Capitolo V
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Capitolo quinto: Dall’asse al «patto d’acciaio», un cammino di timori e di incertezze

L’Anschluss fu per Mussolini uno scacco durissimo. Pur essendo intimamente convinto che esso fosse pressoché inevitabile e che, a meno di fatti imprevedibili, non avrebbe potuto far nulla per evitarlo, il «duce» non si era rassegnato del tutto a questa idea1, doveva aver nutrito sino all’ultimo la speranza che potesse essere scongiurato e, soprattutto, doveva essersi illuso che, in ogni caso, non sarebbe avvenuto a cosí breve scadenza. Se proprio doveva subirlo, aveva bisogno del tempo necessario per concludere prima l’accordo con l’Inghilterra e per preparare ad esso gli italiani, facendo loro accettare due idee: che nella nuova realtà determinata dall’Asse l’indipendenza dell’Austria non fosse per l’Italia piú indispensabile e che l’Asse non costituisse un pericolo, ma, al contrario, rafforzasse la posizione dell’Italia, le rendesse possibile un «realistico» accordo con l’Inghilterra e successivamente anche con la Francia e la mettesse nella condizione di farsi promotrice di un nuovo «patto a quattro» che avrebbe assicurato all’Europa un lungo periodo di pace, per ottenere il quale erano però necessari alcuni «inevitabili ritocchi» all’assetto determinato a Versailles tra cui, appunto, l’Anschluss.

Verso la Francia Mussolini era – lo si è detto – meno disponibile che verso l’Inghilterra. Per il momento non escludeva però affatto un periodo di riavvicinamento, anche se nei suoi progetti esso avrebbe dovuto aver luogo dopo quello con Londra, indipendentemente da esso e ad iniziativa di Parigi. La Francia, come Mussolini disse al nuovo ambasciatore tedesco a Roma von Mackensen quando lo ricevette la prima volta2, non poteva pensare di prendere contatto con Roma «per la scala di servizio», via Londra. Doveva farsi avanti lei e nelle condizioni a lei meno favorevoli, sotto la minaccia tedesca, dopo essere stata sconfitta in Spagna e dopo che l’Inghilterra si era distaccata da lei nella politica verso l’Italia. Mentre è difficile credere che su questa «disponibilità» mussoliniana avessero qualche influenza – come invece pensava l’incaricato d’affari francese a Roma Blondel3 – le «vecchie inclinazioni intellettuali e sentimentali» del «duce» verso la Francia, facile è al contrario comprenderne le motivazioni politiche di fondo, specie se si considera che il fine ultimo della sua strategia per l’immediato futuro era, appunto, la conclusione di un nuovo «patto a quattro» di cui l’Italia, oltre ad essere il «freno» e il «garante» al tempo stesso della Germania (cosí come l’Inghilterra lo sarebbe dovuto essere della Francia), avrebbe dovuto costituire l’elemento di raccordo e di equilibrio. Relativamente facile, dopo quello che abbiamo detto, è capire anche perché Mussolini riteneva che il riavvicinamento con Parigi dovesse venire dopo quello con Londra e fosse meno urgente. A farglielo ritenere contribuivano infatti, oltre ad alcune considerazioni piú propriamente politiche, varie altre che affondavano le loro radici nei meandri della sua psicologia e della sua ideologia. Tra quelle politiche le piú importanti erano: il minor pericolo di un accordo franco-tedesco sulla testa dell’Italia rispetto a quello, realisticamente meno improbabile, tra Germania e Inghilterra; l’assai maggior difficoltà di un accordo con Parigi che con Londra, sia per la maggior complessità e pesantezza del contenzioso, sia soprattutto per la minore facilità di trovare una base d’accordo con la Francia, assai piú impegnata psicologicamente, ideologicamente e politicamente dell’Inghilterra a sostenere la Spagna repubblicana e tutt’altro che favorevole o rassegnata ad una vittoria nazionalista e, dunque, ad una ulteriore permanenza in Spagna dei «volontari» italiani; la speranza che, attribuendo all’«intransigenza» francese la responsabilità della mancata rapida soluzione della questione spagnola e del perdurare della tensione italo-francese, fosse possibile mettere un cuneo tra Londra e Parigi e forse dividerle; la difficoltà ideologica e politica di giustificare un riavvicinamento con la Francia governata dal Fronte popolare, legata da un patto di amicizia e collaborazione con l’Urss e sul cui territorio era concentrata la parte piú attiva dell’antifascismo italiano e ciò, per di piú, men tre il Fronte popolare era in difficoltà e non si poteva escludere che potesse entrare da un momento all’altro in crisi. Era qui che le considerazioni politiche si confondevano e facevano tutt’uno con quelle ideologiche. L’eventualità che il Fronte popolare perdesse il potere non era infatti per Mussolini un dato naturale, che discendeva direttamente dal carattere democratico dell’assetto politico francese. Nella sua visione ideologica, il Fronte popolare era una delle manifestazioni della profonda crisi, morale e civile ancor prima che politica, che attanagliava e logorava progressivamente la Francia e nella quale la piú macroscopica e incontrovertibile era il continuo declino demografico con i suoi annessi e connessi, crisi della famiglia, nigrizzazione della popolazione, urbanesimo, ecc. Tutto ciò, unito all’asprezza delle lotte sociali e politiche che accompagnavano l’esperienza del Fronte popolare, gli faceva pensare non solo che questo avesse i giorni contati4, ma che il suo fallimento fosse la piú evidente conferma della crisi dell’intera società francese. E anche qui con tutti gli annessi e connessi che la sua particolare visione ideologica era portata ad attribuire a questa crisi: l’inarrestabilità del declino della potenza francese e in particolare della capacità di tenere ancora a lungo le fila del suo impero e del suo sistema politico internazionale e l’ormai prossima trasformazione del suo assetto politico interno ad opera di «forze nuove», destinate a prendere prima o poi il potere5.

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Tutte considerazioni che spingevano Mussolini a ritenere piú opportuno procrastinare il riavvicinamento con Parigi. Né, infine, si debbono sottovalutare le considerazioni che abbiamo definito di ordine psicologico: il rancore che Mussolini (e con lui alcuni settori del fascismo) covava contro la Francia per il «tradimento» del 1935 e ancor piú contro la stampa francese alla quale attribuiva il fallimento del piano Laval-Hoare e non perdonava i continui attacchi (ormai non piú circoscritti solo a quella di sinistra, ma sempre piú frequenti anche su quella della destra tradizionale) all’Italia, al fascismo, alla sua persona e, cosa che lo faceva ancor piú imbestialire, al valore dei soldati italiani. Di fronte a questi attacchi la reazione del «duce» (e sulla sua scia anche di molti dei massimi responsabili della politica e soprattutto della stampa fasciste) era cosí sproporzionata ed assurda da fargli perdere qualsiasi senso della misura, mettere completamente da parte il suo realismo e renderlo simile ad un bambino ridotto dalla propria impotenza a ricorrere alle piú ridicole ripicche. Un piccolo esempio può essere piú efficace di qualsiasi discorso. Il 24 ottobre ’38 Radio Parigi Mondiale trasmise la notizia che, per la prima volta da quando il fascismo era al potere, era stato scoperto un complotto fascista contro la vita del «duce». Venuto a conoscenza della trasmissione, il ministro della Cultura popolare, D. Alfieri, si mise subito in contatto con Ciano e con un procedimento tipicamente mussoliniano i due decisero non una smentita, ma una «radio rappresaglia» e cioè la diffusione di una serie di false notizie riguardanti la Francia, tra le quali quella della messa in stato d’accusa dell’ex presidente L. Blum e del segretario generale della CGT L. Jouhaux in quanto coinvolti in un torbido scandalo verificatosi poco tempo prima a Marsiglia e che vedeva gli indiziati, tra cui un certo numero di funzionari di polizia, accusati dei reati piú abbietti, tratta delle bianche, spaccio di stupefacenti, truffa, ecc...6.

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Stanti queste premesse e data la vasta ostilità esistente in Francia verso un cedimento nei confronti dell’Italia e di Mussolini, le possibilità di un riavvicinamento erano scarsissime. Eppure subito dopo l’Anschluss vi fu per un certo tempo piú di una possibilità di normalizzare in qualche misura i rapporti tra i due paesi.

Nonostante il panico – lo si è visto – prodotto a palazzo Venezia e a palazzo Chigi dalle sue prime avvisaglie in febbraio, l’Anschluss colse Mussolini e Ciano di sorpresa. Hitler, edotto dal principe d’Assia che Roma era scontenta di come egli aveva condotto fin lí le cose e che – anche se ufficialmente si diceva d’accordo nel riconoscere il passo avanti «molto notevole» fatto dalla Germania «nell’accrescimento della sua influenza in Austria» – riteneva necessaria una sua dichiarazione che confermasse «che l’Austria continua ad esistere come Stato indipendente»7, si guardò bene dal preavvertirli di quanto preparava. Solo nel momento in cui le sue truppe si accinsero a varcare la frontiera austriaca, l’11 marzo, scrisse a Mussolini una lettera, che il principe d’Assia gli consegnò il giorno stesso. La lettera rifaceva la storia delle ultime vicende tra Germania ed Austria secondo il punto di vista tedesco, con un accenno, tra l’altro, alla Cecoslovacchia che non poteva lasciare molte illusioni sui propositi di Hitler anche riguardo a questo paese (tanto è vero che, quando da parte italiana si domandò l’autorizzazione a pubblicare la lettera, Hitler ne chiese la soppressione8), spiegava le ragioni della decisione presa e concludeva con una formale dichiarazione di rispetto dell’intangibilità della frontiera del Brennero:

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una cosa ora io desidero assicurare a Lei, Eccellenza, in modo solenne, a Lei, quale Duce dell’Italia Fascista:

  • 1) Non si scorga in questo atto altro che un atto di legittima difesa nazionale e quindi una azione, che ogni uomo di carattere al mio posto compirebbe nel medesimo modo. Anche Lei, Eccellenza, non potrebbe agire diversamente, se fosse in gioco il destino di italiani. Ed io, come Führer e come nazionalsocialista non posso fare altrimenti.
  • 2) In un’ora critica per l’Italia io Le ho dimostrato la fermezza delle mie disposizioni interiori. Non dubiti che, anche nell’avvenire, nulla sarà mutato a questo riguardo.
  • 3) Qualunque possa essere la conseguenza dei prossimi avvenimenti, io ho tracciato una netta frontiera tedesca verso la Francia e ne traccio ora una, altrettanto netta, verso l’Italia. È il Brennero.

Questa decisione non verrà mai né discussa né attaccata. Questa decisione non l’ho presa nell’anno 1938 ma subito dopo la fine della Grande Guerra e non ne ho mai fatto un mistero.

Visto come erano andate le cose, l’unico punto «all’attivo» di Mussolini era questa dichiarazione; sicché non meraviglia che se ne dicesse «contento»9, anche se era evidente che essa non bastava certo a rendere sotto nessun profilo lo scacco subito meno grave e tanto meno liquidabile con qualche battuta come quella, riferita da Ciano10, che l’Anschluss aveva «tolto un equivoco dalla carta europea» e che altri ancora dovevano essere tolti: Cecoslovacchia, Svizzera e Belgio. E ciò tanto piú che, mentre Hitler nella sua lettera e poi al Reichstag una settimana dopo si impegnava a considerare la frontiera del Brennero fuori discussione, una delle primissime conseguenze dell’Anschluss era stato il rinfocolarsi sia in Austria che in Alto Adige delle speranze in una prossima «liberazione dei fratelli sudtirolesi». Del resto, la prova migliore di quanto poco Mussolini si fidasse realmente delle dichiarazioni di Hitler è costituita dal fatto che, come già abbiamo avuto occasione di dire, fu proprio dopo di esse che egli prese la decisione di «rendere ermetica» la frontiera con la Germania e «semi ermetica» quella con la Iugoslavia.

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Come Hitler aveva previsto, da parte italiana non vi fu nessuna reazione negativa. Alle avances francesi per un esame a tre della situazione nello spirito di Stresa, palazzo Chigi rispose, l’11, che tra Italia, Inghilterra e Francia non vi era nulla da concordare per l’Austria e al principe d’Assia, latore della lettera di Hitler, fu detto che l’Italia seguiva «con assoluta calma» gli eventi. Il 12 marzo il Gran Consiglio approvò una dichiarazione, preparata da Mussolini e da Ciano, che, addossate tutte le responsabilità a Schuschnigg e preso atto «col piú profondo interesse» della lettera di Hitler, definiva «quanto è avvenuto in Austria come il risultato di uno stato di fatto preesistente e l’aperta espressione dei sentimenti e della volontà del popolo austriaco» e approvava il rigetto della proposta francese, «che per essere senza basi e senza scopo, sarebbe valsa soltanto a rendere piú difficile la situazione internazionale»11. Quattro giorni dopo Mussolini affrontava personalmente alla Camera la questione austriaca con un discorso, date le circostanze, abbastanza abile e dai toni moderati e rassicuranti12. Rifattane rapidamente la storia, il discorso13 si articolò essenzialmente su tre punti. Il primo dedicato ai motivi della passività italiana:

Ai circoli piú o meno ufficiali d’Oltralpe che ci domandano perché non siamo intervenuti per «salvare» l’indipendenza dell’Austria, rispondiamo che non avevamo mai assunto alcun impegno del genere, né diretto o indiretto, né scritto o verbale. Gli austriaci, bisogna proclamarlo, hanno sempre avuto il comprensibile pudore di non domandarci dei gesti di forza per difendere l’indipendenza dell’Austria, perché noi avremmo risposto che un’indipendenza la quale ha bisogno degli aiuti militari stranieri, anche contro la maggior parte del proprio popolo, non è piú tale. Chi conosce gli austriaci sa che le prime resistenze a un nostro intervento sarebbero venute da loro.

L’interesse dell’Italia all’indipendenza dello Stato federale austriaco esisteva; ma si basava evidentemente sulla pregiudiziale che gli austriaci tale indipendenza volessero, almeno nella loro maggioranza; ma quanto accade in questi giorni nelle terre austriache dimostra’che l’anelito profondo del popolo era per l’Anschluss. Ai superstiti cultori di un machiavellismo deteriore che noi respingiamo, si può osservare che, quando un evento è fatale, val meglio che si faccia con voi, piuttosto che malgrado voi, o, peggio, contro di voi. In realtà è una rivoluzione nazionale quella che si compie, e noi italiani siamo i piú indicati a comprenderla nelle sue esigenze storiche e anche nei suoi metodi, che sembrano sbrigativi, come furono sempre quelli di tutte le rivoluzioni.

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Il secondo volto a tentare di dissipare le paure suscitate dalla presenza tedesca sulla frontiera italiana:

Vi sono nel mondo individui cosí superficiali, cosí opacamente ignoranti delle condizioni dell’Italia fascista, che credono di impressionarci con la cifra globale dei milioni di tedeschi e con la loro presenza ai nostri confini.

Anzitutto l’Italia, questa Italia, non si lascia facilmente impressionare. Non ci sono riusciti, durante la guerra d’Africa, cinquantadue Stati. L’Italia ha una volontà sola, un’anima dura e marcia diritto.

Siamo tanto poco impressionati che ammettiamo tranquillamente che fra qualche anno, per il solo fatto del movimento naturale della popolazione, mentre noi saremo cinquanta milioni, i tedeschi saranno ottanta milioni, ma non su una sola, su dieci frontiere, fra le quali, quella italiana è la frontiera di due popoli amici: una frontiera intangibile.

Il terzo, infine, volto a riaffermare la piena validità dell’Asse, messa alla prova, «collaudata» dall’Anschluss:

Quando il dramma austriaco giunse nei giorni scorsi al quinto atto, gli avversari mondiali del fascismo spiarono se l’occasione buona non fosse finalmente venuta per mettere l’uno di fronte all’altro i due regimi totalitari e frantumare la loro solidarietà attraverso un urto che sarebbe stato, tra l’altro, lo diciamo ai pacifisti di professione, il preludio di una nuova guerra mondiale...

Ma perché non dirlo? Anche milioni di germanici stettero in ascolto. Era giunta l’ora di quello che si poteva chiamare il «collaudo» dell’Asse. Ora i germanici sanno che l’Asse non è una costruzione diplomatica efficiente soltanto per le occasioni normali, ma si è dimostrato solido soprattutto in quest’ora eccezionale, nella storia del mondo germanico e dell’Europa.

Le due nazioni la cui formazione unitaria è stata parallela nel tempo e nei modi, unite come sono da una concezione analoga della politica della vita, possono marciare insieme per dare al nostro travagliato continente un nuovo equilibrio, che permetta finalmente la pacifica e feconda collaborazione di tutti i popoli.

Strettamente collegato all’Anschluss, anche se non vi si faceva esplicito cenno, fu, infine, il discorso che due settimane dopo Mussolini tenne in Senato sul bilancio di previsione dei ministeri militari (quello dopo il quale scattò l’operazione primo maresciallato). Erano tredici anni, dal 1925, che il «duce» non affrontava in sede parlamentare i problemi militari. È difficile non pensare che tornando ad affrontarli personalmente in quel momento e affermando che quanto a preparazione militare tutto sommato molto era stato fatto e il resto «lo faremo ad ogni costo» e che egli dedicava ai problemi militari la massima parte della sua giornata14 l’intenzione di Mussolini non fosse quella di cercare ancora una volta di rassicurare coloro che vedevano nell’Anschluss una minaccia diretta per l’integrità territoriale dell’Italia.

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Sul piano interno, queste dichiarazioni e il massiccio sforzo messo in atto sulla loro falsariga da tutti gli strumenti di cui il regime disponeva per «orientare» l’opinione pubblica non valsero però ad attenuare le reazioni del tutto negative e le preoccupazioni che l’Anschluss aveva provocato (i rapporti dei prefetti sono a questo proposito eloquenti e concordi) in larghissimi settori del paese, tra i comuni cittadini come tra i fascisti e non solo tra gli anziani, ma anche tra i giovani (all’Università di Roma un convegno di politica estera in cui parlava, nel quadro dei pre-Littoriali, V. Gayda fu trasformato da un gruppo di giovani antifascisti in una manifestazione antitedesca con la partecipazione di gran parte dei gufini presenti15), nella élite del regime e persino tra i membri del Gran Consiglio, dove Balbo aveva criticato duramente i tedeschi ed espresso addirittura timori per il futuro di Trieste e qualche critica pare avesse avanzato anche Bottai16. Al punto che non si esagera dicendo che, sul piano interno, l’Anschluss fu sentito da molti come la prima vera sconfitta del fascismo e costituí per molti altri un fatto cosí grave da far loro guardare con sempre maggior preoccupazione e spesso ostilità alla politica dell’Asse. Né la cosa può meravigliare se appena si pensi alle scarse simpatie che la Germania nazista (nonostante la vasta azione di penetrazione che essa svolgeva in Italia e il martellante impegno dell’ultimo anno e mezzo della propaganda del regime a favore dell’Asse) riscuoteva nel complesso in Italia, all’ancor viva animosità antitedesca degli anni della guerra ’14-18 (per non parlare della tradizione risorgimentale anch’essa ancor viva ed operante in larghi settori del paese), al ricordo non meno vivo degli avvenimenti del ’34 e della ben diversa posizione allora assunta da Mussolini rispetto all’indipendenza austriaca e, infine, al timore piú o meno chiaramente percepito da tanti che l’Anschluss non fosse che il primo (o un nuovo, secondo come veniva giudicato l’intervento in Spagna) passo su una strada che poteva essere molto pericolosa e sulla quale l’Italia rischiava di essere trascinata dalla Germania contro i suoi interessi e le sue aspirazioni.

Sul piano diplomatico l’effetto di queste dichiarazioni fu, tutto sommato, piú positivo. Che Mussolini non si sarebbe opposto all’Anschluss era stato pressoché scontato in partenza. Ciò nonostante, a Londra e soprattutto a Parigi per alcune settimane ci si domandò con ansia quale sarebbe stata la reazione italiana all’Anschluss. Non è certo privo di significato che il 12 marzo l’incaricato d’affari francese a Roma, in genere piuttosto parco di suggerimenti, si fosse affrettato a consigliare a Delbos di cercare di evitare il piú possibile, data «l’estrema sensibilità» di Mussolini e il suo carattere impulsivo, che la stampa francese attaccasse il comportamento dell’Italia17. Poiché era abbastanza pacifico che Mussolini non aveva voluto ma subito l’Anschluss e che avrebbe cercato una rivalsa, l’interrogativo – specie a Parigi – era se la sua reazione sarebbe stata quella di accelerare il riavvicinamento all’Inghilterra e di estenderlo anche alla Francia o se, invece, avrebbe stretto vieppiú i rapporti con la Germania, dando ad essi (come si temeva anche in Vaticano18) il carattere di un’alleanza militare.

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Le prospettive dopo la vicenda austriaca non lasciavano dubbi (il discorso pronunciato ai Comuni da Chamberlain il 24 marzo è chiaro) sulle intenzioni di Hitler di affrontare entro breve tempo anche la questione dei Sudeti. In questi frangenti, anche se era chiaro che per avere una visione piú precisa dei propositi di Roma era necessario attendere il viaggio che Hitler avrebbe fatto ai primi di maggio in Italia per restituire la visita in Germania di Mussolini dell’anno prima, a Parigi (dove era andato al Quai d’Orsay Paul-Boncourt, l’uomo dell’adesione francese al «patto a quattro») ai primi di aprile si cominciò a prendere in seria considerazione «la nécessité de renouer le contact avec Rome». La cosa era però piú facile da pensarsi che da farsi, specie perché – ammessa la disponibilità italiana – Mussolini e Ciano avrebbero certamente preteso che i negoziati si svolgessero (cosí come quelli con gli inglesi) a Roma, dove la Francia non aveva che un incaricato d’affari e accreditare un nuovo ambasciatore avrebbe voluto dire riconoscere a priori l’Impero, cosa che Parigi in quel momento non poteva permettersi non avendolo fatto neppure Londra, che, pure, non aveva incontrato, sulla strada dei negoziati con Roma, questo ostacolo avendo avuto l’accortezza di non ritirare dalla capitale italiana il proprio ambasciatore accreditato prima che si ponesse la questione dell’Impero. Da qui un primo sondaggio francese, tramite il senatore Puricelli, presidente della Fiera di Milano, per cercare di capire le intenzioni italiane e sapere se, eventualmente, le trattative avrebbero potuto essere svolte da un negoziatore ad hoc, a cui sarebbe stato dato il rango di ambasciatore solo dopo la loro conclusione positiva19. Le prime reazioni italiane a questo e ad altri sondaggi nonché alcune indiscrezioni sui colloqui che, a cavallo dell’Anschluss, il ministro degli Esteri polacco aveva avuto a Roma20 non sembrarono negative. Ciano lasciò capire che, per lui, tra Francia e Italia non vi era alcun «problema», ma solo una «questione psicologica», la sola questione tecnica pendente essendo quella della ferrovia Gibuti – Addis Abeba da regolarsi tra esperti e che non doveva essere d’ostacolo ad una completa intesa tra i due paesi. L’Italia era sul punto di concludere i negoziati con l’Inghilterra; anche se con la Francia non vi era stata alcuna presa di contatto ufficiale, era possibile giungere rapidamente ad un accordo anche con essa21. Dire quanto Ciano fosse sincero accreditando questa immagine dei rapporti italo-francesi è difficile. Dato il momento, non è però affatto da escludere la sua buona fede. Ciò che è certo è che la sua risposta ebbe un notevole peso nel far decidere a metà aprile il nuovo ministro degli Esteri francese, G. Bonnet (il 12 aprile Daladier aveva sostituito Blum alla guida del governo del Fronte popolare), a dare via libera alle trattative, pur stabilendo per esse limiti assai precisi e circoscritti, strettamente legati agli accordi sottoscritti da Laval e da Mussolini nel gennaio del 193522.

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In realtà il riavvicinamento italo-francese non avrebbe mai preso corpo. I colloqui preliminari Ciano-Blondel, che ebbero luogo parallelamente e sull’onda della conclusione degli «accordi di Pasqua» allo scopo di definire le basi dei negoziati veri e propri, anche se furono accolti, soprattutto dalla stampa britannica, come l’indice che la riconciliazione tra Roma e Parigi era ormai sulla buona strada (già il 20 aprile il «Times» scrisse «è fin d’ora chiaro che da entrambe le parti l’atmosfera è molto migliorata, il che rende improbabile un rinvio delle previste conversazioni» e il «Daily Herald», del 20 aprile, arrivò addirittura a prevedere che gli accordi anglo-italiani e franco-italiani sarebbero stati seguiti da un tentativo volto ad indurre la Germania ad accettare un nuovo «patto a quattro», ipotesi che, per altro, trovava scarse simpatie in vasti settori politici sia inglesi che francesi che la consideravano fuori dal quadro politico delle grandi potenze democratiche), non approdarono però a nulla, anche se, formalmente, lasciarono per il momento le cose impregiudicate. E, in realtà, senza che nessuna delle due parti se ne dolesse. I francesi volevano agganciare strettamente l’accordo a quello concluso nel gennaio ’35, a loro favorevolissimo, e, per il resto, ricalcarlo su quello anglo-italiano (con qualche variante a loro favore) e chiudere cosí definitivamente tutto il contenzioso in atto e potenziale23. Ufficialmente mostravano una gran fretta di concluderlo; in effetti un rinvio dei negoziati andava loro benissimo. Come ha opportunamente sottolineato il D’Amoja24, il governo francese, come quello inglese, voleva evitare che l’Italia stringesse, in occasione della prossima visita di Hitler, vieppiú i legami dell’Asse, «ma se Londra aveva cercato di raggiungere questo obiettivo firmando l’accordo con l’Italia e dandole parzialmente soddisfazione, pur se dopo aver lasciato in sospeso l’entrata in vigore dell’accordo come una spada di Damocle sospesa sul governo italiano, il governo di Parigi si limitò a insistere sulla possibilità di concludere un accordo, facendo intendere che ciò sarebbe dipeso dall’esito della visita di Hitler». Da parte italiana poi di fretta non ve ne era né ufficialmente né effettivamente. Concluso l’accordo con Londra e fatto sapere di essere disposti ad arrivare ad un accordo anche con Parigi e rinforzata cosí notevolmente la propria posizione rispetto alla Germania, per il momento si voleva – prima di decidere se procedere oltre e su quali basi – vedere l’esito dei colloqui con i tedeschi in occasione della visita di Hitler in Italia.

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Il viaggio di Hitler in Italia va visto, sotto il profilo dei rapporti italo-tedeschi, tenendo conto delle diverse posizioni delle due parti in causa. Sino verso la fine del ’37, lo si è detto, Hitler aveva escluso di concludere un’alleanza militare con l’Italia. Nel determinare questa sua posizione dovevano, probabilmente, aver avuto qualche influenza gli orientamenti di larghi settori della classe politica e militare «fiancheggiatrice» tedesca e di buona parte del vecchio personale della Wilhelmstrasse, tutti piú o meno scettici sull’efficienza militare italiana e sull’affidabilità dell’Italia come alleato (a fine giugno ’37, parlando con L. Blum, Schacht non aveva usato mezzi termini: «sappiamo – gli aveva detto25 – che l’Italia non è mai un’alleata sicurissima») e, in genere, volti a moderare il dinamismo del Führer. La ragione principale è però da ricercare nella doppia speranza di Hitler, allora ancor viva, o di giungere ad un accordo con l’Inghilterra o di poter approfittare di un conflitto italo-anglo-francese determinato dalla politica italiana in Spagna (sintomatici sono i «consigli» che a fine ottobre von Ribbentrop aveva dato a Ciano «di non abbandonare mai piú Maiorca, nuova formidabile pedina nel nostro gioco Mediterraneo»26) per mettere le mani sull’Austria e i Sudeti. Il fallimento della missione speciale di von Ribbentrop a Londra, la nomina di questo a ministro degli Esteri, la svolta del 4 febbraio27 e l’avvio dei negoziati italo-inglesi avevano però determinato un mutamento di rotta.

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Convintosi della impraticabilità delle due strade su cui aveva puntato e deciso a bruciare lo stesso i tempi per risolvere le questioni austriaca e cecoslovacca, Hitler aveva cominciato seriamente a pensare alla necessità di rendere formale l’Asse. E ciò tanto piú dopo l’Anschluss, che se, da un lato, aveva dimostrato la «disponibilità» di Mussolini, da un altro, aveva lasciato intravvedere il suo scontento per l’iniziativa di Berlino e, dunque, l’urgenza per la Germania di prevenire e bloccare una sua possibile «fuga» verso Londra e Parigi. La data in cui von Weizsäcker28 colloca la decisione di Hitler di concludere un trattato di alleanza con Mussolini, il 2 aprile 1938, è significativa. Il punto di vista italiano era diverso. Innanzitutto Mussolini e Ciano si rendevano conto che l’Asse, specie dopo l’Anschluss, non era affatto popolare in Italia e che, se essi l’avessero voluto rendere piú stretto ed effettivo, era ancora necessaria una lunga preparazione a tutti i livelli. Contrari ad un’alleanza militare erano tra l’altro anche alcuni esponenti militari, come il sottocapo di Stato maggiore dell’esercito, generale Soddu, e dietro a loro il sovrano. Come ciò non bastasse, vi era poi tutta una serie di questioni particolari e di nodi di fondo da sciogliere. Tra le prime quella dell’Alto Adige, bruscamente riaperta, nonostante la lettera di Hitler dell’11 marzo, dall’Anschluss (il 3 aprile Ciano aveva annotato: «In Alto Adige continua una propaganda che noi non possiamo tollerare: i 212 000 tedeschi alzano troppo la testa e si parla persino di confine ad Ala o a Salorno. Ho consigliato il Duce di parlarne con il Führer. In Italia la corrente antitedesca, fomentata dai cattolici, dai massoni e dagli ebrei, è e diviene sempre piú forte. Se i tedeschi faranno gesti imprudenti in Alto Adige, l’Asse può saltare da un momento all’altro»29), e quella di una seria e precisa determinazione delle sfere di reciproco interesse nell’Europa danubiano-balcanica, dove il dinamismo tedesco non lasciava sperare nulla di buono e mostrava di non voler rispettare i «diritti acquisiti» e le «riserve di caccia» dell’Italia. Tra i secondi fondamentale era quello rappresentato dai programmi di Hitler, in primo luogo quelli riguardanti la Cecoslovacchia, nei quali Mussolini e Ciano non volevano essere coinvolti direttamente e certo non in modo tale da pregiudicare irrimediabilmente i loro rapporti con Londra e, in misura minore, con Parigi. In questa situazione parlare di alleanza non era possibile.

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E infatti – come bene ha messo in luce il Toscano30 – la parte piú propriamente politica della visita di Hilter in Italia (dal 3 al 9 maggio 1938) fu assai modesta e, tutto considerato, piú simile ad un balletto d’opera buffa che a quell’importantissimo incontro al vertice che gli apparati propagandistici dei due paesi si sforzarono d’accreditare. I tedeschi cercarono a piú riprese di «stringere» gli italiani e di portare le conversazioni sul concreto; gli italiani di non scoprire troppo le loro vere intenzioni31 e soprattutto di sfuggire ogni discorso impegnativo, sfruttando anche l’eccezionale impegno che richiedevano le grandiose cerimonie in programma e la scarsezza di tempo che esse lasciavano. Paul Schmidt, il principale interprete del gruppo dirigente nazista, ci ha lasciato nelle sue memorie un significativo quadro di questo balletto32:

Negli otto giorni del viaggio, tra ricevimenti nelle reggie, banchetti ufficiali e manifestazioni spettacolari che si susseguirono quasi incessantemente, ebbi relativamente poco da fare come interprete... La... principale ragione del mio lavoro relativamente scarso durante tutto il viaggio fu il riserbo degli italiani. Mussolini e Ciano sfuggivano visibilmente da ogni serio discorso politico, che ogni tanto Hitler, e piú ancora Ribbentrop, cercavano di intrecciare. Già il programma, che non prevedeva alcun tempo libero per colloqui del genere, caratterizzava quell’atteggiamento italiano; tuttavia durante i vari ricevimenti sarebbe stato facile discutere di questioni politiche, cosa che Hitler e Ribbentrop avrebbero desiderato tanto. Ma sia il dittatore italiano che suo genero facevano le mostre di non accorgersene.

Se pure io avessi avuto un dubbio su questo atteggiamento degli italiani, esso sarebbe scomparso nel constatare come essi reagivano allorquando noi presentammo loro una proposta d’alleanza... Ciano lasciò passare qualche giorno prima di rimetterci una «controproposta», che non meritava per nulla tale nome. Era un pezzo di carta che non diceva assolutamente niente e costituiva per ciò stesso un evidente rifiuto. Vi fu allora una breve e violenta discussione tra Ribbentrop e Ciano, in contrasto veramente grottesco con quanto veniva presentato al pubblico sulla grande scena delle manifestazioni ufficiali. La qualità principale di Ribbentrop era la sua cocciutaggine. Piú volte l’ho visto insistere in una proposta, senza neppure peritarsi di essere scortese. Stancava cosí l’avversario fino ad indurlo a dire di sí, magari contro voglia. Anche questa volta egli tentò questa tattica, ma non ebbe successo. «La solidarietà tra i nostri due regimi – disse Ciano con un sorriso che mi parve sarcastico – si è mostrata in questi giorni con tale evidenza che un formale trattato d’alleanza è superfluo!» Da queste parole credetti di comprendere che gli italiani non avevano ancora digerito l’Anschluss e tanto meno i metodi con i quali era stato imposto. I loro sguardi volgevano ancora verso occidente, come è confermato oggi dal diario di Chamberlain. Nulla di ciò, tuttavia, trapelò all’esterno in quei giorni.

480–481

All’inizio della visita Ciano sottopose a von Ribbentrop uno schema di accordo volto a garantire formalmente il rispetto delle frontiere comuni e a stabilire con precisione e tutelare i rispettivi interessi nel settore danubiano-balcanico. Secondo von Weizsäcker33, esso «somigliava piú ad un trattato di pace con un nemico che ad un trattato di alleanza con un amico». Ma a Roma doveva esservi la speranza di farlo accettare ai tedeschi come una sorta di male minore. Questo, almeno, pare si possa desumere da un’annotazione di Ciano del 1º maggio, riferentesi alla sua preparazione34:

Presento al Capo lo schema dell’eventuale trattato con la Germania. Concorda. Lo proporrò a Ribbentrop, facendogli presente che è nel comune interesse sottoscriverlo. Abbiamo fatto un Patto con Londra, tra poco ne faremo uno con i francesi: se non si fissano le posizioni anche con Berlino, tutti diranno che l’Asse è liquidato e che stiamo tornando a Stresa.

La replica di von Ribbentrop fu invece la presentazione di un progetto di alleanza militare, «pubblica o segreta» a scelta dell’Italia. Nei giorni successivi Hitler ne parlò personalmente, sia pure, pare, con una certa cautela, con Mussolini almeno tre volte, ma senza esito. Il 5 maggio Ciano (che era contrario all’idea di un’alleanza35) annotava a questo proposito36:

Ribbentrop ci ha offerto un patto di assistenza militare, pubblico o segreto, a nostra scelta. Io ho senz’altro espresso al Duce parere contrario, cosí come ho fatto ritardare la conclusione di un patto di consultazione e di assistenza politica.

Il Duce intende farlo. E lo faremo perché ha mille ed una ragione di non fidarsi delle democrazie occidentali. Ma io ho pensato che era bene di ritardarlo, per non creare delle difficoltà a Chamberlain, alla vigilia della riunione del Consiglio [della Società delle nazioni]. Vi dovrà varare il riconoscimento dell’Impero. La firma di un patto, che avrebbe potuto essere suscettibile di varie interpretazioni, compresa quella d’alleanza segreta, avrebbe reso piú difficile il suo compito e data un’arma alle opposizioni a Ginevra.

481

Alla fin fine l’atto politicamente piú significativo risultò lo scambio di brindisi a conclusione del pranzo in onore dell’ospite a palazzo Venezia37. Come subito notarono gli osservatori stranieri, anche in questa occasione Mussolini fu molto piú riservato (e, secondo Blondel38, «freddo») di Hitler. Il «duce», che, oltre tutto era rimasto assai male impressionato, come Ciano («Parla di fare guerre a dritta e a manca, senza un avversario precisato o un obiettivo definito»), da von Ribbentrop e dalla sua frenesia bellicista («appartiene alla categoria dei tedeschi che portano disgrazia alla Germania», aveva detto il giorno prima al genero)39, non andò oltre espressioni come «la legge etica dell’amicizia», la «comunanza ideale», la «collaborazione» e insistette molto sul tasto della pace e della «convivenza internazionale».

La Germania e l’Italia – disse – hanno lasciato dietro di sé le utopie, alle quali l’Europa aveva ciecamente affidato le sue sorti, per cercare tra loro e per cercare con gli altri un regime di convivenza internazionale, che possa instaurare equamente per tutti garanzie piú effettive di giustizia e di sicurezza e di pace. A questo si può giungere soltanto quando gli elementari diritti di ciascun popolo a vivere, a lavorare e a difendersi siano lealmente riconosciuti e l’equilibrio politico corrisponda alla realtà delle forze storiche che lo costituiscono e lo determinano. Noi siamo convinti che è su questa via che le nazioni d’Europa troveranno quella tranquillità e quella pace che sono indispensabili a preservare le basi stesse della civiltà europea.

Hitler usò termini molto piú caldi, quasi lirici. Parlò di «uguali interessi» e di «comunanza di ideologie» che legavano strettamente Germania e Italia, di sviluppo e di approfondimento «in stretta collaborazione per l’avvenire» dell’amicizia divenuta sempre piú salda negli ultimi anni, di «fatalità di un destino» comune delle due razze. E infine – è difficile dire se per goffaggine o in un estremo tentativo di dissipare l’ombra dell’Anschluss che aveva cosí pesantemente condizionato in quei giorni l’atteggiamento italiano – tornò a ripetere le assicurazioni già date nella sua lettera di due mesi prima.

È mia incrollabile volontà – disse con tono solenne e quasi ispirato – ed è anche mio testamento politico al popolo tedesco, che consideri intangibile per sempre la frontiera delle Alpi eretta tra noi dalla natura. Sono certo che per Roma e per la Germania ne risulterà un avvenire glorioso e prospero.

482–483

Come abbiamo avuto occasione di dire altrove40, facendo questa solenne dichiarazione Hitler era personalmente sincero; contrariamente ad altri esponenti nazisti, per lui l’alleanza con l’Italia valeva veramente il passaggio del Sud Tirolo sul «conto perdite». Proprio questo rende ancor piú significativo – in quanto mostra sino a che punto Hitler non si sentisse sicuro di poter indurre Mussolini ad un’alleanza vera e propria – il fatto che i tedeschi, sino al momento in cui non raggiunsero quasi completamente questa sicurezza, abbiano messo in atto una sorta di resistenza passiva a rendere noto in Germania il «testamento politico» di Hitler e ancor piú a tradurlo, come voleva Roma, in un documento diplomatico ufficiale. E ciò nonostante che da parte italiana si fosse sin dal 20 aprile fatto un passo presso Göring perché, come Ciano aveva scritto a Magistrati, Berlino sconfessasse pubblicamente i «tentativi sediziosi» degli irredentisti sudtirolesi e facesse tacere «gli zelatori che si affannano a tener viva una questione che invece deve venir considerata chiusa, e chiusa per sempre» e Göring avesse mostrato di condividere l’idea «che qualsiasi funzione espansionistica tedesca del Tirolo va spenta sul nascere». In pratica i tedeschi usarono la questione dell’Alto Adige come uno strumento di pressione per indurre Mussolini ad accedere alla idea di un’alleanza, sapendo bene che il problema alto-atesino, mentre sino allora era stato per il regime tutto sommato marginale, ora era diventato, per i suoi echi interni ed esteri, sostanziale. Tanto sostanziale, aggiungiamo noi, che quando il «duce» era stato informato il 24 aprile da Ciano dell’andamento del colloquio di Magistrati con Göring, era arrivato, in uno dei suoi tipici scatti d’ira, ad ipotizzare persino la possibilità di un conflitto. Scriveva Ciano nel suo diario sotto quella data41:

Col Duce abbiamo ancora lungamente parlato della questione dell’Alto Adige. È giunta, tramite Magistrati, la risposta di Göring, che non mi sembra molto esplicita.

Piú tardi il Duce mi ha telefonato: «Ho chiarito le mie idee in materia. Se i tedeschi si portano bene e sono rispettosi sudditi italiani, potrò favorire la loro cultura e la loro lingua. Se pensano però di spostare di un sol metro il palo di frontiera, sappiano che ciò non avverrà senza la piú dura guerra, nella quale coalizzerò contro il germanesimo tutto il mondo. E metteremo a terra la Germania per almeno due secoli».

Durante i suoi colloqui romani con Mussolini Hitler – riprendendo una idea già prospettata da Göring a Renzetti e a Magistrati – aveva suggerito, come soluzione della questione dell’Alto Adige, il trasferimento in Germania degli allogeni. Mussolini, che nel 1941 avrebbe definito provvidenziale, «quando l’etnia non va d’accordo con la geografia», il ricorso agli scambi di popolazioni e l’esodo di parte di esse allo scopo di far coincidere razza, nazione e Stato42, aveva opposto un rifiuto. E ciò nonostante che Ciano avesse già da un mese preso in considerazione l’idea e fosse personalmente favorevole ad essa43. Né la cosa può meravigliare. Mentre per il genero la questione della minoranza tedesca in Alto Adige era essenzialmente un fatto politico da risolvere il piú rapidamente e radicalmente possibile onde evitare che potesse interferire nella politica interna ed estera italiana, per Mussolini risolverlo come proponevano i tedeschi sarebbe equivalso a sancire clamorosamente il fallimento dei suoi baldanzosi propositi, ampiamente pubblicizzati negli anni precedenti, e della relativa azione per italianizzare l’Alto Adige e – quel che sarebbe stato peggio – l’infondatezza della sua pretesa di «formare» le nuove generazioni secondo la sua volontà. Conclusasi con un nulla di fatto la visita di Hitler, in pratica Berlino lasciò cadere il discorso sulla questione della minoranza sudtirolese, ma al tempo stesso non fece nulla perché essa trovasse una sua normalizzazione.

483–484

Apparentemente la visita di Hitler si concluse con un quasi completo nulla di fatto. In effetti essa ebbe subito conseguenze assai importanti per la politica estera italiana e determinò o fece maturare nelle settimane e nei mesi successivi una serie di iniziative di politica interna ed estera che, pur non essendo né decisive né irreversibili, condizionarono pesantemente la realtà e l’immagine del regime in Italia e all’estero e le ulteriori scelte mussoliniane.

Il «duce», un po’ consapevolmente, un po’ perché ancora sotto l’impressione dell’Anschluss, un po’ per l’influenza di Ciano che non voleva pregiudicare i buoni rapporti cosí fortunosamente ristabiliti con Londra e le favorevoli prospettive di un miglioramento di quelli con Parigi, un po’, probabilmente, per la difficoltà di controproporre un accordo «minore» dopo che gli era stata offerta l’alleanza, non aveva voluto concludere con Hitler alcun accordo ufficiale impegnativo. Cosí come si erano svolte, le cose dovevano essere andate però oltre le intenzioni sue e dello stesso Ciano. Respingere l’offerta troppo impegnativa di un’alleanza era una cosa, dover rinunciare al patto di reciproco rispetto o a qualcosa d’altro che comunque desse un significato piú preciso all’Asse e ne sot tolineasse la vitalità era un’altra cosa. Cosí come Ciano aveva previsto, il rischio era – e le prime reazioni della stampa internazionale piú autorevole e responsabile lo confermarono – che si traesse la conclusione che l’Asse fosse in difficoltà e che Mussolini veleggiasse verso altri lidi. Con la duplice conseguenza a) di dare un significato diverso da quello voluto al previsto riavvicinamento alla Francia e di indebolire la forza contrattuale italiana nelle relative trattative; b) di rendere piú difficili i rapporti con gli inglesi per quel che concerneva il ritiro dei «volontari» dalla Spagna. Per non dire di una terza, per Mussolini non meno e forse ancor piú grave: che in Italia e all’estero si pensasse che le difficoltà dell’Asse dipendessero dalla scarsissima popolarità e persino ostilità che essa aveva tra gli italiani e che la freddezza della partecipazione popolare alle cerimonie in onore di Hitler aveva confermato. E ciò, si badi bene, proprio nel momento in cui Mussolini poteva dire di aver acquisito o di ritenere di aver acquisito almeno tre cose di grande importanza. Prima: che Hitler voleva l’alleanza con lui e ciò se, per un verso, era piú di quanto egli voleva a sua volta, per un altro verso, costituiva per lui un elemento di forza e una grossa tentazione, sia perché lo metteva al sicuro dal tanto paventato pericolo di trovarsi isolato, sia perché lo metteva in grado di poter contare per tutta una serie di operazioni sull’appoggio tedesco sino allora dimostratosi assai aleatorio ed equivoco. Seconda: che Hitler, proprio perché voleva l’alleanza con lui, era disposto a giocare anche pesante per ottenerla, come dimostrava il suo atteggiamento nella questione dell’Alto Adige e come di lí a pochissimo avrebbero dimostrato certe sue manovre aventi per oggetto la piú preziosa delle «riserve di caccia» italiane, l’Albania. Terza: che Hitler, per il momento, non pensava per risolvere la questione dei Sudeti allo «sfasciamento» della Cecoslovacchia, ma solo alla sua «cantonalizzazione» e che (e qui Mussolini un po’ era stato ingannato da Hitler, un po’ aveva lui stesso pregiudicato la situazione dichiarandogli a tutte lettere il suo «disinteresse» per il destino della Cecoslovacchia e la sua «solidarietà completa» per le rivendicazioni tedesche verso di essa44) «ogni ricorso alla forza era da escludersi, almeno per alcuni anni»45, cosa che gli dava un largo margine, sia in generale di manovra politica, sia in particolare per realizzare alcuni obiettivi espansionistici con la copertura tedesca e senza l’aperta opposizione di un’Inghilterra interessata a mantenere con lui buoni rapporti.

484–485

A tutto questo, per avere un quadro completo della situazione, si deve aggiungere che – nonostante la fantasmagoria delle manifestazioni organizzate in onore dell’ospite e l’impegno di Starace nel mobilitare il partito e le organizzazioni da esso dipendenti – la visita di Hitler non aveva affatto contribuito a rendere piú favorevoli alla Germania gli italiani e, se mai, aveva fatto aumentare le perplessità e i timori vivi in molti. In particolare, essa aveva provocato da parte di Pio XI e della Santa Sede una serie di prese di posizione i cui echi non erano rimasti circoscritti al mondo cattolico in senso stretto, ma erano rimbalzati in settori assai piú vasti del paese e avevano fatto sperare a molti che di fronte all’opposizione della Chiesa Mussolini avrebbe fatto macchina indietro e, a livello dell’antifascismo dormiente, addirittura che tra il Vaticano e palazzo Venezia si stesse per verificare un’aperta rottura a cui il fascismo non sarebbe potuto sopravvivere. Il fatto che la Chiesa fosse ostile al nazionalsocialismo era noto da tempo ed era stato sancito ufficialmente, oltre che da una serie di pubbliche dichiarazioni, di proteste e di condanne di libri di autori nazisti, dall’enciclica Mit brennender Sorge. Pubblicata nel marzo 1937 quasi contemporaneamente alla Divini Redemptoris contro il comunismo, l’enciclica aveva avuto però una eco assai piú ridotta della notizia che il papa, per sottolineare la sua riprovazione per la visita di Hitler, aveva lasciato Roma e si era ritirato a Castel Gandolfo e in un pubblico discorso aveva detto46:

485–486

tristi cose avvengono, molto tristi cose, e da lontano e da vicino. È tra le tristi cose questa: che non si trova troppo fuori posto e fuor di tempo l’inalberare a Roma, il giorno della Santa Croce, l’insegna di un’altra croce che non è la Croce di Cristo. È dire tutto per far comprendere fino a qual punto sia necessario pregare, pregare, pregare, affinché la misericordia di Dio sia fatta e discenda anch’essa in tutta la Sua larghezza.

Basta a dimostrarlo il fatto che Mussolini, invece di ignorare tutto ciò per non dare maggior risonanza alla cosa, autorizzò la pubblicazione su «Il popolo d’Italia» di un duro corsivo di Goffredo Coppola che polemizzava esplicitamente col pontefice47:

Se è necessario parlar chiaro, noi vorremmo dire al Padre di noi tutti cattolici che sono passati quattrocentocinquanta anni dal giorno che don Pedro Marique portò a Toledo la reliquia di Sant’Eugenio; e che oggi è pericoloso assai parlare della croce di Cristo e agitarla come se fosse un’arma e ritrovarsi poi nella minacciosa e sogghignante compagnia di usurai, massoni e bolscevichi, senza piú nelle mani neppure la frusta che li cacci dal tempio di Dio, ma solo, disperatamente solo, a pregare pregare pregare.

486–487

Né migliori erano stati i risultati per quel che riguardava il gruppo dirigente fascista e il sovrano. Su Vittorio Emanuele III il diario di Ciano è esplicito. Alla data del 7 maggio esso reca: «Il Re gli rimane [a Hitler] sempre ostile e tende a farlo passare per una specie di degenerato psico-fisico»48. Al vertice del regime, pochi erano coloro che osavano prendere posizione contro l’eventualità di accordi piú stretti con la Germania e solo Balbo aveva il coraggio di affrontare con Mussolini il problema senza mezzi termini49, ma i piú erano perplessi, preoccupati, taluni nettamente ostili, o comunque ritenevano che i rapporti con la Germania non dovessero andare oltre certi limiti e servire soprattutto a rompere l’isolamento in cui l’Italia si era venuta a trovare con la guerra d’Africa e con l’intervento in Spagna, a fungere da «passaporto» per rientrare, «senza pagare dazio» e lucrando ancora qualche cosa, nel consorzio delle grandi potenze «soddisfatte» e pacifiche. I filonazisti decisi erano pochi e la visita di Hitler – mentre aveva accresciuto tra gli altri le perplessità e i timori e aveva spianato la strada al superamento, nel nome della comune opposizione al pericolo di piú stretti rapporti con la Germania, di vecchi contrasti personali e politici (tipico il caso di Balbo e di Grandi) – non aveva granché accresciuto le loro file. Il che – e questo era uno degli aspetti piú deteriori e gravidi di conseguenze negative di tutta la vicenda – non vuol per altro dire che il problema dei rapporti con la Germania non trovasse anche molti pronti a servirsene strumentalmente per i propri fini personali e di potere. Sotto la data del 12 luglio ’38 il diario di Bottai reca a questo proposito un’annotazione assai significativa50:

La Germania nazista sembra essere divenuta la terra di paragone della nostra fede. Un viaggio in Germania è una buona carta in mano ai gerarchi e sottogerarchi in cerca di fortuna. È intorno alla Germania che si forma il gioco delle tendenze e controtendenze. Gli zeli, le riserve, i sospetti, le speranze, i timori d’un Regime chiuso è qui che si scoprono, in questa zona «esterna» della politica (ma «esterna» in modo che i motivi dell’«interna» vi si riflettono e ne colorano la discussione).

Ecco perché anche la stampa straniera, in ispecie francese, vi punta. Perché ricerca in quella zona quegli atteggiamenti diversi, che la rigida ortodossia ad uso interno non consente, ormai, piú.

Se non si tiene presente questa situazione è difficile rendersi conto di quante e quanto importanti furono le conseguenze della visita di Hitler. Cominciamo da quelle interne.

487–488

Personalmente, Mussolini – lo si è visto – poteva avere le sue incertezze e le sue perplessità. Ciò che però non tollerava assolutamente era che altri potessero nutrire dubbi e peggio ancora mettere in dubbio l’opportunità di ciò che egli faceva e addirittura osare di contrastarlo. Sul piano interno, ciò ebbe come conseguenze l’immediato accentuarsi delle sue critiche ed ostilità verso la monarchia, la Chiesa e la borghesia (contro coloro che considerava cioè i piú tenaci ostacoli e avversari della sua politica) l’accelerazione e la radicalizzazione dei suoi programmi di totalitarizzazione del regime e l’avvio di una duplice campagna a tutti i livelli, volta, da un lato, a convincere gli italiani della «necessità storica» dell’Asse e dell’«incontro della rivoluzione fascista e della rivoluzione nazionalsocialista» e, da un altro lato, a suscitare «un’ondata di gallofobia per liberare gli italiani dall’ultima schiavitú: quella verso Parigi»51. Strumento e motore di questa azione fu il PNF, subito mobilitato da Starace e impegnato in una serie di iniziative che, nella sostanza, si sarebbero in gran parte dimostrate controproducenti (il 5 settembre il segretario del partito avrebbe confessato a Ciano: «Mi ripugna pronunciare questa parola, ma c’è aria di Quartarella. Il Partito è saldo e a posto. Lo stesso, il popolo. La fronda è invece nella borghesia»52 e poco piú di un mese dopo, quando, come vedremo, dopo Monaco l’azione del partito era stata ulteriormente intensificata, con tutt’altro spirito De Bono avrebbe annotato nel suo diario che, secondo Bocchini, ci si avviava «ad una dittatura Starace» appoggiata da G. Ciano e da Farinacci53), ma che, apparentemente e specialmente per quel che riguardava i vertici e buona parte dei quadri intermedi del regime, ottennero indubbiamente il risultato di «mettere in linea» molti dei critici. Sintomatica è a questo proposito un’annotazione di Ciano già sotto la data del 21 giugno54:

488–489

Inaugurazione del Congresso di Diritto italo-germanico, con un buon discorso di Frank [ministro della Giustizia tedesco]. Anche gli anti-Asse Bottai e De Francisci applaudivano calorosamente. Hanno capito l’aria che tira...

Su tutto ciò non ci soffermeremo però oltre avendone già parlato nei precedenti capitoli. Un discorso piú lungo merita invece l’avvio ufficiale in questo stesso periodo della politica della razza. Dei precedenti, delle sue due fasi, delle motivazioni generali e di taluni aspetti di essa abbiamo già parlato; data la sua importanza e la vastità degli echi e delle ripercussioni che essa ebbe è però opportuno vederne qui piú da vicino le vicende e cercare di definirne anche il nesso con la visita di Hitler.

Nel luglio del ’38 tutto era maturo perché la questione razziale entrasse nella sua seconda fase, quella piú propriamente antisemita, e diventasse uno dei cardini della politica del regime. Mussolini aveva maturato il convincimento della sua necessità politica e ideologica. Il piccolo nucleo iniziale di fascisti antisemiti attorno a G. Preziosi si era rafforzato e saldato organicamente con quella parte del fascismo – di cui Farinacci era l’esponente piú in vista ed autorevole – che, un po’ per scelta politica e un po’ per rilanciare la propria leadership nel partito e nel regime, puntava ormai tutto su una stretta collaborazione e alleanza italo-tedesca e su una totalitarizzazione di tipo nazista del fascismo. L’influenza tedesca, palese e occulta, cominciava a dare i suoi frutti, tra cui, appunto, il prendere piede di un antisemitismo circoscritto, ma in grado di manifestarsi dalle pagine di un certo numero di periodici e di pubblicazioni di partito o ai margini di esso55. I rapporti italo-tedeschi, infine, erano arrivati ad un punto che anche sul piano funzionale la scelta antisemita era, come si è detto, praticamente obbligata. Eppure non vi è dubbio che anche sull’adozione della politica razziale o, meglio, sul suo passaggio dalla prima alla seconda fase, la visita di Hitler ebbe una influenza notevole. E, vale la pena ripeterlo, non perché i tedeschi avessero fatto delle formali richieste in questo senso (la cosa non è stata ancora provata; è negata da Ciano e tutto sommato è improbabile, anche se Mussolini successivamente avrebbe detto a Grandi, non si capisce bene se per scusarsi o, piú probabilmente, per sottolineare la sua resistenza alle offerte tedesche di alleanza, che Hitler gli aveva chiesto l’alleanza e la politica antisemita e lui gli aveva dato solo la seconda56), ma perché quello era per Mussolini il momento di imboccare a bandiere spiegate la strada dell’antisemitismo di Stato. Lo era psicologicamente, perché, se anche avesse avuto ancora alcune incertezze sulla sua opportunità esse erano destinate a cadere di fronte alla violenza della sua irritazione contro la borghesia, la Chiesa e la monarchia e alla sua convinzione che la politica della razza avrebbe costituito il piú potente «cazzotto» che egli poteva loro sferrare. Lo era politicamente sul piano interno, perché dare una «coscienza razziale» agli italiani era per lui ormai diventato una tappa fondamentale della costruzione dell’«uomo nuovo fascista». E lo era politicamente anche sul piano internazionale perché gli permetteva, da un lato, di marcare nettamente la differenza profonda che doveva esservi tra l’Italia fascista e i paesi democratici (e soprattutto la Francia), con i quali l’Italia poteva anche trovare una base d’accordo, ma con la consapevolezza che essi erano una cosa diversa dalla quale ormai non poteva venire «altro che pourriture», e, da un altro lato, di rassicurare Hitler – alleanza o non alleanza – sull’effettiva direzione della sua marcia e di smentire le voci che volevano l’Asse in difficoltà.

489–490

Nel febbraio ’38, quando tutti gli sforzi di Roma erano stati tesi ad avviare i negoziati con Londra e si voleva spianare loro la strada da ogni possibile ostacolo, Mussolini aveva diffuso, il 16, l’«Informazione diplomatica» n. 14 che, pur dichiarando che il governo fascista si riservava «di vegliare sull’attività degli ebrei di recente giunti nel nostro paese e di fare in maniera che la parte degli ebrei nella vita d’insieme della Nazione non sia sproporzionata ai meriti intrinsechi individuali ed all’importanza numerica della loro comunità», affermava a tutte lettere l’infondatezza dell’«impressione» che si aveva «in certi ambienti stranieri» «che il Governo fascista stia per inaugurare una politica antisemita». Il problema ebraico, continuava la nota, poteva essere risolto solo «creando in qualche parte del mondo, non in Palestina, uno Stato ebraico». Quanto al governo fascista, esso non aveva mai pensato e non pensava neppure ora «a prendere misure politiche, economiche, morali, contrarie agli ebrei in quanto tali, salvo, beninteso, nel caso in cui si trattasse di elementi ostili al Regime»57. A soli cinque mesi di distanza, ma in un contesto internazionale per Mussolini assai diverso, la pubblicazione, il 14 luglio, del manifesto degli «scienziati» sulla razza mostrò chiaramente quanto quella dichiarazione fosse stata strumentale58.

490–491

Undici giorni dopo la pubblicazione del manifesto, il 25 luglio, un comunicato del PNF rendeva noti i nomi di coloro che avevano redatto il manifesto stesso e di coloro che vi avevano aderito e annunciava che esso era stato preparato sotto l’egida del ministero della Cultura popolare59. Subito dopo, in un’atmosfera surriscaldata al massimo dall’azione concentrica di quasi tutta la stampa (il 5 agosto iniziava le pubblicazioni con grande battage il famigerato quindicinale «La difesa della razza» diretto da Telesio Interlandi) «piú del solito servilmente schifosa» come avrebbe annotato a metà settembre De Bono nel suo diario60, si mise in moto la macchina dei provvedimenti antisemiti61. Il 2-3 settembre il Consiglio dei ministri ne approvava un primo lotto. Agli ebrei stranieri veniva fatto divieto di stabilire la loro dimora nel regno, in Libia e nell’Egeo; quelli che già vi risiedevano dovevano partirne entro sei mesi; quelli che avevano avuto la cittadinanza italiana dopo il 1918 se la videro revocata. Quanto alla scuola, gli ebrei erano esclusi dall’insegnamento d’ogni grado e ordine, e agli alunni di «razza ebraica» era fatto divieto di frequentare le scuole pubbliche; per quelli delle elementari erano istituite apposite sezioni nelle località in cui il loro numero non era inferiore a dieci; per quelli delle medie le Comunità israelitiche avrebbero potuto istituire scuole private.

I primi provvedimenti per gli ebrei stranieri non riguardavano l’Africa orientale. La cosa lumeggia bene la posizione di Mussolini. Come si è detto, l’«Informazione diplomatica» del 16 febbraio aveva accennato alla necessità di creare «in qualche parte del mondo», «non in Palestina» (è evidente la preoccupazione di cattivarsi le simpatie arabe e, al tempo stesso, di non mettere vieppiú in allarme l’Inghilterra), «uno Stato ebraico». L’accenno era stato interpretato dalla stampa internazionale e anche da qualche governo nel senso che Mussolini pensasse di creare lo Stato ebraico in AOI e, piú precisamente, nella zona del lago Tana abitata dai falascià. Le richieste di precisazione in tal senso erano state, allora, lasciate cadere da palazzo Chigi. Non vi è dubbio però che nel 1938 Mussolini pensava (e vi pensò ancora per parecchio tempo) di sistemare (come Stato o piú probabilmente come riserva) gli ebrei in qualche parte dell’AOI. Il diario di Ciano è a questo proposito chiaro. Alla data del 30 agosto vi si legge62:

491

Il Duce... mi comunica anche un suo progetto di fare della Migiurtinia una concessione per gli ebrei internazionali. Dice che il paese ha notevoli riserve naturali che gli ebrei potrebbero sfruttare.

e a quella del 4 settembre63:

Quanto alla colonia di concentramento degli ebrei, il Duce non parla piú della Migiurtinia, bensí dell’Oltre-Giuba, che presenterebbe condizioni di vita e di lavoro migliori.

Né la cosa rimase allo stadio di mere elucubrazioni: suppergiú nello stesso periodo il capo dell’Ufficio centrale cartografico dell’Impero, colonnello G. Adami, ebbe infatti l’incarico di studiare in loco la possibilità di insediare in Etiopia un primo gruppo di millequattrocento capifamiglia ebrei64. La cosa è di notevole interesse in quanto dimostra che Mussolini, nel momento stesso in cui avviava la legislazione antisemita, carezzava l’idea di trovare una soluzione della «questione ebraica» e di servirsene per valorizzare l’Impero.

Dopo i provvedimenti del 2-3 settembre, la successiva tappa fu costituita dalle deliberazioni adottate dal Gran Consiglio il 6 ottobre e destinate a sancire i «cardini» della politica razziale fascista. Il mese circa intercorso tra la riunione del Consiglio dei ministri e quella del Gran Consiglio fu per piú di un aspetto decisivo. Esso fu dedicato infatti a sgombrare il terreno dai due maggiori ostacoli che potenzialmente si frapponevano al varo di una compiuta legislazione antisemita. Del primo di essi, Vittorio Emanuele III, Mussolini ebbe ragione senza difficoltà. Il sovrano non era certo un antisemita, ma non era neppure uomo da andare ad uno scontro frontale con Mussolini su una questione del genere, specie se ciò lo doveva portare a far causa comune con «i preti»65. E ciò tanto piú dopo che Buffarini-Guidi l’ebbe informato dei termini «moderati» sui quali il «duce» intendeva impostare la politica della razza. La relazione che dell’incontro il sottosegretario dell’Interno fece a Mussolini il 12 settembre non lascia dubbi66:

492–493

Duce,

Mi pregio riferirVi i termini del colloquio avuto a San Rossore con S. M. il Re in occasione del giuramento di alcuni Vescovi.

Il Re, di fronte alla politica antiebraica attuata dal Regime, si trovava nello stato d’animo da Voi previsto. Mentre si esprimeva in termini pienamente favorevoli circa i provvedimenti adottati nei confronti degli ebrei di nazionalità straniera, avanzava riserve a proposito delle decisioni adottate contro gli ebrei di nazionalità italiana.

Mi invitava a presentare a Voi due lettere: una del Colonnello Ugo Modena, Capo di S. M. della Divisione Fossalta, invocante un generico trattamento di pietà, ed una del Tenente Valfredo Segre, già appartenente all’Aviazione Legionaria, che accompagnava la restituzione di una medaglia al valore.

Facevo immediatamente presente al Re quanto Voi mi avevate ordinato di comunicargli e cioè che per gli ebrei di nazionalità italiana sarebbero state precise discriminazioni, attraverso le quali, varie categorie (decorati al valore, volontari e mutilati delle 4 guerre, minorati per la causa fascista, ecc.) avrebbero avuto il riconoscimento delle loro benemerenze.

Il Re allora si tranquillizzava completamente e diceva testualmente: «Sono veramente lieto che il Presidente intenda procedere a queste distinzioni, riconoscendo i meriti di quegli ebrei che si sono distinti per attaccamento alla Patria» ed aggiungeva: «ero sicuro che la grande sensibilità, la profonda intuizione e la larga generosità del Presidente avrebbero determinata una tale linea di condotta».

Il Re poi mi intratteneva a parlare dell’ebreo Dr. Stykold, che egli definiva uno dei piú grandi clinici attualmente in Italia, e si augurava che si potesse lasciare nel nostro Paese ad esercitare la professione.

Piú difficile fu superare l’ostacolo della Santa Sede o, meglio, di Pio XI. Al momento della riunione del Gran Consiglio la questione con la Santa Sede non era stata ancora risolta. Alla fine anche quest’ostacolo sarebbe però stato superato. Un moderato antisemitismo era pur sempre nella tradizione cattolica e nel clero italiano non mancavano coloro che, sulla scia della «Civiltà cattolica», consideravano gli ebrei una componente importante del liberalismo, della democrazia, della massoneria e del bolscevismo67. Di fronte ad argomentazioni come quelle che Farinacci svolse in una conferenza tenuta a Milano il 7 novembre, poi riprodotta in un opuscolo a grande diffusione dal titolo La Chiesa e gli Ebrei, costoro si sentivano a disagio e non sapevano dar torto al gerarca cremonese che dimostrava loro che diventando antisemita il fascismo non aveva fatto altro che adeguarsi «agli insegnamenti che ci furono dati dalla Chiesa durante venti secoli» e, forte di questo argomento, chiedeva minaccioso se, per caso, «la Chiesa ufficiale» non si sentisse improvvisamente filosemita «perché oggi i comunisti, i massoni, i democratici, i nemici dichiarati della Chiesa, le offrono i loro servizi e le dispensano lodi». E poi, per molti altri, tra il clero come in Vaticano, vi era la questione dell’Azione cattolica che rendeva assurdo pensare di sommare scontro a scontro mentre un piú duttile atteggiamento sull’una poteva forse facilitare un buon componimento dell’altra. Ciò aiuta a spiegare perché, pur essendo la grandissima maggioranza dei cattolici italiani nettamente contraria ai provvedimenti antisemiti, l’opposizione della Santa Sede fu relativamente debole – specie se confrontata con l’energia messa in atto per difendere l’Azione cattolica –, formalistico-giuridica e non sostanziale e comunque volta contro il «razzismo» e non – salvo un accenno di Pio XI nella primissima fase della controversia ad un gruppo di pellegrini belgi («no, non è possibile ai cristiani partecipare all’antisemitismo»; «l’antisemitismo è inammissibile; noi siamo spiritualmente dei semiti») – contro l’antisemitismo puro e semplice.

493–494

Con la Mit brennender Sorge la Chiesa aveva condannato il razzismo nazista, ateo e materialista, il razzismo italiano si annunciava però con caratteristiche diverse; per molti aspetti si sarebbe potuto addirittura «armonizzare» con la posizione della Chiesa. Questa indubbiamente fu l’opinione di una parte notevole del vertice cattolico italiano. Non a caso «La civiltà cattolica» del 6 agosto, commentando il manifesto degli «scienziati», scriveva:

Chi ha presenti le tesi del razzismo tedesco, rileverà subito la notevole divergenza di quelle proposte da queste del gruppo di studiosi fascisti italiani. Questo confermerebbe che il fascismo italiano non vuole confondersi con il nazismo o razzismo tedesco intrinsecamente ed esplicitamente materialistico e anticristiano.

E, molto piú esplicitamente, all’indomani della pubblicazione del manifesto il gesuita A. Brucculeri aveva scritto su «L’avvenire» di Roma del 17 luglio (Razzismo italiano) un vero e proprio inno al manifesto stesso.

Ma anche senza ridurre tutto a queste posizioni di punta, è chiaro che l’aspetto coloniale della politica razzista trovava consenzienti gli ambienti vaticani e cattolici in genere ed egualmente consenzienti trovava i primi e parte dei secondi l’aspetto antisemita del «discriminare e non perseguitare» annunciato il 5 agosto dall’«Informazione diplomatica» n. 18. Ciò che preoccupava i piú era che con il manifesto degli «scienziati» il razzismo italiano diventasse una «presa di posizione teorica» e «una ideologia dagli assiomi intangibili». Ancora di piú preoccupava poi il fatto che il fascismo non prendeva di petto gli ebrei come religione, ma come razza, cioè, in parole povere, anche gli ebrei convertiti al cattolicesimo. Se i provvedimenti non avessero leso i diritti concordatari della Chiesa e il suo prestigio, negandole il diritto di tutelare tutti coloro che si erano messi o si sarebbero messi sotto la sua protezione, è dubbio che essi avrebbero suscitato la sua opposizione. Le ragioni del governo fascista erano infatti, se si eccettuano questi due aspetti particolari, «comprese» da molti in Vaticano e ai provvedimenti erano riconosciuti «alcuni lati buoni». In pratica l’azione della Santa Sede fu tutta diretta ad ottenere dal governo italiano una modifica della legislazione razziale, non a contrastarla in toto. E anche qui con posizioni diverse riguardo sia le persone sia i tempi. Cosí come abbiamo già avuto occasione di dire68, la posizione piú dura e battagliera fu, specie prima che fossero chiare le vere intenzioni di Mussolini e quando si temeva che conseguenze della politica razziale sarebbero state l’introduzione del divorzio, l’annullamento dei matrimoni misti e la sterilizzazione degli ebrei, quella del pontefice. Essa non era però comune a tutto il Sacro Collegio e comunque, conosciute le vere intenzioni del «duce», l’opposizione del Vaticano si ridusse sostanzialmente ad un punto solo: quello dei matrimoni degli ebrei convertiti. Due rapporti dell’ambasciatore presso la Santa Sede a Ciano del 7 e 10 ottobre ’38 sono eloquenti. Nel secondo si legge:

494–496

Come ho già avuto l’onore di riferire, le recenti deliberazioni del Gran Consiglio in tema di difesa della razza non hanno trovato in complesso in Vaticano sfavorevoli accoglienze, riferendosi alla riserva manifestata anche nel breve commento dell’«Osservatore Romano» del 7 corrente, ai riflessi che le nuove disposizioni potrebbero avere nei riguardi del matrimonio quale è disciplinato dalla Chiesa.

Da Monsignor Montini, Sostituto per gli Affari Ordinari alla Segreteria di Stato, ho avuto conferma di tali impressioni e piú particolarmente che le maggiori per non dire uniche preoccupazioni della Santa Sede si riferiscono al caso di matrimoni con ebrei convertiti.

È significativo che, ottenuta parzialmente soddisfazione dal governo italiano con la soppressione dell’art. 2 del progetto di quello che fu poi il d. l. 17 novembre 1938 n. 1728 (che in pratica definiva concubinato il matrimonio di un ebreo, anche convertito, con un ariano), davanti all’intransigenza di Mussolini verso le sue altre richieste (riguardanti soprattutto l’art. 7), la Santa Sede non solo mantenne sempre la polemica sul terreno strettamente giuridico-concordatario, ma – violato dall’Italia il Concordato – si limitò ad una discreta e formale protesta diplomatica, guardandosi bene non solo dall’assumere, ma dal lasciar anche solo temere un atteggiamento di estrema intransigenza come per la questione dell’Azione cattolica.

Detto questo, ecco come in concreto si manifestò l’opposizione della Santa Sede. La prima presa di posizione ufficiale contro il razzismo fascista fu dello stesso pontefice. Il 28 luglio, tre giorni dopo la pubblicazione del comunicato del PNF, Pio XI, ricevendo gli alunni del Collegio di propaganda fide, sottolineò come il razzismo fosse estraneo alla tradizione italiana e biasimò che l’Italia avesse imitato la Germania. Come già abbiamo detto nel primo capitolo trattando della questione dell’Azione cattolica, Mussolini, punto sul vivo, replicò due giorni dopo dichiarando che «anche nella questione della razza noi tireremo dritto»69. Contemporaneamente, Ciano informava il nunzio apostolico, monsignor Borgongini-Duca, che se la Santa Sede avesse insistito nelle sue critiche l’urto sarebbe stato inevitabile; in questo primo scambio di idee apparve però già evidente che le preoccupazioni vaticane erano soprattutto per i matrimoni degli ebrei convertiti. Nelle settimane successive vi furono vari altri incontri tra Ciano, Buffarini-Guidi, Borgongini-Duca e Tacchi-Venturi. In questo clima si arrivò, tra reciproche prese di posizione, le piú violente delle quali erano quelle a distanza (per Mussolini è da ricordare soprattutto il pezzo dedicato nel discorso pronunciato a Trieste il 18 settembre alla questione della razza e alle accuse rivoltegli di aver voluto imitare o, addirittura, di aver ceduto alle suggestioni dei nazisti70) che spinsero due giornali francesi l’«Œuvre» e soprattutto «Choc» a parlare di una possibile partenza del papa per la Francia71, alla riunione del Gran Consiglio del 6 ottobre. Dopo le enunciazioni programmatiche fatte in questa sede le trattative entrarono nella fase del negoziato. Il 2 novembre Buffarini-Guidi trasmise a padre Tacchi-Venturi la parte del progetto di legge, elaborato per attuare i deliberati del Gran Consiglio, che riguardava i matrimoni. Nel corso dei negoziati, che ebbero momenti altamente drammatici, la Santa Sede riuscí ad ottenere la soppressione dell’articolo 2 del progetto (sul concubinato), non riuscí però ad ottenere che l’articolo 7 (poi 6 del d. l. n. 1728) riconoscesse i matrimoni contratti dagli ebrei convertiti al cattolicesimo. Invano Pio XI dichiarò che in questo modo si violava il Concordato, invano scrisse personalmente a Mussolini e al re, rispettivamente il 4 e il 5 novembre. Il «duce» non gli rispose neppure e, anzi, fece sapere di «aver l’impressione che il Vaticano tiri troppo la corda» e di essere disposto, se il papa insisteva, ad ingaggiare una lotta a fondo contro la Chiesa; quanto a Vittorio Emanuele, si limitò a rispondere di aver trasmessa la lettera ricevuta al «du ce» (7 novembre). Approvata la legge dal Consiglio dei ministri il giorno 10, il 13 novembre la Santa Sede presentò all’ambasciata d’Italia una nota ufficiale di protesta per la violazione dell’articolo 34 del Concordato; alla nota seguí il giorno dopo un articolo (A proposito di un nuovo decreto legge) dell’«Osservatore romano» che ne ripeteva le argomentazioni principali. Nelle settimane successive, sino alla morte del papa, vi furono ancora altre trattative, che però non approdarono a nulla e che continuarono a muoversi esclusivamente sul terreno giuridico-concordatario72.

496–497

Il Gran Consiglio fu investito del problema della razza e della definizione dei provvedimenti da adottare nella prima riunione della sessione di ottobre, quella del 6, presenti tutti i suoi membri con la sola eccezione di De Vecchi. Mussolini aveva personalmente preparato sin dagli inizi di settembre il testo della dichiarazione da fare approvare. Già prima della riunione ad esso erano state però portate varie significative modifiche, tra le quali la soppressione del primo periodo in cui si diceva che il Gran Consiglio faceva sue «le dieci proposizioni elaborate dagli Universitari fascisti», cioè il manifesto del 14 luglio. Altre ne sarebbero state apportate durante la riunione, prima della sua approvazione73.

Il resoconto piú particolareggiato della riunione è quello conservatoci dal diario di Bottai74:

Mussolini «attacca» con impeto polemico. È una polemica interiore, che si fa strada tra aspre parole contro probabili oppositori, presenti e assenti. «È dal 1908 – afferma – che vo’ meditando il problema. Si potrà documentarlo. Si legga, del resto, il mio discorso di Bologna (“questa nostra stirpe ariana e mediterranea”) del 3 aprile 1921». Poi, afferra dei fogli staccati di rivista: «Sentite che cosa è accaduto in una città della Valle Padana». Sono le pagine dello scritto di Nello Quilici, sulla «Nuova Antologia», che dimostrano la penetrazione ebraica nel tessuto politico-amministrativo-culturale di Ferrara. La «botta» va diritta a Balbo, che cerca di darsi un contegno. Accenna al fenomeno per Trieste. Fa un rapido accenno all’Impero. «Bisogna porre, e nettamente, il problema. Se non si corre ai ripari, si perde l’Impero». Ricorda i casi del Goggiam; cita episodi di convivenza di bianchi con donne negre. Torna agli ebrei. «Il residuo antifascismo è di marca ebraica. I conati di azione ostile a Hitler, durante il suo viaggio in Italia, sono dovuti a ebrei. Fu un ebreo, Giacomo Lumbroso di Firenze, a compilare e a diffondere i manifestini che incitavano gl’italiani a “dimostrare” contro Hitler, con il pretesto patriottico dell’Anschluss». Parla del Manifesto. «Sono io, che, praticamente, l’ò dettato». Descrive rapidamente la situazione dei 470 mila ebrei di Germania: ànno una loro Camera Culturale, dei giornali, delle riviste, dei teatri loro. «Non esiste, dunque, questa persecuzione a fondo. Gli ebrei sono separati e isolati». Schernisce coloro che paventano la reazione a nostro danno della finanza ebraica. «È un pallone gonfiato. E, se non lo fosse, noi la affronteremo lo stesso». Deplora l’atteggiamento della Chiesa. «Dichiaro che questo Papa è nefasto alle sorti della Chiesa Cattolica».

Letta la «dichiarazione» («documento, dice, che può definirsi la “Carta della Razza”. Piú importante della “Carta del Lavoro”»). Dà la parola a Farinacci, il quale, rilevata l’assenza di De Vecchi, a cui attribuisce un significato di voluta astensione, si perde in luoghi comuni. Balbo e De Bono, dopo di lui, cercano di mitigare le decisioni, allargando ai «combattenti» le categorie da favorirsi. Lungo dibattito. Mussolini ondeggia, desideroso di mollare un poco.

Io faccio la mia esposizione sulla scuola. Sostengo la necessità, dopo i provvedimenti già adottati, di tener duro. «Riammettendo gli ebrei nell’insegnamento – concludo – noi abbasseremmo il livello morale della scuola. Costoro ci odierebbero per averli cacciati ci disprezzerebbero per averli riammessi». La mia tesi è accettata.

Tra i «molli»: Federzoni. Tra i «duri»: Starace.

497–498

Piú sommarie, ma non prive anch’esse di interesse, specie per quel che riguarda Mussolini, le annotazioni del diario di Ciano75:

Gran Consiglio. Problema degli ebrei. Parlano in favore Balbo, De Bono e Federzoni. Gli altri, contro. Soprattutto Bottai che mi sorprende per la sua intransigenza. Si oppone a qualsiasi attenuazione dei provvedimenti. «Ci odieranno perché li abbiamo cacciati. Ci disprezzeranno perché li riammetteremo». Il Duce negli intervalli, mi dice. «Le discriminazioni non contano. Bisogna sollevare il problema. Ora l’antisemitismo è inoculato nel sangue degli italiani. Continuerà da solo a circolare e a svilupparsi. Poi, anche se stasera sono conciliante, sarò durissimo nella preparazione delle leggi».

Il piú tenace nel chiedere delle attenuazioni dei provvedimenti previsti fu Balbo che l’anno dopo, nella sua qualità di governatore della Libia, si adoperò con successo per evitare che la legislazione razziale fosse estesa anche agli ebrei libici76. Nonostante le attenuazioni che egli, De Bono e Federzoni riuscirono a introdurre77, la dichiarazione alla fine approvata (il resoconto del «Foglio d’ordini» del PNF, contrariamente al solito, non specificò né all’unanimità, né per acclamazione) fu assai dura. Per gli ebrei stranieri essa (per il testo integrale si veda in Appendice il documento n. 11) confermava il divieto di entrata e l’espulsione, con le sole eccezioni per quelli in età superiore ai sessantacinque anni e per quelli sposati con un italiano. Quanto a quelli italiani, veniva fatto loro divieto di appartenere al PNF, di possedere o dirigere piú di cinquanta ettari di terreno e aziende con piú di cento dipendenti e di prestare servizio militare. La dichiarazione annunciava poi la prossima emanazione di ulteriori provvedimenti sull’esercizio professionale, in base ai quali sarebbero state di lí a poco vietate agli ebrei pressoché tutte le attività. La dichiarazione stabiliva altresí alcune categorie di ebrei benemeriti (famiglie di caduti in guerra e per la causa fascista, combattenti insigniti di ricompense al valore, mutilati e invalidi, fascisti iscritti al partito nel 1919-22 e nel secondo semestre del 1924, legionari fiumani, ecc.) per i quali le suddette minorazioni civili non dovevano essere applicate in tutto o in parte. Erano questi i cosiddetti «discriminati»: con i loro familiari circa seimilacinquecento individui. Confermando quanto già deciso in settembre, gli ebrei erano anche esclusi dall’insegnamento e veniva loro vietato di frequentare scuole non esclusivamente per ebrei. Negli ultimi capoversi la dichiarazione affermava, infine, che non era esclusa «la possibilità di concedere, anche per deviare la emigrazione ebraica dalla Palestina, una controllata immigrazione di ebrei europei in qualche zona dell’Etiopia» e che «questa eventuale e le altre condizioni fatte agli ebrei» sarebbero potute essere «annullate o aggravate a seconda dell’atteggiamento che l’ebraismo assumerà nei riguardi dell’Italia fascista» e prendeva atto «con soddisfazione» della istituzione nelle principali Università di cattedre di studi sulla razza.

498–500

Sulla base di questa deliberazione nella seconda metà di quello stesso mese e nel novembre fu messa in vigore una serie di provvedimenti legislativi (il piú importante fu il d. l. 1728 del 17 novembre78) e amministrativi che sancirono la nuova condizione degli ebrei in Italia.

Come è facile immaginare, le reazioni suscitate da questi provvedimenti, pur essendo essi, dopo la pubblicazione del manifesto del 14 luglio, praticamente scontati, furono all’estero vivacissime, anche in ambienti fino allora simpatizzanti per l’Italia. A parte la Germania e in qualche misura alcuni paesi danubiano-balcanici piú vicini all’Asse e dove era piú o meno vivo l’antisemitismo, gli unici paesi che li accolsero con favore furono quelli arabi79. In Italia l’impressione fu enorme. Nonostante le gocce di veleno antisemita sparse nei due anni precedenti e la massiccia azione di supporto di tutti i mezzi di comunicazione di massa e del partito, i provvedimenti contro gli ebrei non incontrarono nella grande maggioranza degli italiani alcuna simpatia, né in sé, né per il significato di ulteriore passo sulla via dell’alleanza con la Germania che fu loro subito dato. Si può anzi dire che fu proprio con la campagna per la razza che la propaganda fascista fallí per la prima volta clamorosamente la prova e che per la prima volta cospicue masse di italiani, che sino allora erano fascisti o, se si vuole, mussoliniani, ma non certo antifascisti, cominciarono a guardare con occhio diverso al fascismo e allo stesso Mussolini. Se ai vertici della politica e dell’amministrazione, nel giornalismo e anche in non trascurabili settori della cultura molti furono i casi di adesione, quasi sempre per viltà o per opportunismo, alla politica razziale, l’incidenza di questi casi diminuiva però a mano a mano che si scendeva nella scala sociale e in quella delle responsabilità politiche e amministrative. E chi, lí per lí frastornato dal martellare della propaganda, non fu subito mosso a sdegno dai provvedimenti, assai spesso lo fu poco dopo, quando si rese conto del dramma, morale ancor prima che materiale, che essi significavano per gli ebrei, del mercimonio di cui furono tosto oggetto le «discriminazioni» e le «arianizzazioni» e, piú in genere, degli «arrangiamenti» ai quali molti ebrei si videro costretti per sfuggire alla legge e all’arbitrio di molti dei suoi esecutori. Per non dire del patrimonio di energie morali, intellettuali e imprenditoriali di cui l’Italia era improvvisamente privata. La stampa del tempo è eloquente. Una sua attenta lettura permette di rintracciare, tra le centinaia di articoli e di notizie dedicati alle «colpe» degli ebrei e a non meglio definite manifestazioni di «sdegno» popolare contro di essi, accenni diretti ed indiretti che rivelano chiaramente come l’opinione pubblica reagisse, in maggioranza, negativamente alla politica razziale. La campagna contro il «pietismo», condotta con tanto vigore dalla stampa tra il novembre ’38 e il gennaio ’39, è la migliore riprova, offertaci dal regime stesso, delle resistenze e dell’avversione che l’antisemitismo incontrava nel paese e in particolare nelle masse cattoliche80. Detto questo è però necessario anche dire che, per quanto grave, la lacerazione prodotta dalla legislazione antisemita fu, tutto sommato, dal punto di vista del «consenso», meno decisiva di quanto talvolta viene affermato. Per un certo numero di italiani essa costituí indubbiamente un drammatico campanello d’allarme che ebbe un ruolo decisivo nel determinare il loro distacco psicologico dal regime e in certi casi il loro passaggio all’opposizione. In questo senso le sue conseguenze furono certo maggiori di quelle determinate dall’intervento in Spagna che aveva toccato ambienti piú circoscritti o in qualche modo mai penetrati dal fascismo, ma aveva anche rafforzato il consenso verso di esso di alcuni ambienti cattolici che l’avevano vissuto come una crociata in difesa della cristianità. Per gli altri il tempo, l’assuefazione, la paralizzante realtà morale e materiale del rapporto paese-regime, quale l’abbiamo delineata nel secondo capitolo, la quasi completa assenza di casi di violenza contro gli ebrei e, al tempo stesso, la constatazione che, alla prova dei fatti, gli effetti della persecuzione erano o apparivano meno drammatici («all’italiana», come si prese a dire da molti) di quanto in un primo tempo era stato pensato, il piccolo numero degli ebrei che faceva sí che per i piú la legislazione razziale rimanesse qualche cosa di non effettivamente presente nelle sue concrete conseguenze e, infine, il vedere sostenere e diffondere la necessità della svolta antisemita (o minimizzarne la portata) da parte di uomini – e qui le responsabilità di certi settori della cultura e del clero furono indubbiamente pesanti – rispettati e stimati finirono per far rientrare in buona parte il trauma iniziale e per trasformarlo in poco piú di un intimo malessere, in uno dei tanti motivi di scontento e di critica, ma non tale per altro da trasformare in dissenso e in opposizione vera e propria quello che abbiamo definito il distacco psicologico dal regime.

500–501

Viste le conseguenze interne della visita di Hitler, vediamo ora quelle che essa ebbe sulla politica estera. Il primo, clamoroso segno di quanto la visita, contrariamente alle apparenze, avesse inciso sulla politica estera italiana fu il discorso pronunciato da Mussolini a Genova il 14 maggio, cinque giorni dopo la partenza di Hitler.

A Londra e a Parigi la visita – lo si è detto – era stata seguita con la massima attenzione e non era stata giudicata negativamente. I francesi in particolare ne avevano tratto la convinzione che il riavvicinamento italo-francese ne uscisse facilitato. Né il primo colloquio di Blondel con Ciano, l’11 maggio, dopo la partenza di Hitler, aveva fatto loro mutare sostanzialmente parere, anche se l’incaricato d’affari francese aveva dovuto constatare in Ciano «disposizioni sensibilmente meno concilianti» di quelle di cui aveva fatto mostra a fine aprile81. In realtà, come aveva annotato nel suo diario82, Ciano non era stato esplicitamente piú negativo solo per non correre il rischio di pregiudicare le deliberazioni che proprio in questi giorni la Società delle nazioni stava adottando per chiudere definitivamente la questione etiopica secondo la proposta avanzata dall’Inghilterra nel quadro dei negoziati per gli «accordi di Pasqua».

501

Per Roma l’accordo con Parigi non era infatti piú auspicabile. Per Mussolini soprattutto a causa dell’irritazione suscitata in lui dalle voci che l’Asse fosse in difficoltà che, come si è detto, circolavano un po’ in tutti gli ambienti politici e giornalistici occidentali piú seri e a causa del desiderio di fugarle e, in prospettiva, di rafforzare invece i rapporti con la Germania. Dire come egli pensasse di concretizzare questo rafforzamento è praticamente impossibile. Da buon realista, Mussolini temeva nel suo intimo un’alleanza vera e propria e, al fondo, non la voleva; al tempo stesso l’idea di essa affascinava ed attraeva la parte meno razionale della sua personalità e traeva nutrimento sia dal suo «travaglio» ideologico e dalla conseguente convinzione che la Francia fosse prossima al collasso, sia dalla sua irritazione contro tutti coloro che in Italia erano contrari all’Asse. Piú congeniale ai suoi piani e al suo «fiuto» politico sarebbe stato un accordo di altro tipo, meno impegnativo. Egli si rendeva però conto che i tedeschi non lo avrebbero accettato e si sarebbero serviti di tutti i mezzi di pressione per giungere all’alleanza. In questa situazione, non sapendo prendere una decisione, a nostro avviso, Mussolini cercava soprattutto di guadagnar tempo, sperando che la soluzione del problema venisse dalle cose. Vista in questa luce la sua posizione, è evidente che certe sue affermazioni a Ciano e ad altri collaboratori sulla sua volontà di giungere prima o poi ad un’alleanza formale con la Germania non possono essere prese alla lettera, cosí come quelle contro i tedeschi, e hanno valore essenzialmente solo per capire il suo stato d’animo (generale e soprattutto in relazione a singoli fatti che lo irritavano particolarmente) e la lotta interiore che lo angustiava e lo rendeva sempre piú incline agli sfoghi contro gli uni o gli altri, agli improvvisi mutamenti d’umore, agli abbandoni allo stato d’animo del momento. L’unica cosa per lui sicura era che del riavvicinamento alla Francia non se ne dovesse piú fare assolutamente nulla. Tutto lo impediva: ragioni di politica estera, ragioni di politica interna, ragioni ideologiche, per non dire dei suoi personali umori, variabili su quasi tutto il resto, ma non a questo proposito.

502–503

Per Ciano le ragioni erano in parte le stesse, in parte altre. Tra queste vi era la «taccagneria francese»83 che avrebbe reso oltre tutto scarsamente produttivo un eventuale accordo con Parigi. Ma soprattutto vi era il fatto che Ciano, che – pur essendo il piú tenace sostenitore e il realizzatore dell’Asse sino al punto di arrivare, il 14 febbraio ’38, solo due giorni prima di scrivere per ordine di Mussolini a Grandi la famosa lettera impetrante l’accordo con Londra, a prospettare al generale Pariani «l’utilità di creare fin d’ora un Comitato segreto di guerra italo-tedesco»84 – sino allora aveva osteggiato l’alleanza anche con Mussolini, ora, che pure Hitler la voleva, la desiderava piú di chiunque altro. Dire il perché di questo capovolgimento di posizione (se capovolgimento fu, ché non è da escludere che Ciano fosse stato sempre personalmente propenso all’alleanza, ma non l’avesse mostrato, conoscendo bene sia i diversi progetti di Mussolini e la sua intima ostilità ad essa sia l’indisponibilità tedesca) non è facile; alcune ipotesi però sono possibili. Tra esse la piú probabile e che riassume tutte le altre è che nell’alleanza con la Germania Ciano vedesse soprattutto il modo per affermare definitivamente il suo ruolo di delfino e di guadagnarsi quei meriti personali che l’intervento in Spagna, dato come erano andate le cose, i pericoli corsi, il fatto che Mussolini ad un certo momento aveva stimato necessario prenderne direttamente in mano la gestione politica e ricorrere a Grandi per salvare la situazione, non gli aveva fatto acquistare. Da un lato, perché facendosi assertore dell’alleanza e realizzandola lui (il che spiegherebbe anche il consiglio dato a Mussolini durante la visita di Hitler di non accettare l’offerta fattagli da von Ribbentrop) avrebbe messo fuori gioco i suoi piú forti concorrenti alla successione, Balbo e Grandi, entrambi contrari ad essa, e perché poteva pensare di guadagnarsi l’appoggio del partito filotedesco85. Da un altro lato, perché l’alleanza con la Germania, nei suoi progetti, doveva rendergli possibile quel successo personale che la Spagna non gli aveva dato: permettergli cioè l’occupazione dell’Albania.

All’occupazione di questo paese Ciano aveva cominciato a pensare parecchio tempo prima della visita di Hitler. Già sotto la data del 25 agosto ’37 (dopo gli accordi, dunque, del marzo con la Iugoslavia e una sua visita a Tirana in aprile) il suo diario reca un’annotazione in questo senso, confermata da quanto emerso in occasione del processo intentato nel dopoguerra contro F. Jacomoni, allora ministro plenipotenziario a Tirana e successivamente magna pars della sua politica albanese86. Perché questa idea prendesse consistenza era stato però necessario l’Anschluss, rispetto al quale per Ciano l’occupazione dell’Albania avrebbe dovuto costituire la rivalsa italiana e ciò tanto piú dato che vi erano elementi per far temere che il dinamismo tedesco potesse estendersi anche in direzione della piú preziosa e tradizionale delle «riserve di caccia» italiane. Il 26 marzo egli aveva annotato87:

503

Mi domando se la situazione generale, e particolarmente l’Anschluss, non ci permettano di fare un passo avanti verso il sempre piú completo dominio di questo paese che sarà nostro. Sembra che Belgrado sia ansioso di un’alleanza militare: credo che l’Albania possa rappresentarne il prezzo.

Alla fine del mese successivo si era recato in Albania per le nozze di re Zog. Di ritorno dal viaggio, il 30 aprile, doveva aver illustrato a Mussolini la ricchezza mineraria dell’Albania e la minaccia tedesca in termini tali che il «duce», già irritatissimo – come si è visto – contro i tedeschi per la questione dell’Alto Adige (il 24 si era sfogato minacciando di coalizzare il mondo e mettere a terra la Germania «per almeno due secoli»), aveva concordato con lui sulla «necessità di una soluzione integrale» e gli aveva detto «che pur di avere l’Albania» era «pronto anche a far la guerra»88. Battendo il ferro finché era caldo, due giorni dopo Ciano aveva scritto per Mussolini un resoconto del suo viaggio tutto teso a tener vivi il suo interesse e la sua preoccupazione per le mire tedesche e a vellicare ed eccitare le corde piú sensibili della sua personalità e che si chiudeva con una minuta disamina dei vari modi con cui risolvere il problema albanese: «allacciamento sempre piú stretto del paese attraverso vincoli economici che finiscono per giocare anche nel settore politico», «spartizione, d’accordo con la Iugoslavia e forse anche con la Grecia» e «annessione attraverso una unione personale», quella da lui nettamente preferita e per porre le cui premesse prospettava una serie di proposte atte a prepararne il terreno89.

504–505

Il 10 maggio, in treno, rientrando a Roma da Firenze dove si erano accomiatati da Hitler, Ciano discusse con Mussolini il documento, ottenendo il «via libera» per il maggio dell’anno successivo. Il relativo passo del diario di Ciano è ai fini del nostro discorso estremamente importante perché mostra come per il ministro degli Esteri (le «decisioni» erano sue: Mussolini non fece che concordare su di esse e il suo atteggiamento successivo fa pensare che per lui si trattasse solo di un’approvazione di massima, tutt’altro che impegnativa) l’Italia dovesse andare all’alleanza con la Germania essenzialmente per poter occupare l’Albania. In esso si legge infatti90:

Egli concorda sulle mie decisioni e ritiene che il mese buono per agire sarà il maggio prossimo. Cosí avremo un anno per la preparazione locale e per quella internazionale. Poiché una crisi diplomatica si produrrà e Francia e Inghilterra saranno inevitabilmente contro di noi, conviene stringere il Patto con la Germania. Questo varrà anche a consigliare alla Iugoslavia una grande moderazione. La Iugoslavia, separata dalle sue amicizie occidentali e orientali, stretta tra l’Italia e la Germania dovrà abbozzare e adottare l’atteggiamento che noi abbiamo adottato di fronte all’Anschluss.

Il giorno stesso Ciano dava istruzioni a Jacomoni di preparargli un piano d’azione locale e una settimana dopo parlava dei suoi progetti anche al generale Pariani91. Tutto lascia pensare inoltre che nei giorni successivi egli cercasse di tener vivo l’interesse di Mussolini per l’Albania giocando in particolare sulla minaccia tedesca su quel paese92.

Il discorso di Genova nacque in questo contesto. Mussolini ne aveva preparato il testo93 con cura; esso doveva infatti servire a puntualizzare la posizione dell’Italia dopo la visita di Hitler e a darne l’interpretazione «autentica»: una posizione piú fredda, ma, almeno ufficialmente per non allarmare gli inglesi, non ostile verso la Francia, e una piú aperta verso la Germania. Salito sul podio a forma di prora navale, il «duce» ne pronunciò però praticamente un altro, diverso in vari punti da quello preparato: molto piú chiuso verso la Francia («Voi mi consentirete di essere circospetto per quanto concerne le conversazioni con la Francia perché esse sono in corso. Non so se arriveranno a una conclusione, anche perché in un fatto estremamente attuale, cioè la guerra di Spagna, noi siamo ai lati opposti della barricata»), piú impegnativo verso la Germania («La collaborazione fra le due rivoluzioni, destinate a dare l’impronta a questo secolo, non può essere che feconda... Le parole che furono pronunciate nella notte del 7 maggio a palazzo Venezia... sono qualche cosa di solenne e di definitivo nella storia») e persino scortese ed altezzoso verso l’Inghilterra («L’ultimo discorso pronunciato dal primo ministro inglese è un tentativo per uscire dal ginepraio dei luoghi comuni e riconoscere in tutta la sua maestà e la sua forza questa che è la nostra Italia, l’Italia del fascismo e delle camicie nere. L’accordo fra Londra e Roma è l’accordo di due imperi, e si estende dal Mediterraneo al Mar Rosso, all’Oceano Indiano»)94.

505–506

Disquisire sulla ragione di questi mutamenti di tono e di sostanza è inutile. Secondo Ciano, che era presente, la folla lo avrebbe trasportato95. Piú probabile è però che il mutamento fosse dovuto ad un improvviso stato d’animo, ad uno dei suoi sempre piú frequenti scarti d’umore: lo stesso Ciano il giorno prima aveva annotato che mentre si recava a Genova Mussolini era «sempre piú antifrancese», irritato con Perth per le sue pressioni in favore dell’accordo con Parigi e desideroso di impiegare i «volontari» italiani nella nuova offensiva che Franco stava preparando96. Quale fosse stato il motivo, ciò che è certo è che il discorso produsse in tutte le capitali (anche a Berlino) meraviglia e impressione. Gli inglesi, sia pure in forma cortese, fecero sapere di sentirsi obbligati a far presente che – dopo che Chamberlain a Londra e Halifax a Ginevra avevano «esaltato» gli «accordi di Pasqua» – il governo britannico considerava «che le espressioni usate dal Duce non erano quelle che a Londra si attendevano»97. Sicché, per riparare alla gaffe commessa ed evitare che Chamberlain si venisse a trovare in troppo gravi difficoltà con l’opposizione, Mussolini si vide costretto a incaricare Ciano di mettere lui «un po’ di balsamo sulle ferite fatte a Genova» agli inglesi, approfittando di un di scorso che avrebbe dovuto pronunciare il 2 giugno a Milano98. I tedeschi ufficialmente non dissero verbo. È però significativo che i negoziati economici tra i due paesi che sino allora erano andati a rilento, al punto che Mussolini cominciava ad esserne preoccupato, giunsero rapidamente in porto (28 maggio) e un mese dopo von Ribbentrop rinnovò all’ambasciatore Attolico l’offerta di un’alleanza militare99. Quanto ai francesi, il discorso di Genova fu per essi una vera e propria doccia fredda. Bonnet si affrettò subito a dare istruzioni a Blondel perché chiedesse a Ciano assicurazioni che da parte italiana si desiderava la continuazione e il successo dei negoziati e gli facesse sapere che Parigi era convinta, da parte sua, che essi potessero sfociare molto rapidamente in un accordo100. E qualche giorno dopo, il 22 maggio, fece personalmente un passo nello stesso senso presso l’incaricato d’affari italiano a Parigi101. Il tutto però senza alcun esito: Mussolini, dopo avere detto in un primo momento a Ciano di ritardare «ogni comunicazione a Blondel» sino a quando non fossero stati noti i risultati dei negoziati economici con i tedeschi, allorché questi si conclusero felicemente decise di interrompere quelli con Parigi, autorizzò Ciano ad informare della sua decisione anche gli inglesi e, come se ciò non bastasse, ordinò a Starace di avviare la già ricordata «ondata di francofobia» in tutto il paese102.

506–507

La rottura dei negoziati italo-francesi preoccupò molto Londra, sia come sintomo di un nuovo atteggiamento italiano, sia per le ripercussioni che avrebbe potuto avere sulla situazione in Spagna, sia, infine, perché il governo inglese, pur non condividendo del tutto il modo con cui i francesi avevano impostato i negoziati con Roma, non poteva certo aggravare le preoccupazioni di Parigi e autorizzare i propri avversari a parlare di crisi dei rapporti franco-britannici mettendo in vigore gli accordi con l’Italia senza che questa avesse prima adempiuto agli obblighi da questi previsti (il ritiro dei «volontari»); ma si rendeva anche conto che, ciò non facendo, i risultati che si era proposta di ottenere con gli accordi stessi correvano il rischio di vanificarsi103. Altro motivo di scon tento e di preoccupazione, strettamente connesso al primo, era per gli inglesi l’atteggiamento italiano rispetto alla questione spagnola, che Perth aveva in giugno piú volte discusso senza esito con Ciano104 e che il 2 luglio si concretizzò nella consegna da parte di Ciano all’ambasciatore inglese di una dura nota (redatta da Mussolini105) nella quale si accollava all’«intransigenza» inglese sul ritiro dei «volontari» italiani la mancata entrata in vigore degli «accordi di Pasqua», quando, sempre secondo la nota, era evidente che il ritiro era in quel momento impossibile, e sorgeva, dunque, il conseguente rischio «di compromettere gli effetti morali» degli accordi stessi; e, dulcis in fundo, si accusavano indirettamente gli inglesi di tentare di stabilire una connessione («che non fu mai affacciata né all’inizio delle trattative italo-britanniche né durante il loro svolgimento ed anzi fu sempre formalmente esclusa») tra un eventuale accordo italo-francese e l’applicazione di quello italo-inglese e si asseriva a tutte lettere che, se ciò fosse stato vero, vi era «il rischio di far decadere anche gli accordi italo-britannici», malgrado la minaccia fosse alla fine mitigata da un’affermazione per noi assai interessante, dato che mostra bene quanto a quest’epoca Mussolini tenesse ancora a non pregiudicare troppo i suoi rapporti con Londra e a tenersi aperte con lei tutte le porte: «la ripresa delle conversazioni italo-francesi potrà eventualmente verificarsi dopo l’applicazione degli accordi del 16 aprile, non mai prima e ciò per ragioni cosí intuitive che si stima inutile rappresentare»106. Nonostante queste preoccupazioni e l’indubbio nuovo deterioramento dei rapporti italo-inglesi, la questione dei Sudeti impedí per il momento che tra Roma e Londra si arrivasse ad una vera e propria crisi. Di fronte all’acutizzarsi della tensione tra Berlino e Praga, Londra aveva tutto l’interesse ad evitarla e a cercare di non perdere il collegamento con Roma.

507–508

Nonostante la determinazione con la quale i tedeschi avevano risolto la questione austriaca, a Roma per parecchio tempo non si dette molta importanza al maturare della crisi cecoslovacca. Se era dato per scontato che Hitler mirasse ad annettere i Sudeti alla Germania, si pensava però che, come i tedeschi avevano lasciato intendere durante la visita del Führer, il problema non sarebbe diventato attuale prima di qualche anno e che Berlino si sarebbe per il momento limitata ad appoggiare le richieste di autonomia avanzate dal Sudeten Deutsche Partei e concretizzatesi negli otto punti del programma di Karlsbad107. Tipico è l’atteggiamento assunto dall’Italia durante la prima fase della crisi, nel maggio. A Perth (durante tutta la prima fase della crisi e sino a quando non si convinse che Mussolini parteggiava per i tedeschi il governo inglese tenne costantemente informata Roma dell’evolversi delle proprie posizioni), che il 21 e il 22 gli prospettò la situazione come «estremamente grave, anzi come la piú grave che si sia presentata dalla fine della guerra europea in poi», Ciano rispose convinto che, a suo avviso, non vi erano invece elementi per drammatizzarla108. E sostanzialmente ottimista rimase certo sino a tutta la prima settimana di agosto109 e probabilmente sino al 19 agosto, quando l’addetto militare a Berlino lo informò che notizie raccolte tra ufficiali tedeschi facevano ritenere inevitabile e imminente (per la fine di settembre) l’attacco contro la Cecoslovacchia110. Sia pure con alti e bassi di umore, anche Mussolini per un certo tempo dovette essere della stessa opinione di Ciano, tanto piú che era convinto che i tedeschi non fossero preparati e gli inglesi fossero «terrorizzati» dalla prospettiva di un conflitto111. Da qui la spiegazione del modo con cui Roma sottovalutò e trattò la crisi cecoslovacca, finendo per trovarsi senza rendersene conto in un drammatico vicolo cieco, un modo angusto ed estremamente riduttivo (nell’ottica del gioco tattico italiano fra Berlino e Londra e del desiderio di umiliare Parigi) che a lungo le impedí di rendersi conto della gravità della crisi e degli impegni che essa giorno dopo giorno determinava per l’Italia.

508–510

In occasione della prima fase della crisi, il 26 maggio, essendo stati sollevati dubbi all’estero e anche in Germania sul reale atteggiamento italiano, Ciano informò l’ambasciatore tedesco «che il nostro punto di vista non è diverso da quello esposto al Führer e a Ribbentrop: disinteresse per i destini di Praga; solidarietà completa con la Germania». Lo stesso giorno, in un momento di pessimismo, Mussolini disse al genero che, in caso di guerra, sarebbe subito sceso in campo a fianco dei tedeschi112. In realtà tutto il comportamento di Mussolini (e di Ciano dietro di lui) nei mesi della crisi lascia forti dubbi sulla credibilità di questa affermazione e non mancano elementi per ritenere che avesse visto giusto von Ribbentrop quando dai suoi colloqui romani aveva tratto la convinzione che nel caso di un conflitto l’Italia sarebbe rimasta in «stato di allerta», non avrebbe ostacolato l’azione tedesca, ma non l’avrebbe neppure appoggiata attivamente113. Durante tutta la crisi, anche nei momenti piú drammatici, l’iniziativa diplomatica di Roma fu pressoché nulla, quasi si volesse evitare qualsiasi passo impegnativo. A maggio tra Alfieri e Goebbels furono stabiliti accordi per armonizzare la polemica della stampa italiana e tedesca con quella francese. Ma, pur essendosi affacciati nelle menti di Mussolini e di Ciano i primi dubbi sulle reali intenzioni tedesche114, nulla fu fatto per chiarirli. Un mese dopo, quando, come si è detto, von Ribbentrop tornò a parlare con l’ambasciatore Attolico di alleanza, specificando – per spianarle evidentemente il terreno – che nell’eventualità di un conflitto provocato dall’azione tedesca in Cecoslovacchia «l’impegno non avrebbe giocato nei confronti dell’Italia»115, Mussolini fece proporre a Ciano un incontro tra i due ministri degli Esteri a Como per discutere l’offerta. Ma specificò anche che «bisognerà spiegare ai tedeschi ch’io farò l’alleanza quando essa sarà popolare; sto lavorando per renderla tale». Il che fa sorgere il dubbio che l’incontro piú che a discutere l’alleanza dovesse servire a chiarire le intenzioni tedesche circa la Cecoslovacchia116. Quando però, l’11 luglio, von Ribbentrop mostrò di voler lasciar cadere la proposta d’incontro e il principe d’Assia da lui inviato a Roma non portò alcun vero elemento nuovo, nulla fu fatto per avere i «desiderati» ragguagli. Passato un altro mese, quando le notizie trasmesse dall’addetto militare e poi da Atto lico117 non lasciavano piú molto adito a dubbi, la prima reazione di Ciano fu a nostro avviso rivelatrice:

510

In via politica non ci è stato detto niente [dai tedeschi]. Dovremmo quindi restare sulle posizioni del maggio, quando ci fu assicurato che ogni ricorso alla forza era da escludersi, almeno per alcuni anni.

Subito dopo fu deciso un passo diretto su Berlino:

Do istruzioni scritte ad Attolico di recarsi da Ribbentrop e chiedere informazioni precise su quanto il Governo del Reich intende fare in Cecoslovacchia, e ciò ai fini di «poter prendere le nostre misure tempestive alla frontiera occidentale». Questa comunicazione avrà molta eco presso i tedeschi perché spiega fin dove siamo disposti a giungere. In realtà le informazioni da Berlino lasciano sempre piú prevedere la prossima crisi nella questione ceca. Si avrà la localizzazione del conflitto oppure la Francia darà fuoco alle polveri? In una tale eventualità per noi non esiste altra alternativa se non quella di schierarci subito, con tutti i mezzi, a fianco della Germania. Il Duce è deciso all’azione. Di qui, la necessità di sapere le cose per tempo e completamente118.

Sembrerebbe, finalmente, un atteggiamento chiaro, ma Ciano non dice di aver lasciato cadere un invito tedesco a partecipare all’ormai vicino congresso nazionalsocialista di Norimberga (quale miglior occasione per chiarire tutti i problemi direttamente?)119 né che, qualche giorno dopo, la violenta campagna della stampa italiana contro la Francia (per la Spagna), che durava da circa tre mesi e proprio in quei giorni aveva raggiunto le vette del parossismo, subí una cosí brusca attenuazione da meravigliare gli stessi francesi120. E poi ci sono le altre annotazioni dello stesso Ciano del 29 agosto e del 2 e 3 settembre, che tutto sono, tranne che la conferma di una ormai scontata decisione a partecipare ad un eventuale conflitto, che non si voleva e che non si sarebbe saputo assolutamente come giustificare agli occhi degli italiani121, e dànno piuttosto ragione al cardinal Pacelli che in quegli stessi giorni era convinto, come riferiva l’ambasciatore francese presso la Santa Sede122, che l’Italia non avrebbe seguito la Germania in guerra. Sotto la data del 29 agosto Ciano scriveva123:

511–512

Sulla questione ceca, che è sempre piú scottante, il Duce prevede che i tedeschi faranno agire i Sudeti: un’insurrezione scoppierà all’interno. Se Benes reagirà con violenza, Hitler avrà la possibilità di realizzare un intervento che agli occhi del mondo avrà una giustificazione plausibile. La Francia difficilmente si muoverà. Non è pronta ad una guerra in genere e tanto meno ad una guerra aggressiva. Gli inglesi faranno di tutto per scongiurare un conflitto, che temono piú di ogni altro paese al mondo.

E quattro giorni dopo124:

Il Duce è inquieto perché i tedeschi non ci fanno conoscere che ben poco i loro programmi nei confronti della Cecoslovacchia. Mi ordina di parlare con Assia. Vuol sapere fin dove la Germania intende spingere le cose, quanto e come si aspetta di essere aiutata da noi. Attolico, nei suoi rapporti, non fornisce, per ora, elementi decisivi: è personalmente ostile ad una nostra compromissione troppo spinta.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Prunas manda un telegramma circa un colloquio tra Bonnet e l’Ambasciatore tedesco a Parigi. Termini molto precisi: la Francia, l’Inghilterra e i Sovieti interverrebbero subito, con l’appoggio americano. Avrà un tale linguaggio effetti utili sulla Germania, o Hitler non è andato troppo in là per tirarsi indietro?

E, infine, il 3 settembre125:

Attolico ha avuto un colloquio con Ribbentrop. Nessun elemento nuovo. Se vi sarà la provocazione, i tedeschi attaccheranno. Niente altro sarebbe stato deciso dal Führer. Abbiamo tutta la convenienza a non sollecitare altre risposte. È chiaro che i tedeschi non vogliono immetterci nel gioco. Ciò lascia a noi tutta e piena libertà d’azione in qualsiasi evenienza.

In effetti, sino alla pubblicazione, il 9 settembre, dell’«Informazione diplomatica» n. 19126, Roma non prese posizione. E anche con l’«Informazione diplomatica», piú che prendere veramente posizione, non fece che cercare di seminare zizzania tra Londra e Parigi e, avendola quattro giorni prima i francesi informata di aver mobilitato dei riservisti sul Reno ma non sulle Alpi, volle a sua volta far sapere di non aver preso da parte sua nessuna disposizione di carattere militare. E tutto ciò nel contesto di una dichiarazione che si apriva sí con un richiamo all’Asse, ma che, per la specifica questione, faceva tutta perno sulla riaffermazione dell’appoggio agli otto punti del programma di Karlsbad e, dunque, della risoluzione della questione dei Sudeti nell’ambito della Cecoslovacchia.

Come subito aveva previsto Blondel127, questa posizione apparve però a Berlino troppo moderata (il 12 settembre Hitler pronunciò al congresso di Norimberga il suo famoso discorso che, pur non ponendo ancora sul tappeto il problema dell’annessione dei Sudeti al Reich, faceva però chiaramente capire che per la Germania una soluzione basata sull’autonomia era insufficiente), tanto è vero che i tedeschi proposero immediatamente un incontro segreto al Brennero tra Hitler e Mussolini da tenersi prima del 25 settembre. – Serrato per la prima volta da vicino, Mussolini, che contemporaneamente aveva ricevuto da Grandi un invito di Chamberlain ad intervenire su Hitler in senso moderatore, che doveva averlo confermato nella sua convinzione che gli inglesi non volevano assolutamente un conflitto, e che da Attolico era informato che l’azione tedesca era stata molto probabilmente stabilita per la fine del mese, fece sapere a Berlino «che se in questo momento hanno bisogno di un’azione in loro favore, egli “è pronto ad andare un passo avanti dell’ultima Informazione diplomatica”» ma che precedenti impegni gli impedivano d’incontrare il Führer prima dell’inizio di ottobre128.

512

Da questo momento la partecipazione del «duce» alla vicenda cecoslovacca si fece indubbiamente piú attiva, frenetica addirittura. Il 14 settembre veniva pubblicata l’«Informazione diplomatica» n. 20129, da lui personalmente redatta, che, dopo aver definito il discorso di Hitler di due giorni prima «un potente contributo alla chiarificazione del problema sudetico», affermava che – non essendo interesse dell’Europa e del mondo, ma solo dei «bolscevichi di oriente e di occidente» scatenare una guerra – l’unica soluzione era ormai quella di porre il problema «sul piano concreto del diritto di autodecisione, che non può essere negato ai sudeti». Alla nota faceva seguito il giorno dopo la pubblicazione su «Il popolo d’Italia» di un articolo, anonimo, ma cosí tipicamente mussoliniano che tutti ne riconobbero in Italia e all’estero l’autore. Da alcune settimane lord Runciman era stato inviato da Chamberlain e Halifax in Cecoslovacchia quale mediatore ufficioso tra il Sudeten Deutsche Partei e il governo di Praga. L’articolo era scritto come una Lettera a Runciman: esso precisava quanto prospettato il giorno prima nella nota dell’«Informazione diplomatica» proponendo una serie di plebisciti «non soltanto per i sudeti, ma per tutte le nazionalità che lo domanderanno» (per i polacchi e per gli ungheresi della Cecoslovacchia cioè) e invitava l’Inghilterra a sostenere la proposta facendo sapere che non avrebbe mai fatto la guerra per conservare quello «Stato-finzione mostruoso» che era la Cecoslovacchia130:

513–514

A Versaglia si doveva creare una Boemia – nome storico – con una omogenea popolazione di cechi; si volle invece gonfiare una Cecoslovacchia – entità mai esistita! – e si creò uno Stato artificioso, che recava in sé sin dalla nascita gli elementi della sua debolezza e della sua dissoluzione... Dopo il discorso di Hitler, viene il bello, per voi, o signor Runciman. Voi potete agire e compiere qualche cosa che passerà alla storia. Non è piú il tempo di compromessi. Karlsbad è superata. Benès, da vecchio parlamentare ha perduto la corsa. Voi, signor Runciman, dovete semplicemente proporre a Benès il plebiscito non soltanto per i sudeti, ma per tutte le nazionalità che lo domanderanno. Benès respingerà il plebiscito? E allora voi gli potreste far sapere che l’Inghilterra ci penserà sette volte prima di scendere in guerra semplicemente per conservare uno Stato-finzione mostruoso anche nella sua conformazione geografica, tanto che fu chiamato a volta a volta Stato coccodrillo o Stato salsiccia. Se Londra fa sapere che sta ferma, nessuno si muove. Il gioco, qui, non vale assolutamente la candela, anche se è infilata nei candelabri massonici del Grande Oriente. Se Hitler pretendesse di annettersi tre milioni e mezzo di cechi, l’Europa avrebbe ragione di commuoversi. Ma Hitler non pensa a ciò. Chi vi scrive questa lettera è in grado di dirvi, confidenzialmente, che qualora gli venissero offerti tre milioni e mezzo di cechi, Hitler declinerebbe garbatamente, ma risolutamente, tanto regalo. Il Führer si occupa e preoccupa dei tre milioni e mezzo di tedeschi e soltanto di loro. Nessuno gli può contestare tale diritto. Nessuno può opporsi all’adempimento di tale dovere. Meno di tutti noi italiani, che abbiamo dei precedenti in materia.

Coraggio, mister Runciman. Proponete il plebiscito, anzi i plebisciti. È un compito magnifico e delicato. Ci sono zone compatte, dove il plebiscito significherà l’annessione pura e semplice ai popoli fratelli; ci sono delle zone, viceversa, dove le razze si sono terribilmente frammischiate ed un taglio netto è impossibile. Qui potrebbe entrare in scena il regime delle cosiddette cantonalizzazioni paritarie o qualche cosa del genere. Il che sarebbe, fra l’altro, nella tradizione democratica.

Fissate le zone del plebiscito, rimarrebbero da stabilire la data, le modalità, il controllo, che potrebbe essere di carattere internazionale, come già avvenne con risultati soddisfacenti nel plebiscito della Saar.

La sera dello stesso giorno in cui apparve l’articolo si sparse la notizia che Chamberlain aveva chiesto di incontrare Hitler e che i due uomini politici si sarebbero visti il giorno dopo. Appena informatone Mussolini disse a Ciano131:

Non ci sarà la guerra. Ma questa è la liquidazione del prestigio inglese. In due anni l’Inghilterra è andata due volte al tappeto.

In realtà le cose sembrarono tosto avviate su tutt’altra strada; una strada che Mussolini e Ciano non avevano previsto e sulla quale non avrebbero voluto che l’Italia fosse trascinata, ma che il modo angusto e ambiguo con cui avevano fino allora gestito la loro politica rendeva a questo punto ben difficile non percorrere, a meno di perdere la faccia. Nell’incontro di Berchtesgaden Hitler reclamò in termini ultimativi la annessione dei Sudeti. Chamberlain rispose «che poteva personalmente dichiarare di ammettere il principio del distacco della regione sudeta», ma che doveva consultare il suo governo, lord Runciman e i francesi. Convinto il governo francese e costretto con un ultimatum quello cecoslovacco a piegarsi (se voleva resistere non avrebbe avuto l’aiuto anglo-francese), il 22 e 23 settembre Chamberlain si incontrò nuovamente con Hitler, questa volta a Godesberg. Con sua grande sorpresa Hitler era però diventato piú intransigente: con l’argomento che una dilazione troppo lunga avrebbe permesso ai cechi troppe possibilità di «evasione», egli chiese infatti che i territori a maggioranza tedesca fossero sgombrati (senza distruzione alcuna o sottrazione di attrezzature, impianti e beni) dalle truppe cecoslovacche e occupati da quelle tedesche entro il 1º ottobre, che quelli a forte minoranza tedesca fossero sottoposti in novembre a plebiscito col diritto di partecipazione ad esse per tutti coloro che vi avevano risieduto al 28 ottobre 1918 o vi erano nati prima di questa data (circa 580 000 persone emigrate in Germania) e che plebiscti fossero previsti anche per i polacchi del distretto di Teschen e per gli ungheresi della Slovacchia meridionale. Di fronte a queste nuove incredibili richieste Chamberlain era tornato a Londra non senza aver prima fatto presente con la massima energia ad Hitler i rischi che la pace avrebbe corso se egli avesse insistito su di esse. Come tutta risposta Hitler gli fece sapere, il 27 settembre, che il giorno dopo alle quattordici la Germania avrebbe proceduto alla mobilitazione generale. A questo punto varie cose erano ancora avvolte nel mistero, in primo luogo quale sarebbe stato l’atteggiamento dell’Urss, legata dal ’35 alla Cecoslovacchia da un’alleanza che prevedeva assistenza solo se la Francia avesse fatto fronte ai suoi impegni, ma che non era di facile attuazione non essendovi contiguità territoriale dell’Urss né con la Cecoslovacchia né con la Germania e avendo Polonia e Romania rifiutato l’eventuale passaggio di truppe sovietiche. Una cosa era comunque certa: che la guerra era ormai ad un passo e che Francia ed Inghilterra sembravano proprio non potersi piú tirare indietro.

514–515

In queste due settimane palazzo Chigi era rimasto pressoché inattivo. Si ha quasi l’impressione che la sua maggiore preoccupazione fosse di mantenere i contatti con i polacchi e soprattutto con gli ungheresi e di operare, da un lato, perché la Germania non fosse la sola a trarre vantaggio dalla crisi132 e, da un altro lato, perché Varsavia e Budapest non si prestassero però a dar fuoco alle polveri. Il 22 settembre Ciano aveva ricevuto il rappresentante ungherese a Roma che gli aveva riconfermato le rivendicazioni del suo paese sui territori cecoslovacchi abitati da ungheresi. Ciano gli aveva, a sua volta, riconfermato l’appoggio italiano, ma aveva esortato gli ungheresi «a seguire e a sostenere l’iniziativa tedesca o polacca, ma non di essere i primi ad attaccare e ciò per evitare che giuochino ancora i legami della Piccola Intesa»133. Per tenersi legati gli ungheresi Roma doveva probabilmente aver fatto loro anche qualche promessa abbastanza impegnativa per il caso di un conflitto a cui avesse partecipato anche l’Urss. Difficilmente si spiegherebbe altrimenti la loro richiesta, il 24 settembre, all’addetto militare colonnello Pallotta perché fossero inviate urgentemente in loro aiuto un certo numero di squadriglie di aerei da caccia (quattordici in tutto) per la difesa di Budapest e di due centri industriali e soprattutto che il Pallotta trasmettesse la richiesta a Roma senza alcun commento (salvo quello di consigliare, per il momento, l’invio di un solo gruppo) e indicasse anche l’aeroporto dove far scendere gli aerei e avviare il personale specializzato e i primi materiali indispensabili134. Con gli altri e soprattutto con gli inglesi l’atteggiamento di palazzo Chigi era stato ambiguo e sfuggente. Ancora il 22 settembre, a Perth che gli aveva fatto capire che l’Inghilterra non desiderava la guerra, ma che «la farà se la Germania non saprà arrestarsi là dove la moderazione consiglia» Ciano aveva caldeggiato una soluzione «integrale» del problema cecoslovacco «e che cioè anche l’Ungheria e la Polonia avessero la debita soddisfazione», ma non aveva lasciato trapelare nulla circa la posizione dell’Italia in caso di conflitto135.

515–516

E ciò mentre una settimana prima, pur senza ufficialmente sbilanciarsi, aveva lasciato intendere che in caso di guerra l’Italia avrebbe affiancato la Germania136. La stessa inattività aveva caratterizzato i comandi militari, che da poco avevano deciso di procedere ad una riforma dell’ordinamento divisionale, rendendo vari osservatori stranieri scettici su una partecipazione italiana ad un eventuale conflitto137. Solo il 25 settembre era stata decisa la mobilitazione di 25 mila specialisti alla quale seguirono due giorni dopo i primi concreti provvedimenti per assicurare «in un primo tempo la neutralità armata»138. In compenso, dal 18 al 26 settembre Mussolini aveva percorso in lungo e in largo il Veneto e la Vene zia Giulia pronunciando tutta una serie di discorsi, a Trieste (il 18), a Gorizia e Udine (il 20), a Treviso (il 21), a Padova e Belluno (il 24), a Vicenza (il 25) e a Verona (il 26).

516–517

Quale fosse stato lo scopo di questa intensissima attività oratoria del «duce» (i precedenti impegni per i quali aveva «dovuto» declinare per il momento la proposta di incontro con Hitler) non è facile da dire con sicurezza. Secondo l’incaricato d’affari francese139, sarebbe stato quello di rassicurare, convincere e galvanizzare gli italiani e far loro accettare la sua politica. Secondo invece il maresciallo Caviglia140, Mussolini voleva far credere di essere pronto ad entrare in guerra («mentre sa perfettamente che l’Italia non è in condizioni di farlo») e aiutare con tale minaccia la Germania «ad avere i Sudeti senza spargimento di sangue». Due spiegazioni che non possono essere respinte a priori, ma che a nostro avviso, non sono certo piú credibili di un’altra: e cioè che Mussolini volesse potere giorno per giorno, a seconda di come evolveva la situazione internazionale, dire la sua, commentare gli sviluppi della crisi in un modo che assicurasse alle sue prese di posizione un’ampia risonanza interna ed internazionale, ma che, al tempo stesso, non fosse del tutto ufficiale. Una attività oratoria tanto intensa e spettacolare è infatti difficile da spiegare solo con ragioni di politica interna.

Tra tutti questi discorsi141 il piú importante sia politicamente sia soprattutto per capire la posizione di Mussolini fu il primo, quello di Trieste. Ricollegandosi idealmente a quanto scritto nella Lettera a Runciman («Se Londra fa sapere che sta ferma, nessuno si muove»), Mussolini, dopo aver ribadito la sua tesi che solo i plebisciti potevano offrire una soluzione pacifica della crisi cecoslovacca ed essersi augurato che comunque l’eventuale conflitto fosse «limitato e circoscritto», disse142:

Ma se questo non avvenisse e si determinasse pro o contro Praga uno schieramento di carattere universale, si sappia che il posto dell’Italia è già scelto.

Tutto il senso del discorso – come Blondel fece subito notare a Bonnet143 – stava in quell’universale: l’Italia sarebbe scesa in guerra a fianco della Germania solo se anche l’Inghilterra fosse scesa in guerra. E che questo fosse il senso del discorso non vi è dubbio alcuno. In treno, viaggiando verso Trieste, Mussolini era stato con Ciano esplicito144:

517

Ho preso le decisioni – gli aveva detto –. Se il conflitto si produrrà in Germania, Praga, Parigi e Mosca, io resterò neutrale. Se la Gran Bretagna interverrà, generalizzando la lotta e dandole un carattere ideologico, allora ci getteremo nella fornace. L’Italia e il fascismo non potrebbero essere neutrali.

E anche in queste parole, se si vuol comprendere fino in fondo tutto il significato della posizione di Mussolini, è necessario non lasciarsi sfuggire il decisivo valore di quel carattere ideologico. Per Mussolini se l’Inghilterra fosse scesa in guerra l’avrebbe fatto non per una scelta politica ma ideologica. Il «duce» era convinto che Chamberlain e la maggioranza conservatrice non volevano la guerra per la Cecoslovacchia. Se vi si fossero indotti, ciò avrebbe voluto dire che avevano deciso la guerra contro Hitler e il totalitarismo. Solo in questo caso il posto dell’Italia sarebbe stato a fianco della Germania, perché sarebbe stato evidente che – messe le cose sul terreno ideologico – tra Roma e Londra non ci sarebbe piú stata possibilità alcuna di accordo, il pendolo si sarebbe fermato e tutti i progetti politici di Mussolini, a cominciare da quello di un nuovo «patto a quattro» non avrebbero piú avuto possibilità alcuna di realizzazione. A questo punto, per l’Italia fascista non sarebbe rimasta che l’alea della prova suprema.

Sugli altri discorsi vi è poco da dire. In essi Mussolini in pratica non fece che commentare gli sviluppi della crisi nei suoi alti e bassi di quei giorni, continuando ad insistere sulla necessità di una soluzione «integrale», non limitata cioè solo ai Sudeti, ma che desse soddisfazione anche a Varsavia e a Budapest (è evidente il suo interesse a porsi in un certo senso super partes, a non lasciare che la Germania egemonizzasse totalmente la Polonia e l’Ungheria e a rafforzare in prospettiva i governi di questi due paesi), a manifestare il suo consenso per gli sforzi di Chamberlain per pilotare la navicella della sua iniziativa politica «verso il porto della pace» e a sottolineare che, comunque, «il popolo italiano, dopo quattro anni di severissime prove» era pronto «come non mai ad affrontare quelle successive»145. Due sole affermazioni particolari meritano di essere ricordate. Una nel discorso di Padova146

se in Italia ci fossero aliquote di quelli che io chiamo gli uomini che stanno perennemente dietro alla persiana, quelli che io chiamo moralmente i borghesi, dichiaro che saranno immediatamente messi fuori di combattimento,

518–519

perché rivela come Mussolini si rendesse conto dei timori e delle ostilità che la posizione da lui assunta suscitava nel paese. Un’altra in quello di Verona, l’ultimo, pronunciato il 26 settembre, quando ormai la situazione sembrava precipitare verso un epilogo tragico: dopo il fallito incontro di Godesberg, Praga aveva mobilitato, Parigi aveva richiamato oltre 750 000 riservisti, Londra era sul punto di dichiarare lo stato di emergenza e di mobilitare la flotta. In questi frangenti Mussolini disse147:

Lo sviluppo degli avvenimenti può svolgersi secondo queste linee: ci sono ancora alcuni giorni di tempo per trovare una soluzione pacifica. Se questa non si trova, è quasi sforzo sovrumano poter impedire un conflitto.

Se questo scoppia in un primo tempo può essere localizzato.

Io credo ancora che l’Europa non vorrà mettersi a ferro e fuoco, non vorrà bruciare se stessa per cuocere l’uovo imputridito di Praga.

L’Europa si trova di fronte a molti bisogni, ma certamente il meno urgente di tutti è quello di aumentare il numero degli ossari che sorgono cosí frequenti sulle frontiere degli Stati.

Vi è tuttavia da prevedere il terzo tempo: quello nel quale il carattere del conflitto sarà tale che ci impegnerà direttamente. E allora non avremo e non permetteremo nessuna esitazione.

Debbo ancora aggiungere che la successione di questi tre tempi può essere straordinariamente rapida.

Come si vede, Mussolini cercava ancora di non chiudere tutte le porte avanti a sé e ripeteva in pratica ancora una volta quello che aveva detto a Trieste: sino a quando il conflitto fosse stato «localizzato», sino a quando cioè l’Inghilterra non avesse deciso di parteciparvi, egli ne sarebbe rimasto fuori.

Nonostante le sue speranze e i suoi machiavellismi, la mattina del 28 settembre anche per Mussolini la situazione ormai si presentava irrimediabilmente compromessa. Alle ore quattordici sarebbe scaduto l’ultimatum di Hitler e nulla poteva piú ragionevolmente far ritenere che, di fronte all’aggressione tedesca, l’Inghilterra non si sarebbe mossa. Già il 26 Ciano, saputo che Hitler aveva respinto l’ultima proposta inglese, aveva annotato nel suo diario: «È la guerra. Dio protegga l’Italia e il Duce»148. E in questa previsione, già il 25 Mussolini gli aveva parlato dell’opportunità di un suo incontro con von Ribbentrop «per mettere in chiaro i termini dell’intervento italiano», incontro poi fissato, due giorni dopo, per il 29 a Monaco, con la partecipazione dei rispettivi capi militari149, ed egli stesso aveva cominciato a dare istruzioni al generale Valle perché studiasse il ritiro dell’aeronautica legionaria dalla Spagna, sia per poterne disporre in patria e in Libia, sia perché Franco aveva fatto sapere che in caso di un conflitto europeo si sarebbe dichiarato neutrale150.

519

Improvvisamente, quando l’ora fatale stava ormai approssimandosi, avvenne il colpo di scena che nessuno piú si attendeva. Ecco come Ciano ha narrato nel suo diario il drammatico susseguirsi degli avvenimenti di quel 28 settembre 1938151:

Ore 10. Mancano quattro ore allo scoppio delle ostilità, allorché Perth telefona che chiede udienza. Lo ricevo subito. Dice, ed è molto commosso, che Chamberlain fa appello al Duce per un intervento amichevole in queste ore che considera le ultime ore utili per salvare la pace e la civiltà. Ripete la garanzia che Inghilterra e Francia hanno già offerto per la retrocessione dei Sudeti. Chiedo a Perth se devo considerare la démarche come un invito ufficiale al Duce di assumere il ruolo di mediatore. Sí. Allora non c’è tempo da perdere: l’offerta merita di essere presa in considerazione. Dico a Perth di attendermi a Palazzo Chigi. Vado dal Duce. Concorda subito sull’impossibilità di opporre un fine de non recevoir alla domanda di Chamberlain. Telefona ad Attolico: «Andate dal Führer e ditegli, premesso ch’io in ogni evenienza sarò al suo fianco, che consiglio di dilazionare di 24 ore l’inizio delle ostilità. Nel frattempo mi riservo studiare quanto potrà essere fatto per risolvere il problema». Torno a Palazzo Chigi. Informo Perth che le ostilità dovranno avere inizio oggi e confermo che il nostro posto è con la Germania. Trema in volto e ha gli occhi arrossati. Quando aggiungo che però il Duce ha accolto la richiesta di Chamberlain ed ha proposto 24 ore di rinvio, scoppia in un riso pieno di singhiozzi e si precipita alla sua Ambasciata. Poco dopo chiede una nuova udienza. Reca un messaggio di Chamberlain al Duce e copia di quello diretto a Hitler: una concreta proposta di conferenza a 4 con l’impegno di arrivare alla soluzione radicale del problema sudetico entro sette giorni. Non si può rifiutare: se Hitler lo facesse si attirerebbe l’odio del mondo ed avrebbe tutta la responsabilità del conflitto. Palazzo Venezia: il Duce decide di appoggiare la domanda inglese, tanto piú che ormai il Führer, aderendo al desiderio di Mussolini, ha [diramato] un fonogramma di istruzioni. Parlo con Perth per informarlo, parlo con Attolico per dargli direttive. Naturalmente annullo l’incontro con Ribbentrop e Keitel, fissato ieri.

Da una telefonata, risulta che anche Blondel si prepara a fare «un passo». Niente affatto: non intendiamo che la Francia si intrometta. Tutta la questione cambierebbe aspetto ed i tedeschi drizzerebbero le orecchie a ragione. Telefono a Perth: «Mi risulta che la Francia si prepara a mettersi in mezzo. Vi avviso che qualsiasi passo di Blondel sarebbe assolutamente controproducente. Fate in modo che non abbia luogo. Il nostro lavoro sarebbe in pericolo». È d’accordo e s’impegna ad agire secondo la mia richiesta.

Ore 15. Attolico telefona che Hitler è in massima d’accordo, facendo alcune riserve di carattere secondario.

520–521

Pone però una condizione: la presenza di Mussolini, che considera la sola garanzia. Il Duce accetta. Si partirà alle 18 di questa sera per essere alle 10,30 a Monaco sede della Conferenza.

Torno dal Duce con l’Ambasciatore d’America latore di un molto tardivo messaggio di Roosevelt. Resto col Duce solo. Dice: «Come vedi, sono moderatamente felice, perché, sia pure a caro prezzo, potevamo liquidare per sempre Francia e Gran Bretagna. Ne abbiamo prove ormai schiaccianti».

Alle 18, partenza. Il voto unanime dell’Italia è con noi.

Della partenza per Monaco Bottai ci ha lasciato nel suo diario una descrizione che vale piú di qualsiasi lungo discorso152:

Ieri, alle cinque e mezza del pomeriggio, ci àn chiamati in fretta alla stazione. Partiva Mussolini, per l’incontro a Monaco con Hitler, Daladier, Chamberlain. Una spessa siepe di curiosi, tenuti a bada. Starace, tra ministri, gerarchi, giornalisti, sotto la pensilina, con aria da domatore. Mi accosto. Fa, con le mani, un gesto volgare di allusione alla «fortuna» di Mussolini. Forse, vuole intendere, la fortuna di aver minacciato la guerra senza l’intima convinzione di doverla o volerla fare, anzi in vero paventandola; e di essere, ora, chiamato a salvare la pace. Arriva Mussolini con Galeazzo. L’aria è grigia, spenta; neppure il nostro monotono e meccanico grido: «Du-ce! Du-ce!», cui si unisce la gente intorno, la solleva. Gli animi, forse, si sollevano un poco. Questi animi compressi nell’organizzazione. Mussolini è in borghese; Galeazzo in divisa di generale della Milizia. Un uomo e un vestito; un uomo assorto, scuro in volto, semplice, finalmente, nell’intima ansia dell’ora; un vestito, con dentro un ragazzone vano e astuto, che procede con un ondeggiare di mongolfiera. Alfieri e Starace sono di malumore, perché non possono, anche loro, arrampicarsi sul treno dietro il Capo. Per questa volta, il quartetto Ciano-Alfieri-Starace-Sebastiani non funziona. Mussolini fila diritto sul treno. La situazione sembra irritarlo. Montato sul suo vagone, si affaccia e si ritrae nervosamente dal finestrino, affrettando la partenza, con improvvisi segni di mano.

A questo punto, prima di passare a parlare della conferenza di Monaco, è necessario fare un passo indietro e vedere come si era arrivati all’appello di Chamberlain. Per lungo tempo si è ritenuto che la decisione del premier inglese di rivolgersi a Mussolini153 fosse nata come una sorta di ultimo disperato tentativo, in cui lo stesso Chamberlain avrebbe riposto scarsissima fiducia, per non lasciare nulla di intentato per scongiurare la guerra ormai imminente. Se su di essa giocarono delle influenze «esterne», queste sono state viste in mai ben precisate pressioni francesi (che ci furono, ma successive alle istruzioni a Perth perché prendesse contatto con Ciano), nei messaggi di Roosevelt del 26 settembre a Hitler, Beneš, Daladier e allo stesso Chamberlain e del 27 a Mussolini e soprattutto nella richiesta fatta ad Halifax da Perth il 27 di essere autorizzato a dire a Ciano che il governo inglese sperava che Mussolini avrebbe consentito ad usare la sua influenza per indurre Hitler ad accettare le ultime proposte di Chamberlain154. Nessuno per anni ha mai ritenuto che sulla decisione del premier britannico avessero influito iniziative italiane, di cui, del resto, non si aveva notizia alcuna. Né la cosa può destare meraviglia.

521–522

Anche se i rapporti tra Roma e Londra erano stati nella primavera-estate del ’38 formalmente corretti e da parte inglese ci si era sforzati di farli apparire migliori di quelli che erano, in realtà l’atteggiamento italiano di fronte alla Francia, nella questione spagnola e in quella cecoslovacca aveva via via ridotto la fiducia di Chamberlain nell’efficacia degli «accordi di Pasqua» e con essa la sua stima personale nel realismo politico di Mussolini. Ancora agli inizi di luglio il premier aveva difeso con Daladier la sua politica verso Roma scrivendogli155:

Comincerò la mia risposta ripetendo che io sono certo che Lei non ha mai dubitato del fatto che io considero la solidarietà italo-britannica come la chiave di volta della nostra politica estera e che io non permetterei mai a me stesso di essere allontanato da questa convinzione dal desiderio di stabilire amichevoli relazioni con altri paesi... Si ricorderà di quanto Le dissi a Londra, che nel fare un accordo con l’Italia la nostra intenzione andava molto al di là del semplice chiarimento dei vari fattori di sospetto e di irritazione che esistevano fra di noi. Noi abbiamo considerato l’accordo Anglo-Italiano come un valido passo avanti verso il nostro scopo finale e cioè un generale appeasement europeo. Da questa concezione ne deriva che, a meno che quell’accordo non sia seguito da una simile riduzione della tensione esistente fra l’Italia e la Francia, noi ci saremmo avvicinati di poco al nostro obiettivo. Abbiamo pertanto tutti i motivi e tutte le intenzioni di usare tutta la nostra influenza che possiamo esercitare per raggiungere quello scopo finale... Io non escludo la possibilità di una intenzione [italiana] di indebolire l’asse Parigi-Londra, ma vi sono [dell’atteggiamento italiano nella questione spagnola e verso la Francia] altre spiegazioni che mi sembrano piú probabili. La rivelazione di un tale disegno, sia ora che in seguito, distruggerebbe subito, entro limiti considerevoli, la cordialità dei rapporti anglo-italiani e ciò sarebbe largamente impopolare in Italia. Inoltre, il risultato sarebbe inevitabilmente quello di rendere l’Italia piú che mai dipendente dai favori della Germania e, per quanto buone possano essere le loro relazioni, non posso credere che una tale situazione sarebbe gradita al Governo italiano.

Nelle settimane successive il progressivo accentuarsi della campagna di stampa italiana contro la Francia e l’ambiguo atteggiamento di Roma di fronte al riaccendersi della crisi cecoslovacca avevano però gettato molta acqua su queste speranze e su questi propositi. Se a ciò si aggiunge che, come è stato giustamente notato156, «permaneva in seno al Foreign Office e al Gabinetto la corrente di opinione lasciata in retaggio da Eden, che continuava a giudicare la politica italiana come esclusivamente opportunista e intenta essenzialmente a trovarsi dal lato vincente nel prossimo conflitto», risulta chiaro perché – in mancanza di qualsiasi altro elemento – il passo di Chamberlain su Mussolini della mattina del 28 settembre sia stato da tutti considerato per anni, a seconda della valutazione che si dava della personalità e della politica di Chamberlain, un gesto o di disperazione o di grande responsabilità. Un gesto, comunque, in cui altri non avevano avuto sostanzialmente parte e certamente non l’Italia. Solo recentemente è stato possibile rettificare questa convinzione, far luce sui retroscena della vicenda e stabilire la parte che in essa vi ebbe l’Italia; non nelle persone di Mussolini e di Ciano, che in essa entrarono solo quando Perth telefonò al secondo la mattina del 28 settembre e che dei suoi retroscena rimasero sempre all’oscuro, ma in quella di Grandi, che ne fu, se non proprio il deus ex machina, l’ideatore157.

522–523

Durante la crisi cecoslovacca Grandi era stato lasciato da Roma senza direttive e praticamente all’oscuro di ciò che Mussolini e Ciano pensavano. In un paio di occasioni e in particolare in due rapporti, l’uno del 27 maggio e l’altro del 25 giugno, egli aveva cercato, illustrando le difficoltà nelle quali Chamberlain si trovava con l’opposizione e con una parte del suo stesso partito, di far capire a Ciano la gravità del deterioramento che si stava verificando nelle relazioni italo-britanniche158, ma senza risultato. Né miglior esito i suoi sforzi avevano avuto in agosto quando era stato in Italia per trascorrervi le ferie. Mussolini, che stava dando il via alla «campagna razziale» e lo sapeva contrario sia ad essa che ad ogni forma di ulteriore avvicinamento alla Germania, non l’aveva neppure voluto ricevere159. Tornato in sede e riaggravatasi la crisi cecoslovacca, Grandi aveva fatto presente a Ciano il mutamento di atteggiamento, psicologico ancor prima che politico, che si andava delineando in Inghilterra verso l’eventualità di un conflitto. Ma Roma, ancora una volta, non aveva dato segni di capire. Pochi giorni dopo, il 12 settembre, Ball gli aveva fatto pervenire la richiesta di Chamberlain di un intervento moderatore di Mussolini su Hitler. Anche a questo passo Roma non aveva però risposto. Tre giorni dopo Chamberlain si incontrava con Hitler a Berchtesgaden. Sino a quel momento Grandi non aveva preso nessuna iniziativa. Come il 30 settembre avrebbe scritto in un lungo «appunto» di quarantuno pagine destinato ad «aiutare nel futuro il mio ricordo di queste due settimane, le piú drammatiche dalla fine della Grande Guerra e anche, sia detto, per la mia missione di Ambasciatore a Londra»160,

523

fino a questo momento, in attesa di istruzioni da Roma, che non sono mai arrivate, io non mi sono mai creduto autorizzato né a recarmi al Foreign Office né, come avevo scritto in precedenza a Ciano, a cercare di incontrare Chamberlain o Halifax. Sapevo benissimo che Ciano nulla gradiva di piú che io non mi muovessi. La lettura dei giornali italiani di queste giornate mi forniva questa sensazione. I giornali italiani hanno continuato per una settimana a stampare a grossi caratteri che l’Ambasciatore brittannico a Roma stava immediatamente per rientrare dall’Inghilterra per avere contatto con Ciano. Lord Perth, viceversa, era in Scozia. Qualche contatto senza importanza fra l’Incaricato d’Affari brittannico a Roma e Ciano era stato riportato, per istruzioni superiori, a grandi caratteri nei giornali di Roma, allo scopo di far credere al pubblico italiano che anche l’Italia era «dentro» a questi negoziati, il che non era assolutamente vero. D’altra parte era evidente che Roma non desiderava che l’Ambasciata d’Italia a Londra apparisse e nulla facesse che potesse dare l’impressione che i contatti fra il Governo Italiano e quello Inglese avvenivano per il tramite dell’Ambasciata d’Italia a Londra.

Ora, di fronte al fatto nuovo dell’incontro di Berchtesgaden, Grandi ancora una volta aveva deciso di agire di sua iniziativa. Il 15 settembre aveva inviato Dingli da Ball affinché facesse sapere a Chamberlain che egli riteneva «opportuno se non necessario» che Mussolini non fosse lasciato fuori dalle trattative.

Ho insistito – avrebbe scritto nel suo «appunto» del 30 settembre – sulla utilità per la Gran Bretagna che il Governo fascista fosse tenuto al corrente degli avvenimenti direttamente dal Governo Brittannico e non lasciare che Roma fosse informata soltanto dal Governo tedesco. Mi sono vivamente rammaricato del fatto che Chamberlain si era consultato con Daladier ed aveva informato Roosevelt del suo progetto di recarsi in Germania da Hitler, mentre nulla era stato fatto dal Governo brittannico per informare Mussolini e il Governo fascista. Ho insistito inoltre sulla necessità e sui grandi vantaggi che per una soluzione pacifica della questione sudeta sarebbe stata un’attiva partecipazione italiana, sull’influenza decisiva che il Duce avrebbe potuto avere per determinare questa pacifica soluzione. Ma per fare questo bisognava non perdere tempo; bisognava che Chamberlain non lasciasse fuori il Duce e lo tenesse informato direttamente e minutamente di quello che faceva e di quelli che potevano essere i suoi progetti. Ho detto da ultimo che la mancata comunicazione da parte inglese al Duce del viaggio di Chamberlain a Berchtesgaden non poteva non determinare in Italia delle reazioni sgradevoli e confermare l’opinione che l’Inghilterra desiderava lasciar fuori l’Italia da tutta questa faccenda.

524–527

Contemporaneamente aveva cercato di spiegare a Roma l’assenza di una preventiva informazione relativa al viaggio del premier e il fatto che di esso erano stati invece messi al corrente francesi e statunitensi con l’argomento che Chamberlain, già accusato di tradimento dall’opposizione, aveva dovuto farlo per non dare nuova esca a queste accuse.

Sulle prime il tentativo di Grandi di riavviare un discorso tra Londra e Roma era sembrato non dare risultati. La Lettera a Runciman, nella quale Mussolini aveva proposto di imporre a Praga piú di quanto avesse chiesto sino allora Hitler, e il discorso di Trieste, con la sua affermazione che in caso di guerra generalizzata l’Italia sarebbe stata a fianco della Germania, avevano avuto, come è facile immaginare, un effetto completamente negativo su Londra. Il 19 Halifax, parlando con Grandi, non glielo aveva nascosto:

facendo un accenno al discorso di Trieste, Halifax mi ha fatto capire che il Governo inglese considerava ormai l’Italia al cento per cento dall’altra parte e che quindi l’Inghilterra riteneva inutile considerare Mussolini come un possibile apporto nell’opera di mediazione.

Ciò nonostante Grandi aveva insistito sull’opportunità per il governo inglese di rivolgere un appello a Mussolini:

Ho detto a Halifax che era mio avviso personale che il Duce non solo non voleva la guerra, ma avrebbe fatto di tutto per evitarla. Ho illustrato la situazione particolarmente delicata delle nostre relazioni colla Germania e l’impossibilità per il Duce di prendere alcuna iniziativa se Chamberlain o il Governo brittannico non avessero officiato direttamente e apertamente il Duce in questo senso.

Il ministro degli Esteri inglese non aveva, ancora una volta, nascosto la sua incredulità, ma una sua domanda (se l’accordo fra le quattro grandi potenze e l’azione equilibratrice di Roma su Berlino e di Londra su Parigi erano ancora, a suo avviso, il fondamento della politica italiana) aveva dato a Grandi qualche speranza e l’aveva indotto, per un verso, a continuare a tenere Ball sotto pressione perché convincesse Chamberlain a rivolgersi a Mussolini e, per un altro verso, a rassicurare Roma circa l’atteggiamento di Londra verso l’Italia. Per vari giorni nulla era però accaduto. Cosí, dopo l’incontro di Godesberg, Grandi aveva fatto un nuovo tentativo, questa volta attraverso l’ex ambasciatore a Roma Graham. Ecco come Grandi ha riferito nel suo «appunto» del 30 settembre l’episodio e i suoi sviluppi visti da Londra:

Telefono a Graham di venire a colazione lunedí mattina 26 settembre. Ho con lui un lungo colloquio. Anche lui è d’accordo con me. Mussolini è il solo che abbia in mano la chiave della situazione, ossia della pace. Forse è tardi, ma non si devono ancora lasciar cadere tutte le speranze. Io prego Graham di andare da Halifax e, nella sua responsabilità e autorità di ex Ambasciatore britannico a Roma, di cercare di persuadere Halifax di agire e di agire subito a Roma. Occorre però qualche cosa di diretto fra Chamberlain e Mussolini che ponga l’appello a lui sullo stesso piano dell’appello a Roosevelt e dei numerosi appelli di Chamberlain a Hitler. Altrimenti è inutile. Una comunicazione indiretta fatta per il tramite di Ambasciatori non basta piú. Forse peggiorerebbe anziché giovare. Prego Graham di fare tutto il possibile.

Graham (Graham mi comunicherà questo mercoledí mattina e me lo comunicherà colle lacrime agli occhi mercoledí nelle prime ore del pomeriggio) si reca al Foreign Office, martedí, 27 settembre. Non riuscendo ad essere ricevuto da Halifax, mette per iscritto quello che egli pensa sulla situazione e sulla necessità di fare appello al Duce subito e direttamente da parte di Chamberlain. L’appunto di Graham passa a Halifax, il quale, dopo averlo letto, lo manda a Chamberlain. Cadogan informa Graham che tanto Chamberlain quanto Halifax avevano avuto la sua comunicazione.

È convocato il Parlamento. La mobilitazione inglese, francese e cecoslovacca continua. Non un soldato viene richiamato ancora in Italia, ma si aspetta la mobilitazione italiana di minuto in minuto. Le discordie tra i partiti in Inghilterra improvvisamente spariscono. Di fronte all’imminenza e alla fatalità del conflitto tutti si raggruppano intorno a Chamberlain. Si parla di un Ministero della Concentrazione Nazionale, un Gabinetto di guerra con laburisti, Churchill e Eden, presieduto da Chamberlain. Le previsioni circa la seduta del Parlamento, fissata per mercoledí, 28 settembre, sono diverse da quelle che si facevano. Non piú una seduta tempestosa, bensí una specie di appello alla nazione alla guerra, dopo quelle che saranno state le dichiarazioni di Chamberlain.

I miei telegrammi a Roma di queste ore riproducono questa situazione. Discorso di Hitler che lascia immutata la situazione. Dichiarazioni di Chamberlain che chiaramente fanno capire il fallimento definitivo dei negoziati. Londra è praticamente in uno stato di guerra. Bisogna dire che l’Inghilterra è stata all’altezza della sua tradizione storica di potenza guerriera in queste giornate. Alzandomi, mercoledí mattina, 28 settembre, ho avuto la sensazione esatta che soltanto un miracolo poteva arrestare lo scoppio della guerra. La giornata di mercoledí si è aperta come la giornata tragica del nuovo conflitto europeo. La guerra era nell’aria, negli spiriti, nella fatalità delle cose. Questo l’ho telefonato a Roma. Mentre telefonavo a Roma che soltanto un miracolo poteva ormai arrestare la catastrofe, il miracolo si è verificato. Nelle prime ore della mattina Chamberlain ha finalmente telegrafato al Duce. Perth ha consegnato il telegramma alle ore 10 a. m. Il seguito è conosciuto. Ma io ho ignorato il tutto e dovevo apprenderlo soltanto alla Camera dei Comuni. Quando mi sono recato alla Camera dei Comuni il mio cuore era grosso. Ero ormai sicuro dentro di me che quella seduta era la seduta della guerra. Con me erano sicuri tutti, e anche, credo, Chamberlain, il quale, per un’ora e mezza, ha pronunciato un discorso che non era se non la premessa dell’appello alla nazione per la guerra. Tutti sanno ormai lo svolgimento di questa seduta indimenticabile. Il colpo di scena al momento esatto in cui Chamberlain, finita la parte espositiva del suo discorso a giustificazione del suo operato e a condanna preventiva della Germania, è stato interrotto dalla comunicazione da Roma e da Berlino, la quale ha capovolto interamente la situazione nel modo che tutti conoscono.

Io non credo che mai piú al mondo io assisterò ad un momento tanto drammatico. Mussolini ha trionfato. È lui che milioni e milioni di madri devono oggi benedire. Tutti sono stati all’altezza di quel momento indimenticabile. Anche gli stessi laburisti, i quali non hanno resistito all’acclamazione entusiastica all’indirizzo del Duce. Persino Churchill, astioso e cattivo, il quale si preparava oggi al discorso forse il piú importante di tutta la sua carriera politica, ha compreso che egli doveva recarsi da Chamberlain e stringergli la mano. Soltanto uno non ha potuto farlo: Eden. Per tutta la seduta e durante il discorso di Chamberlain io l’ho guardato attentamente. Aveva un sorriso della persona soddisfatta che preparava la grande rientrata politica e la vendetta contro Chamberlain. Eden stringeva un fascio di carte che era il suo discorso il quale avrebbe dovuto cominciare subito dopo le dichiarazioni di Chamberlain. Se la risposta di Roma e di Berlino non fosse arrivata a tempo, ieri sarebbe stata la grande giornata del trionfo di Eden. Il gioco era troppo facile per lui. Egli avrebbe troppo facilmente dimostrato che egli aveva avuto ragione e che la politica di Chamberlain era stata un fallimento completo ed egli aveva il diritto di domandare al Parlamento brittannico di essere l’uomo della guerra di domani, il Pitt contro i due Napoleoni: Mussolini e Hitler. Ciò era nella fatalità delle cose. Tutti lo sentivano. Non era da escludere che la sera stessa fosse stato il Primo Ministro d’Inghilterra. Il colpo di scena ha ricollocato Eden, forse per sempre, nell’oscurità della sconfitta. Egli lo ha sentito e non ha avuto la forza di assumere la maschera che il vecchio Churchill è riuscito a simulare. Eden è uscito mogio mogio dall’Aula senza guardare nessuno, e nessuno l’ha guardato...

La mattina del 29, giovedí, mi reco a Heston a salutare Chamberlain che parte per Monaco. Quando arrivo all’aerodromo di Heston trovo che già molti Ministri sono arrivati. Cerco di tenermi in disparte. Halifax mi scopre, mi viene incontro, mi stringe affettuosamente la mano e mi porta in mezzo ai suoi colleghi del Parlamento e dice ad alta voce queste parole: «Here is the wise man who was right». Grande affabilità e cordialità da parte di tutti. Poco dopo arriva Chamberlain. Io mi faccio da parte, e di nuovo Halifax mi viene incontro per portarmi alla volta di Chamberlain. Chamberlain mi scorge a un dieci passi di distanza e mi viene incontro stringendomi fortemente la mano e mi dice: «Grazie, grazie. Tra poche ore vedrò il vostro Capo e sono certo che qualche cosa di buono risulterà dal nostro incontro». Gli rispondo: «Ne sono certo», come risulterà. Chamberlain mi stringe ancora la mano dicendo «Grazie di tutto». Dopo di che sale sull’apparecchio. Egli è felice. Egli sa che ormai la sua missione non può fallire.

Io torno a Londra e penso che se Chamberlain non si fosse deciso a fare quello che modestamente io mi ero permesso di fargli presente da 10 giorni a questa parte e fare appello direttamente al Duce, come diversa sarebbe stata la giornata di oggi.

Tornato a Londra Ball mi telefona che desidera vedermi. Lo ricevo alla presenza di Dingli e di Crolla. Ball mi butta le braccia al collo cogli occhi pieni di lagrime. Egli mi dice: «Sono incaricato dal Primo Ministro di esprimervi la sua gratitudine. Egli mi incarica di dirvi che voi avete avuto ragione e che egli è felice di avere seguito il vostro consiglio di rivolgersi direttamente a Mussolini. Noi dobbiamo a Mussolini la pace del mondo...» Alle 3 p. m. Halifax mi manda a chiamare. Egli ha una faccia molto diversa da quella del nostro colloquio precedente di una settimana fa. Halifax è sorridente e mostra ogni sforzo per farmi dimenticare il silenzio di tutti questi giorni nei miei riguardi. Egli è un signore all’antica maniera e le prime parole che egli mi dice sono queste: «Voi avevate ragione. Il vostro consiglio era giusto. Sia lodata la Provvidenza che abbiamo seguito all’ultimissimo momento questo vostro consiglio».

Ho risposto semplicemente a Halifax: «Vi ringrazio di ricordare tutto ciò». Halifax ha replicato: «Non lo dimentico e non lo dimenticherò mai».

Dopo di che Halifax mi ha domandato le mie previsioni sul Convegno di Monaco e si è stupito nel sentire da me che io non avevo alcun dubbio sulla rapida riuscita del Convegno stesso. Non vi è dubbio ho insistito.

Halifax mi ha detto che egli era tuttavia perplesso perché le difficoltà erano grandissime.

Ho replicato a Halifax che le difficoltà non erano grandissime. La difficoltà grandissima era già superata, quella di mettere insieme i 4 responsabili delle 4 Grandi Nazioni d’Europa. I quattro non avrebbero potuto ormai piú separarsi senza un accordo. Dal momento che essi avevano accettato di discutere insieme tutti e quattro, nella stessa misura erano obbligati di fronte a se stessi a riuscire. La pace è ormai assicurata.

Halifax mi ha ascoltato e ha detto che prevedeva nelle mie parole un buon augurio e mi ha ancora ringraziato stringendomi con effusione la mano161.

527–528

Come Grandi aveva previsto, a quel punto, la Conferenza di Monaco (29-30 settembre) non poteva fallire il suo obiettivo. Almeno momentaneamente. Le ripercussioni interne in Germania sarebbero state troppo negative: anche i tedeschi, come i francesi, gli inglesi e gli italiani volevano la pace. Le manifestazioni di simpatia che gli abitanti di Monaco tributarono del tutto spontaneamente a Daladier e a Chamberlain e che suscitarono tanta ira in Hitler162 lo dimostrano. Hitler e soprattutto Ribbentrop, è vero, avrebbero voluto stravincere e aumentare ancora il prezzo da far pagare alla Cecoslovacchia (la grande assente a Monaco ove si decideva il suo destino) e, dunque, alla Francia e all’Inghilterra. E ciò avrebbe potuto far naufragare la conferenza. Ma sia nello stesso gruppo dirigente nazista, sia alla Wilhemstrasse non mancavano coloro che volevano impedirlo. Conosciute le intenzioni di von Ribbentrop, von Weizsäcker si era affrettato a farle conoscere ad Attolico, in procinto di partire da Berlino per Monaco, e a fargli avere le condizioni formulate in precedenza e che ora Hitler e von Ribbentrop si accingevano a considerare superate dagli avvenimenti163.

Della conferenza (Mussolini e Ciano si recarono a Monaco in treno, a Kufstein li aspettava Hitler col quale proseguirono il viaggio) abbiamo vari resoconti. I piú utili per noi sono per altro quelli di coloro che intervennero in tutto o in parte ai suoi lavori: Ciano, l’ambasciatore francese a Berlino François-Poncet, l’interprete di Hitler Paul Schmidt. All’ambasciatore francese dobbiamo, tra l’altro, una descrizione dal vivo di alcuni dei protagonisti al momento del loro primo incontro alla Führerhaus, la sede della conferenza164:

528–529

I membri della Conferenza prendono contatto gli uni con gli altri, in un salone dove è stato preparato un «buffet». Si scambiano strette di mano cortesi, ma fredde e si osservano reciprocamente: Mussolini, tozzo, stretto nella sua uniforme, la maschera cesariana, con aria di protezione, molto a suo agio, e come a casa sua, fiancheggiato da Ciano, grosso giovanotto vigoroso, sempre attorno al suo padrone, ufficiale d’ordinanza piuttosto che ministro degli Affari Esteri; Chamberlain, un poco grigio, curvo, le sopracciglia folte, i denti sporgenti, il viso bollicinoso, le mani arrossate dai reumatismi, un tipo di vecchio uomo di legge britannico, circondato da Wilson e da Strang, come lui vestiti di nero, riservati e privi di rilievo; Hitler amabile, nonostante la sua voce burbera e contadina, ma turbato, agitato, assai pallido e del resto impossibilitato a parlare con i suoi invitati dato che ignora l’inglese, il francese, l’italiano e i suoi ospiti non capiscono il tedesco salvo Mussolini, che il Führer non abbandona un istante.

La prima parte della seduta, dalle 12,45 alle 15 trascorse in questioni preliminari. Daladier fu il piú esplicito: si trattava di sottoporre la Cecoslovacchia ad una amputazione che doveva rafforzare la sua salute o era un modo per indebolirla e portarla a morte? Mussolini dichiarò che le intenzioni di Hitler erano state fraintese. Si trattava di consolidare e di rispettare l’esistenza della Cecoslovacchia. Il momento decisivo si ebbe nel tardo pomeriggio. La discussione procedeva faticosamente. Mussolini stava quasi sempre sprofondato nella sua poltrona.

I suoi lineamenti – è ancora François-Poncet a ricordarlo165 – di una mobilità straordinaria, non rimangono un istante in riposo; la bocca si apre in un largo sorriso e si contrae in una smorfia; le sopracciglia si alzano per lo stupore e si aggrottano per la minaccia; gli occhi hanno una espressione divertita e incuriosita, e, improvvisamente, lanciano lampi.

In piedi, accanto a lui, Hitler lo cova con lo sguardo; ne subisce l’attrazione, è come affascinato, ipnotizzato; quando il «Duce» ride, egli ride; se il «Duce» si acciglia, egli si acciglia; è un vero spettacolo di mimetismo che doveva lasciarmi una impressione duratura e farmi credere, d’altronde a torto, che Mussolini esercitasse sul Führer un ascendente ben stabilito. Effettivamente quel giorno lo esercitava. In altri momenti era Mussolini, nella sua incerta condotta, a subire l’influenza del suo emulo, divenuto suo complice.

L’«iniziativa» risolutiva della conferenza fu di Mussolini: nella generale incertezza e temendo che Hitler e von Ribbentrop guastassero tutto con un loro intempestivo ed intransigente intervento, ad un certo punto tirò fuori dalla tasca le primitive condizioni tedesche che von Weizsäcker aveva fatto avere ad Attolico e le presentò «come parte integrante di un originale progetto italiano»166, che non esisteva, ma che nei giorni successivi Roma avrebbe cercato di accreditare, cosí come la tesi che, anche senza il passo inglese, Mussolini sarebbe intervenuto presso Hitler167.

529–530

Risolta la questione piú grossa, il «duce» sembrò in qualche momento quasi estraniarsi dal prosieguo della trattativa. Ciano, ancora in adorazione davanti a lui, cosí ce lo descrive168:

Il Duce, un po’ annoiato dall’atmosfera vagamente parlamentaristica, che sempre si crea nelle conferenze, s’aggira per la stanza, con le mani in tasca e un po’ distratto. Di tanto in tanto, aiuta nella ricerca di una formula. Nel suo grande spirito, sempre all’avanguardia degli eventi e degli uomini, l’accordo è ormai scontato e, mentre gli altri ancora si affannano in problemi piú o meno formali, a lui quasi non interessa piú. È già oltre e medita altre cose.

Ormai sicuro di come le cose sarebbero andate a finire, Mussolini parlò abbastanza a lungo e molto cordialmente con Chamberlain dei rapporti anglo-italiani e della Spagna (fu anche ventilato un colloquio formale tra i due il giorno dopo, ma Mussolini preferí non farne niente perché esso avrebbe potuto «urtare la sensibilità tedesca»169) e, soprattutto, si concentrò sul problema delle rivendicazioni polacche e ungheresi che gli altri, a questo punto, avrebbero preferito lasciar cadere o, almeno, rinviare ad altra occasione, ma che egli, dopo le sue prese di posizione degli ultimi quindici giorni, non poteva ovviamente non continuare a sostenere.

Gli altri, tutti gli altri, – annoterà Ciano170, – avrebbero volentieri fatto a meno di parlarne. Cercano in realtà di sfuggire alla discussione. Ma, come sempre avviene, quando c’è una forte volontà, questa predomina e gli altri le si coagulano intorno. Il problema viene discusso e risolto attraverso una formula che non esito a definire molto brillante.

Verso le nove di sera la seduta fu sospesa. Hitler invitò tutti a cena. Solo gli italiani però accettarono, francesi e inglesi si scusarono dicendo che dovevano mettersi in contatto con i loro governi.

Ci trovammo dunque seduti a cena con Hitler e Mussolini, – ha ricordato P. Schmidt171 – e in una compagnia esclusivamente italo-tedesca, alla tavola dei banchetti troppo lunga per quell’occasione. Fu allora che Mussolini parlò delle conseguenze catastrofiche che si sarebbero verificate per l’Italia durante la guerra etiopica, se la Società delle Nazioni avesse esteso le sanzioni al petrolio, anche per soli otto giorni.

Ripresi i lavori, alle una del mattino del 30 settembre il testo dell’accordo fu pronto. Mezz’ora dopo avvenne la firma.

530–531

Mussolini e Ciano ripartirono subito per Roma. Entrato in Italia, il treno del «duce» fu fatto oggetto lungo il percorso di spontanee crescenti manifestazioni di entusiasmo che – come stava accadendo ad Hitler per quelle che Monaco aveva tributato a Chamberlain e Daladier – resero Mussolini sempre piú irritato, via via che capí il vero significato di tanto entusiasmo. Ecco come Anfuso ha ricordato quest’aspetto del viaggio172:

Varcato il Brennero... trovammo che se i bavaresi piangevano di gioia, gli italiani si prosternavano non davanti al Duce fondatore dell’Impero ma all’angelo della pace... Giunti a Verona, dove pochi giorni prima Mussolini aveva detto di essere armato sino ai denti, riscuotendo acclamazioni frenetiche, notammo che il fatto di aver deposto le armi a Monaco di Baviera gli valeva, da parte della stessa folla, trasporti estatici ai quali, come tribuno, non poteva aspirare, essendo gli omaggi mistici privilegio dei taumaturghi. Fra Verona e Bologna, scorsi contadini letteralmente in ginocchio al passaggio del suo treno... A Bologna, roccaforte di un fascismo tumultuosamente bellicoso, Mussolini si accorse di essere divenuto santo e ne arguí che gli effetti di Monaco avevano superato le sue previsioni: gli italiani preferivano chiaramente i rami di olivo a quelli d’alloro e la colomba all’aquila.

A Roma una folla plaudente attendeva il «duce»173. Affacciatosi al balcone di palazzo Venezia, Mussolini pronunciò pochissime parole: «Camerati! Voi avete vissuto ore memorabili. A Monaco noi abbiamo operato per la pace secondo giustizia. Non è questo l’ideale del popolo italiano?»174; ma dovette tornare al balcone molte volte, richiamato dalla folla.

Raramente l’entusiasmo popolare era stato attorno a lui cosí spontaneo e convinto, forse solo il giorno della conquista di Addis Abeba. Per Mussolini era un trionfo, ma non quello che avrebbe voluto: dov’era l’anima guerriera ed eroica degli italiani? Quell’entusiasmo aveva un’altra origine e un altro significato, che al «duce» non potevano piacere. Era naturale e comprensibile che gli italiani fossero contenti e orgogliosi perché si era evitata la guerra e l’Italia, «grazie a Mussolini», era stata l’arbitro a cui, obtorto collo, le democrazie si erano dovute alla fine rivolgere e che Hitler aveva ascoltato. Ma il loro entusiasmo andava oltre questi limiti, rivelava una gioia per lo scampato pericolo, un attaccamento alla pace cosí smodati da denotare mancanza di «dignità», di «spirito di sacrificio», «gretto egoismo borghese», «pacifismo», paura non diversi da quelli delle «esangui» e «putride» democrazie. In lui gli italiani non applaudivano, insomma, l’«artefice geniale di Monaco», ma il «salvatore della pace» e questo dimostrava che l’«uomo nuovo fascista» era lungi dall’esser stato formato. Il suo «senso delle masse», dopo quello che aveva visto dal treno, non poteva ingannarsi. E poi c’erano le relazioni della polizia – quelle delle settimane precedenti e quelle che gli pervennero nelle successive – tutte concordi (cosí come i rapporti che i diplomatici stranieri trasmettevano ai loro governi175) nel descrivere lo stato d’animo degli italiani, prima di Monaco sotto l’incubo della guerra, di una guerra che non volevano e non capivano perché l’Italia dovesse fare, dopo Monaco di esultanza per lo scampato pericolo e di osanna al «duce» che aveva «salvato la pace». E, oltre alle relazioni della polizia, c’erano le moltissime lettere che uomini e soprattutto donne di ogni condizione (ma, in genere, modeste) gli avevano scritto e continuavano a scrivergli, lettere spontanee e che, tanto nella loro semplicità, quanto, talora, nella loro ingenua ricerca di soluzioni della crisi e nella loro fiducia nel «duce», non lasciavano dubbi e che costituiscono per noi una documentazione preziosa per capire e valutare sia cosa la crisi cecoslovacca e Monaco significarono per larghissimi settori del popolo italiano, sia come incisero sul «consenso», sia, infine, alcuni aspetti del «consenso» stesso, in particolare il suo fondo mussoliniano176.

532–534

E questo per non dire delle attestazioni di plauso e di consenso, per lui ben diverse, che gli venivano dal mondo politico, economico, intellettuale, anche da persone che sino al giorno prima avevano guardato con spavento e criticato il suo atteggiamento nella questione cecoslovacca e, non di rado, anche molti altri aspetti della sua politica e che ora sembravano – e talvolta sinceramente – dimenticare tutto (o forse sperare che la lezione servisse a fargli cambiar politica) di fronte al «successo» (o allo scampato pericolo) di Monaco. Un caso tipico è quello del principe di Piemonte che il 30 settembre si affrettò ad inviare al sottosegretario alla Presidenza Medici del Vascello il seguente biglietto177:

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Caro Medici! Vi sarò molto grato se vorrete dire Voi – per me – al Duce tutta la parte che ha preso agli avvenimenti di questi giorni.

Avrei voluto telegrafare o scrivere direttamente – ma ho pensato – che piú presto e meglio tramite Vostro – i miei sentimenti sarebbero giunti a Lui.

Ditegli – Vi prego – tutta la mia esultanza per questo nuovo cosí grande successo personale!

Ditegli come il mio animo di italiano ancora ha vibrato di gratitudine – di fierezza – di profonda completa ammirazione..

Arrivati a questo punto, prima di passare al «dopo Monaco», a ciò che per la politica interna ed estera italiana esso significò e anche a ciò che avrebbe potuto significare, è necessario fermarsi un momento su un problema che sino ad ora abbiamo solo sfiorato. Tutti coloro che vissero la crisi cecoslovacca vicino a Mussolini e anche quasi tutti gli osservatori stranieri in Italia, non ultimo il pontefice178, erano convinti che nel settembre ’38 Mussolini tutto voleva tranne un conflitto e soprattutto che l’Italia fosse costretta a parteciparvi. Alcune sue battute, come quella riferita da Ciano a chiusura delle sue annotazioni relative agli avvenimenti del 28 settembre non devono ingannare. Mussolini era consapevole della impreparazione militare italiana, si rendeva conto che il conflitto sarebbe stato lungo (il che avrebbe aggravato l’inferiorità militare dell’Italia) e, molto probabilmente, che, qualunque ne fosse stato l’esito (e in quel momento la sua considerazione per la preparazione e le capacità militari tedesche non era ancora particolarmente grande), esso avrebbe impoverito tutti i belligeranti e portato acqua al mulino del comunismo internazionale179. Oltre a ciò, egli era cosí consapevole che l’Asse era «ancora» impopolare che pare dicesse che per farlo accettare agli italiani gli ci sarebbero voluti dodici anni180 e che la politica autarchica, premessa di una «effettiva» autosufficienza economica e quindi di un vero riarmo, era anch’essa ancora cosí in alto mare da escludere la possibilità di far fronte alle esigenze di una guerra moderna, per di piú quasi certamente lunga. Se ciò era vero – e anche noi ne siamo convinti – l’interrogativo d’obbligo è: perché Mussolini si impegnò al punto che se una guerra generale fosse scoppiata non avrebbe potuto non parteciparvi e, senza il colpo di scena dell’appello di Chamberlain, vi avrebbe partecipato? Limitarsi a rispondere con quanto abbiamo già detto parlando del discorso di Trieste non è sufficiente. Rispondere ricorrendo ad argomenti quali l’indebolimento delle sue capacità politiche, il puro azzardo, il senso del dovere verso Hitler, l’impossibilità morale e politica, dopo quanto aveva detto, di smentirsi o, peggio, l’influenza dell’ottimismo e della leggerezza di Ciano è impossibile. Meno di un anno dopo, in una situazione per lui piú difficile – l’Asse concretizzatosi in vera e propria alleanza –, questi stessi argomenti non avrebbero avuto la forza di spingerlo a partecipare al conflitto innescato dalla questione di Danzica e di impedirgli sin dall’inizio di tenere un atteggiamento assai piú cauto. E, quanto a Ciano, se è vero che, da sostenitore dell’alleanza con la Germania, egli si era nel frattempo trasformato in suo critico ed avversario, è però anche vero che non era certo lui che poteva indurre Mussolini a non fare quello che «sentiva» di dover fare. La risposta all’interrogativo che ci siamo posti va dunque cercata altrove. E, a nostro avviso, la si può trovare solo facendo ricorso all’«ideologia» mussoliniana e alla sua forza di condizionamento, talmente operante in questo periodo da aver la meglio sul suo senso politico e sulla sua capacità di «non superare la propria apertura di compasso». Ci riferiamo cioè alla sua convinzione che la Francia e l’Inghilterra non avrebbero fatto la guerra perché demograficamente «vecchie» e quindi prive del dinamismo morale necessario per rischiare e sacrificarsi e perché i loro «esangui» ed «egoistici» regimi democratici (e soprattutto quello inglese in cui non erano neppure presenti quelle energie sovvertitrici e ideologiche che operavano invece in quello francese e ne condizionavano il governo) erano anch’essi partecipi della stessa mancanza di dinamismo. Convinzione dalla quale derivava la certezza che, appoggiando Hitler e, anzi, andando per certi aspetti anche piú avanti di lui, egli avrebbe potuto cogliere senza rischio alcuno tutta una serie di risultati positivi: dare un colpo, umiliare la Francia e l’Inghilterra, mettere in crisi i loro rapporti e in particolare quelli della Francia con l’Urss, dare una prova lampante della vitalità dell’Asse, acquistarsi simpatie e consensi in Polonia e in Ungheria utili a contrastare la crescente presenza politica ed economica tedesca in questi due paesi. E di tale convinzione vi è una eco nella chiusa del suo discorso del 25 ottobre ’38 al Consiglio nazionale del PNF, laddove, concludendo la sua perorazione a sostegno dei compiti che il partito doveva assolvere per formare fascisticamente gli italiani, disse181:

536–537

Io ero matematicamente sicuro che i francesi e gli inglesi non si sarebbero mossi contro di noi. Da dove deriva questa sicurezza? Dalla tabella delle categorie delle popolazioni inglesi e francesi divise per età. Risultava da quelle tabelle di origine francese che in Francia ci sono dodici milioni di uomini che hanno piú di cinquantacinque anni finiti. Ci potranno essere delle eccezioni, ma la grande massa, giunta al traguardo dei cinquantacinque anni, è una massa stanca, disillusa, che ha avuto le inevitabili malattie che accompagnano la vita dei mortali, che desidera soltanto bere dell’acquavite, fumare dell’ottimo tabacco, stare tranquilla.

Il dinamismo è finito. Non può piú esistere; è finito, perché il dinamismo è dei giovani. Sono i giovani che rischiano, gli altri, se hanno arrischiato, chiudono il capitolo; se non hanno arrischiato, non desiderano piú farlo. Ecco perché noi siamo sicuri del nostro futuro, ecco perché tendiamo tutte le nostre energie del popolo italiano verso l’obiettivo della potenza. Perché l’Europa del domani sarà un complesso di tre o quattro masse democratiche, attorno alle quali saranno dei piccoli satelliti. Noi saremo una di quelle grandi masse.

Visto in questa prospettiva «ideologica», non solo il comportamento di Mussolini nella vicenda cecoslovacca acquista una sua logica che altrimenti non avrebbe, ma fa intravvedere quanto la lezione del settembre ’38 influí sul suo comportamento dell’agosto successivo, quando, abbandonate (checché avesse detto al Consiglio nazionale del PNF per giustificare il suo comportamento, esaltare la sua lungimiranza e fermezza e offrire una «prova inoppugnabile» della necessità di realizzare le sue direttive politiche) le sue sicurezze «ideologiche», il «duce» affrontò la crisi che portò allo scoppio della seconda guerra mondiale con tutt’altro spirito e realismo politico.

E veniamo al «dopo Monaco». In politica interna, si potrebbe essere tentati di dire che Monaco non ebbe conseguenze o, se ne ebbe, l’unica sembrerebbe essere stata quella di provocare, sia pure con i limiti ben precisi che abbiamo detto, l’ultimo balzo in alto del termometro del «consenso», se non per la politica, per il prestigio personale di Mussolini. Tutte le varie iniziative che abbiamo visto caratterizzare il regime negli ultimi due anni di pace per l’Italia erano state infatti avviate o messe allo studio prima di Monaco. Limitarsi a questa constatazione sarebbe però sbagliato sia in generale, sia soprattutto per quel che riguarda Mussolini. Contrariamente all’apparenza, Monaco ebbe infatti conseguenze estremamente importanti per la realtà del regime. Non determinò nuove iniziative, ma indusse Mussolini e dietro di lui i varii organismi preposti alla politica di massa del regime, il PNF e i ministeri della Cultura popolare e dell’Educazione nazionale, ad accelerare la realizzazione di tali iniziative e mettere in esse una carica radicale nuova.

537

Dopo la delusione provocata in lui dall’atteggiamento del popolo italiano di fronte alla prospettiva di un conflitto europeo e dalla reazione del paese all’accordo di Monaco, per Mussolini era infatti necessario ancor piú di prima bruciare i tempi della totalitarizzazione del regime e portarla intransigentemente il piú a fondo possibile, in modo da farla finita con tutti coloro che non condividevano e cercavano di frenare la sua politica e in modo da dare finalmente vita, attraverso le giovani generazioni, all’«uomo nuovo». I diari di Ciano, Bottai, De Bono, le sue pubbliche prese di posizione, tutto ciò che sappiamo sul suo atteggiamento psicologico, i suoi propositi, la sua azione di governo e di capo del fascismo non lasciano a questo proposito dubbi. La sua irritazione contro la monarchia e i suoi propositi di farla finita con essa, contro la Chiesa (in Gran Consiglio il 18 ottobre parlò del Vaticano come del «ghetto cattolico» e di Pio XI come del «pontefice che lascerà dietro di sé il maggior cumulo di macerie»182 e un mese dopo fece una terribile lavata di testa al federale di Milano, R. Parenti, accusandolo di aver avuto la dabbenaggine di credere che il cardinale Schuster fosse diventato un fascista e di aver creato cosí pericolose confusioni tra la Chiesa e il fascismo183) e soprattutto contro la borghesia raggiunsero il loro acme dopo Monaco. E fu dopo Monaco che piú dure e frequenti tornarono a farsi le sue prese di posizione ruralistiche e in favore della campagna demografica184. Per non dire del suo discorso «semisegreto» del 25 ottobre ’38 al Consiglio nazionale del PNF, quello dei tre «poderosi cazzotti allo stomaco della borghesia» e della spiegazione del perché della sua sicurezza di fronte alla crisi cecoslovacca, in cui il riferimento a come gli italiani avevano vissuto Monaco è esplicito e netta è la sua condanna del comportamento, anche in quell’occasione, della borghesia185:

538–539

siamo usciti da una grave crisi: quella di Monaco. Ma, notate bene, camerati, che ci sono, per Monaco, due cose sulle quali si mette l’accento. I borghesi mettono l’accento sulla parola «pace»; viceversa i fascisti degni di questo nome mettono l’accento su un altro fatto: è la prima volta dal 1861 che l’Italia ha avuto una parte preponderante e decisiva. Quello che è avvenuto a Monaco è colossale... Ora l’Asse sta sullo stomaco a questi borghesi, che hanno sempre l’occhio sulla Francia e pensano che l’Inghilterra è l’ideale di ogni Stato ed anche di ogni individuo educato... Ma soprattutto perché l’Asse significa la fine di tutte quelle ideologie, di tutte quelle tendenze nelle quali ancora, per una parte residua, la borghesia crede... Questi ridicoli residui pretenderebbero di rappresentare il popolo italiano, questi burattini di un teatro demolito vorrebbero che noi li prendessimo sul serio. Non lo abbiamo fatto e non lo faremo.

Motore di questa azione fu soprattutto, come già dopo la visita di Hitler, il partito guidato da Starace, che vi si dedicò, com’era sua abitudine, con foga intransigente e fanatica. Il 3 novembre ’39, nella relazione redatta per il passaggio delle consegne a Muti, nominato suo successore alla guida del PNF186, Starace, passando in rassegna i vari settori d’intervento del partito e le tematiche centrali di formazione politica al centro della sua azione di segretario generale, avrebbe posto l’accento soprattutto sullo sviluppo «fino al limite estremo» da lui dato alla struttura capillare del partito, in modo da spingere «l’opera di coesione e di educazione» del partito stesso non solo «in tutti i settori e in tutte le categorie», ma «fino all’unità minima, alla quale esso potesse rivolgersi: cioè fino al singolo».

La creazione dell’uomo, dell’italiano nuovo di Mussolini, capace di credere di obbedire di combattere, è stato infatti l’obbiettivo costante, verso il quale il partito si è rivolto con tutte le sue forze.

In queste parole vi sarebbe stata certo molta sopravvalutazione dei risultati conseguiti, ciò che qui però ci interessa mettere in rilievo è che lo sforzo massimo in questa direzione fu prodotto dopo Monaco e in particolare dopo la riunione del Gran Consiglio del 18 ottobre ’38 in cui Starace tenne una relazione che, per quanto ne sappiamo, fu in larga parte legata proprio alla situazione «morale» interna durante gli ultimi mesi e incentrata in particolare sugli atteggiamenti emersi rispetto all’Asse, alla politica razziale, alla crisi dei rapporti con la Chiesa, alla crisi cecoslovacca e all’accordo di Monaco.

I risultati di questa azione ci appaiono oggi assai modesti e – lo abbiamo già detto – spesso controproducenti e proprio soprattutto per la pretesa di Mussolini e di Starace di portarla sino «all’unità minima», al singolo, per il loro voler entrare cioè sin nelle case e addirittura negli animi della gente, anche di coloro che – pur non essendo o non pensando neppure di poter essere contrari al regime nel suo insieme – volevano però salvaguardare almeno la loro vita privata di «buoni» e «fedeli» cittadini e «fascisti» dalle intrusioni dello Stato e della sua politica. Da qui una crescente stanchezza, insofferenza e irritazione per le continue iniziative del partito e delle organizzazioni da esso dipendenti, una sempre piú diffusa ricerca di sottrarsi e difendersi da esse che, generalizzandosi sempre di piú, finiva per gettare ancor piú discredito sul partito e sul regime, un estraniarsi e resistere passivamente anche ad altre iniziative che, invece, non mancavano né di logica né di utilità, un manifestare la propria critica e la difesa della propria sfera privata attraverso il ricorso alla battuta sarcastica e all’irrisione (le famose barzellette), in sé certo non pericoloso per il regime, ma che contribuiva a determinare un’atmosfera di scontento e di denuncia che finiva per contagiare anche una parte dei fascisti e per preoccupare quei gerarchi, ed erano i piú, che non condividevano questi «eccessi», li consideravano politicamente pericolosi e frutto di mera infatuazione imitativa per il nazionalsocialismo. Per non dire di quelli che vedevano nell’azione di Starace un pericolo anche piú grave: una manovra dello stesso Starace per rilanciare il PNF a danno dello Stato e in chiave populistica, ovvero una manovra del «gruppo Ciano» per finire di accentrare tutto il potere nelle proprie mani. Da qui, anche a questo livello, il diffondersi – anche prima che nel paese – di un crescente malcontento, in parte sincero in parte dettato dal timore di essere prima o poi accantonati ed estromessi dal potere a vantaggio di altri uomini e gruppi di potere direttamente collegati con Starace, con Ciano, con i tedeschi. E ciò anche se in realtà il sodalizio politico tra Ciano e Starace (e Alfieri e Sebastiani), sorto soprattutto in funzione – lo si è visto – del comune interesse per un piú impegnativo intervento in Spagna e rafforzatosi poi grazie un po’ al comune atteggiamento filotedesco e un po’ all’interesse di Starace di rafforzare la propria posizione di segretario generale del PNF insidiata da molti e pericolosi aspiranti (da Bottai a Farinacci) e di evitare che Ciano potesse pensare di mettere al suo posto un proprio uomo187, cominciava proprio allora a scricchiolare.

539–540

Anche Ciano era infatti tra coloro che consideravano negativamente il nuovo giro di vite interno avviato dopo la visita di Hitler e vieppiú accentuato dopo Monaco. Solo che, non avendo il coraggio di affrontare direttamente il problema con Mussolini, di cui conosceva benissimo la intransigenza in materia, cercò di agire su Starace e di convincerlo a moderare l’azione del partito e soprattutto la campagna antiborghese188, incontrando però un netto diniego. Molte cose si possono infatti dire e sono state dette ad abundantiam per anni, durante il fascismo e dopo, contro Starace, ma non che fosse un opportunista o che avesse paura di mettersi, se lo riteneva giusto, contro i potenti. Di modesta intelligenza e di ancor piú modesta cultura, era però un uomo onesto, coerente e in buona fede. Fedelissimo a Mussolini in modo quasi morboso, tanto che quando fu estromesso anche da comandante della Milizia e non ebbe piú alcuna possibilità di avere rapporti diretti con lui ne soffrí moltissimo e la sua maggior gioia era di poterlo almeno vedere, frammisto alla folla, quando si affacciava dal balcone di palazzo Venezia o interveniva a qualche pubblica cerimonia, non si può però dire che la sua azione tesa ad eseguire e interpretare le direttive del «duce» fosse priva di convinzione. E se non di rado strafaceva nell’attuare tali direttive, non di rado era perché cercava di essere perfíno piú coerente dello stesso Mussolini, arrivando sino a discutere senza paura con lui certe sue decisioni e certi suoi tentennamenti o tatticismi189.

540–541

Constatare che questi risultati furono modesti e spesso controproducenti non deve però portare a sottovalutare l’importanza, il significato potenziale della scelta politica che era alla loro origine e ancor meno a sopravvalutare la loro incidenza negativa rispetto al regime. Quanto abbiamo detto nel secondo capitolo parlando del «consenso» in questi anni ci sembra dovrebbe rendere chiaro sia cosa vogliamo dire sia la diversità delle prospettive lungo le quali si muovevano Mussolini facendo questa scelta politica e coloro che, all’interno dello stesso gruppo dirigente fascista, la criticavano o addirittura non la condividevano. Una diversità di prospettive che mostra bene a che punto, verso la fine del ’38, fosse ormai arrivata l’evoluzione del regime rispetto alle premesse sulle quali esso si era costituito e aveva per circa un decennio preso corpo. Una diversità che – nonostante tutto – la politica interna rivelava in quel momento meglio della politica estera, dato che, se la lezione di Monaco esasperò in senso ideologico la prima, costrinse al tempo stesso Mussolini a ritornare ad una concezione e ad una gestione assai meno ideologica della seconda. Né, per finire con la politica interna, si deve sopravvalutare il fallimento degli sforzi per vincere l’ostilità del paese all’Asse e a ogni idea di guerra che Monaco aveva rivelato tanto clamorosamente e aveva reso anche piú diffusa. A metà maggio, esaminando nel suo già ricordato rapporto alla direzione del Partito socialista la situazione italiana190, E. Curiel si era ampiamente soffermato sul problema di quale sbocco avrebbe potuto avere questa ostilità. E, con molto realismo, aveva esortato ad «andare cauti» nel trarre conclusioni ottimistiche. Almeno sui tempi brevi, ché in una prospettiva piú lunga il suo giudizio, tenendo conto della «maturazione» delle forze cattoliche, della media e piccola borghesia commerciale e industriale profondamente toccate dalle difficoltà economiche e dei giovani, era stato piú positivo. «L’enorme maggioranza della popolazione italiana» – aveva scritto – era, «o per ragioni storiche o semplicemente per la riluttanza ad un’alleanza aggressiva», contraria all’Asse e ad una guerra. Poteva esservi qualcuno che guardava «con qualche soddisfazione» alla prospettiva di un «ricatto su qualche Stato (la Iugoslavia, per esempio) che rechi molteplici “vantaggi” senza perdita alcuna e che risolva il “problema delle materie prime”»; nessuno però voleva una guerra generale:

541–542

noi possiamo infatti affermare colla massima sicurezza che nemmeno il vecchio gregario fascista, che nemmeno l’ufficiale di carriera, patriottardo e sciovinista, desiderano l’urto generale delle potenze europee: nemmeno essi seguono il fascismo in queste sue ultime e ineluttabili conseguenze.

Ciò nonostante, «la profonda e nefasta influenza che il fascismo ha esercitato su tutti e alla quale non si sottraggono interamente gli stessi antifascisti dichiarati e piú o meno militanti» rendeva questo stato d’animo, questa opposizione del tutto inoperante politicamente:

Oggi infatti – continuava Curiel – non è possibile ritenere questo stato di opinione capace di un’efficace pressione sulla dittatura, anzitutto perché essa è in grado di reprimere facilmente ogni velleità di oppositori, ma soprattutto perché la nazione italiana ed alla sua testa la maggioranza del proletariato non sanno esattamente cosa volere. Il fascino delle democrazie è sensibilmente ridotto sotto il peso della propaganda fascista e sotto le poco convincenti dimostrazioni di anni. (Non si deve credere però che tutti accettino in blocco il giudizio fascista: lo accettano i giovani fascisti e antifascisti, i vecchi antifascisti, delusi nelle loro speranze).

E la conseguenza di questo odio resta solo in un senso di scoramento generale, in uno scetticismo disperato sull’avvenire immediato.

Esso rende possibile qualche breve segno di opposizione, ma il significato di questi gesti isolati e sporadici, non sorretti dall’ambiente scettico e stanco, non si deve sopravvalutare: possono essere soltanto le testimonianze di uno stato d’animo, che si mostra anche nei numerosi suicidi tra i richiamati, che si mostra nel rilassamento della disciplina militare, ma che non credo possa oltrepassare questi limiti. Esso si esaurisce nei «sentito dire» sulla monarchia e lo stato maggiore, si culla nella speranza di un colpo di testa di Mussolini, provoca ondate di ottimismo ingiustificabili (nell’ultima settimana buona parte della gente era convinta che la guerra non si sarebbe fatta).

542–543

Vera a metà maggio, questa diagnosi era ancor piú vera cinque mesi dopo, quando l’«intervento risolutore» di Mussolini aveva rinfocolato molte speranze, fatto perdere vieppiú credito alla Francia e all’Inghilterra, attenuata la paura. E ciò in un contesto internazionale che sarebbe andato degradandosi (anche in conseguenza di Monaco) sempre di piú sino a sfociare, questa volta sí, nella guerra con una tale rapidità che le previsioni di chi, come Curiel, puntava sulla progressiva maturazione delle forze potenzialmente ostili al regime si sarebbero dimostrate nel migliore dei casi affidate a tempi troppo lunghi.

E veniamo ora alle conseguenze che l’accordo di Monaco ebbe per la politica estera mussoliniana. Ché ormai piú che sul ruolo di Ciano si deve mettere l’accento su quello di Mussolini, dato che con l’estate del ’38 il «duce» aveva ormai praticamente ripreso nelle sue mani la direzione della politica estera, lasciandone al genero poco piú che la gestione quotidiana, cedendogli per altro sempre di piú la direzione di quella interna, di cui il genero divenne in pratica il vero deus ex machina.

Alcuni anni orsono il Pastorelli ha scritto191 che la Conferenza di Monaco

rappresenta l’apice della nuova politica mussoliniana. La Germania questa volta ha informato regolarmente delle sue mosse, giungendo fino a proporre un incontro segreto fra i due capi al Brennero. La Gran Bretagna – ma l’iniziativa è anche francese – si rivolge all’Italia per la mediazione. Anche a Monaco, Mussolini ha un ruolo determinante: impone lo schema d’accordo che, se pure di origine tedesca, era superato di ventiquattro ore, e impone le rivendicazioni ungheresi. Hitler deve accettare entrambe le cose, dando veramente a Mussolini il ruolo di «primo». A questo punto tutto procede nel modo migliore: la stretta amicizia con la Germania dà forza a Mussolini ma non lo lega, ed è pure accompagnata dalla desiderata posizione di primato rispetto ad Hitler; una vera situazione di privilegio che consente di mantenere, e forse di migliorare, i risultati raggiunti con gli inglesi, e di procedere al regolamento delle questioni pendenti con i francesi.

Per capire la politica estera fascista successiva a Monaco questo quadro teorico o, se si preferisce, potenziale è da tenere sempre presente. Esso, infatti, è non solo teoricamente perfetto, ma corrisponde sostanzialmente a come anche Mussolini doveva vedere la situazione e i possibili sviluppi della sua politica lungo una linea di dinamismo molto maggiore che nei due anni precedenti, reso possibile e dal prestigio e dalla riconoscenza che l’Italia si era (o egli credeva si fosse) acquistati con Monaco e dall’oggettiva maggiore possibilità che Roma nella nuova situazione internazionale (in cui oltre tutto la questione spagnola incideva molto meno di prima, un po’ perché la vittoria dei nazionalisti era ormai praticamente scontata e, dopo la posizione presa da Franco nel momento culminante della crisi cecoslovacca, preoccupava sempre meno Londra e in qualche misura anche Parigi, un po’ perché il fuoco dell’attenzione internazionale si era ormai spostato al centro Europa) aveva di pendolare tra Londra e Berlino.

543–544

Non è facile dire con certezza come in concreto Mussolini pensasse di muoversi in questa nuova situazione. Molti elementi disponibili portano a ritenere però che – fermo restando ovviamente l’Asse Roma-Berlino, che solo gli poteva assicurare il peso politico e il deterrente necessari a realizzare il suo progetto –, egli pensasse di affiancare ad esso una sorta di altro asse Roma-Londra, che non escludesse naturalmente il primo e neppure quello tra Londra e Parigi, ma che dovesse essere, per cosí dire, quello portante di tutto il sistema, in quanto avrebbe dovuto avere la funzione di assicurarne l’equilibrio di fondo, servire da freno e da ammortizzatore delle intemperanze degli altri due reciproci partners e fungere da fulcro di un direttorio di fatto delle quattro grandi potenze, che non sarebbe stato piú il vecchio «patto a quattro» – sia perché non formalizzato, sia soprattutto perché al suo interno vi sarebbero state in pratica due potenze «maggiori», per la loro funzione moderatrice ed egemonica, Inghilterra e Italia, e due potenze «minori», Germania e Francia –, ma avrebbe avuto in pratica una funzione simile e, come quello, sganciata dalla Società delle Nazioni, che, a sua volta, sarebbe dovuta essere «riformata» e al limite liquidata. A questo sistema triassico Mussolini, infine, non doveva escludere che si potessero via via aggregare altri assi minori e complementari, come quello – da lui e ancor piú da Ciano concepito in funzione di contenimento ad est e a sud-est del dinamismo tedesco – Roma-Praga-Versavia e Roma-Belgrado-Budapest192. In quest’ultima prospettiva assai significativi sono alcuni accenni del diario di Ciano193 e ancor piú l’azione svolta a Monaco e subito dopo a sostegno delle rivendicazioni polacche e soprattutto ungheresi ai danni della Cecoslovacchia, non a caso osteggiate sino all’ultimo dai tedeschi e, alla fine, accettate da essi solo per non pregiudicare la possibilità di giungere alla tanto desiderata alleanza formale con Roma194.

544–545

Di questo complesso piano è possibile trovare, subito dopo Monaco, qualche eco persino nella stampa fascista piú seria e piú vicina a Mussolini, in particolare in due articoli di «Civiltà fascista», Ragioni inglesi della crisi di settembre e A Monaco e dopo Monaco195, nei quali, non a caso, si insisteva sulla necessità di deideologizzare i problemi internazionali (sulla cui strada Monaco sarebbe stato un primo passo), si diceva a tutte lettere che

mentre l’Inghilterra ha dimostrato nella piú grave crisi degli ultimi vent’anni di saper portare nell’asse Londra-Parigi una influenza di moderazione e di pace, l’Italia dal canto suo ha saputo esercitare nell’asse Roma-Berlino una funzione parallela a quella dell’Inghilterra. Per modo che si potrebbe anche pensare che l’Europa nuova tenda ad ordinarsi non tanto su un patto a quattro, quanto su una libera collaborazione delle potenze continentali, regolata da due valvole di sicurezza: quella dell’Impero Inglese e quella dell’Impero Italiano. Il primo insulare, ma reso ormai continentale dallo Stretto, il secondo continentale, ma reso quasi insulare dalla barriera delle Alpi

e si arrivava ad accennare alla possibilità che il «brusco tuffo nella realtà» di Monaco, che aveva fatto riprendere alla Francia «immediato contatto con i suoi interessi nazionali», la inducesse anche a «cercare la sua sicurezza nel potenziamento della propria forza, nella stipulazione di alleanze fondate sulla comunità di interessi nazionali, non sulla solidarietà delle ideologie». Un accenno, quest’ultimo, assai interessante, dato che il piano di Mussolini non escludeva affatto e, anzi, prevedeva – a questo punto – un accordo diretto con Parigi.

Maestro di equilibri in politica interna e naturalmente portato a non chiudersi mai alle spalle alcuna porta, l’idea di Mussolini doveva essere insomma quella di non legarsi maggiormente con la Germania («Noi dobbiamo – annotava il 27 ottobre Ciano196 – tenere le due porte aperte. L’alleanza oggi ne chiuderebbe, forse per sempre, una e non la meno importante») e di cercare di dar vita ad un sistema europeo fondato su un equilibrio di rapporti bilaterali tra loro condizionantisi, di cui Londra e Roma costituissero la cerniera ed il perno al tempo stesso. Una idea difficile da tradurre in atto, ma forse non irrealizzabile, se non avesse avuto il difetto di prevedere anche una serie di concreti vantaggi per l’Italia che, di fatto, la rendevano irrealizzabile. Poco importa se oggettivamente o per «miopia» altrui. E questo non tanto per i vantaggi che egli, spinto anche da Ciano, pensava di assicurarsi in Albania, ché, tutto sommato, Londra e Parigi potevano forse anche finire per accettare di fargli occupare, tanto piú che un’Albania saldamente in mani italiane poteva rappresentare un concreto ostacolo alla penetrazione tedesca lungo il Danubio, ma per quelli di cui avrebbe dovuto fare le spese la Francia. Per quanto limitati potessero essere per il momento, questi vantaggi comportavano infatti tre conseguenze che li rendevano inaccettabili a Londra ancor prima che a Parigi e tali da pregiudicare alla radice tutto il piano mussoliniano. Prima conseguenza: avendo bisogno per essere ottenuti dei «buoni uffici» di Londra a Parigi o, almeno, di un rifiuto inglese di appoggiare i francesi nella vertenza, avrebbero pregiudicato i rapporti anglo-francesi sui quali si fondava tutta la politica di Londra. Seconda conseguenza: avrebbero alterato il rapporto di forze tra Italia ed Inghilterra nel Mediterraneo a vantaggio dell’Italia, in un momento, per di piú, in cui, data la situazione in Estremo Oriente, questa via era per l’Inghilterra ancor piú vitale che in tempi normali. Terza conseguenza: le richieste italiane, già col solo essere prospettate – per non parlare del fatto che una volta posta sul tappeto la questione, diventava ovvio che esse erano solo le prime, a cui ne sarebbero seguite altre piú onerose – dimostravano che lo «spirito di conciliazione e di pace» di Mussolini era tutto strumentale e che il suo vero scopo era quello di poter continuare a servirsi – senza legarsi definitivamente con Hitler – della minaccia dei suoi rapporti privilegiati con Berlino per fare la propria politica e rafforzare la propria posizione a spese della Francia e indirettamente dell’Inghilterra e che, dunque, battendo la strada dell’accordo con lui non ci si sarebbe neppure assicurati veramente l’amicizia dell’Italia in caso di conflitto con la Germania, dato che Mussolini avrebbe continuato a pendolare sempre e a perseguire solo il proprio egoistico vantaggio e a rafforzarsi.

545–547

I piú recenti studi sui rapporti anglo-italiani dopo Monaco e in particolare quelli della Quartararo197 non lasciano dubbi in proposito. Dopo la prima effimera euforia – quell’euforia «da incubo» che in Inghilterra come in Francia colse per un momento tanti e che cosí bene ha saputo rendere François Mauriac quando, nell’ottobre, scriveva: «La guerra regna ancora e piú che mai nei cuori e negli spiriti. Da domani ricominceremo il nostro sforzo. Oggi, abbiamo il diritto di respirare, di benedire Dio, di ascoltare i nostri ragazzi fare dei progetti, di guardarli non ancora straziati, con le mani ancora monde di sangue»198 – la politica inglese abbandonò, nella sostanza, la ricerca di un vero appeasement cosí con Roma come con Berlino e si indirizzò sempre piú nettamente sulla strada del riarmo e della stretta alleanza con la Francia (e del rafforzamento dei legami con gli Usa) e, dopo la clamorosa ed inequivoca conferma della fondatezza del giudizio politico su cui essa si fondava che le venne dalla definitiva liquidazione, nel marzo ’39, della Cecoslovacchia da parte di Hitler, del tentativo di accerchiare la Germania (trattative anglo-francesi con l’Urss) e l’Italia (accordi con la Grecia e la Turchia). Alla fine del ’38 la scelta inglese era ormai fatta. Il discorso di Chamberlain ai Comuni del 15 dicembre, il messaggio da lui indirizzato in occasione dell’inizio del nuovo anno al periodico del suo partito «Home and Empire» e le sue dichiarazioni, pure ai Comuni, del 6 gennaio ’39 sono chiari. E ancora piú eloquente è l’analisi delle prospettive della politica estera fascista che Perth inviò ad Halifax il 27 dicembre ’38, da cui risulta come gli inglesi fossero ben consapevoli di cosa Mussolini voleva e come lo giudicassero: senza isterismi, ma con un disincantato realismo pari solo alla ormai acquisita convinzione che, se non si poteva assolutamente escludere che, alla fine, se si fosse convinto che i vincitori sarebbero stati gli anglo-francesi grazie all’apporto determinante dell’Italia, il «duce» potesse trovare il suo tornaconto a schierarsi con loro, era però sicuro che, per il momento, egli non aveva nessuna intenzione di staccarsi da Berlino e mirava solo a lucrare dei vantaggi ai danni della Francia, sicché i rapporti franco-italiani rischiavano di diventare «con tutta probabilità un fattore della massima importanza per la pace europea»199. Si capisce pertanto bene come alla fine dell’anno Londra lasciasse cadere persino alcune avances italiane, per vari aspetti interessanti, fatte tramite il «canale segreto» ambasciata a Londra – Dingli-Ball volte a prospettare, in vista dell’ormai prossima visita di Chamberlain e di Halifax a Roma, una serie di proposte che, se accettate, avrebbero potuto non solo migliorare i rapporti italo-inglesi, ma contribuire «a liberare l’Italia dalla soggezione dell’Asse»: assistenza economica inglese in collaborazione con l’Italia all’Ungheria, attenuamento della campagna anti-italiana in atto a Malta, accettazione del punto di vista italiano che rifiutava di considerare valido l’accordo franco-italiano del gennaio ’35 riguardo alla Tunisia, incremento degli scambi economici italo-inglesi e, infine, eventuale collaborazione britannica allo sviluppo dell’Etiopia200.

547–548

Dire questo – va messo bene in chiaro – non vuole per altro dire che, decisi ormai a non fare piú vero affidamento sulla politica di appeasement, ma assai interessati a rinviare il piú possibile nel tempo un’eventuale prova di forza con la Germania (e, probabilmente, con l’Italia), in modo da poterla affrontare nelle migliori condizioni di preparazione, e raggiunta ormai altresí la convinzione che su Mussolini non si potesse fare alcun calcolo sicuro sino all’ultimo momento, gli inglesi rinunciassero a cercare di evitare un ulteriore deterioramento dei rapporti con Roma – tanto è vero che, come si è visto nel precedente capitolo, a metà novembre si giunse all’entrata in vigore degli «accordi di Pasqua» – e rinunciassero a favorire un miglioramento di quelli franco-italiani, in maniera da non perdere i contatti con l’Italia, frenare nei limiti del possibile gli sforzi della Germania di legarla completamente a sé, ed evitare che il contrasto tra Roma e Parigi aggravasse vieppiú la tensione internazionale e la facesse precipitare verso una prematura crisi. In questa prospettiva vanno visti, a nostro avviso, gli apparentemente non sempre limpidi rapporti anglo-francesi nel periodo post Monaco. Sia per quel che concerne l’atteggiamento verso la Germania, sia – ed è ciò che qui ci interessa – per quel che concerne quello verso l’Italia201. Per quel che riguardava l’Italia, il problema, per Londra, era quello di non mettere in allarme i francesi, facendo loro pensare ad un indebolimento dell’impegno inglese ad agire in stretto accordo con essi; ma, al tempo stesso, di muoversi in modo da non dare a Parigi l’impressione di essere disposta a marciare sempre e comunque con lei. In questo secondo caso, infatti, il rischio era di rendere i francesi troppo sicuri e, dunque, troppo intransigenti con Roma e di rischiare quindi di gettare definitivamente e prematuramente Mussolini nelle braccia di Hitler o, peggio, di far precipitare tutta la situazione. Nel primo caso, invece, il rischio, in verità minore, era di gettare nella disperazione i francesi, di incrinare i rapporti con essi e di incoraggiare, contro le proprie intenzioni e i propri interessi, quei gruppi che a Parigi desideravano un accordo con l’Italia e che, ridotti appunto alla disperazione, avrebbero anche potuto rassegnarsi all’idea di raggiungerlo a condizioni troppo onerose per l’equilibrio mediterraneo. Paradossalmente infatti, ma a pensarci bene poi non troppo, data l’esposizione molto maggiore e piú diretta della Francia alla minaccia di un conflitto, mentre in Inghilterra nel giro di poche settimane tutti o quasi avevano idee chiare sull’atteggiamento da tenere verso l’Italia, a dividersi e ad avere incertezze a questo proposito erano stati – parallelamente al definitivo sgretolarsi e poi concludersi dell’esperienza del Fronte popolare – la classe dirigente e lo stesso governo francese. Nettamente ostili ad un accordo con Roma erano la destra nazionalista (tipica la posizione di De Kerillis) e, con qualche défaillance di tipo pacifista, la sinistra; incerti e tentati dalla prospettiva di un accordo alcuni settori del centro, che speravano di poter riuscire in prospettiva a mettere in difficoltà l’Asse e a staccarne l’Italia. Veramente significativo è il modo con cui il governo aveva reagito alla frase che a conclusione della conferenza di Monaco Mussolini aveva detto a Daladier: «spero che adesso non dimenticherete piú il mio indirizzo». Se era, come ritiene L. Noël202, un invito a inviare un ambasciatore a Roma, mai invito era stato raccolto tanto rapidamente: già il 3 ottobre Bonnet aveva infatti informato l’incaricato d’affari italiano a Parigi che la Francia avrebbe accreditato a Roma un proprio ambasciatore, con tutto ciò che questo comportava e cioè il riconoscimento dell’impero.

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In questo contesto, vediamo ora le mosse di Mussolini.

Il 2 ottobre, appena rientrato da Monaco, il «duce» esaminò con Ciano la situazione e stabilí di serrare da presso gli inglesi e ottenere finalmente l’entrata in vigore degli «accordi di Pasqua», se necessario, arrivando sino a minacciare in caso contrario di lasciarli cadere.

Col Duce – annotava Ciano203 – esaminiamo la questione dei nostri rapporti con Londra. Dopo quanto a Monaco fu detto a Chamberlain non conviene ritardare nel trattare con Perth. Domani lo chiamerò e gli comunicherò in forma ufficiale il ritiro dei 10 000 volontari. Dopodiché gli porrò nettamente il quesito: volete ora mettere in vigore il Patto del 16 aprile?

Se lo faranno, va bene. Altrimenti ognuno farà il proprio gioco: il Duce dice anche di far presente che il Gran Consiglio potrebbe denunciare questo accordo che da troppo tempo attende di venir perfezionato.

Su questa linea e giocando sull’ormai imminente sessione del Gran Consiglio, Ciano il giorno dopo usò con l’ambasciatore inglese un linguaggio quasi ultimativo204:

549

Ho il colloquio con Perth. Mi esprimo come concordato col Duce. Gli argomenti sono cosí forti che egli stesso non può opporre serie obiezioni, e cerca di tirar fuori la questione [del ritiro dalla Spagna] degli aeroplani. Consiglio di non sollevare difficoltà nuove e di attenersi ai termini dei nostri precedenti accordi. Confermo che è inutile parlare di Conferenze a 4 o di altre visite sino a quando i rapporti non saranno normalizzati: queste potranno seguire, non precedere la messa in vigore del Patto. Aggiungo infine che una risposta, sia pure di massima, conviene venga data prima del 6 ottobre, perché il Gran Consiglio verrà investito della politica estera e [non conviene] cristallizzare situazioni che per ora non sono mai state definite in documenti diplomatici.

Ma nei giorni successivi, quando Perth gli fece notare che, pur essendo di massima d’accordo, Chamberlain aveva bisogno di tempo, almeno sino al 1° novembre, per ottenere l’approvazione del gabinetto e del Parlamento, non fece nessuna obiezione e – mentre Mussolini, ricevendo una delegazione dell’Imperial War Graves Commission, proclamava la sua amicizia per l’Inghilterra205 – si mostrò conciliante al punto da consentire che osservatori inglesi controllassero, sulle navi e a Napoli, il ritiro dei «volontari» e da non mostrarsi contrario alla richiesta di appoggiare presso Franco la visita del segretario della Commissione per il non intervento incaricato di caldeggiare presso di lui l’accettazione del piano elaborato dalla Commissione stessa206. E, passato il 1° novembre, attese pazientemente che la procedura interna inglese per la messa in vigore degli accordi si svolgesse regolarmente.

L’8 ottobre, intanto, il Gran Consiglio aveva ascoltato una relazione di Ciano sulla nuova fase politica determinata da Monaco. Sulla riunione disponiamo purtroppo di scarse notizie. Ciano, nel suo diario, non ci ha lasciato alcun elemento, salvo che Mussolini aveva elogiato la sua relazione, definendola «interessante, precisa e talvolta drammatica»207. Il diario di De Bono è anch’esso praticamente muto, a meno di non voler riferire alla riunione dell’8 ottobre un’annotazione di quasi due settimane dopo, nella quale il quadrumviro, accennando alla politica estera attuata da Mussolini e Ciano («Dico subito che in politica estera Mussolini è l’uomo che vede e riesce. Nonostante questa troppa tedescheria...»), riporta quest’affermazione del «duce»: «la vera politica imperiale noi la potremo fare solo in accordo con l’Inghilterra»208. L’unico meno laconico è il diario di Bottai, in cui si legge209:

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Lunga, chiara esposizione di Galeazzo sulla situazione internazionale. Particolarmente interessante, la rottura delle trattative con la Francia: il richiesto ritiro dei volontari dalla Spagna, verso la quale si sarebbe dovuto attuare una politica di indifferenza; la pretesa di intervenire tra l’Italia e l’Impero Britannico nel Mar Rosso, nel mondo arabo, erano, dei 12 punti presentati, inaccettabili. Oltre tutto, i francesi davano alla trattativa un sapore antitedesco. Accenna alla richiesta fatta alla Germania di disinteressarsi esplicitamente dell’Alto Adige, sciogliendo le proprie associazioni irredentistiche pro Tirolo. Göring, pregatone, à svolto in proposito una risolutiva azione personale. Alla Germania non ci lega, finora, nessun patto formale di alleanza. Minuta e vivace descrizione della crisi dei Sudeti e degli accordi di Monaco. Una frase: «Benes à scontata la sua formula: – Meglio l’Anschluss che l’Absburgo –».

Parla, poi, Mussolini. Noto alcune frasi salienti: «Col passaggio dei rossi sull’altra sponda dell’Ebro Franco non à perduto la guerra. No. Ma à perduto qualche cosa di piú: la vittoria». «Monaco significa: fine del comunismo in Europa; fine della Società delle Nazioni». «Siamo al declino dell’influenza franco-britannica in Europa». «La Francia è una potenza di second’ordine». «La guerra, durante la crisi cecoslovacca, era geograficamente守 impossibile». «Due insegnamenti: un popolo non può che contare su se stesso; un popolo non è vinto, se non si sente tale». «L’Asse non è ancora popolare in Italia».

Da questa annotazione ci pare lecito dedurre soprattutto due cose: che nella riunione del Gran Consiglio dell’8 ottobre, piú che parlare delle prospettive future della politica estera fascista, fu fatto un bilancio dell’immediato passato e che – nonostante la prova di buona volontà data da Parigi con la decisione di riconoscere senza contropartita l’impero e senza conoscere i termini sui quali il Quai d’Orsay pensava di riavviare le trattative per la normalizzazione dei rapporti tra i due paesi – Mussolini aveva deciso che tra le trattative dei mesi precedenti e le nuove non vi dovesse essere continuità alcuna e si dovesse invece cominciare tutto da capo, su nuove basi, dettate questa volta dall’Italia. A queste due deduzioni se ne può poi aggiungere, visto come tosto si svilupparono i rapporti con la Francia, una terza: convinto a) di poter disporre di tempi assai piú lunghi di quelli che in realtà il corso delle vicende internazionali tra Monaco e lo scoppio della seconda guerra mondiale gli lasciò; b) che la Francia non avrebbe accettato di fare concrete concessioni se non si fosse trovata con le spalle al muro, Mussolini doveva considerare inopportuno un rapido e disteso inizio delle trattative con Parigi.

Capire le motivazioni di questo atteggiamento di Mussolini non è difficile. Innanzitutto, guadagnar tempo gli serviva per poter avere, prima di iniziare le trattative, una idea piú precisa di come si sarebbero configurati i rapporti con l’Inghilterra e se gli sarebbe stato possibile contare sull’aiuto di Londra per indurre i francesi ad accettare le sue richieste e, probabilmente, per vedere se fosse possibile armonizzare le rivendicazioni coloniali italiane con l’azione che la Germania sembrava voler avviare per le proprie. Né è da escludere che egli sperasse che la fine dell’esperienza del Fronte popolare, ormai chiaramente alle porte, potesse determinare nella politica francese una svolta a lui favorevole. Ma, a parte forse la prima, queste devono essere considerate motivazioni secondarie. Dato l’uomo, maggior peso doveva avere su di lui, se mai, l’irritazione per l’atteggiamento tutt’altro che benevolo verso l’Italia di molti giornali francesi, il loro non dar credito allo «spirito di Monaco» e il loro sollecitare una seria politica di rafforzamento militare contro la minaccia degli stati totalitari210. Tre altre dovevano però essere le motivazioni decisive. La prima di politica interna: voler far fare prima agli italiani un «salutare» bagno di «gallofobia», in modo da frustrare i loro entusiasmi per la pace e per la notizia del riconoscimento francese dell’impero e, di conseguenza, le loro speranze in un prossimo rasserenamento dell’orizzonte politico anche con la Francia e in un attenuamento della politica filotedesca211. La seconda era piú direttamente connessa alle future trattative: farne precedere l’inizio da una fase di preparazione «psicologica» extradiplomatica che servisse, da un lato, a mettere sul tappeto, indirettamente ma inequivocabilmente, una serie di richieste, molto piú onerose di quelle che avrebbe portato al tavolo delle trattative, cosí da passare poi per moderato e conciliante, e, da un altro lato, a rendere chiaro a Parigi che l’Italia fascista, pienamente conscia ormai del suo nuovo «ruolo» internazionale, riteneva l’accettazione delle proprie richieste minime come il banco di prova della sincerità dei suoi propositi per i futuri rapporti italo-francesi e non avrebbe mai rinunciato ad esse, a costo persino del perdurare della tensione tra i due paesi. Era necessario che Parigi si convincesse di ciò, ma il discorso valeva anche e tutto sommato di piú per Londra e Berlino: le trattative italo-francesi sarebbero state anche il banco di prova del loro reale atteggiamento verso l’Italia. La Francia non era l’Inghilterra, con la quale l’Italia trattava da pari a pari, da Impero a Impero; la Francia doveva convincersi di non essere piú un vero impero e prendere atto – come Mussolini avrebbe detto il 26 marzo dell’anno successivo – dei nuovi rapporti di forza esistenti, «poiché i rapporti fra gli Stati sono rapporti di forza e questi rapporti di forza sono gli elementi determinanti della loro politica»212.

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E a questo punto la seconda motivazione si incontrava, confluiva praticamente nella terza, quella di ordine, per cosí dire, ideologico-programmatico relativa ai tempi lunghi e lunghissimi della politica estera fascista, che Mussolini stava già elaborando nella sua mente e che, come si è visto, avrebbe esposto al Gran Consiglio nella notte tra il 4 e il 5 febbraio 1939 come una sorta di legato alle future generazioni.

La migliore conferma di quanto diciamo è in due campagne lanciate nelle settimane immediatamente successive la riunione del Gran Consiglio e prima dell’arrivo a Roma del nuovo ambasciatore francese. Una, quella per il rimpatrio degli italiani residenti in Francia e nel Nord Africa francese, diretta ad eccitare e a promuovere, soprattutto in Tunisia, una sorta di irredentismo tra gli italiani che vivevano e lavoravano colà e a dimostrare che essi sarebbero stati vittime di una persecuzione ad opera del governo di Parigi e dell’italofobia dei francesi213. L’altra – avviata dal ministero della Cultura popolare, successivamente affiancata, per ordine di Mussolini214, dal partito – volta a contestare alla Francia il suo «rifiuto» di far proprio lo «spirito di Monaco», il suo riarmo e, addirittura, i suoi propositi di guerra preventiva e, soprattutto, a porre sul tappeto le rivendicazioni «storiche» dell’Italia nei confronti della Francia e dimostrare l’ostilità, altrettanto «storica», di questo paese verso l’Italia. Lo sviluppo di questa seconda campagna215 assunse in brevissimo tempo dimensioni e toni senza precedenti. Avviata dai grandi giornali normalmente utilizzati da palazzo Chigi e da palazzo Venezia come portavoci ufficiosi e per i loro sfoghi polemici contro questo o quell’uomo politico o giornale straniero, essa si estese via via a tutta la stampa quotidiana e in primo luogo a quella direttamente controllata dal PNF216 per dilagare poi anche su quella periodica e trovare infine sfogo un po’ a tutti i livelli sotto forma di conferenze, opuscoli, libri, coinvolgendo un po’ tutti, dai piú autorevoli e noti commentatori politici, come Gayda, Gray e Canevari, ai pubblicisti e giornalisti piú ignoti, da alcuni dei maggiori esponenti del regime, come Farinacci, ad alcuni stimati studiosi, come Salata, Rota e Volpe217. Temi centrali: i rapporti italo-francesi e l’ostilità della Francia verso l’Italia dai tempi della rivoluzione francese in poi, il sistematico misconoscimento francese del contributo italiano alla grande guerra, il rifiuto francese di dare, alla fine di essa, all’Italia i compensi coloniali che le spettavano, il mancato rispetto francese di quanto concordato nel gennaio ’35 tra Mussolini e Laval, le sanzioni e, soprattutto, i diritti e le rivendicazioni italiane, in primo luogo quelle sulla Tunisia e su Nizza e poi quelle sulla Corsica, sulla Savoia, su Gibuti e sulla gestione del canale di Suez. Continuamente alimentata da nuovi spunti tratti dalla cronaca politica interna francese e internazionale, dalle vicende tunisine (tanto per quel che riguardava gli italiani ivi residenti quanto per quel che atteneva ai contrasti tra le autorità francesi e il movimento nazionale locale218), dalle repliche di esponenti politici e di organi di stampa d’oltralpe e, sotto sotto, soprattutto dalle preoccupazioni suscitate a palazzo Chigi dal delinearsi di un possibile riavvicinamento franco-tedesco (concretizzatosi nella visita di von Ribbentrop a Parigi e nella effimera dichiarazione comune del 6 dicembre219) e dallo sfuggente atteggiamento di Berlino di fronte alle rivendicazioni italiane, la campagna finí per assumere, specie dopo il discorso alla Camera di Ciano del 30 novembre, toni tali che una decina di giorni dopo questo discorso Mussolini si vide costretto a dare istruzioni perché fosse «un po’ insabbiata», ché, come disse a Ciano220, «continuando di questo passo bisognerebbe far parlare il cannone e non è ancora giunto il momento». E, ciò nonostante, non cessò affatto e continuò ancora a lungo con improvvise impennate (come quando, a metà del gennaio ’39, l’«Ordre» scrisse che dieci soldati italiani erano «appena sufficienti» per un riformato francese) alle quali, secondo l’ambasciatore francese a Roma, non sarebbe stato estraneo l’apporto personale della penna o della ispirazione diretta di Mussolini221. Con il risultato non solo di determinare uno stato di tensione permanente tra i due paesi, ma anche di lasciare una certa traccia negli animi di una parte almeno degli italiani, tant’è che, quando Mussolini disse a Ciano che era opportuno insabbiarla un po’, gli manifestò anche la sua soddisfazione per i «risultati dell’assaggio dell’opinione pubblica italiana nei confronti della Francia»222. E che non dovesse ingannarsi lo confermano alcune considerazioni dell’ambasciatore francese presso la Santa Sede in un dispaccio del 17 gennaio 1939. Secondo Charles-Roux, l’opinione pubblica italiana non era ancora all’unisono con la politica estera del governo, non era né germanofila né francofila e soprattutto non voleva una guerra. «Tuttavia è inevitabile che un bourrage de crâne cosí intenso produca qualche effetto», in particolare la convinzione che la Francia fosse debitrice dell’Italia. Da qui la sua pessimistica, ma realistica conclusione: nel caso che le cose precipitassero, non ci si doveva illudere su una possibile opposizione interna. «La piega della servitú è cosí ben presa e soprattutto l’organizzazione della tirannia è cosí perfetta, che si deve ammettere come probabile che il paese si lasci passivamente lanciare in un’avventura alla quale per altro repugna, libero di reagire dopo, se l’avventura non va come gli era stato predetto»223.

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In questa atmosfera surriscaldata al rosso avvennero prima l’arrivo a Roma, il 7 novembre, del nuovo ambasciatore francese, André François-Poncet, trasferito all’uopo da Berlino e preferito da Léger a L. Noël considerato troppo filoitaliano e troppo legato agli ambienti filoitaliani parigini224, poi i primi contatti. Quasi a dare a François-Poncet il «benvenuto» e a mettere le mani avanti, due giorni prima l’autorevole e semiufficiosa «Relazioni internazionali» aveva pubblicato un articolo225 che, messo bene in chiaro che «dal 1922 ad oggi le relazioni tra la Francia e l’Italia sono state pessime, secondo i desideri dei governi francesi succedutisi alla direzione del paese» e invitato il nuovo ambasciatore a «capire la volontà, [a] immedesimarsi nell’anima del popolo italiano», indicava tre punti fermi per un eventuale accordo. Primo: se, come pareva, i francesi pensavano di concludere con l’Italia un patto simile a quello italo-inglese, se lo levassero dalla testa e, egualmente, non pensassero di rispolverare gli accordi del ’35, ormai «consegnati agli archivi». Secondo: i nodi da sciogliere erano le questioni di Tunisi, di Gibuti e delle tariffe del canale di Suez. Terzo: «come la Francia non ha piú nulla da fare nel continente per via di quella solida costruzione alla quale essa fecondamente collaborò col suo vivido tenace senso antiitaliano, cosí nel Mediterraneo non ha da contare altro che sul beneplacito italiano come deve ricordarsi che nel Mar Rosso ormai le chiavi sono in mano italiana». E una settimana dopo, repetita iuvant, Gayda sul «Giornale d’Italia»226 aveva ribadito che l’idea francese di concludere un accordo simile a quello che l’Italia aveva concluso con l’Inghilterra e che proprio in quei giorni stava entrando in vigore era «caduca», l’impedivano l’inconsistenza della politica francese e lo stato interno della Francia caratterizzato da tensioni economiche e finanziarie e dall’esasperazione dei movimenti estremisti. Se tale fu l’atmosfera generale e tale l’accoglienza dei portavoce ufficiosi, tutt’altro fu invece al loro confronto il clima particolare, irreale, dei primi contatti. È vero che Mussolini fece fare a François-Poncet (che, oltretutto, gli era antipatico227) una lunga «anticamera» prima di riceverlo in visita di insediamento, ma il re fu con lui «estremamente amabile e cortese» e lo stesso si dimostrò Ciano in occasione del loro primo incontro228. E quando, il 29 novembre, Mussolini finalmente lo ricevette fu con lui semplice, naturale ed amabile. Gli disse che sperava nel ristabilimento di «normali» reciproche relazioni tra i due paesi e attribuí le difficoltà degli ultimi tempi alla questione spagnola. La sua, gli disse, era una politica di pace e di accordo diretto tra le quattro grandi potenze:

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Questi sono esattamente gli obiettivi della politica italiana. Essa non ne ha mai avuti altri. Io ho preconizzato da tempo l’intesa diretta fra le quattro potenze occidentali, ma da voi si è controbattuta aspramente questa idea. Si è parlato di club dei salumieri. Ma è ben chiaro che, se queste potenze si intendono, la guerra diventerà impossibile in Europa, la pace sarà per lungo tempo assicurata.

E accomiatandolo, si riallacciò a quanto precedentemente aveva detto sulla crisi interna francese e sulla necessità che essa fosse superata presto: «attendiamo cosa porteranno alla Francia i prossimi giorni» e, avendo François-Poncet interloquito «siate fiducioso e paziente», concluse «io so cosa è la pazienza; nessuno ne è piú capace di me»229. Tant’è che l’ambasciatore in un rapporto aggiuntivo al primo, inviato lo stesso giorno a Bonnet230, osservò:

Non ho constatato nel Signor Mussolini indici di malevolenza o di disposizioni ostili. Il suo linguaggio non è stato improntato né ad arrière pensée né a diffidenza, né ad amarezza, né a minaccia... Mi è sembrato che il Duce sia attaccato all’idea dell’intesa tra le potenze occidentali di cui ha d’altronde rivendicato la paternità e che non consideri affatto che gli accordi di Monaco debbano restare senza domani.

Le prime impressioni di François-Poncet non erano state, tutto sommato, troppo negative. La violenta campagna antifrancese della stampa fascista gli era apparsa per quel che realmente era, dettata cioè da ragioni di politica interna e volta a puntualizzare le rivendicazioni italiane, ed egli si era convinto che alla fin fine Mussolini si sarebbe accontentato di poco231. Il primo incontro con Mussolini non doveva certo avergli fatto mutare avviso. Ciò che avvenne il giorno dopo alla Camera alla fine del discorso pronunciatovi da Ciano per fare il punto sulla posizione italiana durante la crisi cecoslovacca e che egli ascoltò, espressamente invitatovi dallo stesso Ciano, dalla tribuna riservata al corpo diplomatico, dovette pertanto coglierlo come un fulmine a ciel sereno.

Avviandosi verso la conclusione di un discorso sostanzialmente moderato ed anodino, che non faceva che ripetere la vulgata ufficiale («belle cose; bugie grosse e delittuose circa la preparazione militare» avrebbe annotato De Bono nel suo diario232), Ciano disse233:

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Lo sviluppo della situazione europea dopo Monaco e Vienna ha permesso di affermare che una schiarita si è prodotta all’orizzonte politico. Il Fascismo che ha documentato coi fatti la sua immutabile calma nelle ore della tempesta, non cambia il suo atteggiamento neanche quando si riconoscono nell’aria segni non trascurabili di miglioramento. Come non ci lasciamo scuotere dalle crisi paniche dell’allarmismo, cosí rifuggiamo dai pericolosi abbandoni ottimistici, senza che questo ci impedisca, d’altro canto, di prendere atto con soddisfazione di ogni effettiva realizzazione feconda e pacifica. Tra esse ricordiamo, in primo luogo, la recente messa in vigore del Patto di Pasqua, che porta le relazioni politiche dell’Italia e della Gran Bretagna su un piano di solida ed amichevole collaborazione. Gli accordi italo-inglesi, cosí strettamente legati ai nomi e all’opera di Neville Chamberlain, lord Halifax e lord Perth, non rappresentano affatto un puro e semplice ritorno alla tradizionale amicizia, cosí come era intesa in tempi molto diversi dagli attuali. Sono invece un complesso di intese che tenendo conto delle nuove realtà europee, mediterranee e africane regolano sulla base della piú assoluta parità morale, politica e militare i rapporti tra i due Imperi.

L’entrata in forza del Patto di Pasqua ha rappresentato un effettivo concreto contributo al consolidamento della pace. Questo consolidamento è e sarà l’alto obiettivo della nostra politica e lo perseguiremo con tenacia e realismo non disgiunti da quella circospezione che è indispensabile allorché si intendono tutelare con inflessibile fermezza gli interessi e le naturali aspirazioni del popolo italiano.

A questo punto, all’accenno agli interessi e alle naturali aspirazioni del popolo italiano si produsse improvviso il «fattaccio». Da alcuni gruppi di deputati si levarono applausi e grida volte a precisare gli uni e gli altri: Tunisi, Corsica, Nizza, Savoia, Gibuti. Data la sede e, per di piú, la presenza di François-Poncet piú che una dimostrazione era una provocazione. E tutti, infatti, in Italia, all’estero e soprattutto in Francia tale la considerarono. E ciò tanto piú che, come osservò subito François-Poncet, riferendo il fatto a Parigi234, «venendo dopo gli omaggi ardenti all’Inghilterra, esso aveva per noi un carattere ancora piú significativo e choccant».

Due giorni dopo, mentre in varie città francesi cominciavano le prime manifestazioni contro l’Italia (manifestazioni a cui avrebbero corrisposto per vari giorni contromanifestazioni studentesche in Italia235) l’ambasciatore francese si recò da Ciano per chiedergli spiegazioni dell’incredibile episodio236 e per sapere, in relazione ad esso, se il governo italiano considerava tutt’ora in vigore gli accordi del gennaio ’35, regolanti tra l’altro la questione tunisina, e se riteneva che essi potessero ancora servire di base alle relazioni tra i due paesi. Ciano, assai cortese, rispose che «il governo non può prendere la responsabilità di grida lanciate da fascisti, siano esse state lanciate nell’aula parlamentare o nelle pubbliche piazze. Si limita a prenderne atto come indizio preciso dello stato d’animo del popolo italiano». E negò che la manifestazione fosse stata organizzata. Quanto alla domanda sugli accordi Mussolini-Laval, disse di dovere, prima di rispondere, interpellare Mussolini, ma che, a titolo personale, doveva fargli notare che essi «erano stati realizzati con dei presupposti che non hanno poi trovato nella pratica la loro conferma», sicché egli si domandava «se tutta la questione non dovesse venire ulteriormente esaminata sotto una nuova luce». Al tempo stesso aggiunse però che, una volta regolato l’affare spagnolo, non ci sarebbero state tra i due paesi che delle «zanzare»237. Secondo il diario di Ciano238, dopo la parte ufficiale del colloquio, François-Poncet avrebbe

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sottolineato che la Francia non è un paese caduto cosí in basso da potergli in permanenza richiedere «una libbra di carne». Uscendo mi ha chiesto se poteva continuare a sfare i bauli. Poi ha detto: «sarebbe bello vivere in pace a Roma». Freddamente ho risposto: «Dipenderà da Voi» e dopo una pausa, sorridendo: «E anche da noi». Ha lasciato la mia stanza pallido come un foglio di carta.

Su questi due episodi, la manifestazione alla Camera del 30 novembre e il colloquio Ciano – François-Poncet del 2 dicembre, praticamente il riavvicinamento italo-francese fece, come vedremo tra poco, naufragio. Prima di procedere oltre è però necessario fermarsi un momento e chiederci cosa fosse dietro al primo episodio.

Abbiamo visto nelle pagine precedenti i motivi per i quali Mussolini doveva aver voluto che le trattative con Parigi fossero precedute da un’«opportuna» preparazione dell’ambiente interno ed internazionale.

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Un’annotazione del diario di Ciano sotto la data dell’8 novembre239 e soprattutto le dichiarazioni di Mussolini in Gran Consiglio la sera del 30 novembre e la notte tra il 4 e il 5 febbraio ’39, da noi riferite nel terzo capitolo, ci mettono a loro volta in grado di conoscere con precisione i suoi programmi a lungo termine rispetto alla Francia. Una lettera, infine, fatta da lui scrivere il 14 novembre, alla vigilia dell’entrata in vigore degli «accordi di Pasqua», da Ciano a Grandi ci permette di stabilire anche quelli a breve termine. In essa si legge infatti240:

È chiaro che ormai, essendo sostanzialmente mutate le condizioni politiche, militari ed anche geografiche del nostro Paese, le future conversazioni con la Francia non possono venire riprese sulla base di un tempo. Le rivendicazioni che una volta tenevamo chiuse nel nostro animo, ormai possono, a breve scadenza, essere messe sul tappeto. Tre sono i punti fondamentali della nostra politica nei confronti della Francia: la Tunisia, Gibuti e il Canale di Suez.

Per la Tunisia non è concepibile ritornare a parlare di quelli che furono una volta gli Accordi Laval. Siamo su un ben altro piano. Intendiamo migliorare nettamente, decisamente e definitivamente la posizione delle nostre masse lavoratrici, che hanno rappresentato e che rappresentano la sola forza viva della razza bianca in quella zona. Non si tratta di reclamare puramente e semplicemente la cessione territoriale, come già del resto qualche giornale scrive. Ci accontentiamo di giungere, almeno in un primo tempo, ad una forma di condominio che permetta lo sviluppo sicuro e fecondo delle nostre attività.

Per quanto poi concerne Gibuti, la situazione è ancora piú precisa. Che cosa rappresenta quel porto avulso dall’Impero? È chiaro che noi non possiamo continuare ad impinguare col nostro lavoro e coi nostri traffici organismi ed aziende francesi. Quindi bisogna fissare alcuni punti: la ferrovia deve essere italiana totalmente; il porto deve essere amministrato globalmente dai due Paesi. Anche qui in pratica bisogna giungere ad una forma di condominio. Se ciò non fosse, dovremmo orientare in ben altro modo le nostre correnti di economia e di traffico ed il porto di Gibuti, privato della linfa vitale che gli viene dall’Italia e dall’Impero, diverrebbe rapidamente una foglia morta.

Terzo punto è quello del Canale di Suez. Non intendiamo, ora che i nostri traffici verso il Mar Rosso, l’Oceano Indiano e il Pacifico si sono cosí rapidamente moltiplicati, non intendiamo, ripeto, rimanere sottoposti all’esoso sfruttamento della Compagnia del Canale. Qualsiasi opera diventa, ad un certo momento, di pubblico dominio. Tanto piú se i capitali che furono in essa investiti sono stati ripagati ad un tasso che si può definire le mille volte usuraio. Noi non chiediamo questo. Ma vogliamo fermamente che le tariffe del Canale siano sottoposte ad una revisione e che i tassi siano equi ed onesti. Tutti i Paesi interessati ai traffici verso l’Oriente non potranno che condividere il nostro punto di vista e la nostra giusta richiesta.

Ti scrivo queste cose, caro Dino, non solo perché tu sia informato di quelle che sono per l’avvenire le direttrici di marcia della nostra politica estera, ma perché fin da ora chiedo il contributo della tua collaborazione. Il Duce desidera che tu, nella forma che riterrai del caso e con l’abilità tua personalissima, cominci a far intendere agli inglesi che questi problemi per noi esistono e che nessuno dovrà sorprendersi se ad un certo momento li porteremo nettamente in discussione. Non si tratta di fare un «passo». Basta lasciar cadere la parola al momento opportuno. Far sentire che qualche cosa deve avvenire in tal senso. Predisporre, se non è addirittura possibile preparare, l’opinione inglese a tali richieste. Non posso adesso dirti quando e come tutto ciò avverrà: lo vedremo nello sviluppo degli eventi. Ma è certo che il Duce ormai si è prefisso queste mete e ciò basta per dire che saranno anch’esse conseguite.

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Anche avendo già premesso che Mussolini contava, per realizzare i suoi piani politici di avere molto piú tempo di quello che in realtà ebbe, di fronte a questa lettera viene da chiedersi il perché della manifestazione del 30 novembre, quando gli obiettivi che si volevano conseguire con la preparazione preventiva erano ormai raggiunti e quando doveva essere evidente che un fatto tanto clamoroso e fuori di tutte le regole dei rapporti internazionali poteva solo pregiudicare l’avvio delle trattative e, oltre tutto, creare difficoltà anche con gli inglesi che, dalla lettera stessa, appare chiaro si volevano sensibilizzare in tutt’altro modo. È possibile pensare che Mussolini e Ciano, se furono loro ad organizzare la manifestazione come tutti allora pensarono e come anche oggi si crede, non capissero che con essa la realizzazione dei loro obiettivi a breve termine sarebbe sfumata o sarebbe stata rinviata molto nel tempo? O si deve pensare che, ciò nonostante, la vollero per qualche altro motivo che a prima vista sfugge?

Varie ipotesi furono subito formulate. Vi fu chi pensò che Mussolini avesse voluto drammatizzare al massimo la situazione per poi poter negoziare da una posizione di forza, con l’appoggio tedesco e la mediazione britannica o che, invece, puntasse a provocare una nuova conferenza delle quattro grandi potenze, una nuova Monaco, in previsione della quale la manifestazione del 30 novembre sarebbe stata una sorta di sua Godesberg241. I piú, in Francia, in Germania e in Inghilterra, pensarono però che la manifestazione fosse diretta sostanzialmente contro la Germania. Che cioè Mussolini vi avesse fatto ricorso in un estremo tentativo di far capire a Berlino che egli non poteva accettare il riavvicinamento franco-tedesco che sembrava stesse maturando in quei giorni e che, se realizzato, lo avrebbe messo nella impossibilità di costringere Parigi ad accettare le sue condizioni pur di giungere ad un accordo con lui. Di qui il suo rischiare il tutto per il tutto242. Questa seconda ipotesi è stata sostanzialmente ripresa anche in sede storiografica dal Toscano e dal Pastorelli243. In realtà, anche se è indubbio che il riavvicinamento franco-tedesco non era gradito a Roma, essa (come del resto le altre) suscita molte perplessità. Contro di essa vi è l’annotazione di quello stesso giorno di Ciano: «niente era stato preparato. I deputati hanno espresso spontaneamente le loro aspirazioni che sono quelle del popolo»244, che però è parzialmente inficiata dal fatto che la manifestazione fu certamente organizzata. Su questo non vi è dubbio. E troppe notizie concordano nel farne attribuire l’organizzazione a Starace che fu visto anche nell’aula di Montecitorio incitare i deputati ad associarsi alle grida245. Oltre l’annotazione a caldo di Ciano vi è però quanto affermato da Mussolini in Gran Consiglio oltre due mesi dopo e che cioè la manifestazione, per quanto «nell’aria», era stata «inattesa», non preordinata e dannosa per la politica fascista. Un’affermazione, dunque, che indubbiamente potrebbe essere stata dettata dalla volontà del «duce» (che sul momento pare addirittura fosse stato compiaciuto della manifestazione246) di giustificarsi dell’errore commesso e di scaricarne su altri la responsabilità, ma che, ciò nonostante, non può non essere presa in considerazione, tanto piú che se la manifestazione fosse stata organizzata su istruzioni di Mussolini riesce difficile comprenderne perché – dato che il pacchetto delle rivendicazioni che si cercava di portare al tavolo delle trattative era già stato ampiamente definito e messo in piazza – i deputati e il «pubblico» delle tribune aggiunsero a quelle del pacchetto altre rivendicazioni, come la Corsica e addirittura la Savoia, che esso non contemplava o che Mussolini escludeva sia per il presente che per il futuro.

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Sicché – allo stato della documentazione – è forse piú prudente pensare che Mussolini e Ciano non mentissero, almeno per quanto ri guardava una loro partecipazione all’ideazione della manifestazione e che questa fosse stata organizzata da Starace per eccesso di zelo e senza conoscere bene i programmi politici di Mussolini e le loro scadenze247.

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Chiunque sia stato il suo ideatore, una cosa è comunque certa: la manifestazione del 30 novembre determinò il fallimento sia dei tentativi francesi di riavvicinamento all’Italia sia dei piani di Mussolini di approfittare delle difficoltà della Francia per realizzare una prima parte delle sue rivendicazioni verso di essa. Nel clima di sovraeccitazione e di ostilità da essa determinato in Francia, la risposta negativa che Ciano dette il 17 dicembre al quesito postogli quindici giorni prima da François-Poncet sulla validità o no per l’Italia degli accordi Mussolini-Laval, la replica francese del 25 dicembre – cosí secca e puntuale (anche se Ciano nel suo diario la definí «blanda»248) da meravigliare e deludere persino gli inglesi (secondo François-Poncet, Perth era stato sino a quel momento dell’idea che, tutto sommato, un accordo sarebbe stato possibile e giudicava le rivendicazioni italiane «moderate e ragionevoli»249) che auspicavano una détente e avevano cercato di moderare le reazioni di Parigi – e il viaggio di Daladier in Corsica e in Tunisia nei primi giorni del nuovo anno, durante il quale il presidente del consiglio francese aveva ribadito a piena voce il suo «jamais» alle rivendicazioni italiane (che, del resto, già aveva espresso in termini piú parlamentari ma non meno espliciti alla Camera e al Senato il 13 e il 19 dicembre) suscitando le ire della stampa fascista, portarono infatti i rapporti tra i due paesi ad uno stallo completo e ad un punto di tensione in cui parlare di un riavvicinamento era impensabile. E ben poco in questo clima serví la visita a Roma di Chamberlain e di Halifax dall’11 al 14 gennaio 1939. Nelle conversazioni dei due statisti inglesi con Mussolini e Ciano il problema fu trattato da ambo le parti con cautela. Gli inglesi manifestarono il loro vivo rammarico per la situazione, tanto piú che, come Chamberlain disse a Mussolini, «dopo il 1935 il governo inglese riteneva che non vi fosse piú materia di controversia fra Roma e Parigi». Gli italiani dissero che, «allo stato degli atti», non desideravano o sollecitavano «interventi o mediazioni» e che ritenevano «che quando la guerra spagnola sarà finita, sarà possibile di risolvere direttamente, attraverso conversazioni con la Francia, la controversia esistente»250. Lo stesso concetto venne ribadito, dopo la fine degli incontri, dall’«Informazione diplomatica» n. 26251.

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I dispacci di François-Poncet e di Charles-Roux sugli incontri italo-inglesi di Roma lasciano chiaramente trasparire una certa irritazione per l’eccessivo credito e ottimismo che, a loro dire, Chamberlain e Halifax avevano mostrato per la buona fede italiana252. Ciò nonostante è probabile che il fatto che Mussolini avesse parlato della possibilità di risolvere la «controversia» dopo la fine della guerra di Spagna, unito ad alcune notizie raccolte dall’ambasciata a Roma presso un «importante» membro del·PNF secondo cui Mussolini aveva paura di nuove iniziative di Hitler e quindi fretta di risolverla in un modo o in un’altro anche a condizioni non troppo gravose per la Francia253, abbia avuto qualche eco a Parigi. Se non altro nel senso di spingere Daladier e Bonnet a cercare di vedere un po’ piú chiaro nelle intenzioni di Mussolini. Solo cosí ci pare si possa spiegare la loro decisione di affidare, pochi giorni dopo la visita di Chamberlain e di Halifax, al direttore della Banca d’Indocina, Paul Baudouin (personaggio ben noto a Roma e che in anni piú lontani aveva incontrato due volte Mussolini e che nei giorni precedenti era stato oggetto di un’avance in proposito, tramite l’amministratore delegato della Società delle saline di Gibuti, da parte del ministro dell’AI A. Teruzzi), l’incarico di prendere segretamente contatto con Roma (anche François-Poncet fu tenuto all’oscuro di tutto) per sondarne le intenzioni254.

Baudouin incontrò il 2 e il 3 febbraio Ciano che cosí riassunse nel suo diario il primo dei due colloqui255:

Daladier non intende fare alcuna concessione territoriale aperta: se pretendessimo territori sarebbe la guerra. Però è disposto a fare le seguenti concessioni: larga zona franca a Gibuti; partecipazione all’amministrazione del porto; cessione all’Italia della ferrovia in territorio etiopico; appoggiare le nostre richieste per quanto concerne Suez; rivedere gli accordi del 1935 per ciò che concerne Tunisi purché non si intenda fare della Tunisia «i Sudeti italiani». Ho precisato che per Tunisi noi chiediamo una cosa: il diritto agli italiani di restare italiani. Mi sono riservato una risposta dopo aver riferito al Duce.

Mussolini ritenne la proposta «interessante». «Allo stato degli atti – annotò Ciano – non vi sono che due alternative: o trattare su que ste basi, rinviando ad epoca piú propizia la soluzione integrale del problema, o affrontarla subito. Ma allora è la guerra». Il «duce» autorizzò la continuazione del sondaggio, ma volle che ne fossero informati anche i tedeschi256. Non è chiaro se questi ne fossero già al corrente; secondo Ciano furono però loro che ne fecero trapelare la notizia alla stampa francese d’opposizione («Le populaire», «L’humanité», «L’ordre») che ci imbastí sopra una vivace campagna contro il governo che, insieme al sopravvenire della seconda crisi cecoslovacca, indusse il 20 marzo Daladier a sospendere, almeno per il momento, l’operazione, che, senza questi due fatti, Bonnet sarebbe stato invece propenso a portare avanti257.

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Per quanto significativa per capire come, nonostante tutto, a quest’epoca i rapporti italo-francesi non fossero in realtà del tutto pregiudicati e Mussolini si sarebbe accontentato di molto poco pur di dar loro un indirizzo conforme ai suoi piani, è dubbio che, anche se avesse avuto un seguito, la «missione Baudouin» avrebbe potuto ormai modificare veramente il corso della politica estera fascista. Il fatto che Mussolini ne abbia autorizzato per parte sua il proseguimento non deve trarre in inganno: la decisione è infatti tipica del suo modus agendi, del suo cercare di tenersi sempre aperte dietro le spalle tutte le porte. Ciò che conta è che ai primi del febbraio ’39, quando Baudouin prese contatto con Ciano, era ormai troppo tardi per influire veramente sulla politica del «duce».

* * *

Alla fine della Conferenza di Monaco von Ribbentrop era tornato ancora una volta alla carica con Ciano per l’alleanza. Il progetto che gli aveva consegnato era diverso dai precedenti, ma il suo scopo era lo stesso. Non si trattava piú di un’alleanza a due, ma – come il ministro degli Esteri tedesco disse al suo collega italiano consegnandoglielo258 – della «cosa piú grande del mondo», di un’alleanza a tre: Germania, Italia e Giappone. A un rapporto piú stretto con il Giappone – lo si è visto – Mussolini e Ciano avevano pensato da tempo, tanto come semplice minaccia per «ammorbidire» Londra quanto come effettivo strumento contro di lei nel caso che l’accordo con l’Inghilterra si fosse dimostrato irrealizzabile. E in questa logica vi erano stati anche contatti con Tokio e con Berlino, che aveva preso in mano la cosa e l’aveva portata avanti sino a giungere, proprio nei giorni decisivi della crisi cecoslovacca, a concordare un progetto di patto d’alleanza a tre, quello, appunto, consegnato a Monaco a Ciano259. L’accoglienza italiana era stata però fredda. «Credo che lo studieremo con molta calma e, forse, l’accantoneremo per qualche tempo», aveva subito annotato Ciano260. In quel momento Ciano e ancor piú Mussolini tutto volevano salvo precipitare le cose. Il «duce» in particolare andava maturando, lo si è visto, tutt’altri progetti, nei quali non rientrava un’alleanza con la Germania. I negoziati per perfezionare il progetto del patto erano stati dunque continuati, ma pensando sostanzialmente ad altro. E gli stessi rapporti con Berlino erano entrati in una fase apparentemente di grande cordialità e di grande dinamismo – si pensi al gran clamore fatto attorno all’arbitrato di Vienna (2 novembre ’38) con cui Germania e Italia avevano risolto la questione delle rivendicazioni ungheresi a danno della Cecoslovacchia –, ma sostanzialmente di prudenza, di sotterranea polemica e concorrenza e persino di insofferenza per il comportamento di von Ribbentrop261. A ben vedere, da parte italiana si erano fatte meno numerose e impegnative le prese di posizione e le iniziative pubbliche verso la Germania, mentre quelle da parte tedesca si erano mantenute sugli standards precedenti262.

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Un viaggio, a fine ottobre, di von Ribbentrop a Roma, ufficialmente per appianare le divergenze italo-tedesche sulle rivendicazioni di Budapest verso Praga, ma essenzialmente per caldeggiare la stipulazione dell’alleanza a tre, non aveva avuto alcun esito. Mussolini aveva fatto al ministro tedesco un lungo discorso pieno di «simpatia», di belle parole e di affermazioni, in parte delle quali credeva e che in parte gli servivano per menare il can per l’aia, ma aveva risposto no. Ecco come Ciano l’aveva verbalizzato263:

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Il Duce è d’accordo che vi sarà la guerra nel giro di pochi anni tra l’Asse, la Francia e l’Inghilterra. Ciò è nel dinamismo storico. Si è determinata una frattura insanabile tra i due mondi. Bisogna riconoscere che tra Londra e Parigi esiste una alleanza difensiva simile a quella che ora viene proposta dalla Germania. Inoltre sono già in atto contatti tecnici fra gli Stati Maggiori. Tra l’Italia e la Germania invece non esistono Patti scritti, poiché ormai si possono considerare sorpassati i Protocolli di Berchtesgaden che contemplavano problemi contingenti. Esiste il Patto anticomunista di Roma, in cui predomina il carattere ideologico e che ci impegna a fondo insieme con il Giappone. Non si deve però dimenticare che tra l’Italia e la Germania vi è la solidarietà dei regimi, nonché l’interesse reciproco di aiutarsi anche se l’impegno non è consacrato in un documento ufficiale. L’attitudine dell’Italia è stata chiara nel passato e lo sarà sempre quando fossero in giuoco le sorti dei due Regimi.

Crede che si debba arrivare alla conclusione di questa alleanza, ma fa una precisa riserva sul momento in cui converrà stringere tale Patto. Premette che si esprimerà con la chiarezza che è doverosa verso gli amici e che considera l’alleanza un impegno sacro che si deve in qualsiasi evenienza rispettare ed eseguire al cento per cento. Perciò bisogna fare un esame della situazione in Italia. L’Asse ormai è popolare: gli italiani sono fieri di questo sistema politico che ha già dato cosí formidabile prova nelle recenti vicende mondiali. Nei confronti però dell’Alleanza militare l’opinione pubblica sarebbe in alcuni suoi settori ancora impreparata. L’aviazione è favorevole, la marina abbastanza favorevole, l’esercito favorevole nei bassi gradi, mentre nei medi gradi e soprattutto negli alti gradi esistono ancora dei larghi settori di riserbo. Resta bene inteso che quando il Governo deciderà tale alleanza tutti obbediranno e nessuna obiezione verrà mossa.

I contadini e anche gli operai sono simpatizzanti con la Germania nazista e vedrebbero con favore qualsiasi nuovo impegno. La borghesia invece meno. La borghesia continua a guardare Londra con un certo interesse e ciò perché i borghesi identificano erroneamente la potenza con la ricchezza. Un’altra ragione di freddezza nei confronti di un’alleanza con la Germania sarebbe rappresentata dalla lotta tra il Nazismo e il Cattolicesimo, mentre l’Accordo diventerebbe molto popolare se una distensione in materia religiosa si determinasse in Germania.

Il Duce afferma che è sua volontà di fare questa alleanza allorché l’idea sia stata fatta convenientemente maturare nelle grandi masse popolari. Oggi ancora non lo è. Il popolo italiano è giunto alla fase «Asse»: non ancora a quella dell’alleanza militare. Vi può del resto giungere molto rapidamente.

A queste parole, forse per indorare la pillola, Mussolini aveva aggiunto che, quando fosse giunto il momento, non si sarebbe dovuta stipulare un’alleanza difensiva, ma un’alleanza offensiva:

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Noi non dobbiamo fare un’alleanza puramente difensiva. Non ve ne sarebbe bisogno perché nessuno pensa di attaccare gli Stati totalitari. Vogliamo invece fare un’alleanza per cambiare la carta geografica del mondo.

Ma a quest’affermazione aveva subito aggiunto ciò che piú gli stava a cuore e lo preoccupava, dato il dispiegarsi del dinamismo tedesco nell’est e nel sud-est europeo ben oltre i termini degli accordi di Berchtesgaden e di Berlino: «Allorché l’alleanza tra noi e la Germania apparirà matura, bisognerà fissarne gli obiettivi». Gli obiettivi e le conquiste. «Per parte nostra sappiamo già dove dobbiamo andare». Ma la Germania...? Quali erano i suoi obiettivi? Prima di giungere all’alleanza Mussolini voleva mettere bene in chiaro la questione. E perché non vi fossero equivoci o fraintendimenti voluti (Mussolini e Ciano erano giunti alla conclusione che nel gruppo dirigente nazista vi erano due correnti antagoniste, «Göring che vuole organizzare la pace, von Ribbentrop che intende preparare la guerra»264), il giorno dopo aveva consegnato al ministro tedesco una breve nota scritta nella quale erano riassunti i punti centrali di quanto gli aveva detto a voce265. Ciano a sua volta era tornato a parlare di un possibile patto di consultazione fra le quattro grandi potenze266.

Per un paio di mesi dopo la visita di von Ribbentrop i rapporti tra Roma e Berlino avevano attraversato una fase di stanca. Prima di prendere qualsiasi decisione Mussolini voleva vedere come procedevano quelli con Parigi e soprattutto con Londra. Se l’entrata in vigore degli «accordi di Pasqua» avesse dato i frutti sperati e cioè avesse costituito la base per un modus vivendi con l’Inghilterra tale da indurre i francesi ad accettare le condizioni italiane per la «normalizzazione» dei rapporti tra i due paesi, non vi sarebbe stato alcun motivo per spingere quelli con la Germania oltre la fase dell’Asse, e ciò ancor piú se Londra si fosse mostrata disposta – come, lo si è visto, le fu richiesto tramite il «canale segreto» – ad aiutare economicamente l’Italia e contribuire alla sua azione di puntellamento dell’Ungheria per sbarrare la strada alla penetrazione tedesca verso sud-est. Significativi sono a questo proposito gli allarmi suscitati a Roma dalle notizie relative ad un possibile riavvicinamento franco-tedesco, che avrebbe bloccato per un certo tempo la politica mussoliniana verso la Francia. Allarmi che erano stati subito colti da tutte le cancellerie interessate e che spiegano perché queste avrebbero in genere interpretato il discorso di Ciano del 30 novembre e la manifestazione alla quale esso aveva dato luogo come un avvertimento a Berlino, ma che in realtà dovevano aver contribuito a determinare nel «duce» un tutt’altro tipo di reazione: quella di fargli diluire molto di piú le sue rivendicazioni verso la Francia e convincerlo che per il momento era necessario accontentarsi di molto poco. Molto piú significativa ai fini del nostro discorso è però la reazione suscitata in lui dalle prime notizie relative al convegno franco-britannico del 23-24 novembre e in particolare da quelle che volevano che il convegno dovesse varare la trasformazione dell’entente tra i due paesi in una vera e propria alleanza. Di fronte a questa prospettiva, che molto piú che non il riavvicinamento franco-tedesco avrebbe sconvolto e in pratica nullificato i suoi piani, la reazione di Mussolini era stata quella di far telegrafare ad Attolico di informare von Ribbentrop «che se tale dovesse essere il risultato dei colloqui di Parigi considereremmo sorpassate le osservazioni formulate in occasione del suo recente viaggio a Roma e saremmo disposti a definire il progetto di alleanza militare con la Germania, senza i previsti aggiornamenti». Per fortuna Attolico, un po’ per la sua grande esperienza diplomatica e conoscenza della riluttanza inglese ad impegnarsi sul continente se non in caso di estrema necessità, un po’ perché ancora convinto che «da Monaco avrebbe potuto nascere la nuova collaborazione europea»267 e capendo bene che la decisione di Mussolini l’avrebbe resa impossibile, aveva preso tempo per eseguire le istruzioni ricevute, adducendo l’impossibilità di vedere per qualche giorno von Ribbentrop. Dopo di che, passata la paura, non si era piú parlato di accettare di concretizzare l’alleanza268.

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La reazione francese al «fattaccio» del 30 novembre e l’atteggiamento inglese di fronte ad esso, formalmente corretto ma chiaramente critico, dovevano aver scosso la fiducia di Mussolini nella praticabilità dei suoi piani e rafforzato la sua convinzione che la «concezione della vita» degli stati totalitari e di quelli democratici era ormai cosí radicalmente diversa da rendere alla lunga impossibile un accordo tra loro. Un suo anonimo exploit letterario-politico di quei giorni su «Il popolo d’Italia», Dialoghi sul Tamigi269 è al secondo proposito indicativo. Prima di prendere qualsiasi decisione egli aveva voluto però attendere di incontrarsi con Chamberlain e con Halifax e di tastare loro personalmente il polso. Chiarissimo è in questo senso il suo comportamento, il 15 dicembre, con l’ambasciatore giapponese a Berlino, generale Oshima, di passaggio per Roma. Il resoconto lasciatoci da Ciano del colloquio è estremamente interessante, anche per capire lo stato d’animo con cui a Roma si guardava a quelli che sarebbero potuti essere i partners di una futura alleanza. Scriveva Ciano270:

569–570

Ho accompagnato dal Duce il Generale Oshima, Ambasciatore del Giappone a Berlino. La sua visita era stata raccomandata da Ribbentrop, perché Oshima è, come lui, uno zelatore della trasformazione del Patto anti-Komintern in un Patto di alleanza tripartita... Quando ha cominciato a parlare mi sono reso conto del perché Ribbentrop lo ami tanto: sono dello stesso genere, entusiasta e semplificatore. Non voglio dire facilone. Ha attaccato la Russia ed ha detto che il Giappone intende smembrarla in tanti stati da render vano e assurdo ogni pensiero di rivincita; ha detto che il Giappone vuole eliminare ogni interesse britannico dalla Cina e in genere dal Pacifico. Ha progettato in luce tragica la posizione inglese nelle Indie. Il Duce ha ripetuto le consuete argomentazioni sulla necessità di ritardare di qualche tempo la trasformazione del Patto ed ha indicato quale sarebbe l’epoca in cui prenderà le sue decisioni: quella che va da metà gennaio a metà febbraio.

La data indicata da Mussolini non lascia dubbi: tutto ormai era per lui legato a come si sarebbero svolti i colloqui con gli inglesi.

Nel suo intimo Mussolini doveva avere avuto però poche speranze che essi potessero andare come avrebbe voluto. Nonostante l’ottimismo di Perth, di cui però non a caso era stato proprio in quei giorni annunciata la sostituzione all’ambasciata di Roma con Percy Loraine, un «grigio» funzionario con dei «precedenti» che non deponevano bene per la sua amicizia verso l’Italia fascista, troppi sintomi, non ultimo il silenzio che aveva accolto le avances fatte tramite il «canale segreto» e i passi che gli inglesi, venuti a conoscenza del progetto di alleanza tripartita, avevano fatto con l’aiuto americano per dissuadere Tokio dall’insistervi271, lasciavano capire che di strada insieme, nel senso voluto da Mussolini, Roma e Londra ne avrebbero fatta ben poca. A ciò si dovevano poi aggiungere le dichiarazioni di Daladier alla Camera e al Senato francesi del 13 e del 19 dicembre e l’annuncio del viaggio che lo stesso Daladier si accingeva a fare in Corsica e in Tunisia, fatti questi che non potevano autorizzare alcuna speranza neppure sul versante parigino della politica mussoliniana e che facevano temere a qualcuno il peggio, al punto – se è attendibile quanto avrebbe riferito ai primi del marzo ’39 a Berlino un agente tedesco272 – che, spaventati dall’idea di un possibile attacco francese, Pariani e persino Badoglio avevano cominciato a sollecitare il «duce» ad autorizzare l’inizio di vere conversazioni militari italo-tedesche273. Il che, tra l’altro, vale la pena di sottolinearlo, spiegherebbe perché quando, decisa ormai l’alleanza, Mussolini ne avrebbe informato Vittorio Emanuele III, il sovrano, nonostante la sua precedente avversione all’Asse, se ne sarebbe mostrato contento.

570–571

Non ama i tedeschi, ma detesta e disistima i francesi – avrebbe annotato Ciano riferendo quanto dettogli dal suocero –. Li ritiene capaci però di un colpo di mano contro di noi e pertanto vede con soddisfazione l’impegno di assistenza militare germanico.

L’unica possibilità di avere ancora un margine di manovra sarebbe stata quella di potersi offrire a Chamberlain come mediatore tra lui e Hitler. Ma un passo fatto a metà dicembre in questo senso da Magistrati presso von Ribbentrop era caduto nel vuoto.

A lui, su istruzioni di Roma – ha ricordato Magistrati che in quei giorni sostituiva Attolico in congedo natalizio274 –, dissi appunto che il Governo italiano, avendo regolato ormai tutte le questioni di carattere pratico, esistenti con l’Inghilterra, era pronto a spendere tutta la sua influenza, se richiesto dalla Germania ed in previsione della prevista e non lontana visita a Roma del signor Chamberlain, per un miglioramento dei rapporti anglo-tedeschi.

La risposta non fu positiva. Il ministro, sempre tenacemente avverso, ormai, alla politica di Londra, mi affermò che i rapporti tra Berlino e l’Inghilterra erano «cosí cattivi da far ritenere inutile un tale tentativo».

571

Con Monaco Mussolini era fortunatamente ma in apparenza molto brillantemente caduto in piedi e il successo cosí riportato gli aveva fatto credere di avere, con la sua abilità, il futuro in pugno. A meno di tre mesi di distanza da quelle giornate i suoi piani o, se si preferisce, i suoi sogni mostravano tutta la loro corda e gli enormi rischi insiti in essi. Il pendolo minacciava di fermarsi e di costringerlo o all’isolamento o a scegliere. In teoria tra Londra e Berlino, in realtà ad andare con Berlino, dato che, a quel punto, scegliere Londra avrebbe voluto dire andare a Canossa con Parigi. Con tutto quello che ciò avrebbe comportato per il suo prestigio interno ed internazionale.

Stante questa situazione, la seconda metà del dicembre doveva essere stata uno dei momenti piú drammatici della sua vita, tanto da fargli persino interrompere le sue usuali e distensive telefonate a «Il popolo d’Italia» per informarsi di come andavano le cose, fare le sue osservazioni sui numeri pubblicati, dare le sue istruzioni per quelli in preparazione 275. Anche se sgradita e temuta, l’alleanza con Hitler doveva ogni giorno di piú, via via che tutte le altre gli si chiudevano davanti, essergli apparsa l’unica porta rimastagli aperta. E da imboccare subito, senza attendere gli incontri con Chamberlain e Halifax, dato che farlo dopo il loro, per lui, ormai scontato fallimento avrebbe solo reso piú precario e umiliante il rapporto con i tedeschi. Già otto giorno dopo il colloquio con l’ambasciatore giapponese a Berlino, parlando dei prossimi incontri con Chamberlain a Ciano, appena rientrato a Roma da Budapest (dove aveva dovuto constatare quanto forti fossero in quel paese le ostilità verso la Germania ma anche le pressioni tedesche) non aveva fatto mistero della sua «intenzione» di aderire «al Patto triangolare, secondo la proposta di Ribbentrop» 276. Poi, approfittando delle feste natalizie, si era ritirato nella solitudine della Rocca delle Camminate a meditare e prendere la sua decisione. Nessuno, salvo forse Ciano, dei suoi collaboratori, sempre piú da lui tenuti a distanza e all’oscuro di ciò che pensava, doveva essersi reso conto del suo dramma. L’unico che in qualche misura doveva aver capito che qualcosa di grosso stava maturando nella sua mente doveva essere stato, forse, François-Poncet. Un suo rapporto a Bonnet del 31 dicembre lo lascia almeno pensare 277:

572

In questa fine d’anno, il pensiero, i progetti del Duce rimangono sempre avvolti nel mistero. Quantunque vi sia qualche ragione per pensare che la risposta del governo francese alla lettera del conte Ciano, denunciante gli accordi del gennaio 1935, l’abbia sconcertato e imbarazzato, il Signor Mussolini non ha ancora reagito o giudicato opportuno di far conoscere le sue reazioni e di sollevare il velo che copre l’aspetto positivo dei suoi piani. La stampa italiana espone nel modo piú perentorio e veemente un programma di rivendicazioni al tempo stesso ampio e indefinibile. Comporta esso delle esigenze territoriali? Rispetta, in ogni caso, la sovranità e l’integrità dei possessi della Francia? Cosa bisogna prenderne, cosa bisogna lasciarne? Qual è nelle pretese che avanza e nell’argomentazione su cui si appoggia la parte attribuibile alla tattica e quella che si deve ritenere essenziale? Nessuna voce ufficiale, nessuna informazione ufficiosa di fonte sicura ce lo indica.

Gli amici, gli intimi del dittatore sono, del resto, i primi a confermare che questo si circonda di un segreto sempre piú impenetrabile, ch’egli non è piú lo stesso di un tempo, che è molto cambiato, che non riceve piú nessuno e che nessuno, oggi, salvo, forse, il conte Ciano, saprebbe dire cosa prepara e verso quale scopo si dirige.

Un fatto, tuttavia, sembra acquisito: è il disagio dell’opinione pubblica. Le condizioni materiali di vita sono mediocri. Il livello di vita di un contadino o di un operaio italiano è inferiore a quello di un francese e persino di un tedesco. Le condizioni morali lasciano egualmente a desiderare. Dietro l’ardore dimostrativo delle formazioni del partito si indovina molta delusione e stanchezza.

L’Asse Roma-Berlino non ha guadagnato popolarità. Numerosi sono coloro che si rendono conto che di esso ha soprattutto profittato la Germania, che l’Italia non ne ha, sin’ora, ricavato niente, e in tutti i casi in cui gli interessi dei due paesi si sono trovati in contrasto, come nella loro recente divergenza sulle frontiere della Russia [sic] subcarpatica, è l’Italia che si è dovuta piegare.

È dunque probabile che il Duce sia preoccupato di ristabilire la situazione e cerchi, a breve scadenza un successo di cui ha bisogno. Ma dove può trovarlo?

Al ritorno dalla Rocca delle Camminate la decisione era presa. Il 1º gennaio Ciano lo aveva trovato di umor nero, scontento per come andavano le cose in AOI, invelenito contro il Vaticano (nella cui attività tramite l’Azione cattolica vedeva un tentativo di costituire un vero e proprio partito politico per esser pronto a raccogliere la successione del fascismo) al punto da escludere qualsiasi celebrazione del prossimo decennale della Conciliazione e ostile alla borghesia278. Alla fine del colloquio gli aveva comunicato la sua «decisione di accogliere la proposta di Ribbentrop per trasformare in alleanza il Patto anti-Komintern»279:

Vuole che la firma abbia luogo nell’ultima decade di gennaio. Considera sempre piú inevitabile lo scontro con le democrazie occidentali e vuol pertanto predisporre lo schieramento. In questo mese intende preparare l’opinione pubblica, «della quale, però, se ne frega».

573–574

Il giorno dopo Ciano aveva scritto a von Ribbentrop comunicandogli la decisione. Il tono e la sostanza della lettera280 erano ben diversi da quelli usati a fine ottobre da Mussolini con lo stesso von Ribbentrop. Nessun cenno ad un carattere offensivo dell’alleanza e anzi esplicita affermazione che l’accordo «dovrà venire presentato al mondo come un Patto di pace, che assicura alla Germania e all’Italia la possibilità di lavorare in piena tranquillità per un periodo abbastanza lungo di tempo». Lungo tentativo di negare che sulla decisione ci fosse stato «qualsiasi riflesso delle nostre relazioni politiche con la Francia», con la quale ci si diceva convinti di poter risolvere le questioni di «carattere contingente» (Statuto degli italiani di Tunisi, porto franco a Gibuti, esercizio della ferrovia Gibuti – Addis Abeba, partecipazione all’amministrazione del canale di Suez) attraverso normali negoziati diplomatici, «dei quali però non intendiamo prendere l’iniziativa», e di contro affermazione che le ragioni erano l’«ormai provata esistenza di un patto militare tra la Francia e la Gran Bretagna», «il prevalere della tesi bellicista negli ambienti responsabili francesi» e «la preparazione militare degli Stati Uniti che ha lo scopo di fornire uomini e soprattutto mezzi alle democrazie occidentali in caso di necessità». E, infine, l’auspicio di attrarre nell’alleanza tripartita i paesi che la «possano in Europa rifornire di materie prime, e cioè principalmente: Iugoslavia, Ungheria e Romania».

Per il momento la decisione era stata mantenuta segretissima. Ne erano stati informati, oltre al re, di cui abbiamo già detto la reazione, pochissimi altri, tra essi Starace e Attolico e, vagamente, Grandi, entrambi in Italia per le festività di fine anno. Attolico, sino allora «piuttosto ostile» all’alleanza con la Germania, si era dimostrato «apertamente favorevole»; secondo Ciano281 perché «convinto che niente sarebbe tra noi piú popolare della guerra alla Francia». Grandi aveva fatto buon viso a cattivo gioco. Cosí Ciano aveva annotato la sua reazione282:

Gli faccio un cenno assai impreciso circa la futura alleanza con la Germania e osservo le sue reazioni. Si dichiara favorevole e non crede che possa avere ripercussioni troppo gravi nel mondo britannico: è già scontata. Ed è ancora vivo il ricordo della triplice alleanza che non impedí, durante trent’anni, il mantenimento di cordiali rapporti tra l’Italia e la Gran Bretagna».

Anche se mantenuta segreta, la decisione aveva ovviamente pesato molto sugli incontri, la settimana successiva, con Chamberlain e Halifax, contribuendo a farli risultare anche piú inconcludenti, sotto la loro apparente cordialità, di quanto, senza di essa, sarebbero forse potuti essere, almeno per qualche aspetto particolare. Persino quanto a cordialità Chamberlain era stato superiore a Mussolini. Grandi ce ne ha lasciato nelle sue memorie un quadro tanto accorato quanto prezioso per coglierne l’atmosfera:

574–575

Furono giornate assai tristi. Quando vidi Chamberlain scendere dal treno coll’ombrello, alla stazione di Roma, come un viaggiatore normale e Mussolini andargli incontro, in cappotto militare con Ciano al fianco e la legione della Milizia fascista che fece gli onori militari, un Mussolini tanto diverso da quello che io avevo visto a Livorno, Rapallo, Firenze andare incontro a sir Austin Chamberlain, col cappello floscio, goffo e imbarazzato, mi domandai se fosse ancora possibile un’intesa fra due mentalità, tra due mondi spirituali cosí diversi. Eppure era ancora possibile. Gli ospiti brittannici vennero ospitati regalmente a Villa Madama, e non furono risparmiati in loro onore banchetti, feste, balletti. Tutte le risorse del cerimoniale di Ciano, imparate in Germania, vennero utilizzate. Ciò era immensamente lontano dallo stile brittannico e da quello che era stato lo stile italiano negli anni lontani a me noti fino al 1932. Le conversazioni si svolsero a P. Venezia e a P. Chigi. Non vi fui invitato a partecipare, né alcuno mi comunicò il contenuto di esse. Però, da quello che seppi dopo, al mio ritorno a Londra, dalla stessa delegazione brittannica, accertai che gli argomenti non erano usciti dal vago. Nulla di concreto si era deciso. Nel banchetto ufficiale a P. Venezia cui erano state invitate donne troppo belle e troppo giovani, Mussolini rivolse a Chamberlain un discorso cortese ma formale, preparato da P. Chigi. Chamberlain rispose con un discorso umano, caldo. Mussolini si rese conto immediatamente mentre Chamberlain ebbe finito di parlare che ai convenuti il discorso di Chamberlain era piaciuto di piú. Lo osservavo. Vidi benissimo che si irritò con se stesso e che in quel momento avrebbe voluto essere stato altrettanto caldo, altrettanto umano quanto lo era stato il freddo compassato brittannico. Ma il discorso era già fatto. Di tutta la immensa sala gremita di convitati i soli vestiti in abito civile da sera erano i membri della delegazione brittannica, dell’Ambasciata brittannica e il sottoscritto. Tutti erano vestiti in uniformi strane, giubba bianca e pantaloni neri e camicia nera, un orrore. L’uniforme di Starace. Al mio ingresso nella sala, il Segretario del Partito mi aveva affrontato dicendo: non puoi partecipare al pranzo, se non hai l’uniforme. Io non l’avevo. Dissi che me ne andavo. Intervenne Ciano. La questione fu portata a Mussolini il quale consentí che io intervenissi ugualmente. «Purché sia l’ultima volta...» mi disse Starace.

Un confronto tra il carattere anodino dei resoconti dei colloqui stesi da Ciano e quanto contemporaneamente lo stesso ministro degli Esteri annotava nel suo diario283 conferma questo quadro e mostra bene sino a qual punto da parte italiana si era frainteso l’atteggiamento inglese e confusa la preoccupazione di Chamberlain per la gravità della situazione europea con la paura di un conflitto. Valgano ad esempio questi brevi stralci:

575

11 gennaio. Arrivo di Chamberlain. La visita è sostanzialmente tenuta in tono minore poiché tanto il Duce che io siamo scarsamente convinti dell’utilità. Le accoglienze della folla sono buone particolarmente nei quartieri centrali, nelle zone borghesi ove il vecchio con ombrello è molto popolare. Piú fredde nei settori periferici, ove gli operai mostrano di commuoversi meno. Chamberlain, però, è molto contento del ricevimento. Forse ricorda ancora i fischi che due mesi fa lo salutarono nell’amica Francia... La conversazione si è svolta in tono stanco. Le cose che sono state trattate non erano le piú importanti e in loro e in noi si riconoscevano facilmente le riserve mentali. La conversazione odierna è stata piuttosto una ricognizione: il contatto effettivo non è ancora stato preso. Ma come siamo lontani da questa gente! Un altro mondo...

12 gennaio. Il colloquio del pomeriggio... è stato caratterizzato dal profondo senso di preoccupazione che domina gli inglesi nei confronti della Germania... Gli inglesi non si vogliono battere. Cercano di retrocedere il piú lentamente possibile, ma non vogliono battersi. Mussolini ha difeso la Germania con grande lealismo, ed è stato un po’ ermetico circa i progetti futuri suoi e del Führer. I colloqui con gli inglesi sono finiti: niente di fatto.

Telefono a Ribbentrop per dirgli che la visita è stata una «grande limonata» assolutamente innocua...

In Italia, fuori della cerchia degli «addetti ai lavori» e di coloro che erano un po’ piú informati della «grande politica» o seguivano la stampa estera, pochi avevano percepito il fallimento degli incontri romani. I piú, desiderosi solo di pace e di non vedere ancor piú stringersi i legami con la Germania, li avevano valutati positivamente; come un fatto rassicurante e che, tutto sommato, costituiva un successo di prestigio per l’Italia e una conferma della bontà della politica mussoliniana; un fatto che faceva bene sperare anche per i rapporti con la Francia. Tipica è quest’annotazione del diario di L. Gasparotto sotto le date 11 gennaio – 15 febbraio 1939284:

la fortuna asseconda ancora l’audacia del «duce» e l’alone della gloria sta per recingergli la fronte. Oggi è a Roma, venuto da Londra, l’amico Chamberlain, col suo ombrello. Brindisi. Mussolini beve «alla grande nazione amica», che è l’Inghilterra, e alla nuova realtà mediterranea e africana stabilita dall’amicizia dei due paesi.

L’ospite inglese risponde innalzando il bicchiere a S. M. il Re d’Italia Imperatore di Etiopia! Pace e gioia, dunque. La «perfida Albione» riconosce e legittima la conquista africana dell’Italia. Tutto cammina a seconda. In questo momento si amoreggia anche con la Polonia, «forte del coraggio e della tenacia dei suoi figli come l’Italia*fascista». Cosí dice il messaggio di Mussolini alla «Gazeta Polska» del 15 febbraio.

576–577

All’estero invece il sostanziale fallimento degli incontri romani non aveva destato molta meraviglia. Anche se nessuno era a conoscenza della decisione di Mussolini di trasformare l’Asse in una vera e propria alleanza, la politica del «duce» negli ultimi mesi lasciava poco adito a speranze. Molti, non solo in Inghilterra, come Grandi aveva detto a Ciano, la davano praticamente per scontata. Anche coloro che ancora auspicavano un rafforzamento dell’amicizia italo-inglese, in realtà non sapevano quasi piú come motivare le loro speranze e finivano per ricorrere non di rado agli argomenti piú generici e triti. Valga per tutti il caso di lord Elton che sul «Sunday Chronicle» dell’8 gennaio era ricorso ad un contraddittorio e astruso ragionamento psicologico imperniato sulla profonda differenza dei caratteri di Chamberlain e di Mussolini, che però si sarebbe alla fine potuta rivelare «una benedizione», dato che i due uomini avevano in comune il legame con i loro popoli – Chamberlain discendeva da commercianti, Mussolini da contadini – e le loro capacità intellettuali e spirituali potevano portarli ad «armonizzarsi» tra loro, «perché l’uno è in fondo il complemento dell’altro».

Le varie immagini che avevano fatto la fortuna di Mussolini in molti ambienti e che avevano trovato larga ospitalità in libri, riviste e giornali di tanti paesi, da quella piú antica, tipica del mondo anglosassone, del «male necessario per il bene dell’Italia» a quella dello statista «difficile» e «italicamente interessato ed egoista» ma realista, si erano ormai logorate da tempo. Se i «pezzi» piú o meno di colore e, tutto sommato, a lui favorevoli sulla sua vita, la sua giornata, i suoi amori continuavano ad essere pubblicati con frequenza, soprattutto dalla stampa anglosassone a grande tiratura e subito dopo Monaco avevano avuto una breve impennata, a fianco di essi sempre piú numerosi si facevano, anche nei giornali non di sinistra e «benpensanti», quelli critici e nettamente negativi. Sulla bilancia dei pro e dei contro, sempre piú spesso quelli che pesavano di piú erano i contro. Qualche anno prima affermazioni come questa erano rare, ora invece sempre piú frequenti e, per di piú, senza interrogativi285:

È uno scherzo ripetere che egli ha salvato l’Italia dal bolscevismo, perché l’Italia fascista del 1934 è piú vicina al bolscevismo dell’Italia parlamentare del 1920... Non solo perché fascismo e bolscevismo sono i due termini simili di una equazione, ma perché il regime fascista, distruggendo la libertà, ha spezzato il vigore della coscienza italiana e ha preparato l’Italia a tutte le accettazioni, a tutte le servitú per l’avvenire.

In realtà l’uomo rassomiglia ai suoi ritratti: egli è prigioniero dell’immagine che si è fatta. Quando il quadro sarà frantumato e l’illusione dell’ottica sarà scomparsa, cosa resterà? Un agitatore audace e coraggioso, che ha saputo pagare in prima persona, trascinare una banda e condurla alla vittoria – un prefetto di polizia superiore, che ha trasformato il suo paese in un posto d’ascolto e in un corridoio di tribunale – un abilissimo regista che, del suo passato di giornalista, ha conservato il senso della pubblicità e il gusto delle formule. E la politica?...

577–578

L’Etiopia prima, la Spagna poi, l’Anschluss infine erano stati altrettante tappe del declino della popolarità di Mussolini all’estero. Libri come quelli di Gaudens Megaro (Mussolini in the making) e di G. A. Borgese (Goliath) vi avevano contribuito, ma forse anche di piú vi avevano contribuito iniziative quali la trasposizione moderna del Giulio Cesare di Shakespeare messa in scena da Orson Welles in cui Cesare era rappresentato tale quale Mussolini, il tutto col corredo di camicie nere e di saluti fascisti286. Il colpo decisivo era stato però inferto dal sorgere, a fianco del dittatore minor, del dittatore maior, di Hitler, dalla politica dell’Asse e dal «voltafaccia» mussoliniano in materia di antisemitismo. Articoli come quelli, già ricordati, di Emil Ludwig, riprodotti in quasi tutti i paesi, in cui il famoso giornalista, a torto o a ragione, considerato suo ammiratore, ora lo attaccava e condannava senza mezzi termini, avevano costituito per una certa immagine del «duce» colpi durissimi. «Che uomini di tale temperamento abbiano oggigiorno il potere è una disgrazia non solo per i paesi che essi governano ma anche per il mondo»287. «Indipendentemente dai patti politici, non vi può essere pace per il mondo né speranza per il progresso della civiltà fino a quando essi persisteranno nella loro politica di perniciosa e sovversiva propaganda»288. Contemporaneamente a questi giudizi sempre piú critici, frequenti si erano fatte le notizie sul cattivo stato della salute di Mussolini, sulla sua «schizofrenia» e «paranoia»289, sul malcontento degli italiani verso di lui, le difficoltà economiche e finanziarie del regime e la possibilità, addirittura, che esso cadesse da un momento all’altro. Già nel luglio 1938, prendendo spunto dal libro di Eugene J. Young, Looking behind the censorship, il «Sunday Dispatch» era uscito con un titolo su quattro colonne sostenendo che in realtà Mussolini non contava piú molto in Italia. Diversamente da ciò che i piú credevano, Vittorio Emanuele III aveva un potere «addirittura sorprendente»; la monarchia e il Vaticano, pur tenendosi in disparte, consolidavano il loro potere giorno dietro giorno290. Tant’è che persino nei giorni di Monaco vi erano stati giornali, come il «Daily Express» per la penna di K. V. Gordon, che avevano profetizzato che non era molto lontano il momento in cui il «partito monarchico», con alla testa il principe di Piemonte, avrebbe preso il potere, sicché era da attendersi che alla crisi cecoslovacca tenesse dietro in breve tempo quella italiana291. Ma la cosa forse piú significativa è che anche coloro che ancora lo consideravano una «mente quadrata», che non cercava come il «mistico» Hitler la verità «sulla cima di una montagna e tra le nubi delle Alpi», e, come Chamberlain e Daladier, «un realista» e, quindi, sembravano ancora riporre in lui un minimo di fiducia, non si nascondevano che «oggi Hitler è il maestro, Mussolini il discepolo»292. E che anche le «opere del regime», che tanto avevano condizionato il giudizio sul fascismo e su Mussolini negli anni precedenti, cominciavano ormai a funzionare sempre meno e, soprattutto, non facevano piú trascurare gli altri aspetti della realtà del fascismo e, in primo luogo, il pericolo per la pace costituito dalla politica estera mussoliniana. Sicché di lí a qualche mese, recensendo la traduzione inglese della Vita di Mussolini di Giorgio Pini, il londinese «Spectator» avrebbe scritto293:

578–579

Verso la fine del libro Mussolini viene paragonato a Napoleone, Stalin e Giulio Cesare, a loro svantaggio. «Il Duce, – scrive il Sign. Pini, – a differenza di Napoleone, non è un avventuriero senza principî e non lede i diritti genuini degli individui e delle nazioni». Dopo l’Abissinia, la Spagna e l’Albania, questo è rassicurante. Il Sign. Pini avrebbe fatto meglio a dedicare piú spazio all’idea che di Mussolini ha il popolo comune. Mussolini è un contadino, il figlio di un fabbro, e questo popolo non lo dimentica. Ho parlato a contadini i quali, dopo aver criticato il Duce, hanno detto: «Ma è uno di noi». Questo è un fatto a cui gli avversari del fascismo troppo spesso passano sopra. Gli italiani non dimenticheranno presto il lungo tempo in cui furono governati da stranieri e aristocratici. Ma la biografia di Mussolini non è ancora «la storia della nazione italiana» come il Signor Pini vorrebbe farci credere, e c’è da domandarsi perché la maggior parte dei propagandisti del fascismo ritengano necessario attribuire alla personale benevolenza del Duce cose come i tubercolosari e le case per i lavoratori, che non erano sconosciute nella Italia del 1921 e che possono trovarsi perfino nelle esaurite democrazie.

Ma ritorniamo ai rapporti con la Germania. Consegnando ad Attolico la lettera per von Ribbentrop del 2 gennaio, Ciano aveva dato istruzioni all’ambasciatore perché, consegnandola, sollecitasse una rapida e soddisfacente conclusione per l’Italia delle trattative commerciali avviate dal mese precedente e facesse presente altresí l’opportunità di «dar corso al progetto di Hitler per ritirare i tedeschi che vogliono partire» dall’Alto Adige294. Come si vede, decisa l’alleanza, Mussolini aveva anche finito per accettare il punto di vista del genero favorevole a risolvere la questione altoatesina secondo il suggerimento di Göring e aveva pensato di trarre dalla sua decisione un qualche immediato risultato pratico che potesse aiutare a lenire le difficoltà dell’economia italiana e ad assicuralle una parte delle materie prime necessarie ai suoi indirizzi autarchici. In realtà subito tutto si era dimostrato, con vivo disappunto di Mussolini, molto piú difficile del previsto e dello sperato. Per l’alleanza, che Ciano nella sua lettera aveva proposto di firmare nell’ultima decade del mese, erano subito sorte difficoltà con i giapponesi295. Come bene ha ricostruito il Toscano296, la caduta del governo Konoye (il 4 gennaio), alcune modifiche ai progetti di alleanza a tre (approntati ad opera essenzialmente dei giapponesi) proposte da parte italiana con l’evidente intenzione di rendere l’alleanza stessa piú onnicomprensiva e meno interpretabile in senso essenzialmente antisovietico e, forse, le pressioni anglo-americane avevano infatti reso Tokio meno interessata ad essa o, almeno, piú attenta a precisarne i vari aspetti. Da qui la necessità di rinviarne la sottoscrizione. Anche per l’accordo commerciale le cose non erano andate in modo molto soddisfacente. Firmato il 13 febbraio, esso non era andato oltre un compromesso tra le opposte esigenze in cui le concessioni tedesche erano alla fine risultate minori di quanto Roma si era aspettata, e peggio ancora sarebbe risultata la sua attuazione. Si pensi che i tedeschi, che avrebbero dovuto fornire circa novecentomila tonnellate di carbone al mese, in sei mesi ne avrebbero effettivamente fornite solo tre milioni e centosessantamila tonnellate circa, quasi un milione in meno del corrispondente periodo dell’anno precedente297. Quanto, infine, alla questione dell’Alto Adige, la risposta di von Ribbentrop, positiva in linea di massima, era stata in pratica elusiva e dilatoria.

579–580

L’accordo, in principio, è fuori questione – riferiva a Roma Attolico il 5 gennaio298 –. Ma von Ribbentrop pensa che la cosa richieda una elaborazione lunga e paziente. Impossibile e pericoloso l’improvvisare. Non sarebbe peggio anche per

noi se – facendosi intravedere un miraggio di rimpatrio – esso non potesse poi nella pratica venir realizzato? Bisognava studiare tutto un piano concreto, scegliere delle regioni, prepararle a ricevere i nuovi venuti, ecc. ecc.

580–581

Di fronte a questa risposta, Ciano, che non voleva dare l’impressione di voler condizionare l’alleanza alle varie questioni pendenti tra Roma e Berlino, aveva mostrato, per il momento, di accettare il punto di vista tedesco e aveva dato istruzioni perché la questione venisse «liquidata tranquillamente, senza inutile ed eccessiva pubblicità. Basta che i tedeschi, i quali in questo momento hanno fame di uomini, si prendano quelli allogeni che non desiderano rimanere nel territorio italiano a sud della cerchia alpina»299. Ciò aveva offerto a von Ribbentrop il destro per diluire ancora di piú l’esecuzione dell’impegno preso, al punto che, con Attolico, aveva accennato alla possibilità che per attuare il rimpatrio potessero occorrere addirittura decenni300.

Era stato a questo punto che si era verificato il sondaggio di Daladier tramite Baudouin. Il «duce», come si è detto, l’aveva considerato «interessante» e aveva autorizzato Ciano a proseguirlo. Come pure abbiamo detto, è difficile per altro credere che se esso fosse effettivamente andato avanti avrebbe potuto ormai realmente mutare la sua politica. Lo prova, ovviamente, non tanto l’intransigenza con la quale Mussolini aveva fatto avvertire gli inglesi che avrebbe reagito con la forza se i francesi avessero tentato di portare aiuto all’ultimo nucleo di resistenza «rossa» in Spagna («se i francesi intervengono in forza a favore dei rossi di Barcellona, noi attacchiamo Valenza. Trenta battaglioni in assetto di guerra sono pronti a venire imbarcati al primo allarme. Agiremo cosí anche se ciò dovesse determinare la guerra europea»301), dato che questo passo era stato del 16 gennaio, anteriore quindi alla démarche di Baudouin, quanto la sua irritazione per il ritardo con cui procedevano i negoziati per l’alleanza con la Germania. Una irritazione che non si spiegherebbe se egli avesse pensato che un accordo sulle basi proposte da Baudouin avrebbe posto i rapporti italo-francesi su basi veramente nuove e che l’8 febbraio (dopo dunque sia l’incontro di Ciano con Baudouin sia la caduta, il 26 gennaio, di Barcellona che, segnando praticamente la fine della guerra civile spagnola, doveva averlo rassicurato circa il rischio di dover fronteggiare un conflitto con la Francia) lo spinse a dire a Ciano che, dati i ritardi frapposti da Tokio, sarebbe stato meglio concludere un’alleanza a due, senza i giapponesi, tanto piú che una tale soluzione «varrebbe da sola a fronteggiare lo schieramento di forze anglo-francesi e non avrebbe nessun sapore antinglese o antiamericano»302. E su tale idea tornò il 3 marzo.

581–582

Il Duce – annotava infatti quel giorno Ciano303 – è sempre piú favorevole all’alleanza bilaterale con Berlino, lasciando fuori Tokio. Il Giappone alleato nostro, spingerà definitivamente gli Stati Uniti nelle braccia delle democrazie occidentali. Vuole accelerare l’alleanza italo-tedesca.

Per capire la fretta di Mussolini è necessario tener conto di una molteplicità di elementi. In ordine crescente di importanza, essi erano i seguenti. Primo, le ripetute fughe di notizie (avvenute certo a Tokio, ma quasi certamente anche a Berlino e a Roma304) sui negoziati italo-tedesco-giapponesi che avevano messo in allarme tutte le cancellerie interessate ed erano state oggetto di rivelazioni molto vicine al vero da parte di vari giornali e in particolare del «News Chronicle» del 28 novembre, 17 gennaio e 10 febbraio e che lo consigliavano a stringere i tempi dell’alleanza con la Germania, non essendo possibile continuare a smentirle come faceva Ciano305. Secondo, le pressioni dei capi militari che, come si è detto, temevano un attacco preventivo francese e, al punto in cui erano arrivate le cose, volevano scoraggiarlo dando all’Asse un preciso contenuto militare e chiedevano l’inizio di conversazioni militari con i tedeschi, alle quali, in un primo momento, pare che Mussolini, pur dicendosi in linea di massima favorevole, si fosse opposto («Sí! Ma aspettate!» pare rispondesse306), limitandosi intanto ad ordinare l’invio di rinforzi in Libia307, e alle quali però, alla fine della prima settimana di marzo, diede il via308. Terzo, l’improvviso, inatteso allontanamento, il 4 febbraio, dalla guida del governo iugoslavo di Stojadinović. Anche se parzialmente determinato da motivi di politica interna (la questione croata), esso costituiva per l’Italia – checché cercasse di far credere il reggente, principe Paolo, principale artefice della liquidazione di Stojadinović, al rappresentante italiano a Belgrado – un grave scacco, sia perché stava ad indicare la volontà della Iugoslavia di prendere in qualche modo le distanze dall’Asse e in particolare dall’Italia e di riavvicinarsi agli anglo-francesi, sia perché l’esempio di Belgrado poteva influenzare l’atteggiamento di altri paesi del Sud-est europeo che Mussolini voleva invece attrarre nell’orbita dell’Asse, in primo luogo la Romania, sia, infine, perché, come tosto vedremo, determinava una situazione parzialmente nuova per quel che concerneva i programmi albanesi di Mussolini e di Ciano. Né va sottovalutato che, date le vive preoccupazioni per il dinamismo e la spregiudicatezza tedeschi e per la mancanza di precisi impegni di Berlino circa le reciproche sfere d’influenza nella regione centro europea e balcanica, a Roma – come ha giustamente rilevato il Breccia309 – «si sospetta[va] che i tedeschi fossero in qualche modo implicati nella caduta di Stojadinović» e Ciano pensava che si trattasse di «una manovra architettata dalla Germania per bloccare l’aumento dell’influenza dell’Italia in Croazia». Quarto, infine, la volontà di Mussolini e ancor piú di Ciano di portare a compimento i loro progetti di conquista dell’Albania, dei quali non avevano informato i tedeschi, ma per la cui realizzazione entrambi, e in particolare il primo, sentivano la necessità di aver prima conclusa l’alleanza con Berlino, sia per evitare possibili reazioni o contromanovre dei tedeschi che, nonostante la démarche di Ciano del maggio ’38 continuavano ad interferire in Albania310, sia soprattutto per scoraggiare eventuali reazioni anglo-francesi e, forse, iugoslave.

582

Ottenuto, come si è visto, il consenso di Mussolini nel maggio ’38, Ciano – anche di ciò si è già parlato – si era subito messo all’opera per preparare l’operazione albanese, avendo come scadenza di massima il maggio del ’39. La crisi cecoslovacca aveva fatto segnare un po’ il passo all’operazione. Subito dopo Monaco la sua preparazione era stata ripresa però a pieno ritmo, senza risparmio di mezzi e mettendo in programma anche il ricorso, per facilitarla, all’assassinio di re Zog. Il diario di Ciano è a questo proposito esplicito; sotto la data del 27 ottobre ’38 si legge infatti311:

583–584

La preparazione in Albania va avanti rapida, tanto rapida che forse converrà stringere i tempi perché forse qualche allarme si è avuto negli ambienti del Re. La azione si comincia a profilare netta: uccisione del Re (sembra se ne incarichi Koçi dietro compenso di dieci milioni), movimenti della piazza, discesa delle bande fedeli a noi (praticamente tutti i Capi, tranne quello di Kmia), invocazione all’Italia per un intervento politico e se del caso militare, offerta della corona al Re Imperatore e in un secondo tempo, annessione.

Il 14 novembre Mussolini, «che da molto tempo era riservato in fatto di Albania», aveva incitato Ciano «ad agire», «tenendo sempre fissi il termine della nostra primavera»; il 30 ne aveva poi parlato in Gran Consiglio, pur senza sbilanciarsi sulla data, e il 6 dicembre aveva esaminato ed approvato il piano d’azione preparato dal genero, facendo obiezione, secondo il diario di Ciano, solo sulla parte riguardante la preparazione nei confronti della Iugoslavia, onde evitare che l’operazione potesse affievolirne l’amicizia verso l’Italia «a vantaggio della Germania»312. Non sappiamo se in questa occasione Ciano avesse informato il suocero anche della parte del piano che prevedeva l’assassinio del re; pare infatti che egli temesse molto che il «duce» non l’approvasse313. Il vero nodo di gran parte dell’operazione era però l’atteggiamento della Iugoslavia. Nell’incontro che Ciano aveva avuto con Stojadinović a Venezia il 18 giugno ’38, il presidente del Consiglio iugoslavo gli aveva detto che «il problema albanese rappresentava una grossa questione allorché le relazioni con l’Italia erano tese», ma che, nella nuova «fortunata» situazione dei rapporti tra i due paesi, egli non attribuiva «alcun particolare rilievo alla questione albanese» e riconosceva all’Italia «una posizione assolutamente eccezionale nei confronti di quello Stato»314. Da questo ad accettare senza batter ciglio un’occupazione però ce ne correva e il 15 gennaio, tre giorni prima che Ciano partisse per un nuovo incontro con Stojadinović, non a caso sia lui che Mussolini avevano convenuto315

che non vale la pena di giocarci la preziosa amicizia di Belgrado per l’Albania. Quindi, allo stato degli atti, agiremo solo se potremo raggiungere un accordo che dovrebbe essere su queste basi: arrotondamento della frontiera iugoslava, demilitarizzazione della frontiera albanese, alleanza militare, appoggio per la conquista di Salonicco da parte dei serbi.

Stojadinović dal canto suo, pur dichiarando di non essere preparato a discutere a fondo la questione, che un’eventuale trattativa in merito era meglio non fosse trattata per le normali vie diplomatiche, ma attraverso agenti fiduciari e che era opportuno che Ciano ne facesse cenno anche al reggente, non aveva reagito male al sondaggio del ministro degli Esteri italiano e non aveva affatto escluso l’eventualità «di procedere alla spartizione dell’Albania tra Italia e Iugoslavia cosí come in altri tempi si era ventilato»316. La caduta, quindici giorni dopo, di Stojadinović rendeva però questo sondaggio estremamente pericoloso. Da qui, secondo Ciano, la necessità di bruciare i tempi dell’operazione senza preoccuparsi, a questo punto, delle reazioni iugoslave («Con Stojadinović, spartizione tra noi e Iugoslavia. Senza Stojadinović, occupazione nostra senza la Iugoslavia e se del caso, contro la Iugoslavia») e ciò tanto piú che la sua preparazione in loco era ormai compiuta, i capi locali comprati dagli italiani insistevano perché essa avesse luogo al piú presto e, ove si fosse tardato a passare all’azione, c’era da temere che essi perdessero fiducia o si muovessero autonomamente, ovvero che re Zog finisse per esserne informato317. In un primo momento, il 5-6 febbraio, Mussolini si era dichiarato d’accordo con questa impostazione, aveva, in linea di massima, accettato anche la data proposta da Ciano, la settimana di Pasqua, e non era stata esclusa l’eventualità di informare preventivamente della cosa i tedeschi318. Una settimana o poco piú era però bastata a far cambiare idea a Mussolini. Mentre sul primo momento era stato d’accordo che non bisognasse lasciare al nuovo governo iugoslavo il tempo «di rafforzare sul terreno politico, diplomatico e militare i suoi contatti con la Francia e l’Inghilterra», il «duce», piú prudente di Ciano, si convinse infatti tosto che prima di passare all’azione fosse meglio attendere «la liquidazione dell’affare spagnolo e la stipulazione dell’alleanza con la Germania»319. In attesa di questi due avvenimenti, del resto prevedibilmente tutt’altro che lontani, per il momento l’operazione era stata accantonata.

584–585

Il 10 marzo il governo inglese dichiarava solennemente che la situazione europea poteva essere considerata serena. A Roma quello stesso giorno arrivarono due comunicazioni da Berlino che fecero pensare a Mussolini e a Ciano che tutto stesse procedendo, nonostante i ritardi di cui abbiamo detto, nel senso voluto. La prima, di Attolico, confermava la volontà del Führer di «marciare» con l’Italia; con la seconda von Ribbentrop informava Ciano di aver accettato la proposta italiana di iniziare subito i contatti tra i due Stati maggiori. Entrambe le notizie furono accolte con vivo compiacimento. A proposito della seconda Ciano annotò nel suo diario320:

585–586

Accettiamo e suggeriamo Innsbruck come sede dell’incontro, da farsi al piú presto e con la dovuta pubblicità. Conviene far sapere al mondo che anche l’Asse si prepara e che non intende lasciare l’iniziativa ai franco-britannici, come sembra avvenire da qualche tempo.

Nulla nelle due comunicazioni faceva prevedere che proprio in quello stesso giorno stava mettendosi in moto il meccanismo che cinque giorni dopo avrebbe portato alla fine dell’indipendenza cecoslovacca. Sull’onda dell’«agitazione slovacca», determinata dal congedo del governo slovacco di monsignor Tiso decisa proprio il 10 marzo dal presidente cecoslovacco Hacha e dalla richiesta di aiuto rivolta tre giorni dopo da monsignor Tiso ad Hitler, il 15 marzo le truppe tedesche entravano nella Boemia e nella Moravia e occupavano Praga. Da qui Hitler pubblicò un proclama col quale faceva della Boemia e della Moravia, da lui definite terre che da millenni facevano parte dello «spazio vitale» del Reich, un protettorato tedesco. Lo stesso giorno la Slovacchia proclamava la sua indipendenza e si poneva sotto la protezione della Germania e le truppe ungheresi invadevano la Rutenia subcarpatica. Una settimana dopo anche Memel era «riunita» al Reich.

Questa serie di avvenimenti si abbatté su Roma come una gragnuola di colpi tanto imprevisti quanto drammatici. Al principio Mussolini, ancor piú di Ciano, non aveva dato importanza alla crisi slovacca321. Che a nemmeno sei mesi da Monaco, e senza per di piú neppure informare lui che dell’accordo di Monaco era stato l’«artefice», Hitler volesse stracciare cosí clamorosamente e brutalmente gli accordi ancor freschi di inchiostro doveva sembrargli impossibile. Poi, resisi conto della situazione, erano subentrati l’ansia, il timore, lo sconforto, l’irritazione, le velleità di rivalsa, di approfittare del momento per portarsi a casa qualche cosa e salvare cosí l’«onore» del regime. Mario Luciolli, allora giovane funzionario dell’Ufficio coordinamento del gabinetto di Ciano, il sancta sanctorum della politica estera di quegli anni, ci ha lasciato un’efficace descrizione degli effettí degli avvenimenti cecoslovacchi a palazzo Chigi e a palazzo Venezia322:

586–588

Per molti giorni dopo la crisi gli ambienti ufficiali di Roma furono tanto accasciati da far pensare che difficilmente quelli di Praga potessero essere di piú. L’asservimento della Cecoslovacchia aveva suscitato in Italia un’indignazione indescrivibile. Sul tavolo di Mussolini si accumulavano i rapporti della polizia, dei Carabinieri, degli uffici politici della Milizia, dei segretari federali che riferivano concordemente sui sentimenti antitedeschi del popolo italiano senza distinzioni di regioni o di classi sociali. I telegrammi delle Ambasciate e delle Legazioni recavano l’eco del disgusto destato nel mondo intero dalla codarda azionte tedesca. Mussolini, con tutti quelli che lo avvicinavano, si abbandonava senza ritegno a commenti ingiuriosi per la Germania. Ciano dichiarò in tono teatrale a uno dei suoi collaboratori che «la giornata del 15 marzo era stata piú triste per l’Italia di quella di Campoformio».

Ai fini del nostro discorso, ancora una volta la fonte piú preziosa ed eloquente è il diario di Ciano323:

14 marzo. Le notizie dall’Europa centrale si fanno piú gravi. Per la prima volta Ribbentrop ha parlato con Attolico ed ha lasciato comprendere che il programma tedesco è massimo: incorporare la Boemia, rendere vassalla la Slovacchia, cedere la Rutenia agli ungheresi. Non si può ancora dire come e quando ciò sarà realizzato, ma un tale evento è destinato a produrre la piú sinistra impressione nel popolo italiano. L’Asse funziona solo in favore di una delle parti, che diviene di un peso troppo preponderante e che agisce di sua esclusiva iniziativa con ben pochi riguardi per noi. Esprimo questo mio punto di vista al Duce. Egli si mantiene riservato e non sembra ancora attribuire gran peso all’avvenimento. Cerca una contropartita nei vantaggi che avrà l’Ungheria realizzando la frontiera comune coi Polacchi e mi fa dire a Budapest di marciare con decisione. Ma a me, ciò sembra poco..

15 marzo. Nella notte le vicende precipitano. Dopo un colloquio Hitler-Hacha-Chwalkosky, le truppe germaniche iniziano l’occupazione della Boemia. La cosa è grave, tanto piú che Hitler aveva assicurato che non avrebbe mai voluto annettersi un solo ceco. L’azione tedesca non distrugge ormai la Cecoslovacchia di Versailles, bensí quella che era stata costruita a Monaco e a Vienna. Quale peso si potrà dare in futuro a quelle altre dichiarazioni e promesse che piú da vicino ci riguardano? È inutile nasconderci che tutto ciò preoccupa e umilia il popolo italiano. Bisogna dargli una soddisfazione e un compenso: l’Albania. Ne parlo al Duce cui dico anche la mia convinzione che oggi non troveremmo né ostacoli né serie complicazioni internazionali per intralciare la nostra marcia. Mi autorizza a telegrafare a Jacomoni di preparare movimenti locali e personalmente ordina alla Marina di tener pronta la seconda squadra a Taranto. Conferisco subito con Cavagnari e, dopo aver dato le istruzioni telegrafiche a Tirana, posso parlare per telefono a Jacomoni che era in viaggio per raggiungere la sede. Dice che domani telegraferà quanto ritiene possibile fare e prospetta anche l’eventualità di mettere l’ultimatum al Re: o egli accetta lo sbarco delle truppe italiane e chiede il protettorato oppure le truppe sbarcano contro di lui. Conferisco nuovamente con Duce. Mi sembra un po’ meno deciso per l’operazione albanese.

Intanto giunge Assia col solito messaggio. Questa volta è verbale e tanto poco soddisfacente. Il Führer ci fa dire che à agito perché i cechi non smobilitavano le loro forze ai confini, perché continuavano a tenere i contatti con la Russia e perché maltrattavano i tedeschi. Questi pretesti sono forse buoni per la propaganda di Goebbels, ma dovrebbero venir risparmiati quando parlano con noi, che abbiamo avuto il torto di essere con loro troppo leali. Assia nell’aggiungere i ringraziamenti del Führer per l’encomiabile appoggio italiano, dice che con questa operazione venti divisioni sono libere per essere impegnate in altra zona in sostegno della politica dell’Asse. Ma Hitler avvisa Mussolini che se intende intraprendere una azione in grande stile è meglio attendere un paio di anni quando le divisioni disponibili saranno cento. Questa aggiunta se la potevano risparmiare. Il Duce reagisce asserendo che in caso di guerra con la Francia ci batteremo da soli, senza chiedere un solo uomo alla Germania, ben contenti se potrà rifornirci di armi e di mezzi.

Torno dal Duce dopo che Assia si è ritirato. Lo trovo scontento del messaggio e depresso. Non vuole dare alla stampa la notizia della visita di Assia («gli italiani riderebbero di me, ogni volta che Hitler prende uno Stato mi manda un messaggio»). Parla ancora dell’Albania ma non è ancora deciso. Qualche dubbio, che ancora non mi rivela, tormenta il suo animo. È calmo, come sempre nelle gravi vicende, ma non ha, almeno per ora, la reazione che attendevo trovare in lui. Vuole che torni in serata...

Vedo nuovamente il Duce nel tardo pomeriggio. Si rende conto della reazione ostile del popolo italiano, ma afferma che ormai conviene far buon viso al gioco tedesco ed evitare cosí di renderci «a Dio spiacenti ed ai nimici sui». Accenna ancora alle possibilità di un colpo in Albania, ma è sempre dubbioso. Anche l’occupazione dell’Albania non potrebbe a suo avviso controbilanciare, nell’opinione pubblica mondiale, l’incorporazione nel Reich di uno dei territori piú ricchi del mondo quale la Boemia. Mi convinco che non se ne farà di niente. Tanto piú che all’Ammiraglio Cavagnari, ricevuto prima di me, il Duce si è limitato a far domande generiche circa la possibilità di eseguire uno sbarco, ma non ha dato istruzioni di sorta. Peccato! A mio avviso l’andata in Albania avrebbe rialzato il morale del Paese, sarebbe stato un frutto effettivo dell’Asse, raccolto il quale avremmo potuto riesaminare la nostra politica. Anche nei confronti della Germania, la cui egemonia comincia a disegnarsi con contorni molto preoccupanti.

16 marzo. Mussolini mi chiama a Villa Torlonia alle 9 del mattino. Ha l’aria stanca. Dice di aver molto riflettuto durante la notte e di essere giunto alla conclusione di rinviare l’operazione albanese, soprattutto perché teme ch’essa, scuotendo la compagine iugoslava, favorisca un’indipendenza croata sotto l’egida tedesca. Il che vorrebbe dire i prussiani a Sussak: non val la pena di correre questo rischio per prendere l’Albania, che potremo avere in un qualsiasi altro momento. Vedo che Mussolini non intende dar corso alla cosa: inutile insistere. Do ordini a Jacomoni di fermare tutto. Conservo un appunto redatto dal Duce, nel quale elenca le ragioni del rinvio. Ho col Duce un altro colloquio. Egli ritiene ormai stabilita l’egemonia prussiana in Europa. È d’avviso che una coalizione di tutte le altre Potenze, noi compresi, potrebbe frenare l’espansione germanica, ma non piú ributtarla indietro. Non fa troppo conto sull’aiuto militare che potrebbe essere dato dalle Piccole Potenze. Domando se in tale stato di cose convenga a noi stringere l’alleanza o non piuttosto mantenere la piena libertà di orientarci in futuro secondo i nostri interessi. Il Duce si dichiara nettamente favorevole all’alleanza. Esprimo le mie riserve, perché l’alleanza sarà molto poco popolare in Italia e poi perché temo che la Germania possa valersene per spingere piú a fondo la sua politica espansionistica in Europa Centrale...

17 marzo. L’opinione pubblica mondiale è depressa. Da tutte le capitali giungono telegrammi costernati... Vedo alcuni diplomatici: l’Ambasciatore del Belgio e quello di America. Mi esprimono le loro preoccupazioni per l’avvenire e la loro indignazione contro Berlino. Confesso che non è facile per me trovare espressioni di giustificazione nei confronti dell’operato tedesco. Lascio intendere che eravamo d’accordo o, per lo meno, informati; ma è cosí sgradevole mentire!

Il Duce è soprapensiero e depresso. È la prima volta che lo vedo cosí. Anche nei momenti dell’Anschluss conservava una maggiore spregiudicatezza. Lo preoccupa il problema croato: teme che Macek proclami l’indipendenza e si metta sotto la protezione tedesca: «In tal caso non ci sono alternative – egli dice – tranne queste: o sparare il primo colpo di fucile contro la Germania o essere spazzati da una rivoluzione che faranno gli stessi fascisti: nessuno tollererebbe di vedere la croce uncinata in Adriatico». Pensa anche alla possibilità di fare una tregua all’invio di truppe in Libia concordandola con la Francia, tramite Londra, ma poi abbandona l’idea. Sul mio consiglio decide di fare un passo presso i tedeschi per la questione croata: dire chiaro e netto che un’alterazione dello statu quo iugoslavo in Croazia non potrebbe essere da noi accettata senza un totale e fondamentale riesame della nostra politica.

Chiamo Mackensen e gli parlo. Con molta calma ma con altrettanta decisione. Ricordo che il Führer disse al Duce e a me che il Mediterraneo non interessa i tedeschi: è su questa premessa che abbiamo realizzato la politica dell’Asse. Se una tale premessa venisse a mancare, l’Asse si spezza, e un intervento tedesco nella questione croata farebbe automaticamente fallire questa premessa...

588–589

Come si vede, il colpo nazista contro la Cecoslovacchia ebbe su Mussolini e apparentemente ancor piú su Ciano un effetto traumatico e costrinse entrambi a ripensare per un momento tutta la loro politica, sino a prendere in considerazione la possibilità di rinunciare all’idea dell’alleanza con la Germania e di riavvicinarsi all’Inghilterra e alla Francia. Il 19 marzo Ciano sarebbe arrivato ad annotare324:

Gli avvenimenti di questi giorni hanno capovolto il mio giudizio sul Führer e sulla Germania: anch’egli è sleale e infido e nessuna politica può essere fatta con lui. Da oggi lavoro presso il Duce per l’accordo anche con le Potenze Occidentali. Ma a Parigi si avrà un minimo di buon senso, o si comprometterà ancora una volta la possibilità d’intesa, chiudendosi nella consueta taccagneria?

Nonostante i suoi buoni propositi, Ciano era però ancora troppo succube del suocero per poter decidere di agire diversamente e praticamente in contrasto con lui e, poi, ad impedirglielo vi erano la sua idea fissa dell’occupazione dell’Albania (con il connesso «delfinato») e la sua incapacità, persino in quel momento, a non essere furbo, a non voler far rendere quella che sarebbe dovuta essere una revisione di fondo della politica italiana, resa necessaria dall’ormai acquisita consapevolezza dell’inestinguibile sete di egemonia di Hitler e della minaccia che essa rappresentava per tutti, Italia compresa. L’accenno alla «taccagneria» francese è eloquente. Sicché, superato lo choc del momento, sarebbe tosto tornato alla facile routine di prima e si sarebbe adeguato senza eccessiva difficoltà alle decisioni del «duce».

589–591

Il ministro degli Esteri rumeno Gregor Gafencu, che lo incontrò nei primi due giorni di maggio, ne colse benissimo l’atteggiamento. Secondo lui325, infatti, Ciano, «che non credeva a gran che», a quest’epoca

non aveva che una debole fiducia nella politica dell’Asse. Alla peggio l’avrebbe ammessa come strumento di ricatto, ma sentiva i pericoli che poteva comportare una collaborazione militare: v’era innegabilmente, nella natura disingannata di Ciano, qualcosa di piú accorto che lo metteva in guardia contro gli eccessi verbali dei camerati tedeschi, e contro la brutalità della loro azione. Egli non aveva le qualità per opporsi alla politica ufficiale; ma poteva segnalarne il pericolo con parole che trovavano una certa risonanza. La sua docilità lo manteneva al potere, la sua incredulità ve lo rafforzava.

Per Mussolini la scelta dovette essere invece piú reale, difficile, drammatica e tutta sua, ché il completo isolamento in cui si trovava e voleva essere, il carattere di Ciano, l’unica persona a lui veramente vicina, e il tipo di rapporto stabilitosi tra loro rendevano impossibile ogni influenza, anche meramente dialettica, su di lui. Come ha ancora una volta giustamente affermato il Pastorelli326, le sue reazioni alla liquidazione della Cecoslovacchia da parte di Hitler «indicano il momento della consapevolezza dell’errore»:

Si è ripetuta la mancanza di informazioni come per l’Anschluss, ma la cosa acquista ora un rilievo maggiore, sia perché ormai c’è il sí all’alleanza, sia perché Mussolini era stato parte determinante della sistemazione di Monaco. Si insinua quindi la sfiducia nelle promesse e nelle assicurazioni tedesche: lo dimostrano particolarmente le preoccupazioni per la questione croata ed il rinvio della spedizione in Albania.

Da sempre il «duce» temeva la Germania. Se ne aveva scelto l’amicizia era stato per la sua paura di rimanere isolato da tutti e per il desiderio di lucrare, forte dell’Asse, qualche vantaggio che rafforzasse la sua posizione, gli permettesse di ridar slancio al pendolo e di realizzare i suoi progetti, prima di un nuovo «patto a quattro», poi di quello che abbiamo definito il sistema triassico su cui si sarebbe dovuto fondare ancora per un certo tempo l’equilibrio europeo e, possibilmente, una utilizzazione concordata e in qualche misura in comune delle risorse africane. I motivi ideologici avevano avuto un certo peso, ma non determinante; non è da escludere che talvolta avessero giocato piú che altro soprattutto da autogiustificazione, tanto rispetto all’amicizia con la Germania nazista, quanto per fargli considerare provvisori l’accordo che contemporaneamente avrebbe voluto stabilire con l’Inghilterra e la «moderazione» delle sue richieste del momento alla Francia. La decisione di trasformare l’Asse in un’alleanza vera e propria gli era costata molto ed era stata per lui una scelta sostanzialmente imposta dalla situazione in cui si era messo dopo Monaco. Ora tutto confermava le sue paure di sempre verso la Germania e dimostrava che l’alleanza non sarebbe servita né a tenere a freno Hitler né a rendere limpidi e sicuri i rapporti tra Roma e Berlino. Qualcosa di «positivo» gli avvenimenti della metà di marzo avevano però, sempre per lui, introdotto nella realtà europea. Distruggendo ciò che restava, se mai era veramente esistito, dello «spirito di Monaco», avevano riportato i rapporti anglo-franco-tedeschi ad un grado di tensione tale che un eventuale riavvicinamento dell’Italia a Londra e persino a Parigi non solo poteva essere «giustificato», ma non avrebbe avuto quel significato di un’andata a Canossa che avrebbe assunto invece prima di essi, dato che, se di Canossa si fosse parlato, a Canossa sarebbe andata, dopo le pubbliche intransigentissime dichiarazioni di Daladier, anche la Francia, la quale, oltre tutto, ne avrebbe pagato, sia pure in minima misura, concretamente le spese. Infatti, nei giorni in cui Mussolini si poneva questi problemi, l’avance di Daladier tramite Baudouin sembrava poter avere uno sviluppo e noi oggi sappiamo che, anche dopo che il presidente del Consiglio francese l’ebbe, momentaneamente, bloccata proprio in conseguenza degli avvenimenti cecoslovacchi, Bonnet era disposto a rilanciarla, tant’è che a fine aprile avrebbe incaricato Gafencu di sondare in questo senso Roma. Ma questo Mussolini l’avrebbe saputo solo dopo aver preso le sue decisioni327. Oltre a tutto ciò di un’altra cosa Mussolini era ben consapevole e non nel modo grossolano e semplicistico di Ciano, il quale, come si è visto, pensava (o, forse, solo diceva al suocero per indurlo a dargli via libera per la «sua» impresa) che l’occupazione dell’Albania potesse costituire per gli italiani «una soddisfazione e un compenso» allo choc di Praga: all’indomani della dissoluzione della Cecoslovacchia gli italiani non avrebbero accettato l’alleanza con Berlino. «Si rivolterebbero le pietre» disse il 19 marzo a Ciano328.

591–592

È evidente che, specie per un uomo come Mussolini, non si trattava di una decisione facile. E il diario di Ciano, cosí ricco, almeno sino all’inizio dell’ultima decade di marzo, di annotazioni sulla depressione, il malumore e gli arrovellii del «duce», lo prova ad abundantiam. Le «tappe» della sua decisione possono essere cosí scandite. Nel tardo pomeriggio del 15 marzo Mussolini, lo si è già visto, dice a Ciano che «ormai conviene far buon viso al gioco tedesco ed evitare cosí di renderci “a Dio spiacenti ed ai nimici sui”». Il giorno dopo, nel secondo dei tre colloqui che ha col genero, si dichiara, lo si è pure già visto, «nettamente favorevole all’alleanza». E sempre «orientato in senso favorevole all’Asse» Ciano lo trova anche il giorno successivo329. E, del resto, quello stesso 18 marzo il «Giornale d’Italia» pubblica un articolo, anonimo ma tutto scritto da Mussolini, che getta la responsabilità di ciò che è avvenuto sulle spalle del governo di Praga («Nel corso di sei mesi non c’è stato alcun gesto che dimostrasse un radicale cambiamento di rotta, né nella politica interna, né in quella estera. Nella politica interna, il governo di Praga non era riuscito a liberarsi dalle tristi eredità del “sistema” di Beneš; nella politica estera, salvo qualche accenno di carattere piuttosto velleitario, nulla era stato innovato: Praga era rimasta persino nella Società delle nazioni. È da escludere che i dirigenti di Praga potessero illudersi di servire ancora da “nave portaerei” della Russia, ma tuttavia non si erano sganciati totalmente da questo folle passato. Si sono notate, anzi, nei fattori responsabili di Praga, delle oscillazioni quando si è creduto che le “grandi democrazie” avessero ripreso l’iniziativa politico-diplomatica nel bacino danubiano») e giustifica sulla base di ciò l’operato della Germania330. Il 19 Mussolini dice sí che se facesse in quel momento l’alleanza «si rivolterebbero le pietre», ma non parla affatto di non farla in futuro. Il 20 mattina Ciano lo trova «molto antitedesco» e pieno di diffidenza verso gli impegni che, come vedremo, Berlino dice di prendere con lui; ciò nonostante la sera afferma drastico: «Noi non possiamo cambiare politica perché non siamo delle puttane»331. La sera del giorno dopo, il 21 marzo, in Gran Consiglio «parla della necessità di adottare una politica di intransigente fedeltà all’Asse» e approva la dura replica di Ciano a Balbo («il porco democratico che fu oratore della Loggia Girolamo Savonarola di Ferrara») che ha parlato di scarpe «lustrate» ai tedeschi332. Al suo intervento in Gran Consiglio abbiamo fatto cenno nel terzo capitolo. Data la sua importanza è bene però vederlo piú da vicino. Ciano nel suo diario se ne sbriga con poche frasi, Bottai nel suo è, per fortuna, meno laconico333:

592–593

Questione tedesca, al Gran Consiglio. Mussolini fa dare lettura, prima da Alfieri e poi da Buffarini, del bollettino riservato della Cultura Popolare sulla stampa estera. Egli segue la lettura, sottolineandone i passaggi con una mimica espressiva: ironia, ira, noia, disgusto, disprezzo, passano sulla sua maschera. Si crea, cosí uno stato d’animo già definito, che regolerà la discussione. Se discussione vi sarà.

Poi, letto l’ordine del giorno, attacca. Riprende ab ovo, dal trattato di Versaglia. «Clemenceau si accorse, che v’erano 20 milioni di tedeschi in piú. Cosa escogitò, allora? Accerchiare la Germania. Formò, intorno a piccoli nuclei etnici omogenei, dei gruppi etnici complessi, eterogenei: la Cecoslovacchia, appunto, la Polonia, con il nucleo centrale piú compatto, la Jugoslavia, diretta anche, non dimentichiamolo, contro l’Italia, etc.». Questo artificio non poteva durare. «Nel 1921, io previdi la Germania di 80 milioni». Considerazioni demografiche: «La Germania deve la sua forza al suo incessante sviluppo demografico, alla fecondità dell’utero delle sue donne. Il numero è forza, l’ò detto, molte volte. Che fanno gl’italiani? La ripresa dell’anno scorso già cede. Vi è un regresso nelle nascite».

«Nel 1933 – dice – feci un tentativo di convogliare la rinascita tedesca. Col patto a quattro. Come fu accolto questo patto dalla stampa francese? Con questa definizione: il club dei salumai; le club des charcutiers. È la Francia, che à demolito questo mezzo di convogliamento della Germania».

«Nel 1935 – prosegue – s’ebbe Stresa, dove si cercò di controllare il dinamismo germanico. A Stresa era già chiaro, che noi ci preparavamo all’impresa Abissina. Quando mi mostrarono il comunicato, in cui si parlava di “pace mondiale”, io dissi a Flandin: “Mettiamo: pace europea; non prendiamo impegni troppo vasti”. E Flandin, il lungo e apatico Flandin, mi rispose: “Ò capito. Voi non volete impegnarvi per via dell’Affrica”. Cosa successe, poi? Le sanzioni. C’è qualcuno disposto a dimenticare le sanzioni? Questo qualcuno non sono io».

«E soprattutto – la sua voce si fa qui alta e concitata – non si parli piú nella politica di relazioni tra i popoli di “morale”. Voglio farvi una dichiarazione cinica: nei rapporti internazionali non c’è che una morale: il successo. Noi eravamo immorali, quando abbiamo assalito il Negus. Abbiamo vinto e siamo diventati morali, moralissimi».

«La Germania non era rimasta contenta di Monaco. Himmler, ricordo, mi disse, mostrandomi la sua sciabola: “Se tutto deve concludersi per via diplomatica, io domando che cosa ce ne facciamo di questa...” Eppoi, la Cecoslovacchia non poteva reggere. Si invoca il rispetto delle firme sui trattati. Le firme rappresentano il cristallizzarsi di determinati aspetti d’una situazione. Se questa cambia, le firme cadono di per sé».

«Cosa ci si chiede oggi? Di mollare i nostri amici? Di fare un giro di valzer? Arrossisco, pensando che si possa ancora pensare l’Italia capace di un giro di valzer».

«Il problema per noi è un altro. È il rapporto delle forze nell’interno dello “Asse”. Il rapporto demografico si è spostato a favore dei tedeschi, i quali però riconosceranno un giorno l’errore di avere incluso nella loro massa compatta tre milioni di céchi. Militarmente, i rapporti sono questi: la Germania à un numero doppio di divisioni; la nostra marina è due volte quella tedesca; la nostra aviazione sta a quella tedesca come 1 a 5; l’industria da 1 a 12. Dunque, l’annessione della Cecoslovacchia à alterato i rapporti interni dell’Asse a pro’ della Germania. Ma noi abbiamo un vantaggio politico: noi siamo gli arbitri della situazione in Europa. Se noi non vorremo, la Germania non sarà accerchiata. Questo è il nostro pegno. In questa situazione, la Francia non farà la guerra. Noi dobbiamo seguire la politica dell’Asse da popolo serio. Niente giri di valzer».

«Naturalmente, quando sono corse voci circa intenzioni tedesche sulla Croazia, ò chiamato Mackensen e gli ò detto: “Fate sapere al vostro Governo che la Croazia è in uno spazio riservato alla nostra politica; l’Adriatico è mare italiano e solo italiano”. Mackensen è impallidito. Devo dire che il Führer à risposto in modo del tutto soddisfacente. Se la questione croata si porrà, saremo noi a risolverla».

«Il problema albanese non è urgente. Maturerà quando noi vogliamo. Diremo a chi di dovere, che bisogna regolare diversamente i nostri rapporti; e tutto sarà fatto».

«I céchi si sono dimostrati un popolo vile. Sono gli ebrei degli slavi. È un popolo corroso da questi tre mali: la massoneria, la democrazia, il bolscevismo».

«Abbiamo due occasioni per chiarire la nostra posizione: il discorso della Corona (è la quarta volta che lo faccio; ò pratica di simili composizioni); il mio discorso agli squadristi, il 26. Dirò quali sono le nostre richieste alla Francia. La Francia si regolerà come crede».

«Fronte unico delle democrazie? Non se ne farà di nulla. Gli Stati Uniti daranno cannoni e contanti».

«Insomma, dobbiamo accrescere la nostra statura, nei confronti del nostro compagno dell’Asse. Quando? dove? lo vedremo».

Nessuna spiegazione ci è data circa la «sorpresa» della mossa tedesca. L’Italia è stata avvertita in tempo? Anche Galeazzo, che aggiunge qualche cosa alle dichiarazioni del Duce, scivola su questo tema. Si à la sensazione precisa, che il Gran Consiglio rimane in questo dubbio, che à un valore essenziale. La questione della «morale» rifà capolino? Nelle stesse parole del Duce la questione oscilla di contraddizione in contraddizione. Insomma, se un successo fosse ottenibile con l’abbandono della politica dell’Asse, sarebbe morale abbandonare l’Asse?

593–594

Cosí come le abbiamo scandite, le tappe attraverso le quali Mussolini giunse alla sua decisione potrebbero sembrare tanto lineari da far perfino sorgere dei dubbi sulle sue incertezze e la sua stessa decisione potrebbe apparire senza problemi. In realtà essa di problemi ne conteneva molti e importanti sia per capire le ragioni di questa sua scelta, sia di altre successive. Nella «decisione» presa da Mussolini tra il 15 e il 21 marzo 1939 sono infatti in nuce e la «non belligeranza» di qualche mese dopo e la successiva idea della «guerra parallela».

Cosa indusse Mussolini a continuare sulla strada dell’Asse e a non approfittare dell’occupazione nazista della Cecoslovacchia per prendere, almeno, le distanze da essa? E ciò tanto piú che noi oggi sappiamo (ma anche Mussolini ne doveva avere sentore) che a Londra e a Parigi ci si aspettava da lui qualche cosa di simile. Ne sono sintomi eloquenti vari fatti. La conversione di François-Poncet, da almeno tre mesi catastrofico circa le prospettive dei rapporti con l’Italia, all’idea, col 22 marzo, che un riavvicinamento franco-italiano fosse possibile e la sua valutazione positiva del discorso di Mussolini del 26 marzo, da lui giudicato – giustamente – come una manovra «pour nous inciter à la conversation»334. I telegrammi rassicuranti e moderatori di Perth, ormai in procinto di lasciare Roma, al Foreign Office, invitanti a non confondere le azioni tedesche con le rivendicazioni italiane verso la Francia e a non alienarsi completamente Mussolini irritandolo senza necessità335. Telegrammi che – nonostante l’ormai radicato giudizio sull’opportunismo di Mussolini che si aveva a Londra – qualche effetto pure dovettero avere se gli inglesi agirono in senso moderatore su Parigi336 e, cosa ben piú significativa, se il Foreign Office, per trattenere la Iugoslavia dall’accedere alle proposte tedesche di concludere un accordo economico simile a quello stipulato il 23 marzo da Bucarest con Berlino (che aveva affidato lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi romeni a società miste tedesco-romene), ricorse anche all’argomento che la politica italiana avrebbe prossimamente subito un mutamento337. Per rispondere a questo interrogativo è necessario rifarsi a motivazioni sia di ordine interno sia piú propriamente di politica internazionale.

594–595

Le piú evidenti, ovvie diremmo, sono le prime. Prendere le distanze dalla Germania avrebbe voluto dire per Mussolini dar ragione ai suoi critici ed oppositori interni, ridar fiato e far «rialzare la testa» ai cattolici, ai borghesi, al sovrano (il 20 marzo con Ciano il re si mostrò «piú che mai antitedesco» e parlò di «insolenza» e di «doppiezza» tedesca in contrapposizione alla «correttezza» inglese e con Mussolini arrivò a definire i tedeschi «mascalzoni e straccioni»338), a quei fascisti che ormai, come De Bono339, erano arrivati ad augurarsi, pur di fargli «veder chiaro», «un Caporettino», a tutti coloro che in un modo o in un altro erano contro la sua politica non solo estera ma anche interna. Avrebbe voluto dire rinunciare in tutto o in parte notevole alla totalitarizzazione del regime e, in prospettiva, alla creazione dell’«uomo nuovo». E ciò mentre egli, in vece, si accingeva a dare alle prossime celebrazioni del ventesimo anniversario della fondazione dei Fasci di combattimento proprio il significato di una grande, solenne conferma della sua politica340.

595–596

Piú complesso è il discorso relativo alle motivazioni di politica internazionale. Queste erano infatti molteplici e non sempre evidenti a prima vista. Anche se non ci fossero stati quelli di politica interna, prendere le distanze dai nazisti era per Mussolini impossibile per almeno tre motivi che, a ben vedere, sono tutti rintracciabili nelle sue prese di posizione con Ciano o in Gran Consiglio da noi ricordate. Innanzitutto c’era la sua convinzione che ormai la Germania, i tedeschi (che sintomaticamente egli definí in questi giorni spesso «i prussiani») avessero saldamente stabilito la loro egemonia in Europa e che non vi fossero forze in grado di toglierla loro. La stessa Italia – e arriviamo al secondo motivo – era troppo debole militarmente ed economicamente per contrastarla veramente, tanto piú che, anche ammesso di riuscire a coalizzare tutte le piccole potenze continentali contro la Germania, l’affidamento che si poteva fare sul loro aiuto militare era insufficiente alla bisogna. Il che, apriamo subito una parentesi, non voleva dire che Mussolini non si ponesse il problema di cercare di sottrarle all’influenza tedesca e di tenerle strette in sé, pronto a questo scopo a rinunciare anche agli interessi italiani in Dalmazia341 e, in un primo momento, a non volere l’occupazione dell’Albania, e non voleva dire che, in una logica chiaramente di contenimento politico-militare della Germania, non vedesse con favore lo stabilirsi di una contiguità territoriale tra Polonia e Ungheria e non escludesse, nel caso malaugurato che l’unità iugoslava saltasse a causa dei contrasti tra croati e serbi fomentati dai tedeschi, di realizzare quella tra Italia e Ungheria. Persino una coalizione di tutte le potenze, Italia compresa, non avrebbe potuto «ributtare indietro» l’egemonia tedesca, ma solo porle un freno. Ma, a parte la precarietà e l’onerosità di una simile soluzione, Mussolini – ed eccoci al terzo motivo – non la riteneva possibile. La passività che aveva contraddistinto l’atteggiamento anglo-francese di fronte alla liquidazione della Cecoslovacchia aveva fatto su di lui una grandissima impressione. In un primo momento aveva pensato che questa volta l’Inghilterra avrebbe reagito. Memore, forse, dei discorsi di Grandi, il 19 marzo aveva detto a Ciano342: «Non bisogna dimenticare che gli inglesi sono dei lettori della Bibbia e che uniscono al fanatismo mercantile quello mistico. Adesso prevale quest’ultimo e sono capaci di agire». Ma poi si era convinto che Londra aveva incassato il colpo e basta. Tanto è vero che quando, il 31 marzo, Chamberlain annunciò che «in caso di una qualsiasi azione che metta in pericolo l’indipendenza polacca e alla quale il governo polacco ritenga essere suo interesse vitale resistere con le proprie forze nazionali, il governo di Sua Maestà si considera tenuto immediatamente ad appoggiare la Polonia con tutti i mezzi», Mussolini non sarebbe riuscito a rendersi conto della portata decisiva di tale dichiarazione. Grandi, di cui nella seconda metà di febbraio, quando si stava andando decisamente all’alleanza con la Germania, Mussolini aveva deciso il ritiro da Londra (anche se non aveva stabilito ancora il momento) e che dopo l’occupazione di Praga era stato richiamato per consultazioni, ci ha lasciato a questo proposito una testimonianza assai significativa343:

596–597

Mussolini mi mandò a chiamare. Mi disse, eccitato «che cosa significa questo gesto inglese? Non si rendono conto gli inglesi che sottoscrivendo questo patto di garanzia essi danno ai polacchi accesa la miccia della guerra europea, e non riusciranno piú a fermarla? che essi perdono l’iniziativa della pace in Europa? È possibile che la politica inglese sia cosí cieca nel non vedere questo?» Risposi a Mussolini: «La garanzia alla Polonia significa semplicemente che la politica di Monaco è finita, che la Gran Bretagna si considera in guerra potenziale contro la Germania. Bisogna non dimenticare la storia. Una tutela diretta frontale degli interessi inglesi non sarebbe sufficiente per un governo britannico a suscitare il consenso del popolo inglese ad una guerra contro la Germania. Occorre un motivo morale. Nel 1914 l’Inghilterra è scesa in campo per la difesa dei suoi interessi minacciati, la piattaforma ragione morale fu il suo dovere d’onore di difendere il Belgio invaso. Questa volta è la Polonia». Mussolini mi guardò incredulo: «No. Non lo credo. 1) La Germania non farà la guerra alla Polonia. 2) L’Inghilterra non scenderà in campo per difendere la Polonia. Avremo, se mai, un’altra Monaco».

E poi, a rendere impensabile in quel momento per Mussolini una grande coalizione di tutte le potenze, c’erano le notizie dei tentativi anglo-francesi di costituire un «blocco democratico» contro la Germania344. Una simile impostazione del contenimento della Germania non poteva ovviamente essere accettata da Mussolini, perché denotava la volontà di fare a meno di lui e perché, in ogni caso, egli non avrebbe potuto aderirvi. Né, infine, si deve sottovalutare l’impressione negativa che gli fece la lettera scrittagli il 20 marzo da Chamberlain per esprimergli la sua viva speranza «che consideriate possibile, attraverso quelle vie che possono essere aperte a Voi, di prendere un’iniziativa tale da alleviare l’attuale tensione e far rinascere la fiducia che è stata infranta»345. Se voleva essere un ammonimento all’Italia, la lettera era troppo blanda346; se, invece, voleva veramente sollecitare un suo intervento, essa dimostrava, da un lato, quanto grande era l’«inerzia delle democrazie»347, da un altro, quanto l’Inghilterra non fosse ancora entrata nell’ordine di idee di guadagnarsi l’aiuto di Roma sostenendone in qualche modo le rivendicazioni minime verso la Francia. E questo fu appunto ciò che Mussolini rispose praticamente il 31 marzo al premier, facendo esplicito riferimento a quanto, come vedremo, aveva detto cinque giorni prima parlando agli squadristi convenuti a Roma per le celebrazioni del ventennale348:

597–598

In risposta al messaggio da Voi indirizzatomi, io non posso che richiamarmi alle mie dichiarazioni. Ripeto a voi quello che ho detto pubblicamente, e cioè che considero necessario un lungo periodo di pace per salvare nel suo sviluppo la civiltà europea. Questa la mia profonda convinzione. Attualmente però, e pur apprezzando il Vostro invito, non ritengo di poter prendere iniziative prima che i diritti dell’Italia siano stati riconosciuti. Vi renderete facilmente conto delle ragioni.

Nel mio discorso ho indicato e specificato i problemi italiani nei confronti della Francia e la loro natura coloniale.

Con questo credo di aver facilitato la discussione eventuale di tali problemi.

Questi i motivi per i quali Mussolini era convinto di non poter prendere le distanze dalla Germania. Ciò non vuol però dire che per lui i rapporti tra Roma e Berlino dovessero continuare come prima. Tutt’altro. Sul conto della Germania nazista Mussolini aveva ormai idee sempre piú chiare e si rendeva conto che la collaborazione con Hitler sarebbe stata non solo difficile e pericolosa, ma alla fine impossibile. Rompere o anche solo prendere le distanze da lui non era per il momento pensabile, ma era necessario guadagnar tempo, rafforzarsi, mostrarsi con Berlino meno malleabili, mettendo in chiaro molte cose, in maniera da tutelare il piú possibile gli interessi italiani contro il suo dinamismo e, possibilmente, controllarla e frenarla. E attendere gli eventi, avendo piú di prima l’occhio attento a Londra e a Parigi e cercando di manovrare per arrivare – come Ciano avrebbe detto il 1° maggio a Gafencu349 – ad un nuovo patto a quattro o a cinque (con la Polonia) che incapsulasse Hitler.

598–599

Di alleanza per il momento non era il caso di parlare. Le sue ripercussioni interne sarebbero state troppo negative ed essa, per ora, sarebbe stata prematura, dato che prima era necessario, appunto, mettere in chiaro con Berlino tutta una serie di cose. Poi ci si sarebbe anche potuti arrivare, ma non piú come ad un atto «storico» bensí con la consapevolezza del «vantaggio politico» che l’Italia aveva, cioè la sua condizione di «arbitro» della situazione europea, che poteva decidere dell’isolamento, dell’accerchiamento della Germania in Europa. Con un atteggiamento, insomma, sostanzialmente non diverso da quello di Grandi, quando, il 20 maggio, avrebbe commentato e interpretato a Ciano la conclusione del «patto d’acciaio» in una lettera che bisogna leggere «controluce», tenendo cioè ben presenti i rapporti Grandi-Ciano, la speranza di Grandi di riuscire ancora una volta a rimanere ambasciatore a Londra, nonostante la decisione di tre mesi prima di Mussolini di ritirarlo, e la sua idea fissa che, cosí come nel 1915, alla fine l’Italia si sarebbe dovuta schierare in un eventuale conflitto contro i suoi alleati del giorno prima; idea fissa che lo avrebbe indotto a scrivere anche nelle sue memorie, redatte in Portogallo, che la conclusione del «patto d’acciaio» non fu «un gesto definitivo» e che, comunque, «è mia convinzione profonda che se non si fosse verificato l’inatteso, fulmineo collasso dell’esercito francese nel giugno 940 e la ritirata delle forze brittanniche da Dunquerque, Mussolini non avrebbe commesso il gesto folle e – ahimè – irrimediabile questa volta, d’entrare in guerra il 10 giugno»350. Scriveva Grandi nella sua lettera a Ciano351:

L’Alleanza militare italo-tedesca è... il colpo piú grosso che poteva essere inferto alla politica delle democrazie, e apre nuove e vaste possibilità alla tua azione diplomatica non solo in direzione di Berlino, ma anche in direzione di Londra.

Nonostante le apparenze, che possono dare l’impressione del contrario, sono convinto che qui. a Londra c’è e vi sarà molto da fare, come sviluppo della politica del Duce e da te fissata a Milano... Gli Inglesi debbono avere la sensazione «fisica» nei dettagli minuti di servizio, non meno che nelle grandi linee generali, del «monoblocco» italo-tedesco... Il Patto di Milano ha fatto cadere definitivamente le ultime e pur tuttavia fino a ieri persistenti illusioni su quella che avrebbe potuto essere allo scoppio del conflitto l’attitudine dell’Italia.

Vi era indubbiamente sino a ieri, nei Francesi e negli Inglesi uno stato d’animo, al formarsi del quale purtroppo certi Italiani, antiassisti perché antifascisti, hanno indirettamente contribuito, e cioè la grottesca ma radicata persuasione che la no Altra «libertà d’azione» nei confronti della Germania costituisse per sé stessa un tale vitale e permanente interesse e una tale necessità sine qua non per l’Italia, da costringerci un giorno o l’altro a invocare noi stessi l’aiuto delle democrazie per salvare (?!) nei confronti della Germania questa cosidetta libertà. Malgrado tutte le ostentate dichiarazioni pubbliche in senso contrario, Francia e Inghilterra hanno basato la loro politica nei riguardi dell’Italia sopra questo calcolo, il quale dimostra ancora una volta come il vecchio gioco della «libertà d’azione» non avrebbe dovuto servire nelle previsioni del Quai d’Orsay e del Foreign Office se non a indebolire la nostra azione diplomatica, politica e militare sia nei confronti della Germania sia nei confronti della Francia.

Il Patto di Milano ci fa piú forti a Londra e piú forti a Berlino, accresce le nostre possibilità di azione nel campo internazionale e fa dell’Italia Fascista l’arbitra vuoi della pace, vuoi della guerra...

599–600

Chi, forse, meglio di tutti si è reso conto di questo nuovo atteggiamento di Mussolini è stato il ministro degli Esteri rumeno Gafencu, quando, come si è detto, fu ricevuto da lui, il 1° maggio, a palazzo Venezia. Tutto il suo resoconto dell’incontro352 meriterebbe di essere citato, punteggiato com’è di affermazioni estremamente significative del «duce» e di acute osservazioni di Gafencu, quali quelle a proposito dell’insistenza con la quale Mussolini cercava di negargli di avere paura della Germania e del modo con cui gli parlava dei rapporti con la Francia e dell’avance della quale egli era latore (che indusse Gafencu a scrivere: «credetti di capire che desiderava un accordo e che lo giudicava possibile»). Ai fini del nostro discorso ci basterà però citare solo questo passo piú riassuntivo353:

Mussolini aveva troppo a lungo sfidato il destino per non sentire la minaccia di un rovescio sempre possibile. Come il fortunato Policrate, avvertito da cupi presentimenti, sembrava preoccupato di scongiurare la sorte. Lo preoccupava la sua unione con Hitler, che disponeva di forze infinitamente piú grandi. Si vedeva trascinato su una via che egli stesso aveva aperta, prigioniero del sistema che gli doveva la vita, e di passioni che egli aveva scatenato, verso uno scopo che gli sembrava per lo meno incerto. Avendo provocato il vento, temeva la tempesta; una tempesta che gli arrivava addosso e sfuggiva al suo potere. Sperava ancora di poter utilizzare la velocità acquistata per passare attraverso gli scogli: il suo istinto, contrariamente a quello di Hitler, non era di scagliarsi contro l’ostacolo: ma di evitarlo con profitto. La coscienza che aveva del pericolo non lo liberava però dalle passioni che avevano presa su di lui: vecchi rancori, violente irritazioni, continui alti e bassi d’amor proprio. Di fronte alla sciagura che intuiva, il suo presentimento doveva ogni giorno dimostrarsi piú giusto.

Coerentemente a questa impostazione dei rapporti con la Germania, nei giorni immediatamente successivi l’occupazione di Praga Ciano si preoccupò innanzitutto di far capire a Berlino che, stanti gli accordi tra Mussolini ed Hitler, il Mediterraneo spettava agli italiani e i tedeschi non dovevano assolutamente interessarsene e che per Mediterraneo doveva intendersi anche l’Adriatico e dunque la Iugoslavia. Come Ciano disse il 17 marzo a von Mackensen354, doveva essere chiaro

600–601

che mentre l’Italia si era praticamente disinteressata di quanto era avvenuto in Cecoslovacchia, non avrebbe potuto minimamente adottare lo stesso atteggiamento nei confronti di eventuali vicende che coinvolgessero la Croazia. Noi facciamo – di piena intesa con la Germania, che ha fatto del pari – una politica di stretta e cordiale collaborazione con Belgrado e consideriamo lo status quo della Iugoslavia come un elemento fondamentale nell’equilibrio dell’Europa centrale. D’altra parte il Führer ha sempre proclamato il disinteressamento tedesco per il Mediterraneo in genere, ed in particolare per l’Adriatico, che noi consideriamo ed intendiamo considerare in futuro quale un mare italiano.

Tre giorni dopo l’ambasciatore tedesco rispondeva a questo passo, assicurando che la Germania non aveva «alcuna mira in nessuna zona del Mediterraneo, che è considerato dal Führer mare italiano» e che «se sorgerà la questione croata sarà il turno per la Germania di disinteressarsi al cento per cento di tale problema, lasciandone la soluzione all’Italia»355. È a proposito di questa comunicazione tedesca che il diario di Ciano ci rivela fino a che punto fosse arrivata ormai la diffidenza di Mussolini verso Berlino: al genero che gliela riferiva disse di trovarla «interessante»... «purché ci si possa credere»356. Lo stesso giorno von Ribbentrop scriveva a Ciano una untuosa (l’aggettivo, quant’altri mai appropriato, è del Toscano357) lettera nella quale ribadiva gli stessi concetti358 e Hitler riceveva Attolico e gli faceva un realistico giro di orizzonte sulla situazione europea, lasciandogli capire che non pensava alla possibilità di un conflitto con l’Inghilterra e la Francia prima di diciotto mesi-due anni, dovendo prima dotare la Germania di una conveniente flotta359. A questi atti seguivano, sempre da parte tedesca, l’invio, il 21, di una comunicazione al generale Pariani nella quale ci si diceva pronti a dare subito inizio alle conversazioni tecniche fra i rispettivi Stati maggiori360 e, il 25, di una lettera di Hitler a Mussolini. Con essa361 il Führer, prendendo spunto dalla ricorrenza del ventesimo anniversario della fondazione dei Fasci di combattimento, prima dava atto a Mussolini della sua «funzione storica»:

601

io sono consapevole di questo: che da quel giorno, anche l’evoluzione dell’Europa e con essa quella dell’umanità è stata indirizzata su una nuova via. Quali conseguenze avrebbe portato seco per l’Occidente una bolscevizzazione dell’Italia non è immaginabile. Che senza il Vostro storico atto della fondazione del Fascismo essa sarebbe giunta a questa bolscevizzazione è certo. Anche se nella vita dei popoli è per lo piú difficile stabilire con quali elementi sia costruito il sapere dei singoli o quali contributi apportino in complesso l’atteggiamento e le azioni dei popoli, tuttavia, Duce, il vostro contributo e l’esempio del Fascismo possono essere stabiliti sulla base di numerosi risultati positivi. La rigenerazione non solo dell’Italia, ma anche dell’Europa nel xx secolo resta per sempre legata al vostro nome.

Poi lo assicurava di aver preso «una inflessibile decisione»:

qualunque possa essere la vostra via, Duce, Voi dovete vedere in me e dovete vedere in noi degli amici immutabili. E dovete vedere in questa amicizia non soltanto un segno di un’adesione puramente platonica, ma dovete considerarla come l’incrollabile decisione di trarre, se necessario, anche nei momenti piú difficili le estreme conseguenze di questa solidarietà.

Tutti questi passi indicavano chiaramente come a Berlino ci si preoccupasse delle reazioni di Mussolini e si cercasse di placarle a tutti i costi, onde indurlo a riprendere la marcia sulla strada dell’alleanza. I risultati non furono però molto brillanti. Abbiamo già detto del commento di Mussolini quando il 20 marzo Ciano gli aveva comunicato la risposta di von Mackensen al suo passo di tre giorni prima. Due giorni dopo aveva ricevuto Attolico, venuto da Berlino per consultazioni e per riferirgli del colloquio avuto con Hitler. L’ambasciatore aveva, in un rapporto a Ciano di alcuni giorni prima, già espresso la sua opinione sulla indispensabilità di una chiarificazione a fondo con i tedeschi «per l’avvenire stesso dell’Asse e prima ancora che se ne stringano ulteriormente in un quadro – a due o a tre che sia – gli obblighi e i legami» e, in particolare, aveva segnalato la necessità di chiarire se Berlino voleva riservare all’Italia «soltanto l’acqua del Mediterraneo» ed escluderla pertanto dai Balcani362. Con Mussolini aveva «messo in rilievo la necessità di mettere i punti sulle “i” nei rapporti reciproci, dato che i tedeschi stanno slittando, talvolta senza accorgersene, dal piano della potenza a quello della prepotenza e potrebbero urtare i nostri interessi». E il «duce» si era trovato completamente d’accordo con lui.

602–603

Il Duce – annotava Ciano363 – ha vivisezionato la situazione odierna, anche in relazione allo spirito pubblico italiano, ed ha concluso che per continuare nella politica dell’Asse bisogna fissare gli obiettivi della rispettiva politica, stabilire le zone d’influenza e d’azione dei due Paesi, far riassorbire dalla Germania gli alloglotti dell’Alto Adige.

E quando aveva ricevuto la lettera di Hitler, se ne era compiaciuto, ma non le aveva dato particolare importanza e aveva subito messo in rilievo che il fatto che gli si chiedeva di non renderla nota le toglieva molto valore364. Quattro giorni dopo, il 29 marzo, redigeva infatti questo breve ma sintomatico (anche per l’ordine di successione delle questioni) appunto per Ciano365:

Questioni da discutere con von Ribbentrop:

  • a) obiettivi, nello spazio e nel tempo, della politica tedesca;
  • b) posizioni economiche dell’Italia nel bacino danubiano e balcanico;
  • c) rapporti italo-francesi, italo-jugoslavi e italo-albanesi;
  • d) eliminazione dei tedeschi dall’Alto Adige;
  • e) alleanza militare dei Paesi del Triangolo.

Questo per quel che riguardava il lavorio diplomatico a palazzo Venezia e a palazzo Chigi, per il tramite riservato delle ambasciate. Alla luce del sole, per il grande pubblico, per gli italiani, ma anche e ancor piú per le cancellerie di Berlino, Parigi e Londra, il momento centrale, l’atto fondamentale della politica e in un certo senso della svolta mussoliniana dopo Praga fu il discorso agli squadristi della «vecchia guardia», pronunciato dal «duce» al Foro Mussolini la mattina del 26 marzo nel quadro delle celebrazioni del ventennale dei Fasci. Di questo discorso, destinato a rimanere l’ultimo discorso di Mussolini alle masse fasciste, tutta la parte centrale fu dedicata alla politica estera. Formalmente tutto pro Asse (tanto è vero che Ciano notò che quelli tra gli esponenti fascisti presenti che erano contrari all’Asse, come i quadrunviri, ascoltandolo «frondavano»366), in realtà, a leggerlo conoscendo quello che stava avvenendo dietro le quinte, esso mostra lo sforzo di Mussolini di ottemperare a tre esigenze: rivendicare la validità dell’Asse in termini tali da non pregiudicare in futuro la sua trasformazione in alleanza, ma, al tempo stesso, mettere alcuni punti sulle «i» riguardo i rapporti con la Germania e aprire uno spiraglio, lanciare un segnale alla Francia. A quella Francia con la quale già il 19 marzo Ciano aveva cercato di riallacciare le fila dei pourparlers con Baudouin inviando all’uopo un proprio emissario a Parigi, ma che sembrava poco propensa a farlo367. Né in esso mancava, pur non essendovi un esplicito riferimento, una risposta alla lettera di Chamberlain del 20 marzo che anticipava la sostanza di quella ufficiale di qualche giorno dopo. L’Italia, disse in sostanza Mussolini368, si rendeva conto della serietà del momento internazionale, ma non si faceva prendere «da quella che ormai è conosciuta come la psicosi di guerra, miscuglio di isterismo e di paura». «La rotta della nostra navigazione è definita ed i nostri principî sono chiari». Il pacifismo di professione, la pace perpetua non facevano parte del patrimonio fascista che, anzi, li considerava «una catastrofe per la civiltà umana». Ma «noi consideriamo che sia necessario un lungo periodo di pace per salvaguardare nel suo sviluppo la civiltà europea». A questo punto si inserivano la risposta a Chamberlain e l’invito (sincero, ma che ormai era inevitabile fosse inteso come un ricatto e di cui, oltre tutto, non ci si potesse fidare) a Londra a convincere Parigi ad accettare le rivendicazioni italiane: «Ma, per quanto ancora di recente sollecitati, noi non prenderemo iniziativa alcuna, prima che i nostri sacrosanti diritti siano stati riconosciuti». Messo in chiaro questo primo punto, il discorso passava ad affrontare i rapporti con la Germania. Innanzitutto rivendicando la piena validità dell’Asse:

603–604

Il periodo dei giri di «valzer», se mai vi fu, è definitivamente chiuso. Il solo ricordarlo è offensivo per noi e per tutti gli italiani.

I tentativi di scardinare o di incrinare l’Asse Roma-Berlino sono puerili. L’Asse non è soltanto una relazione fra due Stati: è un incontro di due rivoluzioni che si annunciano in netta antitesi con tutte le altre concezioni della civiltà contemporanea. Qui è la forza dell’Asse e qui sono le condizioni della sua durata.

Poi, giustificando come «fatale» ciò che era avvenuto alla Cecoslovacchia. E, infine, ammonendo

che se avvenisse la vagheggiata costituzione di una coalizione contro i regimi autoritari, questi regimi raccoglierebbero la sfida e passerebbero al contrattacco su tutti i punti del globo.

Una frase questa, per cosí dire, a doppio taglio, dato che se, da un lato, era chiaramente rivolta contro i propositi di dar vita al «blocco democratico», da un altro lato, poteva essere intesa come un’assicurazione lanciata verso Londra e Parigi: niente «blocco democratico», niente alleanza italo-tedesco-giapponese. Sin qui, si potrebbe dire, tutto bene per la Germania. Solo che poco piú in là il discorso sulla Germania, anche se non nominata, ritornava e ritornava con tutt’altro tono e con una secchezza essenziale che non potevano lasciar dubbi né sul destinatario né sul valore decisivo che Mussolini attribuiva al problema per ciò che riguardava i rapporti italo-tedeschi:

604–605

geograficamente, storicamente, politicamente, militarmente il Mediterraneo è uno spazio vitale per l’Italia e, quando diciamo Mediterraneo, vi includiamo naturalmente anche quel golfo che si chiama Adriatico e nel quale gli interessi dell’Italia sono preminenti, ma non esclusivi, nei confronti degli slavi, ed è per questo che da due anni vi regna la pace.

Dopo i rapporti con la Germania, Mussolini passava a trattare quelli con la Francia. L’intero discorso era stato preparato da Mussolini e da Ciano con molta cura e anche abilità; questa era dovuta essere la parte piú difficile da elaborare e dosare sin nelle singole parole, dato che era da essa che in sostanza ci si attendevano i risultati piú importanti. E questa volta Mussolini, memore di cosa era successo il 30 novembre alla Camera e delle conseguenze che ne erano derivate, aveva preso tutte le precauzioni. Come ha raccontato M. Luciolli nel suo primo libro di ricordi pubblicato sotto lo pseudonimo di M. Donosti subito dopo la fine della seconda guerra mondiale369, il giorno prima aveva ordinato a Starace «di fare tutto il possibile per evitare che l’uditorio, credendo di fargli piacere, si abbandonasse a smodate manifestazioni antifrancesi». «Se domani, – gli aveva detto, – quando parlerò della Francia, i fascisti non si metteranno a vociferare insolenze, sarò un uomo felice».

Almeno ufficialmente, il punto dolente, l’ostacolo principale per un riavvicinamento, era stata la Spagna, e da qui Mussolini prese significativamente le mosse:

nel mio discorso di Genova io parlai di una barricata che separava l’Italia dalla Francia. Questa barricata può considerarsi abbastanza demolita e, fra qualche giorno, forse fra qualche ora, le magnifiche fanterie della Spagna nazionale daranno l’ultimo colpo, e quella Madrid, dove le sinistre attendevano la tomba del fascismo, sarà invece la tomba del comunismo.

Noi non chiediamo il giudizio del mondo, ma desideriamo che il mondo sia informato.

Orbene, nella nota italiana del 17 dicembre del 1938, erano chiaramente stabiliti i problemi italiani nei confronti della Francia: problemi di carattere coloniale: si chiamano Tunisi, Gibuti, Canale di Suez.

Il Governo francese è perfettamente libero di rifiutarsi anche alla semplice discussione di questi problemi, come ha fatto sin qui attraverso i suoi troppo reiterati e troppo categorici «giammai».

Non avrà, poi, a dolersi se il solco che divide attualmente i due paesi diventerà cosí profondo che sarà fatica ardua se non impossibile colmarlo. Comunque si svolgano gli eventi, noi desideriamo che non si parli piú di fratellanza, di sorellanza, di cuginanza e di altrettali parentele bastarde, perché i rapporti fra gli Stati sono rapporti di forza e questi rapporti di forza sono gli elementi determinanti della loro politica.

605–606

Chiudeva infine il discorso un ultimo punto, «ultimo, ma fondamentale e pregiudiziale: bisogna armarsi»:

la parola d’ordine è questa: piú cannoni, piú navi, piú aeroplani. A qualunque costo, con qualunque prezzo, anche se si dovesse fare «tabula rasa» di tutto quello che si chiama la vita civile. Quando si è forti, si è cari agli amici e si è temuti dai nemici.

Dai giorni della preistoria un grido ha valicato le onde dei secoli e la serie delle generazioni: «Guai agli inermi!»

Come Mussolini si era ripromesso, gli echi del discorso furono immediati e notevoli. A Londra il «Times», il 27 marzo, ne dette un giudizio ampiamente positivo:

Da un capo fascista ci si può attendere una certa vivacità di parola e di azione ed ieri il Foro Mussolini a Roma era per questa una cornice naturale. Era il ventesimo anniversario della fondazione di quel notevole movimento che ha trasformato la vita italiana e creato un sistema del tutto nuovo di economia statale; e il Signor Mussolini non ha certamente disilluso i suoi seguaci. Ma, con tutte le sue esagerazioni e ampollosità, il discorso del Duce non ha presentato alla Francia domande tali da richiedere una risposta puramente negativa; e conteneva la proposta precisa che il Governo francese inizi discussioni sui tre problemi nordafricani che dividono i due paesi. Di almeno due di essi si può dire che le condizioni sono state alterate dai recenti avvenimenti, e certi aggiustamenti sembrerebbero agli osservatori imparziali come adeguati soggetti di discussione. Con l’aiuto di un’abile diplomazia, il discorso può segnare una svolta nella situazione europea. Il Signor Mussolini ha perlomeno creato un nuovo punto di partenza.

A Parigi i giudizi furono meno favorevoli, ma, una parte almeno, non totalmente negativi. Il «Temps» dello stesso 26 marzo osservò che «i tre punti indicati dal signor Mussolini, Tunisia, Gibuti, Suez, costituiscono un programma molto piú modesto, si converrà, di quello esposto con tanta violenza dalla stampa fascista che comportava indicazioni anche stravaganti, come quelle relative alla Corsica, a Nizza e alla Savoia» e arrivò a domandarsi, in attesa di conoscere i termini precisi delle richieste italiane, se esse potessero costituire «una base utile di negoziato». Secondo poi François-Poncet, lo si è detto, il discorso non doveva essere interpretato negativamente ed egli fu dell’opinione che non si dovesse rischiare di non dargli peso e che fosse opportuno sollecitare Mussolini a mettere le carte in tavola e formulare con precisione le sue richieste. Ma il Quai d’Orsay non raccolse il suo consiglio370 e il 29 marzo Daladier respinse in un duro discorso alla radio371 l’avance di Mussolini e, quel che piú conta, qualsiasi pretesa italiana. Sia perché infondata, dato che gli accordi del gennaio ’35 avevano avuto per scopo di «regolare definitivamente» e di «liquidare» le questioni pendenti tra i due paesi e per la Francia essi erano tuttora validi, sia perché accettare il punto di vista italiano espresso nella nota del 17 dicembre significava che ogni nuova conquista o ogni nuova concessione aprirebbe nuovi diritti. Cosí le rivendicazioni che potrebbero esserci presentate sarebbero praticamente senza limiti, perché ognuna d’esse, una volta soddisfatta, porterebbe in sé delle rivendicazioni future.

606–607

Sicché la risposta della Francia era: «non cederemo né un arpento delle nostre terre, né uno solo dei nostri diritti».

Il discorso era stato preparato nel corso di due riunioni del Consiglio dei ministri che avevano visto scontrarsi le due tendenze in contrasto: Daladier, sostenuto da Reynaud, Campinchi, Mandel, Champetier de Ribes e Zay e, fuori dal governo, da Léger, assertori dell’intransigenza; Bonnet, Monzie, Chautemps e Marchandeau, fautori di una linea morbida e disposti perlomeno a trattare. Alla fine aveva prevalso la tendenza intransigente, un po’ per gretto nazionalismo, un po’ per la convinzione che non ci si potesse fidare di Mussolini372. Anche se Mussolini ostentò di essersela attesa e di non darle importanza, la risposta di Daladier373 fu per lui un grave colpo e, quel che piú importa, lo indusse a compiere il peggiore dei passi che in quel momento poteva fare.

Nei giorni dello smembramento della Cecoslovacchia Ciano, lo si è visto, aveva molto insistito per indurre Mussolini ad approfittare dell’occasione per occupare l’Albania. Il «duce» aveva tentennato, ma poi, con grande disappunto del genero, il suo senso politico aveva prevalso ed egli aveva detto di no. Tant’è che Ciano, parlando il 17 marzo con von Mackensen, aveva negato fondamento alle voci di una possibile azione italiana in quel paese. Il 23 marzo Mussolini era tornato parzialmente sulla sua decisione e aveva detto a Ciano di «accelerare i tempi» dell’operazione e nei giorni successivi ne aveva parlato anche con il re, che si era mostrato contrario a «rischiare una grossa avventura per “prendere quattro sassi”»374. Il via vero e proprio lo diede però solo dopo il discorso di Daladier e dopo la sua risposta ad esso, il 31 marzo a Reggio Calabria375, con un accenno brevissimo ma significativo:

607–608

Dopo il mio discorso agli squadristi a Roma, ben poco vi è da aggiungere. Noi non dimentichiamo, noi ci prepariamo, noi pensiamo a decenni e quindi siamo sempre pronti ad attendere, come è sicuro un popolo che ha molte armi e saldissimo cuore.

E sino quasi all’ultimo, almeno sino al 1° aprile, è probabile che le sue preferenze fossero per un «accordo» con re Zog che sistemasse i rapporti tra i due paesi in modo pienamente «soddisfacente» per l’Italia (occupazione militare e protettorato), evitando una soluzione di forza integrale della quale anche lui capiva i rischi376. Solo negli ultimissimi giorni, entrato ormai psicologicamente nel meccanismo dell’operazione, divenne anche lui sostenitore della soluzione integrale.

È fuori dubbio che Ciano ebbe una parte notevolissima e forse determinante sulla decisione di Mussolini di occupare l’Albania. Basta vedere come egli si gettò a capofitto nell’operazione, arrivando al punto di lasciare palazzo Chigi nel momento diplomaticamente piú caldo per recarsi personalmente a presiedere all’azione nella «sua» Albania (tanto sua che nel suo diario, il 12 aprile, arrivò a scrivere, riferendosi agli albanesi: «Tutti d’accordo per avere un principe di Casa Savoia o, meglio ancora, vorrebbero me»377), e come sempre si sarebbe fatto merito di esserne stato l’artefice. Un peso lo ebbe anche il desiderio, da un lato, di dimostrare agli italiani che l’Asse non funzionava solo a senso unico, ma procurava tangibili «vantaggi» anche all’Italia e, da un altro lato, di farla finita con i maneggi tedeschi in quel paese e controbilanciare la influenza crescente di Berlino nei Balcani. Politicamente, per Mussolini l’occupazione dell’Albania, in quel momento, voleva però essere soprattutto una risposta alla Francia e, in via subordinata, all’Inghilterra, un fare loro capire che l’Italia fascista, dopo Praga, non era, come molti pensavano, alle corde e che, dunque, era necessario trattare con lei ed accettare le sue richieste.

Materialmente l’occupazione dell’Albania fu facile, nonostante le incertezze presenti sino all’ultimo su come re Zog avrebbe reagito all’ultimatum italiano (ancora il 6 aprile il ministero degli Esteri distribuí all’Aereonautica due tipi di manifestini da lanciare sul paese, uno in caso di sbarco con il consenso del re e uno in caso di intervento contro la sua volontà378), le disfunzioni organizzative e l’impreparazione dei reparti da essa rivelate e la confusione che caratterizzò tutta l’operazione379. In due giorni, il 7 e l’8 aprile, tutto fu comunque risolto. Zog abbandonò il paese, una fantomatica Costituente decise di offrire la corona d’Albania al re d’Italia e meno di dieci giorni dopo a Roma avvenne la relativa cerimonia dell’«offerta» a Vittorio Emanuele che l’accettò con la formula dell’«unione personale». Tutt’altro che di poco momento furono invece le reazioni dell’opinione pubblica italiana che vide in essa un nuovo atto che aggravava la situazione internazionale e la posizione dell’Italia rispetto agli occidentali. A Bologna si dette persino il caso di un battaglione di bersaglieri che cantò «vogliamo la pace non la guerra» senza che gli ufficiali intervenissero380. Gravissime furono poi quelle internazionali.

608–609

Secondo von Mackensen, nei giorni precedenti a Roma si parlava dell’azione in Albania persino nei cinematografi e nei caffè. Non può dunque meravigliare che tutte le principali cancellerie sapessero che l’Italia stava preparando qualche cosa. Palazzo Chigi per parte sua aveva preavvisato in qualche modo della cosa Berlino e soprattutto Belgrado381. Il 4 aprile Perth, riferendosi alle insistenti voci di un prossimo colpo di mano italiano, aveva messo in guardia Ciano dal compiere atti che avrebbero potuto determinare un «definite breach» degli «accordi di Pasqua»382. Mussolini, che – date anche le assenze di Ciano – aveva preso in mano le redini di palazzo Chigi383, si era subito preoccupato di cercare di rassicurare il Foreign Office. Tra il 5 e il 9 aprile era stato in continuo contatto telefonico con l’ambasciata di Londra (retta in quel momento dall’incaricato d’affari Crolla, essendo Grandi in Italia) inviando istruzioni e messaggi per Chamberlain e Halifax nei quali ribadiva la sua volontà di tenere assolutamente in vita gli accordi dell’anno prima, sosteneva che l’azione a cui l’Italia era stata costretta dalla situazione che si era determinata in Albania non contrastava con essi, e dava le piú ampie assicurazioni circa l’infondatezza dei timori che l’azione italiana aveva suscitato a Belgrado e ancor piú ad Atene (ove si temeva che l’Italia volesse mettere le mani anche su Corfú) e, a conferma dell’importanza che egli annetteva «al consolidamento dei vincoli esistenti fra le nostre due Nazioni», dava assicurazioni anche a proposito dell’ormai imminente rimpatrio di tutti i legionari italiani in Spagna, che avrebbe avuto luogo subito dopo la parata per la vittoria che Franco stava preparando a Madrid384. Apparentemente, la reazione inglese a questi fatti era stata molto buona. Halifax, con cui Crolla si era piú volte incontrato, si era dimostrato assai «comprensivo» e, anche a nome di Chamberlain, «fiducioso» e «desideroso» che la collaborazione tra i due paesi continuasse «nell’interesse della pace europea». Il 9 aprile Crolla aveva potuto cosí trasmettere a Roma la seguente comunicazione del governo inglese in risposta a quelle fattegli pervenire da Mussolini385:

609–610

Vi prego di ripetere al Duce ed al Conte Ciano che il Governo inglese desidera vivamente che l’accordo italo-britannico, al quale esso ha attribuito sempre la maggiore importanza, possa dare i maggiori e piú fecondi risultati. Noi lo abbiamo concluso malgrado tutte le opposizioni e contro le opposizioni lo abbiamo mantenuto. È perciò ovvio che noi si desideri fare in modo che esso possa contribuire efficacemente al mantenimento delle amichevoli relazioni esistenti fra i nostri due Paesi.

L’Impero britannico ha nel mondo punti vitali di interesse che esso non può fare a meno di salvaguardare; Vi prego di voler assicurare il Signor Mussolini che il Governo britannico è lungi dal voler fare alcunché che possa intralciare il mantenimento di quella pace europea, alla quale il Duce ha fatto riferimento nel suo recente discorso, come noi siamo stati lieti di rilevare.

Per quanto sia inevitabile che l’occupazione colla forza di uno Stato avente una linea costiera sul Mediterraneo appaia all’opinione britannica come molto difficilmente conciliabile coll’articolo dell’accordo anglo-italiano relativo al mantenimento dello status quo mediterraneo, ciò non significa affatto che noi non si desideri, come è invece nostro fermo intendimento, di fare ogni sforzo per conseguire dall’accordo stesso un miglioramento delle relazioni fra i nostri due Paesi e la loro collaborazione per la causa della pace.

In realtà la vicenda albanese aveva avuto su Londra tutt’altro effetto di quello che, a prima vista, poteva sembrare: aveva confermato Chamberlain e il Foreign Office nella loro convinzione che su Mussolini non si potesse piú fare alcun affidamento e che non restava che considerarlo, alla stregua di Hitler, come un nemico, salvo vedere quale sarebbe stato il suo atteggiamento nel caso di un conflitto, ma senza fare il minimo conto su un suo, pur possibile, ravvedimento in extremis. In questa logica il fatto che all’occupazione dell’Albania non fosse seguita la denuncia da parte inglese degli «accordi di Pasqua» non aveva altro significato che quello di non voler far nulla che potesse spingere ancor di piú Mussolini verso Hitler. Le dichiarazioni di Chamberlain il 13 aprile ai Comuni appaiono in questa logica ineccepibili, anche se giunsero a Roma del tutto inattese, e cosí pure le concrete iniziative che dopo di esse il governo inglese venne rapidamente prendendo: introduzione della coscrizione obbligatoria, accordi con la Turchia, rafforzamento degli apprestamenti militari in Egitto e a Malta, sviluppo delle trasmissioni da Radio Daventry per controbattere la propaganda di Radio Bari (ripresa in marzo) tra gli arabi, ecc.

610

Gli effetti generali dell’azione italiana – disse Chamberlain ai Comuni386 – giustificavano pienamente l’impressione che essa aveva prodotto nell’opinione pubblica mondiale. Né era pensabile che il governo inglese si disinteressasse di ciò che era avvenuto e potesse non considerare della «piú grande importanza» evitare ulteriori mutamenti nello statu quo del Mediterraneo e della penisola balcanica.

Di conseguenza il Governo di Sua Maestà è giunto alla conclusione che nel caso di un’azione che minacci chiaramente l’indipendenza della Grecia o della Romania e a cui il Governo greco o quello rumeno rispettivamente consideri necessario resistere con le sue forze nazionali, il Governo britannico si sentirà costretto a dare immediatamente ai Governi greco o rumeno, a seconda del caso, tutta l’assistenza in suo potere.

Dopo questa premessa, il premier era passato a parlare degli accordi anglo-italiani, ribadendo i motivi per i quali aveva creduto nella loro efficacia e negando l’opportunità di accettare il punto di vista di coloro (tra cui Churchill, che parlò dopo di lui e che biasimò anche il fatto che non fosse stata inviata la flotta «non lungi dalle bocche del Mare Adriatico», in modo da provocare un effettivo chiarimento con l’Italia) che ne chiedevano la denuncia, ma affermando anche a tutte lettere che l’azione del governo italiano aveva «gettato un’ombra sulla sincerità delle sue intenzioni di eseguire i suoi impegni» contratti con essi. E aveva concluso con queste ferme parole:

Oggi noi dobbiamo irrigidire la nostra determinazione: determinazione intesa non soltanto a rendere noi stessi forti per difendere il nostro paese, ma determinazione intesa anche a fare la nostra parte per venire in aiuto di coloro che, se aggrediti o minacciati di perdere la loro libertà, decidono di resistere.

611–612

Tramite il «canale segreto» londinese, Mussolini era stato preavvertito sin dall’11 aprile che, nonostante le assicurazioni dei giorni precedenti, Chamberlain avrebbe annunciato la garanzia alla Grecia (nulla gli era stato detto a proposito della Romania, probabilmente perché questa garanzia era essenzialmente in funzione antitedesca) e aveva cercato di scongiurarla offrendo in cambio l’ordine di ritiro immediato della maggior parte dei legionari dalla Spagna senza attendere la parata della vittoria. La risposta era stata però secca: il premier «consigliava» il «duce» di richiamare «in tutti i casi» i legionari, «senza porre condizioni»387. Ciò nonostante, come dicevamo, il discorso di Chamberlain giunse a Roma sostanzialmente inatteso, se non altro per la fermezza del suo tono e per ciò che lasciava prevedere per il futuro delle relazioni anglo-italiane. Invano Mussolini, parlando la sera stessa del 13 aprile, cercò di ostentare sicurezza388:

Gli eventi storici che si compiono in questi giorni sono il risultato della nostra volontà, della nostra fede e della nostra forza.

Verso i popoli amici noi andiamo con atteggiamento da amici; contro i popoli ostili noi avremo un chiaro, deciso, risoluto atteggiamento di ostilità.

Il mondo è pregato di lasciarci tranquilli, intenti alla nostra grande e quotidiana fatica. Il mondo deve in ogni caso sapere che noi domani, come ieri, come sempre, tireremo dritto.

E, una settimana dopo, approfittando del «gran rapporto» per l’Esposizione universale del 1942389, cercò invece di mettere l’accento sui propositi pacifici dell’Italia fascista. E invano Ciano, alla Camera dei fasci e delle corporazioni, il 15 aprile si affrettò a cercare di rassicurare Chamberlain riaffermando la volontà italiana di «mantenere validi e operanti attraverso l’esecuzione e l’osservanza di tutte le loro clausole» gli «accordi di Pasqua»390. Nel giro di un paio di settimane i rapporti tra Londra e Roma si fecero freddi al punto che quando, il 21 aprile, Mussolini, ricevendo in visita di congedo Perth, gli parlò dei contatti che c’erano stati tra Ciano e Baudouin, dicendogli di essere disposto a continuarli purché fossero i francesi a fare il prossimo passo e di informare di ciò Londra, l’ambasciatore inglese si tenne assolutamente sulle generali: gli inglesi sarebbero lieti di un accordo tra Roma e Parigi, ma egli riteneva che le questioni pendenti fra i due governi dovessero essere risolte tra le parti interessate391. Un’altra démarche, fatta, subito dopo il discorso con cui Hitler, il 28 aprile, aveva posto il problema del «ritorno» di Danzica nel Reich, da Grandi direttamente su Halifax lasciando capire che Mussolini sarebbe potuto intervenire in senso moderatore su Hitler se il suo prestigio fosse stato rafforzato dall’avvio di negoziati tra Roma e Parigi, ebbe lo stesso esito: anche il ministro degli Esteri inglese lasciò l’offerta senza risposta392.

612–613

Nell’uno e nell’altro caso (cosí come di quel che Mussolini e Ciano dissero a Gafencu) Londra informò Parigi delle avances italiane e dei rapporti franco-italiani Halifax discusse prima con l’ambasciatore francese a Londra e poi, come vedremo meglio nel prossimo capitolo, il 20-21 maggio con Daladier e Bonnet, non nascondendo loro l’opportunità di servirsi dell’influenza italiana sulla Germania «per impedire la catastrofe finale» e, quindi, di dare qualche «ragionevole soddisfazione» a Mussolini. Ma, di fronte agli argomenti di Daladier che ciò non sarebbe servito a nulla e che, comunque, l’Italia avrebbe dovuto offrire qualche contropartita perché altrimenti ne avrebbe scapitato il prestigio francese nel mondo arabo, gli inglesi non se la sentirono di insistere393; probabilmente per non ridar fiato ai soliti sospetti francesi, ma soprattutto perché anche loro erano ormai nell’intimo convinti della fondatezza delle obiezioni francesi e avevano sollevato la questione solo per scrupolo di coscienza. Gli stessi scrupoli di coscienza erano in realtà presenti però anche nei francesi e, anzi, in essi erano piú vivi, sia per la maggior esposizione della Francia ai rischi di un conflitto, sia perché – come giustamente ha scritto il Duroselle394 – la politica francese «restava incerta e disorganizzata», sia, infine, per le molto maggiori diversità di opinioni esistenti nel governo francese rispetto a quello inglese in materia di rapporti con l’Italia. Ciò spiega perché – nonostante le affermazioni in contrario fatte agli inglesi – subito dopo la conquista dell’Albania, di fronte alle ricorrenti notizie provenienti da Roma e non solo da Roma circa la disponibilità italiana a risolvere il contenzioso tra i due paesi accontentandosi di molto poco e ad affermazioni come quelle fatte da Ciano all’incaricato d’affari sovietico: «si fa di tutto per spingerci ogni giorno di piú nelle braccia della Germania», non solo Bonnet si fosse mostrato disposto a riavviare il sondaggio iniziato da Baudouin, ma persino Daladier si fosse posto il problema. Un suo appunto del 17 aprile lo dimostra: «Faut-il ne pas bouger et attendre réponse de Mussolini; faut-il entamer négociation avec M.; faut-il lasser aller? » In questo clima un passo di François-Poncet del 15 aprile, volto ad essere autorizzato a prendere un contatto con palazzo Chigi per rendersi conto delle vere intenzioni italiane e «della misura nella quale esiste ancora una possibilità di salvaguardare la pace» attraverso Mussolini, aveva avuto da Bonnet una mezza risposta positiva: «il governo francese, non essendo colui che chiede, non ha alcuna proposta da formulare; ma non è mai stato nel mio pensiero di interdirvi qualsiasi conversazione col governo italiano». E una decina di giorni dopo, conosciuto l’esito del sondaggio subito fatto da François-Poncet, il 25 aprile, su Ciano e cioè l’effettiva consistenza delle richieste italiane (una zona franca a Gibuti, cessione del tratto etiopico della ferrovia Gibuti – Addis Abeba, due posti nel consiglio della Compagnia di Suez, revisione delle tariffe del canale e ritorno, per la Tunisia, allo statuto del 1896) e l’inquietudine di Roma per la piega che stavano prendendo le relazioni tedesco-polacche, sempre in questo clima erano nati prima il nuovo sondaggio tramite Gafencu e, subito dopo, l’autorizzazione, il 3 maggio, all’ambasciatore a Roma a riprendere i pourparlers395. Fatto con le piú buone intenzioni, il sondaggio di François-Poncet del 25 aprile aveva intanto avuto i suoi primi effetti a Roma, effetti che di là a poco si sarebbero dimostrati, contrariamente alle attese, deleteri.

613–614

Abbiamo visto come lo smembramento della Cecoslovacchia avesse indotto Mussolini a rinviare nel tempo la conclusione dell’alleanza con la Germania e a volerla condizionare ad un preventivo chiarimento di fondo dei rapporti con Berlino. L’affare albanese aveva però fatto passare per il momento in seconda linea questo chiarimento. Ciano, tutto proiettato verso la realizzazione della sua impresa, aveva addirittura pensato di rivolgersi ai tedeschi per chiedere la loro solidarietà e il loro fiancheggiamento come una sorta di contropartita per l’atteggiamento italiano in occasione della crisi cecoslovacca. E a questo fine aveva preparato una lettera che il «duce» avrebbe dovuto mandare ad Hitler396; Mussolini però non ne aveva fatto niente. I tedeschi erano cosí stati informati dell’«improvviso peggioramento» dei rapporti con Tirana e della decisione di risolvere la situazione alla radice solo il 4 aprile. La crisi dei rapporti con l’Inghilterra determinata dall’occupazione dell’Albania e l’oscurarsi poco dopo di quelli tra Berlino e Varsavia per la questione di Danzica avevano però fatto precipitare le cose con Berlino. Tra il 14 e il 17 aprile era stato a Roma Göring. Scopo della visita era evidentemente quello di dissipare le «ombre di Praga» e di rimettere rapidamente in moto il meccanismo dei negoziati per l’alleanza a tre. Göring era stato indubbiamente abile: aveva sottolineato la forza dell’Asse, ma aveva detto che dal punto di vista militare il rapporto di forze piú favorevole rispetto agli anglo-francesi non si sarebbe avuto prima del 1942-43; aveva parlato di rapporti critici con la Polonia, ma aveva detto che Hitler non stava progettando alcuna azione contro di essa; aveva assicurato che la Iugoslavia rientrava al cento per cento nella sfera d’influenza italiana e che la Germania voleva solo salvaguardare «i suoi normali interessi economici» in quel paese; e si era mostrato sostanzialmente d’accordo con Mussolini su tutte le questioni che gli stavano a cuore, non ultima quella che prima di due o tre anni almeno i contrasti tra Roma e Parigi non dovessero portare ad un conflitto397. Tutto ciò doveva avere in un certo senso rassicurato Mussolini e doveva avergli fatto pensare di disporre di un buon margine di tempo per portare avanti i suoi piani, riagganciare Londra e indurre Parigi a soddisfare le sue richieste minime. Le annotazioni di Ciano lo confermano, in particolare l’ultima del 17 aprile398:

614

Nel complesso l’impressione riportata è che anche in Germania le intenzioni sono pacifiche. Un solo pericolo: la Polonia. Piú che da quanto egli ha detto, sono rimasto impressionato dal tono sprezzante usato nei confronti di Varsavia. Ma non credano, i tedeschi, che potranno anche in Polonia fare una marcia trionfale: se attaccati i polacchi si batteranno. Anche il Duce la pensa cosí.

Quanto il pericolo di un conflitto tedesco-polacco fosse reale era stato drammaticamente confermato tre giorni dopo da «un molto grave» rapporto inviato da Attolico in cui si annunciava come imminente un’azione tedesca. Prendendone nota nel suo diario399, Ciano aveva scritto:

Sarebbe la guerra, quindi abbiamo diritto di essere informati per tempo. Dobbiamo poterci preparare e dobbiamo preparare l’opinione pubblica ad un evento che non può arrivare di sorpresa. Ho quindi dato ordine ad Attolico di accelerare il mio incontro con Ribbentrop.

Di fronte alla minaccia di una nuova e piú drammatica iniziativa tedesca sul tipo di quella di un mese prima mettere con Berlino i punti sulle «i» diventava urgente. Nulla invece autorizza a pensare che nell’incontro con von Ribbentrop si volesse riprendere il discorso dell’alleanza.

615–617

Di essa si sarebbe dovuto parlare piú tardi, dopo aver chiarito bene tutte le questioni preliminari. E, del resto, i fatti nuovi che avrebbero gettato le basi del mutamento di carattere dell’incontro rispetto alle originarie intenzioni italiane si verificarono dopo la decisione di stringere i tempi della chiarificazione. Fu infatti solo il 25 aprile che, la mattina, giunse a Palazzo Chigi un telegramma di Attolico annunciante che la trattativa con i giapponesi si era fatta «completamente negativa» e che pertanto von Ribbentrop era dell’opinione che Germania e Italia dovessero «mettersi d’accordo intanto tra di loro mediante un patto bilaterale, lasciando al Giappone possibilità di associarsi ad esso se mai piú tardi» e che il ministro degli Esteri tedesco sarebbe di conseguenza andato all’incontro con Ciano con uno schema di patto bilaterale400. E poi, nel pomeriggio, François-Poncet aveva fatto con Ciano il suo sondaggio circa le effettive richieste italiane alla Francia, il primo che, dato l’autore, avesse per gli italiani un sapore ufficiale.

Le reazioni di Mussolini a questi due fatti nuovi sono per noi del massimo interesse. Informato del primo il «duce» si disse contento. «In realtà – annotò Ciano401 – da parecchio tempo ormai considerava l’adesione giapponese piú dannosa che utile. Con Ribbentrop ci vedremo il 6 in qualche città dell’Italia del Nord, per definire la comune politica». Nulla, dunque, ancora che indichi che da parte italiana si volesse per il momento riprendere il discorso, sia pure solo a due, dell’alleanza. Ne è conferma il fatto che Attolico, pur avendo fatto sapere nel suo già ricordato telegramma che von Ribbentrop, oltre a dirgli che avrebbe portato un proprio schema di patto, lo aveva incaricato di trasmettere a Ciano l’invito a fare altrettanto, palazzo Chigi non si preoccupò neppure di portare un proprio schema. Quanto invece al sondaggio di François-Poncet, alla sua notizia Mussolini ostentò di non dare troppo peso alla notizia, ma aggiunse un commento estremamente rivelatore dei suoi propositi: «Comunque non intendo cominciare i negoziati con la Francia se non dopo la firma del trattato con la Germania»402. E, del resto, quanto il suo non dar peso alla notizia fosse solo di facciata è dimostrato da come l’1 e il 2 maggio successivi egli si sforzò di far intendere a Gafencu di desiderare sinceramente un accordo con la Francia e Ciano insistette a sua volta per far capire al ministro rumeno la necessità che si arrivasse rapidamente all’accordo.

La verità è che Mussolini, incominciando a rendersi conto del rischio di avere meno tempo di quello che sino allora aveva creduto e non volendo assolutamente in quel momento un conflitto che, oltre tutto, sapeva bene di non essere assolutamente preparato ad affrontare403, voleva, al solito, poter giocare su due tavoli contemporaneamente, tenersi aperte sia la porta verso Berlino sia quella verso Londra e Parigi e rilanciare la sua funzione di ago della bilancia europea. Voleva per lo meno avviare i negoziati con Parigi per poter trattare con i tedeschi da una posizione tanto internazionale che interna piú forte (i negoziati con la Francia avrebbero dissipate infatti molte preoccupazioni interne per il futuro, soddisfatto alcune aspirazioni realmente sentite da una parte degli italiani, reso, forse, meno impopolare la prospettiva di un’alleanza con la Germania) e poi, conclusa l’alleanza con Berlino alle proprie condizioni, servirsene per concludere anche i negoziati con i francesi alle migliori condizioni, specie per quel che riguardava la Tunisia, l’unico punto sul quale era chiaro che, una volta fatto il passo di sedersi al tavolo delle trattative, questi si sarebbero dimostrati piú «taccagni». Dopo di che, forte dell’alleanza con la Germania, ma riacquistata, bene o male, la fiducia di Parigi e di Londra, avrebbe potuto tornare a rilanciare i suoi piani per un nuovo «sistema europeo». Lo confermano i discorsi fatti a Gafencu sulla necessità di giungere, se si voleva evitare una guerra, ad «una nuova conferenza», ad una «nuova Monaco» cioè, che realizzasse «finalmente il patto a quattro» o, addirittura «il patto a cinque con la Polonia». Una idea quest’ultima che rivela da sola i veri sentimenti di Mussolini verso la Germania. Senza dire che con l’alleanza Mussolini – ormai messo in allarme dai discorsi di Göring, dalle notizie di Attolico e, di lí a qualche giorno, dal discorso di Hitler del 29 aprile – doveva essere convinto di poter controllare meglio i tedeschi e di poter loro impedire sia di portare alle estreme conseguenze l’azione per annettere Danzica, sia di dare un carattere per lui inaccettabile ai loro propositi, per isolare completamente Varsavia, di riavvicinamento all’Urss. Una mossa, quest’ultima, che Mussolini condivideva, purché – com’era stato subito chiarito a Göring che gliene aveva parlato404 – si fosse trattato di un «petit jeu» che non comportasse cedimenti ideologici e difficoltà interne. Pur rendendosi conto della necessità di affrettare i tempi, Mussolini non pensava dunque che nell’incontro tra Ciano e von Ribbentrop del 6-7 maggio si dovesse trattare concretamente il problema dell’alleanza. Unico suo scopo doveva essere quello di definire in modo preciso il quadro politico generale e i termini particolari dei rapporti tra i due paesi.

617–618

La miglior conferma di ciò è in due documenti per noi di grande importanza. Le note preparate dall’Ufficio giuridico della Wilhelmstrasse in vista dell’incontro tra i due ministri degli esteri provano che il 4 maggio Berlino, pur avendo approntato uno schema di patto, non pensava che nell’incontro si arrivasse ad una decisione in merito e, cosa ancor piú importante, non escludeva che, invece che ad un’alleanza, si potesse finire per andare solo a «un patto di amicizia senza obblighi di assistenza militare» che prevedesse in caso di guerra «la cosidetta neutralità benevola nella misura piú larga possibile, e ciò senza distinguere fra guerra di aggressione e guerra di difesa»405. Come già ha osservato il Toscano406, questa posizione porta a ritenere che a Berlino si nutrissero ancora forti preoccupazioni persino per la effettiva disponibilità di Roma ad un’alleanza vera e propria. Il secondo e per noi ancor piú importante documento è il lungo appunto che il 4 maggio Mussolini preparò come direttiva per i colloqui per Ciano. Un documento chiaro e che non lascia dubbi sulle intenzioni di fondo di Mussolini e di cui, non a caso, avrebbe citato alla lettera tutta la parte piú importante in un successivo documento (il cosidetto «memoriale Cavallero», dal nome del generale che lo consegnò ad Hitler per suo ordine) da lui redatto il 30 maggio, dopo la firma del «patto d’acciaio» dunque, per ribadire il significato e il valore che egli attribuiva all’alleanza407.

Parlando con Göring, il 16 aprile, Mussolini si era detto convinto che «una guerra generale fosse inevitabile» e, del resto, lo aveva già detto, per non risalire sino ai colloqui con Hitler, anche a von Ribbentrop il 28 ottobre dell’anno prima. «Il Duce», riferiva, come si ricorderà, il verbale di quel colloquio redatto da Ciano, «è d’accordo che vi sarà guerra nel giro di pochi anni tra l’Asse, la Francia e l’Inghilterra». E nella parte conclusiva del verbale tedesco della conversazione con Göring si legge408:

La Germania e l’Italia avrebbero evitato qualsiasi provocazione che potesse portarle ad un conflitto ma avrebbero atteso quello che entrambe consideravano il momento opportuno. Esse avrebbero continuato ad armarsi e, perseguendo una azione congiunta in un secondo momento, avrebbero iniziato delle conversazioni sulla sincronizzazione della loro autarchia ed anche sulla cooperazione delle loro forze navali ed aeree. Nel frattempo avrebbero continuato con il massimo vigore la «guerra di stampa» pur non intraprendendo nulla su scala piú ampia. (Quando, a questo proposito il Maresciallo fece osservare che la Germania aveva da poco acquistato un certo numero di territori ed aveva bisogno di pace per digerirli, il Duce approvò calorosamente).

«Parlare di pace e preparare la guerra, cioè la vittoria» avrebbe dovuto essere il motto dei due Paesi.

618–619

Con questo stesso motto si concludeva l’appunto per Ciano redatto da Mussolini il 4 maggio409. Solo che il resto dell’appunto piú che alla guerra si riferiva alla sua preparazione e, mentre questa sarebbe stata in corso, al mantenimento della pace. La guerra, era detto esplicitamente, aveva bisogno per poter essere fatta di «un periodo di pace», cioè di preparazione, «di durata non inferiore ai tre anni». Tale periodo, per quel che riguardava l’Italia, era «necessario»

  • a) per sistemare militarmente la Libia, l’Albania e pacificare l’Etiopia, dalla quale deve uscire un’armata di mezzo milione di uomini;
  • b) per ultimare la costruzione e il rifacimento delle sei navi di linea attualmente in corso;
  • c) per il rinnovamento di tutte le nostre artiglierie a medio e grosso calibro;
  • d) per spingere innanzi la realizzazione dei piani autarchici che devono rendere vano ogni tentativo di blocco da parte delle Democrazie possidenti;
  • e) per realizzare l’Esposizione del 1942, la quale, oltre a documentare il primo ventennio del Regime, può fornirci riserve di valute;
  • f) per effettuare il rimpatrio degli italiani dalla Francia, problema di natura militare e morale molto serio;
  • g) per ultimare il già iniziato trasferimento di molte industrie di guerra dalla Valle del Po nell’Italia meridionale;
  • h) per approfondire sempre piú i rapporti non solo fra i Governi dell’Asse, ma fra i popoli, al che gioverebbe indubbiamente una distensione dei rapporti fra Chiesa e Nazismo, distensione che è anche molto desiderata dal Vaticano.

Per tutte queste ragioni l’Italia fascista non desidera anticipare una guerra di carattere europeo, pur convinta ch’essa sia inevitabile. Si può anche pensare che fra tre anni il Giappone abbia condotto a termine la sua guerra in Cina.

Come ha già notato il Toscano410, per realizzare questi obiettivi sarebbe certamente occorso piú dei tre anni previsti, ma anche ammettendo che Mussolini si ingannasse in buona fede, rimane pur sempre il fatto che un lasso di tempo cosí lungo (rispetto almeno all’effettiva prevedibilità del corso delle vicende internazionali) toglieva alla premessa sulla quale si fondava tutto il discorso gran parte del suo valore assiomatico. E ciò tanto piú che negli stessi giorni in cui preparava l’appunto di istruzioni per Ciano Mussolini – come già abbiamo detto nel terzo capitolo – ribadiva le sue disposizioni perché fossero chiuse e rese impenetrabili «le porte di casa» e in primo luogo la frontiera del Brennero, e questo, indubbiamente, era uno strano modo per prepararsi alla «inevitabile» guerra con la Francia e l’Inghilterra. Il fatto è che, come giustamente ha scritto il Luciolli411, dopo Monaco «la bellicosità di Mussolini fu in continuo declino» o, se si preferisce, fu sempre piú un motivo ideologico e caratteriale e sempre meno un fatto politico. Proprio parlando dell’appunto per Ciano e del «memoriale Cavallero», il Luciolli ha anche ricordato che

619–620

verso la fine del 1938 Mussolini cominciò a confessare ai suoi collaboratori che la guerra etiopica e la guerra di Spagna avevano imposto all’esercito e alle finanze italiane uno sforzo tale che occorreva ormai disporsi a rinsanguare l’uno e le altre prima di affrontare nuove prove.

Tutto ciò avvalora la sincerità delle sue istruzioni a Ciano e contribuisce ad eliminare eventuali dubbi circa una possibile instrumentalità o non sincerità delle affermazioni fatte personalmente da Mussolini o fatte fare a Ciano sulla assoluta necessità per l’Italia di tre-quattro anni di pace.

Sulla base di queste stesse considerazioni e, probabilmente, su quanto affermato da Mussolini al punto b) dell’appunto del 4 maggio e che cioè il periodo di pace di tre anni doveva servire, tra l’altro, «per approfondire sempre piú i rapporti non solo fra i Governi dell’Asse, ma fra i popoli», espressione che si potrebbe tradurre piú semplicemente in «fare accettare l’alleanza agli italiani», il Toscano ha addirittura adombrato l’ipotesi che il «duce» «implicitamente dava a vedere che l’assicurazione di detto periodo costituiva ai suoi occhi la premessa per poter procedere oltre sulla via della trasformazione dei rapporti tra le due potenze dell’Asse»412. Come abbiamo già detto, la nostra opinione è diversa. Mussolini non poteva attendere tanto tempo per concludere l’alleanza; ne sarebbe stata compromessa tutta la sua strategia politica. Né – come i fatti avrebbero dimostrato ad abundantiam – le sue preoccupazioni per l’ostilità degli italiani verso la trasformazione dell’Asse in una vera e propria alleanza, per quanto vive e reali, erano tali da indurlo a modificarla. Pensarlo vorrebbe dire non aver capito sia la sua psicologia sia il valore che l’alleanza aveva ormai per lui relativamente tanto ai suoi progetti di «grande politica europea» quanto al suo rapporto con la «parte grigia» degli italiani e del regime. Il che, sia ben chiaro, non vuole tuttavia equivalere a dire che egli pensasse che all’alleanza si dovesse giungere nell’incontro Ciano-Ribbentrop del 6-7 maggio. Nulla, come si è detto, autorizza ad affermarlo o anche solo a ipotizzarlo e l’appunto preparato per Ciano ne è ancora una volta la prova migliore. Verso la fine (e anche questo è significativo), fra i vari problemi particolari da discutere con i tedeschi, esso affrontava infatti anche quello dell’alleanza militare.

620

L’Italia – scriveva Mussolini413 – è favorevole ad un’alleanza a due o a tre, secondo la decisione di Tokio. Gli accordi militari devono essere attentamente preparati, in modo che – specificate le circostanze – divengano quasi automaticamente operanti.

Come si vede, non solo in questo paragrafo non vi è nulla che indichi una volontà di stringere subito l’alleanza, ma quegli accordi militari che «devono essere attentamente preparati» denotano una volontà e dei tempi diversi. Alleanza, dunque, sí, ma piú in là, quando fossero stati ben definiti il quadro politico generale e i termini particolari di essa e fossero stati preparati «attentamente» gli accordi militari che essa doveva sancire.

Eppure, solo due giorni dopo aver fatto pervenire a Ciano queste istruzioni, la sera del 6 maggio Mussolini ordinò telefonicamente al genero, che gli aveva riferito dell’andamento e dei risultati sin’allora raggiunti nel suo incontro con Ribbentrop, di concludere l’alleanza. Ciano nel suo diario ha cosí, molto sommariamente, raccontato il fatto414:

L’alleanza, o meglio l’annunzio immediato dell’alleanza è stato deciso sabato sera subito dopo il pranzo al Continental, in seguito ad una telefonata del Duce. Dopo il colloquio avevo riferito a Mussolini i risultati soddisfacenti per il nostro punto di vista. Egli, come sempre quando ha ottenuto qualche cosa, chiede di piú e mi ha domandato di far annunziare il patto bilaterale ch’egli à sempre preferito all’alleanza triangolare.

Ribbentrop, che nel fondo del cuore ha sempre mirato all’inclusione del Giappone nel Patto, ha dapprima nicchiato, ma poi ha finito col cedere, con la riserva dell’approvazione di Hitler. Il quale, telefonicamente interpellato, ha dato la sua immediata approvazione ed ha personalmente collaborato alla redazione del comunicato.

Quando il Duce ne è stato da me informato, al mattino di domenica, ha manifestato una particolare soddisfazione.

La domanda d’obbligo è: cosa era successo? cosa aveva indotto Mussolini a cambiare improvvisamente idea?

I due verbali dell’incontro milanese del 6-7 maggio non fanno alcuna luce. Ciano, quattro anni e mezzo dopo, nel carcere di Verona, avrebbe scritto415:

621–622

La decisione di stringere l’alleanza fu presa da Mussolini, all’improvviso, mentre io mi trovavo a Milano con Ribbentrop. Alcuni giornali americani [sic, lapsus per francesi] avevano stampato che la metropoli lombarda aveva accolto con ostilità il ministro tedesco e che questa era la prova del diminuito prestigio personale di Mussolini. Inde ira. Per telefono ricevetti l’ordine, il piú perentorio, di aderire alle richieste tedesche di alleanza, che da piú di un anno avevo lasciato in sospeso e che pensavo di lasciarcele per molto tempo ancora. Cosí nacque il Patto d’Acciaio.

Non entriamo nel merito dell’affermazione di Ciano che fosse stato lui a bloccare le richieste tedesche di alleanza e che avrebbe voluto continuare a farlo ancora per molto tempo. Il problema attiene infatti soprattutto alla biografia di Ciano. Basterà dire che dalle annotazioni del diario non appare nessun particolare disappunto o stato di frustrazione che comprovi quanto da lui asserito alla vigilia della morte. Se mai si può notare che da esse risulta una sua personale simpatia per Ribbentrop, non facile a spiegarsi nel contesto dell’asserito scacco subito dovendo soggiacere all’ordine di concludere l’alleanza. E che, sempre nelle annotazioni del diario, vergate dopo il rientro di Ciano a Roma (quel «sabato» e soprattutto quella «domenica» parlano chiaro), non vi è nessuna eco della spiegazione che lo stesso Ciano avrebbe dato nel dicembre 1943 nello scritto che doveva servire da introduzione al suo diario; spiegazione che, come vedremo, cominciò a mettere in circolazione solo dopo il convegno di Salisburgo dell’11 agosto ’39 con von Ribbentrop, solo dopo cioè essere diventato sul serio avversario dell’alleanza con la Germania. Del resto se proprio ci si vuole sforzare di leggere tra le righe di quelle scarne annotazioni, l’unico accenno di interpretazione della decisione di Mussolini («egli, come sempre quando ha ottenuto qualche cosa, chiede di piú...») porterebbe, se mai, verso altre spiegazioni. Ma lasciando da parte il problema personale di Ciano, ciò che qui piuttosto importa rilevare è che la spiegazione del ministro degli Esteri fascista è stata accettata e praticamente ripresa da tutti i memorialisti, con la sola parziale eccezione, vedremo tra poco, di Magistrati, ed ha finito per essere accettata anche in sede storica. Solo Grandi, nelle sue memorie, sin qui inedite e scritte in Portogallo senza l’ausilio di altro che la sua memoria, il che spiega qualche piccola imprecisione di fatto, ha dato una spiegazione piú articolata e politica, frutto della sua profonda conoscenza della psicologia, del modus operandi di Mussolini e delle idee che egli accarezzava nella prima metà del ’39416:

Ciano ha raccontato poi in seguito, ma solo dopo l’incontro di Salzburg, i particolari di come quel patto fatale fu concluso. Egli si era recato a Milano ad incontrare Ribbentrop il 5 maggio. Mussolini non gli aveva parlato, all’atto della partenza, dell’alleanza. Egli ne aveva parlato sí, in precedenza con Ciano. Ma nessuna decisione era stata presa. Le accoglienze che la popolazione di Milano fece a Ribbentrop furono glaciali. I corrispondenti dei giornali esteri, soprattutto francesi, nei loro telegrammi da Milano rivelarono ciò e parlarono di fischi, dimostrazioni ostili che di fatto non ci furono. Queste corrispondenze rimbalzate a Roma esasperarono Mussolini che andò su tutte le furie. Chiamò Ciano al telefono e gli diede ordine di dichiarare a Ribbentrop che l’Italia era pronta a concludere il patto di alleanza. Ribbentrop, sorpreso, si mise subito in comunicazione con Berlino. Il Führer naturalmente non lasciò tempo a riflessioni o a pentimenti. Diede il benestare. L’accordo era concluso. Rimanevano i particolari, il testo dell’accordo, compito assai facile. Cosí nacque l’alleanza italo-tedesca.

Questo somiglia molto a Mussolini. Ma non si deve credere che ciò fu la conseguenza dello scatto di un minuto. Quest’alleanza era stata offerta da Hitler a Mussolini nel maggio precedente, un anno prima. Mussolini l’aveva respinta. I tedeschi, non vi è dubbio, avevano lavorato attivamente a Roma, in questo anno, per persuaderlo. L’alleanza per essi significava mandare a monte l’accordo italo-brittannico del 14 aprile. Mussolini aveva sempre resistito, ma il cattivo seme aveva lavorato, fruttificato nell’animo di Mussolini. Non vi è dubbio di ciò. Ma è altresí vero che alcuni atteggiamenti personali di Mussolini inducono a far pensare che egli non ne era convinto appieno. Egli, preoccupato dalle reazioni francesi dopo la disgraziata seduta alla Camera del 30 novembre, aveva di fatto ridotto le sue richieste alla Francia e non aveva fatto mistero delle sue preoccupazioni per l’occupazione di Praga, che comprometteva interamente l’accordo di Monaco del quale egli era stato magna pars, l’arbitro e il garante morale delle promesse di Hitler. Hitler nulla gli aveva detto delle sue intenzioni di distruggere la Cecoslovacchia. Egli l’aveva appreso dai giornali. A Torino, nel febbraio (?) egli aveva fatto un discorso favorevole alla pace europea. Egli si sentí isolato, temette di perdere il suo prestigio su Hitler. La Germania gli scappava di mano. Egli credette di legare la Germania a sé e non si avvide che egli si legava a corpo perduto alla Germania. È certo che se Mussolini avesse considerato la guerra imminente non avrebbe domandato a Hitler dopo riflessione l’impegno della pace almeno per 3-4 anni. Egli intese il patto di alleanza, dunque, come garanzia, seppur provvisoria, della pace europea. Mussolini aveva in testa un’altra Monaco, forse una serie di altre Monaco. Il suo Patto a 4. Temette l’isolamento dalle due parti. Mussolini era pazzo, ma amava di apparir pazzo, piú che egli non fosse. Al fondo vi era sempre un calcolo, di contadino diffidente e geloso mescolato ad un cesarismo cieco. Egli pensò, firmando il patto, di acquistare il diritto formale ad una consultazione preventiva e questa influenza non era per scatenare la guerra, bensí per ritardarla, per evitarla forse del tutto. Quello che egli fece piú tardi, il 1° settembre, confermò quello che dico.

622–623

Se si vuole rispondere alla domanda che ci siamo posti, è dunque giocoforza porsi una domanda nella domanda: si può accettare la spiegazione di Ciano, apparentemente la piú degna di fede e, in pratica, sostanzialmente accettata da tutti? A nostro avviso sí, purché le si tolga quella carica polemica contro il suocero che Ciano vi ha messo (umanamente comprensibile nel dicembre ’43, meno quando cominciò a farla circolare) e le venga ridata tutta la sua dimensione politica, rispetto alla quale l’«ira» di Mussolini per le notizie trasmesse dai corrispondenti francesi ai loro giornali sull’atteggiamento ostile dei milanesi verso von Ribbentrop (oltretutto solo parzialmente vera, perché se è vero che la cittadinanza milanese accolse la delegazione tedesca con preoccupazione e freddezza, è anche vero che il partito aveva fatto un grosso sforzo di mobilitazione dei suoi membri e aveva organizzato un’accoglienza assai «calda»417) diventa un fatto irrilevante.

623–624

Le notizie pubblicate da vari giornali francesi nei giorni immediatamente precedenti l’incontro Ciano-Ribbentrop e che arrivavano persino a parlare di violenti scontri con la polizia a Milano nel corso di manifestazioni popolari antitedesche (notizie in seguito alle quali Mussolini, per tutta risposta, si sarebbe indotto a trasferire all’ultimo momento la sede dell’incontro da villa d’Este, sul lago di Como, a Milano418) e quelle trasmesse dai corrispondenti di quegli stessi giornali dalla metropoli lombarda nella giornata del 6 maggio avevano indubbiamente irritato Mussolini. Tant’è che il «duce» aveva sentito il bisogno di scrivere, il 6 maggio stesso, l’«Informazione diplomatica» n. 30 (pubblicata dalla stampa italiana il giorno dopo) in cui si sottolineavano «le accoglienze eccezionalmente calorose che la popolazione di Milano ha tributato al ministro degli Esteri germanico» e si mettevano alla gogna quei «giornalisti stranieri dalla fantasia malata, e specializzati nella diffusione della menzogna divenuta un abito professionale» che avevano detto il contrario. Nella irritazione del «duce» è probabile vi fosse anche un aspetto personalistico, tipico di molte sue reazioni, il fondo della sua irritazione doveva però essere un altro: il timore che queste notizie accreditassero l’idea di una debolezza interna del regime e di un conseguente indebolimento dei rapporti italo-tedeschi che, sfruttata dagli avversari di un accordo con l’Italia, poteva a sua volta far rientrare la disponibilità di Parigi a trattare con Roma. A ciò, per capire l’atteggiamento di Mussolini prima che Ciano gli riferisse i risultati della prima giornata di colloqui con von Ribbentrop, si deve aggiungere che contemporaneamente alle corrispondenze che i giornalisti francesi stavano inviando a Parigi (e che Mussolini seguiva attraverso le intercettazioni della polizia) il «duce» veniva a conoscenza, via Londra, di piú precise notizie circa l’imminente stipulazione dell’accordo anglo-turco di mutua assistenza, che, infatti, sarebbe stato ufficialmente annunziato a Londra e ad Ankara il 12 maggio. Queste notizie, come giustamente ha messo in rilievo M. Magistrati419, per Mussolini potevano avere una sola interpretazione: si trattava di una mossa sostanzialmente e decisamente antitaliana che, unita alla garanzia alla Grecia annunciata da Chamberlain il 13 aprile, dimostrava la volontà del governo inglese di accerchiare l’Italia nel Mediterraneo. Non a caso nell’ultimo capoverso dell’«Informazione diplomatica» n. 30 c’è proprio un accenno ai tentativi di «accerchiamento» dei quali l’Asse era oggetto. Sempre nella stessa «Informazione diplomatica» n. 30 c’è però un’altra affermazione per noi estremamente preziosa. Dopo aver smentito le notizie già pubblicate o che sarebbero state pubblicate il giorno dopo dalla stampa francese d’opposizione o comunque contraria all’Italia, Mussolini, parlando delle conversazioni in corso a Milano, scrisse: «È appena inutile di aggiungere che, secondo le impressioni dei circoli responsabili romani, mentre non accadrà nulla di sostanziale, l’Asse uscirà ulteriormente rafforzato dai colloqui di Milano». Il che se per un verso dimostra la preoccupazione di Mussolini di negare credito alle notizie che volevano indebolito l’Asse, da un altro verso prova che nel momento in cui il «duce» aveva scritto l’«Informazione diplomatica» l’alleanza non era stata ancora decisa.

624–625

A questa decisione Mussolini giunse certamente solo dopo che Ciano lo ebbe informato telefonicamente di come era andata la prima parte dei colloqui con von Ribbentrop, dopo aver saputo «i risultati soddisfacenti per il nostro punto di vista» che essi avevano dato. Dopo cioè aver saputo che i punti da lui messi nero su bianco nell’appunto per Ciano avevano trovato il consenso tedesco; che, come Ciano avrebbe scritto nel suo verbale dell’incontro420, «anche la Germania è convinta della necessità di un periodo di pace che dovrebbe essere non inferiore ai quattro o cinque anni»; e – cosa non documentabile, ma assai probabile – che lo schema di alleanza predisposto dai tedeschi prevedeva che le parti contraenti si sarebbero mantenute «permanentemente in contatto allo scopo di intendersi sui loro comuni interessi o sulle questioni di politica internazionale che influiscono sulla situazione generale europea», che qualsiasi decisione riguardo a come fronteggiare minacce agli interessi e alla sicurezza dei due paesi sarebbero state prese di comune accordo e che, in particolare, «ciascuna delle parti contraenti prenderà decisioni e misure che possano portare ad una rottura con l’Inghilterra e la Francia solo in pieno accordo con l’altra parte contraente421. Fu a questo punto, solo a questo punto, che Mussolini, credendo di avere ormai finalmente ottenuto dai tedeschi tutto ciò che voleva e di poterne ormai quindi controllare e condizionare politicamente le mosse e, dunque, di essere in grado di presentarsi in questa veste al mondo, decise di far chiedere da Ciano a von Ribbentrop di annunciare subito la prossima stipulazione dell’alleanza. Con questa mossa tutte le voci di debolezza del regime e di allentamento dell’Asse erano messe a tacere. Il governo francese, se veramente voleva l’accordo con Roma – e nella logica di Mussolini ora l’avrebbe dovuto volere piú di prima –, non sarebbe piú stato in condizione di essere ricattato dalle opposizioni e non avrebbe piú potuto fare tanto il «taccagno». E quanto agli inglesi, si sarebbero dovuti convincere che la loro politica dura, di accerchiamento dell’Italia, non serviva e dovevano mutarla, dato che le chiavi di Hitler ormai le aveva in mano lui, Mussolini. In questo modo e in questa logica nacque, la sera del 6 maggio ’39, la decisione di Mussolini di concludere quello che sarebbe poi passato alla storia col nome di «patto d’acciaio». Una decisione improvvisa, ma tutta politica, in cui l’ira di Mussolini, una volta tanto, non dovette avere che una parte modestissima, certo non determinante.

625

Se da una spiegazione politica si vuol passare ad un’altra spiegazione, in questo caso non è, dunque, a quella immediatamente caratteriale che si deve chiedere aiuto. È piuttosto a quella della concentrazione del potere realizzata da Mussolini. Una concentrazione cosí assoluta che escludeva chiunque altro dalla elaborazione delle sue scelte e decisioni di fondo, in pratica, da Monaco in poi, anche Ciano. Il che, per altro, non vuol dire assolvere Ciano, ché la responsabilità di questa assoluta concentrazione di potere se, oltre che al sistema totalitario in genere, per un verso risale indubbiamente a Mussolini’e alla sua progressiva involuzione caratteriale e ideologica, per un altro verso risale anche al genero che, per i suoi fini di potere, aveva per parte sua contribuito piú di ogni altro ad isolare da tutti il suocero, senza avere le qualità e le capacità per esserne il «buon amministratore».

Note


  1. Anche secondo quanto riferiva ancora il 20 gennaio ’38 a Parigi l’incaricato d’affari francese a Roma, Blondel, Mussolini era nel suo intimo contrario all’Anschluss; non avrebbe però fatto nulla per evitarlo, ma avrebbe cercato di ottenere in cambio un effettivo appoggio per realizzare i suoi obiettivi egemonici nel Mediterraneo e in particolare in Africa. Proprio per questo motivo, Hitler, che voleva evitare di mettersi contro la Francia e forse l’Inghilterra, aveva sino allora rispettato lo statu quo austriaco. Sempre secondo Blondel, Ciano era probabilmente meno ostile all’Anschluss sia perché pensava soprattutto all’interesse della collaborazione italo-tedesca ed era incline a «faire la part du feu» e ad adottare anche in politica estera le concezioni totalitarie che Mussolini riservava piú volentieri a quella interna, sia perché sottovalutava il pericolo della presenza germanica alla frontiera. «La frontiera nord – pare dicesse – non è un fiume»; «è una barriera impenetrabile di ghiaccio otto mesi all’anno e di rocce scoscese durante il resto del tempo» e dunque facilmente difendibile. DDF, s. II, VIII, pp. 28 sg., nonché (ibid., pp. 72 sgg.) quanto cinque giorni dopo l’ambasciatore presso la Santa Sede, Charles-Roux, riferiva su ciò che Pompeo Aloisi aveva confidato ad un suo collaboratore. ↩

  2. Dgfp, s. D, I, pp. 1078 sg. ↩

  3. DDF, s. II, VIII, pp. 621 sgg. ↩

  4. Tipico in questo senso è il «sottofondo» delle pacate e tutt’altro che polemiche considerazioni sui rapporti italo-francesi svolte da Mussolini ancora il 29 novembre 1938 in occasione della udienza di insediamento concessa all’ambasciatore François-Poncet: a piú riprese il «duce» portò direttamente o indirettamente il discorso sulla crisi sociale e sulle agitazioni che travagliavano in quei giorni la Francia, lasciando chiaramente trasparire la sua convinzione che sino a quando questa crisi non fosse stata «superata», i rapporti tra i due paesi non si sarebbero normalizzati. DDF, s. II, XII, pp. 843 sgg. ↩

  5. La speranza nelle «forze nuove» francesi e nel loro ambito in formazioni politiche di tipo fascista come il Parti populaire français di J. Doriot (cfr. su di lui D. Wolf, Doriot. Du communisme à la collaboration, Paris 1969) non era solo di Mussolini ma anche di Ciano. Cfr. J. Carcopino, Souvenirs de sept ans 1937-1944, Paris 1953, p. 31. ↩

  6. ACS, Min. Cultura popolare, b. 11, fasc. 151. Di tutta la vicenda Alfieri dette notizia il giorno stesso a Mussolini con un apposito «appunto». ↩

  7. Cfr. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 247 sgg. Secondo informazioni raccolte dall’ambasciata francese presso la Santa Sede e che avevano come fonte il conte Della Torre, il 9 marzo, di fronte all’improvviso precipitare della situazione austriaca e al comportamento di Hitler verso di lui, Mussolini era «fuori di sé». DDF, s. II, VIII, pp. 683 sgg. ↩

  8. G. Ciano, Diario cit., p. 112. Per il testo della lettera di Hitler Asae, Raccolta Ciano, «Lettere Mussolini-Hitler». ↩

  9. Ibid., p. 111. ↩

  10. Ibid., p. 112. ↩

  11. Cfr. PNF, Il Gran Consiglio del Fascismo ecc. cit., pp. 640 sg. Fu dopo questa dichiarazione che Hitler inviò al «duce» il suo famoso telegramma: «Mussolini, non lo dimenticherò mai!», a cui Mussolini rispose: «Mio atteggiamento è determinato dall’amicizia fra i nostri due paesi consacrata nell’Asse» (Mussolini, XXIX, p. 459). ↩

  12. Cfr. in questo senso il giudizio dell’incaricato d’affari francese, Blondel, in DDF, s. II, VIII, p. 856. ↩

  13. Mussolini, XXIX, pp. 67 sgg. ↩

  14. Cfr. ibid., pp. 74 sgg. e specialmente pp. 81 sg. ↩

  15. Cfr. R. Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo cit., pp. 162 sgg. ↩

  16. Per Balbo cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 111; per Bottai cfr. DDF, s. II, VIII, pp. 902 sgg., dove si afferma che anche Mussolini avrebbe usato nei confronti dei tedeschi un linguaggio «assez désobligeant». ↩

  17. Ibid., pp. 736 sgg. ↩

  18. Ibid., p. 741. Sin dal 9 marzo Blondel si era dichiarato cautamente ottimista circa le prospettive di un prosieguo positivo delle trattative italo-inglesi e di un riavvicinamento italo-francese (ibid., pp. 691 sgg.). ↩

  19. Ibid., IX, pp. 248 sgg. ↩

  20. Sulla missione del ministro degli Esteri polacco cfr. E. Costa Bona, La visita del colonnello Beck a Roma nel marzo 1938, in «Il politico», giugno 1979, pp. 316 sgg. Oltre che con Ciano, Beck si incontrò anche con Mussolini che gli apparve non in grado di opporsi alle mire di Hitler sull’Austria e sulla Cecoslovacchia, ma «seriamente» preoccupato «che l’azione della Germania si estendesse troppo vigorosamente in direzione sud-orientale». Per maggiori elementi cfr. J. Beck, Dernier rapport politique polonais 1926-39, Neuchâtel 1951, pp. 145 sgg. ↩

  21. DDF, s. II, IX, pp. 372 sgg. ↩

  22. Cfr. ibid., pp. 378 sg. e 400 sgg., nonché pp. 398 sgg. con le prime reazioni di Ciano alla comunicazione ufficiale di Blondel. ↩

  23. Cfr. ibid., pp. 442 sgg., 445 sgg., 454 sgg., 473 sg., 523 sgg., 563 e 591 sgg. ↩

  24. F. D’Amoja, La politica estera dell’Impero cit., p. 165. ↩

  25. Dgfp, s. D, I, p. 135. ↩

  26. G. Ciano, Diario cit., p. 49. ↩

  27. Sulla svolta del 6 febbraio ’38 cfr. H. Foertsch, Schuld und Verhängnis, Stuttgart 1951. ↩

  28. E. von Weizsäcker, Erinnerungen, München 1950, pp. 158 sg. ↩

  29. G. Ciano, Diario cit., p. 120. ↩

  30. M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’Acciaio, Firenze 1956, pp. 13 sgg. Oltre al volume del Toscano, sugli incontri del maggio ’38 cfr. D. C. Watt, An earlier model for the Pact of Steel. The draft treaties exchanged between Germany and Italy during Hitler’s visit Rome in may 1938, in «International Affairs», aprile 1957, pp. 185 sgg.; e ID., Hitler’s visit to Rome and the may weekend crisis: a study in Hitler’s response to external stimuli, in «Journal of Contemporary History», gennaio-marzo 1974, pp. 23 sgg. ↩

  31. Il 12 maggio ’38 von Weizsäcker cosí riassumeva la posizione italiana quale era emersa dai colloqui. L’Italia mostrava di perseguire una politica di consolidamento, di pace, di sicurezza e di armamento. «Non si deve concludere da ciò che l’Italia per l’avvenire si dichiarerà pienamente soddisfatta nel Mediterraneo; ma gli obiettivi lontani dell’Italia nel Mediterraneo non sono ancora, sembra, determinati. Si dovrà cercarli in una politica principalmente rivolta contro la Francia, mentre l’Inghilterra sarà il piú possibile risparmiata. Nulla ha dimostrato che l’Italia abbia ambizioni di territori spagnoli. La politica spagnola dell’Italia, come la sua politica cinese, sembrerebbe non essere mutata; si prova in generale del risentimento verso gli Stati Uniti e si ignora la Russia. Si considera che la Francia è entrata in un’era di decadenza interna e marcia verso la guerra civile» (DGFP, s. D, I, p. 1110). ↩

  32. P. Schmidt, Da Versaglia a Norimberga cit., pp. 360 sg. Non dissimile è il quadro tracciato dall’allora capo di gabinetto di Ribbentrop E. Kordt, Wahn und Wirklichkeit, Stuttgart 1947, pp. 106 sg. ↩

  33. E. von Weizsäcker, Erinnerungen cit., pp. 158 sg. ↩

  34. G. Ciano, Diario cit., p. 132. ↩

  35. Cfr. ibid., p. 135. ↩

  36. Ibid., p. 135. ↩

  37. Cfr. Mussolini, XXIX, pp. 94 sgg. ↩

  38. DDF, s. II, IX, p. 660. ↩

  39. G. Ciano, Diario cit., p. 133. ↩

  40. R. De Felice, Il problema dell’Alto Adige nei rapporti italo-tedeschi dall’Anschluss alla fine della seconda guerra mondiale, Bologna 1973, pp. 7 sgg. ↩

  41. G. Ciano, Diario cit., p. 130. ↩

  42. Cfr. Mussolini, XXX, p. 97. ↩

  43. G. Ciano, Diario cit., pp. 120 sg. ↩

  44. Cfr. ibid., p. 141. ↩

  45. Cfr. ibid., pp. 142 e 166. ↩

  46. Cfr. «Osservatore romano», 5 maggio 1938. ↩

  47. Utinam, La reliquia e la Croce, in «Il popolo d’Italia», 8 maggio 1938. Per l’attribuzione a G. Coppola e la personale autorizzazione di Mussolini a pubblicarlo cfr. G. Pini, Filo diretto con Palazzo Venezia cit., p. 151.

    Il cardinale Pacelli fece sapere all’ambasciatore Pignatti che il papa considerava la chiusa dell’articolo «ingiuriosa per la sua persona» e che, se «non si fosse provveduto subito, il Papa avrebbe pensato Lui a mettere le cose a posto». Asae, Santa Sede, b. 39 (1938). ↩

  48. G. Ciano, Diario cit., p. 134. Meno esplicito, ma sostanzialmente del medesimo significato politico quanto annotava due giorni dopo De Bono nel suo diario sull’atteggiamento del re: «scettico circa l’amicizia tedesca; Egli non credeva il Führer padrone della situazione. Nell’Alto Adige sono successi dei fattacci...» (ACS, E. De Bono, Diario, q. 43). Per un altro sfogo del re cfr. N. D’Aroma, Vent’anni insieme cit., pp. 259 sgg. ↩

  49. Cfr. L. Federzoni, Italia di ieri per la storia di domani cit., pp. 162 sg. ↩

  50. G. Bottai, Diario cit., ff. 558 sg. ↩

  51. G. Ciano, Diario cit., p. 146. Cfr. ibid., p. 145 per quel che riguarda la partecipazione personale di Ciano a questa duplice campagna. ↩

  52. Ibid., p. 174. ↩

  53. ACS, E. De Bono, Diario, q. 43, alla data del 19 ottobre 1938.

    In connessione col giro di vite totalitario successivo alla visita di Hitler, vi fu – secondo il Diario di G. Bottai (f. 569, alla data del 21 luglio ’38) – un tentativo di Starace e di Ciano di allontanare da capo della polizia Bocchini e sostituirlo con un «uomo fidato», sembra Celso Luciano. La notizia è credibile non solo sotto il profilo delle lotte di potere tra i vari gruppi, ma anche sotto quello piú propriamente politico. Bocchini infatti se, per un verso, era un efficientissimo capo della polizia (cfr. su di lui P. Carucci, Arturo Bocchini, in Uomini e volti del fascismo, a cura di F. Cordova, Roma 1980, pp. 63 sgg.) per un altro verso era e rimase sempre un uomo del vecchio regime che, se non faceva il doppio gioco, si muoveva però in una logica che non era certo quella totalitaria e manteneva una serie di contatti con oppositori e critici del regime che è difficile stabilire se tendessero a sorvegliarli meglio o a non perdere del tutto i rapporti con essi in vista di un’eventuale cambia-

    mento della situazione. Cfr. per esempio G. Caronia, Con Sturzo e con De Gasperi, Roma 1979, pp. 193 sgg. ↩

  54. G. Ciano, Diario cit., p. 150. Sul congresso cfr. S. Messina, Le relazioni giuridiche italo-germaniche e il convegno di Roma, in «Civiltà fascista», agosto 1938, pp. 688 sgg. ↩

  55. Cfr. a questo proposito quanto osservava l’incaricato d’affari francese presso la Santa Sede, Rivière, già il 29 gennaio 1938, in DDF, s. II, VIII, pp. 136 sg.; nonché per un quadro piú ampio R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo cit., pp. 204 sgg. ↩

  56. Cfr. in Archivio D. Grandi, b. 164, fasc. 202, ins. 3. ↩

  57. Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo cit., pp. 272 sg. ↩

  58. L’assoluta strumentalità dell’«Informazione diplomatica» n. 14 risulta ancor piú evidente da una notizia raccolta da G. Bottai e riferita nel suo Diario alla data del 16 luglio 1938 (ff. 564 sg.): della preparazione del manifesto Mussolini avrebbe incaricato sin dall’ottobre 1937 Guido Landra, dichiarandogli di considerarsi «“nordico”, nient’affatto affine ai Francesi, sí bene agli Inglesi e ai Tedeschi». ↩

  59. Dal Diario cit., di G. Bottai (ff. 563 sg.) risulta che Starace e il PNF erano stati tenuti all’oscuro di tutto e furono colti di sorpresa come tutti gli altri dalla pubblicazione del manifesto. ↩

  60. ACS, E. De Bono, Diario cit., q. 43, alla data del 13 settembre 1938. ↩

  61. Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo cit., pp. 275 sgg. ↩

  62. G. Ciano, Diario cit., p. 170. ↩

  63. Ibid., p. 173. ↩

  64. Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo cit., pp. 281 sg. ↩

  65. Cfr. a questo proposito N. D’Aroma, Vent’anni insieme cit., p. 274. ↩

  66. Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo cit., p. 284. ↩

  67. Cfr. a questo proposito ibid., pp. 30 sgg. ↩

  68. Ibid., pp. 286 sgg. ↩

  69. Tre giorni dopo, con un articoletto anonimo pubblicato il 3 agosto da «Il Tevere» e ripreso il giorno dopo da «Il popolo d’Italia» (I Tedeschi le Cinque giornate e il Papa) Mussolini tornava a polemizzare col discorso di Pio XI del 28 luglio, questa volta per accusarlo di confondere tra i tedeschi, amici e alleati dell’Italia durante il Risorgimento, e gli austriaci, suoi oppressori. ↩

  70. Mussolini, XXIX, p. 146. ↩

  71. Cfr., per un accenno a queste notizie, Enigmi, in «Osservatore romano», 14 settembre 1938. ↩

  72. Per queste polemiche e trattative cfr., oltre a R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo cit., pp. 285 sgg., e i relativi documenti in appendice, pp. 547 sgg. e 550 sgg., A. Martini, Studi sulla questione romana e la Conciliazione, Roma 1963, pp. 175 sgg. e 203 sgg.; secondo quanto riferiva a Parigi il 6 settembre ’38 Charles-Roux (DDF, s. II, XI, pp. 37 sg.) padre Tacchi-Venturi riteneva che nella questione degli ebrei Mussolini non avesse agito di sua iniziativa, ma per soddisfare una richiesta tedesca. ↩

  73. Per le varie stesure della «dichiarazione», le loro vicende e le possibili interpretazioni di esse cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo cit., pp. 553 sgg. e 291 sgg. ↩

  74. G. Bottai, Diario cit., pp. 610 sgg., alla data del 6 ottobre 1938.

    Nella seduta del 18 ottobre De Vecchi si sarebbe affrettato a dichiarare «che se fosse stato presente alla riunione del Gran Consiglio del fascismo del 6 ottobre XVI, alla quale non partecipò per doveri del proprio servizio, avrebbe pienamente aderito alle decisioni prese nei confronti del problema della razza». Cosí il «Foglio d’ordini» del PNF del 26 ottobre 1938, p. 9. ↩

  75. G. Ciano, Diario cit., p. 193. Molto piú sommario il diario di E. De Bono (q. 43, alla data del 6 ottobre 1938): «Il problema della razza non è stato bene impostato – Settarismo. Io ho parlato in difesa dei combattenti sostenuto da Balbo e Federzoni; contro: Starace, Buffarini e Farinacci; ma, infine, ha vinto la mia tesi. Ma i casi da considerarsi sono tanti e tanti. Basta – vedremo». ↩

  76. Cfr. R. De Felice, Ebrei in un paese arabo. Gli ebrei nella Libia contemporanea tra colonialismo, nazionalismo arabo e sionismo (1835-1970), Bologna 1978, pp. 259 sgg.

    Qualche critica all’aspetto storico scientifico del problema della razza in Italia, quale era stato posto nel manifesto degli «scienziati», dovette muovere – non è chiaro se in questa o in altra riu nione del Gran Consiglio dell’ottobre ’38 – anche G. Acerbo. Cfr. Acs, Min. Cultura popolare, b. 113, fasc. 1, appunto, senza data, ma della fine del dicembre ’39 o degli inizi del gennaio ’40, di Acerbo al ministro. ↩

  77. Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo cit., p. 296. ↩

  78. Cfr. ibid., pp. 299 sgg., nonché pp. 562 sgg. (per il testo del d. l.) e 335 sgg. (per la successiva applicazione). ↩

  79. Cfr. ibid., pp. 329 sgg. ↩

  80. Cfr. ibid., pp. 301 sgg. e 371 sgg. ↩

  81. DDF, s. II, IX, pp. 689 sgg., 705 e 721 sg. ↩

  82. G. Ciano, Diario cit., p. 135. ↩

  83. Ibid. ↩

  84. Ibid., p. 98. ↩

  85. A questo proposito si deve aggiungere che proprio con la seconda metà del ’38 i rapporti di Ciano con Farinacci si fecero piú stretti e da piú parti (abbiamo visto il caso di De Bono) il nome di Farinacci fu spesso incluso tra quelli del «gruppo Ciano». Nella stessa prospettiva vale la pena ricordare che quando, dopo la morte di Costanzo Ciano, si pose la questione della sua successione come presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni e sembrò che la scelta fosse tra Grandi e Farinacci, Ciano in un primo momento propendette per il secondo e, quando Starace gli fece presente l’inopportunità della cosa, si orientò poi per un terzo nome, per «una scialba figura quale Teruzzi o Acerbo». Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 318. ↩

  86. Ibid., p. 28; nonché F. Jacomoni di San Savino, La politica dell’Italia in Albania cit., p. 357. ↩

  87. G. Ciano, Diario cit., p. 117. ↩

  88. Ibid., p. 131. ↩

  89. Lo si veda riprodotto in L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 305 sgg. Per valutare la cura messa da Ciano nel prospettare il problema nei termini piú adatti a far scattare la sensibilità di Mussolini, tipico è il seguente passo (p. 312): «Il nostro prestigio e i nostri interessi, presenti e futuri, non possono tollerare invadenze di estranei, né sarebbe prudente attendere che la minaccia che ora appena si delinea venisse nettamente a sagomarsi.

    «L’Albania, che ci appartenne ogni qualvolta nella storia cercammo e trovammo nei Balcani la

    naturale via della nostra espansione, che anche in tempi recenti mentre è stata riconosciuta dagli stranieri al nostro diritto fu abbandonata dalla viltà dei governanti, è stata in sedici anni di politica mussoliniana nuovamente congiunta all’Italia da legami di grande entità. Questa opera, della cui singolare importanza bisogna sbarcare in terra albanese per rendersi conto appieno, dovrà trovare al momento opportuno il suo compimento attraverso l’annessione dell’Albania all’Italia. Molte ragioni e di ogni ordine determinano la necessità di un tale avvenimento del quale gli stessi albanesi cominciano ad ammettere l’eventualità e forse la fatalità. Alcuni di essi, e non i peggiori, lo desiderano. Il popolo albanese, nel regime imperiale turco, fu, almeno nelle epoche piú recenti, il meno ribelle tra tutti quelli soggetti al dominio della mezzaluna. Nell’esercito e nelle amministrazioni del Sultano i piú intraprendenti figli dell’Albania trovarono quelle possibilità di carriera e di avvenire che oggi la piccola Patria indipendente non può riservare loro. Lasciar sperare un ritorno a possibilità analoghe nell’ambito dell’Impero di Roma sarebbe molto lusinghiero – e mi è stato apertamente detto – per la parte migliore della gioventú albanese. Gli altri non contano. O contano molto meno». ↩

  90. G. Ciano, Diario cit., pp. 134 sg. ↩

  91. Ibid., pp. 135 e 137, nonché pp. 146, 150, 157 sg. e 164. ↩

  92. Cfr. ibid., p. 138 e anche p. 141 (per un suo «netto» passo sull’ambasciatore tedesco von Mackensen per ricordargli che «la questione albanese è per noi “questione di famiglia”»). ↩

  93. Lo si veda in ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1943), Autografi del Duce, b. 8, fasc. XVI (1938), sott. A. ↩

  94. Mussolini, XXIX, pp. 99 sgg. ↩

  95. G. Ciano, Diario cit., p. 136. ↩

  96. Ibid. ↩

  97. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 318 sgg. ↩

  98. Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 139 e 141; nonché per il discorso di Ciano «Relazioni internazionali», 11 giugno 1938, p. 439. Nel discorso Ciano si sforzò soprattutto di sottolineare l’importanza per la pace europea degli accordi italo-inglesi e di mostrare l’unità di intenti delle politiche dei due governi. ↩

  99. Cfr. ibid., p. 152. ↩

  100. DDF, s. II, IX, pp. 746 sgg.

    Blondel, colto completamente di sorpresa dal discorso, cercò di trovarne la spiegazione nell’irritazione di Mussolini verso la stampa internazionale che aveva parlato di un’Italia «umiliata» dall’Anschluss e nella situazione spagnola e si consolò trasmettendo a Parigi vari rapporti sulla sorpresa e il malcontento che esso aveva suscitato nell’opinione pubblica italiana. Cfr. ibid., pp. 729 sg., 757 sg., 807 sgg. e 811 sgg. ↩

  101. Cfr. ibid., pp. 861 sg.; nonché G. Ciano, Diario cit., p. 141. ↩

  102. Cfr. ibid., pp. 137, 139 e 143. ↩

  103. Cfr. D. Bolech Cecchi, L’accordo di due imperi cit., pp. 131 sgg. ↩

  104. Cfr. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 325 sgg., 333 sgg. e 339 sgg., nonché D. Bolech Cecchi, L’accordo di due imperi cit., pp. 117 sgg. ↩

  105. Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 153 e 155. Il 4 luglio, ad Aprilia, nel corso di un breve discorso ai contadini prima della trebbiatura, Mussolini accusò le «cosidette grandi demoplutocrazie» (e quindi, pur non nominandola, anche l’Inghilterra) di aver sperato di piegare l’Italia a sollecitare il loro aiuto economico: «I calcoli sono falliti. Ma questi nemici dell’Italia, che si sono rivelati per quello che sono sotto la loro ridicola ed abbietta grinta, vanno additati al popolo italiano perché se ne ricordi in ogni tempo ed in ogni circostanza di pace e di guerra». Mussolini, XXIX, pp. 120 sg. ↩

  106. Cfr. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 341 sgg. (per il testo della nota), 343 sgg. (per il resoconto di Ciano del colloquio durante il quale la illustrò a Perth) e 347 sgg. (per la replica inglese, l’11 luglio). ↩

  107. Per i precedenti storici della questione dei sudeti cfr. F. Leoncini, La questione dei Sudeti 1918-1938, Padova 1976; per le sue vicende nel 1938 cfr. J. W. Wheeler-Bennett, Il patto di Monaco. Prologo alla tragedia, Milano 1968; B. Celovsky, Das Münchener Abkommen von 1938, Stuttgart 1958; H. Königer, Der Weg nach München, Berlin 1958. ↩

  108. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 321 sgg. ↩

  109. G. Bottai, Diario cit., f. 581, alla data del 6 agosto 1938. ↩

  110. G. Ciano, Diario cit., p. 166. ↩

  111. Ibid., p. 140. ↩

  112. Ibid., p. 141. ↩

  113. Dgfp, s. D, I, p. 1110.

    Secondo R. Feiling, The life of Neville Chamberlain, London 1947, p. 373, che prospetta sostanzialmente il punto di vista del premier inglese, il desiderio di Mussolini sarebbe stato addirittura non tanto quello di assecondare una vittoria tedesca, quanto di giungere ad una transazione diplomatica della quale potessero beneficiare l’Ungheria e la Polonia. ↩

  114. G. Ciano, Diario cit., p. 142. ↩

  115. M. Magistrati, L’Italia a Berlino cit., p. 200. ↩

  116. G. Ciano, Diario cit., p. 152.

    Quasi contemporaneamente una nota interna del Quai d’Orsay definiva la posizione italiana «estremamente equivoca»: nonostante l’apparente disinteresse e l’ostilità verso la Cecoslovacchia, «è impossibile prevedere l’atteggiamento di Roma in caso di un conflitto generale». DDF, s. II, X, p. 208. ↩

  117. Per l’azione svolta dall’ambasciata a Berlino cfr. M. Magistrati, L’Italia a Berlino cit., pp. 215 sgg. ↩

  118. G. Ciano, Diario cit., pp. 221 sgg., alle date del 19 e 20 agosto 1938. ↩

  119. M. Magistrati, L’Italia a Berlino cit., p. 219. ↩

  120. DDF, s. II, X, pp. 896 sgg. (30 agosto 1938). ↩

  121. Cfr. anche M. Magistrati, L’Italia a Berlino cit., p. 253. ↩

  122. DDF, s. II, XI, pp. 4 sg. e 5 sg. Nello stesso senso il cardinal Pacelli si era espresso anche con gli inglesi. Cfr. Dbfp, s. III, II, p. 136. Della stessa opinione si diceva qualche giorno dopo (il 9 settembre) Blondel, aggiungendo che l’obiettivo dell’Italia era quello di dividere l’Inghilterra dalla Francia. Ibid., pp. 102 sg. e 103 sgg. ↩

  123. G. Ciano, Diario cit., p. 170. ↩

  124. Ibid., p. 172. ↩

  125. Ibid., p. 173. ↩

  126. Se ne veda il testo (scritto da Mussolini) in Mussolini, XXIX, pp. 498 sg. ↩

  127. DDF, s. II, XI, pp. 128 sgg. ↩

  128. G. Ciano, Diario cit., pp. 176 sgg., alle date del 12 e 13 settembre 1938. ↩

  129. La si veda in Mussolini, XXIX, pp. 499 sg. ↩

  130. Ibid., pp. 141 sgg. ↩

  131. G. Ciano, Diario cit., p. 178. ↩

  132. Ibid., p. 180. ↩

  133. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 361 sgg. ↩

  134. Acs, Min. Aereonautica, Gabinetto, 1938, b. 70, fasc. 9-5-12/1.

    La richiesta potrebbe, forse, avvalorare la notizia che, dopo Monaco, Daladier diede a L. Blum e J. Moch secondo la quale nei giorni immediatamente precedenti la conclusione della crisi i sovietici avevano mandato 200 aerei da bombardamento in Cecoslovacchia (via Romania). Cfr. J. Moch, Recontres avec... Léon Blum cit., pp. 254 sg. ↩

  135. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 362 sg.; e G. Ciano, Diario cit., pp. 181 sg. ↩

  136. Cfr. ibid., p. 178. ↩

  137. Dbfp, s. III, II, p. 221; nonché Ddf, s. II, XI, pp. 141 sg., 563 sg. e 604 sg. ↩

  138. G. Ciano, Diario cit., pp. 184 e 185. ↩

  139. DDF, s. II, XI, pp. 411 sg., nonché 562 sg. (sulla difficoltà di dare un senso preciso ad essi). ↩

  140. E. Caviglia, Diario cit., p. 188. Sempre sotto la stessa data (il 27 settembre ’38) Caviglia scriveva: «Mussolini parla tutti i giorni, qualche volta in due luoghi diversi nello stesso giorno. Si ripete, spesso si contraddice. Viaggia con la claque che non sempre capisce quando deve applaudire. Lo chiamano “il carro di Tespi”». ↩

  141. Per i loro testi cfr. Mussolini, XXIX, pp. 144 sgg. ↩

  142. Ibid., p. 146. ↩

  143. DDF, s. II, XI, p. 307. ↩

  144. G. Ciano, Diario cit., p. 179. ↩

  145. Mussolini, XXIX, p. 161 (discorso di Vicenza). ↩

  146. Ibid., p. 158. ↩

  147. Ibid., pp. 163 sg. ↩

  148. G. Ciano, Diario cit., p. 184. ↩

  149. Cfr. ibid., pp. 184 e 185. ↩

  150. Cfr. ibid., pp. 184 sg. ↩

  151. Ibid., pp. 185 sg. Per la ricostruzione della giornata per quel che riguarda l’azione svolta dall’ambasciatore a Berlino cfr. M. Magistrati, L’Italia a Berlino cit., pp. 248 sgg. Per la versione inglese cfr. Dbfp, s. III, II, pp. 588, 590, 600 e soprattutto pp. 641 sgg.; per quella francese DDF, s. II, XI, pp. 662 sgg. (nulla risulta dalle memorie di J. Blondel, Au fil de la carrière. Récit d’un diplomate 1911-1938, Paris 1960). Per il messaggio di Roosevelt cfr. FRUS, 1938, I, pp. 677 e 689. ↩

  152. G. Bottai, Diario cit., ff. 607 sgg., alla data del 29 settembre 1938. ↩

  153. Per il testo del messaggio cfr. DBFP, s. III, II, p. 587. ↩

  154. Ibid., p. 561. ↩

  155. Citato in R. Quartararo, Inghilterra e Italia ecc. cit., pp. 619 sg. ↩

  156. Ibid., p. 616. ↩

  157. Cfr. ibid., pp. 630 sgg., che ha utilizzato l’«appunto» di D. Grandi di cui si parlerà appresso, pubblicandone anche alcuni stralci e controllandone l’autenticità sulle fonti britanniche (p. 640), compresi i documenti di A. Dingli (pp. 678 sg.). ↩

  158. Cfr. ibid., pp. 616 sgg. ↩

  159. G. Ciano, Diario cit., p. 163. ↩

  160. In Archivio D. Grandi, b. 151, fasc. 199, sott. 2, ins. 3. Della vicenda Grandi avrebbe successivamente scritto, con poche varianti e minori particolari, nelle memorie stese, senza l’ausilio di documenti, in Portogallo. ↩

  161. Sullo svolgimento della seduta alla Camera dei Comuni (per il resoconto ufficiale cfr. House of Commons, Debates, 1938, CCCXXXIX, cc. 26 sgg.) Grandi riferí con un telegramma a Roma, pubblicato in R. Quartararo, Inghilterra e Italia ecc. cit., pp. 640 sg. ↩

  162. Cfr. P. Schmidt, Da Versaglia a Norimberga cit., pp. 389 sg. ↩

  163. Cfr. ibid., p. 387; M. Magistrati, L’Italia a Berlino cit., p. 152; M. Luciolli, Palazzo Chigi: anni roventi. Ricordi di vita diplomatica italiana dal 1933 al 1948, Milano 1976, p. 61. ↩

  164. A. François-Poncet, Ricordi di un ambasciatore a Berlino, Milano 1947, pp. 277 sg. ↩

  165. Ibid., pp. 278 sg. ↩

  166. M. Magistrati, L’Italia a Berlino cit., p. 254. ↩

  167. Cfr. DDF, s. II, XI, p. 703; nonché E. Caviglia, Diario cit., pp. 189 sg. ↩

  168. G. Ciano, Diario cit., p. 188. ↩

  169. Ibid. Mentre Ciano tende ad accreditare una certa freddezza di Mussolini verso Chamberlain, questi, in una lettera del 2 ottobre all’arcivescovo di Canterbury, esaltò l’amicizia e la cordialità dei suoi colloqui col «duce». Cfr. R. Feiling, The life of Neville Chamberlain cit., p. 376. ↩

  170. Ibid. ↩

  171. P. Schmidt, Da Versaglia a Norimberga cit., p. 388. ↩

  172. F. Anfuso, Da Palazzo Venezia al Lago di Garda (1936-1945), Bologna 1957, pp. 84 sgg. ↩

  173. Anche del ritorno a Roma di Mussolini G. Bottai ha lasciato traccia nel suo Diario cit. (f. 609, alla data del 30 settembre ’38): «Ritorno di Mussolini da Monaco. C’è in aria una venatura di commozione schietta. Perfino Balbo sembra contento, meno occupato [?] di sé. Arriva il treno. Dietro il Duce, a ruota, Galeazzo trionfante, con un ghigno complicato, come dicesse: eccomi qua, non debbo scomparire, ma ci fui e ci sono anch’io! – A palazzo Venezia, si volta di scatto verso Balbo, che si congratula con lui, e gli dice con malcontenta stizza: “Vedi, dunque, che la politica dell’asse serve a qualche cosa”. Sempre sull’autodifesa». ↩

  174. Mussolini, XXIX, p. 166. ↩

  175. Per quel che riguarda i francesi, si vedano, per il dopo Monaco, DDF, s. II, XI, p. 703. ↩

  176. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario (1922-1943), c 32 e c 34.

    Ecco alcuni esempi del contenuto e del tono di tali lettere.

    Prima di Monaco.

    Una madre che aveva perso il figlio nella guerra ’15-18: «Eccellenza Salvate l’Italia! Lasciate quel criminale. Il soldato italiano non combatte per dei briganti. Vi volevamo tanto bene, non distruggeteci ora – Pietà di tanta sventura, salvateci, lasciate il maledetto chiodo che sempre del male à fatto. La guerra distrugge anche voi. Pietà di tante madri – siete padre anche voi».

    Un gruppo di donne milanesi: «Duce! noi pensiamo che nulla è impossibile a Voi! Se volete Voi potete salvare la pace!

    «Duce salvate la pace!

    «Salvate migliaia di vite umane! Trovate un’idea, agite Duce! Voi potete tutto ciò che volete!

    «Duce Salvate la pace! Dio e gli uomini non potranno che benedirvi! »

    Due «umilissime maestre, Vostre Colleghe», da Asti: «Ci permettiamo rivolgerci a Voi, Ecc., e pregarVi non come Capo del Governo e Fondatore dell’Impero, ma come Padre generoso e grande.

    «In quest’ora in cui si decidono i destini dell’Europa e della nostra Patria adorata, Vi scongiuriamo a nome di tante madri, sorelle, spose, di tanti bimbi innocenti, di allontanare il piú possibile il grave pericolo della guerra. Fate che le nostre officine, i nostri cantieri, le nostre buone e laboriose popolazioni rurali, sebbene pronte ai Vostri cenni, possano attendere al ritmo fecondo della pace ai loro lavori e far sí che in quella pace da Voi Duce tanto auspicata, traggano gli elementi di vita per le maggiori fortune della nostra amata Italia».

    Una orfana di guerra, da Genova: «Duce, impedite la guerra. Consigliate Hitler che la causa è santa piú di qualunque questione sudetica.

    «V’esorto nel nome di mia madre che sofferse il soffribile sino all’immatura fine.

    • per tutte le Madri, le spose, le sorelle di troppi innumeri Eroi d’Italia e del Mondo, per le loro lacrime tutt’ora vive, cocenti
    • nel nome dei Caduti...
    • col diritto di quello che ho patito di miseria morale e materiale, in mia vita senza fanciullezza e giovinezza.

    «E con me gli orfani tutti.

    «Duce, non si ricostruisce un popolo coll’amore e col coraggio di questi venti anni per sacrificarlo a una questione sudetica. Perché la guerra è sterminio per vincitori e vinti e passeranno secoli prima che il mondo partorisca un nuovo Artefice...»

    La moglie di un vecchio squadrista, da Savona: «Amatissimo Duce. Io Vi scrivo a nome di tante mamme, mogli e figlie di Savona... Voi potete tutto nel mondo, se volete. Avete fatto tante cose meravigliose, avete trasformato l’Italia in un Impero, in una grande Nazione, però fate che ora tutta la Vostra opera non vada distrutta. Fate che l’Italia rimanga in pace. Tutto il popolo italiano vuole la pace e non la guerra. Quelli che acclamano alla guerra sono una misera percentuale e sono dei ragazzi o gente che non ha nulla da perdere. Ma nel loro cuore vogliono anch’essi la pace.

    «Interrogate le persone di buon senso e sentite la loro risposta.

    «Noi non vogliamo nemmeno pensare che le nostre case vengano distrutte, che siano rase al suolo le industrie che ci danno da vivere, che tutto venga annientato.

    «E la vita di milioni di persone non vale nulla? Tra queste c’è anche quella dei Vostri figli.

    «Per chi dobbiamo sacrificare tutto? Per della gente che non conosciamo neppure, che non amiamo, per una causa che non c’interessa. Duce, sappiate che vogliamo la pace. La chiediamo come una grazia suprema...»

    Una «vecchia fascista della prima ora», da Napoli: «Duce, voi soltanto potete salvare l’Europa dal flagello che la minaccia. La pace sarebbe assicurata da un atto di arrendevolezza di Hitler che si ostina ormai su una questione piú di forma che di sostanza, perché i Sudeti li avrà indubbiamente e l’Inghilterra se ne farà garante... Soltanto a voi potrebbe fare il bel gesto di cedere per continuare a meritarsi l’elogio di moderazione e di pazienza che gli faceste nei discorsi del Veneto, e perché a voi, non credo, saprebbe rifiutarsi... Se voi glielo chiedeste e se Hitler ve lo accordasse diventereste piú di quanto non lo siete per i benpensanti, l’Idolo del Mondo!»

    Una donna, da Milano: «Duce! in questo momento gravissimo per l’Italia e per l’Europa intera solo voi al mondo, forse piú che Dio, potete salvare l’umanità dalla catastrofe spaventosa della guerra. È impossibile che una mente divina, soprannaturale, come la vostra non possa trovare una soluzione pacifica del dissidio.

    «Duce! tentate l’impossibile e sarete benedetto da milioni di madri e di spose».

    Una italiana da Losanna: «Eccellenza. Per pietà. Lei che profondamente ama il suo popolo e che umanamente può tutto, faccia l’impossibile di non mettere l’Italia a fuoco ed a sangue. Stiamo tranquilli e siamo bravi. Dio benirà [sic] il Duce, i suoi aiutanti e la Patria, la nostra Patria, Eccellenza, che è cosí bella e grande».

    Un notaio, da Molfetta: «Duce del Fascismo, in questi giorni di febbrile trepidazione, vigilia tremenda del cataclisma che dovrà sconvolgere (mercé la guerra) non solo la stessa esistenza delle Nazioni e degli Stati, ma anche la stessa struttura dell’Umanità, in tutte le manifestazioni dei suoi attuali erronei ordinamenti, mi permetta, Eccellenza, a me... che io possa dal piccolo livello ove mi trovo, manifestare una parola, pronunciare una invocazione, affermare un desiderio. Questa parola è breve, e si compendia nelle due sillabe: Pace!

    «Era questa la parola amata e predicata da Cristo! La parola dell’Angelo, la parola che rappresenta, per l’Umanità, l’unica e piú grande sua aspirazione, la piú grande sua felicità! – la pace!!

    «Non dovrebbe essere questa la parola amata e preferita da una Nazione e dal suo Capo, che ha messo il Cristianesimo come base di religione, di morale, e di legge, alla Nazione istessa?...

    «Eccellenza. Come Uomo, come Cittadino, come Cristiano, nonché come Capo fortunato di un popolo di 50 milioni di sudditi, non bramerebbe anche Lei che queste spaventevoli sciagure siano evitate? E che infine la parola Pace possa volere trionfare, per il bene e per la salvezza di tutti?...»

    E, infine, un ingegnere fascista, da Roma: «A S. E. Benito Mussolini, Duce d’Italia,

    «Un’idea:

    • Recatevi in aereo, subito, da Hitler. Convincetelo ad accettare che le zone sudetiche e quelle in contestazione vengano occupate al piú presto da forze militari italiane e vi rimangano fino a plebisciti ultimati.
    • Proseguite in aereo per Londra dopo avervi convocato Benes e naturalmente Chamberlain. Convincete questi signori ad accettare la detta soluzione.

    «Hitler forse accetterà dato che Vi considera un buon amico anche per le prove che gli avete dato in questi giorni e la formale promessa che avete fatto di essere al suo fianco in caso di conflagrazione...

    «Se questo piano riuscirà avete salvato l’Europa e forse il mondo da un grande massacro e Vi renderete soprattutto benemerito».

    Dopo Monaco.

    Un primario degli Ospedali civili di Genova: «Duce! non potevate provare piú umanamente il Genio che vi ha concesso Dio, il quale, disse un giorno il Pontefice: visibilmente Vi protegge. Grazie! »

    Un’operaia chimica, da Milano: «A Voi Ill.mo Nostro Duce che avete salvato tutta l’intera umanità e specialmente la nostra cara e bella Italia, unita alla mia famiglia, invio. E lunga vita e che Iddio le dia tanta salute, unito a tutti i suoi cari; e auguri anche ai nostri buoni Sovrani, Imperatori. Grazie di cuore per tutto quello che fa. Duce, Duce, Duce».

    La sorella di un caduto della guerra ’15-18, da Venezia: «Duce, in alto c’è un Supremo, ma dopo di Lui, siete Voi, sulla terra. L’avevo sempre pensato, ed ora, con questa prova suprema, m’avete data la certezza... Permettete che, a mezzo di questo foglio, Vi mandi i miei e di mia famiglia i ringraziamenti, per la salvezza della nostra bella e vittoriosa Italia.

    «Iddio Vi benedica».

    Un insegnante, da Giarre: «Duce, Tu sei la luce del mondo e il sale della terra. Io che ti seguo e ti adoro perché hai fatto della nostra patria il faro luminoso cui s’affida l’umanità che ha perduto le vie del futuro, vorrei guardarti negli occhi in cui la nostra stirpe si riconosce e si esalta e baciar la tua mano possente che comanda e affida col gesto di Cesare e di Gesú».

    Una bidella, da Torino: «Duce, giunga a Voi un sentito grazie per la pace conclusa. Mio nipote combatté già per l’Impero era ora nuovamente richiamato. La mia ansia la può solo immaginare chi ha un cuore di padre come Voi. Ed ora che, mercé Vostra, o Duce, la pace è conclusa, vada a Voi il mio sincero e sentito grazie anche a nome di tutte le mamme che come me vivevano in ansia e in affanno. Dio che tutto vede, saprà rendervi tutto il bene che Voi fate all’Italia e all’umanità. A Voi la mia fede».

    «Una mamma vedova della grande guerra»: «Che Dio Vi benedica Duce! Voi siete la luce che illumina il mondo!»

    Un uomo, da Verona: «O Duce che il Buon Dio seguirà ovunque i vostri passi e vi conserverà salute forza e lunga vita.

    «Mi permettete che in segno alla mia piú alta devozione baci le vostre mani».

    Una giovane di venticinque anni, da Roma: «Duce, che Dio ti benedica! Questa è la preghiera che parte dal mio cuore ogni mattina, per te come per i miei cari. E si rinnova piú fervida alla vigilia di qualche grande evento... e Dio mi ascolta e benedice Te e le tue opere, per il bene della nostra Italia».

    E, infine, un possidente toscano, da Sinalunga: «Duce, consentiTe che io Vi gridi la mia riconoscenza di padre, la mia ammirazione di uomo e la mia esaltazione di fascista per il modo mirabile con cui avete risolto, senza sforzo apparente e con un tempismo perfetto, una situazione che appariva ormai paurosa a tutto il mondo.

    «Voi, Duce, salvando la pace, avete innalzato di mille cubiti il nome Vostro e quello della nostra Italia...

    «Duce, Voi a Monaco avete incommensurabilmente estese le frontiere ideali ed economiche della Nazione; Dio Vi conservi a lungo per il suo bene! » ↩

  177. ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1937-39), fasc. 15-2/5778. Sulla base di questo biglietto e della difficoltà di considerarlo – data la figura morale del principe ereditario – frutto di mero opportunismo, non riteniamo attendibili le notizie (del resto assai vaghe e di per sé poco convincenti) che l’anno dopo furono trasmesse a Londra dall’ambasciatore inglese al Cairo circa un presunto colpo di stato che nei giorni immediatamente precedenti Monaco sarebbe stato tramato dalla principessa di Piemonte, da Badoglio (che avrebbe assicurato l’adesione anche di Graziani) e da alcuni non meglio identificati antifascisti milanesi per abbattere il regime e proclamare sovrano, sotto la reggenza di Maria José, il piccolo Vittorio Emanuele; e ciò con la personale adesione del principe Umberto che – sempre secondo le notizie raccolte dagli inglesi – avrebbe addirittura firmato anticipatamente la sua rinuncia alla successione al padre. Cfr. D. Bolech Cecchi, Un colpo di stato antifascista di Maria José nel settembre 1938?, in «Il politico», dicembre 1979, pp. 677 sgg. ↩

  178. Cfr. DDF, s. II, XI, pp. 731 sg. Per l’atteggiamento del pontefice di fronte alla crisi cecoslovacca e a Monaco cfr. A. Martini, Pio XI, la pace e gli accordi di Monaco, in «Civiltà cattolica», 20 settembre 1975, pp. 457 sgg. ↩

  179. Questa era, tra l’altro, l’opinione dell’ambasciatore Perth, cfr. DBFP, s. III, III, p. 499. ↩

  180. Cfr. E. De Bono, Diario cit., q. 43, alla data del 30 ottobre 1938. ↩

  181. Mussolini, XXIX, pp. 195 sg. ↩

  182. Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 197; nonché G. Bottai, Diario cit., f. 617, alla data del 18 ottobre 1938. ↩

  183. Cfr. in ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1943), 242/R, fasc. «Parenti Rino», la lettera, in data 29 novembre ’38, con la quale Parenti cercò di giustificarsi. ↩

  184. Cfr. Mussolini, XXIX, pp. 221-23.

    Già il 17 settembre 1938 Mussolini aveva diramato a tutti i prefetti il seguente ordine telegrafico: «È necessario arginare il piú rapidamente e radicalmente possibile l’esodo dei rurali. Nell’attesa di una legge che sto elaborando ordini che non siano iscritti agli uffici di collocamento i contadini che abbandonano il loro podere» (ACS, Min. Interno, Ufficio cifra, Tell. in partenza, sub data). ↩

  185. Mussolini, XXIX, pp. 192 sgg. ↩

  186. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1943), 242/R, fasc. «Starace on. Achille», sott. 1, «Attività politica». ↩

  187. È sintomatico che all’inizio del 1937 fosse circolata la voce di una prossima sostituzione ai vertici del PNF di Starace con R. Riccardi sostenuto, appunto, da Ciano. Cfr. Informazioni Cremonesi, alla data del 17 gennaio 1937. ↩

  188. Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 222 e anche pp. 201 e 223. ↩

  189. Il meno peggiore tra i profili un po’ ampi di Starace è quello di S. Setta, Achille Starace, in Uomini e volti del fascismo cit., pp. 443 sgg.; molto piú storicamente valido è però il breve elzeviro di C. Laurenzi, Starace fascista «sui generis». Il prode Achille, in «Il giornale nuovo», 20 settembre 1978, che mette bene a fuoco la sua personalità e anche la sua azione politica, tanto negli aspetti piú criticabili e negativi, quanto in quelli positivi, in particolare la sua fermezza nel combattere «una battaglia, coraggiosa e inutile, contro un certo perenne malcostume italiano». ↩

  190. E. Curiel, Scritti cit., I, pp. 203 sgg. ↩

  191. P. Pastorelli, La politica estera fascista dalla fine del conflitto etiopico alla seconda guerra mondiale cit., p. 111. ↩

  192. Nei mesi immediatamente successivi a Monaco da parte italiana fu svolta una intensa attività anche in direzione della Romania con un quadruplice intento: favorire la costituzione di una Triplice danubiana (Polonia, Ungheria, Romania), avvicinarla all’Asse, contrastare la spregiudicata penetrazione economica tedesca in quel paese e trovarvi uno sbocco per l’economia italiana. Molte speranze furono a questi ultimi due fini attribuite ad una missione economica, guidata da R. Riccardi e svoltasi in novembre e che successivamente passò anche in Iugoslavia. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1943), W/R, fasc. «Riccardi R.», sott. 1. ↩

  193. Cfr. in particolare G. Ciano, Diario cit., p. 192. ↩

  194. Cfr. ibid., pp. 193, 195, 195 sg., 196 sg. (da cui risulta che Ciano era anche piú di Mussolini convinto dell’opportunità di sostenere integralmente le rivendicazioni ungheresi e di «accerchiare» la Germania), 199, 200, 204, 204 sg.; nonché L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 366 sgg. ↩

  195. Historicus, Ragioni inglesi della crisi di settembre, in «Civiltà fascista», ottobre 1938, pp. 920 sgg. (da cui sono tratte le citazioni); Erba, A Monaco e dopo Monaco, ibid., novembre 1938, pp. 1005 sgg. ↩

  196. G. Ciano, Diario cit., p. 203. ↩

  197. R. Quartararo, Roma tra Londra e Berlino cit., pp. 404 sgg. ↩

  198. F. Mauriac, Cronache politiche 1933-1954, Verona 1968, p. 93. ↩

  199. Dbfp, s. III, III, pp. 496 sgg. ↩

  200. Cfr. R. Quartararo, Inghilterra e Italia ecc. cit., pp. 679 sgg. ↩

  201. Cfr. a questo proposito J.-B. Duroselle, La décadence cit., pp. 381 sgg. e soprattutto 389 sgg. ↩

  202. L. Noël, Les illusions de Stresa cit., p. 127. L’interpretazione è indirettamente confermata da un dispaccio del 2 ottobre ’38 di Blondel a Bonnet, cfr. DDF, s. II, XI, pp. 760 sgg. ↩

  203. G. Ciano, Diario cit., p. 191. ↩

  204. Ibid.; nonché, per il resoconto del colloquio inviato da Perth a Londra, DBFP, s. III, III, pp. 320 sg. ↩

  205. Cfr. D. Bolech Cecchi, L’accordo di due imperi cit., p. 214. ↩

  206. Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 193 e 195; DBFP, s. III, III, pp. 323 sgg. ↩

  207. G. Ciano, Diario cit., p. 194. ↩

  208. ACS, E. De Bono, Diario cit., q. 43, alla data del 30 ottobre 1938. ↩

  209. G. Bottai, Diario cit., alla data dell’8 ottobre 1938. ↩

  210. G. Ciano, Diario cit., p. 194. ↩

  211. Ibid., p. 192. Riferendo la notizia della decisione francese di accreditare un proprio ambasciatore, Ciano scriveva: «La notizia ci lascia abbastanza indifferenti. È bene che i francesi abbiano capitolato, ma non vogliamo che ciò ecciti all’antifascismo alcuni italiani». ↩

  212. Mussolini, XXIX, p. 252. ↩

  213. G. Ciano, Diario cit., pp. 210 sg., 212 e 213. ↩

  214. Cfr. ibid., p. 208. ↩

  215. Per le prime manifestazioni della campagna e le reazioni da esse suscitate a palazzo Farnese cfr. DDF, s. II, XII, pp. 157 sgg., 240 sgg. e 395 sgg. ↩

  216. I quotidiani del PNF erano a quest’epoca: il «Corriere adriatico», «La voce di Bergamo», «La Provincia di Bolzano», «Il popolo di Brescia», «La Provincia di Como», «La sentinella d’Italia», «La voce di Mantova», «La gazzetta», «La gazzetta dell’Emilia», «Il corriere emiliano», «La scure», «Il solco fascista», «Il Polesine fascista», «Il Brennero», «Il popolo del Friuli», «La vedetta fascista», «Il popolo di Sicilia», «L’isola», «Il popolo di Trieste», «Il resto del Carlino» e il «San Marco». ↩

  217. Cfr., solo a titolo di esempio, v. Gayda, Italia e Francia. Problemi aperti, Roma 1938 (5ª ed. 1939); E. M. Gray, Noi e Tunisi, Milano 1939; M. Claremoris [E. Canevari], Noi e la Francia, Cre-

    mona 1939; R. Farinacci, Italia e Francia, Roma 1939; F. Salata, Il nodo di Gibuti. Storia diplomatica su documenti inediti, Milano 1939; E. Rota, Italia e Francia dinnanzi alla storia, Milano 1939; G. Volpe, Storia della Corsica italiana, Milano 1939. ↩

  218. Risalgono a quest’epoca vari contatti di elementi nazionalisti tunisini del Neodestur con i servizi segreti e di propaganda (Radio Bari) italiani. Ad alcuni di essi accennò anche la stampa locale, cfr., per esempio, D. S., Pendant que Habib Bourghiba négocie avec l’Italie fasciste..., in «La defense sociale», 30 marzo 1938. Per altri ragguagli cfr. Asae, Tunisia, «Rapporti politici 1938», p. 9. ↩

  219. Cfr. J.-B. Duroselle, La décadence cit., pp. 381 sgg. ↩

  220. G. Ciano, Diario cit., p. 223. ↩

  221. DDF, s. II, XIII, p. 813. Per uno di questi casi, ricordato da A. François-Poncet nel suo Au Palais Farnèse. Souvenirs d’une ambassade à Rome 1938-1940, Paris 1961, pp. 38 sg., vi è conferma in G. Ciano, Diario cit., p. 240. ↩

  222. DDF, s. II, XIII, pp. 674 sg. ↩

  223. Della stessa opinione si era manifestato un mese prima anche François-Poncet in un lungo rapporto dedicato alla situazione e alla politica italiana. Cfr. ibid., pp. 257 sgg. ↩

  224. Per valutare l’atteggiamento del Quai d’Orsay e del governo francese di fronte all’imminente apertura delle trattative con Roma utili elementi offre una nota del prof. Louis Aubert, della delegazione francese presso la Società delle nazioni, a Daladier del 16 novembre ’38 (DDF, s. II, XII, pp. 579 sgg. e in particolare pp. 597 sgg.) nella quale, dopo la premessa «se l’Italia è necessaria alla nostra sicurezza, noi siamo ancor piú necessari alla sua», si legge tra l’altro: «Tra l’Italia e la Francia che possono farsi molto male l’un l’altra e che possono anche grandemente rinforzare la sicurezza l’una dell’altra, vi sarebbero tutti gli elementi di un accordo di politica generale, e i termini delle istruzioni date nel 1933 a Henri de Jouvenel, "Fissazione dei principî di una intesa duratura che associ per molto tempo l’interesse dei due paesi", potrebbero servire ancora d’istruzione a François-Poncet. Naturalmente non si potrebbe mai trattare di un’alleanza con l’Italia, nel senso che essa ha spesso definito e proposto e che trova un sorprendente credito nella nostra pubblica opinione, di un’alleanza di misura da tener testa alla Germania o all’Inghilterra. Con l’Italia non può trattarsi per noi che di un’alleanza di ricambio, si tratta di un valore di complemento». Premesso questo, la conclusione era che un tale accordo non poteva essere rapido e che «sarebbe vano e costoso cercare di rompere l’Asse. Bisogna attendere che si rompa». E, intanto, non accettare l’idea di un «patto a quattro» e puntare ad un accordo come quello anglo-italiano. Se, infine, l’Italia lo avesse rifiutato e non avesse ritirato i «volontari» dalla Spagna, non restava che aprire la frontiera con la Spagna e aiutare cosí concretamente i repubblicani. Altri utili elementi risultano anche dai resoconti delle conversazioni anglo-francesi di Parigi del 24 novembre ’38, cfr. DDF, s. II, XII, pp. 755 sgg. e DBFP, s. III, III, pp. 285 sgg. ↩

  225. La politica estera della Francia, in «Relazioni internazionali», 5 novembre 1938, pp. 758 sg. Utili da vedere sono anche i numeri successivi della rivista, soprattutto per un confronto tra le sue prese di posizione, corrispondenti alla posizione di palazzo Chigi, e quella, piú radicale, della stampa non direttamente controllata e destinata a determinare «l’ambiente». Cfr. in particolare Il discorso del conte Ciano: Mussolini e l’Europa (3 dicembre 1938), in cui manca qualsiasi accenno alle rivendicazioni territoriali italiane, La Francia e le naturali aspirazioni del popolo italiano (10 dicembre 1938), in cui le aspirazioni sono precisate sia per quel che riguarda la Tunisia («La Francia può tenere la Tunisia colla collaborazione italiana...»), Gibuti e il canale di Suez, e Il «nemmeno un pollice» del Signor Bonnet (24 dicembre 1938), in cui è commentato il rifiuto francese di prendere in considerazione tali aspirazioni. ↩

  226. V. Gayda, Un travaglio senza uscita, in «Il giornale d’Italia», 16 novembre 1938. ↩

  227. G. Ciano, Diario cit., p. 208. ↩

  228. DDF, s. II, XII, pp. 642 e 509 sgg. ↩

  229. Cfr. ibid., pp. 843 sgg., nonché G. Ciano, Diario cit., p. 218. ↩

  230. DDF, s. II, XII, p. 840. Nel suo libro Au Palais Farnèse cit., pp. 18 sgg. A. François-Poncet riferisce il colloquio suppergiú negli stessi termini, solo che, dopo aver ricordato l’atteggiamento di Mussolini «simple, naturel et d’une politesse parfaite», aggiunge: «I sentimenti che l’animavano verso la mia persona e il mio paese erano certamente ostili. Ma bisogna convenire che li nascondeva bene». ↩

  231. DDF, s. II, XII, pp. 503 sgg. e 614 sgg. ↩

  232. ACS, E. De Bono, Diario cit., q. 43, alla data del 2 dicembre 1938. ↩

  233. Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, seduta del 30 novembre 1938, pp. 5224 sgg. ↩

  234. DDF, s. II, XIII, pp. 1 sgg. ↩

  235. Sul carattere solo studentesco di queste manifestazioni cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 223. Piú interessanti sono i rapporti degli informatori e fiduciari del partito, che assai spesso ammettevano a tutte lettere l’estraneità e l’ostilità ad esse della grande maggioranza della popolazione. Valga per tutti questo, datato 21 dicembre 1938: «Ho assistito a Vicenza, Padova, Venezia a dimostrazioni studentesche in risposta alle provocazioni francesi. Debbo dire francamente che tali dimostrazioni erano permeate piú dal solito spirito goliardico (nella migliore delle ipotesi) che dalla riconoscenza delle nostre ragioni verso la Francia.

    «Mi è doloroso farvi notare che tale senso di incomprensione ho notato in tutti e dovunque. Come d’altronde sia relativissima la partecipazione delle varie classi del popolo (quella borghese al solito, assolutamente contraria) alle manifestazioni romane.

    «L’impressione generale è che il popolo sia stanco, che tema guerre e collassi economici. Strano persino come si siano assolutamente dimenticati i nostri vecchi attriti con la cosiddetta sorella latina.

    «L’attuale movimento è giunto come un fulmine a ciel sereno, senza preparazione adeguata a formare lo stato d’animo nel popolo.

    «Naturalmente si nota anche un certo senso di ottimismo, come sempre dipendente dall’assoluta fiducia che il popolo ha nel suo Capo» (ACS, PNF, Situazione politica delle provincie, «Padova»). ↩

  236. Appena avuta notizia di cosa era avvenuto, Bonnet aveva telegrafato a François-Poncet di chiedere spiegazioni a Ciano e aveva precisato: «va da sé che se apparisse dalla risposta del conte Ciano che egli non scarta integralmente le rivendicazioni che si sono espresse, voi non lascerete alcun dubbio sulle conseguenze che il governo francese dovrà trarne nella determinazione generale della sua posizione politica riguardo l’Italia» (DDF, s. II, XIII, pp. 3 sgg.). ↩

  237. Cfr. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 386 sg.; DDF, s. II, XIII, pp. 27 sgg. e 31. ↩

  238. G. Ciano, Diario cit., pp. 220 sg. ↩

  239. «Il Duce, a rapporto, mi ha tracciato le linee di quella che dovrà essere la nostra futura politica: “Obbiettivi: Gibuti, magari attraverso un condominio e una neutralizzazione. Tunisia, in un regime piú o meno analogo, Corsica, italiana, mai francesizzata e quindi da aversi a dominio diretto, il confine al Varo. Non mi interessa la Savoia che non è né storicamente né geograficamente italiana. Queste le grandi linee delle nostre rivendicazioni. Non fisso né uno, né cinque, né dieci anni. Il tempo verrà stabilito dagli eventi. Però tener sempre presenti queste mete”» (G. Ciano, Diario cit., p. 209). ↩

  240. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 383 sgg. Per l’ordine di Mussolini di scrivere la lettera cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 212. ↩

  241. Cfr. DDF, s. II, XIII, pp. 103 sgg. e 648 sg.; Dbfp, s. III, III, pp. 470 sgg. ↩

  242. Cfr. ibid., pp. 100 sgg., 102 sg., 103 sgg., 690 sgg.; DGFP, s. D, IV, pp. 347 sg. e 377 sgg. ↩

  243. M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., pp. 84 sgg.; P. Pastorelli, La politica estera fascista dalla fine del conflitto etiopico alla seconda guerra mondiale cit., pagine 111 sg. ↩

  244. G. Ciano, Diario cit., p. 218.

    Nelle memorie di D. Grandi si legge a questo proposito: «Ciano mi ha poi sempre detto in seguito ogni qualvolta io gli ho richiesto di raccontarmi come andarono le cose, che egli non sapeva nulla e che la dimostrazione lo colse di sorpresa. Questo egli ebbe a dichiarare subito dopo agli ambasciatori di Francia e d’Inghilterra e diede ordine a me di farlo a Londra... Con altri egli ammise che tutto era stato organizzato e preparato in precedenza. Forse ciò era pura vanteria. Ma ciò tutti credettero». ↩

  245. Cfr. soprattutto la prima impressione di Francois-Poncet e le notizie da lui via via raccolte nei giorni successivi (anche da Perth): DDF, s. II, XIII, pp. 1 sgg., 49 sg. e 51; nonché DBFP, s. III, III, pp. 464 e 466. ↩

  246. G. Ciano, Diario cit., p. 219. François-Poncet nel suo già citato resoconto della seduta (DDF, s. II, XIII, pp. 1 sgg.) scrisse: «Ho avuto l’impressione che [Mussolini], se non appariva sorpreso, faceva nondimeno segno perché [la manifestazione] non si prolungasse». ↩

  247. Le testimonianze di R. Guariglia, Ricordi cit., p. 365; e di F. Anfuso, Da Palazzo Venezia al lago di Garda cit., pp. 90 sg., secondo le quali Mussolini avrebbe voluto lui la manifestazione, sono troppo vaghe e di seconda mano per poter essere prese in seria considerazione. ↩

  248. G. Ciano, Diario cit., p. 227. ↩

  249. DDF, s. II, XIII, pp. 415 sg. ↩

  250. Cfr. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 398 e 399 sg.; DBFP, s. III, III, p. 527; nonché DDF, s. II, XIII, pp. 640 sg. ↩

  251. Cfr. Mussolini, XXIX, p. 504. ↩

  252. Cfr. DDF, s. II, XIII, pp. 718 sgg., 775, 789 sgg. e 828 sgg. ↩

  253. Ibid., pp. 690 sgg. ↩

  254. Cfr. P. Baudouin, Un voyage à Rome (février 1939), in «La revue des deux mondes», 2 maggio 1962, pp. 69 sgg.; J. B. Duroselle, La décadence cit., p. 393; A. François-Poncet, Au Palais Farnèse ecc. cit., pp. 80 sgg.; nonché il recentissimo J. B. Duroselle, La mission Baudouin à Rome, in Italia e Francia dal 1919 al 1939, a cura di J. B. Duroselle ed E. Serra, Milano 1981, pp. 353 sgg. ↩

  255. G. Ciano, Diario cit., p. 247. ↩

  256. Ibid., pp. 247 e 248. ↩

  257. Ibid., pp. 268, 269 e 270; P. Baudouin, Un voyage à Rome cit.; J.-B. Duroselle, La décadence cit., pp. 393 sg.; Dgfp, s. D, IV, pp. 575 sgg. e 587 sg. Qualche accenno alla missione Baudouin anche in R. Guariglia, Ricordi cit., pp. 384 sgg. ↩

  258. G. Ciano, Diario cit., p. 189. ↩

  259. Cfr. M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., pp. 7 sgg. ↩

  260. G. Ciano, Diario cit., p. 189. ↩

  261. Cfr. ibid., p. 200. ↩

  262. Valga come esempio relativo ai piú alti livelli pubblici questo confronto per il periodo ottobre ’38 - gennaio ’39.

    Da parte italiana:

    12 ottobre: «Informazione diplomatica» n. 23. Incondizionata approvazione del discorso di Hitler a Saarbrücken. Contro il blocco italo-tedesco non c’è niente da fare. C’è da fare solo e finalmente la pace.

    1º novembre: inaugurazione di un programma speciale dell’EIAR per la Germania.

    25 gennaio: discorso di Farinacci a Berlino.

    Da parte tedesca:

    5 ottobre: discorso di Hitler a Berlino. «L’uomo che si è schierato accanto alla Germania come suo fedele e grande amico: Benito Mussolini».

    9 ottobre: discorso di Hitler a Saarbrücken. «Quell’Asse, sul quale in alcuni paesi si è creduto qualche volta di poter fare dello spirito, negli ultimi due anni e mezzo non solo si è mostrato duraturo, ma ha dimostrato di essere inflessibile anche nelle ore piú difficili». «Il Duce, unico vero grande amico del Reich».

    21 ottobre: discorso di Goebbels ad Amburgo. «Si è visto che Mussolini era ed è veramente amico della Germania».

    6 novembre: discorso di Hitler a Weimar. «Piú noi saremo uniti con l’Italia e meno voglia avranno di attaccarci».

    7 novembre: Ribbentrop parlando all’Associazione della Stampa Estera a Berlino insiste sul tema dell’amicizia italo-tedesca.

    2 dicembre: la stampa tedesca dà una presentazione «eccezionale» al discorso di Ciano alla Camera del 30 novembre, definito dalla Corrispondenza politico diplomatica «un documento storico», e «una direttiva e uno sguardo gettato verso l’avvenire».

    24 dicembre: messaggio natalizio di Hess. «Il popolo tedesco ripete i suoi ringraziamenti a Mussolini e al popolo italiano».

    30 dicembre: nota della Corrispondenza politico diplomatica sul tema: Germania, Italia, Francia. Solidarietà tedesca verso l’Italia.

    31 dicembre: messaggio di Capo d’anno del Führer: «Gli impegni che derivano dalla nostra amicizia per l’Italia Fascista sono per noi chiari e inviolabili».

    8 gennaio: visita del ministro dell’Economia Funk in Italia. ↩

  263. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 375 sgg.; DGFP, s. D, IV, pp. 515 sgg.

    Sull’incontro Mussolini-Ribbentrop cfr. anche le osservazioni di M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., pp. 55 sgg. ↩

  264. G. Ciano, Diario cit., p. 204. ↩

  265. Lo si veda in M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., p. 62. ↩

  266. G. Ciano, Diario cit., p. 204. ↩

  267. M. Magistrati, L’Italia a Berlino cit., p. 256. ↩

  268. Cfr. M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., pp. 84 sgg. ↩

  269. Dialoghi sul Tamigi, pubblicato da «Il popolo d’Italia» l’8 dicembre 1938 (Mussolini, XXIX, pp. 215 sgg.) immaginava una conversazione, in casa di un membro della Camera dei Comuni, tra il negus e Beneš, tutta incentrata sugli errori politici che li avevano portati a perdere il potere e in particolare sulla loro mal riposta fiducia negli inglesi e nei francesi che prima li avevano spinti contro l’Italia e la Germania e poi li avevano abbandonati. Il pezzo si chiudeva con queste parole, messe in bocca al padrone di casa: «voi siete i primi caduti di una grande guerra che si combatte attualmente nel mondo fra due concezioni della vita: la totalitaria e la democratica. Una battaglia è perduta, ma la lotta non è finita»; e con il preannuncio del prossimo arrivo di altri due sconfitti, Chiang Kai-shek e Negrín.

    Il pezzo suggerí a Ugo Ojetti una incredibile letterina a Mussolini cosí concepita: «Permettete, Duce, che io vi dica la mia ammirazione per quel poco che valga, pei Dialoghi sul Tamigi. Da Luciano a Leopardi, questo serrato genere (con buona pace di Benedetto Croce) è assai difficile e domanda lunga esperienza, come la buona scherma. E voi, d’un colpo...

    «Non insisto perché ricordo un vostro tagliente e ridente: – Esagerate, Ojetti, – quando a Tripoli nel marzo ’37 vi parlai d’un vostro discorsetto improvvisato...» (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-1943], 168/R, fasc. «Ojetti Ugo», sott. 1, in data 11 dicembre 1938). ↩

  270. G. Ciano, Diario cit., p. 224. ↩

  271. Cfr. M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., pp. 66 sgg. ↩

  272. DGFP, s. D, IV, pp. 587 sg. ↩

  273. Per i contatti italo-tedeschi a carattere militare dopo Monaco, scarsi e per nulla conclusivi date le difficoltà politiche e psicologiche in cui si svolsero, cfr. M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., pp. 72 sgg. ↩

  274. M. Magistrati, L’Italia a Berlino cit., p. 288; M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., p. 91. ↩

  275. Cfr. G. Pini, Filo diretto con Palazzo Venezia cit., p. 184. ↩

  276. G. Ciano, Diario cit., p. 227. ↩

  277. DDF, s. II, XIII, pp. 471 sg. ↩

  278. Tre giorni dopo, il 4 gennaio, avrebbe ordinato a Pini di preparare per «Il popolo d’Italia» una serie di articoli contro la borghesia sulla falsariga del suo discorso al Consiglio nazionale del PNF. G. Pini, Filo diretto con Palazzo Venezia cit., pp. 185 sg. ↩

  279. G. Ciano, Diario cit., p. 233. ↩

  280. Lo si veda in L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 392 sgg. ↩

  281. G. Ciano, Diario cit., p. 214. ↩

  282. Ibid. ↩

  283. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 395 sgg.; G. Ciano, Diario cit., pp. 238 sgg.

    Durante il soggiorno a Roma Chamberlain e Halifax ebbero un incontro anche con il papa. Cfr. A. Martini, L’ultima udienza ufficiale di Pio XI. Neville Chamberlain in Vaticano, in «Civiltà cattolica», 20 marzo 1979, pp. 526 sgg. ↩

  284. L. Gasparotto, Diario di un deputato cit., p. 286. ↩

  285. Le gran voyageur, Les maîtres de l’heure. Mussolini, in «Le Pays Wallon», 12 marzo 1935. ↩

  286. Cfr. «Julius Caesar»... as Mussolini might see it, in «Weekly Illustrated», 8 gennaio 1938. ↩

  287. F. Bardon, Dictators with a grudge, in «The Evening Dispatch», 7 gennaio 1938. L’autore dell’articolo attribuiva la «ben nota poca simpatia del Duce per gli inglesi» al fatto che, a suo dire, da ragazzo Mussolini avrebbe ricevuto «una buona dose di pugni» da un suo coetaneo inglese in vacanza in Romagna. ↩

  288. The nazi international, in «The Quarterly Review», ottobre 1938, pp. 207 sgg. ↩

  289. Cfr., a mo’ di esempio, A. Weymouth, What makes men want to be dictators?, in «News Chronicle», 17 febbraio 1939. ↩

  290. Mussolini does not count for much in Italy, in «Sunday Dispatch», 17 luglio 1938. ↩

  291. K. V. Gordon, Is Mussolini going to fall?, in «Daily Express», 2 ottobre 1938, ripreso da molti altri giornali dei Dominions. ↩

  292. J. Sauerwein, The «big four» cit. ↩

  293. «The Spectator», 2 giugno 1939, p. 965. ↩

  294. G. Ciano, Diario cit., p. 233. ↩

  295. Sui precedenti dei rapporti tra Germania e Giappone cfr. E. L. Presseisen, Germany and Japan. Study in totalitarian diplomacy (1933-1941), The Hague 1958; T. Sommer, Deutschland und Japan zwischen den Mächten (1935-1940), Tübingen 1962. ↩

  296. M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., pp. 103 sgg. ↩

  297. Cfr. F. Guarneri, Battaglie economiche cit., II, pp. 125 sgg., 304 sgg. e soprattutto 313 sgg. ↩

  298. M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., p. 101. ↩

  299. G. Ciano, Diario cit., p. 236. ↩

  300. M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., p. 112. ↩

  301. G. Ciano, Diario cit., p. 241. ↩

  302. Ibid., pp. 249 sg. ↩

  303. Ibid., p. 259. ↩

  304. Su queste fughe di notizie, le ipotesi su di esse e le loro ripercussioni a livello internazionale, cfr. M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., cap. II, passim. C’è da chiedersi se in queste fughe di notizie non avessero qualche responsabilità anche la facilità e la leggerezza con le quali Ciano spesso parlava durante ricevimenti, cene e incontri sentimentali dei piú segreti affari di stato. Cfr. E. Ciano, La mia testimonianza cit., pp. 96 sg. ↩

  305. G. Ciano, Diario cit., p. 263; nonché M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., pp. 124 sg. ↩

  306. Dgfp, s. D, IV, pp. 587 sg. ↩

  307. G. Ciano, Diario cit., p. 248. ↩

  308. Cfr. M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., pp. 153 sgg.; Id., Le conversazioni militari italo-tedesche alla vigilia della seconda guerra mondiale, in «Rivista storica italiana», luglio-settembre 1952, pp. 336 sgg.; L. Ceva, Altre notizie sulle conversazioni militari italo-tedesche alla vigilia della seconda guerra mondiale (aprile-giugno 1939), in «Il Risorgimento», ottobre 1978, pp. 151 sgg.; nonché, per i piani militari italiani in caso di conflitto, Id., Appunti per una storia dello Stato Maggiore generale fino alla vigilia della «non belligeranza» (giugno 1925 – luglio 1939), in «Storia contemporanea», aprile 1979, pp. 240 sgg. ↩

  309. A. Breccia, Jugoslavia 1939-1941. Diplomazia della neutralità, Milano 1978, p. 21 e, piú in genere, pp. 1 sgg. ↩

  310. Da una comunicazione di von Mackensen alla Wilhelmstrasse del 10 febbraio ’39 (DGFP, s. D, IV, pp. 578 sg.) risulta che ancora in tale circostanza Ciano, preoccupato per le «pretese» tedesche sul petrolio albanese, aveva dovuto ripetere con tono «molto serio» all’ambasciatore tedesco che per l’Italia l’Albania era «come una sua provincia» e che «tutto ciò che riguarda l’Albania è un affare di famiglia italiano». ↩

  311. G. Ciano, Diario cit., p. 202; nonché, per i precedenti, pp. 195 e 197 sg. e per gli sviluppi successivi, pp. 218, 220-22. ↩

  312. Ibid., pp. 212, 219 e 222. ↩

  313. G. B. Guerri, Galeazzo Ciano cit., p. 371. ↩

  314. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 331 sg. ↩

  315. G. Ciano, Diario cit., p. 240. ↩

  316. Cfr. ibid., p. 242 e soprattutto L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 409 sgg., nonché M. Stojadinović, Jugoslavia fra le due guerre cit., pp. 289 sgg. ↩

  317. G. Ciano, Diario cit., p. 248. («Appunto del comm. Jacomoni», 9 febbraio 1939). ↩

  318. Ibid., p. 249. ↩

  319. Ibid., pp. 252, 254 e anche p. 259.

    Il 10 febbraio, intanto, Ciano, saputo che i tedeschi continuavano a tentare di «mettere le mani sui petroli albanesi», aveva nuovamente avvertito l’ambasciatore tedesco che «qualsiasi intervento tedesco verrebbe a creare un forte risentimento nell’opinione pubblica italiana» (ibid., p. 251). ↩

  320. Ibid., pp. 262 sg. ↩

  321. Ibid., p. 263. ↩

  322. M. Donosti [M. Luciolli], Mussolini e l’Europa. La politica estera fascista, Roma 1945, pp. 152 sg. ↩

  323. G. Ciano, Diario cit., pp. 264-67. ↩

  324. Ibid., p. 269. ↩

  325. G. Gafencu, Ultimi giorni dell’Europa. Viaggio diplomatico nel 1939, Milano 1947, p. 128. Cfr. anche il giudizio dell’ambasciatore romeno presso la Santa Sede N. P. Comnène, I responsabili, Milano 1949, pp. 460 sgg. ↩

  326. P. Pastorelli, La politica estera fascista dalla fine del conflitto etiopico alla seconda guerra mondiale cit., pp. 112 sg. ↩

  327. Cfr. G. Gafencu, Ultimi giorni dell’Europa cit., pp. 123 sgg. e 130. ↩

  328. G. Ciano, Diario cit., p. 268. ↩

  329. Ibid. ↩

  330. Mussolini, XXIX, pp. 246 sgg. ↩

  331. G. Ciano, Diario cit., p. 269. ↩

  332. Ibid., p. 270. ↩

  333. G. Bottai, Diario cit., pp. 636 sgg. ↩

  334. Cfr. J.-B. Duroselle, La décadence cit., p. 413. ↩

  335. Cfr. DBFP, s. III, IV, pp. 349 sg., 350 sg. e anche 351 e 358 sg. ↩

  336. Cfr. ibid., pp. 353 sg. e 354 sg. ↩

  337. ACS, Min. Aeronautica, Gabinetto, 1939, b. 81, fasc. 9-V-14/1, l’addetto aeronautico a Berlino Liotta al Gabinetto del ministero dell’Aeronautica, 26 marzo 1939. ↩

  338. G. Ciano, Diario cit., p. 269. ↩

  339. ACS, E. De Bono, Diario cit., q. 43, alla data del 10 gennaio 1939. ↩

  340. In occasione delle celebrazioni del ventennale del 23 marzo 1919, Vittorio Emanuele III, temendo qualche colpo di mano tipo «primo maresciallato», pensò (e fece sondaggi) di nuovo alla possibilità di insignire Mussolini di un titolo nobiliare o di farlo cancelliere dell’Impero. Mussolini però rifiutò e ne trasse motivo di nuova irritazione verso il sovrano. Cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 271 sg. e 273. ↩

  341. Per i rapporti con la Iugoslavia in connessione con la crisi cecoslovacca cfr. A. Breccia, Jugoslavia 1939-1941 ecc. cit., pp. 36 sgg. ↩

  342. G. Ciano, Diario cit., p. 269. ↩

  343. D. Grandi, Memorie cit. ↩

  344. G. Ciano, Diario cit., p. 270. ↩

  345. DBFP, s. IH, IV, pp. 402 sg., nonché Mussolini, XXIX, pp. 413 sg. ↩

  346. Cfr. a questo proposito anche M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., p. 188. ↩

  347. G. Ciano, Diario cit., p. 271. ↩

  348. Mussolini, XXIX, pp. 413 sg., ove però la lettera non è datata correttamente, cfr. a questo proposito DBFP, s. III, IV, pp. 572 sgg. ↩

  349. G. Gafencu, Ultimi giorni dell’Europa cit., p. 136. ↩

  350. D. Grandi, Memorie cit. ↩

  351. Archivio D. Grandi, b. 40, fasc. 93, sott. 2, ins. 5. ↩

  352. G. Gafencu, Ultimi giorni dell’Europa cit., pp. 130 sgg. ↩

  353. Ibid., p. 129. ↩

  354. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 418 sg. ↩

  355. Ibid., pp. 419 sg. ↩

  356. G. Ciano, Diario cit., p. 269. ↩

  357. M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., p. 171. ↩

  358. L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 420 sgg. e 422 (la risposta di Ciano). ↩

  359. Cfr. M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., pp. 172 sgg. ↩

  360. Cfr. per esse ibid., pp. 204 sgg. ↩

  361. La si veda in M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., pp. 184 sg. Consegnando la lettera, von Mackensen fece presente che essa doveva rimanere segreta (ibid., p. 186 nota). ↩

  362. Cfr. ibid., pp. 165 sg. ↩

  363. G. Ciano, Diario cit., pp. 270 sg. ↩

  364. Cfr. M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., pp. 186 sg. ↩

  365. Ibid., p. 193. ↩

  366. G. Ciano, Diario cit., p. 272. ↩

  367. Cfr. ibid., pp. 269 e 270; nonché P. Baudouin, Un voyage à Rome cit., pp. 82 sgg. ↩

  368. Mussolini, XXIX, pp. 249 sgg. ↩

  369. M. Donosti [M. Luciolli], Mussolini e l’Europa ecc. cit., p. 154. ↩

  370. A. François-Poncet, Au Palais Farnèse ecc. cit., pp. 96 sg. ↩

  371. Lo si veda in «Relazioni internazionali», 8 aprile 1939, pp. 271 sg. ↩

  372. Cfr. J.-B. Duroselle, La décadence cit., pp. 412 sg. ↩

  373. Cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 274. Ciano per errore ha scritto Laval per Daladier. ↩

  374. Cfr. ibid., pp. 271 e 273.

    Fu probabilmente proprio perché era nota l’ostilità del re all’occupazione dell’Albania che Mussolini, nell’agosto, cedette alle insistenze del genero e fece pressione sul sovrano perché, come era

    avvenuto in occasione di precedenti ampliamenti del territorio nazionale, conferisse a Ciano il Collare dell’Annunziata. Lo suggerisce l’accenno, nella lettera che gli scrisse il 7 agosto, al fatto che «una esclusione del Conte Ciano avrebbe un significato e sarebbe interpretata in modo spiacevole». Cfr. sull’episodio G. B. Guerri, Galeazzo Ciano cit., pp. 388 sgg. ↩

  375. Mussolini, XXIX, p. 257. ↩

  376. F. Jacomoni di San Savino, La politica dell’Italia in Albania cit., p. 107.

    Nell’ultimissima fase Mussolini divenne deciso assertore della soluzione piú radicale: cfr. G. Ciano, Diario cit., p. 277. ↩

  377. G. Ciano, Diario cit., p. 283. ↩

  378. Ufficio Storico S. M. Aereonautica, fasc. «Operazioni Militari Tirana». ↩

  379. Per la parte politica cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 271-82, e F. Jacomoni di San Savino, La politica dell’Italia in Albania cit., pp. 98-138; per la parte militare cfr. Stato Maggiore Esercito – Ufficio Storico, Le truppe italiane in Albania (Anni 1914-20 e 1939), Roma 1978, pp. 254 sgg. ↩

  380. G. Ciano, Diario cit., p. 278. ↩

  381. Per i contatti con Belgrado e le ripercussioni sui rapporti italo-iugoslavi cfr. A. Breccia, Jugoslavia 1939-1941 ecc. cit., pp. 64 sgg. ↩

  382. DBFP, s. III, V, pp. 120 sg. ↩

  383. M. Donosti [M. Luciolli], Mussolini e l’Europa ecc. cit., p. 165, osserva al proposito: «Dal punto di vista diplomatico, l’assenza del Ministro degli Esteri giovò indubbiamente all’Italia. Mussolini, costretto ad agire personalmente, trattò la questione con calma e abilità superiori a quelle del genero». ↩

  384. Cfr. DBFP, s. III, V, pp. 127 sgg.; Asae, Gabinetto, Albania 7-12 aprile 1939. ↩

  385. Ibid., ff. 209 sgg. ↩

  386. Lo si veda in «Relazioni internazionali», 22 aprile 1939, pp. 315 sgg. ↩

  387. Per i rapporti tramite il «canale segreto» durante la crisi albanese cfr. R. Quartararo, Inghilterra e Italia ecc. cit., pp. 686 sgg. ↩

  388. Mussolini, XXIX, p. 261. ↩

  389. Ibid., pp. 265 sg. ↩

  390. Atti Parlamentari, Camera dei Fasci e delle Corporazioni, seduta del 15 aprile 1939, pp. 2 sgg. ↩

  391. Dbfp, s. III, V, pp. 262 sgg. ↩

  392. Cfr. R. Quartararo, Roma tra Londra e Berlino cit., pp. 459 sg. ↩

  393. Dbfp, s. III, V, pp. 272, 344 sgg., 426 sgg., 428; J. B. Duroselle, La décadence cit., pp. 413 sg., e soprattutto P. Renouvin, Les relations de la Grande Bretagne et de la France avec l’Italie en 1938-1939, in Les relations franco-britanniques de 1935 à 1939, Paris 1975, pp. 295 sgg. ↩

  394. J.-B. Duroselle, La décadence cit., p. 414. ↩

  395. Ibid.; nonché A. François-Poncet, Au Palais Farnèse ecc. cit., pp. 98 sgg. e spec. 102 sgg.; e G. Ciano, Diario cit., p. 289. ↩

  396. La si veda in G. B. Guerri, Galeazzo Ciano ecc. cit., pp. 374 sg. ↩

  397. Cfr. in particolare M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., pp. 231 sgg. ↩

  398. G. Ciano, Diario cit., p. 285. ↩

  399. Ibid., p. 286. ↩

  400. Cfr. ibid., p. 288 e M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., pp. 253 sg. ↩

  401. G. Ciano, Diario cit., p. 288. ↩

  402. Ibid., p. 289. ↩

  403. Della gravità della impreparazione militare italiana Mussolini parlò in un apposito Consiglio dei ministri tenuto il 29 aprile, dopo alcuni colloqui da lui avuti con De Bono, Cavagnari, Valle e soprattutto Pariani, dicendosi, con la sola eccezione per la Marina, decisamente scontento della situazione. Secondo G. Bottai (Diario cit., ff. 652 sg.) disse: «Debbo dire che quest’Amministrazione dell’Esercito non va. Non se ne può essere sicuri mai. Le sue cifre non sono mai esatte. Per i cannoni noi siamo stati tratti in inganno. Abbiamo artiglierie insufficienti e vecchie. Lo stesso dicasi dell’Aviazione: c’è sempre un certo scarto tra cifre annunciate e cifre reali. La Marina, no. La Marina è precisa fino allo scrupolo». Cfr. anche G. Ciano, Diario cit., p. 290. ↩

  404. Cfr. M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., pp. 237 sgg. ↩

  405. Cfr. ibid., p. 284. ↩

  406. Ibid., p. 288. ↩

  407. Lo si veda ibid., pp. 362-65. ↩

  408. Ibid., pp. 241 sg. ↩

  409. Lo si veda ibid., pp. 278 sgg. ↩

  410. Cfr. ibid., pp. 280 e 366. ↩

  411. M. Donosti [M. Luciolli], Mussolini e l’Europa ecc. cit., p. 189. ↩

  412. M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., p. 280. ↩

  413. Ibid., p. 279. ↩

  414. G. Ciano, Diario cit., p. 294. ↩

  415. Ibid., p. 20. ↩

  416. D. Grandi, Memorie. ↩

  417. Sull’organizzazione dell’accoglienza «popolare» alla delegazione tedesca, e sui suoi «ottimi» risultati e il compiacimento per essa espresso, al ritorno a Roma, da Ciano a Starace, cfr. G. Ciano, Diario cit., pp. 293-95; nonché «Il popolo d’Italia» del 7, 8 e 9 maggio e l’«Informazione diplomatica» n. 30, in Mussolini, XXIX, p. 507. Per l’atteggiamento della cittadinanza milanese e, piú in genere, per il suo stato d’animo di fronte agli avvenimenti internazionali degli ultimi mesi cfr. P. Melograni, Rapporti segreti della polizia fascista cit., pp. 27 sgg. e spec. 32 sgg., nonché ACS, PNF, Situazione politica delle provincie, «Milano». ↩

  418. M. Magistrati, L’Italia a Berlino cit., p. 340. ↩

  419. Ibid., pp. 342, e anche 341, ove Magistrati, sulla base di notizie raccolte «negli anni che seguirono» da Attolico, fa anche lui propria la spiegazione di Ciano. ↩

  420. Lo si veda in L’Europa verso la catastrofe cit., pp. 428 sgg. e in particolare p. 429; nonché anche in M. Toscano, Le origini diplomatiche del Patto d’acciaio cit., pp. 296 sgg. e in particolare p. 297. ↩

  421. Cfr. ibid., pp. 286 e 287. ↩