13. Appunti e lettera-relazione di G. Bottai per Ciano e Mussolini (luglio 1940)
a) Appunto per Ciano.
13 luglio 1940
Ritengo che tu gradisca che io ti sottoponga alcune considerazioni, che sono andato facendo, in questi ultimi tempi, intorno ai problemi, che la vittoria militare porrà in ordine all’organizzazione della pace e alla stesura dei suoi strumenti internazionali. Sono idee, che avrai già avuto, di certo, o che almeno in parte potrai giudicare superflue; tuttavia, vorrai apprezzare l’animo con cui te le espongo.
Il trattato di Versaglia oltre il contenuto militare, territoriale, economico, ebbe anche un contenuto ideologico. Come si volle che la guerra fosse democratica cioè della democrazia contro avverse forze non ancora bene identificate, cosí si volle che la pace fosse democratica, iniziasse, cioè, un nuovo periodo di splendore per i principî della democrazia, giunti ormai alla piú alta espressione con il radicalismo massonico internazionale. Difatti, la grande esecutrice di Versaglia, piú della Società delle Nazioni e dei singoli Stati interessati o obbligati, doveva essere la Massoneria, vera superpotenza internazionale capace di influire fortemente cosí sulle relazioni degli Stati tra loro come sulla struttura e la vita degli Stati stessi.
La Costituzione di Weimar e quella della Cecoslovacchia furono gli strumenti civili e i paradigmi giuridici della vittoria democratica nata a Versaglia. Politici e giuristi furono distratti dalle iniquità sostanziali di Versaglia a profitto della egemonia anglofrancese con il miraggio delle democraticissime costituzioni predette e con un’abilissima propaganda che li fissò sui problemi formali del nuovo ordine internazionale, piuttosto che su quelli sostanziali. Mussolini è stato il primo a denunciare Versaglia come pericolo e non garanzia della pace e della giustizia nel mondo.
Da questa premessa discende, che il trattato di pace che metterà fine alla presente guerra deve avere anch’esso il suo contenuto ideologico, perché effettivamente tramonta un’epoca ed un’altra ne sorge. Tramonta l’epoca che aveva i suoi testi e i suoi pilastri nella Magna Charta inglese, nella Costituzione americana, nella Dichiarazione dei diritti dell’Uomo, nella Costituzione di Weimar ed in quella di Praga, sorge il secolo che possiamo dire comprensivamente fascista.
1) Necessità, quindi, che in una premessa o parte del Trattato vi sia questa Dichiarazione dei nuovi principî, che sia come lo statuto politico dell’ordine nuovo. Dichiarazione tanto piú necessaria quando si pensi non solo a quelle autorevolissime da costituire, ma a quella insidiosissima che rimane nel nome della Russia. Questo è un particolare, che man mano rivelerà le sue vere proporzioni. La Costituzione russa, che già fu salutata come la piú democratica del mondo, potrebbe assumere la funzione di miraggio per le borghesie e gli intellettuali afascisti o antifascisti, come il bolscevismo russo è il miraggio delle folle dei diseredati di tutto il mondo.
2) Come il Trattato di Versaglia dedicò la sua Parte XIII ai problemi sociali e del lavoro, cosí il Trattato dell’Asse dovrebbe enunciare i principî fascisti dell’organizzazione e della piú alta giustizia sociale.
L’Italia ha già i suoi testi per le relazioni interne e quelle esterne: la Carta del Lavoro e le proposte ripetutamente illustrate a Ginevra da me per un Consiglio corporativo internazionale. Sono del parere che il BIT, come funzione, non dovrebbe essere disperso, bensí trasformato in un grande Centro di studi e di informazioni sociali con sede a Roma o in altra città italiana, comprensivo anche dell’ufficio Gioia e Lavoro ora a Berlino. L’Italia di Mussolini è stata la prima ad elaborare nuovi principî di convivenza sociale, a difenderli contro la vecchia organizzazione ginevrina; è giusto che ospiti il nuovo istituto.
Circa l’attività e la competenza del progettato Centro tenere presenti le intime relazioni esistenti tra il sociale e l’economico e l’esperienza già fatta dal BIT nei confronti della Sezione economica della SdN.
Può darsi che nella formulazione della Carta internazionale del lavoro le Potenze dell’Asse non si trovino perfettamente d’accordo, date le profonde differenze tra i due sistemi di organizzazione dei produttori, esistenti nei due paesi. Non è però difficile l’accordo, a condizione che siano esplicitamente sanciti il principio del sindacato giuridicamente riconosciuto, che è veramente il grande principio critico della Rivoluzione del 1789, ed il principio corporativo come sistema di formazione degli organi rappresentativi e direttivi della vita interna.
Naturalmente l’Italia dovrebbe riformare molti dei suoi ordinamenti attuali, per offrire un esempio incoraggiante di nuova organizzazione statuale e sociale. Ministeri, Corporazioni, Confederazioni, Enti parastatali, parasindacali, pubblici in genere dovrebbero essere sottoposti, insieme con l’ordinamento della burocrazia, ad una profonda, organica revisione con l’intento di semplificare, snellire e potenziare tutte le pubbliche funzioni, specie quelle inerenti alla vita economica della Nazione.
3) Il nuovo Trattato di pace conterrà certamente stipulazioni finanziarie ed economiche. Solo un’equa distribuzione delle materie prime fondamentali potrà seriamente garantire da egemonie. Lo scambio tra prodotti o servizi quantitativamente bilanciato costituisce un equilibrio fallace ed illusivo perché è sempre piú forte chi possiede le materie di maggior pregio.
Ciò valga anche per le indiscrezioni pubblicate sul compito affidato al Dott. Schacht. L’organizzazione economica dell’Europa, unitariamente intesa, deve indubbiamente poggiare sul principio della complementarità delle economie; ma v’è modo e modo di applicare questo principio. V’è un modo statico, desunto cioè dalla configurazione economica di un Paese in un determinato momento, e v’è un modo dinamico, desunto cioè da una considerazione delle capacità e delle necessità economiche di un Paese valutate relativamente al peso politico, morale del Paese stesso.
Con il primo modo si organizza una supremazia dei Paesi industriali su quelli agricoli, con il secondo un sistema di collaborazione che, sotto la spinta del principio autarchico nazionale corretto da una ben intesa esigenza di costi comparati, favorisce il progresso economico di tutti e di ciascuno.
Naturalmente anche in questo campo l’Italia dovrebbe compiere una coraggiosa revisione delle sue posizioni per tendere al miglioramento della qualità ed alla riduzione dei prezzi di molte sue produzioni autarchiche, se vuole incrementare il suo commercio estero e normalizzare quello interno che presenta, ormai, tutte le caratteristiche dei regimi monopolistici.
- 4) Allo studio di tutti questi problemi non è bene far partecipare esclusivamente gli organi dell’amministrazione dello Stato e non pure quanti per la loro attività scientifica e professionale hanno acquistato una speciale competenza e riconosciuta fama. Poiché la grande maggioranza di costoro appartengono alle categorie dei docenti universitari, è evidente il grande contributo che il Ministero dell’Educazione Nazionale potrebbe dare al Duce ed agli organi da Lui designati. È desiderabile, che quanti s’accingano, per ordine del Duce, a studiare questi problemi lo facciano in collaborazione con l’Università, i cui rappresentanti in seno a eventuali Commissioni è bene siano designati e scelti con la collaborazione mia e dei miei uffici.
b) Appunto per Mussolini.*
19 luglio 1940
L’Italia, in collaborazione con la sua alleata, dovrà tra poco dirigere i destini dell’Europa «fascista o fascistizzata». All’uopo dovranno essere, forse, accentuati taluni modelli politici, giuridici, sociali ed economici, già costruiti dal Fascismo; mentre altri, in vista delle nuove esigenze, dovranno esserne creati.
Il fronte rivoluzionario del pensiero, tra le cue file militano i piú autentici combattenti, alimentato dalla fede e dallo studio, anela di porsi ai Vostri ordini per valorizzare la Vittoria, consolidare la Rivoluzione e riaffermare le piú nobili tradizioni fasciste anche nella ricostruzione economica dell’Europa.
Già i camerati dell’Asse hanno iniziato l’esame di taluni settori. In un congresso di docenti tenuto a Weimar, nei primi giorni di luglio, sono stati trattati temi attinenti alla «Scienza economica nella guerra di rivoluzione». Il convegno, dopo avere affermato, che occorre sostituire al morto sistema una nuova vitale costruzione, pone, tra l’altro, una concezione degli scambi internazionali basata, come in Italia e in Germania, non sulla signoria del prezzo piú
economico e della concorrenza, ma sul principio del giusto prezzo. In materia politica, il Rosenberg ha esaminati i criteri, ai quali si dovrà ispirare la vita del nord-Europa. Altri studiosi si sono occupati delle trasformazioni formali e strutturali alle quali dovranno adeguarsi gli istituti e le associazioni internazionali modellati finora sulla Società delle Nazioni. Altri hanno trattato del concetto di valore rappresentato non piú dall’oro e dal capitale, ma dalla produzione e dal lavoro; in armonia con queste premesse sono anche state tracciate le caratteristiche della moneta-segno.
Una nostra gradita collaborazione a questa opera di severa dottrina potrebbe essere utilissima dopo che all’interno del Paese fosse stata individuata ed esaminata la materia. Gli studiosi dei problemi etnici, geografici, culturali e storici potrebbero offrire importanti elementi alla ricostruzione. Nel campo economico e giuridico l’equilibrio degli scambi, il prezzo, le barriere doganali, la giustizia sociale, la moneta, la finanza, la banca, l’ammasso, l’autarchia, il regime coloniale, e, in special modo il sistema corporativo, esaminati dall’angolo visuale della Vittoria dell’Asse, possono dar luogo a considerazioni teoriche nuove, non prive di utilità per le pratiche applicazioni.
I docenti delle Università italiane considererebbero come loro piú ambito privilegio cimentarsi, su Vostre direttive, ad una ricognizione generale della dottrina fascista, raggrupparla in settori e prospettare, da un punto di vista rigorosamente teorico, i possibili orientamenti. I temi sarebbero preventivamente sottoposti al Vostro giudizio e il lavoro non dovrebbe, penso, assumere la forma esteriore di un convegno. Sarebbe compiuto a celerissime tappe, in composto silenzio, nel concluso ambito accademico, e Vi sarebbero poi presentate le conclusioni, che potrebbero rimanere riservate fino a che Voi lo giudichiate opportuno; od anche essere esaminate o discusse da altri settori del Regime.
La giovane generazione dei docenti delle nostre Università, educata al costume fascista nel clima fascista, si sente anche essa una milizia ai Vostri ordini e, come tale, chiede di servirVi. Se l’esperimento, come io ritengo, sarà fecondo, potrete, successivamente, esaminare l’opportunità di porre i migliori elementi a contatto con i camerati docenti tedeschi per unificare, in feconda e leale collaborazione, taluni principî teorici che dallo studio saranno affiorati e che Voi avrete ritenuti conformi allo spirito della dottrina fascista.
c) Lettera-relazione per Mussolini.
20 luglio 1940
Duce,
ritengo mio dovere farTi un rapporto, desunto da mie osservazioni e deduzioni circa l’attuale momento politico e il compito particolare della cultura italiana nella preparazione della pace, desunte da miei contatti d’ufficio con il mondo universitario italiano. Forse, non avranno alcun interesse per lo svolgimento del Tuo pensiero; ma le vorrai considerare per quel poco che valgono.
Prima di entrare in argomento occorre premettere alcune osservazioni sulle tendenze politiche della nostra cultura e sul suo atteggiamento nei riguardi del Fascismo. Poiché, se è vero che in venti anni di Fascismo le nuove concezioni hanno sempre piú inciso sulla vita del Paese trasformandola radicalmente, è pur vero che, per quel che riguarda la cultura, si è venuto via via approfondendo un contrasto, che ha irrigidito gli intellettuali in uno sterile conservatorismo. Di un movimento culturale fascista si è potuto parlare nei primi anni della rivoluzione, sulla base di alcuni elementi nazionalistici e idealistici, concretatisi nelle riforme del 1925 e poi sboccati nelle prime affermazioni del corporativismo, prima e dopo la Carta del Lavoro. Col declino del nazionalismo e dell’idealismo il movimento culturale fascista si è orientato poi in senso sempre piú corporativistico, sviluppando il lato piú propriamente rivoluzionario della nuova concezione sociale. È stato, forse, questo il periodo piú fecondo della collaborazione: quella frazione della cultura italiana che vi ha partecipato è riuscita a porsi davvero su un piano rivoluzionario e a costringere la piú grande frazione conservatrice a scendere sul terreno della polemica e a collaborare anch’essa indirettamente. Gli anni che vanno dal 1932 al 1935 sono da questo punto di vista i piú ricchi di risultati e la nostra ideologia rivoluzionaria ha avuto allora un’influenza notevole anche all’estero, in primo luogo sul nazionalsocialismo, che, giunto al potere nel 1933, si rivolgeva al Fascismo per seguirne l’esempio.
Ma, sopravvenuta la guerra d’Etiopia, la cultura italiana ha taciuto rinunciando a ogni ulteriore collaborazione. Sul piano speculativo la critica sempre piú rigorosa condotta contro l’idealismo lo ha estraniato definitivamente dal processo rivoluzionario. Sul piano sociale la fine della discussione intorno ai principî del corporativismo ha arrestato l’elaborazione della nuova scienza politica ed economica. Messa a tacere la minoranza rivoluzionaria, la vecchia cultura conservatrice si è trovata senza avversarî e si è rafforzata nelle sue posizioni, mascherandosi in gran parte con un ossequio estrinseco e adulatorio nei confronti del Regime.
Siamo giunti cosí al settembre scorso. Quattro anni di silenzio ostile della cultura non potevano non influire sulla coscienza della Nazione. Sempre piú antirivoluzionaria, la classe intellettuale si ritirava nelle posizioni piú tradizionali: liberalismo e cattolicismo. D’altra parte le esigenze della rivoluzione sul piano politico, non secondate dal movimento culturale, erano costrette a far leva sulle ideologie del nazionalsocialismo, che procedeva rapidamente nel suo cammino. Questa necessità di fatto accentuava a sua volta l’ostilità della cultura e alimentava un movimento di reazione che si estendeva fino alle classi popolari. Nulla di strano quindi, se, scoppiata la guerra, pressoché tutta l’Italia si è trovata anglofila e francofila, antitedesca e antirivoluzionaria.
[Mancano nove righe illeggibili per deterioramento nell’originale].
La colpa del disorientamento ricade nella massima parte sul mondo intellettuale; e ben si spiega il disprezzo con cui la cultura è guardata da chi ha fede rivoluzionaria. Ma è pur vero che, nel campo della cultura, esistono degli elementi preparati ideologicamente e scientificamente ai compiti della Rivoluzione e che su di essi si potrebbe far leva per rinnovare dall’interno, un mondo da cui non si può prescindere. Chi vive nella scuola sa che escono ogni anno da essa tanti giovani che attendono invano di essere orientati per lavorare, con serietà scientifica, a un’opera di ricostruzione. Accompagnando con un atteggiamento di diffidenza tutto il mondo della cultura e non discriminando in esso il vecchio e il nuovo, si corre il rischio di abbandonare i giovani alla forza della tradizione e di alimentare in essi lo stesso spirito di ostilità che anima i vecchi.
Questa premessa mi è sembrata necessaria per chiarire quello che a me sembra il compito di oggi. Spiritualmente impreparati e disorientati siamo forse alla vigilia della pace, con la coscienza che vincere la pace è cosa affatto diversa dal vincere la guerra. Ora credo che si possa senz’altro affermare che vincerà la pace chi saprà meglio fare la Rivoluzione, chi saprà offrire al mondo, in termini precisi e concreti, ideologicamente e tecnicamente, il programma rivoluzionario piú comprensivo, che, saldando il processo tra il vecchio e il nuovo, riesce a guadagnare la fiducia dei vincitori e dei vinti. E per far questo occorre uscire subito dal disorientamento, mettersi al lavoro e presentarci accanto alla Germania, anzi prima di tutto alla Germania, con idee chiare e di ampio respiro.
Ma, intanto, per quel che mi pare di vedere attraverso qualche sintomo, sia pure vago ed impreciso, e qualche commento ai piani di ricostruzione circolanti nella stampa tedesca, si va delineando una tendenza a chiudere il problema della pace nel problema particolaristico della pace italiana e a giuocare senza chiara consapevolezza su un concetto equivoco di autarchia. Ho timore, insomma, che si ripeta sul piano della pace quello stesso errore che, senza il Tuo energico intuito si poteva compiere sul piano della guerra: lasciare sola la Germania e lasciarci sfuggire l’iniziativa rivoluzionaria.
La Germania ha due modi di fare la pace e di realizzare la propria vittoria: uno conservatore e plutocratico, l’altro rivoluzionario e corporativo. Nel primo caso resterà la Germania imperialista di fronte a un’Europa piú o meno vassalla, in una nuova sorta di equilibrio instabile e in un’irriducibile contrapposizione di ideologie e di programmi. Nel secondo, assolverà una funzione di carattere internazionale – europea e piú che europea – realizzando un ordine nuovo, in una comunanza di principî ideali e di interessi, per cui il benessere della Germania sarà condizionato dal benessere degli altri Paesi.
Quale dei due modi prevarrà? Il pericolo della prima soluzione è evidente: il vincitore arricchito delle spoglie del nemico tende a diventare conservatore e a mantenere la superiorità raggiunta nei confronti del vinto. Ma non è detto che questo criterio debba trionfare ed anzi ci sono serie ragioni per pensare il contrario. Una prima è data dalla spinta rivoluzionaria, collettivistica, che ha condotto la Germania alla vittoria, sul fondamento di una struttura sociale e di una tecnica che non possono venire arrestate nel loro processo organico. Una seconda ragione può essere data – e in modo decisivo – dall’azione del resto dell’Europa, ma soprattutto dell’alleato vincitore, dell’Italia. Se, infatti, l’Italia solleciterà dalla Germania la seconda soluzione e agirà sul resto dell’Europa nel senso di questa piú intima collaborazione, contribuirà ad attenuare e poi ad eliminare le tendenze tedesche conservatrici e a raggiungere la fine della politica di equilibrio.
Ora, purtroppo, il criterio che comincia a prevalere in Italia è in completa antitesi con questa seconda soluzione. Sulla base di una iniziale diffidenza verso la Germania e del terrore del suo predominio, si auspica una vittoria dell’Asse nel senso della costituzione di due sfere separate d’influenza, di due unità economiche autarchiche, di due autonomie cioè, che consentano all’Italia un futuro giuoco politico eventualmente antitedesco. Ma non si considera, cosí facendo, che circoscrivere la sfera d’influenza tedesca in una nuova forma di equilibrio europeo significa potenziarne il razzismo nel suo significato piú materialistico e il suo imperialismo nel senso della maggiore prepotenza. Una Germania circoscritta non potrà non volere subordinare a sé gli interessi dei paesi confinanti, non volere giungere, prima o poi, al Mediterraneo attraverso Trieste, non avviarsi a una influenza sempre maggiore in questo mare, non far dilagare, in altri termini, il suo dominio a danno delle altrui sfere d’influenza. E questa necessità intrinseca al suo imperialismo – comune a ogni imperialismo, ma tanto piú forte quanto piú legato all’orgoglio razzista – sarà aggravata dalla piena consapevolezza che la Germania avrà della nostra diffidenza e del nostro programma. La diffidenza si paga con la diffidenza, e la diffidenza sul piano politico ed economico si traduce nel desiderio di diminuire e di boicottare. La nostra azione sarà ostacolata in tutti i sensi, la nostra industria menomata, i nostri mercati circoscritti. Date le diverse posizioni di partenza, la concorrenza sarà tutta a nostro danno e il rapporto di dipendenza non potrà essere evitato. L’ideale dell’autarchia troverà cioè in se stesso la propria negazione e ciò che si vuole evitare sarà banalmente sollecitato. Dal punto di vista sociale, poi, le reciproche autarchie non potranno non dare luogo alla costituzione di due plutocrazie e particolarmente di una plutocrazia italiana al servigio di quella piú forte. Il fine rivoluzionario, frustrato sul terreno internazionale, sarà a maggior ragione negato nella politica interna.
Alla politica autarchica si contrappone il pericolo della economia complementare, quale risulterebbe da un piano tedesco già delineato. La Germania sarebbe circondata da paesi agricoli e il suo dominio si eserciterebbe non nella contrapposizione dall’esterno agli altri paesi, bensí nell’organizzazione dall’interno della nuova Europa. Ma è qui, su questo piano appunto, che l’Italia e poi il resto di Europa possono operare correggendo il concetto di complementarità a beneficio proprio e degli stessi tedeschi. Accettato il concetto di collaborazione, la forma e i risultati di essa dipendono dai collaboratori. E dipenderà proprio da noi se sapremo convincere i tedeschi che nell’interesse nostro e loro il criterio della complementarità implica lo sviluppo industriale massimo di tutta l’Europa, e se, in conseguenza, sapremo indurli a favorire il potenziamento delle nostre industrie.
Riassumendo, credo che i principî fondamentali della nostra azione politica dovrebbero essere i seguenti:
- I. Lealtà massima con i Tedeschi. Solo sul piano della lealtà si può costruire un programma rivoluzionario e farne propaganda internazionale. La politica di equilibrio implica la contrapposizione tra ciò che si pensa e ciò che si dice, quindi la diplomazia, quindi la classe dirigente che ha il segreto e che si contrappone alla massa, quindi il malcostume, il borghesismo, la plutocrazia.
- II. Ingrandimento del campo di azione dei vincitori in un’opera di carattere internazionale, che modifichi il concetto di razza e di autarchia, trasportandolo dal terreno materialistico a quello spiritualistico.
- III. Preparazione di un piano rivoluzionario corporativo che, per il principio ideale e per le sue determinazioni tecniche, risponda alle piú profonde esigenze spirituali di oggi e possa guadagnare la fiducia dei vincitori e dei vinti.
Ma, se questi sono i principî che debbono guidare la nostra azione, è chiaro che occorre mettersi subito al lavoro e sollecitare fin d’ora un movimento culturale che abbia la possibilità di pesare ideologicamente e politicamente. I tedeschi si preparano già da lungo tempo e noi siamo assenti: diffidiamo inutilmente di loro e ci mettiamo senza discutere nelle loro mani.
Tutto questo ho voluto dirTi perché Tu non creda che gli esponenti della cultura italiana siano senza eccezione sull’Aventino. Penso anzi che la riserva migliore sulla quale possa fare assegnamento l’Italia sia quella della cultura e che la carta principale per riprendere l’iniziativa della Rivoluzione nel suo gioco politico internazionale sia quella della ideologia. Penso ancora che, iniziato il movimento, molti giovani studiosi si rivelerebbero improvvisamente e si porrebbero con fede e con insostituibile capacità al lavoro di costruzione scientifica e politica. Ma la condizione imprescindibile per raggiungere questo risultato è che il movimento scientifico possa svolgersi con serenità e continuità, in un’atmosfera che, pure essendo politica, sia sottratta alle vicende troppo contingenti dell’azione politica piú immediata. Preparare un piano corporativo di carattere internazionale significa approfondire la critica dell’equilibrio politico ed economico (liberalismo), il significato positivo e negativo dell’autarchia (organismo economico e protezionismo), il problema della moneta aurea e della sua sostituzione (economia del lavoro e disoccupazione), il problema dell’organismo economico internazionale (corporazione generale o territoriale), il criterio dell’economia complementare (nel significato tedesco e in quello che potrebbe essere il significato italiano), il rapporto tra il sistema europeo e il sistema mondiale (rivoluzione parziale o totale) il rapporto tra Fascismo e Bolscevismo (gerarchia e democrazia), il problema delle materie prime e delle eccedenze demografiche (distribuzione dei territori o circolazione delle masse), il rapporto tra economia rurale ed economia industriale (paesi poveri e paesi ricchi), le riforme istituzionali interne e internazionali (parlamentarismo, società e gerarchia delle nazioni), il significato del razzismo e delle sue conseguenze politiche (germanesimo, ebraismo, popoli latini, razze gialle), ecc. Basta accennare a questi problemi per intuire subito la complessità e la reciproca interferenza. I Tedeschi li stanno affrontando metodicamente e con una continuità di principî e di ricerche che dura ormai da parecchi anni. In Italia non solo si è fatto pochissimo, ma in generale non si sospetta, anche da chi siede sulle cattedre, che tali problemi esistono e possano essere oggetto di studio. Quelli che potrebbero fare, e che si trovano dinanzi alla incomprensione e alla ostilità misoneistica della scienza accademica, avrebbero bisogno di essere posti nelle condizioni spirituali e materiali di lavorare e discutere su un piano di superiore dignità.
I docenti delle Università italiane considererebbero come loro piú ambito privilegio cimentarsi, su Tue direttive, ad una ricognizione generale della dottrina fascista, raggrupparla in settori e prospettare, da un punto di vista rigorosamente teorico, i possibili orientamenti. I temi sarebbero preventivamente sottoposti al Tuo giudizio e il lavoro non dovrebbe, penso, assumere la forma esteriore di un convegno. Sarebbe compiuto a celerissime tappe, in composto silenzio, nel concluso ambito accademico, e Ti sarebbero poi presentate le conclusioni, che potrebbero rimanere riservate fino a che Tu lo giudichi opportuno; od anche essere esaminate e discusse da altri settori del Regime.
La giovane generazione dei docenti delle nostre Università, educata al costume fascista nel clima fascista, si sente anche essa una milizia ai Tuoi ordini e, come tale, chiede di servirTi. Se l’esperimento, come io ritengo, sarà fecondo, potrai, successivamente, esaminare l’opportunità di porre i migliori elementi a contatto con i camerati docenti tedeschi per unificare, in feconda e leale collaborazione, taluni principî teorici che dallo studio saranno affiorati e che Tu avrai ritenuti conformi allo spirito della dottrina fascista.