5. Il «manifesto della razza» (14 luglio 1938) e l’abbozzo della sua nuova versione (25 aprile 1942)
a) Il «manifesto della razza»1.
- Le razze umane esistono. La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti, di milioni di uomini, simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori ed inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.
- Esistono grandi razze e piccole razze. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente.
- Il concetto di razza è concetto puramente biologico. Esso è quindi basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di Nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di Nazione stanno delle differenze di razza. Se gli italiani sono differenti dai francesi, dai tedeschi, dai turchi, dai greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.
- La popolazione dell’Italia attuale è di origine ariana e la sua civiltà è ariana. Questa popolazione di civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra Penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L’origine degli italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell’Europa.
- È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici. Dopo l’invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della Nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre Nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l’Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i 44 milioni di italiani di oggi rimontano quindi nell’assoluta maggioranza a famiglie che abitano in Italia da un millennio.
- Esiste ormai una pura «razza italiana». Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico linguistico di popolo e di Nazione, ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il piú grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.
- È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l’opera che fin’ora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli italiani e gli scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extraeuropee, questo vuol dire elevare l’italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.
- È necessario fare una netta distinzione tra i mediterranei d’Europa (occidentali) da una parte, gli orientali e gli africani dall’altra. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l’origine africana di alcuni europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.
- Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l’occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all’infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli italiani.
- I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo. L’unione è ammissibile solo nell’ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un corpo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extraeuropea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.
Dott. Lino Businco, ass. di patologia generale all’Università di Roma.
Prof. Lidio Cipriani, incaricato dei corsi di antropologia presso l’Università di Firenze.
Prof. Arturo Donaggio, direttore della clinica neuropsichiatrica dell’Università di Bologna.
Dott. Leone Franzi, ass. clinica pediatrica dell’Università di Milano.
Prof. Guido Landra, ass. di antropologia presso l’Università di Roma.
Prof. Sen. Nicola Pende, direttore dell’istituto di patologia speciale medica presso l’Università di Roma.
Dott. Marcello Ricci, ass. di zoologia presso l’Università di Roma.
Prof. Franco Savorgnan, prof. di demografia all’Università di Roma.
Prof. Sabato Visco, direttore dell’istituto di fisiologia generale all’Università di Roma.
Prof. Edoardo Zavattari, direttore dell’istituto di zoologia speciale medica presso l’Università di Roma.
b) Critiche al «manifesto della razza» elaborate in seno al Consiglio superiore per la demografia e la razza (1941-42).
I.
Le razze umane esistono2.
La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde ad una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti, di milioni di uomini, simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori e inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.
La didascalia è ingenua. L’illustrazione è alogica e si sottrae proprio al compito di una definizione concreta. Tutto si riduce all’assomiglianza di caratteri fisici e psichici ereditati ed ereditabili nell’ambito di gruppi umani cospicui (milioni di uomini). Questa affermazione vale anche a definire la specie umana. Pertanto, per intendere la parola «razza» è necessario stabilire, preventivamente, i caratteri fisici e psichici piú o meno numerosi, ai quali ci si riferisce quando dal concetto di specie si vuol passare a quello di razza. La negazione aprioristica di una gerarchia delle razze è in contrasto con il criterio razziale che deve riconoscere la diversa fortuna storica delle razze umane.
2. Esistono grandi razze e piccole razze.
Non bisogna soltanto ammettere che esistono i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistono gruppi sistematici minori (come per es.: i nordici, i mediterranei, i dinarici, etc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente.
Evidentemente qui si vuol parlare delle grandi suddivisioni della specie umana in bianchi, neri, gialli, gruppi caratterizzati da alcuni aspetti somatici che piú colpiscono i sensi senza, peraltro, avere un assoluto valore scientifico per la definizione delle razze umane. Data questa premessa se è improprio parlare, poi, per i gruppi sistematici minori di razze vere e proprie, queste non sarebbero che varietà delle grandi razze.
Pertanto, ai fini di una politica della razza, ci si deve riferire a gruppi maggiori o minori?
Inoltre da questa definizione viene esclusa implicitamente l’esistenza dei complessi razziali (ariana italiana, etc.) di cui si parla al n. 6.
3. Il concetto di razza è concetto puramente biologico.
Esso è quindi basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno le differenze di razza.
Se gli italiani sono differenti dai francesi, dai tedeschi, dai turchi, dai greci, etc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistono ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.
È giustissimo affermare che il concetto di razza non può uscire dal dominio della biologia. Tanto i caratteri morfologici, quanto quelli fisiologici e quelli psicologici, si trasmettono con il meccanismo della ereditarietà da uomo a uomo. Sta di fatto che tali caratteri possono venir modificati nel tempo da fattori endogeni ed esogeni ed allora il patrimonio ereditario presenta nuovi caratteri che arricchiscono o fanno decadere gli individui.
Il concetto di razza, biologicamente, si può ammettere quando dall’esame di grandi gruppi umani si desumono caratteri i quali sono comuni a tutti gli individui considerati nel gruppo ed ereditariamente trasmissibili.
Gli AA. dicono che mentre i concetti di popolo e di nazione sono fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose etc., nello stesso tempo le differenze fra popolo e popolo, fra nazione e nazione sono basate su differenze razziali, il che appare come una contraddizione in termini.
Consci di ciò gli AA. ripiegano sulla proporzione delle differenti razze che hanno concorso a costituire i diversi popoli, ma ciò importa sempre che i concetti di popolo e di nazione sarebbero essenzialmente concetti razziali.
4. La popolazione dell’Italia attuale è di origine ariana e la sua civiltà è ariana.
Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola, ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. La origine degli italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo della Europa.
La nozione di razza ariana è un prodotto della indagine linguistica moderna su gli idiomi documentati in un territorio vastissimo, che va dal bacino del Tarim, dall’India, dalla Persia a tutta l’Europa.
Evidentemente se un linguaggio presuppone sempre un nucleo umano che lo ha prodotto, tuttavia, non ci fornisce alcun criterio per la definizione biologica del tipo umano corrispondente.
Pertanto, quando si parla di razza ariana si può tutt’al piú credere che s’intenda riferirsi a gruppi umani bianchi, ma non a tutti gli uomini di razza bianca, perché questa ne comprende alcuni (baschi, caucasici, finni) che non si possono riportare in alcun modo ad una origine ariana.
Affermare poi, che nella nostra penisola ben poco sia rimasto della civiltà delle genti preariane, costituisce una negazione ingiustificata ed indimostrabile delle scoperte antropologiche, etnologiche, archeologiche, che si sono fatte e si vengono facendo nel nostro paese.
La civiltà della popolazione dell’Italia sarebbe ariana, mentre è provato che numerosi influssi esotici di razze differenti operarono sullo sviluppo della civiltà della popolazione autoctona della nostra penisola come operarono sulla civiltà ellenica.
Non si comprenderebbe perché la civiltà ariana, se fosse stata perfettamente autonoma, avrebbe avuto uno sviluppo tanto precoce nelle penisole greca ed italiana, mentre si sarebbe attardata in forme addirittura primitive nei paesi scandinavi, anglosassoni, germanici, slavi e celtici.
D’altra parte le manifeste differenze tra la civiltà ellenica e quella italiana e romana stanno a dimostrare l’influenza preponderante orientatrice dei gruppi umani autoctoni nello svolgimento storico delle due civiltà.
5.
È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici.
Dopo l’invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per le altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l’Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa; i quarantaquattro milioni d’italiani di oggi rimontano quindi nell’assoluta maggioranza a famiglie che abitano l’Italia da un millennio.
L’enunciazione del titolo è esatta, ma nello svolgimento di essa, quando si parla di tempi storici è necessario risalire molto piú lontano delle invasioni barbariche in generale e di quella dei Longobardi in particolare.
La critica moderna ha dimostrato che le invasioni avvenute dopo la caduta dell’Impero romano furono compiute da nuclei umani numericamente modesti. È sufficiente ricordare che poche migliaia di mercenarii bizantini guidati dall’eunuco Narsete furono sufficienti per espellere dall’Italia tutti i Goti e che i Longobardi stessi al di fuori di Pavia costituirono soltanto poco numerosi gruppi di guerrieri feudatari, i quali senza lasciar traccie del loro influsso, scomparvero rapidamente assorbiti dalla popolazione italiana.
È da notare, inoltre, che mentre qui gli AA. affermano la popolazione dell’Italia moderna essere costituita dai discendenti delle famiglie che abitavano la nostra penisola mille anni or sono, nel numero 4 essi affermano che la popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni il nostro paese.
Si può anche rilevare, benché gli AA. non lo dicano esplicitamente, che l’enunciazione cosí com’è, accorda implicitamente alle invasioni barbariche una influenza formatrice della razza italiana in verità sproporzionata al numero degli invasori ed alla loro capacità di predominio biologico.
È dimostrata, invece, la dominanza biologica degli Italiani su tutti i nuclei allogeni.
6.
Esiste ormai una pura «razza italiana».
Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione, ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il piú grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.
Esiste una «razza» Italiana: non una «pura» razza italiana.
Del resto non sono piú sulla terra razze umane pure ed in questa constatazione concordano tutti gli studiosi.
Sta di fatto che la razza italiana quale oggi ci appare discende, però, per parentela strettissima, se non purissima, di sangue, dalle generazioni che da millenni e millenni popolarono la penisola.
Anche qui, gli AA. rivendicano giustamente come già nel numero 4 la vetustà plurimillenaria della nostra razza in contraddizione, tuttavia, con l’unico millennio accordatole di antichità nel n. 5.
* * *
7.
È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti.
Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza.
La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose.
La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico. Questo non vuol dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuol soltanto additare agli italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l’Italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.
Mentre nulla vi è da eccepire ai periodi primo e secondo di questa enunciazione, l’ultimo capoverso, invece, di essa è manifestamente incoerente.
Affermano gli AA. la concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana, ma... «l’indirizzo ariano-nordico». In sostanza, ciò significa che la concezione italiana deve basarsi sul nordismo, il quale come ognuno sa, nega recisamente qualunque virtú ai mediterranei considerati popoli di schiavi.
Ciò significa altresí, ripudiare tutta la civiltà italiana, la quale, secondo i nordisti avrebbe prodotto imbarbarimento e deviazione culturale nella civiltà dei puri nordici. I quali, viceversa, a malgrado della loro conclamata superiorità, sarebbero in sostanza nel fatto rimasti succubi della civiltà mediterranea in generale e di quella italiana in particolare. Strana contraddizione in termini che i nordisti non si sono dati cura di eliminare dai loro scritti.
Tuttavia, secondo gli AA., l’indirizzo ariano-nordico non deve significare adozione dei postulati del «razzismo tedesco o affermare che gli Scandinavi e gli Italiani sono la stessa cosa».
In che cosa l’indirizzo ariano-nordico si differenzi sostanzialmente dal razzismo tedesco non è dato vedere, ma gli AA. ci spiegano che si «vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee», il che non si vede come gli AA. senza contraddirsi vogliano per «elevare l’Italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso».
In tanto un modello fisico si può additare ad un artista ed un modello psicologico ad un educatore, ma non serve a nulla additarlo ad un uomo e ad una donna ai fini della procreazione. Si potrebbe pensare che gli AA. abbiano inteso additare agli Italiani la opportunità di accoppiamenti sessuali tra tipi umani con le caratteristiche morfologiche e psicologiche dei nordici, ma non si comprende come questa implicita svalutazione del tipo fisico e psicologico degli Italiani possa elevare questi ad una ideale e superiore coscienza di se stessi e ad una maggiore responsabilità.
Inutile insistere sull’aspetto patriottico di questi orientamenti, e quanto poco essi si concilino con l’affermata purezza della razza italiana.
- È necessario fare una netta distinzione tra i mediterranei d’Europa (occidentali) da una parte, gli orientali e gli africani dall’altra.
Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l’origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.
Si può dissertare in sede scientifica obiettivamente sull’origine africana o meno di popolazioni europee, senza che questo rappresenti un pericolo; pericoloso, invece, è di dimenticare che vi fu una unità mediterranea, che si realizzò politicamente sotto l’egida di Roma. In ogni modo gli AA. confondono nello stesso periodo le origini razziali e le relazioni e le simpatie ideologiche.
Noi potremmo, ad esempio, avere convenienza a relazioni e simpatie ideologiche politiche con gli arabi nella loro lotta per l’indipendenza dagli anglo-sassoni, senza, peraltro, dovere invocare una comune origine razziale.
L’Africa mediterranea è diversa dal resto dell’Africa. Dal punto di vista razziale è opportuno uscire dall’equivoco creato dalla denominazione geografica: Africa.
Questo Continente ha avuto ed ha diversa storia razziale secondo che la si consideri nella sua parte a nord del Sahara, in quella equatoriale ed in quella australe.
Particolarmente l’Africa mediterranea ha avuto relazioni continue e documentate con tutti i popoli mediterranei, pochissime, invece, con i neri veri e propri dell’Africa equatoriale.
Ciò, del resto, è facilmente comprensibile quando si ricordi la funzione segregatrice del deserto sahariano.
-
- Gli ebrei non appartengono alla razza italiana.
Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in genere è rimasto. Anche la occupazione araba in Sicilia nulla ha lasciato all’infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia.
Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli italiani.
L’affermazione è lapalissiana: nessun ha affermato comunanza di razza tra ebrei ed Italiani.
D’altra parte gli AA. affermano due cose contraddittorie e cioè: mentre da una parte i semiti-ebrei sono rimasti inassimilati in Italia perché costituiti da elementi razziali non europei (diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani) postulando quasi una reciproca repugnanza sessuale, da altra parte affermano che dei semiti-arabi nulla è rimasto, poiché «il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia».
Per modo che la razza semitica si suddividerebbe in due gruppi: uno assimilabile e l’altro non assimilabile dalla razza italiana.
Come scientificamente tale affermazione possa giustificarsi, gli AA. non ci dicono.
-
- I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo.
L’unione è ammissibile solo nell’ambito delle razze europee, nel qual caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un corpo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.
Mentre nel n. 6 viene proclamata la purezza della razza italiana, qui gli AA. ammettono l’incrocio di essa con le altre razze europee, poiché secondo essi, ma non secondo i razzisti tedeschi, tale incrocio non darebbe luogo ad un vero e proprio ibridismo, per il fatto che queste razze appartengono ad un «corpo comune» vocabolo nuovo sul cui significato non sarebbe inutile qualche illustrazione.
Non si può, basandosi su dati scientifici, stabilire che tutte le razze europee appartengono ad un ceppo o «corpo comune» in quanto sono in Europa gruppi razziali di origine uro-altaica, mongola, ariana, caucasica, iberica, etc.
Pertanto, l’Europeismo degli AA. legittima l’incrocio tra ariani e non ariani, il che dovrebbe, secondo le piú logiche e fondate previsioni, dar luogo alla formazione di veri e propri ibridi. Se, invece, si vuole l’incrocio soltanto tra gruppi sedicenti ariani si legittima l’incrocio con razze extra-europee, le quali, tuttavia, in contraddizione con quanto affermano gli AA. sarebbero apportatrici di una civiltà niente affatto «diversa» dalla millenaria civiltà degli ariani.
c) Nuovo testo di «manifesto della razza» approvato dal Consiglio superiore per la demografia e la razza il 25 aprile 1942.
Le razze umane sono da ritenere varietà della specie distinte per peculiari caratteri fisico-psichici, dei quali le culture e le civiltà sono manifestazioni concrete. Tali caratteri sono iscritti nel patrimonio ereditario e pertanto trasmissibili lungo la catena delle generazioni.
Influenze ambientali e contatti con altri gruppi hanno contribuito durante i millenni a determinare i caratteri dei gruppi umani civili attuali.
Le differenze che caratterizzano una realtà etnica derivano pertanto, non solo dal tramandarsi degli elementi genetici fondamentali, ma anche da forze creative tipiche, che si realizzano e si manifestano nel corso delle generazioni, in rapporto sia con l’ambiente, sia con le proporzioni numeriche dei gruppi umani venuti a contatto, sia con la graduazione delle azioni da essi reciprocamente spiegate, nel quale processo l’affinità elettiva ha importanza determinante.
Nella penisola Italica, circoscritta verso terra dalla barriera alpina, opponentesi alle grandi invasioni di masse, contornata per il resto dal mare, anche esso contrario alle grandi invasioni, ma favorevole invece ai traffici ed agli scambi culturali, la presenza dell’uomo risale indubbiamente agli albori stessi dell’umanità.
L’uomo infatti, ha abitato l’Italia fino dai primordi nei quali esso appare in Europa. La sua esistenza nelle piú remote età del quaternario è dimostrata da particolari industrie paleolitiche, ed anche se i suoi caratteri fisici non sono conosciuti, esso costituisce il «proto-antropo d’Italia».
Nel quaternario medio l’esistenza dell’uomo è documentata dai gruppi a cui appartengono gli uomini di Saccopastore e del Circeo. La scoperta dei resti fossili di questi uomini si può considerare come il primo capitolo documentato nella storia umana sulla terra d’Italia.
I gruppi umani viventi trovano i loro antenati negli antichissimi uomini del quaternario superiore, che a buon diritto possono essere chiamati protomediterranei Italici, i quali numerosi appaiono nelle grotte liguri, in Toscana, in Abruzzo, in Sicilia, e in tutta la penisola hanno lasciato evidenti resti delle loro industrie.
Pertanto la piú antica cultura dell’Italia è contemporanea a quella di altri paesi europei e si può ritenere con fondamento che essa abbia avuto qui sviluppo locale e parzialmente autonomo verso le forme superiori della civiltà neolitica.
Si può quindi postulare l’esistenza in Italia, sino dal paleolitico superiore, di una razza dotata di grandi qualità creative ed assimilatrici, destinata a far prevalere il proprio tipo fisico ed il proprio genio etnico e culturale. Da questi nuclei indigeni deriva una razza preistorica, creatrice della civiltà neolitica, formata in prevalenza da tipi umani ancora oggi largamente distribuiti nella penisola.
Molto piú tardi in Europa e quindi anche in Italia si determina un nuovo assetto etnico, con il sopraggiungere dei gruppi umani, che erano in possesso dei linguaggi, denominati ari od ario-europei. Questi gruppi della famiglia linguistica aria debbono avere trovato precocemente una forma di convivenza con i protomediterranei d’Italia, come avvenne ovunque in Europa e in parte nel continente asiatico, e com’è dimostrato dall’analisi delle lingue ario-europee, le quali, mentre attestano fonetismo e morfologia essenzialmente ari, conservano nel lessico ampie tracce di influenza del sostrato.
L’apporto culturale di questi gruppi ari ha influito sullo sviluppo della civiltà originaria italica in quanto vi ha trovato favorevoli condizioni, in virtú dello stesso grado da essa già raggiunto. Se altrimenti fosse non si spiegherebbe perché questi gruppi penetrati nel resto dell’Europa siano rimasti invece per molti secoli incapaci di creare una civiltà anche lontanamente comparabile con quella della nostra penisola. Dalla fusione dei due elementi etnici e dal loro genio culturale ha avuto origine, in uno con le innegabili influenze mediterranee, quel tipo di civiltà che si ritrova in Italia all’inizio della storia.
La nostra preistoria appare inconfondibilmente come un lungo e grandioso processo unitario, che può considerarsi autoctono nelle sue linee essenziali, attributo incomparabile della nobiltà delle nostre origini.
Nel quadro etnico e culturale della penisola, che si profila già alla soglia della storia, appaiono numerosi popoli la cui fisionomia mostra, ora maggior aderenza ai tratti della tradizione endogena, ora un sincretismo in cui prevale il fattore ario.
Sul panorama sostanzialmente unitario di civiltà e di popolo, che l’epoca dei metalli ci mostra in tutta l’Italia, con quei nuclei piú o meno attardati e quegli aspetti locali che sono nella realtà di ogni fenomeno unitario, si delineano le prime culture storiche, distinte concretamente dall’esistenza di una tradizione di memorie affidate alla scrittura: le civiltà degli Etruschi e delle colonie elleniche dell’Italia meridionale e della Sicilia.
Con gli Etruschi si matura in Italia una individualità etnica che è sua e di nessun altro popolo, che muove da caratteri comuni alle genti della penisola, e qui dove è nata, vive e si diffonde.
La colonizzazione ellenica, lungi dal segnare un distacco nella compagine etnica delle genti italiane, ha operato come elemento di una sempre piú intima elaborazione di questa unità, perché ha creato in una vasta zona d’Italia una fucina di trasformazione della piú illustre civiltà storica del Mediterraneo, la greca, offrendola già permeata di elementi italiani alla diffusione che di essa doveva operare l’unità politica di Roma.
La presenza di Celti in Italia, che non supera di molto il secolo e mezzo, si risolve in definitiva in una piú intima affermazione degli elementi base della popolazione preesistente.
Già di tale intima compenetrazione tra l’etnos e la civiltà delle popolazioni preesistenti e l’elemento ario sopravvenuto, Roma era stata espressione al tempo stesso tipica e grandiosa. È molto difficile indubbiamente potere sceverare nella compatta figura del popolo romano e della sua civiltà i tratti che derivano dal fondo da cui essa emerge e quelli che costituiscono l’apporto dell’elemento ario, tanto profondo è stato il sincretismo operatosi nel corso di molti secoli fra le genti proto-italiche, che nella penisola avevano attraverso i millenni elaborato una civiltà progredita, e di altre genti portatrici di impulsi vari.
Il popolo d’Italia ci appare quindi, al suo ingresso nella storia, come un popolo unitario; il che prova che alcuni caratteri genetici eletti, sia fisici sia psichici, hanno prevalso del sincretismo degli elementi diversi, ma tuttavia legati da affinità elettiva, generando un tipo umano superiore. Ai principî genetici che esso esprime fisicamente: per nobiltà di volto, solidità ed armonia di architettura corporea, per sempre rispondente potere di adattamento alle varie condizioni ambientali, spiritualmente: per qualità produttive dello intelletto per visione chiara e immediata della realtà, per spiccato senso etico e perspicuo intuito politico e giuridico, creatori ed informatori civili ordinamenti, la razza italiana deve la sua fondamentale originalità, mai smarritasi attraverso le sue svariate, millenarie vicende.
Si è determinato fra razza ed ambiente generale, naturale, un sinergismo che fa dell’italiano, in tutti i tempi, un elemento nettamente differenziato, nel quadro della vita e della civiltà europea. Ciò dà ragione del succedersi nella penisola di quattro civiltà diverse, tutte a carattere universale e contraddistinte da armonica grande altezza di pensiero, tutte capaci di esprimere dal loro seno personalità umane di risonanza mondiale, creatrici d’epoche storiche, di cui quella Fascista, dovuta al genio di Mussolini, è uno degli esempi piú grandiosi.
Quando nel 28 a. C. Ottaviano organizza amministrativamente le provincie d’Italia, l’ordinamento non risponde soltanto ad una individualità geografica, nettamente percepita dallo spirito realistico di Roma, ma rispecchia ancora un’unità etnica sulla remotissima base della originaria unità delle popolazioni primitive, sempre piú perfezionata.
Le invasioni, che sul cadere dell’Impero romano, per tutto il medio evo, si susseguono con varia intensità, passano senza nulla potere su questo blocco adamantino ed omogeneo degli italiani, che Roma ha collaudato. Il che costituisce ormai uno dei risultati piú sicuri dell’indagine critica moderna. Cessata la loro effimera funzione politica, i loro elementi demografici si dissolvono, oppure vengono eliminati, come è avvenuto degli Arabi in Sicilia; essi restano come accampati, nettamente distinti dalle popolazioni locali e rientrano in Africa, lasciando poveri avanzi, che ben presto si esauriscono.
Gli ebrei, gruppo etnico estraneo tendenzialmente disgregatore, hanno costituito sempre un’esigua minoranza, che non solo non ha intaccata in alcun modo, ma nemmeno sfiorata l’unità biologica e spirituale della razza italiana.
* * *
La compagine etnica d’Italia, risultato di questo lungo millenario processo, è nettamente definita nel momento in cui Augusto compie il suo ordinamento; e questo esprime ancor oggi, a circa due millenni di distanza, la sostanziale struttura dell’Italia moderna.
Note
-
Il «Manifesto della razza» fu pubblicato per la prima volta il 14 luglio 1938 senza alcuna firma. I nomi dei firmatari furono resi noti il 25 luglio con un comunicato del PNF. Il testo pubblicato era un rimaneggiamento (ad opera di Mussolini e di vari funzionari del ministero della Cultura popolare) di quello originario, tant’è che Pende chiese insistentemente al segretario di Mussolini la pubblicazione di una «nuova dichiarazione commissione razza sottoposta capo». Proteste per la pubblicazione pare che inoltrasse anche Visco. Per maggiori elementi cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo cit., pp. 275 sgg. ↩
-
Cosí come il successivo documento in ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario (1922-43), b. 278, fasc. 500014, «Min. Interno». ↩