Documento 6
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6. La «questione tedesca» al Gran Consiglio nel Diario di G. Bottai (21 marzo 1939)

Questione tedesca, al Gran Consiglio. Mussolini fa dare lettura, prima da Alfieri e poi da Buffarini, del bollettino riservato della Cultura Popolare sulla stampa estera. Egli segue la lettura, sottolineandone i passaggi con una mimica espressiva: ironia, ira, noia, disgusto, disprezzo, passano sulla sua maschera. Si crea, cosí, uno stato d’animo già definito, che regolerà la discussione. Se discussione ci sarà.

Poi, letto l’ordine del giorno, attacca. Riprende ab ovo, dal trattato di Versaglia. «Clemençeau si accorse, che v’erano milioni di tedeschi in piú. Cosa escogitò, allora? Accerchiare la Germania. Formò, intorno a piccoli nuclei etnici omogenei, dei gruppi etnici complessi, eterogenei: la Cecoslovacchia, appunto, la Polonia, con il nucleo centrale piú compatto, la Jugoslavia, diretta anche, non dimentichiamolo, contro l’Italia, etc.». Questo artificio non poteva durare. «Nel 1921, io previdi la Germania di 80 milioni». Considerazioni demografiche: «La Germania deve la sua forza al suo incessante sviluppo demografico, alla fecondità dell’utero delle sue donne. Il numero è forza, l’ò detto molte volte. Che fanno gl’italiani? La ripresa dell’anno scorso già cede. Si à un regresso delle nascite».

«Nel 1933 – dice – feci un tentativo di convogliare la rinascita tedesca. Col patto a quattro. Come fu accolto questo patto dalla stampa francese? Con questa definizione: il club dei salumai, le club des charcutiers». È la Francia, che à demolito questo mezzo di convogliamento della Germania.

«Nel 1935 – prosegue – s’ebbe Stresa, dove si cercò di controllare il dinamismo germanico. A Stresa era già chiaro, che noi ci preparavamo all’impresa Abissina. Quando mi mostrarono il comunicato, in cui si parlava di “pace mondiale”, io dissi a Flandin: “mettiamo: pace europea, non prendiamo impegni troppo vasti”. E Flandin, il lungo e apatico Flandin, mi rispose: “Ò capito. Voi non volete impegnarvi per via dell’Africa”. Cosa successe, poi? Le sanzioni. C’è qualcuno disposto a dimenticare le sanzioni? Questo qualcuno non sono io».

«E soprattutto – la sua voce si fa qui alta e concitata – non si parli piú nella politica di relazioni tra i popoli di “morale”. Voglio farvi una dichiarazione cinica: nei rapporti internazionali non c’è che una morale: il successo. Noi eravamo immorali, quando abbiamo assalito il Negus. Abbiamo vinto e siamo diventati morali, moralissimi».

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«La Germania non era rimasta contenta di Monaco. Himmler, ricordo, mi disse, mostrandomi la sua sciabola: “se tutto deve concludersi per via diplomatica, io domando che cosa ce ne facciamo di questa...” Eppoi, la Cecoslovacchia non poteva reggere. Si invoca il rispetto delle firme sui trattati. Le firme rappresentano il cristallizzarsi di determinati aspetti d’una situazione. Se questa cambia, le firme cadono di per sé».

Cosa ci si chiede oggi? Di mollare i nostri amici? Di fare un giro di valzer? Arrossisco, pensando che si possa ancora pensare l’Italia capace di un giro di valzer».

«Il problema per noi è un altro. È il rapporto delle forze all’interno dell’“asse”. Il rapporto demografico si è spostato a favore dei tedeschi, i quali però riconosceranno un giorno l’errore di avere incluso nella loro massa compatta tre milioni di cèchi. Militarmente, i rapporti sono questi: la Germania à un numero doppio di divisioni; la nostra marina è due volte quella tedesca; la nostra aviazione sta a quella tedesca come 1 a 5; l’industria da 1 a 12. Dunque, l’annessione della Cecoslovacchia à alterato i rapporti interni dell’asse a pro’ della Germania. Ma noi abbiamo un vantaggio politico: noi siamo gli arbitri della situazione in Europa. Se noi non vorremo, la Germania non sarà accerchiata. Questo è il nostro pegno. In questa situazione, la Francia non farà la guerra. Noi dobbiamo seguire la politica dell’asse da popolo serio. Niente giri di valzer».

«Naturalmente, quando sono corse voci circa intenzioni tedesche sulla Croazia, ò chiamato Mackensen e gli ò detto: “Fate sapere al vostro Governo, che la Croazia è in uno spazio riservato alla nostra politica; che l’Adriatico è mare italiano e solo italiano”. Mackensen à impallidito. Devo dire che il Führer à risposto in modo del tutto soddisfacente. Se la questione croata si porrà, saremo noi a risolverla».

«Il problema albanese non è urgente. Maturerà quando noi vogliamo. Diremo a chi di dovere, che bisogna regolare diversamente i nostri rapporti; e tutto sarà fatto».

«I cèchi si sono dimostrati un popolo vile. Sono gli ebrei degli slavi. È un popolo corroso da questi tre mali: la massoneria, la democrazia, il bolscevismo».

«Abbiamo due occasioni per chiarire la nostra posizione: il discorso della Corona (è la quarta volta che lo faccio; ò pratica di simili composizioni); il mio discorso agli squadristi, il 26. Dirò quali sono le nostre richieste alla Francia. La Francia si regolerà come crede».

«Fronte unico delle democrazie? Non se ne farà di nulla. Gli Stati Uniti daranno cannoni a contanti».

«Insomma, dobbiamo accrescere la nostra statura, nei confronti del nostro compagno dell’asse. Quando? dove? lo vedremo».