Capitolo III
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Capitolo terzo: Mussolini tra il realismo politico e il mito della nuova civiltà

La conquista dell’Etiopia determinò tra i collaboratori di Mussolini e, piú in genere, all’interno del gruppo dirigente fascista reazioni che potrebbero offrire da sole materia per un libro e fornire spunti e conferme assai interessanti per la messa a fuoco di problemi quali il rapporto tra «capo» e «gregari» e il comportamento politico e la «responsabilità» di coloro che rivestono cariche nei moderni regimi autoritari e totalitari a forte caratterizzazione ideologica e carismatica. Problemi che è indispensabile aver presenti per rendersi compiutamente conto delle cause dello «scollamento» in tanti centri di potere – che non si muovevano affatto all’unisono e spesso tendevano soprattutto o a guadagnar tempo o a valorizzare il polo monarchia in funzione frenante del polo Mussolini – che, sotto l’apparente monoliticità, caratterizzò dopo il ’36 il vertice fascista e di riflesso il regime.

Come abbiamo già detto, la conquista dell’Etiopia determinò all’interno del gruppo dirigente fascista la fine di ogni manifestazione di dissidentismo e di ogni velleità di atteggiarsi ad anti Mussolini: il prestigio, il carisma del «duce» ne erano stati cosí accresciuti che nessuno ormai contestava il suo «genio» e il suo potere. E non sfuggirono alla regola neppure coloro che avrebbero voluto un altro tipo di gestione del partito e un diverso orientamento della politica fascista e criticavano per questo Mussolini come mai l’avevano criticato da quando era al governo. Anche non condividendo una parte sempre maggiore delle sue decisioni politiche e, piú spesso ancora, non riuscendo a comprenderne la logica, il quadro strategico di riferimento (ché proprio nella mancanza di idee chiare sulle intenzioni di Mussolini e nella irritazione per questa condizione di inferiorità da lui voluta, prima ancora che nel dissenso vero e proprio per la politica del «duce», va individuata l’origine dello scontento di molti) e temendo sempre piú che la sua involuzione ideologica e caratteriale finisse per pregiudicare ciò che egli – ed essi con lui – avevano realizzato, l’idea di disgiungere le loro responsabilità dalle sue o, addirittura, di opporglisi (che pure, con la metà del ’38, alcuni comin ciarono a prendere in considerazione) non riusciva ad avere la meglio sulla loro personale fiducia in lui e sulla speranza, alimentata da questa fiducia, che ad un certo punto il suo «genio» politico trovasse una soluzione che risolvesse positivamente la situazione1. E ciò anche se nello stesso tempo via via piú numerosi diventavano coloro che nel loro intimo, pur paventando la situazione che si sarebbe potuta verificare, attendevano sempre piú ansiosamente il momento in cui, uscito di scena Mussolini, avrebbero potuto essi stessi prendere finalmente nelle loro mani le redini del fascismo e del regime e guidarli secondo le loro vedute e la loro concezione del fascismo.

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È di primaria importanza comprendere questa contraddizione di fondo nell’atteggiamento morale e politico di parte (ma la piú significativa, che, salvo eccezioni, il resto era costituito da figure politicamente e caratterialmente troppo scialbe e troppo preoccupate dalla prospettiva di un domani senza Mussolini per arrischiare comunque alcunché) del gruppo dirigente fascista verso Mussolini; altrimenti non si coglie completamente tutto un aspetto della realtà fascista di questi anni – quello della passività di tanti uomini, anche personalmente responsabili e patrioti, di fronte al dramma che andava maturando e che non è spiegabile solo con l’opportunismo, la paura, la miopia – e viene meno la possibilità di comprendere veramente lo stesso «dramma» mussoliniano che di questa contraddizione si nutriva, si serviva e al tempo stesso ne era travagliato.

«Il Capo?! E chi ne capisce piú niente!»... «Proprio non lo si capisce quell’uomo»... «Mussolini non lo si capisce». Chi ha dimestichezza con i diari, le memorie, le testimonianze dei collaboratori di Mussolini degli anni 1936-40 sa bene che affermazioni come queste – tratte dal diario di De Bono2 – sono tutt’altro che rare e che anzi una delle note piú ricorrenti in questo genere di fonti è proprio quella relativa alla sempre crescente difficoltà dei collaboratori di Mussolini a capire le vere intenzioni del «duce» e ad avere con lui un rapporto se non proprio del tutto normale (ché anche in precedenza, salvo casi rarissimi, i rapporti del «duce» con i suoi collaboratori erano stati sempre venati da una sorta di piú o meno sottile ambiguità e, per di piú, dopo tanti anni un certo logoramento agli occhi dei suoi piú stretti collaboratori della immagine di Mussolini, come di qualsiasi «grande», era inevitabile) almeno limpido. E questo sia per la sua crescente «impenetrabilità», sia – contrariamente alle apparenze – per la sempre piú evidente (per essi) incertezza e contraddittorietà di fondo della sua politica, sia, infine, per il suo atteggiamento verso di essi circa i vari aspetti e implicazioni di tale politica. Un atteggiamento talvolta (ma sempre piú raramente, specie con i «politici», ché con i «tecnici» le cose andavano un po’ meglio) aperto e disponibile ad ascoltare le loro opinioni e, apparentemente, a tenerne conto, ma in realtà lontano, come di un uomo proiettato in una dimensione «superiore» e rispetto alla quale i problemi da essi prospettati sembravano perdere d’importanza o, addirittura, apparire «meschini», «sorpassati», frutto di schemi che ormai avevano fatto il loro tempo. Anche se poi, alla prova dei fatti, era evidente che non lo erano affatto e che Mussolini se ne rendeva conto e sentiva, crucciandosene, tutto il loro peso, ma sembrava ciò nonostante non riuscire o non volere affrontarli con il realismo, la duttilità, il pragmatismo che sino allora avevano contraddistinto il suo operare politico e, quando agiva, dava l’impressione di improvvisare, di essere sempre piú spesso mosso da impulsi piú o meno irrazionali, dettati non già, come in passato, dal suo «fiuto», dal suo «genio politico», ma da una visione tutta soggettiva di quello che sarebbe stato il futuro della civiltà e dei popoli che contavano, da «doveri verso la storia» e talvolta persino da meri rancori, ovvero di agire contro le sue convinzioni, costretto da circostanze che non riusciva a dominare.

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Nelle memorie, nelle testimonianze scritte dopo la morte di Mussolini e la conclusione dell’esperienza fascista spesso l’attestazione del disagio e dello scontento dei loro autori si accompagna a dei piú o meno riusciti tentativi di penetrare psicologicamente la personalità di Mussolini. Tipiche in questo senso sono le memorie di Acerbo e soprattutto di Bastianini e la testimonianza Ecco Mussolini rilasciata nel 1965 da Grandi3. Diversi sia nell’animus che li muove sia nella valutazione dei singoli aspetti della personalità di Mussolini, questi tentativi hanno in genere un punto in comune: tutti, piú o meno chiaramente, prospettano l’immagine di un uomo sempre piú dominato in questo periodo da due personalità che si sovrappongono e spesso entrano in collisione tra di loro. La stessa interpretazione è al centro delle pagine che a Mussolini (e al proprio stato d’animo verso di lui) aveva dedicato Bottai nel suo diario il 29 luglio 1940. Trattandosi di una testimonianza coeva, non influenzata quindi né dal senno del poi né da qualsiasi rispetto umano per un uomo ormai scomparso, e per di piú inedita, pensiamo sia il caso di riprodurla integralmente, tanto piú che, tra quelle da noi conosciute, essa ha anche il pregio di documentare meglio di tutte la contraddizione di fondo di buona parte del gruppo dirigente fascista rispetto a Mussolini in questo periodo4:

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Noto, leggendo questo tratto della «Lucrezia Borgia» di Maria Bellonci. «Non è facile definire il carattere politico di Alessandro VI: quando si sarà detto che in lui, come in tutti gli uomini, vivono in embrione molti individui e diversi, non si sarà ancora chiarito per quale stimolo diventassero attive nel suo spirito le forze molteplici che vi si agitavano e che facevano dire ai contemporanei: – Il papa ha dieci anime –».

È da tempo, piú vivace in questi ultimi mesi, che un egual quesito si pone nel mio spirito a proposito di Mussolini. Che la personalità d’un uomo sia molteplice, ognuno sente anche in sé medesimo: molteplicità e contraddizione, drammatica spesso, sconcertante sempre e causa di smarrito abbandono alla propria giornata. E che un uomo di comando, piú che abbandonarvisi, domini i propri diversi caratteri e ne usi per farsene armi di governo e dominio, è anche abbastanza chiaro. La politica del politico comincia proprio da lui, dal suo proprio interno, dal riconoscere e guidare i contrastanti partiti, che si dibattono e combattono in lui. Ma nell’uomo d’eccezione questo uso spregiudicato della propria molteplicità arriva al paradosso e al cinismo.

Di quanti Mussolini non favoleggia la gente? Infiniti. Ma bisogna ridursi a due, essenziali, per trascurare i minori, che son tutta apparenza calcolata, a dimostrazione d’una «versatilità» da offrirsi all’ammirazione pubblica. I Mussolini contadino, soldato, sportivo, minatore, operaio, uomo di mondo, ecc. sono altrettante reincarnazioni da attore, entro certi limiti utili e necessarie a un capo. Cosí il Mussolini cupo, allegro, tragico, divertito, assorto, accigliato, ironico, curioso, sentenzioso, paradossale, che abita a palazzo Venezia e ogni volta sorprende i visitatori, anche abituali, è sempre un Mussolini da ribalta. È il gran «generico» di cui da Zacconi in poi dicono gli esperti s’è persa sul teatro la razza. Ma, insomma, questa è «molteplicità» o «versatilità» da recita: nel profondo, tutto si riduce a due, a un dualismo vitale, a una sorta di «duplicità» manovrata. Mussolini uno e Mussolini due. Inconsapevolmente vicini l’uno all’altro per anni, poi cresciuti in progressiva conoscenza l’uno dell’altro, amici, si può dire, e congiuranti a uno scopo, legati da un patto d’alleanza nella lotta della vita.

Mussolini uno: tutto fiuto, «da bestia» com’ei si compiace ripetere, sensibilissimo ai nessi storici, al segreto senso degli avvenimenti, dotato d’una forza d’intuizione mirabile, miracolosa, specie di rabdomanzia della storia, vero e proprio genio della storia, la cui conoscenza subito in Lui si traduce in azione. Un «grande» Mussolini, questo, di fronte a cui lo spirito stupito si piega reverente: enorme, da ricordare quel «pezzo di natura» della definizione corradiniana, un «unico», tra i viventi, visionario e realista, profetico e concreto, audace e misuratissimo. In fondo, dopo tante definizioni e tanti esempi, noi non sappiamo bene che cosa sia un «genio»: ma il piú semplice e rapido contatto con Mussolini ci fa avvertiti essere egli un «genio», intelligenza smisurata e intermittente, diseguale, ottima a distanza, mediocre o nulla da vicino, affetta da uno spropositato presbitismo. Inimitabile, questo Mussolini, ma esemplare: astro, che guida il cammino, anche se non è in fondo al tuo cammino, come potrebb’essere una lanterna. Ma cotesta esemplarità irraggiungibile pochi la tengono d’occhio: è faticosa a sopportare e non dà beni immediati. E, allora, i piú si volgono a quell’imitazione di Mussolini, che è possibile.

E, cioè, del Mussolini numero due: un uomo della vita di tutti i giorni, immerso nella sua trita «quotidianità»; epperciò, furbo, piccolo, meschino, con le minime gelosie e invidie degli uomini comuni, pronto alla bugia, all’inganno, alla frode, dispensatore di promesse non mantenute, sleale, infido, vile, senza parola, senza affetti, incapace di fedeltà e d’amore, capacissimo di sbarazzarsi calcolatamente dei suoi seguaci piú fidi. Ed è questo, proprio, il Mussolini «versatile» e «molteplice» al modo dei teatranti, di cui scrivevo piú sopra: che camuffa sotto vesti e parti e volti cangianti quella sua natura traditrice e bassa, di capobanda. Il Mussolini adatto alla facile imitazione dei piú, quello su cui si sono fatti e rifatti i gerarchi da conio, che d’ufficio in ufficio o di provincia in provincia gli rifanno il verso, riecheggiano la sua oratoria, scimmiottano le sue pose, il suo cipiglio, la sua brusca scortesia, la sua fredda alterigia, il suo chiuso orgoglio.

Tra questi due Mussolini ci tocca di vivere, con una fedeltà troppo consapevole per non soffrirne fino al disgusto e alla ribellione, con la coscienza che bisogna servirlo difendendosene, amarlo negandoglisi, offrirgli la vita salvandola. Amara sorte: come d’un amore inconfessabile.

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Per ricostruire il clima morale e politico del tempo testimonianze come questa di Bottai e come le altre che abbiamo ricordato sono certo del piú vivo interesse. In particolare l’agghiacciante chiusa del passo del diario di Bottai lo rende con una immediatezza e un realismo che nessun discorso storico potrebbe mai avere. Ma per il biografo di Mussolini che valore hanno? La tesi delle due personalità in esse piú o meno esplicitamente prospettata e che significativamente si ritrova anche in alcuni scritti stranieri del tempo (sebbene all’estero le immagini piú diffuse di Mussolini fossero a quest’epoca o quella del politico «realista» o quella del «paranoico»5) è certamente suggestiva, ma recepirla sic et simpliciter è altrettanto certamente impossibile. Personalmente però non la accantoneremmo nemmeno del tutto. In essa, a nostro avviso, è infatti l’eco semplificata di una realtà piú complessa, che affondava le radici nella personalità, nel carattere di Mussolini e che era il frutto dell’evoluzione ideologica determinata in lui dalla vicenda etiopica e che egli esitava a rendere esplicita, perché, in ultima analisi, egli stesso non riusciva ad accettarla pienamente: razionalmente la considerava giusta, ma il suo buon senso non ne era del tutto convinto, ne aveva paura ed era consapevole che non sarebbe stata accettata né compresa dai piú. Da qui la sua «impenetrabilità», la discontinuità del suo comportamento, lo scadimento di identità e di sicurezza della sua politica, che molti, anche tra i suoi collaboratori e persino tra gli osservatori stranieri, ebbero la tendenza a spiegare in chiave immediatamente caratteriale e, assai spesso, dando una grande importanza all’influenza negativa che il suo incipiente declino fisico e il suo stato di salute avrebbero avuto sul suo carattere. Tipico è in questo senso quanto ha scritto il capo dell’OVRA Guido Leto6:

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La tendenza di Mussolini a non prendere mai una decisione propria e ad imporla quando si trovava di fronte a tesi contrastanti si aggravò sempre piú col passare del tempo, tanto che molti ritenevano che fosse causata un po’ dalle sue condizioni di salute che non furono mai brillanti e che gli toglievano l’energia per affrontare recriminazioni, proteste o altro.

Alla luce di quanto oggi noi sappiamo sulle condizioni di salute di Mussolini, questa spiegazione manca di qualsiasi validità; per un verso sopravvaluta l’influenza sul carattere di Mussolini del declino fisico e per un altro verso sottovaluta e addirittura riduce ad un aspetto della involuzione caratteriale l’evoluzione ideologica che, invece, caratterizza la biografia di Mussolini in questo periodo. Serve però a far capire come, filtrando dagli ambienti fascisti tra i giornalisti e i diplomatici stranieri e, tramite loro, nella stampa internazionale, essa – grazie anche al fatto che dopo la guerra d’Africa le uscite in pubblico di Mussolini si fecero sempre meno frequenti avvalorando indirettamente le voci sulle sue cattive condizioni di salute – finisse per diventare un elemento essenziale per spiegare la politica di Mussolini presso larghi settori dell’opinione pubblica dei paesi democratici; tanto essenziale che anche coloro che si rendevano conto che il «voltafaccia» mussoliniano aveva tutta una serie di ragioni ideologiche e politiche, non riuscivano però a sottrarsi alla tentazione di fare comunque dello stato di salute di Mussolini o, almeno, del suo invecchiamento7, la chiave decisiva di esso e, paradossalmente, di trovare conferma di ciò nelle notizie... sugli exploits sportivi e sull’ottimo stato di salute del «duce» che venivano di tanto in tanto riportate dalla stampa italiana e riprese (specie in occasione dei suoi compleanni) da quella internazionale. Assai indicativo è in questo senso un articolo scritto per il «Daily Telegraph» del 28 aprile 1941 da John Whitaker, un autorevole giornalista inglese non aprioristicamente ostile a Mussolini ma che, anzi, aveva per lui una sorta di rispetto, al punto da cominciare il suo articolo notando che se il «duce» fosse morto prima di portare l’Italia in guerra il giudizio della storia avrebbe «potuto passar sopra alle sue incoerenze e alla congenita fallacia del suo opportunismo critico» e soffermarsi invece su alcuni aspetti positivi della sua opera. Scriveva il Whitaker8:

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Ho potuto appurare da fonti degne di fede, quantunque molti particolari siano appena abbozzati, che nella primavera del 1939 Mussolini ebbe un colpo che per parecchi giorni gli cagionò una paralisi parziale del viso. So ch’egli dovette nella piú grande segretezza restare a letto per cinque settimane in una località vicino a Milano. In seguito si ritirò in una casa privata in prossimità di Forlí, sua città natale. So che in vicinanza di Forlí egli fu visitato da uno specialista svizzero, perché l’occhio sinistro era rimasto offeso.

Questo colpo capitò nel peggior momento possibile sia della vita personale di Mussolini che dello sviluppo del fascismo. Ad esso, a mio avviso, è da attribuirsi l’alleanza con la Germania e, alla fine, l’entrata in guerra dell’Italia. Esso capitò in un momento in cui per la prima volta Mussolini aveva acquistato la consapevolezza delle devastazioni prodotte dall’età e dalla solitudine che circonda chi ha raggiunto un alto potere...

Politicamente, la situazione era, due anni fa, egualmente ardua e sconcertante. Dopo diciassette anni il fascismo era decaduto: si faceva un bel parlare di «vivere come leoni»; gli italiani erano stanchi. L’Etiopia e la Spagna avevano esaurito le forze anziché aver formato un popolo d’acciaio. Mussolini constatò che gli italiani volevano il pane e non i circhi. Anziché aver formato una élite, Mussolini constatò che i suoi piú fidati ministri volevano dei guadagni illeciti e una diminuzione della tensione. Questo avvenne in un momento in cui Mussolini aveva la certezza che l’avvenire del mondo sarebbe presto stato deciso. E allora improvvisamente fu colpito. Queste sono le delusioni personali e politiche su cui rifletteva mentre era a letto.

Credo che egli abbia deciso di concludere un’alleanza con Hitler al fine di ravvivare il fascismo, unendolo al piú giovane e piú violento movimento nazista. Credo che la decisione si sia basata sulla politica interna e su considerazioni ideologiche, non già su un’analisi della situazione internazionale. Il dittatore pose in prima linea il fascismo e non l’Italia.

Mussolini credeva che Hitler sarebbe stato malleabile, ma, una volta conclusa l’alleanza, constatò che aveva firmato col sangue un patto cosí impegnativo come quello di Faust con Mefistofele. Nella fiducia che francesi e inglesi non lo avrebbero attaccato a cuor leggero, Mussolini credette di aver scongiurato il pericolo di una invasione germanica e ottenuto per sé una posizione di equilibrio.

Informati del colpo subito da Mussolini e dei timori e delle apprensioni che gliene derivavano, Hitler e i suoi agenti trattarono astutamente l’italiano. Lo lusingarono. Le due rivoluzioni erano le stesse. Se Hitler avesse vinto la guerra, il secolo presente sarebbe divenuto «il secolo di Mussolini». Gli dissero queste cose, e il dittatore che andava avanti negli anni e temeva per l’avvenire del fascismo, le trovò piacevoli. Se non fosse stato per il colpo, io credo che l’astuzia contadinesca avrebbe salvato Mussolini. Dato che non stava molto bene, egli dovette rinunciare a comparire in pubblico e sospendere le conversazioni private. Perse il contatto con la pubblica opinione del suo paese e non ebbe quasi nessun consigliere all’infuori dei tedeschi...

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Se si tiene presente quando fu scritto, alcune osservazioni contenute nell’articolo non erano banali; ciò che però falsava tutta l’analisi era la premessa dalla quale essa prendeva le mosse. Una premessa che si può capire solo se si rifà alle infinite voci che da anni circolavano in Italia e all’estero sulla salute di Mussolini.

Come di norma in tutti i regimi autoritari e totalitari, le condizioni di salute di Mussolini furono sempre avvolte in un alone di mistero (se ufficialmente se ne parlava era in forma indiretta, attraverso la diffusione di immagini che dimostrassero l’ottima forma del «duce», aviatore, sciatore, ecc.) e suscitarono le voci piú disparate, dietro le quali il piú delle volte erano speranze e timori non sempre confessabili. E ciò tanto in Italia quanto all’estero, con la sola differenza che in Italia si potevano solo sussurrare, correndo per di piú il rischio di passare per propalatori di notizie false e tendenziose atte a turbare la «serenità» del paese, mentre all’estero se ne parlava non solo nelle cancellerie e nei circoli politici, ma anche sulla stampa sempre pronta a riprendere e diffondere qualsiasi notizia sulla salute di Mussolini, sia per la notorietà del personaggio sia perché buona parte del futuro del fascismo era legata alla vita del «duce» e ogni voce su di essa faceva notizia. Tant’è che non si esagera dicendo che questo tipo di voci accompagnò praticamente Mussolini per tutto il periodo durante il quale fu al potere. Si pensi che le prime notizie su una presunta sua grave malattia apparvero sulla stampa spagnola a metà del gennaio 19239. Nel 1939, uno degli anni in cui esse furono piú numerose (gli altri furono il 1925-26 e il 1942-43) sebbene in realtà la sua salute fosse nel complesso buona, si parlò prima di una grave malattia agli occhi, per curare la quale Mussolini si sarebbe addirittura recato segretamente a Zurigo dal celebre dottor Vogt, e poi persino di un colpo apoplettico10. In genere però le voci si riferivano agli sviluppi o di una infezione sifilitica, contratta secondo alcuni in gioventú e secondo altri nell’immediato dopoguerra, o piú spesso dell’ulcera per la quale era stato curato nel 1925. Che Mussolini fosse affetto da una infezione sifilitica11 – convinzione assai diffusa tra gli antifascisti di piú antica data, che vedevano in essa una spiegazione della sua «follia» – è da escludere. La autopsia e l’esame del cervello compiuti presso l’Istituto di medicina legale dell’Università di Milano nel 1945 da una équipe di medici diretta dal professor Carlo Mario Cattabeni ha escluso categoricamente la presenza di alterazioni patologiche di natura luetica12. L’autopsia ha ridimensionato notevolmente anche la gravità della presunta ulcera, che pure gli era stata diagnosticata nel 1925 e che aveva preoccupato nel 1942-43 medici come Arnaldo Pozzi e Cesare Frugoni (che, per altro, non avevano escluso neppure la presenza di una infezione amebica), giungendo alla conclusione che, quando fu ucciso, Mussolini soffriva solo di «una modesta gastrite atrofica». Ulcera o gastrite che fosse (non è qui il caso di addentrarci nella questione se la diagnosi d’ulcera fosse sbagliata o se furono le cure a cui fu sottoposto ai tempi della Repubblica sociale dai medici tedeschi a far scomparire quasi completamente la malattia), i disturbi di cui Mussolini soffriva erano certamente in buona misura di origine psichica, connessi cioè al suo stato d’animo. Le date sono eloquenti: la salute di Mussolini attraversò le due crisi piú gravi dopo il delitto Matteotti e quando fu chiaro che per l’Asse la guerra era ormai perduta. Nel gennaio 1943 il professor Pozzi glielo aveva detto a tutte lettere13:

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Non vorrei che mi fraintendeste, Eccellenza. Io penso che il vostro stato d’animo, come è influenzato dai vostri disturbi, cosí, a sua volta, ne possa accentuare o mitigare l’intensità. Se non fossimo in guerra (e quale guerra), se non vedeste tanta desolazione intorno a voi...

Ma Mussolini doveva già esserne consapevole, se mesi prima, parlando col figlio Vittorio, aveva detto, alludendo alle continue gravissime perdite che subiva il naviglio che riforniva le truppe in Africa settentrionale, «la mia ulcera sono i convogli»14. E ciò anche se nel marzo 1945 nel corso di quel patetico sfogo e al tempo stesso abilissimo tentativo di autogiustificazione che fu il cosidetto «soliloquio all’isola Trimellone» dicesse al giornalista Ivanoe Fossani che una delle sue due «disgrazie» era stata l’ulcera allo stomaco, «che avrebbe atterrato un bue e che sovente mi impediva, nonostante il grande sforzo di volontà, di disporre dell’energia necessaria»15.

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Tra la metà del ’36 e la metà del ’40 la salute di Mussolini non registrò nessuna crisi lontanamente paragonabile a quelle del ’25 e del ’42-’43. Un lento logoramento indubbiamente però vi fu. In parte, per cosí dire, normale, dovuto all’età, in parte anche alla continua, eccezionale tensione dei due anni precedenti, prima per la guerra d’Africa e poi per la gravissima malattia della figlia Anna Maria. Tensione, non va dimenticato, che, oltre tutto, era venuta dopo che nel ’31-32 la salute di Mussolini aveva registrato un primo peggioramento dopo il superamento della crisi del ’25. Ne sono conferma due fatti. Che negli ambienti politici romani tra la fine dell’ottobre ’36 e la seconda metà del gennaio ’37 (cosí come durante buona parte del ’39) si parlò spesso di un suo cattivo stato di salute, mettendo in relazione con esso i vari soggiorni che in questo periodo egli fece alla Rocca delle Camminate, consigliatigli, si diceva, dai medici per riposarsi16. E che con la seconda metà del ’36 Mussolini cominciò sempre piú spesso a farsi accompagnare nei suoi spostamenti fuori Roma (anche brevissimi) dal suo medico abituale, il dottor Angelo Puccinelli, cosa che in precedenza non aveva mai fatto17. Di questo lento logoramento e del suo inizio in corrispondenza con la conclusione del conflitto etiopico abbiamo del resto anche varie testimonianze dirette, in genere di persone che non vedevano Mussolini continuamente e, quindi, potevano notarlo piú facilmente18.

Nonostante ciò, gli elementi di cui oggi disponiamo non autorizzano a ritenere che nel periodo di cui ci stiamo occupando le condizioni di salute di Mussolini fossero tali da influire in misura significativa sulla sua personalità e sulla sua capacità politica, sicché, in conclusione, tutto induce ad un notevole ridimensionamento della loro incidenza, che va riportata nei limiti di quel tanto che può essere considerato mediamente normale in un uomo che aveva avuto una vita tutt’altro che facile e soggetta a gravi stress psichici e fisici, ma che in definitiva conduceva una esistenza assai regolare e sotto costante controllo medico e le cui crisi erano essenzialmente connesse al suo stato psichico. Per una giusta comprensione del comportamento e dell’azione politica di Mussolini, piuttosto che del suo stato di salute riteniamo si debba tenere conto, se mai, della sua involuzione caratteriale determinata dalla vicenda etiopica. Ma anche qui senza le sopravvalutazioni a cui le fonti già ricordate potrebbero indurre. Una cosa deve essere infatti ben chiara: se l’incidenza di questa involuzione sulla personalità e sulle capacità politiche di Mussolini fu maggiore di quella del logoramento fisico, il suo peso rimase tuttavia sostanzialmente marginale, limitandosi ad influire su di esse nel senso, per un verso, di renderle meno pronte e duttili e, per un altro verso, di determinare una partecipazione umana di Mussolini piú intensa e caparbia ad una serie di questioni che ora gli apparivano fondamentali, mentre in passato le avrebbe affrontate piú pragmaticamente. Le scelte politiche di Mussolini (decisioni e incertezze) rimasero fondamentalmente delle scelte razionali, quello che mutò fu l’impegno emotivo – la «forza immediata a vivere», per usare una bella e pregnante espressione di don Giuseppe De Luca – che egli mise in esse.

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Nelle pagine finali del primo tomo di questo volume19, indicando le manifestazioni piú significative di questa involuzione, abbiamo parlato del nuovo senso di sicurezza, tra fatalistico e predestinato, che il successo conseguito in Etiopia aveva sviluppato in Mussolini. Tra le varie manifestazioni questa fu probabilmente quella che ebbe maggiore incidenza politica, a ben vedere, anche piú del suo crescente amore della grandezza. Anche se Mussolini l’aveva preparata nei minimi dettagli e ne aveva definito gli obiettivi finali solo via via, tenendo conto della evoluzione del contesto internazionale, l’impresa etiopica si era sostanzialmente fondata sull’intuizione che l’Inghilterra non sarebbe mai andata oltre una opposizione limitata. In alcuni momenti questa intuizione aveva assunto il carattere di una scommessa e Mussolini aveva avuto la consapevolezza di stare giocando il tutto per tutto. Il clamoroso successo alla fine conseguito aveva avuto ciò nonostante la conseguenza di accrescere a dismisura in Mussolini la fiducia, la sicurezza nella infallibilità del suo «fiuto politico», delle sue intuizioni e di esaltare vieppiú in lui gli elementi volontaristici. Ancora poche settimane prima della fine, nel marzo 1945, questa fiducia, questa sicurezza sarebbero state in lui cosí forti da costituire una sorta di autogiustificazione dei suoi errori e della sua sconfitta. Parlando prima con la moglie dell’addetto stampa dell’ambasciata tedesca presso la RSI («non ho mai sbagliato seguendo il mio istinto, ma sempre quando ho obbedito alla ragione»20), poi con I. Fossani («Quando ho fatto di mia testa ho sempre indovinato. Ogni uomo ha la sua stella. La mia è una stella buona, ma non posso associarla ad altre senza neutralizzarla... Io non ho mai bluffato. Ho alzato spesso la voce, ma mai ho puntato alla cieca sulla carta della fortuna. Là dove non avevo la forza, avevo la certezza politica»21) avrebbe sostenuto che i suoi errori non sarebbero stati suoi, ma conseguenze di interferenze esterne che gli avrebbero impedito di agire secondo la sua intuizione politica. Nel caso della guerra, per esempio, l’interferenza di Hitler, che non gli aveva voluto lasciare la direzione politica generale della guerra stessa. E non si creda che dicendo queste cose non fosse sincero, che cercasse di attenuare in extremis le sue responsabilità scaricandole sugli altri. A suo modo egli era assolutamente sincero, cosí come lo era stato negli anni tra il ’36 e il ’40, rievocando i quali Bastianini ha scritto nelle sue memorie22:

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Una sola cosa... è sicura e terribile: che la sua convinzione d’essere infallibile è sincera. Se fosse soltanto un’ostentazione per la piazza sarebbe facile, nonostante la sua abilità polemica, discutere con lui, ma egli, che ha voluto abolire ogni discussione nel partito come nel parlamento e nel governo, ha conquistato insieme con l’impero l’intimo convincimento della propria infallibilità. È sicuro di sé e della sua stella; gli altri devono soltanto, dopo quella prova storica, riconoscergli il diritto di essere infallibile in ogni evenienza ora e sempre.

«Credere, obbedire, combattere», il comando da lui dato alla nazione non è retorica ma sincerità. In quelle tre parole c’è infatti la sintesi della sua giornata: egli crede in sé, obbedisce alle sue ispirazioni, combatte per tradurle in realtà.

Sicuro della sua infallibilità, è naturale che Mussolini vagheggiasse traguardi sempre piú grandi ed ambiziosi e sentisse, per sé e soprattutto per gli altri, anche piú prepotentemente che in passato la suggestione degli elementi volontaristici e fideistici e fosse portato a considerarli sempre piú decisivi e a sottovalutare invece quelli piú propriamente razionali. Laddove c’era fede e volontà tutto o quasi diventava possibile; persino gli ostacoli che sembravano insuperabili si dimostravano aggirabili. Tipica è a questo proposito la risposta che nel gennaio 1937 diede a Ettore Conti che gli aveva fatto presente l’impossibilità per l’economia italiana di sostenere ancora un ritmo di spese pubbliche e un disavanzo tanto sostenuti: «Voi vi sbagliate, l’Italia è ricca e i danari ci sono: basta saperli scovare. Del resto mai una questione economica ha arrestato il cammino della Storia»23. Questo aspetto della sua personalità è decisivo per capire una parte notevole ed assai importante della sua politica. Se per un verso il successo aveva esaltato la sua fiducia in se stesso, per un altro verso esso in un primo momento aveva notevolmente modifi cato il suo giudizio, sino allora – lo si è visto – sostanzialmente negativo, sugli italiani, facendogli credere che essi si avviassero finalmente a costituire «una unità di fede e di azione» sulla quale – grazie al suo personale prestigio e alla tendenza a credere che era convinto caratterizzasse l’uomo moderno – avrebbe potuto fare completo affidamento e che gli italiani avrebbero seguito la sua futura politica con la stessa fede e lo stesso entusiasmo e spirito di sacrificio con i quali avevano vissuto la vicenda etiopica.

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In questa condizione psicologica e, per di piú, ormai sicuro che il problema per il fascismo non era piú quello di «durare», di resistere alle spinte esterne, ma, se mai, di guardarsi da quelle interne allo stesso regime che si sarebbero potute manifestare al momento della sua scomparsa, l’ottica politica di Mussolini, sino allora ristretta ad orizzonti assai limitati, quali quelli del nocchiero che deve navigare sotto costa, tra scogli e bassi fondali, si allargava a dismisura come il suo senso di sicurezza e il suo amore di grandezza, tendeva ai mari aperti, oltre l’orizzonte, al futuro non piú immediato. «Io guardo le cose con cinquant’anni d’anticipo». In quest’affermazione (fatta a Bottai pochi mesi dopo la conclusione del conflitto etiopico24), che, se affondava le radici nei meandri della sua personalità, trovava però anche alimento, come vedremo, nel suo convincimento che i rapporti di base tra le nazioni stessero per mutare profondamente e che, quindi, fosse indispensabile per l’Italia precorrere i tempi di questo mutamento e precostituirsi le condizioni piú favorevoli ad affrontare la nuova realtà; in questa affermazione, dicevamo, è riassunto il senso di questa sua nuova ottica. Ed è al tempo stesso la chiave per capire tanto il suo cesarismo quanto la sua profonda irritazione – una irritazione che era molto simile alla reazione provocata da una inconcepibile offesa subita – contro tutti non appena si rese conto che, contrariamente alla sua prima impressione, gli italiani e la stessa gran maggioranza dei fascisti e persino dei suoi collaboratori non erano affatto cambiati, non avevano «acquisito l’Impero alla loro coscienza» e, invece che nuovi «piú luminosi» e piú «eroici» traguardi, si attendevano da lui un lungo periodo di raccoglimento, di lavoro, di benessere, di pace, non la «politica dell’Impero» insomma, ma quella «del piede di casa» contro la quale per anni il fascismo aveva tuonato in tutte le sedi e alla quale aveva fatto risalire gran parte dei mali della vituperata «Italietta» liberale.

A proposito del cesarismo di Mussolini è necessaria una precisazione. La retorica e la propaganda fascista paragonarono infinite volte il «duce» a Cesare, arrivando sino a raffigurarlo nei suoi panni. Mussolini, a sua volta, fu certamente, come molti uomini della sua generazione e formazione, profondamente partecipe del mito di Roma e della romanità e se ne serví abbondantemente sia per sottolineare il carattere e la funzione universale della «civiltà» romano-cattolico-fascista in contrapposizione alle «civiltà» senza profonde radici e grettamente nazionalistiche degli altri popoli, sia per offrire agli italiani un punto di riferimento che potesse al tempo stesso costituire un elemento di «fierezza» capace di far loro superare ogni complesso di inferiorità rispetto agli altri popoli («Di qui si organizzava la civiltà, da queste sette colline lambite dal Tevere tutto il mondo faceva allora capo a Roma. Come si fa a non essere orgogliosi, a non vibrare di fierezza, pensando che eravamo luce, quando tutto intorno erano tenebre; che eravamo civiltà, quando tutto intorno era barbarie»25), offrire una serie di esempi «pedagogici» a proposito dei comportamenti collettivi che determinavano, secondo lui, l’ascesa e la decadenza dei popoli e, soprattutto, rappresentare un mito storico attorno al quale cercare di aggregare e di unificare le varie tradizioni e culture nazionali e di cui servirsi per dare alle masse una coscienza nazionale.

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Far discendere il cesarismo mussoliniano di questi anni dal mito di Roma sarebbe però una semplificazione. Indubbiamente su di esso giocavano motivi culturali di questo tipo; la sua molla era però un’altra, in parte connessa ai nuovi approdi ideologici del «duce» in questo periodo, in parte di tipo caratteriale. Quando, nell’ottobre 1937, Mussolini diceva26

Cesare? la figura piú alta e piú profonda della storia. Se c’è un inimitabile, è il dittatore romano che, con i suoi superbi disegni, ha aperto tempi nuovi a Roma e alla società umana.

Cesare è la perfezione del potere, l’intelligenza fatta carne. È il tramite, la misura che restò irraggiungibile a chicchessia, fra il cielo e la terra

il richiamo alla romanità era del tutto secondario, minore certo di quello alla concezione spengleriana del ruolo civile e politico degli uomini di statura cesarea nella crisi della civiltà contemporanea. Ciò a cui Mussolini pensava erano i suoi «superbi disegni» che – come quelli di Cesare – avrebbero aperto «tempi nuovi» all’Italia e, grazie ad essa, alla civiltà europea, era il valore universale e dunque storico nel senso piú pieno del termine dell’opera alla quale ormai si sentiva chiamato.

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Rendersi conto delle implicazioni psicologiche e caratteriali di questa vocazione, di questa missione cesarea a cui Mussolini si sentiva chiamato è assolutamente indispensabile per capire l’origine e l’eccezionale intensità di molte sue scelte e reazioni politiche e, piú in genere, il mutamento di atteggiamento verso la politica e la sua gestione quotidiana che vari fatti lasciano trasparire essersi verificato in lui, ma che altrimenti o restano incomprensibili o finiscono per portare a dar credito a spiegazioni fondate su un tracollo fisico in realtà inesistente.

Il terreno su cui il mutamento appare piú evidente è certamente quello della gestione quotidiana del potere. Come abbiamo già detto, subito dopo la conclusione della guerra d’Etiopia Mussolini non solo affidò ufficialmente la direzione della politica estera a Galeazzo Ciano e di quella coloniale e corporativa rispettivamente a Lessona e Lantini, ma perse anche molto dell’interesse che prima aveva avuto per la gestione quotidiana della macchina del regime. Di molte questioni, soprattutto di politica interna, che prima aveva trattato personalmente mantenne solo la supervisione e il coordinamento politico generale, lasciandole per il resto molto piú che in passato alla cura dei loro diretti responsabili e della sua segreteria particolare. Per sé mantenne quelle di ordine generale, di indirizzo politico vero e proprio e la supervisione della politica estera (in realtà per un paio di anni piú apparente che effettiva: si pensi all’intervento in Spagna che, come vedremo, a parte un breve periodo subito dopo Guadalajara, fu sostanzialmente gestito da Ciano forzando in un certo senso la mano a Mussolini). Significativo è a questo proposito quanto già il 30 luglio 1936 l’ambasciatore francese De Chambrun scriveva al ministro Delbos27:

Dopo i suoi recenti successi che hanno considerevolmente accresciuto il suo prestigio, il signor Mussolini ha una tendenza molto marcata a scaricare sui suoi collaboratori immediati le incombenze governative. Egli sembra voler piuttosto concentrare la sua attenzione sull’organizzazione profonda del regime e sulle direttive generali della politica italiana che non sugli affari correnti, qualsiasi sia la loro importanza. Cosí poco a poco il suo personaggio, cosí spesso in vista, comincia ad offuscarsi mentre egli s’astrae nelle sue meditazioni. Si riparla a mezze parole nei circoli dirigenti di una trasformazione possibile della gerarchia governativa. Il signor Mussolini diventerebbe, se si deve credere a queste voci, una sorta di arcicancelliere del nuovo Impero che resta d’altra parte ancora da definire dal punto di vista costituzionale. L’ammiraglio Costanzo Ciano, attualmente presidente della Camera dei deputati, sarebbe nominato in questa ipotesi Presidente del Consiglio, mentre suo figlio Galeazzo resterebbe a capo del dipartimento degli Affari esteri.

270–271

Se si considera come Mussolini sino allora aveva tutto accentrato nelle sue mani e tutto controllato personalmente, disperdendosi in una miriade di attività marginali e impedendo che i loro naturali responsabili potessero dispiegare appieno le loro capacità e sentirsi veramente responsabili, si trattava indubbiamente di un fatto estremamente significativo e che avrebbe potuto avere conseguenze assai positive se un quindicennio di gestione della macchina dello Stato e del partito tutta imperniata sulla persona del «duce» non avesse ormai reso i piú incapaci a decidere autonomamente e ad assumersi vere responsabilità e non li avesse abituati a considerare il potere fine a se stesso o, peggio, uno strumento da usare soprattutto per rafforzare le proprie posizioni presso Mussolini e rispetto ai propri colleghi. Da qui il rapido determinarsi di una situazione per molti aspetti peggiore di quella precedente e caratterizzata, per un verso, da un ulteriore scadimento dell’efficienza generale (con le sole eccezioni particolari rappresentate dalla gestione di F. Guarneri, sino all’ottobre ’39, del ministero degli Scambi e valute e di D. Grandi, dal luglio ’39, di quello della Giustizia) e, per un altro verso, dal costituirsi attorno a Galeazzo Ciano (e, almeno in un primo tempo, a Starace e Buffarini-Guidi) di un nuovo composito ma potentissimo centro di potere che riproduceva in peggio la situazione precedente attorno a Mussolini e che, un po’ per irrequietezze personali e smanie di potere unite a scarsezza di idee chiare e ad eccessiva sicurezza, un po’ per insoddisfazione per come le cose andavano, un po’ per rafforzare le chances successorie di Ciano, tendeva spesso a prendere la mano allo stesso Mussolini ovvero a radicalizzare o disattendere le sue scelte politiche in funzione delle proprie vedute e interessi di gruppo e, talvolta, personali.

Stante questa situazione, nel giro di meno di due anni, il ruolo di Ciano divenne assolutamente centrale. Tant’è che Grandi anni dopo cosí l’avrebbe rievocato28:

Ciano era a quel tempo, non bisogna dimenticarlo, l’effettivo padrone d’Italia. Palazzo Chigi era diventato la diretta succursale di Palazzo Venezia. La maggior parte della giornata era spesa da Ciano nel ricevere prefetti, questori, federali. Lo Stato Maggiore generale aveva un ufficio distaccato a Palazzo Chigi, un ufficio «operativo» che trasmetteva direttamente ordini alle alte autorità delle Forze Armate. Queste ultime si uniformavano senza obiettare agli ordini e alle direttive del Ministro degli Esteri il quale accentrava sempre piú apertamente nelle sue mani buona parte dei poteri che sino allora Mussolini aveva gelosamente conservato per sé solo. Ciano era il vice dittatore. Il fatto che Mussolini, di cui si conosceva la profonda diffidenza e la a volte puerile gelosia verso tutti i suoi collaboratori senza eccezione, non soltanto tollerava ma altresí appoggiava apertamente questo progressivo concentramento dei poteri della dittatura nella mano di suo genero, l’uomo concordemente piú odiato dalla Nazione, aveva indotto ormai tutti a ritenere che il Dittatore avesse ormai prescelto suo genero a succedergli come Duce N. 2.

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Anche se il parziale ritiro di Mussolini dalla gestione del regime non fu ovviamente reso di pubblica ragione e formalmente tutto continuava come prima, a poco a poco qualcosa cominciò però a trapelare. Col 1937-1938 le voci e le critiche sul ruolo sempre piú importante di Ciano e del suo clan si fecero piú numerose e con esse prese a diffondersi sempre piú la convinzione che «Mussolini non sapeva» e che la responsabilità di ciò che non andava fosse da attribuire soprattutto ai suoi collaboratori che gli nascondevano la realtà, lo ingannavano, lo «tradivano». Una «frase amara che corre per l’Italia», riferita alla data del 23 gennaio 1939 da Bottai nel suo diario29, sintetizza bene questo malessere: «Si stava meglio quando comandava Mussolini».

Alla base del mutato atteggiamento di Mussolini erano certo motivazioni razionali quali la convinzione che ormai la situazione del regime fosse talmente solida da non comportare piú il suo personale continuo controllo su tutto e – in un primo momento – il desiderio di mettere alla prova le capacità politiche di Ciano e, al tempo stesso, di lanciarlo come numero due del regime e suo successore30. Né è da sottovalutare il peso che, inizialmente, dovettero avere il logoramento e la stanchezza conseguenti alla lunga tensione degli ultimi due anni e, forse, il prendere concretezza della relazione con la Petacci. Tutte motivazioni reali e da non sottovalutare, ma che non debbono fare passare in seconda linea la perdita di interesse umano per la gestione quotidiana del potere e, in ultima analisi, per la politica che in questo periodo si verificò in Mussolini in conseguenza dell’allargarsi del suo orizzonte dalla politica alla Storia e al suo personale mito in essa31: ormai proiettato nel futuro e sicuro di anticiparlo col suo genio, la routine politica, il presente vissuto giorno per giorno, perdeva per lui di importanza e, psicologicamente, d’interesse, diventava qualcosa che poteva essere amministrato, nella sua luce, da altri. I suoi compiti diventavano altri. Da un lato, portare gli italiani all’altezza delle prove e dei compiti che li avrebbero attesi e gettare le premesse necessarie perché potessero affrontarli nelle migliori condizioni, sia sotto il profilo «imperiale», della forza morale e materiale, sia sotto quello della funzione che essi avrebbero dovuto avere nell’assicurare l’universalità della nuova civiltà, la sua capacità di non ripetere la grettezza delle «civiltà» nazionali. Da un altro lato, lasciare ai posteri le prove e l’insegnamento della sua storica intuizione di questo futuro. Tipiche sono a questo proposito certe sue affermazioni conservateci dal diario di Ciano, da quello di Bottai e da altre fonti e che a noi sembrano assurde, paradossali, incredibili, ma che egli pronunciava – meglio sarebbe dire lasciava cadere – di tanto in tanto con certe persone, sicuro che esse le avrebbero raccolte e tramandate ai posteri come altrettante massime testimonianti come egli avesse previsto la realtà della futura civiltà. Un futuro che egli si proponeva di anticipare in un’opera, Europa 2000, e che sentiva in un certo senso di vivere già in sé, di scrutare, sollevandosi col suo genio al disopra di quella routine politica quotidiana che pure sino allora aveva costituito tutta la sua vita e che, in definitiva, gli aveva dato le soddisfazioni maggiori.

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Specie nei primi tempi – prima che il peso della routine lo costringesse a tornare a fare i conti con la realtà – questa sua tendenza psicologica a chiudersi sempre piú in se stesso, a meditare e a proiettarsi nel futuro era cosí forte che piú di uno di coloro che gli erano vicini o erano piú capaci di cogliere la differenza tra il suo atteggiamento attuale e quello precedente se ne resero in qualche modo conto. Alcuni fermandosi alle manifestazioni piú esteriori, al suo voler far sentire le distanze anche in privato («Non l’uomo, ma la statua stava dinnanzi a me. Dura pietrosa statua»32) e al suo atteggiarsi in pubblico a simbolo. «Sguardo astratto e assente, di simbolo», notava Bottai33 e De Bono, piú caustico: «adesso si limita a fare il figurante in tutte le buffonate che Starace escogita»34. E non molto diversamente si esprimevano Lucien Romier sul «Figaro»: «Nelle manifestazioni rituali del regime la sua maschera pare sempre la stessa, ma con qualcosa di piú teso e di meno presente», e C. A. Lyon sul «Sunday Express»: «Mussolini non è piú lo Splendido Avventuriero. Egli è una istituzione, una specie di semi Dio. Egli è divenuto piú ostinato, meno comunicativo, un po’ meno cordiale. Tale mutamento si spiega probabilmente col trionfo della sua politica. Bisogna bene considerare che Mussolini ha la coscienza di avere compiuto, con l’impresa etiopica, una delle poche guerre che hanno recato danno soltanto al nemico»35. Altri andando piú a fondo e lasciandoci delle testimonianze assai interessanti per darci modo di capire alcune delle reazioni piú immediate che questo suo mutamento suscitava e l’atmosfera da esso determinata tra certi suoi collaboratori. Valga per tutte questa di Roberto Cantalupo36:

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Trovai un uomo molto diverso da quello che avevo lasciato quattro anni prima. Il profilo della sua persona era diventato grosso e rotondo nelle spalle, gonfio nel viso e nel collo, rosso e lucente per bruciature di sole, gli occhi lustri e dilatati, lo sguardo alquanto fisso, lento e vitreo, astratto dalle cose e dalle persone che gli erano davanti. Dov’era egli realmente?

Mi disse cose che mi lusingavano, ma molto dall’alto, e con accento studiato e convenzionale, con voce e cadenza «ufficiali». Tutto sonò falso in quel colloquio: le sue parole scandite come se ci fosse stato un gran pubblico a raccoglierle, la presenza di Ciano, membro della sua famiglia e ministro, falso anche il contegno mio perché non seppi che cosa dire e mi chiusi nel silenzio. Mi interessava osservare Mussolini. La sua distanza immensa fra sé e me. Dava del voi, distaccato, e, nonostante la sua buona volontà, come impossibilitato a ritornare su questa terra: alcune parole le lasciava cadere con estrema cautela, come perle rare che si potessero volatilizzare al contatto con l’aria. Tuttavia dalla sua persona si sprigionava ancora una forza considerevole, e uno strano fascino.

Soprattutto guardava Ciano. Non guardava me al quale parlava, ma Ciano: e lo guardava con benevolenza ma anche con un certo imbarazzo come se il giovane fosse un maestro di protocollo al quale tacitamente egli domandava se andava bene come stava comportandosi col nuovo arrivato. Ciano assentiva alle parole del capo con brevi cenni riguardosi, faceva cauta ma puntuale controscena, interloquiva con poche parole di sussiegoso consenso, e a un certo punto mi fece intendere che potevo ritirarmi. Ebbi l’impressione che qualche incaricato invisibile dovesse in quel momento far cadere il sipario. Dissi a Mussolini che prendevo congedo da lui come ministro degli Esteri e mi avviai solo alla porta, in fondo lieto, molto lieto, di andarmene... Ciano mi raggiunse dopo qualche minuto e, come un regista che ha fatto girare un provino del suo film, mi domandò: «Come lo hai trovato? » Risposi: «Non l’ho ritrovato. Ho trovato un altro». Ciano ebbe un sorriso che mi parve di sopportazione e di soddisfazione insieme: «Sai, ha assaporato la grande gloria, vede noialtri dall’alto, piccoli piccoli, vive in un mondo suo. Forse è meglio, lasciamolo nell’olimpo, potrà fare grandi cose. Quanto a noi, rispettiamo la concentrazione del suo spirito, e agli affari di questa terra penseremo noi». Quel noi significava: io.

Da questa olimpica condizione psicologica, ancor prima che dal peso inesorabile della routine, Mussolini – lo si è detto – venne tratto dall’amara constatazione d’essersi sbagliato nel ritenere che la guerra d’Etiopia avesse trasformato gli italiani. Pochi mesi bastarono a dimostrargli che tra le loro aspirazioni e i suoi programmi vi era un abisso. L’irritazione suscitata da questa delusione ebbe conseguenze caratteriali d’importanza decisiva.

274–275

Nel marzo 1945, nel corso del già ricordato «soliloquio» col Fossani, Mussolini avrebbe definito la morte del fratello la seconda delle due disgrazie della sua vita37:

Arnaldo era un italiano di antico stampo: probo, intelligente, sereno, umano. Era il mio anello di congiunzione col popolo. Ciò che mi riferiva era sempre esatto, giustissimo quello che mi consigliava. Dopo la sua scomparsa crebbe la mia diffidenza per gli uomini. Rarissime volte ho stimato le persone che ho conosciuto. Il genere umano è ancora troppo legato agli stimoli animali. L’egoismo è la legge sovrana. Anche le persone cosidette superiori valgono per la piccola parte in cui si sono specializzate; le altre parti sono completamente negative. Nel popolo minuto ho trovato le piú belle virtú sociali. I piú ricchi sono i critici piú spietati della vita, perché il piacere conduce all’esasperazione dei sensi. Chi cade nella rete dei godimenti materiali è perduto per la società. Il lavoratore che assolve il dovere sociale senz’altra speranza che un pezzo di pane e la salute della propria famiglia, ripete ogni giorno un atto di eroismo.

Che la morte del fratello avesse reso piú profonda la solitudine umana di Mussolini (influendo anche sul suo aspetto piú propriamente familiare, dato che Arnaldo era l’unica persona che riuscisse ad avere una certa influenza sulla moglie Rachele e, quindi, a far sí che Mussolini trovasse in famiglia quella distensione e serenità che altrove non aveva38) ed avesse contribuito ad esasperare la sua tendenza psicologica a rinchiudersi in se stesso, a non avere amici (nella seconda metà degli anni trenta l’unica persona per cui nutrí qualche cosa di simile all’amicizia e nella quale ripose vera fiducia fu Manlio Morgagni), a non frequentare nessuno fuori dai rapporti «d’ufficio», a diffidare di tutti e a sentirsi circondato da collaboratori fragili e insicuri è un dato di fatto, di cui, del resto, abbiamo già parlato39. Eppure le parole dette a Fossani rispondono solo parzialmente a verità. Morto Arnaldo, la solitudine umana e la sfiducia verso tutti ebbero infatti una ulteriore accentuazione dopo la guerra di Etiopia. Prima la solitudine umana, successivamente la sfiducia, quando sopravvenne la delusione. E con esse la solitudine tout-court, un po’ come naturale conseguenza di quella umana, un po’ a causa delle crescenti norme di sicurezza messe in atto attorno alla sua persona che – togliendogli anche gran parte di quegli estemporanei sfoghi fisico-sportivi nei quali in passato spesso si era rifugiato – finirono per rendere sempre piú uguali le sue giornate, col risultato, per un verso, di farlo rinchiudere sempre piú nel suo mondo interiore e, per un altro verso, di farlo sentire sempre piú insoddisfatto di questa sua condizione40 e, quindi, piú polemico verso coloro che considerava responsabili di essa, ma anche sempre piú desideroso di solitudine. Assai significativo è a questo proposito il fatto che, nonostante tutte le pressioni fattegli, l’unica norma di sicurezza da lui sempre rifiutata fu quella di ridurre al minimo indispensabile l’uso dell’aereo: al volo, da lui guidato, nella solitudine del cielo non volle mai rinunciare.

275–276

In questo contesto umano e psicologico si deve quasi certamente vedere anche l’inizio, proprio in questo periodo, della relazione con la Petacci. Sino allora Mussolini aveva avuto numerose relazioni con donne di tutte le condizioni. Come abbiamo già detto, si era però trattato di rapporti in genere occasionali, «rapidi» e di breve durata, senza troppi «fronzoli» sentimentali e che umanamente non avevano significato nulla per lui. Tant’è che non sono mancati coloro che le hanno definite pressoché animalesche e si è detto persino che, giunto al potere, Mussolini ricevesse quasi regolarmente una donna al giorno41, scelta nei modi piú disparati, ma soprattutto tra quelle (ed erano molte) che cercavano in mille modi di arrivare direttamente o indirettamente sino a lui42. La piú lunga, stabile e impegnativa43 di queste relazioni era stata quella con Margherita Sarfatti, già da tempo conclusa però all’epoca della quale stiamo parlando. Delle doti amatorie del «duce» si sussurrava spesso e delle sue avventure parlarono a piú riprese vari giornali stranieri, specie in occasione di episodi piú clamorosi, come quello di Magda Fontages44. In complesso, anche la stampa straniera si occupò però per anni della vita amorosa di Mussolini senza darle importanza, essenzialmente come una curiosità piccante, non come qualcosa che avesse influenza sulla sua vita psichica e sulla sua politica. Tipico è quanto, ancora nel marzo 1940, avrebbe scritto Frederic Sondern jr sull’«American Mercury»:

276–277

Si è molto pettegolato sugli amori del Duce, ma non vi può essere una donna che abbia influito su di lui. Egli stesso ha spesso detto che una donna è come una parentesi in una frase, tolte le parentesi il significato resta lo stesso.

E del resto anche all’estero non mancarono giornali che parlavano di lui come di un uomo tutto lavoro e famiglia, dalla vita sentimenta le estremamente regolare, insensibile al richiamo di amori extradomestici.

277–278

Rispetto a questo tipo di relazioni, quella con la Petacci rappresentò un fatto profondamente nuovo. Non solo per la sua durata, ma anche per il tipo di donna prescelta (nel ’36 Clara Petacci aveva ventiquattro anni e poteva essere definita certamente una bella donna, mentre quasi tutte le precedenti amanti di Mussolini erano state, secondo l’espressione usata nelle sue memorie dal cameriere personale di Mussolini a palazzo Venezia45, delle «spasimanti stagionate», spesso neppure belle) e soprattutto per il modo e l’intensità (specie dopo una grave malattia da cui la Petacci fu affetta negli ultimi mesi del 1940) con i quali Mussolini la visse. Nella sua superficialità, G. Ciano disse un giorno a Bottai che «una sola variante c’è stata, con l’età, ai suoi costumi affettivi e amatorii: d’essere passato dalle molte donne a una sola donna, la Petacci, amante mai riconosciuta, con guardia di carabinieri alla porta di casa, onore e sorveglianza ad un tempo»46. A parte che Mussolini ebbe, contemporaneamente alla Petacci, anche altre amanti, il giudizio di Ciano è inaccettabile. L’origine della relazione con la Petacci va cercata altrove. Da un lato nella solitudine umana di Mussolini e nel particolare momento in cui si verificò, e cioè dopo la lunga tensione della guerra d’Etiopia e della malattia di Anna Maria. E da un altro lato nel desiderio del «duce» di sentirsi ancora giovane, di reagire all’incipiente declino fisico causatogli dall’età. Quello stesso desiderio che lo spingeva a voler apparire in pubblico sempre agile e scattante e che faceva tristemente annotare a Bottai nel suo diario questa considerazione: «Penso a che cosa sarebbe questo Capo, se avesse, tra le molte forme di coraggio che nessuno gli nega, quella di maturare in dignità e serenità»47.

Secondo le fonti piú «accreditate»48, la relazione tra Mussolini e la Petacci ebbe inizio verso l’ottobre 1936. Non è però da escludere che essa debba essere retrodatata di qualche mese, probabilmente alla fine del giugno. Ciò che importa notare è però che i due si conoscevano già da tempo. Della esistenza della Petacci Mussolini era al corrente sin dal 1926. In occasione dell’attentato della Gibson, la Petacci, allora quattordicenne e già in estasi di fronte a lui, gli aveva scritto una lettera di giubilo per lo scampato pericolo:

278–279

Per la seconda volta, hanno vigliaccamente attentato alla Tua sacra persona. Una donna! Quale ignominia, quale viltà, quale obbrobrio! Ma è straniera e tanto basta! Duce amato, perché hanno tentato un’altra volta di toglierti al nostro forte e sicuro amore?

Duce, mio grandissimo Duce, nostra vita, nostra speranza, nostra gloria, come vi può essere un’anima cosí empia che attenti ai fulgidi destini della nostra bella Italia? O, Duce, perché non vi ero! Perché non ho potuto strangolare quella donna assassina, che ha ferito te, divino essere? Perché non ho potuto toglierla per sempre dalla terra Italiana, che è stata macchiata dal tuo puro sangue, dal tuo grande, buono sincero sangue romagnolo!

Duce, io voglio ripeterti come l’altra tristissima volta, che ardentemente desidererei di posare la testa sul Tuo petto per udire ancor vivi i palpiti del Tuo cuore grande... Duce, la mia vita, è per Te!

il Duce È Salvo, W il Duce!

E qualche giorno dopo gli aveva mandato alcune sue poesie non meno esaltate. Tanto è vero che Mussolini ebbe la curiosità di sapere chi fosse «questa pazza»49. Il primo, casuale, incontro tra i due avvenne sei anni dopo, nell’aprile 1932. Sulla strada tra Ostia e Castelfusano, il passaggio della macchina del «duce» suscitò tra gli occupanti di un’altra vettura tali scene di entusiasmo che Mussolini fece fermare la sua per salutarli. Sulla macchina era la Petacci con alcuni familiari. Dopo questo incontro la Petacci, che era allora già fidanzata (si sarebbe sposata nel ’34 per separarsi legalmente due anni dopo, nel luglio ’36), fu invitata varie volte a palazzo Venezia e si instaurò una certa dimestichezza anche tra Mussolini e i suoi familiari (il padre era medico, non archiatra come talvolta è stato detto, dei Sacri palazzi apostolici, la madre una Persichetti) che vennero anche discretamente aiutati dalla sua Segreteria che si occupò di cercare una consulenza al padre e poi di raccomandare il fratello Marcello. Per quattro anni i rapporti tra Mussolini e la Petacci rimasero però circoscritti ad un’affettuosa amicizia, in cui Mussolini si compiaceva di proteggere la donna, arrivando – lui che, a parte la musica, non aveva alcun interesse e sensibilità per le arti – sino ad interessarsi delle sue prove come pittrice50 e ad adoperarsi per rendere possibile il suo matrimonio (il fidanzato non aveva l’età minima prevista per gli ufficiali d’aviazione). Il mutamento dei loro rapporti avvenne, come si è già detto, solo nella seconda metà del 1936, solo allora, infatti, Mussolini decise di fare della Petacci la sua amante piú o meno stabile51.

279–281

Per piú di un anno la relazione non fu risaputa che da pochissimi e nessuno le diede una particolare importanza. In un ambiente solitamente bene informato come quello della mostra cinematografica di Venezia attorno a Vittorio Cini nel settembre del 1938 se ne sussurrava come una novità, il cui inizio sarebbe risalito a quattro mesi prima52. E quando divenne un fatto abbastanza notorio fu soprattutto per l’esca data ai pettegolezzi e alle critiche dalle fortune cinematografiche della sorella della Petacci, Myriam (in arte Myriam di San Servolo), e specialmente dai maneggi economici del fratello Marcello e dal fatto che, nel 1939, i Petacci si costruirono a Monte Mario una stravagante e, per il tempo, lussuosa villa (la Camilluccia)53. Un fatto questo che per molti assunse il valore di una sorta di riconoscimento ufficiale del «ruolo» della Petacci presso Mussolini, ne fece circolare il nome in ambienti sempre piú larghi, spingendo via via persino molti sconosciuti a rivolgersi a lei per aiuti e raccomandazioni. Detto questo, va per altro detto che nel periodo che qui ci interessa la relazione tra Mussolini e la Petacci non ebbe praticamente alcun risvolto politico. Discreta di natura, paga e soddisfatta del suo amore e preoccupata solo per le infedeltà che di tanto in tanto il «duce» le riservava, la Petacci si tenne in questo periodo pressoché fuori dai maneggi politici (il suo primo intervento di questo tipo dovette probabilmente verificarsi verso la fine del ’40, quando «casa Petacci» si adoperò per far nominare l’ammiraglio A. Riccardi, padrino di Marcello, sottosegretario alla Marina); Mussolini, a sua volta, non pensò mai menomamente a lei come ad una possibile «consigliera» politica; e quanto al gruppo dirigente fascista, esso cominciò ad interessarsi veramente a lei e a pensare di servirsene per i suoi giochi di potere solo tardi, quando si rese conto che per Mussolini non si trattava di una delle solite avventure un po’ piú protratta nel tempo, ma di un legame effettivo e che la Petacci esercitava su di lui un reale ascendente. Basti dire che l’occhiuto e scaltro Buffarini-Guidi ritenne opportuno fare la sua personale conoscenza solo alla fine del ’38, tramite un amico del fratello. Né si può dire che – soprattutto in questo periodo – la relazione con la Petacci distogliesse Mussolini dalle sue incombenze politiche e dalle sue «meditazioni», come da piú parti veniva asserito54. In realtà essa fu per lui essenzialmente un modo per sentirsi ancora giovane, per trovare qualche momento di distensione e riempire in qualche misura la solitudine umana con un rapporto il piú possibile semplice, disinteressato e sicuro. Questo soprattutto era infatti il grande nodo umano e psicologico di Mussolini da quando la guerra d’Etiopia era finita.

281–282

Pur essendo ben consapevole di averla voluta lui e di averla dovuta imporre alla maggioranza di essi, Mussolini non aveva vissuto in solitudine la guerra d’Etiopia, ma in stretto rapporto con i suoi collaboratori, ai quali in parecchi casi aveva dato anche piena fiducia. Nella solitudine si chiuse completamente dopo, quando il successo gli aprí davanti la visione del futuro, della «nuova civiltà», e gli rese insopportabile ogni intimità con coloro che non erano partecipi di essa e, quindi, non lo capivano o, peggio, volevano discuterla con lui55; con coloro che non riuscivano a rendersi conto che ormai ciò che faceva premio su tutto erano il carattere, la forza d’animo, la volontà, di fronte ai quali tutto il resto doveva passare in seconda linea, perdere di importanza. Tipico è questo suo sfogo con D’Aroma del novembre ’3756:

Molti italiani vorrebbero da me, in ogni mio fatto, sempre intelligenza pura, raffinatezza rara, quintessenza di spirito e voi siete tra questi.

Ma non volete persuadervi che è il carattere quello che fa premio su tutto? Dovete convincervi, una volta per tutte, che la forza d’animo, il coraggio morale, la volontà senza intermittenze, portano spesso, è vero allo sgarbo, alla cafoneria, come dice certa chiacchiera che gira contro di me; ma ci sono certe difficoltà, per un capo, alle quali sovente lo spirito resta estraneo.

Lo spirito si lascia commuovere da cento, mille considerazioni sussidiarie e ci può anche «manquer de suite». Sono fede e carattere i termini intangibili e fissi della mia azione. Il resto, ha meno importanza di quello che credete.

Due mesi prima, nel settembre, parlando con De Begnac, si era per un momento aperto su questa sua condizione umana57:

Solitudine, meditazione, ricordi. Non ho un amico. Non conosco la società. Mi guardo bene dal frequentarla. Avrò messo, in diciotto anni, una ventina di volte la marsina e, sempre, per motivi «ufficiali». Una volta tentati di andare a teatro, in poltrona. Dovetti andarmene per cedere agli artisti gli applausi a scena aperta. La motocicletta rappresentò, per un certo periodo, la mia salvezza. Poi, Bocchini e la stradale dotarono la presidenziale di macchine veloci quanto la mia Guzzi. Avevo «rovesciato» paurosamente sulla Roma-Ostia. Con molti francobolli mi era tamponato le numerose sgraffiature. Mi presero per una collezione, quando tornai a casa. No, non è, ve lo assicuro, una vita piacevole, la mia. Con Arnaldo potevo confidarmi. Galeazzo mi è vicino, ma, anche per lui, resto il «Presidente». La famiglia cammina per conto suo. È giusto che sia cosí. I miei figli si facciano – da soli – una strada. È noto come essi non nuotino nell’oro. Il giornale deve, spesso, mediante miei ordinativi, provvedere alle loro necessità. Bruno si sta affermando. Vittorio è uno di quelli che piú capiscono, in Italia, di cinematografo. I concorrenti lo adulano e lo detestano. Meglio che abbia la vita difficile. Romano già possiede una propria personalità. Anna Maria, la piú cara, è il fiore scampato alla morte. Un giorno, mentre essa stava molto male, in una cerimonia ufficiale, mi donarono una bambola per lei, una compagna silenziosa per la sua tristezza. Dissi a qualcuno di ringraziare. Io non potevo. Si parla molto, troppo forse, della influenza di Edda su di me. È una istintiva. Le voglio bene, molto bene. Ascolto lei come ascolto tutti. Ma le decisioni le prendo da solo, durante la notte o al mio risveglio, poco dopo l’alba. Quello che tormenta l’uomo pubblico è il non poter conservare segreti per alcuno. Tutti possono scrutare nella mia anima. Mi sento, ovunque, osservato. La fiducia degli umili sostiene il mio coraggio. L’adulazione dei cortigiani alimenta il mio disgusto. Ma è impossibile, specialmente a me, far piazza pulita delle coulisses della cronaca. È piú semplice liquidare un dirigente di «ufficio cerimoniale». A volte penso che il mio amico sia il re che tanto mi deve, cui tanto il fascismo è debitore.

282–283

Chi è riuscito meglio a cogliere questa solitudine, cosí come, del resto, tutto il groviglio psicologico in cui essa si inseriva, è stato Bastianini, un uomo semplice (e senza eccessive ambizioni), ma profondamente affezionato a Mussolini e proprio per questo attento al suo comportamento e alle sue reazioni con la sensibilità di chi veramente ne soffriva. È per questo che, pur nella loro apparente superficialità, le pagine delle sue memorie dedicate all’uomo Mussolini sono preziose per capire anche il politico Mussolini di questi anni58. A proposito della «solitudine» si legge59:

Adesso... piú che mai egli vuol essere solo. Sul culmine che ha raggiunto è ritornato il solitario dei tempi duri. Il calore della sua immaginazione ha acceso la esaltazione psichica che lo possiede ed egli si è staccato dagli uomini con negli occhi una visione abbagliante di grandezza e nel cuore un’aspirazione superumana sempre piú ardente. Egli soffre e gode in solitudine la «voluttà dell’energia» ed anche lui come il poeta di Gardone schernisce «come una ridevole e miserevole effeminazione della vecchia anima europea la sensibilità morbosa, il culto della pietà, il vangelo della rinunzia, il bisogno di umiliarsi e di redimersi».

Può sembrare e forse è una pagina di cattiva letteratura, ma rende bene la realtà. E altrettanto bene rendono le conseguenze di questa solitudine le altre pagine in cui Bastianini osserva come questa chiusura in se stesso, traducendosi in sempre piú scarsi effettivi rapporti con i suoi collaboratori e, piú in genere, con il mondo esterno (dopo la guerra di Africa il numero delle udienze fuori obbligo d’ufficio diminuí notevolmente60), influisse non poco nel far scemare in Mussolini il gusto e la capacità per la mediazione e lo spingesse sempre di piú o a non decidere o a «osare»; e le altre ancora in cui egli tratteggia il tipo di rapporti che questa chiusura in se stesso finí per instaurare tra Mussolini e i suoi collaboratori e le reazioni che esso suscitava tra questi61:

283–284

Adesso piú che mai solo col suo spirito, egli è e vuol essere in rapporti lontani con l’umanità. Dal culmine dove sta spaziano insieme la sua mente e le sue ambizioni verso orizzonti invisibili a noialtri che ci contentiamo di servire a qualcosa nella vita e non portiamo né le marche né il peso di un destino storico. Noi lo guardiamo sovente ammirati ma molto spesso trepidanti e vorremmo essergli piú vicini e vorremmo esprimergli col calore della gratitudine e con la fedeltà del sangue che abbiamo in parecchi versato per l’Italia e nel suo nome i nostri pensieri, le preoccupazioni che talvolta ci rubano il sonno, le nostre osservazioni quotidiane al contatto con la vita di tutti, con la gente della strada, con quegli uomini che dinanzi a lui sono soltanto folla piú o meno plaudente e che noi vediamo come vicini, come padri, come figli, fuori, al lavoro, in casa, al cinematografo. Gli sarebbe tanto utile! Anche s’egli ha fatto di sé un’astrazione, anche se ha creato e vuol mantenere intorno a sé l’aura del mito, quanto gli gioverebbe il saper tutto di tutti ma non a mezzo della polizia che inquisisce, del Federale che impartisce ordini, del Prefetto che scrive rapporti generali con formule burocratiche. Noi gli vorremmo parlare come una volta, per dirgli che questa cosa dovrebbe essere corretta, che quell’altra non ci pare tempestiva, che quell’ordine è inopportuno, che quell’argomento è fallace, che il buon senso della gente respinge tale cosa, che il buon gusto sconsiglia quell’altra. Vorremmo insomma potergli parlare, con l’accento di un tempo, il semplice linguaggio della realtà come ci appare. Non ci riusciamo che raramente e non lo troviamo mai o quasi nello stato d’animo di chi ha piacere di ascoltare. Secondo un cerimoniale ormai invalso noi dovremmo entrare nell’immenso suo studio a passo rapidissimo, salutare romanamente appena giunti davanti al suo tavolo, porgergli le carte che rechiamo, prendere nota delle sue disposizioni, rispondere alle sue domande, riprendere indietro le carte postillate, salutare romanamente e partire a passo di corsa. Ciononostante s’egli, o il caso, ce ne offre il destro riusciamo a parlargli ma se sono argomenti estranei alla sfera del nostro compito ufficiale egli c’interrompe, ci richiama all’esecuzione pura e semplice delle nostre incombenze. Non ci arrendiamo, spiamo i momenti favorevoli, afferriamo le buone occasioni e gli parliamo ma non è facile e talvolta la sua collera deborda spezzando il dialogo.

A determinare questo stato d’animo (e le sue conseguenze) contribuí in misura notevolissima – lo si è detto – l’innestarsi sulla chiusura in se stesso della delusione. Fu allora che solitudine, delusione, offesa, irritazione e sfiducia verso tutti divennero per cosí dire un fatto politico, uno stato d’animo e un comportamento aventi diretta influenza sulla sua azione politica. Da un lato, trasformandosi in una sorta di vera e propria stizza e insofferenza verso chi lo criticava o anche solo non condivideva le sue valutazioni e le sue decisioni e le voleva discutere. Da un altro lato, ingenerando in lui una sorta di rancore verso tutti e in particolare verso coloro che, per la loro condizione sociale, culturale62 e politica e per la loro vicinanza a lui, secondo il suo punto di vista piú sarebbero dovuti essere pronti a comprenderlo e ad assecondarlo e, se non lo erano, non poteva essere che per pochezza d’animo, miopia, grettezza, mancanza di senso del dovere e del sacrificio, per una sorta di tabe morale che, sempre dal suo punto di vista, doveva avere una origine storico-sociale.

284–285

Da qui la sfiducia, la sospettosità e, in fondo, la disistima via via crescenti verso tanti suoi collaboratori che traspaiono dal suo comportamento verso di loro e dai suoi giudizi (spesso esasperati e durissimi63) e che culmineranno nel marzo 1940 nella drastica affermazione fatta a Gasparini: «Ci sono dei ministri che pensano di notte come possono nuocermi di giorno»64. Comportamento e giudizi che spiegano bene tanto il contesto psicologico da cui科学 nascevano asserzioni come «tirate le somme, davanti a certa stupidità interessata, io voglio essere e restare incomprensibile»65 e il conseguente atteggiamento66 che suscitava in tanti suoi collaboratori lo sconforto e l’irritazione (e i timori che essi a loro volta alimentavano) per non riuscire piú a capire cosa egli celasse dietro la sua «impenetrabilità», quali fossero i suoi veri propositi, quanto il diffon dersi e il moltiplicarsi tra coloro che non vivevano la realtà del suo entourage (e soprattutto tra coloro che non avevano rapporti con esso e ne ricevevano solo gli echi), delle voci sulla disinformazione in cui i suoi collaboratori lo avrebbero tenuto e sul «tradimento» che lo avrebbe circondato. Da qui, ancora, il rafforzarsi in lui della convinzione che fosse assolutamente necessaria una radicale «riforma morale» e della ostilità verso lo «spirito» e la «mentalità» borghesi – ritenuti la causa della incapacità del popolo italiano di «sentire» i suoi doveri e la sua «missione» – e il loro tendere ad assumere in lui caratteri non solo politici ma ideologici e, addirittura, di «questione personale» alla quale dare la preminenza su ogni altra cosa, dedicare tutte le energie67 e trattare con la massima intransigenza (si ricordino i «poderosi cazzotti allo stomaco» del suo discorso «semisegreto» del 25 ottobre ’38), costasse quel che costasse68. E, per contrapposto, lo svilupparsi in lui di una crescente vena populistica che lo portava a considerare il «popolo minuto» il vero depositario delle «piú belle virtú sociali» e, quindi, la parte della nazione che, avendo una «piú elastica coscienza civile»69 ed essendo mossa da un fine ideale e non egoistico, come era invece la borghesia, piú di tutte le altre era in grado di comprenderlo e di seguirlo, e che arrivava al punto da farlo veramente sentire a suo agio, contento e sereno, solo nelle rare occasioni in cui si trovava tra il popolo e in particolare tra i contadini70.

286–287

E sempre da qui, infine, quello che certamente fu l’aspetto piú negativo sotto il profilo politico di questa sua involuzione caratteriale: il suo sentire sempre piú necessario e urgente bruciare i tempi della sua «missione». E ciò per tre convinzioni in lui fortissime: 1) che la realtà internazionale e i rapporti di forza tra i popoli fossero alla vigilia di radicali trasformazioni, che sfuggivano agli altri solo perché essi non avevano la sua sensibilità politica e la sua capacità di vederne le ragioni e i sintomi in una serie di fatti già in atto; 2) che, dunque, fosse necessario per l’Italia essere in grado di giungere a questo «appuntamento con la Storia» nelle migliori condizioni per esercitare la sua «missione»; 3) che, scomparso lui, nessuno dei suoi collaboratori ed «eredi» avrebbe avuto la statura morale e politica necessaria a guidarla in questa storica impresa. Insomma, dato che senza di lui l’Italia non sarebbe certo arrivata preparata al suo «appuntamento con la Storia», a Mussolini non rimaneva che una cosa da fare: accelerare al massimo il processo di preparazione morale e materiale degli italiani e dell’Italia in modo da portarlo a termine prima di dover passare la mano ad altri. Tutto ciò, se da un lato voleva dire spingere al massimo l’acceleratore della totalitarizzazione del regime, della «rivoluzione culturale» fascista e della politica autarchica, senza preoccuparsi delle conseguenze negative collaterali che tale accelerazione inevitabilmente avrebbe avuto, da un altro lato, voleva anche dire fidarsi al massimo del proprio «fiuto» politico e «osare», rischiare molto piú che in passato: non lasciare perciò maturare e decantare le cose, ma prenderle d’assalto, fidando nella propria intuizione e nella convinzione che, contrariamente alle apparenze, «per le ore che ci apprestiamo a vivere, niente è piú imminente dell’impossibile»71. E voleva anche dire mettersi psicologicamente nella condizione di chi, non volendo lasciarsi sfuggire nessuna occasione per rafforzare la propria posizione, non escludeva affatto e anzi prevedeva esplicitamente di poter ricorrere ad ogni mezzo per compensare l’inferiorità materiale in cui l’Italia si trovava rispetto alle altre grandi potenze. Veramente tipico è a questo proposito quanto Mussolini disse già il 28 ottobre 1936 a Bottai72:

Ho sempre detto che la guerra etiopica doveva essere breve. Perciò ho dato mezzi superiori alle richieste dei comandanti. Perché picchiasse sodo e presto... La prossima sarà una guerra di sette settimane... Noi possiamo farlo... Noi non abbiamo bisogno di consultare nessuno. Pensa alla sorpresa degli italiani il giorno che si svegliassero e leggessero sui giornali questa notizia: una squadra aerea italiana ha bombardato la squadra navale inglese di Malta – si ritiene che numero tot di navi sia colato a picco... Mi è piaciuta la definizione di Pariani. Mi diceva l’altro giorno: noi dobbiamo prepararci a fare una guerra brigantesca. Giusto!

287–288

Che ciò fosse in contrasto con l’immagine di una Italia grande, morale, virtuosa da lui vagheggiata e prospettata ai quattro venti e con l’importanza da lui attribuita all’onore dei popoli e alla carica «civilizzatrice» che esso conteneva73 e, soprattutto, che comportasse rischi gravissimi e tali da poter portare ad una tragedia nazionale Mussolini se ne rendeva conto, e nel suo intimo un po’ se ne compiaceva per quel tanto di «eroico» e di «drammatico», di superomistico che ne veniva alla sua «impresa». Per quel che concerneva la contraddizione morale, il suo «machiavellismo» bastava però a far cadere ogni scrupolo e a fargli trovare tutta una serie di argomenti per sanarla. Da quello offertogli dalla teoria della violenza elaborata nell’immediato primo dopoguerra dal suo amico Sergio Panunzio74 a quello che, probabilmente, credeva di poter dedurre dall’«esempio» di Giuseppe Mazzini. Un autore questo – vale la pena di sottolinearlo – che Mussolini aveva conosciuto tardi, praticamente durante la grande guerra, e che poi aveva sostanzialmente posto nel dimenticatoio, ma a cui era ora tornato ad interessarsi, sotto lo stimolo un po’ di Gentile (che, come pensatore, considerava sempre un «grandissimo», anche se su varie questioni politiche lo criticava, e che gli portava i volumi della edizione nazionale del grande genovese via via che venivano pubblicati75) e un po’ di Oriani (un autore a lui da sempre tra i piú congeniali ma per il quale proprio ora aveva avuto un ritorno di fiamma76) dal quale doveva aver tratto l’immagine di un Mazzini a lui simile per tanti versi, per la «forza morale», per l’«irresistibile influenza» che aveva avuto sulle «anime» dei migliori dei suoi contemporanei, per la sua concezione morale della rivoluzione («la nuova società è dunque politica e religiosa: una riforma vi dovrebbe precedere la rivoluzione; l’educazione ne sarà mezzo e scopo perché la personalità morale è il primo e ultimo termine della storia e della vita»77) e nella fattispecie per il realismo e la spregiudicatezza con i quali era riuscito a far convivere il suo moralismo e il suo senso dell’onore con una continua trama di congiure e di attentati contro i nemici della libertà italiana. Quanto poi ai rischi, se qualcuno – approfittando di qualche momento di distensione e di «abbassamento della guardia» per insinuarsi con l’interrogativo giusto tra i suoi monologhi sulla «nuova civiltà» e sulla violenza «drammatica e definitiva» («perché solo la violenza, condotta con finalità storiche e morali precise, s’accorda con l’evoluzione ed è feconda») – riusciva a metterlo in qualche misura di fronte alle sue responsabilità, il suo buon senso contadino e la sua sicurezza nel proprio «fiuto politico» sembravano riprendere il sopravvento. I suoi eroi e modelli storici, Cesare, con la sua capacità di «aprire tempi nuovi» alla società, e Napoleone, con la sua «straordinaria lotta contro il suo tempo, ch’egli alla fine riesce a piegare», cedevano improvvisamente il passo ad un mentore assai piú modesto e prosaico, al padre Alessandro, ed egli si diceva sicuro del suo «senso del limite», della sua capacità di fermarsi al momento giusto:

288–289

L’importante è di restare nell’estrema circonferenza del compasso... Mio padre, nelle lunghe sere d’inverno, diceva che l’arte di vivere e d’agire era, per ciascun uomo, di non superare la propria apertura di compasso.

Non sono per natura uno scomposto o un avventato; io medito e calcolo sempre ogni mio atto, perché alla scuola della fame ho imparato ad adeguarmi.

Comunque andrà, non dimenticherò, di certo, l’apertura massima del compasso mio e del compasso del paese78.

In questa condizione psicologica e ormai convinto che l’Italia sarebbe potuta arrivare al suo «appuntamento con la Storia» solo con lui, via via che il tempo passava persino il problema della successione diventava per Mussolini meno assillante. Mentre all’estero se ne parlava con una sempre maggiore insistenza, spesso carica di piú o meno sottintesi timori e speranze («Anche se Mussolini destina Ciano come suo successore per condurre a termine la sua politica – scriveva nell’ottobre ’38 sulla «Quarterly Review» Charles Petrie79 –, non è detto che i suoi desideri debbano essere necessariamente esauditi. Abbiamo visto come sia stato impossibile a molti dittatori di continuare a governare dalla tomba il loro paese»), si passavano in rassegna i vari nomi e si azzardavano previsioni80, a Roma Mussolini – sempre piú deluso e scontento del suo «delfino»81 – sembrava invece considerare tutto sommato tale problema secondario. O avrebbe potuto personalmente portare a termine la sua «missione» o non avrebbe fatto a tempo. Nel primo caso avrebbe avuto tempo per pensarci e per scegliere con calma l’uomo adatto, nel secondo occuparsi della sua successione sarebbe stato pressoché inutile... Veramente significativa è a questo proposito una secca risposta da lui data nell’aprile 1938 a Ciano e cosí riferita da N. D’Aroma che fu presente al colloquio tra i due82:

289–290

Con un occhio che non gli ho mai conosciuto in quasi vent’anni, Ciano ha detto a bruciapelo a Mussolini:

«Saprete certamente che, durante la vostra malattia, c’è stato chi ha pensato ad una vacanza improvvisa del potere. Se tutto ciò dovesse accadere, Dio guardi, non so quando, ma dovesse accadere, bisognerà che lasciate scritte, e ci pensiate, delle direttive, delle... – esita – delle disposizioni...»

«Mai, – risponde categorico Mussolini, fissandolo con un rancore palese, – mai... perché odio i testamenti politici, detesto gli eredi designati e non posso pensare che un popolo e un partito, per il fatto che mi prescelsero o mi seguirono, debbano poi supinamente accettare ad occhi chiusi un mio ordine in materia cosí impegnativa, cosí delicata. Già, troppo, io ho premuto nel senso della disciplina e degli ordini dall’alto».

«E allora?» incalza Ciano, con un tremito impercettibile che gli agita le mani.

«Allora, – risponde Mussolini, – prenderà il potere chi saprà nel partito dominare gli uomini e le cose: chi avrà maniera e forza d’animo. La battuta di Napoleone alla vigilia di Wagram per me è giusta. Non ci sono in tema di successione, opinioni o presupposti da esprimere; vale semplicemente il diritto di gioco: chi vince... vince!»

290

Delineati i tratti essenziali della involuzione caratteriale di Mussolini, è giunto il momento di cercare di definire i termini generali della sua evoluzione ideologica. Diciamo i termini generali perché, anche se il periodo tra la metà del 1936 e la metà del 1940, e soprattutto i primi due anni, fu per Mussolini un periodo di molte letture e di solitarie «meditazioni» che ebbero grande influenza sulla sua personalità, sulla sua ideologia e sulla sua azione politica, su questa evoluzione la documentazione è assai scarsa ed è giocoforza limitarsi a quel che di essa è possibile ricostruire sulla base delle pochissime e frammentarie fonti disponibili. Il testo fondamentale di questo nuovo approdo ideologico sarebbe dovuto essere Europa 2000. In esso Mussolini avrebbe dovuto delineare i caratteri della «nuova civiltà» che, a suo dire, stava per affermarsi in Occidente e, nell’ambito di questo discorso, spiegare i motivi per cui era convinto che i popoli che di là a pochi decenni avrebbero dominato il mondo sarebbero stati il tedesco, l’italiano, il russo e il giapponese. In realtà Mussolini non incominciò mai neppure a scrivere Europa 2000 e tutto lascia pensare che, per quanto convinto delle sue idee, non l’abbia scritta perché nel suo intimo era consapevole di non essere in grado di farne una compiuta esposizione e la considerava soprattutto una intuizione del suo «genio» e del suo «fiuto politico», rispetto alla quale una serie di suggestioni culturali e politiche, in parte presenti ed operanti in lui da tempo, in parte recepite occasionalmente qua e là (anche laddove meno ci si aspetterebbe) nel tentativo appunto di dare ad essa una sistemazione ideologica, non riuscivano ad organizzarsi in un discorso compiuto e spesso erano motivate solo psicologicamente, in funzione cioè di quelli che in quel momento egli considerava i principali ostacoli alla sua politica. Tanto è vero che non risulta che ne parlasse diffusamente neppure con chi, bene o male, gli era piú vicino o con coloro – tipico è il caso di Nino D’Aroma, il cui Mussolini segreto è, proprio per questo, una fonte per noi preziosa – ai quali era solito dare direttive e suggerimenti per i loro commenti politici giornalistici e radiofonici ai fatti del giorno e che, quindi, avrebbero potuto cominciare a farla circolare.

Le uniche due testimonianze dirette su Europa 2000 ci sono state conservate da G. Ciano e da N. D’Aroma. Ciano, nel suo diario, alla data del 6 settembre 1937 annotava83:

291–292

Il Duce si è scagliato contro l’America, paese di negri e di ebrei, elemento disgregatore della civiltà. Vuole scrivere un libro: l’Europa nel 2000. Le razze che giocheranno un ruolo importante saranno gli italiani, i tedeschi, i russi e i giapponesi. Gli altri popoli saranno distrutti dall’acido della corruzione giudaica. Rifiutano persino di far figli perché ciò costa dolore. Non sanno che il dolore è il solo elemento creativo nella vita dei popoli. Ed anche in quella degli uomini.

E giusto un anno dopo, nel settembre 1938, D’Aroma scriveva a sua volta84:

Una rivista inglese è uscita recando la notizia che Mussolini sta per pubblicare un libro razziale e demografico, dal titolo Europa 2000. Alla fine di un rapporto poiché mostra di volersi intrattenere, domando sulla veridicità dell’annuncio.

Calmo ed ironico risponde: «È verissimo: non so come sia trapelata la notizia. Ma deve essere arrivata a Londra via Palazzo Chigi. Bisognerà che un giorno o l’altro vada con una ramazza a Piazza Colonna per sbarazzare quel palazzo di certa immondizia filo-britannica che Galeazzo protegge.

Scriverò sí, questo libro, ma per dimostrare che nell’anno 2000 i popoli che domineranno il mondo, saranno solo tedeschi, italiani, russi e giapponesi».

Pur collimando, le due testimonianze presentano una certa diversità. Il Mussolini riferito da D’Aroma parla solo dei popoli che avrebbero dominato nel 2000, non contesta l’argomentazione «razziale e demografica» attribuita al libro che voleva scrivere, ma non entra in particolari. Quello di Ciano, invece, entra in qualche misura nel merito precisando il carattere di tale argomentazione in senso antinegro e antisemita e soffermandosi soprattutto sulla «creatività» del dolore. Per noi la piú importante è dunque questa, tanto piú che nulla autorizza a non ritenerla attendibile. Sia perché non si vede il motivo di una eventuale manipolazione di essa da parte di Ciano, sia perché è fuori dubbio che nel settembre ’37 Mussolini già si poneva per l’Italia sia il problema di impedire il diffondersi del meticciato sia quello di «difendersi» dall’«ostilità» antifascista dell’«ebraismo internazionale» e della massoneria, che, a suo dire, si era rivelata in occasione della guerra d’Etiopia85, ed è comprensibile che egli guardasse ad entrambi i problemi in riferimento non solo all’Italia in quel momento, ma – data la sua sempre piú accentuata tendenza a vedere tutti i problemi come manifestazioni della crisi della civiltà occidentale86 e nella prospettiva della «missione» che l’Italia doveva assolvere per rinnovare tale civiltà – alla società tout-court. Detto questo, la seconda parte della testimonianza conservataci da Ciano e, piú in generale, quello che sappiamo sul «razzismo» di Mussolini ci inducono tuttavia a ritenere che la caratterizzazione razziale dell’argomentazione mussoliniana debba essere intesa in un senso molto lato e al tempo stesso particolare, essenzialmente psichico-spirituale; l’unico senso, del resto, che permette un discorso che – dovendosi applicare a quattro popoli razzialmente tanto diversi e che nessun vero razzista avrebbe mai accomunato87 – non potrebbe altrimenti avere alcuna caratterizzazione razziale.

292–293

L’idea forza dalla quale l’argomentazione mussoliniana prendeva le mosse era di carattere prettamente demografico. Ed era pienamente coerente con quel filo logico che abbiamo visto sviluppare da Mussolini da oltre un decennio attraverso il discorso dell’Ascensione e la prefazione al libro di Korherr Regresso delle nascite morte dei popoli88 e che ora – appena conclusa la guerra d’Etiopia – egli aveva ripreso a svolgere con una insistenza (tra il maggio ’36 e il gennaio ’38 scrisse per «Il popolo d’Italia» una quindicina di articoli e di note, tutti anonimi, sulle vicende demografiche europee e in particolare italiane, francesi e inglesi89 e ispirò tutta una serie di interventi sugli stessi temi dei maggiori addetti alla «cultura popolare») che già di per sé dimostra l’importanza che egli attribuiva al problema. Il tedesco, il russo, il giapponese e (nonostante una serie di gravi défaillances) l’italiano erano gli unici grandi popoli civili demograficamente in espansione. Gli altri e in particolare il francese e l’inglese vedevano invece le loro popolazioni diminuire a ritmo progressivamente accelerato e invecchiare inesorabilmente. Nel giro di qualche lustro, al massimo di un ventennio, questo andamento demografico avrebbe capovolto i rapporti di potenza, tanto sotto il profilo della disponibilità che i vari paesi avrebbero avuto di giovani atti al lavoro e alle armi (e delle loro capacità guerriere 90), quanto di quello dei «vuoti di presenza» che ciò avrebbe inevitabilmente comportato per i popoli attualmente dominanti e che sarebbero stati altrettanto inevitabilmente colmati dai popoli ricchi di potenziale demografico e umano 91.

293–294

Su questo ruolo fondamentale del fattore demografico rispetto alla vita e alla funzione storica dei popoli Mussolini non aveva dubbi di sorta. Per lui la parabola delle nazioni era soprattutto «una diretta proiezione del flusso demografico che ne forma la circolazione sanguigna». Demograficamente,

una nazione è sempre in eterna posizione di combattimento: non può mai fermarsi sulle linee raggiunte ed attendere che il tempo trascorra. O avanza o indietreggia. Se sfugge al primo caso, piomba senza remissione nel secondo 92.

In pratica, come scriveva nel novembre ’36 su «Il popolo d’Italia» 93, alla lunga

i nati in eccedenza sono l’arma del piú forte. Le armi d’acciaio non possono illudersi di mietere all’infinito, anche se vincessero, per assurdo, sul numero con la risorsa meccanica. Perciò i popoli in fiore non temono il domani... Fortunate quelle nazioni che detengono e custodiscono il magnifico segreto di quest’arma silenziosa ed invincibile, buona, al medesimo tempo, per la guerra e per la pace.

Forte di questa convinzione, per Mussolini il problema era quello di stabilire le ragioni della decadenza demografica dei popoli. E ciò tanto piú che, se gli italiani erano ancora demograficamente in espansione (grazie alla fecondità rurale e meridionale), il ritmo di tale espansione andava però diminuendo pericolosamente e la politica demografica del regime volta a capovolgere questa tendenza si dimostrava impari alla bisogna, sicché vi era il serio pericolo che in breve tempo anche l’Italia passasse nel novero dei popoli in declino e che Mussolini vedesse quindi frustrati i suoi sforzi per farne un popolo dominante e addirittura l’elemento decisivo della «nuova civiltà» che egli era sicuro stesse preparandosi.

Alla fine del gennaio ’37 Mussolini pubblicò su «Il popolo d’Italia» due articoli che erano a questo proposito un vero grido d’allarme: se le cose continuavano ad andare come stavano andando, la crisi demografica italiana avrebbe presto eguagliato e superato quella francese.

294–295

Per illustrare il fenomeno che minaccia l’esistenza del popolo italiano – scriveva nel secondo dei suoi articoli94 –, vale la pena di esaminarlo in due cicli: quello che va dal 1881 al 1924 e quello che va dal 1924 al 1936. È nel 1881 che si ebbe in Italia il piú alto coefficiente di nascite, il trentotto per mille. Da allora cominciò il declino, lentissimo, specie nei primi tempi, ma costante. Nel corso di quarantatre anni, il coefficiente diminuí del nove per mille. Nel 1924 troviamo il coefficiente di natalità esattamente del ventinove per mille. Nel 1936 è disceso al ventidue virgola due per mille. Il confronto è chiaro. Mentre la prima diminuzione del nove per mille si era graduata nello spazio di quarantatre anni, la seconda del sette per mille si svolge nello spazio di soli dodici anni: il fenomeno ha quindi assunto un ritmo molto piú accelerato e preoccupante. In cifre assolute si passa da un milione e centoventiquattromila nati nel 1924 ad appena novecentocinquantamila nel 1936 e cioè centosessantanovemila nati in meno. L’immancabile ottimista trova un residuo motivo di consolazione nell’aumento dei matrimoni verificatosi nel 1936, ma questo non significa nulla. Anche nel 1934 ci furono ventitremila matrimoni in piú nei confronti del 1933, ma furono in gran parte infecondi e lo dimostra il coefficiente di natalità che ha continuato a calare. Vien fatto di chiedersi ora, se la politica demografica del regime, iniziata col discorso del 1926 e concretatasi in un complesso imponente ed organico di provvedimenti di ordine materiale e morale, si possa considerare praticamente fallita.

È praticamente fallita. Poiché, non solo non si rimonta la corrente (e forse sarebbe stato troppo superbo sperarlo!), non solo non si arresta il declino, ma si è visto tale declino assumere una velocità catastrofica e la natalità scendere a coefficienti tali che fra poco saranno al livello di quelli francesi.

Ancora l’8 dicembre ’36 Mussolini aveva dato dell’andamento demografico italiano la spiegazione che ne dava da anni e che valeva per l’Italia come per gli altri paesi civili:

in tutti i centri toccati dalla decadenza della civiltà industriale e urbanistica, le bare superano le culle, la morale decade e la razza insenilisce. La forza demografica dell’Italia è ancora e sempre nelle campagne95.

Ora, a meno di due mesi di distanza, di fronte all’evidenza dei primi dati dell’ultimo censimento, questa spiegazione rimaneva valida ma non era piú sufficiente. La civiltà industriale, l’urbanesimo non erano certo una realtà solo italiana (e francese e inglese), eppure il Giappone, la Russia e soprattutto la Germania avevano un andamento demografico diverso da quello italiano (e francese e inglese). Da qui la necessità per Mussolini di integrare questa spiegazione generale con un’altra piú particolare che motivasse le diversità dell’andamento demografico nei vari paesi industrializzati e in specie il caso italiano con il suo andamento tendenziale piú simile a quelli francese e inglese che a quelli tedesco, russo e giapponese.

295–296

Trovare una spiegazione del genere era però assai difficile. Una spiegazione storico-politica non era sufficiente. Poteva servire a spiegare il passato, i cinquant’anni successivi all’unità durante i quali – secondo Mussolini – lo Stato e i vari regimi che si erano succeduti al potere avevano fatto tutto ciò che «d’imbecille e d’ignobile» si poteva fare contro la famiglia e dunque contro la sua capacità di «prolificare e accrescere la forza viva e continua del paese»96. Ma non spiegava il perdurare e addirittura l’accelerarsi del ritmo di diminuzione del coefficiente di natalità in periodo fascista, quando l’atteggiamento dello Stato rispetto alla famiglia si era capovolto e il regime si era impegnato in tutti i modi per favorire lo sviluppo demografico ed esaltare la prolificità. Impensabile era anche una spiegazione in chiave razziale. A parte che Mussolini non poteva assolutamente accettare l’idea, implicita in essa, di una inferiorità razziale degli italiani e tutta la sua cultura era di tipo per cosí dire spiritualista, una spiegazione in termini antropologici e biologici applicata a popoli razzialmente tanto diversi avrebbe infatti costituito un assurdo.

In questa situazione a Mussolini dovette sembrare che l’unica spiegazione possibile fosse quella di attribuire l’incapacità degli italiani a comportarsi demograficamente come i tedeschi, i russi e i giapponesi e la loro tendenza a seguire invece le orme dei francesi e degli inglesi a un elemento morale particolare, per un verso connesso all’industrializzazione (e quindi comune a tutti i paesi civili e in Italia piú attivo nelle aree dove la moderna società industriale e l’urbanesimo erano piú forti) e, per un altro verso, piú forte in Italia che in Germania, in Russia e in Giappone per le particolari vicende del nostro paese, quelle piú antiche che – per dirla con l’Oriani97 – avevano «mutato» la sua storia «in eco della storia europea» e ridotto la sua voce a ripetere quelle «di Francia, di Germania; d’Austria, di tutti» e soprattutto quelle piú recenti, caratterizzate dalla cronica subalternità e passività culturale e morale della borghesia italiana rispetto ai modelli democratico-borghesi franco-inglesi. Subalternità e passività culturale e morale che si sarebbero manifestate attraverso un egoismo che in passato aveva costituito l’insegna, lo spirito dell’«Italietta» liberal borghese, «rinunciataria», legata alla politica del «piede di casa», sorda ai valori nazionali e popolari, e che condizionava ancora l’atteggiamento di tanta parte della borghesia verso il fascismo. Tipica in questo senso è l’ultima parte del già ricordato articolo di Mussolini della fine del gennaio ’37 sulla situazione demografica italiana. Dopo il grido d’allarme da noi citato, esso cosí continuava:

296–297

Le cause di questo fenomeno sono di natura esclusivamente morale. Non c’entra la posizione economica, poiché coloro che potrebbero allevare e mantenere nidiate di figlioli, ci presentano i loro palazzi o i loro lussuosi appartamenti deserti di bimbi e popolati di cani e cagnette, mentre al contrario il popolo piú bisognoso continua a credere – prolificando – nella santità e nella eternità della vita.

Quello della denatalità è un fenomeno tipico di egoismo borghese. Sotto questo punto di vista, le schiere di borghesi, celibi, coniugi infecondi, o sposi del figlio unico sono fortissime nel regime fascista. Basta guardarsi attorno!

La polemica contro l’«egoismo borghese», l’«infinita vigliaccheria delle classi cosiddette superiori della società»98 e l’azione corruttrice da esse esercitata tra il popolo non era certo nuova in bocca o sotto la penna di Mussolini. E per trovarne le tracce non c’è bisogno di risalire sino agli anni della sua milizia socialista. Discorsi come quelli sulla necessità di dar vita ad una «nuova aristocrazia dello spirito» e di reagire al diffondersi delle «tendenze suicide» a credere che nella società moderna ormai tutto fosse facile, «miracolisticamente» provvedibile da parte dello Stato e «dovuto» e «a rinunciare ad ogni sforzo per dominare il destino»99 ne erano altrettanto chiare manifestazioni da piú di un decennio almeno. Nel nuovo clima determinato dal clamoroso successo conseguito nella vicenda etiopica e in particolare dalla «impotenza» dimostrata in tale occasione dall’Inghilterra (una «impotenza» tanto maggiore di quella che Mussolini aveva previsto da permettergli di conseguire risultati ben piú grandi di quelli che aveva pensato di poter ottenere e che, pertanto, assumeva in lui una dimensione, un valore non piú politico ma storico100), questa polemica acquistava però nuovi significati sia rispetto alla realtà italiana sia a quella europea e mondiale. Se infatti a livello della realtà italiana essa si traduceva in una dimensione etica e pedagogica della politica autarchica, nella convinzione cioè che fosse necessario che «tutta la nazione» non si limitasse a uniformarsi disciplinatamente alle esigenze autarchiche, ma si facesse una «mentalità autarchica» e conformasse ad essa tutta la vita (tant’è che Starace arrivò a porre tra i compiti dell’Istituto nazionale di cultura fascista quello di determinare «la autarchia spirituale della Nazione»), e, soprattutto nella giustificazione – prima ancora che politica «storica» – della campagna antiborghese di lí a poco avviata dal regime, a livello della realtà europea e mondiale per Mussolini essa finiva per diventare la chiave per spiegare sia uno dei problemi che da vari anni piú gli stavano a cuore e che ora gli appariva decisivo, quello della «crisi di civiltà» che travagliava l’Occidente, sia le diverse parabole demografiche, ma a questo punto anche morali tout-court, dei vari popoli che questa crisi collettiva vivevano.

297–300

Cause di fondo della crisi rimanevano – lo si è detto – l’industrialismo e soprattutto, come diceva Mussolini, il «supercapitalismo» con le sue perniciose conseguenze di una «modernità cinica e superficiale» che allontanava troppo l’uomo dalla natura, lo rendeva sempre piú individualista e quindi egoista e asociale («l’individuo è distruttore, è sabotatore, quando non è, come accade da noi in certi ceti borghesi, del tutto asociale») e lo spingeva, piú che a «vivere», a «prosperare» senza credere ed impegnarsi veramente in nulla, mentre «l’avvenire è dei popoli credenti», dei popoli «non materialisti», dotati di quel «senso collettivo» della vita «che vince sempre sull’egoismo individuale» e che costituisce il vero idealismo, quello cioè non «astratto e sentimentale», ma «dinamico e virile», fondato su una consapevole concezione della vita101. Il diverso grado della crisi o, se si preferisce, la maggiore o minore reattività rispetto ad essa dei vari popoli dipendeva però da circostanze storiche e soprattutto da fattori di tipo essenzialmente morale e culturale che Mussolini non riuscí mai a precisare bene e di cui, pertanto, dette – sempre in privato – spiegazioni abbastanza vaghe sino a che – con la seconda metà del ’38 – sembrò propendere verso quella dell’esistenza di razze spirituali storicamente formatesi e presenti anche all’interno dei vari popoli occidentali, che – a mo’ di corpi e di anticorpi – lottavano tra di loro per affermarsi e avevano la prevalenza a seconda delle circostanze storiche e cioè della capacità morale e politica delle élite spirituali (le «aristocrazie») di educare le masse, trasfondendo in esse i loro valori: i greco-romani e i giudeo-cristiani. La prima credente nell’eroismo, nella lotta, la seconda nella giustizia e nella pace.

Lo spunto (o la conferma) per la parte generale di questa spiegazione – quella relativa all’esistenza di razze «spirituali» storicamente formatesi – quasi certamente Mussolini doveva averlo tratto – come si vedrà piú avanti – da alcuni scritti di Julius Evola. Quello relativo alla seconda parte – il loro coesistere e lottare all’interno dei vari popoli – pare lo traesse invece da La fin des aventures (1931) e in genere da quanto Guglielmo Ferrero in quegli anni andava pubblicando in Francia sulla rivoluzione francese e sull’«avventura» napoleonica e in particolare dalla sua immagine della lotta tra i due «Geni invisibili della Città» che, a suo dire, caratterizzava la recente storia europea, ma che aveva anche precedenti ben piú remoti102. La paternità dello spunto (o della conferma) è comunque di scarsa importanza. Ciò che conta è che questa spiegazione corrispondeva bene tanto agli orientamenti culturali di fondo di Mussolini, quanto alle sue esigenze politiche pratiche, cosicché divenne, insieme all’idea della «nuova civiltà» – caratterizzata dal superamento tanto della ormai esaurita democrazia103 quanto del «supercapitalismo» distruttore della civiltà e dell’affermarsi della «concezione eroica della vita» propugnata dal «fas⟦ci?⟧mo» – il nodo ideologico attorno al quale il «duce» venne concepe⟦ndo?⟧ la sua politica e la sua personale missione storica. Culturalmente, s⟦i in?⟧seriva senza difficoltà nella sua visione spiritualistica e volontaristica della «vita» e della storia dei popoli e non contraddiceva affatto la sua convinzione che le origini piú genuine e vitali della civiltà occidentale fossero nello «spirito classico» e in particolare nella concreta realizzazione fattane dalla romanità e che (e qui la suggestione di Orano e in una certa misura di Oriani si faceva assai forte) il giudaismo e il cristianesimo fossero rispetto ad esso elementi sostanzialmente estranei e in definitiva corruttori, anche se il secondo, grazie all’universalismo dell’impero romano, era potuto diventare a sua volta una realtà universale e, in determinate circostanze storiche, aveva – pur depauperandolo e svirilizzandolo – permesso la trasmissione alla posterità del patrimonio classico. In un certo senso, si può addirittura dire che tale spiegazione era l’elemento sino allora mancante per dare una compiuta sistemazione a tutta una serie di suggestioni assai vive nella cultura di Mussolini e che in questo periodo vennero assumendo un peso sempre piú rilevante sulla sua ideologia e sulla sua politica: da quelle di Mazzini (concetto spiritualistico di nazione e nazione come missione) e Gioberti (primato morale e civile degli italiani, «novello Israele fra i popoli d’Europa»), giunte a lui soprattutto attraverso la lettura fattane da Gentile, a quelle di Oriani («ogni razza ha una coscienza e un pensiero originale; ... ogni popolo serba della propria razza il carattere essenziale; tutte le creazioni posteriori si ispireranno alle sue concezioni primitive»104) e di Spengler105. Politicamente poi, questa spiegazione aveva in quel particolare momento due pregi assai importanti per lui. Quello di permettergli di contrapporre a quello nazista un proprio razzismo che – data per scontata la comune appartenenza degli italiani e dei tedeschi (e non solo di essi) «al gruppo indo-europeo e precisamente a quelle razze che hanno creato la civiltà mondiale»106 – si caratterizzava soprattutto per l’accento che metteva sul contributo spirituale e di civiltà rappresentato dalla classicità e da Roma che tale patrimonio non solo aveva portato ai vertici della sistematizzazione, ma aveva anche reso – attraverso il suo impero e la sua egemonia morale – universale in Occidente. E quello di spiegare in termini anch’essi «spirituali» le resistenze borghesi e cattoliche alla sua politica e di dare quindi alla sua reazione contro di esse non solo una «giustificazione», ma un carattere «morale» che gli permetteva di prendersela, almeno per il momento, con lo «spirito borghese» ma non con la borghesia, con l’«invadenza clericale», ma non con la religione cattolica. Con il doppio risultato di poter maneggiare l’arma antiborghese e anticattolica con la massima duttilità e di non correre il rischio di indebolire pericolosamente i confini tra fascismo e comunismo. E ciò sia per ovvii motivi di politica interna ed internazionale, sia per coerenza con la sua convinzione che il «fascismo» costituisse la «terza via» tra capitalismo e comunismo e dunque anticipasse la «nuova civiltà» e dovesse quindi affermarsi via via in tutti i paesi civili, sia pure assumendo i caratteri adatti ad ognuno di essi («Ogni nazione avrà il “suo” fascismo; cioè un fascismo adatto alla situazione peculiare di quel determinato popolo; non c’è e non ci sarà mai un fascismo da esportare in forme standardizzate, ma c’è un complesso di dottrine, di metodi, di esperienze, di realizzazioni, soprattutto di realizzazioni, che a poco a poco investono e penetrano in tutti gli Stati della comunità europea e che rappresentano il fatto “nuovo” nella storia della civiltà umana»107); e che la «missione» di quello italiano fosse di esercitare sugli altri quel «primato morale» che solo ad esso era possibile esercitare in quanto erede e portatore piú genuino dello «spirito classico» e del suo «universalismo». «Universalismo» che solo avrebbe potuto effettivamente spiritualizzare la «nuova civiltà» che andava prendendo corpo e organizzarla in un «nuovo ordine» che – come l’impero di Roma – fosse veramente una comunità, sia rispetto ai popoli che la componevano sia rispetto agli altri meno civili, ma destinati anch’essi a crescere e a svilupparsi, cosí come era avvenuto per quelli che, nell’impero romano, erano venuti a contatto con la sua superiore civiltà.

300–301

Dire che Mussolini non aveva la stoffa dell’ideologo è quasi un’ovvietà. La sua cultura – lo si è visto – non era certo nutrita di studi sistematici e organici, ma era quella di un autodidatta formatosi attraverso una serie di letture vaste ma disordinate, frutto di una notevole curiosità intellettuale, non sorretta però da spirito critico e facile a soggiacere a quelle suggestioni che gli sembravano confermare in qualche modo le sue convinzioni di base e servire ai suoi progetti politici108. Né, ad onor del vero, pur amando presentarsi talvolta nelle vesti dell’«intellettuale», mai aveva veramente cercato di indossare quelle dell’ideologo. Per anni, quando si trattava di «durare», anche i suoi interventi di maggior «impegno» o che come tali furono presentati – «Forza e consenso» (1923), «Preludi al Machiavelli» (1924), la prefazione al Korherr (1928) gli scritti e discorsi del 1932-34 sulla «grande crisi» – avevano avuto un carattere essenzialmente politico. L’unica vera eccezione era stata la Dottrina del fascismo, per la quale, non a caso, egli aveva però chiesto aiuto a Gentile. Ciò non toglie che, di fronte alla povertà e alla sconclusionatezza culturale della sua «evoluzione» ideologica successiva alla guerra d’Etiopia or ora delineata, qualcuno possa chiedersi se – riferendoci ad essa come ad un fatto importante – non l’abbiamo sopravvalutata. In realtà un simile dubbio, a prima vista non immotivato, è assolutamente da respingere. Se non si ha ben presente quello che abbiamo definito il «nodo ideologico» attorno al quale Mussolini venne in questo periodo concependo il suo mondo morale, la sua politica e la sua personale missione storica è infatti impossibile capire veramente la sua azione politica, la logica di fondo che ne collegava le singole manifestazioni come tante tessere di un mosaico e l’intensità dell’impegno morale che egli vi metteva e sul quale agiva da moltiplicatore la particolare sua condizione caratteriale e psicologica da noi delineata. E, soprattutto, è impossibile capire la drammatica potenzialità del salto di qualità rappresentato dal passaggio dalla logica del «durare» a quella dell’«osare». Una potenzialità che in gran parte doveva sfuggire allo stesso Mussolini e che comunque finiva per fargli perdere ogni giorno di piú – contrariamente a quanto credeva – la percezione di quale fosse la reale «apertura massima del compasso» oltre la quale l’«osare» – nonostante le sue indubbie capacità politiche e il realismo del suo buon senso contadino – si trasformava inevitabilmente nella premessa della catastrofe.

301–302

A questo punto, prima di trarre alcune conclusioni da quanto sinora detto, è necessario mettere bene in chiaro una cosa. Per quanto decisivi per comprendere la personalità di Mussolini in questi anni, lo stato di salute, la condizione umana e psicologica, e persino l’evoluzione ideologica, che pure fu quello che piú incise (specie in alcune circostanze e soprattutto, come vedremo, nella crisi cecoslovacca), debbono sempre essere visti come aspetti, come componenti della politica mussoliniana e non sovrapposti meccanicamente ad essa, quasi a far scaturire questa da quelli. Gli anni di cui ci stiamo occupando furono certamente per Mussolini anni di involuzione, di grave involuzione, senza la quale è impossibile capirli e capire i successivi. Tuttavia ciò non vuol dire che l’azione politica di fondo di Mussolini non rimanesse sostanzialmente un’azione «politica», legata strettamente alla realtà interna ed internazionale e, anche se Mussolini avrebbe voluto in gran parte ignorarla, alla sua routine. Nonostante i suoi nuovi «orizzonti», il «duce» era troppo buon politico e realista, e insicuro, per ignorarla. E, anche se lo avesse voluto, il suo peso glielo avrebbe impedito. Capire questo è fondamentale. Ed è proprio perché fosse piú comprensibile che abbiamo preferito iniziare questo volume con due capitoli tutti politici e affrontare solo successivamente il «problema Mussolini»: perché fosse chiaro che certe scelte mussoliniane avevano una loro giustificazione politica (rispetto alla logica interna del regime, del fascismo e del potere di Mussolini) anche a prescindere dalla involuzione dèl «duce». L’importanza, il peso di questa furono indubbi, ma complementari, ed agirono sui processi politici di fondo, essenzialmente in senso radicalizzante, non determinante. Come vedremo, essi non costituirono mai l’elemento decisivo delle scelte essenziali. Tipico è in questo senso il caso della scelta in base alla quale Mussolini portò nel 1940 l’Italia in guerra a fianco della Germania. Ciò non vuole però dire che la politica di Mussolini si possa veramente capire senza tener sempre presente tale involuzione e la sua incidenza, tanto sotto il profilo della radicalizzazione da essa operata, quanto sotto quello della definizione di una certa scala di valori e di una certa prospettiva ideologica che – pur senza assumere mai un peso decisivo – indubbiamente influenzarono però varie singole scelte. Alcuni casi concreti varranno a spiegare meglio ciò che vogliamo dire.

302–303

Prendiamo innanzitutto quello dell’antibolscevismo. Nella seconda metà degli anni venti e soprattutto nel successivo quinquennio la polemica antibolscevica era andata in molti settori del fascismo perdendo vigore. La pianificazione sovietica aveva suscitato un vasto interesse, specie nel gruppo bottaiano gravitante attorno alla Scuola di scienze corporative di Pisa109. Lo stesso si può dire per il cinema e il teatro sovietici. Né erano mancate voci che si erano spinte sino a mettere in guardia contro coloro che guardavano all’Unione Sovietica con gli occhi della «letteratura politica d’appendice» dei fuorusciti russi o con la mentalità tipica dei conservatori piú incalliti o che avevano sostenuto che, grazie al bolscevismo, la Russia si stava finalmente avvicinando alla civiltà moderna. Veramente tipico (ma non fu il solo caso del genere) è quanto fu scritto nel settembre-dicembre 1931 nel corso di un dibattito su «Roma o Mosca?» svoltosi sulle colonne di «Critica fascista». Il dibattito, aperto in seguito ad un articolo di S. Panunzio (La fine di un regno) mirante a combattere queste tendenze e a sostenere che tra «Roma e Mosca» vi era una antitesi morale radicale, si concluse nel nome di una «nettissima antitesi». Esso è per noi di grande significato, perché molti degli interventi rivelano un interesse e una «disponibilità» per l’esperienza sovietica veramente notevoli, tanto da giungere in qualche caso a negare l’antitesi e a prefigurare un avvicinamento tra «Roma e Mosca». Bruno Spampanato in particolare, dopo aver messo in soffitta l’antitesi («Roma o Mosca era un motivo dialettico per la nostra prima attività politica») e averla sostituita con quella «Roma e Mosca o la vecchia Europa» («Due popoli soli... hanno affrontato il problema del regime, avviandosi alla democrazia nuova che caratterizzerà il secolo nostro... Il capitalismo si è scavato la fossa. A Roma e a Mosca ve lo hanno adagiato piú o meno bruscamente dentro...»), arrivava a parlare del bolscevismo russo come del «preludio del fascismo»110. Tutto ciò, sommato alle tesi esposte da Ugo Spirito a Ferrara e a tutta una serie di altre prese di posizione piú o meno nello stesso senso, spiega bene reazioni come quella piú volte ricordata dal Cavallucci col suo drammatico grido d’allarme «il fascismo è sulla via di Mosca? »

303–304

Con la fine della guerra d’Etiopia questi discorsi non solo cessarono completamente, ma l’opposizione al bolscevismo si fece di nuovo nettissima, tornando a costituire uno dei cardini della ideologia e della propaganda fasciste. Le spiegazioni che di ciò si sono date sono state varie. Innanzi tutto la guerra civile spagnola e il carattere antibolscevico che fu dato all’intervento italiano in Spagna e, subordinatamente, il desiderio fascista di mettere in difficoltà e premere sui governi occidentali che appoggiavano i repubblicani spagnoli e sui partiti borghesi che sostenevano il fronte popolare in Francia. Poi l’occasione particolarmente propizia offerta al fascismo dagli avvenimenti interni russi, dai grandi processi e dalle purghe staliniane, per rilanciare il proprio ruolo di salvatore della civiltà occidentale dalla «barbarie asiatica del bolscevismo» e battere in breccia le simpatie per il comunismo risvegliate o suscitate in certi ambienti di antifascisti dormienti e di giovani dalle vicende spagnole e dalle delusioni per la politica di Mussolini. In realtà queste spiegazioni sono solo parzialmente vere, anche se lo stesso Mussolini sembrò talvolta accreditarle – specie la seconda – con una serie di prese di posizione personali111. In particolare, sono vere, ma non valgono che assai parzialmente per il fascismo piú genuino e per Mussolini, per i quali la motivazione di fondo dell’antibolscevismo fu in questo periodo piuttosto un’altra, derivante direttamente dalla idea mussoliniana della «nuova civiltà». Se il fascismo voleva costituire la «terza via», è chiaro infatti che non poteva esservi piú spazio per gli interessi e per le «disponibilità» per il bolscevismo sovietico di qualche anno prima. «Supercapitalismo» privato o monopolistico e «supercapitalismo» di Stato, democrazia borghese e bolscevismo erano, in questa logica, manifestazioni solo apparentemente diverse di quella stessa civiltà che il fascismo voleva superare. Parlando a Milano il 1° novembre 1936, Mussolini era a questo proposito chiaro112:

Nessuna meraviglia – disse – se noi oggi innalziamo la bandiera dell’antibolscevismo. Ma questa è la nostra vecchia bandiera! Ma noi siamo nati sotto questo segno, ma noi abbiamo combattuto contro questo nemico, lo abbiamo vinto, attraverso i nostri sacrifici ed il nostro sangue. Poiché quello che si chiama bolscevismo o comunismo non è oggi, ascoltatemi bene, non è oggi che un supercapitalismo di Stato portato alla sua piú feroce espressione: non è quindi una negazione del sistema, ma una prosecuzione ed una sublimazione di questo sistema.

304

E dietro di lui si allinearono subito tutte le «sinistre» fasciste, dai bottaiani di stretta osservanza ai giovani dei GUF. Come scriveva R. Bilenchi, il bolscevismo era divenuto «non altro che uno dei due estremi politicamente combacianti di una stessa civiltà materialista»113. Compito del fascismo non era quello né di polemizzare con esso ricadendo, «pur dichiarando il contrario, nelle posizioni prese dai varii Stati democratici, liberali, capitalisti, borghesi», né di scimmiottarlo, ma di «essere piú rivoluzionari di Mosca» e di condannarla e vincerla «imponendo nel mondo le prove di una rivoluzione fascista». In questa logica, a R. Bilenchi che scriveva114

noi abbiamo già combattuto il comunismo e lo respingiamo come tecnica; alla violenza distruggitrice immediata del vecchio mondo capitalista noi opponiamo un gradualismo sia nella distruzione che nella riedificazione. Il che s’inquadra nel processo della storia d’Italia del secolo scorso, in cui la questione del proletariato è strettamente legata, da che Mazzini la rilevò per primo, al raggiungimento della integrità e della potenza italiana. Subordinando le rivendicazioni proletarie all’urgenza delle unità si iniziava quel gradualismo che, rifiutando la violenza per la violenza, dava avvio a quella successione di piani ideali che, compiuti colla grande guerra, sboccavano nella necessità ideale e pratica della rivoluzione fascista.

In quanto dottrina noi non solo respingiamo il comunismo perché abbiamo una storia ed una concezione dell’individuo diverse da quelle russe, ma ci prendiamo il grave compito di superare il comunismo aprendo il varco alla umana, vera civiltà del lavoro.

Cosí noi, popolo italiano, assumiamo la responsabilità di avere iniziato una rivoluzione contro il super-capitalismo

facevano eco B. Ricci, che, precisando che il fascismo doveva essere «piú rivoluzionario di Mosca», affermava115:

305

ci sono e ci devono essere vari modi di superare Mosca nella sincerità, intensità, umanità e universalità della rivoluzione. Per esempio:

abolire non la proprietà, che recisa rinasce come la coda delle lucertole, ma il proletariato ossia i senza proprietà; ossia riconoscere la proprietà, e con lei lo sviluppo di tutte le potenze della personalità umana, come attributo inseparabile del produttore;

eliminare non l’iniziativa individuale ma l’accumularsi indefinito della ricchezza privata;

combattere in noi stessi e nel costume civile ogni avanzo di materialismo antistorico e antiquato, vero oppio del popolo e vera religione per signori;

unire progressivamente i popoli nel segno dell’Impero, che è l’unica internazionale possibile e giusta;

non fornicare col capitalismo mondiale, ma saperlo avere contro di sé, e rispondergli con l’adunata del 2 ottobre XIII

e faceva eco persino un bottaiano di stretta osservanza come F. M. Pacces, il quale sottolineava la profonda differenza esistente tra l’antibolscevismo fascista, volto al superamento di ogni tipo di capitalismo attraverso il corporativismo, e quelli capitalista, cattolico e nazista, tinto, questo, solo polemicamente di rosso, «ma in realtà, come sempre, rosso-bianco-nero», e animato non tanto da una vera consapevolezza antibolscevica, quanto dal suo antisemitismo e antirussismo e dal «vecchio mito tedesco» della marcia verso oriente116.

Impostata in questi termini, la polemica antibolscevica costituí in realtà per Mussolini e per molti fascisti l’altra faccia, il completamento ideologico, anche se temporalmente si avviò, per motivi contingenti (quelli appunto in genere addotti per spiegarla), circa un anno prima, di quella antiborghese e se questa (pure per motivi contingenti, soprattutto di politica estera) non si dispiegò in tutta la sua conseguenzialità «teorica» sino a concretizzarsi in una vera e propria presa di posizione statuale contro la democrazia, come avvenne invece con il patto anti-komintern per l’antibolscevismo. Veramente significativo è che su questa impostazione si trovasse d’accordo persino C. Pellizzi nel suo «Borghese» e borghesia che, pure, come si è detto, polemizzava con certi eccessi della polemica antiborghese. Anche per lui polemica antibolscevica e polemica antiborghese correttamente intesa erano una sola cosa.

306–307

Il Fascismo – scriveva 117 – mira alla scomparsa del paria sociale, del proletariato puro. Esso mira anche alla scomparsa del supercapitalismo, ossia del tirannello borghese. Il suo fine dunque non è di ridurre, ma anzi di estendere quanto piú possa, su basi etico-giuridiche, il fenomeno economico-sociale della piccola e media borghesia.

Sia ideologicamente sia politicamente il fatto è tutt’altro che da sottovalutare. Non è certo un caso che quando, alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale, Hitler e Stalin si accordarono, molti sinceri fascisti ne rimasero sgomenti, sentirono il bisogno di ribadire il loro anticomunismo e di negare che si potesse considerare il regime bolscevico un «fascismo rosso» 118 e in qualche caso arrivarono a pensare che il «tradimento» nazista potesse (o dovesse) sciogliere (o liberare) l’Italia dai vincoli contratti con il «patto d’acciaio».

Ugualmente da non sottovalutare è l’incidenza, sia «positiva» sia «negativa», dell’idea della «nuova civiltà» sul problema dell’atteggiamento verso il nazismo e sui rapporti italo-tedeschi. Anche a questo proposito ridurre tutto a motivi di politica estera e/o alla presunta sostanziale identità dei due regimi sarebbe sbagliato. I motivi di politica estera furono certo quelli nettamente prevalenti e in ultima analisi decisivi; alla loro affermazione contribuí però in qualche misura (e, a nostro avviso, da non sottovalutare appunto) anche l’idea della «nuova civiltà» e questa a sua volta ebbe certamente una influenza notevole sul modo con cui – pur nell’ambito dell’Asse prima e del «patto d’acciaio» dopo – si definí l’atteggiamento di larghi settori del fascismo e dello stesso Mussolini nei riguardi del nazismo e dei rapporti presenti e soprattutto futuri, a livello cioè di «nuova civiltà» e di «nuovo ordine», con esso. E ciò anche se, indubbiamente, dopo il giugno ’40 a questo livello e soprattutto a quello concernente il «nuovo ordine» fu messa la sordina a certi discorsi, sfumandoli e circoscrivendoli in genere al campo economico onde evitare contrasti e polemiche troppo esplicite con i tedeschi. Anche a questo proposito non mancano testimonianze significative. Basti pensare a quanto avrebbe scritto nel 1941 nel già piú volte citato Confidenze e convinzioni un fascista moderato e tutt’altro che portato a cavalcare l’utopia come A. De Stefani119:

L’ordine nuovo europeo, di cui si parla però senza la necessaria chiarezza forse per evitare le intempestive compromissioni, non può limitarsi ad essere un nuovo ordine economico né uno statuto nuovo che attui un minimo di unità politica europea. Non può rimanere sul piano del materialismo classista piú o meno generalizzato e dittatoriale... Se il nuovo ordine europeo ha da essere, come si vuole, antiplutocratico ed anticomunista, il problema di una nuova civiltà, nonostante l’ardua impresa di purificare la vita da un clima tutto pervaso di relativismo e di materialismo, non può a meno di presentarsi. Non possiamo pensare che la nostra lotta contro il materialismo e contro i suoi antecedenti e conseguenti dottrinari e di fatto, sia un espediente tattico usato per far accettare ai popoli condotti a lottare contro di esso, una giustificazione antimitica, e cioè mitica essa stessa, con la consapevolezza che il materialismo non può essere vinto né in noi stessi né nell’ordine sociale... Il nuovo ordine europeo sarà un fatto politico d’importanza trascendente e non un semplice spostamento nei rapporti di forza, frutto di un diverso raggruppamento politico, soltanto se contribuirà al risanamento delle gerarchie materialistiche e ad una sostituzione di valori a pseudo-valori.

307–308

Un altro caso che merita di essere visto da vicino è quello dei rapporti con la Germania. L’inizio della svolta nei rapporti italo-tedeschi avvenne nel giugno-luglio ’36, allorché, conclusosi il conflitto etiopico, Mussolini, sotto lo stimolo di Ciano, dovette convincersi che la riconciliazione con l’Inghilterra non sarebbe stata facile e avrebbe avuto bisogno di tempi abbastanza lunghi e pensò che per giungere ad essa fosse opportuno minacciare Londra e soprattutto Parigi con la carta tedesca e, intanto, non rimanere isolato. Sino allora Mussolini aveva lasciato cadere le avances di Hitler. Nel settembre dell’anno prima, quando questi gli aveva fatto sapere tramite il professor Guido Manacorda, che si era recato da lui per presentargli la sua edizione italiana del Faust, che non avrebbe partecipato ad eventuali sanzioni contro l’Italia, il suo commento era stato: «Già, cosí la Germania si farà la sua riserva aurea alle nostre spalle»120. E ancora nel luglio ’36, pur piegandosi ad assumere un diverso atteggiamento verso Berlino, disse a Bastianini che Hitler doveva stare attento ai «mali passi» ed evitare di suscitare una nuova coalizione contro la Germania121. Come da questo atteggiamento iniziale si arrivò all’Asse e al «patto d’acciaio» lo si vedrà nei prossimi capitoli. Ciò che qui ci importa chiarire è che se da parte italiana si giunse all’alleanza sulla base di considerazioni tutte dettate dalle esigenze del gioco diplomatico di Mussolini e di Ciano e nonostante il «duce» e larghi settori del gruppo dirigente fascista avessero molte e sostanziali riserve sulla Germania e sul nazismo, una parte piú o meno consapevole nello spianare la strada all’alleanza l’ebbe anche la suggestione della «nuova civiltà».

Pur avendo rispetto ed ammirazione per il senso della disciplina e le capacità organizzative del suo popolo, Mussolini aveva sempre nutrito verso la Germania una ostilità di fondo, intessuta di sospetto e di timore (per non dire di paura tout-court) cosí radicati e che non avrebbe mai dismessi da spingerlo un giorno a spiegare a C. Pellizzi l’alleanza in questi termini: «i tedeschi sono amici difficili e nemici terribili, ho scelto di averli amici». Verso il nazismo il suo atteggiamento era rimasto sempre molto critico122. Come ha scritto Acerbo123,

308–309

Mussolini da principio aveva avuto scarsa fiducia e poca considerazione del movimento nazista, mettendone in dubbio e sovente anche in ridicolo i postulati ed i metodi, e prendendosi comunque cura di chiarire, in ogni circostanza, che essi non avevano nulla in comune con i principi e la prassi del fascismo se si escludeva il fatto che per una parte ne erano una cattiva copia, quando invece per il resto rappresentavano idee e norme non accettabili dal temperamento degli italiani se non addirittura ad essi ripugnanti. E molti ricorderanno il tono di compatimento, talvolta indulgente tal’altra sarcastico, con cui egli prima del 1935 parlava di Hitler.

Né le cose cambiarono sostanzialmente dopo il ’36, salvo che per un certo tempo – grosso modo sino allo scoppio della seconda guerra mondiale e, forse, in qualche misura sino alla campagna di Grecia – il «duce» si illuse di poter giocare sulla grande e sincera ammirazione politica e personale che Hitler nutriva per lui per tenerlo a freno e imporgli la sua politica. Il diario di Bottai testimonia che verso la fine del ’37 Mussolini ragionava negli stessi termini con i quali si sarebbe espresso nel ’45 col Fossani: «i tedeschi dirigano loro la guerra, lascino dirigere a me la politica»124. Per il resto, nel suo intimo, il «duce» «continuò a nutrire un’inestinguibile avversione» per il regime nazista, via via resa piú lancinante da una «torturante gelosia» per la potenza e i successi di Hitler125. Né la cosa a ben vedere può meravigliare.

309–310

Anche a prescindere dal suo sospetto e dal suo timore per la Germania e le sue mire espansionistiche ed egemoniche, troppi erano gli aspetti del nazionalsocialismo che egli non poteva accettare, per convinzione, per opportunità politica, per la suggestione imitativa che esercitavano in certi settori del fascismo. Per limitarci ai piú importanti, ricordiamo la concezione dello Stato e del partito, il razzismo di stampo biologico con la relativa appendice della superiorità della razza ariana e – soprattutto negli anni in cui l’Asse prese corpo – la concezione della futura economia nazionale ed internazionale.

Ovviamente, un po’ per opportunità politica e un po’ per la sua diffidenza verso tutti, Mussolini si guardava bene – salvo in qualche raro momento di particolare irritazione o di particolare abbandono – dal mettere in piazza queste critiche. Eppure non mancano elementi, sia diretti sia indiretti, per documentarle. Cosí come non mancano elementi che testimoniano che, anche dopo il giugno del ’40, con incosciente faciloneria egli continuò a credere che dopo la vittoria del Tripartito certe concezioni naziste non sarebbero state destinate al successo, si sarebbero dovute rivedere e che, comunque, non avrebbero contagiato, grazie alla sua superiore civiltà, l’Italia126.

Pur tenendo conto di tutto ciò, crediamo tuttavia difficile negare – come già dicevamo – che la suggestione della «nuova civiltà» non abbia anch’essa giocato un suo ruolo attivo nello spianare, consapevolmente o no poco importa, la strada all’alleanza. Se molte e talvolta irriducibili erano le differenze e le incompatibilità tra il fascismo – specie nella concezione di Mussolini – e il nazionalsocialismo, una cosa è importante i due movimenti avevano in comune: l’ostilità ideologica e, ancor prima, psicologica e morale per la «vecchia» civiltà e per il «vecchio» ordine internazionale e per le sue manifestazioni piú caratteristiche, la democrazia borghese e il bolscevismo e con essa il mito di una «nuova civiltà» della quale essi dovevano essere i portatori. Non a caso il 26 marzo 1939, parlando a Roma alla «vecchia guardia» squadrista, Mussolini avrebbe detto127:

310

L’Asse non è soltanto una realizzazione fra due Stati: è un incontro di due rivoluzioni che si annunciano in netta antitesi con tutte le altre concezioni della civiltà contemporanea. Qui è la forza dell’Asse e qui sono le condizioni della sua durata.

Di fronte a questa comunione di nemici e di obiettivi, era facile che il fatto che vi fossero molte e talvolta irriducibili differenze a tutti i livelli (di ideologia, di tattica, di mezzi, di concreta realizzazione della «nuova civiltà») perdesse in qualche misura di peso, diventasse qualche cosa da tenere sí ben presente, ma da non «sopravvalutare», da affrontare e risolvere in un secondo tempo, dopo la sconfitta del «vecchio ordine». E ciò soprattutto per Mussolini, un po’ per la sua fiducia nella propria abilità politica e influenza personale su Hitler e nella superiorità dello «spirito italiano», un po’ per la sua sicurezza nel proprio «senso del limite» e spregiudicatezza politica, un po’ per la sua convinzione che per l’Italia si trattasse di bruciare i tempi e raggiungere certi obiettivi necessari mentre poteva ancora giovarsi del suo «genio» e della sua guida. Il che contribuisce a spiegare, per un verso, perché Mussolini si indusse ad un’alleanza che nel suo intimo temeva e, al fondo, non voleva e, per un altro, perché – nonostante l’Asse e persino il «patto d’acciaio» e tutta la retorica sui due popoli e i due regimi che marciavano «spalla a spalla» in una «granitica unità di spiriti e di intenti» – Mussolini e il fascismo a lui piú vicino, quello piú partecipe appunto del mito della «nuova civiltà», non fecero nulla o ben poco per eliminare le differenze e le incompatibilità tra fascismo e nazionalsocialismo e, anzi, nei limiti del possibile, tennero sempre (esplicitamente o no anche questo poco importa) a rimarcarle e a rivendicare la giustezza delle proprie posizioni politiche ed ideali. E contribuisce anche a spiegare perché le prime concrete forme di collaborazione tra gli apparati dei due regimi si realizzarono in quei campi in cui esisteva un’effettiva concordanza128.

311

A parte l’accenno al diverso corso delle due rivoluzioni contenuto nel discorso pronunciato a Berlino il 28 settembre 1937129 e la vigorosa sottolineatura «ogni nazione avrà il suo fascismo» nel già ricordato articolo Europa e Fascismo del 6 ottobre successivo, Mussolini si astenne dal toccare in pubblico il problema delle differenze tra fascismo e nazionalsocialismo. Né la cosa può meravigliare. È però assai significativa la lettura di alcune opere da lui piú o meno direttamente ispirate o comunque da lui lette e approvate prima della pubblicazione apparse in questi anni e non solo in quelli in cui si preparava l’alleanza, ma anche in quelli successivi al «patto d’acciaio». In esse non solo gli accenni al nazismo sono minimi o addirittura mancano del tutto, per esempio in Processo alla borghesia (curato da E. Sulis e apparso nell’aprile 1940), ma non di rado il discorso che vi è svolto era in serrata anche se non esplicita polemica con esso e prospettava una concezione del fascismo e della «nuova civiltà» che nulla aveva in comune con quella del nazionalsocialismo. Tipico è il caso della già ricordata Rivoluzione ideale di Edgardo Sulis, che l’aveva scritta su esplicita indicazione di Mussolini («ordine» dirà nella lettera con cui a metà dicembre del 1939 gliene manderà la prima copia) dopo un colloquio avuto con lui il 24 marzo dell’anno prima e che Mussolini aveva letta e approvata in precedenza e, quel che piú conta, doveva aver trovato di suo pieno gradimento dato che poco dopo affidò al Sulis il delicato compito di compilare una raccolta di brani tratti dai suoi scritti e discorsi per il volume Mussolini contro il mito di Demos130. In essa, sin dalle prime pagine131, l’autore metteva bene in rilievo che la definizione «Fascismo uguale Stato autoritario e totalitario» doveva essere considerata «parziale»:

Altri popoli – scriveva – si son dati e si daranno uno Stato autoritario e totalitario: ma non pertanto si può parlare di Fascismo anche se le restaurazioni di alcuni stati si chiamano fasciste per distinguerle da quella bolscevica... Bisogna guardare al Fascismo nel suo atteggiamento, nella sua coscienza di fronte alla civiltà attuale... Noi non possiamo difendere l’ordine che non è nostro e non abbiamo ancora instaurato l’ordine della nuova civiltà... Il transitorio potenziamento di alcuni caratteri della civiltà attuale che si verificano nei regimi totalitari in genere, non ha che spartire con la Rivoluzione fascista.

312–313

Passato poi a parlare della «nuova civiltà» fascista, il Sulis dedicava un intero capitolo al problema della «nuova aristocrazia», presentandola come la base di tale civiltà e sottolineando che sarebbe stata un’aristocrazia «della coscienza del fine e assolutamente spirituale» e non «materiale, del sangue»: un discorso che se, per un verso, si riferiva all’aristocrazia tradizionale, alla nobiltà, per un altro si riferiva però anche a quella nazista del sangue132. E infine, un altro capitolo era dedicato al problema della «macchina e lavoro» in cui, come in tutto il libro, non si faceva il minimo cenno al nazionalsocialismo, ma in realtà si polemizzava di continuo con esso.

Né, a ben vedere, Mussolini procedette molto diversamente persino a proposito di quelle differenze e incompatibilità che l’opportunità politica gli impose di sacrificare sull’altare dei sempre piú stretti rapporti con la Germania. Il caso piú tipico è quello della concezione della razza.

Mussolini non era mai stato razzista e neppure antisemita133, anche se ad un certo momento – per «smentire» l’autenticità di quanto Ludwig gli aveva messo in bocca134 e per controbattere coloro che l’accusavano di esserlo diventato per imitazione o addirittura per le pressioni naziste – affermò di esserlo stato sin dagli anni del primo dopoguerra e riesumò a questo scopo alcuni suoi articoli del 1919-22135, che in realtà dimostrano solo che egli aveva condiviso alcuni luoghi comuni sull’ebraismo allora molto diffusi e oscillato tra diverse e contrastanti interpretazioni dell’ebraismo stesso. Tanto è vero che in quello stesso periodo, in occasione del suo primo discorso parlamentare, parlando della situazione palestinese e della politica del governo d’allora verso di essa e avendo criticato la politica filo ebraica attuata dall’Inghilterra in Palestina, aveva tenuto a premettere che nelle sue parole non si doveva vedere «alcun accenno ad un antisemitismo che sarebbe nuovo in quest’aula», ma solo un giudizio politico136. Giunto al potere il razzismo e l’antisemitismo erano stati da lui visti per anni sempre in termini politici e condannati. Tipico è a questo proposito un passo del messaggio personale che il 31 marzo 1933 aveva fatto pervenire ad Hitler nel vano tentativo di indurlo a non insistere nella sua lotta contro gli ebrei:

313–314

Ogni regime ha non solo il diritto ma il dovere di eliminare dai posti di comando gli elementi non completamente fidati, ma per questo non è necessario, anzi può essere dannoso, portare sul terreno della razza – semitismo e arianesimo – quello che è invece semplice misura di difesa e di sviluppo della rivoluzione137.

Come abbiamo già avuto occasione di accennare, questo atteggiamento cominciò a mutare solo in occasione della guerra d’Etiopia, quando Mussolini si convinse che l’«ebraismo internazionale» gli era ostile e si muoveva in una prospettiva decisamente antifascista. Ugualmente, fu dopo il conflitto etiopico – lo si è pure già visto – che, preoccupato dall’idea che nei territori dell’impero si sviluppassero forme di meticciato e indignato dall’assenza di «dignità razziale» dimostrata dai militari e dai civili in Etiopia, pose sul tappeto il problema di dare una «coscienza razziale» agli italiani. Il tutto in una prospettiva che sarebbe stata di là a qualche tempo quella della polemica antiborghese e della «rivoluzione culturale» fascista entro cui si inseriva tale polemica. Alla teorizzazione di un razzismo fascista e ai veri e propri provvedimenti contro gli ebrei italiani o che vivevano in Italia si giunse però solo dopo due anni, attraverso una serie di fasi preparatorie dell’opinione pubblica scandite da tre fatti principali: nell’aprile 1937 la pubblicazione del libro di Paolo Orano Gli ebrei in Italia; il lancio, il 14 luglio 1938, del cosidetto «manifesto della razza», redatto da un gruppo di scienziati sotto l’egida del ministero della Cultura popolare e con il diretto intervento di Mussolini138 e che, al nono paragrafo, intitolato «Gli ebrei non appartengono alla razza italiana», conteneva questa affermazione: «Gli Ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia, perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli italiani»; e, infine, la riunione del Gran Consiglio del 6 ottobre 1938 che stabilí l’introduzione dei provvedimenti stessi139.

314–315

Anche se non si devono dimenticare le responsabilità di certi elementi del gruppo dirigente fascista e dello stesso entourage mussoliniano, non vi è dubbio che la responsabilità della decisione di introdurre l’antisemitismo di Stato in Italia deve essere tutta attribuita a Mussolini. Riassumendo, si può dire che la prima causa della decisione di Mussolini – prima, sia ben chiaro, in ordine di tempo, non certo di importanza – va ricercata in alcune prese di posizione antifasciste ed antitaliane di singoli ebrei e di organizzazioni ebraiche straniere in occasione della guerra di Etiopia e, poi, di quella di Spagna. Nella situazione di isolamento morale in cui l’Italia venne a trovarsi in quegli anni, Mussolini (e qui sarebbe interessante riuscire a stabilire sotto quali influenze) fu portato a generalizzare queste prese di posizione e a credere che l’«internazionale ebraica», alleata dei nemici del fascismo, fosse scesa in guerra contro di lui. Il fallimento dei passi fatti intraprendere ad alcuni ebrei italiani, come si è accennato, durante la crisi etiopica a Ginevra, Parigi e Londra per scongiurare le sanzioni dovette confermarlo in questa convinzione, che gli fu vieppiú confermata – e con ciò arriviamo alla seconda causa – dal fatto che quasi contemporaneamente alcuni industriali e uomini d’affari ebrei italiani, che sino allora erano stati favorevoli o non ostili alla sua politica, cominciarono a nicchiare e a muovere critiche piú o meno velate ad essa e in particolare alle sue conseguenze economiche. Non è certo privo di significato che, parlando con Y. De Begnac nel ’41, gli avrebbe detto: «Mi accorsi dell’ostilità ebraica verso il fascismo allorché, in economia, incominciò a svolgersi la nostra politica di emergenza»140. Né va sottovalutato un episodio, in sé quasi insignificante, ma che agli occhi di Mussolini dovette assumere un valore emblematico, tanto da riferirlo in Gran Consiglio il 6 ottobre ’38 a riprova della necessità dei provvedimenti in discussione141: l’arresto a Firenze nell’aprile di quell’anno di Giacomo Lumbroso per aver diffuso manifestini a firma «un gruppo di combattenti e vecchi fascisti» contro l’Anschluss e l’imminente visita in Italia di Hitler. Che un vecchio squadrista come il Lumbroso potesse arrivare a tanto dovette essere per lui l’ennesima prova di quanto lo «spirito ebraico» fosse dissolvitore di tutti i «valori nazionali». Il peso di questi motivi fu però certo non inferiore di quello rappresentato dal prendere corpo in lui (anche sotto il loro stimolo) della convinzione – lo si è visto – che lo spirito della «razza» giudeo-cristiana (di cui gli ebrei avrebbero costituito la quintessenza, per la loro maggiore coesione e purezza razziale e per i loro legami sovranazionali) rappresentasse l’anticorpo «spirituale» che si opponeva al pieno dispiegamento tra gli italiani dei positivi valori greco-romani e che teneva viva la «mentalità» borghese. Ciò non toglie che il fatto decisivo, quello che dovette far sí che tutte queste cause tendenziali facessero corpo e inducessero Mussolini ad imboccare la via dell’antisemismo di Stato, fu un altro. Fu il nuovo corso preso dai rapporti italo-tedeschi.

315–316

Arrivati al punto a cui questi rapporti erano arrivati nel 1938 la scelta antisemita era praticamente ormai obbligata. Per motivi pratici, dato che i rapporti sempre piú numerosi e a tutti i livelli tra Italia e Germania rendevano ogni giorno piú inaccettabile l’assurdo, imbarazzante e sgradevole fatto che allo stesso tavolo potessero sedere come rappresentanti dei due paesi tedeschi convinti antisemiti e persecutori di ebrei e italiani di religione ebraica. Per motivi politici, dato che la difformità in materia di politica ebraica che caratterizzava i due regimi costituiva un cosí stridente elemento di contrasto da togliere all’Asse gran parte di quella credibilità che, invece, Mussolini voleva che essa avesse sia all’estero sia all’interno. Né è affatto da escludere che essa servisse in quel particolare momento a Mussolini per dare ad Hitler un «pegno» – ai suoi occhi non troppo impegnativo, ma per il Führer di grande significato – mentre rifiutava ancora di stringere con lui quella formale alleanza che i tedeschi gli chiedevano con tanta insistenza e che lui ancora recalcitrava a sottoscrivere142. Ciò che invece si deve assai probabilmente escludere è che i tedeschi abbiano influito sulla decisione di Mussolini con una esplicita richiesta. Nel 1938 il «duce» non avrebbe tollerato un intervento diretto di Hitler di questo tipo, né questo l’avrebbe tentato. Né, del resto, alcun documento o alcuna testimonianza ha sino ad oggi minimamente fatto sospettare un simile intervento diretto e, anzi, vi è una precisa annotazione in contrario di Ciano: alla data del 3 dicembre ’37 (quando cioè la preparazione del terreno per i provvedimenti era già iniziata) egli scriveva nel suo diario: «Gli ebrei mi caricano di anonime ingiuriose accusandomi di aver promesso a Hitler la loro persecuzione. Falso. Mai i tedeschi ci hanno parlato di questo argomento»143.

316–317

Per obbligata che fosse, Mussolini voleva però che la scelta antisemita non si riducesse ad una piú o meno pedissequa recezione della concezione razzista nazista e della relativa legislazione. Ad una soluzione del genere ostavano molte ragioni, di prestigio, di politica interna, di immagine nel mondo, ecc. Tutte vere e valide, ma che non possono farne dimenticare un’altra, che – a nostro avviso – valeva e, in definitiva, compensava tutte: quella di marcare, nonostante tutto, la differenza tra fascismo e nazismo, salvaguardare l’autonomia ideologica del primo dal secondo e inserirsi nella sua visione «spiritualista» della «nuova civiltà».

Andando alla ricerca di questa «coerenza», Mussolini sarebbe arrivato nell’estate del 1941 a trovare che la posizione piú corrispondente alla sua concezione e ai suoi fini politici era quella esposta da Julius Evola nel suo Sintesi di dottrina della razza, uscito qualche mese prima e da lui letto «fra il 25 e il 29 agosto XIX in Germania»144. L’Evola era uno strano tipo di intellettuale e di fascista, quasi sconosciuto allora ai piú, che aveva cominciato la sua attività pubblicistica su «Lo Stato democratico» della Democrazia sociale di Colonna di Cesarò, aveva poi collaborato a «Critica fascista», suscitando con i suoi articoli vivaci reazioni da parte dell’«Osservatore romano» e della stampa cattolica e fascista moderata per aver sostenuto la tesi di un fascismo rivoluzionario e sollevato in questo contesto il problema della incompatibilità fra fascismo e cristianesimo145, ed era infine approdato – grazie ai buoni uffici di G. Preziosi – a «Il regi me fascista» di Farinacci, sul quale aveva curato dal 1934 una pagina culturale periodica intitolata Diorama filosofico146. L’opera forse piú significativa di Evola era stata sino allora Rivolta contro il mondo moderno del 1934; se Evola cominciava ad essere allora un po’ noto era però soprattutto per Il mito del sangue, apparso nel 1937, nel quale tuttavia si era limitato ad esporre le principali teorie razziste dal romanticismo al nazismo. Solo quattro anni dopo egli espose la sua dottrina personale, appunto nella Sintesi di dottrina della razza, contrapponendo alla concezione esclusivamente biologica e antropologica del razzismo quella della «razza interiore», della «razza dello spirito», valorizzando in questa prospettiva la razza «ario-romana» come una «razza centrale e guida» e arrivando a parlare di una razza «– nuova ed antica ad un tempo – che ben si potrebbe chiamare razza dell’uomo fascista o razza dell’uomo di Mussolini».

317–318

Mussolini (che già conosceva alcune tesi di Evola da lui esposte dal 1935 in poi e che aveva voluto anche in qualche caso esprimere il suo consenso alle riviste e ai quotidiani che le avevano ospitate), letta la Sintesi di dottrina della razza, volle conoscerne l’autore. Ecco come Evola ha raccontato l’incontro nelle sue memorie147:

Avendo letto il libro, egli mi fece chiamare e lo elogiò perfino al disopra del suo reale valore, dicendomi che proprio di una dottrina del genere egli aveva bisogno. Essa gli dava il modo di considerare problemi analoghi a quelli affrontati dalla Germania, e quindi di «allinearsi», mantenendo però un atteggiamento indipendente, facendo valere quell’orientamento spirituale, quel primato dello spirito, che esulava da gran parte del razzismo tedesco. In particolare, la teoria della razza ario-romana e il corrispondente mito potevano integrare l’idea romana proposta, in genere, dal fascismo, nonché dare una base all’intenzione di Mussolini di rettificare e innalzare, col suo Stato, il tipo medio dell’Italiano e di enucleare da esso un uomo nuovo.

Già al momento dell’avvio della politica antisemita, nell’estate del 1938, Mussolini aveva però cercato di distinguersi dai nazisti sia con la «moderazione» dei provvedimenti adottati contro gli ebrei148, sia soprattutto sforzandosi di prendere il piú possibile le distanze da essi col dare al razzismo fascista un carattere non biologico ma «spirituale». Indicativo è a questo proposito il compiacimento con cui accolse il primo editoriale che «Critica fascista» dedicò alla nuova Politica fascista della razza149. In esso150 – contrariamente ad altri commenti di quei giorni – il discorso era infatti tutto tenuto sul piano della «unità morale» e della «educazione nazionale» perseguite dal fascismo, si lodava il fatto che il «manifesto della razza» non si fosse avventurato sul terreno filosofico e religioso e ci si sforzava di farne una lettura diversa da quella che invece ne facevano, per insensibilità morale o politica, per conformismo, per zelo filotedesco, i piú, sostenendo che

318–319

la dichiarata mancanza d’intenzioni filosofiche o religiose – mentre segna chiaramente e impegnativamente le direttrici, i limiti, il realistico equilibrio della concezione razzistica italiana, in armonia ai motivi essenziali della romanità cesarea e cristiana – non deve peraltro indurre ad un’interpretazione o, peggio, ad una elaborazione grettamente materialistica della dichiarazione. I fondamenti, infatti, del razzismo italiano sono e devono essere eminentemente spirituali, anche se esso parte, opportunamente, da «dati» puramente biologici.

Giunti a questo punto, il nostro discorso potrebbe ormai volgere alla conclusione. Qualche considerazione è tuttavia ancora necessaria. È evidente che, oltre a molta confusione culturale e a molta presunzione, al fondo di questa posizione ideologico-politica di Mussolini vi fossero molto velleitarismo e soprattutto molto vivere – oltre che nel mito – alla giornata e, via via che le difficoltà e le contraddizioni della sua politica venivano a galla, una crescente sensazione di trovarsi a dover fare i conti con una realtà politica molto piú complessa e molto piú difficile da padroneggiare di tutte quelle affrontate in precedenza151. Ciò che ci importa rilevare è però la contraddizione per eccellenza che in essa si annidava. Ammesso per assurdo che la «nuova civiltà» fosse alle porte, poteva veramente Mussolini credere di poter portare l’Italia al suo «appuntamento con la Storia»? E di potercela portare lui, in un lasso di tempo cioè relativamente breve? L’interrogativo è sostanziale. Anche se hanno fallito, anche se sono stati dei «grandi distruttori puri», ad alcuni uomini è difficile negare la qualifica di grande. Recentemente il problema è stato discusso, sulla scia di Fest, da Haffner e da altri studiosi persino in relazione ad Hitler. Il posto occupato da Mussolini nella storia contemporanea europea in un momento che si è rivelato decisivo per il mondo intero, e non solo relativamente alle questioni morali e politiche allora sul tappeto, autorizza a porre il problema anche per lui. Autorizza, anche chi rifiuta la concezione che lo muoveva e gli obiettivi che si poneva, a chiedersi se egli credeva veramente in essi e nella possibilità di realizzarli o se fu solo un avventuriero che – preso nella tagliola di lui stesso attivata – cercò di tirare a campare ricorrendo a tutti gli espedienti e sforzandosi di nascondere a sé e agli altri la propria impotenza dietro un polverone di parole in cui neppure lui credeva. Se il primo interrogativo è sostanziale, il secondo che da esso discende è, come si vede, decisivo per un compiuto giudizio storico, non solo e, al limite, non tanto sull’uomo politico, ma sull’uomo tout-court.

319–320

Per cercare di dargli risposta è opportuno porsi alcuni quesiti. Innanzi tutto quello di cosa Mussolini pensava di dover fare per portare l’Italia al suo «appuntamento con la Storia». Anche se ci rendiamo bene conto che si trattava di questioni tra loro correlate e interdipendenti, per comodità espositiva e dato che dei vari aspetti della questione abbiamo ampiamente già parlato nei precedenti capitoli o parleremo nei prossimi e all’inizio dell’ultimo volume di questa nostra biografia, in questa sede divideremo la questione stessa in due aspetti complessivi, quello piú propriamente di politica interna e quello piú propriamente di politica estera.

All’interno, ciò che Mussolini considerava essenziale doveva essere: 1) educare fascisticamente gli italiani e soprattutto i giovani, in modo da sottrarli alle suggestioni dello «spirito borghese», e farne un popolo «pronto alla prova»; 2) realizzare una compiuta economia autarchica tale da mettere il paese in grado di essere il piú possibile autosufficiente; 3) dotare l’Italia di una forza militare anch’essa adeguata alla «prova»152. Per fare tutto ciò (lasciamo ovviamente stare la questione se fosse possibile o no) di quanto tempo Mussolini pensava di poter disporre? Dirlo con precisione è impossibile. Ciò che si può dire è che ad una «prova» impegnativa egli non pensava certo prima del 1943-44. Nel 1942 infatti a Roma si sarebbe dovuta tenere l’Esposizione universale, l’«olimpiade delle civiltà» come egli la chiamava153, che per lui doveva avere un duplice scopo: di prestigio, glorificare, con la sua grandiosità («la parte italiana dell’Esposizione 42 è destinata a rimanere nei secoli, con edifici che avranno le proporzioni di San Pietro e del Colosseo... il tutto sarà dominato da un gigantesco arco romano») e la sua perfetta organizzazione, il ventesimo anniversario del suo potere, ed economico, procurare all’economia italiana un massiccio apporto straordinario di valute pregiate che servisse a reintegrare le riserve depauperate dalle guerre in Etiopia e in Spagna e dalla politica autarchica e a far fronte alle ultime spese per essa e per la preparazione bellica. Il che, tutto sommato, fa pensare che anche il 1943 non fosse in realtà che un termine post quem. E nel 1943 Mussolini avrebbe avuto sessant’anni, una età a cui realisticamente poteva pensare di poter arrivare in condizioni fisiche e intellettuali ancora tali da permettergli di affrontare la sua grande prova.

320

Ma in cosa consisteva questa «prova»? A cosa mirava Mussolini? Molto si è favoleggiato su ciò, basandosi essenzialmente sull’espressione mussoliniana «marcia all’Oceano» riferita da Ciano nel suo diario154 e dandole un valore assai estensivo. La relazione tenuta da Mussolini in Gran Consiglio nella notte tra il 4 e il 5 febbraio 1939 e per la quale, come per quella che vi aveva tenuto il 30 novembre 1938, impegnò tutti i presenti al piú assoluto riserbo, è l’unico documento al quale si può fare riferimento. Ad essa è strettamente collegata quella del 30 novembre, per la quale però non abbiamo che i sunti che ne fecero nei loro diari Ciano, Bottai e De Bono. Secondo il resoconto di Ciano155, Mussolini avrebbe «piú o meno detto»:

Vi comunico le mete prossime del dinamismo fascista. Come è stata vendicata Adua, vendicheremo Valona. L’Albania diventerà italiana. Non posso né voglio ancora dirvi quando e come. Ma lo sarà. Poi, per necessità della nostra sicurezza in questo Mediterraneo che ancora ci costringe, abbiamo bisogno della Tunisia e della Corsica. Il confine deve andare al Varo. Non punto sulla Savoia perché è fuori della cerchia alpina. Tengo invece presente il Ticino, perché la Svizzera ha perduto la sua forza di coesione ed è destinata un giorno a venir dislocata, come lo saranno molti piccoli Paesi. Tutto ciò è un programma. Non posso fissare termini di tempo. Segno soltanto le direttrici di marcia.

Quelli di De Bono e soprattutto di Bottai156, contengono in piú qualche particolare indiretto, assai interessante, sui rapporti con la Germania e aggiungono alle rivendicazioni italiane Gibuti. Scriveva Bottai:

321–325

Voglio dirvi quali sono le linee direttive del dinamismo fascista degli anni a venire. Non ci prefiggiamo delle date. Lo sviluppo della nostra azione sarà piú o meno rapido nel tempo, a seconda delle circostanze. Abbiamo vendicato Adua, con la conquista dell’Etiopia. Vendicheremo Valona, con l’annessione dell’Albania. L’Albania ci è necessaria per gravitare sulla regione balcanica. Contrapporremo alla linea di penetrazione tedesca, lungo il Danubio, la linea Durazzo Istambul. Vengo al Mediterraneo. La nostra posizione in questo mare chiuso è pessima. Bisogna migliorarla. Ci è necessaria la Tunisia; e la Corsica. Poi, c’è un’altra questione con la Francia: Gibuti. Infine, terremo di mira la Svizzera. La Svizzera sta crollando. I giovani Svizzeri non sentono la Svizzera. Noi porteremo il nostro confine al Gottardo.

La relazione del 4-5 febbraio non è sostanzialmente che l’argomentazione e lo sviluppo di quanto già detto da Mussolini il 30 novembre. Data la sua importanza e dato che ad essa dovremo fare riferimento nei prossimi capitoli, è opportuno riprodurla integralmente nel testo scritto, contrariamente alla sua abitudine, da Mussolini e da lui non solo letto in Gran Consiglio, perché – come si legge nelle prime righe – rimanesse agli atti del supremo organo del fascismo ad indicare gli obiettivi futuri della politica estera fascista, ma inviato anche al re157. Eccola158:

Questa relazione è scritta perché deve rimanere agli atti del Gran Consiglio quale documento orientatore della politica estera italiana a breve, a lunga, a lunghissima scadenza. La premessa della quale parlo è la seguente: gli Stati sono piú o meno indipendenti a seconda della loro posizione marittima. E cioè sono indipendenti quegli Stati che posseggono coste oceaniche o hanno libero accesso agli oceani; sono semi-indipendenti gli Stati che non comunicano liberamente cogli oceani e sono chiusi in mari interni; non sono indipendenti gli Stati assolutamente continentali che non hanno sbocchi né sugli oceani, né sui mari.

L’Italia appartiene alla seconda categoria di Stati. L’Italia è bagnata da un mare interno, che comunica cogli oceani attraverso il Canale di Suez, comunicazione artificiale che si può facilmente ostruire anche con mezzi di fortuna e attraverso lo stretto Gibilterra, dominato dai cannoni della Gran Bretagna.

L’Italia non ha quindi una libera comunicazione cogli oceani; l’Italia è quindi realmente prigioniera nel Mediterraneo e piú l’Italia diventerà popolosa e potente e piú soffrirà della sua prigionia.

Le sbarre di questa prigione sono la Corsica, la Tunisia, Malta, Cipro: le sentinelle di questa prigione sono Gibilterra e Suez. La Corsica è una pistola puntata sul cuore dell’Italia; la Tunisia sulla Sicilia, mentre Malta e Cipro costituiscono una minaccia a tutte le nostre posizioni del Mediterraneo centrale ed occidentale. Grecia, Turchia, Egitto, sono Stati pronti a far catena colla Gran Bretagna e a perfezionare l’accerchiamento politico-militare dell’Italia. Grecia, Turchia, Egitto devono essere considerati Stati virtualmente nemici dell’Italia e della sua espansione.

Da questa situazione, la cui rigorosa obiettività geografica salta agli occhi e che tormentò anche prima del nostro regime gli uomini che vedevano oltre la contingenza politica immediata, si traggono le deduzioni seguenti:

1ª. Compito della politica italiana che non può avere e non ha obiettivi continentali d’ordine territoriale europeo, salvo l’Albania, è quello di rompere in primo luogo le sbarre della prigione.

2ª. Rotte le sbarre, la politica italiana non può avere che una parola d’ordine: marciare all’oceano.

Quale oceano? L’Oceano Indiano, saldando attraverso il Sudan, la Libia coll’Etiopia, o l’Atlantico attraverso l’Africa Settentrionale francese.

Tanto nella prima, come nella seconda ipotesi, ci troviamo di fronte alla opposizione franco-inglese. Affrontare la soluzione di tale problema, senza avere le spalle assicurate nel continente è assurdo. La politica dell’Asse Roma-Berlino risponde quindi ad una necessità storica di ordine fondamentale. Cosí il nostro atteggiamento nella guerra civile spagnola.

Queste premesse sembrano lontane, ma mi portano diritto alla giornata del 30 novembre XVII, alla manifestazione della Camera fascista. Dopo Monaco la propaganda dei nostri avversari esterni ed anche interni fu condotta su queste linee: 1ª che il vero artefice della pace fu Chamberlain; 2ª che l’Italia finse di mobilitare, data l’opposizione del popolo e della Corona, ma effettivamente non mobilitò; 3ª che l’Asse aveva funzionato ancora una volta e funzionava esclusivamente a favore della Germania. Quest’ultimo punto fu il piú insinuato e diffuso in Francia e di riflesso in Italia.

Le tre proposizioni suesposte sono false e falsa è soprattutto l’ultima. Nel «Figaro» del 13 gennaio 1939, lo scrittore Lucien Romier, uno fra i migliori, mette le cose a posto: «Tutti dicono, egli scrive, che la Germania è politicamente debitrice dell’Italia. Facciamo un po’ i conti. La Germania ha annesso l’Austria e smantellato la Cecoslovacchia. Essa fu aiutata dall’astensione italiana nell’Europa centrale e dallo sbarramento di protezione che le veniva assicurato dall’Italia al sud dei paesi danubiani, sulle Alpi, l’Adriatico e il Mediterraneo. Ma d’altra parte l’Italia poté resistere alle sanzioni e conquistare rapidamente l’Etiopia, grazie alla Germania. Se la Germania, come le era stato domandato dall’Inghilterra, avesse applicato le sanzioni, il risultato dell’impresa italiana sarebbe stato piú che dubbio. Ugualmente grazie alla pressione dell’Asse, cioè della Germania, l’Italia ottenne che la sua conquista fosse riconosciuta e fosse sostituita nei suoi confronti una politica Chamberlain a una politica Eden».

Tuttavia poiché una politica deve tener conto degli stati d’animo anche se non giustificati dalla logica dei fatti, ma soprattutto per le ragioni vitali che ho esposto nella prima parte della mia relazione, io diedi ordine al Partito di cominciare a muovere le acque mediterranee, a rendere popolari questioni che sembravano accantonate ma non lo erano state da parte del Governo come vi sarà dimostrato dal Ministro degli Esteri, nella relazione che vi farà sull’attività svolta in Corsica e in Tunisia dai nostri organi ufficiali e dalle nostre cellule.

Questa propaganda doveva essere fatta, in un primo tempo, col sistema da bocca a bocca, da circolo a circolo e non doveva – sino a nuovo ordine – esplodere in pubbliche manifestazioni.

La seduta del 30 novembre.

Un regime autoritario e totalitario, cioè senza partiti di opposizione, deve avere il coraggio dell’autocritica. Dopo l’inattesa manifestazione del 30 novembre – manifestazione che era nell’aria, ma avrebbe potuto avere svolgimento diverso, qualora fosse stata preordinata – bisogna tracciare il bilancio dell’attivo e del passivo. Al nostro passivo stanno le seguenti voci: 1ª) La manifestazione della Camera tolse rilievo, anzi fece passare in secondo ordine, tutta l’opera svolta dall’Italia prima e durante Monaco; 2ª) La manifestazione ha dato l’allarme; cosa che bisognava evitare, allarme politico e allarme militare, con conseguenti misure in Corsica, in Tunisia e a Gibuti; 3ª) Le rivendicazioni non furono tutte intonate. Ora bisogna che la politica estera fascista, stabilisca questo assioma: tutto ciò che è al di qua delle Alpi ci appartiene; tutto ciò che è al di là non è nostro. Questo dicasi per la Savoia. Quanto al nizzardo trattasi di una modesta rettifica di confine e di una città oramai completamente francesizzata; 4ª) Proprio nel giorno in cui – attraverso lo sciopero generale – la crisi della politica francese sembrava attingere il suo acme, la manifestazione dei deputati fascisti dava immediatamente una svolta alla situazione e ristabiliva una nuova «unione sacra» contro l’Italia. Non bisogna tuttavia credere a una durata eterna di questa «unione sacra» in un paese come la Francia. Tanto è vero che nel Petit Bleu del 19 gennaio si leggeva quanto segue a proposito della incoerenza e della confusione parlamentare «Tutti erano uniti ieri per opporsi alle rivendicazioni italiane; oggi ricominciano gli insulti e le divisioni a proposito della Spagna». Ma resta l’unione contro l’Italia; 5ª) La manifestazione fatta alla vigilia del viaggio di Ribbentrop, poté dare l’impressione che fosse un moto di dispetto per l’accordo franco-tedesco che io avevo approvato sin dall’ottobre e che fu definito da chi lo trattò «una grande limonata»; 6ª) La manifestazione pose in pericolo il viaggio a Roma di Chamberlain, viaggio desiderabile per ragioni troppo evidenti; 7ª) La manifestazione ha provocato il viaggio di Daladier in Corsica e in Tunisia nonché una esaltazione del neo-imperialismo francese; 8ª) Si dava al mondo l’impressione che la conquista dell’Impero ci aveva delusi.

All’attivo stanno le voci seguenti: 1ª) Impostazione del nostro problema mediterraneo innanzi al mondo, anche se in massima parte ci è ostile. Significativo a tale proposito l’articolo di Duff Cooper; 2ª) Fine della francofilia a base di sorelle latine, grazie anche ai sanguinosi insulti che la stampa francese ha rivolto alle nostre forze armate; 3ª) Crescente popolarità dell’Asse dato il contegno di piena solidarietà della stampa di Berlino e grazie alle dichiarazioni del Führer.

Il 17 dicembre.

La manifestazione della Camera non impegnava il Governo, ma il Governo fascista non poteva ignorarla. In data 17 dicembre il Ministro degli Esteri mandava una lettera dell’Amb[asciatore] di Francia, nella quale dichiarava «non entrate in vigore» le convenzioni Mussolini-Laval del gennaio 1935.

La nostra tesi è dal punto di vista strettamente giuridico, inoppugnabile. Nessuna delle clausole di quegli accordi è stata applicata: essi sono decaduti. Colla nota del 17 dicembre il Governo fascista faceva il «punto» diplomatico della situazione, ma nello stesso tempo riconosceva i limiti delle nostre aspirazioni, aspirazioni non metropolitane, ma coloniali e cioè Tunisia, Gibuti, Suez. La Francia ha risposto praticamente con un «fin de non recevoir» sostenendo cioè la tesi opposta alla nostra. Da allora nessun contatto si è piú avuto, né si avrà prima della fine della guerra di Spagna, come è stato dichiarato nella maniera piú formale a Chamberlain.

Che cosa vogliamo?

Quantunque la Corsica non possa – in base alla nota del 17 dicembre – fornire materia di negoziati – quantunque la Corsica, bisogna riconoscerlo, sia oramai profondamente infranciosata – noi non possiamo rinunciarvi, perché la Corsica – oltre ad essere geograficamente, storicamente, etnicamente, linguisticamente italiana – rappresenta per noi un interesse strategico vitale. Il modus procedendi non può essere che il seguente; 1°. tempo: ravvivare le tendenze autonomistiche dei Corsi; 2°. tendere all’indipendenza della Corsica; 3°. annessione all’Italia.

Tunisia.

Rivendicazioni di carattere territoriale nei confronti della Tunisia, non potrebbero essere avanzate che in pieno accordo col mondo arabo. 1°) tempo: quindi, statuto degli italiani di Tunisi; 2°) tempo: sostituire l’Italia alla Francia nel protettorato del Bey.

Gibuti.

Per quanto concerne Gibuti vi sono maggiori possibilità di negoziati, anche per il fatto che la Gran Bretagna non avrebbe a temere alterazioni nello statu-quo del Mediterraneo. Qui si possono ottenere oltre che agevolazioni ferroviarie e portuali, cessioni di carattere territoriale, ma si tratta di vedere, se la eventuale contropartita da dare alla Francia non sarebbe eccessiva.

Sviluppi prevedibili.

L’Italia può scegliere una o l’altra delle seguenti strade:

  • a) non dare ulteriore corso alla faccenda e attendere tempi migliori; rimettendo il tutto a una sistemazione generale di eventi che non tarderà. Insabbiare, in altri termini, la questione. Ma dopo tanto clamore una soluzione del genere sarebbe considerata una brutta ritirata strategica, un «macchina indietro», equivalente a una sconfitta diplomatica. Fascisti e non fascisti potrebbero concludere che è bastato che la Francia ritrovasse un po’ di «mordente» per soffocare «nel germe» le naturali aspirazioni del popolo italiano.
  • b) negoziare, prendendo quale punto di partenza la nota italiana del 17 dicembre e cioè – statuto degli italiani di Tunisi, interessi italiani di carattere ferroviario e portuale in Somalia, tariffe del Canale di Suez, qualche rettifica di frontiera. Un accordo di questo genere non sarebbe l’ideale, ma presentato convenientemente al popolo italiano, finirebbe per incontrarne l’approvazione, anche per il fatto che allontanerebbe possibili complicazioni.
  • c) presentare al momento opportuno il nostro programma massimo alla Francia. Qui i casi sono soltanto due. La Francia accetta di discutere e allora si resta sul terreno diplomatico o la Francia respinge ogni proposta e allora non rimarrebbe che il ricorso alle armi.

Caratteri di una guerra franco-italiana.

Che a una prova di forza si debba giungere un giorno fra noi e la Francia, non v’ha dubbio, anche per il fatto che la Francia rispetta soltanto i popoli dai quali è stata battuta. Si tratta di sapere se il momento è propizio. Esaminiamo i caratteri che una guerra italo-francese potrebbe assumere. Dal punto di vista terrestre sulle Alpi, nessuna possibilità di decisione. Difficile per noi passare, altrettanto difficile per i francesi. In Libia i nostri apprestamenti difensivi e i loro non autorizzano a sperare una decisione su quel fronte. Unico fronte terrestre, ove le forze francesi potrebbero essere travolte, è il somalo, quantunque, oggi, la cosa sia già meno facile di prima. La guerra franco-italiana assumerebbe quindi un carattere aereo-marittimo. Qui possiamo considerarci se non superiori, almeno uguali in forze. Una guerra del genere può durare molto a lungo a meno che non intervengano altri fattori ad accelerarla o a meno che non assuma carattere europeo e mondiale.

Possiamo noi contare sulla solidarietà germanica? Dopo il discorso del Führer, non è piú possibile dubitarne.

Siamo noi oggi, febbraio del 1939, nelle condizioni «ideali» per fare una guerra? Nessuno Stato è mai nelle «condizioni» ideali per fare una guerra, quando si voglia con ciò intendere una sicurezza matematica di vittoria. Ogni guerra – anche la meglio preparata – ha le sue incognite. Ma non v’è dubbio che la nostra preparazione sarà migliore fra qualche anno e precisamente:

  • a) quando avremo rinnovato tutte le nostre artiglierie (1941-42);
  • b) quando avremo in squadra le 8 navi da battaglia e un numero forse doppio di sommergibili (1941-42);
  • c) quando l’impero sarà del tutto pacificato, potrà bastare a se stesso e darci l’armata nera;
  • d) quando avremo realizzato almeno il 50% dei nostri piani autarchici;
  • e) a esposizione del ’42 chiusa, esposizione che deve rinforzare le nostre riserve;
  • f) quando avremo fatto rimpatriare il maggior numero possibile di italiani dalla Francia. Questi 600-700 mila italiani residenti in Francia costituiscono un veramente grave problema.

Allo stato degli atti, la diplomazia fascista lavorerà per ottenere la soluzione migliore di cui al numero due e nel contempo le forze armate affretteranno la loro preparazione onde essere pronte a fronteggiare qualsiasi evento.

325–326

Come si vede, la vera e propria «marcia all’Oceano», non era per Mussolini un obiettivo sui tempi brevi. Doveva rientrare in quelli sui tempi lunghi e, piú probabilmente, lunghissimi. Sui brevi, a parte l’Albania, per la quale sarebbe meglio parlare di tempi brevissimi, Mussolini pensava solo di «rompere le sbarre» della «prigione» mediterranea. E nemmeno tutte, solo quelle in mano alla Francia, la Corsica e la Tunisia. Quelle in mano inglese, Malta e Cipro, restavano infatti fuori dai suoi piani a breve termine. Sicché si può avanzare l’ipotesi di una periodizzazione della «marcia all’Oceano» in tre fasi: prima (sui tempi brevi e, comunque, non prima della chiusura dell’E 42): Corsica e Tunisia; seconda (sui tempi lunghi): Malta e Cipro; terza (sui tempi lunghissimi): Suez o Gibilterra. Tutto ciò, tradotto in termini politici operativi, voleva dire che Mussolini, pur essendosi assicurato con l’Asse la copertura delle spalle sul continente, cioè sulle Alpi, non intendeva, per il momento almeno, scendere in conflitto con l’Inghilterra. Il suo nemico era, sempre per il momento, la Francia, ai danni della quale si doveva realizzare la prima fase, possibilmente senza ricorso alle armi e cioè giocando sulla minaccia tedesca e sulla convinzione che – di fronte alla nuova situazione creata dall’Asse – l’Inghilterra o sarebbe arrivata ad un accordo mediterraneo con l’Italia per staccarla dalla Germania o si sarebbe mantenuta estranea ad un eventuale conflitto italo-francese. Assai sintomatico è a questo proposito che, nel quadro di questa strategia, Mussolini, nell’aprile-maggio ’38, pensasse di proporre ai tedeschi, per «dare un contenuto all’Asse» e non fargli perdere significato dopo gli accordi con l’Inghilterra, solo un «patto di reciproco rispetto» e si preoccupasse al contempo di «rendere ermetiche le frontiere con la Germania» (con la costruzione del «vallo del Littorio» al Brennero) e «semi ermetiche quelle con la Iugoslavia», perché, come riferisce Ciano, credeva possibile «un’alleanza slavo-tedesca sulla base dei due irredentismi»159. Come Ciano avrebbe scritto a fine ottobre ’38, si trattava insomma di «tenere le due porte aperte» tra Germania e Inghilterra e di non chiuderne, «forse per sempre, una e non la meno importante» con una vera e propria alleanza con la Germania160. Né, a ben vedere, molto diverso è il senso della posizione che Mussolini illustrò la sera del 21 marzo 1939 al Gran Consiglio subito dopo che Hitler, violando gli accordi di Monaco, aveva occupato la Boemia e la Moravia161. È vero che, nonostante quanto avvenuto, egli sostenne intransigentemente che non si dovessero «mollare» i tedeschi, ma lo fece inquadrando il problema nel contesto generale della questione tedesca da Versailles in poi, onde ribadire la sua accusa alla Francia di avere, lasciando cadere a suo tempo il «patto a quattro»162, «demolito questo mezzo di convogliamento della Germania» e, ciò che piú importa, concludendo che con l’accordo con la Germania

326

noi siamo gli arbitri della situazione in Europa. Se noi non vorremo, la Germania non sarà accerchiata. Questo è il nostro pegno. In questa situazione, la Francia non farà la guerra. Noi dobbiamo seguire la politica dell’asse da popolo serio. Niente giri di valzer.

327–329

Nonostante l’attacco ai «giri di valzer», una simile impostazione del problema difficilmente può essere intesa come un accantonamento della politica delle «due porte aperte».

Che dire di questo programma? A prima vista si potrebbe ricollegarlo alla vecchia, tradizionale impostazione grandiana e mussoliniana della politica estera italiana in chiave di «peso determinante». Di essa ha infatti il realismo generale, di fondo. Ma, a ben vedere, gli manca quello, per cosí dire, particolare. Anche a prescindere per un momento dalla convinzione che l’Inghilterra non avrebbe sostenuto la Francia, la sua ottica trascurava infatti di considerare quale sarebbe stato l’atteggiamento dell’Urss e degli Stati Uniti. Del fattore sovietico (su cui Grandi avrebbe, come vedremo, invano richiamato l’attenzione di Mussolini ancora nell’aprile del ’40 sottolineandone la decisiva importanza), non vi era traccia alcuna. A quello americano Mussolini fece un breve accenno in Gran Consiglio il 21 marzo ’39 per liberarsi però subito del problema:

Fronte unico delle democrazie? Non se ne farà nulla. Gli Stati Uniti daranno cannoni a contanti.

Per un realista come Mussolini, pensare ad una pura e semplice sottovalutazione di due elementi cosí importanti del quadro internazionale è difficile. La spiegazione piú probabile è un’altra, che, oltre tutto, contribuisce a spiegare anche la convinzione del «duce» che l’Inghilterra o non avrebbe sostenuto la Francia o, addirittura, si sarebbe accordata con l’Italia: l’innestarsi sul suo realismo di sempre della suggestione, del condizionamento del mito della «crisi di civiltà» che stava corrodendo dall’interno le società non fasciste.

Il caso dell’Urss era il piú evidente. I grandi processi staliniani contro la «vecchia guardia» bolscevica, le purghe, erano lí a dimostrare che lo stato sovietico era in avanzata dissoluzione. Come aveva scritto su «Il popolo d’Italia» l’8 aprile ’37163,

Complotti, processi, condanne a morte dei vecchi bolscevichi, collasso economico, miseria universale e nera: questo è il bilancio ventennale del regime che trova ancora, sempre piú rari, ma sempre piú cretini, gli osservatori indulgenti nei paesi delle «grandi» democrazie. Il caso Jagoda, terzo della serie, è un indice certo dello stato di avanzata disgregazione interna della Russia.

In questa situazione, con «tutti i quadri alti e bassi dell’armata rossa» destinati ad essere preda di «una tremenda crisi di sfiducia»164, l’Urss cessava per lui di costituire un fattore significativo del quadro internazionale. Piú complesso è il discorso per gli Stati Uniti. Verso di essi infatti Mussolini aveva un doppio atteggiamento. Da un lato ne ammirava la «giovinezza», il civismo, «lo splendido senso collettivo che vince sempre sull’egoismo individuale» e il «senso di massa», che si traduceva in «coscienza e potenza di fronte al particolarismo individualista e decadente dell’Europa»165. Da un altro lato considerava però il loro «spirito» contrario a quello «classico» degli europei166 e incapace dunque tanto di scrollarsi di dosso l’egoismo, quanto di sollevarsi veramente sino alle vette della creazione di una vera civiltà. E, per di piú, gli Stati Uniti erano intimamente minati dal tarlo del supercapitalismo e della democrazia. Per quanto episodica e accolta dalla grande maggioranza della grande stampa e della classe politica piú responsabile nel modo piú critico, una proposta come quella avanzata verso la fine del ’37 da oltre duecento membri del Congresso di emendare la costituzione degli Stati Uniti in maniera che una eventuale decisione del governo di scendere in guerra dovesse, per diventare esecutiva, essere approvata da un referendum popolare era per lui indicativa non solo dell’assurdità e della degenerazione del sistema democratico, ma del danno che esso aveva arrecato anche ad un popolo per altri versi cosí «sano» come quello americano167 e finiva per assumere ai suoi occhi un valore emblematico, portandolo anche qui a concludere che gli Stati Uniti non costituissero neppur’essi un vero problema e che la loro «solidarietà» con le altre democrazie si sarebbe ridotta a fare dei buoni affari. Grosso modo, insomma, lo stesso ragionamento che faceva per l’Inghilterra e che a lungo lo portò a credere che, sui tempi brevi, sino a che sulla graticola fosse stata solo la Francia, avrebbe potuto evitare una rottura con essa e, addirittura, trovare – come all’inizio del novembre ’36 disse a Ward Price168 – una formula di «salvaguardia degli interessi anglo-italiani nel Mediterraneo». Un mito, un sogno, che Mussolini nel 1938, con gli «accordi di Pasqua» con Londra e con quello di Monaco, dovette per un momento illudersi di essere sul punto di realizzare, cogliendo insieme due risultati per lui decisivi: staccare l’Inghilterra dalla Francia e assicurarsi al contempo, grazie all’accordo con Londra, una posizione di forza verso la Germania. Veramente significativo è a questo proposito quanto scriveva, commentando gli «accordi di Pasqua» (che, a suo dire, avevano sancito il principio della «parità e condominio imperiale» nel Mediterraneo) alla vigilia della visita a Roma di Hitler – ancor prima, quindi, che Monaco sancisse la remissività di Londra e di Parigi –, un fedele interprete della politica mussoliniana, Bruno Spampanato169:

329

In occasione della gradita visita del Führer del Reich germanico l’Italia spiega in onore dell’ospite le sue truppe, la sua armata aerea, la sua flotta, le sue moltitudini inquadrate, le sue immense e disciplinate folle. Spettacolo istruttivo per tutti e da cui sarà lecito o addirittura necessario trarre una morale: che cioè «questo» Impero è nato, e la sua vita va accettata e rispettata, come nella sua saggezza ha fatto la Gran Bretagna imperiale.

Di lí a poco piú di un anno i fatti avrebbero clamorosamente smentito questo sogno e Mussolini sarebbe dovuto tornare dal regno del mito a quello della realtà e avrebbe dovuto cercare nuove vie per la sua politica, sbagliando per di piú ancora una volta le sue previsioni. Come vedremo nei prossimi capitoli, dire – come talvolta viene detto – che la responsabilità di aver gettato l’Italia nelle braccia della Germania è stata soprattutto della miopia degli anglo-francesi è vero solo in minima parte.

330

La politica internazionale, le grandi vicende storiche non sono libri gialli in cui c’è un assassino da scoprire. Ma se nella fattispecie vogliamo parlare per metafora, bisogna dire che l’«assassino» di Mussolini furono soprattutto la sua idea della «crisi di civiltà» e il suo mito della «nuova civiltà»: fu sulle sue scogliere fantastiche che si infransero infatti in buona parte tanto il suo realismo quanto la sua abilità tattica, sia rispetto alla Germania sia rispetto agli altri protagonisti della scena internazionale. Dire questo e rispondere all’interrogativo da cui abbiamo preso le mosse ci pare tutt’uno. Anche se fu mosso da «grandi» ideali, anche se occupò un grande posto ed ebbe grandi responsabilità nelle vicende che portarono alla seconda guerra mondiale, Mussolini non fu un grande, neppure «un grande distruttore puro». Un uomo come lui, che conosceva benissimo e teorizzava ad ogni occasione cosa fosse un mito e come il «vero» uomo politico se ne dovesse servire, per essere grande avrebbe dovuto innanzitutto non rimanere vittima proprio del mito. Qualcuno potrà dire che anche Hitler inseguiva un mito. È vero, ma lo aveva sempre inseguito. Mussolini no. Per anni egli era stato un realista, spesso terra terra. E in buona parte lo rimase anche quando restò vittima del mito. Da qui il suo dramma personale che esploderà dopo l’aggressione della Polonia e l’inizio della seconda guerra mondiale.

Note


  1. Da quanto si può desumere dalle fonti a nostra disposizione, le motivazioni che piú dovettero indurre coloro che non condividevano la politica di Mussolini a non disgiungere le loro responsabilità dalle sue furono (a parte in qualche caso la paura) o la convinzione della inutilità pratica di atti puramente personali o la fede nella validità del fascismo che faceva passar sopra a singoli, anche gravi, motivi di dissenso, ritenendoli non tali da suscitare una «irresistibile resistenza morale». Questo fu per esempio il caso Bottai: cfr. il suo Diario, ff. 598 sg., alla data dell’8 novembre 1938. Per il primo caso cfr. quanto scritto da G. Bastianini, Uomini cose fatti. Memorie di un ambasciatore, Milano 1959, p. 244, a proposito di G. Ciano. Nel gennaio 1939 avendogli chiesto Bastianini perché, dato il suo scontento e la sua diversa maniera di vedere le cose, non si dimettesse, Ciano rispose: «Sono pronto a farlo se gli altri lo facessero con me, ma tutti si lamentano e nessuno dice a lui con la fermezza necessaria che cosí non si può andare avanti. Se tu assistessi al Consiglio dei ministri che dura un’ora al massimo perché nessuno parla piú all’infuori di lui, ti sentiresti ben piú umiliato che qui dentro. Qui [a palazzo Chigi] almeno ci sono io che non ho peli sulla lingua». Suppergiú la stessa posizione che, piú icasticamente, De Bono avrebbe due anni dopo confidato al proprio diario: «Sono un servaccio io pure; ma d’altra parte la rivolta di uno a che servirebbe?!» E che già nell’ottobre 1938 aveva cosí riassunto: «Non mi ci trovo piú per tante cose che vanno a sfascio. Parlarne al Principale? Ma mai! Sarebbe voce isolata. Tutti o quasi la pensano come me, ma chi ha il coraggio di parlare?!» ACS, E. De Bono, Diario, q. 44, alla data del 13 marzo 1941 e q. 43, alla data del 30 ottobre 1938.

    In una prospettiva piú ampia, di una eliminazione cioè di Mussolini dal potere, rivelatore è un altro passo delle memorie di Bastianini (p. 57): «Quanti nel vederlo avviarsi sulla china fatale han cercato di fermarlo quando ancora niente era compromesso! Ma come si ferma un uomo che ha tutto il potere di se stesso e della Nazione nelle proprie mani? Si deve alzare su di lui il pugnale di Bruto? Certo egli è lí alla giusta distanza del braccio, ma non sempre i piccoli spazi sono valicabili e noi lo amiamo di quell’amore tenace che si nutre di ammirazione e di sofferenza. Noi stiamo lí accanto a lui e facciamo il nostro dovere d’italiani... » ↩

  2. ACS, E. De Bono, Diario, q. 43, alle date del 10 gennaio e 20 novembre 1939 e del 16 gennaio 1940. E nello stesso senso si veda quanto, già alla fine del ’38, riferiva a Parigi l’ambasciatore François-Poncet: «In questa fine d’anno, il pensiero, i progetti del Duce restano sempre avvolti nel mistero. Gli amici, i familiari del dittatore sono, per altro, i primi ad ammettere che egli si avvolge in un segreto sempre piú impenetrabile, che non è piú lo stesso di un tempo, che è molto cambiato, che non riceve piú alcuno e che nessuno oggi, salvo, forse, il conte Ciano, sa dire ciò che prepara e verso quali obiettivi si dirige». DDF, s. II, XIII, pp. 471 sg. ↩

  3. D. Grandi, Ecco Mussolini, in «Epoca», 18 aprile 1965. ↩

  4. G. Bottai, Diario, ff. 952 sgg. ↩

  5. Nel periodo di cui ci stiamo occupando l’immagine piú diffusa di Mussolini (specie nella stampa non popolare e sensazionalista) era quella di un politico «realista». Tipico esempio può essere considerato l’articolo di J. Sauerwein, The «big four»: three realists, one mystic, in «New York Times Magazine», 30 ottobre 1938. Ancora un anno dopo (cfr. Sur M. Hitler et M. Mussolini, nella «Gazetta de Lausanne», 19 settembre 1939) persino C. Jung considerava Mussolini un uomo «ragionevole», essenzialmente guidato dall’interesse del suo popolo e distingueva nettamente la sua personalità da quella del «veggente» Hitler, espressione suprema della filosofia pangermanista e della sua aspirazione al dominio del mondo. A quest’epoca, anche coloro che parlavano di un Mussolini «paranoico», in genere facevano risalire la sua paranoia alla malattia che lo avrebbe colpito attorno al 1939; cfr. in questo senso l’articolo di J. Whitaker, Mussolini: Turning point in a dictator’s career, in «Daily Telegraph», 28 aprile 1941, di cui parleremo appresso. ↩

  6. G. Leto, OVRA. Fascismo-Antifascismo, Bologna 1952, p. 146. ↩

  7. Tipico in questo senso D. Clarke, Hitler ought to remember that Conquerors are not at their best after 50..., in «Daily Express», 17 aprile 1939, che riteneva che Mussolini avesse cominciato a commettere errori dopo aver compiuto i cinquant’anni e tra essi, in particolare, quello di aver lasciato la politica estera nelle mani «di una cricca germanofila, al cui centro è il conte Ciano» che si muoveva sostanzialmente solo in base alla propria vanagloria. ↩

  8. J. Whitaker, Mussolini ecc. cit. ↩

  9. La notizia fu trasmessa per telegramma a Roma il 20 gennaio 1923 dall’ambasciata a Madrid insieme ad una richiesta di precisazioni. Sulla copia del telegramma Mussolini annotò di suo pugno: «crepo – ahimè – di salute! Muss.». ↩

  10. Cfr. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato (1922-43), fasc. FP/R «Mussolini Benito», sott. 6, «Malattia del Duce», ins. A «Dicerie sui vari mali e presunti ferimenti»; G. Pini, Filo diretto con Palazzo Venezia cit., pp. 193 sg.; nonché C. Alvaro, Quasi una vita. Giornale di uno scrittore, Milano 1951, p. 216. ↩

  11. La storia della sifilide di Mussolini fu utilizzata in tutti i modi, persino per costruire una sorta di cabala contro Mussolini. Dalle carte di polizia (ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. [1930-31], sez. II, b. 39 bis) risulta che agli inizi degli anni trenta veniva fatto circolare in ambienti antifascisti un foglietto cosí concepito:

    «Qui è la scienza. Chi ha intelligenza conti il numero della Bestia poiché è numero di uomo. E il suo numero è seicentosessantasei 666 (San Giovanni, Apocalisse XII 18)

    Alfabeto Cifrato in uso presso gli antichi popoli e i moderni per cui alle prime nove lettere si dà la numerazione delle unità

    1 —— 2 —— 3 —— 4 —— 5 —— 6 —— 7 —— 8 —— 9

    A —— B —— C —— D —— E —— F —— G —— H —— I

    alle altre la numerazione delle decine

    10 —— 20 —— 30 —— 40 —— 50 —— 60 —— 70 —— 80 —— 90 —— 100 —— 110 —— 120

    L —— M —— N —— O —— P —— Q —— R —— S —— T —— U —— V —— Z

    Controllare la somma a lato, convertire le cifre in lettere per avere la soluzione del problema —— 4

    100

    3

    5

    2

    5

    30

    9

    Strana coincidenza: 666 ha un altro significato applicabile alla cara Bestia. Si chiama cura 666 quella che si fa per curare la piú vergognosa delle malattie sessuali: la sifilide. Orbene il nostro grande educatore delle giovani generazioni è deliziato da questa simpatica malattia dalla vigilia della Marcia su Roma (fatta per moralizzare l’Italia) e l’ha contratta nel piú lurido ed economico postribolo di Milano —— 90

    40

    20

    100

    80

    80

    40

    10

    9

    30

    9

    666 » ↩

  12. Cfr. in A. Pozzi, Come li ho visti io. Dal diario di un medico, Milano 1947, pp. 218 sgg., il resoconto delle risultanze dell’esame necroscopico pubblicato da C. M. Cattabeni nel 1945 in «Clinica Nuova»; nonché G. Urgnani, Tutta la storia del verbale dell’autopsia di Mussolini. Un cervello per la storia, in «L’Europeo», 3 marzo 1966. ↩

  13. A. Pozzi, Come li ho visti io cit., p. 124. ↩

  14. V. Mussolini, Mussolini e gli uomini nel suo tempo, Roma 1977, p. 9. ↩

  15. Mussolini, XXXII, p. 178. ↩

  16. Informazioni Cremonesi, alle date del 29 ottobre 1936 e del 19 gennaio 1937. È interessante notare che queste voci rilanciarono quelle relative ad una prossima riforma costituzionale che avrebbe istituito il gran cancellierato per Mussolini e lasciato la Presidenza del Consiglio a Galeazzo Ciano. ↩

  17. Nel ’36 il dottor A. Puccinelli seguí Mussolini per complessivi dodici giorni. Nei primi otto mesi del ’37 per ben quarantasei e precisamente: dal 21 al 25 aprile a Forlí e Venezia, dal 25 maggio al 1º giugno a Forlí, dal 14 al 19 e dal 27 al 30 sempre di giugno a Riccione, il 24 luglio a Firenze-Pisa-Viareggio, dal 26 al 30 luglio a Riccione, dal 9 al 21 agosto in Sicilia e, ancora in agosto, dal 28 al 31 a Riccione. Cfr. Acs, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario (1922-43), PG/R, b. 17, fasc. «Puccinelli dr. Angelo». ↩

  18. Tra gli italiani un caso tipico è quello di R. Cantalupo (Fu la Spagna. Ambasciata presso Franco. Febbraio-aprile 1937, Milano 1948, p. 55) che lo vide nell’agosto ’36 dopo quattro anni di soggiorno all’estero. Assai piú numerosi sono i casi di stranieri, diplomatici e soprattutto giornalisti, particolarmente attenti a cogliere ogni segno di declino o di malattia. Cfr., per esempio, H. L. Matthews («New York Times» 20 agosto 1939) e F. Sondern jr («The American Mercury», marzo 1940). ↩

  19. Mussolini il duce, I, pp. 798 sgg. ↩

  20. Mussolini, XXXII, p. 158. ↩

  21. Ibid., p. 175. ↩

  22. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., p. 51. ↩

  23. E. Conti, Dal taccuino di un borghese cit., p. 549 (il corsivo è nostro). ↩

  24. G. Bottai, Diario, ff. 507 sg., alla data del 2 ottobre 1936. ↩

  25. Mussolini, XXIV, pp. 287 sg. (27 ottobre 1930). ↩

  26. Cfr. N. D’Aroma, Mussolini segreto cit., p. 134 (il corsivo è nostro). Già a E. Ludwig, Colloqui con Mussolini cit., pp. 63 sg., Mussolini aveva detto: «Io amo Cesare. Egli solo riuniva in sé la volontà del guerriero con l’ingegno del saggio. In fondo era un filosofo, che contemplava tutto sub specie aeternitatis. Sí, egli amava la gloria, ma il suo orgoglio non lo divideva dalla umanità». ↩

  27. DDF, s. II, III, pp. 85 sg. ↩

  28. D. Grandi, Pagine di memorie, in Archivio D. Grandi, b. 164, fasc. 202, ins. 3. ↩

  29. G. Bottai, Diario, f. 626, alla data del 23 gennaio 1939. ↩

  30. In un primissimo momento il lancio di Ciano fu cosí intenso e cosí fuori dal tradizionale modus operandi di Mussolini e del regime che suscitò perplessità persino all’interno del vertice fascista. Tipico è quanto annotò G. Bottai nel suo Diario (ff. 514 sgg.) alla data del 27 ottobre 1936. Dopo aver definito il «lanciamento dell’articolo Ciano» il «fenomeno saliente dell’ora» ed essersi chiesto chi lo voleva – Ciano o Mussolini – e a che scopo, Bottai scriveva: «Tutti dicono: per indicare e imporre il successore. Può essere: ma, data la molteplicità del carattere mussoliniano, è bene riservarsi altre due soluzioni: prima, che subisca l’invadenza Ciano, come subí, ieri, quelle Cesarino Rossi, Farinacci, Turati, Arpinati, etc. etc., in quella specie di passività sorniona, che è propria del genio che si riposa; seconda, che lo lasci scoprire per “fregarlo a vantaggio dei figli”». ↩

  31. Che Mussolini si considerasse già nel mito lo dimostra questo biglietto da lui inviato alla figlia Edda il 17 novembre 1936 trasmettendole un ritaglio di un articolo su di lei apparso su un settimanale di Zurigo: «Cara Edda, appena tornata ti mando l’acclusa nota della “Weltwoche” di Zurigo. A poco a poco entri nella leggenda! Affettuosamente tuo papà. Mussolini» (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio riservato [1922-43], FP/R, fasc. «Ciano Galeazzo e contessa», sott. 4). L’articolo, a firma di René Hesse, definiva Edda «la donna», con la signora Roosevelt, «piú influente del mondo» e una «delle piú strane e delle piú attraenti figure di donna del nostro tempo». ↩

  32. G. Bottai, Diario, ff. 500 sg. (agosto 1936). ↩

  33. Ibid., ff. 505 sg., alla data del 10 settembre 1936. ↩

  34. ACS, E. De Bono, Diario, q. 43, alla data del 4 luglio 1938. ↩

  35. L. Romier, Le nouveau Mussolini, in «Le Figaro», 15 ottobre 1937 (sotto il profilo della psicologia di Mussolini dopo la guerra d’Etiopia tutto l’articolo è da vedere); C. A. Lyon, Mussolini is a changed Man, in «The Sunday Express», 8 gennaio 1939. ↩

  36. R. Cantalupo, Fu la Spagna cit., pp. 55 sg. La testimonianza si riferisce all’agosto 1936. ↩

  37. Mussolini, XXXII, p. 178. ↩

  38. Apparentemente serena e ordinatissima per chi la vedeva dal di fuori, la vita familiare di Mussolini era in realtà piena di tensioni. Edda, ricordando la sua infanzia e giovinezza ha scritto: «Il vero dittatore, in famiglia, nonostante i lineamenti delicati, gli occhi azzurri, i capelli biondi e un’aria di candore, era mia madre. Anche nei miei ricordi piú remoti la vedo tenace e irremovibile». Ed è arrivata a sostenere che il padre si sarebbe buttato nella politica «per essere il meno possibile a casa ed evitare cosí le scenate di gelosia di mia madre» (E. Ciano, La mia testimonianza, Milano 1975, pp. 39 e 50). Nei primi anni i contrasti tra i due coniugi erano stati causati essenzialmente dalla gelosia della Rachele. Successivamente, dopo il trasferimento della moglie e dei figli a Roma, anche dall’educazione dei figli. «Nell’educazione dei figli, mentre mio padre era l’elemento poetico, indulgente, affettuoso: colui che alimentava i sogni della nostra infanzia e li realizzava, mia madre personificava la solidità: era una donna pratica, con i piedi in terra, e assicurava la stabilità del focolare domestico: quando occorreva, era anche svelta di mano, per riportarci sulla retta via» (ibid., p. 40). Divenuti i figli grandi entrambi i Mussolini ebbero però verso di loro un atteggiamento estremamente riservato e rispettoso della loro nuova autonomia familiare. Col tempo la Rachele aggiunse, invece, alla gelosia una sorta di petulante (anche se non sempre immotivata) sospettosità e critica verso molti collaboratori del marito e gerarchi in genere, con il risultato, per un verso, di irritare ancor piú Mussolini, per un altro verso, di acuire la sua già forte sospettosità e, per un altro verso ancora, di non fare nulla per rompere l’isolamento in cui egli viveva. ↩

  39. Mussolini il duce, I, pp. 300 sgg. Accenni alla sfiducia di Mussolini verso tutti e alla sua mancanza di amici sono rintracciabili anche nella stampa straniera, cfr., per esempio, «Jutarnji List» (di Zagabria), 25 ottobre 1937. ↩

  40. Per il peso psicologico che le norme di sicurezza per la sua protezione avevano su Mussolini cfr. l’esordio del suo «soliloquio» col Fossani: «Ah! Ero stufo, sono stufo, sarò stufo della continua sorveglianza. Sono anni che ad ogni passo trovo una faccia che mi spia. Le noie del potere sono due: dover trattare con ogni sorta di imbecilli ed essere controllato anche nelle cose intime. Lo fanno per il tuo bene, dicono, ma intanto ti strappano a te stesso. È una prigione dorata» (Mussolini, XXXII, pp. 168 sg.). E, in forma anche piú immediata, cfr. questo suo appunto-sfogo per la sua Segreteria particolare in data 26 ottobre 1937: «Domandare alla PS se mi è proibito passare per via Nazionale. Mi fanno fare sempre via Labicana. Un giorno andrò per via Nazionale a piedi» (Acs, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario [1922-43], b. 278, fasc. 500014, «Min. Interno»; nonché, piú in generale, Q. Navarra, Memorie del cameriere di Mussolini cit., pp. 23 sgg. Attorno alle norme per la sicurezza di Mussolini alcuni giornali stranieri si sbizzarrirono in questi anni a inventare le storie piú fantastiche, come quelle che Villa Torlonia fosse circondata da piú file di carabinieri e poliziotti «spalla a spalla» e che Mussolini portasse (anche sotto il pigiama) una corazza d’acciaio. Cfr. per tutti L. Farago, Steel ring around Mussolini, in «Ken», 17 novembre 1938. ↩

  41. Mussolini era al corrente di queste dicerie e, riferendosi ad esse, cosí, nell’ottobre 1937, si espresse con N. D’Aroma (Mussolini segreto cit., p. 134): «In fatto di donne, ho la mia esperienza eguale a quelle di tutti gli uomini sani, che nella vita fanno la loro parte né piú né meno degli altri, perché se io, Mussolini, dovessi addossarmi tutte le donne che mi attribuiscono, francamente avrei dovuto essere, piú che un uomo, uno stallone.

    «Mi sono sempre guardato dall’odioso ruolo di don Giovanni, perché un simile ruolo mi ha sempre fondamentalmente ripugnato. L’“homme à femme” è quasi sempre un cretino, un pappagallo che ripete la sua lezioncina: un essere inutile e monotono».

    Anche piú interessante è per noi quello che, quasi due anni dopo, Mussolini confessò scherzosamente a Luciana Frassati, la figlia dell’ex direttore de «La Stampa». Prendendo spunto da un accenno del «duce» alla «mancanza di carità» di definire certi ospizi «Casa dei derelitti», questa gli disse sorridendo: «Sarebbe la stoffa del santo che parla in voi?» Al che Mussolini: «No certamente perché la mia carne non mi permette di essere santo. L’avrete sentito dire». E, alla risposta della Frassati «Non ho sentito nulla di speciale. Certo però che in questo campo non vi si paragona a Hitler», la conversazione proseguí tra seria e scherzosa cosí:

    «Mussolini È l’unica cosa che mi tenta... Non mangio che...

    «Frassati Probabilmente verdure sole.

    «Mussolini Sí, frutta, verdure... e poche. A casa credo che non spendano piú di 4 o 5 lire al giorno per il mio vitto. Il denaro non mi seduce. Ma cado sempre in una sola cosa; e credo che vi cadrò sempre, naturalmente fin che potrò, e ciò mi impedisce di essere santo.

    «Frassati Non siete l’unico in questo mondo. Mi sono sempre domandata quale valore abbia la virtú nella vecchiaia.

    «Mussolini A questo proposito in Romagna c’è un proverbio molto espressivo: Da giovane dà la carne al diavolo, da vecchio le ossa al Signore» (L. Frassati, Il destino passa per Varsavia, Bologna 1949, p. 40). ↩

  42. Su questi amori di Mussolini cfr., oltre agli scritti indicati in nota a p. 303 di Mussolini il duce, I, Q. Navarra, Memorie del cameriere di Mussolini cit., pp. 199 sgg., e N. D’Aroma, Mussolini segreto cit., pp. 421 sgg. ↩

  43. La sorella Edvige ha scritto a proposito di essa: «L’amore di Benito per quella scrittrice fu nuovo e profondo – a mio parere – perché riuscí a domare le disposizioni piú vere del suo animo e della sua mente, perché egli amò, in quella occasione, anche le qualità o i difetti femminili verso cui era sempre rimasto prima, e tornò ad essere dopo, indifferente o sprezzante» (E. Mussolini, Mio fratello Benito, Firenze 1957, p. 164). ↩

  44. Cfr. Mussolini il duce, I, p. 303 n. ↩

  45. Q. Navarra, Memorie del cameriere di Mussolini cit., p. 200. ↩

  46. G. Bottai, Diario, f. 959. ↩

  47. Ibid., f. 759, alla data del 3 gennaio 1940. ↩

  48. Sulla relazione di Mussolini con la Petacci esiste una letteratura vastissima, spesso contraddittoria e meramente scandalistica. Tra gli scritti piú attendibili cfr. F. Bandini, Claretta. Profilo di Clara Petacci e dei suoi tempi, Milano 1960, nonché le testimonianze di L. De Vincentis, Io son te..., Milano 1947; G. Persichetti, Memorias de Clara Petacci la enamorada de Mussolini, Madrid 1947; Z. Ritossa, Mia «cognata» Claretta Petacci, in «Tempo», 7 febbraio – 9 maggio 1957; M. Petacci, Dopo sedici anni una testimonianza definitiva di Myriam Petacci sul dramma della sorella, in «Oggi», 2 marzo – 18 maggio 1961; P. Donadio, Una tragica storia d’amore, in «Tempo», 22 settembre – 24 novembre 1962. Di C. Petacci è stato pubblicato Il mio diario, Milano 1946, che, salvo alcuni accenni retrospettivi, si riferisce però ai mesi del 1943 successivi al 25 luglio. ↩

  49. Lettera e poesie sono conservate in ACS, Segreteria part. del Duce, Carteggio ord. (1922-1943), fasc. 14483, «Petacci Francesco», sott. 2 «Petacci Clara», ove pure è conservata copia della lettera di risposta inviata dalla Segreteria il 19 maggio 1926: «Gentile Signorina, L’espressione della Sua giovanile e fervida devozione, ricca di tanta ingenua confidenza, è giunta, con i Suoi versi, a S. E. il Capo del Governo.

    «Egli, sensibile alla gentilezza della piccola fascista, mi ha incaricato di rendermi interprete del Suo sentito ringraziamento. Distinti saluti». ↩

  50. Nella seconda metà del dicembre 1936 la Petacci tenne una mostra personale, a Roma, nella Sala dei cultori d’arte. La presentazione del catalogo fu curata da Piero Scarpa che scrisse: «Quando si possiede ingegno e sensibilità, anche se il temperamento dinamico incontenibile ed insaziabile di chi arte professa provoca indecisioni e mutamenti di rotta, in definitiva il valore emerge e la ricompensa per il travaglio subito non si fa attendere a lungo.

    «Claretta Petacci, giovane di non comune talento è dotata di un’anima assai sensibile, perché è riuscita con encomiabile forza di volontà a disciplinare le proprie facoltà spirituali ch’erano celate dall’aspetto preponderante del suo carattere volitivo, in breve tempo ha potuto offrire la prova evidente che le sue possibilità sono di gran lunga superiori a quelle prevedute sul suo conto dai maggiori ottimisti.

    «Infatti, osservando attentamente le opere qui esposte, sarà facile concludere con il pieno elogio dell’autrice, la quale in questa prima mostra personale già rivela eminenti qualità di tecnica e d’interpretazione che nella limpida espressione pittorica, cioè priva di trucchi e non carica di sapere, ci segnalano un’artista sincera e italianissima che studia il vero e lo riproduce con chiarezza e con emotività.

    «Nei dipinti di Claretta Petacci nessuna presunzione di novità o di audacia vuol avere la tecnica essendo questa giudiziosamente disciplinata al soggetto affinché esso possa manifestare, attraverso una pittura piú o meno riassuntiva, tutto il lirismo che possiede in luogo d’una meticolosa esibizione d’ogni particolare strettamente legato al crudo verismo.

    «Marine, vedute, paesaggi, composizioni, figure e fiori sono pittoricamente trattati dalla nostra artista, che ha viaggiato molto in Italia e all’Estero, con passione e con particolare sentimentalità cosí che questa mostra costituisce l’essenza migliore della sua anima tormentata che però ha tanti bagliori di luce senza veli e che riesce ad esprimere la sua forza e la sua grazia creando, senza smarrire la verità, un mondo trascendentale avvolto da un’atmosfera di poesia». ↩

  51. Per gli incontri con la Petacci fu approntato a palazzo Venezia il cosiddetto «appartamento Cybo» dove la donna usava passare molte ore in attesa che Mussolini, alla fine delle sue udienze, la raggiungesse. ↩

  52. Cfr. U. Ojetti, I taccuini 1914-1943, Firenze 1954, p. 496. ↩

  53. Molti, allora e dopo, ritennero che la villa fosse un regalo di Mussolini. In realtà nella costruzione della villa Mussolini non vi ebbe parte alcuna. Con le sue amanti il «duce» non fu mai splendido di doni, con la Petacci allargò un po’ i cordoni della borsa, ma in misura molto minore di quello che si è detto. Lo si desume dai documenti contabili della Segreteria particolare che teneva la sua amministrazione e anticipava tutte le sue spese personali (periodicamente rifuse dall’amministratore de «Il popolo d’Italia» e, piú raramente e soprattutto negli anni della seconda guerra mondiale, con la vendita di quote dei Buoni del Tesoro in cui Mussolini usava investire di solito i suoi beni).

    Per avere una idea precisa dell’ammontare dei beni liquidi di Mussolini ci si può rifare alla situazione di questi alla data del 25 luglio 1943 e in particolare al prospetto di essa preparato in occasione della loro consegna, durante il governo Badoglio, al figlio Vittorio (Acs, Segreteria personale del Duce, Carteggio riservato [1922-1943], FP/R, sott. «Valori personali del Duce»):

    L. 431 308,30 —— (Quattrocentotrentunomilatrecentotto e 30/100) in contanti.

    500 000,00 —— (Cinquecentomila). Assegno del Banco di Roma n. 43/109259.

    100 000,00 —— (Centomila). Quattro ricevute provvisorie della Banca d’Italia (n. 274), del Banco di Sicilia (n. 142), del Banco di Napoli (n. 457) e dell’Istituto di Credito delle Casse di Risparmio Italiane (n. 10) di lire 25 000,00 (Venticinquemila) ciascuna relative alla sottoscrizione in buoni del tesoro quinquennali 5% 1948.

    4 000 000,00 —— (Quattro milioni). Quaranta cartelle da L. 100 000,00 (lire centomila) ciascuna di BTN 1949 con cedola scadenza il 15 febbraio 1944.

    1 000 000,00 —— (Un milione). Dieci cartelle da lire 100 000,00 (centomila) ciascuna di BTN 1950 (1ª emissione) con cedola scadenza il 15 febbraio 1944.

    900 000,00 —— (Novecentomila). Nove cartelle da lire 100 000,00 (centomila) ciascuna di BTN 1950 (2ª emissione) con cedola scadenza il 15 marzo 1944.

    700 000,00 —— (Settecentomila). Sei cartelle da lire 100 000,00 (centomila) ciascuna e due cartelle da L. 50 000,00 (cinquantamila) ciascuna di BTN 1951 5% con cedola scadenza il 15 aprile 1944.

    500 000,00 —— (Cinquecentomila). Cinque cartelle da lire 100 000,00 (centomila) ciascuna di BTN 4% 1951 con cedola scadenza il 15 marzo 1944.

    500 000,00 —— (Cinquecentomila). Una ricevuta provvisoria della Banca d’Italia (n. 49) per altrettante nominali sottoscritte in Buoni del Tesoro quinquennali 5% 1948.

    25 000,00 —— (Venticinquemila). Cinque obbligazioni del PNF per la costruenda Casa Littoria, di L. 5000 (cinquemila) ciascuna, 5% con cedola scadenza 1º ottobre 1943.

    10 000,00 —— (Diecimila). Ricevuta provvisoria della Soc. An. Cooperativa Edificatrice di abitazioni per gli operai di Como (n. 4277) per altrettante nominali sottoscritte. ↩

  54. Cfr. per esempio A. Soffici, Sull’orlo dell’abisso, in A. Soffici – G. Prezzolini, Diari 1939-1945, Milano 1962, pp. 36 sg., alla data del 9 settembre 1939. ↩

  55. Ad Alfieri, che gli aveva chiesto se «un piú vivo commercio con gli uomini» non avrebbe confortato la sua solitudine, Mussolini rispose: «No. Riconosco che questa solitudine è triste. Ma mi ci sono abituato. E la preferisco perché mi difende dall’intimità, in cui non s’è mai soli a tracciare i confini tra sé e gli altri». Cfr. G. Bottai, Diario, ff. 959 sg., alla data del 29 luglio 1940. ↩

  56. N. D’Aroma, Mussolini segreto cit., p. 136. ↩

  57. Y. De Begnac, Palazzo Venezia. Storia di un regime, Roma 1950, pp. 109 sgg.; nonché, per le sue decisioni, quello che disse nel già ricordato colloquio con L. Frassati, Il destino passa per Varsavia cit., p. 41. ↩

  58. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., pp. 33 sgg. ↩

  59. Ibid., pp. 38 sg. ↩

  60. Il fatto che Mussolini diventasse dopo la guerra d’Etiopia molto meno accessibile, persino agli ambasciatori e ai giornalisti, che prima aveva ricevuto con grande frequenza e liberalità e ora dovevano accontentarsi di parlare con Ciano, fu presto notato anche dalla stampa internazionale. Cfr., per esempio, C. J. S. S., The founder of the Empire, in «Manchester Guardian», 21 luglio 1937. ↩

  61. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., p. 39. ↩

  62. Questo stato d’animo dovette avere un peso determinante nello spingere sempre piú Mussolini a perdere interesse per i contatti con l’alta cultura, a disinteressarsi ad essa, ma a guardarla anche con sospetto e a coprirla sempre meno nei confronti di Starace e del fascismo piú rozzo e intransigente e a dare invece credito a mezze figure della cultura e ad alcuni giovani intellettuali del «nuovo fascismo». Il ruolo di «protettori» degli intellettuali venne cosí via via assunto da Farinacci e soprattutto da Bottai, attorno al quale si venne creando il mito dello «spirito liberale» del fascismo. Secondo R. Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo cit., p. 399, Bottai se ne sarebbe servito, specie ai tempi di «Primato», per rafforzare le sue chances successorie. ↩

  63. Il diario di G. Ciano riferisce vari di questi giudizi: cfr. per esempio, tra i piú caratteristici quelli su Balbo (pp. 28, 68, 114 e 141), su Grandi (pp. 236 e 254) e su De Vecchi (p. 194). Ma anche verso Ciano Mussolini divenne col ’37-38 sempre piú critico, cfr. N. D’Aroma, Mussolini segreto cit., pp. 135, 167 e 190. Nella stessa opera, p. 218 si veda il durissimo giudizio su Buffarini-Guidi: «è talmente bugiardo, che non si osa credere la piú piccola percentuale di quello che riferisce». Interessante per capire come, nonostante non avesse stima e fiducia in loro, Mussolini continuasse a servirsi di certi collaboratori è quanto egli disse nell’ottobre ’38 a Ciano (Diario cit., p. 194) a proposito di De Vecchi: «Forse ti parrà mefistofelico quanto ti esporrò, ma conviene far cosí. Il De Vecchi ha sempre creato una massa di guai dovunque io l’abbia messo. Ma non importa. Anzi, bisogna incoraggiarlo perché vada sempre peggio. Dargli la sensazione di approvare il suo operato, insaponargli la via e attendere che prenda uno scivolone cosí grosso, cosí definitivo da sentirsi liquidato ancor prima che davanti agli altri, davanti a sé. E allora, me lo sarò levato dai piedi per sempre». ↩

  64. G. Bottai, Diario, ff. 790 sgg., alla data dell’8 marzo 1940. ↩

  65. N. D’Aroma, Mussolini segreto cit., p. 147. ↩

  66. Per questo atteggiamento cfr. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., pp. 40 sgg. e spec. 52. ↩

  67. Il particolare impegno messo da Mussolini nella campagna antiborghese è testimoniato da come egli la seguí nei minimi dettagli sino ad intervenire in prima persona con biasimi, elogi, segnalazioni di tutti i tipi. Valgano per tutti questi esempi. In un appunto autografo conservato nelle carte della sua segreteria personale (ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario [1922-1943], b. 278, fasc. 500014, «Min. Interno») datato 1º ottobre 1936 si legge: «In via XXIV Maggio vi è una trattoria bolognese che tiene visibilmente esposto un "Menu" – dire al trattore di togliere il "menu" e di mettere una "lista" o similia».

    Sul problema del lei gli interventi furono assai numerosi. Il 5 giugno 1939 Mussolini inviò a tutti i ministeri questo telegramma: «Malgrado le precise disposizioni già impartite, troppo frequentemente si continua a far uso del "Lei": ciò sta a dimostrare scarso senso di disciplina e mancanza di carattere. Esigo che in tutte le Amministrazioni si faccia uso del "Voi" sia nei rapporti interni quanto nei rapporti con il pubblico. Avvertite che questo mio ordine perentorio deve essere pienamente osservato sotto la responsabilità dei dirigenti» (Archivio Deposito Min. Pubblica Istruzione, b. 137). L’anno dopo, il 16 febbraio 1940, avendo la «Gazzetta dell’Emilia» denunciato il perdurante uso del «lei», telegrafò al prefetto di Modena: «Riceverete un congruo numero di copie di una rivista antilei che diramerete a quei strani professori di coteste scuole medie i quali – secondo quanto mi è dato leggere nella Gazzetta dell’Emilia – non sono ancora capaci di spogliarsi di questa senile e imbecille livrea straniera ignota alla lingua romana e italiana sino al 1600» (ACS, Min. Interno, Ufficio cifra, Tel. in partenza, sub data).

    Pochi giorni prima, il 2 febbraio, Mussolini aveva inviato a Starace, nella sua qualità di Comandante generale della MVSN, il seguente pure sintomatico telegramma: «Molto bene lo sfilamento di stamani col passo romano che forestali e universitari hanno eseguito alla perfezione.

    «Mediocre come sempre la marcia degli ufficiali che non farete piú.

    «Stesso sfilamento potrebbe ripetersi il prossimo 11 febbraio nelle vie di un quartiere popolare di Roma» (ibid.). ↩

  68. Cfr. per l’analisi psicologica dell’impegno messo da Mussolini nella campagna antiborghese G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., pp. 32 sgg. e spec. 37 sg. ↩

  69. Cfr. ibid., p. 37. ↩

  70. P. Gentizon, Autour de Mussolini. Banquets et discours, in «Gazette de Lausanne», 3 gennaio 1938, riferisce che in occasione di un banchetto a palazzo Venezia offerto agli organizzatori del l’Esposizione nazionale del tessile, Mussolini, sia durante il pranzo sia dopo, ignorò autorità e industriali e si dedicò completamente agli ospiti di condizione popolare, con un impegno e una scioltezza per nulla demagogici, ma frutto evidente dell’agio psicologico che la loro compagnia gli procurava. ↩

  71. La frase fu adoperata da Mussolini nell’ottobre 1939 con Ciano in riferimento ai rapporti tedesco-sovietici (cfr. N. D’Aroma, Mussolini segreto cit., p. 204); essa riassume però bene l’atteggiamento psicologico con cui egli visse tanta parte di questo periodo. ↩

  72. G. Bottai, Diario, ff. 517 sg., alla data del 31 ottobre 1936. Per una eco di questo discorso, relativo al «rapido corso» che avrebbe dovuto avere la prossima guerra italiana cfr. Mussolini, XXIX, p. 76 (discorso in Senato del 30 marzo 1938). ↩

  73. Sul problema dell’onore torneremo piú avanti. Per il momento basterà notare che vi sono elementi per affermare che Mussolini aveva cominciato a pensare al problema almeno dal dicembre 1933, quando aveva letto la Vita di Gobineau di Lorenzo Gigli allora pubblicata e si era soffermato sulla p. 85 ove era riferito un passo di Gobineau sul ruolo dell’onore «e l’idea civilizzatrice» in esso contenuta presso i popoli bianchi. Cfr. la copia del volume in ACS, «Collezione Mussolini». ↩

  74. Prima ne Il concetto della guerra giusta, Campobasso 1917 (alla cui elaborazione Mussolini doveva avere in qualche misura «partecipato» durante il suo soggiorno a Ferrara) e soprattutto nel fortunato Diritto, Forza e Violenza. Lineamenti di una teoria della violenza, Bologna 1921, S. Panunzio aveva teorizzato, sviluppando Sorel in senso idealistico e giusnaturalistico, la profonda differenza tra forza (essenzialmente conservatrice) e violenza (essenzialmente innovatrice) e sostenuto la piena moralità della violenza quando essa «erompe dalla vita e dalle viscere profonde dello spirito del mondo, se è libera e insieme necessaria, se esce dalla storia e non dal capriccio, se esce, in una parola, dalla storia e diviene a sua volta degna di storia» (p. 56). «Il diritto non sopravviene alla violenza e non la qualifica e determina eticamente ab extra, ma è la stessa violenza: il diritto naturale non può non essere violenza, e la violenza non può non essere diritto. Mezzo e fine, materia e forma, corpo e anima nella violenza coincidono e si consustanziano: la violenza è organismo, non meccanismo, è idea, non schema astratto, storia, non astrazione concettuale» (p. 57). ↩

  75. Cfr. N. D’Aroma, Mussolini segreto cit., pp. 209 sg. ↩

  76. Questo «ritorno di fiamma» si concretizzò tra l’altro, il 26 giugno 1939, in una visita d’omaggio di Mussolini all’«eremo» del Cardello, alla tomba e alla casa di Oriani. Nella biblioteca dello scrittore Mussolini volle vedere i manoscritti di La lotta politica in Italia e della Rivolta ideale e sottolineò l’importanza di queste due opere. Cfr. «Il popolo d’Italia», 27 giugno 1939. Al Cardello Mussolini era già intervenuto, il 27 aprile 1924, ad una celebrazione di Oriani pronunciandovi un discorso di esaltazione della sua opera e in particolare proprio dei due libri testé ricordati (cfr. Mussolini, XX, pp. 244 sg.), che fu successivamente utilizzata come prefazione all’Opera omnia, curata dallo stesso Mussolini e edita da Cappelli. ↩

  77. Cfr. A. Oriani, La lotta politica in Italia, II, p. 85, ma si vedano in genere tutte le pp. 81-97 dedicate da Oriani a Mazzini. Non è da escludere che Mussolini, oltre alle «analogie» tra lui e Mazzini, abbia tratto da Oriani anche alcune indicazioni di comportamento ex contrario, in particolare quelle sulla necessità per il «rivoluzionario» dell’odio, «questa forza suprema delle rivoluzioni» (pp. 89 sg.). ↩

  78. N. d’Aroma, Mussolini segreto cit., pp. 193 sg. ↩

  79. C. Petrie, When dictators die, in «The Quarterly Review», ottobre 1938, pp. 265 sgg. Secondo F. Owen, March of a Dictator, in «Evening Standard», 14 gennaio 1939, la scomparsa di Mussolini avrebbe costituito per il regime il momento della verità: «quando questo genio turbolento, brillante, brutale non sarà piú, il sistema che costruí con furiosa energia e non poca devozione si troverà di fronte alla sua vera prova». ↩

  80. I nomi piú ricorrenti erano, oltre a quelli di G. Ciano (in genere non auspicato dalla stampa democratica) quelli di Balbo, e soprattutto di Grandi (il piú ben visto). Altri nomi che venivano affacciati erano quelli di Farinacci, di Starace e di Bottai. Nella seconda metà del ’38 si sparsero all’estero per l’ennesima volta voci di una grave malattia del «duce» e qualcuno parlò di una situazione cosí precaria delle finanze italiane da fare ritenere probabile una imminente caduta di Mussolini. In tale occasione da varie parti si prospettò una successione del «capace, popolare e ambizioso» principe di Piemonte, in prima persona o con Grandi come primo ministro. Cfr. in particolare C. Petrie, When dictators going to fall?, in «The Weekly Standard East London», 8 ottobre 1938. ↩

  81. Per alcune delle critiche di Mussolini a Ciano cfr. N. D’Aroma, Mussolini segreto cit., pp. 167, 171 e 190. ↩

  82. Ibid., pp. 151 sg. ↩

  83. G. Ciano, Diario cit., p. 34. ↩

  84. N. D’Aroma, Mussolini segreto cit., p. 167. ↩

  85. Per il rapporto Mussolini – «ebraismo internazionale» durante la guerra d’Etiopia e il sorgere nel «duce» (probabilmente per influenza di Aloisi e di padre Tacchi Venturi: cfr. P. Aloisi, Journal [25 juillet 1932 – 14 juin 1936], Paris 1957, pp. 326, 330, 332 e 364) della convinzione che l’«ebraismo internazionale» (di cui egli nell’ottobre-novembre ’35 aveva ricercato l’aiuto per scongiurare le sanzioni) fosse – nonostante quello che lui aveva fatto per gli ebrei tedeschi e profughi dell’Europa centro orientale – intrinsecamente antifascista e filo inglese, cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo cit., pp. 175 sgg. Sul rapporto Mussolini-massoneria negli anni trenta manca qualsiasi studio. Esso dovette essere piú semplice, in quanto piú nettamente antagonistico. Nonostante ciò non si può del tutto escludere che in vista dell’impresa etiopica da parte fascista siano stati fatti cauti tentativi per assicurarsi la neutralità della massoneria internazionale. Un argomento in questo senso potrebbe essere costituito dal benestare concesso alla partecipazione del pastore metodista Ettore Busan al Congresso universale della massoneria di Rito Scozzese Antico e Accettato che si tenne a Bruxelles nel giugno 1935 e che – sia pure dopo vivacissimi contrasti e grazie soprattutto all’appoggio della massoneria statunitense – riconobbe il Busan come unico legittimo rappresentante

    dell’Italia. La vicenda risulta da una lunga relazione confidenziale («La Massoneria italiana. Sotto il fascismo. Dopo l’occupazione alleata di Roma. Le sue relazioni con gli Stati Uniti d’America e la sua attuale crisi di riorganizzazione [Febbraio 1945]») e dai documenti ad essa allegati, redatta dal commissario di PS Giuseppe Dosi per i servizi del Governo militare alleato in Italia, ed è confermata in ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. polizia politica, fasc. «Busan Ettore», e, piú in generale, Id., Div. polizia politica – Materia, b. 138, fasc. K59, «Massoneria in Italia». ↩

  86. Cfr. Mussolini il duce, I, pp. 39 sgg. ↩

  87. Per un quadro del razzismo europeo cfr. G. L. Mosse, Il razzismo in Europa dalle origini all’olocausto, Bari 1980. ↩

  88. Cfr. Mussolini il fascista, II, pp. 377 sgg.; e Mussolini il duce, I, pp. 39 e 150 sgg. ↩

  89. Cfr. Mussolini, XXVIII, pp. 2 sg., 17, 23, 41 sg., 78 sg., 103 sg., 106 sg., 109 sg., 110 sg., 116 sg., 123 sg., 185, 192, 203 sg.; XXIX, pp. 51 sg. ↩

  90. «È ormai accertato che laddove la natalità decade, le nascite femminili superano le maschili e quindi i popoli perdono a poco a poco la capacità militare e guerriera» (Vecchiaia, in «Il popolo d’Italia», 15 gennaio 1937: Mussolini, XXVIII, p. 104). ↩

  91. Il 10 dicembre 1938, in Consiglio dei ministri, Mussolini, parlando del declino demografico francese, disse che la Francia «tra dieci anni sarà ridotta a trenta milioni di abitanti. Noi saremo sessanta milioni. E poiché la natura ha paura del vuoto, saremo noi che colmeremo i vuoti nel territorio della Francia». G. Bottai, Diario, f. 618, alla data dell’11 dicembre 1938. ↩

  92. Mussolini, XXVIII, p. 3 (21 maggio 1936). ↩

  93. Ibid., p. 79 (18 novembre 1936). ↩

  94. Ibid., pp. 110 sg. (Cifre in declino, 30 gennaio 1937).

    Il primo articolo, In casa nostra, era uscito il 26 gennaio. Legato ai due precedenti è in un certo senso anche Si rivede Pangloss, del 15 febbraio 1937. ↩

  95. Mussolini, XXVIII, p. 87. ↩

  96. Cfr. N. D’Aroma, Mussolini segreto cit., pp. 127 sg. ↩

  97. A. Oriani, La lotta politica in Italia, Bologna 1946, III, p. 435. ↩

  98. L’espressione fa parte del discorso dell’Ascensione; cfr. Mussolini, XXII, p. 367. ↩

  99. Cfr. ibid., p. 86 (3 marzo 1926). ↩

  100. Tipico è in questo senso il particolarissimo significato che egli attribuiva al fatto che, durante il conflitto etiopico, la flotta inglese inviata nel Mediterraneo non disponesse delle regolamentari dotazioni di munizioni. Cfr. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., p. 49. ↩

  101. Per questi concetti cfr. Mussolini, XXVIII, p. 198 e soprattutto N. D’Aroma, Mussolini segreto cit., pp. 115 sg., 131, 199 e 214 sg. ↩

  102. Cfr. ibid., pp. 159 sg. e 202 sg.

    Per il loro presunto spunto cfr. G. Ferrero, La fin des aventures. Guerre et paix, Paris 1931, passim, nonché, per una corretta comprensione della lotta tra i due «Geni invisibili della Città», Id., Potere, Milano 1947 (1ª ed. in America 1942, passim), e per un inquadramento generale P. P. Portinaro, Democrazia e dittatura in Guglielmo Ferrero, in «Comunità», ottobre 1979, pp. 271 sgg. ↩

  103. Cfr. a questo proposito i due articoli anonimi di Mussolini Il capestro di Dèmos e sopratutto Il caso Ladlow in «Il popolo d’Italia» del 3 e del 28 dicembre 1937 riprodotti in Mussolini, XXIX, pp. 27 sgg. e 39 sgg. ↩

  104. A. Oriani, Rivolta ideale, Bologna 1930, pp. 114 sg. ↩

  105. Cfr. Mussolini il duce, I, p. 41. ↩

  106. Mussolini, XXIX, p. 126. ↩

  107. Nello stesso articolo (anonimo), Europa e fascismo, apparso ne «Il popolo d’Italia» del 6 ottobre 1937 (Mussolini, XXIX, pp. 1 sg.), Mussolini scriveva che «il Giappone non è “formalmente” fascista, ma il suo atteggiamento antibolscevico, l’indirizzo della sua politica, lo stile del suo popolo lo portano nel numero degli Stati fascisti» e dava un giudizio largamente positivo anche sull’esperienza brasiliana (sulla quale cfr. E. Carone, O Estado Novo (1937-1945), Rio de Janeiro – São Paulo 1977). ↩

  108. Sulla cultura di Mussolini Suvich nelle sue memorie ha scritto: «Mussolini aveva una, sia pure frammentaria, ma vasta erudizione in alcuni campi storici. Conosceva particolarmente le circostanze del nostro Risorgimento e del periodo successivo; e poi a sprazzi, secondo le sue letture, assiduissime, vari periodi della storia antica – Impero romano – e della storia mondiale in genere. Era il tipo di erudizione di un autodidatta, ma sorretto da una acutezza di giudizi, da una immediata ricezione di idee e di dati e da una memoria formidabile.

    «Le sue conversazioni nel campo di politica estera, di sociologia, di filosofia, di religione erano sempre interessanti e originali. La concezione poteva essere errata, e lo era alle volte, ma – all’infuori delle teatralità per la folla – non diceva mai cose banali». ↩

  109. Si veda, tra l’altro, la pubblicazione nel 1934 del volume Bolscevismo e capitalismo, una raccolta di scritti e discorsi di Stalin, Molotov, Kujbyšev e Grinko, e nel 1935 di quello L’economia sovietica, una raccolta di saggi di autori di tutto il mondo curata da G. Dobbert. ↩

  110. B. Spampanato, Universalità di Ottobre. Roma e Mosca o la vecchia Europa? e Universalità di Ottobre. La crisi d’Europa, in «Critica fascista», 1º e 15 novembre 1931, pp. 405 sgg. e 434 sgg. Nello stesso senso cfr. anche R. Bertoni, Il trionfo del fascismo nell’Urss, Roma 1934. ↩

  111. Cfr. Mussolini, XXVIII, pp. 154 sgg. e 194 sgg.; XXIX, pp. 61 sgg. (sull’Urss) e XXVIII, pp. 182 sg. e 227 sg.; XXIX, pp. 44 sg. (sulla Spagna e il comunismo in genere). ↩

  112. Ibid., XXVIII, p. 70. ↩

  113. R. Bilenchi, I nemici della rivoluzione, in «Critica fascista», 10 novembre 1936, pp. 3 sgg. ↩

  114. Id., Fascismo e bolscevismo. Appello ai polemisti, in «Critica fascista», 1º febbraio 1937, pp. 99 sgg. ↩

  115. B. Ricci, Del «piú» e del «meno», in «Critica fascista», 1º giugno 1937, p. 269; nonché ID., Quelli che si meravigliano, ivi, 15 luglio 1937, p. 319: «Il Fascismo è rivoluzione e non Vandea, popolo e non casta, lavoro e non denaro».

    Nello stesso numero di «Critica fascista» in cui apparve il secondo dei due scritti citati di B. Ricci erano anche due articoli di A. Nasti, Orizzonte internazionale e di T. Napolitano, Il «fascismo» di Stalin che, nonostante il loro tono antibolscevico, erano cosí impegnati «a sinistra» che P. Gentizon ne prese spunto per scrivere il già ricordato articolo Moscou vu de Rome che suscitò le preoccupazioni del Centro studi anticomunisti. Per la replica di «Critica fascista» all’articolo di P. Gentizon cfr. ibid., T. Napolitano, Il «fascismo» di Stalin ovvero l’URSS e noi, 1º ottobre 1937, pp. 396 sgg. L’episodio è interessante perché dimostra l’entusiasmo suscitato in vari settori del fascismo dalla speranza che la «sfida» al bolscevismo significasse l’inizio di una nuova politica sociale del regime. ↩

  116. F. M. Pacces, Antibolscevismo e antibolscevismi varî, in «Critica fascista», 1° luglio 1937, pp. 289 sgg. (editoriale).

    Spunti antinazisti – anticomunismo per «necessità geografiche» e assenza di vero spirito anticapitalista – erano presenti anche nell’articolo già citato di R. Bilenchi, I nemici della rivoluzione. Nello stesso senso e cioè in quello della necessità di distinguere tra i vari anticomunismi e di non degradare quello fascista («che è un anticomunismo rivoluzionario che ha saputo creare alle classi lavoratrici un nuovo stato sociale nel quale esse hanno trovato le reali e concrete fonti del loro elevamento morale e materiale») al livello di quello conservatore cfr. anche A. Melchiori, Roma e Mosca, Roma 1937, la cui argomentazione manca però della genuinità che si riscontra in altri scritti del tempo, come quelli ora ricordati. ↩

  117. C. Pellizzi, «Borghese» e borghesia cit., p. 332. ↩

  118. Cfr. a mo’ di esempio M. Rivoire, Situazione contraddittoria, in «Critica fascista», 1° ottobre 1939, pp. 365 sgg. in cui, tra l’altro, l’autore si ricollegava esplicitamente all’articolo del settembre 1931 La fine di un regno di S. Panunzio per ribadire l’esistenza di «una profonda insuperabile antitesi tra fascismo e bolscevismo». ↩

  119. A. De Stefani, Sopravvivenze e programmi nell’ordine economico cit., pp. XXI sg. ↩

  120. G. Bottai, Diario, ff. 974 sgg. ↩

  121. G. Bastianini, Uomini, cose, fatti cit., p. 45. ↩

  122. Cercando di sintetizzare il rapporto Mussolini-Hitler, F. Suvich ha scritto nelle sue memorie: «All’origine c’era la diversità di carattere, di mentalità, di origine etico-culturale dei due protagonisti: l’uno latino e cattolico, l’altro – anche se nato in Austria – prussiano e pagano; l’uno concreto e possibilista, l’altro astratto e fanatico. Questa diversità si rifletteva anche nel reciproco atteggiamento dei due uomini: Mussolini non ha simpatizzato per Hitler: prima ha cercato di dirigerlo, poi lo ha osteggiato e poi lo ha subito... Hitler ha creduto nel suo incontro con Mussolini come a un fatale evento per capovolgere il mondo e credeva nel principio di amicizia che lo legava a Mussolini (dico principio e non sentimento, perché non so se Hitler fosse capace di sentimenti) e gli è rimasto fedele anche nelle avversità – la “Deutsche Treue” (fedeltà tedesca). Mussolini ha sempre considerato Hitler un anormale e il proclamato principio dell’amicizia fra i due uomini gli dava fastidio. Io non ho seguito piú questi rapporti negli anni successivi alla mia presenza agli Esteri, ma non mi meraviglierei se Mussolini, pure nella sua impotenza, quando ha dovuto affidarsi anima e corpo all’altro, lo avesse odiato.

    «Nei riguardi dei reciproci regimi i sentimenti erano diversi: Hitler non credo avesse nessuna considerazione del Fascismo come espressione del popolo italiano, del quale aveva un concetto molto modesto, lo considerava soltanto come espressione della concezione politica di Mussolini; Mussolini derideva l’ideologia hitleriana, ma strumentalizzava, fino a che ha potuto, ai suoi fini il Nazismo, e quando è diventato succubo di Hitler non lo è stato per la personalità di Hitler o per la ideologia del movimento ma per il suggestivo e grandioso quadro di organizzazione militare che si era creato in Germania.

    «Forse si potrebbe dire che Hitler ha creato il movimento sulla ideologia, mentre Mussolini ha adattato la ideologia alle esigenze del movimento.

    «Altro elemento di incompatibilità fra i due movimenti era il povero concetto che Hitler aveva del popolo italiano: ad onta delle sue affermazioni in contrasto; questo risulta anche dal Mein Kampf. Anzi Hitler aveva tanta maggiore stima di Mussolini, in quanto egli era arrivato a fare quello che aveva fatto con un popolo cosí indisciplinato, scettico e con poco senso della solidarietà nazionale, come il popolo italiano. Per quanto ciò rimanesse nel sottofondo, non era certo un apprezzamento che Mussolini potesse accettare.

    «Ho avuto nelle mani – non ricordo come mi sia pervenuto – un programma che girava tra i Gauleiter sulla futura organizzazione dell’Europa: il centro direzionale sarebbe stato nelle mani dell’elemento tedesco, assistito a parità di condizioni da inglesi e altri nordici. La Francia era anche ammessa nel gruppo direzionale. Italiani, iberici, greci e altri mediterranei erano nel gruppo dei soggetti. Non so se il documento fosse autentico, comunque era significativo della mentalità e della tendenza dei nazisti». ↩

  123. G. Acerbo, Fra due plotoni di esecuzione cit., p. 420; nonché Mussolini il duce, I, pp. 428 sg., 496 e 505. Per il giudizio, pure negativo, di Mussolini sul gruppo dirigente nazista cfr. Y. De Begnac, Palazzo Venezia cit., pp. 616 sg. ↩

  124. G. Bottai, Diario, f. 546. ↩

  125. G. Acerbo, Fra due plotoni di esecuzione cit., p. 420; D. Grandi, Frammenti di diario, 17 novembre 1944, «Io e Mussolini», in Archivio D. Grandi, b. 152, fasc. 199, sott. 6, ins. 2, è anche piú drastico: «Uno degli uomini che egli ha odiato di piú al mondo è stato Hitler. Sembra questo un paradosso, ed è la pura verità». ↩

  126. Cfr., per esempio, G. Ciano, Diario cit., pp. 632 sg.; B. Spampanato, Contromemoriale, Roma 1952, II, pp. 130 sgg. ↩

  127. Mussolini, XXIX, p. 251; nonché l’accenno nella intervista di R. Strunk del «Völkischer Beobachter», pubblicata da tale giornale il 18 gennaio 1937 e riprodotta solo parzialmente da «Il popolo d’Italia» del giorno dopo e ora in Mussolini, XXVIII, p. 105. ↩

  128. Tipici sono a questo proposito i contatti e gli accordi che nel 1936-37 si ebbero a livello delle due polizie e che riguardarono l’azione antibolscevica e contro i fuoriusciti, mentre, in questa prima fase, da parte italiana furono lasciati cadere i tentativi fatti dai tedeschi per estenderli anche a quella

    contro gli ebrei (cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo cit., pp. 244 sg. e 533 sgg.); nonché quelli tra i rispettivi organi preposti alla prevenzione e propaganda antibolscevica (ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Div. affari gen. e ris. [1903-49], b. 430). ↩

  129. Mussolini, XXVIII, p. 249. ↩

  130. ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario (1922-43), fasc. 509534, «Sulis Edgardo». A proposito del Sulis vale la pena ricordare che alla fine dell’ottobre 1932 egli era stato condannato a due anni di confino per un vivace contrasto, in parte personalistico in parte politico, con le autorità del suo paese natale in Sardegna. ↩

  131. E. Sulis, Rivoluzione ideale cit., pp. 15, 16, 18. ↩

  132. Ibid., pp. 85 sgg. ↩

  133. Volendo essere piú precisi si può dire:

    • a) che Mussolini personalmente non aveva, e sostanzialmente non ebbe neppure dopo essere giunto al potere, vere prevenzioni antisemite; gli Ebrei in genere non gli erano né particolarmente simpatici né particolarmente antipatici; riconosceva loro tutta una serie di doti e di capacità, specie nel campo economico-finanziario, e, per certi aspetti, ne aveva anzi, come popolo, un notevole rispetto; certo, egli non andava esente da alcuni spunti e pregiudizi antisemiti, questi non erano però in lui determinanti e non andavano oltre quel minimo comune un po’ a molti uomini della sua generazione e della sua formazione culturale;
    • b) che, in ogni caso, questo fondo d’antisemitismo tradizionale non aveva su di lui conseguenze pratiche: non gli impedí, per esempio, di collaborare a pubblicazioni fatte da Ebrei (come nel 1908 a «Pagine libere» dell’Olivetti) e di avere tra i suoi amici e collaboratori anche piú intimi degli Ebrei come Cesare e Margherita Sarfatti e l’avvocato E. Jarach;
    • c) che, tanto meno, questo fondo d’antisemitismo tradizionale non ebbe a lungo quel carattere «razzista» che dopo il 1938 gli apologeti della campagna razziale e lo stesso Mussolini vollero dargli;
    • d) che, ancora, questo fondo d’antisemitismo tradizionale non aveva e non ebbe sino al 1936-1937 significato politico; il Mussolini delle «origini» e degli anni successivi sino alla campagna razziale non sposò mai le tesi estreme di Preziosi (che mai ebbe su di lui vera influenza e dimestichezza e per il quale, anzi, Mussolini non aveva, anche personalmente, alcuna simpatia) e di simili corifei italiani e stranieri dell’antisemitismo ad oltranza;
    • e) che, oltre tutto, in lui vi era un certo timore, diciamo cosí reverenziale, per la «potenza ebraica» nel mondo.

    ↩

  134. Cfr. E. Ludwig, Colloqui con Mussolini cit., pp. 70 sgg.; nonché, per le reazioni di Ludwig ai provvedimenti razziali fascisti il suo articolo Adieu Mussolini, in «Lyon-Républicain», 18-20 dicembre 1938. ↩

  135. I principali tra questi articoli erano I complici e Ebrei, Bolscevismo e Sionismo italiano, apparsi su «Il popolo d’Italia» del 4 giugno e del 19 ottobre 1919 (Mussolini, XIII, pp. 168 sgg. e XV, pp. 269 sgg.) e, ma già con un tono parzialmente diverso, Rappresaglia, sempre su «Il popolo d’Italia» del 25 giugno 1922 (Mussolini, XVIII, pp. 256 sg.); cfr. su di essi R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo cit., pp. 68 sgg. ↩

  136. Cfr. Mussolini, XVI, p. 439. ↩

  137. Per tutta la vicenda cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo cit., pp. 128 sgg. ↩

  138. In Gran Consiglio, il 6 ottobre 1938, Mussolini affermò a proposito del «manifesto»: «Sono

    io, che, praticamente, l’ho dettato». G. Bottai, Diario, f. 611. Per quel che se ne sa, in realtà Mussolini dovette soprattutto intervenire sul testo elaborato dagli scienziati. ↩

  139. Cfr. per tutto ibid., pp. 254 sgg. Per il testo integrale del «manifesto della razza» si veda in Appendice, documento 5. ↩

  140. Y. De Begnac, Palazzo Venezia cit., p. 643. ↩

  141. G. Bottai, Diario, f. 611. Sulla vicenda cfr. ACS, Min. Interno, Dir. gen. PS, Casellario politico centrale, fasc. «Lumbroso Giacomo». È da notare che il Lumbroso, ex nazionalista passato al fascismo nel 1920 e dopo la «marcia su Roma» esponente del dissidentismo toscano, si era rifiutato

    nel 1930 di rientrare nel partito e si era convertito al cattolicesimo al momento del suo matrimonio con una nobil donna (il che spiega l’interessamento in suo favore di p. Tacchi Venturi sia prima sia dopo la sua condanna a cinque anni di confino). ↩

  142. La tesi del «pegno» è stata adombrata da A. Tamaro, Venti anni di storia (1922-1943), Roma 1954, III, pp. 305 sgg. ↩

  143. G. Ciano, Diario cit., pp. 64 sg. ↩

  144. L’indicazione risulta scritta di pugno di Mussolini sulla copia del libro letta dal «duce». La copia presenta vari segni e sottolineature pure di pugno di Mussolini. Tra i piú importanti:

    p. 82: «occorre mantener viva la tensione spirituale, il superiore fuoco, l’interna anima formatrice, che elevò originariamente quella materia fino a quella determinata forma, traducendo una razza dello spirito in una corrispondente razza dell’anima e del corpo».

    p. 96 (sottolineato con violenza): «teoria dinamica, anziché statica, della razza e della ereditarietà».

    p. 100: «elevazione di razze relativamente inferiori attraverso varii cicli di eredità».

    p. 125 (sottolineato in rosso): «Una idea, dato che agisca con sufficiente intensità e continuità in un dato clima storico e in una data collettività, finisce col dar luogo ad una "razza dell’anima" e, col persistere dell’azione, fa apparire nelle generazioni che immediatamente seguano un tipo fisico comune nuovo, da considerarsi, da un certo punto di vista, come razza nuova». ↩

  145. Dagli articoli su «Critica fascista» prese spunto il libro Imperialismo pagano, Todi-Roma 1928, in cui Evola sosteneva che se il fascismo era veramente «volontà d’impero» doveva tornare alla tradizione pagana e la Chiesa doveva essere esautorata e subordinata allo Stato. ↩

  146. Cfr. Diorama. Problemi dello spirito nell’etica fascista. Antologia della pagina speciale di «Regime Fascista» diretta da Julius Evola, a cura di M. Tarchi, Roma 1974. ↩

  147. J. Evola, Il cammino del Cinabro, Milano 1963, p. 169, nonché pp. 161 sg. per la conoscenza di Mussolini di alcuni precedenti articoli dell’autore. ↩

  148. Per questi provvedimenti cfr. R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo cit., pp. 334 sgg. ↩

  149. «Alfieri mi dice che l’editoriale di “C. F.” sul problema della razza gli è piaciuto. La spiegazione puramente deterministica e materialistica della “razza” si attenua e si equilibra nel concetto storico di civiltà. Trovo Mussolini molto calmo, deciso a non lasciarsi prendere la mano dagli zelatori» (G. Bottai, Diario, ff. 580 sg., alla data del 5 agosto 1938). ↩

  150. Critica fascista, Politica fascista della razza, in «Critica fascista», 1º agosto 1938, pp. 290 sg. Nei numeri successivi la rivista di Bottai tornò spesso sul tema del razzismo, cercando di ribadire le tesi esposte nel primo editoriale (cfr. per esempio Critica fascista, Il razzismo fascista, 1º settembre 1938, pp. 322 sg.; B. Ricci, Codreanu, 15 dicembre 1938, p. 62; G. A. Longo, Il «punto» del razzismo fascista, 1º ottobre 1939, pp. 367 sg.), ma pubblicando anche e sempre piú sovente articoli impostati non spiritualisticamente e addirittura corrivi al razzismo tedesco. ↩

  151. L’8 marzo 1940 G. Bottai annotava nel suo Diario (f. 790): «Aumentano voci e notizie intorno allo “smarrimento” di Mussolini. Io lo vedo sempre lucido e diritto nel giudizio; solo come immelanconito dinnanzi a un gioco troppo piú complesso di quello abissino o spagnolo, perché a vincerlo basti il fiuto del genio». ↩

  152. Oltre che militarmente e tecnicamente, le forze armate dovevano per Mussolini essere trasformate anche moralmente. Nel Diario di G. Bottai, ff. 736 sg., alla data del 26 ottobre 1939, si legge a questo proposito: «Si viene a parlare dell’Esercito. Manifesta apertamente il suo disprezzo per la sua mentalità arretrata. “Non ci può piú essere l’esercito d’una dinastia. Se pure gli eserciti ànno mai sostenuto le dinastie, le ànno sostenute quando erano in auge, per abbandonarle quando cadevano”. Si deve andare verso l’esercito di popolo. Io accenno alla mia esperienza africana, auspicando il principio del popolo armato (milizia) in una mobilitazione permanente dei quadri. Dello Stato Maggiore dà questa definizione: “È quell’organo che prepara le guerre di ieri per perdere la vittoria di domani”. Dell’esercito tedesco ammira certe innovazioni rivoluzionarie: il rancio comune a soldati e ufficiali combattenti, che crea un costume militare nuovo; la penetrazione a fondo nel paese nemico, senza alcuna preoccupazione di collegamenti, copertura alle ali, etc. ». ↩

  153. Mussolini, XXIX, pp. 265 sg. ↩

  154. G. Ciano, Diario cit., p. 248. ↩

  155. Ibid., p. 219. ↩

  156. ACS, E. De Bono, Diario, q. 43, alla data del 2 dicembre 1938; G. Bottai, Diario, ff. 622 sg. ↩

  157. Ricevuto il testo, il re ne dette ricevuta a Mussolini con un brevissimo biglietto in cui lo ringraziava «per l’invio della Relazione tanto importante e tanto chiara che ho letto col piú vivo interesse» (ACS, B. Mussolini, Valigia, b. 1, fasc. 6). ↩

  158. L’originale della relazione è scomparso dal fascicolo della Segreteria particolare del Duce in cui era conservato. Il testo è desunto dalle copie fotografiche fatte dagli Alleati dopo la capitolazione dell’Italia (nn. dei fotogrammi da 000038 a 000046) conservate a Washington e al St Anthony’s College di Oxford. G. Bottai, Diario, ff. 629 sgg. ne dà un riassunto, molto sommario ma fedele. ↩

  159. G. Ciano, Diario cit., pp. 129 e 131.

    Il 26 aprile 1938 Mussolini, fatto un quadro della situazione politica generale, disse a Badoglio che «mentre non dobbiamo avere preoccupazioni né per la frontiera occidentale né per quella orientale, devono essere prese precauzioni molto serie alla frontiera nord». ACS, Min. Marina, Gabinetto (1934-50), b. 68, fasc. «Mobilitazione», Badoglio a Cavagnari, 27 aprile 1938. Sul problema Mussolini tornò piú volte, sino al 14 febbraio 1940, allorché, prendendo la parola in sede di Commissione suprema di difesa, disse: «Oggi il nostro Paese si mura e sbarra le porte di casa. Uno sfondamento della nostra fascia fortificata non solo dev’essere impossibile, ma deve essere impensabile.

    «Abbiamo una fortificazione che ci è stata data dal Padreterno, ma le valli – fra i monti – bisogna bloccarle con una rete di fortificazioni, piú che con una linea, in modo non passi neppure il vento. Ciò su tutti i fronti, ivi compreso quello svizzero: fronte occidentale, nord e nord est; fortificazioni su tutta la linea, da Ventimiglia al Quarnaro.

    «Sono in corso i lavori e l’ossatura sarà pronta prima dell’estate. Naturalmente, dopo sarà perfezionata». ACS, Min. Africa Italiana, Dir. gen. affari politici (1900-43), b. 9, «Verbali della XVII sessione della Commissione Suprema di Difesa (8-14/II/1940)». ↩

  160. G. Ciano, Diario cit., p. 203. ↩

  161. Se ne veda l’ampio resoconto in G. Bottai, Diario, ff. 636 sgg., riprodotto in Appendice, documento 6. ↩

  162. Sempre a proposito del «patto a quattro» cfr. N. d’Aroma, Mussolini segreto cit., p. 163. ↩

  163. Mussolini, XXVIII, p. 156. ↩

  164. Ibid., p. 196. ↩

  165. Cfr. N. D’Aroma, Mussolini segreto cit., pp. 116 e 130 sg. ↩

  166. Cfr. ibid., p. 195.

    Mussolini giudicava spesso i popoli secondo propri schemi via via sempre piú rigidi. Ecco come F. Suvich li ha riassunti nelle sue memorie, con particolare riferimento agli anni 1932-36, quando ebbe con lui contatti quotidiani: «Complesso il suo stato d’animo nei riguardi dei popoli stranieri e delle varie razze.

    «Non amava lo spirito prussiano, che conosceva e giudicava bene, ed era per la sua natura di latino e di cattolico fondamentalmente ostile alla filosofia nazista; ma gli imponeva [sic] lo spirito nazionale e militare dei tedeschi. Subiva invece il fascino dello spirito e della cultura francesi, al quale fascino di deliberato proposito cercava di sottrarsi, perché considerava la Francia una nazione militarmente decadente...

    «Non credo penetrasse lo spirito anglosassone; non amava l’Inghilterra, ma ne ammirava la tradizione militare, soprattutto navale, e la fierezza; per i Nord-americani aveva una spiccata simpatia (ne riceveva moltissimi), ma si arrestava molto alle forme esteriori della loro spregiudicatezza e della loro “buoyancy”; non penso avesse un concetto sufficientemente preciso della loro formidabile efficenza e potenzialità.

    «Nei riguardi dei Russi aveva una posizione – mi sia passata la parola – polivalente; combatteva il comunismo in casa e non tollerava influenze russe sul nostro paese, ma non aveva nessuna ostilità pregiudiziale contro il comunismo russo: ne seguiva l’evoluzione con interesse ed era piuttosto impressionato dalla personalità di Stalin; e cercava di favorire l’avvicinamento della Russia all’Occidente.

    «Aveva una del tutto particolare simpatia per gli Olandesi, ammirando questo piccolo popolo che aveva saputo crearsi un grande impero. Gli piacevano la loro flemma e il loro spirito buontempone: “gente tranquilla”, come mi ha detto un giorno, “che vede tutto il mondo con gli occhiali colorati in rosa”: curiosa questa inclinazione – e non ho ragione per ritenere che non fosse sincera, per gente che stava agli antipodi del suo temperamento; li distingueva dagli altri nordici, per i quali pensava fosse leggenda la loro fama di freddezza. Diceva che sono piú isterici di noi latini e che noi siamo piú equilibrati...

    «Aveva una marcata preferenza per gli Ebrei (la campagna razzista di qualche anno dopo entra in tutto un altro ordine di idee) che del resto sono stati sempre mescolati alla sua vita: ne ammirava l’intelligenza, la vivacità di spirito e la genialità...

    «Molto influiva sul suo giudizio e sulle sue simpatie il modo come le nazioni straniere giudicavano l’Italia e in modo particolare il valore del soldato italiano. Su questo punto era di una suscettibilità legittima, ma che arrivava a forme esasperate o morbose. Un giudizio che suonasse poco rispettoso per il valore italiano lo metteva in uno stato di furore e non aveva pace fino a che non aveva esaurito tutte le non trascurabili risorse della sua polemica e tutte le possibili ritorsioni da parte della stampa italiana». ↩

  167. Cfr. Mussolini, XXIX, pp. 39 sgg. ↩

  168. Ibid., XXVIII, p. 78. ↩

  169. B. Spampanato, 1938 l’anno decisivo, Napoli 1939², p. 137. ↩