Capitolo II
156–157

Capitolo secondo: Il «consenso» tra la metà del 1936 e la metà del 1940

All’inizio del precedente capitolo abbiamo delineato un rapido quadro d’insieme dell’atteggiamento verso il regime fascista del paese nella seconda metà degli anni trenta. Anche se in qualche caso – in particolare parlando dei cattolici militanti – il nostro discorso è stato un po’ piú approfondito, volutamente non siamo però entrati in dettagli, limitandoci ad accennare a ciò che ci è sembrato necessario per delineare il quadro di riferimento generale per il discorso sul regime, i suoi problemi, le sue prospettive per il futuro, che volevamo sviluppare. Nei prossimi capitoli, trattando dei vari momenti della politica estera fascista tra la metà del 1936 e la metà del 1940, vedremo le ripercussioni che essi ebbero sull’atteggiamento del paese in generale e delle sue varie componenti di fronte al regime e a Mussolini. Quello che abbiamo detto e quello che diremo non può però esaurire il problema. Per comprendere veramente la realtà italiana tra la conclusione della guerra d’Etiopia e l’entrata dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, è necessario penetrare piú profondamente nell’atteggiamento del paese. È necessario rendersi bene conto di quale fosse il sottofondo sul quale agivano sia la politica di totalitarizzazione del regime di cui abbiamo già parlato sia la politica estera fascista di cui parleremo piú avanti e, dunque, capire, da un lato, quanto l’evoluzione della politica interna ed estera influí sull’atteggiamento del paese e, da un altro lato, in che modo questo reagí ad essa; ovvero, detto con altre parole, cosa in tale evoluzione può essere considerato una anticipazione di ciò che nell’atteggiamento del paese avvenne negli anni della partecipazione dell’Italia al secondo conflitto mondiale e cosa, invece, deve essere considerato peculiare della realtà del regime fascista in questo periodo della sua storia e, quindi, da vedere non nell’ottica del poi effettivamente realizzatosi, ma in quella in cui il regime doveva collocare il suo futuro. Se non si capisce ciò si ricade nell’errore, in cui – come giustamente ha osservato G. Amendola1 – è caduta per anni la storiografia antifascista, quello cioè di gonfiare le prove di una opposizione manifesta alla guerra nel 1940 e – aggiungiamo noi – di una diffusa e consapevole opposizione al fascismo, che in realtà furono molto meno diffuse, manifeste e consapevoli di quello che comunemente si tende ad affermare e, per di piú, non avevano la forza per manifestarsi ed aggregarsi. O, peggio, in quello, contro il quale E. Curiel polemizzava esplicitamente e definiva «assurdo» già nel 19382, che «soltanto la repressione continua e spietata» riuscisse «a mantenere in piedi il regime fascista contro la volontà unanime degli italiani».

157–159

Nel giugno 1940 – ci riferiamo a questa data perché, ai fini del nostro discorso, è indubbiamente la piú significativa – ciò che a questo proposito caratterizzava la situazione italiana era:

  • 1) la ancora notevole, nonostante tutto, presenza di un consenso al regime, largamente passivo ormai (il che non vuol dire però frutto solo di coercizione), ma in settori del paese non certo trascurabili anche attivo;
  • 2) l’estrema debolezza, quantitativa e organizzativa e, quel che piú conta, politica (incapacità di iniziativa aggregatrice rispetto al paese) dell’antifascismo attivo di qualsiasi tendenza;
  • 3) la completa dispersione ed impotenza di tutte le forze sociali e politiche interne al regime, attente ognuna solo ai propri particolari problemi e interessi e, quindi, oggettivamente e soggettivamente incapaci di qualsiasi iniziativa anch’esse.

Caratteristiche della situazione del giugno 1940, queste tre realtà vanno sempre tenute presenti per capire tutto il periodo di cui ci stiamo occupando e non bisogna lasciarsi trarre in inganno – sopravvalutandone l’importanza e dando loro il significato di una linea di tendenza – da fatti particolari, quali la ripresa antifascista in occasione delle prime fasi della guerra civile spagnola3, o da forme di scontento e di preoccupazione per il futuro anche assai diffuse, quali quelle determinate dall’aggravarsi del pericolo di un conflitto intereuropeo4 e dalle ripercussioni sulle condizioni di vita delle masse della sempre piú difficile situazione economica. Tali fatti, per quanto importanti e tali da destare l’attenzione e talvolta le preoccupazioni dell’apparato poliziesco e del PNF e per sino di qualcuno dei massimi esponenti del regime5, furono infatti o momentanei e controllabili con gli strumenti repressivi di routine o non assunsero mai caratteri tali da poter parlare di un elementare antifascismo spontaneo delle masse o anche solo di una sorta di stadio di preparazione ad esso. Per assumere tali caratteri lo scontento e le preoccupazioni, per vivi che fossero, mancavano infatti di un elemento essenziale: una concreta prospettiva alternativa al fascismo e, salvo per piccoli gruppi – anche tra le masse operaie dove pure il problema era assai piú semplificato, riducendosi in pratica alla contrapposizione fascismo-comunismo –, un modello di regime in cui avere veramente fiducia per la sua efficienza e per la sua adeguatezza a scongiurare mali maggiori o non diversi da quelli che travagliavano altri paesi o grazie ai quali il fascismo si era affermato.

159–161

Le relazioni annuali della direzione generale della PS e di Bocchini sull’attività antifascista, l’ordine pubblico e i sentimenti popolari6, pur nel loro tono sempre piú burocratico e, qua e là, eccessivamente ottimistico7, sono a questo proposito significative. Come quelle degli anni precedenti8, esse continuano a considerare l’«ordine pubblico» e i «sentimenti popolari» distinti dall’«attività antifascista», come due problemi separati, privi di effettivo collegamento tra loro. L’antifascismo ha ampio spazio solo nella relazione relativa al 1936:

Se l’impresa etiopica non ebbe alcun effetto in favore dei partiti politici antifascisti, ma anzi rafforzò ed esaltò lo spirito patriottico del popolo italiano e portò perfino ad un riesame di coscienza non pochi antifascisti, le vittorie dei «fronti popolari» nelle elezioni politiche francesi e spagnole prima e la guerra civile spagnola dopo hanno avuto un innegabile ripercussione in quella parte del popolo Italiano che non ha aderito con pieno animo al Regime.

Ciò non solo non è sfuggito all’attenzione della polizia ma era stato previsto fin dal primo delinearsi della prevalenza dei partiti estremisti all’estero, cosicché è stato possibile apprestare subito i mezzi migliori per evitare che le speranze cosí presto rifiorite nell’animo dei pochi individui rimasti irriducibilmente avversari del Regime, avessero una qualsiasi influenza su vasti strati della popolazione. Con rapida e simultanea azione dell’OVRA e delle Questure, sono stati arrestati elementi antifascisti tra i piú audaci, da tempo tenuti d’occhio dagli organi di polizia, specialmente nelle provincie di Torino, Milano, Venezia, Padova, Rovigo, Trieste, Modena, Bologna, Livorno e, susseguentemente, in altre provincie, come Firenze, Savona, Parma, Ancona, Terni e Bari. Gli arrestati maggiormente responsabili sono stati denunziati al Tribunale Speciale e gli altri colpiti con provvedimenti di polizia.

Da tale pronta azione della polizia sono stati sconvolti i primi e piú audaci disegni dei sovversivi, che mostrano ora di avere compreso l’inanità dei loro sforzi per raggiungere rapidamente i loro intenti e sono tornati ad usare una tattica piena

Si è avuto invece un maggior numero di manifestazioni individuali di sovversivismo, esplicatesi con grida, discorsi privati, iscrizioni murali ecc., dovute indubbiamente alle ripercussioni della guerra civile spagnola ed agli altri avvenimenti verificatisi all’estero in vantaggio dei partiti estremi. I responsabili sono stati sistematicamente arrestati e colpiti con provvedimenti di polizia.

Il movimento «giustizia e libertà» che ha continuato a tenersi distinto nell’opera di propaganda dal partito comunista, malgrado in un certo momento avesse stretto un patto di azione comune, si è esplicato nel decorso anno con la solita spedizione di manifestini e del libello «Giustizia e Libertà» in formati ridottissimi e col metodo reclamistico ripetutosi due volte e già usato nei decorsi anni, del lancio di palloncini di gomma, contenenti manifestini, da località prossime alla frontiera, in modo che, col favore del vento, cadessero nel territorio nazionale. Tale movimento, che si rivolge specialmente alle classi intellettuali, ha trovato minore rispondenza che negli anni precedenti negli oppositori del Regime residenti nel Regno e le poche persone che hanno voluto dare attività in suo favore sono state prontamente identificate ed arrestate.

Il movimento anarchico, piú povero di mezzi, nell’anno testé decorso, in conseguenza della lotta civile spagnola, nella quale gli anarchici hanno tanta parte, ha avuto un certo risveglio e viene seguito attentamente dalla polizia per la maggiore pericolosità individuale dei suoi aderenti.

Gli altri minori partiti sovversivi che, per la loro limitata organizzazione, non possono esplicare un’efficace azione fuori dei confini dello Stato che l’ospita, non hanno avuta alcuna sensibile influenza negli avvenimenti del decorso anno e quando hanno voluto prendere parte attiva all’azione antifascista si sono dovuti rimettere al seguito di «giustizia e libertà».

161–162

Nelle relazioni per gli anni successivi non solo lo spazio dedicato all’attività antifascista è molto minore, ma esse lasciano chiaramente trasparire come – passato il momento iniziale della guerra civile spagnola e delle sue maggiori ripercussioni su un certo numero di antifascisti piú o meno «dormienti» – la lotta all’antifascismo, pur continuando ad imporre alle forze di polizia una costante opera di sorveglianza, prevenzione e repressione e un continuo sforzo di adeguamento ai sempre nuovi mezzi usati dai partiti antifascisti per far penetrare la loro voce in Italia e per mantenere i contatti con i gruppi di militanti che vi erano attivi, tornò con il 1937-38 a costituire per il regime un problema meno preoccupante di altri e – ciò che piú importa – addirittura decrescente9. Né ciò che oggi sappiamo sulla situazione e l’attività dell’antifascismo in questi anni contrasta sostanzialmente con questo quadro. Lo rende qua e là un po’ piú mosso, non però molto diverso e soprattutto, dal punto di vista del regime, meno realistico10.

162–164

Piú complesso è il discorso sull’«ordine pubblico» e sui «sentimenti popolari». Se si fa propria la logica di Bocchini e, dunque, si vede il problema alla luce discriminante del turbamento o meno dell’ordine pubblico e dell’atteggiamento pubblico della massa dei cittadini verso il regime, il quadro delineato dalle relazioni annuali della polizia è a questo proposito sostanzialmente fedele e si può sintetizzare in quattro punti: 1 ) sostanziale assoluta tranquillità del paese; 2) qualche incidente e qualche agitazione di lavoro, per altro di scarso rilievo, dovuti essenzialmente a cause di natura locale e/o economiche e che non assunsero mai carattere politico, di opposizione al regime; 3) gli incidenti e le agitazioni a carattere economico ebbero luogo in gran maggioranza nella seconda metà del 1936 e all’inizio del 1937; dopo gli aumenti salariali del luglio ’36 e soprattutto dell’aprile ’37 il loro numero decrebbe notevolmente11; 4) in tutto il periodo considerato nulla faceva ritenere che i sentimenti popolari verso il regime fossero mutati. Se però si adotta una logica meno restrittiva, meno condizionata dalla discriminante del turbamento dell’ordine pubblico – meno poliziesca insomma e piú storica – il discorso si fa subito piú complesso. Per caratterizzare la realtà italiana di questi anni, infatti, non è piú sufficiente fare riferimento solo alla sostanziale assoluta tranquillità del paese, ma bisogna tener conto anche e soprattutto della particolare qualità di questa «tranquillità», di cosa essa si sostanziava, di cosa la venava e delle ripercussioni che ciò aveva sull’atteggiamento degli italiani verso il regime. Solo cosí è possibile capire perché, pur esistendo forti tensioni, l’«ordine pubblico» fosse assolutamente normale, lo scontento per la politica del regime non si politicizzasse e non si trasformasse in opposizione, l’antifascismo facesse alcune brecce, significative per la loro localizzazione sociale (tra i giovani intellettuali) e per certi loro caratteri di novità, ma, agli effetti della solidità del regime, insignificanti, e – ciò nonostante – molte cose sotto l’apparente «tranquillità» del paese stessero mutando a tutti i livelli, anche all’interno del fascismo; tanto che, se si è parlato, in relazione a questi anni, del sorgere di un «nuovo antifascismo», con uguale ragione si può parlare del sorgere in questo stesso periodo di un «nuovo fascismo».

164–165

Passato il momento dell’entusiasmo e delle speranze determinati dalla vittoria in Etiopia, la seconda metà degli anni trenta fu contraddistinta da un processo di crescita dello scontento e delle preoccupazioni per la politica del regime e da un parallelo progressivo incrinarsi del consenso popolare. Su questo pressoché tutti coloro che si sono occupati del periodo in questione sono oggi concordi; le divergenze cominciano dopo, quando si tratta di valutare i caratteri, l’ampiezza e soprattutto le conseguenze di questo fenomeno. Ugualmente, pressoché tutti sono concordi nell’attribuire questa crisi del consenso alle ostilità e ai timori suscitati dalla politica interna e soprattutto estera fascista, dalla progressiva totalitarizzazione e invadenza nella vita privata del regime e, ancor piú, dal progressivo avvicinamento dell’Italia alla Germania, un avvicinamento che la gran maggioranza degli italiani considerava innaturale e soprattutto, piú tempo passava, foriero di guerra e in larga misura alla radice dell’involuzione totalitaria del regime. Minore rilievo viene dato invece alle difficoltà di vita e di lavoro delle masse. Eppure, se è indubbio che queste difficoltà furono una causa secondaria dell’incrinarsi del consenso popolare, il loro studio è di grande importanza per capire: a) come la «crisi del consenso» verificatasi in questi anni non fu determinata solo da fattori politici, ma, almeno in parte, fu anche innescata da motivi economici e politico-economici12; b) come essa ebbe a seconda delle classi sociali e di età conseguenze diverse, che, a loro volta, per un verso, determinarono il sorgere di nuove forme di consenso, complessivamente minoritarie, ma non per questo meno significative per comprendere la realtà italiana del tempo e in particolare le loro ripercussioni sul fascismo e, per un altro verso, contribuirono notevolmente a spezzettare la società italiana in tante realtà chiuse e attente solo ai propri particolari problemi ed interessi, con la conseguenza – lo abbiamo già detto – di determinare una situazione di completa dispersione ed impotenza di tutte le forze sociali e politiche interne al regime e, quindi, di rendere in ultima analisi meno grave per il regime lo scadimento di tutta una serie di consensi dal piano attivo a quello passivo.

165–167

Se si scorrono i rapporti – soprattutto quelli della seconda metà del 1936, del 1937 e del 1938, ma, in definitiva, anche quelli del 1939 e della prima metà del 1940 – dei prefetti, degli informatori della polizia, del partito, dell’OVRA e del SIM emerge chiaro quanto in questi anni le difficoltà economiche accomunassero, in misura maggiore o minore, contadini, operai, piccoli e medio borghesi, assorbendone le energie e condizionandone gli atteggiamenti verso il regime. Particolarmente significative, per la loro maggiore oggettività, sono a questo proposito le relazioni settimanali che nel 1936-38 il SIM redigeva sulla base del servizio di censura espletato sulla corrispondenza diretta in Africa e in Spagna (e viceversa)13. Qualche stralcio può essere utile per dare un’immediata percezione del fenomeno:

18 marzo 1937:

Le espressioni riflettenti il disagio economico hanno mantenuto il tono usuale durante la settimana: un po’ marcato a Lucca, a Sondrio e in provincia di Treviso.

In tutte le regioni le lamentele per l’imposta immobiliare aumentano di numero e assumono talora un tono aspro. Molti scrivono di non poter pagare e si rivolgono ai congiunti in AOI perché inviino il denaro occorrente. Altri, non disponendo di mezzi liquidi, affermano di dover contrarre debiti onerosi con persone avide d’illeciti guadagni o di assoggettarsi a condizioni gravose con istituti di credito. Un senso di timore e di risentimento è nell’animo di chi possiede una piccola casa o qualche modesto appezzamento di terreno, per il fatto di venire considerato un possidente: mentre non può far fronte con mezzi propri al prestito, teme un intervento fiscale o di esproprio da parte dello Stato.

In Sardegna si teme che sui depositi postali lo Stato intenda prelevare una somma del 20%. Detta voce è stata riscontrata in varie lettere della stessa regione.

Dalle provincie redente, gli argomenti politici sono sopraffatti da quelli d’indole economica. Emergono le lamentele dei rurali modesti e dei piccoli proprietari di fabbricati circa l’impossibilità di soddisfare gli eventuali obblighi derivanti da anticipazioni bancarie, per il prestito immobiliare 5%.

Dal Regno, la corrispondenza si mantiene soddisfacente nonostante che la situazione economica non accenni a migliorare. Il disagio economico è avvertito in quasi tutte le regioni, ma in modo speciale nella Italia meridionale e nelle isole.

Quasi tutta la corrispondenza continua a mettere in rilievo il disagio assai sensibile delle classi medie e umili per effetto della disoccupazione, della pressione fiscale, del rincaro dei generi e della mancanza di credito e di movimento commerciale.

Le regioni dove piú marcato sembra il disagio connesso alla disoccupazione sono: Veneto, Lucania, Puglie, Calabria, Sicilia e Sardegna.

Da Napoli si annunzia la imminente riapertura dei cantieri navali Pattison, nei quali migliaia di operai appartenenti alle maestranze locali sperano di trovare lavoro.

Da S. Severino Rota e da Pandolo (Salerno) si comunica che la tubercolosi infierisce e miete vittime; ciò soprattutto per il regime di scarso nutrimento a cui si è obbligati dalle miserrime condizioni economiche.

Nelle province pugliesi si è determinato, a proposito della colonizzazione in AOI, uno stato d’animo di scoraggiamento: si crede da molti che l’operaio italiano in AOI verrà sostituito in notevole parte da operai indigeni d’ambo i sessi. Questa credenza fa dileguare molte speranze di operai e contadini pugliesi di potersi stabilire permanentemente in AOI.

A Gioia del Colle la popolazione deplora le manifestazioni sovversive ivi avvenute; si parla di molti arresti di «vigliacchi rossi».

In quasi tutte le regioni l’aumento dei salari e degli stipendi, specie nella categoria impiegati, sembra sia stato accolto con notevole freddezza. La grande maggioranza degli scriventi ravvisa una netta sperequazione tra l’esiguo aumento e l’eccessivo costo di vita. In altre parole l’aumento dei salari e degli stipendi avrebbe provocato da una parte un sensibile rialzo dei prezzi e dall’altra avrebbe polarizzato l’attenzione dei cittadini sulle disagiate condizioni di vita. L’aumento dei prezzi, secondo gli scriventi, inciderebbe in modo speciale sulle cibarie e sugl’indumenti, cioè sui generi di assoluta necessità.

3 luglio 1937:

Dalle province redente:

Alto Adige. Nel 50% della corrispondenza sono contenute notizie che riflettono disoccupazione, tasse elevate, mancanza di denaro circolante.

Goriziano. Da Cernizza e Idria di Montenero, ai confini italo-jugoslavi, alcuni sloveni accennano piú o meno velatamente ad un certo risveglio di sentimenti irredentistici.

A Gorizia le operaie del cotonificio Brunner lamentano di essere sfruttate fino all’esaurimento: a ciascuna operaia verrebbero ora affidate due macchine, invece di una sola come in passato. Per tale eccessivo lavoro molte operaie cadrebbero ammalate.

Dal Regno:

La nota predominante che si riscontra nella corrispondenza riflette gli annunci di rimpatrio, che preoccupano le famiglie per le conseguenze economiche.

Mentre dalle città si continua a comunicare le difficoltà che s’incontrano per trovare lavoro e gli alti prezzi dei generi alimentari, dai centri rurali si esprime concordemente soddisfazione per i buonissimi raccolti del frumento e della frutta.

In questa settimana si sono rilevate le seguenti altre notizie degne di nota.

– Dalla Lombardia si è rilevato molto malcontento per l’aumento continuo dei generi di prima necessità, e soprattutto del pane.

– Da Fontana Serra (Marche) sfiducia per l’andamento del mercato delle pelli. Il costo di queste, già elevato, subisce ancora aumenti. Il lavoro è fermo, e sino a fine settembre non si preannuncia alcuna ripresa. I dettaglianti sperano in un ribasso dei prezzi ed affermano che l’obbligo del pagamento in contanti, per questo articolo, intralcia molto il lavoro.

– Da Bari lagnanze perché gli uffici postali rifiutano di accettare pacchi postali per l’Etiopia, del peso di kg 2 contenenti effetti d’uso.

– Da Castelluccio Inferiore (Lucania) forti e fondate speranze per la presenza di importante giacimento di lignite. Si profila collocamento di mano d’opera nei lavori di estrazione e per l’impianto di uno stabilimento per l’estrazione della benzina ottenuta col processo della idrogenazione.

– Da Napoli, operai addetti a fabbriche di saponi annunciano di essere stati licenziati per mancanza di materie prime occorrenti al lavoro (grassi, soda caustica, olio di cocco). Accennano a favoritismi che sarebbero compiuti ad insaputa del Ministero; dicono cioè che ad alcune ditte vengono fornite in abbondanza le materie prime, mentre altre ditte non preferite sarebbero lasciate prive di tali materie.

L’accaparramento di ogni qualità di generi alimentari (specialmente farina, olio e strutto) viene effettuato a Napoli da molti privati secondo la loro possibilità economica, perché si prevedono ulteriori aumenti nel costo di detti generi.

– Dalla Sardegna e Sicilia si nota un qualche miglioramento della situazione economica, per la favorevole campagna stagionale (agrumi, grano, pomodori, ecc.).

167–168

* * *

10 novembre 1937:

Frequenti continuano ad essere le comunicazioni circa i richiami, con accenno ai soliti presunti scopi: invii in Libia, in Spagna ed anche in Cina.

La situazione economica generale si mantiene stazionaria. Si leggono spesso le solite lamentele per il disagio economico e disoccupazione con qualche accenno al gravame fiscale.

Alcune società anonime manifestano senso di preoccupazione per la decretata imposta sui capitali e, non potendo far gravare tale imposta sul consumatore per il prezzo dei prodotti già alto, pensano di rivalersi sugli operai riducendo il personale.

Insistenti accenni di disoccupazione sono fatti da Torino e Ferrara, ma con tono piú accentuato sono quelli provenienti dalle regioni meridionali (specialmente dalle Calabrie) dove gli operai ed artigiani implorano i congiunti in AOI di procurare loro qualche lavoro, perché in Italia non è possibile trovarne.

Rispetto alla situazione agricola si prevede in generale un buon raccolto di ulive.

L’inizio dell’attività dell’Ente Pugliese per la colonizzazione in AOI viene segnalato con senso di conforto. Si scrive che molte sono le domande di agricoltori e reduci dell’Africa, che i colonizzatori avranno per primi anni una retribuzione di circa 20-25 lire giornaliere che in seguito diverranno proprietari dei terreni bonificati e che potranno richiamare presso di loro le famiglie.

* * *

20 agosto 1938:

Circa la situazione internazionale, quello che maggiormente viene posto in evidenza dalla corrispondenza è costituito:

  • dal permanere dell’instabile situazione europea, che fa vivere con la preoccupazione di una eventuale guerra;
  • dal prolungarsi della guerra in Spagna, che grava sulla nostra bilancia economica e che non ci dà possibilità di procedere presto alla valorizzazione del nostro Impero;
  • dal comportamento guardingo dell’Inghilterra e da quello ostile della Francia, che fanno fortemente pensare essersi prefisse queste due nazioni di indebolirci economicamente il piú possibile.

Circa la situazione economica interna si rileva una crescente affannosità nella classe media per la ricerca di occupazioni, che viene spiegata con il maggiore assillo generato dall’aumentato costo della vita. «Guadagni poco o niente e spese molte» è la frase che riassume le condizioni manifestate da molte famiglie.

Viene segnalato l’elevato costo dei generi di prima necessità, specialmente del pane e della pasta, e si espone qualche bilancio domestico per dimostrare ai residenti in AO che le loro rimesse non danno piú modo di mettere da parte risparmi.

Si è rilevato qualche commento favorevole alla politica razzista annunciata dal Governo.

168–169

Nella sua immediatezza quanto emerge da queste relazioni e dalle altre fonti simili oggi disponibili sostanzia e precisa notevolmente il quadro della situazione economica della seconda metà degli anni trenta.

Dopo la guerra d’Etiopia la ripresa economica già delineatasi dal 1934 non solo continuò, ma, nel complesso, si accentuò assumendo il carattere di un moderato sviluppo. Tra i fattori piú importanti di questa ripresa cinque meritano di essere rilevati. Primo: l’aumento (specie nel 1937) delle importazioni seguito alla fine delle sanzioni e parzialmente favorito con la seconda metà del ’38 dalla caduta dei prezzi internazionali. Secondo: l’aumento dei traffici e delle attività connesse all’Impero. Terzo: la riduzione del 40,9 per cento del valore intrinseco della lira rispetto alla parità fissata nel ’27 alla quale Mussolini, sotto le pressioni concordi di tutto il mondo economico, aveva dovuto piegarsi il 5 ottobre ’36 onde rendere possibile un rilancio delle esportazioni, necessario a dare ossigeno e slancio all’economia italiana e a permettere le importazioni di materie prime indispensabili per ricostituire le scorte consumate durante la guerra, per attuare «il piano regolatore dell’economia italiana» annunciato dal «duce» il 23 marzo ’36 e, in particolare, per precostituire le condizioni di base della politica autarchica14. Quarto: la politica monetaria attuata dal governo al fine di determinare un mutamento del volume e della distribuzione del reddito monetario annuo15. Quinto: il sempre maggior intervento dello Stato nell’attività economica, che, soprattutto attraverso la finanza pubblica, esercitò una forte spinta all’espansione, sia pure a costo di un raddoppio del disavanzo effettivo16 e di un accrescimento del carico fiscale a spese specialmente del patrimonio (le entrate tributarie passarono dai sedici miliardi e mezzo del ’35 a ventiquattro miliardi nel ’3917). In termini quantitativi generali l’effettiva entità della ripresa può essere desunta dalla progressione del reddito nazionale, degli investimenti e del prodotto privato lordo:

169–170
1936 1937 1938 1939 1940
Reddito nazionale
 prezzi correnti (milioni di lire) 107 367 127 839 137 877 152 641 176 033
 prezzi 1938 (milioni di lire) 128 280 137 995 137 877 146 115 138 041
 prezzi 1938 pro capite (lire) 3 022 3 228 3 201 3 360 3 140
Investimenti lordi (milioni di lire) 21 738 30 285 28 741 34 933 32 148
Prodotto lordo privato
(milioni di lire)
 agricoltura 28 538 37 681 40 138 43 816 51 698
 industria 34 745 42 525 45 745 50 523 60 108
 attività terziarie 40 483 44 112 47 881 53 257 61 422

Dati cosí generali non sono ovviamente sufficienti a delineare veramente la realtà della situazione economica, né tanto meno a permettere un discorso sulle reali condizioni di vita delle masse. La ripresa e lo sviluppo non furono infatti tra il ’36 e il ’40 né continui né uniformi. Il loro andamento fu diverso a seconda dei settori e delle ripercussioni che su di essi ebbero da un lato la politica estera mussoliniana (spese per l’Impero18, per l’intervento in Spagna, per l’occupazione dell’Albania, per il riarmo, ecc.) e da un altro lato la politica autarchica, che – proprio perché mirava a rendere l’economia italiana il piú possibile autosufficiente – comportava tutta una serie di scelte particolari, una radicale trasformazione del sistema economico e un preventivo sviluppo dei settori necessari a rendere possibile una scelta tanto ambiziosa e tanto in contrasto con i caratteri dell’economia italiana e, quindi, almeno in un primo tempo, costi economici e sociali elevatissimi.

Tipico è il caso dell’agricoltura. Dopo la guerra d’Etiopia questa non ritrovò piú lo slancio di un tempo, anche se l’indice della produzione lorda vendibile passò da 88,8 nel 1936 a 98,2 nel 1940 con una punta sino a 104,06 nel 1939. In pratica si ebbe soprattutto un aumento della produzione cerealicola e delle colture industriali e olivicole,.che si accompagnò però ad un ulteriore peggioramento delle colture pregiate da esportazione e della zootecnia. Né alcuno dei mali piú gravi che affliggevano l’agricoltura – soprattutto meridionale e montana – mostrò sintomi di miglioramento. E ciò mentre gli oneri che gravavano sull’agricoltura, invece di diminuire, aumentavano. Tant’è che nei primi mesi del ’37 (l’annata agricola del ’36 era stata, per l’andamento atmosferico, assai cattiva) il malcontento e le preoccupazioni degli agricoltori arrivarono ad un punto tale che la Confederazione fascista degli agricoltori si vide costretta a denunciare al ministro delle Corporazioni e al segretario del PNF il pericolo che un ulteriore diffondersi dello «scoramento» e del «disagio» potesse tarpare «ogni spirito di iniziativa» e affievolire «ogni energia ed attività», «con gravissime ripercussioni sull’economia della Nazione della quale l’agricoltura costituisce la base fondamentale»19.

170–171

A giudicare dalla sua situazione, potrebbe sembrare che – nonostante i sempre riaffermati presupposti ruralistici del fascismo, la convinzione di Mussolini che fosse necessaria una forte agricoltura che incentivasse e al tempo stesso regolasse lo sviluppo industriale e le sue continue dichiarazioni sulla necessità di sviluppare e valorizzare l’agricoltura, di non lasciare cadere sotto il 50 per cento della popolazione la massa rurale e di migliorare il livello di vita dei contadini20 – dopo la guerra d’Etiopia l’agricoltura fosse sacrificata all’industria e in particolare alla necessità di svilupparne quei settori necessari a permettere una vera e compiuta economia autarchica. In realtà una simile impressione è ingiustificata. Se si tiene conto dei gravissimi oneri che gravavano sul bilancio dello Stato, bisogna infatti riconoscere che l’agricoltura non fu affatto sacrificata. Solo che – nella logica autarchica – gli investimenti ad essa destinati furono soprattutto indiretti e destinati, nei piani del regime, a dare frutti procrastinati nel tempo. Essendo l’obiettivo primo l’autarchia, per il momento gli sforzi maggiori non furono indirizzati tanto a curare i mali di cui l’agricoltura soffriva quanto a creare le precondizioni della sua autosufficienza. In concreto, come fu stabilito nell’ottobre 1938 dalla Commissione suprema per l’autarchia, quelli che venivano considerati i due problemi nodali, la cerealicoltura e la zootecnia, dovevano essere risolti il primo attraverso il rilancio della bonifica integrale (che avrebbe dovuto permettere di estendere la superficie cerealicola a 5 milioni di ettari e di raggiungere una produzione annua di 90 milioni di quintali di grano e di 35 milioni di quintali di granoturco) e il secondo con una serie di opere idrauliche nella zona dei laghi prealpini, nel Centro e soprattutto nel Mezzogiorno che, permettendo una adeguata produzione foraggiera, avrebbero reso possibile portare la zootecnia al livello del fabbisogno nazionale (e recuperare le spese attraverso un maggior gettito tributario)21. Per realizzare questo complesso di opere si prevedeva occorressero cinque-sette anni di lavori (le ultime sarebbero dovute essere completate nel 1945) e una spesa di dieci miliardi circa, cinque a intero carico dello Stato, il resto, con particolari facilitazioni, dei privati22.

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In questa prospettiva acquista particolare significato lo sforzo economico e politico che in questi anni e specialmente tra il ’38 e il ’40 fu fatto per riattivare il meccanismo della bonifica integrale che prima la grande crisi e poi la guerra d’Etiopia avevano assai rallentato. In un primo momento, oltre che nell’Agro Romano, nella Bassa Friulana e nel Ferrarese, gli sforzi maggiori furono localizzati nelle zone del Volturno e del Tavoliere di Puglia, considerate quelle nelle quali la bonifica poteva assicurare un piú pronto ed elevato rendimento. In un secondo momento fu avviata la bonifica in Sicilia e si cominciò a pensare a quella in Sardegna.

172–173

L’ultima e piú ambiziosa di queste iniziative, la colonizzazione del latifondo siciliano23, data l’epoca in cui fu cominciata, il gennaio 1940, è stata spesso considerata una operazione essenzialmente propagandistica, volta soprattutto a distogliere l’attenzione dei contadini meridionali dall’imminente pericolo di guerra e a dar lavoro ad un certo numero di disoccupati. Che nella ideazione dell’«assalto al latifondo siciliano» abbiano potuto avere parte anche considerazioni di questo genere non è da escludere; ed è certo un fatto che esso fu valorizzato al massimo dall’apparato propagandistico del regime, anche piú delle altre opere di bonifica e della stessa nascita di Carbonia, Arsia, Guidonia, Aprilia, Pomezia, le ultime «città nuove del fascismo». Detto questo, ad accettare una valutazione cosí riduttiva dell’iniziativa ostano però troppi argomenti: a) il suo assai elevato costo economico (la sola spesa a carico dello Stato era prevista in un miliardo); b) le difficoltà politiche che essa poteva procurare al regime presso la proprietà nobiliare e la borghesia fondiaria assenteiste, non piú in grado di far modificare le leggi di bonifica come era avvenuto nel 1925-26, ma sempre estremamente sensibili a tutto ciò che consideravano andare contro i loro interessi24; c) il patrimonio di studi che era alle sue spalle e che, comunque si voglia giudicare sotto il profilo tecnico ed economico, testimonia un notevole impegno, tanto che, spesso, progetti non potuti realizzare allora per il sopravvenire della guerra, furono ripresi, talvolta con poche varianti, nel dopoguerra; d) la sua perfetta corrispondenza, tanto economica quanto ideologica, con gli obiettivi di fondo dell’autarchia e del ruralismo. Sotto il profilo economico l’«assalto al latifondo» mirava – come Mussolini aveva detto sin dall’estate del ’3725 e come aveva deciso la Commissione suprema per l’autarchia l’anno dopo – a trasformare la coltura delle zone di bonifica (circa cinquecentomila ettari) da estensiva in intensiva e ad aumentare cosí sia l’occupazione sia la produzione. Sotto il profilo ideologico, a sua volta, la prevista creazione di ventimila unità poderali, dotate di strade interpoderali, di canali di irrigazione e di acquedotti e gravitanti attorno ad un centinaio di nuovi borghi rurali26, avrebbe dovuto – oltre che dimostrare concretamente l’impegno sociale del regime e la sua capacità di cominciare effettivamente a diminuire le «distanze sociali» – legare definitivamente alla terra una massa di famiglie contadine e di addetti alle attività collaterali ed indotte, con il triplice risultato a) di por fine all’estrema concentrazione di tale massa nei vecchi centri urbani (in Sicilia, secondo il censimento del ’36, la popolazione vivente in case sparse era il 10 per cento mentre la media nazionale era del 26 per cento) e alla sua tendenza ad emigrare: b) di favorire lo sviluppo demografico («la vostra terra potrà nutrire il doppio della popolazione che oggi conta, perché la Sicilia deve diventare e diventerà una delle piú fertili contrade della terra» aveva detto a Palermo Mussolini il 20 agosto 1937); c) di contribuire alla formazione dell’«uomo nuovo» fascista: stimolando le «virtú rurali» delle popolazioni interessate e in particolare facendo dei coloni immessi nei poderi altrettanti pionieri e mettendo allo stesso tempo alla prova e «selezionando» le «energie morali» dei proprietari agricoli si sarebbe determinata una «spontanea mobilitazione e selezione di energie umane» che avrebbe dovuto costituire – come fu scritto27 – «il gran lievito che sommoverà tutta la vita siciliana».

173–175

Il discorso fatto per l’agricoltura può parzialmente essere applicato anche all’industria. Diciamo parzialmente perché, se una parte dei programmi di sviluppo dell’industria impostati nel quadro della politica autarchica fu – come per l’agricoltura – bloccata dalla guerra e, ancor prima, messa in serie difficoltà dalla compresenza di una bilancia commerciale in passivo, di una drastica contrazione delle rimesse degli emigrati e del turismo e di una grave crisi delle riserve auree, una parte di essi (assai piú consistente che nell’agricoltura) fu però realizzata, tanto che nel ’37-38 l’indice della produzione industriale tornò al livello del 1929, pre «grande crisi», e nei due anni successivi continuò a crescere e nel 1939 la bilancia commerciale (compreso il commercio con le colonie) fu per la prima volta dopo oltre sessant’anni in attivo, anche a prezzo di una profonda trasformazione delle correnti commerciali (si vedano le annesse tabelle). Sui caratteri, i limiti, le distorsioni di questo sviluppo molto si potrebbe dire, anche se a tutt’oggi il periodo autarchico (e della guerra) è quello piú carente di studi specifici, tant’è che persino sui caratteri piú generali della politica autarchica si hanno spesso idee estremamente imprecise e non mancano coloro che la ritengono tutt’uno con l’economia di guerra (come fu in Germania), mentre l’obiettivo piú importante che con essa si voleva realizzare era essenzialmente il massimo delle esportazioni con il minimo di importazioni28. Ai fini del nostro discorso è però sufficiente soffermarci solo su alcuni aspetti. Per notevole che sia stato, lo sviluppo che l’industria ebbe nel quadriennio successivo alla guerra d’Etiopia non è il dato piú importante per chi si pone di fronte alla realtà economica italiana del tempo con una prospettiva di tipo soprattutto politico generale e con l’intenzione di coglierne alcune conseguenze di ordine sociale e politico. Piú importante è la trasformazione della base produttiva verificatasi in questi anni, molto come sviluppo (e definizione) delle tendenze già in atto e strettamente collegate all’impatto che aveva avuto in Italia la «grande crisi» e al modo con cui si era cercato di fronteggiarla e come conseguenza della nascita, negli anni immediatamente precedenti, dello «Stato industriale» e dello «Stato banchiere» (creazione dell’IMI e dell’IRI, nuova legislazione bancaria, ecc.), e un po’ per l’indirizzo autarchico e la politica di riarmo imposti dal regime29. Caratteristiche essenziali di questa trasformazione furono una maggiore

174

Commercio estero 1934-39 (in milioni di lire 1939: dati del ministero delle Finanze).

Con i paesi esteri / 1934 Con i paesi esteri / 1939 Con i paesi esteri / differenza
%
Con le colonie / 1939
Importazione
 Materie prime gregge 5 584,9 4 454,4 –20,24
 Materie prime semigregge 2 540,4 2 254,9 –11,24
 Prodotti finiti 2 477,0 1 869,1 –24,54
 Generi alimentari 1 728,8 1 442,4 –16,57
Totale 12 331,1 10 020,8 –18,74 276,0
Esportazione
 Materie prime gregge 972,6 748,1 –23,08
 Materie prime semigregge 1 766,2 1 840,9 +4,23
 Prodotti finiti 2 759,9 3 228,7 +16,99
 Generi alimentari 2 576,2 2 634,6 +2,27
Totale 8 074,9 8 452,3 +4,67 2349,3
176

diversificazione dell’apparato industriale e soprattutto un forte privilegiamento, rispetto agli altri settori, dell’industria pesante (siderurgica, meccanica, estrattiva) e di quella chimica, considerati tra i settori chiave tanto sotto il profilo generale dell’autarchia quanto sotto quello particolare delle necessità belliche. La conseguenza fu che la base produttiva si trasformò a vantaggio delle industrie produttrici di beni di produzione e a scapito di quelle produttrici di beni di consumo. Relativamente poche furono però le nuove industrie sorte per effetto diretto della politica autarchica; secondo una stima di parte industriale dell’immediato dopoguerra (probabilmente interessata però a minimizzare) non piú dell’uno per cento dell’intero complesso industriale esistente prima dell’avvio di tale politica30. Quanto all’aumento della produzione, se fu certamente notevole in alcuni settori (combustibili solidi, alluminio, fibre artificiali, cellulosa, oli minerali raffinati), come valore complessivo e soprattutto in relazione all’aumento della popolazione (che tra il ’29 e il ’42 fu di un ottavo), esso fu però nel complesso relativamente modesto e fu pagato con costi e distorsioni nella economia nazionale e a livello sociale indubbiamente assai pesanti, non ultimo quello di una incompleta mobilitazione delle risorse e di una solo parziale razionalizzazione in senso moderno. Svariate furono le ragioni di questo relativamente modesto aumento complessivo della produzione. Tra le principali furono la mancanza di investimenti stranieri e la crescente difficoltà di trovare crediti all’estero, conseguenze entrambe della posizione internazionale assunta da Mussolini, e la crisi delle riserve auree che col ’38 determinò una sensibile riduzione delle importazioni che, a sua volta, per un verso, ridusse l’attività di tutta una serie di industrie e, per un altro verso, portò ad una contrazione anche delle esportazioni sulle quali si fondava in larga parte lo sviluppo della politica autarchica e la stessa realizzazione delle sue precondizioni di base31.

175

Commercio estero dell’Italia con i piú importanti paesi negli anni 1934 e 1939.

Importazione / 1934
in lire
1939
Importazione / 1939 Importazione / variaz. %
nel 1939
sul 1934
Esportazione / 1934
in lire
1939
Esportazione / 1939 Esportazione / variaz. %
nel 1939
sul 1934
Argentina 446,2 153,1 -65,69 353,9 214,1 -39,50
Belgio 373,0 198,1 -46,89 187,0 116,0 -37,67
Brasile 207,4 151,5 -26,95 109,3 85,4 -21,87
Egitto 252,4 129,1 -48,85 196,8 174,5 -11,33
Francia 711,0 153,5 -78,41 572,2 242,8 -57,57
Germania (Austria) 2 281,3 3 039,3 +33,23 1554,0 1897,7 +40,06
India Britannica 574,8 123,3 -78,55 192,7 118,2 -38,66
Inghilterra 1 150,2 567,6 -50,65 860,5 515,1 -40,14
Iugoslavia 331,8 246,4 -25,74 228,2 304,6 +33,48
Paesi Bassi 220,7 133,4 -39,56 218,7 192,9 -11,80
Polonia 153,4 262,5 +71,12 120,7 87,1 -27,84
Romania 196,6 415,6 +111,39 122,1 288,0 +138,69
Stati Uniti 1 556,6 979,4 -37,08 630,7 772,7 +22,51
Svizzera 475,9 336,4 -29,31 712,8 579,7 -18,67
Ungheria 160,4 422,9 +163,65 211,9 241,4 +13,92
Urss 358,0 43,4 -87,88 201,7 56,6 -71,94
Altri paesi 2 881,4 2 665,3 +7,50 1601,7 2565,5 +60,17
In complesso 12 331,1 10 020,8 -18,74 8074,9 8452,3 +4,67
176–177

Nonostante tutto ciò non si può negare che per il regime i risultati fossero positivi. Se – al di là delle affermazioni miracolistiche della propaganda e di certe interpretazioni totalitarie dell’autarchia prospettate da qualche fascista piú esaltato – si tengono ben presenti i limiti insuperabili che ostavano alla realizzazione di una vera economia autarchica, è un fatto che, come hanno notato il La Francesca e il Gualerni32, alla vigilia della guerra l’apparato industriale si presentava certamente piú vario e completo di un decennio prima e (salvo che per l’aspetto tecnologico e, ovviamente, per quello degli approvvigionamenti di materie prime) non inferiore a quello delle altre grandi potenze sia per l’efficienza degli impianti sia per la molteplicità di produzione. E questo non era certo un risultato di poco conto, specie se si considera: 1) che nel ’40 il programma autarchico era tutt’altro che realizzato (tipico è il caso del piano siderurgico che, nonostante Mussolini considerasse la siderurgia, «dopo quello del pane», il settore «dove bisogna raggiungere il massimo dell’autarchia», era ancora lontano dall’auspicata autosufficienza nella eventualità di un conflitto33), un po’ per obiettive difficoltà, molto per i contrasti di vedute e di interessi esistenti nel mondo economico e gli ostacoli e i ritardi che essi provocavano; 2) che – come vedremo – Mussolini riteneva che la guerra sarebbe scoppiata piú tardi di quando effettivamente cominciò (sicché pensava di avere piú tempo per portare avanti la politica autarchica) e che sarebbe stata una guerra breve, tale cioè da comportare uno sforzo economico relativamente limitato nel tempo e quindi meno condizionato dalla scarsezza di certe materie prime.

177–178

Conseguenze di rilievo delle trasformazioni determinate dalla politica autarchica furono, da un lato, l’assunzione di un ruolo sempre piú importante da parte delle industrie dell’IRI (alla vigilia della guerra esse assicuravano l’80 per cento delle costruzioni navali, il 77 per cento della ghisa, il 67 per cento dei materiali ferrosi, il 50 per cento dell’acciaio e degli armamenti, il 23 per cento della produzione meccanica) e, da un altro lato, l’accentuarsi della già marcata (ma rispetto agli altri paesi sino allora non eccezionale) tendenza alla concentrazione economico produttiva in un numero sempre piú ristretto di uomini (buona parte dei quali era presente anche nei consigli d’amministrazione delle industrie controllate dallo Stato), con tutte le conseguenze, in primo luogo economiche, ma anche politiche, facilmente intuibili. Piú di ogni discorso vale a questo proposito quello che il 15 settembre 1939 annotava nel suo diario Ettore Conti, un uomo che di questa realtà aveva una conoscenza diretta come pochissimi altri34:

In questo periodo in cui si afferma quotidianamente di voler andare verso il popolo, si è venuta a formare una oligarchia finanziaria che richiama, nel campo industriale, l’antico feudalesimo.

La produzione è, in gran parte, controllata da pochi gruppi, ad ognuno dei quali

presiede un uomo. Agnelli, Cini, Volpi, Pirelli, Donegani, Falck, pochissimi altri, dominano completamente i vari rami dell’industria.

In Italia abbiamo piú di diecimila Società Anonime esercenti attività industriali che rappresentano un capitale nominale di quaranta miliardi: di questi, 32 sono raggruppati in sole 500 società, cioè quasi i quattro quinti dei capitali sono in possesso del cinque per cento delle anonime; ed anche in questa frazione modesta ritornano spesso i medesimi nomi.

178–179

Sempre a proposito delle trasformazioni determinate dalla politica autarchica, ai fini del nostro discorso è importante notare che esse avvennero sostanzialmente tutte al di fuori dell’ordinamento corporativo. Se negli anni precedenti questo aveva largamente girato a vuoto, ora cessò praticamente di avere qualsiasi incidenza attiva sulla vita economica e sociale del paese e si ridusse – sempre nella pratica, ché a parole la sua funzione e la sua «marcia» continuarono ad essere esaltate ad ogni occasione – ad un organismo burocratico di collegamento che, nel migliore dei casi, fungeva da ufficio studi e negli altri si limitava a ratificare le decisioni prese dal governo o già trattate tra di loro dalle Confederazioni. Tant’è che non si esagera dicendo che l’ordinamento corporativo varato con gran battage tra la fine del ’33 e gli inizi del ’34 non solo fece in questi anni completo naufragio, confermando ad abundantiam i timori e le critiche piú o meno velate che già dal ’35-36 erano stati prospettati in campo fascista sulla sua capacità – cosí come era stato realizzato – di incidere effettivamente sulla realtà sociale ed economica del paese e di costituire veramente la «terza via» tra liberalismo e socialismo, tra capitalismo e collettivismo35, ma fu anche – silenziosamente ma concretamente – messo in mora dallo stesso regime per quel che concerneva tutta una serie di sue competenze e, in particolare, per quelle, appunto, che attevano alla politica autarchica e, dunque, allo sviluppo della economia. Basta per rendersene conto leggere il discorso pronunciato alla Camera dal ministro F. Lantini il 12 marzo 1938, da cui risultano chiari gli effettivi limiti di competenza e di intervento del ministero delle Corporazioni36, e soprattutto prestare attenzione a quello che, a nostro avviso, è il fatto piú importante e significativo di questi anni per quel che concerne le Corporazioni: la riduzione nel gennaio 1939 – dopo il fallimento dell’esperienza della Commissione suprema per l’autarchia, espressa dal Comitato corporativo centrale e tosto rivelatasi un «semplice organo di orchestrazione e di parata»37 – delle istituzioni corporative a meri organi tecnico-burocratici del Comitato interministeriale per l’autarchia38.

179–180

Per quel che atteneva alle attività economiche private, la politica autarchica fu praticamente condotta direttamente dallo Stato con una serie di interventi regolamentari e disciplinari che vennero posti in essere a tutti i livelli, da quello creditizio a quello delle importazioni e delle esportazioni, a quello fiscale (esenzioni, tariffe preferenziali), a quello delle sovvenzioni, dei contributi, dei prezzi minimi garantiti, a quello della fissazione e del controllo dei prezzi al commercio, ecc. Questo tipo di interventi non metteva in discussione l’attività economica privata e in molti casi, sui tempi brevi, la favoriva. Ne riduceva però notevolmente i margini di autonomia aziendale e di scelta produttiva e – quel che piú conta – la costringeva in una condizione di crescente dipendenza rispetto allo Stato. Una condizione che anche i gruppi e gli esponenti del mondo economico piú miopi o piú favorevoli al regime e che avevano con esso piú possibilità di contrattazione avevano sempre cercato in tutti i modi di evitare e che gli indubbi vantaggi economici che, per il momento, l’accompagnavano (situazione di quasi monopolio di molti settori, prezzi altamente remunerativi, sicurezza di vedere assorbita la produzione, ecc.) non valevano certo – piú tempo passava – a controbilanciare e a rendere dunque piú accettabile, specie per quelli tra essi che sapevano guardare al futuro e si rendevano conto che accentuando vieppiú la scelta autarchica39 gli aspetti negativi della situazione sarebbero diventati sempre piú gravi e quelli positivi (anche a prescindere dal pericolo di una guerra) sempre piú limitati e aleatori. E tra questi innanzitutto quello – acutamente messo in rilievo da S. Romano nella sua biografia di Volpi40 – di una «funzionarizzazione» dell’economia rispetto al potere politico.

180–182

Secondo i suoi fautori e non solo quelli piú esaltati, tra i molti benefici che la politica autarchica avrebbe dovuto portare vi sarebbe dovuto essere anche quello di occupare gran parte, se non addirittura tutta, la manodopera disoccupata e di alleggerire la pressione sulla terra grazie alla bonifica e alla colonizzazione. In realtà sino a quando non si ebbero i primi consistenti richiami alle armi la diminuzione della disoccupazione fu assai lenta e per nulla totale. In conseguenza della fine della guerra d’Etiopia41 se ne verificò addirittura un aumento, nonostante il generale Dallolio, commissario generale per le fabbricazioni di guerra, si fosse affrettato a suggerire a Mussolini alcuni provvedimenti per ridurre o almeno il piú possibile procrastinare licenziamenti da parte delle industrie belliche42. Nell’ottobre ’35, al momento dell’inizio delle ostilità, i disoccupati ufficialmente censiti ammontavano a 602 058; un anno dopo, a guerra finita, erano saliti a 696 982: 128 798 nell’agricoltura, 476 733 nell’industria e 91 451 nel commercio e nel terziario in genere. Un anno ancora dopo erano calati di circa 46 000 unità nell’industria, ma complessivamente solo di 30 000. Nel ’38 e nel ’39 si ebbe una ulteriore diminuzione, in parte dovuta anche al trasferimento dei «ventimila» coloni in Libia per prendere possesso delle unità poderali predisposte da Balbo43. Alla vigilia dell’entrata dell’Italia in guerra i disoccupati ufficialmente censiti erano però ancora circa mezzo milione44. Un risultato, come si vede, assai poco esaltante, che però si spiega facilmente: in generale col fatto che, come abbiamo detto, la politica autarchica attivò in questi anni solo un piccolo numero di nuove aziende, e in particolare, sia con le difficoltà della bilancia commerciale e la conseguente contrazione delle importazioni che non solo frenò nuove iniziative, ma impedí a molte aziende di lavorare a pieno ritmo, inducendo lo stesso Mussolini a considerare «eventuali chiusure di stabilimenti, disoccupazione, ecc... mali infinitamente minori della emorragia delle nostre riserve, il cui esaurimento potrebbe avere conseguenze incalcolabili di carattere internazionale»45, e sia con la diffusa tendenza della industria ad evitare, anche quando sarebbero state necessarie, nuove assunzioni e a preferire ad esse una maggiore utilizzazione della manodopera in servizio. Giocare sulle ore di lavoro (e sui turni), aumentandole (talvolta sino a sessanta) ma molto spesso anche diminuendole (una indagine condotta nel 1939 su poco piú di un terzo degli operai occupati rivelò che il 19,1 per cento di essi lavorava meno di quaranta ore) a seconda delle necessità era infatti per essa economicamente assai vantaggioso, dato che, col gioco dei turni, era possibile, nei casi limite, ottenere un lavoro di quarantotto ore senza corrispondere straordinari. Né a ciò ostava la settimana di quaranta ore (invece di quarantotto) – introdotta nel ’34 per fronteggiare in qualche misura la disoccupazione (con un danno per i lavoratori di circa il 17 per cento del salario, solo in parte compensato dalla istituzione degli assegni familiari) e reintrodotta (dopo una breve parentesi in occasione della guerra d’Etiopia) dal marzo 1937 al novembre 1939 – dato che i contratti collettivi vigenti autorizzavano deroghe ad essa in casi particolari e gli organi corporativi quasi sempre le avallavano, nonostante le proteste dei sindacati46.

182–183

In parte simile, ma piú complesso, è il discorso per ciò che concerne i salari e gli stipendi e piú in genere le ripercussioni della politica autarchica sulle condizioni di vita.

Durante la guerra d’Etiopia e nei mesi immediatamente successivi il costo della vita era notevolmente aumentato. L’indice del Vannutelli registra 77,2 nel ’34, 78,3 nel ’35, 84,2 nel ’3647. Quello del «Bollettino dei prezzi» dell’ISTAT del 15 gennaio 1937 registrava un aumento da 81,52 a 85,98 dal dicembre ’35 al dicembre ’36 (e da 76,35 a 80,50 per il costo della sola alimentazione). Una rilevazione fatta dalla legazione del Sud Africa a Roma (sui prezzi al minuto di ventitre articoli base) e fonti fiduciarie della polizia politica davano a loro volta un aumento tra il settembre ’35 e il settembre ’36 tra il 27 e il 30 per cento e un successivo aumento del 15 per cento alla fine del gennaio ’37, attivato in buona parte dalla svalutazione della lira operata il 5 ottobre (in occasione della quale era stato affidato al PNF il compito di controllare e «difendere» i prezzi, specie quelli dei generi di prima necessità, compito che per altro il partito riuscí ad assolvere solo parzialmente) e dalla scarsezza di merci conseguente all’esaurimento delle scorte a causa delle sanzioni e al cattivo raccolto del 193648. Di fronte ad un aumento cosí massiccio del costo della vita, tra luglio e agosto del ’36 le retribuzioni furono aumentate dell’8-10 per cento. L’aumento non era però certo tale da riequilibrare il rapporto col costo della vita e fu annullato dai nuovi aumenti dei prezzi (compreso quello del pane, che Starace cercò di rinviare il piú possibile onde evitare che avvenisse subito dopo gli aumenti salariali e ne annullasse i benefici psicologici e politici49) che si ebbero nei mesi successivi. In breve la situazione tornò ad essere per ciò cosí precaria che i rapporti fiduciari della polizia e del partito, specie quelli dai grandi centri industriali, parlavano concordemente di «unanime malessere per le difficoltà della vita quotidiana, quando il guadagno giornaliero non consente di mantenere la famiglia a causa del continuo rincaro dei generi» e qualcuno arrivava a mettere in guardia dal «fidarsi troppo della apparente tranquillità e fedeltà al Regime specialmente se le condizioni economiche anziché migliorare dovessero peggiorare»50. Da qui la necessità nell’aprile ’37 di adottare una serie di provvedimenti volti a riordinare e potenziare l’assistenza generica ai meno abbienti (istituzione degli Enti comunali d’assistenza) e a esercitare un controllo piú effettivo sui prezzi (trasferito dal partito alle Corporazioni) e il mese dopo di procedere ad un nuovo aumento salariale del 10 per cento51. Il mese successivo, cosí come era già avvenuto nel ’36 (allora l’aumento aveva oscillato tra l’8 e il 13,63 per cento), anche gli stipendi dei dipendenti dello Stato e del parastato vennero aumentati in ragione dell’8 per cento (e del 10 per cento gli straordinari).

183–184

Cosí come quelli dell’anno prima, anche questi aumenti si dimostrarono però mediamente inadeguati a tenere il passo con l’aumento del costo della vita il cui indice registrò un continuo, anche se via via meno accelerato progresso: da 84,2 nel ’36 a 92,2 nel ’37 a 99,3 nel ’38 a 103,7 nel ’39. Da qui la necessità di altri due aumenti, entrambi del 10 per cento. Uno nel marzo 1939 (con esso i salari operai segnarono, ri spetto al ’36, un aumento di circa il 34 per cento) e un altro nel marzo 1940. Fu solo con questi aumenti e soprattutto con quello del ’39 (ché nel ’40 il rapporto riprese a squilibrarsi) che – sempre mediamente – le retribuzioni segnarono come potere reale d’acquisto un vero miglioramento di cui, tra l’altro, è prova la crescita nella composizione dei consumi privati di quelli non alimentari (e all’interno di questi di quelli «di relazione» o voluttuari) rispetto a quelli alimentari52.

184

Detto questo in generale, per avere un quadro reale della situazione sono necessarie alcune precisazioni. Gli aumenti delle retribuzioni del ’36, ’37, ’39 e ’40 ai quali ci siamo riferiti per scandire la progressione retributiva debbono essere considerati solo come termini di riferimento indicativi, appunto, di una progressione. Essi infatti non riguardarono tutti i salari e gli stipendi, ma solo quelli degli operai dell’industria e dei dipendenti dello Stato. Per altri lavoratori, come quelli agricoli53 e i dipendenti privati, costituirono solo un punto di riferimento, che – a seconda dei casi – fu inteso in genere come un massimo e solo raramente come un minimo. Per altri ancora, tipico il caso degli artigiani, il loro valore di riferimento fu anche minore e i reali aumenti che ne derivarono furono, salvo casi eccezionali, inferiori. Né, infine, si può sorvolare sul fatto che anche per gli operai dell’industria gli aumenti salariali da noi ricordati offrono, per chi vuole ricostruire le condizioni di vita di quegli anni, un punto di riferimento solo indicativo. E ciò essenzialmente per tre motivi: 1) perché salari superiori ai minimi contrattuali erano tutt’altro che rari, specie nelle imprese maggiori e nei settori metalmeccanico, chimico ed elettrico; 2) perché i salari reali variavano a seconda delle ore di lavoro e queste in certi settori o imprese andarono progressivamente aumentando, anche se nel complesso l’aumento fu tra il ’36 e il ’39 modesto (da 157 ore mensili a 160, con un massimo di 163 nel ’37); 3) perché i salari reali debbono essere considerati tenendo conto del loro incremento grazie agli assegni familiari e a una serie di aggiunte salariali introdotte o migliorate in questi anni (gratifica natalizia, remunerazione delle festività infrasettimanali e delle ferie, indennità di licenziamento e di pensionamento): una stima fatta dal Vannutelli ha potuto stabilire una incidenza degli assegni familiari nel 1936-40 tra il 10 e il 15 per cento del salario e delle altre aggiunte salariali attorno al 6 per cento54.

185–186

Data la scarsezza – per non dire l’assenza – di studi specifici e la frammentarietà della documentazione di base relativa alle condizioni di vita degli italiani negli anni tra il 1936 e il 1940, trarre dagli elementi disponibili conclusioni precise è assai difficile, specie se ciò deve servire a precisare meglio il valore da attribuire – a livello di «consenso» – alle difficoltà e al disagio economici che caratterizzarono questo periodo e che per piú di un aspetto appaiono diversi da quelli che avevano caratterizzato gli anni precedenti, quelli di «quota novanta» prima e della «grande crisi» poi. Integrando gli elementi disponibili con quanto offerto dalle fonti coeve e soprattutto con quanto risulta dalla ricchissima messe di rapporti di polizia e degli informatori del PNF sui «sentimenti popolari» e le varie manifestazioni di disagio economico è però possibile tracciare un quadro – o, meglio, un mosaico, ché si tratta essenzialmente di fare un lavoro «per tessere» – che, pur essendo certamente di larga massima, non dovrebbe essere tuttavia molto lontano dalla realtà.

Il primo e piú evidente dato di fatto che emerge da questo lavoro di mosaico è che tutte le tessere documentano una realtà di disagio diffuso. Un esame piú approfondito porta però ad operare una distinzione in almeno tre categorie fondamentali di tessere: quelle che si riferiscono a situazioni di disagio perdurante, sostanzialmente statico, e che, in quanto tali, sono segnalate nei rapporti con brevi cenni di routine, salvo in particolari occasioni che momentaneamente acuivano il malessere o accendevano le speranze in un miglioramento della situazione; quelle che non solo sono sempre presenti, ma rivelano un disagio e una sua diffusione continuamente crescenti; quelle, infine, che rivelano invece un disagio sempre presente, ma piú accentuato in alcune località e con un andamento prima crescente e poi decrescente.

Tipici della prima categoria sono il disagio del mondo agricolo e quello dei dipendenti dello Stato (e in una certa misura degli artigiani). Due casi di disagio grave, ma che, nel complesso, sembrano i piú passivi e rassegnati e, sotto il profilo del consenso, i meno pericolosi per il regime e non di rado controbilanciati da una forte dose di fiducia nel «duce». Quello del mondo agricolo emerge soprattutto in occasione di congiunture produttive particolarmente sfavorevoli e dei vari inasprimenti fiscali che si registrano in questi anni55. Quello dei dipendenti dello Stato soprattutto dopo la concessione di aumenti salariali agli operai, nell’attesa che fossero estesi anche a loro e immediatamente dopo. E sempre accompagnato da una sorta di rancore e di gelosia nei confronti degli operai, considerati oggetto di un trattamento economico privilegiato. Tipico è il seguente passo di un rapporto di polizia, datato 29 marzo ’39, tutto dedicato alle attese e alle speranze degli statali romani56:

186–187

Si lamenta in genere che questa categoria di silenziosi lavoratori dello Stato è molto dimenticata, ed in proposito si dice che tutti gli organi competenti si preoccupano della massa operaia ch’è quella che potrebbe dare fastidio, dimenticando assai facilmente che proprio la massa operaia in genere ha un introito mensile assai piú elevato di quello del povero impiegato.

Si osserva infatti, che, l’impiegato, in genere è quasi sempre solo ed unico in casa a costituire fonte di guadagno, non solo, è col peso dei figli da fare studiare e da presentare nella società a secondo quelle esigenze sociali che la sua casta richiede.

Nell’ambiente operaio, invece, le fonti di utile in una famiglia sono diverse e non indifferenti.

Infatti, si dice, in una famiglia di operai composta dei genitori e di quattro figli superiori ai quattordici anni, coloro che mensilmente portano il loro contributo a casa, in genere, sono cinque, mentre nel caso del povero impiegato è sempre uno, il capo famiglia.

Nella seconda categoria si colloca invece il disagio, il malcontento dei ceti borghesi produttivi cittadini, dai piú elevati – finanza, industria, commercio in grande – ai piú bassi, piccoli commercianti, piccoli professionisti, ecc. I rapporti degli informatori sono pieni di riferimenti ad esso ed ogni anno di piú. E spesso assumono un tono cosí drammatico e carico di osservazioni politiche (implicite, ma spesso anche esplicite) che qualche gerarca locale per contestarne presso i superiori l’attendibilità, arrivò al punto di affermare che non potevano «essere state vergate che da un autentico antifascista, il quale osserva gli avvenimenti e i fatti attraverso il prisma della propria malafede»57. Lasciando per il momento da parte le preoccupazioni per la situazione internazionale e la politica estera mussoliniana, assai vive anch’esse ma con un andamento piú irregolare, ad alti e bassi a seconda delle vicende politiche internazionali, ciò che emerge da questi rapporti, sino ad imporsi su tutto il resto, è una preoccupazione e un malcontento crescenti per la situazione economica e per la politica autarchica, unanimemente considerata la causa prima della precarietà di questa situazione. Il continuo aumento dei prezzi e del costo della vita, la scarsezza di alcuni generi, la cattiva qualità di molti di quelli autarchici, il crescente carico fiscale, il moltiplicarsi dei fallimenti e dei protesti cambiari58, l’inframettenza crescente dello Stato nella vita economica, lo spazio sempre piú ridotto lasciato alla iniziativa personale e privata in genere sono i temi piú ricorrenti, ai quali si accompagna uno stato d’animo per un verso sempre piú insofferente, per un altro verso d’impotenza, che denota un forte e assai diffuso scadimento del consenso e della stessa fiducia in Mussolini, mai accompagnato per altro da propositi d’impegno per mutare la situazione (per un cambiamento della quale in qualche raro caso si spera al massimo in un intervento «moderatore» del sovrano). Tra gli innumerevoli rapporti che potremmo citare ne scegliamo uno che, per il taglio, l’epoca – il febbraio 1939 – e la preparazione dell’informatore che esso rivela, ci pare riassuma bene il disagio e il malcontento della borghesia produttiva59:

188–189

Nei circoli finanziari di Milano regna un nero pessimismo. Si tratta di cosa vecchia. Questo pessimismo regnava negli stessi ambienti, specialmente in quelli bancari, anche tre anni fa. Si è ritrovato a Torino, a Genova ed anche a Firenze. Anzi se un tempo questo pessimismo era circoscritto in certi ambienti, ora, a giudicare da quanto si è potuto constatare negli ultimi due anni, si è propagato in tutto il mondo economico arrivando fino al piú modesto esercente. È un fenomeno che ha avuto il suo inizio, dopo l’allineamento della lira.

Gli aspetti che assume questo stato d’animo sono infiniti e, ad elencarli tutti, non si finirebbe piú. Tutti però si possono ridurre ad un comune denominatore: sfiducia nel sistema autarchico e, quindi, riprovazione piú o meno palese degli attuali metodi economici.

Tutte le novità, e quindi anche i nuovi sistemi politici, sociali ed economici, cozzano contro la resistenza del conservatorismo, il quale è un male comune a tutti i mortali. La resistenza che ci interessa è di principio. Il mondo economico subisce, ma non si lascia convertire. Riterrà magari opportuno dare le piú ampie assicurazioni, professare il suo consenso e cercherà di approfittare dell’occasione per tirare l’acqua al suo mulino; ma, in realtà, il mondo economico non cessa di rimpiangere l’antica libertà perduta, si irrita degli ostacoli che rappresentano le disposizioni del Regime e del diminuito valore dell’iniziativa personale, la quale, spesso, non era che brutale licenza. Nel mondo economico si cerca sempre invano un vero amico del Regime, un uomo che comprenda la imperiosa necessità attuale di mettersi incondizionatamente a servizio del Regime.

Leggendo i quotidiani, specialmente se da un certo tempo non si sono avuti contatti con questo mondo, ci si illude che le cose vadano mutandosi, che ci si avvicini finalmente ad una collaborazione sincera senza riserve mentali. Ma invariabilmente si è costretti a ricredersi.

Del resto, non v’è da stupirsi che cosí sia. Negli ambienti economici italiani è tradizionale ritenere che due paesi al mondo siano i modelli perfetti di economia: l’Inghilterra e l’America. Questi due paesi sono irrimediabilmente avversi ad un sistema economico come quello che vige in Italia: dunque, per la stragrande maggioranza dei nostri uomini di affari, il sistema italiano deve essere necessariamente errato.

Oltre a ciò basta scorrere la pagina finanziaria dei giornali esteri piú autorevoli in materia economica, per rendersi conto che il pessimismo nostrano ha il conforto di quasi tutti i portavoce dell’economia internazionale. La stampa di tutti i paesi democratici – dei cosidetti paesi economicamente forti – è unanime su quest’argomento e leggendo l’articolo tradotto dalla «Neue Zuercher Zeitung», ci si può persuadere.

Dal punto di vista particolare, interessa piú che altro vedere se questo stato d’animo, che prevale negli ambienti finanziari, industriali e mercantili, può avere un’influenza sul resto dell’opinione pubblica e sul cosidetto «uomo della strada». Purtroppo, bisogna rispondere affermativamente. L’«uomo della strada» è attualmente piú accessibile che mai a subire l’influenza di questa specie di pessimismo, perché è leso nei suoi interessi personali dai continui rincari, dalla costrizione nella quale si trova di dover ridurre ogni giorno il suo tenore di vita, dal timore che i suoi mezzi non possano piú bastare e dal vedersi preclusa, o almeno, resa difficile la possibilità di aumentare i suoi redditi. L’«uomo della strada» vive in una continua apprensione, che si manifesta anche per motivi futilissimi: perché le uova rincarano di un soldo, perché la posta aerea per le Colonie ha subito un aumento, perché i pubblici spettacoli aumentano i prezzi ecc. Il pizzicagnolo, il droghiere, il panettiere, tutti i suoi fornitori, sono per lui altrettante agenzie allarmistiche: sono, in fondo, le ultime propagini del mondo economico, che vendono al minuto, oltre alle loro mercanzie, anche il pessimismo che regna nei loro ambienti.

La cosa assume troppo sovente l’aspetto di scoramento e di rassegnazione rabbiosa, che porta la gente allo scetticismo piú assoluto in materia economica. Questo stato d’animo è illustrato dalla storiella di quel modesto ometto il quale, alla fine di una conferenza esaltante i successi economici, domandò la parola per chiedere al conferenziere: «Come spiega lei allora, che il cacio è aumentato anche stamane di du’ soldi?»

Si ritiene che, diffondendosi, questo stato d’animo può diventare un elemento negativo nell’eventualità non impossibile che la Nazione venga chiamata ad opporre al nemico di domani uno sforzo economico, nel quale sarebbe necessario raccogliere tutti i valori di resistenza. E che esso sia, attualmente, uno degli elementi principali che concorrono a creare quell’atmosfera pesante che va appesantendosi sempre piú.

189–191

Nella terza categoria si colloca il disagio degli operai. Il gran numero di rapporti ad esso dedicati non lascia dubbi: esso fu sempre vivo e presente in tutti i settori operai e lungo tutto l’arco di tempo di cui ci stiamo occupando. Alla sua origine erano motivi economici, ma – specie nelle imprese piú grandi – anche altri, connessi alle condizioni di lavoro (organizzazione dei ritmi e dei turni, cottimi, orari ridotti o troppo elevati, ecc.), ai criteri di assunzione e di licenziamento (spesso arbitrari e col solo scopo di riassumere i lavoratori licenziati in una categoria inferiore), alla richiesta di una presenza sindacale in fabbrica. Diffuso ovunque, esso era maggiore tra gli operai delle categorie piú basse60 e delle grandi imprese di Torino, Milano, Genova, città dove il costo della vita era piú elevato e dove la gran massa dei lavoratori non aveva (come sopravvivevano altrove) possibilità di integrare il lavoro in fabbrica con piccole attività agricole, dove i motivi di disagio non immediatamente economico erano maggiori e piú numerosi e dove piú alto era il numero dei vecchi operai con una esperienza sindacale e una formazione socialista. Molto vivo nel ’36, nel ’37 e ancora nel ’38, nel ’39 il disagio degli operai dell’industria, pur continuando, perse però – specie dopo gli aumenti del marzo – parte della sua intensità e, significativamente, mutò in buona parte le sue motivazioni. Piú che quelle immediatamente economiche, salariali, sino allora dominanti, in primo piano ne vennero altre, in parte sempre al fondo economiche, in parte piú propriamente sindacali. Tra le prime soprattutto quelle connesse agli oneri derivanti dai contributi sociali61 e, dopo gli aumenti del ’39 e specialmente del ’40, dall’applicazione ai salari maggiori della imposta di ricchezza mobile e in certi casi della complementare62. Tra le seconde quelle connesse alle condizioni di lavoro e alla presenza del sindacato in fabbrica. Proiettando tutto il problema in una prospettiva politica generale, non è certo privo di significato che, mentre sino a tutto il 1938 i rapporti degli informatori e della polizia erano unanimi nel mettere in guardia dal considerare la massa operaia vicina al regime (e non di rado con toni assai allarmati), col 1939 le notazioni di questo tipo si fanno meno numerose e drammatiche e non ne mancano di ottimistiche o, almeno, non allarmistiche. Significativa è la seguente osservazione tratta da un rapporto da Milano in data 16 aprile 1940, in piena «non belligeranza»63:

191–192

La classe operaia è forse la piú tranquilla. È quella che meno si occupa di politica. Anche la classe impiegatizia oggi è tranquilla. Quelli che continuamente sono malcontenti sono in gran parte i proprietari di case e terreni, i commercianti e anche molti industriali.

Abbiamo definito l’osservazione significativa riferendoci soprattutto a quello che sino a non molto tempo prima era stato il giudizio corrente della stragrande maggioranza degli informatori e dei funzionari della polizia, per marcarne la differenza. Prenderla alla lettera, generalizzarla, fondare su di essa e sulle altre consimili pure presenti in altri rapporti una valutazione complessiva dell’atteggiamento delle masse operaie verso il regime sarebbe però un errore. Altri rapporti, del ’39, del ’40 potrebbero – se presi ugualmente alla lettera – autorizzare ad affermare che la «tranquillità» degli operai fosse invece frutto di rassegnazione, di opportunismo, addirittura di un odio cosí radicato per il fascismo da arrivare ad augurarsi una guerra pur di liberarsi dall’«attuale schiavitú» e da attenderla mostrando «un contegno normale, tranquillo, ossequiente»64. Detto questo, va però detto anche che sullo scorcio degli anni trenta, parallelamente all’attenuarsi almeno in parte del disagio economico, qualche cosa nell’atteggiamento operaio verso il regime indubbiamente cominciò a mutare, smussandone – pur nel quadro del generale timore di una guerra e della ostilità per l’alleanza con la Germania (che però tra gli operai era meno vivace che nei ceti borghesi e anche contadini, specie tra i piú giovani) – alcune delle punte polemiche piú propriamente politiche. Anche se di esso si può dare una interpretazione anche in chiave di opportunismo, non è privo di significato il fatto che nel dicembre ’39 – quando furono riaperte le iscrizioni al PNF per gli ex combattenti – non pochi furono gli operai che ne approfittarono per entrare nel par tito 65. Di interpretazione meno dubbia è invece un altro fatto verificatosi nello stesso periodo: la simpatia con la quale anche tra gli operai si guardò alla Finlandia aggredita dall’Urss 66. Né la cosa può meravigliare se appena si pensi agli anni che il fascismo era al potere, alla naturale trasformazione della composizione della classe operaia determinata dalla sostituzione degli elementi piú anziani con giovani che assai spesso non avevano conosciuto altra realtà che quella fascista, si erano formati nella sua atmosfera e nella sua scuola e non di rado provenivano dalla campagna, al condizionamento dell’ambiente e al progressivo venir meno di voci alternative e di gruppi antifascisti attivi in grado di prospettare forme di lotta credibili e per le quali valesse la pena correre rischi. E ancora, come verso la fine del ’36 facevano realisticamente notare sulla stampa antifascista Eugenio Colorni e Ruggiero Grieco, che

192

il fascismo non si era mai fatto una bandiera della difesa del capitalismo, né [aveva] mai posto sui magnati della finanza l’aureola della santità nazionale. Non solo: esso proclam[ava] il suo interesse per le classi lavoratrici, e si atteggia[va] a difensore di esse 67

e che i lavoratori fascisti (ormai abbastanza numerosi) con cui essi erano a contatto erano, «nella grandissima maggioranza, degli operai onesti, i quali cred[evano] che il fascismo l’[avrebbe] fatta finita un giorno coi capitalisti, difende[vano] gli interessi propri e dei compagni di lavoro, e [erano] spesso alla testa delle lotte operaie» 68. E tutto ciò senza considerare quanto stava avvenendo nei sindacati e in particolare in quelli dell’industria.

193–196

Nel primo tomo di questo volume69 abbiamo parlato del risveglio di vita interna e di attività verificatosi nella prima metà degli anni trenta nei sindacati fascisti e delle conseguenze che ciò aveva avuto sotto il profilo tanto organizzativo quanto dello stabilirsi di una certa fiducia in essi da parte dei lavoratori, specie piú giovani. Per quel che concerneva piú propriamente gli operai questo fenomeno sino alla guerra d’Etiopia si era però mantenuto in termini complessivamente abbastanza ridotti, anche se aveva dato alcuni frutti che alla lunga si sarebbero rivelati assai importanti, in primo luogo quello di fornire i quadri sindacali di base e intermedi di un discreto numero di attivisti e di dirigenti provenienti direttamente dal mondo operaio e che, quindi, ne conoscevano la realtà meglio della gran maggioranza degli altri quadri, erano in genere partecipi dei suoi problemi e ne riscuotevano assai piú degli altri la fiducia. Con la conclusione della guerra d’Etiopia questo processo prese ad accentuarsi.

Nei sindacati e soprattutto nella Confederazione fascista dei lavoratori dell’industria (ché in quella dei lavoratori della terra i legami e le connivenze con i proprietari rimasero molto maggiori e ciò rese piú limitato il rinnovamento interno della Confederazione) le tendenze ad una azione piú genuinamente sindacale, le aspirazioni ad un ruolo sociale e politico piú attivo e diretto, la volontà di opporsi a chi avrebbe voluto svuotare il sindacato a tutto vantaggio delle corporazioni e, al limite, sopprimerlo o ridurlo a qualcosa di simile ai sindacati nazisti70 si fecero piú forti e audaci. Le attese sociali per anni compresse e ora esaltate dalla vittoria africana ridiedero fiato ai vecchi sindacalisti rivoluzionari (o corridoniani, come amavano definirsi), ai Malusardi, ai De Ambris, ai Cianetti, ai Capoferri e, tra i piú giovani, ai Fontanelli, ai Venturi, che nel loro intimo non si erano mai rassegnati alla sconfitta-sconfessione di Rossoni, e fecero guardare con nuovo interesse ai sindacati ad un certo numero di giovani fascisti stanchi delle inconcludenti logomachie sul corporativismo e il «nuovo ordine sociale fascista». In questo nuovo clima, che non fu solo dei sindacati ma anche di altre organizzazioni operanti nel mondo del lavoro71, ma che ebbe le sue manifestazioni piú evidenti e significative nella Confederazione fascista dei lavoratori dell’industria, l’azione dei sindacati – specie dopo il «via libera» dato da Mussolini con l’accettazione nell’estate ’36 delle loro richieste di aumento dei salari – si fece in breve piú decisa, trovando echi notevoli e spesso una sorta di cassa di risonanza nella stampa giovanile e, tramite essa, anche in molti dei maggiori organi fascisti. Certo le difficoltà non erano poche. Nonostante l’inizio di ripresa degli anni precedenti e l’impegno crescente di una parte dei suoi quadri72, il sindacato fascista non poteva certo liberarsi facilmente (infatti non se ne liberò mai completamente) delle tare d’origine e dei limiti insiti nel particolare rapporto di forze sul quale si fondava il regime: burocratismo, corruzione, inferiorità psicologica rispetto ai datori di lavoro, diffidenza e sospetto politici nei confronti dei lavoratori, dipendenza dal potere politico, impreparazione tecnica erano diffusi un po’ a tutti i livelli. Né si deve sottovalutare il condizionamento costituito per molti sindacalisti dalle infinite possibilità che, localmente, ma anche a livello nazionale, il padronato aveva di servirsi delle autorità di polizia e del partito per colpire coloro che gli davano troppo fastidio73. Ciò nonostante nel ’36-37 e ancor piú nel triennio successivo (grosso modo sino all’entrata in guerra che, nel nome dei «superiori interessi della patria», sancí la fine del sindacalismo fascista in quanto forza capace di assolvere almeno parzialmente alla difesa dei lavoratori) i risultati conseguiti furono tutt’altro che insignificanti, sia sul terreno della contrattazione nazionale e aziendale74 e del suo effettivo rispetto, sia su quelli della regolamentazione dei cottimi e dei ritmi di lavoro, della difesa dei lavoratori dalle sopraffazioni padronali (soprattutto dai licenziamenti ingiustificati, per evitare passaggi di categoria, per «turbolenza sindacale»), delle vertenze individuali, del controllo delle condizioni di lavoro, della mutualità e del collocamento, dell’apprendistato e ancor piú dell’assistenza75. Tant’è che Cianetti, nel suo già ricordato Un fascista a Castelvecchio, avrebbe scritto:

196–198

Nel settore sociale c’era un tale fervore e si era raggiunta una tale quota di fermento innovatore che nel 1938, in occasione di un congresso della Confederazione dei lavoratori dell’industria, si dichiarò superata dallo spirito dei tempi la legge sindacale del 1926 e la stessa Carta del lavoro nelle parti normative.

I risultati piú significativi furono, nel ’37, l’acquisizione del diritto di partecipare con propri rappresentanti alla definizione delle tariffe dei cottimi e, nell’ottobre ’39, il riconoscimento e la reintegrazione ufficiale dei fiduciari di fabbrica. Inizialmente limitato al settore industriale, poi esteso a quello del credito e delle assicurazioni e a quello del commercio, politicamente questo fu certo il piú importante, sia perché realizzava una delle piú vive aspirazioni dei lavoratori sia perché equivaleva per il sindacalismo fascista ad una vera e propria rivincita sugli imprenditori che dieci anni prima avevano imposto la soppressione dei fiduciari. Sempre nel ’39 altri due avvenimenti molto importanti furono la promulgazione, in aprile, della nuova legislazione in materia di assistenza ai lavoratori e, in ottobre, il trasferimento del Dopolavoro dalla competenza del PNF a quella dei sindacati. Il primo sancí l’aumento dell’indennità di disoccupazione (da lire 1,25-3,75 a 2,50-7 lire al giorno oltre un’aggiunta progressiva per i figli in età non superiore a quindici anni), il miglioramento delle pensioni di invalidità e vecchiaia (abbassando per questa il limite di età da 65 a 64 anni e in prospettiva a 60 per gli uomini e a 60 e 55 per le donne) e la loro reversibilità a favore dei superstiti, degli assegni familiari, delle assicurazioni e dei premi di nuzialità e natalità e, fatto assai importante, la estensione delle assicurazioni sociali a tutta una serie di categorie di lavoratori che sino allora ne erano state escluse76. Nonostante gli indubbi vantaggi ad essi arrecati e nonostante che gli oneri maggiori fossero a carico dei datori di lavoro, la nuova legislazione – lo abbiamo accennato – suscitò tra i lavoratori notevoli malumori (che, per altro, stando a quello che il presidente della Confederazione fascista dei lavoratori della industria, T. Cianetti, scrisse a Mussolini, sarebbe stato in parte abilmente montato ad arte da «molti industriali» e da alcuni uomini politici che non avevano «saputo spogliarsi della loro posizione di datori di lavoro») per l’ammontare delle quote contributive ad essi accollate e ritenute troppo elevate. Per capire meglio lo spirito e i problemi del sindacalismo fascista in questi anni è significativo l’atteggiamento che su questo problema assunse la dirigenza sindacale. La misura e quindi l’onere della riforma (autorizzata personalmente da Mussolini che, sollecitato soprattutto dalle Confederazioni dei lavoratori, ne tracciò le linee di fondo in una lettera del 24 novembre ’38 al presidente dell’INPS) furono oggetto di vivaci discussioni tra le Confederazioni dei datori e dei prestatori d’opera, il ministero delle Corporazioni e l’INPS. I datori di lavoro, con quelli dell’industria in testa, dichiararono subito che l’onere previsto era per essi insostenibile e mantennero questo atteggiamento anche dopo che una revisione del progetto li diminuí. A questo punto, tra una soluzione piú favorevole ai lavoratori, ma i cui oneri fossero ripartiti tra datori e prestatori d’opera e una meno favorevole ai lavoratori, ma i cui oneri non fossero a loro carico, la dirigenza sindacale optò per la prima con questa argomentazione un po’ «pedagogica», ma soprattutto politica, che Cianetti ripeté a Mussolini (che non certo a caso poche settimane dopo lo trasferí dalla presidenza della Confederazione dei lavoratori dell’industria al sottosegretariato delle Corporazioni con il compito di occuparsi proprio della previdenza sociale77) ancora dopo il varo della nuova legislazione per rispondere alle critiche mossele appena fu chiaro che essa aveva scontentato non solo i datori di lavoro – il che era prevedibile e previsto – ma anche larga parte dei lavoratori78.

198–199

Era opportuno fare gravare sui datori di lavoro tutti gli oneri della riforma?

Questa domanda fu posta da tutti quando Voi ordinaste al camerata Biagi di marciare.

Apparve subito l’opportunità della partecipazione dei lavoratori per i seguenti principali motivi:

  • a) Se la previdenza esercita, oltre la sua funzione specifica, anche una funzione educativa, non può non essere alimentata dagli stessi operai, i quali, solo attraverso il sacrificio di un contributo, saranno interessati al suo sviluppo.
  • b) Una riforma delle assicurazioni sociali non può avvenire a scadenze brevi: riforme radicali possono verificarsi ogni venti anni. La riforma dell’anno XVII, attesa ed invocata dalle masse lavoratrici, doveva essere radicale, doveva cioè garantire quel deciso passo in avanti alla legislazione sociale da Voi giustamente ordinato. E poiché gli oneri di una riforma non potevano essere che notevoli, se non fosse stata ammessa la partecipazione dei lavoratori, il contributo dei datori di lavoro avrebbe dovuto essere contenuto in percentuali molto piú modeste di quelle globalmente adottate. La riforma sarebbe stata modestissima, mentre i lavoratori avrebbero dovuto ringraziare, piú del necessario, il buon cuore dei datori di lavoro.
  • c) La mancata partecipazione operaia agli oneri della riforma, sarebbe stata politicamente capitalizzata dai datori di lavoro. Non si faceva mistero, nella Confederazione degli Industriali specialmente, del proposito di ottenere delle

riassicurazioni e delle garanzie nei confronti delle organizzazioni operaie allo scopo di sostare nelle revisioni periodiche dei contratti di lavoro e delle tabelle salariali.

Credo di sapere, per averne avuto notizia dallo stesso interessato, che il Conte Volpi abbia manifestato tali propositi anche dinanzi a Voi, Duce. E come si sarebbe potuto non dare qualche garanzia ai datori di lavoro che si accollavano tutto l’onere della riforma?

199–200

Unanimi consensi incontrò invece tra i lavoratori (ma non tra gli industriali) il passaggio dell’OND ai sindacati. Un provvedimento apparentemente anodino, ma che in realtà era molto sentito dai lavoratori e che – ma di questo torneremo a parlare – rientrava nella logica della parte piú sensibile e dinamica della dirigenza sindacale, che vedeva in esso un passo significativo sulla strada di una maggiore autonomia e iniziativa delle proprie organizzazioni e, dunque, di un aumento del loro peso politico79.

Alla luce di quanto abbiamo detto non è difficile comprendere i mutamenti che in questi anni si produssero nell’atteggiamento di vasti settori operai, soprattutto di piú giovane età.

Nel ’36 l’atteggiamento degli operai verso i sindacati fascisti era ancora molto differenziato, a seconda delle situazioni locali, della maggiore o minore sopravvivenza della tradizione socialista e della maggiore o minore capacità di intervento dimostrata dai sindacati stessi. Come riferiva un rapporto del dicembre, per esempio80:

Nelle zone operaie della grande Genova, l’umore delle masse lavoratrici non è dei piú tranquillizzanti.

Ovunque si manifesta una tendenza contro l’azione sindacale che secondo gli operai non è adeguata alle necessità del momento; contro le innumerevoli violazioni di leggi e contratti di lavoro fatte da industrie; contro l’assistenza del Partito che non è ritenuta sufficiente; ecc.

L’attenzione delle masse è sempre rivolta agli avvenimenti in Spagna. Se ne parla moltissimo e si dice che la vittoria sarà delle milizie rosse. Qualcuno non nasconde che dalla vittoria delle milizie rosse scaturirà «qualcosa» anche in varie altre nazioni, compresa l’Italia.

In altre zone, specie laddove il sindacato era piú attivo e si era impegnato per tutelare in qualche modo i lavoratori, non mancavano coloro che guardavano ad esso con occhio diverso, si impegnavano nelle sue attività (soprattutto assistenziali e previdenziali81) e avrebbero voluto che queste fossero maggiori e non limitate solo alle questioni immediatamente economiche e mutualistiche82. Nelle aziende nelle quali nel luglio ’36 vi erano state agitazioni in occasione del primo aumento salariale generalizzato e dei rinnovi dei contratti nazionali e queste avevano visto in prima linea i fiduciari di fabbrica (a quell’epoca non ancora riconosciuti e contrattualmente non tutelati) l’avvicinamento degli operai al sindacato era anche maggiore83.

200–201

Col ’37, col ’38, col ’39 e ancora nel ’40, di fronte al crescere e al concretizzarsi dell’iniziativa sindacale e al relativo miglioramento della condizione salariale e assistenziale (e, almeno per alcuni settori di vecchi operai, probabilmente anche in conseguenza del dissolversi delle speranze suscitate dagli avvenimenti spagnoli e del loro precipitare verso una soluzione che sembrava confermare l’invincibilità del fascismo), questo atteggiamento delle masse lavoratrici subí però notevoli trasformazioni. Il sindacato acquistò via via piú credibilità e sulla sua scia anche il fascismo fece largamente breccia tra i lavoratori e in particolare tra i giovani operai, anche – sia ben chiaro – se il «consenso» che questo si guadagnò fu essenzialmente passivo e – salvo casi impossibili a quantificare, ma assai limitati – larghissimamente condizionato dall’ambiente e dalla capacità del sindacato di migliorarne, sia pur lentamente, le condizioni di vita e di lavoro e di dare in qualche modo sfogo alle loro pur sempre vive istanze anticapitaliste84. Eugenio Curiel che conosceva bene e dall’interno la situazione italiana e che si sforzava di indurre i partiti antifascisti a prendere coscienza di questa nuova realtà e di adeguare ad essa la loro azione, sfruttandone tutte le possibilità, scrisse tra la fine del ’38 e i primi del ’39 per la stampa antifascista osservazioni assai precise. A proposito dei giovani scriveva85:

201–202

il regime afferma di volere la giustizia sociale, afferma che è tempo di raccorciare le distanze e di fondare il «secolo della potenza del lavoro». Convinti di questi argomenti, i giovani intervengono, in camicia nera, nelle assemblee sindacali, reclamando soddisfazione contro l’arbitrio padronale.

Gli anziani, che avevano conosciuto la libertà, il vero sindacalismo e avevano vissuto il suo smantellamento violento ad opera dei fascisti e che non «parlavano fascista» come i giovani, erano piú cauti e diffidenti, ma anche sfiduciati e rassegnati. Anche per loro comunque il sindacato fascista, in quella situazione, era pur sempre l’unico strumento attraverso cui – nonostante tutti i suoi limiti, la sua demagogia, le sue contraddizioni interne, la sua mancanza di vera autonomia, la sua utilizzazione da parte del regime come strumento per arrivare ad influenzare quelle masse che il PNF riusciva a raggiungere solo marginalmente – si poteva fare una difesa, una lotta di classe e che, bene o male, rappresentava una tutela. Come scriveva ancora Curiel86,

la funzione del sindacato fascista è insopprimibile e l’operaio licenziato va al sindacato fascista per farsi, sia pur debolmente, rappresentare nella liquidazione dell’indennità, va all’ufficio di collocamento (ormai passato definitivamente ai sindacati) per iscriversi sulle liste, va al sindacato per le assicurazioni sociali, per la mutualità, va al sindacato per protestare contro le piú flagranti inosservanze dei contratti collettivi. Spesso poi si trova riunito nelle assemblee di categoria ed ha modo di discutere coi compagni e coi piccoli funzionari le rivendicazioni piú immediate. In definitiva, possiamo concludere che le poche espressioni di una lotta economica di classe del proletariato industriale italiano hanno luogo nell’ambiente sindacale fascista... Il ricordo dei tempi della libertà sindacale sussiste, senz’altro, nelle masse dei lavoratori piú anziani, ma esso non impedisce ormai una partecipazione talvolta attiva alla vita sindacale fascista. L’operaio che va al sindacato sa spesso, specie se anziano, quanto limitate siano le sue possibilità, sa come Cianetti sia la volgare espressione della volontà del grande capitale, ma ormai è legato spesso da vincoli di fiducia verso l’onestà e la buona fede di qualche piccolo e medio funzionario, il quale ha talvolta costituito il nucleo polarizzatore di una campagna di rivendicazioni operaie.

202–204

Sulla base di quanto siamo venuti dicendo relativamente alla realtà economica e alle sue ripercussioni sullo stato d’animo del paese rispetto al regime, ci pare si possa concludere che – contrariamente a quanto molto spesso viene affermato – sullo scorcio degli anni trenta, se in tutte le classi e gli ambienti sociali il malcontento e le preoccupazioni erano assai diffusi, nella classe operaia essi erano minori o comunque politicamente meno preoccupanti per il regime e – sempre dal punto di vista delle loro implicazioni politiche per il regime – tutto sommato decrescenti, mentre in altri settori della società italiana, anche in quelli nei quali sino allora il fascismo aveva avuto la sua base piú organica, erano crescenti.

Tra le conseguenze di questa nuova fase della vita sindacale e del consenso che essa incontrò in larghi settori operai le piú significative ai fini del nostro discorso sono quelle prodottesi a livello delle confederazioni sindacali e, al solito, essenzialmente della Confederazione fascista dei lavoratori dell’industria, e, a maggior ragione, a livello del regime e della sua composita realtà.

A livello confederale – lo abbiamo già detto – gli anni tra la metà del ’36 e la metà del ’40 furono caratterizzati: a) da un allargamento e da una trasformazione dei quadri di base e intermedi, in larga parte con elementi nuovi e giovani legati piú dei vecchi alle maestranze (che assai spesso li espressero direttamente) e piú sensibili ai loro problemi, alla loro mentalità, al loro spirito di classe e che inevitabilmente influenzarono in qualche misura anche gli altri quadri di base e intermedi e – se pur in misura assai minore – anche la dirigenza (o, se non la influenzarono, la costrinsero a non perdere troppo il passo con essi e con la base); b) da un progressivo risvegliarsi o radicalizzarsi delle posizioni di gran parte dei dirigenti di formazione sindacalista rivoluzionaria, anarco sindacalista, socialista; c) da un aumento della presenza e della influenza della generazione fascista piú giovane, spesso desiderosa solo di sistemarsi e di far carriera, ma spesso anche di portare nel sindacato la propria interpretazione «rivoluzionaria» e «sociale» del fascismo87. Sommandosi e interagendo tra loro questi tre fatti determinarono una miscela, non certo esplosiva, ma – rispetto a quelle che erano state sino allora la politica dei sindacati fascisti e la realtà del regime – indubbiamente sufficiente a mettere a rumore e a dividere profondamente questa realtà e a determinare il prender corpo nel gruppo dirigente della Confederazione fascista dei lavoratori dell’industria di alcune tendenze che è difficile non considerare piú politiche che sindacali. Un esame della stampa e della pubblicistica sindacale e degli stessi interventi dei maggiori esponenti sindacali fascisti permette di individuare le piú significative di queste tendenze. La prima e piú evidente fu costituita da un anticapitalismo, spesso retorico e parolaio, ma spesso anche sincero, che, abbastanza contenuto e dissimulato in un primo tempo, esplose sempre piú chiaro e financo aggressivo appena poté utilizzare in qualche modo come schermo la polemica antiborghese. Solo che, mentre questa in genere – lo abbiamo visto – si appuntava essenzialmente contro la «mentalità», lo «spirito» borghesi, quella di molti sindacalisti andava oltre e, con la scusa di mirare alla piena realizzazione del corporativismo e al «superamento del capitalismo, quale manovratore incontrastato e pericoloso dell’economia», sosteneva la necessità «di togliere all’attività privata e al capitalismo in specie la libertà di operare in contrasto con gli interessi della collettività» e – forte di ciò – attaccava la Confindustria su una serie di questioni che, molto spesso, non erano sindacali ma politiche (la politica monopolistica dei grandi gruppi, la «consorziomania», la tendenza «ad esprimere quasi sempre parere sfavorevole all’accoglimento delle domande di nuovi impianti o di ampliamento, grandi o piccoli che siano, dando quasi l’impressione di intravvedere in ogni domanda un danno per i propri associati», quasi a voler «condannare il dinamismo a favore della staticità», la politica dei prezzi e della scarsa manodopera, ecc.), valorizzava i tecnici contro le dirigenze aziendali e rivendicava al sindacato il diritto di rifiutare «di riconoscere la identità degli interessi di un gruppo di capitalisti e di banchieri con quelli del popolo» e di sostenere un «livellamento della ricchezza» e l’eliminazione non del capitale come proprietà privata, ma del capitale come sistema capitalistico, «come strumento di governo assoluto dell’economia del Paese, in contrasto con gli interessi generali della Nazione»88. Una seconda tendenza, pure molto viva, fu quella di sostenere la necessità di un ampliamento tanto delle competenze quanto dell’autonomia del sindacato. Tutto ciò che riguardava i lavoratori doveva essere di competenza del sindacato: le retribuzioni, le condizioni di lavoro, ma anche la formazione professionale, l’assistenza, la formazione culturale e politica. E al limite l’economia. Come il 3 novembre 1938 Luigi Fontanelli scriveva su «Il lavoro fascista» a commento della sessione della Commissione suprema dell’autarchia tenutasi nelle settimane precedenti89, le confederazioni dei lavoratori avevano capito

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che il «sociale» propriamente detto non lo si serve soltanto con quello che si potrebbe chiamare «l’attacco frontale» della consueta, tradizionale azione del sindacato, ma anche e soprattutto portando il sindacato fascista ad operare sul terreno dei problemi fondamentali dell’economia nazionale come lo strumento naturale piú diretto e piú sicuro del Partito.

Riallacciandosi a questa tendenza, fuori del sindacato non mancò chi, come S. Panunzio90, arrivò a parlare di legge espansiva del sindacato in tutti i lati e in tutti i sensi della vita economica e di passaggio dal sindacalismo giuridico professionale a quello economico produttivo e, infine, al «parasindacalismo»; e cioè al sindacato che «promuove, organizza e controlla gli enti economici parasindacali, che sono gli enti economici collettivi: piú propriamente le intese nell’industria; le compagnie nel commercio; i consorzi nell’agricoltura; le cooperative di produzione e di lavoro fra i lavoratori». Ai fini del nostro discorso molto piú interessanti sono però altre manifestazioni di questa tendenza, il cui significato politico non può essere sottovalutato. Ad alcune abbiamo già fatto cenno: la concorrenza, sostanzialmente fallita, al ministero dell’Educazione nazionale sul piano del controllo delle scuole professionali e quella, conclusasi invece positivamente, al partito per il controllo del Dopolavoro. Altre è possibile coglierle qua e là nel loro affiorare nel corso di singole prese di posizione anche di esponenti di primo piano, come Pietro Capoferri, il successore di T. Cianetti al vertice della Confederazione fascista dei lavoratori dell’industria dal settembre 193991. Tra queste le piú significative sono quelle che testimoniano una sotterranea polemica tanto con l’assetto corporativo vigente, accusato di pletorico burocratismo che rallentava l’esame e la soluzione delle vertenze, trascinava le procedure in «labirinti dannosi» e comportava spese sproporzionate, quanto con il PNF, accusato a sua volta di «fatalismo rivoluzionario» e cioè di curare la disciplina formale, ma di essere sostanzialmente indifferente e inadeguato ai problemi e alla mentalità delle masse lavoratrici, interrompendone o fiaccandone cosí il «mirabile trasporto verso il Duce, nel quale esse vedono l’Uomo che le ha liberate dalle speculazioni dei mercanti della politica e le ha avviate verso un piú giusto tenore di vita»92. Una terza tendenza, che non è riscontrabile a livello di stampa e pubblicistico, ma risulta da altre fonti, fu, infine, quella a cercare di ricostruire l’unità sindacale dei lavoratori con un «ribloccamento» delle confederazioni che ripristinasse (facendo leva su un vago accenno, alcuni anni prima, di Mussolini con Rossoni nel senso di definire un «errore» lo «sbloccamento») la situazione esistente prima dello «sbloccamento» della fine del 192893, con tutte le conseguenze che ciò avrebbe comportato sotto il profilo del peso politico del sindacato e, all’interno di esso, della federazione piú attiva ed avanzata, quella dei lavoratori dell’industria. Né, infine, per capire quali fossero le prospettive alle quali tendeva la parte piú viva della dirigenza sindacale, è privo di significato (anche se la cosa non ebbe seguito) che nel ’38 Cianetti avesse presentato a Mussolini uno studio sull’azionariato operaio e sulla partecipazione agli utili dei lavoratori.

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La cassa di risonanza di questa nuova fase della vita sindacale era costituita dalla stampa giovanile, in primo luogo quella dei GUF94, e dalla stampa provinciale fascista95 dove pure la presenza giovanile era in genere cospicua. Assai cauta, per nulla recettiva e talvolta piú o meno velatamente critica era invece la grande stampa d’informazione. Quanto ai grandi quotidiani fascisti e alle riviste politiche e politico culturali, il loro atteggiamento variava a seconda degli esponenti o dei gruppi fascisti che erano loro dietro. Se si fa eccezione per «Il popolo d’Italia», anch’essi nella grande maggioranza dei casi erano piuttosto cauti e – a ben leggerli – lasciano trasparire assai spesso, piú che vero consenso, preoccupazione, soprattutto per le «intemperanze» sindacaliste e anticapitaliste dei giovani. Significativo è l’atteggiamento di «Critica fascista». Sulle sue pagine in questi anni molto si parlò di sindacati, di rapporto sindacato-partito, sindacato-GUF, di Littoriali del lavoro, di formazione fascista dei giovani operai, ecc., ma essenzialmente per sostenere la tesi dell’opportunità del contributo dei giovani alla discussione di certi problemi e alla loro piú corretta messa a fuoco e per valorizzare lo spirito fascista e «rivoluzionario» della gioventú; scarse invece furono (con le eccezioni piú significative, forse, di certe Stoccate di B. Ricci) le prese di posizione a favore delle tendenze di fondo che si manifestavano nel sindacato e delle tesi di quei giovani fascisti che le avrebbero volute fatte esplicitamente proprie e portate avanti dal regime e in primo luogo dal partito. Né questo atteggiamento può meravigliare. Alla sua radice erano infatti non di rado prevenzioni ormai radicate da anni nei confronti dei sindacati (fascisti o no poco importava), preoccupazioni per la stabilità degli equilibri su cui si fondava il regime, rapporti, diretti ed indiretti, talvolta anche tutt’altro che limpidi, con il mondo economico-finanziario, industriale e agrario e – laddove queste e consimili motivazioni non agivano – un assai diffuso stato d’animo che spingeva i piú dei dirigenti fascisti o ad invocare la disciplina piú ferrea da parte di tutti o ad arroccarsi in difesa del «quieto vivere» e, quindi, a paventare o almeno a tenersi alla larga da ogni novità che non promanasse direttamente dal «duce» e non avesse, dunque, il suo esplicito imprimatur, evitando tutto ciò che poteva costituire un «pericolo» e tanto piú se queste novità potevano scalfire o mettere addirittura in forse le loro personali posizioni di potere. Né, infine, bisogna dimenticare che, se nel vertice fascista – quello che in pratica controllava in grandissima parte la stampa quotidiana e periodica piú importante e cercava di influenzare anche quella provinciale e minore – i gruppi, i clan erano numerosi, di uomini «di sinistra» non ve ne erano praticamente piú e i pochissimi che potenzialmente lo erano ancora erano degli isolati, che non osavano offrire pretesti ai loro avversari per non essere del tutto emarginati o, almeno, denunciati da qualche informatore o da qualche fanatico come filobolscevici96. Significativo è quanto, nell’aprile ’37, diceva un intimo amico e collaboratore di Rossoni per spiegare alcuni velati attacchi all’ex leader dei sindacati fascisti apparsi in quelle settimane su un giornaletto locale fascista e che un solerte informatore subito riferí a palazzo Venezia97:

207–208

Bisogna pensare che egli è solo in seno al Partito, in seno al Governo, in seno al Gran Consiglio a rappresentare la corrente che vuole che il Fascismo vada sempre piú verso il popolo e si adegui alle sue pregiudiziali programmatiche che, essendo state formulate da Mussolini, non contrastano, ma vogliono favorire l’ascesa delle masse popolari e le categorie lavoratrici. Il Duce non ha mai tradito le sue origini, e non ha mai fatto un mistero delle sue tendenze. Gli atteggiamenti momentanei sono una cosa diversa; possono essere soltanto delle misure tattiche destinate a rendere piú sicuro e piú prossimo il raggiungimento degli obbiettivi fondamentali. Ma tutti gli uomini che circondano il Capo o vengono dai nazionalisti (e sono quindi dei reazionari venuti al Fascismo come a un movimento che avrebbe stroncate le velleità delle rivendicazioni operaie) o sono divenuti dei mestieranti, dei professionisti delle politiche, che hanno una sola preoccupazione: salvare la propria posizione personale... Coloro che parlano di un movimento di sinistra in seno al Partito non conoscono la reale posizione delle cose. Nessun movimento di sinistra è possibile in questo momento in Italia, perché mancano gli uomini, tutti i gerarchi del Partito e delle organizzazioni sindacali giustamente osserva lo stesso Rossoni sono conservatori per la stessa legge della difesa della propria esistenza. L’errore maggiore è però di coloro che vogliono fare apparire Rossoni come espressione di un movimento contrario al Capo, e, peggio ancora, come uno degli aspiranti alla successione. Rossoni ed i suoi amici siamo mussoliniani e vogliamo rimanere tali98.

Detto questo, va però anche detto che quei giornali e quei giovani che parteciparono alla polemica sindacale, mettendovi assai spesso una carica chiaramente anticapitalista e non di rado attaccando e denunciando disfunzioni, incomprensioni, situazioni e uomini – sia sindacalisti inefficienti o corrotti sia imprese e imprenditori disonesti o che violavano i contratti di lavoro, compivano rappresaglie contro i quadri sindacali di base, ecc. – non incontrarono vere difficoltà e se incorsero in qualche disavventura fu, piú che per interventi da Roma, per beghe e interventi di carattere locale. Persino Curiel, autore nel 1937-38 su «Il Bò» e nel 1939 (dopo l’introduzione dei provvedimenti contro gli ebrei e immediatamente prima del suo arresto come comunista) su «Corrente»99 di una nutrita serie di articoli di carattere sindacale che – essendo concepiti nella logica non di un fascista, ma di un antifascista che si muoveva in collegamento con le centrali di GL, del PSI e del Pcdi, sfruttando tutte le possibilità di denuncia e di agitazione antifascista possibili da una posizione «entrista» quale era la sua – furono certamente tra i piú duri, documentati e anticapitalisti tra quelli apparsi in quel periodo sulla stampa fascista, persino Curiel, dicevamo, non ebbe difficoltà e, anzi, attirò con essi l’attenzione di uomini come Cianetti e Bottai che vollero conoscerlo e parlare con lui di problemi sindacali e politici100. Per non dire di Ruggero Zangrandi e di alcuni suoi amici che, messisi in luce per le loro posizioni, furono invitati a scrivere su vari giornali fascisti e sullo stesso «Popolo d’Italia». Dalle colonne del quotidiano di Mussolini Zangrandi tra l’agosto ’38 e il maggio ’39 poté cosí sviluppare una campagna sindacale assai vivace, per la quale ebbe contatti anche con esponenti sindacali di primo piano come Cianetti e il segretario della Confederazione dei lavoratori del commercio, Riccardo Del Giudice (che mise addirittura a sua disposizione documenti riservati atti a corroborare la sua polemica contro le violazioni sindacali commesse dall’UPIM e dalla Rinascente), e che suscitò scalpore sia in Italia sia all’estero e nell’emigrazione antifascista, specie dopo che uno degli scritti dello Zangrandi fu addirittura attribuito da molti a Mussolini101.

209–210

Alla fine del 1934 Ugo D’Andrea, recensendo Logica della Corporazione di Luigi Fontanelli e polemizzando con la sua interpretazione del corporativismo, si era chiesto, «se tutta la sostanza della rivoluzione si fa economica e se non v’è piú distacco tra economia corporativa ed economia bolscevica, bisogna proprio ammettere che le due rivoluzioni del dopoguerra, il Fascismo e il Bolscevismo, non sono che due aspetti di uno stesso volto» e aveva ammonito che, se cosí fosse stato, ciò avrebbe «inquieta[to] gli uomini che hanno vissuto e combattuto lunghi anni in una vicenda politica tanto diversa da quella descritta»102. Ora, a pochi anni di distanza, l’«inquietudine» di cui aveva parlato D’Andrea era divenuta un fatto reale e generalizzato, su cui, oltre tutto, agivano da moltiplicatore la sempre piú precaria situazione internazionale e la politica estera, interna ed economica di Mussolini.

Ritenere questa «inquietudine» e il distacco psicologico dal regime che per molti ne conseguiva caratteristici del solo mondo economico-finanziario e imprenditoriale sarebbe sbagliato. Anche se le ragioni di «inquietudine» erano parzialmente diverse, il distacco psicologico dal regime si verificava infatti anche negli altri settori della classe dirigente e della borghesia in genere. Il fascismo e soprattutto il PNF non avevano mai goduto in questi ambienti di grande prestigio. In essi essere fascisti voleva molto spesso dire essere mussoliniani, avere fiducia nel «patriottismo» e nel «buon senso» del «duce», condividerne le scelte di fondo, riconoscersi nel suo «realismo» e nella sua «modernità». Quanto al partito, molti, forse i piú, lo avevano sempre considerato una sorta di superfetazione in gran parte «ormai» inutile e spesso dannosa e troppo invadente, in mano in genere a gente senza arte né parte, a burocrati, a profittatori, a «brutti arnesi», a giovinotti o a caccia di potere e di denaro o con strane idee in testa, che «rovinavano il fascismo» pretendendo di imporre agli italiani ciò che essi già sentivano liberamente o una serie di cose di cui non vi era in realtà alcun bisogno e che, comunque, si sarebbero potute fare con piú discrezione, senza «rompere le scatole» ai «buoni cittadini». Ciò non toglie che il discredito di cui il fascismo e il partito furono oggetto in questi anni non aveva precedenti. Al sommo del discredito, della irrisione, della ostilità vera e propria era Starace, simbolo e responsabile primo di tutto ciò che veniva considerato negativo, grottesco, invadente, retorico, «non mussoliniano» nel regime103. Ma – salvo rare eccezioni (determinate in genere o dalla simpatia umana che il per sonaggio suscitava o dalla fama di tecnico piú che di politico che l’accompagnava) – anche gli altri gerarchi non si salvavano dalle critiche e dal generale discredito che accomunava tutta la gerarchia fascista, dai maggiori esponenti ai minori. E in particolare dall’accusa di affarismo e di illeciti e fantastici arricchimenti. Un’accusa questa qualche volta giustificata, ma in molti casi eccessiva ché se in periodo fascista si costituirono grandi e rapide fortune economiche, piú che i politici veri e propri (che, in genere, piú che arricchirsi veramente, approfittarono dei vantaggi connessi al potere per assicurarsi facilitazioni e un tenore di vita che, date le origini di molti di loro e le abitudini riservate e modeste della gran parte della classe politica prefascista, apparvero a molti scandalosi) esse riguardarono soprattutto il sottobosco economico che viveva ai margini della politica vera e propria. Per non dire di un altro fatto che in questi stessi anni contribuí notevolmente al distacco psicologico dal regime di non trascurabili settori della classe dirigente tradizionale e del notabilato (soprattutto meridionale104) che avevano aderito ad esso per un misto di motivazioni patriottiche, di classe e di potere locale e l’avevano servito «in buona coscienza» sino a quando avevano potuto farlo sulla base di una prassi riassumibile nella formula «autonomia nell’obbedienza»: il loro rendersi conto che la progressiva totalitarizzazione del regime rendeva sempre meno possibile salvaguardare nell’«obbedienza» la loro «autonomia» e portava alla loro graduale sostituzione con nuovo personale politico espresso direttamente e spesso promosso socialmente dal fascismo105.

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Se, dunque, non si può dire certo che l’«inquietudine» e il distacco psicologico fossero peculiari del mondo economico, difficile è negare però che in esso non fossero in genere piú vivi. Le carte di polizia (rapporti dei prefetti, informazioni fiduciarie, intercettazioni telefoniche, ecc.) sono a questo proposito una fonte ricchissima di notizie e, a leggerle senza preconcetti, concorde. Sotto le vesti dell’obbedienza formale e del lealismo piú assoluto e pur partecipando a tutte le manifestazioni «dovute», esso – nonostante i vantaggi che ne traeva – era tra tutte le componenti del regime e della società italiana la piú intimamente scontenta e preoccupata per la politica mussoliniana e in particolare per la continua perdita di autonomia che essa le imponeva rispetto sia allo Stato sia ai sindacati106; per non dire della irritazione e dei timori in esso suscitati dalla polemica antiborghese e dall’anticapitalismo sempre piú affiorante tra le giovani generazioni fasciste e che a qualcuno richiamavano addirittura alla memoria «l’Avanti! dello Scalarini»107. Qualche accenno si può persino cogliere sulla stampa di categoria, per esempio su «L’organizzazione industriale» del 20 aprile 1939, nel resoconto dedicato ai lavori dell’assemblea dell’ASIA, durante la quale A. Pirelli si lamentò dell’eccessiva interferenza governativa. Né, infine, si può sottovalutare la documentazione offerta da opere memorialistiche come Battaglie economiche di Felice Guarneri e Dal taccuino di un borghese di Ettore Conti. In quest’ultima particolarmente significative sono le considerazioni che accompagnano il già ricordato passo sull’oligarchia finanziaria che dominava l’industria: un misto di orgogliosa rivendicazione di quanto egli e i suoi amici dell’«oligarchia» avevano fatto per l’economia italiana e di protesta per gli attacchi di cui ora erano oggetto:

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gli esponenti delle grandi società vengono regolarmente chiamati plutocrati, affamatori del popolo, reazionari che tramano contro ogni forma di progresso e di democrazia: non si sa o non si dice che le centinaia di milioni dei capitali incriminati appartengono a decine di migliaia di risparmiatori; si finge di ignorare che spesso il maggior azionista è lo Stato, attraverso all’«IRI»; si nasconde che gli utili assegnati all’«ingordo capitale» sono una piccola frazione di quanto è distribuito al lavoro: si accomunano nell’invidia e nel conseguente odio i massimi dirigenti con coloro che hanno disonestamente guadagnato con la speculazione e con altri mezzi illeciti... Comunque questo sistema permette di coordinare varii rami della produzione, facilitando progressi tecnici ed evitando doppioni; né mi pare che l’azione degli uomini che ne sono gli esponenti abbiano abusato delle influenze raggiunte. Per mio conto ritengo che questi concentramenti, piú che alla audacia dei dominatori, sono dovuti al progresso medesimo della tecnica produttiva...,

che si concludeva con una frase che lascia trapelare l’incertezza per il futuro che era alla base di tali considerazioni:

se si deve arrivare ad un socialismo di Stato, ciò che io depreco, speriamo di arrivarvi almeno cosí, attraverso ad una razionale evoluzione108.

A questo punto, prima di avviarci a trarre le conclusioni del nostro discorso, un interrogativo si impone. Come abbiamo visto, Mussolini considerava «eventuali chiusure di stabilimenti, disoccupazione, ecc... mali infinitamente minori della emorragia delle nostre riserve [valutarie]» e riteneva le loro conseguenze sociali qualche cosa di cui «non bisogna eccessivamente preoccuparsi» poiché «tutto ciò può essere superato e comunque sarà seguito e vigilato». Il significato di queste affermazioni, ripetute ben due volte per scritto a Guarneri tra la metà del ’37 e i primi del ’38, non lascia dubbi: Mussolini era pronto a sacrificare le condizioni di vita delle masse lavoratrici e – pur di riuscire a realizzare la sua politica autarchica – era disposto, se necessario, a sfidare il malcontento di una parte almeno di tali masse. Scelta la sua strada, era insomma deciso a percorrerla fino in fondo. Sin qui, possiamo dire, tutto è chiaro. E il discorso può valere anche per gli altri settori della società italiana sui quali gravavano, direttamente o indirettamente, gli oneri della politica autarchica. Quello che invece può destare perplessità è perché Mussolini non si premunisse contro un eccessivo deterioramento del rapporto del regime con il mondo economico e imprenditoriale (ma, a ben vedere, il discorso vale anche per quella parte della borghesia che aveva voluto o accettato un certo fascismo e ora cominciava a temere di averne di fronte un altro) almeno per quanto dipendeva dalla politica sindacale e, soprattutto, perché non impedisse che esso venisse attaccato da una parte del fascismo – minoritaria e senza responsabilità politiche quanto si vuole, ma pur sempre in qualche misura avallata dal fatto di potersi esprimere liberamente e persino sul giornale personale del «duce» – lasciando cosí accreditare l’immagine di un fascismo in via di trasformazione proprio nel senso paventato dal D’Andrea qualche anno prima e dando in conseguenza un significato politico piú radicale di quello che in effetti avevano ad avvenimenti (come il riconoscimento dei fiduciari di fabbrica) già di per sé assai sgraditi al mondo economico e imprenditoriale.

213–214

Dato che, come abbiamo visto nel precedente capitolo, è assolutamente da escludere che in questo periodo Mussolini potesse pensare ad una vera «svolta sociale», l’unica risposta politica (ché, come vedremo nel prossimo capitolo, ad essa se ne devono aggiungere una di tipo ideologico e una di tipo piú personale, psicologico) all’interrogativo che ci siamo posti ci pare si possa trovare nella polemica antiborghese, nel significato che Mussolini le attribuiva nel piú generale contesto della «svolta totalitaria» del regime e nella già riscontrata sua tendenza – pur di favorirne il radicamento – a non impegnarsi a fondo per impedire che essa fosse spostata, ad opera di quei fascisti che auspicavano una vera «svolta sociale», dal terreno della «mentalità» e dello «spirito» borghesi al terreno sociale. Una risposta che, per altro, suscita una questione di primaria importanza e che porta il nostro discorso nel cuore del suo problema: quella del carattere che ebbe in questi anni il «consenso», del peso che questo aveva per il regime e per Mussolini in particolare e, dunque, del significato reale della «crisi del consenso» verificatasi in questo periodo.

Da quanto abbiamo sin qui detto due cose emergono chiare: 1) passato il primo, brevissimo, momento delle speranze e delle attese suscitate dalla vittoria in Etiopia, già nel corso del ’36 e soprattutto durante i tre anni e mezzo successivi la politica economica, interna ed estera di Mussolini provocarono notevoli difficoltà, malumori e preoccupazioni in tutta la società italiana, anche se in misure e con andamenti diversi a seconda delle sue componenti; 2) in conseguenza di ciò l’atteggiamento degli italiani verso il regime si modificò notevolmente; la crisi del «consenso» riguardò essenzialmente i ceti che in passato avevano piú accettato o addirittura espresso il fascismo; in altri, sino allora piú refrattari o ostili, questo segnò invece qualche punto a suo favore, anche se si trattò di un successo in gran parte effimero e superficiale. Per avere tutti i termini del problema, a queste due cose se ne deve poi aggiungere un’altra non meno importante: di entrambi questi fenomeni il vertice fascista e Mussolini in particolare ebbero sempre piena consapevolezza e poterono seguirli in tutti i loro sviluppi, fasi ed aspetti particolari grazie all’occhiuta fittissima rete informativa con la quale innanzi tutto la polizia109, ma anche i carabinieri, il partito, la milizia, la segreteria particolare del «duce» e persino singoli gerarchi (che non potevano accedere direttamente alle fonti ufficiali di informazione o che desideravano informazioni piú tempestive e finalizzate ai loro giochi di potere) avevano avvolto tutto il paese, senza distinzioni e a tutti i livelli. A questa fittissima e tutto sommato efficiente rete informativa ben poco sfuggiva; certo meno di quanto si sarebbe portati a credere sulla base di fatti e di comportamenti che oggi ci sono noti e che spesso siamo indotti a pensare dovessero allora essere ignorati, dato che altrimenti ci pare assurdo non abbiano provocato diretti interventi repressivi. I quali in realtà assai spesso non ci furono non per ignoranza dei fatti e dei comportamenti in questione, ma perché la logica del regime (evitare «scandali», rispettare certi equilibri interni, non perdere elementi che con il loro comportamento non ortodosso facevano poco danno, ecc.) o quella poliziesca (sorvegliare meglio certi ambienti e i loro collegamenti, crearsi nuove fonti di informazione, ecc.) o quella dei responsabili dei singoli servizi («filtrare» certe informazioni sulla base dei propri rapporti personali ovvero per stabilire contatti con certi ambienti in previsione del «dopo Mussolini», ecc.) inducevano ad ignorarli. Anche se ovviamente non tutto arrivava sul tavolo del «duce» e non mancavano – per piaggeria, per carrierismo, per insipienza – tentativi di prospettargli la realtà in termini piú rosei, ciò che Mussolini sapeva era moltissimo, piú che sufficiente per renderlo pienamente edotto dello stato d’animo del paese.

214–215

Eppure tutto si può dire, salvo che in questi anni Mussolini si sia (a parte casi in cui essa andava a vantaggio della monarchia) veramente preoccupato di questa crisi del consenso. Certo la seguiva, la controllava e talvolta interveniva con qualche iniziativa volta a frenarla. Tipica in questo senso – anche se ebbe pure altre motivazioni – fu la sostituzione, a fine ottobre del 1939, di Starace, ormai universalmente inviso, con Ettore Muti alla segreteria generale del PNF110. Piú di questo però non fece. Neppure laddove un suo intervento moderatore avrebbe potuto rendere meno vivo e diffuso il malumore di certi ambienti piú direttamente presi di mira dalla polemica sociale e dal populismo del fascismo giovanile e, piú in genere, frenare in qualche misura il distacco psicologico dal regime di sempre piú larghi settori della classe dirigente tradizionale e dei suoi intellettuali; due settori della società ai quali in altri tempi egli aveva rivolto grande attenzione e che aveva cercato di legare a sé anche a costo di scontentare il fascismo piú genuino e intransigente.

215–217

Nei precedenti volumi e anche nel primo tomo di questo abbiamo spesso, direttamente o indirettamente, trattato il problema del «consenso». Traendo le conclusioni di quanto abbiamo via via osservato, ci pare che il problema si possa porre in questi tre termini, che corrispondono poi ai tre livelli che aveva assunto il consenso, specie dalla fine degli anni venti e sino immediatamente dopo la guerra d’Etiopia, quando esso toccò il suo culmine.

Ad un primo livello vi era il «consenso» dei settori ancora preindustriali della società italiana, sostanzialmente estranei nella loro gran maggioranza alla sfera politica e per i quali il regime fascista non si differenziava spesso pressoché in nulla dal precedente regime. Specie in certe zone montane e del Sud questo tipo di consenso era un fatto che non può essere trascurato e si configurava come accettazione passiva della realtà e, quanto al comportamento culturale e «politico», come recezione dell’atteggiamento del clero (spesso indigeno) e del notabilato locale. A questo livello, se si politicizzava, il consenso si riduceva al mito del «duce», «buon padre», «figlio del popolo», «uomo della provvidenza», ecc. Non a caso l’iconografia del «duce» espressa a questo livello aveva sovente caratteri di tipo ingenuamente religioso. E non a caso (e fatto indicativo dell’isolamento e della mancanza di informazione in cui vi si svolgeva ancora la vita) è da questi ambienti che proviene buona parte delle lettere scritte a Mussolini da sconosciuti per invocare il suo aiuto ancora per varî giorni dopo il 25 luglio 1943.

Ad un secondo livello si collocava quello che, grosso modo, si può definire il consenso borghese, nonché di una parte dei settori piú propriamente popolari partecipi in qualche misura della cultura borghese. Un consenso largamente superficiale, passivo. La sua caratteristica nettamente prevalente era stata di tipo patriottico conservatore, con alcuni innesti «moderni» che, in genere, erano soprattutto il riflesso, per un verso dei progressi che la società italiana andava facendo sulla via della modernizzazione e, dunque, anche della massificazione, che si voleva contrastare e regolare con una «rivoluzione dall’alto»; e, per un altro verso, della ricerca di sicurezza (e, dunque, di ordine, non solo politico-sociale, ma anche morale e psicologico) suscitata dalla progressiva dissoluzione dei rapporti personali e sociali borghesi tradizionali determinata dalla modernizzazione, che, a sua volta, portava ad una esasperazione del nazionalismo, inteso, per altro, piú che come imperialismo vero e proprio, come un fortissimo senso della comunità nazionale (del trasferimento cioè del momento unitario sul terreno sociale) e, talvolta, della civiltà italiana (erede di Roma, della Chiesa e dell’umanesimo) intesa come fattore unitario, razionalizzatore e rigeneratore. A questo livello il regime era stato concepito soprattutto come una necessità politica, sociale e morale e, in concreto, come un autoritarismo tutto sommato moderato e rivolto essenzialmente contro la minaccia di nuovi conflitti sociali e contro coloro che, impenitentemente, lo rifiutavano. Un autoritarismo che non avrebbe dovuto, per altro, uscire da certi limiti, non avrebbe dovuto eccedere, né, tanto meno, intaccare gli equilibri sociali di fondo e ledere le prerogative e l’autonomia sia della classe dirigente, sia delle grandi istituzioni «tutorie» (monarchia, esercito). A questo livello il PNF – lo si è detto – non godeva in genere di molte simpatie. I suoi esponenti di punta erano quasi sempre invisi. Un buon borghese, anche «fascista», poteva avere rapporti con loro, ma si sentiva diverso. Un notissimo clinico, fascista convinto, deputato per piú legislature e poi consigliere nazionale, vedeva, quando necessario, Farinacci, ma evitava che frequentasse la sua casa e che le sue figlie venissero in contatto con lui. I fascisti ben visti, stimati, erano gli ex nazionalisti, gli ex fiancheggiatori, alcuni moderati tipo De Stefani, Giuriati, al massimo qualche eroe di guerra, che per il suo «petto azzurro» godeva di un trattamento di favore, o un Balbo, per la sua simpatia umana e le sue imprese aviatorie. E poi vi era Mussolini, il «duce». Per questi ambienti il fascismo era Mussolini o, meglio, il fascismo era accettato, si era fascisti perché Mussolini era il «duce del fascismo». Un uomo dal passato torbido, che per alcuni costituiva ancora un punto interrogativo, una ragione di vago malessere, ma che si era ravveduto e per i piú era questo ciò che contava. Un uomo talvolta imprevedibile, capace di colpi di testa che sarebbe stato meglio non facesse, ma – finalmente! – «un uomo». Un uomo che per alcuni aveva salvato l’Italia e l’aveva resa rispettata nel mondo e di cui per altri non era possibile fare a meno, poiché era su di lui che si reggeva tutta la costruzione del regime e senza di lui o tutto sarebbe crollato (e in peggio, ché gli odî dei vinti sarebbero riesplosi piú furibondi) o si sarebbero dovuti fare i conti con il fascismo intransigente, che lui solo era in grado di controllare. E, ancora, l’uomo che aveva dato all’Italia la Conciliazione, l’aveva preservata da una crisi economica quale aveva colpito altri paesi europei, aveva «redento» l’Agro pontino, le aveva dato strade, opere pubbliche, treni in orario, una legislazione sociale «d’avanguardia», le aveva restituito la Libia e, alla fine, dato l’Impero. Di fronte a questi «successi», per molti gli aspetti negativi e preoccupanti del regime, pur avvertiti, erano passati in secondo piano, erano diventati quasi sempre oggetto di mugugno e di barzellette sostanzialmente innocui, mentre il mito del «duce», favorito, instillato, celebrato quotidianamente da tutto l’apparato propagandistico del regime, si estendeva continuamente.

217

Con questo – sia ben chiaro – non vogliamo dire che questo tipo di consenso si fosse trasformato, fosse diventato piú attivo. Qualsiasi consenso attivo, per essere veramente tale, ha bisogno di partecipazione politica, di effettivo spirito critico, di vera informazione. Tutte cose che a questo consenso – nonostante il mito del «duce» – mancavano o erano surrogate dal mero inquadramento nel PNF e/o nelle organizzazioni di massa fasciste e dalla partecipazione – talvolta spontanea e sentita, ma spesso solo dovuta – alle manifestazioni, alle iniziative del regime. È però un fatto che questo consenso largamente e superficialmente passivo si era, anno dopo anno e soprattutto in conseguenza della vittoria nella guerra d’Etiopia, esteso e ancora si sarebbe in qualche misura esteso sin verso la metà del 1938. Né la cosa, ancora una volta, può meravigliare. Quindici e piú anni di regime «pieno» e – non va sottovalutato – vittoriosi per il fascismo sino a farlo sembrare invincibile, quindici e piú anni per i piú di isolamento dal resto del mondo, di informazione selezionata e finalizzata, di propaganda continua, di sempre minor presenza e credibilità di voci alternative, non potevano non incidere un po’ a tutti i livelli e soprattutto a quelli meno convinti della necessità, morale innanzi tutto, di resistere alla pressione dell’ambiente, specie quando, in occasione della guerra d’Africa, anche alcuni simboli della resistenza sembrarono vacillare.

Erano – ha ricordato Laura Lombardo Radice111 – gli anni del consenso, della vittoria in Etiopia, sembrava che quel regime dovesse durare un secolo. E anche tra gli antifascisti si affacciava un problema drammatico: «Che ne sarà dei nostri figli? È giusto che continuino nella nostra strada, chiudendosi cosí ogni possibilità di carriera, e anche di vita?»

Infatti in qualcuna delle famiglie antifasciste nasceva ora negli anziani il caso di coscienza: «Io sono quello che sono, ho fatto tempo fa la mia scelta, ma non voglio danneggiare i miei figli».

218–219

In un certo senso, si può dire che questo consenso raggiunse la sua massima espansione nello stesso momento in cui cominciò ad incrinarsi.

Sulla crisi del consenso avviatasi quasi subito dopo la conclusione del conflitto etiopico e sviluppatasi negli anni successivi molto è stato scritto. Noi stessi nelle pagine precedenti vi abbiamo fatto continuamente riferimento, sia pure con una precisazione sulla quale ci sembra giunto il momento di essere piú chiari, dato che altrimenti si corre il rischio di falsare tutta la realtà del periodo di cui stiamo parlando dando alla crisi del consenso che tutto lo percorse e, in certa misura, lo caratterizzò, dei connotati che essa non ebbe e che furono invece degli anni della partecipazione dell’Italia al secondo conflitto mondiale e soprattutto degli ultimi, quelli che videro le sorti della guerra volgere per l’Asse sempre piú irrimediabilmente al peggio. Nelle pagine precedenti abbiamo parlato di «crisi del consenso», precisando però anche quella che, a nostro avviso, fu nella stragrande maggioranza dei casi la peculiarità di questa crisi: un «distacco psicologico dal regime». Vasto, molto vasto, sostanziato di alcune motivazioni comuni e di innumeri motivazioni particolari («non v’è italiano, forse, che non abbia almeno un punto di dissenso dal fascismo», scriveva giustamente il Partito comunista nel novembre 1938 in un fascicolo di impostazione politica e di istruzioni per l’azione in Italia112), ma, salvo casi quantitativamente trascurabili, nulla piú che un distacco psicologico. Fatti salvi alcuni casi particolari e che riguardavano soprattutto alcuni giovani intellettuali, parlare di opposizione politica, non diciamo attiva, ma consapevole, sarebbe profondamente sbagliato.

Apparentemente sembrerebbe che molte cose dovessero portare in questa direzione: le delusioni delle speranze suscitate dalla conquista dell’Impero, l’intervento in Spagna, l’avvicinamento sempre maggiore, sino all’alleanza, alla Germania, il pericolo crescente che tutto ciò portasse ad una guerra, l’autarchia, le difficoltà economiche, la progressiva totalitarizzazione, invadenza, chiusura e militarizzazione del regime, il nuovo conflitto con la Chiesa per l’Azione cattolica, l’adozione della legislazione antisemita, la polemica antiborghese, le inquietudini per il volto populista che, sotto la spinta sindacale e giovanile, il fascismo sembrava stesse assumendo, la crescente insofferenza per una propaganda e una mobilitazione di massa che, non facendo piú leva come in passato su stati d’animo, motivi culturali, piú o meno confuse aspirazioni bene o male reali e diffusi, erano sempre piú sentite come estranee e spesso in contrasto con essi, la sempre piú diffusa disistima per gli esponenti del regime, ecc. In realtà tutte queste cose non bastavano a creare una vera e consapevole opposizione e, in ultima analisi, neppure a porne le precondizioni a livello spontaneo. A parte che – come giustamente ha scritto Italo Calvino113 – «tra il giudicare negativamente il fascismo e un impegno attivo antifascista c’era una distanza che forse oggi non riusciamo piú a valutare», quindici e piú anni di regime «pieno» avevano prodotto un guasto e messo in moto una serie di meccanismi sociali dei quali la gran maggioranza degli italiani non si era neppure resa conto e che ormai costituivano una realtà, ancor prima che impossibile a rompere dall’interno, paralizzante e che, per di piú, per un verso, si autosviluppava e, per un altro verso, si autocelava ai piú con la forza – che è poi la vera grande forza di tutti i totalitarismi, senza la quale anche quella repressiva non è sufficiente – di ciò che è, di ciò che assicura un ordine (che, tutto sommato, è fonte di garanzia e di sicurezza) e di ciò che non ha alternative.

219–221

Sul guasto morale, la smoralizzazione della vita – che si affermava invece voler portare ad un livello etico superiore su cui fondare addirittura una nuova civiltà e un «ordine nuovo» valido per tutte le nazioni europee – la sua riduzione a slogans e a miti «dalla breve e teatrale fortuna» e all’appagarsi di risultati immediati e quindi contingenti, inadeguati e strumentali tanto è stato scritto che non varrebbe la pena insistervi, se non fosse estremamente significativo far riferimento a quanto, qualche anno dopo, Alberto De Stefani avrebbe scritto nel già citato saggio del 1941 Confidenze e convinzioni114, lasciandoci una testimonianza non solo insospettabile, ma del piú vivo interesse per comprendere il dramma morale che questo guasto dovette ad un certo punto suscitare nell’animo di quei fascisti che ne erano consapevoli e capivano che il fascismo era andato ben oltre le primitive finalità che essi gli avevano assegnato:

Noi viviamo piú che mai in un’atmosfera contradditoria, non conseguenziale, carica di incertezze e di inquietudini che pervade le anime, presi nei sobbalzi che agitano il piano della storia, le quali sono mosse e buttate or qua or là senza saperne veramente il perché.

L’irrequietezza, nata dal relativismo positivistico e generatrice di una disposizione alle piú lamentevoli incoerenze, è andata sostituendosi alla stabilità dei prin cipi e dei sentimenti che ha cessato di essere un imperativo ed un abito da quando la sentiamo come monotonia e come tale ci pesa. Una specie di assoluto esistenziale, chiuso nella cronaca che può essere fatta passare anche per storia, si spaccia come assoluto universalistico...

La sofisticazione della verità che è stata identificata nei desideri e nei fatti che li attuano, ci ha liberato perfino dalla preoccupazione di andare in cerca di pudibondi alibi dialettici che in altri tempi erano adoperati a giustificazione dei motivi e degli atti e come residui di un metro assoluto individuale e sociale non del tutto eliminato. Anche il pentimento morale, estremo palpito del carattere, sta rarefacendosi come stato d’animo tendente a rinnegare l’intenzione o l’atto e cioè a contrastare l’esistenziale che, nel suo scetticismo relativistico, non si preoccupa di porre il problema della virtú e della colpevolezza.

Il dilagare di un criterio di condotta semplicemente esistenziale coincide con l’estendersi della disciplina giuridica della vita. Il moltiplicarsi delle norme ed il loro applicarsi ad atti e rapporti già affidati all’imperativo morale, e questo esistenzialismo pragmatistico, che a sua volta si estende deteriorandoci, possono sembrare fenomeni contradditori e logicamente escludentisi. Realmente non lo sono. La legislazione concepita soltanto come il prodotto di un interesse generale e reciproco e ad esso esclusivamente ispirata, istituisce degli obblighi e dei limiti a comune difesa suggeriti da una convenienza transazionale ed utilitaria. L’ordine giuridico concorda con l’ordine morale e ne è una estrinsecazione solo in quanto la legge abbia per presupposto e realizzi un assoluto efficacemente sentito da coloro cui si applica e che la devono osservare. Ma se queste due condizioni mancano, e in quanto manchino, i due ordini sono tra di loro in un rapporto non necessario e l’estendersi del diritto non implica necessariamente l’estendersi della morale come d’altronde il fatto del diminuire dei litigi e della frequenza delle violazioni delle leggi, pur avendo un’importanza politica, non costituisce un sicuro indice morale. La carità non può essere sostituita dalla previdenza sociale e dalle assicurazioni; il timore di Dio dalle norme che tutelano il culto; l’amore del prossimo dal diritto delle obbligazioni; i doveri familiari dal diritto di famiglia; la veridicità dal divieto di calunniare o di falsa testimonianza; la sapienza e l’illuminato giudizio dalla carta della scuola.

Il rispetto formale del diritto è compatibile con il disordine interiore e con la piú squallida ed opaca miseria morale; il diritto da solo non ha il potere di sanarla, ma semplicemente di renderla giuridicamente e non socialmente inoffensiva... L’ordine giuridico crea però ed avvalora l’illusione di un ordine delle anime...

Nel travaglio filosofico-politico del superare l’individuo per sostituirvi la categoria, il sindacato, la massa, lo Stato, si è andati forse troppo oltre a scapito dei loro presupposti morali che sono la carità e l’amore di patria e del prossimo. Nomi che non dovrebbero invecchiare!...

Il grandioso processo di rinnovamento in cui siamo impegnati va oltre le fondate rivendicazioni autonomistiche continentali e mediterranee e comprende anche il proposito di attuare un nuovo ordine, che, se nuovo ha da essere e perché compensi i sopportati dolori, dovrebbe risultare diverso e migliore degli ordini già conosciuti e fermentati dai popoli e dalle preesistenti invenzioni finalistiche e strutturali. Non migliore soltanto come mito o ideologia o come proponimento ed etichetta, ma migliore in concreto e perciò che si riferisce alla vita interiore dell’individuo, delle famiglie e dei popoli ed espressione e strumento della loro compiutezza e nobiltà... Tutto questo tocca all’essenza della civiltà; gli uomini di Stato e politici non se ne possono disinteressare come di cosa estranea o piú grande di loro perché essi medesimi adoperano questa parola-leva a strumento dialettico e finalistico. Non bastano le leggi e la struttura giuridico-amministrativa a creare un nuovo tipo di civiltà...

221–222

Quanto ai meccanismi sociali, i piú importanti ai fini del nostro discorso erano due. Sotto la parvenza di una estrema politicizzazione di massa, una sempre piú marcata ed effettiva depoliticizzazione della società che, per un verso, portava al sempre piú accentuato distacco e alla sempre crescente disistima nei riguardi del PNF115 e, per un altro verso, ad una pressoché generale repugnanza per la politica in sé che rendeva ai piú impensabile di potersi impegnare politicamente contro il fascismo e screditava a priori il modello democratico. E un’altrettanto marcata parcellizzazione e dispersione delle forze sociali (e, dunque, delle loro potenzialità di agire politicamente entro il regime) in tante realtà particolari ognuna chiusa in se stessa e con problemi e forme di controllo del dissenso propri, ma tutte dipendenti, ognuna attraverso propri canali, dallo Stato, con la conseguenza che la crescita delle difficoltà economiche le portava a concentrarsi e chiudersi vieppiú in se stesse per affrontare i propri problemi senza curarsi di quelli delle altre e ad appoggiarsi ancor di piú allo Stato, diventandone sempre di piú dipendenti anche se non ne condividevano la politica generale. Fallita socialmente e politicamente, l’organizzazione corporativa si dimostrava a questo proposito un potente strumento di integrazione delle varie realtà nello Stato e, dunque, di consenso, dando loro la copertura necessaria per far prevalere, nella tutela degli interessi e nella realizzazione degli accordi di categoria, quelli che De Stefani definiva gli «interessi materialistici»116, ovvero la loro autodifesa a scapito della collettività.

Stante questa realtà, una evoluzione del distacco psicologico dal regime verso il dissenso e l’opposizione, anche solo interna, al regime, era per questo tipo di consenso impensabile, ed è significativo che anche i comunisti se ne erano resi conto. Parlando a Mosca a un gruppo di compagni italiani nel gennaio ’37, non a caso Togliatti indicava ai comunisti, come «il problema dell’ora», quello «di unire tutto ciò che il fascismo ha diviso: unire la classe operaia, economicamente e politicamente, unire gli operai ai contadini, unire il proletariato alle classi medie, unire il nord al sud, unire le vecchie alle nuove generazioni»117. E l’anno dopo, nel già ricordato fascicolo di impostazione politica e di istruzioni per la azione in Italia 118, i comunisti riconoscevano che «le masse non verranno mai automaticamente a noi [comunisti e antifascisti in genere]; ma siamo noi che dobbiamo attirarle a noi, metterle in movimento, guidarle». E – cosa ancor piú significativa – piú che verso questo tipo di consenso essi rivolgevano la loro attenzione e la loro azione «entrista» verso quello piú politicizzato e attivo dei militanti e quadri fascisti, dimostrando cosí chiaramente di rendersi conto che a livello del consenso piú generico (anche se psicologicamente incrinato) la depoliticizzazione, i guasti morali e la parcellizzazione sociale rendevano praticamente disperata e inutile un’azione, mentre a quello del consenso piú politicizzato e attivo vi erano piú possibilità di giocare sulle delusioni, il malcontento, le sincere aspirazioni sociali e rivoluzionarie di una parte almeno dei fascisti. Ma di quest’ultimo aspetto, che attiene al terzo livello del consenso, quello appunto attivo, parleremo tra poco. Ora, per concludere col secondo livello, vogliamo sottolineare due altri motivi che rendevano il distacco psicologico verificatosi in esso praticamente inoperante e permettevano al regime di recuperare quasi completamente questo consenso su due terreni «superiori» a quello del regime fascista.

222–223

Il primo di questi motivi era costituito dalla notevole presa che a questo livello aveva il nazionalismo. Sia quello che potremmo definire di stampo patriottico-risorgimentale e che faceva perno sulla concezione mazziniana della nazionalità e del dovere dei cittadini di servire la comunità, sia quello, piú moderno ed esasperato, tipico del fascismo e che questo aveva in buona parte mutuato dai nazionalisti, tendente ad utilizzare i valori nazionali come strumento di integrazione di tutto il popolo attorno all’idea dell’interesse collettivo della nazione intesa come valore assoluto superiore a tutti gli altri, nonché come portatrice di una nuova civiltà e di un nuovo «primato» degli italiani. Componente essenziale di questo nazionalismo – già presente nella cultura italiana ottocentesca e degli inizi del secolo 119, ma ora valorizzato al massimo sino a costituire un elemento fondamentale della propaganda e della retorica del regime, ma anche della sua cultura ufficiale e dell’educazione dei giovani – era il mito di Roma e della romanità 120. Di esso ogni anno di piú fu fatta una utilizzazione in tutte le chiavi e a seconda di tutte le circostanze e le esigenze particolari: per suffragare il ruralismo fascista (in questa chiave furono impostate le celebrazioni del bimillenario virgiliano) e la campagna demografica (la lotta al celibato e all’infecondità fu un aspetto assai messo in luce durante quelle del bimillenario di Augusto), per avvalorare la politica estera mussoliniana nelle sue varie fasi (pax romana, espansione imperiale, mare nostrum, lotta contro Cartagine, prospettata come il pendant di quella contro l’Inghilterra) e (da parte dei fascisti moderati) il rafforzamento dello Stato per graduale adattamento alle sue nuove necessità121 e persino per cominciare cautamente a prospettare la possibilità che Mussolini, quando fosse morto Vittorio Emanuele III, si inducesse ad assumerne in qualche modo le funzioni, cosí come Augusto, morto Lepido, «si indusse ad assumere il pontificato massimo» con il consenso di una «moltitudine di elettori quanti non si ricordava che ne fosse venuta mai» a Roma «da tutte le parti d’Italia»122. E, piú in generale, per fare di Roma antica, delle sue virtú e della sua potenza, il modello a cui gli italiani nuovi dovevano tendere, consapevoli che esisteva una «unità di concetto e di metodo della politica italiana attraverso i secoli» di cui Mussolini e il fascismo erano gli interpreti123. Il tutto finalizzato alla valorizzazione di altri due miti. Quello dell’universalismo della civiltà romana, della quale la civiltà fascista doveva essere la ripresa in termini moderni, per cui Pietro De Francisci scriveva nel 1939124:

223

Anche oggi, camminando secondo le direttrici della nostra tradizione, noi stiamo gettando le basi di una civiltà universale. Ma perché questo edificio sia solido e perché raggiunga l’altezza cui tende il suo Fondatore, bisogna che l’energia iniziale non solo si conservi, ma si accresca quanto piú la costruzione si sviluppa e si innalza. Bisogna che il nostro sangue e il nostro spirito che abbiamo ritrovati, dopo aver eliminato e dissimilato gli elementi estranei che vi si erano infiltrati, mantengano la loro purezza, la loro ricchezza, la loro forza, il loro calore. Per questo, cioè proprio per l’adempimento della nostra missione universale, noi stiamo in campo a difendere la nostra razza, la nostra tradizione, la nostra anima: perché la storia ci insegna che quando l’Italia decade tutti gli orizzonti si oscurano e il mondo si impoverisce: e che quando l’Italia rinasce a stagione novella tutti i cieli si accendono della luce della sua civiltà.

224–225

E il mito di Mussolini – nuovo Augusto per alcuni, nuovo Cesare per altri e, forse, i piú – che era presentato come l’espressione piú tipica e consapevole della tradizione romana avendola fatta risorgere nel «secondo Impero di Roma»,

nato – come scriveva non uno dei soliti propagandisti, ma uno dei maggiori storici antichi del tempo, Luigi Pareti125 – per la virile potenza della nostra gente, e per le sue nuove, inderogabili necessità demografiche e materiali, spirituali e morali; sorto a tanti secoli di distanza, in nuovo clima storico; animato da un nuovo originalissimo Genio della stirpe, si presenta, per piú lati, politicamente ed eticamente superiore al primo, e con un suo nuovo verbo da diffondere.

Cosí, attraverso il mito di Roma e della romanità, il nazionalismo, già di per sé vivo a livello borghese, sfociava anch’esso nel mito piú importante di tutti, quello di Mussolini, che costituisce appunto il secondo dei due motivi grazie ai quali il regime riusciva a recuperare – come dicevamo – quasi completamente il consenso che per altri versi era entrato in crisi.

Del mito di Mussolini sono state date molteplici spiegazioni un po’ in tutte le chiavi e soprattutto ricorrendo alla psicologia sociale e alla sua utilizzazione da parte degli strumenti di informazione di massa. Mussolini «uomo forte», «buono», «giusto», «padre», «maschio», «concentrato dei caratteri nazionali», ecc. sono altrettanti aspetti del mito con i quali si è cercato di spiegare il successo del mito stesso. Non è nostra intenzione entrare in questo tipo di problemi. Ai fini del nostro discorso è importante soprattutto constatare la presenza del mito e la sua incidenza a tutti i tre livelli del consenso dei quali stiamo parlando e, in un certo senso, specialmente proprio al secondo, quello «borghese». Quanto alle sue spiegazioni tre sono a nostro avviso essenziali. Una è subito detta: il carisma di cui indubbiamente Mussolini godeva. Un’altra è certamente quella alla quale tutti in genere si richiamano: l’azione massiccia, martellante, grossolana talvolta, abbastanza sofisticata talaltra (tanto da ottenere risultati persino presso degli stranieri) di tutti gli strumenti di informazione di massa e non di rado della stessa cultura, anche della meno asservita, tesa a diffonderlo ovunque, in tutte le forme possibili, valorizzando tutti gli aspetti della biografia e della personalità di Mussolini, ricorrendo ai piú spericolati paralleli storici e persino ad antiche profezie e antichissime leggende. Si pensi, per fare un solo esempio, che in un opuscolo per la Gioventú araba del littorio (la GIL libica) la grandezza, la potenza e il successo di Mussolini vennero attribuiti al fatto che il famoso anello di Salomone, scomparso da millenni, era ricomparso misteriosamente – e dunque per volontà divina – a Roma, nelle mani del «duce»126. Su entrambe queste spiegazioni non ci pare sia il caso di soffermarci. Un discorso merita invece la terza, tanto piú che solo ultimamente essa ha cominciato ad essere abbozzata127. Ci riferiamo all’azione di concreto capillare sostegno del mito mussoliniano svolta, soprattutto con la metà degli anni trenta, dalla Segreteria particolare del Duce. Un’azione che sarebbe certo eccessivo ed ingiusto ritenere sia stata concepita come sostegno del mito di Mussolini (almeno in un primo momento, ché sicuramente nacque dalle cose, come un fatto di routine burocratica, mentre è piú difficile escludere che in un secondo tempo non ne venisse compresa l’importanza politica) e che, del resto, di questo mito era largamente una conseguenza, ma che finí per diventarne un aspetto significativo ed importante, certo da non sottovalutare per comprendere tutte le nuances del consenso128.

225–233

Come abbiamo già avuto occasione di accennare, via via che il fascismo si consolidava al potere e il prestigio di Mussolini si diffondeva, il numero di coloro, vecchi amici e conoscenti di Mussolini, fascisti, persone note, meno note e soprattutto sconosciuti di tutte le condizioni sociali, che si rivolgevano al «duce» per esprimergli il loro consenso, il loro affetto, il loro entusiasmo (talvolta, ma piú raramente e in forma ovviamente anonima, il loro dissenso e insultarlo), ma anche e soprattutto per chiedergli aiuto, lavoro, giustizia era progressivamente aumentato, sino a diventare, con la guerra d’Etiopia, un fenomeno tutt’altro che trascurabile e di misura senza precedenti nella storia italiana, anche rispetto al numero di coloro che tradizionalmente si rivolgevano al sovrano. Uno studio sistematico della relativa vastissima documentazione, in buona parte conservatasi, è in questa sede impossibile, anche se sarebbe del piú vivo interesse129. Ai fini del nostro discorso basterà dire che nell’anno xv (ottobre ’36 – ottobre ’37), un anno in cui il fenomeno aveva già assunto dimensioni notevoli, ma non toccato il vertice, giunsero a Mussolini dal territorio nazionale 123 047 richieste di sussidio e 77 578 di lavoro130. A queste si devono poi aggiungere le istanze piú specifiche che venivano inoltrate a Mussolini tramite i ministeri ritenuti competenti: nell’anno xvi solo da quello delle Finanze ne furono trasmesse a palazzo Venezia 18 029131. In un primo tempo, prima che diventasse troppo onerosa, questa massa di richieste veniva interamente istruita caso per caso dalla Segreteria particolare del Duce che chiedeva alla polizia informazioni sugli interessati e talvolta sui casi denunciati, ne trattava una parte direttamente e ne trasmetteva il resto agli uffici governativi competenti. A tutti, sia pure sommariamente, veniva risposto e si cercava di andare incontro ai loro desideri, inviando in moltissimi casi una somma di danaro, variabile, per quelli piú comuni e generici, tra le 50 e le 500 lire (in genere 250), per altri, giustificati da gravi malattie, morti, perdite di strumenti di lavoro, ecc., ammontante anche a migliaia e decine di migliaia di lire, e per qualcuno persino a centinaia di migliaia (alla vedova di un noto fascista e studioso fu comprata la biblioteca del marito, poi assegnata ad una pubblica istituzione culturale). Tra i postulanti si trovavano talvolta anche antifascisti (specie socialisti che avevano conosciuto personalmente Mussolini); anche di loro la Segreteria si occupava e li aiutava. Divenute le richieste troppo numerose e urgenti (varie lettere risultano scritte nella imminenza di un pignoramento o di uno sfratto) per espletare le indagini su tutte, fu stabilito il principio di inviare automaticamente una piccola somma a tutti i generici richiedenti, anche quando era chiaro che si trattava di postulanti abitudinari, e di esaminare a fondo i casi piú impegnativi, le richieste di lavoro e simili. Nel 1938 il settore beneficenza spicciola fu, all’interno della Segreteria, affidato alla direzione di Edda Ciano. Il valore politico di questa attività della Segreteria particolare del Duce è evidente. Chi aveva ottenuto ciò che chiedeva (e le richieste erano le piú disparate) o anche solo un pur modesto aiuto economico non solo si vedeva confermato nella sua fiducia nel «duce», ma ne parlava con parenti, amici e vicini (talvolta, ringraziando, chiedeva una fotografia di Mussolini che poi teneva in casa in bella mostra) e la cosa veniva risaputa da altri ancora: si innestava insomma un processo a macchia d’olio che, se spingeva altri a imitare il «fortunato», dava però al mito di Mussolini una concretezza tutta particolare132. Né l’attività della Segreteria particolare si limitava a ciò. Oltre che a questa beneficenza individuale, le grosse somme delle quali essa disponeva grazie a tutta una serie di entrate rappresentate dalle oblazioni di industrie, giornali, enti, dalle donazioni di singoli (talvolta somme minime, spesso in buoni del tesoro, che venivano inviate a Mussolini), dagli introiti de La provvida, dal fondo «rappresentanza» del presidente del Consiglio e da altri fondi della Pubblica sicurezza e del ministero delle Corporazioni, ecc. venivano largamente utilizzate a favore di istituzioni di beneficenza e di assistenza, che si rivolgevano direttamente ad essa o le venivano segnalate, e per finanziare in tutto o in parte lavori pubblici di vario genere, richiesti da Comuni e organizzazioni varie133. Altre elargizioni ancora venivano fatte in occasione dei viaggi di Mussolini nelle varie regioni (in occasione del viaggio in Sicilia nell’agosto ’37 esse ammontarono a 3 669 825 lire, in occasione di quello del maggio 1939 in Piemonte a 9 930 500134) e in altre circostanze: in occasione del rapporto dei prefetti tenuto da Mussolini nel novembre-dicembre ’38 furono per esempio elargiti 13 465 000 lire per opere pubbliche, case popolarissime e assistenza in trentotto provincie. Le cifre riassuntive relative a tutto questo complesso di attività da noi rintracciate nella documentazione della Segreteria particolare del Duce sono nella seguente tabella; ad esse, per avere un quadro veramente completo, bisognerebbe aggiungere le somme erogate tramite la Presidenza del consiglio dei ministri (di cui non abbiamo ritrovato i rendiconti) e quelle date talvolta brevi manu da Mussolini personalmente e non contabilizzate in dettaglio:

233–234
Beneficenza
(a singoli
e istituzioni)
Assistenza
(a enti
e istituzioni)
Totali
beneficenza
e assistenza
Lavori
1937-38 5 404 927,80 7 050 275,65 12 455 203,45 25 898 378,80
1938-39 6 748 587,05 9 593 464,10 16 342 051,15 27 026 746,25
1939-40 6 416 239,40 10 420 858,15 16 837 097,55 27 946 277,80
1940-41 13 165 245,65 9 281 810,35 22 447 056,00 23 071 686,00
Totali 31 734 999,90 36 346 408,25 68 081 408,15 103 943 088,85
Totale generale 172 024 497

Uno sforzo organizzativo ed economico cosí considerevole e – non va mai dimenticato – inserito nel piú vasto contesto della campagna propagandistica volta a tener vivo il mito mussoliniano è chiaro che rendesse – lo si è già detto – anche politicamente e specialmente a tutto vantaggio della immagine umana del «duce», dando concretezza, se non altro, a quella parte del mito che si fondava appunto sull’immagine dell’«uomo buono», «figlio» e «padre» al tempo stesso del popolo. Una immagine assai importante per determinare e conservare il consenso piú propriamente popolare, meno sollecitato da altri aspetti del mito, ma che aveva una influenza anche ad altri livelli.

A questi altri livelli e soprattutto a quello «borghese» la forza del mito di Mussolini era però soprattutto un’altra. Per un verso il successo che aveva sempre arriso al «duce» e che faceva sorgere nei piú ottimisti, anche di fronte alle maggiori difficoltà e ai maggiori rischi, il dubbio: «e se, anche questa volta, avesse ragione?» E per un altro verso la speranza che non abbandonava neppure molti dei piú pessimisti e – come bene ha ricordato Cesare Pavese135 – faceva loro sperare che alla fine l’«uomo della provvidenza» «in un lampo di genio o di magnanimità o di senso comune aprisse gli occhi e la smettesse di arrischiare» e le cose si aggiustassero da sé. Non molto, come si vede, ma, in una situazione morale e di parcellizzazione sociale quale quella che abbiamo descritto, sufficiente a bloccare ogni possibilità di un consistente sviluppo della crisi del consenso dal disagio, dal distacco psicologico ad una vera e propria opposizione. E questa poi, a ben vedere, è la stessa conclusione alla quale in questi anni dovettero pervenire – andando all’osso del problema – gli osservatori stranieri meglio informati ed attenti alla realtà italiana. Valga per tutti il caso dell’ambasciata francese a Roma, probabilmente la piú sistematica e acuta nel seguire le ripercussioni delle vicende interne e soprattutto internazionali sull’opinione pubblica italiana.

234

In piú occasioni i diplomatici francesi a Roma, oltre a cercare di ricostruire i vari aspetti del «consenso» su cui poteva contare il regime e a riferire a Parigi le reazioni negative via via suscitate nei vari ambienti sociali dalla politica fascista, si posero, tra il ’37 e il ’40, il problema di quanto realmente le difficoltà economiche e il malcontento per la politica mussoliniana avrebbero potuto incidere sull’atteggiamento degli italiani in caso di un conflitto con le potenze occidentali. Ebbene, a distanza di molti mesi, durante i quali si erano verificati fatti importantissimi e sempre piú gravi ed era anche cambiato il responsabile dell’ambasciata, sicché è difficile pensare ad una preconcetta fedeltà ad una data visione delle cose, la conclusione fu sempre la stessa: anche in caso di conflitto Mussolini non avrebbe avuto vere difficoltà interne. Il 30 novembre 1937, dopo aver esaminato l’atteggiamento delle principali componenti della società italiana, l’incaricato d’affari Jules Blondel scriveva136:

In realtà l’armatura del régime fascista è sufficientemente identificata con quella della nazione perché la prospettiva di una guerra possa determinare dei movimenti popolari sufficienti a farla crollare. E all’interno del fascismo stesso l’autorità di Mussolini rimane, secondo ogni apparenza, assolutamente incontestata, senza che si possa per il momento vedere menomamente se da parte di una o piú persone del suo entourage e in particolare del conte Ciano si eserciti una qualsiasi influenza in grado di influire sulle sue decisioni.

Piú di un anno dopo, il 6 gennaio 1939, l’ambasciatore André François-Poncet cosí concluse un suo rapporto dedicato agli stessi problemi137:

Da tutte le considerazioni che precedono e specialmente da quelle che concernono il malcontento assai diffuso in numerose classi della popolazione italiana, bisogna naturalmente guardarsi dal trarre delle conclusioni ottimistiche quanto alla resistenza che incontrerebbe il governo fascista se arrivasse a lanciare l’Italia in una guerra contro la Francia. L’opinione che formulava questa ambasciata in occasione della crisi del settembre 1938, può essere ripetuta oggi. La nazione italiana, in tale caso, seguirebbe certamente i suoi capi, all’inizio, e sarebbe illudersi pericolosamente considerare l’eventualità di un movimento d’opinione suscettibile di essere d’ostacolo ad una mobilitazione diretta contro il nostro paese.

235–236

E con questo crediamo di aver risposto all’interrogativo dal quale abbiamo preso le mosse: stante questa realtà, il problema del consenso passivo «borghese» non esisteva per Mussolini o, laddove esisteva, non comportava concessioni, «cedimenti» che sarebbero stati non solo contrari alla concezione morale e politica del «duce», ma politicamente pericolosi agli effetti di quel consenso al quale ormai egli piú teneva e con il quale, solamente, doveva fare politicamente i conti, quello attivo, quello dei fascisti e dei giovani se voleva – come voleva – che il fascismo sopravvivesse alla sua morte.

Stabilire con precisione la consistenza del consenso attivo non è possibile. Grosso modo se ne possono però indicare le aree principali, sebbene esse in buona parte si sovrapponessero. Anche se tra essi non mancavano certo gli opportunisti, i travets della politica, una era costituita dai quadri del PNF, della GIL e della MVSN (complessivamente 200-210 000) e, con «perdite» piú ragguardevoli, delle altre maggiori organizzazioni di massa del regime e dei sindacati. Un’altra era costituita dai fascisti della prima e della seconda «generazione» per i quali il fascismo era ancora una realtà viva e, nonostante tutto, vitale o rivitalizzabile. Generalizzando, si può dire che i primi si ricollegavano soprattutto al vecchio intransigentismo e i secondi erano presenti soprattutto nella stampa quotidiana e periodica (ove però non mancavano anche molti «vecchi») e nei quadri dei ministeri piú tipicamente fascisti, quelli della Cultura popolare e delle Corporazioni, e di organismi come la Confederazione dei professionisti e artisti. Un’altra ancora era, infine, costituita dai giovani, in primo luogo dai gufini. Tra le tre aree le differenze erano notevoli per mentalità, prospettive, punti di riferimento all’interno del vertice fascista. A parte le situazioni locali, nella prima i piú si riconoscevano soprattutto in Starace e, specie via via che anche a questo livello l’astro del segretario generale del PNF prese a spegnersi sempre piú rapidamente, in Farinacci o, meno però, in altri vecchi squadristi della prima ora come Scorza. Nella seconda il leader piú prestigioso era Bottai, al quale guardavano i corporativisti e gran parte di coloro che privilegiavano il momento culturale del fascismo e una rivitalizzazione del partito non nei termini però dell’intransigentismo piú o meno farinacciano. Questi stessi motivi avrebbero dovuto fare di Bottai anche il leader pressoché incontrastato dei giovani; in realtà tra essi, pur non mancandogli un certo seguito, il direttore di «Critica fascista» non era popolare come si potrebbe credere e come talvolta è stato sostenuto; a suo svantaggio giocavano infatti due fattori: la sua non ben definibile, ma da molti giovani percepita, ambiguità e soprattutto la sua sostanziale formazione idealistica, gentiliana, una «colpa», questa, che per la maggioranza della gioventú fascista era ormai una discriminante. In effetti, anche se sul terreno pratico una parte dei giovani si appoggiava a qualche gerarca di primo piano (Bottai appunto, Ricci, Starace e alla vigilia della guerra A. Pavolini e soprattutto G. Ciano), i piú non avevano altro punto di riferimento che Mussolini nel quale si riassumevano tutte le loro speranze di rinnovamento del regime e di rilancio del fascismo.

236–238

Con questo, sia ben chiaro, non vogliamo dire che tutta la gioventú e in particolare quella che passava per i GUF fosse fascista. Non solo la memorialistica, ma la stessa stampa dell’epoca sono a questo proposito eloquenti. La seconda metà degli anni trenta fu caratterizzata a livello giovanile da varî fenomeni. Tra questi uno dei piú evidenti era costituito dall’accentuarsi del processo di depoliticizzazione da noi già rilevato per gli anni immediatamente precedenti138. Un misto di istintivo disinteresse, di diffusa insofferenza e talvolta di disgusto per la politica portava molti giovani a ritirarsi in se stessi, a cercare una sistemazione che permettesse loro di essere coinvolti il meno possibile nella politica, nel caso «peggiore» a rifugiarsi nella letteratura e nella cultura in genere e in particolare in quella che, pur non essendo veramente antifascista, coltivava però dei valori che non erano quelli fascisti139. Nei confronti di questi giovani «marginali, indolenti di spirito e rammolliti nei muscoli» non mancavano coloro – come l’autore della nota Giovani in linea, apparsa il 15 gennaio 1938 su «Eccoci», il giornale del GUF di Cremona – che avrebbero voluto drastici provvedimenti: «o mettersi con noi in linea e camminare con passo accelerato od uscire dai ranghi che non possono e non devono sentire il peso della loro lentezza». Per il regime essi non costituivano però un vero problema: salvo rarissimi casi, venivano infatti risucchiati nel gran mare del consenso passivo. Cosí come, al limite, non lo costituivano i casi di giovani di famiglia antifascista che si mantenevano nella tradizione familiare: piú che un problema politico, essi erano per il regime quasi sempre solo un fatto di polizia e, per di piú, meno impegnativo di altri, ché, date le famiglie dalle quali provenivano, erano piú facili ad individuare.

Politicamente, il vero problema era costituito dai giovani fascisti, quelli del consenso attivo. Senza di loro il fascismo non avrebbe potuto avere un futuro. Se si prescinde dai meri opportunisti, interessati solo a far carriera, essi erano però in un modo o in un altro tutti assai critici verso il regime a cui rimproveravano il suo conformismo, la sua grettezza provinciale, che si trasformava in chiusura aprioristica verso il nuovo, verso ciò che veniva maturando nella cultura straniera140, il suo rifiuto a riconoscere loro la libertà di discuterlo e di interpretare il fascismo secondo la loro sensibilità e le loro aspirazioni, il suo sostanziale conservatorismo e il suo rifiutarsi ad una vera svolta sociale e, soprattutto, la sua mancanza di effettiva coerenza. Una colpa, questa, che per una gioventú che, in ultima analisi, era essenzialmente alla ricerca di chiarezza e di coerenza – talvolta in maniera intransigente e irrazionalmente emotiva – era la peggiore di tutte, quella dalla quale le altre venivano fatte tutte discendere. Cosí critici da arrivare in certi casi sino alla fronda vera e propria e da rendere possibile che proprio nelle loro file si formasse buona parte del nuovo antifascismo (unitario o, comunque, meno condizionato dalle vecchie divisioni tra i partiti); quasi sempre in conseguenza della delusione per la realtà del regime e della constatazione che non solo era impossibile migliorarla, ma che essa tendeva a degradarsi e a degenerare sempre piú. Negli anni di cui ci stiamo occupando – quelli che Gino Germani ha definito il terzo stadio della evoluzione dei giovani rispetto al fascismo141 – i casi di passaggio all’antifascismo vero e proprio erano però ancora poco rilevanti. Se infatti le sollecitazioni costituite nel ’38-39 dall’Anschluss, dalla campagna razziale e dal patto d’acciaio spinsero molti giovani a tirare, per cosí dire, i remi in barca, a disimpegnarsi psicologicamente e politicamente (ché a compiere il passo ulteriore, quello di passare all’antifascismo, si frapponevano ancora numerosi ostacoli, non ultimi il forte sentimento nazionale che caratterizzava la gioventú fascista e le impediva di distinguere tra patria e governo e la mancanza di una realistica alternativa al fascismo), per la maggioranza esse non ebbero altro effetto che accrescere il suo desiderio di trasformare il regime dal di dentro e di rendere il fascismo coerente alla idea che se ne era fatta. La rottura col fascismo per i piú di questi giovani sarebbe avvenuta piú tardi, nel ’42-43, in conseguenza della prova drammatica e liberatrice (in tutti i sensi, non ultimo quello della mancanza di un’alternativa realistica al fascismo) della guerra. Solo allora una parte di essi sarebbe passata all’antifascismo e, molto spesso, al Partito comunista142. Ma un’altra parte – anch’essa in un certo senso liberata dalla guerra, in quanto «liberata» dal regime – avrebbe aderito alla Repubblica Sociale Italiana, a quello che era o credeva fosse il «suo» fascismo.

238–239

Anche tra i giovani, come si vede, le dispersioni, sotto il profilo del consenso attivo, erano dunque molto forti. Per quel che riguarda gli anni che qui ci interessano, è però difficile non concordare con Agostino Nasti, quando nel ’38, prendendo lo spunto dai Littoriali di quell’anno, scriveva che, tutto sommato, il bilancio per il fascismo era attivo. Certo una cosa era la massa e un’altra l’élite, rimaneva però il fatto, come egli diceva, che

anche noi siamo stati un’élite: tutti gli altri ci hanno seguito. Se dunque siamo riusciti a formare, a nostra volta, un’élite, possiamo ritenere raggiunti i nostri scopi143.

Nonostante la «crisi del consenso», il fascismo insomma era in grado non solo di conservare il consenso attivo di larga parte dei vecchi fascisti, ma – cosa assai piú importante – di suscitarne anche uno nuovo e, quel che piú conta, tra i giovani, tra coloro che ne avrebbero dovuto assicurare la continuità.

Accontentarsi di questa constatazione o limitarsi ad accompagnarla con alcune considerazioni, tipo quella del prezzo che Mussolini doveva pagare per ottenere questo consenso giovanile, sarebbe però troppo semplicistico. Che il prezzo da pagare consistesse soprattutto nell’accordare ai giovani una libertà di critica, di stampa, di parola quale a nessun altro era concessa144 e una loro utilizzazione (convinta o strumentale poco conta) privilegiata nell’apparato del regime145 – due cose che la dirigenza del partito non vedeva spesso di buon occhio e cercava di contrastare e di strumentalizzare ricorrendo ad una serie di espedienti volti a emarginare o a corrompere gli elementi piú impegnati – è infatti implicito in quanto abbiamo già detto parlando sia del rapporto giovani-fascismo negli anni precedenti a quelli dei quali ci stiamo occupando, della tendenza già allora nettamente emersa nella gioventú fascista a tutto ripensare e della sua aspirazione a pesare sulla realtà del regime146, sia dell’effetto negativo che tra i giovani aveva avuto, all’inizio della guerra d’Etiopia, l’arroccamento del regime sul «credere, obbedire e combattere»147, sia, infine, della scelta fatta da Mussolini di non frenare la polemica giovanile neppure quando questa poteva diventare controproducente rispetto all’atteggiamento verso il regime dei ceti contro i quali piú si appuntavano questa polemica e, in genere, gli orientamenti sociali emergenti tra i giovani. E ciò, si badi bene, pur essendo Mussolini pienamente consapevole che su questi orientamenti facevano leva l’antifascismo e in particolare i comunisti per sviluppare la loro politica «entrista» e per far breccia tra i giovani148. Se si vuole capire il rapporto giovani-fascismo in questi anni e le sue peculiarità rispetto a come si configurava nei precedenti è necessario spingere l’analisi piú a fondo.

239–240

Se si esaminano la stampa e in genere gli scritti dei giovani, i resoconti e, laddove si è conservata, la documentazione dei Littoriali e anche la memorialistica si ha l’impressione che in questo periodo la maggioranza dei giovani fascisti, anche quando si occupava di questioni culturali e persino tecniche, non faceva in pratica che cercare di definire il proprio fascismo e soprattutto di rendere il regime conforme ad esso149, e lo faceva affermando quasi sempre di sentirsi «senza maestri» (un motivo che tornerà negli anni del dopoguerra, rovesciato e carico di polemica nei confronti della cultura antifascista, cosí come allora lo era nei confronti di quella ufficiale fascista) e di riconoscersi solo nel magistero mussoliniano, dibattendo tutti i problemi culturali, politici e sociali del momento (quasi sempre in termini che poco avevano in comune con l’ortodossia fascista o, se erano in linea con essa, erano però in polemica con quei fascisti che non si comportavano conseguentemente ad essa), partecipando ai Littoriali, impegnandosi nell’attività sindacale, andando a combattere in Spagna e soprattutto discutendo, sia al suo interno sia con i piú anziani, la realtà del regime. E tutto ciò dando molto spesso l’impressione o di girare a vuoto e di esaurirsi in rissose polemiche verbali (contro la borghesia, il capitalismo, il conservatorismo, ecc.), velleitarie e fine a se stesse, o di porsi con la sua critica fuori e spesso contro il fascismo. Il che è certamente, almeno in parte, vero, ma non spiega in effetti nulla e finisce per portare a conclusioni che – ancor prima di essere storicamente inaccettabili – lasciano interdetti per la contraddizione avvertibile alla loro radice.

240–241

Un caso tipico è costituito dalla posizione di Ruggero Zangrandi. Rievocando la sua esperienza, egli ha cosí sintetizzato quelli che «era[no], grosso modo, la posizione di quasi tutti i giovani fascisti», il loro fascismo: un fascismo convinto, perché fondato sulla convinzione «che il fascismo fosse l’espressione piú moderna e realistica del socialismo»; battagliero, perché consapevole della necessità, specie per i giovani, «di “ condurre avanti la rivoluzione ”, non già contro gli antifascisti, sbaragliati dai nostri predecessori, ma piuttosto in antagonismo con questi ultimi, ormai esposti alla tentazione della “ vita comoda ”, e soprattutto contro i “ profittatori ” del fascismo, i quali tramavano per volgere la rivoluzione a proprio vantaggio; meglio, in pratica, per insabbiarla. E costoro erano, chiaramente per noi, i capitalisti, i vecchi ceti conservatori in genere, la monarchia, il clero, la burocrazia statale e la stessa burocrazia fascista e corporativa». Detto questo, poche pagine dopo, egli però conclude: «la generazione cui appartengo non fu, nella sua maggioranza, autenticamente fascista»150. Un’affermazione che fa il paio con quella di chi, ricordando l’«estrema libertà di critica e di linguaggio» che si riscontrava ai Littoriali, ha parlato di «antifascismo in camicia nera, ingenuo, piú irrequieto che positivo», che sarebbe servito però «ad evitare che il fascismo, nel momento cruciale della sua esistenza, avesse con sé quei giovani intelligenti che pur aveva coccolato e premiato» 151, e che si possono spiegare entrambe solo, da un lato, con la sopravvalutazione delle vicende personali di alcuni giovani fascisti (significative, ma atipiche) e, da un altro lato, con la suggestione di un apriori storicamente inaccettabile: il fascismo era tutt’altra cosa.

241–242

Che nel fascismo di questi giovani ci fosse qualcosa di diverso rispetto a quello delle «generazioni» precedenti, degli squadristi in particolare, era una cosa che piú o meno confusamente avevano percepito allora anche questi ultimi. Tipico è quanto scriveva, prendendo spunto dai Littoriali del 1939, Agostino Nasti 152:

L’osservazione piú interessante da fare è, naturalmente, relativa alla mentalità fascista di questi giovani, preoccupazione assillante, ansiosa aspettazione di noi «anziani».

È presto detto: questi giovani hanno quasi tutte le «convinzioni» connesse alle idee e teorie del Fascismo; ma qualche volta ci viene il sospetto che non abbiano i «sentimenti» (alogici o meglio prelogici), le ostinate imbattibili credenze che noi abbiamo. Non che non abbiano fede fascista: ce l’hanno; ma ci sembra che sia di natura diversa dalla nostra. Ci spieghiamo questo fatto pensando che la Rivoluzione per noi è stata un fatto passionale, per loro no; difatti, noi l’abbiamo vissuta, essi l’hanno sentita raccontare, o, al piú, l’hanno vista nebulosamente in quanto ragazzi che avevano intorno ai dieci anni. Ma questo fatto, anche se dà un leggero disagio al nostro sentimento, può soddisfare il nostro cervello, voglio dire la nostra preoccupazione che l’opera nostra sia continuata e compiuta, la nostra volontà che, nella storia, si realizzi compiutamente il nostro programma politico. Questi giovani sono fascisti, non c’è dubbio. D’altra parte, probabilmente per la mancanza dell’elemento «passione», in essi sono vivi alcuni aspetti forse inguaribili dell’anima italiana...: un certo ironico scetticismo, un’aria scanzonata, un razionalismo freddo che si oppone a tutto ciò che è verità di tipo dogmatico o norma generale di costume. L’atteggiamento degli italiani di fronte al Cattolicesimo insegni.

Né Nasti era stato il solo a percepire questa differenza. Sempre su «Critica fascista» (e per limitarci solo a questa rivista) si può citare quanto scritto da Aldo Airoldi in risposta allo stesso Nasti 153 e soprattutto un articolo di qualche tempo prima di Vasco Pratolini 154 in cui, difendendo la gioventú fascista dalle critiche di superficialità e di velleitarismo che le venivano mosse da alcuni (e che in qualche misura anch’egli le aveva mosso), l’autore riaffermava la sua certezza che questa gioventú non avrebbe passato tutto il suo tempo a sferruzzare «i propri umori quotidiani contro un “gusto” mondano della socialità», ma, al contrario, avrebbe trovato nella meditazione «il principio fondamentale dell’azione» e concludeva che, come le guerre «valgono per i ponti che tagliano col passato», «le rivoluzioni valgono per l’avvenire che presumono, al di fuori, anzi al di sopra, degli avversari e quindi della polemica». Chiaro ammonimento a considerare il futuro del fascismo alla luce di come esso era visto da questi giovani155.

242–243

Oggi, avendo la possibilità di considerare l’intero iter di questi giovani, questo «qualcosa di diverso» può essere messo meglio a fuoco e appare come la prima, confusa appunto, percezione del delinearsi e prender forma di un «nuovo fascismo», tipico della gioventú del regime, ma – nonostante tutte le sue peculiarità – sostanzialmente nella linea del movimento e che se a noi oggi risulta sfocato e tronco è perché esso – al contrario del «nuovo antifascismo» che cominciò anch’esso a prender corpo nello stesso periodo – non poté svilupparsi compiutamente, dato che la crisi del ’42-43 prima e poi quella del ’45 ne determinarono la fine e, in parte, la confluenza nel «nuovo antifascismo» e in particolare nella sua versione comunista. E questo senza dover postulare per spiegarla né una origine fascisticamente spuria o non autentica di esso né una conversione opportunistica. Ché, se si possono individuare con sicurezza alcuni caratteri peculiari di questo «nuovo fascismo», tra essi sono la sua carica sinceramente rivoluzionaria e il suo radicale superamento e rifiuto della realtà prefascista e non solo per quel che riguardava i suoi partiti, ma anche la stessa idea di democrazia politica, che per esso sopravviveva (quando sopravviveva) solo limitatamente al momento della vita interna del partito che, per altro, rimaneva però partito unico. Su questi due caratteri – che spiegano perché chi dal «nuovo fascismo» passò all’antifascismo scelse quasi sempre la milizia comunista – tutti coloro che hanno vissuto dall’interno l’esperienza della gioventú fascista della seconda metà degli anni trenta e della prima metà degli anni quaranta sono concordi. Lo hanno ammesso senza ambagi e reticenze uomini dalle personali diversissime esperienze come Gastone S. Spinetti156, Ruggero Zangrandi157, Ugoberto Alfassio Grimaldi e lo aveva scritto, sin dal ’38, Eugenio Curiel158. Come retrospettivamente scriverà l’Alfassio Grimaldi159, tutto ciò era per questi giovani «un mondo sepolto».

243–244

E i giovani non sono portati a fare gli archeologi. Potevano ammettere che si negasse il fascismo, ma per andar oltre, non per tornare a quelle posizioni che nella loro deficienza ne avevano appunto giustificato l’avvento. La storia cominciava il 28 ottobre dell’anno fatale: prima c’era il marasma e l’utopia.

Altri elementi peculiari del «nuovo fascismo» erano un fortissimo senso della comunità, non intesa però come la intendevano i nazionalisti o i nazionalsocialisti, ma proiettata nell’universale, come missione, e un altrettanto fortissimo populismo; il tutto inscritto in una cornice contraddistinta da un acceso e intransigente spiritualismo e da una concezione della rivoluzione intesa a sua volta come radicale trasformazione del modo di vivere, della qualità della vita e, dunque, della civiltà. In uno degli scritti piú caratteristici del «nuovo fascismo», Rivoluzione ideale di Edgardo Sulis160, si legge:

La rivoluzione è anzitutto una rivolta contro la civiltà esistente e pertanto non può accettare lo stato di cose contro il quale è nata. È sempre almeno un tentativo di sostituire civiltà a civiltà, di agire sull’universale. Una rivoluzione che non aspiri all’impero della sua idea, una rivoluzione circoscritta dai confini nazionali entro cui è nata, non è ideale, ma solo assestamento di forze meramente materiali nell’ambito della vecchia idea. Non è rivoluzione quella che si ferma alla potenza nazionale, in quanto la potenza nazionale è conseguibile sotto tutti i regimi e non sposta, per se stessa, una riga della civiltà nella quale è conseguita. Vi può essere infatti, una rivoluzione senza potenza nazionale, agente sull’universale prima che sul nazionale. La rivoluzione che non porta alla nuova civiltà è un colpo di stato piú o meno accordato con la situazione esistente...

Obiettivo della rivoluzione era «l’uomo, che riprende, dopo secoli di remo coatto, il timone della storia». La borghesia, «responsabile delle attuali sofferenze dei popoli», doveva essere ricacciata «nei ranghi del popolo, dal quale e solo dal quale può nascere la nuova aristocrazia». E con l’aristocrazia – fatto tutto spirituale, di coscienza e di volontà – la gerarchia, «fra gli uomini, non fra le diverse quantità delle cose degli uomini, quale volle la maggioranza irresponsabile per garantire l’autorità del numero e la legge della materia». La borghesia, la macchina, la proprietà (ovvero l’iniziativa economica) e «la libertà di faticare di meno» erano i cardini della civiltà moderna e la causa della sua miseria morale e materiale contro cui la rivoluzione fascista doveva realizzarsi. Ancora il Sulis scriveva a questo proposito161:

244

La macchina è la vera e sola causa della disoccupazione perché tutte le altre cause discendono da essa, dal suo sistema... Il lavoratore non è piú libero di fronte alla macchina: gli è mancata la libertà dell’iniziativa, la libertà di lavorare e quindi di vivere... La misura della civiltà è il lavoro umano... Il tenore di vita è la forza o la debolezza di un popolo. L’illusione di attingere una maggiore civiltà sollevandolo squassa i popoli e spinge il popolo in una vita falsa che non può essere la sua. Nel tenore di vita del popolo privo di sogni borghesi è la stabilità politica della nazione, è la soluzione del problema demografico, è la stroncatura della superproduzione e del capitalismo... Il Fascismo è contro la vita comoda e pertanto propone un abbassamento del tenore di vita borghese e un assestamento del tenore di vita popolare, al di fuori di qualsiasi illusione «conformistica», affermando che i mezzi materiali devono essere adeguati sempre all’iniziativa ideale dell’uomo e cioè alla sua missione o al suo compito, intendendo tale idea come la piú fiera demolizione dei sogni di benessere. I mezzi non sono proprietà della vita ma armi della storia. Questa è la giustizia sociale... L’uomo è proprietario di nulla: la proprietà non esiste nel significato economico del termine. Ogni uomo ha il dovere di dominare la sua parte di materia secondo le necessità che sorgono dalla volontà di assolvere la propria missione... Lo Stato non nega l’iniziativa quando essa sia la volontà di assolvere la propria missione ma ha il dovere di negarla e sopprimerla quando tale iniziativa sia di natura economica e miri al benessere personale, sempre opposto per definizione a quello di nazione. Togliendo l’iniziativa al denaro e consegnandola all’idea cioè alla volontà di missione, si impedisce l’accumularsi della proprietà individuale. La proprietà è oggi la caratteristica dell’uomo isolato, autonomo. Il collettivismo di cui s’è parlato come del volto dei nuovi tempi, riguarda non l’individuo economico proprietario il quale è sempre isolato in se stesso, ma l’individuo-massa, cioè quello che va verso la proprietà, che la desidera, che la sogna; il proprietario in potenza. Entrambi: proprietario in potenza e in atto, sono due figure dell’antistoria moderna, il prodotto di una libertà materiale in cui essi credono di poter liberare se stessi, imprigionandosi sempre di piú. L’idea fascista nega l’uno e l’altro e vi sostituisce l’uomo della missione e l’uomo del compito: missione dell’aristocrazia e compito del popolo. La prima ha in consegna i mezzi di comando: le aristocrazie non hanno mai conquistato una proprietà col lavoro né mai la conquisteranno; il popolo non ha mai avuto per proprietà che il suo lavoro il quale costruisce i mezzi del comando. Non vi è altro di vero, di necessario e di forte. Il proprietario è il servo della materia, perduto per la missione, piú ancora perduto per la patria.

245–246

Anagraficamente e anche per taluni aspetti della sua formazione culturale, Sulis non era un prodotto della nuova generazione fascista, ma piuttosto di quella «di mezzo» (era nato nel 1903), quella, per intenderci, di un Berto Ricci, di cui era anche amico e collaboratore. L’esserci riferiti a lui potrà forse apparire dunque poco corretto. Se, ciò nonostante, abbiamo citato la sua Rivoluzione ideale è perché riteniamo che questo libro – su cui torneremo nel prossimo capitolo – rifletta largamente molti stati d’animo, suggestioni culturali e prospettive del «nuovo fascismo» e che pertanto – pur non potendo avere certo il valore di una sorta di sua summa – possa costituire un utile punto di riferimento per rendersi conto di quali fossero alcune delle linee di tendenza lungo le quali il «nuovo fascismo» si andava sviluppando. E ciò anche se, dato il suo stadio embrionale, ve ne erano anche altre; talvolta assai diverse, ma che muovevano tutte dalle stesse premesse: un forte spiritualismo, un sincero spirito rivoluzionario, un desiderio vivissimo di chiarezza e di coerenza morale e politica. Il che spiega, tra l’altro, perché il «nuovo fascismo» poté assumere anche l’aspetto «mistico» tipico della Scuola milanese di mistica fascista, che, nata nel 1930, aveva vivacchiato sino all’epoca del conflitto etiopico per poi avere uno sviluppo e un irradiamento nazionale che, se furono favoriti da Roma, non dipesero però certo da questo favore, che infatti non bastò ad assicurare il successo ad altre iniziative del genere che non corrispondevano però alla sensibilità delle nuove generazioni, ma dipesero essenzialmente dallo spirito di «missione» e di «dedizione alla causa fascista» che animava i giovani che ne facevano parte e dal significato polemico che esso aveva rispetto ai troppi fascisti che, di fronte alle «vette piú ardue» indicate da Mussolini alla rivoluzione, si erano «fermati sul ciglio della strada» e cercavano di evitare che «dalla politicità si torni alla rivoluzione piena e travolgente delle ore di audacia e di lotta»162. E spiega, ancora, come esso tenne sempre a distinguere nettamente il proprio universalismo fascista dal vecchio nazionalismo e – a livello internazionale – il fascismo di Mussolini dai vari «fascismi» di Degrelle, Mussert, Salazar, ecc., considerandoli dei movimenti di destra e reazionari «che occorreva ripudiare decisamente per evitare di essere coinvolti nel loro discredito»163, e, fino a che fu possibile, anche dal franchismo e dal nazionalsocialismo164.

246–247

Decisivo per comprendere il «nuovo fascismo» e distinguerlo da quello delle altre «generazioni» fasciste è soprattutto il desiderio di chiarezza e di coerenza morale e politica, sia in quanto esigenza personale sia in quanto fattore indispensabile per rinnovare ab imis il regime e radicare nel popolo il senso della comunità e della missione universale che essa doveva realizzare. Se non lo si ha sempre presente molti atteggiamenti della nuova generazione fascista diventano incomprensibili o appaiono contraddittori. Un caso tipico è costituito dall’atteggiamento verso la Germania. Come scriveva il 6 marzo 1937 «Fronte unico» (ma le citazioni si potrebbero moltiplicare), la maggioranza dei giovani fascisti considerava dannoso che all’estero si qualificasse la dottrina nazista «senz’altro come fascista». Eppure, anche se erano assai critici verso il nazismo, questi giovani in genere accettarono in buona fede la politica mussoliniana verso la Germania come una necessità non solo politica. Italia e Germania, fascismo e nazionalsocialismo erano due realtà diverse, specie quanto ai metodi con i quali perseguivano i loro obiettivi. Poiché combattevano però entrambe una stessa civiltà, la loro alleanza era non solo opportuna (per difendere la pace o per realizzare una nuova civiltà, a seconda dei punti di vista) ma piú «morale» che continuare in una prassi diplomatica fatta di «giri di valzer» che non risolveva nulla e confondeva le idee al popolo. Caratteristico di questo modo di impostare la questione è quanto scriveva nel marzo ’38 «Roma fascista»165:

Già da qualche tempo, per mezzo di patti di amicizia, di non aggressione, di mutua consultazione, l’Europa si avvicina ad un equilibrio diplomatico, che almeno apparentemente dovrebbe garantire la stabilità, senza tuttavia mitigare quello stato di tensione tra i popoli, che ormai è diventato cronico. Questo stato di falsa confidenza o di ingiustificata diffidenza è del resto piú che spiegabile quando si osservi la capacità che hanno le nazioni di cambiare amicizie e alleanze, di aiutare e proteggere quelle che hanno abbattuto, di abbattere coloro da cui sono stati aiutati e protetti. È possibile credere che uno il quale abbia seguito la cinematografia della politica estera europea del dopo guerra, possa avere fiducia nella durabilità di un protocollo diplomatico?

247

Per non dire poi di coloro per i quali una guerra «rivoluzionaria», come sarebbe stata quella dell’Asse, avrebbe avuto il vantaggio di farla finita sia con i nemici esterni sia con quelli interni e di aprire cosí finalmente le porte alla realizzazione della «civiltà» fascista. Di quest’ultimo atteggiamento e delle sue concrete estrinsecazioni negli anni della guerra parleremo nel prossimo volume. Per il momento ci basta richiamare l’attenzione sulla fortuna che nel periodo di cui ci stiamo occupando arrise, tra la gioventú fascista, al modello del rivoluzionario corridoniano in cui si riassumevano tutti o gran parte dei miti che nutrivano il fascismo di tale gioventú.

Ancora piú tipico di quello verso la Germania è l’atteggiamento verso la politica antiebraica.

L’antisemitismo e il razzismo mancavano in Italia di qualsiasi reale consistenza e tradizione di massa. Il primo era presente quasi solo nella versione cattolica, non aveva però piú dinamismo e, salvo casi particolari e del tutto marginali, sopravviveva quasi esclusivamente come elemento della cultura religiosa tradizionale circoscritto ad ambienti assai limitati, nonostante il rilancio che alcuni settori del clero e in particolare i gesuiti della «Civiltà cattolica» ne avevano fatto nell’immediato dopoguerra attualizzando in chiave antibolscevica il cliché ottocentesco dell’ebraismo «padre» e «anima» di tutte le rivoluzioni. Quando, nell’immediato dopoguerra appunto, questo cliché aveva avuto, come in molti altri paesi, anche una versione laica, pure Mussolini l’aveva per un breve momento recepito. Al contrario del nazionalsocialismo e di quasi tutti i veri o presunti fascismi europei e non solo europei, il fascismo italiano non si era mai caratterizzato però in senso antisemita. A parte Aldo Finzi (un ebreo per altro completamente assimilato e convertito) il gruppo dirigente dei Fasci di combattimento non aveva contato nessun ebreo. Tra i fascisti antemarcia vi erano stati però piú di duecento ebrei e molti, specie in relazione alla scarsa consistenza dell’ebraismo italiano, erano stati gli ebrei che successivamente si erano iscritti al PNF. Ebreo era stato anche un ministro del regime, Guido Jung. E ebree erano state quasi tutte le «ninfe egerie» di Mussolini per le questioni economiche: negli anni venti (specie in occasione della politica di «quota novanta»), con Maggiorino Ferraris, i senatori Ugo Ancona e Achille Loria e successivamente il senatore Teodoro Mayer, che, come scrive F. Suvich nelle sue memorie, era stato «forse il piú apprezzato consulente in materia finanziaria».

248

L’unico vero antisemita tra i fascisti di qualche rilievo era stato, dal 1920, il direttore de «La vita italiana», Giovanni Preziosi, un ex prete arrivato al fascismo tramite il nazionalismo e successivamente legatosi a Farinacci166. La sua influenza sul fascismo era stata però sempre scarsissima e il suo antisemitismo sino al ’37-38 non aveva praticamente fatto proseliti167.

Tra i giovani in particolare il razzismo e l’antisemitismo erano sempre·stati condannati e avevano costituito uno dei principali motivi delle loro critiche al nazionalsocialismo e del loro considerare il fascismo molto superiore ad esso. Eppure, se è un fatto – riconosciuto dagli stessi fascisti168 – che la svolta antiebraica del 1938 trovò tra i giovani molte opposizioni e indusse molti di essi a «tirare i remi in barca» nei riguardi del fascismo, è anche un fatto, su cui non si possono chiudere gli occhi, che per molti, per la maggioranza, dei giovani fascisti del consenso attivo essa non fu un elemento di rottura o di crisi e che non furono pochi coloro che la fecero sinceramente propria, nonostante essa venisse accolta dalla gran maggioranza degli italiani e degli stessi fascisti con perplessità e molto spesso con ostilità169.

A parte coloro che l’accettarono per conformismo, interesse personale, paura, le ragioni principali che indussero un certo numero di fascisti delle vecchie generazioni ad approvare e talvolta a richiedere l’introduzione anche in Italia della politica antisemita furono sostanzialmente tre. Per alcuni fu la convinzione che essa costituisse un passo decisivo sulla strada di un maggiore e sempre piú stretto accordo con la Germania, da essi ritenuto necessario per poter costituire un fronte unico contro l’Inghilterra e la Francia, per rendere piú totalitario il regime e per rilanciare nel partito e nel paese la politica intransigente. Tipico in questo senso è il caso di Farinacci, per il quale la politica razzista, di cui egli fu uno dei piú decisi assertori e tra i primi propugnatori, era e doveva essere considerata un fatto squisitamente politico, ma personalmente non era né un vero antisemita né un vero razzista (non credeva cioè alla teoria del sangue e non nutriva nei confronti degli ebrei i pregiudizi tipici del vero antisemita); tant’è che tre settimane dopo la pubblicazione del manifesto degli «scienziati» razzisti scrisse a Mussolini170:

249–250

A dirti francamente il mio pensiero, il problema razziale, visto da un punto di vista antropologico, non mi ha mai persuaso. Il problema è squisitamente politico; mi convinco ancora una volta che quando gli scienziati vogliono rendere un servizio alla politica, compromettono qualsiasi problema. Sul terreno filosofico e scientifico si può sempre discutere, sul terreno politico, dove ci sono delle ragioni di Stato, si agisce e si vince.

Per altri (spesso, ma non sempre, di formazione cattolica) ad imporre la politica antisemita era essenzialmente la necessità di preservare dall’impatto dissolvitore della cultura moderna quella tradizionale e cattolica. Per costoro colpire l’ebraismo, metterlo al bando, equivaleva a tagliare le radici della cultura moderna negatrice di tutti i valori tradizionali o, per chi non vedeva nella «mentalità ebraica» o nella «colpa» degli ebrei (il deicidio) le origini di tale cultura, a giustificare in qualche misura la lotta contro di essa con la forza di un mito che bene o male aveva una sua storia antichissima e poteva essere rinverdito facendo appello alla tradizione cattolica. Tipici sono a questo proposito i casi – diversi, ma inscrivibili in una analoga logica operativa – del Centro studi anticomunisti e in particolare della sua Sezione letteratura che dal ’36-37 aveva fatto proprio il piú acceso antisemitismo (e filonazismo), andava sollecitando per la «bonifica libraria» le soluzioni piú estremiste e attribuiva all’«influsso dell’ebraismo» persino «la mentalità filobolscevica» che a suo dire corrompeva taluni ambienti ed esponenti della cultura e del giornalismo fascisti e in particolare la «sinistra fascista»171; e di un Costamagna per il quale

dal giorno in cui Baruch Spinoza è comparso nella scena della filosofia ha fatto un grande balzo in avanti l’opera distruttiva di quella morale tradizionale, fideista e positiva, che aveva sostenuto per millenni la compagine delle nazioni dell’Europa. La morale matematica del pensatore giudaico-olandese ha aperto la via alla morale formale dell’idealismo che oggi ancora, con diverso accento, Benedetto Croce e Giovanni Gentile vorrebbero predicare alla gioventú italiana del Littorio172.

Per alcuni esponenti della sinistra fascista, infine, la politica antisemita aveva, cosí come per Farinacci, un valore tutto politico e, anche per essi, doveva dunque essere tenuta fuori dall’«orrido letto di Procuste» di «certa scienza»; a differenza dal gerarca di Cremona che la vedeva nell’ottica filotedesca e intransigente, per essi il suo significato positivo era però quello di costituire un primo passo per dare concretezza alla polemica antiborghese e una sorta di cartina al tornasole per giudicare care la borghesia. Scriveva a questo proposito su «Il lavoro fascista» del 4 settembre 1938 Luigi Fontanelli:

250–251

Il problema della razza, ed in modo speciale il conseguente, indispensabile atteggiamento antisemita del Fascismo, costituisce un reagente efficacissimo per discriminare non soltanto gli ebrei, ma tutte quelle zone grigie nelle quali – sotto il segno del piú meschino «spirito borghese» – si muovono coloro che provengono dalle vecchie classi dirigenti ed il cui motto potrebbe essere il seguente: «Ho cambiato distintivo, perché mi faceva comodo, ma niente altro»... Benissimo, dunque, che anche attraverso la questione della razza si intensifichi la vigile e severa attenzione del Fascismo rivoluzionario su questi ambienti dove ancora serpeggia il piú deleterio e corrosivo spirito individualista, cioè antifascista. Giustamente è stato scritto che non meno pericolosi degli ebrei sono gli amici degli ebrei... Gli ambienti che dimostreranno scarsa sensibilità di fronte al problema della razza si identificheranno esattamente con quelli che non sentono lo spirito collettivo imposto da una superiore civiltà, che non credono al corporativismo se non come ad un sistema escogitato non già per risolvere ma per evitare o rinviare i maggiori problemi sociali del tempo... La rivoluzione non dà tregua a questi elementi, a queste zone grigie che rappresentano la superstite, tenacissima mentalità di quella vecchia Italia presuntuosa, vuota, intellettualistica e ruffiana che faceva comodo a tutti e paura a nessuno... Ora cominceranno ad accorgersi che non tuonava soltanto: che piove, che pioverà...

Detto questo, se ci si sforza di mettere a fuoco la peculiarità della posizione affiorante nella gioventú fascista, essa risulta sostanzialmente simile all’ultima ora ricordata, ma anche caratterizzata soprattutto da una duplice speranza. Quella di fare del razzismo – inteso in senso molto piú spiritualistico che biologico173 – la forza spirituale aggregante quella comunità – nazionale, ma in prospettiva anche universale – che questi giovani inseguivano piú di ogni altra cosa e ritenevano indispensabile per radicare veramente il fascismo nel popolo.

Il razzismo – si legge nel numero del 30 giugno 1939 del notiziario del GUF di Catanzaro «Razzismo» – oltre che un problema biologico è essenzialmente un elevamento etico, che tocca le coscienze ed acuisce il senso della nazione, il senso di questa comunità umana che si sa stretta da vincoli di lingua, di religione, di storia comuni, ma che trova il piú saldo elemento di coesione in quella identità di pensare e di agire dipendenti dalla conformazione psichica di una razza unitaria.

E la speranza di trovare nell’assenza sino allora negli italiani di una coscienza razziale la spiegazione del perché la cultura fascista si era dimostrata inadeguata a soddisfare le loro esigenze spirituali e, piú in genere, del perché la società italiana non aveva saputo realizzare veramente il fascismo. Questo atteggiamento traspare qua e là un po’ da tutta la stampa giovanile; piú che altrove appare però in modo chiaro dalle lettere dei lettori a «La difesa della razza». In questa rubrica un buon numero di giovani, studenti liceali, universitari e anche qualche operaio e impiegato (tra i quali è possibile incontrare nomi di giornalisti, pubblicisti, politici piuttosto noti nel dopoguerra e spesso con posizioni non di tipo neofascista) discusse sino ai primi del ’41 un po’ di tutto, criticando «razzisticamente» tutti i principali aspetti della cultura italiana del tempo e mettendo sotto accusa e sotto revisione ogni valore, spesso anche quelli religiosi. Il razzismo era per questi giovani il modo per poter finalmente «capire» e «criticare» tutta la storia italiana, attaccando a fondo la «corruzione borghese», e per realizzare finalmente una «concezione religiosa della vita». Quanto all’antisemitismo, in questo contesto esso non era molto spesso che un pretesto per mettere finalmente alla prova gli italiani e lo stesso fascismo. E talvolta l’elemento antisemita vero e proprio era cosí scarsamente sentito da non comportare l’ostracismo per quegli autori ebrei che la sensibilità di questi giovani sentiva culturalmente ed emotivamente vicini174.

251–252

Su «Roma Fascista», l’organo del GUF della capitale, tra il dicembre 1940 e l’aprile 1941 si svolse un dibattito su due anni di razzismo in Italia che è per noi del piú vivo interesse, sia perché lascia trasparire come in due anni molti entusiasmi per la politica razzista si fossero dissolti di fronte alla constatazione che, ancora una volta, il regime non era riuscito a tenere in pugno la situazione e coloro che erano prevalsi erano stati i «filogiudei», i «pietisti»175, sia perché la conclusione del dibattito, che cercava di conciliare i vari orientamenti emersi nel corso del dibattito stesso sui caratteri del razzismo italiano, fu contestata vivacemente da un gruppo di giovani fascisti che sostenne che il razzismo doveva essere considerato solo come «antagonismo di coscienza» rispetto alle altre razze176. La conclusione del dibattito, cosí come piú in generale la perdita di mordente che col ’41-42 registrò l’impegno razzista di molti giovani fascisti, sono certo da ricollegare in parte alla nuova situazione che cominciava a delinearsi con gli insuccessi delle armi italiane in Grecia e che investí via via anche vasti settori giovanili, in parte sono però anche la conferma che – per quanto a noi la cosa possa oggi sembrare assurda e addirittura mostruosa, ma il dovere dello storico è quello di capire, non quello di emettere condanne che, di per sé, non aiutano a capire la realtà – per molti di questi giovani anche l’impegno razzista rispondeva ad una esigenza di ordine «morale» e di rinnovamento.

252–253

Quanto abbiamo detto sul consenso giovanile e sul «nuovo fascismo» ci pare possa – per quel che riguarda il periodo che qui ci interessa – portare ad una conclusione che, a sua volta, riconduce il nostro discorso sul consenso in generale a quello del rapporto tra questo consenso e le prospettive sia di Mussolini sia del regime. Se, al punto a cui era arrivato il regime, il problema politico del consenso si riduceva quasi solo a quello del consenso attivo, è infatti evidente che tali prospettive non potevano che essere diverse e, al limite, divergenti. Per il regime e per la sua anima piú propriamente moderata e conservatrice («fiancheggiatrice» o «fascista» poco importa), la svolta totalitaria della seconda metà degli anni trenta e il prender corpo del «nuovo fascismo» non potevano avere infatti come conseguenza altro che il suo porsi di fronte al «dopo Mussolini» (e prepararsi intanto ad esso) nella prospettiva di una progressiva liquidazione – e dunque liberalizzazione – del fascismo, che, sola, gli avrebbe potuto permettere di costituirsi (attingendo a quello passivo) un proprio consenso attivo in grado di contrastare e di battere politicamente quello allora in atto e, cosa per esso ancora piú grave e potenzialmente foriera di drammatiche conseguenze per il suo potere, in via di espansione grazie alle nuove generazioni fasciste. A meno di non dichiararsi a priori battuto, per il regime questa era l’unica via di sopravvivenza. Una via non facile, ma, tutto sommato, non impossibile da percorrere, specie se si considera il peso che ancora aveva la monarchia, il ruolo che potevano giocare la Chiesa e i cattolici militanti, gli interessi ormai costituiti che spingevano una parte del fascismo «storico» a sostenere il regime, le ambizioni personali di quei fascisti che, a torto o a ragione, potevano sperare di gestire la fase post mussoliniana del regime, nonché la cultura tradizionale di molti fascisti anche del consenso attivo. Una via, comunque, certo piú facile del bivio di fronte al quale si trovava Mussolini: da un lato vivere e morire nel regime, limitandosi a lucrare i vantaggi che nonostante tutto una «svolta totalitaria» tronca gli assicurava; da un altro lato cercare di portare alle estreme conseguenze la «svolta» stessa puntando tutto sul proprio mito e su quella parte del consenso attivo che era espresso dal movimento e in primo luogo dai giovani fascisti. Una scelta – non vi è dubbio – da far tremare le vene ai polsi di chiunque. E che, per di piú, doveva essere fatta da un uomo intimamente opportunista, che vere decisioni non aveva mai prese, che non aveva fiducia negli uomini, che non sapeva rinunciare all’uovo oggi per la gallina domani, che non era piú nel suo pieno vigore fisico e intellettuale e che, come se tutto ciò non bastasse, oscillava di continuo tra gli opposti poli del realismo e del buon senso contadino e della convinzione che «nulla è piú imminente dell’impossibile» e che la sua missione storica fosse quella di «realizzare l’impossibile».

Note


  1. G. Amendola, Storia del Partito comunista italiano 1921-1943, Roma 1978, pp. 426 sgg. ↩

  2. E. Curiel, Scritti 1935-1945, a cura di F. Frassati, Roma 1973, I, p. 202. ↩

  3. Cfr. A. Aquarone, La guerra di Spagna e l’opinione pubblica italiana, in «Il cannocchiale», 1966, n. 4/6, pp. 27 sgg. ↩

  4. Cfr. ibid., Lo spirito pubblico in Italia alla vigilia della seconda guerra mondiale, in «Nord e Sud», gennaio 1964, pp. 117 sgg., e, piú ampiamente, L’Italia antifascista dal 1922 al 1940. La lotta dei protagonisti, a cura di S. Colarizi, Roma-Bari 1976, II, pp. 445 sgg., e, per Milano, P. Melograni, Rapporti segreti della polizia fascista 1938/1940, Roma-Bari 1979. ↩

  5. Il 23 ottobre 1938 un informatore del PNF operante a Torino inviò a Roma la seguente informazione fiduciaria: «Nell’ambiente operaio torinese vi serpeggia un malcontento appena celato derivante sia dalla crisi economica per la quale le ore lavorative nei massimi stabilimenti sono ridotte, sia per le paghe che non permettono quel minimo tenore di vita necessario.

    «Il malcontento si esplica in diverse forme, ma la piú comune è quella dello sparlare del Regime e dei provvedimenti autarchici che vengono presi. E di ciò se ne sente parlare fra gli operai appena si trovino fra vecchi compagni di cui possono fidarsi e tra donne, sia nei mercati cittadini, sia, in questi giorni, avanti alle scuole in attesa dei loro figli. Il malcontento che serpeggia è molto grave e sembra dilagare di giorno in giorno. Non è stato sufficiente il provvedimento della concessione della 53ª settimana, ma occorrerebbero delle forniture od importanti lavori pubblici tali da assorbire molta mano d’opera.

    «Malcontento poi si ha fra le ragazze e donne sino ad oggi occupate in forte numero negli uffici commerciali ed industriali della città, il provvedimento di limitazione delle donne negli impieghi le tocca personalmente, e molte che non sanno come altrimenti guadagnarsi il pane sono preoccupate per il loro avvenire. Tutto questo stato di cose e di situazioni hanno creato una ostilità latente contro il Regime, ostilità che pubblicamente non si manifesta per paura ma che può essere provata e sentita da tutti».

    Letta l’informazione, Starace – come usava fare in simili casi – la trasmise al federale di Torino, Piero Gazzotti, chiedendogliene ragione e sottolineando in particolare quanto affermato nell’ultimo periodo. La risposta che ricevette qualche giorno dopo da Gazzotti peccava certo di ottimismo; nonostante ciò, sulla base degli elementi oggi a nostra conoscenza, bisogna dire che la concreta sostanza politica della valutazione dello stato d’animo dei lavoratori torinesi fatta dal federale era, nel complesso, piú realistica di quella fatta dall’informatore: «Ho ricevuto la segnalazione fiduciaria n. 40605/B del 23 ottobre scorso.

    «Stavo effettivamente io stesso per scriverti sulla situazione operaia torinese sulla quale ha richiamato la mia attezione anche il camerata Venturi Segretario dell’Unione Prov. Fascista dei Lavoratori dell’Industria, situazione che in questi ultimi tempi si è effettivamente appesantita piú che per i licenziamenti per le forti riduzioni dell’orario di lavoro che la Fiat Lingotto ha apportato.

    «Nell’ultima quindicina di ottobre l’assorbimento della mano d’opera è cessato quasi completamente, eccettuate poche unità di operai specializzati ed è quindi aumentato il senso di disagio fra i lavoratori in quanto numerosi sono gli operai la cui disoccupazione dura ormai da vari mesi.

    «Anche le sistemazioni provvisorie con le quali sino a poco fa si aiutavano i disoccupati facendoli lavorare qualche giorno al mese sono venute a mancare.

    «Il peggioramento della situazione è particolarmente sentito nei settori metallurgici, tessili, abbigliamento e trasporti meno nella chimica, arredamento ed edilizia.

    «Questa Federazione segue con la maggior attenzione la situazione; quello che è certo si è che gli attesi alleggerimenti di tasse sulla benzina e sulle automobili porterebbero di colpo ad un sensibile miglioramento in quanto darebbero con un nuovo forte impulso all’industria automobilistica, nuove possibilità di lavoro a tutta l’industria piccola e media che opera a margine della prima.

    «Non posso però a meno di notare con quanta ingiustificata pervicace insistenza l’informatore continui a parlare di una ostilità latente contro il Regime. Ciò è falso: la massa lavoratrice non è certo nello stato d’animo migliore per i sacrifici che sopporta e che in questi ultimi tempi si sono aggravati, essa è però abbastanza intelligente ed a conoscenza della situazione dei vari paesi per non far colpa al Regime dello stato di cose attuale né manca in ogni occasione di dimostrare quali sono i suoi veri sentimenti di assoluta devozione e illimitata fiducia nel Duce» (ACS, PNF, Situazione politica provincie, fasc. «Torino»). ↩

  6. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1903-49), «Massime», categ. D 1, fasc. «Attività della Divisione». ↩

  7. Tra i vari casi che si potrebbero citare, il piú tipico è costituito dalle osservazioni relative all’andamento della disoccupazione. Sull’onda delle generali speranze suscitate dalla conquista dell’Etiopia, la relazione per il 1936 cosí trattava l’argomento: «Il fenomeno della disoccupazione che, in passato, specie nei mesi invernali, ha dato motivo a qualche preoccupazione, è grandemente diminuito e si ha fiducia che esso sarà definitivamente eliminato in un futuro molto prossimo, col collocamento nei vastissimi e redditizi territori dell’Impero delle eccedenze della mano d’opera, che non è possibile sistemare in Italia».

    Nelle successive l’ottimismo era piú moderato. In quella per il 1937 si legge: «Anche la disoccupazione è sensibilmente diminuita, sia per il collocamento di contingenti di operai nei territori dell’Impero, sia per un maggiore impulso dato alle industrie ed alle fabbriche».

    E in quella per il 1938: «La disoccupazione, stazionaria in alcuni settori, è in sensibile diminuzione in altri grazie all’impulso dato dal Regime a fabbriche ed industrie ed al graduale invio di coloni ed operai in Libia e nell’Impero».

    Nella successiva, quella per il 1939 è scomparso del tutto: «La disoccupazione, stazionaria in alcune zone, in sensibile diminuzione in altre, ha trovato sollievo nelle varie previdenze del Regime». ↩

  8. Cfr. Mussolini il duce, I, pp. 81 sg.

    di cautele che, seppure deve essere attentamente vigilata impone un’azione assai lenta e non può avere una vasta efficacia.

    Dato il continuo e forte movimento di connazionali dall’Italia all’estero specialmente verso la Francia e viceversa, e tenuto conto che le direttive di ogni movimento contro il Regime vengono impartite dai centri antifascisti esistenti all’estero, la polizia si è preoccupata di seguire, per quanto possibile, l’attività di tali centri e il comportamento in genere degli emigrati. Ha potuto cosí constatare che un buon numero di fuorusciti, raggruppati intorno al partito comunista, al movimento «giustizia e libertà» e al movimento anarchico, si sono arruolati nelle milizie rosse spagnuole e svolgono un’intensa propaganda per indurre altri ad arruolarsi. Si sono avuti sintomi di tentativi di estendere tale propaganda anche nel Regno, specialmente verso operai specializzati, agendo sul loro animo non solo con argomenti di partito, ma anche con seducenti promesse di ricompense. A simili tentativi la polizia ha opposto un’assidua opera di osservazione negli ambienti ritenuti piú idonei ad esserne influenzati ed ha proceduto a vari arresti, che hanno dato la prova però che i tentativi finora verificatisi sono di limitatissima portata. Ha potuto inoltre accertare che il «soccorso rosso» alle famiglie residenti nel Regno di sovversivi arruolatisi nelle milizie rosse spagnole invia periodicamente sussidi in varia misura, ricorrendo alle astuzie piú sottili per non farne trapelare la vera provenienza e per farli apparire spediti da singoli individui per motivi privati. Tale azione del «soccorso rosso», qualora non fosse stata subito repressa, sarebbe stato evidentemente il mezzo piú efficace di propaganda e pertanto la polizia, con tempestive e precise istruzioni impartite a tutte le Prefetture ha impedito che detti sussidi pervenissero ai destinatari.

    In conseguenza degli avvenimenti spagnuoli si è avuta nel decorso anno una nuova forma di propaganda antifascista, diretta agl’italiani del Regno in quanto la radio di Barcellona ha iniziato la trasmissione di notizie, discorsi e conferenze, in lingua italiana, di contenuto consono naturalmente ai programmi rivoluzionari dei partiti che si sono resi padroni di detta città. Tali trasmissioni che possono essere captate nel Regno dai comuni apparecchi riceventi, non potevano non richiamare l’attenzione della polizia e, mentre sono stati già attuati mezzi per disturbarle in varie località del Regno, sono state date le opportune disposizioni per il rapido impianto di altri apparecchi idonei a renderle completamente inintelligibili agli ascoltatori italiani.

    Nell’anno testé decorso, il partito comunista ha continuato a evolvere i suoi sistemi di propaganda verso forme sempre piú subdole e pericolose. Ha accentuato non solo il cosidetto metodo legale, con l’intento di penetrare negli organi sindacali del Regime ed impadronirsene, ma ha messo in programma un’opera di sottile persuasione, basata su le piú sfacciate ma anche piú seducenti menzogne, verso quegli strati della popolazione che finora aveva considerato, per la loro posizione e per le loro idee, in assoluta antitesi col partito, quali i piccoli proprietari, i cattolici e gli stessi iscritti al PNF. Su questo nuovo metodo il partito comunista ha fondato le piú grandi speranze e cerca di attuarlo con tutti i mezzi che gli sono possibili, tenuto conto che ha avuto successo, come è noto, all’estero ed è stato la base della formazione dei «fronti popolari». La polizia ha naturalmente adeguato i suoi mezzi di vigilanza e investigazione alla nuova tattica comunista per neutralizzarla efficacemente e non ha mancato di mettere sull’avviso gli organi responsabili dei sindacati. La propaganda comunista pertanto, quale attività organizzativa, non ha avuto nello scorso anno maggiore fortuna che negli anni precedenti. ↩

  9. Relazione per il 1937: «Anche nel decorso anno 1937 i pochi tentativi di propaganda sovversiva, specialmente ad opera del partito comunista, non hanno avuto maggiore fortuna degli anni precedenti.

    «Anzi si è notato che i partiti antifascisti all’estero, pur non rinunziando ai tentativi di esplicare nel Regno la loro nefasta attività, hanno dovuto limitarne l’intensità e contentarsi di risultati ancor piú meschini che non per l’innanzi.

    «Ciò è dovuto al fatto che gli esponenti del movimento sovversivo hanno dovuto ormai convincersi che l’azione di prevenzione e di repressione della polizia è ormai cosí organizzata ed efficace da rinunziare a tutte quelle forme di propaganda che implicano un certo rischio.

    «Cosí, ad esempio, mentre viene insistito nell’invio dall’estero di stampe antifasciste, che vengono regolarmente sequestrate – si è notata una diminuzione nell’introduzione clandestina di stampati attraverso le frontiere.

    «A parte tutto, il miglior ostacolo, ai tentativi di deleteria propaganda, è offerto dall’elevato spirito di patriottismo che anima il popolo italiano e dalla sua profonda devozione al Regime.

    «Quelle poche volte in cui si è notato un principio di risveglio in quegli elementi – ben noti e individuati – ancora pervasi dalle vecchie ideologie, la polizia è sempre prontamente intervenuta arrestando i responsabili che sono stati nei casi piú gravi deferiti al giudizo del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, negli altri casi colpiti da adeguati provvedimenti amministrativi».

    Relazione per il 1938: «Anche nel decorso anno 1938 non sono mancati, sebbene in misura alquanto ridotta, i soliti tentativi dei centri esteri dei partiti sovversivi per cercare di diffondere la propaganda nel Regno, specie negli ambienti piú facili alla suggestione delle loro errate teorie.

    «Soprattutto tale attività è stata caratterizzata da una continua ricerca di nuovi sistemi per sorprendere la vigile attenzione della polizia, ma ogni conato è immancabilmente ricaduto nel nulla.

    «Cosí è stato tentato di affidare varî incarichi di partito a connazionali che rimpatriavano e che non avevano mai svolta alcuna attività politica di rilievo; cosí .anche, al sistema delle missive in scrittura in simpatico, è andato sostituendosi quello di ritagliare le lettere in piú parti inviandone ognuna separatamente a diverso recapito.

    «I risultati sono stati tuttavia scarsissimi, per l’azione decisa ed instancabile degli Organi di polizia che, giovandosi anche della estrema sensibilità acquistata con l’esperienza, sono in grado di individuare ogni minimo accenno di attività sovversiva e di intervenire tempestivamente ovunque ne ricorra la necessità, arrestando i responsabili e denunciandoli al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato o adottando nei loro confronti adeguati provvedimenti di polizia.

    «Del resto, con l’improvvisa e definitiva disfatta dei rossi spagnoli è venuto meno uno degli avvenimenti che poteva essere sfruttato come pretesto per diffondere il malessere e il malcontento, e la popolazione ha avuto anzi una nuova prova della lungimirante saggezza politica del Duce.

    «Né riflessi di alcun rilievo hanno avuto i provvedimenti in favore della difesa della razza, la cui graduale applicazione trova il consenso delle masse».

    Relazione per il 1939: «Nello scorso anno 1939, l’azione degli organi di polizia nel prevenire e reprimere ogni tentativo di propaganda sovversiva si è sempre mantenuta vigile ed intensa ed ha permesso d’identificare e colpire rapidamente ogni accenno di attività antifascista, d’altronde in continua diminuzione, denunziando i responsabili al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato e colpendoli, nei casi meno gravi, con adeguati provvedimenti amministrativi». ↩

  10. Di tutte le iniziative intraprese dall’antifascismo in questi anni quella che, probabilmente, piú preoccupò il regime fu il progetto – vero o presunto che fosse – di uno sbarco di elementi antifascisti in Sardegna. Appena avuta notizia di esso, il 27 marzo 1938, Bocchini ne informò i ministri della Guerra e della Marina, i comandi generali delle Forze armate e della Guardia di Finanza e i prefetti della Sardegna con il seguente telegramma: «Viene riferito da fonte attendibile che da parte fuorusciti si starebbe organizzando uno sbarco in località imprecisata della Sardegna sbarco che dovrebbe provocare disordini e sollevazione popolazione specie fautori ex deputato Lussu. Preparativi si effettuerebbero Barcellona donde partirebbero gruppi destinati sbarco.

    «Pregasi Ministero della Guerra e Marina e Comandi Generali Carabinieri Reali e Guardie di Finanza predisporre, con tempestivi urgenti accordi da prendersi con i Prefetti di Cagliari Nuoro e Sassari, ogni misura piú efficace per impedire che progetto di che trattasi abbia principio esecuzione. Comando Generale Carabinieri Reali è pregato inoltre tener presente eventualità prospettata nei prelevamenti rinforzi dall’isola in dipendenza servizi straordinari predisposti per note future cerimonie».

    Contemporaneamente venne dato incarico all’ammiraglio Guido Bacci di Capaci di approntare il dispositivo di difesa. Furono messe in allarme le divisioni Caprera e Sabauda e stabilite varie forme di sorveglianza marittima e aerea. Acs, Min. Marina, Gabinetto (1934-50), b. 67, fasc. «Ordine pubblico». ↩

  11. Nella Relazione per il 1936 si legge: «La situazione interna del Paese è stata del tutto normale e l’ordine pubblico è stato assolutamente tranquillo durante l’anno testé decorso.

    «Qualche incidente, d’importanza limitatissima, verificatosi in qualche comune del Regno, ha avuto carattere spiccatamente locale, non determinato da motivi politici, ma da ragioni economiche, da applicazione di tasse comunali, o da beghe personalistiche. L’intervento dell’Autorità ha eliminato gli inconvenienti e, nei casi di accertate responsabilità, si è provveduto a carico dei prevenuti ai sensi di legge.

    «Qualche controversia tra mano d’opera e datori di lavoro è stata prontamente appianata dal tempestivo intervento delle Autorità Politiche e Sindacali, mentre le numerose provvidenze, adottate in favore delle classi piú umili, e l’aumento dei salari e degli stipendi agli operai ed agli impiegati hanno dato alle suddette categorie di lavoratori la prova provata che il Regime Fascista, giusta la parola d’ordine di S. E. il Capo del Governo, va sempre piú verso il popolo».

    Nelle successive il discorso è anche piú conciso e, via via, piú rari sono gli accenni a incidenti o agitazioni determinati da difficoltà economiche:

    1937: «L’ordine pubblico è stato assolutamente normale durante tutto l’anno 1937.

    «Qualche incidente, avvenuto in alcuni comuni del Regno, fu determinato da beghe locali o da ragioni economiche e nessuno da motivi politici.

    «L’accordo tra datori di lavoro ed operai ha prodotto i suoi benefici effetti sul lavoro, che si è svolto dovunque con ritmo febbrile».

    1938: «Durante l’anno 1938 l’ordine pubblico si è mantenuto normale in tutto il Regno.

    «Rare manifestazioni in alcuni Comuni, furono determinate da beghe locali, mai da motivi politici. Il lavoro ha ovunque proceduto con ritmo ordinato e febbrile e l’intervento sempre efficace e tempestivo degli organi competenti ha prontamente risolto le sporadiche vertenze fra datori di lavoro ed operai».

    1939: «Nel corso dell’anno 1939 l’ordine pubblico si è mantenuto normale salvo vari incidenti di carattere locale, mai determinati da motivi politici».

    1940: «Durante lo stesso anno l’ordine pubblico si è mantenuto normale salvo vari incidenti di carattere locale, mai determinati da motivi politici.

    «La disoccupazione ha subito sensibile diminuzione per l’impulso dato alle industrie belliche e per i richiami alle armi». ↩

  12. In un super rapporto riservatissimo a Bocchini sulla situazione politico-economica della provincia di Ferrara datato 1º marzo 1939 e redatto su esplicita richiesta della Direzione generale di PS dall’ispettore di zona per le provincie di Modena, Reggio Emilia, Parma, Rovigo, Ferrara e Piacenza, dopo una sintesi della situazione politica, definita complessivamente tale «che non può destare alcuna preoccupazione», ecco cosa si legge riguardo invece alla sua situazione economica: «Non ugualmente confortevole è invece il quadro che offre la situazione economica, la quale è delicatissima e merita un esame costante, metodico e diligentissimo. La situazione economica non può essere considerata a sé stante, ma va esaminata in intima connessione con quella politica, con la quale forma invece un complesso unico e sulla quale oggi predomina.

    «Oggi economia diviene politica con la prevedibile conseguenza che un dato evento, che deve essere escluso in base ad un esame della situazione politica, deve essere invece ritenuto possibile in base a quello della situazione economica. Questa, ove invece di migliorare peggiorasse, potrebbe determinare collasso o crisi anche in chi è sinceramente e fervidamente attaccato al Regime. In poche parole: la massa andrà incontro serena e compatta e fiduciosa a qualsiasi evento – anche se deprecabile – ma potrebbe non sopportare serenamente e tranquillamente un aggravarsi del generale disagio economico. Il regime potrà chiedere ed avrà tutto dal popolo, ma è da augurarsi che non debba essere costretto a chiedere ulteriori sacrifici economici. Contro alcuni bisogni elementari e contro la miseria si lotta male» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. personale, vers. 1963, b. 183). ↩

  13. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1920-45), 1937, b. 2; 1938, b. 2. ↩

  14. Cfr. Mussolini il duce, I, pp. 695 sgg. e 78 sgg. ↩

  15. Cfr. a questo proposito le osservazioni che già allora venivano fatte da F. di Fenizio, L’economia di guerra come economia di monopolio, Milano 1942. ↩

  16. Secondo le elaborazioni di F. A. Repaci, La finanza pubblica italiana nel secolo 1861-1960, Bologna 1962, p. 323, il disavanzo effettivo, che nel ’35 era stato di poco piú di 6 miliardi, nel ’36 fu di 14,7, nel ’37 di 18,9, nel ’38 di 13,4, nel ’39 di 14,4 e nel ’40 di 29,4. In pratica, l’ammontare delle spese effettive, che nel quadriennio 1929-34 era stato pari a circa il 20 per cento del reddito nazionale lordo, passava a quasi il 30 per cento. ↩

  17. Cfr. per tutto questo complesso di provvedimenti G. Maione, L’imperialismo straccione. Classi sociali e finanza di guerra dall’impresa etiopica al conflitto mondiale (1935-1943), Bologna 1979, pp. 175 sgg. ↩

  18. Per le spese connesse alla guerra d’Etiopia cfr. ibid., pp. 124 sgg. ↩

  19. La lettera, a firma del presidente della Confederazione, cosí riassumeva la situazione: «Le recenti numerose provvidenze nel campo sociale, l’aumento verificatosi nei salari e nei prezzi degli altri fattori della produzione (fertilizzanti, macchine, ecc.), hanno notevolmente accresciuto i costi di produzione di tutti i prodotti agricoli incidendo sui bilanci delle aziende. A carico di queste ultime poi sono stati addossati, col contributo che gli agricoltori sono chiamati a dare alla Patria mediante il prestito e l’imposta straordinaria, nuovi non indifferenti oneri ai quali altri se ne aggiungeranno a seguito delle iniziative per il risanamento della cassa rurale e della preannunciata estensione ai lavoratori agricoli degli assegni famigliari.

    «Altri oneri imposti, soltanto alle categorie agricole, da esigenze di carattere superiore (mancata possibilità di utilizzare, in molti casi, le macchine facendo invece ricorso alla piú costosa attività umana, imposizione di assorbimento di determinati quantitativi fissi di mano d’opera, obbligo di eseguire durante la stagione invernale lavori straordinari di poca o di nessuna utilità al fine di alleggerire la disoccupazione, ecc.) contribuiscono a mettere in condizioni di maggior disagio l’economia agricola, mentre questa, uscita appena com’è dalla crisi in cui si è dibattuta negli anni scorsi, avrebbe bisogno di un periodo di tranquillo e redditizio lavoro per mettersi in grado di fronteggiare, nello stesso interesse del credito e degli istituti finanziari, gli impegni assunti nel passato, e di sanare le ferite apertesi in taluni settori.

    «È ben vero che in corrispondenza degli accresciuti costi di produzione i prezzi dei prodotti agricoli, mercé il provvido intervento del Governo e del Partito, hanno subito un aumento e molti di essi hanno raggiunto basi sufficientemente remunerative, ma purtroppo tali vantaggi sono stati praticamente annullati dalla diminuzione quantitativa assoluta verificatasi nella produzione, rispetto all’anno passato, per effetto dell’avverso andamento stagionale.

    «Secondo i risultati di un’indagine eseguita dalla scrivente Confederazione, il valore della produzione agricola lorda dell’anno 1935 ha ammontato, quotando i prodotti ai prezzi allora correnti, a L. 24 204 875 700; la corrispondente produzione del 1936 invece, valutando le quantità prodotte in base ai prezzi oggi in vigore, dà un valore di L. 23 171 004 800: è quindi oltre un miliardo di meno che l’attività agricola ha realizzato rispetto all’anno passato. Tale differenza passiva sale ad oltre un miliardo e mezzo se si considera che, senza tener conto del prestito e dell’imposta straordinaria, i nuovi oneri di cui sopra hanno aumentato di circa 500 milioni le spese di produzione» (ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti [1937-39], fasc. 3-1-1/998). ↩

  20. Cfr. Mussolini, XXIX, pp. 15, 35 sg., 46 sgg., 117, 223, 226 sgg., 258 sg. e 349 sg. ↩

  21. ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1937-39), fasc. 3-1-1/2652, appunto di Tassinari per il «duce» in data 26 dicembre 1938. ↩

  22. Cfr. G. Tassinari, Autarchia e bonifica, Bologna 1940², passim e spec. pp. 92, 120, 124, 126, 131 sgg., 181 sgg., 193 sgg., 220 sg., 229 sgg. e 233; nonché pp. 176 sg. e 203. ↩

  23. Per un quadro d’insieme dei concetti ispiratori della bonifica del latifondo siciliano cfr. ibid., pp. 203 sgg. e soprattutto 244 sgg. Per un primo bilancio, assai negativo, di tutta l’operazione cfr. M. Stampacchia, Sull’«assalto» al latifondo siciliano nel 1939-43, in «Rivista di storia contemporanea», ottobre 1978, pp. 586 sgg. Il piano di colonizzazione fu nel marzo ’40 oggetto di un dettagliato rapporto del Consolato Usa a Palermo, critico sugli aspetti tecnici, ma assai interessante sotto il profilo politico. Il piano, vi si legge, non tendeva ad aumentare la produzione, ma soprattutto a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori «e questo è uno scopo puramente socialistico» (Asae, Segreteria generale, p. 239). ↩

  24. I proprietari privati avrebbero dovuto concorrere alle opere di bonifica con circa un miliardo e mezzo di lire. Coloro che non volevano o potevano compiere la trasformazione dei loro fondi prevista dalla legge potevano incaricarne l’apposito ente di colonizzazione cedendo ad esso una parte della proprietà in pagamento. Gli inadempienti potevano essere espropriati. La legge non aveva lo scopo di colpire la proprietà e andava anzi a vantaggio di quella che disponeva dei mezzi per effettuare le opere richiestele (tanto è vero che nel suo primo anno di attuazione gli impegni assunti dai proprietari furono maggiori del previsto); indubbiamente essa portava però ad una riduzione della proprietà, sia pure assicurando ai proprietari di non doverla svendere. ↩

  25. Il primo accenno mussoliniano a quello che poi verrà definito comunemente l’«assalto al latifondo» risale al 20 agosto 1937, a Palermo. Cfr. Mussolini, XXVIII, pp. 239 sgg. I concetti enunciati in questa occasione furono ribaditi dal «duce» poco meno di due anni dopo a palazzo Venezia,

    il 20 luglio 1939, quando fu ufficialmente reso pubblico il piano della bonifica. Cfr. ibid., XXIX, pp. 304 sgg. ↩

  26. Nel 1942-43 delle opere di bonifica previste erano state portate a termine le seguenti:

    Dighe —— 1

    Impianti di sollevamento —— 1

    Canali d’irrigazione —— 52 km

    Acquedotti —— 15 km

    Strade di bonifica —— 76 km

    Abbeveratoi —— 48

    Trivellazioni —— 191

    Borghi rurali —— 11

    Case coloniche —— 3043

    Al 31 agosto 1942 erano state immesse sulle terre colonizzate 1634 famiglie per un totale di 11 794 persone, in genere con contratti di colonia o di mezzadria miglioritaria. ↩

  27. Cfr. P. Fortunati, Aspetti sociali dell’assalto al latifondo, Roma 1941, p. 63. Merita vedere l’intero opuscolo, edito dall’Istituto nazionale di cultura fascista, sia per l’aspetto tecnico sia per quello ideologico della bonifica integrale siciliana. ↩

  28. Cfr. a questo proposito G. Gualerni, Industria e fascismo. Per una interpretazione dello sviluppo economico italiano tra le due guerre, Milano 1976, pp. 109 sgg. ↩

  29. Cfr. per alcune considerazioni R. Covino – G. Gallo – E. Mantovani, Aspetti delle trasformazioni della base industriale italiana (1935-1947), in «Annali della Facoltà di Scienze Politiche – Università di Perugia», n. 13 (1973-76), pp. 157 sgg. ↩

  30. Cfr. Ministero Costituente, Rapporto della commissione economica, II: Industria, II: Appendice alla relazione, Roma 1946, p. 79 (dichiarazioni di Angelo Costa). ↩

  31. Cfr. a questo proposito il secondo volume di F. Guarneri, Battaglie economiche tra due grandi guerre, Milano 1953. ↩

  32. S. La Francesca, La politica economica del fascismo, Roma-Bari 1973², p. 108; e G. Gualerni, Industria e fascismo cit., pp. 131 sg. ↩

  33. Cfr. V. Castronovo, L’industria siderurgica e il piano di coordinamento dell’IRI (1936-39), in «Ricerche storiche» (Piombino), gennaio-aprile 1978, pp. 163 sgg. ↩

  34. E. Conti, Dal taccuino di un borghese cit., p. 655.

    Per i precedenti di questa tendenza cfr. R. Romeo, Aspetti storici dello sviluppo della grande impresa in Italia, in «Storia contemporanea», gennaio-marzo 1970, pp. 19 sgg., in cui è citato un interessante documento che la denunciava, inviato a Mussolini nel novembre 1933. ↩

  35. Cfr. su questi timori e queste critiche P. Capoferri, La fine del Sindacato, in «Gerarchia», aprile 1936, pp. 263 sgg.; F. M. Pacces, Sbloccamento delle corporazioni e riorganizzazione corporativa dei Ministeri, in «Critica fascista», 1º gennaio 1937, pp. 67 sgg.; P. Capoferri, Limiti e funzioni della legge sugli impianti industriali, in «Gerarchia», dicembre 1937, pp. 832 sgg.; A. Silvi Antonini, Gestione burocratica dell’economia corporativa, in «Critica fascista», 1º febbraio 1938, pp. 100 sg. ↩

  36. F. Lantini, Corporativismo e Autarchia nell’Anno XVI, Roma 1938. ↩

  37. F. Guarneri, Battaglie economiche cit., II, p. 40.

    Della Commissione suprema dell’autarchia facevano parte tutti i membri del Comitato corporativo centrale. Alle sue riunioni partecipavano altresí i presidenti dell’Accademia d’Italia, del Consiglio nazionale delle ricerche, delle Consulte coloniali corporative, dell’Istituto ricerche industriali, dell’Azienda generale italiana petroli, dell’Azienda carboni italiani e dell’Azienda minerali metallici italiani, il commissario generale per le fabbricazioni di guerra, il capo dell’Ispettorato per la difesa del risparmio e l’esercizio del credito, il segretario generale della Commissione suprema di difesa, A. De Stefani e G. O. Pession dell’Accademia d’Italia, A. Giannini del Consiglio nazionale delle ricerche; nonché in qualità di esperti, A. Pirelli, i senatori Bocciardo, Ferrari, Jacobini e Tofani, i consiglieri nazionali Cambi, De Ambris, Donegani, Garbaccio, Lojacono, Marinotti, Motta, Serono e Rocca. E, in rappresentanza della stampa, il presidente e il direttore dell’«Agenzia Stefani» e i direttori dei seguenti quotidiani: «Il Popolo d’Italia», «Il Corriere della Sera», «Il Corriere Padano», «La Gazzetta del Popolo», «Il Gazzettino», «Il Giornale di Genova», «Il Giornale d’Italia», «Il Giornale di Sicilia», «Il Lavoro Fascista», «Il Mattino», «Il Messaggero», «La Nazione», «L’Ora», «Il Piccolo di Roma», «Il Piccolo di Trieste», «Il Popolo di Roma», «Il Popolo di Trieste», «Il Regime Fascista», «Il Resto del Carlino», «Il Secolo-Sera», «Il Sole», «La Stampa», «Il Telegrafo», «Il Tevere», «La Tribuna».

    Un organo cosí pletorico è evidente non potesse funzionare e finisse per costituire nulla piú che una cassa di risonanza di tipo propagandistico. Da qui la costituzione nel gennaio 1939 del Comitato interministeriale per l’autarchia, presieduto dal «duce» e composto dai ministri delle Corporazioni, delle Finanze, dell’Agricoltura e Foreste, per le Comunicazioni e gli Scambi e valute, dal segretario del PNF, dal capo di Stato maggiore, dal presidente del Consiglio nazionale delle ricerche, dal commissario generale per le fabbricazioni di guerra, dal governatore della Banca d’Italia e dal segretario della Commissione suprema di difesa. Il decreto legge che lo istituí prevedeva tra l’altro che il Comitato potesse «in deroga alle disposizioni vigenti, autorizzare nuovi impianti industriali, prescrivere alle imprese industriali di adottare determinati processi produttivi, stabilendone le modalità, e fissare i prezzi dei prodotti». La Commissione suprema per l’autarchia non fu sciolta, ma, in pratica, fu ridotta ad una funzione meramente rappresentativo-propagandistica.

    È interessante notare che alla vigilia del 25 luglio ’43 era in preparazione un provvedimento (da vedere soprattutto nel quadro del rilancio corporativo auspicato negli anni della guerra da alcuni settori fascisti, di cui si parlerà nel prossimo volume) che avrebbe dovuto passare al Comitato corporativo centrale tutte le competenze attribuite nel ’39 al Comitato interministeriale per l’autarchia, nonché quelle attribuite al Comitato dei ministri per la difesa del risparmio e per l’esercizio del credito e al Comitato interministeriale di coordinamento per l’approvvigionamento, la distribuzione ed i prezzi dei prodotti industriali, agricoli e dei servizi. Acs, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Gabinetto (1937-39), fasc. 18-12/3051, e 1939-43, fasc. 18-1/20875. ↩

  38. Cfr. nello stesso senso G. Gualerni, Industria e fascismo cit., pp. 196 sgg. ↩

  39. Per gli industriali l’autarchia doveva essere intesa «come massimo potenziamento tecnicamente ed economicamente possibile delle energie e delle risorse produttive della Nazione» (G. Balella, Giuseppe Volpi presidente della Confederazione degli industriali, in Giuseppe Volpi. Ricordi e testimonianze, Venezia 1959, p. 78), senza per altro fare dell’economia italiana una economia chiusa. Significativa è a questo proposito una lettura «controluce» del discorso sulla «disciplina dell’industria nell’autarchia», tenuto ai dirigenti sindacali degli industriali nel novembre 1938 dal presidente della Confindustria Volpi. In esso (cfr. «L’Organizzazione industriale», 18 novembre 1938) Volpi, pur allineandosi entusiasticamente alle direttive del regime, insisteva con molto vigore sulla riaffermazione di due punti chiave: a) che l’autarchia non doveva portare ad un isolamento totale dell’economia nazionale dalle economie degli altri paesi: «L’autarchia per il nostro, come, del resto, per tutti i Paesi, non può raggiungersi in senso assoluto: sarà sempre necessario importare una certa quantità di materie prime che è impossibile produrre in Paese o sostituire con succedanei nazionali, e, in tempi normali almeno, non si potrà evitare l’importazione di prodotti finiti come mezzo per ottenere di poter esportare i nostri prodotti finiti»; b) che le esportazioni andavano potenziate al massimo. ↩

  40. S. Romano, Giuseppe Volpi. Industria e finanza tra Giolitti e Mussolini, Milano 1979, passim e spec. pp. 206, 208 e 246. ↩

  41. Nel maggio 1935, quando erano cominciati i richiami alle armi, il PNF aveva cercato di indurre le industrie ad assumere al posto dei dipendenti richiamati altrettanti lavoratori, possibilmente appartenenti alla stessa famiglia. Molte industrie avevano però preferito non rimpiazzare i richiamati e la Confindustria (preoccupata oltre tutto di difendere il principio della libera scelta della manodopera da assumere) aveva preso le loro parti, cfr. S. Romano, Giuseppe Volpi cit., p. 213. ↩

  42. Il 30 giugno 1936 il gen. Dallolio inviò a Mussolini un promemoria nel quale tra l’altro si

    diceva: «Come fare in modo che ritornandosi allo svolgimento naturale delle industrie e del lavoro il licenziamento degli operai sia mantenuto nei limiti piú ridotti affinché il disagio sia il meno diffuso, e siano evitate le dannose dispersioni?

    «Prima di tutto occorre ritornare all’orario normale di 40 ore settimanali o al massimo per eccezioni veramente necessarie a 48 ore... ma non piú.

    «Secondariamente nei licenziamenti procedere gradatamente – prima le donne poi gli uomini, prima il personale che può trovare facilmente collocamento in altre industrie, eppoi gli altri – Diminuire anche transitoriamente le 40 ore pur di ritardare i licenziamenti, tener conto delle necessità particolari, e di tutti gli interessi in causa.

    «Inoltre ciascuna industria deve pensare a utilizzare il maggior numero di operai, non affrettando il lavoro, perché si deve perseverare nel guadagnar tempo – Durare è Vincere – Invece di chiedere 84-72-65-60-52 ore settimanali per le industrie privilegiate in fatto di commesse, contentarsi delle 40 ore, e aumentare se mai il personale, o al piú delle 48 ore» (ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, AA: 1934-1936, b. 805, fasc. 1-1-10/4595). Nonostante questi propositi, poco piú di tre mesi dopo il Commissariato generale per le fabbricazioni di guerra autorizzava le imprese da esso controllate (1200) e in particolare quelle che lavoravano per l’aeronautica e la marina a portare l’orario settimanale sino ad un massimo di 60 ore (Presidenza del Consiglio dei ministri, Verbali, seduta del 10 ottobre 1936). ↩

  43. Cfr. sulla colonizzazione della Libia e il trasferimento dei «ventimila», ultimo momento spettacolare del fascismo «pacifico» e «lavoratore», c. G. Segré, L’Italia in Libia dall’età giolittiana a Gheddafi, Milano 1978, pp. 122 sgg. ↩

  44. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1943), fasc. 242/R «Gran Consiglio», sott. 14 (1936), ins. C; ibid., Carteggio ordinario, fasc. 6028 e fasc. 50 960.

    Altre fonti dànno cifre piú elevate: 1936: 700 483; 1937: 722 378; 1938: 712 454; 1939: 669 394; 1940: 599 766. Cfr. «Rassegna di statistiche del lavoro», febbraio 1949, p. 45. ↩

  45. Cfr. F. Guarneri, Battaglie economiche cit., II, p. 241 (13 febbraio 1938), anche p. 213 (9 luglio 1937). Che la diminuzione delle importazioni avesse «certamente delle conseguenze di carattere sociale» Mussolini ne era consapevole, pensava però che non bisognasse «eccessivamente preoccuparsi» della cosa. «Tutto ciò – scriveva a Guarneri – può essere superato e comunque sarà seguito e vigilato». Cfr. ibid., pp. 240 e 213. ↩

  46. Il rispetto della settimana di quaranta ore fu nel ’37 oggetto di un convegno organizzato dalla Confederazione fascista dei lavoratori dell’industria che, il 9 aprile 1937, fece anche un esplicito passo presso il ministro delle Corporazioni, mettendo in luce come evadendo la legge sulle quaranta ore, si falsava «il concetto al quale si ispira la riduzione della settimana lavorativa a 40 ore» e si danneggiavano i lavoratori tanto economicamente (riduzione del salario) quanto fisicamente (aumento del rendimento). Cfr. ACS, T. Cianetti, fasc. «Settimana di 40 ore». ↩

  47. C. Vannutelli, Les conditions de vie des travailleurs italiens au cours de la période 1929-1939, in Mouvements ouvriers et depression économique de 1929 à 1939, Assem 1966, p. 313. ↩

  48. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. polizia politica, categ. 1, b. 164, Rapporto n. 90 del 10 febbraio 1937. ↩

  49. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1943), fasc. 242/R, «Starace Achille», pro memoria per Mussolini in data 13 agosto 1936. ↩

  50. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. polizia politica, categ. 1, b. 164; PNF, Situazione politica delle provincie, «Milano», rapporto in data 6 marzo 1937. ↩

  51. La necessità dell’aumento era stata annunciata da Mussolini il 16 aprile parlando ai gerarchi del partito riuniti a palazzo Venezia: «Si deve affermare che l’aumento salariale del 1936 è stato assorbito dall’aumento del costo della vita e dalla introduzione delle 40 ore. Ora si deve ricordare che gli operai italiani quando i prezzi scendevano e la crisi del sistema imperversava hanno accettato con ferma disciplina notevoli falcidie dei loro salari, oggi che la ripresa economica è in atto, è assolutamente giusto, quindi fascista, che i loro salari siano migliorati». Il discorso non fu però reso noto. Per il suo testo cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Autografi del Duce, b. 8, fasc. XV (1937), sott. A. ↩

  52. Cfr. B. Barberi, I consumi nel primo secolo dell’Unità italiana (1861-1960), Milano 1961. ↩

  53. Per i salari agricoli cfr. P. Albertario, La situazione dell’agricoltura. Primo contributo, Roma s. d. [ma 1948], pp. 108 sg. ↩

  54. V. Zamagni, La dinamica dei salari nel settore industriale, in L’economia italiana nel periodo fascista, a cura di P. Ciocca e G. Toniolo, Bologna 1976, pp. 342 sgg., accetta la stima del Vannu-

    telli e conclude che in via di prima approssimazione si può ritenere che «il salario, al netto dei contributi sociali e comprensivo degli assegni familiari e degli altri elementi aggiuntivi, va aumentato di circa il 5% nel 1935-36, 10% tra il 1937 e il 1939, 15% nel 1940». ↩

  55. Il 7 agosto 1936 fu disposta una riforma fiscale volta a migliorare e razionalizzare l’amministrazione finanziaria ed evitare le evasioni e che, tra l’altro, prevedeva l’istituzione (non realizzata), dell’anagrafe tributaria. Due mesi dopo veniva istituita una imposta straordinaria progressiva sui dividendi delle società commerciali, e una imposta straordinaria immobiliare venticinquennale. Un anno dopo veniva istituita una imposta straordinaria sul capitale delle società per azioni. Nel novem bre 1938 fu istituita una imposta straordinaria una tantum anche sul capitale delle aziende industriali e commerciali. Ad essa seguí l’istituzione, nell’ottobre 1939, di una imposta ordinaria sul patrimonio e, nel gennaio 1940, dell’imposta generale sull’entrata. Cfr. S. La Francesca, La politica economica del fascismo cit., pp. 88 sg., che valuta il gettito previsto dalle nuove imposte in circa 11 miliardi, quasi un decimo del reddito nazionale. ↩

  56. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. polizia politica, categ. 1, b. 207.

    Per l’andamento degli stipendi dei dipendenti statali cfr. Istat, Sommario di statistiche storiche cit., pp. 204 sg. ↩

  57. Cfr. P. Melograni, Rapporti segreti della polizia fascista cit., pp. 24 sgg. ↩

  58. Col ’38 fallimenti e protesti furono in aumento. Da una nota riassuntiva della documentazione statistica relativa al mese di settembre del 1939, trasmessa a Mussolini dal presidente dell’Istituto centrale di statistica, risulta che nei primi otto mesi del ’39 furono dichiarati 4694 fallimenti, contro 3725 dello stesso periodo dell’anno precedente (26 per cento in piú) ed elevati 543 030 protesti cambiari per 336 823 000 lire contro 399 337 per 277 852 000 dell’anno precedente (36 e 21,1 per cento in piú). ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario (1922-1943), b. 509560, fasc. «Istituto Centrale di Statistica». ↩

  59. ACS, PNF, Situazione politica delle provincie, «Milano», rapporto informativo in data 4 febbraio 1939. Per ciò che riguarda piú propriamente gli imprenditori industriali, assai interessante è ciò che scriveva un informatore della polizia da Genova suppergiú negli stessi giorni, il 25 gennaio 1939: «I datori di lavoro, in un primissimo tempo, quando cioè il Fascismo si opponeva violentemente all’azione delle camere del lavoro e delle leghe, azione, bisogna riconoscerlo, che stava dilagando nel bolscevismo, ritennero di aver trovato l’antidoto piú vero e migliore ed andarono incontro al Fascismo con la maggiore fiducia e, riteniamo, anche con larghezza di mezzi. La creazione delle Corporazioni sia dei datori di lavoro che dei prestatori d’opera, messe sullo stesso piano, con gli stessi diritti, con le discussioni da pari a pari, anzi, per interpretazioni non sempre esatte delle direttive del Duce, messe le prime in situazione sovente di inferiorità di fronte alle seconde, la dipendenza di ogni industria, di ogni commercio, di ogni attività in genere dal Ministero delle Corporazioni che ne regola o ne limita lo sviluppo e le iniziative quando lo ritiene necessario, i prelievi effettuati sul capitale e sui privati patrimoni, la limitazione dei dividendi, i gravami per contributi diversi ed a favore della classe operaia, la scarsa tutela da parte dei propri rappresentanti di fronte alla energia di quelli dei prestatori d’opera, il concorso piú o meno obbligatorio in tutte le iniziative del Partito, anche se eventualmente contrarie allo interesse dei singoli, tutto ciò è stato fonte di profonda delusione ed ha allontanati molti, almeno spiritualmente dal Partito – spiritualmente perché ovvie ragioni di opportunismo li spingono a "rimanere tesserati" ma nulla piú. I provvedimenti che man mano vengono presi dal Ministero non fanno che aumentare questo distacco. Cosí, per esempio, lo scioglimento degli uffici di collocamento passati anche essi alle dipendenze delle confederazioni dei lavoratori, rappresenta un’altra limitazione alle prerogative dei datori di lavoro, ai quali è negata "la richiesta nominativa". Si dice che a parità di capacità professionale, della quale, però, non è giudice il solo datore di lavoro, sono titoli preferenziali per l’avviamento al lavoro requisiti di natura sociale e politica: quali stato di bisogno del lavoratore, la prole a carico ed il numero di essa, l’anzianità di disoccupazione, la iscrizione ai sindacati, le benemerenze di guerra o per la causa della Rivoluzione ecc. Ciò sta bene, ma il datore di lavoro, quello, cioè che rischia, deve accettare il lavoratore che gli viene mandato, senza la facoltà di scelta, almeno cosí viene interpretato l’articolo 10 delle nuove norme emanate e regolanti il collocamento. Il sistema darà luogo ad inconvenienti, perché maestranze cosí formate non possono essere omogenee, abili e desiderabili; a distanza di tempo richiederà delle modifiche radicali, che si renderanno indispensabili, ma, intanto, produce danni, malcontenti moltissimi e malesseri davvero profondi.

    «Ed apriamo qui, una parentesi: anche per i datori di lavoro può dirsi qualche cosa circa la soppressione delle iniziative; come gli operai di frequente sentivano il bisogno delle agitazioni e delle lotte, cosí non mancavano i momenti nei quali i datori di lavoro si illudevano – perché in molti casi era semplice illusione – di potere a loro beneplacito effettuare le serrate e ricondurre al dovere le proprie maestranze e... chiudiamo la parentesi.

    «Dicevo che tutto quanto deprecano i datori di lavoro dà luogo a malessere; ora non bisogna dimenticare che il malessere può considerarsi una vera e propria malattia infettiva che si propaga con celerità e raggiunge tutti gli strati sociali, rendendolo piú generale e piú profondo di quanto possa supporsi; ne consegue che gli stati di tensione per ideologie antibolsceviche, per imperialismi – per i quali non siamo neppure molto maturi – rimangono superficialissimi e vengono considerati "diversivi" intesi a distrarre l’attenzione da problemi che assillano, come quello del caro vita, ed a far tollerare sistemi disciplinari che il carattere italiano – almeno quello delle attuali generazioni – mal tollera e che non sempre quelli incaricati di applicarla, quelli posti al comando sanno usare cum grano salis!» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. polizia politica, categ. 1, b. 217). ↩

  60. In un rapporto da Milano in data 12 marzo 1940, redatto dunque dopo gli ultimi aumenti salariali, si legge: «L’operaio specializzato che guadagna bene per la penuria di questa mano d’opera, usufruirà della stessa percentuale d’aumento della maggioranza, e cioè manovali, uomini di fatica, ecc., che percepiscono paghe irrisorie nei confronti del costo della vita odierna...

    «Esempio – vi sono operai specializzati che percepiscono una media di L. 5 all’ora e cioè L. 40 per giornate lavorative di otto ore. Con l’aumento del 15% la paga giornaliera salirà a L. 46. Gli uomini, di fatica, manovali ecc. percepiscono invece L. 2,50 all’ora e cioè L. 20 al giorno. Coll’aumento del 15% essi arriveranno a L. 23.

    «Siccome l’aumento concesso non riguarda la singola abilità lavorativa dell’operaio, ma è stato deliberato per il maggior costo della vita, si dice che uguale è l’onere famigliare dell’operaio specializzato come per quello dell’uomo di fatica, manovale, ecc. – Perciò si sperava che il Comitato Centrale Corporativo o avrebbe dovuto adottare una specie di scala proporzionale, oppure stabilire un aumento fisso giornaliero per tutte le categorie, appunto in considerazione dello stato eccezionale per cui vengono fatti gli aumenti deliberati. Insomma non creare ancora delle sperequazioni, che in un Regime normale sono giustificate dalle singole abilità lavorative, ma che nel caso specifico si riferiscono soltanto al fattore vita» (ibid., b. 207).

    Sulla classe operaia in questi anni (e durante tutto il periodo fascista) mancano ancora studi esaurienti. Utili, ma frammentari e spesso non approfonditi elementi sono offerti dalla recentissima serie di saggi raccolti nel ventesimo volume (1979-80) degli «Annali» della Fondazione G. G. Feltrinelli. ↩

  61. Tipico è quanto si legge in un rapporto da Trieste in data 12 giugno 1939: «A suo tempo naturalmente tutto l’elemento operaio aveva accolto con vivissima soddisfazione l’annuncio dato dei miglioramenti che sarebbero stati apportati alle varie prestazioni previste per i differenti rami dell’assicurazione.

    «Ma a tali miglioramenti, che in allora si supponevano introdotti sia perché il maggior numero di assicurati consentisse un migliore riparto delle somme da loro pagate, sia perché i capitali in lungo tempo accumulati sembrassero sufficienti a garantire maggiori erogazioni, sono ora seguite le necessarie perequazioni delle tabelle dei contributi. Un tanto [sic] ha fatto un po’ smorzare l’entusiasmo di un tempo.

    «Tra l’elemento operaio ed impiegatizio se ne è fatto oggetto di discussioni, che sono tuttora aperte. Si dice che le trattenute per le previdenze sociali sono attualmente assai considerevoli e tali da costituire una notevole falcidia dei salari, specie per quelli che non possono contare su lavori straordinari o su lavori a cottimo. Si dice che attualmente si paga quasi il doppio di prima che fossero introdotte tali modifiche e che quasi tutto il recente aumento di salario sia stato assorbito dai nuovi maggiori contributi di previdenza.

    «Non manca poi chi mette la nota stonata, di nuovi e impellenti bisogni dello Stato di procurarsi comunque dei fondi necessari per far fronte alle impellenti grandi necessità del momento» (ibid., b. 217). ↩

  62. Alcune Federazioni fasciste, quale quella di Torino, già dall’inizio del 1938 avevano fatto presente l’opportunità di non tassare o almeno sospendere gli accertamenti fiscali per la complementare (ACS, PNF, Situazione politica delle provincie, «Torino», «Promemoria per S. E. Starace», senza data ma del gennaio ’38). Il 17 marzo 1939 la Direzione generale delle imposte dirette del ministero delle Finanze inviò ai dipendenti ispettorati compartimentali istruzioni per il non computo dei nuovi adeguamenti salariali ai fini dell’applicazione dell’imposta di ricchezza mobile. ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Atti, fasc. 18-5/1454. ↩

  63. P. Melograni, Rapporti segreti della polizia fascista cit., p. 59. ↩

  64. Cfr. L’Italia antifascista dal 1922 al 1940 cit., II, pp. 464 sg. (rapporto da Siena in data 28 agosto 1939). ↩

  65. In un rapporto da Roma in data 11 dicembre 1939 si legge: «Di quello che pure assai si discute molto favorevolmente fra gli operai è la decisione di far entrare nel Partito tutti gli ex combattenti e quello che vi posso assicurare, come ho sentito dire, il maggiore contingente lo daranno proprio gli operai i quali sono rimasti soddisfatti di questa grande decisione del Duce che darà a diversi la possibilità e l’onore di indossare la camicia nera.

    «Come pure vi comunico che diversi ex sovversivi che conosco come addormentati, sono anche essi contenti di questo provvedimento e faranno anche essi come ex combattenti la domanda di entrare nel Partito, perché dicono che essi nel loro silenzio sono stati sempre ammiratori di Mussolini e lo dicono pubblicamente e che il Duce merita il plauso di tutti i cittadini in buona fede perché si è dimostrato veramente un uomo di una bontà e di una costanza fenomenale» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. polizia politica, categ. 1, b. 217). ↩

  66. In un rapporto da Sesto San Giovanni in data 9 dicembre 1939 si legge: «Gli avvenimenti che si svolgono in Finlandia hanno destato dolorosa impressione fra la popolazione locale e nella stessa massa operaia e mentre non si nascondono le simpatie per il piccolo popolo aggredito non si risparmiano aspri commenti contro un’azione cosí ingiusta e brutalmente aggressiva.

    «Fra l’elemento operaio, non senza ironia si osserva questo singolare quanto istruttivo voltafaccia di coloro che han sempre predicato contro l’imperialismo e che ora non esitano a smascherare le loro mire e portare la distruzione e la miseria fra un popolo inoffensivo ed altamente civile.

    «Le notizie confermanti l’eroica resistenza opposta dai Finlandesi e le difficoltà che i russi incontrano, nonché i particolari che i giornali pubblicano sulla guerra in corso, sono oggetto di compiacimento che apertamente indica come le generali simpatie seguano il popolo Finlandese» (ibid.). ↩

  67. Agostini [E. Colorni], Intorno al manifesto del PCdI. La lotta all’interno del fascismo, in «Il nuovo Avanti», 31 ottobre 1936. ↩

  68. R. G[rieco], Postilla, in «Lo Stato operaio», novembre 1936, p. 797. ↩

  69. Cfr. Mussolini il duce, I, pp. 92 sgg. e 193 sgg. ↩

  70. La prima difesa del modello sindacale fascista dai tentativi di importare in Italia quello nazista fu, probabilmente, quello di L. Begnotti, Evoluzione corporativa, Roma 1934 (interessante anche per la rivendicazione della indispensabilità del sindacato anche in regime corporativo e per la difesa delle sue funzioni politiche). Per gli sviluppi successivi dell’atteggiamento del gruppo dirigente sindacale in materia assai significativa è la relazione che T. Cianetti redasse al ritorno da un suo viaggio compiuto nel 1937 in Germania, pubblicata in M. Simonetti, Stato, Partito e Sindacato in Italia e in Germania attraverso una relazione del 1937 a Mussolini sul «Fronte tedesco del lavoro» (DAF), in «Ricerche storiche» (Piombino), gennaio-aprile 1979, pp. 180 sgg. ↩

  71. Tipico prodotto di questo clima fu il Pro-Memoria (a stampa) che l’Ente nazionale fascista della cooperazione inviò ai componenti della commissione a cui il Gran Consiglio aveva affidato la preparazione della trasformazione della Camera dei deputati nella Camera dei fasci e delle corporazioni. In essa, dopo un ambiguo accenno alla corporazione proprietaria che potrebbe essere inteso anche in positivo, si leggono passi di questo tipo (pp. 7-8) che fanno trasparire atteggiamenti e stati d’animo nuovi: «Ventilata la corporazione proprietaria ed assuntrice di imprese, secondo schemi e teorie che sono rimaste nel vasto ambito di brillanti disquisizioni polemiche, è rimasta concreta la larga fioritura di iniziative, industriali e commerciali, che si sono identificate nei consorzi obbligatori, nelle compagnie, negli istituti e negli enti nazionali che, magari creati per risolvere situazioni di emergenza momentanea, si sono poi definitivamente innestati nell’attività economica del Paese e in modo da far sentire chiaramente il peso della loro esistenza.

    «Purtroppo si è dovuto constatare che tali organismi sono stati in gran parte, o sono divenuti ben presto, l’emanazione di interessi particolari di categoria e, talora, di gruppi ben individuabili della stessa categoria. I consorzi fra industriali, dal ferro al cemento, dai metalli ai concimi, dai semi oleosi ai foraggi, dai laterizi al vetro, dalla carta alle ceramiche, dalle lane ai cotoni, ecc., sono la piú ampia e concreta manifestazione di tali agglomerati di interessi, che assumono sovente delle vere strutture monopolistiche e creano disarmonie tra gli elementi della stessa categoria o tra categorie affini, cosí da dare adito a delle autentiche sperequazioni, ai danni degli altri.

    «Numerosissime sono le lamentele dei piccoli e medi industriali, e degli artigiani piú intraprendenti (che costituiscono la massa piú sana dell’industria nazionale), per le forme di imposizione e di assoluto arbitrio con cui questi consorzi o istituti operano a vantaggio di pochi grossi industriali. Tipica, ed è superflua una specifica citazione, l’azione svolta da tali organismi in materia di contingentamenti, di distribuzione di queste materie prime o di coefficienti di esportazione e di fissazione di prezzi interni.

    «Non molto dissimile è la situazione creatasi nel campo commerciale, specialmente in seguito alla instaurazione degli scambi bilanciati ed al controllo delle valute. In questo settore soltanto l’azione energica ed oculata del Comitato dei Prezzi del Partito e del Sottosegretariato agli Scambi e Valute, hanno impedito l’estendersi di forme iugulatorie nel commercio nazionale, specialmente perché è stata mantenuta aperta la valvola di sicurezza dei rifornimenti attraverso gli enti cooperativi di consumo. Ciò nonostante, mentre vi sono stati dei commercianti italiani, onesti e consapevoli della loro responsabilità, che hanno accettato le nuove condizioni con perfetta disciplina e ne hanno subito anche evidenti svantaggi, vi sono stati quelli che, valendosi della loro particolare posizione, hanno potuto e saputo disporre a loro piacimento, di quote di merci di importazione, lucrando non già sul giusto e normale scambio dei prodotti, ma sul semplice possesso dei buoni di importazione. Nel seno delle stesse associazioni professionali del commercio, per il forte e manifesto contrasto fra i grossisti ed i venditori al dettaglio, si è sentita l’urgenza di riparare in parte a questo stato di cose, creando le compagnie sindacali, le quali però si sono limitate a salvaguardare gli interessi dei piú grossi, lasciando inalterate molte delle maggiori sperequazioni, ed acuendo quindi alcune già difficili situazioni» (ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti (1937-39), fasc. 1-5-1/4387). ↩

  72. Verso la fine del ’38 la Confederazione fascista dei lavoratori dell’industria contava oltre 45 000 quadri (di cui solo 114 stipendiati): 20 segretari di Federazione nazionale, 94 segretari di Unione provinciale, 34 segretari di sindacati nazionali, 445 delegati di zona, 6449 delegati comunali, 3468 segretari di Sindacati interprovinciali e provinciali, 5336 segretari di Sindacati comunali, 34 685 membri di direttori, fiduciari e corrispondenti di azienda. Quanto al personale alle dipendenze della Confederazione, esso ammontava a 2558 unità, 514 in servizio al centro e il resto in periferia. Rispetto all’anzianità di partito questo personale era cosí suddiviso:

    Uomini —— Donne —— Totale

    1919 —— 68 ᵃ —— – —— 68

    1920 —— 170 —— – —— 170

    1921 —— 276 —— 5 —— 281

    1922 —— 220 —— 4 —— 224

    1923 —— 102 —— 6 —— 108

    1924 —— 50 —— 3 —— 53

    1925 —— 72 —— 9 —— 81

    1926 —— 113 —— 13 —— 126

    1927 —— 76 —— 22 —— 98

    1928 —— 70 —— 22 —— 92

    1929 —— 39 —— 22 —— 61

    1930 —— 40 —— 30 —— 70

    1931 —— 44 —— 34 —— 78

    1932 —— 175 —— 38 —— 213

    1933 —— 120 —— 63 —— 183

    1934 —— 48 —— 119 —— 167

    1935 —— 32 —— 148 —— 180

    1936 —— 23 —— 45 —— 68

    1937 —— 12 —— 34 —— 46

    1938 —— 8 —— 25 —— 33

    Altri ᵇ —— 158

    2558

    ᵃ Di cui 5 sansepolcristi.

    ᵇ Sui quali mancavano dati precisi.

    Nel ’37 l’attività della Confederazione si articolò in 10 607 riunioni di direttori provinciali, 1720 riunioni plenarie di dirigenti e 11 780 assemblee di categoria. ↩

  73. Cfr. per un caso concreto di questo tipo A. Aquarone, L’organizzazione dello Stato totalitario cit., pp. 230 sg. ↩

  74. In occasione degli aumenti del marzo 1940 la Confederazione fascista dei lavoratori dell’industria ottenne che essi fossero elevati del 15 per cento per gli impiegati di terza categoria (la piú numerosa) e per l’80 per cento degli operai. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. polizia politica, categ. 1, b. 207, P. Capoferri a A. Bocchini, 23 marzo 1940. ↩

  75. Significativo per la mutualità è l’andamento del rapporto tra numero dei casi di malattia denunziati (A) e numero dei casi di malattia indennizzati (B):

    A —— B

    1934 —— 424 031 —— 312 181

    1935 —— 492 010 —— 425 201

    1936 —— 580 931 —— 491 424

    1937 —— 680 003 —— 631 012 ↩

  76. Sulla nuova legislazione cfr. B. Biagi, Riforma fascista della previdenza sociale, Roma 1939; Infps, Convegno dei dirigenti della previdenza sociale (Forlí, 25 luglio 1939-xvii), Roma 1939;

    Inps, Il primo settantennio dell’INPS attraverso la legislazione previdenziale, Roma 1970, pp. 265 sgg.; nonché ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario (1922-43), fasc. 509562, «Istituto Naz. della Previdenza Sociale». ↩

  77. In un rapporto fiduciario da Genova in data 31 luglio 1939 si legge: «La notizia della nomina di Cianetti a sotto segretario alla Previdenza Sociale è stata accolta con vivo compiacimento in tutti gli ambienti sindacali dove era sentita la necessità che a capo di tutti i servizi della previdenza fosse posto un elemento che godesse d’una certa autorità fra le masse lavoratrici.

    «È noto che i recenti aumenti dei contributi per la Previdenza hanno destato non poco malcontento fra le masse lavoratrici le quali, pur apprezzando i miglioramenti apportati in tutti i campi della previdenza sociale, hanno visto diminuire l’importo del loro salario. Le masse lavoratrici affermano che i nuovi contributi per la previdenza hanno annullato il recente aumento salariale ed hanno perciò creato un senso di disagio nel loro bilancio domestico. L’aumento dei contributi è stato ritenuto troppo forte specialmente in questi momenti, in cui la vita è notevolmente rincarata, nel mentre per contro i guadagni, anziché aumentare, sono diminuiti. Si spiegano quindi tutte le lamentele, le critiche e le mormorazioni che sono state fatte, e che ancora si fanno, da parte degli operai e degli impiegati.

    «Le organizzazioni sindacali non sono state troppo attive nello svolgere un’opera di propaganda tra le masse per convincerle ad accettare con serenità l’aumento dei contributi per la previdenza. È mancata quella efficace opera di persuasione a valutare meglio le provvidenze che il Regime ha stabilito per i lavoratori. Le organizzazioni sindacali si sono limitate a distribuire nelle officine e negli uffici dei manifestini che in forma piana illustrano le nuove migliorie apportate alle pensioni, ai sussidi di disoccupazione, ai premi di nuzialità e di natalità (allegati N. 2) ecc. ma tale forma di propaganda ha lasciato il tempo che ha trovato anzi, gli operai e gli impiegati, hanno maggiormente mormorato dicendo che si trattava di belle cose ma che nessuno era in grado di sostenere nuovi oneri.

    «Il lavoratore è sempre restio a credere ai benefici dell’avvenire e guarda agli effetti immediati. Nel caso in questione ha guardato alla riduzione dell’importo salariale ed ha mormorato e continua a mormorare...

    «Del resto anche in altri tempi i lavoratori avevano la stessa mentalità di oggi. Ricordo che nel 1920 varie categorie di lavoratori scioperarono perché non volevano subire il pagamento dell’importo delle marchette d’assicurazione sociale... mentre poi, quando coll’andare degli anni qualcuno cominciò a liquidare anche una minima pensione, fu esaltata la previdenza sociale.

    «Oggi necessita che sia svolto ex novo tutto il lavorio di propaganda tra le masse lavoratrici, specialmente tra gli impiegati, per riportarle allo stato di serenità e fare loro accogliere con maggiore comprensione ed entusiasmo il sacrificio degli aumenti di quote per la previdenza che assicura loro tanti benefici.

    «Questa opera di persuasione e di propaganda può essere svolta da S. E. Cianetti che tra le masse lavoratrici gode molta fiducia ed autorità.

    «In vari stabilimenti è stato commentato che al rapporto di Forlí, presieduto da S. E. Lantini, varii direttori delle sedi dell’Istituto di Previdenza Sociale abbiano affermato che le masse lavoratrici si siano mostrate comprese della necessità della riforma della previdenza sociale, cioè dello aumento delle quote. Nei loro commenti gli operai hanno ripetuto quello che in questi giorni andavano dicendo e cioè, che allo stato attuale si trovano molto a disagio di dovere pagare onerosi contributi per la previdenza e per l’assistenza, disagio che deriva dal rincarato costo della vita e dalla scarsità dei guadagni.

    «Gli operai hanno anche detto che i dirigenti in genere, siano sindacali, politici ecc. hanno la smania di dire che tutto va bene e cosí ingannano il Duce...» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. polizia politica, categ. 1, b. 217). ↩

  78. ACS, T. Cianetti, b. 18, in data 6 giugno 1939. ↩

  79. Nella stessa ottica bisogna vedere lo sforzo fatto dalla Confederazione fascista dei lavoratori dell’industria per sviluppare propri Gruppi culturali e sindacali (nel ’37 funzionavano 86 gruppi e 150 sezioni con oltre 900 istruttori, frequentati da oltre 12 000 lavoratori e quadri sindacali di base) che si contrapponevano alle scuole di fabbrica istituite dalle aziende maggiori e, in un certo senso, anche a quelle professionali statali. Cfr. per qualche altro elemento T. M. Mazzatosta, Il regime fascista tra educazione e propaganda cit., pp. 125 sgg. ↩

  80. ACS, PNF, Situazione politica delle provincie, «Genova», rapporto in data 9 dicembre 1936. ↩

  81. Cfr. a questo proposito M. Montagnana, Quadri operai fascisti, in «Lo Stato operaio», ottobre 1936, pp. 711 sgg. ↩

  82. In un rapporto informativo da Torino datato settembre 1936 si leggono queste interessanti osservazioni frutto evidente di varie suggestioni, ma che denotano una realtà in movimento: «Taluni operai lagnano infine la mancanza di un loro giornale o pubblicazione che oltre servire quale mezzo di diffusione sindacale, potrebbe aver riferimento ai problemi di categoria e professione che li riguardano, mentre potrebbe pure servire ad illustrare opere, provvidenze e disposizioni del Regime verso la classe operaia. La necessità di una piú vasta propaganda sindacale si commenta sarebbe pure opportuna, anche per lo spirito stesso della massa, che ha nel suo complesso pochi contatti con le organizzazioni sindacali, limitati piú che altro alla cura di questioni economiche e particolari immediate, mentre dai commenti che si raccolgono, molti di essi vorrebbero piú direttamente seguire tutti i problemi che direttamente o indirettamente interessano la categoria e costituiscono la vita dell’operaio nel campo del lavoro e della propria attività quotidiana. Uguale propaganda potrebbe pure venir esercitata fra gli operai nei gruppi rionali, da essi commentasi, troppo poco frequentati per mancanza di confidenza nell’ambiente. A tale riguardo, aggiungesi, conferenze, riunioni od altro, potrebbero contribuire alla maggior frequenza operaia, nella sede, con evidente vantaggio per la miglior comprensione politica e sindacale» (ACS, PNF, Situazione politica delle provincie, «Torino»). ↩

  83. Cfr. l’accenno in questo senso di E. Curiel su «Lo Stato operaio» del marzo-aprile 1937, riprodotto in E. Curiel, Scritti cit., I, p. 29. ↩

  84. Tipico in questo senso è lo scarso interesse e assai spesso lo scetticismo e la sfiducia che la gran maggioranza dei lavoratori, anche giovani, dimostrava per tutti quegli aspetti della politica interna del regime che non riguardavano in qualche modo la loro condizione. Significativo è quanto riferiva il 16 maggio 1938 un informatore della polizia da Torino a proposito delle reazioni suscitate dalla decisione del Gran Consiglio di dar vita alla Camera dei Fasci e delle corporazioni. A proposito di quelle dei lavoratori scriveva: «Al riguardo, ho interpellato diverse persone e ho constatato che in merito sono pochi coloro che hanno un’idea precisa di cosa sarà questa Camera dei Fasci e

    delle Corporazioni; generalmente non se ne sente a parlare e quei pochi che se ne occupano, dicono:

    «Per noi lavoratori, le cose non cambieranno.

    «Avendo aumentato il numero dei rappresentanti, certamente, dovremo aspettarci un aumento dei contributi sindacali.

    «Non saremo mai liberi di eleggerci il nostro candidato.

    «Difficilmente il rappresentante di una data categoria, potrà difendere veramente gl’interessi di questa.

    «Come in altri casi, saranno pochi gli eletti che avranno la necessaria competenza e conoscenza della categoria che rappresenteranno.

    «Per farla breve e per il momento, la massa operaia ripone ben poca fiducia e speranza in questo cambiamento, però è concorde nel riconoscere che tale Camera dei Fasci e delle Corporazioni sarà eletta senza commettere le solite parzialità e con elementi che conoscano a fondo gl’interessi che saranno chiamati a rappresentare e difendere, potrà fare molto per il complesso dell’economia individuale e nazionale, migliorando e rimediando a tante manchevolezze» (ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. polizia politica, categ. 1, b. 159). ↩

  85. E. Curiel, Scritti cit., I, p. 209. ↩

  86. Ibid., I, pp. 236 sg. ↩

  87. Cfr. ibid., I, passim e specialmente gli scritti per la stampa antifascista dell’emigrazione. ↩

  88. P. Capoferri, L’ora del lavoro, Milano 1941 (raccolta di scritti e discorsi dal 1938 al marzo 1941), passim e spec. pp. 107 sgg., 119 sgg. e 154 sgg. ↩

  89. L. Fontanelli, Fino all’estremo limite, in «Il lavoro fascista», 3 novembre 1938. ↩

  90. S. Panunzio, Parasindacalismo, in «Il maglio», 13 luglio 1938; Id., L’iniziativa sindacale nella produzione, in «Rivista del lavoro», gennaio 1940, pp. 13 sgg.; nonché la prefazione a G. Battista, Dinamica del sindacato. Gli enti economici collettivi, Pisa 1942. ↩

  91. Non molto utili sono invece le sue memorie P. Capoferri, Venti anni col fascismo e con i sindacati, Milano 1957. ↩

  92. P. Capoferri, L’ora del lavoro cit., pp. 143 sg. e 125 sg. ↩

  93. Favorevole al «ribloccamento» fu anche T. Cianetti, che, tra l’altro, accennò alla possibilità di potervi arrivare in un colloquio dei primi del 1938 con E. Curiel: ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. polizia politica, Informazioni personali, p. 69, fasc. «Eugenio Curiel», relazione sugli interrogatori di Curiel dopo l’arresto, datata Milano, 26 dicembre 1939, f. 9. ↩

  94. Alla vigilia dell’entrata in guerra, la stampa dei GUF era la seguente: 1. Bologna, «Architrave»; 2. Cagliari, «Sud-Est»; 3. Cremona, «Eccoci»; 4. Firenze, «Rivoluzione»; 5. Forlí, «Via Consolare»; 6. Genova, «Il Barco»; 7. Milano, «Libro e Moschetto»; 8. Modena, «La Marcia»; 9. Napoli, «IX Maggio»; 10. Padova, «Il Bò»; 11. Palermo, «L’Appello»; 12. Parma, «Il Piccone»; 13. Pisa, «Il Campano»; 14. Roma, «Roma Fascista»; 15. Sassari, «Intervento»; 16. Torino, «Il Lambello»; 17. Trieste, «Decima Regio». ↩

  95. Alla vigilia dell’entrata in guerra, la stampa periodica provinciale del PNF era la seguente: 1. Agrigento, «A noi!»; 2. Alessandria, «Il Corriere di Alessandria»; 3. Ancona, «Sentinella Adriatica»; 4. Aosta, «La Provincia di Aosta»; 5. Apuania, «Il Popolo Apuano»; 6. Arezzo, «Giovinezza»; 7. Ascoli Piceno, «Eja!»; 8. Asti, «La Provincia di Asti»; 9. Avellino, «Il Corriere dell’Irpinia»; 10. Belluno, «La Provincia delle Dolomiti e del Piave»; 11. Benevento, «Il Sannio Fascista»; 12. Biella, «Il Popolo Biellese»; 13. Bologna, «L’Assalto»; 14. Bolzano, «Combattere»; 15. Brindisi, «Il Giornale di Brindisi»; 16. Cagliari, «Vincere»; 17. Caltanissetta, «Di Guardia»; 18. Catanzaro, «Audacia»; 19. Cattaro, «Le Bocche di Cattaro»; 20. Chieti, «Nuovo Abruzzo»; 21. Cosenza, «Calabria Fascista»; 22. Crema, «La Voce di Crema»; 23. Cuneo, «La Provincia Grande»; 24. Ferrara, «XX Dicembre»; 25. Firenze, «Il Bargello»; 26. Fiume, «Stile Fascista»; 27. Foggia, «Fiammata»; 28. Forlí, «Il Popolo di Romagna»; 29. Gorizia, «Voce Fascista»; 30. Grosseto, «La Maremma»; 31. L’Aquila, «Il Corriere di Abruzzo»; 32. La Spezia, «Il Popolo della Spezia»; 33. Lecce, «Vedetta Mediterranea»; 34. Lecco, «Il Popolo di Lecco»; 35. Livorno, «Sentinella Fascista»; 36. Lodi, «Il Popolo di Lodi»; 37. Lucca, «L’Artiglio»; 38. Macerata, «L’Azione Fascista»; 39. Milano, «Il Fascio»; 40. Monza, «Il Popolo di Monza»; 41. Novara, «L’Italia Giovane»; 42. Nuoro, «Nuoro Littoria»; 43. Parma, «La Fiamma»; 44. Pavia, «Il Popolo»; 45. Perugia, «L’Assalto»; 46. Pesaro, «L’Ora»; 47. Pescara, «L’Adriatico»; 48. Pisa, «L’Idea Fascista»; 49. Pistoia, «Il Ferruccio»; 50. Portoferraio, «Il Popolano»; 51. Ragusa, «La Vedetta Iblea»; 52. Ravenna, «Santa Milizia»; 53. Rovigo, «Il Polesine Fascista»; 54. Salerno, «Il Popolo Fascista»; 55. Sassari, «La Fionda»; 56. Sesto S. Giovanni, «Il Popolo di Sesto»; 57. Siena, «La Rivoluzione Fascista»; 58. Sondrio, «Il Popolo Valtellinese»; 59. Spalato, «Ti con nu, nu con ti»; 60. Taranto, «Il Rostro»; 61. Teramo, «Il Solco»; 62. Terni, «Acciaio»; 63. Torino, «Il Popolo

    delle Alpi»; 64. Trento, «Credere, Obbedire, Combattere»; 65. Treviso, «Il Piave»; 66. Venezia, «Italia Nova»; 67. Vercelli, «La Provincia di Vercelli»; 68. Volterra, «Il Corazziere». ↩

  96. Particolarmente presi di mira da questo genere di accuse erano coloro che avevano un passato di sinistra e coloro che, anche solo per motivi di studio, si interessavano di problemi relativi al comunismo e all’Urss. Tipica in questo senso è una nota, del 1938, per il ministero della Cultura popolare dal titolo Fascismo di sinistra o bolscevismo? In essa si prendevano particolarmente di mira (ricordando all’uopo un articolo di P. Gentizon, Moscou vu de Rome, in «Gazette de Lausanne», 26 luglio 1937) oltre a Tommaso Napolitano e Gaspare Ambrosini (per i loro studi sull’Urss) Corrado Alvaro, Berto Ricci, Corrado Perris e si riprendevano le accuse contro U. Spirito, B. Spampanato, A. Nasti, E. Weiss, A. Volpicelli e F. Vassalli già lanciate nel 1933 da G. Cavallucci nel suo Il Fascismo è sulla via di Mosca? (ACS, Min. Cultura popolare, b. 126, fasc. «Centro studi anticomunisti», sott. «Napolitano»). ↩

  97. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-1943), W/R, fasc. «Rossoni Edmondo», sott. 2. ↩

  98. Secondo l’amico di Rossoni, responsabili di questa situazione erano anche quei militanti dei partiti di sinistra che a suo tempo non si erano uniti al fascismo: «se voi, anziché chiudervi nelle vostre pregiudiziali e nel vostro nichilismo, vi foste messi a giusto tempo al seguito del Duce le cose sarebbero andate certo diversamente. Lo pensa lei che cosa sarebbe, per esempio, il Gran Consiglio se in esso vi fossero una diecina di elementi che avessero le stesse origini e conservassero la stessa mentalità politica di Rossoni, anziché essere un alto consesso di nazionalisti? Allora sí che il Gran Consiglio potrebbe diventare l’organo supremo della rivoluzione mussoliniana! » ↩

  99. Su «Corrente di vita giovanile» (fondato a Milano nel 1938 sotto la direzione di Ernesto Treccani), le sue trasformazioni e il suo gruppo cfr. R. de Grada, Il movimento di «Corrente», Milano 1952; M. Valsecchi, Gli artisti di «Corrente», Milano 1963; Corrente di vita giovanile (1938-1940), a cura di A. Luzi, Roma 1975; G. Desideri, Antologia della rivista «Corrente», Napoli 1979; e D. Zucaro, Cospirazione operaia. Resistenza al fascismo in Torino-Milano-Genova 1927-1943, Torino 1965, pp. 206 sgg. ↩

  100. Gli articoli di questi anni sono raccolti nel primo volume di E. Curiel, Scritti cit., cfr. per i piú significativi riguardanti i sindacati soprattutto, pp. 61 sgg., 103 sgg., 107 sg., 115 sgg., 127 sgg., 136 sg., 138 sg., 155 sgg., 165 sgg., 195 sgg. e 253 sgg.

    Per la vicenda politica di Curiel e il suo arresto (il 24 giugno 1939, al ritorno da un viaggio all’estero) cfr. la prefazione di G. Amendola al suddetto volume, nonché quanto scritto dallo stesso G. Amendola, in Storia del Partito comunista italiano cit., pp. 360 sgg., e soprattutto M. Panzanelli, L’attività politica di Eugenio Curiel (1932-1943), in «Storia contemporanea», marzo-aprile 1979, pp. 253 sgg. ↩

  101. Su tutta la vicenda cfr. R. Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo. Contributo alla storia di una generazione, Milano 1962, pp. 182 sgg. ↩

  102. U. D’Andrea, Discussioni corporative. Logica della Corporazione, in «Giornale d’Italia», 4 novembre 1934. ↩

  103. Tra le molte lettere anonime inviate a Mussolini per denunciare le «malefatte» di Starace e chiederne l’allontanamento dalla segreteria del partito scegliamo, a mo’ di esempio, la seguente che,

    oltretutto, ha il pregio di provenire evidentemente da un fascista: «Duce! la durata di Starace comincia essere un disgusto del popolo italiano.

    «Ma non capite che questo tale è un vigliacco, un arricchito, un frivolo!!

    «Il campo che gli date è tanto che sembra Vi superi.

    «Cominciate a capire, che Starace ha molto stancato, e a Voi ancora no?...

    «Duce siate energico, come eravate di piú i primi tempi, cambio di guardia spesso. – non fate indurire troppo i gerarchi, perché arricchiti per loro, non pensano piú al popolo.

    «Casa Littorio che dovrebbe essere la casa dove gli italiani corrono per un appoggio, per un conforto. Mentre Starace colle sue disposizioni, non fà nulla e danneggia e disgusta il popolo.

    «Casa Littorio ricevono, dicono una volta alla settimana, ma piú dagli uscieri che dai gerarchi.

    «A che serve il grande e costoso palazzo Littorio? Per una sede confortabile, per una fortezza al grande capo Starace?...» (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-1943], W/R, fasc. «Starace Achille», sott. 1). ↩

  104. Vari accenni a questo fenomeno si trovano negli atti del convegno di studi Mezzogiorno e fascismo, Napoli 1978, e in particolare nella comunicazione di M. Fatica, Appunti per una storia di Napoli nell’età del fascismo, ibid., I, pp. 115 sgg. ↩

  105. Un aspetto particolare, ma significativo di questo fenomeno è costituito da quanto avvenne nell’aristocrazia. Subito dopo l’andata al potere del fascismo tra essa molti avevano guardato al fascismo con simpatia e dovevano aver pensato ad un sorta di revanche aristocratica. Primo nucleo di questa tendenza erano state l’Unione cavalleresca e la «Rivista araldica» che avevano dato vita ad un movimento abbastanza sviluppato e ramificato che nel 1930 aveva inviato addirittura un memoriale a Mussolini proponendo un inquadramento ufficiale e giuridico della nobiltà nello Stato fascista. Altre iniziative si erano mosse in altre direzioni, neolegittimistiche, assolutistiche, fascistico-aristocratiche, ecc. All’interno del fascismo loro punti di riferimento erano stati «La nobiltà della

    stirpe» di S. M. Cutelli e, in qualche misura, «L’Impero». Cfr. A. A. Monti, Dottrina e posizioni del neolegittimismo, Brescia 1923; e Estrema destra, Firenze 1927; R. R. Petitto, Legittimismo, Milano-Roma 1923; e Aristocrazia custode, Brescia 1931; A. Pasini, Impero unico, Roma 1924; C. Pellizzari, Funzioni moderne della nobiltà, Roma 1930; S. M. Cutelli, L’aristocrazia nella rivoluzione, Roma 1930. In campo fascista tutte queste tendenze erano state viste in genere con insofferenza e ostilità. Il fascismo – si diceva – sentiva l’esigenza di una aristocrazia, non del sangue, ma propria, «del Littorio», degli uomini cioè che venivano dall’esperienza «della guerra e della rivoluzione»: cfr. C. Pellizzi, Sulla esigenza di un patriziato del regime fascista, in «La nobiltà della stirpe», 3 dicembre 1931. Il regime da parte sua utilizzò «l’aristocrazia a livello locale, nominando molti nobili podestà (per la Toscana cfr. E. Ragionieri, Il Partito Fascista [Appunti per una ricerca], in La Toscana nel regime fascista cit., I, pp. 70 sg.), ma lasciò cadere tutte le proposte di una sua valorizzazione politica, come quella di rendere il Senato ereditario e riservato alle due aristocrazie, del sangue e della «rivoluzione».

    Con il 1937-38 buona parte dei nobili che rivestivano cariche amministrative o le lasciarono spontaneamente o furono sostituiti. ↩

  106. Giustamente R. Sarti, Fascismo e grande industria (1919-1940), Milano 1977, p. 121, ha posto a questo proposito l’accento sulla reintroduzione ufficiale dei fiduciari in fabbrica nel 1939, notando che essa e il provvedimento di due anni prima che aveva dato il diritto ai sindacati di intervenire alle riunioni nelle quali venivano stabilite le tariffe dei cottimi «furono sufficienti a suscitare fra gli imprenditori la spiacevole impressione che il regime stesse diventando troppo radicale». ↩

  107. E. Conti, Dal taccuino di un borghese cit., p. 616 (novembre 1938). ↩

  108. Ibid., pp. 655 sgg. ↩

  109. La polizia aveva tre fasce di informazioni: quelle che affluivano direttamente al capo della polizia, quelle che affluivano ai prefetti e quelle che affluivano ai questori. Ogni sera Bocchini faceva pervenire a Mussolini le notizie e i rapporti piú importanti della giornata, corredati da suoi appunti personali. Settimanalmente si recava poi a rapporto da lui (in un primo tempo i rapporti erano stati quotidiani). ↩

  110. L’allontanamento di Starace dalla segreteria del PNF suscitò in tutti gli ambienti un vero entusiasmo. Nel fascicolo «Starace» del Carteggio riservato della Segreteria particolare del Duce (1922-43), sott. 1, sono conservate alcune lettere assai significative. Una incomincia cosí: «Eccellenza che gioia! che gioia! che gioia! Lo sapete che è stato un urlo di giubilo – ovunque? È dunque finito il regno della mafia, della camorra organizzata? Il regno della piú spudorata corruzione?... Ma

    cosa faceva Mussolini, che è un leale, che è un galantuomo, a tollerarsi vicino quel tortuoso nemico? Perché nemico gli era, credetelo!...» E un’altra: «Grazie Duce di aver liberato l’Italia dall’incubo “Starace”». ↩

  111. G. Gerosa, Le compagne, Milano 1979, pp. 166 sg. ↩

  112. Qual’è la vera situazione presente, riprodotto in L’Italia antifascista dal 1922 al 1940 cit., II, p. 396. ↩

  113. La generazione degli anni difficili, a cura di E. A. Albertoni, E. Antonini e R. Palmieri, Bari 1962, p. 76. ↩

  114. A. De Stefani, Sopravvivenze e programmi nell’ordine economico cit., pp. IX sg., XVII sgg. e XX. ↩

  115. Per la critica di un fascista moderato alla realtà del PNF cfr. ibid., pp. XXVII sgg. ↩

  116. Cfr. ibid., p. XXIV, dove la critica a questo aspetto del funzionamento dell’organizzazione corporativa si lega a quella, già ricordata, allo stato-amministrazione. ↩

  117. Introduzione di P. Spriano al primo tomo del quarto volume di P. Togliatti, Opere, a cura di F. Andreucci e P. Spriano, Roma 1979, p. LIII. ↩

  118. Qual’è la vera situazione presente, in L’Italia antifascista dal 1922 al 1940 cit., II, p. 397. ↩

  119. Cfr. a questo proposito P. Treves, L’idea di Roma e la cultura italiana del secolo XIX, Milano-Napoli 1962; F. Chabod, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, Bari 1965, I, pp. 215 sgg. ↩

  120. Sul mito di Roma nel periodo fascista mancano studi di insieme e particolari di rilievo. Alcune utili osservazioni nei contributi di L. Canfora, Classicismo e fascismo, di M. Cagnetta, Il mito

    di Augusto e la «rivoluzione» fascista e Appunti su guerra coloniale e ideologia «romana», e di P. Fedeli, Studio ad uso del latino nella scuola fascista, in Matrici culturali del fascismo, Bari 1977, pp. 85 sgg., 153 sgg., 185 sgg. e 209 sgg. e ancora di M. Cagnetta, Antichisti e Impero fascista, Bari 1979; nonché di L. Perelli, Sul culto fascista della romanità, in «Quaderni di storia», gennaio-giugno 1977, pp. 197 sgg.; e, infine, di D. Cofrancesco, Appunti per un’analisi del Mito romano nell’ideologia fascista, in «Storia contemporanea», maggio-giugno 1980, pp. 383 sgg. ↩

  121. Cfr. in particolare il discorso «L’Italia di Augusto e l’Italia di oggi» pronunciato il 20 febbraio 1937 per celebrare il bimillenario augusteo e riprodotto in Incontri da G. Bottai, Milano 1943, pp. 41 sgg. e spec. pp. 44 e 52; nonché la voce «Roma» del Dizionario di politica, IV, p. 134. ↩

  122. G. Bottai, Incontri cit., p. 60. ↩

  123. Cfr. ibid., p. 68. ↩

  124. P. De Francisci, Civiltà romana, Roma 1939, pp. 157 sg. ↩

  125. L. Pareti, I due Imperi di Roma, Catania 1938, pp. 244 sg.

    Di quest’opera uscí a Venezia nel 1944 una nuova edizione molto accresciuta, Passato e presente d’Italia. Saggio storico-politico, assai interessante per la parte nuova dedicata ai «fatti e problemi della guerra attuale», nella quale, tra l’altro, il parallelo tra Cesare e Mussolini, già presente nella prima edizione, era ripreso e sviluppato alla luce del 25 luglio: Cesare era stato ucciso dal nemico interno che «voleva impedirgli nuove vittorie, era geloso della sua grandezza, aveva interessi inconfessabili da difendere», ugualmente avevano cercato di fare e in parte erano riusciti a fare i nemici di Mussolini; «ma vi è pure una Provvidenza divina! L’Uomo grande, che i traditori volevano seviziato dai nemici, fu invece salvo miracolosamente, per merito dell’amico magnanimo, e di eroici esecutori della sua volontà»... (pp. 425 sgg.). ↩

  126. E. Panetta, L’anello di Salomone, Firenze 1939. ↩

  127. T. M. Mazzatosta – C. Volpi, L’Italietta fascista (lettere al potere 1936-1943), Bologna 1980. ↩

  128. La Segreteria particolare del Duce fu diretta sino al marzo 1934 da Alessandro Chiavolini a cui successero Osvaldo Sebastiani e, dal giugno 1941, Nicolò De Cesare. Il suo personale, funzionari, impiegati e subalterni era nel 1925 di circa venti unità salite a circa quaranta all’inizio degli anni trenta, a circa cinquanta nella seconda metà e circa sessantacinque alla vigilia del 25 luglio ’43. ↩

  129. Informato del carattere di questa documentazione, già nell’aprile 1936 Gioacchino Forzano, scrivendo a Mussolini, gli suggerí l’idea di pubblicarne un certo numero in volume e si offrí di occuparsene personalmente: «da tempo ho in animo di fare una pubblicazione che sarebbe la piú bella per far sapere bene e chiaro al mondo che cosa è il cuore della gente italiana per Mussolini e il cuore di Mussolini per la gente italiana.

    • a) la pubblicazione potrebbe anche non portare il nome dell’autore per eliminare ogni sospetto di esibizioni personali.
    • b) dovrebbe essere venduta a scopo benefico. Tradotta in 4 lingue.

    «La materia della pubblicazione dovrebbero essere “le lettere a Mussolini”.

    «Da questa miniera si dovrebbe potere estrarne tante cose preziose.

    «Chiesi una volta all’avv. Sebastiani quante lettere erano indirizzate al giorno all’E. V.; mi rispose: circa 3000. Ora: per quali ragioni la gente si rivolge a Lei, come, perché; come viene risposto, come tutto questo funziona, può essere oggetto di un’opera nobilissima. Io ho l’orgoglio di sentirmi le mani e il cuore purissimi per tentare questa impresa.

    «Le chiedo per ciò forse con molta audacia che Ella giustificherà solo con la mia devozione di permettermi di provarmi» (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-1943], W/R, fasc. «Forzano Gioacchino»). ↩

  130. Sussidi richiesti —— Domande di occupazione

    Piemonte —— 2 720 —— 2 843

    Liguria —— 1 705 —— 2 592

    Lombardia —— 7 117 —— 13 865

    Venezia Tridentina —— 975 —— 647

    Veneto —— 7 620 —— 7 147

    Venezia Giulia e Zara —— 1 331 —— 1 213

    Emilia —— 6 991 —— 4 736

    Italia settentrionale —— 28 459 —— 33 043

    Toscana —— 6 826 —— 5 054

    Marche —— 3 481 —— 1 204

    Umbria —— 1 736 —— 621

    Lazio —— 25 541 —— 8 910

    Italia centrale —— 37 584 —— 15 789

    Abruzzi e Molise —— 4 547 —— 2 120

    Campania —— 11 933 —— 8 938

    Puglie —— 7 418 —— 3 405

    Lucania —— 1 358 —— 607

    Calabrie —— 6 516 —— 2 684

    Italia meridionale —— 31 772 —— 17 754

    Sicilia —— 21 635 —— 9 879

    Sardegna —— 3 597 —— 1 113

    Italia insulare —— 25 232 —— 10 992

    Regno —— 123 047 —— 77 578

    ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ord. (1922-1943), fasc. 169621, «Statistica delle istanze presentate alla Segreteria». ↩

  131. Secondo la statistica fattane dalla Segreteria particolare del Duce le istanze riguardavano le seguenti voci e sottovoci:

    Imposte

    Ricchezza mobile – Terreni e fabbricati

    numerosa famiglia —— 785

    mancanza di mezzi —— 1 350

    troppo gravose, riduzione —— 891

    sospensione atti di pignoramento —— 124

    proroga o dilazione —— 87

    cessazione esercizio o fallimento —— 100

    Imposta celibi

    mancanza di mezzi —— 963

    troppo gravose, riduzione —— 877

    proroga o dilazione —— 104

    richiamato sotto le armi —— 163

    inabile al matrimonio —— 116

    passato al matrimonio —— 153

    con figli riconosciuti —— 104

    con famiglia a carico —— 83

    Prestito e Imposta straordinaria

    numerosa famiglia —— 306

    mancanza di mezzi —— 646

    troppo gravose, riduzione —— 682

    proroga o dilazione —— 83

    Tributi comunali e provinciali

    numerosa famiglia —— 571

    mancanza di mezzi —— 733

    troppo gravose, riduzione —— 885

    dazio consumo —— 56

    proroga o dilazione —— 79

    richiamato sotto le armi —— 40

    Tasse sugli affari

    tassa di registro —— 57

    tassa di lusso e scambio —— 22

    tassa di bollo —— 26

    tassa sulle concessioni governative —— 29

    tassa di successione —— 59

    tasse scolastiche —— 16

    totale —— 10 190

    Occupazioni

    manifatture tabacchi —— 1142

    saline —— 61

    Regia Zecca —— 15

    Poligrafico dello Stato —— 179

    ammissione pubblici concorsi —— 100

    assunzione avventizi —— 165

    assunzione personale subalterno —— 70

    passaggio in ruolo —— 73

    promozioni —— 61

    totale —— 2156

    Concessioni Speciali

    rivendite generi di monopolio —— 591

    banchi lotto —— 114

    coltivazioni tabacchi —— 31

    ammissione carriera lottisti —— 25

    trasferimento rivendite monopolio —— 26

    rinnovo rivendite monopolio —— 15

    totale —— 802

    Pensioni

    pensioni ordinarie —— 510

    riversibilità pensioni ordinarie —— 139

    pensioni di guerra —— 446

    riversibilità pensioni di guerra —— 140

    polizze combattenti —— 222

    assegni vitalizi —— 38

    buonuscite —— 25

    aumento pensioni ordinarie di guerra —— 206

    totale —— 1726

    Demanio

    riduzione canoni demaniali —— 17

    affitto case e terreni demaniali —— 39

    cure gratuite termali —— 11

    derivazioni di acque pubbliche —— 11

    totale —— 78

    Matrimoni Regia Guardia di Finanza

    matrimoni —— 169

    nulla osta sfavorevole matrimonio —— 26

    promozioni per matrimoni —— 23

    trasferimenti per matrimonio —— 17

    totale —— 235

    Contravvenzioni

    contravvenzioni tassa scambio —— 61

    contravvenzioni tassa di bollo —— 54

    contravvenzioni tassa di registro —— 33

    contravvenzioni concessioni governative —— 36

    contravvenzioni varie —— 55

    totale —— 239

    Sussidi E Rimborsi

    sussidi —— 323

    rimborso tasse indebite —— 26

    rimborso imposte indebite —— 234

    premi di nuzialità e natalità —— 50

    totale —— 633

    Arruolamenti E Trasferimenti

    arruolamenti Regia Guardia di Finanza —— 354

    riammissioni Regia Guardia di Finanza —— 72

    riammissioni impiegati civili —— 42

    trasferimenti Regia Guardia di Finanza —— 43

    trasferimenti impiegati civili —— 167

    rafferme e rescissioni rafferme —— 16

    totale —— 694

    Mutui E Titoli

    mutui bancari —— 19

    prestiti governativi —— 21

    conversione titoli debito pubblico —— 29

    conversione titoli esteri —— 20

    riscossione titoli debito pubblico —— 32

    riscossione titoli esteri —— 5

    abbuono debiti —— 92

    cessioni stipendio —— 41

    totale —— 259

    Cambio Monete

    cambio monete italiane fuori corso —— 191

    cambio monete italiane deteriorate —— 23

    cambio moneta estera fuori corso —— 14

    cambio moneta estera —— 16

    restituzione valuta sequestrata —— 43

    totale —— 287

    Contrabbando

    contrabbando doganale —— 34

    coltivazione clandestina del tabacco —— 17

    contrabbando alcool —— 13

    contrabbando valuta —— 11

    contrabbando imposte di fabbricazione —— 4

    richiesta importazioni —— 34

    richiesta esportazioni —— 14

    totale —— 127

    Depositi Cauzionali

    svincolo depositi cauzionali —— 71

    pagamento esproprio terreni —— 18

    pagamento esproprio case —— 11

    totale —— 100

    Risarcimento Danni

    risarcimento danni di guerra —— 118

    contributi terremoto —— 55

    contributi alluvioni —— 9

    contributi per danni siccità —— 7

    totale —— 189

    Varie

    varie —— 304

    totale —— 304

    Totale generale —— 18 029 ↩

  132. Nelle Informazioni Cremonesi, alla data del 26 ottobre 1937, si legge a questo proposito:

    «I gesti che il Duce andrebbe compiendo in molti posti d’Italia a favore di diseredati, per sovvenire famiglie cadute in miseria, alleviare dolori, premiare atti di civiltà e di bene si passano di bocca in bocca.

    «A magnificarli maggiormente sarebbero proprio i beneficiati, i quali per lo piú non sono mai in possesso della tessera del Partito. Ieri era un professore perseguitato in provincia, oggi un giornalista senza lavoro, oppure un ex sovversivo... Questi episodi, formerebbero a detta di parecchi un’aureola non meno splendida di tante altre sul capo venerato del Fondatore dell’Impero». ↩

  133. Per maggiori elementi si vedano in Appendice, documento 4, gli elenchi dettagliati per al cune provincie da noi scelte come campioni e tratte da una rilevazione fatta dalla Segreteria particolare del Duce nel 1943 sui dati relativi agli anni dal 1932 in poi. ↩

  134. Perché il lettore possa farsi una piú precisa idea dei criteri con cui venivano fatte queste elargizioni, riportiamo la loro distinta:

    Viaggio in Sicilia: agosto 1937.

    Sussidi diretti:

    a Messina —— L. 141 900

    a Catania —— 187 600

    a Siracusa —— 109 775

    a Ragusa —— 74 225

    a Enna —— 19 475

    a Caltanissetta —— 36 050

    a Agrigento —— 43 150

    a Trapani —— 54 825

    a Palermo —— 130 825 —— L. 797 825

    Sussidi a mezzo prefetti:

    a Messina —— L. 100 000

    a Catania —— 200 000

    a Siracusa —— 50 000

    a Ragusa —— 50 000

    a Enna —— 50 000

    a Caltanissetta —— 50 000

    a Agrigento —— 50 000

    a Trapani —— 50 000

    a Palermo —— 100 000 —— 700 000

    Premi nuziali – Lago Pergusa (Enna) —— 42 000

    Sussidi ai minatori disoccupati di Sticoni / (Caltanissetta) —— 50 000

    Elargizioni a Istituti benefici:

    Enna, colonie del PNF —— L. 100 000

    Palermo, Casa del Sole —— 100 000

    Palermo, Albergo dei poveri —— 50 000

    Palermo, Asilo materno —— 50 000

    Palermo, Istituto suore Croce —— 50 000 —— 350 000

    Contributi per lavori ed opere varie:

    Nicolosi (Catania), edificio scolastico —— L. 150 000

    Siracusa, ospedale (1ª rata) —— 500 000

    Enna, rimboschimento —— 400 000

    Caltanissetta, case popolarissime —— 500 000

    Caltanissetta, organo alla chiesa Cela —— 30 000

    Agrigento, Casa della madre e del fanciullo —— 50 000

    Trapani, Casa littoria —— 100 000 —— 1 730 000

    Totale generale —— L. 3 669 825

    Viaggio in Piemonte: maggio 1939.

    Fondo Lavori

    Novara:

    ospedale —— L. —— 500 000

    refezione GIL —— 250 000

    famiglie numerose —— 200 000

    Asti:

    strada Serole —— 310 500

    OMI —— 250 000

    colonie GIL —— 250 000

    Alessandria:

    famiglie numerose —— 250 000

    GIL —— 500 000

    ospedale —— 500 000

    Torino:

    palazzo comandi militari —— 250 000

    refezione scolastica GIL —— 1 000 000

    famiglie numerose —— 1 000 000

    Aosta:

    strada Antei-Torgnone —— 500 000 —— L. 5 760 500

    Fondo Beneficenza

    Vercelli:

    restauri di Sant’Andrea —— L. —— 200 000

    sede GIL —— 500 000

    famiglie numerose —— 500 000

    strada Curino —— 100 000

    Aosta:

    Sacrario Battaglione Aosta —— 20 000 —— I 320 000

    Fondo Rappresentanza

    Aosta:

    Scuola C. M. Alpinismo —— L. —— 50 000

    famiglie numerose —— 200 000

    GIL —— 200 000

    case popolarissime —— 1 000 000

    Cuneo:

    comune di Busca —— 80 000

    famiglie numerose —— 250 000

    OMI —— 200 000

    colonie GIL —— 500 000

    refezione GIL —— 200 000

    opere pubbliche —— 170 000 —— 2 850 000

    Totale generale —— L. 9 930 500 ↩

  135. C. Pavese, La letteratura americana e altri saggi, Torino 1951, p. 226. ↩

  136. DDF, s. II, VII, p. 563. ↩

  137. Ivi, s. II, XIII, pp. 554 sg. ↩

  138. Cfr. Mussolini il duce, I, p. 104. ↩

  139. Notava giustamente F. Azzali, Testimonianze di giovani. La crisi della cultura, in «Critica fascista», 15 novembre 1938, p. 29, che «mentre nell’ambito delle teoriche discussioni s’afferma l’impotenza di una cultura non estraniata dalle nostre reali esigenze, peraltro la pratica delle cose smentisce quasi sempre tali affermazioni dottrinarie». ↩

  140. In occasione dei Littoriali del 1940 G. Cabella, Littoriali, in «Primato», 1º maggio 1940, p. 1, prospettò la possibilità di allargare la partecipazione ai Littoriali anche a giovani non italiani. ↩

  141. Cfr. Mussolini il duce, I, pp. 102 sg. ↩

  142. Cfr. L. Lombardo-Radice, Fascismo e anticomunismo. Appunti e ricordi 1935-1945, Torino 1947, p. 65: «Gli anni fra la guerra d’Etiopia e la seconda guerra mondiale non furono ancora, a nostro avviso, anni di raccolta per il Partito comunista italiano in Italia. Senza pretendere affatto di fare la storia del Partito comunista italiano in quegli anni, posso dire, per quella che è stata l’esperienza di molti piuttosto che non quella personale, che, perlomeno negli ambienti della cultura, della piccola e media borghesia, l’influenza degli avvenimenti internazionali nello sbloccamento della barriera anticomunista e nella determinazione di nuovi orientamenti politici, è stata piú grande che non quella esercitata dal lavoro tenace e giustamente indirizzato dei comunisti italiani. E ciò, direi, fino ai primi mesi del 1943, fino agli scioperi del marzo-aprile». Nella stessa linea e con riferimento a tutto l’antifascismo cfr. anche G. Amendola, Intervista sull’antifascismo cit., p. 147. ↩

  143. A. Nasti, «Élite» e massa fra i giovani, in «Critica fascista», 1º luglio 1938, p. 263. ↩

  144. Ha scritto a questo proposito G. S. Spinetti, Vent’anni dopo. Ricominciare da zero, Roma 1964, pp. 78 sgg.: «Nei periodici giovanili indipendenti, delle federazioni e dei GUF si poteva cosí leggere qualche volta delle critiche all’esibizionismo, ai lussi e alla “dolce vita” di alcuni “gerarchi”, senza nominarli, ma redatte in modo che si potevano identificare. Critiche alla loro vuotezza, oltre che alla loro retorica. Insinuazioni sulle loro capacità, sulla loro buona fede e sulla loro intelligenza. Critiche ai ricchi “borghesi” conformisti, agli “arrivisti” e ai “panciafichisti”. Discussioni sulla impreparazione della classe dirigente in genere, sulla disorganizzazione dei vari organi e uffici statali, sul caro-vita e sugli speculatori in guerra e in pace, nonché sull’affarismo e sui “cumuli” degli incarichi e degli stipendi da parte di elementi dirigenti. Discussioni accesissime sulla dottrina del fascismo e sull’ortodossia di certe idee di personalità della “cultura ufficiale”. Riconoscimenti senza sottintesi che il fascismo mancava di una vera e propria dottrina e di una sua filosofia. Accuse aperte all’imperante sistema di rappresentanza politica, nella quale non si nascondeva il pensiero che tutto sarebbe dovuto cambiare alla morte del “Duce”, specie per quanto concerneva le nomine dall’alto. Critiche al corporativismo e al sindacalismo, ritenuti il piú delle volte asserviti agli interessi dei capitalisti. Differentissime interpretazioni della “giustizia sociale” e dell’ “andare verso il popolo” mussoliniani. Critiche aperte a chi diceva “tutto va bene”, alla statolatria, al razzismo e alle concezioni

    “aristocratiche” o “autoritaristiche” della gerarchia... I giovani, in altre parole, si sentivano piú liberi degli anziani nel sostenere le loro idee, sia perché le loro critiche erano piú tollerate di quelle degli anziani, sia perché criticando il fascismo, non pretendevano, come gli anziani, di far riferimento al loro passato».

    Nello stesso senso cfr. anche quanto scritto da R. Zangrandi in La generazione degli anni difficili cit., p. 279. ↩

  145. I giovani che si mettevano in luce, specie nei Littoriali, venivano subito utilizzati – secondo alcuni «troppo e troppo bene» – in incarichi a carattere nazionale, spesso depauperando la periferia di elementi che vi sarebbero stati preziosi. Cfr. v. Zincone, Funzione dei Littoriali. Cinque anni di esperienza, in «Critica fascista», 1º maggio 1938, pp. 196 sg. ↩

  146. Cfr. Mussolini il duce, I, pp. 228 sgg. ↩

  147. Ibid., pp. 778 sgg. ↩

  148. La prima circostanziata circolare di Bocchini sull’attività «entrista» dei comunisti è del 31 luglio 1936. Ad essa ne seguirono altre il 9 novembre dell’anno successivo e il 7 aprile 1938. Particolarmente interessante è quest’ultima nella quale si ricollegano a questa attività alcune manifestazioni antinaziste avvenute in occasione di proiezioni di documentari LUCE in cui appariva Hitler e, piú in genere, le voci (raccolte anche dalla stampa antifascista dell’emigrazione) relative ad «atteggiamenti assunti dagli studenti universitari e secondari decisamente ostili all’Asse Roma-Berlino» in varie località, soprattutto del centro-nord. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1903-49), circolari, bb. 13 e 15 e (1920-45), 1938, b. 31. ↩

  149. Sui Littoriali manca uno studio d’insieme approfondito; del tutto insoddisfacente G. Lazzari, I Littoriali della cultura e dell’arte, Napoli 1979. ↩

  150. La generazione degli anni difficili cit., pp. 276 e 284. ↩

  151. Autobiografie di giovani del tempo fascista, Brescia 1947, pp. 56 sg. (Ugoberto Alfassio Grimaldi). ↩

  152. A. Nasti, Orientamenti dei giovani, in «Critica fascista», 15 aprile 1939, pp. 185 sg. ↩

  153. A. Airoldi, I giovani e l’intelligenza, ivi, 15 luglio 1939, pp. 284 sg. In risposta a Nasti, l’autore osservava che non si poteva generalizzare e trarre illazioni ingiustificate «giacché non è questione, nei giovani, di una intelligenza intrinsecamente abulica in quanto scissa dalle leggi e necessità della vita e pronta a metterle ogni momento in dubbio, per vivere solo di tale fatica: non si tratta di intellettualismo cerebrale, ma semmai di uno spietato realismo, che anche ai principî – nei confronti dell’esperienza attuale – dà un valore non assoluto, quanto si direbbe strumentale. E neppure è possibile però parlare di vero e proprio pragmatismo, quanto dell’effetto, piú o meno contingente e involontario, di una determinata cultura posta a contatto con un determinato momento storico». ↩

  154. V. Pratolini, Testimonianze di giovani. Polemica sulla polemica, ibid., 15 ottobre 1938, p. 376. ↩

  155. E. Curiel, Bilancio dei Littoriali (in Scritti 1935-1945 cit., I, pp. 41 sgg.) dal canto suo, pur puntando molto sul lavoro politico tra questi giovani, non li considerava affatto non autenticamente fascisti. Come antifascista che, in quel momento, scriveva per i comunisti, egli li considerava, al contrario, «giovani di reale valore e capacità che vogliono realmente realizzare una piú alta giustizia sociale e chiedono una maggiore libertà di parola» e che, in quanto tali, «ci interessano oggi come esponenti di una corrente viva e fresca di energie che meritano di essere attentamente seguite ed aiutate... » ↩

  156. «La democrazia piú che per morte violenta, ci apparve che fosse morta da sé, per senilità o malattia». G. S. Spinetti, Difesa di una generazione, Roma 1948, p. 24. ↩

  157. «È giusto, forse, precisare che ci fu un aspetto del fascismo che essi [i giovani] condivisero realmente, senza che si possa parlare di malintesi, almeno fino ad un certo tempo: e fu la polemica contro la democrazia tradizionale, i “ludi cartacei”, il parlamentarismo inconcludente. I giovani avevano fretta (come sempre, credo) e ritennero che questi “vecchi schemi” servissero ormai solo a perder tempo, a ritardare e a impantanare il cammino della rivoluzione» (R. Zangrandi, I giovani e il fascismo, in Fascismo e antifascismo [1918-1936]. Lezioni e testimonianze, Milano 1962, p. 211). ↩

  158. E. Curiel, Scritti 1935-1945 cit., I, p. 223. ↩

  159. Autobiografie di giovani del tempo fascista cit., p. 55. ↩

  160. E. Sulis, Rivoluzione ideale, Firenze 1939, pp. 34 sg. ↩

  161. Ibid., pp. 164, 229 sg., 250 sgg. ↩

  162. La missione, in «Libro e moschetto», 25 novembre 1939.

    Sulla Scuola di mistica fascista cfr. D. Marchesini, La scuola dei gerarchi. Mistica fascista: storia, problemi, istituzioni, Milano 1976. Come scrive il Marchesini (p. 134): «il radicalismo rivoluzionario, unito all’indubbia onestà e buona fede, portava i mistici a rivolgere i propri strali polemici contro il “carrierismo” e il “pescecanismo”, contro il fascismo atrofico di coloro che “vorrebbero inchiodare” la Rivoluzione riducendola a vigile e disciplinato guardiano delle loro piccole e grandi ma pur sempre miserevoli fortune, dimenticando che il Fascismo lo si serve e di esso non ci si “serve”, e dei timorosi che “nella Rivoluzione hanno visto e continuano a vedere solo il carabiniere che deve garantire la loro modesta tranquillità casalinga”. Si trattava di una critica di costume, per una moralizzazione della vita pubblica, per un’opera di “bonifica” o di recupero verso “quelli che badano al sodo, gente con molti profitti, arrivati, con tutti i crismi, che ostentano fervore e generosità fino a quando tira vento in poppa, pronti poi a mandare in malora tutti se non tornano i loro conti, se sono saltati in qualche elenco di insigniti oppure perché si accorgono che la Rivoluzione continua senza di loro e senza il loro aiuto”». ↩

  163. v. Buonassisi, Il Partito e l’internazionale fascista, in «Critica fascista», 1º marzo 1938, p. 142. ↩

  164. Ancora in occasione dei Littoriali del 1938 la distinzione tra fascismo e nazionalsocialismo fu piú volte ribadita, pur ammettendo che tra i due regimi esistevano alcune analogie di posizioni che li ponevano sulla stessa «linea di battaglia» (G. Longo, I Littoriali dell’anno XVI. Orientamenti della gioventú fascista, in «Civiltà fascista», maggio 1938, p. 444) e rendevano possibile una intesa politica. «Ma non si potrà mai andare oltre – ammoniva V. Buonassisi su “Critica fascista” –: esiste un asse Roma-Berlino-Tokio, non una internazionale fascista». ↩

  165. P. Molajoni, Fascismo e Paneuropa, in «Roma fascista», 21 marzo 1938. ↩

  166. Su G. Preziosi cfr. R. De Felice, Giovanni Preziosi e le origini del fascismo (1917-1931), in «Rivista storica del socialismo», settembre-dicembre 1962, pp. 493 sgg. ↩

  167. Per il rapporto fascismo-ebrei cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo cit. ↩

  168. Cfr. le ammissioni in questo senso di G. Landra, Il razzismo e la gioventú italiana, in «La difesa della razza», 5 dicembre 1942. ↩

  169. Cfr. a questo proposito le osservazioni di J. Evola, Razzismo e gioventú, in «Roma fascista», 11 dicembre 1940. ↩

  170. Cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo cit., p. 242. ↩

  171. Sull’attività del Centro studi anticomunisti cfr. ACS, Min. Cultura popolare, b. 126, fasc. «Centro Studi Anticomunisti»; Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. (1903-49), b. 432. ↩

  172. La Direzione, Professori ebrei e dottrina ebraica, in «Lo Stato», agosto-settembre 1938, p. 490. ↩

  173. A proposito del razzismo biologico, è da notare che la stampa giovanile fascista pubblicò anche dopo il 1938 un buon numero di prese di posizione di critica non solo indiretta ma anche diretta verso di esso, sottolineando spesso la «superiorità» del razzismo italiano, spiritualista, rispetto a quello tedesco, biologico appunto. ↩

  174. Un caso tipico (e che suscitò la vibrata protesta di G. Preziosi nel numero di dicembre del 1942 de «La vita italiana») fu l’iniziativa annunciata dal giornale del GUF di Forlí, «Pattuglia» nel novembre 1942 di pubblicare una scelta di scrittori giuliani tra i quali Svevo e Saba. ↩

  175. La tesi del fallimento del razzismo fascista sarebbe stata esplicitamente sostenuta, talvolta con argomenti non dissimili – ma enunciati a tutte lettere – da quelli che erano affiorati nel dibattito di «Roma Fascista» da G. Preziosi, «La battaglia antiebraica è fallita?!», in «La vita italiana», febbraio 1942, pp. 176 sgg. ↩

  176. O razzismo o nazionalismo o antirazzismo, in «Roma fascista», 2 aprile 1941. ↩