Capitolo VI
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Capitolo sesto: Il momento della verità: Mussolini, il fascismo e l’Italia di fronte alla guerra

L’annuncio dell’alleanza tra l’Italia e la Germania e, quindici giorni dopo, il 22 maggio, la solenne cerimonia a Berlino della firma del patto di amicizia e di alleanza, come ufficialmente fu denominato il «patto d’acciaio», furono, com’è facile immaginare, al centro dell’attenzione e dei commenti di tutto il mondo. Fuori dalla Germania e dall’Italia, essi furono quasi concordemente interpretati come una nuova prova del sempre maggior deterioramento della situazione europea, della comunanza di propositi dei due dittatori e delle loro ambizioni egemoniche, che ormai non si sarebbero arrestate neppure di fronte al rischio di scatenare un conflitto generale. L’immagine di Mussolini, già, come si è visto, largamente deteriorata agli occhi dei piú negli anni e nei mesi precedenti, ne uscí ulteriormente diminuita sotto tutti i profili e con essa quel poco di fiducia nel suo realismo ancora presente in alcuni. Quasi nessuno ormai considerava il «duce» altro che il «secondo», pittoresco e sbruffone, di Hitler, legato irrimediabilmente al suo carro. Valga per tutti il seguente giudizio dell’«Express» di Neuchâtel1:

Il signor Mussolini, che non nasconde la sua ammirazione per l’autore del Principe, dovrebbe ben meditare i suoi assiomi. «Il Principe non deve desiderare che aumentare la sua potenza e le sue terre a detrimento di tutti gli altri». Il signor Mussolini ha sí conquistato l’Etiopia, che d’altra parte sembra per lui un peso. Ma ha lasciato la Germania installarsi al Brennero e accerchiare la Polonia. Egli ha anche firmato un patto d’alleanza militare che fa dell’Italia, qualsiasi cosa succeda, un vassallo per i tempi di pace, un campo di battaglia per i tempi di guerra. Né volpe, né leone, il «duce» non ha fatto che intestardirsi su una strada imboccata una sera di rancore. In verità, questo non è machiavellismo, ma piuttosto perseveranza diabolica nell’errore che è l’alba di grandi catastrofi...

Pochissimi erano i commentatori che cercavano di guardare dietro la facciata, ma anche il loro giudizio, alla fine, era lo stesso. Mussolini aveva i suoi problemi, avrebbe voluto fare un’altra politica, ma ormai la strada su cui si era messo non aveva per lui altro sbocco che quello di seguire Hitler. Tipico è in questo senso uno scherzoso articolo apparso il 1° giugno ’39 su una rivista canadese, il «Maclean’s Magazine» di Toronto. Dopo le solite osservazioni sul declino fisico del dittatore, il suo isolamento da tutti, cosí in contrasto coll’interesse che un tempo mostrava per i rapporti con gli stranieri di passaggio per Roma, il suo tutto delegare a Ciano (questo ministro degli Esteri da operetta, che «con la sua vivacità e il suo incedere, potrebbe rappresentare la parte del principe Danilo nella Vedova allegra»), l’autore, Beverley Baxter, scriveva:

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Il sogno dorato del Fascismo va svanendo. Stabilire in un’Italia disordinata una disciplina ferrea fu un compito affascinante. Restaurare le rovine dell’antica Roma, eliminare tutto quello che non significava niente e costruire un nuovo Foro per ripristinare la gloria dei Cesari: tutto questo significava sentir pulsare la storia nelle proprie vene.

Ma, dopo sedici anni, trovare che le casse sono vuote, le esportazioni sono quasi finite e, quel che è peggio di ogni altra cosa, essere schiavo del suo imitatore tedesco a Berlino! Nessuna meraviglia che quando il popolo grida: «Duce, Duce, Duce» egli lo guardi quasi con compassione e poi sparisca rapidamente. Se potessimo leggere i suoi pensieri, credo che sarebbero press’a poco questi:

«Se Hitler combatterà e noi andremo con lui, l’Italia sarà abbattuta in sei mesi. Guardate le coste che devo difendere contro le flotte britannica e francese, con la Turchia pronta a scattare.

L’Inghilterra chiuderà il Canale di Suez e armerà gli Abissini. L’esercito che ho là sarà tagliato fuori e massacrato. Anche in Libia, il mio esercito sarà distrutto. E anche se ci fosse la possibilità di vincere, il mio popolo non vuole la guerra.

E se abbandonassi Hitler e mi unissi alle democrazie? La Germania è al Brennero. Nella sua furia, essa sferrerebbe un terribile attacco contro l’Italia, e la Gran Bretagna e la Francia si precipiterebbero a salvarci? Tutto il mondo starebbe a guardare i dittatori che si tagliano il collo.

E se restassimo neutrali? Al termine della guerra, saremmo prigionieri dei vincitori, quali che essi siano: tanto i vincitori quanto i vinti avrebbero repugnanza per noi»...

Dietro le quinte, nelle cancellerie e nelle ambasciate, tra i protagonisti e gli addetti alla politica estera, il «patto d’acciaio» fece invece minore impressione e suscitò reazioni piú blande. In Occidente2 infatti i piú lo avevano dato per scontato da tempo, e vi era la consapevolezza che nel contesto generale esso innovava ben poco e che, tutto sommato, – anche se era opportuno non farsi illusioni – la sua formalizzazione poteva persino avere qualche aspetto positivo. Significativa in questo senso è la posizione del nuovo ambasciatore inglese a Roma, Loraine. Il 9 maggio, subito dopo l’annuncio della prossima conclusione dell’alleanza, egli aveva inviato ad Halifax un telegramma che è bene leggere nella sua interezza3:

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È troppo presto per valutare esattamente le implicazioni dell’alleanza politica e militare italo-tedesca decisa in principio alla riunione di Milano tra il conte Ciano e il signor von Ribbentrop.

  1. L’opinione ufficiale italiana è espressa nell’articolo di Gayda di ieri sera che indubbiamente è stato ispirato. Lo sforzo di gettare la responsabilità sulle spalle delle democrazie è elaborato e capzioso. L’affermazione che l’alleanza è un fattore agente per la pace d’Europa è difficilmente convincente anche se io non dubito che gli italiani amerebbero crederlo tale; il riconoscimento che la politica dei blocs è stata raccolta è involontariamente franco; il presagio di nuovi eccitanti non rassicura.

  2. È forse un peccato che non mi sia stato possibile vedere il signor Mussolini prima che fosse stato fatto questo passo ma il ministro degli affari esteri mi disse che non potevo correttamente vederlo prima della presentazione delle mie credenziali. Non pretendo che avrei potuto fargli cambiare idea, cosa che presumibilmente era già stata formata, ma forse avrei potuto avere un’impressione di prima mano delle linee che egli stava elaborando nella sua mente.

  3. Stando cosí le cose posso solo supporre che la sua azione sia in armonia con il suo presunto non tener conto degli asseriti obiettori nell’ultima riunione del Gran Consiglio fascista sfavorevoli a troppo strette relazioni con la Germania sulla base che anche se l’Italia non aveva ancora ricavato utili dall’Asse essa li avrebbe ottenuti in debito corso e certo non se li sarebbe assicurati con nessun altro mezzo.

  4. Sembra molto probabile che pressioni per concludere l’alleanza siano venute da parte tedesca e che fossero molto forti; si può supporre che i negoziati per un patto anti-aggressione come quello tra il Regno Unito, la Francia e la Russia, uniti alla prevista conclusione di un accordo anglo-turco per un eguale risultato abbiano fornito al signor von Ribbentrop potenti argomenti nello spingere il governo italiano a concludere l’alleanza.

  5. Possiamo presumere, penso, che l’Italia abbia cercato qualche ricompensa al virtualmente completo abbandono della sua libertà di azione. Può essere che il mio telegramma n. 444 ne fornisca un indizio. Non c’è dubbio che sebbene gli italiani obbedirebbero agli ordini del signor Mussolini, la partecipazione dell’Italia a una guerra a pro’ delle pretese della Germania sulla Polonia sarebbe profondamente impopolare in questo paese.

  6. A giudicare dall’accoglienza personale molto cordiale verso di me, dall’evidente popolarità della squadra di salto britannica al Concorso ippico di Roma che si è concluso ieri (e l’egualmente evidente impopolarità della squadra tedesca) e da altri indizi che ammetto sono solo fuscelli nel vento benché confermino le impressioni ricavate qui dal primo ministro e da voi stesso, vi è qui grande cordialità e rispetto per il Regno Unito e un forte desiderio per quel che ci concerne di mettere una pietra sul passato. Tuttavia io non posso liberarmi dall’impressione che dietro la cordialità dei circoli dirigenti vi è la speranza di futuri favori, particolarmente a soddisfazione delle pretese dell’Italia a spese della Francia.

  7. E non posso che temere che dietro il grido per la pace e giustizia vi sia accorata ambizione per ulteriore espansione coloniale e possesso di fonti di materie prime.

  8. In realtà la posizione creata da un’alleanza scritta sarà diversa piú nella forma che nella sostanza da quella che l’ha preceduta.

  9. Il signor Mussolini può aver pensato di non avere altra alternativa che cedere alla pressione tedesca. Ma quale è stata la sua considerazione predominante nell’attirarsi, cosí agendo, l’impopolarità? Il prevalente allarme per la forza militare in rapida crescita del fronte antiaggressione? O principalmente sfida e determinazione a lottare per ciò che egli non è stato capace di assicurarsi con mezzi piú pacifici? Il tempo risolverà forse l’enigma.

  10. Per quanto ci concerne posso suggerire che dovremmo restare assolutamente calmi di fronte a questo nuovo ma non del tutto inatteso sviluppo? Ciò andrà per il momento bene nel caso che i motivi italiani siano allarme o sfida.

  11. Il mio collega francese pensa che la chiave al significato dell’alleanza sarà l’atteggiamento tedesco d’ora in poi verso la Polonia ed egli si aspetta che ciò sia chiaro nelle due prossime settimane. Io non sono in disaccordo con lui.

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Quattordici giorni dopo, ad alleanza sottoscritta e con maggiori elementi a disposizione, il suo giudizio si era precisato, ma nella sostanza non era diventato piú negativo, al limite, se mai, piú «positivo», almeno in via di ipotesi. Ecco cosa Loraine telegrafava, sempre ad Halifax, il 23 maggio4:

Mi è stato detto, sebbene non abbia modo di verificare l’informazione, che quando il conte Ciano si è incontrato con il signor von Ribbentrop a Como il 9 maggio, quest’ultimo ha annunciato che le truppe tedesche sarebbero entrate a Danzica quarantotto ore dopo: che il conte Ciano ha telefonato a Mussolini, che ha fortemente protestato e ha detto che i rispettivi diritti e obblighi dei partners dell’Asse devono d’ora in avanti essere fissati in modo preciso. Da qui il Trattato di alleanza.

  1. Deduco che quanto sopra sia abbastanza esatto perché concorda con altre cose e cioè:
  • a) la riluttanza dell’Italia a essere trascinata in una guerra per una controversia tedesco-polacca;
  • b) la voce che circola qui che il primo suggerimento per un’alleanza sia venuto da parte italiana;
  • c) la dura pressione che l’Italia sta esercitando per indurre la Polonia a fare pace con la Germania e ad accondiscendere in principio alle proposte di Hitler;
  • d) la decisione di Hitler a lasciare che le sue questioni con la Polonia rimangano in sospeso per due mesi.
  1. Dopo aver letto attentamente il testo pubblicato del trattato di alleanza e l’articolo di Gayda su di esso sul «Giornale d’Italia» di ieri, non si può non essere colpiti dalla pienezza dell’identificazione dell’Italia nella politica e nelle armi con la Germania. Il trattato obbliga ogni parte a dare piena assistenza militare anche in una guerra che noi considereremmo di aggressione.

  2. La mia impressione è che il Conte Ciano e i suoi amici personali lottino per legare indissolubilmente la sorte dell’Italia alla Germania e credano nella guerre foudroyante e nella capacità della Germania e dell’Italia a intraprenderla con successo; che al signor Mussolini piacerebbe ancora lasciarsi una via aperta alla riconciliazione con le democrazie, ma si sente respinto; che la pubblica opinione informata italiana si rassegnerà, certo con riluttanza, alla politica di affondare o nuotare con la Germania a meno che intervenga in tempo molto breve una gradita riconciliazione con le democrazie, per la quale essi si aspettano che le democrazie paghino un prezzo.

  3. Nello stesso tempo non posso credere che Mussolini possa proporsi di legare il suo paese al carro tedesco cosí completamente come il trattato fa sembrare, e ciò che segue è la mia ipotesi e i suoi motivi.

  4. Parlando approssimativamente, egli ha acquistato il diritto a essere consultato da Hitler e il prezzo pagato è l’alleanza. In quattro occasioni, abbiamo motivo di credere, Hitler ha agito senza una parvenza di effettiva consultazione con il suo partner dell’Asse; e Mussolini ha dovuto prendere o lasciare. Era impossibile per Mussolini spezzare l’Asse, perché era vago. È possibile per Mussolini spezzare l’alleanza se la Germania non la osserva. Abbiamo qui oltre a ciò la possibile spiegazione dell’estrema suscettibilità di Mussolini a qualsiasi cenno straniero che l’Asse poteva essere spezzato e stava indebolendosi.

  5. Prendendo per sincere, come in un certo senso possiamo ragionevolmente fare, le recenti dichiarazioni di Mussolini che l’Italia ha bisogno di pace, l’alleanza lo pone in una posizione piú forte per frenare Hitler da mosse che coinvolgerebbero l’Italia in una sgradita e impopolare guerra. E l’Italia si è assicurata il pieno appoggio tedesco se essa lancia un altro coup.

  6. Nel complesso io propendo a credere che l’alleanza è preferibile all’Asse. La situazione è piú positiva: l’alleanza deve essere accettata come un forte fattore, sia che ci piaccia o no. Essa può, in modo proprio concepibile, portare a un’azione tedesca che offenda persino i sentimenti e la pazienza italiani. Può alla fine, e se può essere preservato per un certo tempo il precario stato di non-guerra europea, dare a noi e ai francesi un preciso fattore con cui negoziare, perché le potenze dell’Asse hanno ora unito la loro politica e le loro ambizioni. L’alleanza si può dimostrare meno elusiva dell’Asse.

  7. Ma anche se abbiamo il diritto di nutrire queste lievi speranze, e decidiamo stante tutto ciò di perseverare nei nostri tentativi di evitare una rottura con l’Italia e di mantenere una mano tesa che essa può afferrare, non possiamo essere ciechi di fronte a fattori piú minacciosi, e cioè: la convinzione del Duce che l’associazione italo-tedesca sola sia capace di procurare utili all’Italia; la sottolineatura fatta da Gayda del carattere predatorio della prossima guerra da parte dei non possidenti contro i possidenti; il graduale soccombere dell’Italia, che sembra inevitabile, al vassallaggio politico e all’inferiorità economica con la Germania.

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Per quel che interessa il nostro discorso, ciò che soprattutto importa è quanto l’ambasciatore inglese diceva nei tre ultimi punti in cui si articolava il suo telegramma. Il «patto d’acciaio» poteva forse mettere Mussolini in condizione di frenare piú di prima Hitler e di dare agli anglo-francesi un concreto punto di riferimento per eventuali trattative. Se si credeva ciò possibile, era bene evitare una rottura con lui e, anzi, mostrare di tendergli una mano, ma avendo tuttavia sempre ben presenti due cose: che l’alleanza metteva altresí in grado Mussolini di tentare qualche altro colpo tipo Albania e che, comunque, il «duce» voleva trarre un concreto profitto dalla sua posizione, fosse essa quella di puro e semplice alleato di Hitler o quella di tramite per un negoziato generale. Né su questa linea di giudizio era solo Loraine; anche l’ambasciatore statunitense a Roma, Phillips, per esempio, era convinto che Mussolini fosse «cosí ansioso di evitare la guerra che potremmo sperare, – scriveva a Washington, – nella sua influenza su Hitler esercitata attraverso la commissione per la consultazione permanente»5. E proprio su questa linea in effetti si mossero, durante tutto il periodo che intercorse tra l’annuncio del «patto d’acciaio» e la crisi finale che portò allo scoppio della guerra, Chamberlain e il Foreign Office con un realismo e una spregiudicatezza veramente notevoli.

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Non entreremo qui nell’annoso problema se Chamberlain in un primo tempo avesse o no pensato alla possibilità di dirottare il dinamismo nazista verso est e di farne fare le spese all’Urss, ciò che è sicuro è che a quest’epoca, se mai l’aveva veramente accarezzato, questo disegno era stato ormai abbandonato da Londra. Sotto la spinta francese, da metà aprile gli inglesi – ormai convinti della impossibilità di frenare Hitler altro che con la forza e pronti a scendere anche in guerra per impedirgli nuovi colpi di mano – si erano orientati verso un accordo con Mosca che assicurasse l’aiuto sovietico alla Polonia e accerchiasse ad est la Germania, garantendo anche gli altri paesi dell’Est europeo. A maggio i negoziati erano già ad uno stadio avanzato, anche se noi oggi sappiamo che Mosca guardava contemporaneamente anche a Berlino (la sostituzione alla testa del commissariato del popolo per gli Affari esteri di Litvinov con Molotov il 3 maggio segna in questo senso lo spartiacque), tant’è che in agosto, di fronte all’opposizione polacca e rumena a concedere eventualmente il passaggio sui propri territori alle truppe sovietiche, Stalin e Molotov avrebbero deciso di lasciar cadere la trattativa con Londra e Parigi e di sottoscrivere invece un trattato di non aggressione con Berlino, tanto piú che i tedeschi erano disposti a firmare insieme ad esso anche un protocollo segreto che delimitava le rispettive zone di influenza e che assegnava a quella sovietica la Finlandia, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania e la Polonia ad est della linea Narew-Vistola-San e riconosceva l’«interesse» dell’Urss per la Bessarabia. In questa prospettiva l’unico obiettivo per Londra era sempre piú quello di guadagnare tempo per completare la preparazione diplomatica, militare ed economica del conflitto con la Germania, ovvero, nella ipotesi migliore, di mettere alla prova, con un atteggiamento non piú di compromesso come l’anno prima, ma di fermezza, le reali intenzioni di Hitler e vedere se egli era veramente deciso a scatenare la guerra o se si poteva ancora raggiungere con lui un accordo che – senza danno per la Polonia – permettesse agli anglo-francesi, oltre che di salvare la pace, di rafforzarsi vieppiú e di indebolire il prestigio di Hitler (tutto fondato sulla minaccia della sua forza) sulle minori potenze europee.

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A Londra la convinzione che il «patto d’acciaio» potesse costituire un fattore di pace era anche piú debole di quella di Loraine a Roma. Ciò nonostante, poiché era opinione diffusa che Mussolini non volesse un conflitto e cercasse di fare da mediatore tra Berlino e Varsavia6 e che, probabilmente, si sentisse a disagio nelle vesti di alleato di Hitler, da lui scelte almeno in parte per necessità e nella speranza di controllare e tenere a freno la Germania, si riteneva ancor piú opportuno che in passato non rompere con lui e, anzi, incoraggiarlo nei suoi propositi. Ma tutto ciò senza fargli assolutamente nessuna concessione. Secondo l’opinione estremamente spregiudicata del Foreign Office, se qualche «mossa» doveva essere fatta per incoraggiare Mussolini, a farla dovevano essere, se mai, i francesi, dato che era da loro che Mussolini si riprometteva dei vantaggi e da loro se la attendeva. Halifax aveva già fatto, come abbiamo accennato, un primo, ancor timido, passo in questo senso su Parigi il 20 maggio, prima di conoscere il testo del «patto d’acciaio» e prima che la questione di Danzica si aggravasse, nel suo incontro con Daladier. Nel resoconto inglese delle conversazioni tra i due uomini politici si legge7:

Egli [Halifax] riteneva... che, quando Daladier parlava di fare delle concessioni [e le rifiutava], il suo pensiero andava al di là di quello di lord Halifax. Il modo con cui egli considerava la questione era il seguente: da molti ambienti, da persone private, da industriali, da lord Perth e dal sir P. Loraine, egli aveva ricevuto informazioni secondo le quali il Governo italiano non era felice dell’alleanza militare con la Germania ed avrebbe desiderato, qualora gli fosse stato possibile, ottenere una posizione in cui avrebbe avuto maggior libertà di manovra. Egli non poteva fare a meno di pensare che, per ciò che concerneva la questione fondamentale della pace o della guerra, sarebbe stato bene non trascurare il possibile valore di usare l’influenza italiana in favore della pace contro l’influenza tedesca in favore della guerra. Il Governo italiano si preoccupava di avere qualche cosa da mostrare al proprio popolo allo scopo di rafforzare la posizione interna di Mussolini. L’Italia voleva ottenere qualche cosa senza la guerra, ma, in caso estremo, la pressione di Mussolini avrebbe potuto condurre ad un atto temerario che avrebbe potuto portare al conflitto. Lord Halifax pensava che la questione avrebbe dovuto essere condotta in modo tale da non esporre la Francia al rischio di fare delle concessioni che non avrebbe dovuto accordare e nello stesso tempo salvare la faccia a Mussolini... Egli pensava, con deferenza, non avrebbe dovuto riuscire impossibile al Governo francese dire al Governo italiano che quest’ultimo aveva alcune rivendicazioni che i francesi erano pronti a discutere. Certe cose avrebbero potuto essere accordate e certe altre no, ma i francesi erano disposti a parlare nella convinzione che, anche da parte italiana, vi fosse un contributo.

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Coerentemente a questa impostazione dei rapporti con Roma8, Londra non denunciò dopo la firma del «patto d’acciaio» gli «accordi di Pasqua», anche se tenne Mussolini sulla corda, attendendo sino all’8 giugno per chiarire la sua posizione in merito, nonostante il «duce» desse manifesti segni di impazienza per conoscerla. Poi, il 5 luglio, Chamberlain scrisse a Mussolini una lettera assai generica nella quale diceva solo di essere disposto ad accettare una soluzione pacifica della crisi per Danzica, ma che aveva per scopo di sollecitare, pur senza chiederglielo, il «duce» ad agire su Hitler per indurlo a rinunciare alle sue richieste, e nei giorni successivi si mosse molto piú decisamente di quanto avesse fatto in maggio Halifax per convincere Daladier ad avviare negoziati con Roma, insistendo sul concetto che, se anche l’iniziativa non avesse indotto Mussolini ad agire sui tedeschi, sarebbe però servita a far guadagnare all’Inghilterra e alla Francia tempo prezioso e a dimostrare al mondo la loro volontà di pace. Nonostante l’ambasciatore inglese, consegnando la lettera scrittagli all’uopo da Chamberlain, facesse presente che dai negoziati dipendeva probabilmente «la questione della guerra o della pace», Daladier non se la sentí però di accedere alla richiesta. Come rispose il 24 luglio al premier inglese, si disse convinto che solo un atteggiamento intransigente poteva salvare la pace e che un passo francese sarebbe stato inteso da Mussolini come una prova di debolezza e ribadí che, comunque, eventuali negoziati con l’Italia si sarebbero dovuti svolgere nello spirito degli accordi del gennaio 1935. Fallito questo passo, sino ad agosto inoltrato l’atteggiamento del Foreign Office verso Roma fu, a parte ripetere ad ogni occasione che Inghilterra e Francia sarebbero state sino alle estreme conseguenze a fianco della Polonia, di completa passività. E ciò tanto piú che, da un lato, gli attacchi della stampa fascista alla «corsa» di Parigi e di Londra all’alleanza con Mosca e le notizie delle pressioni di Roma su Madrid per indurla a concludere con essa un’alleanza non inducevano certo a cambiare idea sui propositi di Mussolini e, da un altro lato, nell’entourage di Chamberlain si nutriva qualche speranza che l’entrata di Grandi nel governo italiano potesse avere qualche influenza positiva sul «duce»9.

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Se queste furono in sostanza le ripercussioni del «patto d’acciaio» sulla politica inglese e francese, prima di riprendere a seguire il filo delle mosse di Mussolini, è necessario un breve cenno anche alle ripercussioni, ben piú importanti, che l’alleanza con l’Italia ebbe sulla politica tedesca. Come si è visto nel precedente capitolo, in tutta la fase di agganciamento dell’Italia i tedeschi si erano sempre dichiarati d’accordo con Mussolini che di un conflitto con gli anglo-francesi non si dovesse parlare ancora per parecchio tempo e non solo perché il «duce» non avrebbe altrimenti sottoscritto l’alleanza, ma perché, dicevano, anche a loro occorreva ancora tempo per completare la preparazione militare, specie in campo navale. A Milano, secondo il verbale italiano redatto da Ciano – e non c’è ragione per metterne in dubbio l’attendibilità – von Ribbentrop si era detto convinto della necessità di un periodo di pace di quattro-cinque anni. Il verbale tedesco parla solo di tre anni durante i quali si doveva evitare, «se possibile», un conflitto, ma è chiaro nell’affermare che, di fronte a questa richiesta italiana, «il ministro degli Esteri del Reich informò il conte Ciano che questa posizione dell’Italia coincideva con il punto di vista tedesco». In questo contesto le rivendicazioni tedesche su Danzica e il cosiddetto corridoio polacco, necessario per assicurare la contiguità tra la città baltica e il Reich, erano apparse a Ciano qualcosa di non immediato e non inconciliabile10, tali da fargli dire che, se l’Italia non era interessata ad esse, era però «pronta ad agire da mediatore ove la Germania lo desiderasse». Ebbene, il 23 maggio ’39, il giorno immediatamente successivo la firma a Berlino del «patto d’acciaio», Hitler annunciò in una riunione segretissima con i massimi capi militari tedeschi che Danzica non era «affatto il motivo della disputa» con la Polonia («Per noi si tratta di espandere il nostro spazio vitale ad Oriente e di assicurare i rifornimenti alimentari, ed anche del regolamento del problema degli Stati Baltici») e si disse deciso a spingere a fondo, «alla prima occasione utile», l’azione contro la Polonia stessa, pur essendo convinto che «non dobbiamo attenderci una ripetizione dell’affare ceco. Vi sarà la guerra». È vero che esponendo tale decisione egli aggiunse che, in questa prospettiva, compito della diplomazia tedesca era di isolare la Polonia e che non vi doveva essere «conflitto simultaneo con l’Occidente», ma due sue successive affermazioni riferite dal verbale della riunione11 tolgono a queste parole gran parte del loro valore o, meglio, dànno loro un valore essenzialmente ottimale, di indicazione di quello che sarebbe stato il modo migliore per realizzare l’operazione e nulla piú. La prima suonava: «il conflitto con la Polonia – da iniziare con un attacco alla Polonia – sarà coronato da successo solo se le Potenze occidentali saranno tenute lontane da esso. Se ciò è impossibile, allora sarà meglio piombare addosso all’Occidente e regolare la Polonia nello stesso tempo». E la seconda: «Un’alleanza della Francia, Inghilterra e Russia contro di noi indurrebbe Germania, Italia e Giappone ad attaccare Inghilterra e Francia con pochi colpi annientatori». Una decisione del genere (che, oltretutto, doveva essere tenuta celata «sia all’Italia che al Giappone») dimostra chiaramente che i tedeschi – pur non augurandoselo, volendo cercare di evitarlo e soprattutto nutrendo la convinzione che l’Inghilterra e la Francia al momento decisivo si sarebbero sottratte ad esso e avrebbero abbandonato al suo destino la Polonia – non escludevano affatto un conflitto generale su tempi assai piú brevi di quelli previsti con Mussolini e Ciano e non erano disposti, e i fatti lo avrebbero dimostrato ad abundantiam, ad attendere «la prima occasione utile», ma, al contrario, erano decisi a determinarla essi stessi e al piú presto. L’evidente «malafede» del comportamento tedesco verso l’Italia – se in sede storica si può usare questo termine in riferimento a fatti del genere – dimostra a sua volta l’importanza decisiva che Hitler doveva aver attribuito, in funzione della realizzabilità di questi suoi piani, alla conclusione dell’alleanza con Mussolini. Che l’esercito italiano fosse uno strumento inidoneo ad una grande guerra moderna e che l’Italia non sarebbe stata, per questo e per la sua debolezza economica, un alleato molto attivo era evidente per Hitler. Ciò che però gli importava era essere sicuro che l’Italia non sarebbe stata con i suoi avversari, il che già gli assicurava di non dover coprire il fronte sud e che, bene o male, essa avrebbe attirato su di sé una parte non trascurabile delle forze francesi e inglesi. Un fatto questo che, pensava, avrebbe contribuito a dissuadere vieppiú Parigi e Londra dallo scendere in guerra e, comunque, avrebbe alleggerito del peso di tali forze l’esercito tedesco12, permettendogli di realizzare felicemente quella «guerra lampo» sulla quale si fondava non solo militarmente ma anche politicamente ed economicamente tutta la sua strategia13. Né va sottovalutato un altro aspetto del problema. Qualche mese dopo, alla vigilia dell’inizio delle operazioni contro la Polonia, Hitler, parlando ad un gruppo di suoi generali, avrebbe detto che la lealtà dell’Italia all’alleanza era legata all’esistenza di Mussolini e avrebbe aggiunto: «l’atteggiamento fondamentale della corte italiana è contro il Duce»14. In quest’affermazione si deve vedere, a nostro avviso, una delle ragioni piú importanti della sua decisione, non appena sottoscritta l’alleanza, di bruciare i tempi dell’azione contro la Polonia: lasciare passare del tempo sarebbe stato per lui rischioso, non essendoci nessuna garanzia e, anzi, tutto lasciando prevedere il contrario, che l’alleanza sarebbe sopravvissuta ad un’eventuale morte prematura di Mussolini o ad un suo allontanamento dal potere ad opera della monarchia e delle altre forze ostili all’alleanza stessa. Piú difficile, allo stato della documentazione, è dire se Hitler pensasse anche all’eventualità che Mussolini, se le cose fossero andate per le lunghe, potesse, sotto le pressioni degli ambienti ostili alla Germania e le lusinghe anglo-francesi, sganciarsi in qualche modo dall’alleanza. Probabilmente la sua ammirazione per il «duce» e per il suo «senso dell’onore» non gli fecero prendere in considerazione tale eventualità. Non escluderemmo però del tutto che altri del suo stretto entourage potessero pensarlo e fossero quindi portati a considerare l’opportunità di approfittare del momento, tutto sommato, psicologicamente piú favorevole e che per questo non cercassero di dissuadere Hitler dal rischiare un conflitto generale prima che la Germania fosse al meglio della sua preparazione.

636–637

Sotto il profilo piú propriamente italiano e della biografia politica di Mussolini, il periodo che intercorse tra l’incontro Ciano-Ribbentrop di Milano del 6-7 aprile e lo scoppio della seconda guerra mondiale, con la relativa dichiarazione italiana di «non belligeranza», si può dividere in tre sottoperiodi: il primo sino agli incontri di Ciano con von Ribbentrop e Hitler dell’11-13 agosto, il secondo sino al 25 agosto, quando Mussolini informò Hitler che per il momento l’Italia non sarebbe scesa in guerra, e, infine, il terzo sino al 3 settembre, alla dichiarazione di guerra alla Germania da parte dell’Inghilterra e della Francia e, quindi, al fallimento dei tentativi di mediazione di Mussolini.

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Per Mussolini il primo di questi sottoperiodi rappresentò per molti aspetti l’ultimo vero momento di relativa distensione e di grandi progetti della sua vita. Presa la decisione e convinto che grazie ad essa il pericolo di un conflitto fosse ormai passato e, dunque, di avere avanti a sé almeno tre-quattro anni di pace per raccoglierne i frutti, scaricato dello sconforto e della tensione che lo avevano assillato da metà marzo, per un verso la sua attenzione tornò a concentrarsi sui problemi interni e di piú lungo periodo, in primo luogo su quelli dell’economia, delle giovani generazioni, del «carattere» degli italiani, per un altro, come già altre volte, la riacquistata sicurezza gli fece accarezzare tutta una serie di progetti nuovi o che la gravità del momento gli aveva fatto accantonare. Tipico a quest’ultimo proposito è il violento ritorno di fiamma dei suoi propositi di liberarsi della monarchia che ci è testimoniato dal diario di Ciano15 e che facilmente si spiega se appena si pensa al modo con cui il re si era comportato in occasione del ventennale della fondazione dei Fasci di combattimento, alla sua manifesta ostilità all’occupazione dell’Albania e ai suoi ricorrenti sfoghi antitedeschi che facevano capire quanto l’alleanza gli fosse riuscita ostica e fosse stata da lui accettata solo come il minore dei mali, come un espediente necessario in quel momento, ma contingente. Quanto ai nuovi progetti ricordiamo solo i piú significativi ed importanti, quello di «farla pagare» prima o poi alla Iugoslavia e alla Grecia, la prima per il suo defilarsi rispetto all’Italia e alla Germania dopo la caduta di Stojadinović (da cui l’inizio di una nuova fase nei rapporti con i croati in vista di una «frantumazione» della Iugoslavia e della creazione di un regno di Croazia legato all’Italia), la seconda, per non essersi il governo di Atene fidato delle assicurazioni italiane e avere invece accettato la garanzia inglese16; e quello di adoperarsi per allargare il «patto d’acciaio» all’Ungheria, alla Spagna e al Giappone e di determinare una presa di posizione bulgara a favore della Germania e dell’Italia17.

Per quanto seducenti, questi progetti (e quelli relativi alla strategia che Germania e Italia avrebbero dovuto adottare quando sarebbe venuto il momento dell’azione e che, come vedremo, avrebbe illustrato ad Hitler nel cosiddetto «memoriale Cavallero») non fecero però perdere d’occhio a Mussolini la realtà internazionale del momento e in particolare quelle che lui e Ciano consideravano le prospettive di fondo della nuova situazione determinata per l’Italia dall’incontro di Milano e dall’annuncio del «patto d’acciaio». Anche se era convinto che la sua decisione avesse segnato una svolta chiarificatrice e distensiva nella situazione europea, i problemi sul tappeto erano infatti molti.

638–639

Con la Germania vi era innanzitutto quello di definire i termini precisi, il testo del patto deciso a Milano18. Il fatto che la sua redazione sia stata lasciata ai tedeschi e che gli interventi italiani siano stati pochi e modesti, sebbene lo stesso Ciano, ricevendone il testo, avesse osservato «Non ho mai letto un patto simile: è vera e propria dinamite»19, è stato al centro di polemiche e vivaci accuse all’insipienza di Ciano. In esse vi è certamente una buona dose di verità; un’effettiva comprensione storica del fatto non dève però, a nostro avviso, perdere di vista una cosa e cioè che, dopo le assicurazioni dei tedeschi di non volere neppure loro una guerra generale prima di tre-quattro anni, a Mussolini e a Ciano quello che soprattutto importava era che il testo del trattato sancisse chiaramente il principio della consultazione permanente e preventiva. Assicuratisi questo, tutto il resto appariva ai loro occhi secondario e, in definitiva, tale che insistervi troppo diventava per loro «poco dignitoso», anche se in realtà il valore dell’obbligo di consultazione sancito negli articoli 1 e 2 veniva nel testo redatto dalla Wilhelmstrasse privato di gran parte della sua efficacia da quanto previsto dall’ambiguo articolo 3 e cioè dall’automatismo che esso stabiliva tra lo stato di guerra in cui si fosse venuta a trovare una delle due parti e l’intervento dell’altra. Significativo è a questo proposito che neppure Attolico, che pure segnalò a Ciano alcuni punti del testo redatto dai tedeschi che sarebbe stato bene far modificare e condusse la relativa trattativa, non si soffermò sull’ambiguità e i rischi insiti nell’articolo 320. La conferma di quanto diciamo ci pare stia nel cosiddetto «memoriale Cavallero», nella nota che ai primi di giugno Mussolini, come si è detto, fece recapitare a Hitler e nella quale egli riassunse cosa era ai suoi occhi il «patto d’acciaio» e come avrebbe dovuto funzionare21. La nota si divideva sostanzialmente in tre parti. Una prima, brevissima, in cui era ribadita la premessa dell’alleanza stessa: «la guerra fra le nazioni plutocratiche e quindi egoisticamente conservatrici e le nazioni popolose e povere è inevitabile». Da questa premessa discendevano le conseguenze esposte nella seconda e nella terza parte. La seconda riproduceva alla lettera la parte centrale dell’appunto che Mussolini aveva redatto per Ciano alla vigilia dell’incontro di Milano e che questi aveva allora consegnato al suo collega tedesco. Una tale insistenza mostra bene quanto il «duce» tenesse, anche dopo la firma dell’alleanza, a ribadire la sua volontà di evitare ad ogni costo un conflitto europeo prima di tre-quattro anni. La terza era costituita da una serie di considerazioni e di indicazioni politico-strategiche sui caratteri che avrebbe avuto la guerra tra gli occidentali e le due potenze dell’Asse e su come queste avrebbero dovuto affrontarla. Particolarmente significative, sia sotto il profilo generale di come Mussolini si prospettava lo scontro sia in riferimento agli avvenimenti dei mesi successivi, sono per noi quelle relative al carattere di «usura» che esso avrebbe avuto, quelle, che da esse discendevano direttamente, che sarebbe stato per ciò assolutamente necessario «sin dalle prime ore della guerra... impadronirsi di tutto il bacino danubiano e balcanico», mettere fulmineamente fuori gioco Grecia, Romania e Turchia e assicurarsi i loro rifornimenti bellici, alimentari e industriali e quelle che in Occidente la guerra sarebbe stata essenzialmente aereo-navale, dato che era prevedibile che sul Reno, sulle Alpi e in Libia essa avrebbe assunto il carattere di «una difensiva reciproca». Significativo è pure che la nota dava praticamente per scontata la conclusione dell’accordo anglo-franco-sovietico, non sembrava dargli particolare peso e, anzi, mostrava di considerarlo un fatto «positivo» per le possibilità che esso avrebbe offerto ai programmi di azione italo-tedeschi volti ad «incrinare l’unità interna» della Francia e dell’Inghilterra, ad accelerarne «la decomposizione dei costumi» ed «eccitare alla rivolta» le loro popolazioni coloniali.

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Quanto all’atteggiamento verso la Francia e l’Inghilterra queste stesse settimane costituirono sostanzialmente un periodo di attesa: per quel che riguardava la Francia, che Parigi si decidesse finalmente ad intavolare veri negoziati per Tunisi, Gibuti e il canale di Suez; per quel che riguardava l’Inghilterra, per vedere se Chamberlain avrebbe reagito al «patto d’acciaio» come Mussolini si attendeva, ricorrendo cioè alla sua mediazione e ai suoi buoni uffici presso Hitler e favorendo il riavvicinamento con Parigi o, al contrario, se avrebbe denunciato gli «accordi di Pasqua» e considerato impossibile collaborare con lui; una decisione quest’ultima che però Mussolini, convinto com’era che il premier inglese volesse assolutamente un accordo con la Germania, era sicuro che Londra non avrebbe preso. Sicché in un primo tempo il silenzio inglese non dovette turbarlo troppo, anche se indubbiamente in certi momenti lo innervosiva e lo preoccupava. L’atteggiamento della stampa, di giorno in giorno ormai sempre piú pianificato dal ministero della Cultura popolare sulla base delle istruzioni di palazzo Chigi e di palazzo Venezia, è caratteristico di questa duplice attesa: polemico e, talvolta, persino aggressivo nei confronti dell’Inghilterra (con molto spazio dedicato alla denuncia del «filosovietismo» del governo conservatore), anche dopo che, l’8 giugno, Londra aveva fatto sapere di continuare a ritenere validi e operanti gli «accordi di Pasqua», ma si era poi chiusa in un «inspiegabile» ed «assurdo» silenzio; piú cauto nei confronti della Francia, attento a non ferirne inutilmente la suscettibilità e a non provocare una «rigalvanizzazione degli spiriti» dopo che si era quietata l’ondata antitaliana suscitata dalle vicende della fine del ’38 e degli inizi del ’39 e mentre sembrava che il fronte antitaliano cominciasse a disgregarsi22. Lo stesso atteggiamento che, del resto, a ben vedere, tenevano Ciano e Mussolini nei loro rapporti con Loraine da un lato e François-Poncet dall’altro23, che il «duce» aveva, per cosí dire, inaugurato già nelle more dell’alleanza, tra il suo annuncio e la sua firma, col discorso da lui tenuto a Torino il 14 maggio e che trovava, sul versante inglese, il suo momento forse piú significativo nel ritiro, ai primi di luglio, di Grandi da Londra e nella sua mancata sostituzione per alcuni mesi. Sul discorso di Torino c’è poco da dire. Esso fu, come quello del Foro Mussolini di meno di due mesi prima, fermo nella forma e in gran parte dedicato ad esaltare la «comunità inscindibile dei due Stati e dei due popoli» sancita a Milano, ma nella sostanza tutto volto a ribadire la volontà di pace dell’Italia e a sollecitare le «grandi democrazie» a dimostrare «un altrettanto sincero desiderio di pace», ad abbandonare la politica delle «garanzie» e delle «pistole puntate» contro l’Italia e, in conclusione, a sollecitarne sotto sotto una richiesta di mediazione presso Hitler24. Sollecitazione, quest’ultima, che all’inizio di mag gio, prima della «schiarita» di Milano, Mussolini aveva creduto di poter provocare dichiarandosi d’accordo con il progetto della Santa Sede di giungere, proprio attraverso lui, alla convocazione di una conferenza che discutesse la crisi europea e i connessi problemi tra le varie potenze e alla quale avrebbero dovuto partecipare Inghilterra, Francia, Polonia, Germania e Italia e che un mese dopo, preoccupato per il silenzio inglese, dovette cercare di provocare prospettando improvvisamente a padre Tacchi Venturi (che su incarico del cardinal Maglione, segretario di Stato di Pio XII, era andato a chiedergli di usare la sua «grande influenza» su Hitler perché «la questione di Danzica sia trattata con la calma, che l’attuale delicata situazione internazionale rende piú che mai necessaria») come «certissimo» il prossimo scoppio di un conflitto, in un momento in cui sia lui che Ciano erano invece convinti che un rischio del genere non sussistesse; tanto è vero che pochi giorni dopo (quando Loraine aveva finalmente comunicato che Londra continuava a considerare in vigore gli «accordi di Pasqua» e le apprensioni di Mussolini dovevano essersi quindi per il momento placate) Ciano avrebbe detto al nunzio che non vi era pericolo di guerra per sei mesi «non avendo la Germania intenzione di attaccare la Polonia... e dentro sei mesi si possono accomodare le cose in maniera da assicurare la pace anche per anni». Il che era, se vogliamo, un’assicurazione, ma certamente anche una nuova forma di pressione indiretta sulla Santa Sede perché caldeggiasse a Londra, Parigi e Varsavia un ricorso ai buoni uffici italiani. E ciò tanto piú che quindici giorni dopo, sempre con monsignor Borgongini-Duca, Ciano sarebbe arrivato a fare un’affermazione che è difficile credere dettata solo da senso di sicurezza e desiderio di esaltare la propria politica: «in ogni caso la Germania non si muoverà senza il nostro consenso, e tanto io quanto Mussolini non vogliamo la guerra»25. In questo clima di attesa e di tentativi di sollecitare Londra e Parigi ad aprire negoziati, si deve vedere anche il richiamo di Grandi da Londra. Un richiamo che noi sappiamo Mussolini aveva deciso e annunciato all’interessato sin dalla seconda metà di febbraio, ma che egli concretizzò solo ora e con una procedura cosí strana che autorizza i piú ampi dubbi sul fatto che esso sia stato da lui voluto solo per «disinglesizzare» e punire il «bigio, torbido ed infido Grandi», per dare una mezza soddisfazione ai tedeschi che ne reclamavano la testa quale avversario dell’Asse e tagliar corto con le ricorrenti «indiscrezioni» giornalistiche, soprattutto francesi, sul suo frondismo, ispirate per opposti ma convergenti fini dai tedeschi e dai francesi26. Tant’è che la spiegazione piú probabile è che a rendere operante la decisione del febbraio abbia contribuito (e in misura determinante) la volontà di Mussolini di premere sugli inglesi, manifestando in questo modo la sua irritazione e al tempo stesso il suo «disinteresse» per il loro silenzio. E ciò tanto piú che la nomina di Grandi a ministro di Grazia e Giustizia in sostituzione di Solmi (il 12 luglio) e, dopo la morte di Costanzo Ciano, anche a presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni (il 30 novembre) difficilmente si può spiegare solo con il desiderio di non dare troppa soddisfazione ai tedeschi e di smentire le voci sul presunto frondismo di Grandi (ché a questo sarebbero bastate cariche meno prestigiose, quale il trasferimento in un’altra ambasciata di prima classe) e fa pensare piuttosto alla volontà di controbilanciare il «messaggio» negativo agli inglesi insito nel richiamo di Grandi e nella sua non sostituzione (Bastianini sarebbe stato accreditato solo dopo lo scoppio della guerra) con un altro «messaggio», questa volta di tipo però positivo: l’uomo dell’amicizia e dell’accordo con l’Inghilterra godeva sempre della fiducia del «duce» e, anzi, era uno dei suoi principali collaboratori.

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In altri tempi, in una situazione internazionale meno deteriorata, questo gioco di sollecitazioni e di «messaggi» indiretti avrebbe potuto forse dare alla lunga a Mussolini qualche risultato o, almeno, la possibilità di procedere a una serie di aggiustamenti della sua politica tali da permettergli di barcamenarsi ancora tra Londra e Parigi e Berlino. Nella nuova situazione determinata dallo smembramento della Cecoslovacchia e, per quel che piú direttamente concerneva l’Italia, dall’alleanza con la Germania, ogni giorno che passava riduceva invece sempre di piú i margini di manovra di Mussolini. E non solo nei confronti degli anglo-francesi, ma anche dei tedeschi.

Ricevuto il «memoriale Cavallero», Hitler si era dichiarato «in generale pienamente d’accordo» con esso, ma aveva fatto anche sapere che avrebbe avuto tuttavia piacere di incontrarsi in «estate» al Brennero con Mussolini, «specie in relazione a qualcuno dei punti enunciati» in esso. La proposta era stata accolta a Roma col silenzio. Una settimana dopo averla trasmessa Attolico aveva sollecitato una risposta, ma senza esito; passati ancora alcuni giorni, Ciano si era alla fine deciso a dare una risposta, ma estremamente anodina e dilatoria: l’idea era «quantomai gradita» al «duce», che si rimetteva al Führer per la sua concretizzazione27. Poi piú nulla. Né la cosa può meravigliare: di fronte al silenzio di Parigi e di Londra, Mussolini preferiva evitare un incontro nel quale non avrebbe avuto praticamente la possibilità di proporre nulla e si sarebbe solo trovato in difficoltà.

Con l’inizio della terza decade di giugno l’orizzonte prese però ad oscurarsi di nuovo e a Roma cominciarono ad arrivare le prime allarmate notizie di Attolico: la questione di Danzica sembrava aggravarsi, nonostante i tedeschi tendessero a minimizzarne i pericoli28. Di fronte a queste notizie, il 2 luglio Ciano dette istruzioni ad Attolico di chiedere «informazioni» a von Ribbentrop. Il tono delle istruzioni era fermo: «naturalmente non rifuggiamo da nessuna eventualità – nemmeno dalle piú gravi – [però] desideriamo conoscere per tempo come stanno le cose per prendere i provvedimenti necessari sia d’ordine militare che morale»29. Quanto in realtà il deteriorarsi della questione di Danzica preoccupasse Mussolini è dimostrato dal fatto che il giorno dopo, ancor prima di aver conosciuto la risposta di von Ribbentrop, Mussolini preparò per Ciano (che invece era molto meno allarmato30) una proposta di plebiscito per la città baltica da organizzare e controllare attraverso un comitato internazionale composto di rappresentanti della Germania, Polonia, Inghilterra, Italia, Svizzera, Olanda e Francia31. Tre giorni dopo Attolico parlò con von Ribbentrop. Il telegramma urgentissimo personale col quale riferí il giorno dopo a Ciano il colloquio non era drammatico, ma certo neppure tale da giustificare ottimismi. Il ministro tedesco aveva esaltato la potenza tedesca, si era detto convinto che Francia e Inghilterra non si sarebbero mosse e cosí pure l’Urss e gli Usa e che, quindi, neppure la Polonia si sarebbe mossa. Hitler poi non voleva un conflitto generale. Ma alle insistenze di Attolico per sapere come i tedeschi valutavano la prospettiva di un conflitto «creduto locale o localizzabile» che si potesse generalizzare, aveva risposto in termini cosí vaghi che l’ambasciatore, pur dicendo di ritenere che, «per il momento, non ci sia nulla da temere», suggerí a Ciano l’opportunità di dar seguito alla proposta di Hitler di un mese prima, e ora ripetutagli da von Ribbentrop, di un incontro, il 4 agosto, dei due dittatori32. Ciò nonostante e sebbene tutta una serie di notizie allarmanti stessero in quegli stessi giorni pervenendo anche dall’Inghilterra, dalla Francia, dalla Polonia e dal Vaticano, Ciano preferí ancora una volta lasciar cadere la proposta. Ricevuto il rapporto, fece sapere ad Attolico che sarebbe stato meglio rinviare l’incontro a fine settembre, «a meno che ragioni imperiose» non consigliassero di anticiparlo33. E se ne partí per la Spagna per incontrarsi con Franco.

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In realtà le «ragioni imperiose» c’erano e come. Tanto è vero che, due giorni dopo aver ricevuto la risposta di Ciano, l’11 luglio Attolico si affrettò a scrivere ad Anfuso che, secondo le notizie che aveva potuto raccogliere, era in corso da parte tedesca una serie di movimenti di truppe che si sarebbero dovuti concludere entro il 15 agosto e che «è in agosto, anzi verso il 10-15 del mese, che il Führer si deciderà per la pace o per la guerra» e che pertanto l’incontro era non solo necessario ma urgente. E due giorni dopo sollecitò una risposta in merito anche a nome di von Ribbentrop34. Per capire l’isolamento in cui palazzo Chigi tendeva a tenere Mussolini, è assai significativo che Anfuso non comunicò subito a Mussolini la lettera, ma ne informò sommariamente Ciano in Spagna, chiedendogli istruzioni per poi portarla a conoscenza del «duce» e ciò malgrado che dall’ambasciata a Berlino continuassero ad arrivare al tre notizie allarmanti. Sicché in pratica Attolico poté informare Hitler dell’accettazione della proposta solo il 15 luglio. Né la cosa finí qui. Tornato a Roma, Ciano, considerando evidentemente Attolico un allarmista, fece venire da Berlino a Roma Magistrati per consultazioni e fece di tutto per silurare l’incontro. Ecco come Magistrati ha rievocato il suo incontro, il 21 luglio, con il cognato35:

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Lo trovai... alquanto preoccupato per l’evoluzione degli avvenimenti e per l’iniziativa relativa all’incontro Hitler-Mussolini, da lui sostanzialmente disapprovata. Egli era già, in realtà, in uno stato d’animo contrario alle avventure belliche. Ma, in quel momento, pensava ancora che tutta la crisi avrebbe con probabilità condotto ad un nuovo compromesso europeo senza sfociare in un aperto conflitto e lasciando in piedi, in sostanza, l’impalcatura dell’alleanza italo-tedesca. Mi disse, quindi, innanzi tutto, di non vedere alcuna necessità del progettato incontro sia nel quadro generale dei rapporti internazionali sia in quello particolare delle relazioni tra Roma e Berlino. «In un quadro di alleanza – egli aggiunse – nel quale i rapporti fra i due alleati sono esattamente considerati, questa prossima conversazione del Brennero potrebbe essere interpretata o come un atto destinato a far precipitare gli avvenimenti in Europa o come un sintomo di qualche dissenso tra i due alleati stessi»... Tutto sommato, in quella fine di luglio, anche egli era tra coloro – e non erano pochi – che ritenevano ancora assurdo e poco intelligente da parte dei tedeschi voler forzare la mano fino alle estreme conseguenze. E considerava quindi esagerati ed intempestivi i primi timori, già ripetutamente, anche se ancora non decisamente, avanzati da Attolico circa i veri intendimenti dei dirigenti germanici.

Forse per maggior senso della gravità della situazione o solo per desiderio di cogliere comunque l’occasione per rilanciare la sua funzione di mediatore, chi, dopo un primissimo momento di incertezza, accolse meglio l’idea dell’incontro con Hitler fu Mussolini. Magistrati, che lo vide il giorno successivo l’incontro con Ciano, lo trovò nettamente orientato in senso pacifista e «propenso ad ergersi nuovamente a moderatore e, magari, a mediatore», anche se preoccupato di fare il gioco degli anglo-francesi.

Su Mussolini – ha scritto Magistrati nel libro in cui ha rievocato il colloquio36 – gravava il dubbio circa l’opportunità e la convenienza di indebolire, con un atteggiamento di immediato e palese distacco da quella che appariva essere la tattica intransigente della Germania, la posizione internazionale costituita dall’alleanza italo-tedesca. Era infatti evidente che, con ogni probabilità, quell’indebolimento avrebbe rafforzato la situazione e la tesi dell’altro blocco; e ciò Mussolini, che aveva tutt’ora la bocca amarissima per il fallimento dei suoi tentativi di pressione nei confronti della Francia, assolutamente non voleva. Il suo sforzo, quindi, nel preparare il suo incontro con Hitler, era appunto diretto a «varare» una formula capace di salvare sostanzialmente la pace, e di mantenere in vita, al tempo stesso, la giovanissima alleanza tra i due Paesi.

Un simile sforzo mi apparve costante e palese durante tutto il tempo nel quale, in piedi presso il suo tavolo di Palazzo Venezia, impartí le istruzioni che dovevo portare a Berlino.

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Come venne telegrafato il giorno stesso ad Attolico, il succo di queste istruzioni era che egli voleva «dare al prossimo convegno del Brennero un contenuto effettivo della maggiore portata internazionale, nella contemporanea riaffermazione dell’indissolubile amicizia italo-tedesca». In concreto l’ambasciata a Berlino si doveva muovere lungo tre direttrici. Prima: «dire innanzitutto in forma chiara e senza malintesi che se il Führer ritiene sia veramente oggi giunto il momento opportuno per una guerra l’Italia è disposta ad acconsentirvi al cento per cento. Se la Germania fosse obbligata a mobilitare, l’Italia farà altrettanto e contemporaneamente, intendendo mantenere pienamente con tutte le sue forze i suoi impegni». Seconda: far presente che le notizie a disposizione di Roma facevano «seriamente ritenere» che nel caso di un’azione «su Danzica o in Danzica» non solo la Polonia, ma la Francia e l’Inghilterra sarebbero intervenute, ripetere quanto già i tedeschi sapevano dal «memoriale Cavallero», aggiungendo a quanto ivi scritto che Ciano era tornato dal suo viaggio in Spagna con la convinzione di un altro fatto «importantissimo», e cioè che in caso di un conflitto Franco non sarebbe andato oltre una benevola neutralità e invitare quindi i tedeschi a «considerare se sia conveniente lo scoppio immediato di una guerra» o non convenisse piuttosto attendere un momento migliore, quando ci fosse stata maggiore «possibilità di una sorpresa». Terza: in questa situazione, considerare, invece, «l’eventualità di fare uso, da parte di Berlino e di Roma, di un mezzo atto a minare il fronte unico dei Governi e delle opinioni pubbliche dei Paesi democratici». E cioè lanciare, in occasione dell’incontro del Brennero, «l’iniziativa per una conferenza che sarebbe presentata come capace di discutere e risolvere i problemi europei attuali. Si metterebbero cosí automaticamente sul tappeto i “desiderata” della Germania e dell’Italia».

Il carattere di tale conferenza dovrebbe essere assolutamente europeo, per poter decidere, si ripete, unicamente sui problemi strettamente europei, ossia interessanti le relazioni tra le grandi potenze europee. Verrebbero cosí escluse la Russia, dato che essa è potenza a carattere intercontinentale, l’America e il Giappone. Si riunirebbero quindi intorno al tavolo soltanto la Germania, l’Italia, la Francia, la Gran Bretagna, la Polonia (dato il suo interesse diretto a quei problemi) e, per controbilanciare nettamente la Polonia stessa, la Spagna che verrebbe cosí ad essere posta senz’altro nel piano di grande potenza europea occidentale.

Qualora poi – eventualmente – si desiderasse avere alla Conferenza un osservatore europeo neutro, rappresentante, in un certo modo, i piccoli paesi, si potrebbe pensare, ad esempio, alla Svizzera oppure all’Olanda o alla Svezia.

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E ciò tenendo presente che, nel caso che la conferenza si fosse realizzata, «Germania ed Italia, strettamente unite e sicure delle loro mosse, avrebbero grande probabilità di successo» e nel caso che essa venisse rifiutata «la responsabilità degli avvenimenti futuri ricadrebbe integralmente sulle spalle dei Governi di Francia e d’Inghilterra», fatto che non avrebbe potuto non avere gravi ripercussioni all’interno di questi paesi37.

Quanto Mussolini credesse al successo della sua proposta e quanto, invece, volesse solo guadagnare tempo e far risalire le sue azioni a Londra e Parigi è difficile dire. Probabilmente, come spesso gli accadeva, pensava entrambe le cose e sperava che da cosa nascesse cosa. Altrettanto e forse anche piú difficile è stabilire che peso dare alla prima delle tre indicazioni, quella nella quale si raccomandava di mettere bene in chiaro con i tedeschi la sua volontà di marciare comunque al cento per cento con loro anche nel caso di una guerra. Non vi è dubbio che istintivamente egli volesse onorare l’alleanza, meno sicuri però saremmo nell’affermare che egli fosse razionalmente deciso a farlo anche se fosse stato Hitler a scatenare la guerra, senza una «vera» necessità e contro tutti gli impegni presi con lui. Per il momento però la necessità di una decisione non gli si pose. La proposta di Mussolini non incontrò il consenso né di von Ribbentrop né di Hitler; qualche effetto dovette però averlo. Se non altro, dovette far sorgere in essi i primi dubbi sull’effettiva possibilità di contare sino in fondo sull’Italia. Sarebbe difficile altrimenti spiegarsi perché, dopo averla richiesta e ritenuta ancora opportuna anche dopo aver conosciuto la proposta del «duce» (il 26 luglio), preferirono qualche giorno dopo (il 31 luglio) lasciar cadere l’idea dell’incontro immediato al Brennero e ne chiesero un rinvio «fra una settimana o dieci giorni» e perché von Ribbentrop si affrettò a dire ad Attolico che Hitler era «perfettamente d’accordo con il Duce nello stimare conveniente di evitare per ora – secondo il punto di vista espresso nel documento Cavallero – una conflagrazione europea» e che avrebbe evitato «sicuramente tutto quello che sia suscettibile (all’interno stesso di Danzica) di portare a risultati contrari e ciò sempreché egli non abbia la certezza assoluta, cioè al 100/100, di poter isolare la Polonia»38. Anche se è sicuro che Hitler non voleva un conflitto generale e che ad esso arrivò soprattutto per un errore di valutazione del reale atteggiamento anglo-francese e dopo che l’accordo con l’Urss l’ebbe vieppiú confermato in questa opinione, è possibile credere che la disdetta dell’incontro del Brennero sia stata voluta da Hitler per non dare a Mussolini la possibilità di precisare ulteriormente la sua posizione e per avere il tempo di definire prima la propria linea d’azione, in modo, se mai, da metterlo all’ultimo momento di fronte al fatto compiuto ed evitare che nel frattempo egli desse in qualche altro modo corpo alla sua idea di una conferenza europea che, se fosse andata in porto, forse gli avrebbe potuto fare acquistare Danzica, ma gli avrebbe impedito per un certo tempo di procedere contro la Polonia.

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Per qualche giorno i risultati ottenuti con il passo di Attolico determinarono a palazzo Chigi un clima piú disteso, grazie al quale Ciano rafforzò la propria convinzione (anche per le notizie che gli mandava Magistrati) che la situazione non fosse cosí grave come l’ambasciatore a Berlino l’aveva giudicata e continuava a giudicarla, arrivando al punto, in un telegramma del 1º agosto, di parlare nuovamente di possibilità di guerra immediata e di insistere quindi sull’opportunità che ora a volere un incontro chiarificatore fossero gli italiani.

Dalla risposta data ieri e da me telegrafata – diceva Attolico nel suo telegramma39 – si dovrebbe arguire che il Führer non abbia, ancora, in cuor suo, deciso per la pace e per la guerra. Decidere veramente non potrebbe mai – a rigor di logica e di trattato – senza l’Italia.

Comunque, cosa significa la mora di pochi giorni ch’egli ha richiesta?

Le possibilità sono due. Il Führer potrebbe – essendosi tagliato dietro da se stesso tutti i ponti, escludendo ogni possibilità di accomodamenti e di compromessi, avendo già messo a punto una macchina di guerra che sarà pronta allo scatto entro appena due settimane, egli potrebbe, nell’assenza di altre alternative visibili, sentirsi fatalmente sempre piú inclinato alla guerra. Oppure ancora il Führer – richiamato alla realtà dalle comunicazioni del Duce – ha domandato tempo per riesaminare – alla luce di esse – caldamente la situazione nella speranza o per lo meno nella intenzione di cercare di armonizzarsi con le vedute dell’Alleato. Certo, l’idea di una conferenza – dato che la sua mente non lavorava nella stessa direzione e sullo stesso piano di quella del Duce – doveva da principio causargli meraviglia e sorpresa. Essa rappresentava per lui un cambiamento di politica fondamentale, non suscettibile quindi di essere accolto cosí senza resistenza e da un momento all’altro. Ma il fatto che egli abbia domandato di pensarci su e rifletterci può anche essere un buon segno...

Tuttavia mi sembra che – cosí come si sono messe ora le cose – ove il Führer insistesse ancora per un incontro, significherebbe che egli si sarebbe, per quanto lo riguarda, orientato verso la guerra.

In questo caso, rifiutare l’incontro o continuare a procrastinarlo equivarrebbe praticamente a lasciare alla Germania piena libertà di azione fino ad accettare un fatto compiuto suscettibile di implicare anche noi. Incontrando invece il Führer, e discutendo con lui quando le sue idee sono ancora in formazione e le sue decisioni non definitive, si avrebbe la possibilità (che – data l’autorità del Duce – diventerebbe certezza) di influire sulle decisioni sue, e guadagnarlo alle nostre.

Bisognerà, quindi, stare ora attentamente a vedere. Dico attentamente perché ignoro se possa essere prudente attendere le decisioni del Führer a tempo indefinito.

Molto dimessamente credo che se, entro una settimana, nulla di nuovo ci venisse comunicato, converrebbe forse a noi di renderci parte diligente. La data del 15 agosto si approssima. Non si può mai sapere cosa, nel momento della stretta, possa avvenire. Nel III Reich le decisioni improvvise e fulminee non sono una novità. L’Italia, d’altra parte, ha tutto l’interesse a far chiaramente sapere che da parte sua non può ammettere e non ammette per nessuna ragione di essere «sorpresa».

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Ma ad essere «allarmista» non era solo Attolico. Negli stessi giorni anche l’addetto militare a Berlino, Roatta, inviava dispacci tutt’altro che ottimisti e che, uniti a quanto si sapeva sulla decisione di Varsavia, Londra e Parigi di non cedere ad un nuovo colpo di mano nazista, alla lunga non potevano non far riflettere anche Ciano. Tra il 6 e il 7 agosto nacque cosí l’idea di un incontro Ciano-Ribbentrop che servisse a fare il punto della situazione e a preparare eventualmente un successivo incontro Mussolini-Hitler40. Secondo il diario di Ciano, l’idea fu del ministro degli Esteri italiano. Mussolini l’accolse subito con grande favore. «Una guerra adesso sarebbe una follia», disse al genero il 9 agosto e il giorno dopo, mentre Ciano si accingeva a partire per la Germania, si espresse con lui in termini assai netti.

Il Duce – annotò Ciano41 – è piú che mai convinto della necessità di ritardare il conflitto. Ha redatto di suo pugno uno schema di comunicato sul convegno di Salisburgo che conclude con l’accenno a negoziati internazionali per risolvere le questioni che turbano tanto pericolosamente la vita europea.

Prima di lasciarmi, raccomanda ancora ch’io faccia presente ai tedeschi che bisogna evitare il conflitto con la Polonia, poiché è ormai impossibile localizzarlo e una guerra generale sarebbe per tutti disastrosa. Mai come oggi il Duce ha parlato con calore e senza riserve della necessità della pace. La penso al cento per cento come lui e questa convinzione mi porterà a raddoppiare gli sforzi. Ma dubito dei risultati.

La sera precedente la partenza di Ciano Attolico aveva telegrafato di ritenere che, nonostante la gravità della situazione, «la questione della scelta definitiva della via da seguire sia sempre “aperta”. Non si può fare a meno, tuttavia, di riconoscere che le probabilità di una soluzione pacifica tendono a diminuire piuttosto che ad aumentare»42. Contrariamente a quanto pensava Attolico, i colloqui che Ciano ebbe dall’11 al 13 agosto a Salisburgo e a Berchtesgaden con von Ribbentrop e Hitler dimostrarono invece che la via non era piú «aperta». Il primo, in preda «ad una irragionevole pervicace volontà di determinare questo conflitto», si disse convinto che la situazione fosse «particolarmente favorevole per la Germania per agire» contro la Polonia. Il conflitto non si sarebbe generaliz zato, perché «l’Europa assisterà impassibile all’implacabile stritolamento della Polonia». E anche qualora Francia e Inghilterra fossero volute intervenire, si sarebbero trovate «nella materiale impossibilità di recare offesa alla Germania e all’Asse ed il conflitto finirebbe sicuramente con la vittoria delle potenze totalitarie». Quanto all’Urss, anch’essa non sarebbe intervenuta perché le trattative con gli anglo-francesi erano fallite e ora erano in corso conversazioni con la Germania. Contro il muro di questa sicurezza tutti gli argomenti di Ciano si infransero irrimediabilmente43. Né le cose andarono meglio con Hitler44. Anch’egli si disse sicuro che il conflitto sarebbe rimasto localizzato. Contro questa certezza, le argomentazioni di Ciano e il suo richiamo agli accordi intercorsi di evitare una guerra per due-tre anni furono anche piú inefficaci che con von Ribbentrop. Come Ciano scrisse nel resoconto del colloquio45, poco dopo aver cominciato a parlare egli fu interrotto dal Führer che gli disse

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che era verissimo quanto gli dicevo e che anche lui concorda con Mussolini nel ritenere che due o tre anni – non però piú – siano utili all’Asse per migliorare la sua posizione e la sua preparazione. Li avrebbe attesi, secondo quanto era stato concordato. Ma le provocazioni della Polonia e l’aggravarsi della situazione ha reso urgente l’azione tedesca. Azione però che non provocherà un conflitto generale. Il Führer è quindi certo che, per quanto concerne l’Italia, egli non dovrà chiedere l’aiuto secondo l’impegno esistente.

E nel successivo colloquio, riproponendogli Ciano l’eventualità che il conflitto si generalizzasse, tagliò corto, dicendogli che se questa ipotesi «assurda» si fosse verificata, ciò avrebbe significato che l’Inghilterra e la Francia «avevano ormai deciso la lotta all’Asse e che anche senza l’attacco tedesco alla Polonia non avrebbero lasciato trascorrere quegli anni di preparazione che potevano apparire utili all’Italia e alla Germania»46.

I colloqui di Salisburgo e di Berchtesgaden segnarono la fine delle illusioni di Mussolini e di Ciano e con esse il fallimento di tutta la loro politica. Il regime e con esso l’Italia si vennero a trovare di fronte ad una scelta quale mai Mussolini aveva dovuto affrontare e che quasi certamente si sarebbe potuta rivelare decisiva per entrambi.

Ciano, che, oltretutto, si era sentito profondamente ferito dal modo freddo e scostante con cui von Ribbentrop lo aveva trattato, cosí diverso da quello a cui era abituato, tornò a Roma deciso di fare tutto il possibile per tenere l’Italia fuori dell’ormai imminente conflitto.

651–652

Torno a Roma – si legge nel suo diario47 – disgustato della Germania, dei suoi Capi, del modo di agire. Ci hanno ingannato e mentito. E oggi stanno per tirarci in un’avventura che non abbiamo voluta e che può compromettere il Regime e il Paese. Il popolo italiano fremerà di orrore quando conoscerà l’aggressione contro la Polonia e, caso mai, vorrà impugnare le armi contro i tedeschi. Non so se augurare all’Italia una vittoria o una sconfitta germanica. Comunque dato il contegno tedesco io ritengo che noi abbiamo le mani libere e propongo di agire di conseguenza, dichiarando cioè che noi non intendiamo partecipare a un conflitto che non abbiamo voluto né provocato.

Della sua stessa opinione erano i suoi collaboratori di palazzo Chigi e, appena l’esito dei colloqui cominciò ad essere risaputo (Ciano non fece mistero con nessuno di cosa aveva saputo e delle sue reazioni), dello stesso parere si sarebbe mostrata la grande maggioranza del gruppo dirigente fascista. Va anzi sottolineato che, proprio attorno al problema dell’atteggiamento da assumere di fronte alla guerra, nelle due settimane successive al rientro di Ciano a Roma si verificò all’interno di tale gruppo dirigente un profondo rimescolamento e riassestamento dei vari sottogruppi che sino allora lo avevano costituito e degli stessi rapporti personali tra i suoi membri. Vecchi rancori, come quelli tra Balbo e De Bono, finirono e si trasformarono, nella comune azione per tenere l’Italia fuori dal conflitto, in rinnovate amicizie, altri, come quelli tra Ciano e Grandi, ebbero una pausa e, comunque, si attenuarono un po’. Rapporti sino allora un po’ incerti e ambigui, come quelli tra Ciano e Bottai, si caratterizzarono in modo nuovo e nettamente piú positivo. Altri, invece, entrarono chiaramente in crisi, come, per esempio, quelli tra Ciano e Starace e tra Bocchini e Starace. Alcuni di questi processi erano già in atto da tempo, a determinare la loro piena maturazione fu però la nuova situazione. Cosí come furono questa nuova situazione e il fermo atteggiamento subito preso di fronte ad essa da Ciano che determinarono in molti, sino allora critici e ostili verso il giovane ministro degli Esteri (in marzo, discutendosi in Gran Consiglio per l’ennesima volta di chi dovesse, in caso di impedimento o di morte di Mussolini, prendere le redini del regime, la questione era stata accantonata perché, orientatisi i piú per un triunvirato, facile era stato l’accordo sui nomi di Balbo e di Grandi, mentre quello di Ciano aveva incontrato le piú vive opposizioni48), un mutamento di giudizio nei suoi confronti e perciò un rafforzamento della sua posizione di numero due del regime (cosí come nei sostenitori dell’intervento a fianco della Germania una profonda ostilità verso di lui che non si sarebbe piú placata neppure dopo il 10 giugno del 1940) che contribuiscono a spie gare l’ulteriore ascesa, nei mesi successivi, della sua fortuna e potenza politiche che avrebbero raggiunto il loro zenith alla fine di ottobre (ché verso la fine dell’anno dopo, come vedremo nel prossimo volume, esse cominciarono rapidamente a calare parallelamente al sempre piú evidente riprendere il sopravvento degli aspetti negativi della sua personalità) con la sostituzione di Starace con Muti alla segreteria generale del PNF e col rimpasto del governo da cui nacque quello che comunemente fu detto il «gabinetto Ciano», proprio per il ruolo decisivo che il ministro degli Esteri ebbe nella scelta dei ministri da sostituire e da nominare.

652–653

Ma per importanti che fossero il vasto schieramento subito determinatosi a favore del non intervento italiano in guerra (ai vertici. del regime i favorevoli all’intervento erano all’inizio, che poi i piú si allinearono sulla posizione di Mussolini, praticamente solo Starace, Farinacci, Alfieri, Buffarini-Guidi e Pariani) e il fatto che a guidarlo fosse il ministro degli Esteri, l’elemento decisivo della situazione era costituito da Mussolini. Tutti ne erano consapevoli, Ciano per primo. E non solo gli italiani, ma anche tutti i rappresentanti stranieri nella capitale che, piú o meno informati subito dell’incrinatura prodottasi nell’Asse col viaggio di Ciano in Germania, seguivano con ansia gli sviluppi della politica italiana e cercavano di raccogliere il piú possibile notizie sugli orientamenti di Mussolini49. Che il «duce» non volesse in quel momento la guerra e sapesse di essere assolutamente impreparato a farla era pacifico. Questo non risolveva però la questione. Tutta una serie di altre motivazioni – politiche, ideologiche, culturali, caratteriali, di prestigio – portavano infatti il «duce» a non sapersi rassegnare facilmente all’idea di non onorare la firma apposta sotto il «patto d’acciaio», di dover smentire le parole da lui dette al «Campo di maggio», di essere costretto a riconoscere il fallimento della propria politica e l’impreparazione del «possente» esercito italiano, e di disertare infine la «prova» per la quale egli aveva «preparato le generazioni del littorio». Grandi, che Ciano di ritorno a Roma cercò e volle vicino a sé perché lo aiutasse e lo consigliasse in quei drammatici frangenti, ha ricostruito bene nelle sue memorie quello che dovette essere lo stato d’animo di Mussolini nelle due settimane che intercorsero, grosso modo, tra il ritorno del genero e lo scoppio della guerra50:

Mussolini non voleva, in quel momento, la guerra. Egli amava «giocare» colla guerra, aveva avanzato sempre. Nei discorsi alle folle, nelle colonne dei giornali, nelle pittoresche e incruenti riviste militari. Aveva mal digerito Nietzsche e si era atteggiato, per lunghi anni, a filosofo e profeta della guerra, urlando, minacciando e facendo la «faccia feroce». Era un «bluff», un inganno nel quale aveva finito col cadere egli stesso, vittima del suono delle sue stesse parole da lui medesimo scambiato spesso per il rumore pesante e sinistro dei carri armati in marcia o del rombo di areoplani in volo. Tanto piú che altri avevano creduto e, sovente, ceduto. La guerra l’aveva fatta anche. Ne aveva fatte due, quella abissina e quella spagnola. Ma non erano state né l’una né l’altra delle «grandi» guerre e per questo soltanto esse avevano permesso a lui di apparire «grande». Una guerra europea era una guerra di giganti, destinata fatalmente a ristabilire le proporzioni, quelle vere, non quelle illusorie. Mussolini intuiva perfettamente questo e l’annuncio inatteso di Hitler, la disinvoltura brutale colla quale questi veniva meno ad un tratto agli impegni solenni assunti personalmente con lui, col maestro adulato e incensato, glielo confermavano.

D’altra parte come avrebbe potuto egli, Mussolini, apparire ad un tratto di fronte al suo popolo e al mondo intero come «tradito» dall’amico fedele e dal fedele popolo germanico, o peggio ancora come «traditore», egli stesso all’ultima ora, di una solidarietà solennemente giurata? Risuonavano certamente al suo orecchio le fatali parole pronunciate il settembre nel Campo di Maggio davanti alla moltitudine inebriante di Berlino: «Quando io ho un amico vado con lui fino in fondo». Come avrebbe potuto egli, l’imprudente profeta della guerra, il Pontefice riconosciuto di un’ideologia universale, tirarsi indietro proprio nel momento in cui la guerra prevista giungeva e l’ideologia conquistatrice si accingeva finalmente a conquistare il mondo? Come poteva egli, il Duce «che ha sempre ragione», presentarsi agli italiani come un piccolo uomo di Stato che si era sbagliato, e rifugiarsi come già aveva fatto il modesto A. Salandra nel luglio 1914 dietro la formula mediocre del «sacro egoismo» difeso dalla neutralità?

653–654

Né, allargando per un momento il discorso a tutto il periodo che intercorse tra il ritorno di Ciano dalla Germania e l’annuncio della «non belligeranza» italiana, si deve sottovalutare quanto a rendere per Mussolini piú difficile e drammatica una decisione contribuivano, dato il suo carattere, le notizie, in qualche caso vere, molto spesso inventate di sana pianta, messe in circolazione dalla stampa internazionale e francese in particolare sui suoi dubbi, i contrasti con Hitler, col sovrano e all’interno del regime, le violente reazioni popolari alla prospettiva di una guerra a fianco della Germania, ecc. Una messe di notizie sulle quali ci si potrebbe dilungare per pagine e che, già cominciata a circolare prima degli incontri di Ciano con Hitler e von Ribbentrop, divenne dopo di essi sempre piú ricca e, come dicevamo, sempre piú fantasiosa. Ché se quelle sui disaccordi con i tedeschi (subito alimentate dal fatto che dopo il viaggio di Ciano non fu emesso alcun comunicato, non essendosi trovata una formula che soddisfacesse entrambe le parti, ma i tedeschi tesero a presentarlo come svoltosi all’insegna della piú perfetta identità di vedute) erano ben fondate, altre, inventate di sana pianta all’estero o raccolte tra quelle che circolavano in Italia, non lo erano affatto. Basti dire che si arrivò a parlare di un diverbio di Mussolini con Badoglio finito col ferimento del primo alla faccia e col suo ricovero in ospedale, di un duello col maresciallo Caviglia (che poi si sarebbe suicidato), di un attentato, sempre contro Mussolini, ad opera di Badoglio e del conte Calvi di Bergolo, di abdicazione del re e di vere e proprie rivolte popolari51.

654–657

Ciano, nel suo diario, è assai parco di notizie su come Mussolini reagí al resoconto degli incontri con Hitler e von Ribbentrop da lui fattogli il 13 agosto, appena rientrato in aereo a Roma52:

A Palazzo Venezia, riferisco al Duce. E oltre al rapporto dell’accaduto, gli rivelo appieno il mio giudizio su situazione, uomini ed eventi... Le reazioni del Duce sono di varia natura. Dapprima mi dà ragione. Poi dice che l’onore lo obbliga a marciare con la Germania. Infine afferma che vuole la sua parte di bottino in Croazia e in Dalmazia.

E anche le sue annotazioni successive sono in proposito sommarie, vaghe, piú volte a sottolineare gli sbalzi d’umore e le incertezze piú macroscopiche che a tentare un’analisi, anche solo umana. Né la cosa, in definitiva, meraviglia: le annotazioni del diario di Ciano di queste settimane danno infatti l’impressione netta di tendere soprattutto a mettere nel massimo rilievo l’apporto personale del loro autore alla decisione del «duce» di non intervenire in guerra e di farlo in un modo che, sostanzialmente, da un lato, sopravvaluta – scientemente o inconsapevolmente è difficile dire – tale apporto e, dall’altro, sottovaluta o sottace l’iniziativa di Mussolini, arrivando talvolta a non riferire alcuni fatti importanti o ad alterarne altri. Tutto sommato, anche se in buona parte frutto di informazioni indirette, piú attendibile ci pare l’immagine complessiva che di queste reazioni ha dato Grandi nelle sue memorie, tanto piú che essa trova varie conferme in memorie, diari e documenti di altri esponenti del regime. Scrive Grandi53:

Alla relazione dettagliata fatta da Ciano sull’incontro di Salisburgo Mussolini non aveva mostrato reagire: il colpo era stato troppo duro, egli si era chiuso in un mutismo assoluto. Imprenetabile e solo a Palazzo Venezia, rifiutava i contatti con chicchessia limitandosi a ricevere soltanto le persone a lui piú vicine. Il Ministro degli Esteri, il Sottosegretario agli Interni, il Segretario del Partito, i sottosegretari militari e il Capo della Polizia. Tratteneva queste per pochi minuti e di nuovo si richiudeva nel silenzio e nella solitudine, come una sfinge.

Sempre secondo Grandi54, piú che prendere una decisione, Mussolini avrebbe in pratica finito per lasciare, «fingendo di non accorgersi, che altri facessero per lui». In questo giudizio non siamo, invece, d’accordo con Grandi, che probabilmente deve averlo mutuato attraverso il filtro dei suoi stretti contatti in questo periodo con Ciano. Indubbiamente il resoconto di Ciano fu per Mussolini un colpo durissimo. In definitiva però, probabilmente, meno duro di quello che gli incontri con Hitler e soprattutto con von Ribbentrop avevano costituito per il genero: un po’ per la sua paura e diffidenza atavica verso i tedeschi, un po’ per il suo maggior senso politico, egli, nell’intimo, doveva infatti esserselo atteso; cosí come del resto sarebbe stato per il patto Ribbentrop-Molotov, che colse Ciano completamente di sorpresa (mentre avrebbe dovuto avere molti elementi per aspettarselo55, certo piú di quelli di cui disponeva il «duce»), ma meno Mussolini56. E certamente, pur essendo duramente colpito dalle notizie portate da Ciano, pur chiudendosi in se stesso e pur avendo, al solito, alti e bassi d’umore e sfoghi ora contro i tedeschi ora contro gli anglo-francesi che «l’avevano messo in quella situazione», Mussolini non fu affatto passivo né cosí incerto come si vuole spesso affermare. Troppi fatti, desumibili dalle varie fonti disponibili, provano un suo ruolo decisionale non solo attivo, ma temporalmente in anticipo sulle suggestioni e le proposte di Ciano, che giustifica il nostro dissenso rispetto a quanto affermato da Grandi. Tra i piú importanti ne vogliamo ricordare due. L’ordine dato il 16 agosto a De Bono (ma, si noti, Mussolini lo aveva fatto convocare sin dal 14, fu De Bono che, essendo a Cassano, non poté recarsi da lui prima) di fare subito una ricognizione «al fronte Nord, dal Passo di Resia al Tarvisio» («Sono le piú importanti; falle entro il mese»)57; e la convocazione, il 19 agosto (il giorno prima cioè che Ciano lo «convincesse», come vedremo, ad autorizzarlo a parlare ancora una volta con von Ribbentrop «con ogni franchezza e rivendicare i nostri diritti di soci»58), di Giacomo Paulucci di Calboli Barone per chiedergli di preparargli un resoconto scritto («sarà il primo documento di un dossier che sto preparando sui tradimenti del camerata Hitler») su una conversazione da lui avuta a Berlino il 22 giugno con il ministro dell’Economia del Reich Funk, durante la quale questi si era espresso sulle ricchezze naturali della Polonia in un modo che lasciava intendere che i tedeschi pensavano di impadronirsene, cosa che Paulucci gli aveva riferito, ma senza che lui, allora, ci avesse creduto59. In realtà, molte delle «incertezze» di Mussolini in queste giornate, piuttosto che la decisione di fondo di non partecipare ad un conflitto, dovettero riguardare il modo e il momento della sua realizzazione in una situazione che rimaneva pur sempre in qualche misura incerta e nella quale non mancavano colpi di scena – in particolare l’annuncio del patto tedesco-sovietico – che potevano far pensare ad un suo diverso sbocco. Ciò che, infatti, doveva preoccupare soprattutto Mussolini era di compiere un passo inutile o prematuro, che, rivelando troppo presto la sua decisione, guastasse del tutto i suoi rapporti con la Germania o lo privasse della possibilità di tentare di esercitare in extremis la sua funzione di mediatore. Il che, sia ben chiaro, non vuol dire negare o anche solo sottovalutare il fatto che la decisione di non intervenire in guerra gli pesasse enormemente e fosse sentita da lui come una sconfitta politica, ideologica e morale e che, quindi, pur sapendola necessaria, egli si ribellasse al tempo stesso ad essa, sperasse di poterla evitare e, addirittura, in certi momenti la rifiutasse. Perché dove Grandi ha visto bene non è stato nel passo delle memorie sopra citato, ma in un’annotazione delle sue pagine di diario, quando, sotto la data del 21 agosto, ha scritto che Mussolini stava «combattendo la piú grande battaglia interiore della sua vita». E la combatté sostanzialmente tutto da solo, riducendo al massimo i contatti con tutti i suoi collaboratori, anche con Ciano, e prendendo lui le decisioni effettive, anche se in apparenza lasciò credere loro e soprattutto al genero di avervi una parte notevole. Forse senza rendersene neppure conto, forse per intima stanchezza e distacco da simili piccole vanità, forse per calcolo, per potere eventualmente ritorcerle contro di loro e cercare, al caso, di scaricarsene la responsabilità. In sostanza, si può dire che Mussolini, pur non volendo assolutamente scoprire il suo gioco e nulla pregiudicare delle possibilità che la situazione poteva offrirgli e volendo, se proprio doveva, giungere ad una dichiarazione di neutralità – una parola per lui cosí ostica e avvilente che, quando dovette usarla, la sostituí con quella piú marziale di «non belligeranza» – prese razionalmente la sua decisione subito dopo aver ascoltato il resoconto fattogli da Ciano. Probabilmente nella notte tra il 13 e il 14 agosto. La prova migliore è nell’ordine di convocazione di De Bono da lui impartito il giorno dopo e nelle istruzioni che gli dette il 16, appena poté parlargli. Una ulteriore, anche se indubbiamente meno significativa, conferma è costituita dalle istruzioni ai direttori di giornali e a quello dell’Agenzia Stefani impartite da Alfieri nel suo rapporto del 18 agosto e che corrispondono a quelle che dalle pagine di diario di Grandi60 sappiamo erano state date il 16 da Starace, certo non di sua iniziativa, ai federali: «macchina indietro, a tutta forza, nell’azione di propaganda popolare in favore della Germania»61:

657

Vi ho già fatto dire di evitare nei riguardi della Polonia – disse Alfieri – un soverchio ottimismo e di appoggiare genericamente la tesi di un accordo polacco-tedesco. Vi ho convocato oggi perché ritengo utile, mediante un contatto personale, precisare il nostro pensiero meglio di quanto sia possibile fare in una circolare.

Appoggiare la Germania per quanto concerne la questione di Danzica non vuol dire esagerare, come qualcuno ha fatto, nella impostazione polemica della questione stessa. Si può e si deve dimostrare la legittimità, la giustizia della tesi tedesca, ma non conviene prendere posizione troppo decisivamente, dato che in questi giorni la situazione, che è molto seria e delicata, si va sviluppando e non sappiamo precisamente quello che potrà succedere.

Se la Polonia riconoscerà che le conviene accordarsi con la Germania, meglio per tutti; ma, intanto, evitiamo di sbilanciarci troppo. A questo proposito, conviene anche tener conto che, pur seguitando a polemizzare con l’Inghilterra e con la Francia, non è il caso di esagerare, appunto perché la diagnosi della situazione è riservata.

Le incertezze e i ripensamenti dei giorni successivi di cui parla Ciano nel suo diario piú che veri ripensamenti furono essenzialmente stati d’animo tipici del suo carattere (e c’è da chiedersi addirittura quanto sinceri e quanto un po’ per scena e un po’ per tenere a freno il genero e impedirgli di precipitare le cose con i tedeschi) e che divennero – è bene notarlo – meno frequenti e si placarono del tutto via via che le notizie trasmesse dagli inglesi e lo svolgersi degli avvenimenti gli dimostrarono quanto poco «leale» fosse l’atteggiamento dei tedeschi verso di lui, sino a convincerlo di essere stato da essi ingannato e tradito. Alcune annotazioni di Ciano sono a questo proposito significative62. In un momento solo le sue incertezze furono razionali, al momento del patto tedesco-sovietico, quando (pur ribellandosi all’idea che Hitler avesse potuto stringere un accordo cosí stretto con Stalin in spregio alla logica del patto anti-Komintern e, ancora una volta, a quanto concordato), per due-tre giorni, egli dovette chiedersi se esso non costituisse un fatto nuovo in grado di determinare un effettivo cambiamento della situazione. Ma le stesse incertezze le ebbe anche Ciano, come provano le sue annotazioni sotto la data del 22 agosto63. Dopo di che Mussolini tornò però sulla sua precedente posizione, con in piú un nuovo motivo di polemica verso i tedeschi.

658–659

Concretamente, la documentazione oggi disponibile permette di ricostruire in questi termini le «incertezze» di Mussolini nei giorni successivi al ritorno di Ciano dalla Germania. Il 14 agosto il «duce» preparò una bozza di comunicazione da inviare ai tedeschi nella quale era posto l’accento su due concetti: che la sicurezza di localizzare il conflitto era infondata e che la controversia con la Polonia poteva «essere ancora suscettibile di una soluzione quale la Germania ha il diritto di attendere, senza ricorrere alla forza»64. Quale significato si debba dare a questo documento ce lo dice il diario di Ciano sotto la data del giorno successivo65:

Il Duce, che in un primo tempo rifiutava di separare la sua libertà d’azione da quella tedesca, oggi, dopo l’esame dei documenti da me presentati e dopo i nostri colloqui, è entrato nell’ordine di idee che è impossibile marciare a occhi bendati con la Germania. Egli fa però una riserva: vuole preparare lo sganciamento, ma fare ciò in modo da non rompere brutalmente le relazioni con Berlino. Poiché, a suo avviso, è ancora possibile – se pure difficile – che le democrazie abbozzino. In tal caso non ci conviene esserci urtati con la Germania, poiché anche noi dobbiamo prendere la nostra parte di bottino. Bisogna quindi trovare una soluzione che permetta: a) se le democrazie attaccano, di sganciarci «onorevolmente» dai tedeschi; b) se le democrazie incassano, di cogliere l’occasione per saldare, una volta per tutte, i conti con Belgrado.

A tal fine sembra piú di ogni altra cosa conveniente fissare per iscritto le conclusioni di Salisburgo. È un documento che, a seconda dei casi, potremo tirare fuori o lasciare sepolto in archivio. Ma anche il Duce è sempre piú convinto che le democrazie si batteranno: «È inutile – dice – andare a duemila metri fra le nuvole. Forse si è piú vicini al Padre Eterno – se esiste – ma si è piú lontani dagli uomini. Questa volta è la guerra. E noi non possiamo farla perché le nostre condizioni non ce lo permettono».

Il 16 agosto fu deciso di non inviare piú la nota scritta, ma di farne oggetto solo di una comunicazione verbale, «poiché una nota scritta potrebbe indurre la Germania a chiedere precisazioni circa il nostro eventuale contegno in caso di guerra»66. Due giorni dopo, nel cuor della notte, Attolico informò Ciano che von Ribbentrop gli aveva telefonato chiedendogli di vederlo il giorno dopo e dicendogli di avvertire Roma «che le decisioni nella direzione già comunicata [a Ciano] a Berchtesgaden erano ormai prese»67. Nell’incontro del 19 Attolico comunicò il punto di vista di Mussolini al ministro nazista, che però mostrò chiaramente di non dargli peso e, anzi, cercò di sostenere che con i colloqui dell’11-13 agosto la Germania aveva adempiuto i suoi obblighi di consultazione e che di conseguenza all’Italia non restava che adempiere a sua volta quelli di intervento a suo fianco nell’ormai imminente conflitto68. Il giorno dopo Attolico era a Roma e si incontrava direttamente con Mussolini, essendo Ciano in Albania. Dopo l’incontro il «duce» indisse per le diciannove e trenta una riunione con alcuni ministri (già convocati a Roma per quel giorno sin dal 17), i sottosegretari militari e Starace69. Nella stessa giornata si verificò inoltre un fatto che indubbiamente pesò notevolmente sulla successiva riunione a palazzo Venezia, la consegna cioè da parte dell’ambasciatore inglese di una comunicazione di Halifax per Mussolini nella quale si ribadiva che Inghilterra e Francia non si sarebbero sottratte ai loro impegni verso la Polonia e si diceva che Londra non era però ostile ad una soluzione negoziata della questione di Danzica: se «da parte autorevole» fosse stata proposta all’uopo una conferenza, alla quale partecipassero anche la Polonia e l’Urss, il governo inglese, pur essendo scettico sul suo risultato, l’avrebbe considerata positivamente70. Pur nella sua forma cauta e tortuosa, questa comunicazione stava a dimostrare che, forse, sussisteva ancora qualche possibilità di evitare il conflitto e soprattutto che Mussolini poteva ancora tentare di rilanciare la sua idea di una conferenza ad hoc. E ciò tanto piú che il giorno prima non solo Loraine aveva cercato di incontrarsi con Grandi, ma questi era stato contattato da A. Dingli, giunto a Roma per riattivare il «canale segreto» e per comunicargli un messaggio personale di Chamberlain (di cui però non conosciamo il contenuto)71. Tutte cose che potevano far pensare che, dopo Salisburgo e, forse, anche per effetto di un passo del 15 agosto (non sappiamo se fatto di propria iniziativa o su indicazione di Ciano) di Attolico sul suo collega britannico a Berlino, Henderson, volto a sollecitare una collaborazione italo-inglese per salvaguardare la pace72, il governo di Londra stesse mutando la sua posizione verso l’Italia.

659–661

Sugli avvenimenti della seconda metà di questa giornata – assai importante ai fini di tutta la vicenda di queste due settimane – siamo male informati. Non sappiamo neppure con certezza se la riunione indetta da Mussolini abbia avuto luogo. Ciano, rientrato tempestivamente dall’Albania su consiglio di Anfuso, non ne fa cenno e parla solo di una riunione tra lui, Mussolini e Attolico che, se mai, dovette precedere quella con i ministri e i sottosegretari. Ma ne dà un resoconto che contrasta con l’unico documento sicuro che ce ne resta. Secondo Ciano, Mussolini si sarebbe dichiarato a favore di un intervento con i tedeschi e avrebbe voluto rassicurarli su ciò. Alla fine la riunione si sarebbe conclusa però con un nulla di fatto73. Solo il giorno dopo, incalzato dal genero, Mussolini si sarebbe piegato a permettergli di incontrare ancora una volta von Ribbentrop per parlargli «con ogni franchezza» e per «rivendicare i nostri diritti di soci», senza tuttavia far saltare «per ora» l’Asse74. Bastianini parla di una riunione tra Mussolini e Ciano alla quale egli sarebbe stato per un certo tempo presente, ma nel suo racconto è evidente una sorta di confusione-sovrapposizione di ricordi relativi a questa riunione e a quella del successivo 26 agosto75. Luciolli, infine, ne dà una versione che appare la meno improbabile, parla cioè di una sola riunione, quella indetta da Mussolini per le diciannove e trenta, senza Attolico, dalla quale sarebbe uscita la decisione del nuovo incontro Ciano-Ribbentrop76. L’unica cosa sicura è che Mussolini e Ciano77 prepararono un progetto di nota da trasmettere ai tedeschi (datato ore diciannove) in cui a) si confermava la convinzione che il conflitto non sarebbe stato localizzabile e, a sua conferma, si allegava copia della comunicazione consegnata da P. Loraine qualche ora prima; b) si ribadiva che le condizioni dell’Italia non erano «in quel momento» «le piú favorevoli» per affrontarlo; c) si affermava che «il suggerimento inglese» non era da scartare: fatto salvo il preventivo ritorno di Danzica al Reich, la Germania non aveva «nulla da temere» da una conferenza internazionale che avrebbe potuto avere come temi la «definizione ulteriore dei rapporti tra la Germania e la Polonia», i «problemi franco-italiani», la «questione coloniale tedesca», «problemi economici e ridistribuzione delle materie prime» e «limitazione degli armamenti». Come si vede, il contenuto di questo documento smentisce quanto affermato da Ciano nel suo diario. Esso si lega però bene con quanto sappiamo degli avvenimenti del successivo 21 agosto78: a) la preparazione, ad opera di L. Vitetti con l’aiuto di Attolico, della documentazione necessaria a Ciano per dimostrare il buon diritto dell’Italia a non ritenersi automaticamente impegnata ad entrare in guerra e per caldeggiare invece la proposta di convocare una conferenza che esaminasse tutti i maggiori problemi europei sul tappeto; b) il suo esame da parte di Mussolini che la modificò «leggermente» onde evitare che potesse essere intesa come una denuncia dell’alleanza; c) la redazione, sempre da parte di Mussolini, di una lettera per Hitler che Ciano avrebbe dovuto portare con sé e in cui il «duce» prospettava quattro eventualità: « 1) Se la Germania attacca la Polonia ed il conflitto rimane localizzato, noi daremo alla Germania l’appoggio che ci sarà chiesto; 2) Se la Polonia e Alleati attaccano la Germania noi interverremo a favore della Germania; 3) Se la Germania attacca la Polonia e Francia e Inghilterra contrattaccano la Germania, noi non prendiamo iniziative di operazioni belliche, date le attuali condizioni della nostra preparazione militare tempestivamente comunicate al Führer e a von Ribbentrop; 4) Se eventuali negoziati falliscono per intransigenza altrui e la Germania intende risolvere con le armi la vertenza, interveniamo a fianco della Germania»; d) la ricerca telefonica di von Ribbentrop per fissare l’incontro di Ciano con lui.

661–662

Come si vede, Mussolini voleva procedere, al contrario di Ciano che avrebbe preferito bruciare i tempi e non credeva piú alla possibilità di un accordo, con i piedi di piombo; il senso reale della sua lettera per Hitler è però chiaro: il «duce» voleva preparare il terreno per rimaner fuori del conflitto, senza però rompere con la Germania e sperando ancora di porsi come mediatore. A sconvolgere per un momento i suoi piani, ma, in definitiva, a rafforzarlo subito dopo nella sua idea, venne però il patto tedesco-sovietico. Raggiunto telefonicamente von Ribbentrop, questi prima prese qualche ora di tempo per rispondere, poi fece sapere di essere in procinto di partire per Mosca per firmare un patto col governo sovietico. Questa notizia – lo si è detto – gettò Mussolini e Ciano nella confusione e nell’incertezza, inducendoli a soprassedere all’idea dell’incontro con von Ribbentrop e ad accarezzare di nuovo per un momento i progetti piú «rosei». Basti dire che Pariani fu incaricato di studiare un’eventuale azione contro la Iugoslavia e la Grecia79. Due o tre giorni – durante i quali apparve chiaro che il patto non avrebbe fatto mutare atteggiamento a Londra e Parigi – bastarono però a ricondurli ad una visione piú realistica della situazione. E ciò tanto piú che negli stessi giorni il disgelo dei rapporti con l’Inghilterra fece grandi progressi e Londra prese a mantenere stretti contatti con Roma informandola puntualmente delle trattative con la Germania, sulle quali invece Berlino manteneva un piú assoluto riserbo e addirittura minimizzava. Questo fatto, unito all’atteggiamento di Vittorio Emanuele III nettamente ostile ad ogni idea di intervento in guerra e deciso a non farsi tagliar fuori dalle relative decisioni, a cominciare da quella di un’eventuale mobilitazione generale80, contribuí non poco a indurre Mussolini ad accedere al punto di vista di Ciano che fosse ormai opportuno fare sapere ad Hitler che, se fosse scoppiato un conflitto generale iniziato dalla Germania, l’Italia non vi avrebbe preso parte. La mattina del 25 agosto fu perciò preparato un nuovo telegramma per Attolico con cui lo si incaricava di comunicare al Führer che se il conflitto fosse rimasto localizzato l’Italia avrebbe dato alla Germania «ogni forma di aiuto politico, economico che le sarà richiesto», mentre nel caso di un conflitto generale provocato dall’attacco tedesco alla Polonia l’Italia, «date le attuali condizioni della nostra preparazione militare ripetutamente e tempestivamente segnalate al Führer e a von Ribbentrop», non avrebbe preso «l’iniziativa di operazioni belliche»81. Anche questa comunicazione non era però destinata ad essere inoltrata.

662–663

Circa tre ore dopo che Mussolini e Ciano l’ebbero concordata, l’ambasciatore von Mackensen recapitava al «duce» una lettera di Hitler nella quale82 questi, dopo aver riepilogato le trattative con i sovietici ed essersi scusato per non averlo informato «perché mi mancava non soltanto la visione dell’ampiezza che queste conversazioni avrebbero potuto raggiungere, ma anche soprattutto la certezza della possibilità del successo», aver sottolineato i vantaggi che il patto con l’Urss arrecava alla strategia tedesca e aver presentato la situazione dei rapporti con la Polonia come estremamente deteriorata e tutto per colpa di Varsavia, scriveva:

In tali condizioni nessuno può prevedere ciò che si verificherà nell’immediato avvenire. Posso però soltanto assicurarVi che vi è in qualche modo una frontiera dalla quale non posso indietreggiare a nessun patto.

Inoltre posso infine assicurarVi ancora, Duce, che in situazione analoga io recherò all’Italia una piena comprensione e che Voi potete fin d’ora esser sicuro del mio atteggiamento in ogni caso del genere.

Di fronte al tono deferente e, tutto sommato, remissivo della lettera, Mussolini fu colto ancora per un momento dagli scrupoli, ma Ciano, giocando abilmente sulla «comprensione» italiana richiesta da Hitler, lo convinse facilmente ad approfittare dell’occasione offertagli dalla lettera per far conoscere ad Hitler la sua decisione. Fu cosí subito preparata e comunicata telefonicamente ad Attolico perché la trasmettesse al Führer una risposta dal tono assai conciliante (veniva approvato il patto con Mosca), ma nella quale erano finalmente annunciate le decisioni già formulate nel telegramma di qualche ora prima, poi non inoltrato. Rispetto ad esso (su suggerimento, pare, di Attolico e di Vitetti e allo scopo evidente di rendere meno amaro il boccone e, al tempo stesso, non chiudersi per il futuro la porta tedesca) la lettera83 faceva però seguire alla comunicazione del non intervento italiano questa precisazione:

663–664

Il nostro intervento può tuttavia essere immediato se la Germania ci darà subito i mezzi bellici e le materie prime per sostenere l’urto che i franco-inglesi dirigeranno prevalentemente contro di noi. Nei nostri incontri la guerra era prevista dopo il 1942, e a quell’epoca sarei stato pronto per terra per mare e per aria, secondo i piani concordati.

Ritengo inoltre che le semplici misure militari italiane già prese ed altre da prendere in seguito [il richiamo alle armi di due classi e di 38 battaglioni della Milizia a cui ne sarebbero seguiti altri nei giorni successivi] immobilizzeranno in Europa e in Africa notevoli forze franco-britanniche.

Non vi sono dubbi che ormai a Berlino le speranze in un intervento italiano erano molto scarse. La lettera di Mussolini indusse però Hitler ad un ultimo tentativo. Nella stessa serata von Mackensen consegnò al «duce» un’altra comunicazione del cancelliere invitante Mussolini a precisare «di quali mezzi bellici e di quali materie prime Voi abbisognate ed entro quale tempo, affinché io sia in grado di giudicare se ed in quale misura io possa soddisfare le Vostre richieste di mezzi bellici e di materie prime»84. Sino a questo momento la vicenda con i tedeschi si era mantenuta su un livello certo non esaltante, ma tutto sommato neppure tale da mettere Mussolini in una condizione di reale inferiorità morale nei confronti di Hitler. I machiavellismi e i sotterfugi di Roma avevano infatti trovato giustificazione, oltre che nell’estrema gravità della decisione da prendere, nel comportamento tutt’altro che corretto e leale di Berlino. A questo punto però essa scadette irrimediabilmente nel grottesco e a tutto scapito morale di Roma.

Per rabbonire i tedeschi e dimostrar loro la propria buona volontà, Mussolini aveva scritto ad Hitler che se l’Italia avesse ricevuto i mezzi necessari sarebbe potuta entrare in guerra. La domanda di Hitler di precisarne l’entità, minacciando di far «vedere il bluff», indusse infatti Mussolini, Ciano, Attolico e Vitetti a ricorrere, per sfuggire il pericolo, ad un espediente privo di qualsiasi dignità: redigere in fretta e furia una lista di richieste per il primo anno di guerra cosí esagerata (tanto piú che, secondo Vitetti e Luciolli, Mussolini pensò bene di aumentare molto e persino di raddoppiare le cifre fatte dai tecnici e Attolico, trasmettendola, «per un equivoco» disse che il tutto doveva essere consegnato prima dell’entrata dell’Italia in guerra85) che neppure con la piú buona volontà i tedeschi avrebbero potuto soddisfarle, tanto che Ciano annotò nel suo diario che essa era «tale da uccidere un toro, se la potesse leggere»86. Basti dire che prevedeva sei milioni di tonnellate di carbone, due di acciaio, sette di oli minerali e cosí di seguito87. Sicché Hitler si vide costretto a fare buon viso a cattivo gioco e a far recapitare a Mussolini, il 26 agosto, una lettera nella quale, dopo essersi detto non in grado di soddisfare le richieste avanzategli, scriveva88:

664–665

In queste condizioni, Duce, io mi rendo conto della Vostra situazione e Vi prego soltanto di voler procedere a impegnare, come Voi mi prospettate, le forze anglo-francesi mediante un’attiva propaganda e dimostrazioni militari appropriate. Poiché né la Francia né l’Inghilterra possono raggiungere ad occidente alcun risultato decisivo, mentre ad Oriente dopo l’abbattimento della Polonia la Germania avrà libere, in seguito all’accordo con la Russia, tutte le sue forze e la supremazia dell’aria è inequivocabilmente dalla nostra parte, non mi perito di risolvere la questione orientale, anche col pericolo di complicazioni ad Occidente.

Formalmente Mussolini e Ciano erano riusciti ad evitare di dover entrare in guerra senza per questo dover denunciare il «patto d’acciaio». In realtà tutta la vicenda avrebbe indelebilmente segnato i successivi rapporti tra i due regimi e suscitato nei capi nazisti una diffidenza e una disistima vivissima nei confronti degli italiani. Di questo, per il momento, Mussolini e ancor piú Ciano dovettero però preoccuparsi poco. L’espediente con cui soprattutto si cercò di «dare soddisfazione» ai tedeschi, rabbonirli e dimostrare loro i veri sentimenti dell’Italia fu quello di far accentuare dalla stampa le prese di posizione favorevoli alle rivendicazioni tedesche su Danzica e sul corridoio e contro l’«intransigenza» polacca. Come avrebbe notato Charles-Roux89 l’atteggiamento della stampa italiana divenne infatti, via via che l’Italia si staccava dalla Germania, formalmente sempre piú favorevole ad essa:

appoggiarla a fondo con la stampa e la politica davanti all’opinione pubblica mondiale e le cancellerie, dargli cento volte ragione contro la Polonia e le potenze occidentali, solidarizzare verbalmente con lui contro le «demoplutocrazie» di Londra e di Parigi, far intravvedere la spada, salvo non snudarla insieme a lui: queste erano le soddisfazioni che Mussolini, allarmatissimo e preso nella trappola del proprio giuoco troppo sottile, accordava a Hitler ormai sul punto di agire.

665–666

Specie per Ciano, il problema piú importante diventava ormai quello dei rapporti con l’Inghilterra. Questi, apparentemente, nell’ultima decade di agosto si mantennero su un piano molto buono, certo paradossalmente migliore di quello dei rapporti con l’alleata Germania. Al punto che il 27 agosto Grandi poteva scrivere: «Cosí, d’un tratto, siamo di nuovo alla collaborazione italo-britannica. Abbiamo, di colpo, ricostituito la verticale Roma-Londra»90. Oggi è per noi facile capire quanto l’atteggiamento inglese fosse strumentale. L’obiettivo di Londra era quello di incoraggiare l’Italia a non seguire la Germania e, possibilmente, di servirsi dei buoni uffici di Mussolini per cercare di indurre Hitler a desistere dai suoi propositi aggressivi. Ma tutto ciò senza farle nessuna concessione e non mancando neppure di ricordarle, al momento opportuno, la sua equivoca posizione. A Londra infatti nessuno piú si fidava di Mussolini. Tutti si rendevano conto della sua situazione e dei motivi del suo atteggiamento. Comprare o, meglio, far comprare ai francesi la sua neutralità o un suo, forse, piú impegnato intervento presso Hitler era inutile. Mussolini, adducendo l’esperienza del ’15-18, avrebbe voluto essere pagato in anticipo, ma ciò non avrebbe costituito una garanzia per il suo atteggiamento futuro, anzi, lo avrebbe reso piú spregiudicato e piú desideroso di assicurarsi altri vantaggi. Alla fine, la sua decisione vera e definitiva sarebbe stata determinata solo dal suo interesse e dal giudizio che si sarebbe fatto su quale delle due parti avrebbe vinto91. Stante questa convinzione, Londra non poteva fare nulla piú che incoraggiarlo e stare a vedere, e a questo duplice scopo per essa era utile tenere informata Roma delle sue trattative con Berlino: da un lato per dimostrare a Mussolini la doppiezza di Hitler nei suoi confronti, da un altro, per offrirgli il destro per inserirsi in esse con qualche iniziativa che mettesse in difficoltà i tedeschi e che – anche se a questo proposito a Londra non si nutrivano quasi piú speranze – potesse spianare la strada ad un accordo o far guadagnare tempo prezioso. Detto questo, non è però neppure difficile capire come mai Ciano – che ormai puntava sullo sganciamento completo dalla Germania, ma sapeva bene quanto tale idea fosse ostica a Mussolini – non riuscisse in quei frangenti a rendersi conto di questa strumentalità e potesse pensare di trovarsi di fronte ad un vero e proprio mutamento di rotta della politica inglese. Meno ottimista era invece Mussolini, tant’è che, nonostante i ripetuti inviti inglesi a muoversi, in un primo tempo si limitò solo a far fare pressioni su Varsavia perché accedesse alle richieste tedesche92, poi, solo il 29 agosto, si decise a fare un neppur troppo fermo passo su Hitler per caldeggiare una favorevole presa in considerazione delle ultime proposte di soluzione della crisi fatte da Londra93. Né la cosa deve meravigliare se si pensa al suo timore, non condiviso dal genero, di pregiudicare vieppiú i rapporti con la Germania, al suo desiderio sí di salvare la pace, ma soprattutto se ciò gli avesse portato un vantaggio effettivo e, in caso contrario, come annotava il 28 agosto Ciano94, al suo cominciare «a sperare che lo scontro degli altri sia duro, lungo e sanguinoso: vede in ciò la possibilità di grandi vantaggi per noi». Il che, in parole povere, equivaleva a sperare di far valere il suo «peso determinante» piú in là nel tempo, quando esso fosse diventato decisivo per la sicura vittoria di una delle parti in lotta. Forse, se gli inglesi e soprattutto i francesi gli avessero fatto delle concrete concessioni egli avrebbe potuto assumere un atteggiamento piú deciso. E, come rivelano alcuni documenti inglesi, sondaggi in questo senso furono anche fatti (non è possibile stabilire però quanto e da chi autorizzati)95. Ma a Londra, come si è detto, non si era disposti a mettersi su questo terreno. In questa situazione, solo il 31 agosto Mussolini autorizzò Ciano (e dietro sua sollecitazione) a informare – contro le assicurazioni date ad Hitler – P. Loraine della decisione di non partecipare al conflitto ormai imminente96.

666–668

Solo la mattina di quello stesso 31 agosto, dopo l’arrivo di un telegramma di Attolico in cui si diceva che «se un fatto nuovo non si produce subito Germania fra poche ore sarà in guerra»97, Mussolini decise di impegnarsi piú a fondo. Alle dodici e trenta Ciano convocò gli ambasciatori inglese e francese e comunicò loro l’intenzione del «duce» di proporre la convocazione per il 5 settembre di una conferenza alla quale partecipassero Inghilterra, Francia, Germania, Italia, Polonia, Urss e Spagna «allo scopo di rivedere le clausole del trattato di Versaglia che sono la causa dell’attuale turbamento della vita europea». I tedeschi, disse loro, non ne erano ancora stati informati; prima di farlo Mussolini voleva avere il preventivo consenso di Londra e di Parigi, in modo che Hitler non potesse opporre un rifiuto98. Nonostante Ciano avesse detto che, dato il precipitare della situazione, gli occorreva avere le risposte dei due governi nel piú breve tempo possibile, all’alba del 1º settembre, quando le truppe tedesche varcarono la frontiera polacca, a Roma non era ancora giunta alcuna risposta. I primi a farsi vivi furono i francesi. Sulle prime a Parigi la proposta italiana era stata accolta negativamente. Daladier aveva nettamente respinto l’idea di una «seconda Monaco». Poche ore erano però bastate a fargli mutare opinione. Di fronte alla certezza di una guerra imminente, il drammatico interrogativo che da settimane turbava tanti francesi «mourir pour Dantzig?» aveva preso a risuonare anche tra i membri del governo, al Quai d’Orsay e allo Stato maggiore. Alle 11,25 del 1º settembre Guariglia informò Roma che il Consiglio dei ministri francese aveva accettato in linea di massima la proposta e meno di quattr’ore dopo avrebbe telegrafato che il ministro dell’Aeronautica gli aveva fatto sapere che Daladier «è assolutamente deciso a restaurare l’amicizia italo-francese “con tutte le conseguenze che ne derivano”»99. Alle 12,15 François-Poncet confermò l’annuncio a Ciano, precisando che la conferenza non avrebbe dovuto «disporre degli interessi» di paesi non rappresentativi e che si sarebbe dovuta sforzare di non ricercare soluzioni parziali e provvisorie di problemi limitati e immediati, ma trattare l’insieme dei problemi di carattere generale «che sono all’origine di ogni conflitto» e giungere «à un apaisement permettant de rétablir et d’organiser sur des bases solides la paix du monde»100. Molto meno sollecita e netta fu invece la risposta inglese. Alle 11,45 Loraine fece una vaga e generica comunicazione favorevole di massima alla proposta. Nella serata l’ambasciatore tornò a palazzo Chigi per consegnare una brevissima nota nella quale il governo inglese dichiarava il suo apprezzamento per gli sforzi di Mussolini per evitare un conflitto, assicurava di stare attentamente esaminando la proposta, ma, al tempo stesso, aggiungeva che l’azione militare intrapresa dalla Germania faceva però temere che fosse impossibile procedere su questa linea101. Nonostante quest’atteggiamento poco incoraggiante, la mattina del 2 settembre Ciano incaricò Attolico di portare a conoscenza di Hitler e di von Ribbentrop che l’Italia riteneva di avere ancora la possibilità di far accettare a Londra, Parigi e Varsavia una conferenza fondata su tre punti: «1) armistizio che lasci le Armate dove sono ora; 2) riunione della conferenza entro due o tre giorni; 3) soluzione della vertenza polono-tedesca, che allo stato degli atti non potrebbe essere che sicuramente favorevole alla Germania».

668–669

Danzica è già tedesca – si legge nell’appunto telefonato ad Attolico102 – e la Germania è già in occupazione di pegni che le garantiscono una parte delle sue rivendicazioni. La Germania ha pure già avuto la sua «soddisfazione morale». Accettando la proposta conferenza, essa otterrebbe tutti i suoi obiettivi, evitando una guerra che ormai si presenta chiaramente come generale e di lunghissima durata.

Il Duce non vuole insistere, ma tiene però moltissimo a che quanto sopra sia portato immediatamente a cognizione, cosí del Sign. Ribbentrop come del Führer.

Nelle prime ore del pomeriggio Attolico fece sapere che Hitler si era detto «non alieno» dal prendere in considerazione la comunicazione fattagli. Voleva però sapere prima da Roma se le note inglese e francese presentategli la sera prima (con le quali gli era stato comunicato che Inghilterra e Francia erano pronte ad adempiere senza esitazioni i loro obblighi verso la Polonia, a meno che Berlino non avesse dato assicurazioni che ogni azione aggressiva sarebbe cessata e le truppe tedesche ritirate) avevano o no carattere ultimativo. Nel primo caso, infatti, egli non avrebbe preso in considerazione alcuna proposta conciliativa103.

Appena ricevuta questa comunicazione, Ciano convocò a palazzo Chigi Loraine e François-Poncet e, informatili del passo fatto a Berlino e della risposta di Hitler, chiese loro di precisare il significato che Londra e Parigi davano alle loro note. Ecco come François-Poncet ha narrato quel drammatico momento104:

Io dissi allora a Ciano:

«In questo momento, i telegrammi cifrati non sono piú ammissibili. Non perdete tempo! Chiamate subito il Signor Georges Bonnet al telefono e, dopo di lui, telefonate a lord Halifax! »

Ciano si adegua subito al mio consiglio. Chiama Georges Bonnet. Il ministro francese degli Affari esteri, preoccupato di non lasciar inutilizzata la minima occasione di salvaguardare la pace, siede in permanenza al Quai d’Orsay, vicino al suo apparecchio telefonico. Egli entra immediatamente in conversazione con il suo collega italiano e gli precisa che la nota francese non ha il carattere di un ultimatum. Sotto riserva dell’approvazione del suo presidente del Consiglio, Edouard Daladier, e del governo britannico, egli crede che sarà possibile differire sino al 3 settembre a mezzogiorno l’entrata in guerra della Francia.

Ciano si rallegra dell’accordo cosí ottenuto, che gli ridà fiducia. Ma questa fiducia non ha lunga durata. Egli trova, in effetti, presso lord Halifax, con il quale egli si è ugualmente messo in contatto telefonico, un’accoglienza tutta diversa, piú che fredda, glaciale. Il ministro inglese assicura, anche lui, che la nota inviata a Hitler non ha carattere di ultimatum; ma dichiara che a suo avviso la conferenza progettata non potrà aver luogo se, prima, le truppe tedesche non evacuano i territori già occupati da esse e ripieghino sino alla frontiera. Egli consulterà, del resto, su questo punto, il governo di Sua Maestà.

Il viso di Ciano si oscura. Egli dice al suo interlocutore che non vi è alcuna possibilità che Hitler consenta a una simile condizione. Alle 19 e 20, Ciano mi informa che il governo britannico ha effettivamente ed unanimemente ratificato l’opinione di lord Halifax e subordinato la sua accettazione al ritiro preventivo delle forze tedesche.

Mussolini non stima di poter trasmettere a Hitler una simile richiesta e ritira la sua proposta di conferenza.

669–670

Il resoconto conservatoci dal diario di Ciano105 è piú sintetico, ma conferma pienamente quello di François-Poncet e conclude cosí:

Non mi sembra ci sia piú niente da fare. Non tocca a noi dare un consiglio di tale natura a Hitler, che lo respingerébbe con decisione e forse con sdegno. Dico ciò a Halifax, ai due Ambasciatori e al Duce, ed infine telefono a Berlino che, salvo avviso contrario dei tedeschi, noi lasciamo cadere le conversazioni. L’ultima luce di speranza si è spenta. Daladier parla in tono deciso alla Camera Francese. I suoi colleghi inglesi fanno del pari a Londra.

Qui niente di nuovo. Il Duce è convinto dellà necessità di restare neutrale, ma non ne è affatto contento. Ogni volta che può accenna alle nostre possibilità di azione. Gli italiani, invece, sono nella assoluta totalità felici delle decisioni che sono state prese.

Cosí, nelle prime ore della notte tra il 2 e il 3 settembre, sulle secche dell’intransigenza inglese forse piú che su quelle dell’intransigenza tedesca, ché non è da escludere del tutto che Hitler, viste sfumare le sue speranze in un nuovo cedimento franco-britannico, avrebbe potuto soprassedere per il momento ai suoi propositi di impadronirsi di una parte della Polonia106, naufragò la navicella della mediazione italiana. Il miracolo di Monaco non si ripeteva. Il giorno dopo la seconda guerra mondiale sarebbe iniziata a tutti gli effetti. Anche per Mussolini e per l’Italia si sarebbe aperta una nuova fase, come per tutto il mondo, decisiva. Prima di passare a vedere come Mussolini l’affrontò è però necessario fare un passo indietro e soffermarci un momento su come, mentre si svolgeva la vicenda della fallita mediazione italiana, Mussolini e il regime affrontavano la prima fase del conflitto determinata dall’aggressione tedesca alla Polonia.

670–671

Ufficialmente, gli italiani seppero che l’Italia sarebbe rimasta neutrale solo nel pomeriggio del 1° settembre da un comunicato dell’Agenzia Stefani107 che annunciò che, sotto la presidenza del «duce», si era riunito dalle 15 alle 15 e 30 il Consiglio dei ministri e che questo

esaminata la situazione determinatasi in Europa in conseguenza del conflitto fra Germania e Polonia, la cui origine risale al trattato di Versaglia, presa conoscenza di tutti i documenti presentati dal ministro degli Esteri, dai quali risulta l’opera svolta dal Duce per assicurare all’Europa una pace basata sulla giustizia, ha dato la sua piena approvazione alle misure militari sin qui adottate, che hanno e conserveranno un carattere semplicemente precauzionale e sono adeguate allo scopo; ha approvato altresí le disposizioni di carattere economico-sociale necessarie, data la fase di grave perturbamento in cui è entrata la vita europea; dichiara e annunzia al popolo che l’Italia non prenderà iniziativa alcuna di operazioni militari; rivolge un alto elogio al popolo italiano per l’esempio di disciplina e di calma di cui ha dato, come sempre, prova.

Il verbale della riunione108 non aggiunge una parola sul suo svolgimento. Per maggiori ragguagli bisogna rifarsi ai diari dei ministri, tutti piú o meno attenti soprattutto al ruolo che vi ebbero i loro autori e assai parchi di notizie su quello degli altri, e alla documentazione diplomatica. Ché infatti Mussolini, in vista della dichiarazione di neutralità, aveva sollecitato a Hitler un’attestazione della sua «lealtà» verso di lui da poter addurre a giustificazione della sua decisione, attestazione che il Führer gli mandò in tempo utile per la riunione, ma con la richiesta di non renderla per il momento pubblica109. Ciano è estremamente laconico110:

671–672

Alle 15 Consiglio dei Ministri. Parla brevemente il Duce. Poi parlo io, con tono nettamente antitedesco. Si approva l’ordine del giorno del non intervento italiano, già redatto al mattino dal Duce e da me. Le impressioni di tutti sono ottime. Anche quei ministri – come Starace e Alfieri – che avevano fatto i guerrafondai mi abbracciano e dicono che ho reso gran servigio al Paese.

Bottai, per fortuna, è piú ricco di particolari111:

Ore tre del pomeriggio. Consiglio dei Ministri. Galeazzo mi soffia in un orecchio, prima d’entrare: «Tutto si risolve». Mussolini appare, in bianco, pallido. Sediamo. Attacca, subito: «La situazione in parte la conoscete. Ieri, abbiamo proposto una conferenza, pel cinque settembre. Inghilterra e Francia hanno accettato, ma la risposta, per una serie di disguidi, è arrivata stamane. Troppo tardi. La nostra posizione è chiara; e fu nettamente definita col Führer: l’Italia non sarebbe stata pronta che alla fine del ’42. E spiegai perché. I tedeschi non potevano, per un’eventuale azione prima del ’42, darci ciò di cui avremmo avuto bisogno: né nafta, né ferro... Il ’42 era, per noi, termine d’assoluta necessità. Ma, siccome io non voglio passare per un fedifrago, ò telegrafato al Führer perché si assumesse lui di dichiarare di avere, con l’intempestiva iniziativa, disimpegnato l’Italia da un impegno immediato. Il Führer mi à subito telegrafato in questo senso. (Legge il telegramma). E à confermato il suo telegramma nel discorso al Reich di questa mane. L’Inghilterra, in questa circostanza, s’è comportata simpaticamente con noi. Un po’ meno, un po’ piú fredda la Francia. I polacchi ci hanno ignorato. Solo stamane, l’ambasciatore s’è fatto vivo. Noi non potevamo andarli a cercare. La Polonia, non v’è dubbio, sarà schiacciata. La Germania è nettamente superiore, per armamento e masse. Piú guardo la carta d’Europa e meno capisco quale aiuto concreto Francia e Inghilterra potranno portare alla Polonia. I francesi si attesteranno alla linea Sigfrido. E poi? Bisogna però dire che il Führer ha sfidato il destino: il 15 ottobre deve aver finito con la Polonia, perché poi il paese diventa impraticabile. È un rischio notevole. Si intende che la partita Germania-Polonia non è la definitiva. Noi siamo pronti a ogni eventualità. Non credo che la Francia ci attaccherà. Esistono, sí, dei piani fantastici di quei guasconi dello Stato Maggiore francese: scendere in Lombardia, poi attaccare la Germania alle spalle. Ma è fantastico. Dovranno fare i conti con noi. La nostra situazione è piú precaria in Libia: lí, la proporzione delle forze è a nostro svantaggio. L’AO si difenderà da sé. In Egeo, non c’è ragione di preoccuparsi, finché la Turchia non si dichiara».

Grandi sottolinea: «Bisogna che noi ci prepariamo, comunque, alla polemica del “tradimento”. Ebbene, cominciamo col cominciare noi stessi, che, in ogni caso, noi siamo dei “traditi”, non dei “traditori”. Cosí come fummo dei “traditi” e non dei “traditori” nel 1914». E ripete l’argomento del termine fissato al ’42. Io appoggio la tesi ricordando che il patto con la Russia costituisce un altro atto di «tradimento» sul terreno ideologico, morale, spirituale.

Galeazzo mostra ripetutamente un incartamento. Come dire: qui ci sono prove; e numerose.

Mussolini soggiunge: «Ribbentrop si è ingannato; e à ingannato il suo capo. La Germania parte male».

672

Quanto a Grandi, nelle sue pagine di diario si legge112:

Il Duce entra accigliato, grave, pallido, con in volto i segni della sua tempesta interiore. Non si indugia, come di solito egli fa sempre, ad illustrare la situazione. Si limita a leggere un telegramma di Hitler con quale Hitler lo dispensa dall’entrare in guerra a fianco dell’alleata Germania e proclama lo stato di «non belligeranza» per l’Italia. Poi conclude automaticamente: «Se nessuno domanda la parola...» Io domando la parola. «Mi sia consentito di esprimere con franchezza il mio pensiero. Nel 1914 l’Italia alleata dell’Impero Austroungarico e dell’Impero germanico si trovava in una situazione analoga. Gli imperi centrali dichiararono la guerra senza consultare l’Italia alleata venendo cosí meno alle clausole dell’alleanza. Il Governo italiano a buon diritto proclamò la neutralità. Da ciò le accuse all’Italia di tradimento, accuse pesanti che hanno gravato sul nostro Paese per un intero ventennio. Non dobbiamo per la seconda volta correre l’istesso rischio. Mi domando pertanto se non sia cosa tempestiva e saggia profittare della situazione: la Germania è venuta meno ai patti i quali prevedevano esplicitamente che nessuna guerra la Germania avrebbe intrapreso prima del 1943. L’Italia ha pertanto il diritto di denunciare il patto d’alleanza e riprendere integra la sua libertà d’azione. Il concetto di “non belligeranza” che di fatto è neutralità, appare impreciso, vago e può prestarsi ad equivoci per il presente e per il futuro». Bottai, Ministro dell’Educazione nazionale, accenna di voler parlare. Il Duce lo ferma con un gesto della mano e senza rispondermi si alza di scatto: «La riunione è finita». Esce dalla sala. Ciano è visibilmente contrariato per il mio intervento. Nelle prime ore della sera egli viene a trovarmi al Ministero della Giustizia. Mi dice senza preamboli: «Il Duce si è irritato per quanto tu hai detto stamane al Consiglio dei Ministri e mi incarica di ricordarti l’impegno preso di non immischiarti in problemi di politica estera...»

Ultima testimonianza diretta della riunione disponibile è quella del ministro degli Scambi e valute, F. Guarneri. Eccola113:

673–674

Ore 15, al Viminale. Giunge Ciano, raggiante. Annuncia che al Consiglio dei ministri il Duce sottoporrà la proposta di dichiarare la neutralità dell’Italia. Mi chiama in disparte per dirmi che occorre prepararsi a far riprendere al piú presto al paese la vita normale, e a trar profitto, ai fini valutari, dalla situazione che nascerà dalle deliberazioni del Consiglio dei ministri.

Il Consiglio dei ministri siede al completo.

Il Duce, sereno, fa una rapida disamina della situazione.

Un tentativo da lui fatto ieri per radunare una conferenza delle cinque grandi potenze, non ha potuto approdare per il fatale ritardo delle decisioni.

Dà lettura della dichiarazione che propone sia approvata e passata ai giornali. Dichiarazione di neutralità...

Terminata la lettura il Duce aggiunge: «Dato il modo come si sono svolti gli avvenimenti, nessuno potrà dire davanti alla storia che l’Italia ha mancato ai suoi impegni verso l’alleata. Le dichiarazioni di Hitler al popolo tedesco precisano che egli non chiede il nostro intervento, presumendo che la Germania possa fare da sola».

Dà lettura di un telegramma di Hitler che conferma tale dichiarazione e ringrazia il Duce di quanto ha fatto in questa circostanza.

Il ministro Grandi ritiene necessario predisporre fin da ora il materiale atto a dimostrare, oggi e domani, di fronte al popolo italiano e all’opinione pubblica internazionale, che la Germania ha mancato ai patti e non noi.

Ciano dichiara che la documentazione in materia è schiacciante.

«Dal maggio del 1938 in poi, la nostra linea di condotta è stata costante: non potere l’Italia avventurarsi in un conflitto armato prima del 1943. La Germania ci ha fatto trovare di fronte a una situazione di guerra, senza interpellarci. Il convegno di Salisburgo tra me e Ribbentrop ha avuto luogo perché il Duce, avendo sospettato che qualche cosa di grave si stava preparando, mi ha ordinato di provocare l’incontro. Il patto germano-sovietico è stato concluso a nostra insaputa. Davanti ai patti e alla storia la nostra posizione è perfetta».

La dichiarazione di neutralità è approvata all’unanimità.

Il Duce toglie la seduta tra gli applausi dei ministri e si ritira nel suo studio al Viminale.

Come si vede, le quattro testimonianze presentano varie e non insignificanti differenze. Esse sono cosí evidenti che non ci soffermiamo neppure a rilevarle. Due cose però ci preme sottolineare. La posizione di Mussolini era caratterizzata dalla preoccupazione di difendersi dall’accusa di esser venuto meno ai patti contratti con la Germania, da una ostilità verso la Francia molto piú viva che verso l’Inghilterra e dalla mancanza di qualsiasi accenno che possa far pensare ad una sua sia pur riposta intenzione di staccarsi in futuro completamente dalla Germania. Una posizione – e con questo veniamo alla seconda cosa che ci preme sottolineare – ben diversa da quella di Ciano, di Grandi e, tutto sommato, anche di Bottai che, invece, denotano una piú o meno marcata tendenza a prendere ancor di piú le distanze dalla Germania, se non addirittura a rompere con essa. Il dramma della «non belligeranza», è chiaro, nasceva con la «non belligeranza» stessa. Aver scelto la neutralità, in quelle condizioni, voleva dire poco: la scelta vera e definitiva doveva ancora essere fatta. E per Mussolini sarebbe stata una scelta molto piú difficile. A sera, tornato a palazzo Venezia, il «duce» avrebbe telefonato a Milano, al «Popolo d’Italia», e avrebbe chiesto a Pini le prime impressioni suscitate dalla decisione del governo114:

674

– Buona, ma anche troppo, perché molti l’hanno interpretata nel senso che una pace duratura e sicura sia ormai certa per l’Italia.

Mi ha interrotto:

– Sono i soliti pacifondai. Ho proibito una manifestazione di giubilo che mi si voleva fare qui, in pjazza Venezia...

E poi, anche piú importante delle preoccupazioni e delle incertezze di Mussolini, per il momento placatesi, ma destinate inevitabilmente a riaccendersi, vi era la situazione internazionale nella quale egli doveva agire. Una situazione, per quel che riguardava l’Italia, tutta particolare e piú difficile che per qualsiasi altro paese, poiché le vicende, remote e recenti, della politica mussoliniana avevano messo l’Italia nella drammatica condizione di essere guardata con sospetto e ostilità da tutti, dagli anglo-francesi come dai tedeschi. Al punto da essere da questi seriamente sospettata di potere da un momento all’altro «passare al nemico» come nel ’15115 e di temere che quelli potessero aprire le ostilità non solo contro la Germania ma anche contro di lei116.

Appena finita la riunione del Consiglio dei ministri, Mussolini fece chiamare Guarneri. Entrando, questi gli disse: «io tiro il fiato, e, con me, tutti gli italiani». Mussolini, come abbiamo appena detto, non era ancora del tutto sicuro che, al punto in cui erano arrivate le cose, gli anglo-francesi non sarebbero scesi in guerra anche contro di lui. Nel caso che ciò, come si augurava, non avvenisse, lasciò però subito trasparire chiaramente le sue intenzioni. Se la dichiarazione di guerra alleata si fosse limitata alla Germania, «la nostra posizione sarà chiara, le nostre navi potranno riprendere a navigare, e gli scambi potranno riprendere secondo il nostro tornaconto»117. E tre giorni dopo, scioltasi la «riserva» sull’atteggiamento di Londra e di Parigi, lo convocò di nuovo118.

675–676

Mi chiede se ho messo in moto la macchina per le forniture all’estero. Rispondo: sí, ma non bisogna pensare ad effetti immediati. È, inoltre, pregiudizialmente necessario stabilire direttive precise. È consentito concludere affari con l’Inghilterra e la Francia?

Risposta: «sí. La direttiva politica italiana è questa: dobbiamo essere tanto forti da non poter essere costretti da nessuno a entrare in guerra. La nostra neutralità ci deve consentire di lavorare. Anche importanti forniture in armi possono essere negoziate, salvo decisioni caso per caso. Le vendite devono essere fatte per contanti. Occorre puntare soprattutto su materiali di rapida costruzione. Gli accordi di credito con la Iugoslavia, la Romania, la Bulgaria vanno riveduti sulla base di tali criteri».

Cosí rimane stabilito.

Mi ripete che prevede rapida la conquista della Polonia. «Ma se subito dopo non sarà possibile la conclusione della pace, la guerra sarà lunga».

La Francia ha bisogno di pace.

«Ma la Germania e l’Inghilterra si preparano a un duello mortale».

Uscito da palazzo Venezia, Guarneri si recò a palazzo Chigi. Ciano gli confermò in pieno quanto gli aveva detto il «duce». Con in piú una sua personale drastica sottolineatura della irreversibilità della decisione adottata tre giorni prima119:

Mi dichiara che è nostro interesse avviare rapporti d’affari con questi paesi [Francia e Inghilterra]. Ciò rafforzerà in loro la convinzione che la nostra decisione di rimanere estranei al conflitto è definitiva. «Occorre trar profitto dalla situazione e lavorare al massimo. Occorre restituire alla vita del paese un regime di normalità. Deve considerarsi chiuso il periodo di giocare a fare gli eroi».

Che, una volta tradotta in atto la sua decisione di non intervenire nel conflitto, anche su Mussolini non avesse piú presa quello che il Luciolli ha definito l’«incantesimo germanico» è fuori dubbio120. Tutte le fonti piú serie ed attendibili concordano nel presentarci un Mussolini deciso a tentare, innanzitutto, di cogliere la prima occasione propizia per riproporre la sua funzione di mediatore e, poi, a non mettere limiti rigidi alla neutralità italiana e a sfruttarla al massimo per fare buoni affari e potersi cosí rafforzare economicamente e militarmente.

In primo luogo perché la situazione economica era, specie sotto il profilo finanziario, gravissima. Come Thaon di Revel aveva già ammesso il 19 luglio davanti alla Commissione generale del bilancio della Camera e come avrebbe confermato a fine anno davanti a quella delle Finanze del Senato121, il bilancio dello Stato versava in condizioni drammatiche, che la situazione internazionale e le spese militari che essa comportava aggravavano vieppiú. Basti dire che, secondo un pro memoria del Ragioniere generale dello·Stato122, la gestione del bilancio per l’esercizio in corso 1939-40 si presentava al 12 settembre nei seguenti termini:

676
Deficit della previsione iniziale 4 755 milioni
Peggioramento della gestione normale 4 948
Stanziamenti a sistemazione degli impegni eccezionali
dovuti ai passati avvenimenti
4 732
Fabbisogni dipendenti dall’attuale
situazione internazionale
9 772
Disavanzo complessivo 24 207

E ciò non computando 600 milioni recentemente autorizzati per l’Aeronautica a integrazione degli apprestamenti di difesa aerea che, ai fini dei pagamenti, si contava di rinviare al prossimo bilancio e l’onere della «riforma Bottai», non ancora definito, dato che, in quei frangenti, la sua attuazione era stata in buona parte sospesa. Né migliore era la situazione delle riserve auree. Da un lungo e argomentato pro memoria datato 5 agosto redatto da Guarneri per Mussolini123 risulta infatti che al 30 giugno ’39 le riserve della Banca d’Italia ammontavano a 3050 milioni di lire, che in pratica erano però solo 1650, dato che 1400 milioni erano impegnati a vista o a breve scadenza verso l’estero, e che questa cifra non teneva conto che, alla stessa data, erano bloccati in Italia titoli e crediti di pertinenza estera per circa 3000 milioni di lire. E questo in una situazione nella quale, in previsione di una guerra lunga e dell’eventualità che essa coinvolgesse anche l’Italia, era necessario, finché possibile, fare una politica di grandi scorte per le forze armate, per l’economia nazionale e per gli approvvigionamenti alimentari e per realizzare le famose premesse dell’autosufficienza di base del paese. Non piú solo e non tanto per realizzare la svolta autarchica («Nessuno – come avrebbe infatti ricordato Guarneri124 – piú parlava di autarchia, o ne parlava solo per ammonire che questa avrebbe potuto compiutamente e rapidamente realizzarsi in un modo solo: cioè mediante la formazione di “scorte” »), ma per permettere all’Italia di non essere costretta a subordinare le proprie scelte politiche alla necessità di approvvigionamenti dall’estero. Sicché, per dirla ancora una volta col Guarneri125, produrre per l’esportazione diventava vitale, l’unico modo per procurarsi la valuta necessaria per far fronte a tutti questi bisogni:

677–678

Piú che fare assegnamento su quelle misere riserve auree rimaste, occorreva puntare su di un flusso eccezionale di valute che la situazione del momento e la nostra attrezzatura produttiva nel campo industriale e agrario ci lasciavano intravvedere di potere con relativa facilità e rapidità realizzare. La vita doveva ricercarsi, come sempre, nel moto!

In secondo luogo perché – a meno che il conflitto non si fosse concluso rapidamente con una pace di compromesso (una cosa che Mussolini non doveva nell’intimo sapere bene se augurarsi o no, dato che la prospettiva di una guerra lunga che esaurisse entrambi i contendenti gli appariva talvolta la piú vantaggiosa per l’Italia) – l’idea del «duce» era che prima o poi («solo quando saremo ben preparati», disse il 7 ottobre a De Bono126) l’Italia sarebbe dovuta scendere in guerra contro gli anglo-francesi, ma con propri obiettivi, con una propria strategia e in sostanziale autonomia dalla Germania, rispetto alla quale avrebbe dovuto condurre una propria «guerra parallela»127.

Sotto questo profilo la posizione di Mussolini era diversa, molto diversa da quella di Ciano. Per il ministro degli Esteri la dichiarazione di «non belligeranza» doveva essere il primo passo per poi sganciarsi completamente dalla Germania. Il diario di Bottai, forse l’unico esponente di spicco del regime con cui Ciano si confidasse, lo testimonia. Sotto la data del 7 settembre vi si legge128:

Vado da Galeazzo. Sta sulle mosse per andare a palazzo Venezia. Sempre smagrito; e come bruciato dal di dentro da un fuoco, che lo rende piú umano. Egli s’è, decisamente, staccato dall’Asse. À già saltato il Rubicone, che il vero Cesare non osa ancora saltare. Ogni accenno ai tedeschi è carico di sprezzo, quasi d’odio: uno stato d’animo palazzo Chigi cucinato alla livornese, con molto peperoncino com’il caciucco. Teme del Duce: «Non lo vedo ancora sicuro. Intorno a lui c’è sempre chi gli intona inni di guerra. Achille gli fa credere che il popolo ansioso attende gli si sciolgano le mani»...

Il patto tedesco-sovietico sarebbe potuto essere un motivo per lo sganciamento. Un altro sarebbero potuti essere i maneggi e le difficoltà frapposte dai tedeschi alla liquidazione della questione della minoranza alloglotta in Alto Adige. In novembre Ciano sarebbe arrivato ad augurarsi che scoppiasse lassú qualche incidente e a rammaricarsi che gli anglo-francesi non ci pensassero loro a provocarlo129. Ciò che comunque importava era mantenere la neutralità, «per profittarne al momento buono (per noi; cattivo, per gli altri)». La guerra sarebbe stata lunga; sin dall’inizio previde che sarebbe durata cinque o sei anni e non condivise le speranze di Mussolini in una pace negoziata. Dopo il Consiglio dei ministri del 1º settembre Ciano aveva detto a Bottai: «Noi staremo a vedere. Entreremo in guerra quando ci parrà. E vedremo con chi. Perché se i tedeschi intendono portare in Europa i loro alleati bolscevichi...»130. Ma anche senza che ciò si verificasse, «con chi» l’Italia si sarebbe dovuta schierare è implicito nella previsione che Ciano faceva sull’esito finale del conflitto: «l’Inghilterra andrà avanti, porterà la guerra sino in fondo, implacabilmente, fino alla sua disfatta o a quella della Germania. Le mie previsioni sono per un conflitto aspro, duro, lungo. Molto lungo. E vittorioso per la Gran Bretagna»131.

678–679

Mussolini, se per un verso si ribellava con tutte le sue forze ad essere considerato un «traditore», per un altro si sentiva però lui il «tradito». «I traditori sono i tedeschi», disse il 2 settembre a Grandi, aggiungendo: «ho telefonato personalmente ad Attolico di recarsi da Hitler ed esigere a mio nome che mi fosse spedito il telegramma che ho letto in Consiglio dei Ministri ed un riferimento nel suo discorso alla posizione dell’Italia. I traditori sono loro»132. Ciò nonostante, non dovette mai pensare seriamente di rompere l’alleanza. Neppure quando era in preda ai piú violenti attacchi di tedescofobia. In queste occasioni è probabile che si rifugiasse e trovasse conforto in qualche opportuno ricordo storico; come quando, il 16 settembre, dette perentoriamente incarico a Sebastiani di «rintracciare nel De bello gallico l’episodio della X Legio che, dopo un momento di sbandamento di fronte ai Germani, riprese animo e si batté valorosamente»133. Ma a rompere l’alleanza, ripetiamo, non dovette pensare seriamente mai. Allo stato delle fonti, vi è un solo documento che attesti il contrario, un appunto che Mussolini redasse il 6 gennaio ’40 per Ciano in vista degli incontri che il genero doveva avere in quei giorni a Venezia con gli ungheresi. In esso134, al sesto punto, si legge:

A meno che la Germania non commetta altri irreparabili errori non denunceremo alleanza. È escluso l’intervento coi franco-inglesi che significherebbe la conferma dell’egemonia militare e coloniale ai danni dell’Italia.

Troppo poco, ci pare, per autorizzare l’idea che Mussolini abbia considerato seriamente la possibilità di rompere l’alleanza; tanto piú che, data l’occasione in cui l’appunto fu scritto, tutto fa credere che l’eventualità alla quale Mussolini pensava, gli «altri irreparabili errori», si riferisse ai rapporti tedesco-sovietici, cioè ad un ulteriore loro rafforzamento, con conseguente irruzione sovietica nella regione danubiano-balcanica, e non alla conduzione della guerra contro gli anglo-francesi. Una eventualità che mai, prima del 10 giugno ’40, si pose concretamente. Da qui la nostra convinzione che in effetti il «duce» non abbia mai seriamente pensato di rompere l’alleanza, e non solo per motivi ideologici (la convinzione che l’Inghilterra e ancor piú la Francia fossero popoli in declino), ma anche perché rompere l’alleanza avrebbe voluto dire mettersi in aperto contrasto con Hitler e passare volente o nolente all’altro campo. E questo – come avrebbe scritto nel promemoria segretissimo del 31 marzo ’40 per il re, Ciano e i capi militari135 – secondo Mussolini avrebbe comportato sicuramente «la guerra immediata colla Germania, guerra che l’Italia dovrebbe sostenere da sola». Sicché la sua conclusione era che «solo l’alleanza colla Germania, cioè con uno Stato che non ha ancora bisogno del nostro concorso militare e si contenta dei nostri aiuti economici e della nostra solidarietà morale,... ci permette il nostro attuale stato di non belligeranza». E, egualmente, cosí come non pensò mai seriamente a rompere l’alleanza con la Germania, non pensò neppure mai (tranne che nell’eventualità di una pace negoziata e di compromesso) a non entrare anche lui in guerra prima o poi. Una ipotesi questa che egli rifiutava con decisione.

679–680

Nessuno penserà – disse il 23 gennaio ’40 in Consiglio dei ministri136 – che noi possiamo rimanere del tutto fuori. Non possiamo lasciarci iscrivere nel girone B. Sarebbe una declassazione dell’Italia.

A metà novembre lo fece capire chiaramente a De Bono: «se non saremo pronti non muoveremo e, per nessun caso, contro la Germania»137. E il 1° marzo lo avrebbe detto a tutte lettere a Bottai, in un colloquio, vedremo, per noi assai utile, sia per capire l’andamento dei rapporti in questi mesi con l’Inghilterra sia per cercare di mettere a fuoco la sua idea della «guerra parallela»: «non ci sono tre ipotesi: Ce ne sono due sole: o guerra a fianco della Germania; o guerra per conto nostro, parallela»138. Né la cosa può meravigliare, dato che tutte le sue convinzioni piú radicate lo portavano a questa conclusione. Se Hitler lo aveva «tradito» non rispettando gli impegni presi con lui circa il momento in cui iniziare la guerra, ciò non voleva dire che le ragioni di fondo dell’alleanza non fossero state valide e non sussistessero ancora. Il comportamento tedesco poteva e doveva implicare un mutamento di prospettiva dell’alleanza e una maggiore autonomia dell’Italia rispetto alla Germania e ai suoi obiettivi di guerra, non però la rinuncia ad essa e tanto meno il passaggio all’altro campo. L’Italia si sarebbe lasciata guidare solo dal suo interesse e «l’Italia non sarà indipendente fino a che non avrà almeno una sua finestra libera sull’oceano»139. Tale sua convinzione, precedente, lo si è visto, allo scoppio della guerra, era ora da questa avvalorata con un altro insegnamento: l’importanza decisiva della tecnica nella guerra moderna dimostrava che «i piccoli Stati debbono o mettersi sotto le ali dei grandi o sparire»140. Da qui un ulteriore motivo per partecipare al conflitto e assicurarsi definitivamente il posto nel «girone A» e per parteciparvi contro gli anglo-francesi che sbarravano all’Italia l’accesso all’oceano. E ciò tanto piú che se Mussolini, al principio, dubitava che la guerra sarebbe finita con la netta vittoria di una parte sull’altra, col passare del tempo si convinse sempre piú che se qualcuno l’avrebbe vinta questo sarebbe stata la Germania. E non solo e non tanto perché la considerava la piú forte militarmente, ma perché, come si è visto ampiamente, era convinto che non solo la Francia ma anche l’Inghilterra fossero intimamente minate e incapaci di sostenere fino in fondo la prova. Lo disse in Consiglio dei ministri il 23 gennaio («Questa guerra, forse, non sarà vinta dalla Germania. Ma non sarà neppure vinta dall’Inghilterra. L’Inghilterra è intimamente minata, inquieta»141) e lo disse il 28 febbraio, con toni via via piú drastici e stizziti, ad Anfuso, ma il discorso aveva per destinatario il genero («In Italia vi sono ancora degli imbecilli e dei criminali che pensano che la Germania sarà sconfitta: io vi dico che la Germania vincerà»142 e il 7 marzo allo stesso Ciano: «L’Inghilterra sarà battuta. Inesorabilmente battuta. Questa è una verità che tu – anche tu – farai bene a metterti in testa»143.

680–681

Arrivati a questo punto, si potrebbe essere tentati di considerare chiuso il discorso sul significato da attribuire alla «non belligeranza» e quindi anche su quello che ebbe per Mussolini la decisione di intervenire, il 10 giugno ’40, in guerra. Farlo vorrebbe però dire precludersi la possibilità di capire 1) che, nonostante questo atteggiamento di fondo di Mussolini, l’intervento italiano fu fino all’ultimo in forse ed evitabile; 2) perché veramente il «duce» lo volle; 3) e perché, realizzatolo, cercò di dargli un carattere tutto particolare, quello, appunto, della «guerra parallela». Ma cerchiamo di andare per ordine.

681–682

Dire che Mussolini voleva entrare in guerra e contro gli anglo-francesi non basta. Rimane da stabilire quando nelle sue intenzioni l’intervento avrebbe dovuto avere luogo e come questa sua volontà si collocava rispetto alle sue speranze in una pace negoziata e alla politica di Ciano, che per mesi e sostanzialmente sino alla vigilia dell’intervento cercò – come vedremo – un accordo con gli inglesi e, almeno in un primo tempo (ché poi è pressoché sicuro che continuò i suoi tentativi all’insaputa del suocero), con il consenso di Mussolini, arrivando sino a compiere vari passi diretti nettamente contro i tedeschi. Ricordiamo a quest’ultimo proposito a mo’ di esempio tre casi riferiti dallo stesso Ciano nel suo diario: il 28 novembre rese «opportunamente edotti» i sovietici che i tedeschi fornivano armi alla Finlandia, il 4 dicembre (d’accordo con Mussolini) fece informare «per vie traverse» la stampa francese e americana delle atrocità che i tedeschi stavano compiendo in Polonia, il 30 dicembre «lasciò capire» alla principessa Maria José, perché ne informasse il sovrano belga, che nei piani tedeschi rientrava l’invasione del Belgio144. Ad essi se ne potrebbero aggiungere vari altri desumibili invece dalla documentazione diplomatica, come, sempre a mo’ di esempio, le istruzioni inviate il 22 dicembre all’ambasciatore a Tokio, Auriti, di adoperarsi per incoraggiare le correnti giapponesi antirusse e le tendenze favorevoli agli Stati Uniti, «giungendo in tal modo anche ad una distensione delle relazioni con l’Inghilterra»145.

Rispetto al primo aspetto del problema è fuori dubbio che Mussolini – convinto com’era che in realtà nessuna delle tre grandi potenze belligeranti avesse veramente voluto la guerra (non la Francia a cui era stata imposta dall’Inghilterra; non l’Inghilterra, che non l’avrebbe voluta, ma che, fatto l’errore di dare ai polacchi la miccia della guerra stessa, non l’aveva potuta evitare per non perdere la faccia; non la Germania, che l’aveva scatenata per un errore di calcolo che l’aveva spinta ad assumere delle posizioni troppo drastiche, sulle quali anch’essa aveva dovuto arroccarsi per una questione di prestigio) e che nessuna fosse in grado di vincerla veramente dato il relativo equilibrio delle loro forze e il rischio di fare il gioco dell’Urss – non cessò veramente mai, in tutto il periodo della non belligeranza, sino alla rotta della Francia, di sperare nella possibilità di una pace di compromesso e negoziata grazie alla sua mediazione. Lo credette possibile specialmente subito dopo la conclusione della campagna di Polonia, anche se, indubbiamente, l’intervento sovietico del 17 settembre e la successiva spartizione della Polonia in due zone di occupazione, rendendo piú problematica la ricostituzione di uno Stato polacco, avevano indebolito questa sua speranza. Ma, tutto sommato, dovette ancora continuare a crederlo in qualche misura possibile anche dopo. E, a ben vedere, ad una pace di compromesso, nel senso che non avrebbe comunque sancito la vittoria totale della Germania sull’Inghilterra, dovette pensare anche intervenendo in guerra: pure allora, con l’Inghilterra, si sarebbe arrivati ad un compromesso, anche se le condizioni ad essa imposte sarebbero state ovviamente piú pesanti di quelle negoziabili qualche mese prima; ma a far le spese della guerra sarebbe stata soprattutto la Francia. Poiché però – nonostante tutto quel che pensava del declino e del disfacimento interno della Francia – egli non prevedeva assolutamente che l’esercito francese potesse subire un crollo come quello che in realtà subí, tutto ciò è per noi relativamente secondario. Ciò che veramente importa è cercare di stabilire quando, prima che si determinasse la rotta della Francia, egli pensava di intervenire. E allora bisogna dire che ad un intervento su tempi brevi Mussolini non pensava affatto e che, assai probabilmente, sino a quando non fu «costretto» a entrare in guerra, non arrivò neppure mai a precisare a se stesso una data. A parte accenni anche piú proiettati in là nel tempo, al 1942, il diario Ciano ci conserva tre indicazioni di date: l’11 gennaio parlò col genero di «intervento a fianco della Germania nella seconda metà del 1941»; il 20 aprile, in un momento in cui secondo Ciano sarebbe stato «piú guerraiolo e germanizzante che mai», parlò dell’agosto successivo; ma due giorni dopo spostò la data alla primavera del 1941146. Nessuna di queste indicazioni può essere però considerata valida. Gli unici veri discorsi sulla data del suo intervento in guerra Mussolini li fece nel promemoria segretissimo del 31 marzo e nella lettera che qualche giorno dopo, l’8 aprile, scrisse al generalissimo Franco. In questa lettera si legge147:

682–683

È mia convinzione che la guerra assumerà forme sempre piú dure e che la posizione dei neutrali diventerà sempre piú difficile. Per rendere sempre piú ermetico il blocco attorno alla Germania, gli Alleati si propongono di strangolare i neutrali che hanno, con essa, i confini comuni.

Per quanto riguarda l’Italia, essa non può alla lunga, evitare di entrare in guerra e quando lo farà, sarà a lato della Germania. La data in cui questo avvenimento si verificherà non può essere prevista; questa dipenderà dalle misure degli Alleati, misure che diventano sempre piú iugulatorie.

È mio intendimento di ritardare sino al possibile l’evento di cui vi parlo, ma non so se potrò riuscirvi. Per questo ho ordinato ed effettuato la mobilitazione della flotta e preso altre misure per l’Esercito e l’Aviazione.

683

Quanto al promemoria segretissimo, il passo che ci interessa qui è il seguente148:

L’Italia non può rimanere neutrale per tutta la durata della guerra, senza dimissionare dal suo ruolo, senza squalificarsi, senza ridursi al livello di una Svizzera moltiplicata per dieci.

Il problema non è quindi di sapere se l’Italia entrerà o non entrerà in guerra perché l’Italia non potrà a meno di entrare in guerra, si tratta soltanto di sapere quando e come; si tratta di ritardare il piú a lungo possibile, compatibilmente con l’onore e la dignità, la nostra entrata in guerra:

  • a) per prepararci in modo tale che il nostro intervento determini la decisione;
  • b) perché l’Italia non può fare una guerra lunga, non può cioè spendere centinaia di miliardi come sono costretti a fare i paesi attualmente belligeranti.

In questi due documenti stanno per noi la chiave del problema della data «prevista» da Mussolini per l’intervento, nonché quella per capire il dramma, politico e personale, della decisione del «duce». Se gli fosse stato possibile, Mussolini non avrebbe voluto affatto entrare per il momento in guerra e mirava essenzialmente a rinviare il piú possibile il giorno dell’intervento. Oltre che a Franco, lo disse chiaramente anche a Paulucci di Calboli il 15 marzo, quando questi, nominato ambasciatore a Bruxelles, si recò da lui per istruzioni: l’Italia, gli dichiarò149, «non può non essere al fianco della Germania, ma ho l’intenzione di mantenere il piú a lungo possibile lo stato di non belligeranza». E ciò per avere il tempo necessario per rafforzarsi il piú possibile militarmente ed economicamente, perché nel frattempo o si sarebbero aperte nuove possibilità per una pace di compromesso e per una sua mediazione o, comunque, il protrarsi del conflitto avrebbe indebolito entrambe le parti in lotta, perché voleva poter scegliere il momento per lui piú vantaggioso, quello in cui il suo apporto militare sarebbe potuto essere determinante per decidere le sorti del conflitto e, infine, perché, anche se avesse voluto scendere in guerra, Mussolini non poteva farlo, data l’ostilità del sovrano, di gran parte del gruppo dirigente fascista e degli italiani ad un intervento a fianco della Germania, a meno che non si fosse determinata prima una situazione nuova che glielo permettesse o, al limite, che egli potesse prospettare come tale da rendere necessario l’intervento e, quindi, la sua decisione come conseguenza impostagli dall’atteggiamento dei nemici dell’Italia e che, in quanto tale, confermava la giustezza della sua scelta di campo.

684–685

Se si tiene conto di queste quattro necessità si capisce anche bene perché Mussolini, pur individuando sin dall’inizio negli inglesi e nei francesi gli avversari contro i quali, se non avesse potuto ottenere una parte almeno dei suoi obiettivi attraverso una pace negoziata con la sua mediazione, si sarebbe battuto, per mesi lasciò Ciano libero di fare una politica non ostile ad essi e persino di cercare un accordo con loro. Una tale politica gli serviva infatti per guadagnare tempo, rafforzarsi militarmente ed economicamente, candidarsi ancora una volta a possibile mediatore, rassicurare e tenere a freno all’interno sia coloro che premevano per un intervento immediato sia soprattutto gli avversari della Germania e dimostrare loro la impossibilità tanto di giungere ad un accordo con Londra e Parigi quanto di una neutralità per tutta la durata del conflitto.

Chiarito questo punto, ci resta solo di cercare di mettere a fuoco cosa Mussolini intendesse quando parlava di «guerra parallela», a cosa mirasse. Come già si è accennato, i primi embrionali spunti di quella che sarebbe diventata l’idea della «guerra parallela» dovevano essere stati suggeriti a Mussolini, sin dalla prima metà del ’39, dal farsi sempre piú chiara in lui la consapevolezza di quanto fossero diversi dai suoi le vedute, gli obiettivi e i metodi della Germania e di quanto il dinamismo tedesco – nonostante gli impegni sottoscritti e le assicurazioni di Hitler – tendesse ad esercitarsi anche a danno dell’Italia, sia non rispettando le sue zone di influenza sia coinvolgendola in iniziative che Roma non condivideva e che non corrispondevano né ai suoi interessi né ai suoi piani. A precisare meglio tale consapevolezza erano poi venute le vicende che avevano portato allo scoppio della guerra, non ultimo il patto germano-sovietico con la sua drammatica coda dell’intervento militare sovietico in Polonia e, subito dopo, dei patti di non aggressione imposti dall’Urss alla Lituania, Lettonia ed Estonia, indici inequivocabili della volontà di Mosca di incorporare i tre paesi baltici, dell’attacco alla Finlandia che si era rifiutata di cedere alle pretese sovietiche e – cosa per Mussolini ancora piú grave – delle altrettanto inequivocabili prime voci e indiscrezioni tedesche circa l’«interesse» sovietico per la Bessarabia150. Fu certamente di fronte a questi fatti, tutti contrari alle sue vedute e ai suoi interessi politici e ideologici, che, agli inizi del ’40, prese corpo in Mussolini l’idea della «guerra parallela». In un primo momento, forse, come idea di qualche azione limitata, volta – se se ne fosse data l’occasione – a rafforzare l’influenza italiana nei Balcani. Probabilmente, con un colpo di mano sulla Croazia151, forse, persino con la mezza speranza che, sapendo cogliere il momento opportuno e dandogli un sapore antitedesco, esso, come l’intervento sovietico in Polonia, non avrebbe provocato reazioni da parte anglo-francese. Non a caso proprio con gli inizi del ’40 cominciò a parlarne, in Consiglio dei ministri, il 23 gennaio (una guerra, disse, «che non s’inserisca e ingrani nella piú grande e generale: ma guerra con obbiettivi propri, specificamente italiani, estranea agli attuali contendenti»)152 e con alcuni suoi collaboratori quali Ciano e Bottai. In un secondo momento, l’idea dovette però precisarsi meglio, perdere quel tanto di estemporaneo e al tempo stesso di riduttivo che l’aveva sin lí caratterizzata ed assumere il valore di una vera e propria strategia politico-militare di fondo. Non potendo condividere tutti gli obiettivi dei tedeschi né fidarsi di loro e non potendo sostenere un massiccio sforzo militare prolungato, l’Italia, quando fosse scesa in guerra, avrebbe dovuto non disperdere e logorare le proprie forze per contribuire alla realizzazione degli obiettivi di guerra tedeschi, ma esercitare tutta la sua capacità di azione per raggiungere in uno spazio di sei mesi153 i propri obiettivi, cosí da assicurarsene il possesso manu militari e non al tavolo della pace, dove la Germania avrebbe potuto cercare di privarla in tutto o in parte dei frutti della vittoria. Sintomatico è a questo proposito il modo con cui Mussolini inserí il riferimento alla «guerra parallela» nel promemoria segretissimo del 31 marzo154:

685–686

Esclusa l’ipotesi del voltafaccia che del resto gli stessi franco-inglesi non contemplano e in questo dimostrano di apprezzarci, rimane l’altra ipotesi cioè la guerra parallela a quella della Germania per raggiungere i nostri obbiettivi che si compendiano in questa affermazione: libertà sui mari, finestra sull’oceano. L’Italia non sarà veramente una nazione indipendente sino a quando avrà a sbarre della sua prigione mediterranea la Corsica, Biserta, Malta e a muro della stessa prigione Gibilterra e Suez. Risolto il problema delle frontiere terrestri, l’Italia, se vuole essere una potenza veramente mondiale, deve risolvere il problema delle sue frontiere marittime: la stessa sicurezza dell’Impero è legata alla soluzione di questo problema.

E con questo possiamo considerare chiuso il nostro discorso sull’aspetto politico della posizione di Mussolini rispetto al duplice problema della «non belligeranza» e del suo sbocco nell’intervento. Per definire compiutamente l’atteggiamento di Mussolini è però necessario vedere un altro aspetto di esso, quello piú propriamente personale o, se si vuole, morale e psicologico. Un aspetto assai importante per capire il comportamento in quei mesi di tutti coloro che ebbero in qualche modo parte nella politica italiana e furono vicini al «duce», a cominciare da Ciano, che pure a prima vista può apparire il meno oscillante, mentre non mancò anch’egli, come si vedrà, di incertezze e di ambiguità 155; ma che è ancor piú importante per capire il comportamento di un uomo come Mussolini. Sia per il suo carattere, sia per la missione di cui si sentiva portatore.

686–687

Tutte le fonti memorialistiche relative ai mesi del «non intervento» e soprattutto i diari di Ciano e di Bottai testimoniano unanimemente un pressoché continuo e crescente stato di irritazione, con punte di vera e propria ira o di frustrazione, di Mussolini, un suo quasi ininterrotto arrovellio e una sua ricorrente polemica, interiore, ma non di rado anche manifesta, contro i neutralisti ad oltranza, i pacifisti e coloro che non comprendevano l’ineluttabilità dell’intervento italiano, tentavano di mettergli i bastoni tra le ruote, lo avevano «ingannato» e cercavano ancora di «ingannarlo». In alcune di queste fonti e in particolare nel diario di Bottai, ampio rilievo è dato, in questo contesto, alle considerazioni e agli sfoghi del «duce» sul tema dell’«onore» e della necessità di tener fede alla parola data e ai patti sottoscritti con i tedeschi. Per valutare l’intensità di questo stato d’animo e l’impressione che esso provocava in chi era a contatto con Mussolini, assai significativa è questa annotazione di Ciano sotto la data del 27 dicembre ’39 156:

Lungo colloquio con Bocchini. Si è soprattutto lagnato dell’inquieto umore del Duce – cosa notata da tutti i collaboratori – ed è persino arrivato a dire che sarebbe bene ch’egli facesse un’intensa cura antiluetica, poiché Bocchini attribuisce ad una recrudescenza del vecchio male il suo stato psichico. Mi ha molto sorpreso – e rincresciuto – che Bocchini abbia detto questo, benché anch’io debba riconoscere che adesso l’incoerenza di Mussolini è veramente disorientante per chi deve lavorare con lui.

Registrare passivamente il fatto o, addirittura, trarne la conclusione che Mussolini sentisse di aver sbagliato politica e per un verso cercasse di nasconderlo e per un altro si dibattesse nel dilemma se perseverare nell’errore o mutare rotta, con tutti i rischi che entrambe le scelte comportavano 157, non è, nel primo caso, sufficiente e, nel secondo, porterebbe a fraintendere non solo lo stato d’animo, ma la stessa effettiva posizione di Mussolini: se si vuol capire l’uno e l’altra è necessaria un’analisi piú approfondita.

687–689

La prima cosa che risulta chiara da un’attenta lettura di queste fonti è che tra le varie componenti dello stato d’animo del «duce» non risulta affatto l’incertezza, il dubbio. Come abbiamo visto, Mussolini era sicuro della bontà della sua scelta e dei suoi propositi. Aver dovuto scegliere la «non belligeranza» gli pesava psicologicamente, lo metteva a disagio, in certi momenti lo umiliava. L’immagine del fascismo in cui egli credeva, che aveva accreditato e aveva cercato di trasfondere nelle masse era una immagine virile, guerriera, con la quale la neutralità non aveva nulla in comune e appariva ai suoi occhi come una diminuzione morale ancor piú che politica. «È umiliante stare con le mani in mano mentre gli altri scrivono la storia», disse l’11 aprile a Ciano158. E sei mesi prima, in un momento di grande depressione, si era già lasciato andare ad un altro sfogo anche piú significativo, a proposito del quale il genero ha scritto159:

Il Duce stamani era depresso, come mai l’ho visto. Ormai si rende conto che la prosecuzione della guerra è cosa inevitabile, e sente tutto il disagio di doverne rimanere fuori. Cosa eccezionale per lui, si è sfogato con me. «Gli Italiani – ha detto – dopo aver per diciotto anni ascoltato la mia propaganda guerriera, non si rendono conto di come io possa – adesso che l’Europa è in fiamme – diventare l’araldo della pace. Non vi è altra spiegazione tranne quella dell’impreparazione militare del Paese, ma anche di questa si fa risalire a me la responsabilità, a me che ho sempre proclamato la potenza delle nostre forze armate». Se l’è presa con Hitler che l’ha messo in una situazione tale da «travolgere molti uomini e da incrinare anche un uomo come il Duce». Ha ragione. Non c’è molto da obiettare.

Ma tutto si può dire salvo che non fosse convinto della giustezza della sua scelta. Egualmente, nessuna incertezza, nessun dubbio incrinavano la sua convinzione che, se non si fosse arrivati ad una pace negoziata, l’Italia doveva entrare in guerra e dalla parte della Germania. I suoi sbalzi di umore, la sua irritazione, i suoi crucci avevano tutt’altra origine. E cosí pure i suoi ricorrenti sfoghi contro gli anglo-francesi, ma anche contro i tedeschi. Molto spesso a provocarli erano, al solito, piccoli fatti, qualche notizia giornalistica apparsa all’estero, che lo irritavano e facevano riaffiorare vecchi timori e vecchi rancori mai sopiti. Al fondo di essi era però soprattutto – oltre a una certa dose di gelosia per i successi di Hitler160 e per la sua «libertà di manovra» – la sua consapevolezza via via piú netta che la politica inglese e in particolare il controllo dei traffici marittimi attuato da Londra per bloccare il commercio estero tedesco lo rendevano ogni mese di piú dipendente dalla Germania e diminuivano quindi i margini della sua possibilità di protrarre il piú a lungo possibile la «non belligeranza» e di scegliere liberamente il momento per l’intervento. Da qui il suo sentire la propria sempre piú difficile situazione come una umiliazione personale, il suo mordere il freno, il suo volerla far pagare prima o poi agli inglesi («non è possibile che io, proprio io, sia divenuto il ludibrio dell’Europa; non faccio che subire umiliazioni; non appena sarò pronto, farò pentire gli inglesi»161) e anche il suo rancore verso i tedeschi che approfittavano di tale situazione («se l’è presa, come di consueto, con Francia e Inghilterra, perché con la loro politica “hanno perduto la vittoria” e se l’è presa con la Germania per aver accelerato una guerra che tra tre anni “sarebbe stata vinta per merito della disgregazione delle democrazie”»162). Altre cause ricorrenti della sua irritazione e dei suoi sfoghi erano l’impreparazione delle forze armate, che l’induceva a lunghe filippiche contro l’incapacità dei capi militari (lo Stato maggiore, disse il 26 ottobre al termine di una di esse a Bottai, «è quell’organo che prepara la guerra di ieri per perdere la vittoria di domani»), il sistematico «inganno» da essi perpetrato nei suoi confronti, e contro l’esercito «regio» («non ci può piú essere l’esercito di una dinastia; se pure gli eserciti ànno mai sostenuto le dinastie, le ànno sostenute quando erano in auge, per abbandonarle quando cadevano») a cui contrapponeva l’«esercito di popolo»163, contro gli atteggiamenti troppo apertamente polemici nei confronti dei tedeschi di alcuni gerarchi (a proposito di Balbo l’8 dicembre arrivò a dire: «se crede di pescare nel torbido all’interno, si ricordi ch’io sono in grado di mettere al muro chiunque, nessuno escluso»164) e soprattutto contro qualsiasi voce, notizia o giudizio che gli attribuisse il desiderio di stare a vedere chi avrebbe vinto per buttarsi poi col vincitore. Tipica è a quest’ultimo proposito la vivissima irritazione che provò alla lettura del manifesto diffuso in occasione della ricorrenza del 7 novembre dalla III Internazionale in cui si affermava, appunto, che la borghesia italiana aspettava il momento propizio per gettarsi contro i vinti e strappare la sua parte di bottino165. La stessa origine avevano i suoi numerosi sfoghi e le sue minacce all’indirizzo del re, della «borghesia» e della Chiesa166: nei loro confronti, ai vecchi motivi di ostilità si aggiungeva ora quello di essere i punti di forza del «partito» neutralista, filooccidentale e antitedesco, mentre «il popolo» era con lui e seguiva lui e «lui soltanto». Pronto ad elogiare persino L. Blum se scriveva qualcosa che gli sembrava confermare questa sua seconda convinzione167. Basti dire che, nonostante l’indubbio miglioramento in atto, come vedremo, nei rapporti con la Santa Sede, il giorno stesso della dichiarazione di guerra anglo-francese alla Germania, ordinò personalmente l’arresto del piú noto e combattivo dei commentatori di politica estera dell’«Osservatore romano», Guido Gonella, e non lo fece liberare sino a quando l’organo vaticano, capita l’antifona, non si piegò a moderare il tono dei suoi commenti e a mettere la sordina al suo antitedeschismo168. Sino alla dichiarazione di «non belligeranza», poteva essere utile che l’«Osservatore romano» facesse da autorevole cassa di risonanza alla politica di Mussolini, ora anch’esso doveva, se non proprio allinearsi, non costituire una voce troppo dissonante.

689–690

Per quanto legati al particolare momento politico e, dunque, utili per comprendere lo stato d’animo di Mussolini e la condizione psicologica nella quale egli doveva prendere le sue decisioni, questi motivi di irritazione e questi sfoghi, al fondo, non erano però che la proiezione attualizzata di suoi vecchi e radicati stati d’animo. E, in ultima analisi, non erano neppure i piú vivi e veramente caratterizzanti il suo stato d’animo in quei mesi. Questi, a ben vedere, erano altri. Due, per essere precisi. Certo anch’essi entrambi collegabili a suoi precedenti stati d’animo e convinzioni, ma che, altrettanto certamente, fu la particolare realtà di quei mesi a precisare a tutto tondo e a far balzare nella mente del «duce» in primo piano sino ad influenzarne potentemente tutta la personalità e il suo stesso modo di vivere la «non belligeranza».

690

Il primo motivo del profondo scontento e della irritazione che caratterizzarono lo stato d’animo di Mussolini in questi mesi, sino quasi a costituire per lui un’ossessione e a farglieli vivere come una realtà nella quale il «fatto», il «momento» politico sfumava, si confondeva sovente col «fatto», col «momento» personale e diventava la ragione morale della sua vita, era la sua convinzione di dover assolvere una «missione» che solo lui poteva realizzare. Una «missione» che aveva intuito con il suo «genio» e che la sua volontà «inflessibile» («con una volontà inflessibile si è quasi sempre piú forti dell’avvenimento stesso; il genio è soprattutto volontà») aveva saputo cominciare a realizzare con la conquista dell’Etiopia e che ora – nonostante tutte le difficoltà e i «contrattempi» – egli doveva portare a compimento, rendere concreta.

Questo concreto della conquista dell’Impero – aveva detto qualche mese prima al suo vecchio amico Ottavio Dinale169 – prima era solo un’idea. Io l’ho afferrata, nutrita, sviluppata, realizzata. Ma a un concreto deve seguire un altro concreto. La vita continua come la rivoluzione. La conquista dell’Etiopia non è un punto d’arrivo, è un primo passo che resterebbe senza senso se io non avessi la netta visione degli altri passi, che dovrò per forza fare e far fare... Io ho le mie responsabilità fatali, si potrebbe dire, senza paura delle parole grosse. Non sono state scelte dal mio capriccio, me le ha caricate sulle spalle il destino o la Provvidenza, come meglio ti piace. Le responsabilità sono la materia di una missione. Ed io sono costretto ad andare sino in fondo, sino all’esaurimento della missione che mi trascende.

Una parte degli italiani, i «borghesi», ma non solo essi, anche dei fascisti e persino vari gerarchi di primo piano, combattenti valorosi, vecchi squadristi, rifiutavano la prospettiva della guerra, non sentivano il loro «dovere» verso l’Italia, la «missione» che essa poteva compiere. E addirittura si sentivano col cuore vicini a coloro contro i quali questa «missione» doveva essere compiuta.

L’Italia oggi – disse verso la metà di aprile a Vittorio Emanuele III con tono aggressivo e di accusa anche verso di lui170 – è già di fatto una colonia britannica e alcuni italiani sarebbero disposti a farla diventare tale anche de iure: una Malta moltiplicata per un milione di volte.

691–692

Persino le piccole restrizioni che in quel difficile momento venivano adottate dal governo li preoccupavano, li inducevano a lamentarsi e ad adoperarsi per sottrarsi ad esse con mille «indegni» espedienti. Di fronte a questa realtà la reazione sempre piú comune di Mussolini erano il solitario cruccio quotidiano, l’irritazione che, di tanto in tanto, si manifestava con sfoghi irosi con chi gli capitava sotto mano («Parla concitato, iroso, solitario. Sono per lui una muta comparsa. Il suo antagonista è questo popolo...», annotò un giorno Bottai171), il crescente desiderio di poterla finalmente farla finita con la neutralità e di costringere cosí questa «razza di pecore» a battersi.

Quando in un popolo – disse il 29 gennaio a Ciano in occasione di uno di questi sfoghi172 – sono gli istinti della vita vegetativa che predominano, non c’è, per salvarlo, che l’uso della forza. I colpiti stessi ne saranno grati perché la legnata che li ha tramortiti ha impedito loro di precipitare nell’abisso verso il quale la paura li spingeva irresistibilmente. Hai mai visto l’agnello diventare lupo? La razza italiana è una razza di pecore. Non bastano diciotto anni per trasformarla. Ce ne vogliono centottanta o forse centottanta secoli.

E via via che il tempo passava i suoi sfoghi si facevano sempre piú irosi ed irrazionali. Tanto da arrivare, l’11 aprile, al punto di affermare173:

Poco conta chi vince. Per fare grande un popolo bisogna portarlo al combattimento, magari a calci in culo. Cosí farò io. Non dimentico che nel ’18 in Italia c’erano 540 mila disertori. E se non cogliamo questa occasione per misurare la nostra marina con quelle franco britanniche perché dovremmo avere 600 mila tonnellate di naviglio? Basterebbero dei guardiacoste e dei panfili per portare a passeggio le signorine.

In questo stato d’animo, il compito del partito doveva essere di spingere al massimo l’organizzazione del popolo, risvegliarne lo spirito guerriero e «ripulire gli angolini», combattere tutte le «filie» pacifiste e quelle favorevoli agli anglo-francesi, che lo spingevano ad una «vita vegetativa», «borghese», sorda al «dovere» e agli «slanci eroici». «Bisogna tenerlo inquadrato e in uniforme dalla mattina alla sera. E ci vuole bastone, bastone, bastone»174. E non si limitava a dirlo a Ciano e agli altri esponenti fascisti con cui parlava. Lo diceva anche ai quadri direttivi, alle «gerarchie» delle federazioni fasciste che venivano a rapporto a palazzo Venezia.

Il primo e piú importante di questi rapporti, per gli echi che ebbe nel paese, fu quello ai quadri bolognesi del 23 settembre. Il partito, disse175, doveva procedere «alla sua integrale mobilitazione, dal centro all’estrema periferia». Il momento era tempestoso e tale da rimettere «in gioco non solo la carta d’Europa, ma, forse, quella dei continenti». Nonostante la liquidazione della Polonia, l’Europa non era ancora effettivamente in guerra.

692–694

Le masse degli eserciti non si sono ancora urtate. Si può evitare l’urto col rendersi conto che è vana illusione quella di voler mantenere in piedi o, peggio ancora, ricostituire posizioni che la storia e il dinamismo dei popoli hanno condannato.

È certo col saggio proposito di non allargare il conflitto che i Governi di Londra e di Parigi non hanno sin qui reagito di fronte al «fatto compiuto» russo; ma ne consegue che hanno compromesso la loro giustificazione morale tendente a revocare il fatto compiuto germanico.

In una situazione come l’attuale, piena di molte incognite, una parola d’ordine è sorta spontanea fra le masse dell’autentico popolo italiano: prepararsi militarmente per parare ad ogni eventualità; appoggiare ogni tentativo di pace e lavorare vigilanti, in silenzio.

Questo è lo stile del fascismo; questo deve essere ed è lo stile del popolo italiano.

A questo scopo il partito doveva mobilitare tutte le sue energie.

Niente di piú naturale che questi eventi grandiosi e le loro ripercussioni in Italia abbiano provocato una emozione anche fra noi. Ma di questo speciale, comprensibile stato d’animo ha approffittato la minima, ma ciò nondimeno miserabile zavorra umana, che si è ridotta a vivere negli angiporti, nei ripostigli e negli angoli oscuri. Si deve a questa zavorra la diffusione delle «voci» che hanno circolato, molte delle quali, le piú ridicole, mi riguardavano personalmente... Senza drammatizzare le cose, perché non vale assolutamente la pena, la conclusione che se ne deve trarre si riassume in queste parole: ripulire gli angolini, dove, talora mimetizzandosi, si sono rifugiati rottami massonici, ebraici, esterofili dell’antifascismo. Non permetteremo mai, né a loro, né ad altri, di portare nocumento alla salute fisica e morale del popolo italiano.

Il popolo italiano sa che non bisogna turbare il pilota, specie quando è impegnato in una burrascosa navigazione, né chiedergli ad ogni istante notizie sulla rotta.

Se e quando io apparirò al balcone e convocherò ad ascoltarmi l’intero popolo italiano, non sarà per prospettargli un esame della situazione, ma per annunziargli, come già il 2 ottobre del 1935 o il 9 maggio del 1936, decisioni, dico decisioni, di portata storica.

Il discorso, come si è detto, ebbe echi vastissimi e, salvo in limitati ambienti del fascismo piú intransigente e giovanile, che ne trassero incitamento per abbandonarsi a sporadiche violenze contro qualche persona notoriamente di sentimenti antifascisti o che parlava troppo liberamente contro i tedeschi o che solo leggeva l’«Osservatore romano» o qualche giornale straniero, antitetici a quelli sperati da Mussolini. Scatenò una ridda di ipotesi e di interpretazioni, le piú diverse e contrastanti. Venne letto nelle chiavi piú disparate, da quella bellicista a quella pacifista, seminò sgomento e suscitò speranze, ma soprattutto diede a tutti l’impressione che il regime si trovasse in difficoltà anche peggiori di quelle nelle quali era, travagliato da contrasti interni piú dinamici di quelli reali, e con un’opposizione piú forte di quella effettiva176. E ciò non solo tra la massa dei cittadini all’oscuro delle segrete cose, ma anche nello stretto gruppo dirigente fascista, che in molti casi ne dette una valutazione del tutto negativa. Ciano, che riuscí in extremis a farne modificare alcuni passi prima che fosse diffuso alla stampa, giudicò la parte che si riferiva alla situazione interna esagerata e sostanzialmente sbagliata177:

694

mai, come oggi, il paese è bloccato attorno al Regime e al Duce. Parlare di quartarellismo, di disfattismo, ecc. è voler dare corpo alle ombre. La realtà è tutt’altra: tutto il risentimento nazionale è diretto contro la persona di Starace, che, pure avendo molte qualità, sbaglia metodo e stile.

E dello stesso parere fu anche Bottai, che, cosí come Ciano, non nascose a Mussolini il suo dissenso. Nel suo diario, sotto la data del 27 settembre, si legge infatti178:

695–696

Da Mussolini. Gli dico, schiettamente, le mie impressioni sul suo discorso ai gerarchi di Bologna: eccessivo l’accenno alle «voci»; lo spirito pubblico italiano, nel suo complesso, non meritava quell’implicito rimprovero degli «angolini». Tanto piú che bisogna domandarsi se tutto è stato fatto per una disinfezione reale: cioè, per una purificazione seria del costume; per un’informazione di coscienze e di intelligenze. Egli appoggia il mio dire: «Sí, non bisogna drammatizzare certe inevitabili inquietudini. Lo dicevo or ora a Farinacci, che vi dà eccessiva importanza».

Nonostante questi risultati e queste critiche e nonostante che sulle prime Mussolini si fosse mostrato disposto, come si è visto, ad accettarne la validità, la sua irritazione era però cosí viva che una settimana dopo, parlando questa volta ai quadri genovesi del partito, tornò ancora sugli stessi temi, «angolini» e «voci» comprese179. L’unico risultato dell’esperienza precedente fu che, questa volta, il testo del discorso non venne diramato alla stampa. Un espediente, questo, che però poteva solo limitare, non evitare il danno degli sfoghi. Il numero di coloro che intervenivano ai rapporti era troppo elevato per potere impedire, specie in un momento come quello, fughe di notizie, le quali, di bocca in bocca, finivano egualmente per fare il giro del paese, tanto piú che qualche fascista zelante pensava anche bene di diffonderne i passi piú significativi con manifestini semiclandestini. E non è possibile pensare che Mussolini non se ne rendesse conto. Il fatto è che, costretto dalla delicatezza del momento interno ed internazionale a tacere ufficialmente (tant’è che, di fronte a questo suo insolito silenzio, prese a circolare per l’Italia la battuta che Mussolini era diventato Mutolini), il «duce» non sapeva tenere a freno la sua crescente irritazione e non riusciva a rinunciare a esternarla almeno ai suoi «fedelissimi».

Ma, come si è detto, questo non era l’unico motivo della sua maggiore irritazione. Un altro turbava il suo animo, se possibile, anche di piú, ed esso è tutto riassunto in questa battuta detta e, piú che detta, buttata in faccia a Ciano, il 7 febbraio180: «Gli Stati, come gli individui, devono seguire una linea di morale e di onore». Costretto a non partecipare al conflitto e già per questo umiliato, Mussolini sentiva attorno a sé molte voci, a cominciare da quella del genero, che piú o meno esplicitamente volevano convincerlo dell’opportunità di non scendere neppure in futuro in guerra e, se mai, di farlo contro la Germania. Analoghe voci e speranze sapeva che circolavano all’estero, mentre dalla Germania gli giungeva notizia che nell’opinione pubblica di quel paese la «non belligeranza» stava suscitando una crescente ostilità contro l’Italia: l’Italia era sempre l’Italia, era sempre quella che, ora come nel ’14, al momento di tener fede ai patti e di affiancarsi agli alleati li tradiva. E ciò senza che il governo nazista facesse nulla per impedirlo e addirittura si rifiutava di rendere noto ai tedeschi il telegramma con cui Hitler gli aveva dato il suo «benestare»181. Di fronte a questi consigli, a queste speranze, a questa taccia di «tradimento» Mussolini si ribellava con tutte le forze, ma, al tempo stesso, si sentiva impotente, fremeva di rabbia e di umiliazione, se la prendeva con tutti, tutti facendo in qualche modo responsabili della sua condizione, e soprattutto accumulava rancore contro quegli italiani che «non si rendevano conto» di cosa ciò volesse dire per il prestigio dell’Italia, del fascismo e suo e ancor piú contro quei fascisti che non capivano o, peggio, fingevano di non capire che – a parte tutti gli altri rischi – il «tradimento» avrebbe comunque comportato la fine del regime. Già il 7 settembre questo suo stato d’animo era chiaro. Ecco come Bottai ha annotato un suo incontro con lui di quel giorno182:

696

Vedo Mussolini. Costernato. Parla della «neutralità» con orrore. Il «tradimento». «Meglio – dice – qualunque guerra». È uno stato d’animo che si diffonde. «In ogni caso, – seguita, – se anche si salva la Patria, va a picco il Regime, che poggia sul prestigio e sulla predicazione militare, guerriera».

In queste parole c’è tutto il dramma personale di Mussolini in questi mesi e la spiegazione piú vera del suo stato d’animo, della sua inquietudine ed irritazione profonda. Del suo cercare conforto e conferma delle sue convinzioni, oltre che nella idea della sua «missione», ovunque potesse trovarli: in particolare in Mazzini, nella cui lettura il 15 aprile Bottai lo trovò immerso e tutto intento a sottolineare i passi che gli sembravano avvalorarle. Cosí Bottai fissò nel suo diario quel momento183:

Leva il capo e ci fissa. Poi, senza preamboli ci introduce nel «suo» argomento, tutto intento com’è a spigolare nel libro che è aperto davanti a sé, motivi della sua eterna polemica. Si tratta del XXVII volume delle Opere di Mazzini: e, precisamente, del primo scritto sulla «Convenzione e Torino». Punta il dito su frasi sottolineate; ne legge qualcuna, dove risuona il fiero monito del genovese a una piú alta vita morale dell’Italia: «un’immagine dell’Italia, grande, morale, virtuosa», o di rampogna contro «un’Italia calcolatamente sleale», che tradisce «deliberatamente le proprie promesse», talché s’à dire all’Europa: «non fidate in noi: l’Italia è una menzogna vivente». Con voce sdegnata butta in faccia a un ipotetico contraddittore le parole dell’apostolo: «Questa politica di raggiro, di vie tortuose, d’agguati, sarà, come fu, la rovina d’Italia».

697–698

Il bersaglio è chiaro: Mazzini è invocato in soccorso contro gli avversari dell’Asse. Ritorna il tema del «1914». «Mi sono documentato, – dice, – afferrando dei fascicoli. I primi di marzo del 1914, fate bene attenzione: primi di marzo del 1914, una missione militare italiana va in Germania per combinare l’invio di alcune divisioni in caso di necessità. Tutto viene disposto minuziosamente: treni, nodi, stazioni di sosta e d’arrivo, dislocazione e impiego delle truppe. Patti precisi, dunque, che furono traditi dal governo d’Italia. Che ne pensi?»: e rivolge a me la domanda. Rispondo, che un movimento dell’opinione pubblica à, di poi, fatto mutar direttiva. Reagisce, pronto: «Quest’è un’altra cosa. Io stesso ò detto a Hitler che non avrei esitato, ripetendosi le medesime circostanze, a comportarmi come mi sono comportato. Ma il governo non doveva impegnarsi; o, impegnato, doveva mantenere la sua parola».

Sulla base della documentazione disponibile, tutto lascia ritenere che le ragioni addotte da Mussolini per sostenere e giustificare le sue scelte politiche fossero sincere e che egli fosse veramente convinto di non poter fare nessun’altra politica. Detto questo, è nostra convinzione che a confermarlo e a renderlo tetragono in questa sua certezza molto contribuirono la sua concezione dell’«onore» e la convinzione che, in ogni caso, il «tradimento» dell’alleanza anche se fosse riuscito vantaggioso per l’Italia avrebbe provocato la fine del fascismo. Una prospettiva, questa, alla quale potevano piú o meno facilmente piegarsi molti uomini del regime e anche veri fascisti che anteponevano il patriottismo al fascismo o che, spesso, già sentivano piú o meno chiaramente che il fascismo nel quale avevano creduto e che avevano sperato di vedere realizzato non trovava riscontro nella realtà o che, addirittura, avevano sempre considerato il fascismo necessario ma transitorio per la vita italiana, ma alla quale non poteva assolutamente piegarsi Mussolini, per il quale il fascismo si identificava ormai con la «nuova civiltà» e con la «missione storica» che l’Italia doveva assolvere in essa.

Dopo quello che abbiamo detto a proposito della posizione politica, ideologica e psicologica che animò Mussolini nei mesi della «non belligeranza» il lettore potrebbe essere indotto a chiedersi perché, ciò nonostante, noi abbiamo definito la situazione di quei mesi ancora sostanzialmente aperta e, a maggior ragione, perché abbiamo parlato di scelta ancora da fare da parte di Mussolini. La risposta a questo interrogativo è nella situazione interna italiana e nella politica che Ciano, in parte con il consenso di Mussolini, in parte a sua insaputa, stava cercando di svolgere, forte del fatto che per il momento il «duce» voleva mantenere la neutralità. Se è un fatto che Mussolini voleva, quando lo avrebbe ritenuto opportuno, entrare in guerra e dalla parte della Germania, è però anche un fatto che sino al crollo della Francia la situazione interna italiana, per quel che concerneva sia l’opinione pubblica sia – ed è questo che veramente conta – i vertici del regime (e, almeno potenzialmente, la politica di Ciano) non glielo avrebbero permesso e nulla autorizza ad affermare che senza l’inatteso e drammatico crollo della Francia questi due ostacoli e soprattutto il secondo sarebbero potuti essere superati da lui, specie in una situazione interna ed internazionale che era la meno favorevole a prove di forza. Da qui la nostra definizione di situazione «aperta» e da qui, anche, il nostro parlare di una «scelta definitiva» che Mussolini sostanzialmente doveva ancora fare, anche se nel suo intimo era convinto di averla già fatta.

698–699

Significativa è a questo proposito la posizione di Ciano. Che egli fosse consapevole di cosa Mussolini pensava e voleva (il suo errore era, forse, quello di ridurre l’atteggiamento del suocero ad una sorta di «fatto personale», frutto del suo desiderio di non venir meno alla parola data e di sottovalutarne le altre motivazioni) e che ciò provocasse in lui un «distacco profondo dal Duce»184 tanto politico quanto, via via che il tempo passava, anche personale185 è indubbio. Ciò nonostante sino al crollo della Francia Ciano ebbe fiducia di poter evitare un intervento dell’Italia in guerra a fianco della Germania e sperò, comunque, che si potesse verificare qualche fatto nuovo tale da indurre Mussolini a desistere dalla sua idea. Ancora il 17 aprile egli diceva infatti186:

Mussolini è, ormai, al puro fatto personale. Vuole mantenere la sua parola; e s’irrita contro tutto ciò che glielo impedisce: dati tecnici e dati psicologici. Nulla può distorglierlo da questa sua idea fissa. Solo un grosso colpo lo potrebbe: una decisa presa di posizione dei franco-inglesi potrebbe metterlo innanzi alla realtà.

La data in cui fece quest’affermazione, dopo la conclusione del conflitto finno-sovietico e dopo l’attacco tedesco contro la Danimarca e la Norvegia, fa ritenere che Ciano non pensasse ad un fatto nuovo di ordine militare, ad un successo anglo-francese che sconsigliasse a Mussolini un intervento dalla parte della Germania. Molto piú credibile è che Ciano pensasse ad una «presa di posizione» politica e cioè ad un’offerta di concrete concessioni territoriali all’Italia per indurre Mussolini a rimanere definitivamente fuori dal conflitto o, piú probabilmente, a schierarsi dalla parte degli alleati. Ché, infatti, è difficile credere che Ciano potesse pensare che Londra e Parigi fossero disposte a fare delle concessioni a Mussolini solo in cambio di un suo impegno a non scendere in guerra o che Mussolini potesse mutare idea senza ricevere subito una contropartita. E ciò tanto piú che questa era la prospettiva nella quale egli cercava di sviluppare la sua azione diplomatica nel duplice intento, appunto, di offrire al suocero un’alternativa ai suoi programmi e, in ogni caso, di allontanare il piú possibile nel tempo l’intervento dalla parte della Germania, nella speranza che nel frattempo si verificasse qualche cosa che lo scongiurasse.

699–700

Influenzare direttamente Mussolini era sempre stato difficile, ma ora lo era anche di piú per quei fascisti maggiormente ostili ad un intervento. E ciò sia per il significato che la sua figura aveva per loro, per quel che aveva significato negli anni «eroici» e ancora significava per il loro essere nel regime (tipica è una considerazione di Bottai proprio in relazione al «distacco» di Ciano: «La nostra generazione è tutta in Mussolini: è Mussolini. Non si tratta di misurare lui, fuori di noi: ma lui in noi; e noi stessi in lui»187), sia per la paura che il «duce» suscitava nella grande maggioranza dei suoi collaboratori e dei gerarchi, rendendo loro difficile e spesso impossibile prendere esplicita posizione contro di lui, specie se ciò doveva avvenire in modo diretto e aperto, sia, infine, perché la componente «interventista» e «combattentistica» era stata e rimaneva nel fascismo cosí importante e decisiva, che il suo peso continuava in qualche modo a farsi sentire anche su coloro che erano contrari ad una partecipazione al conflitto e all’alleanza con la Germania, se non altro come fatto psicologico che giocava a tutto vantaggio della tesi mussoliniana e rendeva a molti difficile dissentire radicalmente da lui. E poi c’erano una cultura politica e una forma mentis venute sedimentandosi nel corso degli anni, con i loro miti, i loro rancori, il loro modo di concepire la funzione dell’Italia fascista, che inquinavano tutto, anche le posizioni e i discorsi che in teoria volevano confutare le tesi interventiste e filo tedesche. Caratteristico è un ampio articolo di Nello Quilici, tra gli intellettuali attorno a Balbo certo quello che piú interpretava ed elaborava in termini politici la posizione del quadrunviro ferrarese188, apparso su «Nuovi problemi», la rivista attraverso la quale, oltre che attraverso il «Corriere padano», si esprimeva il «gruppo Balbo». Pur essendo tutto volto a confutare l’ipotesi di un intervento italiano e a dimostrare sia che la prospettiva hitleriana non era altro che quella stessa che da ottant’anni la Germania aveva tentato di imporre agli altri paesi sia che l’unico che dal conflitto avrebbe tratto vantaggio sarebbe stato Stalin, il quale sulla «universale rovina» dell’Europa avrebbe steso la rete del bolscevismo, l’articolo189, quando cercava di trarre le conclusioni positive del discorso non sapeva far altro che richiamarsi all’«idea di Roma», finendo cosí per dare alla posizione dell’Italia una configurazione che la isolava completamente dagli altri paesi e innanzitutto dalla Francia e dall’Inghilterra, e, senza volerlo, portava acqua al mulino di coloro che credevano o speravano in una «nuova unità spirituale» del continente di tipo fascista e indeboliva cosí la forza della pregiudiziale antitedesca. A tutto ciò bisognava però aggiungere che, se era difficile influire direttamente su Mussolini, la scelta della «non belligeranza» costituiva tuttavia un fatto che, specie se gestito accortamente, giovava obiettivamente agli avversari dell’intervento dalla parte della Germania, sia perché ne rafforzava il peso politico nella macchina dello Stato, sia perché rendeva piú difficile ai fautori dell’intervento di adoperarsi per modificare l’orientamento della pubblica opinione già largamente contrario a loro; e questa era certamente la via piú efficace per dare fiducia al re e rafforzarne la capacità di contrastare i programmi di Mussolini e, in caso di necessità, di affrontare una prova di forza con lui.

700

Ad una soluzione del genere è escluso che Vittorio Emanuele III guardasse con favore, un po’ per il suo carattere, un po’ per il timore di avviare una reazione a catena difficilmente controllabile, un po’ per il rischio di provocare un intervento tedesco «in aiuto» di Mussolini. Molto piú probabile è che le preferenze del re andassero, se proprio necessario, a un’altra soluzione: a quella di un ritiro con tutti gli onori di Mussolini e di una sua sostituzione con un altro esponente fascista che fosse espressione del partito antitedesco. E, forse, al Quirinale si fece piú che un semplice pensiero in questa direzione. Come è già stato rilevato190, nel marzo ’40 fu infatti probabilmente fatto qualche sondaggio e, forse, anche qualche cosa di piú, un vero e proprio passo, su Ciano, di cui il re aveva una buona opinione e che, in quel momento, avrebbe certamente costituito la successione piú logica, indolore e, formalmente, meno umiliante per il «duce». E, senza incontrare una sua netta ostilità, se si può dar credito ad una nota vaticana dell’inizio dell’aprile, che il cardinal Maglione dovette considerare attendibile dato che sul momento non la fece conoscere neppure a monsignor Tardini, mentre un anno dopo gliela comunicò, evidentemente perché restasse agli atti. Nella nota si legge infatti191:

701

Con M[ussolini] sono Buffarini, Renato Ricci, Starace: gli altri, specialmente i ministri militari, sono con C[iano]... C[iano] un mese fa era in predicato di succedere a M[ussolini], e ciò poteva avvenire da un momento all’altro. In quei giorni il Principe Umberto venne a Roma e per una settimana pranzò sempre con C[iano]. Il Re mandò in giro Acquarone per i vari Ministeri ad informarsi, e mandò da C[iano] lo stesso Acquarone a dire che «Non era maturo» (questa frase non è stata spiegata). Ma ora M[ussolini] ha ripreso forza e il controllo delle decisioni.

Tutto questo spiega il nostro convincimento che, nonostante la posizione di Mussolini, la situazione italiana fosse sostanzialmente ancora aperta e che Mussolini non avesse ancora preso una vera decisione. O, se si preferisce, che vi fossero ancora alcuni dati di fatto con i quali egli avrebbe dovuto fare i conti e che avrebbero potuto indurlo a mutare opinione. Tanto piú – non va dimenticato – che, per quanto corresse dietro alle sue elucubrazioni ideologiche e facesse della fedeltà all’alleanza un punto d’onore, il «duce» era un realista e, al fondo, un opportunista. E aveva una tale fiducia nelle proprie capacità demagogiche da poter pensare di saper bene come «rivoltare la frittata» e, forte di concreti risultati territoriali, giustificare di fronte agli italiani un mutamento di campo.

* * *

In politica interna, l’annuncio della «non belligeranza» dette l’avvio ad un notevole rafforzamento delle posizioni antinterventiste e antitedesche. Anche se, nelle intenzioni di Mussolini, essa doveva sfociare nell’intervento dalla parte della Germania, a gestirla non potevano infatti esserne che i suoi fautori, se non altro per renderla credibile all’estero, non offrire ai tedeschi canali privilegiati per metterla in difficoltà e dare fiducia agli anglo-francesi, in funzione sia del massiccio incremento del commercio estero che ci si riprometteva dalla neutralità sia di un costruttivo dialogo diplomatico con essi e in particolare con Londra, indispensabile tanto per Mussolini quanto per Ciano: al «duce» per rilanciare la sua figura di mediatore, al ministro degli Esteri anche per realizzare il completo distacco dell’Italia dalla Germania. Oltre a ciò proprio tra i filotedeschi vi erano alcuni uomini che Mussolini considerava i responsabili dell’«inganno» di cui si diceva vittima circa la preparazione militare italiana. Da qui la necessità innanzitutto di un vasto avvicendamento di un po’ tutti i vertici, governativo, militare e politico, che Ciano – grazie al suo rapporto privilegiato col suocero, al suo potere e alla sua furbizia – seppe abilmente sfruttare per insediare in quasi tutti i posti chiave uomini suoi o legati a lui o che, comunque, egli considerava tali.

702–703

A varare questo avvicendamento, a cui ne seguirono in breve spazio di tempo altri ai livelli inferiori, sicché assunse il carattere di un piccolo terremoto, che in qualche caso, come in quello del PNF, fece parlare di vera e propria epurazione, furono sufficienti meno di due mesi. A fine ottobre furono allontanati dal governo sei ministri, Alfieri, Benni, Cobolli-Gigli, Guarneri, Lantini e Rossoni (sostituiti da Host-Venturi, Pavolini, Riccardi, Ricci, Serena, Tassinari e Teruzzi, a cui Mussolini cedette il ministero dell’AI) e vari sottosegretari tra i quali due dei tre militari, Pariani e Valle. Dei precedenti ministri rimasero al loro posto solo Ciano, Grandi, Bottai e Thaon di Revel. Le stesure preparatorie della lettera con la quale Mussolini sottopose al re i nomi dei ministri e dei sottosegretari da allontanare dal governo e di quelli da chiamare a sostituirli192 permettono di capire che quel che stava piú a cuore al «duce» era liquidare Pariani e Valle. Da esse risulta altresí che egli pensava di lasciare la direzione non solo del ministero dell’AI, ma anche dei tre militari. Decisione poi abbandonata, non sappiamo se per un suo ripensamento o per l’opposizione – provocata forse dall’intenzione di Mussolini di nominare ministro della Guerra Graziani, un nome assolutamente ostico a Badoglio, con il generale Soddu come sottosegretario – di Vittorio Emanuele III. Questa nostra ipotesi sarebbe confermata dal fatto che alla fine – rimasto ministro Mussolini – Graziani non fu nominato neppure sottosegretario (posto a cui andò Soddu), ma capo di Stato maggiore dell’esercito. Nella prima stesura della lettera – la piú rivelatrice dello stato d’animo di Mussolini – la parte riguardante i dicasteri militari (poi attenuata nella seconda stesura per quanto riguardava il giudizio su Pariani e modificata sostituendo il nome del generale Pricolo a quello del generale Pinna) era cosí concepita:

Vengo ora ai Ministeri Militari.

Il Gen. Pariani ha molto piombo nell’ala. Egli ha molte qualità e indiscutibili numeri, ma in questi ultimi tempi non è stato all’altezza del suo compito e soprattutto è di un ottimismo eccezionale. Appartiene alla categoria degli uomini che anticipano la realtà col desiderio. Gli inconvenienti degli ultimi richiami sono stati troppi e troppo generalizzati. Molto vivo il disagio nei ranghi e vivo nel paese attraverso i racconti dei richiamati.

Occorre per riprendere quota, un uomo di prestigio e un combattente di razza: io non vedo altri all’infuori del Gen. Graziani. Pariani potrebbe assumere il Comando del gruppo di Armate, attualmente tenuto da Graziani.

Sono contento di Cavagnari, quantunque la marina a base di grandi corazzate

sia rimessa in discussione dagli avvenimenti di questi giorni; non sono contento di Valle, il quale – anche lui! – è tutto futuro e poco presente: al caso potrebbe essere sostituito dal sardo Pinna, attualmente Sotto Capo di S. Maggiore.

703–704

Se Mussolini voleva soprattutto liquidare alcuni uomini, Ciano, come si è detto, si preoccupò essenzialmente di far nominare uomini propri o presunti tali, quali erano certamente Pavolini e Riccardi e, egli credeva, Ricci193. E una parte Ciano ebbe anche nella scelta dei sottosegretari militari, caldeggiando il mantenimento di Cavagnari (che in un primo momento Mussolini fu tentato di sostituire con l’amm. A. Riccardi) e suggerendo Pricolo al posto di Pinna, perché «troppo legato all’opera del predecessore»194.

Gli allontanamenti dal governo di maggiore significato politico furono quelli di Alfieri e di Pariani, entrambi filotedeschi e in posti chiave. Tutto il rimpasto e, un mese dopo, la nomina di Grandi a presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni (continuando ad essere ministro di Grazia e giustizia)195 non fecero però il rumore e non ebbero per il grande pubblico l’importanza del contemporaneo allontanamento di Starace dalla segreteria generale del PNF, che, riguardando il rappresentante piú tipico ed inviso del regime e uno dei piú noti esponenti filotedeschi, assunse per molti il valore di una liberazione e suscitò la speranza di un mutamento di rotta. E ciò tanto piú che alcuni dei primi atti del nuovo segretario generale, Ettore Muti, annunciati in occasione della riunione del Gran Consiglio del 7 dicembre, e in particolare l’allentamento del controllo del partito su una serie di organizzazioni, tra le quali l’OND, il Coni, l’Unuci e la Lega navale, sembrarono avvalorare queste speranze. Né le speranze furono solo di questo tipo. Anche i fascisti piú consapevoli del rischio che in quel momento il regime correva di perdere i contatti con il paese e della crisi che il partito attraversava, nonostante la massa di poteri che deteneva e l’enorme numero di organizzati che aveva sulla carta, accolsero infatti la fine della gestione di Starace come un fatto estremamente positivo, che avrebbe potuto vivificare e rilanciare il PNF e offrire al regime lo strumento necessario per superare le difficoltà del momento e per stabilire un nuovo ed effettivo rapporto con il paese. Tipica è a questo proposito la posizione del gruppo bottaiano che su «Critica fascista» arrivò a parlare di un «nuovo periodo» della storia del partito che si apriva. Un nuovo periodo in cui, finalmente, il potere del fascismo non sarebbe piú stato giustificato dall’aver «fatto la rivoluzione», ma dal doverla fare e i fascisti sarebbero vissuti nel partito196

704–705

partecipando alla sua vita interiore con coscienza, con intelligenza e con fede, secondo le linee d’una disciplina viva, dinamica, che cerchi e susciti i nuovi valori, in uno sforzo incessante di «anticipazione» dal quale, secondo noi, si misura la tempra rivoluzionaria degli uomini, la loro intelligenza e la loro stessa virilità.

La decisione di togliere dal PNF Starace (che, dopo una prima idea di farlo governatore dell’Egeo, fu nominato capo di Stato maggiore della MVSN) non fu per Mussolini facile. È da escludere che a provocarla sia stato, come pure è stato sostenuto197, il fatto che, nel suo zelo di far rispettare le restrizioni imposte nelle settimane a cavallo dell’annuncio del «non intervento», Starace era arrivato, con grande scandalo di Mussolini, sino a controllare personalmente se le automobili che circolavano nella capitale avessero la regolare autorizzazione. La decisione fu invece tutta politica e il «duce», come si è detto, non la prese a cuor leggero. Né la prese certo solo perché Starace era inviso pressoché a tutti e filotedesco. Anche se talvolta gli rimproverava il suo eccessivo zelo e certe «gaffes» che coprivano di ridicolo il regime, Mussolini non aveva molto da rimproverare alla sua gestione del partito e ne apprezzava – lo si è detto – la fedeltà a tutta prova e l’impegno fanatico per trasformare gli italiani in un popolo ordinato, obbediente e virtuoso di «credenti» e di «combattenti» («Starace è andato contro corrente nelle questioni di stile. Eppure, quest’è un lato della sua opera che rimane», disse il 7 novembre a Bottai, mostrandogli compiaciuto le bozze del Vademecum dello stile fascista in cui A. Gravelli aveva raccolto una scelta di disposizioni di Starace198). Il motivo del suo allontanamento va ricercato, oltre che nella lotta senza quartiere fattagli da Ciano, completamente dimentico dei tre anni di stretto sodalizio tra loro (persino Bottai, che con Starace non era certo tenero, il 31 ottobre, quando la defenestrazione fu ufficiale avrebbe annotato con tono critico: «Ciano in tripudio... una gioia smodata, senza neppure l’ombra di una responsabilità...»), nel fatto che in agosto Starace aveva sempre assicurato a Mussolini che la stragrande maggioranza del paese era favorevole all’Asse e all’intervento, mentre Bocchini gli riferiva invece tutto il contrario. Un fatto gravissimo, reso ancor piú grave da un altro: incontratisi nell’anticamera di Mussolini, Starace e Bocchini erano quasi venuti alle mani, il segretario del partito accusando il capo della polizia di essere un fascista tiepido e quasi un traditore e questi Starace di insincerità, di delittuosa leggerezza e di una politica fatua e ridicola, diventata ormai oggetto di scherno e di trepidazione 199. Arrivate le cose a questo punto, è chiaro che una delle due teste doveva cadere e questa non poteva essere che quella di Starace, anche se, tutto sommato, al «duce» dispiaceva privarsi del suo «cane da guardia» e non aveva idee precise su chi mettere al suo posto 200. Non fu perciò difficile a Ciano portare anche alla segreteria del partito un proprio uomo. Il diario di Bottai attesta che in un primo momento Ciano pensò a Pavolini, Ricci e Riccardi 201; poi, quando per costoro si prospettò la possibilità di diventare ministri, la sua scelta cadde su Muti 202, che aveva utilizzato in Spagna e in Albania e che riteneva fosse non solo «sincero» (probabilmente nei suoi propositi antitedeschi 203), ma anche tale che «mi seguirà come un bambino» 204.

705

In realtà, difficilmente la scelta poteva essere peggiore. Come segretario del PNF Muti (un romagnolo trentasettenne, pressoché digiuno d’esperienza politica e portato solo all’azione per l’azione) fu infatti un clamoroso fallimento. Incapace di tenere in pugno il partito come di tentare di rinnovarlo e di imprimergli nuovo slancio, affatto portato al lavoro organizzativo, privo di una propria linea politica, ma abbastanza suscettibile e personalista da emanciparsi da Ciano appena si accorse che questi voleva guidarlo per mano e gli aveva messo a fianco una sorta di controllore nella persona di un funzionario degli Esteri distaccato presso di lui, poche settimane bastarono perché le speranze riposte in lui si dissolvessero, nuova sfiducia e nuovo discredito si diffondessero nel partito e su esso, e Muti facesse persino rimpiangere Starace a molti fascisti che non ne erano stati estimatori, ma che si rendevano conto dell’importanza che avrebbe avuto per il regime disporre in quel momento di un partito unito ed efficiente. Il diario di Ciano testimonia la rapidità del declino delle speranze del ministro degli Esteri. Già alla data del 13 gennaio ’40, a meno di due mesi e mezzo dalla nomina di Muti, vi si legge 205:

706–707

Il Duce mi parla di Muti. Dice che al Partito adesso c’è mollezza nel comando. Contrasto troppo violento col rigido formalismo di Starace «ch’egli adorava». Ho dovuto dargli ragione: Muti si è mal circondato ed è presuntuoso. Non credo che durerà a lungo.

E sotto quella del 13 marzo206:

Casertano mi riferisce sull’andamento del Partito: disastroso. Muti, presso il quale non tenterò piú alcun sforzo, si è rivelato presuntuoso e suscettibile, e, come avviene, meno devoto di quanto io lo giudicassi. Non rimase che abbandonarlo al suo destino.

Analoghe testimonianze offre anche il diario di Bottai (con cui ben presto Ciano riprese a sfogliare la margherita dei possibili successori di Muti: Ricci, Pavolini, lo stesso Bottai207), tra cui questa, sotto la data del 12 marzo ’40, nella quale il discorso assumeva un valore piú politico e tendeva a scavare nella realtà del PNF208:

«Tempo verrà – profetizzavo scherzando agl’insofferenti dell’ultimo periodo di Starace – che rimpiangeremo Starace». Siamo a questo? No, da un punto di vista individuale, ché quest’eroe manesco e generoso [Muti] è simpatico com’un fanciullone. Ma dal punto di vista del Regime, sí. Tanto piú che Starace se n’è andato è rimasto lo «staracismo»: e Starace-uomo non era la parte peggiore dello staracismo-sistema.

Dato lo svuotamento, la burocratizzazione e il formalismo imposti alla vita del partito e la impossibilità quindi che esso potesse avere una reale vitalità e potesse assolvere ad un’effettiva funzione formativa, Starace era stato il miglior segretario che ormai il PNF poteva avere. Con tutti i suoi limiti e difetti, egli era riuscito pur sempre a impedirne l’afflosciamento e per quanto possibile si era sforzato di dargli ancora una funzione, sia di conservazione di energie sia di presenza nel regime e rispetto agli altri organi dello Stato. Dopo Starace il declino del partito sarebbe diventato sempre piú rapido e rovinoso per il regime. Nelle mani di Muti il PNF, per un verso, continuò nell’indirizzo asfittico-elefantiaco, burocratico e inutilmente vessatorio che era stato di Starace, per un altro, perse quel minimo di funzione che sin lí aveva avuto. Le direttive che egli diede a metà del gennaio ’40 in occasione del suo primo rapporto ai federali dell’Italia centrale209 sono a questo proposito significative. I sette punti in cui esse si articolavano o ripetevano quanto già detto da Starace o si muovevano sulla stessa linea o, laddove sembravano costituire qualcosa di nuovo, mancavano di ogni concreta indicazione su come attuarle. Né a dar loro un valore politico «rivoluzionario» bastava certo l’ultima che impegnava il partito a farsi sostegno «intransigente» delle provvidenze del regime a favore delle masse lavoratrici, dato che in pratica il tutto si riduceva a controllare che i datori di lavoro non eludessero gli obblighi di legge in materia di assistenza sociale (e in particolare la corresponsione della cinquantatreesima settimana di salario): un compito troppo limitato per rilanciare il partito e per fargli mettere veramente le radici nel mondo del lavoro, ma che, però, determinava una confusione di sfere con il sindacato sgradita a tutti e accresceva i sospetti e le ostilità verso il PNF della borghesia prodúttiva210, in un momento in cui se un’azione di recupero e di rassicurazione andava fatta era soprattutto verso di essa. Né, infine, la scelta di Muti fu utile a Ciano sotto il profilo della sua politica antitedesca, ché il nuovo segretario si rivelò anche a questo proposito privo di idee chiare e troppo desideroso di fare da sé per non essere influenzato dagli ambienti filonazisti, non lasciarsi andare a prese di posizione in sé poco significative, ma che, invece di tenere il piú possibile unito il partito, vi seminavano la confusione e, soprattutto, per non assumere, com’era prevedibile data la sua natura, atteggiamenti guerrieri e di ammirazione per i successi militari tedeschi di cui egli stesso quasi certamente non valutava bene le conseguenze. Difficilmente però un altro segretario avrebbe potuto fare molto meglio, a meno di non essere capace di ripensare ex novo la funzione del PNF e riuscirla a fare accettare a Mussolini e a Ciano. Una cosa, questa, praticamente impossibile per il primo, ma anche per il secondo, che del partito si ricordava solo quando lo riteneva utile per la sua politica personale, ma che per il resto del tempo lo considerava solo un covo di vecchi fascisti che pensavano di servirsene per i loro fini di potere, «meschini» o antitetici ai suoi, sicché in definitiva tutto voleva salvo una sua rivitalizzazione.

707–708

L’aspetto piú positivo del rimpasto di fine ottobre finí per risultare la nomina di Alessandro Pavolini a ministro della Cultura popolare. Molto piú intelligente e dinamico di Alfieri, contrariamente di lui tutt’altro che filotedesco (anche se va detto che con il 1° settembre Alfieri si era allineato sulla politica del «non intervento» cosí come la concepiva Ciano211), strettamente legato a Ciano, il Pavolini del ’39-40 non aveva nulla in comune con l’estremista fanatico che avrebbe retto la segreteria del Partito fascista repubblicano nel ’43-45. Specie nei primi mesi, la sua azione fiancheggiò perfettamente quella di Ciano; poi – quando la diversità di posizioni tra Mussolini e il genero divenne piú netta – si allineò su quella di Mussolini, che nell’ultimo periodo della «non belligeranza» pare considerasse Pavolini il piú efficiente e sicuro dei suoi collaboratori212 e dovette aprirsi piú di una volta con lui e farlo partecipe non solo dei suoi crucci e dei suoi sfoghi, ma anche dei suoi programmi per il futuro213; ma senza che ciò portasse da parte di Pavolini ad una rottura con Ciano, dei cui tentativi di tenere l’Italia fuori dal conflitto rimase intimamente un sostenitore sino al crollo della Francia. Nelle mani di Pavolini la stampa, soprattutto quella quotidiana, la radio e i cinegiornali LUCE fiancheggiarono in questi mesi complessivamente bene e con intelligenza la politica di Mussolini e di Ciano, sforzandosi, nei limiti del possibile, di avvalorarla agli occhi degli occidentali e dei neutri, senza offrire ai tedeschi clamorosi pretesti per proteste ed interferenze, e riuscendo ad esercitare una non sottovalutabile azione di controllo e di orientamento dell’opinione pubblica nazionale.

708–709

Alfieri si era preoccupato soprattutto delle ripercussioni all’estero214 e aveva puntato essenzialmente in due direzioni: accreditare l’immagine di una Italia che non parteggiava per nessuna delle due parti in conflitto215 e insistere sulle possibilità di pace negoziata che ancora vi sarebbero state e sulla piena disponibilità di Mussolini a favorirne la concretizzazione. Pavolini tenne ferma la prima direttiva: l’atteggiamento verso i belligeranti doveva essere «il piú possibile equilibrato» e tale lo mantenne sin verso marzo, quando cominciò a privilegiare via via le fonti di informazioni e i commenti filotedeschi, pur continuando a dare i bollettini di guerra e le principali notizie di fonte anglo-francese216; ma la completò aggiungendo a quanto stabilito da Alfieri due altre indicazioni: non venir mai meno alla caratterizzazione antidemocratica e antibolscevica della posizione fascista ed essere verso tutti i paesi, belligeranti e no, sempre duttili, elastici, in modo da non rischiare di trovarsi in difficoltà o in contraddizione con se stessi. Tipico è l’esordio del rapporto ai direttori di giornali da lui tenuto il 25 novembre217:

709–710

Di fronte all’avvicendarsi degli avvenimenti, il nostro atteggiamento fondamentale rimane, in sostanza, immutato. Però, di fronte a tutti gli elementi in gioco, e cioè non solo rispetto ai belligeranti, ma anche agli altri Paesi che possono, comunque, entrare nell’ambito della nostra politica, sarebbe bene che ci facessimo una mentalità piú elastica. Dobbiamo renderci conto che quando ci occupiamo di questo o quel gruppo belligerante, di nazioni come la Russia ecc., il nostro atteggiamento non può irrigidirsi in una linea immutabile; il nostro atteggiamento può subire modifiche a seconda del gioco dei nostri interessi con ciascuna potenza in un dato momento. Per spiegarmi meglio: con la Russia si può essere ai ferri corti in un dato settore e, non dico amici, ché sarebbe impossibile, ma in rapporti fondati su di un eventuale interesse comune, in un altro settore.

Ne viene di conseguenza che i nostri atteggiamenti polemici, risoluti, chiari, secondo lo stile fascista, non debbono, però, essere tutti di un pezzo. Evitiamo, insomma, gli atteggiamenti troppo rigidi e le affermazioni troppo assolute.

710–711

Contrariamente ad Alfieri, sin dal suo esordio come ministro Pavolini non fece invece che raccomandare estrema prudenza nel parlare di iniziative di pace che nessuno mostrava vero desiderio di raccogliere. E col marzo ’40218 vietò addirittura che se ne parlasse:

Un punto fermo è quello di non parlare di pace. A tal proposito anzi non occorre nemmeno dire che noi vogliamo parlarne; effettivamente non parliamone. Quindi anche quando ci si riferisce ad azioni su altre scacchiere una cosa è dire che noi agiamo per equilibrare, altra cosa è invece dire che noi agiamo per svolgere una azione a favore della pace. Infatti siccome non c’è nessuna probabilità che la pace «scoppi» è assolutamente ridicolo indirizzare l’azione dell’Italia verso un obbiettivo che non si può conseguire. Non creare quindi in nessun modo nel pubblico aspettative di pace e nemmeno sensazioni di un’imminente entrata in guerra dell’Italia. Ipotesi che non va in alcun modo scartata ma rispetto alla quale non bisogna accelerare i tempi e creare tensioni che non avrebbero altro risultato che tendere i nervi senza peraltro contribuire a quella ricostruzione del morale del pubblico che bisogna perseguire.

E con questo siamo arrivati a quella che fu la direttiva portante di tutti gli sforzi di Pavolini: operare soprattutto sul fronte interno per contenere e combattere le «oscillazioni» e gli «sbandamenti» verificatisi tra la fine dell’agosto e la prima quindicina di settembre, per il timore di un intervento in guerra e «riscaldare gradualmente la temperatura del popolo italiano». E ciò a) valorizzando in tutti i modi l’opera «attenta» e «responsabile» di Mussolini219; b) insistendo al massimo sulla estrema gravità del momento e sulle difficoltà che esso determinava nella vita di tutti i paesi; c) mettendo l’accento e dando spazio non tanto alle vicende belliche e internazionali (a meno di casi particolari come quello della guerra finno-sovietica di cui parleremo piú avanti) quanto all’impegno civile e sociale della politica fascista in tutti i settori della vita nazionale e coloniale (tipica è la grande attenzione che la stampa, la radio e i cinegiornali Luce dettero in questi mesi ai lavori intrapresi in Sicilia per la «lotta contro il latifondo» e a quelli per l’E 42 e al varo del progetto di canalizzazione Reggio Emilia – Adriatico), in modo da farne indirettamente emergere gli intenti pacifici e da giustificarne i limiti con le difficoltà del momento; d) sollecitando il formarsi di un atteggiamento non già di simpatia per uno dei belligeranti, ma di antipatia e ostilità per l’altro, facendo leva tanto sulle ragioni «storiche» di tale ostilità quanto su quelle attuali e nella fattispecie sul blocco navale inglese («il quale ci iugula e ci danneggia giorno per giorno»); e) non dando l’impressione dell’imminenza del fatto bellico o della richiesta popolare della guerra, perché questa fase sarebbe poi seguita da una pausa, causando quindi logoramento di nervi; viceversa dare la sensazione che siamo pronti, che ci si prepara intensamente e dare la sensazione crescente degli interessi italiani che sono coinvolti nella grande partita che si gioca in Europa, facendo intendere che da questa partita, da cui uscirà rifatta la carta dell’Europa e dei continenti, noi usciremo con i nostri problemi risolti e con largo spazio per noi220.

711–712

E in questi suoi sforzi bisogna dire che Pavolini seppe muoversi con abilità e intelligenza («orientare il pubblico con logica, con persuasione, in modo che gradualmente la temperatura ritorni ad essere quella che era» ripeteva sempre), evitando che fossero fatti discorsi contraddittori e si cadesse sia nella retorica e nella negazione troppo manifesta della verità221 sia in forme di denuncia troppo aggressive (alla Starace), e quindi controproducenti, dei fenomeni di «disfattismo» che si volevano combattere. Tipico a quest’ultimo proposito è il seguente passo del suo rapporto ai giornalisti del 25 gennaio ’40222:

712–713

Un argomento che da domani mattina occorre prendere di petto è quello di un certo disfattismo e di un certo piccolo panico marginale che si è verificato a seguito del tesseramento annonario: prima per la distribuzione della carta annonaria e poi per il tesseramento dello zucchero.

Che la gente brontoli un poco per queste misure è un fenomeno di carattere tale da non impressionare e quindi volerlo castigare non è il caso. Ma quando si passa, specialmente in certe zone della borghesia piú che del popolo, a forme di incetta, e quando questa incetta arriva a forme cretine (come per il burro, per le uova e perfino per il sapone) allora bisogna intervenire.

Fate qualche sfottimento e anche qualche avvertimento molto preciso nel senso che la legge sugli incettatori può tornare di attualità, tanto piú che si sa benissimo chi sono quelli che nascondono.

Qualche nome, se salta fuori, non è sgradito. Mi riferisco al «Corriere Padano» che accennava ai pezzi grossi.

Ho visto che c’è stata una polemica se si devono fare i nomi o no. I nomi, se occorre, si devono fare. E poi può avere maggiore efficacia fare un nome sui giornali.

713–714

In agosto-settembre quelli che Pavolini chiamava eufemisticamente «oscillazioni» e «sbandamenti», cioè la paura della guerra e l’ostilità all’alleanza con la Germania, erano stati comuni a quasi tutto il paese, tanto è vero che, come si è visto, persino Mussolini, pur minimizzandoli, ne aveva parlato esplicitamente nei suoi discorsi alle gerarchie bolognesi e genovesi e vari sono gli accenni piú o meno espliciti che se ne possono rintracciare nella stampa fascista223. E avevano avuto una consistenza molto maggiore di quella che il regime fosse disposto ad ammettere. Anche se forse esagerava pour cause, non è certo un caso che il 30 agosto, Bocchini, parlando con Ciano224, fosse arrivato a non escludere che, «in caso di sommossa neutralista», carabinieri e agenti di polizia potessero far «causa comune col popolo». E ancora piú sintomatico è che persino Starace il 16 agosto avesse ammesso «che quando la Germania attaccherà la Polonia, bisognerà tenere gli occhi bene aperti per impedire pubbliche manifestazioni antitedesche»225. Tutti i rapporti di polizia di quelle settimane sono concordi nel denunciare questa paura e questa ostilità, spesso anche con ricchezza di particolari e con toni che lasciano trasparire che anche chi scriveva era partecipe dello stesso stato d’animo. Valga per tutti questo rapporto datato Roma 26 agosto ’39226:

La paura dello scoppio della guerra è ormai estesa e generale: ma piú viene alimentata da certi titoli di giornali che, invece di predisporre alla calma aspettativa, fanno opera di allarmismo. Fin dal 23 corrente, infatti il «Lavoro Fascista» che eccelle nei titoloni a sensazione, dava l’idea che la guerra stesse per scoppiare inesorabilmente, mentre oggi, cinque giorni dopo, è ancora sospesa. Certo se non si trattasse di tale giornale, per il quale il Direttore della Stampa italiana al Ministero Cultura Popolare, Casini, ha interessi diretti ed indiretti, già si sarebbe proceduto al sequestro.

Viceversa il contegno delle autorità in generale e soprattutto la mancanza di sensibili preparativi bellici, tengono gli animi sospesi ancora ad una speranza, tanto piú che il silenzio del Duce fa supporre che Egli abbia ancora qualche carta da giuocare prima di giungere alla guerra. In Lui e nella fiducia del suo senso equilibrato, del suo patriottismo che pare impossibile voglia condurre la patria alla rovina totale – quale per credenza totalitaria avverrebbe in caso di guerra, qualunque ne fosse l’esito – si affida il popolo, il quale tutto è nettamente contrario alla guerra in generale ed a questa in particolare, poiché non ne riconosce alcuna utilità. Tanto piú nell’Italia superiore, nella quale da moltissime parti mi viene assicurato, si è sfavorevoli del tutto alla guerra fatta a fianco della Germania. Io stesso ho inteso dire – parole che rispecchiano però l’animo della gente – da alcuni richiamati che andranno dove li manderanno, quanto a battersi poi, ci sarà da pensarci: e piú facilmente si potrà darsi prigionieri. Perché l’odio contro il tedesco non è affatto spento e ammesso pure che nessuno giunga a disertare per esso, c’è da pensare molto che se venissero a contatto truppe italiane e tedesche, ci sarebbe da aspettare qualche zuffa interna, specie di notte, quando gli ufficiali non hanno modo di badare troppo alla truppa. Sarebbe ad ogni modo, prudenza tener lontani i due elementi a scanso di guai. D’altra parte la preoccupazione anche degli ufficiali, è di giustificare in qualche modo la guerra – se vi fosse – di fronte alle truppe, alle quali non si può fare un ragionamento sottile e trascendentale. Per la grande guerra era facile e comprensivo parlare di Trento e Trieste: oggi non si può certo dire che facciamo la guerra per dare Danzica alla Germania... né che valga la pena di tale enorme sconquasso per Tunisi. Ora è difficile per un ufficiale farsi ubbidire quando deve condurre al macello centinaia di uomini per... cosa che non si sa né si può giustificare. Questo è il ragionamento che ho udito fare da moltissimi. E quelli che, pure, in qualche momento di stanchezza e quasi di disperazione, affermano che piuttosto di tanta incertezza sarebbe meglio scoppiasse in fretta il conflitto, dicono cosí tanto per sfogo di parole, ma in sostanza tutti sono contrari al conflitto stesso. Però, come dicevo, fino a che non si avrà notizia ufficiale delle ostilità, nessuno sarà persuaso e tutti sperano nella saggezza del Duce: il quale se non riuscisse ad evitare il disastro perderebbe immensamente nella fiducia popolare.

714–718

Scoppiata la guerra e proclamata la «non belligeranza», smobilitati parte dei richiamati (la classe del 1902) e abrogate alcune restrizioni introdotte a cavallo del 1° settembre, tra cui l’oscuramento, questo stato d’animo si era un po’ attenuato ma non certo placato. Il rimpasto governativo di fine ottobre e la sostituzione di Starace avevano fatto sperare a molti che si fosse alla vigilia del passaggio dalla «non belligeranza» alla neutralità pura e semplice, ma queste speranze furono frustrate dall’anodino comunicato emesso dopo la riunione del Gran Consiglio del 7 dicembre, dalla quale si pensava che sarebbe stata appunto sancita la piena neutralità. Il fatto però che contemporaneamente il PNF e tutta la stampa insistessero sul carattere intransigentemente antibolscevico del fascismo227 e che le simpatie del regime per la Finlandia aggredita dall’Urss arrivassero al punto di manifestarsi non solo attraverso l’atteggiamento unanime della stampa ma, addirittura, lasciando che si svolgessero in varie città manifestazioni studentesche e consentendo l’arruolamento di volontari disposti ad andare a combattere in difesa della Finlandia228 aveva tenuto in una parte degli italiani ancora viva la speranza che Mussolini stesse preparando il terreno per sganciarsi dalla Germania229. Nel complesso, la massa si faceva però poche illusioni sulle intenzioni di Mussolini e relativamente pochi erano coloro che facevano affidamento in un intervento risolutore del re. La convinzione piú diffusa era che se Mussolini non era ancora intervenuto nel conflitto era solo a causa dell’assoluta impreparazione militare italiana, ma che, prima o poi – a meno di una pace di compromesso, a cui pochi credevano, o di un clamoroso successo anglo-francese –, l’Italia sarebbe stata portata da lui in guerra. Eppure, sino all’estendersi del conflitto alla Norvegia e alla Danimarca, che dette nuova esca prima alle speranze e poi ai timori230, durante i mesi invernali, pur mantenendosi viva, la tensione si allentò un po’, nonostante tutta una serie di fatti (l’introduzione del razionamento di alcuni generi come lo zucchero e il caffè, la scarsezza crescente di altri, quali il carbone e il sapone, l’aumento dei prezzi, la requisizione del ferro delle cancellate, ecc.) segnasse un aggravamento delle condizioni di vita della popolazione e lasciasse capire la direzione verso cui andava la politica mussoliniana. Certo, l’orientamento dominante era nettamente antitedesco (specie in alcune zone del Nord e nella borghesia) e assai viva era la ricerca di notizie di fonte occidentale (da qui il grande aumento, in questi mesi, dell’ascolto delle radio straniere che trasmettevano in italiano, in particolare Radio Londra, Tolosa e Monteceneri231, e della diffusione dell’«Osservatore romano»); specie in alcune grandi città, dove i problemi della vita quotidiana erano piú assorbenti232, la lunga stasi delle operazioni militari durante l’inverno ebbe però come conseguenza un leggero, ma per il regime assai importante, fenomeno di assuefazione alla situazione e una certa diminuzione della paura di un imminente intervento italiano, al quale, in una parte minoritaria, ma non trascurabile, della popolazione, si venne affiancando un piú o meno inconsapevole atteggiamento di critica nei confronti della Francia e dell’Inghilterra, a volta a volta accusate di eccessiva intransigenza e incomprensione nei confronti dell’Italia, di tendere ad affamarla e di non essere all’altezza della prova nella quale si erano imbarcate. Il che spiega come in questi mesi le manifestazioni di dissenso dichiarato furono rare, sporadiche e per nulla tali sia da mettere in difficoltà il regime sia da stimolarne altre. In pratica solo qualche lancio di manifestini pro monarchia e pro esercito e quindi contro il regime (come in marzo a Palermo dove furono diffusi in alcuni mercati e in un cinema volantini con la parola d’ordine «Agitatevi, l’esercito è con voi»233) e qualche agitazione contro gli ammassi o per la scarsezza di qualche genere di prima necessità.

718–719

Le ragioni di questo atteggiamento popolare furono indubbiamente molte. Ad alcune e in particolare all’assuefazione e al farsi strada dell’idea che per il momento il pericolo di un intervento era perlomeno rinviato, abbiamo già accennato. Un’altra fu costituita dall’assenza di voci e ancor piú di iniziative apertamente discordanti e di lotta, dovuta alla crisi profonda in cui versava l’antifascismo organizzato, in gran parte ormai completamente scompaginato dall’azione repressiva condotta negli anni precedenti dalla polizia e ridotto a piccoli gruppi di militanti senza collegamenti tra loro e con le centrali all’estero234 e annichilito e lacerato al suo interno (tanto che al momento dello scoppio della guerra non era stato neppure in grado di pubblicare un manifesto unitario contro di essa) dal trauma del patto tedesco-sovietico. Sicché l’unica iniziativa politica di qualche rilievo (ma di nessuna eco) fu la lettera scritta al re da Sforza il 30 maggio per invitarlo ad opporsi ad una partecipazione dell’Italia al conflitto235. Un’altra ancora fu costituita dall’abilità e dall’intelligenza con le quali Bocchini utilizzò in questa difficile situazione l’apparato repressivo del regime: tutto sorvegliando nel modo piú capillarmente attento, ma intervenendo solo nei pochi casi piú gravi e con la massima discrezione in modo da non dare nuova esca al malcontento popolare ed evitare il diffondersi dell’impressione che esistesse un movimento di opposizione e il determinarsi di una psicosi e di fenomeni imitativi.

719–720

Detto questo, va per altro anche detto che nel determinare questa situazione una parte non sottovalutabile l’ebbe anche l’abilità con la quale in questi mesi Pavolini pilotò i mezzi di informazione, da un lato accreditando l’idea che non vi fosse pericolo di un imminente intervento italiano e, da un altro, assuefacendo in qualche misura una parte almeno degli italiani all’idea che però alla fine la partecipazione al conflitto sarebbe stata inevitabile e non solo perché la voleva Mussolini, ma perché ad imporgliela erano anche gli anglo-francesi, le dimensioni del conflitto e la posta in gioco. Tutti elementi, questi ultimi, che non erano certo sufficienti a far accettare ai piú l’idea di una partecipazione alla guerra e per di piú a fianco della Germania, ma che, in mancanza di vere voci alternative e in presenza di un certo habitus culturale di base, in parte di tipo patriottico tradizionale, in parte frutto di anni di indottrinamento e di propaganda fascisti, e in una situazione di stasi bellica come quella che si ebbe ad occidente con la cosiddetta drôle de guerre, avevano appunto la capacità di determinare uno stato di attesa meno vigile e teso, quasi di torpore e, talvolta, di confusione.

720–721

E se ciò indubbiamente fu un grosso successo per il regime, che poté cosí superare il momento per lui piú difficile e che, potenzialmente, avrebbe potuto avere conseguenze imprevedibili tanto per la sua compattezza interna e, quindi, per la sua stessa stabilità (ché, come si è detto il regime poteva essere messo in crisi solo dall’interno delle sue componenti e dalla rottura dei loro equilibri), quanto per la posizione di Mussolini e in particolare per la sua libertà di azione236 fu però al tempo stesso – e qui si rivela la contraddizione interna e la labilità della sua politica – un gravissimo colpo per il partito antitedesco e contrario alla guerra e in primo luogo per Ciano, perché piú la tensione interna si allentava, piú diventava per esso difficile opporsi a Mussolini e mettere concretamente in moto la monarchia per bloccare un esito che, per il momento, non appariva, e non era neppure nelle intenzioni di Mussolini, imminente. E ciò tanto piú che, per un verso, non era affatto da escludere che un intervento della monarchia avrebbe potuto avere ripercussioni e conseguenze per l’assetto del regime che tale partito o non voleva o che, alcuni, dei suoi esponenti avrebbero corso il rischio di affrontare solo nel caso di un pericolo «reale» e «incombente» e, per un altro verso, superato il momento piú critico, il partito antitedesco e contrario alla guerra tendeva inevitabilmente a dividersi in gruppi e sottogruppi, ad essere meno disposto a riconoscere a Ciano la leadership e a prospettarsi modi diversi per uscire dalla crisi. Tipici in questo senso sono, da un lato, il costituirsi, a fianco, ma in sostanza in concorrenza, al gruppo Ciano di un gruppo Balbo – De Bono – De Vecchi (i tre si incontrarono alla fine del gennaio ’40 a Rodi) che intendeva muoversi, forte della qualifica di quadrunviri della rivoluzione fascista dei suoi membri, facendo leva sul Gran Consiglio (che pare proprio per questo Mussolini non convocò piú)237, e da un altro lato, i propositi di Balbo di farsi nominare ambasciatore negli Usa per poter meglio influire su Mussolini stabilendo un ponte tra Roma e Washington238. Per non dire di posizioni come quella di Bottai che, pur gravitando inizialmente nel gruppo Ciano e rimanendo legato a lui, se sperava in qualcosa era in un dirottamento della Germania contro l’Urss che mutasse il carattere del conflitto239, ma che in pratica finí per convincersi abbastanza presto della inevitabilità dell’intervento italiano e a prospettarsi, come vedremo tra poco, soprattutto i problemi delle sue conseguenze per l’Italia e per il fascismo.

721–722

Né, infine, si deve dimenticare un altro aspetto della situazione di quei mesi che molto contribuí a mettere in difficoltà i gruppi contrari all’intervento. Un aspetto che è troppo semplice liquidare ricorrendo a spiegazioni sbrigative come la confusione di idee, l’attivismo e il conformismo che avrebbero contraddistinto il fascismo. Cose vere e che vi ebbero certo una parte, ma che da sole lo spiegano assai poco e non ne rendono né le ragioni di fondo, né la sua importanza all’interno del fascismo vero e proprio, né gli echi, dapprima negativi, ma da un certo momento in poi positivi per il regime, che esso ebbe in una parte almeno della piú ampia realtà italiana del tempo. Mentre rispetto alla massa la stampa quotidiana e infrasettimanale, la radio e i cinegiornali LUCE si muovevano nella linea che abbiamo ricostruito sulla base delle istruzioni impartite da Pavolini, una linea – come si è visto – estremamente attenta a dosare a seconda del momento e dell’opportunità politica le notizie, le loro fonti, l’ordine d’importanza da dare loro, il modo soprattutto di prospettarle e commentarle, persino la loro presentazione grafica e fotografica, in maniera da non allarmare oltre misura gli italiani, ma, al tempo stesso, da instillare lentamente nelle loro menti una determinata visione del conflitto in corso e della posizione rispetto ad esso dell’Italia fascista, arrivando sino a curare le sfumature di tono e persino l’uso di certi termini piuttosto che di altri240, dalla stampa piú propriamente di partito, quella che si rivolgeva ai quadri fascisti, ai giovani, agli intellettuali, il discorso politico veniva sviluppato in tutt’altri termini e con toni assai diversi. Compito di queste pubblicazioni non era quello di placare i timori che caratterizzavano lo stato d’animo delle masse (in questa direzione si trattava al massimo di spiegare perché, nonostante le differenze tra i due regimi e le loro prospettive, l’Asse fosse sempre valido e necessario), ma quello di preparare i loro lettori alla partecipazione al conflitto, dimostrandone l’inevitabilità e insieme la necessità storica e la coerenza ai principî del fascismo. E di farlo con tutti gli argomenti corrispondenti alla cultura, alla psicologia e alle aspettative di quei fascisti nei quali, si sapeva bene, si erano pure verificati, come nelle masse, «oscillazioni» e «sbandamenti» (che spesso si erano innestati su un precedente stato di insoddisfazione e di frustrazione, ovvero di stanchezza e di delusione, per gli sviluppi della politica fascista), che era indispensabile combattere e far rientrare, dato che proprio questi fascisti dovevano costituire la spina dorsale del regime e la sua forza, statica e d’urto, per superare quel difficile momento e poi la prova della guerra.

722–723

Il panorama di questa stampa è non solo vasto, ma assai variegato e non è possibile in questa sede esaminarlo, come pure meriterebbe, in dettaglio. Alcune considerazioni e alcune citazioni esplicative sono però opportune. In primo luogo va segnalata la funzione di punta che ebbe la rivista personale di Mussolini, «Gerarchia», allora formalmente diretta dal nipote Vito Mussolini, ma sostanzialmente dal redattore capo Carlo Ravasio, un vecchio fascista in cui il «duce» riponeva la massima fiducia e il cui lavoro, in genere, seguiva da vicino, leggendo quasi sempre in bozze gli articoli da pubblicare e procurandone o commissionandone altri personalmente. Fatta in genere da giovani, «Gerarchia» è significativa soprattutto per il suo insistere costantemente sul rapporto guerra-rivoluzione. Dove il termine rivoluzione va inteso come applicato sia alla guerra tra le nazioni sia al significato e al valore che la guerra avrebbe avuto all’interno della società italiana e per lo sviluppo «rivoluzionario» del regime fascista. Nel primo senso, particolarmente significativo è il corsivo Guerra e rivoluzione apparso già nel fascicolo dell’ottobre ’39241. In esso si legge tra l’altro:

La guerra d’oggi non ha niente a che vedere con la guerra del ’14: allora (Italia esclusa) si urtavano alcuni interessi economici in lotta per la conquista dei mercati; oggi si urtano idee e popoli; gli uni, per conservare un’egemonia che da economica è diventata politica; gli altri, per redimersi da una schiavitú che da politica è divenuta economica... La guerra è ideologica, sí, ma perché le ideologie sono in funzione d’altre forze che rappresentano la volontà di conservare e il bisogno di conquistare d’intere popolazioni. Fossero gli interessi di pochi individui, si potrebbero accordare; ma si tratta del pane e di qualcosa di piú del pane di centinaia di milioni di uomini.

L’urto, allora, non è piú soltanto militare e neppure, formalmente, ideologico; diventa rivoluzionario e acquista gli aspetti di un’immensa guerra sociale tra le Nazioni; non democrazia e nazismo ma conservazione e rivoluzione; due classi di popoli, due secoli, due età, due storie di fronte...

L’Europa – ha detto il Duce – non è ancora effettivamente in guerra e l’urto si può ancora evitare; ma bisogna rendersi conto che è vana illusione quella di voler mantenere in piedi o peggio ancora ricostituire posizioni che la storia e il dinamismo naturale dei popoli hanno condannato.

Le Nazioni che rappresentano la conservazione saranno sagaci al punto di rendersene conto? Comprenderanno che la Germania segna il passo ma solo per attendere la storia rimasta indietro, per il momento, ad osservare?

Domani, le forze dei popoli che attendono potrebbero scatenarsi; e la conseguente guerra sarebbe non solo il piú grande urto di eserciti ma la piú formidabile rivoluzione sociale di tutti gli evi.

723–726

E gli stessi concetti, ormai espressi in forma piú netta, senza «se», si ritrovano in un altro corsivo di sette mesi dopo, dal titolo Guerra rivoluzionaria242:

Ricordate? Nei tempi lontani degli scioperi e dei sovvertimenti sociali, i padroni dicevano che la colpa delle vertenze era sempre degli operai. Oggi, le democrazie capitaliste ripetono lo stesso ritornello.

Ma il popolo italiano deve sapere distinguere la verità dalle bugie propagandate. Una grande vertenza sociale è in corso tra le Nazioni. Cominciò nel 1935 con la guerra d’Etiopia; ebbe come conseguenza l’Asse Roma-Berlino; prosegue nel nord europeo; si dilaterà dove sarà offerto un pretesto per sfogare la pressione degli eserciti. Ma la lotta non è soltanto tra l’egemonia demo-plutocratica e la crescente aspirazione di spazio delle Nazioni totalitarie; la lotta trascende, nel nome dello spirito, le stesse formule economiche anche se applicate ai popoli: a nulla varrebbe, infatti, sostituire una egemonia con un’altra egemonia. La lotta tende a quella giustizia tra i popoli che nella equa distribuzione delle ricchezze e nel sano equilibrio dei compiti costituisca base sicura di collaborazione e di civile progresso.

Per questo, noi, Italiani, affermiamo che la guerra odierna è totalitaria e rivoluzionaria; di idee, di principî, di costituzioni, di economie, di sistemi politici, sociali, monetari.

Quanto al secondo senso, quello interno alla società italiana, si può dire che in questi mesi tutti i fascicoli di «Gerarchia» suonarono in qualche modo il suo tasto, negli articoli (specie in quelli, sempre numerosi, di polemica antiborghese) e nei corsivi, attraverso i quali la rivista conduceva le sue battaglie piú significative. Talvolta in forma quasi diretta, in genere in forma indiretta, il loro senso era però chiaro. Il fascismo doveva «tornare alle origini», questo ritorno non poteva però assolutamente essere ciò che i «ricchi» e anche alcuni fascisti desideravano, fare cioè «della Rivoluzione una reazione» e addirittura, «per l’ossessione di Mosca», dare «il braccio, magari, alle demoplutocrazie». Il fascismo delle origini era stato «oltre che antibolscevico, anche, e soprattutto antidemocratico, antiliberale, antireazionario». Era stato antibolscevico «perché il popolo era ingannato dai suoi falsi pastori» e «urgeva salvare la ricchezza, a chiunque appartenesse, dalle mani furenti di chi, non potendo possederla, voleva distruggerla», ma non era stato una forza prezzolata per garantire il governo di una classe. «Oggi, il fascismo è col popolo e il popolo è col fascismo. E non c’è che un modo per essere fascisti: sentirsi popolo e condividere le sue speranze di giustizia, anche se si è obbligati a levarsi dalla poltrona e a compiere qualche rinuncia materiale»243. Da qui la morale piú o meno chiaramente espressa, ma certo suggerita ai lettori: gli oppositori della rivoluzione erano i borghesi, i ricchi (che «fanno le reazioni», mentre «i poveri le rivoluzioni») che, non a caso, si opponevano anche alla guerra e parteggiavano per gli anglo-francesi per paura del bolscevismo, ma anche del «fascismo delle origini»... Né queste argomentazioni erano svolte solo su «Gerarchia»; passato il primissimo momento di sbandamento, di confusione e in molti casi di speranza nella possibilità che l’Italia potesse non partecipare al conflitto, esse presero infatti ad essere sviluppate un po’ in tutte le pubblicazioni di partito, sia su quelle giovanili, «d’avanguardia» e piú o meno legate all’intransigentismo, sia su quelle piú auliche e paludate e, in genere aliene da prese di posizione estremiste (tipico il caso di «Civiltà fascista», diretta da Camillo Pellizzi e organo ufficiale dell’Istituto nazionale di cultura fascista, a cui Mussolini aveva assegnato come tema centrale da svolgere durante il XVIII anno fascista quello della «preparazione alla guerra totale»244), sia su alcune di quelle che, data la personale posizione dei loro direttori, si potrebbe pensare dovessero evitarle, ma che non potevano farlo, non solo e non tanto per quello che genericamente viene definito conformismo, ma, sovente, anche per tutta una serie di ragioni che scaturivano dalla realtà del regime e del momento: un po’ per non tagliarsi fuori dalla realtà del fascismo, un po’ per non dare occasione ai loro avversari per attaccarle e squalificarle proprio in quanto fasciste tiepide o addirittura false fasciste, un po’ perché all’interno dei loro stessi gruppi redazionali non vi era omogeneità di posizioni (tanto è vero che molti collaboratori scrivevano anche su altre pubblicazioni fasciste di diverso orientamento), un po’ soprattutto per la logica di quella che abbiamo definito la contraddizione interna che minava quasi tutti i gruppi contrari alla guerra e all’alleanza con la Germania: doversi muovere in una prospettiva che, se portata alle estreme conseguenze, aveva come sbocco mettersi contro Mussolini, sapendo però bene che fare ciò, e soprattutto in quel momento, avrebbe quasi certamente messo in forse la sopravvivenza del regime e le possibilità di un nuovo corso del fascismo nel «dopo Mussolini», da cui per essi la necessità o l’incapacità o la paura (quella politica, a cui talvolta si univa quella personale) a seconda dei casi di non perdere il passo, di adeguarsi al progressivo orientamento di fondo (pur cercando di salvare una propria autonomia di giudizio e di prospettiva sugli obiettivi finali) che veniva affermandosi sotto la spinta dei gruppi e delle pubblicazioni piú mussoliniani e, su un altro versante (ma in questo le due spinte si sommavano), di quelli piú propriamente filonazisti. Tipica in questo senso è la posizione di «Critica fascista» che portò anch’essa la sua dose d’acqua al mulino di una guerra che, ponendo fine all’«immorale status quo degli interessi costituiti», sarebbe diventata un «fatto rivoluzionario» per le nazioni che vi avrebbero partecipato e per l’umanità e che era quindi necessario fare e indirizzare verso gli sbocchi piú giusti e umani per tutti i popoli; ed egualmente al mulino della guerra – rivoluzione sociale all’interno. Piú significativi ai fini del nostro discorso sono gli articoli nella prima direzione. Innanzitutto quelli redazionali e, quindi, attribuibili a Bottai o a qualcuno dei suoi piú stretti collaboratori, nei quali è chiaro il passaggio lento ma costante, dai primi, Di fronte alle supreme responsabilità245 (in cui si affermava che «l’Italia fascista non lascerà nulla di intentato al fine di agevolare una soluzione giusta e pacifica», ma si invitava anche Londra e Parigi a non far credere ai loro popoli che «gli Stati totalitari possano esitare di sostenere con la forza delle armi, ove occorra, le loro sacrosante rivendicazioni») e La posizione dell’Italia246 (in cui ancora era prospettata la possibilità che l’Ita lia potesse, senza muoversi, «assolvere fino in fondo la funzione che ci è naturalmente assegnata dalla visione mussoliniana della giustizia internazionale, e impedire una nuova Versaglia»), a quelli che qualche mese dopo prospettavano sempre piú chiaramente l’intervento come inevitabile e lo presentavano come «la prova della verità della concezione corporativa fascista» da far trionfare come il principio da adottare dai popoli per realizzare una pace con giustizia247, e come una vera e propria guerra di liberazione, come «un moto di giustizia», «il coronamento vero del Risorgimento» e «l’ultima guerra per la libertà del popolo italiano», delle «forze nuove, che hanno l’energia lirica della nascita, specie quando – come nel caso del Fascismo – sono le forze di una Rivoluzione, che dice agli uomini una nuova parola di ordine e di giustizia»248. Quanto agli articoli firmati da singoli collaboratori che, in un certo senso, facevano da ponte, da passi intermedi tra i due estremi di quelli redazionali, quasi ad offrire loro una serie di argomenti per motivare il passaggio da una posizione ad un’altra, pochi esempi saranno sufficienti a chiarire il loro carattere prevalente. Uno è un articolo, per altri motivi già da noi citato, di G. Granzotto249 in cui, sin dal 1º dicembre ’39, si affermava a tutte lettere che doveva esser chiaro che,

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permanendo le attuali condizioni, la guerra è un incidente inevitabile, anche se non utile; che non vi è ampio margine al restarne esclusi, anche se si disapprovano i metodi e i sistemi degli altri; e che l’unica idea-forza risolutrice del dilemma è quella di affermare e sostenere metodi e sistemi diversi per stabilire condizioni diverse.

Affermazioni queste che, indubbiamente, volevano marcare le distanze dalla Germania e dare all’intervento italiano un significato politico proprio, alternativo a quello della guerra e della pace naziste, ma che non cambiavano la sostanza del mutamento di rotta rispetto alle prime prese di posizione della rivista. Cosí come non valevano certo a cambiarla altre prese di posizione che facevano perno sul carattere corporativo del nuovo assetto postbellico nazionale ed internazionale o su una sorta di europeismo fascista-corporativo che sarebbe dovuto essere alla base del nuovo ordine internazionale e ciò anche se esse avevano, a ben leggerle, un significato polemico nei confronti della Germania, sia per il modello socio-economico proposto sia perché l’indicazione di una forma di integrazione europea rivelava il desiderio di mettere in qualche misura, dopo la vittoria, dei frèni al dinamismo e alla egemonia tedeschi e, quindi, una perdurante sfiducia verso l’alleato a fianco del quale ci si accingeva ad entrare in guerra250.

727–728

Valutare in quale misura quest’azione della stampa piú propriamente fascista abbia conseguito i risultati propostisi è assai difficile. Come si vedrà piú avanti, l’intervento italiano avvenne infatti in un contesto tutto particolare, in grandissima parte condizionato dall’inatteso e drammatico crollo della Francia e dalla convinzione che il conflitto fosse ormai deciso e prossimo a concludersi, che modificò profondamente quello che era stato sino a poco prima l’atteggiamento psicologico di larghi settori del popolo italiano, fascisti in particolare. Affermare però l’assenza di qualsiasi risultato sarebbe tuttavia difficile. Varie spie, come per esempio la posta dei lettori delle riviste e dei giornali di partito, le intercettazioni telefoniche, il controllo sulla corrispondenza, per non dire di una serie di testimonianze dirette, inducono a pensare che l’azione di questa stampa qualche risultato l’abbia ottenuto, specie tra i giovani fascisti, anche a prescindere dal crollo della Francia. Queste stesse spie e ancor piú la lettura delle riviste piú propriamente fasciste delle quali ci stiamo occupando rivelano per altro che nel complesso questo risultato fu inversamente proporzionale all’età e al grado di istruzione degli individui verso i quali l’azione si rivolgeva. Basta scorrere le riviste fasciste piú impegnate in essa per rendersene conto. Un esame del genere rivela come essa abbia incontrato le resistenze e gli insuccessi maggiori tra gli intellettuali piú maturi e soprattutto tra i meno giovani. Tra coloro che si erano formati in tutto o in parte prima che il fascismo estendesse il suo controllo sull’istruzione e riuscisse, se non a monopolizzarla (ché non ci riuscí mai), certo a piegarla largamente ai propri fini; tra coloro che avevano accettato il fascismo e spesso avevano anche aderito esplicitamente ad esso sino a quando era loro apparso mantenersi bene o male in una certa tradizione culturale preesistente e verso la quale il fascismo si mostrava sostanzialmente rispettoso o comunque non intenzionato a rompere i ponti e a impedire loro di continuare a vivere in essa; ma che ora, di fronte ai piú recenti sviluppi della politica interna ed estera fascista e al pericolo incombente di una guerra, sentivano di non poter piú aderire ad un regime che sempre piú chiaramente mostrava di essere mosso da valori etici e culturali che con quella tradizione non avevano piú rapporto, ne erano la negazione e minacciavano di portare il paese in un baratro di sciagure tanto nel caso di una sconfitta (alla quale a quest’epoca i piú pensavano) quanto in quello di una vittoria. Si spiega cosí la ricorrente polemica di «Gerarchia» in primo luogo, ma anche, sia pur con toni diversi, di tutte le pubblicazioni di partito, contro gli intellettuali «ritardatari» («gli intellettualoidi sono le ficozze filosofiche della borghesia; sono quelli che, sedendo all’ombra dei dotti orti, mentre la Patria è in armi, non sanno spiegarsi come l’uomo, l’homo sapiens, possa improvvisamente correre a schierarsi ad un cenno dei Condottieri»251), gli «intellettuali borghesi», pacifisti, anglofili per «stile di vita» e sotto sotto rimasti legati ai loro interessati miti liberal-democratici, e si spiega il loro far cassa di risonanza agli attacchi che a questi intellettuali venivano mossi dal partito e dalla stampa locale e giovanile, preoccupati per l’influenza «deprimente» che il loro atteggiamento aveva sui giovani con cui erano in contatto252. E si spiega anche il moltiplicarsi in questo periodo delle iniziative rivolte a potenziare la penetrazione e il controllo sulla cultura e sugli intellettuali per contenerne l’allontanamento dal regime, per inquadrarli meglio, per emarginare e far tacere le voci troppo discordanti e pericolose. Non potendo soffermarci su tutte queste iniziative, una almeno di esse deve essere però ricordata: la nascita nel marzo 1940 di «Primato», un quindicinale diretto da Bottai e da G. Vecchietti e rivolto esplicitamente al mondo degli intellettuali.

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L’obiettivo che Bottai si proponeva con «Primato» era, nella sostanza immediatamente politica, lo stesso che perseguivano le altre iniziative testé ricordate. Se si volesse tagliar corto e limitarsi a questa sostanza, si potrebbe dire che l’iniziativa del ministro dell’Educazione nazionale si distingueva dalle altre solo per il suo modus operandi, accorto, suadente, consapevole sia degli umori sia dei punti sensibili e delle debolezze degli intellettuali, attento ad individuare bene gli avversari reali (in primo luogo l’influenza crociana), in modo da non moltiplicare e disperdere gli attacchi e utilizzare addirittura contro di essi spunti e motivi appartenenti ad altri patrimoni culturali meno pericolosi o comunque piú facili a mettere in orbace, e ad agire nei loro confronti non con l’attacco frontale e dall’esterno, ma con tattica avvolgente e dall’interno dello stesso mondo della cultura. E cioè, come ha notato la Mangoni253, mettendo in atto nei confronti degli intellettuali il duplice allettamento del riconoscimento del loro essere una casta e del richiamo a quello che Bottai, nell’editoriale del primo numero di «Primato», definiva «il coraggio della concordia»: la fine delle reciproche ubbie, diffidenze e incomprensioni che avevano portato tanto gli intellettuali quanto il fascismo a rinchiu dersi in se stessi, a guardarsi con sospetto e a non piú comunicare, e l’inizio di un nuovo impegno, di un nuovo «interventismo della cultura», per usare il titolo di un altro editoriale di Bottai (nel numero del 1° giugno ’40), volto a fare dell’Italia fascista «la sola, la piú valida tutrice e custode della civiltà e della cultura» in Europa. Messe le cose in questi termini non rimarrebbe, come tante volte è stato fatto, dato il numero e l’importanza degli intellettuali che dal ’40 al ’43 collaborarono a «Primato» e i successivi esiti culturali e politici di molti di loro, che cercare di fare un bilancio dei risultati conseguiti da Bottai con la sua iniziativa e, in definitiva, riproporre per l’ennesima volta il discorso della «labilità», della «doppiezza», dell’«opportunismo» di tanta parte della cultura italiana (anche di quella che successivamente avrebbe rotto nettamente col fascismo e avrebbe contribuito a caratterizzare almeno due decenni del dopoguerra) di fronte al fascismo; un discorso che non neghiamo sia in qualche caso valido, ma che nel complesso si ferma alla superficie e piú tempo passa piú mostra la sua inconsistenza. Al massimo e in tutt’altra prospettiva, si potrebbe osservare che con la parte positiva del suo discorso su «il coraggio della concordia» Bottai mostrava di muoversi al fondo anche lui, come Mussolini, su una strada che aveva come sbocco una «nuova civiltà» e che postulava per l’Italia fascista una ben precisa «missione» e una sorta di «primato». Il che non è certo privo di significato per chi voglia veramente capire la natura e il mito del fascismo.

729–730

In realtà l’iniziativa di «Primato» era assai piú meditata, aveva origini tutt’altro che contingenti (il primo annuncio della prossima uscita della rivista apparve su «Critica fascista» il 15 agosto ’39), guardava molto piú avanti e non è neppure escluso che Bottai, oltre a considerarla rispondente ad una esigenza vitale e tutt’altro che contingente e strumentale per il fascismo, si ripromettesse di trarre da essa dei risultati anche sul piano politico personale e cioè, lo si è già detto, servirsene per presentarsi alla successione di Mussolini come il leader fascista capace di tracciare le linee culturali di un nuovo fascismo in grado di misurarsi con la nuova realtà interna ed internazionale. Ché di una cosa si può essere certi: anche se si presentava come una rivista di lettere e arti, «Primato» fu una rivista politica, squisitamente e intelligentemente politica.

Oltre quello che siamo fin qui venuti dicendo, per collocare con precisione «Primato» nel suo contesto è opportuno aver presente una lunga lettera-relazione che Bottai scrisse a Mussolini il 20 luglio ’40 e che abbiamo già utilizzato nel precedente tomo di questo nostro lavoro254 nel testo parzialmente pubblicato dallo stesso Bottai in Vent’anni e un giorno, ma che ora il lettore troverà in Appendice, documento 13, nel testo integrale e sin qui inedito. Da essa risulta chiaramente che la crisi del rapporto intellettuali-fascismo (il «silenzio ostile della cultura») era secondo Bottai molto anteriore all’agosto-settembre ’39, quando «pressoché tutta l’Italia si è trovata anglofila e francofila, antitedesca e antirivoluzionaria», e che egli si poneva da tempo il problema sia delle sue cause, sia di come fronteggiarla e di come riattivare un processo di collaborazione tra il mondo della cultura e il fascismo. Sicché la crisi dell’agosto-settembre non fu per Bottai che un ulteriore motivo per lanciare la sua iniziativa. Né l’interesse della lettera-relazione a Mussolini si ferma qui. Una sua lettura parallela a quella dei numeri di «Primato» pubblicati a cavallo dell’intervento italiano in guerra è infatti decisiva per stabilire almeno due cose. Prima, che ciò che veramente stava a cuore a Bottai era la realizzazione del «fascismo rivoluzionario» e che, quindi, la sua opposizione alla guerra a fianco della Germania dovette sostanzialmente svanire non appena il ministro dell’Educazione nazionale si rese conto (e ciò dovette avvenire prima che «Primato» iniziasse le pubblicazioni) che insistervi voleva dire mettersi, in un modo o in un altro, contro Mussolini e rinunciare a portare avanti la «rivoluzione fascista»; e questo sebbene Bottai si rendesse lucidamente conto che la vittoria della Germania avrebbe messo l’Italia in grandi difficoltà. Scrivendo a Mussolini egli era a questo proposito esplicito e nulla autorizza a pensare che quanto diceva fosse conseguenza solo del fatto che l’Italia era intervenuta un mese prima in guerra e che egli considerasse la vittoria ormai praticamente raggiunta e il conflitto in procinto di finire. Queste nuove circostanze potevano solo avergli reso piú urgente agire. Il punto era per lui evitare che dopo la vittoria si costituissero «due sfere separate d’influenza», «due unità economiche relativamente autarchiche», «due autonomie», che avrebbero potenziato il razzismo e l’imperialismo tedeschi per almeno tre motivi: a) perché

730–731

una Germania circoscritta non potrà non voler subordinare a sé gli interessi dei paesi confinanti, non voler giungere, prima o poi, al Mediterraneo attraverso Trieste, non avviarsi a una influenza sempre maggiore in questo mare, non far dilagare, in altri termini, il suo dominio a danno delle altrui sfere d’influenza;

b) perché, date le diverse posizioni di partenza delle due economie, «la concorrenza sarà tutta a nostro danno e il rapporto di dipendenza non potrà essere evitato»; c) perché in queste condizioni la Germania avrebbe teso a rendere le altre economie, italiana compresa, complementari della propria. Seconda, che i temi politicamente piú significativi sviluppati da «Primato» dopo il 10 giugno ’40, ma già presenti nei fascicoli dei mesi della «non belligeranza», e in particolare quello dell’europeismo fascista che di «Primato» fu sempre il piú caratteristico e portante tutti gli altri (e che, non a caso, era presente, come si è visto, anche su «Critica fascista»), erano scelti con intenti ben precisi e tendevano ad impostare a livello culturale una strategia per il dopoguerra atta ad affrontare quelle conseguenze che secondo la convinzione di Bottai sarebbero derivate dalla vittoria tedesca. In questa logica non solo è evidente che per Bottai il recupero degli intellettuali andava ben oltre il particolare contingente momento in cui nacque «Primato», ma che anche la partecipazione di tanti intellettuali a «Primato» e – allargando l’ottica del discorso stesso – alla elaborazione negli anni successivi della tematica dell’«ordine nuovo» acquista una nuova prospettiva: c’è da chiedersi (e sarebbe utile approfondire con ricerche ad hoc) quanto il successo di «Primato» non sia da attribuire, almeno sino a quando la vittoria del Tripartito costituí una ipotesi reale, alla capacità di Bottai di offrire a questi intellettuali una prospettiva di impegno – quale la realizzazione di un europeismo fascista capace di costituire l’elemento aggregante di una nuova Europa, in cui fossero superate in nome della comune cultura le divisioni tra vincitori e vinti, e fondato sull’ipotesi di un assetto corporativo del continente tale da scongiurare il pericolo della costituzione di due o piú unità economiche autonome denunciato da Bottai nella sua lettera-relazione a Mussolini – da essi sentito al tempo stesso come manifestazione del «primato» civile italiano, come rivendicazione e difesa di una tradizione culturale e morale e, in definitiva, da alcuni, come contrapposizione al nazismo, da altri, come effettivo sviluppo della «rivoluzione fascista». Ché, a quest’ultimo proposito, è significativo il passo della lettera-relazione a Mussolini in cui Bottai, parlando del rapporto di dipendenza in cui, date le differenti consistenze dell’economia tedesca e italiana, quest’ultima si sarebbe venuta a trovare nel caso di un assetto fondato su separate sfere di influenza, ammoniva:

731–732

Date le diverse posizioni di partenza, la concorrenza sarà tutta a nostro danno e il rapporto di dipendenza non potrà essere evitato. L’ideale dell’autarchia troverà cioè in se stesso la propria negazione e ciò che si vuole evitare sarà banalmente sollecito. Dal punto di vista sociale, poi, le reciproche autarchie non potranno non dare luogo alla costituzione di due plutocrazie e particolarmente di una plutocrazia italiana al servizio di quella piú forte. Il fine rivoluzionario, frustrato sul terreno internazionale, sarà a maggior ragione negato nella politica interna.

Dopo quanto abbiamo detto sulla situazione interna, torniamo ora al quadro politico internazionale e in particolare ai rapporti con la Germania da un lato e con l’Inghilterra e la Francia dall’altro. Per comodità espositiva, ma anche per la validità oggettiva della periodizzazione stessa, i nove mesi della «non belligeranza» possono essere suddivisi in due periodi ben precisi e che hanno come spartiacque l’inizio, in aprile, dell’offensiva tedesca in Occidente.

732–734

Il primo di questi due periodi, durante il quale Mussolini non si pose mai in modo effettivo il problema dell’intervento, credette di poter protrarre la «non belligeranza» per tutto il tempo da lui voluto e sperò che una pace di compromesso avrebbe reso inutile l’intervento dell’Italia permettendogli di realizzare il suo programma minimo di rivendicazioni mediterranee, fu caratterizzato da una neutralità pressoché effettiva e da rapporti che – apparenze (e neppure troppo) a parte – furono migliori (almeno sino a tutto febbraio) con gli anglo-francesi che non con i tedeschi e che influenzarono piú o meno immediatamente anche quelli con gli altri paesi. Tipici in questo senso sono, da un lato, quelli con l’Urss, che attraversarono in questi mesi un periodo di freddezza e di polemica, arrivarono in occasione del conflitto finno-sovietico, come si è accennato, al limite della vera e propria rottura (sospensione dei rifornimenti sovietici di nafta, richiamo dei rispettivi ambasciatori) e videro Ciano far promesse di assistenza all’Ungheria e alla Romania in caso di aggressione sovietica e incoraggiare le correnti antisovietiche giapponesi255; e, da un altro lato, quelli con la Santa Sede, che, al contrario, registrarono un netto miglioramento, sancito anche formalmente dalla solenne visita, il 21 dicembre, del re e della regina al pontefice e, ancor piú, da quella, una settimana dopo, di Pio XII (invece che, come di prammatica, del segretario di Stato) al Quirinale256.

I rapporti con la Germania, che il 25-26 agosto avevano rischiato la rottura257, segnarono una ripresa formale. Ma non per merito dell’Italia, ché Ciano non si lasciò sfuggire occasione per suscitare motivi di attrito e per non farli migliorare258, si adoperò per dare alla «non belligeranza» il carattere di una vera e propria neutralità e spesso attiva in un senso non favorevole ai tedeschi, sperando cosí di scoraggiare dopo la conclusione della campagna di Polonia altre iniziative belliche tedesche e di potere – come pensava anche Attolico259, tra i diplomatici italiani quello che in questo periodo ebbe forse piú influenza su di lui – riproporre con piú fortuna una soluzione di compromesso del conflitto evitando, in questa prospettiva, di farsi coinvolgere nella cosiddetta «offensiva di pace» tedesca dell’ottobre ’39, convinto che, cosí come era stata impostata da Hitler (e dietro le quinte da Stalin), essa non potesse portare a concreti risultati, e che quindi appoggiarla avrebbe pregiudicato la posizione dell’Italia. Sicché il merito del miglioramento dei rapporti fu soprattutto dei tedeschi i quali, avendo deciso di far buon viso a cattivo gioco e di ricucire i fili dell’alleanza, si adoperarono per sdrammatizzare i rapporti con Roma e, consapevoli che, a parte Mussolini (e anche sul suo conto abbastanza sicuro si sentiva praticamente solo Hitler) e pochi altri elementi, tutto l’establishment del regime era loro contrario, decisero di lasciare che Mussolini riprendesse l’effettivo controllo della situazione interna italiana e soprattutto di giocare sul tempo, sicuri che esso lavorava a loro vantaggio, accontentandosi per il momento dei benefici (impegno sulle frontiere italiane di un certo numero di forze francesi e inglesi e possibilità di ricevere preziosi rifornimenti via Italia e di fare con essa buoni affari, risparmiando al tempo stesso gli aiuti che altrimenti avrebbero dovuto darle) che, nonostante tutto, la «non belligeranza» assicurava loro. E soprattutto di contenere il danno politico e psicologico interno ed internazionale della defezione italiana. In questa ultima prospettiva e, in particolare, alla luce del desiderio tedesco di far apparire l’Asse vivo ed operante e di smentire l’esistenza di dissidi tra Roma e Berlino, vanno visti anche i colloqui (sollecitati dai tedeschi, che avrebbero preferito un incontro Hitler-Mussolini, idea che fu però lasciata cadere da Roma260) che Ciano ebbe il 1° e il 2 ottobre a Berlino con von Ribbentrop e con Hitler. In concreto questi colloqui significarono assai poco261. Da parte tedesca si tenne soprattutto ad improntarli ad un tono di grande cordialità e di «comprensione» per la posizione italiana e a servirsene per dimostrare la loro volontà di tenere informata Roma dei propri programmi per il futuro, presentarle gli accordi con i sovietici (quelli dell’agosto e quelli di tre giorni prima) nella luce migliore e piú rassicurante262, riconfermare la volontà di rispettare gli impegni relativi alle presenti e future zone di influenza italiane e magnificare la potenza della loro macchina bellica. Come acutamente ha notato l’André263, Hitler inserí però in questo contesto distensivo e cattivante alcune frasi che non solo rivelano il suo rancore verso l’Italia264, ma che è difficile non considerare delle neppure troppo velate minacce e che dovettero avere non poca influenza sulle future decisioni di Mussolini. Secondo il resoconto di Ciano265, Hitler, prendendo spunto dai propositi italiani di dar vita ad un blocco di stati neutri e dopo aver fatto mostra di approvarlo, disse:

734–736

Ma il Duce deve tener presente che se la Germania si batterà, la lotta deciderà non solo il destino germanico ma anche quello italiano. Le sorti del fascismo sono strettamente avvinte alle fortune del nazionalsocialismo. Adesso io vi dico – come vi dissi a Salisburgo parlandovi della Polonia – che nei confronti delle democrazie occidentali, già calcolato tutto l’aiuto che possono ricevere da terze potenze, ho la matematica sicurezza di vittoria... Comunque, ripetete al Duce il mio convincimento che l’assenza dell’Italia dalla lotta e la sconfitta della Germania rappresentano per l’Italia la fine delle sue grandi aspirazioni imperiali nel Mediterraneo.

Come si vede, il discorso di Hitler se per un verso poteva voler solo sottolineare che se la Germania fosse stata sconfitta i programmi imperiali di Mussolini e lo stesso regime non avrebbero piú avuto alcun avvenire, per un altro verso, e considerata la certezza di Hitler nella vittoria, poteva anche voler dire che eguale sorte sarebbe toccata ai programmi del «duce» nel caso di una vittoria tedesca ottenuta senza l’apporto attivo dell’Italia.

Quanto i rapporti tra Roma e Berlino fossero in realtà tutt’altro che limpidi e quanto i tedeschi fossero decisi, se necessario, ad usare la maniera forte per ricondurre l’Italia all’ovile, è del resto dimostrato bene dal loro atteggiamento di fronte al progetto, caldeggiato da Roma tra settembre e novembre per rafforzare la propria posizione internazionale e l’autonomia della propria neutralità, di un blocco dei neutri a cui avrebbero dovuto aderire i paesi danubiano-balcanici, la Spagna e possibilmente persino il Giappone. I tedeschi dapprima – pensando ad una possibile azione collettiva dei neutri contro il blocco marittimo anglo-francese – mostrarono di non vederlo di malocchio; appena però furono evidenti la sua vera natura, tutt’altro che solo economica come Roma cercava di far loro credere, l’interesse che esso incontrava non solo in alcuni paesi in questione e in primo luogo nella Romania (la cui posizione stava particolarmente a cuore alla Germania per l’importanza che avevano per essa i rifornimenti petroliferi rumeni e per i timori suscitati a Bucarest dai nuovi rapporti tra tedeschi e sovietici e dalle mire di questi ultimi sulla Bessarabia), ma anche presso gli anglo-francesi e il carattere apertamente antisovietico ma anche antitedesco che esso stava assumendo, la loro posizione si fece sempre piú critica, sino a sfociare in una netta opposizione, di fronte alla quale Roma non poté a sua volta che mostrare di adeguarsi al punto di vista dell’alleato, anche se in effetti Ciano cercò ancora per qualche tempo di incoraggiare i rumeni a portare avanti loro il progetto, assicurandoli che l’atteggiamento dell’Italia «restava quello che è stato finora» anche se essa non intendeva prendere iniziative e partecipare all’eventuale blocco266. Altri punti di costante frizione erano costituiti dalla lentezza e dalle difficoltà con cui procedevano i negoziati per rendere esecutiva la sistemazione della questione altoatesina, dal sempre piú accentuato atteggiamento antisovietico della stampa e del governo italiani (in occasione del conflitto finno-sovietico la Germania vietò il transito sul suo territorio dei rifornimenti e degli aiuti militari italiani alla Finlandia), dalla resistenza passiva dell’Italia a fare su vasta scala da ponte alle importazioni tedesche rese impossibili dal blocco marittimo anglo-francese e a dirottare verso la Germania ulteriori consistenti quote delle proprie esportazioni (un po’ per ragioni politiche, un po’ per non perdere mercati vantaggiosi e dai quali veniva pagata in valuta pregiata), dalle forniture di materiale bellico o comunque utili per lo sforzo bellico che l’Italia faceva all’Inghilterra e soprattutto alla Francia, dal rifiuto di Roma di porsi alla testa di una decisa azione comune dei neutri contro il blocco e, infine, connesso con tutto ciò, da quello che si sarebbe dimostrato il vero nodo dei rapporti italo-tedeschi e la vera arma in possesso della Germania e che, sino a quando il crollo della Francia non modificò i termini della questione, piú tempo passava piú importanza acquistava nelle sue mani, per condizionare la libertà di manovra di Mussolini: i rifornimenti di carbone267.

736–737

Per far fronte alle esigenze nazionali e all’incremento che si voleva dare alle esportazioni di prodotti siderurgici l’Italia aveva bisogno, a parte la creazione delle scorte, di circa 15 milioni di tonnellate annue di carbone delle varie specie. Due milioni circa erano prodotti in Italia. Il resto era stato sino allora importato soprattutto dalla Germania, dall’Inghilterra e dalla Polonia. Secondo gli accordi firmati in febbraio, la Germania si era impegnata a fornire nel corso del ’39 10,7 milioni di tonnellate di carbone, pari a circa 900 mila tonnellate mensili. In effetti le forniture si mantennero in settembre e nella prima metà di ottobre attorno alle 700 mila tonnellate, mentre venivano meno quelle dalla Polonia. Con la seconda metà di ottobre vennero poi sospese quelle dalle miniere dell’Alta Slesia e ridotte altre (da ventiduemila tonnellate giornaliere in programma scesero a cinquemila), adducendo i tedeschi come giustificazione la mancanza di vagoni ferroviari per il trasporto. Sicché gli invii dovevano avvenire quasi tutti via mare, da Rotterdam, dato che il blocco inglese impediva la partenza delle navi dai porti tedeschi. Col 28 novembre anche questi invii entrarono però in crisi, avendo gli alleati esteso il blocco alle merci tedesche imbarcate nei porti neutrali. In questa situazione gli sforzi italiani si indirizzarono in due direzioni: ottenere l’intensificazione dei rifornimenti tedeschi via terra e sviluppare quelli dall’Inghilterra. Gli inglesi si dicevano pronti a fornire 4 milioni di tonnellate annue in aggiunta ai 4 che già fornivano. Per acquistarli occorrevano, tra prezzo, noli e assicurazioni, circa 10 milioni di sterline, una somma assai elevata per la difficile situazione economica italiana, a meno di non fornire all’Inghilterra gli armamenti che essa richiedeva e che Roma era assai restia a vendere, soprattutto per non inasprire vieppiú Berlino che già protestava per le cospicue forniture militari che l’Italia faceva alla Francia sulla base di vecchi contratti stipulati prima dello scoppio del conflitto, ma anche di nuovi che cercava di mantenere il piú possibile segreti (su 946 milioni di lire di contratti per forniture militari all’estero, nel ’39 409 riguardarono la Francia). I tedeschi, dopo avere in un primo momento tergiversato, a metà dicembre si dissero improvvisamente disposti a fornire un milione di tonnellate di carbone al mese via terra oltre gli eventuali invii possibili via mare, purché l’Italia mettesse a disposizione un terzo dei 30-32 mila vagoni necessari. L’offerta fu subito considerata «un vero e proprio bluff», sia perché non sembrava possibile che i tedeschi potessero rispettarla sia perché i tempi di utilizzazione dei vagoni da parte delle ferrovie tedesche erano superiori a quelli previsti dall’accordo proposto. Era perciò chiaro che si trattava di una manovra per ricattare l’Italia, costringendola a non accettare le proposte inglesi, e per metterne l’economia alla mercé della Germania. La proposta mise però in gravi difficoltà Roma, che non poteva e non voleva lasciarla cadere, un po’ per non inasprire i rapporti politici con Berlino, un po’ per non pregiudicarsi la possibilità di avere quel mezzo milione circa di tonnellate mensili che sino allora i tedeschi avevano fornito, un po’, infine, perché, anche se complessivamente non favorevole, l’interscambio con la Germania comportava un esborso di valuta minore di quello che avrebbe comportato l’acquisto di maggiori quantità di carbone dagli inglesi e sempre che questi fossero stati disposti a fornirlo senza ricevere in cambio le richieste forniture militari, ché altrimenti la crisi con Berlino sarebbe stata inevitabile. Per il momento la questione fu risolta accettando la proposta tedesca e cercando di servirsene per indurre Londra ad una «maggiore comprensione» verso le esigenze italiane268. Ma con questo il nodo dei rifornimenti di carbone non fu sciolto e divenne anzi una delle armi piú forti in mano tedesca, dato che Londra non era disposta ad aiutare Mussolini a continuare a destreggiarsi tra le contraddizioni e gli impacci della sua politica.

737–738

Dopo quello che abbiamo detto nelle pagine precedenti, per illustrare la posizione inglese verso la «non belligeranza» italiana vi è poco da aggiungere. Contrariamente ai francesi sui quali agivano gli stati d’animo piú disparati, sicché in Francia vi era tutta una gamma di atteggiamenti che andavano da quello di coloro che volevano un accordo con Roma e accusavano l’Inghilterra di impedirlo a quello di coloro che avrebbero preferito che anche l’Italia fosse entrata in guerra in modo da poter portare un colpo decisivo al «ventre molle» dell’Asse, gli inglesi avevano accolto con vero sollievo la «non belligeranza», erano convinti dell’opportunità di favorirne il mantenimento per tutto il tempo necessario a Mussolini per prendere la decisione finale, ma erano convinti anche che ciò non dovesse assolutamente comportare concessioni che avrebbero solo rafforzato il desiderio del «duce» di trarre vantaggi dalla sua posizione e protratto il suo gioco tra i due schieramenti. Particolarmente convinto di ciò era Chamberlain, che era anche sicuro che alla fine Mussolini sarebbe stato costretto a schierarsi con gli anglo-francesi. I verbali del Consiglio supremo interalleato recentemente pubblicati in Francia ne offrono una ennesima conferma. In occasione della prima riunione del Consiglio, il 12 settembre ’39, parlando dei rapporti con l’Italia il premier fu esplicito; a Daladier che sosteneva la necessità di «pousser l’Italie à rester neutre», replicò che bisognava soprattutto non creare incidenti inutili e dare all’Italia tutto ciò di cui aveva bisogno, «ma nulla piú», onde evitare che potesse rafforzarsi troppo e rifornire la Germania; per il resto non vi era nulla da fare: «sembra inutile fare [a Mussolini] in questo momento delle offerte per spingerlo su una strada su cui fatalmente andrà»269. Di questa idea Chamberlain rimase sino all’aprile ’40, quando, di fronte all’atteggiamento «provocante ed insolente» assunto dall’Italia dopo la svolta impressa alle operazioni militari dall’azione tedesca in Danimarca e in Norvegia, gli alleati presero per la prima volta in seria considerazione la possibilità di un intervento italiano, prima contro la Iugoslavia o la Grecia, poi anche contro di loro, senza per altro che ciò portasse ancora per un mese circa al definitivo tramonto delle speranze su un «ravvedimento» di Mussolini e, ciò che è ancora piú significativo, senza che si decidesse di reagire con la forza ad un eventuale attacco italiano alla Iugoslavia o alla Grecia. Anche a questo proposito i verbali del Consiglio supremo interalleato sono espliciti. Nella riunione del 23 aprile, in cui fu discusso il problema, Chamberlain si espresse in questi termini270:

738–739

Evidentemente si potrebbe subito dichiarare la guerra all’Italia. Il gabinetto britannico si è prospettata questa eventualità ed è arrivato alla conclusione che, dati i diversi e pesanti compiti ai quali gli Alleati devono già far fronte, non sarebbe auspicabile arrivare a ciò. Si tratta dunque di esaminare quali misure possano essere prese al di qua di atti di guerra contro l’Italia.

E il Consiglio approvò il suo punto di vista, limitandosi a decidere un concentramento navale dimostrativo nel Mediterraneo271. Ovviamente non tutti gli uomini politici inglesi erano ottimisti come il premier; Churchill e ancor piú Eden, per esempio, erano piú portati a considerare Mussolini lo «sciacallo» di Hitler e a ritenere probabile che alla fine sarebbe entrato in guerra a fianco dei tedeschi; tutti erano comunque sempre piú sicuri che, qualsiasi decisione avrebbe preso, il «duce» si sarebbe mosso solo in base ad una valutazione del tutto egoistica: sarebbe andato dove avrebbe creduto di trovare il maggior tornaconto.

Forte di questa convinzione ed essendo in ogni caso estremamente importante procrastinare il piú possibile l’eventuale intervento italiano a fianco della Germania, dato che, come Halifax scrisse subito a Bonnet, «le nostre comunicazioni attraverso il Mediterraneo sono vitali per noi e per la Francia e in nessun modo devono essere messe in pericolo»272, la linea di condotta del Foreign Office e del governo inglese fu per tutto il periodo della «non belligeranza» improntata a pochi ma chiari concetti: verso l’Italia nessuna provocazione (in questa prospettiva si deve vedere l’estrema cautela con la quale Londra affrontò tutti i problemi balcanici e in particolare l’accantonamento dei piani per un’azione a Salonicco), ottimi rapporti formali, nessuna concessione né da parte inglese né, possibilmente, da parte francese e stare a vedere, decisi ad usare la massima fermezza nel non raccogliere le avances e le ricorrenti proposte di mediazione o addirittura di accordo che, direttamente o indirettamente, per le normali vie diplomatiche e tramite tutta una serie di emissari piú o meno ufficiosi, Ciano, sin dai primi giorni successivi all’intervento anglo-francese in guerra, prese a far pervenire a Londra273. Se Mussolini fosse venuto, benissimo, ma poiché poteva anche andare con i tedeschi e il protrarsi indefinitamente della «non belligeranza» non voleva dire che ad un certo momento non potesse cambiare idea, prepararsi militarmente all’evenienza e non rafforzare in alcun modo il potenziale bellico italiano.

739–740

Nel quadro di questa linea di condotta, grande importanza aveva per Londra l’aspetto economico, sia per quel che riguardava eventuali forniture che l’Italia poteva fare all’Inghilterra sia soprattutto perché le esigenze e le difficoltà economiche italiane potevano offrire possibilità per tenere lontano Mussolini dalla Germania. Da qui l’importanza che gli inglesi attribuivano ai rapporti commerciali con l’Italia e la loro utilizzazione dell’arma del blocco marittimo non solo per combattere la Germania, ma anche per influire sull’atteggiamento dell’Italia, condizionare e tenere sotto controllo e se necessario indebolire il suo potenziale economico e impedirle di diventare, con l’Urss e, data la sua posizione geografica, ancor piú di essa, il tramite per una serie di rifornimenti di cui la Germania aveva bisogno. Significative sono a questo proposito le preoccupazioni, a metà aprile, suscitate a Londra e a Parigi dalle stime degli esperti alleati relativamente agli acquisti italiani di petrolio (565 mila tonnellate mensili contro un fabbisogno di 224 mila). Il che spiega la «buona volontà» di cui, quando le proteste italiane si facevano piú insistenti, Londra sembrava disposta a dar prova nell’applicazione del blocco alle merci tedesche destinate all’Italia e la sua «disponibilità» ad aumentare le forniture di carbone quando quelle tedesche divennero difficili, ma anche lo scarso sviluppo che in realtà (e nonostante gli sforzi italiani) ebbero in questi mesi le relazioni commerciali italo-inglesi: sino a quando i fattori determinanti delle decisioni di Mussolini non divennero, con il crollo della Francia, altri, esse furono praticamente per Londra – ancor piú che per Berlino – la piú importante freccia al suo arco per condizionare l’atteggiamento italiano.

740–741

Diversa era la posizione francese. Tanto nel governo e negli ambienti militari quanto soprattutto nella classe politica francese lo scoppio della guerra aveva acuito i contrasti sull’atteggiamento da tenere verso l’Italia. La «non belligeranza» aveva però per la Francia una tale importanza274 che l’averla Mussolini adottata aveva fatto sperare a molti che, come nel ’14-15, la posizione dell’Italia avrebbe subito una progressiva evoluzione in senso sempre meno favorevole alla Germania e aveva rafforzato le tendenze ad un accordo con Mussolini che ne rendesse definitiva la neutralità o, addirittura, lo spingesse a schierarsi con gli anglo-francesi. E anche coloro che non si fidavano del «duce» e non erano disposti a fare sacrifici per accordarsi con lui sino a quando la sua posizione non si fosse definita meglio erano desiderosi di tenere aperto il colloquio politico con Roma, attenti a parlare piú di lotta al germanesimo che al totalitarismo e disponibili, per facilitarlo, a venire incontro alle esigenze italiane non di rado molto di piú di quanto lo erano gli inglesi. Per non dire poi di coloro che, non avendo voluto la guerra, sentendola come una sorta di sopraffazione inglese nei confronti della Francia e mirando ad una sua rapida conclusione, pensavano ad una pace «made in Rome» e guardavano a Mussolini come al «maître de l’heure»275 che piú di ogni altro poteva realizzarla. Da qui, sebbene formalmente Parigi condividesse la linea di condotta di Londra, una evidente diversità di atteggiamenti sin dai primi giorni del conflitto dei due governi e dei due ambasciatori a Roma che contraddistinse tutto il periodo della «non belligeranza» e sulla quale poco influirono i mutamenti nel governo francese e alla guida del Quai d’Orsay che si verificarono in quei mesi.

Il campo in cui questa diversità fu piú evidente fu quello delle relazioni economiche che Parigi propose a Roma di intensificare sin dai primi di settembre (un comunicato del Consiglio dei ministri francese annunciò che sarebbero stati fatti acquisti in Italia per cinque miliardi di franchi) e che ebbero un notevole incremento in tutti i settori, compreso quello bellico e continuarono sino al momento dell’aggressione italiana, tanto è vero che il 10 giugno erano fermi a Ventimiglia alcuni treni di materiale strategico in procinto di passare in Francia. Non di rado i francesi, mostrando una notevole disponibilità nel venire incontro alle esigenze italiane di nascondere ai tedeschi la natura e i particolari degli accordi, ricorsero ai piú vari espedienti (ad incominciare dal far riunire la commissione mista incaricata delle trattative commerciali a San Remo, lontana da occhi e orecchie indiscreti) e fecero a favore dell’Italia eccezioni al blocco marittimo che gli inglesi si guardavano bene dal fare. Anche a livello piú propriamente politico la posizione francese era (nonostante i contrasti che ciò suscitava nel governo) molto piú conciliante di quella inglese. E non solo a proposito di singole piccole questioni (come, per esempio, il progetto di dar vita ad una Legione garibaldina caldeggiato da alcuni settori dell’emigrazione antifascista, bocciato dal governo Daladier per non suscitare le ire di Mussolini) che stavano a cuore a Roma, ma anche a proposito di quelle di fondo276.

741

Le istruzioni che Daladier e Bonnet diedero a François-Poncet nei giorni immediatamente successivi l’inizio delle ostilità erano esplicite277:

il desiderio del governo francese è di facilitare all’Italia con tutti i mezzi la continuazione dell’atteggiamento che essa ha adottato. Voi vi sforzerete di ottenere che questo atteggiamento, di cui il carattere provvisorio è evidente, si cambi in una neutralità di carattere piú chiaramente definito e piú stabile. Questa neutralità, anche se non ha un carattere di ostilità verso la Germania, costituirà una vittoria morale preziosa.

Al contrario di Loraine, al quale il Foreign Office aveva dato istruzioni di evitare e lasciare cadere ogni discorso politico con gli italiani, per realizzare questo obiettivo François-Poncet era autorizzato ad avere con Ciano ogni tipo di conversazioni e, se gli italiani fossero stati disponibili, anche concernenti la soluzione dei problemi in sospeso tra i due paesi e oggetto della missione Baudouin. Né queste istruzioni dovevano valere solo come norma di comportamento dell’ambasciatore. La disponibilità di Parigi ad avviare trattative in qualsiasi momento lo ritenesse opportuno fu infatti comunicata da François-Poncet a Ciano il 16 settembre e Daladier la confermò a Guariglia tredici giorni dopo, quasi a sollecitare Roma a dar seguito all’apertura fatta dall’ambasciatore278.

742–744

A queste avances ufficiali e nonostante vari uomini politici francesi (e in particolare Laval) si offrissero a piú riprese come tramiti per avviare riservatamente le trattative (in gennaio fu a Roma Baudouin che cercò invano di vedere Ciano) da parte italiana non fu però mai data alcuna risposta, neppure un semplice riscontro che potesse far pensare ad una disponibilità a trattare il «sospeso» tra i due paesi e ad un interesse a conoscere a quali concessioni Parigi era disposta. François-Poncet, che aveva stabilito con Ciano buoni rapporti anche di tipo personale e lo vedeva spesso (assai piú di Loraine), tentò piú volte di portare il discorso sulla questione, ma invano: invariabilmente Ciano non raccolse gli accenni e gli inviti e lasciò cadere il discorso. Come il diplomatico francese ha scritto nel suo libro dedicato alla sua missione a Roma279,

io non avevo mancato di mettere sul tappeto la questione del regolamento delle controversie franco-italiane e di portare i nostri incontri sul terreno delle rivendicazioni italiane. Cosa reclamava precisamente l’Italia? Cosa s’attendeva dalla Francia?... Ciano non mi rispondeva, non mi seguiva. Il soggetto non sembrava interessarlo. Si comportava come se non valesse la pena mettersi in una simile discussione; sicuro ch’essa non avrebbe portato a nulla. Non fu che nelle settimane che precedettero immediatamente l’entrata in guerra dell’Italia che si arrese alle mie pressanti domande. E fu per dirmi che era troppo tardi e che nessuna concessione o cessione a cui noi avessimo potuto consentire, anche se avesse superato quelle di cui aveva parlato Paul Baudouin, avrebbe ormai arrestato il corso degli avvenimenti.

Né la cosa può meravigliare.

Per quel che riguardava Mussolini, è facile capire che lo scoppio inatteso del conflitto avesse fatto passare in secondo piano le rivendicazioni verso la Francia. I problemi sul tappeto e la posta in gioco erano ora molto piú grossi. Nella nuova situazione, una ripresa e una eventuale conclusione positiva dei negoziati avviati con Baudouin avrebbero avuto per Mussolini un valore solo negativo. Gli avrebbero legato le mani rispetto sia ad una soluzione negoziata del conflitto sia ad una sua partecipazione ad esso e gli avrebbero attirato le ire della Germania. E, per di piú, senza nessuna garanzia per il dopo, specie nel caso che – venuta meno con la caduta del suo potenziale arbitrale la possibilità di una pace di compromesso – il conflitto si fosse risolto con la vittoria di una parte sull’altra, dato che in tale caso era chiaro che l’Italia si sarebbe trovata esposta alla vendetta, tutt’altro che improbabile, del vincitore, sia che fosse la Germania, tradita, sia che fossero gli anglo-francesi, che avevano dovuto soggiacere al ricatto mussoliniano. E, d’altra parte, per che cosa? Per otte nere da Parigi – sempre che l’ottenesse e che non fosse tutta una manovra per bruciarlo definitivamente agli occhi di Hitler – meno di quello che si proponeva di ottenere sia nel caso di una pace di compromesso da lui mediata, sia in quello di una partecipazione al conflitto dalla parte della Germania? Ma questi argomenti non valevano solo per Mussolini; neppure Ciano infatti, anche se il suo obiettivo era quello di evitare un intervento a fianco della Germania, poteva completamente sottrarsi alla loro logica. E ciò tanto piú che, se per raggiungere il suo obiettivo Ciano puntava soprattutto sui rapporti con Berlino, convinto che solo il loro andamento poteva veramente influire sull’atteggiamento del suocero, per quanto riguardava quelli con Parigi e Londra, egli continuò sempre – nonostante l’evidente indisponibilità inglese di fronte alle sue avances – a considerare piú importanti quelli con Londra, senza rendersi conto che se indubbiamente erano gli inglesi ad avere la leadership dell’alleanza, l’anello debole di essa era costituito però, per l’Italia, dalla Francia e che quindi se voleva tentare di offrire a Mussolini qualche concreto vantaggio che ne facilitasse il distacco da Berlino, poteva raggiungerlo solo passando per Parigi e non confermando Londra con una corte troppo assidua e quindi controproducente nella sua convinzione che, alla fine, l’Italia non sarebbe comunque andata con la Germania. Da qui la sua sottovalutazione della carta francese e il suo non tentare neppure di sondare le effettive intenzioni di Parigi, convinto che non sarebbe servito a nulla, avrebbe solo comportato dei rischi e incontrato l’opposizione di Mussolini, e il suo puntare tutto, da un lato, sullo stabilimento di buoni rapporti con l’Inghilterra e su tutte quelle iniziative, come il blocco dei neutri, che potevano rendere piú forte la neutralità dell’Italia e la capacità di mediazione del «duce» e, da un altro lato, sul non miglioramento dei rapporti con la Germania, in maniera da potersi servire di entrambi gli argomenti per trattenere il suocero dall’affrettare i tempi della sua entrata in guerra; il tutto in attesa di una pace di compromesso o – come Ciano riteneva piú probabile – di un successo anglo-francese che, imprimendo al conflitto un chiaro andamento, gli facesse mutare avviso. In questa prospettiva si capisce come Ciano, messo alle strette dalle sollecitazioni di François-Poncet a discutere le rivendicazioni italiane, si lasciasse andare talvolta a delle affermazioni che, piú che manifestazioni di cinismo, erano in realtà sfoghi di sincerità e arrivasse a dirgli che ciò che in definitiva avrebbe deciso l’atteggiamento italiano sarebbero state delle vittorie alleate, in mancanza delle quali l’Italia sarebbe andata con la Germania280. E, piú in generale, si capisce anche perché lo stesso Ciano, parlando con Anfuso della «non belligeranza»281, dicesse che essa era «tutto e niente»: niente sino a quando fosse rimasta tale, tutto se si fosse trasformata in qualcosa d’altro.

744–745

Volutamente inesistente sul versante francese, bloccata su quello inglese dal fermo atteggiamento di Londra, la politica di Ciano sembrò nei primi mesi della «non belligeranza» segnare qualche punto sul versante tedesco. Nonostante la buona volontà e le pressioni tedesche, i rapporti tra Roma e Berlino non registrarono alcun reale miglioramento e l’Italia riuscí a non compromettere né la propria neutralità né la propria potenziale libertà d’azione e ad evitare quindi un accrescersi dei sospetti anglo-francesi. Il tutto con il pieno consenso di Mussolini. Lo dimostra l’andamento della riunione del Gran Consiglio la sera del 7 dicembre, durante la quale Ciano svolse un’amplissima relazione ab ovo sui rapporti italo-tedeschi, citando e leggendo, con l’autorizzazione di Mussolini, i piú importanti documenti scambiati tra Roma e Berlino in agosto e dando alla sua analisi un tono di aperta critica ai tedeschi, che, se non sfociava nel ripudio dell’alleanza, tendeva però chiaramente a prospettarne il futuro in una luce assai problematica. Bottai che nel suo diario ci ha conservato un ampio resoconto sia della riunione sia della relazione di Ciano282, cosí ne riassunse il senso:

Morale della relazione Galeazzo. Un moto storico, e in parte ideologico, à, dall’Etiopia alla Spagna, avvicinati, quindi stretti in alleanza, i due Regimi; un moto storico in opposizione al primo spinge la Germania a violare lettera e spirito del patto con l’Italia, precipitando date e mutando indirizzi, dall’antibolscevismo alla collusione col bolscevismo, della sua azione; un moto storico, quindi, si genera, dal contrasto dei due primi, che pone l’Italia in posizione di non-belligeranza. È dai fatti, dunque, cioè a dire dall’imminente storia, che l’Italia trarrà argomento alla sua ulteriore attitudine. Il patto con la Germania rimane, com’un dato di fatto; altro dato di fatto, la deviazione germanica dalle concordate direttive: l’Italia si regolerà a seconda delle conseguenze. Posizione, insomma, di meditato realismo.

Mussolini, che aveva illustrato l’ordine del giorno da approvare, si era rivelato riottoso a seguire il genero sino alle ultime conseguenze adombrate nella relazione, ma non le aveva contestate, limitandosi a lasciar chiaramente capire che la soluzione da lui auspicata era quella di una pace senza veri vinti e vincitori. Annotava Bottai:

745–749

Un discorso tormentato, ribollente di polemica, di spirito critico: ripugnanza a confessare, che i fatti ànno smentito i patti; e, quindi, l’intimo desiderio, che le circostanze permettano ancora di tenere fede a questi... L’Italia? Dichiara la sua fedeltà ai patti: «Ma c’è, d’altronde, anche un patto con l’Inghilterra?»; e attende gli eventi. «Qui, ci sono due imperi in lotta; due leoni. Non abbiamo interesse, che stravinca nessuno dei due. Se vincesse l’Inghilterra, non ci lascerebbe che il mare per fare i bagni. Se vincesse la Germania, ne sentiremmo il peso. Si può desiderare, che i due leoni si sbranino, fino a lasciare a terra le code. E, caso mai, andare a raccoglierle».

Nel complesso: Mussolini unito ancora alla fredda diagnosi di Galeazzo, che è già al di là e contro l’Asse. Mussolini spera che questo si regga; Galeazzo il contrario. Quando il primo, parlando della preparazione militare necessaria per entrare in un’eventuale conflitto, enuncia le grosse cifre di cannoni, areoplani e carri che vuole avere per la seconda metà del 1941, Galeazzo, che mi è vicino, mi sussurra all’orecchio: «Il che vuol dire che non saremo mai pronti».

In Italia e all’estero, il fatto che l’ordine del giorno approvato dal Gran Consiglio283 non parlasse esplicitamente di neutralità e confermasse la validità dell’alleanza con la Germania aveva costituito una delusione, che aveva fatto passare in sott’ordine la moderazione dell’accenno alle conseguenze negative che il blocco marittimo anglo-francese aveva per l’Italia e il significato chiaramente antisovietico (e quindi antitedesco) del passo in cui era sottolineato il diretto interesse italiano per qualsiasi mutamento nel bacino danubiano-balcanico. Per Ciano la riunione era stata però un grosso successo, non solo perché la sua politica era stata ufficialmente approvata in toto da Mussolini, ma anche perché il Gran Consiglio gli aveva dato mandato di riferire «sulle recenti vicende e fasi della politica internazionale» alla Camera dei fasci e delle corporazioni e questo costituiva un’occasione unica per marcare pubblicamente il distacco della sua posizione da quella di Berlino. Un’occasione dalla quale Ciano si attendeva grossi risultati.

In realtà, il discorso che il ministro degli Esteri pronunciò il 16 dicembre alla Camera è importante piú come dimostrazione degli equilibrismi che la «non belligeranza» comportava e delle difficoltà – per non dire l’impossibilità – di tradurla in una coerente azione politica sui tempi lunghi, specie se il suo sbocco doveva essere quello a cui tendeva Ciano, che per le sue effettive conseguenze. Visto in una prospettiva storica e non emotiva, l’unica vera indicazione che se ne ricava è che esso segnò il momento di maggiore crisi nei rapporti italo-tedeschi dopo il 25-26 agosto; raggiunto il quale, i margini di manovra di Ciano, non potendosi sviluppare oltre la politica dell’attesa sulla quale si era arroccato Mussolini ed essendo questa possibile solo in un contesto di stasi della guerra come era quello seguito alla conclusione delle operazioni contro la Polonia, erano irrimediabilmente destinati a ridursi via via che il conflitto riprendeva vigore e si estendeva e che l’equivocità della formula della «non belligeranza» faceva sfumare le speranze nei buoni affari e, anzi, metteva in difficoltà l’economia italiana. Costretto a non rompere i ponti con la Germania e, anzi, a riconfermare la validità del «patto d’acciaio», la polemica di Ciano con i tedeschi non si poté manifestare che tra le righe e in maniera indiretta. Da un lato attraverso la duplice sottolineatura del «solenne impegno politico» anticomunista che la Germania aveva assunto, cosí come l’Italia e il Giappone, sottoscrivendo il «patto anti-Komintern» e della «portata limitata» che nei colloqui italo-tedeschi dell’aprile-maggio era stata assegnata al riavvicinamento tedesco-sovietico. Da un altro lato, negando che il non intervento italiano nel conflitto fosse stato determinato dall’impreparazione militare e dal timore della guerra del popolo italiano e motivandolo invece con l’impegno, preso a Milano da von Ribbentrop e da lui stesso al momento di decidere l’alleanza, di «non suscitare nuove polemiche» internazionali prima di tre-cinque anni: contrariamente a queste «malevoli insinuazioni», la posizione assunta dall’Italia il 1º settembre era dunque per Ciano «rigidamente derivante dai Patti nonché dagli impegni collaterali esistenti fra l’Italia e la Germania» e pertanto i rapporti tra l’Italia e la Germania rimanevano «quelli che furono fissati dal Patto d’Alleanza e dagli scambi di vedute che l’hanno accompagnato»284. Si spiega perciò facilmente perché l’effetto del discorso fu molto minore e in gran parte diverso da quello che Ciano si era ripromesso e dalle attese che aveva suscitato. All’interno, nonostante l’enorme rilievo datogli dai mass media del regime285 e le prime valutazioni entusiastiche dello stesso Ciano («Se era difficile prima persuadere gli italiani a scendere in campo a fianco della Germania, è impossibile ormai che, avendo essi conosciuta la verità profonda e tutti i retroscena, non giocherebbe neppure la molla della parola data. Tutti hanno capito e sanno che chi ha tradito per ben due volte è stata la Germania... Gli italiani, poi, piú intelligenti di tutti, hanno capito appieno il mio latino e considerano il discorso il vero funerale dell’Asse»286), solo pochi ne rilevarono «tutto il sottile veleno antitedesco». Sulla massa ciò che fece veramente effetto fu la riaffermazione della validità dell’Asse; il resto o non fu colto o passò in seconda linea o, nel migliore dei casi, serví solo a far pensare che per il momento non vi era ancora pericolo, non certo a rasserenare veramente gli animi e tanto meno a creare attorno a Ciano un consenso che potesse rafforzarne la posizione politica. Fuori dall’élite del regime, nel paese, la figura di Ciano era ormai da tempo cosí screditata che coloro che non condividevano la politica di Mussolini avevano comunque piú fiducia in lui che nel genero, che consideravano alla stessa stregua di come avevano giudicato, fino a poco tempo prima, Starace: o uno strumento passivo della volontà del «duce» o la causa di molti dei suoi maggiori errori. Né migliori furono le reazioni inglesi e francesi. Pur conoscendo le difficoltà e le contraddizioni nelle quali si dibatteva la politica fascista, a tre mesi e mezzo dallo scoppio del conflitto e dopo il fallimento dell’«offensiva di pace» tedesca dell’ottobre, tutti e specialmente i francesi – praticamente ignorati nel discorso nonostante le loro dichiarazioni di disponibilità a discutere le rivendicazioni italiane – avevano sperato in qualcosa di piú. Non certo nell’annuncio dello sganciamento dalla Germania, ma, almeno, in una piú effettiva presa di distanze da essa. E François-Poncet non mancò di farlo capire a Ciano, lamentandosi che avesse troppo calcato l’accento sulla solidarietà con la Germania287. Quanto agli inglesi, oltre che deluderli, il discorso dovette riuscire loro incomprensibile e preoccupante soprattutto per l’affermazione di Ciano che l’Italia non riteneva che nell’Europa danubiano-balcanica «la costituzione di blocchi di qualsiasi specie possa essere utile né ai paesi che dovrebbero farne parte, né al fine piú alto di affrettare il ristabilimento della pace». Incomprensibile (specie dopo quanto affermato dal comunicato diramato a conclusione dell’ultimo Gran Consiglio), perché sino allora l’Italia aveva caldeggiato un blocco dei neutri di questa regione ed esso sarebbe servito ottimamente a Roma se questa avesse voluto veramente rafforzare il proprio ruolo di grande potenza neutrale guida sul continente. Preoccupante, perché entrambe le spiegazioni che si potevano dare di questo voltafaccia – che Mussolini non volesse in realtà rompere con la Germania o che volesse assicurarsi nei Balcani concreti vantaggi288, contando sul fatto che, data la sua posizione, Berlino non glielo avrebbe impedito – andavano contro gli interessi anglo-francesi. Lo dimostra il fatto che, tramite Dingli, Chamberlain si affrettò a chiedere spiegazioni a Ciano. Il messaggio289 era concepito in termini molto cordiali, pieno di riconoscimenti per la «portata storica» e l’«indiscutibile interesse» del suo discorso e si concludeva con l’assicurazione che, «comunque», il premier desiderava «non intralciare in alcun modo l’Italia»; il solo fatto di porre la domanda e di farlo tramite il «canale segreto» mostra però quanto Londra fosse allarmata e giudicasse in realtà il discorso di Ciano tutt’altro che positivamente. Sicché, in definitiva, il discorso del ministro degli Esteri finí per risultare sostanzialmente controproducente. Da un lato irritò profondamente e mise vieppiú in allarme Berlino; da un altro lato confermò Londra e in particolare il Foreign Office (ma anche Chamberlain, dato che ai primi di gennaio decise di mettere al corrente dell’esistenza del «canale segreto» il Foreign Office e di passarlo sotto la sua egida) nella bontà del loro atteggiamento e li spinse a non discostarsi da esso e, anzi, a calcare la mano sul blocco marittimo per mettere Roma economicamente e politicamente alle strette; e da un terzo lato ancora, dati questi risultati, spinse Mussolini a riprendere personalmente la guida della politica estera.

749–750

Nella riunione del Consiglio dei ministri del 23 gennaio ’40, quella dedicata ai problemi militari e nella quale, come si è detto, accennò alla sua teoria della «guerra parallela», Mussolini si soffermò tra l’altro su due questioni: quella delle gravi difficoltà create dal blocco marittimo («Ma la cosa piú preoccupante è la mancanza di materie prime. Non ce [ne] sono a sufficienza; e rifornirsene è sempre piú difficile. Il controllo marittimo degli inglesi è sempre piú severo») e quella di «sbarrare le frontiere», e soprattutto quella Nord, munendole di un triplice ordine di fortificazioni, a fondo valle («il piú massiccio e definitivo»), a mezza costa («di media resistenza») e sugli spartiacque («contro le infiltrazioni»)290. In mancanza di altri elementi piú diretti e precisi e date le contrastanti interpretazioni che sono state date della lettera che Mussolini scrisse il 5 gennaio ’40 a Hitler291, per capire perché negli ultimi giorni di dicembre Mussolini fu indotto a pensare che fosse venuto il momento di por fine alla politica dell’attesa e agli inutili tentativi di Ciano di migliorare i rapporti con Londra e di fare invece un esplicito passo su Hitler ci pare opportuno partire da questi due dati di fatto. Essi provano infatti che Mussolini a) si rendeva conto che, dato il blocco marittimo e l’atteggiamento inglese verso l’Italia, il riarmo italiano non sarebbe potuto avvenire nei tempi (e, probabilmente, nella misura) da lui inizialmente previsti; b) che, nonostante ciò, non pensava affatto ad abbreviare i tempi della «non belligeranza» e a schierarsi entro breve tempo a fianco della Germania e che, anzi, temeva che i tedeschi potessero volergli forzare la mano e, addirittura, passare all’azione contro di lui. Da qui – essendo deciso a non rompere con la Germania – la necessità per lui di muoversi in tempo utile per esercitare una decisa azione volta ad indurre Hitler a fargli tentare una vera e seria mediazione e, innanzitutto, a farlo desistere da ogni proposito di ripresa in grande stile della guerra, dato che questo avrebbe reso ovviamente impossibile un negoziato. Questa, a nostro avviso, la genesi della «rentrée» politica di Mussolini e della sua lettera a Hitler del 5 gennaio. Una lettera che al «duce» dovette costare non poco, dato che – avesse cambiato idea o lo facesse per cercare di convincere Hitler – in essa era smentita piú di una tesi da lui altre volte sostenute con i tedeschi.

750–751

La lettera292 toccava tutta una serie di problemi. Si apriva con una dichiarazione di pieno accordo con il discorso di Ciano alla Camera e si concludeva con una riaffermazione della fedeltà dell’Italia all’alleanza e della volontà di Mussolini di partecipare, se necessario, al conflitto, anche se nulla veniva detto su quando la preparazione militare italiana sarebbe stata compiuta e l’intervento era subordinato al determinarsi del «momento piú redditizio e decisivo»:

Sto accelerando il ritmo della preparazione militare. L’Italia non può e non vuole impegnarsi in una guerra lunga; il suo intervento deve accadere al momento piú redditizio e decisivo. Nell’Africa Orientale l’Italia impegna forze francesi notevoli a Gibuti e nelle limitrofe colonie confinanti inglesi. Le 15 divisioni dell’Africa settentrionale (8 dell’Esercito regolare, 4 di CC.NN., 3 libiche) impegnano 80 mila anglo-egizio-indiani e 250 mila francesi. Sulle Alpi, il nostro dispositivo è stato arretrato, date le nevi, ma non alleggerito e ha di fronte da 10 a 15 divisioni francesi.

L’Italia fascista in questo periodo intende di essere la vostra riserva:

dal punto di vista politico-diplomatico, nel caso che voi voleste addivenire a una soluzione politico-diplomatica;

dal punto di vista economico, aiutandovi sino al possibile in tutto quanto può alimentare la vostra resistenza al blocco;

dal punto di vista militare, quando l’aiuto non vi sia di peso ma di sollievo. E questo problema dovrà essere esaminato dai militari.

Io credo che il non intervento dell’Italia sia stato e sia molto piú utile alla Germania di un intervento che nella guerra contro la Polonia era perfettamente superfluo.

Desidero che il popolo tedesco sia convinto che l’atteggiamento dell’Italia è nel quadro, non fuori quadro del Patto di Alleanza.

La lettera, nella sua parte centrale, ruotava però tutta attorno a due problemi, strettamente legati tra loro: l’impossibilità per l’Asse, per un verso, di riportare una completa vittoria sugli anglo-francesi e, per un altro verso, di sacrificare e smentire i propri principî ideologici sull’altare dei vantaggi tattici conseguiti con l’accordo tedesco-sovietico. Sul primo Mussolini era esplicito, quasi brutale:

Sono profondamente convinto che la Gran Bretagna e la Francia non riusciranno mai a fare capitolare la vostra Germania aiutata dall’Italia, ma non è sicuro che si riuscirà a mettere in ginocchio i franco-inglesi e nemmeno a dividerli. Crederlo, significa illudersi. Gli Stati Uniti non permetterebbero una totale disfatta delle democrazie. Gli imperi crollano per difetto di statica interna mentre gli urti dall’esterno possono consolidarli. È prevedibile un epilogo della guerra che, come voi avete detto, non vedrà che due o piú vinti. Vale la pena – ora che avete realizzato la sicurezza dei vostri confini orientali e creato il grande Reich di 90 milioni di abitanti – di rischiare tutto – compreso il regime – e di sacrificare il fiore delle generazioni tedesche per anticipare la caduta di un frutto che dovrà fatalmente cadere e dovrà essere raccolto da noi che rappresentiamo le forze nuove d’Europa? Le grandi democrazie portano in se stesse le ragioni della loro decadenza.

751–752

Trattando il secondo Mussolini non rifuggiva da nessun argomento sia politico che ideologico e da nessun lenocinio dialettico, arrivando sino ad assumere il tono del «maestro in fascismo» che richiamava Hitler al rispetto di quanto aveva detto e scritto in passato e all’adempimento della sua missione di assicurare all’est lo «spazio vitale» della Germania:

Nessuno piú di me, che ho ormai 40 anni di esperienza politica, sa che la politica ha le sue esigenze tattiche. Anche una politica rivoluzionaria. Io ho riconosciuto i Soviet nel 1924; nel 1934 ho stipulato con essi un trattato di commercio e di amicizia. Cosí io comprendo che non essendosi realizzate le previsioni di von Ribbentrop, circa il non intervento dei franco-inglesi voi abbiate evitato il secondo fronte. La Russia, in Polonia e nel Baltico è stata – senza colpo ferire – la grande profittatrice della guerra.

Ma io che sono nato rivoluzionario e non ho modificato tale mia mentalità, vi dico che voi non potete permanentemente sacrificare i principî della vostra Rivoluzione alle esigenze tattiche di un determinato momento politico. Io sento che voi non potete abbandonare la bandiera antisemita e antibolscevica che avete fatto sventolare per 20 anni e per la quale tanti vostri camerati sono morti; voi non potete rinnegare il vostro vangelo nel quale il popolo tedesco ha ciecamente creduto. Ho il preciso dovere di aggiungere che un ulteriore passo nei vostri rapporti con Mosca, avrebbe ripercussioni catastrofiche in Italia, dove l’unanimità antibolscevica, specie tra le masse fasciste, è assoluta, granitica, inscindibile.

Lasciatemi credere che questo non avverrà. La soluzione del vostro Lebensraum è in Russia e non altrove. La Russia che ha l’immensa superficie di 21 milioni di Kmq e 9 abitanti per Kmq. Essa è estranea all’Europa. Malgrado la sua estensione e la sua popolazione, la Russia non è una forza, è una debolezza. La massa della sua popolazione è slava e asiatica. Nei vecchi tempi l’elemento di coesione era dato dai baltici: oggi, dagli ebrei: ma questo spiega tutto. Il compito della Germania è questo: difendere l’Europa dall’Asia. È la tesi non soltanto di Spengler. Sino a 4 mesi fa la Russia era il nemico mondiale numero uno: non può essere diventato e non è l’amico numero uno. Questo ha turbato profondamente i fascisti in Italia e forse anche molti nazionalsocialisti in Germania.

Il giorno in cui avremo demolito il bolscevismo, avremo tenuto fede alle nostre due Rivoluzioni. Sarà allora la volta delle grandi democrazie. Le quali non potranno sopravvivere al cancro che le rode e che si manifesta sul piano demografico, politico, morale.

A prima vista, spezzate queste due lance, la lettera sembrava non avere una conclusione, sembrava rimettere tutto alla coscienza e alle decisioni di Hitler, senza chiedere ed offrire nulla, non essere altro che l’ammonimento – per di piú contraddittorio data la sua conclusione – del dittatore piú anziano e piú saggio a quello piú giovane e inesperto. In realtà, a saperla leggere e sappiamo che Hitler e il vertice nazista la lessero, rilessero e postillarono attentamente293, essa non solo era tutta un’offerta di mediazione, ma avanzava a questo scopo sia due precise proposte sia una prospettiva di fondo. Le proposte erano di ricostruire una parvenza di Stato indipendente polacco (in modo da permettere a Londra e a Parigi di salvare la faccia) e di non prendere alcuna iniziativa militare ad ovest. Solo che Mussolini – temendo probabilmente di avere da Hitler un no che gli avrebbe reso difficile tornare successivamente sull’argomento – non le prospettava chiaramente, ma le lasciava cadere quasi inavvertitamente parlando degli argomenti della propaganda franco-inglese, dei suoi effetti e di come controbatterla:

752

Ma su due fatti la propaganda britannica mette l’accento e cioè sugli accordi germano-russi che segnano praticamente la fine del patto anticomintern e sul trattamento che sarebbe fatto in Polonia alle popolazioni autenticamente polacche. A questo proposito la contro-propaganda tedesca appare tardiva e debole. Un popolo che è stato ignominiosamente tradito dalla sua miserabile classe dirigente politico-militare, ma che – come voi stesso avete cavallerescamente riconosciuto nel vostro discorso di Danzica – si è battuto con coraggio, merita un trattamento che non dia motivo a speculazioni avversarie. È mia convinzione che la creazione di una modesta disarmata Polonia esclusivamente polacca – liberata dagli ebrei per i quali io approvo pienamente il vostro progetto di raccoglierli tutti in un grande ghetto a Lublino – non può costituire mai piú un pericolo per il grande Reich. Ma questo fatto sarebbe un elemento di grande importanza che toglierebbe ogni giustificazione alle grandi democrazie per continuare la guerra e liquiderebbe la ridicola repubblica polacca creata dai franco-inglesi ad Angers. A meno che voi non siate irrevocabilmente deciso a fare la guerra sino in fondo, io penso che la creazione di uno Stato polacco sotto l’egida tedesca, sarebbe un elemento risolutivo della guerra e una condizione sufficiente per la pace.

Voi potreste – come del resto fanno quotidianamente le vostre trasmissioni radio destinate ai francesi – riaffermare che ad ovest non avete obiettivi di guerra e quindi rigettare di fronte al mondo sui franco-inglesi la responsabilità della continuazione del conflitto ed in ogni caso non prendere, come avete fatto sin qui, l’iniziativa sul fronte ovest.

Quanto alla prospettiva di fondo, essa era implicita in tutto il discorso sul problema dei rapporti con l’Urss: ciò che avrebbe spinto l’Inghilterra e la Francia (e dietro ad esse gli Usa) a concludere la pace e ad aver fiducia che la Germania l’avrebbe rispettata sarebbe stato il fatto che con la pace ad Occidente la Germania avrebbe finalmente trovato il suo «spazio vitale» ad Oriente e cosí facendo le avrebbe liberate anche dalla spina nel fianco dell’Urss e del bolscevismo e di conseguenza anche da quella del Giappone che sarebbe stato anch’esso dirottato verso le regioni asiatiche dell’Urss.

753–754

Appena informato della decisione del «duce» di scrivere ad Hitler, Ciano si era allarmato294:

Mussolini ha sempre qualche ritorno di fiamma germanofilo: adesso vorrebbe scrivere una lettera a Hitler per dare alcuni consigli (finora non hanno avuto molto ascolto!) e per dire che continua a prepararsi. Per che cosa? La guerra a fianco della Germania non deve farsi e non si farà mai: sarebbe un crimine e una idiozia. Contro, non ne vedo per ora le ragioni. Comunque, caso mai, contro la Germania. Mai insieme. Questo è il mio punto di vista. Quello di Mussolini è esattamente il contrario: mai contro e, quando saremo pronti, insieme per abbattere le democrazie, che, invece, sono i soli Paesi con cui si può fare una politica seria e onesta.

Poi aveva però cambiato idea. Lettane una prima versione l’aveva trovata «non troppo compromettente» e, dopo che Mussolini vi ebbe apportato alcune modifiche, l’aveva definita «un ottimo documento, pieno di saggezza e di misura», che però non avrebbe sortito alcun effetto, perché, come scrisse nel suo diario, «i consigli di Mussolini sono accolti da Hitler solo quando coincidono esattamente col suo pensiero»295.

Formulando questa previsione Ciano non si sbagliava. La lettera, consegnata da Attolico ad Hitler l’8 gennaio296, produsse a Berlino una profonda impressione. Come già si è detto, Hitler la fece leggere ai suoi principali collaboratori, che la postillarono, discussero e cercarono di leggere in tutte le chiavi possibili, ricorrendo anche all’aiuto dei lumi di Attolico e di Magistrati, a loro volta ansiosi di conoscerne l’effetto. Piú di uno nel gruppo dirigente nazista doveva condividere in tutto o in parte lo spirito della lettera; come anche l’ammiraglio Canaris aveva subito previsto297, essa non serví però ad indurre Hitler a revocare le sue disposizioni per l’offensiva contro la Francia. E, per di piú, la convinzione in essa espressa da Mussolini che la Germania non potesse «mettere in ginocchio» l’Inghilterra e la Francia dette nuova esca ai sospetti e ai timori sul reale atteggiamento dell’Italia e sull’effettiva capacità di Mussolini di aver ragione dell’opposizione interna all’intervento italiano e fece sorgere in molti il dubbio che il comportamento italiano di fine agosto, piuttosto che dall’impreparazione militare, come asserivano Mussolini e Ciano, fosse stato determinato da tale opposizione e che la cosa potesse ripetersi. Tant’è che – quando il sospetto fece tortuosamente capolino persino sulle labbra di Göring – anche Ciano si vide costretto a correre ai ripari, dando ordine all’ambasciata a Berlino di dissiparlo e di ribadire che i motivi della «non belligeranza» erano solo «di ordine puramente mili tare» e che essi non impedivano «il permanere di quei rapporti di intima amicizia che uniscono i due Paesi e dei quali nei limiti delle nostre possibilità veniamo dando continuamente prova alla Germania»298.

754–755

La prova migliore dei problemi e dei timori che la lettera di Mussolini suscitò a Berlino è però nel fatto che per due mesi essa non ebbe alcuna risposta. Nell’incertezza su cosa il «duce» si fosse veramente proposto con essa e, comunque, volendogli impedire il piú possibile sgradite iniziative, Hitler preferí attendere, per rispondergli, il momento per lui migliore, quando a Mussolini sarebbe stato piú difficile controbattergli. Il 10 marzo, quando von Ribbentrop arrivò a Roma latore, finalmente, della risposta e, ciò che piú conta, di un invito per un incontro tra i due dittatori al Brennero, almeno quattro motivi dovevano far ritenere ad Hitler che questo momento fosse giunto e che, quindi, egli dovesse e potesse ormai indurre Mussolini a definire la sua posizione e prendere precisi impegni.

Il primo di questi motivi era l’ormai prossima conclusione del conflitto finno-sovietico (raggiunta il 12 marzo). Con essa sfumava infatti il pericolo – che per alcune settimane aveva condizionato un po’ tutta la situazione internazionale – di un intervento militare anglo-francese in aiuto della Finlandia (seriamente studiato e preparato da Londra e da Parigi e poi lasciato cadere per una serie di ragioni tecniche e politiche) che avrebbe indubbiamente impresso al conflitto anglo-franco-tedesco un carattere del tutto nuovo e potuto costituire per l’Italia un serio motivo ideologico-politico per denunciare il «patto d’acciaio», mentre ora la conclusione della pace tra Urss e Finlandia avrebbe inevitabilmente portato ad una sdrammatizzazione dell’atteggiamento italiano verso l’Unione Sovietica299.

Il secondo motivo era costituito dall’ormai chiaro fallimento a cui era andato incontro il viaggio intrapreso in Europa da Sumner Welles, a cui Roosevelt aveva dato incarico di cercare di stabilire quali erano le effettive vedute tedesche, francesi, inglesi ed italiane e se vi era qualche possibilità di addivenire ad una pace e ad una sistemazione dei rapporti economici internazionali che potesse, come il presidente americano vagheggiava da tempo, renderla stabile. Sin dall’inizio la missione di Welles300 non si era presentata facile; Berlino ne aveva accolto l’annunzio con palese freddezza; Londra e Parigi con perplessità e con qualche apprensione; solo Roma con reale simpatia, anche se la stampa del regime le aveva dato per ovvi motivi scarsissimo rilievo301. Né in realtà essa aveva molte possibilità di successo, a meno che – come Welles avrebbe riconosciuto quattro anni dopo nel suo libro The time for decision – l’inviato di Roosevelt non avesse potuto accompagnare il suo sondaggio con un’esplicita dichiarazione ad Hitler che, se non fosse stato raggiunto un accordo, gli Usa sarebbero scesi in guerra a fianco dell’Inghilterra e della Francia, dichiarazione che però in quel momento neppure Roosevelt (che, oltretutto, era in procinto di affrontare le elezioni per la sua conferma a presidente) poteva fare, dato l’orientamento nettamente isolazionista dell’opinione pubblica statunitense302. A Roma, da dove aveva iniziato il suo giro, Welles era stato ricevuto assai cordialmente, il 26 febbraio, tanto da Ciano quanto da Mussolini303. Ciano, pur non mostrando nessuna particolare simpatia per gli inglesi e i francesi, non aveva fatto mistero dei suoi sentimenti antitedeschi e di essere scettico sulla possibilità di un accordo. Al contrario Mussolini (che Welles trovò molto invecchiato ed assai teso) aveva detto di ritenerlo possibile, purché il conflitto non si fosse trasformato in una «vera guerra», con stragi e devastazioni che avrebbero reso per molto tempo impossibili trattative di pace. E aveva prospettato a Welles anche alcuni aspetti dell’accordo da lui ritenuto possibile: Danzica, il corridoio e il territorio polacco abitato dalla minoranza tedesca assegnati alla Germania; lo stesso per l’Austria (eventualmente dopo un plebiscito, che, in ogni caso, sarebbe stato a favore dell’Anschluss) e per i Sudeti; indipendenza, ma smilitarizzazione, della Boemia-Moravia e della Slovacchia; ricostruzione della Polonia nel suo nucleo centrale, abitato dai «veri» polacchi e dove sarebbero potuti affluire quelli delle regioni passate sotto l’Urss («Quale altra soluzione c’è, – egli disse – a meno che non si sia tutti pronti a combattere la Russia?»); restituzione alla Germania delle sue ex colonie; e, contestualmente, soddisfacimento delle «giuste esigenze dell’Italia». Secondo il rapporto che Welles aveva inviato il giorno stesso a Washington304, al riguardo Mussolini si sarebbe espresso in questi termini, assai significativi anche per capire gli effetti che aveva su di lui il blocco marittimo inglese:

756–758

E quando sono avviati i negoziati di pace, le giuste pretese dell’Italia devono essere soddisfatte. Io non le ho avanzate ora perché quel manicomio che è oggi l’Europa non sopporterebbe altri eccitamenti. Ma non può esserci pace reale finché l’Italia non ha libera uscita e accesso al Mediterraneo. Voi siete appena arrivato, col Rex. Siete stato trattenuto dagli inglesi e la posta e i passeggeri portati via. Avete visto personalmente che nel Mediterraneo occidentale noi siamo prigionieri degli inglesi. Capite anche che un italiano non può mandare una nave da Trieste, porto italiano, a Massaua, altro porto italiano, senza che gli inglesi portino via metà del carico? Quanto vi piacerebbe se gli inglesi facessero ciò alle vostre navi in regolare navigazione tra New York e New Orleans?

Dopo Roma Welles era stato a Berlino, dove la sua missione aveva fatto completo naufragio: sia von Ribbentrop che Hitler si erano infatti dimostrati intrattabili, avevano gettato tutta la responsabilità della guerra sugli anglo-francesi e si erano mostrati sicuri della vittoria tedesca305. Mentre von Ribbentrop arrivava a Roma con la risposta di Hitler alla lettera di Mussolini del 5 gennaio Sumner Welles era a Parigi, in procinto di proseguire per Londra per poi tornare a Roma e da là negli Stati Uniti306. Dopo l’esito della tappa berlinese, queste altre avevano però praticamente perso ogni valore, ai fini almeno di quello che era stato lo scopo primario della missione del sottosegretario americano. Al limite, la piú importante finiva per diventare l’ultima, ché, fallito lo scopo primario, ciò che diventava piú importante era di cercare almeno di influire su Mussolini perché non intervenisse in guerra e di coordinare a questo fine il piú possibile l’azione degli Usa con quella della Santa Sede307.

Il terzo motivo per cui Hitler doveva ritenere fosse giunto il momento per rispondere a Mussolini era costituito dalle sempre maggiori diffi coltà nelle quali l’Italia si trovava per effetto del blocco marittimo308. Nelle prime settimane del conflitto gli inglesi non avevano calcato la mano e avevano considerato seriamente la possibilità di fornire essi il carbone necessario all’Italia, sia per renderla sempre piú autonoma dalla Germania, sia, come il ministero della Guerra economica aveva scritto il 25 novembre all’ambasciata a Roma309, per «diminuire il pericolo che le stesse ordinazioni britanniche di materiale bellico ecc. abbiano a subire un ritardo nell’esecuzione in conseguenza della mancanza di combustibile di cui soffrirebbero le fabbriche italiane che devono provvedere alle forniture». Sicché anche le proteste italiane erano state sommato assai moderate e soprattutto di principio. L’estensione del blocco alle merci tedesche imbarcate in porti neutrali, il 28 novembre, aveva però aggravato la situazione, anche se da parte inglese ci si era ancora preoccupati di renderlo meno pesante per gli italiani (in pratica il carbone tedesco imbarcato a Rotterdam era continuato a passare) e di compensarne i danni proponendo loro accordi per utilizzare navi italiane «per scopi Alleati» e non contrastando la penetrazione italiana nei mercati lasciati scoperti dalla Germania. Ciò nonostante in dicembre, gennaio e febbraio le lamentele e le proteste italiane (specie per i dirottamenti delle navi e per i lunghi ritardi loro imposti dai controlli) erano state numerose. Contemporaneamente le trattative per i rifornimenti di carbone si erano fatte difficili, poiché, mentre da parte italiana si voleva pagare soprattutto con forniture alimentari (frutta, verdure, vino, ecc.), da parte inglese si insisteva per ottenere in cambio forniture militari o paramilitari (mercurio, zolfo, canapa, ecc.) e venivano fatte a questo proposito offerte di acquisti (specie in campo aeronautico) estremamente allettanti, che però, ai primi di febbraio, Mussolini aveva deciso di lasciar cadere, un po’ per una «questione di principio» un po’ per le violente proteste tedesche. Le conseguenze piú gravi erano state però di ordine psicologico-politico. Negli ambienti economici italiani e non solo in essi il blocco aveva infatti suscitato diffuse ostilità e aveva risvegliato vecchi rancori verso gli inglesi, contro i quali Ciano ben poco aveva potuto fare, dato che obiettivamente il blocco pesava notevolmente sull’economia italiana e metteva in crisi le speranze di coloro che avevano visto nella neutralità il mezzo per fare buoni affari e rinsanguare l’economia nazionale. Estremamente significativo è a questo proposito quanto l’amba sciatore Loraine il 18 febbraio – in previsione anche dell’inasprimento del blocco allo studio a Londra per il 1° marzo – aveva telegrafato al Foreign Office310:

758–759

Riguardo alle conseguenze politiche: – Benché non sia aumentata la germanofilia, il nostro controllo sul contrabbando, intercettazione della posta e la propaganda tedesca, hanno alimentato dei fattori latenti di anglofobia. Mussolini può, se lo volesse, accusarci della responsabilità di avere danneggiato seriamente l’economia italiana causando una penuria di carbone e perciò di tutti i mali che derivano da questo. Io credo ancora che egli cercherà di mantenere fino all’ultimo la sua libertà di manovra ma se, come molti credono, egli indietreggerà davanti alla responsabilità di esporre all’aggressione tedesca un’Italia insufficientemente armata, potrebbe forse rifugiarsi nell’alternativa di gettare su di noi la colpa, cosí i tedeschi gli diranno di dichiarare a noi la guerra e di lottare per la sua pelle.

Infatti, a mio parere, stiamo avvicinandoci alla crisi e le misure che voi volete attuare il 1° marzo avranno l’effetto di avvicinarci ancor piú al momento critico. Il risultato sarà il consenso del popolo al Regime nel senso anti-britannico, o sarà una rivolta contro il Regime? Per ora non oso profetizzare.

In questa situazione già grave, la decisione inglese (chiaramente volta a forzare la mano a Mussolini e a costringerlo a prendere finalmente le distanze da Berlino) di por fine, col 1° marzo, alle deroghe al blocco fino allora fatte a favore delle navi italiane che imbarcavano carbone tedesco a Rotterdam aveva messo l’Italia in una condizione gravissima. In pratica Mussolini doveva decidere entro brevissimo tempo (di fronte alle proteste italiane311 tredici navi subito fermate in mare dagli inglesi erano state rilasciate, ma Ciano era stato informato che quelle che non avevano ancora fatto il carico sarebbero state bloccate e il carbone da esse trasportato sequestrato) se ridursi a dipendere quasi completamente dai rifornimenti tedeschi di carbone via terra o accettare di fornire agli inglesi, in cambio del loro carbone, i materiali bellici da loro richiesti, con le ovvie conseguenze politiche che entrambe le soluzioni comportavano.

Il quarto e ultimo motivo per cui Hitler voleva una chiarificazione con Mussolini era strettamente connesso alle operazioni militari che egli si accingeva ad intraprendere. L’intervento anglo-francese in guerra era stato per Hitler una sorpresa (e un ulteriore motivo di irritazione verso l’Italia, dato che egli era convinto che la decisione degli inglesi di scendere in campo fosse stata determinata essenzialmente dal fatto che essi erano stati informati di quella di Mussolini di non intervenire) che aveva sconvolto i suoi piani e aveva determinato in lui quello che Fest ha defi nito il suo «allontanamento dalla politica»: il suo rifiuto cioè a considerare il conflitto e il destino stesso della Germania altro che nei termini, come disse il 23 novembre ’39 ai suoi generali, di una lotta che aveva come posta o la «vittoria» o la «distruzione». In questa logica e dato anche lo scarso entusiasmo suscitato dal conflitto sia nel popolo tedesco, sia nel corpo degli ufficiali, sia persino in certi esponenti nazisti, ciò che gli appariva essenziale era raggiungere la vittoria il piú presto possibile, poiché, se prima il tempo aveva giocato a vantaggio della Germania, ora esso giocava contro di essa. E questo sia sotto il profilo politico-strategico, sia sotto quello personale: per quanto certi argomenti siano irrazionali e indimostrabili, è infatti assai probabile che Fest abbia visto giusto quando ha scritto che Hitler «sentiva» che non avrebbe avuto una vita lunga; certo è che era sempre piú convinto (e lo ripeté ancora il 23 novembre) che l’atteggiamento dell’Italia e la sua partecipazione al conflitto a fianco della Germania dipendevano solo dall’esistenza di Mussolini. Da qui la sua decisione, appena conclusa la campagna di Polonia, di procedere immediatamente all’attacco contro la Francia e alla sua messa fuori causa. Andreas Hillgruber ha cosí ottimamente sintetizzato le motivazioni e le prospettive di questa decisione312:

759–760

Il 9.10.39, in una delle sue rare «memorie», egli analizzò il proprio «programma» globale in relazione alla situazione reale determinata dal recente stato di guerra – che interpretò da una prospettiva socio-darwinistica – e giunse alla conclusione che fosse necessario aprire l’offensiva contro la Francia al piú presto possibile, cioè nel novembre ’39. «Da come stanno le cose, il tempo... lavora piú in favore delle potenze occidentali che nostro... Nessun trattato e nessuna convenzione può garantire con certezza la neutralità sovietica... La migliore garanzia contro un qualche attacco russo consiste nel mettere in evidenza la superiorità tedesca e nel dare immediata dimostrazione della potenza tedesca... Il tentativo di taluni ambienti statunitensi di istigare il continente contro la Germania, senz’altro vano per il momento, potrebbe raggiungere l’effetto desiderato in futuro. Anche in questo il tempo sembra lavorare contro di noi...» Hitler vedeva se stesso ed il suo Grossreich in ascesa in una posizione globale e geo-strategica quasi intermedia tra Russia e America. Questa situazione politica internazionale, esistita in potenza sin dall’età guglielmina ma passata momentaneamente in secondo piano in seguito sia alla crisi economica internazionale sia all’indebolimento della Russia determinato dalla rivoluzione e dalle «purghe» staliniane, divenne nuovamente attuale con la «grande conflagrazione», che, per Hitler, era scoppiata in un momento inopportuno. Solo con un rapido intervento contro la Francia e l’eliminazione dell’influenza inglese sul continente e con una successiva intesa con un nuovo governo britannico in grado di riconoscere il «vero» interesse della Gran Bretagna (fondato sulla potenza navale ed imperiale e minacciato non da una Germania signora del continente europeo, bensí dall’aumento del potere statunitense nel mondo), solo con questi mezzi era possibile rovesciare in favore della Germania un processo che, col tempo, sarebbe andato a suo danno, e cosí riguadagnare in un primo tempo la libertà d’azione all’Est.

760–761

Nonostante le obiezioni e la sostanziale opposizione degli alti comandi, la data dell’offensiva contro la Francia era stata fissata da Hitler per la metà del novembre ’39. Se essa fu rinviata, prima di pochi giorni e poi via via numerose altre volte sino a fissarla, l’ultima volta, per il 20 gennaio ’40, dopo di che tutto fu rinviato definitivamente alla primavera, era stato solo per motivi tecnici e soprattutto per il maltempo, che avrebbe reso le operazioni difficili e impossibile l’impiego su vasta scala dell’aviazione313.

Quando Mussolini, preoccupato per le notizie che filtravano dalla Germania, gli aveva scritto, Hitler pensava ancora che l’offensiva sarebbe iniziata pochi giorni dopo. Impancarsi in una discussione col «duce» in quel momento era assurdo e pericoloso. Molto meglio non rispondere e rinviare il problema ad un momento piú favorevole. Ora, agli inizi di marzo, la situazione era però diversa; per Mussolini, per i motivi che abbiamo ora detto e che giocavano tutti a favore di Hitler; per Hitler, perché, fissato ormai improrogabilmente l’inizio della campagna contro la Francia e, preliminarmente ad essa, quello dell’azione contro la Danimarca e la Norvegia (volta soprattutto ad assicurare alla Germania la certezza di poter ricevere regolarmente dalla Svezia i minerali ferrosi indispensabili alla sua economia bellica) diventava necessario risolvere il problema dell’atteggiamento italiano – specie dopo che la politica di Ciano aveva avuto l’esplicito avallo di Mussolini e questi aveva scritto a Hitler nei termini che abbiamo visto – sia per il contributo che l’Italia poteva dare alla campagna di Francia (Hitler era sicuro del successo, ma neppure lui lo prevedeva cosí rapido e facile), sia perché il Führer pur avendo fiducia in Mussolini doveva non essere però altrettanto sicuro della effettiva libertà di movimento del «duce» rispetto alla corona e alle «mene» del partito antitedesco.

L’annuncio della visita di von Ribbentrop giunse a Roma del tutto imprevisto. Ciano ne fu irritato e preoccupato, considerandola, data la delicatezza dei rapporti con l’Inghilterra per la questione del carbone, decisamente inopportuna. Pessimisticamente annotò subito314:

A me, francamente, piace poco o nulla. Produrrà una formidabile emozione nel mondo e non è il caso di buttar petrolio sul fuoco. Poi temo il contatto diretto dei tedeschi col Duce. In questi ultimi tempi, egli ha irrigidito la sua ostilità contro gli alleati. Il pensiero della guerra lo domina e piú lo dominerà se l’offensiva sul fronte occidentale avrà inizio. L’immobilità striderà ancor di piú con il suo temperamento aggressivo. In questo stato di cose non sarà necessario a Ribbentrop un grande potere oratorio per spronare il Duce verso una impresa che brama con tutte le forze del suo animo.

761–762

Mussolini, invece, si disse con Ciano soddisfatto della visita, ma, in realtà, anche in lui non dovettero mancare le preoccupazioni. La sera dell’8 marzo, giorno in cui arrivò l’annuncio, Pavolini lo trovò molto abbattuto315, né la cosa può meravigliare. Le notizie raccolte da Attolico e da Magistrati a Berlino in quei due mesi non lasciavano dubbi: la risposta di Hitler alla sua lettera sarebbe stata completamente negativa. I tedeschi erano decisi ad attaccare in Occidente e tutto lasciava prevedere che quando ciò sarebbe avvenuto i margini di manovra dell’Italia sarebbero stati estremamente ridotti. Contrariamente a quello che Ciano pensava, Mussolini, nonostante le contraddizioni del suo stato d’animo, non era però affatto disposto a cedere alle lusinghe tedesche e a prendere impegni precisi circa il suo intervento. Lo dimostrano, oltre al suo comportamento successivo, un appunto da lui redatto in vista dell’incontro con von Ribbentrop316 e la cautela delle istruzioni date da Pavolini alla stampa su come prospettare la visita317.

La visita durò due giorni e von Ribbentrop si incontrò due volte con Mussolini e Ciano. La prima volta, il 10 marzo, consegnò la lettera di Hitler di cui era latore e parlò quasi sempre lui per illustrarne il contenuto.

La lettera, assai lunga318, piú che una puntuale risposta a quella di Mussolini era una sorta di giro d’orizzonte concepito in modo da ribattere indirettamente gli argomenti del «duce», ribadire il concetto già esposto a Ciano che l’esito della guerra avrebbe deciso «anche del futuro dell’Italia», sottolineare la certezza di Hitler nella vittoria finale e la necessità di conseguirla ad ogni costo, dato che l’Inghilterra e la Francia non avevano «altro fine di guerra che l’annientamento degli Stati totalitari» e che, quindi, solo una completa vittoria avrebbe potuto por fine definitivamente ai propositi della «delittuosa cricca plutocratica» che le guidava. Il tutto condito con due ricorrenti affermazioni: «piena comprensione» per l’atteggiamento e le decisioni di Mussolini dell’agosto e riconoscimento dello «sgravio» che essi costituivano per lo sforzo bellico tedesco e piena disponibilità a far tutto il possibile per aiutare l’Italia nella questione del carbone «che forse vi appassiona in modo speciale». Quanto poi alle questioni particolari trattate nella lettera, tre ci sembrano soprattutto da ricordare. Quella concernente l’intervento anglo-francese, che Hitler negava vigorosamente l’avesse colto di sorpresa e che dimostra quanto egli tenesse a dissipare in Mussolini l’idea che la Germania non fosse entrata in guerra completamente preparata a sostenerne tutto l’onere e a vincerla. Quella sugli accordi con l’Urss, prospettati solo in funzione dei diretti vantaggi strategici ed economici che essi procuravano alla Germania e assicurando Mussolini che il nazionalsocialismo era «totalitariamente immune da qualsivoglia attacco di ideologia bolscevica» e indisponibile a qualsiasi cedimento tanto sul piano ideologico quanto su quello di un ampliamento della «zona d’interessi» riconosciuta ai sovietici. E quella della situazione nei Balcani, a proposito della quale Hitler si esprimeva in un modo che, a nostro avviso, lascia trapelare il timore, non del tutto infondato319 (si pensi, per un verso, all’assurdità che Hitler potesse veramente credere che l’Ungheria meditasse di agire da sola contro la Romania e, per un altro verso, al ricorso che già ai primi di ottobre Hitler aveva fatto con Ciano ai discorsi allusivo-minacciosi), che l’Italia potesse essere tentata di approfittare della prossima offensiva tedesca in Occidente per intraprendere qualcosa nei Balcani, probabilmente pensando alla Iugoslavia:

762–763

Fui molto felice di apprendere, o Duce, che il Conte Ciano aveva esercitato i suoi buoni uffici sull’Ungheria per indurla anzitutto a soprassedere alle sue richieste di revisione (giuste o non giuste). Io non credo, o Duce, che da parte della Russia abbia a verificarsi una minaccia dei Balcani. Temo invece che il tentativo di realizzare un desiderio di revisione getterebbe a forza la fiaccola in questo settore europeo e l’incendio potrebbe divenir generale. A questo incendio, però, non può essere interessata né l’Italia né la Germania.

Nella sua esposizione-commento von Ribbentrop insistette soprattutto su quattro punti: 1) la Germania era in grado e «naturalmente disposta» a fornire all’Italia tutto il carbone di cui essa aveva bisogno; anche il problema dei vagoni era superabile; sicché il «tentativo inaudito degli Stati plutocratico-democratici inteso a iugulare economicamente l’Italia» sarebbe fallito; 2) che l’Urss non costituiva assolutamente un pericolo, neppure nei Balcani; 3) che una pace negoziata era impossibile poiché Londra e Parigi volevano la distruzione dei regimi nazista e fascista; 4) che «data questa situazione, il Führer è deciso a spezzare la volontà di distruzione degli avversari, e pertanto attaccherà la Francia e l’Inghilterra al momento che gli sembrerà opportuno». Von Ribbentrop disse di non essere informato sulla data dell’attacco, ma aggiunse che «da parte tedesca si spera che prima dell’autunno l’esercito francese sarà sconfitto e che nessun inglese piú si troverà sul continente, se non come prigioniero di guerra». Quanto a Mussolini, egli si limitò soprattutto ad ascoltare, facendo, alla fine, pochissime osservazioni, tra cui quella che «il Führer ha ragione quando afferma che le sorti delle Nazioni tedesca ed italiana sono legate l’una all’altra. Le democrazie occidentali non fanno alcuna distinzione nella loro ostilità contro i due Paesi»320. Il giorno successivo321 però si spinse piú in là. Si mostrò piú disponibile ad accettare il punto di vista tedesco sui rapporti con i sovietici e non ostile ad un miglioramento delle relazioni italo-sovietiche. Ma soprattutto si lasciò andare ad alcune affermazioni sulla impossibilità per l’Italia di non partecipare al conflitto che allarmarono un po’ Ciano e riempirono invece di gioia von Ribbentrop che era uscito dall’incontro del giorno precedente perplesso sulle vere intenzioni del «duce» e convinto che, comunque, un eventuale intervento italiano non era prevedibile su tempi brevi322. Dal verbale tedesco del colloquio, l’unico disponibile e, probabilmente, l’unico redatto, risulta che, inserendosi su un’affermazione di von Ribbentrop, secondo la quale tutti in Germania consideravano impossibile e offensiva l’ipotesi di un intervento italiano a fianco degli anglo-francesi come nel ’15, egli disse che era «praticamente impossibile per l’Italia di mantenersi al di fuori del conflitto»:

763–764

Al momento dato entrerà in guerra e la condurrà con la Germania e parallelamente ad essa, perché l’Italia ha anche da parte sua, dei problemi da risolvere. Egli ha definito i problemi dei confini terrestri, ora deve rivolgersi al problema dei confini marittimi, e mai piú forte che in questo momento si è palesata la necessità che l’Italia deve avere libero accesso all’oceano. Nessun paese è interamente libero se non ha un accesso al mare assolutamente libero. L’Italia è racchiusa in un certo senso in una prigione i cui cancelli sono Corsica, Tunisi e Malta e le cui mura sono rappresentate da Gibilterra, Suez ed i Dardanelli. L’Italia è molto paziente e lo deve rimanere finché non è pronta, come il pugile sul ring deve in alcuni momenti sapere anche incassare molti colpi. La durata di tale prova di pazienza diventa sempre piú breve. L’Italia ha molto progredito con i propri armamenti ed Egli darà fra poco la possibilità al popolo italiano di vedere con i propri occhi quello che si è raggiunto in tale campo. Egli ha sacrificato quasi l’intera vita civile per poter fare dei progressi negli armamenti.

764–765

Alcuni studiosi hanno visto in queste parole di Mussolini una prova della sua volontà di entrare in guerra e un impegno a farlo in tempi brevi, parallelamente all’offensiva tedesca contro la Francia, e ne hanno visto la conferma nel successivo incontro del Brennero, proposto da von Ribbentrop per la terza decade del mese al Brennero e accettato da Mussolini. E non è del tutto da escludere che nello stesso senso le interpretasse anche von Ribbentrop, cosa che potrebbe spiegare perché Hitler abbia deciso di chiedere che l’incontro al Brennero fosse anticipato al 18 marzo323. Ciano, per quanto sul chi vive, non diede però loro questo valore; ne fa fede il suo diario, che, sotto la data del 10 marzo, parla di colloquio «abbastanza cordiale ma senza slanci né da una parte né dall’altra» e di un Mussolini riservato, che, rimasto solo con lui, gli aveva detto di non credere all’offensiva tedesca e, comunque, di non credere in un suo «successo completo» e di voler «meditare piú a lungo», sicché Ciano poteva annotare soddisfatto: «per oggi Ribbentrop non ha segnato alcun vantaggio decisivo nel gioco»324; anche quanto scrisse sotto la data del giorno successivo non rivela certo toni allarmati325:

Il Duce – annotava Ciano – si è espresso con calma, ha evitato le grandi frasi, ma non ha potuto esimersi dal ripetere alcuni impegni che sono impliciti nell’attuale stato di cose ch’egli intende mantenere e che sono soprattutto nelle sue piú intime convinzioni. Ha dichiarato, sempre riservandosi la libertà di scelta circa la data, ch’egli intende intervenire nel conflitto, combattendo una guerra parallela a quella della Germania, cioè in sostanza associandosi a lei. Ragione principale di ciò: la prigionia italiana nel Mediterraneo. Ribbentrop ha cercato di mettere il piú possibile i punti sulle i, chiedendo di rafforzare le nostre truppe alla frontiera francese e ciò per determinare un concentramento di forze dall’altro lato. Poi ha proposto, a breve scadenza, un incontro tra Hitler e Mussolini al Brennero. Il Duce ha subito accettato la proposta ch’io trovo attualmente pericolosa per le conseguenze immediate e per i riflessi piú lontani. Cercherò di riparlarne con Duce.

Cosí si è conclusa la visita di Ribbentrop. S’egli voleva rinforzare l’Asse, è riuscito. Se voleva invece accelerare il nostro intervento, non ha raggiunto lo scopo, per quanto da parte di Mussolini vi sia stata qualche nuova e non utile compromissione.

Né Ciano si doveva sbagliare.

Che Mussolini fosse convinto che – se non si fosse raggiunta una pace di compromesso – l’Italia dovesse entrare in guerra dalla parte della Germania è pacifico e lo si è visto. E non è certo privo di significato che le affermazioni piú «compromettenti» le avesse fatte nel contesto di un discorso volto a ribadire che l’Italia fascista non era quella del ’14-15, il cui governo aveva «tradito» gli alleati. Sotto questo profilo le sue parole confermavano solo quello che aveva già detto e scritto piú volte ai tedeschi. Ma oltre non era andato: non aveva fatto date, non aveva preso impegni di accelerare l’intervento. La testimonianza di Ciano è esplicita. Dal suo punto di vista, l’accenno piú compromettente (per controllare la cui portata il giorno successivo si sarebbe mostrato tanto ansioso di avere al piú presto il verbale del colloquio 326) era stato quello ai progressi della preparazione bellica italiana che rendevano «sempre piú breve» la «non belligeranza». Un accenno, in verità, non molto compromettente, specie se si tiene conto della necessità di dare qualche contentino ai tedeschi in modo da non perdere del tutto credito presso di loro, non accrescerne i sospetti e ottenerne i rifornimenti di carbone di cui non poteva fare a meno del tutto e del fatto che Mussolini era politico troppo esperto e buon conoscitore dei tedeschi per non capire che li avrebbe ricevuti solo se i suoi alleati lo avessero ritenuto utile, sicché i vagoni necessari al trasporto, che erano diventati disponibili non appena gli inglesi avevano posto l’aut-aut, potevano sempre essere necessari per altri usi se l’esca non avesse funzionato almeno in qualche misura. E ciò tanto piú che nel prosieguo della conversazione Mussolini aveva precisato che egli voleva entrare in guerra solo quando fosse stato «completamente preparato», in modo da «non essere di peso al suo compagno». Ma la prova migliore di quanto poco Mussolini era intenzionato ad entrare per il momento in guerra è nel fatto che egli pensava ancora di poter dissuadere Hitler al Brennero dal passare all’offensiva 327 e, in caso contrario, di poter ottenere da lui una sorta di autorizzazione a non intervenire ancora neppure in questo caso 328. E, ciò che piú conta, egli non si limitò a manifestare questi propositi con il genero, ma li espose, il 16 marzo, anche a Sumner Welles di ritorno a Roma dopo essere stato a Berlino, Parigi e Londra.

765–766

Anche questa volta l’inviato di Roosevelt si incontrò sia con Ciano sia con il «duce» 329. Il ministro degli Esteri fu con lui tanto sincero quanto pessimista. Non gli nascose né che i tedeschi erano sul punto di passare all’offensiva e che contavano di ottenere la vittoria in pochi mesi, né che Mussolini era completamente filotedesco. Gli disse però anche di non essere affatto convinto delle possibilità di vittoria della Germania e di credere che, comunque, Mussolini non avrebbe messo in pericolo la posizione dell’Italia e cambiato politica. Anzi lo pregò addirittura di posticipare la sua partenza da Roma a dopo l’incontro del Brennero, in modo da poterlo informare del suo esito e di quanto avrebbe potuto apprendere dai tedeschi. Dopo Ciano Welles incontrò anche il «duce», che trovò in assai migliori condizioni fisiche e spirituali di due settimane prima («sembrava che egli avesse gettato via un gran peso» avrebbe scritto nel suo libro di ricordi del 1944330) e che gli parlò della sua intenzione di cercare di trattenere Hitler dal passare all’offensiva, dato che ciò avrebbe reso impossibile ogni ulteriore sforzo di conciliazione, e – saputo che l’inviato di Roosevelt, personalmente, non riteneva un accordo del tutto impossibile, anche se difficile – aggiunse

766–767

che se doveva avere qualche successo nel persuadere Hitler a ritardare la sua offensiva militare, doveva avere qualche speranza di dirgli che i governi alleati non si sarebbero dimostrati completamente intransigenti, nel caso che i negoziati fossero iniziati, nei riguardi dell’insistenza tedesca sul «lebensraum». Egli desiderava sapere se io lo avrei autorizzato a comunicare a Hitler le impressioni che mi ero fatto rispetto alla possibilità di una soluzione negoziata dei problemi territoriali e politici in Europa.

La risposta di Welles a questa richiesta fu che egli doveva interpellare Roosevelt e che in serata sarebbe stato piú preciso e che, comunque, egli non riteneva possibile un accordo «se prima non è stato trovato un sistema di garanzie che assicuri l’esecuzione dell’accordo». La replica di Mussolini fu che il problema della sicurezza poteva essere trattato contemporaneamente a quello della pace. E, quando Welles stava accomiatandosi, aggiunse una frase estremamente significativa (come notò anche Welles nel suo rapporto) – «Può interessarvi di ricordare che mentre il patto italo-tedesco esiste, io nondimeno mantengo completa libertà di azione» – con la quale probabilmente, intendeva riferirsi alla conversazione telefonica che Welles avrebbe avuto di lí a poco con Roosevelt (e durante la quale il presidente si espresse negativamente rispetto alla richiesta del «duce»), ma che corrisponde bene alle sue intenzioni quali risultano dalle annotazioni di Ciano di quello stesso giorno331:

Oggi il Duce è piú calmo. Intende confermare alla Germania la sua solidarietà potenziale, ma non intende entrare, almeno per ora, in guerra. Ha detto: «Farò come Bertoldo. Accetto la condanna a morte a condizione di scegliere l’albero adatto per esservi impiccato. Inutile dire che quest’albero non lo trovo mai. Io accetterò di entrare in guerra, riservandomi la scelta del momento propizio. Io solo intendo esserne giudice, e molto dipenderà dall’andamento della guerra».

767

Nell’incontro al Brennero, la mattina del 18 marzo332, Mussolini, dopo il rifiuto di Roosevelt di autorizzarlo a parlare in qualche modo anche a suo nome di possibilità di pace, non sollevò questo problema. Per il resto si arroccò sulla linea di condotta dell’«albero di Bertoldo» enunciata due giorni prima al genero. Cercò di dissuadere Hitler dal lanciare subito l’offensiva contro la Francia usando l’argomento che tra tre-quattro mesi la maggiore preparazione militare italiana lo avrebbe tolto «dall’imbarazzo di vedere combattere i camerati» senza poter partecipare alla lotta, però non si spinse piú in là di questa démarche (indirettamente l’affermazione piú compromettente da lui fatta durante tutto l’incontro); e questo anche se Hitler, pur non avendogli chiesto formalmente di entrare in guerra e tanto meno di prendere un preciso impegno circa il momento in cui sarebbe intervenuto (e, anzi, tenendo a sottolineare che non aveva voluto l’incontro per chiedere il suo aiuto), in pratica avesse cercato in tutti i modi di indurlo a definire il suo atteggiamento, in vista non tanto dell’inizio dell’offensiva tedesca (ché Hitler, per un verso, doveva ormai sperare poco in un intervento italiano prima di una svolta nel conflitto e, tutto sommato, doveva tenerci relativamente poco, dato che esso avrebbe comportato per la Germania svantaggi forse maggiori dei vantaggi immediati, e, per un altro verso, era sicuro di potere piegare da solo la Francia), quanto del momento in cui, sul punto di crollare la Francia, l’intervento italiano sarebbe stato per lui assai importante e forse decisivo per indurre i francesi e soprattutto gli inglesi a rinunciare alla lotta, e sebbene lo avesse fatto non solo ripetendogli il discorso già rivolto a Ciano cinque mesi e mezzo prima sulla impossibilità per l’Italia di divenire la prima potenza mediterranea senza collaborare direttamente alla sconfitta dell’Inghilterra e della Francia333, ma anche e soprattutto prospettandogli alcune precise sue «riflessioni» su cui meditare. Tra queste quella sulla quale dovette probabilmente fare piú affidamento fu la seguente:

768

La guerra – disse Hitler334 – si sarebbe decisa in Francia. Se la Francia fosse liquidata l’Italia sarebbe padrona del Mediterraneo e l’Inghilterra dovrebbe concludere la pace. L’attacco contro la Francia era perciò per motivi geografici strategicamente molto importante per l’Italia. Rimaneva il pericolo che questa lotta costasse molto sangue e avesse poca efficacia. È per questo che gli sembrava [al Führer] preferibile che al momento dell’attacco dell’Italia, una importante armata italiana attaccasse la frontiera francese non fra la Svizzera e il Medíterraneo, ma marciasse con l’esercito tedesco ed attaccasse lungo la valle del Rodano parallelamente alla frontiera svizzera, allo scopo di aggirare il fronte franco-italiano delle Alpi attaccandolo alle spalle. Qualsiasi attacco frontale su questa frontiera non costerebbe che sangue e non sarebbe redditizio. Si potevano attendere successi clamorosi solo da operazioni di grande portata grazie alle quali l’edificio nemico sprofonderebbe. Questa teoria si era dimostrata valida all’Est. All’Ovest l’esercito tedesco aprirebbe la strada, a condizione di sfondare in numerosi punti la linea Maginot. Era un problema studiato nei dettagli e per il quale erano state addestrate le truppe. Se si riusciva ad aprire un giorno una simile breccia, l’Italia avrebbe potuto realizzare sull’ala sinistra la sua propria offensiva dietro il fronte franco-italiano. Si erano studiate queste possibilità, da parte tedesca, da un punto di vista puramente teorico e si era arrivati alla conclusione che un’armata di 20 divisioni, di cui si potrebbe assicurare il trasporto da parte tedesca in venti-venticinque giorni, potrebbe realizzare tale compito se i francesi fossero già vacillanti. Si contava sul 30 per cento di perdite per la prima offensiva. Tuttavia si aveva l’intenzione di annientare il nemico o di indebolirlo a tal punto che egli non potesse piú portare dei colpi importanti prima della fine dell’anno. Tenuto conto delle sue importanti riserve, la Germania era in una posizione piú favorevole e attaccherebbe in ogni caso senza riguardi. Se il nemico fosse allora distrutto, sarebbe questo il momento di un’aggressione attiva dell’Italia e non certo, come ripeté, nel luogo piú pericoloso, cioè sul fronte delle Alpi, ma altrove. Il Duce poteva decidere lui stesso di attaccare basandosi sullo sviluppo della situazione militare. Il Führer gli darebbe regolarmente dei rendiconti dettagliati per tenerlo al corrente della situazione. Sarebbe forse bene che il Duce e lui stesso avessero ancora un breve colloquio...

Il Führer sottolineò ancora una volta che non era venuto per chiedere aiuto o fissare una data precisa per l’entrata in guerra dell’Italia. Egli aveva voluto solo far conoscere le sue riflessioni sulla situazione e la procedura che ne derivava. Egli lasciava al Duce la cura di prendere tutte le decisioni in funzione della situazione reale. Se, per esempio, persistesse ora il pericolo, che l’Italia si impegnasse nel combattimento prima che la Germania non potesse venir a capo dell’Ovest tanto rapidamente quanto pensava, sarebbe meglio che l’Italia restasse ancora fuori della guerra. Del resto, la Germania aveva egualmente preparato tutto nel caso in cui le sue offensive restassero bloccate... Tuttavia, nel caso in cui la decisione dipendesse ancora da un ultimo sforzo, che si potrebbe fare in collaborazione con l’Italia, si dovrebbero in questo caso coordinare i metodi.

Il fatto che, per quanto messo alle strette, Mussolini non avesse preso alcun impegno preciso è provato senza ombra di dubbio dal verbale tedesco dell’incontro in cui si legge335:

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Il Duce rispose che avrebbe attaccato subito, dopo una prima vittoria della Germania e allorché il Führer fece notare che egli [il Duce] giudicava certamente molto bene la situazione, il Duce assicurò che egli non avrebbe perso tempo se si fosse presentato il caso n. 1, vale a dire se un attacco tedesco avesse fatto vacillare a tal punto gli Alleati che un secondo colpo li avrebbe fatti cadere in ginocchio. Per quel che concerneva il secondo caso, cioè se la Germania non avanzasse che passo a passo, il Duce disse che avrebbe atteso. Il Führer aggiunse che in questo caso verrebbe il momento in cui la Germania dovrebbe riprendersi e rafforzarsi e che allora sarebbe bene che l’Italia coprisse le sue spalle aspettando l’ora decisiva.

E lo conferma il diario di Ciano (presente a tutto l’incontro) in cui, a proposito di Mussolini, si legge: «Parla poco e conferma l’impegno di marciare con la Germania. Riserva solo la scelta del momento: l’albero di Bertoldo» e, a proposito dell’andamento generale dell’incontro: «Per quanto ci riguarda, l’incontro non ha sostanzialmente alterato la nostra posizione»336. Questo non vuole però dire che l’incontro del Brennero non avesse echi e, quel che piú conta, conseguenze di.grande portata.

Sugli echi nell’opinione pubblica non ci dilungheremo. Basterà dire che in Italia l’incontro, venendo subito dopo le due visite di Sumner Welles, riaccese in un primo momento in molti le speranze in una prossima pace; all’estero, invece, esso fu quasi unanimemente giudicato subito come un nuovo passo di Mussolini verso Hitler, specie dopo che, il 19 marzo, Chamberlain ai Comuni vi accennò con un tono distaccato e quasi sprezzante: «qualunque sia il risultato di questo incontro, siamo pronti ad affrontarlo e non è probabile che ci si lasci allontanare dallo scopo per cui siamo entrati in guerra»337. Un discorso molto piú lungo meritano invece le conseguenze che l’incontro ebbe per la posizione di Mussolini e piú in genere per il gruppo dirigente del regime.

Per quel che riguarda Mussolini, è fuori dubbio che l’incontro con Hitler produsse su di lui un profondo effetto, maggiore di quello che appare dal diario di Ciano e che traspare invece dal telegramma che egli, appena rientrato a Roma, inviò al re338:

Colloquio di ieri è stato molto importante, piú di quanto non avessi previsto. Hitler mi è apparso in ottimo stato spirituale e fisico e malgrado talune oscillazioni sicuro di vincere. Ritengo tuttavia non imminente offensiva terrestre. Non appena arrivato da Berlino manderò il resoconto.

770–772

Come risulta da questo telegramma e anche dal diario di Ciano339, Mussolini dovette rimanere scettico sull’imminenza dell’offensiva tedesca e illudersi, probabilmente, di avere contribuito col suo atteggiamento ad allontanarla. E, in ogni caso, Hitler non dovette riuscire a convincerlo di essere in grado di mettere a terra la Francia e per di piú di poterlo fare in pochi mesi. Se, dopo la vicenda etiopica, egli non credeva piú alla potenza della flotta inglese, l’esercito francese rimaneva sempre per lui uno dei piú forti, se non il piú forte esercito del mondo, quello della Marna, e la Maginot praticamente inespugnabile340. Detto questo, è però certo che la sicurezza di Hitler nella vittoria finale e il tono lucido e pacato delle sue «riflessioni», cosí diverso da quello quasi isterico di cui tanto si parlava, dovettero colpirlo profondamente e fargli pensare sia all’eventualità che, pur ingannandosi sulla misura e i tempi della sua vittoria, il Führer potesse avere ragione sia a ciò che questo avrebbe significato per lui e per l’Italia. Se la Germania avesse vinto senza l’aiuto italiano cosa sarebbe stato delle rivendicazioni italiane? Quasi certamente esse sarebbero sfumate nel nulla. E con esse la «missione» dell’Italia fascista e il suo prestigio personale, non solo all’estero, ma presso gli stessi italiani. E questo per non pensare al peggio, all’eventualità che prima o poi Hitler o i suoi successori volessero far pagare all’Italia il prezzo del «tradimento» e affacciarsi sul Mediterraneo da Trieste. Ma anche senza pensare al peggio, una cosa era sicura: nella eventualità di una vittoria tedesca senza aiuto italiano la posizione dell’Italia sarebbe rimasta quella di una potenza di second’ordine e, per di piú, in un’Europa egemonizzata e riorganizzata da Hitler secondo i soli interessi tedeschi e in base ad una gerarchia nazista dei popoli. Da qui un rafforzarsi in lui di quello che Ciano chiamava il suo filogermanesimo e che in realtà era una somma di ammirazione mista a timore per la potenza della Germania e di ostilità verso l’Inghilterra e la Francia, vieppiú esasperata dagli ultimi sviluppi del blocco marittimo341, entrambe accresciute e avvalorate dalla sua certezza ideologica che il ciclo storico della Germania fosse in fase ascendente e quello dell’Inghilterra e della Francia in fase discendente. Ma, si badi bene, senza che ciò lo portasse ancora né a pensare di rendere operativa la sua decisione di intervenire, ché essa rimaneva per lui strettamente condizionata, come aveva detto ad Hitler, alla sicurezza che il suo intervento sarebbe stato decisivo e breve, né – quel che è ancora piú significativo – a rinunciare alla speranza di evitarlo con una mediazione politica, con una «seconda Monaco», che ponesse fine al conflitto. Una soluzione, quest’ultima, che per lui continuava a rimanere quella ottimale e alla quale nel suo intimo non sapeva rinunciare per tutta una serie di motivazioni razionali, irrazionali e caratteriali che affondavano le loro radici, per un verso, nella triplice consapevolezza delle ostilità che un intervento a fianco della Germania incontrava nel paese e nel regime, dell’impreparazione bellica italiana e delle gravi difficoltà nelle quali una decisiva vittoria tedesca avrebbe comunque messo l’Italia (entrasse o no in guerra), per un altro verso, nella istintiva paura dei tedeschi e, per un altro verso ancora, nella incapacità psicologica di chiudersi dietro tutte le porte e di prendere decisioni senza possibilità di ritorno. Sicché, in sostanza, la vera conseguenza dell’incontro del Brennero fu la sua decisione di mostrarsi ai tedeschi nella luce migliore e di stringere all’interno i tempi della preparazione politica per l’intervento in modo da rassicurare i tedeschi, spingere gli anglo-francesi a riconsiderare la possibilità di una pace di compromesso e, nell’ipotesi peggiore, poter far fronte alla necessità di un intervento su tempi ravvicinati. E ciò in tutta una serie di modi: rallentando i negoziati commerciali con l’Inghilterra; chiedendo ai tedeschi la fornitura di cento batterie antiaeree per la protezione dei centri maggiori; facendo assumere alla stampa un atteggiamento piú favorevole alla Germania e piú critico nei confronti della Francia e dell’Inghilterra, sfruttando al massimo l’argomento (indubbiamente molto sentito in alcuni ambienti) dei danni che il blocco marittimo arrecava all’economia nazionale e servendosene per riattivare il ricordo delle «inique» sanzioni con le quali solo quattro anni prima inglesi e francesi avevano cercato di affamare e piegare l’Italia fascista; rimettendo in auge il termine Asse, quasi completamente scomparso nei mesi precedenti dal linguaggio politico ufficiale; e, soprattutto, dando «un colpo di acceleratore» alla «preparazione morale e politica» degli italiani. Il tutto però senza tagliarsi i ponti alle spalle, senza spingere al massimo neppure l’acceleratore della «preparazione morale e politica». Basti pensare che ancora il 21 aprile, dopo cioè che l’attacco tedesco alla Danimarca e alla Norvegia aveva fatto fare un ulteriore balzo in avanti alla situazione, Mussolini avrebbe, sí, ordinato un nuovo «colpo di acceleratore» alla preparazione degli italiani («Oggi io non ho che da confermare e ripetere quanto dissi nel discorso del 1939 agli squadristi: “L’Italia tiene fede alla sua parola”, e vi autorizzo a ripeterlo a chiunque. Il valore di un uomo è dato dalla sua reputazione; lo stesso accade per i popoli»), ma avrebbe al contempo precisato: «Non bisogna però drammatizzare, né tragicizzare la situazione: occorre mantenersi calmi ed essere pronti»342.

772–773

È in questa luce che si debbono vedere e valutare appropriatamente due fatti, altrimenti in contraddizione tra loro: la decisione di Mussolini di dare veste per cosí dire ufficiale alla sua decisione di entrare in guerra, quando fosse venuto il momento opportuno, e il suo dare via libera a Ciano, una settimana dopo, per un nuovo ed esplicito passo tendente a convincere Londra ad autorizzarlo ad agire su Hitler per indurlo ad una pace di compromesso.

La prima decisione il «duce» la maturò tra il ritorno dal Brennero e la fine del mese, tutto da solo e all’insaputa anche di Ciano, che ne venne a conoscenza, tra il 2 e il 6 aprile, a cose fatte343, e si concretizzò nel già ricordato «promemoria segretissimo» del 31 marzo, destinato al sovrano, a Ciano, a Badoglio, ai tre capi di Stato maggiore, Graziani, Cavagnari e Pricolo e al ministro dell’Africa italiana, Teruzzi, ma che fu trasmesso anche a Muti e al generale Soddu, e nel quale Mussolini espose i motivi per i quali l’Italia – a meno di una «improbabile» pace negoziata – non sarebbe non potuta entrare in guerra a fianco della Germania e indicò l’atteggiamento che le forze armate avrebbero dovuto assumere sui vari fronti. Anche se vi abbiamo già fatto riferimento, il documento è di tale importanza che è bene riprodurlo integralmente:

PROMEMORIA SEGRETISSIMO 328 Roma, 31 marzo 1940.

In una situazione quale l’attuale che potrebbe chiamarsi di estrema fluidità, è difficile – se non impossibile – fare delle previsioni sullo sviluppo degli eventi e sulle fasi avvenire della guerra. Bisogna dare larga parte all’imprevisto (vedi guerra russo-finlandese) e tenere conto di quanto può accadere nella politica di paesi lontani come gli Stati Uniti o il Giappone.

Pace negoziata di compromesso.

Allo stato degli atti, tale possibilità è da escludersi. È vero che forti correnti pacificiste si agitano pubblicamente in Inghilterra e sotterraneamente in Francia, ma gli obiettivi di guerra degli Alleati, sono tali – oggi – che un compromesso è impossibile. Esso non potrebbe che partire dall’accettazione del «fatto compiuto» delle

conquiste tedesche e russe a nord-est, ma questo non si concilia con la proclamata volontà di ricostituire la Polonia, la Cecoslovacchia e persino l’Austria. Una pace di compromesso può essere piú agevolmente accettata dalla Germania, non dalle grandi democrazie, le quali tuttavia non sarebbero aliene dall’accettare il «fatto compiuto» del bottino polacco fatto dalla Russia, se la Russia «mollasse» la Germania.

Il sig. Welles ha – dopo il suo pellegrinaggio – concluso che per una pace negoziata i tempi non sono ancora maturi.

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Operazioni militari terrestri.

È prevedibile che i franco-inglesi assumano l’iniziativa delle operazioni, cioè di un attacco al Westwall sul fronte occidentale? Allo stato degli atti, è da escludere. Le forze terrestri inglesi in Francia sono molto esigue; la situazione demografica della Francia non è tale da consentire le perdite gravissime che un attacco al Westwall imporrebbe. Quanto al morale dei soldati francesi è difensivo, non offensivo. I franco-inglesi sono alla ricerca di un fronte terrestre, meno incomodo, di quello occidentale e a tale scopo è stato preparato l’esercito di Weygand. Ma questo famoso fronte non si delinea ancora dal punto di vista geografico. Balcanico? Caucasico? Libico?

I franco-inglesi continueranno quindi:

  • a) a non assumere iniziativa di operazioni su terra;
  • b) a operare piú controffensivamente che offensivamente sul mare e nell’aria;
  • c) e soprattutto a rendere piú ermetico il blocco attorno alla Germania.

Operazioni germaniche.

Da parecchi mesi si parla di una offensiva germanica contro la Maginot o contro Belgio e Olanda per arrivare alla Manica. A rigore di logica anche questa offensiva sembra doversi escludere per i seguenti motivi:

  • a) perché la Germania ha già raggiunto i suoi obiettivi di guerra e può quindi attendere l’attacco avversario;
  • b) perché è troppo rischioso giocare il tutto su una carta, poiché se l’offensiva fallisse del tutto o si concludesse con un insuccesso e ci fossero perdite rilevanti, una crisi interna nella Germania sarebbe inevitabile, dato che anche il morale del popolo tedesco è complessivamente mediocre e in taluni grandi centri come Berlino e Monaco meno che mediocre. È quindi probabile che fra la guerra di attacco e quella di resistenza, la Germania sceglierebbe l’ultima e cioè:

  • 1) metterà tutto in opera per resistere al blocco;

  • 2) assumerà l’iniziativa di operazioni marittime e aeree sempre piú vaste di controblocco. L’offensiva terrestre avrà luogo o nell’eventualità di una certezza matematica di schiacciante vittoria o come carta della disperazione se il blocco a un certo momento non consentisse altra via di uscita.

Posizione dell’Italia.

Se si avvererà la piú improbabile delle eventualità – cioè – una pace negoziata nei prossimi mesi – l’Italia potrà – malgrado la sua non belligeranza – avere voce in capitolo e non essere esclusa dalle negoziazioni; ma se la guerra continua, credere che l’Italia possa rimanersene estranea sino alla fine, è assurdo e impossibile. L’Italia non è accantonata in un angolo d’Europa come la Spagna, non è semi-asiatica come la Russia, non è lontana dai teatri di operazione come il Giappone o gli Stati Uniti, l’Italia è in mezzo ai belligeranti, tanto in terra, quanto in mare. Anche se l’Italia cambiasse atteggiamento e passasse armi e bagagli ai franco-inglesi, essa non eviterebbe la guerra immediata colla Germania, guerra che l’Italia dovrebbe sostenere da sola; è solo l’alleanza colla Germania, cioè con uno Stato che non ha ancora bisogno del nostro concorso militare e si contenta dei nostri aiuti economici e della nostra solidarietà morale, che ci permette il nostro attuale stato di non belligeranza. Esclusa l’ipotesi del voltafaccia che del resto gli stessi franco-inglesi non contemplano e in questo dimostrano di apprezzarci, rimane l’altra ipotesi cioè la guerra parallela a quella della Germania per raggiungere i nostri obiettivi che si compendiano in questa affermazione: libertà sui mari, finestra sull’oceano. L’Italia non sarà veramente una nazione indipendente sino a quando avrà a sbarre della sua prigione mediterranea la Corsica, Biserta, Malta e a muro della stessa prigione Gibilterra e Suez. Risolto il problema delle frontiere terrestri, l’Italia, se vuole essere una potenza veramente mondiale, deve risolvere il problema delle sue frontiere marittime: la stessa sicurezza dell’Impero è legata alla soluzione di questo problema.

774

L’Italia non può rimanere neutrale per tutta la durata della guerra, senza dimissionare dal suo ruolo, senza squalificarsi, senza ridursi al livello di una Svizzera moltiplicata per dieci.

Il problema non è quindi di sapere se l’Italia entrerà o non entrerà in guerra perché l’Italia non potrà a meno di entrare in guerra, si tratta soltanto di sapere quando e come; si tratta di ritardare il piú a lungo possibile, compatibilmente con l’onore e la dignità, la nostra entrata in guerra:

  • a) per prepararci in modo tale che il nostro intervento determini la decisione;
  • b) perché l’Italia non può fare una guerra lunga, non può cioè spendere centinaia di miliardi come sono costretti a fare i paesi attualmente belligeranti.

Ma circa il quando, cioè la data, nel convegno del Brennero si è nettamente stabilito che ciò riguarda l’Italia e soltanto l’Italia.

Piano di guerra.

Premesso che la guerra è inevitabile e che non possiamo marciare coi franco-inglesi, cioè non possiamo marciare contro la Germania, si tratta di fissare sin da questo momento le linee della nostra strategia, in modo da orientarvi gli studi di dettaglio.

Fronte terrestre. Difensivo sulle Alpi occidentali. Nessuna iniziativa. Sorveglianza. Iniziativa solo nel caso, a mio avviso, improbabile, di un completo collasso francese sotto l’attacco tedesco. Una occupazione della Corsica può essere contemplata, ma forse il gioco non vale la candela: bisogna però neutralizzare le basi aeree di questa isola.

Ad Oriente, verso la Jugoslavia, in un primo tempo, osservazione diffidente. Offensiva nel caso di un collasso interno di quello Stato, dovuto alla secessione, già in atto, dei croati.

Fronte albanese: l’atteggiamento verso nord (Jugoslavia) sud (Grecia) è in relazione con quanto accadrà sul fronte orientale.

Libia: difensiva tanto verso la Tunisia, quanto verso l’Egitto. L’idea di una offensiva contro l’Egitto, è da scartare, dopo la costituzione dell’Esercito di Weygand.

Egeo: difensiva.

Etiopia: offensiva per garantire l’Eritrea e operazioni su Gedaref e Kassala; offensiva su Gibuti, difensiva e al caso controffensiva sul fronte del Kenia.

Aria. Adeguare la sua attività a quelle dell’Esercito e della Marina: attività offensiva o difensiva a seconda dei fronti e a seconda delle iniziative nemiche.

Mare. Offensiva su tutta la linea nel Mediterraneo e fuori.

È su queste direttive che gli Stati Maggiori devono basare i loro studi e il loro

775–776

lavoro di preparazione senza perdere un’ora di tempo, poiché, malgrado la nostra attuale non-belligeranza, la volontà dei franco-inglesi o una complicazione impreveduta potrebbe metterci, anche in un avvenire immediato, di fronte alla necessità di impugnare le armi.

Rispetto alla posizione di Mussolini, quale era venuta maturando nei mesi precedenti e che egli aveva esposto ad Hitler al Brennero, il promemoria non innovava nulla. Ciano, quando lo ebbe, lo definí «un documento misurato»344 e non se ne meravigliò o allarmò troppo. Per chi, come lui, conosceva bene cosa Mussolini pensava, il suo contenuto era infatti del tutto scontato; né esso aggravava la posizione dell’Italia, dato che, in concreto, il futuro rimaneva sospeso al filo di come si sarebbe sviluppato il conflitto.

Negli stessi giorni in cui il «duce» preparava il promemoria, Ciano, facendo a Bottai una sorta di bilancio della situazione e dell’incontro del Brennero, gli aveva detto345:

Nulla v’è di definito, ma si va alla compromissione. Nel colloquio del Brennero il Führer à parlato due ore e dieci, Mussolini venti minuti. Hitler, pur parlando come Ribbentrop della schiacciante forza tedesca, non à dato l’impressione di sicurezza che il secondo ostentò qui a Roma. Mussolini, comunque à concluso escludendo due ipotesi: che l’Italia si schierasse coi Franco-inglesi; che l’Italia potesse rimanere a lungo neutrale. È chiaro, non c’è che l’altra ipotesi: marciare coi tedeschi. Non detta in modo chiaro, quest’è la morale del Brennero, di cui i tedeschi si vanno facendo forti. Secondo me, non ci sono direttive da fissare fin da ora. Le direttive le tracciano gli avvenimenti. O la Germania attacca, sfonda e vince: e allora ci conviene cacciarci dentro, anche per bilanciare la forza vittoriosa. O la Germania attacca e perde: e allora, pur essendo già agli occhi franco-inglesi suoi complici, siamo ancora in tempo a tirarcene fuori. Io mi sentirei di farlo, dati i rapporti personali che mantengo con inglesi e francesi. E Mussolini lo sa, perché io lo tengo al corrente, anche se mi assumo la responsabilità dell’iniziativa. Niente dualismo, di cui si parla in giro.

Queste parole sintetizzano bene la posizione di Ciano e spiegano perché il promemoria non lo abbia allarmato; esse mostrano però anche bene come la sua opposizione all’intervento a fianco della Germania mancasse ormai di ogni reale prospettiva politica e si fosse trasformata – se mai era riuscita ad esserlo – dall’alternativa alla posizione di Mussolini che aveva ambito rappresentare in nulla piú che una subordinata di riserva interna a questa, da esperire solo nel caso che l’andamento della guerra avesse smentito l’ipotesi mussoliniana e comportato la necessità di capovolgerla. Troppo poco, come si vede, per fare di Ciano – come pure qualcuno dei suoi collaboratori, tratto in inganno dal suo tono si curo e dalle sue affermazioni categoriche, ha fatto346 – l’«antagonista» di Mussolini. Pur raccogliendo – specie nei primi mesi – il consenso di pressoché tutta la classe dirigente, Ciano non fu mai (e, tutto sommato, non crediamo si dovette neppure veramente sentire) in posizione realmente antagonistica al suocero; un po’ perché non ne aveva la tempra e la capacità, un po’ perché, nonostante i tanti dissensi, gli era troppo sinceramente devoto. Ma, a sua scusante, si deve ricordare che nessun altro si sentí di assumere il ruolo di antagonista, neanche chi era piú esperto e coraggioso e con molti meno motivi di devozione. Neppure Vittorio Emanuele III, a cui quel ruolo sarebbe spettato di diritto e di dovere, e che, invece, in questi mesi decisivi, per debolezza di carattere e intimo scetticismo, per incapacità e paura a concepire qualsiasi azione non circoscritta all’interno della classe dirigente del regime e per aver perso molto del controllo sulla macchina dello Stato347, si mantenne sostanzialmente in una posizione d’attesa, limitandosi ad un’azione passiva di freno, che dava fiducia a molti, ma contemporaneamente paralizzava eventuali iniziative per mettere Mussolini con le spalle al muro e non era sufficiente ad impedire gli sbandamenti e le defezioni provocati nel fronte antitedesco prima dall’aggravarsi delle conseguenze del blocco marittimo e dalla suggestione del diffondersi della certezza che Mussolini aveva fatto la sua scelta e poi dai primi successi tedeschi in Scandinavia. Con il marzo, mentre nelle masse l’opposizione alla guerra e ai tedeschi non diminuiva, nella classe dirigente e nell’élite fascista la compattezza del partito antitedesco aveva cominciato infatti ad incrinarsi. Se a fine febbraio Ciano, parlando col nunzio, aveva solo genericamente accennato all’esistenza di «forti correnti a favore della Germania»348, meno di un mese dopo tracciava nel suo diario un quadro molto piú preciso e preoccupato:

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Mussolini – annotava il 23 marzo349 – che in questi giorni è di buon umore e discorsivo, ostenta sempre piú deciso [il] suo orientamento in senso germanofilo. Ormai parla apertamente di entrata in campo a fianco della Germania... Questo atteggiamento del Duce influisce ormai su quello di molti gerarchi che per conformismo o convinzione si allineano nelle file degli interventisti: Muti, Ricci, molto Revel e lo stesso Riccardi, che non osa piú dire le verità sgradite come ha fatto per molto tempo. Contrari all’avventura rimangono Grandi e Bottai.

Questa situazione spiega non solo il passo («ora Mussolini ha ripreso forza e il controllo delle decisioni») della nota vaticana del 4 aprile rela tiva ai presunti propositi del re di sostituire Mussolini con Ciano e al loro abbandono proprio in questo periodo, ma anche perché il «duce» sentí il bisogno di redigere il «promemoria segretissimo». Rispetto alle decisioni operative di Mussolini il promemoria – restando del tutto sospesa in esso la questione del quando l’intervento si sarebbe realizzato – aveva un significato quasi solo per quello che concerneva le indicazioni d’indole militare in esso formulate. Non crediamo però di sbagliare affermando che redigendolo Mussolini non abbia pensato solo all’aspetto militare. Mettendo nero su bianco la sua posizione, egli doveva mirare anche e soprattutto ad approfittare del mutamento di atteggiamento che si stava delineando nell’élite del regime e in alcuni settori della classe dirigente per riaffermare la sua autorità rispetto al partito antitedesco e al sovrano, saggiarne le capacità di reazione e, quindi, preparare il terreno a quell’eventuale accorciamento dei tempi dell’intervento che, lo si è visto, l’incontro del Brennero lo aveva costretto a prendere in considerazione. Non ci pare a questo proposito privo di significato che la stesura del promemoria si inserisse in un contesto di piccoli episodi che rivelano un Mussolini sempre piú irritato verso coloro che non condividevano la sua posizione e piú deciso a farli tacere che non nei mesi precedenti, quando la loro opposizione lo infastidiva e gli provocava anche degli scoppi d’ira, ma gli appariva meno urgente ridurre al silenzio e meno controproducente agli occhi dei tedeschi. E questo che si trattasse sia della Chiesa e dei cattolici, sia dello stesso Ciano, a proposito del quale, proprio alla fine di marzo, cominciarono a circolare insistenti voci (infondate, ché, in quel momento, Mussolini non poteva, anche se lo avesse voluto, sostituirlo, ma proprio per questo significative) che lo volevano sul punto di essere allontanato da palazzo Chigi350.

777–780

Volesse o no saggiare le reazioni del partito antitedesco, quel che è certo è che queste dovettero essere quasi nulle e tali da rafforzare in Mussolini la convinzione che su questo versante la sua posizione – dopo gli ultimi avvenimenti e soprattutto dopo il giro di vite dato da Londra al blocco marittimo e il fallimento della missione Welles, sulla quale si erano appuntate tutte le speranze del partito antitedesco – fosse diventata molto piú forte di quanto era stata sino ad alcune settimane prima. Della reazione di Ciano abbiamo detto; di quelle degli altri destinatari del promemoria non sappiamo nulla di preciso; già questo lascia però capire che o non ve ne dovettero essere o che dovettero essere assai generiche e tali dunque da non destare in lui vera preoccupazione. Né, ancora una volta, la cosa può meravigliare. Per quel che riguarda i quattro destinatari militari del promemoria, anche se essi erano tutti, con la sola parziale eccezione di Graziani, piú o meno contrari ad un intervento, la loro linea di condotta era strettamente condizionata da quella del sovrano, sicché, mancando una netta presa di posizione del re, essa non poteva essere che sostanzialmente cauta; al massimo poteva assumere, anche per loro, il carattere di un’azione piú o meno passiva di freno. E nemmeno molto esplicita. Tipico è il comportamento di Badoglio. Il giorno stesso che ebbe il promemoria, il capo di Stato maggiore generale rispose infatti a Mussolini con una lettera che era poco piú che una ricevuta, nella quale assicurava che i piani già predisposti sarebbero stati riveduti per adeguarli ad esso e che il 9 aprile avrebbe tenuto all’uopo una riunione dei capi di Stato maggiore. E questo sebbene solo due giorni prima, il 4 aprile, avesse scritto a Mussolini una lettera nella quale – premesso che «allo stato presente la nostra preparazione è del 40 per cento» – si raccomandava di «evitare di prendere impegnativi contatti con lo Stato Maggiore tedesco», onde non avere «vincoli troppo stretti» e non essere obbligati «ad intervenire quando fosse opportuno a loro e non a noi». Né molto di piú uscí dalla riunione del 9 aprile (il cui verbale fu trasmesso a Mussolini), salvo il principio, enunciato in chiusura da Badoglio, che, data la situazione «estremamente delicata», era necessario «rendere sempre esattamente edotto il Duce di ciò che abbiamo e delle nostre reali possibilità». Alquanto poco, in verità, dopo che, in apertura della riunione, lo stesso Badoglio aveva detto che una cosa era «inequivocabile»: «l’assoluta volontà del Duce di intervenire nella direzione e nel momento che egli sceglieva» e nessuno aveva fatto obiezioni351. Quanto a Vittorio Emanuele III352, ciò che sappiamo sul suo atteggiamento in questo periodo (delle sue reazioni al «promemoria segretissimo» del 31 marzo sappiamo solo che lo trovò improntato ad una logica «geometrica»353) porta a concludere che – passato il momento piú opportuno per sostituire Mussolini ed abbandonata l’idea di una soluzione radicale della situazione – egli si sia posto chiaramente varie ipotesi di comportamento (destituzione di Mussolini, con probabile conseguente guerra civile e intervento tedesco; abdicazione, scioglimento dell’esercito dal giuramento ed esilio, con prospettiva, incerta, di essere rimesso sul trono dalla vittoria degli anglo-francesi; avallo della scelta mussoliniana, con la quasi certezza che, chiunque fosse stato il vincitore, ciò avrebbe portato alla instaurazione della repubblica354) senza però saper fare una scelta (che, in ogni caso, doveva essere per lui fondata su considerazioni d’ordine piú istituzionale-familiare che nazionale). Con il risultato di non fare per il momento sostanzialmente nulla (cosa che già prima dei successi tedeschi in Norvegia e Danimarca cominciò a incrinare attorno a lui il consenso e le speranze popolari355) e di venirsi a trovare al momento decisivo, al crollo cioè della Francia, praticamente nella impossibilità, anche se lo avesse voluto, di non avallare la decisione di Mussolini di entrare in guerra. Né, infine, è da escludere che a questo immobilismo del sovrano avesse contribuito la sensazione che vi fosse ancora tempo per prendere una decisione (nella riunione con i capi militari del 29 maggio Mussolini, in un contesto che prendeva le mosse dal «promemoria segretissimo» del 31 marzo, avrebbe detto che «in un primo tempo» aveva previsto per l’intervento la primavera del ’41356: non è da escludere che questa data avesse fatto anche al re), tanto piú che, nonostante i suoi propositi interventisti, Mussolini preferiva di gran lunga una soluzione negoziata del conflitto e si muoveva ancora in questo senso.

780

Al ritorno dal Brennero, il 19 marzo, Ciano aveva assicurato Welles che l’incontro non aveva prodotto nessun cambiamento nell’atteggiamento di «non belligeranza» dell’Italia e gli aveva detto che se, presentandosi l’occasione, Roosevelt avesse preso una iniziativa di pace l’Italia l’avrebbe appoggiata357. Mussolini, a sua volta, il 1° aprile, quando aveva letto il verbale dell’incontro del Brennero arrivato da Berlino, aveva ancora pensato per un momento di scrivere ad Hitler per cercare di dissuaderlo dal passare all’offensiva358. Non desta dunque meraviglia che, quando, il 6 aprile, Ciano lo informò di aver avuto il giorno prima un incontro con A. Dingli, venuto a Roma per sondare i propositi del governo fascista dopo l’incontro del Brennero e latore di un generico messaggio «di buona volontà» di Chamberlain per una ripresa delle trattative economiche e una risoluzione della questione del carbone, egli cogliesse al volo l’occasione per fare un estremo passo per indurre Londra a lasciargli fare quel tentativo di mediazione che Hitler invece non gli aveva voluto lasciar fare.

All’episodio nel diario di Ciano è dedicato solo un rapido accenno: «Ho brevemente informato Mussolini del mio colloquio con Dingli. Ha voluto che a suo nome gli consigliassi di tentare una pace di compromesso»359. Molto piú ricca di particolari, sia sull’avance di Mussolini sia su come essa fu accolta e lasciata cadere a Londra, è la documentazione conservata da Dingli. Da essa e in particolare dal rapporto redatto per Chamberlain da Dingli al ritorno da Roma360 risulta che, quando, il 7 aprile, questi rivide Ciano, il ministro degli Esteri, parlando a nome del suocero, gli fece prima un discorso politico generale cosí concepito:

Egli (M[ussolini]) è legato completamente e irrevocabilmente all’alleanza militare con la Germania. Ciò non significa che l’Italia effettuerà sicuramente un intervento militare. Ma significa che non potrà mai esserci alcuna questione per l’Italia, se dovesse diventare attiva, di appoggiare qualunque altra parte ad eccezione della Germania.

Che l’Italia intervenga o no militarmente al fianco della Germania dipenderà da quanto una tale azione convenga agli interessi italiani... Se l’Italia non riterrà opportuno intervenire, non c’è alcuna ragione perché i rapporti fra Inghilterra e Italia non debbano rimanere per tutto il periodo «corretti».

781–782

Poi gli confermò che Mussolini era convinto che

la pace per mezzo di un compromesso onorevole è ancora possibile. Ma il tempo per realizzare ciò sta diventando sempre piú breve, e si deve fare prima che «il sangue cominci a scorrere».

E, infine, gli sottopose la proposta del «duce»: «nella piú stretta segretezza e senza in alcun modo compromettere o impegnare» Chamberlain, egli avrebbe preso in considerazione «con la massima cura» qualsiasi «suggerimento» che gli fosse venuto da lui tramite il «canale segreto», l’avrebbe trasformato «in una serie di proposte ufficialmente sue» da trasmettere a Berlino e si sarebbe impegnato al massimo per farle accettare ad Hitler. Perché ciò fosse possibile occorreva però che i «suggerimenti» del premier avessero un «carattere pratico» e affrontassero «i problemi particolari, quali l’Austria, la Cecoslovacchia, la Polonia e tutte le altre questioni fondamentali». In particolare, «il P[rimo] M[inistro] dovrebbe rendersi conto che semplici generalizzazioni sul ritorno allo statu quo ante non avrebbero potuto offrire a M[ussolini] materia per lavorare».

La proposta – che, a ben vedere, non differiva molto da quanto Mussolini aveva già detto a Welles – arrivò a Londra come un fulmine a ciel sereno e, per di piú, dopo l’inizio dell’attacco tedesco alla Danimarca e alla Norvegia. Ball ne caldeggiò una seria presa in considerazione; Chamberlain – sembra dopo qualche incertezza – non se la sentí però di accettarla, neppure dopo che Bastianini l’ebbe in parte modificata, nel senso che Mussolini si sarebbe accontentato, per muoversi, di un’adesione di principio del premier alla sua idea che non vi potessero essere negoziati se non sulla base della disponibilità a trattare senza porre la pregiudiziale del ritorno allo statu quo ante361.

Anche se non ebbe alcun seguito, la proposta serve bene a mettere a fuoco la posizione di Mussolini; prova che ancora a quest’epoca egli continuava a pensare ad una pace negoziata e conferma che il «promemoria segretissimo» di una settimana prima era stato scritto dal «duce» soprattutto per saggiare le reazioni del partito antitedesco e in particolare del sovrano e mettere, per cosí dire, le mani avanti nella deprecata eventualità di dover mutare i suoi piani. «Allo stato degli atti» una pace di compromesso era «da escludersi»: ciò non voleva dire che Mussolini non pensasse e sperasse che essa potesse ancora maturare. Il riferimento, a conclusione del paragrafo del promemoria dedicato a questo problema, all’opinione di S. Welles che per una pace negoziata i tempi non erano «ancora» maturi acquista alla luce della proposta fatta tramite Dingli un valore diverso da quello datogli in genere e aiuta a capire quanto l’annunzio dell’attacco contro la Danimarca e la Norvegia, datogli da Hitler con una lettera consegnata da von Mackensen la mattina del 9 aprile, quando le operazioni erano già cominciate da alcune ore, dovette non solo cogliere di sorpresa Mussolini, ma metterlo di fronte a quella realtà che sino allora aveva sperato di non dover affrontare o, almeno, di non dover affrontare tanto presto. E ciò non solo in riferimento al contesto internazionale, dato che è chiaro che l’attacco tedesco rendeva ancor piú impensabile una pace di compromesso e piú difficile per Mussolini di rimanere a lungo fuori dal conflitto, ma anche a quello interno, dato che l’azione tedesca, i primi successi conseguiti da essa e la passività anglo-francese da un lato non potevano non dare fiato al partito filotedesco e, da un altro, ebbero subito nel paese una eco diversa da quella che avevano avuto l’aggressione alla Polonia e lo scoppio della guerra. Ché, se è vero che essi rafforzarono in molti i timori e le ostilità contro i tedeschi, è anche vero che un certo numero di italiani, giovani ma non solo giovani, sui quali tanti anni di propaganda antinglese e antifrancese avevano agito piú in profondità e le recenti vicende del blocco marittimo avevano esercitato una sorta di «funzione di richiamo», furono indotti da essi (grazie anche al nuovo atteggiamento della stampa e di tutti i mezzi di informazione di massa del regime, che un po’ per ordine superiore, un po’ perché partecipi dello stesso stato d’animo, assunsero subito toni ancor piú apertamente filotedeschi) a prendere piú o meno chiaramente posizione per i tedeschi. Tipica è a questo proposito un’annotazione di Ciano già sotto la data del 10 aprile362:

782–783

Le notizie dell’azione germanica nel Nord hanno avuto una eco favorevole nel popolo che, come dice Mussolini, «è puttana e va col maschio che vince». Piú che la rapidità dell’azione tedesca, sorprende la nessuna reazione dei franco inglesi, che al successo militare di Hitler rispondono con una offensiva di discorsi e di articoli, assolutamente inutili ai fini della guerra.

Sino alla mattina del 9 aprile Mussolini aveva creduto, si era illuso di poter decidere lui quando intervenire e aveva sperato di poterlo evitare. La lettera con la quale Hitler lo informò dei motivi che lo avevano indotto a passare all’azione in Scandinavia363 conteneva un passo, non a caso sottolineato nel testo («Quello che desidero soltanto è di assicurar-Vi, Duce, – e questo è lo scopo principale di questa lettera affrettata – che l’attuale operazione bellica non intacca né toglie nulla alla esposizione fattaVi né alle determinazioni comunicateVi al Brennero»), che, unito ai rapidi successi conseguiti dai tedeschi, non poteva lasciar sussistere dubbi su almeno due cose: che di una pace negoziata non era piú il caso di parlare e che la libertà di manovra di Mussolini si restringeva notevolmente. Stare alla finestra, scegliere il momento opportuno per intervenire diventava sempre piú difficile: ogni giorno di piú, a meno di non cambiare radicalmente linea di condotta, le «scelte» di Mussolini non potevano essere che determinate dalle iniziative di Berlino. Per Ciano l’unica speranza era ormai che gli anglo-francesi prendessero a loro volta l’iniziativa e la situazione militare si capovolgesse.

783–784

Mackensen – annotava il 10 aprile 364 – è venuto a vedermi con un pretesto. Voleva conoscere le nostre ulteriori reazioni all’accaduto. L’ho coperto di felicitazioni e di elogi, perché ormai non c’è altro da fare, per quanto io sia immutabilmente d’avviso che l’ultima parola non è ancora stata detta e che potremo assistere a capovolgimenti di situazione, forse anche presto.

Quanto a Mussolini, l’inizio dell’offensiva tedesca, se aveva acutizzato in lui il senso di umiliazione per dover «stare con le mani in mano mentre gli altri scrivono la storia» e l’irritazione verso coloro che ancora rifiutavano di convincersi che prima o poi sarebbe stato necessario intervenire nel conflitto, non era però valso ad indurlo a pensare ad un intervento su tempi ravvicinati. E questo sebbene – come dimostra perfettamente il discorso alle gerarchie sindacali fasciste da lui pronunciato il 21 aprile a palazzo Venezia 365 – le ultime vicende del blocco marittimo fossero state per lui la migliore conferma della sua convinzione che l’Italia non sarebbe mai stata «libera» se non avesse avuto «libere finestre aperte sull’oceano». Frasi come quella con la quale Hitler aveva concluso una delle varie lettere scrittegli in queste settimane per «informarlo» dell’andamento delle operazioni («Ciò che queste operazioni significano per noi, e specialmente per me, vien compreso nel mondo intero da un uomo solo al di fuori di me, e quell’uomo siete Voi, Duce. Voi stesso avete avuto una volta il coraggio di condurre la Vostra azione in Abissinia sotto i cannoni inglesi. La mia situazione fino ad oggi non è stata molto diversa; ma anche io mi sono deciso a non ascoltare nelle ore piú difficili il cosí detto buon senso, ma a fare appello invece alla forza dell’Onore, al senso del Dovere e infine al proprio Cuore» 366) dovevano essere per lui altrettante stilettate; nulla autorizza però a dire che sino alle grandi vittorie tedesche in Francia egli non continuasse a pensare di avere innanzi a sé ancora un anno almeno di «non belligeranza», né che fosse sicuro al cento per cento della vittoria finale tedesca, con tutto ciò che questo comportava per lui. Quello che, piuttosto, va sottolineato è che i successi tedeschi in Scandinavia, uniti alle voci di una possibile azione tedesca per assicurarsi il petrolio rumeno e alla pressoché certa violazione della neutralità olandese e belga quando Hitler fosse passato all’offensiva contro la Francia, se non modificarono sostanzialmente la sua posizione, resero però sempre piú importante nel suo ambito l’elemento paura dei tedeschi, la paura che questi per vendicarsi del suo tradimento di agosto, per mettere fine al suo equivoco atteggiamento e per assicurarsi basi e rifornimenti per loro preziosi, potessero passare all’azione anche contro l’Italia. Una paura vecchia, che era già affiorata in lui tra fine agosto e i primissimi giorni di settembre, che – lo si è visto – l’ambasciatore Loraine dava per scontata già prima dell’incontro del Brennero e che questo aveva aumentata, ma che ora varie testimonianze e indizi provano prese ad acquistare subito un rilievo nuovo e destinato ad aumentare sempre di piú. L’accenno che già l’11 aprile Mussolini fece con Ciano ai «pots cassés», solo per raccogliere i quali il re si diceva disposto ad entrare in guerra, ma che lui invece temeva potessero finire per essere rotti prima in testa all’Italia367, lo lascia trasparire bene368.

784–785

In questa prospettiva si colloca tutta una serie di fatti che certo compromisero in maniera ancor piú notevole la posizione dell’Italia agli occhi sia dei tedeschi che degli anglo-francesi, ma che, piú che preludere ad un’imminente fine della «non belligeranza», miravano a rassicurare e blandire i tedeschi, mettere a tacere l’opposizione antitedesca e preparare l’opinione pubblica ad un intervento che nelle intenzioni di Mussolini doveva però essere ritardato il piú possibile ed avvenire solo quando la vittoria fosse stata sicura e a breve scadenza. Ricordiamo in particolare: a) l’assicurazione che, l’11 aprile, Mussolini si precipitò a dare ad Hitler che dal giorno dopo la flotta sarebbe stata «al completo sul piede di guerra» e che egli stava «accelerando i “tempi” per le altre forze armate»; b) l’atteggiamento sempre piú marcatamente filotedesco che egli fece imprimere alla stampa e a tutti i mezzi di informazione di massa369; c) la fine della presa di distanze e delle polemiche nei confronti del razzismo nazista avviata nei primi mesi della «non belligeranza»370; d) il tono sempre piú freddo e polemico (unito ad un richiamo all’alleanza che legava l’Italia alla Germania molto piú insistente che nei mesi precedenti) da lui imposto alle relazioni con Parigi e Londra, nonostante gli sforzi di francesi e inglesi per mantenerle «normali» e il loro dirsi disposti a fare il possibile per migliorarle; e) la sostituzione come ambasciatore a Berlino di Attolico con Alfieri, già prevista da Mussolini, dato il cattivo stato di salute del primo, ma attuata dopo che i tedeschi l’ebbero esplicitamente richiesta, facendo addirittura due nomi per la successione: Farinacci e, appunto, Alfieri371; f) i ripetuti accenni che Mussolini fece personalmente in varie riunioni semipubbliche (in particolare in quelle del 10 aprile ai direttori dei giornali dipendenti dall’Ente stampa e del 21 aprile alle gerarchie sindacali372) alla necessità di «elevare gradualmente la temperatura del popolo italiano per creare il clima necessario per gli sviluppi inevitabili e ineluttabili che ci attendono».

785

Alla luce di questi fatti, cosí in contrasto con l’atteggiamento dei mesi precedenti, è facile capire come mai, con la seconda metà di aprile, sia in Italia sia all’estero si cominciasse a parlare sempre piú insistentemente di un prossimo intervento italiano. E non solo a parlarne, ma a prendere i primi provvedimenti in vista di esso (a fine mese i mercantili inglesi ebbero ordine di evitare se possibile la rotta mediterranea) e a fare espliciti passi su Mussolini per cercare di tenerlo fuori dal conflitto.

Il primo passo fu fatto, il 22 aprile, dal nuovo presidente del consiglio francese, Paul Reynaud, con una lettera dignitosa, ma anche cattivante e un po’ retorica, nella quale si ribadiva la possibilità di giungere ad una chiarificazione e ad un accordo tra i due paesi e si proponeva a questo scopo un incontro tra lo stesso Reynaud e Mussolini. In essa si diceva tra l’altro373:

786–787

Forse domani i montanari di casa mia si batteranno con la vostra gente. Una volta gettati i dadi, vedremo quali forze saranno piú forti. Forse allora ci sorprenderemo reciprocamente.

Ma può essere anche che il destino non sia ancora scritto.

Può essere che esistano altri mezzi che non la guerra per rivelare la vera Italia alla Francia, per rivelare la vera Francia all’Italia. Allo scopo di fissare le leggi che legheranno i nostri figli, possono esistere sigilli diversi da quello del sangue e altrettanto nobili.

Io credo nella democrazia. Voi credete nel fascismo. Ma nessuno dei due rinnegherà il nostro passato affermando con delle azioni che esse sono due forme gloriose di una civiltà mediterranea che resta degna, oggi come ieri, di ispirare l’avvenire del mondo. E questa civiltà si fonda soprattutto sopra i nostri due paesi.

Il mantenimento di un equilibrio europeo è una necessità vitale per l’Italia come per la Francia. Senza di esso non possono essere durevoli né pace né prosperità. Cosa sono i dissidi che sono potuti sorgere fra di noi in questi ultimi anni di fronte a questo fatto fondamentale?

Non è troppo tardi per cercare di colmare questo largo fossato che sembra attualmente separarci. La vostra franchezza e la mia devono cercare di gettare un ponte tra un regime tradizionale come il nostro e un regime nuovo come il vostro, ciascuno ormai rafforzato dalla scomparsa della diffidenza per il proprio vicino.

Due giorni dopo si muoveva Pio XII. «Mentre crescono i timori di un piú esteso conflitto», «il fiducioso animo» del pontefice non poteva non aprirsi al «duce»:

Conosciamo, infatti, – gli scrisse 374, – i nobili sforzi, coi quali Tu volesti da prima evitare e quindi localizzare la guerra; e pur dolenti che alle Tue sollecitudini non arridesse intero il successo, fummo lieti che si riconoscesse anche a Te l’alto merito di aver contenuto il flagello in determinati confini. Se non che, divampato l’incendio e oggi vieppiú attivo nel suo tragico sviluppo, sono giustificati quei timori, mentre sui popoli ancora immuni i fantasmi della guerra sembrano addensarsi piú minacciosi e vicini.

Non dubitiamo del Tuo perseverante lavoro sulla linea che Ti eri prescritta. Noi supplichiamo il Signore di assisterTi in un’ora di tanta gravità per i popoli e di tanta responsabilità per chi tiene le redini del Governo. E per la paternità universale che è propria del Nostro Ufficio, formuliamo dall’intimo del cuore il voto ardente che siano risparmiate all’Europa, grazie alle Tue iniziative, alla Tua fermezza, al Tuo animo d’Italiano, piú vaste rovine e piú numerosi lutti; e in particolar modo sia risparmiato al Nostro e al Tuo diletto Paese una cosí grande calamità.

787–788

Il terzo passo fu fatto il 29 aprile, anche su sollecitazione della Santa Sede, da Roosevelt e fu tutto incentrato sui due argomenti che il presidente statunitense doveva ritenere i piú adatti a trattenere Mussolini: l’impossibilità di prevedere ancora con certezza chi avrebbe vinto la guerra e la possibilità che, grazie all’influenza dell’Italia e degli Usa, fosse ancora possibile giungere ad una pace negoziata.

Un’ulteriore estensione dell’area delle ostilità – scriveva Roosevelt a Mussolini375 – che porterebbe in guerra ancora altre nazioni che hanno cercato di conservare la loro neutralità, avrebbe necessariamente conseguenze di vasta portata, non solo in Europa, ma anche nel Vicino ed Estremo Oriente, in Africa e nelle tre Americhe. Nessuno può oggi predire con sicurezza, qualora tale ulteriore estensione dovesse avvenire, quale potrebbe essere l’esito finale – o pronosticare quali nazioni, per quanto determinate possano essere oggi a rimanere in pace, potrebbero tuttavia alla fine trovare imperativo per la loro propria difesa entrare in guerra.

Io sono, come sapete, un realista. Come succede inevitabilmente in ogni contesa, i partecipanti stessi sono di gran lunga meno capaci di predire l’esito della lotta degli spettatori piú prossimi e questi ultimi forse non sono in una buona posizione per stabilire quale possa essere la parte vincente come lo sono quegli spettatori che possono essere ancora piú distanti. Grazie alla sua posizione geografica, questo paese ha una visione panoramica delle attuali ostilità in Europa. A causa dei molti imponderabili coinvolti, non vedo motivo per anticipare che una qualsiasi nazione, o una qualsiasi combinazione di nazioni, possa con successo accingersi a dominare sia il continente europeo sia ancor meno una piú vasta parte del mondo.

Io credo sinceramente che la potente influenza dell’Italia e degli Stati Uniti – una influenza che è molto forte finché essi rimangono in pace – possa essere ancora esercitata, quando si presenti l’opportunità adatta, a favore di un negoziato per una pace giusta e stabile che permetta la ricostruzione di un mondo gravemente colpito.

788–789

La risposta piú secca Mussolini la riservò a Reynaud: poche righe per rifiutare d’incontrarsi con lui e per un breve richiamo all’alleanza che legava l’Italia alla Germania, un trattato «che l’Italia – come tutte le nazioni che tengono al loro onore – intende rispettare»376. Anche quella al papa377 non era però priva di vis polemica:

La Storia della Chiesa e Voi me lo insegnate, Beatissimo Padre, non ha mai accettato la formula della pace per la pace, della pace «ad ogni costo», della «pace senza giustizia», di una «pace» cioè che in date circostanze potrebbe compromettere irreparabilmente per il presente e per il futuro le sorti del popolo italiano.

La piú argomentata, ma anche la piú assurda («faccio osservare che l’Italia non si è mai occupata dei rapporti delle Repubbliche Americane tra di loro e di esse cogli Stati Uniti – in ciò rispettando la dottrina di Monroe – e potrebbe quindi chiedere la “reciproca” per quanto riguarda gli affari europei») era quella a Roosevelt378; vale però la pena di notare che se in essa, come in quella a Pio XII, Mussolini si sforzava di accollare agli anglo-francesi la responsabilità di un suo eventuale intervento e faceva a questo scopo esplicito riferimento al «continuo vessatorio e dannoso» controllo a cui era sottoposto il traffico mercantile italiano, l’eventualità di una partecipazione al conflitto era adombrata in termini leggermente piú sfumati. Mentre al pontefice il «duce» scriveva che, pur comprendendo il suo desiderio «che sia dato all’Italia di evitare la guerra», non poteva «in alcun modo garantire che ciò possa durare sino alla fine», nella chiusa della risposta a Roosevelt sembra quasi di cogliere il desiderio di tenere ancora aperto uno spiraglio alla possibilità di un negoziato:

Qualora le condizioni lo permettano e sempre partendo dal riconoscimento dei fatti reali e compiuti, l’Italia è pronta a dare il suo contributo per una migliore sistemazione del mondo.

Al di là del loro contenuto, ciò che rende però piú significative queste risposte è il fatto che Mussolini le fece trasmettere subito anche ad Hitler379; evidentemente per dimostrargli la sua buona fede e scongiurare il pericolo che a Berlino si potesse pensare che egli facesse il doppio gioco.

789–790

Anche dall’interno del regime non mancarono certo coloro che, piú spesso a voce, ma anche per iscritto, cercarono di influire su Mussolini e trattenerlo dall’entrare in guerra. Allo stato della documentazione, di passi formali – che affrontassero cioè esplicitamente il problema – ne conosciamo però uno solo. Per gli altri, ciò che sappiamo ci induce a credere che piú che altro si trattò di passi indiretti, quasi sempre sotto forma di messe a punto e di denunzie relative alla impreparazione dell’economia e soprattutto delle forze armate a sostenere un conflitto. E ciò spiega che a farli furono soprattutto coloro che avevano piú occasioni e titoli in materia e cioè i militari, anche quelli che non avevano responsabilità dirette (come De Bono e Caviglia) o che cumulavano responsabilità politiche e militari (come Balbo, che fu tra coloro che piú spesso e piú esplicitamente mise in guardia Mussolini), anche se non mancarono interventi di politici puri. Tra questi ricordiamo quello di Carlo Ravasio, tipico oltretutto di come, in genere, questi passi venivano argomentati. La lettera che il redattore capo di «Gerarchia» scrisse il 10 aprile a Mussolini380 non affrontava l’argomento in termini diretti. Il suo discorso era tutto incentrato su «un dubbio che mi tormenta da molto tempo e mi induce a rivolgerVi la presente», il dubbio della «nostra preparazione militare»:

Non so cosa Vi riferisca lo Stato Maggiore; non so se noi abbiamo in riserva armi speciali, finora non note ad alcuno. Non mi consta ma vorrei che cosí fosse. Perché con le armi di pubblico dominio, sia per la loro qualità, sia per la loro quantità, nonostante il magnifico materiale umano di cui le Forze armate potrebbero disporre, noi non dobbiamo ritenerci preparati ad ogni possibile guerra sul Continente e contro nazioni continentali... Duce, io non ho ragioni per ingannarVi. I rapporti che Vi ho mandato sullo stato della nostra preparazione aereonautica e della connessa industria, non sono prodotto di mentalità pessimistica; se voi vorrete, condurrò a fondo l’inchiesta. Io temo forte che vi sia gente, in buona o in mala fede, decisa a non dirVi la verità. Desidera il Vostro elogio, che sa ambitissimo, e, per ottenerlo, inventa. Inutile dirVi come questa gente, in fondo, tradisca Voi e la Nazione...

790–791

Da questa premessa scaturiva la conclusione, chiara nella sostanza, ma significativamente prospettata in una forma tortuosamente indiretta:

Duce, io credo che Voi protrarrete a lungo questa «non belligeranza» che potrà un giorno schierare davanti al Tribunale di Roma tutti i popoli del mondo; ma anche per questo bisogna essere armati, fino ai denti armati.

Perdonate e comprendete la mia preoccupazione che Vi ho esposto con la mia schiettezza di fascista che nulla mai vi ha chiesto e nulla mai Vi chiederà.

Né, al solito, questo comportamento dei piú deve meravigliare troppo. In una realtà come quella dell’Italia fascista del tempo ove tutto e in particolare le fortune politiche di tutti dipendevano dalla volontà del «duce», ove pochissimi ne conoscevano in qualche misura le intenzioni e tutti avevano perso la speranza non solo di influire sulle sue decisioni, ma persino di capire nel suo comportamento e nelle sue parole ciò che era simulazione e manovra e ciò che invece costituiva le sue vere intenzioni, sicché ogni suo atto o dichiarazione era oggetto di contrastanti interpretazioni e valutazioni381, pochi, pochissimi avevano il coraggio di dargli consigli che sapevano o temevano sgraditi, mentre tutti coloro, o quasi, che pure avrebbero potuto osare di prendere una iniziativa del genere erano convinti che se vi era qualcuno che potesse fermare Mussolini questo era solo il sovrano e che, comunque, il pericolo non fosse immediato. E ciò tanto piú che Mussolini a chi gli manifestava delle preoccupazioni soleva rispondere che esse erano ingiustificate, poiché egli non pensava ad entrare per il momento in guerra e che si trattava soprattutto di «tenere a bada» i tedeschi. L’unico a fare un passo esplicito fu Grandi con una lunga ed assai abile lettera, scrittagli il 21 aprile, nella quale è evidente lo sforzo di porre il discorso nei termini piú adeguati alla sensibilità e alla psicologia di Mussolini. In essa382 Grandi non attaccava piú, come a settembre, l’alleanza con la Germania e, in un certo senso, non polemizzava neppure con la convinzione di Mussolini che l’Italia non potesse non entrare in guerra, ma lo metteva in guardia dal precipitare le cose senza attendere che il quadro politico del conflitto ancora per niente chiaro si fosse completamente definito e, in particolare, si fosse definito l’atteggiamento dell’Urss (con grande acume politico, Grandi, sulla base delle notizie da tempo in possesso di palazzo Chigi, dava, tra l’altro, per scontata l’occupazione sovietica della Bessarabia), la vera grande incognita di esso, che ne poteva mutare il corso e il carattere e con essi il suo significato politico e storico per l’Italia. Ecco come Grandi, nella parte centrale della lettera, sviluppò il suo discorso:

791–792

Fino a poco tempo fa, era legittimo di sperare in un componimento del conflitto. L’improvviso attacco della Germania alla Danimarca e alla Norvegia, operato in queste ultime settimane, ha determinato il «fatto nuovo». Il fronte occidentale si sta muovendo. Sui mari incomincia la guerra, sembra adesso, sul serio. Dobbiamo pensare di essere alla vigilia di grandi e decisivi avvenimenti? Non lo so.

L’Italia ha dichiarato il I Settembre la propria astensione dalla guerra a fianco della Germania. Il Trattato di Alleanza Italo-tedesco del 22 Maggio 1939 non ha operato. Nei sette mesi successivi le relazioni fra Italia e Germania sono state corrette, ma piuttosto fredde. Normali e corrette le relazioni dell’Italia colla Francia e coll’Inghilterra. Noi abbiamo di fatto aiutato queste due Nazioni. Per la ben piccola parte che mi riguarda Tu stesso mi hai autorizzato a fornire al Governo Francese per l’esercito Francese, in notevole quantità, scarpe e cuoi lavorati nei nostri stabilimenti di pena, dipendenti dall’Amministrazione giudiziaria.

Da un mese a questa parte – è impossibile negarlo – le nostre relazioni colla Francia e coll’Inghilterra sono improvvisamente peggiorate. Sospese di fatto le trattative fra Roma e Londra per il rifornimento del carbone. Fermo di alcuni piroscafi italiani in navigazione, da parte dell’Ammiragliato Brittannico. La stampa italiana ha ripreso improvvisamente a parlare di solidarietà italo-tedesca. Non soltanto in Europa, ma anche in Italia cresce l’inquietudine negli spiriti.

Mi permetto, per il conto che Tu vorrai farne, di sottometterti le mie impressioni.

Questa guerra ha tre grandi protagonisti: la Germania, l’Inghilterra, la Russia. La posizione della Francia (ed anche quella dell’Italia) è complementare.

La guerra si fa, per ora, fra due Nazioni di origine Germanica: la Nazione tedesca (che sono i «Sassoni della terra») e la Nazione brittannica (che sono i «Sassoni del mare») – Il duello non è ancora divenuto un duello mortale, ma può divenirlo.

Chi sarà l’arbitro che deciderà dell’esito del mortale duello?

La Russia.

La posizione della Russia non è chiara. La Russia, per ora, ha cercato di trarre i massimi vantaggi facendosi pagare dalla Germania un duro prezzo: Polonia, Stati Baltici, Rumenia. Gli Slavi riprendono la marcia verso l’Occidente. Il testamento di Pietro il Grande che indicava l’Occidente ed i caldi mari del sud come direttrice alla futura espansione delle razze slave, è stato raccolto da Stalin, il nuovo «Piccolo Padre» di tutte le Russie.

Piú volte ti ho raccontato l’effettivo brivido da me sentito nel leggere i passaggi delle «Memorie» dell’ex Ambasciatore francese alla Corte di Pietroburgo (Paleologue) e dell’ex Ambasciatore Brittannico (Lord Buchanan). Eravamo nell’aprile 1915; la guerra europea era scoppiata da otto mesi, esattamente come da otto mesi è scoppiata questa seconda europea. L’Italia, già alleata della Germania e dell’Austria, si preparava ad entrare in guerra a fianco della Francia e dell’Inghilterra, e per questo era stato firmato il Patto di Londra che attribuiva all’Italia il possesso delle coste di Dalmazia. Alle sollecitazioni fatte dai due Ambasciatori francese e brittannico alla corte di Pietroburgo, perché la Russia ratificasse il Patto di Londra, lo Czar oppose sulle prime un vivace rifiuto, facendo rispondere dal proprio Ministro degli Esteri Sazanoff nei termini seguenti «La Dalmazia all’Italia? Mai. Voi dimenticate che fra i Santi protettori della Santa Russia vi è San Giorgio “Dalmatico”».

La Russia deve ancora dire la sua parola definitiva. Quale sarà? Non lo so. Da quale parte si getterà la Russia? Non è ancora possibile dirlo. Per ora «sta» con i Tedeschi. Ma sarà questa la sua posizione «permanente»?

È possibile che la Russia intervenga in futuro con tutto il peso rappresentato dal suo inesauribile potenziale umano e del suo spazio: i due eterni fattori di tutte le guerre Russe. Interverrà all’ultimo momento a fianco del vincitore per spartire il bottino, ovvero contro il probabile vincitore per limitarne i risultati vittoriosi? È impossibile dirlo oggi. Ma la Russia interverrà.

E l’Italia?

A me sembra che se vi è un momento in cui la nostra astensione dalla guerra si addimostra una decisione saggia e corrispondente ai nostri vitali interessi, questo è proprio il momento. Ancora piú che già non lo fosse il I Settembre 1939.

Se la guerra sarà corta (guerra «tedesca») giungendo ad un componimento provvisorio qualsiasi (sarà in questo caso il «secondo» armistizio dopo quello del 1918) ed allora l’ovvio interesse dell’Italia è quello di restare fuori fino in fondo. Ovvero la guerra sarà lunga (guerra «inglese») ed allora a maggior ragione l’ovvio interesse dell’Italia è di preservare fino all’ultimo la sua propria libertà d’azione, in vista degli «imponderabili» di tutte le guerre lunghe. Comunque sarà la posizione che ad un certo momento la Russia assumerà, il «fattore» nuovo e decisivo che permetterà all’Italia di giudicare la via da seguire.

Tu sai, Duce, che io amo lo studio della Storia. Vi è stato un momento nella Storia dell’antica Roma (i barbari già spadroneggiavano entro le provincie dell’Impero ed entro l’Italia medesima), in cui un grandissimo generale romano, Ezio, riuscí a salvare l’Impero intervenendo all’ultima ora in una guerra che si combatteva di fatto fra l’Occidente romano e l’Oriente asiatico rappresentato da Attila, ma nella quale tuttavia si trovavano di fronte due gruppi di Nazioni germaniche: da una parte i Visigoti di Francia i quali difendevano l’Occidente, dall’altra le Nazioni Sassoni di oltre Elba, alleate di Attila, le quali assalivano l’Occidente. Metà del vi Secolo.

Ezio e Roma si alleò coi Visigoti di Francia, e fu salvato l’Occidente romano e l’Europa.

Può darsi che in futuro la Storia si ripeta, se l’Italia saprà attendere la sua ora senza precipitazioni. Non è giammai «tardi» per una Nazione dall’entrare in guerra. L’Italia non è di potenza pari a nessuna delle altre protagoniste dell’attuale dramma europeo, ma «può» tuttavia – in determinate condizioni – costituire il «peso determinante» per la soluzione del dramma nel quadro dei propri interessi nazionali e di quelli dell’Europa. Queste condizioni dipendono da quello che farà o non farà la Russia, la terza grande protagonista ancora assente. Da quella che sarà nel futuro la posizione definitiva che assumerà la Russia, potrà essere giudiziosamente considerata la posizione futura dell’Italia.

Allora soltanto si vedrà.

Ma fino a quel momento, restiamo come siamo: neutrali, non belligeranti, astenuti. Le formule non contano, purché l’Italia rimanga fuori.

Intanto però prepariamoci ed armiamoci sul serio.

793

La lettera non ebbe alcuna risposta. Il diario di Ciano non vi fa cenno e Mussolini non ne ha parlato nella sua Storia di un anno, dove difficilmente avrebbe potuto essere presentata come una «prova» contro Grandi. È dunque impossibile dire che reazione suscitò in lui. È possibile però che il suo effetto sia stato minore di quello che Grandi doveva essersi atteso. Finché rimanevano segrete e finché egli non avesse deciso di scendere in campo, posizioni come quella di Grandi potevano irritarlo, apparirgli come «indebite interferenze», ma non preoccuparlo veramente. Una conferma ci pare si possa trovare in un episodio di qualche giorno dopo, conservatoci dalle memorie dello stesso Grandi, e che, oltre tutto, è assai utile per capire l’atmosfera di quei giorni e l’incertezza sulle reali intenzioni di Mussolini nella quale dovevano dibattersi anche coloro che meglio lo conoscevano. Scrive Grandi383:

Il 27 aprile si chiudeva l’ordinaria sessione dei lavori del Parlamento per l’esame annuale del bilancio dello Stato. Era costume in tale occasione che il Presidente della Camera pronunciasse un breve discorso di saluto e di augurio al Capo del Governo. Lo scrissi infatti e lo inviai, come era l’uso, a P. Venezia perché il Capo del Governo ne avesse preventiva visione nel caso di una sua eventuale risposta. Poche ore dopo il testo mi fu ritornato interamente modificato, con frasi che non mi soddisfacevano. Mi recai allora a P. Venezia e dissi a Mussolini le ragioni per cui tale discorso, cosí come era stato da lui modificato, non mi sembrava opportuno. Una frase soprattutto mi colpí: «L’Italia sa di non essere fuori o in margine dell’attuale conflitto...» Mussolini mi espresse, con tono pacato e convincente, il suo pensiero: «Occorre assolutamente, in questo momento indubbiamente delicato, non insospettire i tedeschi. Non sappiamo cosa essi effettivamente faranno. Non ho nessuna intenzione di entrare in guerra. Ma voglio cloroformizzare i tedeschi. D’altra parte sembra che da Parigi, da Londra e soprattutto da Washington si decidano finalmente a farci delle offerte serie. Queste offerte si faranno ancora piú serie nel prossimo avvenire. Verrà il momento che la nostra neutralità ci sarà pagata a caro prezzo, tanto piú caro quanto piú se ci si convincerà che l’Italia non è decisa a stare, qualunque cosa accada, alla finestra». Le parole di Mussolini e il tono con cui egli le proferiva davano l’impressione che egli effettivamente le pensasse. Ancora oggi credo che ancora in quel momento – 27 aprile – egli non pensasse seriamente alla guerra.

In questo contesto già cosí confuso e deteriorato, alle cinque del mattino del 10 maggio su Mussolini si abbatté – del tutto inattesa – la notizia dell’inizio dell’attacco tedesco contro la Francia.

Note


  1. P. Harduin, Mussolini et Machiavel, in «Express», 17 giugno 1939. ↩

  2. Nelle sue Memorie D. Grandi ha scritto: «E l’Inghilterra? La notizia dell’alleanza italo-tedesca rattristò, ma non commosse eccessivamente gl’inglesi. Per taluni essa non era altro che la conferma di una situazione già di fatto preesistente. Da altri, ed erano numerosi, essa non fu considerata come una posizione definitiva per l’Italia». ↩

  3. DBFP, s. III, V, pp. 473 sgg. ↩

  4. Ibid., pp. 654 sg. ↩

  5. W. Phillips, Ventures in diplomacy, Boston 1953, p. 229. ↩

  6. Ad accreditare questa opinione peso notevole ebbero le notizie provenienti dalla Santa Sede, intenta dalla fine d’aprile in un intenso lavorio diplomatico per scongiurare il pericolo di guerra e in stretto contatto con Mussolini che, almeno in un primo tempo, era considerato in Vaticano il fulcro dell’operazione. Cfr. c. F. Delzell, Pio XII, l’Italia e lo scoppio della guerra, in «Dialoghi del XX», n. 8, 1969, pp. 186 sgg. ↩

  7. DBFP, s. III, V, pp. 612 sg. ↩

  8. Cfr. per essi R. Quartararo, Roma tra Londra e Berlino ecc. cit., pp. 461 sgg.; P. Renouvin, Les relations de la Grande-Bretagne et de la France avec l’Italie en 1938-1939 cit., pp. 312 sgg.; D. C. Watt, Britain, France and the italian problem (1937-1939), ibid., pp. 290 sgg.; J.-B. Duroselle, La décadence cit., pp. 415 sg. ↩

  9. Le speranze in Grandi si fondavano essenzialmente su due fatti: la sua precisa consapevolezza che l’Inghilterra aveva ormai deciso persino la guerra pur di fermare Hitler, e la sua convinzione

    di cui non aveva fatto mistero con Halifax, anche dopo la notizia della conclusione del «patto d’acciaio», che «il destino dell’Italia è di diventare nemica in tempo di guerra delle nazioni con cui fu alleata in tempo di pace» e la sua speranza di poter essere lui a «firmare un secondo Patto di Londra». D. Grandi, Frammenti di diario, 1° luglio 1939, in Archivio D. Grandi, b. 151, fasc. 199, sott. 3. Questo atteggiamento era cosí noto che «Je suis partout» (cfr. su di esso P. M. Dioudonnat, Je suis partout 1930-1944. Les maurrassiens devant la tentation fasciste, Paris 1973), il noto giornale filonazista parigino, era arrivato, in maggio, a parlare (quasi certamente su istigazione tedesca) dell’esistenza in Italia di un partito monarchico, di cui Grandi sarebbe stato il principale esponente, che complottava contro Mussolini. ↩

  10. Cfr. a questo proposito M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., p. 303. ↩

  11. Trial of the major war criminals before the International military tribunal, Nuremberg 1947-1949, XXXVII, pp. 546 sgg. ↩

  12. E difatti, anche se l’Italia non entrò subito in guerra come egli avrebbe desiderato, Hitler non avrebbe mancato di riconoscere, anche in privato, i vantaggi militari che la sua «non belligeranza» gli aveva indirettamente procurato. Significativa (cosí come è significativo che Mussolini la conservasse tra la documentazione da lui considerata piú preziosa) è quanto avrebbe riferito da Lisbona ad Anfuso l’8 maggio 1941 R. Bova Scoppa: «La Baronessa von Rheibaben, consorte di un

    antico Segretario di Stato del Reich, ha ripetuto, confidenzialmente, a Gerbore una dichiarazione fatta, nell’intimità, dal Führer alla di lei madre, che – essendo stata tra i primi “contribuenti” al movimento nazionalsocialista gode oggi della di lui amicizia.

    «Nei giorni dell’offensiva inglese in Cirenaica, la Signora aveva pronunciato qualche parola che il Führer dové interpretare come critica o a noi poco favorevole, perché, interrompendola, esclamò con grande vivacità: “Mai la Germania dovrà dimenticare quello che deve all’Italia ed a Mussolini. Dobbiamo a loro se abbiamo potuto militarizzare la Renania, annettere l’Austria e liquidare la Cecoslovacchia. L’Italia ha vincolato le divisioni francesi sulle Alpi permettendoci di battere la Francia, ed oggi sostiene il peso della flotta britannica. Spenderei l’ultima mia risorsa per sostenere e difendere l’Italia e Mussolini”» (ACS, B. Mussolini, Valigia, b. 3, appendice II). ↩

  13. Sul complesso problema della «guerra lampo» cfr. A. S. Milward, L’economia di guerra della Germania, Milano 1971, pp. 9 sgg. ↩

  14. Trial of the major war criminals ecc. cit., XXVI, p. 339. ↩

  15. G. Ciano, Diario cit., pp. 301, 306, 309, 310. ↩

  16. Cfr. ibid., pp. 300 sg., 301 sg. e 306. ↩

  17. Ibid., p. 304. ↩

  18. Dopo la firma del «patto d’acciaio», il 23 giugno ’39 ebbero inizio le riunioni operative italo-tedesche per risolvere la questione della minoranza alloglotta in Alto Adige. Cfr. per tutta la vicenda R. De Felice, Il problema dell’Alto Adige ecc. cit., pp. 33 sgg. ↩

  19. G. Ciano, Diario cit., p. 297. ↩

  20. Per le vicende della definitiva messa a punto del testo del «patto d’acciaio» cfr. M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., pp. 329 sgg. Per il testo sottoscritto a Berlino il 22 maggio 1939 da Ciano e von Ribbentrop cfr. Appendice, documento 12. ↩

  21. Copia della nota fu inviata da Mussolini anche a Vittorio Emanuele III, cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1943), W/R, fasc. «Solmi A.», tel. in data 11 luglio 1939. ↩

  22. Significative in questo senso sono le istruzioni date da D. Alfieri nel suo rapporto del 13 giugno ai rappresentanti dei maggiori giornali. Cfr. ACS, Agenzia Stefani, Manlio Morgagni, b. 12, fasc. 12. ↩

  23. In questo periodo e piú precisamente in giugno si ebbe un sondaggio, quasi certamente a carattere del tutto personale, di P. Reynaud volto a stabilire le vere intenzioni di Mussolini verso la Francia. Tramite del sondaggio fu Marcello Soleri, che si trovava a Parigi per motivi professionali e che, tornato in Italia, ne informò Bocchini che qualche giorno dopo gli fece però sapere che Mussolini non voleva comunicazioni altro che per le normali vie diplomatiche. Cfr. M. Soleri, Memorie, Torino 1949, pp. 220 sgg. ↩

  24. Il discorso di Torino (lo si veda in Mussolini, XXIX, pp. 272 sgg.) è significativo, oltre che per capire la strategia politica del «duce», anche per valutare l’atteggiamento popolare verso la politica estera fascista e le preoccupazioni che esso suscitava in Mussolini. La folla che ascoltava il discorso applaudí calorosamente i passi che parlavano di pace, scarsissimi furono invece gli applausi a quelli che si riferivano all’alleanza con la Germania e a Tunisi (la «pistola puntata al fianco dell’Italia»). La cosa irritò molto Mussolini che ordinò al capo gabinetto del ministero della Cultura popo lare, C. Luciano, di spostare nei resoconti dei giornali e nelle colonne sonore dei documentari LUCE gli applausi dai primi ai secondi passi. Cfr. C. Luciano, Rapporto al Duce, Roma 1948, pp. 12 sg.

    Per l’ostilità popolare all’alleanza con la Germania in questo periodo valga come esempio il seguente stralcio di un rapporto informativo, in data 10 giugno 1939, di un informatore del partito (ACS, PNF, Situazione politica delle provincie, «Grosseto»): «L’alleanza con la Germania è motivo anche questo di speculazione per i disfattisti che presentano l’avvenimento sotto i punti di vista i meno simpatici ed in modo arbitrario ed allarmistico. Queste particolari situazioni meritano tutta l’attenzione di tutte le competenti autorità perché fin d’ora si profilano crepe le cui origini vanno ricercate con molta cura e pazienza se si vuole salvaguardare la resistenza morale del popolo italiano. Certamente l’idea di una guerra con la Francia non trova molta comprensione pur ammettendo la fondatezza delle rivendicazioni italiane. Si può dire anzi che la gente nostra ricusa quasi per istinto a considerare come possibile un conflitto fra i due paesi. Questa è l’opinione diffusa ovunque nelle campagne e nelle città del Veneto e della Toscana. Le condizioni di spirito di queste popolazioni sono quindi lontane dall’essere preparate ad ogni evenienza: il delinearsi di correnti che tendono a dipingere l’eventualità di una guerra contro la Francia come un atto di pazzia del Fascismo può essere pericoloso per la resistenza morale delle popolazioni qualora l’Italia potesse essere trascinata malgrado la sua volontà di pace in un conflitto.

    «La visita del Duce in Piemonte è stata interpretata in molti ambienti del Veneto come un desiderio del Duce di rincuorare le popolazioni di frontiera ma anche in questa occasione molte voci tendenziose sono state diffuse a scopo allarmistico ciò che dimostra la esistenza di correnti disfattiste, l’attività delle quali merita di essere seguita con speciale attenzione». ↩

  25. Per i rapporti con la Santa Sede cfr. ADSS, I, pp. 118 sg., 160 sg., 170 sg., 171 sg., 177 e 196 sg. ↩

  26. Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 254 e 256; D. Grandi, Memorie cit. Prima di essere richiamato da Londra Grandi era stato costretto da Ciano, su ordine di Mussolini, a tenere, il 25 maggio nella sede dell’ambasciata, un discorso di esaltazione del «patto d’acciaio» (cfr. su tutta la vicenda Archivio D. Grandi, b. 56, fasc. 153; nonché la sua eco al momento del richiamo in Un discours, in «Je suis partout», 14 luglio 1939) che nelle sue memorie egli dice di aver fatto nella speranza di poter cosí rimanere ambasciatore a Londra e che fu inteso dai governanti inglesi appunto in questo spirito. Questa spiegazione è confermata dal calore e la simpatia con i quali Grandi fu salutato da quasi tutti gli ambienti politici e giornalistici inglesi al momento del suo richiamo ufficiale. Particolarmente significativo è quanto gli scrisse W. Churchill il 26 ottobre 1939: «È stato un vero dolore per me che gli eventi, contro i quali voi ed io abbiamo entrambi lottato, abbiano rattristato un periodo della vostra memorabile missione in questo Paese.

    «Mi rallegro che adesso le prospettive per un’intesa anglo-italiana siano migliori e voi potete stare certo che io continuerò a lavorare a questo fine. Io sento una solida fiducia che noi saremo vittoriosi in questa guerra, che noi siamo decisi a perseguire a tutti i costi sino a quando l’Europa non sarà libera dalla minaccia tedesca; ed io sono convinto che non durerà cosí a lungo come durò l’ultima volta.

    «Ad ogni modo, o lunga o corta, noi non molleremo» (Archivio D. Grandi, b. 64, fasc. 157, sott. 2). ↩

  27. Cfr. DDI, s. VIII, XII, pp. 112, 204 e 400. ↩

  28. Ibid., pp. 263 sg., 291, 304 sg. e 328 sgg. ↩

  29. Ibid., p. 332. ↩

  30. G. Ciano, Diario cit., p. 318. ↩

  31. DDI, s. VIII, XII, p. 338. ↩

  32. Ibid., pp. 378 sgg., nonché anche pp. 374 e 381. ↩

  33. Ibid., p. 389. ↩

  34. Ibid., pp. 399 sgg. e 418. ↩

  35. M. Magistrati, L’Italia a Berlino cit., pp. 377 sg. ↩

  36. Ibid., p. 379 e, piú in genere, pp. 378 sgg.; nonché G. Ciano, Diario cit., p. 321. ↩

  37. Cfr. DDI, s. VIII, XII, pp. 481, 485, 497 sgg. ↩

  38. Ibid., pp. 512 sg., 513, 517 sgg., 536 sgg., 549 sg. ↩

  39. Ibid., pp. 559 sgg. ↩

  40. Per l’atteggiamento di Ciano in questi giorni cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 323-25. ↩

  41. Ibid., p. 326. Per il testo del comunicato cfr. DDI, s. VIII, XII, pp. 605 sg. ↩

  42. Ibid., p. 609. ↩

  43. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 449 sgg.; nonché G. Ciano, Diario cit., pp. 326 sg. Per l’atmosfera degl’incontri cfr. anche M. Magistrati, L’Italia a Berlino cit., pp. 394 sgg. ↩

  44. Cfr. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 453 sgg. e 458 sg.; nonché G. Ciano, Diario cit., p. 327. ↩

  45. L’Europa verso la catastrofe cit., p. 457. ↩

  46. Ibid., p. 459. ↩

  47. G. Ciano, Diario cit., pp. 327 sg. ↩

  48. Cfr. A. Tamaro, Venti anni di storia cit., III, p. 365. ↩

  49. Tipico in questo senso è quanto scriveva il 22 agosto P. Loraine ad Halifax, cfr. DBFP, s. III, VII, pp. 139 sg. ↩

  50. D. Grandi, Memorie cit. ↩

  51. Cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1943), FP/R, fasc. «Mussolini Benito», sott. 6, ins. A «Dicerie su vari morti e presunti ferimenti»; DDI, s. VIII, XIII, pp. 202 sg. ↩

  52. G. Ciano, Diario cit., pp. 327 sg. ↩

  53. D. Grandi, Memorie cit. ↩

  54. Ibid. ↩

  55. Per lo stato d’informazione che si aveva a Roma cfr. M. Toscano, L’Italia e gli accordi tedesco-sovietici dell’agosto 1939, Firenze 1955. ↩

  56. Cfr. G. Bottai, Diario cit., f. 698, alla data del 31 agosto 1939, ove si legge che, alla domanda di Bottai se Roma fosse stata a conoscenza delle trattative che avevano portato al patto tedesco-sovietico, Ciano rispose: «No. Il Duce dice di sí. Ma era una notizia vaga, a mezz’aria che avevamo. Attolico ci aveva detto, sí, che si stava preparando qualche cosa. Ma senza precisare». ↩

  57. ACS, E. De Bono, Diario cit., q. 43, alla data del 17 agosto 1939. ↩

  58. I relativi appunti di Paulucci del 19 e del 21 agosto, i giorni rispettivamente nei quali ricevette a Venezia la convocazione e fu ricevuto da Mussolini, sono stati resi noti da F. Milesi Ferretti, L’attività diplomatica di Giacomo Paulucci di Calboli Barone, tesi di laurea in storia moderna, Roma, Facoltà di Lettere e Filosofia, 1970-71, pp. 179 sgg. ↩

  59. Ibid., pp. 184 sgg. ↩

  60. Archivio D. Grandi, b. 151, fasc. 199, sott. 3, Frammenti di Diario, alla data del 17 agosto 1939. ↩

  61. ACS, Agenzia Stefani, Manlio Morgagni, b. 5, fasc. 12. ↩

  62. Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 335 e 336. ↩

  63. Ibid., p. 332. ↩

  64. DDI, s. VIII, XIII, pp. 22 sg. ↩

  65. G. Ciano, Diario cit., pp. 328 sg. ↩

  66. Ibid., p. 329. ↩

  67. DDI, s. VIII, XIII, p. 56. ↩

  68. Ibid., pp. 68 sgg. Nella stessa giornata Attolico ebbe un secondo incontro con von Ribbentrop, per il quale cfr. ibid., pp. 73 e 78 sg. ↩

  69. Cfr. il «diario» di quelle giornate, scritto però certamente in un secondo tempo, di L. Vitetti, all’epoca direttore generale degli Affari generali di palazzo Chigi e stretto collaboratore di Ciano, pubblicato da E. Serra, Leonardo Vitetti e una sua testimonianza, in «Nuova antologia», dicembre 1973, p. 494. ↩

  70. DDI, s. VIII, XIII, pp. 79 sgg. ↩

  71. D. Grandi, Frammenti di diario, alla data del 19 agosto 1939, in Archivio D. Grandi, b. 151, fasc. 199, sott. 3; nonché R. Quartararo, Inghilterra e Italia ecc. cit., pp. 691 sgg. ↩

  72. Cfr. DBFP, s. III, VII, pp. 7 sg. ↩

  73. G. Ciano, Diario cit., p. 331. ↩

  74. Ibid. ↩

  75. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., pp. 254 sg. ↩

  76. M. Donosti [M. Luciolli], Mussolini e l’Europa cit., p. 208. ↩

  77. DDI, s. VIII, XIII, p. 83. La nota redazionale che attribuisce il documento, oltre che a Mussolini e Ciano, anche ad Attolico è evidentemente desunta dal Diario di Ciano, mentre non si capisce il perché del riferimento alla «Cronologia dei principali avvenimenti precedenti lo scoppio della guerra» redatta dagli uffici del ministero degli Esteri, dato che questa non menziona il nome di Attolico tra i partecipanti alla riunione (ibid., p. 398). ↩

  78. Cfr. DDI, s. VIII, XIII, pp. 398 sg., 85 sgg., 89 sg. e 92; E. Serra, Leonardo Vitetti e una sua testimonianza cit., p. 494; G. Ciano, Diario cit., pp. 331 sg. ↩

  79. Cfr. DDI, s. VIII, XIII, pp. 107 sg. e 124. ↩

  80. Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 333; E. Serra, Leonardo Vitetti e una sua testimonianza cit., p. 495. ↩

  81. DDI, s. VIII, XIII, pp. 155 sg. Copia del telegramma doveva essere inviata anche al re. ↩

  82. Ibid., pp. 161 sgg. ↩

  83. Ibid., pp. 164 sg. ↩

  84. Ibid., p. 170. ↩

  85. Cfr. E. Serra, Leonardo Vitetti e una sua testimonianza cit., p. 496; M. Donosti [M. Luciolli], Mussolini e l’Europa ecc. cit., p. 214; DDI, s. VIII, XIII, pp. 192 sgg. ↩

  86. G. Ciano, Diario cit., p. 334. ↩

  87. Cfr. DDI, s. VIII, XIII, pp. 189 sg. ↩

  88. Ibid., pp. 192 sg., nonché, per la risposta di Mussolini, la replica di Hitler e l’ulteriore risposta ad essa del «duce», pp. 195, 211 sg. e 218. ↩

  89. F. Charles-Roux, Huit ans au Vatican cit., pp. 327 sg. ↩

  90. D. Grandi, Frammenti di diario, alla data del 27 agosto 1939, in Archivio D. Grandi, b. 151, fasc. 199, sott. 3. ↩

  91. Cfr. R. Quartararo, Roma tra Londra e Berlino cit., pp. 524 sgg. ↩

  92. Sui rapporti italo-polacchi cfr. J. W. Borejsza, L’Italia e la guerra tedesco-polacca del 1939, in «Storia contemporanea», luglio-agosto 1978, pp. 607 sgg. ↩

  93. DDI, s. VIII, XIII, pp. 258 sg. ↩

  94. G. Ciano, Diario cit., p. 337; nonché ciò che Mussolini disse il 6 settembre a F. Guarneri, Battaglie economiche cit., II, p. 430. ↩

  95. Cfr. R. Quartararo, Roma tra Londra e Berlino cit., p. 504. ↩

  96. Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 339. Non risponde assolutamente a verità la notizia del «diario» di Vitetti (E. Serra, Leonardo Vitetti e una sua testimonianza cit., p. 496) che Ciano avesse informato della decisione Loraine sin dal 26 agosto. Lo prova il riferimento alla interruzione delle comunicazioni telefoniche inglesi con l’Italia che avvenne, appunto, il 31 agosto nella serata (cfr. DDI, s. VIII, XIII, p. 408). È comunque probabile che gli inglesi fossero già sicuri di questa decisione che, oltre tutto, era stata comunicata già due giorni prima da Buffarini-Guidi a mons. Borgongini-Duca. Cfr. ADSS, I, p. 281. ↩

  97. DDI, s. VIII, XIII, p. 307. ↩

  98. Ibid., pp. 407 sg.; G. Ciano, Diario cit., pp. 338 sg.; DBFP, s. III, VII, pp. 442 sg. e 444 sg. ↩

  99. DDI, s. VIII, XIII, pp. 332, 335 e 337. Per la decisione del governo francese cfr. J.-B. Duroselle, La décadence cit., pp. 479 sgg.; nonché G. Bonnet, De Munich à la guerre cit., pp. 477 sgg. e 484 sgg. ↩

  100. DDI, s. VIII, XIII, pp. 333 sg. ↩

  101. Ibid., pp. 338 sg. ↩

  102. Ibid., p. 352. ↩

  103. Ibid., p. 356. ↩

  104. A. François-Poncet, Au Palais Farnèse cit., pp. 132 sgg.; nonché G. Bonnet, De Munich à la guerre cit., p. 499. ↩

  105. G. Ciano, Diario cit., pp. 340 sg. ↩

  106. Il 3 settembre Hitler scrisse a Mussolini una lettera (DDI, s. VIII, XIII, pp. 385 sgg.) per ringraziarlo del suo «ultimo tentativo di mediazione». In essa si legge tra l’altro: «Sarei stato pronto ad accettare, tuttavia soltanto a condizione che si fosse potuta trovare la possibilità di darmi certe garanzie per uno svolgimento fruttuoso della conferenza. Infatti da due giorni le truppe tedesche operano in Polonia una avanzata che in alcuni punti è straordinariamente rapida. Sarebbe stato impossibile lasciar nuovamente svalorizzare con raggiri diplomatici i sacrifici di sangue fatti in tal modo. Tuttavia io credo che avrebbe potuto essere trovata una strada, se l’Inghilterra non fosse stata fin da principio decisa a condurre in ogni caso alla guerra. Io non ho indietreggiato dinanzi alla minaccia inglese, perché, Duce, non credo piú che la pace avrebbe potuto essere conservata per piú di sei mesi, o, diciamo, un anno. In queste condizioni tuttavia ritengo che il momento attuale fosse malgrado tutto adatto per resistere. Attualmente la supremazia delle forze armate tedesche in Polonia è talmente enorme in tutti i campi tecnici che l’esercito polacco crollerà in brevissimo tempo. Io

    credo di dover dubitare che questo rapido successo avrebbe potuto essere ancora raggiunto in uno o due anni. L’Inghilterra e la Francia avrebbero comunque riarmato il loro alleato cosí che la decisiva superiorità tecnica delle forze armate tedesche non avrebbe piú potuto essere cosí evidente. Sono conscio, Duce, che la lotta a cui vado incontro è una lotta per la vita o per la morte. In questo il mio proprio destino non conta nulla. Ma sono inoltre conscio che non si può a lungo evitare una simile lotta e che bisogna scegliere con fredda riflessione il momento della resistenza in modo che sia assicurata la probabilità del successo, e a questo successo, Duce, io credo con fermezza granitica. Voi, recentemente, mi avete amichevolmente assicurato che credete di potermi aiutare in qualche campo. Accolgo già in anticipo ciò con sentita riconoscenza. Ma credo inoltre che – anche se adesso marciamo per vie diverse – il nostro destino ci legherà tuttavia l’uno all’altro. Se la Germania nazionalsocialista fosse distrutta dalle democrazie occidentali, anche l’Italia fascista andrebbe incontro ad un grave avvenire. Io ero già consapevole personalmente di questa comunanza di destini e di avvenire nei nostri due regimi e so che Voi, Duce, pensate allo stesso modo». ↩

  107. Mussolini, XXIX, pp. 309 sgg. ↩

  108. ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Verbali, seduta del 1° settembre 1939. ↩

  109. Cfr. DDI, s. VIII, XIII, pp. 330, 339 e 345. Il messaggio inviato da Hitler era cosí concepito: «Duce, Vi ringrazio nel modo piú cordiale per l’aiuto diplomatico e politico che avete ultimamente accordato alla Germania ed al suo buon diritto. Sono persuaso di poter adempiere con le forze militari della Germania il compito assegnatoci. Credo perciò di non aver bisogno in queste circostanze dell’aiuto militare italiano. Vi ringrazio, Duce, anche per tutto ciò che Voi farete in futuro per la causa comune del Fascismo e del Nazionalsocialismo». ↩

  110. G. Ciano, Diario cit., p. 340. ↩

  111. G. Bottai, Diario cit., ff. 693 sgg., alla data del 1º settembre 1939. Sotto la data del giorno successivo (ff. 698 sg.) si legge ancora: «Contegno di Grandi. L’intervento suo nel Consiglio dei Ministri di ieri era, evidentemente, concordato con Galeazzo. Mirava a controbattere una non confessata, ma perfin nello sguardo, nella voce, negli atti palese, sensazione del Duce che la dichiarata neutralità equivalesse a un mancamento: a un “tradimento”. Certo, è la fine del periodo romantico e mistico dell’Asse. Da Bebé Colonna, visto ieri mattina, sapevo che Grandi si vantava discretamente d’esser stato mobilitato a “palazzo Chigi”, dove, diceva, “son diventati, di colpo, anglofili”. Non è escluso che, sotto il suo contegno, mediti un “ritorno”».

    A proposito dell’anglofilia di quei giorni di Ciano, le pagine del diario di Grandi contengono, pure sotto la data del 1º settembre, alcune annotazioni assai significative e che dimostrano quante illusioni il ministro degli Esteri si facesse sul «nuovo» atteggiamento inglese verso l’Italia, al punto di accusare di «tiepidezza» nei confronti dell’Inghilterra addirittura Grandi, piú cauto e meno ottimista a questo proposito. D. Grandi, Frammenti di diario, in Archivio D. Grandi, b. 151, fasc. 199, sott. 3. ↩

  112. Ibid., alla data del 1º settembre 1939. ↩

  113. F. Guarneri, Battaglie economiche cit., II, pp. 427 sgg. ↩

  114. G. Pini, Filo diretto con Palazzo Venezia cit., pp. 196 sg. La data sotto cui è registrato il colloquio è evidentemente sbagliata. ↩

  115. Cfr. E. von Rintelen, Mussolini l’Alleato. Ricordi dell’addetto militare tedesco a Roma (1936-1943), Roma 1952, p. 72. ↩

  116. Cfr. F. Guarneri, Battaglie economiche cit., II, p. 429; G. Gorla, L’Italia nella seconda guerra mondiale cit., p. 66. ↩

  117. F. Guarneri, Battaglie economiche cit., II, p. 429. ↩

  118. Ibid., pp. 429 sg. ↩

  119. Ibid., p. 430. ↩

  120. M. Luciolli, Palazzo Chigi: anni roventi cit., p. 71. ↩

  121. Cfr. a proposito di questa esposizione del ministro delle Finanze le osservazioni di E. Conti, Dal taccuino di un borghese cit., pp. 659 sgg. ↩

  122. ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1937-39), fasc. 1-1-27/195. ↩

  123. F. Guarneri, Battaglie economiche cit., II, pp. 394 sgg. e in particolare p. 403. ↩

  124. Ibid., II, p. 432. ↩

  125. Ibid., p. 434. ↩

  126. ACS, E. De Bono, Diario cit., q. 43, alla data del 7 ottobre 1939. ↩

  127. In questo senso ci pare che le due piú recenti interpretazioni della «non belligeranza» date da H. Cliadakis, Neutrality and war in Italian policy 1939-40, in «Journal of Contemporary History», luglio-settembre 1974, pp. 171 sgg. e da B. S. Viault, Mussolini et la recherche d’une paix négociée (1939-1940), in «Revue d’histoire de la deuxième guerre mondiale», luglio 1977, pp. 1 sgg. siano sostanzialmente da integrare fra loro. ↩

  128. G. Bottai, Diario cit., ff. 713 sg. ↩

  129. G. Ciano, Diario cit., pp. 366 e 367. ↩

  130. Ibid., ff. 698, 701 e 706, alle date del 1º e del 4 settembre 1939. ↩

  131. G. Ciano, Diario cit., p. 347. ↩

  132. D. Grandi, Frammenti di diario cit., in Archivio D. Grandi, b. 151, fasc. 199, sott. 3. ↩

  133. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1943), fasc. 251/R, «Enciclopedia Treccani». ↩

  134. DDI, s. IX, III, p. 28. ↩

  135. Ibid., p. 578. ↩

  136. G. Bottai, Diario cit., f. 779. ↩

  137. ACS, E. De Bono, Diario cit., q. 43, alla data del 20 novembre 1939, ma il colloquio ebbe luogo il 16 novembre. ↩

  138. G. Bottai, Diario cit., f. 787. ↩

  139. Ibid., f. 789; alla data del 1° marzo 1940. ↩

  140. Ibid., ff. 778 sg. alla data del 23 gennaio 1940. ↩

  141. Ibid., f. 779. ↩

  142. G. Ciano, Diario cit., p. 400. ↩

  143. Ibid., p. 404. ↩

  144. Ibid., pp. 368, 371 e 379. ↩

  145. Cfr. DDI, s. IX, II, p. 532. ↩

  146. G. Ciano, Diario cit., pp. 385 e 419. ↩

  147. Mussolini, XXXV, pp. 248 sg. ↩

  148. DDI, s. IX, III, p. 578. ↩

  149. F. Milesi Ferretti, L’attività politica di Giacomo Paulucci di Calboli Barone cit., p. 210. ↩

  150. Un’eco assai significativa delle preoccupazioni suscitate dalle mire espansionistiche sovietiche verso la Romania è costituita dall’interesse che sin da metà ottobre la stampa italiana piú legata a palazzo Chigi mostrò per la Bessarabia. Cfr. in particolare L. C., La Bessarabia tra la Russia e la Romania, in «Relazioni internazionali», 14 ottobre 1939, p. 794, che diede il là a tutta una serie di altri articoli. ↩

  151. Lo si arguisce da alcuni accenni fatti a Bottai, di ritorno da un viaggio in Iugoslavia, il 1° marzo, parlandogli anche, lo si è visto, dell’eventualità di una «guerra parallela». Cfr. G. Bottai, Diario cit., ff. 787 sg. ↩

  152. Ibid., f. 778. ↩

  153. Nel Consiglio dei ministri del 2 aprile Mussolini disse: «Faremo la guerra: nelle migliori condizioni possibili e il piú tardi possibile, per portare al massimo la nostra preparazione. Una guerra, che ci porti a un risultato in sei mesi, perché una maggiore durata ci porrebbe problemi finanziari troppo gravi, insormontabili. La guerra oggi costa un miliardo al giorno» (G. Bottai, Diario cit., f. 815). ↩

  154. DDI, s. IX, III, p. 578. ↩

  155. Per valutare il comportamento di Ciano e ancor piú quello che egli veniva scrivendo nel suo diario è assai utile un’osservazione di G. Bottai, Diario cit., f. 831, alla data del 23 aprile 1940: «seguir la navigazione di Galeazzo sull’ondeggiar dei suoi umori è assai difficile». ↩

  156. G. Ciano, Diario cit., p. 378. ↩

  157. Tipica la posizione di De Bono che il 20 novembre ’39 scriveva: «Proprio non lo si capisce

    quell’uomo; egli pensa proprio di essere fuori dell’ordinario e che quindi non debba neppure accorgersi delle contraddizioni in cui lo mettono coloro che gli stanno piú vicino» e una decina di giorni dopo, il 2 dicembre, aggiungeva: «Ma tutto, ogni cosa è stato un bluff, volgare fanfaronata, positiva menzogna» e se la prendeva un po’ con tutti: «e ovunque servilismo, violinismo, mancanza di carattere. Cose sporche e povere, misere. Come togliersi da ciò? Non si può ancora dir niente». Ma dopo pochi giorni ancora, il 16 gennaio ’40, sembra aver cambiato idea, almeno per quel che concerneva Mussolini: «Mussolini non lo si capisce. Per me è già spacciato: egli sa benissimo quante siano le sue colpe, ma crede fermamente che gl’italiani non se ne siano accorti. È scaduto, scaduto nel prestigio piú in Italia che all’Estero. Di quante cose e di quante inutili buffonate dovrebbe pentirsi?!!» ACS, E. De Bono, Diario cit., q. 43, alle date indicate. ↩

  158. G. Ciano, Diario cit., p. 418. ↩

  159. Ibid., pp. 357 sg., alla data del 9 ottobre 1939. ↩

  160. Tipica manifestazione della gelosia e del senso di inferiorità rispetto a Hitler che animavano spesso Mussolini è la pubblicazione – da lui ispirata personalmente, nonostante il suo netto orientamento antibolscevico e le preoccupazioni suscitate in lui dal patto tedesco-sovietico – da parte de «Il messaggero» del 5 settembre 1939 di un articolo (Una pagina di storia. Il patto di amicizia, non aggressione e neutralità tra l’Italia e l’URSS) in cui, a proposito del patto tedesco-sovietico, si metteva in rilievo la sua primogenitura anche per quanto riguardava i rapporti con l’Urss e si sottolineava che l’Italia fascista era stata la prima nazione «a rompere l’universale congiura diplomatica contro Mosca e a togliere l’Urss dall’isolamento in cui era stata proscritta». Cfr. G. Bottai, Diario cit., ff. 709 sg., alla data del 5 settembre 1939. ↩

  161. G. Ciano, Diario cit., p. 403. ↩

  162. Ibid., p. 390. ↩

  163. G. Bottai, Diario cit., ff. 736 sg. ↩

  164. G. Ciano, Diario cit., p. 373. ↩

  165. Cfr. ibid., p. 364. In risposta al manifesto, pubblicato su «Relazioni internazionali» del 18 novembre 1939, pp. 965 sgg., Ciano fece scrivere un articolo a V. Gayda, Il falso e il vero, in «Giornale d’Italia», 8 novembre 1939. ↩

  166. «Bisognerà pure – disse a Bottai il 15 aprile citando Machiavelli – venirne a fondo. La Chiesa è sempre dall’altra parte: con l’Austria nel 1915-18; contro la Germania, oggi. La Chiesa è stata sempre, dico sempre, la rovina d’Italia. Diede agl’italiani, mentre gli altri si spartivano il mondo, il surrogato d’un imperialismo concreto con un universalismo spirituale, che ci snervò. Se avessi tempo, scriverei un libro, di non piú di duecento pagine, per dimostrare quanto dico. Costantemente, la Chiesa fu nemica della causa italiana» (G. Bottai, Diario cit., f. 826). ↩

  167. Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 422 sg. ↩

  168. Cfr. a questo proposito ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. polizia politica, b. 31/b, fasc. «Gonella Guido». Gonella, oltre che commentatore stabile di politica estera dell’«Osservatore romano» (cfr. G. Gonella, Verso la 2ª guerra mondiale. Cronache politiche. «Acta Diurna» 1933-1940, Bari 1979), era anche direttore della «Rassegna internazionale di documentazione» (una sorta di controaltare vaticano dell’ufficioso «Relazioni internazionali») che dovette sospendere le pubblicazioni. ↩

  169. O. Dinale, Quarant’anni di colloqui... con lui, Milano 1962, pp. 158 sg. ↩

  170. G. Ciano, Diario cit., p. 419. ↩

  171. G. Bottai, Diario cit., f. 826, alla data del 15 aprile 1940. ↩

  172. G. Ciano, Diario cit., p. 391. ↩

  173. Ibid., p. 418. ↩

  174. Ibid., p. 394. ↩

  175. Cfr. Mussolini, XXIX, pp. 311 sgg. Il testo è quello riveduto per la stampa, non essendosi potuto ritrovare l’originale. ↩

  176. Tra i molti rapporti di polizia e di partito sugli echi del discorso, questo, in data 28 settembre, pur riferendosi a Genova e dintorni, offre un quadro compiuto dei commenti e delle reazioni che può essere esteso a tutto il paese.

    «Se la sorveglianza e le misure contro i vociferanti, diffusamente note fra questa popolazione, hanno evidentemente accentuata la riservatezza e la prudenza nel parlare, è però altrettanto evidente che vociferanti e vociferazioni hanno tutt’altro che disarmato perché le stesse parole del Duce ai Gerarchi bolognesi (parole che – giusto venne segnalato ultimamente – produssero cosí vasta soddisfazione, rasserenamento od entusiasmo) furono e sono motivo d’una piccola ridda di sussurrazioni le quali, seppure guardinghe e circospette, si possono ora qui udire in qua ed in là tanto fra i ceti bassi quanto fra quelli piú distinti.

    «Si elencano qui di seguito quelle che maggiormente colpirono per il loro carattere e per la piú insistente loro ripetizione:

    • 1) Che il discorso del Duce fu qui interpretato da tantissimi come una quasi assicurazione che l’Italia resterà avulsa dal conflitto: quindi produsse un’estesa soddisfazione dato che la maggioranza di qui molto paventa la guerra ed odia i tedeschi.
    • 2) Che il discorso del Duce, nel suo complesso, non dice gran che di nuovo, tanto meno non dice gran che di veramente rassicurante.
    • 3) Che le smentite contenute nell’ultimo discorso del Duce alle voci che Lo riguardavano personalmente sono conferma che qualche cosa in proposito vi fu, perché altrimenti Egli avrebbe smentito assai prima, tanto piú che le voci suddette erano molto insistenti e diffusissime.
    • 4) Che per lo stesso motivo il discorso suddetto è conferma che vi furono screzi con membri del Governo, personalità altissime ecc. mentre nel discorso stesso non è contenuta una precisa assicurazione della tuttora vera integrità dell’Asse.
    • 5) Che anche le voci corse di dissidi fra l’Esercito e la Milizia erano fondate come lo hanno comprovato i pronti provvedimenti presi – salutati con assai diffuso piacere sia fra i militari che fra i civili – della parificazione del soldo.
    • 6) Che il Ministro degli esteri Conte S. E. Ciano è caduto in disgrazia dacché ebbe conferito il Supremo ordine della SS. Annunziata poiché non se ne sente parlar quasi piú mentre prima era in testa ad ogni evento, e che è molto atteso il prossimo Consiglio dei Ministri anche per capire qualcosa circa questo.
    • 7) Che è piú che certa la esistenza, in Roma, d’una gran baraonda come lo provano gli ordini e contrordini che si susseguono per tante e tante cose di alta o di lieve importanza: per esempio anche riguardo l’orario unico che qui in Genova non è stato ancora attuato da nessuno.
    • 8) Che l’invito alla pace e l’invito alla accettazione del fatto compiuto in Polonia annunciati dal Duce nel Suo ultimo discorso, sono un assurdo specifico date le dichiarazioni dei Governi Anglo-Francesi. Ed un assurdo anche perché la Germania avrebbe poi la possibilità di continuare all’infinito la serie dei fatti compiuti.
    • 9) Che nelle suddette parole del Duce è contenuto, fra le righe, l’annuncio di un intervento dell’Italia di piú o meno prossima decisione, ma che il popolo italiano non sente entusiasmo per la guerra né sentesi di combattere contro la Francia a fianco dei Tedeschi, mentre fra i richiamati di terra e di mare serpeggia malumore esteso per il ripetersi delle chiamate, congedi, licenze e via di seguito come per l’inutile trattenimento loro alle armi.
    • 10) Che il susseguirsi di chiamate seguite poi da congedi, licenze, indi da nuove chiamate ecc., ha disorganizzato e creato molto disordine nei centri di mobilitazione ed influito sulla evidente poca disciplina esistente piú che altro fra i richiamati.
    • 11) Che le necessità di vigilare gli avversi, annunciate dal Duce nel Suo ultimo discorso, denotano ch’Egli riconosce come la Nazione sia tutt’altro che concorde e che gli avversi non mancano pure nel campo Fascista.
    • 12) Che l’Italia ha saputo del Patto russo-tedesco solamente all’atto dell’ultimo viaggio di S. E. Ciano a Salisburgo.
    • 13) Che il Duce ha dovuto soggiacere al Patto russo-tedesco come già soggiacque nell’annientamento austriaco e ceco-slovacco e sopportare non lievi difficoltà con membri del Governo, alte personalità, stessa Corona a fine di evitare uno spezzarsi clamoroso dell’Asse.
    • 14) Che l’intervento russo è un’arma a doppio taglio perché porta con sé il pericolo della peste bolscevica come fu subito dubitato fin dall’annuncio del patto stesso, e come difatti sta accadendo colla celere bolscevizzazione a cui sono sottoposte le terre polacche invase, largamente descritte da inviati speciali di vari nostri giornali fra i quali “La Stampa” di Torino.
    • 15) Che l’intervento russo e soprattutto la celere bolscevizzazione dei russi nelle terre invase della Polonia se fa tremare le vene ai ceti benestanti d’Italia ha però allargato il cuore di tantissimi dei ceti lavoratori e fatto sobbalzare di gioia non pochi simpatizzanti per quel regime.
    • 16) Che non è vero che l’intervento russo fosse preordinato in pieno e completo accordo coi tedeschi, ma che la Russia è invece intervenuta non solo per la tutela dei propri interessi, ma anche per sbarrare la strada alle bellicose idee sempre avute dalla Germania circa la propria marcia verso l’Oriente.
    • 17) Che la Germania ha commesso in Polonia delle crudeltà inaudite.
    • 18) Che l’Inghilterra ferma e perquisisce anche dei nostri piroscafi e li sequestra insieme al loro carico come già è stato fatto per varie nostre navi, ciò che renderà, in breve tempo, insostenibile la nostra situazione.
    • 19) Che la tristezza della situazione economica italiana è evidente, siccome è evidente la stampatura in gran copia di carta moneta e la paralizzazione del commercio in genere e del traffico portuale di Genova in ispecie.
    • 20) Che la già grave situazione economica è resa ancor peggiore dal gran numero di capi di famiglia trattenuti alle armi con disastroso effetto sulle loro attività e rispettive famiglie nonché per le insolvenze commerciali e private che derivano da tutto questo e dalla paralisi dei traffici e dei commerci.
    • 21) Che per i prodotti alimentari, e malgrado le vigilanze e le sanzioni in qua ed in là, è continuo l’incremento abusivo dei prezzi, specie poi per i prodotti orto-frutticoli, i quali, per contro, sono acquistati presso i produttori a prezzi irrisori sebbene venduti al pubblico con maggiorazioni che arrivano anche al 300 e 400 per cento.
    • 22) Che molti sfollati rientrano in città recriminando il precipitoso allarmismo creato dallo stesso Governo ai primi di settembre, ciò che indusse ad andarsene esponendosi a spese e danni gravissimi.
    • 23) Che il Duce, realmente, è avverso alla guerra, ma perché non si fida di farla temendo che scoppino sommosse, come non si fida, ora, di troppo muoversi temendo per la propria incolumità personale.
    • 24) Che l’attuale situazione dell’Italia anziché di privilegio come viene detto, è delle piú critiche in quanto i vantaggi pecuniari derivanti dalla odierna non partecipazione al conflitto sono effimeri ed in parte annullati dal blocco inglese ed in quanto se la pace sarà prontamente ristabilita essa Italia avrà poco o nulla. Mentre in caso diverso dovrà partecipare, non pronta, ad una guerra che la Nazione non sente e che neppure può essere propagandata non conoscendosi con precisa esattezza, finora, da quale parte sarà il nostro intervento e le sorprese che può riserbare l’avvenire nella compagine delle odierne parti in conflitto» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. polizia politica, categ. I, b. 224).

    ↩

  177. G. Ciano, Diario cit., pp. 350 sg. ↩

  178. G. Bottai, Diario cit., ff. 724 sg. ↩

  179. Cfr. Mussolini, XXIX, pp. 315 sgg. ↩

  180. G. Ciano, Diario cit., p. 394. ↩

  181. Ibid., pp. 344 sg. ↩

  182. G. Bottai, Diario cit., ff. 712 sg. ↩

  183. Ibid., ff. 823 sg.

    Il volume dell’Opera omnia di Mazzini è il XXVII degli Scritti politici, pubblicato in quelle settimane; il passo a cui si fa riferimento è ibid. a p. 12. Per i «fascicoli» sugli accordi militari del 1914 cfr. M. Mazzetti, L’Italia e le convenzioni militari segrete della Triplice Alleanza, in «Storia contemporanea», aprile-giugno 1970, pp. 395 sgg., dove sono, appunto, utilizzati e pubblicati i documenti ai quali si riferiva Mussolini e che si trovano nelle carte della sua Segreteria particolare. ↩

  184. G. Bottai, Diario cit., f. 828, alla data del 17 aprile 1940. ↩

  185. Se si deve credere a quanto scritto da G. Leto, OVRA. Fascismo-antifascismo cit., pp. 198 sg., il «distacco» dovette assumere ad un certo punto (se la notizia corrisponde a verità, probabilmente nell’aprile – inizio maggio del ’40) un carattere cosí radicale da indurre Ciano a pensare di sopprimere Mussolini e di rivolgersi a Bocchini perché gli procurasse un particolare veleno che non lasciava traccia. La notizia non è confermata da nessun’altra fonte e non ci pare molto credibile (cfr. anche G. B. Guerri, Galeazzo Ciano cit., pp. 214 sg.), è comunque significativo che essa circolasse e sia stata ritenuta attendibile da Leto. ↩

  186. G. Bottai, Diario cit., ff. 827 sg., alla data del 17 aprile 1940. Il corsivo è nostro. ↩

  187. Ibid., p. 828. ↩

  188. Su N. Quilici cfr. A. Aquarone, Nello Quilici e il suo «Diario di guerra», in «Storia contemporanea», aprile-giugno 1975, pp. 305 sgg. ↩

  189. N. Quilici, Direttive ideali e storiche della guerra, in «Nuovi problemi di politica storia ed economia», gennaio-dicembre 1939, pp. 1 sgg. ↩

  190. Cfr. G. B. Guerri, Galeazzo Ciano cit., pp. 462 sgg. e 475 sg. ↩

  191. ADSS, I, pp. 416 sgg. e in particolare p. 417. Contatti di Ciano col re, il principe ereditario

    e il ministro della Real Casa nel marzo 1940 sono attestati anche da G. Ciano, Diario, cit., pp. 403, 406 sg. e 411. ↩

  192. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1943), fasc. 438/R, «Movimento Ministri e Sottosegretari del Regime fascista», sott. 25, ins. A, lettere in data 27 ottobre 1939; Mussolini, XLIII, pp. 21 sgg. ↩

  193. Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 360. ↩

  194. Cfr. ibid., p. 362. ↩

  195. È interessante notare che mentre agli inizi di luglio Ciano era stato, come si è detto, contrario alla candidatura di Grandi, arrivando a preferirle quella di Farinacci o quelle di «una scialba figura quale Teruzzi o Acerbo», ora la caldeggiò presso Mussolini che aveva pensato in un primo momento proprio «ad un mediocre raccattato dal fascismo» come De Francisci. Cfr. ibid., pp. 318 e 368. ↩

  196. Critica Fascista, Il Partito: quindici anni dopo il 3 gennaio, in «Critica fascista», 1° gennaio 1940, pp. 66 sgg.; ma si veda anche tutto il fascicolo, interamente dedicato al problema del partito, nonché l’editoriale ID., Il Partito, del 15 novembre 1939, pp. 18 sg. ↩

  197. Cfr. C. Luciano, Rapporto al Duce cit., p. 9. ↩

  198. G. Bottai, Diario cit., f. 739. ↩

  199. Ibid., f. 737. ↩

  200. Cfr. G. Leto, OVRA. Fascismo-antifascismo cit., pp. 203 sgg.

    Secondo Ciano, il potere di intimidazione di Starace sarebbe stato tale da influire persino sui carabinieri, «che non osavano piú dire la verità». Cfr. G. Bottai, Diario cit., f. 715, alla data del 7 settembre 1939. ↩

  201. Pare che Mussolini pensasse a Tarabini: cfr. ibid., ff. 726 sg., alla data del 27 settembre 1939. ↩

  202. Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 356 e 357. ↩

  203. Per i sentimenti antitedeschi di Muti, nell’ottobre 1939, cfr. L. Simoni [M. Lanza], Berlino. Ambasciata d’Italia 1939-1943, Roma 1946, p. 8. ↩

  204. G. Ciano, Diario cit., p. 363. ↩

  205. Ibid., p. 386 e anche p. 397. ↩

  206. Ibid., p. 406. ↩

  207. G. Bottai, Diario cit., ff. 829 sg., alla data del 17 aprile 1940. ↩

  208. Ibid.. ff. 797 sg. ↩

  209. Cfr. per esse «Civiltà fascista», febbraio 1940, pp. 141 sg.; nonché, per l’evidente delusione da esse suscitata e il tentativo di darne una immagine e una interpretazione che non deludessero troppo le aspettative, Critica Fascista, «Continuità» del Partito, in «Critica fascista», 1° febbraio 1940, pp. 114 sg. ↩

  210. Oltre che del controllo dell’applicazione dei provvedimenti assistenziali, i datori di lavoro si lamentavano spesso dell’attività propagandistica che il PNF faceva all’interno delle fabbriche nei maggiori centri industriali. In un rapporto del console statunitense a Torino, Richard B. Haven, all’ambasciatore Phillips del 20 febbraio ’40 il fatto è rilevato in riferimento non solo al danno economico (interruzione del lavoro) che gli industriali dicevano di averne, ma anche a quello «morale», perché tali attività «creavano di solito un complesso psichico di superiorità nelle menti degli operai che non regrediva che dopo qualche tempo» (Asae, Segreteria generale, p. 263). Questo, come altri rapporti di diplomatici stranieri in Italia che citeremo nelle prossime pagine, è conservato nella documentazione del ministero degli Esteri perché venuto in possesso dei servizi segreti italiani e da essi trasmesso a chi di competenza. ↩

  211. Nel rapporto ai direttori di giornali del 29 settembre ’39 Alfieri era arrivato a dire: «La situazione sta diventando sempre piú grave e sempre piú delicata; grave anche dal nostro punto di vista, perché siamo sempre nell’Asse, ma... le cose stanno cambiando» (ACS, Agenzia Stefani, Manlio Morgagni, b. 5, fasc. 12). ↩

  212. Cfr. C. Luciano, Rapporto al Duce cit., p. 8. ↩

  213. Assai sintomatici sono a questo proposito alcuni riferimenti di Pavolini nei suoi rapporti ai giornalisti a tipiche tesi mussoliniane di questi mesi che si spiegano solo con i suoi stretti rapporti col «duce». Valgano questi due esempi. Nel rapporto del 1° febbraio ’40 parlò del nuovo orientamento dello sforzo di preparazione militare italiano, sottolineando che esso non era piú orientato, come sino all’anno prima, a creare un esercito di massa di milioni di uomini, ma verso un esercito relativamente ristretto numericamente e iperarmato. Nel rapporto del 22 febbraio, poi, fece chiaramente riferimento (pur non usando il termine) alla idea mussoliniana della «guerra parallela». «Nell’impostazione, diciamo cosí, mentale di ciascuno di voi – disse – vi prego di considerare che è in atto una crisi europea la quale involge tutti i popoli belligeranti e non belligeranti. In seno a questa crisi grandiosa si delineano poi diverse guerre, non una guerra sola. Una che è inutile citare perché è nella mente di tutti; un’altra, quella finlandese, con una propria caratteristica e una propria autonomia. In questo panorama potrebbe inserirsi domani una nostra guerra la quale sarà o non sarà agganciata in tutto o in parte alla guerra altrui, ma avrà propri fini e propri obiettivi. Quindi l’impostazione mentale nostra non è di porsi il problema “noi siamo di questa o di quella parte” ma “noi abbiamo determinati interessi che un giorno o l’altro perseguiremo”. Ma episodio per episodio la nostra visione deve risalire ai nostri interessi. Quindi praticamente tutte le nostre rivendicazioni sono nel senso che voi sapete, ma per gli altri lati vi sono probabilità o possibilità di svolgere azioni che solo in parte coincidano con l’interesse altrui, che qualche volta coincidano con interessi di una o dell’altra parte, qualche volta infine con gli interessi di tutte e due le parti» (ACS, Agenzia Stefani, Manlio Morgagni, b. 5, fasc. 12). ↩

  214. «I giornali, in questo momento, debbono preoccuparsi soprattutto delle ripercussioni all’estero di quanto si stampa in Italia...» Rapporto di D. Alfieri del 12 settembre ’39 (ibid.). ↩

  215. Nei primi mesi della guerra, questo atteggiamento «equanime» fu tenuto non solo dalla quasi totalità della stampa quotidiana (tra le eccezioni piú significative meritano essere ricordati il «Regime fascista» e soprattutto «Il Tevere», accesamente filotedeschi), ma anche da buona parte di quella periodica politicamente piú impegnata e diretta essenzialmente ai quadri del partito. Valga per tutti la conclusione del lungo articolo di Erba, Agosto 1939, con cui «Civiltà fascista», organo ufficiale dell’Istituto nazionale di cultura fascista, commentò nel numero di settembre-ottobre (pp. 775 sgg.) lo scoppio del conflitto: «La polemica sulle responsabilità della guerra è incominciata súbito dopo l’inizio delle ostilità. È palese l’intento cui mira questo dibattito, inscenato e sostenuto dai rispettivi uffici di propaganda per influire sull’opinione pubblica di tutti i Paesi – belligeranti inclusi –; tuttavia, per chi sia indifferente a questi scopi immediati, appare palese la inutilità di siffatti processi che si vorrebbero instaurare davanti al tribunale della Storia. A che giova dimostrare che il Governo tedesco ha voluto la guerra, pur di soddisfare le sue richieste verso la Polonia? a che giova dimostrare che l’Inghilterra ha atteso che la china dei colpi di forza, a cui essa stessa lo costringeva, trascinasse il Reich in un conflitto che avrebbe dovuto essere per lui senza speranza: cosí come il cacciatore accorto semina di facili prede la via che deve condurre la vittima destinata alla trappola dov’egli l’attende con paziente astuzia?

    «Si può dire: la Germania ha provocato la guerra; ma è stata l’Inghilterra a volere che a questo la Germania fosse costretta: starà poi a quella delle due, che riuscirà vittoriosa dalla lotta, dimostrare che era l’altra ad essere in colpa. Cosí è stato istruito il processo della Versaglia di ieri, cosí verrà istruito quello della Versaglia di domani: se vi si arriverà. Per questo è stata fatta la guerra: per dimostrare che la controparte era la sola responsabile della crisi europea; per questo e l’uno e l’altro dei contendenti vuole assicurarsi la vittoria: per punire il responsabile. A che varrebbe accertare oggi le responsabilità della guerra, se la guerra stessa è stata voluta, come un giudizio di Dio, per sconfessare e punire il responsabile?» ↩

  216. Si vedano per esempio le istruzioni date da Pavolini ai giornalisti nel rapporto del 15 aprile ’40 (ibid.): «Negli articoli complessivi di commento, che devono essere orientati nel senso detto, evitare quelle che possano apparire insinuazioni sia pure fatte per smentirle subito dopo e che sono subito riprese dalla propaganda inglese. Comunque, in quanto al notiziario, prevalenza a quello tedesco e alle corrispondenze da Berlino o da altre fonti neutrali, se favorevoli. Poi, i bollettini anglo-francesi i quali o confermano quanto è detto nel bollettino tedesco e allora lo si fa notare; oppure parlano di azioni che secondo la loro prosa sono a loro favorevoli e allora noi, nell’intitolare queste comunicazioni, mettiamo in luce che secondo i franco-inglesi si sarebbe verificato questo episodio che però da parte tedesca non viene confermato. Se poi c’è la concordanza e si tratta di cosa favorevole alla Germania, evidentemente daremo la notizia». ↩

  217. Acs, Agenzia Stefani, Manlio Morgagni, b. 5, fasc. 12. ↩

  218. Ibid. ↩

  219. Ibid., rapporto ai giornalisti del 22 febbraio ’40: «Vi prego di portare la vostra attenzione sul fatto che tutto quanto si fa in Italia attualmente – e si fa qualcosa di gigantesco sia per reagire al blocco economico che stringe noi come i belligeranti e spesso piú noi, sia per armare l’Italia e metterla in condizione di dire effettivamente la sua parola al momento decisivo, sia per tenere questo miracoloso equilibrio e per la necessità di tenere alto lo spirito guerriero delle giovani generazioni italiane e svolgere contemporaneamente una politica di equilibrio e di attesa – tutto questo, è inutile vi dica che porta la sigla inconfondibile di Mussolini. È questa sua azione tanto piú solitaria e silenziosa, tanto piú è veramente eroica e impegnativa. Quindi in quelle forme che la vostra sensibilità, la vostra discrezione e nello stesso tempo il vostro esatto senso di fascisti vi suggeriscono, ponete sotto il sigillo dell’iniziativa del Capo tutta quell’opera che sulle vostre colonne andate svolgendo e che risale direttamente alla sua persona e alla sua opera di ogni momento». ↩

  220. Ibid., rapporto ai direttori dei giornali provinciali del 10 aprile ’40. ↩

  221. «Anche domani mattina i giornali apriranno la prima pagina con le notizie relative al blocco dei prezzi e agli aumenti salariali. Sono notizie che interessano 45 milioni di italiani e quindi hanno diritto alla precedenza su ogni altra.

    «Nei commenti che potranno essere domani (data la distanza di tempo dalla riunione del Comitato Corporativo) piú diffusi di quelli odierni e che possono anche ripetersi nei giorni successivi, occorre sempre partire dalla premessa della guerra economica generale in cui siamo anche noi, e quando si parla sia dell’attività degli organi corporativi sia anche dell’azione personale del Duce, non si parli mai di azione risolutiva ma di azione che affronta questi problemi via via che si manifestano senza che si possa pretendere che tale azione sia decisiva una volta per tutte.

    «Il primo punto da considerare (assai bene documentato nella relazione del Ministro Ricci) è quello della generalità degli aumenti dei prezzi in tutti i paesi del mondo. Ricci ha portato delle cifre assolutamente probative. Occorre dire naturalmente che l’aumento da noi non poteva non esserci e non bisogna dire che esso è stato leggero. C’è stata purtroppo una pubblicazione (di cui i giornali non hanno colpa perché è ripresa da una relazione al bilancio della Camera) in cui si diceva che l’aumento in Italia era stato del 7,50%. Naturalmente la gente fa i conti su quelle che sono le cifre che spende per vivere e si accorge che l’indice è molto superiore. A questo ha fatto chiaramente riferimento il Duce quando ha detto di far coincidere i prezzi ufficiali coi prezzi di mercato perché è inutile che i Consigli Provinciali di Economia Corporativa facciano dei prezzi di valore indicativo e non tengano conto della realtà che si verifica sul mercato. Quindi nel parlare degli aumenti inevitabili si parli di quelli effettivi di mercato e non di quelli dei listini ufficiali che rispecchiano la realtà della situazione fino a un certo punto.

    «Detto questo è anche opportuno rilevare che effettivamente in molti casi l’aumento dei prezzi italiani è stato minore di quello verificatosi altrove e che in molti altri casi però il prezzo italiano è piú forte del corrispondente prezzo mondiale che si può fare sulla media dei prezzi altrui. Questo si verifica perché il cosidetto prezzo autarchico che deriva al prodotto dall’essere esso generato in regime di autarchia, non è comparabile in nessun modo col prezzo mondiale. Ci sono prodotti che noi produciamo a gran fatica, che ci vengono a costare alti prezzi e che noi non potremmo avere altrimenti per una infinità di ragioni. Quindi certi prezzi che possono sembrare anche altissimi come prezzi di produzione autarchica sono i minori che si possono avere data l’impossibilità di procurarsi questi prodotti in altra forma.

    «Questo per quanto riguarda l’antefatto dei prezzi di stamane.

    «Raggiunto che avesse, l’aumento dei prezzi, un certo livello per la spinta insopprimibile della necessità e per la connessione strettissima dei nostri fenomeni economici con i fenomeni economici mondiali, occorreva però bloccare per un certo periodo i prezzi stessi, se no sarebbe stato inutile ogni ritocco ai salari e agli stipendi.

    «A questo proposito vi prego di elogiare gli operai italiani e in genere tutti i lavoratori italiani per la comprensione di cui hanno dato prova. Essi non aspettavano affatto con entusiasmo questi aumenti degli stipendi e dei salari perché si rendevano conto che se essi non erano accompagnati da un fermo al rialzo dei prezzi, non facevano che costituire una nuova spinta per rialzi ulteriori.

    «C’è stato effettivamente una vera comprensione nel pubblico e i giornali con ragionamenti pacati e fondati sono chiamati ad approfondire questa comprensione nel pubblico.

    «Sui prezzi di quali generi è avvenuto il blocco? Su alcuni generi e servizi di fondamentale necessità per la vita. Ossia su quei prezzi di generi e servizi che riguardano la totalità dei cittadini. Naturalmente non si poteva correre dietro a tutti i prezzi di genere voluttuario. Bisogna considerare che spesso le lamentele che si sentono e che riflettono generi di cui si dice che gli aumenti sono arrivati fino al 100%, riguardano persone che si servono di cose che non sono affatto usate dalla generalità dei cittadini. Ma qui non si tratta di correre dietro a codeste punte; si tratta di far sí che i generi fondamentali rimangano al livello raggiunto attualmente, anche perché, bloccando questi prezzi si viene a portare una influenza benefica sui prezzi anche di altri settori non presi in considerazione.

    «L’aumento dei prezzi che si è verificato dal settembre ad oggi ha colpito naturalmente i consumatori. Il blocco che è stato stabilito fino a luglio colpirà evidentemente qualcuno, ma non piú il consumatore, sebbene tutti gli anelli della catena produttiva. Questo si dice perché non è che essi debbano colpire l’ultimo anello ossia il dettagliante, ma in parte il dettagliante, in parte il grossista in parte il produttore. Ed è appunto per questo che si fa appello a tutte le categorie produttive e commerciali.

    «Nel rialzo dei prezzi verificatosi sin qui la speculazione ha avuto naturalmente la sua parte, ma sia ben chiaro che si tratta di un fenomeno importante sí, ma marginale. Il grosso del rialzo dei prezzi era insopprimibile e quindi anche per il futuro si tratta (come la mozione del Comitato Corporativo ha messo in luce) di colpire ogni tentativo di deviazione dalla norma stabilita, ma nel contempo la norma stessa e la disciplina che senza dubbio si raggiungerà, sono ben piú importanti della deviazione marginale.

    «Infine gli aumenti via via che si verificano (e voi ne darete notizia man mano che interverranno gli accordi fra le associazioni sindacali) non vanno presentati come una specie di elargizione del Regime o delle associazioni o degli organi del Regime a favore dei lavoratori, ma come un adeguamento indispensabile per mantenere ad un livello sopportabile la vita degli operai e dei lavoratori in genere». ↩

  222. Ibid. ↩

  223. Tipico C. Pellizzi, Sbandati e dispersi, in «Critica fascista», 1° ottobre 1939, pp. 364 sg., in cui si legge: «Nei giorni di crisi molta brava gente ricade sotto l’influsso di antichi umori ed amori, perde contatto con le idee maestre che in buona o mala fede professava da anni, rispolvera antichi rancori, malumori e nostalgie. In conversazioni private e, spesso, qua e là, tra le righe di qualche giornale, vedi far capolino un campionario di cose vecchie, che nel gran coro unanime, e troppo rumorosamente unanime, di pochi giorni innanzi avresti potuto credere seppellite e dimenticate». ↩

  224. Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 338. ↩

  225. Ibid., p. 329. ↩

  226. Asae, Segreteria generale, p. 268. ↩

  227. A parte un primissimo momento, subito dopo la conclusione del patto tedesco-sovietico, durante il quale un po’ per la sorpresa, un po’ per l’ammirazione per «il colpo da maestri» fatto dai tedeschi sottraendo l’Urss all’ormai già scontata alleanza con i franco-inglesi, un po’ per la gioia di

    veder «fallire» la giustificazione ideologica della guerra contro i paesi dell’Asse e soprattutto per la speranza che il patto, capovolgendo i rapporti di forza e, frustrando i tentativi di accerchiamento della Germania, potesse evitare lo scoppio del conflitto (cfr. V. Gayda, L’amara sorpresa, in «Il giornale d’Italia», 23 agosto 1939; Id., Fuori strada, ivi, 24 agosto 1939; Situazione capovolta, in «Il popolo d’Italia», 23 agosto 1939; G. Polverelli, Sciogliere i nodi, ivi, 24 agosto 1939; G. Ansaldo, La fine dell’accerchiamento, in «Il telegrafo», 23 agosto 1939; Catastrofe delle plutocrazie, in «Il regime fascista», 23 agosto 1939; Bando agli equivoci, ivi, 25 agosto 1939), la politica tedesca di amicizia coll’Urss fu vista, salvo rarissime e poco significative eccezioni (cfr. per esempio D. Fiorelli, Italia, Germania e Russia all’avanguardia del rinnovamento mondiale, in «La verità», settembre 1939, pp. 552 sgg.), dalla stampa fascista in tutto il periodo della «non belligeranza» in termini piú o meno apertamente critici e con una costante sottolineatura del carattere antibolscevico del fascismo. Tipico è l’editoriale di «Critica fascista», Giustizia in Europa, del 15 ottobre 1939, pp. 378 sg., in cui si legge: «Guardando al solo rapporto di forza si possono compiere gesti disperati, come quando Inghilterra e Francia hanno cercato di associarsi alla Russia, come quando la Germania vi è riuscita; gesti disperati, perché consistono nell’evocare potenze che si potrebbero non riuscire poi a dominare». Persino «La vita italiana» di Preziosi, nettamente filonazista, non mancò di mettere in rilievo che il patto tedesco-sovietico, col dare il sopravvento ai motivi realistici su quelli ideologici, aveva determinato «una congiuntura che, spiritualmente, è tutt’altro che chiara» (J. Evola, Le idee e il conflitto attuale, ivi, ottobre 1939, p. 419). La posizione forse piú netta la prese però F. Coppola, Momenti della lotta politica, I: L’avanzata bolscevica, in «Politica», marzo 1940, pp. 281 sgg., che accusò senza mezzi termini la Germania (e l’Inghilterra e la Francia per i loro falliti tentativi di accordo con Mosca) di aver fatto «il gioco della barbarie bolscevica, cioè dell’Anticiviltà, in una parola dell’Antieuropa» e di aver «aperto alla Russia bolscevica il cuore dell’Europa» e se la prese duramente con quanti in Italia vedevano o volevano vedere un’Urss che, «messasi sulla via di un nuovo nazionalismo imperialista», andava «progressivamente abbandonando la sua mistica bolscevica, perdendo o diluendo il suo virus barbarico antieuropeo». Obiettivi di questa polemica di Coppola erano certamente «La verità» di Bombacci, ma probabilmente anche alcuni articoli apparsi su «Gerarchia», non nettamente ostili all’Urss (distinguendo tra Stato sovietico e bolscevismo) e talvolta tendenti a sostenere che il regime sovietico si stava trasformando e accostando «alle conclusioni fasciste» (cfr. in particolare F. Chilanti, Stalin contro la democrazia, ivi, ottobre 1939, pp. 692 sg., ma anche, sul numero di dicembre della stessa rivista, pp. 776 sgg., la polemica replica, pur non nominandolo, al Chilanti di M. Rivoire, Il fascismo contro i «luoghi comuni». Il nostro antibolscevismo). Il momento piú aspro della polemica antisovietica (e spesso, indirettamente, antitedesca) coincise con il conflitto finno-sovietico, che vide tutta la stampa fascista schierata a favore della Finlandia e non di rado con toni accesissimi, tanto da provocare il richiamo dell’ambasciatore sovietico a Roma. Cfr. M. Toscano, Una mancata intesa italo-sovietica nel 1940 e 1941, Firenze 1953, pp. 13 sg. ↩

  228. La preoccupazione per gli sviluppi che queste speranze avrebbero potuto avere e per le «speculazioni» che permettevano è evidente in vari rapporti di Pavolini ai giornalisti. Tipico questo passaggio in quello ai direttori del 7 dicembre ’39: «Il nostro atteggiamento è evidente: simpatia. Però, questa lotta lontana da noi, non può continuare ad essere, se si prolungherà, un motivo fondamentale del notiziario estero dei giornali. Anche per questo riguardo, equilibrio e misura, tenendo anche conto che, in fatto di eroismo, quello che ci interessa di piú è l’eroismo nostro. Ma soprattutto tener conto che taluni atteggiamenti si sono prestati a tendenziose speculazioni, non solo all’estero, ma anche all’interno, e precisamente nel campo cattolico, dove si è manifestata la tendenza, a proposito del caso della Finlandia, a condannare in blocco tutti i casi di occupazione di altri paesi, ed implicitamente imprese come quelle di Etiopia e di Albania: una tendenza, questa, che siamo risoluti a stroncare» (ACS, Agenzia Stefani, Manlio Morgagni, b. 5, fasc. 12). ↩

  229. In riferimento al diffondersi di un certo stato d’animo che portava una parte degli italiani a considerare ormai scongiurato il pericolo di una partecipazione al conflitto, significativo (pur nei limiti di un suo non escludibile intento polemico contro il «pacifismo» borghese), è l’inizio di un articolo di G. Granzotto, Essere Italiani, in «Critica fascista», 1° dicembre 1939, p. 36: «Dopo gli allarmi e gli sbandamenti della prima ora, circoscritti del resto per numero e per durata, una volta precisata la posizione ufficiale dell’Italia di fronte al conflitto abbiamo assistito ed assistiamo ad un eccessivo, ingiustificato ottimismo, circolante nei vari settori della vita italiana. Noi la guerra non si fa, l’Italia è estranea a questa guerra: e il desiderio di pace, che è naturale ed istintivo presso ogni popolo che lavora, si adagia in questa convinzione troppo facilmente e superficialmente raggiunta». ↩

  230. Una testimonianza di prima mano dello stato d’animo determinato, specialmente nella borghesia, dalla ripresa bellica agli inizi della primavera del ’40 è costituita dal seguente rapporto del console inglese a Torino del 16 aprile all’ambasciatore a Roma (Asae, Segreteria generale, p. 257): «Gli avvenimenti della scorsa settimana sono stati seguiti qui con la massima attenzione.

    «In settembre il popolo era apatico, rassegnato, dopo tante crisi, alla eventuale inevitabilità della guerra, conservando solo la speranza, fino ad ora realizzata, che l’Italia se ne sarebbe tenuta lontana. Oggi l’atmosfera è molto differente. La parte del pubblico intellettuale e ben informata è avida di notizie vere, e tradisce un considerevole entusiasmo, benché forse un po’ soffocato, per la causa alleata. Si può dire di loro, per usare una frase bambinesca, che "nascondono il loro pollice" per gli Alleati.

    «2. Non è facile descrivere esattamente questo atteggiamento. Esso non è certamente basato su di una incrollabile fiducia nella vittoria degli alleati. La stampa e la radio italiane, che probabilmente non sono mai state tanto filo-tedesche quanto ora, si sono incaricate di questo e le gesta tedesche in Scandinavia, del successo o meno delle quali l’italiano medio non può farsi un’opinione propria, sono considerate con meraviglia e con una certa involontaria ammirazione. Vi è piuttosto una profonda, disperata quasi frenetica speranza che gli Alleati infliggeranno nel prossimo futuro una schiacciante sconfitta ai tedeschi, la quale, essi pensano, potrebbe definitivamente distaccare l’Italia dalla alleanza con la Germania.

    «Il popolo italiano è stato abituato, nel corso di questi ultimi anni, agli strepitosi successi ed imprese delle dittature, specialmente quella hitleriana, e crede che per la sicurezza del loro prestigio nel mondo, gli Alleati devono avere un successo altrettanto immediato e strepitoso.

    «3. Darò qualche esempio delle reazioni del pubblico che ho io stesso osservato o che mi sono state riferite dal mio personale. Martedí della scorsa settimana e specialmente mercoledí e giovedí mattina, parecchie persone sono venute al Consolato a domandare se avevamo nessuna notizia ufficiale e autorevole. Noi disgraziatamente potemmo solo ripetere quello che avevamo sentito alla radio la mattina. Ma queste domande, e le osservazioni che le accompagnavano, furono fatte nell’ufficio affollato di persone, e molto spesso in presenza di gente sconosciuta a quelli che parlavano i quali non si curavano di nascondere i loro veri sentimenti. Un visitatore indirizzò al Console Gallo attraverso la stanza una esclamazione in inglese "Dio benedica la vecchia flotta" mentre un altro diceva "Finalmente gli inglesi si sono svegliati". La mattina del giovedí un italiano sconosciuto qui al consolato è venuto ed ha chiesto di poter scrivere un biglietto da lasciarmi. Gli fu dato il necessario ed appena uscito mi fu portato il suo biglietto dove diceva che "di tutto cuore" egli sperava in una vittoria Alleata, speranza che era condivisa da ogni italiano onesto e bempensante e che si augurava anche che ben presto l’Italia e l’Inghilterra si sarebbero riunite sulla via della pace e della giustizia. Finí il suo biglietto chiedendomi di accettare "una modesta offerta" per la Croce Rossa inglese e accluse un biglietto da 100 lire. Firmò "Uno che ha combattuto al Piave".

    «4. Tra i miei amici e conoscenti ho sentito analoghe riflessioni e nella intimità del mio ufficio o a casa mia essi non esitano ad esprimere i loro sentimenti.

    «Il proprietario del garage dove io tengo la mia automobile, non manca mai di fare questo quando mi vede, mentre un giovanotto, "fattorino" di uno stabilimento commerciale nello stesso palazzo del Consolato, tutte le volte che lo incontro nell’entrata o sulle scale, mi chiede spesso notizie e positivamente sprizza odio quando parla dei tedeschi, "quelle bestie".

    «5. Un altro amico, un dottore italiano, mi salutò ieri dicendo "vorrei strozzare gli inglesi; nessuno piú di me desidera una vittoria alleata, ma perché fate che i tedeschi arrivino sempre prima di voi? Cecoslovacchia, Polonia, Finlandia (perché anche allora fu lo stesso) ed ora la Norvegia e la Danimarca. I neutrali non possono affidarsi alle garanzie date dagli Alleati – i tedeschi arrivano sempre per primi”.

    «Cercai di far notare che se noi “arrivassimo per primi” faremmo il giuoco dei tedeschi, ma egli non volle sentir ragione. Egli insisteva nel dire che qualunque azione fatta dagli Alleati contro la Germania, anche se si dovesse passare attraverso dei territori neutrali, sarebbe accolta con entusiasmo dai neutrali stessi. “Il gran vantaggio che hanno le dittature è quello di poter prendere delle immediate decisioni. A Parigi ed a Londra dovete consultarvi tra di voi, poi l’uno con l’altro prima di potere agire. Voi perdete del tempo prezioso e tutte le vostre occasioni”.

    «Ma con tutto questo rimane l’impressione che le future azioni politiche dell’Italia saranno decise a seconda del successo riportato nel Nord dagli Alleati, e l’opinione pubblica sta ora diventando seriamente turbata dai grandi sforzi fatti dalla stampa italiana per ingrandire e glorificare le vittorie tedesche e per diminuire quelle degli Alleati, e molte persone si chiedono il significato di una radiotrasmissione avvenuta ieri e dedicata alle forze armate in cui si avvertí le truppe di non credere che si possa evitare una guerra ma invece di riflettere, svegliandosi ogni mattina, “Se non oggi, potrà essere domani o la prossima settimana”. D’altra parte, da voci che circolano sembra che si stia lavorando giorno e notte nelle fortificazioni del Brennero. Il pubblico non capisce piú niente ed è molto inquieto».

    In riferimento all’ambiente intellettuale romano cfr. invece J. Carcopino, Souvenirs de sept ans cit., pp. 41 sgg. e passim.

    Né questo stato d’animo riguardava solo i non fascisti o i cosiddetti «fascisti della tessera». Numerose sono le testimonianze, sia di fonte fascista sia di fonte straniera, che lo attestano vivo anche in larghi settori del vero fascismo. Ecco, per esempio, cosa, il 10 aprile ’40, riferiva alla sua ambasciata a Roma il console statunitense a Napoli (Asae, Segreteria generale, p. 257): «Recentemente ebbi l’occasione di parlare con dei membri del Partito Fascista che conoscevo da molto tempo come entusiasti del regime e del Duce, e fui alquanto sorpreso nel sentirli fare delle osservazioni che indicavano un completo cambiamento nelle loro idee ed opinioni. Queste persone erano alcuni dei migliori sostenitori del regime e molto favorevoli alla sua politica generale; essi avevano una incrollabile fede nelle deliberazioni del Duce. Dal modo in cui essi manifestavano i loro sentimenti io potei capire che ora sono molto irritati per la situazione in genere.

    «Essi hanno dichiarato di non poterne piú di tutte queste successive guerre: in primo luogo l’Abissinia, poi la Spagna, poi l’Albania ed ora un milione di soldati sono mantenuti sotto le armi, causando una spesa enorme che dev’essere pagata dal contribuente.

    «Essi dicono che la miseria è in aumento senza che questo cosí detto “Impero” dia alcun profitto. Si lamentano che dal 1922 il Duce sta tirandosi dietro la Nazione senza concederle né riposo né il tempo di lavorare e di guadagnare con tranquillità la vita.

    «Ogni tanto la gente è chiamata a prestar servizio militare, poi sono rilasciati, poi di nuovo richiamati per qualche nuova ragione, cosicché essi non hanno piú la possibilità di dedicarsi ad un lavoro continuo.

    «S’intende che ho sentito dir questo migliaia di volte ed ancora sento dire giornalmente, ma fui sorpreso di sentirmelo dire da persone come queste che avevo sempre conosciuto come dei ferventi e devoti fascisti i quali non criticavano mai il regime.

    «Esse non provengono dal popolo, dato che questo ultimo generalmente non ha opinioni proprie ma ripete solo quello che sente, ma appartengono ad una classe elevata ed intellettuale; sono uomini che hanno ricevuto una buona educazione: dottori, avvocati, ingegneri.

    «La cosa strana è che tempo fa, mentre altre persone si lagnavano, questi ultimi continuavano a parlare di tutto il bene che il Duce aveva fatto all’Italia.

    «Ora tutto il bene è dimenticato, o apertamente ignorato e solamente il lato brutto delle cose è apparente ai loro occhi.

    «Giorno per giorno viene scossa la fiducia degli italiani nel potere militare “invincibile” della Germania. Quando fu firmata la pace tra la Russia e la Finlandia, l’opinione generale italiana disse che la guerra sarebbe presto finita, dato che gli alleati avevano perso la loro migliore occasione dopo la pace finno-russa che costituiva per loro una sconfitta.

    «Ma ora la maggioranza degli italiani è convinta della “incrollabile decisione” dell’Inghilterra nel condurre la guerra fino ad una fine vittoriosa.

    «Molti credevano all’inizio che la guerra non potesse durare a lungo, ma ora tutti parlano di 3-4 anni!

    «Esiste ancora una piccola percentuale di italiani, specialmente tra il popolo, la quale sostiene che in ultimo non ci saranno né vinti né vincitori.

    «Sono tramontate molte speranze in una vittoria tedesca; qualcuno deride la propaganda tedesca, altri imprecano ed inveiscono contro Hitler e la gente che ascolta le radioaudizioni preferisce sentire le stazioni francesi piuttosto che quelle tedesche, e specialmente sente la radio di Tolosa la quale dà un’ottima audizione; inoltre quando la radio di Tolosa trasmette in italiano, le stazioni tedesche cercano di interferire. Si sentono piú volentieri le stazioni francesi perché la loro lingua è meglio compresa dell’inglese dalla massa degli italiani». ↩

  231. Le trasmissioni di Radio Londra sarebbero state di lí a poco disturbate «con tutti i mezzi a disposizione del Ministero dell’Interno presso i Centri RT di Roma, Bari, Bologna, Bolzano, Firenze, Genova, Messina, Palermo, Torino, Trieste e Venezia». Cfr. l’appunto per il Duce in merito in Acs, Min. della Cultura popolare, b. 11, fasc. 154, nonché M. Piccialuti Caprioli, Radio Londra 1939-1945, Bari 1979, pp. 31 sgg. ↩

  232. Tipica nel già citato rapporto del console statunitense a Torino del 20 febbraio ’40 (Asae, Segreteria generale, p. 263) la seguente notazione: «Per quanto riguarda la popolazione di Torino, pare che essa sia piuttosto intenta alle proprie questioni locali lasciando la guerra agli altri paesi oltre frontiera». ↩

  233. Acs, Min. Interno, Dir. gen. di PS, Div. affari gen. e ris., 1940, b. 45, fasc. «Palermo – Ferranti Salvatore ed altri»; Asae, Segreteria generale, p. 257, il Consolato americano a Palermo all’ambasciata statunitense a Roma, 6 aprile 1940. ↩

  234. Sull’antifascismo organizzato in questo periodo manca uno studio d’insieme. Per il Partito Comunista cfr. P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano cit., III, pp. 293 sgg.; per il partito socialista cfr. L. Rapone, L’età dei Fronti popolari e la guerra 1934-1943, in Storia del socialismo italiano, a cura di G. Sabbatucci, Roma 1981, IV, II (in corso di pubblicazione). ↩

  235. La si veda in c. Sforza, L’Italia dal 1914 al 1944 quale io la vidi, Verona 1946, pp. 194 sgg. In precedenza, il 15 settembre 1939, Nitti aveva scritto a Mussolini una lettera assai singolare, nella quale caldeggiava l’entrata in guerra dell’Italia a fianco di Francia e Inghilterra, ma invitava il «duce» a non ripetere «gli errori del 1915» e a «mercanteggiare a tempo» con esse un’assistenza economica seria ed adeguate concessioni territoriali in Africa e in Asia. Cfr. F. S. Nitti, Scritti politici, VI, Bari 1963, pp. 600 sgg. ↩

  236. Sintomatica è la cura che Mussolini mise in questo periodo nell’informare Vittorio Emanuele III del miglioramento dello stato d’animo della pubblica opinione e nel presentargliene le cause nella luce politicamente meno grave per lui. Già il 16 settembre ’39 gli telegrafò: «Dai rapporti dei prefetti, della PS, dell’Arma, dei federali etcetera risulta che il popolo italiano passata l’emozione delle prime giornate va ritrovando il suo normale equilibrio. I fenomeni del resto parziali di sbandamento si ebbero per effetto dello sgombro delle città, per l’oscuramento totale delle medesime, per i richiami alle armi, per l’incetta dei generi. Tutto ciò diede luogo a un mucchio di voci che, come tutte le voci dei tempi eccezionali, sorgono, si diffondono e muoiono e sono credute soltanto da quella aliquota di deficienti, che esiste in qualsiasi società nazionale. La ripresa della navigazione oceanica, la fine dell’oscuramento, le misure contro gli accaparratori e altri provvedimenti hanno fatto tornare la calma che era stata turbata soltanto dalle nervose folle delle grandi città» (Mussolini, XLIII, p. 19). ↩

  237. Cfr. ACS, E. De Bono, Diario cit., q. 43, alla data del 7 febbraio 1940; C. M. De Vecchi di Val Cismon, Mussolini vero, in «Tempo» (illustrato), 10 marzo 1960; nonché A. Tamaro, Vent’anni di storia cit., III, p. 412. ↩

  238. Del progetto Balbo e i suoi collaboratori parlarono col vice addetto navale per l’aeronautica statunitense Sykes, in visita in Libia il 20 febbraio ’40. Cfr. Asae, Segreteria generale, p. 257, rapporto dell’addetto navale degli Usa a Roma al Servizio informazioni della Marina a Washington in data 19 marzo 1940. ↩

  239. G. Bottai, Diario cit., ff. 792 sg., alla data dell’11 marzo 1940: «Riconfermata la sua formula: “a ovest nulla di nuovo”, la Germania dovrebbe, sistemate in senso europeo le questioni austriaca, ceca e polacca, convogliare i belligeranti verso l’est». ↩

  240. Tipico è in questo senso il seguente passo del rapporto di Pavolini ai giornalisti del 25 maggio ’40 (ACS, Min. Cultura popolare, b. 95, fasc. «Rapporti giornalisti»): «Per una questione di terminologia per designare i nostri alleati noi diciamo tedeschi o germanici. Ora è consigliabile usare soprattutto il termine “germanici” per un motivo che certamente alla vostra finezza non sfuggirà. Usando il termine “tedeschi” si possono avere certe reazioni di carattere sentimentale specialmente nel Nord Italia (soprattutto in certe zone del Bergamasco), reazioni contro i tedeschi e che quasi sempre sbagliano direzione perché si riferiscono agli austriaci ecc. Comunque in codeste zone, specialmente di campagna, la parola “tedeschi” può ricordare coloro che in quel tempo occupavano

    quelle zone. La parola “germanico” viceversa ha tutt’altra risonanza, indica cioè quello che è il popolo germanico nostro amico». ↩

  241. Guerra e rivoluzione, in «Gerarchia», ottobre 1939, pp. 673 sgg. ↩

  242. Guerra rivoluzionaria, in «Gerarchia», maggio 1940, pp. 241 sg. ↩

  243. A proposito di «Ritorno alle origini», in «Gerarchia», gennaio 1940, pp. 15 sg.; nella stessa prospettiva, solo piú elaborato culturalmente, cfr. anche il già citato articolo di G. Bottai, Concetto mussoliniano della «rivoluzione permanente» cit., pp. 592 sgg. ↩

  244. Cfr., per esempio, Civiltà fascista, La guerra e noi, in «Civiltà fascista», maggio 1940, pp. 305 sgg. L’articolo è significativo perché rivela chiaramente come a un mese dall’entrata dell’Italia in guerra si tenesse a sottolineare che, anche se avrebbero fatto la guerra insieme, fascismo e nazionalsocialismo erano diversi (anche se «c’è però quel tanto di parallelismo che basta, e ne avanza, a far sí che le loro imprese debbono necessariamente affiancarsi di fronte a quelli che sono, senza alcun dubbio, i nemici comuni») e che da parte italiana la diffidenza verso i tedeschi fosse tale da non escludere neppure, pur deprecandola, l’ipotesi che dopo «i due popoli e le due rivoluzioni» potessero «distruggere la solidarietà che li unisce e cosí tradire le grandi ragioni umane e ideali della loro azione comune». ↩

  245. Critica Fascista, Di fronte alle supreme responsabilità, in «Critica fascista», 1º settembre 1939, pp. 330 sg. ↩

  246. Critica Fascista, La posizione dell’Italia, in «Critica fascista», 15 settembre 1939, pp. 346 sg. ↩

  247. Critica fascista, Verità universale del fascismo, in «Critica fascista», 1º aprile 1940, pp. 178 sg. ↩

  248. Critica fascista, Guerra di liberazione, in «Critica fascista», 15 maggio 1940, pp. 226 sg. ↩

  249. G. Granzotto, Essere italiani cit., p. 37. ↩

  250. Cfr., per esempio, C. Pellizzi, Problemi dell’integrazionismo europeo, in «Critica fascista», 15 marzo 1940, pp. 164 sgg. ↩

  251. Cfr. Ellevi, I ritardatari, in «Gerarchia», novembre 1939, pp. 722 sg. ↩

  252. Cfr. Silus, Latifondo della cultura borghese, in «Gerarchia», marzo 1940, pp. 126 sg. ↩

  253. Cfr. L. Mangoni, L’interventismo della cultura. Intellettuali e riviste del fascismo, Bari 1974, p. 333 e piú in genere, pp. 330 sgg.; nonché «Primato» 1940-1943, a cura di L. Mangoni, Bari 1977. ↩

  254. Cfr. Mussolini il duce, I, p. 781: l’ultimo periodo da noi citato del testo pubblicato da G. Bottai, Vent’anni e un giorno cit., pp. 63 sgg., non trova riscontro nell’originale ora in Archivio G. Bottai. ↩

  255. Cfr. M. Toscano, Una mancata intesa italo-sovietica nel 1940 e 1941 cit., pp. 5 sgg. ↩

  256. In entrambc le occasioni Pio XII tenne a sottolineare il suo compiacimento per la politica di pace dell’Italia (cfr. ADSS, I, pp. 345 sg. e 362 sg.). Nella stessa prospettiva va vista la concessione a Ciano dell’Ordine dello Speron d’oro. Mussolini, che aveva accettato il riavvicinamento solo per motivi di politica interna ed estera, non partecipò alle due cerimonie e non nascose con il genero il suo disappunto: «Io sono sempre piú ghibellino. Nello stemma di Forlí c’è l’aquila di parte bianca». Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 375.

    Il miglioramento dei rapporti con la Santa Sede fu giudicato dall’Ambasciata inglese a Roma come «un tentativo fatto dalla Monarchia, appoggiata in ciò dal governo Fascista (probabilmente sotto l’impulso del Conte Ciano) per rendere piú compatti i ranghi degli italiani tra Monarchia e Papato, per schierare il Regno e l’Impero dalla parte della Cristianità e per agire con un avvertimento chiaro a Mosca e con un "avviso al lettore" a Berlino». Il giudizio si legge in un rapporto inviato al Foreign Office il 2 gennaio ’40 e intercettato dai servizi segreti italiani, Asae, Segreteria generale, p. 239. ↩

  257. Ddi, s. IX, I, p. 48, Attolico a Ciano, 7 settembre 1939. ↩

  258. Cfr. G. L. André, La guerra in Europa (1° settembre 1939 - 22 giugno 1941), in ISPI, Annuario di politica internazionale (1939-1945), vol. VI, t. I (1964), p. 281. Il saggio è comunque da tenere presente per tutto il problema dei rapporti italo-tedeschi. ↩

  259. DDI, s. IX, I, pp. 321 sg., Attolico a Ciano, 30 settembre 1939. ↩

  260. Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 354. ↩

  261. Se ne veda il resoconto in L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 466 sgg.

    Non risultano particolari istruzioni di Mussolini a Ciano per i colloqui. Se vi furono, ed è probabile, riteniamo non dovessero essere sostanzialmente diverse da quelle che il «duce» aveva scritto il 10 settembre per Attolico (DDI, s. IX, I, pp. 84 sg.). In esse si insisteva soprattutto su alcuni punti: a) l’utilità diretta ed indiretta che i tedeschi traevano dalla neutralità italiana; b) la sua intenzione di «rimanere per un tempo illimitato in questo atteggiamento»; c) l’assurdità di una eventuale azione italiana contro la Francia («significherebbe essere piú cattolici del Papa») «quando tutte le manifestazioni ufficiali e ufficiose tedesche tendono a mettere la Francia fuori causa»; d) la necessità che il popolo tedesco fosse messo al corrente del pieno consenso dato da Hitler alla «non belligeranza», perché, «se fosse noto in Italia lo stato d’animo tedesco basato sulla falsa conoscenza dell’accaduto, l’opinione pubblica reagirebbe in modo irresistibile».

    Per le reazioni di Mussolini all’andamento dei colloqui berlinesi e in particolare per il suo non condividere la sicurezza di Hitler nella vittoria e augurarsi addirittura un suo «colpo d’arresto» cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 356. ↩

  262. Secondo Ciano (L’Europa verso la catastrofe cit., p. 476), von Ribbentrop arrivò «al punto di dire che in mezzo ai membri del Politbureau e del Komintern egli si trova altrettanto bene che tra la vecchia guardia del nazismo o tra i vecchi squadristi». ↩

  263. G. L. André, La guerra in Europa cit., p. 284. ↩

  264. Tipica manifestazione del rancore tedesco fu in questo periodo la ricorrente accusa tedesca all’Italia di avere provocato l’intervento in guerra inglese e francese facendo conoscere a Londra e a Parigi la propria decisione di non scendere in campo a fianco della Germania. Cfr. DDI, s. IX, I, p. 474; II, pp. 74, 104 sg., 238 sg.; III, p. 94. ↩

  265. L’Europa verso la catastrofe cit., p. 472. ↩

  266. Cfr. G. L. André, La guerra in Europa cit., pp. 286 sgg.; nonché DDI, s. IX, I e II, passim e in particolare II, pp. 258 sg. e 393 sg. ↩

  267. Per tutti questi punti di frizione cfr. G. L. André, La guerra in Europa cit., pp. 313 sgg. ↩

  268. Cfr. DDI, s. IX, II e III, passim e in particolare II, pp. 453 sgg. e III, pp. 126 sgg. ↩

  269. F. Bèdarida, La stratégie secrète de la drôle de guerre. Le Conseil Suprême Interallié (septembre 1939 – avril 1940), Paris 1979, pp. 97 sg. ↩

  270. Ibid., p. 450. ↩

  271. Cfr. ibid., pp. 444 sgg., 472, 503 sgg. e 518. ↩

  272. Cfr. G. Bonnet, Dans la tourmente (1938-1948), Paris 1971, p. 203. ↩

  273. Cfr. per essi R. Quartararo, Roma tra Londra e Berlino cit., cap. VIII. ↩

  274. Sull’importanza attribuita dal governo francese alla «non belligeranza» italiana cfr. G. Bonnet, De Munich à la guerre cit., pp. 523 sgg. ↩

  275. L’espressione fu usata con l’ambasciatore Guariglia il 24 settembre da due ministri in carica, Dautry e De Monzie. Cfr. DDI, s. IX, I, p. 251. ↩

  276. Cfr. G. Bonnet, Dans la tourmente cit., p. 204 e A. François-Poncet, Au Palais Farnèse cit., pp. 140 sg. ↩

  277. Cfr. G. Bonnet, De Munich à la guerre cit., p. 527. ↩

  278. Cfr. DDI, s. IX, I, pp. 153 sg. e 375 sgg., nonché p. 134.

    Un rapporto dei servizi informativi della PAI in data 7 ottobre 1939, basato su notizie raccolte nell’entourage di François-Poncet, riferiva che questi riteneva di poter operare per «accontentare» l’Italia con concessioni di carattere non territoriale e cioè: un nuovo statuto per gli italiani in Tunisia in cui i loro diritti fossero equiparati a quelli dei tunisini «francesi», «facilitazioni» per Gibuti e Suez, un ingente prestito e la ripresa dei traffici tra i due paesi. ACS, Min. Africa Italiana, Dir. gen. affari politici (1900-1943), b. 1. ↩

  279. A. François-Poncet, Au Palais Farnèse cit., pp. 158 sg. ↩

  280. Cfr. G. Bonnet, De Munich à la guerre cit., p. 527. ↩

  281. F. Anfuso, Da Palazzo Venezia al lago di Garda cit., p. 115. ↩

  282. G. Bottai, Diario cit., ff. 744 sgg., alla data dell’8 dicembre 1939; le due citazioni sono rispettivamente ai ff. 748 sg. e 749 sgg.

    G. Ciano, Diario cit., p. 372 non dà invece alcuna notizia, salvo che Mussolini sarebbe stato «molto soddisfatto» della sua relazione. Della riunione esiste anche un resoconto in G. Acerbo, Fra due plotoni di esecuzione cit., pp. 421 sgg., interessante per le notizie sull’orientamento nettamente antitedesco della gran maggioranza dei membri del Gran Consiglio (Balbo avrebbe addirittura ventilato un passaggio dell’Italia al campo anglo-francese), ma che suscita seri dubbi per quel che dice sulla posizione di Mussolini, che – secondo Acerbo – avrebbe detto che l’Italia non si doveva piú sentire legata al «patto d’acciaio», avendo la Germania violato sia il «patto anti-Komintern» (con l’accordo con l’Urss) sia lo stesso «patto d’acciaio» (invadendo la Polonia senza preavvisare l’Italia), e, in polemica con Farinacci, avrebbe negato che Hitler potesse accusare l’Italia di tradimento. ↩

  283. Lo si veda in Mussolini, XXIX, pp. 336 sg. ↩

  284. Per il testo integrale del discorso, cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 701 sgg. ↩

  285. Per i principali commenti della stampa italiana cfr. L’Italia di fronte al conflitto. Discorso del Conte Galeazzo Ciano Ministro degli Affari Esteri. 16 dicembre 1939. Con appendice di documenti, Milano 1940, pp. 233 sgg. Tutto il volume, edito dall’ISPI, è da vedere per l’appendice di documenti che ne fa una sorta di libro di colore sulla «non belligeranza». ↩

  286. G. Ciano, Diario cit., p. 375, alle date del 17 e 19 dicembre 1939, ma anche p. 374, alla data del 16 dicembre. ↩

  287. Cfr. ibid., p. 375. ↩

  288. Una idea abbastanza indicativa delle preoccupazioni e delle valutazioni inglesi circa la politica italiana nella regione danubiano-balcanica è offerta dal già citato rapporto al Foreign Office dell’Ambasciata a Roma del 2 gennaio ’40 e intercettato dai servizi segreti italiani. In esso si legge: «4. Per quanto riguarda c (1), il discorso del Conte Ciano ci dà la chiave, sia in genere che in riguardo alle sfumature dei sentimenti dell’Italia verso ciascuno degli Stati Danubiani e Balcanici. L’Italia desidera che la zona Balcanica e Danubiana rimanga inattaccata e non coinvolta. Essa respinge la formazione di un blocco (forse perché essa ha trovato impossibile di formarne uno sotto la propria egida). Pretende che la sua alleata tedesca non disturbi la zona; considera con occhio ostile qualsiasi avanzata russa in essa. Potrebbe cooperare con le Potenze Occidentali per bloccare un’avanzata russa; non coopererà con esse in una combinazione anti-tedesca. Dimostra un particolare interesse in tutta la zona e fa comprendere che coloro i quali desiderano intervenirvi dovranno tener conto dei suoi interessi politici e forse della sua potenza militare. Essa riconosce anche, e questa è una novità, che la zona rappresenta una unità, e che un colpo ad uno dei suoi componenti minaccerebbe l’unità stessa.

    «5. Nei riguardi di c (2) abbiamo tre elementi. Si smentisce qui che vi sia qualche progetto per una unione personale tra l’Italia e l’Ungheria, o per mettere il Duca d’Aosta sul trono ungherese. In secondo luogo sembra piuttosto sicuro che l’Italia abbia ottenuto delle assicurazioni da Berlino che la Germania non invaderà l’Ungheria. In terzo luogo non si può dubitare e del resto sembra implicito nel discorso del Conte Ciano, che l’Italia ha promesso all’Ungheria il suo appoggio nel caso che venisse attaccata, per lo meno dalla Russia.

    «Per quanto riguarda il non-intervento della Germania in Ungheria credo che l’Italia ha rinunciato, in deferenza alla Germania, al progetto per un’unione personale ecc., ma al tempo stesso credo che essa abbia fatto capire a Berlino che un tentativo da parte della Germania di inghiottire l’Ungheria, dopo avere inghiottito l’Austria, la Cecoslovacchia ed un terzo della Polonia, significherebbe la fine dell’alleanza italo-tedesca e la ripresa da parte italiana della sua completa libertà d’azione.

    «Se cosí è veramente l’appoggio italiano all’Ungheria ha un carattere diplomatico-militare in rapporto alla Russia; ma solo diplomatico in rapporto alla Germania.

    «6. Per quanto riguarda c (3) sappiamo adesso che la Germania non aiuterà la Romania contro un attacco russo, ma che l’Italia per lo meno contempla di dare un tale aiuto se la Romania resiste con le armi. A questo proposito i rovesci russi in Finlandia debbono avere incoraggiato l’Italia, a mio parere, a prendere un atteggiamento piú energico e piú positivo. Nell’ipotesi tuttavia che la Russia attacchi effettivamente la Romania, che l’Italia decida di aiutare militarmente la Romania e che le Potenze Occidentali sentano il dovere di andare anch’esse in aiuto alla Romania, la situazione diventa molto imbrogliata. Sembra difficilmente concepibile che l’Italia e le Potenze Occidentali agirebbero indipendentemente o senza collaborare e coordinare le loro rispettive attività. Eppure in tal caso avremmo lo spettacolo singolare della Germania che consente tacitamente alla collaborazione militare tra la sua alleata italiana ed i suoi nemici occidentali contro la sua confederata russa. In questo caso la contromossa tedesca sembrerebbe dover consistere in una collusione con la Russia e nel tentativo di persuadere l’Italia ad entrare con essa e la Russia per dividersi il bottino balcanico. Ma la Germania potrebbe anche in tal caso andare incontro ad un rifiuto, e da ciò potrebbe conseguire la rottura della sua alleanza con l’Italia; perché sembra appena credibile che l’Italia voglia rischiare tutta la sua posizione mediterranea, come avverrebbe se si inimicasse l’Inghilterra e la Francia, per un’avventura cosí dubbia, e né che voglia rischiare la perdita di rispetto e di prestigio in Patria ed all’estero in cui essa incorrerebbe con l’unirsi alla Russia e con l’abbandonare la lotta contro il comunismo che ha ora intrapresa piú irrevocabilmente di prima». ↩

  289. Cfr. DDI, s. IX, II, pp. 547 sg.; nonché R. Quartararo, Roma tra Londra e Berlino cit., pp. 565 sgg. e Id., Inghilterra e Italia ecc. cit., pp. 696 sg. ↩

  290. G. Bottai, Diario cit., ff. 766 sg., alla data del 23 gennaio 1940. ↩

  291. Cfr. E. Wiskemann, L’Asse Roma-Berlino, Firenze 1955, pp. 244 sg.; G. L. André, La guerra in Europa cit., pp. 348 sgg. ↩

  292. Mussolini, XXIX, pp. 423 sgg., dove però è erroneamente datata 3 gennaio 1940. ↩

  293. Cfr. DDI, s. IX, III, pp. 54 sgg. e 91 sgg. ↩

  294. G. Ciano, Diario cit., p. 380, alla data del 31 dicembre 1939. ↩

  295. Cfr. ibid., pp. 383 (3 gennaio ’40) e 384 (5 gennaio ’40). ↩

  296. Cfr. DDI, s. IX, III, pp. 34 sg. ↩

  297. Cfr. ibid., pp. 81 sg. ↩

  298. Cfr. ibid., pp. 331 e 280. ↩

  299. Sull’atteggiamento anglo-francese di fronte al conflitto finno-sovietico e sui relativi propositi di Londra e Parigi di intervento contro l’Urss, cfr. D. Clark, Tre giorni alla catastrofe, Verona 1967; e J. Moch, Rencontres avec... Léon Blum cit., p. 257. Per gli aiuti militari italiani alla Finlandia cfr. F. Minniti, Gli aiuti militari italiani alla Finlandia durante la guerra d’inverno, in «Memorie storiche militari», 1979, pp. 351 sgg. ↩

  300. Sulla missione Welles cfr. S. E. Hilton, The Welles mission to Europe, february-march 1940: illusion or realism?, in «Journal of American History», giugno 1971, pp. 93 sgg. ↩

  301. Per la posizione ufficiosa italiana cfr. E. B., Le iniziative diplomatiche di Roosevelt, in «Relazioni internazionali», 17 febbraio 1940, pp. 237 sg. ↩

  302. S. Welles, Ore decisive, Roma 1945, p. 161. ↩

  303. Cfr. ibid., pp. 108 sgg., nonché FRUS, 1940, I, pp. 21 sgg. e L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 508 sgg. (solo per il colloquio con Mussolini). G. Ciano, Diario cit., p. 399 dà del colloquio tra Mussolini e Welles una immagine di freddezza che non risulta dai resoconti di Welles. ↩

  304. FRUS, 1940, I, p. 32. ↩

  305. A Berlino S. Welles ebbe anche altri incontri; tra essi è per noi interessante quello con von Weizsäcker, che gli fece capire che una certa influenza su Hitler l’avrebbe potuta avere solo Mussolini, purché potesse parlargli direttamente e all’insaputa di von Ribbentrop, dato che questi l’avrebbe altrimenti neutralizzata: cfr. S. Welles, Ore decisive cit., p. 137. ↩

  306. Nei suoi incontri parigini e londinesi Welles ebbe occasione di parlare anche dei rapporti con l’Italia. Daladier gli confermò la sua disponibilità, in caso di accordo, a concedere all’Italia il porto di Gibuti, il tratto della ferrovia Gibuti – Addis Abeba in territorio etiopico, e un’adeguata rappresentanza negli organi del canale di Suez e particolari diritti per gli italiani residenti in Tunisia. Cfr. FRUS, 1940, I, p. 67. A Londra, il sottosegretario al Foreign Office R. A. Butler si disse a sua volta convinto (parlando con il principale collaboratore di Welles, P. Moffat) che – sempre nel caso di una pace – la sistemazione dei rapporti con l’Italia sarebbe potuta essere sollecita: «Suez non dovrebbe sollevare alcuna difficoltà e, con la possibile eccezione di Gibilterra, egli non vedeva alcun insormontabile ostacolo. Inoltre, Mussolini stava diventando vecchio e in ogni caso non piú in ascesa. L’Italia non desiderava unirsi agli Alleati in guerra, ma desiderava unirsi a loro in pace». Cfr. «Diary of trip to Europe with Sumner Welles», f. 45, in P. P. Moffat, Papers Houghton, 21 840 – S. Welles, 134, Harward University Library. ↩

  307. Quasi contemporaneamente al viaggio di Welles, Roosevelt aveva stabilito di accreditare in Vaticano un proprio rappresentante personale nella persona di Myron Taylor con lo scopo di stabilire un canale diretto con la Santa Sede onde coordinare i rispettivi sforzi in favore della pace e per evitare l’intervento italiano. Cfr. E. Aga Rossi, La politica del Vaticano durante la seconda guerra mondiale. Indicazioni di ricerca e documenti inediti sulla missione di Myron Taylor, in «Storia contemporanea», ottobre-dicembre 1975, pp. 881 sgg.; E. Di Nolfo, Vaticano e Stati Uniti 1939-1952 (dalle carte di Myron C. Taylor), Milano 1978. ↩

  308. Sulle ripercussioni del blocco marittimo sulle relazioni italo-inglesi mancano studi recenti; sempre utili sono comunque le pagine ad esse dedicate da G. Vedovato, Il conflitto europeo e la non belligeranza italiana, Firenze 1943. Ricca è comunque la documentazione nei volumi dei DDI, in particolare, per il periodo che qui interessa, il II e III della s. IX. ↩

  309. Asae, Segreteria generale, p. 285 (documento intercettato dai servizi segreti italiani). ↩

  310. Ibid., p. 274 (documento intercettato dai servizi segreti italiani). ↩

  311. La nota di protesta italiana, del 3 marzo, fu significativamente pubblicata integralmente da «Relazioni internazionali» del 9 marzo 1940, p. 291, che dedicò ad essa anche l’editoriale del fascicolo: La protesta dell’Italia alla Gran Bretagna. ↩

  312. A. Hillgruber, La politica estera nazionalsocialista fra il 1933 e il 1941, in L’Italia fra Tedeschi e Alleati cit., pp. 89 sg. ↩

  313. Per tutti questi problemi fondamentale è A. Hillgruber, Hitler Strategie. Politik und Kriegführung 1940-1941, Frankfurt 1965; da vedere anche J. C. Fest, Hitler, Milano 1974, pp. 747 sgg. ↩

  314. G. Ciano, Diario cit., p. 404. ↩

  315. G. Bottai, Diario cit., f. 792, alla data del 9 marzo 1940. ↩

  316. Lo si veda in DDI, s. IX, III, pp. 434 sg. ↩

  317. Nel già citato rapporto di Pavolini del 9 marzo ’39 si legge: «Per domani mattina, al primo commento che abbiamo fatto oggi sulla visita di Ribbentrop a Roma, sarà bene far seguire un saluto rivolto piú alla persona, un saluto di cordialità e di cortesia.

    «Il resto degli eventuali commenti di domani può essere intonato sulla linea stessa di stasera, ossia sulla piena normalità di questa visita nel quadro dell’alleanza che sussiste integra fra la Germania e l’Italia secondo la formula e nello spirito della mozione del Gran Consiglio.

    «Naturalmente va da sé che questa visita (data la presente situazione e le presenti contingenze) riveste particolare importanza. Ma non dobbiamo essere noi alla vigilia della visita e ignorando in modo assoluto il contenuto dei colloqui a cercare di fare indiscrezioni anticipate su quelle che possono essere le materie da trattare.

    «I commenti esteri possono naturalmente riportarsi. Per quel che riguarda la visita al Papa avrete disposizioni». ↩

  318. Lo si veda in DDI, s. IX, III, pp. 415 sgg. ↩

  319. Il 9 aprile, alle prime notizie dell’attacco tedesco alla Danimarca e alla Norvegia, Mussolini pensò infatti per un momento di approfittarne per risolvere la questione croata, sicuro che Francia e Inghilterra non si sarebbero mosse. Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 417. ↩

  320. Cfr. il verbale (tedesco) in L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 512 sgg. ↩

  321. Cfr. il verbale (tedesco) ibid., pp. 527 sgg. ↩

  322. Cfr. DGFP, s. D, VIII, pp. 894 sgg. e 909. ↩

  323. Ciano, parlando il 19 marzo con Welles, si disse però convinto che l’incontro del Brennero fosse stato anticipato perché von Ribbentrop non era riuscito ad ottenere alcun soddisfacente impegno. Cfr. S. Welles, Ore decisive cit., p. 190. ↩

  324. G. Ciano, Diario cit., p. 405. ↩

  325. Ibid. ↩

  326. Ibid. ↩

  327. Ibid., pp. 405 sg., alla data del 12 marzo 1940. ↩

  328. Ibid., p. 407, alla data del 14 marzo 1940. ↩

  329. Cfr. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 542 sgg. FRUS, 1940, I, pp. 96 sgg. (incontro con Ciano) e 100 sgg. (incontro con Mussolini), nonché S. Welles, Ore decisive cit., pp. 180 sgg. ↩

  330. S. Welles, Ore decisive cit., p. 183. ↩

  331. G. Ciano, Diario cit., p. 407. ↩

  332. Dell’incontro si hanno due resoconti verbali, tutti e due redatti dai tedeschi. Uno, piú esteso, ad uso del Führer e della Wilhelmstrasse, il cui originale, molto danneggiato, è riprodotto in Dgfp, s. D, IX, pp. 1 sgg., e un altro, piú riassuntivo e «purgato» che fu successivamente trasmesso a Roma, dietro pressanti richieste di Mussolini (cfr. P. Schmidt, Da Versaglia a Norimberga cit., pp. 449 sg.) e che è raccolto in L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 545 sgg. ↩

  333. Dovette essere in questo contesto che Hitler disse di avere serie difficoltà con i suoi collaboratori per mantenere le promesse fatte all’Italia per il dopoguerra. La frase fu riferita al ritorno dal Brennero da Mussolini, che ne doveva essere rimasto molto impressionato, a Thaon di Revel. Cfr. E. Faldella, L’Italia e la seconda guerra mondiale. Revisione di giudizi, Bologna 1960, p. 65. ↩

  334. DGFP, s. D, IX, pp. 13 sg. ↩

  335. Ibid., p. 15. Il verbale ridotto, inviato a Roma (L’Europa verso la catastrofe cit., p. 551), suona a questo proposito cosí: «Parlando della collaborazione fra Germania ed Italia, il Duce ha

    ripetuto che, appena la Germania avrà con la sua azione bellica creato secondo le dichiarazioni del Führer una situazione favorevole, Egli sarebbe intervenuto senza perdere tempo. Ove l’avanzata tedesca dovesse svolgersi con ritmo piú lento, il Duce attenderebbe fino al momento in cui il suo intervento nell’ora decisiva possa essere di reale aiuto alla Germania». ↩

  336. G. Ciano, Diario cit., p. 408. ↩

  337. Cfr. «Relazioni internazionali», 30 marzo 1940, p. 366. ↩

  338. Mussolini, XLIII, p. 31. ↩

  339. G. Ciano, Diario cit., p. 408, nonché p. 414 ove risultò che il 1º aprile Mussolini aveva ancora intenzione di fare un nuovo tentativo per dissuadere Hitler dal passare all’offensiva. ↩

  340. D. Grandi, Memorie cit. ↩

  341. Giustamente E. Faldella, L’Italia e la seconda guerra mondiale cit., p. 61, ha scritto che, «se il governo di Londra avesse desiderato affrettare l’intervento dell’Italia», nulla di meglio avrebbe potuto fare che attuare, come attuò, l’inasprimento del blocco. ↩

  342. Mussolini, XXIX, pp. 380 sg. ↩

  343. Il 2 aprile Mussolini disse a Ciano di aver redatto «una memoria concernente il nostro piano d’azione politico-strategico», che gliene avrebbe dato copia e di voler convocare una riunione «dei sette personaggi che avranno conoscenza del documento». Mussolini gli consegnò il testo il 6 aprile. Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 414 e 415. Due giorni prima Mussolini l’aveva trasmesso a Vittorio Emanuele III con il seguente biglietto: «Maestà, mi permetto, qui acclusi, mandarVi

    • 1) una memoria segreta, circa la situazione politica-militare e i suoi prevedibili sviluppi
    • 2) il resoconto della conferenza fra Hitler e me al Brennero
    • 3) due rapporti dei nostri addetti navale e aereo a Berlino
    • 4) un elenco delle vessazioni inglesi consumate ai nostri danni nella giornata di ieri
    • 5) una pubblicazione sull’acquedotto pugliese oramai completato.

    «Mi è grato, Maestà, porgervi i miei omaggi devoti» (ACS, B. Mussolini, Valigia, b. 1, fasc. 10). I due rapporti indicati al punto 3) sono quelli pubblicati in DDI, s. IX, III, pp. 550 sg. e 566 sg.

    Lo stesso giorno in cui fu consegnato a Ciano, il documento fu portato a conoscenza anche di Badoglio e dei tre capi di Stato maggiore. ↩

  344. G. Ciano, Diario cit., pp. 415 sgg. ↩

  345. G. Bottai, Diario cit., ff. 804 sgg., alla data del 29 marzo 1940. ↩

  346. Cfr. R. Ducci, Questa Italia cit., p. 119. ↩

  347. Chi, appena arrivato a Roma, si rese subito conto che, contrariamente a quello che si riteneva negli Usa, il re era debole fu M. Taylor, cfr. E. Di Nolfo, Vaticano e Stati Uniti cit., p. 104. ↩

  348. Cfr. ADSS, I, p. 378. ↩

  349. G. Ciano, Diario cit., pp. 409 sg., nonché 403, alla data del 6 marzo 1940, ove risulta la conversione all’interventismo di De Vecchi. ↩

  350. Cfr. ibid., p. 413. A questo stesso periodo si deve riferire l’allusivo discorso sulla caduta dell’«onnipotente» Röhm, «l’uomo che aspirava alla successione di Hitler», fatto, secondo quanto riferito da F. Anfuso (Da Palazzo Venezia al lago di Garda cit., pp. 109 sgg.), da Mussolini a Ciano con l’evidente intento di ammonirlo a non farsi attrarre nei maneggi dei suoi avversari. Il che, da un lato, confermerebbe l’attendibilità della nota vaticana del 4 aprile e, da un altro, autorizzerebbe forse – qualora confermato – a collegare al discorso su Röhm l’episodio del veleno richiesto da Ciano a Bocchini riferito da Leto. ↩

  351. Cfr. per le due lettere di Badoglio rispettivamente DDI, s. IX, III, p. 618 e Stato Maggiore Esercito – Ufficio Storico, L’avanzata su Sidi el Barrani, Roma 1955, pp. 161 sg.; per il verbale della riunione del 9 aprile E. Faldella, L’Italia e la seconda guerra mondiale cit., pp. 728 sgg. ↩

  352. Oltre ai vari accenni contenuti nel Diario di G. Ciano e soprattutto quello a p. 418, sotto la data dell’11 aprile 1940 che si riferisce certamente al primo incontro del re con Mussolini dopo il ricevimento del «promemoria segretissimo», cfr. A. Consiglio, Vita di Vittorio Emanuele III, Milano 1950, pp. 209 sgg.; D. Bartoli, La fine della monarchia, Milano 1966, pp. 190 sgg.; U. Alfassio Grimaldi – G. Bozzetti, Dieci giugno 1940. Il giorno della follia, Bari 1974, PP. 373 sgg. e 396 sgg.; nonché N. D’Aroma, Vent’anni insieme cit., pp. 288 sgg. ↩

  353. DDI, s. IX, IV, p. 495. ↩

  354. Cfr. U. Alfassio Grimaldi – G. Bozzetti, Dieci giugno 1940 ecc. cit., pp. 398 sg., ove è pubblicata parte di un appunto di Vittorio Emanuele III, consegnato alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia al figlio Umberto, in cui sono fissate alcune importanti considerazioni del sovrano sul proprio atteggiamento in materia: «La guerra è ormai inevitabile. Mussolini ha deciso. Nessuno lo può fermare... Il re ha tre possibilità di scelta... dire di no alla guerra, destituire Mussolini, che se ne infischia, resta al suo posto, e destituisce il re. Il re lancia un appello all’esercito fedele, ed è la guerra civile... Mentre il paese è dilaniato dalla guerra fratricida, arriva l’alleato tedesco a dare man forte a Mussolini: a occupare militarmente l’Italia. Il re è catturato, deportato, messo al muro. Mussolini e Hitler proseguono la guerra insieme. La perderanno. Gli alleati renderanno omaggio al re caduto nella lotta contro i tiranni: il re avrà i suoi monumenti nelle piazze e il plauso della storia. Ma i morti della guerra civile provocata dal re saranno un prezzo equo per quei monumenti e per quella pagina di storia? Seconda possibilità: il re non firma la dichiarazione di guerra..., ma non vuole provocare la guerra civile. Abdica e scioglie l’esercito dal giuramento. Va in esilio. Se non parte di sua spontanea volontà vengono i moschettieri del duce a sfrattarlo dal Quirinale...; il re esule... in un luogo ameno: aria buona, bel paesaggio, tempo libero per pescare. Intanto, mentre il re pesca, Mussolini e Hitler fanno la guerra. La perdono. Gli eserciti alleati arrivano in Italia da conquistatori: dietro viene il re, con una bella cera per la vita sana che ha condotto in tutto quel tempo. Il re viene accolto da trionfatore in patria, riprende il trono che gli spetta: gli Italiani che hanno combattuto la guerra di Mussolini, perché non potevano rifiutarsi e andare in esilio a pescare, si sentono in colpa, sconfitti, e hanno molta venerazione per il re che ha preferito l’esilio piuttosto che fare la guerra di Mussolini. Ma il re lo merita tutto quel rispetto? Terza possibilità: viene Mussolini con la dichiarazione di guerra a chiedere la firma del re. Il re firma senza dire niente. Ci sono tanti italiani che non vogliono la guerra, ma la faranno lo stesso, magari da valorosi, magari lasciandoci la vita... Potrebbero anche vincere i tedeschi: in questo caso Mussolini e Hitler... approfitteranno del momento favorevole per dare una pedata al re, che ha fatto la guerra senza averne voglia: proclameranno la repubblica. Se invece, come credo, Mussolini e Hitler alla fine perderanno, allora è probabile che i vincitori e forse anche gli italiani, tengano responsabile il re della guerra dichiarata e perduta, come e piú di Mussolini: forse lo manderanno via, con Mussolini. Sarà proclamata la repubblica. Ma potrò dire che hanno torto? Non potrò dire che hanno torto. Queste sono le tre possibilità di scelta che ha il re: non ce ne sono altre». ↩

  355. Cfr. R. Bracalini, Il re «vittorioso». La vita, il regno e l’esilio di Vittorio Emanuele III, Milano 1980, p. 197. ↩

  356. DDI, s. IX, IV, p. 495. ↩

  357. S. Welles, Ore decisive cit., pp. 190 sg. ↩

  358. G. Ciano, Diario cit., p. 414. ↩

  359. Ibid., p. 416. Per alcuni precedenti della missione di Dingli cfr. DDI, s. IX, III, pp. 469 sg. e 526 sgg. ↩

  360. Cfr. R. Quartararo, Inghilterra e Italia ecc. cit., pp. 704 sgg. e spec. 707 sg. ↩

  361. Cfr. ibid., pp. 710 sgg.; nonché DDI, s. IX, IV, pp. 286 sg. ↩

  362. G. Ciano, Diario cit., pp. 417 sg.; nonché, simile, G. Bottai, Diario cit., f. 820, sotto la stessa data del 10 aprile 1940. ↩

  363. Lo si veda in DDI, s. IX, IV, pp. 10 sgg. Sempre ibid. si vedano, pp. 20 sgg., 27 e 27 note sg., una seconda lettera di Hitler, del 10 aprile, scritta a Mussolini per informarlo dei programmi dell’azione intrapresa, la risposta del «duce» alle due lettere (dell’11 aprile) e il testo di una prima risposta, preparata il 10 e poi non inviata per il sopraggiungere della seconda lettera di Hitler. ↩

  364. G. Ciano, Diario cit., p. 418. ↩

  365. Mussolini, XXIX, pp. 378 sgg. e in particolare 379 sg. ↩

  366. DDI, s. IX, IV, p. 103. ↩

  367. G. Ciano, Diario cit., p. 418. ↩

  368. È impossibile stabilire allo stato della documentazione quanto questa paura di Mussolini fosse fondata. Ciò che si può dire ha un valore solo molto relativo. Due osservazioni si possono comunque fare: nonostante l’incontro del Brennero e l’atteggiamento sempre piú nettamente filotedesco della politica italiana dopo il 9 aprile, Hitler, pur mettendo ogni cura nell’informare Mussolini dell’andamento delle operazioni in corso, non gli disse nulla di preciso sui suoi piani d’azione contro la Francia; per quanto concerne i rifornimenti di materie prime e di manufatti militari o per l’industria bellica italiana che i tedeschi si erano impegnati a fornire, le loro consegne continuarono ad essere irregolari e, specie nel secondo caso, assai inferiori al previsto: persino quella di tre batterie antiaeree che dovevano servire per l’addestramento del personale italiano che avrebbe dovuto utilizzarne altre cento da fornire in un secondo tempo subí una serie di rinvii difficilmente spiegabili solo con le necessità belliche del momento. ↩

  369. A proposito dell’atteggiamento della stampa, ecco cosa, il 15 aprile 1940, l’ambasciatore inglese a Roma riferiva al Foreign Office: «Allo stesso tempo il tono della stampa italiana è divenuto cosí ostile che è evidente che si sta preparando il popolo italiano, il quale nel momento attuale non capisce piú niente, ad un intervento attivo da parte italiana, se e quando il Signor Mussolini prenderà questa decisione.

    «Tale decisione sarà fatta a sangue freddo. Il Duce è persuaso che deve intervenire prima della fine della guerra dato che è “un uomo troppo pesante per lasciarsi cadere tra due seggiole”. Egli ottiene piú notizie da parte tedesca che da parte nostra. Teme i tedeschi ma crede nella loro forza. Non abbiamo alcun modo di giungere a lui, e senza dubbio le notizie dei nostri successi gli saranno spiegate dai tedeschi a loro vantaggio. Ho sentito dire che egli vede giornalmente Starace, e possiamo essere certi che l’ex capo del Partito Fascista è un costante frequentatore dell’Ambasciata tedesca» (Asae, Segreteria generale, p. 257). ↩

  370. Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo cit., p. 248 nota. ↩

  371. Cfr. G. Ciano, Diario cit., alle date del 24 e 25 aprile 1940. ↩

  372. Mussolini, XXIX, pp. 374 sgg. e 378 sgg. La citazione è dal primo (p. 375). ↩

  373. DDI, s. IX, IV, pp. 135 sg. Quasi contemporaneamente Baudouin faceva sapere all’addetto

    aeronautico a Parigi, gen. Piccio, che il governo francese era desideroso di dirimere al piú presto le questioni in sospeso tra i due paesi e di entrare in relazioni con quello italiano per informarlo delle eventuali iniziative che Inghilterra e Francia avrebbero potuto prendere nel Sud-est europeo nel corso di iniziative tedesche e sovietiche e per discuterle con esso. Cfr. ibid., pp. 161 sg. e anche 168 sg. ↩

  374. Ibid., pp. 157 sg.

    Subito dopo l’inizio dell’azione tedesca in Scandinavia i rapporti tra la Santa Sede e il governo italiano avevano avuto un brusco raffreddamento. Già il 10 aprile, di fronte al moltiplicarsi delle manifestazioni e dei discorsi in favore della pace in moltissime chiese e al sempre piú evidente divario tra l’atteggiamento dell’«Osservatore romano» e quello della stampa fascista, Alfieri aveva fatto un passo presso il cardinal Maglione insinuando che il «pacifismo ad oltranza» di tali manifestazioni e discorsi, cosí contrastante con la politica del governo tendente ad «animare gli spiriti e tenerli preparati per eventuali sviluppi», rispondesse ad istruzioni della Santa Sede e invitando l’organo vaticano a «moderarsi» e ad essere «piú imparziale». Cfr. ADSS, I, pp. 420 sg. Il giorno dopo l’invio della lettera del papa a Mussolini, alla Camera dei fasci e delle corporazioni Giunta, nel corso di un discorso accesamente antifrancese e antiinglese, accusò «alcuni ambienti della Città del Vaticano» di «antifascismo irriducibile quanto impotente» e parlò del Vaticano come dell’«appendicite cronica dell’Italia», suscitando in alcuni consiglieri nazionali applausi e consensi e un sintomatico commento di Farinacci: «Bene, bene. La Chiesa è stata la costante nemica d’Italia». Cfr. Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, Assemblea plenaria, 25 aprile 1940, p. 561 (dove però è riportata solo la prima affermazione di Giunta); ADSS, I, p. 428; G. Bottai, Diario cit., ff. 832 sg., alla data del 25 aprile 1940. ↩

  375. FRUS, 1940, II, pp. 691 sg.

    Quanto anche negli Stati Uniti si fosse convinti che l’atteggiamento di Mussolini fosse determinato e determinabile solo dalla volontà di giocare sul sicuro e assicurarsi i maggiori vantaggi possibili è dimostrato da un articolo, The fascist N. 1, apparso l’8 aprile 1940 su «Time». In esso, dopo una precisa ricostruzione dei motivi che avevano indotto Mussolini a proclamare la «non belligeranza», si legge: «Il futuro atteggiamento italiano, la settimana scorsa, era ancora tanto oscuro, quanto l’abilità del Duce poteva renderlo tale. Ma dal dubbio emersero alcune forti probabilità:

    • 1) L’Italia non entrerebbe in guerra al fianco degli Alleati. La sua esperienza durante e dopo l’ultima guerra, combattuta senza ritrarne quasi un vantaggio, era un ricordo ancora troppo scottante. Inoltre l’Italia non avrebbe nulla da prendere alla Germania. Nel caso che una vittoria degli Alleati si delineasse probabile, l’Italia rimarrebbe fuori dal conflitto sino alla fine di esso e quindi farebbe valere l’efficienza combattiva di un esercito intatto per provocare una ridistribuzione generale delle spoglie alla Conferenza della pace.
    • 2) Non si potrebbe imporre agli italiani, come già avvenne per i tedeschi, una stretta collaborazione con la Russia. Se vi sarà una qualsiasi collaborazione tripartita, questa sarà probabilmente solo di carattere economico.
    • 3) Nel caso che il successo delle armi arrida alla Germania, l’Italia potrebbe entrare in guerra, ma soltanto quando l’esito di questa fosse chiaro e l’ultima battaglia combattuta quasi a metà. In quest’ultimo caso, l’Italia ha molto piú da guadagnare vincendo gli Alleati assieme alla Germania anziché assistendo alla vittoria di questi ultimi. Il profitto che essa ricaverebbe dal suo intervento sarebbe presumibilmente una sostanziosa porzione dell’Impero coloniale francese e, inoltre, una compartecipazione nel controllo dell’Europa centrale.

    «Malgrado gli stupendi risultati dei giochi di prestigio politici del Duce negli ultimi sei mesi, gli avvenimenti futuri in Italia non coincideranno forse coi suoi desideri personali. Motivo di ciò è che egli desidera ancora combattere, oggi, domani ed in qualunque tempo; mentre i suoi concittadini, che non sono dei guerrieri né lo furono dai tempi di Carlo Magno, desiderano rimanere fuori del conflitto». ↩

  376. DDI, s. IX, IV, p. 184. ↩

  377. Ibid., p. 195. Per la giusta datazione della lettera cfr. ADSS, I, p. 432. ↩

  378. Ibid., pp. 213 sg. ↩

  379. Ibid., pp. 222 sg. ↩

  380. La si veda nel suo testo integrale in G. Bianchi, Perché e come cadde il fascismo. 25 luglio crollo di un regime, Milano 1970, pp. 709 sgg.

    Il riferimento alle «armi speciali» è probabilmente al cosí detto «raggio della morte» che si favoleggiava fosse stato inventato da G. Marconi e che fermava a distanza i motori. Esperimenti in questo senso erano stati effettivamente fatti negli ultimi tempi della sua vita dallo scienziato, ma l’invenzione non era mai stata portata a termine. Mussolini vi aveva fatto alcuni vaghissimi accenni e si era parlato del «successo» di taluni esperimenti fatti sulle strade vicine a Roma. Nel piú volte ricordato «soliloquio» con I. Fossani, nel 1945, Mussolini si sarebbe intrattenuto a lungo sulla questione, dicendo che Marconi aveva in realtà perfezionato la sua invenzione, ma che, dopo aver chiesto consiglio al papa, aveva deciso di non rivelarla; Mussolini aveva cercato di fargli cambiare idea, ma prima di riuscirci lo scienziato era morto. Per tutta la narrazione, che ha un chiaro valore autodifensivo, cfr. Mussolini, XXXII, pp. 175 sgg., nonché, per il «raggio della morte», G. Masini, Guglielmo Marconi, Torino 1975, pp. 418 sg. ↩

  381. Tipico è quanto G. Bottai (Diario cit., ff. 830 sg.) annotava il 21 aprile ’40 a proposito del discorso di quello stesso giorno di Mussolini alle gerarchie sindacali: «Echi contraddittori... Alcuni degli ascoltatori ne àn tratto l’impressione d’un intimo equilibrio; altri d’un impeto ormai inarrestabile. Forse, tutto si riassume in quella immagine esopiana, che dava di sé Mussolini a un suo interlocutore: “Avete mai osservato il gatto, quando studia la preda e d’un balzo le è sopra? Osservatelo. Io mi propongo d’agire allo stesso modo”». ↩

  382. La lettera è stata pubblicata per la prima volta da M. Toscano in «Epoca», 2 maggio 1954, poi ripresa da vari studiosi e pubblicisti nelle loro opere. ↩

  383. D. Grandi, Memorie cit.; sempre Grandi (ibid.) riferisce che alla fine di aprile a Balbo, che era venuto da Tripoli per sollecitare l’invio in Libia di artiglierie e materiali da fortificazione, Mussolini, rifiutandoglieli, avrebbe detto: «Non ci sarà la guerra. Pensa ai tuoi coloni, ai tuoi pozzi d’acqua e ai tuoi ulivi».

    Il discorso di Grandi fu pubblicato (oltre che negli Atti Parlamentari, Camera dei Fasci e delle Corporazioni, XXX Legislatura, Assemblea plenaria del 27 aprile 1940, pp. 612 sg.) da tutti i giornali e «affisso», su decisione della Camera. Le successive fasi della sua elaborazione, ma non gli interventi di Mussolini, sono documentati in Archivio D. Grandi, b. 124, fasc. 169, sott. 6. ↩