Capitolo settimo: L’intervento
L’ultima lettera scritta da Hitler il 3 maggio a Mussolini per ragguagliarlo sugli sviluppi delle operazioni in Norvegia non conteneva nulla che potesse far pensare ad una imminente azione ad Occidente. Quando alle cinque della mattina del 10 maggio von Mackensen si recò a villa Torlonia per consegnargli una nuova lettera del Führer e un grosso pacco di documenti il «duce» tutto si poteva attendere salvo che si trattasse dell’annuncio che l’offensiva era cominciata. Evidentemente Hitler, ammaestrato da quanto era avvenuto mesi prima, quando da parte italiana si erano preavvertiti i belgi che l’invasione del loro paese rientrava nei piani tedeschi, aveva voluto mantenere fino all’ultimo il piú rigoroso riserbo. Da qui il bisogno di giustificarsi in qualche modo con il «duce», sostenendo di aver preso la sua decisione solo dopo che «negli ultimi giorni sono aumentate le notizie secondo le quali l’Inghilterra – istruita dalle esperienze fatte in Norvegia – fosse ormai decisa ad occupare improvvisamente in Olanda un certo numero di punti di appoggio militarmente importanti» e sulla base dei «minacciosi avvenimenti degli ultimissimi giorni» ai quali, appunto, si riferivano i documenti contenuti nel grosso pacco che von Mackensen era incaricato di consegnare a Mussolini insieme alla lettera.
Poiché – a giudicare dalla situazione delle cose – ci troviamo da ieri – scriveva nella sua lettera datata 9 maggio1 – sotto la minaccia di un immediato pericolo, cosí mi sono quest’oggi deciso ad ordinare per domani mattina alle ore 5,35 l’attacco sul fronte occidentale, ed ad assicurare anzitutto con mezzi militari la neutralità del Belgio e dell’Olanda.
A questa «comunicazione» seguivano, prima un generico invito a Mussolini a «comprendere la forza delle circostanze che mi costringe ad agire», poi due brevi periodi, tutt’altro che limpidi, dato che potevano essere intesi sia come una manifestazione di pieno, fiducioso rispetto per il senso di responsabilità e la sagacia del «duce», sia come un esplicito e minaccioso invito a farla finita con gli indugi e a intervenire al piú presto:
Spero che mi riuscirà di creare tra breve quella situazione cui accennavo nel nostro ultimo incontro.
Vi terrò al corrente dell’azione e Voi potrete essere cosí in grado di considerare e prendere in piena libertà le decisioni di cui crederete assumere la responsabilità nell’interesse del Vostro popolo.
Ciano nel suo diario (dove afferma anche di aver subito detto al suocero che «per ora conviene aspettare e vedere: è un gioco lungo, tanto lungo quanto adesso non è possibile concepire») mostra di averlo inteso come «un gentile invito». Non sappiamo come l’avesse inteso Mussolini. Certo la notizia dell’inizio dell’offensiva non dovette fargli alcun piacere, anche se a von Mackensen disse che «approvava toto corde l’azione di Hitler»2 e se inviò subito a Berlino un messaggio di risposta cosí compito3:
Vi ringrazio del Messaggio che mi avete mandato nel momento in cui le vostre truppe ricevevano l’ordine di marciare ad Occidente. Come per la campagna di Norvegia la stampa e l’azione del Partito orienteranno lo spirito del popolo italiano verso la comprensione della necessità nella quale Vi siete trovato. Sento che i tempi incalzano anche per l’Italia e vi sono profondamente grato della Vostra promessa di tenermi informato degli sviluppi dell’azione onde mettermi in grado di prendere le mie decisioni. Per quanto concerne le forze militari italiane, la Marina è pronta ed entro maggio saranno pronti due gruppi di armate ad ovest ed est cosí come l’aviazione e le formazioni antiaeree. Superfluo dirVi che io seguo l’azione delle Vostre truppe con fiducia e spirito cameratesco.
Sebbene estremamente vago («caldo ma non impegnativo» lo definí Ciano4), era pur sempre un ulteriore passo sulla via dell’impegno. E altri ne seguirono nei giorni successivi. Il 14 Ciano, il cui atteggiamento stava cominciando a mutare5, disse a von Mackensen che il momento dell’intervento si avvicinava («ormai non è piú questione di mesi: è questione di settimane e forse di giorni») e all’ambasciatore statunitense che se fino ad una settimana prima le probabilità di un intervento erano il cinquanta per cento, ora erano salite al novanta per cento6 e il 19 Mussolini lini, in un secondo messaggio ad Hitler in risposta alle lettere che questi continuava a mandargli per informarlo sullo svolgimento delle operazioni, si espresse in questi termini7:
Vi ringrazio che abbiate trovato durante una pausa della formidabile vittoriosa battaglia il tempo per trasmettermi una comunicazione sullo svolgimento delle operazioni. Vi ripeto che tali operazioni sono seguite non solo con interesse ma con entusiasmo dal popolo italiano il quale è ormai convinto che il periodo di non belligeranza non può durare molto a lungo. A questo proposito mi riprometto di darvi importanti notizie nei prossimi giorni. Ritengo che il Vostro Ministro degli Esteri vi abbia già comunicato i Messaggi che mi sono stati recentemente mandati da Roosevelt e da Churchill e le mie risposte ma tutto ciò ha ormai una molto relativa importanza. Vi mando i miei piú camerateschi saluti.
Forse fu per questo che Hitler nelle tre lettere inviate a Mussolini nelle successive settimane (il 13, il 18 e il 25 maggio8) non tornò piú sul tema dell’intervento italiano, limitandosi a spianarne la strada con una cronaca via via piú esaltante dei successi delle sue truppe e con una crescente ostentazione della sua sicurezza in una rapida e decisiva vittoria. Già in quella del 18 maggio le sue affermazioni al proposito erano drastiche: «Il miracolo della Marna del 1914 non si ripeterà piú!» Una settimana dopo la sua sicurezza nella vittoria si accompagnava ad un quadro della situazione che l’avrebbe fatta apparire giustificata non solo a Mussolini ma a chiunque:
il successo ha avuto piena ragione di tutte le misure che erano state prese contro di noi. Per il momento il fronte verso sud è saldamente coperto, mentre verso nord già puntiamo decisamente su Calais. Da stamane tutte le Armate ricominciano il loro attacco contro un nemico che già mostra di essere fiaccato nella sua capacità di resistenza. Nella zona che si restringe sempre di piú si trovano:
- 1) 20 divisioni belghe, o per meglio dire, i loro resti;
- 2) 13-14 divisioni britanniche, e cioè i loro resti;
- 3) per lo meno 28 divisioni francesi di prima linea ed altre 10 e forse piú divisioni di riserva.
Si calcola quindi che le forze unite olando-belgo-franco-inglesi hanno in pochi giorni perduto circa il 60% dei loro effettivi totali.
Delle truppe britanniche, dovrebbero rimanere ormai sul continente appena due divisioni, oltre ad alcune riserve assai male istruite che si trovano a sud del nostro sbarramento. Delle francesi dovrebbero esservene al massimo 60, delle quali però una gran parte già duramente provate. Contro queste 60 divisioni complessive di cui Francia e Inghilterra possono ancora disporre, e una parte delle quali sono immobilizzate sulla vecchia frontiera (linea Maginot) e sulle Alpi, sarà in linea, tra poco, un fronte d’attacco tedesco di circa 165 divisioni.
Il dominio dell’aria è totalmente assicurato per quanto concerne l’aviazione francese. Per quanto concerne quella britannica la nostra superiorità si è affermata abbastanza per garantire ad ogni momento la difesa del continente contro attacchi aerei da parte inglese.
Se Hitler non tornò piú nelle sue lettere sull’argomento intervento, a Berlino però questo – nonostante le ripetute «assicurazioni» di Mussolini, Ciano e Alfieri e sebbene esso, in quel momento, militarmente non interessasse molto ai tedeschi, sicché, in teoria, sarebbero stati anche disposti a lasciare altro tempo agli italiani per la loro preparazione – non veniva dato ancora per sicuro e le perplessità e le preoccupazioni sull’atteggiamento italiano non diminuivano. Un’eco di esse è percepibile in ciò che Göring disse, il 22 maggio, ad Alfieri che si era recato da lui per consegnargli le insegne dell’Annunziata. Il maresciallo prima fece un quadro della situazione militare e dei suoi prossimi sviluppi, sino a quando «padrona di tutta la costa ed avendo occupata Parigi, per la Germania verrà la volta dell’Inghilterra»; poi pose ad Alfieri in forma diretta ed esplicita la domanda che piú gli stava a cuore: in che data l’Italia sarebbe entrata in guerra? E quando Alfieri disse di non saperlo e che «tale decisione sarà comunicata dal Duce quando egli crederà opportuno o necessario di prenderla» rimase «un poco interdetto», tant’è che nel suo rapporto l’ambasciatore italiano osservò:
Evidentemente egli era al corrente del messaggio del Duce annunciante l’imminenza di avvenimenti importanti. Ho allora aggiunto che evidentemente la data non può essere molto lontana, anche perché ormai l’opinione pubblica in Italia è entrata in un’atmosfera ardente; ed il Duce ha l’abitudine di bruciare le tappe.
Al che Göring disse subito che a suo avviso il «momento ottimo» sarebbe stato «immediatamente quello susseguente alla capitolazione delle forze franco-inglesi che attualmente sono già tagliate fuori ed all’investimento di Parigi», in modo da determinare la capitolazione della Francia e, forse, una rivoluzione interna. Dopo di che, avendogli Alfieri chiesto se riteneva possibile un intervento statunitense, si affrettò a rassicurarlo nei termini piú drastici:
ciò non ha nessuna speciale importanza. L’America per poter esercitare una diretta influenza in Europa, abbisogna di una testa di ponte che, nel caso in oggetto, sarebbe la Francia. Tolta questa di mezzo, non si vede dove e come l’America potrebbe sbarcare i suoi uomini ed i suoi apparecchi. Da non trascurare poi il fatto che i porti francesi dell’Atlantico cadono oggi entro il raggio di azione dei bombardieri tedeschi.
E, subito dopo, evidentemente allarmato per la domanda di Alfieri, dimostrò «un inatteso e insospettato interesse» per i rapporti tra l’Italia e la Chiesa, che mostra bene come i tedeschi temessero che Mussolini potesse essere trattenuto dall’entrare in guerra dall’opposizione dei cattolici e dalla paura «che il Papa in coincidenza con l’entrata in guerra dell’Italia possa prendere un atteggiamento cosí contrario da indurlo ad emanare una specie di scomunica contro il Duce per essersi irrimediabilmente legato in azioni di guerra con la nazione in cui si propaganda ufficialmente l’antireligione cattolica»9.
Ma torniamo a Roma. La notizia dell’offensiva tedesca, se fece rimanere gli italiani col fiato sospeso, tutti piú o meno consapevoli che da essa dipendevano le sorti dell’Europa e dell’Italia in primo luogo, per Mussolini non fu solo una sorpresa, ma la molla che portò in lui al massimo una serie di reazioni contrastanti che – con gli alti e bassi tipici del suo carattere – continuarono per un paio di settimane ad accavallarsi e ad agire su di lui, rendendolo incapace di una decisione che sentiva di dover prendere e voleva prendere, ma alla quale, tutto sommato, cercava di sottrarsi, sperando che qualche fatto nuovo gli permettesse di non prenderla, di rinviarla e – almeno in un primo momento – di avere ancora tempo per prenderla. Ammesso anche che si fosse sbagliato nella valutazione della forza dell’esercito francese e delle sue capacità di resistenza, non erano stati proprio Hitler e von Ribbentrop (e prima della campagna di Norvegia) a dire che per piegare la Francia sarebbero occorsi alcuni mesi e che avevano parlato di vittoria «prima della fine dell’anno» (Hitler) o «prima dell’autunno» (il sempre ottimista von Ribbentrop)? Si era a maggio; c’era dunque ancora tempo per decidere...
Un’attenta lettura delle fonti disponibili permette di sintetizzare cosí le sue piú caratteristiche reazioni: a) desiderio di partecipare al conflitto che sentiva ormai come decisivo per l’Europa e per l’Italia10; b) scetticismo sulle possibilità dei tedeschi di riportare una vittoria decisiva; c) convinzione che se gli Stati Uniti erano decisi ad aiutare le democrazie lo avrebbero fatto adesso, per impedire la loro sconfitta sul continente e la messa fuori causa della Francia; d) volontà di intervenire solo se fosse stato sicuro della vittoria finale su tempi brevi; e) paura che un ritardo nell’intervenire rendesse il suo apporto alla vittoria irrilevante e diminuisse vieppiú il suo peso al tavolo della pace e – se troppo rinviato – irritasse addirittura i tedeschi al punto da spingerli a fargli pagare il fio del suo «tradimento» dell’anno prima e delle sue ambiguità e tergiversazioni successive; sintomatiche sono a quest’ultimo proposito due sue battute, una, con O. Sebastiani l’11 maggio, a commento dei messaggi inviati da Pio XII ai sovrani del Belgio, dell’Olanda e del Lussemburgo invasi dai tedeschi: «Se continueremo con la neutralità che molti vorrebbero, anche a noi toccherebbe un bel telegramma di sdegno del papa da sventolare davanti ai tedeschi occupanti»; e un’altra, con O. Dinale alcuni giorni dopo: «Ammettiamo, per assurdo, la dannata ipotesi che la situazione si dovesse capovolgere con l’intervento dell’America. Opini tu che in tale evenienza l’esagitato Hitler tollerasse [sic] piú di un minuto la nostra neutralità? Ci invaderebbe in ventiquattrore e in tre giorni arriverebbe a Capo Melibeo. E certamente con una ben piú spietata ferocia di quella con cui ha spianato la Polonia»11. Né, infine, va sottovalutata l’irritazione suscitata in lui dalle opposizioni all’intervento, che sapeva ancora numerose, e che faceva in lui tutt’uno col desiderio sempre piú vivo di metterle a tacere, riaffermando cosí il suo potere e impedendo il ripetersi della situazione di isolamento e di debolezza nella quale si era venuto a trovare in agosto e settembre.
Il diario di Ciano contiene varie annotazioni che confermano bene questo complesso stato d’animo e le sue contraddizioni. Esso registra sin dal momento dell’arrivo della prima lettera di Hitler il vivo desiderio di Mussolini di intervenire (anche se in un primo momento con qualche velleità, poi abbandonata, piú di un’azione autonoma e tutto sommato in chiave antitedesca contro la Iugoslavia che di un intervento contro gli anglo-francesi12) e i veri e propri sfoghi che facevano annotare al genero che nulla, salvo «una nuova piega degli avvenimenti militari», avrebbe ormai potuto trattenerlo, come questo del 13 maggio13:
Qualche mese fa, dissi che gli alleati avevano perso la vittoria, oggi ti dico che hanno perso la guerra. Noi italiani siamo già abbastanza disonorati. Ogni ritardo è inconcepibile: non abbiamo piú tempo da perdere. Entro il mese dichiaro la guerra. Attaccherò Francia e Inghilterra in aria e in mare. Non penso piú all’azione contro la Iugoslavia: sarebbe un umiliante ripiego.
Ma registra anche come a questi sfoghi non seguisse nulla di concreto. Quattro giorni dopo quello ora citato, per esempio, vi si legge14:
Le notizie dal fronte francese sono di travolgente avanzata germanica. San Quintino è preso e di lí si minaccia direttamente Parigi... Mussolini è calmo, e, almeno finora, non accenna alla volontà di accelerare i tempi dell’intervento. E ancora il 20 maggio Ciano annotava: «oggi non parla di intervento»15. Da un’annotazione del giorno successivo si evince che ad un intervento su tempi brevissimi Mussolini non doveva pensare, se Ciano, parlandogli della necessità di mettere in chiaro preventivamente con i tedeschi «quanto, a partita chiusa, dovrà venire a noi», poteva dirgli, senza che egli ribattesse alcunché, che pensava di incontrarsi a questo scopo con von Ribbentrop «dopo il primo di giugno»16 e poteva partirsene per quattro giorni per una visita alla sua amata Albania. Né il quadro cambia se si spinge lo sguardo al di là di quanto annotato da Ciano.
Con l’inizio della campagna di Francia gli sforzi per trattenere Mussolini dal seguire la Germania erano ripresi: nella nuova situazione militare che si andava delineando, per impreparata che fosse l’Italia, il suo apporto sarebbe potuto essere decisivo per piegare la Francia e avrebbe potuto creare grosse difficoltà anche all’Inghilterra; non a caso Churchill nella prima lettera scritta a Roosevelt dopo l’intervento italiano avrebbe notato che «l’oltraggio italiano ci obbliga ad affrontare un numero molto superiore di sommergibili, che possono spingersi fin nell’Atlantico e forse disporre di basi in porti spagnoli»17. Il 14 maggio Roosevelt – in seguito ad una «frenetica» richiesta francese18 – indirizzava a Mussolini un nuovo messaggio personale dai toni significativamente piú concilianti di quelli usati il mese prima19:
Io non so, Eccellenza, quali siano i Vostri piani o le Vostre intenzioni ma le notizie che mi giungono da varie fonti, secondo le quali Voi stareste contemplando una prossima entrata in guerra, sono ragione per me di grave preoccupazione. Forze di distruzione, forze che negano Dio, forze che tentano di dominare l’umanità con il terrore piuttosto che con la ragione, sembra che in questo momento stiano estendendo la loro conquista contro cento milioni di esseri umani il cui solo desiderio è la pace. Voi, che il grande Popolo Italiano chiama il suo Condottiero, avete nelle Vostre mani la possibilità di arrestare il dilagare di questa guerra ad un altro gruppo di duecento milioni di anime nel settore mediterraneo.
Vi ho fatto sapere, Eccellenza, in altra occasione, che sono un realista. Come realista anche Voi, lo so, riconoscerete che se questa guerra dovesse estendersi a tutto il mondo essa non potrebbe essere piú controllata dai Capi di Stato e porterebbe con sé la distruzione di milioni di vite e della parte migliore di quella che noi chiamiamo la libertà e la cultura della civiltà. E nessun uomo, per quanto onnisciente, per quanto potente, può prevedere le conseguenze, sia per sé, che per il suo popolo.
Io Vi rivolgo pertanto il semplice appello che Voi, che siete responsabile dell’Italia, tratteniate la Vostra mano e restiate completamente estraneo da ogni guerra e Vi asteniate da ogni minaccia di attacco. Cosí soltanto Voi potete aiutare l’umanità stanotte, domani e nelle pagine della storia.
Ancora piú significativo è però che due giorni dopo gli scrivesse anche Churchill, che aveva appena assunto la guida del governo inglese in sostituzione di Chamberlain. Di tutti i passi fatti tra aprile e giugno su Mussolini, questo era certamente il piú fermo e dignitoso; un avvertimento e nulla piú: l’Inghilterra non avrebbe desistito dalla lotta qualsiasi fosse stato l’esito della battaglia in corso sul continente. Un avvertimento che spiega bene l’atteggiamento intransigente che Londra avrebbe assunto qualche giorno dopo di fronte ai propositi di Parigi (e di Washington) di cercare di trattenere in extremis Mussolini offrendogli tangibili contropartite coloniali, ma che per noi è interessante soprattutto per un altro motivo: il giorno prima di scrivere al «duce», il premier, in una lettera a Roosevelt20, aveva detto sí di aspettarsi che Mussolini «accorrerà per partecipare al saccheggio della civiltà», ma aveva aggiunto di non esserne però ancora certo; il che, per un verso, spiega perché anche un uomo come Churchill si piegasse a scrivere in quel momento a Mussolini e, per un altro verso, ci fa capire che, nonostante tutto, persino Londra a metà maggio non era sicura al cento per cento che Mussolini si fosse tagliato completamente i ponti alle spalle. Ecco il testo della lettera inviatagli da Churchill21:
Ora che ho assunto l’ufficio di Primo Ministro e Ministro della Difesa torno con la memoria ai nostri incontri a Roma e sento il desiderio di rivolgere parole di buona
volontà a Voi come Capo della Nazione Italiana attraverso quello che sembra divenire un baratro rapidamente allargantesi. È troppo tardi per impedire che scorra un fiume di sangue fra i popoli britannico e italiano? Non v’è dubbio che entrambi possiamo reciprocamente infliggerci gravi danni e massacrarci l’un l’altro duramente e oscurare il Mediterraneo con la nostra lotta. Se voi cosí decidete bisogna che sia cosí; ma io dichiaro che non sono mai stato il nemico del popolo italiano, né mai sono stato nel mio cuore l’avversario di colui che dà le leggi all’Italia. Sarebbe fuori di luogo far previsioni sul corso delle grandi battaglie che ora divampano in Europa, ma sono sicuro che qualunque cosa possa accadere sul continente l’Inghilterra proseguirà fino alla fine, anche se completamente sola, come abbiamo già fatto altre volte, ed io ritengo con qualche buon motivo che saremo aiutati in maniera crescente dagli Stati Uniti d’America e anzi da tutte le Americhe.
Vi prego di credere che è senza alcun spirito di debolezza o di paura che io Vi rivolgo questo solenne appello, di cui rimarrà memoria. Attraverso tutte le epoche, sopra tutti gli altri richiami, ci giunge il grido che gli eredi comuni della civiltà latina e cristiana non debbono affrontarsi l’un gli altri in una lotta mortale. Ascoltatelo, ve ne scongiuro con tutto l’onore e con tutto il rispetto, prima che lo spaventoso segnale sia dato.
Esso non sarà mai dato da noi.
Le risposte di Mussolini ad entrambi i messaggi22 confermavano che l’Italia voleva rimanere fedele alla scelta di campo fatta con l’alleanza con la Germania e agli obblighi d’onore che essa comportava. In quella a Churchill vi era inoltre un polemico richiamo all’«iniziativa presa nel 1935 dal vostro governo per organizzare a Ginevra le sanzioni contro l’Italia, impegnata a procurarsi un po’ di spazio al sole africano senza recare il minimo danno agli interessi e ai territori vostri e altrui» e allo «stato di schiavitú vero e proprio nel quale l’Italia si trova nel suo stesso mare». Ma piú in là di questa conferma non andavano. E – cosa ben piú significativa – piú in là Mussolini non andò neppure quando, il 16 maggio, parlando a palazzo Venezia alle gerarchie trentine23, polemizzò con quei «residui» elementi che all’interno «preferirebbero non battersi» (perché «la paura è piú forte di loro», «perché conservano ancora delle “figlie”», perché «si lasciano trascinare dal sentimento») o «pregano e fanno pregare per la pace» e annunciò che l’Italia sarebbe entrata in guerra. Lo annunciò con tono categorico e con tutta una serie di argomenti:
In questo particolare momento, noi che abbiamo sempre predicato da questo balcone la necessità di preparare una gioventú guerriera, esaltando la «selva di baionette», non possiamo rimanere dietro le persiane... Se è vero, come è vero, che oggi si sta rifacendo la carta geografica dell’Europa, è altrettanto vero che l’Italia non può rimanere fuori dal conflitto, e in questo caso la pace sarebbe fatta senza di essa e contro di essa e la nostra patria scadrebbe dal ruolo di grande potenza mondiale a
nazione di secondo ordine, sarebbe declassata e questo non lo permetterò mai. La nostra penisola non si trova relegata ai margini dell’Europa, lontana dai grandi cozzi dei popoli e fuori delle linee della grande storia, come la Spagna. Al contrario, posta come è al centro tra la Germania e la Francia, non può rimanere assente dalla lotta. Finché la guerra era in Polonia e anche in Norvegia, poteva sussistere per noi lo stato di non belligeranza; ma ora che la guerra è giunta a Lione e Tolone, e par di sentire il rumore delle esplosioni proprio in vista di quel Mediterraneo dove l’Italia è prigioniera, noi non possiamo rimanere in questa posizione.
Ora l’Italia deve rompere finalmente questo cerchio di ferro. Inoltre deve far fronte ai suoi impegni d’onore. Se questo non avvenisse, se il popolo italiano non facesse onore alla sua firma, il giudizio del mondo su di noi sarebbe inesorabile... Per tutto quanto vi ho detto è dunque inevitabile, dico inevitabile, che l’Italia intervenga e interverrà.
Ma, giunto a questo punto della sua perorazione, si era poi come tirato indietro, dimostrando una cautela che, dato l’uomo, andava oltre quella dovuta al carattere semipubblico del discorso (non destinato alla pubblicazione, ma inevitabilmente destinato ad essere conosciuto rapidamente in Italia e all’estero) e rivela piuttosto la sua volontà di «non precipitare» le cose, di attendere ancora per vedere come si sarebbe sviluppata la battaglia in corso:
Quando? – aveva concluso seccamente. – Non è qui il luogo e il momento di fissare date. Quando l’ora verrà, noi marceremo. Con questo non voglio dire che la nostra azione debba essere imminente, per quanto la storia proceda con il ritmo veloce delle divisioni corazzate e motorizzate.
Insomma, a metà maggio, se a Londra non si era ancora sicuri al cento per cento che Mussolini sarebbe entrato in guerra, neppure Mussolini aveva ancora raggiunto la certezza che fosse venuto il momento «giusto» per intervenire e vi sono alcuni elementi per ritenere – per quanto la cosa possa sembrare incredibile – che nel suo intimo egli avesse ancora dei dubbi e un filo di speranza di poterlo evitare.
Pur parlando continuamente di guerra con Ciano e con gli altri suoi collaboratori (ma senza mai uscire dal generico e fissare date e dando l’impressione di pensare ad una scadenza non vicinissima: il 19 maggio, a Bottai che voleva sapere di quanto tempo potesse disporre per lo svolgimento degli esami, disse: «C’è tutto il tempo. Intanto, noi già assolviamo un’importante funzione, tenendo immobilizzati oltre mezzo milione d’uomini»24) e pur essendo profondamente colpito dal succedersi delle vittorie tedesche sino a rimanerne talvolta sconvolto (la testimonianza del generale Pricolo sull’effetto prodotto su di lui dalla notizia del passaggio della Mosa25 è caratteristica), nelle due settimane immediatamente successive l’inizio dell’offensiva tedesca non risulta alcuna iniziativa che possa essere addotta come prova di una sua concreta decisione di scendere in guerra nel giro di pochi giorni. Documentariamente, almeno, non ve ne è traccia e neppure la ricchissima memorialistica su quei giorni offre elementi probanti. Anche un esame delle sue udienze di queste due settimane è di scarsa utilità. Esse continuarono nel complesso con il ritmo e i caratteri normali; persino quelle di natura non immediatamente politica o di «rappresentanza» (che non furono sospese). A parte una improvvisa convocazione, la mattina del 10 maggio, dopo aver avuto la notizia dell’attacco tedesco, dei tre sottosegretari militari26, anche i colloqui con i responsabili delle forze armate non risulta avessero un particolare incremento; sino a tutto il 28 maggio Badoglio fu ricevuto solo due volte (il 20 mattina per trentotto minuti e il pomeriggio del 28 per ventisette) e pure due sole volte furono ricevuti Soddu e Graziani. Contatti piú frequenti del consueto, se mai, Mussolini ebbe con i ministri Teruzzi e Host-Venturi e con il generale Favagrossa, dall’anno precedente nuovo commissario per le Fabbricazioni di guerra27.
Piú che di stringere i tempi dell’intervento e stabilirne la data, con tutto quello che ciò comportava (si pensi che provvedimenti tecnici come le istruzioni alle navi in navigazione su come comportarsi allo scoppio delle ostilità e i contatti per affidare ad uno Stato neutrale – il Brasile – la tutela degli interessi italiani nei paesi nemici furono presi solo il 25 e il 29 maggio), tutto mostra che sino al 27-28 maggio Mussolini – in attesa di vedere che piega avrebbero assunto i combattimenti in corso28 – si preoccupò soprattutto della «preparazione morale» degli italiani e di ottenere dal re il comando delle forze armate. Persino gli aspetti piú propriamente militari della partecipazione al conflitto lo preoccuparono relativamente poco.
Nei mesi precedenti – lo si è visto – Mussolini, per giustificarsi delle drammatiche difficoltà di fronte alle quali la sua politica estera lo aveva messo, aveva accusato i capi militari di averlo «ingannato» e «tradito». Negli anni successivi, di fronte ai rovesci subiti dalle forze armate italiane sui vari fronti, queste accuse sarebbero tornate ancora sulla sua bocca. In realtà Mussolini, vale la pena di ripeterlo ancora una volta, conosceva benissimo la reale situazione della preparazione militare. Ai capi militari italiani si possono e si devono fare gravi addebiti, di tipo tecnico, culturale e soprattutto politico (sia pure con le limitazioni che discendono dalle ben piú gravi responsabilità di Vittorio Emanuele III), ma sarebbe ingiusto e non corrispondente alla realtà dar credito alle accuse loro mosse da Mussolini e riprese, anche dopo la caduta del fascismo, da vari autori, fascisti e no. Dello stato di preparazione delle forze armate, della loro consistenza, dell’apparato industriale alle loro spalle parleremo nel prossimo volume. Per ora è sufficiente dire che di tutto ciò Mussolini era stato e fu fino all’ultimo giorno della «non belligeranza» dettagliatamente tenuto al corrente da chi di competenza. Una vastissima documentazione edita lo dimostra senza ombra di dubbio, per non parlare della memorialistica. Il «duce» conosceva perfettamente l’estrema precarietà della preparazione italiana; sapeva benissimo che, secondo i responsabili della macchina militare, perché questa fosse in grado di affrontare un grande conflitto moderno occorrevano ancora dai tre ai cinque anni e che essi asserivano che in quel momento l’Italia poteva sostenere a malapena sei mesi di guerra «limitata». Chiarito questo punto, se si vuol capire il comportamento di Mussolini è però necessario chiarirne subito un altro. L’anno prima, in agosto, l’impreparazione militare, unita alla prospettiva di una guerra lunga, dura ed incerta era stato uno dei motivi che avevano indotto Mussolini a decidere la «non belligeranza». Ora la situazione appariva del tutto mutata. Piú passavano i giorni, piú la Francia sembrava, contro tutte le previsioni, sul punto di essere sconfitta e messa definitivamente fuori causa, senza che l’Inghilterra avesse la possibilità di impedirlo. In questa prospettiva la guerra sembrava avviarsi verso una rapida conclusione, dato che sembrava del tutto improbabile che, sconfitta la Francia, l’Inghilterra potesse continuare a combattere da sola e, comunque, fosse in grado di fronteggiare un eventuale attacco tedesco al suo territorio e che gli Stati Uniti si impegnassero direttamente e in tempo utile nel conflitto se non lo avevano fatto quando avrebbero potuto cercare di salvare la Francia e servirsi di essa come di una testa di ponte sul continente europeo. Oggi noi sappiamo bene quanto queste previsioni fossero errate. Rimane però il fatto che allora molti – e nello stesso campo democratico – furono di quest’avviso e non solo Mussolini, sul quale, oltre tutto, giocavano anche altre suggestioni. Da quella ideologica a quella della paura dei tedeschi, piú viva in lui ogni giorno che passava29: quando la Germania avesse vinto tutti, cosa le avrebbe potuto impedire di fare le sue vendette sull’Italia, di assicurarsi una «finestra» sull’Adriatico30 e la totale egemonia sull’area danubiano-balcanica e, eventualmente, di compensare la Francia e soprattutto l’Inghilterra sconfitte a spese dell’Italia? Arrivate le cose a questo punto, è evidente che la decisione di Mussolini dipendeva solo dall’andamento della lotta in corso in Francia. Se fosse apparso sicuro che la Francia sarebbe stata sconfitta e costretta ad uscire dal conflitto, il «duce» non aveva ormai nessun’altra strada davanti a sé che quella di tener fede alla «parola data» ad Hitler e, dunque, di intervenire. Oltre che permettergli di partecipare alla vittoria e di raccoglierne i frutti esterni ed interni che altrimenti non avrebbe potuto assicurarsi, solo ciò lo avrebbe messo al sicuro dalle ire tedesche e, almeno per il momento, dalle loro cupidigie31.
In questa situazione il vero problema per Mussolini era quello della scelta del momento giusto per intervenire; non prima che la sconfitta francese fosse sicura, non dopo che questa fosse già platealmente scontata e tale da rendere il suo intervento evidentemente inutile e moralmente troppo squalificante; ormai il problema della impreparazione militare era tanto secondario da apparire al limite quasi irrilevante32. Nel momento in cui fosse stata sicura la sconfitta della Francia, con tutto ciò che essa comportava nelle previsioni di Mussolini, il problema militare perdeva infatti molta della sua importanza. Ciò che contava era essere presenti in campo, collaborare alla sconfitta finale della Francia e soprattutto fungere da deterrente aggiuntivo per indurla a capitolare (assai significativo è a questo proposito che in un primo momento, deciso finalmente l’intervento, Mussolini abbia confermato le direttive strategiche del promemoria del 31 marzo e cioè di non passare all’offensiva neppure contro i francesi33) e, possibilmente, per scoraggiare anche gli inglesi dal continuare la lotta; nel peggiore dei casi, tenere le posizioni periferiche e dare battaglia sul mare mentre i tedeschi avrebbero attaccato le isole britanniche. E questo, Mussolini era convinto che le forze armate italiane, per quanto impreparate, fossero in grado di farlo. Il verbale della riunione da lui tenuta il 29 maggio con Badoglio e i tre capi di Stato maggiore contiene a questo proposito due significative sue affermazioni34. Una di carattere piú generale e politico:
La situazione attuale non permette ulteriori indugi perché altrimenti noi corriamo dei pericoli maggiori di quelli che avrebbero potuto essere provocati da un intervento prematuro.
· L’altra si riferisce esplicitamente alla situazione dell’esercito:
Considero questa situazione non ideale ma soddisfacente. D’altra parte se tardassimo due settimane od un mese non miglioreremmo la nostra situazione, mentre potremmo dare alla Germania l’impressione di arrivare a cose fatte, quando il rischio è minimo, oltre alla considerazione non essere nel nostro costume morale colpire un uomo che sta per cadere. Tutto ciò infine può essere grave nel momento della pace definitiva.
Che è poi, nella sostanza, quello che una settimana dopo disse con altre parole al generale F. Rossi, capo del reparto intendenza dello Stato maggiore35:
Se io dovessi aspettare di avere l’Esercito pronto, dovrei entrare in guerra fra anni, mentre devo entrare subito. Faremo quello che potremo.
In questa logica non può meravigliare che se di un problema «militare» Mussolini si occupò particolarmente in queste settimane esso sia stato quello di assicurarsi il comando supremo delle forze armate. Che questa fosse una sua vecchia ambizione lo prova quanto da lui detto in Senato il 30 marzo ’38 nel famoso discorso sui bilanci militari che aveva costituito l’antefatto della vicenda del primo maresciallato. Dai tempi della guerra d’Etiopia Mussolini era convinto di essere un grande stratega e, per quanto in realtà la sua mentalità fosse la piú lontana immaginabile da quella militare, l’idea di essere lui a dirigere anche strategicamente la guerra lo affascinava e gli doveva apparire come l’ultimo serto mancante alla sua gloria. A ciò si devono aggiungere poi, per un verso, la sua profonda disistima e diffidenza per i capi militari e, per un altro verso, la sua gelosia per Hitler: se il Führer era il comandante supremo delle forze armate tedesche anche lui doveva esserlo. E, infine, vi era un’altra ragione a voler essere lui il comandante supremo, molto piú politica e concreta: a guerra conclusa Mussolini era deciso a farla finita con la monarchia. Da qui la necessità per lui di evitare assolutamente che il re potesse acquistarsi con la guerra qualsiasi merito agli occhi degli italiani. Merito e gloria dovevano essere solo e completamente del «duce», che aveva voluto la guerra e l’aveva vinta, non dell’«inutile» e «ingombrante» monarchia che non l’aveva voluta, aveva cercato sino all’ultimo di impedirla e aveva costituito il punto di riferimento per tutti coloro che avevano tentato di opporvisi.
Sapendo quanto Vittorio Emanuele III era geloso delle sue prerogative e quanto il vertice militare era anche in questo solidale con il re e desideroso di una soluzione che ripetesse il rapporto gerarchico sovrano – capo di Stato maggiore generale che si era avuto nel ’15-18 (tanto è vero che Badoglio aveva cominciato a sollevare la questione sin dai primi di aprile36), Mussolini non si fece scrupolo, per convincere il re a cedergli il comando supremo, di ricorrere a tutti i mezzi e a tutti gli argomenti, non ultima la minaccia di mettere il sovrano di fronte al fatto compiuto. Tipica è questa annotazione che si legge, sotto la data del 14 maggio ’40, nel diario del generale Puntoni, primo aiutante di campo del re37:
Alle 17,30 vado da Soddu che, tramite Sorice, mi ha pregato di recarmi al Ministero. Mi parla della questione dell’Alto comando e della necessità, in caso di guerra, di avere un capo che possa coordinare l’azione dei sottosegretari e dei Capi di Stato Maggiore delle tre Forze armate.
Capisco subito dove vuole arrivare anche perché ho avuto sentore della cosa da qualche frase di Sua Maestà, stamane proprio durante la consueta relazione. Soddu, difatti, mi fa presto intendere che il Duce, in caso di conflitto, aspira a diventare comandante politico-militare della guerra, ma che non si decide a parlarne con il Re perché è certo che Sua Maestà non sarebbe favorevole a tale provvedimento. Soddu mi illustra, inoltre, le ragioni che consiglierebbero questa soluzione e dice che dato il carattere della probabile prossima guerra durante la quale le nostre forze sarebbero chiamate ad operare simultaneamente in vari teatri d’operazioni, quali le Alpi occidentali, la frontiera orientale, i Balcani, l’Africa orientale e la Libia, sarebbe oltremodo utile l’esistenza di un unico comando politico e militare. Dice: «In una guerra totalitaria è la politica che deve indicare la strada al comandante e le operazioni militari devono essere condotte in stretto collegamento con essa, cercando di evitare ogni attrito fra capo politico e capo militare. Sarebbe perciò un’ottima soluzione far convergere le due responsabilità su un’unica persona. Responsabilità che forse è bene non accollare alla Corona, onde la Corona possa salvare il Paese nel caso che il Regime scricchioli o addirittura minacci di crollare».
D’altra parte, praticamente, anche durante il conflitto passato, pur restando il comandante in capo delle Forze armate, Sua Maestà lasciò l’effettiva condotta delle operazioni, con le relative responsabilità e con gli onori che derivarono dalla vittoria, ai Capi di Stato Maggiore che si avvicendarono durante gli anni di lotta.
Soddu aggiunge, dopo queste considerazioni, che accanto al Duce ci sarebbe un Capo di Stato Maggiore, professionalmente idoneo, vero direttore d’orchestra, un uomq, dice, che riscuota naturalmente la stima di tutte e tre le Forze armate. «L’uomo, – precisa il sottosegretario, – a mio parere non potrebbe che essere Badoglio». Precisa che i tempi stringono e che la situazione potrebbe imporre l’entrata in guerra dell’Italia da un momento all’altro. La decisione dovrebbe essere quindi immediata. Dice che se Sua Maestà dovesse entrare in questo ordine di idee sarebbe bene che l’iniziativa del provvedimento partisse dal Sovrano per evitare la sorpresa di veder pubblicato il provvedimento prima della sanzione reale.
Nonostante l’urgenza con la quale la richiesta era stata presentata, il sovrano cercò ancora di tergiversare per una quindicina di giorni rafforzando in Mussolini i propositi di sbarazzarsi a guerra finita della monarchia38. Alla fine però, quando l’entrata in guerra era ormai imminente, dovette naturalmente capitolare. Avendo ceduto sulla questione di fondo, opporsi a Mussolini su quella del comando supremo sarebbe stato assurdo. Ciò nonostante, per non cedere del tutto, ricorse all’espediente di mantenere formalmente il comando supremo e di «affidare» al «duce» solo «il comando delle truppe operanti su tutti i fronti»39.
Per capire perché Vittorio Emanuele III finí per accettare l’intervento, per «rassegnarsi» ad esso40, non è sufficiente appellarsi alla suggestione dei clamorosi successi tedeschi e delle previsioni ultraottimistiche che Mussolini doveva fare con lui per vincerne le resistenze41. I successi tedeschi scossero indubbiamente anche lui, ma, ciò nonostante, il re rimase intimamente contrario alla partecipazione al conflitto anche se finí per accettarla42. A renderlo contrario erano la sua radicata diffidenza e ostilità per i tedeschi (alla quale, però, non corrispondeva alcuna simpatia per gli inglesi e tanto meno per i francesi), la convinzione che, se non si fosse conclusa rapidamente, la guerra avrebbe potuto avere comunque conseguenze disastrose per l’Italia e quella, piú di fondo, che gli dettavano il suo pessimismo e il suo realismo e che, il 15 maggio, sintetizzò al generale Puntoni dicendogli: «simili passi non si sa mai a cosa possono portare»43 e che si riferiva tanto all’esito finale del conflitto quanto alle ripercussioni che, come abbiamo già visto, egli sentiva che esso avrebbe avuto all’interno e in primis sulle fortune della dinastia. Se ci si rifà a quanto egli disse il 15 maggio al primo aiutante di campo44, sull’altro piatto della bilancia si dovrebbe pensare che ci fosse solo il tarlo di un dubbio, che, almeno in parte, doveva essergli stato messo dalla stima personale in Mussolini che, nonostante tutto, permaneva viva in lui: «d’altra parte, il piú delle volte gli assenti hanno torto!» E ciò tanto piú che, di fronte ai clamorosi successi mietuti dai tedeschi in Francia, l’ottimismo e la sicurezza, ma anche la paura, stavano contagiando molti di coloro che sino allora erano stati contrari all’intervento e che avevano con la loro opposizione confermato quella del sovrano. Sintomatico è quanto si legge nelle memorie di R. Paolucci, un uomo vicino agli ambienti nazionalisti e alla corte45:
E venne ripetuto al Re che la guerra stava per finire, che noi non avremmo potuto assiderci al tavolo della pace, che la Germania vittoriosa – che si credeva tradita – avrebbe cercato un pretesto per assalirci, che un’occasione come quella si sarebbe presentata solo tra molti secoli all’Italia, e che lui, il Re, avrebbe portato la responsabilità tremenda di non aver carpito l’occasione per darci finalmente la padronanza del nostro mare.
Secondo, infine, Umberto di Savoia46, sul padre avrebbero giocato soprattutto due considerazioni: il mutato atteggiamento dell’opinione pubblica, diventato «euforico» alla prospettiva di facili vittorie, e il timore che, altrimenti, l’Italia in poche settimane sarebbe stata invasa e devastata dai tedeschi. In realtà ciò che mise soprattutto fuori gioco Vittorio Emanuele III furono le sue tergiversazioni dei mesi precedenti. Quando avrebbe potuto liquidare Mussolini senza grosse difficoltà (salvo l’incognita di un intervento tedesco) aveva sopravvalutato i rischi e non si era deciso ad agire, probabilmente pensando di avere ancora tempo, se proprio necessario, per farlo. Ora non solo non vi era piú tempo, ma, ciò che piú conta, la posizione di Mussolini era tornata cosí forte, e si andava rafforzando di giorno in giorno, che liquidarlo era diventato impossibile. E, in un certo senso, il re lo avrebbe anche riconosciuto. Nel settembre ’45 e nel febbraio ’46 a Vittorio Emanuele III furono sottoposti due questionari tendenti a far luce sui suoi ventennali rapporti con il fascismo e a raccogliere elementi per controbattere le accuse degli antifascisti contro di lui. In entrambi, ovviamente, si toccava anche il tema dell’intervento. Rispondendo al primo, il re si limitò a rivendicare la «lotta tenacemente sostenuta» contro l’entrata in guerra e ad affermare di avere ripetutamente parlato a Mussolini «delle numerose deficienze di armi, vestiario, ecc. dell’esercito» e di aver fatto sí che Mussolini «vedesse qualche generale che lo informò del vero stato della nostra preparazione militare»47. Una risposta che non diceva nulla. Rispondendo invece al secondo questionario, il sovrano fece un’ammissione che nella sua brutale franchezza, per un verso, chiarisce lapidariamente la questione e, per un altro verso, fa emergere tutta la sua responsabilità per aver lasciato passare il momento propizio per cercare di liquidare Mussolini: «allora non si poteva avversare il Capo del Governo»48. Quest’affermazione ci riporta al discorso sulla «preparazione morale» degli italiani e, piú in generale, alle ripercussioni della campagna di Francia sull’opinione pubblica.
Le operazioni tedesche in Norvegia – lo si è detto – avevano già avuto una notevole influenza sul tono e sui contenuti della stampa e della radio, facendo assumere loro un atteggiamento piú marcatamente filotedesco di quello dei mesi precedenti. L’inizio di quelle contro la Francia determinò anche in questo campo un vero e proprio salto di qualità che coinvolse anche il partito, che sino allora era rimasto sostanzialmente defilato ed impegnato piú in un’azione «interna», verso i propri membri attivi e quelli delle organizzazioni dipendenti (specie giovanili), che verso la massa dei cittadini.
Purtroppo, essendo andata praticamente distrutta quasi tutta la documentazione del PNF e tutta quella delle maggiori organizzazioni dipendenti, poco o nulla di preciso si può dire sul contributo del partito a questo salto di qualità. Non crediamo però di sbagliare aflermando che la mobilitazione del PNF dovette avvenire soprattutto dopo il discorso di Mussolini alle gerarchie trentine e sulla sua falsariga. Sino a quel momento l’iniziativa del partito dovette essere ancora relativamente scarsa, incerta e circoscritta piú che altro ad alcune località e in particolare a Roma. Nella capitale già nella notte tra il 10 e l’11 maggio era stato affisso un gran numero di manifesti antinglesi e si erano poi registrate varie violenze contro distributori, edicolanti e lettori dell’«Osservatore romano» che aveva pubblicato i messaggi del papa ai sovrani belga, olandese e lussemburghese49. E anche dopo il discorso di Mussolini i pochi elementi a nostra disposizione fanno ritenere che l’azione del partito abbia assunto essenzialmente il carattere di «vigilanza» e «repressione» dei sospetti di antifascismo e di coloro che erano piú noti per i loro sentimenti filoinglesi e filofrancesi e antitedeschi e soprattutto di «dissuasione» dalla vendita e dalla lettura dell’«Osservatore romano»50, dell’unica voce alternativa che in teoria poteva circolare nel paese e che, come tale, si voleva ridurre al silenzio51. Altre sue attività furono la propaganda irredentista, specie tra i giovani, volta a tener vive le «sacrosante» rivendicazioni italiane verso la Francia e l’Inghilterra, e l’organizzazione di un certo numero di manifestazioni e di iniziative a carattere interventista.
Nei primi giorni, ma anche successivamente, lo strumento di cui però Mussolini piú si serví per «sensibilizzare» le masse furono la stampa e la radio. E l’iniziativa di maggior rilievo fu costituita dalla diramazione del cosiddetto «rapporto Pietromarchi», un lunghissimo «appunto» del capo dell’Ufficio guerra economica di palazzo Chigi in cui erano dettagliatamente esposti, con un linguaggio assai poco diplomatico, i gravissimi danni provocati all’economia italiana dal blocco marittimo e il modo «meschino» e «vessatorio» con cui erano esercitati dagli anglo-francesi i relativi controlli52. Che lo scopo del documento fosse essenzialmente quello di essere diramato alla stampa e di costituire un nuovo, potente e «oggettivo» «colpo di acceleratore» alla propaganda di guerra è dimostrato dalle istruzioni, precise e dettagliate, che l’11 maggio Pavolini dette alla stampa su come utilizzarlo. Al documento, «basato sui fatti e unicamente sui fatti», doveva essere dato il massimo rilievo («Vi prego di distenderlo nel maggior spazio possibile affinché risulti ben leggibile e inviti alla lettura») e, quanto al tono dei commenti, esso «non può essere che chiaro, fermo e anche violento». E questo, si badi, in un momento in cui per le operazioni belliche era ancora raccomandata – pur dicendo di dare gran spazio ai comunicati tedeschi e alle corrispondenze dalla Germania, «limitandosi per il resto a dare i comunicati delle altre Nazioni» – una certa obiettività formale53, onde evitare rischi di smentite, di «delusioni», ma anche di eccessivi «entusiasmi» che Mussolini considerava controproducenti, perché gli avrebbero reso difficile sia attendere ancora prima di scendere in guerra, sia sostenere poi che l’intervento italiano era stato decisivo. Estremamente significativo è a questo proposito come Pavolini avrebbe aperto il 25 maggio il suo rapporto ai giornalisti54:
Le operazioni in Occidente vanno nel modo che tutti sanno e siccome vanno in modo eccellente evidentemente è inutile di caricare le tinte. Attenersi quindi alla verità. In particolare quando si ha da parlare delle sconfitte anglo-francesi presentarle per quelle che sono cioè volta per volta per sconfitte con tutta la gravità che naturalmente è in esse insita, ma non parlare almeno per ora di catastrofe totale o sfacelo ecc. Questo per non svalutare in primo luogo le successive battaglie germaniche (perché evidentemente se i franco-inglesi fossero già in sfacelo il resto che dovrà avvenire assumerebbe l’aspetto di cosa lievissima); e poi per non svalutare l’intervento nostro e la nostra posizione la quale fino a questo momento è valsa a tenere concentrata su di noi oltre che parte della flotta navale e delle forze aeree, non meno di un milione e trecentomila soldati in un momento in cui la Francia aveva fame di divisioni. Forze queste che sono intatte per cui bisogna in modo assoluto evitare una svalutazione in vista, ripeto, soprattutto della nostra posizione.
Varie informazioni di polizia e fiduciarie riferiscono che il «rapporto Pietromarchi» ebbe tra l’opinione pubblica vasta risonanza. Un’attenta lettura delle fonti in questione fa però capire che, a parte limitati settori fascisti già orientati nettamente, il suo effetto non dovette nel complesso essere affatto quello che ci si era atteso. Piú che eccitare gli animi contro l’Inghilterra e la Francia esso li depresse. Giungendo insieme alla notizia dell’inizio dell’offensiva tedesca, esso fu inteso infatti soprattutto come l’annunzio di nuovi e drammatici sviluppi della politica fascista e fece giustizia sia delle ultime pressoché generali speranze in un indefinito prolungamento della «non belligeranza» sia degli «ottimismi in una pace negoziata nella quale i legittimi interessi avrebbero trovato il loro pieno soddisfacimento» ché pure erano ancora presenti in alcuni settori piú propriamente fascisti55. Un effetto ancor piú negativo ebbero le primissime notizie sull’offensiva tedesca. La violazione della neutralità belga, olandese e lussemburghese risvegliò in molti il ricordo delle vicende del ’14 e suscitò una psicosi antitedesca, vivissima soprattutto nelle regioni settentrionali, ma diffusa un po’ in tutto il paese. Due rapporti, entrambi di informatori del PNF, permettono di cogliere bene la reazione da esse suscitata. Uno, in data 11 maggio, si riferisce a Torino56:
La notizia diramata dai giornali di stamane e dalla radio alle ore 13 dell’invasione da parte tedesca del Belgio, dell’Olanda e del Lussemburgo ha destato molta impressione nella cittadinanza tutta di Torino, ed è unicamente commentata con indignazione. La grande maggioranza della popolazione non aveva parole per biasimare tale aggressione e molti si domandavano apertamente se non era giunto il tempo di dire alla Germania che era ora di finirla con le sue prepotenze. Il sentimento poi di tutti era volto alla Principessa di Piemonte (che in Torino è molto benvoluta) e tutti commiseravano la sorte del Belgio, che, per la seconda volta nel giro di pochi anni, si vede invaso e devastato dai tedeschi, solo per non aver voluto piegarsi alle sue prepotenti richieste ledenti la sua sovranità.
Tale indignazione era condivisa oggi da ogni ceto della popolazione torinese senza distinzioni di classe sociale, ed i piú aspri commentatori erano umili operai ex combattenti della guerra mondiale.
Anche quelle poche simpatie che potevano nutrirsi verso le aspirazioni tedesche son oggi scomparse di fronte alla nuova aggressione e tutti si chiedono che cosa deciderà il nostro paese di fronte a questi fatti. Un’eventuale azione a latere della Germania viene preventivamente scartata, talmente risulterebbe impopolare alla nostra popolazione.
L’altro, di tre giorni dopo, si riferisce invece a Milano e rende molto meglio la situazione e lo stato di annichilimento che nei piú si accompagnava all’ostilità contro i tedeschi57:
Nella mattinata del giorno 10 corr. si è diffusa rapidamente la notizia della nuova grave mossa germanica nei confronti del Belgio, Olanda e Lussemburgo. Le edizioni del pomeriggio dei giornali furono prese d’assalto dalla folla attonita e sgomenta.
La prima impressione generale è stata quella di una emozione vivissima e di un senso di sbigottimento. Faccie contratte in espressioni di accorata meraviglia si sono notate sui tram del mezzogiorno. Febbrili comunicazioni ai conoscenti, agli amici fatte piú con cenni che con parole, espressioni di avvenimenti anche da noi imminenti sono state raccolte in tutti i luoghi dove vi era accolta di pubblico.
«Ci siamo! ormai bisogna prepararsi!» – «che disastro!» – «povera gente!» ed altre di tale natura sono state le espressioni piú comuni del pubblico.
Non sono mancate manifestazioni di indignazione contro la Germania, di ribellione per la nuova mossa contro Stati neutrali.
Nel tardo pomeriggio nel pubblico è subentrata una maggiore obiettività e si sono delineate nettamente le correnti. La maggioranza ha mantenuto un contegno riservato e freddo appalesando tacitamente la sua contrarietà. Una forte corrente invece ha cominciato a parteggiare con la Germania e qualche gruppetto di studenti ha cominciato a fare qualche pubblica dimostrazione. Qualche dissenziente piú acceso ha manifestato anche in pubblico l’avversione contro la nuova mossa germanica sentito e non contraddetto dai cittadini che sentivano.
Alla sera del 10 si sono riuniti molti organizzati in Piazza del Duomo ed in Galleria. Qualche gruppetto di intervenuti portava delle bandiere nazionali e delle bandiere hitleriane. Si è iniziato una specie di raduno e di comizio discretamente affollato.
Si è notato però che buona parte dei curiosi intervenuti non aveva certamente la faccia di dimostranti entusiasti, ma viceversa di gente preoccupata e scontenta.
Ho però avuto la sensazione che le correnti fortemente ostili alla Germania non si sono manifestate come si aveva ragione di ritenere, in modo evidente, stante i sintomi precedentemente raccolti e le impressioni avute quando si è occupata la Danimarca e la Norvegia.
Un commentatore che parlava a degli amici sulle sue impressioni dichiarava che si vive una vigilia, di armi ma non di passioni, ma di esasperazione. Il popolo resiste alla campagna di stampa è freddissimo anche se ormai rassegnato alla certezza di un intervento ormai ineluttabile.
Pochissimi giorni bastarono però a mutare questa situazione. Di fronte al succedersi delle vittorie tedesche non solo la gran maggioranza della classe politica e una parte di quella militare divennero interventiste (già il 13 maggio Caviglia doveva sconsolatamente notare che persino «molti senatori vedono già i tedeschi a Parigi e a Londra» e che «sono molti i senatori e non pochi i militari che nei successi tedeschi vedono un successo nostro»58), ma l’atteggiamento dell’opinione pubblica – come aveva già cominciato a verificarsi in misura per altro molto minore con la campagna di Norvegia – prese rapidamente a differenziarsi. Altre motivazioni e soprattutto altri stati d’animo presero corpo e si diffusero accavallandosi tra loro un po’ in tutti i ceti sociali e soprattutto nella media e piccola borghesia, in una parte del mondo operaio e tra i giovani in particolare. Se nei primissimi giorni avevano predominato l’indignazione e l’ostilità contro i tedeschi, ora a balzare in primo piano fu la preoccupazione per il futuro dell’Italia; ma subito dopo anche la speranza in una rapida fine della guerra, la delusione per l’incapacità degli Alleati a tener testa ai tedeschi, l’ammirazione per questi e soprattutto molta, molta confusione di idee. I rapporti dei prefetti e degli informatori rendono bene questo rapido mutamento e i suoi successivi sviluppi. Ciano, che li aveva giornalmente in visione da Bocchini e da Muti, il 17 maggio ne sintetizzava nel suo diario la sostanza in questi termini59:
Le notizie dal fronte francese sono di travolgente avanzata germanica... L’opinione pubblica italiana (parlo di quella onesta e lascio da parte i politicanti buffoni che son tutti diventati germanofili a oltranza) reagisce in modo strano a queste notizie: ammirazione verso i tedeschi, euforia al pensiero di una rapida conclusione della guerra e soprattutto una grande preoccupazione per il futuro.
Due giorni dopo Bottai annotava a sua volta60:
La gente si orienta verso la guerra a lato dei tedeschi. Una guerra d’interesse; non certo un’alleanza d’amore.
Nel momento in cui Bottai faceva quest’annotazione il fenomeno era appena agli inizi e relativamente circoscritto a settori del paese sostanzialmente limitati, piú consistenti solo in alcune località e in particolare a Roma61. Una settimana dopo esso si era già notevolmente allargato. Ostili ad ogni prospettiva di partecipazione italiana alla guerra rimanevano soprattutto le zone contadine, in particolare quelle ove piú forte era la presenza cattolica e tra le grandi città, Milano, sino alla fine certo la piú antitedesca e contraria all’intervento62. Ostile, in genere, era la grande borghesia, per tradizione, cultura e interesse. Ostile in gran maggioranza era anche la classe operaia, che considerava la guerra un fatto privato del fascismo e si preoccupava soprattutto delle proprie condizioni di vita63. Dove gli stati d’animo erano piú contrastanti era nella media e piccola borghesia, sulle quali giocavano le suggestioni piú diverse e confuse e sulle quali si appuntava tutto il fuoco della propaganda del regime, facendo ricorso a tutti gli argomenti, da quelli piú tipicamente fascisti e di stampo antibritannico a quelli piú tradizionali e di tipo nazionalistico, ma in sostanza soprattutto ad uno, il piú adatto in quel momento a far breccia e a riassumere tutti gli altri: vae neutris!64. A meno di venti giorni dopo l’inizio dell’offensiva tedesca era ormai in atto un profondo cambiamento. Ricordando quei giorni e come li aveva vissuti dal suo osservatorio dell’OVRA, G. Leto ha scritto65:
I nostri informatori segnalarono, prima sporadicamente, poi con maggiore frequenza ed ampiezza, uno stato di timore – che andava diffondendosi rapidamente – che la Germania fosse sul punto di riuscire a chiudere assai brillantemente e da sola la tremenda partita e che, di conseguenza, noi – se pur ideologicamente alleati – saremmo rimasti privi di ogni beneficio per quanto aveva tratto colle nostre aspirazioni nazionali... Come nell’agosto del 1939 la polizia rilevò e riferí il quasi unanime dissenso del paese verso un’avventura bellica, cosí nella primavera del 1940 essa segnalò il rovesciamento della pubblica opinione presa da un’ossessionante timore di arrivare tardi.
Il crollo della Maginot, la mancata «seconda Marna», Dunquerque furono per il diffondersi di questo stato d’animo altrettanti momenti decisivi, attestati, oltre che dai rapporti di polizia, dalla memorialistica e non solo da quella impegnata politicamente.
Con questo, sia ben chiaro, non si vuol dire che tutti gli italiani diventassero interventisti, ché molti, pur convinti che la Francia e l’Inghilterra avessero ormai perso la guerra, avrebbero voluto la continuazione della neutralità, né che coloro che lo diventarono lo fossero con la convinzione e l’entusiasmo che avevano caratterizzato l’interventismo del ’1566; né che l’alleanza con la Germania diventasse improvvisamente popolare. È certo però che questo particolare stato d’animo interventista, in cui il timore di «arrivare tardi» faceva tutt’uno con la convinzione che la guerra sarebbe stata brevissima e traeva spesso anzi da essa la sua giustificazione piú reale, si diffuse in una larga parte del paese e costituí l’elemento base su cui il vero interventismo fascista – indubbiamente presente, ma di per sé insufficiente a determinare l’ambiente – poté operare per cercare di dare ad esso un contenuto maggiormente corrispondente, come si vedrà nel prossimo volume, alla sua concezione della «guerra fascista». E a contenerne la diffusione non valse neppure l’atteggiamento decisamente ostile, ma, tutto sommato, alla fine anche rassegnato della Santa Sede67, ché pure una parte notevole del clero piú a contatto con i fedeli fu spesso travolta da esso68. Sicché ha ragione G. Amendola quando scrive69
la verità è che, di fronte alla vittoria di Hitler, vi fu una frana generale, una resa alla fatalità dell’evento, una debolezza ad interpretare e difendere gli interessi nazionali, che dai vertici del regime si diffuse in tutti gli italiani.
Cosí come ha ragione quando afferma70 che questa frana investí anche i pochi e dispersi gruppi antifascisti organizzati, paralizzandone le capacità di iniziativa e di lotta e produsse guasti anche tra gli oppositori generici del regime:
ricordi, diari, lettere mostrano come fossero vasti, anche nelle file delle opposizioni, i guasti creati dalla lunga serie delle vittorie politiche fasciste e, soprattutto, degli ultimi travolgenti trionfi hitleriani. La domanda insidiosa: «e se Mussolini avesse ancora una volta ragione e con il suo fiuto avesse scelto il momento buono», serpeggiò inquietante anche tra le file dei ristretti gruppi di opposizione.
Il 25 maggio – lo si è visto – Pavolini nel suo rapporto ai giornalisti dava l’intervento per sicuro. Nel gruppo dirigente fascista quasi tutti erano della sua opinione e, ciò che piú importa, pressoché nessuno si diceva pubblicamente contrario ad esso. Negli ambienti militari gli ostili erano piú numerosi, ma la loro opposizione non andava oltre la speranza nel sovrano. Una speranza che, invece, aveva cessato di allignare negli ambienti economici, forse i piú unanimi all’inizio nell’auspicare una neutralità che durasse per tutto il conflitto. Nel ’39 e nei primi mesi del ’40 la punta di diamante dell’opposizione all’intervento era stata costituita in questi ambienti dai siderurgici e dai metalmeccanici (i gruppi che, teoricamente, sarebbero dovuti essere i piú accesi interventisti) che, preoccupati dalla politica economica tedesca, avevano fatto quadrato attorno a Ciano. Ormai anch’essi avevano dovuto però, sia pure obtorto collo, rassegnarsi. Un po’ perché privi di un effettivo peso politico, un po’ perché la famosa politica dei «buoni affari» che la neutralità avrebbe dovuto assicurare loro si era dimostrata realizzabile solo in alcuni casi (nel primo trimestre del ’40 la Fiat aveva quasi quadruplicato il lavoro per l’estero rispetto al corrispondente trimestre del ’39) e, comunque, sostenibile solo... con le forniture tedesche di materie prime e di macchinari e impianti71.
Anche coloro che due settimane prima erano neutralisti ad oltranza e antitedeschi si erano ormai convinti o allineati alla convinzione generale che la guerra fosse sul punto di finire con la vittoria della Germania e che l’Italia dovesse intervenire. Stando al diario di Ciano, persino Grandi stava convincendosi di aver sbagliato72. Bottai – sempre secondo Ciano – sarebbe stato «uno dei pochi rimasti con la testa sul collo», ma a far capire il clima del momento è illuminante ciò che, subito dopo, Ciano annotava: «di fronte a tanto interventismo del mondo ufficiale, mi ha proposto la fondazione di un partito: quello degli interventisti in mala fede»73. E, del resto, è molto dubbio che Bottai non credesse alla prossima fine della guerra, o che, se non lo credeva ancora, non lo credesse di là a pochissimo tempo, almeno a giudicare da alcune proposte da lui presentate a Mussolini e Ciano poche settimane dopo la capitolazione della Francia74. Ciano, sempre nel suo diario, si diceva ancora contrario all’«avventura»: «il cavallo bisogna misurarlo nella corsa lunga. E questa corsa, nessuno arriva neppure a immaginare quanto sarà lunga»75. Ma quando scriveva queste parole, il 20 maggio, era appena tornato da aver tenuto a Milano un discorso nel quale, «per ordine di Mussolini», aveva fatto un chiaro accenno al prossimo intervento76. Tanto è vero che sarcasticamente molti lo chiamavano «Ciano bifronte». Tra gli uomini del vertice fascista l’unico che continuasse a non nascondere la sua ostilità all’intervento era Balbo. Profondamente antitedesco («Balbo non discute i tedeschi: li odia. Ed è quest’odio insanabile che guida tutto il suo ragionamento»77), ma anche antifrancese, la sua ostilità alla politica di Mussolini verso la Germania lo aveva portato negli anni precedenti ad avvicinarsi, lui vecchio repubblicano e massone, alla monarchia e, piú recentemente (l’8 dicembre ’39), ad andare in udienza dal papa. E non aveva cercato solo di dissuadere «quel pazzo» di Mussolini dall’entrare in guerra adducendo solo motivi politici: come governatore della Libia e comandante delle forze in Africa settentrionale, aveva piú volte fatto presente la inadeguatezza dei mezzi a sua disposizione. Ma aveva anche insistito a lungo perché, in caso di guerra, fosse autorizzato a non rimanere sulla difensiva, ma, al contrario, a poter attaccare con decisione ad est. Una richiesta che contribuisce bene a spiegare come mai – nonostante il suo cronico frondismo – egli non fosse uomo da rompere in quel momento con Mussolini (e, tutto sommato, con il sovrano): poteva non condividerne la politica, ma non «tradirlo»; glielo impedivano il suo senso del dovere militare e il suo spirito guascone e, forse, il solito dubbio che, alla fin fine, ancora una volta Mussolini potesse avere ragione; certo glielo impediva il suo patriottismo. In questa situazione psicologica, fatto tutto il possibile per dissuadere Mussolini e per farsi dare i mezzi necessari a combattere, la sua posizione poteva essere solo quella che, il 2 giugno, avrebbe enunciato a Ciano: da soldato, battersi con la massima decisione, facendo tutto quanto poteva con i mezzi disponibili78. Una posizione che oggi potrà, forse, apparire a qualcuno assurda, ma che allora non lo era affatto, poiché il conflitto tra la Germania nazista e i suoi avversari non aveva per la stragrande maggioranza assunto ancora quel carattere ideologico, di contrapposizione radicale, morale e politica, tra due concezioni del mondo e della civiltà, che avrebbe portato in tutti i paesi coinvolti a mettere in discussione quella che sino allora era stata l’idea stessa di patria. Tant’è – accenniamo qui solo al problema, riservandoci di trattarne ampiamente nel prossimo volume – che persino tra gli antifascisti la partecipazione dell’Italia, sia pure fascista, alla guerra avrebbe suscitato una serie di casi di coscienza estremamente significativi. Da quelli ricordati da L. Gasparotto in un paragrafo del suo libro non a caso intitolato «l’angoscia dei senza-Patria»79:
Mentre volgeva alla fine la breve e ingloriosa marcia sulla Francia e incombevano guai maggiori, ci siamo incontrati fra amici, già compagni al Governo o commilitoni della grande guerra, per risolvere il nostro caso di coscienza. Pur vivendo in Patria, siamo senza-Patria; ma la Patria è in guerra e sta giuocando tutte le sue fortune; forse è in pericolo la sua stessa esistenza, e noi le siamo stranieri, involontariamente indifferenti al suo destino, semplici passeggeri obbligati ad assistere dai margini della strada alla sfilata delle truppe che marciano sulle vie della morte. Giolitti ha lasciato scritto nelle sue Memorie che, a guerra dichiarata, «ogni cittadino, qualunque sieno le sue opinioni, ha il dovere di fare quanto può per assicurare la vittoria». Che si fa, dunque? Ci fu chi propose un indirizzo al «duce» per auspicare, sia pure sotto riserva delle nostre idee, la vittoria delle armi; qualche lettera, infatti, fu scritta, prudente e generosa ad un tempo, in questo senso. «A guerra dichiarata – scrisse a Mussolini un nobile amico, reduce non volontario dell’altra guerra e stimato uomo di governo – cessano le opinioni, e ogni italiano non può se non auspicare la vittoria delle nostre armi e contribuire al suo raggiungimento». Al mio spirito donchisciottesco ciò parve atto di umiliazione, per non dire gesto servile verso l’uomo che da tempo avevamo giudicato indegno di governare il Paese; per mio conto, ho risposto di preferire di essere chiamato alle armi, pronto a dare alla Patria il resto della mia vita, ma non le idee ereditate da mio padre e serbate come patrimonio della mia anima.
A quello ricordato da B. Croce nella terza appendice al suo Contributo alla critica di me stesso80:
Angosciosa mi fu soprattutto l’impossibilità che io sentii negli ultimi tempi del fascismo, che furono di guerra, di essere tutto dalla parte della mia patria... Ma praticamente risolsi questo contrasto con l’esortare i giovani, che a me si rivolgevano per consiglio, di salvare l’onore militare dell’Italia e di ricordare che l’esercito deve riservare la politica agli uomini politici...
A quello infine di E. Conti, da lui riassunto in queste brevissime, ma inequivoche parole81:
Siamo in guerra: «Sileant precordia, pateat cor». Taccia il ragionamento, subentri l’obbedire.
Negli alti comandi militari i contrari all’intervento erano piú numerosi che nel vertice fascista, ma ormai nessuno piú andava oltre le «riserve» di carattere tecnico. Contrarissimo era soprattutto Badoglio82; diversamente da Balbo, il capo di Stato maggiore generale si guardava però bene dal darlo a vedere e, deciso l’intervento, avrebbe tenuto a mostrare «la piú completa fiducia nella nostra vittoria» e a non esporsi ad alcuna accusa di tiepidezza o altro83.
Eppure il 25 maggio Mussolini, nonostante il suo desiderio di entrare in guerra, non aveva preso ancora la sua decisione. Il 17 maggio, mostrando a Grandi una grande carta geografica del fronte francese che si era fatta collocare su un cavalletto a fianco del suo tavolo di lavoro a palazzo Venezia, gli aveva detto84:
Questi tedeschi credono di aver sconfitto la Francia. Si accorgeranno presto quanto sbagliati sono stati i loro calcoli. Qui vi sarà la nuova Marna... Qui i boches si romperanno per la seconda volta la testa e l’Italia potrà stare tranquilla.
Il giorno dopo, con G. Pini che si mostrava con lui certo del prossimo intervento e gli ripeteva la preoccupazione «che i tedeschi vadano troppo in fretta e che noi non arriviamo in tempo a fare il nostro interesse nazionale», era stato piú cauto, ma – aveva annotato Pini85,
ogni nostra parola aveva per sottinteso la prossima entrata in guerra dell’Italia. Tuttavia egli non si era mai lasciato sfuggire nulla di preciso in proposito.
E il 19, lo si è visto, aveva detto a Bottai che c’era ancora tempo... Nei giorni seguenti i successi tedeschi erano continuati. Il 21 maggio in Senato Reynaud (che due giorni prima aveva sostituito Gamelin con Weygand a capo dell’esercito francese) aveva parlato senza veli di «patria in pericolo» e i tedeschi avevano raggiunto Abbeville e Amiens. Nulla faceva sperare in una «seconda Marna». Eppure Mussolini non si era ancora deciso.
Badoglio, nei suoi ricordi86, ha scritto che il 26 maggio il «duce», presente anche Balbo, gli avrebbe detto che il giorno prima aveva mandato «a mezzo corriere una mia dichiarazione scritta ad Hitler per assicurarlo che non intendo restare con le mani alla cintola e che, a partire dal 5 giugno, sarò pronto a dichiarare la guerra all’Inghilterra». La notizia è però del tutto inattendibile. Innanzitutto Badoglio parla di una udienza «di ordinaria amministrazione» e, se è possibile che una udienza straordinaria non risulti nei prospetti delle udienze della Segreteria particolare di Mussolini, è impossibile che non ne risulti una ordinaria, come, appunto, non risulta nessuna udienza a Badoglio sotto la data del 26 maggio. Si aggiunga che Badoglio dice di essere andato subito dopo l’annunzio da Ciano «per sentire se aveva qualche dato piú preciso da darmi» (trovandolo all’oscuro di tutto), ma nel diario di Ciano nulla risulta. Cosí come nulla risulta neppure circa la presenza a Roma in quel giorno di Balbo e, ovviamente, di una sua udienza a palazzo Venezia. Ma il fatto piú importante è che la «dichiarazione scritta» ad Hitler con la quale questi fu informato da Mussolini della sua decisione di entrare in guerra fu comunicata in cifra ad Alfieri, perché la recapitasse personalmente, solo il 30 maggio87. In realtà Badoglio conobbe la decisione di Mussolini tra le diciotto e trenta e le diciannove del 28 maggio, nel corso di una udienza a palazzo Venezia, durante la quale il «duce» gli lesse anche la lettera che Hitler gli aveva scritto il 25 e che egli aveva ricevuto il giorno successivo, e che, dunque, dovette avere uno svolgimento ben diverso da quello che il maresciallo ha attribuito alla inesistente udienza del 2688; cosa che induce a credere che, scrivendo i suoi ricordi, Badoglio non abbia confuso la data, ma volutamente falsato tutto l’episodio89.
Il 26 maggio Mussolini aveva ricevuto la lettera scrittagli il giorno prima da Hitler e contemporaneamente il rapporto inviato a Roma da Alfieri sul suo colloquio, il 22, con Göring. Entrambi dovevano avere prodotto su di lui una forte impressione, tanto è vero che Ciano, riferite le due cose, annotava: «Si propone di scrivere una lettera ad Hitler annunciando il suo intervento per la seconda decade di giugno»90. Ma, in effetti, non aveva ancora veramente deciso. La vera decisione la prese il 28 maggio, probabilmente nella mattinata.
Ciano nel suo diario mostra di attribuire la decisione del suocero di «accelerare i tempi, poiché è convinto che ormai tutto precipita e vuole crearsi titoli per partecipare alla successione», alla capitolazione del Belgio, della quale era giunta notizia nella notte, e soprattutto all’andamento del colloquio che lui, Ciano, aveva avuto il 27 con François-Poncet91. In realtà il 27 Ciano aveva avuto due colloqui che potevano avere influito su Mussolini. Oltre che con l’ambasciatore francese, aveva parlato anche con quello statunitense e l’importanza di questo secondo colloquio è indirettamente dimostrata dal fatto che Ciano ne fece il verbale. Ecco come egli ne riferí nel diario92:
Lunghi colloqui con François Poncet e con Phillips. Quest’ultimo è latore di un messaggio di Roosevelt per il Duce, ma non viene ricevuto e parla con me. Ho verbalizzato il colloquio. In breve, Roosevelt si offre di fare da mediatore tra noi e gli alleati divenendo personalmente responsabile per l’esecuzione, a guerra finita, degli eventuali accordi. Rispondo a Phillips che Roosevelt è fuori strada. Ci vuol altro per dissuadere Mussolini. In fondo non è ch’egli vuole ottenere questo o quello: vuole la guerra. Se pacificamente potesse avere anche il doppio di quanto reclama, rifiuterebbe.
Importante anche il colloquio con François Poncet, non per i risultati ma come indizio psicologico. Mi ha fatto delle avances assai precise. Escludendo la Corsica «che è una parte medesima del corpo della Francia», ha detto che si può trattare sulla Tunisia, forse anche sull’Algeria. Ho risposto anche a lui, come a Phillips: troppo tardi, e gli ho ricordato quando la Francia, nel 1938, ci contestava persino quei quattro scogli che l’Inghilterra ci aveva ceduto in Mar Rosso. Ancora una volta i francesi erano stati, come dice Machiavelli, «piú taccagni che prudenti».
Poncet riconosce le colpe francesi, attacca i passati governi, e getta gran parte della responsabilità su Leger, che definisce «uomo sinistro». La conversazione, naturalmente, si è mantenuta su di un tono accademico.
All’origine dei due passi era una concitata e drammatica discussione svoltasi nei giorni precedenti a Parigi per estendersi poi a Londra e coinvolgere anche Washington e che sarebbe continuata – come vedremo – anche successivamente93. Nonostante il fallimento delle démarches di Roosevelt e di Churchill del 14 e del 16 maggio, di fronte al precipitare della situazione militare, Parigi non si rassegnava a rinunciare del tutto alla speranza di giungere ad un qualche accordo in extremis con Mussolini. E ciò tanto piú che, mentre l’ambasciatore inglese a Roma, Loraine, era sicuro che Mussolini fosse ormai completamente «negli artigli» della Germania e che l’intervento dell’Italia, pur non essendo imminente (il 18 maggio Loraine aveva previsto che non si sarebbe verificato prima di una decina di giorni), fosse scontato, François-Poncet nutriva invece ancora un filo di speranza e tempestava il Quai d’Orsay e Reynaud di esortazioni a non lasciare nulla di intentato e a fare al «duce» delle offerte «precise» in merito allo status di Gibilterra, Malta, Suez, Gibuti e della Tunisia. Anche a suo giudizio Mussolini era «in linea di principio» deciso a scendere in guerra, ma poteva darsi che non avesse ancora abbandonato del tutto l’idea di giocare il ruolo di «organizzatore della pace», e cioè che pensasse o di «presentare alla Francia, da parte di Hitler, proposte di pace separata sotto la minaccia di schierarsi a fianco di Berlino» o di tentare ancora qualche cosa per giungere ad una pace generale. Era dunque da prendere in considerazione l’eventualità che «ricevendo delle soddisfazioni nel Mediterraneo» il «duce» potesse agire da moderatore su Hitler. Quanto ai possibili intermediari, François-Poncet scartava il generalissimo Franco, perché privo di autorità, e considerava il papa «meglio piazzato» di Roosevelt. Sulla base anche di queste suggestioni, il 25 maggio Reynaud aveva sottoposto il problema al Comité de guerre e la mattina dopo era volato a Londra per discuterne con Churchill e con i responsabili della politica inglese, dato che, oltretutto, alcune delle eventuali offerte da fare all’Italia riguardavano direttamente l’Inghilterra. Il piú disponibile si era mostrato Halifax, che aveva anche informato Reynaud.di aver fatto il giorno prima un passo su Bastianini per comunicargli, disse, che gli Alleati erano disposti a prendere in considerazione proposte di negoziato relative agli interessi italiani e ad una pace giusta e duratura94. Gli altri e soprattutto Churchill si erano però mostrati restii o contrari a fare concessioni (tornato a Parigi Reynaud fu raggiunto la sera stessa da un telegramma del premier in cui questo si diceva «convinto che la nostra sicurezza non riposa che sulla nostra capacità di combattere») e comunque non disposti a prendere alcuna decisione prima di aver interpellato il gabinetto, sicché, alla fine, non si era andati oltre, per il momento, una nuova pressante richiesta a Roosevelt di tentare un ennesimo passo piú o meno interlocutorio95.
Questo, dunque, l’antefatto del passo compiuto il 27 dall’ambasciatore Phillips a nome del presidente degli Stati Uniti presso Ciano. Meno chiara è l’origine dell’altro passo, quello di François-Poncet. Stando a quanto scritto da Reynaud e confermato da Charles-Roux (che il 18 maggio era stato nominato segretario generale del Quai d’Orsay al posto di Léger)96, il problema se rivolgersi direttamente a Roma senza subordinare il passo ad «offerte correlative» inglesi e facendole – come suggeriva François-Poncet – precise proposte di «massives concessions africaines» fu discusso dal Consiglio dei ministri francese nella notte tra il 27 e il 28 maggio, dopo aver conosciuto la risposta negativa di Ciano a Roosevelt e sotto lo choc della notizia della capitolazione belga. La riunione97 si svolse in un clima altamente drammatico e aggravato dalle notizie provenienti dal fronte e da tutta una serie di informazioni sulla situazione italiana imprecise o addirittura destituite di ogni fondamento. Si pensi che Daladier (che nel ministero ricopriva l’incarico di ministro degli Esteri) arrivò ad affermare che metà della guardia personale di Mussolini era composta di nazisti e Ybarnegaray che l’élite delle truppe tedesche si trovava a San Remo camuffata da turisti.
Secondo Daladier era necessario correre il rischio di un passo autonomo su Roma, offrendo a Mussolini la Somalia francese e Gibuti, rettifiche alla frontiera libica e una sorta di condominio sulla Tunisia. Se le offerte fossero state rigettate gli italiani non avrebbero piú potuto dire che Parigi era restata nel vago e, soprattutto, esse, dando concreti argomenti agli avversari in Italia della guerra, avrebbero probabilmente ritardato l’intervento di uno-due mesi preziosi. Reynaud si disse contrario a sacrificare «una terra francese» come la Tunisia e dubbioso che un passo a cui non partecipasse anche l’Inghilterra potesse avere effetto. Altri, piú «realisti», come Ybarnegaray, sostennero che si doveva tentare tutto per impedire l’intervento italiano: se Mussolini era deciso, non gli si sarebbe certo fatto cambiare idea con la Somalia «et autres balivernes»; se il prezzo doveva essere la Tunisia, ebbene, doveva essere pagato. Altri, ancora, si preoccuparono soprattutto delle ripercussioni che il passo avrebbe avuto sull’opinione pubblica francese e sul suo morale. Alla fine non fu presa alcuna decisione. Ciò nonostante, sciolta la seduta, Daladier stilò un progetto di telegramma agli ambasciatori a Roma e a Londra che cercava di tener conto delle varie posizioni emerse. Eccone il testo98:
Dopo l’esame della situazione risultante dalla defezione del re dei Belgi, il governo, avendo giudicato indispensabile tentare, anche a prezzo di sacrifici considerevoli, di dissuadere l’Italia dall’entrare in guerra, ha deciso di sottoporle, a questo scopo, le seguenti proposte:
- a) cessione della Costa francese dei Somali, come pure dello sfruttamento della ferrovia di Addis-Abeba, con riserva di un diritto se non di una zona di scalo nel porto di Gibuti;
- b) rettifica della frontiera franco-libica per quel che concerne sia il tratto previsto negli accordi del 7 gennaio 1935 sia la linea compresa tra Tummo e Gadames;
- c) cessione territoriale di una molto grande estensione tra l’hinterland della Libia e la costa congolese.
Nel caso in cui quest’ultima concessione non fosse sufficiente ad assicurare il successo del negoziato, noi ci risolveremmo a sostituirla, in cambio, con la proposta di una riforma dello statuto della Tunisia in vista di assicurare una collaborazione fiduciosa dell’Italia e della Francia nel protettorato francese della Reggenza.
Un metodo efficace di regolamento di queste questioni potrebbe essere l’apertura di una conferenza sui problemi mediterranei.
Al mattino, Reynaud – pare soprattutto per le resistenze di Charles-Roux – non se la sentí di dare il via all’operazione. Invece che a Roma e per conoscenza a Londra, il telegramma fu trasmesso solo a Londra per un parere99. La risposta di Churchill fu immediata e tutta negativa. Secondo quanto il premier scrisse il giorno stesso a Reynaud, l’unico modo di migliorare la situazione era avere fede e combattere, guadagnandosi cosí l’ammirazione degli americani e possibilmente il loro aiuto materiale: «se noi resistiamo, gli uni e gli altri, possiamo risparmiarci il destino della Danimarca e della Polonia». Per quel che concerneva la proposta trasmessagli, la sua risposta era altrettanto chiara100:
Nella formula preparata domenica scorsa da Lord Halifax, era suggerito che, se il Signor Mussolini collabori con noi in vista di stabilire un regolamento di tutte le questioni europee che salvaguardino la nostra indipendenza e costituiscano la base di una pace giusta e duratura per l’Europa, noi saremo disposti a discutere le sue rivendicazioni nel Mediterraneo. Voi proponete ora d’aggiungere certe offerte determinate – che io non posso supporre abbiano qualche chance di commuovere il Signor Mussolini e che, una volta fatte, non potranno piú essere ritirate – in vista di impegnarlo ad assumersi il ruolo di mediatore che contemplava la formula discussa domenica.
Noi crediamo, i miei colleghi ed io, che il Signor Mussolini ha da molto tempo in animo di poter eventualmente giuocare questo ruolo, contando, senza alcun dubbio, di trarne dei vantaggi sostanziali per l’Italia. Ma noi siamo convinti che in questo momento, allorché il Signor Hitler è gonfio per la vittoria e conta certamente sulla fine prossima e completa della resistenza alleata, sarà impossibile per il Signor Mussolini di proporre con qualche possibilità di successo delle proposte in vista di una conferenza. Io vi ricordo ugualmente che il presidente degli Stati Uniti d’America ha ricevuto una risposta totalmente negativa alla proposta che congiuntamente noi gli abbiamo domandato di presentare e che nessuna risposta è stata data alle avances fatte da Lord Halifax sabato scorso all’ambasciatore italiano a Londra.
È per questo – senza escludere la possibilità di agguantare il Signor Mussolini in un altro momento – che noi non possiamo pensare che il momento attuale sia opportuno e io devo aggiungere che, a mio avviso, l’effetto sul morale del nostro popolo, che è oggi fermo e risoluto, sarebbe estremamente dannoso. Voi stesso potete meglio giudicare quale sarebbe l’effetto in Francia.
Il no inglese fece desistere il Quai d’Orsay dall’inviare a Roma il telegramma preparato durante la notte101. Ciò non mise però fine alle pressioni di coloro che volevano ad ogni costo fare un tentativo. Il ministro dei Lavori pubblici De Monzie e il vicepresidente del Consiglio Chautemps il 29 sera prepararono una nuova bozza di proposta che venne approvata da Daladier, ma che Reynaud volle fosse sottoposta all’ambasciatore inglese, che, prima, rifiutò di approvarla, poi, sentita Londra e ottenutene alcune modifiche, finí per lasciare passare102. Alle venti del 30 maggio Guariglia era convocato al Quai d’Orsay e Daladier gli consegnava la seguente nota103:
Il Governo francese affida all’Ambasciatore d’Italia la cura di trasmettere al Capo del Governo italiano la solenne comunicazione che gli dettano i suoi doveri storici e il voto della Nazione francese.
Noi non possiamo piú ignorare che una minaccia di conflitto pesa sui rapporti franco-italiani. Questa minaccia non è condizionata dalla guerra di cui noi abbiamo assunto il rischio fin dal settembre 1939 poiché da quella data stessa l’Italia non ha associato le sue armi alle armi della Germania. Inoltre in ogni circostanza il Signor Mussolini ha proclamato che l’Italia si preoccuperebbe unicamente di servire il proprio destino quando essa avesse definito i suoi scopi e manifestato le sue volontà.
Si tratta dunque di una rivendicazione italiana che prima di esprimersi in scritti si tradurrebbe in atti e che avrebbe per effetto di incamminare i nostri due popoli verso ciò che il popolo francese ha sempre considerato come una guerra impossibile. In questo stadio preliminare e di fronte ad una eventualità spaventevole per le nostre coscienze noi teniamo a dichiarare:
che non esiste tra la Francia e l’Italia alcuna incompatibilità risultante dalla differenza dei regimi interni dei due Paesi;
che noi siamo disposti a considerare tutte le misure suscettibili di conferire forza e durata a questa mutua indipendenza dei due paesi;
che egualmente noi siamo disposti a esaminare fin d’ora tutto l’insieme delle questioni del Mediterraneo interessanti lo sviluppo dell’Italia;
che nello sviluppo di tali negoziati a dei fini generali la Francia, decisa a non rinnegare né la sua alleanza né i suoi impegni, accoglierebbe tutte le soluzioni utili allo stabilimento di un nuovo statuto della collaborazione mediterranea;
che allo scopo di pervenire non già ad un regolamento particolare e precario, ma ad un accordo definitivo di sicurezza, noi desideriamo aver ricorso ai negoziati diretti fra le parti interessate.
È tempo ancora di evitare tra noi il peggio, cioè l’abolizione del nostro passato comune e la rovina della nostra comune civiltà. Il nostro passo verso l’Italia non potrebbe essere interpretato come un segno di debolezza in un momento in cui il nostro patriottismo riunisce le passioni e le energie unanimi della Nazione. Esso tende sernplicemente a marcare che noi avremmo accettato e sollecitato tutto ciò che poteva avvicinare e salvaguardare gli interessi delle nostre Patrie.
La nota non mancava di un certo vigore e, dato il momento, di una sua dignità, ma – contrariamente a quanto aveva consigliato François-Poncet e alla bozza di telegramma di due giorni prima – non conteneva, come si vede, alcuna offerta precisa. Guariglia (a cui De Monzie aveva fatto sapere poche ore prima che erano in preparazione concrete offer te104) lo fece subito rilevare a Daladier e due ore dopo a De Monzie, ottenendo dal primo questa imbarazzata risposta: «non abbiamo voluto dare l’impressione di mercanteggiare» e dal secondo l’assicurazione che proposte concrete erano già state studiate e sarebbero state fatte se l’Italia avesse accettato di avviarsi sulla strada di conversazioni. Daladier gli disse anche quali modifiche gli inglesi avevano voluto fossero apportate al testo della nota; «accoglierebbe tutte le soluzioni utili» al posto di «sosterrebbe» e la soppressione di un passo in cui era ricordata la proposta di Mussolini del 1º settembre ’39 di convocare una conferenza per evitare la guerra: «gli inglesi hanno voluto la soppressione di tale frase temendo che essa potesse essere interpretata come un’allusione alla possibilità di convocare ancora oggi una conferenza a quattro con la Germania e quindi come un suggerimento francese di pace»105. Il giorno dopo Guariglia – anche tra gli italiani vi erano coloro che si attaccavano ad ogni filo di speranza106 – cercò invano di sollecitare Charles-Roux a compiere un ulteriore passo: «La situazione evolve rapidamente. Non farete nulla per trattenere l’Italia? » Ma non ricevette che questa risposta: «Ma questo è lo scopo della nota che vi è stata consegnata ieri». A cui non seppe replicare che cosí: «Ma la nota non è affatto quella che mi attendevo»107...
Lo stesso giorno in cui la nota francese veniva consegnata a Guariglia Roosevelt (che Parigi e Londra tenevano informato di tutto) aveva inviato a Mussolini un altro messaggio. In esso era detto che un’estensione del conflitto al Mediterraneo, oltre a colpire sfavorevolmente l’opinione pubblica americana, avrebbe avuto il risultato di far sviluppare vieppiú il programma di riarmo degli Stati Uniti e di raddoppiare il loro impegno ad assicurare agli Alleati i rifornimenti di cui potevano aver bisogno108. La risposta di Mussolini fu secchissima: Ciano comunicò all’ambasciatore Phillips che secondo l’Italia gli Stati Uniti non avevano piú interessi nel Mediterraneo di quelli che essa aveva nel Mar dei Caraibi e che la decisione di entrare in guerra era già stata presa109. Erano le dodici e quindici del 1° giugno. A quell’ora Mussolini – lo vedremo tra poco – aveva già preso la decisione di intervenire e l’aveva già comunicata ad Hitler. Ugualmente a decisione già presa era arrivata a Roma la nota francese del 30 maggio, che Ciano aveva giudicato contenere «nessuna proposta precisa, ma molte aperture», ma che Mussolini aveva rifiutato di prendere in considerazione e deciso addirittura di non darle risposta110. Né, a quel punto, poteva essere diversamente.
In relazione a quanto sin qui detto a proposito dei tentativi francesi di accordo, il problema è piuttosto un altro e riguarda il colloquio che Ciano aveva avuto il 27 maggio con François-Poncet. Quel giorno, come si è visto, a Parigi non era stata presa ancora nessuna decisione, eppure, lo si è pure visto, secondo Ciano l’ambasciatore francese gli avrebbe fatto delle «avances assai precise», parlando addirittura di possibili trattative sulla Tunisia e, al limite, persino sull’Algeria. La cosa lascia indubbiamente perplessi, tanto piú che non risulta che a Parigi si sia mai pensato alla possibilità di mettere sul tavolo delle trattative l’Algeria e l’eventualità di sacrificare la Tunisia incontrava tali resistenze che i piú, come risulta chiaramente dalla proposta contenuta nel telegramma preparato nella notte tra il 27 e il 28 maggio e poi non piú inviato, erano piuttosto disposti a grandi concessioni nel Sud-ovest libico sino all’Atlantico. Ovviamente, si potrebbe pensare ad un’annotazione inattendibile di Ciano (che non sarebbe certo l’unica), tanto piú che la frase attribuita da Ciano a François-Poncet pare che fosse usata il giorno dopo dal ministro degli Esteri con Loraine per dire che Mussolini non avrebbe cambiato idea neppure se gli fossero stati offerti la Tunisia, l’Algeria e il Marocco111 e vari sono i casi nei quali risulta la sua abitudine di mettere nel diario in bocca ad altri sue dichiarazioni o battute. A rendere difficile questa ipotesi è però il fatto che la mattina del 26 maggio François-Poncet disse a Pio XII che la Francia era disposta a «larghe concessioni» all’Italia, tanto è vero che fu ventilata l’idea di una lettera del papa a Mussolini (idea che trovò «piuttosto riservato e contrariato» l’ambasciatore inglese, preoccupato che si finisse per «firmare una cambiale in bianco e far crescere a dismisura le pretese italiane»)112, e fece fare un passo sul pontefice anche all’ambasciatore di Romania, anch’esso imperniato sui «sacrifici» che la Francia era pronta a fare per tenere Mussolini fuori dal conflitto113. Sicché – allo stato della documentazione – ci pare piú probabile pensare che l’annotazione di Ciano risponda sostanzialmente a verità e che François-Poncet (che, del resto, premeva in tutti i modi su Parigi perché facesse concrete offerte) si fosse mosso di propria iniziativa, rompendo gli indugi e precorrendo quelle che pensava sarebbero finite per essere le istruzioni del Quai d’Orsay.
La cosa può, a prima vista, sembrare di scarso interesse o significativa solo ai fini di una piú completa ricostruzione delle mosse francesi. A noi sembra, invece, di grande interesse ai fini di spiegare come Mussolini, il 28 maggio, giunse a decidere l’intervento. A determinare la sua decisione concorsero indubbiamente vari motivi e non tutti certo razionali: ciò che sin qui abbiamo detto ci pare debba dimostrarlo ad abundantiam. Quattro motivi furono però, a nostro avviso, quelli decisivi. Innanzitutto l’ormai sempre piú chiaro delinearsi della sconfitta alleata in Francia: pur non prevedendo assolutamente che gli ulteriori tempi del crollo francese sarebbero stati tanto rapidi, se non voleva correre il rischio di arrivare «troppo tardi» e di fare la figura del Maramaldo, Mussolini non poteva piú attendere. Poi la paura dei tedeschi, in lui sempre piú forte. Una paura che il rapporto di Alfieri sulla sua conversazione con Göring doveva aver fatto aumentare al punto da indurlo a dire: «non possiamo tirarci indietro. Dopo la Francia, un giorno potrebbe venire la volta nostra: e sarebbe il colmo aver firmato un patto che si chiama d’acciaio, per essere invasi dalla Germania; trovarsi, cioè, dalla parte dell’incudine»114; una paura che doveva in qualche modo essere trapelata sino al corpo diplomatico accreditato a Roma e in Vaticano115 e che stava contagiando piú di uno tra coloro che conoscevano bene la storia segreta dei rapporti tra Roma e Berlino negli ultimi mesi, se persino Attolico non nascondeva da qualche tempo la sua preoccupazione che i tedeschi potessero far «pagar care» all’Italia le sue esitazioni116. E, a fianco di questi due motivi di fondo, l’andamento dei due colloqui che Ciano aveva avuto il 27 maggio con gli ambasciatori statunitense e francese. Dal primo Mussolini dovette trarre la certezza che se Roosevelt si impegnava con tanta insistenza per tenere l’Italia fuori dal conflitto, anche a costo di far pagare alla Francia e all’Inghilterra un caro prezzo per ottenerlo e di mettere in gioco il proprio nome, questo poteva significare due sole cose: che l’intervento italiano avrebbe avuto un ruolo effettivamente determi nante e che gli Stati Uniti non volevano o non potevano entrare in guerra. E dal secondo dovette trarne, per cosí dire, la controprova: se Parigi (era ora disposta a pagare un prezzo maggiore di quello che sino allora si era sempre rifiutata di pagare, ciò non poteva significare altro che era veramente con l’acqua alla gola...
Questo ci pare si possa dire ragionando sui fatti, sui documenti, sulla ricostruzione dello stato d’animo di Mussolini che siamo venuti via via facendo. Se si abbandona questo terreno solido e ci si avventura su quello molto piú incerto delle ipotesi, ci si può porre però una domanda, priva di valore storico, ma di non trascurabile significato ai fini della comprensione della posizione di Mussolini. Le intenzioni di Parigi erano veramente solo quelle che allo stato della documentazione appaiono: evitare l’intervento militare italiano; o in realtà andavano oltre e miravano a determinare un intervento politico di Mussolini, una sua riproposta, a quel punto del conflitto, di una conferenza tra i belligeranti per negoziare una pace, che, indubbiamente, avrebbe messo in difficoltà Hitler? Da qui una seconda domanda. Se queste erano le vere intenzioni di Parigi (e per una parte almeno degli uomini di governo francese il 27 maggio lo erano) e se Londra – lo si è visto – non avesse bloccato i passi francesi che avrebbero potuto servire d’avvio all’operazione, Mussolini, di fronte ad una simile possibilità, come si sarebbe comportato? Non è forse possibile ipotizzare che il «duce» in realtà si aspettasse proprio questo? Ci poniamo la domanda perché, da un lato, è un fatto che nella terza decade di maggio negli ambienti diplomatici internazionali circolarono varie voci su una possibile intenzione di Mussolini di porsi ancora una volta come «organizzatore della pace» o come autore di una «mediazione ultimativa» (o la pace o entro in guerra) e, da un altro lato, è incomprensibile perché Mussolini – se avesse teso solo ad avere un ruolo determinante ai fini dello svolgimento del conflitto – una volta deciso l’intervento abbia confermato i suoi precedenti ordini di tenersi per terra e sostanzialmente anche per aria sulla difensiva. La dichiarazione di guerra, disse a Badoglio, doveva solo trasformare «lo stato di fatto in stato di diritto»: «le forze armate, e specialmente l’Esercito e l’Aereonautica», dovevano essere riservate «per avvenimenti futuri»117. E pare addirittura gli dicesse di dare ordini perché non si sparasse: «lasceremo la responsabilità agli altri di aggredirci»118. E sostanzialmente non modificò questo ordine sino al 15 giugno, quando ordinò a Badoglio di attaccare il 18 su tutto il fronte alpino119. Per non dire poi dello stranissimo modus agendi di annunciare sino dal 1° giugno a Phillips e poi praticamente anche a François-Poncet e a Loraine che l’Italia sarebbe scesa in guerra. Un comportamento, anche alla luce della contorta psicologia mussoliniana, che è difficile, per non dire impossibile, cercare di spiegare con la sua consapevolezza della impreparazione militare e che fa piuttosto pensare che egli aspettasse qualche cosa: forse, che l’annuncio del suo intervento inducesse la Francia e l’Inghilterra ad iniziare negoziati di pace e che lui – avendo determinato la fine del conflitto senza sparare – potesse porsi, finalmente, come arbitro super partes, anche se alleato della Germania, come a Monaco.
Informato nel tardo pomeriggio del 28 maggio Badoglio della decisione presa, la mattina successiva Mussolini riuní a palazzo Venezia i quattro responsabili delle forze armate, Badoglio e i tre capi di Stato maggiore, Graziani, Cavagnari e Pricolo. In una mezz’ora tutto fu definito. Mussolini120 comunicò ufficialmente la sua decisione e disse di considerare «tutti i giorni, buoni per entrare in guerra, dal 5 giugno prossimo venturo». Riepilogata brevemente la situazione tra Tedeschi e Alleati in Francia, confermò quanto aveva scritto nel promemoria del 31 marzo:
Sul fronte terrestre non potremo fare nessuna cosa di spettacolare; ci terremo sulla difensiva. Si può prevedere qualcosa sul fronte Est; caso Iugoslavia. Le nostre forze si dirigeranno verso l’Inghilterra, cioè verso le sue posizioni e forze navali in porto ed in navigazione nel Mediterraneo. Come previdi il 26 maggio 1939, la guerra aereo-marittima su tutte le frontiere.
Poi, dopo un breve accenno alla «situazione del popolo italiano»,
per quel che riguarda la situazione del popolo italiano, di cui bisogna tener conto dico: il popolo italiano, sino al primo di maggio, temeva di andare in guerra troppo presto e tendeva ad allontanare questa eventualità. Ciò è comprensibile. Ora due sentimenti agitano il popolo italiano: primo, il timore di arrivare troppo tardi in una situazione che svaluti il nostro intervento; secondo un certo stimolo all’emulazione, di potersi lanciare col paracadute, sparare contro i carri armati ecc. Questa è una cosa che ci fa piacere perché dimostra che la stoffa della quale è formato il popolo italiano è soda,
passò alla questione del comando supremo, dandola già per risolta secondo i suoi desideri, sebbene in realtà Vittorio Emanuele III non glielo aveva ancora formalmente affidato.
Fatta questa premessa – disse – da oggi nasce l’Alto Comando che «de jure» sarà reso noto quando la Maestà del Re mi darà il documento che affida a me il Comando delle Forze Armate.
Il mio Capo di Stato Maggiore è il Maresciallo Badoglio. Io do a lui le direttive che saranno applicate sul terreno esecutivo attraverso i tre Capi di Stato Maggiore dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica.
Cosí la cosa è definita...
Aggiungo che l’Alto Comando non avrà che funzioni operative; sarà ridotto all’essenziale; non bisogna creare dei ministeri numero due. L’Alto Comando è formato da un gruppo di uomini che hanno compiti operativi; tutto il resto dell’amministrazione non riguarda questi uomini che devono dirigere forze armate.
Nessuno fece obiezioni; la brevissima discussione seguita alle parole del «duce» si limitò ad alcuni aspetti, del tutto tecnici, in materia di organizzazione dei comandi. Né vere obiezioni (salvo l’intenzione manifestata da Badoglio di chiedere a Mussolini di «procrastinare un po’» la data dell’intervento «per avere un po’ piú di tempo» per i preparativi121) emersero dalla riunione che il giorno dopo Badoglio tenne con Soddu, Graziani, Cavagnari e Pricolo122. Dal 30 maggio al 10 giugno Mussolini ricevette tutti i giorni Badoglio (quasi sempre la mattina alle undici), talvolta brevemente, talvolta a lungo; il 31 maggio lo ricevette due volte, la mattina da solo, per venti minuti, il pomeriggio con Balbo, Teruzzi e Pricolo; su tutti questi incontri123 manchiamo però di qualsiasi notizia, salvo, come si è detto, per quello del 6 giugno, durante il quale Mussolini disse al capo di Stato maggiore generale di dare ordine di non sparare.
Informati i responsabili delle forze armate, ma senza portare la sua decisione neppure pro forma né davanti al Gran Consiglio né tantomeno al Consiglio dei ministri (il 4 giugno, quando questo si riuní si limitò a dire: «Questa è l’ultima nostra riunione di pace» e, per usare le parole di Ciano, ebbe «la civetteria» di dare alla riunione un carattere strettamente amministrativo124), il 30 maggio Mussolini si decise finalmente a compiere il passo veramente decisivo: informò della sua decisione Hitler. Il dado era tratto. Due giorni dopo Ciano sottoponeva al re la formula della dichiarazione di guerra e Vittorio Emanuele III l’approvava. Questo il testo della lettera scritta da Mussolini a Hitler e che – trasmessa in cifra – Alfieri ebbe ordine di recapitare personalmente al Führer125:
Führer,
Ancora una volta Vi ringrazio cordialmente per il messaggio che mi avete mandato e nel quale ho trovato assai interessanti le notizie concernenti il valore dei soldati dei diversi eserciti.
Nel frattempo mi è giunta notizia della capitolazione del Belgio e Vi mando le mie felicitazioni.
Ho tardato qualche giorno a risponderVi perché volevo darVi l’annunzio della mia decisione di entrare in guerra dal prossimo 5 giugno.
Se Voi riterrete che per una migliore sincronia coi Vostri piani io debba ritardare ancora qualche giorno, me lo direte; ma oramai il popolo italiano è impaziente di schierarsi al fianco del popolo germanico nella lotta contro i nemici comuni.
Durante questi nove mesi lo sforzo compiuto nella preparazione militare è stato veramente considerevole.
Oggi sono in stato di buona efficienza circa 70 divisioni, delle quali 12 stazionanti oltre mare (Libia, 220 mila uomini; Albania 100 mila).
L’Africa Orientale Italiana dispone di 350 mila uomini fra italiani e indigeni che non entrano in questo conto.
Come già Vi ho detto marina ed aviazione sono già sul piede di guerra.
Il Comando di tutte le forze armate sarà assunto da me.
Avendone i mezzi potrei formare altre 70 divisioni, perché non sono gli uomini che mancano in Italia.
Dal punto di vista politico ritengo necessario non estendere il conflitto al bacino danubiano e balcanico, dal quale anche l’Italia deve trarre quei rifornimenti che non le verranno piú da oltre Gibilterra.
Considero che una dichiarazione in tal senso, che farò al momento opportuno, avrebbe un effetto calmante presso quei popoli e li renderebbe del tutto refrattari ad eventuali tentativi degli alleati.
Ciò stabilito i nostri Stati Maggiori prenderanno le misure necessarie per quanto riguarda lo sviluppo delle operazioni.
Nell’attesa di una Vostra risposta, accogliete, Führer, le espressioni della mia cameratesca amicizia.
Il rapporto con cui Alfieri riferí a Ciano le reazioni di Hitler e di von Ribbentrop quando vennero a conoscenza (il 31 mattina a Godesberg) del contenuto della lettera126 è interessante soprattutto perché lascia chiaramente capire che sino alla fine i tedeschi avevano temuto che Mussolini, invece di intervenire nel conflitto contro la Francia e l’Inghilterra, potesse approffittare della situazione per attaccare la Iugoslavia. Come Hitler disse ad Alfieri (ma è difficile pensare che questa fosse stata l’unica vera preoccupazione di Berlino e ciò specie alla luce della passività con la quale di là a poche settimane essa accettò l’occupazione sovietica non solo della Bessarabia, prevista dagli accordi del 23 agosto ’39, ma anche della Bucovina del nord, da essi non contemplata), un’azione italiana nei Balcani avrebbe infatti offerto il destro all’Urss per intervenire a sua volta nella regione, adducendo l’argomento dell’alterazione dell’equilibrio regionale. Il che poteva anche essere vero, ma certo dimostra anche l’incertezza e la diffidenza – non ingiustificate in realtà – con cui i tedeschi avevano sin lí seguito le mosse italiane. Ugualmente non privo di significato è che Hitler – a parte alcune parole di mera circostanza – non affidò ad Alfieri nessun messaggio da trasmettere al «duce» e all’esplicita domanda dell’ambasciatore italiano se la data prevista per l’intervento fosse di suo gradimento rispose di dover sentire prima i suoi generali e che avrebbe scritto in proposito direttamente a Mussolini.
La risposta fu recapitata a Mussolini da von Mackensen il giorno dopo127. Sfrondata dalle frasi di circostanza, dalle notizie sull’andamento delle operazioni militari e, alla fine, da una vaga proposta di incontro, due erano i punti importanti. Quello in cui Hitler ribadiva di essere pienamente d’accordo «che per noi è desiderabile di tener possibilmente lontani dal conflitto i Balcani ed il bacino danubiano» e – cosa veramente significativa e che mostra come la diffidenza dei tedeschi non si fosse ancora placata – ricordava e sollecitava a Mussolini una pubblica dichiarazione in merito. E quello in cui chiedeva di posticipare di qualche giorno la data dell’intervento.
Ciò – scriveva Hitler – avrebbe il seguente vantaggio: la nostra aviazione ha potuto identificare abbastanza esattamente i nuovi campi di aviazione di fortuna francesi e stabilire le loro forze. I nostri aerei, di concerto con le altre misure adottate, attaccheranno nei prossimi giorni queste basi aeree francesi e le distruggeranno, se possibile, completamente. Se invece la Francia, a causa della già iniziata azione italiana o sotto il timore dell’azione bellica da noi condotta contro di essa, decidesse all’ultimo momento di mettere al riparo le sue forze aeree, ciò avrebbe come conseguenza di togliere valore alla nostra azione senza che Voi, Duce, poteste avere subito conoscenza dei nuovi campi di fortuna, nei quali si potrebbero ancora rifugiare, in parte, i resti dell’aviazione francese. Io spero invece di porre fuori combattimento l’aviazione francese nel corso delle prossime settimane. Ma se gli apparecchi nemici spariscono, sono necessarie lunghe ricerche per rintracciare i loro nascondigli.
Questi sono i motivi per i quali io vorrei pregarVi di considerare se Vi sembri possibile un rinvio della Vostra entrata in guerra verso la fine della prossima settimana, cioè verso il 6 o l’8 giugno. Il 7 andrebbe egualmente, ma è un venerdí, giorno che forse da molti (nel popolo tedesco vi è tale credenza) non è ritenuto adatto per un inizio fortunato. Comunque, qualunque cosa Voi decidiate sta bene, Duce, dato che per il solo fatto della Vostra entrata in guerra si avrà un momento di enorme sgomento sul fronte del nostro nemico.
Dal diario di Ciano128 sappiamo che, nonostante la sua «fretta», Mussolini non ebbe difficoltà ad accettare la richiesta di Hitler, «anche perché il ritardo ci conviene per ultimare i preparativi in Libia: piú che per l’8, propende per l’11, “data per lui fatidica”». E da questa data non si spostò piú. Il 2 giugno von Mackensen informò Mussolini che la richiesta di posticipare la data del 5 giugno era ritirata e, anzi, sarebbe stato gradito un anticipo, ma ottenne una risposta negativa: motivi tecnici e cioè alcuni spostamenti di truppe in corso non la rendevano accettabile129. Lo stesso giorno il «duce» telegrafava ad Hitler la risposta alla sua lettera di tre giorni prima130:
Führer,
Vi ringrazio cordialmente del messaggio che mi avete mandato in risposta al mio consegnatoVi dall’Ambasciatore Alfieri. La vittoriosa conclusione della gigantesca battaglia delle Fiandre ha sollevato, insieme al mio, l’entusiasmo di tutto il popolo italiano. Circa la data intervento Italia mi rendo perfettamente conto sulla opportunità di procrastinarla onde permettere alla Vostra aviazione di identificare e distruggere le forze aeree francesi. Questo breve ritardo permette anche a me di perfezionare la mia preparazione in tutti i settori metropolitani e di oltre mare. Mio programma è il seguente: lunedí 10 giugno dichiarazione di guerra e discorso al popolo italiano e al giorno 11 mattino inizio ostilità. Quanto al nostro incontro Vi ringrazio di averlo prospettato ma ritengo piú opportuno che avvenga dopo l’entrata in guerra dell’Italia. Nel discorso che pronuncerò poche ore dopo la dichiarazione di guerra, dirò che l’Italia conformemente alla sua politica non intende allargare l’area della guerra e citerò i paesi danubiano-balcanici compresa la Grecia e la Turchia. Ora Vi esprimo il mio desiderio di vedere almeno una rappresentanza dell’esercito italiano combattere insieme coi Vostri soldati per suggellare sul campo la fraternità delle armi e il cameratismo delle nostre Rivoluzioni. Se Voi accettate questa mia offerta Vi manderò subito alcuni reggimenti di bersaglieri che sono soldati valorosi e resistenti.
Vi mando il mio piú cordiale saluto insieme con l’augurio piú fervido per i futuri successi delle Vostre forze armate.
Per quel che riguarda la decisione dell’intervento, questo telegramma chiuse praticamente la pagina dei contatti con i tedeschi. Da ciò che abbiamo detto emergono però due fatti sui quali, forse, non è del tutto inutile soffermarci un momento. Uno è quello costituito dalla richiesta di von Mackensen, il 2 giugno, di considerare annullata quella di tre giorni prima di posticipare la data dell’intervento e, anzi, se possibile di anticiparla. Quali che fossero le ragioni della prima richiesta di Hitler, dalla seconda risulta chiaro che i tedeschi consideravano utile un apporto attivo italiano alla campagna di Francia. Ciò rende ancor piú incomprensibile l’ordine di Mussolini a Badoglio del 6 giugno di tenersi su un’assoluta difensiva e conferma in un certo senso l’ipotesi da noi prospettata nelle pagine precedenti. Un altro è costituito dal «programma» comunicato ad Hitler nel telegramma di Mussolini del 2 giugno. Da esso si evince che il «duce» già a questa data aveva stabilito di parlare «al popolo italiano» il 10 giugno, dopo la consegna della dichiarazione di guerra agli ambasciatori inglese e francese. Ebbene, dalle carte della Segreteria di Mussolini risulta che solo il 9 giugno fu previsto che nel pomeriggio del giorno successivo il «duce» avrebbe tenuto il suo discorso131. Sino a tutto l’8 giugno, se non addirittura sino ad una certa ora del 9, quando le udienze furono annullate, secondo la Segreteria il pomeriggio del 10 giugno Mussolini alle diciassette doveva ricevere l’ingegner Ambrosini e alle diciassette e trenta i responsabili del ministero dell’Aeronautica132. Che anche questo fatto si debba riportare alla suddetta ipotesi?
Anche sugli altri versanti politici l’ultima settimana di pace fu pressoché senza storia. L’unico campo di grande attività fu quello della «preparazione morale» degli italiani. Il linguaggio della stampa e della radio divenne di giorno in giorno piú esplicito. Bandita ormai ogni cautela, non si faceva piú mistero che si fosse alla «vigilia» dell’intervento133 e si tendeva a sottolineare in tutti i modi che sotto la guida del «duce»134 la guerra avrebbe avuto un carattere del tutto nuovo. Come scrisse Pavolini in un articolo dal titolo Guerra mussoliniana, che apparve su quasi tutti i giornali il 5 giugno, sarebbe stata una «guerra dinamica, rapida, qualitativa», ben diversa da quelle passate.
In questa atmosfera si giunse al 10 giugno. Alle sedici e trenta Ciano fece convocare a palazzo Chigi gli ambasciatori francese ed inglese. In divisa di ufficiale dell’aeronautica comunicò loro la dichiarazione di guerra, prima a François-Poncet, poi a Loraine. Nel suo diario cosí annotò la «cerimonia»135:
Per primo ho ricevuto Poncet, che cercava di non tradire la sua emozione. Gli ho detto: «Probabilmente avete già compreso le ragioni della mia chiamata». Ha risposto: «Benché io sia poco intelligente, questa volta ho capito». Ma ha sorriso per un istante solo. Dopo aver ascoltato la dichiarazione di guerra ha replicato: «È un colpo di pugnale ad un uomo in terra. Vi ringrazio comunque di usare un guanto di velluto». Ha continuato dicendo che lui aveva previsto tutto ciò da due anni, e non aveva piú sperato di evitarlo dopo la firma del Patto d’Acciaio. Non si rassegnava a considerarmi un nemico, né poteva considerare tale nessun italiano. Comunque, poiché per l’avvenire bisognava ritrovare una formula di vita europea, augurava che tra l’Italia e la Francia non venisse scavato un solco incolmabile. «I tedeschi sono padroni duri. Ve ne accorgerete anche voi». Non ho mai risposto. Non mi sembrava il momento di polemizzare. «Non vi fate ammazzare», ha concluso accennando alla mia uniforme di aviatore, e mi ha stretto la mano.
François-Poncet, nei suoi ricordi136, ha invece cosí narrato la scena:
Ciano m’accoglie ritto, in uniforme di ufficiale d’aviazione. Sembrava meno a suo comodo e piú imbarazzato del solito:
– Voi sapete, – mi disse, – di che si tratta.
Io gli rispondo che non c’è bisogno di essere molto intelligente per capirlo:
– La vostra uniforme è assai eloquente. Voi mi avete, del resto, annunciato per tempo ciò che stava arrivando.
Ciano mi notifica allora, a nome del suo re, la dichiarazione di guerra.
– Cosí, – gli dico, – voi avete atteso che noi fossimo a terra per darci un colpo di pugnale nella schiena. Al vostro posto, non ne sarei fiero!
Ciano arrossisce:
– Mio caro Poncet, – replica, – tutto questo non durerà che poco tempo. Noi ci ritroveremo ben presto attorno a un tavolo verde.
– A condizione, – obbietto, – che voi non siate ucciso!
Aggiungo che sono curioso di conoscere le ragioni per le quali l’Italia ci dichiara guerra.
– Voi lo sapete altrettanto bene di me, – ritorce il ministro. – È in ragione degli impegni che noi abbiamo contratto!
– Io non potrò, – gli dico ancora, – rassegnarmi a considerare un italiano come un nemico. Dopo la guerra, la vita europea riprenderà. Assai colpevoli saranno coloro che lasceranno scavarsi tra l’Italia e la Francia un fossato pieno di sangue.
Su queste parole, ci separiamo, egualmente commossi, l’uno e l’altro. Non dovevamo mai piú rivederci.
Piú freddo e formale l’incontro con Loraine137:
Piú laconico e imperturbabile, Sir Percy Loraine. Ha accolto la comunicazione senza batter ciglio, né impallidire. Si è limitato a scrivere la formula esatta da me usata ed ha chiesto se doveva considerarla un preavviso o la vera e propria dichiarazione di guerra. Saputo che era tale, si è ritirato con dignità e cortesia. Sulla porta, ci siamo scambiati una lunga e cordiale stretta di mano.
Alle diciotto, dal balcone di palazzo Venezia, Mussolini annunciò l’avvenuta dichiarazione di guerra ai romani. La radio trasmise il suo discorso in tutto il paese, convocato per ascoltarlo nelle piazze principali e di fronte alle sedi del PNF. Questo il testo del suo discorso138:
Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d’Italia, dell’impero e del Regno d’Albania! Ascoltate!
Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano.
Alcuni illustri della storia piú recente si possono riassumere in queste frasi: promesse, minaccie, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell’edificio, l’ignobile assedio societario di cinquantadue Stati.
La nostra coscienza è assolutamente tranquilla. Con voi il mondo intero è testimone che l’Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l’Europa; ma tutto fu vano.
Bastava rivedere i trattati per adeguarli alle mutevoli esigenze della vita delle nazioni e non considerarli intangibili per l’eternità; bastava non iniziare la stolta politica delle garanzie, che si è palesata soprattutto micidiale per coloro che le hanno accettate; bastava non respingere la proposta che il Führer fece il 6 ottobre dell’anno scorso, dopo finita la campagna di Polonia.
Ormai tutto ciò appartiene al passato. Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi e i sacrifici di una guerra, gli è che l’onore, gli interessi, l’avvenire ferreamente lo impongono, poiché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia.
Noi impugnamo le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime; noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è veramente libero se non ha libero l’accesso all’Oceano.
Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione; è la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra; è la lotta dei popoli fecondi e giovani contro i popoli isteriliti e volgenti al tramonto; è la lotta tra due secoli e due idee.
Ora che i dadi sono gettati e la nostra volontà ha bruciato alle nostre spalle i vascelli, io dichiaro solennemente che l’Italia non intende trascinare altri popoli nel conflitto con essa confinanti per mare o per terra. Svizzera, Jugoslavia, Grecia, Turchia, Egitto prendano atto di queste mie parole e dipende da loro, soltanto da loro, se esse saranno o no rigorosamente confermate.
Italiani!
In una memorabile adunata, quella di Berlino, io dissi che, secondo le leggi della morale fascista, quando si ha un amico si marcia con lui sino in fondo.
Questo abbiamo fatto e faremo con la Germania, col suo popolo, con le sue meravigliose Forze Armate.
In questa vigilia di un evento di una portata secolare, rivolgiamo il nostro pensiero alla Maestà del re imperatore che, come sempre, ha interpretato l’anima della patria. E salutiamo alla voce il Führer, il capo della grande Germania alleata.
L’Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere! E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo.
Popolo italiano!
Corri alle armi, e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!
Nel prossimo volume vedremo gli echi e le ripercussioni all’interno, nelle comunità italiane all’estero, nei paesi neutrali della dichiarazione di guerra. Ci è però impossibile non ricordare qui i due giudizi particolari che non solo allora, ma tutt’oggi sono alla base del giudizio storico-morale collettivo sull’intervento italiano, di quel giudizio che il tempo e il lavoro degli storici possono modificare, ma non cancellare o ribaltare, ché, in ultima analisi, il fatto di aver trovato cosí vasta eco nella coscienza collettiva dei contemporanei sta a significare che al fondo di esso vi è qualcosa che va oltre le passioni e gli intenti polemico-propagandistici del momento, che ha una sua oggettiva validità, che può, appunto, essere precisato e corretto in una prospettiva piú propriamente storica, ma non disatteso. Il primo di questi due giudizi è quello che abbiamo visto subito formulato da François-Poncet con Ciano e sostanzialmente previsto e temuto dallo stesso Mussolini: una pugnalata alla schiena di un paese, la Francia, ormai a terra. Un giudizio cosí naturale e spontaneo da ricorrere sulla bocca non solo degli uomini comuni, ma anche di coloro che per opportunità politica razionalmente avrebbero voluto evitarlo. Il 10 giugno, conosciuta la dichiarazione di guerra italiana, sia Reynaud che Roosevelt la commentarono per i loro popoli. Nella minuta del discorso da lui stesso preparato e che il presidente del Consiglio francese doveva tenere alla radio la pugnalata alla schiena non figurava. Parlando davanti ai microfoni, Reynaud la sostituí d’impulso ad un anodino «dichiarare la guerra»139:
... è stato questo momento preciso, allorché la Francia, ferita, ma intrepida e in piedi, lotta contro l’egemonia della Germania e combatte dunque per l’indipendenza di tutti gli altri popoli come per la sua, è stato il momento che il Signor Mussolini ha scelto per pugnalarci nella schiena. Come giudicare questo atto? La Francia, lei, non ha niente da dire. Il mondo, che ci guarda, giudicherà.
Lo stesso avvenne per il discorso di Roosevelt all’Università di Charlottesville, con l’unica variante che la frase figurava nella minuta preparata dal Dipartimento di Stato. Come ha narrato Hull nelle sue memorie140, su consiglio di Welles, che non voleva irritare Mussolini in vista di una sua possibile cooperazione al momento della pace, Roosevelt l’aveva tolta, ma poi aveva cambiato idea.
Oggi, 10 giugno 1940, – disse a Charlottesville141, – la mano che teneva il pugnale ha colpito alle spalle il suo vicino.
Il secondo giudizio è piú politico e riguarda piú immediatamente la parte avuta da Mussolini e come tale, in questa sede, ci interessa anche di piú. Né, dopo quello che siamo venuti dicendo in questo volume, è possibile contestarne la sostanziale verità di fondo, anche se ciò – sia ben chiaro – non deve essere inteso come un modo per cancellare altre (e pesanti) responsabilità individuali e collettive. Al contrario di quello di François-Poncet, Reynaud e Roosevelt, questo secondo giudizio non fu pronunciato a caldo, ma vari mesi dopo, nel contesto di un appello al popolo italiano trasmesso da Radio Londra il 23 dicembre 1940142 dopo che l’Italia aveva subito i primi rovesci militari in Africa e in Grecia:
Un uomo solo ha condotto il popolo italiano ad una lotta mortale contro l’Impero britannico ed ha privato l’Italia dell’amicizia e della simpatia degli Stati Uniti d’America. Non negherò che egli sia un grand’uomo; ma nessuno può negare che egli, dopo diciott’anni di potere senza controllo, ha condotto il vostro paese sull’orlo della piú spaventosa rovina. È un uomo solo, il quale contro la Corona e la Real Famiglia d’Italia, contro il Papa e l’autorità del Vaticano e della Chiesa cattolica, contro i desideri del popolo italiano che non sente questa guerra, ha condotto il popolo depositario ed erede dell’antica Roma, a fianco di barbari feroci e pagani. Questa è la tragedia della storia italiana dell’oggi, e questo è il criminale che ha tessuto questa gesta di follia e di vergogna!
Note
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DDI, s. IX, IV, pp. 289 sg. ↩
-
Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 427. ↩
-
DDI, s. IX, IV, p. 288. ↩
-
G. Ciano, Diario cit., p. 428. ↩
-
Cfr. a questo proposito le giuste osservazioni di G. L. André, La guerra in Europa cit., pp. 388 sgg. ↩
-
G. Ciano, Diario cit., p. 430 ove l’affermazione è attribuita a Mussolini, ma l’attribuzione non convince, dato che von Mackensen nel suo rapporto sull’incontro (Dgfp, s. D, IX, pp. 338 sg.) riferisce una frase molto simile di Ciano e tace invece a proposito di affermazioni cosí impegnative del «duce» che, se pronunciate, non avrebbe certo mancato di comunicare a Berlino. Cfr. a questo proposito anche G. L. André, La guerra in Europa cit., p. 389 e nota; W. Phillips, Ventures in diplomacy cit., pp. 271 sg. (la data si ricava da C. Hull, Memorie di pace e di guerra, Milano-Roma 1949, I, p. 303). ↩
-
DDI, s. IX, IV, pp. 394 sg. ↩
-
Ibid., pp. 340 sgg., 390 sg., 457 sgg. ↩
-
Ibid., pp. 428 sgg. e in particolare pp. 430 sgg. ↩
-
Cfr. O. Dinale, Quarant’anni di colloqui con lui cit., p. 167: «Guerra fascista, si sussurra nelle suburre di casa nostra e riprende l’eco della radio di Londra. Che fascista d’Egitto! La mia, la guerra fascista del popolo è stata conclusa ad Addis Abeba.
«Questa è la guerra italiana per antonomasia, che avrebbe dovuto ridarci il nostro mare e le nostre terre, che avrebbe dovuto aprire le porte del vastissimo campo africano al lavoro e al genio degli Italiani. È, ahimè, la guerra santa dell’Europa per una libertà e una indipendenza effettiva contro il gioco secolare della sterlina inglese, dei cinque pasti, del puritanismo inglese, della bibbia inglese, della canna d’avorio dal pomo dorato, della regale imperiale lorderia inglese». ↩
-
N. D’Aroma, Churchill e Mussolini, Roma 1962, p. 233; O. Dinale, Quarant’anni di colloqui con lui cit., p. 170. ↩
-
G. Ciano, Diario cit., p. 428. ↩
-
Ibid., p. 430. ↩
-
Ibid., p. 432. ↩
-
Ibid., p. 433. ↩
-
Ibid. ↩
-
Cfr. Roosevelt-Churchill, Carteggio segreto di guerra, Milano 1977, pp. 122, ma anche 118. ↩
-
L’aggettivo è del segretario di Stato statunitense C. Hull, Memorie di pace e di guerra cit., I, p. 303. ↩
-
DDI, s. IX, IV, pp. 348 sg.; nonché G. Ciano, Diario cit., p. 431. Quasi contemporaneamente l’ambasciatore americano in Francia, Bullitt, in un colloquio col nunzio, mons. Valeri, gli prospettava però l’idea che, per trattenere Mussolini, il papa lo minacciasse di scomunica. Cfr. ADSS, I, pp. 458 sg. Nello stesso senso si muoveva, su richiesta di Reynaud, anche il cardinal Suhard. Cfr. ibid., pp. 460 sg. e 464. ↩
-
Roosevelt-Churchill, Carteggio segreto di guerra cit., pp. 117 sg. ↩
-
DDI, s. IX, IV, pp. 365 sg.
Questa lettera, insieme alle due di Mussolini del 18 maggio 1940 e del 24 aprile 1945 a Churchill, costituisce uno degli elementi sui quali si fondano coloro che, a piú riprese, hanno sostenuto l’esistenza di un «carteggio Churchill-Mussolini» degli anni di guerra, andato misteriosamente perduto (forse recuperato dallo stesso Churchill nell’immediato dopoguerra) o non ancora ritrovato. Un autorevole e assai ben informato autore come H. McGaw Smyth, Secrets of the fascist era, London-Amsterdam 1975, pp. 214 sgg. non ha escluso del tutto la possibilità che il carteggio sia esistito. Della questione tratteremo nel prossimo volume. Per la parte del presunto carteggio che riguarderebbe il periodo di cui ci stiamo qui occupando, basterà dire che su di essa esistono due versioni. Secondo una, Churchill, di fronte alla delineantesi sconfitta francese e nella eventualità che anche l’Inghilterra si trovasse costretta a venir a patti con la Germania, avrebbe addirittura chiesto a Mussolini di entrare in guerra, in modo che al tavolo della pace, di fronte ad inglesi e francesi, non sedesse solo Hitler, ma anche l’unica persona in grado di moderarlo. Tale versione è a nostro avviso del tutto inattendibile: testimonianze come quella di A. Tarchi, Teste dure, Milano 1967, p. 170, non sono certo sufficienti a suffragarla. Secondo un’altra versione, piú attendibile, tra il dicembre 1939 e il febbraio 1940 Churchill avrebbe scritto a Mussolini almeno quattro lettere per comunicargli che la marina inglese avrebbe tenuto un atteggiamento benevolo nell’applicazione del blocco alle navi italiane e per assicurarlo cautamente sulla disponibilità inglese ad esaminare al momento opportuno alcune delle rivendicazioni italiane, il tutto come contropartita del mantenimento da parte italiana di una stretta neutralità. Cfr. a questo proposito F. Bandini, Vita e morte segreta di Mussolini, Milano 1978, pp. 98 sgg. ↩
-
DDI, s. IX, IV, pp. 389 sg. (entrambe le risposte sono in data 18 maggio 1940). W. S. Churchill, The second world war cit., II, p. 95, osserverà che la risposta aveva il merito della sincerità. ↩
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Mussolini, XXIX, pp. 393 sgg. ↩
-
G. Bottai, Diario cit., f. 843. ↩
-
F. Pricolo, La Regia Aereonautica nella seconda guerra mondiale (novembre 1939 – novembre 1941), Milano 1971, pp. 194 sg. ↩
-
È probabile che in questa riunione Mussolini desse disposizioni affinché le forze armate fossero predisposte per un eventuale ingresso in guerra dalla fine del mese in poi. Lo si arguisce dalla lettera scrittagli il giorno dopo da Balbo a cui egli doveva aver trasmesso l’ordine direttamente. Cfr. Stato maggiore esercito – Ufficio storico, L’avanzata su Sidi el Barrani cit., pp. 172 sgg.; nonché in G. Ciano, Diario cit., p. 428 l’accenno all’opinione del gen. Soddu che nessuna iniziativa dovesse essere presa prima di almeno un mese. ↩
-
Per il dettaglio di tali udienze cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce (1922-1943), Udienze del Duce, b. 57, fasc. 2. ↩
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Il 21 maggio l’ambasciatore degli Usa, Phillips, telegrafava a Washington che Mussolini stava solo aspettando di vedere come si sarebbe risolta la situazione militare in Belgio e in Francia: se i tedeschi avessero sfondato il fronte alleato «Mussolini avrebbe probabilmente giudicato che fosse giunto il momento dell’Italia». Cfr. C. Hull, Memorie di pace e di guerra cit., I, p. 305. ↩
-
Sulla paura dei tedeschi di Mussolini cfr. le belle pagine di G. L. André, La politica estera del governo fascista durante la seconda guerra mondiale, in L’Italia fra Tedeschi e Alleati cit., pp. 117 sgg. ↩
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Per il timore che Hitler volesse mettere le mani su Trieste cfr. O. Dinale, Quarant’anni di colloqui con lui cit., p. 170: «Tu non valuti come dovresti la piú grave delle mie responsabilità, ove si dovesse arrivare al tavolo della pace senza la nostra presenza, con tutta la libertà ad Hitler di trattare il nostro paese ben peggio di come Clemenceau lo ebbe a trattare a Versaglia. La prudenza non è mai troppa con quel poco comodo nostro alleato, il quale piú che Goethe, piú che Federico il Grande o qualsiasi altro Kolossal della Germania, ha in mente i misteri nibelungici ed invoca Wotan; inoltre, da buon austriaco, sa benissimo che sulla strada che conduce a Bagdad vi è Trieste. C’è da scommettere la testa, te lo dico molto riservatamente, che colui non esiterebbe un momento a soffiarci Trieste in omaggio alle sacre esigenze dello spazio vitale del Grande Reich. E non ti nascondo nemmeno che una simile preoccupazione batte con insistenza alle barriere del mio inconscio e diffonde un’ombra nera sull’euforia di Dunquerque». ↩
-
Al punto che Mussolini si augurava che la resistenza francese logorasse il piú possibile i tedeschi, in modo che essi non arrivassero «alla fine della guerra ancor troppo freschi e forti». Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 441. ↩
-
Cfr. a questo proposito anche E. Faldella, L’Italia e la seconda guerra mondiale cit., p. 86. ↩
-
DDI, s. IX, IV, pp. 495 sgg. ↩
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Ibid. ↩
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F. Rossi, Mussolini e lo Stato Maggiore. Avvenimenti del 1940, Roma 1951, pp. 14 sg. ↩
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Per la posizione di Badoglio e per tutta la questione cfr. E. Faldella, L’Italia e la seconda guerra mondiale cit., pp. 119 sgg. ↩
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P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III, Milano 1958, pp. 11 sg. Secondo Umberto di Savoia, Mussolini si serví anche di un altro argomento: i tedeschi erano alleati tutt’altro che rispettosi delle forme, era dunque opportuno non esporre il sovrano a «contatti spiacevoli». Cfr. S. Maurano, Mussolini e il Re mio padre, in «La settimana Incom illustrata», 31 gennaio 1959. ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 430 (14 maggio), 434 (26 maggio) e 440 (6 giugno); P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., pp. 13 sg. (31 maggio e 1º giugno). ↩
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Cfr. il proclama ai soldati «di terra di mare e dell’aria» di Vittorio Emanuele III dell’11 giugno 1940, in «Relazioni internazionali», 15 giugno 1940, p. 847. ↩
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L’espressione è di G. Ciano, cfr. il suo Diario cit., p. 438, alla data del 1º giugno: «Ormai è rassegnato, niente piú che rassegnato, all’idea della guerra. Crede che in realtà Francia e Inghilterra abbiano incassato colpi tremendamente duri ma attribuisce – ed ha ragione – molta importanza all’eventuale intervento americano. Sente che il Paese va in guerra senza entusiasmo: c’è oggi una propaganda interventista, ma non c’è minimamente quello slancio che ci fu nel 1915. “S’illudono coloro che parlano di guerra breve e facile. Ci sono ancora molte incognite e l’orizzonte è molto diverso da quello del maggio ’15”». ↩
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Significativa è a questo proposito un’annotazione di P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 11. Alla data dell’11 maggio, dopo la notizia che Mussolini aveva fatto leggere al sovrano la lettera di Hitler recapitatagli il giorno precedente, si legge: «situazione disastrosa per gli Alleati e previsioni ultra ottimistiche per l’azione che i tedeschi hanno in corso. Liquidazione della Francia entro giugno e dell’Inghilterra entro luglio!» Poi ché nessuna previsione del genere era fatta nella lettera di Hitler e l’offensiva era iniziata da due soli giorni – a meno che la data dell’annotazione non sia errata – è evidente che le previsioni dovevano essere di Mussolini. E fatte ad hoc, dato che a questa data il «duce» non pensava ancora affatto a una vittoria tanto clamorosa e in tempi tanto brevi. È chiaro perciò l’intento di «lavorarsi» ad ogni buon conto il re. ↩
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Il fatto che il sovrano avrebbe accettato di non opporsi all’entrata in guerra fu chiaro almeno dal 12 maggio, quando accettò di insignire Göring del collare dell’Annunziata (cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 430) che sino allora aveva cercato di non dargli. Anche G. Artieri, Cronaca del Regno d’Italia cit., II, p. 600 colloca la decisione «nella coscienza del re» a metà di maggio. È significativo che qualcuno, come il maresciallo E. Caviglia, Diario cit., p. 255, alla data del 10 giugno, pensò fino all’ultimo che il re avrebbe dovuto almeno, «per distinguere la propria responsabilità», non firmare «alcun documento» relativo alla dichiarazione di guerra e lasciare che questa avvenisse senza una vera dichiarazione ufficiale. ↩
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P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 13. ↩
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Ibid. ↩
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R. Paolucci, Il mio piccolo mondo perduto cit., p. 481. ↩
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S. Maurano, Mussolini e il Re mio padre cit. Secondo la stessa testimonianza, Mussolini (a cui il re consigliò di interpellare il Gran Consiglio, avendone la risposta che esso era un organo consultivo per i problemi costituzionali, privo di competenza sui problemi inerenti l’attività del governo) «temeva che lasciando vincere da sola la Germania, sarebbe rimasto in stato di eccessiva inferiorità riguardo a quell’alleato che, in fondo, egli non amava e del quale aveva in un certo senso timore». ↩
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P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 290. L’accenno a «qualche generale» che su richiesta del re fu visto da Mussolini è al maresciallo Caviglia. Cfr. E. Caviglia, Diario cit., pp. 204 sgg. (21 settembre 1939) e 215 sgg. (12 gennaio 1940); nonché N. D’Aroma, Vent’anni insieme cit., pp. 293 sgg. ↩
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P. Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III cit., p. 315. ↩
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La legazione svizzera a Roma il 13 maggio riferiva a Berna: «Nel campo delle relazioni tra l’Italia e gli alleati, si possono segnalare alcune manifestazioni che rivelano gli effetti della propaganda sistematica fatta attualmente per scaldare l’opinione pubblica, sopra tutto contro l’Inghilterra, diffondendo l’idea che finora l’Inghilterra non ha subito che degli scacchi e che la sua flotta è ben lontana dall’essere cosí invincibile e temibile, come si era voluto far credere.
«1. Nella notte da venerdí a sabato 11 maggio, i muri delle case della città sono stati coperti da migliaia di manifesti intitolati "Il fallimento dell’Inghilterra", che riportano degli estratti di dichiarazioni del Signor Chamberlain relative agli insuccessi degli alleati in Norvegia. Il giorno 12, altri manifesti sono stati attaccati, indicando che "L’Inghilterra ha perduto l’autobus". Il fatto che alcune persone hanno tentato di strappare questi manifesti ha dato luogo a numerosi incidenti. Si è evitato di attaccarne sugli edifici delle Missioni straniere. Tutti sono stati colpiti da questa manifestazione di gusto per lo meno discutibile, destinata ad accendere le passioni ed a rovinare la considerazione che poteva ancora sussistere nei riguardi dell’Inghilterra e della Francia» (Asae, Segreteria generale, p. 252).
Sugli incidenti della notte tra il 10 e l’11 maggio il PNF inviò l’11 stesso a Mussolini un «appunto» cosí concepito: «Questa notte sono stati affissi i noti manifesti ed è stato disposto un intenso servizio di pattugliamento: sono avvenuti vari pestaggi, particolarmente in Via Veneto e nei confronti anche di stranieri (un olandese e diversi inglesi) che hanno osato di strappare i manifesti; per due inglesi rifugiatisi, dopo la lezione, all’albergo Karlton, è stato chiesto l’intervento dell’Incaricato d’Affari il quale non voleva, a scopo provocatorio, rientrare all’Ambasciata se non protetto dalla forza pubblica. Poi, si è convinto. Due sconosciuti, nel rione Gianicolense, transitando su di una macchina scoperta hanno sparato tre colpi di rivoltella contro nostri elementi che provvedevano all’affissione; rincorsi hanno abbandonato la macchina: saranno individuati.
«Merita di segnalare come nessun incidente del genere si sia verificato nei confronti delle masse lavoratrici, che dimostravano di essere veramente raggianti alla lettura del manifesto» (ACS, Min. Cultura popolare, b. 11, fasc. 154).
Nella sua visita di congedo quale ambasciatore presso la Santa Sede, il 13 maggio, Alfieri fece presente al papa che i messaggi che questi aveva inviato ai sovrani del Belgio, Olanda e Lussemburgo erano stati causa «di vivo dispiacere per il Capo del governo, il quale vi ha ravvisato una mossa contro la sua politica» e insinuò che dato «lo stato di grande tensione che regna negli ambienti fascisti» non era da escludere che potesse accadere «qualche cosa di grave». Pio XII rispose, tranquillo e sereno, «di non avere alcun timore di finire, se sarà il caso, in un campo di concentramento o in mani ostili» (ADSS, I, pp. 453 sgg.) nonché G. Ciano, Diario cit., p. 430. Il 22 maggio, continuando le violenze e le minacce contro l’«Osservatore romano», al punto che non era quasi piú possibile farlo circolare, il nunzio sollevò la questione con Buffarini-Guidi. Questi assicurò che le violenze sarebbero state impedite e il giornale distribuito, eventualmente con la protezione della polizia e cercò di attribuire la responsabilità al federale di Roma, Ippolito, «creatura di Starace» che, a suo dire, aveva preso la mano a Muti (ADSS, I, pp. 467 sgg.). ↩
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Per alcune delle piú significative prese di posizione dell’«Osservatore romano» in questo periodo cfr. G. Gonella, Verso la 2ª guerra mondiale cit., pp. 496 sgg. ↩
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Tra le varie testimonianze relative alla violenta animosità in queste settimane di Mussolini contro la Chiesa cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 429, alla data del 12 maggio: «I telegrammi del Papa ai Sovrani dei tre Stati invasi hanno indignato Mussolini che vorrebbe mettere un alto là al Vaticano, disposto com’è di giungere alle estreme conseguenze. In questi giorni ripete che il Papato è il cancro che rode la nostra vita nazionale; e che lui intende – se necessario – liquidare questo problema una volta per tutte. Ha aggiunto: “Non creda il Papa di cercare alleanze nella Monarchia, perché sono pronto a far saltare le due cose insieme. Bastano le sette città della Romagna per fare fuori contemporaneamente Re e Papa”». ↩
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Lo si veda in DDI, s. IX, IV, pp. 315 sgg. Un secondo «rapporto Pietromarchi», volto ad aggiornare il quadro dell’applicazione del blocco al commercio italiano nelle ultime settimane e a confutare le repliche e le giustificazioni che il primo aveva provocato a Londra e a Parigi, fu diramato alla stampa alla vigilia dell’intervento italiano, il 9 giugno. Cfr. ibid., pp. 610 sgg. Esso si concludeva con queste sintomatiche parole: «Per quanto piú particolarmente riguarda il popolo italiano, i dirottamenti, i fermi, i sequestri di merce, la censura postale, i divieti di esportazione gli hanno mostrato tangibilmente e incontrastabilmente che in una situazione come quella che esiste nel Mediterraneo, la sua libertà, il suo diritto di vivere, la stessa possibilità di lavorare e di svilupparsi possono essere da un momento all’altro annullati o gravemente messi in pericolo dalla volontà di una Potenza non mediterranea. Questo è il preciso insegnamento di nove mesi di “controllo”». ↩
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Acs, Min. Cultura popolare, b. 75, fasc. «Rapporto ai giornalisti», dell’11 maggio 1940.
Sui caratteri dell’obiettività da usare nella esposizione delle vicende belliche Pavolini si esprimeva nei seguenti termini: «In tutta l’impostazione del giornale tenete presente che per questa parte noi siamo obiettivi o ci sforziamo di esserlo rispetto ai fatti che non conviene a nessuno deformare anche perché le successive smentite producono effetti peggiori. Però non siamo obbiettivi rispetto al significato da attribuire a questi fatti, perché noi abbiamo un atteggiamento ben netto che non abbiamo interesse di modificare, sebbene di specificare, approfondire e rendere sempre piú netto e intransigente». ↩
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Ibid., rapporto del 25 maggio 1940. Nello stesso rapporto si diceva ancora: «Per quel che si riferisce a discorsi, telegrammi, manifestazioni varie ecc. insomma per tutto ciò che riguarda l’intervento, occorre dare sempre la forma di espressioni del sentimento dell’animo degli italiani i quali si sentono piú che mai agli ordini del Duce, ma non scordare mai di far risalire a Lui solo la decisione in materia evitando in modo assoluto ogni apparenza di voto o pressioni sulla volontà sua perché questa non è la posizione di chi si aduna e manifesta. Perché evidentemente ciascuno può sperare in questo evento ma, ufficialmente parlando, ciascuno di noi sa che spera solamente di essere degno dell’ordine del Duce nel momento in cui egli solo può decidere. Evitare quindi in un certo senso nella campagna interventista di dare la sensazione di pressione o altro. È un alzare di tono progressivo che tutti insieme stiamo facendo e questo alzare di tono progressivo c’è stato e ci sarà sempre piú, ma questo non significa affatto pressione sulla volontà verso l’alto. È una preparazione degli animi in uno stato che intende restare autoritario e totalitario». ↩
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Asae, Segreteria generale, p. 274, notizie fiduciarie in data 13 maggio 1940. ↩
-
L’Italia antifascista dal 1922 al 1940 cit., II, pp. 479 sg. ↩
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ACS, PNF, Situazione politica della provincia, «Milano». In un «promemoria per il Duce» del 17 maggio la situazione milanese sarà cosí riassunta: «Da Milano viene riferito che in seguito ai recenti avvenimenti internazionali, lo stato d’animo della cittadinanza può essere sintetizzato nel modo seguente:
- La grande maggioranza, composta da elementi di tutti i ceti sociali, desidera di continuare, fin che può, a lavorare tranquillamente in attesa degli eventi e disapprova intanto le violenze di elementi giudicati irresponsabili.
- Una massa abbastanza rilevante, composta specialmente da elementi del ceto medio, non fa mistero di essere contraria alla guerra.
- Una minoranza, composta di giovani studenti e dei fascisti piú accesi, auspica il nostro prossimo intervento e cerca ogni occasione per inscenare manifestazioni.
«È comunque indubbio che la grandissima maggioranza dei milanesi non ha alcuna simpatia per la Germania.
«Nei riguardi delle recenti dimostrazioni è da rilevare che la popolazione è rimasta assente» (L’Italia antifascista dal 1922 al 1940 cit., II, p. 481). ↩
-
E. Caviglia, Diario cit., p. 244. ↩
-
G. Ciano, Diario cit., p. 432. ↩
-
G. Bottai, Diario cit., ff. 842 sg. ↩
-
Per Roma cfr. L’Italia antifascista dal 1922 al 1940 cit., II, pp. 480 sg. ↩
-
Nel rapporto di un informatore del PNF sull’adunata a piazza del Duomo il 10 giugno ’40 per ascoltare il discorso con cui Mussolini annunciò la dichiarazione di guerra si legge: «Il discorso del Duce è stato accolto con disciplinata e silenziosa attenzione, in amaro e duro contrasto alle infuocate e roboanti acclamazioni del popolo romano, nitidamente trasmesse dagli alto-parlanti di piazza del Duomo» (ACS, PNF, Situazione politica delle provincie, «Milano»). ↩
-
Nel rapporto alla nota precedente, per esempio, si legge: «I locali frequentati da operai sono invece caduti in un mutismo generale. Nessun atteggiamento contrario, ma anche mancanza di qualsiasi manifestazione od atteggiamento di favore!» Alcune osservazioni generali sull’atteggiamento dei vari ceti sociali in F. Anfuso, Da Palazzo Venezia al lago di Garda cit., pp. 123 sg. ↩
-
Per questa «tematica», a livello però già di pubblicistica politica vera e propria, tipico C. Costamagna, Vae Neutris!, in «Lo Stato», maggio 1940, pp. 195 sgg. ↩
-
G. Leto, OVRA. Fascismo-antifascismo cit., pp. 212 sg. ↩
-
Non è privo di significato che i tentativi di riproporre e adattare al nuovo conflitto alcune parole d’ordine e una certa concezione della guerra che, nel ’14-15, avevano avuto a livello intellettuale e borghese un certo successo non solo caddero nel vuoto ma ebbero oggettivamente molto meno vigore. Cfr., per esempio, F. T. Marinetti, Necessità futuriste della nostra guerra contro la Francia e l’Inghilterra, in «Antieuropa», settembre-ottobre 1940, pp. 520 sgg. ↩
-
La «rassegnazione» con la quale da ultimo la Santa Sede finí per accettare l’intervento italiano si può spiegare in vari modi. L’ipotesi piú probabile è però che essa fosse la conseguenza della convinzione che si ebbe anche in Vaticano che la guerra fosse ormai alla fine. Cfr. a questo proposito R. A. Graham, La missione di W. D’Ormesson in Vaticano nel 1940, in «La civiltà cattolica», 20 ottobre 1973, pp. 145 sgg. ↩
-
Secondo un telegramma dell’ambasciatore presso la Santa Sede, Attolico, del 7 giugno al gabinetto di Ciano, nei giorni precedenti il Vaticano aveva impartito a tutti i vescovi istruzioni «di astenersi da qualsiasi atteggiamento contrario alle direttive politiche del Governo». Asae, Telegrammi in arrivo, 1940, serie P. R., vol. 292. ↩
-
G. Amendola, Storia del Partito comunista italiano cit., p. 416. ↩
-
Ibid., pp. 416 e 427. ↩
-
Cfr. v. Castronovo, Giovanni Agnelli cit., pp. 447 sgg.; R. Battaglia, La seconda guerra mondiale. Problemi e nodi cruciali, Roma 1966, pp. 86 sg. ↩
-
G. Ciano, Diario cit., p. 433. ↩
-
Ibid., p. 439. ↩
-
Cfr. in Appendice, documento 13 a, b e c, gli appunti per Ciano e Mussolini del 13 e 19 luglio e la già ricordata lettera-relazione a Mussolini del 20 luglio 1940, tutti in Archivio Bottai. ↩
-
G. Ciano, Diario cit., p. 433. ↩
-
Lo si veda in «Relazioni internazionali», 25 maggio 1940, p. 753. ↩
-
Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 439. ↩
-
Ibid.; nonché le giuste osservazioni di C. Segré, Italo Balbo, in Uomini e volti del fascismo cit., pp. 25 sg. ↩
-
L. Gasparotto, Diario di un deputato cit., p. 293. ↩
-
B. Croce, Filosofia, poesia, storia. Pagine tratte da tutte le opere a cura dell’autore, Milano-Napoli 1951, p. 1173. ↩
-
E. Conti, Dal taccuino di un borghese cit., p. 688. ↩
-
Ancora il 9 maggio G. Ciano, Diario cit., p. 426, pur osservando che le vittorie germaniche in Norvegia avevano reso Badoglio meno antitedesco, lo definiva «fanatico della non belligeranza». ↩
-
Cfr. G. Bianchi, Perché e come cadde il fascismo cit., pp. 188 sg.
Sulla posizione di Badoglio cfr. anche le osservazioni di E. Faldella, L’Italia e la seconda guerra mondiale cit., pp. 79 sgg. ↩
-
Cfr. D. Grandi, Ecco Mussolini cit. ↩
-
G. Pini, Filo diretto con Palazzo Venezia cit., p. 206. ↩
-
P. Badoglio, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., pp. 36 sg. ↩
-
G. Ciano, Diario cit., p. 436. ↩
-
Il particolare della lettura della lettera di Hitler risulta dal verbale della riunione del 29 maggio tra i capi militari e Mussolini. Cfr. DDI, s. IX, IV, p. 495. Badoglio, che nel suo libro riporta parte di questo verbale, a questo punto annota: «era la risposta alla lettera di Mussolini circa l’entrata in guerra dell’Italia» (p. 40 nota). Un’annotazione che conferma il suo mendacio: Hitler rispose infatti a Mussolini il 31 maggio. ↩
-
È significativo che non risulta alcun incontro Badoglio-Ciano neppure sotto la data del 28 maggio. ↩
-
G. Ciano, Diario cit., p. 434. ↩
-
Ibid., p. 435. ↩
-
Ibid., pp. 434 sg. Un accenno, forse, al colloquio è in A. François-Poncet, Au Palais Farnèse ecc. cit., p. 173. Per il colloquio con Phillips, cfr. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 557 sg. La proposta di Roosevelt era che Mussolini gli facesse sapere «i desideri e le aspirazioni dell’Italia». Egli li avrebbe portati a conoscenza di Parigi e Londra. «Qualora un accordo non fosse potuto essere raggiunto sulla base di queste proposte, il Presidente Roosevelt avrebbe richiesto alla Francia ed alla Gran Bretagna l’impegno di mantenere tali condizioni alla fine della guerra nonché la garanzia per l’Italia di partecipare alla Conferenza della Pace in posizione uguale a quella dei belligeranti. Da parte di Mussolini si sarebbe dovuto dare garanzia di non aumentare in seguito le proprie pretese nonché di mantenere la neutralità per tutta la durata del conflitto». Per il resoconto di Phillips cfr. FRUS, 1940, II, pp. 712 sg., nonché, per il testo del messaggio di Roosevelt, pp. 710 sg.; e anche W. Phillips, Ventures in diplomacy cit., pp. 274 sg. Dal resoconto di Phillips si evince che tutta la seconda parte del capoverso di Ciano relativo al colloquio con lui (da «Rispondo a Phillips») è un commento ad usum diarii. ↩
-
Nella indisponibilità di altre fonti la vicenda è ricostruita sulla base di P. Reynaud, La France a sauvé l’Europe, Paris 1947, II, pp. 198 sgg. ↩
-
Per il passo di Halifax cfr. DDI, s. IX, IV, pp. 462 sg. ↩
-
Cfr. anche FRUS, 1940, II, pp. 709 sg.; nonché C. Hull, Memorie di pace e di guerra cit., I, pp. 305 sg. ↩
-
Cfr. P. Reynaud, La France a sauvé l’Europe cit., pp. 209 sg.; F. Charles-Roux, Cinq mois tragiques aux Affaires Étrangères (21 mai – 1ᵉʳ novembre 1940), Paris 1949, pp. 9 sg. ↩
-
Un verbale della riunione in P. Reynaud, La France a sauvé l’Europe cit., pp. 242 sgg.; un resoconto piú sommario in A. De Monzie, La pace, la guerra e la sconfitta (agosto 1938 – settembre 1940), Verona 1941, pp. 235 sgg. ↩
-
Cfr. P. Reynaud, La France a sauvé l’Europe cit., p. 210. ↩
-
Ibid., pp. 210 sgg.; F. Charles-Roux, Cinq mois tragiques ecc. cit., pp. 10 sgg. ↩
-
P. Reynaud, La France a sauvé l’Europe cit., pp. 212 sg.; W. Churchill, The second world war cit., I, pp. 97 sg. ↩
-
Cfr. F. Charles-Roux, Cinq mois tragiques ecc. cit., pp. 12 sg. ↩
-
Cfr. A. De Monzie, La pace, la guerra e la sconfitta cit., pp. 239 sgg.; F. Charles-Roux, Cinq mois tragiques ecc. cit., pp. 14 sgg.; P. Reynaud, La France a sauvé l’Europe cit., pp. 213 sgg. ↩
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DDI, s. IX, IV, pp. 506 sg. e anche pp. 505 e 507 sg. Per il testo francese cfr. ADSS, I, pp. 482 sg. ↩
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Cfr. DDI, s. IX, IV, p. 503. ↩
-
Cfr. ibid., pp. 509, 510 e 549 sg.; R. Guariglia, Ricordi cit., pp. 456 sgg.; A. De Monzie, La pace, la guerra e la sconfitta cit., p. 241. ↩
-
In questa prospettiva va vista tutta una serie di iniziative personali prese da parte di italiani negli ultimi giorni della «non belligeranza» a Parigi (cfr. P. Reynaud, La France a sauvé l’Europe cit., pp. 223 sgg.) e soprattutto a Londra (cfr. R. Quartararo, Roma tra Londra e Berlino cit., pp. 613 sgg.). Da parte francese un ultimo «sondaggio» fu fatto presso Guariglia da Baudouin, appena divenuto ministro degli Esteri, l’8 giugno. Cfr. DDI, s. IX, IV, pp. 605 sg. Nella notte tra il 1º e 2 giugno il nuovo ambasciatore francese presso la Santa Sede d’Ormesson aveva già fatto un passo per cercare di ottenere «un supremo sforzo» da parte del pontefice. Cfr. P. Reynaud, La France a sauvé l’Europe cit., p. 223; ADSS, I, p. 481. ↩
-
Cfr. R. Guariglia, Ricordi cit., p. 459; F. Charles-Roux, Cinq mois tragiques ecc. cit., p. 18. ↩
-
FRUS, 1940, II, pp. 713 sg.; G. Ciano, Diario cit., p. 436. ↩
-
FRUS, 1940, II, p. 715; G. Ciano, Diario cit., p. 438. Nonostante la risposta avuta, Roosevelt,
incoraggiato da Welles, nei primi giorni di giugno pensò di mandare a Mussolini ancora un altro messaggio, prendendo lo spunto dalla nota francese del 30 maggio. Il messaggio fu anzi scritto, ma Hull ottenne, il 7 giugno, che non fosse spedito. Suo unico risultato sarebbe stato quello, disse, di essere insolentiti ancora una volta da Mussolini. Cfr. C. Hull, Memorie di pace e di guerra cit., I, pp. 307 sg. ↩
-
G. Ciano, Diario cit., p. 436, alla data del 31 maggio 1940. ↩
-
Cfr. P. Reynaud, La France a sauvé l’Europe cit., p. 209 e nota. ↩
-
Cfr. ADSS, I, pp. 470 e 471. ↩
-
Cfr. N. P. Comnène, I responsabili cit., pp. 456 sg. ↩
-
Cfr. F. Anfuso, Da Palazzo Venezia al lago di Garda cit., pp. 129 sg. ↩
-
Cfr., per esempio, E. Di Nolfo, Vaticano e Stati Uniti ecc. cit., p. 122: M. Taylor a Roosevelt, 30 maggio 1940. ↩
-
L. Simoni [M. Lanza], Berlino. Ambasciata d’Italia cit., p. 109. ↩
-
Cfr. E. Faldella, L’Italia e la seconda guerra mondiale cit., pp. 166 e 743. ↩
-
Cfr. P. Badoglio, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., p. 44. ↩
-
Ibid., pp. 45 sg.; E. Faldella, L’Italia e la seconda guerra mondiale cit., pp. 169 sg. ↩
-
Per il verbale della riunione – alla quale abbiamo già fatto piú volte riferimento – cfr. DDI, s. IX, IV, pp. 495 sgg. ↩
-
La richiesta fu formulata il 1º giugno da Badoglio per scritto. La sua lettera scritta all’uopo a Mussolini si concludeva cosí: «secondo il mio convincimento dobbiamo cercare, ad ogni costo, di guadagnare tutto il mese di giugno. Cosí avremo anche norma dai successi piú o meno rapidi che i Tedeschi otterranno in Francia». La si veda in DDI, s. IX, IV, pp. 536 sg. Anche Balbo il 2 giugno chiese a Mussolini di rinviare l’intervento a fine mese. Cfr. F. Rossi, Mussolini e lo Stato Maggiore cit., p. 18. ↩
-
Se ne veda il verbale in E. Faldella, L’Italia e la seconda guerra mondiale cit., pp. 739 sgg. ↩
-
Per il dettaglio delle udienze di Badoglio cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce (1922-1943), b. 57, fasc. 2 (maggio) e 3 (giugno). ↩
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Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 439 sg.; G. Bottai, Diario cit., f. 850, alla data del 4 giugno 1940. ↩
-
DDI, s. IX, IV, p. 500. ↩
-
Ibid., pp. 517 sgg. e anche 511. Dell’incontro Alfieri ha fatto una narrazione anche in D. Alfieri, Due dittatori di fronte cit., pp. 46 sg. ↩
-
DDI, s. IX, IV, pp. 519 sgg. ↩
-
G. Ciano, Diario cit., p. 438, alla data del 1° giugno 1940; nonché DGFP, s. D, IX, pagine 489 sg. ↩
-
DGFP, s. D, IX, pp. 502 sg. e 503 sg.; G. Ciano, Diario cit., p. 439. ↩
-
DDI, s. IX, IV, pp. 541 sg. A questo telegramma Hitler rispose con una lettera il 9 giugno (cfr. ibid., pp. 620 sgg.) nella quale, tra l’altro, accettava l’offerta dei bersaglieri e offriva in cambio degli alpini. ↩
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All’estero la dichiarazione di guerra e il discorso di Mussolini erano attesi già da vari giorni. L’Agenzia Reuter li aveva annunziati per il giorno 6 giugno. Il Foreign Office il 7 giugno aveva chiamato il consigliere dell’ambasciata italiana «per intrattenerlo sulle modalità relative al rimpatrio della missione diplomatica italiana nell’eventualità di un conflitto» (Asae, Telegrammi in arrivo, 1940, serie P. R., vol. 292). In Italia l’annuncio che Mussolini avrebbe parlato agli italiani fu dato il 10 giugno stesso dalla radio e con manifesti e striscioni affissi all’ultimo momento. ↩
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ACS, Segreteria particolare del Duce (1922-1943), Udienze del Duce, b. 57, fasc. 3. ↩
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Per un concentrato degli argomenti maggiormente ricorrenti cfr. XXX, Vigilia, in «Relazioni internazionali», 8 giugno 1940, p. 781. L’articolo, dopo aver posto l’accento sui diciotto anni di politica di pace del fascismo e sulle responsabilità della Francia e dell’Inghilterra nell’averla fatta fallire e nel determinare la situazione che aveva portato alla guerra con la Germania prima e che ora stava portando all’intervento italiano, cosí concludeva: «Tutte le guerre che il popolo italiano ha compiuto sono state guerre d’indipendenza. Questo nuovo sforzo bellico che il popolo italiano si accinge a compiere, altro non è che la guerra d’indipendenza suprema. Oggi, come non mai, ritorna il motto del fante ignoto del Piave: "meglio vivere un giorno da leone che cento da pecora"». ↩
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Il fatto che il «duce» avrebbe «guidato» lui le forze armate fu accennato piú volte. L’apparato propagandistico del regime avrebbe però prodotto lo sforzo massimo in questa direzione l’11 giugno. Il giorno prima, nel suo rapporto ai giornalisti, Pavolini si espresse a questo proposito nei seguenti termini: «Domani i giornali dovranno dare la notizia relativa alla formazione dell’Alto Comando Italiano. Vi sarà il documento con cui il Re Imperatore delega al Duce il comando unico e supremo delle forze armate durante la guerra e vi saranno poi le specificazioni sulla formazione dello Stato Maggiore agli ordini del Duce e dei comandanti di settore dell’esercito e dell’aviazione. Questa notizia va commentata oltre che con quanto vi suggerirà il vostro stesso sentimento, secondo una linea di cui vi passo un tracciato e che contiene un confronto fra quanto si fa in materia in Francia e in Germania e chiarifica i principî su cui poggia il sistema italiano e contiene qualche altra precisazione. Vi prego di non trascriverlo proprio letteralmente se no ha un aspetto corale e quindi io ve lo passo per una parafrasi».
Quanto all’impostazione generale dei commenti, ecco le istruzioni impartite da Pavolini: «Per una impostazione da dare ai giornali sia per il notiziario sia per il giornale in genere la prima raccomandazione è quella di non svalutare l’avversario. Svalutarlo moralmente e politicamente sí, ma non militarmente. Questo prima di tutto perché non risponderebbe alla realtà dei fatti il sottovalutare l’avversario, secondo perché significherebbe sottovalutare l’intervento italiano. Ora la verità è che l’intervento è stato deciso e comunicato agli alleati quando le sorti della battaglia in corso all’Occidente erano piú che incerte, anzi non ancora era incominciata. Le forze che noi ci troviamo di fronte nel Mediterraneo sono quasi intatte dal punto di vista marittimo, perché il complesso è rimasto al suo posto sia da parte dell’Inghilterra che della Francia. Cosí pure sono rimaste al loro posto le forze di terra nel Mediterraneo. Altrettanto dicasi delle forze aeree. Quindi l’ostacolo che noi ci proponiamo di affrontare e di vincere è tutt’altro che disprezzabile dal punto di vista militare. È bene quindi che ci sia questa sensazione. Tutti ci auguriamo che la guerra sia rapida e vittoriosa ma è bene che questo risulti evidente dai fatti. Quindi non abbandonarsi ad ottimismi eccessivi in partenza.
«Dal discorso stesso del Duce si desume la direttiva che del resto era già accennata in una disposizione ai giornali di questi giorni: di non sfruguliare né i Balcani, compresa la Turchia, né l’Egitto né la Svizzera né la Russia e per quello che riguarda gli Stati Uniti e le Americhe in genere regolarsi secondo quelle che saranno le reazioni, ma senza partire noi in posizioni polemiche verso quei Paesi. L’intervento non fa cessare la campagna sulle ragioni dell’intervento stesso, anzi in certo senso l’approfondisce. Finora abbiamo spiegato (negli ultimi mesi e nelle ultime settimane) i gravi motivi dell’intervento italiano. Tutto questo deve essere evidentemente continuato e approfondito dal duplice punto di vista dell’indipendenza dell’Impero, ossia dell’indipendenza marittima italiana; dal punto di vista plutocratico e della guerra per dir cosí proletaria e operaia contro le democrazie che vogliono soffocare le forze sociali del nostro Paese; infine dal punto di vista che dirò irredentistico» (ACS, Min. Cultura Popolare, b. 75, fasc. «Rapporto ai giornalisti»). ↩
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G. Ciano, Diario cit., p. 442. ↩
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A. François-Poncet, Au Palais Farnèse cit., pp. 178 sg. ↩
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G. Ciano, Diario cit., p. 442. ↩
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Mussolini, XXIX, pp. 403 sgg. ↩
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Cfr. P. Reynaud, La France a sauvé l’Europe cit., p. 285. Nel testo pubblicato da «Relazioni internazionali», 15 giugno 1940, p. 847, la frase non compare ed è sostituita da «per dichiararci la guerra». ↩
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Cfr. C. Hull, Memorie di pace e di guerra cit., I, p. 308. ↩
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Per il testo completo del discorso, in cui Roosevelt ricordò le varie fasi della sua opera di mediazione, cfr. «Relazioni internazionali», 22 giugno 1940, pp. 860 sg., che riporta testualmente anche il passaggio sulla pugnalata alla schiena. ↩
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Lo si veda in W. Churchill, In guerra. Discorsi pubblici e segreti, Milano 1948, I, pp. 102 sgg. Il passo citato è alle pp. 103 sg. ↩