Capitolo primo: Il regime di fronte al proprio futuro: il «totalitarismo» fascista
Il quadriennio che va dalla metà del 1936 alla metà del 1940, dalla fine cioè del conflitto italo-etiopico alla partecipazione dell’Italia alla seconda guerra mondiale, può essere visto in piú di un’ottica e mettendo l’accento su vari e diversi aspetti caratteristici del periodo. Piú che su tali aspetti – per significativi che essi possano essere o sembrare – preferiamo per un momento soffermarci però su quello che, a nostro avviso, fu il significato complessivo di quei quattro anni, sulla loro collocazione, per cosí dire, nel contesto generale dell’evoluzione storica del fascismo italiano e sul rapporto che intercorse tra questa fase del regime fascista e la personalità e l’azione politica di Mussolini.
Lo storico che oggi ripercorre quegli anni è portato a scorgervi tutta una serie di sintomi, maggiori e minori, di crisi, di quella crisi che maturerà nel triennio successivo, durante la guerra. Individuare questi «sintomi», comprenderne le cause, cogliere la loro incidenza presente e futura è per lo storico non solo importante ma necessario. Essi non vanno però sopravvalutati e meccanicamente proiettati sul triennio successivo. Per importanti che siano stati, in sé e per sé essi spiegano infatti assai poco ciò che avvenne dopo il 10 giugno 1940 e, anche per quel che concerne il quadriennio di cui ci occuperemo in questo volume, è necessario vederli senza farsi sedurre dalla tentazione di trovare in essi anticipazioni precise di ciò che avvenne dopo, poiché in molti casi questo finirebbe per portare fuori strada. Al contrario, questi «sintomi» vanno visti soprattutto come manifestazioni della crisi di quegli anni, di una crisi cioè che, nella maggioranza dei casi, ebbe altre caratteristiche di quella del triennio successivo o, comunque, una intensità, una dinamica e uno sbocco diversi.
Se, infatti, è giusto parlare di crisi del regime fascista negli anni 1936-40 è però una forzatura e, in sostanza, un errore dare a questa crisi un valore definito e definitivo, traendone la conclusione che essa dovesse svilupparsi cosí come si manifestò negli anni successivi e portare cioè alla caduta del fascismo. Senza nulla togliere alla gravità e al significato della crisi del 1936-40, molto piú corretto e, ai fini di un’effettiva comprensione storica del periodo, piú produttivo è rendersi conto che tale crisi non andava nella direzione della caduta del regime fascista, ma della sua trasformazione dall’interno in qualche cosa di diverso, ben difficile a stabilirsi e che in gran parte dipendeva dai tempi, dai modi e dal contesto politico-istituzionale nei quali si sarebbe verificata l’uscita dalla scena politica di Mussolini. La crisi che maturò dopo il 10 giugno 1940 e sfociò nel 25 luglio si collegò e dipese pochissimo da quella del quadriennio precedente. A determinarla non furono sostanzialmente cause, fatti interni. Questi indubbiamente ci furono, ma solo come conseguenze di un fatto esterno, piú importante di tutti gli altri presi insieme: la partecipazione dell’Italia alla seconda guerra mondiale e l’andamento sfavorevole della guerra stessa non solo (e, al dunque, non tanto) per l’Italia ma per la Germania. Senza la guerra e la sconfitta il regime fascista non sarebbe caduto. Si sarebbe trasformato, ma non sarebbe caduto dall’interno. Se si comprendono le ragioni di ciò si capisce anche perché negli anni immediatamente successivi la conquista dell’Etiopia, se da piú parti si parlò di crisi del regime, nessuno o quasi però pensò realisticamente alla possibilità di una sua caduta e la maggioranza dei contemporanei non ebbe o ebbe solo vagamente una giusta percezione del significato e delle implicazioni della crisi che travagliava il regime. Nonostante essa, questo si presentava infatti ben solido, ancora passibile di sviluppi ipotizzabili in direzioni diverse, praticamente inattaccabile dall’interno e certamente non ad opera dell’antifascismo.
L’antifascismo organizzato, democratico o comunista che fosse, non costituiva – nonostante una certa ripresa connessa alla guerra civile spagnola – un pericolo; poteva procurare al regime ancora qualche difficoltà di routine, ma non poteva certo preoccuparlo veramente e tanto meno porsi concretamente come un’effettiva alternativa ad esso. In molti e vasti settori della società indubbiamente serpeggiava – come vedremo – un notevole malumore, determinato, in primo luogo, dalla situazione economica e in particolare dal crescente aumento del costo reale della vita e, in secondo luogo, dalle preoccupazioni suscitate dalla politica – soprattutto estera – del fascismo. Questo malessere e queste preoccupazioni però non trovavano e, salvo rarissime eccezioni, non cercavano né forme di aggregazione né canali di espressione: nella grande maggioranza dei casi rimanevano ad uno stadio prepolitico; persino nell’ambiente operaio, il meno conquistato, specie tra gli anziani, dal fascismo, gli inviti comunisti ad un impegno di milizia e di lotta clandestine trovavano scarsissima risposta. In definitiva, se l’antifascismo attivo e i comunisti in particolare ottenevano qualche risultato positivo era soprattutto in alcuni ambienti giovanili, studenteschi e intellettuali. Per significativi che fossero, non erano però certo questi scacchi a mettere in forse la stabilità del regime. E lo stesso si deve dire per le varie componenti della classe dirigente fiancheggiatrice, mondo economico in testa: anche tra esse non mancavano i malumori e le preoccupazioni; il loro peso politico reale non era però assolutamente tale da permettere che esse potessero operare in positivo: in molti casi il peso politico dei «fiancheggiatori» era appena sufficiente a permettere loro di difendere dalle inframmettenze e dalla erosione del regime le posizioni che detenevano e gli equilibri sui quali si era fondato il compromesso realizzato con il fascismo in occasione della «marcia su Roma» e ribadito dopo la crisi Matteotti. Piú di questo, anche volendo, i «fiancheggiatori» non erano politicamente in condizione di fare e non di rado con fatica. E ciò senza dire che tra essi coloro che avrebbero visto favorevolmente un mutamento di regime erano pochissimi. Anche per la classe dirigente fiancheggiatrice vale infatti ciò che, con precisione e realismo, ha scritto l’Aquarone per il paese nel suo complesso1.
Se numerosi erano i sintomi di malcontento che si potevano scorgere in seno ai vari settori dell’opinione pubblica italiana, è anche vero che la grande massa della popolazione, pur quando non aderiva entusiasticamente al fascismo, non si manifestava certo disposta a considerare il regime come un nemico mortale da abbattere ad ogni costo, e tanto meno a correre dei rischi seri pur di raggiungere quest’ultimo obiettivo. Anche coloro che, in seno alle varie classi sociali, erano recisamente ostili a singoli aspetti della politica fascista, non per questo erano necessariamente altrettanto avversi alla dittatura mussoliniana, come soluzione del problema del governo e del potere in Italia.
Sicché volendo fare un discorso storico e non mitologico, se si deve mettere in luce e approfondire la crisi di quegli anni si deve però anche avere ben chiaro che, nonostante essa, il periodo dalla metà del 1936 alla metà del 1940 fu per il fascismo una sorta di autunno – e, nonostante tutto, a suo modo, almeno in apparenza, ubertoso – in cui pochi riuscivano a pensare alla stretta del gelo invernale e i piú tra costoro o non avevano la possibilità o ritenevano piú prudente non tentare di impedire il cammino verso di esso e di orientarlo verso un inverno mite, improbabile, ma non escludibile a priori. E ciò persino nel gruppo dirigente fascista vero e proprio, all’interno del quale ormai, se non si erano quietate le gelosie e le ambizioni personali, non vi erano però piú vere manifestazioni di dissidentismo e nessuno piú pensava ad atteggiarsi ad anti-Mussolini o a sostituirsi a lui; tant’è che persino Farinacci era ormai «in linea»2 e Balbo aveva finito per accettare il suo dorato esilio libico e aveva rinunciato ai suoi propositi di qualche anno prima (quanto velleitari e quanto seri, quanto personalistici e quanto connessi al primo peggioramento della salute del «duce» verificatosi in quel periodo è difficile dire) di mettere da parte Mussolini e prendere in mano il potere direttamente o per interposta persona3. E anche i piú pensosi e lungimiranti, pure ormai consapevoli che il regime era ormai di fronte ad una svolta e che questa sarebbe andata o nel senso di una ulteriore involuzione di esso o di una sua trasformazione verso un fascismo piú «democratico» e veramente corporativo – che, per altro, ben difficilmente sarebbe potuta essere gestita da Mussolini – non pensavano però menomamente ad una sostituzione del «duce» al vertice del regime, ma ad una sua glorificazione in vita che – ponendolo, solo e sopra tutti, in una sorta di olimpo, dove gli sarebbero stati elargiti tutti gli onori e tutte le turibolazioni possibili – lo allontanasse di fatto dalla gestione del potere e consentisse ad altri di assumere, in suo nome, l’effettiva direzione politica del regime. Per oltre un decennio la parola d’ordine per Mussolini e per il fascismo era stata «durare», porsi cioè concretamente (e non solo in particolari momenti piú difficili come all’indomani del delitto Matteotti) il problema della conservazione del potere e, possibilmente, della sua estensione. Ora, dopo la conquista dell’Etiopia, questo problema si poneva in termini diversi e in gran parte nuovi. Pur con tutti i suoi vecchi e nuovi limiti, le sue carenze, disfunzioni e contraddizioni, le sue debolezze, il regime all’interno non correva piú i rischi che in passato avevano assillato Mussolini e il gruppo dirigente fascista e che, in parte, ne avevano condizionato l’azione politica. Come si vedrà piú avanti, i rischi che si intravvedevano erano di altro genere, connessi alla situazione internazionale e al modo di affrontarla da parte di Mussolini e all’affacciarsi del problema del «dopo Mussolini». Sicché la prospettiva del futuro, il problema del «durare», assumevano un significato nuovo: a seconda delle visioni del fascismo e degli obiettivi politici di fondo che caratterizzavano le varie tendenze e i vari nuclei del gruppo dirigente fascista, si trattava essenzialmente di influire sugli orientamenti mussoliniani in politica estera e di precostituirsi (per questa come per altre vie) le posizioni ritenute piú adatte ad orientare il «dopo Mussolini» e, possibilmente, a gestirlo in prima persona.
La conquista dell’Etiopia contribuí notevolmente a determinare questa nuova situazione. Grazie ad essa il regime e Mussolini in particolare ottennero infatti nel paese un successo di prestigio che si tradusse in un consenso eccezionalmente vasto, quale sino allora non aveva goduto e che non riguardò solo quanti, per dirla con G. Devoto4, «nel loro inconscio, aspettavano di inserirsi motivatamente nel corso del consenso e rendere veramente totalitaria anche dal di dentro la struttura della nazione», ma che – come ha riconosciuto G. Amendola5 – fece breccia anche fra i contadini meridionali, i disoccupati e alcuni settori operai, in una misura che, pur rimanendo minoritaria, fu «comunque in sostanza piú rilevante di quanto fosse riuscito ad ottenere in tale direzione lo Stato liberale dopo l’Unità»6. Per non parlare di quei giovani (e non solo fascisti7) ai quali la conquista dell’Etiopia apparve come la premessa per un nuovo «tempo» del fascismo, di raccoglimento dopo il successo, di valorizzazione dell’impero e di realizzazione – finalmente – del «momento sociale» della rivoluzione fascista. Come abbiamo già detto8, questo consenso – anche se piú entusiastico, rumoroso ed esaltato (ma sincero) – era però meno solido di quello che il fascismo aveva goduto durante il periodo della «grande crisi» e sarebbe stato presto incrinato dalle riserve e dalle preoccupazioni suscitate dall’intervento fascista in Spagna e, piú in genere, dai nuovi indirizzi della politica estera mussoliniana e, specie a livello borghese, anche di quella interna. Ciò non toglie che esso contribuí notevolmente a rafforzare il regime, sia a livello di massa, sia diffondendo sempre piú tra una parte non trascurabile degli oppositori, dormienti e no, degli «attendisti», dei «fuoriusciti dell’interno» la convinzione che ormai il fascismo avesse definitivamente vinto e fosse impossibile abbatterlo e, quindi, non valesse piú la pena di rischiare e di sacrificarsi per resistergli9. Né va sottovalutato che fu proprio in conseguenza del successo mussoliniano in Africa che anche a livello della classe dirigente fiancheggiatrice caddero praticamente quasi del tutto le residue velleità di influire in qualche modo sulle scelte politiche del «duce» o, almeno, di condizionarle in qualche misura. E ciò anche se bastarono pochi mesi per far svanire tra essa gran parte delle illusioni e delle speranze suscitate dalla vittoria in Etiopia e dall’affermazione mussoliniana che l’Italia si considerava ormai una nazione «soddisfatta» e perché una parte non trascurabile assumesse verso il regime un atteggiamento sempre piú cauto e critico.
Detto questo, va subito messo in chiaro che, per notevole che sia stata l’influenza del successo nell’impresa etiopica, la nuova situazione determinatasi in questo periodo per il regime fascista fu però soprattutto la conseguenza di un processo in atto già da tempo, che la vicenda etiopica contribuí indubbiamente a portare piú rapidamente e facilmente ad uno stadio piú avanzato, ma che era nella logica del regime stesso e di come esso si era venuto sviluppando negli ultimi dieci anni. Ci riferiamo al processo di progressiva totalitarizzazione del regime. Un processo che compiutamente il regime fascista non portò mai a termine, ma che ciò nonostante ne caratterizzò certamente gli ultimi anni – quelli, appunto, successivi alla conquista dell’Etiopia – con conseguenze per esso assai importanti in positivo e in negativo, tant’è che è necessario soffermarci un po’ su di esso e vederne da vicino il significato.
Storici e politologi di tutto il mondo hanno negli ultimi decenni, soprattutto dopo la pubblicazione, nel 1951, della prima edizione delle Origins of Totalitarianism di H. Arendt, teorizzato, studiato e discusso ampiamente gli specifici caratteri e il significato piú generale del moderno «totalitarismo», con particolare riferimento alle esperienze nazista, stalinista e fascista10. In questa sede non è nostra intenzione discutere la validità di tali contributi rispetto al piú generale discorso sul fenomeno fascista, i loro limiti di fondo, certe loro ambiguità e alcuni innegabili loro apporti ad una migliore conoscenza del fenomeno fascista. Per definire la nostra posizione rispetto alla teoria del «totalitarismo» basterà dire che ci troviamo sostanzialmente d’accordo con quanto, a proposito di essa, ha affermato G. L. Mosse nella sua Intervista sul nazismo11. Ai fini del nostro discorso è però opportuno richiamarla. Da un lato, per ricordare che anche i suoi sostenitori piú provveduti e storicamente informati hanno dovuto concludere o, come la Arendt12, che almeno sino al 1938 il regime fascista non fu un vero regime totalitario, bensí solo «una comune dittatura nazionalistica, nata dalle difficoltà di una democrazia multipartitica», o, addirittura, come D. Fisichella13, che esso fu sempre un «totalitarismo mancato», da annoverare in ultima analisi piuttosto tra quelli che lo stesso Fisichella definisce i «regimi autoritari di mobilitazione»14. Da un altro lato, per chiarire che il nostro ricorso all’uso del termine totalitario in riferimento al regime fascista non significa adesione alla teoria del «totalitarismo», ma deriva dall’uso, dall’applicazione che il fascismo faceva dell’aggettivo totalitario riferendosi alla propria concezione dello Stato e, quindi, all’assetto del regime che ne discendeva15. Sicché i due discorsi non vanno assolutamente confusi, anche se, talvolta, hanno (o sembrano avere) punti in comune. E in particolare quello (a cui abbiamo già avuto occasione di accennare nel primo tomo di questo volume16) della preminenza anche nel regime fascista come nel nazista e nello stalinista della politica rispetto all’economia. Con tutte le conseguenze teoriche e pratiche e, quindi, di concreta valutazione storica della realtà fascista che da questa premessa discendono.
Tra coloro che si sono occupati di questa questione – essenziale per comprendere quella che abbiamo definito la nuova situazione nella quale il regime fascista si venne a trovare dopo la guerra d’Etiopia – chi forse è andato piú in profondità è stato F. Neumann. La conclusione alla quale egli perviene è infatti ineccepibile in teoria e confermata storicamente: è praticamente impossibile rovesciare dall’interno un moderno regime totalitario, fondato sulla preminenza della politica sull’economia e che dispone degli strumenti di potere, materiali, psicologici e culturali, della nostra epoca, a meno che la «rivoluzione» contro di esso non parta dall’interno della sua stessa classe dirigente e non sia in grado di utilizzare il suo stesso apparato politico17.
Per Neumann l’Italia fascista sarebbe stata un regime totalitario non sostanzialmente diverso dalla Germania nazista e dalla Russia staliniana. In realtà al regime fascista per essere veramente totalitario non solo mancava il ricorso sistematico al terrore di massa e, quindi, al sistema concentrazionario18, ma esso – un po’ per motivi oggettivi, che discendevano dal modo compromissorio con cui era giunto al potere, un po’ per il pragmatismo di fondo di Mussolini, un po’ coerentemente alla sua particolare concezione del totalitarismo – non mirò mai o non riuscí a realizzare compiutamente nessuno degli aspetti caratterizzanti un regime totalitario vero e proprio. Come vedremo meglio piú avanti, non mirò mai né ad una compiuta transizione dallo Stato di diritto allo Stato di polizia, né tanto meno a realizzare il controllo totalitario del partito sullo Stato. Esso operò – è vero – nel senso di una compiuta concentrazione del potere nello Stato e di una totale politicizzazione della società sino a tendere alla eliminazione della distinzione tra Stato e società civile, ma anche qui in una prospettiva che poco o nulla aveva a che fare con quella del nazismo o con quella dello stalinismo. Né, infine, va sottovalutata la profonda differenza e la diversa funzione che la figura carismatica del capo aveva nel fascismo rispetto a quella che essa aveva nel nazismo e nello stalinismo: decisiva nel fascismo, essa era negli altri due regimi, e specialmente in quello nazista19, assai meno importante. Tutto ciò non impedisce però di applicare la conclusione di Neumann anche al regime fascista, poiché questo – anche se non raggiungeva certo il grado di totalitarismo degli altri due – aveva indubbiamente molti e importanti caratteri totalitari, sufficienti a farlo assimilare sotto questo profilo particolare ai regimi nazista e stalinista. L’incompletezza del totalitarismo fascista e le sue peculiarità, infatti, se potevano giuocare a danno della solidità del regime non lo potevano rispetto alla eventualità di una rivoluzione dal basso, popolare, antifascista – contro la quale esso era piú che attrezzato e per la quale, oltre tutto, mancavano le premesse essenziali nel paese –, ma rispetto a quella di una «rivoluzione» che partisse dall’interno della sua stessa classe dirigente. Relativamente a questa seconda eventualità esso era certamente meno attrezzato dei regimi nazista e stalinista. E questo costituiva un handicap che non sfuggiva né a Mussolini né ai fascisti veri e propri, che si ponevano il problema del futuro del regime e in particolare del «dopo Mussolini».
Nel primo decennio del regime per Mussolini «durare» aveva voluto dire operare sostanzialmente su due fronti, allargare e preservare il consenso di massa, soffocando il dissenso e l’opposizione organizzata, ed erodere a proprio vantaggio sempre nuovi margini di potere nei confronti della classe dirigente tradizionale e delle istituzioni che la esprimevano piú compiutamente e, al tempo stesso, la garantivano rispetto alla dinamica politica e sociale fascista. Pur sviluppandosi su entrambi i fronti, questa politica si era realizzata piú sul primo che sul secondo, sia per la necessità di debellare ogni forma di opposizione attiva e di conquistare al regime masse sempre piú vaste, sia perché, cosí facendo, da un lato era piú facile rassicurare e ménager la classe dirigente tradizionale e, da un altro lato, questa veniva privata di una ulteriore parte del suo peso politico, poiché ogni successo della politica mussoliniana sul primo fronte indeboliva i legami di essa con il paese e, al limite, le sue possibilità di ristabilire in caso di necessità rapporti con l’antifascismo democratico organizzato o, almeno, con quello dormiente e con l’area afascista. Ora, dopo la guerra d’Etiopia, la situazione si presentava in termini diversi. In quasi quindici anni di potere, Mussolini, nonostante le difficoltà e gli insuccessi che la sua politica aveva dovuto affrontare, era riuscito a rafforzare la sua posizione e a dotare il regime di tutta una serie di strumenti che lo mettevano in grado di guardare alla situazione con un’ottica diversa e in particolare di capovolgere l’ordine di priorità tra i due fronti sui quali sino allora aveva operato. Sul primo un’azione di routine era ormai sufficiente a tenere sotto controllo la situazione, specie se essa fosse stata integrata con alcune iniziative che tenessero aperta e rilanciassero la prospettiva di una «ripresa» dell’iniziativa del fascismo sul terreno sociale. Tanto piú che una tale «ripresa» Mussolini – pur nella sua sempre piú accentuata tendenza a privilegiare il momento della politica estera rispetto a quello della politica interna e a non volere quindi nuovi motivi di difficoltà interne – in linea di principio e sui tempi medi e lunghi non la escludeva affatto, era fortemente sentita dalle nuove generazioni fasciste e, infine, rientrava, almeno per taluni aspetti (quale quello della politica economica) nella logica dei sistemi politici totalitari e, quindi, in qualche misura anche del fascismo, specie ora che Mussolini si trovava nella necessità di accentuare la totalitarizzazione del regime, sia per cercare di rendere meno macroscopico il divario tra le possibilità economiche del paese e l’impegno ad esso richiesto dalla sua politica estera, sia per ridurre drasticamente il residuo – ma sempre troppo consistente – potere della componente non propriamente fascista del regime.
La progressiva accentuazione della totalitarizzazione del regime nella seconda metà degli anni trenta è stata spiegata, sia dai contemporanei sia dagli storici, con la logica del sistema, la progressiva sclerosi e burocratizzazione del regime e del fascismo, la necessità di Mussolini di rendere il piú monolitico possibile il regime e di controllare al massimo uomini ed istituzioni onde aver mano libera per portare avanti la propria politica imperialistica e con l’influenza e lo spirito di emulazione del modello nazionalsocialista determinati dalla politica di avvicinamento prima e di alleanza poi con la Germania realizzata in questi anni. In tutte queste motivazioni vi è indubbiamente del vero, anche se i fatti ai quali esse si riferiscono hanno avuto altrettanto indubbiamente una rilevanza diversa. In particolare, l’influenza e lo spirito di emulazione della Germania agirono assai piú a livello di alcuni settori del fascismo che del regime, trovarono forti resistenze e, a ben vedere, furono solo marginalmente ed episodicamente presenti in Mussolini, che, se guardava al modello tedesco, era piuttosto per altre cose. Oltre che le singole motivazioni, bisogna poi tener presente che – quale che fosse la loro rispettiva incidenza – esse interreagivano tra loro determinando un anomalo meccanismo moltiplicatore dei vari effetti rispetto al processo complessivo. Su una motivazione gli storici – forse sviati dal fatto che il problema fu praticamente ignorato dalla stampa del regime (ma non da quella straniera) e non giunse mai a maturazione, poiché il regime premorí a Mussolini – non si sono invece mai soffermati, mentre essa è, a nostro avviso, di primaria importanza: quella del «dopo Mussolini».
Personalmente Mussolini, anche con i suoi piú vicini collaboratori, dava l’impressione di sentirsi immortale. In realtà, come vedremo piú avanti, la conclusione della vicenda etiopica coincise – anche per l’estrema tensione psichica che questa gli aveva procurato e sulla quale, proprio nel momento che avrebbe dovuto essere di rilassamento e di distensione, si era innestata una nuova crisi psicologica determinata dalla gravissima malattia della figlia minore – con l’inizio di un lento ma inarrestabile suo declino fisico e, in parte, psichico, che non sfuggí agli osservatori piú attenti e a lui vicini, italiani e stranieri, e di cui lo stesso «du ce» si rese conto, tanto che cercò di nasconderlo in tutti i modi e di reagire ad esso in varie maniere, non ultima quella di dare alla sua relazione con la Petacci un carattere piú intimo e impegnativo, quasi a cercare in essa una seconda giovinezza e una nuova energia psichica. In questa situazione, anche se non se ne parlava, il problema della sua successione e, piú in genere, del «dópo Mussolini» divenne uno dei problemi politici piú assillanti sia per il gruppo dirigente fascista, che – come si è già visto20 – da anni era ben consapevole dei gravissimi pericoli che la scomparsa di Mussolini avrebbe fatto correre al fascismo, sia per il «duce», che – come pure abbiamo già visto nell’ultimo capitolo del primo tomo di questo volume – non a caso proprio dopo la conclusione del conflitto etiopico pensò a G. Ciano come al suo delfino e, in questa prospettiva, lo inserí in uno dei posti chiave del governo. Anche tralasciando per il momento il discorso sulla «scelta» di Ciano, le sue implicazioni a livello di gruppo dirigente fascista e i suoi sviluppi sul terreno dei rapporti tra suocero e genero, ai fini del problema della successione la designazione in pectore di un delfino non aveva però grande importanza. Quando sarebbe arrivato il momento, molto piú che l’esistenza di un delfino ciò che avrebbe contato sarebbero state le circostanze generali e particolari – innanzi tutto se Mussolini avrebbe potuto o no gestire personalmente la successione – e i rapporti di forza interni al regime. Ciò che si poteva ritenere sicuro era che, se i rapporti di forza fossero rimasti gli stessi, la Corona e l’élite tradizionale ad essa legata (esercito e marina compresi) non si sarebbero lasciati sfuggire l’occasione per riguadagnare il potere perduto negli anni nei quali Mussolini aveva retto il governo. Nel migliore dei casi avrebbero cercato di imporre un loro uomo o, almeno, un fascista moderato, che potesse gestire senza scosse il trapasso e avviare il regime sulla strada di una sua moderata ricostituzionalizzazione e parziale liberalizzazione. Né era da escludere del tutto che, se le circostanze fossero state particolarmente favorevoli, giocassero addirittura la carta della riassunzione vera e propria del potere. In questa prospettiva il problema della successione e del «dopo Mussolini» non poteva essere certo per Mussolini e per i veri fascisti né eluso né rinviato a quando si sarebbe presentato. Anche lasciando per il momento da parte la questione particolare del successore, tutt’altro che facile per tutta una serie di motivi politici e personalistici, ciò che contava e che, piú il tempo passava, piú sarebbe stato urgente risolvere, era quello del quadro di potere, del rapporto di forze nei quali il problema si sarebbe posto. Da qui, per Mussolini e, sia pure con varie ipotesi e prospettive, per il fascismo, la necessità di agire concretamente e rapidamente per mutarli, in modo da arrivare al momento della successione nelle condizioni migliori per gestirla in proprio senza preoccupazioni di «ingerenze» esterne che ne rendessero difficile o, addirittura, dubbia una soddisfacente soluzione (di per sé, come abbiamo detto, già prevedibilmente non facile a livello di gruppo dirigente fascista). Da ciò, in concreto, la necessità – anche sotto questo profilo – di estendere il carattere totalitario del regime, valorizzando la sua natura piú propriamente fascista e dilatandone direttamente e indirettamente il potere reale a danno della componente tradizionale e fedele all’istituto, alle prerogative e agli effettivi poteri della monarchia.
Nei precedenti volumi e nel primo tomo di questo, abbiamo avuto piú volte occasione di toccare il problema dei rapporti tra Mussolini e Vittorio Emanuele III21. Data l’importanza che questo problema assunse nel periodo di cui ci stiamo occupando, è però opportuno soffermarci piú compiutamente su di esso, riepilogandone i precedenti ed esaminandone in dettaglio gli sviluppi.
Umanamente, psicologicamente, culturalmente, il re e il «duce» – lo abbiamo già detto – erano diversissimi e si ponevano di fronte ai problemi politici, interni e soprattutto internazionali, con una mentalità assai diversa. Certo non si amarono mai e politicamente si sorvegliarono sempre l’un l’altro con attenzione e diffidenza, tant’è che Grandi in una sua nota del 1944 ha potuto scrivere: «per venti anni il Re e Mussolini si sono guardati, sorvegliati l’un l’altro, come due schermidori sulla pedana, col ferro in linea»22. Dire però, come pure è stato detto, che non erano fatti per intendersi e non si intesero mai23 è eccessivo e significa precludersi la possibilità di comprendere a fondo il loro rapporto personale, in particolare la sottile influenza che su di esso finivano per avere certi loro tratti caratteriali uguali. Per dirla ancora con Grandi «la diffidenza profonda per tutti e un disprezzo globale per gli uomini in genere. Due solitari prigionieri della loro stessa solitudine»24. Sicché, «l’uno diffidava dell’altro; eppure, a modo loro, si piacevano»25, e, al fondo, si stimavano e rispettavano, anche se il loro rapporto era venato da una sorta di reciproco senso d’inferiorità.
Come ha scritto l’Artieri26, Vittorio Emanuele III
di Mussolini ammirava la precisione, la lucidità anche nelle cose burocratiche (una qualità che in lui stesso eccelleva), il disinteresse, la vita semplice, quel «vivere con poco» caro alle sue sobrie abitudini; apprezzava l’ottimismo di Mussolini (perché, malgrado le apparenze, anche lui era un ottimista); ne ammirava l’intuito, la tenace, puntuale memoria dei fatti, anche i piú minuziosi; dei nomi, anche i piú modesti; delle circostanze, anche secondarie; la facoltà di sintesi, la tagliente chiarezza espositiva. E queste che ammirava erano, di lui, del re, anche alcune delle piú evidenti qualità.
La diarchia, dopo tutto, non si stabilisce soltanto sull’antagonismo dei poteri, ma anche sulla loro similarità. Di Mussolini il re ammirava sinceramente il genio organizzativo, legislativo, trasformatore, la verace passione italiana tutta profusa nella edificazione nazionale, nell’opera di governo all’interno...
Questi stessi aspetti caratteriali facevano sí che, personalmente, il re piacesse a Mussolini e contribuivano a determinare quello che Grandi ha definito il «fascino» che Vittorio Emanuele esercitava sul «duce». Un «fascino» che, se non influí sui rapporti politici tra i due, ebbe però un peso determinante nel rendere quelli personali sempre formalmente corretti, fece sí che «tutte le mancanze di riguardo, e furono molte, che Mussolini usò a Vittorio Emanuele in vent’anni di governo, furono compiute per interposta persona»27 e, soprattutto, che anche quando, dopo la seconda metà del 1936, i rapporti politici tra i due si fecero via via piú tesi e Mussolini cominciò a porsi concretamente il problema di liquidare la monarchia, tutta l’operazione ebbe per lui solo e sempre un valore politico e non scadde mai nel personale. I numerosi sfoghi contro la monarchia e il sovrano conservatici dal diario di G. Ciano non debbono trarre in inganno. Piú che un astio personale verso Vittorio Emanuele, essi provano, a nostro avviso, per un verso la tensione che il problema suscitava in Mussolini e, per un altro verso, la sua insoddisfazione per non poterlo risolvere subito. Che, nonostante tutto, Mussolini guardasse sempre al sovrano con umana simpatia e rispetto ci pare risulti chiaramente da un piccolo, ma significativo episodio avvenuto nel 1936. In conseguenza delle sanzioni e delle difficoltà economiche determinate dal conflitto etiopico, era stata emanata una serie di provvedimenti che imponevano ai cittadini italiani non residenti all’estero e che vi avevano capitali e titoli di farne denuncia in modo che lo Stato potesse venirne in possesso in cambio del loro controvalore in lire o titoli italiani. Anche il re e i membri della famiglia reale si uniformarono ai provvedimenti. Informato della cosa dal ministro delle Finanze, Mussolini impartí a Thaon di Revel istruzioni di escludere il sovrano dal provvedimento: «Credo che i titoli di Sua Maestà occorra lasciarli indisturbati. È giusto che un Sovrano abbia un gruzzolo al sicuro. Il destino delle monarchie è spesso incerto; sarebbe poco degno se un popolo costringesse il proprio sovrano in esilio a chiedere l’elemosina dello straniero»28. Sicché, concludendo, tra i vari giudizi espressi da Mussolini sul re il piú attendibile ci pare quello del maggio ’40 (quando il «duce», deciso ormai l’intervento in guerra, aveva per il momento dovuto accantonare ogni progetto di disfarsi della monarchia e questa aveva avallato la sua decisione di entrare in guerra) riferitoci da N. D’Aroma29:
Vittorio Emanuele è fondamentalmente un tradizionalista. Deve obbedire, e strettamente obbedisce, a una specie di segreto testamento orale o scritto che nel ramo Carignano si trasmettono: fare il compromesso col piú forte e logorarlo, viverci sopra, senza prendersi troppe responsabilità. L’uomo, tuttavia, anche se sovente è meschino, con i suoi rancori antitedeschi, il suo anticlericalismo da circolo rionale, ha tuttavia due qualità importanti: buonsenso radicato, continuo, e scarsa impressionabilità.
È grazie a queste due qualità ch’egli mi ha assecondato con attenzione premurosa e quasi sempre con rispetto!
In termini piú propriamente politici i rapporti tra Vittorio Emanuele III e Mussolini e, piú in genere, tra la monarchia e il fascismo dal 1925-1926 in poi, da quando cioè il regime aveva cominciato a prendere corpo30, erano stati caratterizzati dal prevalere dell’iniziativa mussoliniana31.
Il re, pur rendendosi conto che cosí facendo indeboliva la propria posizione e crucciandosene, aveva praticamente subito tale iniziativa, limitandosi a contrastarla (e, piú spesso, a farla contrastare dai suoi uomini piú fedeli – o da coloro che, comunque, facevano a lui riferimento per contenere la spinta egemonica fascista – presenti ai vertici del PNF e dei vari organi dello Stato) «in dettaglio», su singole questioni che piú toccavano da vicino l’istituto monarchico e le sue prerogative, ma senza impegnarsi mai in una prova di forza, che il suo disprezzo per gli uomini e la sua sfiducia nel popolo italiano gli facevano ritenere sarebbe stata per lui svantaggiosa. Sino al periodo di cui ci stiamo occupando, la «crisi» piú grave tra lui e Mussolini era stata certamente quella, nel 1928, determinata dal varo della legge sull’ordinamento e sulle attribuzioni del Gran Consiglio, che, come si è visto32, attribuiva al supremo organo del fascismo il diritto di intervenire sia nella successione al trono sia in quella a Mussolini. Di fronte a questo atteggiamento del sovrano e al fatto che anche in occasione di avvenimenti persino piú gravi politicamente e costituzionalmente (come, nel 1938, l’istituzione del primo maresciallato dell’impero e l’introduzione della legislazione razziale, per non parlare della decisione, nel 1940, di entrare in guerra) Vittorio Emanuele III si sottrasse sempre ad una prova di forza e finí per subire l’iniziativa di Mussolini, quasi tutti gli storici non solo hanno parlato di una sostanziale collaborazione che avrebbe caratterizzato i rapporti tra il re e il «duce» dall’ottobre 1922 al luglio 1943, ma hanno concluso che con l’assetto diarchico realizzato da Mussolini tra il 1928 e il 1938 «il re aveva perduto qualsiasi occasione normale di esercizio della sua funzione suprema, avendo lasciato annullare ogni autorità concorrente con quella del capo del governo»33. In realtà questo giudizio non solo è eccessivo, ma rende incomprensibili i rapporti tra il re e il «duce» nel periodo di cui ci stiamo occupando.
Che Vittorio Emanuele III abbia condiviso a lungo gran parte della politica mussoliniana, specie di quella interna, è indubbio. E, almeno sino alla impresa etiopica, lo stesso si può dire per quella estera, anche se, personalmente, egli l’avrebbe preferita piú prudente e se, inizialmente, fu contrario alla guerra d’Africa34. Né, se si tiene presente la sua formazione, la cosa può meravigliare. Sicché parlare per questo periodo di sostanziale sua collaborazione con Mussolini non è forzare la realtà. Piú difficile è invece ritenere che la diarchia avesse sostanzialmente reso il potere di Mussolini superiore a quello del sovrano e che questo si fosse lasciato privare della possibilità di esercitare in caso di bisogno il proprio. Anche se per molti anni condivise gran parte della politica mussoliniana, Vittorio Emanuele era ben consapevole di aver concluso con il suo primo ministro un compromesso che questo non riteneva affatto definitivo e che, sin dall’inizio, si prefiggeva di modificare a proprio favore. Solo che egli, dopo che nel 1924-25 aveva ritenuto piú opportuno riconfermarlo, deludendo cosí le attese dell’opposizione democratica, si era venuto a trovare nella condizione di non sentirsi piú sufficientemente forte per poterlo, volendo, sciogliere senza rischiare di venirsi a trovare in gravi difficoltà con le opposizioni – ormai in grandissima maggioranza schierate contro di lui e, in genere, su posizioni filorepubblicane – e di mettere il paese di fronte al pericolo di una guerra civile. In questa condizione, per Vittorio Emanuele, rimanere legato a Mussolini, specie sino a quando questo godeva del consenso della maggioranza del paese e faceva una politica che, come si è detto, egli in larga misura condivideva, era assai meno pericoloso. Tanto piú che, per quanto cercasse e in parte riuscisse a emarginarlo sul piano dell’effettivo potere, Mussolini aveva ancora bisogno del re per condurre avanti il complesso giuoco di equilibri e di mediazioni su cui si fondava il regime. E non solo rispetto alle componenti tradizionali e fiancheggiatrici di esso, ma anche rispetto a quelle fasciste piú irrequiete e dinamiche del movimento, che avrebbero voluto forzare la marcia del regime verso sbocchi politicamente e socialmente piú avanzati e compiutamente rivoluzionari. Come per Mussolini, anche per il re si trattava soprattutto di «durare». Con la differenza che per lui «durare» era piú facile. Sia perché, per il momento, Mussolini aveva ancora bisogno del suo avallo e del suo schermo e non era tanto forte da potersi porre esplicitamente contro di lui; sia perché, salvo casi eccezionali e, per il momento, imprevedibili, attendere voleva dire per lui poter contare sulla logica del sistema monarchico: le dinastie durano piú che i singoli uomini e i loro governi35; sia, infine, perché la perdita di potere a cui Mussolini lo sottoponeva era in effetti marginale (anche se talvolta moralmente gravosa): nonostante il consenso che il regime godeva e il diffuso mussolinismo, l’istituto monarchico e il re personalmente godevano ancora di un prestigio notevole, certo a livello della classe dirigente (che, oltre tutto, vedeva in essi un prezioso contrappeso e un freno al dinamismo, all’autoritarismo e ai «colpi di testa» mussoliniani), ma anche in non trascurabili settori popolari, e, soprattutto, essi potevano contare sulla fedeltà di larghissima parte delle forze armate, specialmente della marina e dell’esercito. E questa fedeltà Vittorio Emanuele si amministrava con una cura, una abilità e, quando necessario, una fermezza che provano come egli la considerasse l’ago della bilancia dei suoi rapporti con Mussolini, tant’è che questo non si impegnò mai a fondo nel tentativo di fascistizzare veramente l’esercito e la marina, ben consapevole che ciò avrebbe determinato quella prova di forza tra lui e il re che entrambi volevano evitare.
Con la seconda metà del 1936 questo tipo di rapporti cominciò però a deteriorarsi e, almeno tendenzialmente – ché per quasi due anni in apparenza nulla mutò –, a cambiare profondamente.
Alcuni anni orsono, D. Grandi ha dichiarato: «che» Mussolini «abbia avuto idea di liberarsi della monarchia è indubbio»36. Federzoni, a sua volta, è stato piú esplicito: «dal 9 maggio 1936 Mussolini aveva decretato in cuor suo la fine della monarchia»37. Si potrà discutere la precisione della data; la sostanza dell’affermazione e il nesso con la conclusione del conflitto etiopico sono però fuori discussione. Senza la nuova situazione determinatasi con la vittoria in Africa certo il «duce» non avrebbe potuto prendere una decisione del genere né psicologicamente né politicamente. Solo ora – lo si è detto – egli poteva considerarsi abbastanza forte per pensare seriamente ad un’operazione tanto impegnativa e, al tempo stesso, sentirne la necessità nel quadro del piú generale problema della sua successione.
Anche nella nuova situazione l’operazione era però tutt’altro che facile. Bisognava predisporne con cura le premesse politiche, costituzionali e psicologiche. Fare il vuoto attorno a Vittorio Emanuele e alla dinastia, relegandoli agli occhi del paese in un ruolo il piú possibile meramente rappresentativo e «inutile»; ridurne i poteri effettivi, convincendo gli italiani, da un lato, che chi veramente comandava e si occupava di loro e dei destini del paese era il «duce» e, da un altro lato, che se la monarchia sembrava aver avuto negli ultimi decenni ancora un ruolo era stato solo per le qualità personali di Vittorio Emanuele III, il «re soldato» che «aveva capito» che Mussolini rappresentava «l’Italia di Vittorio Veneto», qualità che mancavano però al principe ereditario38, e che, soprattutto, ormai non solo essa aveva fatto il suo tempo, ma costituiva un freno al dinamismo sociale del fascismo, alla sua volontà di «andare verso il popolo» e di fare la «grandezza d’Italia» e lo stesso sovrano non riusciva piú a stare al passo dei nuovi tempi, del «tempo di Mussolini». E, infine, cogliere il momento opportuno per far scattare l’operazione. Quale nella previsione di Mussolini potesse essere questo momento è difficile dire. Grandi, nella sua già ricordata dichiarazione di alcuni anni orsono, ha parlato dell’«indomani di quella che sperava sarebbe stata la seconda guerra vittoriosa». Una indicazione abbastanza vaga, che si può riferire sia alla conclusione della guerra civile spagnola (a Ciano il 2 aprile 1938 Mussolini disse: «finita la Spagna, ne parleremo»39) sia a quella della seconda guerra mondiale, ma, in questo caso, Grandi doveva basarsi su elementi assai tardi, poiché, come vedremo, ad un conflitto su vasta scala su tempi brevi Mussolini sino all’agosto 1939 non pensò mai ed è difficile credere che prima di questa data (che ne segnò il momentaneo accantonamento) egli pensasse di procrastinare tanto l’operazione contro la monarchia. Tanto piú che se in un primo momento la sua idea era stata quella di attendere la morte del sovrano («aspetto ancora perché il re ha settant’anni e spero che la natura mi aiuti», disse il 17 luglio 1938 a Ciano40), in un secondo momento, grosso modo negli ultimi mesi del 1938, Mussolini dovette cominciare a sentire sempre piú intensamente il bisogno di bruciare i tempi dell’operazione e di cogliere al volo la prima occasione propizia per realizzarla41, sino ad arrivare al punto di lasciare indirettamente trapelare il suo stato d’animo perfino con degli stranieri. Assai significativo è a questo proposito il consiglio che il 6 luglio 1939 sentí il bisogno di scrivere al generalissimo Franco: «considero sommamente pericoloso per il regime da voi gloriosamente fondato, attraverso tanti sacrifici di sangue, il ristabilimento della monarchia»42. A radicalizzare i propositi di Mussolini dovettero concorrere molteplici suggestioni. Alcune di esse dovevano essere di ordine prevalentemente psicologico, frutto cioè in parte dell’irritazione provocatagli dal moltiplicarsi tra lui e il sovrano di piccoli screzi ed incidenti che in altri tempi non si sarebbero prodotti o sarebbero stati assai piú rari, ma che ora denotavano che Vittorio Emanuele era ormai sul chi vive43 e in parte frutto dell’autoconvincimento di essere ormai il piú forte e che, quindi, l’operazione sarebbe stata piú facile di quanto poteva sembrare; tanto da arrivare a dire che per liquidare i Savoia gli sarebbe bastato «mobilitare due provincie: Forlí e Ravenna: 250 mila uomini» «o forse... soltanto l’affissione di un manifesto»44. E ciò un po’ per il sempre crescente suo senso di sicurezza in se stesso e per la convinzione che il suo fiuto politico gli permettesse di valutare la situazione meglio di chiunque altro e di risolverla sempre a suo vantaggio e un po’ perché l’abile e cauto comportamento del re verso di lui – alternante sempre di piú ad ammonimenti, critiche e prese di posizione contro questo o quell’aspetto della sua politica e dell’evoluzione del regime tutta una serie di manifestazioni di omaggio e di stima per la sua persona45 – lo traeva in inganno, lo portava a credere Vittorio Emanuele assai piú debole e remissivo di quanto fosse in realtà e a non capire che, invece, il sovrano era tutt’altro che disposto a considerarsi e a farsi mettere fuori gioco e, anzi, se la situazione lo avesse richiesto e le circostanze fossero state a lui favorevoli, non sarebbe stato alieno dal riprenderla in mano. A mezzo tra queste di ordine psicologico e quelle piú propriamente politiche, un’altra suggestione che ebbe non poca influenza fu certo quella determinata dalla condizione di inferiorità formale e psicologica e, dunque, in ultima analisi politica, nella quale Mussolini si venne a trovare in occasione della visita, nel 1938, di Hitler in Italia. Essendo il Führer capo di Stato, in tutte le cerimonie alle quali era presente il re il «duce» dovette cedergli il posto di «pari grado» di Hitler, con le ulcerazioni al suo amor proprio e al suo prestigio politico di fronte a Hitler e agli altri capi nazionalsocialisti facili da immaginare, specie se si considera che i tedeschi non fecero nulla per facilitargli, almeno psicologicamente, la deglutizione dell’amaro boccone, ma, al contrario, tennero a non nascondergli quanto essi considerassero assurdo il rapporto esistente tra lui e il re e, addirittura, a fargli capire che esso era indegno di lui e, al limite, politicamente poco sicuro. Basti pensare che – come Ciano annotò nel suo diario46 – Goebbels, attraversando al Quirinale la sala del trono e indicando il re, arrivò a dire: «Conservate quel mobile di velluto e d’oro. Ma metteteci sopra il Duce. Quello lí è troppo piccolo...» Quanto, infine, alle suggestioni piú propriamente politiche, due dovettero avere un peso decisivo. Quella che derivava dal fatto che col 1938 era ormai evidente che Vittorio Emanuele tendeva sempre piú, a seconda dei casi, a defilarsi, a prendere le distanze e a criticare piú o meno esplicitamente tutta una serie di aspetti della politica estera e interna di Mussolini, in primo luogo il suo progressivo avvicinamento alla Germania47. E quella che, stante questo suo atteggiamento, il sovrano e la monarchia stavano tornando a rafforzare la loro posizione e stavano diventando il piú importante punto di riferimento alternativo alla politica del «duce» non solo per settori via via piú vasti della classe dirigente fiancheggiatrice, ma anche per un certo numero di esponenti fascisti, persino di alcuni che sino a non molti anni prima non avevano nascosto i loro sentimenti repubblicani e intransigentemente fascisti, come, per esempio, Balbo48. Se si tengono presenti tutti questi elementi non è difficile capire perché negli ultimi mesi del 1938 Mussolini dovette, come si è detto, cominciare a sentire sempre piú intensamente il bisogno di affrettare i tempi della liquidazione della monarchia. Se fino allora l’operazione poteva essergli apparsa meno urgente e realizzabile con maggior facilità e sicurezza al mqmento della morte di Vittorio Emanuele e legata soprattutto al problema della propria successione, ora essa assumeva un rilievo e una urgenza nuovi. Da essa poteva infatti anche finire per dipendere in buona parte la sua stessa possibilità di procedere piú o meno liberamente sulla strada della politica lungo la quale si stava sempre piú decisamente incamminando. Né, infine, si può sottovalutare l’influenza che sul «duce» dovette avere il modo con cui agli inizi dell’aprile 1938 si era conclusa la vicenda del primo maresciallato dell’Impero.
Il rumore che questa vicenda allora suscitò e l’eco che essa ha avuto nella memorialistica e nella storiografia successive rendono opportuno soffermarsi ampiamente su di essa.
I termini di fatto della vicenda sono semplici e chiari. Nel pomeriggio del 30 marzo 1938, discutendosi al Senato lo stato di previsione per l’esercizio 1938-39 dei ministeri della Guerra, della Marina e dell’Aeronautica, Mussolini pronunciò un irruente ed ottimistico discorso sullo stato e sulle prospettive delle forze armate. Il discorso fu salutato dagli entusiastici applausi di quasi tutti i senatori e dei numerosi deputati che, con alla testa Costanzo Ciano, presidente della Camera dei deputati, e Achille Starace, segretario del PNF, affollavano la tribuna ad essi riservata. L’entusiasmo fu tale che, alla fine, i senatori Badoglio, Piccio e Thaon di Revel proposero l’affissione del discorso.
Quando Mussolini tornò a palazzo Venezia, il Senato continuò normalmente i suoi lavori. I deputati, che erano stati convocati a Roma da Starace, dato che la Camera era chiusa, si recarono invece a Montecitorio e nel corso di una brevissima riunione straordinaria approvarono per acclamazione una proposta di legge (presentata da Costanzo Ciano e da altri deputati) con la quale si creava il grado di Primo maresciallo dell’Impero e lo si conferiva al re e a Mussolini49.
Per completare l’iter parlamentare della legge, occorreva però anche il voto del Senato. In corteo e cantando «Giovinezza» i deputati si avviarono allora verso palazzo Madama decisi a indurre i senatori a seguire il loro esempio. Federzoni – allora presidente del Senato – ci ha lasciato nelle sue memorie una descrizione di quei momenti50:
Era passata [dalla fine del discorso di Mussolini] forse un’altra ora, quando il segretario generale del Senato salí sul podio della presidenza per informarmi che il ministro Ciano era al telefono e desiderava parlarmi di gran premura. Avendo constatato che in quel momento nessuno dei vicepresidenti era presente, incaricai il segretario generale di far sapere a Galeazzo Ciano che non potevo muovermi e di pregarlo perché dicesse a lui, se credeva, ciò che avrebbe voluto comunicare a me. Pochi minuti dopo ebbi la risposta: il Ministro degli Esteri mi domandava di non togliere la seduta, perché c’era una novità straordinaria e urgente. Non potevo indovinare di quale novità si trattasse; ma intanto spedii alcuni funzionari in giro per le sale del Senato, a raccomandare ai miei onorevoli colleghi che non se ne andassero, poiché alla fine della seduta avremmo avuto una comunicazione interessante. Mentre attendevamo, e i senatori, attratti da viva curiosità, riprendevano in fretta i loro posti, si udí repentinamente un clamore di voci discordi, proveniente da uno degli ambulacri laterali e poi subito cessato. Un minuto dopo, arrivava trafelato Galeazzo Ciano, per riferirmi che la Camera, riunita lí per lí, aveva approvato per acclamazione una legge con cui era istituito il grado di Primo Maresciallo dell’Impero, e il Re e il Duce ne erano investiti:
«Bada che Sua Maestà è informato, consente e gradisce. Ti preghiamo, – aggiunse ancora ansimante, – di fare approvare in questa seduta la legge, che sarà il coronamento del grande discorso di oggi».
E mi porgeva un foglietto di carta nel quale erano scritti a matita i due articoli della «legge».
Nel frattempo tutte le tribune si erano rumorosamente riempite in un attimo, per l’irruzione di un pubblico che pareva un’accozzaglia di ubriachi, tanto effondeva in strilli e risate una sua ribollente allegria. Agitando a tutta forza il mio povero campanello, avvezzo a sedare con due o tre tocchi i piccolissimi incidenti dell’Assemblea vitalizia, domandai al segretario generale:
«Che cos’è quella gente maleducata?»
«Sono i deputati».
«Tanti?!» esclamai stupefatto; e istintivamente rivolsi l’occhio sopra al podio della presidenza, verso la tribuna riservata alla Camera. Ivi era rientrato, stavolta con un suo piccolo seguito, il Presidente Costanzo Ciano, che rispondendo a un mio gesto di impazienza per la chiassata dei suoi camerati di Montecitorio, si sbracciava con una buffa mimica di finta disperazione. Anche Starace era ritornato al banco dei ministri certamente per ripigliarvi, occorrendo, la direzione del coro.
Presentato cosí l’ambiente, Federzoni (che nelle pagine precedenti tiene a sottolineare la sua completa estranietà alla preparazione di tutto il colpo di mano) prosegue la narrazione illustrando i suoi scrupoli per una simile «ulteriore e piú insana usurpazione delle prerogative della Corona», le sue incertezze sulla opportunità di differire al giorno successivo il voto del Senato (accampando la mancanza di una regolare comunicazione da parte della presidenza della Camera) e la sua decisione, infine, di sottoporre la proposta all’assemblea, cercando, per altro, di salvare almeno le forme. Dopo questa parentesi giustificativa, la sua narrazione cosí prosegue:
L’Assemblea, ancor calda per il successo del discorso del Duce, accolse con manifesto favore la comunicazione del cosí detto disegno di legge. Ma subito dalle tribune sorse uno sguaiato vociare: «Acclamazione! Acclamazione!» Si esigeva che il Senato pure si conformasse al procedimento sbrigativo praticato dalla Camera fascista. Ammonii ancora una volta severamente il pubblico a far silenzio e non turbare la discussione; indi proposi l’urgenza e la misi in votazione: fu approvata senza il minimo contrasto. Proposi successivamente la nomina di una commissione speciale per l’esame del disegno di legge. Dalle tribune eruppero nuovamente urla di protesta, che repressi con pronta energia: il Fascismo di Montecitorio deplorava le antiquate lungaggini regolamentari di palazzo Madama. Approvata anche la seconda proposta, e nominata seduta stante la commissione, invitai questa a riunirsi senza indugio per venire poi a riferire oralmente all’Assemblea. La necessaria sospensione della seduta durò una ventina di minuti, che mi parvero un secolo, a cagione del contegno arrogante e plebeo di molti deputati e pseudo-deputati. Per vigilare quegli ospiti indiscreti, contrariamente all’uso tradizionale, rimasi sul podio, in piedi accanto alla mia poltrona, richiamando con giustificata severità i riottosi, che si permisero di insolentire senza motivo alcuni senatori seduti ai loro posti. Quando Dio volle, la commissione rientrò: essa aveva nominato suo presidente il vicepresidente del Senato, generale d’armata Ferrari, e relatore il generale Romei Longhena, aiutante onorario di campo del Re. Il Romei Longhena, da provetto parlatore qual era, improvvisò abbastanza felicemente la sua relazione orale, che fu molto applaudita. Nessun altro senatore chiese la parola. Infine si venne alla lettura e approvazione degli articoli e all’approvazione complessiva del disegno di legge. L’acclamazione dell’Assemblea mi confermò che almeno gran parte di questa era contentissima di tutto ciò che era stato fatto51: dovevo supporre che pochi ancora si rendessero conto dello scopo e del significato della iniziativa della Camera. Starace urlò dal banco del Governo: «Viva il Senato fascista!» Intendeva farci un complimento? o non auspicava piuttosto la totale «fascistizzazione» dell’istituto?52.
Conclusa la seduta, un gruppo di deputati e di senatori, tra i quali Costanzo Ciano e Federzoni, si recarono a palazzo Venezia a dare comunicazione a Mussolini dell’approvazione della legge. Sempre secondo Federzoni:
A Mussolini il Presidente della Camera principiò a riferire. L’altro ascoltava con quell’aria distaccata dalle cose terrene, che soleva prendere allorché riceveva una manifestazione di omaggio. A un tratto Mussolini interruppe bruscamente Costanzo Ciano, rivolgendosi a me, che non avevo aperto bocca:
«Il Senato ha fatto ogni cosa in regola, non è vero?»
«Per quanto è possibile», risposi.
Evidentemente egli già sapeva, ma non ho mai potuto comprendere se quelle sue parole fossero di elogio, di ironia o di rimprovero: probabilmente erano un po’ di tutto questo insieme. Il Capo del Governo lodava la correttezza – relativa – del procedimento: l’uomo anti-giuridico per eccellenza ne rideva dentro di sé; il rivoluzionario cronico biasimava quelle superstizioni del passato. In Mussolini non erano infrequenti simili dissociazioni della sua personalità.
Usciti da palazzo Venezia, qualcuno propose di recarsi anche al Quirinale; senonché, quando il gruppo arrivò alla reggia, era ormai ridotto a pochissimi elementi, che dovettero limitarsi a lasciare alla porta i loro biglietti da visita53.
Questa la cronaca dei fatti, nella loro parte – diciamo cosí – pubblica. Prima di passare a dire quella che fu la reazione di Vittorio Emanuele III di fronte alla legge sul primo maresciallato dell’Impero, è però necessario cercare di capire sia perché da parte fascista si volle l’approvazione di una tale legge e vi si giunse in un modo cosí poco formale e, addirittura, vagamente rivoluzionario (che, pur nel particolare clima di quel tempo, non mancò di suscitare una certa sensazione e discordanti valutazioni), sia che parte ebbe in tutta la vicenda Mussolini.
Che il duplice voto, della Camera e del Senato, abbia colto di sorpresa il re e che questi non ne fosse stato preventivamente informato è fuori dubbio. Vittorio Emanuele III fu messo al corrente di ciò che avveniva solo mentre la Camera stava prendendo la deliberazione. Ne è prova quanto lo stesso sovrano disse il 2 aprile al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Medici del Vascello54. Dalle memorie di Federzoni55 sappiamo altresí che «il Re era stato informato all’ultimissimo momento, a mezzo di una telefonata del suo primo aiutante di campo, generale di Bernezzo, al quale aveva fatto laconicamente rispondere: “Sta bene”». Mussolini, a sua volta, – per quel che può valere questa sua testimonianza del tempo della RSI, quando egli voleva sostenere la sua piena lealtà al re fino al 25 luglio – nella Storia di un anno56, ha asserito che si sarebbe trattato di una «iniziativa spontanea di alcuni gruppi di deputati e di senatori, dopo un discorso di Mussolini, discorso che aveva sollevato grande entusiasmo».
Ad una iniziativa spontanea è però impossibile credere; affrettata forse sí (le prime preoccupazioni di Mussolini sulla regolarità formale del voto potrebbero avvalorare questa ipotesi), spontanea certo no. Troppi elementi contrastano con questa seconda ipotesi. Vi è la presenza a Roma di tanti deputati, sebbene la Camera fosse chiusa. Vi è l’asserzione di Federzoni che i deputati erano stati convocati appositamente a Roma da Starace57. E vi sono poi ben tre testimonianze, di De Bono, nel suo diario e successivamente al processo di Verona, e di Federzoni, sempre nelle sue memorie, secondo le quali da un po’ di tempo Mussolini pensava di dover assumere – cosí come Hitler in Germania – il comando di tutte le forze armate e cercava un espediente giuridico che lo ponesse al vertice della gerarchia militare. De Bono – conoscendo questi progetti del «duce» – aveva suggerito a Mussolini di farsi nominare maresciallo d’Italia58; l’idea, secondo Federzoni59, non era però piaciuta a Mussolini dato che, anche con un simile espediente, «sarebbe sempre rimasta la seccatura di una minore anzianità come maresciallo, in paragone di Badoglio, di Pecori Giraldi, di Caviglia, di Graziani e dello stesso De Bono»; era nata allora l’idea del primo maresciallato. Di essa – secondo il resoconto del processo di Verona fatto da R. Montagna60 – De Bono aveva addirittura fatto cenno al re, senza per altro, ovviamente, parlare di un eventuale conferimento del nuovo grado anche al sovrano. Su ciò non vi può essere dubbio, sia perché in caso contrario Vittorio Emanuele III avrebbe avuto tutta la possibilità di fare conoscere la sua ostilità ad una simile equiparazione, sia perché, dal diario di De Bono61, sappiamo che ancora il 24 marzo il quadrumviro era contrario alla piega che stava assumendo la vicenda e cercava ancora di rappezzarla, tentando di trasformarla in una non meglio specificata «conquista dell’esercito». Una ulteriore conferma della non spontaneità degli avvenimenti del 30 marzo e al tempo stesso una ricostruzione della loro genesi, si potrebbe – infine – trovare nella spiegazione di essi data da Mussolini a metà aprile a N. D’Aroma. Questa spiegazione è però chiaramente post factum e inattendibile e volta a mettere in cattiva luce il re e a valorizzare di contro il proprio atteggiamento per quanto concerne la presunta conoscenza da parte di Vittorio Emanuele di quel che si andava preparando; essa è invece attendibile ed importante laddove ammette esplicitamente il consenso del «duce» a tutta l’operazione.
Alla luce di questi elementi, non di una iniziativa spontanea, dettata dall’entusiasmo del momento, e non meditata nelle sue conseguenze politiche, si deve parlare, ma dell’attuazione – forse un po’ precipitosa – di una idea accarezzata da tempo al vertice della gerarchia fascista. Di una iniziativa politica i cui realizzatori pratici furono – tutta la letteratura è in ciò concorde – il segretario del PNF Starace e i due Ciano, Costanzo, presidente della Camera, e Galeazzo, ministro degli Esteri.
Stabilito questo, è però necessario cercare di capire la ragione politica (che si sia trattato di una manifestazione di mera ambizione mussoliniana è da escludere: per i gradi, i titoli Mussolini non ebbe mai la passione) della decisione di creare il grado di primo maresciallo e di conferirlo non solo a Mussolini ma anche a Vittorio Emanuele III.
Secondo l’opinione a lungo prevalente, il proposito sarebbe stato quello di gettare le premesse per l’assunzione da parte di Mussolini del comando supremo di tutte le forze armate. In questa prospettiva, sia la memorialistica sia la letteratura sull’argomento hanno strettamente collegato l’istituzione del primo maresciallato al discorso pronunciato al Senato da Mussolini nella stessa giornata del 30 marzo sulla situazione delle forze armate e hanno posto l’accento soprattutto su un passo di esso. Questo62:
Non sarà mai abbastanza coordinato il lavoro delle diverse armi e l’apprestamento dei mezzi logistici nonché, sulla scala globale, l’armonizzazione dell’azione unitaria dell’Esercito, della Marina e dell’Aria per attuare quella che io chiamo la condotta unitaria della guerra integrale, cioè rapida e implacabile.
Nell’Italia fascista il problema del comando unico, che tormenta altri paesi è risolto. Le direttive politico-strategiche della guerra vengono stabilite dal Capo del governo. La loro applicazione è affidata al capo di Stato Maggior generale e agli organi dipendenti. La storia, anche la nostra, ci dimostra che fu sempre fatale il dissidio tra la condotta politica e quella militare della guerra.
Nell’Italia del Littorio questo pericolo non esiste. In Italia la guerra, come lo fu in Africa, sarà guidata, agli ordini del re, da uno solo: da chi vi parla, se, ancora una volta, questo grave compito gli sarà riservato dal destino.
Anche un uomo espertissimo di cose militari come il maresciallo Caviglia sembra, dal suo diario63, essere di questa opinione. E la stessa interpretazione è facile cogliere nelle pagine dedicate al conferimento del grado di primo maresciallo dell’Impero a Mussolini dalla Legislazione fascista nella XXIX Legislatura, una pubblicazione ufficiale sull’attività dei due rami del Parlamento a cura del Senato e della Camera. In esse64, dopo aver citato il passo del discorso di Mussolini del 30 marzo testé ricordato e aver detto che le due Assemblee legislative, approvando per acclamazione la proposta di legge del presidente della Camera relativa alla creazione del primo maresciallato dell’Impero, avevano voluto «dare forma concreta al riconoscimento della Nazione» per l’opera del «duce», si afferma infatti:
In relazione col conferimento al Duce del piú elevato grado della gerarchia militare, conviene accennare alla profonda evoluzione che si è venuta compiendo nell’ordinamento del Comando supremo della Nazione in guerra... Cosí, adunque, nell’ordinamento fascista, come è scomparsa quella strana anomalia per cui gli ordinamenti militari di pace erano del tutto diversi dagli ordinamenti militari di guerra, è scomparso anche il dannoso e inconcepibile dualismo tra Governo politico e Governo militare della Nazione in guerra, tra Alto Comando dell’esercito e sfere politiche dirigenti. In tale ferrea unità d’intenti, di comando e di direzione nelle mani del Duce, Capo del Governo, in tale omogeneità di forze e di istituti è la migliore garanzia della vittoria.
In realtà, ridurre l’operazione primo maresciallato solo ad una manovra per gettare le premesse per l’assunzione da parte di Mussolini del comando supremo delle forze armate è immeschinirla politicamente e precludersi la possibilità di comprenderne la vera portata e il vero significato.
La gravità della legge non consisteva nella creazione del nuovo grado, né nel fatto che esso venisse attribuito a Mussolini, ma nella attribuzione anche al sovrano. Ritenere – come Federzoni65 – che «non si poteva non usare un riguardo, del resto puramente formale, al Re» e che, pertanto, gli ideatori della manovra dovettero conferire il nuovo grado anche a Vittorio Emanuele III, è politicamente e costituzionalmente assurdo. La prova migliore è nel comportamento e nelle parole dello stesso sovrano.
La sera stessa del 30 marzo Costanzo Ciano e Federzoni chiesero udienza al re per portargli ufficialmente la notizia dell’approvazione della nuova legge. L’udienza ebbe luogo la mattina del giorno dopo alle ore undici66. Il sovrano fu con i due presidenti cortese ma freddo. Li intrattenne per pochi minuti e non mancò di fare capire loro di non aver gradito la cosa. «È stato – disse – un pensiero molto gentile per me. Forse non ce n’era bisogno. Ad ogni modo, tante grazie»67.
Molto piú duro ed eccitato il re era stato però mezz’ora prima con Mussolini. In un primo momento aveva addirittura negato la firma per la promulgazione della legge; poi si era quasi piegato e aveva lasciato intendere che avrebbe finito per firmare, non senza avere però detto prima ciò che pensava. Secondo la narrazione del colloquio fatta da Mussolini68:
«Dopo la legge del Gran Consiglio – egli disse – questa legge è un altro colpo mortale contro le mie prerogative sovrane. Io avrei potuto darvi, quale segno della mia ammirazione, qualsiasi grado, ma questa equiparazione mi crea una posizione insostenibile, perché è un’altra patente violazione dello statuto del regno».
«Voi sapete – obiettò Mussolini – che non tengo a queste che possono essere considerate esteriorità. I promotori hanno ritenuto che conferendomi tale grado, voi, Maestà, ne venivate automaticamente insignito».
«No. Le Camere non possono prendere iniziative del genere».
Il re era pallido di collera. Il mento gli tremava.
«Questa è la piú grossa di tutte! Data l’imminenza di una crisi internazionale, non voglio aggiungere altra carne al fuoco, ma in altri tempi, piuttosto che subire questo affronto, avrei preferito abdicare. Io straccerei questa doppia greca».
Terminata l’udienza Mussolini, «alquanto sorpreso da questo scoppio di furore» e volendosi evidentemente cautelare in qualche modo, si rivolse allora per un «parere» costituzionale al presidente del Consiglio di Stato, prof. Santi Romano. Nel giro di due giorni questi gli fece avere un parere di piena legittimità69.
Il 2 aprile, appena ricevuto il «parere» Mussolini ne trasmise l’originale al re70. Incaricato della delicata missione fu il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Medici del Vascello, al quale Mussolini consegnò anche un biglietto per il sovrano:
Maestà, mando alla M. V. questa nota del Presidente del Consiglio di Stato, che io quantunque profano considero esauriente.
Prego la M. V. di accogliere i miei devoti omaggi.
La secchezza di questo biglietto ben s’accorda con quanto Galeazzo Ciano riferisce sotto la stessa data nel suo diario71:
La questione del Maresciallato dell’Impero ha code. Pare che a Casa reale si sia parlato della illegalità della cosa. Mussolini ha fatto richiedere un parere al Consiglio di Stato: tutto pienamente legale. Lo ha mandato al Re con una lettera molto secca. Mi ha detto: «Basta. Ne ho le scatole piene. Io lavoro e lui firma. Mi dispiace che quanto avete fatto mercoledí sia stato perfetto dal punto di vista legale». Ho risposto che potremo andare piú in là alla prima occasione. Questa sarà certamente quando alla firma rispettabile del Re si dovesse sostituire quella meno rispettabile del Principe. Il Duce ha annuito e, a mezza voce, ha detto: «Finita la Spagna, ne parleremo...»
Dopo aver tre giorni prima lasciato intendere che – data la situazione internazionale, si era all’indomani dell’Anschluss – avrebbe firmato la legge, Vittorio Emanuele III non poteva ormai piú fare nulla. Al sottosegretario Medici del Vascello ripeté per altro – e con estrema fermezza – la sua protesta e, allargando il discorso, rimproverò al governo l’uso ormai invalso di prendere provvedimenti anche «assai importanti» e di annunziare «sostanziali» riforme senza neppure informarlo preventivamente. Alla fine firmò la legge, non senza avere però riaffermato la propria esitazione, aver detto – particolare per noi molto importante – che «se fosse stato in qualche modo prevenuto della cosa, avrebbe, nell’ambito della Sua veste costituzionale, suggerito di conferire al Duce il titolo di Maresciallo generale dell’Impero, titolo piú alto di quello di Primo Maresciallo e rispondente anche a cospicui precedenti storici» e aver annunziato che, in ogni caso, si riservava di riparlare di tutta la cosa con Mussolini. Ma a proposito di questo colloquio, meglio di quanto si possa dire noi, vale ciò che – appena uscitone – ne riferí per scritto a Mussolini Medici del Vascello:
In esecuzione degli ordini del Duce mi sono recato oggi, alle ore 16,30, da S. M. il Re Imperatore per consegnarGli il parere del Presidente del Consiglio di Stato relativo alla regolarità della seduta della Camera nella quale fu approvata la legge che istituisce il grado di Primo Maresciallo dell’Impero e conferisce tale grado a Sua maestà e al Duce.
S. M. mi ha innanzi tutto incaricato di ringraziare il Duce per la forma cortese della comunicazione ed ha quindi preso conoscenza del parere, del quale ha dichiarato di prendere atto.
Esaurita la parte ufficiale dell’udienza, il Sovrano, che appariva preoccupato, mi ha trattenuto in confidenziale conversazione.
Il Re ha avuto le piú simpatiche espressioni all’indirizzo del Duce ed ha affermato la Sua altissima e personale stima per Lui, che Egli considera sicura garanzia per le fortune del Paese e come nessun altro degno delle piú alte responsabilità.
S. M. non ha però nascosto che avrebbe gradito di essere precedentemente avvertito della iniziativa, della quale, invece, ebbe notizia solo alle ore 18,25, quando la deliberazione della Camera stava per essere presa, ed ha aggiunto che, se fosse stato in qualche modo prevenuto della cosa, avrebbe, nell’ambito della Sua veste costituzionale, suggerito di conferire al Duce il titolo di Maresciallo generale dell’Impero, titolo piú alto di quello di Primo Maresciallo e rispondente anche a cospicui precedenti storici.
A tale riguardo S. M. ha accennato alla circostanza che vengono adottati provvedimenti assai importanti ed annunziate, anche, sostanziali riforme senza che Egli ne abbia, comunque, qualche accenno preventivo.
S. M. non nascose, infine, la Sua esitazione di fronte al precedente creato con la subitanea convocazione della Camera, precedente che – Egli pensa – potrebbe preoccupare per un lontano domani e che non appare in rapporto alle tradizioni dell’Italia.
S. M. ha fatto comprendere a tale proposito di non essere preoccupato solamente quando eventuali determinazioni di sí alta importanza possano essere prese personalmente dal Duce.
A chiusa della conversazione ho ritenuto opportuno far presente a S. M. come, in questa occasione, la deliberazione fu cosí improvvisa e fulminea che neppure il Duce ne fu preventivamente interpellato, con la conseguente impossibilità di avvisare, quindi, S. M.
Dopo altre lievi minori considerazioni, invitai S. M. a firmare la legge per la nomina dei due Primi Marescialli d’Italia superando il senso di esitazione chiaramente espressomi per il fatto che la legge riguarda – fra l’altro – la Sua Persona.
Da ultimo S. M. ha fatto conoscere che si riservava di riparlare dell’argomento col Duce, per chiarire il Suo pensiero, lunedí 4 corrente, in occasione della consueta firma dei provvedimenti.
Dopo la consegna al sovrano del «parere» di S. Romano, ufficialmente la vicenda del primo maresciallato si concluse il 4 aprile. Recatosi Mussolini alle dieci e trenta del mattino per la consueta udienza dal re, questi tenne a fargli sapere che il «parere» costituzionale del presidente del Consiglio di Stato non gli aveva fatto mutare opinione e che aveva firmato solo per non provocare una crisi in un momento internazionalmente tanto delicato. Secondo Mussolini72, Vittorio Emanuele, in preda ad un «accesso di collera», avrebbe detto:
I professori di diritto costituzionale, specialmente quando sono dei pusillanimi opportunisti, come il professor Santi Romano, trovano sempre argomenti per giustificare le tesi piú assurde: è il loro mestiere; ma io continuo ad essere della mia opinione. Del resto non ho nascosto questo mio stato d’animo ai due presidenti delle Camere, perché lo rendessero noto ai promotori di questo smacco alla Corona, che dovrà essere l’ultimo.
Completata, dopo la cronaca dei fatti pubblici, anche quella dei loro sviluppi e retroscena, abbiamo ormai tutti gli elementi per giungere ad una valutazione complessiva della vicenda e, ciò che piú ci interessa, delle sue vere motivazioni politiche. Che Mussolini volesse con essa stabilire le premesse per assicurarsi il comando supremo delle forze armate, cosí come – si è visto – è stato sostenuto, non è credibile. Sotto questo profilo, l’assegnazione a Mussolini del nuovo grado non risolveva costituzionalmente il problema. La soluzione non poteva essere che politica – come sarebbe stato, a suo tempo, con la delega – e ai suoi effetti il fatto che Mussolini non avesse alcuno specifico grado o fosse primo maresciallo non significava nulla. E – anche ammettendo che potesse significare qualche cosa – non si capisce perché Mussolini, che ben conosceva i punti deboli, il formalismo pseudocostituzionale di Vittorio Emanuele III e l’ostilità del re ad una parificazione delle loro posizioni nella gerarchia militare, avrebbe fatto un passo cosí falso, come quello di far conferire il nuovo grado ad entrambi, quando il sovrano non si sarebbe opposto (le parole da lui dette a Medici del Vascello ne fanno fede e non ci pare possano essere considerate un argomento polemico post factum) a conferirgli un nuovo grado che gerarchicamente lo mettesse al di sopra dei cinque marescialli esistenti. Ugualmente non è credibile un’altra spiegazione avanzata da Federzoni, che Mussolini, cioè, volesse (oltre che porre le premesse per assicurarsi il comando supremo) ferire profondamente le prerogative e il prestigio del Senato73, troppa essendo infatti la sproporzione tra questo ipotetico obiettivo e il suo costo politico. Piú vicina al vero è certamente un’altra spiegazione che Federzoni prospetta insieme alla precedente, anche se sempre subordinatamente a quella «militare», e cioè che i promotori dell’operazione primo maresciallato mirassero a «convalidare una volta di piú il principio della diarchia»74. Diciamo piú vicina al vero perché è nostra convinzione 1) che per capire tutta la vicenda si debbano escludere altre spiegazioni che ad essa o furono del tutto estranee o riguardarono solo alcuni dei suoi protagonisti (come De Bono) o, addirittura, furono avanzate da qualcuno di essi post factum per giustificarsi in qualche modo di avervi partecipato o di averla subita passivamente (come Federzoni) e che, comunque, non valgono per Mussolini (che, al massimo, forse se ne serví strumentalmente per mascherare il vero significato dell’operazione agli occhi degli elementi piú legati alla monarchia); 2) che l’obiettivo vero non era quello di convalidare la diarchia – che ormai era una realtà pienamente in atto – ma, al contrario, quello di procedere al suo sgretolamento a tutto beneficio del «duce»75; 3) che, assai probabilmente, la genesi dell’operazione primo maresciallato va ricercata nella sessione del Gran Consiglio del 10-14 marzo, nella quale, oltre ai criteri generali sui quali si sarebbe dovuta basare la trasformazione della vecchia Camera dei deputati nella nuova Camera dei fasci e delle corporazioni, era stato deliberato – cosa ben piú importante – di «procedere al completamento della riforma costituzionale con l’aggiornamento dello Statuto del Regno»76. Solo in questa prospettiva è possibile collocare la vicenda nel suo contesto piú ampio, coglierne il vero significato e rendersi conto perché per entrambi i suoi due protagonisti principali essa assunse il valore di una svolta politica nei loro rapporti.
Importante è a questo fine soprattutto ricostruirne il contesto generale, sia – come già abbiamo fatto – in riferimento a Mussolini, sia in riferimento al piú ampio ambito del gruppo dirigente fascista e alle altre minori, ma non per questo meno significative, operazioni nello stesso senso che l’avevano preceduta e che la seguirono.
Per comodità espositiva cominciamo da queste ultime. Apparentemente autonome le une dalle altre e in genere sottovalutate dagli studiosi di questa fase del fascismo, esse in realtà si compongono in un quadro e in una prospettiva unici e tra loro e rispetto a quella del primo maresciallato. La prima fu costituita dall’approvazione del d. l. 11 gennaio 1937, n. 4 con cui al segretario generale del PNF vennero conferiti il titolo e le funzioni di ministro segretario di Stato. Apparentemente di scarsa importanza e quasi di routine (già nel 1928-29 era stato stabilito che il segretario del PNF potesse con regio decreto proposto dal capo del governo essere chiamato a partecipare alle riunioni del Consiglio dei ministri), si trattò in realtà, per dirla con La legislazione fascista77, di «un provvedimento di alta idealità rivoluzionaria, che ha saldato definitivamente, anche nel campo del diritto costituzionale, il Partito allo Stato e che ha voluto consacrare il potenziamento delle funzioni del Partito quale organo dello Stato». Collegati intimamente a questo provvedimento e alla istituzione del primo maresciallato (anche se il collegamento non fu messo in rilievo e sfuggí a molti) furono il r. d. 28 aprile 1938, n. 513, con cui fu emanato il nuovo statuto del PNF approvato il mese prima dal Gran Consiglio78, e la legge 19 gennaio 1939, n. 129, con la quale fu istituita la Camera dei fasci e delle corporazioni. Col primo il PNF fu definitivamente elevato ad istituto costituzionale79, ma, ciò che piú importa, con questi due provvedimenti (e, in qualche misura, già con il d. l. 27 ottobre 1937, n. 1839 con cui era stata istituita la GIL) la qualifica di «duce» venne assumendo un significato giuridico e potenzialmente costituzionale che sino allora non aveva avuto. Con essa non si intendeva piú solo il capo del partito, «ma il Duce del Fascismo, cioè la guida, il Capo supremo del Regime, che si identifica ormai indissolubilmente con lo Stato». In questi termini si esprimeva nel 1939 La legislazione fascista80. E anche piú significativo è quanto scriveva sulla rivista personale di Mussolini, «Gerarchia»81, nel luglio 1938, un autorevole costituzionalista fascista, il senatore Pietro Chimienti. Trattando della qualifica «costituzionale» di «duce» data a Mussolini in un gruppo di nuove leggi (tra le quali quella del primo maresciallato), il Chimienti affermava che queste leggi avevano confermato «in maniera non piú equivocabile la posizione costituzionale del Duce del Fascismo», sicché «il vincolo tra il Monarca, Capo dello Stato, ed il Capo del Governo nella sua qualità di Duce ed il PNF ne esce specificato e rafforzato»; e da questa premessa – apparentemente in linea con la realtà diarchica – traeva spunto per una serie di osservazioni sul nuovo tipo di legame che, a suo dire, si era venuto stabilendo tra la monarchia e «il nuovo tipo di Stato fascista» e per «chiarire come e se la qualifica costituzionale di Duce del Fascismo possa influire ed influisca sull’esercizio della prerogativa regia di nomina e revoca del Primo Ministro e Capo del Governo»; osservazioni attraverso le quali giungeva a una conclusione che – se realizzata – avrebbe inevitabilmente portato a una rottura dell’equilibrio diarchico cosí nettamente sfavorevole alla monarchia da renderla politicamente priva di poteri e costituzionalmente inutile: la qualifica di «duce» non aveva un valore personale, ma costituzionale:
Se la politica rivoluzionaria del Regime deve, come deve, continuare; se il Gran Consiglio del Fascismo ed il PNF debbono rimanere in forza per svolgere ed attuare dentro ed accanto allo Stato e sotto le direttive del Capo del Governo, questa politica: un Capo, una Guida di tutte le forze morali e materiali della Nazione, organizzate allo scopo, è tecnicamente necessario che vi sia. A questa Guida, il Diritto pubblico fascista ha dato un carattere costituzionale con la qualifica di Duce.
D’altra parte, quando si apprezzano nella loro giusta posizione costituzionale le due nuovissime istituzioni politiche del Gran Consiglio del Fascismo e del PNF, non pare si possa venire a differenti conclusioni di quelle contenute in queste pagine.
Le iniziative e direttive, occorrenti agli esperimenti per la realizzazione della politica del Regime, rimarrebbero senza base giuridica se non ne avessero una nello stretto legame costituzionale tra l’azione del Duce e quella del Primo Ministro e Capo del Governo.
Per esempio, come potrebbe il PNF, questa imponente istituzione rappresentativa e sensibilissima del Regime, attuare i suoi compiti di saggiare e svolgere in un campo sperimentale, vasto quanto la Nazione, le direttive della politica tracciate dal Capo del Governo in seno al Gran Consiglio del Fascismo, se il Capo del PNF, non fosse anche il Capo del Governo?
Persino in caso di vacanza dell’ufficio di capo del governo e di «duce» dovuto a cause impreviste ed imprevedibili, «cosí che la Corona non abbia potuto avere dal titolare in carica il consiglio per la nomina del successore, il prescelto dalla Corona, tra i nomi indicati nella lista predeterminata di cui all’art. 13 della legge sul Gran Consiglio del Fascismo, porta anche con sé la qualifica di Duce».
Come si vede, il discorso del Chimienti sulla figura costituzionale del «duce» finiva per ricollegarsi e sfociare in quello della successione di Mussolini e della continuità del regime. In questo senso l’articolo del Chimienti – non a caso pubblicato su «Gerarchia» – costituiva però una eccezione. Di questo problema Mussolini e il gruppo dirigente fascista, proprio perché lo consideravano ormai il problema dei problemi e il nodo piú importante da sciogliere appena possibile, non volevano se ne parlasse pubblicamente, sia per non mettere in allarme quella parte dell’opinione pubblica che si riconosceva innanzitutto nella monarchia, sia per evitare scoramenti e prese di posizione inopportune tra i fascisti, tra i quali, sia pure in forme in genere elementari, il problema serpeggiava e suscitava preoccupazioni82. Tipico è quanto accadde alla fine del 1937, allorquando il periodico romano «Fronte Unico» pubblicò un articolo83 che toccava il problema, sostenendo tra l’altro che il segretario del PNF fosse il «vice Duce» e, in pratica, una sorta di «Duce in potenza» e di conseguenza «il futuro Capo del Fascismo» e «futuro Capo del Governo». Probabilmente per la scarsa diffusione di «Fronte Unico», sul momento l’articolo non suscitò reazioni84, ma quando di lí a poco la ben piú autorevole e diffusa rivista «Lo Stato» polemizzò con esso85 la reazione non si fece attendere: un secco telegramma del ministro Alfieri diede istruzioni a tutti i prefetti di «invitare tutti i periodici compresi quotidiani astenersi tassativamente dal trattare problemi costituzionali circa successione Capo Governo»86.
Il fatto che non se ne parlasse esplicitamente e pubblicamente non vuol però dire che il problema del «dopo Mussolini», della sua successione e quello della monarchia non fossero al centro dell’attenzione e delle preoccupazioni non solo di Mussolini, ma anche di gran parte del gruppo dirigente fascista e che il discorso su di esso non venisse fatto circolare dalla stampa fascista87 in forme indirette e allusive, ma non per questo per noi meno significative, dato che, se le si esaminano con attenzione, queste prese di posizione rivelano una concorde tendenza a modificare, lentamente ma sostanzialmente, l’immagine del rapporto fascismo-monarchia e dei ruoli del sovrano e del «duce» nel regime e il concetto stesso di regime quali erano stati affermati negli anni precedenti e ad accreditare l’idea che ormai tutto si riassumesse in Mussolini e la monarchia non avesse piú un ruolo, una funzione propri.
I piú convinti sostenitori della liquidazione della monarchia erano Starace e Galeazzo Ciano con i rispettivi gruppi di potere. Con una buona dose di interesse personale il secondo, preoccupato di rendere il piú possibile sicuri il suo ruolo di delfino e, quando fosse giunto il momento, la sua successione al suocero; con piú disinteresse personale, ma – come era nel suo carattere – con meno tempismo e troppa foga il primo, tanto che, portata a buon fine l’operazione primo maresciallato, Starace avrebbe voluto procedere oltre, bruciare i tempi senza troppe esitazioni, sicuro che col suo prestigio Mussolini potesse permettersi tutto e che le opposizioni sarebbero state facilmente superabili88. Piú o meno esplicitamente, il problema tra il 1937 e il 1939 fu però all’ordine del giorno un po’ tra tutto il vertice fascista, sia pure con motivazioni, atteggiamenti, stati d’animo, sollecitazioni e preoccupazioni diversi, a seconda di come i vari esponenti e gruppi valutavano la politica di Mussolini e le prospettive del regime. Per quel che ne sappiamo, il momento piú caldo del dibattito dovette comunque essere nei mesi immediatamente successivi alla vicenda del primo maresciallato, nella primavera-estate del 1938, grosso modo fino a quando la crisi di Monaco non lo fece passare un po’ in seconda linea o, almeno, non ne fece un aspetto di un problema piú grande ed urgente, quello dei rapporti italo-tedeschi, accentuando attorno ad esso le divaricazioni e le contrapposizioni tra coloro che approvavano la politica mussoliniana e coloro che, opponendosi ad essa, vedevano nella monarchia un punto di riferimento da valorizzare. Per quel che riguarda questo periodo, assai interessanti e indicative sono alcune annotazioni di Bottai conservateci dal suo diario89.
23 giugno 1938. Pro domo sua. Seguita l’infaticabile opera di Galeazzo per costruire il suo mito successorio. Martedí scorso, in Campidoglio, mentre il ministro tedesco Frank parla del Führer come di un istituto, non piú provvisorio e pertinente alla persona di Hitler, ma permanente (il Führertum, insomma), Galeazzo ancheggia sullo scanno e, compiaciuto, mi sussurra: «È giusto!»
26 giugno 1938. Il problema dei rapporti tra il Re e il Duce, riferito personalmente a Vittorio Emanuele III e Mussolini, ma piú ancora dei rapporti tra Re e Duce, istituzionalmente inteso, à ripreso una certa voga.
Per ragioni serie, anzi tutto, gli spiriti pensosi delle sorti del Regime e della «continuità» della Rivoluzione, auspicano una chiara, retta, precisa impostazione. Il rapporto Vittorio Emanuele – Mussolini è un problema risolto, nel senso di una cordiale intesa tra i due uomini, nonostante la difficoltà di far convivere nel rapporto le due funzioni di Re e di Duce. La duttilità giuridica degli italiani à finito col normalizzare il binomio Re-Duce, traendone nuovi valori e significati.
È a questo che bisogna mirare per una soluzione definitiva. Pensare che lo stesso binomio sia possibile con un’altra coppia di persone è per lo meno arrischiato. Ma possibile è tradurne l’intima essenza in un istituto preciso, riducendolo a unità. Non piú una giustapposizione di Re e di Duce e neppure una somma, ma una vera e propria sintesi, che nella persona del Re aduni i poteri e i compiti del Duce. Un Re, insomma, non assoluto al modo antico, non costituzionale secondo le costituzioni liberali. Un Re di Stato totalitario, espressione del popolo organizzato.
29 giugno 1938. All’interrotto ragionamento mi à indotto una frase, forse banale, gettata là da Rossini, mentre mi accompagnava alla stazione di Milano, al treno per la Germania. Aveva incontrato il Re sul Montello. Lo aveva trovato sano, sereno, «in gamba». La stessa impressione delle mie giornate romagnole. Perfettamente padrone della sua situazione difficilissima di re «costituzionale» di un Paese non piú retto da una «costituzione», ma da un «regime» personale incentrato nel Primo Ministro. Anzi, nel «Presidente», come, con una ortodossia vecchio stile lo chiamano a Corte (Anche donna Rachele dice: «il Presidente»). «Però – disse, a un tratto, Rossini – la situazione la risolverà Umberto. Sarà lui il Duce».
Frase banale. Ma a ripensarci si illumina di una qualche intuizione. L’avvento delle «masse» sul terreno politico sostituisce il concetto di «organizzazione» a quello tradizionale di «costituzione». Un Re chiuso nella costituzione è altrettanto inconcepibile, nel nostro tempo, quanto un Re assoluto. Lo Stato Moderno esige al suo sommo un «organizzatore»; un capo, che sappia di continuo ordinarne energie e forze, nel loro mutevole svolgimento, dall’economico al sociale. Economicità e socialità: ecco, due dati prevalenti nei moderni Stati, che esigono un’«organizzazione» assidua, di sempre nuove forme e regole. Un’«organizzazione» vuole l’«organizzatore»: un capo, cioè, il cui potere sia potere in atto, un fare, un agire, un ordinare diretto, immediato, non necessariamente legato alla lettera di leggi o costituzioni; un potere, [illeggibile], piú organizzativo, che giuridico, che mira, cioè a creare forme e enti e istituti, che a definirne in formule i rapporti. In tal caso è, nel nostro Stato il Duce.
Svincolato dalla persona di Mussolini, il «duce» come istituto permanente, può concepirsi aderente ad altra persona, che non sia, in uno stato monarchico, il Monarca?
12 luglio 1938. Ci sono anche le ripercussioni dirette sulla nostra politica interna. Nel viaggio di Hitler in Italia, le reciproche posizioni di Führer e di Duce ànno riaccesso negli zelatori le smanie per la posizione di Mussolini, sminuita, dicono, dal contatto tra il Führer, quale Capo del Reich, e il Re, Capo dello Stato. I nazisti del seguito, il silenzioso Hess, il ghignante Göbbels, il roseo Frank, ànno parlato allo scoperto di anacronismi dinastici, beffeggiando la Corte, la sua etichetta, il suo cerimoniale. Vi sono stati piccoli incidenti di precedenze; e, perfino, un incidente maggiore per il richiamo dato da un gentiluomo di corte a Hitler, ché non facesse attendere il Re. Mormorazioni e pettegolezzi senza importanza in sé; ma tali da riportare a galla questioni gravi.
Cosí nel viaggio Roma-Firenze, Galeazzo conduceva il gioco antimonarchico, tra Alfieri riluttante tra sorrisi di acquiescenza, Starace annuente per cinismo o incomprensione: «il Re attuale non si può discutere. À fatto la guerra; à accettato il Fascismo. È amato dagl’Italiani. Ma quando verrà a mancare? La questione si porrà, allora».
Quanto alle prese di posizione della stampa, ci limiteremo, tra le varie che si potrebbero ricordare, a citarne due piú significative, data la sede nella quale apparvero, «Gerarchia», e che si riferiscono entrambe al 1937, alla fase di avvio cioè del discorso indiretto sulla monarchia. La prima, dovuta alla penna di Sergio Panunzio90, aveva un carattere piú elaborato, tra storico e teorico, e prendeva il discorso ancora molto alla larga e in termini quasi piú di monito alla monarchia che di vera e propria messa in discussione di essa. Il secondo, di sette mesi dopo, aveva invece un tono piú politico e, pur nella sua allusività, era già piú duro e anticipava motivi polemici che, come vedremo, si sarebbero diffusi e avrebbero caratterizzato la fase discendente della polemica, quando il fuoco di essa venne allargato alle forze che sostenevano la monarchia e in particolare alla «borghesia». Tema centrale dell’articolo di Panunzio91 era la netta riaffermazione del carattere rivoluzionario del fascismo e del regime da esso creato e, quindi, della peculiarità dello Stato fascista di procedere sempre a «successivi e continui svolgimenti» coinvolgenti tutte le istituzioni. Nell’ambito di questo discorso la monarchia e l’esercito venivano posti in una posizione apparentemente particolare e privilegiata, con l’argomento che essi «fin dal 1915» «sono del Fascismo e istituti del Fascismo». In realtà però la premessa di questa posizione particolare della monarchia veniva individuata storicamente nel discorso di Mussolini a Udine del 20 settembre 1922, sicché, a ben leggerlo, l’articolo finiva per assumere, come si è detto, soprattutto il carattere di un monito alla monarchia, dato che – come si ricorderà92 – a Udine Mussolini aveva sí accantonato ciò che rimaneva della sua precedente «tendenzialità repubblicana», ma lo aveva fatto affermando anche 1) che le istituzioni, le forme politiche «non possono essere approvate o disapprovate sotto la specie dell’eternità» ma nel loro concreto contesto storico; 2) che la monarchia non aveva alcun interesse ad osteggiare la rivoluzione fascista; 3) che se il fascismo era stato repubblicano lo era stato perché aveva visto «un monarca non sufficientemente monarca», in altri termini non sufficientemente fascista. Tutti argomenti come si vede, non impegnativi e reversibili in relazione al momento storico e all’atteggiamento della monarchia. E questo, scritto sulla rivista di Mussolini, in un momento in cui il «duce» meditava di scendere in campo contro la monarchia e già probabilmente pensava di preparare una sorta di «cahier» delle sue «doléances» rispetto ad essa93, non poteva certo essere meramente casuale. Quanto al secondo articolo, di Edgardo Sulis94, apparentemente esso era tutto rivolto contro la borghesia e il suo interessato costituzionalismo, in realtà anche in esso le conclusioni – non tratte dall’autore, ma facilmente deducibili dal lettore – finivano per coinvolgere in pieno la monarchia, sia in quanto espressione – secondo l’autore – di una pseudoaristocrazia ormai superata dalla «vera aristocrazia» dell’«idoneità al comando» e rappresentante di quel costituzionalismo dietro il quale si trincerava la borghesia per esercitare la propria «senseria» tra il popolo e il suo comando e impedire cosí la marcia del popolo stesso, sia in quanto diaframma, ostacolo verso quello che il Sulis definiva l’obiettivo del fascismo: «il comando unico»95.
Chiusa questa lunga digressione sulla vicenda del primo maresciallato e sul contesto in cui essa si inseriva, cerchiamo di cogliere il suo significato rispetto ai propositi di Mussolini.
Per Ciano il bilancio della operazione era da considerarsi sostanzialmente positivo e tale – lo si è visto – da fargli ritenere che, alla prima occasione, si sarebbe potuti «andare piú in là». Starace, a sua volta, la giudicava un vero e proprio successo e avrebbe voluto addirittura procedere subito oltre. Meno ottimista doveva essere invece, nonostante la sua sicurezza in se stesso, Mussolini. Nella Storia di un anno, dopo aver riferito le dure parole pronunciate dal re, il 4 aprile, all’indirizzo di Santi Romano, egli avrebbe scritto: «da quel momento Vittorio Emanuele giurò a se stesso di trarre vendetta. Si trattava ormai di attendere l’epoca propizia»96. Queste parole risentono molto del particolare momento in cui furono scritte e contengono una buona dose di esagerazione. Detto questo, va però anche detto che, conoscendo il re molto meglio di Ciano e di Starace e avendolo incontrato a tu per tu due volte nei giorni della vicenda del primo maresciallato, Mussolini poteva certamente avere una idea piú precisa che non il genero e il segretario del partito delle reazioni suscitate in Vittorio Emanuele dalla vicenda stessa e dei rischi che nuove iniziative del genere avrebbero comportato. Da qui la sua valutazione meno ottimistica e la sua convinzione che fosse piú prudente per il momento non spingersi oltre sulla strada di nuovi colpi di forza diretti esplicitamente contro la monarchia e imboccare invece quella, indiretta, di una vasta azione volta a preparare il terreno nel paese, in maniera che, al momento opportuno, l’operazione contro la monarchia potesse essere tempestivamente portata a buon fine. In questa prospettiva bisogna vedere il mancato sostegno ad alcune iniziative piú o meno individuali di vecchi fascisti intransigenti che, se portate avanti, avrebbero provocato nuovi scontri con la monarchia (tipica in questo senso è la proposta che Perrone Compagni fece improvvisamente il 12 dicembre 1938 in Senato perché questo «cacciasse» dal suo seno Carlo Sforza97) quanto l’abbandono di progetti (di cui molto si parlò tra la fine del ’36 e quella del ’38 e che si ricollegavano a quelli di riforma costituzionale studiati tra la fine nel ’29 e il ’34) di istituire un Gran Cancellierato. Una soluzione questa che molti fascisti vedevano di buon occhio non solo per ragioni di principio e tecniche, ma anche perché avrebbe permesso di cominciare sia a porre Mussolini in quella sorta di olimpo che si sperava lo avrebbe allontanato dalla gestione diretta del potere, sia a fare un po’ di luce (sulla base di chi sarebbe stato scelto per ricoprire la carica di primo ministro) su chi sarebbe stato il successore del «duce»98.
Gli obiettivi di questa azione preparatoria volta a risolvere il problema monarchico, che finí per caratterizzare in larga misura la vita italiana per circa un anno e mezzo (grosso modo sino allo scoppio della seconda guerra mondiale che ne determinò la parziale attenuazione, ma non la fine), erano essenzialmente tre: accentuare il carattere totalitario del regime; vellicare l’anima populistica del fascismo, in maniera da dare ad esso nuovo slancio e nuova fiducia nella volontà del «duce» di intraprendere finalmente quella «marcia sociale», quell’«andare verso il popolo» tante volte annunciati e promessi e sempre sacrificati ad altre «mete»; mettere sotto accusa e isolare psicologicamente e moralmente – in maniera o da costringerli, per evitare il peggio, a «rientrare nei ranghi» o da poter scaricare su di essi l’ostilità dei «veri fascisti», facendone, insieme alla monarchia, i responsabili della mancata «svolta sociale» del regime – quei settori piú propriamente borghesi (produttivi e intellettuali) del paese che identificavano la loro posizione di «fiancheggiatori» con quella della monarchia o che, condividendo sempre meno i piú recenti indirizzi politici mussoliniani, potevano essere portati a guardare ad essa con rinnovato interesse, come ad un’alternativa interna al sistema da non lasciar deprimere e, anzi, da valorizzare99.
Per capire e valutare correttamente l’atteggiamento di Mussolini è necessario – prima di entrare nel merito di questa azione – mettere bene in chiaro un punto che, in genere, viene troppo spesso trascurato, con la conseguenza di rendere difficile la comprensione della complessità e, a suo modo, della organicità di tutta questa azione. Anche se prese corpo e si sviluppò come conseguenza e in funzione della nuova fase che stava attraversando il rapporto monarchia-fascismo, tale azione – pur non mancando di aspetti mistificatori e demagogici – non può assolutamente essere considerata una iniziativa meramente contingente e strumentalmente tattica. Al contrario, ideologicamente e psicologicamente essa affondava le sue radici in convinzioni e in stati d’animo (taluni vecchi e radicati, altri piú recenti) assai vivi in Mussolini e che egli (nella sua sfiducia, che talvolta rasentava il disprezzo, per gli italiani e nel suo inconscio desiderio di attribuire ad essi la responsabilità degli insuccessi che il regime registrava sul terreno della formazione dei giovani e, piú in genere, di una effettiva fascistizzazione di massa del paese) piú tempo passava piú riteneva urgente e necessario si traducessero in concrete iniziative del regime. Sicché essa ebbe per lui un valore, un significato che andava molto oltre l’obiettivo politico contingente che ne determinò l’avvio e si rifaceva direttamente a quella che abbiamo definito la sua «idea morale»100: fu l’occasione per cominciare a mettere in moto il meccanismo di quella «riforma morale degli italiani» che gli appariva ormai sempre piú la grande meta a cui tendere con tutti i mezzi e con l’impegno piú totalitario possibile del regime, la premessa necessaria perché l’Italia potesse realizzare la sua «missione civile» e il suo «destino imperiale». Da qui, per un verso, la vasta gamma di iniziative in cui l’azione si articolò (o sulle quali si riverberò in varia misura) e, per un altro verso, il suo carattere tutto particolare: «morale» piú che immediatamente politico, «pedagogico» piú che immediatamente repressivo. Col che – sia ben chiaro – non si vuol dire che essa non ebbe tutta una serie di sviluppi politici e di conseguenze repressive, che, anzi, vi furono e furono gravi, ma richiamare l’attenzione sui particolari connotati che – dati gli obiettivi piú generali che con essa Mussolini si proponeva di realizzare – questa azione impresse a quella che il regime stesso tenne a definire la propria fase piú propriamente totalitaria.
Un esame puntuale di tali connotati offre la possibilità di rendersi conto quanto lo storico del fascismo e in particolare del periodo di cui ci stiamo occupando non debba lasciarsi trarre in inganno dal grande uso che in questo periodo il fascismo fece del termine totalitario e non debba lasciarsi indurre a scambiare l’immagine suscitata da questa autorappresentazione totalitaria del fascismo con la realtà dei veri totalitarismi. La «svolta totalitaria» messa in atto in Italia sullo scorcio degli anni trenta ebbe infatti – lo si è già detto – poco in comune con tale realtà.
Sul terreno della vera e propria coercizione materiale essa non comportò nulla di paragonabile con il ricorso al terrore di massa caratteristico dei regimi nazista e stalinista. Pochi dati bastano a dimostrarlo. Nel 1938 e nel 1939 il Tribunale speciale comminò 310 e 365 condanne per 1642 anni e 6 mesi di reclusione nel 1938 e per 1988 anni e 9 mesi nel 1939. Il numero delle condanne annue fu superiore a quello registrato nei sei anni precedenti; fu però molto inferiore a quello del 1928 (636) e del 1931 (519). Anche se superiore alla media annua del periodo 1927-39 (276,6 condanne e 1484,9 anni di reclusione comminati)101, queste cifre non denotano certo un particolare inasprimento repressivo, ma testimoniano solo il determinarsi dopo il 1937 (molte sentenze pronunciate nel 1938 riguardarono antifascisti arrestati l’anno prima), in buona parte in connessione con gli avvenimenti spagnoli, di un certo risveglio antifascista102. E lo stesso discorso vale per le assegnazioni al confino di polizia. Anche esse registrano un certo aumento103, spiegabile oltre che con le ripercussioni della guerra civile spagnola, con il crescere del disagio economico e dell’insofferenza per la politica del regime, non certo con un’accresciuta volontà repressiva. Significativo è a questo proposito l’alto numero di provvedimenti di clemenza adottati (come l’anno prima) nel 1938 fuori dalle occasioni tradizionali per questo tipo di provvedimenti104.
Ugualmente nulla indica che in questo periodo il regime abbia consapevolmente mirato ad un ulteriore sistematico smantellamento di ciò che rimaneva dello Stato di diritto e alla realizzazione di un vero e proprio Stato di polizia. A parte che, con la sostituzione – a metà del 1939 – di Solmi con Grandi, il ministero della Giustizia adottò un atteggiamento piú «conservatore» (soprattutto rispetto alle interferenze del partito) e, in certi limiti, di maggior rispetto dell’autonomia del potere giudiziario105, se in questo periodo è possibile intravvedere una tendenza evolutiva di fondo non è tanto in tale direzione quanto in quella di uno Stato autoritario in cui convivessero alcune garanzie dello Stato di diritto, alcuni aspetti dello Stato di polizia e – quasi come una sorta di elemento di raccordo e di equilibrio – l’iniziativa personale, paternalistico-demagogica, del «duce». Su quest’ultimo aspetto della realtà politico-giuridica del regime manca a tutt’oggi qualsiasi studio. Ciò nonostante ci pare si possa affermare che con la seconda metà degli anni trenta i casi di intervento diretto e indiretto del «duce» in questo campo si fecero via via sempre piú numerosi e significativi (arrivando, tra l’altro, sino ad attribuirsi di fatto la competenza sovrana in materia di condono106), al punto che la dottrina giuridica dovette finire per tenerne conto, cominciando persino a prendere in esame quei nuovi «istituti» e quelle nuove procedure che in conseguenza, appunto, dell’iniziativa del «duce» si andavano delineando. Tipiche in questo senso saranno negli anni quaranta soprattutto certe disquisizioni giuridiche sul «ricorso al Duce» quale suprema istanza di giustizia. Nella concreta realtà giuridica del tempo, anche se solo abbozzata e solo agli inizi, questa tendenza evolutiva appare, a ben vedere, certo piú caratteristica di questa fase del regime che non i rumorosi ma sostanzialmente sterili tentativi di alcuni settori di punta del fascismo (il caso piú significativo fu probabilmente quello del gruppo che si raccoglieva attorno alla rivista «Lo Stato» di Carlo Costamagna) di imprimere alla dottrina giuridica e alla legislazione una vera e propria svolta in senso totalitario sul tipo di quella realizzata in Germania107.
E ancor meno si può parlare di un’azione volta a realizzare un effettivo controllo totalitario del partito sullo Stato. Nonostante il gran parlare della sua funzione e della sua decisiva importanza nel regime, il PNF rimase anche in questo periodo rigidamente subordinato allo Stato. Su molte cose Mussolini poteva cambiare idea o poteva essere influenzato, non certo però a proposito del ruolo del partito e del suo rapporto con lo Stato. Sino a che fu sulla cresta dell’onda e poté giovarsi in qualche misura dell’appoggio di G. Ciano, Starace fece qualche tentativo (in realtà assai cauto e indiretto) per mutare i termini di tale rapporto a vantaggio del partito, ma i risultati furono praticamente nulli e fu probabilmente anche in seguito ad essi che, defenestrato Starace, al PNF furono sottratte (trasferendole, a seconda dei casi, ai ministeri dell’Educazione nazionale, della Cultura popolare e della Giustizia) alcune competenze politico-culturali ritenute piú delicate e tali da determinare interferenze tra Stato e partito. Anche a questo proposito, se mai, è da richiamare l’attenzione sul manifestarsi in questo periodo in Mussolini di una tendenza ad un nuovo tipo di gestione del potere che nulla aveva a che fare con quella totalitaria e che – anche se il «duce» non riuscí a portarla alle sue estreme conseguenze – diminuí notevolmente la già scarsa influenza del partito sulla direzione dello Stato.
Nel gennaio 1941, in piena guerra, Mussolini decise il richiamo alle armi e l’invio al fronte di numerosi gerarchi e di vari ministri, tra i quali Ciano, Grandi, Bottai, Ricci. La decisione fu variamente interpretata. Per i piú essa non era altro che un atto demagogico: dimostrare al paese in guerra che i gerarchi fascisti non erano degli imboscati, ma affrontavano i rischi della guerra come qualsiasi altro italiano. Qualcuno, come Bottai, vi vide dietro qualcosa di piú: secondo Ciano108, quasi «un vero e proprio colpo di Stato del Duce per liberarsi dal fascismo ed appoggiarsi su altre correnti»; secondo quello che scrisse nel suo diario109, una sorta di «risposta» polemica a «quanti nel Paese pensano essere il concentramento dittatoriale dei poteri la prima causa dei mali di oggi» e, al tempo stesso, un modo di ribadire la propria dittatura anche nei confronti del vertice del regime. Come in molte decisioni di Mussolini, anche in questa vi furono probabilmente piú motivazioni e non si può escludere che qualcuna delle interpretazioni ora riferite avesse un suo fondamento. Ciò non vuol però dire che non ve ne fossero altre. Sia Ciano sia Bottai nei loro diari riferiscono due frasi di Mussolini che o sono passate inavvertite o sono state considerate delle boutades prive di interesse. Stando a Ciano110, Mussolini avrebbe motivato la sua decisione con la volontà di fare «un interessante esperimento di governo» «lavorando direttamente con la burocrazia». Secondo Bottai111, il «duce» avrebbe detto: «Farò vedere agl’italiani come si governa un Paese coi soli direttori generali!» A nostro avviso, queste due frasi non debbono essere prese per delle boutades, ma, al contrario, come l’indicazione del prendere corpo in Mussolini del proposito di dare concretezza ad una idea che egli andava maturando da tempo e che in quel momento dovette pensare di potere, se non realizzare, almeno cominciare a sperimentare, approfittando delle particolari circostanze offertegli dallo stato di guerra, senza scoprire troppo, per il momento, le sue vere intenzioni.
Quando era arrivato al potere, Mussolini non aveva – come molti socialisti o ex socialisti – idee precise su cosa veramente fosse la burocrazia pubblica e sul suo ruolo in uno Stato moderno. Condivideva non pochi dei pregiudizi e delle critiche piú diffusi su di essa, in primo luogo quelli che la volevano, oltre che pletorica, «ritardataria» e fonte di intralci per l’attività dei cittadini «che hanno capacità e volontà di lavorare»112, ma, soprattutto, la considerava – come disse il 27 ottobre 1923 parlando all’Associazione lombarda dei giornalisti113 – una «cosa enorme, misteriosa, possente, inesplicabile». Ciò nonostante, un po’ perché dal 1921 il Parlamento aveva conferito al governo i poteri per riformare l’amministrazione civile dello Stato ed egli voleva sfruttare l’occasione per dimostrare che il fascismo, appena giunto al potere, era capace di risolvere una questione tanto annosa e sentita dal paese, un po’ perché in questo senso premeva il ministro delle Finanze De Stefani, che attraverso la riforma burocratica pensava di sfoltire i ruoli della pubblica amministrazione e conseguire cosí un notevole risparmio in funzione della realizzazione del pareggio del bilancio, e un po’ per non deludere le attese di larghi settori del PNF, che consideravano la burocrazia in buona parte ostile al fascismo e, quindi, da mettere sotto controllo ed epurare degli elementi piú infidi114, Mussolini sin dai primi giorni del suo governo si era impegnato a fondo sul terreno del riassetto burocratico. Una serie di provvedimenti legislativi adottati nel corso del 1923, nel quadro dell’esercizio dei poteri conferiti al governo due anni prima, aveva riformato la materia in base a criteri largamente innovativi e autoritari (e aveva portato ad una notevole riduzione del personale, specie avventizio115), che, per altro, piú che alle attese, politiche e tecniche, del fascismo intransigente avevano corrisposto a quelle dei «fiancheggiatori» e dei fascisti moderati (non a caso il vero «padre» della riforma era stato A. De Stefani)116. Tanto è vero che da varie parti del PNF si erano tosto levate numerose voci di critica e per reclamare nuovi provvedimenti che andassero oltre gli «insignificanti» rimaneggiamenti adottati sul piano tecnico e degli organici (ritenuti ancora pletorici), che tenessero conto delle proposte elaborate dal gruppo di competenza per la pubblica amministrazione e che portassero ad un’effettiva fascistizzazione della burocrazia. Queste voci117 si erano fatte particolarmente alte nei mesi della crisi Matteotti, allorquando era sembrato che vasti settori della burocrazia (che l’anno prima – checché ne dicessero gli intransigenti – avevano guardato con simpatia al fascismo118 e, in genere, non avevano male accolto la riforma) si stessero orientando verso i partiti costituzionali di opposizione. Mussolini non ne aveva però tenuto conto alcuno e aveva anzi voluto sottolineare che riteneva la riforma perfettamente riuscita e adeguata alle necessità e, soprattutto, che considerava la burocrazia in linea con il governo. Particolarmente significativo è quanto aveva detto a questo proposito a Milano il 4 ottobre 1924119:
Ci sono delle riforme che io vorrei chiamare di ordine fondamentale, tra le quali, principalissima, quella della burocrazia.
Con questa riforma, della quale io sono gelosissimo, noi abbiamo dato non solo uno stato giuridico ai cinquecentoquattromila funzionari dello Stato italiano, ma li abbiamo messi tutti nelle gerarchie. Ognuno sa bene come comincia e come finisce. È stata una fatica improba, ma siamo riusciti; ed oggi tutta la burocrazia è inquadrata e lavora. La burocrazia marcia bene. Certo, molti governi l’avevano abituata un po’ male. Però, in fondo, dato il cinematografo dei governi, l’unico elemento di stabilità era la burocrazia. Se non ci fosse stata la burocrazia noi ci saremmo trovati in pieno caos, perché, a prescindere da tutte le filosofie, da tutte le dottrine politiche, il governo dello Stato è anche costituito da una serie di pratiche piú o meno emarginate. Nella stabilità perpetua, rotativa dei governi, la burocrazia era quella che riassumeva in sé la continuità di tutta la vita amministrativa e, quindi, politica della nazione... Oggi la burocrazia è conscia dei suoi doveri. Credo che debba essere ancora curata in certi suoi bisogni di ordine materiale e morale. L’ideale si riassume in questa formula: pochi impiegati ben pagati che possano condurre un treno di vita dignitoso e probo.
Date le gravissime difficoltà politiche del momento, pronunciando queste parole Mussolini era stato certamente mosso (come tre mesi dopo, quando, all’insaputa dello stesso ministro delle Finanze, aveva deciso di aumentare gli stipendi agli statali 120) soprattutto dalla necessità di rassicurare la burocrazia, recuperarne le simpatie e contrastarne il distacco dal governo e dal fascismo. È però difficile non cogliere in esse anche l’eco, l’anticipazione di qualche cosa di meno contingente e immediatamente politico. Nella netta riaffermazione della piena validità, non solo e non tanto tecnica 121, ma soprattutto politica («oggi la burocrazia è conscia dei suoi doveri») della riforma entrata in vigore l’anno prima e, dunque, del particolare rapporto etico, giuridico e politico che essa aveva stabilito tra lo Stato e i suoi dipendenti (e che, non a caso, Mussolini avrebbe ancora ribadito dieci anni dopo, definendola una legge «fondamentale» che egli non aveva voluto subisse alcun ritocco 122), nell’assunzione del principio «pochi impiegati ben pagati» a regola di comportamento del governo e nell’apologia della burocrazia come «continuità di tutta la vita amministrativa e, quindi, politica della nazione» già si può cogliere infatti il primo manifestarsi di quel particolare modo di intendere il rapporto regime-burocrazia che avrebbe negli anni successivi caratterizzato la politica mussoliniana verso la pubblica amministrazione e che, sullo scorcio degli anni trenta e all’inizio degli anni quaranta, avrebbe finito per portare il «duce» a considerare la possibilità di attuare un modello di gestione del potere nettamente diverso da quello auspicato dal fascismo e che nulla aveva in comune con i modelli totalitari.
Contrariamente a quei settori del fascismo – ai quali abbiamo già fatto cenno – che, sia pure partendo da motivazioni diverse (per alcuni di tipo politico-funzionale e, a loro modo, liberistico, per altri di tipo esclusivamente politico-partitico, di potere), miravano ad un’effettiva fascistizzazione della burocrazia che non si fermasse di fronte a nulla e procedesse pertanto anche ad una massiccia epurazione e sostituzione degli epurati con fascisti «sicuri» e a una ridistribuzione delle funzioni direttive assolutamente svincolata da ruoli e da anzianità, Mussolini, anche dopo aver superato la crisi Matteotti, – pago di averla inserita nel doppio meccanismo della riforma del ’23 e del regime – non aveva mai pensato a una fascistizzazione effettiva, totale, coattiva123 e su tempi brevi, della burocrazia. Una simile operazione, infatti, non solo avrebbe alterato in maniera drammatica gli equilibri del compromesso su cui si andava assestando e sviluppando il regime (e Mussolini non poteva permettersi una tale prova di forza), ma – anche se ciò fosse stato pensabile – avrebbe avuto per lui due conseguenze egualmente lontane dalle sue intenzioni: avrebbe portato ad una rivitalizzazione e rivalutazione notevolissima del PNF e a una dequalificazione altrettanto notevole della pubblica amministrazione, dato che il «vero» fascismo non era, salvo casi quantitativamente non significativi, in grado di esprimere una burocrazia all’altezza delle necessità e della preparazione tecnica di quella che avrebbe dovuto sostituire. Da qui la sua scelta di puntare anche in materia di fascistizzazione della burocrazia sul tempo e cioè sul progressivo (e non traumatico) apporto delle nuove generazioni fasciste124, limitandosi per il momento, da un lato, ad inserire nella pubblica amministrazione (e soprattutto in alcuni ministeri chiave, quali quelli dell’Interno e degli Esteri) un certo numero di fascisti di provata fede o che era necessario «sistemare» o allontanare dai loro precedenti incarichi locali di partito125 e, da un altro lato, a sollecitare la fedeltà al regime della burocrazia concedendole alcuni benefici di ordine materiale e morale126. Né crediamo che questa scelta fosse stata per il «duce» del tipo di quelle che di necessità fanno virtú. Conoscendo il suo radicale pessimismo sulla natura degli uomini e, quindi, la sua istintiva adesione a tesi come quella di R. Michels (da lui, oltre tutto, ben conosciuto e apprezzato) sulla importanza della burocrazia come il sostegno piú valido di ogni governo, ma anche sull’opportunismo di fondo di essa, paragonabile a quello di un esercito di mercenari, «sempre pronti, vuoi per egoismo di classe, vuoi per utile personale e specialmente per paura di perdere il posto, a prendere, qualunque sia la questione di cui si tratti, le difese dello Stato, che loro dà il pane... salvo, naturalmente, a passare con armi e bagaglio, nel caso di una rivoluzione fortunata, nel campo di chi dirige il nuovo Stato»127, pensiamo al contrario che essa doveva essergli apparsa sotto tutti gli aspetti la migliore, oltre che la piú sicura, specie dopo che, superata la crisi Matteotti, fu sempre piú chiaro che se passaggi armi e bagaglio vi sarebbero stati non sarebbero certo stati verso il campo dell’opposizione, ma verso quello fascista.
Un interrogativo, marginale, ma non trascurabile, che a questo punto si pone allo storico è quello del perché – se questa era la sua posizione – per lungo tempo Mussolini cercò di frenare lo sviluppo quantitativo della burocrazia statale128, quando autori da lui apprezzati (per esempio R. Michels) ritenevano tale sviluppo praticamente inarrestabile e consideravano la frustrazione dell’aspirazione a entrare nelle file della burocrazia una delle maggiori ragioni dell’ostilità verso lo Stato dei ceti medi intellettuali in paesi, come l’Italia, in cui l’industria e il commercio non erano in grado di assorbirli adeguatamente e di offrire loro migliori sistemazioni129. La risposta a questo interrogativo va, a nostro avviso, trovata ad almeno tre diversi livelli. A livello economico, nella necessità di non gravare eccessivamente il bilancio dello Stato con nuovi oneri correnti. A livello tecnico-politico, nella preoccupazione di non appesantire la pubblica amministrazione e di non diminuirne l’efficienza con l’immissione di elementi non idonei provenienti dal partito (ovvero non suscitare lo scontento di questi preferendo loro individui meno «benemeriti» e «sicuri»). A livello psicologico-culturale, infine, nel fatto che Mussolini era anch’egli largamente condizionato dalla polemica contro l’ipertrofia burocratica caratterizzante la cultura italiana del tempo e un po’ tutti gli ambienti sociali (anche quelli che, contemporaneamente, aspiravano piú di tutti a un «posto sicuro» nella pubblica amministrazione), sicché, dovendo valutare il pro e il contro della questione, finiva per arroccarsi su una posizione mediana: di rifiuto sia delle proposte di ulteriore sfoltimento della pubblica amministrazione che gli venivano da uomini come De Stefani, sia delle considerazioni politiche che gli suggerivano di allargarne i quadri e dare cosí uno sfogo alla piccola borghesia intellettuale e in specie a quella meridionale130. E ciò tanto piú che, cosí facendo, poteva giustificare la sua scelta con il suo «senso dello Stato» e la sua funzione di coordinatore e tutelatore supremo di tutti gli interessi131, mentre la funzione di sfogo poteva essere trasferita dallo Stato al parastato allora in espansione132. Si spiega cosí come, sino a quando fu possibile e cioè sino agli anni della seconda guerra mondiale, che videro un notevole aumento del numero dei dipendenti pubblici133, la tendenza dominante fu quella ad una limitata espansione della burocrazia statale, determinata soprattutto dalle oggettive necessità dell’allargamento dei suoi compiti134, riequilibrata, per cosí dire, da una maggiore espansione (ma pur sempre meno consistente di quanto spesso asserito) di quella parastatale135.
Come abbiamo già avuto occasione di dire136, il risultato di questa politica era stato quello di una fascistizzazione in gran parte di parata: il regime si era venuto infatti a trovare con una burocrazia statale che era in gran parte costituita (anche ai livelli dirigenziali piú alti) da uomini formatisi ed entrati in carriera sotto il vecchio Stato liberal-democratico e che, pur avendo aderito al nuovo regime137, rimanevano per molti aspetti ancora legati, per convinzione, abitudine, calcolo, autodifesa morale e pratica, ad alcuni suoi valori di fondo. A molti fascisti, anche non estremisti e consapevoli della impossibilità di cambiarla nei tempi brevi, questa situazione era pesata notevolmente. In particolare essi avevano accusato i vecchi burocrati di non comprendere lo «spirito del fascismo», di ostinarsi a difendere posizioni anacronistiche e «fuori tempo» e di pretendere di farle prevalere su quelle dei loro piú giovani colleghi fascisti, in nome di un’esperienza che, in realtà, non era altro che «la perfetta conoscenza e il perfetto sfruttamento di tutte le deformazioni mentali e spirituali che concorrevano un tempo a mantenere l’esercizio del potere»138. E, col passare degli anni, ancor piú era venuto a pesare il fatto che, mentre tanto si parlava della funzione «insostituibile» del partito e della novità «rivoluzionaria» rappresentata dalle corporazioni (il cui fine doveva essere l’«autoamministrazione dell’economia»), era sempre piú evidente che nella realtà ciò che veramente contava era la tradizionale burocrazia statale e le altre, quella corporativa, quella sindacale, quella del partito, finivano in questa situazione per girare a vuoto, costituire degli intralci e aggravare il bilancio nazionale e che, nonostante ciò, Mussolini non perdeva occasione per elogiarla, confermarle la sua fiducia ed esaltarne la funzione139. Tipica eco di questo malessere è un rapido, ma significativo passo di un articolo del 1934 de «Il secolo fascista»140:
Se è postulato fondamentale della rivoluzione fascista che nessuna funzione individuale e sociale debba compiersi fuori o, peggio, contro lo Stato, è anche il caso di domandarsi fino a che punto lo Stato debba identificarsi con la burocrazia ministeriale, per non correre il rischio di veder assorbite dalla burocrazia tutte le funzioni della vita nazionale.
E ancora piú significativo è che, qualche anno dopo, nel 1938, un autorevole rappresentante del neo intransigentismo fascista, C. Costamagna, avesse sentito il bisogno di scendere in campo contro alcuni giuristi «tradizionalisti» (per altro, non a caso, non indicati nominativamente) che autorizzavano in sede scientifica «la deformazione dello Stato fascista in uno “Stato amministrativo” o “burocratico”»141.
Ancora una volta il malcontento, le critiche e le proposte142 dei fascisti non avevano avuto però alcuna soddisfazione. Col passare degli anni, per una serie di ragioni, in parte oggettive, connesse alla realtà del regime, e in parte soggettive, che traevano cioè origine dalla personalità stessa di Mussolini e dal suo modo di concepire la gestione del potere, la pubblica amministrazione aveva infatti assunto agli occhi del «duce» una importanza sempre maggiore. In primo luogo per il fallimento delle speranze nella capacità del fascismo di esprimere in tempi brevi una propria classe dirigente: non solo esse erano andate deluse, ma Mussolini aveva dovuto constatare che la classe dirigente del regime riproduceva nel suo interno pressoché tutte le vecchie divisioni e articolazioni, i vecchi contrasti ideali e di interessi, i difetti, in una parola, di quella prefascista e che l’apporto degli «uomini nuovi» del fascismo, salvo casi quantitativamente modesti, non aveva migliorato la situazione e spesso l’aveva peggiorata, introducendo nuovi motivi di contrasto e di inefficienza. In secondo luogo per la personalità di Mussolini: sempre piú caratterizzata dal pessimismo sulla natura degli uomini, dalla disistima, in particolare, per quelli che gli erano attorno, dalla diffidenza e dalla gelosia per quelli tra essi che si mettevano per qualche ragione piú in vista; e, ancora, dal suo spirito accentratore, dalla sua convinzione che in realtà tutto ciò che veniva fatto di positivo era merito suo, del suo «sgobbare» tutto il giorno tutti i giorni, e dal suo crescente egocentrismo. E, infine, per la sempre maggiore influenza che tutto ciò acquistava col passare del tempo sulla concezione mussoliniana della gestione del potere. Esautorati ormai da anni il Parlamento (che la riforma della Camera del 1938 avrebbe addirittura declassato a mero organo di «integrazione» del governo) e il partito e in via di lento esautoramento anche il Gran Consiglio, Mussolini poteva dirsi soddisfatto per ciò che riguardava le scelte politiche di fondo o, comunque, piú importanti. Pur dovendo tener conto dei complessi equilibri del regime, queste scelte dipendevano di fatto sempre piú unicamente da lui, dal suo «intuito», dalla sua «lungimiranza», dai suoi piani politici. Al massimo ad esse potevano concorrere dei «tecnici» (possibilmente «puri», senza incarichi e preoccupazioni politici cioè) che, per altro, avevano solo il ruolo di consulenti incaricati di studiare singoli problemi (e spesso singoli aspetti di un determinato problema) sotto il profilo tecnico, senza entrare quasi mai nella loro sostanza politica che rimaneva esclusiva pertinenza della valutazione personale del «duce», cosí come lo era la definitiva decisione. Assai significativo è a questo proposito il fatto che con l’istituzione, nel 1938, della Camera dei fasci e delle corporazioni e ancor piú con un comunicato ufficiale diramato a sua illustrazione la presentazione dei disegni di legge sarebbe stata in pratica sottratta ai ministri e riservata al «duce». Sicché non sbagliava S. Panunzio scrivendo che «nel nostro Regime i Ministri altro non sono che dei collaboratori tecnici del Capo del Governo»143.
Meno soddisfacente la situazione si presentava riguardo alle scelte minori – piú difficili da controllare direttamente anche per un accentratore come Mussolini – e soprattutto nella fase successiva alla scelta politica, in quella dell’attuazione pratica. A questo punto, infatti, le interferenze politiche, il gioco degli interessi e dei gruppi si facevano, secondo Mussolini, troppo numerosi e troppo spesso tali da sfigurare le scelte originarie, renderne l’attuazione lenta e inefficace, talvolta insabbiarle.
Per ovviare in qualche misura a questa situazione, almeno per quanto concerneva la fase delle scelte, già sullo scorcio degli anni venti e all’inizio degli anni trenta si era cominciato ad accentrare presso la Presidenza del Consiglio dei ministri tutta una serie di competenze e si era pensato alla creazione di un ministero della Presidenza del Consiglio dei ministri con un proprio ufficio legislativo competente per tutti i ministeri. Come si è visto144, allora però questo progetto era stato lasciato cadere. Col 1935 e soprattutto col 1938-40 il progetto di costituire almeno l’ufficio legislativo fu ripreso in seria considerazione, anche se alla fine non si andò oltre l’istituzione di un Ufficio studi e provvedimenti ministeriali presso la Presidenza del Consiglio dei ministri145 che, di fatto, non innovò pressoché nulla. E ciò a causa, per un verso, delle difficoltà frapposte dalle alte burocrazie dei vari ministeri e, per un altro verso, dalla guerra, che sconsigliava esperimenti del genere. Pur non essendosi concretizzato, il progetto è indicativo della linea di tendenza lungo la quale ci si voleva muovere: una linea di massimo accentramento, depoliticizzazione e tecnicizzazione della macchina dello Stato; in altri termini, far politica cercando che – a parte ovviamente Mussolini – questa fosse il meno possibile di competenza dei politici, ovvero – al limite – far politica amministrando. In questa prospettiva è facile capire come Mussolini fosse sempre piú portato a considerare la burocrazia statale (e, a fianco di essa, per determinati settori, quella di alcuni grandi enti pubblici) il vero e piú sicuro «elemento di stabilità» del regime, la «rotativa» del suo governo. Una «rotativa» che, oltre a realizzare le sue direttive in termini amministrativo-manageriali e non «politici», come, invece, tendevano a fare il partito, i sindacati, le corporazioni, aveva per lui il vantaggio – conformemente alle piú diffuse convinzioni del tempo – di avere «competenza» e «senso dello Stato».
Un esame approfondito di quanto la realtà corrispondesse a questa convinzione del «duce» ci porterebbe a dilungarci su tutta una serie di questioni, indubbiamente importanti, ma che – alla fin fine – risulterebbero marginali rispetto al nostro discorso specifico. Ci limiteremo pertanto a due sole considerazioni. La prima riguarda la «competenza» e il «senso dello Stato» della burocrazia durante il fascismo, la seconda le conseguenze piú rimarchevoli di questo atteggiamento mussoliniano verso la pubblica amministrazione. Per quel che concerne la prima, è opportuno prendere le mosse dal giudizio che della burocrazia statale si dava in periodo fascista e che, ancor piú, è stato dato dopo la caduta del fascismo. Un giudizio in genere molto critico e duro e che si può cosí sintetizzare: la burocrazia sarebbe stata negli anni del fascismo scarsamente efficiente, passivamente prona di fronte al potere politico, non di rado corrotta. Un giudizio cosí drastico è, a nostro avviso, da respingere in quanto in gran parte frutto, per un verso, della superficiale polemica antiburocratica che ha caratterizzato quasi un secolo della cultura italiana e tutt’ora la caratterizza largamente, per un altro verso, di mera faziosità politica e, per un altro verso ancora, di incomprensione delle peculiarità che contraddistinguono la storia degli apparati amministrativi rispetto a quella politica, in particolare per ciò che concerne i tempi dei mutamenti riguardanti tali apparati, piú lunghi o, almeno, visibili solo su tempi piú lunghi di quelli della storia politica146. Negli anni del fascismo la burocrazia statale subí certamente un processo di degradazione qualitativa (tecnica e morale) e funzionale (dovuta alla creazione di nuove amministrazioni pubbliche che sottrassero a quella ministeriale tutta una serie di competenze in campi destinati a diventare sempre piú importanti147). Questo processo fu però nel complesso lento – tant’è che i suoi effetti maggiori si fecero sentire soprattutto dopo la fine del fascismo – sia perché, salvo casi eccezionali, non riguardò tanto i vertici e gli stessi quadri intermedi di origine e formazione «giolittiana», quanto i nuovi elementi entrati in carriera sotto il fascismo, sia perché la presenza di questi elementi divenne – specie nell’amministrazione statale propriamente detta, ma lo stesso discorso vale per alcuni dei maggiori enti pubblici a carattere piú tecnico, come la Banca d’Italia, l’IMI, l’IRI – quantitativamente importante e qualitativamente piú indiscriminata negli anni della seconda guerra mondiale, quando, per di piú, la crisi del regime e le difficoltà materiali del momento costituirono altrettanti stimoli a sottrarsi ad una certa tradizione e ad un certo habitus burocratico tutt’altro che negativi che, sino allora, avevano ancora continuato a caratterizzare il comportamento della burocrazia italiana148. Sicché si può affermare che sotto questo profilo Mussolini non sbagliava a fare affidamento nella burocrazia: con il suo tradizionalismo (per difendere il quale era anche spesso portata ad opporsi alle inframettenze del partito, dei sindacati, degli organismi corporativi) e la sua concezione dello Stato come entità al di sopra della politica, sino a quando il regime le avesse dato affidamento di durare, è fuori dubbio che essa costituisse per lui la maggior garanzia di una fedele attuazione delle sue direttive. Dove, invece, Mussolini sbagliava era nel non considerare o nel sottovalutare le conseguenze di piú lungo periodo del suo atteggiamento verso la burocrazia e in particolare della sua tendenza a delegare ad essa tutta una serie di poteri. Come giustamente ha scritto il Cassese149,
negli anni ’30, in una prima fase dell’esperienza di pianificazione amministrativa di settore, si afferma come prevalente una specie [di pianificazione] caratterizzata dall’attribuzione all’amministrazione di settore di una potestà amministrativa precettiva generale. In sostanza, la norma reggente contiene una mera attribuzione di poteri all’amministrazione competente di settore. Questa pianifica liberamente e con atti ad efficacia generale.
Gli esempi principali sono: la pianificazione dell’agricoltura, che inizia con le disposizioni del 1933 sulla bonifica, la pianificazione del credito a partire dal 1936 e la pianificazione della spesa pubblica a partire dal 1939.
Questa politica presentava certamente degli aspetti positivi, sia sul piano pratico, in quanto valorizzava la componente migliore della burocrazia, quella tecnica, sia su quello «politico» (nel senso mussoliniano), in quanto riduceva notevolmente le possibilità di interferenze politiche dall’esterno. Essa presentava però anche degli aspetti negativi importanti e che riguardavano tutta la burocrazia, non solo quella addetta agli organi di pianificazione di settore. In particolare quello di permetterle di accumulare una serie di poteri tecnici che la mettevano in grado di dettare essa in molti campi la linea politica, appropriandosi cosí a poco a poco di un vero e proprio potere politico, e quello di metterla praticamente sempre piú a diretto contatto con forze e interessi economici che condividevano solo in parte la politica del regime, volevano influire su di essa e sempre meno l’avrebbero condivisa dalla seconda metà degli anni trenta in poi. Già gravi di per sé, questi aspetti negativi sarebbero divenuti col tempo sempre piú gravi. Prima, sottraendo al regime e allo stesso Mussolini una certa parte di poteri decisionali e di capacità di contrattazione con il mondo economico, poi, durante la seconda guerra mondiale, favorendo la costituzione – di pari passo con il sempre piú sfavorevole andamento del conflitto e con il progressivo indebolimento del regime – di una sorta di fronte comune tra burocrazia e mondo economico che avrebbe vieppiú indebolito il regime e la stessa posizione personale del «duce» e favorito non poco il processo con cui si realizzò la crisi del 25 luglio150. A Mussolini questi aspetti negativi dovevano però o sfuggire o apparire secondari o, forse, eliminabili col tempo. Certo non costituirono un freno alla sua politica di valorizzazione della pubblica amministrazione rispetto alla classe politica. Nonostante le critiche che suscitava negli ambienti del regime e del PNF (tra gli intransigenti e tra coloro che auspicavano un regime totalitario sul tipo di quello nazista, ma anche tra i moderati che vi vedevano un pericoloso motivo di indebolimento dello Stato e di lacerazione all’interno della classe dirigente del regime e una ennesima manifestazione dell’involuzione autoritario-accentratrice del «duce»), essa divenne infatti con la seconda metà degli anni trenta uno degli aspetti caratterizzanti – anche se a prima vista meno evidenti – questa fase del regime. E, se si guarda bene, a ragione. Senza anticipare un discorso che faremo piú avanti, basterà dire che alla sua radice non vi erano infatti solo le motivazioni politiche, culturali e psicologiche di Mussolini di cui abbiamo sin qui parlato, ma la concezione stessa dello Stato totalitario fascista o, se si preferisce, mussoliniano. Una concezione che – se applicata con coerenza – portava ad una estrema politicizzazione della società, ma, al contempo, ad una sostanziale depoliticizzazione dello Stato e, appunto, ad una sua riduzione al livello della pura «amministrazione».
In questo contesto l’esperimento mussoliniano del gennaio-maggio 1941 di governare direttamente attraverso la burocrazia senza l’intermediazione dei politici da cui abbiamo preso le mosse per questo excursus perde quei caratteri di incomprensibilità e di assurdità che altrimenti esso sembra avere e acquista addirittura una sua logica, tanto che è possibile coglierne alcune embrionali anticipazioni in anni precedenti che autorizzano a pensare che esso maturasse da tempo nella mente di Mussolini. Se si pensa solo ai criteri che avevano presieduto al rimpasto del governo operato da Mussolini nel settembre 1929 (e, parzialmente, ancora a quello del giugno 1936) – decentrare la direzione degli affari politici dalla sua persona a quelle dei suoi migliori collaboratori, dando loro fiducia e valorizzandone le personalità, le capacità e le funzioni – e a quelli che invece presiedettero all’esperimento del 1941 – estromettere quei suoi collaboratori dalla gestione degli affari politici, dimostrando in tal modo di non avere piú fiducia in loro e di considerarli addirittura di ostacolo alla sua politica – il mutamento di atteggiamento appare certo radicale. Se però si ha presente che nel frattempo Mussolini aveva definito il suo giudizio non solo sulla classe dirigente fascista, ma anche sulla burocrazia e si fa attenzione ad alcuni fatti come quello, particolarmente sintomatico, della frequenza con la quale dal 1932-33 in poi Mussolini aveva lasciato scoperto per lunghi periodi, e persino definitivamente, un certo numero di posti di sottosegretario che si erano resi vacanti o che egli stesso aveva resi liberi in occasione di qualcuno dei periodici rimpasti ministeriali151, bisogna infatti convenire che non di un mutamento radicale di atteggiamento si trattò, ma di un processo evolutivo tutt’altro che improvviso e, a suo modo, formalmente logico. Sicché se un interrogativo si può affacciare non è sul significato dell’esperimento, ma sulle ragioni del suo essere rimasto, appunto, un esperimento. In altre parole, sul perché Mussolini, conclusa la campagna di Grecia, fece smobilitare i ministri che aveva fatto richiamare alle armi quattro mesi prima e pose cosí fine al «governo con i direttori generali». Una risposta compiuta a questo interrogativo necessiterebbe l’illustrazione di una serie di elementi relativi a quel particolare momento che non è ora possibile anticipare. Limitandoci solo a quelli che si riferiscono piú immediatamente al problema che qui ci interessa, ci pare si possa comunque dire che, oltre a suscitare un vespaio di reazioni negative nel gruppo dirigente fascista152, esso provocò nei ministeri rimasti senza titolare un rallentamento di tutte le attività153, tanto che Mussolini si vide costretto a metà febbraio a nominare in tutta fretta tre nuovi sottosegretari (due dei quali, non a caso, dovettero dare le dimissioni subito dopo il rientro in sede dei rispettivi ministri), e creò non poche difficoltà pratiche e giuridiche anche al normale disbrigo degli affari politici generali (il Consiglio dei ministri si riuní in quattro mesi solo tre volte e con la partecipazione, oltre che di Mussolini, di soli cinque membri154). Di fronte a queste difficoltà e a questi inconvenienti, che dimostravano l’inopportunità, per non dire l’impossibilità, di lasciare nelle sole mani della burocrazia la gestione della macchina dello Stato e, per di piú, in un momento tanto difficile per il paese e per lui, anche Mussolini non poté non rendersi conto della necessità di por fine all’esperimento. E ciò tanto piú che la conclusione della campagna di Grecia gli offriva al tempo stesso il pretesto per richiamare a Roma i ministri che aveva fatto mobilitare e il modo per salvare la faccia, dando alla sua decisione l’apparenza di una cosa naturale e scontata già in precedenza. Il che, per altro, non autorizza a concludere egli avesse rinunciato alla sua idea e che non pensasse invece di riprenderla in un momento meno difficile e quando avesse potuto disporre di una burocrazia piú «matura» e dinamica155. E ciò tanto piú che anche nell’ambiente fascista non mancarono coloro che non dovettero considerare chiusa la questione. Assai significativa è a questo proposito la prefazione, Confidenze e convinzioni (pubblicata nel 1941 sulla «Rivista italiana di scienze economiche»), che Alberto De Stefani scrisse per una raccolta di suoi scritti politico-economici. In essa l’ex ministro delle Finanze e «padre» della riforma del 1923 si pronunciò infatti nettamente contro ogni ipotesi di Stato amministrativo e non in astratto, ma riferendosi esplicitamente alla realtà dello Stato totalitario. Scriveva a questo proposito De Stefani156:
Mentre nei regimi liberali i reggitori dei popoli erano tenuti ad un certo agnosticismo politico per quanto si riferiva ai supremi principi, nei regimi totalitari essi non potranno esimersi dallo svolgere una funzione morale attiva quale viene ad essi conferita dall’assolutezza e universalità dei loro poteri. Lo spirito pastorale assumerà un compito preminente e direttivo al di sopra della funzione amministrativa. Però la concezione corrente dello Stato aggrava e fa perdurare l’equivoco. Lo Stato è una realtà etico-giuridica, ma pregiudizialmente etica, espressione unitaria di una comunicazione di sentimenti e di propositi che politicamente vi aderisce. Il semplice ordine giuridico non è lo Stato. E tanto meno lo sono l’ordine amministrativo, concepito come una entità autonoma avulsa dalle sue basi etico-politiche, le forme correnti nelle quali tale ordine si attua e le sue umane personificazioni.
La capziosa identificazione dello Stato con l’amministrazione ha favorito la burocrazia che è un’amplificazione politica della potestà amministrativa e cioè un asservimento amministrativo. Con ciò lo Stato, che avrebbe dovuto e deve mantenere immacolata la sua preminenza etico-politica, è necessariamente coinvolto in un’antitesi, che può diventare un’antitesi politica tra cittadino e stato-amministrazione, quando l’amministrazione usurpi il potere politico, esercitandolo senza trarre il suo alimento dalla morale e dal modo di sentire del popolo. Quando la burocrazia usurpa il potere politico nonostante la sua categorica incapacità ad esercitarlo, lo Stato totalitario si riduce ad una organizzazione amministrativa agente con pieni poteri. Essa crea e mantiene fuori di sé una realtà estranea ed autonoma, nutrita e sostanziata di quei medesimi sentimenti, di quella vivente e fresca umanità che può trovare soltanto nell’organo politico, che la rappresenti, capacità di interpretazione e di assimilazione. Donde il distacco e l’urto tra il popolo vivo continuamente rinnovantesi, tra le sue esigenze umane, il suo senso di una ordinata ed efficiente collettività e la incomprensione dello Stato amministrativo, ritardatario, con le sue perdite di forza viva, con la sua staticità che non è stabilità, con le sue complicazioni e i suoi patteggiamenti che non sono aderenza, con la sua presunzione che non è collaborazione. La rivoluzione muore o si esaurisce nello Stato amministrativo e, nella migliore ipotesi, è da esso deformata, ritardata, contrastata.
I vecchi regimi preliberali sono appunto caduti per effetto di incapacità di adattamento, di assimilazione e di sensibilità e per non aver mantenuto aperte le vie a un fisiologico ricambio in rapporto ai mutati presupposti politici. Le amministrazioni totalitarie facilmente invecchiano e tendono a vivere fuori della realtà che si forma intorno ad esse. Questo esorbitare dell’amministrazione dalla sua competenza esecutiva compromette lo Stato come realtà politica autonoma e gli comunica la propria sterilità.
Una presa di posizione cosí dura e in un contesto – dovremo riparlare ancora di questo scritto – che è tutta una critica non di tipo teorico e astratto, ma alla realtà in atto del regime ci pare lasci pochi dubbi sul fatto che il suo autore non considerasse ormai definitivamente chiusa la questione.
* * *
Chiuso il discorso sulla burocrazia e sul nuovo tipo di gestione del potere vagheggiato da Mussolini, riprendiamo quello sulla «svolta totalitaria» messa in atto sullo scorcio degli anni trenta. Sin qui abbiamo parlato degli aspetti che non possono essere riportati alla realtà dei veri totalitarismi. Ci resta ora da parlare dei due aspetti che, invece, piú avvicinano il fascismo al modello totalitario: la tendenza ad una compiuta concentrazione del potere nello Stato e quella alla totale politicizzazione della società civile.
Nella prima direzione il fascismo e Mussolini si erano sempre mossi, facendone il cardine di tutta la loro politica, sia a livello teorico sia a livello di azione. Il fascismo (tanto nella sua anima gentiliana quanto nelle sue molteplici anime antigentiliane), come giustamente ha scritto Emilio Gentile157,
riassumeva nel mito dello Stato e nell’attivismo come ideale di vita i caratteri essenziali della sua ideologia, che lo distinsero dalle altre ideologie politiche del nostro tempo. Il fascismo fu soprattutto un’ideologia dello Stato, di cui affermava la realtà insopprimibile e totalitaria, necessario per imporre un ordine alle masse ed impedire la degenerazione della società nel caos.
Per Mussolini, preoccupato soprattutto di affermare la sua autorità su tutto e su tutti, per anni il problema dello Stato si era riassunto nello slogan del 1925: «tutto nello Stato, niente fuori dello Stato, nulla contro lo Stato» ribadito nella parte gentiliana della Dottrina del fascismo: «né individui fuori dello Stato, né gruppi (partiti politici, associazioni, sindacati, classi)»158. Nonostante il suo tatticismo e sebbene dovesse spesso accettare che lo Stato non «trascendesse» e «coordinasse» in funzione del suo «fine superiore», tutti gli interessi contrastanti dei singoli e dei gruppi, il «duce» non cessò mai di ritenere questo l’obiettivo primario da raggiungere, onde un giorno lo Stato diventasse effettivamente «una monade inscindibile, una cittadella nella quale non vi possono essere antitesi né d’individui né di gruppi», in grado di controllare tutte le organizzazioni al di fuori di sé e di non essere controllato al di dentro159. Il depotenziamento politico del PNF e la sua riduzione a organo dello Stato subordinato esplicitamente ad esso, lo «sbloccamento» dell’organizzazione sindacale rossoniana e, nel periodo di cui stiamo parlando, il progressivo esautoramento di fatto del Gran Consiglio erano stati ed erano tutti passi in questa direzione.
Oltre a questo significato immediatamente politico, il problema della natura e del carattere dello Stato fascista aveva anche altri significati, altre implicazioni, tutt’altro che di poco momento per il futuro del regime e del fascismo. Assai significativo è a questo proposito il dibattito sul rapporto Regime-Stato e sulla natura e gli sviluppi delle due entità che si svolgeva tra i giuristi e gli ideologi fascisti piú impegnati sul terreno della definizione di tale futuro. Regime e Stato si identificavano (o dovevano tendere ad identificarsi) o dovevano permanere come due entità diverse? ovvero uno doveva finire per assorbire l’altro? La questione potrebbe sembrare di scarso interesse; in realtà dietro di essa si celavano (e neppure troppo) ipotesi politiche e ideali diversi di grande rilievo. Riducendo all’essenziale la questione e tralasciando di parlare di coloro che o cercavano di salvare in qualche misura i presupposti dello Stato costituzionale o si preoccupavano solo di mostrarsi «in linea» e di accontentare un po’ tutti, si può dire che per alcuni – tipico il caso di Sergio Panunzio160 – il Regime doveva essere considerato un momento transeunte dello Stato in formazione («l’idea si fa partito; il partito si fa regime; il regime si fa Stato»), per altri invece – tipico il caso di Carlo Costamagna161 – al Regime doveva essere attribuito «un significato organico e immanente» e, quindi, l’idea di una sua estinzione doveva essere respinta. Tradotta in termini politici, la posizione di Panunzio (come quella di tutti coloro che privilegiavano il momento interno e cioè sociale) tendeva a sostenere che il processo rivoluzionario fascista doveva essere finalizzato alla edificazione di un nuovo tipo di Stato, che, «scendendo dal suo empireo e dal mondo delle nuvole, prendendo corpo in terra, si fa Sindacato», mentre il Sindacato, cessando a sua volta «di vivere nella sfera inferiore dell’economia e dei bisogni», «sale dall’economia alla politica, raggiunge cioè, attraverso le Corporazioni, lo Stato»162. Quella di Costamagna tendeva invece a privilegiare tutta un’altra linea di sviluppo. Non negava l’aspetto corporativo, ma negava che si potesse parlare di Stato corporativo e, cioè, che si potesse fare del corporativismo l’essenza stessa dello «Stato Nuovo» fascista. Questa era per lui un’altra, completamente nuova rispetto all’idea di Stato che si era venuta sviluppando nell’età moderna (che Panunzio non negava, pur volendo che si sviluppasse oltre le due concezioni dello Stato-popolo della rivoluzione francese e dello Stato-classe della rivoluzione bolscevica per approdare a quella dello Stato-società o, come per ovvi motivi egli diceva, dello Stato-Nazione): mentre gli aspetti materiali dell’assetto sociale attenevano al Regime, compito ed essenza dello «Stato Nuovo» era realizzare quelli spirituali e cioè una effettiva coscienza nazionale e una ideale missione europea. Lo Stato imperiale romano, con il duplice sistema delle province e dei protettorati, aveva realizzato, unico al mondo, il senso della collaborazione e dell’associazione mondiale. Compito dello «Stato Nuovo» doveva essere quello di farsi portatore e realizzatore in termini moderni di quel senso della collaborazione e dell’associazione. Il «problema della civiltà europea», stretta nella morsa dell’«esuberante individualità» e degli «imperialismi empirici» delle nazioni e della piú o meno aperta rivolta dei popoli coloniali, era ormai quello di procedere oltre lo «Stato particolare moderno» e di trovare nuove forme, appunto, di collaborazione e di associazione, sia in nuovi «aggregati imperiali» (destinati a sostituire «il formicaio nazionalitario instaurato dai trattati di Versaglia») sia in una restaurazione dell’idea di Europa atta a costituire il fondamento per una «organizzazione regionale» in grado di abbracciare tanto «i nuclei originari della razza che sono ancora i centri motori della politica del mondo» quanto «i popoli di razza estranea, che non possiamo ridurre al tenore del nostro spirito, eppure dobbiamo in molti casi accomunare al nostro destino». Risolvere tale problema realizzando lo «Stato Nuovo», era il compito piú importante e piú alto del Regime. L’Italia fascista, erede di Roma, sembrava infatti al Costamagna «designata dall’indole equilibrata del suo genio, dalla sua tradizione specifica e dalla sua stessa posizione geografica al compito supremo della sintesi, che non può essere solo il risultato di una imposizione di forza». Come si vede, le due posizioni non solo erano diversissime e si rifacevano a tradizioni e suggestioni giuridiche, filosofiche, culturali completamente diverse e inconciliabili, ma prefiguravano per il fascismo e per l’Italia due linee di sviluppo altrettanto diverse. Sfrondate da tutte le rispettive sovrastrutture ideologiche, una, quella che abbiamo esemplificato richiamandoci a Panunzio, tendeva a porre al centro dell’impegno del regime la politica interna e soprattutto il suo aspetto piú propriamente sociale, l’altra, quella che abbiamo esemplificato richiamandoci a Costamagna, tendeva a indirizzare questo impegno soprattutto verso la politica estera e, per di piú, con un tipo di argomentazione e di riferimenti culturali e giuridici che rivelavano chiaramente come tale impegno venisse proiettato in un contesto ideologico e politico che si reggeva sulla premessa di una precisa scelta di campo a fianco della Germania nazista e della inevitabilità di un conflitto con le potenze che – cosí come Cartagine nell’antichità – rappresentavano le forze «ctonie» della società.
Anche se il suo realismo politico cominciava ad essere meno vigile e ad essere – come vedremo – inquinato da contrastanti suggestioni, a queste elucubrazioni giuridiche e ideologiche Mussolini prestava ben poca attenzione. Ciò, però, non vuol dire che non pensasse anche lui agli stessi problemi, sia pure in altri termini, con altre scale di precedenza e con la duttilità e il pragmatismo suoi tipici163. E soprattutto che non li riportasse ad una sua generale concezione dello Stato fascista, anche se si rendeva conto della opportunità di tenere distinti i vari problemi e in particolare di non confondere quello generale, dell’essenza e della realizzazione dello Stato fascista, con quello particolare del rafforzamento dello Stato in quanto esecutivo, governo, della estensione ed omogeneizzazione del proprio potere e del rafforzamento della posizione propria e del regime in vista di una prova di forza con la monarchia. Realizzato questo raffor zamento egli avrebbe potuto infatti cominciare a pensare concretamente a un completamento della riforma costituzionale, avviata negli anni precedenti a piccoli pezzi e «per erosione», prendendo esplicitamente di petto lo Statuto. Se si vede la questione in questa prospettiva, non è certo privo di significato che al definitivo varo da parte del Gran Consiglio della Camera dei fasci e delle corporazioni (il 14 marzo 1938) seguissero, il medesimo giorno, la delibera da parte dello stesso Gran Consiglio di «procedere al completamento della riforma costituzionale con l’aggiornamento dello Statuto del Regno» e, poco piú di due settimane dopo, il colpo di mano del primo maresciallato. E, addirittura, viene naturale chiedersi se il fatto che dell’«aggiornamento dello Statuto» non se ne parlò poi piú debba spiegarsi solo con il precipitare della situazione internazionale ovvero non sia piú giusto spiegarlo anche con la crisi determinata dall’affare del primo maresciallato nei rapporti tra Mussolini e il sovrano.
Di una non lontana trasformazione della Camera dei Deputati in un organo piú consono ai nuovi tempi Mussolini aveva parlato sin dal 14 novembre 1933. Annunciando al Consiglio nazionale delle corporazioni che la nuova Camera sarebbe stata costituita con gli stessi criteri di quella uscita dal «plebiscito» del 1929, egli aveva detto: «ma la Camera a un certo punto dovrà decidere il suo proprio destino». E aveva aggiunto: «la Camera dei deputati non mi è mai piaciuta»; «è anacronistica»; è un istituto «che noi abbiamo trovato e che è estraneo alla nostra mentalità» e che «presuppone un mondo che abbiamo demolito». E aveva anche lasciato capire in quale direzione fosse orientato: «è perfettamente concepibile che un Consiglio nazionale delle corporazioni sostituisca in toto l’attuale Camera dei deputati»164. E sull’argomento era tornato quasi due anni e mezzo dopo, parlando, il 23 marzo 1936, all’Assemblea nazionale delle corporazioni. «La Camera – aveva detto – cederà il posto all’assemblea nazionale delle corporazioni, che si costituirà in Camera dei fasci e delle corporazioni e risulterà, in un primo tempo, dal complesso delle ventidue corporazioni». I modi della trasformazione, le attribuzioni e le prerogative della nuova Camera, il suo carattere sarebbero stati decisi dal Gran Consiglio. Una cosa, comunque, egli aveva già anticipato, la nuova Camera sarebbe stata un organo «assolutamente politico»: le forze economiche vi sarebbero state rappresentate dalle Corporazioni, quelle extraeconomiche dal partito e dalle associazioni riconosciute. La data di tutto ciò non era lontana165.
Della necessità di trasformare la Camera dei deputati negli ambienti fascisti si discuteva da tempo, ancora prima che il «duce» vi facesse pubblicamente cenno. I corporativisti avrebbero voluto che la nuova Camera sancisse ufficialmente l’inserimento dell’ordinamento corporativo in quello politico. Molti fascisti, specie della prima ora, tipici i casi, pur nella diversità delle loro posizioni su altre questioni, di Farinacci e di Panunzio, guardavano però con sospetto a una simile soluzione, temendo che essa indebolisse il potere fascista a vantaggio di quello corporativo e cioè delle forze economiche e avesse come conseguenza una ulteriore diminuzione della funzione e della influenza politica del partito166. Con la sua presa di posizione del 23 marzo 1936 Mussolini aveva però posto fine a queste discussioni, pronunciandosi, come si è detto, sostanzialmente a favore della tesi dei corporativisti. E ciò anche se è difficile pensare che nella sua mente la trasformazione della Camera dovesse servire a sancire il carattere corporativo dello Stato fascista.
Abbiamo già parlato delle incertezze di Mussolini sull’effettivo significato che nella struttura del regime avrebbe dovuto avere l’ordinamento corporativo, su come realizzarlo, su quali poteri dargli, del suo rifiuto a definirne i caratteri, della sua insistenza ad affermare la sperimentalità di tutto ciò che veniva fatto in tale campo e i tempi lunghi sui quali ci si sarebbe dovuti muovere («l’intero secolo sta innanzi a noi», aveva detto nel 1934) e, infine, della cura da lui messa, ad ogni buon conto, nel fare della figura del capo del governo la chiave di volta, il vero centro dei poteri di quel poco di ordinamento corporativo che veniva avviato167. Questo atteggiamento, caratteristico della posizione mussoliniana nella prima metà degli anni trenta, nella seconda non era certo mutato. Se mai, sotto l’assillo della situazione internazionale e, quindi, della necessità di evitare esperimenti che potessero rivelarsi dannosi e rendere piú difficili i rapporti con il mondo economico, esso si era accentuato, al punto da indurre il «duce» a non nascondere la sua insofferenza verso coloro che con le loro teorizzazioni a getto continuo del corporativismo tendevano sempre a riproporre la questione della definizione teorica e della realizzazione dell’ordinamento corporativo. Tipica è una sua battuta indirizzata contro di essi il 15 maggio 1937 parlando di fronte alla terza Assemblea generale delle corporazioni168:
Troppi ondivaghi filosofanti avevano dissertato sulle corporazioni col risultato di ingarbugliare le idee e rendere astruse delle semplici verità.
Stante questa realtà, la spiegazione della decisione di dar vita alla Camera dei fasci e delle corporazioni non va cercata sul terreno corporativo. Su questo terreno, al massimo, la nuova Camera può essere considerata una sorta di contentino offerto ai corporativisti e alla gioventú fascista per dare ad essi l’illusione che qualche cosa in questo campo si muoveva. La vera spiegazione va cercata altrove. Sul terreno – lo si è detto – del rafforzamento dell’esecutivo, del governo e del regime.
Che il Parlamento avesse perso la sua funzione, i suoi poteri costituzionali e (specialmente la Camera dei deputati) il suo prestigio169 era, oltre che un dato di fatto, ammesso e anzi teorizzato da molti fascisti. Sulla contestazione del principio della rappresentanza non è neppure il caso di soffermarsi. Basterà dire che esso era considerato tanto superato che anche dopo la costituzione della Camera dei fasci e delle corporazioni da piú parti si sarebbe preferito non parlare di rappresentanza degli enti politici ed economici ma di organizzazione della nazione. Ai fini del nostro discorso piú importante è però la contestazione del principio della divisione dei poteri. Per il futuro del regime farla definitivamente finita con questo «tipico prodotto della teoria liberale e della mentalità democratica» era infatti assai importante. Ovviamente le posizioni erano varie. Si andava dalle piú estremiste, che consideravano quello «gerarchico» e quello «istituzionale» due princípi fascisti inconciliabili con quello della divisione dei poteri, a quelle piú moderate che – declassando i tre classici poteri a mere funzioni dello Stato – sostenevano la necessità di una quarta funzione, la «funzione di governo» che le coordinasse e alla quale spettasse gerarchicamente la supremazia. Sul piano pratico queste differenze di posizione non mutavano però in nulla i termini della questione. Quanto a Mussolini quello che per lui contava era che il principio della divisione dei poteri fosse ufficialmente cancellato, l’esecutivo fosse innalzato al disopra degli altri e questi ridotti a sue funzioni (nel 1939, rivolgendosi ai piú alti gradi della magistratura, sarebbe stato esplicito: «nella mia concezione non esiste una divisione dei poteri nell’ambito dello Stato... il potere è unitario: non c’è piú divisione dei poteri, c’è divisione delle funzioni»170) e in particolare che il Parlamento, come avrebbe scritto nel 1940 C. A. Biggini in un commento al nuovo ordinamento costituzionale messo in atto con la creazione della Camera dei fasci e delle corporazioni 171, diventasse un organo di integrazione del governo, che «non condiziona l’esistenza del governo». Oltre a dare soddisfazione a molti fascisti e a costituire un ulteriore passo sulla strada della riaffermazione del carattere totalitario del regime, sancire costituzionalmente questo principio era per lui importante, piú che per l’oggi, in previsione del domani, della sua successione. Dal púnto di vista strettamente costituzionale, la posizione del sovrano rispetto al governo si sarebbe venuta infatti a trovare priva di qualsiasi copertura parlamentare, mentre al regime, anche nel caso di vacanza della carica di capo del governo, sarebbe rimasta pur sempre la copertura del Gran Consiglio.
Dopo l’annunzio di Mussolini del 23 marzo 1936, il via alla riforma della Camera fu dato dal Gran Consiglio il 18 novembre successivo con la nomina di una commissione (C. Ciano, Starace, Solmi, Bottai e Lantini) incaricata di formulare le relative proposte. Dal diario di Bottai sappiamo che tra i membri del Gran Consiglio si svolse una breve discussione preliminare nel corso della quale Farinacci e Balbo si dichiararono (difficile dire se per tutelare in qualche misura il prestigio e il ruolo del Gran Consiglio o in base a considerazioni politiche piú generali) favorevoli al mantenimento della elettività per i membri della nuova Camera e Mussolini non prese posizione sulla questione, rimettendosi a quanto avrebbe proposto la commissione 172. Questa fu incaricata di riferire nella successiva sessione 173; quando, nel marzo 1937, essa si riuní, la commissione fece sapere però di avere ancora bisogno di un paio di mesi per concludere i lavori 174, sicché l’esame delle proposte – dato il ritmo sempre piú rallentato con cui ormai il Gran Consiglio veniva riunito da Mussolini – non ebbe inizio che nel marzo dell’anno successivo.
La scarsissima documentazione disponibile 175 rende impossibile una soddisfacente ricostruzione dell’elaborazione della riforma. Dalle ancora inedite memorie di Tullio Cianetti (Un fascista a Castelvecchio) sappiamo che alla commissione «tutte le organizzazioni del Regime presentarono proposte e studi che non peccavano certo di ingenuità o di mancanza d’arditismo», sicché «c’era materia prima per trasformare alla base la funzione rappresentativa al fine di renderla piú giusta e soprattutto piú aderente alla realtà degli interessi». Starace si oppose però intransigentemente a tutte. Sempre secondo Cianetti,
al Segretario del Partito, che faceva parte di quella commissione, quelle proposte parvero farneticazioni accademiche e sfasature di uomini. Vide in una riforma costituzionale seriamente attuata un attentato alla priorità del Partito e non capí invece che, se al PNF venivano tolti di mano gli inutili e dannosi gingilli che aveva fino allora preferiti, gli venivano però consegnati strumenti efficaci e realizzatori. Non lo capí e poiché la presunzione è figlia primogenita dell’ignoranza, assunse in quella commissione la posa che meno di tutti gli si addiceva: quella del dottrinario. Un Bottai ed un Lantini gli contesero il terreno palmo a palmo, ma poi dovettero tacere, quando egli gettò sulla bilancia un qualche cosa che avrebbe dovuto paragonarsi – chissà poi perché – alla spada di Brenno.
Si conosce poi il testo della relazione presentata da A. Solmi, nella sua duplice veste di membro della commissione e di ministro della Giustizia, in cui si tratteggiavano «soltanto alcune linee fondamentali della riforma», si prospettava che la futura Camera – sulla scia di quanto anticipato da Mussolini – risultasse dalla riunione del Consiglio nazionale del PNF e del Consiglio nazionale delle corporazioni e si criticava vigorosamente la teoria della separazione dei poteri, mentre all’abbandono del sistema elettivo era appena dedicato un rapido cenno in riferimento al «sistema delle funzioni» su cui si doveva basare la riforma. Alcuni documenti accennano però ad una «precedente» bozza nella quale sarebbe stato previsto che al Gran Consiglio spettasse ancora la designazione – sulla base delle proposte presentate dal segretario del PNF e dalle Confederazioni sindacali – dei componenti (400, non 600 circa come poi stabilito) della nuova Camera. È pertanto da ritenere che le cose si siano, grosso modo, svolte come le ha narrate nelle sue memorie (confondendo però la sessione del Gran Consiglio del marzo con quella successiva dell’ottobre) G. Acerbo all’epoca membro del Gran Consiglio. Ha scritto l’Acerbo176:
È da ricordare che nell’autunno del 1938, in occasione dell’approvazione da parte del Gran Consiglio dello schema sulla Camera dei Fasci e delle Corporazioni, il guardasigilli on. Solmi aveva presentato un progetto di plebiscito a suffragio universale che si sarebbe dovuto ripetere ogni cinque anni allo scopo di ricognizione del consenso popolare verso il regime totalitario. Ma anche cotesta iniziativa per una legalizzazione formale dell’ordine esistente fallí a causa dell’opposizione del segretario del partito; ed il progetto fu ritirato nella medesima seduta per decisione del Duce, il quale il giorno prima aveva pianamente convenuto col ministro proponente sulla necessità, specialmente nei riguardi delle ripercussioni all’estero, di quella periodica consultazione.
È dunque difficile farsi una idea precisa non solo dello svolgimento dei lavori della commissione e, il 10-11 marzo 1938, del Gran Consiglio, ma anche dei testi effettivamente sottoposti ad esso. Probabilmente Solmi portò in Gran Consiglio due ipotesi di riforma, corrispondenti alle due posizioni che si dovevano essere delineate in Gran Consiglio e in commissione e su queste il massimo organo del fascismo dovette decidere, accogliendo quella sostenuta da Starace. Ciò che si può dire con certezza è che – approvati i principi fondamentali della riforma – fu dato incarico alla commissione di redigere il testo del relativo disegno di legge e di sottoporlo sollecitamente al Gran Consiglio in modo che la nuova Camera potesse essere inaugurata il 23 marzo 1939. Ciò avvenne nella seduta del 7 ottobre, durante la quale Solmi tenne un’ampia relazione illustrativa del disegno di legge elaborato dalla commissione177, che, con minime varianti formali, sarebbe diventata prima la relazione con la quale il disegno di legge sarebbe stato sottoposto all’approvazione del Consiglio dei ministri (avvenuta il 7 novembre) e poi (salvo il piccolo «giallo» di cui parleremo tra poco) quella con la quale il disegno di legge sarebbe stato presentato da Mussolini alle Camere. Nella stessa seduta il Gran Consiglio approvò anche un altro schema di disegno di legge con cui veniva modificata la composizione del Consiglio nazionale delle Corporazioni onde renderlo tale da poter diventare parte della nuova Camera (nella precedente sessione era già stata modificata, allo stesso scopo, quella del Consiglio nazionale del PNF).
In Appendice (n. 2) il lettore può trovare il testo della legge istitutiva della Camera dei fasci e delle corporazioni approvata dal Parlamento (dalla Camera il 14 dicembre e dal Senato cinque giorni dopo); poche parole sono pertanto sufficienti ad illustrarne la sostanza. Sotto il profilo della composizione, la nuova Camera – lo si è già detto – era composta dal Consiglio nazionale del PNF e da quello delle Corporazioni. I suoi membri (i consiglieri nazionali, come, su suggerimento di Bottai, furono chiamati) entravano in carica e decadevano in corrispondenza alla loro appartenenza a uno dei due consigli che concorrevano a formarla. Di conseguenza, questa, per un verso, non si sarebbe mai sciolta (anche se per comodità i suoi lavori continuavano ad essere divisi in legislature) e, per un altro, si sarebbe rinnovata di continuo. Sotto il profilo generale – quello che piú doveva stare a cuore a Mussolini – l’art. 2 stabiliva una volta per tutte che il compito istituzionale della Camera dei fasci e delle corporazioni e del Senato (ché il provvedimento coinvolgeva anche il Senato, aprendo cosí la strada ad una sua riforma) era quello di «collaborare» con il governo «per la formazione delle leggi». Sotto il profilo del funzionamento, questo compito era attribuito in parte all’assemblea plenaria (per quel che riguardava i disegni di legge di carattere costituzionale, le deleghe legislative di carattere generale e i bilanci preventivi e consuntivi dello Stato, delle aziende autonome dello Stato e – come richiesto e ottenuto in sede di approvazione dalla commissione speciale incaricata di riferire sul disegno di legge istitutivo178 – degli enti amministrativi di importanza nazionale sovvenzionati dallo Stato) e in parte alle commissioni legislative (per tutto il resto); il che se sveltiva indubbiamente i lavori parlamentari, riduceva vieppiú quel pochissimo di prestigio che una simile riforma lasciava al Parlamento179.
Prima di concludere il discorso è però necessario soffermarci un momento su quello che abbiamo definito un piccolo «giallo». Il testo del disegno di legge approvato dal Gran Consiglio fu, salvo piccoli aspetti del tutto formali, quello approvato dal Consiglio dei ministri e poi (a parte l’aggiunta all’art. 15 della quale abbiamo parlato) dal Parlamento. Eppure sia nel testo del disegno di legge preparato per il Parlamento sia nella relazione che doveva accompagnarlo (in pratica, lo si è detto, quella di Solmi al Gran Consiglio leggermente sfrondata) figura un’aggiunta, alla fine dell’art. 5, estremamente importante e che, da un «appunto per il Duce» del Gabinetto della Presidenza del Consiglio datato 30 novembre, risulta voluta da Mussolini. L’aggiunta stabiliva che anche le donne potevano essere consiglieri nazionali. Della cosa non vi è traccia in nessun documento sottoposto al Gran Consiglio o al Consiglio dei ministri. Ovviamente, il «giallo» non è costituito dal fatto che Mussolini abbia fatto aggiungere il comma senza averlo fatto approvare in precedenza dal Gran Consiglio e dal Consiglio dei ministri. Il «duce», quando una cosa gli stava veramente a cuore, non si fermava certo di fronte a «ostacoli» del genere. Il «giallo» sta piuttosto nel fatto che l’aggiunta non figura né nel testo del disegno di legge né in quello della relazione che lo accompagnava presi in esame dalla Camera e – ufficialmente – presentati ad essa il 29 novembre, il giorno prima cioè che venisse steso l’«appunto» di cui abbiamo parlato e lo stesso in cui, stando ad un altro «appunto per il Duce», il Gabinetto della Presidenza si rivolgeva a Mussolini per sapere se, «in occasione della prossima riapertura della Camera Fascista», egli voleva presentare il disegno di legge personalmente o se esso doveva essere inviato alla presidenza della Camera «nei modi consueti». Poiché il 1° dicembre il presidente della Camera, dando notizia dell’avvenuta presentazione, nominò una commissione speciale per esaminare il disegno di legge e riferire su di esso all’assemblea e poiché i due testi furono distribuiti ai deputati solo dopo la loro stampa, alla vigilia cioè del loro esame da parte della commissione speciale, non rimane che concludere che l’aggiunta fu depennata nei pochissimi giorni che intercorsero tra la trasmissione alla Camera e l’esame del disegno di legge da parte della commissione speciale. E, infatti, questo è quanto risulta anche dalla documentazione conservata nell’archivio della Camera180: la soppressione fu operata – il 3 dicembre – dal ministro Guardasigilli in sede di correzione delle bozze di stampa dei due testi per la loro distribuzione ai deputati. Qui sta il vero «giallo». Pensare che Solmi – che, oltre tutto, era stato informato telefonicamente dalla Segreteria del «duce» della intenzione di Mussolini di procedere all’aggiunta e aveva dato il suo parere favorevole – abbia proceduto di sua iniziativa alla soppressione è impossibile. La decisione fu certamente di Mussolini. Ma come spiegarla? Cosa poté indurre Mussolini a rinunciare all’ultimo momento ad una cosa alla quale, indubbiamente, doveva tenere? In mancanza di qualsiasi elemento atto a illuminare un po’ la vicenda, non possiamo fare che delle ipotesi. E queste ci pare possano essere solo due: o che in Gran Consiglio (che si riuní proprio nella notte tra il 30 novembre e il 1° dicembre), dove certo non mancavano i contrari ad una simile «rivoluzione», qualcuno, informato della cosa, si fosse opposto e che Mussolini non avesse ritenuto opportuna una «prova di forza» su una questione che poteva stargli a cuore, ma non sino al punto da far valere la sua autorità; o, piú probabilmente, che all’ultimo momento Solmi si fosse reso conto che quella piccola aggiunta poteva provocare una nuova grossa crisi col re e Mussolini, informatone, avesse deciso di non farne niente. Che Vittorio Emanuele sarebbe stato contrario all’aggiunta è pressoché sicuro, sia per il suo misoneismo sia per le conseguenze che prima o poi l’ammissione delle donne alla Camera avrebbe avuto per il Senato. Ma la crisi sarebbe stata anche piú grave e tale che Mussolini non avrebbe potuto giustificarsi in alcun modo soprattutto per un fatto: il re aveva autorizzato la presentazione al Parlamento del disegno di legge l’11 novembre, a San Rossore, nel testo approvato dal Consiglio dei ministri e dunque senza l’aggiunta riguardante le donne. Presentare un testo diverso sarebbe stata pertanto una scorrettezza che avrebbe offerto al sovrano un’arma preziosissima. Mussolini aveva potuto dimenticarsene (e psicologicamente la cosa è assai significativa), ma, una volta fattagliela notare, non poteva certo sottovalutarne il rischio.
Per quanto apparentemente insignificante, la vicenda merita qualche considerazione, sia perché la sua conclusione ci lascia intravvedere gli effettivi margini di potere che il «duce» in quel momento aveva o, comunque, non riteneva opportuno superare, sia perché essa – se non la si riesce a spiegare – potrebbe risultare non solo incomprensibile, ma in contraddizione con un aspetto tipico della posizione di Mussolini, la sua ostilità ad una partecipazione delle donne alla vita pubblica in generale e a quella dell’Italia fascista in particolare.
Il primo fascismo, quello sansepolcrista, non aveva nutrito pregiudiziali antifemministe e aveva rivendicato anzi alle donne l’elettorato politico e amministrativo attivo e passivo. Nelle sue file militava anche un certo numero di donne, in parte provenienti dal partito socialista o da altre formazioni della sinistra (M. Sarfatti, G. Brebbia, R. Teruzzi, ecc.), dal futurismo e dal radicalismo piccolo borghese, in parte attivizzate dal fiumanesimo o direttamente dal fascismo stesso. Almeno sei donne erano intervenute il 23 marzo 1919 alla fondazione dei Fasci di combattimento. Altre vi erano successivamente affluite, dando vita persino ad alcuni gruppi femminili fascisti, tanto che agli inizi del 1922 il partito aveva pubblicato uno schema di statuto per essi. Col 1921-22 per altro – parallelamente all’affluire nel fascismo di elementi socialmente e culturalmente sempre piú differenziati, per molti dei quali l’inferiorità della donna era un dato di fatto fuori discussione e che giudicavano negativamente il ruolo che le donne erano venute assumendo durante la guerra nella società italiana e in particolare nel mondo del lavoro, e alla crescente necessità per Mussolini di tenere conto di tutta una serie di atteggiamenti psicologici e politici sia di massa, sia delle altre forze politiche, sia della Chiesa – la posizione del fascismo di fronte al problema femminile e, dunque, anche al voto femminile si era venuta facendo via via piú cauta e restrittiva. Ciò nonostante, ancora per un certo tempo (sino al 1925) una parte del femminismo borghese continuò a considerare «forze sorelle» il fascismo e il femminismo. In questa valutazione vi era indubbiamente una buona dose di ingenuità e di incomprensione di cosa il fascismo si avviava ad essere e del peso che su di esso avevano assunto e continuamente assumevano i fascisti dell’ultima ora e i «fiancheggiatori». A giustificarla, almeno in parte, vi erano però alcuni fatti positivi. E, in particolare, vi era l’atteggiamento di Mussolini e di alcuni settori del fascismo rispetto al voto femminile181.
La possibilità per le donne di ottenere il voto politico era praticamente già tramontata prima della «marcia su Roma». Dopo l’andata del fascismo al governo si aprí però la possibilità per le donne o, piú precisamente, per una parte di esse di ottenere almeno quello amministrativo. A dischiuderla fu un disegno di legge governativo presentato nel 1923 (e che comunemente è collegato al nome dell’on. Acerbo, che alla Camera ebbe l’incarico di sostenerlo) e difeso personalmente da Mussolini contro larghi settori del PNF e della maggioranza, al punto da ripresentarlo l’anno seguente dato che – non essendo stato ancora approvato al momento dello scioglimento della Camera – era decaduto. Il disegno di legge, finalmente approvato nella seconda metà del 1925, conferiva il diritto elettorale solo alle donne che avessero compiuto gli studi elementari inferiori o pagassero una data imposta, esercitassero la patria potestà o la tutela, avessero certe benemerenze civili o fossero madri o vedove di caduti in guerra. In pratica non entrò mai in vigore (a meno di non considerare alcuni casi di donne nominate membri onorari di consigli comunali), poiché poco dopo la sua approvazione il governo fascista pose fine all’elettività dei consigli comunali e provinciali. Ciò non toglie che esso abbia per noi notevole interesse.
La sua presentazione e la sua decisa difesa da parte di Mussolini e di Acerbo alla Camera e altrove contro critiche di autorevoli membri della maggioranza (D. Lupi, N. Terzaghi, G. Caradonna, ecc.) rispondevano certamente ad un calcolo politico ben preciso. Per un verso, miravano a presentare il fascismo in una luce moderna e progressiva e a cattivargli le simpatie delle varie associazioni italiane e soprattutto internazionali pro suffragio femminile (nel maggio 1923, tenendosi a Roma il nono congresso dell’Alleanza internazionale pro suffragio femminile, Mussolini ebbe cura di intervenirvi e pronunciarvi un discorso piuttosto aperto, anche se la questione del voto politico vi era posta in una prospettiva di tempi lunghi182), per un altro verso, con esse Mussolini, oltre a venire incontro alle richieste delle donne fasciste e a premiare il loro «senso del limite», la loro sensibilità politica nel non aver drammatizzato il problema183, metteva, per cosí dire, le mani avanti onde evitare il rischio che le femministe moderate rivolgessero le loro simpatie verso il partito popolare, che per la concessione del voto, politico e amministrativo, alle donne si era battuto sin dalla sua costituzione. Dire questo però non basta. Oltre a queste motivazioni ve ne furono anche altre, le stesse, sostanzialmente, che nel 1938 dovettero spingere Mussolini a pensare di ammettere le donne alla Camera dei fasci e delle corporazioni.
Personalmente Mussolini non fu mai sensibile ad istanze di tipo femminista, neppure quando era socialista, neppure nell’immediato dopoguerra quando, pure, i Fasci di combattimento si facevano paladini del voto alle donne. Egli negava alle donne una vera capacità di sintesi e, quindi, di grandi creazioni spirituali. Lo disse alla Camera il 15 maggio 1925, intervenendo a sostegno del disegno di legge sul voto amministrativo e lo ripeté anni dopo a Ludwig, specificando che la donna «è analitica, non sintetica». Per lui la donna era fatta per obbedire e non poteva avere un peso nella vita politica184. Il suo ruolo, già a quest’epoca, era quello di «sposa e madre». E questa sua convinzione si sarebbe via via sempre piú rafforzata di pari passo al radicalizzarsi in lui della convinzione che l’avvenire dei popoli occidentali fosse direttamente dipendente dalla loro capacità di reagire alle tendenze malthusiane tipiche della società moderna e di svilupparsi demograficamente. Detto questo, bisogna però anche dire che egli si rendeva pure bene conto che durante la guerra le donne avevano fatto grandi sacrifici (e che ancora di piú ne avrebbero dovuto fare in una prossima), mostrandosi oltre tutto pienamente all’altezza della situazione, e che – piacesse o no – il capitalismo, lo sviluppo moderno tendevano ad accrescerne il ruolo nella società. Su questi due nodi egli impostò tra l’altro gran parte del suo discorso del 15 maggio 1925 alla Camera. E non a caso; ché, se la concessione del voto amministrativo alle donne aveva per lui quelle motivazioni immediatamente politiche delle quali abbiamo detto, ad essa non era però neppure estranea la sua volontà di compiere un atto che suonasse pubblico riconoscimento dei sacrifici e delle benemerenze delle donne negli anni della guerra: lo dimostrano l’inclusione tra le aventi diritto al voto delle madri e delle mogli dei caduti in guerra e il rilievo ad essa dato185.
Nel 1938 a spingere Mussolini a voler ammettere alla Camera dei fasci e delle corporazioni le donne dovette essere un complesso di ragionamenti e di stati d’animo simili. Sul piano piú immediatamente politico la sua decisione poteva avere come motivazione la volontà di precostituirsi uno strumento che gli offrisse il pretesto per por mano, quando avesse voluto, ad una vera e propria riforma anche del Senato. Su un piano piú generale la sua decisione (per lui, oltre tutto, priva di rischi, poiché per la stragrande maggioranza delle donne e per l’assetto del regime essa sarebbe stata senza conseguenze) tendeva invece – e sinceramente diremmo – a costituire un riconoscimento, una sorta di «encomio solenne» alle donne italiane per i loro sacrifici, per le loro rinunzie, per il loro atteggiamento di fronte al fascismo, in particolare negli ultimi anni. Un riconoscimento «tangibile», che desse concretezza a quello che, nel giugno dell’anno prima, egli aveva loro fatto in occasione della inaugurazione a Roma della mostra delle colonie estive e dell’assistenza all’infanzia:
durante questi quindici anni, duri e magnifici – aveva detto dopo aver loro ricordato i particolari doveri delle donne italiane e fasciste: essere le «custodi dei focolari» e le madri delle «generazioni dei soldati, dei pionieri, necessarie per difendere l’impero»186 –, le donne italiane hanno dato prove infinite del loro coraggio, della loro abnegazione: sono state l’anima della resistenza contro l’obbrobrioso assedio ginevrino, hanno dato gli anelli alla patria, hanno accolto i sacrifici necessari per attingere la vittoria con quella fierezza e quel contenuto dolore che è nelle tradizioni delle eroiche madri italiane;
e che aveva ripetuto – un po’ piú burocraticamente, mancandogli la folla che l’altra volta lo acclamava – pochi mesi prima, elogiando «l’alto spirito fascista che anima la donna italiana»187.
dalla reazione antisanzionista alla fervida collaborazione sul terreno autarchico, alle molteplici e vaste attività capillari svolte nei diversi settori sociali, essa, con l’apporto costante della sua intelligente e operosa comprensione, si dimostra elemento insostituibile ai fini della solidarietà nazionale proclamata dal fascismo e fedele collaboratrice del regime.
A parte l’istituzione della Camera dei fasci e delle corporazioni, a livello istituzionale altri passi significativi sulla strada della concentrazione del potere nello Stato durante la seconda metà degli anni trenta non ne furono fatti. Molti piccoli episodi verificatisi in questi anni ad altri livelli indicano però come tutto andasse in questo senso. Piú che constatare la tendenza, in questa sede non si può però fare. Né, d’altra parte, al punto a cui erano arrivate le cose altri passi veramente significativi erano possibili, a meno di non considerare la situazione ormai matura per quello decisivo: la eliminazione della diarchia. Molti e importanti, in questo stesso periodo, furono invece i passi su un’altra strada, quella della totale politicizzazione della società civile sino ad eliminare la distinzione tra Stato e società civile. Un obiettivo che non solo corrispondeva alla ideologia e alla logica interna del fascismo, ma, in quel momento, si configurava per esso come il piú importante e il piú urgente di tutti, poiché solo la sua realizzazione avrebbe potuto metterlo nella condizione ottimale per affrontare e risolvere il problema della monarchia e del «dopo Mussolini».
Come è stato messo bene in rilievo da molti studiosi, l’eliminazione della distinzione tra Stato e società civile attraverso una totale politicizzazione della seconda è stato uno degli obiettivi caratteristici di tutti i totalitarismi, se non addirittura il piú importante. Sotto questo profilo il fascismo si comportò nella seconda metà degli anni trenta (ma non erano mancate manifestazioni precedenti nello stesso senso) come il nazismo e lo stalinismo. Fermarsi a questa constatazione equivarrebbe però a rinunciare alla possibilità di cogliere le peculiarità del «totalitarismo» fascista e di capire in cosa esso si distingueva da quello nazista e da quello stalinista (non entriamo in questa sede nella questione delle differenze, a nostro avviso assai notevoli, tra i due).
Varie sono le prospettive dalle quali si può affrontare la questione senza fermarsi alla sua superficie, ma anche senza dilatarla eccessivamente. La piú adatta è forse quella offerta da due osservazioni, tra loro complementari: quella di D. Fisichella che «il fascismo ha avuto una dottrina dello Stato totale, ma non è stato una ideologia del regime totalitario» e quella di E. Gentile secondo la quale «l’elemento essenziale che caratterizzò l’ideologia del fascismo italiano fu l’affermazione del primato dell’azione politica, cioè il totalitarismo, intesa come risoluzione totale del privato nel pubblico, come subordinazione dei valori attinenti alla vita privata (religione, cultura, morale, affetti, ecc.) al valore politico per eccellenza, lo Stato»188. Entrambe le osservazioni colgono infatti bene la peculiarità sia dell’aspetto della politica fascista che qui ci interessa sia, piú in genere, del «totalitarismo» fascista. Nel nazismo e nello stalinismo lo Stato era un elemento in sostanza secondario del potere. Questo punto – essenziale per una corretta comprensione del problema di cui ci stiamo occupando – è stato ampiamente studiato, sicché ai fini del nostro discorso è sufficiente rifarsi alla sintesi che delle conclusioni alle quali sono giunti coloro che lo hanno affrontato ha fatto il Fisichella189:
Il punto è che il sistema istituzionale totalitario non presenta né unità né organicità né omogeneità. Accanto e in conflitto con la struttura statale, infatti, si erge la struttura del movimento (o partito unico) rivoluzionario. Hans Buchheim riassume assai bene la singolarità di tale situazione rilevando che «la nuova e compiutamente consapevole aspirazione totalitaria al potere non solo non può piú essere derivata dalle categorie del dominio statale, ma viceversa si sviluppa e si realizza in esplicita e aperta opposizione allo Stato. Il genuino pensiero totalitario è sovversivo nel senso piú generale della parola, in quanto stabilisce una antitesi alla forma “governamentale” di dominio statale». Lo Stato è sovrano ed è autorizzato all’uso della forza in quanto rappresenta il «tutto» e l’interesse generale nei confronti degli interessi particolari. Il movimento totalitario, tuttavia, non si considera, vis-à-vis della società e dello Stato che ne è espressione istituzionale, come una parte da unire, associare e congiungere ad altre parti per fare il tutto. Piuttosto, si considera come la cellula germinale di una nuova realtà entro il vecchio universo sociale che ha già perso il suo diritto storico all’esistenza. Ciò lo induce a negare allo Stato la sua natura sovrana e la sua essenza «generale», lasciandolo sopravvivere piú come fatto «anatomico» che come un dato «funzionale» e centro decisionale.
In questa prospettiva, è significativa la diffidenza – che arriva all’ostilità e al disprezzo – dei regimi totalitari nei confronti dello Stato e dei suoi tradizionali istituti, civili e militari, fino al rifiuto dei sentimenti «convenzionali» di patriottismo. Se è superfluo ricordare la posizione comunista in ordine allo Stato e alla ineluttabilità storica della sua estinzione, «ciò che è meno noto e quasi deliberatamente dimenticato» – scrive Linz – «è che Hitler nel Mein Kampf ha espresso la sua ostilità verso lo Stato e la tradizionale Staatsgläubigkeit tedesca». Come dice Friedrich, il Führer «deprecava lo Stato». Egli ne aveva una «concezione strumentale, fortemente in contrasto con la tradizione tedesca, e in verità con la concezione di Mussolini e del fascismo italiano»... Si collega a un tale atteggiamento «sovversivo» il fatto che nel regime totalitario si assista ad una duplicazione, e poi anche ad una moltiplicazione, dei medesimi uffici e attribuzioni. Sistema monopartitico, il totalitarismo è in concreto caratterizzato da un dualismo di Stato e partito.
Il fascismo non conosceva un simile dualismo. Anche in Italia vi erano fascisti che avrebbero voluto realizzare la supremazia del partito, il Partito-Stato, e che polemizzavano piú o meno apertamente con i sostenitori dello Stato-Nazione, dello Stato-Partito o di altre simili teorizzazioni dello Stato, accusandole di non essere compiutamente fasciste e totalitarie. Sempre presenti, i sostenitori della supremazia del partito riacquistarono baldanza via via che l’Italia si avvicinò alla Germania e soprattutto negli anni della seconda guerra mondiale, quando le loro richieste poterono venire presentate come necessarie a dinamizzare il paese e a rendere piú efficiente la macchina dello Stato. Di ciò parleremo però nel prossimo volume. Per ora ci basta anticipare che in questo contesto non sarebbero mancate proposte come quella di passare al PNF le competenze del ministero della Cultura popolare e, addirittura, del ministero dell’Interno190. A Mussolini anche queste polemiche e queste elucubrazioni teoriche non interessavano minimamente e, nel periodo di cui ci stiamo occupando, le considerava, secondo le circostanze, gli stati d’animo e chi se ne faceva promotore, con compatimento, con noia, con stizza. Fu però sempre attentissimo ed intransigente nell’opporsi ad ogni ulteriore decentramento di potere fuori dello Stato e, quindi, nel riservare al partito (sia sul terreno politico sia su quello ideologico) la posizione di organo, di «istituzione» dello Stato. Di un organo a cui erano assegnati compiti assai importanti per lo sviluppo del regime e, di conseguenza, un vasto potere, che esso poteva esercitare però solo nella società civile191, e che, comunque, non doveva interferire con quello dello Stato e cioè del governo192. Tant’è che alcuni studiosi e piú esplicitamente di tutti J. Linz193 hanno potuto sostenere la tesi (al tempo stesso giusta e troppo semplificatoria) che se il fascismo non subí una vera e propria «involuzione totalitaria» ciò fu dovuto alla concezione mussoliniana dello Stato e alla sua politica di drastico contenimento delle spinte provenienti dal partito per capovolgerla. Né bisogna farsi trarre in inganno dal fatto che persino fascisti come, per fare solo alcuni nomi, Gentile, Panunzio, Bottai e lo stesso Mussolini parlassero di rivoluzione «perenne», «eterna», «permanente». Specie negli anni trenta, queste ed altre simili espressioni non stavano ad indicare una concezione «sovversiva» rispetto allo Stato (e neppure la richiesta di una prassi totalitaria del tipo di quelle nazista e stalinista194): la loro carica sovversiva, il loro totalitarismo avevano un solo destinatario, la società e spesso miravano solo a reclamare un maggiore impegno sociale del regime. Per dirla con Panunzio195, lo Stato era per essi «nella sua idea e nella sua unità ideale» «assoluto eterno ed inesauribile». Di mutabile vi erano solo le sue forme succedutesi nel tempo, i suoi ordinamenti giuridici, le sue manifestazioni sub specie di governi e i suoi contenuti. Prima del fascismo lo Stato era «spiritualmente vuoto»; con il fascismo esso si era riempito di una Idea e, quindi, di ideali, di fede, di volontà, cosí da poter finalmente esprimere «la permanente e duratura coscienza» del popolo196 e da poter realizzare la propria totalitarietà (maxima plenitudo potestatis), cioè «la pienezza della idea e della potestà dell’idea»197. Conseguenza di ciò era che col fascismo
all’antitesi società-Stato si è sostituita la concreta medesimezza delle due realtà; alla alterità di Stato e di popolo si è altresí sostituita la vivente identità morale di popolo e di Stato. Il partito unico, cosí, esprime e realizza la sostanza politica dello Stato, non solo in quanto immette il popolo nello Stato, ma in quanto porta e vive un’idea, che non è piú l’astratta idea, pur presunta universale, dei vecchi partiti, ma è l’idea che deriva dalle tradizioni millenarie della nazione intesa come unità storica di valori e di spiriti ed esprime la volontà perenne e duratura del popolo stesso, reso esso medesimo Stato198.
Ma queste erano solo teorizzazioni. Perché l’Idea potesse effettivamente esprimere «la permanente e duratura coscienza» del popolo e si realizzasse l’inglobamento della società nello Stato (cioè nel sistema politico fascista) e quindi la loro identificazione occorreva che il popolo acquistasse consapevolezza della sua «permanente e duratura coscienza» e si comportasse in conseguenza, diventasse cioè, come dicevano i fascisti, Nazione. Ovvero – ponendo la questione in termini piú concreti – occorreva che si realizzasse quella effettiva nazionalizzazione delle masse che l’Italia, al contrario di altri paesi199, non aveva conosciuto che in misura minima e che il pluralismo culturale che caratterizzava ancora largamente la società italiana venisse, se non proprio superato, almeno ridotto notevolmente. Occorreva cioè una profonda, capillare politicizzazione della società che però – proprio per la mancanza di un reale comun denominatore (a parte quello ráppresentato dal cattolicesimo) – invece che assumere la forma di una ideologizzazione di massa (oltre tutto inconciliabile con il pragmatismo mussoliniano e con la necessità di tener in debito conto il carattere composito del regime e il pluralismo sociale e culturale che era alla sua base) doveva tradursi nella formazione di una comune mentalità di massa. In modo che – per dirla una volta ancora con Panunzio200 – «al popolo atomico e disorganizzato che esprime il suo consenso e la sua adesione allo Stato e alla sua politica saltuariamente ed artificiosamente una volta tanto, succede il “popolo organizzato” che esprime continuamente ed in ogni istante il suo consenso e la sua adesione». Il raggiungimento di questo obiettivo doveva essere il compito primario dello Stato, attraverso l’utilizzazione di tutti i suoi strumenti: la scuola, la stampa, la radio, il cinema e soprattutto il partito con le organizzazioni da esso dipendenti. Nessuno strumento poteva infatti avere la capillarità, l’intensità, la sistematicità di azione e dunque la funzione formativa del partito. Sull’ultimo fascicolo del 1939 di «Critica fascista» Camillo Pellizzi era a questo proposito esplicito201:
Educare politicamente un popolo non significa solo, né principalmente, mandarlo a certe scuole dove si insegnino certe dottrine. Significa soprattutto farlo vivere in un dato ordine e in un dato clima, e condurlo a partecipare consapevolmente, in modo sempre piú profondo ed attivo, allo Stato in tutte le sue manifestazioni ed organi; significa anche dare a categorie sempre piú vaste del popolo, e in modo sempre piú chiaro e ragionato, la sensibilità delle esigenze mutevoli della vita politica e dei nuovi orientamenti che lo Stato di volta in volta richiede. Questo compito educativo non si potrà mai ritenere esaurito, e, piú ancora, per il continuo mutare della situazione e dei problemi della vita associata. Ogni cittadino, anche ricchissimo di talenti, di esperienza e di dottrina, dovrà considerare come perpetuamente aperto e, in assoluto, irrisolto il problema della sua propria educazione politica.
È evidente che questa educazione alla politica non può avvenire senza una qualche forma di partecipazione, e sono ben note le dottrine che facevano interamente dipendere e derivare l’educazione politica dei popoli dalla loro partecipazione al potere. Questa concezione pedagogico-politica grossolana ed empirica confondeva la funzione dell’educatore con quella dell’educando, e non poteva quindi mai giungere alla visione della unità dialettica nella quale vivono e si articolano queste due ben distinte funzioni. La Rivoluzione fascista è nata, fra l’altro, anche da un superamento critico di tale concezione, e dei derivanti sistemi parlamentari ed elettorali, dei quali si denunciò l’astrattezza di concezione, la staticità organica, il vizio di atomismo nella considerazione della persona umana vivente in società.
Non intese però mai, il Fascismo, escludere aprioristicamente alcun cittadino da alcuna partecipazione attiva alla vita dello Stato, da alcuna sua possibile collaborazione diretta o indiretta all’opera del governo; anzi, esso mira ad attuare una organica circolazione di idee e di volontà fra cittadino e Stato. Non a caso l’ordinamento cui esso intende è stato definito una «democrazia integrale», o «funzionale». Quella circolazione e quella partecipazione presuppongono due cose: primo, l’inserimento diretto di ogni attività individuale o di gruppo, intesa alla produzione di particolari beni e servizi, in un organamento statale che guidi, coordini e rappresenti quelle attività e i dipendenti particolari interessi (e a ciò deve, o dovrà, provvedere il sistema sindacale e corporativo); secondo, un continuo diretto collegamento di natura politica fra il popolo e lo Stato.
Questa concezione del ruolo assegnato al PNF (cosí privo di autonomia e di iniziativa politica rispetto allo Stato e, quindi, cosí diverso, nonostante alcune apparenti somiglianze, da quello assegnato al partito dal nazismo e dal bolscevismo) non era certo una novità. Mussolini l’aveva sostenuta si può dire da sempre e in particolare da quando A. Turati, epurato il partito dagli elementi che avrebbero voluto un partito «protagonista» e non «esecutore», ne aveva fatto uno strumento che sembrava finalmente atto a tradurla in pratica. Non è certo un caso che uno dei primi espliciti accenni a questo ruolo («il partito nazionale fascista si prepara ad assolvere il compito che gli è proprio: costituire l’aristocrazia educativa e formativa del popolo italiano») Mussolini lo avesse fatto il 1º gennaio 1928 parlando di fronte al direttorio del PNF subito dopo aver elogiato Turati per il suo «grande, incancellabile merito di aver epurato, affinato il partito»202 e lo avesse ribadito tre mesi dopo in un contesto simile; dopo aver elogiato R. Ricci per la sua azione di dirigente dell’ONB aveva detto203:
Non è fuori di luogo illustrare il carattere intrinseco, la significazione profonda della leva fascista. Non si tratta soltanto di una cerimonia, ma di un momento importantissimo di quel sistema di educazione e preparazione totalitaria e integrale dell’uomo italiano che la rivoluzione fascista considera come uno dei compiti fondamentali e pregiudiziali dello Stato, anzi il fondamentale. Qualora lo Stato non lo assolva o accetti comunque di discuterne, esso mette in gioco puramente e semplicemente il suo diritto di esistere.
Se questa concezione non era dunque nuova, diverso era però il contesto politico in cui essa si inseriva. Alla fine degli anni venti e nella prima metà degli anni trenta il proposito di formare una nuova classe dirigente fascista o non si era ancora dimostrato irrealizzabile o, comunque, Mussolini poteva pensare di proiettarlo sui «tempi lunghi», sulle future generazioni fasciste; e lo stesso si può dire per quello di fascistizzare la società italiana: anche se la fascistizzazione era nel complesso scarsa, epidermica e condizionata da tutta una serie di motivazioni contingenti e, dunque, sostanzialmente provvisoria e transeunte (tanto che con la fine del ’33 il «duce» aveva preso a parlare con maggiore insistenza della necessità di realizzare lo «Stato totalitario» e di «vivere un periodo di altissima tensione ideale»), nulla però faceva ritenere possibile un capovolgimento della situazione e una caduta del consenso, sicché, per intanto, essa era sufficiente a mettere Mussolini e il regime in condizioni di affrontare senza vere preoccupazioni la realtà del momento e di pensare di potere dare al consenso basi piú solide e durature in un secondo tempo204. Ora, nella seconda metà degli anni trenta, la situazione si presentava diversa. Nonostante il grande successo conseguito con la guerra in Etiopia, se il «duce» voleva avere le mani libere per realizzare la sua politica, assicurare il futuro del regime nel «dopo Mussolini» e realizzare quella «riforma morale degli italiani» senza la quale era convinto che anche il conseguimento dei due primi obiettivi non sarebbe valso pressoché a nulla ai fini della realizzazione del «destino imperiale dell’Italia», era necessario bruciare i tempi della fascistizzazione di massa e trasformare il consenso in vera e propria fede. Era necessario cioè attuare – per dirla con un’espressione dei nostri giorni – una «rivoluzione culturale» che, utilizzando tutti i mezzi a disposizione dello Stato, realizzasse, attraverso una mobilitazione permanente degli italiani, la loro educazione totalitaria, in modo da trasformare la massa in veri fascisti e ridurre il resto – gli impenitenti – in una condizione di isolamento morale tale da privarli in pratica di ogni influenza diretta o indiretta non solo sulla vita pubblica ma anche sulla società civile. Sino allora l’Italia fascista aveva avuto un «meraviglioso ortopedico dello spirito», il «duce», che di tanto in tanto le aveva lanciato «le sue prescrizioni rieducative nel proposito di restituire al carattere italiano la tonalità virile che gli è indispensabile per superare le tremende prove del suo destino»205, ora questi interventi di «ortopedia dello spirito» dovevano essere sistematizzati, estesi e resi continui: tutto lo Stato, e in primo luogo il partito, doveva impegnarsi in una «funzione educativa totalitaria»206; tutto il paese doveva diventare una grande scuola di permanente educazione politica che facesse degli italiani dei fascisti integrali, degli uomini nuovi, mutando loro le abitudini, il modo di vita, la mentalità, il carattere e, al limite, la struttura fisica; non si trattava piú di polemizzare contro l’italiano «scettico» e «mandolinista», si trattava di creare un nuovo tipo di uomo, duro, forte, volitivo, guerriero, una sorta di legionario di Cesare dei tempi moderni, per il quale nulla fosse impossibile207: quell’uomo nuovo che tutti i fascismi208 e tutti i totalitarismi hanno cercato di creare (anche se con caratteri diversi a seconda delle tradizioni nazionali e delle ideologie dei vari movimenti e regimi), di cui il fascismo italiano parlava da sempre e dagli inizi degli anni trenta con crescente insistenza209 e che Mussolini si era impegnato a creare da un decennio e piú, affermando solennemente: «creeremo l’italiano nuovo, un italiano che non rassomiglierà a quello di ieri»210. E con l’uomo nuovo una nuova razza italiana, non piú di «figli di schiavi», ma di «padroni», rispettata e temuta da tutti211.
Non ci soffermiamo a discutere, a commentare un simile proposito, moralmente repugnante, ma che, per altro, affondava le sue radici nell’aspirazione di qualsiasi regime operante in una società di massa a dare alla partecipazione e al consenso un carattere reale e stabile rispetto ai suoi presupposti. Poche parole merita a sua volta la sua irrealizzabilità soprattutto sui tempi brevi. Il che – sia ben chiaro – non esclude però affatto (e lo si vedrà nel prossimo capitolo) la possibilità di una sua parziale realizzazione, limitata essenzialmente ad una parte della gioventú. In un paese come l’Italia, caratterizzato – lo abbiamo ricordato – da un vasto pluralismo culturale e da una nazionalizzazione delle masse che cominciava a muovere i primi concreti passi solo allora212, l’unica strada che si sarebbe potuta battere per tentare una effettiva politicizzazione di massa era quella di uno stato di emergenza politica, con relativa istituzionalizzazione della guerra civile (ideologica e pratica) contro ogni tipo di «nemico», compreso quello «oggettivo», la strada cioè di un totalitarismo del genere di quelli nazista e stalinista. Ma ciò era impossibile non solo perché mancava un vero partito in grado di realizzare una simile svolta e il regime doveva tener conto di tutti i propri equilibri interni (per non parlare dei condizionamenti della situazione internazionale) anche quando la sua iniziativa politica tendeva a sovvertirli, ma anche e soprattutto perché avrebbe voluto dire mettere in discussione il rapporto Stato-partito e con ciò la concezione stessa dello Stato fascista quale Mussolini era venuto maturando e alla quale non era assolutamente disposto a rinunciare. Piú utile è passare direttamente a vedere i vari modi nei quali questo massiccio tentativo di educazione totalitaria di massa si articolò. Tanto piú che, cosí facendo, è possibile rendersi conto che varie iniziative prese dal fascismo nella seconda metà degli anni trenta che vengono spesso considerate assurde, casuali, frutto di improvvisazione, di suggestioni estemporanee e di imitazione pedissequa del modello nazista e quindi – proprio per la loro apparente mancanza di giustificazione – manifestazioni della crisi del regime, non erano affatto tali, ma, al contrario, rientravano in una logica e in un programma a loro modo razionali e organici. In una logica e in un programma che miravano a colpire a morte la «mentalità borghese» e a por fine alla sua influenza «corruttrice» sul popolo (e, cosí facendo, a isolare e depotenziare quei settori borghesi sostanzialmente afascisti – specialmente produttivi e intellettuali – che piú si mostravano restii ad accettare l’evoluzione della politica mussoliniana), ma che avevano anche altri e ben piú ambiziosi obiettivi. Quegli stessi che sin dal 1932 erano stati indicati a tutte lettere nella Dottrina del fascismo, un testo tutt’altro che esornativo (come troppi si ostinano ancora oggi a considerarlo) e che è invece la chiave piú autentica e sicura per comprendere il totalitarismo fascista e le sue peculiarità. E in primis l’obiettivo che riassumeva tutti gli altri e dava loro significato: creare attraverso lo Stato la Nazione. Nella prima parte della Dottrina del fascismo, quella dovuta alla penna di G. Gentile, questo obiettivo non solo è esposto con la massima chiarezza, ma tutto il discorso converge e porta verso di esso213:
Non è la nazione a generare lo Stato secondo il vieto concetto naturalistico che serví di base alla pubblicistica degli Stati nazionali nel secolo XIX. Anzi la nazione è creata dallo Stato, che dà al popolo, consapevole della propria unità morale, una volontà, e quindi un’effettiva esistenza. Il diritto di una nazione all’indipendenza deriva non da una letteraria e ideale coscienza del proprio essere, e tanto meno da una situazione di fatto piú o meno inconsapevole e inerte, ma da una coscienza attiva, da una volontà politica in atto e disposta a dimostrare il proprio diritto: cioè, da una sorta di Stato già in fieri. Lo Stato infatti, come volontà etica universale, è creatore del diritto... Lo Stato fascista, forma piú alta e potente della personalità, è forza, ma spirituale. La quale riassume tutte le forme della vita morale e intellettuale dell’uomo. Non si può quindi limitare a semplici funzioni di ordine e tutela, come voleva il liberalismo. Non è un semplice meccanismo che limiti la sfera delle presunte libertà individuali. È forma e norma interiore, è disciplina di tutta la persona; penetra la volontà come l’intelligenza. Il suo principio, ispirazione centrale dell’umana personalità vivente nella comunità civile, scende nel profondo e si annida nel cuore dell’uomo d’azione come del pensatore, dell’artista come dello scienziato: anima dell’anima.
Il fascismo insomma non è soltanto datore di leggi e fondatore d’istituti, ma educatore e promotore di vita spirituale. Vuol rifare non le forme della vita umana, ma il contenuto, l’uomo, il carattere, la fede. E a questo fine vuole disciplina, e autorità che scenda addentro negli spiriti, e vi domini incontrastata.
Nella seconda parte, quella dovuta personalmente a Mussolini, il discorso è meno limpido, ma non per questo il suo senso, il suo approdo sono meno chiari. Ciò che dà concretezza allo Stato (lasciamo stare, per il momento, la questione di cosa costituisse concretamente lo Stato e cioè, per Gentile214, la «coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno») e quindi alla sua creazione della nazione è la sua funzione di gran pedagogo215:
Caposaldo della dottrina fascista è la concezione dello Stato, della sua essenza, dei suoi compiti, delle sue finalità... Lo Stato cosí come il fascismo lo concepisce e attua è un fatto spirituale e morale, poiché concreta l’organizzazione politica, giuridica, economica della nazione, e tale organizzazione è, nel suo sorgere e nel suo sviluppo, una manifestazione dello spirito... Lo Stato non è soltanto presente, ma è anche passato e soprattutto futuro. È lo Stato che trascende il limite breve delle vite individuali, rappresenta la coscienza immanente della nazione. Le forme in cui gli Stati si esprimono mutano, ma la necessità rimane. È lo Stato che educa i cittadini alla virtú civile, li rende consapevoli della loro missione, li sollecita all’unità; armonizza i loro interessi nella giustizia; tramanda le conquiste del pensiero nelle scienze, nelle arti, nel diritto, nell’umana solidarietà; porta gli uomini dalla vita elementare della tribú alla piú alta espressione umana di potenza che è l’impero; affida ai secoli i nomi di coloro che morirono per la sua integrità o per obbedire alle sue leggi; addita come esempio e raccomanda alle generazioni che verranno i capitani che lo accrebbero di territorio e i geni che lo illuminarono di gloria. Quando declina il senso dello Stato e prevalgono le tendenze dissociatrici e centrifughe degli individui o dei gruppi, le società nazionali volgono al tramonto.
Messe in questi termini l’essenza e la funzione dello Stato, si comprende il valore che ormai il fascismo assumeva per Mussolini. Quello di una sorta di religione laica che doveva realizzare la massima integrazione e nazionalizzazione delle masse e trasformare i singoli in altrettanti fedeli. Una religione laica nella quale il «duce» era insieme il «maestro» e il pontefice, una ristretta aristocrazia (gentilianamente intesa) doveva costituire una sorta di sacro collegio, la burocrazia statale e il partito (transeunte?) il clero e una serie di miti (sorellianamente intesi) le verità di fede. Con la differenza rispetto alle religioni vere e proprie (ma il «modello», vedremo, erano la religione e la Chiesa cattolica) che tali verità di fede non dovevano essere dogmi immutabili, ma sempre in movimento, in trasformazione, a seconda delle opportunità politiche e della volontà lungimirante del «duce». Una eco significativa di questa preoccupazione di «dare a categorie sempre piú vaste del popolo e in modo sempre piú chiaro e ragionato la sensibilità delle esigenze mutevoli della vita politica e dei nuovi orientamenti che lo Stato di volta in volta richiede» è presente nel già citato articolo di C. Pellizzi su «Critica fascista» della fine del 1939. Anche piú significativo è però un articolo di qualche mese prima di G. Bottai – tra gli uomini del vertice fascista di questo periodo certo il piú intelligente e coerente interprete del totalitarismo mussoliniano – su «Gerarchia». In esso si legge infatti216:
L’attività degli uomini può... anzi deve superare la dottrina, se questa non sia piú adeguata alla realtà. La dottrina stessa è una dottrina in moto, sottoposta al travaglio d’una revisione incessante. Davanti ad ogni problema nuovo, a ogni nuova svolta, ci si deve non riferire alla tradizione per cercarvi una tradizione, che non si trova, ma, partendo dall’esperienza tutta intiera del Regime, apportarvi una soluzione nuova, adeguata alla situazione. Tutto, nella storia del Fascismo, si regge e cementa in unità anche nelle sue apparenze contraddittorie, sol che, nel giudicarne il corso, ci si rifaccia a questo filo conduttore... La Rivoluzione non è un tempo del Fascismo. È il Fascismo; sistema, che vive oltre le condizioni che lo hanno creato e che ha creato. La dinamica rivoluzionaria non si è ancora fissata in un quadro statico... Per Mussolini, la rivoluzione «può avere e può non avere il decorso drammatico che impressiona», ma agisce nell’ordine creato come forza perpetua di revisione, di aggiustamento, di indirizzo. «Può avere un ritmo piú o meno affrettato». Ma è continua. Esige volontà alacri, deste, da fedeli, non da bigotti. C’è un Mussolini, ignoto alla folla, nel cui spirito la Rivoluzione elabora incessantemente le sue formule. Davanti a ogni problema nuovo la sua iniziativa è pronta alla soluzione nuova, adeguata alla situazione. Da qui, il suo tempismo, che non è opportunismo, ma senso storico in atto di un rivoluzionario, che agisce tanto piú nel profondo, quanto piú si allontana dai metodi convenzionali di riforma.
Stante questo valore attribuito allo Stato, è facile capire che la battaglia antiborghese costituiva, come si è detto, solo un momento, un aspetto di una operazione pedagogica di massa ben piú vasta e ambiziosa.
Il primo fascismo era stato antiborghese; antiborghesi, sia pure con caratteri diversi, erano stati quei fascisti che provenivano dal socialismo, dal sovversivismo di sinistra, i futuristi, gli arditi. Via via che, dalla fine del ’20, il fascismo si era sviluppato grazie soprattutto alle adesioni e alle simpatie piccolo e medio borghesi, la polemica antiborghese si era attenuata e poi quasi quietata, ma, al fondo, era rimasta una caratteristica della mentalità e della cultura di molti fascisti, assumendo spesso in taluni intellettuali toni populistici217. Tipica può essere considerata la posizione di Pietro Gorgolini. Nel suo libro Il fascismo nella vita italiana, scritto nel 1921, pubblicato nella primavera dell’anno successivo con una lusinghiera prefazione di Mussolini («la migliore pubblicazione sul fascismo fra quante ne sono uscite in Italia dal marzo 1919 ad oggi») e ripubblicato piú volte durante il primo decennio fascista, egli scriveva218:
Il Fascismo... non può essere, non è e non sarà mai con la borghesia. Scende anzi in lizza spesso contro di lei. Implacabilmente. Le ragioni di questa irriducibile ostilità sono infinite: d’indole politica, sociale, morale, economica, giuridica, nazionale...
La crisi Matteotti, ridando fiato all’intransigentismo, lo aveva ridato anche alla polemica antiborghese; salvo casi sporadici, essa si era però rivolta soprattutto contro la grande borghesia, il mondo della finanza, accusati di essere stati prima «alla finestra» e poi contrari al fascismo219. Rientrata la crisi anche la polemica si era però esaurita. Ciò non vuole dire che se ne fossero seccate le radici. Al contrario esse erano sempre vive non solo nei vecchi fascisti, quelli della prima ora220, ma anche nei giovani e in particolare negli intellettuali delle nuove leve, che vedevano nella borghesia l’ostacolo maggiore, psicologico, culturale e sociale, alla realizzazione del vero «ordine fascista», della tante volte annunciata e mai realizzata «svolta sociale» del fascismo. Un esame della stampa giovanile e della pubblicistica minore fascista della fine degli anni venti e della prima metà degli anni trenta – del periodo cioè in cui, per dirla con G. Volpe221, vi erano «non pochi» che pensavano che il fascismo «sempre piú si presenti come modo di attuarsi del socialismo» – è assai significativo. Esso rivela infatti un diffuso stato d’animo antiborghese a sfondo populistico, che attribuiva alla borghesia tutti i mali, da quello di avere, in passato, diseducato il popolo e praticato una politica priva di qualsiasi spiritualità e quindi arida e infeconda, a quello, nel presente, di frenare con la sua «partecipazione a rimorchio» la dinamica del regime, contaminando per di piú con la sua grettezza e mancanza tanto di spirito sociale quanto di senso dello Stato gran parte della vecchia generazione fascista e persino parte della nuova. Due citazioni, tra le molte che si potrebbero fare, ci pare rendano bene questo stato d’animo. La prima, da un articolo di Bruno Spampanato222, è indicativa soprattutto per capire cosa questi fascisti intendessero per «mentalità borghese»:
Grattali un poco questi borghesi, e ti riappaiono quel che sono: con una fede di tipo corrente, ottimisti, di facile contentatura, miopi quello che basta, transigenti con la comodità la convenzione la mediocrità, insomma amanti d’un quieto vivere di vaga ispirazione filosofica ma confinante con la piú caratteristica ed autentica vigliaccheria.
Nessuna transazione è eccessiva. Nessuna riserva sufficiente. Nessuno slancio utile. In tutti i tempi e in tutti i Paesi la loro morale prese la misura dei loro piedi come le scarpe: ed a rinnovarla, bastò risolarla. Il borghese italiano, come gli altri.
Non diciamo che non coltivasse le virtú, ma quel loro sapore classico lo incitò ad ammirarle nei libri, e se mai ne discusse, prese quel dolciastro ed enfatico tono rettorico che basta ad uccidere cento e una virtú.
La borghesia piú che una classe era, è un clima. Piú che un clima, è il colossale chilo delle conquiste del terzo stato tranquillamente ruminate e digerite da alcune generazioni.
La seconda, da un articolo di Luigi Fontanelli223, ha un valore piú politico:
All’indomani della Marcia su Roma, da chi considerava l’evento con soddisfatto spirito borghese, sorse la definizione di «colpo di Stato». Infatti la borghesia non poteva vedere piú in là del colpo di Stato o della dittatura militare: erano i suoi miti, quelli che avrebbero avuto ragione dei corrispondenti miti del socialismo... rivoluzionario italiano...
La borghesia favorendo il Fascismo per il «colpo di Stato» aveva proprio pensato di impegnare una battaglia decisiva e di vincerla. Infatti essa raggiungeva il limite estremo dei propri orizzonti. Ma gli orizzonti del Fascismo non sono quelli della borghesia, perché non sono quelli del passato, cosí come lo spirito del fascismo è l’antitesi dello spirito borghese.
Antiborghese era stato e sostanzialmente era rimasto anche Mussolini. Come giustamente ha scritto l’Aquarone224, in lui era rimasta sempre viva «un’istintiva, plebea avversione per la borghesia, pavida e filistea, incapace, nel suo gretto egoismo, di altamente sentire e fortemente operare». Con la differenza però che la sua polemica contro la borghesia si era mantenuta sino a tutta la guerra d’Africa entro termini assai cauti, manifestandosi in genere in modo indiretto, ex contrario, attraverso l’esaltazione della mentalità, dello «stile», della «mistica» fascisti e la denuncia dei «mali» che affliggevano, a suo dire, i paesi in cui la borghesia «decadente» celebrava i suoi «trionfi» culturali e politici, primo fra tutti quello del declino demografico. In un certo senso si può addirittura dire che lo era diventato sempre di piú via via che gli era apparso evidente quanto per larghi settori della media e persino della piccola borghesia l’adesione al fascismo fosse superficiale e, nell’intimo, tutt’altro che irreversibile, venata da molteplici insofferenze e che la grande borghesia – pur ricavando dal fascismo indubbi utili e professandogli la maggior fedeltà – si dimostrava sempre «insensibile» alle «superiori» esigenze del regime e non perdeva occasione per trarre il massimo beneficio da qualsiasi «sacrificio». Le resistenze e i malumori suscitati dalla politica di «quota novanta» prima e da quella per fronteggiare la crisi economica poi avevano avuto in questo senso un peso assai notevole. Tra le varie testimonianze che si potrebbero addurre, valga per tutte questa tratta dal diario di Dino Grandi, alla data del 18 dicembre 1930:
Il Duce è indignato con la borghesia italiana. «Il borghese italiano che ha 3 automobili, una per sé, una per la moglie e una per l’amante, ed è costretto a ridurre le 3 automobili a 2 (quella della moglie è la prima ad essere sacrificata) si lamenta e strilla che “siamo rovinati” che “cosí non si può andare avanti”». Come ha ragione il Presidente.
Eppure in quindici anni di potere, l’«attacco» pubblico piú «esplicito» alla borghesia fatto da Mussolini era stato questo, in occasione, il 18 marzo 1934, della seconda assemblea quinquennale del regime225:
Il popolo fascista d’Italia al quale io indico queste grandi secolari direttive di marcia è, oggi, tutto attorno al fascismo e lo dimostrerà domenica col suo plebiscito. L’antifascismo è finito. I suoi conati sono individuati e sempre piú sporadici. I traditori, i vociferatori, gli imbelli saranno eliminati senza pietà. Ma un pericolo tuttavia può minacciare il regime: questo pericolo può essere rappresentato da quello che comunemente viene chiamato «spirito borghese», spirito cioè di soddisfazione e di adattamento, tendenza allo scetticismo, al compromesso, alla vita comoda, al carrierismo. Il fascista imborghesito è colui che crede che oramai non c’è piú nulla da fare, che l’entusiasmo disturba, che le parate sono troppe, che è ora di assettarsi, che basta un figlio solo e che il piede di casa è la sovrana delle esigenze. Non escludo l’esistenza di temperamenti borghesi, nego che possano essere fascisti. Il credo del fascista è l’eroismo, quello del borghese l’egoismo.
Contro questo pericolo non v’è che un rimedio: il principio della rivoluzione continua. Tale principio va affidato ai giovani di anni e di cuore. Esso allontana i poltroni dell’intelletto, tiene sempre desto l’interesse del popolo: non immobilizza la storia, ma ne sviluppa le forze. La rivoluzione nel nostro pensiero è una creazione che alterna la grigia fatica della costruzione quotidiana, ai momenti folgoranti del sacrificio e della gloria. Sottoposto a questo travaglio che segue la guerra, è già possibile vedere, e sempre piú si vedrà, il cambiamento fisico e morale del popolo italiano. Ecco iniziata la quarta grande epoca storica del popolo italiano, quella che verrà dagli storici futuri chiamata epoca delle camicie nere. La quale vedrà i fascisti integrali, cioè nati, cresciuti e vissuti interamente nel nostro clima: dotati di quelle virtú che conferiscono ai popoli il privilegio del primato nel mondo.
Un discorso, come si vede, tipicamente mussoliniano, ancora tutto proiettato sui «tempi lunghi» e in cui mancava ogni caratterizzazione politico-sociale della polemica antiborghese (che invece era presente in fascisti come Fontanelli), che, oltre tutto, era impostata in termini cosí generici da non poter assolutamente far pensare che nel giro di quattro anni essa avrebbe assunto toni tanto diversi e sarebbe diventata il nodo centrale della politica interna fascista.
E infatti per capire la drastica impennata antiborghese del 1938-39 questi precedenti vanno tenuti ben presenti, ma deve essere chiaro che il loro rapporto con essa fu solo quello di costituire l’humus necessario a renderla popolare in certi ambienti fascisti e a mobilitarli, ma che per il resto la politica antiborghese nacque in un contesto determinato esclusivamente dalla situazione del regime e dalla politica mussoliniana in quel momento. Ovvero, detto in altre parole, che è impensabile considerare la motivazione «ideologica» altro che subordinata a quella politica.
Lo stesso discorso vale per la motivazione «sociale». Con la guerra d’Africa in molti fascisti delle generazioni piú giovani (ma non solo di esse226) si erano rinfocolate le attese e le richieste di una «svolta sociale». E ciò tanto piú che la gioventú fascista e il popolo italiano nel suo complesso sembravano aver superato bene la prova, l’«esame», della guerra227. Che Mussolini dovesse e in definitiva volesse tener conto delle aspirazioni della gioventú fascista è piú che probabile. La sua origine, la sua formazione, la sua mentalità, la sua esperienza di governo, le sue ambizioni, oltre che il suo interesse politico, tutto insomma lo spingeva in questa direzione. A parte che il suo «spiritualismo» lo portava a considerare la «riforma morale» piú urgente e preliminare rispetto a quella «materiale», in quel momento egli non poteva però pensare ad una vera «svolta sociale». Essa gli avrebbe infatti creato troppe difficoltà interne e soprattutto – anche se, per ipotesi, fosse riuscito a superare queste difficoltà – lo avrebbe costretto ad un periodo di «raccoglimento» interno e, quindi, gli avrebbe «tarpato le ali» sul piano internazionale in un momento oggettivamente assai difficile. Da qui la necessità per lui di non ignorare le richieste e le attese sociali, ma di proiettarne ancora una volta la realizzazione nel tempo, legandola per altro alla battaglia antiborghese in maniera da sfruttare in funzione di essa la «carica sociale» delle nuove generazioni. Significativa è in questo senso la graduatoria degli obiettivi da conseguire da lui indicata – come già tre anni prima228 – il 26 marzo 1939, parlando agli squadristi convenuti a Roma per celebrare il ventesimo anniversario dei Fasci di combattimento229:
l’uomo delle squadre dice a colui che si attarda dietro le persiane che la rivoluzione non è finita, ma dal punto di vista del costume, del carattere, delle distanze sociali, è appena incominciata.
E ancora piú significativo, a dimostrazione di come la battaglia contro la borghesia fu da lui concepita e condotta tenendo ben fermo che si trattava di una battaglia che doveva incidere non tanto sulle distanze sociali tra le varie classi quanto sul costume, sul carattere della borghesia230, è il discorso «semisegreto» («questo discorso è destinato a rimanere inedito per il momento; però vi autorizzo a trasmetterlo per diffusione orale») da lui pronunciato cinque mesi prima, il 25 ottobre 1938, al Consiglio nazionale del PNF; un discorso su cui dovremo ritornare perché fondamentale per comprendere il nesso strettissimo che legò attorno al comun denominatore della battaglia antiborghese tutta una serie di iniziative231:
Alla fine dell’anno xvi ho individuato un nemico, un nemico del nostro regime. Questo nemico ha nome «borghesia».
Quando, alcuni anni fa, mi occupavo di questa faccenda e tentavo, invano, di raddrizzare le gambe ai cani, io dicevo: fate una distinzione nettissima fra capitalismo e borghesia. Perché la borghesia può essere una categoria economica, ma è soprattutto una categoria morale, è uno stato d’animo, è un temperamento. È una mentalità nettissimamente refrattaria alla mentalità fascista. Si potrebbe dire, grosso modo, che la borghesia è quella che sta fra gli operai da una parte, e i contadini dall’altra, cioè fra alcuni milioni di persone. Questo non ci soddisfa. La borghesia è una categoria a carattere politico-morale.
Ciò che andava combattuto e trasformato nella borghesia non era il suo peso sociale, era il suo temperamento, la sua morale e cioè la sua grettezza, il suo pessimismo, la sua visione meschina e limitata, il suo pacifismo, il suo pietismo, il suo complesso d’inferiorità rispetto agli altri popoli, la sua mancanza di passione per le grandi mete:
La borghesia è una categoria a carattere politico-morale. Come la identificheremo? Attraverso delle esemplificazioni. Esempio: un giorno di luglio il principe Colonna vola e cade. Il fascista di temperamento dice: «Però questo principe romano, di una grande, grandissima famiglia, ha del fegato. Il suo gesto è ammirevole. Poteva nel pomeriggio rimanere in via Veneto a scambiarsi delle parole inutili con altri individui e, viceversa, volava». Commento del borghese: «Ma chi glielo ha fatto fare?»
Si fanno dei voli transoceanici che portano la nostra ala in continenti lontani. Il popolo fascista è fiero di ciò. Vede in queste gesta qualche cosa che inorgoglisce il popolo italiano. Vede un aumento di prestigio morale della nazione. Il borghese si mette al tavolo e dice: «Tre motori, tre apparecchi, nove motori. Consumo di benzina per ogni motore cinquecento litri. Dunque questo ci viene a costare dai quindici ai venti milioni». Questo è un tipico ragionamento del borghese. Un altro dato di fatto per identificare il borghese, la mentalità borghese: la esterofilia. «Parigi! Ma chi non è stato a Parigi non conosce il mondo, non è uomo!» E ci mettono anche la erre moscia. «Londra! Domina la quarta parte dei continenti».
Secondo costoro l’Italia è un piccolo, povero paese, che deve andare a scuola dalla democrazia francese e dalla aristocrazia britannica, perché deve sempre copiare qualcuno e qualche cosa.
Altro tratto caratteristico della borghesia: il suo pessimismo, ben lontano dal nostro pessimismo virile, che è il pessimismo che vede l’ostacolo e non lo svaluta ed è deciso ad affrontarlo. Il pessimismo del borghese è quello che si fascia la testa prima di essersela rotta. Prima che succeda niente dice: «Ma che cosa va a succedere? Siamo perduti, è un salto nell’ignoto».
Ma poi ancora il borghese è un minuzzatore di quelli che si chiamano i grandi uomini. La gioia del borghese è quella di vedere che Napoleone, ad un certo momento della Maria Waleska, è in una specie di vestaglia, non ben definita, e si rade. Allora il borghese dice: «Vedete, è uguale a me». Infatti è uguale a lui. Napoleone non andava a letto con gli speroni e con gli stivali. Ma c’è una cosa che il borghese non potrà mai fare. Non potrà mai vincere una battaglia come quella di Austerlitz. Evidentemente c’è qualcosa in Napoleone che è comune a tutti gli uomini, ma c’è anche qualcosa di profondamente diverso. Il borghese è nemico dello sport. Nemicissimo dello sport, di tutto quello che può turbare il suo stato perenne di quiete. È naturalmente pacifista, pietoso, pietista, pronto a commuoversi, sempre umanitario, infecondo. Infecondo, perché il borghese ci fa un calcolo sopra. Se un sabato sera si mette a discutere con la moglie se fare un bambino o no, il calcolo gli dice che non gli conviene, che è meglio non farlo. Mentre, invece, la fecondità è un dato dell’istinto. La troppa ragione raziocinante è ostile a quelle che sono le forme primordiali, incoercibili e profonde della umanità.
Questi sono i tratti caratteristici somatici del borghese232.
Messo bene in luce questo punto, va per altro detto che, data l’importanza che attribuivano alla «riforma morale», il significato che per realizzarla davano alla battaglia antiborghese e gli scarsi e sostanzialmente controproducenti risultati che questa mostrò subito di ottenere fuori da limitati ambienti giovanili, Mussolini e con lui Starace, cioè il partito, non fecero quasi nulla per impedire che da parte di quei fascisti, specialmente giovani, che auspicavano una «svolta sociale» venisse dato alla polemica antiborghese un carattere che spesso andava oltre i limiti che il «duce» aveva indicati. Un’attenta lettura de «Il popolo d’Italia» e di «Gerarchia» è indicativa. Le punte politicamente e socialmente piú vivaci contro la borghesia apparvero nel 1938-39 sulla stampa dei GUF e, sia pur meno numerose, su quella sindacale. A parte queste pubblicazioni, tra gli organi fascisti piú autorevoli si può dire che nessuno si impegnò nella polemica antiborghese tanto quanto i due (e specialmente «Gerarchia») che facevano capo direttamente a Mussolini233 e pubblicò tanti attacchi che andavano oltre l’aspetto «morale» e del costume e nessuna presa di posizione che potesse essere considerata in qualche misura critica234. Per sino «Critica fascista» che, a questo livello, fu uno dei piú impegnati, si dimostrò piú cauta, riuscendo a contenere al minimo le prese di posizione estremiste e pubblicando qualche voce critica o, almeno, ammonitrice235. Non è certo privo di significato che tra i libri di polemica antiborghese che videro la luce tra il 1939 e il 1941236 il piú violento e il piú ricco di attacchi non riconducibili al mero aspetto morale della borghesia e che, proprio per questo fece maggiore impressione e suscitò la maggior indignazione237, Processo alla borghesia, era in gran parte una raccolta di scritti apparsi precedentemente su «Gerarchia» e su «Il popolo d’Italia», letti ed approvati da Mussolini238.
La polemica antiborghese costituí la punta di diamante della «rivoluzione culturale» fascista nella quale a sua volta si compendiò gran parte della «svolta totalitaria» della seconda metà degli anni trenta. Essa fu infatti a ben vedere l’elemento animatore piú o meno dichiarato di tutte le iniziative che furono prese in questo quadro a tutti i livelli e con un dispiegamento di mezzi propagandistici senza precedenti.
Cominciamo da quelle che Mussolini, nel suo discorso «semisegreto» del 25 ottobre 1938, definí altrettanti «poderosi cazzotti nello stomaco» dati «nel sedicesimo anno del regime» alla borghesia italiana.
Prima: l’abolizione del lei («servile e straniero e detestato dai grandi italiani, da Leopardi a Cavour»239) e la sua sostituzione col voi e, piú in generale, la campagna per la purezza della lingua italiana e, dunque, contro l’uso di termini, di espressioni stranieri (direttamente o italianizzati) e dei dialetti. Tra tutte la «battaglia antilei», pur non conseguendo risultati certo totalitari, fu probabilmente quella che piú ebbe successo. Un po’ perché l’uso del lei in alcune regioni era poco diffuso, un po’ perché adeguarvisi era un atto di disciplina senza conseguenze negative e sottrarvisi era difficile, un po’ perché a suo favore si schierò – per conformismo, ma anche con convinzione – un buon numero di letterati e di intellettuali che in molti ambienti «facevano opinione», filologi come Pasquali, letterati e critici come Marinetti, Bargellini, Baldini, Landolfi, Quasimodo, Savinio, Pratolini, Vittorini, la Negri, la Vivanti, la Morante, Anceschi, Migliorini, Binni, filosofi come Carlini e Orestano, storici come Volpe240.
Seconda: l’introduzione del «passo romano». Su di essa Mussolini insistette molto, sia in privato (attribuendo tra l’altro l’ostilità che per il nuovo passo di parata dimostrava il re al fatto che «essendo fisicamente una mezza cartuccia», «non potrà far[lo] senza essere ridicolo»241) sia in pubblico.
Il primo cazzotto è stato il passo romano di parata. – Disse il 25 ottobre 1938242 – Il popolo adesso lo adora. Ma la borghesia lo ha detestato. Ha detto: «Ma che cosa è questo passo romano di parata?» Non sapeva che è stato inventato da Eugenio di Savoia e adottato da tutti gli eserciti. Si è detto che esso non era democratico e perciò era stato abolito, mentre noi lo abbiamo ristabilito. Si è detto anche che esso è uguale al «passo dell’oca». Prima di tutto ciò non è vero. Secondo, anche se fosse vero, c’è un dato di fatto curioso: che il popolo italiano è forse il solo popolo della terra che abbia l’oca nella sua storia. Infatti tutti gli storici di Roma lo attestano. C’era un accantonamento di romani sul Campidoglio. Ora l’oca faceva migliore guardia dei cani. Del resto l’oca era dedicata a Giunone, e quindi era un animale altamente rispettabile, ed è perfettamente normale che l’oca abbia risvegliato i romani, che forse erano stanchi e dormivano, e quindi il console abbia sconfitto i Galli (francesi di oggi) ed abbia impedito che salissero fino sulla vetta del Campidoglio. Tutti coloro che hanno visto il nostro passo di parata ed il passo di parata germanico hanno constatato che c’è una differenza essenziale. Tutti gli eserciti lo hanno adottato, ivi compreso l’inglese, ivi compreso l’albanese, il bulgaro; persino i soldati della Repubblica Argentina e i cadetti degli Stati Uniti. Evidentemente bisogna dare, ad un certo momento, l’impressione della forza.
Decisivo e grave è questo che vi dico: perché non si faceva prima il passo di parata? Perché si riteneva che noi fossimo incapaci di farlo. Infatti si diceva: «È un passo da giganti e non può essere un passo di un popolo dove tutti sono piccoli, storpi». C’era quasi un riconoscimento della nostra inferiorità fisica per rinunciare a manifestazioni di questa nostra forza. Il popolo l’ha sentito. La borghesia si è inalberata. Ma, dopo le mie parole del 1° febbraio, in cui gettavo fasci di luce contro i borghesi definendoli sedentari, mezze cartucce ed altro, la borghesia si è acquetata.
Quel passo esprime la volontà. Chiunque è capace di andare al passo. Se voi prendete un gregge di tremila pecore con i campanelli, tutti i campanelli suonano nello stesso tempo e il gregge va al passo. Possiamo noi accontentarci di questo? No. L’introduzione del passo romano ha avuto una ripercussione in tutto il mondo, come espressione di forza morale. Noi lo manterremo appunto perché risponde a queste caratteristiche.
Abbiamo riportato questo stralcio di oratoria mussoliniana perché, se non ci si ferma a quanto vi è di istrionico, esso fa capire bene l’obiettivo che il «duce» si proponeva di raggiungere con l’introduzione del «passo romano» e con altre iniziative simili da lui adottate nello stesso periodo, quale, per esempio, quella con cui fu imposto ai dipendenti dello Stato l’uso dell’uniforme con relativi gradi come per i militari243: incidere sul costume e sul carattere creando attorno agli italiani un’atmosfera di tipo militare e facendoli vivere il piú possibile «pronti alla lotta». Né piú né meno di quello che si legge nella terza prefazione agli atti del Gran Consiglio da lui scritta il 1° luglio 1938 come bilancio dell’ultimo quinquennio e per indicare il ruolo centrale che la riforma del costume avrebbe dovuto avere nell’ulteriore sviluppo della «rivoluzione fascista»244:
Tutta l’atmosfera nella quale si svolge la vita del popolo italiano ha carattere militare, deve avere e avrà un carattere sempre piú militare: il popolo ha l’orgoglio di sapersi mobilitato permanentemente per le opere di pace e per quella di guerra.
Terza iniziativa, terzo «poderoso cazzotto nello stomaco della borghesia»: la «questione razziale». Con essa il discorso si fa piú complesso e le conseguenze diventano di ben altra portata. Quando Mussolini tenne il suo discorso «semisegreto» questa iniziativa si era già venuta trasformando, passando dalla sua fase originaria, quella della formazione di una «coscienza razziale», alla seconda, che faceva essenzialmente perno sull’antisemitismo e che avrebbe portato di là a pochissimo alla introduzione della legislazione antiebraica. Ciò nonostante le sue parole rendono abbastanza bene i motivi e il significato che questa iniziativa aveva per Mussolini all’inizio, prima cioè che una serie di considerazioni essenzialmente di politica estera lo inducesse a dilatare i termini della «questione razziale» e a porre in primo piano motivazioni diverse dalle originarie. Mettere in chiaro questo è importante, perché la prima fase della «questione razziale» deve essere vista nel quadro di quella che abbiamo definito la «rivoluzione culturale» mussoliniana della seconda metà degli anni trenta, mentre invece la seconda fase (pur essendo seguita cosí da presso alla prima da confondersi quasi con essa) va inquadrata in tutt’altro contesto – tant’è che anche nella nostra esposizione ne tratteremo in altra parte di questo volume –, anche se da varie parti e dallo stesso Mussolini si cercò, significativamente, di riportare anch’essa nella cornice «spiritualista» della «coscienza razziale» da suscitare negli italiani. A proposito della «questione razziale», nel senso che qui ci interessa, Mussolini disse245:
Il problema razziale è per me una conquista importantissima, ed è importantissimo averlo introdotto nella storia d’Italia. I romani antichi erano razzisti fino all’inverosimile. La grande lotta della Repubblica Romana fu appunto questa: sapere se la razza romana poteva aggregarsi ad altre razze.
Questo principio razzista introdotto per la prima volta nella storia del popolo italiano è di una importanza incalcolabile, perché, anche qui, eravamo dinanzi ad un complesso di inferiorità. Anche qui ci eravamo convinti che noi non siamo un popolo, ma un miscuglio di razze, per cui c’era motivo di dire, negli Stati Uniti: «Ci sono due razze in Italia: quella della valle del Po e quella meridionale». Queste discriminazioni si facevano nei certificati, negli attestati, ecc.
Bisogna mettersi in mente che noi non siamo camiti, che non siamo semiti, che non siamo mongoli. E, allora, se non siamo nessuna di queste razze, siamo evidentemente ariani e siamo venuti dalle Alpi, dal nord. Quindi siamo ariani di tipo mediterraneo, puri. Le invasioni barbariche dopo l’impero erano di poca gente: i longobardi non erano piú di ottomila e furono assorbiti; dopo cinquantanni parlavano latino.
Senza risalire alle origini, ai liguri ed ai cinque e seimila anni prima di Cristo, ci limitiamo a dire che, da almeno millecinquecento anni, le nostre genti si sono raggruppate fra di loro, ragione per cui la loro razza è pura, soprattutto nelle campagne. Naturalmente, quando un popolo prende coscienza della propria razza, la prende in confronto di tutte le razze, non di una sola. Noi ne avevamo preso coscienza solamente nei confronti dei camiti, cioè degli africani. La mancanza di dignità razziale ha avuto conseguenze molto gravi nell’Amara. È stata una delle cause della rivolta degli amara. Gli amara non avevano nessuna volontà di ribellarsi al dominio italiano, nessun interesse a farlo. Lo prova il fatto che durante l’impresa etiopica cinquemila amara, armatissimi, accolsero il camerata Starace, quando egli scese dall’aeroplano, con manifestazioni di obbedienza e di entusiasmo. Ma quando hanno visto gli italiani che andavano piú stracciati di loro, che vivevano nei tucul, che rapivano le loro donne, ecc., hanno detto: «Questa non è una razza che porta la civiltà». E siccome gli amara sono la razza piú aristocratica dell’Etiopia, si sono ribellati.
Queste cose probabilmente i cattolici non le sanno, ma noi le sappiamo. Ecco perché le leggi razziali dell’impero saranno rigorosamente osservate e tutti quelli che peccano contro di esse saranno espulsi, puniti, imprigionati. Perché l’impero si conservi bisogna che gli indigeni abbiano nettissimo, predominante il concetto della nostra superiorità.
Come si vede, anche qui le motivazioni erano le solite. Oltre a quella «esterna», modificare l’immagine che degli italiani si aveva all’estero, esse erano quella di dare unità alla nazione, eliminando le differenze «razziali» tra Nord e Sud, e quella di dare agli italiani una «dignità razziale» tanto verso gli altri popoli europei (facendo loro superare ogni «complesso d’inferiorità» rispetto ad essi) quanto verso le popolazioni indigene delle colonie. Stabilire una graduatoria tra queste motivazioni, tra questi obiettivi è impossibile. E ciò tanto piú che la «questione razziale» aveva in questa prima fase per Mussolini confini difficilmente definibili e finiva spesso per confondersi con quella demografica, con quella sanitaria (specie per quanto concerneva la maternità e i giovani), con quella sportivo-agonistica, con quella del miglioramento fisico delle nuove generazioni. Quello che è certo è che un peso notevole nello spingere Mussolini a porre il problema della «dignità» in termini razziali e non piú nazionali come in passato, avevano avuto le notizie che gli pervenivano dall’Etiopia. Gli accenni alla ribellione in atto in quel paese e al comportamento degli italiani con le popolazioni indigene non erano pseudo argomenti, pretesti usati per dare vigore alla sua decisione e per giustificarla. Varie testimonianze attestano la profonda impressione che su di lui avevano fatto tali notizie246, al punto da indurlo a ritenere che la causa delle ribellioni andasse attribuita essenzialmente al comportamento degli italiani, alla loro mancanza di «dignità razziale» e, quindi, di capacità di stabilire un «giusto» rapporto – di conquistatori-civilizzatori, superiori, quindi, in tutto agli indigeni – con le popolazioni locali.
Il diario di Ciano contiene a questo proposito due annotazioni significative. Una alla data dell’8 gennaio 1938247:
Il Duce era inquieto per l’Impero: il Goggiam è in rivolta. Ne è responsabile, a detta del Duce, Pirzio Biroli, nonché l’impreparazione razziale degli italiani. Il contegno di molti dei nostri ha fatto perdere agli indigeni il rispetto della razza bianca.
L’altra a quella del 30 luglio successivo248:
... il Duce considera la questione razziale come fondamentale, dopo avvenuta la conquista dell’Impero. È all’impreparazione razziale degli italiani che dobbiamo l’insurrezione degli Amhara.
Queste le tre iniziative delle quali Mussolini parlò nel suo discorso «semisegreto» al Consiglio nazionale del PNF. Nulla sarebbe piú sbagliato però che credere che la battaglia antiborghese e, piú in generale, la «rivoluzione culturale» fascista di cui la battaglia antiborghese non era che un aspetto, un momento, si limitassero ad esse. Per avere una idea adeguata della loro ampiezza bisogna considerare anche altre iniziative che non vennero messe esplicitamente in relazione con esse e tenere presente la loro influenza su iniziative e temi propagandistici già da tempo all’ordine del giorno, ma che nella seconda metà degli anni trenta modificarono o accentuarono la loro caratterizzazione ideologica in senso antiborghese (tipico in questo senso è il caso della campagna demografica e contro il celibato249) e, piú in generale, sull’ulteriore accentuazione e capillarizzazione del controllo e della politicizzazione della informazione e della cultura di massa a tutti i livelli.
Il ruolo della radio negli anni del fascismo (alla vigilia della guerra d’Etiopia gli abbonati erano poco piú di mezzo milione, nel 1937 circa trecentomila di piú, alla fine del 1939 quasi un milione e duecentomila, localizzati per piú della metà nel Nord) è stato in questi ultimi tempi oggetto di vari studi. Da essi e soprattutto dai migliori di essi, quelli di A. Monticone250, risulta bene sia l’importanza crescente che con la guerra d’Etiopia il regime attribuí alle trasmissioni radiofoniche (col 1937 i programmi parlati superarono quantitativamente quelli musicali che sino allora avevano avuto la prevalenza), sia la loro progressiva politicizzazione (acutamente il Monticone osserva che nel periodo che qui ci interessa «il regime ormai non si fa solo propaganda con la radio, fa politica con essa»251), sia come nonostante ciò alcuni tipi di trasmissioni politiche e culturali fossero tra il 1937 e il 1940 nel complesso di ottimo livello. Non è quindi il caso di insistere su tale ruolo, tanto piú che, essendo l’EIAR strettamente e direttamente controllata dal regime, la sua gestione politica non presentava problemi, potendo essere in qualsiasi momento adeguata alle esigenze tattiche e strategiche di esso.
Lo stesso si può dire per la parte piú immediatamente politica – i cinegiornali Luce – della utilizzazione del mezzo cinematografico, anch’essa direttamente nelle mani del regime e quasi sempre personalmente visionata preventivamente da Mussolini252.
Piú complesso è il discorso relativo al cinema-spettacolo, ai film a soggetto253. Le pellicole dichiaratamente fasciste furono infatti assai poche rispetto al complesso della produzione nazionale, caratterizzata invece da soggetti leggeri, «di evasione», soprattutto commedie brillanti (i famosi «telefoni bianchi») e in costume. Va per altro notato che fu soprattutto con la seconda metà degli anni trenta che venne prodotta la maggioranza dei film politicamente impegnati e – quel che piú conta – si ebbe una vera e propria politica cinematografica del regime per quel che riguardava tanto le strutture (il Centro sperimentale di cinematografia cominciò a funzionare nel ’35, Cinecittà fu inaugurata nel ’37) quanto l’indirizzo e il controllo della produzione nazionale e della importazione delle pellicole straniere (il Monopolio film esteri fu creato nel ’38) ad opera della Direzione generale per la cinematografia, istituita nel settembre 1934 alle dipendenze del sottosegretariato per la Stampa e propaganda e retta per un quinquennio (pressoché tutto il periodo che qui ci interessa) da Luigi Freddi. Vecchio fascista (in precedenza si era occupato dell’Ufficio propaganda del PNF e dei Fasci all’estero), dotato di notevoli capacità e preparazione tecnica, Freddi254, pur dovendo tener conto di una serie di esigenze spesso contrastanti e in primo luogo di quelle dell’industria, del gusto del pubblico e della «concorrenza» straniera, riuscí a rendere anche il cinema un elemento dell’«educazione» fascista delle masse assai piú coerente e, nonostante tutto, funzionale di quanto in genere si tende ad affermare. Non volendo creare una industria cinematografica di Stato, non volendo e non potendo bloccare totalmente l’importazione di pellicole straniere e ritenendo controproducente economicamente e politicamente una produzione nazionale troppo impegnata su un terreno scopertamente propagandistico, la strada non poteva essere che quella di un indirizzo e di un controllo della produzione e della importazione che tendessero a far circolare solo film privi di contenuti critici o, peggio, alternativi rispetto alla realtà italiana del tempo (che non contraddicessero, cioè, come fu detto255 «la vita che ci circonda») e che non incoraggiassero desideri non realizzabili nel contesto di tale realtà e, possibilmente, che – prospettando determinati modelli di vita – potessero avere una funzione di integrazione sociale e culturale. In questo senso è significativa la scelta di privilegiare, per quel che riguardava l’importazione, la produzione americana: salvo casi eccezionali (ai quali provvedeva la censura), i valori, la morale che contraddistinguevano questa produzione erano infatti meno lontani da quelli che il fascismo accettava o addirittura propugnava di quelli che molto spesso erano presenti in altre e in particolare in quella francese. E ancor piú significativo è che nel settembre 1936 Vittorio Mussolini indicasse addirittura nella cinematografia americana il modello al quale era opportuno che quella italiana si rifacesse256:
l’America è giovane mentre l’Europa è stravecchia, e di tale situazione risentono i rispettivi pubblici, anche sul terreno del semplice divertimento spettacolare.
Per fortuna nostra, col Fascismo l’Italia fa parte a sé ed è estranea ad ogni corrente funesta: quindi il terreno si presta di piú ad un vasto movimento di riforma ed autonomia cinematografica.
È forse eresia affermare che spirito, mentalità e temperamento della giovinezza italiana, pur con le logiche e naturali differenze imprescindibili in un’altra razza, siano molto piú vicine a quelle della gioventú d’oltre oceano che non a quella russa, tedesca, francese, spagnola?
Il pubblico americano ama del resto i film a grandi orizzonti, sente i vasti problemi, è attratto dal senso bambinesco ma felice dell’avventura, e se questa giovinezza gli è data dal non avere secoli di storia e di cultura, di sistemi e leggi filosofiche, è certo molto piú vicina a quella della nostra balda generazione che a quelle, inesistenti, di molti paesi d’Europa... Per la nostra cinematografia il seguir la scuola americana (quale altra esiste? nemmeno piú la russa) può dir molto. Allontanando la leggerezza storica di alcuni film americani, stroncando il cinema cattiva copia del teatro, assorbendo (e sarà facile) la freschezza, l’audacia, la forza e l’esuberanza chiassosa ma sana che si trova nella maggior parte delle pellicole d’oltre oceano, la nostra industria, potenziata dall’apposita Direzione, si eleverà a quella maturità materiale e spirituale che aprirà la porta al piú grande successo.
Cosí come, a un livello piú spicciolo, sono significative alcune personali prese di posizione di Mussolini con Freddi257 a proposito di film in cui apparivano scene «inopportune» politicamente (la descrizione, in un caso, di un episodio di incitamento alla ribellione contro un governo «affamatore», con il suo fiscalismo, della povera gente e, in un altro caso, di un occultamento di armi in vista di un’azione rivoluzionaria) o moralmente (perché eroticamente di «cattivo gusto» o perché si riferivano all’uso di stupefacenti258).
Date queste premesse, il cinema non poteva certo non essere toccato anch’esso dalla «rivoluzione culturale» fascista. Col 1937-38 sia sulla stampa specializzata sia su quella politica, infatti, le critiche alla banalità e al carattere borghesemente d’evasione di tanta parte della produzione nazionale e le richieste di una sua maggiore politicizzazione si fecero sempre piú numerose e talvolta perentorie. Ricordiamo tra le richieste piú ricorrenti quelle che i soggetti dei film avessero un nesso diretto con la realtà del fascismo e valorizzassero maggiormente il «senso dell’ordine», l’unità della famiglia, i «modelli piú nobili della nostra stirpe», la «nuova figura», il valore e l’attaccamento alla terra e alla civiltà contadina degli italiani 259. Parallelamente si ebbe un crescente intervento diretto ed indiretto della Direzione generale per la cinematografia in tutti i campi (orientamento nella scelta dei soggetti, censura, sovvenzioni, distribuzione, ecc.). I risultati di questa duplice azione non furono molto vistosi; per il regime non furono però neppure insignificanti: per esso era infatti pur sempre un modo per far circolare – spesso quasi inavvertitamente – sempre piú certi modelli di comportamento e sempre meno altri e questo, a livello di massa, era ed è per qualsiasi tipo di regime totalitario uno degli strumenti piú sicuri, anche se lento, di integrazione culturale.
Sempre in materia di informazione e di cultura di massa, lo sforzo maggiore per accentuare e rendere piú effettiva la politicizzazione, eliminare le voci stonate e controllare anche i settori piú particolari e sino allora trascurati, fu però quello messo in opera nei confronti della stampa periodica e dell’editoria. E ciò nonostante tutto quello che in questo campo era già stato fatto negli anni precedenti 260. Deus ex machina di questo sforzo fu il ministero della Cultura popolare, istituito nel maggio 1937 sul tronco di quello per la Stampa e la propaganda 261. Questa origine ha fatto sí che la novità della concezione che era alla base della sua costituzione sia stata spesso sottovalutata dagli storici. Non si trattò infatti solo, come spesso si crede, di un mero mutamento di nome e di un potenziamento (il personale del nuovo ministero fu presto quattro volte quello del precedente). La costituzione del ministero della Cultura popolare rispose infatti ad una logica, ad un programma molto piú ambiziosi di quelli che avevano presieduto alla nascita del suo predecessore. Il ministero della Stampa e propaganda aveva avuto, come indica anche il suo nome, compiti relativamente limitati e caratteristici degli obiettivi che allora il regime ancora si poneva e che, in gran parte, erano ancora quelli di uno Stato autoritario moderno (in ultima analisi, soprattutto censura e propaganda). E li aveva esercitati in modo ancora sostanzialmente artigianale e senza una chiara definizione delle sue competenze rispetto a quelle di altri ministeri e specialmente del partito, sicché non di rado si erano verificate interferenze e iniziative tra loro contrastanti e veri e propri scontri. Il suo successore (e il nome scelto per esso è sintomatico) tendeva, coerentemente alla nuova fase totalitaria del regime, ad obiettivi – lo si è detto – molto piú ambiziosi. La propaganda strictu sensu – cioè la politicizzazione di massa – veniva lasciata o devoluta secondo i casi al PNF e al suo personale262. Al ministero della Cultura popolare spettavano altri compiti: controllare direttamente tutte le attività culturali di massa (anche quelle «minori», quali quelle teatrali e musicali), «inquadrarle» completamente e «orientarle» in una prospettiva «totalitaria», al tempo stesso estremamente rigida per quel che concerneva la routine ed estremamente duttile per quel che concerneva la possibilità di qualsiasi mutamento di rotta, anche il piú radicale, se se ne fosse prospettata l’opportunità, in maniera da determinare nel paese un ambiente morale, culturale, politico unico, senza sfasature di alcun genere. Un ambiente in grado di recepire al massimo i contenuti politici, la «propaganda», necessari al regime per determinare un comportamento collettivo sempre all’unisono con la politica mussoliniana.
Come vedremo piú avanti, questo secondo obiettivo fu realizzato solo molto parzialmente e per di piú, in genere, solo superficialmente. E anche nell’inquadramento delle varie attività i risultati – pur notevoli – non furono né totalitari né uniformi. E ciò un po’ per l’oggettiva difficoltà di realizzarlo, un po’ per l’interferenza di altri ministeri (soprattutto quello dell’Educazione nazionale), sempre restii a rinunciare ad una serie di competenze ad essi attribuite in passato, e del partito e, piú in genere, di personalismi e di interessi «superiori» (veri o presunti) precostituiti (tipico il caso dell’Agenzia Stefani che M. Morgagni, facendosi forte della delicatezza del compito assegnatole e della sua amicizia personale con Mussolini, riuscí a mantenere in gran parte e specialmente per l’attività verso l’estero autonoma), un po’ perché certe iniziative si collocavano nell’ombra di singoli gerarchi che le consideravano proprie e cercavano quindi di autogestirle il piú possibile secondo i propri criteri e interessi di potere (tipico, nel campo delle arti figurative, il caso dei premi Cremona e Bergamo, il primo farinacciano e il secondo bottaiano), un po’, infine, perché non di rado coloro che volevano sottrarsi in qualche misura alla «dittatura» del ministero della Cultura popolare cercavano e spesso ottenevano la copertura di qualcuno dei sommi potentati del regime (il piú potente era il clan Ciano) e talvolta persino di Mussolini. Nonostante ciò i risultati – lo si è detto – non furono certo insignificanti. Il controllo sulla stampa quotidiana e periodica di ogni tipo (sino alle pubblicazioni a dispense, a quelle per i ragazzi e a fumetti) si fece nella seconda metà degli anni trenta effettivo e capillare e con esso la sua uniformizzazione formale e sostanziale. Il ministero della Cultura popolare interveniva infatti in tutto, dalla scelta dei direttori e dei giornalisti a quella dei temi da affrontare e al modo di prospettarli, allo spazio da dar loro e talvolta persino ai caratteri da usare (tra le sue iniziative fu la disposizione impartita a tutti i giornali di scrivere sempre Duce in tutte lettere maiuscole, in modo da sottolineare la superiorità su tutti, anche sul Re, di Mussolini). Se si aggiunge che esso deteneva anche i poteri in materia di sequestri e di soppressioni (trasferiti nell’ottobre ’35 dal ministero dell’Interno a quello della Stampa e propaganda), decideva sulla opportunità di qualsiasi nuova iniziativa giornalistica, controllava le sovvenzioni e le assegnazioni della carta da stampa e che nel novembre 1939 riuscí (dopo una sorda lotta durata quasi due anni) ad estendere la sua «giurisdizione» anche sulla stampa ufficiale del PNF (sino allora dipendente dall’Ufficio stampa del partito) è facile capire quale fosse il potere del ministero della Cultura popolare nel settore della stampa e quanto esso fosse maggiore di quello che aveva avuto in precedenza il regime e, dunque, la sua capacità potenziale di condizionamento e di manipolazione delle masse attraverso la creazione e l’imposizione di un ambiente culturale omogeneo e, via via, sempre piú chiuso alle voci incompatibili con esso263. A questo fine il ministero della Cultura popolare si occupò anche (in collaborazione con quello dell’Interno) del controllo sulla introduzione della stampa quotidiana e periodica straniera restringendola progressivamente (specie quella dalla Francia), ed estese la sua competenza anche all’editoria (un settore sino allora controllato preventivamente dal regime in modo assai relativo e indiretto e grazie soprattutto alla prudenza autocensoria dei maggiori editori), assumendosi, a fianco del diritto di sequestro, quello di controllo preventivo sulle traduzioni e sulle ristampe dei libri già pubblicati. Forte di esso, avviò con la metà del 1938 quella che venne defini ta la «bonifica libraria». Salvo casi eccezionali, nel periodo in questione la «bonifica» si appuntò soprattutto contro le opere di autori ebrei e comuniste264. Data l’importanza che nella letteratura contemporanea hanno gli scrittori di origine ebraica e l’accezione particolarmente vasta che fu data ai termini «ebreo» e «comunista» e la parallela campagna contro la «peste esterofila» che «affliggeva» la borghesia italiana265 ingaggiata da numerosi organi di stampa fascisti e in primissima linea da «Il Tevere», la «bonifica» portò ad una notevole riduzione della letteratura straniera liberamente reperibile in Italia. Né, una volta avviata, la «bonifica libraria» si limitò alle traduzioni dei libri stranieri e, ovviamente, alla introduzione delle edizioni originali di quelli messi al bando. Il ministero della Cultura popolare intraprese infatti anche una piú generale revisione di tutti i libri pubblicati dal 1914 in poi «col criterio di ritirare tutti quei volumi che, nocivi politicamente e moralmente, potessero venire ancora letti o richiesti»266. I piú intransigenti avrebbero voluto che il bisturi della «bonifica» incidesse a fondo non solo negli scritti antifascisti e – avviata la campagna razziale sui binari dell’antisemitismo – di autori ebrei, ma anche di tutti quelli che lasciavano trasparire la tendenza psicologica a non accettare il presente «come valore» e a fuggire «verso il futuro e verso il passato» o, peggio, a «farsi eversore» di esso267. Una revisione cosí drastica era però praticamente impossibile e sarebbe stata comunque controproducente. I libri colpiti furono cosí relativamente pochi. A parte un certo numero di scritti di antifascisti e di fascisti dissidenti (in gran maggioranza già praticamente irreperibili) e di autori ebrei, quella che piú fece le spese della «bonifica» fu la letteratura storica e pseudostorica sul brigantaggio, quella d’appendice e soprattutto quella «erotica». In quest’ultimo campo i censori non si limitarono a dare l’ostracismo a Casanova, Guido da Verona, Pitigrilli, Mantegazza, Notari, ma – con la scusa che erano pubblicate da editori ebrei – affondarono il loro bisturi moralizzatore persino in alcune edizioni popolari di classici antichi e moderni, estendendo il divieto della loro vendita anche alle bancarelle268.
Un’altra iniziativa intimamente connessa – al punto da costituirne uno degli elementi essenziali, anche se i suoi risultati piú sostanziali si sarebbero potuti ovviamente avere in tempi piú lunghi – alla «rivoluzione culturale» e quindi alla svolta totalitaria della seconda metà degli anni trenta fu la riforma della scuola progettata e in parte avviata da Bottai.
Nel 1935-36 anche la scuola aveva avuto la sua «bonifica». Il «turno di guardia», come egli stesso lo definí269, di De Vecchi al ministero della Educazione nazionale aveva significato per la scuola un ulteriore notevole passo sulla via dell’accentramento, della riduzione dell’autonomia didattica, dell’esautoramento dei residui organi di autogoverno come il Consiglio superiore e della fascistizzazione del personale insegnante e dei programmi. Nel 1936-37, l’ultimo anno scolastico iniziato sotto la gestione di De Vecchi, il numero dei professori che – a causa di questa politica – lasciarono l’insegnamento fu sei volte quello normale. Sempre durante la gestione De Vecchi erano stati introdotti nelle scuole medie e superiori corsi di cultura militare con lo scopo di «conseguire e mantenere nei giovani la identità concettuale tra vita nazionale e vita militare»270. Ormai non era però con simili provvedimenti o, eventualmente, con altri «ritocchi» alla riforma Gentile che il regime poteva risolvere il problema della scuola. Dal ’23 al ’36 la popolazione scolastica si era molto accresciuta. Il numero degli studenti che frequentavano le elementari era passato da 3 981 000 a 5 187 000, quello degli studenti medi da 326 604 (8,5 per mille abitanti) a 674 546 (15,6 per mille), quello degli studenti universitari da 43 235 (1,1 per mille) a 71 512 (1,7 per mille)271. Un aumento cosí sensibile e, per di piú, verificatosi in buona parte in un periodo di grave crisi economica era per il regime un motivo di vanto, ma anche fonte di notevoli difficoltà a causa della impossibilità del mercato del lavoro di assorbire adeguatamente una larga parte dei diplomati e dei laureati annualmente sfornati272. Né, alla lunga, potevano essere ignorati lo scontento di tanta parte delle famiglie e degli stessi giovani delle classi superiori e le critiche dei pedagogisti verso i contenuti e le tecniche di insegnamento stabiliti dalla riforma Gentile in una logica che si dimostrava sempre meno adeguata alla realtà di una scuola che doveva servire ad una società di massa. E poi – piú importante di tutti – vi era lo scontento del regime per una scuola che, nonostante la sua progressiva fascistizzazione, rimaneva sostanzialmente una scuola concepita in una prospettiva che era quella della borghesia liberale e che, pertanto, il regime fascista e Mussolini sentivano sempre piú estranea e addirittura antitetica alla loro e assai pericolosa per il futuro del fascismo.
Mussolini, lo si è già detto273, sin dal 1931 considerava la riforma Gentile «un errore» e pensava di porvi rimedio. Nonostante ciò per un quinquennio preferí non porre la questione in termini concreti. Un po’, probabilmente, per l’urgere di altri problemi, un po’ per la mancanza di idee chiare sul tipo di riforma da attuare e della persona adatta a cui affidarla. Conclusa la guerra d’Africa, di fronte all’aggravarsi dei problemi della scuola e, soprattutto, all’esigenza di far partecipe anche la scuola della «svolta totalitaria» messa in atto in tutta la società civile, la necessità di procedere ad una radicale riforma si fece però urgente. E fu anche trovato l’uomo adatto a concepirla e ad attuarla con mano sicura e intransigente.
Pochissime figure hanno nella piú che ventennale vicenda del fascismo un ruolo e una importanza pari a quelli che ebbe Giuseppe Bottai. E nessuna – a parte ovviamente Mussolini – ne ebbe di piú. E ciò non solo per la sua lunghissima, praticamente continua, permanenza in altissime cariche di governo e pubbliche, ma perché quasi nessuno degli uomini del vertice fascista espresse cosí intrinsecamente e genuinamente la sostanza del vero fascismo e operò con altrettanta consapevolezza, capacità e coerenza per trasfonderla nel regime e nella società. Con il vantaggio, rispetto a un Farinacci e a un Turati e, se si vuole, a un Balbo (ma un discorso su Balbo andrebbe molto articolato, poiché il fascismo di Balbo, se non era certo meno genuino era però cosí «personalistico» da finire quasi sempre per risultare «stonato»), di giovarsi di una preparazione culturale, di un senso del reale, di una capacità organizzativa che questi non avevano o avevano in misura minore. Certo, anche un Rocco e ancor piú un Grandi furono figure centrali della ventennale vicenda del fascismo. Grandi in particolare può probabilmente essere considerato il «secondo uomo» del fascismo, la figura di maggior spicco dopo quella di Mussolini e per tanti aspetti quella «alternativa». Eppure, come veri fascisti, essi non possono essere paragonati a Bottai. Rocco, nonostante il suo sincero innesto nel fascismo, rimase al fondo un conservatore, moderno quanto si vuole, intelligentissimo, ma pur sempre un conservatore, legato a un mondo morale e culturale che non era quello del fascismo, a un mondo morale e culturale che si confrontava con la realtà della società di massa, ma non ne era espressione. Grandi era certo sotto questo profilo piú fascista di Rocco, ma, al fondo, anche se l’affermazione può sembrare paradossale, era piú mussoliniano che fascista; e non a caso, perché per lui il fascismo doveva essere a tempo ed era necessario per l’Italia in quel momento storico; era cioè una sorta di parentesi, che, come tale, si doveva ad un certo momento chiudere e che, pertanto, negava di fatto alla radice tutta la prospettiva della «civiltà fascista» e dell’«uomo nuovo». Proprio quella prospettiva che, invece, costituiva la molla morale del fascismo piú genuino e della quale Bottai fu tra gli uomini del vertice fascista l’interprete piú lucido e convinto e colui che piú si adoperò per darle concretezza. Inoltre egli era uomo di cultura e dotato di notevole intelligenza e sensibilità politica (anche se gli mancavano la tempra, la grinta di un Farinacci o di un Balbo, sicché mai si espose oltre il limite incerto del «lecito»), con uno spirito critico e una duttilità che talvolta hanno tratto in inganno contemporanei e storici facendo vedere in lui una sorta di tendenziale liberalizzatore e di critico del fascismo, mentre in realtà il suo criticismo e il suo liberalismo erano tutti interni al fascismo e in funzione di un suo radicamento e sviluppo piú profondi e completi, piú effettivamente totalitari. Estremamente significativo è a questo proposito quanto egli, nell’aprile 1944, avrebbe scritto al figlio per spiegargli la sua esperienza fascista e come egli e altri tra coloro che come lui avevano avuto nel ventennio posizioni di rilievo l’avevano vissuta274:
noi fummo tratti a fidare soprattutto in noi; il che vuol dire sulla nostra volontà, che ci fece ritenere illimitata la nostra potenza creatrice, piú che sulla nostra coscienza che ce ne avrebbe mostrati i limiti... e, sdegnosi di quella formula dei padri, secondo la quale la politica è l’arte del possibile, operammo come se la politica fosse l’arte dell’impossibile, del meraviglioso, del miracoloso. Da ciò la tragica sproporzione tra i disegni accarezzati o mandati ad effetto, e le reali possibilità, che ci ha portato a questo collasso spaventoso.
Chi ha dimestichezza con la memorialistica fascista successiva alla fine del fascismo non può non ammirare lo sforzo autocritico e la sincerità di queste parole; vedere in esse – come è stato fatto da qualcuno – solo un documento autocritico, una prova del ravvedimento, del bilancio interiore di colui che le ha scritte non è però possibile: in esse vi è infatti anche e, per lo storico, soprattutto la chiave piú genuina per comprendere e valutare il fascismo di Bottai e la sua intransigenza totalitaria, morale ancor prima che politica. Quella intransigenza che era la caratteristica prima del vero fascismo275.
Umanamente Mussolini non amava Bottai e doveva sentire nei suoi confronti una punta di gelosia per la sua capacità di suscitare attorno a sé le simpatie di tanti giovani intellettuali. Ciò non gli impediva però di stimarlo e di considerarlo – giustamente – uno dei suoi uomini migliori, anche se talvolta incapace di portare a termine ciò che tanto bene cominciava. È sintomatico che nella Storia di un anno lo avrebbe appena nominato, risparmiandogli gli strali che, invece, avrebbe lanciato copiosi contro Grandi. Ciò si può spiegare col diverso ruolo che i due avevano avuto nella vicenda del 25 luglio, ma rispecchia anche una stima di fondo, che, del resto, traspare dalla pagina dedicatagli nei cosiddetti Pensieri pontini e sardi: «è un soldato valoroso ed un acuto scrittore; ma tutto quello che inizia resta incompiuto; come uomo politico egli è un inquieto, ma anche un coraggioso...; non è limpido sino in fondo»...276. Il fatto che nel luglio ’32 avesse posto bruscamente fine alla sua gestione del ministero delle Corporazioni non deve trarre in inganno: i motivi che avevano indotto Mussolini a quella decisione277 erano stati squisitamente politici e non comportavano un giudizio negativo sull’uomo. Non può dunque meravigliare che, quando, nel novembre ’36, decise di risolvere il problema della scuola, pensasse proprio a lui, compiendo una scelta che, dal suo punto di vista, non poteva essere migliore278.
«Critica fascista», la rivista di Bottai, era tra le maggiori pubblicazioni fasciste quella che piú e piú spregiudicatamente si era occupata dei problemi della cultura, dei giovani e della scuola. Proprio nel ’36 aveva pubblicato numerosi articoli – alcuni dello stesso Bottai – che erano altrettante critiche al vigente ordinamento scolastico e alla sua funzionalità rispetto alle esigenze del regime. Tra i collaboratori della rivista e, piú in genere, nell’ambiente bottaiano vi erano alcuni dei maggiori pedagogisti del momento, quali Luigi Volpicelli e Nazareno Padellaro, che univano ad una sicura e moderna conoscenza dei problemi pedagogici un’altrettanto sicura consapevolezza della influenza decisiva che la scuola avrebbe avuto sul futuro del regime, della inadeguatezza e, addirittura, dell’effetto contrario ai fini del fascismo che aveva l’assetto scolastico gentiliano e della necessità che, per dirla col Padellaro, fosse compiutamente realizzato quello «Stato educatore» che avrebbe seppellito «il regime delle opinioni» e realizzato quello «delle convinzioni»279. Bottai, infine, sia per avere retto il ministero delle Corporazioni sia per l’interesse che aveva sempre avuto per i problemi economico-sociali, era personalmente consapevole come pochi della necessità di riequilibrare il rapporto scuola-mercato del lavoro e di far sí che l’aumentata scolarità non diventasse un fattore di «inutili evasioni dalla famiglia rurale» e, piú in genere, di scontento sociale. E soprattutto aveva idee assai chiare su come realizzare il controllo totalitario dello Stato sulla società civile e sulla decisiva funzione che a questo fine avevano una integrale e sistematica educazione dei giovani (che però concepiva in modo assai meno dogmatico e piú aperto all’apporto e alla sensibilità dei giovani stessi di Mussolini e della gran parte del gruppo dirigente fascista280) e, dunque, innanzi tutto la scuola. Significativo è a questo proposito il suo fallito tentativo – dettato dalla preoccupazione di evitare dualismi che inevitabilmente avrebbero reso meno efficace l’educazione integrale delle nuove generazioni, ma, probabilmente, anche dalla sfiducia nella capacità del partito di selezionare adeguatamente i quadri necessari ad assolvere ad un compito cosí delicato – di impedire, poco dopo essere stato nominato ministro, che la GIL – il nuovo organismo inquadrante tutta la gioventú creato nell’ottobre ’37 – fosse posta alle dirette dipendenze della segreteria del PNF e sottratta quindi al controllo del ministero dell’Educazione nazionale, alle cui dipendenze era stata invece l’ONB281. Stanti queste premesse, non può meravigliare che le linee di fondo della nuova scuola fascista tracciate da Bottai con la sua Carta della scuola282 e approvate dal Gran Consiglio il 15 febbraio 1939 insieme ad un «vivo plauso» allo stesso Bottai283 risultino tra le elaborazioni piú coerenti che il fascismo riuscí a concepire nel quadro della «svolta totalitaria» della seconda metà degli anni trenta. E tutto lascia pensare che, se lo scoppio della guerra non l’avesse rallentata284 e la fine del regime non l’avesse affossata, la riforma Bottai – specie se non avessero fatto difetto i mezzi economici per realizzarla compiutamente285 – non avrebbe mancato di dare col tempo frutti tutt’altro che insoddisfacenti per il regime.
Non è questa la sede per una esposizione e un esame tecnici della Carta della scuola e dei provvedimenti di riforma adottati sulla sua base da Bottai. Ai fini del nostro discorso basterà dire che la riforma teneva parzialmente conto di tutta una serie di moderne suggestioni pedagogiche straniere, da Kerschensteiner a Dewey, all’attivismo pedagogico, contemplava l’uso di moderni mezzi didattici quali il cinema e la radio e faceva proprie alcune critiche piú diffuse tra le famiglie e tra gli insegnanti e i pedagogisti al precedente assetto scolastico286. In particolare valorizzava molto, un po’ giustamente, molto demagogicamente (in chiave antiborghese), il lavoro, da essa introdotto tra le materie di insegnamento. Quanto al riequilibrio del rapporto scuola-mercato del lavoro, la riforma faceva di tutto per scoraggiare e rendere difficile l’afflusso verso la scuola media e per orientare il maggior numero possibile di ragazzi di origine contadina, operaia e artigiana verso le scuole tecnico-professionali e artigiane, destinate a diventare, «insieme alla scuola elementare, la scuola delle classi popolari, la grande scuola di massa, in cui gran parte dei giovani italiani debbono trovare soddisfacimento alle loro esigenze professionali e culturali, senza andare a cullare fallaci illusioni nei settori delle scuole medie»287. La preoccupazione di evitare una scuola «fomentatrice di ambizioni, creatrice di masse disoccupate e scontente, elemento continuo di disordine e di perturbazione, nella vita produttiva non meno che morale del paese»288 e dunque la scelta di una scuola altamente selezionatrice si accompagnavano però ad un’altra preoccupazione non meno sentita dal fascismo piú genuino, ma certo meno facile o a tradurre concretamente in atto: quella di modificare attraverso la scuola la classe dirigente, diminuendo in essa la presenza «borghese» ed accrescendo di contro quella «popolare». Nella prima direzione si doveva procedere innanzitutto attraverso una sempre piú rigida selezione, nella seconda garantendo lo Stato «la continuazione degli studi ai giovani capaci, ma non abbienti». A questo scopo la riforma prevedeva un radicale «riordino della materia» e cioè, da un lato, l’accentramento in un unico fondo di tutti i vari fondi e stanziamenti preesistenti e futuri destinati a questo scopo (elargizioni per le scuole, borse di studio, beneficenza privata, contributi delle Confederazioni dei lavoratori, ecc.) e, da un altro, la sua utilizzazione esclusivamente attraverso una serie di Collegi di Stato in cui i giovani «capaci, ma non abbienti» potessero continuare gli studi e, al tempo stesso, ricevere un’adeguata preparazione «politica e guerriera».
Nel clima della campagna antiborghese allora in pieno svolgimento, questo provvedimento – insieme alla introduzione dell’insegnamento del lavoro (a proposito della quale tipico è il commento entusiastico di «Calabria fascista»289: «finalmente si formerà una scuola nella quale “i signorini” impareranno a sporcarsi le mani») – fu quello che negli ambienti piú genuinamente fascisti suscitò i maggiori consensi. Basterà, per tutti, ricordare il commento che gli dedicò Berto Ricci in un articolo, sintomaticamente intitolato La scuola salta il fosso290, il cui concetto centrale era questo: sino a quel momento vi era stata una scuola borghese, che codificava le stratificazioni sociali, dalla quale, «salvo un bello sbaglio», usciva «per brutta regola» il «figlio di papà» o, al limite, il «clerc» e che costituiva il «nocciolo coesivo della borghesia»;
ora, contro la borghesia e contro la matta bestialità delle rivoluzioni di sinistra, che decapitano l’intelligenza, salvo a dover poi riattaccare sulle stesse spalle la testa recisa, il Fascismo afferma e attua la sua cultura di popolo, la sua capacità, la sua gerarchia del valore.
Per importanti e politicamente significativi che siano, non è però sui suoi singoli aspetti e contenuti didattici che ci si deve basare per comprendere il valore politico della riforma Bottai e la sua aderenza allo spirito e alle finalità della «svolta totalitaria» del regime. Una conferma di ciò, del resto, è possibile trovarla per la penna dello stesso Bottai, allorché egli – alla vigilia di sottoporre la Carta della scuola al Gran Consiglio – scrisse su «Critica fascista»291 che «in capo alla riforma sta un’esigenza politica» e che «l’esigenza didattica, che dovrà strettamente aderirvi, viene dopo».
In quindici e piú anni la fascistizzazione della scuola era diventata pressoché totale, ma ciò non bastava. Come Bottai aveva avuto occasione di dire alla Camera il 17 marzo 1937292,
la fascistizzazione avveratasi sin qui è già molto, moltissimo rispetto al preteso agnosticismo di un tempo. Ma non è tutto, perché la questione non consiste soltanto nell’accendere i giovani per gli ideali politici del Fascismo... C’è, invece, un piú profondo modo di intenderla la politicità della scuola... La scuola è il termometro della vita morale del Paese. Ne è una misura; forse la misura. Non basta, allora, considerarla come complesso di insegnamenti, che debbano essere animati da una fede politica e non rimanerne estranei o, tanto meno, avversi. Ha essa stessa, la scuola, un suo diretto, insostituibile valore in questa fede. Il valore di un istituto che ha, di per sé, originariamente, una decisiva funzione sociale. Ci avvediamo di ciò quando consideriamo la scuola nella possibilità o meno di creare l’uomo nuovo, educandolo ad un concetto vivo e moderno della cultura e della vita, la scuola come formazione del carattere ed espressione di civiltà... Si tratta di concepire la scuola in funzione diretta della realtà nazionale, che è agricoltura, industria, commercio, lavoro definito, classificato, riconosciuto nello stesso ordinamento costituzionale-politico, perché si tratta soprattutto di formare dei caratteri, di educare delle coscienze, di promuovere quella consapevolezza del proprio compito tra gli uomini, nella quale soltanto può consistere l’umanesimo.
Se l’obiettivo del regime era creare attraverso la scuola l’«uomo nuovo» e, addirittura – come sostenevano Bottai e i suoi principali collaboratori 293 – un «nuovo umanesimo» fascista che informasse di sé i giovani al punto che «parlassero fascista, con la stessa naturalezza con la quale, sotto la materna azione della loro nutrice, cominciano a balbettare le prime parole della loro lingua» 294 e che, cosí facendo, assicurasse il futuro al fascismo («il fascismo che durerà – Bottai disse agli insegnanti di Ferrara 295 – il fascismo che andrà oltre la nostra stessa vita, il fascismo che perpetuerà negli anni il nome e la gloria di Mussolini, siete voi che dovete farlo e lo fate nella coscienza, negli animi, nei cuori dei bambini d’Italia») la prima cosa da fare non era già mettere ancor piú in camicia nera la scuola, come avevano fatto De Vecchi e i suoi predecessori o, peggio, renderla, come aveva tentato Gentile, culturalmente piú qualificata e selettiva rispetto ad un certo tipo di cultura tipicamente borghese. Perché la fascistizzazione fosse reale, diventasse educazione, norma di comportamento inconsapevole in grado di incidere davvero sugli atteggiamenti verso la vita, il lavoro, la politica e dai giovani si trasfondesse in tutta la società 296, occorreva che la scuola – a tutti i livelli – esprimesse una cultura non fascistizzata, ma realmente e totalmente fascista e facesse vivere i giovani da fascisti sin dal primo loro contatto con la realtà extrafamiliare. Occorreva che la scuola cessasse di essere borghese, di essere improntata e di trasmettere valori, ideali che – anche se messi in camicia nera – non erano né fascisti né tanto meno popolari e che – non essendo popolari – non avevano presa sulla piú vasta società popolare che ormai aveva «inghiottito la società borghese» e pertanto la rendevano diffidente e la tenevano lontana dal fascismo. Tipici sono a questo proposito gli argomenti con i quali nella fase preparatoria della riforma Luigi Volpicelli metteva sotto accusa la scuola allora funzionante e quindi la stessa riforma Gentile (verso la quale, probabilmente per deferenza verso il suo autore, Bottai fu molto parco di pubblici giudizi297) e reclamava una educazione che avesse un valore assoluto e fosse conforme al «nuovo umanesimo» fascista e dunque veramente popolare298:
La scuola borghese fu forza profondissima nella società borghese. Essa agí vigorosamente sulla famiglia e sull’ambiente... Tramontata la civiltà borghese, la scuola non ebbe piú parola; o si appartò restia in un vano tecnicismo, diffidente della vita e causa di diffidenza, a sua volta, da parte della vita, per il suo ufficio, o, scaduto quell’epico di cui indubbiamente anche la rivoluzione borghese poté vantarsi, scaduto nell’utilitarismo e nell’economicismo di una vita materialistica, la scuola ne subí il destino, si spense come s’era spento il fervore che animava la rivoluzione nei tempi delle sue battaglie e delle sue conquiste, e divenne anche essa utilitaria e materialistica. Il risorgimento della scuola, quando sia restituita alla dignità di educazione, non può aversi se essa non incomincia implacabilmente a combattere il materialismo borghese, se non si fa banditrice e chiarificatrice dei nuovi ideali di vita, se non diventa scuola di popolo, non pel semplice fatto che il popolo la frequenta, ma per la sostanza e l’altezza degli ideali che la animano. La crisi della scuola contemporanea, si diceva, rappresenta perciò il fermento di una nuova spiritualità, un rinnovamento civile, nel nome del lavoro, un nuovo concetto della vita.
La riforma Bottai, lo si è detto, non andò oltre le fasi iniziali di attuazione. È pertanto difficile dire quali sarebbero potuti essere i suoi concreti risultati per il regime. Le premesse perché essi potessero essere positivi però c’erano. Se il fascismo fosse rimasto al potere, è infatti difficile pensare che una educazione popolare di massa quale quella prevista dalla Carta della scuola non riuscisse – in una società chiusa quale si avviava ad essere quella italiana – ad incidere sui giovani, specie via via che i vecchi insegnanti, formatisi prima del fascismo e alla scuola «borghese», fossero stati sostituiti da quelli formatisi nel clima politico-culturale fascista. Ciò spiega perché i fascisti che piú consapevolmente si ponevano il problema del futuro del regime considerassero la Carta della scuola una tappa decisiva della «rivoluzione fascista». E lo facessero alla luce di atteggiamenti culturali e politici che rispecchiano bene la diversità cul turale che ormai contraddistingueva le diverse generazioni fasciste. Se infatti un sincero ma vecchio fascista – in sostanza rimasto, psicologicamente e politicamente, al tempo del binomio mussoliniano del ’23 «forza e consenso» – come Paolo Orano scriveva che con la Carta della scuola «siamo dunque alla scuola fascista, all’irreggimentazione organica dei corpi insegnanti, delle scolaresche e delle studentesche, per la vasta impresa della rivoluzione»299, per un giovane fascista, come Mimmo Sterpa, che viveva ed esprimeva la realtà del fascismo di quindici anni dopo e lo spirito della «rivoluzione culturale» della seconda metà degli anni trenta, con tutte le sue implicazioni, quelle contingenti come quelle piú profonde, comuni alle nuove generazioni fasciste300, il significato della Carta della scuola era, giustamente, assai piú immediato e sostanziale.
Come rivoluzione di principi, come creatrice d’un nuovo clima, la Carta della Scuola – egli scriveva prendendo spunto da una disposizione del PNF che faceva coincidere il giorno della Leva fascista con quello dell’apertura dell’anno scolastico301 – non si presta facilmente a paragoni con altre Riforme, neanche con le migliori, neanche con quelle che hanno dato alla Scuola cose non periture... La Scuola in regime totalitario vive e collabora nell’unità dello Stato: non ignora lo Stato, non ignora la società e le sue esigenze, non ignora la politica... Ecco onde trae origine la nostra certezza assoluta, che la Carta della Scuola sia piú che una Riforma: è una rivoluzione, perché con essa la Rivoluzione Fascista entra totalmente nella Scuola... La concezione della «Scuola politica» sostituisce il binomio «Scuola e politica»... La Carta della Scuola vastamente promuove un moto nella Scuola verso la società e la politica, e, insieme, della società e della politica verso la Scuola. L’attuale Riforma della Scuola non ha per confine le pareti degli uffici del Ministero, e neanche quelle, piú larghe e ariose per loro natura, delle aule scolastiche; essa si chiarisce e si attua in tutta la Nazione; essa invita a collaborare tutti, e pone nuovi problemi non solo alla Scuola in sé, ma a tanti altri settori e istituti della vita nazionale... Si pensi, per esempio, alla grande portata d’uno solo dei tanti problemi che la Carta pone: quello dei rapporti Scuola-Famiglia, che significano tante e tante cose, e anche e specialmente significano «educare la Famiglia alla Scuola» e, mediante un operoso contatto con la nuova Scuola e con i suoi compiti essenzialmente politici e fascisti, sborghesizzarla e politicizzarla.
I risultati piú sostanziali la Carta della scuola e la riforma da essa prefigurata avrebbero dovuto darli nel tempo; molto il regime si attendeva però già nell’immediato dal nuovo rapporto tra scuola e organizzazioni giovanili del partito da esse sancito. Le organizzazioni giovanili fasciste (GUF, Fasci giovanili, ONB) avevano registrato nella prima metà degli anni trenta un notevole sviluppo, arrivando nel 1937 ad inquadrare sulla carta piú di sette milioni e mezzo di giovani. Diciamo sulla carta perché una parte, difficilmente valutabile, ma non trascurabile, di questi giovani non partecipava o partecipava pochissimo – un po’ volutamente, un po’ per tutta una serie di difficoltà oggettive – alle attività delle organizzazioni alle quali apparteneva. Ugualmente, un’altra parte, piú che da vero spirito fascista delle famiglie o, per i piú grandi, dei giovani stessi, era spinta ad entrare nelle organizzazioni fasciste da considerazioni particolari che andavano dal conformismo al desiderio di usufruire delle attività e dei servizi (sportivi, ricreativi, igienico-sanitari, assistenziali) offerti. Sicché si comprende come nel passaggio dai Fasci giovanili e dai GUF al PNF si verificassero, come già abbiamo detto302, «enormi dispersioni». Ciò non toglie che in poco piú di un decennio il regime avesse conseguito nell’organizzazione della gioventú risultati notevoli, che – lo abbiamo pure già detto303 – si riverberavano direttamente sulla scuola, dato che con la fine degli anni venti l’ONB era stata posta alle dipendenze del ministero dell’Educazione nazionale e ciò aveva accresciuto notevolmente la sua presenza nella scuola e di conseguenza le sue possibilità di incidere (sia pure, in genere, in modo superficiale) sulla formazione attivistico-politica dei giovani. Nel quadro della «svolta totalitaria» della seconda metà degli anni trenta tutto ciò non era però piú sufficiente. L’inquadramento della gioventú doveva essere portato piú a fondo quantitativamente e qualitativamente, reso effettivamente totalitario e tale da far vivere sempre piú i giovani in un’atmosfera, in un ambiente che lasciassero sempre meno spazio ad altre influenze: in particolare a quelle della famiglia e della religione. Ufficialmente il regime non perdeva occasione per proclamare il suo rispetto per tali «fondamentali istituzioni» e diceva di cercare la loro collaborazione educativa. In realtà il fascismo guardava alla religione come ad un pericoloso concorrente che gli contrastava il monopolio della gioventú e ne corrompeva lo spirito e alla famiglia come ad un ostacolo non molto diverso, anche se si illudeva che fosse meno pericoloso, sia perché «transeunte» sia perché sperava di eliminarlo conquistandola dal di dentro, proprio attraverso i giovani. Assai significativo è a questo proposito che nella Carta della scuola (alla VII dichiarazione) si parlasse della religione solo come «religione dei padri» e della famiglia dicendo che «genitori e parenti partecipano alla vita della Scuola e vi apprendono [il corsivo è nostro] quella comunione di intenti e di metodi, che sorregge le forze dell’infanzia e dell’adolescenza sulle vie della religione dei padri e dei destini d’Italia»304.
Momento essenziale di questa nuova fase, strettamente connesso con la riforma della scuola, fu l’istituzione della Gioventú italiana del littorio, avvenuta alla fine del 1937 con la fusione dell’ONB e dei Fasci giovanili in una unica organizzazione destinata ad inquadrare tutta la gioventú. Bottai – che già andava preparando la Carta della scuola – avrebbe voluto, come già abbiamo detto, che la GIL fosse posta, come già l’ONB, alle dipendenze del suo ministero, che sarebbe cosí diventato il supremo ed unico coordinatore della politica verso la gioventú. I suoi sforzi furono però frustrati dal partito che ottenne che la nuova organizzazione fosse posta alle dirette dipendenze del suo segretario generale305. La GIL inquadrava tutti i giovani di ambo i sessi dai sei ai ventuno anni: Figli della lupa (maschi e femmine) fino agli otto anni, Balilla e Piccole italiane dagli otto ai quattordici, Avanguardisti e Giovani italiane dai quattordici ai diciassette, Giovani fascisti e Giovani fasciste dai diciassette in poi. Fuori della GIL rimasero solo i GUF; i legami tra le due organizzazioni furono però resi piú stretti, utilizzando nella GIL un certo numero di universitari come istruttori sportivi e quadri politico-organizzativi. Compiti della GIL erano la «preparazione spirituale, sportiva e premilitare» dei giovani, l’insegnamento dell’educazione fisica nelle scuole elementari e medie, l’assistenza attraverso i campi, le colonie climatiche, il patronato scolastico, l’organizzazione di viaggi e crociere, l’istituzione e la gestione di propri corsi, scuole, collegi e accademie. La Carta della scuola assegnava alla GIL un ruolo «educativo» assai piú importante e ufficializzato di quello che aveva avuto l’ONB e che doveva svolgersi entro e a latere della scuola ma anche continuare sino al ventunesimo anno per quei giovani che abbandonavano la scuola prima di questa età. La seconda dichiarazione era a questo proposito esplicita:
Nell’ordine fascista età scolastica e età politica coincidono. Scuola, Gil e Guf formano, insieme, uno strumento unitario di educazione fascista. L’obbligo di frequentarli costituisce il servizio scolastico, che impegna i cittadini dalla prima età ai ventun’anni. Tale servizio consiste nella frequenza, dal quarto al quattordicesimo anno della Scuola e della GIL, e continua in questa fino ai ventun’anni per chi non seguita gli studi. Gli studenti universitari devono far parte dei GUF. Un libretto personale, da collegarsi opportunamente al libretto di lavoro, attesta il compiuto servizio scolastico, anche ai fini della valutazione individuale negli impieghi e nel lavoro.
In effetti, anche negli anni di maggiore e piú fruttuosa attività (sino al 1940-41), il campo di maggior presenza della GIL fu però quello connesso alla scuola (insegnamento dell’educazione fisica, «sabato fascista», colonie estive, campeggi, crociere, partecipazione alle manifestazioni del regime). In questi anni buoni risultati furono comunque conseguiti tanto sul piano organizzativo generale, specie per quel che concerneva le ragazze (tra il ’37 e il ’40 il numero totale degli organizzati crebbe di un milione e qualche risultato fu ottenuto anche per quel che concerneva il rapporto tra organizzati ufficiali e reali306) quanto su quello dell’attività tra la gioventú operaia e contadina che non continuava gli studi e che, come scriveva «Critica fascista»307, versava in una «profonda e oscura ignoranza... relativamente al Regime»; tant’è che in occasione della «leva fascista» del 1939 su 274 397 Giovani fascisti che passarono al PNF 35 999 erano studenti e 24 633 impiegati, ma 104 274 operai e artigiani e 109 491 contadini308.
Nonostante questi risultati positivi, la GIL fu sempre oggetto di molte critiche, in particolare quella di esaurirsi quasi completamente nell’attività fisico-sportiva-ricreativa, trascurando quella piú propriamente politico-formativa, quella di interferire troppo e anche piú negativamente dell’ONB nell’attività scolastica e quella di non essere in grado di coprire troppe delle ore che i giovani non passavano nella scuola, con la conseguenza che si creavano «zone d’ombra nella purezza e nella integrità rivoluzionaria dei principi [loro] inculcati», tanto che non mancò chi arrivò a proporre la creazione di scuole-caserma ove i giovani avrebbero potuto formarsi nel modo piú compiuto e al riparo da negative influenze esterne309. E tutto ciò sebbene l’impegno del regime per rendere effettiva la «collaborazione» tra la scuola e la GIL fosse indubbiamente notevolissimo e si manifestasse e prolungasse anche in tutta una serie di iniziative complementari310 volte alcune a dare ai giovani una sempre piú completa educazione fascista e altre a selezionare e formare nuovi quadri giovanili da utilizzare nella scuola, nella GIL e nel partito. Nella impossibilità di soffermarci dettagliatamente su tutte e dato che di alcune dovremo parlare nel prossimo capitolo, ci limitiamo a ricordare le piú importanti: il potenziamento della Scuola di mistica fascista (fondata a Milano per iniziativa di Arnaldo Mussolini nel 1930), la creazione a Roma del Centro di preparazione politica (definita da «Critica fascista»311 «un atto destinato ad approfondire ulteriormente la collaborazione Scuola-Partito»), la riorganizzazione dell’Istituto nazionale di cultura fascista in maniera da consentirgli un’attività piú capillare (con relativa sostituzione, grazie a un’abile manovra che lo indusse a dimettersi dalla presidenza, di G. Gentile, ormai inviso sia a buona parte del gruppo dirigente piú genuinamente fascista sia a pressoché tutte le nuove leve fasciste, con P. De Francisci) e soprattutto il grande sviluppo dato ai Littoriali.
Per importanti che fossero i loro frutti, queste iniziative, rivolgendosi a dei giovani in qualche misura già formati o, almeno, già bene o male orientati politicamente, erano però in prospettiva meno importanti per il futuro del regime di quelle volte ad incidere sulla massa dei giovani. E ciò tanto piú che, per quanto si sforzasse di tutto controllare e determinare, il fascismo doveva fare i conti con altre forze che operavano sull’ambiente in cui i giovani vivevano e si formavano. E se alcune di queste forze «estranee» – quelle piú o meno esplicitamente antifasciste – non destavano vera preoccupazione, dato che la loro influenza era del tutto marginale, neutralizzabile con gli strumenti repressivi del regime e, quel che piú conta, con il consenso di tutte le componenti del regime stesso, altre non erano né marginali né facilmente reprimibili, poiché reprimerle voleva dire per il fascismo urtarsi con vasti settori del paese e mettere clamorosamente in discussione gli equilibri sui quali si fondava il regime. E questo era impossibile a meno di non dare alla «svolta totalitaria» un carattere tutto diverso da quello – lo si è visto – che Mussolini voleva e poteva darle.
Le piú potenti di queste forze «estranee» erano la famiglia e la religione. Per il loro carattere tradizionalista e conservatore, in passato esse erano state per il fascismo due punti di forza assai importanti e per molti aspetti lo erano ancora. Ma lo erano nella prospettiva in cui il fascismo e dunque il regime si erano mossi grosso modo sino alla guerra d’Africa. In questa prospettiva persino la crisi del ’31 per l’Azione cattolica non aveva sostanzialmente inciso a livello di massa sul sentimento religioso e dunque sull’atteggiamento dei cattolici verso il regime. Nella nuova prospettiva «totalitaria» il consenso della famiglia e della religione non entrava a livello di massa in crisi, ma mostrava chiaramente la tendenza a schierarsi per il regime quale esso era stato sino alla guerra d’Africa e ad opporsi alla sua evoluzione successiva. Con questo – sia ben chiaro – non diciamo che passassero all’opposizione; tutt’altro, ché la mancanza di alternative reali, il conformismo, il timore del peggio e una buona dose di reale consenso le mantenevano sempre sostanzialmente fedeli al fascismo-regime e a Mussolini. Solo che esse in alcune questioni, e fra queste in primo luogo quella dell’educazione della gioventú, erano portate ad accentuare vieppiú la loro tradizionale tendenza a reagire con la impermeabilità verso quelle iniziative che meno condividevano, sino a esercitare nei loro confronti una sorta di resistenza, in genere passiva, ma talvolta anche attiva, volta a conservarsi un proprio spazio «privato», da vivere in proprio, secondo la propria tradizione, i propri valori, la propria cultura insomma.
Durante la RSI non sarebbero mancati coloro che si sarebbero scagliati violentemente contro la famiglia, considerandola tra i responsabili primi del fallimento del regime. Tipico è quanto avrebbe scritto «Il regime fascista»312:
La famiglia italiana era incapace di essere scuola di educazione civile, patriottica, religiosa ai propri figli... Nel prossimo domani a chi spetta l’educazione dei figli almeno per una intiera generazione? allo Stato, l’unico che possa insegnare quale sia il bene sociale e politico della loro nazione. I giovani, appena giunti ad una data età, per esempio non prima dei 10 o 11 anni, dovrebbero essere prelevati dalle famiglie e raccolti in collegi, accademie, istituti, essere solidamente plasmati alla serietà di una scuola di alti valori civili, militari. E i genitori? dovranno serenamente riconoscere la propria incapacità e sottrarsi riconoscenti.
Che la famiglia costituisse una realtà, una forza frenante l’effettiva fascistizzazione degli italiani il fascismo piú genuino, quello che guardava non solo all’oggi ma anche al domani e che concepiva la realtà in termini non meramente conservatori, se ne era reso conto da tempo. Per un certo periodo esso però si era cullato nella convinzione che le future famiglie fasciste sarebbero state diverse dalle presenti, senza capire che nella gran maggioranza dei casi le future famiglie venivano plasmate in quelle attuali e a loro immagine e somiglianza, e aveva fidato sul condizionamento dell’ambiente, sulla «educazione» della famiglia messa in atto dalla macchina del regime e, al limite, sul conformismo, senza capire che per la gran maggioranza delle famiglie il conformismo piú forte era a questo proposito quello della stessa famiglia; tanto è vero che se qualche risultato era stato ottenuto ciò era avvenuto non a livello contadino o vecchio operaio o borghese, ma a livello di famiglie neo operaie e piccolo borghesi di recente promozione, prive cioè di una propria cultura tradizionale e che dovevano (o credevano di dovere) la loro promozione sociale al fascismo e vedevano nelle organizzazioni giovanili fasciste un veicolo di integrazione per i loro figli. Con la seconda metà degli anni trenta l’«educazione» della famiglia oltre che a questi mezzi venne affidata per un verso alla scuola (si ricordi la VII dichiarazione della Carta della scuola) e per un altro alla battaglia antiborghese, con qualche timido tentativo di agire anche su quello che veniva considerato l’elemento della famiglia al tempo stesso piú forte e piú debole, la donna. I risultati di questa azione furono pressoché totalmente negativi; il suo fallimento avvenne però senza «scontri» diretti (senza cioè che fossero messi in atto provvedimenti specifici: tipico è il modo con cui furono lasciate cadere le proposte, anche quelle piú moderate di De Stefani, per una disciplina giuridica dell’obbligo politico del matrimonio e della procreazione) e questo contribuisce a spiegare perché è cosí difficile rinvenire tracce evidenti di questo aspetto della «rivoluzione culturale» fascista.
Le cose andarono diversamente con la religione. L’«ostilità» del fascismo verso la famiglia fu un fatto tutto e solo politico, si potrebbe dire di potere rispetto alle nuove generazioni. Culturalmente il fascismo, tutto il fascismo con in testa Mussolini313, era infatti tenace e convinto sostenitore della famiglia, nella quale vedeva uno dei capisaldi della so cietà, il custode di tutta una serie di valori essenziali da conservare e non certo da lasciar disperdere, da rendere socialmente ancora piú attivi fascistizzandoli e non certo da deprimere. Al punto che P. Orano arrivò a scrivere che «in regime fascista lo Stato si considera e si pone un sistema di famiglia; si contrappone questo principio capitale al concetto vago di popolo»314. L’atteggiamento verso la religione era in un certo senso rovesciato. A parte settori marginali e via via piú sparuti, per il fascismo il riconoscimento del ruolo della religione e della Chiesa era sempre stato e sempre piú era diventato un fatto tutto politico, strumentale: prima per tagliare l’erba sotto i piedi al Partito popolare e conquistarsi la fiducia dei cattolici e della Chiesa, poi per trasformare questa fiducia in consenso al regime e servirsi di esso a livello internazionale. Culturalmente poi il fascismo era anticlericale e in genere antireligioso. Per essere piú precisi, era «religioso», ma nel senso che si sentiva esso stesso una religione e mirava ad affermarsi come tale e, quindi, o non riconosceva nessun’altra religione o considerava il cattolicesimo una componente di quella che abbiamo visto definita da Bottai la «religione dei padri», cioè un momento della propria. Tipico, per capire questo misto di politica e di cultura fascista, è quanto scriveva nel 1939 Orano315:
Nel fascismo tramonta e dispare ogni questione con la Chiesa, perché nel fascismo c’è un divenire religioso. Lo Stato fascista non può essere concepito e creduto e servito e glorificato che religiosamente. Può la «camicia nera» attribuire alla divinità un giudizio ostile all’evento del fascismo? Il perenne ardore, l’abito entusiastico, la quotidiana dedizione sacrificale, i gesti e le parole rituali del giuramento, del saluto, del plauso, dell’obbedienza, manifestano l’irresistibile tradursi nella spiritualità religiosa dei doveri, degl’ideali, delle certezze politiche... Nell’adesione al fascismo c’è una vocazione mistica che traduce in missione religiosa la condotta civile. In questo, soprattutto in questo, va cercato il soffio travolgitore, la conversione redentrice, quell’evento a cui si vuol dare il titolo di rivoluzionario, una vera e propria illuminazione dell’anima italiana pervenuta all’ora della sintesi nell’azione, travolgimento conversione redenzione civile rivoluzione ed illuminazione che agiscono anche negli spiriti già religiosi, anche negli spiriti cattolici. Perché insomma questo fatto nuovo del divenire religiosa la coscienza politica, avvia gli italiani ad una piú concreta e responsabile funzione del sentimento religioso. Il fascismo dà un compito preciso ai cattolici italiani. Dal momento che in Italia il cattolicismo consente al patriottismo ed alla idealità nazionale, ogni virtú, ogni manifesto volere religioso deve simultaneamente avere efficacia civile, confortare e sussidiare quello Stato in cui si realizza l’interpretazione religiosa della vita sociale. Lo Stato onnipossente e fonte d’ogni bene e d’ogni ascensivo destino nazionale: esso il termine unico nel quale, realizzando cittadino e convivenza fascistica, i cattolici trovano quella intesa con tutti gli altri italiani che preparerà l’unità del futuro anche nei modi metafisici della credenza.
Dunque il fatto nuovo, l’evento superatore è il fascismo voluto creduto e vissuto come una religione, gagliardissima quercia che affonda le radici nel mistero ed alza ed allarga i suoi rami nella gioiosa evidenza delle opere compiute e della iniziativa perenne. Dunque tutto ciò che il cattolicismo ha di fattivo, il fascismo lo assorbe e se ne alimenta e della Nazione-Stato fa il piú glorioso regno di Dio in terra ed alla religione in quanto religione degli italiani delega l’opera solenne quale quella della sublimazione di un popolo sino all’altezza in cui la civiltà di una patria trabocca sulle vie e sui destini degli altri popoli. Questa era la missione della gente italiana. Il nostro entusiasmo civile scaturisce dalla vibrante certezza che la religiosa spiritualità dello stato nazionale fascista risolva l’antitesi e superi la crisi, alleggerendo gli oneri della novella avanguardia europea del piú funesto peso del passato, l’antagonismo tra religione e storia politica.
Se a ciò si aggiunge che la religione, attraverso la Chiesa e le sue organizzazioni laiche, non si limitava, come la famiglia, ad attuare una resistenza passiva, ma esprimeva anche un’azione di resistenza attiva, è facile capire come con essa non fossero mancati scontri diretti anche duri e non ne potessero a maggior ragione mancare nella seconda metà degli anni trenta.
Come abbiamo già avuto occasione di vedere316, la crisi del ’31, oltre a segnare un punto a favore del fascismo e a far tramontare le speranze di coloro che avevano pensato di poter cattolicizzare il fascismo e di potersene servire per una restaurazione dello Stato e della società in senso cattolico, aveva ridotto la «svolta storica» del ’29 ad un «matrimonio d’interesse» in cui ciascuna parte cercava di andare d’accordo e di collaborare per quanto possibile (e compatibile con i propri principi e interessi) con l’altra, ma anche di rafforzare la propria posizione rispetto all’altra e non escludeva neppure l’eventualità di un divorzio. Questo modus vivendi durò praticamente un quinquennio, passando indenne e apparentemente rafforzato attraverso la vicenda della guerra d’Etiopia317. Diciamo apparentemente perché, se è vero che (dopo l’iniziale momento di incertezza) i cattolici italiani e lo stesso clero appoggiarono in grandissima maggioranza l’impresa etiopica e successivamente anche – lo vedremo – l’intervento fascista in Spagna, è altrettanto vero che la nuova crisi tra il fascismo e la Chiesa avvenuta nel 1938 maturava da tempo e che – per quanta importanza avesse agli occhi del fascismo – questo appoggio non poteva assolutamente evitarla.
È opinione diffusa e avvalorata anche in sede storica318 che questa nuova crisi sia stata determinata dal «vulnus» inferto al Concordato dalla introduzione della legislazione razziale e dalla politica mussoliniana di avvicinamento sempre piú stretto alla Germania nazista. In realtà, come ora si comincia ad intravvedere319, ciò è solo parzialmente vero. Rispetto alla crisi del ’38 queste non furono che delle concause, che, per quanto importanti, furono per la Chiesa meno importanti della causa principale e prima in ordine di tempo: il riaccendersi del conflitto per l’Azione cattolica; tant’è che sulla questione dell’Azione cattolica la Santa Sede ebbe una reazione assai piú dura e decisa di quella che ebbe invece sulle altre due questioni. Né la cosa, a ben vedere, può meravigliare. Indubbiamente la politica mussoliniana verso la Germania, di cui la legislazione antisemita non era che un aspetto, era considerata dalla Chiesa e dai cattolici con estrema preoccupazione ed essi vedevano nei suoi sviluppi altrettanti passi fatti dal fascismo sulla via della statolatrizzazione e della paganizzazione e, alla fine, della guerra. È difficile però negare che l’atteggiamento verso la questione della razza fosse assai diversificato. La prima fase del razzismo mussoliniano, quella determinata dai problemi connessi alla presenza «imperiale» italiana in Africa orientale, non aveva suscitato alcuna opposizione né nella Chiesa né nei cattolici e non erano, anzi, mancate voci favorevoli ad essa persino nei gruppi nei quali erano piú presenti fermenti critici verso il fascismo320. Quanto alla seconda, quella antisemita, essa – lo si vedrà piú avanti – fu vissuta dalla gerarchia ecclesiastica e dal mondo cattolico in modi diversi. Salvo casi del tutto marginali, mentre questo fu nettamente contrario ai provvedimenti antisemiti, quella invece non fu spesso contraria a una moderata azione antisemita estrinsecantesi sul piano delle minorazioni civili e riservò la sua netta opposizione essenzialmente al razzismo «del sangue», di marca nazista e alla sua sostanza anticristiana. E su una linea simile si mosse anche la Santa Sede, preoccupata oltre tutto di difendere i diritti acquisiti con il Concordato e il suo prestigio; sicché la sua posizione finí in larga misura per consistere essenzialmente nella difesa degli ebrei convertiti e, poi, nella denuncia del «vulnus» inferto al Concordato da quella parte della legislazione razziale che li riguardava. Ma in concreto la Santa Sede non si spinse piú in là. E lo stesso si può dire per la minaccia di guerra. Come si vedrà piú ampiamente a suo luogo, ripetutamente la Santa Sede levò la sua voce accorata in difesa del «bene supremo» della pace, ma non arrivò mai ad una condanna esplicita del nazismo e del fascismo come responsabili del progressivo aggravarsi del pericolo di guerra. A giustificazione di questo atteggiamento si possono addurre numerosi e validi argomenti e in primo luogo quello che una condanna esplicita avrebbe certamente provocato una dura reazione nazista contro i cattolici tedeschi e, quasi certamente, qualche atto inconsulto anche da parte fascista. Resta comunque il fatto che, anche dopo che dovette ritenere una guerra europea ormai pressoché inevitabile, cioè verso la fine del 1937321, la Santa Sede continuò ad affidarsi ai buoni uffici di Mussolini per cercare di far cessare la lotta antireligiosa in Germania322 e a sperare nella reversibilità della politica italiana verso Berlino. E ciò spiega perché non solo non pose mai l’aut-aut a Mussolini ma, anzi, cercò in materia di politica estera di non irritarlo troppo, sino al punto che ai primi del 1939 Pio XI rimproverò il cardinal Verdier per aver parlato di un asse Vaticano-Francia in contrapposizione all’asse Roma-Berlino323. E ciò mentre sulla vera causa della crisi del ’38, l’Azione cattolica, teneva un atteggiamento ben piú intransigente, arrivando – per difenderla – sino a lasciar intravvedere a Mussolini la possibilità che il fascismo potesse essere scomunicato.
La composizione della crisi del ’31 aveva avuto per l’Azione cattolica conseguenze assai notevoli. Nella Curia romana e nella gerarchia si erano delineate verso l’Azione cattolica forti tensioni da parte di coloro che la consideravano d’ostacolo alla realizzazione di un effettivo modus vivendi con il regime. Su questo punto è necessario essere molto chiari. Pensare che questa posizione fosse, nei piú, conseguenza di un convinto filofascismo (presente invece in larghi settori del clero subalterno, anche se contemporaneamente era in esso che si riscontravano i casi piú significativi di antifascismo) sarebbe sbagliato. In alcuni casi, non molti in verità, essa derivava dall’ancora non tramontata speranza di poter cattolicizzare il regime. Per i piú essa aveva però un’altra motivazione: discendeva, da un lato, da una visione metastorica del fascismo, visto sostanzialmente come una manifestazione del processo di laicizzazione-disgregazione caratterizzante la civiltà moderna dal Rinascimento e dalla Riforma in poi e quindi come fatto estraneo alla tradizione cattolica, ma, a suo modo, pienamente nella linea della «crisi laica»; da un altro lato, essa derivava dalla ancora ambigua, superficiale e contrastata adesione del mondo cattolico (e di quello italiano in particolare) alla democrazia, che lo rendeva meno sensibile verso molti aspetti autoritari del regime e disponibile ad accettarne quelli che corrispondevano (o sembravano corrispondere) alla sua cultura, ai suoi interessi, ai suoi pregiudizi; e, da un altro lato ancora, dalla convinzione che – se non era possibile cattolicizzare direttamente il regime –, nella nuova situazione determinata dalla Conciliazione e di fronte alla incapacità del regime stesso di dar vita ad una propria classe dirigente veramente fascista, era però possibile una progressiva cattolicizzazione della società civile che, ad un certo momento, avrebbe ugualmente finito per rivelarsi decisiva.
Pensare ad una liquidazione dell’Azione cattolica sarebbe stato perciò assurdo, sia per ragioni di prestigio e per le ripercussioni che una simile decisione avrebbe avuto in altri paesi, sia soprattutto perché l’Azione cattolica costituiva lo strumento migliore tanto per impedire o, almeno, contrastare efficacemente una erosione delle forze cattoliche e in particolare dei giovani da parte del fascismo, quanto per realizzare – sotto la guida del clero – la progressiva cattolicizzazione della società civile.
In questa prospettiva la strada prescelta era stata quella – richiesta d’altra parte dagli accordi del settembre ’31 che avevano posto fine allo scontro con il regime – della sua riduzione su un terreno sempre piú esclusivamente religioso e pietistico, che, per un verso, facilitava il proselitismo di base e, per un altro, ne faceva – ci si lasci passare il termine – una sorta di grande frigorifero in cui i cattolici militanti (gli iscritti all’Azione cattolica erano agli inizi degli anni trenta circa un milione) potessero non correre il rischio di essere inquinati dal fascismo e, anzi, rafforzassero la loro qualità di cattolici e, contemporaneamente, potessero attendere, da «buoni cittadini italiani», «tempi migliori», formando intanto una propria classe dirigente in grado, in futuro, a seconda degli sviluppi della situazione, o di prendere tout-court il posto di quella espressa dal regime (soluzione ottimale, in buona parte realizzatasi nel secondo dopoguerra) o di fornire a questa tutta una serie di competenze tecniche saldamente formate in senso cattolico, in maniera da poter contrastare nella società civile l’egemonia fascista. Ovviamente, in una simile strategia i ruoli delle varie organizzazioni che componevano l’Azione cattolica erano diversi e i piú importanti finivano inevitabilmente per diventare quelli delle organizzazioni che lavoravano sulle nuove generazioni, la Giac, la Fuci e il Movimento dei laureati cattolici. Proprio quelle alle quali il regime guardava con maggiore sospetto e ostilità, considerandole in concorrenza con le proprie organizzazioni giovanili. E, ancora, proprio quelle (FUCI e Laureati) che, per il loro modo di porsi di fronte alla realtà del cattolicesimo e della società moderna e per l’influenza di alcuni loro dirigenti, avevano verso il regime – in confronto con altre organizzazioni dell’Azione cattolica – un atteggiamento piú variegato: in alcuni gruppi (minoritari e, in genere, piú legati alla tradizione popolare) caratterizzato in senso antifascista, in altri (i piú) contraddistinto – come è stato detto 324 – da una sorta di ambivalenza, che li portava spesso a sfuggire ai comuni termini di riferimento del filofascismo e dell’antifascismo, a cercare una propria autonoma posizione e ad opporsi, o comunque a resistere, alla scelta della gerarchia e della Santa Sede di ridurre la sfera della loro attività al terreno religioso e pietistico.
Stante questa situazione, gli anni immediatamente successivi al 1931 erano stati caratterizzati, per un verso, dal perdurare nel fascismo di un clima – specie in provincia – di latente sospetto e di ostilità (punteggiato anche da qualche incidente) verso l’Azione cattolica e, per un altro verso, da una certa tensione tra la gerarchia e la Santa Sede da un lato e l’Azione cattolica e in specie la FUCI e i Laureati dall’altro. Attorno al 1934 le cose erano però cambiate. Un po’ grazie al rinnovo di gran parte delle massime cariche dell’Azione cattolica (particolare importanza ebbe la nomina a presidente della GIAC di L. Gedda) con uomini pienamente allineati sulle posizioni della Santa Sede e, al tempo stesso, difficilmente attaccabili dal fascismo, un po’ in conseguenza di un notevole attenuamento (almeno apparente) dei sospetti e delle ostilità fasciste; molto perché, giovandosi del piú generale clima di rilancio cattolico che la Chiesa era riuscita a suscitare dopo la Conciliazione, le varie branche dell’Azione cattolica avevano registrato anch’esse un crescente rilancio organizzativo (allo stato degli studi difficilmente quantificabile, ma che, mediamente, può essere valutato attorno al trenta-quaranta per cento in piú degli iscritti in un quinquennio) e di influenza, assestandosi per quel che riguardava i rapporti con il regime in una posizione tutta particolare che è necessario cogliere bene se si vogliono capire i successivi sviluppi di questa nuova situazione. Se si fa eccezione per un certo numero di casi di antifascismo vero e proprio, del resto sempre piú rari e circoscritti quasi esclusivamente a vecchi popolari, questa posizione era infatti caratterizzata sia da un progressivo avvicinamento e consenso verso il regime che aveva ovviamente gradi diversi, andando dall’afascismo al filofascismo (con un certo numero anche di iscrizioni al PNF, ai GUF, all’ONB, in parte opportunistiche ma in parte no) a seconda delle tradizioni locali e familiari, delle influenze particolari e delle personali propensioni rispetto ai vari aspetti della realtà fascista, sia anche però da una estraneità e molto spesso da un marcato rifiuto di quegli aspetti piú propriamente fascisti del regime che direttamente o indirettamente contrastavano con i valori religiosi e con la cultura (in senso lato) cattolica. Con la conseguenza di dare al loro avvicinamento e consenso un limite, valicabile solo a prezzo di un abbandono del cattolicesimo, che si traduceva sul momento in una sostanziale non integrazione nel regime e in un trovare piú facilmente del resto degli italiani un rifugio nel privato, dato che, mentre questi avevano solo la famiglia e questa doveva da sola sostenere tutto l’urto del pubblico circostante, i cattolici militanti avevano anche attorno alla famiglia la loro comunità, parrocchiale o d’altro genere325. Il momento del maggior equilibrio tra le due facce di questa posizione e, quindi, dell’avvicinamento e del consenso al regime fu raggiunto nel 1936, in occasione della conquista dell’Etiopia, contemporaneamente o quasi alle prime avvisaglie in campo fascista dell’addensarsi della nuova crisi con l’Azione cattolica. Superato questo momento, la seconda faccia sarebbe, in genere, diventata quella sempre piú caratterizzante i cattolici italiani.
Come abbiamo già detto, stabilire un rapporto causa-effetto tra le preoccupazioni e il malcontento suscitati tra i cattolici dalle prime manifestazioni di avvicinamento dell’Italia fascista alla Germania nazista e le prime avvisaglie di ripresa della ostilità da parte fascista contro la Azione cattolica sarebbe sbagliato. Rispetto alla crisi del ’38 quelle preoccupazioni e quel malcontento, come successivamente l’ostilità verso la legislazione razziale, non furono – lo ripetiamo – che delle concause e secondarie. Per capire la crisi è necessario rifarsi ad altre motivazioni, in parte le stesse che avevano determinato quella del ’31, in parte nuove, strettamente connesse alla «svolta totalitaria» della seconda metà degli anni trenta e alla «rivoluzione culturale» che ne costituí il sostrato.
Una prima manifestazione va certamente individuata nel rilancio che sullo scorcio della prima metà degli anni trenta aveva cominciato ad avere l’Azione cattolica e nelle reazioni fasciste ad esso. Già grave di per sé – in quanto dimostrava che il successo riportato nel ’31 era valso quasi solo ad infliggere una battuta d’arresto all’organizzazione cattolica, non a determinarne il declino e, in particolare, che la diocesanità dell’Azione cattolica con esso imposta invece di disarticolare l’organizzazione cattolica l’aveva accresciuta e centralizzata, facendo degli assistenti ecclesiastici una sorta di prefetti attraverso i quali la Santa Sede teneva le fila di tutto –, questo rilancio era agli occhi del regime reso anche piú grave dal modo in cui si realizzava e dal fatto che appariva rientrare in una piú vasta strategia messa in atto dalla Chiesa con la Conciliazione e che si manifestava in mille modi, con «lo sviluppo delle scuole private, le campagne per il quotidiano cattolico e per “conquistare” radio e cinematografo, la diffusione dei ricreatori e delle sale parrocchiali, la moltiplicazione della stampa periodica, comprendente non solo organi locali ma pubblicazioni per la donna, la famiglia, l’infanzia, ecc.»326 e denotava chiaramente una precisa volontà di penetrare e permeare capillarmente tutta la società italiana, dilatando l’influenza della Chiesa ben oltre le sue tradizionali aree di presenza. In questo contesto, il rilancio dell’Azione cattolica era per il fascismo un fatto inaccettabile e non solo nel caso in cui ad esso corrispondeva un avvicinamento limitato al regime, ma anche in quello di un avvicinamento sostanziale, dato che, perché questo divenisse totale, sarebbe occorso troppo tempo e non vi era comunque certezza che fatti nuovi non potessero interrompere il processo di avvicinamento e, addirittura, farlo regredire. Inaccettabile per il regime era soprattutto: 1) che la Azione cattolica tendesse a proiettarsi fuori dello stesso ambito parrocchiale e a prendere pubbliche iniziative di massa (raduni, pellegrinaggi, ecc.), quasi a voler ostentare le sue forze; 2) che il rilancio riguardasse soprattutto le organizzazioni giovanili e avvenisse dunque a danno di settori che al fascismo stavano particolarmente a cuore (la costituzione da parte di Gedda dei gruppi di Iuniores ebbe a questo proposito un peso notevole poiché fu intesa come volta a contrastare la diffusione dei Balilla); 3) che esso tornasse a incidere nel campo operaio, un altro settore assai delicato e difficile in cui il fascismo non era disposto a tollerare concorrenti; 4) che l’Azione cattolica non solo facesse concorrenza alle parallele organizzazioni del regime, ma – pur essendo in genere attenta a non dare spazio agli elementi antifascisti – istillasse nei propri organizzati una vis polemica che diceva di appuntarsi contro certi aspetti immorali della società moderna, ma che in pratica finiva spesso per avere come obiettivo il fascismo e suscitasse in essi una «doppia fedeltà» tutt’altro che priva di punte polemiche verso il regime. Tipica è a quest’ultimo proposito l’irritazione determinata dalla formula della promessa che facevano gli iscritti alla Giac, laddove essa incitava ad «operare sempre per il bene e la grandezza vera della Patria»: per molti fascisti un vero e proprio giuramento che con quel «vera» contestava alla radice la politica del regime e rivelava gli effettivi sentimenti dei dirigenti dell’Azione cattolica e, dunque, della Chiesa.
Una ricca ed eloquente serie di documenti327 mostra come gli sviluppi di questa nuova situazione fossero, sin dal loro primo delinearsi, seguiti dal regime con la massima attenzione e fa anche vedere come la conseguenza di essi fu il diffondersi nelle sfere dirigenti fasciste della convinzione che si andasse costituendo qualche cosa che rassomigliava ad un partito cattolico in potenza, che – in determinate condizioni – avrebbe potuto trasformarsi in un vero e proprio partito. Nulla però risulta, sino a tutta la guerra d’Africa, circa eventuali iniziative del regime per contrastare il rilancio dell’Azione cattolica a meno di non ritenere che la modifica, nell’ottobre 1935, delle norme sulle casse rurali, oltre che rientrare nella ormai decennale politica fascista di controllo delle banche cattoliche328, avesse anche lo scopo di ridurre le fonti di finanziamento locale dell’Azione cattolica. Né la cosa, considerata la delicatezza del momento, può meravigliare. Appena concluso il conflitto fu però fatto un primo passo, sotto forma di una nota diplomatica, con cui si segnalava alla Santa Sede una serie di fatti ritenuti non del tutto in armonia con gli accordi del ’31. La Segreteria di Stato replicò a sua volta con una nota assai conciliante nella forma, ma che nella sostanza controbatteva puntigliosamente tutti gli addebiti mossi all’Azione cattolica329. Per il momento la questione sembrò chiusa. All’inizio del 1937 la Santa Sede preannunciò però una prossima ristrutturazione dell’Ufficio centrale e dei Sottosegretariati diocesani dell’Azione cattolica330 che, come giustamente è stato scritto331, costituiva «una modifica sostanziale agli statuti del dicembre 1931, che in base all’accordo del settembre [col regime], avevano stabilito la diocesanità dell’Azione cattolica e, quindi, lo svuotamento del ruolo dell’Ufficio centrale; ed era un ritorno, di fatto, all’ordinamento sorto dalla riforma del 1923, con l’aggiunta di un numero di organi e di funzioni che i vecchi statuti non prevedevano». In pratica era il ripristino della situazione che aveva contribuito a far scop piare la crisi del ’31 e che gli accordi successivi ad essa avevano voluto eliminare. E, passando dal piano organizzativo a quello della concreta attività, poco tempo dopo gli organi dirigenti dell’Azione cattolica stabilivano il «tema comune» su cui tutte le organizzazioni dovevano concentrare la loro attività nel 1937-38, scegliendo un tema, quello della «moralità», le cui implicazioni ideologiche e al limite politiche sono fin troppo evidenti. Tanto piú che il programma di attività comprendeva anche
un’opera di analisi della comunità religiosa che, di fatto, il parroco aveva sempre fatto, ma che ora acquistava una sistematicità senza precedenti e che prevedeva la utilizzazione del laicato cattolico e il coordinamento delle informazioni in un Ufficio notizie. Gli uffici parrocchiali diventavano, cosí, strumenti di controllo «morale» e, quindi, indirettamente, parapolitico delle famiglie, simili a quelli fascisti.
Sotto questo profilo la stessa terminologia usata dai dirigenti cattolici riecheggiava modi espressivi tipici del fascismo:
«Uno degli scopi piú pressanti dell’Azione Cattolica è la restaurazione cristiana della famiglia: essa perciò chiama i diversi membri, dà loro una formazione totalitaria in seno alle associazioni, e poi li restituisce alla famiglia perché la famiglia, come tale, cosí come prima unità sociale, tributi a Cristo, il Divino Re, il dovuto omaggio»332.
Quali fossero i motivi che indussero l’Azione cattolica, cioè la Santa Sede, a prendere delle iniziative tanto esplosive è difficile dire. Il Rogari, a cui si deve il miglior studio sulla crisi del ’38, ha scritto333:
Sembra che, di fronte ad una maggiore aggressività ideologica del regime, i cattolici vogliano stringere le proprie file facendo perno proprio su quell’istituto, la famiglia, che è tradizionale depositario della cultura e della prassi di vita cattolica, il contraltare dello statalismo fascista.
La spiegazione è suggestiva, ma non sufficiente. Non spiega, tra l’altro, perché la Santa Sede compisse un passo, come quello della ristrutturazione dell’Ufficio centrale, che di fatto poneva fine alla diocesanità dell’Azione cattolica, avvalorava i sospetti che si volesse fare di questa un partito in potenza ed era quindi piú che prevedibile che sarebbe stato inteso dal fascismo non solo come una violazione degli accordi del settembre 1931, ma come un vero e proprio atto di ostilità. Un passo, per di piú, che non aveva precedenti nel suo modus agendi, era in contrasto con la sua tradizionale cautela e con la sua cura di evitare scontri con il regime e, oltre tutto, non aveva apparentemente giustificazione, dato che – come si è già detto – in realtà gli svantaggi della diocesanità erano stati già in buona parte annullati grazie al tramite degli assistenti ecclesiastici che facevano tutti capo al Vaticano. E, soprattutto, una tale spiegazione presuppone che la Santa Sede si sentisse tanto forte da potersi permettere una prova di forza. E ciò è impensabile. Per rispondere compiutamente all’interrogativo è necessario, a nostro avviso, andare oltre l’idea di una mera risposta alla crescente «aggressività ideologica» del fascismo. Una ipotesi potrebbe essere quella che l’operazione fosse stata imbastita in tutta fretta in vista della eventualità di un ritiro o addirittura di una scomparsa di Mussolini e, quindi, della necessità di presentarsi al momento della successione nelle migliori condizioni sia per influire su di essa sia per fronteggiarne eventuali sbocchi negativi. Una ipotesi non del tutto cervellotica dato lo stato di salute del «duce» nella seconda metà del 1936 e che potrebbe essere avvalorata dal fatto che l’anno dopo – quando ormai era chiaro che il problema della successione di Mussolini era niente affatto attuale – la Santa Sede si fece assai piú cauta e il cardinal Pizzardo, da cui dipendeva l’Azione cattolica, impartí direttive che miravano a rendere meno evidenti gli aspetti esteriori della ripresa organizzativa e di attività dell’Azione cattolica e, quindi, ad evitare lo scontro che si andava delineando con il regime334. Tutto sommato, pur non escludendo tale ipotesi del tutto (e non escludendo neppure la possibilità di una compresenza delle due), ne riteniamo tuttavia piú probabile un’altra. E cioè che la Santa Sede sia stata praticamente costretta a venir meno alla sua abituale cautela e ad agire come agí dalla necessità di controllare meglio l’Azione cattolica onde scongiurare il pericolo che l’avvicinamento e il consenso al regime determinatisi in essa negli ultimi anni e portati al loro acme dalla vittoriosa conclusione del conflitto etiopico potessero aumentare vieppiú e avviare, specie tra i giovani, un processo di effettiva fascistizzazione. Tanto piú che a sostegno di questa ipotesi vi è il modo con cui venne quasi sempre attuato il «tema comune» per il 1937-38: non solo a livello di educazione morale e culturale, ma soprattutto con un’azione volta a trattenere gli iscritti e i giovani in particolare nell’ambito delle parrocchie (potenziando in esse le attività ricreative e associative) e a non farli partecipare a nessuna forma di svago (particolarmente preso di mira fu il ballo335) e di attività «laica», specie – anche se ovviamente non veniva dichiarato pubblicamente – se organizzati dal fascismo (oltre che le organizzazioni giovanili l’azione prese spesso di mira il Dopolavoro). Un esempio, probabilmente limite per la mancanza di cautela del linguaggio usato (tant’è che Starace ne prese spunto per denunciare al ministero degli Esteri che «negli ultimi tempi... in alcune provincie vi sono stati veri e propri deragliamenti da parte delle associazioni giovanili d’azione cattolica» con conseguente «irrigidimento da parte delle gerarchie [fasciste] locali» e per chiedere di far presente la cosa in Vaticano336), ma non certo isolato, a giudicare almeno dai vari altri casi rilevati dalle autorità e spesso denunciati dalla stampa fascista locale, di come questa azione veniva condotta ci è offerto da quanto – con riferimento alla stagione estiva – scriveva l’8 agosto 1937 il «Bollettino della Parrocchia di S. M. in Albino Bergamasco»:
le funzioni parrocchiali, la Messa e la Dottrina si fanno sempre piú deserte e deploriamo che la domenica e le feste di precetto si convertano abusivamente in giorni di spassi, di divertimenti non sempre onesti, in ritrovi e passeggiate che si succedono ininterrottamente: in poche parole, in giorni di peccato. [Per cui ricordiamo] che [i soci delle congregazioni e delle associazioni], come non possono partecipare a spettacoli, cinema, varietà, ecc. fuori delle organizzazioni nostre, cosí non possono partecipare a passeggiate piú o meno organizzate.
Comunque sia, è indubbio che una delle motivazioni della crisi del ’38 fu costituita dalle preoccupazioni e dalla irritazione suscitate nel fascismo dal rilancio e dallo sviluppo dell’Azione cattolica e dal sempre piú evidente impegno della Chiesa ad allargare la sua presenza nel paese, sino a precostituirsi qualcosa di molto simile ad un embrione di partito. Il diario di Ciano337 è a questo proposito chiaro: Mussolini vedeva «nell’opera svolta dall’Azione Cattolica un tentativo di costituire un vero e proprio partito politico, che prevedendo ore difficili per il fascismo, vuol essere pronto a raccogliere la successione» e la sua irritazione era giunta (alla fine del 1937) a tal punto che si diceva «pronto a spolverare i manganelli sulla groppa dei preti». Né questo deve sembrare in contraddizione con quanto abbiamo detto or ora a proposito del crescente avvicinamento e consenso cattolico rispetto al regime, ché questo non poteva certo bastare al fascismo, specie nel clima della «svolta totalitaria» da esso avviata proprio in quel periodo. E qui, appunto, si inserisce la seconda motivazione della crisi, quella che in effetti la rese anche piú dura di quella del ’31 (anche se di questa non ebbe la drammaticità pubblica) e che, per un verso, fa risultare ancor piú grave la sostanziale sconfitta che Mussolini subí in questa occasione (dovendosi rassegnare ad accettare di fatto il perdurare della situazione che, invece, avrebbe voluto far cessare) e, per un altro verso, spiega l’eco molto minore che, ciò nonostante, la crisi del ’38 ebbe rispetto a quella del ’31: allora il fascismo, vincitore, aveva avuto tutto l’interesse a valorizzarla al massimo; ora, sconfitto, preferí passarla sotto silenzio, aiutato in ciò dalla Chiesa che – paga del successo e preoccupata per altri aspetti della politica mussoliniana – era interessata a sua volta a venire incontro al «duce» per non favorire il gioco di quei fascisti (come Farinacci e Starace338) che soffiavano sul fuoco ed erano pronti, pur di spingerlo all’alleanza con Hitler, ad usare l’argomento che, cosí facendo, si sarebbe anche potuto prendere la rivincita su di essa.
Abbiamo già visto come Mussolini si fosse convinto da vari anni che la Chiesa non poteva costituire un sostegno effettivo per il regime339. Se a ciò si aggiunge che essa non gli rendeva neppure economicamente340 e – cosa ben piú decisiva – che i fatti gli dimostravano che pressoché su tutti i principali problemi interni ed internazionali si muoveva lungo direttrici strategiche antitetiche o comunque divergenti dalle sue (gli unici veri punti d’accordo rimanevano quelli della lotta all’urbanesimo e, parzialmente, per lo sviluppo demografico341 e al comunismo, anche se a quest’ultimo proposito non mancavano, almeno all’estero, episodi che autorizzavano qualche dubbio sulla monoliticità dell’impegno anticomunista dei cattolici342) è facile immaginare quanto egli fosse sollecitato dall’idea di ridimensionare l’Azione cattolica e di dimostrare cosí che neppure la Chiesa poteva osteggiarlo impunemente. Per cogliere appieno il significato che per Mussolini ebbe lo scontro del ’38 con la Chiesa per l’Azione cattolica prima e per la legislazione razziale poi è necessario però inserire queste vicende in uno scenario piú ampio di quello immediatamente politico; bisogna vederle sotto il duplice profilo della «rivoluzio ne culturale» e della personale posizione del «duce» riguardo al cattolicesimo.
Dopo quello che abbiamo già detto sui caratteri della «svolta totalitaria» e della «rivoluzione culturale», per ciò che concerne il primo profilo il discorso può essere ridotto al minimo. Un’affermazione di Mussolini, riferita da Ciano nel suo diario sotto la data del 4 settembre 1938343, è praticamente sufficiente a mettere a fuoco il significato pedagogico-culturale che sotto tale profilo acquistava per lui lo scontro:
Sto abituando gli italiani a convincersi che si potrà fare a meno di un’altra cosa: il Vaticano... La lotta contro queste grandi forze, almeno cosí giudicate da molti, serve a far la spina dorsale agli italiani. E serve anche a far vedere che certe montagne sono soltanto vesciche.
Piú complesso è il discorso relativo alla personale posizione di Mussolini. Nel diario di Ciano, alla data del 9 febbraio 1939344, si legge una annotazione – «da qualche tempo Mussolini ostenta sempre piú netto distacco da quanto concerne la Chiesa. Una volta non era cosí» – che sarebbe sbagliato intendere solo in un senso politico, tanto piú che essa trova una conferma niente affatto politica in un’affermazione fatta dallo stesso Mussolini ad A. Pavolini alcuni mesi dopo: «io vado sempre di piú verso l’eresia»345. Acceso anticlericale (sino ad assumere atteggiamenti che potevano far pensare ad un suo sostanziale anche se elementare ateismo346) in gioventú, Mussolini per molti anni – grosso modo sino all’inizio degli anni trenta – aveva considerato la religione e la Chiesa praticamente solo in termini immediatamente politici, cercando di utilizzarle in funzione del suo potere. In questi anni non aveva certo dismesso (anche se non ne faceva mostra) il suo anticlericalismo, ma – un po’ per un processo d’intima maturazione e molto per l’influenza del fratello che, invece, era un sincero credente – era approdato per il suo personale problema religioso ad una posizione che non si può dire si configurasse come ateistica. Di essa e dei suoi ulteriori sviluppi negli ultimi anni della vita di Mussolini parleremo nel prossimo volume; per quel che si riferisce ai problemi di cui ci stiamo occupando, è sufficiente qui soffermarci su un suo solo aspetto: la sua estraneità assoluta al cristianesimo e, anzi, il suo radicale rifiuto di esso.
Verso la fine del 1919 Mussolini aveva scritto su «Il popolo d’Italia»347:
Noi che detestiamo dal profondo tutti i cristianesimi, da quello di Gesú a quello di Marx, guardiamo con simpatia straordinaria a questo «riprendere» della vita moderna, nelle forme pagane del culto della forza e dell’audacia.
Quasi vent’anni dopo, parlando con N. D’Aroma348, disse:
Cristianucci tutti voi! bisogna vivere come se non si dovesse mai morire. Solo cosí si fa il solco piú lungo e si edifica per i tempi dei tempi.
In queste due affermazioni sono, per cosí dire, sintetizzate le ragioni dell’opposizione «morale» di Mussolini al cristianesimo e (nonostante egli lo considerasse una forma di cristianesimo paganizzato349) al cattolicesimo, il suo considerarlo «una perniciosa dottrina di rinuncia e di umiliazione»350 che corrompeva e svirilizzava gli uomini e i popoli (e in particolare quello italiano, che a causa dell’universalità della Chiesa romana, non era riuscito ad acquistare un proprio vero carattere nazionale351) e li privava del gusto e della capacità di impegnarsi nella vita terrena, di lottare per essa e di viverla con l’immedesimazione e la gioia che sole potevano tradursi in passione, forza e audacia collettive. Delle ragioni – come si vede – niente affatto originali, alla cui radice era un miscuglio di suggestioni culturali sulle quali non vale la pena di soffermarci tanto sono evidenti (salvo accennare ad una che viene in genere trascurata e che, invece, va tenuta presente per pressoché tutte le prese di posizione mussoliniane che in qualche modo riguardavano il cristianesimo, tanto come fatto sociale quanto come fatto storico nel quadro della civiltà romana: il Cristo e Quirino di Paolo Orano352) e caratteristiche di una certa polemica contro il cristianesimo tutt’altro che marginale nei decenni a cavallo del nostro secolo – quelli appunto nei quali Mussolini si era in gran parte formato – ma che spiegano bene perché il «duce», tutto proiettato ormai a suscitare e imporre agli italiani e ai giovani in specie una morale collettiva della «virtú» e del «sacrificio» civico, considerasse la religione cattolica e, dunque, la Chiesa non solo un ostacolo politico, ma anche un nemico ideologico, il piú temibile di quelli ancora presenti in Italia, e non vedesse l’ora di poterlo sconfiggere.
Detto questo, va per altro detto che, pur considerando la Chiesa una «vescica» e gli italiani un popolo sostanzialmente anticlericale e ghibellino a cui bastava «grattare la crosta» e dare il la per scatenarne tutto l’anticlericalismo latente353, Mussolini non sottovalutava l’avversario354 e si rendeva bene conto delle difficoltà che in quel momento uno scontro con la Chiesa gli avrebbe procurato. Per questo era assai critico («È idiota e inutile, e rende impopolare l’Asse tra le masse cattoliche italiane»355) verso i nazisti per la lotta al cattolicesimo da essi intrapresa356, voleva evitare di arrivare – per il momento – ad uno scontro frontale e preferiva, intanto, manovrare per linee interne, limitandosi a ridimensionare l’Azione cattolica con un’azione capillare di logoramento, volta ad intimidirne gli iscritti, a costringerli sulla difensiva e, possibilmente, a farli distaccare dalle loro organizzazioni.
Se si tiene presente ciò, la dinamica della crisi del ’38 appare chiara. In particolare si comprende la ragione del suo manifestarsi da parte fascista non con un’azione su vasta scala e con autorevoli pubblici attacchi della stampa a diffusione nazionale come nel ’31, ma con una serie di iniziative e di azioni locali volte a moltiplicare i controlli e le tradizionali piccole vessazioni sulle organizzazioni cattoliche di ogni tipo (persino i centri nelle stazioni ferroviarie della Protezione della giovane furono presi di mira, imponendo loro di operare solo attraverso iscritti al PNF e nella «prescritta» divisa357), cosí da rendere loro la vita difficile, contestare ogni «deragliamento» e trarne pretesto per altre intimidazioni, vessazioni e anche azioni di forza. Tra i pretesti, i piú comuni furono quelli di esibire in pubblico «divise», bandiere e distintivi358, di tenere conferenze su temi di carattere non esclusivamente religioso e di svolgere propaganda contro la partecipazione alle iniziative culturali, ricreative e sportive del PNF, della GIL e nell’OND, lasciando cosí trapelare il loro «livore» verso il regime359. Contemporaneamente venivano di fatto bloccate tutte le domande (anche quelle in corso di normale espletamento) di iscrizione al PNF presentate da membri dell’Azione cattolica e veniva messa in atto un’azione, un po’ di convincimento e un po’ d’intimidazione per scoraggiare nuove iscrizioni alle organizzazioni dell’Azione cattolica (specie a quelle giovanili) e per indurre coloro che ne facevano parte ad abbandonarle, arrivando spesso – soprattutto nelle zone nelle quali l’Azione cattolica era piú forte – a risollevare di fatto la questione della incompatibilità tra iscrizione alle organizzazioni fasciste e iscrizione a quelle cattoliche e, in conseguenza, a premere su coloro che si trovavano in tale condizione perché si dimettessero da quelle cattoliche, specie se si trattava di persone e in particolare di giovani che vi ricoprivano cariche di qualche rilievo.
All’inizio del 1938 questa azione e le reazioni da essa suscitate nei cattolici avevano ormai determinato una tale serie di tensioni e di incidenti 360 che Buffarini-Guidi avrebbe detto che la situazione stava diventando peggiore di quella del 1931 361. E, infatti, proprio nei primi giorni del gennaio 1938, il 5, il pontefice fece, tramite padre Tacchi Venturi, un passo estremamente energico su Mussolini. La nota si apriva con una rivendicazione dei compiti religiosi dell’Azione cattolica che non lasciava dubbi circa la decisione di Pio XI di difenderla ad ogni costo 362:
Abbiamo piú volte definito l’Azione cattolica come la partecipazione del laicato all’Apostolato gerarchico della Chiesa. La Gerarchia ha assolutamente bisogno di questo valido aiuto dei laici per l’adempimento della sua missione e per il raggiungimento dei suoi fini spirituali negli individui, nella famiglia, nella società. Gli stessi Apostoli nella prima diffusione del Vangelo chiesero insistentemente questo aiuto a giovani, ad uomini, a donne. In seguito questa collaborazione del laicato continuò senza interruzione (sia pure sotto diverse forme) attraverso i secoli, sempre richiesta e benevolmente accolta dai Vescovi e dai Sacerdoti. I Sommi Pontefici, specialmente in questo ultimo secolo, la richiesero con insistenza, essendo aumentate le necessità del popolo cristiano, soprattutto per gli amarissimi frutti portati dal liberalismo e dal socialismo allo spirito cristiano.
L’Azione Cattolica, cosí intesa, è oggi stabilita in tutte le nazioni, nelle quali la missione provvidenziale della Chiesa non è fraintesa; essa è desiderata e validamente promossa da tutto l’Episcopato come mezzo necessario per la salvezza delle anime...
Non possono adunque la Chiesa e il Papa rinunciare all’Azione Cattolica senza venir meno alla propria missione; combattere ed attentare all’esistenza e allo sviluppo dell’Azione Cattolica è combattere ed attentare alla vita stessa della Chiesa.
Seguivano alcuni passaggi piú distensivi: si sottolineava come l’Azione cattolica, «formando coscienze profondamente cristiane, e quindi amanti dell’ordine, del lavoro, del sacrificio, della disciplina», concorreva alla pace e alla prosperità della Nazione e «a mantenere vivo il genuino amor di patria» e ci si diceva «sempre disposti ad accogliere lealmente le segnalazioni od osservazioni, che possono comunque turbare le nostre buone relazioni con il Duce e i suoi alti Ministri» e ad esaminarle serenamente «per raggiungere una amichevole soddisfacente soluzione». Ma in cauda venenum; nella chiusa, infatti, il discorso si rifaceva non solo intransigente, ma chiaramente minaccioso, sino a lasciar balenare – sia pure in forma estremamente involuta e indiretta – l’estrema arma che alla Chiesa rimaneva se il regime non mutava rotta, la scomunica:
E qui sull’ultimo molto Ci preme pregare S. E. il Capo del Governo, cosí benemerito dell’Italia e può dirsi di tutto il mondo con la posizione risolutamente presa di fronte al comunismo e al socialismo, che voglia farsi a considerare con ogni maturità i sommi danni che piomberebbero sull’Italia, a Noi carissima anche perché nostra terra natale, quando avvenisse (Dio mai non permetta) si avessero ad instaurare le penose condizioni da Noi con sommo rammarico e tanta solennità deplorate nel giugno del 1931. Poiché in tal caso verrebbe a cessare quello stato tranquillo che da quasi sette anni dura tra il Vaticano e il Regime, con non poca utilità e gloria del Fascismo e con infinito cruccio degli antifascisti di tutto il mondo, i quali niente piú desiderano e si affannano di ottenere quanto che il Vaticano scomunichi l’uno e l’altro.
Sul momento il passo del papa non sembrò avere alcun effetto palese. Gli episodi di intolleranza, di intimidazione e talvolta di violenza infatti continuarono e la situazione sembrò anzi doversi aggravare per l’intervento in prima persona di Farinacci che in tre successivi articoli pubblicati nel mese di maggio su «Il regime fascista»363 accusò le organizzazioni cattoliche di avere un atteggiamento «in pieno contrasto con le direttive e lo spirito del Partito fascista», di uscire dal campo strettamente religioso loro assegnato e invaderne altri che, invece, erano loro preclusi e di avere ancora nelle loro file molti «vecchi ruderi dell’ex Partito Popolare» e sollevò la questione della incompatibilità tra iscrizione al PNF e all’Azione cattolica. In realtà il tono intransigente della nota pontificia aveva fatto capire a Mussolini la gravità del rischio di tendere vieppiú la corda della campagna contro l’Azione cattolica in un momento tanto delicato per il regime e alla vigilia di probabili nuovi motivi di tensione con la Chiesa (per l’avvio della fase antisemita della politica razziale) e lo aveva indotto ad avviare riservatissimi contatti con essa per trovare una soluzione della crisi.
Le notizie di cui si dispone su questi contatti sono scarsissime ed assai vaghe. Ciò che, comunque, si può dire è che 1) la trattativa dovette essere assai difficile, sia per la necessità per il «duce» di salvare la faccia, sia perché la Santa Sede doveva rendersi conto con chiarezza che, in realtà, Mussolini, piú che un accordo, cercava un armistizio, sia, infine, perché in Vaticano non tutti condividevano la linea di estrema intransigenza adottata da Pio XI; 2) a farla giungere in porto un peso notevole dovettero avere due fatti esterni ad essa. Il primo fu una nuova sortita di Farinacci, il 22 luglio364, che rivelava chiaramente l’intenzione del leader dell’intransigentismo di scatenare una campagna (che avrebbe certo messo in difficoltà la Santa Sede, ma forse di piú Mussolini) contro i «relitti» popolari presenti nell’Azione cattolica che non avrebbe mancato di trovare vasti consensi nei Fasci periferici e avrebbe certamente provocato nuovi e piú gravi incidenti. Il secondo e anche piú importante (tanto è vero che i ministeri dell’Interno e della Cultura popolare si impegnarono al massimo per impedirne la diffusione tramite la stampa, arrivando sino ad impedirne la pubblicazione da parte dei bollettini diocesani365), fu il discorso rivolto dal papa il 28 luglio agli alunni del collegio di Propaganda fide. Il discorso è ricordato soprattutto perché fu nel corso di esso che Pio XI sottolineò come il razzismo fosse estraneo alla tradizione italiana e biasimò per la prima volta che l’Italia (con il comunicato di tre giorni prima con cui, come vedremo, il PNF aveva avallato e fatto proprio il manifesto degli «scienziati» razzisti) avesse imitato anche in questo campo la Germania366. In realtà il discorso ha una maggiore importanza in riferimento proprio alla questione dell’Azione cattolica, poiché fu in esso che il papa ripeté pubblicamente la minaccia già fatta riservatamente il 5 gennaio, ammonendo che
con la Chiesa bisogna prendersela, non con l’Azione Cattolica: altrimenti si tratta di una ipocrisia che forse copre l’insidia di chi vorrebbe colpire l’Azione Cattolica senza colpire la Chiesa. No, non si può: chi colpisce l’Azione Cattolica colpisce la Chiesa, perché colpisce la vita cattolica; è quindi facile l’identificazione: chi colpisce l’Azione Cattolica colpisce il Papa... io vi raccomando di non colpire l’Azione Cattolica; ve lo raccomando, ve ne prego per il vostro bene, perché chi colpisce l’Azione Cattolica colpisce il Papa, e chi colpisce il Papa muore.
Se dopo il passo del 5 gennaio Mussolini poteva aver nutrito ancora qualche dubbio sull’effettiva determinazione del papa di giungere, pur di difendere l’Azione cattolica, alle estreme conseguenze, dopo queste parole dubbi non poteva piú averne. Convinto – giustamente – che, continuando sulla strada imboccata, lo scontro sull’Azione cattolica sarebbe stato inevitabile, mentre sulla questione della razza la posizione della Santa Sede era meno intransigente e piú venata da interne divisioni, egli nascose la sua ritirata agli occhi dell’opinione pubblica e del fascismo intransigente arroccandosi tutto sulla questione della razza. Tre giorni dopo, parlando a Forlí a un gruppo di federali, tuonò la sua replica367:
Sappiate ed ognuno sappia che anche nella questione della razza noi tireremo dritto. Dire che il fascismo ha imitato qualcuno o qualcosa è semplicemente assurdo.
E subito dopo diede il via alla conclusione dei contatti da tempo in corso per l’Azione cattolica. Due settimane dopo, il 20 agosto, il segretario del PNF, Starace, e il presidente dell’Azione cattolica, Lamberto Vignoli, giungevano all’accordo368.
I termini precisi dell’accordo sono a tutt’oggi ignoti. Ciò che si può dire è che si dovette trattare di una abbastanza vaga dichiarazione di intenti o, se si preferisce, di buone intenzioni fondata sulla riaffermazione della validità degli accordi del settembre 1931 (che Starace, non a caso, fece ripubblicare il 23 agosto dal «Foglio di disposizioni del PNF»369) e sulla promessa della Santa Sede di procedere in un prossimo futuro ad una nuova riforma degli statuti dell’Azione cattolica, volta, per un verso, a depoliticizzarla al massimo e ad eliminare da essa gli ultimi ex popolari (come voleva il regime) e, per un altro verso, a renderla ancor piú (come premeva al pontefice) parte integrante della Chiesa gerarchica.
Parlare di un nuovo vero e proprio accordo e di una effettiva composizione della crisi è impossibile. Non a caso Ciano, facendo cenno nel suo diario all’incontro Starace-Vignoli370, scrisse che esso metteva «almeno per ora» fine «all’attrito tra Partito e Azione cattolica». Per Mussolini era un modo per mascherare la impossibilità per il fascismo di portare a fondo la sua azione di ridimensionamento dell’Azione cattolica, ma anche di non legarsi troppo le mani in previsione di tempi migliori per riaprire la questione, ottenendo per intanto di dare una certa soddisfazione ai fascisti piú intransigenti. Per il pontefice era una indubbia vittoria, resa ancora maggiore da due fatti: 1) che, dopo quanto avvenuto negli ultimi anni, limitarsi a ribadire gli accordi del settembre 1931 voleva dire di fatto rinunciare da parte fascista a rinegoziare ciò che di quegli accordi si era dimostrato per il fascismo non funzionale ed accettare tacitamente la violazione fattane dalla Chiesa con la creazione dell’Ufficio centrale; 2) che – conoscendo la duttilità politica del «duce» – la Santa Sede poteva sempre sperare di poter ancora influire su di lui relativamente ad altri aspetti della sua politica, cosa ovviamente impossibile se la crisi fosse precipitata per la sua china. Una vittoria, per altro, che – se non ci si lascia prendere la mano dal senno di poi – è assai difficile pensare che la Santa Sede considerasse definitiva: nella seconda metà del 1938 nulla autorizzava infatti a pensare realisticamente né che Mussolini avesse definitivamente accantonato l’idea di riaprire tutta la questione in un momento per lui piú favorevole né, ancor piú, che la fine del regime si stesse approssimando a passi da gigante.
Se si considera tutto ciò e si tiene presente l’eccitazione contro la Chiesa che da mesi serpeggiava nella base fascista (e, probabilmente, la riluttanza con la quale Starace doveva aver concluso l’accordo371), il fatto che la riforma degli statuti doveva essere ancora realizzata e, infine, l’esistenza di altri motivi di polemica tra il regime e la Chiesa (soprattutto per la questione della razza) si capisce perché l’attuazione dell’accordo fu pertanto laboriosa e caratterizzata – specialmente nelle zone piú tipicamente cattoliche e dove gli episodi di intolleranza e gli incidenti erano stati maggiori – da una coda di nuovi e talvolta vivaci polemiche ed incidenti, al punto che la conclusione della crisi si ebbe solo vari mesi dopo la morte di Pio XI e l’assunzione al pontificato del cardinal Pacelli.
Come giustamente è stato detto372, l’atteggiamento di Pio XII riguardo al problema dell’Azione cattolica presentò un forte margine di continuità rispetto a quello di Pio XI. In particolare i nuovi statuti, anticipati nelle grandi linee dall’«Osservatore romano» il 24 maggio e il 2 agosto 1939, dovettero rispecchiare in larga misura l’impostazione loro data da Pio XI. Ciò non toglie che la morte di papa Ratti e l’elezione a pontefice del piú politico e meno irruente cardinal Pacelli contribuirono a normalizzare la situazione, tanto piú che il nuovo papa cercò subito di sdrammatizzarla: ricevendo in udienza di omaggio G. Ciano, il 18 marzo 1939, si affrettò a dirgli che era «ottimista» riguardo alla situazione religiosa italiana e «che, se siamo d’accordo, eliminerà il Cardinal Pizzardo e affiderà la direzione dell’Azione cattolica ad un Comitato di Arcivescovi Diocesani»373. Dopo di che l’approntamento dei nuovi statuti procedette spedito e tenendo conto dei desiderata del regime, tanto è vero che il 1° ago sto l’ambasciata presso la Santa Sede, riferendone la sostanza, se diceva che per un giudizio definitivo si sarebbe dovuta attenderne la concreta attuazione, esprimeva però su di essi una valutazione complessiva del tutto positiva: «La riforma dell’Azione Cattolica è senza dubbio notevole e conforme ai desideri del Governo Fascista»374.
Se si considera che la sostituzione dei dirigenti laici con degli ecclesiastici e – meno che meno – le altre modifiche al precedente assetto introdotte con i nuovi statuti (alcune delle quali del tutto nominalistiche, come, per esempio, quelle di non definire piú i membri «tesserati» ma «ascritti» e di chiamare la tessera «pagella di adesione») non modificavano certo l’essenza dell’Azione cattolica, una simile valutazione potrebbe far pensare che l’ambasciatore presso la Santa Sede rientrasse in quella categoria di diplomatici che finiscono per fare inconsapevolmente proprie le motivazioni politiche dei paesi presso cui sono accreditati. In realtà anche gli altri giudizi allora espressi furono tutti piú o meno favorevoli; anche quelli piú meditati e che allargavano il discorso al retroterra dei nuovi statuti, alle condizioni e alla strategia della Chiesa in quel momento e – pur non nascondendo il loro compiacimento per il fatto che l’Azione cattolica avesse perso la sua autonomia e la sua mobilità e mostrasse una chiara tendenza al «raccoglimento spirituale in senso ecclesiastico» che faceva escludere «ogni possibile azione che giustifichi eventuali accuse di sconfinamento nel campo politico» – mostravano di rendersi conto che però l’Azione cattolica si era «notevolmente rafforzata», le sue finalità rimanevano immutate «non solo nell’ordine spirituale, ma anche in quello civile e sociale» e il «raccoglimento spirituale in senso ecclesiastico» non consisteva «in un semplice ripiegamento da posizioni politiche attive su un piano differente, ma piuttosto in un vero concentramento di forze, in vista... di un’attività piú energica e piú efficace»375. Tant’è che il Rogari è arrivato alla conclusione che il regime accogliendo bene la riforma l’avrebbe male interpretata376. Questo giudizio è, a nostro avviso, inaccettabile, sia se riferito a coloro che ignoravano i retroscena della crisi del ’38, sia, a maggior ragione, se riferito a chi li conosceva.
Visto il decorso della crisi e considerando la situazione internazionale nel periodo in cui furono preparati (tra la fine del 1938 e gli inizi dell’agosto 1939), i nuovi statuti erano effettivamente quanto di meglio il fascismo poteva desiderare. Nel momento stesso in cui le circostanze politiche nazionali e internazionali avevano imposto a Mussolini di rinunciare per il momento non solo ad estendere ai cattolici la «rivoluzione culturale» fascista, ma anche a ridimensionare l’Azione cattolica, è infatti evidente che decisiva era tornata ad essere la normale logica immediatamente politica. Nel quadro di tale logica si poteva ancora pensare di agire per contrastare la spinta espansiva di certe iniziative cattoliche nella società civile. E infatti Bottai, in sede di Carta della scuola, cercò di frenare l’espansione delle scuole private religiose377, il ministero della Cultura popolare prese provvedimenti per por fine alla proliferazione delle sale cinematografiche parrocchiali (quasi seicento nel 1939) e per costringerle a proiettare solo film a carattere religioso o educativo378 e quello dell’Interno rese piú estesi e severi i suoi controlli sulla stampa minore, a diffusione diocesana e parrocchiale, in modo da impedirle qualsiasi «sconfinamento» fuori dal campo religioso e pietistico. Ma ciò che veramente importava era recuperare al massimo i cattolici al regime e – se ciò non era possibile – evitare che il loro malcontento. (ché, nonostante tutto, per la gran maggioranza non è possibile parlare di antifascismo) si trasformasse in opposizione e in un punto di aggregazione per altri. E a questo secondo fine lo strumento migliore era la «nuova» Azione cattolica, sia perché ormai sotto l’effettivo controllo della gerarchia ecclesiastica e della Santa Sede, sia perché – unico punto a proprio favore segnato dal regime con la crisi del ’38 – in essa la presenza ex popolare era ormai pressoché inesistente e non piú in grado di esercitare una propria influenza. Insomma, a quel punto e per il momento, la funzione di frigorifero che sino allora l’Azione cattolica aveva avuto – in parte almeno – per la Chiesa andava bene anche per il regime.
Nel prossimo capitolo vedremo quale, in questi anni, fu l’atteggiamento verso il regime, il fascismo e il «duce» degli italiani e quali risultati ottenne la «svolta totalitaria» mussoliniana. Quello che abbiamo detto a proposito della famiglia e della religione in quanto forze «estranee» con le quali la «rivoluzione culturale» fascista – aspetto e al tempo stesso sostanza del «totalitarismo» fascista – dovette misurarsi offre già del resto alcuni elementi per capire sia il suo sostanziale fallimento sia la totale incongruenza della pretesa di Mussolini di realizzare contemporaneamente due cose – lasciamo volutamente da parte la questione se singolarmente realizzabili – tra loro contraddittorie, quali la totalizzazione del regime e della società italiani e una politica di «grande presenza» internazionale.
Note
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A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario, Torino 1965, p. 310. Per un caso tipico cfr. R. Paolucci, Il mio piccolo mondo perduto, Bologna 1952, pp. 425 sgg. e spec. pp. 439 sgg. ↩
-
G. Pini, Filo diretto con Palazzo Venezia, Bologna 1950, p. 88 (3 marzo 1937). ↩
-
Nel 1931-32 Balbo covò il proposito di assumere direttamente o per interposta persona il posto di Mussolini. Inizialmente l’idea dovette essergli suggerita dal cattivo stato di salute del «duce» e dalla eventualità di una sua scomparsa. Nell’estate 1931 voci in questo senso e sulla esistenza di dissidi «di principio» tra Balbo e Mussolini circolarono con una certa insistenza sia in Italia sia negli ambienti della Concentrazione antifascista di Parigi (cfr. Carte Arpinati, rapporti informativi da Parigi, Milano e Roma in data rispettivamente 31 luglio, 28 e 29 agosto 1931). Anche quando lo stato di salute di Mussolini non destò piú preoccupazioni, Balbo continuò però, almeno sino ai primi mesi del 1932, a pensare e a parlare di una sostituzione di Mussolini con uno dei quadrumviri. ↩
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G. Devoto, La parentesi. Quasi un diario, Firenze 1974, p. 47. ↩
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G. Amendola, Intervista sull’antifascismo, a cura di P. Melograni, Bari 1976, p. 154. ↩
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A. Aquarone, Violenza e consenso nel fascismo italiano, in «Storia contemporanea», gennaio-febbraio 1979, p. 148. ↩
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Tipica è in questo senso la testimonianza di G. Vinay, Pretesti della memoria per un maestro, Milano-Napoli 1967, pp. 76 sgg. «Se nel ’36 potevo compiacermi della guerra d’Africa e non essere antifascista, anche se fascista non potevo esserlo, era dovuto a un intrico di irragioni quasi tutte infantili... Per me [la guerra] aveva da esserci per quegli umili, per mettere un po’ di condimento sul loro pane di emigranti predestinati... Comunque, pensavo, questa guerra dimostra che il fascismo ha un senso. E cosí dicendo non ragionavo, ma mi affidavo alla bisaccia delle mie remote impressioni, la bisaccia dei traumi ragionati che allora faceva i giovani fascisti o antifascisti». ↩
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Cfr. Mussolini il duce, I, pp. 54 sg. ↩
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Scriveva G. Gentile, Dopo la fondazione dell’Impero, in «Civiltà fascista», giugno 1936, pp. 321 sg.: «Oggi innanzi a lui [Mussolini] tutte le scorie dell’opposizione interna cadono e si disperdono; tutti i dubbi e le incertezze, derivanti da osservazioni di dettaglio, o da risentimenti meschini o da pregiudizi inveterati e solo perciò difficili a vincere, si dissipano come nebbia al vento. E se qualche acre spirito malinconico ancora ci fosse a ruminare in segreto il vecchio rimpianto dei tempi peregrini d’una formale e inesistente libertà democratica, egli certamente ora si farebbe scrupolo di mentire a se medesimo; si farebbe scrupolo di rinnegare la luce del sole e reprimere in sé il moto spontaneo di ogni cuore italiano che fa aprire le braccia benedicenti verso chi ha riscattato la patria da una soggezione umiliante verso le maggiori potenze europee, verso chi ha fatto confessare agli stranieri piú protervi che l’Italia d’oggi, disciplinata, concorde, guerriera non è piú quella d’una volta a cui si guardava con sprezzante degnazione se non con irridente ironia. L’Italia, oggi tutti lo vedono, è una nazione forte, di primo piano, con cui bisogna fare i conti. Oggi per la prima volta, da quando l’Italia si è fatta ed esiste politicamente, giuridicamente, non ci sono né fazioni né partiti, che ne paralizzino o indeboliscano la volontà; c’è un’anima, che è una coscienza, una personalità fiera di sé, risoluta di aprirsi un varco nel mondo dove cozzano tutti gl’interessi, di vivere una vita degna del suo passato glorioso». ↩
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Cfr. su di esse R. De Felice, Le interpretazioni del fascismo, Bari 1976⁶, pp. 90 sgg. Alla letteratura ivi esaminata è da aggiungere il primo sistematico contributo alla tematica sul totalitarismo dovuto ad uno studioso italiano: D. Fisichella, Analisi del totalitarismo, Messina-Firenze 1976. ↩
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G. L. Mosse, Intervista sul nazismo, a cura di M. A. Ledeen, Bari 1977, pp. 76 sgg. ↩
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Cfr. H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Milano 1967, pp. 357 sg. e 360 sg. ↩
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Cfr. D. Fisichella, Analisi del totalitarismo cit., pp. 215 sgg. ↩
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Per una corretta comprensione della problematica che sottende la definizione del Fisichella cfr., a livello teorico, G. Germani, Autoritarismo, fascismo e classi sociali, Bologna 1975, e, a livello storico, R. De Felice, Intervista sul fascismo, a cura di M. A. Ledeen, Bari 1975. ↩
-
Per la genesi del termine e del concetto cfr. J. Petersen, La nascita del concetto di «Stato totalitario» in Italia, in «Annali dell’Istituto Storico Italo-Germanico in Trento», 1975, pp. 143 sgg. ↩
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Mussolini il duce, I, p. 325. ↩
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Cfr. F. Neumann, Lo stato democratico e lo stato autoritario, Bologna 1973, pp. 297 sgg. e spec. 307 sgg. ↩
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Da un’annotazione in data 10 luglio 1938 di G. Ciano, Diario 1937-1943, Milano 1980, p. 156, risulta che Mussolini pensò per un momento a «creare il campo di concentramento, con sistemi piú duri del confino di polizia». L’idea, frutto probabilmente di uno scatto d’ira, non ebbe però alcun seguito. ↩
-
Fondamentali sono a questo proposito le osservazioni di G. L. Mosse, in La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1812-1933), Bologna 1975. ↩
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Cfr. Mussolini il fascista, II, pp. 73 sgg.; e Mussolini il duce, I, pp. 8 sg.
Nel Diario di Dino Grandi, al mese di luglio 1930, è inserita copia di un articolo di A. Cortesi apparso nel «New York Times» del 22 giugno di quell’anno e dedicato alla questione della successione di Mussolini. L’articolo è commentato da Grandi con questa veramente rivelatrice annotazione: «Ecco un malaugurato articolo che forse ha influito su uomini e cose. Il successore di Mussolini ha in questo momento 10 anni di età. È fra le file dei nostri Balilla. Ma questi articoli creano lo scompiglio fra i “Marescialli” di Mussolini! Purtroppo è cosí!» ↩
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Cfr. in particolare Mussolini il fascista, I, pp. 310 sgg.; II, pp. 218 sgg.; Mussolini il duce, I, pp. 276 sgg. ↩
-
D. Grandi, Frammenti di diario, 15 novembre 1944, «Il Re e Mussolini», in Archivio D. Grandi, b. 152, fasc. 199, sott. 6, ins. 2. ↩
-
G. Artieri, Cronaca del Regno d’Italia, II, Milano 1978, p. 398. ↩
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D. Grandi, Frammenti di diario, 9 novembre 1944, «Il Re», in Archivio D. Grandi, b. 152, fasc. 199, sott. 6. ↩
-
S. Bertoldi, Vittorio Emanuele III, Torino 1970, p. 395. ↩
-
G. Artieri, Cronaca del Regno d’Italia cit., II, pp. 398 sg. ↩
-
S. Bertoldi, Vittorio Emanuele III cit., p. 385. ↩
-
G. Artieri, Cronaca del Regno d’Italia cit., II, p. 1049. ↩
-
N. D’Aroma, Mussolini segreto, Bologna 1958, p. 225. ↩
-
I primi screzi tra monarchia e fascismo avvennero nel 1926, parallelamente ai primi passi del regime. Cfr. G. Artieri, Cronaca del Regno d’Italia cit., II, pp. 389 sg. ↩
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Piú difficile è stabilire se vi fu e, eventualmente, in cosa si concretizzò una qualche azione contro la monarchia da parte del fascismo intransigente. Oltre al cosiddetto «complotto Balbo» della fine del 1926 (cfr. Mussolini il fascista, II, pp. 219 sgg. note), alcune voci del tempo (riprese piú o meno criticamente a seconda dei casi anche da qualche autore di questi ultimi anni, quali S. Bertoldi, Vittorio Emanuele III cit., pp. 335 sgg. e G. Artieri, Cronaca del Regno d’Italia cit., II, pp. 400 sg.) attribuirono ad esso (e in particolare al gruppo milanese attorno a M. Giampaoli) anche l’attentato del 12 aprile 1928 al re in occasione della inaugurazione della fiera-campionaria di Milano (cfr. Mussolini il fascista, II, p. 461 nota). In realtà, se è certo che l’intransigentismo fascista era in gran parte di sentimenti repubblicani e, comunque, ostile alla monarchia in quanto vedeva in essa uno dei maggiori ostacoli ad una completa realizzazione della «rivoluzione fascista», assai difficile è invece dire se esso progettò mai e tentò qualcosa sul terreno dell’azione. Se qualcosa del genere fu progettato, forse, lo fu solo verso la fine del 1924, in piena crisi Matteotti, quando, in vista del rientro degli aventiniani a Montecitorio per collegarsi con l’opposizione in aula, il Comitato nazionale dei consigli tecnici si era fatto promotore di un congresso dei membri provinciali dei Consigli tecnici stessi, dei rappresentanti sindacali e delle associazioni culturali fasciste con il proposito – se il rientro in aula fosse avvenuto effettivamente – di trasformare il congresso in Costituente e proclamare decaduto il Parlamento. Non essendo gli aventiniani tornati in aula il progetto fu lasciato cadere. Non è però inverosimile pensare (anche se l’unica fonte che parla del progetto, F. Paoloni, Sistema rappresentativo del fascismo, Napoli 1934, pp. 21 sg., è a questo proposito ovviamente muta) che i suoi ideatori pensassero anche ad una eventuale proclamazione della repubblica. ↩
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Cfr. Mussolini il fascista, II, pp. 304 sgg. ↩
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L. Salvatorelli – G. Mira, Storia d’Italia nel periodo fascista, Torino 1964, p. 410. ↩
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Nonostante la sua cautela, Vittorio Emanuele III era, anche in politica estera, tutt’altro che pregiudizialmente contrario, se se ne fosse data l’occasione, ad una espansione territoriale italiana. Il diario 1933-35 di uno dei suoi aiutanti in campo, S. Scaroni, Con Vittorio Emanuele III, Milano 1954, è a questo proposito indicativo. Valga per tutte questa affermazione del sovrano, della fine del 1934, in esso riferita (p. 134): «E già, non bisogna mai lasciare cadere questioni come quella di Malta, Nizza, Canton Ticino. Non c’è niente da fare per ora... Ma non si sa mai. Le situazioni possono mutare e quando quei nomi sono nelle orecchie del mondo internazionale sarà piú facile, quando l’occasione si presenterà, reclamarne la cessione. Quello che pare assurdo oggi può non apparirlo domani. A mollare c’è sempre tempo. È bene ricordare sempre questi nomi... non bisogna mollare. Non è necessario fare delle storie; basta ricordare... parlarne... poi... » ↩
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Cfr. A. Consiglio, Vita di Vittorio Emanuele III, Milano-Roma 1950, pp. 186 sg. ↩
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S. Bertoldi, Vittorio Emanuele III cit., p. 395. ↩
-
L. Federzoni, Italia di ieri per la storia di domani, Milano 1967, p. 233. ↩
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Negli ambienti fascisti, e non solo intransigenti, l’ostilità e il disprezzo per il principe Umberto erano assai diffusi e da tempo. Oltre che vanesio e incapace, il principe ereditario era considerato profondamente ostile al fascismo. Ulteriori motivi di ostilità derivarono al principe dal suo matrimonio con la principessa Maria José, sia per la sua origine straniera sia per la sua freddezza verso il fascismo. Da tutto ciò trassero origine a varie riprese subdole campagne, in chiave anche apertamente diffamatoria. Cfr. ibid., pp. 224 sgg. ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 120.
All’estero era trapelato già da alcuni mesi che i rapporti tra Mussolini e Vittorio Emanuele III non erano piú buoni come un tempo. Lo prova tra l’altro un lungo rapporto ad hoc dell’incaricato d’affari francese a Roma, Blondel, a Y. Delbos del 10 gennaio 1938 (DDF, s. II, VII, pp. 861 sgg.), in cui i motivi di frizione erano individuati, oltre che nell’ostilità del re verso i tentativi di fascistizzazione dell’esercito, nei progetti di riforma costituzionale e del Senato (i cui membri, secondo Blondel, non dovevano piú essere di nomina regia e avrebbero avuto una funzione solo consultiva) accarezzati dal regime. Nel complesso, il rapporto parlava però solo di momentanee leggere divergenze e concludeva affermando che, nonostante la forza effettiva del sentimento monarchico nel paese, Mussolini aveva «mezzi di pressione sufficienti per riportare la Corona ad una composizione [di esso], salvo, ben inteso, nel caso di un disastro militare o se gravi disordini sociali venissero a manifestarsi»; il che, per altro, pareva poco probabile, nonostante le difficoltà economiche del momento. ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 159. ↩
-
Cfr. ibid., p. 208. E, piú in genere, per i suoi sfoghi antimonarchici col genero, ibid., pp. 217 sg., 245, 273, 292, 295, 301, 306, 422. ↩
-
Mussolini, XXXV, p. 246. ↩
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Per uno di questi piccoli incidenti, agli inizi del novembre 1938, cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 208. ↩
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Ibid., p. 306 e anche pp. 285 sg. e 422. ↩
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Tra queste manifestazioni di omaggio due vanno particolarmente ricordate: una pubblica, la visita, insieme alla regina Elena, l’8 giugno 1938 alla casa natale del «duce» e alle tombe dei suoi genitori, un atto che nella storia della monarchia sabauda non aveva precedenti (cfr. G. Artieri, Cronaca del Regno d’Italia cit., II, pp. 552 sg.), e una privata, l’offerta, l’anno dopo, in occasione del ventesimo anniversario della fondazione dei Fasci di combattimento, a Mussolini (che rifiutò entrambi e considerò l’offerta una prova ulteriore della debolezza e al tempo stesso dell’animosità impotente del re, dato che questo, dopo il suo rifiuto, gli disse a tutte lettere che essa era stata determinata dal desiderio di «mettere le mani avanti per impedire che i fascisti ripetessero con un gesto inatteso, l’umiliazione» subita l’anno prima in occasione della creazione del primo maresciallato dell’Impero) di un titolo nobiliare o della nomina a Cancelliere dell’Impero (cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 271 sg. e 273). ↩
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G. Ciano, Diario cit., p. 134, nonché pp. 85 e 133. ↩
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Vittorio Emanuele fu, tra l’altro, contrario all’intervento in Spagna (cosí poi come all’occupazione dell’Albania), non vide di buon occhio la campagna razziale e, soprattutto, fu ostile alla politica di accordo con la Germania. Cfr. a quest’ultimo proposito G. Ciano, Diario cit., pp. 108, 236, 269, 301 e 422. ↩
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Ibid., p. 271. ↩
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Il testo della legge (poi 2 aprile 1938, n. 240) era: «Art. 1. È creato il grado di Primo Maresciallo dell’Impero. Art. 2. Tale grado è conferito a S. M. il Re Imperatore e a Benito Mussolini, Duce del Fascismo». Cfr. Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, tornata straordinaria di mercoledí 30 marzo 1938, anno XVI, p. 4949.
C. Ciano cosí presentò il testo della proposta di legge:
«Presidente Mentre il cuore nostro vibra all’unisono col popolo italiano per le parole ora pronunciate dal Duce al Senato, dalle quali si rileva il lavoro titanico da lui compiuto nei primi sedici anni del Fascismo per il potenziamento guerriero della Nazione, lavoro che ha già avuto il coronamento della Vittoria (Ardentissime acclamazioni – Grida ripetute di: Duce! Duce!), interprete vostro e di tutti gli Italiani (Vivissimi prolungati applausi), superando le formalità di ogni regolamento... (Nuovi prolungati generali applausi).
«Starace (Ministro Segretario del Partito Nazionale Fascista) Viva la Rivoluzione Fascista! (Acclamazioni entusiastiche).
«Presidente ... vi sottopongo l’approvazione della seguente proposta di legge:
. . . . .
«Presidente Propongo che l’approvazione di questa proposta di legge abbia luogo esclusivamente per acclamazione (Vivissime entusiastiche ovazioni)». ↩
-
L. Federzoni, Italia di ieri per la storia di domani cit., pp. 168 sgg. ↩
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A proposito di questa affermazione di Federzoni è interessante ciò che, sotto la data del 31 marzo 1938, annotò E. Caviglia, Diario (aprile 1925 – marzo 1945), Roma 1952, p. 185: «Io non ero presente. Federico Ricci mi ha detto oggi che v’erano senatori indignati, i quali consideravano tale scenata come una violenza, una vera sopraffazione». ↩
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Per il resoconto ufficiale cfr. Atti Parlamentari, Senato del Regno, seduta del 30 marzo 1938, pp. 3817 sg.
Data comunicazione della trasmissione della proposta di legge testé approvata dalla Camera, Federzoni mise ai voti l’urgenza (approvata per acclamazione) e procedette quindi alla nomina di una commissione «incaricata di riferire fra cinque minuti» e composta dai senatori Ducci, Ferrari, Mosconi, Perrone Compagni, Piccio, Romei Longhena, Ruffo di Calabria. Dopo dieci minuti, rientrata la commissione, prese la parola il relatore, senatore Romei Longhena:
« Romei Longhena, relatore Onorevoli camerati, dopo la vittoria fulminea in Etiopia, dove le Forze Armate, strumento ferreo della fede ardente verso la Patria e verso S. M. il Re Imperatore (Applausi), sono state guidate dal genio e dalla volontà animatrice del Duce (Applausi), dopo il discorso odierno che tutta l’Italia ha acclamato con noi, e che ha dato non solo agli Italiani, ma al mondo la certezza della nostra invincibile forza, la Commissione speciale, nominata dal Presidente del Senato, propone che la proposta di legge sia votata per acclamazione. (Vivissimi, generali e prolungati applausi).
« Presidente La proposta di legge che istituisce il grado di Primo Maresciallo dell’Impero e che conferisce tale glorioso titolo al Re Imperatore ed al Duce del Fascismo, è stata approvata dal Senato per acclamazione. (Vivissimi generali applausi).
«Salutiamo i due gloriosi Primi Marescialli dell’Impero.
«Saluto al Re! (Il Senato unanime risponde: “Viva il Re!”).
«Saluto al Duce! (Il Senato unanime risponde: “A Noi”).
« Starace, Ministro Segretario del Partito Per il Senato fascista Eia! Eia! Eia! (Tutta l’Assemblea risponde: “Alalà”)». ↩
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Cfr. L. Gasparotto, Diario di un deputato, Milano 1945, pp. 281 sg.
È interessante notare che Gasparotto riferisce che, ricevendo i deputati e i senatori venuti a comunicargli l’approvazione della legge, Mussolini «sul principio si mostrò dubitoso della procedura seguita» e si rassicurò solo dopo che ebbe ascoltato i due presidenti. Il che chiarisce meglio (e, forse, corregge) quanto scritto da Federzoni nelle sue memorie.
In mancanza di altre fonti documentarie, qualche elemento per tentare di farsi una idea delle prime reazioni suscitate dall’istituzione del primo maresciallato dell’Impero si può desumere dalle relazioni di uno dei numerosi «uffici di informazione – voci» che negli anni del regime facevano capo ai vari gruppi fascisti e alle maggiori personalità. Stralciamo dalle relazioni (in data 2 e 8 aprile 1938) di uno di questi «uffici» (conservate in Archivio De Felice citate d’ora in poi come Informazioni Cremonesi) alcuni giudizi raccolti dagli informatori «in ogni angolo di Roma»:
- «Il Sovrano deve fare tutto quello che il Fascismo vuole; o bere o affogare».
- «Duce e Sovrano ormai sono pari».
- «Si dovrebbe capire che si sono saltate non soltanto le leggi vecchio regime, ma anche le leggi create dal regime fascista sono state violate e si è fatto financo uno sberleffo al Gran Consiglio».
- «Questa rivoluzione nella rivoluzione non depone a favore di chi l’ha provocata».
- «Non pochi militari che hanno fatto la Scuola di guerra e vecchi generali non si possono adattare a quello che è stato detto e a quello che è stato fatto».
- «Lo stesso Sovrano dovrebbe pensare che col sistema spicciolato con cui si è creato e dato il grado, un bel giorno potrebbe disporsi di toglierlo».
-
ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1943), FP/R, fasc. «B. Mussolini», sott. 12. Il documento è citato piú avanti. ↩
-
L. Federzoni, Italia di ieri per la storia di domani cit., p. 174. ↩
-
Mussolini, XXXIV, p. 414. ↩
-
L. Federzoni, Italia di ieri per la storia di domani cit., p. 168. ↩
-
Il 5 febbraio 1938 De Bono aveva scritto a Mussolini:
«Caro Capo del Governo
«Non è una fissazione la mia, è una convinzione. Hai visto Hitler? Tu devi essere Maresciallo d’Italia. Sai che io di fesserie non te ne ho mai consigliate e, credimelo, in certe cose il vecchio fiuto mi serve.
«A tutti coloro che veramente ti vogliono bene la cosa farebbe piacere.
«Superfluo ti dica che io sono sempre muto col prossimo. Come sempre tuo E. De Bono».
ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1943), fasc. 31/R, «E. De Bono», sott. 3, ins. D. ↩
-
L. Federzoni, Italia di ieri per la storia di domani cit., p. 167. ↩
-
R. Montagna, Mussolini e il processo di Verona, Milano 1949, p. 149. ↩
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ACS, E. De Bono, Diario, q. 43 alla data del 24 marzo 1938.
Secondo N. D’Aroma, Vent’anni insieme. Vittorio Emanuele e Mussolini, Bologna 1957, pp. 257 sg., Mussolini avrebbe detto: «Una volta per tutte parliamo di questa storia del Maresciallato. Desidero che sappiate, innanzi tutto, delle sincerissime inoppugnabili cose. Primo: non avevo mai pensato a storie del genere. Secondo: avrei certamente respinto chiunque si fosse proposto di sollecitare simile nomina per me.
«È accaduto un fatto, tuttavia, sul quale non c’era piú da arzigogolare. Sappiatelo per poter capire. Starace ebbe con Costanzo Ciano quest’idea giustamente barocca, poco dopo il riconoscimento dell’Impero. Me l’accennò una mattinata, ma io nettamente la respinsi.
«Sembrava ed era effettivamente offuscata, quando un giorno, da informazioni sicure, seppi che il Re era venuto a conoscenza di questo svanito proposito e l’aveva, contrariamente al suo abituale riserbo, acerbamente deplorato. Non detti peso alla cosa ma, a un certo momento, mi accorsi che da parte del Monarca c’era uno stato d’animo di ostilità, e quello che è piú ridicolo, di un sentimento di battaglia vinta. E contro chi? Contro di me.
«Come se io avessi fatto furbescamente lanciare la proposta e poi, in conclusione, avessi avuto qualche ulteriore timore del suo ostile atteggiamento. Di fronte a nuove informazioni che confermano appieno quanto vi dico, io ho chiamato Starace e ho consentito personalmente che si addivenisse alla nomina in qualunque maniera, parlamentare o extra, per poter far capire a questi Savoia che se il riguardo è una cosa, il coraggio morale è un’altra cosa.
«Quest’Italia, potente, piena di prestigio e protagonista nel mondo, non s’è fatta davvero con le firme reali messe in fondo ai decreti; e perciò il caporale che voi prediligete ha dovuto e voluto farsi fare Maresciallo».
Il diario di Galeazzo Ciano non riporta – nel testo pubblicato – alcuna annotazione alle date del 30-31 marzo 1938, né alcun cenno, nei giorni precedenti, alla questione del primo maresciallato. Come ha notato anche D. Susmel, Vita sbagliata di Galeazzo Ciano, Milano 1962, p. 92, la cosa non può destare soverchia meraviglia; «con ogni probabilità accenni e annotazioni furono fatti, ma soppressi per volontà del loro autore». ↩
-
Mussolini, XXIX, p. 77. ↩
-
E. Caviglia, Diario cit., pp. 185 sgg. ↩
-
La Legislazione Fascista nella XXIX Legislatura. 1934-1939 (Xii-XVII), a cura del Senato del Regno e della Camera dei fasci e delle corporazioni, I, Roma 1939, pp. 14 sgg. ↩
-
L. Federzoni, Italia di ieri per la storia di domani cit., p. 167. ↩
-
L’orario preciso di questa udienza e delle due a Mussolini, il 31 marzo e il 4 aprile, è stato accertato sulla base del Diario del primo aiutante di campo del re: ACS, Archivio della Real Casa, Ufficio del 1° aiutante di campo, Diario, alle rispettive date. ↩
-
L. Federzoni, Italia di ieri per la storia di domani cit., pp. 174 sg. ↩
-
Mussolini, XXXIV, p. 414. ↩
-
ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1943), FP/R, fasc. «B. Mussolini», sott. 12. Se ne veda il testo in Appendice, documento I. ↩
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Copie del «parere» furono trasmesse lo stesso giorno anche ai presidenti delle Camere, C. Ciano e Federzoni, al segretario del PNF, Starace, al ministro degli Esteri, G. Ciano e al sottosegretario all’Interno, Buffarini-Guidi.
A Federzoni il «parere» fu trasmesso con questa «riservata personale» del segretario particolare di Mussolini, O. Sebastiani:
«Eccellenza,
in una Ambasciata sarebbero stati sollevati dei dubbi sulla costituzionalità delle recenti nomine.
«Sottoposto – in linea stretta – il quesito al Presidente del Consiglio di Stato, questi ha risposto con l’appunto che, d’ordine del Duce, vi rimetto in copia».
Lo stesso giorno Federzoni rispose con questa «riservata».
«Caro camerata Sebastiani,
vi ringrazio per l’importante comunicazione da voi fattami, con l’inviarmi in data d’oggi, per ordine del Duce, il testo del pro-memoria del Presidente del Consiglio di Stato circa la costituzionalità delle recenti nomine.
«Non mi risulta che in Senato nessuno abbia enunciato la minima eccezione sull’argomento, anche perché l’atmosfera di ardente entusiasmo suscitata dal grande discorso del 30 marzo è stata tale da superare qualsiasi ipotetico dubbio sulla regolarità formale della successiva deliberazione.
«Tuttavia è certo che le considerazioni svolte da S. E. Santi Romano, con la sua duplice autorità di Capo del supremo Consesso giuridico-amministrativo e di insigne maestro del nostro diritto pubblico, potrebbe riuscire di straordinario interesse e provare a chiarire e rafforzare ancor meglio il convincimento in materia nei maggiori e piú influenti camerati senatori.
«In concreto, data la delicatezza della questione, vi prego di farmi cortesemente conoscere se io sia autorizzato a far sí che possano riservatamente prendere visione del documento i membri dell’Ufficio di Presidenza (eventualmente anche i soli vicepresidenti) e alcune fra le piú autorevoli personalità del Senato. – Vi sarò grato di un gentile cenno di riscontro in proposito. – Saluti fascisti». ↩
-
G. Ciano, Diario cit., p. 120. ↩
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Mussolini, XXXIV, p. 414. ↩
-
Cfr. L. Federzoni, Italia di ieri per la storia di domani cit., p. 175. ↩
-
Cfr. ibid., p. 167. ↩
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Significativa è una annotazione di Ciano di sette mesi dopo che conferma questo giudizio: «il Duce parla delle difficoltà che presenta sempre piú la “diarchia” del fascismo e della monarchia... Il Duce commenta la situazione con asprezza e lascia intendere che se l’occasione si presenterà per liquidare questo stato di cose, non se la lascerà sfuggire» (G. Ciano, Diario cit., p. 208). ↩
-
Cfr. PNF, Il Gran Consiglio del Fascismo nei primi quindici anni dell’era fascista, Bologna 1938, p. 645. ↩
-
La Legislazione Fascista nella XXIX Legislatura cit., I, p. 20. ↩
-
Cfr. Mussolini il duce, I, pp. 222 sgg. e 826 sgg. ↩
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Cfr. La Legislazione Fascista nella XXIX Legislatura cit., I, pp. 22 sgg. ↩
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Cfr. ibid., I, p. 13. ↩
-
P. Chimienti, La qualifica costituzionale di «Duce» al Capo del Governo in regime fascista, in «Gerarchia», luglio 1939, pp. 443 sgg. ↩
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Tra le varie testimonianze che si potrebbero citare vogliamo ricordarne una tratta da un «appunto per il Duce» del ministro della Cultura popolare in data 19 agosto 1938 (ACS, Min. Cultura popolare, b. 11, fasc. 151). L’appunto notava come la coincidenza tra la notizia di una grave sciagura aerea avvenuta il giorno prima a Varese e quella di uno dei soliti voli sportivi di Mussolini avesse suscitato molta impressione e preoccupazione e concludeva, con una buona dose di retorica, ma mettendo a fuoco anche il problema: «Il Duce non può non tenere conto di questo stato d’animo che è in Italia molto piú diffuso di quanto Egli non creda. Molti si domandano come mai nel suo equilibrio e nella sensibilità Egli non riesca a contenere ed a limitare queste sue cosí frequenti sfide alla vita.
«Negli ambienti fascisti si rimprovera, non senza vivacità ed asprezza, al Sottosegretario Valle, di prestarsi con troppa supina, ed anzi invitevole accondiscendenza, alla attività di allenamento aviatorio del Duce; e si fa colpa agli altri piú diretti collaboratori – Ciano, Starace, Sebastiani, Alfieri, di non sapere opportunamente intervenire presso il Duce, facendosi eco di questo generale stato d’animo.
«La vita del Duce oggi è la vita stessa della Nazione. Non si fanno certo delle frasi letterarie o retoriche quando si afferma che il Duce ha cambiato il cammino della Storia; il popolo italiano chiede – e lo si chiede anche in altre parti del mondo – che il Duce voglia evitare che questo cammino possa comunque essere interrotto». ↩
-
S. Villari, Il Partito nella teoria dello Stato, in «Fronte Unico», 6 settembre 1937. ↩
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Lo stesso era avvenuto un anno prima quando sull’ormai fascistizzato «Il Merlo» di Parigi del 26 luglio 1936 era apparso un articolo a firma Livio Ausoni [Giulio Butticci], Impero e libertà. Conquista o elargizione?, in cui il problema era impostato in termini anche piú concreti: «Con la creazione dell’Impero (e il suo riconoscimento di fatto da parte dell’Estero con la rinunzia alle sanzioni) i vari problemi sociali, economici, demografici, cioè materiali del Regime hanno trovato la base necessaria per la loro soluzione integrale. Restano ora da risolvere problemi di altra natura e fra questi quello che in certo modo tutti li riassume: il problema della elaborazione definitiva della Costituzione Italiana. Problema essenziale per il coronamento dell’opera rivoluzionaria del fascismo e, in certo qual modo, urgente non solo in vista delle opere di pace richieste dall’assestamento del dopoguerra e dalla organizzazione dell’Impero, ma anche e soprattutto per la considerazione che il Duce d’Italia e del Fascismo, il Fondatore dell’Impero è tuttavia persona mortale, a cui, per altro, non si può trovare un degno successore in un individuo o in gruppi di individui, ma solo in istituti che diano le maggiori garanzie che i frutti e gl’insegnamenti del fascismo, nonché disperdersi, rimarranno per tempo illimitato come patrimonio politico e base della vita del popolo italiano.
«Pertanto alla luce di queste esigenze, la Carta Costituzionale della Nazione dovrà mettere il Regime in grado di funzionare da sé, quali che siano gli uomini preposti al governo. Ma ciò, a nostro giudizio, potrà accadere solo se la futura Costituzione sarà la genuina espressione della volontà del popolo italiano, se sarà cioè elaborata e promulgata da un’Assemblea Costituente Fascista, eletta dal popolo italiano permeato e rinnovato dal fascismo. Che poi ad adempiere tale funzione di costituente sia assolutamente inadatta una Camera creata col sistema dei plebisciti è evidente, noi pensiamo, a chiunque rifletta che tanto l’attuale quanto la precedente Camera si sono rivelate prive di qualsiasi vitalità, figurando solo come finzione costituzionale con attribuzioni puramente burocratiche imposte loro dal vecchio ed ormai superato Statuto Albertino».
Per l’identificazione dell’autore cfr. G. Butticci, Dal Risorgimento al Partito d’Azione. Ricordi e cronache di un quarantennio, Lanciano 1980, p. 157. ↩
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B. Giannetti, Discussioni poco convenienti, in «Lo Stato», ottobre 1937, pp. 552 sgg. ↩
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ACS, Min. Cultura popolare, b. 37, fasc. «Circolari», sott. «Capo del Governo», tel. in data 9 dicembre 1937. ↩
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Un esempio significativo di quanto il «dopo Mussolini» fosse presente ai fascisti è costituito dal capoverso conclusivo della Storia e dottrina del Fascismo (Torino 1938) di C. Costamagna
(p. 454) in cui, a sostegno della necessità di procedere all’organizzazione dello «Stato Nuovo», è ricordato il passo di Machiavelli: «Non è, adunque, la salute di una repubblica o d’un regno avere un principe che prudentemente governi mentre vive; ma uno che l’ordini in modo che, morendo ancora, la si mantenga». ↩
-
Per le preoccupazioni che questo atteggiamento oltranzista di Starace (che durò praticamente sino a quando lo scoppio della seconda guerra mondiale non costrinse ad accantonare tutto il problema) suscitò tra i moderati del vertice fascista, significativo è quanto il 7 maggio 1938 annotava De Bono (ACS, E. De Bono, Diario, q. 43): «Il partito – alias Starace – tenta, al riguardo, una brutta carta. Sarebbe la guerra civile, perché il Paese è col Re. Il Re è rimasto molto male per il Maresciallo dell’Impero... imposto a lui. E ha ragione... Mi assicurano che soffra nel vedersi cosí messo da parte e di ciò si è lamentato; vuolsi che abbia persino parlato di abdicazione... Mussolini sa; ma è inutile, adesso è prigioniero. Ciano Costanzo è lui pure impressionato; anche perché suo figlio si lascia trascinare da Starace. Conclusione? In un modo o nell’altro bisogna far fuori Starace. Ma chi lo farà capire al Capo? Come persuaderlo che, in sostanza, ha presso di sé un nemico? » ↩
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G. Bottai, Diario, ff. 550, 551 sg., 553 sgg. e 559 sg.; nonché, molto parzialmente, Id., Vent’anni e un giorno (24 luglio 1943), Milano 1949, pp. 115 e 117. ↩
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Alcuni spunti e elementi del discorso si possono già trovare in un precedente articolo dello stesso S. Panunzio, Partito Regime Stato, in «Civiltà fascista», agosto 1936, pp. 481 sgg. In esso l’autore aveva particolarmente insistito sul concetto di partito rivoluzionario e, quindi, su quello di nuovo Stato in continua formazione e trasformazione. Da qui l’interrogativo se il regime comprendesse solo le forze e le istituzioni nuove da lui create «od anche, e nello stesso tempo, le istituzioni e le forze preesistenti in quanto però rinnovate assimilate e fatte sue? »; un interrogativo che dava il senso politico a tutto il suo discorso, poiché è evidente che se il nuovo Stato espresso dal regime era in continua evoluzione e formazione, sciogliendo – come Panunzio scioglieva – positivamente l’interrogativo, anche queste istituzioni e forze e quindi anche la monarchia (anche se l’autore non la nominava) erano soggette al processo di evoluzione rivoluzionaria. ↩
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S. Panunzio, La conquista dello Stato, in «Gerarchia», febbraio 1937, pp. 77 sgg. ↩
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Cfr. Mussolini il fascista, I, pp. 312 sg.; nonché Mussolini, XVIII, pp. 417 sgg. ↩
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Cfr. ibid., pp. 718 sgg. ↩
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E. Sulis, Accuso le costituzioni, in «Gerarchia», settembre 1937, pp. 600 sgg. ↩
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La scarsa notorietà del Sulis non deve far considerare poco significativa la sua presa di posizione. A parte che spesso Mussolini si serviva di personaggi di secondaria importanza per avviare certi discorsi e sondare le reazioni da essi suscitate (in maniera da poterli, eventualmente, lasciare piú facilmente cadere o, addirittura, smentire), nel caso in questione va notato che il problema dell’«unità del comando», del «Capo» nello Stato Nuovo fascista sarebbe stato di lí a poco ampiamente trattato da un noto e autorevole giurista fascista come c. Costamagna nelle pagine conclusive della sua Storia e dottrina del fascismo cit., pp. 414 sgg. e in particolare 418 sg. ↩
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Mussolini, XXXIV, p. 414. ↩
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Atti Parlamentari, Senato, XXIX Legislatura, seduta del 12 dicembre 1938, pp. 4181 sg. ↩
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Le Informazioni Cremonesi sono ricche di indicazioni in questo senso in relazione sia alle varie sessioni del Gran Consiglio (che si pensava avrebbero varato la riforma costituzionale) sia ad altri avvenimenti che, di volta in volta, si pensava avrebbero almeno potuto permettere di sperimentare la riforma; per esempio, alla fine del ’36 quando, parlandosi di una imminente visita del re e di Mussolini in Etiopia, circolò con insistenza la voce che si sarebbe approfittato dell’occasione per nominare G. Ciano reggente della presidenza del consiglio. Oltre a quello di Ciano, altri nomi fatti in questi anni per la presidenza del consiglio furono quelli di Starace e, alla fine del ’39, di Balbo. ↩
-
Per lo strettissimo nesso tra l’aspetto antimonarchico e l’aspetto antiborghese di tutta l’azione cfr. le osservazioni di G. Artieri, Cronaca del Regno d’Italia cit., II, pp. 552 sgg. ↩
-
Cfr. Mussolini il duce, I, pp. 47 sgg. ↩
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Dal 1927 a tutto il 1939 le condanne pronunciate dal Tribunale speciale furono 3596 (per un totale di 19 309 anni di reclusione) cosí ripartite:
1927 —— 219 —— 1934 —— 259
1928 —— 636 —— 1935 —— 232
1929 —— 159 —— 1936 —— 254
1930 —— 199 —— 1937 —— 172
1931 —— 519 —— 1938 —— 310
1932 —— 213 —— 1939 —— 365
1933 —— 59
Dal 1° gennaio 1940 al 25 luglio 1943 il Tribunale speciale pronunciò oltre 1000 condanne (1940: 215; 1941: 276; 1942: 368; 1943: 141). Queste cifre sono però meno attendibili di quelle relative al periodo precedente, dato che non comprendono le condanne apparentemente non politiche pronunciate in conseguenza dello stato di guerra (anche per reati annonari). Cfr. A. Dal Pont – A. Leonetti – P. Maiello – L. Zocchi, Aula IV. Tutti i processi del Tribunale Speciale fascista, Roma 1961. ↩
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Contemporaneamente l’incidenza delle spese per i servizi di polizia sul bilancio dello Stato diminuí sensibilmente. Dal 1923-24 al 1926-27 era stata pari al 7,46 per cento, dal 1927-28 al 1935-36 pari al 6,08 per cento, dal 1936-37 al 1939-40 fu pari al 4,6 per cento. ↩
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A tutto il 25 luglio 1943 le Commissioni provinciali per il confino emisero 15 470 ordinanze di confino. Al momento della caduta del fascismo i confinati erano 1882; 13 411 erano stati rimessi in libertà a vario titolo (liberazione definitiva, liberazione condizionale, commutazione in diffida o ammonizione, revoca), 177 erano deceduti. Secondo i dati ufficiali (ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Confino politico, p. 22, fasc. «Tabelle movimento dei confinati») i confinati erano:
al 31 dicembre 1936 —— 1553 (di cui 58 latitanti)
al 31 dicembre 1937 —— 1813 (di cui 64 latitanti)
al 31 dicembre 1938 —— 1728 (di cui 71 latitanti)
al 31 dicembre 1939 —— 2392 (di cui 68 latitanti)
al 31 dicembre 1940 —— 2504 (di cui 69 latitanti)
al 31 dicembre 1941 —— 2511 (di cui 58 latitanti)
al 31 dicembre 1942 —— 1793 (di cui 56 latitanti)
al 25 luglio 1943 —— 1882 (di cui 58 latitanti)
Allo stato della documentazione e in mancanza di studi approfonditi, una sicura distinzione tra confinati per motivi politici e confinati per altri motivi è anche piú difficile che per i condannati dal Tribunale speciale. Anche prima dello scoppio della guerra, l’assegnazione al confino avveniva per vari tipi di reati, dall’inadempienza delle norme relative al controllo dei fitti, alla pederastia, al sospetto di appartenenza alla mafia. I dati riassuntivi disponibili (gli ultimi un po’ dettagliati si riferiscono al 31 dicembre 1940) distinguono anarchici, comunisti, repubblicani e socialisti, raccogliendo gli altri confinati sino a tutto il 1937 sotto la voce «apolitici» (nella quale erano inclusi, tra gli altri, slavi, altoatesini e fascisti dissidenti, nonché coloro che erano stati condannati in base a reati come «offese al capo del governo») alla quale solo con l’anno successivo si aggiunse (solo per i presenti al confino) quella «antifascisti».
Al 31 dicembre 1940 le ordinanze emesse erano in tutto 12 310; dei colpíti da esse 9806 erano già tornati in libertà e 97 erano deceduti; 2504 erano i confinati. Secondo le classificazioni della PS, i confinati erano:
Anarchici —— 139
Comunisti —— 789
Repubblicani —— 18
Socialisti —— 64
Antifascisti —— 775
Apolitici —— 719
Quanto agli ex confinati, le stesse classificazioni dànno:
Liberati definiti- vamente —— Liberati con la condizio- nale —— Commuta- zione in diffida —— Commuta- zione in ammoni- zione —— Revoca —— Totale
Anarchici —— 334 —— 64 —— 4 —— 94 —— 5 —— 501
Comunisti —— 2066 —— 382 —— 31 —— 602 —— 49 —— 3130
Repubblicani —— 67 —— 27 —— 3 —— 33 —— 7 —— 137
Socialisti —— 200 —— 148 —— 17 —— 135 —— 10 —— 510
Apolitici —— 2618 —— 1771 —— 78 —— 856 —— 108 —— 5431 ↩
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Dopo i provvedimenti di clemenza del novembre 1932 per il «decennale» della «marcia su Roma» (in occasione del quale furono liberati 741 confinati) e del giugno 1936 per due vasti provvedimenti, per la nascita del principe Vittorio Emanuele (448 liberati) e in occasione del Natale (416 liberati) e due piccoli provvedimenti particolari a favore di slavi (in tutto 44 liberati) in occasione del riavvicinamento italo-iugoslavo. Nel 1938 si ebbero altri vasti provvedimenti di clemenza in occasione del Natale (504 liberati: 5 anarchici, 36 comunisti, 1 repubblicano, 21 socialisti, 440 apolitici) e la liberazione (in settembre) di 13 allogeni (quasi certamente altoatesini). Il provvedimento di clemenza piú largo fu quello – nell’ottobre 1942 – in occasione del «secondo decennale» (972 liberati). ↩
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A tenere questa linea di comportamento D. Grandi era stato esplicitamente incoraggiato dal re, in occasione della cerimonia (a Sant’Anna di Valdieri, il 10 luglio 1939) del suo giuramento quale ministro di Grazia e Giustizia. Nei suoi Frammenti di Diario, in Archivio D. Grandi, b. 151, fasc. 199, sott. 3, Grandi, cosí riferisce l’episodio: «Il Re mi ascoltava scarabocchiando automaticamente un foglio di carta. Mi ha detto il Re: “Vede questo scarabocchio? Vorrebbe essere un disegno. Il disegno di un sigillo. Il sigillo dello Stato da oggi a Lei affidato. Nelle antiche costituzioni francesi il Ministro Guardasigilli era chiamato ’la coscienza del Re’ ”.
«Il Sovrano si è fatto serio ad un tratto: “Ella potrà fare molto per salvare e difendere il sigillo, cioè la Costituzione, lo Statuto. Il Duce (è questa la prima volta che io odo il Re riferirsi a Mussolini colla parola ’Duce’) crede di avere distrutta la nostra Costituzione che egli considera come un vecchio giocattolo non piú servibile. Non è vero. La costituzione è corrosa, ma i pilastri sono ancora intatti. Ella non dovrà pensare ad altro che salvare e difendere questi pilastri. Ella si prenderà la pena di controllare personalmente tutte le leggi e decreti che le saranno portati per la controfirma del Guardasigilli...” Oso interrompere Sua Maestà: “Ma essi arriveranno sul mio tavolo dopo che Vostra Maestà e il Capo del Governo li avranno già firmati...” Ribatte il Re: “Non importa. Per quanto mi riguarda la cosa non ha importanza. E per quanto riguarda il Duce – qui il Sovrano ha un impercettibile sorriso – egli ha in questioni di Diritto il palato grosso come i miei cammelli di San Rossore i quali masticano fichi d’India senza avvertire le spine...” Il viso del Re si fa grave: “L’Europa va incontro a giorni gravi. Si fidi del suo Re, cosí come io ho fiducia in lei che considero non soltanto come un leale servitore dell’Italia, ma altresí devoto alla Dinastia e alla mia Casa...” » ↩
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Cfr. a questo proposito v. Crisafulli, Sulla natura giuridica di un provvedimento di «proscioglimento dal confino» emesso dal Capo del Governo, estratto da «Il Foro Italiano», 1942, n. 11.
Tutto il settore dei provvedimenti di clemenza stava assai a cuore a Mussolini, che vedeva in esso uno strumento particolarmente adatto a valorizzare la sua immagine di capo giusto, severo ma anche clemente. Un piccolo episodio è a questo proposito assai significativo. All’inizio degli anni quaranta, discutendosi di eventuali ritocchi al codice penale, Grandi propose a Mussolini l’abolizione della pena di morte per i reati comuni, adducendo, tra gli altri, l’argomento che, oltre tutto, egli in genere commutava gran parte delle condanne a morte. La proposta fu respinta da Mussolini con l’argomento che l’abolizione della pena di morte lo avrebbe privato della possibilità, appunto, di compiere questi atti di clemenza... ↩
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Per una prima informazione su questi tentativi cfr. A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario cit., p. 283; nonché C. Schwarzenberg, Diritto e giustizia nell’Italia fascista, Milano 1977, passim, spec. capp. XIII e XIV. ↩
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G. Ciano, Diario cit., pp. 499 sg.; nonché G. Gorla, L’Italia nella seconda guerra mondiale. Diario di un milanese, ministro del re nel governo Mussolini, Milano 1959, p. 130. ↩
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G. Bottai, Diario, ff. 1070 sgg. ↩
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G. Ciano, Diario cit., p. 499. ↩
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G. Bottai, Diario, f. 1070, nonché (leggermente diverso) Id., Vent’anni e un giorno cit., p. 201. Pressoché negli stessi termini Mussolini si espresse con un altro ministro da lui fatto mobilitare, G. Gorla, Diari; cfr. L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., p. 130. ↩
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Mussolini, XVIII, pp. 387 sg. ↩
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Ibid., XX, p. 60. ↩
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Fu forse per rassicurare la burocrazia e dimostrarle che non condivideva le accuse che ad essa erano mosse da parte fascista che in questo periodo Mussolini largheggiò di pubblici elogi verso di essa. Cfr. ibid., XX, pp. 83 sg., 147 sg. e 231 sg. ↩
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Cfr. Mussolini il fascista, I, pp. 397 sg. ↩
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Sulla «riforma burocratica» dal 1923 cfr. F. Piodi, La riforma burocratica (1920-1923), in «Rivista trimestrale di diritto pubblico», aprile-giugno 1975, pp. 609-57; P. Calandra, I pieni poteri per le riforme amministrative (1922-1924), ibid., luglio-settembre 1975, pp. 1349-73; La riforma amministrativa del 1922-1924 e la crisi del liberismo amministrativo, a cura di R. Ruffilli, ibid., pp. 1527-81; nonché, per un quadro piú generale, M. Rusciano, L’impiego pubblico in Italia, Bologna 1978, pp. 73 sgg. e in particolare pp. 81 sgg. ↩
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Per avere una idea di queste critiche, cfr., per quelle di tipo piú tecnico, gli articoli di E. Lolini del 1923-26 raccolti in Per l’attuazione dello Stato fascista, Firenze 1928, pp. 17 sgg., 38 sgg., 71 sgg. e 98 sgg., e, per quelle di tipo piú politico, R. Farinacci, Un periodo aureo del Partito Nazionale Fascista, Foligno 1927, pp. 59 e 167 sg., nonché G. Cipriani-Avolio, Da una rivoluzione a un colpo di governo, s. l. e d. [ma Roma 1924], p. 49; U. Fabbri, Analisi del regime fascista (agosto 1924), Roma s. d. [ma 1924], pp. 54 sgg.; C. Suckert [Malaparte], Il partito deve combattere la burocrazia. Sostituire e controllare, in «La conquista dello Stato», 5 aprile 1925. ↩
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Secondo C. A. Jemolo, L’ordinamento della burocrazia nel decreto 11 novembre 1923, n. 2395, in «Rivista di diritto pubblico», 1924, p. 22, con l’andata al potere di Mussolini «la classe degli impiegati» aveva aperto «l’anima a maggiori speranze». ↩
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Mussolini, XXI, p. 91. Cfr. anche, ibid., pp. 280 sgg., le dichiarazioni fatte alla Camera il 4 aprile 1925. ↩
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Cfr. a questo proposito A. De Stefani, Una riforma al rogo, Roma 1963, pp. 47 sg. ↩
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Un comitato presieduto da A. De Stefani elaborò nel 1928-29 alcune «proposte per il perfezionamento dei metodi di lavoro e di controllo delle Amministrazioni dello Stato». Mussolini preferí però non dare seguito ad esse. Cfr. A. De Stefani, Una riforma al rogo cit.; R. Spaventa, Burocrazia, ordinamenti amministrativi e fascismo, Milano 1928 (per i precedenti della realtà sulla quale le proposte avrebbero dovuto incidere); Associazione Generale Fascista del Pubblico Impiego, Roma 1931, pp. 34 sgg. (per alcune reazioni ad esse). ↩
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Cfr. Mussolini, XXVI, p. 240. ↩
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Due furono i provvedimenti di tipo coattivo ad hoc. Con la legge 24 dicembre 1925, n. 2300 fu disposta (sino al 31 dicembre 1926) l’aggiunta ai motivi per la dispensa dal servizio già previsti dalla riforma del 1923 di quello «per manifestazioni compiute in ufficio o fuori d’ufficio» inducenti a ritenere che il dipendente non desse «piena garanzia di un fedele adempimento dei suoi doveri» o si ponesse «in condizioni di incompatibilità con le generali direttive politiche del governo». Cfr. su di essa la relazione e i discorsi con i quali A. Rocco la presentò alle Camere in A. Rocco, Scritti e discorsi politici, III, Milano 1938, pp. 821 sgg. Il testo unico 6 novembre 1926, n. 1848, delle leggi di pubblica sicurezza stabilí a sua volta la destituzione o rimozione dal grado o dall’impiego o comunque il licenziamento del personale dello Stato o degli enti pubblici appartenente ad associazioni segrete. ↩
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Dal 1932 al 1940 furono adottati vari provvedimenti che introducevano come requisito necessario per la partecipazione a pubblici concorsi l’iscrizione al PNF, facilitavano la carriera agli iscritti al partito e assicuravano benefici agli squadristi. Per maggiori elementi cfr. M. Rusciano, L’impiego pubblico in Italia cit., pp. 90 sg. ↩
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Cfr. a questo proposito Mussolini il fascista, II, pp. 344 sg. ↩
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Sull’andamento degli stipendi statali Mussolini si espresse pubblicamente piú volte; cfr. in particolare Mussolini, XXIV, pp. 314 sgg. (in Senato il 18 dicembre 1930) e XXVI, pp. 238 sgg. (alla Camera il 26 maggio 1934). In tali occasioni e ancora il 6 ottobre 1934 (ibid., XXVI, p. 356) si
soffermò anche sulla questione del loro numero, negando che fosse eccessivo ma dichiarandosi contrario ad un suo incremento troppo forte.
Secondo i dati ufficiali dell’ISTAT, Sommario di statistiche storiche italiane 1861-1955, Roma 1958, pp. 204 sg., l’andamento degli stipendi degli statali sotto il fascismo fu il seguente:
1913 —— 1918 —— 1921 —— 1925 —— 1930 —— 1934 —— 1939 —— 1942
Carriera direttiva
direttore generale —— 10 000 —— 11 675 —— 23 331 —— 35 926 —— 44 145 —— 38 649 —— 45 307 —— 55 174
direttore di divisione —— 7 000 —— 8 400 —— 14 847 —— 23 726 —— 26 910 —— 23 350 —— 27 373 —— 35 154
direttore di sezione —— 6 000 —— 7 308 —— 14 097 —— 21 101 —— 22 658 —— 19 788 —— 23 362 —— 30 644
consigliere di I classe —— 5 000 —— 6 217 —— 13 247 —— 18 376 —— 21 011 —— 19 152 —— 22 941 —— 28 774
consigliere di II classe —— 3 350 —— 4 713 —— 8 681 —— 13 326 —— 15 271 —— 14 172 —— 16 936 —— 22 064
Carriera esecutiva
archivista capo —— 4 350 —— 5 850 —— 12 081 —— 15 851 —— 16 513 —— 14 836 —— 17 736 —— 23 604
applicato —— 2 350 —— 3 575 —— 8 161 —— 9 001 —— 8 991 —— 8 453 —— 10 088 —— 15 024
applicato aggiunto —— 1 850 —— 2 938 —— 7 561 —— 7 501 —— 7 234 —— 7 146 —— 8 613 —— 13 040
Carriera ausiliaria
commesso —— 2 250 —— 3 447 —— 8 656 —— 10 884 —— 10 702 —— 9 874 —— 11 833 —— 16 309
usciere —— 1 650 —— 2 682 —— 6 656 —— 7 701 —— 7 235 —— 7 058 —— 8 531 —— 12 554
inserviente —— 1 450 —— 2 427 —— 6 256 —— 6 486 —— 5 857 —— 5 782 —— 6 953 —— 10 497
Per una prima informazione sui benefici aggiuntivi di cui godevano gli statali cfr. Associazione Generale Fascista del Pubblico Impiego cit. ↩
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La citazione è tratta da una memoria del 1931 (riprodotta in R. Michels, Studi sulla democrazia e sull’autorità, Firenze 1933, pp. 93 sgg. e spec. 112); i concetti in essa espressi erano già stati però piú volte enunciati dal Michels in precedenti scritti sin dal primo ventennio del secolo. ↩
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Alcuni autori (cfr. per esempio V. Castronovo, Fascismo e classi sociali, in AA.VV., Fascismo e capitalismo, a cura di N. Tranfaglia, Milano 1976, pp. 121 sgg.) hanno sostenuto che durante tutto il periodo fascista si sarebbe verificato un consistente aumento del pubblico impiego, dovuto soprattutto a «un allargamento dall’alto delle istituzioni di controllo, conforme alla logica stessa della dittatura, e dei meccanismi di aggregazione clientelare». Questa valutazione è stata però dimostrata errata da S. Cassese (cfr. soprattutto Questione amministrativa e questione meridionale. Dimensioni e reclutamento della burocrazia dall’unità ad oggi, Milano 1977, pp. 3, 38 sgg., 52 sgg. e passim), il miglior studioso oggi della materia.
Dal 1923 al 1931 il numero dei dipendenti statali rimase praticamente stazionario, con poco meno del 10 per cento dei posti in ruolo libero. Dal 1931 al 1935 si ebbe un aumento in massima parte fittizio, dovuto all’inclusione nei ruoli del personale del governo austro-ungarico delle «nuove provincie» e alla statizzazione dei direttori didattici, maestri elementari e insegnanti delle scuole di avviamento professionale. Un vero aumento (piú sensibile per il personale non di ruolo) si ebbe negli anni della seconda guerra mondiale. Un confronto dei dati quantitativi veramente significativo deve distinguere il complesso dei dipendenti dello Stato in almeno tre gruppi: civili, insegnanti e militari (negli anni ovviamente di pace) e basarsi essenzialmente su quelli relativi al primo. Oltre alle fonti statistiche in calce alla tabella che segue, cfr. Acs, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, 1927, fasc. 1-1-4/104; 1940-43, fasc. 1-3-1/48099; nonché, dal 1º luglio 1923 al 1º gennaio 1935 i supplementi semestrali della «Gazzetta Ufficiale»:
Ministeri —— 1918 —— 1921 —— 1925 —— 1930 —— 1934 —— 1939 —— 1942
civili
di ruolo —— – —— – —— 61 705 —— 62 490 —— 64 409 —— 66 930 —— 72 594
non di ruolo —— – —— – —— 13 883 —— 11 657 —— 15 069 —— 16 308 —— 52 267
insegnanti
di ruolo —— – —— – —— 11 216 —— 12 303 —— 100 209 ᵃ —— 114 569 —— 127 115
non di ruolo —— – —— – —— 2 719 —— 1 647 —— 18 630 —— 24 409 —— 29 161
militari —— – —— – —— 150 358 ᵇ —— 177 222 ᶜ —— 175 306 —— 223 167 —— –
operai
di ruolo —— – —— – —— 29 462 —— 3 324 —— 3 428
non di ruolo —— – —— – —— 36 846 —— 33 804 —— 37 763 —— 78 976 —— 116 025
totale —— 162 759 —— 228 387 —— 306 189 —— 302 447 —— 414 495 —— 524 369 —— 397 162
totale senza militari —— 162 759 —— 228 387 —— 155 831 —— 125 225 —— 239 189 —— 301 202 —— 397 162
Ffss - Pptt - Monopoli - SS - ecc.
civili
di ruolo —— – —— – —— – —— – —— – —— 176 723 —— 171 694
non di ruolo —— – —— – —— – —— – —— – —— 19 403 —— 67 754
militari —— – —— – —— – —— – —— – —— 7 172 —— 8 844
operai —— – —— – —— – —— – —— – —— 32 755 —— 34 637
totale
di ruolo —— 125 313 —— 231 161 —— 192 282 —— 216 652 —— 211 629 —— 176 723 —— 171.694
non di ruolo —— 42 296 —— 13 572 —— 42 474 —— 14 654 —— 19 403 —— 67 754
totale senza militari —— 167 609 —— 231 161 —— 205 854 —— 259 126 —— 226 283 —— 228 881 —— 274 085
ᵃ Col 1º gennaio 1932 passarono a carico dello Stato i direttori didattici, maestri elementari e insegnanti delle scuole di avviamento professionale.
ᵇ Comprese le forze di polizia e la Guardia di Finanza.
ᶜ Comprese le forze di polizia, la Guardia di Finanza e la MVSN.
Fonti: Annuari Istat 1919-36; Ministero del Tesoro – Ragioneria Generale dello Stato, Situazione numerica dei personali civili e militari e spese relative al 1º luglio 1949, Roma 1951. ↩
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Cfr. A. De Stefani, Una riforma al rogo cit., pp. 12 sg. ↩
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Con la riforma Bottai il regime fece un notevole sforzo di razionalizzazione dell’assetto scolastico e degli studi in base alle esigenze e alle possibilità del mercato del lavoro onde orientare i giovani verso le attività produttive e dirottarli il piú possibile dalla pubblica amministrazione. Cfr. T. M. Mazzatosta, Il regime fascista tra educazione e propaganda (1935-1943), Bologna 1978, pp. 120 sgg. ↩
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Per una eco di questa giustificazione, quasi certamente piú adulatoria che sincera, cfr. la chiusa della già citata memoria di R. Michels in Studi sulla democrazia e sulla autorità cit., p. 115. ↩
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Sulla consistenza numerica dei dipendenti del parastato mancano cifre precise. In base agli elementi reperibili (ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, 1940-1943, fasc. 6-2/9690) essa può essere valutata in circa 35 mila unità nel 1932 e a 48-50 mila nel 1939. Per l’elenco degli enti parastatali e assimilati cfr. il regolamento di esecuzione della l. 28 luglio 1939, n. 1436, concernente il riordinamento dell’Ente nazionale fascista di previdenza e di assistenza per i dipendenti dagli enti parastatali ed assimilati, in «Gazzetta Ufficiale», 7 novembre 1940, pp. 4236 sg. ↩
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Alla vigilia dell’entrata dell’Italia in guerra molti erano comunque coloro che consideravano il numero dei dipendenti delle varie burocrazie, statale, sindacale, corporativa, di partito, ecc., non solo eccessivo ma tale da costituire un gravissimo inceppo per la vita sociale e economica in particolare. Cfr. a quest’ultimo proposito E. Conti, Dal taccuino di un borghese, Milano 1946, pp. 681 sg. ↩
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Persino un ministero di nuova costituzione e tipicamente fascista come quello delle Corporazioni mantenne nei suoi primi anni di vita il numero dei suoi dipendenti entro cifre non eccessive.
Nel 1932, a cinque anni e mezzo dalla sua creazione, esso contava 715 impiegati di ruolo, 187 impiegati non di ruolo e 754 operai di ruolo e no. Nel 1935 essi erano diventati rispettivamente 959, 219 e 689. ↩
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Specie con la seconda metà degli anni trenta, il parastato fu spesso utilizzato per «sistemare» vecchi fascisti ed ex gerarchi o per dare una contropartita economica a coloro che si voleva liquidare politicamente. Questa pratica fece persino fiorire varie barzellette tra cui quella che voleva che la sigla dell’Azienda generale italiana petroli, Agip, volesse dire Azienda gerarchi in pensione. Cfr. M. Rivoire, Vita e morte del fascismo, Milano 1947, p. 103. ↩
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Cfr. Mussolini il fascista, II, pp. 344 sgg. ↩
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Una idea del processo di «fascistizzazione» della burocrazia può essere data – in mancanza di dati piú precisi – dal ritmo di adesioni all’Associazione generale fascista del pubblico impiego: 70 mila nel 1926, 80 mila nel 1927, 100 mila nel 1928, per un totale di circa 250 mila. Nel 1929 l’inquadramento divenne «quasi totalitario». Cfr. Associazione Generale Fascista del Pubblico Impiego cit., p. 5. ↩
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Cfr. F. Garzilli, Funzionari fascisti e fascisti funzionari, in «Costruire», gennaio 1931, pp. 36 sgg. Che «lo sforzo rinnovatore del fascismo» urtasse «contro la vecchia mentalità» della burocrazia era stato denunciato anni prima anche da R. Spaventa, Burocrazia, ordinamenti amministrativi e fascismo cit., p. 103. Per la polemica contro la «mentalità burocratica» cfr. anche A. Silvi Antonini, Rivoluzione e burocrazia, Roma 1932. ↩
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Cfr., per esempio, in Mussolini, XXIV, pp. 12, 119 e 121 sg., nonché in XXVI, pp. 93 sg., l’accenno alla burocrazia fatto il 14 novembre 1933 nel corso del discorso «per lo Stato corporativo»: «Il nostro Stato è uno Stato organico, umano, che vuole aderire alla realtà della vita.
«La stessa burocrazia non è oggi, e meno ancora domani vuol essere un diaframma fra quella che è l’opera dello Stato e quelli che sono gl’interessi e i bisogni effettivi e concreti del popolo italiano.
«Io sono certissimo che la burocrazia italiana, che è ammirevole, cosí come lo ha fatto fin qui, domani lavorerà con le corporazioni tutte le volte che sarà necessario per la piú feconda soluzione dei problemi». ↩
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G. A. Fanelli, Verità sulla corporazione, in «Il secolo fascista», 15 giugno 1934, p. 178. Altri echi si possono, indirettamente, cogliere dal volumetto di S. Di Massa, Burocrazia fascista, Roma s. d. [ma 1936]. ↩
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C. Costamagna, Storia e dottrina del Fascismo cit., p. 420. ↩
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Nel 1939, prendendo spunto dalla creazione della Camera dei fasci e delle corporazioni, anche Bottai fece un ennesimo tentativo di riproporre il problema di una effettiva riforma burocratica che razionalizzasse la pubblica amministrazione, ponesse fine all’esistenza di due burocrazie – una politica e l’altra amministrativa – che si ignoravano «rigorosamente» l’un l’altra, innestasse «le nuove forze dinamiche della Rivoluzione sul vecchio tronco della burocrazia» ed estendesse ad essa la logica corporativa. Cfr. Critica Fascista, L’amministrazione nel Regime, in «Critica fascista», 15 gennaio 1939, pp. 82 sg. e ID., Crescendo burocratico, ibid., 15 luglio 1939, pp. 282 sg., in cui si sosteneva addirittura che il nuovo auspicato ordinamento amministrativo avrebbe potuto tradursi in una «quarta Carta», dopo quella del lavoro, della razza e della scuola. ↩
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Cfr. S. Panunzio, Teoria generale dello Stato fascista, Padova 1939², p. 168. ↩
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Cfr. Mussolini il duce, I, pp. 277 sg. ↩
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Cfr. E. Rotelli, La Presidenza del Consiglio dei ministri, Milano 1972, pp. 393 sgg. ↩
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Cfr. a questo proposito le fini osservazioni di S. Cassese, nell’introduzione a La formazione dello Stato amministrativo, Milano 1974, e nel già citato Questione amministrativa e questione meridionale. ↩
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Cfr. S. Cassese, La formazione dello Stato amministrativo cit., p. 4. ↩
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Almeno fin verso la fine degli anni trenta, tutt’altro che rari furono i casi di resistenza da parte della burocrazia alle inframmettenze e alle pressioni politiche, anche le piú autorevoli. Valga come esempio il rifiuto (motivato con la mancanza di un posto adeguato in organico) che agli inizi del 1933 una serie di grandi enti, tra cui la Cassa nazionale per gli infortuni sul lavoro, la Cassa nazionale per le assicurazioni sociali e la Croce rossa italiana, oppose alla richiesta della Segreteria particolare di Mussolini di trovare un «incarico di consulenza o d’altro genere» al dottore Francesco Petacci, padre di Claretta Petacci. Cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario, fasc. 14 483, «Petacci comm. dr. Francesco». ↩
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S. Cassese, La formazione dello Stato amministrativo cit., pp. 296 sg. ↩
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Sintomatici alcuni accenni in J. Evola, Burocrazia e classe dirigente, in «Lo Stato», aprile 1940, pp. 145 sgg. ↩
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Nel 1932 fu lasciato vacante un posto al ministero delle Finanze; nel 1933 due, uno alle Corporazioni (sino al 1937) e uno ai Lavori pubblici; nel 1936 uno alle Colonie (sino al 1937), uno alle Corporazioni (sino al 1939), uno alla Giustizia (sino al 1940) e uno alla Stampa e propaganda; nel 1937 uno all’Agricoltura, uno alle Finanze e un terzo all’Educazione nazionale (sino al 1939); nel 1939 tre, all’Agricoltura, all’Africa Italiana e agli Esteri. Cfr. M. Missori, Governi, alte cariche dello Stato e prefetti del Regno d’Italia, Roma 1973, pp. 148 sgg. Nel giugno 1937 negli ambienti politici romani si parlò con insistenza di una imminente abolizione di tutti i sottosegretari. Cfr. Informazioni Cremonesi, 15 giugno 1937. ↩
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Chi del gruppo dirigente fascista piú chiaramente (anche se tardivamente) espresse a Mussolini il proprio netto dissenso per l’esperimento fu G. Giuriati. In una lettera scrittagli il 17 luglio 1943 si legge: «L’autorità dei ministri – in genere dei tuoi comandanti in sott’ordine – è stata in piú modi screditata. Potrei citare molti fatti, ma basterà uno: quello di aver consentito durante la guerra di Grecia che una squadra di ministri andasse al fronte conservando la carica. Il che ha conferito ai direttori generali una loro autorità e indipendenza che non esito a qualificare perniciose per lo Stato». Cfr. A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario cit., p. 612. ↩
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Cfr. G. Gorla, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., p. 168. ↩
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L’ultima seduta regolare del Consiglio dei ministri fu tenuta il 7 gennaio. A conclusione di essa fu fissata una successiva riunione per il 22 febbraio, che però non ebbe luogo. Il Consiglio dei ministri si riuní invece il 10 e il 30 aprile e l’8 maggio con la partecipazione, oltre a Mussolini, di cinque soli ministri: Serena (PNF), Teruzzi (AI), Thaon di Revel (Finanze), Tassinari (Agricoltura) e Host-Venturi (Comunicazioni). Solo dell’ultima di tali riunioni fu data notizia, evidentemente per non rivelare la loro patente irregolarità e contando sul fatto che per l’ultima si potesse pensare ad un ormai avvenuto rientro dei ministri dal fronte. La prima riunione nuovamente regolare, con tutti i ministri, si ebbe solo il 7 giugno 1941. ↩
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Per una indiretta conferma di questa nostra convinzione cfr. quanto egli nell’aprile 1941 disse a N. d’Aroma, Mussolini segreto cit., p. 232: «Dir male dei burocrati è facile, è comodo ed è un vezzo sciocco da pigri. Io sono un burocrate da piú di venti anni e devo dire che ho una immensa considerazione di loro. Dopo la guerra che vinceremo, io muterò il destino di questo ceto laborioso e serio. Darò ad essi il piú assoluto autogoverno per quanto concerne le sedi, la carriera e farò che lo Stato provveda sufficientemente e decorosamente alla vita, agli studi dei figli e alla dignità delle loro famiglie. Farò sí che i figli degli impiegati siano preferiti nel ripercorrere le carriere paterne e per loro ci saranno collegi ed ogni possibilità d’aiuto. Mi vanto d’esser un burocrate! » ↩
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A. De Stefani, Sopravvivenze e programmi nell’ordine economico, Roma 1942, pp. Xxii-XXIII. ↩
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E. Gentile, Le origini dell’ideologia fascista (1918-1925), Bari 1975, p. 423. ↩
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Mussolini, XXXIV, p. 119. ↩
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Cfr. ibid., XXII, p. 39 (11 dicembre 1925). ↩
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Cfr. S. Panunzio, Teoria generale dello Stato fascista cit., pp. 527 sgg. ↩
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Cfr. di C. Costamagna, Storia e dottrina del Fascismo cit., nonché le voci «Corporativismo», «Regime» e «Stato» nel Dizionario di politica, a cura del PNF, Roma 1940, I, pp. 628 sgg.; IV, pp. 31 sgg. e 381 sgg. ↩
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S. Panunzio, Teoria generale dello Stato fascista cit., p. 30. ↩
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Per G. Gentile, Dopo la fondazione dell’impero cit., p. 324, lo Stato era «la grande passione di Mussolini». ↩
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Cfr. Mussolini, XXVI, p. 94. ↩
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Cfr. ibid., XXVII, pp. 246 sg. ↩
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Cfr. a questo proposito A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario cit., pp. 271 sgg. ↩
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Cfr. Mussolini il duce, I, pp. 163 sgg. e spec. 168 sgg. ↩
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Cfr. Mussolini, XXVIII, p. 179. ↩
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Persino i membri del governo spesso non cercavano neppure di salvare le apparenze. Non di rado alla Camera e al Senato si svolgevano sedute a buona parte delle quali non assisteva neppure un membro del governo, al punto che nel dicembre 1937 il presidente del Senato, Federzoni, sentí il bisogno di fare presente la cosa al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Cfr. Acs, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto (1937-39), fasc. 1-5-1/3511. ↩
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Cfr. Mussolini, XXIX, p. 325 (30 ottobre 1939). ↩
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Cfr. c. A. Biggini, La Camera dei Fasci e delle Corporazioni del nuovo ordinamento costituzionale, in Scritti giuridici in onore di Santi Romano, I, Padova 1940, p. 22. ↩
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G. Bottai, Diario, f. 522. ↩
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Cfr. PNF, Il Gran Consiglio del Fascismo ecc. cit., p. 615. ↩
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Ibid., p. 628. ↩
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Ibid., pp. 637 sgg.; ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1943), fasc. 242/R, «Gran Consiglio», sott. 16, ins. A, «Marzo 1938» e «Ottobre 1938»; Id., Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1937-1939), fasc. 1-5-1/4387, «Camera dei Fasci e delle Corporazioni»; e, ancora il «Foglio d’ordini» del 26 ottobre 1938. ↩
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Cfr. G. Acerbo, Fra due plotoni di esecuzione. Avvenimenti e problemi dell’epoca fascista, Bologna 1968, p. 385. ↩
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L’unico accenno ai lavori della commissione si trova, sotto la data del 14 luglio 1938, nel Diario di G. Bottai (ff. 561 sgg.). Il progetto preparato dalla commissione, secondo Bottai, non risolveva in nulla i veri problemi del rapporto tra Partito e corporazioni, «Tutto lo zelo dello Starace» si applicava solo a «cristallizzare istituzionalmente l’eccezionale situazione del “Duce”». Per i lavori della commissione cfr. anche A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario cit., p. 274. ↩
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L’unica modifica introdotta dalla Camera – previo assenso del «duce» – nel testo del disegno di legge trasmessole riguardò l’art. 15 e, in particolare l’aggiunta, appunto, degli Enti amministrativi di importanza nazionale sovvenzionati direttamente o indirettamente dallo Stato tra quelli sui quali le due Camere esercitavano il loro controllo. Sulle conseguenze di tale modifica cfr. Isle, Indagine sulla funzionalità del Parlamento, I, Milano 1968, pp. 322 e 361. «Con tale strumento [di controllo] si venne a limitare, o almeno si intese limitare seriamente la potestà normativa delle corporazioni e le intese intersindacali (accordi economici collettivi), che il Capo del Governo poteva deferire a piú commissioni legislative riunite o alla commissione competente per materia» (p. 322). Cfr. in Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, Documenti, n. 2655 A: «Relazione della Commissione speciale... sul disegno di legge... Istituzione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, presentata nella seduta pomeridiana del 7 dicembre 1938-XVII». ↩
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Ciò nonostante molti erano coloro che, prima che fosse noto il nuovo ordinamento della Camera dei fasci e delle corporazioni e, quindi, che vi si potesse accedere solo essendo membri del Consiglio nazionale del PNF o di quello delle Corporazioni, non nascondevano le loro ambizioni a diventarne membri. Significativo è a questo proposito quanto scriveva nel «Foglio di disposizioni» n. 1163, del 9 ottobre 1938, Starace:
«Attenzione!
«I Segretari federali mi comunicheranno il nome di coloro che, eventualmente, manifestassero i sintomi della incontenibile aspirazione al Consiglierato Nazionale. Sintomi del genere non potranno che essere rivelatori di mentalità arretrate, tuttora affette da residui di frenesia elettoralistica. È da escludere senz’altro pertanto, quando si abbia tra mani un soggetto del genere, che si tratti di un Fascista.
«Attenzione! »
-
Archivio Storico Camera Deputati, Regno d’Italia, Disegni e proposte di legge, 1364 bis (Leg. XXX, n. 2655). ↩
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Sull’atteggiamento del fascismo rispetto alla questione femminile e, piú in genere, alla condizione della donna manca uno studio veramente soddisfacente. Per una prima informazione possono vedersi comunque P. Meldini, Sposa e madre esemplare. Ideologia e politica della donna e della famiglia durante il fascismo, Rimini-Firenze 1975, e soprattutto F. Pieroni Bortolotti, Femminismo e partiti politici in Italia 1919-1926, Roma 1978. Di parte fascista, di una certa utilità è M. Castellani, Donne italiane di ieri e di oggi, Firenze 1937. ↩
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Cfr. Mussolini, XIX, pp. 215 sg. (14 maggio 1923). Il successivo 1º giugno Mussolini parlò anche a Padova al congresso femminile delle Tre Venezie. Il discorso (cfr. ibid., pp. 226 sgg.).ebbe però tutt’altro tono. Innanzitutto fu quasi completamente dedicato a temi di politica generale; quanto al breve passaggio in cui parlò del voto alle donne, lo fece in termini assai meno positivi di quelli usati al congresso di Roma: «Che cosa importa il voto? Lo avrete! Ma anche in tempi in cui le donne non votavano e non desideravano di votare, in tempi lontani, remoti o prossimi o vicini, la donna ebbe sempre un’influenza preponderante nel determinare i destini delle società umane». ↩
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Cfr. ibid., XXI, pp. 302 sg. (15 maggio 1925 alla Camera). ↩
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Cfr. ibid., p. 303; e E. Ludwig, Colloqui con Mussolini, Milano 1950, p. 166; nonché, per il gennaio 1939, N. d’Aroma, Mussolini segreto cit., pp. 177 sgg. ↩
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Significativo in questo senso è anche quanto detto il 19 marzo 1924 da G. Acerbo, cfr. I grandi discorsi elettorali del 1924, Milano 1924, p. 98. ↩
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Mussolini, XXVIII, p. 205 (20 giugno 1937). ↩
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Ibid., XXIX, p. 127 (2 agosto 1938). ↩
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D. Fisichella, Analisi del totalitarismo cit., p. 210 nota; E. Gentile, Le origini dell’ideologia fascista cit., p. 422. ↩
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D. Fisichella, Analisi del totalitarismo cit., pp. 121 sgg. ↩
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Per una prima informazione cfr. C. Pellizzi, Il partito educatore, Roma 1941. ↩
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Come disse in Consiglio dei ministri alla fine del ’36, polemizzando con Starace che avrebbe voluto piú fondi per le attività assistenziali del PNF, per Mussolini «il partito vuol fare troppe cose. Il partito non dovrebbe che occuparsi dell’educazione politica del popolo italiano» (G. Bottai, Vent’anni e un giorno cit., p. 107). ↩
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La subordinazione del PNF al governo era tale da non avere un effettivo potere neppure sulle questioni «di principio» piú elementari. Caso tipico la nomina ad importanti cariche dello Stato di non iscritti al partito, nonostante che l’iscrizione fosse ormai per legge requisito necessario per ricoprire tali cariche. Assai significativa è a questo proposito una lettera a Mussolini di Starace in data 22 giugno 1939, subito dopo la nomina a senatori di A. Beneduce e C. A. Quilico. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1943), fasc. 242/R, «A. Starace», sott. 1. ↩
-
Cfr. J. J. Linz, Totalitarian and Authoritarian Regimes, in The Handbook of political science, a cura di F. I. Grenstein e N. W. Polsby, Reading 1975, III, p. 191. ↩
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Per il nazismo e lo stalinismo cfr. D. Fisichella, Analisi del totalitarismo cit., capp. III sgg. ↩
-
S. Panunzio, Teoria generale dello Stato fascista cit., passim e spec. pp. 561 sgg. ↩
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Cfr. c. Curcio, voce «Partito» nel Dizionario di politica cit., III, p. 380. ↩
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S. Panunzio, Teoria generale dello Stato fascista cit., p. 541. ↩
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c. Curcio, Dizionario di politica cit., voce «Partito», p. 381. ↩
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Cfr. per la Germania il fondamentale studio di G. L. Mosse, La nazionalizzazione delle masse ecc. cit. ↩
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S. Panunzio, Teoria generale dello Stato fascista cit., p. 159. ↩
-
L’articolo fu rifuso due anni dopo come primo capitolo del già citato volumetto di C. Pellizzi, Il partito educatore cit., pp. 7 sgg. ↩
-
Cfr. Mussolini, XXIII, p. 86. ↩
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Ibid., p. 126 (preambolo al comunicato relativo alla riunione del 28 marzo 1928 del Consiglio dei ministri). ↩
-
Cfr. a questo proposito Mussolini il duce, I, pp. 127 sgg. e spec. 178 nt e 644-46. ↩
-
Le espressioni citate sono tratte dal corsivo La Direzione [C. Costamagna], La neutralità borghese e la trasformazione fascista dello Stato, in «Lo Stato», dicembre 1938, p. 676. Ne La storia e dottrina del Fascismo cit., p. 418, Costamagna (riprendendo l’espressione da M. Manoilesco, Le parti unique, Paris 1936, p. 143) parla di Mussolini anche come del «grande pedagogo della nazione». ↩
-
Cfr. a questo proposito G. A. Longo, La funzione educativa del Partito, in «Civiltà fascista», agosto 1939, pp. 705 sgg., in cui, tra l’altro, si legge: «Quali sono i caratteri essenziali di questa funzione educativa del Partito? Essa è, anzitutto, educazione politica, nel senso che mira alla formazione del carattere dell’Italiano nuovo e del costume del nuovo e unitario popolo italiano, ispirati, l’uno e l’altro, soprattutto, ad una volontà di primato civile; e, in relazione appunto a tale suo carat-
tere politico, essa è educazione totalitaria: e nel senso che, direttamente o mediatamente, si rivolge alla totalità del popolo italiano, e nel senso che essa investe tutta intera la personalità dell’uomo, mirando a comporne in classica armonia le facoltà spirituali, intellettuali e fisiche. Sulla base di questa duplice totalitarietà – che presuppone ed implica la parallela azione della Scuola – l’opera educativa del Partito (che non è necessariamente opera esplicitamente “didattica”, ma che, come opera formativa nel senso piú compiuto e concreto della parola, può consistere anche nella semplice “vita vissuta” del Partito) mira anche, e progressivamente, a fini selettivi. Tale selezione si opera: a) su di un piano generale, e piú propriamente politico, nel senso d’individuare le personalità che assommino in maggior grado le virtú di carattere proprie dell’ideale umano del Fascismo; b) su di un piano specifico, e piú propriamente tecnico, nel senso di rivelare, in via quasi interamente sperimentale, le particolari attitudini e capacità di ciascuna di tali personalità». ↩
-
A E. Ludwig (cfr. Colloqui con Mussolini cit., pp. 111 sg.) Mussolini aveva detto: «Se non si inculca questo alla gente, essa si addormenta, e dice anche delle cose semplici che sono impossibili». ↩
-
Cfr. G. L. Mosse, La genesi del fascismo, in «Dialoghi del XX», aprile 1967, pp. 20 sgg. ↩
-
Cfr. M. Ledeen, L’internazionale fascista, Bari 1973, pp. 84 sgg. ↩
-
Cfr. Mussolini, XXII, p. 246 (30 ottobre 1926), e anche, sullo stesso tema, XXIV, p. 283 (27 ottobre 1930) e XXVI, p. 248 (26 maggio 1934); nonché Mussolini il duce, I, pp. 50 sg. ↩
-
Cfr. Mussolini, XXIX, pp. 52 sg. e 117; G. Ciano, Diario cit., pp. 128 e 156. ↩
-
A. Aquarone, Alla ricerca dell’Italia liberale, Napoli 1972, pp. 335 sg. ↩
-
Mussolini, XXXIV, pp. 120 sg. ↩
-
Ibid., pp. 129 sg. ↩
-
Cfr. ibid., p. 120. ↩
-
G. Bottai, Concetto mussoliniano della «rivoluzione permanente», in «Gerarchia», settembre 1939, pp. 598 sg. ↩
-
Tipico è in questo senso il Ragguaglio sullo stato degli intellettuali rispetto al fascismo di C. Suckert [Malaparte] premesso a A. Soffici, Battaglia fra due vittorie, Firenze 1923, pp. XI sgg.
Per l’accezione in cui usiamo il termine «populismo» cfr. la relativa voce, di L. Incisa, nel Dizionario di politica, a cura di N. Bobbio e N. Matteucci, Torino 1976, pp. 762 sgg.; nonché N. Matteucci, Dal populismo al compromesso storico, Roma 1976, passim e spec. pp. 47 sgg. ↩
-
Cfr. P. Gorgolini, Il Fascismo nella vita italiana, Torino 1923³, p. 131. ↩
-
Tipico in questo senso U. Fabbri, Analisi del regime fascista (agosto 1924) cit., pp. 4 sg., 20 sgg. ↩
-
Una testimonianza, al tempo stesso politica, psicologica e letteraria, assai interessante del perdurare tra i vecchi fascisti dell’animus antiborghese e delle frustrazioni in essi prodotte dalla constatazione di come la borghesia si fosse col fascismo invece rafforzata è offerta dalle opere di Marcello
Gallian. Cfr. P. Buchignani, Primitivismo e antiborghesismo nella narrativa di Marcello Gallian, in «Trimestre», luglio-dicembre 1979, pp. 311 sgg. ↩
-
Cfr. G. Volpe, Lo sviluppo storico del fascismo, 1928, p. 41. ↩
-
L’articolo, dal titolo L’altro antifascismo, fu riprodotto nel volume B. Spampanato, Polemica ai margini, Milano 1935, pp. 123 sgg., di cui si può vedere anche l’avvertenza preliminare e spec. la p. IX. ↩
-
L’articolo, apparso in «La stirpe», aprile 1933, fu pubblicato anche in estratto: L. Fontanelli, Mussolini, lo spirito della borghesia e le nuove generazioni, Roma 1933, la citazione è alle pp. 4 sg. ↩
-
A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario cit., p. 112. ↩
-
Mussolini, XXVI, pp. 192 sg. ↩
-
Per la generazione «anziana» del fascismo cfr. c. Pellizzi, La necessità del «livellamento», in «Civiltà fascista», ottobre 1936, pp. 618 sgg. ↩
-
Un tipico esempio che non pochi giovani fascisti avevano inteso e vissuto la guerra d’Africa come un esame per sé e per gl’italiani che sarebbe dovuto per altro continuare e trovare convalida nel dopo è offerto da I. Montanelli, Dopo la guerra, in «Civiltà fascista», maggio 1936, pp. 290 sg. ↩
-
Mussolini, XXVII, p. 246 (23 marzo 1936). ↩
-
Ibid., XXIX, p. 250. ↩
-
È significativo che anche parlando con i suoi piú stretti collaboratori, Mussolini pur non nascondendo affatto il suo stato d’animo e il suo giudizio sulla borghesia e annunciando la sua decisione di correggerla «a suon di calci negli stinchi», non accennasse mai a propositi di allargare la sua azione al campo economico sociale. Al massimo, come annotava (10 luglio 1938) Ciano, parlò «di una terza ondata, da farsi in ottobre, poggiando particolarmente sulle masse operaie e contadine», ma tutto il contesto del discorso esclude che il riferimento alle masse operaie e contadine avesse
altro significato che quello di una squalifica morale della borghesia «sfiaccolata e disfattista» presso i ceti popolari. Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 56 e 156. ↩
-
Mussolini, XXIX, p. 189. ↩
-
Ibid., pp. 189 sg. ↩
-
Gli articoli che apparivano su «Il popolo d’Italia» erano solo eccezionalmente letti preventivamente da Mussolini e la responsabilità effettiva di essi ricadeva su G. Pini, che talvolta gli riassumeva i piú importanti telefonicamente per avere il suo benestare. Cfr. G. Pini, Filo diretto con Palazzo Venezia cit., passim. Di quelli che erano destinati a «Gerarchia» Mussolini era solito invece leggere sempre le bozze. Cfr. N. Tripodi, Italia fascista in piedi! Memorie di un lettore, Roma 1975⁸, p. 147. ↩
-
Oltre una rubrica di dichiarazioni di giovani sulla «mentalità borghese e lo spirito fascista» dal titolo L’antiborghese pubblicata dal febbraio all’agosto del 1939, gli scritti piú significativi apparsi su «Gerarchia» furono nel settembre 1938 M. Puccini, Incidere sul costume e nel 1939: Ovalle,
Due volti dell’antiborghesia (gennaio); Precisazioni per il «borghese» (febbraio); G. Calza, Fascismo e borghesia. Fine del denaro padrone (marzo); R. Pavese, Oro, metallo ignobile (aprile); E. Sulis, Civiltà e uomini nuovi (maggio); T. Madia, Connotati (giugno); B. Ricci, Mentalità e classe (luglio). ↩
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Tra le prese di posizione di «Critica fascista» contrarie alle estremizzazioni della polemica antiborghese cfr. Il Guardiano, Fascismo e borghesia (15 gennaio 1939, in polemica con un articolo di F. Bernardini su «L’assalto»); nonché B. Romani, Scoperta delle classi (15 febbraio 1939) in polemica con il populismo di certi attacchi: «alcuni caratteri delle classi operaie e agricole, per motivi retorici e propagandistici, trovano esaltazione; che effettiva e reale rispondenza essi abbiano con la vita e le consuetudini di tali classi è cosa che attende di essere chiarita».
La piú esplicita critica pubblicata dalla rivista di Bottai fu però l’articolo di C. Pellizzi, «Borghese» e borghesia (1º settembre 1938). Pellizzi (del quale un primo articolo sul «Corriere della sera» del 21 luglio aveva suscitato molte critiche tra cui quella di «Piccola guardia», nel fascicolo del 15 agosto) affermava che, volendo il fascismo far scomparire «il paria sociale, del proletariato» e «il supercapitalista», «il suo fine dunque non è di ridurre, ma anzi di estendere quanto piú si possa, su basi etico-giuridiche nuove, il fenomeno etico-sociale della piccola e media borghesia». E ammoniva di conseguenza: «Nel colpire certi vizi che potrebbero essere meglio definiti altrimenti, badiamo di non offendere ciò che invece ha bisogno di essere incoraggiato. A me pare che l’Italia abbia estremo bisogno di buoni borghesi, anche con tutte le limitazioni estetico-morali che un tale stato sociale comporta».
Tra le altre prese di posizione interessante è Erba, Fascismo e borghesia (15 gennaio 1939) per l’accusa ai nazionalisti di avere deviato il fascismo giunto al potere dai suoi presupposti originari non borghesi. ↩
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Tra essi cfr. in particolare I. De Begnac, Itinerario della borghesia, Brescia 1940, e S. Gatto, Il borghese, Milano 1941 (quaderno della Scuola di mistica fascista S. I. Mussolini). Per gli sviluppi della polemica antiborghese negli anni della guerra cfr. C. Scorza, Tipi... tipi... tipi..., Firenze 1942. ↩
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Cfr. in particolare E. Conti, Dal taccuino di un borghese cit., pp. 672 sg. (alla data del 22 dicembre 1939). ↩
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Processo alla borghesia, a cura di E. Sulis, Roma 1939. Nel volume (che ebbe tre edizioni in quattro mesi) sono da vedere in particolare i contributi dello stesso Sulis (nel quale i corsivi indicano le sottolineature fatte da Mussolini leggendone il manoscritto), di B. Ricci (il piú impegnato nel dare alla polemica antiborghese una prospettiva nettamente sociale e di accorciamento reale delle «distanze») e di R. Pavese. ↩
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Cfr. Mussolini, XXIX, p. 117. ↩
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Per un quadro d’insieme cfr. il numero speciale del 1939 di «Antieuropa» Antilei, a cura di A. Gravelli. ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 91. ↩
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Mussolini, XXIX, pp. 188 sg., nonché, per il discorso del 1° febbraio 1938 ricordato da Mussolini, ibid., pp. 52 sg. ↩
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Secondo G. Bottai, Diario (ff. 587 sg., alla data del 19 agosto 1938) Mussolini avrebbe cosí motivato l’introduzione dell’uniforme per gli impiegati statali (che comportava un onere di trecento milioni): «La divisa agli impiegati è la riforma della burocrazia. Ricordatevelo: l’abito fa il monaco». ↩
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Mussolini, XXIX, p. 117; nonché pp. 191 sg. (discorso del 25 ottobre 1938). ↩
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Ibid., pp. 190 sg. ↩
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Molta impressione fece su Mussolini quanto gli scrisse il 24 aprile 1938 R. Farinacci di ritorno da un viaggio in Etiopia: «I nazionali non sono eccessivamente vigilati, e dànno quindi agli indigeni uno spettacolo poco imperiale. Numerosi sono gli episodi provocati dai loro modi volgari, o disgustosi, od offensivi. Ecco l’elenco di alcuni fra i piú gravi difetti lamentati:
- a) assoluta mancanza di comprensione e di rispetto per le consuetudini e i costumi delle popolazioni;
- b) contegno pessimo da parte dei nazionali civili e militari nei riguardi delle donne indigene;
- c) richieste di prestiti a indigeni benestanti;
- d) modo sguaiato di vivere e di vestire che è in contrasto stridente al modo col quale si comportano e vestono gl’indigeni ecc.».
ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1943), 242/R, fasc. «R. Farinacci », sott. 39. ↩
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G. Ciano, Diario cit., p. 86. ↩
-
Ibid., p. 162. ↩
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Al problema demografico fu dedicata la riunione del 3 marzo 1937 dal Gran Consiglio. Udita una relazione di Bottai, il supremo organo del fascismo stabilí una serie di direttive, trasformate nei mesi successivi in leggi volte a favorire lo sviluppo demografico (prestiti matrimoniali, priorità nell’assunzione al lavoro e agevolazioni nella carriera e tributarie per i padri di numerosa prole), a scoraggiare il celibato (estensione della tassazione a nuove categorie di celibi) e a tenere costantemente sotto controllo la realtà demografica del paese (istituzione dell’Ufficio centrale demografico, trasformato nel settembre 1938 in Direzione generale per la demografia e per la razza). Cfr. PNF, Il Gran Consiglio del Fascismo ecc. cit., pp. 622 sg.
Assai indicativi dello stato d’animo determinato dalla polemica antiborghese (del resto appena agli inizi) sono le previsioni e i timori circolanti alla vigilia della sessione del Gran Consiglio che si sapeva doveva trattare il problema demografico. Ragione principale di tali timori (che una nota conservata fra le carte di Mussolini definiva «seria apprensione ed in parecchi vero orgasmo») erano alcune voci e alcune proposte apparse su pubblicazioni del partito di provvedimenti che sancissero l’incameramento da parte dello Stato di grosse quote dei patrimoni di coloro che morivano senza aver avuto figli o, addirittura, l’introduzione di una tassazione inversamente proporzionale al numero dei figli. Acs, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1943), 242/R, «Gran Consiglio», sott. 15 (1937), ins. A. Con questo tipo di proposta aveva polemizzato nei mesi precedenti A. De Stefani, mettendo in rilievo i danni che ne sarebbero conseguiti per l’economia nazionale e ammonendo che «la soluzione del problema demografico non si può avere facendo diventar poveri i ricchi e ricchi i poveri, ma creando una norma giuridica accompagnata da sanzioni civili adeguate». A questo proposito De Stefani osservava che «la legislazione fascista è ancora, in tema di matrimonio e di filiazione, una legislazione abbondantemente liberale». A toglierle questo carattere non bastavano gli incentivi e le agevolazioni stabilite a favore di chi si sposava e aveva prole. «Tutti questi – scriveva – sono pannicelli caldi se non si imposta il problema della obbligatorietà giuridica
del matrimonio e della filiazione». Un provvedimento in questo senso sarebbe potuto essere quello di non concedere «la pienezza dei diritti a coloro che non garantiscano la statica e la dinamica della popolazione». Cfr. i due articoli in questione in A. de Stefani, Commenti e discorsi, Bologna 1938, pp. 203. ↩
-
Cfr. P. V. Cannistraro, La fabbrica del consenso. Fascismo e mass media, Bari 1975, pp. 225 sgg.; F. Monteleone, La radio italiana nel periodo fascista. Studio e documenti: 1922-1945, Venezia 1976; A. Papa, Storia politica della radio in Italia, 2 voll., Napoli 1978; A. Monticone, Il fascismo al microfono. Radio e politica in Italia (1924-1945), Roma 1978; Id., La radio quale strumento della politica fascista. Problemi di interpretazione e di metodo, in «Storia e politica», dicembre 1978, pp. 707 sgg. ↩
-
A. Monticone, Il fascismo al microfono cit., p. 65. ↩
-
Cfr. a questo proposito L. Freddi, Il cinema, Roma 1949, I, pp. 388 sgg. ↩
-
Il cinema negli anni del fascismo è stato oggetto di numerosi studi; tra i piú utili cfr. F. Savio [F. Pavolini], Ma l’amore no. Realismo, formalismo, propaganda e telefoni bianchi nel cinema italiano di regime (1930-1943), Milano 1975; Id., Cinecittà anni trenta, 3 voll., Roma 1979; G. P. Brunetta, Intellettuali cinema e propaganda tra le due guerre. Fascismo e politica cinematografica, Milano 1975; Id., Storia del cinema italiano, Roma 1979, pp. 221 sgg.; M. Argentieri, L’occhio del regime. Informazione e propaganda nel cinema del fascismo, Firenze 1979; J. A. Gili, Stato fascista e cinematografia. Repressione e promozione, Roma 1981; P. V. Cannistraro, La fabbrica del consenso cit., pp. 273 sgg. ↩
-
Cfr. le sue memorie: L. Freddi, Il cinema cit. ↩
-
Cfr. E. Della Pura, Il cinema è specchio, in «Cinema», 25 luglio 1942. ↩
-
v. Mussolini, Emancipazione del cinema italiano, in «Cinema», 25 settembre 1936. ↩
-
Cfr. L. Freddi, Il cinema cit., I, pp. 393, 395, 397 sg. ↩
-
Come disse una volta a Freddi (cfr. ibid., I, p. 389), la logica che muoveva Mussolini in molti suoi interventi censori non solo cinematografici era: «spesso basta l’enunciazione di un problema perché se ne determinino gli effetti». ↩
-
Cfr., per esempio, F. Piccoli, Funzione politica del cinema e Cinema e politica, in «Bianco e nero», marzo e aprile 1937; G. Puccini, La famiglia nel cinema, in «Cinema», 25 dicembre 1937; G. Cogni, Preliminari sul cinema in difesa della razza, in «Bianco e nero», gennaio 1938; E. Allodoli, Cinema e lingua italiana, ibid., aprile 1937; C. Di Marzio, Per un cinema politico, ibid., maggio 1939; F. Azzali, I borghesi e la cultura, in «Critica fascista», 15 settembre 1939. ↩
-
Cfr. Mussolini il duce, I, pp. 182 sgg. ↩
-
Cfr. P. V. Cannistraro, La fabbrica del consenso cit., pp. 101 sgg. (per l’attività in genere del ministero della Cultura popolare) e pp. 173 sgg. (per la stampa in particolare). ↩
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Il ministero della Cultura popolare riprese – su sollecitazione della Commissione suprema di difesa – ad occuparsi direttamente di propaganda interna con la metà del 1938. Nel ’35, in occasione della guerra d’Etiopia, erano stati costituiti i cosiddetti Nuclei di propaganda all’interno e all’estero. Concluso il conflitto i NUPIE per l’estero avevano continuato a funzionare, quelli per l’interno avevano invece praticamente cessato ogni attività. Nella prospettiva di un possibile conflitto, con il giugno ’38, essi furono riattivati e potenziati con funzioni piú capillari che nel passato (soprattutto di propaganda negli «agglomerati rurali e presso le fabbriche» e con ricorso a maestri rurali e «operai intelligenti»). Cfr. Min. Cultura Popolare, Argomento XX. Nuclei di propaganda all’Interno e all’Estero. Loro funzione e loro sviluppo (pubblicazione segreta, s. l. e d., ma del 1939). Sull’effettiva attività dei NUPIE mancano notizie precise, essa non dovette però avere un reale significato. ↩
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Per un quadro piú particolareggiato dell’attività del ministero della Cultura popolare nel settore della stampa si vedano in Appendice, documento 3, alcune relazioni mensili su tale attività redatte dalla competente direzione generale tra il dicembre 1937 e l’aprile 1938. ↩
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Nella preparazione per il lancio della «bonifica letteraria» e nella determinazione delle opere che essa doveva eliminare dalla circolazione un peso notevole ebbe il Centro di studi anticomunisti di Roma e in particolare la sua Sezione letteratura. Il Centro fu assai presto uno dei tramiti della penetrazione culturale e politica nazista in Italia. Nell’ottobre 1937 a Venezia suoi rappresentanti si incontrarono con una delegazione tedesca per «stabilire rapporti piú intensi nel campo della propaganda contro il comunismo». Uno dei cavalli di battaglia della Sezione letteratura fu, già dalla fine del ’36, la denuncia dell’«influsso dell’ebraismo sulla mentalità filobolscevica di taluni ambienti italiani». Tra la fine del ’37 e gli inizi del ’38 essa redasse un primo elenco di autori stranieri ampiamente tradotti in Italia di cui si proponeva il bando. Tra essi erano A. Huxley, L. Feuchtwanger, R. Leonhard, A. Gide, R. Rolland e A. Maurois.
Cfr. ACS, Min. Cultura popolare, b. 126, fasc. «Centro Studi Anticomunisti»; Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1903-49), b. 430. ↩
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Cfr. La deplorata esterofilia, in «Il Tevere», 16 gennaio 1938. Per l’autore dell’articolo, quasi certamente T. Interlandi, l’antifascismo «non è soltanto l’ingiuria e la calunnia contro il Fascismo; è la negazione d’un complesso ben definito di valori ideali». Posta la questione in questi termini, il numero degli autori da non tradurre diventava vastissimo. Violentissimo era anche l’attacco agli editori italiani che incoraggiavano la «peste esterofila»; contro di essi l’articolista chiedeva drastici provvedimenti e innanzitutto la chiusura per essi delle casse dello Stato: «I piú audaci fra questi contrabbandieri della cultura pompano sfacciatamente quattrini dalle casse dello Stato; e lasciano che i galantuomini esprimano i loro voti, approvino i loro ordini del giorno, consumino i loro calamai. Le parole volano, gli affari restano. Che fare? Ma basterebbe chiudere le casse dello Stato, rifiutare i viveri, razionarli almeno; far capire a questi industriali della prostituzione culturale che tutto ha un limite, che è ora di finirla... Noi li vedremmo da un giorno all’altro mettersi al passo; e non avremmo piú bisogno di umiliarci in queste polemiche». ↩
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Cfr. T. M. Mazzatosta, Il regime fascista tra educazione e propaganda (1935-1943) cit., p. 30. ↩
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Critica fascista, Bonifica libraria, in «Critica fascista», 1° gennaio 1939, pp. 66 sg. ↩
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Qualche altro elemento in G. Recuperati, La scuola italiana e il fascismo, Bologna 1977, pp. 226 sgg. ↩
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Cfr. C. M. De Vecchi di Val Cismon, Bonifica fascista della cultura, Milano 1937, p. 217. ↩
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Sulla gestione di De Vecchi cfr. D. Bertoni Jovine, La scuola italiana dal 1870 ai nostri giorni, Roma 1975, pp. 345 sgg., nonché il citato volume dello stesso De Vecchi. L’allontanamento di De Vecchi dal ministero dell’Educazione nazionale fu accolto con gioia in quasi tutti gli ambienti scolastici che, a tutti i livelli, avevano dovuto fare le spese del suo autoritarismo militaresco. Sintomatico è un rapporto informativo della PS in data 16 novembre 1936: «La sostituzione del Ministro della Educazione Nazionale De Vecchi ha dato occasione a vere manifestazioni di giubilo, tanto era il male, l’arbitrio e il disservizio che erano derivati da detto Gerarca. Tanto piú che Bottai è considèrato uomo di cultura e di buona preparazione ed uno dei piú fedeli servitori del Fascismo cui ha dato modo di fare sempre bella figura.
«Solo si deplora che la nomina del De Vecchi abbia in sostanza, con i pieni poteri che erano allo stesso assegnati, determinato un complesso di danni non indifferenti; tutti i collocamenti in congedo od a riposo, tutte le nomine di elementi da lui protetti o a lui graditi, indipendentemente dai titoli di studio e meriti, sono somme ingenti che lo Stato dovrà sborsare; cosí per i provveditori ecc. Si cita, fra l’altro, uno dei piú recenti casi: il Rettore della Università di Bologna, censurato dal De Vecchi perché aveva deciso, dopo di avere invano tentato ed a lungo di fare fissare una cerimonia richiesta di urgenza dall’ateneo bolognese, di stabilire la data di tale cerimonia malgrado il silenzio del Ministro dell’Educazione Nazionale, si sarebbe recato dal Duce a protestare contro il provvedimento di censura, e il Duce gli avrebbe risposto che il De Vecchi doveva essere lasciato dove recava meno danno.
«La scuola è effettivamente in vera crisi per un complesso di disorganizzazione per la politica personalissima del Quadrunviro. Mentre si dice che le già onerosissime tasse scolastiche verrebbero ancora aggravate per la necessità di costruire nuovi edifici scolastici.
«Si commenta male la scelta del De Vecchi e si dice che se fosse possibile liberarsi da queste incrostazioni di strenui egoismi oltranzisti, il Partito sarebbe davvero la fortuna d’Italia» (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], 47/R, fasc. «C. M. De Vecchi», sott. 3). ↩
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ISTAT, Sommario di statistiche storiche cit., pp. 76 sgg. ↩
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Cfr. per tutto questo aspetto M. Barbagli, Disoccupazione intellettuale e sistema scolastico in Italia, Bologna 1974, capp. VI e VII, in cui si mette bene in luce «il carattere parzialmente disfunzionale della scuola rispetto alle esigenze del regime» (p. 269) e come la Carta della scuola si collochi in questo contesto come «certamente il piú organico tentativo fatto per modificare il sistema scolastico italiano e riadattarlo alle "esigenze" del mercato del lavoro» (pp. 293 sg.). Utilissimo per una giusta comprensione di tutto questo importante aspetto della realtà sociale negli anni del fascismo, lo studio del Barbagli sottovaluta però le ragioni politiche della riforma Bottai, che furono invece quelle decisive. ↩
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Cfr. Mussolini il duce, I, p. 189. ↩
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G. B. Guerri, Giuseppe Bottai un fascista critico, Milano 1976, p. 244. ↩
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Cfr. a questo proposito quanto osservato da E. Gentile, Bottai e il fascismo. Osservazioni per una biografia, in «Storia contemporanea», giugno 1979, pp. 651 sgg. ↩
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Cfr. Mussolini, XXXIV, pp. 293 sg. ↩
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Cfr. Mussolini il duce, I, pp. 289 sgg. ↩
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È interessante notare che durante la RSI mentre furono assai numerosi e violenti gli attacchi a Bottai e alla sua gestione della politica scolastica del regime, fino a farne un vero e proprio sabotatore di essa, nessun attacco fu invece mosso alla Carta della scuola, la cui paternità fu attribuita tout-court a Mussolini. Cfr. T. M. Mazzatosta, Educazione e scuola nella RSI, in «Storia contemporanea», gennaio-febbraio 1978, pp. 69 sg. ↩
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Cfr. in particolare N. Padellaro, Fascismo educatore, Roma 1938, pp. 169 sgg. e soprattutto p. 175, ma il libro è da vedere anche per la parte dedicata all’«umanesimo fascista» (pp. 1 sgg. e spec. 11 sgg.) e per la distinzione, assai interessante, tra lo Stato mussoliniano e lo Stato etico (pp. 178 sgg.). ↩
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Cfr. a questo proposito P. Nello, Mussolini e Bottai: due modi diversi di concepire l’educazione fascista della gioventú, in «Storia contemporanea», aprile-giugno 1977, pp. 335 sgg. ↩
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Cfr. T. M. Mazzatosta, Il regime fascista tra educazione e propaganda cit., p. 45 nota. ↩
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Se ne veda il testo in Appendice, documento 4. ↩
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Cfr. «Foglio d’ordini» del PNF del 16 febbraio 1939 ove è pubblicata anche la «relazione al Duce» con la quale la Carta della scuola fu presentata da Bottai al Gran Consiglio. Questo aveva ascoltato il 18 ottobre ’38 una relazione preliminare di Bottai sulla scuola media e aveva approvato il suo proposito di procedere ad «una riforma corrispondente alle nuove esigenze culturali, sociali ed economiche della vita nazionale nel Regime dei Fasci e delle Corporazioni» («Foglio d’ordini» del 26 ottobre 1938). ↩
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Per i tempi di attuazione previsti cfr. G. Bottai, La Carta della Scuola, Milano 1941², pp. 427 sgg. ↩
-
Dall’esercizio 1930-31 a quello 1936-37 le spese per l’educazione nazionale salirono da 1505 a 1810 milioni. Con il 1937-38 superarono i due miliardi e col 1940-41 raggiunsero i 3278 milioni. Cfr. Min. del Tesoro – Rag. Gen. dello Stato, Il bilancio dello Stato negli esercizi finanziari dal 1930-31 al 1941-42, Roma 1951, pp. 360 sgg. ↩
-
Per maggiori ragguagli, cfr. D. Bertoni Jovine, La scuola italiana e il fascismo cit., pp. 364 sgg.; A. J. De Grand, Bottai e la cultura fascista, Bari 1978, pp. 175 sgg.; e soprattutto T. M. Mazzatosta, Il regime fascista tra educazione e propaganda cit., pp. 43 sgg.; nonché per i vari provvedimenti G. Bottai, La Carta della Scuola cit., pp. 449 sgg. ↩
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Cfr. G. Bottai, La Carta della Scuola cit., p. 139. ↩
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Ibid., p. 34. ↩
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Non piú signorini, in «Calabria fascista», 4 marzo 1939. ↩
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B. Ricci, La scuola salta il fosso, in «Gerarchia», marzo 1939, p. 155. ↩
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Cfr. il primo dei tre editoriali anonimi nel fascicolo di «Critica fascista» del 1° febbraio 1939, p. 97. La sua attribuzione a Bottai risulta dalla inclusione in G. Bottai, La Carta della Scuola cit., pp. 380 sg. Che la riforma che si accingeva a varare fosse «decisamente politica, senza finzioni» Bottai lo aveva detto del resto anche piú esplicitamente due mesi prima parlando agli insegnanti di Cremona (cfr. ibid., pp. 209 sgg.). ↩
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G. Bottai, La Carta della Scuola cit., pp. 93 sgg. e spec. pp. 95 sg. e 102. ↩
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Cfr. ibid., pp. 6 sgg. e 236 sgg.; L. Volpicelli, Commento alla Carta della Scuola, Roma 1940, pp. 48 sgg.; N. Padellaro, Fascismo educatore cit., pp. 1 sgg. ↩
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G. Bottai, La Carta della Scuola cit., p. 216. ↩
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Ibid., pp. 214 sg. ↩
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Cfr. L. Volpicelli, Commento alla Carta della Scuola cit., p. 57, ove si parla della scuola come «perenne educatrice della famiglia». ↩
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I giudizi forse piú critici sulla riforma Gentile L. Volpicelli li espresse in una serie di articoli pubblicati tra il maggio 1938 e il febbrao 1939 su «Civiltà fascista» e raccolti successivamente in volume con lo stesso titolo La scuola italiana dopo la Riforma del ’23, Roma 1939. Le accuse mosse alla riforma Gentile dal Volpicelli erano di vario genere, e andavano da quella di essere stata una «controriforma», «espressione di una minoranza borghese», che «mirò a ricacciare via la massa dalla scuola», disinteressandosi assolutamente delle classi povere, a quella di essere stata «l’epilogo e l’espressione, storicamente piú compiuta, del liberalismo» e, quindi, di aver visto nella scuola «solo un problema di cultura e inteso la scuola solo come tempio della cultura», una cultura, per di piú, «tutta interiore, idealistica e liberale». Il che spiegava come il fascismo avesse da tempo cominciato «a sentirsi nella riforma della scuola come in una camicia di Nesso, tagliata meglio per dei liberali, forse, anziché per dei fascisti».
Per la posizione ufficiale di G. Bottai cfr. La Carta della Scuola cit., pp. 3, 96, 205 sg. e 420.
Per il commento, anch’esso ufficiale, di G. Gentile alla Carta della scuola cfr. La Carta della Scuola, in «Corriere della sera», 22 marzo 1939. ↩
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L. Volpicelli, Commento alla Carta della Scuola cit., pp. 57 sgg. ↩
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P. Orano, Educazione fascista, in Scuola fascista. La Carta della Scuola e la sua interpretazione, Roma 1939, p. 121. ↩
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Cfr. di M. Sterpa, Il ringiovanimento della scuola, in «Critica fascista», 15 marzo 1938; La crisi della scuola (ibid., 1° aprile 1938); Politicità della scuola (ibid., 15 maggio 1938); Scuola e politica sociale (ibid., 1° luglio 1938); Scuola e attitudini (ibid., 1° marzo 1939) e soprattutto L’«utopistico» nella Carta della Scuola (ibid., 15 agosto 1939). ↩
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M. Sterpa, La Carta della Scuola. Leva fascista e scuola, in «Critica fascista», 1° maggio 1939, pp. 202 sg. ↩
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Cfr. Mussolini il duce, I, p. 230. ↩
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Cfr. ibid., pp. 190 sgg. ↩
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Cfr. anche G. Bottai, La Carta della Scuola cit., p. 386, dove all’espressione «religione dei padri» è dato un significato tutto laico. ↩
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Per lo statuto della GIL cfr. il «Foglio d’ordini», n. 187 del 29 ottobre 1937. In esso è da notare il completo silenzio relativo all’educazione e all’assistenza religiosa che, invece, erano state tra i compiti istitutivi dell’ONB. Per maggiori elementi cfr. PNF-GIL, La gioventú nella legislazione fascista, Roma 1942. Quanto, infine, alla posizione del PNF e alle critiche che esso da tempo muoveva alla gestione dell’ONB del ministero dell’Educazione nazionale cfr. A. Aquarone, Due lettere di Starace a Mussolini sulle organizzazioni giovanili fasciste, in «Rassegna degli Archivi di Stato», settembre-dicembre 1968, pp. 634 sgg. ↩
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1937 —— 1938 —— 1939 —— 1940
Figli della lupa —— 1 387 386 —— 1 546 389 —— 1 587 406
Balilla —— 4 609 298 —— 1 728 263 —— 1 746 560 —— 1 835 259
Piccole italiane —— 1 669 045 —— 1 622 766 —— 1 759 625
Avanguardisti —— 1 443 263 —— 876 550 —— 906 785 —— 988 733
Giovani italiane —— 386 867 —— 441 254 —— 484 204
Giovani fascisti —— 1 163 363 —— 1 168 693 —— 1 176 798 —— 1 313 590
Giovani fasciste —— 256 085 —— 360 577 —— 450 995 —— 527 112
Gruppi Universitari Fascisti —— 82 004 —— 93 175 —— 105 883 —— 119 713 ↩
-
E. Capaldo, Gruppi Universitari Fascisti e Gioventú Italiana del Littorio, in «Critica fascista», 1º novembre 1938, p. 7. ↩
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Cfr. «Foglio d’ordini», n. 241 del 16 ottobre 1939. Tra le iniziative rivolte ai giovani lavoratori si possono ricordare la pubblicazione di una speciale edizione per essi del settimanale «Libro e moschetto» e dell’«Appello», organo del GUF di Palermo, nonché la istituzione presso la GIL di forme di assistenza parasindacale. Sullo stesso tema cfr. «Critica fascista», che gli dedicò tra la fine del ’38 e i primi del ’39 numerosi scritti. ↩
-
T. M. Mazzatosta, Il regime fascista tra educazione e propaganda cit., pp. 205 e 81. ↩
-
Per il dibattito sui rapporti scuola-GIL è da vedere soprattutto «Critica fascista». Nell’ambito di esso non mancarono coloro che per rendere piú effettiva la collaborazione e identificare le due istituzioni proposero che, almeno nelle zone agricole, gli edifici scolastici e della GIL fossero unificati. Cfr. ibid., p. 81. ↩
-
Critica fascista, Il Centro di preparazione politica, in «Critica fascista», 15 agosto 1939, p. 315. ↩
-
L’educazione nazionale problema di domani, in «Il regime fascista», 19 agosto 1944. ↩
-
Per la posizione di Mussolini cfr. N. D’Aroma, Mussolini segreto cit., pp. 127 sg.: «Una nazione è innanzi tutto un’associazione di famiglie. Le Play ci ha sufficientemente dimostrato che la cellula sociale è la famiglia». «Virtú, economia domestica, rispetto della donna, madre o moglie, amore al lavoro, al risparmio e all’ordine» erano suoi prodotti. Per tutelarli e per evitare la sterilità del matrimonio era necessario che la famiglia fosse indissolubile: «è l’indissolubilità che perfeziona la coppia, la unisce e la lega anche allo scopo dello Stato». ↩
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P. Orano, Il Fascismo, Roma 1939, II, p. 412. ↩
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Ibid., II, pp. 142 sgg. ↩
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Cfr. Mussolini il duce, I, pp. 269 sgg. ↩
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Per l’atteggiamento della Santa Sede e dei cattolici italiani di fronte alla guerra d’Etiopia cfr. Mussolini il duce, I, pp. 623 sgg. e 739 sg., nonché R. De Felice, La Santa Sede e il conflitto italo-etiopico nel diario di Bernardino Nogara, in «Storia contemporanea», ottobre-dicembre 1977, pp. 823 sgg. ↩
-
Cfr. A. Martini, Studi sulla questione romana e la Conciliazione, Roma 1963, pp. 175 sgg.; P. Scoppola, La Chiesa e il fascismo, Bari 1971, pp. 316 sgg. ↩
-
Cfr. s. Rogari, Azione Cattolica e Fascismo, I: Come la Chiesa si difese da Mussolini; II: La crisi del 1938 e il distacco dal regime, in «Nuova antologia», gennaio-giugno 1978, pp. 392 sgg., e luglio-settembre 1978, pp. 340 sgg. ↩
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Cfr. R. Moro, Afascismo e antifascismo nei movimenti intellettuali di Azione Cattolica dopo il ’31, in «Storia contemporanea», ottobre-dicembre 1975, p. 775. ↩
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Desumiamo la data dal fatto che fu alla fine del 1937 che l’Amministrazione speciale dei beni della Santa Sede cominciò a prendere contatti per trasferire negli Stati Uniti una parte dei propri investimenti europei. ↩
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Dal diario di Bernardino Nogara (alla data del 6 marzo 1938) risulta che Mussolini promise al papa di intervenire per far cessare la lotta religiosa in Germania. ↩
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Nel diario di B. Nogara, alla data del 1º febbraio 1939, si legge: «Ho riferito al S. P. sulle mie impressioni circa il plauso francese alla politica del Vaticano; cioè che il plauso di parte comunista e socialista sia nocivo alla Santa Sede e vada creando in Francia una deplorevole confusione di idee. Il S. P. mi disse che avevo ragione e che Egli, ricevendo il Cardinal Verdier, gli fece le sue condoglianze per la sua trovata della frase “asse Vaticano-Francia” in contrapposto dell’“asse Roma-Berlino”». ↩
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Cfr. R. Moro, Afascismo e antifascismo ecc. cit., p. 746. ↩
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Per la posizione della FUCI e dei Laureati e per le sue peculiarità e differenze rispetto a quella delle altre branche dell’Azione cattolica cfr. R. Moro, La formazione della classe dirigente cattolica (1929-1937), Bologna 1979. ↩
-
M. G. Rossi, La Chiesa e le organizzazioni religiose, in La Toscana nel regime fascista (1922-1939), Firenze 1971, I, p. 363. ↩
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Cfr. soprattutto l’utilizzazione fattane da s. Rogari, Azione Cattolica e Fascismo cit. ↩
-
Cfr. ibid., I, pp. 425 sgg. e, per i precedenti, G. Rossini, Il movimento cattolico nel periodo fascista, Roma 1966, pp. 5 sgg. e S. Rogari, Santa Sede e Fascismo. Dall’Aventino ai Patti Lateranensi, Bologna 1977, pp. 160 sgg. ↩
-
Cfr. s. Rogari, Azione Cattolica e Fascismo cit., II, pp. 371 sgg. ↩
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Quando fu realizzato nel 1938 l’Ufficio centrale il cardinal Pizzardo, che lo dirigeva, cercò di sminuirne l’importanza, assicurando all’ambasciatore presso la Santa Sede, Pignatti, che esso era solo un ufficio informazioni per le organizzazioni di Azione cattolica in tutto il mondo. Riferendo a palazzo Chigi queste dichiarazioni (il 1º aprile 1938), Pignatti consigliò di «stare a vedere» e avanzò la previsione di possibili attriti tra Pizzardo e la segreteria di Stato che, secondo lui, «non è stata soddisfatta di vedersi portar via l’Azione Cattolica». Asae, Santa Sede, b. 38 (1938), fasc. 2, «Attività del Clero e dell’Azione Cattolica». ↩
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Cfr. s. Rogari, Azione Cattolica e Fascismo cit., I, p. 430. ↩
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Ibid., I, p. 431. ↩
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Ibid., p. 432. ↩
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Cfr. ibid., II, pp. 343 sgg. e 387 sg. ↩
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La lotta contro i balli assunse in alcune regioni centro-settentrionali e soprattutto in Romagna toni duri, provocando accese polemiche sulla stampa locale (per esempio a Ravenna tra il settimanale fascista «Santa Milizia» e quello cattolico «Il Romagnolo») e persino alcuni interventi dell’«Osservatore romano» (Contro il silenzio e Frutto d’ogni stagione, rispettivamente apparsi il 27 gennaio e il 9 marzo 1938). Commentando con Ciano questi fatti, Mussolini il 5 luglio 1938 osservò: «i preti si illudono se credono di avere in Italia una forza positiva. È bastato che un prete di Verona, provincia cattolica, proibisse il ballo, perché tutta la gioventú disertasse le chiese e affollasse le sale di danza» (G. Ciano, Diario cit., p. 156). ↩
-
Asae, Santa Sede, b. 34 (1937), fasc. 2 «Attività del Clero e dell’Azione Cattolica», A. Starace al ministero degli Esteri, 26 agosto 1937. ↩
-
G. Ciano, Diario cit., pp. 233 (e anche 234) e 73. ↩
-
La Santa Sede considerava Starace un «pericoloso pagano» (ibid., p. 227) e riteneva (o, per non prendere troppo di petto Mussolini, tendeva a far credere) che «la tendenza di pesare sempre piú la mano sui cattolici» dipendesse, piú che dal governo, dall’«indirizzo ostile che il Partito sembra voler adottare verso la Chiesa cattolica». Cfr. Asae, Santa Sede, b. 38 (1938), fasc. 2 «Attività del Clero e dell’Azione Cattolica», rapporto dell’ambasciatore Pignatti del 24 dicembre 1938. ↩
-
Cfr. Mussolini il duce, I, pp. 252 sgg. ↩
-
Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 173. ↩
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È significativo che nell’unica grande manifestazione pubblica clerico-fascista di questo periodo, quella del 9 gennaio 1938 a palazzo Venezia per la premiazione degli ecclesiastici vincitori dei concorsi nazionali del grano banditi dal giornale «Italia e Fede», Mussolini – parlando a duemila sacerdoti, tra i quali sessanta tra vescovi e arcivescovi – limitò ai due soli campi della lotta contro l’urbanesimo e per «il potenziamento numerico degli italiani» il suo invito ai presenti a contribuire alla politica del regime. Cfr. Mussolini, XXIX, pp. 48 sgg. ↩
-
Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 73 e 83.
Per l’atteggiamento della Santa Sede verso la politica comunista della «mano tesa» ai cattolici cfr. T., Parole di Padre e fermezza di Pastore, in «L’osservatore romano» del 28 dicembre 1937. ↩
-
G. Ciano, Diario cit., p. 173. ↩
-
Ibid., pp. 250 e anche 261. ↩
-
G. Bottai, Diario, f. 724 alla data del 26 settembre 1939. ↩
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Cfr. Mussolini il rivoluzionario, pp. 32 sg., 35 sg., 39, 70 sgg. ↩
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Cfr. Mussolini, XIV, p. 193. ↩
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N. D’Aroma, Mussolini segreto cit., p. 150. ↩
-
Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 163. ↩
-
In questi termini si era espresso nel 1904 in Svizzera, quando non aveva ancora remore al suo parlare, prendendo la parola in contraddittorio con E. Vandervelde. Cfr. c. Delcroix, Un uomo e un popolo, Firenze 1928, pp. 71 sgg., nonché E. Vandervelde, Quando Mussolini mi faceva il contraddittorio, in «Il nuovo Avanti», 12 febbraio 1938. ↩
-
Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 412. ↩
-
Mussolini conosceva benissimo e aveva riletto piú volte il libro di P. Orano, da lui letto per la prima volta in gioventú. Cfr. Mussolini, IV, p. 192 e soprattutto l’accenno ad esso nel discorso sugli accordi del Laterano tenuto alla Camera il 13 maggio 1929 (ibid., XXIV, p. 45). Per quanto riguarda piú particolarmente il cristianesimo come fatto morale e sociale sono da vedere nel libro di Orano (i riferimenti sono alla terza edizione stampata a Firenze nel 1911) soprattutto le pp. 127 e 191-219. ↩
-
«Se il Papa continua a parlare, io gratto la crosta agli italiani e in men che si dica li faccio tornare anticlericali» (G. Ciano, Diario cit., p. 167, alla data del 22 agosto 1938). ↩
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«Io non sottovaluto le sue forze [del papa], ma lui non deve sottovalutare la mia. L’esempio del 1931 insegna. Basterebbe un mio cenno per scatenare tutto l’anticlericalismo di questo popolo...» (ibid., pp. 163 sg., alla data dell’8 agosto 1938). ↩
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Ibid., p. 202, alla data del 27 ottobre 1938, nonché alle pp. 212 sg. (13 novembre 1938): «Il Duce... dice che ogni violenza contro il clero e le chiese rende impopolare l’Asse, e che se una crisi aperta dovesse manifestarsi e il cattolicesimo dovesse subire la stessa sorte degli ebrei, difficilmente l’Asse potrebbe resistere». E ancora a p. 223. ↩
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È assai significativo che, essendo apparso sulla rivista cattolica inglese «The Tablet» del 26 giugno 1937 un articolo di un domenicano che definiva il fascismo «un’autentica statolatria pagana, in palese contrasto con i diritti naturali della famiglia e con quelli soprannaturali della Chiesa» e che metteva a questo proposito sullo stesso piano il fascismo e il nazismo, il ministro Alfieri intervenne direttamente su padre Tacchi Venturi, ottenendo che la segreteria di Stato vaticana facesse un passo sull’arcivescovo di Westminster e sul maestro generale dell’ordine dei predicatori perché facessero presente all’autore dell’articolo l’erroneità di trattare i due regimi «alla stessa stregua ed infliggendo loro lo stesso forte biasimo». Acs, Min. Cultura popolare, b. 119, fasc. 15. ↩
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Con la seconda metà del maggio 1938 il ministero dell’Interno inviava a tutti i prefetti la seguente circolare riservatissima (parzialmente citata da S. Rogari, Azione Cattolica e Fascismo cit., II, p. 341) con la quale accentrava presso la Direzione generale dei culti tutta la sorveglianza sull’«azione politica del clero»: «Il Ministero ha rilevato la necessità di un maggior coordinamento congiunto ad un piú ampio sviluppo del servizio delle informazioni di carattere politico-ecclesiastico.
«Come primo passo per raggiungere lo scopo, è opportuno che le Prefetture, indipendentemente dalle comunicazioni normalmente fatte ad altri uffici dell’Amministrazione dell’Interno o ad altri Ministeri, trasmettano, con tempestiva sollecitudine e con le annotazioni e i rilievi del caso, alla Direzione Generale dei Culti copia delle pubblicazioni di stampa cattolica di qualsiasi genere (quotidiani, settimanali, bollettini diocesani, parrocchiali, lettere pastorali, libri, riviste, opuscoli etc.) che possono presentare particolare interesse per i riferimenti d’indole politica, sia interna che internazionale, in esse contenuti.
«Occorre, altresí, che formino oggetto di speciali, circostanziate segnalazioni alla citata Direzione Generale tutti i fatti di apprezzabile rilievo che riguardano l’atteggiamento del Clero nei suoi riflessi politici e, principalmente, quelli che siano suscettibili di influire sui rapporti tra autorità ecclesiastiche e autorità amministrative e politiche, prospettando le situazioni anormali eventualmente formatesi cosí al centro come alla periferia e le cause di esse. Soprattutto interesserà avere notizie frequenti e particolareggiate sull’attività dell’Azione Cattolica e sulle eventuali ripercussioni di tale attività nella vita politica locale.
«Si rende inoltre necessario che alla stessa Direzione Generale dei Culti sia contemporaneamente inviata, per conoscenza, copia di tutte le comunicazioni destinate ad altri uffici del Ministero dell’Interno o ad altri Ministeri, quando il loro contenuto abbia rapporto con l’azione politica del clero». ↩
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La questione dei distintivi si trascinò sino quasi alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia. L’11 maggio 1940 Buffarini-Guidi informò i prefetti e le competenti direzioni generali del ministero dell’Interno sui termini dell’accordo in merito raggiunto tra gli Esteri e la Santa Sede (ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. [1920-1945], G. 1, b. 146): «Il Ministero degli Affari Esteri ha comunicato il testo dell’accordo con la Santa Sede circa l’uso dei distintivi di Azione Cattolica.
«Si trascrive per norma delle EE. VV. detto testo e si prega di dare agli organi dipendenti le conseguenti istruzioni.
«1) Il distintivo di Azione Cattolica potrà essere portato:
- a) durante le funzioni strettamente religiose in Chiesa, nelle processioni vere e proprie, nei sacri pellegrinaggi dove e quando essi siano completamente riuniti nella loro formazione;
- b) nelle adunanze, nei convegni, nei ritiri o durante gli esercizi spirituali dei Soci d’Azione Cattolica Italiana, nelle feste e premiazioni catechistiche e di cultura religiosa promosse dall’Azione Cattolica Italiana per i suoi Soci, sempreché esse abbiano luogo nelle sedi stesse delle Associazioni di Azione Cattolica e, allorché esse abbiano luogo all’aperto, sia bene determinato il luogo e l’adunanza stessa.
«2) Ad evitare equivoci è da aggiungere che le norme date debbono interpretarsi letteralmente e che perciò i Soci delle Associazioni di Azione Cattolica, sotto la vigilanza dei loro Dirigenti, limiteranno, anche per impedire il ripetersi di spiacevoli incidenti, l’uso del distintivo di Azione Cattolica all’atto delle funzioni o manifestazioni sopra indicate; non dovranno, quindi, portarlo quando individualmente vi si recheranno o ne ritorneranno».
In attesa dell’accordo, nel 1938, la segreteria centrale della Giac (e probabilmente anche quelle delle altre branche dell’Azione Cattolica) aveva dato in merito la seguente istruzione (Archivio Giac, «Riservato»): «i giovani non portino il distintivo durante le riunioni a forma militare, nelle manifestazioni patriottiche e civili, nelle sedi proprie del Partito. Nel caso poi che siano invitati a togliere il distintivo fuori d’Associazione, non si oppongano, senza dare importanza alla cosa. Infatti sono in corso delle pratiche per via diplomatica affinché in ogni altra circostanza sia permesso di portare il distintivo». ↩
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Tipico in questo senso è il seguente stralcio di un rapporto su una predica (che provocò nel novembre-dicembre 1937 un vivace incidente tra la Santa Sede e le autorità italiane) tenuta dal parroco di Albano Laziale, don Cesare Guerrucci, che, in seguito ad essa, fu fermato per alcune ore dalla polizia: «Il parroco, don Guerrucci, con una leggerezza che sorprende in un sacerdote che per abito mentale congenito o acquisito è sempre vigile ed accorto, ha confermato ancora una volta, dopo le inequivoche dimostrazioni date, il suo livore e la sua avversione al Regime ed alle organizzazioni dipendenti.
«Ha iniziato con il rilevare il felice esito della iniziativa delle conferenze, alle quali sono accorsi in media 350 giovani per sera, attribuendo questo risultato ai meravigliosi sistemi di propaganda dell’Azione Cattolica: sistemi, egli ha testualmente detto, che non si basano sulla violenza, sulla coercizione sulla cartolina di mobilitazione, ma bensí sulla spontaneità. Ed ha proseguito: “a
noi i giovani accorrono perché comprendono che piú che con le armi, la civiltà, la religione, la Patria si difendono con la loro costante professione di fede, con il mantenersi puri e forti”.
«”D’ora in avanti io raccoglierò piú spesso questa gioventú troppo piena di partito, e ne curerò l’educazione spirituale perché non è soltanto con il ferro che si può dare alla Patria una gioventú forte”.
«Ha concluso invitando i genitori ad inviare alla Chiesa i propri figli perché è soltanto la Chiesa che può spiritualmente educarli.
«Ha finito con il ricordare che domenica 28 corrente alle ore 16 sempre nella sala comunale, vi sarà una dotta ed importante conferenza antiblasfema che sarà tenuta dall’On/le Mario Cingolani. Ha vivamente pregato tutti di fare propaganda perché la manifestazione riesca plebiscitaria.
«A tale proposito ha rilevato che mentre il codice penale punisce con pene severissime coloro che offendono S. M. il Re Imperatore e il DUCE, non punisce chi bestemmia la Vergine» (ASAE, Santa Sede, b. 38 [1938], fasc. 2, «Attività del Clero e dell’Azione Cattolica»). ↩
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Per essi cfr. la documentazione esaminata nei vari saggi a carattere locale raccolti nel volume Chiesa, Azione Cattolica e fascismo nell’Italia settentrionale durante il pontificato di Pio XI (1922-1939), a cura di P. Pecorari, Milano 1979. ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 83, alla data del 4 gennaio 1938. ↩
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Per il testo completo della nota cfr. S. Rogari, Azione Cattolica e Fascismo cit., II, pagine 382 sg. ↩
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Redde rationem, Spieghiamoci meglio e Secondo avviso, in «Il regime fascista», 12, 14 e 26 maggio 1938. ↩
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Radio cronaca, in «Il regime fascista», 22 luglio 1938. ↩
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Il divieto di pubblicare il discorso del pontefice provocò un passo del segretario di Stato presso l’ambasciatore Pignatti durante il quale il cardinal Pacelli definí il divieto una infrazione del Concordato. Il rapporto con cui l’ambasciatore presso la Santa Sede riferí il passo fu trasmesso, tra gli altri, al ministero dell’Interno che il 23 agosto rispose, a firma Buffarini-Guidi, in questi termini: «I provvedimenti prefettizi ai quali si accenna nella nota del R. Ambasciatore presso la Santa Sede riportata nel telespresso al quale si risponde sono stati evidentemente determinati da particolari esigenze di ordine politico locale, nessuna disposizione essendo stata emanata dal R. Governo in materia, per quanto concerne, in modo specifico, i Bollettini diocesani, organi delle Curie vescovili.
«Il rilievo di S. Em. il Cardinale Segretario di Stato offre, però, l’occasione di esaminare la questione nei suoi termini piú ampi e generali, vale a dire sotto il profilo della portata e dei limiti di applicazione di quanto è stato convenuto e disposto nell’art. 2, alinea II°, del Concordato con la Santa Sede. L’argomento ha già formato oggetto di trattazione con il Ministero della Cultura Popolare in seguito alla comparsa in qualche Bollettino diocesano di articoli d’indole politica o anche di carattere generale, ma che, comunque, sembravano avere piú propria sede nelle ordinarie pubblicazioni, soggette alla legge sulla stampa.
«Ora, i due Ministeri, dell’Interno e della Cultura Popolare, si sono trovati d’accordo nel ritenere che la facoltà di libera pubblicazione, di cui alla citata disposizione concordataria, non possa intendersi estesa al di là degli atti riguardanti il governo spirituale dei fedeli; nei quali atti non sono da comprendersi manifestazioni aventi essenziale o prevalente carattere politico, per quanto elevato
sia l’organo da cui emanano. In tal caso, sembra che non potrebbero piú invocarsi le garanzie indicate nella norma concordataria; ma si rientrerebbe, invece, nella sfera ordinaria delle disposizioni regolatrici della stampa, con tutte le logiche e inevitabili conseguenze, quando il contenuto della pubblicazione si rilevi in contrasto con determinate, sia pure momentanee, esigenze di ordine interno ed internazionale. Né, d’altra parte, sarebbe possibile una diversa linea di condotta in questa delicata materia, senza venir meno ad uno dei compiti fondamentali dello Stato, connessi con l’esercizio dei suoi diritti sovrani.
«Sembra che in sensi analoghi potrebbero farsi opportune comunicazioni alla Santa Sede, esprimendosi, per concludere, l’avviso che nei termini su esposti risieda la esatta interpretazione, nella lettera e nello spirito, dell’art. 2, aliena IIº, del Concordato, alla cui osservanza il R. Governo si è costantemente attenuto, e intende attenersi anche in avvenire» (Asae, Santa Sede, b. 38 [1938], fasc. 2, «Attività del Clero e dell’Azione Cattolica»). ↩
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Discorsi di Pio XI, Torino 1961, III, p. 782.
Per gli aspetti riguardanti la questione razziale cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino 1972, cap. VI e, in particolare, pp. 285 sgg. ↩
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Mussolini, XXIX, p. 126. ↩
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Sul complesso dei contatti cfr. S. Rogari, Azione Cattolica e Fascismo cit., II, pp. 346 sgg. e 384 sgg. ↩
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Cfr. Atti del PNF, vol. VII, tomo II, pp. 661 sg. ↩
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G. Ciano, Diario cit., pp. 169 sgg., alla data del 26 agosto 1938. ↩
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Una eco della riluttanza con la quale Starace doveva aver eseguito l’ordine di Mussolini di por fine alla questione è evidente nel «Foglio d’ordini» del 25 novembre 1938 (Atti del PNF, vol. VIII, tomo II, pp. 126 sg.) dove egli ribadiva con durezza che 1) i distintivi «essendo... una forma esteriore tradizionale dei partiti politici» potevano essere portati solo nell’ambito delle associazioni; 2) che queste non potevano svolgere attività atletiche e sportive, ma solo «ricreative ed educative con finalità religiose»; e concludeva: «È evidente che l’attività delle organizzazioni cattoliche, nei limiti di tali clausole [del settembre 1931], è possibile solo in quanto i dirigenti non abbiano appartenuto a partiti avversi al Regime».
Né è da escludere che – pur avendo dovuto ribadire che, come stabilito dagli accordi del 1931, non vi era alcuna incompatibilità tra iscrizione al PNF e alle organizzazioni dell’Azione cattolica – in realtà Starace cercasse, almeno in un primo tempo, di perseverare nella linea della incompatibilità. Tra i vari casi che si potrebbero a questo proposito addurre, ci limitiamo a citarne uno tratto da una lettera scritta il 30 agosto 1938 dall’assistente ecclesiastico diocesano della GIAC di Ancona alla segreteria centrale di Roma. In tale lettera (lo si veda in Archivio Giac, «Riservata») si riferivano due casi di intimidazione ai danni di due iscritti al Fascio e alla GIAC per indurli a dimettersi dalla gioventú cattolica e si affermava che, essendosi i due giovani appellati al comunicato sugli accordi Starace-Vignoli, il segretario del Fascio locale aveva risposto «che i giornali potevano pubblicare quello che volevano ma che loro avevano ricevute delle circolari segrete per agire come agivano». ↩
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Cfr. S. Rogari, Azione Cattolica e Fascismo cit., I, pp. 441 sgg. ↩
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G. Ciano, Diario cit., p. 268. ↩
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Asae, Santa Sede, b. 44 (1939), fasc. 1, «Attività politica del clero in Italia». In precedenti rapporti l’ambasciatore aveva riferito in merito a suoi colloqui con monsignor Colli (vescovo di Parma e segretario della Commissione cardinalizia per l’Azione cattolica), col cardinale arcivescovo di Palermo, Lavitrano (membro della stessa commissione) e con L. Vignoli sui lavori di revisione degli statuti. Particolarmente interessante è quanto aveva scritto del colloquio con l’arcivescovo di Palermo: «Il Porporato mi ha confermato quanto mi aveva detto Monsignor Colli, Vescovo di Parma sulla preparazione del nuovo Statuto che accentrerà la direzione effettiva dell’Azione Cattolica in mani ecclesiastiche. I laici saranno posti alla diretta dipendenza dei Vescovi dai quali riceveranno ordini.
«Il Cardinale mi ha dichiarato che la Commissione della quale fa parte, riceverà con piacere le osservazioni e le segnalazioni che si crederà di sottoporle e procurerà di dirimere gl’inconvenienti che le fossero segnalati.
«Ho detto al Cardinale che bisognava evitare tutto quello che avesse, anche indirettamente, sapore politico.
«L’Azione Cattolica del passato aveva peccato molto a questo riguardo. V’era, poi, la questione delle persone. Tutti coloro che avevano avuto una posizione di qualche rilievo nel cessato partito popolare, dovevano essere eliminati come persone politicamente sospette. Molti dei dirigenti dell’Ufficio Centrale d’Azione Cattolica si erano compromessi per avere assunto, in varie circostanze, atteggiamenti politici. Ho nominato al Porporato il Comm. Vignoli, il Prof. Gedda e il dott. Ambrosetti. Il Cardinale mi ha risposto che l’Ambrosetti è stato già messo da parte.
«Ho avuto l’impressione che, senza troppa fretta, l’Azione Cattolica sarà ricondotta alla sua tradizionale funzione religiosa, svuotandola del contenuto politico che aveva assunto sotto il Pontificato di Pio XI. Però non bisogna avere fretta anche perché la Chiesa evolve lentamente.
«Nel caso particolare la lentezza è sotto un certo aspetto giustificata, per un doveroso riguardo di Pio XII verso il Suo Predecessore.
«È noto che il defunto Papa aveva una particolare predilezione per l’Azione Cattolica che chiamava la pupilla dei Suoi occhi. Il Pontefice regnante, che di Pio XI è stato il piú fedele collaboratore, dimostra una certa decisione nel riformare l’Azione Cattolica. Mi pare che sia doveroso rendere questa giustizia a Pio XII e che si debba da parte nostra, e nel nostro stesso interesse, non rendere al Papa troppo difficile il Suo compito, esigendo che i tempi vengano accelerati». ↩
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Cfr. D. Cantimori, I nuovi statuti dell’ACI, in «Civiltà fascista», settembre 1940, pp. 705 sgg. In un successivo articolo, Ancora sull’Azione Cattolica (ibid., ottobre 1940, pp. 800 sgg.), Cantimori, commentando alcuni recenti scritti cattolici sulla riforma dell’Azione cattolica testé attuata, avrebbe notato una certa tendenza a dare ad essa «quasi il valore di un nuovo non expedit»: «una specie di straniarsi del cattolico in quanto tale dalla attività politica ed economica, o politica e governativa». ↩
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S. Rogari, Azione Cattolica e Fascismo cit., II, p. 362. ↩
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Per l’atteggiamento dei cattolici verso la Carta della scuola in genere e la sua incidenza sulle scuole private in specie cfr. M. Barbera, Questioni fondamentali della Carta della Scuola e La Carta della scuola, in «Civiltà cattolica», 4 e 18 marzo 1939, nonché la replica di F. M. Pacces, Il sacro e il profano nella Carta, in «Critica fascista», 1° giugno 1939. ↩
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Cfr. P. V. Cannistraro, La fabbrica del consenso cit., p. 317. ↩