizione militare del Risorgimento, alla Dittatura le prerogative e i poteri che lo Statuto affidava esclusivamente alla persona del Capo dello Stato. Questa attitudine di servilità alla Dittatura da parte degli alti capi militari dell’esercito rimarrà a loro perenne vergogna per tutta la storia avvenire.

Attorno al Re soldato, simbolo di umiltà e di concordia nazionale potranno raccogliersi in quest’ora suprema di cimento nazionale, tutti gli italiani senza distinzione di fede politica, fascisti e antifascisti, non più separati dalle odiose discriminazioni che la dittatura [19] ha operato, animati nell’ora del pericolo da un solo sentimento, quello di salvare la Nazione. Le nostre Forze Armate, oggi sfiduciate e compresse dalla angusta prigionia di una guerra di partito ritroveranno sotto il comando del Re la fiducia e il coraggio di cui diedero già prova sul Piave, di fronte al nemico incalzante sul territorio Nazionale, le armate della nostra passata guerra vittoriosa. Non è la prima volta che un Principe, un Re di Casa Savoia, da Emanuele Filiberto a Vittorio Amedeo II, da Carlo Alberto a Vittorio Emanuele II, a Vittorio Emanuele III, in testa alle loro truppe e sorretti dalla concorde fiducia dei cittadini e dal coraggio dei soldati, hanno sfidato e piegato il destino delle armi avverse. Le lagrime delle madri sui figli caduti non hanno un colore politico. Tutti i cittadini sono uguali nel sacrificio della vita e degli averi per la Patria.

Occorre ritornare allo Statuto, alla Costituzione, alle Leggi dello Stato mai pienamente osservate. Le leggi corporative e la mancata funzionalità della Camera Corporativa forniscono l’esempio tipico dell’inosservanza delle leggi da parte della Dittatura che le ha promosse.

L’ordinamento corporativo per funzionare e per svilupparsi aveva come presupposto insostituibile la libertà politica, ma dappoiché la libertà era in contrasto con la dittatura si è preferito anemizzare a poco a poco l’ordinamento corporativo, privarlo delle sue attribuzioni essenziali, ridurlo ad un mero organo burocratico e strumento d’arbitrio nelle mani del Partito.

Occorre restituire al Consiglio dei Ministri le funzioni di organo supremo esecutivo collegiale incaricato di dirigere effettivamente la politica dello Stato e non più, come purtroppo è oggi ridotto, un intermediario tra lo strapotere della burocrazia e lo strapotere della dittatura, entrambe dirette alla soppressione definitiva delle nostre libertà costituzionali e del residuo controllo del Parlamento.

Il Parlamento soprattutto deve tornare ad essere quello che fu dall’Unità d’Italia in poi, strumento libero e consapevole del potere legislativo entro i limiti e l’armonia dei poteri sanciti dalla Costituzione, [20] espressione permanente attraverso libere elezioni dalla effettiva volontà popolare, controllore e coadiuvatore del potere esecutivo.

Reggeranno i tessuti connettivi della Nazione all’inevitabile contraccolpo che il trapasso dalla dittatura alla Costituzione potrà determinare? Dobbiamo sperarlo, confidando nel coraggio e nella saggezza del nostro Re, nel coraggio e nel patriottismo di tutti gli italiani.

Non abbiamo peraltro alternativa o scelta. Il ripristino della libertà nel quadro della autorità e della responsabilità costituzionale, appare come l’estremo tentativo e ancora di salvezza. Non abbiamo scelta, col nemico che ha invaso il territorio nazionale, coll’esercito che ha perduto la fiducia nei suoi capi, col popolo che ha condannato la dittatura e domanda di essere governato e guidato a salvamento al di là del pericoloso e difficile guado.

Nell’ormai lontano 1924, Mussolini, parlando dal balcone di Palazzo Chigi al popolo di Roma acclamante per i risultati plebiscitari delle elezioni generali politiche del 1924, insorgeva contro coloro che pretendevano vedere in quelle elezioni una mancanza di libertà ed una coartazione della coscienza del popolo italiano.

Mussolini disse:

“periscano tutte le fazioni! Anche la nostra. Purchè si salvi la nostra Patria. Questo è il comandamento del dovere.”

E’ questa l’ora di tener fede alla promessa di allora! Non è mai troppo tardi per compiere il proprio dovere verso il Re e verso la Patria!

Secondo intervento di Grandi3

Desidero riprendere la parola perché ritengo necessario ristabilire ordine nella discussione la quale ha deviato per viottoli ciechi i quali non possono portare ad alcuna conclusione, rischiando di fare smarrire quello che invece deve rimanere il problema centrale della nostra discussione.

Mi oppongo risolutamente alla proposta di rinvio di questa nostra discussione la quale dura già da dieci ore ininterrottamente e che non può concludersi con un rinvio, né con soluzioni di carattere ambiguo. Mentre noi qui si discute, in Sicilia si muore.

La Nazione non può attendere oltre le decisioni del Gran Consiglio.

Ho domandato l’appello nominale sul mio ordine del giorno ed insisto su questa domanda che è conferma della prassi consuetudinaria di tutte le Assemblee. Dacché esistono Assemblee politiche non si è mai trovato, infatti, alcun sostitutivo alla procedura del voto, il solo che possa esprimere l’opinione e la volontà dei membri di una Assemblea politica.

Respingo l’ordine del giorno presentato dal Segretario del Partito e non accetto la proposta del camerata Suardo diretta a far confluire in un solo ordine del giorno il mio e quello del Segretario del Partito, che sono in palese contraddizione nelle premesse e nelle conclusioni.

Carlo Scorza ci ha detto testé, intervenendo per la prima volta nella discussione, nella illusione di concluderla, che egli parlando porta qui stasera la voce e la volontà del Partito.

Contesto questa sua affermazione. Egli non è il Partito. Egli è semplicemente il Segretario del Partito, ed un membro del Gran Consiglio. Non gli riconosco il diritto di parlare a nome del Partito, il quale non è un uomo e neppure un gruppo di uomini, bensì un complesso di spiriti, di attività, di forze, di energie nazionali, di istituti fissati dalle leggi.

Il Partito stasera anzitutto è il Gran Consiglio, definito dalla [2] legge – giova ancora ripeterlo – “organo supremo del Fascismo”. La voce del Partito oggi altro non può e non deve essere che la voce della Nazione.

Sono contrario alla proposta fatta di invitare il Capo dello Stato Maggiore Generale ad intervenire alla nostra discussione per avere da lui dirette informazioni sulla situazione della guerra. Il Capo del Governo e Presidente del Gran Consiglio è anche il Comandante supremo delle Forme Armate e responsabile pertanto della condotta militare e politica della guerra.

Inutile e superflua è quindi la presenza del Capo di Stato Maggiore che è agli ordini del Capo del Governo e che, secondo la legge, dipende dal Capo del Governo. D’altra parte il Gran Consiglio non è chiamato a discutere o ad esaminare questioni militari. Questi sono problemi che escono dalla competenza del Gran Consiglio. Essi appartengono, a mente dell’art. 5 dello Statuto del Regno, all’alta responsabilità del Capo dello Stato e del suo Governo.

Il camerata Biggini ci ha detto che è improprio parlare oggi di Parlamento, ed ha aggiunto che lo Statuto del Regno è ormai superato, sorpassato, sostituito dalle leggi posteriori emanate dal Fascismo. Non è vero. Dico che tutto ciò non è vero.

Il Parlamento esiste, per quanto il suo funzionamento sia ridotto e costretto nei limiti in cui la dittatura lo ha posto. Ma esiste, ed appunto perché costretto ed impedito dalla dittatura non può esprimersi, come certamente farebbe.

A sostituire la volontà delle Assemblee legislative è chiamato stasera il Gran Consiglio, che è il Parlamento del Fascismo, è la suprema Assemblea politica del Regime, alla quale è giocoforza domandare stasera quello che alla Camera ed al Senato appare impossibile nelle attuali circostanze.

La dittatura non si può opporre a che il Gran Consiglio, organo creato dalla dittatura medesima, esprima la sua volontà, il suo giudizio, ed anche il suo voto di fiducia o di sfiducia. Siamo si tornati [3] ad una situazione tipicamente parlamentare ed è questo che noi vogliamo.

Mussolini stesso nel 1922 fece sboccare la Marcia di Roma in una soluzione costituzionale. Domandiamo oggi che si ripeta lo stesso cammino.

Se l’ordine del giorno che ho presentato sarà respinto, ebbene, noi avremo perduto, e ciò significherà che la maggioranza del Gran Consiglio ha dato un voto di fiducia alla Dittatura; se l’ordine del giorno da me presentato avrà, invece, la maggioranza, ciò significa che il Gran Consiglio ha espresso il suo voto di sfiducia alla Dittatura. E non si dica che lo Statuto del Regno è morto perché sorpassato e sostituito dalle leggi fasciste.

E’ falso. E ciò può essere detto soltanto da coloro che con la lettura della nostra costituzione, emanata il 4 marzo del 1848 non hanno familiarità o dimestichezza. Lo Statuto del Regno, per quanto corroso è tuttora vivo nei suoi pilastri basilari.

Le leggi emanate dal Fascismo hanno integrato, aggiunto, completato lo Statuto, ma non si sono ad esse sovrapposte.

La stessa legge del primo Ministro, emanata nel 1926 non è in contrasto con lo Statuto del Regno. Il meccanismo della formazione delle leggi non è stato modificato formalmente nei suoi congegni costituzionali, bensì soltanto piegato, storto, fatto deviare dalla volontà e dalla prassi della dittatura. Non occorrono nuove leggi per tornare nella Costituzione! Basta applicare quelle che vi sono. Il Re è tuttora, secondo la lettera della legge, Capo dello Stato.

Esiste formalmente un Consiglio dei Ministri, con Ministri responsabili verso il Re. Lo Statuto li definisce Ministri del Re e tali sono di diritto con la responsabilità non solo amministrativa ma altresì politica che deriva dalla loro qualità di componenti il più alto consesso dello Stato.

Respingo, ho detto, l’ordine del giorno Scorza, ed insisto perché [4] sia messo in votazione per appello nominale l’ordine del giorno da me presentato, senza modificazioni di sorta.

L’ordine del giorno Scorza domanda nuove riforme, nuovi ordinamenti. Basta con questa inflazione nella attività legislativa!

La decadenza dei regimi si rivela soprattutto nelle troppe leggi, cui fa necessariamente rispondenza la materiale impossibilità di applicarle.

Perché, o Signori, fare le leggi è assai facile, come assai facile è quello di fecondare per creare la vita: difficile e pesante è formare e educare. Pesante, difficile, paziente è il lavoro dei governanti nell’applicare le leggi che essi hanno creato.

Basta con riforme, basta con nuove leggi.

Il Capo del Governo ha testé pronunziato parole molto gravi alle quali io non posso fare a meno di rispondere con rispetto ma altresì con cruda lealtà.

Egli ha detto: “Vi siete mai domandati, o Signori, quali possono essere le conseguenze dell’ordine del giorno presentato dal camerata Grandi? Supponiamo, per ipotesi, che esso raccolga la maggioranza dei voti del Gran Consiglio, e supponiamo che io porti domattina al Sovrano questi risultati. I casi allora sono due: il Sovrano può dirmi – e credo che così mi dirà “caro Mussolini io ho fiducia in Voi; rimanete al vostro posto, e continuate a dirigere le sorti della guerra e le sorti del paese. Se i vostri vi abbandonano, il Re vi rimane vicino”. Questo sono certo che il Re mi dirà. Ed allora, o Signori, quale sarà il giudizio che spetterà ai firmatari dell’ordine del giorno Grandi? Oppure il Re mi dirà: di fronte alla nuova situazione determinatasi col voto di sfiducia che il Gran Consiglio ha pronunciato contro di voi, Capo del Governo, io, quale Capo dello Stato, ritiro la delega con cui vi avevo ceduto all’inizio della guerra il Comando Supremo delle Forze Armate, lasciandovi soltanto nelle vostre funzioni di Primo Ministro”. In questo caso o Signori, anch’io ho la mia dignità, la mia suscettibilità. Del resto ho già sessant’anni. Questi venti [5] anni sono stati per me una cosa bellissima, ma a queste condizioni di minoranza io, Maestà, non posso rimanere.

Avete voi, Signori del Gran Consiglio, pensato a tutto questo?”.

Queste sono le parole testuali che il Capo del Governo ha pronunciato. Ed a seguito di queste parole io vedo che lo spirito di alcuni camerati, qui presenti, sta vacillando.

Ebbene, io non esito a pronunziare parole gravi: queste parole di Mussolini sono una minaccia e un ricatto per il Gran Consiglio.

Si, le tue parole, Presidente, ci arrivano col sapore di ricatto e di minaccia.

In quest’ora così grave per le sorti della Patria, mentre migliaia di giovani muoiono offrendo la loro vita in olocausto alla Patria, nessuno, senza venir meno ai propri doveri verso la Patria, può sentirsi captato da sentimenti suscettibili di fare dimenticare i doveri che a noi membri del Gran Consiglio incombono in questa ora dura e le responsabilità che noi abbiamo assunto ed intendiamo assumere fino in fondo.

Nessun’altra alternativa io vedo possibile.

Si è parlato anche di tradimento e di infedeltà. Noi saremmo, dunque, i traditori e gli infedeli. Taluno ha anche detto che noi siamo sempre gli stessi del Congresso dell’Augusteo del 1921. Ed è vero. Noi siamo sempre gli stessi. Ma a proposito di fedeltà e di tradimento non posso non ricordarmi in questo momento di quello che mi disse alcuni mesi or sono un pezzo grosso del nazismo tedesco, al quale io cercavo di spiegare la profonda differenza tra Nazismo e Fascismo, differenze che erano rappresentate, del resto, dalla direzione opposta dei fiumi, in Germania e in Italia che, nati dagli stessi ghiacciai alpini si dirigono gli uni verso i mari ghiacciati del nord gli altri verso i mari caldi del nostro Mediterraneo.

È vero – egli rispondeva – deve essere vero che noi siamo molto diversi, ed anche le nostre due rivoluzioni. Vi sono tuttavia alcune [6] cose che noi tedeschi non comprendiamo soprattutto nel funzionamento dello Stato Maggiore del Partito e del Regime Fascista. Non crediate che il vostro battere i tacchi alla tedesca davanti al Duce e che questa vostra obbedienza “perinde ac cadaver” al vostro Capo sia da noi considerata come un fattore di forza! I rapporti tra noi e il Fuhrer sono completamente diversi dai rapporti tra voi e il Duce. Fra noi e il Fuhrer c’è un contratto di fedeltà che è il vecchio patto nibelungico della razza tedesca; noi siamo fedeli a lui nella stessa misura in cui egli è fedele a noi. È Mussolini altrettanto fedele a voi quanto voi siete a lui?

Gli risposi: Vedete, voi non conoscete né la storia del nostro popolo, né le virtù della nostra razza. Quando voi eravate i tedeschi descritti da Tacito e da Svetonio, l’Italia era già da qualche secolo governata dal diritto romano e dall’arte di Stato del Senato romano: poi venne la Chiesa e poi i Comuni e poi il Rinascimento: le borgate del Quattrocento, giammai superate se non dalla borghesia dell’Ottocento, le borghesie che hanno fatto le rivoluzioni del Risorgimento e dato all’Italia la libertà, l’unità e l’indipendenza.

Ora noi italiani non abbiamo bisogno di contratto di fedeltà col nostro Capo, perché la nostra fedeltà verso Mussolini non è in funzione di un giuramento, quello che Achille Starace ha inserito nello Statuto del partito e che è subordinato al giuramento che Mussolini e noi tutti abbiamo fatto al nostro Re.

La nostra fedeltà a Mussolini è stata sempre determinata dalla intima persuasione che egli era il primo servitore fedele del Re e della Patria e che, obbedendo a lui, noi obbedivamo al Re ed alla Patria.

Questo, Duce, è il momento di dimostrare che noi possiamo rimanerti ancora fedeli. A te solo spetta di darci questa dimostrazione e questa possibilità.

Note


  1. Una pagina dattiloscritta su carta intestata Studio Grandi San Paolo del Brasile e con firma autografa: Dino. ↩

  2. Testo dattiloscritto di pp. 20, numerate a partire da p. 2. ↩

  3. Testo dattiloscritto di pp. 6 numerate a partire da p. 2. ↩